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venerdì, 13 Marzo, 2026
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Siria: gli alleati curdi rimangono soli

Le truppe americane in Siria si allontaneranno dal confine turco perché Ankara “attuerà presto un’operazione militare pianificata da tempo” che porterà all’invasione del Nord del Paese. Lo ha reso noto la Casa Bianca dando conto di un colloquio telefonico tra il presidente americano, Donald Trump, e il suo omologo turco, Recep Tayyip Erdogan.

Le Nazioni Unite hanno già dichiarato  che bisogna “prepararsi al peggio”.

Perché l’invasione porterà come conseguenza una crisi umanitaria. “Non lo sappiamo cosa accadrà “, ha dichiarato il coordinatore umanitario delle Nazioni Unite per la Siria Panos Moumtzis in una conferenza stampa a Ginevra. Ma ha chiarito che il suo ufficio non era stato avvertito della decisione di Washington di abbandonare gli ex alleati curdi nella lotta contro i jihadisti dell’ISIS in Siria.

Già lo scorso dicembre Trump aveva annunciato di voler richiamare a casa le truppe americane dispiegate in Siria nonostante la contrarietà dei suoi consiglieri che non volevano abbandonare gli alleati curdi nelle mani di Erdogan e le dimissioni dell’allora ministro della Difesa Jim Mattis. Il timore, piuttosto fondato, è che è un ritiro delle truppe americane e l’attacco alle forze curde favorisca una risurrezione dell’Isis.

La settimana Ue dell’alfabetizzazione digitale

Circa 3mila iniziative in cantiere, di cui l’80% riguarderà istituti di ogni ordine e grado. Questo il contributo del nostro Paese alla ‘Eu Code Week’, la settimana europea della programmazione informatica.

Italia, Polonia, Spagna, Francia, Germania, ma anche Turchia, Stati Uniti, India, sono alcuni dei Paesi in prima fila.

Giunta alla sua settima edizione, la Eu Code Week, promossa dalla Commissione Ue, dedica particolare attenzione all’istruzione e prevede la partecipazione attiva di scuole e insegnanti, con il coding come metodologia didattica.

L’Italia risponde così ai dati non confortanti contenuti nelle statistiche Ue che inseriscono il nostro Paese in fondo alle classifiche sull’innovazione digitale. Secondo il Digital Economy and Society Index (Desi) 2018 di Eurostat, infatti, l’Italia è solo venticinquesima nell’Unione rispetto ai progressi compiuti dagli Stati membri in termini di digitalizzazione.

Nodulo tiroideo

Il nodulo della tiroide è una formazione nodulare (di natura liquida, solida o mista) che si sviluppa nello spessore della ghiandola tiroide. Il nodulo può avere origine neoplastica (benigna o maligna) o non-neoplastica. Esso rappresenta una lesione comune: è stata stimata una prevalenza nella diagnosi del 50-60% nella popolazione sana. La maggior parte dei noduli non provoca sintomi clinicamente significativi, anche se possono essere associati a una patologia.

Un nodulo può essere descritto in base a diverse caratteristiche morfologiche:

dimensioni e luogo di insorgenza: i noduli particolarmente grandi (dimensioni ≥ 1 cm) e particolarmente superficiali (es. quelli che compaiono a livello dei lobi) possono essere palpati mediante esame obiettivo;
struttura e consistenza: il nodulo non possiede un’architettura ghiandolare e generalmente non possiede una capsula che lo separa dal parenchima tiroideo normale. La consistenza del nodulo è generalmente maggiore rispetto a quella del parenchima tiroideo circostante. Qualora presentassero una capsula fibrosa (come accade in alcune varianti di tumore della tiroide) la consistenza dei noduli potrebbe aumentare. Anche il contenuto del nodulo (es. cisti con tessuti liquidi o semisolidi) condiziona la sua consistenza;
mobilità: il nodulo può essere mobile rispetto ai visceri circostanti.

La storia naturale dei noduli non è omogenea. Di fronte a noduli che crescono di numero e dimensioni, ci sono anche noduli che riducono nel tempo le loro dimensioni fino a non risultare più rilevabili. La crescita in numero e volume dei noduli può portare a un gozzo multinodulare o altre forme iperplastiche ben visibili alla base del collo che si presenta tumefatta e globosa.

Per diagnosticare la presenza di noduli alla tiroide possono essere necessari:

Esami del sangue
Ecografia tiroidea,
Scintigrafia tiroidea
Agoaspirato del nodulo tiroideo

Ancora insieme?

Lo scritto che segue fa riferimento all’articolo apparso ieri sul Domaniditalia a firma del Direttore Lucio D’Ubaldo, che, tra arguti flash (da un Di Maio rivisto come socialdemocratico a un Pd con cuore di antica sinistra e pratica neo-centrista), riflettendo sulla crisi del centro sinistra, approda ad una conclusione di fondo:

“Manca una dottrina politica per la sinistra di centro o per il centro a sinistra”.

Sul tema della crisi del centrosinistra, nel cui ambito si colloca l’articolo, non bisogna aggiungere altre parole a quante già spese sulla sua grande difficoltà da qualche anno in qua. Da una parte il ridimensionamento subito in seguito alle recenti sconfitte elettorali, dall’altra un dibattito interno non certo immune da personalismi rendono assai incerto l’immediato futuro. Nel quale si proietta, ormai, anche la recente scissione di Italia Viva, che in troppi, nel centrosinistra, si attardano ancora a ridurre a questioni di stile di lavoro o di carattere di questo o quel personaggio.

Non dobbiamo dimenticare, infatti, che la crisi del pd è parte di quella più ampia della sinistra europea e financo delle battute d’arresto dei movimenti progressisti d’oltre oceano. Né, soprattutto per quanto ci riguarda, possiamo tralasciare che le sconfitte recenti si innestano in processi decennali di revisione e di crisi delle culture di riferimento delle formazioni ex comuniste, ma anche, per altri versi, di quelle caratteristiche dell’impegno cristiano e cattolico. A Tal proposito, a grandi fermenti nell’area della cultura cattolica sul rinnovamento del suo impegno politico e sulla ricerca di un nuovo centro si accompagnano grandi perplessità sulla concreta percorribilità della ri-fondazione di una forza politica di centro facendo leva sull’identità religiosa. Non a caso Giorgio Merlo stesso, pur ribadendo una volta di più la propria fedeltà al valore della cultura cattolica come fondamento dell’agire politico, ne vede intransitabile il rilancio come vera e propria formazione politica.

Ambedue le grandi culture popolari del centro sinistra e della nostra democrazia appaiono stanche e deluse dei risultati e del consenso attualmente raccolti. Soprattutto appaiono incapaci di dare una risposta ad una domanda politica sempre più pressante: quella di una serie di soggetti che spingono per ricostituire una nuova, centrale, forza politica in grado di raccogliere  le varie espressioni di una cultura riformista, espressioni vuoi popolari, vuoi socialiste, vuoi cristiane, senza neanche escludere nessuna voce di quella destra moderata rintracciabile tuttora in FI.

Ma nonostante la grande dimensione di questa domanda ancora sostanzialmente virtuale, il Direttore del Domani scriveva ieri, anticipando nel sottotitolo il leit motiv della sua riflessione, che: “Manca una dottrina politica per la sinistra di centro o per il centro a sinistra”.  

E ha perfettamente ragione! Come si può pensare che la fine del socialismo reale possa avvenire dolcemente e senza colpi di coda, che sia possibile cancellare un passato glorioso, seppur ormai ingombrante, marciando, sotto la bandiera della rottamazione, verso un assetto più di centro che di sinistra? Né appare meno complessa la realtà di secolarizzazione della società che si impone alla cultura cattolica scesa in politica. Si tratta di affrontare questioni annose, come il massimalismo a sinistra e il minimalismo di culture diventate consociative, abituate dalla pratica della mediazione a trovare facilmente una collocazione moderata tra destra e sinistra. Si tratta, piuttosto, di dare nuova voce ad una vasta area comprendente realtà e soggetti spinti a convergere verso una proposta politica di riforme per il cambiamento, area tuttora priva di una vera e propria strategia del cambiamento.

Non vogliamo in questa sede affrontare questioni fondamentali, ma di portata così grande da chiamare in causa cosa abbandonare dei vecchi modi d’essere del centro sinistra, cosa invece mantenere in eredità dalle culture da cui proveniamo e, soprattutto, in che modo raccoglierle in un programma che agisca non solo sul terreno dell’economia (come tradizione della sinistra a partire dal marxismo), o su quello proprio della cultura cristiana (equità, volontariato, solidarietà), quanto soprattutto sul terreno diretto della politica come programma di una vera e propria riforma della democrazia e dello Stato; cioè, intervenendo sul terreno di quella che una volta veniva chiamata l’autonomia del politico.

E centrale appare, in quest’ottica, l’accenno fatto da D’Ubaldo alla questione della forma partito, perché è difficile approfondire il nesso tra forma organizzativa e linea politica di un partito senza mettere in discussione lo stretto legame tra architettura dello Stato e quella speculare del partito, o senza trovare rimedio (e i rimedi ci sono) alla questione della selezione della classe dirigente.

E’un programma ambizioso, ma necessario per rispondere ai grandi rivolgimenti in atto nella società (non solo italiana), la cui crisi non può essere risolta da semplici ricerche di un centro moderato tra opposti estremismi. 

Si tratta piuttosto di rispondere alle domande sempre più drammatiche provenienti dalla società, in termini di occupazione, sicurezza, benessere, equità. Domande espresse da masse enormi di giovani che chiedono un futuro, da donne vittime di violenze e disuguaglianze, da un mondo del lavoro in crisi di occupazione e di prospettive, vittima di disuguaglianze che aumentano sempre più il divario tra poveri e ricchi. Domande di una società che vuole tornare a crescere, economicamente, ma anche e soprattutto demograficamente.

Ma si tratta anche, sul terreno eminentemente politico-organizzativo, di trovare un’alternativa ai fallimenti di importanti istanze di cambiamento cercate in passato sul problema della stabilità politica del governare. Con Craxi e la sua proposta di presidenzialismo, con Tangentopoli e la fine della prima Repubblica, con la Bicamerale di D’Alema, infine con il Referendum di Renzi. Tutte occasioni di approdare a una forma di democrazia meno anarchica di quella attuale, tutte fallite.

In tale clima, certo non proprio facile, ognuno dovrebbe sentire il bisogno di tornare a precisare il senso delle scelte politiche compiute riflettendo, responsabilmente, sul passato e sul presente come condizione necessaria per poter  scegliere un percorso programmatico concreto. 

Assumersi  responsabilità dirette per non aver saputo impedire il declino è condizione necessaria per un soggetto che si pensi riformista. Rifiutare o minimizzare tali responsabilità vuol dire di fatto ammettere  di non aver più grandi obiettivi nazionali cui sentirsi legati.

Se riteniamo necessario fare un bilancio che parta dal passato levando uno squillo d’allarme sui rischi di un ritorno del PD verso forme corporative di stampo novecentesco, è perché tale bilancio è propedeutico ad avviare un discorso sulle riforme non fatte e da fare, con la consapevolezza che, nell’attuale magma in cui navigano le varie zattere riformiste, occorra definire meglio il senso, il programma e la forma della parola riformista.

Nello stesso tempo in cui guardiamo con grande curiosità ed attenzione al lancio del progetto di Renzi verso  un soggetto-movimento al di là delle tradizionali forme organizzative territoriali, in grado, quindi, di veicolare informazione, partecipazione e dibattito attraverso nuovi canali tecnologici, ci chiediamo anche se Renzi, che non lo ha saputo fare nel recente passato, sia in grado di lavorare, per la sua parte, alla definizione di quella dottrina di cui tuttora manca il centro virtuale e della quale parla Lucio D’Ubaldo. A questa domanda non ci sono, per ora, risposte, ci auguriamo che in tempi brevi sia possibile avviare con Italia Viva un dibattito per una ricerca comune e non certo per decidere una semplicistica adesione. Ma, per questo, occorre che intellettuali e dirigenti escano allo scoperto e si mettano all’opera, spero ancora insieme, come nel progetto originario del Pd.

Firenze: il primo imam che potrà insegnare religione cattolica a scuola

Hamdan Al Zeqri, 33 anni, da 16 in Italia, il 15 ottobre discuterà la tesi e diventerà dottore in scienze religiose, titolo che lo abilita anche a insegnare la religione cattolica nelle scuole. E sarà il primo imam a farlo.

Hamdan Al Zeqri è Mediatore culturale in tribunale e, come detto, ministro di culto presso il carcere di Sollicciano, Al-Zeqri è cittadino italiano dal 2017 e lavora in un’azienda aerospaziale del Mugello.

I suoi studi sono stati pagati dalla Curia, mentre l’iscrizione a Teologia cristiana è stata fortemente voluta dalla Comunità islamica fiorentina nell’ottica di rafforzare il dialogo interreligioso anche attraverso la conoscenza diretta della religione cristiana.

Nella comunità islamica fiorentina Al-Zeqri siede nel consiglio direttivo ricoprendo il ruolo di responsabile del dialogo interreligioso e della formazione spirituale coranica dei giovani.

Il neo dottore diventerà il primo esponente di una comunità islamica italiana, con incarichi ufficiali, a laurearsi in Scienze religiose. Titolo della tesi “Profilo e responsabilità del ministro di culto islamico in carcere”. Alla discussione della tesi sono attesi sacerdoti, imam e autorità religiose islamiche da tutta Italia.

Mal’aria 2019: il rapporto di Legambiente

Città soffocate dallo smog, dove l’aria è irrespirabile sia d’inverno sia d’estate (tra le principali fonti di emissione il traffico, il riscaldamento domestico, le industrie e le pratiche agricole) e dove l’auto privata continua ad essere di gran lunga il mezzo più utilizzato, se ne contano 38 milioni e soddisfano complessivamente il 65,3% degli spostamenti. È quanto emerge da Mal’aria 2019, il dossier annuale di Legambiente sull’inquinamento atmosferico in Italia che restituisce un quadro puntuale del 2018. Un anno da codice rosso per la qualità dell’aria, segnato anche dal deferimento dell’Italia alla Corte di giustizia europea in merito alle procedure di infrazione per qualità dell’aria e che costerà multe salate alla Penisola.

A parlare chiaro sono i numeri: nel 2018 in ben 55 capoluoghi di provincia sono stati superati i limiti giornalieri previsti per le polveri sottili o per l’ozono (35 giorni per il Pm10 e 25 per l’ozono). In 24 dei 55 capoluoghi il limite è stato superato per entrambi i parametri, con la conseguenza diretta, per i cittadini, di aver dovuto respirare aria inquinata per circa 4 mesi nell’anno. La città che lo scorso anno ha superato il maggior numero di giornate fuorilegge è Brescia (Villaggio Sereno) con 150 giorni (47 per il Pm10 e 103 per l’ozono), seguita da Lodi con 149 (78 per il Pm10 e 71 per l’ozono), Monza (140), Venezia (139), Alessandria (136), Milano (135), Torino (134), Padova (130), Bergamo e Cremona (127) e Rovigo (121). Tutte le città capoluogo di provincia dell’area padana (ad eccezione di Cuneo, Novara, Verbania e Belluno) hanno superato almeno uno dei due limiti. La prima città non ubicata nella pianura padana è Frosinone, nel Lazio, con 116 giorni di superamento (83 per il Pm10 e 33 per l’ozono), seguita da Genova con 103 giorni (tutti dovuti al superamento dei limiti dell’ozono), Avellino con 89 (46 per il Pm10 e 43 per l’ozono) e Terni con 86 (rispettivamente 49 e 37 giorni per i due inquinanti).

Un quadro preoccupante che per Legambiente indica l’urgenza a livello nazionale di pianificare misure strutturali capaci di abbattere drasticamente le concentrazioni di inquinamento presenti e di riportare l’aria a livelli qualitativamente accettabili. Misure che spesso oggi mancano, dimenticando così che ogni anno in Europa, stando ai dati dell’Agenzia Europea per l’ambiente, sono oltre 422mila le morti premature all’anno per inquinamento atmosferico e l’Italia si colloca tra i paesi europei peggiori, con più decessi in rapporto alla popolazione, pari a più di 60.600 nel solo 2015. E che i trasporti stradali costituiscono una delle principali fonti di emissioni di inquinanti atmosferici nelle aree urbane – come ricorda l’ISPRA – una mobilità sostenibile consentirebbe di limitare le emissioni in aria dal trasporto stradale garantendo il soddisfacimento della domanda di mobilità dei cittadini.

Per quanto riguarda l’Ozono, nel 2018 sono stati ben 53 capoluoghi di provincia hanno superato il limite di 25 giorni con una media mobile sulle otto ore superiore a 120 microgrammi per metro cubo. Genova e Brescia le città peggiori per questo inquinante con 103 giorni, seguite da Monza (89), Lecco (88), Bergamo (85), Piacenza (80), Varese (78), Alessandria (77) e Venezia (76).

 

Copenaghen: ha un termovalorizzatore su cui si può sciare.

Un inceneritore che ha una pista da sci come tetto. L’impianto è quello di Amager Bakke, molto vicino al centro della capitale danese, ed è uno dei termovalorizzatori più green e all’avanguardia grazie al suo filtro per le emissioni.

I 450 metri di pista si sviluppano sul tetto dell’inceneritore, concepito apposta con una forma diagonale e ritorta su sé stessa per ospitare l’attrazione.

Tre le piste da sci sulle quali si potrà sciare tutto l’anno. Una nera, per sciatori esperti che parte dalla sommità del tetto del termovalorizzatore e scende per una lunghezza di circa 180 metri (45% di pendenza), una blu per sciatori principianti e una pista verde, intermedia, per tutti i livelli che porta fino alla base dell’impianto.

Non c’è solo una pista da sci ma anche alberi, una parete di arrampicata e alcuni sentieri per fare trekking che si snodano nelle aree intorno.

 

Il Piemonte guarda a progetti di crescita, innovazione ed export

Regione Piemonte, Cassa depositi e prestiti e Finpiemonte Spa hanno siglato il 2 ottobre un protocollo d’intesa per supportare le Pmi del territorio. Un’iniziativa che permette di avviare un rapporto di collaborazione con Cdp, in qualità di Istituto nazionale di promozione, volto in particolare alla valutazione e possibile definizione di interventi di promozione di canali alternativi di finanziamento a favore delle piccole e medie aziende piemontesi. La Regione svolgerà un’attività di indirizzo e coordinamento per la definizione delle modalità di realizzazione delle iniziative, Cdp valuterà, invece, la possibilità d’intervenire nelle iniziative singolarmente o insieme ad altri investitori istituzionali e realtà finanziarie.

Finpiemonte dal canto suo, in qualità di finanziaria regionale a sostegno dello sviluppo economico e sociale e della competitività del territorio agirà quale strumento operativo della Regione per lo svolgimento delle diverse attività. Cassa depositi e prestiti, secondo le previsioni del Piano industriale 2019-2021, s’impegna inoltre ad ampliare il proprio supporto alle Pmi attraverso l’operatività del fondo di garanzia per le Pmi, realizzando una sotto-sezione speciale a carattere multi-regionale dedicata al programma, per incrementare la dotazione dello strumento e permettere la concessione di nuove e maggiori garanzie a favore delle piccole e medie imprese piemontesi. Il protocollo d’intesa contribuirà altresì alla crescita delle imprese del settore creativo e culturale mediante l’utilizzo di fondi pubblici regionali, Fondi Sie (Fondi strutturali e di investimento europei) nonché con risorse proprie concedendo nuove linee di garanzia su interventi promossi da Confidi e banche. L’accordo è stato sottoscritto dal presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio, dall’amministratore delegato di Cdp, Fabrizio Palermo, e dal presidente di Finpiemonte, Stefano Ambrosini.

Manca una dottrina politica per la sinistra di centro o per il centro a sinistra.

Forse una ragione ce l’ha quando dichiara di non stare sereno. Conte intuisce il pericolo. Non ce l’ha però, la ragione, quando di Renzi si lamenta in modo querulo, dato che l’inazione dei concorrenti rimanda all’immaginario della pigrizia o dell’assurdo: se vige la competizione, anche nella maggioranza, di per sé non è male. Piuttosto ha ragione nel dire, con maliziosa baldanza e senso di sfida, che siamo solo agli inizi. L’attuale equilibrio politico, come pure l’articolazione che ne sostiene l’impianto, è destinato a modificarsi profondamente. E in tempi non molto lunghi.

Il paradosso è che i politologi si affannano a teorizzare la scomparsa del centro e i politici, per contro, agiscono proprio con l’intento dichiarato o sottinteso di occuparlo, il centro. Vale appunto per Conte e per Renzi, entrambi destinatari di attenzioni da parte di un’Italia dinamica, dotata del giusto ottimismo, caparbiamente anti declinista. Un’Italia naturaliter di centro. Ma vale anche per Di Maio – un socialdemocratico autentico, in carne ed ossa, come lo erano i figliastri di Saragat – sebbene avvenga per lui che la decrescente reputazione ne offuschi la perizia nel camuffare le ambiguità di un soggetto atipico, il M5S, basato sull’enigmatica e rapinosa piattaforma Rousseau. Dunque, s’incontrano e si scontrano tutti nel punto laddove appare vincente l’esserci, ovvero al centro del sistema politico.

Con una eccezione. L’unico infatti a rifiutare il centro rimane Zingaretti, interessato semmai a restaurare la sinistra come categoria onnipervasiva delle istanze di giustizia e solidarietà, sottratte in via di principio alla concorrenza centrista, specialmente dopo lo scissione di Italia Viva. Alla sinistra viene prescritta una cura omeopatica, in definitiva per surrogare ed estinguere il populismo con il ritorno al vero popolo, anzi alla vera unità di popolo. Ma è allora per questo – si leggano bene gli ultimi sondaggi – che il motore del Pd batte in testa, rumorosamente. Vuol dire che la “linea politica”, per quanto possa presentarsi aggressiva e roboante non trova corrispondenza con i processi in corso a livello sociale.

Tuttavia Zingaretti, in base al paradosso delle cronache quotidiane, sta nel governo con perfetta logica di bilanciamento, di fatto costituendosi come cerniera della maggioranza. La dialettica tra Di Maio e Renzi, un po’ studiata per annebbiare il ruolo del Pd, costringe la sinistra che vuole farsi sempre più sinistra a gestire una posizione alquanto conforme alla tradizionale opera di equilibrio e di sintesi, a lungo rivendicata ed esercitata, in un’altra fase storica, dal partito democristiano. Oggi un drone adibito alla rilevazione dell’area di maggioranza fotograferebbe un Pd dislocato costantemente nel punto più utile alla difesa della stabilità del governo. La novità è una “sinistra di centro”, come l’avevano definita gli sherpa del partito laburista di Blair e come la potrebbero modellare (un “centro a sinistra”) gli eredi del popolarismo, che non conosce una corrispondente elaborazione teorica né un gruppo dirigente in sintonia con questa oggettiva trazione al centro.

