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MATTARELLA, IL RIFERIMENTO PER L’INTERO PAESE.

Il discorso di Sergio Mattarella non poteva che essere molto atteso e quindi molto ascoltato. È importante che “l’arbitro” per eccellenza delle nostre istituzioni sia anche una persona che interpreta il suo ruolo con grande senso dello Stato.

Giorgio Merlo

Il discorso del Presidente della Repubblica di fine anno, da sempre, rappresenta una importanza non indifferente per l’intera politica italiana. Certo, il riscontro dell’importanza cambia a seconda del momento politico, sociale e culturale del paese. E, inoltre, a seconda del ruolo che gioca il Presidente della Repubblica – o che ha giocato – nelle diverse fasi storiche. Un fatto, però, è indubbio: poche volte si tratta di un intervento rubricato all’ordinaria amministrazione e destinato, quindi, a non incidere nelle dinamiche della politica italiana. Ma, da quando il Presidente non riveste solo più un ruolo puramente formale se non protocollare, ogni suo intervento non solo è ascoltato da larghi settori della pubblica opinione – com’è giusto che sia – ma, soprattutto, è l’intera politica che presta una forte attenzione. E, di conseguenza, anche l’ultimo intervento di Sergio Mattarella non poteva che essere molto atteso e quindi molto ascoltato.

Del resto, erano molti i tasselli che componevano questa attesa: dal primo intervento dopo la vittoria del centro destra alle elezioni politiche e il decollo, di conseguenza, di un Governo di centro destra; dalla permanenza, purtroppo, della guerra tra la Russia e l’Ucraina alla difficile situazione sociale del nostro paese; dal futuro concreto delle nuove generazioni al punto interrogativo sul potenziale ritorno della pandemia. Insomma, come sempre e forse più di un tempo, c’erano molti elementi che contribuivano a fare del discorso del Capo dello Stato un momento importante per la fase politica che stiamo vivendo. E, pur senza addentrarci nel merito di ciò che ha detto Mattarella la sera del 31 dicembre, non possiamo non sottolineare che le parole pronunciate e gli argomenti richiamati portano ad una medesima conclusione: ovvero, l’attuale Presidente della Repubblica – anche se è appena decollato il suo secondo mandato settennale – continua ad essere “il” punto di rifermento istituzionale per eccellenza nel nostro sistema politico.

“Il” punto di riferimento a cui tutti, o la stragrande maggioranza dei cittadini, guardano per rendersi conto di ciò che capita realmente nel nostro paese e, soprattutto, per orientarsi nelle concrete e a volte complesse dinamiche politiche italiane. E anche questa volta è stato così. E questo è stato confermato non solo dagli ascolti registrati dopo il discorso di fine anno, ma anche per le parole dette e le riflessioni avanzate in questo difficile e complesso momento politico. Anche per ciò che il Presidente ha detto all’inizio del suo intervento quando ha fatto riferimento alla novità, per la prima volta nella storia democratica del nostro paese, che una donna ricopre l’incarico di Presidente del Consiglio e frutto di una chiara maggioranza politica. Un elemento, questo, che contribuisce anche e soprattutto a non radicalizzare eccessivamente lo scontro politico nel nostro paese salvaguardo, di conseguenza, un civile confronto politico tra i partiti seppur con posizioni molto diverse tra di loro. E, al contempo, la necessità di concentrare l’attenzione sulle vere emergenze che caratterizzano il nostro paese senza soffermarsi su dettagli che non contribuiscono a riqualificare la politica e a ridare prestigio ed autorevolezza alle nostre istituzioni democratiche.

Insomma, al di là delle legittime posizioni di ogni partito sulle riforme istituzionali per ridare maggior efficacia e vigore al nostro sistema politico, è importante che “l’arbitro” per eccellenza delle nostre istituzioni sia anche una persona che interpreta il suo ruolo con grande senso dello Stato e che proprio questo “stile”, corretto e trasparente, sia riconosciuto dalla stragrande maggioranza della pubblica opinione. E questo anche per un motivo che noi, cattolici democratici e popolari, possiamo dire ad alta voce. E cioè, Sergio Mattarella interpreta al meglio gli elementi costitutivi della tradizione del cattolicesimo politico italiano che, del resto, rispecchiano fedelmente i principi e i valori della nostra Costituzione. E a questi l’attuale Presidente della Repubblica riconduce fedelmente la sua azione e il suo mandato istituzionale e politico.

RISCHIO SCISSIONE NEL PD? IL NUOVO POPOLARISMO COME ARGINE ALLA DERIVA RADICALE.

Se fosse stravolto il manifesto ideato nel 2007, mortificando il contributo del popolarismo e sposando una “deriva radicale”, non è difficile immaginare che si tratterebbe di una “cosa nuova” destinata a provocare una scissione ai danni del Pd.

 

Domenico Rogante

 

Il clamore mediatica suscitato dal convegno de “I Popolari” dello scorso 19 Dicembre ci dà l’idea di quanto quella Comunità, nonostante l’indecifrabile valenza elettorale, continui ad essere un punto di riferimento politico. L’incontro, nella cornice storica dell’Istituto Sturzo di Roma, ha raccolto tanti politici, intellettuali, cittadini che hanno risposto in maniera entusiasta alla chiamata del leader storico Pierluigi Castagnetti, per prevenire la “deriva radicale” del Partito Democratico, ma soprattutto per rilanciare i valori fondanti del pensiero cattolico democratico che così tanto ha dato al nostro Paese e da cui non si può prescindere se si vuole tentare di comprendere le tante trasformazioni che ci attraversano in questo tempo. La lotta alle disuguaglianze in una società sempre più globalizzata, la centralità del lavoro coniugata al tempo dello sviluppo tecnologico e digitale, la crisi della democrazia rappresentativa, l’ecologia integrale, la pace e l’integrità delle istituzioni europee nell’attuale contesto internazionale, sono tutti temi che pongono al centro la persona e lo sviluppo umano integrale e per questo richiedono uno sforzo collettivo straordinario nell’analisi, nel confronto e nella ricerca di soluzioni comuni.

 

Risulta quindi evidente, che pensare di rispondere a questioni così cruciali con la sbandierata esigenza di “più sinistra” oppure con una necessaria “svolta socialista”, rappresenta un tentativo maldestro di semplificare problemi in realtà molto complessi, quando, invece, ci viene chiesto di avere una visione più ampia e condivisa della realtà, per governarla con una grande capacità di mediazione degli interessi e dei bisogni e, soprattutto, questa scelta radicale di sinistra pura suppone di possedere risposte nette e chiare, ignorando quanto siano “radicali”, per esempio, le posizioni di Papa Francesco sul capitalismo. Nel contesto congressuale del Partito democratico, se questa richiesta massimalista di “sinistra pura” tendesse a stravolgere il manifesto valoriale ideato da Reichlin e Scoppola nel 2007, non è difficile immaginare che si tratterebbe di una “cosa nuova” e, quindi, provocherebbe una scissione che condannerebbe inevitabilmente il Partito democratico ad una dimensione minoritaria e ad un ruolo di forza politica di opposizione “eterna”.

 

Non possiamo non notare, inoltre, le incertezze manifestate dal Segretario Enrico Letta, il che ci fa pensare se non sarebbe stato meglio avere un segretario di transizione, ma pienamente legittimato a gestire questa fase, invece che un segretario condizionato che dà l’idea di essere sfiduciato.  Tuttavia, dagli interventi pubblici dei candidati alla segreteria dal PD, nelle ultime ore, sembra che la presenza e la voce dei Popolari sia stata avvertita. Infatti, il “pluralismo” e la ricchezza delle culture fondatrici del Partito è tornato ad essere considerato un patrimonio a cui non si può rinunciare, salvo dimostrarlo anche con azioni concrete.  In ogni caso, fra “I Popolari”sta emergendo la fermala volontà di rinverdire la presenza del Partito Democratico nel panorama politico attuale, orientandolo sul crinale della storia, coerentemente con la costruzione della pace, di ogni possibile forma di solidarietà, dell’unità della famiglia umana. Ma il ruolo dei Popolari deve limitarsi solo ad una sorta di “sentinella”, a salvaguardia dei valori fondanti del Pd o è arrivato il momento di fare un ulteriore passo avanti? Ovvero riprendere il percorso per offrire il proprio contributo sulla base della propria ispirazione ideale?

 

La questione morale, tornata alla ribalta con il Quatargate, ci interroga sulla qualità dell’attuale classe dirigente, sul tema dell’etica personale che deve esprimersi sul piano comportamentale, di vita morale e sulla necessità di riavvicinare la politica ai cittadini. Questa è, secondo me, la sfida che i cattolici democratici devono intraprendere. C’è bisogno di tornare a tessere una comunità, creando una rete di organismi associativi locali che facciano riferimento ad un’unica organizzazione nazionale, per far nascere nuovi luoghi di elaborazione prepolitica ed avviare una campagna capillare di formazione, con l’obiettivo di far germogliare nei nostri territori un Nuovo Popolarismo. Non per essere alternativi al PD, che anzi ci deve vedere ancor più protagonisti, ma “a prescindere da come andranno le cose”. Un Nuovo Popolarismo, saldamente ancorato ai valori e alla sua gloriosa storia, che possa essere l’attualizzazione del Cattolicesimo Democratico, come bene spiega il prof. Lino Prenna nel suo ultimo libro.  Noi Popolari ci sentiamo chiamati a rinvigorire il Pd agendo nel solco dei principi costituzionali, per essere in grado, insieme alle altre forze popolari, di rimuovere gli ostacoli che si frappongono a una piena inclusione, a una partecipazione responsabile, allo sviluppo integrale della persona.

Segnale con freccia

 

Domenico Rogante ha svolto uno degli interventi conclusivi al convegno dell’Associazione “I Popolari” su I cattolici democratici nella politica di oggi: sono ancora utili all’Italia? (Roma, Istituto Sturzo, 19 dicembre 2022). 

L’AGIRE POLITICO SECONDO RATZINGER: DOV’È IL FONDAMENTO ETICO?

Dove può essere trovato il fondamento etico per le scelte politiche? La tradizione cattolica sostiene che le norme obiettive che governano il retto agire sono accessibili alla ragione, prescindendo dal contenuto della rivelazione. Secondo questa comprensione, il ruolo della religione nel dibattito politico non è tanto quello di fornire tali norme, come se esse non potessero esser conosciute dai non credenti — ancora meno è quello di proporre soluzioni politiche concrete, cosa che è del tutto al di fuori della competenza della religione — bensì piuttosto di aiutare nel purificare e gettare luce sull’applicazione della ragione nella scoperta dei principi morali oggettivi. Questo ruolo “correttivo” della religione nei confronti della ragione, tuttavia, non è sempre bene accolto, in parte poiché delle forme distorte di religione, come il settarismo e il fondamentalismo, possono mostrarsi esse stesse causa di seri problemi sociali. E, a loro volta, queste distorsioni della religione emergono quando viene data una non sufficiente attenzione al ruolo purificatore e strutturante della ragione all’interno della religione. È un processo che funziona nel doppio senso. Senza il correttivo fornito dalla religione, infatti, anche la ragione può cadere preda di distorsioni, come avviene quando essa è manipolata dall’ideologia, o applicata in un modo parziale, che non tiene conto pienamente della dignità della persona umana. Fu questo uso distorto della ragione, in fin dei conti, che diede origine al commercio degli schiavi e poi a molti altri mali sociali, non da ultimo le ideologie totalitarie del ventesimo secolo. Per questo vorrei suggerire che il mondo della ragione ed il mondo della fede — il mondo della secolarità razionale e il mondo del credo religioso — hanno bisogno l’uno dell’altro e non dovrebbero avere timore di entrare in un profondo e continuo dialogo, per il bene della nostra civiltà.

La religione, in altre parole, per i legislatori non è un problema da risolvere, ma un fattore che contribuisce in modo vitale al dibattito pubblico nella nazione. In tale contesto, non posso che esprimere la mia preoccupazione di fronte alla crescente marginalizzazione della religione, in particolare del Cristianesimo, che sta prendendo piede in alcuni ambienti, anche in nazioni che attribuiscono alla tolleranza un grande valore. Vi sono alcuni che sostengono che la voce della religione andrebbe messa a tacere, o tutt’al più relegata alla sfera puramente privata. Vi sono alcuni che sostengono che la celebrazione pubblica di festività come il Natale andrebbe scoraggiata, secondo la discutibile convinzione che essa potrebbe in qualche modo offendere coloro che appartengono ad altre religioni o a nessuna. E vi sono altri ancora che — paradossalmente con lo scopo di eliminare le discriminazioni — ritengono che i cristiani che rivestono cariche pubbliche dovrebbero, in determinati casi, agire contro la propria coscienza. Questi sono segni preoccupanti dell’incapacità di tenere nel giusto conto non solo i diritti dei credenti alla libertà di coscienza e di religione, ma anche il ruolo legittimo della religione nella sfera pubblica. Vorrei pertanto invitare tutti voi, ciascuno nelle rispettive sfere di influenza, a cercare vie per promuovere ed incoraggiare il dialogo tra fede e ragione ad ogni livello della vita nazionale.

Il testo è tratto dall’Osservatore Romano in distribuzione da questo pomeriggio

TEMPI NUOVI. LA NOSTRA RICERCA POLITICA.

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E’ stato il binomio “democratici e cristiani” a segnare buona parte del Novecento, non solo in Italia. Dopo la seconda guerra mondiale, democrazia e religione avevano intrecciato le loro radici al tronco della rinascita civile, dando linfa a una grande pianta di libertà e di progresso. Ne venne una politica che oggi consideriamo storia, fatta di insediamento popolare, prudente esercizio del potere, esemplarità di figure rappresentative: da qui la conclusione che la Dc fu una “civiltà politica” più che un semplice partito.

Che sia una storia irrepetibile, almeno nelle forme conosciute, è un dato fuori discussione; che possa invece rianimare una presenza pubblica, nei termini adeguati alle condizioni odierne, non è più un interrogativo clandestino. Appare ai giorni nostri quanto meno rispettabile. Ciò non significa accomodarsi nella riscoperta del passato, bensì addentrarsi con rinnovata coscienza nelle sfide di tempi nuovi.


Fare politica esige un salto – dalle emozioni ai ragionamenti, dalle speranze ai programmi, dagli universalismi teorici alle scelte di campo – per dare voce a interessi legittimi e incarnare un progetto sostenibile. Di questo c’è traccia nelle motivazioni che circolano tra gli addetti ai lavori, tutte largamente intrise di fiducia nella ripresa del cattolicesimo democratico, ma tutte ancora disadorne e sparpagliate dal punto di vista del “che fare”. In ogni caso i progressisti, a differenza dei conservatori, mettono a nudo un desiderio di ricerca come orizzonte sovrano delle proprie aspirazioni.


Ora, la contesa tra una destra nazional-popolare e una sinistra radical-sociale apre nuovi spazi al riformarsi nella coscienza del Paese di una politica caratterizzata da visione e coerenza, anche con l’apporto di quella cultura riformatrice che s’incarica di promuovere creativamente la lezione del popolarismo. Altro non si può dire, al riguardo, perché la declinazione di questa novità in itenere appartiene alla combinazione di fattori molto diversi, non sempre assoggettabili ai desideri e alle volontà degli uomini. È certo, tuttavia, che qualcosa ormai si muova.

L’articolo è tratto da “DemocraticiCristiani”, periodico dell’ANDC (Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani), pubblicato a fine anno 2022.

PRESIDENZIALISMO, LA TENTAZIONE CHE TORNA A DIVIDERE IL PAESE.

Riannodiamo frammenti di un itinerario di studio che tra storia e prospettive ci sollecitano a guardare al parlamento e al suo futuro come una lunga storia alla prova del nuovo secolo. Nella storia del pensiero politico del Novecento l’idea “presidenzialistica” sembra presente, in un contesto comunque democratico, per lo più nei Paesi in cui non ci sia stata un’esperienza totalitaria alle spalle. Non è il caso dell’Italia nella cui Costituzione non si può assolutamente leggere la possibilità di un’idea di leadership relativa al concetto di sovranità, ma soprattutto di decisionalità, che non risieda solamente nell’azione legislativa dei rappresentanti dei cittadini e perciò del Parlamento.

L’idea dell’arco costituzionale si è fondata soprattutto su questo presupposto che ha coronato la concezione di un potere orizzontale e pluralisticamente inteso con pesi e contrappesi e che si oppone a qualunque visione culturale e “antropologica” di uomo forte e tendenzialmente solo al comando. La stessa filosofia politica della Costituzione repubblicana riposa su tali presupposti e come tale definisce lo stesso arco costituzionale. Si sa bene che di questo facevano parte tutti i partiti democratici e antifascisti, quelli per intenderci legati a un patrimonio assiologico della Costituzione che dell’antifascismo ha fatto il proprio caposaldo. Per cui può senz’altro essere una democrazia liberale di tipo presidenziale, ma questa non sembra essere possibile nel caso italiano per i motivi storici, cultuali e istituzionali di cui sopra.

Qualunque proposta in questo senso nella sua “eversività” di fondo rischia di essere solamente un elemento di distrazione rispetto a un’azione di governo ove non riesce a portare avanti un’azione mirata all’impegno del Paese nel contesto europeo e a spostare spazi di polemica politica per il tramite di un tatticismo e una comunicazione politica che fondano la propria azione su un’oggettiva impossibilità strutturale e istituzionale. Con l’adozione della Carta del 1948, dall’impianto pluralista e garantista che veniva a trovare il suo specchio naturale e diretto nel governo parlamentare, il tema del presidenzialismo, salvo rare e marginali eccezioni, scompariva dalla scena politica.

Negli anni ottanta prende avvio la stagione delle Commissioni bicamerali, dalla cui conclusione negativa Leopoldo Elia trae «una importante lezione di metodo: da una parte le riforme della Costituzione esigono maggioranze ampie e convinte su posizioni chiaramente condivise e dall’altra emerge la necessità di non contaminare oltre certi modelli storicamente collaudati, con il rischio, altrimenti, di mantenere ambiguità ed antinomie, foriere di futuri conflitti». È utile ricordare il pensiero di Giuseppe Dossetti, uno dei grandi architetti della Carta: «Alcuni pensano che la Costituzione sia un fiore pungente nato quasi per caso da un arido terreno di sbandamenti postbellici e da risentimenti faziosi volti al passato. Altri pensano che essa nasca da una ideologia antifascista di fatto coltivata da certe minoranze che avevano vissuto soprattutto da esuli negli anni del fascismo. Altri ancora – come non pochi dei suoi attuali sostenitori – si richiamano alla Resistenza, con cui l’Italia può avere ritrovato il suo onore e in un certo modo si è omologata a una certa cultura internazionale. E così si potrebbe continuare a lungo nella rassegna delle opinioni o sbagliate o insufficienti. In realtà, la Costituzione italiana è nata ed è stata ispirata – come e più di altre pochissime costituzioni da un grande fatto globale, cioè i sei anni della seconda guerra mondiale. Questo fatto emergente della storia del XX secolo va considerato, rispetto alla Costituzione, in tutte le sue componenti oggettive e, al di là di ogni contrapposizione di soggetti, di parti, di schieramenti, come un evento enorme che nessun uomo che oggi vive, o anche solo che nasca oggi, può e potrà accantonare o potrà attenuarne le dimensioni, qualunque idea se ne faccia e con qualunque animo lo scruti».

Pietro Scoppola, si sofferma, non a caso, su questo passaggio di Dossetti, offrendoci una interpretazione che ha fatto scuol: «La coscienza ben viva nei Costituenti, che si ritrova nei loro scritti e nei loro ricordi, è di una grande responsabilità storica, quella appunto di dar voce alla domanda che saliva dal Paese di una radicale rifondazione della convivenza dopo gli orrori della guerra; occorreva una risposta che fosse all’altezza della vicenda epocale con cui l’Italia si era coinvolta. Indubbiamente vi fu compromesso tra i partiti, tra le componenti culturali in Assemblea costituente, basta rileggerne gli atti. In ogni caso, il compromesso era la condizione necessaria perché partendo da premesse culturali e politiche diverse quella speranza di liberazione, quella rifondazione morale del Paese potesse essere espressa e realizzarsi. Fu compromesso nel senso più alto del termine cioè del con-promettere, del promettere insieme impegnandosi su valori comuni».Il quadro instabile delle alleanze dei primi anni novanta, la debolezza dei partiti, la necessità di dare un governo al Paese ha richiesto profondi cambiamenti anche nella prassi parlamentare.

Se la precedente legislatura ha preso il via con la richiesta di impeachment di Mattarella da parte del Movimento 5 Stelle, si è chiusa invece con il respingimento del disegno di legge costituzionale (Atto Camera n. 716; Atto Senato n. 1489 della precedente legislatura) presentato alle Camere nel giugno del 2018 da Fratelli d’Italia per l’elezione diretta del Capo dello Stato. Orbene, non sfugge che dopo il 25 settembre la proposta sia di nuovo rilanciata, assumendo a questo punto il carattere di una vera e propria connotazione di tipo programmatico, come emblema della Destra di governo.

Si tratta di un disegno che annuncia motivi di contrasto e divisione, anziché di convergenza e solidarietà, quali invece servirebbero per unire maggiormente il Paese. Il presidenzialismo suscita il timore che si voglia impoverire la dialettica democratica puntando in effetti a verticalizzare – e dunque ad accentrare – il potere politico. Ci sono altre vie che possono condurre al rafforzamento delle nostre istituzioni, certamente assicurando al governo le pre-condizioni della stabilità, ma senza alterare le forme giuridiche dell’ordinamento attuale che vede nel Parlamento il perno costituzionale della democrazia, del pluralismo e delle libertà.

L’articolo è tratto da “DemocraticiCristiani”, periodico dell’ANDC (Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani), pubblicato a fine anno 2022. Qui l’articolo completo

MELONI, FINALMENTE TORNA LA POLITICA. MA DEVE TORNARE PER TUTTI.


La lunghissima conferenza stampa di Giorgia Meloni di fronte a molti giornalisti ha avuto un grande merito. Al di là dei numerosissimi temi affrontati ed approfonditi e che sono al centro dell’agenda politica del governo. Temi, tra l’altro, affrontati con pacatezza ed equilibrio.

Mi riferisco, nello specifico, a un fatto molto semplice: dopo molto tempo finalmente abbiamo un Premier, al tempo stesso leader politico, che ha vinto legittimamente le elezioni e che può rispondere liberamente e senza ipocrisia o filtri vari, alle domande dei giornalisti presenti in sala. E, soprattutto, dire liberamente ciò che vuole fare e che pensa di fare nei prossimi mesi ed anni. Era da molti anni, infatti, che tutto ciò non capitava più. Eppure avere un Premier che parla a nome di una maggioranza politica che ha vinto una libera competizione elettorale non dovrebbe essere una straordinaria novità per un sistema democratico, liberale e costituzionale. In Italia, invece, lo era. E questo per una pluralità di motivi su cui non vale neanche la pena soffermarsi visto che conosciamo benissimo quali sono state le motivazioni che hanno portato a questa degenerazione dello stesso sistema democratico ed istituzionale. Al punto che ormai quasi metà degli elettori non si presentano più alle urne. Tanto per le consultazioni nazionali quanto per quelle locali.

Ma, al di là di queste considerazioni, l’elemento qualificante della conferenza stampa di fine anno della Premier Meloni è che, seppur tardivamente, è ritornata a pieno titolo nel nostro paese la Politica. E con un governo politico, anche leader di governo espressione di uno schieramento politico ben definito e delimitato. Questo elemento, banale se non addirittura elementare in un regime democratico, comporta e richiede però la presenza di una opposizione altrettanto caratterizzata sotto il profilo politico. E culturale. E questo è anche il modo migliore per spingere tutti gli altri partiti, soprattutto quelli d’opposizione, a caratterizzarsi sotto il profilo politico, culturale, programmatico e forse anche organizzativo. Dismettendo i panni di “partiti personali” o “del capo” per trasformarsi, al contrario, in veri soggetti politici. Perchè questa è, adesso, la vera scommessa politica. E cioè, far sì che la competizione tra la maggioranza e l’opposizione sia radicalmente di natura politica. Senza alchimie parlamentari, equilibrismi vari e, soprattutto, battendo quella deriva trasformistica ed opportunistica che ha segnato l’esperienza dei populisti. Di maggioranza e di opposizione.

E, probabilmente, con il ritorno della politica al Governo ci sarà anche la possibilità di riscoprire sino in fondo il ruolo e la funzione di quelle culture politiche che storicamente hanno saputo declinare una vera e credibile cultura di governo nel nostro paese. E quindi, e di conseguenza, contribuire a scomporre e a ricomporre nel futuro lo stesso quadro politico in vista di una maggiore ed ulteriore stabilità.

I PRIMI SESSANTA GIORNI DA PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DI GIORGIA MELONI: IL DESTRA-CENTRO ALLA PROVA DEI FATTI.

In attesa che arrivino i primi 100 giorni del Governo Meloni, le prospettive di andare avanti con una certa tranquillità in un Paese che non è tenero con i suoi governanti e li ha abituati a stare poco tempo a Palazzo Chigi, Meloni Presidente del Consiglio si porta a casa un risultato certo. La sua maggioranza tiene anche senza abusare dello strumento del voto di fiducia in Parlamento.

Rispetto alle promesse elettorali di una decisa virata per un futuro migliore per il Paese, molte misure sono un prosieguo di quanto impostato nel precedente governo e alcune sono proprio tipiche di un governo a guida destra a cui, non mi stancherò di evidenziarlo, non eravamo più abituati. Le misure significanti sono la liberalizzazione del limite per l’utilizzo del contante, la riduzione della pressione fiscale, la riduzione della tassazione d’impresa e delle attività finanziarie, e il contenzioso fiscale. Seguono la riduzione delle opportunità per l’applicazione del reddito di cittadinanza e l’aumento delle pensioni minime. Il bacino elettorale dove è andato a pescare voti il centro destra è fatto da imprese, piccole e medie, artigiani, pensionati e lavoratori autonomi. Ne sono fuori le politiche industriali e i lavoratori/salariati rappresentati dai sindacati, così come la larga fetta dei dipendenti pubblici. Agli elettori di centro destra (ma sarebbe più corretto dire di destra-centro) la legge di bilancio ha dato quanto promesso in quello slogan sintetico che diceva tutto: “Pronti!”. Pronti a governare il Paese e a pensare prima alla difesa degli interessi interni e poi al resto. Resta fuori il lavoro e la disoccupazione, il problema dei giovani che non hanno speranze per il loro futuro, le donne che si faranno ancora carico del welfare familiare, le politiche di aiuto alle famiglie, il terzo settore, il contrasto alla povertà; il sistema welfare, nel suo complesso, che ancora una volta è lasciato alla sopportazione, allo spirito di sacrificio e alla solidarietà degli italiani.

Nei primi sessanta giorni di Governo i temi centrali del Paese sembrano essere stati procrastinati all’anno nuovo con le manovre di aggiustamento del bilancio che da marzo saranno necessarie perché l’inflazione e la crisi energetica si stanno mangiando letteralmente i risparmi degli italiani e i loro stipendi. Questa luna di miele con il Paese rischia di essere più breve di quanto concesso di solito, per il Presidente Meloni. Che dovrà necessariamente riprendere le tematiche della destra sociale (lavoro a tutti e famiglia al centro) per cercare di coniugarle con una realtà che non farà sconti. Perché cinque milioni di italiani in povertà non fanno dormire nessun capo di Governo, un aumento della disoccupazione e una crescita della richiesta di misure di sussidio temporaneo (che diventa permanente nel nostro mercato del lavoro) da parte delle imprese e dei lavoratori, la popolazione in età lavorativa che si riduce progressivamente (oggi ogni otto anziani un giovane), sono ipotesi concrete che rischiano di far saltare il banco, senza una visione strategica condivisa.

Allora converrà ragionare piuttosto che su un quinquennio, su un tempo più breve, nel quale tuttavia le misure concrete per tenere insieme il Paese possano essere prese con rapidità e d’intesa con l’opposizione. Non perché l’intesa sia necessaria, anzi se ne può fare a meno per come sono fatti i rapporti di potere in questo Parlamento, ma perché buona parte di quello che manca sono politiche definite “di sinistra” e che, qui la sinistra o il centro-sinistra ha la sua piena colpa, non sono state prese per tempo. Una sottovalutazione degli effetti a medio termine della contrazione/rigidità del mercato del lavoro nel nostro Paese che sta mostrando tutta la sua importanza adesso che la crisi energetica è evidente e che il mondo produttivo si è fermato a causa della pandemia.

