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Marzo 1965 : Come cambio’ la lotta per i diritti civili negli stati uniti

Non erano bastati l’omicidio di JFK e l’ondata di violenza che interessò alcune zone del Sud degli Stati Uniti a fermare i movimenti antisegregazionisti dei cittadini di colore, i quali caratterizzarono tutta una fase della storia americana della seconda metà del XX secolo.

I primi anni Sessanta, contraddistinti dalla tragedia sfiorata dei missili russi diretti verso le coste cubane che fece temere il peggio, furono quelli che impressero una svolta decisiva all’integrazione degli afroamericani nel tessuto sociale e legislativo statunitense, che pure aveva – come sappiamo – mostrato una certa (e a tratti feroce) resistenza nei confronti del raggiungimento della parità dei diritti dei “niggers”.

E mentre continuava ad acquisire grande popolarità la figura del pastore protestante Martin Luther King, leader indiscusso e icona dell’attivismo nero, il neo-Presidente Lindon Johnson si rese protagonista, per quanto fu nelle sue possibilità, dell’ampliamento di alcuni progetti di legislazione sociale pianificati anni prima da Kennedy: tra questi, l’assistenza medica ai meno abbienti e i sussidi ai poveri.

E’ in questo contesto che diversi episodi legati alle contestazioni in terra statunitense si trasformarono in veri e propri simboli destinati a fare storia, e non solo in ambito politico e sociale, ma anche nel costume e nella letteratura. Chi non ricorda le marce organizzate e compiute dagli afroamericani e il grande dibattito (oltre agli scontri) che queste provocarono in tutto il mondo? Chi non ricorda la lotta ideale del grande Mohammed Alì, disposto a rimetterci la libertà e i titoli sportivi conquistati sul campo pur di rivendicare la piena libertà dei più deboli e degli emarginati?

Correva il 7 marzo del 1965. L’imperativo era quello di ottenere, da parte dei neri, il diritto al voto previa registrazione alle liste elettorali. Con questa idea, pochi manifestanti di Selma diedero luogo a un corteo più o meno spontaneo che fu respinto a manganellate e a lacrimogeni dalle forze dell’ordine (con l’intervento violento del KKK). Quella dimostrazione fu denominata “The bloody Sunday”, e si trattò solo di un anticipo. La seconda marcia, effettuata appena due giorni dopo, fu più partecipata (ne furono protagoniste oltre duemila persone) e si contraddistinse per la ormai manifesta intenzione di dirigersi – anche in senso allegorico – da Selma a Montgomery, capitale dell’Alabama.

Vi prese parte lo stesso King, nonostante continuasse a ricevere minacce di morte. Stavolta il gruppo arrivò a Edmund Pettus Bridge, un ponte dell’area di Selma divenuto a sua volta un simbolo poiché negli scontri perse la vita il pastore bianco James Reeb, convinto fautore dei diritti universali degli afroamericani. Fu la goccia che fece traboccare il vaso. La terza marcia, indetta per il 21 marzo, venne autorizzata e protetta dalla polizia, dall’esercito e addirittura dall’Fbi.

Il corteo, durante il tragitto, si ingrossò, sino a raggiungere le oltre ventimila unità. La processione si concluse a Montgomery il 25 marzo, giorno in cui King pronunciò il suo atteso discorso a favore dell’integrazione. Da quella data, la lotta per i diritti civili e costituzionali avviata negli Stati Uniti assicurò un po’ di più agli individui di ogni razza e sesso la possibilità di manifestare la propria volontà durante le elezioni. E probabilmente, da quel giorno, gli Stati Uniti non furono più gli stessi.

Economia: L’Istat, conferma la stima della diminuzione del Pil nel quarto trimestre 2019

Nel quarto trimestre del 2019 il prodotto interno lordo (Pil), espresso in valori concatenati con anno di riferimento 2015, corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, è diminuito dello 0,3% rispetto al trimestre precedente ed è aumentato dello 0,1% nei confronti del quarto trimestre del 2018.

Nei dati diffusi il 31 gennaio 2020 si era registrata la stessa diminuzione dello 0,3% del Pil, mentre la crescita tendenziale era risultata nulla.

Il quarto trimestre del 2019 ha avuto due giornate lavorative in meno del trimestre precedente e lo stesso numero di giornate lavorative rispetto al quarto trimestre del 2018.

La variazione acquisita per il 2020 è pari a -0,2%.

Rispetto al trimestre precedente, tutti i principali aggregati della domanda interna registrano diminuzioni, dello 0,2% per i consumi finali nazionali e dello 0,1% per gli investimenti fissi lordi.

Le importazioni si sono ridotte dell’1,7% e le esportazioni sono cresciute dello 0,3%.

La domanda nazionale al netto delle scorte ha contribuito negativamente per 0,2 punti percentuali alla crescita del Pil, con -0,1 punti dei consumi delle famiglie e delle Istituzioni Sociali Private ISP e un contributo nullo sia degli investimenti fissi lordi, sia della spesa delle Amministrazioni Pubbliche (AP). Anche la variazione delle scorte ha contribuito negativamente alla variazione del Pil, per 0,7 punti percentuali, mentre il contributo della domanda estera netta è risultato positivo per 0,6 punti percentuali.

Si registrano andamenti congiunturali negativi sia per il valore aggiunto dell’industria sia per quello dei servizi, diminuiti rispettivamente dell’1,2% e dello 0,1%, mentre il valore aggiunto dell’agricoltura è cresciuto dell’1,4%.

Nasce la banca per gli alberi

“Stiamo costituendo, primi al mondo, una banca per gli alberi, chiedendo al sistema bancario di finanziare, insieme al Ministero, la piantumazione di alberi in Italia. L’alta finanza deve iniziare a scendere in campo al fianco dei cittadini, lo vuole fare, e abbiamo già costituito un gruppo di lavoro con loro”. Lo ha dichiarato il ministro dell’Ambiente Sergio Costa nel corso della presentazione della giornata ‘M’illumino di meno’, in programma il 6 marzo prossimo.

“I mutamenti climatici ci aggrediscono, ma l’Italia è in prima linea – ha affermato il Ministro – Siamo anche tra i primi finanziatori del ‘green wall’, il muro verde nell’Africa sub sahariana: 8 mila chilometri di deserto, una muraglia verde che attraverserà venti Paesi, nel cui territorio interverremo insieme alle Nazioni Unite piantando non meno di due miliardi di alberi, per restituire un clima diverso”.

Costa ha poi spiegato che nella legge clima è prevista una norma sulla riforestazione comunale: “Oggi ogni Comune può, con i fondi delle aste verdi, che i grandi inquinatori pagano per compensare dal punto di vista ambientale territori e cittadini, piantumare alberi. La riforestazione urbana è legge dello Stato, finanziata dal Ministero dell’Ambiente”.

Il Ministro ha poi aggiunto che arriverà a breve la firma delle “nuove linee di indirizzo sul verde urbano, che daranno la possibilità ai cittadini, ove i Comuni aderiscano, di partecipare al processo decisionale per la sostituzione degli alberi che vengono rimossi per motivi strutturali o per l’esistenza di una patologia, attraverso dei mini-referendum urbani”.

Infine, un cenno all’importanza della formazione in materia di ambiente: “La Rai è informazione e formazione ambientale – ha spiegato Costa – e sono fiero di annunciare che da settembre la formazione ambientale entrerà nelle nostre scuole. Siamo il primo Paese al mondo a prevederlo, è un orgoglio italiano che voglio reclamare ad alta voce”.

L’endocardite batterica

Per endocardite si intende uno stato infiammatorio dell’endocardio, il tessuto che riveste le cavità interne e le valvole del cuore; in particolare, i tessuti endocardici maggiormente coinvolti nella malattia infettiva risultano essere le valvole cardiache.

L’endocardite batterica si verifica quando i microrganismi provenienti da altri distretti del corpo, come pelle, cavità orale, intestino o tratto urinario, diffondono attraverso il flusso sanguigno e raggiungono il cuore.

In condizioni normali, il sistema immunitario riconosce e difende l’organismo dagli agenti infettivi, i quali – anche se riuscissero a raggiungere il cuore – risulterebbero innocui, attraversandolo senza causare un’infezione. Tuttavia, se le strutture cardiache sono danneggiate, come conseguenza di febbre reumatica, difetti congeniti o altre malattie, possono subire l’aggressione dei microrganismi. In queste condizioni, per i batteri penetrati nell’organismo attraverso il circolo sanguigno è più facile attecchire nel rivestimento interno del cuore, superando la normale risposta immunitaria alle infezioni.

Molti sono i sintomi e i segni clinici che si riscontrano nelle persone affette da questa patologia.

Manifestazioni maggiori
Febbre, anemia (talora piastrinopenia), sudorazione, sensazione di brivido;

Manifestazioni minori
Anoressia, astenia, artralgie (40% dei casi), splenomegalia (30% dei casi), emboli settici (30% dei casi) in cute, palato e congiuntive, con segni caratteristici come noduli periungueali di Osler, macchie cutanee a fiamma di Janeway, emorragie ungueali (detta a scheggia per la forma che assumono), lesioni retiniche di Roth, leucocitosi. Possono inoltre manifestarsi infarti embolici renali, glomerulonefrite focale o diffusa e altre patologie da immunocomplessi.

 

Usa 2020: Biden vince in dieci Stati

In 14 Stati si è votato per scegliere il candidato democratico alla Casa Bianca. L’ex vice di Obama Biden si assicura Virginia, North Carolina, Oklahoma, Alabama, Tennessee, Minnesota, Arkansas, Massachusetts North Carolina Texas.

Sanders conquista California, Utah, Colorado e il suo Vermont. Bloomberg, il grande sconfitto, vince solo nelle isole Samoa e già  domani potrebbe annunciare addirittura il ritiro dalla competizione.

La senatrice Warren, sempre più indietro nella corsa, ora si trova a un bivio: nel Massachussets, il suo Stato, è terza con circa il 21 per cento, un risultato decisamente negativo. Quattro anni fa Warren assegnò il suo endorsement a Hillary Clinton e nelle prossime ore potrebbe decidere di convergere verso Biden, tenuto conto degli aspri confronti avuti con Sanders durante i dibattiti fra i candidati democratici.

Ora i media statunitensi parlano apertamente di “tsunami Biden”, in netta contrapposizione con la dialettica del presidente in carica, Donald Trump, che si è sempre rivolto a lui con l’ironico appellativo di “Sleepy Joe”.

Analizzando i dati si può ben affermare che i democratici siano riusciti a riunirsi sotto l’egida di Joe Biden, grazie anche al lavoro sottotraccia dell’ex presidente Barack Obama e di altre figure di spicco dell’élite del partito, dall’ex consigliere alla sicurezza nazionale Susan Rice a Victoria Reggie Kennedy alla vedova dell’ex senatore Ted.

Però, prima della grande kermesse democratica, bisogna aspettare martedì 10 marzo, quando si voterà in  Idaho, Michigan, Mississippi, Missouri, Washington. E il 17 quando si voterà in Arizona, Florida, Illinois e Ohio.

 

Per una nuova politica economica ispirata dalla “Laudato Si”

Con riferimento allo sviluppo…occorre pensare pure a rallentare un po’ il passo, a porre alcuni limiti ragionevoli e anche a ritornare indietro prima che sia tardi (“Laudato Si” pag. 145). E’ arrivata l’ora di accettare una certa decrescita in alcune parti del mondo procurando risorse perché si possa crescere in modo sano in altre parti (“Laudato Si” pag. 146). 

Il ritmo di consumo, di spreco e di alterazione dell’ambiente ha superato le possibilità del pianeta, in maniera tale che lo stile di vita attuale, essendo insostenibile, può sfociare solamente in catastrofi (“Laudato Si” pag. 123). 

La produzione non è sempre razionale, e spesso è legata a variabili economiche che attribuiscono ai prodotti un valore che non corrisponde al loro valore reale. Questo determina molte volte una sovrapproduzione di alcune merci, con un impatto ambientale non necessario, che al tempo stesso danneggia molte economie regionali (“Laudato Si” pag. 143). 

  1. Premessa 

La complessità delle dinamiche economiche, ritardando spesso il momento temporale degli effetti connessi alle cause originanti, fa perdere la consapevolezza delle correlazioni con il risultato che quando si verificano gli eventi (proprio perché in ritardo molto più intensi, come ampiamente dimostrato dagli estensori degli overshooting models) pochi si ricordano chi li aveva previsti e chi no e ancor meno sono quelli che si assumono la responsabilità di reinterpretare il futuro. 

Il risultato è così semplicemente disastroso, perché tutti continuano a parlare del presente senza ricordare cosa hanno detto nel passato del futuro e soprattutto continuano a sviluppare ragionamenti di breve periodo. 

In queste condizioni è difficile che emergano salti di “paradigma”, cioè di “vision”, sempre necessari nei momenti di svolte epocali, come quella che stiamo vivendo. 

1.1 All’origine della crisi: l’eterno gioco della domanda e dell’offerta 

Studiando l’irrompere dell’economia “industriale”, fondata sul principio della specializzazione, sulle realtà agrarie/artigianali in un contesto socio-economico che esprimeva bisogni fondamentali inespressi dall’origine dell’uomo, gli economisti 

classici osservarono stupiti che, grazie alla “mano invisibile”, “l’offerta crea la domanda” (legge di Say) e, per tale via, porta all’armonia dell’equilibrio economico generale di piena occupazione di Walras. 

Ed avevano ragione! Perché in quella fase nascente del Capitalismo, concorrenziale, dinamico e semplice, l’offerta si trasformava naturalmente in domanda. 

Se avessero però analizzato alcune logiche interne al mercato (l’impresa marginale viene inevitabilmente fagocitata dall’impresa più dinamica) e all’impresa ( il capitalista cerca progressivamente di assegnarsi una quota crescente del reddito prodotto rispetto agli operai e ai consumatori sfruttando le sue posizioni di forza), avrebbero potuto intuire che, al di là degli assunti ideologici, c’era un fondamento nell’analisi del “plusvalore” di Marx e nella sua “previsione” di un collasso del sistema per sovrapproduzione economica e disperazione sociale. 

E avrebbero evitato non la rivoluzione bolscevica, figlia dell’ideologia marxista, ma la grande depressione del ’29-’32. 

In altri termini che Marx, proiettando al futuro la logica capitalistica, coglieva il tallone d’Achille della legge (dell’imperio) dell’offerta che creava la propria domanda e quindi chiedeva libertà di mercato (per realizzare gli oligopoli) e d’impresa (per accrescere i profitti), di fatto sterilizzando progressivamente il flusso vitale dell’offerta verso la domanda. 

Sennonché, come a tutti noto, dalla crisi del ’32 siamo usciti non dalla porta di Say ma dal radicale ribaltamento del paradigma cognitivo che aveva guidato tutti gli economisti, compreso lo stesso Marx, fino al tracollo dell’economia moderna. Non è — nella fase in cui era evoluto il capitalismo, possiamo aggiungere noi — l’offerta che crea la domanda ma bensì è l’esatto contrario: “la domanda crea l’offerta” affermava Keynes, rivoluzionando l’analisi economica e aprendo la strada ad un ruolo attivo dello Stato come grande regolatore della domanda, come protagonista diretto dell’offerta, oltre che come tutore delle leggi del mercato e dell’impresa in funzione di una equa distribuzione del valore prodotto. 

E così la domanda sapientemente manovrata in una logica ad un tempo strutturale e congiunturale, come i grandi investimenti, ha innescato il più lungo periodo di crescita delle economie occidentali creando l’illusione della crescita illimitata della cosiddetta economia sociale di mercato fino al trionfo sul modello comunista e alla caduta del muro di Berlino. 

Quando improvvisamente il mondo occidentale, anche per la giusta consapevolezza di avere progressivamente paralizzato l’offerta con “troppi lacci e laccioli” ha pensato di ritornare ad un modello nel quale fosse la capacità dell’offerta di esprimersi il nuovo — vecchio- motore dell’economia: “più mercato e meno stato” è stata la nuova parola d’ordine che ha guidato il più impressionante processo di privatizzazioni in uno con le più grandi e veloci concentrazioni mai realizzate, a loro volta, funzionali ad una radicale redistribuzione del valore a favore, sulla carta, dei consumatori e degli azionisti in realtà di una nuova classe sociale che ha sostituito la funzione della classe media in profonda crisi: “i finanzieri”. 

Ma nessuno —giustamente- ha pensato di ritornare al “vecchio paradigma” dell’offerta che crea —tout court- la domanda; tutti, però, si sono posti l’obiettivo di trovare un degno sostituto allo Stato come grande regolatore della domanda e stimolatore —per questa via- dell’offerta. 

Nessuno lo ha teorizzato ma gli ultimo 25 anni non sono altro che la storia di come la Finanza si è fatta Stato, di come, cioè, la Finanza ha tentato di svolgere il ruolo che il modello keynesiano ha assegnato allo Stato. 

In altri termini si è pensato di sostituire: 

  1. alla domanda pubblica e a quella privata generata dal reddito prodotto, una domanda prevalentemente privata sostenuta dall’indebitamento illimitato delle famiglie; 2. al ruolo attivo dello Stato nella produzione di beni e servizi, il ruolo delle grandi 

imprese globali finanziate dal mercato azionario di massa. 

Perseguendo, di fatto, una nuova stratificazione sociale -“gli azionisti e gli indebitati”- che è alla base della divaricazione tra crescita e uguaglianza, atteso che tale dinamica economica esalta i primi (sempre di meno) e soffoca i secondi (sempre di più). 

Il risultato di questo “modello senza teoria” è il consumismo onnivoro fondato sull’indebitamento dei popoli e dei singoli, distruttivo degli equilibri ecologici, che affama interi continenti e distrugge le vite familiari e personali. 

Certo Keynes nel vedere che il suo modello della domanda aggregata è diventato il fondamento del consumismo e dei suoi stili di vita si rivolta nella tomba, ma così è e sarà, fin quando non si romperà l’incantesimo della domanda (marginalmente pubblica e prevalentemente privata da indebitamento) che “crea” l’offerta e con 

essa l’occupazione, fondata non sul ruolo degli stati ma del Sistema Finanziario Globale. 

1.2 Per una definizione del concetto di consumo e quindi di domanda 

Qualunque ripensamento del sistema economico passa, dunque, da una riflessione sulla “domanda” per riportare il consumo entro un profilo umano e ambientale, cioè entro un sentiero che non danneggi l’uomo concreto e il suo ambiente. Più esplicitamente bisogna ambire a distinguere tra consumo “sano” ed “ecologico” e consumo deviato e antiecologico. 

In questa prospettiva strategica il primo obiettivo è costituito dalla istituzione da parte dei Governi di un “Comitato per la definizione del PIL corretto. In altri termini pur mantenendo il monitoraggio dell’attuale aggregato andrebbero introdotti fattori correttivi sulla base di giudizi condivisi in merito agli aspetti negativi di alcune produzioni/consumi sull’uomo e l’ambiente. Per capire basterebbe sottrarre – per iniziare – dal PIL ufficiale il gioco d’azzardo, il fumo, l’alcool, la vendita di acqua, la produzione di armi, di plastica il costo dello smaltimento teorico di CO2 commesso alla produzione e al trasporto dei beni. 

Insomma per cominciare a cambiare il sistema bisogna iniziare a “spogliare il Re”! Solo demitizzando il feticcio del PIL e della sua crescita si può riportare l’insieme delle attività umane di produzione e consumo entro un sentiero di umanità e di compatibilità ecologica. 

1.3 Per una nuova economia 

A partire da questa nuova visione occorre ripensare la funzione dell’imposta sul valore aggiunto (IVA) per trasformarla da mera imposta indiretta a imposta di indirizzo in quanto connessa in termini radicalmente differenziati alle produzioni/servizi riduttivi del PIL o al valore del prodotto. 

