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Cleopatra e la pantera. Come è andato il confronto parlamentare tra Meloni e Schlein?

Non potevano essere più diverse per formazione politica e stile oratorio. Il primo duello si consuma nei 10 minuti del question time di un mercoledì d’aula della Camera dei Deputati. Si confrontano su un tema che è economico, sociale e politico insieme: il precariato nel lavoro e i congedi parentali.

Eletta la Schlein, oltre agli auguri di rito, la Meloni aveva inoltrato ai media e alla diretta interessata il messaggio circa il fatto che si sarebbe aspettata una opposizione durissima. Per ora la Schlein sta prendendo le misure sul proprio stile da leader del maggior partito di opposizione. Ha fatto poca pratica in piazza laddove l’altra viene da comizi su comizi e ha una parlantina veloce supportata da un tono di voce alto e profondo. Invece la Schlein ha un tono più mite, voce più alta e atteggiamento ancora da “prima della classe”. E difatti così si muove. Argomenta con numeri e dati statistici, nella tradizione della scuola bolognese della sinistra prodiana, la situazione del lavoro degli italiani che non hanno tutele contrattuali e sono condannati nelle gabbie del precariato a vita. Chiede una legge per il salario minimo e l’estensione del congedo parentale per entrambi i genitori in contemporanea e per un periodo più lungo. Si accalora sulla questione dello status dei bambini adottati nelle famiglie gay, parla di principi generali e di diritti per tutti.

Nella replica, Meloni procede sicura con il solo ragionamento per argomenti politici, senza citare mai un solo numero. Ha una visione pragmatica delle cose (ama spesso precisare questo aspetto del suo essere politico) e quindi ripete la sua contrarietà al salario minimo per legge, concede la possibile estensione della contrattazione collettiva nei settori lavorativi dove non è presente, argomenta che la soluzione alla “esiguità” della retribuzione (lo chiamavamo una volta un salario da fame) va ricercata partendo dalla detassazione del lavoro, e chiude sui congedi parentali con un possibile dialogo (qui l’esperienza familiare di madre ha giocato la sua parte). Con buona pace della Schlein la risposta è un no secco e un vedremo. Niente sconti o punti a favore per la Schlein, semmai un “chiedimi un incontro e ci parliamo”. Nel linguaggio politico è un modus operandi della politica al maschile che vede il confronto pubblico e la composizione delle controversie politiche per la soluzione in un momento diverso più privato.

La Schlein non coglie l’assist e procede con la linea di attacco, senza lasciare il tono da reprimenda che caratterizza una certa sinistra. Anzi per il Governo Meloni trova tre aggettivi tutti molto duri: incapacità, approssimazione e insensibilità. Quest’ultimo aggettivo è quello che in realtà colpisce Meloni perché tocca le corde sull’umanità che sono da sempre un nervo scoperto. La destra di Fratelli d’Italia ha una forte pancia sociale da cui proviene la stessa Meloni che mal si concilia con l’insensibilità nei confronti del Paese e delle persone. Pur al Governo, Meloni non abbandona il ruolo di “madre” con tutto il bagaglio di sentimenti e di comprensione/compassione che accompagna il ruolo. Basta ricordare la frase a mezza bocca a fine conferenza stampa a Cutro…“io ci andrei subito”. Ma è anche una partita tra donne e il colpo basso se così lo possiamo definire non poteva che essere sulla sfera delle emozioni/umanità. Ne vedremo degli altri e sarà una novità del linguaggio politico che l’essere un politico donna apporta al sistema stesso.

Chiusi in quei 10 minuti del question time, le due leader dei maggiori partiti del Paese si sono solo “annusate” per la forza delle argomentazioni e per lo stile. Ci vorranno altri confronti per capire quali sono i punti di contatto e quelli veramente divisivi al di là delle ideologie politiche che differenziano i rispettivi partiti. Nel frattempo però un punto lo hanno messo a segno. Insieme. Senza tante formalità si sono prese la scena politica e i media. Basta fare un confronto tra Meloni e Letta per capire quanto la scena sia cambiata. Una leonessa e una giovane pantera. Si vedrà.

Dibattito | Perché Iniziativa Popolare.

Thiva Licenza Unsplash

È in corso un’attiva azione per la ricomposizione politica dell’area popolare e per il superamento della lunga e suicida stagione della diaspora democratico cristiana. Ci avevamo provato dopo la sentenza della Corte di Cassazione n. 25999 del 23.12.2010 (“la Dc non è mai stata giuridicamente sciolta”) col tentativo di rilancio politico della Dc, ma, a distanza di oltre dieci anni, quel tentativo, pur lodevole, si è rivelato inadeguato se, alla fine, anziché l’unità degli ex Dc, siamo in presenza di oltre quindici sigle che, a diverso titolo, si rifanno alla Dc storica, continuando a combattersi per la supremazia. La sola Dc, a mio parere e sulla base delle sentenze sin qui formulate, legittima, guidata prima da Gianni Fontana e adesso da Renato Grassi, ha assunto, purtroppo, una deriva di destra, suffragata dalle scelte operate nelle recenti elezioni regionali in Sicilia con l’On. Cuffaro, e senza risultati tangibili, in quelle di Lazio e Lombardia. Una delle ragioni per le quali ho rassegnato le dimissioni di vice segretario di quel partito, che è impegnato nella celebrazione del suo congresso nazionale, cui, da “osservatore non partecipante”, auguro ogni miglior successo.

Non meno fortunata si è rivelata la scelta che, con l’amico Peppino Gargani e oltre cinquanta associazioni, partiti, movimenti e gruppi, avevamo avviato con la Federazione Popolare dei Dc, date le posizioni contrarie dei vari Cesa, Rotondi, organicamente inseriti con la destra del trio Lega-Forza Italia-Fratelli d’Italia e assai poco convinta dello stesso Grassi.

Concorrere al progetto di ricomposizione dell’area popolare, significa, a mio parere, impegnarsi per costruire l’unità politica dei cattolici democratici, dei cattolici liberali e dei cristiano sociali, premessa indispensabile per dar vita al centro nuovo della politica italiana. Un centro ampio e plurale nel quale possano trovare cittadinanza le culture politiche che hanno fatto grande l’Italia e concorsero in maniera decisiva a costruire le fondamenta costituzionali della Repubblica.

Tale progetto può svilupparsi dalla scomposizione di ciò che ha caratterizzato la lunga stagione della seconda repubblica, quella che coincide con la dolorosa diaspora democristiana tuttora in atto (1993-2023). Una scomposizione che, da un lato, scuote il Partito Democratico, specie dopo la nuova leadership della Schlein, che conferma la tesi del Prof Del Noce che già connotò il Pci come “il partito radicale di massa” e, dall’altra, mette in movimento gruppi e persone dai partiti che, con diversa legittimità e fortuna, si posero il problema della rinascita politica della Democrazia Cristiana.

Così dal Pd sono usciti diversi amici Popolari che non si riconoscono più in quel partito, sino all’autorevole denuncia dell’On. Fioroni, mentre il duo Bindi-Castagnetti, ultimi dei mohicani dossettian-prodiani già Dc, confermano la loro permanenza nel Pd, da “cattolici adulti”, aperti al relativismo etico prevalente di quel partito.

Con Fioroni, diversi amici che si rifanno al cattolicesimo democratico, come Sanza, Merlo, D’Ubaldo, Infante e altri, hanno avviato un serio processo di ricomposizione con l’incontro del Parco dei Principi e la sottoscrizione di un documento politico che indica una positiva strada di collaborazione. Un limite che, personalmente, mi sono permesso di evidenziare nella loro azione, è l’eccessiva apertura alla collaborazione col terzo polo di Calenda-Renzi, dato che da quei due partiti in via di unificazione, permane un’incomprensibile idiosincrasia anti Dc da parte di Calenda, “neo-azionista de noantri”. È un’iniziativa lodevole ma che deve tener conto della necessità di non regalare alla destra italiana l’area del cattolicesimo liberale, che va coinvolta nel progetto di costruzione del centro nuovo della politica italiana, alternativo alla destra nazionalista e sovranista e distinto e distante dalla sinistra, che ha, in via definitiva, assunto la rappresentanza dei valori laico radicali, lontani mille miglia da quelli propri della dottrina sociale cristiana.

Come ho più volte scritto, per costruire un centro politico nuovo ampio e plurale, che non si riduca a un soggetto laico radicale destinato a un ruolo minoritario ininfluente nel Paese, serve costruire la più ampia unità politica dell’area popolare, identificando, oltre ai valori ideali di riferimento comuni, proposte programmatiche coerenti e condivise. Anticipare, come frequentemente appare in alcune prese di posizione degli “amici del Parco dei Principi”, la questione delle alleanze, come scelta prioritaria, a me pare, cosa sbagliata e assai inopportuna. Una decisione che non facilita il processo di aggregazione, a mio parere del tutto prioritario. 

È questa la ragione per cui, con gli amici Fiori, Tassone, Gemelli, Tucciariello, Grillo, Berveglieri e Minisini, quest’ultimo direttore di “Idea Popolare”, la testata storica sturziana, abbiamo deciso di offrire un serio contributo al progetto di ricomposizione politica dell’area popolare, con “Iniziativa Popolare” e la sottoscrizione di un documento politico che, richiamandosi ai valori sturziani e degasperiani, indica alcune linee di programma che vorremmo discutere e approfondire con quanti sono interessati al progetto. Iniziativa Popolare è uno strumento di dialogo e di riflessione, aperto al contributo della vasta area cattolica e laico popolare. Uno strumento tanto più efficiente ed efficace, se sarà sostenuto dall’adesione dei tanti comitati civico popolari di partecipazione democratica che intendiamo sviluppare nelle diverse realtà locali per attivare, con metodo democratico, l’emergere di una nuova classe dirigente dotata di passione civile, disponibile a tradurre nella città dell’uomo, con gli orientamenti pastorali della dottrina sociale della Chiesa, i valori fondanti della Costituzione Repubblicana. Nessuna conflittualità con alcuno, ma solo il desiderio di offrire un contributo positivo al progetto della nostra ricomposizione politica.

Il disordine internazionale, la crisi della democrazia e i Popolari, in Italia e in Europa.

Tom Nora Licenza Unsplash

Il ritardo culturale, politico-diplomatico e militare con il quale l’Europa e l’Occidente democratico hanno affrontato la guerra di aggressione della Russia all’Ucraina si vede, in tutta la sua drammatica evidenza, in questi giorni. Mosca bombarda a tappeto e l’Ucraina fatica – eroicamente – a resistere.  Un intero popolo si fa Resistenza estrema contro una violenza militare di intensità inaudita e portata avanti in totale dispregio di ogni seppur minimo rispetto del diritto internazionale e dei valori di umanità. Scontiamo un ritardo innanzitutto culturale. Non abbiamo capito per nulla ciò che stava avvenendo.

Abbiamo pensato che fosse un conflitto attorno ad un territorio conteso dopo il fallimento degli accordi di Minsk. Certo, quegli accordi sono falliti per responsabilità sia di Mosca che di Kiev. Ma ciò non può giustificare e spiegare questa guerra.  Essa è una guerra imperialista di Mosca, che – dopo aver invaso la Crimea, territorio ucraino, nel 2014 – ha preso a pretesto la questione del Donbass per minare alla radice la Pace e la stabilità in Europa e nel mondo. Una guerra che nasce dalla pretesa di ripristinare l’impero russo e che si richiama espressamente alla stagione zarista come fonte di ispirazione nella speranza di sanare l’onta della fine dell’URSS. Una vittoria di Putin segnerebbe un drammatico ritorno al passato, in un Mondo che nel frattempo non è più quello dei “due blocchi”.  Stagione terribile che almeno aveva una sua logica ed un suo pur brutale equilibrio.

Abbiamo sognato, dopo la Caduta del Muro di Berlino, un Mondo multipolare e ci risvegliamo oggi con l’incubo di un Mondo in disordine, che rischia di aggregarsi attorno alle “democrature (alias, dittature formali o sostanziali) neo imperialiste”.  La esplicita o implicita alleanza con Mosca di molti Paesi autocratici e dispotici rende bene l’idea di quello che potrebbe diventare il “nuovo ordine internazionale” perseguito dal Cremlino.  Scontiamo poi un ritardo politico-diplomatico. Mosca non ha avuto difronte subito una Europa ed un Occidente democratico capaci di unità, determinazione e fermezza. Per mesi e mesi ci siamo baloccati in tentativi di “paci separate” con la Russia, nonostante le parate ufficiali. Ci siamo dimenticati che la politica internazionale – nei confronti dei regimi dittatoriali – non può che parlare il linguaggio della forza, l’unico che essi conoscano. Parlo della forza politica e diplomatica. Che però esige unità, coerenza, determinazione. Qualità che non abbiamo praticato a sufficienza, né come Governi né come opinioni pubbliche. Anzi. Fino al punto di dover temere che Puntin la guerra di aggressione all’Ucraina la possa vincere prima di tutto proprio in una pubblica opinione europea ed occidentale stanca e scettica intorno ai valori della Democrazia.

E scontiamo infine un ritardo nella assistenza militare a Kiev. C’è stata una fase iniziale (e per fortuna anche in parte preventiva rispetto alla invasione russa del 24 febbraio 2022) nella quale sopratutto americani e inglesi hanno messo in campo iniziative di addestramento e di supporto tecnologico dell’esercito ucraino. Ciò ha impedito il disegno di una sorta di “Blitzkrieg” da parte di Mosca: la famosa “operazione speciale” che secondo le strategie di Putin doveva cancellare in pochi giorni il Governo Zelensky e con esso la stessa identità nazionale sovrana dell’Ucraina. Poi si sono succedute fasi incerte e titubanti di supporto militare, con accelerazioni più che altro propagandistiche e lunghi periodi di sostanziale attesa degli sviluppi. Gli sviluppi li vediamo purtroppo in questi giorni sul terreno.  

Mi pare che il problema – in conclusione – sia più culturale e politico che militare. Appunto, non stiamo capendo fino in fondo ciò che sta succedendo e scontiamo – come Europa e come Occidente Democratico – una enorme debolezza politica e di capacità strategica. È questo – non la inesistente volontà americana di distruggere la Russia – che compromette oggi ogni possibilità di Pace “giusta e duratura” (non ne esiste un’altra) ed ogni congettura di un nuovo equilibrio internazionale. Quando la Democrazia (Istituzioni e Popolo) non è più cosciente di sé e non fa i conti con le sue responsabilità morali e politiche, consegna alle Dittature il monopolio della Forza. E rischia così di scrivere l’ultima pagina del suo libro. L’unico libro che – nonostante tutti gli errori anche gravi e le contraddizioni che sono evidenti nella crisi di identità delle Democrazie – abbia portato nel Mondo Pace, Giustizia e rispetto dei Diritti Umani. In questo terribile scenario, scontiamo in Europa l’assenza di una idea politica guida, capace di tracciare un nuovo orizzonte nel “disordine mondiale”.

Ciò ha molto a che vedere con la crisi del “pensiero popolare”. Oggi il PPE assomiglia assai poco alla casa comune fondata sul magistero di Degasperi, Schumann, Adenauer. La sua radice Cristiano Sociale risulta effimera e priva di ogni spinta propulsiva, sia nelle questioni interne, sia in quelle internazionali. Forse, è proprio attorno a questa precaria dimensione politica europea che anche in Italia possiamo immaginare un “laboratorio” innovativo che aiuti a far nascere una prospettiva di nuovo “centro sinistra europeo”. Col trattino. La Sinistra – pur con i suoi giganteschi problemi – esiste. L’elezione di Elly Schlein va in questa direzione. Ma il “centro”? L’Italia ha una storia peculiare in questo. Un “centro” che guarda a sinistra e mette un paletto invalicabile a destra faceva parte della sua tradizione. Degasperi lo ha testimoniato anche quando guidava la DC in contrapposizione ai comunisti. Oggi non esiste più la DC e non esistono più i comunisti. Ma esiste ed è forte la Destra. Ed esiste un substrato umano, sociale, culturale e politico che ha bisogno di una rappresentanza di questa ispirazione e di questa cifra “popolare”.

Non in forza delle nostalgie di un passato che non torna, ma per poter affrontare sfide nuove e drammatiche in tema di Democrazia Comunitaria e partecipata; coesione sociale; nuovo umanesimo (come dice Francesco); costruzione di una vera prospettiva europea contrapposta ai nazionalismi; affermazione di un equilibrio internazionale equo e non supino rispetto ai regimi totalitari o alle grandi concentrazioni di potere tecnologico e finanziario. Non è vero che tutto ciò che non è di sinistra è di destra. Questa presunzione auto assolutoria non aiuta a costruire buona politica e induce a rassegnazione. Cioè aiuta la Destra. I Popolari  – che da ultimo stanno provando a ritrovare un terreno di comune impegno – dovrebbero avvertire le ragioni profonde che inducono oggi ad osare schemi nuovi e formule coraggiose.

Noi Popolari dovremmo capire che dobbiamo mettere insieme un soggetto identitario capace di coltivare e rigenerare la nostra cultura sociale e politica, ma che tale soggetto non può essere ormai il “contenitore politico” con il quale competere nella contesa elettorale. C’è un ambito “pre-elettorale” che abbiamo completamente trascurato, ma che diventa sempre più essenziale: quello delle idee e della formazione di una classe dirigente preparata ed ispirata, a partire dal radicamento nelle singole dimensioni territoriali. Questo è il terreno primario sul quale ricostruire identità. Viene prima ed è oggi diverso – domani si vedrà – dal contenitore politico-elettorale.

Gli amici del Terzo Polo dovrebbero capire che la costruzione del loro nuovo partito non può essere solo la fusione delle strutture politiche oggi di proprietà personale di Renzi e Calenda; che l’asse culturale non può essere solo quello “liberal”; che lo scopo non è indebolire il Pd, ma riconquistare persone e ambiti sociali che hanno votato a destra per assenza di credibili alternative o non hanno votato. Sarà un sogno? Forse. Ma mi pare oggi l’unica prospettiva attorno alla quale lavorare.

Leader di ieri e capi di oggi.

A volte, o per richiamo nostalgico o per ragioni francamente oggettive, rileviamo una profonda diversità tra le leadership politiche del passato e quelle contemporanee. Soprattutto sul versante del profilo politico, della solidità culturale e della rappresentatività sociale. Per non parlare, come ovvio, del carisma che era e resta un dono e non è replicabile.

Ma, per fermarsi alla categoria del leader politico, ci sono almeno due aspetti che non possono essere sottaciuti e che fanno la differenza rispetto a quei leader che hanno una durata temporale limitata e che sono il frutto, a volte, solo di una vittoria elettorale momentanea. E, pertanto, hanno una scadenza. I due elementi decisivi che qualificano una vera e propria leadership politica sono e restano l’autorità morale e l’autorevolezza politica. Due tasselli che nessuno può attribuirsi perchè, di norma, sono gli altri che te li riconoscono. Ovvero, la tua comunità politica, gli stessi avversari politici e la pubblica opinione nella sua complessità. Ed è proprio questa differenza che fa dire a Mino Martinazzoli, a metà degli anni duemila, che la “differenza fondamentale tra la prima e la seconda repubblica era che nella prima c’erano i leader politici mentre nella seconda sono rimasti solo i capi”. E il leader bresciano non ha fatto in tempo di conoscere i cosiddetti leader populisti…

Ora, è di tutta evidenza che la crisi delle leadership è strettamente legata alla crisi verticale della politica, alla distruzione dei partiti democratici e all’azzeramento delle culture politiche che sono stati, tutti e tre questi elementi, i nemici mortali del populismo in salsa grillina. E non solo. Oggi, probabilmente, la rotta si sta invertendo, seppur molto lentamente e con grande cautela. Anche oggi, comunque sia, ci sono leader politici riconosciuti e legittimati. Per fare solo due nomi, Giorgia Meloni nel campo del centro destra democratico e di governo e, forse, Elly Schlein se lo saprà dimostrare concretamente alla guida del suo partito. Ma i veri leader politici sono e restano quelli che non tramontano, a prescindere dalle dinamiche concrete della vita politica che, come tutti sappiamo, è fatta di vittorie e di sconfitte, di umiliazioni e di rinascite, di cadute e di riprese. Ma il vero leader politico resta tale, con il suo carisma, con la sua autorità morale e la sua autorevolezza politica. Perché quando queste tre specificità sono riconosciute non c’è sconfitta politica ed elettorale che tenga. Il leader resta un leader perchè la sua comunità, e anche il campo avverso, lo individuano come tale.

Ecco perchè, soprattutto nella stagione contemporanea, per poter battere una politica virtuale, liquida e puramente d’immagine, noi abbiamo bisogno di riavere punti di riferimento politicamente autorevoli, socialmente rappresentativi e moralmente stimati. Che non va confusa, come ovvio, con la deriva moralista. Certo, le leadership politiche non nascono per decreto. Ma, per evitare di coltivare sogni irrealizzabili ed impraticabili, anche le leadership diffuse vanno incoraggiate e incentivate nella periferia italiana. Soprattutto nell’area cattolico popolare e sociale. Perché l’unica cosa che va evitata, soprattutto in una stagione che punta a non più fare del populismo anti politico, demagogico e qualunquista la sua bussola di riferimento, è quella di continuare a riconoscersi in “capi” che tramontano nell’arco di una stagione perché politicamente non granché autorevoli, moralmente non granché affidabili e socialmente scarsamente rappresentativi.

Bonaccini, “facciamo sentire i cattolici a casa loro”. Siamo alle “quote panda”?

Se c’era ancora bisogno di conferma, ci ha pensato quel simpaticone di Bonaccini a sigillarla. Secondo la tradizionale, sperimentata e corretta vulgata comunista, ai cattolici nella sinistra si deve sempre dare qualcosa. E l’ex comunista Bonaccini lo ha detto con rara chiarezza e coerenza – gli va dato atto – alla sua prima uscita come Presidente del Pd a trazione Schlein, cioè di un esponente politico la cui distanza dal cattolicesimo popolare e sociale è persin siderale. Dice Bonaccini: “Facciamo sentire anche i cattolici a casa loro”. Tradotto per i non addetti ai lavori: diamo qualcosa a questi affinchè la smettano di lamentarsi.

Ora, che i cattolici popolari e sociali siano un corpo estraneo nel nuovo Pd a guida Schlein è un fatto talmente scontato che non merita neanche di essere commentato. Salvo pensarla come il “cattolico” Delrio che invita i cattolici alla resistenza nel partito per cercare di condizionare il progetto del Pd. Che, per chi l’avesse dimenticato, ha d’ora in poi una chiara e coerente impronta radicale, libertaria e massimalista.

Come non ricordare, quindi, dopo le parole semplici ma vere del buon Bonaccini, la straordinaria esperienza dei “cattolici indipendenti di sinistra” del Pci. Persone qualificate, preparate, di grande dirittura morale e di raro spessore culturale. Con un solo limite, però: erano “ospitati” nel Pci a conferma della natura plurale di quel glorioso partito.

Ecco, oggi, mutatis mutandis, ci risiamo con una versione aggiornata ma la sostanza non cambia. E cioè, appunto, gentilmente ospitati e anche ripagati. Ad una condizione, però: la linea e il progetto del partito sono tutt’altra cosa rispetto a ciò che pensano e a ciò che dicono i cattolici popolari e sociali. Ovvero, per bocca della nuova leader, la “mission” esclusiva è quella di ricostruire una sinistra radicale, libertaria e massimalista. Ma per i cattolici rimasti, e come si suol dire, “contenti loro contenti tutti”.

Per questi semplici se non addirittura banali motivi, i Popolari e i cattolici popolari guarderanno adesso da un’altra parte. Salvo, come dice il simpatico Bonaccini, quelli a cui dobbiamo dare qualcosa….

Le Psicopatologie quotidiane ci salvano la vita, alle volte la rovinano a chi ci sta accanto | Recensione di “Una lotta impari” di Simona Nuvolari.

 

Debbo la lettura di questo libro al Premio Nobel prof. Giorgio Parisi che me lo ha consigliato: un biglietto da visita che inserisco in esordio in questa breve recensione e che lo qualifica a priori. L’autrice è al suo primo romanzo: si tratta di un’opera corposa e densa, incalzante nella narrazione che regge una trama complessa e densa di impliciti, suscettibile di ampie interpretazioni. La protagonista del racconto è Marta, una donna morbosamente legata all’idea e alla pratica di una pulizia ossessiva, che la rende guardinga e compulsivamente impegnata in una lotta impari con il mondo che le sta attorno: senza tregua, senza sosta, senza eccezioni, tutto ciò che può essere fonte di un contatto, di un utilizzo pregresso da parte di altre persone diventa un cruccio insopportabile e allo stesso tempo un motivo di impegno ad evitarlo o a rimuovere, riparare, cancellare le tracce del pur minimo sfioramento. Oltre a ciò di cui si rende conto, vede e diventa motivo di sofferenza c’è ampio spazio per immaginare ciò che può essere accaduto a sua insaputa, prima: una maniglia aperta da una mano non pulita, il pulsante dell’ascensore premuto da chissà chi, le banconote che circolano, ma anche i semplici fogli di carta, i documenti ritirati in banca o allo sportello di un ufficio, i prodotti sugli scaffali del supermercato, il carrello da spingere: tutto, ma proprio tutto può essere fonte di contaminazione, nessuno virus o batterio deve varcare la soglia di casa, ogni cosa va passata, disinfettata e pulita. I sacchetti della spesa, anche se pesanti, da portare fino a casa senza posarli sui marciapiedi, i lavavetri ai semafori da evitare, le vicissitudini quotidiane con gli insetti che portano contaminazione da fuori, il campanello di casa da pulire se usato da estranei.