E allora, mentre i giorni scorrono e si dice pubblicamente “meglio di così non potevamo fare”, un ragionamento fermo sul futuro del Paese che sta guidando dovrebbe sovvenire al Presidente Meloni, pescando soprattutto da quella lunga stagione da parlamentare all’opposizione, che l’ha vista esaminare, emendare e contestare ben dodici leggi di bilancio presentate dal centro-sinistra. Di sicuro, rivedendo qualche critica di allora si potrà meglio vedere i difetti della legge di bilancio di oggi. In attesa di marzo.

FINALMENTE TORNANO LE PROVINCE? ERA ORA.

Il ritorno delle Province è un punto programmatico molto atteso dalla stragrande maggioranza degli amministratori locali del nostro paese. Certo, è singolare che ci volesse un governo di centro destra per cancellare una pessima e devastante riforma, quella voluta dall’allora Ministro Del Rio. Una scelta, quella di Del Rio, dettata solo ed esclusivamente da ragioni demagogiche e qualunquistiche per inseguire e assecondare la spinta populista dei 5 stelle. Come, ad esempio, il taglio indiscriminato dei parlamentari per poi accorgersi, appena dopo quella riforma, del madornale errore compiuto. Sempre frutto del populismo demagogico, qualunquista e anti politico del partito di Conte.

Ma, per tornare al capitolo delle Province, semplicemente non ci si è resi conto che proprio questo ente era quello storicamente più vicino alle istanze e alle domande dei cittadini. E, di conseguenza, dei Comuni, soprattutto dei piccoli e medi Comuni che, come tutti sappiamo, rappresentano la stragrande maggioranza degli enti locali nello scacchiere nazionale. E questo perchè sono proprio le competenze istituzionali delle Province ad essere state messe in discussione delegandole alle cosiddette “Città metropolitane” che, al di là della buona volontà e della dedizione degli amministratori e dei dirigenti, si sono rivelate del tutto inadeguate al compito e al ruolo che la legge Del Rio le aveva assegnato.

Ora, finalmente, ci voleva il ritorno del centro destra al Governo per ripristinare una legge dettata unicamente dal buon senso prima ancora che da qualsiasi altra valutazione politica o di schieramento. Perché è proprio attorno a quelle competenze istituzionali – trasporti, scuola, infrastrutture, turismo e manutenzione del territorio – che si gioca la sopravvivenza e il destino degli stessi Comuni. E, nello specifico, dei piccoli Comuni. È inutile ricordare che le Province hanno svolto quel compito istituzionale in modo eccellente. Poi, certo, molto dipendeva anche e soprattutto dalla capacità dei singoli amministratori che gestivano le varie deleghe. Ma è indubbio che era proprio quella cornice istituzionale che imponeva di svolgere un ruolo essenziale ed indispensabile per il governo concreto e vero del territorio. Apprezzato e ricordato ancora oggi praticamente da quasi tutti gli amministratori locali dei vari territori.

Ma, preso atto della possibilità di far ritornare l’ideologia del buon senso sul versante della riscoperta delle Province per quanto riguarda la riorganizzazione degli enti locali, è anche bene ricordare che, appena il dibattito decollerà a livello parlamentare e nazionale, avremo nuovamente l’opposizione feroce dei populisti dei 5 stelle e di tutti i professionisti “dell’anti casta”, accompagnato quasi sicuramente dai compagni di viaggio della sinistra post comunista, che si scaglieranno contro in virtù della “buona politica” e contro l’immancabile sperpero delle risorse pubbliche. Seguendo la logica, ormai nota e collaudata, che il costo della democrazia è un orpello di cui possiamo tranquillamente fare a meno con tanti saluti al governo del territorio e, di conseguenza, alle domande e alle richieste sempre più pressanti dei cittadini che provengono da quei luoghi. E questo perché i populisti sono perfettamente estranei ai temi del governo del territorio e della gestione delle amministrazioni locali essendo interessati solo ed esclusivamente alla propaganda demagogica, anti politica e qualunquistica.
Ecco perchè il tema del ritorno delle Province dovrà, tuttavia, superare le non poche resistenze anti politiche che saranno messe in campo dai populisti di varia natura. Non sarà un iter nè semplice e nè facile ma si deve percorrere sino in fondo per non ritrovarci a fare i conti, ancora una volta, con la pessima ed incommentabile legge voluta dall’esponente del Pd Del Rio.

ALLARME COVID, SI RIPARTE DALLA CINA TRA PRESSAPPOCHISMO E SOTTOVALUTAZIONE.

Ci risiamo: l’impressione è che siano state rimosse troppo in fretta un po’ ovunque nel mondo le cautele sulla diffusione del Covid. Oltre due anni di pandemia e di restrizioni hanno sfiancato tutti, dal personale sanitario, ai pazienti, alla gente comune. E’ che governi e autorità sanitarie non si sono voluti accollare l’onere della prudenza, e l’accusa di essere menagrami: molto più facile ed elettoralmente redditizio nell’immediato, cedere alla lusinga del liberi tutti. Ma passare da martellanti campagne per l’estensione quanti-qualitativa dei vaccini, per fasce di età e tipologia dei soggetti a rischio, ad una sorta di distaccato pressappochismo con ampie tolleranze e zero controlli ha prodotto un effetto sottaciuto ma temuto dagli scienziati, ben sapendo che la mutazione delle varianti costituisce il pericolo maggiore. Chi aveva pensato di essersi scrollato di dosso questa peste del terzo millennio ha ceffato di brutto. I dati che arrivano (manco a dirlo) dalla Cina sono catastrofici: ci sono città dove le salme non riescono ad essere smaltite dai forni crematori.

L’atteggiamento delle autorità cinesi è stato sconcertante: da una politica draconiana di misure di profilassi anche con l’uso della forza, alla totale rimozione di ogni precauzione, sotto la pressione della popolazione inferocita. Si sa che una pandemia parte da un solo caso: così era stato a Wuhan così rischia di essere in ogni megalopoli, città, sobborgo o villaggio della nazione più popolata del pianeta. E immaginare di fermare la diffusione del contagio oltre confine è una pia illusione: come tentare di arginare uno tsunami con l’ombrellone da spiaggia. Per questo i cittadini cinesi partono liberamente con voli di linea diretti in ogni angolo del mondo: solo a Malpensa il 50% dei controlli effettuati in questi giorni sui passeggeri sbarcati ha dato esito positivo.

Che qualcuno sfugga al più accurato monitoraggio è un dato matematicamente certo. Per questo- in considerazione dei dati allarmanti provenienti dalle autorità sanitarie di Pechino – in ogni altro luogo del pianeta la ripartenza di controlli e misure restrittive è e sarà sicuramente tardiva. Il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della Sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, nel corso di una conferenza stampa a Ginevra ha fatto sapere di aver chiesto a Pechino “informazioni dettagliate su casi, ricoveri ospedalieri e unità di terapia intensiva”. Ma da un regime autarchico non ci si possono attendere dati veritieri. Per tutto il 2022 l’OMS ha bombardato di note e messaggi che invitavano e non dare per sconfitto il virus: la teoria delle sue mutazioni genetiche lo rende impermeabile ai vaccini che devono essere continuamente adattati. Quelli cinesi si sono rivelati a conti fatti disastrosi e fallimentari. E se l’eziopatogenesi del morbo consiste nel passaggio del virus dall’animale all’uomo gli stili alimentari riscontrati ai mercati cinesi non sono rassicuranti. A fine anno la stessa OMS ha diffuso un dato ufficiale che dovrebbe portare sulla via di Damasco il più ottuso negazionista e detrattore della medicina ufficiale: tra il 2020 e il 2022 il SARS CoV-2 ha procurato in via diretta o per postumi 14,83 milioni di decessi oltre la media annuale a fronte di 651.918.402 casi registrati nel mondo.

L’Occidente ha tuttavia colpe imperdonabili e l’Italia esce da una lunga campagna piena di contraddizioni, remore, teorie no vax propugnate anche da una parte del mondo sanitario. Ora ne ricomincia un’altra pari allo zero aritmetico: rimosse le restrizioni, le mascherine e gli assembramenti in nome delle libertà civili conculcate, non siamo stati in grado di porgere l’orecchio al reiterarsi dei contagi nelle parti meno controllate del pianeta. Forse non si è capito che il coronavirus non ha riguardi né sconti per le democrazie più garantiste e liberali se in qualche modo il melting pot demografico rimescola le carte della popolazione mondiale e dei suoi incessanti spostamenti. L’aveva scritto più volte David Quammen, l’abbiamo riscontrato ahimè a posteriori: siamo un’umanità debole, che non regge la sostenibilità con l’ambiente e fondamentalmente impreparata. A me fa piacere che il Governo di turno, dopo i DPCM ansiogeni (ma più efficaci?) del passato ora ci tranquillizzi su una futura convivenza libera da lacci e lacciuoli medievali. Che sostenga che non si tornerà al lockdown e alla morte civile. Ma dagli ospedali giungono segnali di preoccupazione. E mentre – pur sapendo che era imminente l’arrivo una nuova, grande ondata dalla Cina (a nessuno è venuto in mente di sospendere intanto il Memorandum della via della seta, il più infausto accordo commerciale foriero di spostamenti di merci e di flussi umani degli ultimi anni) – nella legge di bilancio e nel decreto milleproroghe tra incertezze, ripensamenti e rilievi della Ragioneria dello Stato sembrano ‘sparite’ le tutele per le persone fragili, le più esposte al contagio. Ho scritto ‘sembrano’ perché non se n’è più parlato. Hanno prevalso i temi dei dehors dei bar, dei bonus, delle spiagge e dei cinghiali in città. Si può sperare in una notizia rassicurante? Facciamo le corna ma se la nuova variante arriva davvero bisogna attrezzarsi, anche normativamente, per tempo. In fondo, come ho già scritto… ‘se il Covid c’è lo decide il Governo’.

LULA SI PREPARA ALL’INSEDIAMENTO UFFICIALE, I SEGUACI DI BOLSONARO SCALPITANO. TIENE LA DEMOCRAZIA IN BRASILE?

Il primo appuntamento dell’agenda politica internazionale del 2023 sarà a Brasilia, dove l’uno gennaio si insedierà il nuovo presidente del Brasile Inàcio Lula da Silva che nel ballottaggio di fine ottobre ha superato di misura Bolsonaro.

Il presidente uscente non ha mai riconosciuto la sconfitta e molti temono che possa tentare di sovvertire con la forza il risultato uscito dalle urne aizzando i propri sostenitori come fece Trump alla vigilia dell’insediamento di Biden. Proprio in forza del silenzio di Bolsonaro in questi due mesi non sono mancate manifestazioni di protesta dei suoi sostenitori costantemente radunati davanti alle caserme per richiedere l’intervento dell’esercito affinché non si arrivi all’insediamento di Lula e da ultimo il mancato attentato di Brasilia dove un estremista di destra stava cercando di realizzare un attentato dinamitardo.

Malgrado questi segnali è molto probabile che Lula possa assumere senza problemi la presidenza, accompagnato a Brasilia dalla folla dei suoi sostenitori e ciò per una serie di ragioni.

Innanzitutto la stragrande maggioranza del Brasiliani, anche fra quelli che hanno votato Bolsonaro, non ritengono che l’instaurazione di un regime sia il male minore. La parte più radicale dei sostenitori del presidente uscente non pare in grado, da sola, di organizzare un golpe e spererebbe in una azione dell’esercito. Ma dai militari, pur non mancando malumori sulle posizioni di Lula, non sono arrivati in questi due mesi segnali tali da far temere un loro intervento.

A ciò si aggiunga il prestigio internazionale riconosciuto a Lula e la diffusa disistima verso Bolsonaro. Non a caso in questi due mesi il presidente neoeletto ha cercato di rafforzare la sua immagine internazionale sperando di utilizzarla anche in chiave interna, sentendo od incontrando molti leader mondiali e ricevendo comunque attestati di stima e disponibilità di collaborazione un po’ da tutti, dalla Russia agli Stati Uniti.

Ultimo elemento che gioca per un tranquillo insediamento è il fatto che probabilmente la presidenza Lula sarà limitata ad un solo mandato. Nel 2027, infatti, Lula avrà 82 anni è ciò rende incerta una sua ricandidatura. Ciò consentirebbe anche alla destra, in parte insofferente nei confronti di Bolsonaro, di tornare ad essere competitiva per le prossime elezioni dove anche la sinistra dovrà guardare ad una nuova fase storica e politica ed al superamento di una leadership che ormai da 25 anni è protagonista del Paese.

«TUTTO APPARTIENE ALL’AMORE»: L’EREDITÀ DI SAN FRANCESCO DI SALES NELLA LETTERA APOSTOLICA DI PAPA BERGOGLIO.

«Tutto appartiene all’amore». [1] In queste sue parole possiamo raccogliere l’eredità spirituale lasciata da San Francesco di Sales, che morì quattro secoli fa, il 28 dicembre 1622, a Lione. Aveva poco più di cinquant’anni ed era vescovo e principe “esule” di Ginevra da un ventennio. A Lione era giunto in seguito alla sua ultima incombenza diplomatica. Il duca di Savoia gli aveva chiesto di accompagnare ad Avignone il Cardinale Maurizio di Savoia. Insieme avrebbero reso omaggio al giovane re Luigi XIII, di ritorno verso Parigi, risalendo la valle del Rodano, a seguito di una vittoriosa campagna militare nel sud della Francia. Stanco e malandato di salute, Francesco si era messo in viaggio per puro spirito di servizio. «Se non fosse grandemente utile al loro servizio che io faccia questo viaggio, avrei certamente molte buone e solide ragioni per esimermene; però, se si tratta del loro servizio, vivo o morto, non mi tirerò indietro, ma andrò o mi farò trascinare». [2] Era questo il suo temperamento. Giunto, infine, a Lione, prese alloggio presso il monastero delle Visitandine, nella casa del giardiniere, per non recare troppo disturbo e insieme essere più libero di incontrare chiunque lo desiderasse.
Ormai da tempo assai poco impressionato dalle «instabili grandezze della corte», [3] aveva consumato anche i suoi ultimi giorni svolgendo il ministero di pastore in un susseguirsi di appuntamenti: confessioni, conversazioni, conferenze, prediche, e le ultime, immancabili lettere di amicizia spirituale. La ragione profonda di questo stile di vita pieno di Dio gli si era fatta sempre più chiara nel tempo, ed egli l’aveva formulata con semplicità ed esattezza nel suo celebre Trattato dell’amore di Dio: «Se l’uomo pensa con un po’ di attenzione alla divinità, immediatamente sente una qual dolce emozione al cuore, il che prova che Dio è il Dio del cuore umano». [4] È la sintesi del suo pensiero. L’esperienza di Dio è un’evidenza del cuore umano. Essa non è una costruzione mentale, piuttosto è un riconoscimento pieno di stupore e di gratitudine, conseguente alla manifestazione di Dio. È nel cuore e attraverso il cuore che si compie quel sottile e intenso processo unitario in virtù del quale l’uomo riconosce Dio e, insieme, sé stesso, la propria origine e profondità, il proprio compimento, nella chiamata all’amore. Egli scopre che la fede non è un moto cieco, ma anzitutto un atteggiamento del cuore. Tramite essa l’uomo si affida a una verità che appare alla coscienza come una “dolce emozione”, capace di suscitare un corrispondente e irrinunciabile ben-volere per ogni realtà creata, come lui amava dire.
In questa luce si comprende come per San Francesco di Sales non ci fosse posto migliore per trovare Dio e aiutare a cercarlo che nel cuore di ogni donna e uomo del suo tempo. Lo aveva imparato osservando con fine attenzione sé stesso, fin nella sua prima giovinezza, e scrutando il cuore umano.
Col senso intimo di una quotidianità abitata da Dio, aveva lasciato nell’ultimo incontro di quei giorni di Lione, alle sue Visitandine, l’espressione con la quale in seguito avrebbe voluto fosse sigillata in loro la sua memoria: «Ho riassunto tutto in queste due parole quando vi ho detto di non rifiutare nulla, né desiderare nulla; non ho altro da dirvi». [5] Non era, tuttavia, un esercizio di puro volontarismo, «una volontà senza umiltà», [6] quella sottile tentazione del cammino verso la santità che la confonde con la giustificazione mediante le proprie forze, con l’adorazione della volontà umana e della propria capacità, «che si traduce in un autocompiacimento egocentrico ed elitario privo del vero amore». [7] Tanto meno si trattava di un puro quietismo, un abbandono passivo senza affetti a una dottrina senza carne e senza storia. [8] Piuttosto, nasceva dalla contemplazione della vita stessa del Figlio incarnato. Era il 26 dicembre, e il Santo parlava alle Suore nel vivo del mistero del Natale: «Vedete Gesù Bambino nella greppia? Riceve tutte le ingiurie del tempo, il freddo e tutto quello che il Padre permette che gli accada. Non rifiuta le piccole consolazioni che sua madre gli dà, e non è scritto che tenda mai le sue mani per avere il seno di sua Madre, ma lasciò tutto alla cura e alla preveggenza di lei; così non dobbiamo desiderare nulla né rifiutare nulla, sopportando tutto ciò che Dio ci invierà, il freddo e le ingiurie del tempo». [9] Commuove la sua attenzione nel riconoscere come indispensabile la cura di ciò che è umano. Alla scuola dell’incarnazione aveva, dunque, imparato a leggere la storia e ad abitarla con fiducia.

Per leggere il testo completo
https://www.vatican.va/content/francesco/it/apost_letters/documents/20221228-totum-amoris-est.html

NICOLA SIGNORELLO, EX SINDACO DI ROMA E PIÙ VOLTE MINISTRO, HA ONORATO LA DEMOCRAZIA CRISTIANA.

Così proprio nel bel mezzo delle feste del Santo Natale ci ha lasciato il nostro Nicola Signorello. E con lui se ne va anche un pezzo della bellissima storia della Democrazia cristiana romana, che ci ha visto giovani ma precocemente maturi, convinti protagonisti di tante battaglie politiche alimentate da grandi ideali e profondi convincimenti. Ed è in fondo questa la vera eredità che ci lascia Nicola: una profonda coerenza a un ideale politico vissuto con passione e lealtà sin dall’esordio come giovanissimo Consigliere provinciale a Palazzo Valentini, di cui si ha traccia nel bel libro di memorie – A piccoli passi. Storie di un militante dal 1943 al 1988, Newton Compton editore – certamente specchio di sé e insieme testimonianza viva per le generazioni future di una vita spesa interamente e generosamente al servizio della comunità.

È questo ciò che conta nella vita di un uomo politico: il ricordo non di ciò che hai fatto, che alla fine svanisce, ma di ciò che sei stato. Conta, insomma, il ricordo che lasci di te. Allora, nel giorno dell’ultimo incontro con i suoi amici e i suoi cari, non va dimenticato il suo profondo senso religioso caratterizzante, in modo discreto, i lunghi anni di militanza politica. È evidente, poi, che spicca nella memoria il curriculum politico di Nicola, davvero ricco e snodatosi in molteplici e delicati incarichi tutti assolti con grande passione e con grande senso di responsabilità. Mi piace ricordarne i tre davvero significativi: Segretario di partito a più riprese, di Sindaco di Roma e Ministro in due diversi governi. Incarichi svolti brillantemente nella continuità di una esperienza politica e anche amministrativa, multiforme e ricchissima, quale fu appunto quella della Democrazia cristiana romana. Non posso non ricordare che dopo nove anni di guida capitolina della sinistra, riconquistato alla fine il Campidoglio nel 1983, Nicola Signorello riorientò le forze e tutte le energie culturali e politiche di Roma, e non solo, nella direzione di una progettualità urbanistica complessiva, accantonata perché non compresa nella sua sostanza dalle giunte di sinistra di allora (e oggi, nondimeno, vale la stessa trascuratezza).

Un’attenzione particolare allo sviluppo urbanistico della città che fu il tratto qualificante e proprio di quella classe dirigente democristiana che era giunta alla guida del partito alla fine degli anni cinquanta provenendo dalle sezioni e perciò da un lungo confronto con i bisogni del territorio e delle periferie cresciute troppo in fretta. Fu proprio quella classe dirigente popolare e sinceramente democratica a mettere in pista, dopo l’esaltante esperienza delle Olimpiadi del 1960, l’idea di un Nuovo Piano Regolatore centrato sul famoso “Asse Attrezzato” (poi SDO) nella parte orientale della città. E fu merito di Nicola, in quella breve stagione da Sindaco, l’aver tentato il rilancio della più organica e strategica operazione urbanistica che mai la città abbia conosciuto.

Più complessa ed articolata la sua esperienza di Ministro negli anni che la storia sicuramente rivaluterà, durante i quali il centro sinistra contribuì, e non poco, a strutturare una parte della Italia di oggi nella continuità con il centrismo degasperiano, ma anche nella discontinuità imposta dall’ingresso del partito socialista nell’area di governo. La riflessione storica ancora non è giunta a maturazione su quella stagione eccezionale e dunque rimane fatalmente in ombra l’intenso lavoro svolto da Nicola. Né potrebbe essere diversamente. Il giudizio storico non può appartenere alla generazione che è stata protagonista degli avvenimenti presi in esame, la quale invece ha il compito di dare fedele testimonianza dei fatti avvenuti lasciando alle generazioni future la valutazione più serena e distaccata. E chi è stato appunto testimone sa che Andreotti, sempre attento alle vicende della città, affidava volentieri alla paziente e riservata iniziativa di Nicola l’onere di sbrogliare, come si suol dire, qualche matassa particolarmente ingarbugliata.

Nel giorno dell’ultimo addio voglio però portare la mia piccola testimonianza su quello che invece è stato un fatto storico importante, e perciò da riscoprire e ben studiare: la Dc di Roma. Non parlerò, ancora per riguardo a Nicola, delle sue ben note doti di organizzatore e animatore di innumerevoli gruppi, né della sua capacità di comunicatore, dono innato e messo fedelmente al servizio del partito e degli ideali che lo animavano. Non a caso gli fu affidata la responsabilità della Spes, l’ufficio Studi e Propaganda – così Dossetti aveva voluto che si chiamasse – di Piazza del Gesù. Voglio invece ricordare Nicola così come l’ho conosciuto e visto da vicino la prima volta, lui neo eletto segretario del Comitato romano ed io giovanissimo dirigente del Movimento giovanile.

C’è fermento e un via vai frenetico quel lunedì sera, lì nella grande e spaziosa stanza del Segretario al secondo piano di piazza Nicosia. I seggi elettorali si sono chiusi come sempre alle due e finalmente cominciano ad arrivare i segretari sezionali e le staffette che portano i risultati elettorali quartiere a quartiere, sezione elettorale a sezione elettorale. Internet non esiste e la comunicazione istantanea neanche concepibile. Occorrerà aspettare molte ore per avere dati certi dal Ministero dell’Interno e dal seggio Centrale di via dei Cerchi dove pure ci sono i “nostri”. Ed invece noi abbiamo fretta. Dobbiamo arrivare per primi. Come sempre siamo riusciti a trovare un rappresentante di seggio per ogni sezione elettorale e dunque, per fortuna, ora siamo in grado di avere i dati per ogni sezione sin da quando il seggio ha terminato lo scrutinio.

Occorre prendere una decisione difficile: esporre la bandiera della Dc al balcone che dà sul lungotevere in segno di vittoria o no. È una decisone importante perché se sbagliassimo inevitabilmente ed implacabilmente verremmo svillaneggiati il giorno dopo dall’Unità: si dichiarano vincitori ed invece non lo sono. Attorno al grande tavolo alcuni stanno seduti a corona di fronte al segretario e altri stanno in piedi. La discussione è accesa. Cominciamo ad elaborare proiezioni, a fare i conti, a vedere i rapporti con i risultati delle elezioni precedenti. Fumo, battutacce per i segretari dove la Dc è in calo e lodi per quelli dove siamo cresciuti: il clima è febbrile e la tensione si taglia a fette. Alla fine sarà lui, il nostro Nicola, a tirare le righe ed ad assumere la decisione: sì la bandiera si espone, la vittoria è nostra. Sospiro di sollievo, volti sorridenti e allegria nei cuori.

Ecco, in un giorno di dolore, mentre il sacerdote impartisce la benedizione e chiama gli Angeli e i Santi ad accompagnare in cielo quell’anima, a me piace ricordare Nicola così come mi apparve fin dal primo momento: sorridente, gioviale, espansivo ed allegro, nonostante la ben nota riservatezza e la contenuta discrezione. E lo ricordo volentieri così ricordando anche quella che fu la Dc romana, non perché sia un barboso “laudator temporis acti”, ma perché quel modello di partito va oggi ripreso ristudiato e riproposto. Per difendere le libertà civili e la stessa democrazia, è essenziale tornare infatti al modello di partito popolare e saldamente ancorato al territorio dopo che la disintermediazione digitale imposta da movimenti come i ‘5 Stelle’ ha reso i partiti liquidi, devitalizzati e legati al carro del capo con più ‘like’ e con meno idee.

I funerali di Nicola Signorello si svolgeranno questa mattina a Roma, alle ore 10.00, presso la parrocchia di Nostra Signora de La Salette (Via Fabiola 10 / Piazza Madonna de La Salette 1).

IL SIMPATICO FASSINO E LA “CORRENTE DEMOCRISTIANA”. COSA SUCCEDE NEL PARTITO DEMOCRATICO?

Ci mancava solo più questa. Quel simpaticone di Piero Fassino, ex turbo renziano e storico sponsor del segretario che di volta in volta vince – a dir la verità uno stile che accomuna quasi tutti nel Pd – adesso in nome e per conto del rinnovamento del partito, del superamento delle correnti e della necessità di favorire un sacrosanto ricambio generazionale, ha fondato un’altra corrente. No, pare non sia una bufala o una fake news. Si tratta proprio di una notizia vera. Anche se non sappiamo più quante siano. Ne abbiamo ormai perso il conto. Certo, una corrente fondata da Fassino in nome del “cambiamento” fa indubbiamente notizia. Questo è indubbio.

Innanzitutto per come si chiama, “Iniziativa democratica”. Come la storica corrente di Amintore Fanfani e Aldo Moro negli anni ‘50 che ebbero lo straordinario merito di inaugurare la prima grande stagione politica di centro sinistra nel nostro paese. Certo, parliamo di due grandi statisti. Tuttavia, credo che il solo nome di questa nuova ed ennesima corrente Fassiniana non meriti ulteriori commenti…

In secondo luogo, un’altra corrente – ancora! – per combattere il male atavico del correntismo organizzato. Certo, è decisamente positivo e da non sottovalutare che un ex o post comunista – ma sempre comunista resta – riscopra finalmente, e sempre di più, il valore e la valenza delle correnti o delle varie sensibilità culturali che siano. Una prassi, come noto, che ha caratterizzato la storica e gloriosa esperienza cinquantennale della Democrazia Cristiana. Ma c’è un elemento da non trascurare. Nel caso della Dc si trattava di “correnti di pensiero” e, soprattutto, di componenti che rappresentavano pezzi di società, culture politiche, interessi sociali, mondi vitali e rappresentanze categoriali e professionali. Nel caso del simpatico Fassino, – da buon comunista – si tratta semplicemente di fatti personali che attengono all’interesse contingente della “ditta”. Non a caso, la corrente del Nostro è spuntata come un fungo dall’oggi al domani ed è legata, come tutti sanno, alla potenziale vittoria dell’ennesimo segretario da appoggiare per poi ottenere candidature, presenze negli organigrammi di partito e, mai demordere, anche a possibili e futuri ruoli istituzionali.

E poi c’è il terzo aspetto. Il più gustoso e il più divertente. Una nuova corrente – pardon, un luogo di riflessione e di approfondimento politico e culturale – per rafforzare il rinnovamento della politica, favorire il suo cambiamento e, soprattutto, coltivare l’indispensabile e necessario ricambio della classe dirigente. Ora, detto fra di noi, abbiamo perso per strada quanti sono i mandati del Nostro in Parlamento. E, soprattutto quanti saranno ancora… e noi, sia ben chiaro, siamo felicissimi di tutto ciò. Ma quel che colpisce di più è il pulpito da cui arriva quella simpatica predica, ovviamente laica, per la sua nota coerenza e lungimiranza.

Ecco, bastano tre semplici osservazioni non per farci una risata sulla ennesima piroetta del simpatico Fassino ma, soprattutto, per evidenziare un aspetto. Questo sì indiscutibile ed oggettivo. Ovvero, c’è ormai una dissociazione radicale e quasi scientifica nel Pd tra ciò che si dice e ciò che si fa. O meglio, tra ciò che si promette solennemente e ciò che si pratica concretamente. E, alla luce di questa banale e quasi elementare considerazione, quel partito ha però un problema. E cioè, purtroppo per loro, adesso se ne sono accorti anche gli elettori. Purtroppo anche quelli più incalliti. E la recente ed ultima performance del simpatico Fassino non fa che confermare tutto ciò.