In altri termini tutti i prodotti/servizi “nocivi” dovrebbero avere IVA maggiorata (si pensi per cominciare all’alcool, al fumo, alle armi) così come i prodotti di lusso (in base a quale logica l’IVA su una Ferrari o una borsa di CHANEL è uguale a quella di una utilitaria o di una comune borsa?). 

Parallelamente va ripensata la funzione redistributiva dello Stato iniziando dalla ridefinizione degli scaglioni fiscali per le imprese e le persone fisiche, superando l’attuale scandaloso dibattito sulla flax tax, che distoglie l’attenzione dell’opinione pubblica dalla vera natura del problema. Per il nostro sistema 

fiscale un individuo che guadagna fino a 15.000 euro è socio-economicamente diverso da un individuo che guadagna fino a 28.000 euro (tanto da avere due tassazioni diverse) e così quello che guadagna fino a 55.000 euro è diverso da quello che guadagna fino a 75.000 euro; da qui in poi siamo tutti uguali: detto in altri termini io e Del Vecchio per il sistema fiscale italiano siamo la stessa cosa! 

Da qui la scandalosa divaricazione crescita/uguaglianza. 

Lo stesso dicasi per la tassazione sulle imprese, anche se non manca qualche timido segnale di inversione di tendenza. 

Le manovre “macro” sopra richiamate devono essere accompagnate da una nuova visione ambientale che porti ad una nuova categoria di “tassazione sistemica” finalizzata a far prendere consapevolezza dei costi ambientali di molti prodotti/servizi. Basterebbe per iniziare una tassa sul trasporto su ruote dei prodotti agroalimentari! 

In questo nuovo contesto vanno avviate politiche strutturali tese a ridimensionare sistematicamente la dimensione/ruolo delle banche universali e delle multinazionali, che sono il frutto non tanto del successo competitivo (secondo l’ideologia neoliberista), ma della manipolazione sistematica della politica da parte delle grandi lobby che hanno piegato progressivamente tutta la legislazione ai loro interessi. Si pensi ad esempio alla legislazione europea del settore bancario che vede le banche di credito cooperativo soggette alla stessa normativa delle banche universali come Unicredit e Intesa San Paolo, laddove anche negli USA sono previsti 4 livelli di regolamentazione legati alla dimensione, con il risultato finale di distruggere tutto ciò che non è grande per definizione, nonostante studi consolidati secondo i quali le Banche Universali creano rischi sistemici immensi senza essere più efficaci (in termini di allocazione del credito) ed efficienti (in termini di interessi-costi dei servizi) delle banche di minore dimensione. 

Considerazioni che valgono anche per tutti i grandi settori, in particolare le fonti rinnovabili e l’agroalimentare che sono “per natura” diffusivi! 

Con altrettanta determinazione va affrontato il tema dell’obsolescenza programmata che costituisce una delle forme più sofisticate di violenza capitalistica atteso che è scandaloso che per “tosare il consumatore” di fatto si taroccano i prodotti a danno anche della natura. Basterebbe per iniziare 

istituire in ogni paese un “Ente” preposto alla certificazione dei principali prodotti industriali di consumo. 

Tali misure non impattano però con il cuore dei problemi delle attuali società capitalistiche: la distruzione sistematica di lavoro, inteso come scambio, a causa degli straordinari sviluppi della tecnologia. Per tale ragione occorre prendere consapevolezza che non bastano nuove rinnovate politiche redistributive del reddito e della ricchezza ma occorre andare oltre impostando inedite politiche redistributive del lavoro inteso come prestazione a fronte di un corrispettivo. In altri termini bisogna porre velocemente all’ordine del giorno la tematica della riduzione della settimana lavorativa a 4 giorni partendo dalle grandi banche universali ed alle multinazionali. Tutto ciò istituendo una forma di servizio civile permanente nel senso che le persone beneficiarie di una tale misura dovrebbero essere impegnate in attività sociali/ ambientali/culturali a servizio delle comunità di riferimento. 

In ogni caso bisogna prendere consapevolezza che la velocità del cambiamento tecnologico accentuerà le caratteristiche distruttive/creative del sistema produttivo con enormi conseguenze strutturali/congiunturali dei livelli occupazionali. Per tale ragione partendo dall’affermazione del diritto a vivere a prescindere dalla prestazione lavorativa va affermata con forza l’utilità strategica del reddito di cittadinanza, mettendo in discussione il fondamento ideologico dello Stato moderno capitalista fondato su processi di accumulazione indiscriminati! Se noi affermiamo che gli esseri umani hanno diritto ad essere, a vivere, a prescindere dal lavoro, noi smontiamo lo stato moderno fondato sul lavoro-merce oggetto di negoziazione/acquisto da parte del Dio-Capitale ma soprattutto creiamo le condizioni di flessibilità utili a coniugare le esigenze di sviluppo con i bisogni fondamentali minimi degli essere umani. 

Dunque una nuova economia è possibile basta volerla. 

L’alternativa è la distruzione dell’attuale civiltà o a seguito di processi rivoluzionari violenti, guerre geopolitiche o collasso ambientale. 

Come sempre all’Uomo l’ultima parola. 

Perché sono scomparsi gli statisti?

Le grandi emergenze nazionali del passato, tutte diverse le une dalle altre purtroppo, sono sempre state affrontate dalla politica anche attraverso le sue personalità. Quelle personalità che venivano comunemente definiti come statisti. O grandi e riconosciuti leader. Categorie che oggi sono semplicemente scomparse. Al massimo oggi ci sono i “capi”. In alcuni casi i “guru”. 

Ora, è del tutto evidente che una politica senza statisti o senza leader ha una grande difficoltà nel guidare i processi politici, affrontare di petto le grandi difficoltà – per non parlare delle emergenze – e, soprattutto, dare fiducia alla pubblica opinione quando si devono fare delle scelte concrete e il più delle volte impopolari. Ormai si ha l’opinione, per non dire la certezza, che il tutto è solo e soltanto finalizzato al consenso, cioè al sondaggio del giorno dopo. Ogni scelta, ogni soluzione, ogni decisione sono il frutto e la conseguenza di ottenere qualche decimale in più. E questo deriva dal fatto che proprio quella scelta e quella decisione sono facilmente smentibili il giorno dopo. Come se nulla fosse. Del resto, le stagioni politiche ispirate e dominate dal trasformismo hanno questa cifra. E cioè la non credibilità di ciò che si dice. Perché il giorno dopo si può tranquillamente smentire ciò che si è detto il giorno prima. E che riflette in modo persin scolastico ciò che avviene nell’attuale dialettica politica italiana. 

Ma, al di là e al di fuori delle vicende personali, quello che conta rilevare è che la stagione dei leader – su quella degli statisti le speranze sono sempre più esigue – potrà nuovamente ritornare solo se cessa quel clima antipolitico, antiparlamentare e anti partito che ha dominato incontrastato in questi anni in molti settori della politica italiana e in quasi tutti i settori dell’informazione. Il tutto è coinciso con la vittoria schiacciante di quei partiti e movimenti che rappresentano la sintesi più efficace e più plastica di questa cultura antipolitica, antiparlamentare e anti partito. Lo abbiamo potuto sperimentare migliaia di volte e in svariate occasioni in questi anni. A livello pubblico come a livello privato e continuiamo ad ascoltarlo tuttora. Certo, la recente e pare progressiva ed irreversibile crisi elettorale di quei partiti può contribuire ad invertire questa rotta e gettare le premesse per il ritorno di una stagione politica dove le culture politiche, i leader e forse anche gli statisti potranno nuovamente far breccia nella cittadella politica italiana. Nulla è certo però, come ovvio.

Anche perché la mala pianta dell’antipolitica è ormai fortemente radicata nel nostro tessuto culturale e sociale e sarà molto difficile cancellarla o attenuarla. Tuttavia occorre attrezzarsi e lavorare per centrare questo obiettivo perché sono proprio i momenti di maggior difficoltà – o di grande emergenza nazionale – che richiedono la presenza di uomini e donne che possono essere punti di riferimento morale, politico ed istituzionale per tutti i cittadini. A prescindere dalle loro convinzioni politiche e dalle appartenenze culturali. E questo perché la politica italiana continua ad aver bisogno di leader e soprattutto di statisti. Con la speranza di non avere solo capi e guru. 

La «battaglia di Valle Giulia» 1° marzo 1968

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista Il Mulino a firma di Marco Adorni

Sono passati pochi mesi dalle occupazioni e dagli sgomberi alle Università di Pisa, Torino e Milano, tra il febbraio e il novembre del 1967, quando inizia l’occupazione di quasi tutti gli atenei italiani. Se gli studenti universitari utilizzano, come casus belli, il progetto di riforma universitaria apprestato dal governo, in realtà è entro un quadro ben più ampio che se ne collocano le motivazioni più profonde, ossia lo scontro, per così dire, epocale, tra gli apologeti della civiltà capitalistica e i suoi detrattori.Gli occupanti intendono sferrare un attacco teorico e pratico alla società tout court e ai suoi meccanismi repressivi, per trasformare l’alienazione e la passivizzazione in liberazione e presa di parola, spazio, tempo, esperienza vitale.

Il nemico più prossimo e facilmente individuabile per gli studenti è proprio «il sapere»: la sua pretesa di dominio fondata su una presunta obiettività super partes, nonché la sua organizzazione – a partire, naturalmente, da «apparati ideologici di Stato» come scuola e università. Il fattore probabilmente decisivo nel portare i giovani ad adottare pratiche sempre più perturbative, fino allo «scontro di piazza» con i tutori dell’ordine, è proprio l’aver fatto esperienza di un sapere scientifico che, in un modo fino a quel momento inedito, minaccia direttamente l’esistenza stessa dell’umanità. Questo rende all’epoca impossibile non porsi, in modo radicale, il problema del «che fare» (e del «che agire») nei confronti di una situazione da cui non sembra possibile uscire se non facendo ricorso alla forza. Come scriverà Jerome Lettvin sul «New York Times Magazine» nel maggio di quel 1968, «non è rimasta neanche una maledetta cosa che uno possa fare che non possa venire trasformata in guerra».

I giovani della sinistra marxista extraparlamentare iniziano allora a leggere nel sapere tecnico-scientifico il capitale come totalità sociale cui opporre una replica studentesca (e operaia) sul suo stesso piano di realtà. Lo scenario internazionale dell’epoca sembra confermare una simile lettura. L’abissale sproporzione nel dispiego di forze del contesto bellico indocinese – da una parte la macchina bellica del Golia americano, dall’altra la disperata guerriglia del David vietnamita – non sembra che la conferma che il «sistema» non soltanto opera nel senso di una repressione implicita (attraverso le sirene del benessere e della felicità consumistica) ma anche nel segno di una violenza diretta ed esplicita nei confronti dei popoli.

È in questo contesto che il 1° marzo 1968 si svolge la vicenda che verrà in seguito ricordata come la «battaglia di Valle Giulia». A scatenarla la decisione del rettore dell’Università di Roma, Pietro Agostino D’Avack, di far sgomberare gli atenei occupati. Ma anche, con tutta probabilità, la pesantissima repressione riversata sui giovani già dal 1967 e che raggiunge il suo apice proprio in quei primi mesi del 1968. Quel giorno, con l’obiettivo di «riprendersi» la facoltà di Architettura a Villa Borghese, diverse migliaia di studenti partono da piazza di Spagna alla volta dell’ateneo, controllato dalle forze dell’ordine.

Qui l’articolo completo

Torino: “Don Primo Mazzolari, il cattolicesimo italiano e la questione sociale”.

“Cattolici al lavoro. Don Primo Mazzolari, il cattolicesimo italiano e la questione sociale nel secondo dopoguerra”: è il titolo del convegno di studi proposto da Fondazione Don Primo Mazzolari (Bozzolo) e Fondazione Vera Nocentini (Torino), che si terrà nei giorni 3 e 4 aprile nel capoluogo piemontese (Sala artistica, Seminario arcivescovile, via XX Settembre 83).

Il convegno prenderà avvio con i saluti istituzionali portati da Bruno Bignami, Fondazione Don Primo Mazzolari; Gianfranco Zabaldano, Fondazione Vera Nocentini; Flavio Luciano, Commissione regionale della pastorale sociale e del lavoro del Piemonte e della Valle d’Aosta; Roberto Repole, Facoltà teologica dell’Italia settentrione – sezione parallela di Torino; Angela Dogliotti, Centro studi Sereno Regis. Seguirà la prima sessione di lavori sul tema “I cattolici e la questione sociale” con diverse relazioni: Il lavoro in Italia dalla ricostruzione al “miracolo economico” (Stefano Musso, Università degli studi di Torino); Cattolici e questione sociale in Piemonte tra gli anni Quaranta e Cinquanta (Tommaso Panero, Fondazione Vera Nocentini); Le missioni di Mazzolari in Piemonte (Francesco Ferrari, Universidad Católica de Colombia, Bogotá); Gli amici piemontesi di don Primo (Chiara Bassis); Le collaborazioni di don Primo Mazzolari ai giornali piemontesi (Marta Margotti, Università degli studi di Torino).

La seconda sessione del convegno si svolgerà sabato 4 aprile (ore 9-13) sul tema “Mazzolari e il lavoro”. Queste le relazioni previste: “Cattolici, lavoro e sindacalismo nell’Italia della guerra fredda” (Aldo Carera, Università Cattolica, Milano); “Don Primo Mazzolari tra lavoratori, lavoro e disoccupazione. ‘Adesso’ e i problemi dell’occupazione negli anni Cinquanta” (Paolo Trionfini, Università degli studi di Parma). A seguire una tavola rotonda cui prenderanno parte: Marco Bentivogli (segretario generale Fim-Cisl); Bruno Bignami (direttore Ufficio nazionale per i problemi sociali e lavoro della Conferenza episcopale italiana – presidente Fondazione Mazzolari); Irene Bongiovanni (presidente ConfCooperative – Cultura turismo sport); Gianfranco Bordone (esperto di politiche del lavoro – Regione Piemonte); Nicola Scarlatelli (vicepresidente regionale Piemonte – Confederazione nazionale dell’artigianato – Cna).

Protezione civile: fino al 31 marzo le manifestazioni d’interesse per ‘Io Non Rischio 2020’

È possibile presentare la manifestazione d’interesse per la realizzazione della piazza “Io Non Rischio“, la Campagna di buone pratiche di protezione civile che giunge quest’anno alla sua decima edizione

Per presentare la manifestazione d’interesse è stato messo a disposizione delle Organizzazioni di Volontariato un modulo online, disponibile all’indirizzo http://www.inr2020.it/, che dovrà essere compilato entro e non oltre le ore 23.59 del 31 marzo 2020.

Potranno partecipare tutte le Organizzazioni di Volontariato già iscritte nell’Elenco Territoriale della propria Regione/Provincia Autonoma o con iscrizione già richiesta e in fase di perfezionamento. Eventuali eccezioni saranno gestite dalla Regione/Provincia Autonoma di riferimento.

Una volta effettuata la registrazione all’indirizzo web indicato, le associazioni potranno accedere alla sezione dedicata e compilare i campi disponibili nel modulo con tutte le informazioni necessarie. Al termine della compilazione, sarà possibile effettuare il download della versione stampabile che dovrà essere firmata dal Presidente/Legale rappresentante e successivamente caricata sul sito secondo le istruzioni fornite.

Le candidature ricevute non saranno accettate automaticamente ma seguiranno un processo di validazione, effettuato dai referenti delle OdV nazionali e delle Regioni/Province Autonome.

Insieme al modulo di manifestazione di interesse, sul sito è disponibile un elenco di Frequently Asked Questions (FAQ) per fornire tutte le informazioni necessarie ai compilatori.

 

Trovati 17 nuovi pianeti uno è abitabile

Il risultato della particolare scoperta, pubblicato anche sulla rivista scientifica “The Astronomical Journal”, è stato possibile, come detto, grazie al lavoro del telescopio spaziale Kepler che negli ultimi quattro anni ha cercato pianeti, in particolare quelli che giacciono nelle cosiddette “zone abitabili” delle loro stelle, dove potrebbe esistere acqua liquida sulla loro superficie.

Tra i 17 pianeti scovati, il più interessante è quello chiamato KIC-7340288 b, un pianeta roccioso il cui diametro è circa 1,5 volte quello della Terra.

Il pianeta ha un anno lungo 142 giorni e mezzo e orbita attorno alla sua stella a una distanza poco più grande dell’orbita di Mercurio rispetto al nostro Sistema Solare. Inoltre, questo pianeta non ha temperature alte come Mercurio perché riceve dalla sua stella circa un terzo della luce che la Terra riceve dal Sole e di conseguenza si trova in una zona dalle temperature piuttosto miti.

Per quanto riguarda, invece, gli altri 16 nuovi pianeti scoperti, il più piccolo ha solo due terzi delle dimensioni della Terra ed è uno dei pianeti più piccoli che il telescopio della Nasa abbia mai individuato. I restanti variano, in quanto a dimensioni, fino a otto volte le dimensioni del nostro pianeta.

Le proprietà benefiche delle fave

La pianta della fava (Vicia faba L.) è una leguminosa appartenente alla famiglia delle Fabaceae. È una erbacea dall’accrescimento molto rapido, con steli eretti, alti in media fino a 1 m, grossi e di forma quadrangolare, non ramificati ma con qualche stelo secondario che si sviluppa alla base del fusto principale.

Il contenuto proteico ne ha fatto per lunghi periodi uno dei classici cibi dei poveri, grazie al prezzo economico, alla facilità di coltivazione e diffusione, e alle ottime proprietà salutari e nutrizionali. Le fave garantiscono infatti l’apporto di ferro e altri minerali, e una notevole quantità di vitamine, ovviamente se consumate crude, poiché la cottura spesso distrugge alcuni dei componenti.

I principali nutrienti sono:

84%: acqua
5% proteine
5% di fibre
4,5% di carboidrati
pochissimi grassi (0,4%)
Sali minerali: potassio, magnesio, rame, selenio e soprattutto ferro → contrasta l’anemia
Vitamine: soprattutto vit. A

 

Abraham Lincoln: Senza soccombere né prevaricare

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Nicla Bettazzi

È ad Abraham Lincoln, sedicesimo presidente degli Stati Uniti d’America, che si deve la ratifica nel 1865 del XIII Emendamento della Costituzione americana che, almeno sulla carta, mise fine alla schiavitù. 

Persona di ampia visione e lucido statista, Lincoln aveva chiari gli scenari del suo paese sconvolto dalla guerra di secessione, «un territorio selvaggio da conquistare con la forza», come racconta Herbert Asbury, in lotta con i nativi indiani, meta di europei disperati e avidi, di gang intrecciate al potere politico, la terra del bandito Mose, che si piazzava nel centro del fiume e respingeva le imbarcazioni soffiando. Mose forse doveva fare qualcosa di più terribile che mettersi a soffiare per bloccare dei battelli, ma l’esagerazione nasceva da qualcosa che esisteva. Un mondo primordiale e assoluto, laboratorio straordinario e contraddittorio di ogni possibile fenomeno, che Lincoln — vissuto in Kentucky e Indiana — aveva conosciuto bene avendone percorso le luci e le ombre.

Il libro Lettera all’insegnante di mio figlio (Torino, 2019, pagine 40, euro 15) torna in libreria per Einaudi ragazzi, in un’edizione con le splendide illustrazioni di Giulia Rossi e la nuova traduzione di Nadia Terranova. Lincoln si rivolge a un adulto del XIX secolo, a un mondo di quotidiana frontiera, dove l’essere duro con i duri trovava una sua ragion d’essere nella mancanza di un diritto e di leggi realmente condivise. Il messaggio ritorna però attualissimo nell’invito a innamorarsi della conoscenza e del percorso, non senza ostacoli, che essa richiede. Lincoln autodidatta al seguito di scuole itineranti, appassionato lettore, mantenne nei confronti dell’istruzione un permanente e vivissimo interesse, e questo scritto è quasi un testamento spirituale di cui l’insegnante è il depositario.