Quanto alle proprie mani, che sono l’avamposto e le antenne, lo scudo che inevitabilmente – difendendola – la riparano da contatti più estesi, esse vanno lavate con un rituale che si alterna con ogni azione che la costringa ad un contatto con le cose: toccare, pulire, lavare, anche fino a cinquanta forse cento volte al giorno. Strano che la donna delle pulizie sia accettata in questo tabernacolo di igiene totale: certo va seguita anche lei, guatata e rincorsa, per non parlare del marito e dei figli che adora ma che devono recitare il rigido copione della sequenza di igienizzazione totale dopo ogni contatto con oggetti, vestiti, stoviglie. Conosco persone che impongono veti e obblighi inaccettabili: compulsivamente più patologici di Marta. Il lavaggio delle mani deve essere l’occupazione principale in casa, se si sfiora il divano o l’armadio con i pantaloni entrambi subiscono un trattamento predeterminato: in lavatrice i vestiti e passata con un prodotto igienizzante la mobilia. Ciò che sta in cucina non può essere portato in altri vani, se cade a terra una pastiglia di medicinale si lava il pavimento, se una briciola cade sul pigiama lo si mette in lavatrice, dopo aver lavato con acqua e sapone le parti del corpo sottostanti anche se estranee al contatto. Cellulari, chiavi, oggetti tenuti in tasca, monete, portafogli vanno rigorosamente passati con un panno umidificato prima di essere messi a posto, gli abiti spogliati facendoli scivolare lentamente per non sollevare polvere, ogni gesto che metta in contatto con qualunque oggetto casalingo deve essere preceduto e seguito dal lavaggio delle mani, avendo cura di aprire e chiudere il rubinetto con il polso o il gomito. Altrimenti si sporca il rubinetto ed è un continuo dispendio di acqua, sapone, asciugamani e detersivi per la lavatrice.

Marta si limita a controllare e disinfettare il passaggio delle persone e di ciò che entra in casa perché il vero pericolo consiste in quello con cui si viene in contatto fuori dalle mura domestiche. Il racconto incede con una sequenza incalzante di dettagli ma non si tratta di una narrazione sui generis o lontana dalle realtà nascoste agli sguardi estranei alla vita domestica, la ‘normalità’ di chi giudica con alterigia è un alibi che copre manie e devianze magari ben più gravi: si tratta, osservandoli con lo sguardo di un’apparente ortodossia di comportamenti che uno specialista (ma capita di parlarne anche in cause di separazioni o di affidamento dei figli) definirebbe psicopatologie, atteggiamenti psicotici, sindromi ossessivo-compulsive e si tratterebbe di una diagnosi corretta, di vessazioni che giustificano la rescissione di legami affettivi. Comportamenti decisamente condizionanti la propria e l’altrui vita: capita di chiedere a queste persone il perché di certe fissazioni e le risposte in genere sono disarmanti ma non indulgenti verso pentimenti postumi: “sono fatto così, prendere o lasciare”.

Si tratta di stili di vita autogiustificati ed autoreferenziali, una corazza tra sé e il mondo, che nascondono spiegazioni complesse, origini recondite e remote, spesso bisogna risalire all’infanzia per scoprire carenze affettive o eventi dolorosi. Credo onestamente che basterebbe aprire alcune porte di casa per scoprire coabitazioni, convivenze, legami ad alto tasso conflittuale. Come mi disse Galimberti, “appartamento” deriva da appartarsi: che si traduce in solitudini e incomprensioni, difficili equilibri di caratteri e visioni persino inconciliabili: resistere diventa un’impresa difficile con schizofrenie faticosamente contenibili. Mi ha fatto notare Parisi che questo romanzo non descrive solo psicopatologie: paradossalmente sono certe azioni morbose, ossessive, reiterate, compulsive che ci salvano da pericoli maggiori in quella nicchia di vita quotidiana dove cerchiamo protezioni e rassicurazioni emotive. Non nel caso di Marta- forse – ma in genere accade che si creino situazioni ad alto tasso di difficoltà di sopportazione reciproca: si salva un certo personale equilibrio interiore attraverso sequenze di azioni tese a proteggere la propria integrità, la difficoltà principale consiste nel conciliare questi comportamenti imperativi con le libertà e le abitudini altrui. Ho avuto modo di conoscere storie di rassegnata soccombenza allo strapotere ossessivo-compulsivo per conservare un’accettabile sostenibilità, creandosi vite parallele e nascoste o cedendo a poco a poco nella immedesimazione di soggetti deprivati delle minime libertà dei piccoli gesti, veri e propri zombie defedati e assenti. Ma in questo bel libro di Simona Nuvolari il disagio della protagonista lascia trasparire sentimenti e consapevolezze più nobili: l’apparente distacco dal mondo è una forma di difesa dai pericoli di un sodalizio umano spesso foriero di cattiverie e insidie negative.

Marta, impegnata a scandagliare nei meandri più reconditi della propria vita scopre che aprirsi alla confidenza di persone comprensive può offrire consolazioni e risposte. La stessa pandemia da cui stiamo faticosamente uscendo ci ha fatto vivere un lungo e logorante periodo di isolamento rispetto alle relazioni personali: un coté altrettanto doloroso e disorientante quanto i pericoli del contagio fisico. Il libro è un romanzo distopico sulle psicopatologie della vita quotidiana del nostro tempo, immersi come siamo in un ‘melting pot’ di distonie comportamentali: certe descrizioni ci aiutano a comprendere e spiegare le molte facce di una solitudine esistenziale che si esprime anche attraverso le incertezze e le precarietà dei vissuti. Ma leggerlo fino in fondo ci fa dono di speranze impensate di cui dobbiamo essere grati a chi l’ha scritto.

Il libro Simona Nuvolari, Una lotta impari, Rizzoli, 2022.

1977, gli ultimi discorsi di Aldo Moro. Per capire le ragioni, ovvero i limiti e le prospettive, della politica di solidarietà nazionale. 

Enrico Farinone

Il 1977, l’ultimo anno vissuto per intero da Aldo Moro, fu quello che con maggior ragione può essere definito il più tragico dei cosiddetti “anni di piombo” italiani. Certo, l’apogeo si raggiunse l’anno successivo proprio con l’omicidio dello statista democristiano ma quello – come noto – fu anche l’inizio della fine, poi protrattasi per un decennio ancora, dell’orda terrorista. Ma non v’è dubbio che la sequela ininterrotta di attentati, diversi mortali, a magistrati, poliziotti, politici, giornalisti accompagnò col terrore l’evolversi della nuova stagione politica che Moro stava pazientemente preparando.

Per la prima volta la Dc non era nelle condizioni di poter costituire una maggioranza politica organica ma al tempo stesso – di questo Moro era assolutamente convinto e infatti lo dirà nei suoi interventi pubblici – essa non poteva deflettere dall’impegno assunto con gli elettori che così numerosi le avevano confermato la maggioranza relativa e pertanto doveva fare di tutto per assicurare un governo al paese. Tornare alle urne, come pure qualcuno aveva ipotizzato all’interno del partito, non sarebbe stato coerente con questo impegno. 

A questa situazione, alla necessità di coinvolgere il Pci in una “intesa programmatica” ancorché non in una alleanza politica, si era del resto giunti non certo per responsabilità della Dc bensì a causa del disimpegno degli alleati tradizionali, e del Psi in particolare: Moro lo dice con chiarezza a Mantova e lo ribadisce sette mesi dopo a Benevento quando ormai il percorso che condurrà al governo della solidarietà nazionale è quasi concluso.

La delusione per il comportamento dei socialisti è palpabile. Moro infatti aveva sempre visto nell’alleanza fra cattolici e socialisti la chiave principale per modernizzare la società italiana e rinvigorire la democrazia. Il famoso discorso al Congresso di Napoli nel 1962 aveva illustrato bene questa sua idea, che era forte in lui anche perché giudicava tragica la mancata alleanza nel primo dopoguerra, che aveva così lasciato aperta la porta al fascismo.

Questa “strategicità” dell’alleanza invece Moro non la immagina nel caso della solidarietà nazionale, vista come un passaggio politico necessario, indispensabile ma solo per rispondere al momento contingente, assai complicato e grave, da gestire con un Parlamento che per oltre i tre quarti era costituito da due soli partiti, la Dc e il Pci.  Era cioè una soluzione dovuta, ma d’emergenza. A Benevento Moro spiega di cosa si tratta ricorrendo a un termine inusuale: “indifferenza”. Come noto, egli era un inesauribile elaboratore di formule verbali costruite per spiegare e motivare ogni passaggio politico che per la sua complessità dovesse richiedere un qualche approfondimento. “Indifferenza – disse – non significa il disconoscersi e il detestarsi; significa l’incapacità, l’impossibilità di fare alleanze vere, di accordarci in termini politici impegnativi con qualsiasi forza politica”.  La novità era che in questa condizione così particolare, di sostegno verso il governo e al contempo di “indifferenza” fra le stesse forze politiche che pure appoggiavano l’esecutivo, stavolta, ed era la prima in assoluto, c’era pure il Partito Comunista, al pari delle altre forze politiche.

La solidarietà nazionale avrebbe aiutato a superare un momento complicato ma alla fine si sarebbe dovuti tornare a costruire coalizioni politiche. Sarebbe così stato raggiunto il tempo della democrazia compiuta, la “Terza Fase” della democrazia italiana. Terza in quanto succedeva alla Prima, quella del centrismo degasperiano caratterizzata dalla ricostruzione materiale dell’Italia e dall’adesione alla Nato e al progetto europeista, e alla Seconda, che aveva visto l’allargamento ai socialisti della maggioranza di governo e una intensa pur se non sempre soddisfacente stagione di riforme sociali culminate con lo Statuto dei Lavoratori.

Fu Norberto Bobbio a rilevare come questo modo di riflettere per “fasi” e non per “vie” fosse una prova della laicità del ragionamento moroteo, scevro da qualsiasi schematismo ideologico. Una riflessione ripresa successivamente da Roberto Ruffilli, che spiegò come per Moro lo sviluppo di un Paese si determinasse attraverso la partecipazione collettiva e la collaborazione da parte di tutti e non già in virtù di predeterminati sbocchi individuati ideologicamente.

Fedele alla propria ispirazione cristiana nell’agire politico egli poneva il bene comune innanzi a qualsiasi affermazione di una identità partigiana convinto peraltro che – come disse in conclusione del discorso di Benevento – la Dc era e sarebbe rimasta il volto della libertà nel nostro Paese.

Si segnala

E. Farinone, Aldo Moro, gli ultimi discorsi. Mantova e Benevento, 1977, Iacobelli Editrice, 2023.

Sul cattolicesimo democratico e la fine della Democrazia cristiana. Intervista a Renato Balduzzi | Quaderno di storia contemporanea.

Sull’ultimo Quaderno di storia contemporanea (n. 72) edito dall’Isral, dedicato al tema “Anni Novanta – Crisi di sistema”, appare l‘intervista a Renato Balduzzi intitolata “Sul cattolicesimo democratico e la fine della Democrazia cristiana”. Per gentile concessione dellintervistato, pubblichiamo di seguito la premessa e poi, in allegato, il testo completo (a cura di Vittorio Rapetti).

Vittorio Rapetti

Il rapporto tra cattolici e politica, fin dall’epoca risorgimentale, ha conosciuto la presenza di diversi atteggiamenti e filoni culturali, che sovente hanno polarizzato il dibattito ed in altri casi hanno trovato punti di sintesi. In diversi passaggi è stata la dinamica politica a “dettare l’agenda” – o almeno influenzare la comprensione e l’azione socio-politica dei cristiani. 

D’altro lato, uno sguardo alla storia italiana ci fa cogliere come la stessa fede abbia animato posizioni eterogenee e orientato scelte diverse, ben prima che – con il Concilio Vaticano II – si giungesse al riconoscimento di quel “legittimo pluralismo” che ha di fatto sbloccato la tensione verso una stretta identificazione tra fede e scelta politica. Tale orientamento, ampiamente motivato sotto il profilo teologico, è però anche frutto di un processo storico, che ha visto l’affermarsi di una visione della laicità in un contesto pluralistico, tipico delle società moderne e contemporanee. Dai primi scontri tra conciliatoristi e intransigenti del Secondo Ottocento si passa all’elaborazione di una cultura cattolico-liberale e – fin dal primo Novecento – di una prospettiva cattolico-sociale. 

L’esperienza del Partito popolare di Sturzo riesce per una breve stagione a costruire una convergenza tra diverse componenti (specie rispetto all’affermazione del socialismo nell’immediato primo dopoguerra). Ma l’avanzata del fascismo vede il mondo cattolico dividersi nuovamente sul piano politico, tra quanti auspicano una possibile sintesi con la visione mussoliniana dello stato e della società, quelli che rimangono fedeli a una concezione democratica e coloro – la gran parte – che accettano la dittatura, impegnandosi a ritagliare uno spazio di autonomia per la Chiesa nel campo religioso ed educativo, attraverso l’associazionismo cattolico. I fermenti democratici nel mondo cattolico operano sottotraccia fino alla Resistenza e riaffiorano con la nascita della DC e della partecipazione sindacale. Il filone dei cattolici democratici assume un ruolo decisivo nel secondo dopoguerra, specie nella stagione costituente e con la leadership di De Gasperi, restando comunque una componente decisiva della DC fino alla sua crisi degli anni Ottanta-Novanta del Novecento. 

È proprio di questa fase che ragioniamo col prof. Balduzzi, protagonista locale e nazionale di questa cultura e sensibilità politica. Uno studioso e un intellettuale, che ha vissuto direttamente l’esperienza politica. E proprio da questo punto di vista di “osservatore partecipante” può offrire una chiave di lettura della crisi della DC.

Per leggere il testo integrale


Non ci sto, il grido riadattato dei fuggiaschi dal campo dell’opposizione. Anche in questo modo si svilisce la politica.

Giovanni Federico​

Che la politica non goda di buona salute è fatto che non suscita alcuna sorpresa. Ci si affanna su formule nuove e nuovi simboli, su ricerca di identità smarrite o di definizione di un biglietto da visita che finalmente dica una volta e per tutte all’altro chi sei realmente. Nascono e muoiono partiti senza alcun spartito se non quello di arrabattarsi per tentare di stare sul mercato. A tutte le forze politiche, impegnate convulsamente a ricalibrarsi in continuazione per essere in linea con i sondaggi del momento, sfugge ciò che sarebbe intanto più semplice per riattrarre la enorme quota di elettorato che ha smesso di frequentare le urne i giorni del voto.

Se si portassero ragionamenti piuttosto che urla non sarebbe disdicevole; sarebbe apprezzabile se non si cambiasse bandiera con la frequenza del vento che gira. Se si provasse, insomma, a cimentarsi con un po’ di serietà, sarebbe ancora possibile un recupero del paese reale che diffida del palazzo. Occorrerebbe un dolce stil novo ma non se ne intravedono le buone intenzioni. Si sta infatti accreditando un’abitudine che lascia sgomenti e che non trova alcuna plausibile giustificazione se non in un triste opportunismo. Quasi uno sport nazionale che corre il rischio di affermarsi come dato ineluttabile e regola ormai da accettarsi. 

Giocando a parafrasare, riecheggia nella memoria collettiva l’imprecazione de Presidente Scalfaro quando nel 1993, coinvolto dalla dichiarazione ex direttore del Sisde circa l’esistenza di fondi a disposizione dei Ministri dell’Interno, per difendersi ebbe a dire a gran voce: “A questo gioco al massacro io non ci sto. Io sento il dovere di non starci, e di dare l’allarme. Non ci sto, non per difendere la mia persona, che può uscire di scena in ogni momento, ma per tutelare con tutti gli organi dello Stato l’istituto costituzionale della presidenza della Repubblica”.

“Non ci sto” è l’urlo ossessivo dei candidati a poltrone di vertice, che abbandonano il campo non appena mancato il bersaglio. È relativamente fresca la candidatura di EnricoMichetti alla poltrona di Sindaco di Roma. Non c’è l’ha fatta, Gualtieri l’ha superato di diverse lunghezze. Talvolta ci si dimentica che in politica quando si perde c’è sempre l’opportunità, che dovrebbe suonare come un dovere, per spendersi in un po’ di sana opposizione. 

Dopo appena quattro mesi di cimenti nell’Aula Giulio Cesare del Campidoglio, Michetti ha fatto armi e bagagli dando a tutti il benservito. Non si è sentito un solo commento che stigmatizzasse una scelta che ha il sapore di uno schiaffo in faccia a quanti lo hanno votato. Anche Carlo Calenda ha seguito i passi di Michetti. Sembrava esserci stato un ripensamento all’idea di dimettersi da consigliere comunale. Poi, dopo nuova intensa ponderazione, ha dichiarato incompatibile il suo ruolo di europarlamentare con quello di consigliere comunale. Nessuno che gli abbia contestato perché allora abbia deciso di candidarsi al Comune, sempre ferma l’ipotesi che avrebbe potuto anche fallire di diventare Sindaco della Capitale. Ultima brillante testimonianza è quella di Donatella Bianchi dei 5 Stelle. Candidata alla Presidenza della Regione Lazio è andata in bianco, non raggiungendo l’ambizioso obiettivo ed ha deciso di tornare a fare la giornalista in Rai a Linea Blu.

Sarebbe troppo azzardato sperare in una pubblica censura dei partiti, soprattutto di quelli di provenienza, verso questi concorrenti in fuga dalla opposizione? A Michetti, Calenda e la Bianchi sarebbe bastata l’essenziale onestà di dichiarare con chiarezza ed in anticipo che, se avessero fallito il colpo, sarebbero rimasti sulle antiche poltrone di origine, tornando ad un punto di partenza che ha sempre un richiamo di invincibile nostalgia. Tutto qua. “Se non ho le leve di comando in mano che ci sto a fare?” potrebbe essere la replica di Michetti, Calenda e Bianchi, ma ce ne sono anche altri, che andrebbero però apprezzati per il coraggio di una verità. Come dicessero ai loro colleghi, che restano ingenuamente sulle barricate, che possono pure farsi ammazzare, la questione non li riguarda. Di questi tempi, l’opposizione è esercizio inutile e defatigante.

Ci permettiamo di dire anche noi “Non ci sto”, di opporci a questi mancati oppositori. Ne guadagna la società a non averli come rappresentanti nei ruoli mancati, ne rimette la politica che ne ha consentito l’azione.


Le divergenze tra Castagnetti e Fioroni: dove vogliono andare i cattolici democratici e popolari?

Nino Labate 

Le divergenze di opinioni e le apparentemente diverse scelte che hanno compiuto in questi giorni Castagnetti e Fioroni, hanno creato un interessante dibattito e per giunta hanno fatto notizia. Sono servite soprattutto a svegliare  quel “piccolo mondo antico” che ancora rimane della storia del cattolicesimo democratico e popolare  italiano. Il dissenso è stato però curioso. Soprattutto perché ha riguardato due amici di vecchia data, con alle spalle una identica formazione di base e con la stessa appartenenza a certi filoni culturali democristiani avanzati e progressisti: poi del Partito popolare, poi della Margherita, e infine del Pd. 

Devo dire che la scelta di Fioroni mi è sembrata giusta, manello stesso tempo precipitosa. Aggiungo che Fioroni ha elegantemente polemizzato sulla stessa questione anche con Rosy Bindi, allorché ha citato Aldo Moro per evidenziarne il “non appagamento” celato dietro la “irrequietezza” tipica di tutta la sinistra democristiana. La scelta di Fioroni mi è sembrata giusta perché tutta giocata sul profilo individuale e la storia della nuova segretaria di quel Pd che anche lui ha fondato; precipitosa perché ha sottovalutato – a riguardo della svolta radicale di EllySchilein – il ruolo che poteva e può svolgere la componente cattolico democratica e popolare all’interno del Pd.

È indispensabile infatti confrontarsi direttamente, non sui giornali o le televisioni, sulle cose da fare. E senza mai dimenticare il significato di “compromesso” lasciatoci in eredità proprio da Aldo Moro, il cui nome mi ha sollecitato altri e più sostanziosi ricordi pieni zeppi di futuro, e che secondo il mio parere esprimono molto bene l’idea  di amico/nemico che circolava nella sua mente. Mi riferisco al suo ultimo discorso di Benevento del 18 novembre 1977. Quando sostenne a chiare lettere che una alleanza tra Pci e Dc sarebbe stata utile ad entrambi i partiti: “…quale che sia la posizione nella quale ci si confronta, qualche cosa rimane di noi negli altri, e degli altri in noi”. Aggiungendo, rivolto proprio ai comunisti: “…quello che voi siete noi abbiamo contribuito a farvi essere”. Non aggiungo altro!

Anche la scelta di Castagnetti la valuto giusta. In questo caso, una scelta non precipitosa ma realistica, e con gli occhi non deviati dal dito del presente (o del passato), bensì rivolti alla luna di quel futuro che sembra già, per l’urgenza dei tempi, alle nostre spalle. Scegliere di rimanere ben piantati al Nazareno, serve a frenare, a far prendere coscienza, a…”mediare” le temute scelte radicali della Schlein? Se tale è il proposito, come ritengo che sia, allora Castagnetti dà prova di lealtà e di coraggio. A patto che non ci si limiti a fare dei cattolici l’avamposto della pur onesta e necessaria difesa degli ultimi, quasi che il problema dei cattolici in politica – e specificamente nel Pd – si debba riproporre a distanza di oltre un secolo come semplice “actio benefica in populum”. 

Assistendo negli ultimi anni ai cambiamenti epocali che stiamo vivendo, e mettendo insieme una infinità di segni dei (nuovi) tempi, ho spesso riportato l’utopia di un discorso di Bergoglio. Quella che tra Covid, guerre, clima, emigrazioni, intelligenza artificiale, robot, disoccupazione, nuove e vecchie  povertà, e quant’altro, ci vede tutti amici e fratelli imbarcati sulla stessa ed unica barca per aiutarci tutti insieme, anziché su tante barchette separate, diverse e nemiche. E ho trasferito il suo significato religioso e prettamente teologico e cristiano ad una dimensione specificamente sociale e culturale, e quindi politica. Per questo ritengo meglio rimanere da fondatorisulla barca che abbiamo costruito, cercando di remare anche con le poche forze rimaste per raddrizzarne il percorso, allorquando e se, come si teme, il timoniere (la timoniera) si indirizzasse verso una sinistra tetragona e persino dogmatica, seppur con un lessico aggiornato. O quando dovesse esasperare il discorso sui diritti individuali,senza tener conto di doveri e responsabilità, mettendo a rischio l’impianto plurale del partito. 

Ecco, il canto del cigno dei cattolici popolari e dei cattolici democratici servirebbe – e prima che il cigno muoia – anche a questo. 

Amici Popolari, se siamo insieme (o anche no)…ci sarà un perchè?! Intanto prendiamo sul serio il monito di Bodrato.

Roberto Di Giovan Paolo

Parafrasando una canzone di successo di qualche anno  fa viene in mente una logica ed una politica su cui confrontarsi presto. Naturalmente sono felice di avere letto Guido Bodrato (riletto perche su FB è sempre presente) e la riflessione dei 58 amici ed amiche (qualcuno “cooptato” rispetto al Ppi edizione Martinazzoli e seguenti, credo, ma non è questione di lana caprina ) che  ci hanno permesso in questi anni e in ultimo lo scorso 19 di dicembre, una riflessione limpida sullo stato del Paese, almeno a livello politico.

Come sempre, metto subito le carte in tavola. Io ho scelto di impegnarmi nel Pd e l’ho fatto anche in questa occasione delle primarie, scegliendo Gianni Cuperlo perchè ho ritenuto le candidature di Schlein “troppo poco” e Bonaccini “troppo troppo, praticamente tutto” sul piano di scelte, valori, intuizioni. Sapevo di fare una scelta di minoranza. Non starò qui a fare il paladino del perchè credo che se fai un incontro tra culture politiche progressiste e sociali mi interessa chi ne ha una ma le difende tutte, piuttosto che chi ha solo la sua o chi ha spesso dimenticato, anche la sua. Detto ciò, che poco rileva, segnalo solo che chi ha immaginato il disastro delle regionali il 19 febbraio ha immaginato anche una candidata destinata a prendere il voto degli “indignados” (loro) contro l’establishment (quelli che ieri erano i “loro”) il 26 febbraio. Il tutto fortemente “mediatizzato”, perchè il Pd era già destinato a perdere, ma ha preso in percentuale oltre il voto politico di settembre 2022 sia nel Lazio che in Lombardia, e ricacciato l’OPA ostile ad altra data, quando i Cinque stelle o il Terzo polo  avranno un po’ di più di un terzo o un quarto dei suoi voti…

Se questo è vero, allora anche chi ha candidato Bonaccini doveva farselo un ragionamento ed immaginare che il coordinatore della mozione Bersani contro Renzi e poi successivamente di quella Renzi alle successive, nonchè Presidente di Regione, qualche pelo di “establishment” lo avrebbe certamente  rischiato….O no? Candidato sbagliato? Possibile. Di fatto, se come dice il Documento Popolare rimarrà il pluralismo culturale, va bene così ma ecco, insomma, l’ultima Thule non era Bonaccini, nè la Schlein la fine della storia.