Se allora il dibattito nel Pd rimane ancorato ai vecchi schemi, dove una certa interpretazione del progressismo inclina a omettere il valore della risorsa cristiana, nulla può salvare dal fallimento la ”rivoluzione parlamentare” che, in piena estate e con sorpresa di molti, ha condotto al varo del nuovo governo. La maggiore responsabilità che pesa sulle spalle degli uomini del Nazareno è fare chiarezza sulla forma partito derivante da questa traversata nel deserto della post-ideologia. In assenza di una dottrina che assuma il pluralismo e l’identità nel quadro di una nuova visione politica, può andare delusa ogni speranza di evoluzione del Pd come architrave della democrazia. Un’architrave, in sostanza, quale fu la Dc.

Quelle incisioni che colpirono la Yourcenar

Articolo pubblicato sull’edizione odierna dell’Osservatore Romano a firma di di José Tolentino de Mendonça

L’agenda della Biblioteca Apostolica Vaticana per il 2020 sarà dedicata, in occasione del terzo centenario della sua nascita, a Giovanni Battista Piranesi (Mogliano Veneto 1720 – Roma 1778), famoso incisore, architetto e teorico dell’architettura, una delle figure più influenti del panorama grafico del XVIII secolo. La collezione delle sue opere conservate presso la Vaticana si distingue per la straordinaria consistenza numerica e qualitativa.

La sua produzione viene qui presentata in ordine cronologico (seppur nei limiti dello spazio disponibile). Tra le opere particolarmente significative presenti si segnalano due disegni attribuiti a Piranesi, un Capriccio architettonico e uno Schizzo progettuale per la decorazione del Pantheon, e la controprova dell’incisione Veduta della Piazza della Rotonda, qui pubblicata per la prima volta. Le frasi selezionate per accompagnare le settimane del 2020 illustrano il pensiero di Piranesi e la posizione critica che eruditi e artisti a lui contemporanei e intellettuali successivi assunsero nei suoi confronti.

Particolarmente suggestivo il contributo di Marguerite Yourcenar, che commentando le Carceri, una delle opere più note di Piranesi, scriveva: «Il vero orrore delle carceri più che in alcune misteriose scene di tortura, è nell’indifferenza di quelle formiche umane erranti in spazi immensi, e in cui diversi gruppi non sembrano quasi mai comunicare tra loro, o neppure accorgersi della loro rispettiva presenza, e addirittura non notare affatto che in un angolo oscuro si sta suppliziando un condannato». 

Proprio per mettere in luce il dato umano fortemente presente nelle stampe piranesiane, ma spesso messo in ombra e quasi schiacciato dalla imponenza delle architetture rappresentate, si sono estrapolati come dettagli da riproporre nelle pagine settimanali, laddove possibile, proprio i personaggi che “abitano” le incisioni. La legatura prescelta è la riproduzione di un volume di recente donazione, rappresentativo del rapporto di amicizia che legava Giovanni Battista Piranesi alla famiglia Rezzonico e quindi al Pontefice Clemente XIII cui l’artista dedicò diverse opere.

Un’agenda è un libro che, a modo suo, custodisce il tempo: lo scandisce sillaba per sillaba e sottilmente lo apre come fosse un tessuto, rendendoci più consapevoli del suo passaggio e del suo misterioso significato. Infatti, un anno può essere rappresentato come una lunga strada fatta di giorni. Ciò che auguriamo a quanti prendono contatto con questa agenda è quello di cui parla la bella preghiera del Salmo 89: «Insegnaci, Signore, a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore».

Firenze: il carteggio tra Giorgio La Pira e Fioretta Mazzei

Sarà presentato martedì 8 ottobre alle 16.30 nei locali della Facoltà Teologica dell’Italia Centrale, in piazza Torquato Tasso, 1/A a Firenze, il volume intitolato “Radicati nella Trinità”. Il testo racchiude una selezione delle oltre seicento lettere scambiate tra Giorgio La Pira e Fioretta Mazzei, amica e fidata collaboratrice del padre costituente e sindaco di Firenze.

La corrispondenza scelta, relativa al periodo 1943-1948, offre un ampio sguardo non solo sulle vicende politico-istituzionali del tempo, ma soprattutto sui preziosi elementi biografici di due figure della storia istituzionale e religiosa fiorentina e non solo.

In occasione della presentazione alla Facoltà teologica, interverranno l‘autore della postfazione, mons. Piero Coda, preside dell’Istituto Universitario Sophia di Loppiano, la deputata Rosy Bindi, il vicepresidente della Fondazione La Pira, Giulio Conticelli, e padre Eugenio Barelli, autore dell’introduzione.

Il volume, edito da Polistampa, è organizzato in 424 pagine ed offre in allegato il cd contenente l’intero epistolario: consentirà di approfondire un cruciale passaggio storico in cui il futuro sindaco di Firenze, ricercato dalla polizia fascista, riparò a Fonterutoli, minuscolo borgo del Chianti, ospite della famiglia Mazzei.

Furono tre mesi durante i quali lui e Fioretta stabilirono un forte sodalizio amicale e spirituale che sfociò proprio nel carteggio avviato nel dicembre del medesimo anno, quando La Pira si spostò a Roma, ove sentì l’urgenza di aprire il cuore alla giovane interlocutrice, proseguendo sulla carta quel serrato dialogo stabilito in precedenza. Un rapporto epistolare intenso, tra i due, inerente i temi della spiritualità cristiana, con echi dell’attività romana nell’apostolato, nella Costituente, nella ricostruzione dell’associazionismo cattolico e nella politica, che si prolungherà fino al 1957.

L’eterno ritorno della questione morale

Nel paese di Macchiavelli e Guicciardini il rapporto tra etica e politica ha sempre suscitato dibattiti emotivamente coinvolgenti. Tuttavia la distinzione tra gli approfondimenti teoretici e le applicazioni pratiche ha separato gli studi dalla realtà: di alto profilo i primi, tendenzialmente accomodante la seconda.

Ciclicamente quella che viene chiamata “giustizia ad orologeria” porta alla luce scandali o episodi di corruzione ma ciò avviene in particolar modo in prossimità delle tornate elettorali.

Fino a configurare una sorta di sistema che gestisce dazioni, tangenti, concussioni, peculato, voto di scambio ed altre peculiarità che descrivono una estesa ramificazione della politica clientelare (non necessariamente in senso partitico) che supera il concetto di casta, abbondantemente spiegato da G.A. Stella e S.Rizzo, poichè si estende a tutti i livelli di gestione della cosa pubblica, fino a diventare costume e prassi prevalente.

Quella classificazione duale – i potenti da una parte e la gente comune dall’altra – sembra superata dall’emergenza sempre più diffusa di legami, intrecci, appartenenze, cordate e congreghe che funzionano secondo un modello “a cascata” nel quale ognuno trova accomodamento e una parte di gratificazione personale, se vige la categoria della fedeltà e del vassallaggio morale.

In altri termini non sembra più sostenibile sotto il profilo della mera considerazione etica un gap tra paese reale e paese legale, tra istituzioni e popolo, tra partiti e gente comune: il fenomeno corruttivo è talmente pervasivo che favorisce l’intercambio interno al sistema per garantirne continuità anche di fronte ad una apparente alternanza. E’ in atto da tempo un salto di quantità in termini pervasivi del fenomeno e di qualità rispetto alla raffinatezza della commissione dei reati.

Ne consegue che non si tratta più di una prassi circoscritta ma di una deriva che si esplicita come consuetudine e mentalità e che riguarda il modus operandi prevalente sul piano istituzionale ad ogni suo livello e una sorta di regola non scritta che si allarga a macchia d’olio in tutti i gangli vitali della vita sociale.

In caso di inchieste l’innocenza fino a prova contraria è una tutela costituzionalmente garantita ma certamente disinibisce comportamenti svincolati da codici morali e consuetudini illecite e favorisce una certa disinvoltura anche negli intrecci tra vita pubblica e privata: di solito prevalgono i furbi sugli onesti.

Se una prassi diventa sistema diffuso e radicato non stupisce il venir meno delle categorie etiche e valoriali ad esempio nella scelta dei candidati, nel conferimento di incarichi o nella difesa degli inquisiti e ciò riguarda ormai lo stesso sentire comune.

Tutto ciò comporta un decadimento di valori tramandati e consolidati sul piano etico e culturale (se etica e cultura servono anche per nobilitare i comportamenti individuali e sociali, per ispirare quella che un tempo veniva definita “rettitudine”), l’emergenza di una cultura prassica ed utilitaristica (si fa ciò che serve piuttosto ciò che è lecito), un diffuso senso di impunità poiché è il “sistema” stesso che garantisce protezioni nelle sue articolate gerarchie.

Non è un fenomeno solo italiano ma prevalentemente italiano.

Il recente Rapporto dell’ISTAT sul nostro senso civico ci descrive accomodanti, tendenzialmente evasivi rispetto a norme e regole, superficiali ed inclini a trovare sempre attenuanti e giustificazioni alle loro violazioni. In Italia in fondo molto si imbroglia ma alla fine tutto si aggiusta.

In genere siamo portati a dare una spiegazione solo economica e strutturale a fenomeni come l’evasione fiscale, il deficit e il debito pubblico, visti in un’ottica oggettiva dimenticando che – disaggregando i dati o cercando di risalire alle motivazioni che ispirano le azioni- le decisioni politiche dovrebbero sempre poggiare su una base etica. Anche per fornire esempi corretti ai comportamenti individuali e sociali.

Ci sono Paesi dove le carriere politiche finiscono per reati che noi valutiamo con sufficienza se non con indulgente benevolenza: copiare una tesi di laurea, molestare anche a parole una donna, ingannare il fisco.

Una delle ragioni del declino italiano consiste proprio in questo lento, graduale ma incessante venir meno del senso civico e nella perdita del significato di “bene comune”.

Un tema di cui dovrebbe occuparsi la politica riguarda la semplificazione burocratica e lo sfoltimento delle leggi, ancora prima della redistribuzione del reddito e dell’ingegneria sociale.

La corruzione si attenua nei Paesi dove la giustizia funziona e la politica si occupa di sostenibilità sociale: unicuique suum ci insegna un precetto fondamentale del diritto romano.

La tripartizione del potere di cui argomenta Montesquieu nel suo “L’esprit de lois”(1748) è il principio fondativo su cui si reggono i rapporti e le competenze delle istituzioni nelle società moderne, principio peraltro assunto e fatto proprio nella nostra Costituzione Repubblicana proprio 200 anni dopo.

Purtroppo una delle ragioni dell’impantanamento istituzionale e sociale del nostro tempo si spiega attraverso gli intrecci e le collusioni tra poteri che dovrebbero essere indipendenti tra loro e con la violazione del patto sociale che dovrebbe garantire la sostenibilità del sistema.

Ne consegue che a monte di tutta questa congerie di prebende, favori, raccomandazioni, ingiustizie sociali, corruttele nella gestione della cosa pubblica sta– anzi starebbe, visto che non si fa – il problema di un radicale rinnovamento della classe dirigente.

Ma se il sistema è “marcio” e incancrenito dalla violazione delle norme e delle regole che dovrebbero garantire la coesione e la pace sociale, chi potrebbe occuparsi di selezionare gli onesti?

In Lombardia città più sicure grazie alla partecipazione civica

Sessanta Comuni del varesotto hanno aderito al protocollo sul controllo di vicinato firmato il 2 ottobre dai Sindaci delle rispettive municipalità, dal presidente della Provincia di Varese nonchè primo cittadino di Busto Arsizio, Emanuele Antonelli, dal Prefetto della città lombarda, Enrico Ricci, e dai vertici territoriali delle Forze dell’ordine. Il protocollo vuole orientare l’azione verso un modello partecipativo, integrato, di collaborazione tra cittadini e istituzioni, nel rispetto dei diversi ruoli e competenze.

In quest’ottica l’obiettivo dell’accordo è quello di definire regole omogenee in tutto il territorio provinciale per le varie attività volontarie dei privati secondo un periodo di formazione svolto in raccordo con le Forze dell’ordine. Attività finalizzate a segnalare fatti o fenomeni anomali che turbino l’ordine pubblico e la convivenza pacifica delle comunità locali. La vitalità del territorio è un elemento fondante attraverso il quale si può ottenere una maggiore sicurezza. La frequentazione degli spazi pubblici non solo produce sorveglianza spontanea, ma riduce in maniera sensibile spazi morti, nascosti, indefiniti dove la criminalità tende a concentrarsi.

L’apporto dei cittadini è importante sia per la capacità di leggere il territorio individuando e segnalando i problemi in modo capillare, sia perché la sicurezza considerata come qualità di vita e condizione di vivibilità dei quartieri non può prescindere dal coinvolgimento diretto di chi in quelle stesse aree abita, lavora, vive quotidianamente. La condivisione è quindi fondamentale per la crescita di città resilienti e più sicure.

Nuovo esame del sangue per la diagnosi delle complicanze del diabete e di alcuni tumori

Prevedere da poche gocce di sangue il futuro di salute (o di malattia) di una persona con diabete o il rischio di sviluppare un tumore del fegato. Sono le promesse di un test, messo a punto dalla Northwestern University Feinberg School of Medicine di Chicago, che è stato utilizzato inizialmente per fare diagnosi di tumore del fegato, ma che potrebbe servire in futuro per individuare quelle persone con diabete che hanno sviluppato delle complicanze vascolari, a carico di cuore, vasi o reni.

“Questa scoperta – commenta Wei Zhang, professore associato di epidemiologia e prevenzione oncologica alla Northwestern University Feinberg School of Medicine – rappresenterà una rivoluzione per la rapidità e la non invasività con la quale sarà possibile individuare lo sviluppo di complicanze potenzialmente fatali in centinaia di migliaia di pazienti con diabete in tutto il mondo”.

Due persone con diabete su tre degli attuali 424 milioni nel mondo moriranno di complicanze cardiovascolari; riuscire ad individuarle precocemente potrebbe aiutare a controllarne l’evoluzione e dunque a ridurre il carico di morbilità e mortalità connessi al diabete.

In precedenza lo stesso gruppo di ricerca aveva utilizzato questo stesso test su una popolazione di oltre 3 mila persone per individuare la presenza di un tumore del fegato, senza mettere in allarme quelli solo a rischio.

Il dolore

Il dolore più intenso è capitato ieri nella Questura di Trieste, echi di dolore che si spegneranno in noi, ma che resteranno eternamente nei familiari delle vittime, qualcosa di irrazionale, più irrazionale di qualsiasi evento delittuoso. Siamo venuti a conoscenza che chi ha consumato quell’efferato duplice delitto, è un soggetto affetto da turbe mentali.

Non sappiamo il grado d’intensità dello squilibrio psichico; posso presumere si tratti di una turba psicotica più o meno grave. Questa condizione getta sul fatto qualche ombra e qualche dubbio e anche qualche incertezza in più circa la crudeltà della vicenda.

La volontà, nelle persone con squilibri mentali, è sempre una volontà limitata: non può essere piena consapevolezza del gesto di chi è vinto da malanni di quella natura. Questo aspetto, invece di toglierci dolore, lo accentua. Perché non sappiamo addebitare la follia omicida ad una fonte certa e sicura. È come se si allargasse il raggio di responsabilità del doloroso gesto.

Dovranno fare una serie di perizie per capire cosa sia veramente accaduto in quel terribile istante. Resta, comunque, l’incolmabile sofferenza di due bravi poliziotti che, nell’esercizio delle loro funzioni, mai avrebbero immaginato di incontrare quel giorno l’assurdo, quell’assurdo che si è concretizzato nella propria morte.

Non è compito mio esaminare, né, tantomeno, inoltrarmi nel periglioso cammino dello stabilire se avessero fatto il giusto trattamento i sanitari nei riguardi del folle omicida. Questo tema è è troppo complesso per me, ma ciò non toglie che rilevandolo non possa permettere al lettore di prendersi cura per approfondire anche questa tematica, magari leggendo altri commenti e riflettendo con se stesso.

L’amarezza ha indistintamente colpito tutti i nostri corregionali. L’irragionevolezza e lo disorientamento che ha attraversato la mente di tutti coloro i quali hanno sentito la notizia, andranno lentamente attenuandosi; del resto, come tutti gli eventi umani, ad una prima elevata intensità, succederà poi un’espressione via via più sottile.

Per fortuna, qui di politico non c’è nulla. E guai a strumentalizzare momenti così tragici per scopi gretti e ingiustificati.

 

Cattolici, tramonta il partito identitario.

Articolo apparso su Huffington Post giovedì 3 ottobre.

E’ venuto, forse, il momento di dirlo con chiarezza e senza equivoci: la grande stagione della Democrazia Cristiana prima e del Partito Popolare Italiano poi sono ormai alle nostre spalle. Grandi esperienze politiche, culturali, programmatiche e anche organizzative che, semplicemente, non sono più riproponibili perché sono state archiviate dalla storia. Certo, il dibattito in alcuni settori dell’area cattolica italiana continua ad essere forte e fecondo. Il che è decisamente positivo e non va affatto sottovalutato.

Anche perché il mondo cattolico contemporaneo continua ad essere un giacimento culturale, ideale, etico e politico non indifferente e può contribuire, seriamente e con grande senso di responsabilita’, al rinnovamento della vita politica italiana. Ma, al contempo, non si può non rilevare che un conto è contribuire al rinnovamento e al cambiamento della politica italiana attraverso la dimensione valoriale, culturale ed etica; altra cosa è organizzare un forza politica autonoma che si misura nella cittadella politica nostrana. A livello locale come a livello nazionale.

Ora, dovrebbe essere evidente a tutti che ci sono stati decine di esperimenti politici ed elettorali a livello comunale, regionale, nazionale ed europeo che si sono infranti contro gli scogli. Esperimenti che hanno evidenziato ripetute e puntuali sconfitte elettorali, e quindi sconfitte politiche ed organizzative. Non si tratta, dunque, di ritenere irreversibilmente e definitivamente chiusa quella pagina. Ma, al contempo, non si può non prendere atto che oggi il decollo di una formazione politica di ispirazione cristiana che affonda le sue radici nel popolarismo, rischia di trasformarsi in una semplice, seppur nobile, esperienza testimoniale e politicamente del tutto irrilevante.

Non lo dicono le opinioni di singoli osservatori ma è la stessa realtà a confermarlo nei numeri. Ripetutamente e a tutti i livelli istituzionali. Del resto, è altrettanto inutile appellarsi alle dichiarazioni di qualche autorevole prelato che, periodicamente e saltuariamente, lancia appelli all’impegno politico diretto dei cattolici italiani. Seppur nel rispetto della laicità dell’azione politica e del superamento di ogni dimensione confessionale e clericale della presenza politica diretta. Sono appelli e incoraggiamenti importanti all’impegno politico che, coerentemente e correttamente, si fermano però di fronte ad un sostegno più o meno indiretto alla presenza dei laici cristiani nella società politica. E non può che essere così. Dopodiché, non possiamo sottacere un altro aspetto non indifferente ai fini della presenza politica organizzata dei cattolici italiani. Nello specifico, di coloro che si rifanno al patrimonio storico e politico del popolarismo di ispirazione cristiana.

E cioè, molti esponenti – più o meno autorevoli – di quel filone ideale e culturale sono seccamente e fortemente impegnati in molti partiti, e nelle relative correnti interne, e non rinunciano affatto a quella appartenenza per dar vita a qualche altro esperimento politico ed organizzativo. Un nome e un cognome per tutti. L’ultimo segretario del Ppi Pier Luigi Castagnetti e’, del tutto legittimamente, fortemente impegnato in una corrente all’interno del Partito democratico e, credo, sarebbe il primo tenace oppositore per strutturare una iniziativa politica autonoma dei cattolici democratici e popolari italiani. Ma si potrebbero fare, al riguardo, centinaia di esempi che confermano quella tesi. E dunque, che fare? Rassegnarsi all’irrilevanza o alla sola testimonianza? Certamente no. Ma è altrettanto indubbio che non si può lavorare contro i mulini a vento.

E quindi, diventa importante e decisivo continuare a testimoniare la nostra specificità culturale e politica su più fronti. A livello prepolitico per chi ritiene che sia fondamentale e prioritario la formazione di una futura classe dirigente preparata, competente e culturalmente orientata e definita. A livello politico e in prima linea, per chi ritiene che in questa fase storica la cultura politica dei cattolici democratici e popolari possa continuare a condizionare la linea e il progetto di singoli partiti. Sul fronte dell’ex centro sinistra o sul fronte moderato.

A livello intellettuale e culturale per chi ritiene che l’evoluzione della politica italiana passa anche e soprattutto attraverso la capacità di saper incidere a livello mediatico e di formazione della pubblica opinione. Oggi particolarmente disorientata e confusa, dopo la sbandata trasformistica che ha travolto recentemente la politica italiana.
Ma, per il momento, e per onestà intellettuale, e’ anche bene dire con chiarezza che continuare a parlare di partiti autonomi e organizzati che ripropongono le esperienze del passato, si rischia
prima o poi non solo di andare controcorrente ma, soprattutto, di non saper leggere ed interpretare ciò che le dinamiche attuali della società italiana ci trasmettono.

Dietro ai dazi di Trump

Sette miliardi di euro. E’ la stangata di Trump sull’export europeo verso gli USA. Colpiti i vini francesi, l’Emmental svizzero, i formaggi e i salumi italiani, il whisky scozzese. All’Italia la pronuncia del WTO (l’Organizzazione Mondiale del Commercio che di fatto ha legittimato gli Stati Uniti a brandire l’ascia della guerra commerciale) costerà circa mezzo miliardo di euro.

Le contraddizioni sono da film Oscar: il presidente americano ritrova proprio nel WTO un potente alleato dopo averne ripetutamente tentato di svuotarne i poteri; l’Unione Europea si riscopre nel mirino statunitense nonostante l’obbedienza nell’applicazione delle sanzioni contro la Russia; il depauperamento delle relazioni internazionali della Casa Bianca – giustificate dallo slogan “American First” – finisce per ricompattare la strategia russo-cinese in aree tradizionalmente influenzate dagli USA.

Dietro ai dazi di Trump si disvela un’America rancorosa, ritratta, meno credibile e in perenne campagna elettorale. E che forse ha poca voglia di essere considerata ancora il pendolo del mondo.