Tradizione vuole che il primo giorno di scuola di suo figlio, il presidente abbia inviato una lettera al maestro. Non c’è data certa su quando sia stata scritta, né per quale dei suoi figli. Quelle che abbiamo sono le parole rivolte, come padre, a una delle persone più importanti nella vita futura del suo bambino, quella che per prima lo accompagnerà fuori di casa, nell’avventura della conoscenza di un mondo nuovo. È un mondo complesso quello in cui sta entrando il figlio, il padre lo ripercorre narrandolo prima a sé che al maestro, in una richiesta di collaborazione gentile e commovente. 

Il bambino attraverserà guerre e tragedie, per questo bisognerà insegnargli la fiducia in se stesso e il coraggio, deve sapere che ci sono i corrotti ma anche gli onesti, che niente è più gratificante del lavorare bene. Anche gli insuccessi fanno crescere e vanno vissuti senza esagerazione, come le vittorie. È un’avventura, la scuola, che si dipana tra le tante conoscenze apprese dai libri e le esperienze vissute con persone nuove con le quali bisogna imparare a relazionarsi, senza soccombere né prevaricare.

«Gli insegni a credere nelle proprie idee, anche quando tutti gli diranno che sbaglia. Provi a dare a mio figlio la forza di non seguire la folla, quando gli altri non faranno che quello. Gli insegni ad ascoltare chiunque. Ma anche a mettere in discussione ciò che udrà e a serbarne solo il bene (…). Lo prenda per mano».

Nella lettera Lincoln manifesta una fiducia profonda verso la figura etica e sociale del maestro, e un giovanissimo premio Nobel, Albert Camus, tanti anni dopo (novembre 1957) sembra continuarne moralmente l’epilogo, quando a sua volta, ne invierà una, splendida, al suo primo maestro, monsieur Germain. «Quando mi è giunta la notizia, il mio primo pensiero, dopo che per mia madre, è stato per lei. Senza di lei, senza quella mano affettuosa che lei tese a quel bambino povero che io ero, senza il suo insegnamento e il suo esempio, non ci sarebbe stato nulla di tutto questo. Non sopravvaluto questo genere d’onore. Ma è almeno un’occasione per dirle che cosa lei è stato, e continua a essere, per me, e per assicurarle che i suoi sforzi, il suo lavoro e la generosità che lei ci metteva sono sempre vivi in uno dei suoi scolaretti che, nonostante l’età, non ha cessato di essere il suo riconoscente allievo».

Usciremo più forti

E’ risaputo che le grandi difficoltà annunciano sempre grandi cambiamenti. In tali circostanze, le persone sono più pronte a reagire e darsi ambiziosi obiettivi; le difficoltà insomma mettono in moto le energie e virtù più nascoste dell’uomo. Non bisogna mai disperare, darsi per vinti: abbiamo dentro di noi e per noi una riserva di forza che si libera al momento più propizio, che si chiama Provvidenza.

Dio ha  voluto l’umanità per collaborare alla manutenzione e sviluppo della terra, e certamente non l’abbandona: fa agire potentemente la Provvidenza nei momenti di bisogno. L’umanità, pur agendo secondo il privilegio del libero arbitrio, nei momenti critici è aiutata sempre a trovare le soluzioni più appropriate; è andata sempre avanti e non è certamente per un caso. Per questa ragione non possono essere condivisibili le affermazioni apocalittiche nelle occasioni delle grandi disgrazie; vale ancor più per l’esperienza che stiamo facendo con il coronavirus.

Sono convinto che aldilà dei danni che ci ha procurato e di altri che ne procurerà, ci farà diventare più forti di prima: ci farà uscire dal torpore che in verità ci avvolge da tempo. Insomma ci renderà ancora più consapevoli dei nostri punti di forza e delle debolezze, ci spingerà a superare quella sorta barriera che non scavalchiamo per indolenza e sciatteria: di modi di vivere e di organizzarci.

Ad esempio giorni fa abbiamo saputo della soluzione brillante trovata con l’utilizzo dello smart working, per ovviare la difficoltà di recarci al lavoro rischiando la maggiore diffusione del contagio, in forza del decreto del Governo. In queste ore arriva un’altra ottima notizia: in una scuola di Ancona, gli studenti, pur non potendo recarsi a scuola, non hanno perso le lezioni grazie alla intraprendenza della dirigenza scolastica,  degli insegnanti e della collaborazione dei genitori. Attraverso una piattaforma digitale si potuto insegnare raggiungendo a casa gli studenti.

È vero che questo istituto scolastico è una delle scuole italiane d’avanguardia, che ha potuto durante le lezioni avvalersi di lavagne digitali in condivisione, di documenti informatici scaricabili on line, oltre ad un ambiente virtuale di aula tipo video conferenza. Ora, raccontata questa bella esperienza, cosa ostacola il Miur a fornire una piattaforma utile per le scuole di tutta la penisola con isole comprese, in modo tale da entrare in una logica nuova? Certamente l’apprendimento in presenza deve restare quello che è, magari migliorandolo.

Ma quello on line può essere utile nei casi come quelli odierni, per i bambini che per varie evenienze restano a casa per forza maggiore, per sostegni alle lezioni pomeridiane ed anche per il periodo estivo per chi ne ha bisogno. Ormai le tecnologie occorrenti sono facilmente reperibili a bassi costi nel mercato, e un dipartimento istruzione fatto di ben un milione e duecentomila di insegnanti e personale tecnico, può ben provvedere ad allestire una piattaforma digitale ausiliare all’insegnamento, finalmente ammodernando la scuola italiana.

Sono sicuro che queste idee ed esigenze si faranno strada, dimostrando come accade sempre, che riusciamo ad abbandonare il tran tran dei comportamenti sciatti e stantii, proprio nei tempi delle grandi difficoltà: con l’aiuto della Provvidenza, s’intende.

Italiani all’estero e sistema paese. Risorse, Investimenti, Prospettive

Quello che fino a qualche anno fa sarebbe stato interpretato in maniera univoca, il titolo di questa tavola rotonda: “Italiani all’estero e sistema paese. Risorse, Investimenti, Prospettive”, necessita oggi di alcuni distinguo ed approfondimenti.
Dobbiamo infatti prendere atto che c’è stata una evoluzione profonda, soprattutto in Europa, America del Nord, Asia, nella tipologia dell’emigrazione italiana, e, quindi, degli italiani residenti all’estero. Oggi assistiamo prevalentemente ad un flusso in uscita costante di giovani preparati, e comunque motivati e vogliosi di valorizzare la loro preparazione o abilità e con il forte desiderio di affermazione professionale e sociale.

Questa nuova realtà, nota come fuga dei cervelli, che io preferisco invece definire mobilità dei cervelli, sia detto per inciso non è affatto nuova, a parte le dimensioni numeriche che sono il frutto della globalizzazione e dell’aumento vorticoso dei movimenti delle persone, si va a sommare con una presenza antica e tradizionale, anch’essa però suddivisibile in varie fasce. Due realtà che sono assai diverse tra loro e che tendenzialmente non si sommano e addirittura non si relazionano, non formano quindi un sistema, se non in rare occasioni, per lo più riferite a festività o ad eventi sportivi.

Ma ciò non è sufficiente ad identificare la realtà degli italiani all’estero, poiché dobbiamo anche tener conto della internazionalizzazione delle imprese, che seppure con differente intensità secondo la direzione dei flussi e con modulazione difforme per tempo, per zona geografica, per settore o per dimensione delle imprese coinvolte, ha toccato profondamente l’economia del nostro Paese, con significativi investimenti esteri in Italia e massicci investimenti italiani all’estero, per lo più raggruppabili nella categoria delle delocalizzazioni. Bisogna poi aggiungere la realtà, non più genericamente identificabile come comparto marginale dei servizi, ma ormai con il rango di industria o primario elemento di crescita, che è il turismo, con i flussi di entrata ed uscita in Italia di ingenti quantità di persone, e non più per forza per periodi della durata di qualche giorno.

Dall’insieme dei due fenomeni appena descritti, è poi derivata una nuova specie di residenti in Italia: stranieri che non si sono limitati a fare l’ottocentesco “grand tour”, ma affascinati da uno o più degli attrattori tipici del nostro Paese e cioè: la storia, l’archeologia, la musica, il cibo, le bellezze artistiche, monumentali e naturali, il modo di vivere etc, hanno scelto di vivere nella Penisola, indipendentemente dalla cittadinanza.

Aggiungendo infine le migliaia di extracomunitari che, arrivati da noi e non solo per transito, da noi si sono fermati a lavorare, fare impresa, costruire famiglia, contrastando la decrescita della natalità. E’ del tutto evidente quindi che, come esistono più tipologie di italiani all’estero, esistono pure diverse tipologie, anche rilevanti per ampiezza numerica, di non nati in Italia che però hanno scelto di vivere in Italia periodi anche lunghi della propria vita, per motivi economici o perché condividono valori e gusti della nostra cultura: tutti insieme, sempre con le distinzioni e sfaccettature che tra l’altro non sono una novità nella nostra Penisola, da sempre terra di ibridazione e mescolanza, e della nostra cultura arricchitasi nei secoli per successive stratificazioni, rappresentano una collettività ideale che Piero Bassetti ha identificato nel suo libro-manifesto, come “italica”.

Un quadro così variegato come pur sommariamente descritto, necessita una risposta innanzitutto di tipo culturale: Una cultura o civiltà è un insieme di modelli comportamentali, valori e credenze, rappresentazioni sociali, processi comunicativi fondati su significati condivisi, percorsi e meccanismi identitari derivati dalla storia, dall’ambiente, dalla geografia, dagli influssi religiosi o ideologici: un amalgama antico ma anche influenzato dagli avvenimenti e dalle idee anche recenti e contemporanee, che noi della Associazione Svegliamoci Italici, di cui sono vice presidente, denominiamo ITALICA, una realtà culturale ed economica e secondo noi in futuro anche istituzionale, quando nel mondo ci si renderà conto che i confini territoriali non reggono più all’urto della globalizzazione.

La cultura italica è certamente più antica di quella italiana, e possiamo dire che siamo italiani da 150 anni ma italici da 2.500! E forse la salvezza per l’Italia potrà venire non solo dall’essere pienamente in Europa, ma grazie al contributo e sostegno, tutto da stimolare, motivare ed organizzare, da parte dei 250/300 milioni di Italici che sono sparsi nel mondo.

Ancora sulla Dc…

Un dato è ormai abbastanza chiaro. Senza una forza politica di centro, o meglio senza una “politica di centro”, la coalizione di centro sinistra stenta a ritornare ad essere competitiva con il centro destra. È ormai un fatto sufficientemente oggettivo. Ce lo dicono quotidianamente tutti i sondaggi e la conferma arriva dalle varie consultazioni elettorali. Quelle che contano, come ovvio. E non quelle che registrano una partecipazione del 10% del corpo elettorale come le recenti elezioni suppletive della Camera e del Senato a Roma e a Napoli. 

Ma, se questa è una osservazione sufficientemente condivisa, resta aperto il tema di come e’ possibile colmare questo vuoto politico – tanto sul fronte del centro sinistra quanto su quello di centro destra – senza riproporre categorie e modelli organizzativi che sono di fatto archiviati. È il tentativo, peraltro generoso, di tutti quegli amici che pensano che riproponendo la Dc, o quel che ne resta in una sorta di esperimento bonsai, sia possibile quasi meccanicamente dare una risposta convincente a quella domanda da troppo tempo inevasa. Certo, nessuno ha la palla di vetro ma è indubbio che continuare a riproporre categorie politiche del passato fingendo che nulla sia cambiato, rischia da un lato di ridicolizzare la storia cinquantennale di un partito che ha saputo ricostruire, con la sua cultura, la sua politica e il suo gruppo dirigente, la democrazia nel nostro paese. E, dall’altro, di scambiare la nostalgia condita con un pizzico di convenienza personale con un grande progetto politico. 

Ecco perché, al netto del dibattito sui come declinare oggi una “politica di centro” nella cittadella politica italiana, almeno su un punto cerchiamo tutti quanti di pronunciare una parola definitiva. E cioè, consegnamo lo scudocrociato, la storia gloriosa e feconda della Dc e quindi la Dc nella sua interezza alla storia. Nello specifico ad una Fondazione – qualunque essa sia – senza però continuare a riproporre spezzoni della sua esperienza. Perché ne va della sua storia e della sua nobiltà e non dello sforzo, o dell’ambizione, di qualche singolo. 

Regno Unito: Parte l’inchiesta contro il ministro dell’interno

Non si ferma nel Regno Unito la “guerra” tra il ministro dell’Interno, Priti Patel, e gli alti funzionari del suo dicastero, dopo che il 29 febbraio il segretario permanente Philip Rutnam si è dimesso accusandola di “bullizzare” i suoi collaboratori.

Come riferiscono i quotidiani, la polemica si è estesa all’intera pubblica amministrazione provocando allarme tra gli alti funzionari di tutti i ministeri, che ora chiedono un’inchiesta indipendente contro Patel.

Una richiesta formale in tal senso è stata inoltrata il primo marzo, dal sindacato dei dipendenti pubblici a Mark Sedwill, segretario di gabinetto.

Patel, da canto suo,  ha respinto tutte le accuse.

La BBC ha, comunque, scoperto che un’altra denuncia formale su Patel era stata presentata quando ricopriva l’incarico di ministro del lavoro presso il Dipartimento del lavoro e delle pensioni tra il 2015 e il 2016.

 

La Funzione pubblica autorizza il ministero dell’Istruzione a bandire 25mila posti

È stato dato il via libera al decreto che autorizza il ministero dell’Istruzione a bandire il concorso ordinario per 25mila docenti della scuola secondaria di primo e secondo grado, cui si aggancia il concorso straordinario per altri 24mila posti comuni e di sostegno.

Questo provvedimento è un passaggio importante, grazie al quale la Funzione pubblica consente al sistema scolastico italiano di procedere in direzione di un rafforzamento degli organici ormai improrogabile.

“L’Italia va avanti e prende via via corpo la grande stagione di reclutamento nella Pa che abbiamo lanciato dopo anni di austerity e tagli al personale”, ha commentato il Ministro Fabiana Dadone.

 

Neuromielite ottica

La  neuromielite  ottica  è una malattia  infiammatoria demielinizzante del sistema  nervoso centrale, ben distinta dalla sclerosi multipla solo dal  2005, che porta quasi sempre a cecità e paralisi di varia entità e si caratterizza per la presenza non necessariamente contemporanea di neurite ottica, mielite trasversa estesa longitudinalmente e, in circa il 70% dei casi, per la presenza nel sangue di immunoglobuline  di classe  G (IgG) anti-aquaporina 4 (AQP4-IgG), una  proteina  strutturale del sistema nervoso centrale.

La presenza di questi auto-anticorpi scatena una reazione autoimmunitaria che distrugge la mielina, una sostanza di natura per lo più grassa che avvolge i nostri nervi, proprio come una guaina isolante per i cavi elettrici.

La malattia colpisce in particolar modo le donne, anche sopra i sessant’anni, e si manifesta anche nei bambini. In alcuni casi si presenta in pazienti con malattie autoimmuni come la miastenia gravis, la malattia di Sjogren, la celiachia, la sarcoidosi e il lupus eritematoso sistemico.

Nel 20% dei casi l’attacco di neuromielite ottica si scatena dopo infezioni virali.  Spesso si presenta come neurite ottica isolata, o solo come mielite trasversa, a volte in forma completa.

Dapprima si ha un calo visivo rapidamente progressivo e importante, prima in un occhio e poi dopo alcuni giorni nell’adelfo (ovvero nell’altro occhio). Possono infine manifestarsi debolezza, insensibilità, dolore al collo e al dorso, fino all’impossibilità per il paziente di muovere gli arti e di controllare vescica e intestino. Il calo visivo è sempre grave e attualmente irreversibile.

Tuttavia, l’oculista visitando l’occhio spesso non rileva nulla di patologico, mentre talvolta si evidenzia un lieve edema del disco ottico che lascia il posto all’atrofia ottica, una completa e irrimediabile perdita di fibre nervose, causa finale del calo visivo. La ripresa sensitiva e motoria è solo parziale e non è sempre possibile.

Il trattamento prevede nella fase acuta la somministrazione di anti-infiammatori steroidei (cortisonici). Sono di più recente introduzione in pratica clinica, per la gestione cronica, agenti immunosoppressori come l’azatioprina, il micofenolato e il metotrexate e farmaci biologici come il rituximab.

Facivermis, il primo animale che si è evoluto

Si chiama Facivermis ed è una creatura simile ai vermi, caratterizzata da un corpo allungato e da una testa in prossimità della quale si diramano cinque paia di zampe spinose.
Vissuto 518 milioni di anni fa, è il primo animale che si è evoluto perdendo delle parti del corpo che non gli servivano.
La scoperta si deve a un team di ricercatori dell’Università britannica di Exeter.

I risultati dello studio suggeriscono che probabilmente Facivermis è stato l’animale di transizione che ha guidato lo sviluppo dei vermi senza zampe.

Studi come questo ci aiutano a comprendere la forma dell’albero della vita e a capire da dove provengono gli adattamenti che vediamo ora nelle specie.

 

Analisi del voto nel collegio Roma I: Sinistra e Centro portano alla vittoria Gualtieri.

Il coronavirus non sospende il normale svolgimento della vita democratica. Ieri, nel Collegio Roma I, si è votato e ha vinto Gualtieri con oltre il 62 per cento dei voti, in sensibile crescita rispetto a ciò che aveva ottenuto Gentiloni nel 2018.

È un risultato importante, solo parzialmente riconducibile al ruolo del Pd. Significa piuttosto che nel cuore della Capitale l’elettorato, anche di centro, ha dato fiducia a un autorevole esponente di questa maggioranza di governo. Gualtieri si avvantaggia, per altro, del voto di Liberi e Uguali, la cui lista nelle precedenti elezioni non era collegata allo schieramento di centro sinistra.

Nella sconfitta degli altri candidati si leggono tre risultati molto chiari: un parziale cedimento del centro destra (oltre 4 punti), nonostante l’assenza di liste concorrenti a destra; il crollo del M5S, ben oltre ogni più nera previsione, visto che lo scarto in negativo ammonta a due terzi del voto pregresso, tanto da deprimere ulteriormente l’immagine dell’amministrazione capitolina; una sensibile crescita delle due liste di sinistra radicale – Potere al Popolo! (stabile) e Partito comunista (in forte rialzo) – talché ora complessivamente l’area che potremmo definire anticapitalista ed egualitaria tocca il 5 per cento dei suffragi.

In questo quadro andrebbe anche rilevato il segnale che proviene dal microcosmo del Popolo della Famiglia. Segnale che conta, in verità, non tanto per l’incremento registrato – da un infimissimo 0,57 si passa a un infimo 1,30 – quanto per un riscontro positivo in ordine alla impostazione di linea politica. Infatti, la dislocazione fuori dal blocco di centro destra, nel quale la piccola formazione dell’identitarismo cattolico si era inserita nella circostanza delle ultime regionali in Emilia Romagna, sembra comunque attestare che il distacco dal post berlusconismo ha un certo valore in sé.