CULTURA POPOLARE: UN NUOVO CAPITOLO, NON UNA CELEBRAZIONE DEL PASSATO.

L’incontro del 19 dicembre scorso all’Istituto Sturzo, promosso dall’Associazione I Popolari, era molto atteso ed è stato allo stesso tempo utile, festoso, corroborante.

Con anche alcune novità per il 2023: Castagnetti ha detto che la ripresa delle pubblicazioni del “Popolo”, di cui ricorrerà il centenario dalla nascita, è ormai un “segreto di Pulcinella”, e devo dire che anche la mia provocazione sulla ripresa di attività del PPI come un movimento culturale d’avanguardia politica che diffonda idee ed azioni politiche incidendo sull’agenda politica contemporanea, alla maniera del “partito radicale” come modalità d’azione non elettoralistica, ha avuto una certa attenzione anche se non una immediata possibilità d’attuazione (ma qui mi sono rimesso alla leadership di Pierluigi che sa se e quando converrà praticarlo, e lo stesso Giampaolo D’ Andrea e uno degli intervenuti, il giovane amico di Taranto Domenico Rogante, ci hanno rassicurato che ci vedremo presto).

Voglio perciò fare un passo in più, stimolato dai molti interventi del Domani d’Italia tra cui, come sempre, apprezzo per la sua sagacia Lorenzo Dellai.

Innanzitutto non mi soffermerò sul fatto che ridare vita alla pubblicazione del “Popolo” non è cosa da poco: conosco il giornalismo e l’editoria, e so che fatica immane è avere una continuità ed anche che, mettere assieme articoli e saggi, non è solo una composizione di metodo ma anche una composizione politica e massmediologica, per cui io immagino che il Popolo possa diventare anche il raccordo -“federale” per così dire- di tanti che come il Domani d’Italia di Lucio D’Ubaldo hanno in questi anni coperto un settore (e continueranno a farlo, io credo) che aveva bisogno di esprimere voci e sentimenti, oltre che naturalmente ragionamenti compiuti. Mettere assieme digitalmente, e anche in cartaceo per noi del secolo scorso, tante voci, significa lasciare liberi tutti di continuare il proprio impegno e mettere assieme con cognizione e in maniera sistematica mondi che sono presenti a livello nazionale e locale; e proprio in questo “mosaico” ben rappresentano l’idea sturziana di adesione al territorio che è una delle caratteristiche dei cattolici democratici. Ma avremo modo di riparlarne concretamente.

Il passo in più che io ritengo si debba fare è invece legato alla giusta idea espressa da Lorenzo Dellai che i cattolici democratici, se vogliono essere conseguenti a se stessi e alle proprie affermazioni debbano confrontarsi con il “contemporaneo” e dunque aprirsi anche a nuove tematiche, spesso in passato un po’ oscurate, vuoi dalla emergenza pratica del governare che dalle tradizioni “disciplinari” della nostra scuola di pensiero. Questo indipendentemente da dove ognuno di noi ritiene o riterrà in futuro di portare le sue idee, movimenti o partiti che siano (ricordate che io propugno la “doppia tessera”? E difatti a certe condizioni (le indicava chiaramente Enrico Farinone) manterrò la mia del Partito Democratico, ma non è qui che voglio parlarne e per certi versi non lo avrei fatto neanche all’Istituto Sturzo se non avessi voluto seguire il filo del ragionamento di Pierluigi Castagnetti e dei molti amici intervenuti).

Ecco dunque che si tratta, per noi cattolici democratici, di fare un salto e superare le consuete discipline praticate della storia, delle scienze politiche, della giurisprudenza, del costituzionalismo, ed aggiungere con curiosità culturale e partecipazione nuove frecce al nostro arco cognitivo. Non può bastarci (in realtà storicamente non ci è mai bastata) come cattolici democratici la cosiddetta “dottrina sociale della Chiesa”. Con tutto il rispetto, sulle alleanze internazionali, la questione energetica, lo sviluppo economico non è che la Democrazia Cristiana non abbia saputo andare sempre oltre, ed anche ai tempi dei PPI, per fortuna, De Gasperi, Sturzo stesso e certamente Donati e Ferrari seppero “leggere” la situazione sociale pre-fascista e dittatoriale ben meglio della Chiesa stessa.

Noi siamo laici e post-conciliari. Nostro è il dovere, “a causa della fede”, non per la fede o peggio ancora per la nostra religione, di vivere in questo mondo, senza farci abbagliare dal mondo. Ed allora ecco che dobbiamo tornare ad interrogarci sulla ECONOMIA, dove siamo stati presenti ma oggi ci troviamo a dover convivere con un capitalismo consumista che ha perso anche lo spirito del capitalismo originario; che dà più spazio alla finanza che alle realizzazioni concrete; che vede nascere e fiorire la iconografia dei grandi possessori di denaro (lo 0,001% del mondo?) i quali ora pretendono anche di decidere al pari degli Stati: Elon Musk è un esempio ultimo di pervasività nella comunicazione, nella economia nazionale degli Usa, negli affari internazionali con i suoi satelliti che sono al servizio nella guerra ucraino-russa…della “parte giusta” ma…se fossero al servizio della “parte sbagliata”? E se la proprietà di un social network più potente di mille giornali nazionali di oltre duecento anni di “anzianità” fosse volta solo a formare una ideologia globale che superi le barriere e i confini nazionali? O vogliamo parlare del ruolo di aziende come i Gafam (Google-Amazon-Facebook-Apple-Microsoft) che hanno bilanci multinazionali superiori ad almeno 100 dei 196 Paesi presenti alle Nazioni Unite? L’ ECONOMIA DIGITALE, in cui le proprietà di calcolo, gli algoritmi segreti, i server nascosti nelle piane artiche o in “paradisi” fiscali e legislativi, sta disegnando scenari molto diversi da quelli classici anche del “Turbocapitalismo” anni ottanta e novanta.

Come possiamo parlare di persona e comunità in senso generico, senza invece interpretarli alla luce di ciò che accade oggi?

Possiamo solo dibattere di commi legislativi e leggi elettorali mentre leadership internazionali sono condizionate da nuovi sistemi ingegneristici dell’economia, che cambiano tutti i “business models” e rendono i giovani solo pedine per i “like” sui social networks facendoli partecipare alla nuova produzione di “plus valore” dalla “catena di montaggio” del computer o dallo smartphone di casa propria? Sia chiaro, questo cambio di paradigma scandisce ancor più la vetustà di certe battaglie di Landini o delle richieste antiche ed anche un po’ stridule di Bonomi, più ancora dei nostri riferimenti ad una economia della persona in cui la comunità si sviluppa (sostenibilmente) solo attraverso la comprensione dei meccanismi e la ripresa in mano (non dirigistica o autoritaria, non siamo la CINA (turbosocialcapitalistica) delle leve della economia digitale contemporanea e di una cultura del lavoro realmente contemporanea.

E l’AMBIENTE, o meglio l’ECOLOGIA INTEGRALE, non è e non può essere semplicemente un “omaggio” a Papa Francesco e San Francesco, suo ispiratore. Bene il Santo Padre…meno male…ma come ricordava l’amico Rogante, non a caso di Taranto, la sfida per noi laici non è solo enunciare o citare, ma spiegare come tieni assieme il dovere di produrre in uno dei quattro soli poli industriali europei di produzione dell’acciaio, le ragioni dello sviluppo (sostenibile…ed è possibile tecnicamente realizzarlo), del diritto al lavoro e contemporaneamente della salute individuale e collettiva di una città. È rispondere a Taranto, oggi; alla città e ai lavoratori, all’Europa ed all’Accordo di Parigi 2015 (Cop 21) che fa una politica, non solo le enunciazioni generiche. (E nel frattempo c’è stata la fallimentare Cop 27 a Sharm el-Sheikh, ma anche una Cop 15 sulla biodiversità a Montreal interessante, con oltre 10000 progetti ambientali di città nel mondo, città dove vivono ormai il 55 percento degli abitanti del Pianeta e l’URBANIZZAZIONE E RICUCITURA URBANISTICA ED ARCHITETTONICA sono certamente uno dei problemi del futuro…).

E delle condizioni della SCUOLA dopo due anni di pandemia (anno scolastico 2020-2021 pari per giornate in presenza a quelle dell’anno scolastico 1944-1945, per dire…) e la guerra in casa Europa, dove si annidano le frustrazioni di generazioni giovani impaurite e destinate a far crescere le situazioni NEET (non vai a scuola ed università e nemmeno al lavoro)? Possibile che dopo i proclami di voler aprire le scuole tutto l’anno, di tenere lezioni a giugno e luglio, di far scendere le classi al numero giusto di 15 alunni per classe (anche a fini sanitari oltre che culturali), tutto si riduca alla “restaurazione” autoritaria, e il “merito” vero, quello dell’emancipazione e dell’ascensore sociale, non sia degno di dibattito di nemmeno una giornata del nostro Parlamento dall’inizio della pandemia ad oggi?

Per ora mi fermo qui. Non voleva essere una sorta di “cenni sulle vicende universali”…Credetemi. Anche di molti di questi problemi vorrei saperne di più, ascoltare pareri, idee nuove…e per fortuna il 19 abbiamo avuto Ernesto Maria Ruffini, Fabrizia Abbate, Monica Canalis, Federico Manzoni e Domenico Rogante ad introdurre nuove angolature, spazi interconnessi, provocazioni culturali…No, voleva essere una “riflessione-stimolo” – a me stesso per primo- a rispondere alla giusta preoccupazione che molti amici, e Lorenzo Dellai tra gli altri in maniera davvero stimolante, hanno espresso di non essere solo rivendicativi, nostalgici, celebrativi ma anzi di riscoprire quella vena intrepida dei cattolici democratici di spingersi in terreni inesplorati, in discipline che non consideriamo “nostre” a priori, insomma a fare davvero la “minoranza di choc” (Maritain). In primo luogo verso noi stessi ed un eventuale gradevole senso di soddisfazione ed appagamento solo per il fatto di esserci, e venire riconosciuti culturalmente o politicamente.

BREVI NOTE DAL VILLAGGIO DEI GALLI

Ricordate il Bardo di Asterix e il suo dossier di bilancio presentato alla regina Cleopatra-Meloni. Non si era ancora chiusa la porta della sala del trono che la Regina mollò il dossier al centurione vicino a lei con un “tiè vedi se lo potemo usà!”.

Il centurione lesse e rilesse ma non trovò misure da portare nel documento della regina Cleopatra. Dei suggerimenti non c’è traccia. Nel frattempo il Bardo Assurancetourix, rientrato al villaggio, non è stato accolto da festeggiamenti, ma ha trovato tutti i Galli seduti a una tavola piena di cinghiali arrosto. Dunque, invitato da Asterix con un “cantaci qualcosa che stiamo a tavola!”, reagì con sdegno perché la cosa aveva subito alimentato rancore per i selvaggi Galli incapaci di apprezzare la sua arte.

Tutti mangiavano con voracità, tranne Obelix che stava seduto da una parte con un lungo broncio. Perché il bardo senza volerlo aveva attirato l’attenzione della regina Cleopatra sui cinghiali dell’impero, tra cui quelli di Obelix.

A cacciare i cinghiali ci penseranno anche i pretoriani.

IL NATALE DEI CRISTIANI DI GAZA, A RISCHIO SCOMPARSA TRA ENDOGAMIA E MIGRAZIONI. LA NOTA DI ASIANEWS.

La questione migrazione “una piaga aperta” fra le famiglie palestinesi “dall’inizio della guerra arabo-israeliana”, prova ne è il fatto che “difficilmente è possibile trovare una famiglia nata in Palestina e che è rimasta in ogni suo componente”. Anche per chi vive ancora oggi in questa terra, il problema della divisione resta attuale perché “da Gerusalemme est, a Gaza e in Cisgiordania, vi sono milioni di persone sperate fra loro” proprio perché non vi è libertà di spostamento. A raccontare le spine irrisolte di una regione segnata da conflitti e violenze, spesso passate sotto silenzio, è il parroco di Gaza p. Gabriel Romanelli, che se da un lato ha vissuto con “gioia” le celebrazioni del Natale, dall’altro denuncia la mancanza di prospettive per una popolazione segnata dalle sofferenze. “Chi vive nella Striscia – spiega ad AsiaNews – non può visitare un parente a Betlemme o Gerusalemme. Inoltre, quasi tutti hanno un familiare in Libano, in Australia, in Nuova Zelanda o in America. Un dolore visibile soprattutto sui volti delle mamme, che osservano in silenzio i figli andare via. Famiglie spezzate, senza una soluzione o una prospettiva”.

Hamas e i migranti

Di recente migliaia di persone hanno partecipato ai funerali di otto persone, originarie di Khan Yunis, affondate circa due mesi fa mentre cercavano di migrare dalla Tunisia verso le coste dell’Europa. Uno dei tanti barconi della disperazione che solcano le acque del Mediterraneo, in cui sono affondati sogni e speranze di un gruppo di giovani che hanno abbandonato Gaza, una prigione a cielo aperto, per costruirsi una vita nuova. Le esequie sono diventate occasione per mostrare il dissenso pubblico verso Hamas, che governa un territorio da 15 anni sottoposto a un durissimo blocco imposto da Israele (ed Egitto). Al gruppo militante si muove l’accusa di non curarsi dei giovani e di non lottare per offrire loro opportunità di lavoro e riscatto.

“L’emigrazione – spiega p. Romanelli – non è un fenomeno raro. Io sono arrivato a Gaza nel 2019, l’anno precedente le stime parlano di almeno 10mila giovani partiti, la maggior parte musulmani in direzione dell’Egitto e i numeri sono in crescita. Siamo due milioni e 300mila abitanti, in molti usano cellulari e social come una finestra sul mondo reale e vedono che vi sono altre opportunità di pace, libertà, dove ci sono acqua ed elettricità. Il delitto per molti è essere nati qui, perché di norma in prigione vanno i criminali e non vi è ragione di rinchiudere un’intera popolazione, negandole speranze e futuro”. “Il movimento verso l’estero – prosegue il sacerdote – è continuo, anche perché circa il 50% degli abitanti non hanno lavoro. Vi sono tentativi di fuga via mare, ma non quello di Gaza perché è impossibile: qualche miglia al largo vi è la marina israeliana, nessuno potrebbe forzare il blocco” e fuggire in direzione dell’Europa. “La direzione è sempre verso l’Egitto, poi la Libia o più spesso la Turchia dove vi sono barconi che contrattano la traversata, lasciandoli nelle acque territoriali della Grecia, anche a 14 o 15 km dalla costa. Chi può compie l’ultima parte a nuoto, mentre gli altri restano in attesa dei soccorsi”. I più sfortunati affondano e perdono la vita, come successo agli otto ragazzi la cui morte ha infiammato le piazze della Striscia.

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RIFLESSIONI SU MEDIA E POLITICA (DA BERNABEI A DRAGHI).

La televisione (non solo in Italia) è sempre stata una scelta politica e strategica da compiere: a chi si vuole dare voce e in quale maniera? La situazione odierna fa rimpiangere i tempi della “lottizzazione” che – con tutti i suoi difetti – generava comunque una sfida culturale tra diverse concezioni del mondo, una competizione e un confronto tra idee diverse di società. La tv accompagnava – e talvolta anticipava – le trasformazioni del Paese (che è un concetto più ampio di “nazione”), il progresso economico, lo sviluppo e l’affermarsi di una nuova sensibilità.

Agli inizi di questa storia, negli anni Cinquanta, avevamo un solo canale e un solo partito che ne decideva i dirigenti e lo governava con una visione quasi paternalistica. La Rai di Ettore Bernabei ha avuto indubbi meriti nell’alfabetizzazione del Paese e nella creazione di un linguaggio comune (che andasse oltre il “lessico familiare”). C’era molta attenzione all’innovazione e alla sperimentazione. Perché i dirigenti di allora si comportavano così? Perché per nessuna ragione avrebbero ceduto il primato di scelta a figure esterne: in altre parole, erano loro a decidere la “politica culturale” in tv. L’esatto contrario di quanto accade oggi, quando a decidere è chi controlla più conduttori e più programmi del palinsesto, che tendono a restare gli stessi per decenni. I conduttori e il loro pubblico invecchiano (e talvolta muoiono) insieme. Con un’aggiunta importante: il manager della società di produzione vende al network tv il format, spesso comprato all’estero o, per risparmiare, opzionato in attesa dei soldi della Rai, facendo dunque attenzione a non operare scelte che possano creare scandali e quindi problemi a chi acquista: i dirigenti del Servizio pubblico. Questi ultimi non hanno una particolare visione del mondo da affermare se non l’obbedienza ai leader politici che, a loro volta, non avendo idee da valorizzare, si riducono a suggerire qualche simpatizzante della prima ora per qualche posto importante.

Passiamo ad un altro argomento. In un editoriale sul Guardian di qualche giorno fa, il senatore democratico statunitense Bernie Sanders utilizza poche parole mirate per definire il problema globale che minaccia il futuro economico, sociale e ambientale del Pianeta: “l’1% della popolazione mondiale possiede più ricchezza del 99% più povero”. Questa disuguaglianza è la forma che ha assunto il nostro mondo. “Dappertutto cresce l’ostilità verso i regimi democratici” continua Sanders, “l’insofferenza per la stampa libera, l’intolleranza per le minoranze etniche e religiose, in difesa degli interessi e dei privilegi più egoistici”. Che ciò avvenga nelle dittature è abbastanza normale (Quatargate docet), ma queste tendenze si manifestano in misura crescente anche nelle democrazie. Gli autocrati tendono perfino a cancellare le poche concessioni fatte in precedenza nei loro Paesi. Putin e Xi Jinping mirano a prolungare il loro potere in eterno e questo non può che portare a un’ulteriore stretta autoritaria dei loro regimi. Anche in Occidente la democrazia viene progressivamente erosa, non riesce più a rappresentare l’intera comunità. Con l’inflazione a due cifre, il “sogno americano” che Biden vuole rilanciare, oggi è più difficile da realizzare. Infatti tra l’1 per cento dell’umanità ricca e il 99 per cento si è formato un burrone che li separa e non si vedono più ponti per passare dalla lotta per la sopravvivenza al “diritto alla felicità” pur sancito nella Costituzione americana.

Post Scriptum
Sul Corriere della Sera del 24 dicembre è apparsa una lunga intervista a Mario Draghi. Di fronte allo smarrimento del Pd e alla recente fibrillazione “convegnistica” di una parte non trascurabile del cattolicesimo democratico, alcuni concetti espressi (con la consueta chiarezza) dall’ex Premier potrebbero costituire un ragionevole punto di partenza per quella “agenda Draghi” di cui si è parlato molto (e spesso a sproposito) negli ultimi mesi.

I POPOLARI E LA RICOMPOSIZIONE: NESSUNO LI RAPPRESENTA IN MODO ESCLUSIVO.

Abbiamo parlato nei giorni scorsi della necessità di avviare una convinta e feconda stagione di “ricomposizione” politica, culturale e, auspicabilmente, anche organizzativa dell’area Popolare e cattolico sociale nel nostro paese. Certo, si tratta di un auspicio più che di un dato di fatto oggettivo. Ma è indubbio che, soprattutto dopo il clamoroso ed irreversibile fallimento politico del progetto originario del Partito democratico da un lato e la difficoltà, al momento, di riabitare il centro destra con la cultura Popolare e cattolico sociale, il cammino politico e concreto dei Popolari non può che intraprendere altre strade e altri percorsi. Ed è proprio a questo punto che, almeno su un versante, occorre essere chiari e trasparenti. Ovvero, è di tutta evidenza che i percorsi sono destinati a divergere ancora. E del tutto legittimamente, aggiungo io.

Ovvero, c’è chi continua a perseverare nella necessità di ridar vita ad una tradizionale “corrente” di ex Popolari all’interno del Pd – appoggiando o la candidatura di Bonaccini o quella della Schlein, come tutti sappiamo – e chi, al contrario, ritiene che sia giunto il momento per restituire libertà di movimento ai Popolari attraverso un progetto autonomo che sia anche in grado di dispiegare un protagonismo politico e culturale che in questi ultimi anni si è pericolosamente inabissato. Dopodichè si vedrà, cammin facendo, quale sbocco politico ed organizzativo avrà questo processo di rigenerazione e di rilancio politico, culturale e programmatico dei Popolari. Perchè in gioco, infatti, c’è la necessità di uscire dall’anonimato e dal gregariato che hanno caratterizzato il mondo Popolare in questi ultimi tempi. E senza riproporre, al contempo, esperienze testimoniali che sono politicamente irrilevanti ed elettoralmente inconsistenti, come l’esperienza concreta ha platealmente confermato.

Ecco perchè, di fronte ad un quadro ancora fortemente complesso ed articolato, è sempre più indispensabile indicare una regola. Più di metodo che di merito. Ossia, nessuno nell’area Popolare può ergersi a rappresentante esclusivo e organico di questo mondo culturale e politico. Nessuno può, fidesticamente, indicare qual è la strada più corretta e più coerente da intraprendere. E questo non per un gesto qualunquistico o, peggio ancora, pilatesco. Ma per la semplice ragione che, nel momento in cui si rafforza un processo di “ricomposizione” politico, culturale ed organizzativo dell’area Popolare che parte dal basso a differenza di altri momenti storici, sarebbe sciocco nonchè scorretto indicare una sola ed esclusiva via percorribile.

Insomma, rispettando oggi laicamente la libertà di movimento dei Popolari nello scenario politico italiano, può essere la strada più corretta e più credibile per favorire, nel futuro, una vera “ricomposizione” della stessa area Popolare. Senza polemiche politiche e, soprattutto, senza alcun conflitto di natura personale o di gruppo.

IL NATALE NON “INFANTILIZZA” I CREDENTI. RISPOSTA A MICHELA MURGIA: L’INCARNAZIONE È IL MISTERO PIÙ GRANDE.

Quando Michela Murgia parla (o scrive) chissà perché lo fa sempre dall’alto della sua cattedra dove pontifica, impartendo lezioni a tutti, nella sua muliebre sapienza.

Il vangelo del giorno di Natale ci ricorda: “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità” (Gv 1,14). L’incarnazione è il mistero più grande ed incomprensibile, ed allo stesso tempo la dimostrazione tangibile di come Dio abbia amato l’umanità da donargli il suo unico Figlio perché questi si sacrificasse per noi. L’immagine di questo Dio che si fa uomo, e che si presenta come un bambino che nasce nella precarietà del provvisorio, però non ha nulla di infantile e non spinge i cattolici ad “infantilizzarsi”, così da “essere sprovvisti di capacità critica” (perché nel fondo è a questo che fa riferimento la Murgia nel suo articolo di ieri su La Stampa).

Se pensiamo bene, i bambini sono quanto di più bello ed allo stesso tempo di fragile si possa trovare, e proprio perché indifesi possono essere preda di tutti. E ben sappiamo cosa fa l’umanità dei bambini inermi. Per chi non crede è difficile capire che Dio sceglie ciò che è povero e debole per mostrare la sua grandezza, per parlare a questa umanità che non sa più leggere i segni e piega la religione e la fede ai propri interessi. E non c’è niente di “zuccheroso” nel mistero della nascita di Gesù, perché quella nascita è già segno di ciò che dovrà essere: passione e morte, e poi resurrezione per farci partecipi della sua gloria. Ora, solo chi non crede che Dio ama l’uomo immensamente può pensare che “diventare come Dio non è alla nostra portata”, dimenticando che con il battesimo la stessa Trinità viene ad abitare in noi. E per fortuna, o meglio per grazia di Dio, i riscontri biblici ci sono, basta saperli cercare, anche chiedendo a Google, che mi pare sappia più di tutti.

Tutta la storia narrata nelle Sacre Scritture ha in Cristo inizio e compimento. L’Antico Testamento è annuncio del mistero che si compirà grazie al sì di una umile giovane di un povero paese della Galilea, Nazareth; in esso sono presenti centinaia di profezie su Gesù, molte delle quali riguardano il tempo della sua passione. In Genesi 3,15, nella prima promessa di un Salvatore fatta ad Adamo ed Eva dopo il peccato, il Messia futuro viene semplicemente definito come “progenie della donna”, che schiaccerà il capo al serpente e lo vincerà. Il profeta Michea quando parla del luogo di nascita del Messia dice: “Ma da te, o Bethlehem Efrata uscirà colui che sarà dominatore in Israele, le cui origini risalgono ai tempi antichi, ai giorni eterni…” (cf. 5,1-2); e ancora nel libro del profeta Isaia leggiamo: “Perciò il Signore stesso vi darà un segno: ecco, la giovane concepirà, partorirà un figlio, e lo chiamerà Emmanuele” (Is 7,14), per poi citare il profeta Osea che dice: “Fin dall’Egitto chiamai il mio figlio” (Os 11,1), e Geremia che annuncia la strage degli innocenti: “Una voce si ode da Rama, lamento e pianto amaro: Rachele piange i suoi figli, rifiuta d’essere consolata perché non sono più” (Ger 31,15). E se ne potrebbero citare a iosa. Quanto ai Vangeli, sono stati redatti per portare la Buona novella a diversi tipi di credenti: Matteo ha scritto per i giudei convertiti al cristianesimo; Luca scrive soprattutto per i gentili; Marco per i cristiani romani provenienti dal paganesimo; Giovanni scrive per tutta la Chiesa. In essi non c’è mito, ma verità storica e di fede, perché la Sacra Scrittura non sbaglia (inerranza biblica).

Nella storia di Gesù e della Sacra famiglia non c’è nulla di banale, di cinematografico, o di “cinepanettone”, ma proprio la storia di una famiglia reale, che, come tante, ha affrontato la vita e le sue vicissitudini, ed ha cresciuto il Figlio di Dio come un bambino qualunque, in quanto Maria e Giuseppe non potevano gestire il grande mistero, di cui anche loro facevano parte, senza viverlo con la maggiore normalità possibile, perché a cercare di capire i piani di Dio si può diventare matti. E intanto Maria partorisce in una stalla, forse, o in una grotta adibita a stalla, o in una stanza poverissima e Gesù è “deposto” in una mangiatoia perché non c’era altro posto dove tenerlo al caldo. Da notare che il verbo usato per indicare la deposizione di Gesù nel presepe è lo stesso usato per dire la deposizione di Gesù dalla croce…

Di chi è stata la colpa? Certamente di quelli che pensano che in tutta questa storia la colpa sia di qualcuno: di Erode, dei Magi, dei cattivi di turno, e così via? Chi è senza peccato scagli la prima pietra! Scomodare, poi, Benedetto XVI sul tema della liturgia postconciliare sembra alquanto eccessivo e fuori luogo, così come citare il canto “mistificatorio” (Dio si è fatto come noi) nel quale si fa semplicemente riferimento alla Scritture, ed in particolare a passo seguente: “Attraverso queste ci sono state elargite le sue preziose e grandissime promesse perché per mezzo di esse voi diventaste partecipi della natura divina, dopo essere sfuggiti alla corruzione che è nel mondo” (2 Pt 1,4).

Ma si, in fin dei conti siamo tutti esseri umani, tutti pericolosamente esposti alla corruzione di questo mondo, alle contraddizioni, alle false verità, alle idee e ideologie che rendono l’accoglienza dell’altro, del povero, del profugo, del fuggiasco, uno strumento di propaganda politica ed ideologica, soprattutto quando i poveri, dopo averli salvati, li lasciamo nei lager che costruiamo, noi, quelli che ci sentiamo dio perché li abbiamo salvati, perché “non c’è posto per loro” nel nostro mondo perfetto. E allora lasciatemi dire: beati quelli che si commuovono davanti al mistero dell’Incarnazione perché in essa trovano il volto di un Dio che si è fatto uomo e nel quale si riconoscono, “Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza – si legge nella costituzione dogmatica Dei Verbum – rivelarsi in persona e manifestare il mistero della sua volontà, mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, hanno accesso al Padre nello Spirito Santo e sono resi partecipi della divina natura” (DV 2).

SANTE FESTE A SLAVYANSK. POSSIAMO RESTARE INDIFFERENTI?

Ieri in Ucraina si festeggiava il Natale Cristiano, in dissenso con la Chiesa Ortodossa.

Questo bimbo ha perso entrambi i genitori sotto le bombe e vive con i nonni in cantina, a Slavyansk. Sullo sfondo gli arredi e le scorte alimentari.

Qualcuno gli ha portato un dono, forse ieri, forse il giorno di San Nicola.