E comunque vorrei andare oltre il Pd (dove io rimango) perchè come sapete ho detto e riproposto non solo di far ripartire “Il Popolo” ma anche il PPI e di non presentarci alle elezioni, ma essere movimento politico (ed io avrò la doppia tessera). Quando l’ho detto non pensavo affatto solo a chi di noi ha scelto il Pd. Ma a tanti Popolari che so che il Pd non lo votano o non lo votano più. Che non si sono mai iscritti o che votano terzi poli (ne vengono su in continuazione…) o anche si astengono. Certo sono tutti,questi, Popolari nel centrosinistra, ed hanno diritto di avere un “Popolo” ed un PPI  anche loro. E più sono e meglio è, per me, a parte anche l’affetto, l’amicizia e la stima. Figuriamoci dunque se non mantengo affetto, amicizia e stima per Fioroni che esprime un dubbio che mi tocca umanamente e politicamente, anche se spesso abbiamo seguito strade vicine ma non identiche.

Aggiungo che non mi permetterei mai di immaginare che essere e sentirsi Popolari non possa toccare amici che nell’Udc o perfino a destra, vedi Crosetto, stanno lavorando affinché la destra italiana diventi un luogo democratico e conservatore, insomma avversari, non nemici. Lo dico da tanto tempo.

Tuttavia, politicamente parlando e per non fare solo elogio a Bodrato – senza coglierne sino in fondo la sfida politica – tra breve questa legislatura, dopo un po’ di moine, decollerà sulla vicenda chiave, ovvero la battaglia sul “presidenzialismo”… A questo ci richiama Bodrato in questi mesi: presidenzialismo vuol dire riflettere sul ruolo della democrazia parlamentare, il ruolo di Camera e Senato oggi ridotti a “passacarte”; il ruolo della Presidenza del Consiglio (Cancellierato?) e quella della Presidenza della Repubblica e dei suoi poteri, reali e di “suasion”. E discutere con una proposta politica che sia rispettosa delle istituzioni, della “res publica”, che viene prima di uomini e donne, nella sua continuità, e di cosa comporterà praticamente un confronto con la Meloni che tiene a passare dalla cronaca politica (prima donna Presidente del Consiglio) alla storia (introduzione del Presidenzialismo in Italia), con nuvole nere attorno al Quirinale in prospettiva. Ebbene credo che sia un bel compito, da mettere all’ordine del giorno dei Popolari affinché si sia fecondi in ognuno dei luoghi dove abbiamo deciso di esserci.

Possiamo continuare a parlare di simpatie per Calenda e Renzi, e antipatia per Schlein – oppure il contrario – ma essere Popolari nel 2023 e anni seguenti, per me passa per una riflessione di questo tipo sul vero sigillo della XIX legislatura. Prima la politica e le istituzioni, poi le alleanze ed i partiti, infine donne e uomini nella loro umana fallibilità.Non è un bel programma di ripresa di “attività popolare”?

Due o tre cose sul Terzo polo, per far crescere una nuova proposta politica. 

Giorgio Merlo

Preso atto che, nel “nuovo corso” del Pd a guida Schlein, per i cattolici popolari e sociali l’unico ruolo da giocare è quello della resistenza da un lato e della conservazione di piccoli spazi di potere dall’altro, è di tutta evidenza che quella cultura se vuole ancora dispiegare una propria “mission” e specificità non può che guardare altrove. Del resto, questa immagine del tutto marginale e periferica emerge in modo addirittura plastico da una intervista rilasciata alla “Stampa” da Delrio. Una serie di dichiarazioni generiche e confuse dove l’unico elemento chiaro che emerge è che i cattolici devono restare nel Pd purché quel partito sarebbe l’unico e l’ultimo campo in cui impegnarsi. Una riflessione che, oltre ad essere arrogante perchè esclusivista e grottesca, riduce quella pattuglia di cattolici alla esperienza dei “cattolici indipendenti di sinistra” all’interno del Pci degli anni ‘70. E, del resto, è proprio questa l’immagine concreta che emerge dopo le primarie del Pd stravinte dalla Schlein. Che, coerentemente, al di là riconoscimento formale ai soliti capi corrente e ai loro cari in alcuni ruoli chiave nel partito, ha già tratteggiato con rara chiarezza il profilo politico e culturale del Pd. Un partito, cioè, con una chiara e schietta identità radicale, massimalista, libertaria ed estremista. Sul versante dei valori di riferimento, soprattutto.

Ora, al di là del profilo e dell’identità del nuovo Pd e del ruolo ancillare e di puro potere gentilmente riconosciuto a qualche “ardito” cattolico per confermare la natura plurale del partito, come esattamente avveniva nel glorioso Pci, credo sia giunto il momento anche per porre qualche domanda a chi, legittimamente, pensa di rilanciare e riscoprire un Centro dinamico, riformista e democratico nella politica italiana, cioè il cosiddetto “terzo polo”. Un luogo politico dove proprio la cultura, l’esperienza e la storia dei cattolici popolari e sociali possono ancora svolgere un ruolo decisivo e qualificante.

E, al riguardo, credo sia indispensabile ricordare almeno 3 elementi. In primo luogo lo spazio politico di Centro dev’essere un luogo autenticamente democratico e partecipativo. La logica dei “partiti personali” e “del capo” non è compatibile con una cultura, come quella cattolico popolare, che fa della partecipazione, del pluralismo e della collegialità la sua cifra distintiva. In secondo luogo lo spazio politico del Centro non può che essere plurale. Certo, storicamente, il Centro nel nostro paese si è quasi sempre identificato con la cultura cattolico popolare e sociale, seppur con l’apporto significativo ed importante di altre culture laiche e liberali. Ma è indubbio che la tradizione cattolico popolare continua ad essere decisiva e qualificante per la costruzione del progetto politico di un partito che ha l’ambizione di ricostruire una “politica di centro” nel nostro paese”. Come, giustamente, ha sottolineato con forza e determinazione Elena Bonetti nei giorni scorsi. In ultimo, ma non ordine di importanza, la stessa selezione della classe dirigente in un luogo politico di centro non può che essere ispirata a criteri democratici e partecipativi e non legati ad altri modelli che sono stati sperimentati con grande abbondanza: e cioè, fedeltà al capo, cooptazione e nomine ad personam.

Ecco purché, dopo l’affermazione e il consolidamento di una destra democratica e di governo, dopo la vittoria a valanga della Schlein che ha modificato radicalmente identità e profilo del Pd, dopo la confusione del campo dei 5 stelle che rimarrà a metà strada tra il populismo violento di Grillo e il trasformismo sfacciato di Conte, tocca al Centro riorganizzarsi e ridefinirsi. E non può che farlo affrontando e sciogliendo definitivamente i tre nodi politici, culturali e di metodo che ho ricordato poc’anzi.

Alta tensione fra americani e cinesi. E l’Ucraina? Una pedina sullo scacchiere della minacciata guerra mondiale.

Enrico Farinone

La piega che stanno assumendo le relazioni sino-americane comincia a farsi preoccupante. Ricordiamo che sullo sfondo c’è la questione di Taiwan, fonte di un possibile conflitto che farebbe impallidire quello che si sta svolgendo in Ucraina. Ed infatti l’ultimo ammonimento del Dragone agli americani prevede uno “scontro con esiti catastrofici” se gli USA non fermeranno la loro distorta “strategia di accerchiamento e repressione” attuata nei confronti degli interessi cinesi.

Dunque, riassumiamo brevemente gli ultimi eventi. Un colloquio Biden-Xi nell’ambito del G20 di Bali lo scorso novembre aveva dischiuso le porte della Città Proibita al Segretario di Stato americano, che avrebbe infatti dovuto varcarle qualche settimana fa. L’obiettivo principale del viaggio avrebbe dovuto consistere nel raffreddare le tensioni fra i due Paesi, incandescenti dopo la visita a Taiwan dell’allora Presidente del Congresso Nancy Pelosi lo scorso agosto. Ma naturalmente Anthony Blinken avrebbe anche sondato il regime sui suoi reali obiettivi derivanti dal sostegno fornito alla Russia a parole, solo a parole sinora, in merito alla guerra in Ucraina.

La nomina dell’ex ambasciatore a Washington Quin Gang a Ministro degli Esteri induceva a un cauto ottimismo. Le manovre militari intorno a Taiwan erano diminuite, altro indicatore positivo.  Poi è accaduto l’imponderabile, proprio alla vigilia del viaggio programmato. Un “pallone-sonda” di origini cinesi avvistato nei cieli americani sospettato d’essere un nuovo e sofisticato mezzo-spia e per questo prontamente abbattuto dai caccia del Pentagono ha bloccato tutto. Biden non poteva lasciar correre, per motivi evidenti di politica interna. Avesse abbozzato sarebbe immediatamente stato accusato di debolezza innanzi all’infido avversario asiatico. Xi da parte sua ha letto l’episodio come la conferma dei suoi sospetti circa la volontà statunitense di bloccare ogni possibile sviluppo dell’influenza cinese nell’area del Pacifico.

I risultati si sono visti subito. Il direttore dell’ufficio della Commissione centrale per gli affari esteri del Partito Comunista, Wang Yi, ha raggiunto Monaco di Baviera per la Conferenza sulla Sicurezza dopo aver visitato alcune capitali europee, fra cui Roma, per denunciare l’insofferenza cinese nei confronti dell’eccessivo protagonismo degli Stati Uniti nella guerra fra Russia e Ucraina, ostacolando così – a suo dire – la possibilità di avviare proficui negoziati di pace sulla base di un Piano preparato allo scopo da Pechino. Ben sapendo che i paesi del Vecchio Continente sono assai sensibili alle possibilità commerciali che la nazione più popolosa del mondo offre loro, ed è per loro difficile rinunciarvi. Per contro gli americani temono – o quanto meno dicono di temere – che Xi abbia deciso di vendere armamenti a Putin, cosa per ora non avvenuta.

Dopo le schermaglie di Monaco è arrivata l’accusa durissima agli USA per bocca di Qing Gang, colui che si voleva essere una colomba e invece si è rivelato alla prima uscita un falco. Indice preciso dell’attuale posizionamento di Xi, più vicino a Mosca e più lontano da Washington. Una brutta notizia per quanti da mesi immaginano proprio la Cina quale possibile e determinante facilitatore di pace nella vicenda ucraina. Non solo. Ora anche quella di Taiwan si complica.

“Linea rossa da non oltrepassare”, ha avvertito Qing Gang. Al Pentagono – pare – sono sempre più convinti che entro un quadriennio Pechino deciderà l’attacco all’isola che ritiene “parte del sacro territorio della Cina”. E che Washington invece si è impegnata a proteggere. Possibile si vada avanti così ancora per un po’. Sino all’elezione del nuovo Presidente americano. Il prossimo anno Biden sarà in campagna elettorale (per sé o per un compagno di partito) e dunque non potrà cedere di un millimetro su nessun dossier, tanto meno su quello cinese. Ma una volta confermato l’atteggiamento potrebbe mutare oppure un altro Presidente, repubblicano, potrebbe avere un approccio più conciliante. Difficile, ma pur sempre possibile, ritengono a Pechino. 

Quindi si alzano i toni, e si aspetta. E per non lasciare margini di manovra agli americani si conferma la cosiddetta “amicizia senza limiti” con Mosca, le due capitali insieme per costruire “un sistema internazionale più democratico”: confermando così la politica volta a tessere alleanze con nazioni e continenti (l’Africa) fuori dall’ordine globale voluto dalla Casa Bianca. Tenere quest’ultima impegnata con l’Ucraina significa – ragiona Xi – tenerla un po’ più lontana da Taiwan, il vero obiettivo del Presidente cinese. E così l’Ucraina si ritrova ad essere una pedina sullo scacchiere della futura minacciata nuova guerra mondiale. Che si continui a morire e a distruggere un intero Paese pare importare davvero poco.


Questione di selfie: la morte in posa.

Giovanni Federico

In un’ultima intervista, anche sui temi della fede, Enzo Iannacci criticava il decadimento della nostra società. “Oggi c’è solo un gran gusto del chiasso, un piacere dell’indifferenza…Un Paese che andrebbe smemorato e riattivato, come direbbe Montale”. Si potrebbe aggiungere che c’è un robusto cretinismo, tanto ostinato che faremo prima ad abituarci alla sua presenza che a sfiancarci nell’attesa si tolga di mezzo.  

Giorni fa un operatore sanitario è stato colto in fallo mentre fotografava dei poveri malati terminali, a letto, intubati, semi coscienti, per poi proporli sui social all’indirizzo dei suoi amici, ad amici evidentemente affezionati alla visione. Mentre al primo si suggerirebbe, per le sue debolezze emotive, tra l’altro di cambiare mestiere, alla platea dei suoi interlocutori si consiglia un corso di riabilitazione del pensiero e di apprendimento della coscienza della morte. Non ci sarebbe un regista di tal fatta se mancasse un pubblico a compiacerne l’opera.

L’episodio non è nuovo. Anzi è di gran vaglia. Alla morte di Pelè c’è chi si è fatto un selfie con i vecchi compagni di squadra vicino alla salma del calciatore. Al funerale di Maurizio Costanzo c’è chi non ha resistito all’impulso di chiedere un selfie a Maria De Filippi che, nel dolore, aveva per certo altro a cui pensare. Gerry Scotti ha dichiarato in una intervista che molti anni fa – il selfie ancora non era stato inventato – c’è stata una folla intrepida a sollecitargli un autografo mentre era fermo davanti al feretro della madre. Se si trattasse solo di un cretinismo diffuso potremmo evitare di cadere nello sconforto. Di imbecilli a questo mondo non ne sono mai mancati e quindi non c’è troppo da meravigliarsi anche per il futuro. 

La questione appare più grave se si pensa che sia soltanto da ricondursi alla perdita del senso del limite. Si va avanti secondo capriccio, tutto è possibile sulla pelle dell’altro, urge dar seguito al sentimento impellente di quell’attimo, poco conta se si rompe la cristalleria buona del prossimo.La prurigine sembra esplodere quando poi si è a contatto con la morte o con l’affascinante ambiente dove essa si aggira. Deve essere terribilmente eccitante potersi ritrarre dove tutto è fermo. La foto, così, non è più una forzatura, non è un’immagine che fissa per magia ciò che intanto scorre. È al contrario un’intonazione magistrale, dove si accoppia l’immobilità di un morto o di un malato a quella dei suoi spettatori, gli uni e gli altri bloccati per un ritratto. Quello è lo scatto della vita, per cui si può vincere un Oscar ad occhi chiusi. 

“Troppo facile e troppo comodo”, è il commento di Don Vincenzo Ascalone, per bocca del grande Saro Urzi, nel film “Sedotta e abbandonata”, quando si cerca di riparare con qualche semplice scusa al torto subito, infangato l’onore della sua famiglia. Troppo facile e troppo comodo è il ritrarsi con un bel sorriso vicino alla morte con l’arroganza di chi crede di non poterne essere sfiorato. 

La figura dell’idiota è sovrastante rispetto anche alla tragedia di vite che si stanno consumando o che hanno spento la luce. Non è neppure il ritrarsi di un passo indietro, di una pudicizia rispetto ad un fatto che porta sempre un carico di angoscia. Non è neanche un senso di onnipotenza dove credi che la fine non possa mai riguardarti. Al contrario, sai che c’è ma non ne hai le misure, immagini che sia un episodio a cui ne seguiranno altri, qualcosa di intermedio e non di fine capitolo o di un “ultimo”, ma a cui non prestare alcuna attenzione. Simili cretini vanno compresi. Nella loro mente non un alito di vita. Si muovono alla stregua di morti viventi, non lasciando alcun segno del loro passaggio terreno. I soli per cui la morte ne soffrirà l’accoglienza.

«Stiamo vivendo una metamorfosi che richiede una riflessione culturale». La lettera di Guido Bodrato ai Popolari.

Caro Castagnetti,

non potrò partecipare alla riunione che tu giustamente hai convocato per l’8 marzo, con gli amici che in un tempo ormai lontano hanno dato vita all’Associazione, per valutare l’esito politico delle “primarie” del 26 febbraio. All’Associazione abbiamo affidato la storia del Popolarismo, della “terza parte” promossa da Sturzo per “passare il guado” che separava i cattolici, già presenti sulla sponda sociale, dall’azione politica.

La precedente convocazione ha registrato la partecipazione a questi incontri di una nuova generazione del cattolicesimo democratico. Mi auguro che l’elezione di Elly Schlein, nel momento in cui segna una certa continuità con il movimentismo che anima le nuove generazioni, segni anche la necessaria discontinuità verso l’immagine del partito, ed aiuti a interpretare la “metamorfosi” del sistema che sta mettendo alla prova anche il Pd…Per questo motivo ritengo per me doveroso, nei limiti del possibile, partecipare ad una riflessione da cui dovrebbe muovere – me lo auguro – anche il rinnovamento della nostra Associazione, ancora necessaria, anche se in una diversa prospettiva. Continuo infatti a pensare che una seria riflessione sull’identità di un partito, come di una sua componente (movimento od associazione), la fa diventare “pensiero ed azione di un contesto storico”, punto di forza “di una strategia politica” e delle forze sociali e politiche cui, in determinate circostanze, sono affidati il presente e l’avvenire del paese.

Ho pensato in questi giorni che Aldo Moro, quando aveva responsabilità di orientare la strategia della democrazia cristiana, collocava le previsioni che riguardavano le scelte di quel partito nel contesto di una previsione relativa ad un più ampio orizzonte politico; rifletteva sui “tempi nuovi che si annunciano”, sui segni del tempo che ci era dato vivere, sui problemi italiani, riferendosi sempre a quelli europei e del mondo. Non per eluderli, ma per non restare prigionieri dell’improvvisazione, del qualunquismo spesso dominante nei momenti di crisi. E che Zaccagnini, quando suo figlio viveva la speranza del movimento del ’68, lo invitava a “restare rivoluzionario nel cuore, ma riformista nella testa”. Oggi, una discussione sulla situazione politica e sulle scelte che incombono, sarebbe inevitabilmente miope senza la consapevolezza che stiamo vivendo una metamorfosi che richiede una riflessione culturale.

Penso anche che non sia utile mettere al centro della discussione l’esito delle primarie per la scelta del segretario del Pd, se non sappiamo farlo nel contesto di una lettura di ciò che comportano anche per l’Italia, ormai inserita nell’Unione europea, la mondializzazione dei mercati e il delinearsi di radicali cambiamenti sociali ed economici. Sono cambiamenti prima di cultura che politici, e prima ancora dei comportamenti delle giovani generazioni: una sfida aun ordine sociale che appariva consolidato e alla democrazia rappresentativa. Dalla “continuità della storia” riemerge, con Giorgia Meloni, anche l’immagine del passato? A mio parere è rischioso affidare la presenza politica dei partiti democratici alla categoria del nemico, alla radicalizzazione del confronto (che diventerebbe “scontro”), come avviene con il bipolarismo. Ripeteremmo l’errore che ha fatto Letta nella campagna elettorale di settembre, quando si è definito “rosso” ed ha affidato alla Meloni la parte del “nero”. Se questa era la domanda, la risposta ere prevedibile, come all’inizio del Novecento. Questa sfida radicale a scegliere, se replicata dalla Schlein in un stagione caratterizzata dal conflitto tra imperi continentali (cfr. Ucraina), significa mettere in discussione le varianti di liberaldemocrazia (e di riformismo) e confrontarle con le autocrazie illiberali dell’Est e del Sud del mondo sui valori di libertà e di solidarietà dei due sistemi, ma anche sulla sicurezza e sulla efficacia degli interventi imprevisti. E per i Popolari questa riflessione inizia con il riferimento all’intransigenza di Sturzo e all’imprevisto: aveva deciso di competere con liberali e socialisti, ed ha dovuto scontrarsi con i bolscevichi e i fascisti.

Temo che il dibattito cui debbono prepararsi gli amici che hanno partecipato al Congresso del Pd, registreràl’emergere di una discussione sull’identità cattolico democratica, minacciata dalla “radicalizzazione” dell’opposizione che la Schlein ha promesso alla Meloni e alla maggioranza sovranista, da cui prenderanno le mosse l’autocrazia illiberale della Destra, ma anche una possibile reazione di impronta clericale. Dalla polemica riprenderà forza l’accusa che nel recente passato ha più volte colpito il cattolicesimo democratico: “siete catto-comunisti”. Relativamente facile è immaginare come si svilupperà a sinistra il dibattito tra chi ritiene necessario contrastare le diseguaglianze prodotte dalla globalizzazione e dalla rivoluzione tecnologica con una strategia delle riforme che sappia coinvolgere il movimento dei lavoratori – anche se il fordismo è tramontato – e chi si riferisce al “pensiero unico” dell’economia capitalistica, nelle sue diverse realizzazioni che l’hanno trasformato, rendendolo più forte con le multinazionali. Resterà incerto il riformismo promesso dal laburismo europeo, di radici cristiane, come alternativa al dominio del liberismo, ma con la stessa globalizzazione si delineerà il ruolo che recupererà la politica. Ma quale politica? Sono tensioni che aveva previsto Dahrendorf sin dalla fine del Novecento, e che nel corso della Seconda repubblica sono state messe in ombra, dimenticate per il diffondersi dei conservatori anche nell’occidente americano ed europeo, ma che anche la sinistra storica, e la stessa sinistra riformista, non hanno saputo considerare nelle loro decisioni.

Cosa proporranno i riformisti per recuperare il voto della protesta operaia? I sindacati dovranno affrontare questioni di salario e di organizzazione industriale, mentre alla politica tocca guardare più lontano, a questioni di sistema e di compatibilità tra politica ambientale e politica industriale, tra il tema qualità del lavoro e la politica del reddito (che non è RdC), sulla crisi dello “stato fiscale” e quella del welfare, lo stato sociale. E in particolare sui problemi che si pongono a chi vuole affrontare squilibri strutturali che incidono sulla vita di una “società dei due terzi”, erede della Prima repubblica, e la Seconda repubblica, che per molti aspetti si è dimostrata più interessata a difendere le conquiste del passato che ad estenderela sicurezza sociale a chi ne è rimasto escluso.

Resterà in ombra la questione, a mio parere decisiva,per l’opposizione al governo di destra su temi che riguardano il futuro della democrazia, questione che è rimasta in ombra anche tra i candidati alle primarie: quella del presidenzialismo e dell’autonomia differenziata per le Regioni. Ricordare l’antifascismo potrebbe diventare un diversivo. Leggendo i messaggi che si scambiano i social, potrebbe diventare la principale preoccupazione per il Pd, ma anche per i Popolari, il fatto che si inasprisca il rapporto tra gli esponenti dei diversi movimenti, che si ispirano al una visione cristiane della vita e della politica, e la cultura dell’immagine dominante nel comportamento di gruppi non marginali di movimenti proletari o borghesi che convergono elettoralmente sulla sinistra radicale.

Essere laici, senza cedere al laicismo, “essere sinceramente democratici, non conservatori”, come dichiarava Sturzo, resta per me il dovere legato allaradice etica di quanti hanno vissuto l’esperienza popolare e hanno fatto le nostre difficili scelte politiche. Continuo a ricordare le parole del Card. Martini: “Siamo minoranza, non diventiamo una setta”: Pensiero che dovrebbe riguardare ogni parte che sogna (per sé) il mito di Procuste, il brigante che costringeva i viandanti a stendersi sul suo letto e decapitava o impiccava chi non aveva la sua statura: un solo pensiero imposto con la forza, la fine della diversità, la radice della tirannia.

Ancora un pensiero. Ai  parlamentari che gli chiedevano, dopo avere ascoltato il suo ultimo discorso, quale previsione fosse in grado di fare su un futuro appena abbozzato, Aldo Moro rispose: “Se ci saremo, conteremo anche noi”. Nella fase attuale,questo pensiero riguarda anche noi e soprattutto i più giovani. Il futuro della democrazia e del partito in cui decideremo di operare, se ci saremo dipenderà anche da noi

Un forte abbraccio a chi condivide la speranza popolare, e un cordiale saluto a tutti gli amici presenti.

Chieri, 5 marzo 2023

N.B. Il testo ha subito piccoli ritocchi, puramente formali, rispetto allo stampato diffuso l8 marzo.

Intransigenza, uno stile di autenticità: i Popolari ne devono fare tesoro per pensare il futuro.

Paolo Frascatore

Una battaglia democratica contro la politica di questa destra al potere, del suo neo presidenzialismo che riprende vigore, non può non essere condivisa. Ma l’intervista di Pierluigi Castagnetti (presidente dell’Associazione “I Popolari”) pubblicata su “Avvenire” venerdì 10 marzo u. s. sembra quasi il preludio alla resa definitiva da parte di un pensiero politico ancora di alto profilo e, soprattutto, straordinariamente attuale se confrontato con le riflessioni di papa Francesco.