Gli elettori sono stati pochi, è vero, ma il 17 per cento raggiunto a Roma è pur sempre confortante se rapportato alla percentuale dei votanti nelle suppletive svolte appena una settimana fa a Napoli. In sostanza si conferma la riluttanza dell’elettorato a “prendere sul serio” una circoscritta battaglia elettorale in questo o quel collegio della rappresentanza parlamentare.

Invece stupisce l‘alta percentuale dei voti dispersi (quasi il 20 per cento), in contrasto nettamente con il dato del 2018, quasi a certificare l’esistenza di un disagio che neppure i più volenterosi degli elettori attivi ha voglia di nascondere: ci si reca al seggio e si deposita nell’urna un contrassegno di insofferenza o delusione. Non è un elemento da trascurare, specialmente se consideriamo il peso della componente medio-alto borghese in questo campione di elettorato romano.

Una postilla finale sotto forma di domanda. A parte le polemiche, poco credibili se provenienti dalla destra à la Salvini, era così difficile per Gualtieri astenersi da interviste nel giorno delle votazioni? Infrangere le regole è sempre sbagliato, tanto più se a farlo è un importante Ministro della Repubblica.

Carlo Cottarelli: “Prima o poi torneremo a crescere”

Il Prof. Carlo Cottarelli al termine dell'incontro con il Presidente Sergio Mattarella. (foto di Francesco Ammendola - Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)

Prof. Cottarelli, in occasione del conferimento della Laurea honoris causa presso l’Università Cattolica di Milano, il Presidente uscente della BCE Mario Draghi ha evidenziato tre requisiti imprescindibili per la figura del “decision maker” (cioè colui che ha l’onere delle decisioni da assumere in conseguenza del mandato ricevuto): la conoscenza, il coraggio e l’umiltà. Possiamo affermare che tali requisiti dovrebbero essere posseduti anche dai “decisori politici”? In estrema sintesi si tratta del dovere di coniugare responsabilità e competenza: vista la situazione attuale sono forse doti cadute in disuso?

 

I requisiti cui ha fatto riferimento il Presidente Draghi valgono per chi agisce a livello tecnico ma anche a maggior ragione per i decisori politici. Essi si coniugano al possesso della competenza e della responsabilità come pilastri del buon funzionamento di ogni istituzione.

Non c’è competenza senza responsabilità e non c’è responsabilità che possa essere disgiunta dal sicuro possesso di una competenza.

L’unica differenza che vedo tra i decision maker, come esecutori di decisioni politiche  e i politici stessi è che i secondi li abbiamo scelti noi, attraverso le elezioni, sono i nostri rappresentanti e quindi sono competenti  per il nostro mandato che abbiamo loro conferito.

Non si è mai sentito parlare così tanto di qualità e di merito, come valori postulati ad ogni livello. Poco invece si dice sulla necessità di usare parametri di valutazione per certificarli: la qualità è aleatoria e soggettiva senza un controllo, mentre il merito molto spesso deriva da scelte di convenienza come l’appartenenza e la fedeltà non suffragate da un vaglio selettivo rigoroso. Siamo passati dal ‘manuale Cencelli” ad una meritocrazia figlia dello spoil system?

Mi sembra che non ci sia meritocrazia laddove essa è figlia dello spoil system.

Però io preciserei una cosa: perché ci sia vera meritocrazia ci deve essere uguaglianza delle opportunità di partenza. Succede in Italia e all’estero, forse più in Italia che altrove. Dobbiamo offrire a tutti uguali condizioni  di accesso: alla scuola, al lavoro, al contesto sociale. Sui punti di arrivo, cioè sull’uguaglianza delle opportunità di uscita non si può dire la stessa cosa perché dipende dai percorsi di ciascuno, dall’impegno che uno ci mette, da come si affronta il compito.

La qualità emerge insieme al merito, sono una il risultato dell’altro, diventano speculari.

Però non basta la passione, occorre anche il talento e questo attiene alle doti che ciascuno esprime.

Quali previsioni di massima di ricaduta economica e in quali ambiti si possono fare rispetto all’epidemia del Coronavirus? In questi giorni abbiano notato il segnale negativo della discesa degli indici delle borse.

Ciò che sarà determinato come conseguenza del Coronavirus riguarderà tutta l’economia e non soltanto le borse. Ora l’impatto è ingigantito dal comportamento delle borse e dei mercati finanziari in una situazione in cui le quotazioni azionarie erano già molto alte e sembravano in parte, secondo l’opinione di alcuni,  gonfiate da bolle speculative alimentate da tassi di interessi negativi, anche in altri Paesi. Questo è un elemento che ingigantisce uno shock che ci sarebbe forse stato lo stesso. Bisognerà vedere quanto durano l’epidemia e i fenomeni ad essa correlati: normalmente  gli shock causati dalle epidemie hanno una durata abbastanza breve, però bisogna vedere se innescano dei meccanismi correlati come un crollo delle quotazioni azionarie, un aumento dello spread  e quindi andare a colpire Paesi che hanno già una situazione un po’ precaria. 

L’evasione fiscale è una piaga endemica del sistema-Italia: Le sembra che i provvedimenti assunti nella legge finanziaria siano sufficienti ad aggredire il problema? La percezione che si coglie è che la limitazione all’uso del contante e il controllo delle transazioni finanziarie siano misure che colpiscono il popolo ma non i grandi evasori. Si può fare di più, in modo radicalmente diverso? Si vive il terrore dello scontrino digitale e degli aiuti e sostegni a figli e nipoti ma si immagina che qualcosa di più grande e imperscrutabile passi sopra le nostre teste….E’ solo una diceria da bar?

Bisogna sfatare l’idea che l’evasione fiscale sia un fatto che riguardi i grandi evasori: purtroppo essa è un fenomeno molto diffuso a livello generalizzato.- Poi ci solo le grandi imprese che in realtà più che evasione fanno “elusione”, cioè si spostano da un posto all’altro per non pagare le tasse. Quando si parla di oltre centodieci/centotrenta miliardi di evasione fiscale si deve considerare la somma di molte piccole evasioni. Il Governo credo che abbia preso provvedimenti che vanno nella direzione giusta, perché poi servono a tutti, naturalmente occorrerà del tempo non c’è dubbio, per verificare l’entità della riduzione dell’evasione fiscale. La fatturazione elettronica sta dando qualche risultato. Queste misure sulla lotteria degli scontrini sono provvedimenti a cui il Governo non ha attribuito alcun gettito per quest’anno, si sono mantenuti prudenti. I tre miliardi previsti di riduzione dell’evasione derivano da altre cose. Occorre anche affinare il senso civico dei contribuenti verso il perseguimento di interessi superiori e comuni. Il problema riguarda tutti.

La proliferazione legislativa – supportata da un decentramento autarchico fonte di conflitti normativi e generatore continuo di spesa pubblica –  produce una sorta di bulimia di regole spesso confuse e contradditorie: riusciremo a superare una prassi e una mentalità legate alla burocrazia come ostacolo alla crescita e ad una vita meno oberata dalle scadenze e dalla scure di una fiscalità bizantina?

Non c’è dubbio che noi abbiamo troppe leggi e troppe regole. Studi seri come quelli del think tank Ambrosetti hanno riferito  un numero di 170 mila leggi emanate.  Bernardo Mattarella ha studiato il fenomeno della proliferazione legislativa ed è giunto alla conclusione che ci sono attualmente in vigore circa diecimila leggi. Più o meno il numero delle leggi vigenti in Francia.  Il problema consiste nel fatto che  a questo numero già elevato vanno aggiunte circa 27 mila leggi approvate dalle Regioni. 

Il decentramento autarchico funziona dunque da noi come amplificatore normativo. Le leggi sono dunque tantissime, troppe. Possiamo dire che le Regioni italiane sotto questo profilo non sono come i Lander tedeschi.

Il reddito di cittadinanza evidenzia un primo bilancio sostanzialmente negativo e conferma l’assioma della “società signorile di massa” di cui parla il sociologo Luca Ricolfi: un welfare “a perdere”, senza controlli, in alcuni casi elargito a persone con reddito in nero o ad individui addirittura legati alla criminalità.  Più che essere assimilato ad una politica sociale compensativa, sembra inglobarsi nella logica tutta italiana delle mance e delle regalie, dei bonus ‘una tantum’ che poi diventano ‘una semper’? Dove sono e cosa fanno i navigator? Che cosa è cambiato negli uffici per l’impiego? Quali forme di controllo sono previste per accertare il buon esito della dazione? Non era forse meglio destinare quei fondi al sostegno delle imprese per favorire il lavoro invece che l’assistenzialismo? Perché nessuno ha in testa un modello di società sostenibile da proporre?

Per quanto riguarda l’istituzione dei navigator io non ci ho mai creduto ne’ ho avuto nessuna fiducia che potesse funzionare, perché non si può prendere 6000 persone così, a caso, e metterle a lavorare come se fossero esperti di mercato del lavoro, senza alcuna preparazione specifica e consolidata e senza prospettive di incidenza risolutiva sul creare posti di lavoro.

Credo anche che sia esagerato dire che questi soldi del reddito siano stati dati a chi lavora in nero o ha commesso reati: si tratta di casi isolati. Resta il fatto che il reddito di cittadinanza è stato introdotto con diversità e caratteristiche quantomeno strane : troppo generose per i single, per coloro che lavorano al sud e probabilmente elargito in misura ridotta o insufficiente per le famiglie numerose, con tanti figli e quindi si tratta di qualcosa che va rivisto nel suo “disegno”.

Il problema consiste nel fatto che una volta approvato e in vigore riesce difficile rivederne le caratteristiche. Una volta queste cose si correggevano con l’inflazione, ora che  l’inflazione non c’è più…ce le portiamo dietro per decenni.

Il debito pubblico è una palla al piede da cui non siamo finora riusciti a staccarci. Esistono soluzioni praticabili o l’eterno ricorso alle tasse è l’unica via da esperire? Peraltro il gap che separa i pochi ricchi dai molti poveri o aspiranti tali si allarga, assorbendo a poco a poco la classe media che dopo una stagione di declino sta vivendo una vera e propria dissoluzione. Ci sono anticorpi, medicine per sanare la piaga del debito e realizzare il principio dell’equità sociale? Qualcuno tira fuori sempre la famigerata patrimoniale….

No, non c’è bisogno di altre tasse. Il problema è che adesso non ci troviamo in una situazione di crescita ma prima o poi ci torneremo. Se un Paese cresce deve fare soltanto una cosa: mettere da parte le entrate che derivano dalla crescita,  non c’è bisogno di aumentare le aliquote di tassazione si mettono da parte quelle entrate che derivano dalla crescita, senza tagliare niente e senza toccare le aliquote di tassazione e dopo tre o quattro anni partendo dal deficit in cui ci troviamo adesso si potrebbe anche arrivare al pareggio di bilancio.

Il problema è che continuiamo a rinviare questa scelta, io è un po’ che ne parlo, ma c’è il rischio che prima o poi ci arrivi una nuova “botta” dall’esterno: adesso ha preso la forma del “coronavirus” ma ci sono sempre pericoli imponderabili e incombenti, non si può sempre pensare di essere fortunati.

Adesso vediamo anche come affrontare l’emergenza dei conti pubblici.

Di una patrimoniale se ne potrebbe parlare soltanto in un periodo di gravissima crisi, ma solo ed unicamente come soluzione estrema.

L’ascensore sociale è fermo al piano terra, il lavoro un convitato di pietra, i corpi intermedi in via di estinzione: si vive sui risparmi accumulati dai padri, sulle pensioni dei nonni mentre i giovani cercano lavoro all’estero. Sono temi elaborati soprattutto nei Rapporti Censis e Istat. La fuga dei cervelli è stata evidenziata in un recente rapporto del giugno 2019 dall’OCSE: escono i talenti e le professioni alte, entrano la manovalanza , le badanti con redditi bassi. Si pone un problema di sostenibilità generazionale e di inclusione sociale: è ad esempio credibile un fiorire delle start-ups nei settori della tecnologie e della biotech in un paese dove i giganti del settore sono ben pochi?

Non è possibile risolvere questo aspetto specifico se non si risolve in generale il problema di facilitare l’avvio o la  conduzione dell’impresa in generale, poi ci si può indirizzare verso le nuove tecnologie o i settori in espansione.

Occorre meno burocrazia, la certezza del diritto, serve una giustizia civile che funzioni bene.

Ci metterei anche le strade senza le buche, una tassazione equa finanziata con i risparmi di spesa. Ora il problema è come affrontare questa emergenza imprevista del coronavirus che avrà inevitabilmente conseguenze economiche sul deficit e sul debito pubblico. Bisogna augurarsi che i mercati se ne stiano tranquilli, che ci sia un aiutino dall’Europa e così via.

Siamo appesi a queste speranze.

La politica monetaria nell’eurozona necessita di una altrettanto avveduta politica fiscale da parte dei Paesi dove circola tale moneta. Con la consapevolezza delle difficoltà dovute ai regimi di fiscalità in atto nei diversi Paesi e di una possibile azione di coordinamento sovranazionale.  Fiscalità differenti e diseguali politiche di gestione dei debiti pubblici nazionali non portano in Europa ad una politica economica condivisa. Idealmente politiche monetarie e fiscali dovrebbero agire nella stessa direzione un po’ come antibiotici e sostanze per diminuire la febbre. Negli ultimi dieci anni sono spesso andate in direzioni opposte annullandosi l’un l’altra. Il fatto poi che questo abbia creato un’inflazione dei valori mobiliari ed immobiliari, ma una deflazione dei costi (e soprattutto dei salari) ha aumentato le disuguaglianze e quindi l’indebolimento del contratto sociale. Non Le sembra ad es. che in Italia il regime fiscale sia ormai insostenibile, per famiglie e imprese?   

C’è un problema di coordinamento sul regime fiscale con il resto dell’Europa, che non viene affrontato con la dovuta attenzione. Invece è molto importante. In Italia abbiamo una pressione fiscale più alta rispetto alla media europea. L’obiettivo non  è “mettiamo più soldi in tasca alle persone”, questo potrebbe avvenire se il taglio delle tasse avvenisse in deficit.

Ma se lo fai in deficit prendendo i soldi a prestito non hai un taglio di tasse permanente.

Bisogna tagliare le tasse ma anche la spesa improduttiva per rendere efficiente il sistema e competitivo il Paese: allora diventa interessante investire in Italia e creare nuovi posti lavoro.

Il Rapporto ONU sull’estinzione della biodiversità, approfondito ad aprile/maggio 2019 in sede UNESCO dai 130 Paesi aderenti all’Ipbes, denuncia come la Terra si trovi alla soglia della sesta estinzione di massa della sua storia, la prima attribuita ai comportamenti umani. In un recentissimo, pregevole saggio scritto dal Card. Camillo Ruini e dallo storico e politico Gaetano Quagliariello  il tema del rapporto uomo-natura-scienza-tecnologie viene ripreso per evidenziare come molto spesso ciò che definiamo progresso si spinga ben oltre i bisogni dell’umanità, in una ricerca spasmodica fine a se stessa, che consuma l’esistente. Senza abbracciare le teorie amish o quelle della decrescita felice  non Le pare- Prof. Cottarelli- che sia necessario rieducarci al senso del limite, al rispetto del prossimo, all’etica dei consumi senza lasciarci imprigionare dalla logica dei profitti?  Se la vita è un dono non occorre forse riscoprire il gusto e la gioia gratuita dell’esistere?    

 

Ha ragione, non c’è dubbio. Bisognerebbe cercare di sprecare meno, oggi tutto è ispirato e dettato dalla logica dell’eccesso di  consumismo. Basti pensare alla rapidità con cui cambiamo il nostro Hiphone solo per avere in aggiunta un piccolo, insignificante e marginale dettaglio. Si fabbricano le automobili con il cofano posteriore che si apre da solo per non fare la fatica di alzare le braccia, poi si spendono un mucchio di soldi in palestra per alzare e abbassare le braccia.

La scuola potrebbe su questo aspetto fare molto per educare le giovani generazioni: di educazione civica ce ne vorrebbe un’ora al giorno non 30 ore all’anno.

Però non scarichiamo tutto sulla scuola, sullo Stato, sulle istituzioni: ci sono anche responsabilità individuali e di educazione ricevuta in famiglia.

Conta molto fare bene i genitori.

Suppletive Roma: vince Gualtieri

Roberto Gualtieri vince le suppletive di Roma centro e si prepara a subentrare in Parlamento a Paolo Gentiloni.

Gualtieri   supportato da tutto il centrosinistra  ha incassato il 62,2% dei consensi. Maurizio Leo, sostenuto dal centrodestra,  ha raccolto il 26% circa dei voti, mentre il M5s che si è presentato con Rossella Rendina nemmeno il 5%.

Questi i dati

ELEZIONE SUPPLETIVA DELLA CAMERA DEI DEPUTATI 1 MARZO 2020
COLLEGIO UNINOMINALE 01  – LAZIO 1
Elettori 186.234 Votanti Ore 12:00 Ore 19:00 Ore 23:00
Valori assoluti 10.863 27.677 32.880
% 5,83 14,86 17,66
Sezioni totali 218 Sezioni scrutinate 218
Liste Candidati Voti %
PARTITO COMUNISTA RIZZO Marco 855 2,62
IL POPOLO DELLA FAMIGLIA ADINOLFI Mario 432 1,32
MOVIMENTO 5 STELLE RENDINA Rossella 1.422 4,36
ROMA CON GUALTIERI GUALTIERI Roberto 20.304 62,24
VOLT LO MUZIO LEZZA Luca Maria 316 0,97
LEGA – FRATELLI D’ITALIA – FORZA ITALIA – UNIONE DI CENTRO LEO Maurizio 8.508 26,08
POTERE AL POPOLO! CANITANO Elisabetta 785 2,41
Totale voti validi 32.622
Schede bianche 73
Schede nulle 185
Schede contestate 0

Gli israeliani alle urne

Oggi il Paese ebraico va al voto dopo mesi di negoziati senza soluzione.

Sono in molti a ritenere che anche questa volta, come per le precedenti tre, l’ultima nel settembre scorso, le urne restituiranno un nulla di fatto, cioè l’impossibilità sia per Benjamin Netanyahu, sia per Benny Gantz di arrivare ai 61 seggi necessari per poter formare una coalizione di maggioranza,  e quindi  un Governo.

Una delle ultime tre rilevazioni (della televisione pubblica Kan) danno il conservatore Likud leggermente avanti sul centrista Blu e Bianco come partito di maggioranza relativa: 35 seggi contro 34, mentre per gli altri due sondaggi (dei quotidiani Israel hayom e Maariv) le due formazioni sono in perfetta parità (con 33 e 34 seggi).

Il dato importante tuttavia è che nessuna delle due coalizioni annunciate otterrebbe i 61 seggi necessari per formare un governo: il blocco della destra di Netanyahu oscilla fra i 57 e i 58 deputati, contro i 56 dello schieramento di centrosinistra (con il sostegno dei partiti arabi) di Gantz.

Se i risultati del voto di oggi, quindi, dovessero essere come i precedenti, si aprirà la strada alla quarta elezione che arriverebbe a processo già iniziato per Netanyahu che, dal 17 marzo, dovrà rispondere di corruzione, frode e abuso di potere.

 

 

Firmato l’accordo di pace con i talebani

Un accordo che potrebbe chiudere la guerra più lunga sostenuta dagli Stati Uniti.

Obiettivo immediato: Stabilire un permanente e duraturo cessate il fuoco.

Gli Stati Uniti si impegnano a smantellare progressivamente la presenza delle proprie forze militari e di quelle degli alleati. La prima riduzione entro 135 giorni: il contingente americano scenderà a 8600 unità, con la chiusura di cinque basi. Dopo nove mesi e mezzo, se tutto andrà come previsto, non ci sarà più un solo soldato straniero in Afghanistan.