La gioia è nei suoi occhi. Un sorriso più grande del viso per tre succhi di frutta e un album delle cornicette. Nelle sue scarpe, la sua vita. Buon Natale anche a lui.

Dovremmo far girare questa foto e il target dei destinatari si preannuncia numeroso: ci sono i pacifinti dell’uno-vale-uno, i teorici della “Russia ha fatto bene perché era accerchiata dalla NATO”, chi ha scritto che “con o senza pistola alla tempia tra Putin e Zelensky sceglie di stare con Putin”, fino a chi ha dichiarato che “Putin voleva sostituire Zelensky con della gente per bene”, o a chi lo ha definito “figlio di puttana dell’Occidente”, per finire con il capo della Chiesa Ortodossa che predica di dare la vita per la patria pur di estirpare la mala pianta ucraina, perché il premio è andare in cielo, chi ha ucciso i civili, li ha seppelliti nelle fosse comuni, ha evirato gli uomini, stuprato le donne, trafugato i bambini, estirpato agli anziani i denti d’oro, bombardando senza pietà e senza tregua città e villaggi dove chi è sopravvissuto non ha gas ne’ energia elettrica, né acqua, né cibo. Dove si resta dimenticati dalla vita e abbandonati dalla morte.

La lista dei destinatari è infinita e comprende gli indifferenti e gli ignavi, la peggiore categoria della stirpe umana.

Guardiamola questa foto, insieme a tutte quelle che ci raccontano la devastazione di un popolo e di una nazione e facciamoci un pensierino anche noi: questa è infanzia rubata, questi sono crimini di guerra, queste sono atrocità che ci impediscono di voltarci dall’altra parte .….se vogliamo essere chiamati persone civili. Soprattutto in questi giorni del Santo Natale e del valore che ha per noi che ci diciamo cristiani.

OMELIA DI DOSSETTI: «…QUELL’UOMO…IL DIO NEL QUALE RISPLENDE LA PIENEZZA DELLA GLORIA DEL PADRE…»

C’è una piccola conclusione da ricavare e sulla quale ci possiamo fermare.
Quanto sto per dire sta al di la della morale – ci insisto – perché non è in dipendenza dalla nostra buona o cattiva volontà, ma attiene all’essere. Noi uomini che cosa siamo? O siamo figli di Dio – generati nello Spirito Santo attraverso la fede nel nome di Cristo – o non siamo niente.
Il guaio è che Dio ci ha voluti figli suoi, e adesso non abbiamo neanche più la possibilità di non essere, perché ci ha voluti nel Cristo, e siamo definitivamente in lui. Ed essendo definitivamente in lui, lo siamo o per la vita o per la morte, o per la salvezza o per l condanna.
Egli ci ha tolto da quella che avrebbe potuto essere una situazione semplicemente di non-essere, quando non fossimo stati in Dio. E questa è la condanna: non abbiamo neanche più la possibilità di non essere. Come dice l’Apocalisse l’inferno è questo: « Gli uomini brameranno di morire, ma la morte fuggirà da loro » (Ap 9,6). L’inferno è la volontà di non essere e l’impossibilità, d’altra parte, di non essere. Non possiamo più non essere: dal momento che siamo stati costituiti in Cristo, siamo indistruttibili. Fuori di Cristo saremmo il nulla, il vuoto; ma in Cristo partecipiamo della sua eternità, non possiamo più non essere.
Quindi, o siamo figli di Dio oppure siamo questa cosa tremenda, inimmaginabile, che è precisamente l’impossibilità di essere figli e persino l’impossibilità di assecondare l’intimo desiderio, che in quella situazione avremmo, di non essere. Ma non di non essere in questa vita – un non-essere limitato, eliminabile con la morte – ma di non essere in assoluto; e perciò di essere nell’impossibilità di fuggire dall’essere. Questo vuol dire l’essere in Cristo.
Se si è in Cristo, o siamo in lui figli, oppure siamo condannati a questa morte più tragica della morte, a questo non-essere più tragico del non-essere, a questo annullamento più tragico dell’annullamento.
Tutto il resto viene di conseguenza al fatto che il Verbo si è fatto carne. Da quel momento, anzi dal momento in cui il Padre ha decretato il Verbo incarnato, tutta la realtà sta in lui: è entrato in tutti gli spessori del mondo, del reale, degli esseri spirituali, degli esseri corporei, nel cosmo delle intelligenze angeliche e nel nostro cosmo visibile e materiale. Da quel momento, lui veramente abita in noi, abita gli universi, abita le ere, abita gli spazi e i tempi come solo Dio li vede. Tutto questo è avvenuto dal momento in cui si è fatto carne, o meglio dal momento in cui il Padre ha decretato e ha voluto il Cristo, e per lui tutto il mondo e in lui tutti gli esseri. Ed è per questo che più avanti Giovanni dice: «E dalla pienezza di Lui noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia» (Gv 1,16).
Se diciamo di sì a questo Natale del Verbo di Dio nella carne, allora dalla sua pienezza noi riceviamo grazia su grazia. Ma bisogna dire di sì, come l’ha detto la Madonna. Perché il vangelo non sta solo nel racconto degli episodi della vita del Signore. Certo il vangelo è anche questo, il racconto dei fatti della vita del Signore che ha guarito il cieco di Gerico, che ha accolto la peccatrice, ma queste sono ancora le dimensioni esterne e iniziali. Paolo a proposito del vangelo dice:

«Se anche il nostro Vangelo è ancora velato, lo è soltanto per quelli che si perdono, per i senza fede, ai quali il dio di questo secolo ha accecato le menti, affinché non rifulgesse loro lo splendore del Vangelo della gloria del Cristo che è immagine di Dio» (2Cor 4,3-4).

Il vangelo non è soltanto la raccolta dei fatti della vita del Signore – certo, sono molto importanti e commuovono anche il nostro cuore, perché sono norme di vita, via di accesso al Cristo – ma il vangelo è un’altra cosa, è infinitamente di più: è il Vangelo della gloria del Cristo, è la notizia della gloria del Cristo risorto; e non solo della gloria della sua risurrezione ma, attraverso l’evento della sua risurrezione, di quello che ci sta dietro da sempre.
Il vangelo della gloria è la notizia che quell’uomo, quel figlio di Maria, è niente di meno che il Dio nel quale risplende la pienezza della gloria del Padre e nel quale tutte le ere e tutti i mondi hanno la loro consistenza. Non sappiamo nulla delle altre ere, degli altri mondi, ma sappiamo una cosa sola: che tutte le altre ere e tutti gli altri mondi, comunque ce li possiamo immaginare, sono «riempiti» da questa gloria e hanno consistenza solo nella gloria del Cristo.
Quindi, il vangelo globale, il vangelo non episodico – in cui gli episodi sono solo singole manifestazioni, come la trasfigurazione – è il vangelo della gloria di Gesù, Figlio di Dio.

Giuseppe Dossetti

LA SCOMPARSA DI CLAUDIO DONAT-CATTIN LASCIA UN VUOTO NEL CAMPO DEL GIORNALISMO E DELLA POLITICA.

Con Claudio Donat-Cattin scompare un professionista, un grande giornalista e un qualificato Dirigente della Rai. Era il primogenito di Carlo Donat-Cattin, storico leader della “sinistra sociale” e statista della Democrazia Cristiana. Nella sua lunga carriera giornalistica Claudio è stato Vice Direttore della “Gazzetta del Popolo”, storica testata torinese e piemontese che per molti anni fu la vera alternativa alla “Stampa” degli Agnelli. Per numero di copie e per l’autorevolezza della testata. È stato anche Vice Direttore del “Giorno” e, in ultimo, Vice Direttore di Raiuno. Autore di storici programmi della Rai e, soprattutto, ha lavorato per molto tempo – sino a poche settimane fa, prima del malore – con Bruno Vespa nella trasmissione “Porta a Porta”. Anzi, di Vespa non è stato solo il principale collaboratore ma si può dire tranquillamente che è stato il perno e l’artefice di questa storica e fortunata trasmissione del servizio pubblico radiotelevisivo.

E con Claudio scompare anche un testimone, seppur non come protagonista diretto, della esperienza straordinaria di quella comunità politica culturale che si chiamava Forze Nuove. La corrente Dc guidata dal padre, Carlo Donat-Cattin. Fu Claudio, infatti, il motore centrale della rivista mensile “Terza Fase”, la più qualificata testata della Dc a cavallo fra gli anni ‘80 e ‘90. Una rivista che viene ancora oggi ricordata per la sua autorevolezza politica e per la sua profondità culturale. E negli anni ‘70 e ‘80 la “Gazzetta del Popolo” era unanimemente riconosciuta, e non solo a Torino e in Piemonte, per la sua qualità giornalistica, per il suo taglio politico, per la profondità del suo giornalismo di inchiesta e, in ultimo ma non per ordine di importanza, per la statura dei suoi collaboratori. Claudio, pur non essendo un dirigente politico, frequentava gli appuntamenti più importanti della “sinistra sociale” della Dc, a cominciare dai grandi convegni di Saint-Vincent dove era tradizionale la sua presenza nella giornata conclusiva della kermesse valdostana.

E Claudio, da alcuni anni, era anche Presidente della Fondazione Carlo Donat-Cattin con sede a Torino che era, e resta, una pietra angolare del filone culturale riconducibile alla tradizione storica ed ideale del cattolicesimo sociale e politico. Subalpina e nazionale.

Con la scomparsa di Claudio Donat-Cattin, oltre a perdere un caro e storico amico, se ne va un pezzo della nostra esperienza giornalistica, culturale e anche politica. E, soprattutto, perdiamo un grande ed irripetibile professionista del miglior giornalismo italiano.

Auguri di Buon Natale

La redazione de “Il Domani d’Italia” ha scelto per oggi di dedicare ai lettori questa poesia di Dino Buzzati (1906-1972), che parla della magia e del calore del Natale, badando a salvaguardare il suo fascino dal trambusto della festività commerciale e consumistica.

Dino Buzzati 

Buon Natale

E se poi venisse davvero?
Se a quell’ora precisa
mentre la nebbia oppure la pioggia nera
oppure comunque le caligini il fetido l’incubo nero
della notte sopra la pianura dell’umidità
e dell’espansione economica
l’arcipelago delle luminarie
sempre più denso verso il centro
specialmente i cinema i bar le stazioni di servizio
e poi nel cuore della città
la massima concentrazione di luci
di lusso di soldi di gioia di vizio
se nei palazzi cascine falansteri
attraverso le illusioni e i misteri,
lui davvero venisse?
Che scherzo pericoloso, eh?

Perché dicono dicono ma
non ci crede più nessuno.
Il proprietario del magazzino famoso
di articoli da regalo
non ci crede, e ne ride bonario
con le clienti in visone
anche il negoziante di giocattoli
sollevato dall’andamento straordinario
degli affari nonostante la recessione.

Non ci crede il capofamiglia
né lo scapolo né il coniugato
né il vecchio zio né la figlia,
neppure la mamma sebbene
tenendoli sulle ginocchia
abbia dettato ai bambini le lettere
col presepio e il bordo dorato
destinazione Paradiso
in franchigia, senza riflettere
al rischio della mistificazione.

Non ci crede neanche don Saverio
il buon prevosto della parrocchia
non basta infatti la fede
per prendere veramente sul serio
questa antica superstizione.

E neppure ci credono i bambini
che avrebbero sufficiente ingenuità
voglia di miracoli, di fantasia
di mostri, di favole, ma
ci fu quel sorriso speciale
della mamma così ambiguo e allora
nacque in loro l’ipocrisia
per la prima volta, con la paura
tipicamente italiana
di passare per cretini.

Neanche loro dunque ci credono più
che alla mezzanotte del venti-
quattro, carico di regali
in carte d’oro e d’argento
fra un grande sbattere d’ali
(ci saranno anche gli angeli, no?)
arriva il Bambino Gesù.

E se invece venisse per davvero?
Se la preghiera, la letterina, il desiderio
espresso così, più che altro per gioco
venisse preso sul serio?
Se il regno della fiaba e del mistero
si avverasse? Se accanto al fuoco
al mattino si trovassero i doni
la bambola il revolver il treno
il micio l’orsacchiotto il leone
che nessuno di voi ha comperati?
Se la vostra bella sicurezza
nella scienza e nella dea ragione
andasse a carte quarantotto?
Con imperdonabile leggerezza
forse troppo ci siamo fidati.

E se sul serio venisse?
Silenzio! O Gesù Bambino
per favore cammina piano
nell’attraversare il salotto
Guai se tu svegli i ragazzi,
che disastro sarebbe per noi
così colti così intelligenti
brevettati miscredenti
noi che ci crediamo chissà cosa
coi nostri atomi coi nostri razzi.
Fa piano, Bambino, se puoi.

 

(da Novità, n. 165, dicembre 1964-gennaio 1965)

BONINI, «I CATTOLICI DEMOCRATICI DOVREBBERO INTERROGARSI SERIAMENTE SULLA LORO STORIA»  

A poche settimane dal Congresso che determinerà la nuova linea del Pd, i democratici popolari alzano la voce e rivendicano la loro dignità di fondatori di un partito ideato per attuare una politica nuova sulle basi di una leale collaborazione tra le parti. Concepita con questi inviolabili principi, l’unione tra Popolari e Democratici di sinistra aveva tutte le premesse per dare nuova linfa vitale alla democrazia dell’Italia e alla rinascita della nazione. Ma quello che aveva tutti i presupposti di un matrimonio d’amore, si è risolto alla fine in un’arida unione di interessi di parte. Il risultato è stata la vittoria delle destre più radicali al governo dell’Italia,  una disordinata corsa verso il potere e, in breve, il caos del nulla.

A puntare i riflettori sulla situazione che si è venuta creando, è intervenuto prima il convegno tenuto a Palazzo Altieri sul tema “Dov’è il futuro? I luoghi del nuovo Umanesimo” e, a distanza di tre giorni, l’incontro organizzato e presieduto da Pier Luigi Castagnetti, sul tema ”I cattolici Democratici nella politica di oggi” con l’inquietante domanda “ancora utili oggi?” Il primo incontro, presieduto dal vice presidente dell’Istituto Giuseppe Toniolo, Giuseppe Fioroni e introdotto dal Direttore de “Il Domani d’Italia” Lucio D’Ubaldo, ha costituito il preludio del dibattito sul ruolo dei cattolici nella nuova fase della politica italiana. I contributi alle due riunioni sono stati di altissimo livello e di grande partecipazione, anche se forse sono mancati quell’ardore della passione e quell’entusiasmo che sono sempre necessari a smuovere il macigno della delusione e a dare vita ad una nuova formazione politica. Ma è noto, noi siamo un popolo che dalla asprezza delle prove riesce sempre a trarre la forza per risorgere. Tra gli interventi che si sono susseguiti al convegno di Palazzo Altieri, particolarmente incisivo ci è parso quello del prof. Francesco Bonini, Rettore dell’Università Lumsa, storico e studioso di scienze politiche di fama internazionale, già consigliere per le Riforme istituzionali del nostro grandissimo Leopoldo Elia, allora ministro nel governo Ciampi. 

Lo abbiamo intervistato.

Professore, il 16 dicembre scorso, si è svolto a Palazzo Altieri di Roma un convegno sulla ricerca di un nuovo Umanesimo. Nel suo intervento, tra i tanti mali di questi nostri tempi, lei ha denunciato in particolare la perdita di due intere generazioni. Quali le cause di tanto sfacelo e quali rimedi riterrebbe ancora possibili? Cosa si dovrebbe fare, per esempio, per la scuola? 

Sono convinto che una delle cause principali di questa crisi generazionale consista nella adozione di una formazione sempre più funzionale al presente, limitata al presente stesso e con una rinuncia progressiva alla metodologia critica. Il fenomeno è iniziato circa una ventina di anni fa, agli inizi di questo millennio ed è andato progressivamente aggravandosi. Ora sarebbe necessario prendere atto della forte necessità di dare una risposta concreta alla domanda di educazione, naturalmente presente nei giovani nel corso del loro processo formativo, che non può essere ignorata. In concreto, e il fenomeno non è limitato al campo dell’educazione, abbiamo importato un modello di formazione americano, senza provvedere ad adeguarlo alla cultura e, più in generale, alla preesistente struttura europea. Si è trattato di un trapianto riuscito soltanto in parte e con i risultati che vediamo.

Stiamo assistendo all’inquietante fenomeno dell’assenteismo dalle urne, in costante aumento ad ogni scadenza elettorale, che erode la democrazia e rischia di spalancare le porte ad un regime autoritario. La gente non si sente più rappresentata da candidati che è chiamata ad eleggere e che, al tempo stesso, vengono imposti senza possibilità di scelta. Basterà una nuova legge elettorale a risolvere questo problema che si fa sempre più pressante?

Quante leggi elettorali sono state varate fino ad oggi e con quali conseguenze? Il fatto è che cambiando gli ordini degli addendi, il risultato non cambia. Gli elettori mutano le loro scelte, migrano da un partito all’altro, ma il numero delle presenze alle urne continua a diminuire. Gli elettori hanno maturato l’idea che l’offerta sia assimilabile senza sostanziali differenze di bandiera e che l’unica discriminazione di rilievo consista nel contrasto tra il vecchio e il nuovo. Premesso che l’alto tasso della partecipazione elettorale è un fenomeno nuovo e circoscritto al XX secolo, io credo che oggi sarebbe necessario prendere in esame ogni antefatto che precede le elezioni. Infatti il voto è soltanto il risultato ultimo di un processo che è rimasto estraneo ai cittadini. Se gli elettori fino al momento di recarsi ai seggi non hanno partecipato ad alcuna discussione politica, non hanno parlato, se il voto resta l’unico mezzo che consenta loro di esprimersi, è logico che restino in silenzio, cioè rinuncino a dare una preferenza. Ormai i cittadini non concepiscono più il valore della libertà e la necessità di combattere per difenderlo. Ormai siamo tutti pacificati e, quindi, imbelli.     

Il convegno sul nuovo Umanesimo ha preceduto di soli tre giorni l’incontro organizzato dalla Associazione “I Popolari” presieduta da Pierluigi Castagnetti, sul tema del ruolo dei cattolici democratici nella politica di questi nostri giorni.  Crede che ci sia ancora spazio oggi per un’azione dei cattolici utile al nostro Paese?  In particolare, crede che i cattolici popolari farebbero sentire con maggiore efficacia la loro voce in un partito nuovo, scisso dall’attuale Pd nel quale molti non si sentono più rappresentati, oppure ritiene più utile una decisa battaglia all’interno del Partito stesso?  

Il mondo cattolico italiano è oggi l’unica  agenzia formativa, nel panorama di un male politico che è peraltro diffuso in tutte le rappresentanze politiche del nostro Paese. I cattolici democratici, che rappresentano una delle aggregazioni più significative del mondo cattolico politico italiano, si dovrebbero porre seri interrogativi sulla loro storia. Erano uniti pur nella loro diversità e la loro unione era intesa come una pressione della gerarchia ecclesiastica sul laicato, con una convergenza degli interessi della Chiesa con quelli del mondo cattolico. Quando i cattolici decisero di rinunciare alla loro unità, la Dc si sciolse.  L’unità politica dei cattolici, che è fra l’altro una caratteristica tutta italiana, vive fino a quando esiste un soggetto capace di interpretarla nella sua interezza. Ora la situazione politica e sociale è profondamente mutata e la rinascita di un partito cattolico è estremamente complessa. Sarebbe necessaria l’istituzione di una leadership in grado di rispondere alle istanze di oggi, una comunità di intenti ed una grande capacità di comunicazione, con le relative strutture adeguate alla iniziativa.   

QUELLE CONVERSIONI SENZA UN MINIMO DI AUTOCRITICA

La decisione del governo di fare marcia indietro sul Pos, aderendo alle sollecitazioni europee (oltre che a quelle del buon senso) è una buona notizia. Si tratta di una decisione piccola ma significativa. Indica che al dunque anche un governo che nasce su di una radice sovranista deve piegarsi a quegli usi e costumi che improntano il concerto europeo, scegliendo di perseguire al suo interno il nostro interesse nazionale.

Ma anche una buona notizia alle volte ha un risvolto più discutibile. E cioè il fatto che questa conversione a regole e consuetudini europee avvenga senza spendere neppure una parola per dar conto del proprio mutamento di opinione. Non suoni ostile ricordare alla premier Meloni che appena un lustro fa – cinque anni, per la precisione – la leader di Fratelli d’Italia ipotizzava l’uscita dall’euro. E non solo lei, a dire il vero.

Un largo e variegato fronte populista, a destra e a sinistra, ha seminato negli anni i più vari, coloriti e inverosimili sospetti sulle regole dell’unione. Salvo farle proprie quando ci si è resi conto che di lì, da quelle regole, passava la tenuta del nostro sistema Paese e la fortuna delle proprie stesse sorti politiche. Ci si aspetterebbe che queste conversioni – apprezzabili – venissero accompagnate, se non proprio da una doverosa autocritica, quantomeno da una spiegazione che ne rendesse più limpide le ragioni. E con esse, la garanzia che lo stesso equivoco non si venga a perpetuare nuovamente alla prima occasione. Sarebbe un elementare, e perfino conveniente, dovere di trasparenza.

Fonte: La Voce del Popolo – 22 dicembre 2022
(Articolo qui riproposto per gentile concessione dell’autore e del settimanale della Diocesi di Brescia)

LEGGE DI BILANCIO: QUARANTAQUATTRO RILIEVI, IN FILA PER SEI COL RESTO DI DUE.

Non c’è niente da fare: le leggi annuali di bilancio con il corollario del “decreto milleproroghe” – una specie di serbatoio a latere che inghiotte tutto ciò che non sta nella prima – sono gli atti legislativi più complessi, impegnativi e incerti di ogni legislatura. Tutto sembra facile visto dall’opposizione di turno ma gestire le finanze pubbliche e dare un assetto razionale e corrispondente al soddisfacimento di bisogni e urgenze è compito oggettivamente arduo e problematico. L’elevato numero degli emendamenti complica ulteriormente le cose, difficile prevedere tutto, accontentare tutti, sciogliere i nodi al pettine.

Si arriva sempre al traguardo con il fiatone: sedute notturne, lavori febbrili in commissione, si vuole migliorare i testi che poi vanno in aula ma spesso complicando le cose, dimenticando i passaggi obbligati e bypassando le previsioni di spesa: ogni legge dello Stato deve avere una copertura su questo aspetto il Quirinale presta la massima attenzione. Forse se si preparassero le cose per tempo ci sarebbe meno affanno e soprattutto meno confusione. Anche in questa occasione, la strada per giungere all’approvazione della legge fondamentale dello Stato è stata tortuosa, irta di sorprese, incerta tra conferme e smentite, un occhio ai conti pubblici e l’altro alle decisioni da assumere, in genere rivedute e corrette secondo il criterio dell’accontentare tutti.
Una specie di letto di Procuste che si allunga e si accorcia ma tra conciliaboli, asserzioni, mediazioni, piglio decisionista e revisionismo di maniera prima o poi per chiudere il tormentone impone inesorabilmente il voto di fiducia. Fino all’ultimo step tutto è magmatico e fluttuante, entra questa norma ed esce quella, ci sono i collegi elettorali da gratificare, l’Europa arcigna che ci osserva, qualche contentino all’opposizione, ma il tentativo di salvare qualcosa di organico e identitario, che connoti l’orientamento ideologico, culturale e politico del governo di turno finisce sovente in una mediazione al ribasso, stemperando i toni, abbassando le ambizioni mentre la ripartenza del fatidico ascensore sociale, metafora del volano economico che deve rimettersi in moto, viene di fatto rinviata: sarà oggetto di analisi del prossimo Rapporto Censis che spiegherà che cosa non funziona della politica in Italia. Tutto diventa un rituale scontato: questa fatica di fine anno solare mi fa venire in mente la ripartenza di ogni anno scolastico che ritrova puntuali tutti i problemi e le disfunzioni di quello precedente.

Qui si chiude, là si apre ma tutto è sempre provvisorio e posticcio fino all’ultimo. Come scrisse un arguto Thomas Bernhard siamo in genere sempre più impegnati a preparare che a fare. Quest’anno si aggiungono i rilievi della Ragioneria dello Stato: 44 sono un po’ tanti e ciò significa che non si sono fatti bene i conti prima. Tra tutti quelli contestati dai Ragionieri dello Stato spiccano le tutele dei lavoratori fragili, ferme al palo dell’incertezza fino all’ultimo nanosecondo (una vera vergogna, considerata la problematica sottesa e connessa) e il bonus per gli studenti meritevoli. Per evitare di transitare ignominiosamente nell’esercizio provvisorio alla fine una soluzione si troverà. Mentre scrivo mi giunge il testo finale su cui il Governo porrà la fiducia. E se alcune cose non andranno bene si potrà sempre rimediarle con il nuovo anno: anche se questa non è la migliore idea di democrazia possibile.

Tra ciò che pare resti invariato la novità della caccia ai cinghiali nei centri urbani mi pare la più iconica e coreografica: da un lato descrive in che condizioni ci siamo ridotti, dall’altro – nonostante le rassicurazioni del relatore del provvedimento che sarà sicuramente votato – si ha l’impressione che venga demandato ai cittadini un compito che spetterebbe alle autorità amministrative e sanitarie locali. Sembra di tornare all’età della pietra e non è rassicurante pensare che girino persone armate per la mattanza del peloso porcello. Senza contare gli aspetti igienici: ci siamo infettati di Covid per passaggio del virus dall’animale all’uomo, si spera di non finire – come dicono i francesi – ‘à la guerre comme à la guerre’.

IN DIFESA DI UN SISTEMA DI RICONOSCIMFNTO DIGITALE GESTITO DA UN’ENTITÀ PUBBLICA CENTRALE

Non sono certo tenero con questo Governo e con questa maggioranza. Ho attaccato con convinzione, e tornerei a farlo, il tentativo di boicottaggio del POS. Ho criticato aspramente, e tornerei a farlo, diverse altre misure tra tentativi abortiti e proposte ancora in essere nella Manovra2023: il taglio al RdC, scudo fiscale, etc…In tutti i casi ho sempre cercato di pormi in un’ottica di analisi dei costi/benefici e, soprattutto, della visione sociale a cui tali misure tendono. Non intendo cambiare approccio nemmeno oggi riguardo all’intenzione manifestata pubblicamente dal sottosegretario Butti di razionalizzare il tema dell’identità digitale a favore della esclusività della CIE (Carta d’Identità Elettronica) e del relativo superamento dello SPID.

Si tratta di una questione concreta che merita sicuramente una riflessione seria e non ideologica, in quanto investe un tassello sempre più imprescindibile della nostra vita quotidiana presente e futura di cittadini tout-court, vista l’ormai quasi totale sovrapponibilità tra cittadinanza reale e cittadinanza digitale. In particolare, faccio francamente fatica a non condividere l’idea di fondo che sembra ispirare tale proposito. Ovvero che nell’interazione con la Pubblica Amministrazione lato sensu – e nella relativa generazione e fruizione di servizi, diritti, adempimenti, etc…- lo scenario a cui tendere debba essere quello di un solo sistema di riconoscimento gestito esclusivamente da un’entità pubblica centrale (la CIE è gestita dal Ministero dell’Interno), al pari di quello che accade per il rilascio degli altri documenti di identità, e non (più) da soggetti privati, seppur qualificati, come sono gli Identity Provider SPID.

E questo chiaramente non perché si ritenga che l’attore privato sia “cattivo” o incapace (chi scrive è un convinto sostenitore della sussidiarietà e, tra l’altro, opera professionalmente proprio in una azienda del settore), ma segnatamente per quella che deve essere la natura specifica del riconoscimento certo e qualificato del singolo individuo davanti alla P.A. Si tratta infatti di quel primo punto di contatto nonché fondamentale elemento abilitante per la fruizione dei servizi e l’adempimento di obblighi e doveri del cittadino. In poche parole si ritiene che il controllo e la gestione esclusiva del riconoscimento del cittadino digitale alla porta d’entrata di tutta la P.A. digitale debba essere intrinsecamente una prerogativa di quest’ultima, nonostante questi ultimi anni di “supplenza tecnologica” erogata dagli Identity Provider abbiano utilmente supportato e diffuso un’evoluzione culturale di cui si vedono sempre più gli effetti virtuosi.