(Fonte MyPegaso)

La riforma delle pensioni in Francia

Il presidente francese Emmanuel Macron ha lanciato a Rodez, nel sud-ovest della Francia, il ciclo di dibattiti organizzati per spiegare ai francesi i contorni della riforma delle pensioni che dovrebbe innalzare il limite d’età a 64 anni.

Quella delle pensioni sarà una riforma che riguarderà tutti i cittadini, per questo è necessario evitare che nascano nuove proteste di piazza.

“Il dibattito di questa sera è un dibattito importante che occuperà il nostro paese per diversi mesi”, ha detto Macron dinnanzi a 600 persone. Il progetto prevede la fusione dei 43 regimi pensionistici esistenti in Francia in un unico regime universale e anche se l’età minima rimane uguale, ad essere ben più importante sarà l’“età di equilibrio”, ovvero l’età alla quale si avrà diritto alla pensione integrale. Si potrà ancora prendere la pensione a 62, come avviene oggi, ma con una pensione decurtata, oppure a 64 anni, guadagnandosi una pensione più alta.

Macron più che parlare di riforma ha, comunque, preferito evocare un “progetto di società”. “Voglio andare verso un sistema che costruisca il futuro” ha detto il capo dello Stato francese.

Anche se secondo  l’Economist  “Macron sta spendendo molte energie per una riforma che lascerà comunque il lavoro a metà”.

Def, arriva l’etichetta d’origine per gli alimenti

La trasparente sugli alimenti entra della Nota di aggiornamento del Def approvata dal Governo con l’obiettivo di “rafforzare l’etichettatura d’origine dei prodotti attraverso un lavoro costante in sede europea e nazionale”. Lo rende noto la Coldiretti nell’esprime apprezzamento per il rispetto dell’impegno assunto dal premier Giuseppe Conte con il Presidente della Coldiretti Ettore Prandini al Villaggio Contadino, che ora deve tradursi nei decreti applicativi.

Di fronte all’atteggiamento incerto e contradditorio dell’Unione Europea che obbliga ad indicare l’etichetta per la carne fresca, ma non per quella trasformata in salumi, per la frutta fresca, ma non per i succhi, per il miele ma non per lo zucchero, l’Italia, che è leader europeo nella trasparenza e nella qualità, ha il dovere di fare da apripista nelle politiche alimentari comunitarie”, ha sottolineato Prandini nel precisare che “in un momento difficile per l’economia dobbiamo portare sul mercato il valore aggiunto della trasparenza con l’obbligo di indicare in etichetta l’origine di tutti gli alimenti”.

Infatti – spiega la Coldiretti – nonostante i passi in avanti compiuti negli ultimi anni a livello comunitario e nazionale fino ad oggi circa 1/4 della spesa degli italiani è ancora anonima rendendo possibile spacciare per Made in Italy prodotti stranieri. Un inganno per i produttori agricoli italiani che subiscono la concorrenza sleale di Paesi dove non vengono rispettate le stesse norme in materia di sicurezza alimentare, lavoro e ambiente ma anche un inganno per i consumatori che non hanno la possibilità di fare scelte di acquisto consapevoli.

Il 93% degli italiani – conclude la Coldiretti – ritengono importante conoscere l’origine degli alimenti ed in quasi 3 casi su 4 (73%) sono disposti a spendere di più per i prodotti  100% italiani dal campo alla tavola secondo i dati dell’ultima consultazione pubblica effettuata da Ismea. Anche perché l’Italia – come si legge nel documento del Governo è leader della qualità con un numero elevato di produzioni Dop/Igp/Stg, una ricchezza da promuovere e salvaguardare: la protezione delle indicazioni geografiche nel mondo e sul web costituisce una delle azioni più importanti per limitare il fenomeno distorsivo dell’Italian sounding”

Festa del Cinema di Roma

Massimo Giraldi, presidente della Commissione nazionale valutazione film della Cei a dichiarato che: “Punta di diamante della selezione del direttore artistico Antonio Monda è senza dubbio ‘The Irishman’ di Martin Scorsese, film presentato a New York che sceglie Roma come sua anteprima italiana.

Nel complesso, però, i titoli della Festa sono tutti di grande livello e richiamo: dal doc ‘Pavarotti’ di Ron Howard a ‘Judy’, biopic sulla diva Judy Garland con il premio Oscar Renée Zellweger, sino al britannico ‘Downton Abbey’, con gran parte del cast sul tappeto rosso della Capitale”.

Ad illustrare il programma della Festa ieri mattina sono intervenuti il direttore artistico Monda e il presidente della Fondazione Cinema per Roma Laura Delli Colli.

Il direttore Monda ha sottolineato come la Festa del Cinema si apra sempre di più alla città, con eventi dislocati in più di trenta spazi e location, dal Carcere di Rebibbia alla Casa del Cinema. Tra le preaperture, si segnala il documentario sulla Comunità di Sant’Egidio, ‘Le beatitudini di Sant’Egidio’ di Jacques Debs, il 15 ottobre”.

Clima, partita la consultazione europea sulla strategia anti gas-serra

E’ partita il 3 ottobre la consultazione pubblica sulla “Strategia di sviluppo a basse emissioni di gas ad effetto serra” con un orizzonte temporale al 2050. L’Italia e gli altri Paesi dell’Ue dovranno predisporre e inviare alla Commissione europea entro il 1° gennaio 2020 le proprie proposte, come previsto dall’accordo di Parigi e dalle normative europee. A tal fine la consultazione pubblica intende dare a cittadini, imprese, associazioni di lavoratori, di categoria, no profit, professionisti del settore, istituti finanziari, la possibilità di formulare osservazioni e idee scrivendo all’indirizzo di posta elettronica dedicato presso il Mattm entro e non oltre il 4 novembre 2019.

Il 28 novembre 2018 la Commissione Ue ha presentato una strategia a lungo termine per un’economia moderna, competitiva e climaticamente neutra entro il 2050. Bruxelles ha messo in evidenza come l’Europa possa avere un ruolo guida per conseguire un impatto climatico zero, investendo in soluzioni tecnologiche realistiche, coinvolgendo i cittadini e armonizzando gli interventi in settori fondamentali, quali la politica industriale, la finanza o la ricerca, garantendo, al tempo stesso, equità sociale per una transizione giusta. Facendo seguito agli inviti formulati dal Parlamento europeo e dal Consiglio europeo, la visione della Commissione per un futuro a impatto climatico zero interessa quasi tutte le politiche dell’Ue ed è in linea con l’obiettivo dell’accordo di Parigi di mantenere l’aumento della temperatura mondiale ben al di sotto i 2°C e di proseguire gli sforzi per mantenere tale valore a 1,5°C.

In Europa, il mutamento incontrastato del clima avrebbe gravi conseguenze anche sulla produttività dell’economia, sulle infrastrutture, sulla capacità di produrre cibo, sulla salute pubblica, sulla biodiversità e sulla stabilità politica. Lo scorso anno le catastrofi legate alle condizioni meteorologiche hanno causato danni economici per la cifra record di 283 miliardi di euro ed entro il 2100 potrebbero colpire circa due terzi della popolazione europea, rispetto all’attuale 5 %: ad esempio, i danni annuali causati dagli straripamenti dei fiumi in Europa, che oggi ammontano a 5 miliardi di euro, potrebbero salire a 112 miliardi; il 16 % dell’attuale zona climatica del Mediterraneo potrebbe divenire arida entro la fine del secolo e in vari paesi dell’Europa meridionale la produttività del lavoro all’aperto potrebbe diminuire di circa il 10-15 % rispetto ai livelli odierni. Si stima inoltre che la prevista disponibilità di alimenti sarebbe notevolmente inferiore in uno scenario di riscaldamento globale di 2 ºC rispetto a 1,5 ºC, anche in regioni di primaria importanza per la sicurezza dell’Unione, come l’Africa settentrionale e il resto del bacino mediterraneo, compromettendo la sicurezza e la prosperità nel senso più ampio di questi termini, danneggiando i sistemi economici, alimentari, idrici ed energetici, e innescando quindi ulteriori conflitti e pressioni migratorie. Se non si affrontano i cambiamenti climatici, insomma, sarà impossibile assicurare in Europa uno sviluppo sostenibile e la realizzazione dei relativi obiettivi.

L’obiettivo della strategia a lungo termine è quello di ribadire l’impegno dell’Europa a guidare l’azione internazionale per il clima e di delineare una transizione verso l’azzeramento delle emissioni nette di gas ad effetto serra entro il 2050 che sia equa sul piano sociale ed efficiente in termini di costi. Con questa strategia la Commissione europea non intende lanciare nuove politiche, né rivedere gli obiettivi fissati per il 2030 ma piuttosto indicare la rotta delle politiche Ue per il clima e l’energia inquadrando quello che l’Unione considera il proprio contributo a lungo termine agli obiettivi di contenimento della temperatura stabiliti con l’accordo di Parigi, in linea con gli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, i cui effetti si ripercuoteranno anche su molte altre politiche dell’Unione. La strategia avvia un profondo dibattito tra i decisori e i cittadini europei riguardo a come i 28 dovrebbero prepararsi in una prospettiva temporale al 2050, in previsione della strategia europea a lungo termine da presentare entro il 2020 alla convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. In  tal senso il contributo di ogni Paese è fondamentale.

Infarto: nuovo farmaco sperimentale

Un infarto innesca processi infiammatori patologici e formazione di tessuto cicatriziale nella parte del cuore interessata. Conseguentemente il muscolo cardiaco perde in parte la capacità di pompare il sangue e alla lunga si può andare incontro ad insufficienza cardiaca.

Gli autori del lavoro sostengono che il loro farmaco sperimentale, SR9009, impedisca sul nascere questa serie di eventi.

La molecola agisce sul cosiddetto ‘inflammosoma Nlrp3’, un complesso proteico che scatena una risposta infiammatoria esagerata e patologica. Pur trattandosi di un lavoro ancora preliminare, conclude Martino, la molecola SR9009 sembra promettente come farmaco di urgenza da somministrare subito dopo l’infarto.

Giacomo Costa SJ: La democrazia cambia pelle

Proponiamo, un abstract, dell’editoriale pubblicato sulle pagine di Aggiornamenti Sociali a firma del  Direttore responsabile della rivista Giacomo Costa SJ

La chiusura della crisi politica apertasi lo scorso agosto «non mette fine a una situazione di affaticamento e progressivo svuotamento della vitalità della democrazia che ormai va avanti da anni e che non riguarda solo l’Italia»; tuttavia, «la democrazia non è malata, ma sta cambiando pelle, come del resto è già successo più volte nel corso della sua storia (…); la democrazia cambia perché è lo specchio di una cultura che sta anch’essa mutando». Lo afferma nel suo editoriale di ottobre padre Giacomo Costa, direttore di Aggiornamenti Sociali, rivista e think tank dei gesuiti italiani.

Dopo avere chiarito che «non è nostra intenzione valutare la bontà della nuova maggioranza, e ancor meno esprimere una prognosi sulla durata e sulle performance del nuovo Governo», l’editoriale analizza alcune mutazioni in corso: «Per molti di coloro che hanno vissuto con passione l’esperienza democratica e politica italiana ed europea della seconda metà del XX secolo è innegabile un sentimento di umiliazione e avvilimento perché il dibattito pubblico, onesto e appassionato, che si regge sul valore dato alla parola e mira a identificare soluzioni condivise e inclusive, non è più considerato il motore di un sistema autenticamente democratico». Non solo, «per i democratici cattolici si aggiunge una umiliazione supplementare: quella di vedere simboli della fede trasformati in talismani alla conquista del consenso». In generale, «l’affaticamento della democrazia è confermato dalla sensazione che essa abbia perduto la propria capacità propulsiva del cambiamento sociale».

Inevitabilmente, «l’intersecarsi di queste dinamiche impatta pesantemente sulla fisionomia e l’identità di quel soggetto collettivo – il popolo – a cui la democrazia rimanda fin dal suo etimo. La democrazia del XX secolo funzionava in presenza di un popolo strutturato». Oggi «il popolo come soggetto collettivo è qualcosa da costruire, garantendo che ciascuno vi trovi il proprio spazio».

«Non è più il tempo però – prosegue padre Costa – di fermarci a lamentare la crisi della democrazia. È venuto il momento di metterci il cuore in pace: la democrazia come l’abbiamo conosciuta e praticata nella seconda metà del XX secolo non esiste più ed è inutile pensare che sia possibile restaurarla». Ce lo dicono ad esempio alcune dinamiche della comunicazione politica: «La perdita di valore dei fatti come ancoraggio argomentativo e della verità, sempre più frammentata e “personalizzata”» e il fatto che «l’argomentazione razionale, arma ormai spuntata, è sostituita dalle tecniche comunicative di gestione del consenso».

La seconda parte dell’editoriale approfondisce il modo in cui il mutamento dello scenario investe i cattolici italiani, i quali «si confrontano con proposte identitarie che si presentano forti del fascino della semplificazione, ancor più quando non hanno scrupoli a brandire simboli religiosi». I cambiamenti evidenziati, secondo padre Costa, «non devono far venire meno la responsabilità dei cattolici, che continuano a essere chiamati a giocare il loro ruolo, anzi meglio, i loro ruoli». È più opportuno usare il plurale perché «di fronte alla “evaporazione” del popolo e al rischio di vederlo assorbito in proposte identitarie di parte, occorre valorizzare la pluralità di ruoli che i cattolici ricoprono, non solo in riferimento allo schieramento politico, ma soprattutto rispetto ai processi sociali in cui il Paese esprime la propria vitalità. (…) Con un gioco di parole, possiamo affermare che il ruolo dei cattolici oggi è avere molti ruoli, e continuare a farli interagire, all’interno della comunità cristiana e ancora di più con le altre componenti sociali di diversa ispirazione. Un modo per farlo è praticare sempre più quello stile sinodale che la Chiesa sta assumendo in questi ultimi anni». E ancora «favorire un autentico dialogo intergenerazionale».

A chiudere l’editoriale un doppio interrogativo che è anche un auspicio: «Saprà questo Governo e soprattutto la maggioranza che lo sostiene svelenire il clima, in modo che sia possibile dare il via a un esperimento di democrazia del nostro tempo? Sapremo noi cittadini fare la nostra parte, imparando a far dialogare le differenze anche all’interno dello scenario della post-verità, uscendo dalle bolle e dalle seduzioni del marketing delle emozioni? Aver sperimentato quanto forti e attraenti siano le pulsioni totalitarie ci dice quanto sia vitale riuscirci».

Leggi il testo completo dell’editoriale

Inchiesta in Vaticano: le leggi che funzionano e la gogna mediatica

Articolo pubblicato, in data odierna, sulle pagine dell’Osservatore Romano

La notizia degli accertamenti intrapresi dalla magistratura vaticana e che riguardano alcune persone al servizio di organismi della Santa Sede ha avuto, comprensibilmente, un’eco considerevole nei mezzi di comunicazione. Tra le interpretazioni, i commenti e le analisi che hanno accompagnato la divulgazione della notizia da parte della Sala stampa Vaticana non è stata sufficientemente sottolineata un’evidenza: quanto accaduto sta a testimoniare concretamente che i processi avviati da Benedetto XVI e portati avanti dal suo successore funzionano. Sta a testimoniare che le nuove leggi dello Stato della Città del Vaticano sono applicate e che gli organismi di controllo, di revisione e gli stessi organismi controllati sono in grado di segnalare alla magistratura eventuali anomalie chiedendo che venga fatta chiarezza. Il doloroso percorso annunciato in questi giorni non è dunque il sintomo del fallimento di un sistema. Al contrario dimostra che il sistema ha sviluppato gli anticorpi per reagire e che il cammino delle riforme degli organismi economico-finanziari è ben avviato.

Ma c’è una seconda e altrettanto importante considerazione da fare, che riguarda quanto accaduto il giorno dopo la divulgazione della nota della Sala stampa vaticana: le persone sottoposte agli accertamenti sono state infatti oggetto di una vera e propria gogna mediatica con tanto di pubblicazione delle loro foto nonostante le eventuali responsabilità siano ancora da accertare. Coloro che sono stati coinvolti nell’indagine avevano e hanno il diritto di essere rispettati per la loro dignità di uomini e di donne, sia che si tratti di sacerdoti, sia che si tratti di padri e madri di famiglia.

Ogni sovranismo produce effetti negativi

Sembra quasi che non appena ci si immagina che l’universo si espanda, che, subito dopo, ci si fa l’idea che deve invece contrarsi, rimpicciolirsi. Un’altalena tra diventare più grande e ritornare più piccoli.

Ubriacatura sulla mondializzazione: tutto il mondo è un mercato, magari limitando sempre più regole comportamentali, e a stagione finita, sentire il desiderio di ricostruire palizzate di confine: ciascuno dentro il proprio orticello.

Trumph squilla la tromba in modo più deciso di tanti altri, per dire “torniamo indietro!”. I dazi che imporrà sono ad oggi, i muri più alti che si possano costruire. Fanno più male di quanto ci si possa immaginare. Certe guerre, ormai, si combattono secondo queste modalità. Ricordo ancora gli anni novanta in cui tutti quanti, americani compresi, brindavano felicemente all’apertura di un unico mercato mondiale. Sembrava che uomini, merci e denaro, potessero scivolare bellamente lungo tutti i pendii del mappamondo senza più trovare ostacoli.

Ogni visione parziale veniva cancellata con una perentoria decisione globalizzante.

Adesso, invece, una doccia così fredda che nemmeno gli scozzesi saprebbero sopportare. Le merci non potranno viaggiare né in prima né in terza classe, relegate a soggiornare laddove sono inizialmente zampillate. Il nostro parmigiano reggiano e il grana padano non troveranno accoglienza nei palati statunitensi; stessa sorte ai nostri prelibati prosciutti e questa fila sarà ingrossata persino dal nostro delizioso pecorino romano e chissà da quali altri prodotti nostrani.

Una sonora batosta alla nostra economia. Trumph non è andato per il sottile e adesso questa morsa schiaccerà ulteriormente la nostra economia. Il nostro Governo non credo possa fare alcunché. Sia il primo Ministro che il Ministro degli Esteri sono già stati smentiti dalle misure prese.

Il guaio non è solo riconducibile a quanto stiamo verificando in queste ore, ma trova la sua genesi nella faciloneria con cui si sono fatti i passi per decretare la globalizzazione alla fine degli anni ottanta e lungo il decennio successivo.

Ogni sovranismo produce effetti negativi, ma ne ha prodotti anche una sciagurata tendenza opposta.

Da sempre ho sostenuto le tesi di passaggi moderati, tanto in un verso quanto nel suo opposto.

Diffidiamo, pertanto, dai comportamenti estremisti. Sono sempre pronti a rovesciarci addosso gli aspetti deteriori che all’inizio non sanno scorgere o volutamente nascondono.

Questi sono tempi piuttosto burrascosi e se la saggezza sembra essere andata in vacanza, a farne le spese sono quelli che non hanno saputo, in tempo utile, opporsi ai costumi più scriteriati che la politica via via ci ha consegnato in questi ultimi trent’anni di storia.

La destra che non c’e’ ancora

La destra italiana durante il periodo della democrazia bloccata della cd. Prima Repubblica, viveva di sfumature nostalgiche in cui esauriva il suo collocarsi: figure retoriche di stile come la triade Dio-Patria-Famiglia erano eredi di una visione della società e dello Stato legata all’ordine, alla disciplina, alle rigide gerarchie, ai dogmi culturali mutuati dal regime. Da quando, dopo la rottura dello stallo centrista, emerse il bipolarismo come espressione della democrazia dell’alternanza né destra ne’ sinistra hanno saputo esprimere modelli economici e sociali sostenibili ma neppure definiti per identità, proprietà, differenza, tipicità.

Nessuna forza politica ha saputo immaginare un archetipo di società proponibile, dal presente verso il futuro, così come in Europa l’assenza di valori fondativi condivisi, di una Costituzione comune, di istituzioni in cui i cittadini comunitari potessero riconoscersi con spiccato senso di appartenenza, ha reso l’UE un’entità ibrida, fragile e indefinita. La fase storica del dopo-tangentopoli reca i tratti somatici del trasformismo parlamentare del primo 900. In particolare in un Paese fondamentalmente conservatore come l’Italia colpisce l’assenza di una destra popolare, liberale, conservatrice ed europea. Le elezioni del 4 marzo u.s. sono il discrimine tra una destra ideologica minoritaria e l’esplosione, sincrona ad altri paesi europei, di movimenti capaci di rompere gli schemi del passato: nazionalismo, difesa delle frontiere, declino della globalizzazione, sovranismo, svincolo dai lacci economici imposti dall’Europa a costo di uscirne, difesa della cultura e dell’identità legate alla tradizione sono tratti connotativi di forme di rappresentanza politica slegate dalle radici e dai legami del conformismo che rende schiavi i popoli, non sapendo spiegare le ragioni della legittimazione istituzionale dell’UE e la capacità negoziale e di rappresentanza dei governi nazionali.

Cosa è l’Europa oggi se non un sogno infranto, un rassemblement di interessi contrapposti, di egoismi nazionalistici, di veti, distinguo, lacci e vincoli? In via generale si assiste ad un ritorno delle forze nazionaliste ed antieuropee: il pericolo del fondamentalismo e dell’ipoteca culturale dell’islamismo sulla cosmopolita società europea , il prevalere dei poteri economici come deterrente alla libera determinazione di modelli nazionali, l’allargamento confuso di Paesi aderenti all’UE, senza una matrice identitaria, l’esplosione di fenomeni di criminalità comune legati all’immigrazione clandestina hanno reso fragile l’Europa, tra la deriva populista dell’accoglienza indiscriminata e senza regole e l’altrettanto populista reazione xenofoba. Questo spiega l’enorme consenso delle forze politiche oggi al governo e dovrebbe suscitare più di un mea culpa in chi ha eluso la difesa delle libertà individuali e sociali, ha confuso il bisogno di sicurezza come un fantasma evocato in modo strumentale, senza capire le paure della gente, non ha saputo realizzare politiche di welfare ne’ far ripartire l’ascensore della crescita economica e sociale.