Secondo Donald Trump: “Se i Talebani e il governo dell’Afghanistan terranno fede agli impegni, si aprirà un efficace percorso verso la fine della guerra e potremo portare le nostre truppe a casa. Questi impegni rappresentano un passo importante verso una pace duratura in nuovo Afghanistan, liberato da Al Qaeda, dall’Isis e da altri gruppi terroristi che vorrebbero farci del male”.

Con la fine della guerra torneranno a casa anche 900 soldati italiani.

Elio Germano vince l’Orso d’argento

Il Festival del Cinema di Berlino che quest’anno celebra la sua settantesima edizione sotto la direzione di Carlo Chatrian  ha assegnato l’Orso d’argento per miglior attore a Elio Germano, che interpreta il ruolo dell’artista Ligabue nel film Volevo Nascondermi.

Volevo Nascondermi segue la vita di Antonio Ligabue, lungo il percorso che lo porterà dalla Svizzera, dove nasce figlio di emigrati italiani, alla provincia di Reggio Emilia nella “Bassa Reggiana” sulla sponda destra del Fiume Po dove trascorse gran parte della sua esistenza.

Con questo trionfo, Germano realizza una prestigiosa “doppietta” internazionale, avendo vinto nel 2010 a Cannes il premio per il migliore attore con “La nostra vita”, di Daniele Luchetti, interpretazione per la quale avrebbe poi avuto anche il David di Donatello e il Nastro d’argento.

L’attore romano è il quarto italiano premiato a Berlino dopo Alberto Sordi (“Detenuto in attesa di giudizio”, 1972), Michele Placido (“Ernesto”, 1979) e Gian Maria Volontè (“Il caso Moro”,1987) ed eguaglia il record di Volontè nell’aver vinto in entrambi i festival

Altroconsumo: il 66% prodotti acquistati online non è sicuro

La maggior parte dei prodotti per bambini ma anche cosmetici, gioielli, dispositivi elettronici e abbigliamento acquistabili sulle principali piattaforme di ecommerce non è sicuro per la salute e/o non a norma di legge.

Sono questi i risultati che arrivano dall’inchiesta condotta da Altroconsumo, insieme ad altre organizzazioni di consumatori europee.

Complessivamente due acquisti su tre (il 66%) sono risultati non conformi alla normativa europea, con rischi per la salute e per la sicurezza di chi li utilizza.

L’Organizzazione di consumatori ha condiviso i risultati dell’indagine con il Ministero dello Sviluppo Economico e il Ministero della Salute e inviato loro una segnalazione formale per chiedere un intervento volto ad accertare quanto è emerso affinché vengano presi provvedimenti per la tutela e la corretta informazione dei consumatori.

Su 12 carica batterie USB, 12 powerbank e 12 adattatori da viaggio, ben 26 prodotti su 36 sono pericolosi, possono dare la scossa o causare incendi.
– In 9 giocattoli per bambini su 29 (31%) sono state trovate quantità illegali di ftalati (fino a 200 volte il limite legale). Bocciato il 91% dei trucchi per bambini.
– l’88% capi d’abbigliamento per bambini testati non rispettavano gli standard europei, con possibili rischi per la salute e l’incolumità dei piccoli.

 

 

Il perfido Letta

Stavolta Enrico Letta ha fatto bingo. Brillante da giovane, con l’età è diventato più sottile e puntuto. Vive qui a Testaccio, vicino al mio convento sull’Aventino, mantenendo il riserbo di un prelato di curia.

Non mi è piaciuto quando si è dimesso dalla Camera per andare a Parigi, come se Parigi valesse ancora oggi una messa (ma quale?). Non mi è piaciuto perché il dovere è dovere, e chi fa politica ha il dovere di rimanere al suo posto, anche se costa fatica. Anzi, soprattutto perché costa fatica.

Al fondo, nonostante il suo onorato servizio nel Pd, Letta dimostra di essere un anticomunista di buona fattura. A Roma, infatti, si comincia a parlare di elezioni comunali e prima o poi – ne sono sicuro – qualcuno (de sinistra) riproporrà il mito di Nathan, sindaco in anni lontani, ma sempre osannato per il suo piglio di amministratore moderno.

Ho qualche dubbio che sia stato davvero questo grande sindaco che radicali, socialisti e comunisti hanno ripetutamente celebrato. A me pare di poter affermare, senza tema di smentita, che invece il sindaco più efficiente lo abbiamo avuto all’incirca quattro o cinque secoli fa.

In realtà non era sindaco, ma Papa. E parlo di Sisto V. Durò cinque anni appena, ma cambiò il volto di Roma trasformandola in una città moderna, la più bella e razionale città del Cinquecento. Non aveva pari in Europa (e perciò nel mondo). Lo chiamavano “Er Papa tosto” perché si mise in testa di combattere la prostituzione e l’evasione fiscale. Berlusconi non lo ha mai citato.

Invece penso che Letta farebbe bene a riproporne l’esempio, visto che qualcuno gli ha chiesto sui giornali di candidarsi alla guida del Campidoglio.

Non può limitarsi a una battuta, eminentemente polemica verso la sinistra, schivando l’insidia nascosta nella sollecitazione a scendere in campo. Certo, con questo suo aplomb alto curiale ha destituito di fondamento il mito di Nathan.

Per carità, il nome di Nathan non l’ha fatto. Ma basta leggere tra le righe della sua striminzita rinuncia all’ipotesi di candidatura. “Non sono romano, quindi la questione non si pone”.

Ecco la staffilata! Diavolo di un Letta, altro che curiale: dunque, chi non è di Roma non può fare il sindaco di Roma, e chi ci prova, malgrado il suo non essere di Roma, va incontro al destino di sindaco bamboccione.

E a pensare che Nathan era nato a Londra.

Perfido, il nostro Letta!

 

Il dilemma dell’identità

Perché sentiamo il problema e l’urgenza di definire ‘chi siamo’? Questa domanda mi ronza in testa da circa un anno. Più che sulle risposte (‘cattolici democratici’, ‘popolari’, ‘politici di ispirazione cristiana’…) mi sono soffermato sulla domanda e soprattutto sulla sua origine. Il dilemma dell’identità oggi non è infatti una questione solo teoretica e metafisica, ma nasce per noi dalla situazione concreta in cui ci troviamo in questi mesi, o anche in questo secolo.
In ambito politico, cioè sul terreno dello scontro fra orientamenti e opzioni pratiche di azione, dire chi si è equivale a chiarire chi non si è. In questi ultimi mesi ciò sembra diventato più urgente di prima.

Tutti i partiti sono cambiati, hanno acquistato nuovi caratteri perdendone altri; due partiti (Azione e IV) sono nati dovendo definire (o anche inventare) identità autonome dal PD, oltre che l’una dall’altra; l’identità forte di ‘italiani’, ‘popolo’ unito, omogeneo e sovrano, e anche di ‘cristiani’, è stata evocata ed usata come corpo contundente contro il ‘politicamente corretto’, di fatto contro gli avversari politici.

Il problema del ‘dire chi siamo’ oggi ha insomma come prima implicazione pratica chiarire cosa ci distingue sia da una generica posizione non-estremista e moderata (Renzi, Calenda, Bonino, ma anche PD, o FI), sia da chi strumentalmente si dichiara cristiano (Meloni e Salvini) con evocazioni vuote e manipolatorie dell’immaginario della pietà popolare. Come risposta, alcuni amici propongono di opporre a tanto vuoto di identità un pieno di radicamento teorico e storico, un pensiero forte esplicitamente dichiarato che critichi l’intero quadro politico esistente in nome di una tradizione di cattolicesimo democratico autentica e genuina. Di fronte a tante mezze ideologie sbiadite o cinicamente raccattate e manipolate si vuole insomma riproporre, non un’ideologia, ma un ideale integro, forte, secondo la formula per cui 1 è maggiore di 0 o di mezzo.

Mi permetto di sollevare un dubbio. Non tanto sulla forma, sull’appeal dell’idea, quanto sulla coerenza fra la sua forma e la sua sostanza. In sintesi, io non credo che una dichiarazione netta, esplicita e ‘sbilanciata’ di un’identità esplicitamente ‘cristiana’ o anche ‘cristianamente ispirata’ abbia non solo seguito elettorale (esistono ancora i ‘cattolici’ come elettorato omogeneo?), ma anche corretto senso politico.

Mi spiego: se la politica è gestione e accompagnamento dei fenomeni, mi sembra che dichiararsi nuovo soggetto politico ‘cristiano’ significhi ignorare il processo di secolarizzazione, non leggere i segni dei tempi, in fondo rifiutare la vera chiamata personale e politica ad essere ‘nel mondo’ anche se non ‘del mondo’, a operare ‘in Spirito e verità’ senza dire ‘Signore, Signore’.

La semplice logica matematica 1>0 potrebbe allora affinarsi per comprendere che in un mondo di tanti 0 si deve parlare una lingua diversa da quella binaria (1/0), e tentare la lingua dei decimali (magari non in senso elettorale… né tantomeno in senso di compromesso a ribasso, semmai a ‘rilancio’), cioè, fuor di metafora, affrontare l’ostacolo delle (post-)ideologie senza cadere nella loro trappola, parlando un linguaggio che le superi, che riesca a coinvolgere in prima persona il ceto medio oggi in crisi patologica; coinvolgere le persone attraverso proposte concrete, radicali nella critica ma ancora più coraggiose nella costruttività.

Questa radicalità, che ci scrolli di dosso un certo disincanto vagamente malinconico o arrogantemente paternalista, insieme a una seria scelta di reclutamento, formazione e proposta di una nuova classe dirigente, ci distinguerà dal grigio moderatismo vagamente di centro permettendoci, proprio per questo iniziale distinguo, di pungolare costruttivamente in un ‘dialogo a distanza’ quelle forze di centro/centro-sinistra oggi in crisi e in declino.
In poche parole, va proposta un’offerta politica incentrata sul programma e sul linguaggio essenziale e diretto con cui esporlo.

Innanzitutto concentrandosi su due o tre temi forti chiaramente esposti, tra i quali ad esempio essenziale sarebbe la meta-questione della partecipazione democratica (preferenze per i candidati, regolamentazione democratica dei partiti…). È in merito a questo programma e a come sapremo comunicarlo e proporlo che ‘chi siamo’ emergerà da sé, insieme al nostro nome, ed è ovvio che sarà figlio di una tradizione millenaria (perché se si vuole cercare illustri antenati è giusto rifarsi a Moro, De Gasperi e Sturzo, ma anche a San Tommaso, Agostino, Paolo…), ma è anche ovvio che una tale tradizione sopravviverà solo se saprà incarnarsi autenticamente e sinceramente nel nostro tempo.

Turismo e Via Lattea: basta con il panico mediatico. Appello a Conte

“La delicata e complessa vicenda sanitaria che ci investe ormai da molti giorni non può più essere accompagnata da un persistente e invasivo panico mediatico. Nel pieno rispetto delle indicazioni e delle prescrizioni che provengono dalla comunità scientifica e dagli organi istituzionali, riteniamo che il nostro comprensorio territoriale – il complesso della Via Lattea, appunto – può ripartire e ridecollare solo se cessa un inspiegabile bombardamento mediatico a cui assistiamo ormai da tempo.

Nessuno, come ovvio, pensa di attenuare il ruolo dell’informazione. Anzi, l’informazione era e resta fondamentale per capire e approfondire meglio l’emergenza con cui stiamo convivendo. Ma siamo altrettanto consapevoli che se permane nel tempo questo clima mediatico di paura e di terrore, un comprensorio come il nostro rischia di precipitare in una crisi senza precedenti e che difficilmente riuscirà a rialzarsi se non a caro prezzo. Cioè con una chiusura di moltissimi esercizi e con il licenziamento di centinaia di persone. Per questi motivi facciamo anche un appello al Presidente del Consiglio Conte.

Se non si inverte rapidamente la rotta, non lamentiamoci se tra qualche mese faremo i conti con il baratro e la crisi irreversibile di intere zone territoriali. A cominciare dal comparto della Via Lattea, il più importante comprensorio nazionale degli sport invernali del nostro paese”. 

Unione Montana Via Lattea. 

Oggi a Roma si vota

Oggi 160mila romani potranno recarsi a votare per scegliere il nuovo deputato che andrà a sostituire il seggio lasciato vuoto da Paolo Gentiloni, ex parlamentare del Partito democratico oggi commissario europeo.

Le elezioni cosiddette “suppletive” riguarderanno quindi il collegio Lazio 1, che a livello territoriale copre il Centro storico di Roma con i rioni Monti, Trevi, Colonna, Campo Marzio, Ponte, Parione, Regola, Pigna, Sant’Eustachio
Campitelli, Sant’Angelo, Ripa. E ancora Borgo, Esquilino, Ludovisi, Sallustiano, Castro Pretorio, San Saba, Testaccio, Trastevere, Prati e i quartieri Trionfale e Della Vittoria.

Possono votare tutti i cittadini maggiorenni e residenti sul territorio, recandosi al seggio con apposito documento d’identità e la scheda elettorale. I seggi resteranno aperti dalle 7 alle 23.

A contendersi il posto che è stato di Gentiloni sono sette candidati, tra cui il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri per il centrosinistra, Maurizio Leo, già parlamentare An e assessore al bilancio nella giunta Alemanno, per il centrodestra, e Rossella Rendina per il M5s. Gli altri candidati sono Marco Rizzo per il Partito Comunista, Mario Adinolfi per il Popolo della Famiglia, Luca Maria Lo Muzio Lezza per Volt, Elisabetta Canitano per Potere al Popolo.

Nel “Memoriale Moro”, la storia del Paese

Larga partecipazione di pubblico ieri, 25 febbraio, alla presentazione del volume “Il memoriale Moro – edizione critica”, coordinata da Michele Di Sivo: la Sala Alessandrina dell’Archivio di Stato, che ospita tutta la documentazione, in particolare quella desecretata dal 2014, era piena, con molta gente in piedi, a dimostrazione dell’interesse che il “caso Moro” suscita ancora oggi alla vigilia del 42° anniversario del rapimento del presidente della Dc e della strage della sua scorta. Assenti perché impegnati nell’emergenza sanitaria del momento il ministro Franceschini e l’onorevole Fioroni, già presidente della Commissione d’inchiesta Moro. Un evento preceduto dall’esposizione di alcune pagine del memoriale e delle lettere dello statista e introdotto dalla lettura da parte dell’attore Fabrizio Gifuni, reduce dal successo della pièce “Con il vostro irridente silenzio” al Teatro Vascello, della lettera di Moro a Cossiga, la prima resa pubblica.

Un lavoro certosino, durato cinque anni, frutto della paziente ricostruzione di un team qualificato. Un lavoro, come ha ricordato Di Sivo, «di analisi, grafologia, esegesi». Un libro, ha affermato il direttore dell’Espresso Marco Damilano, «di grande rigore scientifico. Qualcosa che dovrebbe essere studiato nelle scuole. Oggi lettere e testi liberati dal quel doloroso episodio possono restituire Moro alla storia del Paese». Di Sivo ha sottolineato che l’edizione critica del memoriale (non delle lettere) ha significato non solo rimettere in ordine le 237 pagine ma un lavoro ben più approfondito. Si è ricostruito come le Br hanno messo in sequenza le pagine ritrovate nel covo di via Monte Nevoso in due momenti distinti «ma non bastava. Bisognava ricostruire il modo in cui Moro le aveva scritte, perché significava rimettere insieme i frammenti. Per me – ha spiegato Di Sivo – è stato sorprendente come siamo arrivati a questo ordine che diventa un flusso logico, razionale, di pensiero continuo e coerente». Questa ricostruzione «ha consentito di capire il modo di ragionare di Moro e cosa significava una frase criptica: nella lettera a Cossiga dice di essere sottoposto a un processo popolare che può essere opportunamente graduato. Ci ho messo cinque anni per capirla. In quelle condizioni solo l’inquisitore può graduare. E dunque processo graduato da chi? Si capisce che Moro gradua le sue risposte fino all’esplosione finale. Moro sta dicendo “sono sotto un dominio pieno e incontrollato ma posso graduare questo processo. Lo posso fare io. Attenti”». Una «sequenza drammatica» considerando che Moro continua a scrivere dopo la condanna, decisa il 15 aprile, fino al 2 maggio.

Una pagina di storia sulla quale, secondo Miguel Gotor, che ha collaborato alla stesura del libro, bisogna «evitare due rimozioni in cui rischiamo di cadere. La prima è che Moro non è stato ucciso da Benigno Zaccagnini. Mi rendo conto che dal punto di vista emotivo, studiando questo testo, si possa essere indotti a pensarlo, guidati dalla potenza retorica del prigioniero. Ma Moro è stato sequestrato e ucciso dalle Br. Non facciamo evaporare dal punto di vista civile questa consapevolezza perché sarebbe un tradimento. La seconda cosa da evitare – ha proseguito – è che non dobbiamo perdere di vista che questo testo è viscido, ambiguo, esce da un linguaggio che è anche un linguaggio delle catene e delle pistole, della violenza e della costrizione, non è solo libertà autoriale di un grande uomo politico e umanista. Il tema della libertà e dell’autonomia resta un problema aperto sul piano storico su cui bisogna continuare a ragionare con l’obiettivo di non tradire la tragicità dell’esperienza di Moro». Per questo, sostiene Gotor, «serve una lettura tra le righe: il testo è uno straordinario esercizio di dissimulazione».

Un esempio per tutti: «Moro sapeva le ragioni che avevano spinto Taviani a lasciare il governo nel 1975. Da ministro dell’Interno aveva destituito D’Amato, capo dell’Ufficio affari riservati del ministero, pochi giorni dopo la strage di piazza della Loggia e il sequestro del magistrato Sossi a Genova. Moro nella sua lettera, di cui sono stati distribuiti solo 8 fogli manoscritti, peraltro scomparsi, attacca Taviani e quando la lettera arriva all’opinione pubblica tutti si chiedono perché lo abbia fatto. Lo sappiamo dal 1990: sulla scorta dei diari postumi si è scoperto che Taviani è stato di fatto l’amministratore di Gladio in Italia. Nel 1978 lo sapevano in pochissimi». E quei pochissimi ne sono destabilizzati. Gotor ha sottolineato pure come del memoriale «mancano gli originali» – ci sono solo fotocopie – «ed è certamente mutilato: mancano le parti relative alla fuga di Kappler, al golpe Borghese e alle tensioni tra arabi e israeliani in Italia negli anni ’70. Argomenti che riguardano o delicate questioni internazionali e le relazioni con Stati amici come Germania e Israele oppure su cui nel 1978 c’erano processi e indagini».

Gli aspetti legati alla situazione internazionale dell’epoca sono stati al centro dell’intervento dello storico Umberto Gentiloni: con la «crisi degli anni Settanta finiscono una serie di certezze e consuetudini del vecchio mondo costituente, il centrosinistra sta tramontando, quel mondo sta finendo. Alcuni si accorgono che qualcosa può nascere. Che cosa? Il 1978 per l’Italia è il funerale della Repubblica?». Ma Gentiloni non crede «né alle ricostruzioni di decisioni prese in qualche stanza segreta magari a Washington né di una classe dirigente completamente autonoma. La situazione era complessa» e la questione di fondo è legata alla «storia del Paese che in quegli anni rompe il rapporto di sinergia tra quadro interno e contesto internazionale». Dunque i piani di lettura possibili del memoriale «sono quelli di questa struttura logica del rapporto tra il prigioniero e il suo processo ma anche quelli di un rapporto tra il memoriale e la storia del Paese. Per questo diventa un patrimonio perché si toglie dal ricatto di quei 55 giorni e diventa un modo di ragionare della storia d’Italia nel suo complesso. Forse per questo – ha concluso – ci interessa tanto di capire».