Identico approccio (accentramento, razionalizzazione, semplificazione e omogeneizzazione del servizio su tutto il territorio nazionale mediante reductio ad unum delle piattaforme) meriterebbero, inoltre, anche altri ambiti di interazione utenti-PA: per esempio lo Sportello Unico per le Attività Produttive (SUAP), lo Sportello Unico dell’Edilizia (SUE), etc…Si auspica quindi che il Governo vada avanti sulla questione con pragmatismo, facendo leva anche sull’ormai ampia diffusione del concetto stesso di identità digitale. Diffusione raggiunta grazie anche all’utilità dello SPID sperimentata obtorto collo da molte persone nel periodo pandemico. Pragmatismo che imporrà comunque un percorso articolato e complesso, ma non certo impossibile. Tutto starà nella capacità dei vertici tecnici dei vari ministeri coinvolti e soprattutto nella reale volontà politica di addivenire al risultato al di là dei proclami a favore di telecamere.

FIORONI A “FORMICHE”, UN PD FONDATO SULL’IDENTITÀ PLURALE DI FATTO SI RIDUCE A UN PARTITO SENZA IDENTITÀ.

Si pensava che attraverso un generale rimescolamento di carte saremmo riusciti a illuminare di nuova luce il riformismo e a farne la bandiera di una possibile maggioranza democratica, in alternativa al centro-destra a guida berlusconiana. L’illusione è consistita nel credere alla conquista di una sintesi superiore, dopo il lungo ciclo delle contrapposizioni ideologiche tra grandi partiti di matrice popolare; sicché, una volta intrapresa la via della contaminazione post-ideologica, si è sfibrato il tessuto delle vecchie identità di partito senza ottenere nulla di significativo in cambio, anzi conferendo al riformismo un che di artificiale, persino svincolato dalla realtà.

In sostanza, per venire incontro alle difficoltà di una sinistra orfana del mito della rivoluzione, benché “democratica e progressiva” secondo la versione del comunismo italiano, si è finito per gettare nel calderone delle ideologie da rottamare quella che non era neppure un’ideologia in senso stretto, ma una cultura politica viva e vitale, per altro uscita vittoriosa dalle lotte del “secolo breve”: vale a dire, la cultura rappresentata dal popolarismo di ispirazione cristiana. E quando il Pd ha scelto l’ancoraggio in Europa al gruppo parlamentare dei socialisti – da quel momento ridenominato “socialisti e democratici” – ha reso ancora più ardua la tenuta del popolarismo a motivo della sua intrinseca subalternità alla sinistra neo-illuminista, preoccupata sempre più di estendere e garantire i diritti individuali, più che incarnare un progetto di solidarietà in armonia con i principi e i valori iscritti nella Carta costituzionale.

Ora, non si fatica molto a comprendere come il risveglio dalla illusione del partito pluridentitario, e perciò senza identità alcuna ma con l’ansia di una “radicalità” a supporto dell’insufficienza di pensiero politico, comporti un soprassalto di consapevolezza dei popolari, ovvero di quanti hanno a cuore la ripresa e lo sviluppo di una cultura democratica a impronta cristiana, capace di guardare avanti e di prefigurare la costruzione dell’alternativa all’attuale Destra di governo. Non si tratta di operare scissioni a caso, sull’onda di un fuggi fuggi sotterraneo, spesso per una reazione a lungo trattenuta; bensì di recuperare autonomia di analisi e proposta, con spazi di agibilità politica e con l’impegno a rendere visibile il contributo del popolarismo nei termini consigliati o imposti dalla circostanze. È questa la necessità, anche a prescindere da come vada il congresso del Pd.

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Vogliamo riprendere la parola. Fioroni detta la linea per i popolari

POPOLARI, FU UN ERRORE SCIOGLIERE LA MARGHERITA PER FARE IL PD.

Forse mi sbaglio: le mie informazioni le traggo solo dalla stampa. Non so fino a che punto l’amico Pierluigi Castagnetti, con la sua dura presa di posizione, anche verso Letta, rappresenti il vero “sentiment” dei popolari: “Se cambiate natura al partito (cioè il Pd) ne trarremo le conseguenze”.

Prendiamo atto di questo avvertimento, che gli fa onore, proprio perché è un autorevole presidente dell’Associazione ‘I popolari’, che si richiama al nome altrettanto impegnativo e “glorioso” del partito dei cattolici c.d. “democratici” impegnati in politica. “Una grande forza politica, come tutti sanno, a suo tempo fondata da Luigi Sturzo e poi ripresa nel rinnovamento strenuamente voluto dall’amico, Mino Martinazzoli, dopo sciagurato scioglimento della Dc. Una botta invereconda voluta da Buttiglione, che incominciava a scivolare verso il berlusconismo accattivante.

Va aggiunto che nel sistema politico italiano nasceva, dopo le scelte di Segni (ricordate la legge elettorale che intaccava proporzionale) e di Prodi, con l’ alleanza dell’Ulivo, l’idea di fare nascere e sviluppare, grazie alla positiva esperienza di governo, un bipolarismo all’italiana. Una cultura ed un sistema politico che è invece solo una peculiare e caratteristica della tradizione anglosassone o statunitense. E non nella esperienza dei paesi continentali europei.

Personalmente nel 2007 mi sono battuto, assieme a molti altri amici di area cattolica, contro quella scelta poco ponderata. Molti di loro, come chi scrive, dopo il disgusto e l’ amarezza si sono poi ritirati dalla vita politica attiva. La fusione della Margherita con i Ds è stata una fusione a freddo. Perché, allora e, con tutto rispetto delle rispettive “storie “politiche, i loro dirigenti non avevano capito o non volevano capire che con l’unificazione, due evidenti debolezze (Margherita e Ds) non potevano fare, unificandole, una solida e sufficientemente omogenea forza politica. Alla fine sarei curioso di sapere al riguardo cosa ne pensa Albertina Soliani che è stata inserita da Castagnetti per conto della sua associazione nel “Comitato per riscrivere l’identità del partito”, cioè del Pd.

A Pierluigi e agli amici che con lui sono confluiti nel Pd va ricordato che oggi pagano (e forse soffrono) per quella scelta sbagliata o non sufficientemente meditata. Diceva Dante Alighieri “Chi è causa del suo mal pianga se stesso”. In fondo mi dispiace. Ma essere severi con se stessi aiuta sempre.

FRANCO MARINI E “QUEI” POPOLARI.

Prima o poi sarà necessario ripercorrere la storia e il cammino politico e culturale dei Popolari dopo il tramonto e la fine della Democrazia cristiana nel lontano 1994. Una esperienza molto travagliata e complessa di una tradizione ideale che, però, si è sempre contraddistinta per la sua vivacità culturale, per il suo protagonismo politico e anche, e soprattutto, per la qualità e l’autorevolezza della sua classe dirigente. Tasselli di un mosaico che hanno fatto dei Popolari e della loro presenza politica un elemento significativo e di qualità nella cittadella politica italiana.

Ora, è di tutta evidenza che il forte dibattito che si è acceso in questi giorni a livello nazionale sulla sostanziale irrilevanza di questa gloriosa tradizione politica nella esperienza concreta del Partito democratico, richiama l’attenzione attorno ad un aspetto decisivo: e cioè, il ruolo e la stessa “mission” dei Popolari hanno un senso solo se riescono a dispiegare organicamente la propria cultura politica e a incidere, altrettanto concretamente, nell’elaborazione complessiva del partito di riferimento. Non essendoci ancora, purtroppo, e almeno sino ad oggi, le condizioni per riproporre un partito a tutto tondo come fu la straordinaria esperienza del partito di Mino Martinazzoli, di Franco Marini, di Gerardo Bianco e di molti dirigenti autorevoli e storici di quel soggetto politico.

E, per fermarsi proprio a Franco Marini, che forse è stato l’esponente più significativo ed incisivo nei vari passaggi che hanno accompagnato il percorso politico dei Popolari dopo l’esperienza cinquantennale della Democrazia cristiana e sino alla confluenza nel Partito democratico, c’è un elemento che non può essere sottovalutato. A prescindere dalle opinioni su come si è declinato concretamente quel percorso politico. E cioè, Marini ha contribuito, con altri come ovvio, a compiere quelle scelte politiche e strategiche rispettando sempre una condizione, vorrei quasi dire un prerequisito. Ovvero, nei vari passaggi politici non si doveva mai ammainare la bandiera Popolare. Detto in altri termini, l’identità, la cultura, il progetto e l’organizzazione dei Popolari doveva sempre essere visibile e tangibile. Certo, avere un partito autonomo accompagnato da un forte consenso e un massiccio radicamento territoriale e sociale era la strada prioritaria ma non sempre tutti gli ingranaggi si possono legare l’uno all’altro in un disegno armonico e coerente. Ma, al di là di questa prospettiva, che peraltro fu percorsa per alcuni anni, Marini accentuò sempre, nei suoi interventi come nelle sue scelte concrete, la necessità di marcare con coraggio e determinazione la specificità e l’originalità di questa cultura politica.

Ho voluto ricordare questo aspetto non solo per l’amicizia storica e antica con Franco Marini – nata con quella straordinaria comunità politica, culturale ed umana che era la “sinistra sociale” di Forze Nuove guidata da Carlo Donat-Cattin – ma perchè il ruolo dei Popolari, a prescindere dallo scorrere delle varie fasi storiche e dei passaggi politici, può continuare a giocare un ruolo importante e decisivo solo se non si rinuncia a quella intransigenza politica. Uno stile e un metodo che, da sempre, caratterizzano il profilo di questo filone politico e storico. Anche perchè l’alternativa a questo atteggiamento è una sola: e cioè, ridurre questa esperienza – anche se lo dico con il massimo rispetto per quella storia – alla stagione dei “cattolici indipendenti di sinistra” degli anni ‘70. Cioè una pattuglia di eletti nelle liste del Pci dell’epoca per confermare che quel partito era culturalmente plurale. Quando, come tutti sanno, si trattava solo di una presenza, culturalmente importante, ma politicamente ornamentale e del tutto ininfluente nonchè irrilevante ai fini del progetto complessivo dei comunisti italiani.

Ecco, Franco Marini voleva che i Popolari dispiegassero, invece, sempre un ruolo politico alternativo a quella esperienza. Al di là della collocazione storica e politica momentanea.

TEMPO E SPAZIO, POLIS E CIVITAS. UNA INTERESSANTE RIFLESSIONE OSPITATA DA “AVVENIRE”.

Flavio Felice

Nel IV capitolo della Evangelii gaudium: “Il tempo è superiore allo spazio”, Papa Francesco afferma che «Dare priorità allo spazio porta a diventar matti per risolvere tutto nel momento presente», mentre «Dare priorità al tempo significa occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi». È un tema che Francesco aveva già affrontato nella sua prima enciclica Lumen fidei: «lo spazio cristallizza i processi, il tempo proietta invece verso il futuro e spinge a camminare con speranza». A partire da questa considerazione, credo si possa avviare una riflessione sulle categorie di tempo e di spazio anche nella teoria politica.

Il tempo interessa la dimensione processuale della politica e ci consente di cogliere il dinamismo del potere nel suo divenire; in pratica, il tempo ci offre una dimensione processuale del potere, i cui attori protagonisti sono le persone singole e organizzate in una miriade di modi differenti.

Il tempo ci dice che il potere non ha nulla di innato, ci dice che non può essere gelosamente custodito in qualche recondito scrigno: gli arcana imperii. Non c’è nulla di più concreto, storico e tangibile del potere, esso si conquista nel tempo, si mantiene nel tempo e si trasferisce nel tempo.
Il tempo è la dimensione nella quale il potere prende forma e la qualità del tempo disegna anche la sua forma, ci dice la sua stratificazione, rivela gli interessi che difende, denuncia le ingiustizie che perpetua e gli ideali che persegue, rivela la sua capacità di resistere agli urti dei contropoteri e confessa quanto meriti di essere difeso ovvero abbattuto. In definitiva, il tempo scandisce la genesi e la parabola del potere, al di là della sua stessa dimensione spaziale.

A differenza del tempo, lo spazio ci offre un’istantanea sul potere e ne perimetra la stabilità: la sovranità, informandoci sulla sua dimensione statica; è questa la dimensione statica del potere, la condizione essenziale affinché il processo dinamico si sedimenti in una forma di governo che ne cristallizzi il divenire; tale dimensione, storicamente, ha assunto la forma dello Stato.

Nel suo divenire, il processo politico richiede strumenti flessibili e catene di comando corte, oltre che relazioni di tipo orizzontale, tra loro interconnesse. Richiede una vitalità e una predisposizione al cambiamento che invitano tutte le parti che vi partecipano ad un perenne esercizio di autogoverno, di autodisciplina e di controllo reciproco; non esiste uno stadio del processo in cui alcuna delle parti possa dormire sonni tranquilli per dedicarsi alla contemplazione del risultato raggiunto.

Di contro, nella sua staticità, l’istantanea politica, risponde al carattere della stabilità e mal tollera l’attivismo delle relazioni orizzontali, spontaneamente interferenti, potenzialmente confliggenti, mentre ripone la sua fiducia nelle catene di comando lunghe e rigide, fortemente burocratizzate e inclini alla conservazione delle posizioni acquisite.

È evidente che stiamo descrivendo due dimensioni idealtipiche. Tuttavia, esistono forme potestative che prediligono la dimensione dinamica e altre quella statica. In pratica, il comune, ovvero la civitas, risponde meglio al dinamismo del processo politico, mentre lo Stato, ovvero la polis, appare più aderente all’immagine dell’istantanea politica.

Il comune è storicamente l’espressione delle relazioni orizzontali, dello scambio di beni e servizi, della sicurezza ottenuta mediante l’autogoverno dei suoi tanti ordini, del reciproco controllo che produce anche conflitti; una circolazione delle posizioni del potere, nei confronti della quale il potere costituito ha sempre diffidato. In questo contesto si comprende un’ulteriore tensione, quella tra governare e amministrare.

Amministrare significa servire: administrare, agire da ministro; amministrare è una pratica del potere dinamica, sensibile alla dimensione ascendente bottom-up e sussidiaria. Di contro, governare: gubernari, significa dirigere, imprimere la direzione del governante ai governati e, di conseguenza, è particolarmente sensibile alla dimensione discendente di tipo top-down, quanto di più distante dal principio di sussidiarietà.

Potremmo anche dire che, mentre il principio che muove l’azione di governo è di tipo monistico, l’amministrazione rinvia ad un principio di tipo poliarchico, dato il riconoscimento, di fatto, di una miriade di centri potere, ciascuno dei quali con un oggetto che gli è proprio, al punto da disegnare una società irriducibilmente “plurarchica”, dove il problema del buongoverno si risolve nella governance degli innumerevoli buoni governi presenti nel comune.

La superiorità del tempo sullo spazio rende evidente la teoria politica del popolarismo sturziano. È questa forma di governance che nutre le procedure democratiche, altrimenti descrivibili solo mediante freddi universali procedurali che la storia e la recente cronaca si sono incaricate di mostrarci che tanto universali non sono.

 

L’articolo, qui riproposto per gentile concessione dell’autore, è stato pubblicato ieri (22 dicembre 2022) su “Avvenire”.

NON BASTA IL PD, ANCHE I POPOLARI DEVONO RIGENERARE LE PROPRIE IDEE.

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L’idea di Roberto Di Giovan Paolo – rilanciare il Ppi secondo una modalità di organizzazione assimilabile a quella del Partito radicale – non è campata per aria. Anche Castagnetti è preoccupato della deriva del Pd. Spetta comunque ai Popolari ritrovare la cifra della loro proposta culturale e sociale, prima che politica.

 

Ho letto con attenzione il pezzo di Roberto Di Giovan Paolo.
L’idea di un Partito di ispirazione Popolare che non abbia la pretesa di essere oggi “contenitore elettorale”, ma l’ambizione di offrire il proprio libero contributo di idee e di valori (sul modello “metodologico” dei Radicali), anche con l’istituto della “doppia tessera”, mi sembra sensata e interessante.

Dobbiamo vivere il nostro tempo, con tutte le sue contraddizioni. Ivi compresi gli effetti di una transizione nei meccanismi della rappresentanza politica che pare tremendamente infinita. Nessuno ha la più pallida idea di come e quando questa transizione finirà e di quali potranno essere gli approdi di sistema. E tuttavia avvertiamo che senza l’apporto delle culture politiche – pur in evoluzione naturale, a fronte dei nuovi scenari del nostro tempo – la transizione diventa deriva inarrestabile di tatticismo e di banalizzazione. Con un grave danno per la democrazia e per il “senso” della Politica.

Serve una approccio umile. Anche i popolari devono rigenerare le proprie idee e ritrovare la cifra della loro proposta culturale e sociale, prima che politica.

Ho letto poi del dibattito in seno alla Assemblea della Fondazione dei Popolari. Ed ho apprezzato l’analisi preoccupata di Pierluigi Castagnetti. Tuttavia, perdonate la franchezza, mi pare che la riflessione sul futuro della cultura del popolarismo di matrice cattolico-democratica debba andare molto al di là delle dinamiche interne al Pd. Certo, questo partito (al quale non ho mai aderito, ma che ho sempre considerato una presenza essenziale nella politica italiana) ha cercato di interpretare anche la nostra cultura, a partire dalla storia personale di molti dei suoi fondatori, dirigenti e militanti. Ma credo che quella scommessa non abbia avuto l’esito che si prometteva. E non per colpa dei vari e mutevoli equilibri interni o del generoso impegno di chi vi ha concorso, ma a causa di un problema strutturale irrisolto: il rapporto tra identità culturali e strumenti di azione politico-elettorali.

La cultura degasperiana della “coalizione tra diversi partiti” è stata tradotta nella suggestione di un “partito unico plurale”. Ma – almeno nella tradizione italiana post prima repubblica – un partito (ad eccezione di quelli “personali”, dove le identità sono sostituite dalla persona del “capo”) vive le diversità culturali come ostacolo all’azione politica e come forma di organizzazione più di potere che di idee.

L’improvvida eutanasia è stata quella dell’Ulivo. L’Ulivo rispondeva in modo innovativo al problema irrisolto di cui sopra. Era “più” di una coalizione elettorale, ma “meno” di un partito. Era un Patto per il Governo del Paese, ma non comportava nessuna “reductio ad unum” delle identità e delle culture politiche. Era, forse, il seme di una “nuova forma” di rappresentanza politica. Purtroppo è andata come è andata.

Ora occorre una nuova seminagione, con i tempi che ciò comporta. La cosa importante è non lasciar inaridire le sementi. E non buttarle tutte in una terra che può anche essere poco fertile.

POPOLARI, L’AUTONOMIA RIVENDICATA E LE SUE CONSEGUENZE.

Essendo divenuta così grande la distanza fra questa sinistra, radicaleggiante e dimentica della questione sociale, e i valori del popolarismo, concretizzare l’autonomia politica e culturale sulle questioni fondamentali nella situazione data sarà un compito molto arduo per i Popolari ma è anche l’unica via per arginare la strategia autoritaria della destra.

 

Se le ragioni che hanno portato da un lato Castagnetti a indire il recente convegno all’Istituto Sturzo per esprimere un disagio diffuso tra i Popolari nel Partito Democratico, e dall’altro molti Popolari a intraprendere iniziative volte a costruire una presenza cattolico-democratica all’interno del polo di centro, non sono puramente tattiche e strumentali, risolvibili a breve in termini di organigrammi, allora ci si trova di fronte a un chiarimento politico di fondo, che non potrà che essere salutare, per i Popolari, per il centro sinistra, per la democrazia.
Nel momento in cui ci si richiama al popolarismo come a un universo identitario sul quale si fonda la rivendicazione della propria autonomia culturale, politica e organizzativa, si rimettono in discussione le condizioni che rendono possibile lo stare in un medesimo partito e le modalità, e la stessa opportunità, di partecipare a una alleanza di centro sinistra, stante la permanente impraticabilità con la destra per manifesta incompatibilità culturale.
Ci si carica di un compito enorme, quello di ridefinire i termini per future collaborazioni.
Essendo divenuta così grande la distanza fra questa sinistra, radicaleggiante e dimentica della questione sociale, e i valori del popolarismo, sembra assai complicato far coesistere in un medesimo partito visioni così diverse dell’Uomo e del modello di società per l’avvenire. Non sarà un lavoro semplice per quanti intendono proseguire il cammino nel Pd.
Anche presidiare in autonomia l’area di centro non sarà una passeggiata per i Popolari data l’enorme disparità di forze, di mezzi e di risorse in campo in un dibattito pubblico che procede a senso unico sulle questioni fondamentali non senza violenza verbale e giudizi sommari, ostracismi e censure, in cui sembra smarrito il concetto stesso di pluralismo. Servirà ai Popolari una strategia sorniona simile a quella con cui la Francia ha disputato la finale mondiale, uscendo a testa altissima da un confronto altrimenti non alla sua portata. Occorre la determinazione necessaria per riallacciare un rapporto di fiducia e di interlocuzione, non con, bensì in mezzo, tra, nei ceti sociali intermedi. Perché, e lo ha detto molto bene Castagnetti al succitato convegno, il popolarismo non è la Caritas. Ma è stato storicamente una fucina di elaborazione di politiche tendenti alla riduzione delle disuguaglianze e una forma di autoorganizzazione dei ceti popolari che ora perlopiù o votano a destra oppure disertano le urne. Non per partito preso, per motivi ideologici ma perché sentono, a torto o a ragione come ci ricorda il sociologo Luca Ricolfi, che una sinistra così ridotta appare loro invotabile. E, senza indulgere al populismo ma educando il popolo alla democrazia, in alcuni casi appare difficile dare loro torto. Pensiamo, solo per citare alcune questioni su cui il rifiuto della sinistra si fa più sentire, al fondamentalismo classista con cui la sinistra declina la transizione ecologica, con il paravento dell’ideologia che non permette di vedere il progresso della tecnologia. Pensiamo alle assurdità che circolano sulla diversità di genere e sul concetto di famiglia. Pensiamo a un acritico e non selettivo utilizzo delle tecnologie digitali che ci porterebbe dritti ai crediti sociali cinesi. E pensiamo, infine, ma non certo per ultimo, sulla questione della pace, alla confusione che c’è a sinistra sui doveri che nascono dallo stare in un sistema di alleanze internazionali rispetto alla guerra in Ucraina, e la necessità di addivenire comunque, e nonostante le gravi responsabilità che si imputano alla Russia, a un immediato cessate il fuoco come alternativa al cinico gioco di combattere la Russia sacrificando fino all’ultimo ucraino, e come affermazione e riconoscimento di un nuovo balance of power garantito dal modello multipolare.
Concretizzare l’autonomia politica e culturale sulle questioni fondamentali nella situazione data sarà un compito molto arduo per i Popolari ma è anche l’unica via per arginare la strategia autoritaria della destra con le armi dell’elaborazione politica e progettuale, e per evitare una ingloriosa dissolvenza nel conformismo che piace ai centri del potere economico e che pare aver sostituito l’anima della sinistra attuale

LA DIGNITÀ POLITICA DEI POPOLARI, L’AMMONIMENTO DI SCOPPOLA, GLI ERRORI DEL PD. E DUNQUE?

Piace registrare il ritorno in campo dei Popolari. In fondo, a rileggere Scoppola, viene da riflettere sulla spirale della sinistra che tende a fagocitare il contributo dei cattolici. Bisogna ricostruire il rapporto tra centro e sinistra. La Destra, infatti, potrà essere sconfitta alla sola condizione di unire gli sforzi dei moderati e dei riformisti, evitando la tentazione – sempre presente – dei primi di virare verso il conservatorismo e dei secondi verso il radicalismo.

È stato bello ritrovarsi presso l’Istituto Sturzo convocati dall’Associazione Popolari. Non solo per l’afflato umano che lega molti di noi attraverso le varie generazioni. Un elemento comunque importante, se si vuole considerare l’impegno politico quale rapporto fra esseri umani intesi a ricercare il bene comune e non una mera tecnicalità, quasi fosse un mestiere al pari di altri. Ma soprattutto perché è stato bello, e certamente utile, ragionare sulle cose della politica aiutati da relazioni tutte assai interessanti e, direi, importanti.

Al di là di come è stato rappresentato dalla stampa, che ovviamente ama usare toni forti, il convegno ha però senz’altro posto questioni e domande dirimenti che il Pd, cui erano rivolte, non potrà affatto evadere. Rileggere a quasi 16 anni di distanza l’articolo di Pietro Scoppola (che i convegnisti hanno trovato nella cartelletta di accoglienza) col quale lucidamente ammoniva la sinistra a non considerare l’allora costituendo Partito democratico un suo solo “problema interno”, mi ha da un lato colpito fortemente e dall’altro lasciato tanta amarezza perché quel rischio è quello che molti di noi hanno intravisto e denunciato negli anni successivi senza venire ascoltati, né dai gruppi dirigenti dello stesso Pd via via succedutisi né, talvolta, dagli stessi Popolari che (come ad esempio lo scrivente) erano entrati in esso con grande entusiasmo.

Ora, cos’è se non un grido d’allarme, rafforzato dal recente nefasto esito elettorale, la denuncia del progressivo spostarsi del dibattito interno al Pd e della sua proiezione esterna all’esclusivo ambito della sinistra e di una concezione valoriale che tende inesorabilmente a lasciare ai margini la componente cattolica per abbracciare tesi sempre più prossime all’individualismo dei diritti, ponendo sullo sfondo il fondamentale richiamo ai doveri della solidarietà sociale?

Una preoccupazione – sia quella politica, sia quella valoriale – posta più volte da molti di noi e immancabilmente non considerata, non apprezzata, anzi respinta con fastidio e noncuranza. Oggi addirittura attaccata alla base, con la costituzione di quel Comitato degli 87 (alcuni suoi componenti peraltro sono già dimissionari, a conferma di quanto pasticciata sia stata la sua ideazione e squilibrata la sua composizione) che dovrebbe riscrivere la Carta dei Valori del partito, di fatto proponendone uno nuovo e diverso, a prescindere da un congresso che sia pure con modalità contorte e complicate si starebbe pur avviando.

Rileggere Scoppola e (ri)scoprire che aveva previsto tutto, quando ammoniva a non andare nella direzione, sbagliata, che poi si è presa, ha fatto un certo effetto. Bene dunque che i Popolari presenti nel Pd abbiano – finalmente – lanciato un monito e consegnato un avviso: ovvero che è nell’interesse dello stesso Pd e della sua possibilità di competere con la Destra oggi al governo ascoltare le preoccupazioni espresse da una componente fondatrice del partito la cui dignità non può essere ignorata. La Destra potrà essere sconfitta alla sola condizione di unire gli sforzi del centro e della sinistra, dei moderati e dei riformisti, evitando la tentazione – sempre presente – dei primi di virare verso il conservatorismo e dei secondi verso il radicalismo. Con l’esito che nonostante il cambio delle generazioni non muterebbe il risultato, ovvero la vittoria dei primi. Con una fondamentale differenza rispetto al passato: mentre la Dc (certo, in un contesto storico differente, dominato dallo scontro ideologico fra liberalismo e comunismo) ha sempre saputo orientare politicamente verso il centro, prima, con De Gasperi, e verso il centro-sinistra, dopo, con Moro e Fanfani, i consensi che otteneva dal mondo conservatore, oggi i voti moderati che vanno verso i conservatori vengono gestiti dalla Destra, che intende esattamente attuare politiche di destra.

Non è già solo questa un’ottima ragione per ascoltare il monito dei Popolari?

IL DISGUSTOSO TEATRINO DELLA POLITICA DI GIORNATA

In compenso – scrive amaramente Provinciali – ci si attrezza per i botti di Capodanno, vero spartiacque tra l’incoscienza e la disperazione.

Sarebbe un bel match da giocare ma anziché ai calci di rigore finirebbe ai dadi: è più indifferente la politica nei confronti della gente o la gente verso la politica? Quel 39% degli aventi diritto che non ha votato alle recenti elezioni (18 milioni di cittadini) potrebbe far pendere la bilancia verso la latitanza sociale ma se si segue il giornaliero avvicendarsi dei siparietti politici nei TG, nei talk show, nelle prime pagine dei giornali qualche interrogativo sorge spontaneo di fronte a tanto intemerato squallore. È tutto un dire e disdire, si susseguono penose esternazioni mandate a memoria, dichiarazioni di intenti, scambi di accuse, minacce, molte uova di Colombo, qualche parvenza di coniglio dal cilindro e uno stucchevole rituale scontato: “famiglie, lavoro e imprese” sono le parole più pronunciate da portavoce, portaborse e fedeli yes man di fatto cooptati in Parlamento dai loro capi. L’uno che vale l’altro non è una scelta ideologica ma la triste constatazione di uno stato di realtà: può darsi che nel lungo periodo emerga un orientamento, una visione, un modello sociale da proporre, qualcosa di nuovo e pulito che possa riaccendere non dico gli entusiasmi ma almeno le speranze ma se le idee, le cifre, i conti e le scelte non vanno oltre l’arco delle esternazioni provvisorie c’è poco da stare allegri. C’è anche chi fa della gratuita ironia con attacchi personali e battute postribolari: ma chi autorizza o incarica queste torbide figure di demagoghi a prenderci per i fondelli?
Leggo questo spietato epitaffio nel logo di un importante Agenzia di Stampa del Vaticano, da me interpellata per segnalare il caso umano di una ragazza ventenne che da tre mesi, notte e giorno, vive al freddo sotto i portici di una grande città: “ «Inutile farla lunga, / girarla, rigirarla / allo spiedo, al rovello / dell’attenta osservazione, l’analisi, la sintesi, / i discorsi sul metodo. / Si muore dalla noia. / C’è un modo d’aggredire la questione: / col coltello». (Bartolo Cattafi, Metodologia). Mi pare eloquente il messaggio ed autorevole la fonte.