Non per essere aggressivo e, tanto meno, irriverente, ma credo che il paragone tra il Partito democratico degli Stati Uniti d’America con quello nostrano sia del tutto fuori luogo, o meglio esplicita una sorta di inconsistenza ideale e programmatica. I popolari sono altra cosa dall’esperienza del Partito democratico americano; così come sono altra cosa dalle riflessioni e dalle prese di posizione della neo segretaria Elly Schlein. L’uno e l’altra mettono ai margini della società la persona umana per una politica di massificazione che non vuol dire altro se non l’esaltazione dei nuovi capitalismi e delle nuove élite ai vertici del potere economico e politico.

Eppure un dato sembra non preoccupare Castagnetti e tutto l’insieme dei Partiti presenti oggi in Parlamento: l’aumento costante e continuo degli elettori che decidono di non andare a votare. È solo un dato irrisorio, oppure è una chiara manifestazione sia del rifiuto di questa politica e di questi partiti con i dirigenti collegati, sia una avversione a questa concezione della democrazia sempre più elitaria e sempre più distante dal cittadino comune, dall’uomo della strada che non vede margini di riscatto per sé e per la sua famiglia al di fuori del proprio lavoro mal pagato ed usurante?

Una riflessione politica seria non può che partire da queste domande. Non sono il concessionario di patenti riferite al “popolarismo”, ma certo in questo deserto politico e ideale risuonano nella testa gli ammonimenti di Luigi Granelli, quando rifletteva sul modus vivendi del cattolico democratico. Ossia, sulla capacità ed il coraggio di saper andare sempre controcorrente, di non arrendersi mai di fronte alle difficoltà, ma soprattutto di non snaturare un pensiero politico e sociale per il semplice arrivismo, per l’uso del potere a fini personali.

Questo Pd, purtroppo, non è in grado di rappresentare in maniera adeguata e degna i ceti popolari; vive e si alimenta con la gestione del potere e dei suoi residuati; è lontano da quella concezione umana e cristiana secondo la quale viene prima la persona umana e poi il lavoro ed il profitto. Anche il documento del “Comitato dei 58”, votato qualche giorno addietro all’unanimità (la sola eccezione è di Lucio D’Ubaldo che si è astenuto sulla parte finale) appare come un tentativo ibrido, senza quella sana intransigenza (tanto cara a Luigi Granelli) rispetto all’attuale situazione politica, che i tempi richiederebbero. I Popolari non sono un’Associazione di ex combattenti e reduci di guerra, ma una cultura politica da riprendere e da diffondere oggi nella società italiana per un nuovo protagonismo della persona, contro le élite politiche ed economiche.

Le nostre città da curare: contro la “desertificazione” serve rafforzare la cultura di prossimità.

Gabriele Papini

Sul Corriere della Sera Walter Veltroni è tornato sul tema della desertificazione delle nostre città dovutaalla chiusura di numerose attività commerciali. Secondo un rapporto di Confcommercio, negli ultimi due anni in Italia hanno chiuso i battenti circa 100 mila negozi, diminuendo di circa il 20% ogni mille abitanti. Molti degli esercizi che hanno abbassato la saracinesca nell’ultimo biennio sono edicole, librerie, cinema e teatri. Nel contempo, è aumentato il numero delle farmacie e dei centri di computer e telefonia. Per la serie, più cellulari e anti depressivi per tutti. Un bel problema, anzitutto per i consumi culturali dei cittadini.

La cultura vive infatti del rapporto – unico e originale – che si crea tra chi produce e chi consuma. Un quadro visto sullo schermo del PC, uno spettacolo teatrale fruito in tv, un concerto per pianoforte ascoltato su Youtube: tutto utile, ma anche abbastanza freddo. Il lavoro culturale ha invece bisogno del calore della fruizione collettiva. Per questo motivo bisogna difenderne – oggi più che mai – il valore e i luoghi di aggregazione culturale. E naturalmente non si può chiedere solo ai sindaci e agli amministratori locali di affrontare queste sfide.

Nel 1941, l’anno dell’entrata in guerra degli Stati Uniti, il Presidente Roosevelt registrò una delle sue conversazioni radiofoniche dedicandola al cinema e al suo valore economico, sociale e civile. E nell’ambito del New Deal la cultura rappresentò un pilastro importante della ripresa americana. Di recente, il Presidente Macron ha presentato un importante progetto organico sul rilancio della cultura francese articolato attraverso misure di sostegno e interventi strutturali. Una sorta di Recovery Plan della cultura, destinato a sostenere l’arte, il teatro, il cinema, le orchestre, i musei, le biblioteche, con incentivi fiscali, sostegni materiali, una rete di sicurezza sociale per i lavoratori che hanno perso il posto di lavoro a causa della pandemia. In Italia, un rischio concreto è che i fondi del PNRR – stando così le cose – possano andare ad abundantiam alle grandi installazioni e ai grandi musei (il direttore degli Uffizi gareggia con il Ministro della Cultura per numero di ospitate televisive) mentre le istituzioni culturali, i piccoli musei e le piccole biblioteche possano ricevere solo una sorta di “obolo” dai fondi europei. 

Come già ricordato sul “Domani d’Italia”, il rischio è che il nostro Paese finisca per perdere una delle sue filiere produttive e identitarie più importanti e cospicue. Per evitarlo bisognerebbe presentare – in tempi ragionevoli – un piano nazionale di organizzazione del consumo culturale e di finanziamento della sua attività produttiva e di tutela e conservazione del patrimonio. Bisognerebbe anche esercitare una sorta di moral suasion nei confronti delle grandi piattaforme digitali, affinché possano restituire il favore alla comunità sostenendo finanziariamente una produzione culturale “di prossimità”. Senza la sua fiorente produzione culturale, infatti, l’Italia non sarebbe più il Belpaese. La cultura è pensiero critico, liberta e ricchezza della nazione.

Il futuro che ci attende – in assenza di correttivi – è una progressiva desertificazione delle nostre città e del relativo patrimonio culturale. O ci si rende conto che siamo sull’orlo di un precipizio e che migliaia di persone rischiano di restare ai margini, oppure non avremo più una “industria culturale” domestica e i centri storici delle nostre città saranno uguali e anonimi, alla mercé dei minimarket. Tertium non datur. Tutti lo sanno, eppure sembra prevalere la rassegnazione e la rinuncia. Dovremmo cercare di impedirlo.

Schlein e Bonaccini, accordo fatto: al Nazareno si consolida la svolta radicale. Extra Pd nulla salus? In realtà i Popolari «devono» uscire.

Schlein e Bonaccini, come era prevedibile, hanno raggiunto l’accordo sulla gestione del Nazareno: sconfitto nelle Primarie, Bonaccini sarà proposto domenica, all’Assemblea nazionale, a Presidente del partito. Si consolida la svolta in senso radicale. Ora, al di là degli auguri che si possono fare a quei Popolari – da Castagnetti a Rosy Bindi – che rimangono nel Pd, nonostante la sua trasformazione in un partito della sinistra, credo si imponga la presa d’atto di un tale cambiamento. Una mutazione che come ha osservato Lucio D’Ubaldo su queste colonne, rischia di intrappolare la componente cattolico democratica nel Pd a guida Schlein. Troppe sono le differenze che emergono tra il nuovo corso Pd e la prospettiva dei Popolari. Divergenze che non sembrano componibili in una richiesta preventiva di pluralismo come quella avanzata dal documento del Comitato dei 58 dell’associazione dei Popolari. Perché i punti di confronto non riguardano solo i cosiddetti temi sensibili. A preoccupare altrettanto è la linea Schlein sui grandi temi. A cominciare dalla sua chiusura al multipolarismo in nome di una narrazione autoreferenziale che, lungi dall’esprimere il meglio della civiltà Occidentale, rischia di identificare l’Occidente con l’ideologia di alcune sue ristrette élites che continuano a guardare dall’alto in basso un mondo che invece in questo secolo è cresciuto ed  ha visto cambiare i suoi equilibri.

Altro punto preoccupante dell’agenda Schlein è costituito dal suo appiattimento sull’estremismo ideologico ambientalista in nome del quale si sta tentando di imporre un dirigismo economico fino al 2050 sulla base di tecnologie desuete, quando il mondo sta andando in tutt’altra direzione (idrogeno, fusione e quant’altrot con un ruolo straordinario dell’Italia a fianco degli Usa verso le nuove frontiere dell’energia). Quanto appare lontana tale posizione dalla prospettiva di quell’ecologia integrale della Laudato si’ nella quale la sostenibilità sociale e quella ecologica marciano di pari passo. Se non si procede con questo equilibrio, si lascia libero il campo per un fondamentalismo green che invece rischia di assestare un duro colpo alla classe media, mettendo in discussione nel medio periodo, di fatto, l’accesso alla proprietà privata del popolo per beni essenziali come la casa o l’automobile.

Anche su una terza grande questione aperta, quella della transizione digitale, le prospettive appaiono distanti. Il Pd di Schlein aperto al transumanesimo, rischia di avallare una forma di digitalizzazione calata dall’alto che finisce per dare più potere e più ricchezza alle oligarchie e che risulta difficile da conciliare con il rispetto delle libertà fondamentali. Quello che fa la differenza è la concezione dell’uomo, il riconoscere la necessità di un nuovo umanesimo che accompagni e orienti questo tipo di trasformazioni. Il modello da seguire è quello avviato dal governo Draghi e che, fra le altre, ha trovato una valida espressione nel Progetto Polis di Poste Italiane, dove l’accento è posto non sul controllo, sulla schedatura digitale bensì sulla partecipazione, sul coinvolgimento anche nelle zone più remote del Paese nell’utilizzo delle nuove tecnologie, sullo sviluppo e sula riduzione delle disuguaglianze.

Insomma, in un Pd che sposa il programma del partito radicale, diventa difficile starci già sui temi “normali”, figuriamoci su quelli “etici”. Altra cosa sarà il confronto programmatico non pregiudiziale con la sinistra, ma da posizioni distinte e non subalterne. È per questo che una ricomposizione in autonomia dei Popolari è, a mio avviso, utile e necessaria in questa fase, per rappresentare e rendere feconda una cultura politica, quella cattolico democratica e popolare, che rischierebbe di venire offuscata e intrappolata altrove.

Il marcio e il caos dieci anni dopo. A proposito di un vecchio editoriale, ancora attuale, di Antonio Polito.

Francesco Provinciali

Ci sono editoriali (ma possiamo chiamarli fermo-immagini, riflessioni scaltrite, sintesi folgoranti) che per la loro forza interpretativa conservano nel tempo il pregio della verità e le sembianze del re nudo: oltre le ciarle, le opinioni, le apparenze che scivolano come lacrime di pioggia sui vetri appannati della realtà, escono dai luoghi comuni e si impongono con la potenza descrittiva racchiusa in poche parole. Sono i fiori all’occhiello e il fascino del miglior giornalismo.

Sono passati dieci anni e pochi giorni da quando Antonio Polito pubblicò sul Corriere della Sera un articolo intitolato “Il marcio e il caos”: un affondo impietoso e penetrante suimali secolari che affliggono il nostro Paese, oltre le contingenze ‘hic et nunc’ di un fatto, di un’occasione, di una mera e riduttiva parentesi del momento. Il titolo è quello che riprendo, vale ancora oggi e acquista pregio come il vino d’annata, il tema che affrontava l’editorialista è di quelli che vanno oltre l’empirismo e le contingenze del momento. Come a dire: ci sono dei mali di fondo, delle cancrene che non si riducono a formulette da effetti speciali, come “prima o seconda repubblica”, trascendono persino le appartenenze pseudo-ideologiche che sono spesso contenitori vuoti di idee e di progettualità e colmi invece di slogan e promesse, non si spiegano con le poco convincenti formule mandate a memoria dagli affabulatori e mestieranti del momento: il pregio di chi vi cerca spiegazioni più convincenti come fece Polito è di immaginare il futuro, osservando il presente ma senza dimenticare il passato. Saperlo fare con il dono della sintesi offre opportunità di riflessioni postume perché in quel coagulo di pochi, illuminanti concetti, ci sono derive che a cascata spiegano il resto senza indulgere nella retorica di analisi che ci consegnano dubbi e interrogativi più che risposte.

“Sosteneva Polito” e credo sostenga tuttora che la ciclica narrazione della giustizia a orologeria è qualcosa che prima o poi bisognerebbe chiarire con una indagine statistica promossa dal Csm: il tintinnare di manette che non avremmo più voluto sentire dopo lo tsunami di “mani pulite” ritorna periodicamente ma…Più che al disegno intelligente di un deus ex machina che manovra dall’alto le inchieste sembra piuttosto di assistere a un vero e proprio caos organizzato, all’incrociarsi casuale ma micidiale delle tre debolezze del sistema-Italia: una corruzione dilagante, una politica declinante, una giustizia debordante

La corruzione è così diffusa che pervade ogni strato e target sociale, “il pizzo, la tangente o la mancia” non sono prerogative della casta politica o imprenditoriale, sono una cancrena diffusa che incontriamo appena oltre la soglia di casa. I comportamenti virtuosi sono eccezioni perché il marcio prevale, dal condominio alle partecipate, dagli enti locali alle nomine, dai concorsi truccati alle raccomandazioni, dagli appalti alle speculazioni, si va oltre i classici da codice penale scoperchiati da tangentopoli- peculato, concussione, malversazione ecc. – truffe, imbrogli e raggiri sono diventati costume sociale prevalente e questo radicamento pervasivo ci spiega perché è giusto invocare un cambiamento morale che riguardi il Paese e non solo la sua classe dirigente. 

Sono passati e sepolti i tempi della stretta di mano e della parola data, ora tutto è labile insidioso. La politica declinante è sotto gli occhi di tutti e tocca i temi della cronaca quotidiana da molti anni a questa parte, come su una sorta di piano inclinato scivoloso senza possibilità di risalita: non è necessario scomodare Max Weber o Zygmunt Bauman o Jurgen Habermas per riannodare i fili dell’etica politica o viceversa evidenziarne i mali. Da molti anni Paese legale e Paese reale sono separati da un gap incolmabile, l’intermediazione sociale sta scomparendo, i cittadini sono privati persino della possibilità di esprimere un voto che consenta di scegliere i migliori anziché i nominati dai capi dei partiti, l’astensionismo elettorale si avvia a superare il numero dei votanti, ciò che comporterà di riscrivere le regole della democrazia rappresentativa. 

Nel frattempo una miriade infinita di temi si è affacciata all’orizzonte, dalla pandemia alla guerra, dal welfare al lavoro, dalla scuola alla sostenibilità ambientale, dalla digitalizzazione all’emigrazione, alle derive demografiche che entro fine secolo configureranno un nuovo ordine mondiale. Di fronte a tutto questo la politica balbetta e rinvia, il procrastinamento sembra una scelta inevitabile di fronte all’inazione dovuta a mancanza di competenze e all’essenza di assunzione di responsabilità. Mario Draghi ha provato a sintetizzare tre requisiti di cui i decisori politici dovrebbero avere sicuro possesso – la conoscenza, il coraggio e l’umiltà – ma francamente non se ne vede traccia. Tutto è come avvolto in una cortina di mediocrità, promesse, slogan e luoghi comuni, avremmo bisogno dei Padri della Repubblica e ci ritroviamo in larga parte dei mestieranti privi di lungimiranza e visione.

Ad esempio: con quali programmi e uomini ci presenteremo alle Europee del 2024? Eppure la dimensione mondialistica dei problemi sul campo ci riconduce a quella sede istituzionale. Quanto alla giustizia debordante è chiaro che essa tende a sostituirsi alla politica in declino: laddove le leggi sono incomprensibili o violate è necessaria un’interpretazione giurisprudenziale. Si aggiunga una coreografia che fa spettacolo e audience, un sistema mediatico che sempre meno fa differenza tra sospetti e prove”, l’eccitazione popolare che confonde la giustizia con il giustizialismo e – in cauda venenum – la smania di protagonismo che “sempre più proietta le toghe in politica”.

La tripartizione dei poteri era stata una grande intuizione di Montesquieu che ha ispirato la configurazione delle moderne democrazie occidentali: l’impressione è che ci siano tendenze che ci allontanano da quella chiarezza granitica, verso il caos.


Staccare la spina al Reddito di cittadinanza? L’Agenda Draghi non piaceva, ma il governo ne gestisce la continuità.

Il

Danilo Campanella

Il governo lo aveva annunciato anche prima di insediarsi. Che non amassero il Reddito di cittadinanza (RDC) lo si vedeva subito, e buona parte degli italiani erano contrari a mantenerlo. Ai cittadini sono comprese naturalmente quelle aziende, nelle loro parti datoriali, che avevano fatica a reperire manodopera, agli attuali costi di mercato. Il Reddito di cittadinanza dopo appena quattro anni risultava una misura obsoleta, invisa e inadeguata al periodo di recessione. 

Non pochi servizi giornalistici hanno contribuito a delegittimarlo, mostrando coloro che si sono approfittati di questa misura, come anche l’inadeguato controllo nella gestione dello stesso. Tra il cancellarlo e il riformarlo, però, hanno preferito la seconda opzione. Si chiamerà probabilmente “Mia” e distinguerà i poveri in famiglie: quelle in cui ci sono persone occupabili e quelle in cui sono inoccupabili poiché, ad esempio, disabili. I nuclei familiari la cui situazione economica è al limite della povertà e avranno al loro interno almeno un individuo, un parente, con stipendio o pensione, dovranno trascinarsi anche gli altri?

Comunque, nel ciclo tutto italiano tra illusione e delusione, il vecchio Reddito di cittadinanza verrà riformato, abbassando, di fatto, il bonus erogato (si parla di 375,00 euro) con un Isee non superiore a 7200,00 euro e rendendo più strette le maglie per riceverlo. Il Reddito di cittadinanza aveva almeno altre due funzioni, sottaciute, oltre la più nota evidente motivazione di sostenere i poveri: affrancare i giovani dalla malavita offrendo un’alternativa alle organizzazioni criminali; costringere le parti datoriali ad alzare le retribuzioni. Non c’è stato abbastanza tempo per realizzare il primo e non si è realizzato il secondo punto. Non siamo qui a giudicare una misura che poteva, doveva, essere riformata, senza però usare come parametro di modifica il risparmio. Attualmente, leggendo e ascoltando i Media, il governo in parte smentisce, in parte conferma. Nelle prossime settimane vedremo la direzione in cui andrà il provvedimento di revisione all’ RDC. 

Il Governo Meloni, nonostante il suo impegno nel sorreggere le masse popolari, fa’ i conti con la necessità di restare fedele all’agenda precedente, tracciata dal Governo Draghi: una strada in cui l’esigenza di far quadrare i conti dello Stato rappresenta la bussola principale, nonostante sia ancora viva la questione salariale nazionale. Tanto che, fino a poco tempo fa, si parlava di salario minimo; un’idea forse discutibile, nella sua attuazione, e comunque lasciata nel dimenticatoio. Tuttavia, il caso del Reddito di cittadinanza, erogato dal marzo 2019, ed ora probabilmente riformato ma rendendolo, di fatto, inutile, testimonia ancora una volta un elemento importante, peculiare del nostro Paese: debito e spesa pubblica in Italia non consentono di fare qualunque cosa. Un’evidenza che, spero, verrà tenuta in contro dalla cittadinanza, anche nelle prossime elezioni, quando l’ennesimo imbonitore di piazza strillerà dal suo megafono la promessa elettorale del momento. Visti i pregressi, non sognate. Anche per questo, pare, servono i soldi.

Nigeria, terra di sangue e di stupri: sono i cristiani a pagare il conto del terrorismo targato Boko Haram.

Giovanni Federico

Per fare un breve riassuntino di geografia, la Nigeria, ripartita in 36 Stati, è un paese di appena 200 milioni di abitanti e prende il nome dal fiume Niger che bagna quella parte di Africa occidentale. Per quanto faccia, la sua acqua non riesce a portare via il sangue che infesta quella terra e non soffoca nelle sue acque l’orrore delle grida delle sue vittime.  La sua popolazione è più o meno divisa tra cristiani e mussulmani ma da anni la convivenza si è fatta infernale. Al Sud in prevalenza i primi, al Nord soprattutto i secondi.

Nel nord del paese, introdotta la legge islamica, o Sharīʿa, nell’ordinamento di alcuni Stati settentrionali si è dato inizio ad una serie di azioni intimidatrici che invoglino i cristiani a lasciare le terre del Nord. È un paese con una economia in espansione ma che non ha perso memoria di come il male abbia una sua primitiva cruenza e serva per non perdere il senso delle origini, di quando si era al tempo a doversela cavare tra le belve. Boko Haram è un movimento fondamentalista che non vede di buon occhio i cristiani. Sorto nel 2009 gli hanno fatto fuori il leader ma il drago ha sette teste e continuamente rialza il restante capo nel suo delirio di onnipotenza. Così dal 2011 fa fede al suo nome che sta a significare “L’educazione occidentale è peccato”. Per onestà, nell’ambizione di un Califfato da costituire, non sono mancate stragi neanche nelle moschee.

I sanguinari di Boko Haram fanno razzie nei villaggi, ne rapiscono la gioventù, lasciando sul posto un bel mucchio di cadaveri a riprova che sono abili ad andare al sodo nell’incutere terrore. Lo stupro metodico è l’antipasto di ciò che verrà. L’8 marzo due testimoni di questi misfatti sono stati ricevute in Vaticano e poi nello stesso giorno accolte dalla Comunità della Parrocchia di Santa Chiara di Don Andrea Manto, che si è fatto promotore della iniziativa, insieme alla dottoressa Sandra Sarti, Presidente di “Aiuto alla Chiesa  che Soffre – Acs Italia”. Le giovani non hanno detto nulla di particolare. L’una, per un anno chiusa in una gabbia, per non aver voluto sposare, all’età di soli dieci anni, uno dei capi della banda. Le hanno ammazzato il fratello davanti agli occhi facendolo letteralmente a pezzi. Al padre dell’altra hanno chiesto di accoppiarsi con la figlia. “Non posso dormire con la mia carne e il mio sangue, mia figlia, preferirei morire piuttosto che commettere questo abominio”, è stata la risposta dell’uomo. È finita che lo hanno decapitato e consegnato la testa nelle mani della figlia obbligata ad assistere alla mattanza.

Le due perseguitate sono state accolte nel Centro traumatologico della diocesi di Maiduguri, costruito con l’aiuto dei benefattori di “Aiuto alla Chiesa che Soffre” dove una squadra di esperti provvede al recupero delle vittime di tanta violenza. L’8 marzo si sono festeggiate le donne. Presi dall’ebbrezza delle celebrazioni, si corre il rischio di cadere nell’indifferenza verso una parte del mondo dove si è sfortunati se ti accade che quella terra ti dia i natali. Le giovani donne hanno ricordato come ci sia da ringraziare il cielo di nascere in Occidente o comunque non dove a loro è capitato. Hanno parlato con un filo stentato di voce, che è lo specchio dello spiraglio appena dei giorni a venire che forse riescono a intravedere. Dovrebbero sbarazzarsi della loro storia, cancellarsi e ricominciare da capo. Su di loro incombe la condanna perenne di ciò che è stato, prigioniere di un orrore che a loro purtroppo non fa più meraviglia. Su di loro la memoria di una macelleria di uomini e donne che, in quanto si è resa possibile, perciò stesso potrebbe ripetersi, se non a loro ad altri. Non è più un timore. È solo un fatto con cui convivere. Non hanno da aspettarsi più nulla. Non c’è più paura che ormai possa davvero scuoterle. Quando ti levano il senso della sorpresa e del terrore ti hanno rubato il futuro. 

L’indifferenza è il morbo che potrebbe averle invase. Lotteranno per cambiare le carte del loro destino che sembra già tutto consumato nei pochi anni che hanno vissuto. Incombe su di esse il pericolo di un seme dell’inerzia che potrebbe aver attecchito sulla loro pelle, in opposizione al nostro gran manovrare quotidiano. Eppure c’è qualcosa di più che non dovrebbe sfuggire. Non il richiamo alla nostra abitudine alla efferatezza di certe regioni dell’Africa, non il rimprovero al nostro disincanto perché nelle terre selvagge, selvaggia è la vita che ti attraversa per l’intero. La tragedia non è nella nostra abitudine a carneficine di cui ci arrivano voci di tanto in tanto dai media. Il dramma è, al contrario, nella nostra differenza. La nostra percezione di diversità ci rende distanti dalle due ragazze di cui si è dato qualche traccia. E’ la piena consapevolezza di questo nostro essere “altro” a farci sentire estranei al resto dei fatti. 

È la nostra esatta distinzione, non solo geografica, da un martirio che non può in alcun modo sfiorarci, che ci separa in spirito e corpo dai 75.000 morti della Nigeria. Non si tratta della differenza cristiana, ma di una pretesa separazione antropologica che marca una linea di confine con quelle esperienze. Nella guerra dei Balcani, non troppo lontano da noi, è stato breve segno la foto di quelle milizie che giocavano a pallone con la testa mozzata del nemico.“Africa ama” è il titolo di un vecchio docufilm che descrive gli usi tribali di un continente che sta perdendo le proprie tradizioni minacciate dalla modernità incombente e che non sembra ad oggi abbia ancora attecchito. “Giù la testa” è lo slogan ancora di gran voga in Nigeria.

