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LA DESTRA INNESCA LA MANOVRA SUL PRESIDENZIALISMO, METTENDO SOTTO TIRO MATTARELLA.

Annunciato in campagna elettorale, il disegno di riforma presidenzialistica diventa la bandiera del governo. L’obiettivo a breve è dare lo sfratto all’inquilino del Quirinale.

 

Il ministro per le Riforme e la Semplificazione, Elisabetta Casellati, intervenendo alle celebrazioni del decennale di FdI, ha messo sul tavolo la questione del presidenzialismo. La sua dichiarazione, ripresa dalle agenzie, indica quale sia la chiara volontà della maggioranza di governo: modificare l’ordinamento dei poteri per realizzare l’antico sogno della destra, fin dai tempo del Msi di Almirante. Il fatto che la proposta di modifica della Costituzione, su un punto per altro delicatissimo, parta dall’Esecutivo, suscita inoltre le più acute perplessità. È un messaggio aggressivo, tutto proteso a stabilire l’impegno più diretto in favore di una svolta che va oltre l’ingegneria costituzionale, mirando in maniera disinvolta a tratteggiare il nuovo volto della Repubblica.

Il treno delle riforme, ha detto in pratica la Casellati, “è partito perché le riforme istituzionali sono urgenti oggi più che mai. Abbiamo un’esigenza di stabilità del governo, il nostro sistema politico e istituzionale è fragile per l’incapacità del sistema politico di guardare lontano. Da subito ho iniziato le consultazioni partendo da FdI e FI, la prossima settimana vedrò la Lega per capire a quale modello si vuole fare riferimento. Tutti i sistemi partono dall’elezione diretta del presidente della Repubblica o del premier, per un coinvolgimento diretto dei cittadini e per dare stabilità. Dopo aver consultato la maggioranza consulterò tutta l’opposizione, perché una riforma costituzionale non può prescindere dal parere dell’opposizione e andrebbe fatta assieme. Occorre capire qual è il punto di caduta, prima di Natale spero di finire con la maggioranza e entro il mese di gennaio mi ripropongo di aver ascoltato l’opposizione”.

Nella elezione diretta del Capo dello Stato o in alternativa del Presidente del Consiglio si possono rintracciare i tratti di una “soluzione autoritaria” del problema della governabilità: il consenso riceve infatti una torsione che parte e si conclude nella esaltazione dell’autorità secondo un modello classicamente di destra. Questa prospettiva si sostanzia a breve nel tentativo di unificare il momento decisionale, ponendo in essere lo sfratto di Mattarella dal Quirinale. In campagna elettorale, purtroppo, non si è voluto contrastare con la dovuta chiarezza ed energia un cattivo disegno di riordino istituzionale e costituzionale da cui discende, nella sostanza, una manovra di proterva occupazione del potere.

LE LETTERE DI ZAC

È stato presentato ieri sera a Ravenna il libro «Caro Zaccagnini…». Lettere scelte ad un credente prestato alla politica, a cura di Aldo Preda, edizioni Studium. Riportiamo di seguito l’intervento di Pierluigi Castagnetti.

Riparlare di Zac a oltre trent’anni dalla sua morte, per chi lo ha conosciuto e gli è stato amico, è occasione di refrigerio spirituale. La memoria riporta subito davanti agli occhi quel suo volto radioso e sereno che aveva colpito anche Papa Giovanni. Su quel volto si potrebbero scrivere pagine e pagine, qualche studioso arrivò persino a ipotizzare che fosse stato scelto come segretario della Dc proprio per la sua faccia. Che era un discorso da sola. Parlava. Diceva la genuinità, l’unicità, la schiettezza, l’onestà della persona, la sua anima.

Sia chiaro, Zaccagnini, è stato un grande uomo politico, e sarà ricordato per le sue scelte, dalla Resistenza alla solidarietà nazionale, ai 55 giorni della prigionia del fratello e maestro tanto amato, sarà ricordato per i suoi discorsi pieni di passione, per la fermezza mostrata in alcuni tornanti della vita della Repubblica. Ma personalmente credo che lo sarà anche per l’uomo che è stato. Lo “zaccagninismo” (se così vogliamo definirlo) era infatti, oltre che una linea politica, uno stato d’animo, un modo di stare di fronte al potere, una regola esistenziale, una prassi comportamentale, una condizione psicologica e spirituale, un modello inconsapevolmente pedagogico, una tipologia dell’uomo libero. E, dunque, la conseguente dimostrazione pratica che tutto ciò non era solo compatibile con, ma doveva rappresentare l’essenza dell’uomo politico.

Prima e dopo di lui l’uomo politico era spesso ritenuto un cercatore di potere o un realizzatore di disegni di respiro corto, da cui la crescente diffidenza verso la politica e gli uomini politici considerati – con una generalizzazione ingiusta – tutti permeabili dalle tentazioni del successo e del potere; con Zaccagnini e altri della sua generazione, il politico era invece essenzialmente un uomo (o una donna) che viveva pienamente la sua umanità e la sua responsabilità di abitante della città, cittadino tra cittadini. Basta leggere le lettere di Nilde Iotti qui pubblicate (“ci ripensi”, rispetto all’intenzione di Benigno di non ripresentarsi alle elezioni), Tina Anselmi (“…per quello che nella mia vita significa la tua presenza…e la tua testimonianza politica”), Sandro Pertini (“…ho saputo delle condizioni non buone di salute del tuo figliolo. Ne sono addolorato, amico carissimo…”), per cogliere la qualità di questa umanità di donne e uomini politici che si rispettavano e si volevano bene, al di là delle diversità politiche. Ricordo questi aspetti che possono rivelare qualche inconsapevole segno di cedimento da parte mia alla nostalgia di altre stagioni, perché colgo nella sfiducia di oggi da parte di molti cittadini nei confronti della politica anche la denuncia di una certa mancanza di qualità umana: “tu non mi conosci”, “tu non hai mai parlato con me”, “che ne sai della mia sofferenza?”, “ti ho incontrato al supermercato con tua moglie, ma non ti ho mai visto controllare il prezzo della merce prima di scegliere”,…viene detto ai politici.

Mi rendo conto che il giudizio morale, spesso disinformato della vera realtà, può facilmente degenerare in moralismo e poi in qualunquismo, ma se ciò è uno stato d’animo che si sta diffondendo sempre più bisognerà pur occuparsene. Ai tempi delle polemiche su “la casta”, una sera, in un dibattito piuttosto acceso in una sezione del partito proprio a Ravenna, un amico parlamentare ha dovuto urlare: “Per favore basta, questi vostri discorsi mi fanno soffrire e sento che la maggior parte di noi parlamentari non li merita. Perché queste accuse non le avete mai fatte a Bulow e a Benigno?”. Sì, perché?

Perché quella domanda in effetti conteneva la risposta. La gente, i militanti soprattutto, manifestavano nostalgia di Bulow e Zac. Mi tornano alla mente le tante conversazioni con Benigno fatte in aereo o in treno proprio nell’ultimo anno della sua vita quando talvolta – non spesso per la verità – si lasciava prendere dallo sconforto: “ma noi, quasi cinquant’anni fa, ci siamo dati alla macchia e abbiamo combattuto contro i nazisti, alcuni hanno sacrificato la vita, per un’Italia diversa, per una politica diversa”. Impressionava la sua lucidità e la sua freschezza morale ancora integra come ai tempi della scelta della Resistenza.

Mi viene alla mente un verso del poeta partigiano Giorgio Caproni (che Zac conosceva): “Sono tornato là dove non sono mai stato”. Questa nuova pubblicazione che l’inesauribile intraprendenza memorialistica di Aldo Preda ci regala quest’anno, dovrebbe servire proprio a questo, a far “tornare” tanti giovani là dove non sono mai stati, a conoscere un modo di essere e di fare politica che non hanno mai conosciuto, perché nessuno gliene ha parlato e insegnato che la politica è una cosa bella, perché è bello lavorare, e persino dare la vita, per difendere la libertà, combattere le ingiustizie e costruire la pace. È bello prepararsi al giorno in cui tuo figlio ti chiederà: tu papà, tu mamma, cosa avete fatto per migliorare il mondo? E poter rispondere: non sono stato con le mani in mano, mi sono impegnato come potevo, ho cercato dei maestri e ne ho trovat: Zaccagnini ad esempio, quel vecchio uomo politico che ultimamente si appoggiava al bastone e che sapeva piangere in pubblico per la perdita di un amico, che accompagnava al treno la sua collaboratrice domestica portandole la valigia, che la domenica pomeriggio girava per le parrocchie a fare spettacoli di burattini, che come cristiano era incantato dal magistero di don Sangiorgi, don Primo Mazzolari e don Zeno Saltini, e che per una vita intera ha inseguito il sogno di voler cambiare il mondo a misura dei bisogni della povera gente.

Gli ultimi dieci anni della sua vita lo hanno segnato molto, lo sapevamo, era diventato più silenzioso pur restando uomo sereno, li ha vissuti nella preghiera e nella riflessione, come se sentisse che la Provvidenza gli aveva voluto parlare proprio con la fatica e il dolore, perché non solo nella vita familiare aveva provato l’esperienza del dolore indicibile, ma anche nella vita politica. Non poteva essere un caso. Certo i cristiani conoscono il dono della libertà fatto dal Signore perché ne facciano buon uso sin dai primi giorni della maturità e conoscono la loro personale responsabilità in tutti i fallimenti della propria vita, epperò la coincidenza di tanti segni non si poteva archiviare facilmente. È vero che in politica come nella vita tante cose semplicemente accadono, ma tante altre accadono come conseguenza di errori e inadeguatezze precedenti. Era necessario allora capire dove si fosse sbagliato, chi e con quali complicità anche nostre, quali errori insomma erano stati compiuti.

LA DITTATURA RUSSA DALLE CONDANNE FACILI

La testimonianza di Ilya Yashin, storico oppositore di Putin, ha incrociato la dura reazione dal Cremlino. La verità dello Zar ha bisogno d’imporsi con la forza.

 

Ilya Yashin, il politico dell’opposizione russo condannato a otto anni e mezzo di carcere da un tribunale di Mosca la scorsa settimana per essersi espresso contro il massacro di civili dell’esercito russo a Bucha, è un volto noto nella politica russa, ma rimane poco conosciuto a livello internazionale.
Nato a Mosca nel 1983, Yashin ha iniziato la sua carriera politica nel 2000 quando si è unito a Yabloko, un partito liberale allora rappresentato alla Duma, unica grande fazione ad essersi opposta alla seconda guerra cecena. Si descrive come “un liberale normale, europeo, di sinistra”. È un liberale in senso russo: vuole vedere il suo paese diventare una democrazia costituzionale modellata sui valori europei dove lo stato di diritto è rispettato.
Nel 2008, ha co-fondato Solidarnost, un movimento che ha ottenuto il sostegno di Boris Nemtsov, allora uno dei più importanti leader dell’opposizione russa.
Nel 2011 Solidarnost ha organizzato una manifestazione a Mosca per protestare contro i brogli nelle recenti elezioni legislative. L’evento è stato un successo inaspettato, dando il via a quello che è diventato noto come il movimento For Free Elections, il più importante ciclo di protesta durante il governo di Putin fino ad oggi.
Dopo l’invasione dell’Ucraina del 24 febbraio sapeva che le autorità sarebbero venute a prenderlo.
Le ultime parole di Yashin in tribunale sono state incrollabili: “Fai quello che devi, qualunque cosa accada. Quando sono iniziate le ostilità, non ho dubitato di cosa avrei dovuto fare nemmeno per un secondo. Devo restare in Russia, devo dire la verità a voce alta”.
In un post condiviso sul suo canale Telegram, Yashin ha esortato i suoi sostenitori a continuare a opporsi alla guerra, sostenendo che con questa sentenza le autorità russe stiano solo dimostrando la loro debolezza. La condanna è stata commentata anche dal principale oppositore politico di Putin, Alexei Navalny, che è un vecchio amico di Yashin ed è in carcere dal gennaio del 2021. In un post sul suo profilo Twitter, gestito dai suoi collaboratori, Navalny ha definito la condanna «senza vergogna e illegale».
Ma in Russia non è consentito avere altra verità se non quella dello Zar.

SUL NATALE, LA PIRA A EZIO FRANCESCHINI IN PIENA GUERRA MONDIALE: “LA VITA È DIVENUTA UNA TRINCEA…”.

Pubblichiamo questa breve ma intesa riflessione sul Natale che nel dicembre 1941 Giorgio La Pira consegna al suo interlocutore, latinista e futuro Rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano (1965-1968).

“Carissimo Ezio, grazie!

Ti sono debitore di tante cose. Ora la novena di Natale profondamente ci raccoglie: le cose di questo mondo si allontanano dall’anima perché la contemplazione della nascita di Cristo sia più pura e più piena. Così: staremo a lungo, assorti nella contemplazione di questa scena di purità divina: la Madonna, S. Giuseppe, Gesù, gli Angeli: e noi pure, a guardare, tacendo e adorando!

Quanto bisogno abbiamo di questa sosta prolungata! Pare che l’anima si ravvivi, si illumini, si riscaldi col solo guardare, con desi- derio intenso, questo spettacolo di bellezza unica e di unica purità: spettacolo “a parte”, fuori serie, al quale sono invitati i semplici, i puri, i pastori.

Ezio caro, che la Madonna ci conceda di essere associati a questa mensa di candore e di povertà! Cosa è il regno di Dio? Cosa è la consacrazione a Dio? Cosa è l’apostolato? Ecco tutto riassunto in questa scena: se avremo occhi per guardare e cuore per amare, il tema della nostra vita è svolto e bene!

Prega dunque per me perché questa purità interiore si faccia trasparente sino a permettere la contemplazione del Verbo nel bambinello Gesù; perché l’amore si faccia pieno sino a ricolmare tutto l’essere e ad unirlo a Dio e a Dio solo! Altro non cerchiamo, non è vero? Siamo assetati di Lui solo!

Grazie di tutto: sì, la vita è divenuta una trincea; ma quando c’è Cristo ogni trincea diventa inespugnabile.

Fraternamente nel Signore. La Pira.

18-12-1941

A 50 ANNI DALLA LEGGE SULL’OBIEZIONE DI COSCIENZA: IL CONTRIBUTO DECISIVO DI GIOVANNI MARCORA.

La legge sull’obiezione di coscienza era stata per Marcora – ricorda qui l’autore – “l’occasione per fornire un contributo alla causa della Pace, ben sapendo però che esistono dei momenti nella Storia nei quali occorre avere il coraggio di affrontare anche la dura realtà della lotta in armi. Lui che era stato partigiano aveva ben conosciuto quella realtà”.

 

Ricorre quest’anno il cinquantesimo anniversario della “legge Marcora” sull’obiezione di coscienza al servizio militare. La legge 772 venne approvata il 15 dicembre 1972 con i voti di DC, PSDI, PLI; astenuti PRI, PSI, PCI; contrario il MSI.

Essa riconosceva per la prima volta il principio per cui “gli obbligati alla leva che dichiarino di essere contrari in ogni circostanza all’uso personale delle armi per imprescindibili motivi di coscienza, possono essere ammessi a soddisfare l’obbligo del servizio militare” nei modi previsti dalla legge stessa. Il provvedimento normativo riconosceva dunque ai giovani di leva la possibilità di optare per il servizio civile in sostituzione di quello militare.

La legge rispondeva ad una domanda che il mondo giovanile dell’epoca, pervaso dal clima pacifista che aveva caratterizzato la “contestazione al sistema” dal 1968 in avanti, stava ponendo con sempre maggior insistenza anche se non ancora con numeri rilevanti (nel 1973 gli obiettori sarebbero stati in tutto solo 143). Una legge che venne ostacolata dalle Forze Armate, al tempo ancora legate alla concezione ottocentesca della leva obbligatoria e ottusamente riottose a cogliere i segni dei tempi per saperli volgere anche nel proprio interesse, ovvero un esercito più professionale e meglio dotato sotto il profilo dei sistemi d’arma. Militari conservatori e tradizionalisti che però avevano incontrato il sostegno di fatto della Sinistra e in particolare del Partito Comunista, ancora strutturalmente e ideologicamente collegato all’Unione Sovietica e alla concezione per la quale soldati e popolo erano un tutt’uno. Fu quello pertanto un caso nel quale la DC si pose all’avanguardia in una battaglia per un diritto civile che guardava ai valori della Pace e della fratellanza tra gli uomini. Non fu un caso. Fu invece il portato di un lavoro assai intenso, mediante articoli, convegni, iniziative pubbliche, prodotto dal Movimento Giovanile DC, in particolare di Milano e Reggio Emilia, che venne coronato da una grande manifestazione nazionale a Roma nel marzo 1972.

Quelli erano anni – come è noto – di grande fervore politico e anche un partito popolare come la Dc (nonostante fosse il bersaglio di tutta la contestazione giovanile sia di destra sia di sinistra) aveva un proprio importante bagaglio di consensi, non solo elettorali, ma anche di militanza attiva presso le nuove generazioni. Numeri oggi inimmaginabili per gli attuali pallidi partiti, tali da consentire l’organizzazione frequente e sempre partecipata di convegni politici e di manifestazioni di piazza, che non erano unico appannaggio della sola sinistra, in particolare extraparlamentare, come la vulgata pubblicistica ha spesso lasciato credere. Questo dell’obiezione di coscienza al servizio militare fu esattamente uno di quei casi nei quali i giovani democristiani furono in prima fila. Con il vantaggio d’essere parte del principale partito di governo e del partito largamente maggiore in Parlamento. Quindi con la possibilità reale di esercitare una pressione rilevante su chi poi avrebbe dovuto trasformare la battaglia in iniziativa legislativa.

Giovanni Marcora fu tra i non molti politici in generale e democristiani in particolare che seppero da subito cogliere questa domanda per poi tradurla, appunto, in una proposta di legge. E sostenerla con vigore durante il suo iter nelle due Camere. In questo venne aiutato, verosimilmente, dall’essere stato segretario provinciale della DC milanese: proprio a Milano il Movimento Giovanile si era distinto per un forte impegno rivolto al tema della Pace e conseguentemente anche a quello di un’alternativa in termini di servizio civile alla obbligatorietà di quello militare.

Naturalmente il percorso che condusse alla legge non fu affatto semplice e lineare, e anzi risultò assai tortuoso impegnando ben due legislature. Né la legge poteva dirsi risolutiva dei temi di fondo posti dagli obiettori e diverse sue statuizioni mostrarono presto la loro insufficienza. Però alla fine una legge ci fu ed un primo risultato venne ottenuto. Questo fu il grande merito di Marcora.

Egli aveva infatti dovuto superare diversi ostacoli, incluso una certa indifferenza al tema dei gruppi parlamentari democristiani (mentre il partito parve più interessato e coinvolto, grazie alla pressione – come si è detto – esercitata su di esso dal suo Movimento Giovanile). Già nella V^ legislatura (1968-1972) il neo-senatore aveva affrontato l’argomento presentando una proposta di legge che sostanzialmente ricalcava quella predisposta nella IV^ legislatura del compianto Nicola Pistelli, una delle menti più argute della corrente di Base, purtroppo prematuramente scomparso. Un testo senz’altro più avanzato di quello che sarebbe risultato alla fine, dopo tutte le mediazioni che dovettero essere fatte per poter giungere a votare la legge. Un testo più avanzato che riconosceva automaticamente l’obiettore di coscienza quale persona che “si oppone alla guerra e all’uso delle armi anche a scopo puramente difensivo” per motivi, appunto, “di coscienza”, ma che in ogni caso prevedeva una durata del servizio sostitutivo di quello militare maggiore di una volta e mezza quale verifica di fatto della effettiva serietà delle scelte compiute dall’obiettore, esplicita concessione ad un clima generale ancora negativo nei confronti dell’obiezione, quasi fosse un rifiuto a servire la Patria in assoluto e non solo in armi.

La proposta di legge iniziò così il suo percorso e, come sempre accade, ne incontrò sulla strada altre analoghe, tutte però più restrittive, presentate da altri parlamentari democristiani; e incontrò altresì l’opposizione esterna alle aule parlamentari del mondo militare così come la velata disapprovazione manifestata dal Ministero della Difesa. Il testo che ne derivò in fondo al lungo e accidentato percorso in Commissione Difesa fu alla fine differente da quello della proposta originaria, meno avanzato e più attento a non eccedere nello scontro con le Forze Armate: il diritto soggettivo all’obiezione era negato di fatto, in quanto essa era individuata come una concessione che lo Stato elargiva previo un accertamento “circa la fondatezza e la sincerità dei motivi addotti” effettuato da una commissione appositamente istituita avente un arco temporale decisionale molto ampio (6 mesi) che mirava con tutta evidenza a disincentivare i giovani che avessero immaginato di obiettare, anche perché il servizio sostitutivo avrebbe avuto a sua volta una durata superiore di otto mesi rispetto a quello militare.

L’iter del progetto di legge fu assai lungo. Votato infine nel luglio 1971 dal Senato approdò in Commissione Difesa alla Camera quattro mesi dopo, ove si arenò, anche perché la legislatura venne interrotta di lì a poco. Nella nuova, quella che inizialmente condusse ad un governo Andreotti di centro-destra, Marcora con la determinazione che gli era naturale riuscì a ripescarlo, utilizzando una norma per la quale avrebbero avuto diritto ad essere esaminati per primi i progetti di legge già approvati da una delle Camere nella legislatura precedente. E così la legge venne velocemente votata. Tentare di migliorarla avrebbe comportato il rischio di non votarla mai, in quella legislatura. Come si dice, a volte l’ottimo è nemico del bene. Gli umori diffusi, anche nel gruppo democristiano, non erano propriamente sintonici con il tema. Quindi meglio portare a casa il risultato. Le carenze della nuova normativa, che peraltro si sarebbero rivelate ben presto, sarebbero state affrontate e superate in tempi più propizi, rifletté Marcora. Adesso, per lo meno, una legge che riconosceva l’obiezione di coscienza al servizio militare c’era. E non era un risultato da poco.

Ed infatti: undici anni dopo il senatore Marcora aveva già abbandonato questa terra e noi giovani dc milanesi ci stavamo impegnando nel sostenere la proposta di legge – primi firmatari gli onorevoli Brocca, Casati e la nostra amica Mariapia Garavaglia – che interveniva sui punti che l’applicazione della 772 aveva dimostrato essere indispensabile correggere anche in quanto superati dall’evoluzione dei tempi e dalle nuove sensibilità nel frattempo emerse. Soprattutto introducendo il concetto di servizio civile “alternativo” e non meramente sostitutivo, sottolineando in tal modo il pieno rispetto che lo stato democratico deve e vuole avere per le esigenze interiori e profonde della persona umana. Diritto all’obiezione, dunque, come diritto soggettivo. Punto di partenza di un’evoluzione che si svilupperà negli anni successivi.

Di questa vicenda merita evidenziare due aspetti in modo particolare. Il primo è che Marcora nutriva nei confronti dei giovani un interesse non solo formale. Ebbi modo di constatarlo personalmente nei miei anni al Movimento Giovanile. Ovviamente la mia conoscenza del senatore era minima, e devo dire che egli mi incuteva anche un certo timore reverenziale. Eppure mi colpì molto la sua attenzione al nostro punto di vista di giovani di fine anni settanta, che con me volle approfondire durante qualche colloquio presso la spartana stanza di via Mercato, la sede della corrente di Base. La “legge Marcora” sull’obiezione di coscienza era stata per lui l’occasione per fornire un contributo alla causa della Pace, ben sapendo però che esistono dei momenti nella Storia nei quali occorre avere il coraggio di affrontare anche la dura realtà della lotta in armi. Lui che era stato partigiano aveva ben conosciuto quella realtà.

La sensibilità di Marcora nei confronti dell’obiezione di coscienza in verità non derivava solo dalla sua attenzione nei confronti del mondo giovanile. La corrente di Base, da lui fondata nel 1953 insieme ad altri amici di partito, aveva fin da subito posto fra le sue priorità la comprensione della politica internazionale. La Guerra Fredda divideva il mondo in due, e così implicitamente ricordava alla politica nazionale, spesso desolatamente provinciale, quanto necessario fosse ampliare gli orizzonti del Paese. Anche perché quell’irrigidimento geopolitico non avrebbe potuto durare per sempre e occorreva iniziare per tempo una riflessione rivolta al dopo. Ciò significava, sul piano esterno, rafforzare l’impegno per un’Europa unita che potesse in prospettiva recitare un proprio ruolo autonomo, ancorché coordinato con l’alleanza strategica con gli Stati Uniti, sullo scacchiere globale. Sul piano interno, lavorare in ottica futura per – alla maniera di Moro – “allargare le basi dello Stato democratico”, sfuggendo alle rigidità imposte dallo scontro ideologico.

Questa tensione al futuro, questa voglia di guardare avanti, di “costruire nuovi orizzonti” erano specifici di alcuni uomini della DC, e della sinistra interna in particolare: fra i quali emergeva Luigi Granelli, che proprio Marcora aveva chiamato a Milano per aiutare con la sua intelligenza e capacità oratoria il lavoro di costruzione della corrente e di conquista del partito a livello locale, in città e in provincia. Apparve subito evidente che il futuro doveva portare con sé la pace, o meglio dire il consolidamento della pace, che invece il clima teso della Guerra Fredda non favoriva a livello di percezione collettiva. La Guerra di Corea prima, la costruzione del Muro a Berlino poi, e dopo ancora l’allarme rosso della Baia dei Porci avevano suscitato preoccupazioni enormi alle quali occorreva fornire una risposta tranquillizzante ma pure convincente. La Chiesa Cattolica, col pontificato giovanneo e col Concilio, si pose all’avanguardia nell’impegno per la pace nel mondo e ciò aiutò molto i cattolici democratici nel loro lavoro di sensibilizzazione sul tema, anche all’interno della DC.

Granelli insisteva con sempre maggior frequenza per una politica estera italiana “coraggiosa”, non terzoforzista ma al contempo fermamente orientata alla pace e alla convivenza fra i popoli. Marcora condivideva e quando era il caso interveniva egli pure in argomento. Che anzi fu uno dei temi forti della sua campagna elettorale nel 1968, quando venne eletto al Senato nel collegio brianzolo/milanese di Vimercate. Conferma dell’alleanza con gli Stati Uniti con una visione difensiva e non aggressiva della NATO, rilancio dell’Europa come attore attivo della politica internazionale, attenzione innovativa verso quelli che al tempo erano chiamati “Paesi in via di sviluppo”: questi i cardini di una posizione che la lunga e crudele guerra nel Vietnam aveva contribuito a definire con nettezza e che diverse componenti democristiane, a cominciare dalle sinistre interne, stavano sostenendo convintamente. Il collegamento con la spinta giovanile nella medesima direzione e dunque anche con l’emergente tematica dell’obiezione di coscienza al servizio militare fu naturale. Col percorso che ne seguì, qui ricordato nei suoi passaggi essenziali.

Valori forti e progettualità politica condussero ad un risultato decisivo per aprire un fronte di progresso che avrebbe prodotto nel tempo ulteriori e ancor più significativi esiti.

È ORA, VIA ALLA RICOMPOSIZIONE DEI POPOLARI.

Il processo di ricomposizione non può prevedere che qualcuno parli a nome di tutta l’area Popolare. Di essa, cioè, nessuno ha la rappresentanza esclusiva e totalizzante. Come non esistono i “cattolici professionisti”, per dirla con una felice battuta degli anni ‘80 di Carlo Donat-Cattin, così non esistono i Popolari di serie A.

 

C’è un libro pubblicato nel 1979 dal titolo ‘La “ricomposizione’ dell’area cattolica in Italia’ che ha segnato in profondità il dibattito politico e culturale tra i cattolici e nei cattolici in quell’epoca storica. L’ha scritto padre Bartolomeo Sorge, autorevole gesuita, Direttore per molti anni della prestigiosa rivista Civiltà Cattolica e riconosciuto intellettuale del mondo cattolico italiano. Un libro che ha giocato un ruolo importante anche in vista della famosa “Assemblea degli esterni” della Democrazia Cristiana che si svolse nel 1982 su iniziativa della segreteria nazionale di quel partito. Ma fu proprio il sostantivo “ricomposizione” ad incuriosire il titolo del libro di Padre Sorge.

Ora, ad altre 40 anni di distanza e senza fare alcun confronto improprio o tracciare parallelismi con quella stagione storica, forse si può nuovamente parlare di un processo di “ricomposizione”. Di una cultura politica che è stata decisiva in quasi tutti i tornanti più delicati e complessi della nostra storia democratica e repubblicana e che, purtroppo, in questi ultimi anni si è quasi eclissata. Parlo, cioè, della cultura politica riconducibile al popolarismo di ispirazione cristiana. Una tradizione politica e un filone ideale che conservano, tuttavia, una straordinaria attualità e una bruciante contemporaneità. Per i suoi valori, per i suoi principi, per la sua ricetta politica e per la sua profondità culturale. Ma, purtroppo, si tratta anche di una cultura politica e di una tradizione ideale che si sono fermate al pre politico, e quindi ad una narrazione puramente testimoniale, oppure annacquate all’interno di partiti che hanno ormai un’altra “ragione sociale”.

E, per entrare più nello specifico, sul versante della sinistra – cioè nel Pd – il tutto si è ridotto ad una micro corrente di potere attentissima agli organigrammi ma del tutto avulsa dal capitolo dell’elaborazione politica e culturale. E, inoltre e soprattutto, nel momento in cui il compito e la finalità del Pd sono quelli di ricostruire/rilanciare/rifondare la sinistra post comunista nel nostro paese, è di tutta evidenza che il ruolo dei Popolari o dei cattolici sociali in quel contesto è fuori luogo e fuori tempo. Non a caso, e giustamente, si riscrive il “manifesto dei valori” da un lato e si concentra tutta l’attenzione, per dirla con Luca Ricolfi, se ricostruire una sinistra liberal post comunista o una sinistra libertaria e radicale. Appunto, un partito che ha cambiato profondamente la propria ”ragione sociale” rispetto alle origini. Sul versante politico alternativo alla sinistra è di tutta evidenza, come ovvio, che la praticabilità politica dell’area Popolare è quantomai problematica e difficile. E nell’area centrista – terreno più fertile e congeniale per un’area popolare e cattolico sociale – può esserci una forte e convinta cittadinanza politica purchè i partiti, o il partito, di riferimento non si riducano ad essere “partiti personali” o “partiti del capo” dove il pluralismo culturale è annullato perchè il tutto deve sempre coincidere con la volontà del capo indiscusso.

Di qui è cresciuta la consapevolezza per favorire e rafforzare la cosiddetta “ricomposizione” dell’area Popolare. Una volontà che, adesso però e a differenza dal passato recente e meno recente, parte dal basso e non viene più invocata o provocata dall’alto.

Il tutto, comunque sia e al di là delle singole e legittime opinioni, deve avvenire ad una condizione. E cioè, nessuno deve parlare a nome di tutta l’area Popolare. Non chi lavora per accelerare – a me pare giustamente – una seria e convinta “ricomposizione” politica, culturale ed organizzativa dell’area Popolare e, men che meno, quelli che spingono per l’ennesima operazione volta a consolidare una piccola corrente all’interno del nuovo partito della sinistra italiana. Non può e non deve esserci ambiguità al riguardo. Nessuno, cioè, ha la rappresentanza esclusiva e totalizzante dell’area Popolare. Come non esistono i “cattolici professionisti”, per dirla con una felice battuta degli anni ‘80 di Carlo Donat-Cattin, così non esistono i Popolari di serie A. Tutti contribuiscono a salvaguardare un patrimonio politico e culturale. Speriamo il più possibile sotto un’unico tetto. Senza sterili polemiche personali o di gruppo.

CI VOGLIAMO PROVARE? LA FRAMMENTAZIONE DEI DEMOCRATICI CRISTIANI È UNA REMORA PER IL FUTURO.

“Dovremmo tutti impegnarci – sostiene Bonalberti – a superare le nostre antiche appartenenze e sforzarci di ricomporre l’unità politica dell’area cattolico democratica e cristiano sociale […] Compito della nostra quarta e ultima generazione della Dc storica dovrebbe essere, infine, solo quello della consegna del nostro miglior testimone politico alle nuove generazioni”.

 

Sono molti anni che ci dividiamo sul tema delle alleanze, sulla scelta, cioè, del “con chi collegarci”, piuttosto che con il “che cosa e come realizzare” un nostro autonomo progetto politico. A destra, qualche amico, sulla scia della predicazione del “miglior fico del bigoncio”, l’On Rotondi, si sta convincendo che quello di Sora Giorgia sia la nuova Dc 2.0. Un ossimoro insensato, o, nel caso di Rotondi, un “ whisful thinking”, una velleitaria illusione, che contrasta con ciò che tutti insieme abbiamo vissuto: dalla Dc di De Gasperi e Fanfani, a quella di Moro e De Mita, sino all’ultima fase delle segreterie di Forlani e Martinazzoli.