Tuttavia sarebbe colpevolmente conformista restare indifferenti ai nuovi, disinvolti, demagogici stili di governo del Paese. Ci sono troppe distonie implicite, a cominciare dal dualismo velatamente collaborativo ma sostanzialmente concorrenziale e per certi aspetti antitetico delle due forze che compongono il governo: hanno sottoscritto un contratto ma pensano ad un riposizionamento diverso ed egemone.
Prevale la logica della colpevolizzazione preconcetta: del passato, dell’opposizione, del dissenso, delle stesse istituzioni, di una burocrazia disprezzata, la forte personalizzazione in capo ai leader dei due schieramenti, modalità comportamentali ed espressive francamente sbrigative e fuori dalle righe specie tra i pentastellati Prevale una scelta di imposizione dogmatica e preconcetta, preclusa al dialogo interno e con le opposizioni. E dubito, mi sia consentito, che ciò avvenga in nome del preminente interesse dello Stato quanto piuttosto in ragione di logiche di appartenenza come mai era accaduto nel passato della vita democratica e parlamentare del nostro Paese.

Sorprende che forze politiche che fanno proprie alcune matrici ideologiche caratterizzanti della destra sociale (nazionalismo, difesa dei confini, autarchia, sovranismo, populismo assistenziale, lotta all’immigrazione, uscita dall’Europa … siano empaticamente più legate alle logiche e alle tattiche proprie dell’opposizione che a quelle del governo e della stabilità. Il pericolo del debito fuori controllo per realizzare politiche di consenso elettorale e non di investimento e sviluppo per il lavoro potrà generare un effetto moltiplicatore per gli anni a venire, alzando la soglia del conflitto sociale fino all’ombra del default.
Il reddito di cittadinanza rischia di legittimare modelli assistenzialistici e clientelari, del do ut des, per trovare i quali bisogna risalire alla lunga deriva di finanziare in deficit la crescita del Paese, tipica della Prima repubblica. Non punta allo sviluppo ma ad una concezione della vita intesa come fonte di diritti, al mantenimento in carico allo Stato, al consumo senza produzione. Alla rendita senza lavoro.

Affidando il procacciamento di occupazione ad un manipolo di “navigator” a loro volta reclutati senza un vaglio selettivo, delegati alla negoziazione senza una verifica delle competenze e senza una metodologia operativa che consenta di esercitare su di loro le azioni proprie del controllo interno, di quello esterno e persino di quello sociale.
Chi si rivolge alla gente vantando di far piazza pulita dei parassiti del regime altro non vuole che sostituire questi ultimi con nuovi, fedeli servitori, proni e supini ai voleri del capo politico di turno.
Mi pare si avverta l’assenza di una destra riformatrice e moderata, che abbia il coraggio di definirsi conservatrice di fronte ai pericoli del default economico, sociale e morale, che non usi strumentalmente il bilancio dello Stato per realizzare interessi di parte e per acquisire demagogicamente nuovi consensi.
Una destra che non c’è e che manca al Paese, perché sostanzierebbe il principio dell’alternanza con motivazioni culturalmente e storicamente fondate. Una destra ancora lontana dal prender forma e identità.

Una destra della moderazione e non del moderatismo – (ricordo ne’ potrei dimenticare quanto mi disse Mino Martinazzoli: “in politica, a destra o a sinistra che sia, il moderatismo sta alla moderazione come l’impotenza sta alla castità”) – coraggiosa nella tutela dei ceti sociali più deboli, dunque una destra sociale, intransigente sui valori di identità e appartenenza affatto sdolcinata rispetto al buonismo qualunquista, severa nell’applicazione di leggi giuste, ispirata – perché no, una volta per tutte- ai principi fondativi della Costituzione Repubblicana in cui tutti dobbiamo riconoscerci, sdoganandoli dalle appartenenze ideologiche.

Questa destra, scaltrita e moderna, pur essendo radicata in una consistente parte del sentire comune, non appartiene forse alla cultura politica del nostro Paese, soprattutto per l’assenza di una nuova classe dirigente che sappia esprimerne i valori storicamente consolidati ma in un’ottica di confronto pulito, aperto, leale, che gioverebbe persino alla sinistra oltre che al Paese.
Eppure il fatto stessa di immaginarla sarebbe una conquista e una novità, per mirare al perseguimento di un’alternativa democratica al presente.

Paure e fantasmi in tempo di spaesamento

Articolo già apparso sulle pagine di Civiltà Cattolica

Il contesto dell’articolo. L’articolo riprende il tema della fine della civiltà occidentale, già presente nella grande saggistica del Novecento, anche alla luce di alcune pubblicazioni di anni recenti.

Perché l’articolo è importante?

L’articolo innanzi tutto rileva che alla contemporanea esperienza della precarietà e dell’impotenza contribuisce, per la sua parte, l’incertezza diffusa degli equilibri sociali e politici, interni e internazionali. Secondo l’autore questo è il terreno sul quale fiorisce la cosiddetta «cul­tura apocalittica»: Anticristo, fine della civiltà, prossima epoca di bar­barie, fine del mondo.

Successivamente l’autore si concentra in particolare sul tema della «fine della civiltà». Illustri storici e pensatori se ne sono occupati specifi­camente, senza riferirsi a concezio­ni apocalittiche, della fine, vera o presunta, della civiltà occidentale. E considera, mettendolo a confronto, il diverso pensiero di tre di essi: Oswald Spengler, Benedetto Croce e Johan Huizinga; ossia, in estrema sintesi, il pessimismo, l’ottimismo e la spe­ranza.

Nel rilevare che appare più vicina al nostro sentire, alla nostra espe­rienza, l’analisi di Huizinga – che immaginava tra l’altro un ruolo nuovo e positivo delle religioni, in tempo di crisi dell’Occidente –, l’articolo sottolinea però che il pensiero dei tre autori mo­stra comunque due limiti evidenti. Si tratta di pensatori e scrittori eurocentrici e di un eurocentrismo ferito e corrotto dalle piaghe delle dittature, del militari­smo, delle guerre.

Insomma, la civiltà che abbiamo conosciuta tramonta e, attraverso le sue crisi, si trasforma, senza poter morire. Come dice il Papa alla luce della fede cristiana, non esiste ca­sualità, non ci sarà il caos.

Quali sono le domande che l’articolo affronta?

  • È davvero finita la civiltà occidentale?
  • Se finisce una civiltà, un’epoca, siamo destinati al caos?

Qui l’articolo completo 

Caritas: Voci dall’Amazzonia, terra, popoli e religioni

Alla vigilia dell’evento sinodale, la conferenza è una occasione per porgere ascolto alla voce dell’Amazzonia, che si esprime nel grido della terra violata dall’attività estrattiva, portata avanti in maniera selvaggia da soggetti incuranti del grido dei poveri, nel racconto di popoli che si lasciano educare dall’abbraccio fraterno tra fiumi e foreste e nel canto riconoscente di comunità che coltivano la bellezza.
La conferenza, dopo uno spazio introduttivo con saluti istituzionali, descriverà lo spirito dell’Amazzonia tramite le prospettive dei governi locali, testimonianze dirette di rappresentanti delle popolazioni indigene e rappresentanti della chiesa sinodale.
I diversi relatori accompagneranno la propria testimonianza con l’espressione di un impegno ad accompagnare un cammino che dall’Amazzonia vuole ripartire verso un orizzonte di fraternità umana universale. Tra i relatori: Mons. Miguel Cabrejos, OFM, presidente Consiglio Episcopale Latinoamericano; Fr. Michael Perry, ministro generale dei Francescani (Ordine dei Frati Minori) e Patricia Gualinga, leader Sarayaku, Ecuador.

Miglioramento della stabilizzazione macroeconomica nell’area dell’euro

Un decennio dopo la crisi finanziaria globale, il livello di attività economica nell’area dell’euro rimane deludentemente basso. Il PIL pro capite reale ha impiegato nove anni per superare il livello del 2007. Allo stesso modo, l’inflazione nell’area dell’euro è rimasta ostinatamente al di sotto dell’obiettivo della BCE per gran parte dell’ultimo decennio.

Durante tutto questo periodo, la BCE ha agito in modo decisivo per sostenere la domanda nell’area dell’euro e aumentare l’inflazione su un percorso sostenibile verso il nostro obiettivo di sotto, ma vicino al 2% a medio termine. Ciò ha incluso l’abbassamento dei tassi chiave della BCE per registrare livelli bassi e l’adozione di un’ampia gamma di misure di politica monetaria non standard.

Al contrario, il contributo della politica fiscale alla stabilizzazione macroeconomica nel periodo post-crisi è stato ridotto al minimo. Dal 2010 al 2012, le economie che rappresentano circa un terzo del PIL dell’area dell’euro hanno effettuato un inasprimento fiscale prociclico per ripristinare la fiducia nel loro debito pubblico, che ha contribuito in modo significativo alla seconda recessione in quel periodo. Da allora, la politica fiscale è stata sostanzialmente neutrale.

Alla nostra ultima riunione, il Consiglio direttivo ha risposto al perdurare dell’inflazione rispetto al nostro obiettivo. I recenti dati economici indicano una debolezza più prolungata nell’economia dell’area dell’euro. Rimangono importanti rischi di ribasso e le pressioni inflazionistiche vengono silenziate. Abbiamo introdotto un pacchetto di misure volte a sostenere l’espansione dell’area dell’euro, l’accumulo continuo di pressioni sui prezzi nazionali e, quindi, la costante convergenza dell’inflazione al nostro obiettivo a medio termine.

Abbiamo anche notato la necessità che i paesi con spazi fiscali agiscano in modo tempestivo ed efficace e che tutti i paesi intensifichino i loro sforzi per ottenere una composizione più favorevole alla crescita delle finanze pubbliche.

Nelle mie osservazioni di oggi, mi concentrerò sui ruoli della politica monetaria e fiscale nel sostenere la stabilizzazione macroeconomica nell’area dell’euro. In particolare, spiegherò perché ora è un momento particolarmente appropriato per lo stimolo fiscale. Offrirò anche alcune riflessioni su come migliorare l’attuale quadro fiscale.

Stabilizzazione macroeconomica in un’unione monetaria
La letteratura sulle aree valutarie ottimali sottolinea la necessità di contrastare due tipi di shock: quelli comuni a tutti i paesi e quelli asimmetrici che colpiscono un sottoinsieme di paesi.

Per shock comuni, la politica monetaria può agire per stabilizzare l’economia.

Ma per gli shock idiosincratici, la stabilizzazione diventa più complicata. La politica monetaria non può colpire i singoli paesi e le persone colpite non possono più adeguare il loro tasso di cambio per attenuare gli effetti dello shock. Quindi la letteratura sottolinea la necessità di far convergere i cicli economici, in modo da dominare generalmente gli shock comuni. Per gli shock asimmetrici, la stabilizzazione viene ex ante da una maggiore condivisione transfrontaliera dei rischi per migliorare la resilienza, ed ex post dalla politica fiscale.

Ma alla luce della recente esperienza, vale la pena rivisitare questa classica separazione tra l’uso della politica monetaria per shock comuni e la politica fiscale per shock asimmetrici. La politica fiscale a livello nazionale nell’area dell’euro non è stata in grado di contrastare completamente gli shock asimmetrici durante la crisi. E a livello aggregato, la stabilizzazione può beneficiare della politica monetaria e fiscale che funziona in tandem, dato l’attuale contesto di bassi tassi di interesse.

I tassi di interesse nominali sono in calo nelle economie avanzate dagli anni ’80. In gran parte, questo calo è attribuibile al calo dell’inflazione media in quel periodo. Gli investitori richiedono una compensazione inferiore per l’inflazione futura attesa e anche la caduta della volatilità dell’inflazione ha ridotto il premio al rischio di inflazione. Il declino è anche il risultato di un calo secolare del tasso di interesse naturale, che è il tasso che bilancia il risparmio desiderato e gli investimenti nell’economia. Mentre il tasso naturale non può essere misurato con precisione, un intervallo di stime indica il suo declino.

Ci sono una serie di fattori che contribuiscono a questo declino, il principale tra i quali è una crescita potenziale inferiore. Una minore crescita potenziale riduce il tasso atteso di rendimento del capitale, quindi riduce il tasso al quale le imprese sono disposte a prendere in prestito per investire.

Altri fattori che si ritiene abbiano ulteriormente pesato sul tasso di interesse naturale includono l’invecchiamento della popolazione in Europa, il ruolo della distribuzione del reddito, l’aumento del risparmio nei mercati emergenti e un aumento generale dell’avversione al rischio.

Questo calo del tasso di interesse naturale ha importanti implicazioni per il mix ottimale di politiche nell’area dell’euro. Il tasso di interesse al quale la politica monetaria diventa accomodante è direttamente in linea con il tasso naturale, quindi l’effettivo limite inferiore ai tassi nominali è diventato una considerazione molto più importante quando si imposta la politica. Prima della crisi, è stato stimato che i tassi di interesse nell’area dell’euro potrebbero raggiungere lo zero solo una volta ogni 50 anni. Al tasso naturale attuale, è probabile che tassi di zero o inferiori si verifichino molto più frequentemente.

Come ha dimostrato l’esperienza dell’ultimo decennio, il declino del tasso naturale non è un ostacolo alla politica monetaria che fornisce alloggio all’economia. Ciò significa che la politica monetaria deve rimanere più accomodante più a lungo e fare un maggiore uso di misure non convenzionali. Tali fattori comportano un aumento del rischio di effetti collaterali indesiderati.

In una tale situazione, la teoria economica ci dice che la politica fiscale dovrebbe svolgere un ruolo molto più sostanziale nella stabilizzazione del ciclo economico di quanto non farebbe normalmente.  La ragione di ciò è semplice.

In tempi normali, quando la produzione è vicina al potenziale e l’inflazione è vicina al suo obiettivo, un’espansione fiscale minaccia di spingere l’inflazione al di sopra dell’obiettivo della banca centrale. Le banche centrali rispondono aumentando i loro tassi ufficiali e l’aumento dei tassi di interesse in parte affolla la domanda del settore privato. Tuttavia, quando l’economia opera al di sotto del potenziale, la banca centrale non ha motivo di combattere un’espansione fiscale. I tassi politici non aumenterebbero e la domanda del settore privato sarebbe affollata, portando a un effetto positivo molto più ampio sulla domanda aggregata e sull’inflazione.

In altre parole, quando i tassi politici sono vicini al limite inferiore, la politica fiscale diventa più efficace nello stimolare la domanda aggregata.

Inoltre, mentre la politica monetaria deve prendere il tasso di interesse naturale dato, la politica fiscale – se attuata in modo appropriato – può contribuire ad aumentarla, a sua volta rendendo più potente la politica monetaria. Le politiche per incoraggiare più persone, in particolare i lavoratori più anziani, a partecipare alla forza lavoro possono aiutare ad aumentare i tassi. L’aumento della spesa per l’istruzione e gli investimenti pubblici può sostenere la produttività e aumentare sia la crescita potenziale che gli investimenti privati .

Ogni politica implica compromessi, ovviamente. Gli effetti collaterali di una politica monetaria molto accomodante possono diventare indebitamente tangibili quando l’economia opera a lungo sotto il potenziale. In effetti, mentre riteniamo che, nel complesso, i benefici siano superiori ai costi, riconosciamo le sfide che un ambiente a basso tasso di interesse sostenuto rappresenta per le banche.

Riforma del quadro fiscale
Pertanto, la politica fiscale deve svolgere un ruolo nel contribuire a contrastare gli shock comuni a livello europeo. Nella misura in cui gli Stati membri hanno creato uno spazio fiscale, sarebbe pertanto auspicabile che la politica fiscale nell’area dell’euro sostenga più attivamente la stabilizzazione del ciclo economico. La nostra valutazione attuale è che la posizione fiscale è solo leggermente espansiva a livello aggregato.

Ma l’attuale quadro istituzionale non è sufficiente a fornire lo stimolo richiesto.

La politica fiscale rimane una responsabilità nazionale nell’Unione economica e monetaria (UEM), con alcune regole comuni applicabili ai singoli paesi. Nella sua prima incarnazione, il patto di stabilità e crescita si è concentrato quasi esclusivamente sulla sostenibilità fiscale, con scarsa enfasi sulla stabilizzazione fiscale. Negli ultimi anni ha subito diverse riforme, alcune delle quali allo scopo esplicito di dare maggiore risalto alle considerazioni di stabilizzazione, sia a livello di paese che a livello dell’area dell’euro. Il risultato sono state regole che sono ora considerate complesse e opache, con poche prove del fatto che abbiano adottato una posizione di politica fiscale più anticiclica nell’area dell’euro.

Il patto di stabilità e crescita ha una flessibilità limitata e non si presta a integrare elementi di stabilizzazione a livello di area. Le norme fiscali nazionali, con particolare attenzione alle questioni interne, tendono a trascurare gli spillover transfrontalieri positivi. Non riconoscono i vantaggi della condivisione del rischio tra paesi e il ruolo vitale svolto dal settore pubblico nel sostenerlo.

In altre parole, le regole basate esclusivamente a livello nazionale, o persino le regole che coordinano una posizione di bilancio tra paesi, non sono sufficienti da sole. Le prove empiriche suggeriscono che le ripercussioni da un’espansione fiscale in un paese dell’area dell’euro ad altre sono positive, ma piccole. Pertanto, sebbene sia importante per quei paesi con spazio fiscale disponibile utilizzarlo a livello nazionale per sostenere la stabilizzazione generale, una capacità di bilancio centrale con la capacità di allocare le spese tra i paesi sarebbe più potente.

Una capacità fiscale centralizzata dedicata non interferirebbe con la politica interna. Concentrandosi sulla stabilizzazione a livello di area comune non è necessario influire sullo spazio fiscale nazionale ma piuttosto fornire un livello aggiuntivo. Questa attenzione contribuirebbe inoltre a garantire che le aree di spesa essenziali per la crescita a lungo termine non vengano ridotte durante una recessione, contribuendo a preservare lo spazio fiscale futuro e sostenere i tassi di interesse reali a lungo termine.

Una capacità fiscale centrale di questo tipo dovrebbe chiaramente essere attentamente progettata per mitigare qualsiasi rischio di rischio morale. Ma, soprattutto, dovrebbe avere una potenza di fuoco sufficiente per contribuire efficacemente alla stabilizzazione macroeconomica. Deve essere sufficientemente ampio e agile per reagire rapidamente alle minacce emergenti.

Ma la stabilizzazione macroeconomica nell’area dell’euro può funzionare correttamente solo quando le altre caratteristiche e istituzioni dell’UEM sono adeguatamente progettate e operative.

Innanzitutto, l’unione bancaria deve essere completata. La vigilanza bancaria unificata e il Fondo unico di risoluzione delle crisi (SRF) hanno fornito una maggiore fiducia nel fatto che le banche che operano in altri paesi dell’area dell’euro devono affrontare le stesse condizioni del loro mercato interno. Ma l’unione bancaria rimarrà incompleta fino a quando non verrà introdotto un sistema comune di assicurazione dei depositi e le dimensioni del backstop fiscale dell’SRF saranno aumentate. Sebbene vi sia un accordo politico sul backstop dell’SRF e sul suo mandato, non esiste ancora un accordo sul sistema europeo di assicurazione dei depositi.

In secondo luogo, è indispensabile accelerare i progressi nell’unione dei mercati dei capitali. Questo è ambizioso. Implica una razionalizzazione degli aspetti fondamentali delle politiche nazionali, come i regimi fiscali e di insolvenza, che sono essenziali per l’integrazione delle basi giuridiche dei mercati transfrontalieri. I mercati dei capitali possono attenuare gli shock specifici per paese fornendo un pool più ampio di attività finanziarie che possono essere condivise oltre confine. Ciò aiuta a dissociare ricchezza e reddito – e quindi i consumi – dalla produzione.

Conclusione
Vorrei concludere.

Le prospettive di rischio nell’area dell’euro sono nuovamente inclinate al ribasso. Questa è una preoccupazione congiunturale. Il declino globale del tasso di interesse naturale nell’ultimo quarto di secolo, tuttavia, pone sfide strutturali. I tassi ufficiali rimarranno probabilmente bassi, secondo gli standard storici, e potrebbero raggiungere i limiti inferiori più frequentemente rispetto al passato.  Dall’esperienza in Giappone abbiamo appreso che è possibile rimanere intrappolati in un circolo vizioso di calo delle aspettative di inflazione, calo dell’inflazione e un limite inferiore vincolante sui tassi di interesse nominali da cui è difficile sfuggire.

È quindi della massima importanza rafforzare la potenza di fuoco della politica di stabilizzazione dell’area dell’euro mediante un mix di politiche che, pur continuando a sfruttare appieno la politica monetaria, assegna un ruolo più sostanziale alla politica di stabilizzazione fiscale. Porre le basi istituzionali per una capacità fiscale europea sarebbe un passo importante in questa direzione.

Brescia: Carlo Cattaneo, il contemporaneo

Fonte Associazione Popolari

Nel 2019, oltre al Centenario del Partito popolare italiano e al 60° anniversario della scomparsa del suo fondatore Luigi Sturzo, si commemora anche il 150° della morte di Carlo Cattaneo (Milano 1801 – Lugano 1869).

Spirito concreto e programmatico, Cattaneo ha elaborato le tesi per un rigoroso e serio federalismo, ed è stato, insieme proprio a Luigi Sturzo, uno dei grandi cantori del ruolo fondamentale dei Comuni (“le patrie singolari”). Fu lui a insistere sull’importanza delle città nello sviluppo socio-economico. Su questo tema specifico si terrà a Brescia il prossimo 8 ottobre un convegno nazionale (qui il programma) che riproporrà l’attualità del pensiero di Cattaneo, che per molti aspetti può essere considerato un contemporaneo.

Idee che meritano ascolto in Italia, paese stretto da una evidente schizofrenia tra un neocentralismo pericoloso e tendenze regionaliste separatiste che con il federalismo e le autonomie di Cattaneo non hanno alcuna parentela. Schizofrenia che porta a sacrificare proprio l’importanza del Comune che è, invece, in crescita, ideale e pratica, in tutto il mondo.

Occorre riflettere sulle parole che recentemente il Presidente della Repubblica ha formulato nella prefazione del libro che ricorda uno degli importanti sindaci bresciani, Pietro Padula, non a caso esponente dei democratici popolari di ispirazione cristiana che affondano le loro radici culturali in quel pensiero delle Autonomie e dei corpi intermedi che parte da Tocqueville e Cattaneo per riassumersi nel municipalismo sturziano. Scrive Mattarella: “La consapevolezza che il Comune è l’istituzione della Repubblica più vicina ai bisogni delle persone ha sempre accompagnato la riflessione di Padula. La sua visione, in coerenza con il dettato costituzionale è sempre stata quella di una Repubblica delle Autonomie, antitetica rispetto ai disegni neo-centralisti e opposta a un modello di regionalismi ingigantiti, suscettibili di mortificarle”.