Il pluralismo come “condizione irrinunciabile” per la presenza dei Popolari nel Partito democratico. Il Documento del Comitato dei 58. 

Redazione 

L’aggressione russa all’Ucraina, lo spostamento degli equilibri mondiali a favore delle maggiori autocrazie, l’esplosione di alcune emergenze quali quella energetica quella climatica e quella demografica, l’emergere di piattaforme valoriali attorno ad essenziali diritti soggettivi che a volte reclamano una nuova declinazione,  il cambio di maggioranze parlamentari in diversi paesi fra cui l’Italia con il conseguente prevedibile spostamento dell’asse politico dell’Unione verso destra, configurano un quadro di problemi che sfidano tutte le tradizioni politico-culturali, fra cui sicuramente quella cattolico democratica, anche per il ruolo fondamentale che essa ha avuto nel definire i contesti costituzionali dell’Italia e dell’Europa.

L’auspicio che esprime questa Assemblea dei rappresentanti dei delegati all’ultimo congresso del PPI, è quello della ripresa di una iniziativa di elaborazione culturale e politica, e insieme di formazione di una nuova classe dirigente, sia da parte di chi è già impegnato in prima linea nelle diverse sedi parlamentari e di partito, sia da parte di chi dall’esterno delle istituzioni è chiamato a offrire un contributo di pensiero e di elaborazione sistematica, attingendo alle scienze contemporanee oltre che al magistero della Chiesa sempre più originale e stimolante. Il principio generativo oggi imprescindibile è, infatti, quello della fraternità, su cui è possibile costruire nuove convergenze fra culture spirituali e immanenti, indispensabili se si pensa anche solo alla trasformazione antropologica in corso.

Così come è sempre più urgente concentrare l’attenzione sulla crisi della rappresentanza e, dunque, della democrazia, alla luce anche delle annunciate, quantunque apparentemente felpate e subdole, riforme del nostro modello istituzionale in termini presidenzialistici.

Per queste ragioni, ferma restante la riconosciuta pluralità delle opzioni politiche dell’elettorato cattolico, si esprime l’auspicio che, a quanti tra di loro scelgono quella riformista rappresentata dal Partito Democratico, venga confermata come condizione irrinunciabile, vero presupposto per la costruzione di una credibile alternativa alla destra, anche nel nuovo contesto postcongressuale, un reale – cioè praticabile e praticato – pluralismo culturale e politico, così come avviene in tutte le moderne democrazie e in tutti i Partiti Democratici, a partire da quello statunitense, da sempre considerato punto di riferimento del Partito Democratico italiano.  

N. B. I motivi dell’astensione sono stati espressi da Lucio D’Ubaldo nell’articolo pubblicato ieri – vedi link –  sul nostro blog. 


Effetto Schlein: il pluralismo dei Popolari non si declina, salvo forzature, nell’esperienza del Pd.

Giorgio Merlo

Come capita nelle migliori famiglie – e quindi anche nelle famiglie politiche – anche tra i Popolari italiani c’è un forte e vivace pluralismo. Pluralismo politico e, di conseguenza, anche di natura elettorale. Certo, sarebbe complicato censire oggi la mappatura dei Popolari su tutto il territorio nazionale. E, forse, è bene anche astenersi. Ma, per fermarsi alle realtà più significative nella stagione contemporanea, ci limitiamo a qualche segnalazione.

Innanzitutto non possiamo non citare il famoso “gruppo dei 58”, cioè di una realtà che è nata nel lontano 2002 dopo la cessazione delle attività del Partito Popolare Italiano che doveva garantire la transizione di quel partito nella Margherita. Attenzione, un partito, il Ppi, tecnicamente “sospeso” e non sciolto. Come, del resto, il suo principale organo di informazione, la gloriosa testata “Il Popolo”. Si tratta, comunque sia, di un organo di 58 persone che ha conosciuto nel tempo, secondo procedure di cooptazione, vari subentri.

Dopodiché c’è l’Associazione dei Popolari guidata da Pierluigi Castagnetti, ormai fungibile nel ruolo di corrente all’interno del Pd. Un obiettivo, come ovvio, che non dovrebbe appartenere alla logica dell’autonomia dei Popolari… Comunque sia, si tratta di una operazione complessa e difficile – al di là della buona volontà dei singoli – soprattutto oggi, in un partito a guida Schlein, cioè di un esponente politico radicalmente esterno ed estraneo alla tradizione culturale e politica del cattolicesimo popolare e sociale. E questo perchè la sua formazione, com’è noto a tutti tranne a chi “non vede, non sente e non parla”, ha un’impronta coerentemente radicale, massimalista, estremista e libertaria. Cioè, per dirla in termini ancora più semplici, rappresenta l’esatta alternativa di tutto ciò che è stata quella storica cultura democratica e riformista.

Inoltre, e soprattutto di fronte al “nuovo corso” politico e culturale del Partito democratico, è decollata recentemente una nuova esperienza dei Popolari, ormai radicata in tutta Italia, che guarda al Centro – storico “campo” politico ed ideale dei cattolici popolari e sociali – e che si è ritrovata a Roma nelle settimane scorse in una affollata assemblea nazionale al Parco dei Principi. Un’iniziativa che contempla anche l’avvio di una interessante ed originale “piattaforma popolare” ideata e guidata da Beppe Fioroni dopo il suo addio al Pd coincisa con la vittoria alle primarie di Elly Schlein.

Per non parlare delle innumerevoli, e numerosissime, esperienze di Popolari disseminate in tutta Italia e che sono presenti soprattutto nelle amministrazioni locali attraverso liste civiche e di specchiato orientamento cattolico popolare e sociale.

Infine, non possiamo dimenticare anche le realtà Popolari presenti nel campo del centro destra che non possono, come ovvio, essere bollate di “incoerenza” da qualche improvvisato e burlesco tribunale della verità e dell’ortodossia. Ecco perchè parliamo di pluralismo politico, culturale ed elettorale dei Popolari. Nessuno, cioè, può rivendicarne, oggi, l’esclusiva rappresentanza e titolarità politica ed organizzativa. Perchè a nessuno viene riconosciuta questa titolarità politica e culturale e, soprattutto, questa autorevolezza morale. Men che meno a quegli esponenti che cercano a tutti i costi un comprensibile spazio politico, e di potere, all’interno di un partito come il Pd che, con la nuova leadership è destinato, come vuole rumorosamente tutta la base di quel partito, ad essere un soggetto politico sempre più espressione di una sinistra estremista e radicale.

Quello che conta, semmai, è continuare a rispettare il percorso di ognuno, ben sapendo che da una cultura politica comune può sempre nascere, nello scorrere del tempo, una altrettanto comune prospettiva politica. Senza arroganza e senza presunzione di superiorità da parte di chicchessia.

Aldo Moro 45 anni dopo, la sua lezione è ancora viva: “Noi non vogliamo essere gli uomini del passato, ma quelli dell’avvenire”.

Francesco Marcelli 

Quarantacinque anni fa veniva rapito Aldo Moro. Un grande statista con una visione assai lungimirante se ne andava, lasciando l’intero Paese in subbuglio. La politica italiana non sarebbe più stata la stessa.

Il Caso Moro spaccò il Paese in due, animando una “vasta discussione pubblica sul piano dei principi”, come ricorda il professor Agostino Giovagnoli (“Il caso Moro”). Da una parte i sostenitori del “partito della fermezza”, dall’altra i sostenitori del “partito della trattativa”. La celebre tragedia greca di Sofocle del 442 a.C., l’Antigone, risultava più attuale che mai. Aveva ragione Creonte a difendere le leggi e l’integrità dello Stato o Antigone a proteggere il singolo individuo? Chi è più importante e va salvaguardato per primo, lo Stato o la persona? A un dilemma di queste proporzioni Moro, già molti anni prima di essere rapito, durante la prima lezione tenuta all’Università di Bari (3 novembre ’41), aveva risposto dicendo “la persona prima di tutto”.

Aldo Moro era un “sognatore realista e lungimirante”, un uomo cioè dotato di grande praticità e professionalità, ma allo stesso tempo capace di rischiare. Un uomo con una visione di ampio respiro, le cui azioni politiche furono di certo un azzardo, mi riferisco in particolare all’alleanza con il Psi di Nenni prima e con il Pci di Berlinguer poi. Moro, come spesso accade alle persone abituate ad approcciare la complessità con una volontà costruttiva, venne di fatto attaccato da tutti o rimase sovente incompreso. Egli ci ha insegnato che a volte le persone più rivoluzionarie sono coloro che con pacatezza e in silenzio, ma anche con grande coraggio, sviluppano principi di progresso che scardinano dal di dentro un intero sistema, che per sopravvivere deve evolversi e trasformarsi. “Il domani non appartiene ai conservatori ed ai tiranni, è degli innovatori attenti, seri, senza retorica”; così diceva Moro nel 1963.

Un politico astuto, con un progetto politico azzardato ma geniale. Dietro la strategia del confronto c’è l’intelligente proposito di normalizzare il Pci rendendolo un partito di governo, così da assottigliare sempre più le differenze sostanziali tra i due partiti di massa. Era questo un modo per risolvere lo stallo politico, per evitare che la Dc potesse perdere ulteriori consensi e al tempo stesso per offrire al Pci di uscire dall’isolamento. Tuttavia le frange più intransigenti e radicali della Dc e del Pci, dell’Italia e dei Paesi Nato, considerò questo un rischio troppo elevato. Molto spesso prevale nella storia la mentalità dicotomica del noi contro loro che non ammette compromessi o rischi: Moro da questo punto di vista era anni luce avanti. Personalmente credo che con il suo esempio di vita Moro ci abbia insegnato che la politica con la P maiuscola esiste, ed essa è sempre frutto di compromesso costruttivo e non di banale opposizione ad oltranza fine a se stessa.

A 45 anni dal caso Moro la verità non è ancora venuta completamente a galla, ma questo non significa affatto che dal 1978 ad oggi non siano stati trovati indizi centrali. Infatti negli ultimi anni il lavoro della II Commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro ha gettato nuova luce su vari aspetti poco o per niente approfonditi dalle indagini precedenti. Di questo e di molto altro parleranno, il 15 marzo alle ore 16:00 a Roma in via Lucullo 6 (sede nazionale Uil), Gero Grassi, Lucio D’Ubaldo, Paolo Carusi e Roberto Campo, che cercheranno di illustrare i più recenti studi sul caso Moro.

A noi piace credere che parlare di Aldo Moro sia il modo migliore, se non per avvicinarsi alla verità, almeno per ricordare; e per ricordare intendo qualcosa di attivo e non passivo. Spesso dimentichiamo che la memoria fine a se stessa non porta a molto; al contrario il ricordo del passato, funzionale all’azione nel presente e nel futuro, è utile a tutti noi. Concludo così ricollegandomi a quanto affermato da Moro sessanta anni fa (24 marzo 1963): “Noi non vogliamo essere gli uomini del passato, ma quelli dell’avvenire”.

Riannodare i legami con il territorio

Marco Follini

Elly Schlein ha dalla sua il fattore novità. È giovane, inedita, “fresca” se così si può dire. Da lei ci si aspettano sorprese e si può esser certi che farà del suo meglio per sorprendere. Magari anche divincolandosi dall’abbraccio un po’ troppo stretto di alcuni dei suoi grandi elettori.

Ma il terreno su cui si giocherà le sue fortune sarà soprattutto quello del recupero di una tradizione dimilitanza meno innovativa delle sue parole d’ordine. Nella breve storia del Pd, e in quella più lunga dei partiti che vi hanno dato origine, esiste una consuetudine di impegno, formazione, assiduità politica che spazia dal volantinaggio davanti a fabbriche e scuole ai raduni serali nelle sezioni di una volta fino alla cura metodica di segmenti elettorali accuditi con certosina pazienza. 

Tutte cose che non vanno più molto di moda e che però costituiscono un insieme di legami che andrebbero riannodati – sia pure in forme meno canoniche dei nostri più antichi ricordi. Se posso introdurre un piccolo ricordopersonale, da lontano segretario di un lontano partito, in quel della provincia di Brescia mi capitava ogni volta di chiudere la campagna elettorale in un paesino, Monticelli Brusati, dove il mio amico Mario Scotti – da bravo dirigente politico – radunava legioni di amici coltivati in anni e anni di quotidiana assiduità. Quel giorno quel paese si gonfiava di presenze che erano il frutto di una consuetudine che sapeva di buona politica.

Ecco, ad Elly Schlein consiglierei di frequentare assiduamente i mille Scotti e i mille Monticelli Brusati di cui è popolata la sterminata periferia della democrazia italiana.

Fonte: La Voce del Popolo – 9 marzo 2023

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del settimanale della Dicocesi di Brescia]

Bodrato scuote i Popolari, Castagnetti mette Schlein nel mirino. Non è però azzardato, a questo punto, chiudersi nel Pd?

Lucio D’Ubaldo

La riunione del “Comitato dei 58”, l’organismo che dal congresso del 2002 garantisce la continuità del Ppi – partito mai sciolto tecnicamente ma in verità soltanto sospeso – è stata l’occasione per un ampio confronto sul futuro dei Popolari. In apertura, Pierluigi Castagnetti ha letto una bella riflessione di Guido Bodrato che gran parte degli intervenuti ha voluto commentare, con largo consenso sull’impianto complessivo. Ignorato invece, quasi per istinto di rimozione, lo strappo di Fioroni: che uno dei fondatori del Pd abbia deciso di abbandonare il partito, è passato inopinatamente sotto silenzio.

Ma cosa ha detto Bodrato? In sostanza, le sue parole costituiscono l’invito a riflettere sulla necessità di un’analisi severa della realtà, badando a non portare fuori asse il discorso sulle prospettive. «Dalla “continuità della storia”riemerge, con Giorgia Meloni, anche l’immagine del passato?». A questa domanda segue una risposta molto netta: «A mio parere – sottolinea Bodrato – è rischioso affidare la presenza politica dei partiti democratici alla categoria del nemico, alla radicalizzazione del confronto (che diventerebbe “scontro”), come avviene con il bipolarismo. Ripeteremmo l’errore che ha fatto Letta nella campagna elettorale di settembre, quando si è definito “rosso” ed ha affidato alla Meloni la parte del “nero”. Se questa era la domanda, la risposta ere prevedibile, come all’inizio del Novecento». 

Come è noto, Bodrato non ha partecipato al momento fondativo del Partito democratico, né successivamente si è disposto ad aderirvi; ciò nondimeno, di questo partito ha visto e continua a vedere le potenzialità, la funzione indiscutibile di grande coagulo di volontà e aspettative di rinnovamento, nonché i limiti intrinseci, già percepibili all’atto della sua fondazione, per il tratto di artificialità che ha segnato l’incontro delle culture riformiste in un rivendicato sforzo di auto trasformazione e cambiamento, al servizio del Paese. Questa lettura problematica di un disegno  condizionato da insufficiente preparazione, con le inevitabili conseguenze in termini di armonizzazione e sviluppo dell’iniziativa politica, costituisce un monito al conformismo di posizionamenti acritici.

Ora, l’unanime consenso registrato sul merito degli argomenti di Bodrato, stride con il documento proposto da Castagnetti a conclusione dei lavori. E ciò non tanto per la lunga premessa che riassume le considerazioni attorno alle novità emergenti, compresa l’elezione “a sorpresa” di Elly Schlein, quanto per il vincolo a verificare entro il perimetro stretto del Partito democratico la sussistenza delle condizioni di agibilità a riguardo dell’impegno dei Popolari. È sul dispositivo finale, infatti, che emerge la difficoltà oggettiva a ritrovare un nesso di coerenza rispetto alla proclamata esigenza di rimobilitazione, auspicabilmente con margini di reale autonomia, del mondo popolare.

Per questo, in spirito di amicizia e solidarietà, come d’altronde si conviene tra persone che condividono una lunga e finanche sofferta esperienza di militanza politica, ho ritenuto necessario distinguere la mia posizione, accettando nel suo complesso il documento ma astenendomi sulla parte finale, quella che restringe “sine necessitate” l’ambito dell’iniziativa popolare. Penso sia azzardato, a questo punto, rimanere intrappolati nel gioco di un partito – il Pd – che nella “versione Schlein” appare quanto meno asettico nei confronti del cattolicesimo democratico.

Ucraina, esiste una mano invisibile che non vuole la pace?

Giuseppe Davicino

A più di un anno dall’invasione russa dell’Ucraina e a quasi nove anni dall’inizio della guerra nel Donbass, la comunità internazionale è ancora alla ricerca di una via di uscita per questo conflitto. L’Italia sta dando il proprio contributo sia al sostegno, umanitario e militare, all’Ucraina, a fianco degli Stati Uniti e insieme a Nato e Unione Europea, sia alla ricerca di una soluzione diplomatica. All’interno di questo quadro si possono esaminare prese di posizione che restituiscono la misura della enorme posta in gioco in questa guerra.

In particolare si segnala l’iniziativa cinese. Il governo di Pechino ha avanzato una proposta di un piano di pace, respinta dall’Occidente, e a affidato al suo nuovo ministro degli esteri Qin Gang valutazioni sui rapporti con l’Occidente in relazione al conflitto in corso in Ucraina.Naturalmente la propaganda cinese va rispedita al mittente. Ma alcuni recenti giudizi del neoministro degli Esteri cinese, espressi ieri l’altro durante suo primo incontro con la stampa,  sollevano questioni di comune interesse che non credo sia conveniente ignorare. Soprattutto quello relativo a una presunta “mano invisibile” che, secondo il capo della diplomazia di Pechino, spingerebbe il conflitto verso l’escalation e tenterebbe di usare la crisi ucraina per servire una certa agenda geopolitica.

Seguendo la linea della verità storica, che, come in ogni guerra, deve fare delle concessioni alla verità politica, non è poi purtroppo così difficile dare un senso alle illazioni del ministro Qin Gang. La mano, che così tanto invisibile non era, la si è vista all’opera in Ucraina sin dal 2014, ed era la mano dei neocons americani, allora rappresentati dalla incaricata del Dipartimento di Stato per l’Ucraina Victoria Nuland (consorte di quel Robert Kagan che è stato tra gli ispiratori delle operazioni militari americane per esportare la democrazia in Afghanistan e Iraq). La mano invisibile era quella che negli anni dei negoziati di Minsk per la pace, guadagnava tempo, come ha ammesso anche l’ex cancelliera tedesca Angela Merkel, mentre armava l’Ucraina e ne accresceva l’esercito fino a farlo diventare quello più numeroso in Europa.

Si tratta quindi di una questione della massima importanza, l’esistenza o meno all’interno dell’Occidente di una agenda geopolitica non certo riferibile agli Stati Uniti come nazione, ma di parte, se non addirittura privata, riconducibile a grandi poteri economici, che usa l’Ucraina, anche facendo esporre al massacro a decine di migliaia le giovani leve e il popolo ucraino, pur di fare terra bruciata su ogni possibile soluzione diplomatica del conflitto, propedeutica a un percorso in direzione del multipolarismo, ovvero del reciproco riconoscimento fra le potenze del XXI secolo per la gestione della politica mondiale.

Sin dall’inizio dell’invasione russa era opinione largamente condivisa, e confermata dopo un anno di feroci combattimenti, negli ambienti di comando e di analisi militari, che la guerra non poteva esser vinta da nessuna delle parti e che dunque si impone una soluzione diplomatica. Ma è altrettanto vero che, data la posta in gioco, lo scontro sul modello di relazioni internazionali per il XXI secolo, non c’è e non ci sarà alternativa alle armi, e alle loro conseguenze devastanti, fintantoché continuerà a mancare un accordo fra le superpotenze sul multipolarismo.

Sono aspetti da considerare e che lungi dal complicare le relazioni tra gli alleati occidentali, rinsaldano il loro legame e quello fra governanti e cittadini all’interno degli stati membri dell’alleanza atlantica.

In particolare l’Italia che è geograficamente protesa verso una parte importante del nuovo mondo dei Brics, l’Asia e l’Africa, sta esercitando con autorevolezza, e in stretto coordinamento con gli Alleati, un ruolo di precursore di un sistema di relazioni internazionali improntate al multipolarismo, confermato da ultimo dalla visita del premier Meloni in India. Un ruolo che potrà giovare anche al pieno ristabilimento del controllo dell’Amministrazione americana sulla propria politica estera, estromettendo quanti hanno forzato la situazione in una certa direzione senza una precisa delega politica, in modo da poter smentire con i fatti le insinuazioni cinesi e soprattutto per dare una soluzione diplomatica al conflitto ucraino nel quadro di una ritrovata fiducia e collaborazione fra i principali blocchi del mondo.

Sinistra, ritorna la faziosità verbale e politica. Ognuno è figlio della sua storia.

Giorgio Merlo

C’è un vecchio detto popolare che interpella chi fa politica e recita che ‘ognuno è figlio della sua storia’. Si può essere d’accordo o meno con questo detto ma è una considerazione abbastanza oggettiva e che risponde, piaccia o non piaccia, a verità. Un esempio classico lo possiamo trarre dal bel libro scritto recentemente dall’amico Pier Ferdinando Casini. Al di là del suo lungo e articolato percorso politico, culturale ed istituzionale, è indubbio che Casini ha conservato lo stesso stile, lo stesso metodo e la stessa concezione della politica frutto, e conseguenza, della sua natura e del suo profilo “democristiani” maturati sin dall’inizio della sua carriera pubblica.

Ma, per tornare ad un aspetto squisitamente attuale, c’è una novità che non possiamo non cogliere nel dibattito politico contemporaneo e dove, guarda caso, si può ripetere tranquillamente quello slogan. E cioè, “ognuno è figlio della sua storia”.

E l’occasione ci viene offerta in modo persin plastico dal linguaggio “ritrovato” della sinistra italiana, soprattutto dopo l’ascesa al potere della Schlein a segretaria nazionale del Pd. Ora, è sufficientemente noto che la sinistra italiana, nella sua versione ex e post comunista, ha sempre conservato nel suo pantheon alcuni elementi costitutivi che potremmo sintetizzare con pochi titoli: la delegittimazione morale degli avversari/nemici politici; una presunta superiorità morale rispetto agli avversari/nemici politici; la criminalizzazione politica di tutto ciò che non è riconducibile al “campo largo” – per usare un termine contemporaneo – della sinistra e che viene, di conseguenza, definita come “postura fascista” o “deriva autoritaria”; la rivendicazione di una supposta e anacronistica maggior competenza e preparazione politica e culturale sempre rispetto agli “avversari/nemici politici; e, infine, la simpatia per gli attacchi ripetuti e personali contro singoli esponenti politici del campo “nemico”. Al riguardo, ne sanno qualcosa i principali leader e statisti della Democrazia cristiana nella prima repubblica: da Donat-Cattin ad Andreotti, da Fanfani a Gava, da Rumor a Forlani per citarne solo alcuni.

Ora, sono trascorsi appena 11 giorni dall’arrivo della Schlein alla guida del Pd e quel repertorio fatto di attacchi personali, delegittimazione morale, disconoscimento politico e superiorità morale, è ritornato in prima linea e più in forma che mai. E la piazza di Firenze contro un sempre più fantomatico fascismo – purtroppo nello stesso giorno in cui la mia città, Torino, veniva devastata da una furia di violenza indescrivibile da parte degli anarchici nel quasi silenzio, purtroppo, della piazza antifascista… – è stata una esemplificazione straordinaria di questo repertorio.

Al riguardo, è indubbio che l’arrivo della Schlein alla guida del Pd non può che rinfocolare e contribuire a rafforzare questo approccio in virtù di una radicalizzazione del conflitto politico sempre più marcata ed intransigente. E le prime avvisaglie hanno semplicemente confermato tutto ciò. Appunto, attacchi personali; “intemerate” moraleggianti e moralistiche; patenti di competenza distribuite ogni giorno; richieste di dimissioni persin quotidiane nei confronti di alcuni “nemici” e via discorrendo. Il tutto condito dai sermoni e dalle litanie, sempre più stanche, ripetitive e prevedibili, dei vari Fazio, Bianchi, Gruber, Formigli, Floris, Saviano, artisti, cantanti, intellettuali à la carte ed opinionisti al seguito. Il cerchio, cioè, si è praticamente già chiuso.

Ed è proprio alla luce del ritorno a pieno regime della faziosità e del settarismo della sinistra che la necessità di differenziarsi si impone non solo a livello politico, culturale e programmatico ma anche, e soprattutto, sul versante del linguaggio e dell’approccio con la politica, con i partiti, con le altre forze politiche e i vari leader politici. Il Centro, cioè, e la conseguente “politica di centro”, sono storicamente estranei ed esterni a questa decadenza e a questo approccio. Per questi semplici motivi occorre fare chiarezza. Soprattuto dopo il ritorno della “sinistra” e, con la sinistra, di tutto ciò che si trascina dietro dal passato e che pare essere sempre immutabile ed eterno.

L’Osservatore Romano | Il mio canto libero. Andando controcorrente.

Roberto Cetera

[…] Battisti non rientrava nel main stream giovanile di quegli anni. Lo si cantava nei pullman delle gite parrocchiali, o lo si ascoltava nel chiuso della propria stanza. Ma non certo nelle notti delle occupazioni a scuola. Era snobbato dalla cultura giovanile allora egemone. 