A sinistra, coloro che concorsero a dar vita alla Margherita e alla formazione del Pd a vocazione maggioritaria, o se ne sono già andati da quel partito, o stanno realisticamente prendendo atto dell’antico aforisma donat-cattiniano, secondo cui: a sinistra è sempre il cane che muove che coda. Un aforisma che, come già accadde in Forza Italia, a maggior ragione, si confermerebbe anche nella destra a egemonia meloniana.

È tragicomico che tra gli eredi di coloro che attivarono contro la Dc la battaglia della “questione morale”, stiano emergendo alcune figure del Pd, responsabili della più sconvolgente monnezza della storia politica dell’Unione europea; un’autentica cloaca maxima dell’indecenza corruttiva senza analoghi precedenti. E, intanto, al centro, sopravvivono vecchie e gloriose sigle e minuscole casematte, espressione di nobili testimonianze politiche, ma impotenti, da separati in casa, a svolgere un ruolo politico istituzionale efficace ed efficiente nella politica italiana.

Proprio per superare la vecchia dicotomia destra e sinistra, avevamo valutato con simpatia la formazione del Terzo Polo, dove, però, permane l’idiosincrasia Dc di Calenda, neo “azionista de noantri”, incapace, almeno sin qui, di superare il limite di una concezione laicista radicale collegata a quella deriva anti cattolica che ha sottratto allo stesso PD il consenso di molti ex Dc. Auguriamoci che Matteo Renzi lo faccia riflettere, anche se, molto dipende anche da noi.

È evidente, infatti, che rimanendo ciascuno rinserrato nella propria casamatta, faremmo tutti la fine della “kupamandica” (la ranocchia che aveva una “visione del mondo”, il suo mondo, ma era ovviamente circoscritta a quel piccolo pozzo in cui viveva isolata. Se fosse prevalsa la visione della kupamandika, senza i necessari scambi interculturali, avremmo avuto una diversa e assai più limitata storia scientifica, economica e culturale dell’umanità), non costituendo un momento di interesse e di attrazione politica né per i nostri potenziali sostenitori né per i possibili nostri alleati.

Ecco perché dovremmo tutti impegnarci a superare le nostre antiche appartenenze e sforzarci di ricomporre l’unità politica dell’area cattolico democratica e cristiano sociale. Abbiamo alcune scadenze elettorali importanti davanti a noi: le elezioni regionali nel Lazio e in Lombardia, alle quali seguiranno altre elezioni in sedi locali e, più in là, le elezioni europee. Tutte scadenze regolate da leggi elettorali di tipo proporzionale, che, come tali, non ci sottopongono all’obbligo dell’apparentamento a destra o a sinistra. Nei prossimi giorni si riunirà l’assemblea generale del NCDU guidato da Mario Tassone e nel merito, credo che dovrebbe essere indicata una coerente prospettiva di unità. Preso atto che il grande sforzo compiuto dall’amico Gargani con la Federazione Popolare dei Dc, non ha potuto sin qui decollare, sia per il disimpegno di Cesa (Udc) e di Rotondi (Verdi Popolari) che per lo scarso interesse dimostrato dallo stesso Grassi (Dc), sono convinto che si debba superare lo schema top down (dall’alto in basso) rivelatosi sin qui strumentale solo alle egoistiche aspirazioni di alcuni, attivando, invece, processi di tipo bottom up ( dal basso verso l’alto); ossia organizzando l’unità delle varie componenti cattolico democratiche e cristiano sociali presenti nei diversi territori.

Costruire in ogni provincia e regione dei comitati promotori provinciali e regionali della Federazione nazionale dei Popolari uniti, sarebbe anche il mezzo per far emergere una nuova classe dirigente sugli interessi e motivazioni reali della base. Compito della nostra quarta e ultima generazione della Dc storica dovrebbe essere, infine, solo quello della consegna del nostro miglior testimone politico alle nuove generazioni. Credo che ci si dovrebbe impegnare per la ricomposizione dell’area popolare, uniti nella fedeltà ai valori della dottrina sociale cristiana e a quelli della Costituzione repubblicana. Non dovremo proporre troppe e confuse idee di programma, ma limitarci a chiedere, sul piano istituzionale: il ritorno alla legge elettorale proporzionale e l’applicazione in tutti i partiti dell’art.49 della Costituzione. Sul piano economico finanziario, l’elementare necessaria pre condizione per qualsivoglia reale politica riformatrice: il controllo pubblico effettivo di Banca d’Italia e il ritorno alle legge bancaria del 1936, col ripristino della separazione tra banche di prestito e banche di speculazione finanziaria. Le alleanze verranno dopo, aperti a collaborare con chi insieme a noi intende difendere e attuare integralmente la Costituzione. Ci vogliamo provare?

DOPO LA CRISI UCRAINA: APPUNTI PER UN NUOVO INIZIO DELL’ECONOMIA E DEL LAVORO. INTERVISTA A GIUSEPPE SABELLA.

Fonte Pandora Riviste

“La crisi ucraina è molto preoccupante. Come è preoccupante – dice in conclusione Sabella – che nel nostro Paese non sia ancora maturata la consapevolezza che l’Italia non ha alternative a rafforzare i suoi legami con l’area euro-atlantica. Siamo dentro una storia di pace e di libertà che dura da oltre 75 anni. E anche di benessere, per quanto sempre più a rischio dopo la crisi del 2008 di cui sentiamo ancora le scorie”. Pubblichiamo di seguito la prima parte dell’intervista rinviando al link, in fondo pagina, per accedere al testo integrale.

Caro Dott. Sabella, questo volume da lei curato, che si avvale di otto contributi di livello compreso il Suo, intende inquadrare il contesto internazionale in cui si muovono Italia ed Europa alla luce delle annunciate politiche programmatiche (Next generation EU, Pnrr) attinte dall’Agenda ONU 2030 e dal Green Deal del 2019. Cercando di evidenziare altresì i punti cardinali che dovranno orientare la trasformazione dell’economia e del lavoro, nel segno della sostenibilità e della digitalizzazione. Vuole illustrare il significato di questo impegno di osservazione e riflessione al quale modestamente viene dato il nome di “appunti”?

Per anni, dopo la “stagione dell’austerity”, abbiamo chiesto all’UE di darsi un indirizzo politico che tenesse certamente conto delle specificità degli stati membri ma che, tuttavia, proiettasse l’economia e l’industria europea in una rinnovata competizione con i colossi americano e cinese. Per queste ragioni, quando Ursula von der Leyen ha presentato il Green Deal al Parlamento europeo – peraltro come primo atto del suo mandato (11 dicembre 2019) – mi è parsa un’iniziativa di grande rilievo.

Non a caso, la stessa Presidente della Commissione europea ha quel giorno utilizzato parole importanti e cariche di enfasi: “per l’Europa il Green Deal è come l’uomo sulla luna”. Questo perché il cosiddetto “piano verde” ha il suo obiettivo finale nell’autonomia industriale ed energetica. Ecco perché, per un continente non proprio ricco di materie prime come l’Europa, l’autonomia industriale ed energetica è un “sogno”. Questa grande trasformazione – che è ciò che chiamiamo “Transizione” – ha, come lei dice, i suoi driver nella sostenibilità e nella digitalizzazione. Tuttavia, presupposto fondamentale del Green Deal – anzi, il suo primo pilastro – è la risposta dell’Europa alla riconfigurazione della globalizzazione. E come lei ricorderà, ho dedicato a questo tema capitale il mio precedente lavoro “Ripartenza Verde. Industria e globalizzazione ai tempi del covid”, di cui abbiamo parlato approfonditamente a suo tempo. Venendo a questo nuovo libro, la sua prima parte (G. Sabella, M. Magatti C. Pelanda) sviscera le origini e lo stato di avanzamento di questa riconfigurazione del palinsesto multilaterale, processo in atto sin dall’ultima fase della presidenza Obama e accelerato prima dalle politiche di Trump, poi dalla pandemia e ora dalla crisi ucraina.

È chiaro che, allo stesso tempo, la Transizione chiede capacità di gestire i processi della trasformazione. Da qui gli approfondimenti sulle grandi coordinate attorno alle quali le policies devono muoversi: sviluppo locale (A. Brugnoli), intelligenza artificiale (R. Cucchiara), lavoro ibrido (M. Martone), politiche attive del lavoro (P. Ichino) e salario minimo (P. Tiraboschi). Come recita la quarta di copertina, “si è scelta la parola «appunti» perché il discorso, naturalmente, qui non si esaurisce. Tuttavia, da qui può iniziare”. Sono convinto che questo libro sia una sorta di manifesto. E per questo, sono grato all’Editore per il compito che mi ha affidato oltre che agli eminenti studiosi che, insieme a me, hanno contribuito al buon esito del lavoro.

Sul piano delle incidenze oggettive che condizionano una politica di pianificazione e sviluppo a livello nazionale ed europeo, possiamo considerare la fine della parabola della globalizzazione, la pandemia da Covid 19, la guerra in Ucraina, la crisi energetica attuale i fattori di maggiore condizionamento?

Ricorderei che il Next Generation EU è il punto di approdo dei lavori del Consiglio europeo di marzo-maggio 2020. In piena pandemia, i capi di stato dei 27 stati membri si ritrovano per dare sostegno non solo all’economia che si ferma ma anche alla sua rifondazione, al Green Deal appunto, che era ancora in cerca di un fondamento finanziario. Il raggiungimento degli accordi che portano al Next Generation EU viene facilitato dall’urgenza di dare risposte alla crisi pandemica. Proprio in quel momento, in Europa, la percezione diffusa tra l’establishment è che non si possa soltanto sostenere l’emergenza sociale che deriva da quella sanitaria, ma che si debba proiettare l’economia europea verso una vera ripartenza (da qui, appunto, il titolo del mio libro precedente “Ripartenza Verde”). Come dicevo, già il Green Deal si articola ed è programmato in un contesto post-globale e di decoupling (termine che viene utilizzato per indicare il disaccoppiamento delle catene del valore e lo sdoppiamento della globalizzazione, ovvero della piattaforma occidentale e di quella asiatica).

La guerra in Ucraina è proprio la conseguenza di questo processo: Putin ha ritenuto che sia meglio guadagnare posizioni con la Cina che restare agganciati all’Occidente. Penso che abbia sbagliato a fare i conti – la Russia non ha mai guadagnato così tanto come negli ultimi 20 anni, ovvero nel periodo in cui l’abbiamo coinvolta nel processo di globalizzazione – ma questa è la realtà delle cose. Giustamente quindi, come lei mi chiede, i fattori di maggior condizionamento sono proprio questi: il nuovo scenario mondiale, la pandemia e la guerra in Ucraina. Tuttavia, le vere e potenti variabili in atto sono la crisi delle materie prime – e non solo dell’energia – e la spirale inflattiva. Per quanto siano tendenze che auspichiamo stiano andando sotto controllo, restano i fattori di maggior incidenza sulle politiche pubbliche. Tant’è che gli USA stanno varando ora un provvedimento molto importante, l’Inflation Reduction Act. In Europa, invece, ancora siamo fermi a osservare la nebulosa. Ma dopo questo provvedimento di Biden, non possiamo più permetterci di stare a guardare.

Per leggere il testo integrale Intervista a Sabella

SCRIVIAMO L’AVVENIRE DELLA CASA COMUNE. INCONTRO A ROMA DI VARIE SIGLE DEL MONDO CATTOLICO.

 

Un manifesto per il futuro della casa comune: è lobiettivo del seminario L’avvenire della casa comune”, voluto dai promotori della campagna Chiudiamo la forbice”. Dalle diseguaglianze al bene comune: una sola famiglia umana. Appuntamento il 20 dicembre a Roma presso la Domus Mariae.

 

Azione Cattolica

 

Per cinque anni una ventina di realtà cristiane – tra queste l’Azione cattolica – si sono impegnate in una campagna – intitolata Chiudiamo la forbice – per denunciare le crescenti diseguaglianze globali in tutti i settori della vita (economiche, territoriali, educative, sociali…) e offrire riflessioni e strumenti per pensare un nuovo paradigma alla luce dell’enciclica Laudato si’.

 

L’attuale momento storico ci interroga e ci invita a fare ancora di più

 

Con il perdurare di una difficile situazione sanitaria globale in conseguenza della pandemia ancora in atto, con la guerra in Ucraina e i conflitti armati nel resto del mondo che ribadiscono la fragilità delle relazioni internazionali, con la crisi energetica-economica che sembra attanagliare le famiglie più povere, i promotori di “Chiudiamo la forbice” vogliono provare a leggere i “segni dei tempi” per capire quali segnali forti emergono e quali scenari-indicazioni individuare per il futuro.

 

Consapevoli, allo stesso tempo – è innegabile -, che la pandemia, la guerra e lo spettro di una recessione economica mondiale determinino un’incertezza sul futuro che, oggi, sembra compromettere alcuni degli stessi principi costituzionali su cui poggia la Repubblica.

Il contesto internazionale, infatti, mette in tensione i valori e le finalità costituzionali con la vita reale – economica e sociale – delle persone: a partire dal principio di uguaglianza sostanziale che – come Chiudiamo la forbice non ha mai smesso di sottolineare – è sempre più compromesso; sembrano poi mancare i mezzi per dare sostanza al diritto al lavoro e a un lavoro dignitoso, ma anche alla tutela dell’ambiente e delle generazioni future, che recentemente hanno fatto il loro ingresso nella Carta costituzionale (con legge costituzionale n. 1 del 2022 che ha modificato gli articoli 9 e 41).

 

Consapevoli, altresì, che il grande tema della diseguaglianza – vale la pena ricordarlo – è anche il decimo obiettivo per lo sviluppo sostenibile stabilito dalle Nazioni Unite. Esso riguarda la diseguaglianza tra i paesi e all’interno delle singole nazioni, e si divide in 10 sotto-obiettivi (target), tra questi promuovere l’inclusione di tutti, creare di canali sicuri e regolati per le migrazioni, adottare politiche fiscali di protezione sociale, regolare i mercati finanziari.

 

Ciò detto. E in considerazione che ci sono già:

Tre possibili ambiti di intervento contro le diseguaglianze:

“Cibo per tutti”: (in positivo) continuiamo ad appoggiare in continuità con la campagna precedente “cibo per tutti”, la crescita del potere e della capacità organizzativa della piccola produzione contadina, al sud e al nord, contro le grandi fusioni multinazionali che limitano ed impediscono la libertà dello sviluppo umano. Piccola produzione contadina e cittadini consapevoli che adottano i principi dell’agroecologia e fanno scelte di mercato orientate allo sviluppo umano integrale sostenibile, per la custodia della “casa comune”.

 

“Conflitti dimenticati”: (in positivo) rafforziamo il nostro impegno per informarci ed informare sulle crisi in atto, sulle loro cause, sul loro legame con la dimensione economica e delle diseguaglianze, sulla prevenzione e la risoluzione nonviolenta dei conflitti, che causano morte e degrado ambientale, contrastando la crescita degli armamenti e la concentrazione del potere negli apparati militari-industriali. Servizio civile, operatori di pace, volontariato e attivismo per una cittadinanza che sa costruire percorsi di giustizia e di pace negli scenari di conflitto e di tensione sociale.

 

“Condividiamo il viaggio”: le migrazioni (in positivo) come occasione per accogliere in comunità solidali, al Sud e al Nord, persone e famiglie che vivono l’esclusione ambientale, sociale, economica e politica, abbattendo muri, comportamenti e strutture di peccato che, invece di proteggere, perpetuano e accentuano le disuguaglianze e lo sfruttamento del pianeta. Promuovere, informare e formare al lavoro, all’imprenditoria sostenibile, a progettare la propria inclusione in cooperazione e comunità, nell’incontro con l’altro e nel rispetto dell’ambiente, abbattendo barriere alla libertà di auto-promozione e alla dignità di ogni persona umana, integrando “tutti gli uomini e tutto l’uomo”.

 

Lobiettivo è:

Un manifesto per il futuro della “casa comune”

Appuntamento a Roma il 20 dicembre prossimo, insieme ai responsabili delle organizzazioni promotrici di “Chiudiamo la forbice”, per:
a) scrivere un manifesto per il futuro della nostra “casa comune”;
b) impegnarci a promuovere azioni concrete nei prossimi anni che siano coerenti e efficaci.

L’evento è aperto a tutti coloro che hanno il desiderio di mettere insieme le forze.

Mattina
Leggere il tempo in cui viviamo
Modera Marco Tarquinio, Direttore di Avvenire

10.00 – 11.00
Panel: profili educativi, culturali ed ecclesiali
Don Giuseppe Pizzoli – Direttore di Missio
Giovanni Ramonda – Responsabile generale della Comunità Papa Giovanni XXIII
Don Marco Pagniello – Direttore di Caritas Italiana
Giuseppe Notarstefano – Presidente Azione Cattolica

11.00 – 12.00
Panel: profili sociali, ambientali e politici
Ivana Borsotto – Presidente di FOCSIV
Emiliano Manfredonia – Presidente di ACLI
Pierluigi Sassi – Presidente di Earth Day Italia
Ernesto Olivero – Fondatore del Sermig

Pomeriggio
14.30 – 16.30
Un manifesto per il futuro
Si svolgeranno due momenti laboratoriali durante i quali si chiederà la partecipazione di tutti i presenti per:
a) scrivere un manifesto per il futuro della nostra “casa comune”;
b) impegnarci a ideare azioni concrete che potremo mettere in campo nei prossimi anni insieme.

 

Per saperne di più

https://azionecattolica.it/lavvenire-della-casa-comune/

POVERTÀ SANITARIA: 390MILA LE PERSONE CHE HANNO CHIESTO AIUTO NEL 2022.

 

Diffuso il 10° Rapporto di Banco Farmaceutico. Il presidente Daniotti: «I sacrifici riguardano sempre più spesso anche famiglie non povere». 15 su 100 quelle che hanno rinunciato alle cure.

Si riporta la nota pubblicata il 14 dicembre da “Roma Sette” (Avvenire).

 

Redazione

 

5 milioni e 571mila persone, pari al 9,4% della popolazione residente. È il dato relativo alla povertà assoluta in Italia nel 2022. Di queste persone, «circa il 7% (pari a 390mila individui) si è trovato in condizioni di povertà sanitaria. Ha dovuto, cioè, chiedere aiuto ad una delle 1.806 realtà assistenziali convenzionate con Banco Farmaceutico per ricevere gratuitamente farmaci e cure». A rivelarlo è il 10° Rapporto sulla povertà sanitaria diffuso proprio da Fondazione Banco farmaceutico.

 

«Nonostante l’impronta universalistica del nostro Servizio sanitario nazionale (Ssn), parte consistente della spesa farmaceutica resta a carico dei cittadini – si legge nell’indagine -. In particolare, nel 2021 il 43,5% (cioè 3,87 miliardi di euro) della spesa farmaceutica è stata pagata dalle famiglie (+6,3% rispetto al 2020), con profonde differenze tra le possibilità di quelle povere e quelle non povere. Una persona indigente ha a disposizione un budget per la salute pari a soli 9,9 euro al mese – viene precisato -, mentre una persona non povera ha a disposizione sei volte tanto, cioè 66,83 euro mensili.

 

Limitandoci al budget per l’acquisto di farmaci, i poveri hanno a disposizione solo 5,85 euro, mentre i non poveri 26». Nel dettaglio, il 60% della spesa sanitaria dei poveri è destinata alla spesa per farmaci a fronte dell’equivalente 38% delle famiglie non povere. Questo perché il Ssn non offre alcuna copertura per i farmaci “da banco”, non avendo introdotto distinzioni tra chi è sotto la soglia di povertà e chi è al di sopra.

 

Le difficoltà economiche, osservano dalla fondazione, «lambiscono anche le famiglie non povere: nel 2021 hanno cercato di ridurre le spese sanitarie (rinunciando o rinviando a visite mediche/accertamenti periodici) complessivamente oltre 4 milioni e 768mila famiglie (10 milioni 899 mila persone), di cui quasi 639mila (1 milione e 884mila persone) in povertà assoluta. La rinuncia alle cure è stata praticata da 27 famiglie povere su 100 a fronte di 13 famiglie non povere su 100, per un totale di 15 famiglie su 100.

 

Continua a leggere

https://www.romasette.it/poverta-sanitaria-390mila-le-persone-che-hanno-chiesto-aiuto-nel-2022/

LA NUOVA TECNOLOGIA ENERGETICA AMERICANA RENDE LA TRANSIZIONE ECOLOGICA SOCIALMENTE SOSTENIBILE.

 

Anche l’area del cattolicesimo sociale e democratico deve lasciarsi interpellare dal radicale cambio di narrazione che comporta la scoperta di nuove fonti di energia pulita: per i ceti popolari significherà il passaggio dalla penuria pianificata a una nuova prosperità interclassista, e compatibile con la libertà e con l’ambiente.

 

Giuseppe Davicino

 

Ha destato molto clamore l’annuncio da parte degli Stati Uniti dei progressi fatti nel campo della fusione nucleare. Però è almeno da 70 anni che si sa che vi sono modi, più di uno, per ottenere energia infinita, pulita e con costi di produzione praticamente irrisori. Ma il cartello del petrolio e dell’elettricità, insieme a quello finanziario e del petro-dollaro, si è sempre premurato di fare in modo che i finanziamenti ai ricercatori che si intestardivano, venissero limitati.

 

Ieri gli Stati Uniti hanno fatto sapere alla Cina, che a quanto pare sulla fusione “calda” è molto avanti, che questa nuova frontiera del progresso la stanno presidiando anche loro. Ma fanno sapere anche alla Germania che non sarà col suo progetto, basato sulle rinnovabili (ma che in realtà non stava in piedi senza il gas russo a buon mercato, e senza gli ingenti sostegni pubblici essendo le rinnovabili diseconomiche), che si compirà la transizione energetica, ma con la tecnologia che realizzeranno gli Stati Uniti.

 

Si possono intravvedere due aspetti di questo annuncio che ci riguardano. Uno come Paese, l’altro come area politica.

Il primo aspetto consiste nel fatto che sia a livello di ricerca che di standardizzazione di queste nuove fonti di energia l’Italia può – perché ha i cervelli e le tecnologie – e deve collaborare strettamente con gli Stati Uniti, che saranno quelli, nella nuova divisione bipolare del mondo che sta avvenendo, che decideranno il prezzo e la quantità dell’energia pulita, e che ne avranno le chiavi nel nostro mondo non cinese. Con gli Stati Uniti, dunque, per arrivare prima ed essere autonomi, anche da Paesi a noi non lontani, sul piano delle nuove tecnologie energetiche.

 

Il secondo aspetto riguarda la nostra area politica. Credo che un po’ tutti noi auspichiamo un rinnovato protagonismo dei cattolici democratici e popolari. Ed è evidente che servono strumenti organizzativi, a chi nel centro o nel Pd vuole passare dalle parole ai fatti. Accanto a ciò credo sia necessaria anche una iniziativa sul piano culturale e programmatico. Anche su una questione decisiva come quella energetica.

 

Mi domando: possiamo non vedere che lo sdoganamento della free energy finirà per cambiare completamente la narrazione sulla transizione ambientale?

 

Ciò metterà in enorme difficoltà la sinistra, tutta, quella storica e quella “per caso”, che aveva assimilato così bene la narrazione della decrescita felice, fatta di deindustrializzazione, di riduzione dell’economia alla sola quantità di energia prodotta con le rinnovabili, di restrizioni e divieti climatici resi più efficaci dalla sorveglianza digitale e dall’applicazione della cittadinanza a punti ecologica.

Ora, vogliamo lasciare che l’enorme sospiro di sollievo che ci sarà tra le classi che erano destinate a soccombere dalla transizione ecologica incentrata sulle sole rinnovabili, man mano che si avvicinerà il traguardo di una forma di energia funzionale allo sviluppo anziché all’impoverimento e all’aumento delle disuguaglianze, vada tutto a favore della destra?

 

Se non lo vogliamo, allora l’area di centro credo debba far sentire la sua voce in modo che gli elettori avvertano che sta dalla parte del cambio di narrazione. Non dalla parte della penuria programmata, ma dalla parte di una nuova prosperità interclassista, e compatibile con l’ambiente.

UNDICI PAROLE PER DARE GAMBE ALLA RISPOSTA  CHE SERVE AL TERMINE DELLA STAGIONE DEL POPULISMO.

 

Giorgio Merlo e Giuseppe Novero hanno dato alle stampe un prezioso volumetto (Edizioni del Lavoro) che assolve a un certo dovere di ‘ricostruzione’, quanto mai urgente, di cui s’individuano alcuni contenuti proprio al termine della fase corrosiva e sfascista del populismo. Oggi pomeriggio, alle ore 16, l’Istituto Sturzo accoglierà il dibatto tra Maria Elena Boschi, Marco Follini, Mons. Vincenzo Paglia, e Marina Velensise per mettere sotto la lente d’ingrandimento le riflessioni degli autori. Farà da moderatore il direttore di Rai Libri, Marco Frittella.

 

Redazione

 

Undici parole per rinnovare e rilanciare la politica italiana dopo la stagione populista. Anche se, purtroppo, il populismo continua ad essere massicciamente presente nella cittadella politica nostrana con il partito dei 5 stelle.

 

E il libro, dal titolo “Le parole che contano”, scritto da Giorgio Merlo e Giuseppe Novero con la prefazione di Luigi Sbarra e l’introduzione di Marco Frittella, attraverso 11 interviste ad altrettante personalità del mondo politico, culturale e religioso del nostro paese offre uno spaccato su come è possibile ricostruire il tessuto civile, la qualità della democrazia , la coerenza della politica e la credibilità delle nostre istituzioni.

 

Perché dietro ad ogni parola, come emerge dal libro, si profila una visione della società, un progetto politico e, soprattutto, una cultura politica ed una tradizione ideale. E proprio dalla centralità della parola e dalla sua importanza si deve e si può ripartire. Contro la riduzione della politica a pura propaganda, all’improvvisazione delle classi dirigenti e all’azzeramento dei partiti popolari e democratici. Si tratta, cioè, di riscoprire le nostre radici politiche e culturali anche attraverso la serietà delle parole e la coerenza di ciò che comporta evocandole pubblicamente.

 

E il libro di Merlo e di Novero contribuisce, seppur con leggerezza e realismo, al rinnovamento e alla importanza della politica in un contesto nazionale sempre meno ideologizzato e ancora profondamente sfregiato dalla deriva e dalla sub cultura del populismo grillino.

POPOLO, DEMOCRAZIA, BENE COMUNE. CONTINUA IL DIBATTITO DEI CATTOLICI DEMOCRATICI DI C3DEM

Riferendosi a uno scritto con il quale aveva recensito un libro recente (C. Danani, a cura di, Democrazia e verità. Tra degenerazione e rigenerazione, Morcelliana, Brescia 2020), lautore è stato invitato da  Sandro Antoniazzi a riflettere su alcuni nodi  al centro del tema della democrazia e delle sue impasse: la nozione di popolo e quella di bene comune. Ne è scaturito questo breve ma ricco testo, presentato nellintervento che lautore ha tenuto nel convegno di c3dem dello scorso 26 novembre.

Giampiero Forcesi

La perplessità e il disincanto riguardo alla democrazia si esprime oggi nel dubbio radicale che essa sia davvero capace di realizzare il fine proclamato nella sua stessa denominazione, cioè il “governo del popolo”. A voler essere spregiudicati, non si dovrebbe riconoscere che la democrazia reale è diventata sempre più palesemente un dispositivo utile a perpetuare il governo di élites che si avvicendano nei luoghi del comando sul popolo? E quest’ultimo non verrebbe ridotto a essere supporto strumentale delle strategie e delle tattiche di chi si attribuisce in esclusiva la “vocazione” o la “professione” del politico?

Un dualismo da evitare

Come è possibile, allora, evitare il dualismo tra la chiusura autoreferenziale dei rappresentanti del popolo “addetti” alla politica e l’esaltazione ingenua e controproducente dell’antipolitica che, di volta in volta, assume il profilo della fustigazione della casta, della protesta fine a se stessa, del lamento qualunquistico o, più semplicemente, della rinuncia all’esercizio del voto? Una rinuncia  praticata come delegittimazione totale di ogni mandato e di ogni dispositivo fiduciario?

Le tendenze di autoriproduzione incontrollata del personale politico, la rigidità dell’organizzazione burocratica in funzione del proprio incremento, il consenso manipolato dall’alto e la sua diffusione “in basso” con i mezzi più sofisticati della comunicazione tecnologica, in un gioco perverso di rinforzo reciproco, sono mostri che si sono venuti materializzando nel corpo della democrazia.

La conseguenza è spesso il discredito della politica da parte di chi si colloca nella società civile, anche quando non manca l’impegno nei settori del volontariato e delle relazioni orizzontali. Se la democrazia è governo del popolo, come combattere allora la sofferenza acuta derivante dal diaframma che si frappone tra popolo e governo? S’impone innanzi tutto un esame radicale dei fattori in gioco.

Una considerazione qualitativa del popolo

Guardando alla vicenda storica della modernità, si può distinguere tra il popolo come mera realtà fattuale e generica e il popolo come idea regolativa (un’idea non astratta, ma incarnata nella sua storia). Non si tratta di cadere in una visione dualistica, ma piuttosto di cogliere una dualità utile, per un verso, a non cadere in un deteriore populismo e, per altro verso, a valorizzare le energie costruttive del popolo. Infatti il popolo come realtà generica ha qualificato sé stesso in rapporto alla propria capacità di perseguire finalità e orientamenti che ne hanno fatto il propulsore e il custode di una razionalità pratica incarnata. Essa è consistita in un’acquisizione progressiva, pagata anche a caro prezzo, di principi, diritti, istituzioni, grazie al costituirsi di soggetti organizzati sia in formato grande sia in formato piccolo, dai partiti ai sindacati ai nuclei collettivi e comunitari presenti in vario modo su scala locale, nazionale e internazionale. Attraverso il suo protagonismo, il popolo come quantità si fa forma qualitativa.

 

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LE TRE CRISI DENTRO LE RIVOLTE IN IRAN. (Asia News)

Riccardo Redaelli, direttore del master in Middle East Studies dell’Università Cattolica di Milano, sulle proteste dei giovani iraniani: sono il risultato di una progressiva degenerazione economica, sociale e politica. Una parte del regime è consapevole che sia necessario fare delle concessioni per evitare un bagno di sangue. Allo stesso tempo i dimostranti non hanno un modello alternativo in caso di caduta del regime.

Alessandra De Poli

“Le proteste e le rivolte in Iran a cui stiamo assistendo non sono una nuova rivoluzione, ma il risultato di tre crisi: economica, sociale e politica”. È quanto sostiene il prof. Riccardo Redaelli, docente di geopolitica e storia del Medio Oriente e direttore del master in Middle East Stuides dell’Alta Scuola di Economia e Relazioni internazionali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. “Il ceto medio, che è quello che ha avuto un ruolo fondamentale nella rivoluzione khomeinista del 1979, mettendo fine alla monarchia dello shah Pahlavi, si è impoverito moltissimo. I giovani sono stanchi delle intromissioni della teocrazia iraniana nella vita di tutti i giorni. Mentre l’opposizione interna al sistema, che fino alle ultime elezioni era in qualche modo presente, è stata marginalizzata”.

 

Così si è arrivati alle manifestazioni di piazza scoppiate a metà settembre dopo la morte per pestaggio di Mahsa Amini, la 22enne di etnia curda incarcerata e picchiata dalla polizia morale perché non indossava correttamente il velo. Alle proteste il regime teocratico ha risposto con incarcerazioni ed esecuzioni sommarie di giovani manifestanti accusati di moharebeh, “inimicizia contro Dio”. Eppure c’è spazio affinché il conflitto si acuisca ulteriormente. Il problema, semmai, è che l’opposizione non dispone di un modello alternativo al regime teocratico della Repubblica islamica.

 

Più volte esperti e commentatori hanno sottolineato l’unicità di queste manifestazioni data dall’unione di diversi gruppi sociali ed etnici (persiani, curdi, beluci, minoranze di tagiki, azeri eccetera). Con gli scioperi i bazarì (i commercianti) stanno dando il loro appoggio ai giovani, ma è difficile capire quanto questo sostegno sia diffuso. Con le dovute differenze, il ceto medio “è già in enorme difficoltà e non vuole fare la fine dell’Iraq e della Siria”, ovvero di Stati falliti in cui a comandare, anche sul piano economico, sono milizie locali. Per loro, dare il pieno appoggio alle proteste significherebbe “fare un salto nel vuoto, ma parliamo di un ceto medio che tradizionalmente non è molto avventurista”, spiega Redaelli.