Il Prof. Vittorino Andreoli, una delle persone più colte e sensibili che conosca mi ha detto che la violenza sta diventando disperazione e distruzione. A quali santi laici dovremmo votarci? Il disorientamento è generale, cresce perciò la sfiducia nelle istituzioni. A pochi giorni dalla fine dell’anno non si riesce a far quadrare una seria legge di bilancio, le smentite superano le conferme, sembra tutto come sospeso in un limbo impenetrabile: il vero dramma sarà che non si deciderà il meglio per il bene comune ma ciò che è più conveniente per perpetuare la pessima abitudine delle scelte clientelari. Si è chiusa una campagna elettorale e se ne apre un’altra, enfatizzata per alcune Regioni di peso, intanto si scopre che anche in Europa e nelle sue istituzioni cresce la malapianta del rubalizio e della corruzione. L’abbiamo sempre pensata come sintesi salvifica e lontana – questa Europa – ed ora la scopriamo come la gigantografia della retorica castrante e degli intrallazzi internazionali. Se pensiamo a quanto ci costa questo indegno e inesauribile mercimonio si comprende quella percentuale di persone disgustate che hanno raddoppiato le astensioni al voto negli ultimi dieci anni. Non basta il Rapporto CENSIS, passa inosservato oltre le news delle ultime 24 ore quello della Caritas che ci racconta di 1 milione 960 mila famiglie, pari a 5.571.000 persone (il 9,4% della popolazione) che sopravvivono in condizione di povertà.

La reiterazione annuale del cosiddetto “decreto milleproroghe” è la metafora del fallimento di una programmazione politica di medio-lungo termine: ogni anno viene sistematicamente ripresentato per procrastinare soluzioni, sempre più infarcito di oboli, deroghe, prebende, favori, concessioni. A leggerlo tutto con quel frasario impenetrabile che offende e mortifica i cittadini non basterebbe il peggior Azzeccagarbugli: ci sta dentro di tutto, marciapiedi, attività sportive, enti speciali, canili, spiagge, concorsi, specialisti e specializzandi. Non ci basta essere il Paese del bonus senza controllo, delle mance, delle sanatorie e dei condoni: in questa enciclopedia delle proroghe si ritrova tutto quello che non si è riusciti a risolvere durante l’anno.

Mi sono occupato negli ultimi tre anni delle tutele dei lavoratori fragili: gente disperata, malata di tumore, immunodepressa, invalida, che si sottopone a terapie salvavita. Dopo aver rabberciato una soluzione provvisoria nel decreto aiuti-bis (ma non ne basterebbe uno solo ma completo, senza bis, ter, quater ecc.?) dopo il 31/12 p.v non è previsto nulla. Il Parlamento e il Governo non sono stati finora in grado di trovare una soluzione dignitosa che ci renda finalmente un Paese civile. Non si capisce dove finisca l’ignoranza dei legislatori e dove cominci l’indifferenza del sistema politico. Intanto dalla Cina giunge la notizia di un’ondata anomala di Covid, i forni crematori non riescono a smaltire le salme. Come per quelle precedenti anche questa arriverà da noi e – come scritto mille volte da David Quammen – ci troverà impreparati. Ma se il Covid c’è o non c’è lo decide la politica: in genere sempre con provvedimenti postumi e tardivi. In compenso ci si attrezza per i botti di Capodanno, vero spartiacque tra l’incoscienza e la disperazione. E poi, finalmente, il Festival di Sanremo, non vediamo l’ora. Siamo o non siamo il paese dei balocchi?

CORRUZIONE E REAZIONE: SIAMO SOTTO CHOC, MA TUTTO CIÒ NON PUÒ MINARE LA CREDIBILITÀ DELL’EUROPARLAMENTO.

L’inchiesta di Bruxelles getta un’ombra di sospetto e sfiducia sull’Europarlamento. Patrizia Toia, ex dc eletta nelle liste del Pd, prende posizione: il rigore deve proteggere le istituzioni, non delegittimarle.
La nota che segue è stata resa pubblica nelle ultime ore. Si fa presente che il titolo, nel rispetto dei contenuti espressi, risponde a un’autonoma scelta della redazione.

La prima reazione è stata di choc, poi subito di indignazione e di rabbia. Choc perché non ci si poteva credere.

Indignazione perché i fatti sono gravissimi e, al di là dei reati di cui si occuperà la magistratura, c’è una ferita sanguinosa, che non si può in alcun modo minimizzare. Rabbia perché queste condotte vergognose hanno provocato tanti danni: un danno agli italiani, per la loro immagine, un danno al mondo socialista e progressista, perché è all’interno di questo mondo che, sia pure con diverse appartenenze, i soggetti in questione stavano, e un danno, il peggiore forse, alla dignità e onorabilità di un’istituzione come il Parlamento Europeo.

Ora, dopo la condanna senza sconti e senza alcuna sfumatura, si deve reagire con molta durezza e con mosse concrete. Le parole, anche le più sincere, non bastano più.

Qui si è in presenza di vergognosi traditori dei propri ideali e il Pd è perciò “parte lesa”, ma noi dobbiamo essere “spietati” anche con il nostro mondo. Da un lato è giusto rimarcare che il gruppo e la nostra delegazione non sono stati condizionati né compromessi. Infatti, se questa azione di corruzione tendeva ad addolcire le posizioni della delegazione sul Qatar, l’obiettivo non è andato in porto, anzi la delegazione Pd ha votato tutti gli emendamenti che accusavano il Qatar per le morti dei lavoratori non tutelati e per molti altri punti.

Tutto vero, noi non ci siamo fatti né condizionare né influenzare, né tantomeno corrompere. Ma, dall’altro lato, dobbiamo avere il coraggio di capire, pur se si tratta di casi limitati, come sia stato possibile che nella nostra famiglia progressista sia avvenuto un tale sovvertimento dell’onestà personale e politica, dei valori di base, delle idee, e della dignità che il vincolo del pubblico incarico comporta.

È vero che le responsabilità sono personali, ma che ciò sia avvenuto in “casa nostra” con un ex deputato del gruppo e una vicepresidente del parlamento del gruppo S&D è grave e ci chiama in causa. Capire non vuol dire minimizzare, anzi! Vuol dire che occorre ancor più irrobustire la nostra formazione personale e politica e selezionare più accuratamente la classe dirigente.

Quello che posso assicurare è che l’immagine del Parlamento che emerge non è quella vera. Si tratta di un caso, forse di pochissimi casi, ma non è un sistema.

Il Parlamento è aperto, frequentato dei rappresentanti degli interessi costituiti, cioè gli stakeholder, ma questo è un bene perché ciò avviene nella trasparenza e “sotto gli occhi di tutti”. Il parlamento è “la casa dei cittadini europei” ed è una casa pulita, con regole chiare e all’insegna della trasparenza. È un luogo dove si lavora (e molto), ci si confronta col mondo esterno nella chiarezza dei ruoli e, per quanto mi riguarda, nel rispetto soprattutto della funzione rappresentativa del deputato eletto, che è al servizio dell’interesse dei cittadini e del bene comune.

Certo occorre chiarezza, dignità di sé, saldezza di comportamenti, amore per la legalità, sobrietà nella condotta pubblica e privata, rispetto dei diritti di tutti a partire da quelli dei cittadini che ci hanno mandato qui, in Parlamento. Oggi emerge però che le regole attuali non bastano. Ecco perché, oltre alle decisioni prese in questi giorni (destituzione della Vicepresidente, creazione di una commissione di inchiesta) dobbiamo dotarci di altri strumenti che ci aiutino a prevenire e a contenere eventuali comportamenti devianti.

Va rilanciata la proposta di un registro obbligatorio per ogni deputato per dar conto degli incontri con le lobby e va formalizzata l’istituzione di un Comitato Etico (che era già pronto) che va reso più impegnativo e penetrante. Va inoltre superato il cosiddetto sistema delle revolving doors che consente di passare senza stacco da una funzione parlamentare o di responsabilità politica a una funzione di rappresentanza di interessi specifici dentro al Parlamento e vanno stabilite regole per impedire viaggi non a spese proprie e impedire doppi lavori, salvo esplicita autorizzazione.

Queste sono le prime riforme per ridare trasparenza e lustro al Parlamento e dunque fiducia ai cittadini verso “la casa comune”. Poi, naturalmente, c’è la politica che dovrà essere più sobria, più severa e anche più intransigente.

CASTAGNETTI, IL PARTITO DEMOCRATICO E L’AREA POPOLARE.

Sta emergendo ovunque la voglia di un rinnovato “protagonismo” politico, culturale, programmatico e soprattutto organizzativo dei Popolari e dei cattolici social. In questo quadro, la recente iniziativa di Castagnetti ha avuto il merito politico di aver fatto emergere quale strada intraprendere adesso.

 

Dobbiamo dare atto a Pier Luigi Castagnetti – politico di lungo corso e di spiccata intelligenza – della sua determinazione e tenacia nel tentare di ricostruire e consolidare una corrente di ex Popolari all’interno del Pd. Aggiungo, di “questo” Pd. Una osservazione non indifferente, nonchè decisiva, per riflettere attorno ad una questione importante per il futuro e la prospettiva stessa del principale partito della sinistra italiana.

Ora, però, ci sono almeno due questioni, l’una di natura strategica e l’altra più legata al contingente e quindi tattica, che rischiano di mettere in crisi la tenacia e la determinazione politica dimostrati dall’ultimo segretario nazionale del Partito Popolare Italiano con l’iniziativa organizzata all’Istituto Sturzo.

Innanzitutto il capitolo della prospettiva politica, culturale e programmatica del Partito democratico. È noto a tutti che dopo la disfatta elettorale del 25 settembre scorso e la crisi profonda in cui versa l’attuale Pd, la via d’uscita di trasformare definitivamente ed irreversibilmente il Pd in un partito autenticamente ed organicamente di sinistra è quantomai ghiotta e soprattutto è condivisa dalla stragrande maggioranza dei militanti, dei dirigenti, dei simpatizzanti e anche dagli elettori del partito. Come, del resto, ci dicono tutti gli istituti demoscopici. Una prospettiva di sinistra, come ci ricorda giustamente Luca Ricolfi, che si trova oggi ad un bivio alla vigilia del congresso del partito: e cioè, o dar vita ad un partito della sinistra liberale che sia però in grado di ricomporre tutta l’area ex e post comunista nel nostro paese oppure scegliere una strada che privilegia una sinistra più radicale e libertaria.

Ma, al di là degli slogan che riassumono la competizione politica in atto, quello che è certo è che il futuro – semprechè il partito voglia ancora sopravvivere a livello elettorale – del Pd sarà quello di essere un partito organicamente di sinistra. Certo, la minaccia che arriva dal partito populista e demagogico per eccellenza, cioè i 5 stelle, di aver dato vita ad una sorta di “sinistra per caso” rischia ulteriormente di minare alla radice la credibilità e lo stesso consenso del Pd. Avendo già bruciato, sempre lo stesso Pd, le carte sul versante del Centro dove si è insediato il cosiddetto “terzo polo”. Anche se questo è un campo ancora in forte evoluzione, semprechè riesca a superare l’attuale assetto di “partiti personali” e “del capo” aprendosi, invece, ad altri filoni culturali e politici.

In secondo luogo, e per fermarsi alla contingenza, assistiamo ad un dibattito all’interno del Pd dove i 3, 4 o 5 candidati alla segreteria nazionale sono tutti espressione della cultura storica della sinistra italiana che non possono che perseguire, coerentemente e legittimamente, una prospettiva e un progetto politico di sinistra. Cosa centri il ruolo, la funzione e la stessa “mission” dei Popolari e dei cattolici sociali in un contesto del genere è francamente curioso nonchè singolare. Anche perchè, come tutti ben sappiamo, il centro sinistra è credibile di fronte agli elettori e alle rispettive aree sociali e culturali solo se il Centro e la sinistra si uniscono in una alleanza di governo ma con una soggettualità e una personalità politica autonoma. Il famoso “trattino” che unisce il Centro e la sinistra in un progetto di governo.

Per fare un solo esempio, l’esperienza dell’Ulivo. Insomma, anche su questo versante si tratta di scegliere se la tradizione del popolarismo di ispirazione cristiana intende giocare una partita vera sul campo rilanciando la sua personalità e la sua originalità culturale e politica o se, come pare, si riduce ad essere la nuova versione – seppur aggiornata e rivista – dei “cattolici indipendenti di sinistra” degli anni ‘70. Dove sono garantiti quasi per legge una percentuale di eletti – come è avvenuto puntualmente alle recenti elezioni politiche con l’auto nomina dei capi corrente e dei loro cari nella quota proporzionale – e qualche “premio di consolazione” alla carriera negli assetti di partito per qualche altro notabile. Ovvero, per dirla con un vecchio slogan, una operazione che “fa fine e non impegna”.

Ecco perchè, a fronte di questo quadro, sta emergendo in quasi tutta la periferia italiana la voglia di un rinnovato “protagonismo” politico, culturale, programmatico e soprattutto organizzativo dei Popolari e dei cattolici sociali. Un protagonismo che non ha come obiettivo esclusivo e prioritario quello di commentare ciò che capita nel campo della sinistra italiana. E cioè, la vecchia filiera del Pci/PDS/Ds/PD. Si tratta, quindi, di scegliere. E questo perchè, come direbbe Aldo Moro, “tempi nuovi si annunciano” e non possono essere affrontati con strumenti vecchi e modalità superate dalla storia politica di questi ultimi anni. Una scelta che deve avvenire alla luce del sole, senza polemiche politiche e, men che meno, diatribe personali. E il futuro dei Popolari e dello stesso popolarismo, per usare una metafora calcistica, non può essere quello delle riserve che toccano la palla in panchina solo per darla ai giocatori in campo. In attesa di qualche riconoscimento dei titolari.

Ma l’iniziativa di Castagnetti, comunque sia, ha avuto il merito politico di aver fatto emergere quale strada intraprendere adesso. Per noi Popolari e per quello che ancora rappresentiamo concretamente nella società italiana.

UNO SCAMBIO DI BATTUTE SUI MERITI VERI O PRESUNTI DI GIORGIA MELONI.

Si tributano elogi alla Meloni con troppa generosità? Anche Elisabetta Campus, su questo blog, dà man forte si ‘laudatores’? Uno scambio di battute tra Paola Brianti e la diretta interessata.

 

Leggo con interesse ciò che scrive Elisabetta Campus a proposito di Giorgia Meloni. Mi permetto però di far notare che a Bali, al di là dei sorrisi d’obbligo e dei cavallereschi complimenti per l’inusitata presenza della piccola figlia ad un convegno internazionale che, visto che non doveva più allattarla, avrebbe fatto meglio a lasciarla a casa, i risultati ottenuti sia con Xi Jinping che con Biden sono stati più che altro di cortese compartimento. Per non parlare di Macron. Credo che, al di là della sorpresa per la sua rapida ascesa, finora la nuova Presidente abbia concluso ben poco e che ben poco possa giovare al nostro Paese.

(Paola Brianti)

Da tempo scrivo sulla Meloni guardandola solo come politico, con la novità che è il primo presidente del Consiglio donna dopo 70 anni di Repubblica. Non ho per lei una stima particolare né una avversione smaccata, da un certo punto di vista potrei dire mi è indifferente.

Noto solo che da politico sa muoversi, da donna che commette delle ingenuità nella gestione della cosa pubblica e che come tutte/i i neofiti commette errori propri o indotti dalla “corte” di partito che si è portata a Palazzo. Sono passati circa 60 giorni da quando ha giurato e per ora è presto decidere se sta facendo bene o male perché dal punto di vista politico fino ai prossimi 100 giorni, e quindi fino a inizio febbraio, la sua azione di governo godrà della cosiddetta “luna di miele” con l’opinione pubblica e i media.

Il Presidente della Repubblica pare non rimproverarla più di tanto (non si ha notizia di colloqui frequenti), i partiti di opposizione fanno più una “gran cagnara” che azioni incisive, e i media attendono di capire se durerà. Gioverà o non gioverà lo possiamo giudicare solo verso marzo, quando approvata la legge di bilancio si procederà con i decreti attuativi, si saranno svolte le due elezioni regionali e ci si avvierà a presentare in Parlamento la riforma costituzionale della Repubblica in senso presidenziale, forse con un capo del governo eletto direttamente. E che non sarà lei lo ha già detto chiaramente. Dunque per chi sta tirando la volata? E io nel frattempo la osservo.

(Elisabetta Campus)

L’AVVENTO IN TEMPO DI GUERRA, LA LETTERA DI UNA SUORA INDIANA DALL’UCRAINA.

Superiora delle Suore di San Giuseppe di San Marco, dopo l’invasione della Russia suor Ligy Payyappilly ha deciso di restare vicino alla popolazione locale. Ad AsiaNews racconta il coraggio degli ucraini e come in occasione del Natale il convento delle consorelle si sia trasformato in luogo di riparo e accoglienza.

 

Suor Ligy Payyappilly, 48 anni, superiora del convento delle Suore di San Giuseppe di San Marco a Mukachevo, in Ucraina, racconta ad AsiaNews la preparazione al Natale in un contesto di guerra. Originaria della provincia di Sanjo, nel Kerala indiano, e da 20 anni in Ucraina, dopo l’invasione da parte della Russia a febbraio di quest’anno con 17 consorelle ha preso la decisione di restare per dare assistenza ai civili in fuga.

“I profughi si trovano in diversi luoghi e non hanno cibo, per cui condividiamo con loro tutto ciò che abbiamo. A noi il cibo viene donato da vari benefattori, persone che ci conoscono o Paesi stranieri come la Germania. Dalle altre nazioni stiamo raccogliendo anche vari oggetti di consumo, vestiti e medicine. Forniamo cibo anche ai soldati ucraini, tutto ciò che riceviamo lo distribuiamo a loro.

Due studenti indiani che studiavano medicina a Kharkhiv sono qui con noi perché volevano completare i loro studi. All’inizio li avevamo sistemati in un ostello, ma sono rimasti lì solo due giorni perché i sistemi di riscaldamento non funzionavano e non c’era cibo. Adesso sono con noi.

La situazione in Ucraina è molto difficile, la vita è precaria, riuscire a sopravvivere un miracolo. La Russia continua a lanciare missili, ma i soldati ucraini sono molto coraggiosi. Proprio ieri sera c’è stato un attacco con 35 droni: i soldati ucraini ne hanno eliminati 33 e solo due hanno colpito i bersagli. Ogni settimana la Russia spara sull’Ucraina dagli 80 ai 100 missili.

In Ucraina non c’è elettricità, tutto è come un sonno mortale, un incubo.

Continuiamo i nostri servizi di preghiera come sempre, molte persone vengono a pregare, molte famiglie di soldati si uniscono a noi. Diamo loro speranza. Credo che l’Ucraina vincerà, coloro che sono morti lo hanno fatto per difendere il loro Paese. Le loro preghiere si uniscono alle preghiere di papa Francesco e del mondo e alle nostre orazioni per questo Paese. Molti hanno dato la vita per la libertà e la pace, ma anche bambini innocenti sono stati uccisi e assassinati in questo conflitto.

Questo Natale ci sarà una casa aperta per tutti in cui verranno offerti riparo, cibo e vestiti. Il nostro convento sarà la stalla di Betlemme e Dio pianterà la sua tenda in mezzo a noi. Amplieremo lo spazio della nostra tenda dove chiunque potrà trovare amore, gioia e speranza”.

(Ha collaborato Nirmala Carvalho)

L’ANIMA DEI POPOLARI TORNA A RESPIRARE CON IL CORPO DELLA NAZIONE. L’IDENTITÀ NON È PIÙ UNA ZAVORRA.

I popolari non possono rinunciare alla loro connotazione ideale e politica. E non possono obnubilarsi in una sorta di “riformismo multiverso”, con messaggi contraddittori. Quando si fanno sinistra, andando ben oltre la loro tradizione, nemmeno aiutano la sinistra. In questa cornice, la Destra non può che consolidarsi per mancanza di un’alternativa credibile.

 

Il segnale è venuto dalla base. Qualcosa si è mosso, senza premesse e primazie, spontaneamente. Il silenzio dei popolari, consacrato alla difesa del riformismo, è stato infranto. È venuto allo scoperto, in sostanza, il bisogno di ritrovarsi attorno a una bandiera o meglio a una proposta politica. Che fare, dopo l’avvento della Destra al governo, per non rimanere schiacciati tra sovranismo e populismo? L’anima dei popolari, come nel passato, torna a respirare con il corpo della nazione. Si chiude una fase impastata di sacrificio, fino a rinunce pesanti pur di servire un progetto di rinnovamento. Subentra perciò la consapevolezza che il popolarismo alla fine può scomparire – Gramsci ne aveva preconizzato il suicidio – se ricomposto incongruamente nella dialettica della sinistra (invece di essere in dialettica con la sinistra).

La base è più avanti del vertice, anche se non esiste oggi, in mancanza di un partito nel pieno della sua funzione, un vero e proprio vertice politico. Esiste un partito, il Ppi, che da 20 anni non si presenta alle elezioni, sebbene giuridicamente conservi la titolarità della rappresentanza dei popolari. Ora si sente la sua mancanza. Epperò, in nome della continuità delle scelte compiute sulla scia dell’autosospensione del 2002, la “voglia di esserci” dei popolari è conservata e rilanciata nel circuito della rifondazione del Pd. È questo che vuole la base? In verità, con il passare degli anni, il logoramento del “partito unico del riformismo” si è accentuato: man mano che il sodalizio ha visto scemare le ragioni ideali, si è anche imposta la selezione di un personale politico perlopiù indifferente alle sensibilità del cattolicesimo democratico.

In ogni caso, non serve indugiare nelle recriminazioni. È bene piuttosto riflettere sull’usura di un modello di partito a base plurale, con un mix d’identità. Un modello dato per vincente e adesso in crisi. Non a caso gli esempi maggiori di aggregati politici post-identitari, da un lato Forza Italia e dall’altro il Pd, hanno incrociato un declino vistoso rispetto agli esordi. All’inverso, l’identarismo di Fratelli d’Italia si è rivelato un fattore di crescita impressionante dei consensi elettorali. Anche il M5S ha reagito al tracollo usando la leva della identità di movimento intransigente, con un suo nucleo di specificità a prova di contaminazioni (di qui il rifiuto, come in origine, della logica di alleanza). Può emergere invece che il riformismo volutamente eclettico e nondimeno radicale, secondo un astratto richiamo ai diritti individuali e alla loro estensione finanche pretestuosa, sia stato punito dall’elettorato a cagione di una farragine di messaggi e programmi. Invece la guerra, gli squilibri sociali, la paura del domani pesano sul sentimento politico di ampi strati di società civile, in particolare di ceto medio, esaltando una domanda di sicurezza. L’identità non è più una zavorra.

Ebbene, il riformismo senza i popolari non ha presa sociale, ma nel medesimo tempo, per essere all’altezza di un’impresa di autentico rinnovamento, proprio ora che nel ricco Occidente è in gioco la qualità stessa della democrazia, i popolari non possono rinunciare alla loro connotazione ideale e politica. Non possono obnubilarsi in una sorta di “riformismo multiverso”, se ciò significa retrocedere a copertura di uno smarrimento epocale della sinistra dopo la fine della “immane tragedia” – così la definì il card. Casaroli – del comunismo sovietico. Se i popolari si fanno sinistra, andando ben oltre la loro tradizione, nemmeno aiutano la sinistra: si perdono e insieme rendono perdente la formula che li coinvolge come forze ausiliari, anche a prescindere dalle buone intenzioni dei singoli. In questo scenario, infrenata l’azione dei popolari, la Destra può solo consolidarsi nel Paese e nelle istituzioni per mancanza di un’alternativa credibile.

CASTAGNETTI PROVA A DARE LA SCOSSA, MA IL FUTURO DEL PD RESTA INCERTO AL PARI DI QUELLO DEI POPOLARI.

I cattolici democratici tentano il soccorso al Pd in caduta libera prima che la macchina organizzativa della fase congressuale, che porterà ad un nuovo segretario, si metta a regime apportando una boccata profonda di ossigeno. I cattolici democratici al momento della costituzione del Pd, quindici anni fa, hanno dato il loro contributo tanto nei numeri della classe dirigente nazionale e locale che nella messa a disposizione delle sedi territoriali e del patrimonio. Però a fronte di tanta generosità lo spazio di intervento politico si è ridotto rapidamente a favore della componente laica o laicista, con momenti di stridente contrasto nel campo dei diritti inviolabili e dei doveri morali spesso trascurati. Ora, questi cattolici che definiscono se stessi come “democratici”, ovvero con la dimensione della solidarietà e vicinanza agli ultimi (missione evangelica nel mondo) come cifra significativa dell’agire politico, non se la sentono di abbandonare la nave, seppure malridotta. Mettono mani a “nuove tavole di legno e nuove tele per le vele” e tentano il salvataggio. Senonché il capitano della nave non pare entusiasta: sta sulla tolda ed osserva, sapendo che il prossimo viaggio non sarà il suo. Per questo attende il prossimo capitano.

Per chi ha sufficiente pazienza di ascoltare i convegni politici sa per esperienza che essi sono guidati da una sottile regia. I saluti iniziali per scaldare ed incoraggiare i presenti, il momento prima della pausa del pranzo dedicato ai media, per consentire i primi commenti, ed infine gli interventi finali e le conclusioni, non per gli ultimi rimasti ma per definire la rotta che si seguirà. I pregevolissimi interventi iniziali, nel ricordo affettuoso di Sassoli e nel solco del pensiero di Sturzo, sottolineano la distanza e la frattura che è intervenuta tra la società civile e il Pd, chiuso nella nella dimensione romano-centrica e nazionale, distratto dal governare e tanto assente da non accorgersi che i governati se ne sono andati da un’altra parte.

Ma il non comprendere la gente, il non essere vicino a chi soffre non è possibile per nessun cattolico che si voglia dichiarare tale, perché la dimensione evangelica del pensare agli ultimi è uno dei postulati più importanti della verità in Cristo e non può essere in nessun modo trascurata o peggio ignorata. Da qui il disagio e il distacco, a volte la difficoltà ad agire, a rappresentare compiutamente le proprie posizioni. Ci sarebbe da chiedere “ma voi mentre il Paese soffriva, dove stavate?”. Ecco, ci starebbe tutto se non fosse che le tesi congressuali in fieri del Pd non contengono la domanda cardine per i cattolici democratici (qui nella precisa accezione di quelli che stanno nel gruppo dei “democratici”): quali politiche solidali e sussidiare per il futuro del Paese, quale ruolo di rappresentanza per il pensiero cattolico?

Senza scoraggiarsi difronte ad una certa indifferenza e riuscendo a non trasformare il convegno di ieri all’Istituto Sturzo in una riunione pre-congressuale del Pd, arriva comunque una boccata di ossigeno. La ricetta? Un ruolo forte per la componente cattolica nelle politiche per il futuro del Paese e una ridefinizione dell’area di centro sinistra più identitaria per gli elettori e non il “guazzabuglio attuale” del terzo polo, cercando di togliere ai 5 Stelle l’egemonia nell’aver saputo interpretare il disagio degli ultimi della società. Se il Pd accetterà una ridefinizione delle politiche economiche e sociali finora praticate, il gruppo dei cattolici democratici ci sta, in caso contrario pensa ad una area di rappresentanza diversa, anche in solitudine. È un sì condizionato, ma è un sì e non era scontato. Solo che a fronte di questa boccata di ossigeno c’è la constatazione che il gruppo non esprime una o un candidato segretario e rivendicare poi il peso politico è lasciato alla correttezza del neo segretario/a e alle circostanze.