Non c’era traccia di sociale nelle sue canzoni, in un’epoca in cui tutto aveva da essere sociale e politico. Incedeva al surreale al tempo dell’apologia del triste realismo socialista; metteva i sogni in poesia e musica quando si sentenziava, invece, che la cultura fosse sovrastruttura dei rapporti economici. Ma soprattutto parlava d’amore in anni in cui il conflitto era eretto a regola di vita, fino a tramutarsi in astio, poi in odio e poi violenza. “Intimista”, “propagatore di una distrazione di massa”, e anche un po’ “fascio” diceva la leggenda metropolitana. 

Battisti sapeva di essere considerato tale ma se ne infischiava. Per coraggio e per il riscontro che gli veniva dal successo, perché l’amore cova comunque anche sotto la cenere. Io non sono un esperto di musica, e altri, più dotti di me, hanno saputo spiegare perché le sue melodie hanno innovato la musica leggera italiana. Io posso solo dire che a me piaceva tanto, e che, a differenza che con la biondina violinista, ebbi il coraggio dell’outing, dell’affermarlo pubblicamente e contro le mode del tempo. 

Il suo essere controcorrente mi aveva insegnato ad esserlo anch’io. Mi insegnò ad essere libero nella verità. Può sembrare buffo ma fu da lì che cominciai a comprendere che Gesù di Nazareth era più rivoluzionario nella verità di Che Guevara, che i comboniani facevano più bene al mondo di Lotta Continua, che nei Salmi di Salomone c’è più poesia che in Jack Kerouac. Cioè il pensare libero, fuori dalla prigionia degli schemi, mi ha fatto diventare un uomo maturo […] .

Fonte: L’Osservatore Romano – 4 marzo 2023

[Il testo è qui riproposto in ampi stralci per gentile concessione del direttore del quotidiano pubblicato nella Città del Vaticano]

Luana D’Orazio, masticata da un orditoio a 22 anni.

Cecilia Lavatore

Maggio non è un buon mese per morire, lo trovo abbastanza inopportuno, dovrebbe essere vietato dalla legge, si dovrebbe rimandare la faccenda a data da destinarsi. A maggio si nasce, non si muore. 

Ci sono altri mesi per combinare cose del genere. Ad esempio, novembre, secondo me, è il mese più indicato, ma anche marzo: con gli ultimi strascichi d’inverno, di giardini soli, di rami nudi, di nebbia compressa, di rabbia fitta, di silenzi fermi e buio presto. Ma a maggio no. 

A maggio si nasce, non si muore. 

E invece, Luana D’Orazio, ventidue anni e cento quaranta battiti al minuto, è morta a maggio, il terzo giorno del mese dei fiori, col cielo terso a Montemurlo, masticata in provincia di Prato da un orditoio che l’ha inghiottita in 9 secondi:18 respiri sempre più lenti.

Poi niente. Poi niente. Poi niente.

Era il 2021.

Luana aveva un figlio piccolo tutto per sé, una stanza in affitto per lui, un contratto da apprendista, le rate della macchina ancora da pagare, (accidenti!), sette pentole in acciaio Inox, un bel materasso, uno straordinario sorriso, una sorta di  vita davanti, una divisa blu oceano, dei sogni.

Un posto in fabbrica a disintegrarli.

A non farla accadere, a gettarla oltre una saracinesca bassa assai, ossia manomessa, per produrre efficacemente l’8% di panni in più, di ammassi di fibra, di intrecci incolore, inodore, indolore, di luridi stracci aderenti alla pelle da riempire di sudore e poi usare per lavare quando non ci entrano più sui fianchi, quando vai a vedere che sotto sotto ci sbattono, quando alla fine li abbiamo rovinati, quando ci sono andati a noia.

Così poco è costata Luana.

Prima che accadesse questo ennesimo “incidente” sul lavoro, in quei giorni strani di pandemia e altri orrori, io non avevo mai sentito la parola “orditoio”. 

Infatti, non so proprio come sia fatto un macchinario tessile. Non saprei da dove cominciare per spiegarlo. Non so nulla di fabbriche. 

Io ho studiato altre cose.

Magari so bene com’è fatto il reparto donna di Zara, so distinguere una maglia di cotone da una in poliestere, so indovinare la mia taglia senza passare per le luci dei camerini, (chi non le detesta?), so smacchiare le macchie di caffè e anche di vino, (ma non rosso), so come acquistare abiti online. Alle volte so perfino abbinarli. 

Ma non so come si fanno.

Cioè, non lo so com’è fatto un orditoio.

So bene che l’industria tessile è stata il motore del Nord Italia, so che la florida epoca dei Comuni è nata dentro i laboratori di trame, tra gomitoli e potere, reti strette e commerci, so che il mercantilismo e il capitalismo sono iniziati nei filatoi d’Europa, so che le donne nella letteratura hanno sempre amato cucire, per definizione, una loro realtà nella quale possibilmente a maggio si nasce, non si muore.

Ma non lo so com’è fatto un orditoio.

Forse lo avrei potuto chiedere a Luana che mi è tornata in mente oggi quando un mio studente me l’ha rinominata a lezione. 

Insegno in un professionale e parlavamo di un incidente simile avvenuto in una vetreria ieri notte.

F. ha detto “che poi se non stai attento finisci schiacciato come un insetto. Prof, lei se la ricorda Luana?”.

I due proprietari e il manutentore, accusati di omicidio colposo e rimozione dolosa di cautele antinfortunistiche, hanno patteggiato pene lievi lievi come è la terra per chi se ne va. 

Grosse somme di denaro sono state offerte ai familiari della vittima. E rifiutate con sdegno.

Sì, ho risposto, certo che me la ricordo Luana.


8 Marzo | La donna, per una nuova politica.

Stefania Parisi

L’intervento del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni nel palazzo di Montecitorio in occasione della “Festa della donna” ha rappresentato un tassello importante nel rapporto tra donne e politica, tra donne e società, e tra donne e potere. Voglio citare questo intervento, peraltro importante e degno di nota perché espresso dalla prima Presidente del Consiglio donna del nostro paese; e perché proprio l’Italia, per una concomitanza di elementi – non tutti casuali, per la verità – ha fatto un indubbio salto di qualità attorno ad un tema che continua ad essere fortemente dibattuto ma che, al contempo, conserva ancora troppe zone d’ombra. 

Perché il nocciolo del problema, alla fine, non è soltanto riconducibile al ruolo pubblico che alcune donne riescono a raggiungere grazie alle loro qualità e alla loro determinazione. La sfida, semmai, è quella di prendere atto che non ci sarà più alcun dibattito pubblico e alcuna curiosità se una donna ricopre ruoli importanti nella società. In politica come nell’economia, nelle istituzioni come nel sindacato, nell’università come nelle aziende. Insomma, sin quando discuteremo animatamente sul fatto che una donna ha raggiunto ruoli importanti in uno dei settori cruciali della nostra società non potremmo dire di aver risolto definitivamente il problema. Che è semplicemente quello di riconoscere che c’è una perfetta normalità – se non addirittura una “non notizia” – se una donna o un uomo assumono ruoli apicali nei più disparati settori della società.

Dopodichè, come ovvio, continuano ad esistere problemi, gravi e complessi, che coinvolgono l’universo femminile in Italia e, soprattutto, a livello planetario. Tutti conosciamo la drammatica realtà che investe brutalmente la vita normale delle donne in molti Stati. Violenze disumane, diritti negati, ruoli cancellati, carriere stroncate sul nascere, istruzione conculcata, condizioni di vita drammatiche e via discorrendo. Forse sarebbe opportuno, al riguardo, garantire e lavorare quotidianamente per una maggior sensibilizzazione politica, culturale e sociale. Perché sono proprio quelle condizioni irrisolte e drammatiche a livello mondiale che continuano a porre la “questione della vita delle donne” come un tema che resta al centro dell’agenda politica. E non solo politica.

Per questi motivi, locali e mondiali allo stesso tempo, ritengo che l’8 marzo non debba essere altro che una giornata di riflessione, di approfondimento, di confronto e di grande consapevolezza. Una consapevolezza, però, che sia funzionale all’azione e che sia in grado, al contempo, di modificare lo status quo della condizione attuale. Per questo è indispensabile prendere atto delle coordinate culturali che regolano anche la nostra società e continuare a lavorare affinchè il contesto complessivo migliori. Il tutto,come sempre, con le armi della cultura, dell’esempio e della politica intesa come nuova visione della società.


Olga e Shevchenko. Putin suscita richiami e riferimenti che rafforzano la resistenza e l’identità ucraina.

Giuseppe Aloise

Lo scontro militare tra Russia ed Ucraina ha messo in evidenza, da un lato, le mire espansive di Putin e, dall’altro, la ferma resistenza del popolo ucraino che, nonostante le distruzioni e i lutti subiti, mostra un’irriducibile volontà di difendere la propria autonomia ed indipendenza. Putin non ha esitato in questi ultimi anni a recuperare la tradizione imperiale russa che ha sempre ritenuto l’Ucraina una sorta di piccola Russia. Di qui il processo di russificazione e di cancellazione dell’identità del popolo ucraino. A questo tentativo, rafforzato dall’invasione militare, l’Ucraina ha risposto riscoprendo il proprio patrimonio culturale e religioso. La resistenza è anche resistenza culturale.

Non sfugge a nessuno che il popolo ucraino si è riappropriato, prima di tutto, della propria lingua (“una darme, di lingua, daltare” per non essere “un volgodisperso” direbbe il Manzoni ). Pietro I il Grande, cui spesso si ispira il novello Zar Putin, nel 1720 proibì la stampa di libri in ucraino. Addirittura, Alessandro III, altro modello per Putin, nel 1888 vietò l’uso della lingua ucraina nelle amministrazioni pubbliche ed impedì il battesimo di bambini con nomi ucraini. I sermoni in Chiesa in ucraino erano stati già vietati. Nicola II nel 1914 mise al bando Taras Shevchenko che, come vedremo, è considerato il padre della Lingua ucraina. Il clima peggiorò durante il periodo sovietico quando molti intellettuali ucraini furono uccisi. Le chiese e i monumenti di Kiev, le vicende stratificate nel tempo raccontano una storia diversa da quella diffusa dal potere “coloniale” russo. Nel tentativo di giustificare l’uso della forza, Putin suscita richiami e riferimenti che senza volerlo rafforzano la resistenza e l’identità ucraina. Infatti,  qualche giorno fa, concludendo il suo discorso alla Nazione Putin si è riferito a Stolypin, Primo Ministro dello Zar Nicola II, per rivendicare il diritto della Russia ad essere forte.

Questo riferimento a Stolypin richiama alla memoria, proprio per gli intrecci controversi tra russi ed ucraini, un tragico avvenimento che si registrò a Kiev in occasione dell’inaugurazione del Monumento allo Zar Alessandro II, realizzato a seguito di un concorso internazionale vinto dallo scultore palermitano Ettore Ximenes (autore di numerosissime opere fra le quali la “Quadriga” sopra il Palazzaccio a Roma e il  Monumento in bronzo a Dante a Washington). Il 14 Settembre 1911 Stolypin subì un grave attentato a colpi di pistola, che gli procurò la morte 4 giorni dopo, mentre assisteva all’opera lirica “La favola dello zar Saltan” assieme a Nicola II e allo scultore Ximenes.L’attentato avvenne all’interno del Teatro dell’opera di Kiev, dedicato a Taras Shevcenko, poeta e letterato dell’800, padre della lingua e letteratura ucraina, simbolo dell’identità di quel popolo. Durante il Comunismo l’opera di Shevcenko fu “purgata” di ogni contenuto nazionalistico per poterla presentare come un pilastro dell’internazionalismo sovietico. Ma, con il recupero dell’autonomia e dell’indipendenza da parte dell’Ucraina, il grande autore patriottico venne riposizionato nella sua giusta dimensione.Negli anni ‘90 quasi tutte le statue di Lenin furono abbattute in Ucraina e gran parte di esse furono sostituite con le statue di Taras Shevcenko, ormai divenuto il simbolo dell’identità culturale ucraina.

Prima dell’avvio del conflitto russo-ucraino, Putin aveva pubblicato un articolo storico-letterario dal titolo “Sull’unità storica di russi ed ucraini” nel quale sosteneva che autori russi come Gogol e ucraini come Taras Shevchenko “facciano parte di una comune eredità storica e culturale”.Sotto questo profilo, come osserva un acuto diplomatico ed editorialista, Fernando Gentilini, Gogol aveva “una identità plurima – un cuore ucraino, unanima russa ed una mentalità eclettica e cosmopolita”. Ma è lo stesso Gogol che ci ricorda che molto nella storia viene deciso dalla geografia. Quando mancano i confini naturali, e il territorio è per metà steppa e per metà foresta, le invasioni che si registrano nel corso dei secoli tendono a mescolarsi sicché, come è avvenuto in Ucraina, il risultato è un “miscuglio di tartari, polacchi, russi, lituani disseminato tra i popoli slavi preesistenti”.

Gogol si sentiva scisso. La Piccola Russia, ovvero l’Ucraina, rimase sempre nel suo cuore anche quando si era trasferito a Pietroburgo. Per effetto di questa “scissione” sia in Russia che in Ucraina Gogol, nonostante la guerra, viene considerato di casa. Putin, invece, commette un grande errore di valutazione quando assimila Gogol a Shevchenko. Se avesse valutato bene cosa simboleggia nell’immaginario collettivo il padre della letteratura ucraina, non avrebbe avviato la cosiddetta operazione di de-nazificazione. Shevchenko è il simbolo della resistenza e della difesa dell’identità ucraina. “Bisogna opporsi all’invasore senza paura della morte!” Una statua di Shevchenko che, fra l’altro era anche pittore, venne donata nel 2021 dalla città di Kiev alla città di Firenze, in ricordo del loro gemellaggio e si trova nel giardino della Biblioteca delle Oblate. La statua in bronzo raffigura il pittore mentre dipinge su alcuni fogli. Sulla base in marmo della statua viene riportata una frase: “Lottate e vincerete. Un incitamento a lottare per liberarsi dal giogo imperialistico sovietico e rivendicare indipendenza culturale e politica.

Ma quel che è più grave è che Putin si è dimenticato della definizione che di Shevchenko avevano dato i nazionalisti russi: “Porco malorusso buono solo per il lardo” (l’impero zarista identificava con il termine Malorossija i territori dell’odierna Ucraina centrale). Sui testi di geografia (quando la Geografia era materia abbastanza significativa), Ucraina, Bielorussia e Moldavia venivano raggruppati in un solo capitolo dal titolo: Le grandi pianure orientali. Le controversie attuali trovano la loro giustificazione anche nelle condizioni geografiche dei luoghi secondo l’intuizione di Gogol! Non c’è dubbio che Putin, per plasmare la nuova identità della Russia e giustificare il neo-imperialismo zarista, sia costretto a reinterpretare la Storia. In un recentissimo discorso solenne alla nazione non ha esitato ad affermare: “L’Ucraina moderna è stata interamente creata dai bolscevichi, la Russia comunista. Questo processo iniziò praticamente subito dopo la rivoluzione del 1917, e Lenin e i suoi compagni lo fecero in un modo estremamente duro per la Russia: separando, recidendo ciò che è storicamente terra russa”. 

Maneggiando con disinvoltura la Storia, però, il nuovo Zar rischia di essere smentito dalle stesse popolazioni recise che si vorrebbe russificare attraverso alcuni simboli.Visitando Kiev nella Piazza Mykhailivska, davanti al Ministero degli Esteri, l’attenzione è attirata da un monumento abbastanza grande del 1911 che si compone di quattro figure. Al centro v’è la figura principale, la Principessa Olga, alla sua destra ci sono i santi Cirillo e Metodio e alla sinistra l’Apostolo Andrea. Vladimir Putin nel 2003, in occasione dei 1100 anni del centro abitato, indirizzò alla città di Pskov un messaggio per sottolineare il coraggio di molti condottieri provenienti da quella città russa ed aggiunse: È molto simbolico che siano stati proprio i territori di Pskov a dare i natali a SantOlga di Russia. Che possano i suoi discendenti preservarne la beata memoria. L’inaugurazione del monumento avvenne in maniera molto discreta perché in quei giorni il Primo Ministro Stolypin stava morendo in un Ospedale di Kiev a seguito dell’attentato subito.

Attualmente, accanto al monumento sono stati sistemati in bell’evidenza carri armati e blindati russi distrutti durante le operazioni militari. Olga è un personaggio leggendario che è realmente esistito. Nasce alla fine del X secolo a Pskov che si trova in Russia a pochi chilometri dall’Ucraina. Sposa Igor, Gran Principe di Kiev di origine vichinga, ma dopo pochi anni rimane vedova. Si scontra ferocemente con la tribù dei Drevljani fino a distruggerla. Si converte al Cristianesimo ma solo con il nipote Vladimir nel 988 si registra l’intera conversione al cristianesimo della Terra di Rus’. Non è senza significato la presenza dei santi Cirillo e Metodio accanto ad Olga. Giovanni Paolo II nella  Lettera Apostolica “Euntes in Mundum” (25 gennaio 1988), in occasione del millennio del “battesimo” della Rus’ di Kiev, testualmente afferma: “Vladimiro, grazie alla sua saggezza e alla sua intuizione, mosso dalla sollecitudine per il bene della Chiesa e del popolo, accettò nella liturgia, in luogo del greco, la lingua paleoslava, «facendone uno strumento efficace per avvicinare le verità divine a quanti parlavano in tale lingua». («Slavorum Apostoli», 12). Come ho scritto nella Epistola Enciclica «Slavorum Apostoli», (cfr. «Slavorum Apostoli», 11-13), i santi Cirillo e Metodio, anche se consapevoli della superiorità culturale e teologica della eredità greco-bizantina che portavano con sè, ebbero tuttavia il coraggio, per il bene dei popoli slavi, di servirsi di un’altra lingua ed anche di un’altra cultura per l’annuncio della fede.

L’Apostolo Andrea è legato da una forte tradizione millenaria con il popolo ucraino. Sant’Andrea è il patrono dell’Ucraina. Secondo una leggenda raccolta in alcune cronache ucraine medievali, Sant’Andrea piantò una croce sulle colline del fiume Dnipro ove sarebbe sorta, secondo la sua profezia, la grande città di Kiev con molte chiese. E proprio su questo sito, in suo onore, è stata edificata la Chiesa di Sant’Andrea Apostolo su progetto del famoso Architetto Bartolomeo Rastrelli cui si deve, fra i tanti, il Palazzo d’Inverno e il Palazzo di Caterina, residenza estiva degli Zar. Immediatamente dopo la rivoluzione bolscevica la statua della principessa “santa” viene rimossa dal piedistallo e, divisa in due, viene sepolta sotto il monumento. Nel 1923 furono abbattute le restanti parti. Solo negli anni 90, dopo il crollo dell’URSS e con il nuovo stato indipendente, sono stati eseguiti i lavori di restauro sostituendo per la rinnovata composizione scultorea il cemento, materiale di moda agli inizi del Novecento, con il marmo ed il granito dei nostri tempi.

Il tentativo di Putin, dopo la parentesi del comunismo ateo, di “russificare” la testimonianza di Olga e l’intera esperienza della Chiesa Ortodossa si scontra con la forte rivendicazione dell’Ucraina di essere al centro della nascita del cristianesimo nelle terre dell’antica Rus’ di Kiev. Il Monumento ad Olga nella piazza Mykhailivska, né è il simbolo e la sintesi!!


Iran, giochi pericolosi: la testimonianza della campionessa Sara, senza velo ai Mondiali di scacchi.

Giovanni Federico

Se ne parla in questi giorni con l’incertezza di chi si sforza di essere obiettivo ma già si è determinato per come orientare il proprio giudizio. Si segnalano in Iran circa mille casi di avvelenamento di studentesse nella città di Qom. Può darsi che sia l’opera di qualche squilibrato, il solito esaltato, desideroso di punire la tracotanza delle giovani donne per l’anelito alla libertà che stanno manifestando da mesi in qua. C’è il sospetto che sia invece una intimidazione del regime al governo del paese che ha dichiarato di procedere ad indagini per individuare i responsabili della azione. Si tratterebbe in ogni caso di una vecchia tecnica. Per far fuori il nemico bisogna avvelenare i pozzi. 

Le donne dovranno conoscere l’arsura, conseguenza di una inconcepibile democrazia ed emancipazione. Tra le donne che non si arrendono c’è n’è una che merita speciale menzione. Ha scelto con cura il posto dove dichiararsi. Il Kazakistan è il paese dei cosacchi, la terra dei liberi e indipendenti. È lì che Sara Khademalshariel, a quanto si legge, la prima a guadagnarsi il grado di gran maestra femminile nonché maestra internazionale, ha scelto di presentarsi ai Mondiali di scacchi semplicemente senza velo. Senza scomodare parole, con un semplice gesto, ha aderito alla lotta delle donne e uomini che in Iran protestano contro le regole morali del regime.

Sara, etimologicamente la “Principessa”, è abituata a districarsi in battaglia; ha confidenza a muovere, secondo una precisa strategia, regine, torri, fanti e re. Lei è in grado di portare a casa l’incontro e mettere in ginocchio ogni avversario, ti butta giù dalla torre senza troppe riverenze e dà “scacco matto” all’avversario pur nobile che sia. Dall’arabo, Shāh Māt, significa appunto “il re è sconfitto”. Sara è quindi una donna pericolosa, perché allenata a prevedere per tempo mosse e contro mosse, cause ed effetti di ogni azione, fino a vincere la partita. Del resto, suo marito, un regista, si chiama Ardeshir, “colui che regna con giustizia” e lei da brava moglie non può che ispirarsi al suo uomo per condursi nella vita.

Nel gioco degli scacchi la donna e la torre sono per definizione i pezzi “pesanti” in quanto, da soli, possono dare matto con l’aiuto del solo re. Sara, con il suo sposo regale ad affiancarla, può riuscire nell’intento. Le cose dovevano andare per forza in questo modo. Scacchi è un termine che proviene dal provenzale e catalano antico “escac” che a sua volta prende piede dal persiano (“shāh”). Dalla Persia si è partiti e a quella ineluttabilmente si ritorna.Lei ha scelto di agire decisa con uno strappo del protocollo, di esibirsi al mondo senza velo, rischiando la pelle. Questa volta non c’è nulla di cavalleresco a fronteggiarsi, non si tratta di scrivere una nuova parte del poema Scacchia ludus di Marco Gerolamo Vida, che descrive una mitica partita di scacchi tra Apollo e Mercurio. 

Commenterebbe Foscolo che “Ignoti vezzi sfuggono Dai manti, e dal negletto Velo scomposto sul sommosso petto”. 

Sara non ha accettato di fare la parte di brava bambina e se ne è infischiata di recitare secondo la velina di Stato che imporrebbe ordine, disciplina e cieca obbedienza. Già anni prima era stata richiamata all’ordine delle autorità e suo marito era stato anche arrestato per la sua arte, malgrado l’assenza di accuse specifiche. Di tutto questo la nostra campionessa non se ne è curata. Il suo cuore veleggia altrove e nel suo vento svela pensieri inauditi, a spregio delle minacciose dichiarazioni di nessuna misericordia per i nemici, espresse dal presidente del suo paese. Lei è capace di infinte combinazioni di gioco ed il potere, computer alla mano, non sa tenerle testa.

Ha iniziato la partita della vita. Nel film “Il settimo sigillo” il cavaliere Antonius Block se la batte con la Morte. Sara Khademalshariel, non cadrà male. Con l’audacia dei grandi la spunterà. Darà matto al potere tiranno, che di altra pazzia non ha maggior bisogno.

Mattarella, di fronte al tragico evento sulle coste della Calabria «il cordoglio deve tradursi in scelte concrete».

Redazione

[…] In qualunque comunità la libertà non è effettiva se non è appannaggio di tutti. E il mondo intero è ormai sempre più una comunità raccolta, ormai con nessuna distanza effettiva, una comunità interconnessa, dentro la quale la mancanza di libertà o di esercizio dei diritti in un luogo colpisce tutti, ovunque.

E questo richiamo è per noi particolarmente avvertito in questi giorni.

A non molta distanza da qui, sulle coste di Calabria, giorni fa si è verificato un evento tragico che ha, come tutti ben sappiamo, coinvolto interamente la commozione del nostro Paese.

I profughi afgani hanno fatto tornare anzitutto in mente quanto, quasi due anni fa, il nostro Paese ha fatto nel momento in cui i talebani occupavano Kabul per portare in Italia non soltanto i nostri militari in missione lì, ma per portare in Italia tutti i cittadini afgani che avevano collaborato con la nostra missione. Non ne abbiamo lasciato nessuno, li abbiamo tutti accolti qui in Italia.

Ecco, questo ci fa tornare alla mente le immagini televisive della grande folla di afgani all’aeroporto di Kabul che imploravano un passaggio in aereo per recarsi altrove. Ci fa quindi comprendere il perché intere famiglie, persone che non vedono futuro, cercano di lasciare, con sofferenza – come sempre avviene – la propria terra per cercare un avvenire altrove, per avere possibilità di un futuro altrove.