 

“I giovani non ne possono più”, continua il docente, “ma non hanno una valida alternativa da proporre in caso di caduta del regime”. Il dato più importante da sottolineare è che “i ragazzi e le ragazze iraniane oggi si dichiarano anti-musulmani. C’è ormai un numero crescente di giovani che o si converte segretamente o veste il simbolo zoroastraiano. Il clero politicizzato dell’Iran ha provocato questo contraccolpo all’islam, in un Paese dove la religione è sempre stata fondamentale”.

 

Il sistema di governo della Repubblica islamica nato dopo il rovesciamento della monarchia nel 1979 è duale: il presidente e il Parlamento, eletti dalla popolazione, sono supervisionati dalla guida suprema e dal Consiglio dei guardiani, composto da chierici e giuristi musulmani sciiti che per tutelare il carattere islamico dell’Iran possono squalificare i candidati alle elezioni. Tuttavia questo equilibrio tra potere politico e religioso ha retto per anni perché il presidente della Repubblica è stato spesso un rappresentante delle istanze moderate.

 

“Fino al 2019 – prosegue il professore – c’erano leader che volevano riformare il sistema (detto nizam), non distruggerlo. Ma i riformisti e i moderati sono stati messi da parte dopo gli ultimi tentativi di liberalizzazione. Questo ha reso più compatto il sistema di potere, ma lo ha anche reso molto più vulnerabile. Queste proteste sono più radicali rispetto alle precedenti, perché non solo nascono da istanze diverse, ma anche perché non hanno un leader”. E così si è arrivati a uno scontro diretto tra dimostranti e difensori del regime.

 

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https://www.asianews.it/notizie-it/Le-tre-crisi-dentro-le-rivolte-in-Iran-57310.html

PINELLI, L’INCIDENTE CHE SPIAZZÒ TUTTI (SINISTRE COMPRESE). E MORO FECE MANCARE LA SPONDA DC ALLO STATO D’ASSEDIO.

 


Giuseppe Pinelli fu trattenuto illegalmente in Questura, senza avvocato, senza contestazioni formali. Se solo gli uomini del Viminale avessero rispettato la Legge lo avrebbero dovuto rilasciare. Pinelli, dunque, non sarebbe volato giù da quarto piano dell’Ufficio di Calabresi e non sarebbe nato, almeno lì per lì, alcun caso. La storia non è (ancora) chiusa.

 

Antonio Payar

 

Se la sera del 12 Dicembre del 1969 c’era in corso una gran brutta faccenda, nella notte tra il 15 ed il 16 questa faccenda diventò un pasticciaccio. È da qui che poi nacque il Processo Calabresi-Lotta Continua, non su Piazza Fontana. Poi arriva D’Ambrosio, onesto e comunista, che cerca una chiusura ‘sovietica’ per tutti: “malore attivo”. Veniamo ai fatti. Esplose le bombe, nella Questura di Milano dal 13 Dicembre comandano gli uomini dell’UAR – Ufficio Affari Riservati (non deviati) del Viminale, diretto dal Prefetto Umberto Federico D’Amato.

 

In che direzione bisognasse guardare, al Questore Guida e al Capo dell’Ufficio Politico della Questura Antonino Allegra, va apposta a spiegarglielo ‘molto chiaramente’ l’uomo di D’Amato, il dott. Silvano Russomanno. Questi si era fatto le ossa nei campi paramilitari in Alto Adige con Amos Spiazzi; ma prima, dopo l’8 Settembre 1943, anche nelle SS italiane; più recentemente, in galera perché organizzatore del deposito in Via Circonvallazione Appia di circa 150mila fascicoli fotocopiati del Ministero dell’Interno (deposito scoperto il 4 Ottobre 1996; peraltro D’Amato stesso, in prima persona, conservava presso il suo ufficio reperti di attentati evitando di consegnarli alla magistratura).

 

Quella notte fra il 15 ed il 16 Dicembre ‘il complice’ di Valpreda cade dal quarto piano della Questura di Milano e muore all’1,50 all’Ospedale Fatebenefratelli circondato da qualche sanitario e da un nugolo di poliziotti. La moglie e la madre furono avvisate a casa in piena notte con una scampanellata di giornalisti, Stajano e Pansa; la moglie resta a casa con le bambine, la madre va all’Ospedale ma non viene fatta entrare.

 

Alle due il Questore Guida – che come Allegra e, da Roma, il capo della Polizia Parlato ci devono mettere la faccia spiegando all’opinione pubblica le mirabilie di risultanze così immediate e ‘concordantissime’ – si trova a giustificare il nuovo morto di Piazza Fontana, il ferroviere Pinelli, su cui i giornalisti insistono e su cui non appare pronto un piano b. Tant’è che, all’assalto mediatico, Guida – quello che durante il Fascismo aveva diretto il Carcere-confino di Ventotene – sbotta, dichiarando che Pinelli “era fortemente indiziato di concorso in strage…era un anarchico individualista…il suo alibi era crollato…non posso dire altro…si è visto perduto… è stato un gesto disperato… una specie di autoaccusa, insomma…il suo era un fermo prorogato dall’autorità”.

 

Appunto, poco più tardi Guida rincara la dose: “Vi giuro che non l’abbiamo ucciso noi! Quel poveretto ha agito coerentemente con le proprie idee. Quando si è accorto che lo Stato, da lui combattuto, lo stava per incastrare ha agito come avrei agito io stesso se fossi un anarchico”. E poi: “Non crederete mica che l’abbiamo buttato noi?…” . Ma questo chi glielo aveva chiesto?!

La storia, dopo la solitudine di Calabresi e la sua uccisione, è tutta da finire di scrivere. È stato Marino mandante Sofri? E Sofri ‘chi’ lo ingaggiò? Sofri è come Mario Moretti: vogliono finire il racconto qui, punto. Calabresi non voleva pagare per tutti e restare il gonzo di turno, si mise ad indagare sugli esplosivi negli anfratti nazifascisti del nord-est. Non finì il lavoro.

 

Infine, perché spiazzò anche le sinistre? Perché Calabresi ‘obbediva’ (cosa doveva fare se erano tutti commissariati dagli uomini venuti apposta dal Viminale?). Non era neanche nella stanza (fu Russomanno ad interrogare Pinelli?!). Il cerchio della sinistra extraparlamentare, ma anche più riservatamente del Pci, non si chiuse: era vero tutto, era terribilmente vero tutto, ma il sadismo che defenestra Pinelli da parte dello Stato democristiano resta indimostrato. Peraltro quella sera del 12 dicembre Moro non va al Quirinale e…volutamente…fa mancare a Saragat l’appoggio della Dc per dichiarare lo stato d’assedio. Questo, evidentemente, era il vero scopo delle bombe. Non a caso Mattarella annovera Piazza Fontana nella Strategia dell’Eversione, non della tensione né del terrorismo.

Nella foto qui riproposta, il Questore Marcello Guida (alle sue spalle, con la mano sul nodo delle cravatta, il Capo dell’Ufficio Politico della Questura di Milano, e capo di Calabresi, Antonino Allegra), tiene la conferenza stampa per abbozzare una prima spiegazione sulla caduta di Pinelli. È il 16 Dicembre 1969.

LA SCOMPARSA DI ALBERTO ALESSI, “UOMO GENEROSO E DALLA FORMAZIONE ENCICLOPEDICA”.

 

Legato per ragioni familiari alla storia della Sicilia democristiana, non esitò a rompere, negli ultimi mesi, con quella che definì la “Dc coricata a destra”.

 

Redazione

 

Parlamentare della Dc per tre legislature, dal 1979 al 1994, Alberto Alessi si è spento ieri, dopo una lunga malattia, all’età di 83 anni. Era figlio Giuseppe Alessi, discepolo di Sturzo e primo presidente della Regione Siciliana. Dopo la fine della Balena Bianca, aderì al Ppi di Martinazzoli e nel 1994 al Ccd (partito nato dalla scissione a destra di Casini e Mastella).

 

Negli ultimi tempi aveva maturato un’idea più fedele alla tradizione del “centro democristiano”, rompendo clamorosamente con Totò Cuffaro in piena campagna elettorale. “…mi sono dimesso – gli scriveva ad ottobre scorso – da ogni carica e incombenza che riguardi il mio rapporto con una Dc coricata a destra, perché oggi il centro-destra in Italia si è estinto laconicamente e impera la destra-centro e dunque gli affari della Dc Nuova non mi riguardano più e Ti consiglio sommessamente di procedere correntemente e con prudenza, perché non vengano bruciate e ridotte in cenere le buone intenzioni”.

 

Tra le tante espressioni di cordoglio, riportiamo di seguito quella di Luigi Rapisarda:

 

“…Mirabile esponente della Democrazia cristiana, mai si risparmiò davanti alle grandi sfide nel nome dei supremi valori della libertà, della vita, della giustizia sociale e della pacifica convivenza tra i popoli. Uomo generoso e dalla formazione enciclopedica: molto apprezzate sono state le sue riflessioni nei diversi ambiti dell’esistenza umana, e le sue novelle, spesso pervase da sottile ironia, ma con allo sfondo, sempre, la grande speranza nell’universale cammino dell’Umanità. Fu, fino all’ultimo dei suoi giorni, attento osservatore, non solo delle dinamiche politiche di casa nostra. Molto gli giovò l’ineguagliabile intuizione in virtù della quale precedeva sempre gli altri nel prefigurare nuovi scenari politici e nuovi orizzonti. Né mai tenne in non cale il grande tema dell’Autonomia siciliana: onere morale che raccolse dall’eredità politica del padre Giuseppe, primo concreto artefice di questo lungo e laborioso percorso”.

 

 

In suo onore segnaliamo l’articolo che accettò di scrivere per Il Domani d’Italia, il primo maggio del 2020, con l’obiettivo di “rivelare” genesi e paternità della traccia utilizzata nel 1955 dal neo eletto Presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi, in occasione del suo  insediamento davanti al Parlamento. Questo è il link per accedere al testo.

 

https://ildomaniditalia.eu/retroscena-e-interpretazione-del-discorso-di-gronchi-il-ruolo-di-mirabella/

DE GASPERI “VEDEVA LA POLITICA COME SERVIZIO AL PROSSIMO”. INTERVISTA A GIOVAGNOLI (L’OSSERVATORE ROMANO).

 

Agostino Giovagnoli, professore di storia contemporanea presso lUniversità Cattolica del Sacro Cuore, spiega il rapporto tra De Gasperi e lEuropa. Nell’introdurre l’intervista, Walton evidenzia come “le convinzioni di De Gasperi, molto chiare e nette, non potevano che essere alla base del suo agire politico e costituire un patrimonio formidabile di conoscenze al servizio dellEuropa in via di formazione”.

 

Andrea Walton

 

Alcide De Gasperi, più volte presidente del consiglio tra il 1945 ed il 1953 ed esponente di spicco della Democrazia Cristiana, ha svolto un ruolo di primo piano nell’integrazione postbellica dell’Europa grazie ad una visione lungimirante basata sulla cooperazione internazionale e sulla pace. La sua leadership ha consentito all’Italia, in rovine dopo la conclusione della Seconda Guerra Mondiale, di sviluppare forti legami con gli Stati Uniti, di aderire all’Alleanza Atlantica, di ricostruire la nazione grazie agli aiuti del Piano Marshall e di prendere parte alla nascita della Comunità Europea, vista come l’unico modo per evitare il ripetersi di nuovi conflitti. L’Europa, come immaginata da De Gasperi, doveva consentire agli Stati di collaborare in maniera operosa, integrandosi tra di loro e senza dare vita ad organismi sovranazionali totalizzanti.

 

Il Cardinale designato Raffaele Martino, in un discorso tenuto nel 2003 presso il Forum Internazionale e ripreso dall’Agensir, ricordava come «De Gasperi era fortemente convinto che i popoli europei avessero un comune patrimonio di valori spirituali ed umanistici e che, senza la formazione di una mentalità europea, le istituzioni sovranazionali avrebbero rischiato di divenire luogo di competizione e di interessi particolari». Le convinzioni di De Gasperi, molto chiare e nette, non potevano che essere alla base del suo agire politico e costituire un patrimonio formidabile di conoscenze al servizio dell’Europa in via di formazione.

 

Su questi temi, abbiamo chiesto ad Agostino Giovagnoli, professore di storia contemporanea presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, di spiegarci meglio il rapporto tra De Gasperi e l’Europa. Giovagnoli si è occupato, tra le altre cose, dei rapporti tra lo stato italiano e la Chiesa Cattolica e della storia dell’Italia Repubblicana.

 

Quale è stato il ruolo di De Gasperi nella costruzione dellEuropa?

Il ruolo di De Gasperi è stato molto importante perché l’uomo politico è stato un convinto sostenitore del processo di integrazione europea sin dai primi passi. Questo atteggiamento ha permesso all’Italia di essere uno dei Paesi fondatori della Comunità Europea. De Gasperi ha operato con molta convinzione per la nascita, nel 1952, della Comunità Europea di Difesa che doveva portare alla formazione di un esercito europeo. Si tratta di un tema molto importante, di grande attualità ancora oggi e che avrebbe dovuto facilitare la nascita di un primo embrione di unione politica europea. In quel periodo furono messe anche le basi del Parlamento Europeo che prenderà vita, con forte ritardo, solamente nel 1979 con l’elezione a suffragio diretto da parte dei cittadini degli Stati membri.

 

Che cosa intende De Gasperi quando parla delle radici spirituali dellEuropa?

Alcide de Gasperi, proprio come il Primo Ministro francese Robert Schumann e l’omologo tedesco Konrad Adenauer, era nato in una regione di confine. Il Trentino, proprio come la Renania-Vestfalia per Adenuer e l’Alsazia Lorena per Schumann, sono territori importanti perché sono stati testimoni, nel corso dei millenni, di numerosi conflitti armati intercorsi tra le nazioni europee. L’Europa è stata tormentata, per buona parte della sua storia, da contrapposizioni militari foriere di spargimenti di sangue e devastazioni che la hanno segnata in profondità contribuendo a formarne l’identità. È anche vero che le regioni di confine hanno visto, da sempre, coabitazioni tra popoli, culture, religioni e confessioni religiose diverse come i cristiani cattolici, i riformati e gli evangelici. C’è dunque un’idea, alle radici del progetto europeo, di coabitazione tra cristiani di diversi orientamenti e confessioni e questa coabitazione è stato un tratto comune tra le confessioni nonostante le dolorose divisioni storiche che ci sono state e che hanno lasciato un segno. De Gasperi, che sino a quarant’anni è stato cittadino di un grande impero multinazionale e multireligioso come quello Austro-Ungarico, ha portato nella costituzione dell’Unione Europea questa concezione e senso di unità dalla pluralità, come afferma anche il motto pluribus unum. Le radici cristiane sono quelle che hanno alimentato questa convivenza e favorito questa coabitazione nella pace e nella costruzione comune di cui De Gasperi è stato uno degli interpreti più importanti.

 

Il modello europeo propugnato da De Gasperi è stato tradito oppure no?

No, non è stato tradito perché De Gasperi ha operato con il realismo di un grande statista che sa coniugare la fedeltà all’ideale alla politica dei piccoli passi. Il disegno De Gasperiano, così come è stato concepito, ha grandi ambizioni nell’adozione del federalismo e nell’obiettivo di formare una comunità politica riunendo diversi Paesi in un’unica realtà politico-istituzionale. Tuttavia De Gasperi sapeva bene che questo cammino sarebbe stato lungo e faticoso ed ancora oggi, infatti, non è giunto a compimento. Non si può dire che sia stato tradito dato che è ancora di fronte a noi ed è un bene prezioso che può essere realizzato ma ha scontato periodi di grande immobilismo ed altri in cui si sono manifestate forti resistenze ed ostacoli nei suoi confronti. Il fatto che, nonostante tutte queste difficoltà, il cammino esista ancora oggi e stia continuando rappresenta un fatto inedito nella storia del mondo perché in nessuna altra epoca storica (e luogo del mondo) si è visto che dei Paesi, dotati di sovranità ed autonomia, hanno progressivamente messo in comune quote sempre crescenti della propria sovranità per raggiungere un obiettivo più alto e di generosa condivisione. L’Unione Europea può essere vista, dunque, come un fenomeno politico, economico e sociale unico.

 

Qualera lidea di uomo di Stato” che De Gasperi aveva in mente?

«Gli statisti guardano alle prossime generazioni mentre gli uomini politici guardano alle prossime elezioni» oppure «bisogna guardare alla storia non con il microscopio ma con il telescopio» sono due delle frasi più note di Alcide De Gasperi e dicono molto sulla sua persona e sul suo carattere. Lo statista è stato una persona lungimirante ed ha portato l’Italia, Paese sconfitto terribilmente nella Seconda Guerra Mondiale a cause delle sconsiderate politiche intraprese del Partito Fascista che la aveva governata per molti anni, da una condizione di miseria ad una di centralità sul teatro europeo. Le immani devastazioni subite dall’Italia durante la guerra mondiale avevano portato la nazione al collasso, economico e morale ma, nel giro di pochi anni, questa condizione cambiò in maniera radicale e Roma divenne protagonista, seppur con dei limiti, della politica internazionale di quella complessa fase storica. Questa transizione, rapida ed inaspettata, mostra lo spessore di De Gasperi che ha sempre visto la politica come un servizio da fare ad una comunità, che sia quella del popolo italiano, europeo oppure dell’umanità. Si tratta di un concetto che deve essere inteso privo di retorica ma nel suo significato più vero ed autentico di cura del prossimo tanto dal punto di vista fisico e concettuale.

 

Fonte: L’Osservatore Romano – 12 dicembre 2022

(La riproduzione dell’intervista è stata gentilmente autorizzata dal giornale della Santa Sede)

POPOLARI DI NUOVO IN CAMPO, PER RITROVARE IL GUSTO DELLA BATTAGLIA.

 

Suggestiva l’idea di ripartire con un Ppi sul modello del Partito radicale. Sarebbe anche importante il rilancio de Il Popolo. Tuttavia, guardarsi intorno e pensare al futuro vuol dire capire innanzi tutto le cause che rendono poco incisiva la presenza cattolica nella politica attuale. In prospettiva, il ricambio generazionale dovrà essere il cruccio maggiore di chi ha a cuore la prosecuzione dell’esperienza rappresentata dal popolarismo. Infine, è ancora “accogliente” il Pd? La sensazione è che, avendo deciso di aderire al Partito socialista europeo, esso sia diventato un soggetto politico per il quale l’adesione dei Popolari si è fatta più problematica.

 

Enrico Farinone

 

Suggestiva e tutt’altro che banale l’idea esposta qui qualche giorno fa da Roberto Di Giovan Paolo. Un Partito Popolare che rinasce e si qualifica per iniziativa e capacità di battaglia politica anche radicale quando serve. Senza alcun timore reverenziale nei confronti di nessuno, con uno spirito corsaro atto a stimolare idee e dunque a valorizzare chi ne ha. Una sorta di Partito Radicale à la Pannella, naturalmente con i valori cattolico democratici, consapevole che essi avrebbero tuttora una forte capacità di incidenza e di provocazione se solo li si volesse far tornare in campo.

 

Suggestiva idea, ripeto, e non provocazione intellettuale, come probabilmente taluno avrà ritenuto. Certo, di non facile e scontata attuazione. Non tanto per il suo aspetto organizzativo, posto che, naturalmente, subito sorgerebbero posizioni favorevoli al progetto ma anche contrarie. Quanto per quello propositivo e contenutistico, perché è evidente che bisognerebbe riattivare una serie di connessioni sociali e col mondo della cultura che non sono più state coltivate dai Popolari in quanto tali negli ultimi 15/20 anni, essendo essi (meglio, alcuni fra essi) prevalentemente impegnati nel progetto-Pd. A tal fine sarebbe indispensabile disporre di un luogo di pubblico dibattito e confronto, e di conseguente elaborazione prima culturale e poi politica. Se questo strumento fosse una rinnovata versione de Il Popolo, si tratterebbe di un’ottima notizia. Sarebbe un buon punto di partenza. Necessario, però non sufficiente.

 

Perché v’è un problema a monte, come si sarebbe detto una volta. C’è ancora, nella Chiesa universale di Papa Francesco, in quella italiana del cardinale Zuppi, nel mondo cattolico nazionale la giusta disponibilità verso la promozione (nel senso non banalmente organizzativo bensì di fecondo incubatore di proposte, suggerimenti, stimoli) di un soggetto politico espressione del cattolicesimo democratico, ancorché non impegnato in alcun confronto elettorale? E ancora più a monte: c’è ancora un interesse del mondo cattolico italiano verso la politica attiva (posto che vi sia, come credo, un’attenzione vigilante sulle “politiche”?).

 

Me lo chiedo perché è sotto gli occhi di noi tutti la ritrosia prevalente nelle parrocchie – di per sé già in forti difficoltà sotto tutti i punti di vista, a cominciare dalla inesorabile decrescita del numero dei fedeli praticanti o anche solo devoti – ad anche solo semplicemente accennare alle questioni politiche, ancor più quando divisive, avendo il sacro terrore di perdere, se così facessero, qualcuno dei già non numerosi frequentanti le funzioni e di quelli, ridotti ai minimi termini, disponibili a dare una mano nelle attività sociali nelle quali esse sono lodevolmente impegnate.

 

La crisi reale nella quale si dibatte ormai la chiesa cattolica italiana (non solo essa, peraltro) è un problema col quale misurarsi. Anche se si potrebbe obiettare che forse proprio un’efficace iniziativa politica dei Popolari ancorata a contenuti esigenti potrebbe motivare qualche giovane cattolico ad un impegno che oggi gli è precluso per carenza di offerta operativa e formativa, a causa delle timidezze e ritrosie pastorali cui si è appena fatto cenno.

 

E infatti evidente che una rinnovata azione Popolare potrà essere sì avviata ancora da noi della vecchia generazione, in virtù della formazione che abbiamo avuto la fortuna di ricevere quando eravamo giovani e della passione con la quale, fra alti e bassi, abbiamo condotto la nostra “buona battaglia” nelle cose della politica, una passione che negli ultimi tempi si è un po’ attenuata non solo a causa degli anni che passano ma che comunque al fondo è rimasta perché destinata, in ognuno di noi, a non morire mai. Però è ovvio che una volta dato l’innesco sarà poi prevalentemente compito di nuove leve più giovani, anche molto più giovani, proseguire il lavoro, irrobustendolo e arricchendolo. Ci sono, questi giovani? Vanno coinvolti da subito, e attivamente. L’effetto “combattenti e reduci” non ce lo si può permettere, e ben sappiamo che sarebbe la prima battuta sarcastica che ci pioverebbe addosso al primo vagito del nuovo Ppi.

 

C’è una seconda parte, invece, della proposta di Roberto che a mio avviso richiede una puntualizzazione. Quella della doppia tessera: Ppi e Pd. Con la conseguente e coerente iniziativa dentro a quest’ultimo, in ogni caso non timorosa e non subordinata ad alcuno. Prima osservazione: ci sarà senz’altro chi dirà, legittimamente, che la doppia tessera dovrà essere possibile anche con altri partiti oltre al PD, presumibilmente quelli del nuovo Centro in via preferenziale. E qui ci si ritroverebbe da subito dentro ad un classico della politica, le alleanze. Un problema che è del resto consustanziale alla politica e che non può mai venire eluso.

 

Seconda osservazione, e con essa chiudo per il momento: detto da uno che ha ancora la tessera del PD e che voterà al congresso di quel partito. Esiste un limite. Esiste un limite oltre il quale non si può più rimanere dentro un’associazione che si allontana troppo da quei valori sui quali essa era stata fondata. Da tempo, almeno da quando ha deciso di divenire membro del Partito Socialista Europeo, il Pd ha abbandonato la sua via maestra, a definire la quale anche i Popolari avevano contribuito.  Ora rischia – stando alle parole di molti, candidati alla segreteria e loro sostenitori – di allontanarsene definitivamente. Oltre il limite.

IN ATTESA CHE SPUNTI IL CATTOLICO DI TURNO…IL PD “DI SINISTRA” SI AVVIA A CANCELLARE L’APPORTO DEI POPOLARI.

Nel Pd si registra la desertificazione della realtà cattolico popolare e democratica. Ciò non toglie che da qui alle primarie non possa intervenire qualche rimedio propizio. La conclusione di Merlo è amara e stringente: “Al netto di chi è ancora e sempre presente nelle aule Parlamentari grazie alla solita autonomina nella quota proporzionale – cosa che ormai non fa neanche più notizia sui bollettini parrocchiali talmente è nota e conosciuta – restiamo in attesa di come innestare la figura di qualche “cattolico professionista” nell’ennesimo processo costituente di questo partito”. Lo sguardo è rivolto, in modo particolare, al mondo che ruota attorno alla Comunità di Sant’Egidio.

 

Giorgio Merlo

 

Abbiamo letto con attenzione la recente intervista di Graziano Delrio alla Stampa di Torino sul prossimo congresso del Partito democratico. Per chi avesse ancora dei dubbi al riguardo – ovvero sul ruolo e sulla funzione dei Popolari e dei cattolici democratici nel processo di riscoperta e di rilancio della sinistra italiana – con questa intervista si è avuto la certezza che nella prospettiva del Pd la cultura cattolica popolare è del tutto ininfluente ed irrilevante. E parliamo di Delrio, cioè di un ex turbo renziano – come del resto quasi tutti i dirigenti di quel partito negli anni in cui imperava nel partito l’ex Sindaco di Firenze – che non dovrebbe avere particolari simpatie sul come rilanciare e ristrutturare il campo della sinistra italiana. Anche perchè, come giustamente ha detto Cesare Damiano nei giorni scorsi in una conversazione con Il Riformista – e parliamo di uno stretto collaboratore di un altro ex turbo renziano come l’immarcescibile Piero Fassino – “sogno un Pd che abbia come riferimento sindacale la Cgil di Lama e come riferimento politico il Pci di Berlinguer”.

 

Ecco, Damiano come la maggioranza dei dirigenti del Pd, coltiva coerentemente quell’obiettivo. Del resto, se si vuole da un lato vincere la competizione con la “sinistra per caso” del partito populista per eccellenza, cioè i 5 stelle e, dall’altro, riattualizzare nella cittadella politica italiana la storia e la cultura della filiera Pci/Pds/Ds, è di tutta evidenza che la tradizione del popolarismo di ispirazione cristiana e sociale è sostanzialmente estranea ed esterna rispetto a quell’obiettivo. E cioè, lo ripeto ancora una volta, ridefinire la “mission” e il ruolo della sinistra italiana post ed ex comunista. Che poi vinca il filone della sinistra liberal ed ex comunista di Bonaccini o quello della sinistra libertaria e radicale della Schlein poco cambia rispetto alla prospettiva politica di quel partito. Come, giustamente, ha ricordato nei giorni scorsi un attento osservatore politico come Luca Ricolfi. Con tanti saluti, di conseguenza, a tutto ciò che ha caratterizzato quel partito nelle sue origini. E, su questo versante, ha perfettamente ragione la politologa Nadia Urbinati quando definisce il “Manifesto dei valori” scritto da 45 saggi nel lontano 2007 come un documento “bolso e indigeribile” e quindi sostanzialmente inutile nonchè fuori luogo e fuori tempo. Perchè quella pagina politica, culturale e programmatica è, ormai, da storicizzare e da archiviare definitivamente secondo la vulgata principale.

 

Ora, però, per restare al capitolo – sempre più patetico e triste – di come continuare a giustificare la presenza dei Popolari nel partito della sinistra italiana ci si dovrà pur inventare qualcosa. Al netto di chi è ancora e sempre presente nelle aule Parlamentari grazie alla solita autonomina nella quota proporzionale – cosa che ormai non fa neanche più notizia sui bollettini parrocchiali talmente è nota e conosciuta – restiamo in attesa di come innestare la figura di qualche “cattolico professionista” nell’ennesimo processo costituente di questo partito. Insomma, una bandierina da sventolare ad uso mediatico e congressuale per giustificare, appunto, la presenza attiva e fattiva dei cattolici democratici nella ricostruzione della sinistra post comunista.

 

Ecco perchè nei prossimi giorni potrebbe arrivare l’apporto di qualche esponente del variegato, articolato, complesso e pluralistico mondo cattolico. Molti scommettono che potrebbe arrivare dall’interessante e sempre qualificata realtà di Sant’Egidio o di qualche movimento ecclesiale o espressione del volontariato o dell’intellettualità cattolica per arrivare alla conclusione – banale e scontata – che il Pd resta un partito “fortemente plurale e inclusivo”.

 

Non ci resta, quindi, che attendere. Sapendo, come ovvio, che si tratta di una semplice e anche simpatica ciliegina sulla torta. Una esperienza che tanti anni fa nella sinistra italiana, e nelle sue multiformi espressioni, andava sotto il nome di “cattolici indipendenti di sinistra”. E, per dirla con un vecchio adagio, un modo che “fa fine e non impegna”. Come l’intervista del simpatico Delrio sul futuro della sinistra italiana e il “non” ruolo dei Popolari e dei cattolici democratici.

PERCHÉ L’ITALIA È IL PAESE DEI BONUS SENZA CONTROLLO.

 

Assistiamo a interventi non sempre coordinati. Manca una visione d’insieme e una continuità operativa, essendo più forti le spinte occasionali. “Tutto questo dimostra – chiosa l’autore – che la politica dei bonus a pioggia non funziona e finisce per creare nuove sacche di ingiustizie sociali o per diventare una forma legiferata di spreco del denaro pubblico”.

 

 

Francesco Provinciali

 

Ci sono almeno tre dati che gli opinionisti dei talk-show televisivi (così frizzanti se comparati alle vecchie, noiose tribune politiche) dovrebbero sempre tenere presenti mentre discettano del “particulare” dell’oggi: i 68 governi in 76 anni di repubblica, la bulimia legislativa generata dal desiderio del governo di turno di ricominciare tutto da capo, come in una sorta di gioco dell’anno zero, e infine la smania di protagonismo dei ministri di lasciare un ricordo del proprio passaggio. Questo è il dato più soggettivo ma non certo il meno influente sui deludenti risultati che si riassumono in alcuni indici eloquenti: il debito pubblico irreversibile, l’evasione fiscale irrefrenabile, la stagnazione economica, l’inflazione in crescita, la decadenza del ceto medio, la precarizzazione del lavoro, la fuga dei cervelli e dei pensionati all’estero, compensata da una immigrazione che – absit iniuria verbis – produce molti problemi di gestione e un diffuso disagio sociale. Un minestrone rancido di problemi rimescolato in casa e maldigerito dall’Europa, di cui siamo sempre osservati speciali. Da alcuni anni ci si preoccupa più di elargire contentini simbolici piuttosto che immaginare modelli organici di ripresa e sviluppo, attraverso riforme radicali sempre rinviate e giocando sulla sponda dei decimali sperando che producano miracolosi effetti moltiplicatori.

 

È la politica dei bonus, delle mance, dei condoni, delle milleproroghe, e delle elargizioni mirate che avrebbe l’ambizione di compensare deficit di status e riappianare la distribuzione delle risorse. Anche in questa fase che precede la legge di bilancio se ne parla, ma nel caleidoscopio dei provvedimenti ipotizzati c’è più retorica che sostanza: una storia di lunga deriva che mi ricorda un aneddoto personale. Nei primi anni 90 (del dopo tangentopoli) incontrai un vecchio amico che di lì a breve avrebbe assunto un importante incarico in uno dei tanti governi del cambiamento e della rinascita. L’occasione fu casuale: allora vivevo a Genova e ci trovammo per una cena a base di pesce e farinata.  Fu in quella circostanza che mi rivelò una profezia che si è poi avverata puntualmente: “Il problema degli anni a venire sarà come mettere nel modo più scaltro le mani nelle tasche degli italiani”.

 

Il progetto si è realizzato e pare indirizzato verso un demagogico livellamento sociale: per far ripartire l’ascensore della crescita, fermo al piano terra e con le ragnatele e per alzare i redditi bassi si è finito per imbastire la più pesante e punitiva campagna di annientamento della borghesia e del ceto medio produttivo: si va dai dipendenti pubblici a reddito fisso – li chiamerei “bancomat umani” – agli imprenditori che tentano di spiccare il volo ma sono frenati dalla palla al piede di una burocrazia bizantina, ai pensionati perennemente sotto la lente di ingrandimento del fisco che li considera imputati sì, proprio loro, dopo 40 e più anni di lavoro, di privilegi inaccettabili. Colpa della politica birbona e disonesta che ha stabilito certe tassonomie sulle pensioni d’oro, nella quale rientrano praticamente tutti, eccetto coloro che vivono alle soglie della povertà. Povertà che – da un provvedimento all’altro – anziché regredire alza l’asticella dei numeri: siamo a 1,9 milioni di famiglie e 5.6 milioni di persone, secondo il recente Rapporto della Caritas.