Trieste: La grande mostra dedicata al geniale artista olandese

Nella mostra triestina sono presentate per la prima volta accanto alle opere più conosciute dell’artista, la serie I giorni della Creazione, sei xilografie che raccontano la Creazione del Mondo.

Il genio di Escher, artista scomparso nel 1972, uno dei ‘grandi artisti’ celebrati a livello mondiale  ha determinato un linguaggio unico fatto di mondi immaginari, essenzialmente mondi impossibili, in cui confluiscono arte, matematica, filosofia, ed altro ancora, oggetto di culto degli anni ‘70. Ma è solo negli anni ‘90 che Escher inizia ad avere grande successo intercettando una fascia di pubblico sempre più ampia.

Escher nasce nel 1898 in Olanda e vi muore nel 1972. Nel 1922 visita per la prima volta l’Italia, dove poi visse per molti anni, visitandola da nord a sud e rappresentandola in molte sue opere. Inquieto, riservato e indubbiamente geniale, Escher nelle sue celebri incisioni e litografie crea un mondo unico, immaginifico, impossibile, dove confluiscono arte, matematica, scienza, fisica, design. Scoperto dal grande pubblico negli ultimi anni, è diventato uno degli artisti più amati in tutto il mondo, tanto che le mostre a lui dedicate hanno battuto ogni record di visitatori.

Carcinoma del colon-retto

Il carcinoma del colon-retto  è il tumore maligno più frequente originato nel colon, nel retto e nell’appendice. Con 610.000 morti all’anno nel mondo, è la terza forma più comune di cancro.

È causato dall’abnorme crescita di cellule con la capacità di invadere i tessuti e di diffondersi in altre parti del corpo. I segni e i sintomi possono comprendere: sangue occulto nelle feci, cambiamento dei movimenti intestinali, perdita di peso e sensazione di stanchezza. La maggior parte dei tumori colorettali sono dovuti allo stile di vita e all’età avanzata e solo pochi casi sono riconducibili a malattie genetiche ereditarie. I fattori di rischio includono: la dieta, l’obesità, il fumo, l’alcool e una scarsa attività fisica. Un altro fattore di rischio è rappresentato dalle malattie infiammatorie croniche intestinali che comprendono la malattia di Crohn e la colite ulcerosa.

Alcune delle condizioni ereditarie che possono causare un tumore del colon-retto includono la poliposi adenomatosa familiare e il cancro colorettale ereditario non poliposico; tuttavia, queste condizioni rappresentano meno del 5% dei casi. Il tumore al colon-retto può essere diagnosticato tramite biopsia ottenuta durante una sigmoidoscopia o una colonscopia. Ciò è poi solitamente seguito da esami di diagnostica per immagini per determinare se la malattia si è diffusa. Lo screening è efficace nel diminuire la probabilità di morte per questo tumore ed è consigliabile tra i 50 e i 75 anni.

Intelligenza artificiale: Sassoli, servono “trasparenza” e “regole precise” per proteggere i cittadini.

Buongiorno a tutti, 

desidero rivolgere innanzi tutto un cordiale saluto e un ringraziamento a sua Eminenza, card. Vincenzo Paglia per il cortese invito, salutare i membri dell’Accademia Pontificia per la Vita, gli illustri relatori e tutti voi che avete promosso ed animato questo importante appuntamento. 

Viviamo un tempo di forti cambiamenti e di grandi sfide. L’avvento dei nuovi mezzi di comunicazione, della rivoluzione digitale e, in generale, di quella che viene definita intelligenza artificiale, ci sta offrendo straordinarie opportunità ma, al tempo stesso, sta modificando radicalmente anche il nostro modo di agire e di essere. 

Fino ad oggi la ricerca e l’innovazione sono stati strumenti che hanno consentito alle nostre società di progredire e di raggiungere grandi traguardi accrescendo il benessere dei cittadini. Negli ultimi anni si è verificata un’accelerazione dello sviluppo tecnologico, una vera e propria rivoluzione che ha avuto e sta avendo tutt’oggi un fortissimo impatto sia sul piano economico e sociale. 

La robotica e l’intelligenza artificiale sono una nuova possibilità per affrontare le sfide della nostra società dei prossimi decenni: reti energetiche ottimizzate, produzione sostenibile, agricoltura di precisione, capacità di governo dell’economia e della finanza, uso misurato delle risorse. 

Benefici e manipolazioni, però, possono correre di pari passo e non avere confini.  

Utilizziamo l’intelligenza artificiale nei trasporti dove, attraverso una semplice applicazione sui nostri smartphone, si possono prevedere le condizioni del traffico in strada o addirittura guidare veicoli autonomi; la utilizziamo per tracciare il nostro consumo di acqua e di energia oppure, in ambito sanitario, per elaborare enormi quantità di dati che ci aiutano a curare alcune patologie e individuare le migliori prassi per prevenirle. 

Come tutti capiscono l’intelligenza artificiale può consentire anche la concentrazione di enorme potere a scapito dei più vulnerabili.  E gli algoritmi considerare gli essere umani semplici strumenti dei processi di razionalizzazione, efficientamento e redditività. 

Lo sviluppo della robotica e dell’intelligenza artificiale, insieme ad una comunicazione digitale globalizzata e alle potenzialità delle reti, ci pongono interrogativi di straordinaria ampiezza che richiedono una riflessione approfondita e soprattutto una capacità di leggere i cambiamenti con lungimiranza e grande senso di responsabilità. 

Signore e Signori, 

quella che può essere definita come una “quarta rivoluzione industriale” – dopo quella del vapore, dell’elettricità e dell’automazione – implica che, sulla base di dati e degli algoritmi che ne derivano, sia la tecnologia stessa ad avere capacità predittive sulle attività umane. È una rivoluzione che ha stravolto i nostri modelli di sviluppo e che deve essere accompagnata ed orientata ad accrescere – e non a diminuire – i nostri diritti di cittadinanza sociale, politica, economica e tecnologica. 

Un nuovo mondo impone nuovi ritmi. 

E la nuova epoca nasce da progressi tecnici realmente unificanti da rendere la scienza capace di toccare nel profondo valori che pensavamo consolidati e diffusi. 

 

La digitalizzazione e l’automazione stanno cambiando profondamente il nostro modo di vivere e il modo in cui ci rapportiamo con la società. Le domande si susseguono e  le risposte impongono grande responsabilità.  

Come evitare che la rivoluzione digitale sia foriera di maggiori disuguaglianze in termini di diritti?  

Come consentire al mondo dell’istruzione di essere all’altezza di queste sfide? Come possiamo garantire ai giovani un equo accesso ai processi produttivi? 

Come riusciremo a bilanciare la perdita dei posti di lavoro, determinata dall’avvento delle nuove tecnologie, con le nuove opportunità lavorative? 

Alcuni anni fa lo scrittore Isaac Asimov affermò che un “robot non può recare danno all’umanità, né permettere che, a causa del suo mancato intervento, l’umanità subisca danni”. 

Oggi più che mai, abbiamo bisogno di elaborare politiche che consentano di cogliere i frutti del progresso tecnologico e garantire, al tempo stesso, il rispetto di quegli standards sociali che rappresentano per tutti noi conquiste irrinunciabili. 

Nella nostra società contemporanea, l’intelligenza artificiale, che nasce dalla composizione e scomposizione di un insieme di algoritmi, è ormai parte integrante della nostra vita quotidiana, ma è bene ricordare che l’intelligenza non può essere disgiunta dal pensiero umano e dalla coscienza delle persone, nonostante il concetto di relatività sia insito nell’esperienza scientifica. 

Cercare di capire gli effetti delle grandi trasformazioni può consentire di non venire travolti da un individualismo sfrenato,  incline a provocare grande solitudine e anche nuove emarginazioni.   

Di fronte alle incognite che ci pone questa stagione di grandi trasformazioni occorre grande trasparenza. Per farlo serve  coinvolgere attivamente le opinioni pubbliche, i parlamenti nazionali, le nostre università, il mondo del lavoro e dell’impresa in  sviluppare un’attenta riflessione sulla regolamentazione pubblica. Per l’Unione europea è una sfida decisiva per Eleonora re e adottare requisiti comuni sui nuovi confini tecnologici e misurare l’impatto sul rispetto dei diritti fondamentali.

 L’opera di regolamentazione europea  – dai dati alla privacy – produce in questo momento storico una positiva reazione nei processi di globalizzazione, che è bene sostenere. Quello che accade da noi, d’altronde, ha una immediata reazione fuori dallo spazio europeo.   

Se l’Unione europea sostiene da sempre politiche a favore della ricerca e dell’innovazione, tuttavia il Parlamento europeo ha il dovere di proteggere ancora di più i cittadini per  l’impatto che possono determinare le nuove tecnologie. 

Durante la scorsa legislatura il Parlamento ha chiesto alla Commissione europea di aggiornare e integrare il quadro giuridico dell’Unione con chiari principi etici che tengano in considerazione e non sottovalutino il fattore umano, poiché i nostri cittadini devono avere la possibilità di controllare i propri dati, di proteggere la propria privacy e di saper discernere le informazioni che ricevono. 

La Commissione europea ha raccolto questa richiesta e ha presentato di recente un Libro Bianco sull’Intelligenza artificiale – incluse le sue implicazioni sociali – che darà il via ad un dibattito su scala europea. Insieme al Libro Bianco, la Commissione ha presentato, inoltre, una strategia per promuovere l’accesso ai dati non personalizzati per le grandi, piccole e medie imprese, nella garanzia del rispetto della sfera  privata. 

Toccherà ora al Parlamento europeo esaminare questi testi con grande attenzione nei prossimi mesi. Daremo il nostro contributo alla riflessione aperta su come l’Europa possa diventare allo stesso tempo leader mondiale di questa trasformazione e rimanere un modello globale nella tutela dei diritti e della dignità delle persone. 

La rivoluzione digitale sta cambiando in profondità i nostri stili di vita, il nostro modo di produrre e di consumare. Abbiamo bisogno di regole che sappiano coniugare progresso tecnologico, sviluppo delle imprese e tutela dei lavoratori e delle persone, democrazia. In uno scenario nel quale l’incertezza sembra ancora prevalere è necessario sostenere politiche di riorientamento al lavoro investendo molto di più nella formazione permanente. 

In questo senso, l’Europa può essere veramente utile ad un mondo che non ha regole, ma deve trovare regole nuove.

La nostra sfida è questa: in che misura consentiamo a queste tecnologie di svilupparsi e condizionare la nostra vita. 

Senza regolamentazione l’intelligenza artificiale  può essere un rischio che può compromettere non solo la protezione dei dati personali, ma anche accrescere il divario digitale in termini di accesso e conoscenza. 

Un sistema di intelligenza artificiale affidabile non deve pregiudicare i diritti fondamentali e per questo è necessario creare valutazioni di impatto preventive, promuovendo un approccio incentrato sull’uomo, l’unico che può governare consapevolmente le azioni e le decisioni prese da un sistema artificiale.

Abbiamo bisogno di più scienziati dei dati (data scientists), più ingegneri e più filosofi per comprendere effetti a lungo termine. È necessario lavorare per coniugare la ricerca e l’innovazione con la tradizione umanistica su cui si fondano i diritti fondamentali fissati nella Carta Europea dei Diritti Fondamentali.  

È nostro dovere garantire, inoltre,  che la tecnologia sviluppata sia sicura, che le responsabilità siano chiare, che l’uomo possa comunque controllare le decisioni. 

Come ha detto il prof. Benanti “se vogliamo che la macchina sia di supporto all’uomo e al bene comune, senza mai sostituirsi all’essere umano, allora gli algoritmi devono includere valori etici e non solo numerici.” 

Per queste ragioni abbiamo bisogno di fare sistema, di creare alleanze e di sviluppare nuove metodologie. Dobbiamo lavorare per sfruttare al meglio le opportunità che offre la Quarta rivoluzione industriale, sapendo che se non la governeremo saranno gli algoritmi a governare noi.

Per fare questo serve lavorare affinché l’Intelligenza artificiale si sviluppi in un quadro giuridico adeguato che sia in grado – come ha affermato mons. Vincenzo Paglia – di accompagnare tutto il ciclo della elaborazione delle tecnologie: dalla scelta delle linee di ricerca fino alla progettazione, la produzione, la distribuzione e l’utente finale”. 

Le opportunità della scienza possono condurre ad un processo di unificazione della vita cui fa riscontro l’unificazione del sapere. Sui dati scientifici gli uomini tendono a incontrarsi. Lo sosteneva anche Leonardo Da Vinci quando sosteneva che l’esperienza scientifica ha la capacità di far cessare ‘il letigio’ degli uomini… Noi vogliamo che il litigio cessi anche in una condivisa difesa dei valori fondamentali della persona e della sua libertà. 

In questo lavoro c’è bisogno del contributo di tutti, e  certamente il personalismo cristiano può ancora dare un sostegno decisivo.  

Grazie. 

La Cina è vicina

Sono passati più di 50 anni dal film di Marco Bellocchio del 1967 – “ La Cina è vicina”: erano i tempi di Mao, del libretto rosso e della contestazione, di acqua ne è passata sotto i ponti ma quel modo di dire ha conservato nel tempo il significato di un incombente mistero. La Cina ha mantenuto le sembianze di un mondo ancora inesplorato e per certi aspetti inaccessibile e lontano, direi da Marco Polo in qua.

Differenze di tradizioni e culture che un volo aereo o la connessione via internet possono malcelare ma non annullare: la storia e la natura sono più forti dell’uomo e dettano sincronie e dissonanze imprevedibili e imperscrutabili  come in una nebulosa inaccessibile ai più. In epoca di crescenti opinioni e di decrescenti certezze antropologiche ed esistenziali il relativismo di un presentismo autoreferenziale (“tutto e subito”), il dilagare delle solitudini e l’assenza di visioni strategiche rassicuranti ci fanno vivere in una sorta di limbo dell’indeterminato e dell’effimero. Aggrappati ad un filo di speranza, giorno per giorno.

A giugno 2019 i rappresentanti di 130 Paesi aderenti all’Ipbe (la piattaforma intergovernativa  scientifico-politica sulla biodiversità e gli ecosistemi) si sono riuniti presso la sede UNESCO di Parigi per esaminare un Rapporto dell’ONU stilato in 3 anni di intenso lavoro da parte di oltre 150 esperti provenienti da 50 nazioni, volto allo studio e all’approfondimento dei rischi di estinzione di numerose specie viventi del pianeta. La ricerca – analitica e corposa, articolata su 1800 pagine di dati, indagini e monitoraggi – è stata riassunta dai 130 convegnisti in 40 pagine di evidenze scientifiche, priorità e raccomandazioni ai governi affinchè si facciano carico di questo incombente “tsunami” globale che potrà portare in tempi definiti “relativamente brevi” all’estinzione di una serie di specie viventi che popolano i mari e la Terra, fino ad 1/8 di quelle attualmente censite pari ad una cifra mostruosa di circa un milione di specie animali e vegetali.

Mentre secondo il Rapporto  il mondo si avvicina alla soglia della sesta estinzione di massa della sua storia, la prima attribuita ai comportamenti umani.

Ora che siamo alle prese con il “coronavirus” comprendiamo come in fondo questa virosi che sta a cavallo tra l’epidemia e la pandemia è figlia della globalizzazione: dopo l’attacco alle Twìn Towers del 2001e la crisi finanziaria dei mutui subprime e dei derivati del 2008, questo è il terzo macrofenomeno  globale del terzo millennio.

Se ne discute e se ne scrive mentre si vivono gli aspetti scientifici e quelli comportamentali che stanno aggredendo l’umanità e le rassicuranti e quotidiane certezze di cui desideriamo naturalmente circondarci: navigando tra panico e irrazionalità da un lato e inviti ad un più ragionevole approccio di controllo e monitoraggio di questo contagio planetario. Visioni confliggenti che generano ansie e paure: questo è forse il contagio più diffuso, il saccheggio dei supermercati, il barricarsi in casa, il timore di verità nascoste o celate, l’impossibilità di risalire (anche per occultamenti della verità) alle cause del male.

A cominciare dalla sua genesi, ancora avvolta nel mistero tra ricerche del paziente zero, il consumo di carni animali di specie non commestibili del mondo occidentale e la tesi complottista del virus creato in laboratorio come arma di distruzione e di aggressione in un mondo dove la geoeconomia si rivela più forte della gepolitica. Ricordiamo che solo tre mesi fa il nostro Ministero della Difesa si era sbarazzato in fretta e furia di un gigantesco stock di telefoni cellulari acquistati da un colosso cinese, poiché si era adombrato il sospetto e forse la certezza di un possibile spionaggio militare e industriale.

Molto più probabile che l’eziopatogenesi dell’epidemia globale origini da stili di vita ed alimentari capaci di generare virosi mutuate dagli animali e insufflate nel corpo umano.

Vivendo tra focolai di guerre e genocidi sarebbe molto più istintivo aspettarsi una guerra planetaria, coi missili puntati da un Paese all’altro: in fondo la scienza finora ci ha rassicurato e protetto. Il fatto nuovo consiste invece nello spostarsi del pericolo dall’esterno all’ìnterno. Il panico ha preso il sopravvento alimentato da un tambureggiante interesse dei mass media: molto si dice dei pericoli mentre poco si parta della dedizione che medici infermieri e ricercatori dispensano per arginare il contagio e attrezzarsi per la cura di casi, a conferma del fatto che disponiamo di un sistema sanitario che vanta qualità ed eccellenze.

Impropriamente si è paragonata l’incidenza delle morti per influenza, attestate sullo 0,1 % dei casi e lo 0,9/1% previsto per il coronavirus. Già questo dato ha fatto prevalere timore e pessimismo nei comportamenti individuali e sociali.

Ho letto una frase di grande buon senso pronunciata da Piero Angela: “fidiamoci della scienza e viviamo con serenità le nostre abitudini quotidiane”.

Il problema tuttavia non  va sottovalutato sotto almeno tre profili di considerazione: la facilità disarmante del contagio, il periodo asintomatico di latenza della virosi, l’assenza di una terapia specifica.

Il coronavirus esprime tutta la potenzialità negativa della democrazia del male: la sua diffusione esponenziale a macchia d’olio non risparmia target sociali, mentre pare più accentuata in età più avanzate.

Tuttavia – anche chi scrive queste righe deve confessare la propria ignoranza ed esprimere una banale opinione- la scienza, la ricerca clinica e la medicina hanno fornito sufficienti indicazioni ai decisori istituzionali e politici: isolamento, quarantena, lavarsi spesse volte le mani, evitare luoghi affollati, usare quelle cautele che il buon senso insegna ma che purtroppo vengono ignorante, navigando a vista tra la sicumera dei grandi numeri (“non toccherà mai a me) e lo scetticismo che rasenta l’incoscienza.

La politica si è mossa con le armi che la scienza le ha messo a disposizione anche se l’ha fatto tra ripensamenti, incertezze, timori di provvedimenti drastici, demagogia (malattia per la quale non esiste antidoto). Gli stessi immunologi hanno disquisito con sottigliezza tra diversi approcci interpretativi e operativi.

Personalmente sono rimasto favorevolmente colpito dal piglio decisionista e dal presenzialismo 24h/24 dei Governatori delle Regioni finora più esposte al rischio del contagio: certamente occorreva forse muoversi giovando d’anticipo , col coraggio di decisioni drastiche e impopolari.

Inutile chiudere i voli dalla Cina se vengono aggirati dagli scali a Dubai o Francoforte.