Alle conclusioni i giovani dirigenti del gruppo “cattolici democratici” osservano che di futuro del Paese si è parlato poco e che la realtà della gente è molto diversa da quella che si è finora rappresentata. Marcano le differenze nel linguaggio e nella comprensione degli avvenimenti, la distanza tra le generazioni, la povertà vissuta dei giovani e dei giovanissimi, l’impossibile futuro di due generazioni senza lavoro (la loro e di quelli che verranno), l’assenza e l’indifferenza del sistema politico. Il loro futuro è già definito dalle nostre scelte egoistiche e tentano, con slancio e generosità, di disegnare/immaginare un futuro diverso per quelli che verranno dopo di loro. Evidenziano che i cattolici, senza aggettivazioni caratterizzanti, hanno in massa votato a destra trovando una risposta ai bisogni primari piuttosto che fare scelte di valore, pensando all’oggi e non al domani. Così le conclusioni attese non ci sono. Restano i dubbi, le perplessità e le profonde riflessioni che i giovani hanno posto. La boccata di ossigeno dovrà essere più d’una se si vorrà dare corpo a queste istanze.

LA PROMESSA DI DAVID, GIORNALISTA PER PROFESSIONE E POLITICO PER VOCAZIONE.

“Vissuta così, come l’ha vissuta Sassoli, la politica può apparire un cammino lento, faticoso. Ma è l’unico modo per consentire a tutti di contribuire al bene comune”.
Pubblichiamo il ricordo che ieri, 19 dicembre 2022, all’Istituto Sturzo, Ruffini ha dedicato alla figura di David Sassoli. Il titolo assegnato al testo è della redazione.

 

Da quasi un anno, sulla mia scrivania c’è una foto con David Sassoli di una quindicina di anni fa. Lui sorridente e pensoso con la sua immancabile sigaretta, mentre stava ascoltando qualcuno che si era rivolto a lui. Perché David era così. O, almeno, è così che lo ricordo io.

Lui domandava, si interessava. Ti chiamava all’improvviso per conoscere il tuo punto di vista. Per sapere a che punto eri con il tuo percorso. Per ascoltarti. Nelle sue parole, sentivi che ti stava riconoscendo un ruolo in un grande mosaico di cui tutti siamo una piccola parte, una singola tessera. E lui, quel mosaico, cercava continuamente di metterlo a fuoco. E di raccontare. In ogni suo interlocutore riconosceva un’insostituibile ricchezza, una parte di verità e, quindi, il pieno diritto di essere coinvolto in un progetto comune. Era questo il suo modo di fare politica.

Ti faceva sentire coinvolto. Anzi ti coinvolgeva, ti trascinava, spingendoti a volgere lo sguardo su quel cantiere perennemente aperto che è la nostra comunità, il nostro Paese, la casa Europa e il mondo intero dove tutti siamo chiamati a lavorare. Un cantiere dove viene realizzato un progetto che ogni giorno si arricchisce di nuovi particolari. Perché la politica è proprio questo. Un progetto che non è mai dato una volta per tutte. Un progetto che continua a regalare lo stupore della scoperta di nuovi traguardi che si fanno sempre più chiari quando – per usare un’espressione a lui cara – siamo disposti ad allargare la nostra tenda per renderla più accogliente. Un progetto capace “di disegnare il mondo che vogliamo”.

È proprio in questa prospettiva che la politica assume una dimensione profonda che la distingue da un banale accordo utilitaristico. Non è la semplicistica sommatoria di ogni – pur legittima – istanza, ma la comune scoperta del valore aggiunto che può produrre il cammino comune di un intero popolo. Non un freddo elenco di richieste o aspirazioni, ma un lento, spesso arduo, incessante progredire di un cammino che ci offre la possibilità di scoprire insieme nuovi orizzonti. Un cammino dove ogni passo è provvisorio. Dove ogni posizione indicata come traguardo è solo un’approssimazione temporanea, destinata a lasciare spazio ad altre soluzioni nel costante divenire della realtà e della vita di ciascuno.

Vissuta così, come l’ha vissuta Sassoli, la politica può apparire un cammino lento, faticoso. Ma è l’unico modo per consentire a tutti di contribuire al bene comune. Per consentire a un intero popolo di fare passi in avanti in un costante cammino dove l’ascolto rappresenta sempre e solo il primo passo. Proprio quell’ascolto che riconosce il valore dell’impegno e del contributo che anche gli altri possono offrire. E, soprattutto, non dimentica il contributo di chi ci ha preceduto nel cammino.

Ecco, David sentiva la responsabilità di raccogliere l’importante eredità di chi ci ha preceduto. Il dovere di riscoprire quei traguardi necessariamente provvisori che altri avevano raggiunto per poter consentire a tutti noi, anche oggi, di non ripartire da zero. Era la sua capacità di ricevere e valorizzare i frutti che altri, prima di noi, hanno seminato, e seminare nuovi frutti per raccolti futuri che altri ancora dopo di noi saranno chiamati a ricevere. Riusciva a far percepire a chi gli era accanto, la naturale alternanza della fatica della semina e della gioia del raccolto, seguito da una nuova e faticosa semina. Era il suo talento. Forse il più grande. Ma era anche un vero e proprio metodo di fare politica. Di farla responsabilmente.

Come ci ha ricordato Papa Francesco, “ogni generazione ha bisogno di quelle precedenti e deve essere disponibile per quelle future”, perché dobbiamo aver il coraggio di “andare incontro al nuovo, ma senza gettare alle ortiche ciò che altri (noi compresi) hanno costruito a fatica” . “È questo che significa essere una nazione: considerarsi prosecutori del compito di altri uomini e donne che hanno già dato il loro contributo e costruttori di una casa per coloro che verranno dopo di noi” .

È proprio questo riconoscimento del lavoro altrui che ci offre la possibilità di maturare la consapevolezza che anche quei traguardi che noi, con i nostri limiti, non avremo avuto la possibilità di raggiungere potranno essere raggiunti da altri, grazie alla strada da noi percorsa. Quello che si interrompe non è mai la strada, ma solo il cammino di ognuno di noi. Un cammino che potrà essere ripreso da chi verrà dopo. In questo cammino, David sapeva di raccogliere un testimone consegnato da altri e di doverlo, a
sua volta, consegnare ad altri ancora.

Ognuno nella sua vita può essere come Abramo , capace di fidarsi, o come Isacco, capace di essere un anello di una catena, di una tradizione, lui che era semplicemente il figlio di Abramo e il padre di Giacobbe. Oppure essere lottatori caparbi come Giacobbe o sognatori come Giuseppe . David aveva ognuna di queste caratteristiche, ognuno di questi talenti. Aveva fiducia, era un combattente e aveva mantenuto la sua capacità di sognare. Ma forse, più di tutti lo rivedo come Isacco, come un uomo operoso che ha contribuito a tessere la catena di cui siamo parte, offrendo, oggi a noi, la possibilità di essere parte di un progetto che, generazione dopo generazione, si sta manifestando sotto i nostri occhi.

In questo incessante progredire della storia in cui tutti siamo chiamati ad essere attori comprimari e non semplici spettatori, era cosciente delle trasformazioni epocali di questo momento: disoccupazione giovanile, migrazioni, cambiamento climatico, sfida tecnologica, povertà, equilibri
mondiali, con l’Europa protagonista, unita e credibile. Erano queste le domande di cui ha cercato di farsi carico per trovare insieme delle risposte. Nell’alternarsi delle stagioni di un popolo legato alle vite di ognuno, David ha ripreso un camminoche era stato iniziato da altri, invitando i suoi amici a camminare con lui. Riprendendo le orme che ha trovato, ha cercato responsabilmente di non dissipare quel patrimonio di vita democratica che i cattolici hanno contribuito a costruire nel nostro Paese, senza mai dimenticare il loro contributo nella stesura della Costituzione, nella ricostruzione del dopoguerra, nella rinascita della democrazia dopo il ventennio, nella difesa delle libertà democratiche durante gli anni del terrorismo, nella costruzione della casa comune europea.

In questa tradizione, ha cercato ogni giorno di fare politica per lasciare quel segno che un cristiano deve sentire come un dovere. Perché, come ricorda il Concilio Vaticano II, “tutti i cristiani devono prendere coscienza della propria speciale vocazione politica” . Una vocazione che, come diceva David, non ci consente di “agitare i simboli della nostra fede come amuleti, con una spudoratezza blasfema” . Ma una vocazione di un intero popolo che non vive il cattolicesimo come “un emporio dove si passa a prendere un rosario, un Vangelo, un santino, ma un popolo cristiano, legittimamente pluralista sul piano delle scelte politiche, ma che sulla fedeltà alla Costituzione e nella difesa del sistema democratico non si lascia dividere” . Mai.

Ha rinunciato a una straordinaria carriera da giornalista per non abdicare alla politica. Non si è lasciato vincere dall’indifferenza. Non ha preferito non essere scomodato. Ma ha preso sul serio il mondo, senza tirarsi indietro. Perché nessuno può sottrarre, anzi “rubare” – con l’espressione utilizzata da Papa Francesco – “il proprio contributo alla società” . Perché la scelta, ancora oggi, è sempre quella tra l’essere dei buoni samaritani o dei semplici passanti che hanno altro da fare. Se lasciarci vincere dall’indifferenza per non essere scomodati nel nostro quieto vivere, oppure prendere sul serio il mondo e farci carico della comunità dove si vive.

È questo il senso ultimo della politica. Ed è questa l’eredità che David ci ha lasciato. Un’eredità che ci impegna a ricordare a noi stessi – lo dico con parole di Giorgio La Pira, a lui così caro – che “il cristianesimo ha ancora qualcosa di fondamentale da dire” per il mondo . Per la politica. Noi tutti siamo chiamati a essere “il sale della terra” , abbiamo il dovere di non essere insipidi. È un dovere, ma è anche una promessa di un intero popolo che è chiamato ad essere sale e non un’insipida e insignificante guarnizione.

Nel confermare quella stessa promessa di David, ognuno di noi è chiamato a essere classe dirigente di questo Paese. Ognuno con le possibilità che la vita gli ha concesso. Indipendentemente dal ruolo che si è chiamati a occupare. Ma semplicemente mettendo a frutto i propri talenti per il bene della comunità in cui si vive. Perché tutti, come ci ricorda la Costituzione , abbiamo il dovere di concorrere “al progresso materiale o spirituale della società”. L’augurio che faccio a me, a noi tutti, è quello di rinnovare quella promessa per portare avanti con impegno quel sorriso aperto al mondo che David ci ha regalato ogni giorno.

LA DIVERSITÀ MORALE È STATA UN’ARMA CHE I COMUNISTI HANNO BRANDITO, ANDANDO FUORI MISURA.

Solo attraverso un metodo laico e profondamente democratico sarà possibile ripristinare un corretto e trasparente confronto politico, culturale e parlamentare. Senza più accampare ridicole e grottesche superiorità e diversità di qualsiasi genere siano.

 

Stiamo assistendo in questi giorni ad una sceneggiata, seppur comprensibile, ma decisamente imbarazzante. Ovvero, per uscire dalla metafora, vecchi e nuovi dirigenti della sinistra ex e post comunista fingono, per l’ennesima volta, di conoscere poco o per nulla i “compagni” che sono finiti nei guai giudiziari e, soprattutto, cadono dal pero nell’apprendere che anche a sinistra – come avviene da molto tempo – c’è una plateale e gigantesca “questione morale”. Una “questione morale” che, per l’ennesima volta e di fronte alla quale ci si volge dall’altra parte pensando che, così facendo, prima o poi l’uragano finisce e si può continuare tranquillamente la predica sulla “diversità” etica e morale della sinistra rispetto agli avversari politici.

Ora, forse, è giunto definitivamente il momento di pronunciare un punto a capo, sempre in punta di piedi e con il dovuto rispetto per tutti gli attori politici in campo. E cioè, nessuno – ma proprio nessuno – può continuare a rivendicare la sua “diversità” etica e morale rispetto a chicchessia. E non lo può più fare a maggior ragione la sinistra, essendo proprio la sinistra comunista, post ed ex comunista, la componente più autorevole chiamata in causa. Anche perchè la continua e persistente rivendicazione della diversità morale è riconducibile esclusivamente al mondo della sinistra, seppur nelle sue multiformi espressioni. Dalla sinistra politica a quella culturale, da quella televisiva – con i suoi vari conduttori e tele predicatori – a quella culturale, da quella accademica a quella salottiera e alto borghese. Un filo rosso che lega le varie espressioni di questo mondo e che è accomunata da un preambolo, il solito preambolo: ovvero, noi siamo i migliori e gli altri, tutti gli altri, sono diversi da noi. Un atteggiamento francamente sempre più insopportabile non solo perché la sinistra, come in tutti gli altri campi pollici, non è affatto esente dal malcostume e dall’affarismo, ma per la semplice ragione che la diversità morale è solo e soltanto una rivendicazione propagandistica, artificiosa e altezzosa del tutto priva di fondamento e di riscontro reale nella società.

Ma è anche bene non dimenticare che proprio in virtù di questa diversità morale e, di conseguenza, di questa presunta, atavica, radicata e rivendicata superiorità intellettuale, si è contribuito negli anni ad involgarire lo stesso dibattito politico erigendo steccati insopportabili e del tutto fuori luogo. Un vizio, questo, che parte da lontano e che ha sfregiato nei decenni la storica esperienza della Democrazia Cristiana attraverso l’attacco frontale ai suoi principali leader e statisti e alla stessa sua “mission politica”. Per poi estendersi con maggior forza e virulenza durante la seconda repubblica e facendo sempre da sfondo ad ogni scelta politica e di strategia politica.

Ora è tempo di voltare definitivamente pagina. Non c’è nessuno che possa rivendicare, in modo esclusivo e totalizzante, il monopolio della “moralità” nella politica, nell’azione politica e nella presenza attiva e concreta nelle istituzioni. A livello locale come a livello nazionale. Nessuno, cioè, è migliore degli altri. E anche per la sinistra, sia quella politica e sia quella intellettuale, sia quella televisiva, accademica e alto borghese e sia quella movimentista, è giunto il momento di prendere atto che il confronto con gli altri partiti decolla dal medesimo nastro di partenza. Senza scorciatoie arroganti e senza corsie preferenziali. Solo attraverso questo metodo, laico e profondamente democratico, sarà possibile ripristinare un corretto e trasparente confronto politico, culturale e parlamentare. Senza più accampare ridicole e grottesche superiorità e diversità di qualsiasi genere siano. E lo scandalo, grave e persin incommentabile, che arriva dall’Europa può, forse, rappresentare la pietra tombale per tutto ciò che la sinistra ha predicato per decenni nella concreta e reale dialettica politica italiana. Dal secondo dopoguerra in poi.

EUROPARLAMENTO, LO SCANDALO E L’«IMBARAZZO»

Il mito della “diversità”, la pretesa di una parte della sinistra di essere moralmente al di sopra dei suoi avversar, questa rappresentazione di sé e degli altri ha finito per introiettare un veleno che ancora circola nel nostro organismo politico.

 

Si sente più l’imbarazzo che l’indignazione. La reazione dello stato maggiore del Pd dinanzi allo scandalo dell’europarlamento sembra quasi di circostanza. Come se scoprire la permeabilità di alcuni dei propri ambienti alla corruzione potesse essere derubricato a incidente di percorso, senza bisogno di addentrarsi nei meandri di un difficile esame di coscienza.

Ora, quello che si chiede alla sinistra non è tanto di destinare al Qatargate la stessa severità con cui fu giudicata a suo tempo la saga di Tangentopoli. Cosa che magari prima o poi avverrà, sia pure con un certo ritardo. Ma è piuttosto di interrogarsi su quella lontana stagione e chiedersi finalmente se l’uso politico della giustizia non sia stato un boomerang lanciato con troppa foga e ora tornato indietro con potenza moltiplicata.

Diciamolo chiaro. Per il malaffare non ci può essere nessuna, nessunissima giustificazione. La condanna deve essere severa, almeno pari all’indignazione delle persone comuni. Nessuna complicità, insomma sia detto una volta di più e una volta per tutte.

Ma con altrettanta chiarezza andrebbe detto che il mito della “diversità”, la pretesa di una parte della sinistra di essere moralmente al di sopra dei suoi avversari, il racconto di un partito degli onesti schierato contro l’altrui partito del malaffare, tutta questa rappresentazione di sé e degli altri che andava tanto di moda sul finire della prima repubblica ha finito per introiettare un veleno che ancora circola nel nostro organismo politico. Riconoscerlo è doveroso e sarebbe perfino “conveniente”.

Fonte: La Voce del Popolo – 15 dicembre 2022
(Articolo qui riproposto per gentile concessione del settimanale della Curia di Brescia)

MELONI, IL PRESIDENTE POLITICO DELLA DESTRA POPOLARE.

La proposta della destra popolare è definita nei suoi paradigmi: nazione, identità di popolo, famiglia, lavoro, crescita economica interna, difesa dei prodotti nazionali. Dalla Piazza al Palazzo, e viceversa, il messaggio incontra la piatta emotività della pubblica opinione. Per ora è consenso diffuso, più per rassegnazione che per entusiasmo, mentre le opposizioni restano ai margini (con linee politiche diverse).

 

Meloni è il primo Presidente del Consiglio politico dopo 10 anni di governi di coalizione decisi dalle segreterie politiche, ed è di tutta evidenza di cosa comporti se si analizza l’intervista, trasmessa in diretta televisiva, fatta in piazza a Roma per le celebrazioni dei 10 anni del partito di cui è leader, ovvero Fratelli d’Italia.

È una Meloni perfettamente a suo agio nella veste di politico perché rivendica le scelte del suo Governo, soprattutto quelle più controverse, con l’autonomia delle decisioni che le riviene dal risultato elettorale e dall’aver preparato con cura da mesi i temi sui quali le decisioni identitarie della destra popolare, alla quale fa riferimento, avrebbe portato non solo consenso ma anche un sostegno popolare di più lungo periodo. Meloni ha la capacità di parlare alla gente (alla piazza) e da politico sa che quando si parla in piazza non è ai suoi che ci si deve rivolgere ma a coloro i quali sono rimasti indecisi (il famoso non voto espresso) o a quelli che non hanno ancora manifestato un rinnovato interesse per la politica. Primo tema identitario la Nazione e la difesa degli interessi italiani all’interno e all’esterno del Paese. Finora il tema pubblico era stato quello dello stare in Europa, di cercare il modo per non essere in stato di inferiorità rispetto ai Paesi con maggiore peso politico, una sorta di ricatto sulla presenza/accettazione nel consesso europeo, che è stato un retaggio della questione finanziaria legata all’andamento dello spread. I Presidenti del Consiglio che l’anno preceduta, non essendo politici, si sono inseriti nel solco della partecipazione/accettazione del Paese sulla base della sua capacità economica e finanziaria.

Meloni cambia prospettiva e parla di identità nazionale prima di ogni altra questione economica e così facendo costringe gli altri a riesaminare una questione che sembrava superata dall’appartenenza stessa all’Unione europea. Tutte le scelte politiche fatte e che si faranno sono sul solco della identità nazionale: così i provvedimenti per i rave party, così il reddito di cittadinanza, così le immigrazioni irregolari, così gli accordi commerciali, le politiche energetiche comuni, le politiche per la famiglia e per il lavoro. Una prospettiva che spiazza prima di tutto la diplomazia che si è formata su idealità differenti e semmai l’identità nazionale l’ha applicata nel settore commerciale e culturale, e qui si trova a difenderla a tutto campo. All’ interno del Paese, di identità nazionale non si sente parlare da decenni, quanto meno l’ultima volta che se ne è parlato era per superarlo con il potenziamento dell’unione europea con la Carta costituzionale europea, per l’appunto per superarlo in virtù di essere prima europei e poi cittadini dello Stato membro dell’Unione. Lo slogan elettorale “prima gli italiani” è più che una dichiarazione è una definizione di Nazione e di ordine di priorità.

Seconda questione identitaria. Da cenerentola della politica a leader. La scommessa di dieci anni fa, le incertezze lungo la strada della conquista del consenso e dei voti con l’obiettivo del 5% dopo 5 anni dalla fondazione di Fratelli d’Italia, è motivo di orgoglio e rivendicato come percorso lontano dalle lobby di potere e di governo, tasto ancora più sensibile adesso con il Qatargate che colpisce la sinistra. Ma il leader è anche generoso nel riconoscere che è un lavoro di gruppo di cui Meloni è solo il front-end per la piazza, non la macchina che si è messa in moto per conquistare voti e consenso. Non una destra contro la sinistra di governo, come nel caso francese della Le Pen, ma una destra popolare al servizio della Nazione, della sua gente, del popolo minuto si sarebbe detto una volta. E così con una base diffusa e fatta di gente che conosce bene la fatica di vivere in tempi di recessione, che è bene ricordarlo comincia proprio 12 anni fa con la questione dell’indice spread che sale e scende, la leader Meloni porta a casa un possibile consenso a medio termine che potrebbe portarla a governare fino alla fine naturale della legislatura. Anche i provvedimenti più controversi sono presi per il “bene della Nazione”, e la questione sembra chiudersi lì, anche se il rispetto delle opinioni contrarie è ribadito più volte, salvo intendersi a verifica successiva se poi possano essere accolte concretamente.

Nessuno dei Presidenti del Consiglio che l’ha preceduta ha un curriculum politico così identitario e definito, essendo italiani ma non per la difesa dell’identità nazionale, così marcatamente preponderante rispetto agli interessi del Paese (più europei che italiani in senso stretto); e questo dato è un punto di forza con il guardare a quei 37% di italiani che non è andato a votare, non scegliendo forse anche perché l’offerta politica non era ancora chiara. Ora la proposta della destra popolare è definita nei suoi paradigmi: nazione, identità di popolo, famiglia, lavoro, crescita economica interna, difesa dei prodotti nazionali. Per i palati più raffinati resta fuori la cultura, ma non è detto che rientri con tempi più calmi. Su queste linee politiche di intervento coniugabili alla bisogna (sono principi generali e pertanto declinabili in vari modi) è facile che quella parte di italiani che è rimasto a casa ( giovani e anziani, ma anche i piccoli artigiani) possa mostrare un qualche interesse non scettico, ma neanche entusiasta. Ed è a loro, con la veemenza che le è propria, che il Presidente Meloni si è rivolta da piazza del Popolo, non per convincerli ma per interessarli.

Così facendo ha però eroso ancora il pezzo di rappresentanza che il terzo polo va cercando disperatamente di conquistare, perché, tranne quelli ai quali la destra popolare proprio non piace per ragioni ideologiche legittime, il bacino degli indecisi è proprio quello che tutti si vogliono contendere; la sinistra del PD e dei 5 Stelle perché hanno penso consensi non drenati in altre forze politiche, il centro perché ritiene di rappresentare meglio le esigenze della piccola/media borghesia, ma non degli operai e dei disoccupati (errore grave di valutazione perché nel 37% la componente operai/disoccupati è forte) e l’area cattolica della destra al governo perché pensa di poterli includere nelle politiche di governo con il tema famiglia e identità nazionale.

La piazza pubblica l’ha vinta lei, senza alcun dubbio. È andata in diretta sulle reti Rai, non perché Capo del Governo, ma come leader politico per una ora buona. All’opposizione sono toccati i “riassunti” dei servizi dei telegiornali, l’assenza di interesse e forse solo la nota di colore di esserci.

I (RI)COSTRUTTORI DEL FUTURO. IDEE E PROPOSTE SUL FUTURO DEL CENTRO.

È il momento di unire tutti i liberali, popolari, riformisti e moderati, che hanno la voglia e il coraggio di condividere un programma PER l’Italia e non solo per arginare il bipopulismo.
Pubblichiamo volentieri lo stralcio della prima parte di questo “Istant eBook” di Dicone, rinviando al link posto a fine pagina per accedere al testo integrale.

 

Se sei populista, sovranista, comunista o fascista, se credi nel bipolarismo forzato e selvaggio, se ami lo scontro e i toni accesi, se credi che la politica sia solo dire ciò che gli elettori-clienti vogliono sentirsi dire, se credi che la democrazia liberale sia un’eredità meritata ed eterna, se credi che la partecipazione alla politica sia inutile: non continuare a leggere, fermati qui e ti auguro buona fortuna.

Se credi nell’impegno civico, nella responsabilità civile di ogni cittadino, nella buona Politica e nella capacità che essa determini la nostra vita: continua pure.

Questo libretto digitale è dedicato a chi vuole riformare la Politica, con impegno gratuito e passione civile, per il bene comune e per la propria comunità.

Introduzione:

I governi del “cambiamento” (Conte e Meloni), al varo della prima legge di bilancio, come previsto da molti attenti osservatori, dimostrano che le promesse elettorali sono solo un lontano ricordo.
Nei sondaggi e nei commenti sui social network, si inizia a intravedere l’insofferenza di tanti italiani che avevano creduto, in buona fede, alle affascinanti promesse elettorali. Gran parte della classe dirigente continua a colpevolizzare la scelta e la voglia di cambiamento degli italiani, commettendo il più grave errore che un politico possa compiere.
Continuando ad essere “snob”, si finirà per favorire il nazional-populismo che si nutre proprio della contrapposizione popolo-élite. Dire semplicemente “noi siamo più competenti” non ridurrà la voglia di cambiamento dei cittadini. I dati dei vari sondaggi lo dimostrano, Lega e 5 stelle non crescono più, tra poco inizierà la parabola discendente di Fratelli d’Italia, ma l’unico partito che cresce continuamente è quello dell’astensione.
Lavorare ad una nuova proposta politica è l’obiettivo a cui dovremmo ambire. La voglia di cambiamento e la richiesta di partecipazione attiva, vanno ascoltate con attenzione empatica.
È necessario essere umili, usare un linguaggio nuovo, veicolare idee e proposte utilizzando i nuovi media.
È indispensabile organizzare, dal basso, un nuovo impegno civico, culturale, sociale e politico dei “non schierati”, partendo dall’elaborazione di una piattaforma programmatica partecipata e condivisa.
Libertà, responsabilità, solidarietà, emancipazione e partecipazione, saranno i cinque principi a guidarci nell’elaborazione di un nuovo pensiero politico.
Mettiamo insieme le tante idee che in questi mesi, tantissimi amici hanno proposto e uniti possiamo (ri)costruire l’Italia.

Il contesto politico e la “domanda”.

Dall’attuale classe dirigente politica, risuonano i soliti accordi: “o di qua o di là”; “ripartire dal fronte contro le destre o le sinistre” a seconda di chi parla; “il voto utile” come se ci fossero voti inutili; “si vince al centro” questo è il più pericoloso, perché di solito vogliono solo il nostro voto, ma mai il nostro contributo ideale e programmatico; e tanti altri messaggi di cui la maggioranza degli italiani è davvero stanca, basta guardare i dati dell’astensionismo ragionato.
Parole vuote che ritornano ad ogni campagna elettorale, come se per governare un Paese bastasse essere contro qualcuno o qualcosa.

Sono 30 anni che siamo costretti a subire questo schema destra contro sinistra e dopo tutti questi anni, nessuno dei protagonisti dice la verità: “questo sistema in Italia non funziona”.
Da troppi anni, la politica italiana cerca di trovare il giusto equilibrio dal post tangentopoli e dal post muro di Berlino. Due eventi che cambiarono la politica e che costrinsero la classe dirigente, a trovare soluzioni per superare la forza degenerativa della partitocrazia e il superamento delle ideologie del ‘900. Le ricette sono state utili? Abbiamo migliorato la politica? Premetto che le due esigenze erano preminenti e che nuove soluzioni erano doverose e necessarie, ma penso che la risposta, ai due quesiti, non possa che essere negativa.

Esaminiamo le trappole che hanno ingabbiato la politica italiana:
-Maggioritario. Il nuovo sistema elettorale avrebbe dovuto garantire la stabilità dei governi. Il risultato negativo è oggettivo, negli ultimi 15 anni abbiamo cambiato 1 governo ogni 18 mesi, in Germania, con il proporzionale, la Merkel ha governato per 15 anni;
-Leaderismo. Altra trappola causata dal cambio del sistema elettorale e quindi del sistema politico, è stata l’introduzione della figura del leader maximo. Un capo a cui si deve dire sempre di sì, che sceglie la classe dirigente del “proprio” partito in base alla fedeltà e non alla meritocrazia e alle competenze. Un capo che quando va in TV scatena la tifoseria, guarda lo share e i sondaggi del giorno dopo;
-Partiti “vuoti”. Siamo in presenza di comitati elettorali del capo non di partiti, semplici club del leader che comanda e decide la linea politica, in alcuni casi senza neppure svolgere congressi e laddove si svolgono si fanno primarie per scegliere il capo. Il capo elimina il rapporto tra elettori e classe dirigente locale, poiché tutto deve essere lo “specchio delle sue brame”. Chi non condivide la linea del capo del momento, fa un altro partito personale e così fino all’infinito.
-Immediatezza. Tutto deve essere veloce, immediatamente misurabile. Ogni azione deve essere supportata da un vantaggio elettorale anche a scapito del Paese. Il ragionamento, la riflessione e il tempo, sembrano essere categorie politiche contrarie alla logica dell’accattonaggio mediatico.