 

Ed ecco che le politiche compensative per redistribuire i redditi e spezzare il gap tra ricchi e poveri (e qui ci vorrebbe il virgolettato) riesumano logiche corporative per status, età e professioni: l’Italia è un Paese di culle vuote? Ecco subito il bonus bebè, da protrarsi fino ai 18 anni. I giovani non studiano e non lavorano, non leggono e passano ore in discoteca o a farsi i selfie? Pronto un bonus speciale per loro: toglierlo diventa peccato di lesa maestà. La scuola lascia a desiderare perché i docenti sono demotivati? Da anni li si incentiva con un bonus di 500 euro annuali, spendibile per libri, computer o spettacoli teatrali. Il superbonus edilizio del 110% è costato 38 miliardi e il Ministro Giorgetti ha ammesso: “Non ho mai visto una norma che è costata così tanto per così pochi”. Questa vicenda dei bonus era cominciata con i famosi 80 euro, in larga parte poi recuperati in sede di dichiarazione dei redditi. Ricordo una deputata (poi promossa europarlamentare) che si era presentata in TV con uno scontrino chilometrico per dimostrare che 80 euro di spesa risolvevano tanti, ma proprio tanti problemi delle famiglie a reddito medio-basso.

 

Il capolavoro del teorema della resurrezione dei senza lavoro attraverso la dazione di denaro pubblico è poi arrivato con il reddito di cittadinanza: il fallimento di questa dazione ingloba sia i navigator che i naviganti, cioè coloro che ne beneficiano in media ben al disotto degli ipotizzati 780 euro e solitamente in modo del tutto svincolato da un lavoro se pur a termine. Se ne sta parlando ma un nuovo modello di welfare è ancora aleatorio e suscettibile di agevolazioni in itinere: parliamoci chiaro questa materia produce evidenti ricadute elettorali. Tutto questo dimostra che la politica dei bonus a pioggia non funziona e finisce per creare nuove sacche di ingiustizie sociali o per diventare una forma legiferata di spreco del denaro pubblico.

 

In secondo luogo evidenzia l’incapacità della politica di elaborare riforme e misure lungimiranti di medio –lungo periodo capaci di ipotizzare modelli sociali sostenibili, attuando una politica di redistribuzione dei redditi che non produca solo omologazioni verso il basso. Ma il dato più eclatante riguarda la totale assenza di meccanismi di controllo sull’utilizzo dei bonus: si allarga sempre la pletora delle deroghe e dei rinvii. Un vulnus normativo grave, considerato che si tratta di denaro pubblico. Basterebbe legiferare una organica politica dei controlli per accertare quale via di spesa e di utilizzo hanno preso i bonus elargiti, una verifica a posteriori con tanto di documentazione da esibire. Ma la cosa più grave è che di controllo se ne parla malvolentieri: come se applicare le regola del “buon padre di famiglia” nella gestione delle finanze pubbliche fosse una sorta di fastidiosa e indebita intromissione e non un dovere morale da assumere.

ABITARE O DIMORARE? LA CITTÀ E I NUOVI MODELLI DI VIVERE SOSTENIBILI.

 

“Credo che gli architetti e gli urbanisti – scrive l’autore in questo articolo pubblicato in originale dall’Osservatore Romano – piuttosto che procedere a operazioni di rigenerazione, che significano sempre interventi su manufatti, dovrebbero cercare soluzioni di ri-abitare, ovvero di ricostruire comunità creando le condizioni di riprodurre i luoghi ove si genera la vita”.

 

Enzo Scandurra

 

Partirò da una riflessione di Carlo Maria Martini, appena giunto in Gerusalemme: «…io sono nato qui, a Gerusalemme […] Mi pareva di essere davvero nato lì, di essere sempre vissuto a contatto con quelle pietre». E tuttavia Martini non cercava l’utopia di una città ideale, ma un ideale di città, dove ci fossero spazi di silenzio anche nel centro della città e dove ci fossero piazze in cui la gente potesse ritrovarsi per capirsi e scambiare i doni intellettuali e morali di cui nessuno è privo. Gerusalemme, la città, dunque, come luogo di amicizia, dell’ospitalità, la città dello shalom, la pace (C. Maria Martini, Verso Gerusalemme, Milano, Feltrinelli 2002, p. 28).

 

Quando un greco parla di polis intende anzitutto la sede, la dimora, dove una persona ha le proprie radici. Un giorno, durante un convegno, don Franzoni, l’animatore della comunità di San Paolo, mi chiese quasi a bruciapelo: «qual è la differenza tra giaciglio e letto?». Allora non seppi rispondere e ci misi anni per capirlo. La modernità, questa modernità, ha introdotto una cesura tra i due termini. Il giaciglio è la dimora, il letto è invece definito dalla sua funzionalità: il posto dove dormire. Più in generale le nostre case sono mini appartamenti standardizzati sparpagliate nelle grandi periferie.

 

Noi occidentali viviamo tutti in questi alloggi circondati da centri direzionali, uffici, centri commerciali, strade, viali, aree di sosta o di traffico, spesso isolati da alte mura e provviste di videocitofoni, in una desolante solitudine.

 

Ma il luogo dell’abitare non è l’alloggio così come il giaciglio non si riduce al letto. L’abitare non è vivere in un alloggio dove si guarda la televisione, si mangia e si dorme. Il luogo dell’abitare è la città dove ci si incontra, ci si riconosce, dove si celebrano feste e dove si rinnovano amicizie.

 

Non abbiamo bisogno di spazi, ma di luoghi, perché lo spazio è il cadavere dei luoghi: quello spazio cartesiano, isotropo, misurabile e senza confini.

 

Anche i nomadi avevano i loro luoghi: i grandi tappeti che li seguivano sempre durante i loro spostamenti, quei tappeti che marcavano i territori ed indicavano l’abitazione del nomade. «Il luogo è un insieme di relazioni, di legami, magari controversi e mutevoli», afferma l’antropologo Vito Teti, «eppure indispensabili. Nel paesaggio acronico dell’infanzia si formano la nostra esperienza estetica e percettiva e la nostra soggettività, il rapporto con gli oggetti e le relazioni con il mondo e con le persone. In quell’intercapedine che sfugge alla misura ferrea del divenire accadono epifanie, stupefazioni e profezie» (V. Teti, La Restanza, Milano, Mondadori 2022, p. 22).

 

Anche Cesare Pavese avvertiva l’esigenza di un paese, ovvero di un luogo nel quale tornare: un paese ci vuole, scriveva, aggiungendo: se non altro per andarsene via.

 

Oggi la metropoli ci riserva contenitori e spazi attraversati da flussi: di merci, di folle di consumatori: «È l’avvento del numero, è il flusso continuo della folla tessuto fitto come una stoffa senza strappi, né rammendi, composto da una moltitudine di eroi quantificati che perdono nome e volti divenendo il linguaggio mobile di calcoli e razionalità che non appartengono a nessuno. Fiumi di numeri lungo le strade» (M. De Certeau, Linvenzione del quotidiano, Roma, Ed. Lavoro 1990). Uno spazio indifferenziato dove non è possibile rinvenire dei luoghi.

 

Ma gli uomini non abitano flussi, essi restano ancorati ai luoghi. I luoghi costituiscono le nostre dimore, perché essi producono comunità viventi. C’è un nesso inestricabile tra comunità e luoghi: senza le prime non si danno le seconde e viceversa.

 

Che cosa abitiamo oggi? Abitiamo condomini, siamo delle persone indifferenti le une alle altre che però coabitano in una città che ha perduto il suo valore simbolico, in una città senza confini, in un continuum senza luoghi: questo è il territorio postmoderno. Marc Augè ha inventato la distopia dei non-luoghi: aeroporti, stazioni, caselli autostradali, centri commerciali e direzionali: spazi di attraversamento dove al massimo si scontrano corpi, si producono urti, senza scambiarsi nulla, senza che ci siano relazioni umane.

 

A tal proposito Papa Francesco afferma: «La sensazione di soffocamento prodotta dalle agglomerazioni urbane e dagli spazi ad alta densità abitativa, viene contrastata se si sviluppano relazioni umane di vicinanza e di calore, se si creano comunità, se i limiti ambientali sono compensati nell’interiorità di ciascuna persona, che si sente inserita in una rete di comunione e di appartenenza. In tal modo, qualsiasi luogo smette di essere un inferno e diventa il contesto di una vita degna» (Papa Francesco, Laudato sì, Segrate, Piemme 2015, p. 149).

 

In altri termini, si chiede Cacciari, il territorio postmoderno è la negazione di ogni possibilità di luoghi oppure potranno inventarsi luoghi propri nel tempo in cui la loro vitalità sembra essere negata? È la fine di ogni forma di comunità?

 

«Dovremmo pensare a una rinnovata dimensione dell’idea di casa, di domus, che sia inclusiva e dialogica. Immagino una casa i cui muri possano parlare continuamente di me, di noi, a “dire” una storia, ma la immagino con le porte sempre aperte. Della nostra disponibilità all’accoglienza ormai dipende non solo il futuro, ma anche la partita, altrettanto importante, della salvezza della nostra memoria» (La Restanza, p. 74).

 

Credo che gli architetti e gli urbanisti piuttosto che procedere a operazioni di rigenerazione, che significano sempre interventi su manufatti, dovrebbero cercare soluzioni di ri-abitare, ovvero di ricostruire comunità creando le condizioni di riprodurre i luoghi ove si genera la vita. Ristrutturare e recuperare è solo una parte di questo problema e nemmeno la più importante.

 

A questo proposito mi viene in mente un esempio (storico) illustre. Dopo la pubblicazione del libro di Carlo Levi, Cristo si è fermato ad Eboli, a livello nazionale, soprattutto per merito di Adriano Olivetti si diffonde l’esigenza di mettere fine alla “vergognosa” condizione abitativa dei Sassi di Matera. Sociologi, ingegneri, architetti, antropologi formano un gruppo di studio per elaborare il progetto La Martella, località a pochi chilometri da Matera. Il Capo gruppo degli architetti è il Prof. Federico Gorio che, molti anni dopo, farà queste amare considerazioni: «Inizialmente colpito dalle condizioni di arretratezza e di degrado in cui mi era apparsa la città a una prima visita, decisi di approfondire questa conoscenza — e le relazioni sociali e comunitarie che legavano i suoi abitanti — della realtà dei Sassi. Nei “Sassi” era praticata una particolare civiltà: la civiltà del vicinato, fatta di relazioni dense, di promiscuità, di rapporti di solidarietà. Una civiltà non esportabile in un altro contesto urbano, un “ordine umanissimo” come dirà Gorio attraversandoli: si scende ancora per gli scoscesi vicoli dei Sassi e quello che era sembrato un disordine inumano, impenetrabile alla nostra comprensione come l’intrigo di una vegetazione selvaggia, si dimostra un ordine umanissimo che aveva solo la peculiarità di essere diverso dal nostro . Quanti urbanisti e quanti sociologi cercano invano la pietra filosofale dell’unità di vicinato, cioè di quell’ideale nucleo di più famiglie che l’affiatamento sociale oltre che il destino della convivenza tiene in sesto […]. Ebbene, la vita nei Sassi di Matera, esempio raro, è organizzata secondo una fitta struttura di legami socialmente e topograficamente individuati e circoscritti che la suddividono in tante unità di vicinato» (F. Gorio, Il mestiere di architetto, Roma, Edizioni dell’Ateneo, 1968, p.53). Concludendo con la riflessione di Carlo Maria Martini, potremmo dire: in fondo la mia casa è dovunque, è qui, è memoria, è esilio.

 

 

Fonte: L’Osservatore Romano – 10 dicembre 2022

[Articolo qui riproposto integralmente per gentile concessione del quotidiano della Santa Sede]

I POPOLARI ACCUSANO LA CRISI DEL PD. HA SENSO DIVIDERSI TRA BONACCINI E SCHLEIN O TACERE GLI ERRORI DI D’AMATO?

 

La crisi del Pd, ultimo approdo dei Popolari, ingenera la consapevolezza di un tempo nuovamente inquieto. Ciò che avviene nelle regioni, specialmente nel Lazio, getta discredito sui Dem. Per i “testimoni del popolarismo” si apre un tempo di riflessione. Bisogna reagire alla suggestione del pessimismo, senza commettere l’errore di un affidamento alla logica dell’improvvisazione.

 

Lucio D’Ubaldo

 

L’anima popolare, vivace e creativa nel passaggio di fase negli anni ‘90, appare oggi intristita. L’ombra della frustrazione si allunga, preme la sensazione di solitudine, crollano i punti di riferimento. La crisi del Pd, ultimo approdo a difesa di una originalità di visione, ingenera la consapevolezza di un tempo nuovamente inquieto. Non è infatti eccitante parteggiare per Bonaccini o Schlein, quando l’intelaiatura ideale della disputa si riduce a un enfatico contenzioso sulla rigenerazione della sinistra. Nel frattempo, a cagione di questa incertezza nel rimodulare la strategia del riformismo, le forze di governo consolidano la presa sull’elettorato: i sondaggi, anche a dispetto di un certo affanno nella gestione corrente, registrano  l’apprezzamento per l’operato di Giorgia Meloni.

 

Si dice che la parola debba tornare alla base. Eppure, a seguire le imprese della periferia, lo spettacolo del Pd non invita a pensieri rassicuranti. Va bene in Lombardia reagire al trasformismo della Moratti, mettendo anche a nudo l’incongrua esuberanza del Terzo Polo; bene anche l’apertura, comunque, all’alleanza con i riformisti, come si palesa nel Lazio; ma in entrambi i casi i candidati – Majorino e D’Amato – appaiono i banditori di una sconfitta annunciata. Quale carisma nascondono – ci si chiede – perché la dirigenza locale in essi riponga speranza? Sono in grado di spostare consensi, aprendo un varco nel blocco della destra? A dubitare non si commette errore. In realtà, i gruppi dirigenti locali mirano con il consenso della base – ci sono segnali contrari? – a preservare le condizioni della (loro) sopravvivenza.

 

Latita il progetto politico, quello autentico e sofferto, tanto da lasciare spazio a piccole astuzie. Si gioca con gli artifici. D’Amato, ad esempio, immagina di allargare il campo dando vita a ben due “liste del Presidente”, con l’unica certezza di una totale dêbacle dei candidati coinvolti, a tutto vantaggio della nomenclatura del Pd. Chi conosce la tecnica elettorale, sa come si acciuffa un seggio in extremis, grazie ai cosiddetti resti. Tutto ciò che si vede, specie nelle provincie del Lazio, è l’appiattimento sulla logica di candidature modeste, tanto per non disturbare i detentori di voti clientelari. In più si fa mostra di cadere dal pero alla notizia di una squallida orchestrazione di nomine, per giunta a fine legislatura, in nuovi enti di gestione.

 

Ora, se tale è lo scenario, sembra difficile che il popolo di centro sinistra trovi un motivo di mobilitazione. È probabile invece che aumenti l’astensionismo, motore aggiuntivo di una destra già forte di suo, nel quale finirà per trovare il suo disperato rifugio quel mondo ostile alla destra e non per questo disposto, tuttavia, a riporre fiducia nella sinistra, specie quando essa è solo…sinistra. In questo buco nero della democrazia, così come organizzata e vissuta nell’ora presente, viene risucchiata la soggettività di un elettorato ormai senza partito e persino senza coalizione. E quanti possono considerarsi, pure con umiltà, i testimoni del popolarismo, secondo la linea riformatrice che muove da Sturzo e avanza con De Gasperi, per distendersi poi nella lezione di Moro, sanno di dover reagire alla suggestione del pessimismo. Bisogna farlo con serietà, senza fretta, perché  il tempo attuale obbliga alla riflessione e al raccoglimento, non già alla proliferazione di fantasie occasionali.

PD, UN PROBLEMA DI CREDIBILITÀ. L’APPROFONDIMENTO DELLA RIVISTA “IL MULINO”.

 

Dal partito egemonico del centrosinistra ci si aspetta la capacità di coniugare crescita economica, transizione ambientale e riduzione delle diseguaglianze. Come mai allora il Pd non ci è riuscito?

 

Norberto Dimore

 

Il Pd è sotto assedio. Alla sua sinistra è insidiato dal Movimento 5 Stelle, che lo incalza su questioni redistributive e ambientaliste, mentre alla sua destra deve tenere testa al Terzo Polo, che lo sfida sui temi della crescita economica e dell’efficienza. L’attacco concentrico contro il Pd è visto con favore e sostenuto indirettamente dalla coalizione di destra-centro. Se il Pd dovesse sciogliersi o anche solo perdere il suo ruolo egemonico nel centrosinistra, questa coalizione non avrebbe di fronte a sè sfidanti politici di peso, in grado di scalzarla dal governo. Una sinistra in cui il Movimento 5 Stelle giocasse il ruolo di perno non avrebbe un programma credibile e sarebbe destinata a una sterile opposizione. Un centro-centrosinistra guidato dalla coppia Calenda-Renzi non avrebbe nessun ancoraggio popolare e risulterebbe permanentemente minoritario. Per questo la coalizione di destra-centro vede con malcelato favore il modo in cui queste due forze hanno trasformato il centro-sinistra in generale e il Pd in particolare in un campo di Agramante.

 

Naturalmente la logica e il buon senso vorrebbero che il partito egemonico del centrosinistra fosse un partito in grado di coniugare in modo coerente crescita, transizione ambientale e riduzione delle diseguaglianze. Sulla carta il Pd, per la sua natura e per la sua storia, dovrebbe essere questa forza.

 

Come mai allora non è riuscito a far passare questo messaggio? Certo, l’assenza di alleanze che potessero far vincere il centrosinistra ha avuto un effetto smobilizzatore. Inoltre, la divisione in correnti sempre più autoreferenziali e molto fameliche in posti di potere è anch’essa un’importante determinante dell’insuccesso del Pd. Ma questi fattori, per quanto importanti, spiegano solo in parte la crisi che sta attraversando il Partito democratico. A mio avviso c’è un elemento ancora più importante, legato allo iato che si è creato tra le priorità annunciate e quello che il Pd è riuscito effettivamente a realizzare. È questa disconnessione che ha allontanato progressivamente l’elettorato popolare dal partito e aumentato l’insoddisfazione dei militanti. Per ridurre questo iato e riacquistare credibilità, il Pd deve affrontare e risolvere due problemi fondamentali: il primo è retrospettivo mentre il secondo è di prospettiva.

 

Partiamo dal problema retrospettivo. Se il Pd vuole che il suo approccio comprensivo ai problemi del Paese sia credibile, deve fare i conti con il suo passato. Se si fa un consuntivo dei suoi quindici anni di esistenza (di cui dieci al governo), il Pd ha certamente al suo attivo una gestione oculata della politica economica. Nel periodo della crisi del debito sovrano, il suo appoggio alle politiche del governo Monti è stato essenziale per evitare l’arrivo della Troika in Italia. Così come il fatto che guidasse il ministero delle Finanze nel governo Conte II ha fornito le rassicurazioni necessarie per convincere gli altri Paesi europei a varare Next Generation Eu. Infine, il sostegno convinto all’agenda Draghi ha contribuito a far sì che il Paese si riprendesse rapidamente dallo shock della pandemia. In questi quindici anni il Pd è stato dunque un buon partito pompiere.

 

Se il Pd presenta un bilancio positivo nella gestione macroeconomica del Paese, non è però riuscito a far uscire l’Italia dalla stagnazione in cui si trova da più di due decenni. La massa critica delle riforme per le quali viene ricordato (nel bene e nel male) hanno avuto luogo durante il governo Renzi, come Industria 4.0, che fu una riforma che ha aiutato l’industria italiana. Tuttavia, il Pd può solo parzialmente appropriarsene perché i due principali protagonisti (Renzi e Calenda) sono scappati con la palla (copyright di Renzi). Altre riforme come quelle della pubblica amministrazione e dell’istruzione non hanno prodotto i risultati desiderati, deludendo importanti constituencies del partito. Il Jobs Act ha reso più flessibile il mercato del lavoro, adattandolo alle trasformazioni intervenute nel sistema produttivo italiano. Tuttavia, è stato anche un vulnus a tutt’oggi non rimarginato sia con i sindacati sia con una parte significativa del mondo del lavoro dipendente. Se si voleva evitare questa frattura, si sarebbe dovuto introdurre in parallelo misure vigorose volte a ridurre le diseguaglianze e a fornire tutele alle fasce più deboli della popolazione. Il bonus degli 80 euro andava in questa direzione, ma era ampiamente insufficiente. Inoltre, in alcuni momenti, il governo Renzi andò addirittura nella direzione opposta, per esempio con l’abolizione della tassa sulla prima casa, una misura populista con effetti regressivi sul sistema fiscale, che indebolì la credibilità del Pd sulla questione cruciale dell’equità fiscale.

 

 

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VUOTO DI POTERE? IL DECLINO DELLA LEGA FA EMERGERE IL FALLIMENTO DELLA LEADERSHIP DI MATTEO SALVINI.

 

“Se Enrico Letta ha perso le elezioni, Matteo Salvini è stato annientato. Dico Salvini perché è lui il responsabile di questo risultato […] Quale sarà il destino di Salvini lo scopriremo da qui ai prossimi sette otto mesi. Vedremo se si risposterà sul piano degli interessi del nord o se continuerà nella assurda richiesta di realizzare quel vuoto sogno tra Scilla e Cariddi. 

 

Gianfranco Moretton

 

Se è vero che il Pd alle politiche ha perso, chi ha davvero sorpreso negativamente è il risultato della Lega di Salvini.

 

Il Pd, grossomodo, è rimasto sulle cifre percentuali dei quattro anni precedenti, mentre la Lega è precipitata dal 34% del 2019, all’8% del 2022. In tre anni ha perso tre quarti del suo potere politico. I suoi voti sono stati tutti travasati in Fdi.

 

Se Enrico Letta ha perso le elezioni, Matteo Salvini è stato annientato. Dico Salvini perché è lui il responsabile di questo risultato. La fortuna del capo leghista va riconosciuta totalmente al fatto che nelle Regioni del nord, i Presidente delle stesse sono particolarmente stimati. A dir il vero, stimati sono Luca Zaia e Massimiliano Fedriga, mentre Attilio Fontana è caduto anche lui in qualche disgrazia.

 

Se Salvini si batte ancora per la realizzazione del ponte sullo stretto di Messina, smarrirà ulteriormente le sue già flebili forze nei territori più fertili per il partito del carroccio. Non a caso Umberto Bossi, qualche giorno fa, ha lanciato un allarme proponendo un’area di pensiero ricollegabile alle vecchie radici di quel partito.

 

In tutto questo, i Presidenti di Regione, svettano per capacità amministrative e mantengono sempre alto il loro gradimento nelle due rispettive Regioni del Veneto e del Friuli Venezia Giulia. Non è da escludere che abbiano tentato di fare uno sgambetto a Fedriga, dei due, sicuramente il più debole. Difficile dare una spallata al Veneto Zaia, ma non escludo abbiano tentato di far la foglia a quello più spinto ad est.

 

Dentro la Lega, quindi, si vivrà, da qui alle prossime regionali, una fastidiosa tensione. Tensione tra il potere acquisito da Massimiliano Fedriga, il quale intende proporre una sua lista, e la scalcagnata condizione leghista della nostra regione. 

 

Non c’è alcuna guida politica che sappia governare il pur significativo pacchetto di voti del carroccio. Qui, da noi [in Griuli Venezia Giulia, ndr], l’interesse di addensa totalmente sulla figura del Presidente della regione. D’altro non c’è nulla.

 

Quale sarà il destino di Salvini lo scopriremo da qui ai prossimi sette otto mesi. Vedremo se si risposterà sul piano degli interessi del nord o se continuerà nella assurda richiesta di realizzare quel vuoto sogno tra Scilla e Cariddi. 

 

Se le liste dei Presidenti dovessero far impallidire le cifre raccolte dalla Lega, Salvini potrebbe avere qualche spiacevole inconveniente. 

 

Troppi nodi si sono presentati al pettine, troppi cattivi risultati si sono accumulati negli ultimi due anni, sfiancata ormai la sua figura di leader, potrebbe capitare che oggi quello che è outsider, sia in grado di disarcionare colui il quale sta infilando una serie infinita di risultati negativi.

MONETA DIGITALE, NON CREDITI SOCIALI.

 Il dibattito va riportato a quella che appare come la vera posta in gioco nel rapporto tra moneta fisica e moneta digitale, ovvero il modello di società che si intende costruire, rispetto al quale le nuove forme che può assumere la moneta altro non sono che strumenti.

 

Giuseppe Davicino

 

La discussione intorno all’uso del contante appare viziata da grosse semplificazioni di carattere ideologico al punto da assomigliare di più ad una fiera di opposti pregiudizi che ad un dibattito ragionato sui problemi posti dalla moneta digitale. E spesso finisce per degenerare in uno scontro sulle preferenze personali riguardo alle modalità di pagamento o addirittura nella criminalizzazione di intere categorie lavorative come baristi, taxisti, idraulici. E così si fatica a vedere come moneta digitale non sia in sé sinonimo di trasparenza, dato che nel mondo d’oggi  la gran parte delle transazioni per attività criminali e di riciclaggio, di evasione fiscale per centinaia di miliardi avviene con forme di moneta non cartacea come le criptovalute e che i grandi gruppi finanziari, con le loro holding dislocate nei paradisi fiscali, danno di gran lunga il maggiore contributo all’evasione fiscale. I soldi tutt’al più possono servire ancora a riempire dei sacchi di tangenti.

 

Per tale ragione credo che il dibattito vada riportato a quella che è la vera posta in gioco nel rapporto tra moneta fisica e moneta digitale, ovvero il modello di società che si intende costruire, rispetto al quale le forme della moneta altro non sono che strumenti. Negli anni discorso si è fatto più complesso per effetto di nuove funzioni offerte dalle tecnologie digitali, che hanno reso possibile introdurre accanto alla normale moneta non cartacea, quella usata dalle carte di credito, un altro tipo di moneta digitale, diverso e non paragonabile  a quello attuale.

 

Questa nuova valuta digitale in corso di introduzione è la Moneta Digitale delle Banche Centrali, meglio nota con l’acronimo inglese CBDC, che nel nostro caso sarà l’Euro digitale. La Commissione Europea ha illustrato, durante i lavori di una conferenza congiunta con la Bce, tenutasi lo scorso 7 novembre a Bruxelles, lo stato di avanzamento dell’Euro digitale. Già l’anno prossimo l’Esecutivo Ue intende presentare una proposta legislativa sull’Euro digitale e le previsioni più ottimistiche indicano la sua adozione come possibile già entro il 2026 . La nuova moneta potrà essere emessa dalla Bce sia tramite il sistema creditizio sia in modo diretto ovvero, scavalcando le banche, direttamente ai cittadini, sarà completamente tracciabile in ogni passaggio di mano compiuto da ciascuna sua singola unità, anche se da Francoforte assicurano di non esser interessati a vedere fin nei minimi dettagli come le persone spendono i propri soldi,  e non potrà essere convertita in contante.

 

Fondamentale per il tipo di società che avremo in futuro, sarà la definizione delle proprietà di questo Euro digitale. Si dovranno fare delle scelte tra ciò che questa valuta consente di fare (ed è facile prevedere che vi saranno pressioni fortissime per farlo) anche se comporta una non marginale riduzione di diritti, e ciò che è utile fare perseguendo il bene comune ed evitando che divenga l’anticamera del sistema cinese dei crediti sociali.

 

Lo scoglio maggiore da superare appare quello della condizionalità della moneta delle banche centrali. Caratteristica che può mutare il concetto di uso corretto del denaro da strumento di libertà a strumento di una nuova forma di autoritarismo da stato etico. Se la fruibilità dell’Euro digitale fosse posta in relazione a variabili riguardanti aspetti come eventuali pendenze nel rapporto tra cittadino e pubbliche amministrazioni, la posizione previdenziale, la cartella clinica, la composizione del nostro carrello della spesa, o addirittura le opinioni espresse dai cittadini, assisteremmo a una surrettizia trasmutazione dei nostri sistemi di governo.

 

Ecco perché il modo superficiale con il quale nel dibattito pubblico si sta affrontando il tema dell’uso del contante, non appare rassicurante sulla capacità della politica di riuscire a gestire e a governare nel rispetto dei principi umanistici scolpiti nella Costituzione, le radicali trasformazioni tecnologiche in atto.

 

Tra la strategia della destra che punta a sistemi di governo autoritari per gestire la perdita di diritti e di benessere che un uso distorto delle nuove tecnologie comporta   per la maggior parte della popolazione, e la strategia della sinistra che si illude di poter gestire la nuova questione sociale con le armi della sorveglianza digitale, credo si debba ricercare una via diversa, ispirata alla tradizione dell’umanesimo occidentale e all’Insegnamento sociale della Chiesa. La persona umana è stata creata libera e non potrà mai, se non attraverso nuove terribili forme di dispotismo e solo come bruto dato di fatto e non ontologicamente, esser privata del libero arbitrio, esser ridotta a obbedire come un cane a qualsivoglia capriccio dei gruppi dominanti.

 

Occorre prepararci per tempo a questo tipo di discussione con un atteggiamento di fiducia e di apertura al progresso, perchè già nel 2023 potrebbe partire l’iter legislativo della moneta digitale della banca centrale a livello  comunitario e tra gli stati membri.  Tocca innanzitutto alle forze popolari, in alleanza con quei settori sani delle élites che molto bene hanno operato nel precedente governo, dare un contributo che consenta di valutare i rischi e le opportunità delle nuove tecnologie applicate all’ambito monetario, capace di rispondere alle preoccupazioni dei cittadini, scegliendo le applicazioni che sono al servizio del bene comune e dei diritti inalienabili delle persone e dei corpi sociali e respingendone gli usi contrari alla dignità umana.

IL RUOLO DELLA CLASSE DIRIGENTE

 

Alcune condizioni sono necessarie perché si possa recuperare il senso effettivo dell’essere classe dirigente. Dal cattolicesimo democratico e popolare vengono stimoli che fanno della ripresa d’iniziativa politica, autonoma e responsabile,  non più un miraggio. “Assentarsi ancora una volta – sostiene Merlo – o consolidare un ruolo di mero gregariato come avviene in alcuni partiti, ad esempio nel Pd, sarebbe realmente un “peccato di omissione” come recitava uno storico passaggio contenuto nella lettera Apostolica del 14 maggio 1971 “Octogesima Adveniens” scritta da Papa Paolo VI”.

 

Giorgio Merlo

 

C’è una vecchia battuta di Carlo Donat-Cattin ad un convegno di Saint-Vincent alla fine degli anni ‘80 che conserva una bruciante attualità. E cioè, “corriamo il rischio di avere una classe dirigente dove il criterio della cooptazione dall’alto prevale su quello della selezione democratica dal basso”. Una frase accompagnata anche da considerazioni più pepate dove lo statista piemontese usava il sarcasmo più sferzante ed impietoso contro “certe classi dirigenti improvvisate nelle quali, appunto, il tempo della selezione appariva più rapido del tempo della legittimazione democratica”.

 

Ho voluto ricordare questo passaggio, peraltro pronunciato in una fase storica dove c’erano ancora i grandi partiti popolari e dove le culture politiche e le stesse classi dirigenti non erano lontanamente paragonabili al “nulla della politica” di questi ultimi anni provocati e generati dall’irruzione del populismo di marca grillina. Eppure il capitolo della classe dirigente continua a pesare come un macigno sulla credibilità della politica e sull’autorevolezza di chi guida le istituzioni. A tutti i livelli. Ma la qualità della classe dirigente politica c’è solo se vengano attivati, e quindi riscoperti, alcuni tasselli decisivi che permettono di raggiungere quell’obiettivo.

 

E, su questo versante, sono almeno tre gli aspetti qualificanti e necessari che devono essere visibili se si vuol raggiungere quel risultato. Innanzitutto devono esserci i partiti. Cioè i partiti popolari e democratici. E quindi, e di conseguenza, basta con i partiti personali e del capo e con i cartelli elettorali. In secondo luogo le classi dirigenti, come diceva Donat-Cattin in quello storico convegno di Sain- Vincent, non si improvvisano. Senza scuole di formazione e senza maturare la vocazione politica direttamente sul campo, cioè nei gangli vitali e conflittuali della società, non ci può essere classe dirigente adeguata e sufficientemente credibile. In ultimo, ma non per ordine di importanza, sono indispensabili le culture politiche. Ovvero, il ritorno, seppur aggiornato e rivisto, dei grandi filoni ideali che non sono affatto fuori moda o fuori tempo.