Banda Ultra Larga: trecento cantieri aperti in Piemonte

Sono 223 i cantieri aperti per la posa della banda ultra larga (Bul) in fibra e 78 per onde radio in Piemonte. Questi gli ultimi dati relativi al piano per l’infrastrutturazione digitale in Regione, diffusi dall’assessore all’Innovazione Matteo Marnati a Gattinara (VC) nel corso del Roadshow per la rappresentazione dello stato dell’arte dell’agenda digitale e del piano Bul per la Regione Piemonte e per i territori delle province di Novara e Vercelli. Ne dà conto una nota dell’ufficio stampa della giunta regionale. Nonostante i problemi burocratici, il piano per la posa della banda larga va avanti.

«La banda ultra larga – ha detto l’assessore Matteo Marnati – non è soltanto utile, ma fondamentale per lo sviluppo tecnologico ed economico regionale soprattutto a sostegno del mondo imprenditoriale. Porteremo tutti i servizi regionali in digitale con lo scopo di semplificare ed agevolare le pratiche sia per i cittadini che per le aziende».

L’agenda digitale della Regione Piemonte procede spedita con il piano di finanziamenti previsto dal Programma operativo regionale (Por), del Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr) Por 2014-2020. Si registra l’implementazione dello Spid, il Sistema pubblico di identità digitale, che ha una dote finanziaria di 1 milione e 620 mila euro; la realizzazione del Polo regionale dei pagamenti (PagoPa) Piemonte pay, integrato con la piattaforma nazionale, al fine di offrire ai cittadini il Fascicolo del contribuente, con dotazione di 2 milioni 880 mila euro. Da segnalare anche il fascicolo sanitario elettronico e i relativi servizi online: informatizzazione dell’area clinico-sanitaria, dematerializzazione dei documenti, accessibilità, ritiro referti online o cambio medico, con 17 milioni e 900 mila euro a disposizione; i servizi per l’agricoltura digitale attraverso il Siap, sistema informativo agricolo piemontese, con 1 milione 800 mila euro; il supporto agli enti intermediati dalla Regione Piemonte aderenti a Piemonte pay per 1 milione e 500 mila euro. C’è poi il “Bip 4 Maas”, biglietto integrato piemonte per Mobility as a service, ovvero l’accesso tramite smartphone ai servizi di mobilità, per 950 mila euro. E ancora, la dematerializzazione dei procedimenti territoriali, come ad esempio delle concessioni e delle riscossioni dei canoni del demanio idrico, della rilevazione delle istanze per la trasformazione del bosco in altra destinazione d’uso, con 700 mila euro disponibili; il cloud computing per la Pa piemontese, per 5 milioni di euro, e la valorizzazione dei dati pubblici attraverso gli open data, con una dotazione di 4 milioni 100 mila euro.

Lazio: il mese della prevenzione sul tumore al seno.

Parte nel Lazio ‘OTTOBRE ROSA’, il mese della prevenzione sul tumore al seno. L’iniziativa è stata presentata oggi alla Regione Lazio dall’assessore alla sanità, Alessio D’Amato. Una campagna con iniziative di prevenzione e informazione con un fitto programma di iniziative e percorsi di prevenzione interamente dedicati alle donne. I progressi nella ricerca hanno determinato negli anni una crescita continua delle percentuali di sopravvivenza, evidenziando in particolare l’importanza di una diagnosi precoce. Per questo motivo la sensibilizzazione rappresenta un aspetto fondamentale nel processo di cura.

La sede della Regione di Via Rosa Raimondi Garibaldi, si tingerà del colore che è diventato il simbolo della lotta contro il tumore mammario.

I Programmi di Screening consistono in percorsi organizzati di prevenzione e diagnosi precoce e sono attivi tutto l’anno. La Regione Lazio, attraverso le sue ASL, offre 3 percorsi di prevenzione gratuiti alle persone comprese nelle seguenti fasce d’età: donne 25-64 anni per la prevenzione del tumore del collo dell’utero; donne 50-69 (volontario fino a 74 anni) anni per la prevenzione del tumore della mammella; donne e uomini 50-74 anni per la prevenzione del tumore del colon retto. Viene spedita a casa una lettera d’invito con un appuntamento prefissato dalla ASL di appartenenza per effettuare il test di screening; l’appuntamento può essere modificato telefonando al numero verde indicato nella lettera.

«Riforme, restituire poteri ai sindaci», De Mita: ripartire da don Sturzo.

Articolo già apparso sulle pagine del giornale Nuova Irpinia

«Restituire poteri ai sindaci, offrendo loro risorse per dare risposte alle comunità, espropriate nel tempo di diritti e rappresentanza». Ciriaco De Mita ha indicato nella lezione di don Sturzo la premessa per riprendere il tema della riforme in Parlamento. Affrontando il tema dei continui tagli alle risorse degli enti locali, il Presidente dell’Area Pilota dell’Alta Irpinia è stato tra i protagonisti a Telese dell’ottava edizione del Piccolo festival della Politica. De Mita è intervenuto al panel moderato da Francesca Martelli di Open – La7, che ha messo a confronto le esperienze politiche e amministrative di generazioni diverse. Con il Presidente De Mita si sono confrontati giovani sindaci e deputati quali Diego Giusti, Josi Della Ragione, Angela Raffa, Mino Mortaruolo. Ciriaco De Mita si è soffermato sulla centralità della comunità nel rapporto tra la politica e il cittadino.

«TOLTI I POTERI AI SINDACI, PENALIZZATE LE COMUNITÀ LOCALI».

Progressivamente emarginata dal processo di selezione della classe parlamentare, allontanata dalla formazione dei governi, ora la comunità locale viene penalizzata anche dal taglio sistematico delle risorse alle amministrazioni sui territori. Ricordando che è la «prima istituzione democratica della vita», la comunità ora è rimasta un riferimento solo nel pagamento delle imposte, che in misura crescente finiscono per essere centralizzate, mentre al territorio resta sempre meno in termini di risorse da impiegare in servizi e investimenti, ha spiegato nella sostanza. Per questo ha evocato la necessità di una ‘rivoluzione’ su questo punto per ridare i poteri ai sindaci. Per De Mita le riforme in Parlamento dovrebbero mirare a ridare risorse ai Comuni per amministrare, favorendo in particolare gli enti locali piccoli. Una visione che si infrange di fronte ad una considerazione pessimistica dell’ex Premier. «La mancanza di pensiero è il difetto enorme della politica», ha osservato, criticando i movimenti perché duplicano su questo punto l’inefficienza dei partiti. Senza una analisi non c’è soluzione reale al problema, ha spiegato De Mita, che ha garbatamente contestato la politica degli slogan, delle formule prive di contenuti. Rivendicando il proprio democristiano retaggio politico, De Mita ha evocato la lezione di don Sturzo, per il quale la politica partiva dagli enti locali, considerando la libertà di azione del sindaco come la premessa alla soluzione dei problemi. Dare potere ai sindaci rappresenta nella sua analisi l’inizio della soluzione. La posizione espressa da Ciriaco De Mita si è sovrapposta perfettamente al tema dell’intera tre giorni di dibattiti, incentrata sulla politica che sfugge i problemi: «La polvere sotto il tappeto – palingenesi senza catarsi», l’eloquente titolo del Festival. I tanti ospiti intervenuti si sono confrontati sul «fenomeno diffuso del rapido rigenerarsi di partiti e movimenti politici in assenza di analisi critica ed autocritica». Appunto, politica senza pensiero, soluzioni annunciate senza analisi e approfondimento.

 

Sopravvivere, tra attesa e rinvio

“Trascorriamo la nostra vita dedicando più tempo a preparare che a fare”: in questo aforisma de “Il riformatore del mondo” di Thomas Bernhard sta una chiave di lettura per capire il dilemma dell’esistenza umana che oscilla tra la ricerca di una soluzione ai mali del mondo, e l’eterna insoddisfazione dei risultati raggiunti. L’uomo finisce per concepire la vita stessa come perenne attesa di una condizione migliore, relegando la quotidianità ad una mera alternanza di abitudini, tra eterno presente da definire e incerto e indefinito futuro da perseguire.

Così è in molti aspetti della realtà e della nostra condizione di viaggiatori che ondeggiano tra bisogno di approdi e pericolo di naufragi, in una vita di affetti e relazioni, assenze e presenze che recano ansie ed effimere certezze. Tra il tempo che scorre implacabile e il nostro bisogno di realizzare la pienezza esistenziale del presente c’è sempre un dettaglio da definire, un impegno da assolvere e un altro da accantonare. Il tempo dell’attesa è il luogo della preparazione e dell’incompiutezza, a volte della sofferenza interiore. Mi disse Reinhold Messner, confrontando il desiderio di scoperta di Ulisse alla paziente tessitura della tela di Penelope: “si guarda all’eroe che parte e non si considera la sofferenza di chi, restando, ne aspetta il ritorno. Le dimensioni umane nascoste sono più interessanti di quelle trionfalistiche”.

Nella nostra vita è così: per una madre che aspetta, un padre che non sa dov’è il figlio, uno che attende il ritorno di chi è partito. Lo notiamo ogni giorno, se distogliamo lo sguardo dal nostro smartphone e incontriamo quello di chi ci sta accanto, di cui spesso cogliamo solo indefinibili apparenze.

Ciascuno di noi è un tenente Drogo che aspetta nella fortezza Bastiani gli attacchi di un pericolo ignoto: dobbiamo difenderci, essere guardinghi. Non è forse la comunicazione autentica il convitato di pietra del nostro tempo? Ricordo le parole di Umberto Galimberti: “Oggi vedo persone che si accostano agli altri come se fossero dei muri. Amore e gratuità sono le due cose che possono dare un minimo di speranza a questa civiltà, ormai assediata solamente dagli interessi, dalla velocità del tempo”.

Pensiamo la globalizzazione come una conquista e ci accorgiamo di quanto finisca col dilatare le nostre insicurezze: nulla è mai definito per vivere il presente, tutto è perfettibile ma labile, vicino ma irraggiungibile. Restiamo impantanati nel luoghi comuni, ci soddisfiamo di apparenze, ci rifugiamo nel  mondo virtuale dove troviamo nicchie di solitudine, altre di complicità, altre ancora di malcelati inganni: eppure, sapendolo, permettiamo ai nostri figli di girovagare in quei meandri reconditi e imperscrutabili, di viaggiare nel buio di un universo nascosto e sconosciuto, fatto di simbologie e linguaggi  spesso indecifrabili, finendo per perdere il contatto basato sulle relazioni primarie: l’affetto, il dialogo, la conoscenza, il tempo “dedicato” alle intimità domestiche che lentamente vanno scomparendo dagli orizzonti della nostra quotidianità, fino a renderci estranei in famiglia.

Degli interessi dei nostri ragazzi conosciamo spesso solo le apparenze imposte da un circuito mediatico che prende il sopravvento sui valori solidi e antichi, tramandati, sulla nostra necessaria autorevolezza, siamo quasi inerti e impotenti di fronte ad un abbaglio effimero e breve che può accecarli rispetto al vero:  molte solitudini trovano conforto nella casualità delle conoscenze in rete ma in quel limbo torbido e fugace circolano figure inquietanti e occasioni per perdersi nel mare magnum degli inganni e delle doppiezze.

Manca al nostro tempo una estesa visione del futuro. Ci si satura nel presente o ci si avventura nell’ignoto fino a perdersi, senza attribuire importanza a ciò che potrebbe rasserenarci.

“Il desiderio di qualcosa che ci manca è una parte indispensabile della felicità” : ce lo insegna Bertrand Russel ma è un invito ad accettare la vita come un dono accontentandosi di ciò che abbiamo e potremmo valorizzare.

Che cosa potrebbe renderci felici? Ricordo l’interpretazione che mi diede Raffaele Morelli quando discutevamo di presente, passato e futuro, di ciò che potrebbe renderci più sereni e appagati: era il tema di un suo libro.

“Scrivendolo mi sono ispirato a Werner, un pittore del ’600: dipingeva gli interni, i gesti qualunque della vita quotidiana, specie quelli domestici delle donne e li inondava di luce. Non ci sono nella vita azioni importanti e azioni secondarie: in ogni cosa la mente si riempie di coscienza. Bisogna imparare a stare nel presente, valorizzarlo, viverlo.

Sono proprio le azioni ‘minime’ quelle importanti, sono le piccole cose che fanno piena la vita”.

Dovremmo forse guardare con più benevolenza alle “piccole cose” intorno a noi, valorizzare ciò che si ha, accontentarsi, coltivare affetti, cogliere l’attimo fuggente? Liberarci dall’ansia anticipatoria, dal collasso dei sentimenti, dal pensiero calcolante, dalle nevrosi del nostro tempo e recuperare una dimensione più serena, gratuita e libera del vivere? E invece aspettiamo Godot (“Già è vero/Cosa?/Che lo dobbiamo aspettare”) perché questo è il senso dell’esistere: vivere è sopravvivere – come spiega Samuel Beckett- attendendo “giorni felici” mentre sprofondiamo nella melma dell’esistere la cui vera tragedia è di aspettare la fine. Giostriamo tra attesa e rinvio, non è facile uscire da una incessante ricerca di stabilità.

Trovo che questa sia una condizione individuale ma anche una categoria sociale: basti riflettere su cosa significhi essere giovani, oggi. La precarietà è la cifra esistenziale della condizione giovanile, tra sconfitte, rinunce, umiliazioni: al lavoro, alla casa, alla famiglia. Una nuova, devastante antropologia che annichilisce e si esaurisce in una mera sopravvivenza senza sbocchi, una condanna alla irrilevanza: realtà che turba le coscienze ma non scuote la politica, relegata alla superficiale gestione dell’ovvio mentre i problemi della vita vera restano insoluti.

La politica ci offre oggi solo un mercimonio di basso profilo, è incapace di proporci soluzioni.

Litigi, distinguo, primazie, divisioni, inganni: circolano torbide figure di demagoghi.

Mancano anche i buoni esempi: come potrebbero essere i nostri figli migliori di noi se siamo pessimi maestri di noi stessi?

Scriveva Seneca: “La vita è lunga se è piena”. Possiamo dire che sia cosi, oggi? Non credo, se ci viene rubata la speranza, se ci viene sottratta la possibilità di realizzare una pur minima, personale felicità.

Oggi tutto si spiega nella narrazione autoreferenziale che nulla risolve e tutto rimanda.

Attesa e rinvio coniugano un passato rimuovibile, un presente ingovernabile, un futuro indecifrabile: è dunque la precarietà la condizione antropologica prevalente del nostro tempo.

Lo è per l’ambiente, per il lavoro, per la famiglia in crisi di resilienza, per chi emigra, per chi parte e per chi resta.

Ancora Seneca: “Dum differtur, vita transcurrit”. Mentre discutiamo su tutto la vita passa e va. Parlare senza fare: questa, sopra ogni altra cosa, rapportata al tempo di vivere che spetta a ciascuno, è la più autoreferenziale e inutile risposta che si possa ricevere.

Pedro Sanchez vuole gestire la sfida degli indipendentisti in Catalogna

Il presidente ad interim del governo spagnolo, Pedro Sanchez, è al lavoro su un piano per gestire la sfida degli indipendentisti in Catalogna.

Questo dopo che a pochi giorni dall’annuncio del verdetto sui leader catalani accusati di ribellione e in occasione del secondo anniversario del referendum sull’indipendenza della Catalogna, i separatisti sono scesi in piazza  per dimostrare la propria unità e per presentare un manifesto in cui si invitano i catalani a dare ai giudici “una risposta di massa, attraverso la lotta non violenta e la disobbedienza civile.

Lo riferisce il quotidiano spagnolo “El Mundo”, spiegando che la notizia è stata confermata da fonti vicine alla Moncloa, così come da importanti imprenditori catalani, secondo cui il leader socialista avrebbe assicurato la sua piena disponibilità ad emanare un decreto presidenziale per prendere il controllo della situazione che, sulla base dell’articolo 15 della legge sulla sicurezza nazionale, permette l’immediata entrata in vigore della misura, senza neanche passare per il Consiglio dei ministri.”

 

Gorizia in campo contro la violenza di genere

Nella città giuliana è stato siglato il 30 settembre un accordo per coordinare sull’intero territorio provinciale le iniziative di contrasto alla violenza domestica e di genere. Parte così una rete di servizi integrati tesi a contrastare i fenomeni di vessazione e maltrattamento. Ne fanno parte 17 membri e altri 19 soggetti già attivi in riferimento al tema, che hanno messo a disposizione il loro sostegno, rappresentanti del mondo delle istituzioni e dell’associazionismo. La rete è volta a promuovere iniziative di prevenzione, sensibilizzazione e informazione sul fenomeno della violenza domestica e di genere.

Il prefetto Massimo Marchesiello ha presentato il protocollo d’intesa nel corso di una conferenza stampa: il risultato di una strategia che, grazie alla collaborazione tra settore pubblico e privato, è riuscita a dotare il territorio di uno strumento vitale per la prevenzione, in grado di connettere servizi sanitari e sociali, istituzioni giudiziarie, istituti scolastici, forze dell’ordine e realtà associative. Apprezzamenti per il nuovo progetto sono state espresse dal Sindaco di Gorizia, Rodolfo Ziberna, e dal procuratore capo della Repubblica, Massimo Lia.

Dai dati dell’indagine Istat del 2014 sul fenomeno della violenza di genere, il 31,5% delle 16-70enni (6 milioni 788 mila) ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di aggressione fisica o sessuale: il 20,2% (4 milioni 353 mila) ha subìto violenza fisica, il 21% (4 milioni 520 mila) violenza sessuale, il 5,4% (1 milione 157 mila) le forme più gravi della violenza sessuale come lo stupro (652 mila) e il tentato stupro (746 mila). Ha subìto maltrattamenti fisici o sessuali da partner o ex partner il 13,6% delle donne (2 milioni 800 mila), in particolare il 5,2% (855 mila) da partner attuale e il 18,9% (2 milioni 44 mila) dall’ex partner. La maggior parte delle donne che avevano un partner violento in passato lo hanno lasciato proprio a causa degli atti subiti (68,6%). In particolare, per il 41,7% le aggressioni sono state la causa principale per interrompere la relazione, mentre per il 26,8% sono state un elemento importante della decisione.

Il 24,7% delle donne ha subìto almeno una violenza fisica o sessuale da parte di uomini non partner: il 13,2% da estranei e il 13% da persone conosciute. In particolare, il 6,3% da conoscenti, il 3% da amici, il 2,6% da parenti e il 2,5% da colleghi di lavoro. Molte le donne che subiscono minacce (12,3%), esse vengono spintonate o strattonate (11,5%), sono oggetto di schiaffi, calci, pugni e morsi (7,3%). Altre volte sono colpite con oggetti che possono fare male (6,1%). Meno frequenti le forme più gravi come il tentato strangolamento, l’ustione, il soffocamento e la minaccia o l’uso di armi. Tra le donne che hanno subìto violenze sessuali, le più diffuse sono le molestie fisiche, cioè l’essere toccate o abbracciate o baciate contro la propria volontà (15,6%), i rapporti indesiderati vissuti come violenze (4,7%), gli stupri (3%) e i tentati stupri (3,5%).

Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner, parenti o amici. Gli stupri sono stati commessi nel 62,7% dei casi da partner, nel 3,6% da parenti e nel 9,4% da amici. Anche le violenze fisiche (come gli schiaffi, i calci, i pugni e i morsi) sono per la maggior parte opera dei partner o ex. Gli sconosciuti sono autori soprattutto di molestie sessuali (76,8% fra tutte le violenze commesse da sconosciuti). Una percentuale rilevante di donne ha subito anche atti persecutori (stalking). L’Istat stima che il 21,5% delle donne fra i 16 e i 70 anni (pari a 2 milioni 151 mila) abbia subito comportamenti persecutori da parte di un ex partner nell’arco della propria vita. Se si considerano le donne che hanno subito più volte gli atti persecutori queste sono il 15,3%.

Lo stalking è stato subito anche da altre persone, nel 10,3% dei casi per un totale di circa 2 milioni 229mila donne. Complessivamente, sono circa 3 milioni 466 mila le donne che hanno subìto stalking da parte di un qualsiasi autore, pari al 16,1% delle donne. Passando ai casi con esito infausto, i dati Istat ci dicono come le donne vittime di omicidio volontario nell’anno 2017 in Italia siano state 123, lo 0,40 per 100.000. Malgrado le cautele che le comparazioni internazionali richiedono, è possibile affermare che tale incidenza sia contenuta in rapporto al contesto del vecchio continente: tra i 23 Paesi dell’Unione europea per i quali si hanno a disposizione dati recenti si osservano infatti valori inferiori solo nel caso di Grecia, Polonia, Paesi Bassi e Slovenia (0,47, 0,36, 0,35, 0,19 omicidi per 100.000 donne, rispettivamente).

Roma: Musei civici, la prima domenica d’ottobre ingresso gratuito ai residenti

L’iniziativa, promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, consente di visitare, oltre al grande patrimonio di collezioni permanenti, le numerose esposizioni, anche queste (salvo la mostra Claudio Imperatore al Museo dell’Ara Pacis) a ingresso gratuito.

Dagli Etruschi all’antica Cina, fino alla mitologia greca e a Roma, e poi le testimonianze dagli scavi nei siti dell’antico Egitto, o quelle che raccontano arte e storia nei secoli attraverso reperti recuperati grazie alla costante attività dell’Arma dei Carabinieri. Avanti nel tempo, attraverso l’opera di Luca Signorelli, fino alle foto dei giorni nostri che ritraggono i pescatori al lavoro alcune delle zone marine protette più suggestive d’Europa, o a quelle che compongono la raccolta dedicata alle meraviglie del Gran Paradiso.

Ecco dunque Luca Signorelli e Roma. Oblio e riscoperte ai Musei Capitolini, nelle sale di Palazzo Caffarelli, omaggio a uno dei più grandi protagonisti del Rinascimento italiano con una selezione di opere di grande prestigio provenienti da collezioni italiane e straniere.

Nelle sale al piano terra di Palazzo dei Conservatori continua L’Arte Ritrovata, un mosaico di testimonianze archeologiche e storico artistiche, dall’VIII secolo a.C. all’Età moderna, rappresentativo della pluridecennale azione di salvaguardia operata dall’Arma dei Carabinieri.

Colori degli Etruschi. Tesori di terracotta alla Centrale Montemartini propone una selezione di lastre parietali figurate e decorazioni architettoniche a stampo in terracotta policroma, provenienti dal territorio di Cerveteri (l’antica città di Caere) e in parte inedite. Sono esposti reperti archeologici di fondamentale importanza per la storia della pittura etrusca, recentemente rientrati in Italia grazie a un’operazione di contrasto del traffico illegale.