Assurdo e inspiegabile poi che l’Europa non abbia avuto e non si dia tuttora un protocollo operativo comune e condiviso: fa specie vedere gli italiani respinti alle frontiere , come in una sorta di nemesi dell’assurdo, dopo aver aperto i porti a tutti gli immigrati rispetto ai quali  gli altri Paesi del vecchio continente ci hanno sempre individuato come frontiera d’Europa.

Una lezione da tenere a mente: stiamo imparando come si comportano altrove gli Stati che predicano cosmopolitismo e accoglienza. Anche di fronte a protocolli clinici dettati dall’OMS (Organizzazione mondiale della sanità) ci sono tuttora situazioni di respingimento dei nostri connazionali, semplicemente perché nei Paesi di sbarco prevale una logica di isolamento anziché la ricerca di soluzioni di accoglienza e profilassi. Comprensibile: ma non si dica allora a noi “accogliete, accogliete”, ed essere poi trattati come gli appestati del XXI secolo.

Non girano ancora i monatti per le strade a raccogliere cadaveri , come nella peste descritta dal Manzoni: molto più frequenti gli sciacalli che speculano sulle paure della gente e le fake news dei social irresponsabili, come se si trattasse di una sorta di gioco dell’oca o di un talk show.

Queste realtà “limite” disvelano comportamenti umani che vanno dall’eroismo, all’abnegazione totale, alla solidarietà, all’incoscienza ed evidenziano la fragilità della condizione umana.

Il fatto che il coronavirus nasca in Cina e si propaghi nel mondo non è casuale: questo dimostra che l’integrazione tra culture, usanze, tradizioni, stili di vita e alimentari è solo un auspicio se non una irragionevole chimera, alla prova dei fatti.

La globalizzazione ha finora prodotto più danni che benefici e mi viene in mente che cosa potremo aspettarci dall’applicazione del punto 27 del Memorandum sottoscritto nel marzo 2019 tra Italia e Cina (con il grande disappunto degli altri Paesi dell’UE) sui traffici commerciali e sull’individuazione dei bacini portuali di Genova e Trieste come terminali della via della seta. Le merci e i prodotti non viaggiano da soli: viene da chiedersi che cosa sarebbe successo se questo accordo fosse già stato operativo, in questa situazione di espansione del contagio.

Un’ultima osservazione, da profano, la riservo al numero dei contagiati in Italia più alto rispetto agli altri Paesi dell’Europa, terzi al mondo dopo Cina e Corea per numero di contagi.

Per ora sembra un dato negativo ma riflettendo sul monitoraggio di casi, le azioni di isolamento dei focolai e l’altissimo numero dei controlli coi tamponi oro-faringei questo può con buona probabilità voler dire che in Italia il virus non è stato sottovalutato o occultato, per evitare di  diffondere dati statistici allarmanti, come altrove è avvenuto.

In una società globalizzata e interconnessa nessuno può sentirsi al sicuro.

L’importante, sembra utile ricordarlo, è non dar adito alla caccia alle streghe e non rivivere i tempi delle pestilenze dei secoli bui ma affidarci alla scienza e ai suoi operatori.

Significativo infatti che solo pochi giorni dopo la diffusione del contagio al di fuori dei confini della Cina l’equipe dei virologi e degli immunologi dello Spallanzani di Roma abbia isolato per la prima volta in Europa il virus.  Ora che conosciamo il nemico possiamo studiarlo e sconfiggerlo: sperando che il tempo ci sia propizio.

Il Covid-19 visto dalla Cina

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista il Mulino a firma di Hongbo Zhang

Il 2020 è l’anno lunare cinese del Topo, il 50° anniversario dell’istituzione delle relazioni diplomatiche tra Cina e Italia e l’anno del turismo e della cultura in entrambi i Paesi. Sono tornato in Cina dall’Italia prima di Natale per incontrare a Pechino e a Shenzhen alcuni miei clienti, e certo non potevo sospettare che un’epidemia mandasse in fumo tutti i miei piani.

Ogni giorno si segnalano nuovi pazienti e nuovi decessi dovuti al Coronavirus, o Covid-19. Nel mio Paese quasi un miliardo e mezzo di persone sono costrette in casa. Ansia, rabbia, tristezza e panico sono inevitabili e i cinesi si sono trovati loro malgrado a trascorrere le vacanze più lunghe di sempre. Molti stanno cercando di sopravvivere continuando a fare il loro lavoro anche in un periodo di stagnazione economica. Gli studenti devono ricorrere alle lezioni online e le famiglie devono trovare la maniera per far fronte ai bisogni primari.

Da circa un mese mi ritrovo bloccato nel mio appartamento a Lanzhou, nel Nord della Cina. Subito dopo avere appreso dell’epidemia, ho ridotto al minimo le mie uscite, limitandole agli acquisti di prima necessità, ma le scorte nei supermercati iniziano ormai a scarseggiare. Ingresso e uscita dei residenti vengono monitorati da vicino, controllando i movimenti delle persone e la loro temperatura corporea, e la polizia utilizza quotidianamente droni e Gps per individuare quanti non portano le mascherine e per spingerli a indossarle. I ristoranti sono chiusi, i rivenditori forniscono verdure e carne attraverso i social media e le app. In alcune zone rurali, le piattaforme di shopping online usano droni per offrire servizi di consegna a domicilio, riducendo costi e contatti diretti con le persone. Le comunità iniziano gradualmente a organizzarsi per acquisti di gruppo per spendere meno.

Dicerie e false informazioni diffuse su Internet sono state rigorosamente controllate dalla polizia. Cancellazioni di messaggi, blocchi di account e uso di parole in codice sono molto comuni tra i netizen. Ciò che si pubblica e si legge online è spesso in violazione delle regole. Vorrei leggere materiale in inglese o fare domanda per poter partecipare ad alcuni eventi internazionali, ma a volte da qui non riesco a farlo. Tuttavia, l’isolamento in casa mi ha concesso di trascorrere più tempo con i miei genitori, e alla fine questo potrebbe diventare il periodo più lungo passato insieme a loro dal 2006. Inoltre, ho approfittato di tutto questo tempo libero forzato per acquistare una tastiera ed esercitarmi al pianoforte.

La situazione a Wuhan è di gran lunga peggiore rispetto ad altre province. Negli ultimi due anni vi ho abitato per alcuni mesi e mi sono fatto molti amici lì. I parenti di uno di loro si sono ritrovati contagiati dal virus. All’inizio non potevano essere ricoverati, poiché i pazienti gravi giacevano nel corridoio dell’ospedale. Forte era la paura di infezioni incrociate nelle corsie durante il giorno, pertanto potevano solo fare la fila per ricevere iniezioni di notte. Pochi giorni dopo, quando l’ospedale è riuscito a ricoverare uno dei membri della famiglia, ho ricevuto questo messaggio sul mio telefono: «Ci sono troppe famiglie così. All’inizio, molte persone non riuscivano a vedere i medici e sono morte. Alcune si sono buttate nel fiume Yangtze. Altre si sono impiccate in casa. Ora i nuovi ospedali improvvisati hanno migliorato un po’ la situazione. Nel mio quartiere ci sono già diversi casi di infezione. Alcuni sono ricoverati in ospedale e altri sono morti. Nel raggio di cento metri intorno a me, più di una dozzina di persone è infetta. È molto pericoloso, dovrei stare attento anche quando apro la porta per prendere il cibo».

A causa dell’epidemia, alcuni pazienti con malattie croniche non sono in grado di rifornirsi di medicine e temono che il trattamento possa essere interrotto. Altri con malattie gravi non possono andare in ospedale per ricevere le cure necessarie e per alcuni di loro la vita è diventata drammaticamente difficile, anche solo per condurre le attività più normali. Attraverso i social media, in molti chiedono soluzioni per garantire i diritti fondamentali anche ai gruppi sociali più vulnerabili.

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Sanders e il fantasma di George McGovern

Articolo pubblicato dalla rivista Treccani a firma di Arnaldo Testi

Un fantasma si aggira nelle stanze del Partito democratico e nei salotti dei commentatori delle primarie presidenziali, ed è il fantasma di George McGovern e delle elezioni del 1972 – quelle, come ognun sa, perdute contro un trionfante Richard Nixon (trionfante ancora per poco, ma allora chi poteva saperlo). Il fantasma è ovviamente evocato dai successi di Bernie Sanders di queste settimane. Ed è giusto che sia così, perché McGovern e la campagna di cui fu protagonista furono un grande esperimento politico e ideale che coinvolse la sinistra del partito; furono anche una sconfitta storica dei democratici e una svolta periodizzante nella storia del Paese.

E dunque. George McGovern (scomparso novantenne nel 2012) era un senatore progressista midwestern, un democratico del North Dakota, attento ai nuovi fermenti sociali, oppositore della guerra in Vietnam, un outsider non notissimo della politica d’apparato ma suo buon conoscitore. Mezzo secolo fa, sull’onda della sconfitta democratica e della prima elezione di Nixon nel 1968, si mise a capo di una missione audace: fondere sotto l’ampia tenda del suo partito la tradizione progressista dei diritti sociali, liberal e sindacale, erede del New Deal, che ne era stata fino ad allora il cuore, con la nuova sinistra figlia del radicalismo e dei diritti civili e culturali degli anni Sessanta. La missione si dimostrò audace e difficile.

E alla fine, almeno nell’immediato, impossibile.

I nuovi movimenti giovanili (nel 1971 un emendamento costituzionale estese il diritto di voto ai diciottenni), studenteschi, antiguerra, afroamericani, e i nascenti movimenti ambientalisti, femministi e LGBT, costituivano interessanti serbatoi elettorali e progettuali, ma erano guardati con sospetto od ostilità dagli ossificati apparati del partito, soprattutto locali. Per scavalcarne la resistenza alcuni gruppi della leadership nazionale democratica promossero una importante autoriforma, di cui ancora oggi vediamo i risultati. Moltiplicarono infatti a livello presidenziale le elezioni primarie dirette, con un sistema di quote che garantiva la rappresentanza nella Convention nazionale di donne e uomini, bianchi e neri, altre minoranze. Ciò avrebbe favorito, si pensava, l’emergere di candidati non di apparato.

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Emmanuel Macron prepara i cittadini all’arrivo di un’epidemia di coronavirus

Emmanuel Macron prepara i cittadini all’arrivo di un’epidemia di coronavirus. Il ministro della Salute, Olivier Veran, ha annunciato che il numero di persone contagiate e decedute.

Tra i morti si conta un turista cinese che ha perso la vita il 14 febbraio scorso e un insegnante di 60 anni che si è spento nella notte tra il 25 e il 26 febbraio. Per il momento la zona dell’Oise, a nord di Parigi sembra essere la più contaggiata.

Il capo del governo ha fatto appello alla “calma” promettendo ai cittadini una “trasparenza totale”. Il presidente, invece, ha effettuato, nei giorni scorsi, una visita all’ospedale della Pitié Salpetrière, dove è morto il paziente 60enne contagiato dal virus.

Il capo reparto degli infettivi dell’ospedale parigino, Éric Caumes è stato chiaro: “La Francia si avvia ad una situazione simile a quella italiana”.

 

 

M’illumino di Meno è la Giornata del risparmio energetico

M’illumino di Meno è la Giornata del risparmio energetico e degli stili di vita sostenibili lanciata da Caterpillar e Radio2 nel 2005: l’edizione 2020 torna venerdì 6 marzo ed è dedicata ad aumentare gli alberi, le piante, il verde intorno a noi.
L’invito di Caterpillar è piantare un albero, perché gli alberi si nutrono di anidride carbonica. Gli alberi sono lo strumento naturale per ridurre la principale causa dell’aumento dei gas serra nell’atmosfera terrestre e quindi dell’innalzamento delle temperature.
Gli alberi e le piante emettono ossigeno, filtrano le sostanze inquinanti, prevengono l’erosione del suolo, regolano le temperature.
Gli alberi sono macchine meravigliose per invertire il cambiamento climatico. Per frenare il riscaldamento globale bisogna cambiare i consumi, usare energie rinnovabili, mangiare meno carne, razionalizzare i trasporti. Tutti rimedi efficaci nel lungo periodo. Ma abbiamo poco tempo e il termometro globale continua a salire.
Gli scienziati di tutto il mondo concordano: riforestazione.
Caterpillar invita Comuni, scuole, aziende, associazioni e privati a piantare un tiglio, un platano, una quercia, un ontano o un faggio.
Ma anche un rosmarino, un ginepro nano, una salvia, un’erica o una pervinca major: tutto quello che si può piantare su un balcone.
Sul davanzale un geranio. E maggiorana, basilico, timo e prezzemolo: piantare un giardino sulla finestra.
Piantare viole del pensiero, ortensie e petunie  in un vaso appeso alla parete.
Piantare erba gatta.
Sono decine i Comuni e le aziende che stanno piantando alberi: Forestazione Urbana, Corridoi Verdi.
Pianteranno 3 milioni di alberi a Milano entro il 2030.
Pianteranno 60 milioni di alberi, uno per ogni italiano, le Comunità Laudato si’, a partire dall’Insegnamento di Papa Francesco.
Piantano alberi intorno alle chiese nella diocesi Ambrosiana.
Piantano alberi le aziende che credono nella green economy.
Ha piantato 350 milioni di alberi in un giorno solo l’Etiopia.
Col vostro aiuto vorremmo piantare un filare di 500.000 alberi che simbolicamente ci porti da Pino Torinese fino ad Alberobello, perché piantare alberi e piante aiuta a mitigare il riscaldamento climatico e a salvare il pianeta.
Inoltre nell’anno in cui M’illumino di Meno precede i festeggiamenti dell’8 marzo Festa della Donna, Caterpillar lancia la “Super Mission”: far arrivare il messaggio di M’Illumino di Meno a due figure femminili che in questo momento rappresentano a livello globale l’impegno per la salvaguardia del pianeta: Greta Thunberg e Jane Fonda.
L’edizione 2020 di M’illumino di Meno è quindi sempre di più verde, globale, transgenerazionale e al femminile.

Sequenza Dna sempre più low cost

Sequenziare un intero genoma ormai costa meno di 100 dollari. Ad abbattere il muro è stata l’azienda cinese BGI Group, riferisce la rivista del Mit, che ha presentato il record al meeting Advances in Genome Biology and Technology in Florida.

Appena dieci anni fa una analisi del Dna costava intorno a 50mila dollari, mentre oggi ce ne vogliono circa 600, un prezzo dettato soprattutto dai reagenti. Il sistema messo a punto dall’azienda, che costerà fino a un milione di dollari, utilizza un braccio robotico e una rete di reagenti e analizzatori che prende un’intera stanza per lavorare su larga scala.

Verrà offerto a grandi centri di ricerca che fanno studi sulla mappatura del Dna di grandi popolazioni o sui tumori.

La tecnologia è stata sviluppata in realtà da una compagnia statunitense, la Complete Genomics, acquisita nel 2012 dall’azienda cinese fra le polemiche proprio per il rischio che questo tipo di innovazioni avvantaggiassero la Cina nella competizione con gli Usa.

La bizzarra idea di un governo di unità nazionale

L’emergenza Coronavirus (non è la prima e nessuno può pensare che sia l’ultima) deve spingerci ad una profonda e corale riflessione su tre evidenze di questi giorni.
La prima. Siamo ormai a tutti gli effetti un Mondo pienamente interconnesso. E non solo per quanto riguarda l’economia, la finanza, l’informazione.

Lo siamo anche sul piano della mobilità fisica delle persone e delle merci. Pensare di poter semplicemente fermare, di punto in bianco, questa mobilità globale è illusorio. Gli apparati pubblici sono in difficoltà nel gestire simili emergenze sanitarie globali. E ciò è facilmente comprensibile: essi sono infatti modellati in ragione della dimensione nazionale e preposti a presidiare ciò che accade “dentro” i confini di ciascuna nazione.

Nonostante la presenza di organismi internazionali come l’OMS, ogni fenomeno globale fatica ad essere intercettato e gestito con la dovuta tempestività e la necessaria visione di insieme. In tempi di rigurgiti nazionalisti occorrerebbe tenerne conto: non una sola delle sfide difficili del nostro tempo (ivi comprese quelle climatiche, demografiche, di sicurezza, migratorie, fino a quelle sanitarie) può essere affrontata con successo se non con politiche ed istituzioni sovra nazionali.

La seconda. Siamo completamente indifesi rispetto alla montagna di informazioni che ogni minuto ci vengono propinate, attraverso i social, da ogni fonte anche improbabile e senza alcuna validazione di nessun tipo. Ciò provoca disorientamento e segnali di panico, molto spesso ingiustificato o orientato in maniera irragionevole o erronea. Il Far West della comunicazione via Rete non può certo essere superato con la nostalgia dei sistemi del passato. Ma non c’è dubbio che occorre investire massicciamente per accompagnare la potenzialità della società digitale con solidi presìdi culturali ed anche con regole oggi inesistenti.

La terza. Percepiamo un preoccupante deficit di fiducia nella scienza e nelle Istituzioni.
Si manifesta in questa occasione, alle estreme conseguenze, ciò che si è prodotto negli ultimi anni dentro le pieghe delle nostre società: la competenza non è più un valore riconosciuto e meritevole di credibilità.

Ognuno diventa “scienziato di se stesso”, poiché non riconosce a nessuno – neppure agli scienziati – la titolarità della mediazione tra le proprie paure (o le proprie aspirazioni) e la ragionevole verità dei fatti. Analogamente, assistiamo ad un deficit di fiducia nella capacità delle Pubbliche Istituzioni di adottare misure adeguate e orientate alla difesa del bene comune. Anche qui, la delegittimazione strisciante con la quale abbiamo demolito il valore della Politica e corroso il senso delle Istituzioni Democratiche nelle normali e quotidiane dinamiche delle nostre Comunità si traduce, a fronte di una emergenza, in scetticismo, sospetto, sostanziale ritrosia a riconoscersi nelle Autorità e nella loro capacità di assumere decisioni nel pubblico interesse. È – per certi versi – una sorta di vendetta della storia: una politica che da qualche tempo ha disconosciuto il valore della competenza, ha delegittimato le istanze autonome della scienza e della tecnica, ha elevato a valore unico ed assoluto il principio del consenso popolare relegando nelle retrovie quello della responsabilità, paga un tributo pesante in termini di autorevolezza e di credibilità nell’esercizio delle sue funzioni di guida della società.

Sopratutto in momenti come questi, nei quali le Pubbliche Istituzioni avrebbero invece il ruolo fondamentale di rassicurare, dire parole di verità e di ragionevolezza, assumersi anche il rischio di guardare oltre le legittime paure dei cittadini, per ricondurle su un sentiero di unità e di fiducia.
In fondo, per questo esiste la Politica. Quella con la “P” maiuscola.

Mentre seguiamo preoccupati le notizie di questa emergenza, cerchiamo anche di riflettere su questi elementi di contesto, che personalmente ritengo estremamente importanti.
Certo non aiutano in questa direzione né le polemiche tra Stato e Regioni, né l’impressione che attorno al Coronavirus si stia giocando in realtà una partita di tattica politica circa le sorti del Governo. Bizzarra e confusa ipotesi di un “governo di unità nazionale” compresa, come bene ha scritto Cristian Coriolano.

Superiamo l’austerità

Anch’io trovo fuori luogo le proposte di governo di unita nazionale nei termini in cui sono state avanzate. L’emergenza per coronavirus interpella la politica non solo sul versante sanitario.

L’epidemia si sovrappone a una situazione già molto critica di crisi del commercio mondiale e di stallo, da panico, nel cuore decisionale dell’Europa, dove stanno scoppiando tutte insieme crisi di natura diversa. Si continua a ragionare come se non stesse accadendo niente.

Ma il modello economico e sociale mercantilista (primato dell’export sui consumi interni, bassi salari, precarietà del lavoro, rigore di bilancio) che nel bene e nel male abbiamo seguito, sta crollando sotto i colpi della recessione globale, accelerata dal morbo cinese.