 

Insomma, tre condizioni basilari e decisive per cercare di far decollare una classe dirigente degna di questo nome. E, al riguardo, si tratta di condizioni che non sono affatto estranee al modo d’essere e dell’agire concreto di alcuni settori della nostra società. Penso, nello specifico, alla tradizione e alla storia del cattolicesimo politico e sociale. Tre condizioni fortemente intrecciate con quello che storicamente sono stati e che hanno concretamente rappresentato i cattolici popolari e sociali nella cittadella politica italiana. E nella stagione contemporanea recuperare e rilanciare quel giacimento ideale è, forse, il più grande contributo che quella cultura politica può fornire alla politica nel suo complesso.

 

Assentarsi ancora una volta, o consolidare un ruolo di mero gregariato come avviene in alcuni partiti, ad esempio nel Pd, sarebbe realmente un “peccato di omissione” come recitava uno storico passaggio contenuto nella lettera Apostolica del 14 maggio 1971 “Octogesima Adveniens” scritta da Papa Paolo VI. E questo lo impone, credo, proprio la nostra cultura, la nostra storia e la straordinaria classe dirigente che ci ha preceduti, fatta di donne e di uomini che sono stati al contempo leader politici e statisti nella lunga storia democratica del nostro paese.

TRATTIVD DI PACE IN UCRAINA, TRA FANTASIE E REALTÀ. IL PUNTO DI VISTA DI JEAN SU FORMICHE.

 

Durante la guerra non cessa la diplomazia tradizionale. Essa ricerca le condizioni che consentano di sostituire i negoziati ai combattimenti o di evitare lescalation di questi ultimi. Al momento, per comprendere cosa accadrà, bisognerà aspettare, forse, la primavera. Lanalisi del generale Carlo Jean.

 

Carlo Jean

 

Molti incominciano a essere stanchi della guerra in Ucraina. Tutti cercano di uscirne fuori, ma sono prigionieri delle decisioni che hanno preso. Nessuno vuole – e spesso non può – perdere la faccia e riconoscere di essersi sbagliato e che è disponibile ad accettare i compromessi, indispensabili in ogni negoziato. Tutti sanno che il conflitto potrà risolversi solo con trattative di pace. Nessuno vuole sbilanciarsi, definendone precondizioni realistiche. Per rafforzare le proprie posizioni negoziali e il consenso della propria opinione pubblica, tutti sono portati a dichiarare irrinunciabili i propri obiettivi e ad affermarsi sicuri della vittoria finale. Non è che la diplomazia sia scomparsa e che sia stata scacciata dal conflitto. Contrapporre armi e diplomazia è errato. Entrambi sono strumenti della politica e agiscono in modo coordinato fra loro. La strategia militare, cioè le cannonate, è una forma particolare di diplomazia, meno “carina” di quella che opera con negoziati e messaggi. Durante la guerra non cessa la diplomazia tradizionale. Essa ricerca le condizioni che consentano di sostituire i negoziati ai combattimenti o di evitare l’escalation di questi ultimi. Lo dimostrano i recenti incontri in Turchia fra i direttori della Cia e dell’Svr e, a Bali, fra Joe Biden e Xi Jinping. Gli sforzi diplomatici hanno un limite insormontabile: nessuno intende rischiare di perdere al tavolo dei negoziati quanto ha conquistato o spera di conquistare sul campo di battaglia. Se non ne esistono le condizioni, la richiesta di negoziati prematuri, urlata nelle piazze, è pura retorica.

 

Cresce comunque – e non solo in Europa – la preoccupazione che il conflitto si prolunghi. Lo ha ripetuto recentemente Vladimir Putin. Essa è giustificata, ma è difficile individuare una soluzione che ne renda possibile la fine. Una tregua d’armi, cioè un temporaneo “cessate il fuoco”, è improbabile. Faciliterebbe troppo Mosca, che deve addestrare i riservisti richiamati in servizio e riorganizzare le sue forze e la sua logistica. Una pace duratura è resa difficile dal fatto che l’aggressione russa all’Ucraina non ha mai, sin dal suo inizio, riguardato la sola Ucraina. Ha riguardato anche l’architettura del sistema di sicurezza europeo e, in senso più ampio ancora, le regole che governano l’ordine internazionale dalla pace di Westfalia. Mosca, infatti, contesta il principio della piena sovranità degli Stati che farebbero parte della sua “irrinunciabile” fascia di sicurezza. Essi non potrebbero scegliersi gli alleati che desiderano. Contesta poi il diritto dell’Ucraina di esistere e di conservare la sua integrità territoriale, peraltro garantita nel Memorandum di Budapest del 1994, nel quale Usa, Uk e Russia avevano riconosciuto le ragioni di Kiev, in cambio della sua cessione a Mosca del paio di migliaia di armi nucleari strategiche rimaste sul territorio ucraino. Resta infine sospeso il problema dell’identità stessa della Russia. Essa è sempre stata un impero multietnico, ma dovrebbe trasformarsi in uno Stato come tutti gli altri, ridimensionando tra l’altro il senso quasi mistico della sua missione universale, derivatole dall’Ortodossia e dai suoi legami con la politica. Un processo di pace non può quindi essere limitato all’Ucraina. Va allargato agli aspetti sopra ricordati. Per poterli risolvere, deve coinvolgere anche la Cina. La questione dovrebbe essere affrontata nella sua globalità nella Conferenza di Parigi del 13 dicembre. Essa dovrebbe anche approfondire il problema della dissociazione di molti Stati del Sud del mondo da quelli euro-atlantici, sintomo dell’esistenza di un profondo risentimento verso l’Occidente, forse accresciutosi per i ritardi degli aiuti di quest’ultimo ai primi per la lotta al Covid.

 

L’aggressione all’Ucraina è stata preceduta il 17 dicembre 2021 da una lettera del Cremlino agli Usa e alla Nato – in realtà da un ultimatum – con cui si intimava loro di ripristinare la situazione esistente nel maggio 1997, modificando gli accordi Solana-Primakov sul “Nato-Russia Founding Act”, minacciando in caso contrario un attacco all’Ucraina e ventilando anche un ricatto nucleare. Verosimilmente, le due lettere di Mosca erano finalizzate a una giustificazione dell’aggressione all’Ucraina, non ad un negoziato. Era un ultimatum non proposta. Conteneva, infatti, condizioni chiaramente inaccettabili. Malgrado ciò, l’Occidente si era dichiarato disponibile il 26 gennaio a un negoziato nel Consiglio Nato-Russia, sottolineando i punti che era possibile discutere e quali no.

 

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https://formiche.net/2022/12/trattative-pace-ucraina-jean/

LE FIGLIE DELLA REPUBBLICA 2: ROSA GIOLITTI RACCONTA IL PADRE ANTONIO.

 

Un nuovo podcast della Fondazione De Gasperi. Per sapere di più sull’organizzazione e l’attività della Fondazione si può cliccare sul seguente link https://www.fondazionedegasperi.org

 

Redazione

 

Il nome Giolitti è indissolubilmente legato alla storia della democrazia liberale italiana. Un collegamento così solido e indissolubile che Antonio Giolitti spiazzò tutti quando scelse di aderire al Partito Comunista, una formazione lontanissima dalla sensibilità politica del nonno. La sua storia, raccontata nella quarta puntata della seconda stagione de “Le Figlie della Repubblica” è quella di un uomo che non ha mai avuto paura ad andare contro corrente.

 

A raccontarla in questo episodio è Rosa Giolitti, che ripercorre il ruolo da protagonista del padre nella storia del nostro Paese, prima tra le fila del PCI e poi tra quelle del PSI. Un uomo sempre fedele alle proprie idee e disposto a pagarne il prezzo, come ebbe modo di riconoscergli anche il presidente Giorgio Napolitano.

 

L’episodio può essere ascolto sul sito della Fondazione De Gasperi, cliccando qui, su Spotify e sulle principali piattaforme di podcasting.

 

Per un approfondimento si consiglia la lettura del seguente articolo pubblicato su “Mondoperaio” (6/2013)

https://academia.edu/resource/work/3773671

DALL’ANNO PROSSIMO I COREANI SARANNO ALMENO UN ANNO PIÙ GIOVANI. NOTA DI ASIANEWS.

 

Il governo ha deciso di eliminare il tradizionale metodo di conteggio dell’età in base al quale un bambino alla nascita ha già un anno. Il presidente Yoon Suk-yeol lo aveva promesso in campagna elettorale. Molti cittadini si sono detti a favore della decisione.

AsiaNews

L’altro Ieri la Corea del Sud ha eliminato il metodo tradizionale di conteggio dell’età per adattarsi agli standard internazionali, un cambiamento che sui documenti ufficiali renderà i cittadini di uno o due anni più giovani.

 

Per i coreani, infatti, un bambino quando nasce ha già un anno e gli anni successivi vengono aggiunti a partire dal primo gennaio. Per esempio, una persona nata il 20 dicembre 1995, oggi, 9 dicembre 2022, non dichiara di avere 27 anni, ma dice di averne 29. Questa è l’età che più comunemente viene citata nella vita di tutti i giorni. Esiste poi un secondo metodo di conteggio dell’età, utilizzato per la vendita di alcolici e sigarette e per il servizio di leva, in base al quale si conta a partire da zero, ma l’anno di età viene sempre aggiunto il primo gennaio. Nel nostro esempio quindi sarebbero 28 anni.

 

Dagli anni ‘60 è stato introdotto, per altri documenti legali, il sistema più utilizzato a livello internazionale, secondo cui si parte a contare da zero e gli anni vengono aggiunti il giorno del proprio compleanno.

 

Il governo ha deciso che a partire da giugno 2023, almeno sui documenti ufficiali, resterà in vigore solo il metodo di conteggio internazionale. “La riforma ha lo scopo di ridurre i costi socio-economici non necessari perché persistono controversie legali e sociali, nonché confusione a causa dei diversi modi di calcolare l’età”, ha dichiarato in Parlamento Yoo Sang-bum, deputato del People Power Party, il partito di governo. L’uniformazione del sistema di conteggio delle età era stata promessa in campagna elettorale dall’attuale presidente Yoon Suk-yeol, che considera i diversi metodi di calcolo un drenaggio di risorse.

 

Diversi critici ritengono inoltre che il sistema di conteggio coreano faccia apparire la Corea del Sud, potenza economica e tecnologica dell’Estremo Oriente, indietro rispetto ai tempi.

 

L’origine del sistema di calcolo coreano non è chiara: una teoria sostiene che venga preso in considerazione anche il tempo trascorso dal bambino all’interno dell’utero arrotondato a 12 mesi, altri ritengono invece che derivi da un antico sistema asiatico in cui non esisteva lo zero. Ancora più oscure sono le ragioni per cui gli anni successivi vengano aggiunti all’inizio dell’anno: secondo alcuni esperti in passato i coreani collocavano il loro anno di nascita all’interno del calendario cinese, per cui si invecchiava all’inizio di ogni ciclo lunare. In seguito con l’adozione del calendario gregoriano a livello internazionale sarebbe diventato uso comune aggiungere un anno di età a Capodanno.

 

Molti cittadini hanno accolto con favore la riforma del governo. “Chi non vorrebbe essere uno o due anni più giovane?”, hanno affermato.

 

ALLA RICERCA DEL VERO SENSO DELL’ESISTENZA. DIALOGO-INTERVISTA CON IL PROF. VITTORINO ANDREOLI.

 

L’uomo di natura – dice qui, a un certo punto, il famoso psichiatra – non ci piace, il mondo com’è neanche: qui il problema è di porsi il perché non ci piace più né l’uomo né il mondo. Si tratta del preludio di una piccola apocalisse: emerge il tema della ‘distruttività’, la condizione in cui non piacendomi ciò che c’è io spacco tutto, distruggo tutto e vado nel Metaverso. Dove ci può portare questa fuga? A mio parere questo genera la schizofrenia, la dissociazione.

Di seguito riportiamo la prima parte di questo dialogo-intervista, rinviando al link posto alla fine della pagina per accedere al testo integrale

Francesco Provinciali                                            

Prof. Andreoli trovo che sovente cadiamo nell’errore di cercare intorno a noi, nei beni materiali e nel desiderio del loro possesso lo scopo dell’esistenza, eludendo interrogativi profondi che riguardano invece il senso della vita anche nei suoi aspetti reconditi: le relazioni con gli altri, la fatica che accompagna ogni conquista, il dovere della responsabilità, fino al sacrificio e al dolore. Quali consapevolezze dobbiamo recuperare per nobilitare il nostro essere qui, nel mondo?

 

Vede, dottor Provinciali, io credo che ci siano momenti in cui forse devono prevalere la gioia, il gioco, la curiosità: insomma c’è anche un tempo per evadere, sono convinto che ci siano occasioni in cui il tempo diventa gradevole per l’esistenza e per l’uomo. Ci sono però situazioni di vita diverse in cui questi aspetti positivi non sono possibili perché bisogna passare dal ‘particulare’ – per usare un’espressione di Vico – al generale e quindi viene un tempo in cui è necessario dedicarsi alla ricerca del significato che ha l’uomo nel mondo e quindi reciprocamente al significato del mondo per l’uomo. In questo consiste la scoperta continua del senso della vita. Mi pare che noi dovremmo “essere dentro” questo tempo, per un motivo molto semplice: viviamo in epoca di crisi. Ora lei sa che ci sono crisi individuali che fanno parte dell’esistenza: ci sono conflitti in una parte che consideriamo positiva e altri che vanno affrontati e risolti. Fino a qualche tempo fa noi consideravamo tutti i conflitti da curare, da risolvere, questa era la lezione appresa da Freud e a lungo mantenuta. Oggi c’è una crisi dell’esistenza per ciascuno di noi: la fatica di vivere, le difficoltà che ci riguardano individualmente. Però ci sono crisi che non possiamo fingere che non esistano, eludendole, perché storicamente si caratterizzano per la loro periodicità: in passato abbiamo avuto due grandi crisi economiche, quella del 1873 – dopo la grande guerra franco-prussiana – e quella del 1929. La prima fu definita del ‘panico’, quella del 1929 della ‘depressione’: l’economia non funzionava e furono usati per descriverle due termini propri della psichiatria. Alla luce di quelle esperienze possiamo dire che oggi c’è una grande crisi economica la cui causa origina certamente dal contesto finanziario mondiale, dal crollo dei subprime in USA nel 2006 ma che ha poi subito l’enorme rallentamento dovuto alla pandemia, ed è la prima volta che accade in epoca moderna.  Questa mia premessa – rispetto alla sua domanda – vuole portare a questa conclusione: oggi è finito il tempo del giocare per capire chi siamo, perché se noi affrontiamo i singoli problemi e i bisogni individuali e specifici non arriveremo mai fuori dalla crisi epocale generale che riguarda il mondo. Oggi a me pare che il problema che noi abbiamo finora vissuto come tensione – essendo passati per lungo tempo da quella che Darwin chiamava ‘lotta per la sopravvivenza’, che è centrata sull’alimentazione, sulla difesa del territorio e sulla procreazione per far continuare la specie – riguardava il tema della ‘qualità della vita’ che ha un senso infinito e indefinibile, un mondo aperto dello stare sempre bene. Ora che cosa sta succedendo: che stiamo regredendo dalla qualità della vita alla sopravvivenza, la crisi significa perciò tornare indietro, ai bisogni di un tempo. Alcuni fanno finta che non ci sia la crisi mentre c’è qualcuno che sta male, non ha un posto di lavoro, le banche non gli fanno credito, non arriva a fine mese, non riesce a far fronte agli aumenti dei costi dell’energia, alle bollette da pagare, conseguenze anche della guerra in atto.

 

 

In questo contesto esistenziale di crisi e incertezze che Lei descrive possiamo considerare il tema della solitudine, che è come un caleidoscopio di sentimenti: c’è quella cercata per ritrovare se stessi, quella subita che può darci un senso di distacco e umiliazione, quella di chi è marginalizzato e avverte un vuoto di inadeguatezza e incomprensione. Questo stato d’animo, che ha ispirato poeti e artisti, mi pare accentuata negativamente in questa epoca di facilitazione della comunicazione – e questo è un paradosso – anche attraverso l’uso delle tecnologie. Rischiamo di essere fagocitati dai media e di perderci nella babele delle parole e dei luoghi comuni?

 

La questione posta è interessante e contiene molti spunti: mi permetta di esordire con una riflessione.

Il problema è di entrare nel merito: ‘chi è l’uomo’. Se noi vogliamo l’uomo ‘aumentato’, dandogli la possibilità di vedere in tre dimensioni, di ascoltare i suoni che abitualmente non avvertiamo, di leggere attraverso gli infrarossi dobbiamo allora chiederci: perché lo vogliamo così? Se la risposta è ‘non ci va bene questo mondo’: potrebbe essere questa la risposta. Lei in un suo recente scritto ha approfondito bene e con prudenza il tema del Metaverso: io in linea di principio sono terrorizzato dal Metaverso, ho accettato di andare a fare una relazione ad un convegno, ma ho chiesto un anno di tempo per approfondire. Vogliamo l’uomo aumentato? Un po’ lo abbiamo sempre cercato e voluto tale: lei pensi al tema della sessualità, senza il quale noi psichiatri moriremmo di fame…

Adesso si tratta di capire che se noi vogliamo l’uomo aumentato ciò significa che quello attuale non ci piace.

Lo vorremmo con un occhio dietro il collo per vedere cosa succede alle sue spalle? Con tre gambe?

Allora non ci piace neanche il mondo e per questo inventiamo il Metaverso che è un mondo che non c’è, che noi costruiamo perché vogliamo investire denaro, perché l’economia fa soldi anche nel virtuale.

L’uomo di natura non ci piace, il mondo com’è neanche: qui il problema è di porsi il perché non ci piace più né l’uomo né il mondo. Si tratta del preludio di una piccola apocalisse: emerge il tema della ‘distruttività’, la condizione in cui non piacendomi ciò che c’è io spacco tutto, distruggo tutto e vado nel Metaverso. Dove ci può portare questa fuga? A mio parere questo genera la schizofrenia, la dissociazione.

Io ho vissuto sessant’anni curando la schizofrenia e la dissociazione. Forse non ci sono riuscito? Il fatto che si vada nel Metaverso con il proprio avatar conferma ciò che la psichiatria da tempo ha scoperto: ci sono in noi due “io”. Se io mando nel Metaverso il mio avatar vuol dire che mi sto sdoppiando e devo curare questa dissociazione identitaria.

Clicca qui per leggere il testo integrale dell’intervista

 

Chi è Vittorino Andreoli


Psichiatra di fama mondiale, è stato direttore del Dipartimento di Psichiatria di Verona
Soave ed è membro della New York Academy of Sciences. È presidente del Section Committee on Psychopathology of Expression della World Psychiatric Association. Si oppone fermamente alla concezione lombrosiana del delitto secondo cui il crimine veniva commesso necessariamente da un malato di mente, e sostiene la compatibilità della normalità con gli omicidi più efferati. È autore di libri che spaziano dalla medicina, alla letteratura alla poesia, e collabora con la rivista Mente e Cervello e con il giornale Avvenire. Ha realizzato alcune serie di programmi, con puntate della durata di circa 30 minuti, dedicati agli adolescenti (Adolescente TVB), alle persone anziane (W i nonni) e alla famiglia (Una sfida chiamata famiglia).
Tra le sue opere, pubblicate con Rizzoli, ricordiamo 
Elogio dell’errore (2012, con Giancarlo Provasi), Il denaro in testa (2012), Le nostre paure (2011), Il rumore delle parole (2019) e Il futuro del mondo (2019). Nel 2014 esce L’educazione (im)possibile. Orientarsi in una società senza padri, e l’anno successivo Ma siamo matti. Un paese sospeso tra normalità e follia. Nel 2016 esce La mia corsa nel tempo, nel 2017 La gioia di pensare. Elogio di un’arte dimenticata (Rizzoli), Uomini di Dio. Un’indagine sui preti e il sacro (Piemme). Nel 2018 esce Il silenzio delle pietre (Rizzoli), Beata solitudine. Il potere del silenzio (Piemme) e Homo stupidus stupidus. L’agonia di una civiltà (Rizzoli). Pubblica poi con Solferino L’uomo col cervello in tasca (2019), Una certa età (2020), Fare la pace (2020), La famiglia digitale 2021, L’origine della coscienza (2021), La Psicologia del noi (2021), Storia del dolore (2022).

LA POVERTÀ, NUDA E CRUDA, SENZA IDEOLOGIE.

 

La forza finanziaria del RdC – ricorda l’autore – ha permesso di intervenire positivamente in una congiuntura complicata dalla pandemia e dal post-pandemia [….] Senza il RdC avremmo avuto almeno un milione di poveri in più I problemi di questo paese sono tanti, ma concentrare la colpa sui poveri per lo sciupio delle risorse pubbliche non è certo la scelta migliore: il nemico è la povertà, non il povero.

 

Roberto Rossini

 

I poveri sono da anni oggetto, e non soggetto, del dibattito pubblico. Lo sono soprattutto nelle versioni caricaturali del furbetto e del divanista, che sono comunque relativamente poche e quasi sempre scoperte. Degli altri – quelli veri – si parla poco, così come si parla poco di servizi sociali territoriali, di assistenti sociali e di progetti operativi del terzo settore.

 

Peraltro i poveri non sono pochi. Sì, pur sempre meno di uno su dieci cittadini italiani, eppure questi “uno” complessivamente fanno più di cinque milioni e mezzo, secondo l’Istat. I beneficiari del Reddito di cittadinanza sono invece poco più di tre milioni e mezzo, secondo l’Inps. Quindi significa che – a occhio e croce – una buona parte dei poveri rimane scoperta. Come si interviene?

 

Il contrasto più efficace contro la povertà era stato parzialmente avviato attraverso l’introduzione del Reddito di inclusione col governo Gentiloni. Diciamo “parzialmente” giacché, per quanto il disegno del provvedimento fosse adeguato, il finanziamento non lo era: poco più di due miliardi di euro. Quando la maggioranza Lega-M5S introdusse il Reddito di cittadinanza la situazione si ribaltò: un disegno meno adeguato ma un finanziamento più adeguato, oltre sei miliardi di euro. Chissà, forse l’ideale sarebbe stato avere il disegno sartoriale del ReI e il finanziamento congruo del RdC: per rivestire la nuda povertà serve il vestito giusto, che ha un certo costo.

 

La forza finanziaria del RdC ha permesso di intervenire positivamente in una congiuntura complicata dalla pandemia e dal post-pandemia. Senza il RdC avremmo avuto almeno un milione di poveri in più: lo ricorda Bankitalia riprendendo quanto dichiarato dall’Inps sulla base dei dati Istat. Bankitalia dice anche – a proposito di modernizzazione – che l’introduzione del RdC è stata una tappa significativa nell’ammodernamento del welfare del nostro Paese, nonostante le criticità. Questa valutazione è figlia di quanto affermato dalla Commissione Europea solo pochi mesi fa, quando chiese di modernizzare i regimi di reddito minimo, perché essi sono (stati) cruciali durante la pandemia e nell’attuale contesto di aumento dei prezzi dell’energia e dell’inflazione.

 

Ma la manovra di bilancio ha preso la strada opposta, annunciando la fine del RdC per il 2024 e il contemporaneo taglio del sussidio a coloro che, pur in condizioni (teoriche) di lavorare, non troveranno lavoro entro i prossimi otto mesi del 2023. Secondo l’Istat questa riduzione colpirà 846mila individui, cioè poco più di un beneficiario su cinque. Secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio perderebbe il sussidio oltre il 38% degli attuali beneficiari, tra cui disoccupati e occupati con redditi talmente bassi da rientrare nei requisiti per ottenere il Reddito. Come si sa i beneficiari vengono prevalentemente dal sud Italia, hanno un titolo di studio basico e nella maggior parte dei casi non hanno lavorato nei precedenti tre anni. Forse per inserire alcune di queste persone al lavoro si rivelerebbe utile una qualche forma più strutturata e più incentivante di accompagnamento. E invece, per ora, niente: solo un indurimento delle condizioni per i più fragili. Duri coi fragili.

 

I problemi di questo paese sono tanti, ma concentrare la colpa sui poveri per lo sciupio delle risorse pubbliche non è certo la scelta migliore: il nemico è la povertà, non il povero. Il problema della povertà è chiaro e studiato, lo strumento pure e i finanziamenti già identificati: basta la volontà politica di fare la cosa giusta. Tutto il resto è propaganda.

RICORDO DI GIORGIO GUALA, SACERDOTE E UOMO DI CULTURA.

 

Nella notte tra il 7 e l’8 dicembre, è mancato ad Alessandria il prof. don Giorgio Guala. Renato Balduzzi lo ricorda così.

 

Renato Balduzzi

 

Pensando alla straordinaria personalità di Giorgio Guala, la prima e più forte caratteristica che viene alla mente è il suo essere in costante ricerca: spirituale, culturale, pedagogica e politica in senso lato. Questa sua caratteristica egli è sempre riuscito a trasmetterla ad amici e conoscenti. Siamo quindi in tanti ad essergli debitori.

 

Per quanto concerne la ricerca teologica, i suoi suggerimenti sulla teologia della liberazione o del pluralismo religioso mi hanno sempre aperto prospettive nuove. Senza mai erigersi a maestro, ma mantenendo un equilibrio raro tra solidità delle convinzioni metodologiche e disponibilità ad ascoltare gli altri, Giorgio ha per decenni costituito un faro della vita culturale alessandrina, come, in anni lontani, aveva fatto nella sua esperienza romana nell’Azione cattolica italiana.

 

La sua competenza nel campo della metodologia della formazione non è rimasta affidata al solo studio, ma è diventata pratica associativa nel nesso tra cultura e sviluppo. È questo il nesso che ha caratterizzato la sua curiosità politico-istituzionale, sulla quale non mancava di “intervistarmi” con regolarità: il prof. Guala non faceva sconti, ma ho sempre avuto l’impressione di una grande e intima solidarietà attorno alla battaglia per la difesa della Costituzione e della sanità pubblica, per menzionare due dei temi che più ci hanno appassionato.

 

Ogni morte ci diminuisce. Quella di un amico più delle altre. Resta tuttavia il ricordo dell’umanità che ci ha trasmesso e dei tanti stimoli che l’amicizia ha provocato, e che nel suo caso è particolarmente forte. E resta la speranza di cieli nuovi e terra nuova, che ha nutrito tutta la sua vita. Grazie, don Giorgio.

FONDATO IN ITALIA IL PRINCIPATO DI VALBOSCOSA.

 

Spiega bene l’autore che “Valboscosa è un “principato”, nel senso che è principio di un progetto, quello di acquisire terreni e alberi, sostanzialmente tutti destinati alla Silvicoltura Industriale utilizzata per Edilizia, Arredamento in Legno Massello e per Legna da Ardere. […] Per sostenersi, l’oasi prealpina non accetta denaro pubblico ma solo privato, per mezzo di donazioni. […] Il denaro raccolto viene utilizzato per curare sia i terreni già di proprietà che per l’acquisto di altre terre.

 

Danilo Campanella

 

Un nome quantomai evocativo, “Valboscosa”, che rimanda i fasti letterari della mitica Narnia. Le vallate fantastiche descritte ne Il signore degli anelli, ed altri luoghi adagiati alle nostre memorie infantili, affezionate ad Arcadia e altri luoghi dell’immaginario che non vedremo mai. Eppure Valboscosa c’è, sorta tra i vigneti della Valdilana, partorita dai fianchi delle Prealpi Biellesi. Valboscosa è un “principato”, nel senso che è principio di un progetto, quello di acquisire terreni e alberi, sostanzialmente tutti destinati alla Silvicoltura Industriale utilizzata per Edilizia, Arredamento in Legno Massello e per Legna da Ardere.

 

Tutto ciò che sarebbe andato “in fumo” verrà lasciato vivere, per trasformare il tutto in un santuario, che protegga le creature di boschi e vallate. Non elfi o gnomi ma la fauna tipica del Piemonte, composta da volpi e lepri, tassi e faine, cinghiali, caprioli e camosci, e i cervi, il cui bramito riecheggia nelle vallate. Il fagiano di monte, la pernice bianca e la coturnice abbelliscono, con il loro piumaggio e i loro cinguettii, l’oasi verde. Si, perché il Principato di Valboscosa è un ente ecologista, il cui obiettivo è e vorrà essere la conservazione della fauna e della flora, preservando i boschi di conifere, e di latifoglie, composti da castagni e frassini, dalla bellezza dei faggi a quella degli aceri montani, betulle e roveri. Il Principato di Valboscosa si trova nei pressi di Montaldo Torinese (BI), mentre la sede legale è a Milano.

 

Gli alberi esistenti attualmente nella Tenuta sono in prevalenza Querce, Faggi, Castagni, Carpini e Robinie, e Vigne, impiantati da oltre 20 anni. In seguito alla morte del proprietario dei terreni 23 anni fa, sono stati abbandonati a loro stessi; necessitano quindi di cure adeguate: ogni albero deve avere il suo spazio pulito per una crescita sana, necessitano di potature e visite per verificare che insetti e piante parassite (e il cambiamento climatico) non mettano a rischio la vita dell’albero o ne pregiudichino la crescita e lo sviluppo, come anche la vita degli animali del bosco, come ricci e tassi, che vivono in simbiosi con la flora locale. All’interno di questo grande progetto, è previsto l’inserimenti di Arnie, in modo tale che l’impollinazione delle api sia garantita e i fiori possano essere regolarmente impollinati. Un altro tassello, per riequilibrare l’ambiente in passato sfruttato, poi abbandonato dall’uomo, è quello di attirare gli insetti, veri e propri operai della vita selvatica. Per questo motivo l’amministrazione di Valboscosa, sulla scia di altri esperimenti che, nel mondo, hanno portato ottimi risultati, ha previsto la costruzione di “Hotel Per Insetti,” costruiti con materiale biologico ed ecosostenibile e che attireranno nuova fauna selvatica e volatili.

 

Per sostenersi, l’oasi prealpina non accetta denaro pubblico ma solo privato, per mezzo di donazioni. In cambio, offre l’idea di Regalo Unico: una pergamena che vuole riconoscere nel benemerito donatore una “nobiltà d’animo”, attraverso una nomina, personale o di coppia, come descritto sul sito dell’ente (valboscosa.com), un titolo nobiliare decorativo, simbolico, ecologista. Il denaro raccolto viene utilizzato per curare sia i terreni già di proprietà che per l’acquisto di altre terre che, attualmente, si trovano nelle stesse condizioni. Il fine resta il medesimo: togliere dall’industria alberi e popolo dei boschi per trasformare quanto più territorio possibile in una grande oasi naturale. L’espansione eventuale del “Principato” porterà all’estensione del progetto anche nelle zone del Sud Italia.

POPOLARI ED EUROPEI: UNA PROPOSTA DI PERCORSO PER I PROSSIMI DICIOTTO MESI, CON LE ELEZIONI SULLO SFONDO.

 

“Si tratta di avviare un percorso – scrive l’autore –  […] che guarda al futuro, affidandone la regìa a persone che non vogliano fare i leader ma i federatori tra le varie realtà di base […] Maggio 2024 sarà il momento della prima verifica:  […] Si tratta infatti di vivere le Elezioni Europee non come un “accidente” o una banale e routinaria scadenza istituzionale, ma come l’occasione storica che obbliga a superare i confini, non più solo le persone e le merci, ma finalmente anche la Politica e le Istituzioni.”

 

Umberto Laurenti

 

Ormai da dieci anni si susseguono documenti, dibattiti, convegni, sulla iniziativa organizzativa dei cattolici in politica, sul popolarismo ed il cattolicesimo democratico come via d’uscita dall’impasse attuale, sulla piattaforma per una seconda ricostruzione, sul soggetto politico nuovo d’ispirazione cristiana e popolare, sulla nuova assunzione di responsabilità delle associazioni di ispirazione cristiana: li abbiamo apprezzati tutti, almeno nelle grandi linee, ma non è successo nulla. Il cambio di scenario governativo italiano ha poi stimolato una rinnovata produzione di appelli e riflessioni, su Il Domani d’Italia e su altri media, interventi significativi di Merlo e Bonalberti, l’annuncio di un interessante convegno promosso da Fioroni quale vice presidente dell’Istituto Toniolo per venerdi 16 dicembre, ed infine l’attesa iniziativa di Castagnetti, presidente dell’Associazione “I Popolari”, con un Convegno nell’intera giornata di lunedì 19 dicembre, presso l’Istituto Sturzo, intitolato: “I Cattolici Democratici nella politica di oggi: ancora utili all’Italia?”.