Ai Mercati di Traiano – Museo dei Fori Imperiali prosegue fino al 18 ottobre Mortali Immortali, tesori del Sichuan nell’antica Cina, un percorso attraverso la vita sociale e il mondo spirituale dell’antico popolo Shu, che proprio su questa terra nel sud-ovest della Cina ha creato una civiltà unica. Sono esposti reperti in bronzo, oro, giada e terracotta, databili dall’Età del bronzo (II millennio a.C.) fino all’Epoca Han (II secolo d.C.) e provenienti da importanti istituzioni cinesi.

Alla Galleria d’Arte ModernaDonne. Corpo e immagine tra simbolo e rivoluzione, propone una riflessione sulla figura femminile attraverso artisti di diverse correnti artistiche e temperie culturali tra fine Ottocento, lungo tutto il Novecento e fino ai giorni nostri. Inoltre, nel chiostro della Galleria, Wechselspiel: le installazioni di Paolo Bielli e Susanne Kessler costituiscono un doppio percorso che si collega alla mostra oltre che alle sculture del chiostro.

Al Museo di Roma in Trastevere, domenica è l’ultimo giorno per visitare la mostra Emiliano Mancuso. Una diversa bellezza. Italia 2003 – 2018, dedicata al lavoro del fotografo, scomparso prematuramente lo scorso anno. Inoltre, è visibile Cittadini del mare: ritratti e paesaggi di Carlo Gianferro, che illustrano i luoghi di vita dei pescatori, il loro lavoro, la loro relazione con l’ambiente e la famiglia.

Al Museo di Scultura Antica Giovanni BarraccoIl Leone e la Montagna: reperti provenienti dalla Missione Archeologica Italiana in Sudan, attiva da quasi cinquanta anni nel sito del Jebel Barkal, patrimonio mondiale Unesco.

Due mostre da visitare nei musei di Villa Torlonia: al Casino dei PrincipiLuigi Boille. Luoghi di luce, scrittura del silenzio, curata da Claudia Terenzi e Bruno Aller, con il sostegno dell’Archivio Luigi Boille. Una panoramica di più di ottanta opere che raccontano il percorso artistico del Maestro dal 1958 al 2015. Al Casino NobileRifrazioni dell’Antico, l’opera di Sergio Monari incontra l’architettura del Casino Nobile e la collezione d’arte della famiglia Torlonia: un dialogo fra passato e presente che porta all’attenzione del pubblico l’attualità della mitologia greca.

Al Museo Carlo Bilotti di Villa Borghese con la mostra Frank Holliday in Rome ha fatto il suo primo ingresso in un’istituzione museale italiana uno degli artisti del Club 57 – lo storico locale dell’East Village al quale recentemente il MoMA di New York ha dedicato una grande mostra – attraverso 36 opere dipinte nel suo studio vicino a piazza Navona, dove Holliday ha lavorato avendo come ispirazione le opere dei maestri della storia dell’arte. Il percorso espositivo comprende anche la proiezione del film inedito di Anney Bonney “Roman Holliday”. Poco distante, al Museo Civico di Zoologia, è in corso In Paradiso, un progetto fotografico portato avanti all’interno del Parco Nazionale del Gran Paradiso, che mette in evidenza sfumature differenti di un patrimonio naturale e culturale straordinario e offre nuovi spunti per conoscere la ricchezza e l’unicità del luogo.

 

 

Policlinico Gemelli: un nuovo anticorpo per la fibrosi polmonare idiopatica

Al Policlinico universitario Agostino Gemelli di Roma si aprono nuove prospettive per la cura della fibrosi polmonare idiopatica.

Un anticorpo monoclonale, rallenta la progressione della malattia bloccando una molecola chiave, il connective tissue growth factor. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista “The Lancet Respiratory Medicine” ed è stato coordinato a livello globale da Luca Richeldi, direttore dell’Unità operativa complessa di Pneumologia del Policlinico Universitario A.

Il trial clinico ha arruolato 103 pazienti affetti da fibrosi in 7 Paesi e ha mostrato che il trattamento con una dose (30 mg per chilo di peso del paziente) di Pamrevlumab per via endovenosa ogni 3 settimane per la durata di un anno rallenta la perdita di funzione respiratoria di circa il 60%, rispetto a una sostanza placebo. Inoltre, il farmaco sembra avere effetti positivi sulla qualità di vita dei pazienti.

Il governo alla prova dei suoi elettori

Articolo già apparso sulla rivista il Mulino a firma di Davide Angelucci Pierangelo Isernia Gianluca Piccolino Andrea Scavo

La prima coalizione di governo genuinamente populista e sovranista in Europa occidentale si è dissolta dopo circa un anno dalla sua formazione. Sebbene sia ancora presto per valutare la solidità della nuova ‘strana coppia’ democratico-populista, la partenza del secondo governo Conte si prospetta in salita per almeno quattro ragioni.

La prima è la diversa composizione ideologica dei due partiti di governo. Mentre la Lega e il M5S superavano le profonde differenze ideologiche con un comune tratto populista, in questo caso i collanti di fondo sembrano mancare. Non solo, come mostrato nella Figura 1, nessun partito italiano presenta una composizione ideologica così variegata come il M5S, mentre gli elettori Pd sono saldamente ancorati ad una tradizione di sinistra. Ma soprattutto i due partiti si divaricano proprio sul giudizio circa gli orientamenti populisti. Mentre due terzi degli elettori Pd nell’autunno 2018 pensavano che il populismo facesse “molti danni,” solo il 6% dei leghisti e il 10% dei grillini dava un analogo giudizio.

Una seconda ragione è il peso del passato. Le “pietre” che i due partiti si sono lanciati in passato hanno lasciato cicatrici profonde, in particolare sull’elettorato del Pd. Due tipi di evidenze lo confermano. Da un lato, vi è l’attrattiva che ogni partito esercita sull’elettorato dell’altro partner della coalizione (Figura 2). Il precedente governo Lega-M5S traeva forza da una fase di “luna di miele” tra l’elettorato dei due partiti che ha resistito sino al maggio 2019 -sebbene i pentastellati siano sempre stati più vicini alla Lega rispetto al contrario. Negli ultimi due mesi il trend è ovviamente cambiato, ma non si è (ancora?) creato lo stesso clima tra gli elettori delle due forze di governo attuali, Pd e M5S. È chiara l’impennata d’attrazione dei grillini verso il Pd. Ma questa non è corrisposta nell’elettorato democratico. Mentre tra aprile e settembre del 2019 la quota di elettorato grillino che ritiene il Pd una opzione realistica è passata dal 7% al 21%, ciò non è avvenuto tra gli elettori dem. Solo il 2% degli elettori Pd considera la possibilità di votare per il Movimento in futuro.

Dall’altro lato, anche la fiducia nei leader dei partiti alleati (Figura 3) resta bassa. Durante il primo governo Conte, per il M5S la fiducia in Salvini era seconda solo a quella in Di Maio e Conte, mentre la simpatia per i due leader del Pd in questo periodo (Martina e Zingaretti) è sempre stata minima. Questo senso di avversione era ben ricambiato dagli elettori del Pd. Solo il 5% degli elettori dem, infatti, aveva fiducia in Di Maio. Nel corso degli ultimi due mesi lo scenario è solo parzialmente mutato. Da una parte registriamo una crescita importante della fiducia in Zingaretti tra gli elettori del M5S. Tuttavia, la maggiore fiducia nel leader del Pd tra i pentastellati non è ricambiata dagli elettori dem: a settembre solo il 10% degli elettori del Partito democratico dichiara di aver fiducia in Di Maio.

Una terza ragione di potenziale instabilità per la nuova coalizione M5S-Pd è la struttura valoriale su cui poggiano i rispettivi elettorati. Questo è quanto emerge dalla tabella seguente.

Tab. 1. Preferenze degli elettori su macro-tematiche  Pd M5S Lega
L’ antifascismo è un valore 78% 47% 15%
Il capitalismo dovrebbe essere completamente cambiato/dovrebbe essere riformato 86% 81% 78%
La globalizzazione ha un effetto negativo 25% 59% 58%

Fonte: Dati Swg. Domanda su antifascismo (luglio 2019), su globalizzazione e capitalismo (agosto 2019)

Le differenze più rilevanti tra gli elettori del Pd e del M5S emergono in relazione agli atteggiamenti sull’antifascismo e sulla globalizzazione. Il primo rappresenta un valore irrinunciabile per gli elettori del Pd, mentre la questione è decisamente più divisiva per il M5S e un ricordo del passato per gli elettori della Lega. Per quanto riguarda la globalizzazione, gli elettori del M5S e del Pd sono chiaramente distanti: il 59% degli elettori M5S pensa che la globalizzazione abbia portato più svantaggi che vantaggi, mentre gli elettori Pd sono meno preoccupati. Più vicine sono invece le posizioni sul capitalismo e sulla possibilità di cambiarlo. Circa l’80% degli elettori dei tre partiti ritiene che sia necessaria una sua riforma. Tuttavia, mentre un terzo dell’elettorato M5S ritiene che il capitalismo debba essere completamente modificato, solo il 16% e il 15% degli elettori del Pd e della Lega condividono questa opinione.

Le politiche sono la quarta fonte di attrito tra gli elettori del Pd e del M5S (Tabelle 2 e 3). Immigrazione, economia e politica estera sono i dossier più divisivi all’interno dei due elettorati. Se poco meno del 50% dell’elettorato Pd si dice preoccupato dell’immigrazione verso l’Italia, tra i pentastellati questa quota sale di quasi venti punti. Il reddito di cittadinanza, inoltre, continua a trovare l’elettorato del Pd decisamente freddo (così come quello della Lega), a fronte di un chiaro supporto pentastellato. Senza dimenticare le grandi opere, con supporto plebiscitario tra Pd e Lega (attorno al 90%) ed elettorato M5S più freddo (62%), e la riforma delle pensioni con il mantenimento di quota 100, che trova ampi consensi tra M5S e Lega e netta opposizione nel Pd. L’elettorato del M5S e della Lega vedono positivamente i rapporti con la Russia, mentre la proporzione scende all’8% tra gli elettori del Pd. Altri temi potenziali di scontro sono l’Ue e la moneta unica, dove si registrano timidi accenni di convergenza con una moderazione degli elettori pentastellati (Tabella 2). Se nell’ottobre 2018 il 39% e il 34% degli elettori del M5S ritenevano che l’Italia avrebbe dovuto lasciare l’euro e l’Unione, le proporzioni sono scese nel settembre 2019 al 25% e 20% rispettivamente. Gli elettori Pd rimangono comunque decisamente più eurofili, con percentuali irrisorie di supporto per un’Italexit.

Tab. 2. Preferenze degli elettori sull’Ue e sull’euro (sett. 19  vs. ott. 18)  
Pd M5S Lega Pd M5S Lega
L’Italia dovrebbe uscire dall’euro 5% 25% 56% 2% 39% 35%
L’Italia dovrebbe uscire dall’Unione europea 2% 20% 50% 6% 34% 37%

Fonte: Dati Swg.

I due elettorati sono invece più in sintonia sui temi legati all’ambiente e ai diritti civili e sociali. Entrambi i partner di governo (e in maggior misura il M5S) inglobano all’interno del proprio elettorato una forte componente “green” e maggioranze forti sostengono una maggiore libertà di espressione per la comunità Lgbt. Inoltre, una maggioranza assoluta dei due elettorati (più entusiasti gli elettori del Pd, meno i grillini) supporta il pieno riconoscimento di diverse forme di famiglia.

Tab. 3. Preferenze degli elettori su varie tematiche Pd M5S Lega
Preoccupazione per immigrazione verso l’Italia 49% 69% 90%
Supporto per relazioni più strette con la Russia 8% 36% 48%
Supporto per Reddito di cittadinanza 21% 65% 25%
Supporto per riforma pensioni con quota 100 29% 75% 79%
Rafforzare lo stato sociale invece di abbassare le tasse 76% 68% 51%
Supporto per maggiore spesa pubblica nell’economia ‘Green’ 25% 31% 17%
Supporto per grandi opere anche a costo alto impatto ambientale 90% 62% 81%
Supporto per il pieno riconoscimento di diverse tipologie di famiglia 81% 64% 42%
Supporto per la libertà di espressione della comunità Lgbt 84% 78% 54%

Fonte: Dati Swg. Welfare (giugno 2019); pensioni, libertà di espressione sessuale, green economy, accettazione ogni tipo di famiglia, Russia (luglio 2019); immigrazione, reddito di cittadinanza e grandi opere (settembre 2019).

Qui l’articolo completo 

Cultura: un mix di tradizione e nuovi saperi

C’è chi sostiene che la scuola debba essere un luogo separato dalla realtà, sede di trasmissione di un sapere consolidato e resistente alla massa d’urto dell’interfaccia quotidiano con il sociale, tabernacolo delle tradizioni culturali dove la formazione ha radici lontane e si conserva gelosamente il senso di appartenenza e un certo imprintig specifico e caratterizzante

Chi la sceglie sa che tipo di educazione viene impartita, quali sono le basi su cui poggia il corso di studi.

C’è invece – e la scuola pubblica è il prototipo più attuale di questo orientamento- chi pensa che la scuola debba essere più luogo di vita che di rappresentazione della vita, un contesto dove accanto ai saperi codificati dalla tradizione e trasmessi alle giovani generazioni, possano trovare collocazione anche l’apertura al nuovo e l’attenzione alle derive sociali come mix vincente di una cultura fluente e inclusiva.

Chi sceglie il primo tipo di modello formativo si affida alla rassicurante sine cura della tradizione, chi si indirizza  verso il secondo sa che l’innovazione può arricchire o contaminare i saperi consolidati trasmessi e che occorre comunque una lunga e quotidiana opera di mediazione tra il vecchio e il nuovo, tra l’interno (inteso come programmi, indirizzi, norme, discipline) e l’esterno (influenze e tendenze derivanti dal contesto di appartenenza e dalla domanda sociale: famiglie, enti, associazioni, altre agenzie formative, mass media).

Nell’uno e nell’altro caso la scuola è sempre e comunque luogo di produzione e di elaborazione simbolica ma certamente il secondo tipo di scuola è caratterizzato da un’offerta formativa in continuo divenire, soggetta a processi di socializzazione e confronto, dinamica, aperta, democratica, stimolante.

Di questo modello formativo e di istruzione risulta interessante un aspetto: il rapporto tra la tradizione culturale che va conservata e tramandata, pena la negazione delle proprie radici culturali e del senso della continuità e della storia, e la spinta al cambiamento che ha collocato, con alterne fortune, la scuola in quel coacervo di rimescolamenti, ribaltamenti (di ruoli, di senso e di funzioni) e frizioni confuse che hanno fatto saltare la stabilità sociale, intesa come contesto di vita dove ci si riconosce.

Occorre sfatare uno dei luoghi comuni del nostro tempo: la crisi della scuola (come quella delle istituzioni, a cominciare dalla famiglia) non è stata dovuta al fatto di non essersi rinnovata e adeguata agli input sociali, ma- al contrario – di averlo fatto troppo in fretta e in modo confuso.

La scuola ha resistito con dignità e lo ha fatto bene, più per il senso del dovere e la dedizione silente dei suoi operatori che per l’ondivaga e disorientante miopia dei suoi riformatori.

A volte, curando i corollari si sono persi di vista i fondamentali: il compito della scuola non è quello di intrattenere, socializzare, far posto senza un minimo vaglio critico a tutte le sirene del nuovo.

La formazione non è un’opinione ma la storia di un processo, la descrizione di un percorso: quello che tratta dei rapporti tra l’insegnamento (come offerta colta e competente) e l’apprendimento( come formazione basilare dell’intelligenza, del sentimento e del carattere).

La cultura è selezione critica di contenuti e il termine “critica” è la chiave di accesso alla spiegazione di tutto: si impara non per ingolfamento del contenitore ma per vaglio, riflessione, ragionamento, discernimento, uso sapiente di un metodo che occorre apprendere, possedere.

La scuola non è un sacco informe da ingolfare di nuovismo, non è lo scaffale di un supermercato dove esibire mirabolanti (tanto effimeri e transeunti) progetti e progettini: c’è uno zoccolo duro che va conosciuto, appreso e rispettato ed è quello delle regole, delle competenze, dei ruoli, delle radici del passato che sono linfa vitale del presente, dei valori condivisi che ci rendono civili e ci permettono di comunicare con un linguaggio alto e nobile, universale.

Si impara con calma, con gusto, si metabolizza lentamente: questo è lo specifico didattico della scuola, ed è diverso da tutte le altre forme di apprendimento.

Chi minimizza e riduce i problemi della scuola di oggi alla sola carenza di fondi e di risorse o è male informato o dice bugie, chi pensa che nelle aule debba entrare di tutto e di più compie un madornale errore pedagogico, chi ritiene di modernizzare e adeguare al nuovo la didattica presentando progettini che durano uno sbadiglio  dimostra poca lungimiranza ma anche poca concretezza.

Sulla scuola si è riversato uno tsunami di intemperie sociali: in epoca di crisi di tutto (valori, idee, sentimenti, affetti, intelligenze, libertà) ci si rivolge alla scuola come camera di compensazione delle derive critiche che provengono dall’esterno, si spera di ripartire da lì.

La scuola però non può onestamente far tutto da sola: occorre un nuovo patto educativo con la famiglia e la società.

Inutile che i genitori reclamino a gran voce i corsi di musica e di teatro, le uscite didattiche, le gite (6 ore di viaggio e mezz’ora di visita al museo) se poi loro stessi lasciano i figli pomeriggio e sera davanti alla Tv o connessi ad internet senza un minimo controllo: queste frivole e demagogiche rivendicazioni a buon mercato vanno confutate.

Così come non è pensabile aggiornare il personale docente con corsi e corsetti di poche ore, prevalentemente tenuti da fanfaroni che strombazzano teorie spicciole o enfatizzano l’autovalutazione, senza aver messo piede in una scuola da almeno vent’anni.

Occorre una solida preparazione professionale che si acquisisce in anni e anni di studio e di letture: sono convinto che ci siano più argomenti pedagogici di viva attualità in una pagina di Dostoevskij o di Pirandello che nei manualetti della pedagogia pronto uso o nelle lezioni di qualche esperto delle dinamiche di gruppo.

Il problema della pletora dei precari non si risolve con la demagogia politica, per acquisire voti in prossimità delle elezioni: c’erano i concorsi, non se ne fanno più da anni. Perchè?

L’unica forma di reclutamento che garantisce un minimo di selezione è quella del vaglio concorsuale: è in quella sede che capita di leggere dei temi che non prenderebbero la sufficienza neanche in quinta elementare.

Quanto a considerare tutte le aree, gli ambiti, i temi e i sottotemi cui la scuola avrebbe dovuto por mano, diciamo da un ventennio a questa parte (per non andare troppo lontano nel tempo) ce n’è per tutti i gusti, naturalmente senza considerare i programmi didattici ministeriali peraltro spesse volte messi in secondo piano di fronte alla folgorazione di certe intuizioni nuoviste.

Sono molti gli input esterni e le iniziative programmate all’interno della scuola per rendere più vivo il rapporto con il territorio, valorizzare l’offerta formativa e tutte le potenzialità che l’introduzione di temi e argomenti innovativi possono generare.

Occorre tuttavia trovare sempre un punto di equilibrio per evitare di legare ad un singolo, specifico progetto l’attività didattica di un intero anno, riducendo o cancellando intere pagine di programmi nazionali, bypassando gli obiettivi educativi previsti per quel grado di scuola e dimenticando che esistono standard e requisiti minimi essenziali.

Tra la scuola del nozionismo e quella ‘giovani marmotte’ può esistere una dignitosa via di mezzo.

Lampedusa: domani una cerimonia notturna con i migranti superstiti del naufragio di sei anni fa

a Lampedusa per il 3 ottobre, sesto anniversario di quella che viene ricordata come una delle più gravi stragi di migranti del Mediterraneo, vi sarà una cerimonia notturna alle 3.30 in piazza, nell’orario in cui è avvenuto il naufragio, con l’inaugurazione del memoriale “Nuova Speranza”.

E poi, alle 9, da piazza Castello, la marcia verso la Porta d’Europa dove si terrà un momento di raccoglimento con i migranti superstiti del naufragio, gli studenti, la comunità locale, rappresentanti dell’amministrazione comunale, delle istituzioni, della Chiesa, delle Forze dell’Ordine e delle associazioni.

E proprio in quello specchio d’acqua in cui è avvenuto il naufragio, al termine della marcia, sarà deposta una corona di fiori. Mentre alle 16,30, in piazza Piave, sarà inaugurata una targa dedicata ai “Giusti”. Le iniziative sono organizzate nell’ambito del progetto comunitario “Snapshots from the Borders”, di cui il Comune di Lampedusa e Linosa è ente capofila.

Quest’anno, oltre alle iniziative che si svolgeranno a Lampedusa e a Palermo, nell’ambito del progetto Snapshots sono stati organizzati eventi in 30 capitali e città europee (appuntamenti culturali, proiezione di documentari, dibattiti, mostre, flash-mob, concerti per sensibilizzare i cittadini sui differenti temi e aspetti legati alle migrazioni e per sostenere la petizione che ha come obiettivo la richiesta alle istituzioni dell’Ue di proclamare il 3 ottobre “Giornata europea della memoria e dell’accoglienza”. Presenti in questi giorni a Lampedusa anche 500 studenti provenienti da diverse città italiane e d’Europa insieme con i superstiti e i familiari delle vittime dei naufragi del Mediterraneo. Saranno coinvolti in quattro giornate di dibattiti, workshop, eventi formativi, visite guidate, eventi musicali. Il progetto “P(r)onti per l’accoglienza” è promosso dall’amministrazione comunale di Lampedusa e Linosa e dal Comitato 3 Ottobre.

Cie, anche i cittadini italiani residenti all’estero potranno richiederla con un click

Ad oggi ciascun cittadino che lo desideri può prenotare un appuntamento per il rilascio del documento, in funzione alle disponibilità del proprio Comune, utilizzando il sistema “Agenda Cie” a cui è possibile accedere mediante il tasto “Prenotati” dell’apposito portale, oppure andando, sempre online, sul sistema “Agenda Cie”. Ma coloro che non risiedono in Italia come possono fare?

A riguardo sta per partire la sperimentazione che nella prima fase vedrà tra i consolati antesignani quello di Vienna, Nizza ed Atene.

Entro il prossimo anno saranno poi interessati altri 49 Uffici consolari italiani, in 32 diversi Paesi nei quali è consentito viaggiare con la sola carta di identità.