Quindi, di fronte all’evento drammatico che si è consumato, ma ancor più a ciò che questo raffigura di condizioni drammatiche, in quello come in altri Paesi, il cordoglio deve tradursi in scelte concrete, operative, da parte di tutti. Dell’Italia, per la sua parte, dell’Unione europea, di tutti i Paesi che ne fanno parte. Perché questa è la risposta vera da dare a quello che è avvenuto, a quelle condizioni che – ripeto – con violazione dei diritti umani e della libertà, colpiscono tutti, in qualunque parte del mondo. […]

Proteste studentesche: qualcosa è cambiato.

https://europa.today.it/
https://europa.today.it/

Giovanni Federico

Il fatto è noto. A quanto si legge, il 18 febbraio militanti di Azione studentesca si sono accapigliati contro studenti del collettivo SUM del liceo classico Michelangiolo di Firenze. Ne viene la presa di posizione della Dirigente Scolastica di un altro istituto, il “Leonardo da Vinci”, che richiama Gramsci ed il suo monito contro l’indifferenza verso la violenza di quel segno. Da qui, poi, la minaccia di sanzioni da parte del Ministro contro la Dirigente scolastica e tutta la deatriba che ne è scaturita.

Il 4 marzo, non solo a Firenze, gli studenti hanno manifestato contro l’aggressione subita e contro il Ministro Valditara. Per replica ha fatto seguito l’azione di altra organizzazione, come Blocco Studentesco, invece avversa a queste iniziative di mobilitazione. C’è anche del positivo. Può far piacere che finalmente i giovani, pur con tutto il loro bagaglio di faziose emozioni, di censurabili errori e di scomposti ragionamenti e parole, si siano svegliati da un torpore durato per decenni. Soltanto i primi di novembre dello scorso anno l’atteggiamento era stato opposto e disarmante. Allora si registravano scontri tra studenti e polizia alla Università Sapienza. Ne è scaturita l’occupazione degli studenti della Facoltà di Scienze Politiche. Poteva essere la volta buona di vedere un po’ di gioventù darsi da fare per dire la propria. 

Giusto o sbagliato che sia, ci stavano provando. Dopo anni di letargo un sussulto di classe, anzi un sussulto generazionale. Hanno preso possesso di quegli spazi. Guardando al passato, alle gesta dei propri genitori, la bandiera da prendere in mano poteva durare un tempo superiore a quanto è stato. Invece i giovani sono stati incalzati da una forza superiore a quelle dei gendarmi. Infatti in quei giorni di risveglio, un maledetto bel tempo li ha stanati dal loro fortino. L’amore si può fare al chiuso ma viene meglio in pieno sole, una ghiotta occasione prima dei freddi invernali. Così un dibattito può scorrere agile tra le mura di un padiglione universitario, regalando pareti e voce ai protagonisti; ma al vivo dell’aria aperta prende una freschezza che sarebbe delittuoso trascurare.

I tempi cambiano. Si è passati dall’esprit du matin allo spritz à tout à l’heure, à plus tard. A tal proposito non sembra si siano dibattuti in dubbi. “Via dalla pazza folla” è il titolo di un film cattivo maestro. Si sa, c’è crisi di occupazione. Non si occupa né si protesta più come una volta. Ora i tempi della comunicazione non sono più quelli verbosi dei padri. Un collettivo può avere il tempo di un flash o poco più. I ragazzi, d’un tratto, con un tacito passa parola, sono passati ad occuparsi d’altro. Può darsi che poi potessero tornare più abbronzati a dire che le aule sono roba loro, facendo sbiancare le mura di sorpresa per la compagnia ritrovata o per l’impudenza del modo. Chi avrebbe voluto opporsi a tanta decisione non avrebbe dovuto scazzottare. Sarebbe bastato attendere qualche giorno di bel tempo, magari con un incastro di date per una vacanza mordi all’istante e fuggi subito e l’ordine costituito si sarebbe ripristinato.

Forse, a monte di tutto, una preoccupazione. Quella di fare sul serio e sottrarre del tempo al proprio quotidiano. Si lotta per la libertà, ma nessuno chieda in cambio il prezzo del mio tempo. Sarebbe scorretto. Il potere per quella volta poteva stare tranquillo. Aveva ragione Manzoni quando, al suo prete, assegnava per massima di condotta “quella d’andar adagio nel credere a simili proteste, e di stare in guardia contro le preoccupazioni”. A solo quattro mesi da quell’episodio sembra mutato lo scenario. “Qualcosa è cambiato” è il titolo di un magnifico film nel quale il protagonista, incancrenito nelle sue manie, riesce a darsi una via di superamento ed a trovare l’amore. Restiamo alla finestra, come vecchie curiose del mondo che non si occupa più di loro, per scoprire se la ripresa di un moto dell’animo studentesco, sia un fuoco fatuo o altro. Ai giovani, vien facile dire, l’ardua sentenza.


Dibattito | Mosca alza il tiro, è il tempo della superbomba.La pace, ancora, sembra una chimera.

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Danilo Campanella

La Russia alza il tiro. Il Cremlino avrebbe dato il via, una, forse due settimane fa, all’utilizzo di un ordigno di oltre una tonnellata, ad alto potere esplosivo, in grado di colpire obiettivi anche a quaranta chilometri di distanza. Il suo nome è UPAB e sarebbe la prima alternativa all’utilizzo di armi nucleari. Ma anche quella possibilità non verrà utilizzata immediatamente, deviando su armi atomiche depotenziate – pur sempre nucleari – attraverso l’innesto in missili tattici di precisione. Vladimir Putin non intende cedere terreno, col rischio di perdere in quell’operazione speciale che ha iniziato un anno fa, e che è ultima conseguenza del braccio di ferro iniziato con l’Euromaidan. Nel novembre 2013, infatti, a fronte dell’interruzione delle trattative da parte dell’allora governo ucraino per entrare nell’Unione Europea, i cittadini hanno promosso manifestazioni atte a sensibilizzare il loro governo e il mondo intero. Come risposta all’Euromaidan la Russia ha iniziato il processo dell’annessione della Crimea (18 marzo 2014), facilitato dal referendum che la stessa regione ucraina avrebbe promosso per dichiarare la secessione dalla patria ed entrare nella Federazione Russa. 

A ridosso della vittoria in Crimea, alcuni secessionisti filorussi della regione ucraina del Donbass si mossero per indirizzare la politica della regione verso il medesimo risultato. Ritenendo che tale processo si sarebbe potuto ripetere, con la stessa facilità, anche per la regione ucraina del Donbass, Putin il 24 febbraio 2022 diede inizio all’invasione chiamandola “operazione militare speciale”. La resistenza degli ucraini, addestrati da canadesi, inglesi e americani dal 2014, è riuscita a fronteggiare l’esercito regolare russo e i reggimenti paramilitari mercenari assoldati da Putin, recuperando alcune importanti posizioni. Stando a fonti trapelate, Putin non sarebbe in grado di garantire ulteriori spese militari oltre i prossimi tre mesi. 

Entro giugno 2023, quindi, la guerra fra Russia e Ucraina potrebbe volgere al termine grazie al tavolo delle trattative. Le alternative sono principalmente due: l’utilizzo di armi atomiche da parte di Putin, tentando il tutto per tutto, oppure, l’entrata diretta e materiale della Cina nel conflitto, in appoggio all’alleato russo. In entrambi i casi, appare evidente che la via diplomatica, che ricordo determina sempre la cessione di alcune posizioni, la mediazione e il compromesso, da ambo le parti, è l’unica strada contro una guerra che ha ripercussioni in termini di vite umane, in Ucraina, ed economiche, in tutto il mondo. La guerra ha decimato parte della popolazione locale; ha decimato anche le taste degli europei, a causa degli aumenti del gas e del grano, delle utenze elettriche, del picco nel costo dei materiali edili e delle derrate alimentari. 

La guerra riempirà pure le tasche degli armaioli, il cui “sindacato”, se esistesse, non avrebbe da che protestare, ma sta svuotando quelle già povere dei cittadini reduci dalla crisi economica e finanziaria che dal 2008 ha imperversato in tutto l’Occidente, aggravata dalla pandemia mondiale che ci siamo da poco lasciata alle spalle. Per i russi e per gli ucraini la guerra deve finire ma con la vittoria della rispettiva parte. Per noialtri la guerra deve finire, ora, in un modo o nell’altro.


Popolari, adesso servono coraggio e coerenza.

Giorgio Merlo

Ci sono degli snodi nella vita politica che possono essere affrontati in due modi: o attraverso il coraggio e la coerenza delle proprie azioni oppure ridursi a giocare un ruolo del tutto periferico per non dire marginale e quindi accondiscendente nei confronti di chi è più forte. E’ il caso dei Popolari, dei cattolici popolari e dei cattolici sociali nella società contemporanea. Sia chiaro, nessuna nostalgia, nessuna regressione passatista e men che meno nessuna tentazione a giocare un ruolo di pura nicchia. 

No, il tema è radicalmente un altro. Si tratta, cioè, di rendersi conto che oggi, a fronte delle pesanti e rilevanti novità intervenute, questa cultura politica è nuovamente chiamata a sciogliere un nodo: e cioè, o rilancia la sua autonomia politica, culturale e soprattutto organizzativa oppure prende atto che il suo ruolo è destinato ad essere puramente ancillare in alcuni partiti di riferimento. A cominciare dal Pd.

Del resto, l’ascesa democratica alla guida del Pd di Elly Schlein ha confermato, per chi non l’avesse ancora compreso, che la sinistra, seppur nella sua articolazione, ha ricompattato il suo campo. Nessuno escuso. Un campo che, per antonomasia e per tradizione, non include il Centro se non per assoggettarlo o per ridurlo ad una compagnia del tutto periferica. E il Centro, dinamico ed innovativo, nella storia democratica del nostro paese coincide largamente con la cultura e la tradizione cattolico popolare e cattolico sociale. Ma se si vuole essere protagonisti, cioè continuare, seppur umilmente, a declinare quella cultura nella cittadella politica italiana nella società contemporanea, occorre mettere in campo due categorie: il coraggio delle proprie azioni, appunto, e la coerenza con le proprie radici culturali ed ideali. Due categorie che sono andate in disuso negli ultimi anni, ma che adesso richiedono nuovamente di essere inverate.

E adesso si tratta di capire, concretamente, se esiste la volontà di compiere delle scelte, al di là del legittimo pluralismo politico che storicamente caratterizza anche quest’area culturale. Saranno solo e soltanto i comportamenti a sciogliere questo nodo. Per quanto ci riguarda non staremo, e non stiamo, con le mani in mano. Perchè, come diceva Don Milani, “a che serve avere le mani pulite se si tengono in tasca?”.

Lo stalinismo. Alle radici del potere sovietico | Il Popolo” 1973.

Domenico Sassoli

Dal momento del suo arrivo in Occidente, il libro di Roy Medvedev Verso il tribunale della storia (tradotto in italiano da Raffaello Uboldi e pubblicato dall’ed. Mondadori col titolo: Lo stalinismo, pag. 738, L. 4500) si è imposto al dibattito storico-politico modificando con un ampio contributo di conoscenze nuove i termini stessi della discussione sull’età e la figura del dittatore georgiano, morto ven l’anni fa.

È nota la storia dei gemelli Medvedev: Zhorès, genetista, gerontologo e biochimico di gran fama e Roy, sociologo e pedagogo. Il padre, un colonnello-filosofo originario di Astrachan, era entrato nell’esercito rosso ai tempi della guerra civile; divenuto in seguito insegnante di materialismo dialettico all’Accademia dei commissari politici dell’esercito, fu inghiottito, insieme ad altri quattrocentomila comunisti, dalle purghe staliniane del ’37. Morì nel 1941 nel lager di Kolyma, nell’estremo nord-est siberiano, lasciando i figli, nati a Tbilisi nel ’25, appena sedicenni. Non meno della tragedia familiare, incisero nella formazione e nel carattere dei gemelli, i cinque anni trascorsi all’Università di Leningrado nel clima di terrore culturale instaurato dallo zdanovismo.

La morte di Stalin, il 5 marzo del ’53, la denuncia dei suoi « errori» e dei suoi crimini tre anni dopo, al XX congresso, la «destalinizzazione», intervennero a modificare radicalmente il destino dei Medvedev. «Nostro dovere – diceva Krusciov – è di fare il possibile perché la verità venga ristabilita fin d’ora, poiché più

Terrorismo ideologico

tempo passerà dopo questi avvenimenti e più difficile sarà ricostruire la verità». Confortati da queste parole e dalla riabilitazione politica del padre, Zhorès e Roy si gettano a capofitto nella impresa di liquidare il passato. Purtroppo l’incerto e tortuoso cammino della «destalinizzazione» metterà presto in luce la drammaticità del circolo in cui la coscienza russa, resa incapace di comprendere e di afferrare la grande occasione liberatrice offerta dalla coraggiosa denuncia kruscioviana, era venuta a trovarsi rinchiusa. I gemelli Medvedev, come Pasternak, intuiscono nella falsificazione della storia, nella menzogna istituzionalizzata, nel «dominio disumano della astrazione», nella e «magica potenza della lettera morta» le cause della paralisi generale delle coscienze.

Come stregati dall’idea di poter contribuire al risveglio dell’anima russa offrendo una diagnosi precisa e inoppugnabile della «degenerazione» staliniana, i fratelli si dividono il lavoro. Zhorès si assume il compito di documentare le conseguenze dell’arbitrio esercitato da Stalin – tramite Lysenko – nelle scienze biologiche; Roy il compito di raccogliere tutti gli elementi atti a definire sul piano storico, ideologico e umano le cause e la natura della mostruosa aberrazione. Nasce così, dopo anni di studio e di ricerca, Ascesa e caduta di Lysenko, in cui Zhorès narra le vicende della guerra trentennale che infuriò nel campo della biologia e della agronomia nell’èra di Stalin. Opera magistrale che getta tanta luce nuova sulla lotta del potere totalitario contro i residui della libertà di pensiero rifugiatosi nei laboratori scientifici. Ma il biologo non si limita al racconto storico, prende di petto le stravaganti fantasie dogmatiche dello pseudoscienziato e ne mostra l’inconsistenza scientifica. È difficile di fino a che punto Zhorès Medvedev, nel portare avanti il suo lavoro, si rendesse conto che mettendo in causa la teoria del rapido mutamento delle specie viventi, finiva con l’investire nonsoltanto la scienza staliniana ma anche uno degli articoli di fede del determinismo comunista. Il libro, definito dalle autorità censorie «eterodosso», cioè ereticale, non potéessere pubblicato nell’Unione Sovietica. Uscito clandestinamente in Occidente, esso vide la luce a New York nel 1969. L’autore vene rinchiuso in un ospedale psichiatrico.

Gli anni dal 1968 sono cruciali per i gemelli Medvedevcome per tutti quelli che avevano creduto in un svolta democratica del sistema comunista. Alla brutale repressione di Praga, segue la ripresa dei processi per delitto di opinione, la persecuzione delle minoranze nazionali e degli ebrei. Gli intellettuali sperimentano un nuovo tipo di terrore, per nulla indegno dell’età staliniana: il terrorepsichiatrico. Riabilitato nella prassi del potore, il dittatore defunto non può non esserlo nel ruolo storico. E così, prima ancora che il «dossier» di Stalin sia esaurito, «la menzogna istituzionalizzata» (Sartre) e la falsificazione storica tornavano in onore. Da quel momento il destino dell’opera che Roy Medvedev proprio in quel periodo, dopo un decennale lavoro di ricerca, porta a conclusione, è segnato.

Da membro disciplinato del partito comunista, egli aveva sottoposto, prima di presentarlo ad una casa editrice, il suo lavoro all’esame del Comitato centrale del Pcus, il quale rispose poco dopo aprendo contro di lui la procedura di espulsione dal partito. Roy si trova impegnato in una lotta su due fronti: da una parte, insieme al comitato sovietico per i diritti dell’uomo, egli cerca di mobilitare l’opinione pubblica onde ottenere la liberazione del fratello Zhorès dall’ospedale psichiatrico, dall’altra, è costretto a difendersi dalle accuse e dalle provocazioni messe in atto dal partito.

La prima battaglia si conclude con un successo: Zhorès è liberato nel maggio del 1970 (la vicenda sarà poi narrata dai due fratelli in un libro altamente drammatico: A Question ofMadness, non ancora tradotto in italiano), La seconda invece termina con la disfatta: Roy è espulso dal partito ed il suo manoscritto messo all’indice con la seguente motivazione: «Sotto l’apparenza di una critica al culto della personalità di Stalin, l’autore calunnia il sistema sociale sovietico». Per Roy Medvedev comincia la persecuzione aperta. Pesa su di lui, come una spada di Damocle, l’articolo 70 del codice penale (agitazione e propaganda antisovietica); nell’autunno del ’71, i servizi di sicurezza irrompono nella sua casa e requisiscono libri, documenti e manoscritti. Privato del lavoro, si allontana da Mosca. Il suo libro, come quello del fratello, vedrà la luce in Occidente, giuntovi per i canali sotterranei del Samizdat nel 1971.

Abbiamo notato come Zhorès, nel demolire le teorie di Lysenko andasse fatalmente a sconfinare nell’«eterodossia». È inevitabile che la libertà scientifica minacci di schiantare l’argine dell’ideologia totalitaria. È quello che anche Roy ha dovuto sperimentare. Nella ricerca storica, egli urta ben presto nella inadeguatezza delle fonti. Le inchieste annunciate nel ’56 sui misfatti di Stalin con la pubblicazione dei documenti relativi sono subito dimenticate. Gli studiosi attendono invano che il regime tenga fede alle promesse di far conoscere tutta la verità. Gli archivi restano chiusi e i ricercatori guardati con so-spetto. Per chi, come Roy, vuol saperne più di quanto sia con-sentito, non c’è che una via: volgersi alla storia vissuta: ritrovare i vecchi bolscevichi scampati alle purghe, alle persecuzioni e ai lager, raccoglierne le testimonianze e le memorie, recuperarne le carte personali. Si tratta – avverte lo studioso – di materiali particolarmente importanti «visto che molti degli ordini e azioni illegali di Stalin non vennero trascritti in alcun documento ufficiale nel corso della sua vita». Davanti ad un lavoro del genere, di altissimo valore civico oltre che storico, di fronte alla sensibilità ed alla intelligenza, al travaglio critico di cui l’autore fa sfoggio nello scegliere, nel valutare, nel giudicare e nel ricostruire la sprezzante osservazione dei recensori comunisti secondo cui Roy Medvedev non essendo uno storico militante, sarebbe da prendere cum grano salis, ha tutto il carattere di una umoristica messa in guardia.

La coscienza soffocata

Neppure lo sbrigativo giudizio – anche questo espresso da re censori comunisti – che il libro di Roy Medvedev si trovi al limite fra storia e politica, sia anzi un miscuglio di politica e storia, può avere un senso. Sintomatico è invece che simile giudizio provenga proprio da quella parte che, in virtù della identificazione di politica e verità, accettò e teorizzò senza arrossire per tutti e trenta gli anni di Stalin, la falsificazione sistematica della storia come servizio alla politica (e quindi alla verità). Escluso dagli archivi è costretto a volgersi, come abbiamo detto, alla vita vissuta – nel periodo del «culto» – dal popolo e dai vecchi bolscevichi, Medvedev descrive come l’assurda identificazione abbia tolto al popolo russo ogni capacità di giudizio autonomo, ne abbia distrutto la vita morale, assopito ogni possibilità di resistenza e di resurrezione civile, soffocato, in una parola, la coscienza. E l’appello alla vita è stato senz’altro ricco di risultati, forse più di quanto sarebbe stata la ricerca fra le carte dello Stato e del partito, se è vero, come affermano autorevoli testimoni, che interi settori d’archivio sono già stati distrutti e falsificati (sempre in omaggio alla identificazione di cui sopra).

Errori dun uomo o sistema sbagliato?

Nei sei anni dedicati alla ricerca dei documenti e delle testimonianze, Medvedev vede ingrossare fra le sue mani la materia di studio al punto di chiedersi come dominarla. La prima vittima dello straripamento è il cliché, il quadro storico ufficiale entro il quale destalinizzatori e neo-staliniani hanno finito per trovarsi d’accordo nel rinchiudere e limitare il periodo della «degenerazione». In queste condizioni, non poteva essere che uno storico non militante e non conformista ad assumersi il compito di alzare il velo, ad esempio, sui dieci anni che precedettero il 1934, anno dal quale – assassinio di Kirov – si fa ufficialmente iniziare l’età del «culto della persona» (espressione, questa, chiaramente limitativa, da ogni punto di vista, del fenomeno chiamato stalinismo). Medvedev può così mostrare come quegli anni, quanto a processi infami, assassinii di massa, illegalità e arbitri non abbiano nulla da invidiare a quelli degli anni Trenta. Il termine a quo dell’età

di Stalin viene in tal modo spostato agli esordi del potere staliniano, al momento del trapasso da Lenin a Stalin. Se ci si accontenta della definizione delLo stalinismo come«malatttia»,«degenerazione». «devlazione», « errore» e via dicendo, è l’intera fase del regno di Stalin che deve essere considerata tale. In essa non vi è nulla si salvabile. 

Così facendo e in virtù della sua logica lineare e spietata, Rey Medvedev insinua il dubbio se davvero questo fenomeno mostruoso che chiamano stalinismo, non sradicabile, sempre risorgente dalle sue ceneri, non sia qualcosa di più che un errore, una deviazione e una malattia, se esso non sia, nelle sue cause e nella sua sostanza, anteriore allo stesso termine a quocoraggiosamente spostato dieci anni indietro da Roy Me-dvedev, e se a Stalin non sia toccato (meritatamente, certo) il triste privilegio di dare il proprio nome ad un processo già in atto. Dopo averlo forse inconsapevolmente suscitato, lo studioso sovietico si arresta davanti a questo interrogativo evidentemente impacciato dall’a priori rappresentato dai tabù di Lenin e del colpo di stato dell’ottobre. E non si capisce se egli tenda ad esaltare il mito di Lenin per contrapporlo a Stalin e rendere più abbietto il secondo mediante l’esaltazione delle virtù del primo o perché travagliato dall’intima consapevolezza che, una volta coinvolto Lenin, si arriverebbe diritto alla radice stessa del sistema sovietico, della sua ideologia e quindi di quella «democrazia socialista» della quale si vuole che Lenin sia stato il profeta ed alla quale Roy Medvedev guarda nel suo intimo.

Ma l’interrogativo, una volta posto, rimane costantemente presente allo spirito come un assillo e una spina dolorosa. Negato a priori il dubbio è continuamente affacciato e respinto. E Roy è costretto ad impiegare tutte le risorse della dialettica per impedire che rialzi il capo. Questo travaglio intimo e sofferto, è appunto ciò che carica le settecento e più pagine del libro di tensione e di problematicità. Il testo della condanna emessa dal comitato centrale del Pcus mostra come i vigili conservatori dell’ortodossia individuassero perfettamente il carattere esplosivo del libro. Essi capirono che Roy Medvedev, più o meno consapevolmente, indicava nello stalinismo la pietra di contraddizione del regime sovíetico.

Sud chiama Nord. Per un nuovo patto di solidarietà.

Andrea Piraino

“Sud chiama Nord”, il movimento autonomista fondato in Sicilia da Cateno De Luca ex sindaco di Messina che alle ultime elezioni regionali è diventato il primo soggetto politico siciliano eleggendo all’Assemblea Regionale otto deputati, nel fine settimana appena trascorso ha avviato, con una due-giorni svoltasi a Roma presso il St. Martin hotel, il processo costituente per una Piattaforma confederale di soggetti meridionalisti, autonomisti, federalisti e civici di tutta Italia al fine di proporre un grande progetto “per l’equità territoriale”. Alla chiamata hanno risposto, oltre che numerose personalità come Pino Aprile, Marco Esposito, Pietro Busetta (del quale proprio venerdì scorso era stato presentato alla Camera dei Deputati il suo ultimo libro La rana e lo scorpione. Ripensare il Sud senza essere emigranti né briganti, Rubbettino editore), ben 33 organismi politici presenti ed operativi in tutte le parti d’Italia: da Bolzano a Lecce, da Milano a Salerno, da Bologna a Palermo, dalle Marche alla Calabria, per non dire di movimenti nazionali come Mezzogiorno Federato, Alleanza Civica, Italia dei Valori ed altri. In sintesi, un grande successo di partecipazione. Al quale va aggiunta la straordinaria qualità degli interventi e, soprattutto, la loro spontanea convergenza di analisi e contenuti propositivi nel delineare la prospettiva futura da indicare, come avvenne nel 1919 con i “liberi e forti”, alle nuove generazioni per salvare il patrimonio comune di beni e valori costruito in più di un secolo e mezzo di unità ma, soprattutto, una nuova civilizzazione nella quale si riconsideri il rapporto uomo-natura e, all’interno delle comunità, si attui finalmente quel terzo principio evocato dalla rivoluzione dei “lumi” e cioè l’ideale della fraternità.

In Italia tutto questo non è semplice perché deve superare una rottura che non si è mai composta e che ha da sempre strutturato il Paese in modo duale sia dal punto di vista economico-sociale con la connessa appendice infrastrutturale che da quello politico-culturale con un Mezzogiorno non solo sempre più penalizzato nelle sue istituzioni comunicative e di mediazione ma addirittura dichiarato complice o comunque solidale, invece che vittima, delle mafie che oggi, abbandonato il percorso stragista e terrorista, si vanno trasformando in soggetti economici che gestiscono imprese ed attività formalmente sempre più normali.