Se vogliamo liberare la politica italiana e quindi ricostruirla, dobbiamo intervenire sulle trappole. Dobbiamo passare ad una legge elettorale proporzionale con voto di preferenza, dove ogni partito presenta il proprio programma, i propri candidati, le proprie idee e i propri valori agli elettori; dobbiamo costruire partiti solidi, aperti, partecipati, con regole certe di democrazia interna e con un pensiero politico alla base.
Noi centristi, ingabbiati più di altri in questi anni, dobbiamo riscoprire il senso delle nostre, diverse ma affini, culture politiche. Dobbiamo usare il digitale per incontrarci, condividere e decidere, dobbiamo coltivare un nuovo albero che abbia radici solide, dobbiamo superare lo scontro tra chi è stato a destra e a sinistra, dobbiamo riscoprire la passione per la politica e farla conoscere a tanti giovani che “domandano” ma non trovano un'”offerta” credibile.
Dobbiamo liberarci dalla trappola del bipolarismo forzato, dobbiamo essere liberi di unirci.
Alle ultime elezioni politiche, del 25 settembre 2022, si sono astenuti il 36% degli aventi diritto al voto, nel 2018 non hanno votato il 30% degli elettori, alle ultime europee 1 elettore su 2 si è astenuto. Nei vari sondaggi elettorali circa il 40% si dichiara indeciso o non sceglie. I numeri dell’astensionismo hanno raggiunto un limite davvero pericoloso, siamo in una fase di grave malattia per la nostra democrazia.
Se perfino alle comunali, elezioni nelle quali si scelgono i rappresentanti delle comunità locali, vota solo 1 cittadino su 2, vuol dire che il bipolarismo è morto per volontà degli elettori.

Affluenza (2021) nelle 5 grandi città al voto: Roma 48,83%; Milano 47,69%; Bologna 51,87%; Torino 48,06%; Napoli 47,19%.
Nei vari commenti dei politici di destra e sinistra, il problema della continua disaffezione sembra non essere una priorità. Ognuno festeggia il proprio risultato, senza tener conto che il primo partito italiano è proprio quello del non voto.
Una democrazia matura non dovrebbe tener conto della rassegnazione dei propri cittadini? Quanti cittadini non votano perché stanchi degli urlatori di professione?
Quanti elettori non si sentono rappresentati dagli attuali blocchi contrapposti?
Quanti elettori si dichiarano né di destra, né di sinistra?
Un sondaggio, del 2019 di Demos & Pi, fotografa l’autocollocazione politica degli italiani, in modo evidente: il 31%, degli intervistati, non si dichiara di nessuna area politica tra destra e sinistra, il 14% si dichiara di destra mentre il 13% di sinistra.
In mancanza di culture politiche “forti” e non liquide, questo dato aumenterà sempre più? Personalmente penso sia inevitabile.

Se i due blocchi di sinistra e destra continuano a litigare su tutto, come può la maggioranza silenziosa della popolazione sentirsi rappresentata? Se non fai parte di nessuna delle due “curve” come puoi sentirti parte di una comunità politica?
L’altro dato da evidenziare, che personalmente mi sembra interessante, è il 9% di chi si dichiara di centro. In attesa di partiti e movimenti dichiaratamente centristi, indipendenti e autonomi dalla destra e dalla sinistra, mi sembra un risultato inatteso e insperato, un terreno da coltivare per superare gli estremismi, per (ri)costruire la nostra area politica.
L’analisi post voto (europee 2019) di Ipsos, mostra invece i voti realmente espressi per autocollocazione politica: chi si dichiara di centro, nella maggioranza dei casi non vota. Il 42,3% dei centristi non ha partecipato al voto, rappresenta la maggioranza degli astenuti. Altra considerazione da fare è il voto, dei centristi, per i partiti candidati alla competizione elettorale: il 34% ha votato Lega, il 23,9% M5S e solo il 13,2% per il PD e il 12,3% per FI.
Penso sia evidente che, in assenza di un partito, movimento, coalizione, federazione di centro, i cittadini che si dichiarano di questa area politica, o non vanno a votare oppure votano per le liste che “promettono” un cambiamento.

Le elezioni comunali del 2021, hanno confermato, se ancora non fosse chiaro a qualcuno, che la “domanda politica” per un nuovo progetto centrale, esiste ed è sempre più forte, il bacino elettorale del 20% esiste e solo chi non ha visione politica può non notarlo.
Questa percentuale, oltre che da vari sondaggisti, è confermata anche dalle urne, basta guardare il risultato delle comunali nella capitale d’Italia.
Altro dato da evidenziare, è la differenza tra le piccole percentuali che hanno ottenuto le liste di centro, apparentate a sinistra o destra, e l’ottimo risultato ottenuto da liste autonome come nella capitale o in altre città importanti.
Adesso, finalmente, c’è l’esigenza diffusa tra i cittadini di poter votare e partecipare ad un nuovo progetto, culturale e politico, centrale, indipendente e autonomo.
Ho raccolto alcuni sondaggi che fotografano, in maniera incontestabile, l’esigenza di molti italiani di avere una nuova offerta politica di centro, che vuol dire né con i populisti e né con i sovranisti, ma anche che non abbiamo bisogno di soluzioni del ‘900, ma dobbiamo guardare al futuro con quel sano “pragmatismo solido”, che contraddistingue un’azione politica radicata nelle culture politiche del liberalismo, del popolarismo e del riformismo, ma senza barriere ideologiche che ne possano affossare l’elaborazione concreta del programma politico.

Il sondaggio SWG del 16 novembre 2021, mostra che il 22% degli intervistati “ritiene che ci sarebbe bisogno di un nuovo partito” nell’area di centro, di questi il 12% pensa che debba essere “slegato sia dal centrosinistra che dal centrodestra”; il 23% vorrebbe un nuovo partito “fuori dall’asse destra-sinistra”, ma senza autodichiarsi di centro. Il 55% degli intervistati, la maggioranza, ritiene opportuno un nuovo progetto politico capace di superare il duopolio sinistra-destra.
Da non sottovalutare è il 18% che vorrebbe un nuovo progetto nel “centrodestra moderato” e l’11% che lo vorrebbe nel “centrosinistra moderato e riformista”. Tutti dati che dimostrano la volontà di creare un nuovo schema politico, fuori dalle logiche dello scontro diretto tra i due poli.
Ma cosa chiedono gli elettori intervistati, che vorrebbero un nuovo soggetto politico nell’area di centro?
Il 35%, la maggioranza, ritiene che il nuovo partito dovrebbe occuparsi di ridurre l’evasione fiscale e la corruzione, poi qualcuno racconta che questo tema non sia remunerativo dal punto di vista elettorale. Altri temi sono “sostenere una crescita economica inclusiva” (28%), “ridurre le disuguaglianze sociali” (28%) e rendere lo Stato più moderno ed efficiente (27%).

Su questi temi è possibile trovare insieme le soluzioni? Io penso di sì, basta farlo con passione, umiltà e senza alcun retropensiero di tipo personale, il carrierismo verrà dopo e per chi lo vorrà. Continuo a pensare che sia arrivato il momento di mettere in campo merito, competenze e talenti, ognuno di noi deve assumersi il suo piccolo pezzo di responsabilità civica.
Adesso abbiamo il compito di mettere insieme donne e uomini, associazioni e movimenti, per tentare di trovare insieme temi e soluzioni condivise, affinché il nuovo progetto non sia solo una semplice operazione elettorale.
Dopo tutti questi numeri, penso sia evidente che la domanda ci sia e che sia notevole, in politica però le semplici addizioni non fanno mai la somma sperata. Ci vuole coraggio, pazienza, determinazione e umiltà.
Dobbiamo far crescere sempre più la voglia di guardare con fiducia al futuro della nostra area culturale e politica. Convinti che il centrismo non sia opportunismo tattico, non è solo la “terza via” tra sinistra e destra, ma è soprattutto un’idea di futuro, che parte da valori e ideali, per arrivare ad un programma concreto e realizzabile per il nostro Paese, dobbiamo continuare a unire chi si riconosce nelle culture politiche del riformismo, del liberalismo e del popolarismo.

Senza etichette, senza barriere ideologiche tra noi, senza personalismi adolescenziali, ma mettendo insieme idee, progetti e proposte concrete per il nostro Paese.
A mio modesto parere, tre sono gli errori che non dobbiamo più commettere:
-non dobbiamo partire da “chi sarà il capo”;
-non dobbiamo partire da “con chi ci alleeremo”;
-non dobbiamo partire con frettolose denominazioni “centro riformista”, “centro popolare”, “centro liberale”, “centro moderato”. Tali definizioni rischiano di escludere chi non si riconosce nella singola cultura politica citata. Almeno in questa fase embrionale, parlerei di “centro ricostruttivo” e partecipato, perché senza la partecipazione della base, elemento fortemente caratterizzante, si rischierebbe l’ennesima operazione verticale. L’8% del cosiddetto Terzo Polo, può essere un ottimo punto di partenza, ma di certo non ci basta e per arrivare al potenziale bacino elettorale del 20% ricordiamo ciò che diceva Aldo Moro, nel 1944: “il centro non è statico ma dinamico, importante non solo come luogo fisico o geografico, ma come funzione politica a condizione di essere alternativo alla sinistra e alla destra”.

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BOZEN

A breve è Natale. C’è chi nasce e diventa famoso e chi muore nella dimenticanza e chi…

Giovanni Federico

Giorni fa a Bolzano un ragazzo di 19 anni è morto di freddo. Ha fregato tutti sul tempo. In genere è una notizia che si legge il giorno dopo il Natale per muovere un senso di colpa a quelli che hanno festeggiato nel calore delle loro famiglie. Mostafa, che vuol dire “Il prescelto” non si è accontentato di giocare in contropiede prendendo tutti di sorpresa.

Per sottolineare la missione inscritta nel suo DNA ha pensato di chiamarsi Mostafa anche di cognome, in modo che non potessero nascere dubbi in merito a ciò che di forte lo aspettava.

Insieme al suo amico Alaa, “esaltato, esultante, glorioso” ha smesso di fare l’imbianchino in Francia per correre in Italia, strappare un permesso di soggiorno e ricominciare gli studi.
E’ stato solo di 1 anno più grande della maggiore età ma aveva le idee perfettamente chiare su come procedere. Si era sparsa la voce che a Bolzano fosse possibile chiedere asilo ed un permesso di soggiorno. Mostafa forse tra una pennellata ed un’altra ha avuto la nostalgia della antica innocenza della scuola di infanzia in cui ritrovare il tempo dolce dell’accudimento.

Asilo è del resto il luogo senza diritto di cattura, di rifugio e protezione, dove nessuno può saccheggiare la tua anima. E’ lì il posto della immunità concessa anticamente a chi era schiavo fuggitivo, delinquente, prigioniero di guerra.
Mostafa ha pensato che potesse in qualche modo riguardare anche lui ed il suo compagno di avventura per ottenere un permesso di soggiorno.

Permettere sta anche per consentire di “lasciar andare”, così ha sperato Mostafa che gli si lasciasse la possibilità del suo sogno di un soggiorno temporaneo.

Torquato Tasso avrebbe commentato: “E preso in picciol borgo alfin soggiorno, Celatamente ivi nutrir ti fei (T. Tasso).
Così a Bolzano, una piccola città, poco più di 100.000 abitanti, Mostafa ed il suo amico hanno potuto sfamarsi al centro Caritas dove si dovrebbe dispensare cibo e amore. “Carus” è l’aggettivo proprio della carità. Peccato che, tacitate le doglianze dello stomaco, hanno rimesso per strada i 2 ragazzi senza chiedersi dove avrebbero potuto riparare.

Sono finiti in un giaciglio di fortuna sotto un cavalcavia ferroviario in una sprezzante via Vittorio, dove, a dispetto, la morte ha prevalso sulla vita. Sarebbe proprio da dire che è finito metaforicamente sotto a un treno.

Mostafa aveva solo 14 anni quando si è messo in viaggio lungo la via balcanica per arrivare in Francia, ma contro il freddo c’è poco da essere allenati e ci ha lasciato le penne: le sue speranze congelate per un altro futuro che un giorno verrà. Per ogni uomo c’è sempre una seconda possibilità.
Ora, lo stanno rimpatriando nella sua terra in Egitto, torna nella sua terra, non per una allegra bisbocciata con gli amici di infanzia.

La comunità degli stranieri a Bolzano ha commentato la tristezza del fatto, dicendo peraltro che tra loro in zona si conoscono tutti. Il puntuale appello, a memoria, dei loro nomi non ha fatto però spalancare le porte dell’accoglienza. Si è limitato ad aprire le pagine del registro.

Alaa è sopravvissuto e gli hanno adesso trovato un posto dove dormire.

A breve è Natale. C’è chi nasce e diventa famoso e chi muore nella dimenticanza e chi… Quanto a Mostafa, sta a noi dargli un posto nella storia del mondo.

APPELLO AI POPOLARI, MA PER FARE COSA E CON QUALE LINGUAGGIO? UN CONVEGNO TRA SPERANZE E PERPLESSITÀ.

“Che fine ha fatto – si chiede Labate – il cattolicesimo politico marcato “cattolico democratico”? E che fine ha fatto soprattutto il popolarismo che di quel cattolicesimo era la punta culturale più avanzata, laica e progressista? Può esso rinascere con un partito e deve rinascere per forza partendo da un partito? Oppure c’è prima da seminare nel dibattito politico gli elementi della cultura cattolico democratica e popolare, già da tempo rimossa e in via di sparizione?”.

 

Osservo e registro con piacere, che è recentemente partita una ventata di ottimismo sul ritorno del cattolicesimo democratico e popolare nel dibattito pubblico. Parlo di questo particolare cattolicesimo, perché, com’è noto, sin dai tempi di Sturzo esisteva accanto a questo un cattolicesimo tradizionalista e clericale, del resto ancora oggi vivo e vegeto anche da noi in Italia, non solo fra i teocon americani antibergogliani, rappresentati da Steve Bannon amicissimo di Trump.

La scintilla dell’ottimismo l’ha provocata il Convegno di domani lunedi (19 dicembre) dell’Associazione “I Popolari”, voluto dal suo presidente Pierluigi Castagnetti. Una associazione, in effetti, sin dalla sua fondazione silenziosa e in disparte.

Non vorrei essere però catastrofico. Castagnetti si trova di fronte a problemi enormi che si possono superare solo praticando la modestia e il buon senso, incontrandosi periodicamente. E non solo questa volta. Superando innanzitutto la frammentazione che contraddistingue le molte realtà, associate o meno, esistenti in Italia tra loro sconosciute e incomunicanti, forse gelose l’una dall’altra, che pur svolgendo una indiscutibile funzione di testimonianza locale e territoriale, risultano alla fine slegate e autonome da un progetto unitario nazionale, da realizzare con incontri periodici; con Forum, come ha suggerito molto tempo fa Giorgio Campanini; con un giornale e una rivista di area, non solo online ma anche cartacei. E caso mai con un portale che coordini e faccia sinergie con i diversi portali esistenti, come ha tentato di fare l’associazione c3dem, senza gli esiti sperati.

In questa impresa e in questo rilancio dell’Associazione, in questa necessaria iniziativa culturale, c’è una incertezza che Castagnetti deve tuttavia mettere nel conto. Riuscirà infatti nel suo nobile proposito, quando agli incontri non parteciperanno solo anziani, forse con tanta nostalgia e molto rimpianto di una identità passata – partitica e culturale – gloriosa, che non potra più ritornare. Un lavoro sul fare e non sul ri-fare, dunque. Un lavoro che eviti di ricostruire il vecchio, e guardi invece a costruire il nuovo, come ripete spesso Sergio Mattarella. Un lavoro che scansi il più possibile ciò che fu, e che si rivolga il più possibile a cio che è ora, e a ciò che sara domani!

Non vorrei nemmeno essere trasgressivo e irriverente. Tuttavia, prendendo spunto dall’ultimo censimento Istat, devo ricordare che l’Italia è un Paese composto sempre più da vecchi, e sempre meno da giovani. L’indice di vecchiaia aumenta, dal momento che non nascono più figli. Mi rendo però anche conto che alla fine è un bene che i tanti ultrasessantacinquenni si parlino e si incontrino. Anche se solo fra di loro. A queste età si corre infatti il rischio, Covid o non Covid, di rimanere in silenzio e chiusi da soli in casa con i propri pensieri e con i propri ricordi. Tra costoro, intendiamoci, mi ci colloco anch’io. Ed è un bene specie se il loro dibattito sarà rivolto al domani trascurando l’ieri e persino l’oggi, come dicevo.

Ma il realistico rischio è allora quello che gli incontri rimangano chiusi, solo tra pensionati dc, veterani e senior. Appunto! E i giovani? Sono gia scappati via da tempo. Fatti scappare o pronti a scappare e con la valigia in mano. Presi da quel “menefreghismo…malattia pericolosa”, ha avvertito il Papa parlando recentemente ai responsabili di Azione cattolica. Un menefreghismo che comprende il totale disinteresse e il completo disimpegno dei giovani cattolici verso la loro formazione prepolitica all’impegno sociale e politico dei cristiani. Un’attività messa ai margini e accantonata con molta leggerezza, ma pezzo storico forte e vecchia ciliegina parrocchiale e diocesana del vasto associazionismo giovanile: Ac e Fuci in testa. Da dove usciva una classe dirigente di qualità non solo politica. Giovani oggi incolti, cioè non coltivati e non formati. In preda ad una acuta afasia, che per loro è difficoltà di parlare e capire come gira il mondo ormai globalizzato.

E ha fatto bene Castagnetti a far parlare al Convegno solo giovanissimi professori universitari. Le domande da fare partono però da lontano. Che fine ha fatto il cattolicesimo politico marcato “cattolico democratico”? E che fine ha fatto soprattutto il popolarismo che di quel cattolicesimo era la punta culturale più avanzata, laica e progressista? Può esso rinascere con un partito e deve rinascere per forza partendo da un partito? Oppure c’è prima da seminare nel dibattito politico gli elementi della cultura cattolico democratica e popolare, già da tempo rimossa e in via di sparizione? E deve essere un partito di centro, aggettivato spesso come un partito di “centro moderato”, come si è ripetuto molte volte, dal momento che si registrano quote di astensione mai viste prima, e dal momento che bisogna approfittare di una legge proporzionale? Oppure un partito coalizzato con la sinistra rispondendo così ai lungimiranti “Compromessi storici”, alle scandalose “Convergenze Parallele” e alle pratiche virtuose delle “Mediazioni”?

E perché non può essere al suo inizio un movimento solo culturale e di formazione prepolitica di quei (pochi) giovani rimasti sulla scena cattolica, con un suo giornale online e forse anche cartaceo, e con una rivista orientata solo e soltanto al dibattito culturale? Dunque, domani ci sarà il primo incontro: io rimango in attesa del secondo…e del terzo. E rimango in attesa di leggere qualcosa, non solo sul web.

Buon lavoro e…Auguri.

TORNARE A PARLARSI? SÌ, MA IN VISTA DI UNA POLITICA: NUOVE NARRAZIONI SFIDANO IL POPOLARISMO.

Un nuovo incontro dei Popolari appare possibile ricercando una politica. Se la si costruisce, poi ci saranno anche voti nelle urne e spazi negli organigrammi. La reattività verso i cambi di narrazione in atto sulle questioni fondamentali è il crogiolo in cui si forgia la ricomposizione del popolarismo.

 

Sono tra coloro che ritengono che l’invito lanciato su queste colonne da Giorgio Merlo ad una riaggregazione dei Popolari vada quantomeno dibattuto. Perché tale invito aiuta sia i suoi critici che i suoi sostenitori a interrogarsi sulla prospettiva.

Di fronte ai radicali mutamenti in atto che pongono problemi inediti alla democrazia, è sufficiente una presenza organizzata dei cattolici democratici come corrente di un partito, il Pd, o come componente di una federazione, quella di centro, in assenza di una peculiare ed autonoma elaborazione sul piano culturale, politico e programmatico?

É sufficiente, se, come si è ampiamente visto nel Pd, tale declinazione identitaria mira soprattutto a perpetuare poltrone per i capicorrente, talora per coniugi e familiari, per la loro ristretta cerchia. Appare invece inadeguata una tale forma di presenza rispetto alla sfida di concorrere a governare il cambiamento e di offrire risposte convincenti alla classe media, sottraendola alle sirene populiste della destra oppure richiamandola alla partecipazione dalle praterie dell’astensionismo.

Mi pare che a tal fine servano sia lo strumento organizzativo che le idee e il dibattito.

A mio parere l’area di centro rimane politicamente agibile perché risulta meno soggetta all’ideologia miope e essenzialmente totalitaria del politicamente corretto, che sta asfissiando la gauche “qatar”, peraltro in un deficit di coerenza che ogni giorno appare più stridente. Stiamo andando verso un periodo di profondi mutamenti ed anche di cambio di narrazione su diversi grandi temi, di gestazione di nuovi equilibri. L’operazione da fare, a mio avviso, è quella di non lasciare che tale cambio ci passi sulla nostra testa. Sono occasioni da cogliere per costruire una politica.

Le narrazioni stanno velocemente cambiando. E come sempre tutto parte dal Paese guida dell’Occidente. Negli Stati Uniti la Cia viene messa sotto pressione per prove compromettenti sull’assassinio di John Kennedy, ovvero la parte di stato deviata che da almeno sessant’anni agisce nell’oscurità contro la vita democratica, viene richiamata alle sue responsabilità, proprio mentre da noi il quotidiano già di sinistra, diretto dal noto neocon, pubblica un dossieraggio Cia che infanga la memoria della persona simbolo della rinascita italiana, Enrico Mattei il cui antifascismo è al di sopra di ogni insinuazione. E proprio mentre il Piano Mattei di Draghi per l’Africa si sta rafforzando in modo inversamente proporzionale al dominio neocoloniale francese. Come se non bastasse l’Amministrazione americana tramite la segretaria all’energia di Biden ha lanciato un messaggio inequivocabile all’Occidente, enfatizzando i risultati ottenuti sulle nuove tecnologie energetiche.

Gli Usa si propongono, nella parte di mondo non cinese, come la guida delle tecnologie (in cui c’è molta Italia) basate sulla fusione nucleare: energia abbondante, pulita e a buon mercato. Mettendo la parola fine a uno schema di governo dell’ambientalismo radicale, fondato sulla scarsità di energia alla sola potenza prodotta dalle rinnovabili, che finisce per minare la stabilità sociale, aumentare le disuguaglianze, ridurre i diritti fondamentali. E si potrebbe continuare su temi che riguardano la politica internazionale, la guerra (la posizione della Santa Sede è molto più realista e apprezzata dagli Stati Uniti di quanto possa apparire pubblicamente), la moneta e il debito, la tutela della salute, il pluralismo culturale e informativo, la famiglia.

Questo, a mio parere, è il crogiolo in cui si forgia la ricomposizione del popolarismo. Stare dentro questo molteplice e simultaneo cambio di narrazione sulle questioni fondamentali, e farlo in modo avvertibile dalla classe media che, nel disegno che sta manifestando segnali di cedimento, altro ruolo non aveva se non quello del tacchino a Natale. Serpeggia nel popolo, in un popolo in cui ormai domina la paura di esprimere le proprie opinioni tale è la violenza verbale e psicologica, esercitata dagli aguzzini del discorso politicamente corretto, una sensazione quasi di scampato pericolo. Ma i ceti popolari prima di rivedere il loro voto o di tornare a votare vogliono avere la certezza che chi si candida a rappresentare il centro sia affidabile e autonomo e non una marionetta nelle mani di chi per troppo tempo ha sovragestito gli Stati e le organizzazioni internazionali, usurpandone il potere e facendo prevalere gli interessi di pochissimi al posto del bene comune.

Se vogliamo evitare, ancora una volta nella storia, come ci avverte Guido Bodrato, che questo sentimento dominate nelle masse occidentali in tempi di acuta crisi si trasformi in un fiume in piena cavalcato dalla destra per realizzare il suo disegno autoritario, occorre che si senta tra i Popolari la responsabilità di costruire una politica e una organizzazione che punti al grado di unità possibile, capace di parlare all’elettorato e di ascoltarlo, per poterlo rappresentare adeguatamente, in autonomia e libertà. La riaggregazione dei Popolari appare possibile ricercando una politica. Se la si costruisce, poi ci saranno anche voti nelle urne e spazi negli organigrammi.

PARTITA DAL BASSO, L’AZIONE DI RICUCITURA ESIGE UNA VISIONE APERTA DEL POPOLARISMO.

Si tratta di affrontare con generosità – si legge in questa nota di Merlo – la spinta alla riaggregazione dei Popolari. “Nessun paletto, nessuna pregiudiziale personale o ideologica, nessun atteggiamento altezzoso ed arrogante ma, semmai, la volontà di ricostruire e ridare cittadinanza ad una cultura politica che non ha più alcuna speranza in altri campi politici e post ideologici”.

 

Preso atto che, come si direbbe negli ordini del giorno, il ruolo dei Popolari e dei cattolici sociali è fuori luogo e anche fuori tempo nel processo della ricostruzione della sinistra italiana post comunista e difficile da declinare nel campo alternativo della destra, la necessità di proseguire con la “ricomposizione” dell’area Popolare a livello nazionale deve andare di pari passo con l’altrettanto importante processo di allargamento ed aggregazione della suddetta area. Certo, passo dopo passo, ma senza anteporre paletti ideologici e recinti esclusivistici.

Una prassi, questa, praticata nell’esperienza dell’ultimo Pd dove le correnti sono diventate organismi di potere autoreferenziali e ben delimitate e dove la cittadinanza è preclusa a chi non dimostra assoluta fedeltà al capo banda. Il metodo che, al contrario, deve accompagnare il processo di “ricomposizione” e di “allargamento” dell’area Popolare dopo le forti novità politiche che sono intervenute nella politica italiana, anche e soprattutto dopo il voto del 25 settembre scorso, dev’essere esattamente l’opposto.

Nessun paletto, nessuna pregiudiziale personale o ideologica, nessun atteggiamento altezzoso ed arrogante ma, semmai, la volontà di ricostruire e ridare cittadinanza ad una cultura politica che non ha più alcuna speranza in altri campi politici e post ideologici. Nè, come evidente, nella attuale sinistra ormai proiettata, e giustamente, a riscoprire le sue radici culturali e politiche post ed ex comuniste, nè nella attuale destra ancora, e purtroppo, troppo sovranista e, come ovvio e scontato, tralasciando del tutto il populismo demagogico, anti politico, giustizialista, manettaro e adesso anche grottescamente assistenzialista e pauperista dei 5 Stelle. L’unico spazio, del resto storico e politicamente più congeniale e pertinente, è quello di Centro. Dove, cioè, è possibile declinare concretamente e credibilmente quella “politica di centro” che era e resta il cuore della sfida politica dei cattolici popolari e sociali.

Ma per centrare questo obiettivo è indispensabile coinvolgere realmente tutta l’area Popolare e far sì, al contempo, che i partiti di riferimento non si riducano ad essere banali soggetti politici “personali” alle dirette dipendenze del “capo”. E questo perchè esistono mondi vitali, amministratori locali, gruppi riconducibili all’associazionismo cattolico, movimenti all’interno della società civile che si riconoscono nella cultura e nella tradizione del popolarismo di matrice cristiana. Donne e uomini, giovani e anziani che, però, non hanno ormai da tempo una rappresentanza politica e una proiezione istituzionale. Semplicemente si tratta di un’area politica e culturale che non può più limitarsi a giocare un ruolo prepolitico e, di conseguenza, puramente testimoniale. Serve una assunzione di responsabilità e un rinnovato protagonismo politico, culturale, programmatico e anche e soprattutto di natura organizzativa.

Ecco perchè il processo costituente che è partito dal basso, a differenza di altre stagioni storiche, adesso deve fare un salto di qualità coinvolgendo le varie realtà disseminate nella periferia italiana. Privilegiando, comunque sia, la qualità dell’azione politica, i contenuti e, soprattutto, gli elementi distintivi della nostra cultura politica che non sono più affatto riconducibili nè alla prospettiva della sinistra post comunista e nè alla attuale destra e che restano di una straordinaria attualità. Il processo, finalmente, è partito. Tocca al mondo Popolare, adesso, indicare la rotta attraverso il ritorno della politica, della militanza, del radicamento territoriale e della elaborazione culturale. Elementi, del resto, distintivi e specifici della tradizione popolare e cattolico sociale.