I diversi step per ottenere il documento prevedono che la persona richiedente iscritta all’Anagrafe dei cittadini italiani residenti all’estero (Aire) in una delle circoscrizioni consolari coinvolte nella fase sperimentale, possa effettuare la propria prenotazione online, sulla piattaforma dedicata. A questo punto, i dati dell’utente verranno trasmessi dal consolato di appartenenza al centro di produzione nazionale dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato che, a sua volta, produrrà materialmente la Cie. La stessa verrà, infine, recapitata all’indirizzo indicato dal cittadino entro 15 giorni dalla rilevazione dei dati biometrici.

Parte SPIN, il programma che fa crescere le startup innovative del Sud

Parte SPIN (Scaleup Program Invitalia Network), il programma promosso dal Ministero dello Sviluppo Economico, nell’ambito del Pon Imprese e competitività 2014-2020, e gestito da Invitalia in partnership con ELITE, London Stock Exchange Group. Tre gli obiettivi: favorire l’incontro fra le startup innovative del Mezzogiorno con le piccole medie e grandi imprese nazionali e internazionali; facilitare i processi di open innovation e accedere a nuove forme di finanza alternativa per la crescita.

Con SPIN, per la prima volta, spinoff universitari, PMI e startup innovative di Basilicata, Calabria, Campania, Puglia e Sicilia, potranno accedere ai servizi offerti da ELITE attraverso una piattaforma online personalizzata.

Il percorso prevede due fasi: nella prima, 250 realtà parteciperanno a un innovativo programma di sviluppo imprenditoriale digitale con l’assegnazione di un tutor, l’accesso ad una piattaforma di servizi, l’utilizzo di un tool di self-assessment, un report sul posizionamento competitivo, l’accesso a iniziative di networking e di Open Innovation. Nella seconda fase le migliori 50 imprese selezionate da Invitalia accederanno a un’edizione dedicata del percorso ELITE, con una serie di servizi per strutturarsi sui temi di strategia e business planning, organizzazione e governance, funding.

“SPIN rappresenta un tassello importante della strategia del Ministero dello Sviluppo Economico volta a favorire, nel Sud del nostro Paese, la nascita e il rafforzamento di ecosistemi di impresa innovativi, sostenibili e competitivi anche a livello internazionale – dichiara il Ministro dello Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli. Sosteniamo pertanto con grande interesse la collaborazione tra Invitalia ed Elite ELITE focalizzata sulle Startup, gli Spin-off universitari e le PMI del Mezzogiorno in un percorso di consolidamento delle competenze imprenditoriali, che ha l’obiettivo di aprire nuove opportunità di mercato alle tante promettenti realtà che vorranno partecipare alla selezione”.

“Con questo progetto – dichiara l’Amministratore Delegato di Invitalia, Domenico Arcuri – l’Agenzia non solo contribuisce alla nascita delle startup innovative del Sud con i finanziamenti gestiti per conto del Governo, ma amplia il suo raggio d’azione preoccupandosi anche di consolidare e far crescere il tessuto imprenditoriale del Mezzogiorno”.

Per accedere al programma, la domanda si presenta esclusivamente online sul sito di Invitalia.

La celiachia

La celiachia è una infiammazione cronica dell’intestino tenue, scatenata dall’ingestione di glutine in soggetti geneticamente predisposti; può manifestarsi in individui di tutte le età a partire dallo svezzamento. Tra i sintomi vi sono diarrea cronica, dolore addominale, gonfiore addominale, ritardo della crescita nei bambini e astenia. In certi casi (forme atipiche) questi sintomi possono essere assenti e possono esservi sintomi extraintestinali, tra cui sintomi neurologici e correlati al malassorbimento; in questi casi la diagnosi è spesso fatta in età adulta.

Si ritiene che la malattia possa interessare da 1 su 1750 a 1 su 105 persone negli Stati Uniti. La celiachia è causata da una reazione alla gliadina, una prolammina (proteina del glutine) presente nel grano e da proteine simili che si trovano nelle tribù di Triticeae, che comprendono altri cereali comuni, come orzo e segale.

L’esposizione alla gliadina causa una reazione infiammatoria. Ciò porta ad una progressiva riduzione dei villi che rivestono l’intestino tenue (atrofia dei villi) fino alla loro completa scomparsa. Ciò interferisce con l’assorbimento delle sostanze nutritive, in quanto i villi intestinali ne sono responsabili. L’unico trattamento efficace conosciuto è una permanente dieta priva di glutine.

Il termine “celiaco” è stato introdotto nel XIX secolo da quella che viene generalmente considerata come una delle prime descrizioni in greco antico della malattia da parte di Areteo di Cappadocia.

Disturbi simili come sintomatologia sono i cosiddetti disturbi glutine-correlati, come l’allergia al frumento e la sensibilità al glutine. La prima è una reazione allergica tipica, la seconda è simile alla malattia celiaca ma senza danni ai villi intestinali e spesso senza presenza di marcatori specifici per la celiachia nel sangue.

Per diagnosticare la celiachia sono necessari esami del sangue (anticorpi) e la gastroscopia con biopsia (non sempre necessaria in età pediatrica ma obbligatoria per gli adulti). Gli esami vanno effettuati senza aver eliminato il glutine, altrimenti si otterebbe un risultato falsato. Il danno intestinale comincia a guarire in poche settimane, dopo che il glutine è stato rimosso dalla dieta, mentre la diminuzione dei livelli di anticorpi avviene nel corso di alcuni mesi. Per coloro che hanno già cominciato una dieta priva di glutine, può essere necessario eseguire una nuova serie di esami dopo aver consumato alcuni alimenti con glutine in un pasto al giorno per 2-6 settimane.

Le categorie di anticorpi attualmente in uso nella diagnostica sono:

Anticorpi anti-gliadina (AGA)
Autoanticorpi anti-endomisio (EMA)
Autoanticorpi antitransglutaminasi (tTGA).

I risultati degli esami vengono utilizzati per determinare se vi sia o meno la necessità di ricorrere alla biopsia endoscopica.

La prognosi è generalmente fausta. Seguendo scrupolosamente la dieta senza glutine si evita la comparsa di nuovi sintomi e si ha la remissione dei sintomi presenti. La mortalità dei celiaci diagnosticati in età pediatrica e che seguono una rigorosa dieta priva di glutine è infatti analoga a quella della popolazione generale.

ANCI Piemonte, adesso parta il dibattito sul futuro dell’Anci nazionale.

Il congresso regionale piemontese dell’Anci e, a maggior ragione, il congresso nazionale non possono ridursi ad un semplice momento di ratifica degli incarichi accompagnato da un dibattito stanco, burocratico e protocollare. E, in secondo luogo, al vertice dell’Anci piemontese – seppur nel pieno rispetto delle scelte fatte e frutto estenuante delle trattative tra i vari partiti – sarebbe stato opportuno investire politicamente sul Sindaco di Torino. A prescindere da chi ricopre pro tempore quell’incarico. Come, del resto, avveniva nel passato. 

Queste le due osservazioni, sostanzialmente di metodo, che ho avanzato durante il mio intervento al congresso piemontese dell’Anci in qualità di Sindaco di Pragelato. 

Ora, se la richiesta di riavere il Sindaco di Torino alla guida dell’Anci subalpina rispondeva più alla esigenza di ridare autorevolezza e prestigio alla stessa Associazione in una fase storica e politica che prevede anche il riordino dell’architettura istituzionale del nostro paese con il rischio di riproporre un nuovo centralismo regionale a scapito del ruolo, della funzione e della stessa “mission” dei comuni italiani, la necessità di riaprire un forte dibattito all’interno dell’Associazione risponde, invece, ad una domanda di partecipazione e di approfondimento politico, culturale e istituzionale che non è più rinviabile. E questo, a maggior ragione, come ho evidenziato al congresso piemontese, perché la potenziale pluralità di candidature alla Presidenza nazionale dell’Anci richiede un confronto preventivo, ed approfondito, tra gli attori principali, cioè i sindaci.

Del resto, qualsiasi organizzazione democratica, sociale, radicata nel territorio e di massa – e l’Anci lo è sin dalle sue origini – non può rinunciare pregiudizialmente alla sua vocazione storica. Che resta quella di essere uno strumento politico, e non solo tecnico, legato alla cultura della sussidiarietà, alla difesa delle centrali della democrazia – cioè dei comuni – e, soprattutto, ancorato alla difesa del valore cardine della autonomia. Di qui la necessità, direi quasi l’obbligo morale, di continuare a fare dell’Anci una grande palestra democratica, civile e di difesa dei territori. A partire dai piccoli comuni che restano l’ultimo e vero presidio democratico del nostro paese. 

Il mercato e l’uguaglianza, gli equilibri da ritrovare

Articolo già apparso sulle pagine Italia Informa

In questi ultimi anni abbiamo assistito ad un significativo spostamento dei redditi dai salari dei cittadini ai profitti finanziari e di produzione, con scarsissima attenzione al crescente impoverimento dei ceti sociali medio-bassi e alle conseguenti disuguaglianze nel mondo del lavoro.
Eppure, fino a non molto tempo fa vigeva l’”inoppugnabile” teorizzazione dell’equalitarismo a tutti i costi da parte di una consistente componente politica e sindacale.
Sicuramente l’Italia di allora, come quella di adesso, richiede una maggiore efficienza soprattutto nell’erogazione dei servizi pubblici. Meritocrazia e competizione sociale sono indispensabili nel riconoscere la diversità degli apporti al bene comune. Occorre che ci sia una incentivazione al premio per le attività utili alla società.
Tutto ciò non giustifica le disuguaglianze ingiuste ed eccessive; va privilegiata, invece la redistribuzione delle risorse che fanno la qualità della vita: dall’istruzione al primo posto, alle dignitose condizioni abitative ed ambientali, ecc.

Approfondendo il ragionamento, è più corretto parlare, più che di uguaglianza e disuguaglianza, di inclusione e di esclusione nel godimento dei diritti della cittadinanza sociale, tra cui il lavoro è prioritario. Non si tratta solo di benessere economico. E’ vitale la possibilità di dare a tutti un effettivo sviluppo intellettivo e di acquisizione dei saperi, in particolare a chi è svantaggiato per doti naturali e/o per provenienza sociale.
Negli ultimi anni, dunque, la politica attuata è stata di delegare al libero mercato la distribuzione, spesso  iniqua, di quote crescenti di servizi, escludendo i ceti più deboli e poveri.
L’alternativa alle politiche liberiste è nella ricerca dell›uguaglianza, parola in forte disuso, come ci ha ricordato Ermanno Gorrieri, già nel 1999, (Università di Trento lectio brevis). E’ saltato il compromesso sociale che è stato alla base dello sviluppo delle economie occidentali dopo la seconda guerra mondiale. Le democrazie europee si sono date allora un contesto di norme per fare sì che i benefici della crescita affluissero in misura significativa a chi stava peggio, ottenendo il risultato molto positivo di modificare gli equilibri politici, sociali ed economici ereditati dalla guerra.

Il patto sociale che è stato alla base degli anni della crescita si è basato sul principio della solidarietà internazionale e della cooperazione, ridimensionando le logiche del “laisser faire”. E’ stata data priorità agli investimenti produttivi rispetto a quelli speculativi. I paesi in surplus si erano impegnati ad aggiustare gli squilibri con i paesi in deficit, come sosteneva con vigore J.M. Keynes. E’ importante sottolineare la consapevolezza politica che c’era in quegli anni sull’uso del surplus che doveva servire a favorire la ripresa dei paesi più deboli. Si è già detto che, invece, negli ultimi decenni, si è affermata una visione strettamente liberista, sottovalutando il ruolo svolto dallo Stato, nella ricostruzione postbellica soprattutto in Italia, dove la redistribuzione del reddito è stata una politica prioritaria e socialmente condivisa. Negli anni recenti si è, invece, andata affermando la convinzione che l’intervento pubblico è dannoso, diversamente dal mercato che è sempre in grado di autoregolarsi per il meglio anche dal punto di vista sociale.
La conseguenza è che nelle economie sviluppate la crescita dei redditi si polarizza nei ceti sociali alti. Sono loro a beneficiare maggiormente della liberalizzazione e della deregolamentazione. La regola virtuosa dei più ricchi è la massimizzazione dei profitti nel breve periodo, secondo logiche speculative, favorite da un sistema di mercato integrato e connesso.

In altri termini, c’è chi vede nell’estensione dei mercati (globalizzazione)e con essi della logica dell’efficienza la soluzione a tutte le esigenze di giustizia sociale. I mercati operano sempre e comunque per il bene comune.
In antitesi a questa visione il mercato è inteso come luogo di sfruttamento del più forte sul più debole. A questo proposito, in “Economia civile” di L. Bruni e S. Zamagni (ed. il Mulino) si dà una prospettiva diversa molto interessante.
Si sostiene che non si può continuare a ritenere che la redistribuzione delle ricchezze sia compito o del mercato o dello Stato. Occorre, invece, intervenire nel momento della produzione del profitto. All’impresa è chiesto, cioè, di diventare “sociale” nella normalità della sua attività economica.Parlare di disuguaglianza vuol dire anche pensare alle sofferenze di tante persone; e alla mente vengono le parole di Papa Francesco (“La mia porta è sempre aperta”, Ed. Rizzoli).

Papa Francesco, ricordandoci la solidarietà umana, dice che “vede la santità nel popolo di Dio paziente: una donna che fa crescere i figli, un uomo che lavora per portare a casa il pane, gli ammalati, i preti e le suore che lavorano tanto e che vivono una santità nascosta, nei deboli e nei poveri che hanno la costanza di andare avanti, giorno dopo giorno”.
Papa Francesco ci sollecita ad “essere capaci di riscaldare il cuore delle persone, di camminare nella notte senza perdersi, saper dialogare con il prossimo senza perdersi nella notte”.
L’invito di Papa Francesco, quindi, agli uomini di oggi è “Avere una storia di fecondità”.

La diplomazia della speranza

Articolo già apparso sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Giuseppe Bonfrate

«Nella tua luce vediamo la luce» (Salmo 36, 10). Questo riferimento della Scrittura — potenza unitiva del frammento — apre il testamento del cardinale Achille Silvestrini, redatto con minuta grafia il 25 ottobre 2010, giorno del suo ottantasettesimo compleanno. Nell’essenzialità di quel versetto biblico, traspare il ministero del grande porporato, giunto dalla Romagna nel 1948, e dopo gli studi giuridici all’Apollinare e il passaggio nell’Accademia ecclesiastica, dal 1953 diplomatico della Santa Sede. Lo volle nell’immaginetta che riproduceva il quadro della Madonna delle Grazie venerato nella Collegiata di Brisighella, a ricordo dell’ordinazione presbiterale e di quella episcopale, nel segno di un radicamento fedele alle sue origini, che non gli impedì nei suoi impegni di muovere lo sguardo su orizzonti sempre più grandi, secondo la convinzione di Theodor Mommsen, che non si potrebbe stare a Roma «senza un’idea universale». La sua terra gli aveva trasmesso l’insegnamento che la parola data, occhi negli occhi, non poteva valere meno di un contratto bollato, e che bisognava sempre rispettare l’avversario: il prete, soprattutto, fedele nelle sue convinzioni, alla fine d’ogni eventuale controversia o battaglia, doveva credibilmente risultare l’uomo di tutti, nella diaconia dello Spirito che «soffia dove vuole» (Gv 3,8).

Il salmo 36 pone a tema due diversi umanesimi. Nella prima parte si descrive quello succube del peccato che seduce e impressiona tutta l’esistenza, incatenando la vita al proprio io che prende il posto di Dio. La giustizia e l’amore non troverebbero spazio nell’avanzare opposto dell’iniquità che ben si serve dell’animo corruttibile, della disposizione a barattare i valori con le convenienze, di servirsi degli altri, specie i più deboli, anziché servirli. Solo quando, invece, decidendosi a lottare per emanciparsi dalla tirannia della vanità, foriera di pensieri infami e azioni scellerate, si potrà finalmente disporre la svolta, vuote le mani, consegnandosi a quel Dio che può veramente salvare. L’altro umanesimo è nel segno della gravità e, insieme, levità dell’essere: allo sguardo reso limpido dall’abbandono di chi si affida, si aprono finalmente i cieli, come accadde al principe Andréj in Guerra e pace di Tolstoj, più volte evocato dai suoi amici Alberto Cavallari e Claudio Magris. In quel frangente, per quelle agoniche e pacificanti disposizioni, appare, allora, la luminosa misericordia, non i fuochi fatui della ormai lontana mondanità, ma la vera Luce-Cristo, venuto a illuminare-salvare il mondo (Giovanni 3, 19).

Nella trama sapienziale del tema della Luce, la salvezza prevale sulla condanna, e non poche volte sorprende che la scia luminosa possa misteriosamente avvolgere quei “retti di cuore” presenti nel mondo anche dove non ce lo saremmo aspettati. E questa fu sempre l’invincibile speranza di don Achille (come preferiva farsi chiamare). Tale convinzione sostanziava la sua fede e la sua laicità. A proposito di quest’ultima, anche Federico Fellini, tra gli altri, si sorprese di quanto quel “cardinalone” potesse essere spiritualmente autorevole e, insieme, laico, per la sua capacità di entrare direttamente in contatto (un vero e proprio talento delle relazioni), senza le maniere oblique tipicamente clericali, autentico, libero da pregiudizi, sinceramente interessato e subito empatico, sempre accogliente e discreto. Di quella laicità che bandisce l’istinto manicheo di chi si sente dalla parte giusta delle cose della terra e del cielo. Ma chi potrebbe presumerlo? Rispondendo a un politico famoso per le sue battaglie di libertà, che salutandolo esclamò: «Eccoci, il diavolo e l’acqua santa», si schernì immediatamente affermando con ironia che non sarebbe stato semplice distinguere chi dei due fosse veramente il diavolo.

Dopo la morte del cardinale Agostino Casaroli s’impegnò a convincere l’editore Giulio Einaudi ad accogliere la pubblicazione del racconto del dialogo tra la Santa Sede e regimi dell’Est. Per la scelta del titolo, dal testo emergevano due possibilità: Voglio destare l’aurora, dal Salmo 57 (56), e Il martirio della pazienza, su cui cadde la scelta. Silvestrini nell’introduzione spiega il senso teologico dell’Ostpolitik vaticana nel riconoscimento dell’azione della Grazia/Luce: si domandava, a proposito del suo antico superiore, nell’esperienza condivisa e per l’eredità che accoglieva, quale fosse lo stile conseguente le parole mormorate da Giovanni XXIII, che la Chiesa può avere molti nemici, ma non è nemica di nessuno: «nasceva da una fede saldissima coniugata con una rara finezza intellettuale. Dalla prima gli veniva il coraggio biblico di operare, anche nelle situazioni più ardue, contra spem in spem e di sopportare il peso e la solitudine; dalla seconda una capacità di analisi che gli dava il senso delle cose possibili […]. Fiducioso che anche quando gli uomini apparivano chiusi nelle corazze di posizioni pregiudiziali, c’era sempre qualche spiraglio per arrivare al cuore delle persone. Aveva fiducia che nella coscienza degli uomini esiste una luce misteriosa, che non può essere spenta neppure nella morsa della più spietata delle istituzioni». In una prima versione il periodo si concludeva con il riconoscimento della peculiarità dell’azione della Santa Sede come diplomazia della speranza, nel senso del realismo cristiano di questa virtù, per piccoli passi e cose oneste e possibili.

La fiducia realista in quella Luce lo ha sostenuto nel paziente lavoro di tessitura che è sempre la diplomazia. Più volte provocato da alcuni dei suoi ragazzi di Villa Nazareth sul senso/non senso per la Chiesa di avere una sua diplomazia, pazientemente spiegava che non si poteva comprenderla senza passare dalla storia, e dall’affinamento purificatore di certi avvenimenti. Uno tra tutti, la breccia di Porta Pia. Ricordava le parole pronunciate in Campidoglio nel 1962 dall’allora cardinale Montini che confidò di «non avere alcun rimpianto, né alcuna nostalgia, né tantomeno alcuna segreta velleità rivendicativa» per la perduta sovranità temporale dell’ex Stato pontificio, spingendosi a «ringraziare la Divina Provvidenza» per i cambiamenti avvenuti in seguito ai fatti del 1870.

Cos’era cambiato? La Chiesa poteva liberarsi dalla necessità del contendere e riscoprire la sua missione universale, senza nulla chiedere per sé e operare per il bene di tutti. Spogliata di ciò che la rendeva simile agli altri Stati, si rimodellava evangelicamente, nel segno nudo, povero, fedele, di quel misterioso personaggio del Vangelo di Marco (14, 51), la notte del Getsemani, che mentre tutti abbandonando Gesù fuggirono, «lo seguiva un ragazzo, rivestito soltanto di un lenzuolo».

Nella sua genealogia diplomatica fonte di ispirazione era l’impegno profuso dal cardinale Rampolla del Tindaro (1843-1913), in tempi non ancora maturi per riconoscerne la grandezza, nell’allargare le relazioni diplomatiche internazionali della Santa Sede. Esse vengono rifondate come strumento di tutela dell’alto indirizzo morale del papato, a garanzia della sua libertà, a tutela dell’indipendenza funzionale da qualsiasi principe temporale, per non ridurre il vescovo di Roma a cittadino di uno Stato qualsiasi.

Chi dopo di lui aveva continuato ad approfondirne il solco, vi aggiungeva la dimensione spirituale. Ci sono le note di monsignor Tardini al funerale di Pio XI, che intravede la fine di un mondo non più necessario, di una Chiesa che non può più essere trattenuta dalle esigenze di corte, con la sua dimensione popolare che doveva ritrovare parola: «Ho sempre sognato nello scegliere lo stato ecclesiastico», scriveva nel suo diario, «di gettarmi a capofitto nel sacro ministero, in mezzo al popolo. Quando mi riesce di essere a contatto con le anime sono proprio soddisfatto». Quasi tutto il suo tempo era assorbito dal lavoro d’ufficio — analisi dei problemi, penetrazione delle cause, previsioni delle conseguenze — che, però, non rinnegava la sua indole, intravedendo dietro ciascun foglio un volto, una storia, germinando quella sua esclamazione divenuta ormai proverbiale, che «anche le carte sono anime». Divenuto segretario di Stato, fu incaricato da Giovanni XXIIIdi presiedere, non senza turbamento, la Commissione antepreparatoria del concilio Vaticano IIche avrebbe indirizzato il passaggio da una Chiesa di corte a una Chiesa di popolo, da una Chiesa arroccata a una Chiesa liberata dalla paura. Preoccupato per l’integrità della tradizione e della dottrina, entrando in concilio, sarebbe capitato anche a lui, se non fosse prematuramente morto, quello che accadde ad altri: avrebbe scoperto per la sua genuina fede, che il nome di Dio non è solo una rivelazione del passato, ma è una realtà vivente, che si declina pure al futuro.