Per questo, appare non più rinviabile un dibattito sulla prospettiva, senza il quale la discussione su nuove formule di governo rischia di essere stucchevole. Non saranno le tiepide aperture della Commissione Ue sui margini di flessibilità a tirarci fuori dalle sabbie mobili della stagnazione. Le terapie d’urto per invertire il trend economico non si possono fare con i fichi secchi degli zero virgola sul deficit. Servono politiche espansive al posto dell’austerità, una Banca Centrale prestatrice di ultima istanza non solo per i grandi operatori finanziari, per il luccicante mondo di Tiffany, ma per gli Stati. Invece assistiamo a un accordo parallelo al mes, l’edis, in cui si vuole scoraggiare l’acquisto da parte delle banche dei titoli pubblici. Semplicemente demenziale!

Dunque, occorre chiarire la prospettiva. Mentre il resto del mondo svolta di corsa verso politiche keynesiane, noi rischiamo di rimanere gli “ultimi giapponesi” dell’austerità. Lo dico senza giri di parole perché serve chiarezza sebbene si tratti di questioni terribilmente complesse: pensare di continuare con una austerità senza fine, a prescindere dal mutare del ciclo economico mondiale, fino al fatidico giorno in cui rispetteremo tutti i parametri, è una tragica illusione, letale per l’Italia e per l’Ue. Se si continua per questa via, non ci risolleveremo dalla recessione e, avendo di fatto consegnato, in seno al mes il potere di decretare la ristrutturazione del debito come condizione per poter accedere a tale fondo salva stati, all’asse franco-tedesco, nel giro di pochi anni, ci troveremo ad averne bisogno. Ma ristrutturare il debito, anziché monetizzarlo, significa staccare dei pezzi di carne viva dalle famiglie e dalle aziende italiane. Per farlo non basterebbe neanche una giunta militare in stile sudamericano. Il caos e l’ingovernabilità a quel punto sarebbero assicurati.

Una sana discussione sulla prospettiva è quella che prende atto di ciò, ora. Occorre superare il timore dello spread o di qualche altra forma di ritorsione e porre la questione del superamento dell’austerità in termini perentori e in funzione di un obiettivo ravvicinato di passaggio ad una completa Federazione europea. O si fa o non si fa. E dunque va considerato anche il che cosa fare nell’ipotesi della irremovibilità delle attuali politiche economiche e monetarie europee. Se non lo si fa, finiremo risucchiati dagli eventi nel bunker dei fautori di politiche drammaticamente procicliche, dove si rifugiano quei poteri che rifiutano di vedere che il mercantilismo viene fatto a pezzi dalle mutate condizioni globali, gettando in una crisi profonda le economie e gli Stati che lo avevano eretto a sistema.

Sanità, l’emergenza e gli enti locali. Troppa confusione.

La drammatica situazione che si è venuta a creare nel nostro paese, in tutto il nostro paese, richiederà, d’ora in poi, anche una attenta valutazione sul versante del governo della sanità. Settore decisivo nel nostro paese, e non solo per l’emergenza che ci sta attraversando. Certo, abbiamo assistito in questi giorni ad atteggiamenti poco responsabili dettati dalla confusione e dalla insopprimibile voglia di protagonismo.

È sotto gli occhi tutti. Abbiamo assistito ad uno scontro politico ed istituzionale tra il Presidente del Consiglio, sempre più politicamente inadeguato, e alcuni Presidenti di Regione proprio sul versante delle competenze in materia di sanità. Una situazione apparentemente paradossale che ha creato disorientamento nella stessa pubblica opinione senza contribuire a diradare le nubi su chi, concretamente, debba gestire la politica sanitaria nel nostro paese. Soprattutto di fronte ad una emergenza – mal gestita politicamente e mediaticamente ancor peggio – che sta mettendo a dura prova lo stesso “sistema Italia”. Ora, resto basito dell’assenza dell’Anci su questo versante.

Non una parola sul ruolo dei sindaci, istituzionalmente preposti e responsabili della sanità nelle rispettive comunità. Ma è proprio lo scontro tra il Governo centrale e alcune Regioni, poi ridimensionatosi per ragioni di opportunità, che resta francamente inaccettabile. Altroché continuare a blaterare di federalismo, di decentramento e di titolo V.

Appena ci troviamo di fronte ad una emergenza, e seria come quella che stiamo vivendo in questi giorni, abbiamo registrato la fragilità e il pressapochismo del nostro sistema istituzionale. Su questo versante si impone una riflessione. Seria e responsabile. E soprattutto da parte nostra, cioè di un movimento politico e culturale che affonda le sue radici nel popolarismo di ispirazione sturziana, e quindi nella cultura dell’autonomismo locale. E proprio la triste e drammatica vicenda sanitaria di queste settimane, adesso lo impone. 

Smart Working questo sconosciuto

Tra le grandi possibilità che l’era digitale offre, c’è anche la occasione di lavorare da casa o da qualsiasi altro luogo si ritenga idoneo per svolgere le propri mansioni e mettere a disposizione la professionalità propria a favore delle proprie aziende.

Insomma, basta possedere un computer fisso o portatile, capace di collegarsi on line con piattaforme semplici e complesse o programmi per lo svolgimento delle attività lavorative informatiche. In effetti, nelle aziende private, come negli uffici pubblici, tantissime lavorazioni potenzialmente potrebbero essere svolte a casa: ci guadagnerebbe il traffico, il dispendio di carburante, l’ambiente, la salute del lavoratore, il migliore rapporto con le esigenze familiari; ci guadagnerebbe anche la qualità e quantità del prodotto e la più efficace verificabilità della produzione individuale.

Qualche sperimentazione già da diversi anni si è realizzata nelle Poste Italiane, presso l’Enel e in qualche altra azienda grande; ma anche in questi luoghi di lavoro il ‘telelavoro’ (così è stato chiamato prima della rivoluzione digitale) ha riguardato uno sparutissimo numero di lavoratori. Se ne parla da più tempo di ‘passare il Rubicone che separa il vecchio lavoro dal nuovo, ma lo ‘Smart working’ al massimo coinvolge dirigenti di azienda che possono loro stessi decidere come, dove, quando è quanto lavorare.

Ma in questi giorni, complice il corona virus che consiglia il minore incontro possibile di persone durante la giornata, ha spinto il Ministero del Lavoro, a chiedere alle aziende attraverso un decreto di lavorare in Smart worcking, almeno fino al 15 marzo, nelle realtà territoriali dove il fenomeno del contagio è più rilevante. Cosicché in Lombarda, Veneto, Emilia Romagna, Liguria, Piemonte e Friuli Venezia Giulia, dovranno organizzarsi nel modo che le attuali tecnologie digitali permettono, per salvaguardarsi la salute e nel contempo non perdere le possibilità di produzione, per non aggravare i bilanci familiari, come la stabilità delle imprese nel mercato internazionale, ed il prodotto interno lordo.

A fronte di queste decisioni positive, mi viene da dire che siamo proprio strani. Abbiamo sempre bisogno di avere intorno a noi circostanze eccezionali per decidere cose di buon senso ed opportune per il benessere delle persone e della Comunità. Speriamo che l’esperienza dello Smart Working continui anche dopo il 15 marzo, naturalmente dopo aver debellato il corona virus.

Istat: in calo il clima di fiducia dei consumatori, cresce quello delle imprese

A febbraio 2020 si stima una diminuzione dell’indice del clima di fiducia dei consumatori (da 111,8 a 111,4) mentre l’indice composito del clima di fiducia delle imprese registra un aumento (da 99,2 a 99,8).

Tutte le componenti del clima di fiducia dei consumatori sono in flessione, seppur con intensità diverse. Più in dettaglio, il clima economico, il clima personale e il clima corrente registrano un lieve calo (da 123,8 a 123,4, da 108,4 a 107,8 e da 110,7 a 110,6, rispettivamente) mentre il clima futuro subisce una diminuzione più marcata (da 114,6 a 112,7).

Con riferimento alle imprese, segnali eterogenei provengono sia dall’industria sia dai servizi. In particolare, nel settore manifatturiero l’indice aumenta da 100,0 a 100,6 mentre nelle costruzioni l’indice è in calo passando da 142,7 a 142,3; nei servizi la fiducia rimane stabile rispetto al mese scorso (a quota 99,4) e nel commercio al dettaglio l’indice aumenta da 106,6 a 107,6.

Per quanto attiene alle componenti dell’indice di fiducia, nell’industria manifatturiera migliorano i giudizi sugli ordini e le scorte di prodotti finiti sono giudicate in decumulo; le attese di produzione, tuttavia, sono in calo. Nelle costruzioni, l’evoluzione negativa dell’indice è determinata dal peggioramento dei giudizi sugli ordini.

Nei servizi di mercato, si rileva una dinamica negativa sia dei giudizi sull’andamento degli affari sia di quella delle attese sugli ordini. I giudizi sugli ordini, invece, sono in miglioramento. Nel commercio al dettaglio l’aumento della fiducia è trainato dalle attese sulle vendite, in deciso miglioramento. L’aumento delle attese è diffuso sia alla grande distribuzione sia a quella tradizionale.

Coronavirus: il Ministro Dadone firma direttiva per il lavoro agile

Spinta sul lavoro agile in favore del personale complessivamente inteso e sul lavoro flessibile con un occhio di riguardo per i dipendenti delle Pa affetti da patologie pregresse, che usano i trasporti pubblici o che hanno carichi familiari ulteriori connessi alle eventuali chiusure di asili e scuole dell’infanzia. Preferenza per riunioni, convegni e momenti formativi svolti con modalità telematiche che possono sostituire anche gran parte delle missioni nazionali e internazionali, escluse quelle strettamente indispensabili. Misure organizzative ad hoc per le prove concorsuali, in modo da evitare un’eccessiva vicinanza tra i candidati. Il rafforzamento della pulizia e dell’aerazione dei locali di lavoro, la raccomandazione di evitare sovraffollamenti, ma anche una maggiore dotazione di presidi di igiene e, soltanto per specifiche attività e laddove l’autorità sanitaria lo prescriva, di protezione individuale come mascherine e guanti monouso. Infine, diffusione del decalogo di regole di comportamento utili alla sicurezza dei pubblici dipendenti e dell’utenza.

Sono questi i contenuti principali della direttiva emanata dalla Funzione pubblica e indirizzata a tutte le amministrazioni, escluso il comparto scuola, che successivamente ne assicurano l’estensione a società controllate ed enti vigilati. I datori di lavoro pubblico che non insistono sulle aree coinvolte nell’emergenza portano avanti la loro attività e continuano a erogare i servizi in modo regolare. La direttiva potrà comunque essere integrata o modificata in ragione dell’evoluzione dell’emergenza sanitaria.

“Siamo di fronte a un documento di indirizzo che forniamo alle amministrazioni a tutela di lavoratori e cittadini. Stiamo mettendo in atto tutte le misure che servono a bilanciare l’imprescindibile esigenza di proteggere la salute e garantire la sicurezza nei luoghi di lavoro con la necessità di mandare avanti la complessa macchina dello Stato e di assicurare i servizi essenziali, di cui il Paese ha comunque bisogno. Ma stiamo anche lavorando a una norma che possa dare piena protezione professionale ai dipendenti della Pa che saranno costretti ad assentarsi per cause di forza maggiore. Andiamo avanti con decisione e razionalità per rispondere al meglio all’epidemia da coronavirus”, commenta il ministro per la Pa, Fabiana Dadone.

Quando la tua terra non ti permette di restare: arte e migrazione

Le colonne neoclassiche che abbelliscono la facciata del Minneapolis Institute of Art non mostrano più il bianco della pietra, ma sono arancioni, nere e blu: l’artista cinese Ai Weiwei le ha infatti completamente foderate dei giubbotti salvavita usati da chi tenta di emigrare via mare, con mezzi di fortuna.

“Safe Passage”  sbarca – scrive l’agenzia Dire – così negli Stati Uniti, dopo le tappe europee. Stavolta l’installazione è però parte di una mostra più ampia dal titolo “Quando la tua terra non ti permette di restare: arte e migrazione”. Noto per il suo attivismo per i diritti umani, Ai Weiwei riporta all’attenzione un tema di attualità: quello delle migliaia di migranti in fuga da fame, guerre e persecuzioni che tentano di raggiungere l’Europa via mare anche a costo della vita.

Parte del progetto le decine di giubbotti di salvataggio donati dalle autorità di Lesbo, isola greca che assieme a varie altre del Mar Egeo accoglie i migranti. I trafficanti non si fanno scrupolo di far salire le famiglie su gommoni usurati o vecchi barchini, col risultato che spesso nei naufragi le persone perdono la vita.

Da più parti sono mosse accuse contro i governi e le istituzioni europee di non stare facendo abbastanza per evitare i naufragi, a fronte del calo negli ultimi anni delle richieste d’asilo accolte dagli Stati.

Ai Weiwei rilancia l’appello per la creazione di canali di viaggio legali sicuri per i rifugiati, tornando a impiegare l’arte come mezzo di comunicazione, e lo fa in uno Stato particolare degli Stati Uniti: il Minnesota, come ricordano le fonti locali, è il primo per numero di rifugiati accolti tra i 50 del Paese.

Il Coronavirus spiegato ai bambini

Mamma perché non andiamo all’asilo? La scuola è un posto pericoloso? Non potrò più vedere i miei amici e la maestra?

Sono queste alcune domande che i bambini stanno facendo ai propri genitori in questi giorni di emergenza Coronavirus. Ma anche i bimbi, specialmente i più piccoli, che non chiedono, o non sono in grado di farlo, si accorgono e potrebbero risentire di questa situazione di allarme generale. Perché, come spiega la Dott.ssa Antonella Vincesilao, Psicoterapeuta esperta in Psicologia dell’età evolutiva dell’Ospedalino Koelliker di Torino, “i nostri figli leggono il nostro comportamento non verbale, le nostre espressioni emotive e quindi non parlare loro delle nostre preoccupazioni rischia di non proteggerli ma di spaventarli ancor di più”.

Quando un evento imprevisto come il Coronavirus fa la sua comparsa è importante parlarne con i bambini nel modo adeguato, mentre “far finta di nulla” non è una strategia vincente.

In questi giorni di vacanza vedranno molte immagini al telegiornale, sentiranno interviste ad esperti e testimonianze di persone che vivono nelle “zone rosse”, incontreranno persone con guanti e mascherine e scopriranno che non potranno fare ritorno a scuola.” – spiega ancora la Dott.ssa – “Un gioco, un disegno o una storia potrebbero essere la chiave giusta per spiegare loro la situazione e per insegnargli le misure di sicurezza, vincendo insieme la paura!”.

Come spiegare dunque ai più piccoli il Coronavirus?

Ecco alcuni consigli da seguire:

1.     I bambini hanno bisogno di comprendere appieno ciò che accade intorno a loro. Condividete con loro le preoccupazioni cercando di rimanere sempre il più possibile tranquilli e fiduciosi.

2.     Per spiegare cosa sia il virus potete raccontare loro una breve e avvincente storia, come questa proposta dalla Dott. ssa Vincesilao:

A CACCIA DI COVID-19

Il Cugino Coronavirus (per gli amici Covid-19) arriva da molto lontano, è così piccolo da non vedersi se non con il microscopio elettronico. Appartiene alla famiglia Corona di cui si conoscono alcuni cugini, che da noi abitano già da molti anni come  alcuni membri della sua famiglia, forse li conosci già, portano la tosse, la febbre e il raffreddore, ma gli scienziati sono riusciti a trovare una cura per addomesticarli. Del cugino Covid-19 invece si conosce ben poco, dicono che sia molto dispettoso e che viaggi velocissimo, che quando si arrabbia diventi furioso e che sia difficile fermarlo. Non si sa molto su di lui, alcuni l’hanno già incontrato, altri ancora no, sappiamo però che gli piace stare in compagnia. Più persone ci sono e più è felice, salta da un posto all’altro, partecipa alle feste, va al cinema, si dedica al teatro, allo sport ma soprattutto ha la passione per i viaggi. Visto che non lo conosciamo ancora bene però abbiamo bisogno di catturarlo per studiarlo meglio e scoprire la medicina adatta per addomesticarlo. Si è già fatto vedere in alcune regioni d’Italia, dove gli abitanti si sono messi subito al lavoro per intrappolarlo. Anche qui da noi è stato avvistato, per questo si è deciso di chiudere alcuni luoghi affollati che possono incuriosirlo come le scuole, le società sportive e i cinema. Per riuscire in questa impresa c’è bisogno dell’aiuto di tutti, compreso il tuo!

 

3.     Ricorrete a giochi e musica per insegnare loro i modi per prevenire il contagio (ad esempio “Do the Global Handwashing Dance!”, il progetto video realizzato dall’Unicef per insegnare una corretta igiene ai più piccoli) e spiegate loro le regole igieniche di base in modo semplice:

–       Lavati spesso le mani, a Covid-19 piace infatti lo sporco

–       Copriti naso e bocca quando starnutisci o tossisci, sono i mezzi preferiti da Covid-19 per spostarsi

–       A Covid-19 non piacciono gli animali, per cui se ne hai uno, non preoccuparti, puoi fargli coccole a volontà!

La tutela della salute dei cittadini non richiede artificiosamente un governo di salute pubblica

L’attacco concentrico di Renzi e Salvini sottopone il capo del governo a un nuovo stress test d’indubbia rilevanza. Può darsi che l’apparenza inganni e dietro la manovra dei due Matteo non vi sia alcuna convergenza strategica, rimanendo distinte le rispettive traiettorie di medio periodo. Eppure, a giudizio di molti, si va materializzando il sospetto che un cambio di assetto politico costituisca l’obiettivo di questa ennesima operazione destabilizzante.

L’ipotesi di un governo di unità nazionale, complice l’emergenza del coronavirus, è suggestiva e strampalata al tempo stesso: suggestiva perché il Paese ha bisogno di una iniezione di fiducia e serenità, che solo esiste in quanto le forze politiche convergano sul terreno di una comune responsabilità; strampalata, invece, proprio in ragione di un eccesso di buona volontà, destinato a sfrangiarsi immediatamente, con rischi di gravosi contraccolpi.

Non si capisce, in effetti, cosa dovrebbe rappresentare un esecutivo congegnato secondo una logica di precipitosa e dunque fragile aggregazione di forze che fino ad ora sono apparse radicalmente contrapposte. Un governo di solidarietà nazionale non s’inventa dall’oggi al domani, nemmeno in una fase di particolare tensione psicologica per il rischio, non ancora pienamente fugato, di contagio virale.

Intanto l’unico risultato, di per sé felice, che l’iniziativa renzian-salviniana produce è quello della progressiva trasformazione di un movimento a base populista, originariamente anti sistema, in partito consapevole delle proprie decisive funzioni di coprotagonista nella gestione della cosa pubblica. In questo passaggio difficile, un po’ si è attenuata la sensazione di inaffidabilità che il M5S ha guadagnato sul campo per le improvvisazioni dei suoi leader, a partire da Di Maio.

Il problema, a questo punto, è proprio Conte. Non può rimanere sospeso, metà leader super partes e metà leader di partito, a seconda delle circostanze. La sua popolarità va tradotta in uno schema politico più rigoroso e consistente. In sostanza deve fare una scelta, anzitutto nell’interesse del Paese e poi, legittimamente, anche nel suo. L’impressione è che abbia molto da temere, da qui in avanti, se come “avvocato del popolo” si riterrà esentato dall’obbligo di una precisa definizione del suo profilo pubblico, rinunciando a costituirsi punto di riferimento politico anche per un nuovo “centro”, tutto ancora da inventare.