 

Insomma, materiale vecchio e nuovo, sicuramente valido e sufficiente per una rinnovata presa di coscienza della necessità di una proposta politica organizzata intorno ai valori ed ai programmi, patrimonio dei cattolici democratici italiani. Ma quando, come e con chi? A queste domande non avevo trovato finora risposte convincenti, che in parte dovrebbero emergere dal Convegno del 19, ed alle quali, sempre in parte, dà una prima risposta l’articolo di Roberto Di Giovan Paolo su questo giornale, che condivido largamente. In particolare, ritengo si debba creare rapidamente un “movimento” che anche attraverso la ripresa de Il Popolo, possa rappresentare le istanze tradizionali dei Popolari, dei Cattolici Democratici, della Dc, e soprattutto della sua sinistra.

 

Tuttavia, se non vogliamo vederci solo tra nostalgici, ma abbiamo l’ambizione di rivolgerci anche ai nuovi elettori, giovani o astensionisti, con l’obiettivo di offrire una proposta rispettosa dei valori che noi abbiamo avuto la fortuna di veder tradotti in politica, dobbiamo anche saper comprendere tutto ciò che coesiste nell’elettorato, insieme a noi, e riuscire a dialogarci con tutti gli strumenti della comunicazione moderna, a partire dai social, e sussidiato da un “luogo” di elaborazione e formazione. Niente altro dall’alto, per evitare centralismi e personalismi, tutto il resto deve partire dalla base, dai territori, dagli amministratori locali, dai mondi dell’associazionismo, del volontariato, della rappresentanza degli interessi. Senza la fretta di individuare gerarchie e cupole. Sono anche d’accordo con l’idea della doppia tessera, purché con l’adesione esplicita ad un trittico di “Documenti Identitari del Movimento“, ma il diritto alla doppia tessera non può certo riguardare solo gli iscritti al Pd!

 

Se non vogliamo creare un movimento “residuale” dobbiamo guardare oltre tutto il vicino e l’esistente, ed oltre i confini nazionali. Non ha molto senso immaginare una forza politica che ragioni, proponga, esprima dirigenza, eserciti potere, solo nel proprio ristretto cortile, poiché quale cortile per sovranisti identifichiamo fatalmente l’Italia, se restiamo prigionieri di una visione così vecchia. Come se l’esperienza del Covid, la preponderanza del dominio economico delle multinazionali, i commerci globalizzati delle materie prime e strategiche, i flussi ingovernabili delle migrazioni, l’emergenza climatica ed ambientale che, al pari delle temute e non improbabili emissioni nucleari come risultato disperato del confronto militare in atto in Ucraina, non fossero sufficienti a dimostrare che i confini nazionali non bastano più, rendendo sempre più urgenti e indispensabili le unioni tra Paesi confinanti, le integrazioni economiche  di filiera e di mercato, le alleanze strategiche e militari, la cooperazione Nord-Sud, le collaborazioni multilaterali, le reti di solidarietà, il dialogo interreligioso.  Si tratta di avviare un percorso non per l’oggi immediato, che non vuole riproporre il passato, ma che guarda al futuro, affidandone la regìa a persone che non vogliano fare i leader ma i federatori tra le varie realtà di base che cresceranno, ed agli animatori di tali realtà.

 

Tra diciotto mesi ci sarà il primo tagliando, con le Elezioni Europee, quelle che ancora consentono la rappresentanza proporzionale e l’espressione delle preferenze. Elezioni che ci obbligheranno ulteriormente a valutare l’urgenza per ogni movimento o forza politica di emergere da una prospettiva asfittica e nazionalistica sul piano culturale, prima ancora che politico ed economico. Maggio 2024 sarà il momento della prima verifica: se il “Movimento dei Popolari” si sarà manifestato e radicato presenterà la sua lista per le Elezioni Europee. Se non sarà pronto per la sfida elettorale, il “movimento” presenterà i suoi candidati Popolari nelle varie liste in maniera trasversale, per concorrere con le idee e le proposte, ma anche con i voti generati dal contatto reale con gli elettori.

 

Ho accennato prima ai “Documenti Identitari del Movimento” che a mio avviso sono almeno tre: – il primo, ideologico e programmatico, sulla visione dell’impegno politico atto ad affrontare le sfide dei prossimi 10 anni e con l’impegno sui punti programmatici prioritari; – il secondo sulle Riforme indispensabili per riportare i cittadini ad essere protagonisti della Democrazia, con la strada maestra che è una Assemblea Costituente a tempo, distinta dal Parlamento in carica ed eletta a suffragio universale, sistema che dovrà contraddistinguere anche la legge elettorale per il rinnovo del Parlamento nazionale; – Il terzo contenente una esplicita scelta per l’autentica Unione politica ed istituzionale dell’Europa, riprendendo le linee indicate fin dall’origine dai padri fondatori democratico-cristiani e coraggiosamente riproposte da David Sassoli nell’ultimo periodo del suo mandato da Presidente del Parlamento Europeo, per il rafforzamento istituzionale dell’Europa in senso federale.

 

Si tratta infatti di vivere le Elezioni Europee non come un “accidente” o una banale e routinaria scadenza istituzionale, ma come l’occasione storica che obbliga a superare i confini, non più solo le persone e le merci, ma finalmente anche la Politica e le Istituzioni. Con un approccio glocal che non ci fa perdere nulla di ciò che ci caratterizza positivamente, non annulla ma anzi esalta tutte le componenti del Soft Power Italico, identificando i 6 milioni di italiani residenti all’estero, non come cervelli in fuga ma in movimento, e gli 80 milioni di italo-discendenti non solo come oriundi, utilizzandoli come primi testimonial della nostra cultura, del nostro modo di vivere, insieme pure ai 250 milioni di Italici cioè coloro che nel mondo, pur non avendo una goccia di sangue italiano, si sentono culturalmente a noi legati grazie all’apprezzamento per  una specifica componente del nostro Soft Power. Facciamoli quindi esistere questi milioni di Italici, anche come cittadini partecipi delle scelte politiche, soprattutto quando sono sovranazionali, iniziando con l’inserimento di loro candidature, in Italia e negli altri Paesi Europei. Ce ne avvantaggeremo non solo in termini di consensi, ma anche di condivisione di tematiche e scelte programmatiche al di là delle Alpi, recuperando un po’ di quel vuoto culturale e valoriale innegabilmente facilitato dall’appannamento o estinzione dei movimenti politici internazionali, e per quanto ci riguarda, dalla evanescenza dell’Unione Internazionale democratico-cristiana e dallo snaturamento progressivo del Partito Popolare Europeo.

 

Qualcuno potrà dire che tutto ciò è un obiettivo difficile, se non impossibile. Ma i nostri padri democratico-cristiani, coloro che fecero la Repubblica, la Costituente e la ricostruzione, la prima riforma agraria, il voto universale, l’allaccio di rapporti paritari e non neocolonialistici con i Paesi del Terzo Mondo, l’Istruzione e la Sanità pubblica gratuita per tutti, si trovavano forse in una situazione più facile? Non credo. E comunque non credo possa interessare a noi che abbiamo delle chiare e solide radici cattolico-democratiche ed europeiste, rifugiarci nella nostalgia di una Dc del passato, neppure intravista nei suoi pregi e difetti, da chi oggi ha meno di quarant’anni, quindi la metà della popolazione. A noi non può interessare lo svilirci, per essere una piccola corrente di capetti residuali, all’interno di un “contenitore” che neppure consente più, non dico l’attuazione, ma nemmeno la visibilità dei nostri valori.

POPOLARI, OLTRE IL PD.

 

La filiera Pci/Pds/Ds/Pd – sostiene l’autore – dev’essere rinnovata, riaggiornata e rilanciata nella cittadella politica italiana […] Dopodiché, come ovvio e scontato, continuano ad esistere anche i Popolari nel Pd […] Comunque sia, si tratta di un’area che necessita oggi di una convinta e feconda, nonchè laica, ricomposizione politica” per rilanciare e far rivivere un patrimonio culturale che conserva una bruciante attualità e una straordinaria freschezza

 

Giorgio Merlo

 

L’area popolare e cattolico sociale non è più riconducibile esclusivamente all’esperienza del Partito democratico. Sono cambiate, e profondamente, le condizioni politiche, culturali e anche storiche che avevano generato quelle scelte nel passato recente e meno recente. Del resto, quando decollò l’avventura del Pd, l’area popolare e cattolico sociale, grazie all’apporto decisivo di Franco Marini e di molti altri autorevoli esponenti di quel mondo, fu decisiva per costruire la stessa identità e “mission” politica concreta di quel partito. Ma la fase politica, appunto, è mutata e, per bocca di molti ex fondatori del Partito democratico, il profilo e la natura di quel partito non è più quello delle origini.

 

Quando Veltroni disegnò al Lingotto nel 2007 il percorso e le tappe che dovevano caratterizzare questa novità politica. Oggi, al contrario, e di conseguenza, è in discussione lo stesso “Manifesto” dei valori scritto per dar vita alla prima stagione del Pd. Cioè, quindi, si tratta di un altro partito. E per entrare nello specifico, si tratta di un partito che persegue un grande e solo obiettivo: ovvero, come dicono all’unanimità tutti i suoi dirigenti e gli innumerevoli capi corrente, ridisegnare e rilanciare la sinistra nel nostro paese. Che poi si tratti di una sorta di “partito radicale di massa”, come giustamente dice Luca Ricolfi, se dovesse vincere la Schlein, o un partito di sinistra liberal, se si affermasse il suo principale competitore, poco importa. In quel partito, infatti, l’area popolare o cattolico sociale è del tutto superflua e indifferente nell’uno come nell’altro caso. Per dirla con altre parole, si tratta di una cultura politica che non è più fondante e tanto meno decisiva per la costruzione del progetto politico di sinistra del Pd.

 

La filiera Pci/Pds/Ds/Pd dev’essere rinnovata, riaggiornata e rilanciata nella cittadella politica italiana. Ma è un fatto, cioè, che riguarda principalmente ed esclusivamente la storia e la cultura della sinistra italiana, come del resto dicono tutti – veramente tutti – i commentatori e gli opinionisti politici. Dopodiché, come ovvio e scontato, continuano ad esistere anche i Popolari nel Pd. Soprattutto quelli che si sono ritagliati per sè e per i propri cari un seggio in Parlamento e per l’ennesima volta. Ma si tratta, appunto, di spazi di potere che non hanno più nulla a che vedere con il ruolo politico decisivo e qualificante dei Popolari quando nacque quel partito. E anche lo sforzo, del tutto comprensibile, di continuare ad organizzare una micro corrente all’interno del Pd non può più replicare le modalità del passato perchè, semplicemente, non ci sono più quelle condizioni. Oltrechè gran parte di quella classe dirigente.

 

Ora, è altrettanto ovvio che il mondo popolare e l’area cattolico sociale si riorganizzano. A prescindere da chi pensa ancora di rappresentarli in modo esclusivo a livello nazionale e anche a livello locale. Esiste, cioè, un mondo che a gran voce chiede di essere nuovamente rappresentato a livello politico ed istituzionale. Mondi vitali, gruppi sociali, associazioni civiche che oggi, appunto, non hanno più – e non ancora – una rappresentanza politica. Ovvero, un partito di riferimento e, di conseguenza, una credibile rappresentanza nelle istituzioni a livello nazionale e a livello locale. Un mondo in grande fermento in questi ultimi tempi perchè, soprattutto dopo il risultato del 25 settembre scorso, sente di poter ritornare a giocare un ruolo politico importante. A prescindere, per il momento, dallo strumento politico che concretamente lo rappresenterà. Certamente non nel campo della sinistra che, giustamente e comprensibilmente, deve rifondare la sinistra italiana per vincere la competizione con i populisti dei 5 stelle e rendere più chiara e netta l’identità e la mission di quel campo. Può giocare certamente un ruolo importante nella cosiddetta “area centrista” se i partiti di Renzi e di Calenda non si ridurranno ad essere, come oggi, a due partiti sostanzialmente personali che escludono, di fatto, la presenza e l’apporto di altre culture politiche e altri filoni ideali. Nel campo del centro destra occorre attendere l’evoluzione concreta di quello spazio politico, depurato dagli eccessi e dalle derive sovraniste e massimaliste.

 

Comunque sia, si tratta di un’area che necessita oggi di una convinta e feconda, nonchè laica, “ricomposizione politica” per rilanciare e far rivivere un patrimonio culturale che conserva una bruciante attualità e una straordinaria freschezza. E questo al di là – seppur del tutto legittimamente – di chi ancora di conservare piccole correnti all’interno di contenitori elettorali ormai indifferenti alle ragioni e alle istanze che provengono dal mondo variegato, complesso ed articolato dell’area popolare e cattolico sociale. E questo lo dobbiamo a tutti coloro – e sono sempre più numerosi – che sono presenti nella ricca e feconda periferia del nostro paese, dalle amministrazioni comunali al volontariato, dai gruppi culturali all’associazionismo cattolico giovanile e non che ancora credono e sono disposti ad impegnarsi in prima persona per riaffermare, con passione e grande entusiasmo, i valori e i principi della straordinaria ed intensa storia del cattolicesimo politico e sociale del nostro paese.

ZONE ECONOMICHE SPECIALI (ZES): OCCASIONE MANCATA PER LO SVILUPPO DEL MEZZOGIORNO?

 

“Le Zone Economiche Speciali si avviano a configurarsi – scrive l’autore – come aree attrattive e dinamiche ma in fin dei conti chiuse, slegate cioè dai più vivaci processi di sviluppo dei loro territori di riferimento ed estranee alle vocazioni produttive proprie del Mezzogiorno”.

 

Andrea Piraino

 

Tra i temi affrontati in un recente convegno internazionale, tenutosi all’Università di Salerno su “Ambiente, sostenibilità e principi costituzionali”, particolare interesse ha suscitato l’argomento delle Zone Economiche Speciali (Zes), istituite nel nostro Paese al fine di favorire la creazione di condizioni vantaggiose per lo sviluppo in alcune zone del Mezzogiorno.

 

L’idea, com’è noto, è nata dalla considerazione che una operazione che riguardi contemporaneamente  20 milioni di abitanti, un terzo del Paese, un’area in ritardo di sviluppo con  l’ esigenza di un saldo occupazionale di circa 3 milioni di nuovi posti di lavoro fosse difficile, se non impossibile, concretizzarla a seguito di un unico piano d’intervento. L’obbiettivo dello sviluppo del Mezzogiorno con le normali forze in campo e con il solo ausilio dello Stato, anche se supportato dall’Unione Europea, non era insomma facilmente raggiungibile, come dimostrava anche l’andamento degli ultimi anni. Da qui l’intuizione che sarebbe stato necessario attrarre investimenti dall’estero e soprattutto che essi dovessero essere indirizzati e concentrati in determinate aree circoscritte, istituendo delle Zone Economiche Speciali come da tempo era avvenuto in Cina ed, in Europa, anche in Polonia, Catalogna ed altri Paesi. In questo modo, come indicavano già alcuni economisti, aree strategiche per lo sviluppo del Mezzogiorno si sarebbero potute trasformare in Territori a Incremento Rapido (Tir) dove agevolare investimenti provenienti dall’esterno dell’area ma anche esistenti al suo interno. Con un risultato di sviluppo, quasi scontato. Lo lasciava prefigurare, questo esito, il fatto che, in generale, le più di 4.000 Zone Economiche Speciali presenti in oltre 130 Paesi concentrati in Asia e nell’area del Pacifico, secondo le stime più recenti, impiegavano ormai oltre 68 milioni e mezzo di lavoratori diretti e producevano un valore aggiunto derivante dagli scambi superiore a 850 miliardi di dollari; e che, nello specifico, in due aree allocate nel Mediterraneo: il porto di Tàngeri in Marocco e la zona franca di Barcellona, si registravano rispettivamente la creazione di 60 mila nuovi posti di lavoro ed un incremento delle esportazioni per oltre 2,6 miliardi di euro e, nell’area catalana, la presenza stabile di oltre cento imprese con più di 6 mila occupati.

 

Da queste premesse, in virtù del decreto-legge n. 91 del 20 giugno 2017 “Disposizioni urgenti per la crescita economica nel Mezzogiorno” (convertito nella legge n. 123 del 3 agosto 2017), nasce in Italia la possibilità di istituire nelle Regioni meno sviluppate o in transizione, e quindi nel Mezzogiorno, le Zone Economiche Speciali. Esse devono essere zone geograficamente delimitate e chiaramente identificate, ricadenti entro i confini dello Stato e costituite da aree anche non in continuità territoriale purché presentino un chiaro nesso economico funzionale. Inoltre, la singola Zona deve fare riferimento e svilupparsi intorno ad un’area portuale che presenti le caratteristiche stabilite dal regolamento n. 1315 dell’11 dicembre 2013 del Parlamento e del Consiglio europeo sugli orientamenti dell’Unione per lo sviluppo della rete transeuropea dei trasporti (TEN-T), in quanto le Zes rappresentano anche un importante strumento per la strategia di rilancio dei porti e delle aree produttive del Mezzogiorno.

 

Per le attività economiche ed imprenditoriali, che esercitano le aziende già operative in queste Zone e quelle che vi si insedierebbero appositamente, è previsto un regime di speciali condizioni in relazione alla natura incrementale degli investimenti e delle attività di sviluppo della singola impresa. Il decreto-legge n. 135 del 14 dicembre 2018 (convertito nella legge n. 12 dell’11 febbraio 2019) ha, infatti, introdotto per le imprese la possibilità di sospendere l’IVA e i dazi doganali per le merci stoccate all’interno di queste aree ed, inoltre, la riduzione di un terzo dei termini per alcuni procedimenti amministrativi: in materia di ambiente, di autorizzazioni paesaggistiche, edilizia, concessioni demaniali portuali, nonché il dimezzamento dei tempi per autorizzazioni, licenze, permessi o concessioni che richiedono pareri, intese e concerti di competenza di più Amministrazioni.

 

Sul piano procedimentale, le proposte di istituzione delle Zes sono presentate dalle Regioni meno sviluppate e in transizione, così come individuate dalla normativa europea, e la loro durata non  dovrà essere inferiore a sette anni e superiore a quattordici, prorogabile fino ad un massimo di ulteriori sette anni, sempre su richiesta delle regioni interessate. Così delineato il modello, le Zes, istituite nel Mezzogiorno, sono state 8: la Zes Campania; la Zes Calabria; la Zes Ionica (interregionale tra Puglia e  Basilicata); la Zes Adriatica (interregionale tra Puglia e Molise); la Zes Sicilia occidentale; la Zes Sicilia orientale; la Zes Abruzzo; la Zes Sardegna. Che, secondo l’obbiettivo della loro nascita, dovrebbero finalmente dare soluzione al problema del ritardo di sviluppo che i territori interessati presentano rispetto alle aree del Nord del Paese, rendendo più efficaci le politiche che hanno maggiore impatto territoriale e riducendo, finalmente,  le disparità esistenti.

 

Solo che, rispetto a questa disciplina, da subito, è emerso un problema. Che la delineata architettura normativa non fosse per nulla il frutto consolidato di una impostazione “teorica unitaria” ma il risultato di un legislatore compulsivo afflitto da tendenza ipertrofica. Basti pensare alle continue innovazioni legislative su temi fondamentali come la governance, i procedimenti amministrativi, le agevolazioni tributarie ed anche alla superficialità della disciplina normativa di altre quistioni come il piano strategico, la non necessarietà della continuità territoriale, la funzionalità dei trasporti e delle altre infrastrutture logistiche.

 

Ed infatti, la normativa sulle Zone Economiche Speciali, prima ancora di essere attuata, è stata fatta subito oggetto di riforma da parte del decreto-legge n. 77 del 31 maggio 2021 (convertito nella legge n. 108 del 29 luglio 2021) che ha raddoppiato il limite massimo del credito di imposta ed ha inserito, nel testo originario del decreto-legge 91/2017, l’art. 5 bis per semplificare il sistema di governance delle Zes e facilitare la cantierabilità degli interventi, nonché l’insediamento di nuove imprese.

 

A questi cambiamenti sono state ulteriormente aggiunte, poi, le ampie modifiche previste dalla riforma del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) in ordine alla “semplificazione delle procedure e (al) rafforzamento del ruolo del Commissario nelle Zone Economiche Speciali” per rendere più fluido il sistema di governance delle Zes, ricondotto nella titolarità del Ministero per il Sud e la Coesione territoriale e rafforzato nei poteri del Commissario, reso il principale interlocutore degli attori economici interessati ad investire all’interno del territorio delle Zes ed il titolare dell’autorizzazione unica che conclude la procedura semplificata per l’insediamento dei progetti industriali.

 

Come se tutto ciò non bastasse, ulteriori cambiamenti sono stati introdotti dall’art. 11 del decreto-legge n. 152 del 6 novembre 2021 “Disposizioni urgenti per l’attuazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) e per la prevenzione delle infiltrazioni mafiose” (convertito con modificazioni nella legge n. 233 del 29 dicembre 2021) che: 1) ha dotato il Commissario di una propria struttura composta da 10 unità di personale e della possibilità di disporre anche della collaborazione dell’Agenzia per la Coesione territoriale; 2) ha istituito lo Sportello unico digitale; 3) ha dimezzato i tempi per la celebrazione della Conferenza di servizi  che rilascia l’autorizzazione unica e li ha trasformati in perentori: con il risultato che, trascorso il tempo previsto, l’esito si intende in senso favorevole.

 

E qui alla quistione normativo-regolativa bisogna aggiungere quella economico-finanziaria che vede  assegnate alle Zone Economiche Speciali del Sud un importo di 630 milioni di euro per impieghi infrastrutturali volti ad assicurare un adeguato sviluppo dei collegamenti di queste aree con la rete nazionale dei trasporti, sulla base di una ripartizione che, con il decreto MIMS – Ministero per il Sud n. 492/2021, vede queste risorse assegnate, nella misura di circa 329 milioni di euro, per territorio regionale e per soggetti attuatori che vengono individuati in ANAS, RFI ed Autorità di sistema portuale territorialmente competenti e, nella misura di circa 301 milioni di euro, tra i Commissari straordinari di ciascuna Zes. A queste complessive disponibilità si devono, poi, aggiungere 1,2 miliardi di euro che il PNRR destina agli interventi riguardanti i principali porti del Mezzogiorno ma che funzionalmente sono indirizzati a fertilizzare tutta l’area meridionale e quindi ad efficientare le stesse Zone Economiche Speciali.

 

Detto questo, però, è necessario sottolineare che, poiché le analisi propedeutiche alla loro istituzione spesso si sono limitate ad una rappresentazione dell’economia territoriale esistente senza approfondirne vincoli o elementi propulsivi dello sviluppo, le Zes hanno sicuramente pregiudicato fin dalla nascita il loro potenziale contributo allo sviluppo economico che, privo di una chiara idea dei settori trainanti, difficilmente potrà trovare le condizioni del successo. Senza una chiara strategia di specializzazione delle singole zone, infatti, il rischio di una sovrapposizione tra le stesse non solo si fa concreto ma, addirittura, inevitabile. Precludendo quella che dovrebbe essere la loro vera funzione, che è di instradare le dinamiche di mercato verso gli obbiettivi della programmazione.

 

In altri termini, le Zone Economiche Speciali si avviano a configurarsi come aree attrattive e dinamiche ma in fin dei conti chiuse, slegate cioè dai più vivaci processi di sviluppo dei loro territori di riferimento ed estranee alle vocazioni produttive proprie del Mezzogiorno. Non solo. Ma, se guardate alla luce della sequenza delle risorse assegnate alle varie aree che le costituiscono, le Zes corrono il rischio di essere qualificate come il luogo del trionfo del clientelismo politico al pari di quanto molto spesso è avvenuto con l’elencazione delle opere inserite nei Programmi Operativi Regionali (POR) dei Fondi di Sviluppo e Coesione. E tutto ciò a fronte di un obbiettivo delle Zes che dovrebbe essere mirato essenzialmente al rilancio del Mezzogiorno ed alla riduzione del suo gap produttivo e di sviluppo rispetto alle regioni del Centro-Nord. Mi sembra che ce ne sia abbastanza per essere preoccupati!

ELLY SCHLEIN È ANTICAPITALISTA?

Fontr Sinigagl

 

Farsi unidea su ciò che rappresenta per la nostra civiltà e per la sopravvivenza della classe media, e in definitiva per la tenuta della democrazia, il tema di un nuovo modello di sviluppo, nel senso in cui è posto nel programma di Elly Schlein, significa innanzitutto chiarire per quale modello di società noi Popolari intendiamo impegnarci.

 

Giuseppe Davicino

 

L’invito alla discussione, fatto da Lucio D’Ubaldo su una nota rete sociale, sul programma di Elly Schlein, candidata alla segreteria del Partito Democratico, merita, a mio avviso, di esser raccolto perché ci aiuta a fare luce su quale sia la prospettiva da perseguire per i Popolari. Non, beninteso, nelle scelte contingenti di posizionamento riguardo alla fase congressuale del Pd o riguardo al Centro, bensì rispetto alla strategia di fondo.

 

Se il nuovo modello di sviluppo, si domanda D’Ubaldo, è il cuore del programma di Schlein, come valutare questo suo programma? Come un tentativo di rispolverare l’armamentario anticapitalista per ricompattare la sinistra oppure come un sostegno agli obiettivi che il capitalismo di ultima generazione intende perseguire? Chiaramente nell’idea di nuovo modello di sviluppo c’è una base di buonsenso sulla quale la convergenza non può che essere universale e bipartisan. Pensiamo a temi come l’economia circolare, la cultura del recupero contro lo spreco, la preferenza per la ristrutturazione degli edifici esistenti rispetto a nuovo consumo di suolo, il sostegno alle fonti di energia rinnovabili, le nuove opportunità date dall’economia digitale.

 

Il problema nasce, a mio avviso, quando l’ideologia prende il sopravvento sulla realtà e strumentalizza obiettivi in sé giusti per imporre un modello di società strutturalmente ingiusto, smaccatamente sbilanciato in favore degli interessi dello zero virgola qualcosa della popolazione mondiale. Infatti ciò che fa la differenza nel declinare il progetto di un nuovo modello di sviluppo, e che può renderlo auspicabile oppure distopico (come tutti i progetti di mondo nuovo nella storia, inflitti sulle persone senza un sufficiente consenso), è l’impatto sulla popolazione, sia in termini di tenore di vita che in termini di libertà e di rispetto degli altri diritti inalienabili.

 

La visione di nuovo modello di sviluppo definita dall’alto, alla quale Schlein sembra rifarsi in toto, così come impone il politicamente corretto, vera bussola della sinistra attuale e principale causa della sua crisi, risulta del tutto compatibile con l’impostazione di quello che si può definire, usando l’espressione coniata da Shoshana Zuboff, come il capitalismo della sorveglianza. Per cui, da questo punto di vista non solo la candidata a segretario del Pd non appare anticapitalista ma appare addirittura più in sintonia con gli scopi del grande capitale, in compagnia di Sinistra Italiana, Verdi, Radicali e Cinque Stelle, di quanto lo sia Enrico Letta (che dopotutto nella sua vita precedente è stato un popolare…) e di quanto lo sia la base del partito che aspira a guidare.

 

Stabilito ciò, dovrebbe risultare più chiaro verso quali questioni indirizzare la critica da un punto di vista popolare. Realizzare il nuovo modello di sviluppo procedendo a tappe forzate, sulla base di piani pluriennali o pluridecennali che non tengono in dovuto conto le novità e gli imprevisti della storia, le conquiste scientifiche e tecnologiche imprevedibili di qui a venti-trent’anni, e senza la ricerca di un necessario consenso ma procedendo con l’estensione e l’inasprimento di divieti e di multe, facendo salire alle stelle i prezzi dei beni di cui si vuole privare la popolazione, non le élites (come i mezzi per la mobilità individuale, l’alimentazione con prodotti tradizionali e del territorio in favore degli insetti e dei cibi sintetici, i carburanti di origine fossile senza aver prima fornito un’alternativa accessibile ai bisogni di popolo di energia) sta assestando dei danni incalcolabili all’economia e al tenore di vita delle classi intermedie, e concorre a indebolire la fiducia dei cittadini nella democrazia.

 

Se poi tali obiettivi si incrociano con le possibilità dischiuse dalle tecnologie digitali, si aprono scenari inediti ma prossimi, di cui non possiamo non occuparci. Lo stato etico è sull’uscio di casa. E dispone di inauditi mezzi di sorveglianza e di condizionamento tali da piegare la libertà delle persone, ridotte a numeri e codici digitali, ai fini che vuole imporre.

La superficialità con la quale le attuali forze di opposizione affrontano il tema dell’uso del  contante, rivela l’impreparazione a governare le profonde trasformazioni in corso e appare disarmante rispetto alla velocità con la quale chi detiene le redini del potere in Occidente, ci sta portando verso il sistema dei crediti sociali ovvero dei diritti concessi a punti.

 

Dobbiamo esser grati a Elly Schlein se non altro per la chiarezza con la quale intende collocare la sinistra a sostegno dell’agenda del capitalismo di nuova generazione. Un progetto che vede nel declino della classe media occidentale anziché un cataclisma per la democrazia da scongiurare, un’opportunità per accentrare ancora più la ricchezza in poche mani, instaurando di fatto una sorta di comunismo dei miliardari che trasferisce ricchezza dai moltissimi che hanno poco ai pochissimi che sono già ricchissimi rendendoli ancor più ricchi e potenti. Questo tipo di sinistra intende rispondere alla nuova questione sociale, con una illusoria scorciatoia, attraverso un regime di sorveglianza digitale, che appare speculare alla semplificazione perseguita dalla destra che è quella di rispondere alla crisi sociale con l’autoritarismo politico e istituzionale.

 

Farsi un’idea su ciò che rappresenta per la nostra civiltà e per la sopravvivenza della classe media, e in definitiva per la tenuta della democrazia, il tema di un nuovo modello di sviluppo, nel senso in cui è posto nel programma di Elly Schlein (e non solo lì), significa innanzitutto chiarire per quale modello di società noi Popolari intendiamo impegnarci e quale tipo di reputazione intendiamo conseguire presso i ceti popolari e lavoratori. Ma soprattutto significa interrogarci su quale contributo possiamo dare per fare in modo che gli enormi ed epocali cambiamenti in atto che producono effetti negativi sulla gran parte della popolazione, possano esser governati senza correre quei rischi di involuzione democratica che purtroppo la storia ci ha insegnato esser possibili.

EVASIONI: LE SANTE FESTE AUTORIZZANO A FARVI RICORSO, INVECE LA POLITICA OBBLIGA A CAPIRNE LE CONSEGUENZE.

MODULISTICA CONTRIBUTI F24 F 24 SEMPLIFICATO MODELLO DI PAGAMENTO UNIFICATO TASSE

 

“Anche le discussioni attorno alla legge di bilancio – si legge nell’articolo – hanno toccato il sostanziale tema, in una democrazia, relativo al dovere di pagare le tasse. È nota la richiesta di cittadini e di forze politiche di abbassarle, ma queste sono pesanti” solo per i cittadini fedeli. La maggior parte, invece, evade o elude lobbligo costituzionale di solidarietà”.

 

Mariapia Garavaglia

 

“Menomale, un po’ di evasione” mi è stato detto, in vista delle festività. Penso che sia vera la necessità di alleggerire almeno un po’ la tensione, anche sociale, non solo individuale, che dura da tempo: pandemia, guerra e difficoltà economica. Purtroppo ce n’è bisogno, ma la gran parte dei nostri concittadini non riusciranno a sentirsi tranquilli e senza ansia per il futuro.

 

Si può evadere dal carcere, da un territorio delimitato, da pensieri oppressivi, ecc. Evasione e fuga sembrano anche sinonimi, ma non sempre. Sperimentiamo che sono molte le persone che fuggono dalla guerra, dalla fame, dalle catastrofi. Purtroppo si dice evasione anche dalle responsabilità, evasione dai doveri ma anche evasioni ai diritti. Perciò evasione mi suggerisce un significato che ha a che fare con una dura realtà: la evasione delle tasse. Si tratta di comportamenti che ledono la armonia sociale e che vengono superati solo dalla condivisione e dalla consapevolezza che “siamo tutti sulla stessa barca” (Papa Francesco).

 

Anche le discussioni attorno alla legge di bilancio hanno toccato il sostanziale tema, in una democrazia, relativo al dovere di pagare le tasse. È nota la richiesta di cittadini e di forze politiche di abbassarle, ma queste sono “pesanti” solo per i cittadini fedeli. La maggior parte, invece, evade o elude l’obbligo costituzionale di solidarietà, a sostenere con il proprio contributo tutti i servizi che lo Stato eroga per il funzionamento delle istituzioni, per le prestazioni sanitarie, scolastiche, infrastrutturali, ecc. Non contribuire con il proprio impegno alla fiscalità generale coincide anche con una minore attenzione a quei beni che sono pubblici, vale a dire di tutti, ma vengono considerati di nessuno! In tal modo si trattano male le strutture scolastiche, i muri delle abitazioni con imbrattamenti, i marciapiedi con ogni rifiuto gettato a terra ecc. Infatti solo ciò che viene pagato viene percepito come un acquisto personale, che costa e che va custodito.