Nel Novecento si assistette al cambiamento della base teologica del rapporto Chiesa-Stato, abbandonando a proposito di libertà religiosa, l’articolazione conseguente tra verità (l’unica vera religione è quella cattolica) e libertà. Se ci fosse stato errore (altre religioni) conseguentemente non ci sarebbe stato il riconoscimento di diritti, se non per evitare mali peggiori. Di più c’era il criterio della maggioranza: se essa è costituita di cattolici, lo Stato — e questo sostanziava le attese di ogni Concordato — avrebbe, di conseguenza, fatto di tutto per tutelare e promuovere la Chiesa. Il gesuita padre Murray, negli anni ’50, aveva indicato la necessità di superare questa dottrina, esortando a valorizzare inclusivamente la questione della libertà religiosa. Le sue idee vennero non poco avversate, ma con la Pacem in terris e il concilio Vaticano II, soprattutto con Gaudium et spes e Dignitatis humanae, con il riconoscimento del diritto ad adorare Dio «secondo il dettame della retta coscienza», si affermò la sua linea. Gli Stati non sarebbero stati tenuti a tutelare una religione tra le altre, ma il diritto alla trascendenza, collegato al rispetto del diritto degli altri e del bene comune. Da sempre la Chiesa aveva sostenuto che l’atto di fede per essere autentico, deve essere schietto e libero, e mai imposto. Di conseguenza, la libertà di seguire la propria coscienza in ambito religioso doveva essere riconosciuta come diritto di tutti, e non solo dei cattolici.

Da questo momento in poi la Chiesa scoprì la sua missione di lottare per la libertà e la dignità umana in campo civile e religioso — «avvocata dell’uomo» era l’espressione coniata da Paolo VI — che si coronò con il contributo della Santa Sede sui diritti umani, con un ruolo primario svolto da Silvestrini nella Conferenza di Helsinki (1975), negli impegni di Vienna (1986-1989) dove si formula la nozione più chiara, più estesa ed efficace di libertà religiosa, e a Parigi (1990) dove vennero poste le basi per la creazione dell’Osce (1995), quale organo di garanzia per l’applicazione di tutti i principi a garanzia di una coesistenza pacifica, con l’affermazione del ruolo positivo delle religioni per la pace.

Questo sfondo alimentò la simpatia di Silvestrini per l’iniziativa avviata ad Assisi nel 1986 della Giornata mondiale di preghiera per la Pace, e sostanziò l’incoraggiamento a sottoscrivere il coraggioso documento conclusivo dell’Assemblea ecumenica di Basilea (1989), che tra l’altro affermava: «Noi non siamo nella posizione di poter parlare come se fossimo in completo possesso della verità ultima. Le chiese e i cristiani hanno fallito sotto molti aspetti e non hanno vissuto sempre all’altezza delle esigenze della chiamata di Dio. […] Per troppo tempo siamo stati ciechi riguardo alle implicazioni e alle esigenze del Vangelo relative alla giustizia, alla pace e alla salvaguardia del creato. Insieme con gli altri abbiamo bisogno di un nuovo inizio».

Quando si preparava alle missioni, non si preoccupava di cosa mettere in valigia, ma studiava e ristudiava le carte d’archivio, compulsava voracemente le biografie e le memorie dei grandi che si erano seduti ai tavoli delle trattative internazionali, che nel male e nel bene avevano segnato i destini delle nazioni. Prendeva nota con quella sua stilografica, che per chi lo conosceva sembrava pronta a correggere anche quanto ormai stampato da secoli. Lo faceva con l’attenzione, la gravità e il coraggio di chi non sottovalutava mai nulla. In questo stile si avvertiva anche l’influenza del grande erudito, per molti anni rettore del seminario di Faenza, monsignor Lanzoni: il suo magistero educativo si riassume nell’ammonimento rivolto alla Chiesa di non cedere mai alla paura della storia e della sua propria storia, ma di alimentare il coraggio di guardarsi dentro, scrutare dentro gli archivi, esaminare le fonti, i documenti, per trarre anche dalle più piccole vicende locali le ragioni di ogni sua scelta. Per i suoi studi incappò nelle censure del Sant’Uffizio, ingiustamente accusato di contiguità al modernismo, disposto sempre all’obbedienza, rifiutò di ritrattare spontaneamente quel che reputava incontestabile, anche se c’era in ballo un’eventuale promozione. La sua testimonianza restava un’indelebile lezione di fedeltà e libertà.

Riferiva queste vicende unendovi il racconto di quanto accadde a De Gasperi con Pio XIInel 1952, quando per le amministrative a Roma e in altri comuni, preoccupati della possibile vittoria delle sinistre, Gedda e monsignor Ronca sostennero l’ipotesi, convincendo il Papa, di un’alleanza della Democrazia cristiana con i monarchici e i neofascisti del Movimento sociale italiano. De Gasperi si oppose al disegno, consapevole di scontentare il Pontefice. Egli era cattolico, ma credeva nell’autonomia di giudizio. Venne punito con il rifiuto dell’udienza richiesta per sé e la sua famiglia in occasione del trentesimo anniversario di matrimonio. Scrisse all’ambasciatore italiano presso la Santa Sede: «Come cristiano accetto l’umiliazione, benché non sappia come giustificarla; come presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, la dignità e l’autorità che rappresento e di cui non mi posso spogliare, anche nei rapporti privati, m’impone di esprimere stupore». Mesi dopo, da un appunto di monsignor Pavan, scoperto dal professor Andrea Riccardi, c’è l’integrazione più intima, in cui confida che se si fosse trovato ancora con il Papa contro, si sarebbe ritirato dalla vita politica, «non potendo svolgere un’azione politica in coscienza ritenuta svantaggiosa alla patria e alla stessa Chiesa».

La Chiesa, chiosava Silvestrini, si serve con la parresìa, passaggio nel fuoco di ogni coscienza libera, secondo quella che Fonsegrive e Mazzolari chiamavano «obbedienza in piedi». E si tratta di un servizio disinteressato al proprio tornaconto: «Al Papa si deve dire, sempre e chiara, la verità» ribadiva don Achille, con quelle frasi ascoltate dal cardinale Tardini, «tanti chiedono? Io non chiedo niente, anzi chiedo di aver niente». Libertà, franchezza, gratuità, sono necessarie all’autentica fedeltà.

Questi temi frequentemente accaloravano le conversazioni con il professor Pietro Scoppola, con il quale convergeva, dopo il Convegno ecclesiale di Loreto del 1985, nel ritenere necessario spronare i credenti ad agire contro la barbarie della vanità, dei trasformismi e contrattualismi senza anima, per il recupero della «moralità intrinseca della politica». E bisognava rendersi disponibili «a rischiare quotidianamente il consenso, nella scelta coerente dei mezzi adeguati ai fini dichiarati». Il cristianesimo avrebbe dovuto abbandonare la tentazione identitaria e maturare una “spiritualità del conflitto”, di fronte all’evidente pluriformità delle convinzioni morali e degli assetti culturali. La sintesi doveva essere ricercata nella convinzione che il bene individuale non avrebbe avuto fondamento senza il desiderio d’essere bene comune. A questo proposito era persuaso dell’utilità di riportare la Teologia nelle facoltà laiche per favorire una ricerca affinata dal confronto delle differenze.

Quando nel 1994 si palesarono gli effetti della crisi morale dei partiti, e della Democrazia Cristiana in particolare, nella sua convinzione questi dovevano essere interpretati come effetto, soprattutto, della perdita di visione e delle sue corrispondenze interiori e testimoniali, come già aveva manifestato il Convegno sui mali di Roma vent’anni prima, chiedendo ai credenti di non rassegnarsi al male nel mondo e di interrogarsi, invece, sulla vocazione a trasformarlo. In questo frangente germinò quella frase rivolta ai cronisti che cercavano di rilevare il suo rimpianto per la fine del partito che aveva sempre spalleggiato le esigenze della Chiesa: «l’unità dei cattolici in politica non è un dogma». C’erano la fiducia nell’autonomia responsabile del laicato-lievito che sarebbe maturata più efficacemente nella pluralità, e il desiderio di liberare la Chiesa da un condizionamento che mentre sembrava agevolare l’assolvimento di richieste, di fatto poteva limitarne la libertà di annuncio, trattenendola nell’ostaggio di convenienze identitarie, e non solo. E qui citava il biblico «piatto di lenticchie» che non mancò di provocare l’olfatto, anche durante le trattative che portarono alla revisione del Concordato del 1984.

L’inizio del suo servizio diplomatico lo aveva visto occuparsi di varie questioni che riguardavano il Vietnam, la Cina e il Sud-est asiatico, e gli aveva svelato un’esperienza di fede provata finanche al martirio. Ma è l’incontro con Tardini a fissare la svolta che indirizzò le future esperienze, trasformando anche la percezione del proprio ministero. Fu suo collaboratore in ufficio, ma la cosa più determinante fu la richiesta di occuparsi dei suoi “orfanelli” a Villa Nazareth, fondata nel 1946, che è anche l’anno in cui l’Assemblea costituente comincia a riunirsi per elaborare la Costituzione della Repubblica italiana.

L’Italia era appena uscita dalla seconda Guerra mondiale, il paese era distrutto in molte sue parti, piegato dalle lacerazioni interiori, e viveva con la speranza di una rinascita e la paura di non farcela. A poca cosa erano ridotti i diritti e le tutele sociali. A monsignor Domenico Tardini, allora segretario della Congregazione per gli Affari ecclesiastici straordinari, bastava raggiungere il Gianicolo per vedere gli effetti della guerra. Vi era un brefotrofio dove i bambini si presentavano affamati e infreddoliti, icone di quello che chiamava “povero popolo”. Anche lui si decide a fare qualcosa, e il 12 aprile 1946 apre il cancello di via della Pineta Sacchetti numero 29 ai primi bambini provenienti da varie regioni d’Italia. Sono poveri, ma tra i poveri sceglie gli «intelligenti». Ad essi offre istruzione e formazione extracurriculare quasi a inseguire un’utopia rinascimentale volendoli educare alla cura dell’umano, alla sensibilità estetica, al plurilinguismo. Per quanto ambigua sia l’espressione, la sua ambizione è quella di formare dei leader. Ma, è lui stesso a specificarlo, leader significa «che vengono educati a far del bene agli altri».

La missione di Villa Nazareth, però, non si limita all’offerta di opportunità, ma è anche una visione che nutre l’inclinazione a pensare, disciplinati e ascetici per evitare le insidie della vanità intellettuale, con la disposizione a farsi carico degli altri. Il nome «Nazareth» rinvia al tempo trascorso in modo nascosto da Gesù; il luogo in cui avviene la sua crescita e la sua formazione in attesa della sua missione pubblica. Quel luogo, ora, indica anche il significato di un collegio universitario per studentesse e studenti, che mette al centro la parabola dei talenti (Mt 25, 14-30), il cui frutto non avrebbe significato cristiano se ridotto all’affermazione anche eccellente di sé stessi senza, o peggio, contro gli altri. Il talento fruttifica solo quando si declina in servizio-diaconia, e richiede persone che non si spaventino di faticare per coltivare un pensiero sulle cose della vita, che usino l’immaginazione come strumento di ricerca, e che siano amiche dell’umano, dialoganti, educate alla libertà e alla responsabilità. Nelle sue note Tardini, pensando al senso di questa istituzione, scriveva: «Abbiamo scelto i bambini più poveri e tra loro i più intelligenti, per una educazione completa e ben fatta […]. Il popolo ha bisogno di apostoli, cioè di persone intelligenti, colte, virtuose, disinteressate, ricche di iniziative e di spirito di sacrificio, che sentano il desiderio di fare del bene agli altri». La funzione di questo desiderio è quella di essere la sentinella che valuta la qualità del risultato in ogni passaggio di crescita. Essere a servizio, sempre, disposti ad arrischiarsi avendo nel cuore e nella testa la convinzione che non si possa perseguire il proprio bene senza preoccuparsi di quello degli altri, soprattutto i più piccoli. La comunità che accoglie una generazione dopo l’altra, educa all’ontologia della pluralità di ogni scelta individuale, non avendo timore dei conflitti, sempre nel rispetto della persona, dei suoi tempi e della sua libertà. E chi, a sua volta, sceglierà d’impegnarsi a formare, non potrà farlo senza quelle necessarie disposizioni che sono l’umiltà che dispone allo stupore, e la speranza che trattiene l’istinto di liquidare gli inciampi, i rallentamenti, gli errori come definitivo fallimento.

Il giovane Silvestrini appare nelle fotografie dei primi anni con quella sua faccia bella, intelligente, curiosa, e l’abito talare non pare una corazza in cui ripararsi. I bambini sono divenuti ragazzi, poi uomini adulti, e lui era orgoglioso di averne favorito la crescita, maturando con loro la consapevolezza che il sacerdozio è paternità, sostegno nelle prove, compagnia rispettosa, autenticamente partecipe nel pianto e nella gioia di ogni stagione. Per ognuno c’era sempre ascolto, un aiuto, un consiglio, una preghiera, e talvolta il silenzio che aveva il sapore dell’attesa fiduciosa. Questa era la sua vera casa, che proteggeva, e dove invitava tutte le persone che riteneva interessanti per le sue studentesse e per i suoi studenti. E spesso quei passaggi veicolavano future e fedeli amicizie. La Luce ha continuato a illuminare i suoi passi, anche quelli di stagioni difficili, quando ha dovuto accettare la marginalità, subire l’emarginazione, affrontare ingiusti giudizi e la solitudine delle decisioni difficili. Quando il corpo invecchiato ne ha rallentato il passo e spezzato la voce, gli incontri e i dialoghi si sono trasformati in essenza, trasfigurando in sguardi e sorrisi, la cui intensità ognuno, ora, potrà distillare: «nella tua luce vediamo la luce».

L’infinito di Leopardi compie 200 anni

Scritta tra il 1818 e il 1819 e pubblicata nel 1826 la poesia ‘L’infinito’ di Leopardi (in realtà un ’idillio’ come lo titolò l’autore) compie 200 anni ma non li dimostra, potrebbe essere stata composta prima o dopo, non ha età perché esprime sentimenti, stati d’animo ed emozioni universali che appartengono al patrimonio dell’umanità.
Si tratta in effetti di una delle poesie più famose della letteratura italiana e mondiale.
Sui 15 endecasillabi sciolti di cui è composta la critica letteraria si è lungamente esercitata nell’esegesi e nella parafrasi del testo, soprattutto per facilitarne la comprensione più fedele delle intenzioni dell’autore agli studenti che dovevano impararla a memoria e recitarla.
Ma anche per coglierne in tutti i suoi aspetti più reconditi un filo conduttore, un significato, un messaggio che non smette di affascinare e commuovere chi si accinge o si esercita nella lettura.

In realtà occorrerebbe avvicinarsi al testo con pudore e stupore per rispetto alla interiorità soggettiva del poeta-filosofo, senza la pretesa di estrapolarne significati riduttivi o a volte banali.
Osservando il manoscritto conservato presso la Biblioteca nazionale di Napoli, se ne intuisce la stesura in un’unica soluzione, una sorta di trasposizione grafica di una riflessione intima e personale che il giovane Leopardi espresse come una rappresentazione ‘istantanea’ illuminata dal suo genio e dalla sua specialissima sensibilità. Si osserva inoltre che tra le altre correzioni visibili nel manoscritto, Leopardi – di suo pugno- cancellò a penna nella penultima riga della poesia la parola “immensità”(che invece è rimasta nella versione ufficiale) con “infinità”: forse un ripensamento, una limatura, la ricerca di un’espressione più coerente con l’interezza e lo sviluppo del testo.

Quasi un segno di ricerca della perfezione e di vocaboli adeguati ad esprimere e decodificare stati d’animo e sentimenti interiori ma comunicabili.
In genere le opere d’arte e gli artisti sono destinati a subire l’incomprensione della loro contemporaneità, sovente infatti i riconoscimenti e gli apprezzamenti sono postumi e giungono quando se ne riscopre l’intrinseco valore: così fu per il “giovane favoloso” , come l’ha definito nella trasposizione cinematografica della sua vita il regista Mario Martone, specie nel periodo della sua permanenza a Napoli, dove fu incompreso, deriso, persino dileggiato. Di lui e di questo “idillio” Bertrand Russell ebbe a scrivere: ”L’infinito esprime più di qualsiasi altra poesia il mio pensiero riguardo l’universo e le passioni… al punto che la considero la più bella espressione di ciò che dovrebbe essere il ‘credo’ di uno scienziato”.
Dotato di una intelligenza straordinaria e poliedrica ma soprattutto di una sensibilità dolente e raffinata, Leopardi conobbe una lunga malattia fin dalla giovane età che portò ad una graduale e inesorabile deformazione fisica ed oltre a questa una indicibile sofferenza interiore, un disagio che oggi chiameremmo emotivo e psicologico, infine le ristrettezze economiche nell’ultima parte della sua vita.

Eppure tutto ciò che potrebbe – agli occhi poco caritatevoli del suo e del nostro tempo – apparire una limitazione e un condizionamento interiore furono – insieme alle doti native e ad un patrimonio culturale frutto di letture, scritti, impegno, studio, approfondimento, la matrice generativa della sua genialità.
Al punto che il senso del limite e insieme lo sforzo di coglierne “l’andare oltre” (la siepe, l’orizzonte, la presente e viva stagione, lo sguardo immaginifico) sono a lungo stati interpretati come manifestazione di un pessimismo interiore che sovente è solo incompiutezza nello stato di grazia dell’estasi, ma suo desiderio e, insieme, amore smisurato per la vita.
Animo insoddisfatto per natura, perfezionista, depresso, solitario, incompreso, disadattato ed emarginato per superiore, inspiegabile dote nativa: segnali di un disagio interiore che se avesse curato come patologia o superato con le effimere lusinghe della vita (come oggi ci viene proposto) non ci avrebbe donato quel capolavoro di intensità emotiva e visione ineguagliata che è “L’infinito”.

Poesia che tutto contiene: il vicino e il lontano, il dentro e il fuori, il passato, il presente, il futuro. Una sorta di ricapitolazione di tutte le cose, come direbbe San Paolo: degli enigmi, dei turbamenti, delle sofferenze, dei desideri, delle gioie , dei dolori, delle speranze, degli abbandoni, delle similitudini, delle differenze, delle intuizioni, della natura umana e della tensione al suo superamento.
Un’allegoria complessa, unica e irripetibile che compendia l’immaginazione di un genio in un messaggio fortemente intimista che anticipa l’intuizione di Mozart quando scrisse, anni dopo, distinguendo la musica dagli spartiti…”tutto è stato composto ma non ancora trascritto”.

Una lettura quanto mai attuale se meditata e assaporata come un dono prezioso per aiutare a capire la vita, nostra e degli altri, in questo mondo precluso e insofferente che spesso fa rima con indifferente.

Lavoro: Istat, ad agosto il tasso di disoccupazione scende al 9,5%.

Ad agosto 2019 la stima degli occupati risulta sostanzialmente stabile rispetto a luglio; il tasso di occupazione si attesta al 59,2%.

L’occupazione risulta stabile per entrambe le componenti di genere; aumenta per gli ultracinquantenni (+34 mila) mentre cala nelle altre classi d’età. Dopo la flessione del mese scorso, tornano a crescere i dipendenti, sia permanenti sia a termine (+32 mila nel complesso); diminuiscono invece gli indipendenti (-33 mila).

Le persone in cerca di occupazione sono in forte calo (-3,4%, pari a -87 mila unità nell’ultimo mese). La diminuzione riguarda entrambe le componenti di genere e coinvolge tutte le classi d’età. Il tasso di disoccupazione scende al 9,5% (-0,3 punti percentuali).

La stima complessiva degli inattivi tra i 15 e i 64 anni ad agosto è in aumento (+0,6%, pari a +73 mila unità) per entrambe le componenti di genere. Il tasso di inattività sale al 34,5% (+0,2 punti percentuali).

Nel trimestre giugno-agosto 2019 l’occupazione è in crescita rispetto ai tre mesi precedenti (+0,2%, pari a +45 mila unità) per entrambi i generi. Nello stesso periodo aumentano sia i dipendenti permanenti (+0,5%, +79 mila) sia quelli a termine (+0,4%, +12 mila) mentre risultano in calo gli indipendenti (-0,8%, -45 mila); si registrano segnali positivi in tutte le classi di età, ad eccezione dei 35-49enni.

Space economy: 100 mln per progetti di ricerca e sviluppo

Dal 15 di ottobre le imprese in possesso dei requisiti previsti dal Programma Mirror GovSatCom potranno presentare domanda per il sostegno a progetti di ricerca industriale e di sviluppo sperimentale. Un’iniziativa che rientra nell’ambito del Piano strategico nazionale e degli accordi di innovazione per la Space Economy. E in questo senso è appena stato pubblicato il decreto del Ministero dello Sviluppo economico che disciplina le modalità e i termini per la presentazione delle domande di agevolazione. Le risorse finanziare disponibili sono pari a 100 milioni di euro, di cui circa 42 milioni provenienti dal Mise. I restanti 58 milioni di euro sono a valere sulle risorse messe a disposizione da Regioni e Province autonome. L’agevolazione verrà concessa sulla base di una procedura negoziale, secondo quanto previsto dagli Accordi per l’innovazione.

Il Programma Mirror GovSatCom ha come obiettivo la realizzazione di un sistema satellitare innovativo, denominato Ital-GovSatCom, per l’erogazione di servizi di telecomunicazioni con caratteristiche di sicurezza, resilienza e affidabilità tali da consentirne l’utilizzo per finalità istituzionali. Tra queste rientrano la protezione civile, la sicurezza e difesa, l’aiuto umanitario, la telemedicina, la sorveglianza marittima, in linea con quanto promosso dall’iniziativa europea denominata, appunto, Mirror GovSatCom. Oggi l’economia spaziale cresce e si sviluppa anche grazie alle imprese. Se una volta erano solo le agenzie spaziali di governi e consorzi governativi a occupare la scena, con progetti a volte di alto valore anche sociale come accade per i satelliti per le telecomunicazioni e per quelli che garantiscono la possibilità di muoversi con i navigatori, oggi anche le aziende private giocano un ruolo rilevante. Con il Programma Mirror GovSatCom, infatti, potranno beneficiare delle agevolazioni le imprese di qualsiasi dimensione, con almeno due bilanci approvati, che esercitino attività industriali, agroindustriali, artigiane o di servizi all’industria,  nonché attività di ricerca.