 

Ritengo che nelle sedi e nelle agenzie educative si debba insistere su quei comportamenti di civismo che rispettino la dignità individuale ed anche gli ambienti di vita e di lavoro. Considero un vero “peccato sociale” approfittare dei pagamenti in nero da parte di coloro che invece, soprattutto se lavoratori dipendenti, non hanno la possibile di contare su somme importanti di liquidi. Credo quindi che il limite di 5 mila euro in contanti non sia nella possibilità di questi ultimi e dei… poveri. Semmai proprio per non tagliare il Sistema Sanitario Nazionale, il diritto allo studio e il reddito di sostegno ai meno capienti, si esiga una lotta senza quartiere alla evasione. Il governo in carica sostiene di aver dovuto affrontare una manovra in tempi stretti e con ristrettezza di fondi. Potrebbe valutare l’ammontare del mancato introito da parte della Agenzia delle Entrate per poter contare su un notevole budget. Pagare meno, pagare tutti è uno slogan caduto in disuso; eppure per le forze sociali questa sarebbe una battaglia valoriale sulla giustizia distributiva. Per creare lavoro servono imprese solide e aiutate anche fiscalmente invece di valorizzare la finanziarizzazione delle risorse che aumentano il plusvalore di pochi a svantaggio di molti.

 

Mi stupisce che soprattutto i partiti di centro sinistra non colleghino gli interessi della produzione con quelli dei lavoratori, in una sintesi di solidarietà creativa, che renda effettiva la battaglia contro le diseguaglianze che, oggi – Istat, Censis e comune sentire – denunciano essere in aggravamento. Per tutti noi cittadini sono tante le occasioni in cui possiamo trascurare o addirittura fuggire da assunzioni di responsabilità e ciò non aiuta a raggiungere quel sentimento che stiamo inseguendo, tutti, di un vissuto civile che allenti paure e incertezze riguardo al futuro. Il contrario delle varie forme di evasione è un unico rimedio: la generosità.

 

Le festività facciano assaporare, almeno un po’, questa atmosfera.

A PARTIRE DAL DIALOGO. RIFLESSIONI SU UN SAGGIO DI SERGIO COTTA.

 

“Lesigenza di elaborare una teoria filosofica della pace nasce dalla constatazione di quanto sia ormai indispensabile mettere a tema e sottoporre a critica severa un aspetto della filosofia moderna e contemporanea che sorvola sulle ragioni teoriche che spiegano le relazioni di coesistenza sociale in nome della pace”.

 

Flavio Felice

 

Immersi come siamo nel dramma quotidiano della guerra, credo che il confronto teorico tra una “filosofia della guerra” ed una “filosofia della pace” rappresenti quanto di meglio la filosofia e la teoria politica oggi possano offrire al dibattito pubblico. La Morcelliana ha recentemente ripubblicato il saggio di Sergio Cotta del 1989, Dalla guerra alla pace, mentre Rubbettino ha pubblicato la raccolta, sempre di Cotta, Scritti storicopolitici, a cura di M.S. Birtolo, D. Galimberti, A. Landolfi, A. Zarlenga, con prefazione di Lorenzo Scillitani.

 

L’itinerario filosofico tracciato da Cotta prende avvio dalla pace e conduce alla pace, nella convinzione che «in principio è il Logos», ovvero la dimensione dialogica delle relazionalità, piuttosto che il Polemos della tradizione eraclitea. E proprio nel frammento di Eraclito, Cotta intravede il punto di congiunzione di due filoni del pensiero moderno: la linea di pensiero Machiavelli, Hobbes, Spinoza, secondo la quale la guerra avrebbe un fondamento antropologico: «in principio è la guerra»; e quella che da Humboldt giunge a Giovanni Gentile, passando per Hegel, che invece teorizza il valore vitale della guerra. L’esigenza di elaborare una teoria filosofica della pace nasce dalla constatazione di quanto sia ormai indispensabile mettere a tema e sottoporre a critica severa un aspetto della filosofia moderna e contemporanea che sorvola sulle ragioni teoriche che spiegano le relazioni di coesistenza sociale in nome della pace. In pratica, Cotta contesta l’idea che la pace sia in primo luogo una questione di ordine pratico, nel senso di operativo; Cotta non esclude la pratica dell’institution building e del peace research, non intende sostituire l’arte della politica con la teoresi filosofica, piuttosto considera l’azione politica e la ricerca filosofica due piani paralleli e complementari.

 

Qui entra in scena la lezione di Sant’Agostino e l’idea di socialità come dialogicità. In tal modo, afferma Cotta, Agostino intraprende un cammino che gli consentirà di tematizzare la pace come primum antropologico e non come derivato della politica. Il compito della politica, tutt’altro che sovrano, è servire e nutrire la tranquillitas ordinis nella quale possa fiorire tale attitudine originaria e sarà questa la posizione che secoli dopo assumerà anche Luigi Sturzo nel negare il primato della politica e nel dichiarare fuorilegge la guerra. In pratica, Agostino afferma che senza la pace «nulla sarebbe», di conseguenza, la pace è la condizione stessa della vita.

 

Un ulteriore argomento a favore della tesi sulla originarietà della pace è rinvenuto da Cotta nella tesi di Emmanuel Lévinas. In Totalité et infini afferma che la guerra spezza «la continuità delle persone» e rende di conseguenza «derisoria» qualsiasi morale, in nome di un male inteso realismo politico. La realtà, a dispetto della realpolitik così ammantata di ragion di Stato, è che l’essere dell’uomo si caratterizza quale «un essere per l’altro», in opposizione alla prospettiva antropologica dell’ontologia della soggettività isolata hobbesiana, del pessimismo antropologico di Machiavelli ovvero dell’ontologia della «ragione impersonale che si realizza nella storia» di Hegel.

 

Un autentico realismo ci insegna che, così come la morte appartiene alla vita, in quanto immanente alle sue pulsioni, ai pensieri e alle attività umane, così la pace e la guerra si rincorrono e tendono a negarsi a vicenda. La guerra non è un assoluto, così come non lo è la pace, sono entrambe manifestazioni dell’umano: la proiezione della tensione che alberga nel cuore di ciascuna persona, secondo la suggestiva narrazione di Agostino che distingue la civitas Dei dalla civitas hominum, con i relativi “amori” che le caratterizzano.

 

Se con Agostino possiamo affermare che «in quanto è razionale l’essere è pace», comprendiamo che il processo di autocomprensione dell’io passa per la conoscenza dell’altro, al punto che l’altro è indispensabile alla conoscenza dell’io e rivela l’assurdo della posizione storicista-dialettica che, affermando la guerra come principio vitale, nega la relazionalità ontologica dell’uomo e rende incomprensibile l’uomo all’uomo.

 

Spogliata del suo carattere naturale, la guerra viene ricondotta a ciò che concretamente è: la negazione dell’essere e, per il cristiano, la vanificazione della creazione. Non è un caso che nella celebre allegoria del Buongoverno di Siena, la cui immagine appare sulla copertina del saggio Dalla guerra alla pace, la personificazione della pace occupi il centro della scena e che nel giuramento pronunciato dai reggenti della città, in occasione del loro insediamento, venisse enunciato in maniera diretta il compito che avrebbero assunto, impegnandosi a conservare la città di Siena «in bona pace et concordia».

 

Fonte: L’Osservatore Romano – 5 dicembre 2022

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del quotidiano della Santa Sede)

 

 

Flavio Felice
Ordinario di Storia delle dottrine politiche, Università del Molise.

IL RUGGITO DELLA DESTRA: A BANKITALIA NON È CONSENTITO FARE CRITICHE. MA COSA HA DETTO REALMENTE BALASSONE?

 

Fabrizio Balassone, Capo del Servizio Struttura economica della Banca dItalia, ha tenuto l’audizione preliminare all’esame della manovra economica davanti alle Commissioni riunite V della Camera dei Deputati (Bilancio, Tesoro e Programmazione) e V del Senato della Repubblica (Programmazione economica e bilancio).

Il governo, come mai avvenuto in passato, ha contestato duramente la posizione assunta da Via Nazionale – in questo caso sulla questione del denaro contante –  anche se poi, per bocca del sottosegretario Fazzolari, braccio destro della Meloni, ha precisato che non è in discussione l’autonomia dell’Istituto centrale.

Di seguito riportiamo le conclusioni di Balassone, rinviando al link in fondo alla pagina per la lettura integrale della relazione.

 

Redazione

 

Nel difficile contesto attuale la politica di bilancio si trova a conciliare due esigenze: sostenere le famiglie e le imprese a fronte dello shock energetico e consolidare la fiducia di risparmiatori e investitori, creando così le premesse per la crescita dell’economia. Proseguire nel sentiero di riduzione del peso del debito pubblico è necessario per riportare le condizioni finanziarie del Paese in linea con quelle dei principali paesi dell’area euro.

 

Anche per il livello già molto elevato del debito pubblico in rapporto al prodotto, gli spazi per una politica espansiva sono molto limitati. D’altro canto un impulso significativo alla crescita economica verrà dalla realizzazione degli interventi previsti dal PNRR, in parte senza costi immediati per il bilancio (per i trasferimenti), in parte con costi inferiori a quelli di mercato (per i prestiti).

 

In linea con i ristretti margini di manovra, il disegno di legge di bilancio prevede un aumento del disavanzo rispetto al suo valore tendenziale quasi esclusivamente per gli interventi a sostegno di famiglie e imprese connessi con l’emergenza energetica. Tali misure tuttavia riguardano solo il primo trimestre del 2023: qualora gli effetti dello shock energetico dovessero proseguire anche nei trimestri successivi le eventuali nuove misure dovrebbero rimanere di natura temporanea ed essere prioritariamente finanziate ricorrendo a risparmi di spesa o a maggiori entrate. Si potrebbe compiere uno sforzo ulteriore per renderle ancora più mirate e selettive.

 

Le misure non connesse con l’emergenza energetica, che trovano copertura in risparmi di spesa e aumenti di entrate, hanno comunque una dimensione non trascurabile, con effetti netti non necessariamente nulli sul prodotto e sulla distribuzione del reddito. Alcuni di questi interventi presentano aspetti critici che la Banca d’Italia ha più volte segnalato in passato con riferimento a misure analoghe: la discrepanza di trattamento tributario tra lavoratori dipendenti e autonomi (e, all’interno di questi ultimi, tra contribuenti soggetti al regime forfetario e contribuenti esclusi) risulta accresciuta; le disposizioni in materia di pagamenti in contante e l’introduzione di alcuni istituti che riducono l’onere tributario per i contribuenti non in regola rischiano di entrare in contrasto con la spinta alla modernizzazione del Paese che anima il Piano nazionale di ripresa e resilienza e con l’esigenza di continuare a ridurre l’evasione fiscale.

 

Per leggere la relazione integrale

https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/interventi-vari/int-var-2022/Balassone_05122022.pdf

FORSE IL CENSIS S’È SBAGLIATO, IL POPULISMO RESTA VIVO E VEGETO. MA QUAL È LA NOZIONE DI ‘POPOLO’?

 

C’è da dire che “la nozione di popolo – sostiene l’autore – per Bergoglio è altra, ma altra cosa da quella di La Russa e di tutti i populisti in pectore. Per Bergoglio e con la sua “Teologia del popolo” – come chiarisce bene Lino Prenna nel suo libro “Dal cattolicesimo democratico al nuovo popolarismo. Sui sentieri di Francesco” (e di Sturzo), che bisogna per forza leggere – il popolo non è per niente lotta di classe e conflitto fra opposti”.

 

Nino Labate

 

La stampa non ne ha parlato molto. E se ne ha parlato è stato solo perché si è trattato del vice di Mattarella che, per la carica ricoperta, dovrebbe essere super partes. Invece, appena un paio di giorni fa ha partecipato e si è schierato a Catania con la Festa Tricolore – una festa voluta a suo tempo dal Msi – e al suo solito polemizzando  ad alta voce e col dito indice della mano destra alzato, come usa oggi, attaccando  violentemente sia il Sindacato sia la Confindustria: si sono permessi, guarda tu, di  criticare la Manovra finanziaria. E fin qui niente di male, perché libero di farlo. Cosi come erano liberi di criticare la Manovra, appunto, Sindacati e  Confindustria.

 

Ma se c’era da assistere a una brevissima lezione seria, sintetica sul significato e sulla nozione di populismo, quello che ancora si trascina stanco in Italia, ci ha pensato nella circostanza proprio Ignazio La Russa: “(…) noi non siamo al servizio di nessuno, se non del popolo italiano e questo vuol dire equilibrio…”. Parole che sembrano un vero polpettone acido a base di limone e aceto. Senza distinguere e senza specificare cosa si nascondesse in quel “nessuno”, criticando si, ma senza prendere le distanze e senza scegliere tra l’eventuale diavolo e l’eventuale acqua santa. Che in questo caso, come si e detto, risultano essere nel suo velato intento Confindustria e Sindacati, visto che non si sono riconosciuti nella Manovra finanziaria. Pensiamola come vogliamo, ma Sindacati e Confindustria sono corpi intermedi significativi della nostra Costituzione liberale, del nostro sistema socioeconomico e del nostro Welfare. Che però, quel particolare popolo italiano unico, compatto e indistruttibile che intende La Russa, non ne avrebbe  bisogno! Questo (suo) popolo, a cui si rivolge, in rapporto diretto col Governo e col “noi”, basta e avanza. Altre scocciature di mezzo non ne occorrono.

 

C’è solo da dire, per passare a cose molto più serie, che la nozione di popolo per Bergoglio è altra, ma altra cosa da quella di La Russa e di tutti i populisti in pectore. Per Bergoglio e con la sua “Teologia del popolo” – come chiarisce bene Lino Prenna nel suo libro “Dal cattolicesimo democratico al nuovo popolarismo. Sui sentieri di Francesco” (e di Sturzo), che bisogna per forza leggere – il popolo non è per niente lotta di classe e conflitto fra opposti. È un popolo antropologicamente diversificato ma unito da una sapienza comune, che esprime “…la storia, e la cultura del paese, intendendo per  cultura la mentalità diffusa e il sentire comune” –  così Giannino Piana,  che assieme a Giorgio Vecchio e Matteo Truffelli, recensisce  bene il libro di Prenna sul numero 2/2022 di “Appunti di cultura e Politica”, periodico dell’Associazione “Città dell’uomo”.  

 

Per La Russa invece il popolo è un gruppo sociale omogeneo e compatto. Uno e uno solo. Che bisogna servire. Un gruppo unico, come quello di Grillo. E non solo di Grillo. Un popolo inteso come solitario e confuso blocco soltanto sociale, in rapporto diretto con il (suo) Governo del Paese e, caso mai, con il solo (suo) partito ben nascosti dal “noi”. E quando si è al servizio di questo unico, compatto e indistinto  popolo, significa raggiungere il top dell’equilibrio.

 

Nel vocabolario di La Russa, come si vede, il pluralismo sociale, culturale e politico non esiste. Una tragica idea autoritaria e centralistica della destra storica. Forse la stessa idea presidenzialistica di Giorgio Almirante, ripresa oggi dalla Meloni, e su cui conviene tenere gli occhi ben aperti, anche perché vecchio tema del populismo littorio.  La Russa non si rivolge ai suoi elettori o ai suoi potenziali elettori. No! Si rivolge al popolo italiano (tutto) perché sia i Sindacati quanto la Confindustria non sono popolo, ma sono lontani dalla sua idea di  popolo. È solo augurabile che non ci sia di mezzo anche la razza!

 

Ce allora da dire che per La Russa, come si vede, non esiste neanche la parola mediazione: caratteristica  centrale del cattolicesimo democratico del Novecento, ormai in disuso di fronte all’emergere del politico come alternativa tra amico e nemico. Una mediazione, come ricorda Lino Prenna – e tocca per forza dirlo – radice ideale e fondamento culturale e politico dei “compromessi storici” e delle “…convergenze parallele”. Del buon governo orientato al bene di tutti e che tiene conto delle diverse proposte in campo; pensiero e prassi politica messi in luce dalla Democrazia cristiana storica in tempi insospettabili di contrapposizioni “murate”, in cui era tuttavia possibile mediare tra proposte diverse e idee diverse ben sapendo che non si era di fronte ad un unico e roccioso popolo inteso come mix indistinto e confuso tra ricchi e poveri,  primi e ultimi, sfamati e affamati, garantiti e non garantiti. Le diversità rimanevano e si continuavano a  rappresentare. E non c’era un pensiero unico, perché la forte dialettica partitica era viva e vegeta: di fronte non si aveva un popolo compatto e supposto unito in un solo blocco, semmai diversi  “popoli” – mi si consenta la forzatura del plurale – di diversi territori; diverse  classi sociali e ceti; diversi interessi e attese. Diversi a partire dalla cultura delle irrinunciabili dimensioni locali e comunali con i loro mondi vitali, da La Russa dimenticati. E diversi nei dialetti e nei costumi, ma a tutti uniti al fondo della loro coscienza conoscitiva. 

 

Insomma, non era un solo popolo – unico, solido e compatto – a cui ci si rivolgeva, piuttosto a “popolazioni” piccole sì ma differenti, pronte a diventare un’entità unica soltanto quando facevano il salto nella fede. Chissà cosa ne pensa la sua cara amica Meloni alle prese con questioni più serie e più “s-quilibrate”, che hanno però da fare i conti con una pluralità di blocchi sociali con interessi e attese diversi, aspettative e speranze diverse, e anche domande diverse, di cui proprio la Manovra finanziaria è una significativa dimostrazione. Resta il fatto che la sua, in ogni caso, è una vera lezione di populismo oratorio. Fa capire anche ai bambini il  linguaggio del populismo,  capace di far presa e convincere strati di opinione pubblica in preda alla paura.  E tutto questo, proprio mentre il Censis nel suo ultimo Rapporto, avverte e sottolinea che in Italia il populismo è in crisi  e che siamo entrati in un periodo di post populismo. Pazienza!

 

Ripeto. C’è però Lino Prenna che nel suo libro chiarisce bene cosa sia il popolo per il mondo cattolico e per Papa Francesco. E cosa possa essere un nuovo popolarismo, che per Prenna non è un partito, ma caso mai una filosofia politica prepartica e una weltanshaung della persona, con i suoi diritti umani. Pur riconoscendo la legittimità democratica di un pluralismo politico, Prenna rimane però convinto che in un mare magnum di partiti e partitini ormai personalizzati, centristi, moderati e quant’altro, tutti nelle mani del leader di turno solitario e senza squadra, quella che occorre alimentare e non fare disperdere è proprio la cultura cattolico democratica e popolare. Ed è anche, perché no, la nozione di popolo: quella però che intende Bergoglio.

ANCORA SUL CASO MORO RACCONTATO DA “ESTERNO NOTTE”. RIFLESSIONE DI GIOVAGNOLI SU “VITA E PENSIERO”.

 

La fiction di Bellocchio – scrive l’autore – “descrive in modo grottesco i protagonisti democristiani e in modo scialbo i terroristi del caso Moro”. Non c’è molta verità, né negli uni né negli altri”.

 

Agostino Giovagnoli

 

Il rapimento e lassassinio dello statista democristiano Aldo Moro hanno segnato la coscienza e linconscio degli italiani. Si sono impressi nella memoria collettiva e hanno suscitato suggestioni profonde. Sono diventati eventi di grande potenza simbolica. Il cinema non poteva restare insensibile a tutto questo. Esterno notte, trasmesso anche dalla Rai, è l’ultimo di una serie di film e di fiction dedicati al “caso Moro”. Va detto subito che i film che ne sono scaturiti non rispettano la verità storica ed è naturale che sia così: ai film si chiede una verità cinematografica come ai romanzi una verità letteraria. Una verità cioè che non segue fedelmente i fatti, ma che coglie – possibilmente in profondità – tratti importanti dell’esperienza umana. Ma non è questo il caso.

 

Esterno Notte descrive in modo grottesco i protagonisti democristiani e in modo scialbo i terroristi del caso Moro”. Non c’è molta verità, né negli uni né negli altri. Riprende una narrazione nata prima di questa vicenda, quando, dopo il referendum sul divorzio, a metà degli anni Settanta è esplosa la “questione democristiana”: per una parte del mondo politico-culturale la Dc, anche se continuava ad avere più di un terzo dei voti degli italiani, non era più legittimata a governare. In un’Italia diventata moderna, si diceva, la Dc è un residuo di un passato ormai superato. Il partito cattolico era il vero responsabile di tutti gli scandali e le violenze di quegli anni: anche se non c’erano prove che lo dimostrassero, “io so”, scriveva Pasolini, e tanto bastava.

 

In questo clima ha preso corpo una narrazione che Leonardo Sciascia ha raccontato per primo. È di Sciascia infatti Todo modo, da cui Elio Petri ha tratto un film nel 1976. Quest’opera racconta un’assemblea dei dirigenti politici, tutti corrotti e ipocriti, attaccati al potere e super arroganti. In questo consesso avvengono una serie di omicidi, il cui autore è necessariamente tra di loro. Si tratta di una rappresentazione della realtà in chiave di farsa in cui dominano le atmosfere cupe. Il riferimento di tutto ciò alla Dc era voluto e plateale. Questa chiave narrativa è diventata usuale per rappresentare la Democrazia Cristiana e più in generale la politica della Prima repubblica. È stata ripresa spesso anche per raccontare la vicenda Moro, quale vittima dei comportamenti torbidi e assassini dei suoi colleghi democristiani. In questo storytelling non c’è molto spazio per i terroristi delle Brigate Rosse, cui infatti viene riservato un ruolo marginale e le cui fisionomie appaiono sfocate. I veri colpevoli, infatti, sono i compagni di partito del leader della Dc. Il racconto della vicenda Moro ancor oggi dominante è stato insomma confezionato prima che accadesse e senza riferimento alla realtà del rapimento e dell’assassinio dello statista democristiano. Esterno notte non fa eccezione.

 

Questo è uno dei casi in cui la realtà supera la fantasia. Perché la fantasia cinematografica e letteraria non ha avuto fino ad oggi il coraggio di svincolarsi dai binari del cliché Sciascia. La verità del caso Moro non è stata ancora raccontata perché per farlo occorrerebbe prima liberare l’ex presidente della Fuci da questa falsa narrazione, che è diventata in questi anni una sorta di verità ufficiale, impossibile da contestare perché fin dall’inizio svincolata dalla realtà.

 

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https://rivista.vitaepensiero.it//news-vp-plus-le-ferite-aperte-del-caso-moro-6048.html

 

 

 

Agostino Giovagnoli

Agostino Giovagnoli è ordinario di Storia contemporanea presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Si è occupato tra laltro dei rapporti tra Stato e Chiesa e di storia della Chiesa nel XIX e XX secolo. Fra le sue opere recenti: “Storia e globalizzazione”, Roma-Bari 2003; “Chiesa cattolica e mondo cinese tra colonialismo ed evangelizzazione (1840-1911)”, Roma 2005; “Chiesa e democrazia. La lezione di Pietro Scoppola”, Bologna 2011.

UN PPI “RADICALE”? PROVIAMO A PORTARE SCOMPIGLIO CON LE NOSTRE IDEE, RILANCIANDO IL POPOLARISMO.

 

E se auspice la Fondazione dei Popolari si ripartisse con “Il Popolo”? E se dessimo di nuovo vita al Partito Popolare Italiano (Ppi) e ci organizzassimo come facevano – anzi fanno tuttora – al Partito Radicale per una nostra battaglia delle idee? Le carte in regola le abbiamo, per fare battaglia politica. E come i radicali non mi porrei il problema di andare alle elezioni. Anzi. Proprio per garantire di far cambiare l’agenda politica dobbiamo evitarlo. E dobbiamo portare “scompiglio” politico ed ideale, in tutte le parti politiche, permettendo la “doppia tessera”. Io starò nel Pd e nel Ppi. E nel Pd porterò i temi del Ppi.

 

Roberto Di Giovan Paolo

 

Sono tra coloro che son “sospesi”. Ovvero tra coloro che scelsero il percorso Ppi, Margherita, Partito Democratico. Convinto dalle scelte dei Popolari al Convegno di Chianciano e dalle relazioni di Orvieto (Scoppola, Gualtieri, Vassallo) nonché dal Manifesto dei Democratici che oggi un comitato ridondante e pomposo dovrebbe solo spiegarci come attuare, più che tentare di riscrivere sulla base delle divisioni pseudocorrentizie del momento (lasciamo perdere le correnti politiche di un tempo, con una loro storia e una linea politico-culturale…una rivista di dibattito: erano altra cosa).

 

Ho fatto questo percorso sempre con convinzione ma mai pensando che altri amici che venivano dalla mia stessa storia e hanno scelto traiettorie diverse fossero in errore e io sempre nel giusto; l’ho fatto, cioè, praticando il dubbio e rispettando gli avversari, con convinzione. Ed è il motivo per cui credo sia giusto per chi ha fatto le mie stesse scelte andare fino in fondo a questo Congresso del Pd e verificare se esistono le condizioni per garantire, non solo a noi – questo dovrebbe essere l’alto compito del comitato di oltre 90 persone – ma al Paese, una forza politica capace di farlo progredire (progressisti perciò) e di saper proporre un’alternativa realistica (parlando quindi al Paese tutto) e quindi puntando a vincere le elezioni per andare al Governo, non solo a soddisfare i propri istinti valoriali contentandosi di una “bella battaglia” (m’hanno “fatto nero” ma quante gliene ho date…).

 

Questo era proprio il motivo per cui il Partito Comunista Italiano aveva cominciato a sviluppare una “cultura di governo”: saper comprendere che governare non è tradire le masse, anzi al contrario…tradire le masse e i propri elettori è sfiancarli in rivendicazioni che non si vuole portare al confronto e alla mediazione politica conseguente. In politica non si vince “tutto o niente” e anzi, proprio la mentalità da gioco a somma zero, è uno dei  motivi che oggi minano anche democrazie gloriose come gli Usa dove molti scienziati della politica si rendono conto di quanto la sfida “mortale” tra due soli partiti abbia eliminato le sacche di democrazia interne a Democratici e Repubblicani (pensate ad un Johnson rispetto a Kennedy oppure a un Bush padre rispetto a Trump). E in ogni caso oggi in Italia, complice una legge elettorale pessima, e vari cedimenti al populismo come la diminuzione dei parlamentari e della loro rappresentanza territoriale, abbiamo vari poli e non solamente due coalizioni, e ci dobbiamo fare i conti.

 

Tornando al Pd ecco allora che il problema principe non è se sopravviverà la mia cultura, ma anche se sopravviveranno in generale tutte le culture politiche che lo hanno generato, pur con le loro contraddizioni e dubbi, per cedere ad un pragmatismo, moderato o radicale poi conta poco, che rischia di far retrocedere il Pd ad una sorta di bric-à-brac della politica del “presenteismo” attuale.

 

Il rischio, lo chiarisco ulteriormente, non è che venga a mancare la cultura cattolico democratica con il suo apporto di riflessione su persona e comunità, la cultura della mediazione alta e delle alleanze, ma anche le altre culture, compresa quella comunista del Pci, dal momento che già Ingrao e il suo “campo largo” sono maldestramente interpretati con l’idea di un accordo con Conte e così sia…Oppure, appunto, la cultura di governo che ricordavo prima, ovvero quella di chi nel Pci riteneva che ogni passo in più sindacale o politico della democrazia fosse una garanzia in più per le classi (si diceva così allora) che erano escluse dalle decisioni. C’era confronto e sfida con il popolarismo ovviamente, ma il senso di dover fare i conti con il popolo, ovvero con la necessità di “educarlo” alla democrazia, di dare diritti e conseguenti doveri, era un terreno anche di scontro ma comune.

 

Ora, se vince un Pd “carino, educato, da talk show” capace solo di parlare di attualità e malato di protagonismi personali e di una sorta di “populismo buono”, il Manifesto e il convegno di Orvieto vengono azzerati di fatto, per tutti, non solo per i Popolari. E dunque la questione non è avere un candidato “nostro”, ma di avere un partito “nostro”, per chi ci ha investito tempo e voglia di andare oltre l’Ulivo.

 

L’impressione però è che questa consapevolezza non ci sia, e anzi alcuni puntino proprio a sfasciare il Partito democratico, chi per nostalgia, chi per  disorientamento e confusione, chi immaginando cinicamente (per le categorie più deboli che dovrebbe rappresentare) che una bella sinistra al 30 per cento ( arrivarci eh…) ti dia maggiore tranquillità: puoi comiziare come vuoi folle osannanti, con la sicurezza che tanto poi non dovrai mai “sporcarti” le mani con il governo di qualsivoglia istituzione. Io spero di no, ma intravvedo il piano inclinato. Peraltro in una situazione generale che potrebbe tendere al Presidenzialismo, che diverrebbe in ogni caso un elemento fondante di nuova legge elettorale, e sistema nuovo di relazioni con il popolo (populismo al picco possibile…)

 

E allora noi che veniamo dal Ppi e abbiamo fatto questa strada?

 

Noi siamo cresciuti in una cultura che sa dare battaglia, non si convince per approssimazioni dialettiche e rimane spesso a fare anche la minoranza quando serve. E tuttavia, se consideriamo anche la vicenda del Terzo Polo ci troviamo di fronte ad un quadro asfittico: una sorta di Pri-Pli, ma senza i La Malfa e i Malagodi. Un centro che teme la presenza del cattolicesimo democratico e tutto attento alle questioni personali e personalissime interpretate quando ha tempo da Renzi, uno che il metodo democristiano lo conosce bene ma valorialmente è “a-democratico cristiano”, e da un figlio della sinistra altoborghese anche simpatico, e un po’ “fru fru”, ma che ha praticato la politica sulle colonne di “Repubblica” più che nelle sezioni o sui territori (come molti dirigenti che fanno finta di essere di sinistra nel Pd: avete presente Gaber e la sua “Far finta di essere sani?”.)

 

E allora? direte anche giustamente. Una piccola idea, per ora solo un embrione di idea, che però mi è nata dall’anno scorso quando alla presentazione del libro di Giorgio Merlo su Donat Cattin sentii un ispirato intervento di Castagnetti che non si abbandonò alla nostalgia, raccontando di quanto le idee cattolico democratiche del popolarismo avessero davvero grandi possibilità di essere presenti ora e nel futuro. Dunque, se auspice la Fondazione dei Popolari si ripartisse con “Il Popolo”? E se dessimo di nuovo vita al Partito Popolare Italiano e ci organizzassimo come facevano al Partito Radicale – anzi fanno tuttora  per una nostra battaglia delle idee? Se penso alla nostra idea di immigrazione e a ciò che dice Papa Francesco sulle ondate umane che trasmigrano nel pianeta, io penso che sono lontano dalla destra ma anche da Minniti, francamente. E se volessimo parlare di lavoro, dignità delle condizioni dei lavoratori, non mi basta la difesa dei pensionati e dei lavoratori dipendenti del sindacato di Landini. Siamo molto più a favore dello sviluppo, certo sostenibile, e della creatività dei piccoli e medi imprenditori e dei tanti giovani sfruttati.

 

Noi non siamo con la Thatcher e Reagan (e con i Tremonti boys…) e neanche con i loro epigoni di sinistra che si vergognano a dirlo, ma hanno fatto battaglie per “patrioti” di compagnie aeree ed aziende infrastrutturali privatizzate male e col rischio oggi di doverle salvare. Siamo per una sanità pubblica, e per tutti, e per una educazione che torni ad essere “ascensore sociale” sano della nostra società; siamo per gli ultimi senza fargli la carità dei diritti, ma propagandando la lotta per i diritti a fianco dei doveri. Siamo per la persona e la comunità che vengono prima dello Stato, e per uno Stato che non sia notaio – ricordiamo l’ordine del giorno Dossetti del settembre 1946 – ma levatrice di un cambiamento sociale. Per questo siamo progressisti e, ci scommetto, se andassimo a fare i conti davvero, anche…“più di sinistra” della sinistra attuale. Fate un confronto tra il Presidente del Consiglio Prodi e quelli della “sinistra” come D’Alema, o vezzeggiati dalla sinistra borghese dei giornali, come Monti…

 

Insomma le carte in regola le abbiamo, per fare battaglia politica. E come i radicali non mi porrei il problema di andare alle elezioni. Anzi. Proprio per garantire di far cambiare l’agenda politica dobbiamo evitarlo. E dobbiamo portare “scompiglio” politico ed ideale, in tutte le parti politiche, permettendo la “doppia tessera”. Io starò nel Pd e nel Ppi. E nel Pd porterò i temi del Ppi. Come? Esempi? Immigrazione. Per cui molti nel centrosinistra si riempiono la bocca di slogan e poi fanno come le destre (vedi Conte per esempio, il governo più di destra della Repubblica sinora…). Noi abbiamo i valori di Papa Francesco. E in politica il tentativo di governo sui territori da cui parte l’immigrazione, dell’Ulivo e del Governo Prodi. Bene. Allora come Ppi, per esempio, lanciamo il referendum per l’abrogazione della Legge Bossi-Fini e successive modificazioni. Raccogliamo le firme, avendo inserito il trema in agenda politica, e chiediamo ai partiti dove altro siamo eventualmente iscritti di adeguarsi alla battaglia dei diritti che in questo caso sono sociali e civili e riguardano qualche milione di persone.

 

È possibile? È un’utopia? E perché? La Legge sull’obiezione di coscienza fu a firma del partigiano Marcora. La prima legge sulla fame nel mondo propugnata da Pannella fu a firma perfino di Flaminio Piccoli…La finisco qui. Ma credetemi in tempi di rischio Populismo-Presidenzialismo esserci sarà essenziale!

PD, CAMBIA IL MANIFESTO DEI VALORI? QUINDI… CAMBIA IL PARTITO.

 

Riscritto da una pletora di persone, ancora una volta rispecchiante il peso e il ruolo delle correnti e delle bande interne che compongono oggi il Pd, il Manifesto dei Valori non potrà che ridisegnare un nuovo partito, per una nuova prospettiva politica e forse, ma non è detto, con una nuova classe dirigente. Insomma, nulla a che vedere con il Pd delle origini e con quel partito a “vocazione maggioritaria” immaginato dagli stessi fondatori.

 

Giorgio Merlo

 

Il confronto all’interno del Partito democratico è quantomai aperto e nessuno sa, ad oggi, quale sarà L’approdo politico e culturale finale di quel partito. L’unica cosa certa è che il Pd del dopo 25 settembre non sarà più quello delle origini. Definitivamente. Un dato, questo, abbastanza scontato anche perchè sono venuti a mancare alcuni elementi costitutivi che avevano giustificato il decollo dell’esperienza del Partito democratico nel lontano 2007. Se volessimo sintetizzarli, seppur brevemente, non possiamo non citare il tramonto definitivo della cosiddetta “vocazione maggioritaria” del partito; la forte attenuazione, per non dire l’archiviazione, della “pluralità” culturale del partito – basti pensare alla sostanziale polverizzazione dell’area cattolico popolare e sociale nel Pd; la struttura rigidamente e scientificamente correntizia del partito, articolata per bande di potere interne che nulla centrano con il pluralismo culturale ed ideale dell’inizio di questa esperienza; e, infine, con una classe dirigente locale, e soprattutto nazionale, frutto del criterio della fedeltà al capo corrente di turno e non più espressione dei territori o del protagonismo sociale e culturale del partito.

 

Insomma, si tratta di una formazione politica che ha mutato radicalmente il suo profilo e la sua funzione rispetto alla entusiasmante e avvincente stagione veltroniana. Di qui la necessità, comprensibile e del tutto legittima, di cambiare in profondità lo stesso “Manifesto dei valori”. Per chi, come me e come tanti di noi cattolici popolari avevano scommesso su questo partito dopo l’esperienza del Partito Popolare Italiano e della Margherita e poi con l’avvento della segreteria Veltroni, è del tutto evidente che si tratta adesso di un altro partito e di un’altra prospettiva politica. Certo, non dipende solo dalla retorica burocratica e protocollare contenuta nel futuro “Manifesto dei valori” rinnovare e cambiare un partito. Ma è indubbio che, oggi, si tratta di ridisegnare un partito che non è più quello di un tempo e che, di conseguenza, legittima molti esponenti, e le rispettive culture politiche, a fare altre scelte e intraprendere altri percorsi politici. Si tratta, cioè, di un partito che dovrà coprire l’area di sinistra oggi fortemente minacciata dalla “sinistra per caso” del partito populista dei 5 stelle. E un partito che, sul versante moderato e centrista, registra una forte concorrenza presidiata ormai da altri partiti – anche se si tratta, purtroppo, di partiti personali – che dovranno comunque allargarsi a livello culturale e sociale se vorranno realmente rappresentare quest’area elettorale. Ma anche qui, come sul versante della sinistra, la competizione è ormai forte e spietata e il nuovo Pd difficilmente riuscirà a farsi interprete esclusivo delle istanze e delle domande che provengono da quei mondi.

 

Ecco perchè il nuovo e futuro “Manifesto dei valori” che dovrà, purtroppo, essere riscritto da una pletora di persone che, ancora una volta, rappresentano cencellianamente il peso e il ruolo determinante delle correnti e delle bande interne che compongono oggi quel partito, non potrà che ridisegnare un nuovo partito, per una nuova prospettiva politica e forse, ma non è detto, con una nuova classe dirigente. Insomma, nulla a che vedere con il Pd delle origini e con quel partito a “vocazione maggioritaria” che avevano previsto gli stessi fondatori storici di quella formazione politica. Appunto, si tratta di aprire una nuova pagina per una nuova fase politica. E, di conseguenza, un nuovo e diverso Partito democratico.

DOBBIAMO TORNARE AI NOSTRI ‘FONDAMENTALI’ PER AGGIORNARE L’AGENDA DEL POPOLARISMO.

 

Molti, troppi tentativi hanno mirato a ricomporre le tante sigle e le diverse casematte in cui si sono frantumati politicamente i cattolici dopo la fine della Dc. Fallimenti in larga parte legati al prevalere di interessi e ambizioni personali di amici preoccupati, soprattutto, di garantirsi la propria sopravvivenza politica. Invece, sostiene Bonalberti, “si deve ripartire dalla base, per tentare di ricomporre dal basso l’unità di quanti, accomunati dai principi e dai valori della dottrina sociale cristiana, intendono declinarli insieme”.

 

Ettore Bonalberti

 

Nel deserto dominante della politica italiana, non si comprende a quali culture politiche si rifacciano gli attuali partiti presenti in Parlamento, mentre siamo certi che Dc e Popolari possono contare sui principi e gli orientamenti valoriali indicati dalla dottrina sociale della Chiesa. Credo che una rilettura critica delle encicliche papali, dalla Rerum Novarum in poi, sarebbe oltremodo necessaria. Noi della  quarta e ultima generazione della Dc storica ci siamo formati negli insegnamenti delle grandi encicliche o lettere apostoliche degli anni ’60, quelle di Giovanni XXIII (Mater et Magistra e Pacem in Terris) e quelle di Paolo VI (Populorum progressio, Octogesima Adveniens e Humanae Vitae). Se la Rerum Novarum seppe indicare ai Popolari di Sturzo gli orientamenti pastorali nella fase di avvio e di sviluppo della prima rivoluzione industriale, è con le encicliche di San Giovanni Paolo II (Centesimus Annus), di Papa Benedetto XVI (Caritas in veritate) e di Papa Francesco (Evangelii gaudium, Laudato Si’ e Fratelli tutti) che abbiamo ricevuto le analisi e le indicazioni più rigorose sugli esiti, i limiti e le criticità dello sviluppo capitalistico nell’età della globalizzazione.

 

Solo la cultura cattolica può contare su una tale ricchezza di analisi e di proposte a riguardo dei grandi temi del nostro tempo, di interesse sia personale che dell’intera comunità mondiale. Ecco perché non abbiamo bisogno di manifesti laburisti o di falsi azionismi radicali, convinti come siamo che Dc e Popolari dovrebbero impegnarsi più sulla loro ricomposizione politica che non sulle diverse opzioni per le quali abbiamo patito sin qui la divisione tra destra, sinistra e/o terzo polo.

 

Una seria riflessione andrebbe promossa, da farsi insieme alla vasta realtà sociale, culturale e organizzativa del mondo cattolico, con una sorta di “Camaldoli 2.0”, dalla quale derivare un manifesto politico programmatico in grado di offrire risposte alle attese della società italiana, nella quale resta necessario garantire il giusto equilibrio tra interessi e valori del terzo stato produttivo con quelli delle classi popolari. Un equilibrio che rappresenta l’unico antidoto al prevalere delle spinte populiste su cui poggia il consenso della destra nazionale.

 

Molti, troppi tentativi hanno mirato a ricomporre le tante sigle e le diverse casematte in cui si sono frantumati politicamente i cattolici dopo la fine della Dc. Fallimenti in larga parte legati al prevalere di interessi e ambizioni personali di amici preoccupati, soprattutto, di garantirsi la propria sopravvivenza politica. Ora quel metodo va abbandonato e, come ho scritto in una recente nota, si deve ripartire dalla base, per tentare di ricomporre dal basso l’unità di quanti, accomunati dai principi e dai valori della dottrina sociale cristiana, intendono declinarli insieme, nella città dell’uomo. Sarà questo processo, che abbiamo connotato come la costruzione dell’Area Popolare, il modo più democratico per far emergere la nuova classe dirigente, espressione di un’autentica partecipazione democratica e popolare, dal basso, ben al di là delle diverse provenienze e collegamenti nazionali dei diversi soggetti.

 

Solo esaurita questa fase nelle varie realtà regionali e locali italiane si potrà organizzare un’assemblea costituente nazionale del soggetto politico nuovo di centro: democratico, popolare, aperto alla collaborazione con quanti di altre aree politiche intendono con noi difendere e attuare integralmente la Costituzione repubblicana. Una carta nella quale i padri fondatori DC seppero concorrere a scrivere articoli importanti ispirati dai nostri valori cristiani. Oggi come allora compete ai cattolici democratici e ai cristiano sociali coniugare l’ispirazione della dottrina sociale cristiana ai valori costituzionali. Un modo di azione che, io credo, potrebbe ricondurre alla partecipazione politica e all’esercizio del voto quella grande massa di renitenti che, da troppo tempo, disertano i seggi elettorali. Le prossime elezioni locali e regionali potrebbero essere il terreno di prova per l’Area Popolare.

LEGGE DI BILANCIO: INIZIATO IL COUNTDOWN PER I LAVORATORI FRAGILI.

 

Francesco Provinciali

 

C’è una categoria di persone che segue con apprensione e speranza gli sviluppi del passaggio bicamerale della legge di bilancio dello Stato per il 2023: sono i cd. “lavoratori fragili” di cui abbiamo molte volte scritto negli ultimi tre anni, anche grazie alla specialissima consulenza tecnica dell’esperto legislativo Francesco Alberto Comellini, un vero top player in materia di disabilità e situazioni di fragilità sanitaria che si riverberano anche nell’ambito familiare e nel mondo del lavoro.

 

Il 31 dicembre p.v. scadranno le tutele previste dal decreto aiuti-bis, quello per intenderci voluto dal Ministro del lavoro pro-tempore Andrea Orlando: abbiamo già evidenziato il macroscopico vulnus che lo caratterizza perché in realtà non di tutele (al plurale) si tratta ma di tutela (al singolare), nella fattispecie ridotta al solo smart working per quelle categorie di lavoratori che possono accedere a questa previsione normativa. Scadute il 30 giugno 2022 le previgenti tutele – di fatto in vigore dal primo governo Conte quasi ininterrottamente (salvo alcuni vuoti di vacatio legis dovuti alla disattenzione del legislatore di turno) che di volta in volta avevano rinnovato due specifiche forme di tutela previste dall’art. 26 – commi 2 e 2 bis – del DL 17 marzo 2020 n.°18 , solo tardivamente il decreto Orlando ne ha ripristinata una, quella dello smart working appunto, escludendo da ogni protezione sanitaria in ambito lavorativo proprio le persone bisognose di maggiore tutela.

 

Il decreto aiuti-bis, infatti, non ha rinnovato la tanto attesa equiparazione dello stato di malattia al ricovero ospedaliero, che in questi tre anni di pandemia aveva sempre affiancato lo smart working: ciò ha provocato ‘de iure’ una evidentissima e grave discriminazione in danno di quei lavoratori che non potendo accedere allo smart working (in quanto incompatibile con il proprio lavoro) hanno dovuto rientrare in servizio oppure, se malati o contagiati dal Covid, fare ricorso al periodo di assenza del proprio comporto contrattuale. Con il rischio di esaurirlo e di ricorrere alle ferie: un paradosso francamente inaccettabile, che lede non solo la condizione di fragilità ma la stessa dignità delle persone. Tutto ciò nonostante il deputato di FdI On. Massimiliano DeToma abbia sempre proposto con emendamenti e interventi in Aula l’approvazione integrale delle due tutele, con encomiabile dedizione e avvertita consapevolezza del problema. Sono stati versati qui e altrove fiumi di inchiostro su questo non certo apprezzabile vulnus normativo e sulla necessità di un ripristino integrale delle tutele. La politica parlamentare e governativa ne è sempre stata minuziosamente informata ma il reintegro delle due tutele non è più stato introdotto, dopo il 30 giugno 2022.

 

Per chi ancora non lo sapesse, per lavoratori fragili si intendono i chemioterapici, gli immunodepressi, i portatori di disabilità, gli ammalati di patologie degenerative peraltro comprese e previste nel Decreto del Ministro della Salute Roberto Speranza del 4 febbraio 2022. Sono soggetti “certificati” fragili dalle autorità sanitarie con patologie incluse in un DM del Ministero della Salute: stupisce non poco che di loro – eccetto pochi parlamentari, in primis l’On.le De Toma – non si sia mai posta in modo serio ed organico l’esigenza di una tutela preveggente e garantista. Un segno di indifferenza della politica, finora. Va rimarcato che il Covid c’è ancora e che ad es. nella settimana dal 17 al 24 novembre u.s sono stati registrati 229.122 contagi e 580 morti: ben più che in Cina.

 

Scrivendo che “finora nessuno si è preso a cuore il problema” si vuole accompagnare questa amara constatazione con una speranza: che il nuovo Governo se ne faccia invece carico, considerato che i vari provvedimenti finora ipotizzati vanno nella direzione di una protezione dei cittadini deboli, svantaggiati, fragili, maggiormente esposti alla crisi economica attuale. A cominciare da una necessaria e auspicabile riformulazione dall’art.62 del testo del Governo della legge di bilancio che prevede il contributo una tantum che dovrebbe, al contrario di quanto vi è scritto, essere orientato per sostenere i redditi più bassi e le famiglie numerose, prevedendo un limite reddituale incrementato sulla base del numero dei figli nel nucleo familiare, specie se con disabilità.

 

Confidiamo che questo spirito di equità e di protezione delle fasce sociali deboli si estenda anche alla categoria dei lavoratori fragili, con un rinnovo almeno trimestrale delle previgenti tutele, quelle per intenderci che si richiamano ai citati commi 2 e 2-bis – art. 26 del DL 18/2020. Non lasciando “scoperto” nessuno, finalmente.

GERARDO BIANCO, PROTAGONISTA DELLA POLITICA ITALIANA NEGLI ULTIMI DECENNI.

 

Si sono svolti ieri mattina a Roma, nella chiesa di San Gaetano, alla presenza del Presidente della Repubblica Mattarella e del Ministro dell’Interno Piantedosi, i funerali di Gerardo Bianco.

Il rito funebre è stato officiato da Mons. Guerino Di Tora, Vescovo emerito, insieme a don Matteo Galloni.

Al termine Pierluigi Castagnetti ha ricordato con parole toccanti l’amico di partito. “Fu un politico fedele – ha concluso – al pensiero, laico e spirituale a un tempo, del Max Weber secondo cui, senza un pensiero profondo, senza credere a nulla, non ha senso dedicarsi all’impegno politico”.

Di seguito riportiamo il testo della commemorazione.

 

Pierluigi Castagnetti

 

Carissima Tina, carissimi Maria, Fazio e Andrea, carissimo Lucio, desidero esprimervi il cordoglio e la solidarietà più affettuosi a nome dei tanti amici presenti che, a prescindere dalle attuali collocazioni partitiche, hanno condiviso con Gerardo il lungo percorso della esperienza democratico cristiana.

 

È difficile parlare di un amico quando l’affetto prevale su ogni altro sentimento. Cercherò allora di farlo prendendo le distanze, per quanto possibile, dai ricordi personali. Gerardo Bianco è stato uno dei maggiori protagonisti della politica italiana negli ultimi decenni. Uguale e diverso da numerosi altri della sua statura. Sicuramente era il più “voluto bene” dai colleghi di tutti i gruppi parlamentari. Rispettato e stimato, oltre che per la sua cultura, per la sua affabilità e lievità nel fare discorsi seri senza mai scivolare nella superficialità che, anzi, detestava, per la sua assenza di pregiudizi e settarismi nei confronti di chiunque, amico o avversario, e soprattutto per quella sua intelligenza della realtà e del futuro tipica dei grandi politici, che lo portava ad essere aperto ai cambiamenti con lo spirito di chi è a un tempo conservatore per le cose che contano e duttile per quelle che contano meno.

 

Purtroppo in meno di due anni ci hanno lasciato in tre tra i maggiori, lui, Ciriaco De Mita e Franco Marini, tutti cristiano democratici che in modo diverso hanno rappresentato questa cultura dell’essenza, della profondità e della speranza.

 

A lui era toccata una scelta non facile per quel tempo, l’Ulivo, un’alleanza fra diversi, anche molto diversi, uniti però dall’adesione al grande disegno costituzionale che altri non potevano, per scelta o semplicemente per ragioni storiche, condividere. L’aveva fatta soprattutto, come ripeteva spesso, per garantire all’Italia il ruolo di attore protagonista nella costruzione di una nuova fase dell’integrazione europea. Nei passaggi più delicati dell’adesione all’Euro, infatti, di fronte ad alcune titubanze persino di qualche ministro e alla contrarietà di tutte le forze dell’opposizione, lui schierò il peso politico del suo partito a sostegno della scelta di Prodi e Ciampi. Non bastava dichiararsi alternativi alle nuove destre, ma bisognava esserlo sulle scelte decisive per il paese. Ancora oggi godiamo i frutti di quella lungimiranza. Era molto dispiaciuto che altri amici provenienti dalla sua stessa storia, che avevano fatto legittimamente un’altra scelta politica, non apprezzassero queste ragioni.

 

Sta di fatto che volle che il suo PPI, pur rappresentando solo una parte di quella storia, continuasse a tenere aperta al suo interno una riflessione, una verifica continua, sulle ragioni profonde del cattolicesimo democratico, al punto che anche chi aveva fatto una scelta diversa si sentisse intrigato da questo dibattito: “Votano di là, ma si sentono partecipi del dibattito che si fa di qua”, mi disse un giorno. E pur esprimendo riserve e anche contrarietà per le scelte successive del PPI, come è noto, non ha mai fatto mancare solidarietà e consigli agli amici del “suo” partito.

 

Questo disegno gli ha consentito di rappresentare con dignità e autorevolezza ai popolari europei, in particolare ai suoi personali amici, il cancelliere Helmut Kohl e Josè Maria Gil-Robles, a suo tempo perseguitato dal regime franchista e poi assurto al ruolo di presidente del Parlamento europeo, le ragioni profonde che lo ispirarono in quella difficile scelta.

Un’ altra lezione della sua eredità politica riguarda la cultura meridionalistica. Il suo era un meridionalismo sturziano, dello Sturzo che quando parlava del mezzogiorno diceva “noi sud-europei”. Il sud-europeo Gerardo Bianco evocava spesso gli anni importanti della strategia mediterranea di La Pira e dei ministri Andreotti, Fanfani, Moro e anche Craxi, per dire che l’Italia senza l’ambizione di orientare la strategia occidentale nel Medio Oriente, rinunciava semplicemente a una responsabilità che le era stata affidata dalla storia e della Provvidenza. E ha guidato ANIMI, l’Associazione degli studi sul Mezzogiorno che fu di Fortunato, Salvemini, Croce, Zanotti Bianco, Compagna e altri, con questo larghezza di orizzonte, sino a poche settimane fa, quando ne ha passato la guida all’amico Giampaolo D’Andrea.

 

E, infine, il suo parlamentarismo, cioè la sua convinzione che l’architettura della nostra Costituzione si reggesse sulla centralità del Parlamento, caduta o anche solo affievolita la quale tutto sarebbe stato a rischio. Da qui la sua contrarietà, ribadita anche recentemente, alla riforma del Presidenzialismo.

 

Sono queste le ragioni per cui Gerardo è stato per molti di noi un riferimento sul piano etico e del rigore comportamentale, ma anche e soprattutto su quello politico. Fu un politico fedele al pensiero, laico e spirituale a un tempo, del Max Weber secondo cui, senza un pensiero profondo, senza credere a nulla, non ha senso dedicarsi all’impegno politico.

LA ‘CANCEL CULTURE’ DEL PD SI ABBATTE SUL POPOLARISMO D’ISPIRAZIONE CRISTIANA. IL PUNTO DI VISTA DI FIORONI.

 

Emerge la volontà di assegnare al “partito dei riformisti” una fisionomia social-radicale. “In questa cornice – sostiene Fioroni – l’apporto del cattolicesimo democratico si riduce a semplice orpello di un’operazione tutta interna alla sinistra, bramosa di ritrovare se stessa, con l’esito paradossale di una inammissibile “cancel culture” applicata al mondo del popolarismo d’ispirazione cristiana.

 

Giuseppe Fioroni

 

Il dibattito congressuale del Pd è fatto di esorcismi. Per ogni difficoltà se ne trova uno, sempre con l’aspettativa di prendere congedo dal male oscuro che attanaglia il riformismo. Le formule, benché ripetitive, restano vuote. Si cerca di venire a capo dei problemi con l’evocazione continua di una volontà di riscatto o di un desiderio di purificazione, rimettendo mano alle scelte programmatiche. In nome della concretezza, si finisce per abbozzare un disegno astratto, senza figure identificabili. Ogni esorcismo si misura con la rimozione della sconfitta, il rischio di emarginazione, lo smarrimento dell’identità. In questo modo, però, i nodi della crisi si intrecciano in maniera ancora più complicata.

 

Il Pd voleva e doveva essere la scommessa sul futuro di una democrazia che saldamente ancorata ai principi e ai valori della Carta costituzionale, secondo lo spirito di collaborazione che vide all’opera nel secondo dopoguerra le grandi forze democratiche e popolari. Si pensava a un partito che incarnasse il desiderio di costruire il futuro, mettendo da parte le ideologie del Novecento. Dunque, finito rovinosamente il comunismo, emergeva un nuovo imperativo: come salvare, in uno scenario politico così profondamente mutato, l’istanza di libertà e giustizia? Il Manifesto dei Valori indicava nel rispetto della complessità, e perciò del pluralismo ad essa collegato, il modello culturale e politico da seguire: i Democratici, piuttosto che affidarsi alla letteratura del passato, s’impegnavano a leggere i “segni dei tempi”. Grazie a Mauro Ceruti, vicino al pensatore francese Edgard Morin, il compito di armonizzare le proposte passava attraverso un lessico originale, tanto originale da escludere il riferimento a parole come “socialismo” o “sinistra”, visto che il Pd intendeva qualificarsi come un partito riformista di centro-sinistra.  

 

Oggi si vuole tornare indietro, credendo o volendo far credere che sia questo il percorso del rinnovamento. Ecco perciò che il socialismo democratico, negletto in cinquant’anni di storia della sinistra di opposizione, risorge come orizzonte del “Nuovo Pd”, assorbendo motivazioni etiche di tipo radical-progressista e generando una forma di eclettismo valoriale, sostanzialmente a copertura di un inquieto pragmatismo. In questa cornice, l’apporto del cattolicesimo democratico si riduce a semplice orpello di un’operazione tutta interna alla sinistra, bramosa di ritrovare se stessa, con l’esito paradossale di una inammissibile “cancel culture” applicata al mondo del popolarismo d’ispirazione cristiana. Andrebbe detto, insomma, che a distanza di decenni si ritorna a quel “vicolo cieco della sinistra” da cui è scaturita, per contraccolpo, la baldanzosa avanzata del turbo-capitalismo.

 

Il congresso del Pd non può ignorare che l’organismo di partito può soccombere per asfissia, visto che il dibattito si concentra su questioni che soffocano la ricchezza del disegno originariamente previsto. Non c’è la consapevolezza di quanto sia vicino il momento della crisi irreversibile. Non lo capiscono i maggiorenti del partito, lo hanno capito, in larga parte, gli elettori. I voti persi il 25 settembre non sono il prodotto di un disguido o di una incomprensione, ma il contrassegno della indisponibilità di tanti italiani, pur lontani dalla destra, a farsi irretire da una politica a sfondo social-radicale.

RIFORMARE LE REGOLE PER UNA POLITICA POPOLARE.

 

Il compito per chi si ispira al popolarismo nella fase attuale consiste, secondo lautore, nel farsi interpreti di istanze e temi che sono sottostimati o elusi, nel portare avanti unagenda popolare senza aspettare che le rivendicazioni possano venire in qualche modo ottriatedai nuovi sovrani assoluti del nostro tempo.

 

Giuseppe Davicino

 

Da più parti si avverte la necessità di rimettere in moto la democrazia dopo lo stallo e la menomazione che ha conosciuto nella cosiddetta seconda repubblica. Appare interesse di tutti, sia per i sostenitori del modello bipolare che per coloro che intendono superarlo,  riformare l’attuale stato di cose che perdura, perfezionandosi in peggio, da quasi trent’anni. Una situazione che consente di fatto a pochi capi partito di nominare la quasi totalità del parlamento. Anche se al momento appare lontano dalla volontà dei maggiori partiti, credo non costituisca esercizio vano ricordare che per restituire il potere di scelta al Corpo Elettorale che è il supremo organo Sovrano della Repubblica, per ridare dignità ed equità alla rappresentanza dei territori serve innanzitutto una legge che regoli e garantisca il rispetto della democrazia interna dei partiti, che sancisca l’obbligo di sottoporre a primarie di partito o di coalizione le candidature nei collegi uninominali e nei listini bloccati, che vieti la furbesca pratica delle candidature in più collegi. Oppure, in alternativa, serve il ritorno al proporzionale e alle preferenze.

 

L’unica certezza è che l’attuale stato di cose non può permanere senza regalare alla strategia plebiscitaria della destra, ma che piace tanto anche a certa sinistra, le condizioni ideali per il suo successo. Elemento di cui l’attuale opposizione non pare sufficientemente consapevole. Come pure viene sottovalutato il fatto che la delicata fase attuale dal punto di vista sociale ed economico, con le inedite trasformazioni che in essa si stano svolgendo, se non gestita politicamente, smussata, controbilanciata da una forte rappresentanza delle istanze popolari rispetto alla giustizia sociale, ma anche rispetto ai nuovi modelli “sostenibili” di business (che a volte danno l’impressione di esser calati dall’alto a mo’ di esperimento sociale), potenzialmente può alimentare derive incontenibili in un quadro democratico.

 

O si affronta il problema di come ridare centralità al parlamento, riformando i meccanismi della rappresentanza e della selezione dei gruppi dirigenti, oppure tale centralità appare destinata a manifestarsi in modo sempre più formale, soppiantata dalla centralità sostanziale conquistata da organismi di potere privato transnazionale. Le culture politiche di estrazione popolare, poi non dovrebbero mai dimenticare che i parlamenti storicamente sono nati per limitare l’assolutismo monarchico nei confronti delle élite economiche, non per rispondere alle istanze popolari. Solo dopo la prima guerra mondiale la questione sociale è entrata prepotentemente nel dibattito politico e parlamentare, in Italia anche per merito del Ppi di Sturzo. E il Fascismo per molti aspetti ha attecchito sulle questioni rimaste irrisolte in quel dibattito. Questioni su cui invece è stata modellata la Costituzione.

 

Ai giorni nostri in Occidente rischiamo di assistere, per una singolare eterogenesi dei fini delle democrazie liberali, al compimento di una parabola sviluppatasi nel corso dell’epoca moderna. Quelle élite economiche, dirette beneficiarie delle concessioni delle libertà economiche e politiche da parte dei sovrani assoluti, sono diventate cosi potenti al punto da aver raggiunto un concentrazione di potere così alta, così incontrastata da apparire addirittura superiore a quella esercitata dalle antiche monarchie assolute.

 

Qualche giorno fa Pio Cerocchi proponeva su queste colonne di riaprire la storica testata de Il Popolo «a tutti i resti di quel popolo democristiano non ancora assuefatto all’asfissia del politicamente corretto e desideroso di “leggere” la realtà con gli occhi di quella libertà che ha sorretto l’Italia per tanti e tanti anni». Questa può essere una lucida indicazione di quale sia il compito per i Popolari nella fase attuale. Farsi interpreti di istanze  e temi che sono sottostimati o elusi, portare avanti un’agenda popolare senza aspettare che le rivendicazioni possano venire in qualche modo “ottriate” dai nuovi sovrani assoluti del nostro tempo o da chi ne cura gli interessi nella politica, nei media, nelle professioni.

 

Riconoscere, senza ulteriori indugi, il nuovo assetto multipolare del mondo come condizione della la pace nel XXI secolo, stando saldamente a fianco del nostro principale alleato, gli Stati Uniti; progettare una società a misura delle moltitudini, sociali, culturali, territoriali e non a misura dello 0,1% più ricco; affermare un codice umanistico, universalmente accettato, per l’utilizzo delle nuove tecnologie; sostenere una transizione energetica verso fonti meno inquinanti nel segno della fiducia verso il progresso tecnico-scientifico, verso la novità della storia e non nel segno della decrescita imposta da piani pluridecennali di meschina visione, che caricano sul futuro i limiti e le ossessioni del presente: queste sono alcune delle grandi sfide che concorrono a definire una via impervia, stanti gli attuali rapporti di forza, ma anche l’unica che può consentire di assumere una responsabilità di popolo in mezzo a mutamenti epocali, che necessitano di essere governati.

ANNO FATALE. QUALE SARÀ IL FUTURO DEL PAESE?

 

Il 2022 ha inaugurato lepoca dei rischi, in cui guerra, inflazione, crisi energetica e mercato del lavoro in sofferenza delineano un cambio di rotta generale. Anche per i governi di destra.

 

Danilo Campanella

 

Il conflitto russo ucraino nell’era post-COVID ha cambiato l’orizzonte degli eventi. Più che in geopolitica, i mutamenti sono economici, politici, psicologici per milioni di europei. Il pericolo della bomba H determina un cambio di paradigma generale; uno scenario diverso che inaugura quella che potremmo definire “età dei rischi”. Il meccanismo di difesa dei cittadini sembra essere quello di una cinica sfiducia, un condiviso spettro di malinconia a cui nel prossimo futuro potrebbe seguire la ferocia propria di chi vuol sopravvivere. In Italia la classe media erode gli ultimi risparmi per sostenere la spinta inflativa. I rincari dei costi alimentari e dell’energia seguono un nuovo Natale amaro. A fine luglio 2022 la società Arera, autorità di regolazione per l’energia, aveva sganciato l’aggiornamento dei costi del gas dalle quotazioni del mercato olandese, per collegarlo alla media dei prezzi effettivi del mercato all’ingrosso italiano.

 

Nonostante il tracollo energetico dei consumi del gas, grazie a un inverno ancora mite, a novembre si assiste a un rincaro del 13,7 %. La spesa delle famiglie italiane è salita a quota 1.740 euro l’anno: un rincaro del 63,7%. L’aggiornamento di ieri 2 dicembre produrrà un ricalcolo sulle bollette ricevute sino ad oggi. Il nuovo prezzo aggiornato sembra essere di 122,41 centesimi di euro per metro cubo. Se la bolletta del gas piange, quella per l’energia elettrica non ride. La Russia pare essere favorevole a negoziati di pace con l’Ucraina: ma non a ritirare le truppe dai territori occupati.

 

I rimedi dell’Italia post-populista meloniana sono ancora umbratili. Quella sull’innalzamento del tetto del contante sembra essere la più chiara in un momento storico di difficile comprensione. Tutto, pur di facilitare la spesa delle famiglie e il flusso del denaro, senza tuttavia sperare di un aiuto dello Stato, in forte sofferenza. Altro dente che duole è quello del lavoro: gli italiani dicono di no, e gli stranieri non ci sono? Pare sia così. Pare. Al flusso dei contanti segue a breve quello dei popoli stranieri, grazie al nuovo decreto flussi triennale per fine anno, che faciliterà l’ingresso dei migranti in Italia allo scopo di facilitare l’occupazione nelle imprese italiane, bisognose di circa centomila posti. Il governo mira a fornire lavoratori già formati candidati per la formazione, attraverso corsi di formazione nei Paesi di origine, finanziati da fondi europei. Col benestare di nuove “destre liberali”per necessità.

 

Serve manodopera a basso costo, per lavorare in situazioni disagiate, nei campi e nei cantieri. I giovani cittadini italiani, da decenni proiettati allo studio e al lavoro nel campo dello spettacolo, non sono abbastanza motivati per “stringersi a coorte” chiamati dall’Italia. Quale sarà il frutto di quest’anno fatale?