Tutto questo i numerosi interventi soprattutto degli esponenti dei movimenti del Sud lo hanno messo bene in evidenza e per questo hanno proposto una nuova visionnella quale, agli egoismi sociali ed alle divisioni territoriali, si sostituisca una rinnovata solidarietà comunitaria in grado di abbattere le nuove diseguaglianze prodotte dai processi di globalizzazione ed anche una nuova unità repubblicana che, abbandonata la strada di un regionalismo antistorico, per le dimensioni in cui divide il Paese, settario e proteso alla ricerca di egoistiche differenziazioni che cristallizzino, anzi, incrementino le attuali posizioni di dominanza, si cimenti con la costruzione di macroregioni, che, federando poteri e funzioni regionali e metropolitani, propongano strategie politiche comuni ed innovatrici. A cominciare dall’apertura al Mediterraneo ed alle sue enormi potenzialità che il cambiamento politico mondiale e l’ampliamento del canale di Suez hanno ricollocato al centro di processi politici ed economici mondiali offrendo al nostro Paese con il suo Mezzogiorno la grande opportunità di diventare la piattaforma, non solo logistica, dell’intera Europa.

Non solo. Ma dal ricco dibattito, mai astratto, ma sempre estremamente attento ai problemi concreti delle comunità territoriali a cominciare dal loro sviluppo, sono venute fuori una serie di indicazioni politiche di estremo interesse tra le quali piace ricordare: 1) il potenziamento delle Zone Economiche Speciali in modo da attirare masse di capitali esteri e da creare in tempi certi un milione di nuovi posti di lavoro; 2) la messa a regime immediata dei porti meridionali rendendoli capaci di attirare volumi importanti del traffico internazionale di materie prime e semi-lavorati; 3) il prolungamento dell’alta velocità vera e non farlocca fino a Palermo e Catania; 4) la costruzione del ponte nell’area dello Stretto di Messina, elemento essenziale a velocizzare i traffici che passano anche attraverso i rilanciati porti del Mezzogiorno; 5) l’abolizione immediata del criterio della “spesa storica” e la sua sostituzione con il criterio della “spesa pro capite” per la ripartizione delle risorse comuni; 6) la realizzazione di una presenza dello Stato che si riappropri del controllo dei territori e garantisca ai cittadini la libertà da ogni tipo di violenza e prevaricazione e il rispetto delle norme.

In sostanza, il tentativo che si è riscontrato in tutti i vari interventi è stato quello di elaborare delle linee per una nuova politica che faccia del Mezzogiorno non la zavorra del Nord ma il nuovo motore dell’Italia che, rivitalizzata da questa energia propulsiva, avrebbe così le “carte in regola” per proporsi come protagonista della nuova Europa Mediterranea, sempre più necessaria agli equilibri geo-politici del Pianeta. Naturalmente, l’operazione è di una estrema difficoltà. Soprattutto, se si pensa che la realtà del Nord è dominata da forze politiche, sociali, economiche, del lavoro e dell’impresa che tendono a mantenere il proprio status con tutti i loro mezzi a disposizione ed in particolare con il sistema della comunicazione e delle nuove tecnologie che controllano economicamente ed usano per opporre una notevole resistenza al cambiamento ed alla visione comunitaria dell’unità. La forza aggregativa dei movimenti civici, autonomisti, federalisti che grazie a “Sud chiama Nord” si è messa in moto, però, è di grande consistenza e prospettiva perché la cifra politica su cui si fonda è quella di una scelta  post-ideologica di una visione laica del bene comune e si propone l’obbiettivo di aiutare i più deboli e gli emarginati. A tal fine, pensa di utilizzare tutte le opportunità di cui il Paese dispone ed è sicura di riuscire a mettere insieme tutte le forze sane che ancora rappresentano la maggioranza degli italiani.

Nessun nemico a sinistra. Nuove dinamiche e vecchie suggestioni nell’adunata antifascista di Firenze.

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Il Bertoldo 

La storia, a volte, si ripete. Certo, e come ovvio, con forme e modalità diverse. Ma c’è un filo rosso – nel caso specifico, veramente rosso, che lega e cuce il nostro passato con il nostro presente – che ci porta a dire che il vecchio slogan del Pci “nessun nemico a sinistra” è quantomai attuale e lotta con noi. Del resto, quante manifestazioni hanno costellato la storia del più grande partito comunista dell‘Occidente e che erano caratterizzate dalla capacità di coinvolgere la quasi totalità della galassia della sinistra italiana?

Ecco, la grande adunata di sabato a Firenze ha riproposto, ‘mutatis mutandis’, quella vecchia e consolidata prassi. La stragrande maggioranza della galassia della sinistra italiana era presente. Verrebbe da dire, finalmente. E i cantori del vecchio mondo ritrovato, in settimana, provvederanno ad esaltarne le gesta. Per la verità, sempre i soliti. Dalla Gruber a Fazio, da Saviano a Damilano, da Zoro a Parenzo, da De Gregorio a Formigli e Floris e via discorrendo.

Ma, al di là del circo mediatico che fa da grancassa di un mondo ritrovato, ci sono almeno due elementi che emergono con chiarezza e che sono, comunque sia, importanti e degni di nota. La prima, e la più significativa, è che la sinistra è tornata. Unita, compatta e granitica. Con tanto di collateralismo sindacale, culturale, televisivo ed editoriale. La seconda, e per Bertoldo ancor più significativa, è che finalmente il mondo, la cultura e la tradizione popolare, cattolico sociale e cattolico democratica possono finalmente “traslocare” altrove.

E questo non solo perchè sono alquanto sgraditi – a cominciare dalla simpatica Schlein – ma per il semplice motivo che per fare i “cattolici indipendenti di sinistra” in Parlamento ne bastano una manciata. Ecco perchè, insieme alla Schlein, diciamo anche noi ad alta voce “evviva la sinistra unita”. Aggiungendo, sottovoce, “evviva il Pci”.

Uomini di strada e uomini di Palazzo: la morte inciampa in via della solitudine.

Giovanni Federico

Giorni fa è stato trovato un barbone morto in una via del centro di Roma. La notizia di per sé non meriterebbe alcun clamore. Non è il primo e non sarà l’ultimo poveraccio stecchito per terra o su una panchina, con la vita già da un’altra parte. Forse, abituato, come è stato per tanti anni, sarà a mendicare anche l’ingresso in Paradiso, anche se garantiscono che non ce ne sia bisogno. Gli sarà servito a non perdere la mano, l’unica arte che può portare in dote. Eppure ha trovato spazio sulla cronaca locale perché il cadavere ha preso posizione, facendosi largo, proprio in mezzo ad uno dei punti di raccolta di immondizia. Ci sarebbe da pensare ad un ultimo gesto di generosità verso il prossimo. Gli spazzini non dovranno darsi un gran da fare a trascinarlo. Basterà buttarlo dentro al cassonetto di fianco a dove l’hanno scoperto e le cose potranno continuare a marciare. 

Vicino al corpo anche una stria di sangue per dare una tinta di giallo alla faccenda. Può darsi una lite tra poveracci o qualcosa del genere. Resta la sorpresa per la sensibilità con cui si sarebbe trascinato, morente, in armonia con i rifiuti che non lo hanno mai abbandonato. Ora si stanno occupando di lui, per venire a capo di un eventuale rompicapo. Il barbone sente finalmente un mondo che gli si muove attorno, indaffarato sul suo perimetro di uomo. Aliti su aliti per dargli vita almeno da morto. C’è adesso un calore di pensieri, sia pur di estranei, a scaldargli la bara. C’è, a riscatto, un colore di ipotesi sulla sua fine che schiacciano per sempre il grigiore in cui ha vissuto.

Altrove si crepa con un tetto sulla testa ma senza che la solitudine ti faccia sconti. Non è la favola di Esopo del topo di città e del topo di campagna ma c’è qualcosa su cui riflettere. Qualche mese fa se ne è andato all’altro mondo uno di quelli che abitano nelle così dette case popolari.“Nella mia solitudine, mi perseguiti, con fantasticherie, di tempi passati. Nella mia solitudine, mi prendi in giro, con ricordi, che non moriranno mai. Siedo nella mia sedia, pieno di disperazione. Nessuno può essere così triste, c’è malinconia dappertutto. Siedo e guardo, so che presto impazzirò. Nella mia solitudine, prego, caro Signore lassù, rimandami il mio amore”. Queste le inequivocabili parole dalla voce perennemente graffiata e stanca di Billie Holiday che canta di ricordi indelebili, che non potranno mai essere rimossi dal cuore di chi ha patito un dolore a causa di un altro, che forse ne ha preso consapevolezza e spera invece nel riscatto. 

È un tema in linea con i versi di Paul Eluard: “Non può esserci salvezza sulla terra. Finché si può perdonare ai carnefici”. Tant’è che Jacques Derrida riflette sul caso che non si può perdonare se non l’imperdonabile. È un esercizio che non è stato messo in uso nella storia di Mario. Un bancario caduto in disgrazia dopo la separazione dalla moglie e abbandonato dai suoi tre figli. Abitava in una casa dell’Ater. A tergo del suo ego, carattere scorbutico, c’è stato comunque un uomo. Vedere di sotto al suo ruvido pelo è un impegno che nessuno si è dato. Ater è un personaggio della Bibbia, della famiglia di Ezechia, che mise al mondo appena novantotto figli, probabilmente prevedendo che se tre di essi lo avessero trascurato, altri in buon numero lo avrebbero sostenuto. Ater è anche un aggettivo latino che significa nero, scuro, cupo, triste o maligno. Qualcosa che si è adattato perfettamente al destino di Mario che aveva la casa, in modo più che intonato, in via Pelù: un nome che riconduce, nella sua radice antica, alla palude, ad aree acquitrinose, umide e torbide.

Tutto sa di morte nei passi di Mario, portato in obitorio senza che si trovasse un familiare disposto a pagarne i funerali, men che meno a presenziarvi. Obire è un “andar verso”. Mario è andato incontro al suo giorno supremo da solo, perché accusato di avere un carattere insopportabile.I vicini del palazzo e di zona ed i suoi tre figli si direbbe oggi che non l’hanno retto: semmai eretto a qualcuno da evitare. 

Mario ora è solo un cadavere, ma fa ancora paura. Nessuno gli si è voluto avvicinare, neanche solo a un tiro di una manciata di soldi per saldarne il conto delle esequie. Al primo posto, in anticipo su tutto, sempre la conta delle ferite accusate per sua colpa. La sua discendenza non ha nome di Fede, Speranza e Carità. Evidentemente si è distratta la Fata Smemorina, non facendo dimenticare i mali subiti per mano di un padre che avrà fatto ingoiare un buon numero di rospi alla sua progenie. 

Mario, per il suo circondario, assediato dalla sua fama, è stato brutto come un rospo; non ha avuto alcun bacio per mutarsi in Principe. La sua pelle è rimasta quella di uno che in 90 anni di vita avrà sparso torti sul suo cammino. La vicenda è di questi giorni, avvenuta curiosamente nel Municipio di Grantorto in provincia di Padova. Mario se ne è andato il giorno del 13 dicembre, la ricorrenza di Santa Lucia, ma non ci sono stati miracoli. A nessuno si è allungata la vista del cuore.

Auto elettriche e agenda Draghi: una nuova politica la si fa sui fatti, non con i proclami.

Giuseppe Davicino

A una settimana dal successo di Elly Schlein alle primarie del Pd converrà portare l’attenzione sui fatti, al di là di tifoserie o pregiudizi, come suggerisce Marco Follini, e sulle differenti prospettive che i giudizi sui temi concreti rivelano.L’addio dato da Giuseppe Fioroni al Pd costituisce uno stimolo a orientare in questa direzione il processo di riaggregazione dei Popolari. Un percorso che da un lato evidenzia l’identità politica del popolarismo come elemento indispensabile per incidere sulla scena politica attuale, unito alla definizione di orientamenti programmatici che esprimono il modello di società che si intende costruire.

Su questo piano credo che dovrebbe risultare evidente a quanti si rifanno alla tradizione del popolarismo che le profonde trasformazioni in corso nella nostra epoca, riconducibili ad una triplice transizione verso il mondo multipolare, verso la sostenibilità sociale e ambientale e verso l’introduzione delle tecnologie digitali, sollecitano una risposta dalla politica, una capacità di guida e di costruzione di un orizzonte in cui tutti i ceti sociali possano riconoscersi, e in cui a prevalere sia sempre la dignità della persona umana come fine e non come strumento dei cambiamenti.

L’attualità ci offre degli esempi di metodo che forse si farebbe bene a non trascurare per il prosieguo del percorso di rilancio dei Popolari. Sulla questione del rinvio del voto sul divieto di vendita nell’Ue dei motori diesel e a benzina dal 2035, sono emerse due prospettive alternative. Da un lato, a uella dell’ambientalismo ideologico, pressoché indifferente all’impatto sociale dei divieti per motivi ecologici, che pretende una pianificazione economica trentennale (al 2055, superando persino la Cina che, pur essendo un’economia socialista di mercato, si ferma al 2049); e, dall’altro, la prospettiva liberale, sociale e popolare che crede nel ruolo del mercato regolato e del progresso scientifico, aperta dunque alle novità del futuro senza pregiudizi ideologici. In sostanza, per quanto riguarda l’Italia, questa seconda posizione è quella di quanti si riconoscono in quella che, per semplicità, si potrebbe definire l’agenda Draghi. La posizione che l’ex premier ha illustrato nel suo discorso all’Ocse (https://ildomaniditalia.eu/draghi-allocse-responsabilita-e-solidarieta-devono-andare-di-pari-passo-a-livello-nazionale-ma-anche-europeo/) volta a promuovere la ricerca e lo sviluppo di nuove soluzioni energetiche pulite, come l’idrogeno.

Ora, deve attirare la nostra attenzione il fatto che, il governo e direttamente la premier, abbiano ribadito la medesima posizione equilibrata di Draghi, in occasione della decisione sul rinvio del voto in sede europea sul bando del motori endotermici nell’Ue: la sostenibilità sociale ed economicadelle misure e l’apertura a tecnologie pulite diverse dall’elettrico, presenti e future. Si tratta solo di un esempio che ci dice che esistono due prospettive cui improntare i programmi. Una è quella ideologica, che riflette l’agenda di settori di miliardari occidentali e che sembra ottimamente rappresentata dal Pd di Elly Schlein: incentrata sulla decrescita, sull’imposizione di sistemi non sostenibili sul piano economico, che producono povertà, e da far accettare ai cittadino con i nuovi strumenti di tracciamento e sorveglianza digitali, nella logica liberticida della cittadinanza a punti, moderna forma di stato etico.  L’altra prospettiva è quella del buonsenso, della capacità di governare i cambiamenti nell’interesse di tutti, senza forzature ideologiche e nell’orizzonte di un nuovo umanesimo.

La lezione da trarre qual è? A mio avviso non basta dire che il Pd non è più il luogo in cui esprimere il riformismo di stampo cattolico democratico. Occorre anche provare a coniugarlo nel confronto con i problemi del presente. E non solo. Non bisogna sentirsi l’ombelico del mondo. Perché questa politica di centro, di cui l’universo frammentato dei Popolari rivendica la necessità e l’attualità, è di chi la sa esprimere con i fatti, non di chi si limita a proclamarla. In definitiva, serve una grande attenzione nel definire la prospettiva, l’orientamento programmatico di fondo che si intende perseguire. E per manifestarlo non c’è che il confronto quotidiano con i fatti, discernendo quanti remano nella direzione da noi auspicata e quanti contro.

No alla radicalizzazione politica

Giorgio Merlo 

Lo sapevamo e puntualmente si è verificato. Per consolidare la radicalizzazione della lotta politica nel nostro Paese ci vogliono due forze alternative che su questo versante, però, sono speculari. E Fratelli d’Italia da un lato e il nuovo Pd della Schlein dall’altro rispondono appieno a quell’obiettivo. E cioè, una permanente e strutturale radicalizzazione del confronto e della dialettica politica. L’esatto opposto di quello che storicamente sono stati il Centro e la ‘politica di centro’ nel nostro Paese. Certo, Giorgia Meloni sta assumendo, e giustamente, un comportamento fortemente ‘governativo’ e lo stesso approccio politico è cambiato profondamente rispetto a quando guidava il fronte dell’opposizione. Ma il grosso del partito, come si suol dire, resta legato – almeno per il momento – ad una concezione politica che fa della radicalizzazione e della polarizzazione la sua ragion d’essere.

Per quanto riguarda la sinistra, il ‘nuovo corso’ della Schlein ridisegna un partito che non solo radicalizza il conflitto politico ma, soprattutto, raccoglie la peggior tradizione della cultura della sinistra italiana. Quella che persegue l’obiettivo della delegittimazione morale dell’avversario/ nemico e, soprattutto, punta al suo annientamento politico. Anche solo dal linguaggio quotidiano emerge in metodo plastico quella volontà e quell’approccio. Già sin dall’inizio della sua leadership – ma questo era il metodo già usato nelle sue precedenti esperienze politiche – questa concezione intollerante e settaria era il filo rosso che legava e teneva insieme il suo approccio politico. Già sin dai tempi del movimento ‘Occupy Pd’, nato nei giorni in cui il Pd aveva scelto la candidatura di Franco Marini al Colle nel 2013, la Schlein interpretava un profilo radicale, libertario ed estremista del suo modo d’essere in politica. 

Nel caso specifico, oltre all’odio personale nei confronti del candidato prescelto dal Pd per il Colle, c’erano anche e soprattutto la profonda e radicata antipatia ed avversione verso quello che Marini concretamente rappresentava nella politica italiana. E cioè, la storia, la cultura e l’esperienza del cattolicesimo politico e sociale. Debbo dire che, su questo versante, la Schlein ha mantenuto una coerenza cristallina confermata anche dal lunghissimo confronto congressuale che ha caratterizzato la sinistra italiana in questi ultimi tempi. Una lontananza ed una avversione, quindi, nei confronti di una cultura fondante dello stesso Partito democratico…

Ma, al di là di questo fatto specifico, l’elemento che va ricordato di fronte a questa deriva, è che ‘la politica di centro’ accompagnata, com’è ovvio, da un vero e credibile partito di Centro, è l’unica alternativa per ridare qualità alla nostra democrazia, efficacia all’azione di governo, riconoscimento del pluralismo e centralità ad un rapporto fisiologico e ‘normale’ tra le varie forze politiche in campo. Un Centro che si impone e che è sempre più necessario alla luce delle dinamiche concrete che dominano la politica italiana dopo il voto del 25 settembre scorso e, soprattutto, dopo l’esito delle primarie del Partito democratico. È persin inutile ricordare che questo progetto politico può realmente decollare solo e soltanto se viene valorizzato e contemplato l’apporto della cultura e della tradizione del cattolicesimo politico e sociale del nostro Paese.

L’Italia, dopo anni di desertificazione della politica, ha bisogno di un «nuovo centro».

Domenico Cutrona

La Costituzione, approvata dall’Assemblea Costituente il 22 dicembre 1947 e promulgata dal Capo provvisorio dello Stato il 27 dicembre 1947, entrava in vigore il 1° gennaio 1948. Con essa l’Italia riacquistava appieno il sistema dellelibertà che era stato cancellato nel ventennio fascista. Il Paese, da quel momento, si avviava alla sua ricostruzionepolitica, economica e morale. Alcide De Gasperi, leader della Democrazia cristiana, rappresentò il principale attore di quella straordinaria opera di rilancio. 

L’Italia, grazie alla spinta delle forze democratiche e riformatrici, arrivava ad essere la quinta potenza industrialedel mondo. Certamente, nel corso della Guerra fredda la contrapposizione con i comunisti era iscritta nell’ordine delle cose, ma il rapporto tra i vari partiti non doveva mai mettere in discussione la saldezza delle istituzioni. Quando il terrorismo, sull’onda del post ‘68, giunse a configurarsi come una minaccia intollerabile, anche il Partito comunista si schierò per coerenza a difesa dello Stato democratico. Di fronte al «caso Moro» si ripropose l’unità nazionale che aveva caratterizzato la fase costituente.

A mettere sottosopra l’assetto democratico del Paese ha provveduto la cosiddetta rivoluzione di Mani Pulite. Il biennio 1992-1994 ha dato vita alla distruzione dei due principali partiti di governo, la Dc e il Psi, oltre alle altre forze politiche minori. Questo processo implosivo ha determinato una sorta di «scollamento» tra società erappresentanza politica, con l’insorgere del fenomeno sempre più incontrollabile della personalizzazione – e conseguente radicalizzazione – della lotta democratica. Dunque, la società diventa liquida proprio perché vengono a mancare sul piano politico i tradizionali punti di riferimento. Le distorsioni susseguenti – leaderismo, sovranismo, populismo – non sono altro che il prodotto di una vagheggiata Seconda Repubblica.  

Ora ci ritroviamo con la destra in prima fila. Le ultime elezioni hanno visto il trionfo di Fratelli d’Italia e la dispersione delle forze di centro sinistra. All’elettorato si è  dato in pasto la riduzione dei parlamentari, senza che la scelta abbia significato un riordino più generale del sistema istituzionale. Nel frattempo, auspice la Lega, riemerge il disegno di un’Italia disarticolata, con la separazione crescente del Nord dal Sud in forza della riforma del regionalismo differenziato. In questa ottica, le regioni che denunciano carenze di servizi resteranno ancora più indietro. 

Che dobbiamo dire? Manca evidentemente un «centro» capace di equilibrare le spinte più radicali; manca una cultura della mediazione adatta ai tempi attuali; manca, in realtà, un partito che svolga quel ruolo di «mediazione creativa» che qualificò l’impegno straordinariamente lungo e fecondo della Dc. Per altro, occorre dare una risposta alla desertificazione morale della politica. Per questo si moltiplicano i richiami e le sollecitazioni in ordine alla possibile rinascita di una forza popolare di matrice cristiana. Non si tratta di guardare indietro, bensì di ricreare le condizioni per le quali un «centro dinamico» assolva a una funzione decisiva di guida politica, secondo i principi e i valori ispiratori della nostra Costituzione. Non dobbiamo rifare la Dc, ma porci l’obiettivo di seguire le orme di un partito, quale appunto la Dc, che nell’arco di mezzo secolo ha accompagnato l’Italia nel suo cammino di crescita e di progresso.

Domenico Cutrona

Segretario del Movimento Popolare Federalista Europeo

Le ferite nascoste del «terragno» Bruno Astorre: il commosso addio di Goffredo Bettini.

Goffredo Bettini

Se ne è andato nel modo più triste, solitario, doloroso e sconcertante. Bruno Astorre è stato fino all’ultimo un dirigente importante del partito di Roma e del Lazio. Direi persino, per molti aspetti, decisivo. Senatore, segretario regionale, personalità radicata e influente, saldissimo punto di riferimento soprattutto nella provincia di Roma e per tanti amministratori e sindaci. 

Lo conobbi quando era ancora molto giovane, prediletto discepolo di Severino Lavagnini, uno dei capi dei popolari italiani e fraterno amico di Franco Marini. Con Lavagnini avevo stabilito negli anni ’90 un rapporto di complicità e intesa politica. Mi piaceva di lui la lealtà inderogabile una volta che ci si era stretti la mano. Una tecnica politica raffinata, arguta, condita da quella furbizia che non si trasformava mai in un atteggiamento furbesco. Bruno era lì, instancabile nel lavoro e capace di ascoltare e imparare con una rapidità impressionante. Alla morte di Lavagnini mi venne naturale stabilire anche un legame con i suoi amici prediletti. 

Bruno era uno di questi. Lui veniva dalla Democrazia Cristiana ed io dal Partito Comunista, due tradizioni così diverse. Eppure proprio quelle tradizioni riuscivano, nella loro parte migliore, a farci intendere in modo diretto ed immediato. Egli aveva un grande rispetto delle gerarchie e dei valori in campo. Lo esplicitava con simpatico candore. Eppure non era certo persona da farsi mettere i piedi addosso. Aveva una forza e una capacità di decisione assai rare in mezzo a tanti politici che sembrano costantemente “canne al vento”. Aveva mutuato, e lo ripeteva spessissimo, un mio termine: “terragno”. L’ho usato spesso nei miei discorsi e nei miei libri. Significa non sopraelevato rispetto alla terra. E quindi alle persone, alla vita, alle sofferenze e alle speranze che ogni cittadino nutre dentro sé stesso. 

E lui diceva: io sono “terragno”. Con orgoglio. Con un senso di sfida verso i chiacchieroni che poi in realtà non concludono nulla. In effetti Bruno era “terragno”. Era cresciuto in un rapporto viscerale con i territori che lo avevano visto nascere e maturare. Gli piaceva risolvere i problemi, ascoltare e organizzare la gente semplice, muoversi dentro una prospettiva concreta e verificabile in tempi brevi. Egli, tuttavia, intuiva anche i processi politici più di fondo. E non l’ho mai visto fraintendere da che parte tirava il vento giusto della politica. Il suo potere nel Lazio è stato esteso e duraturo. Ha servito Zingaretti e la sua giunta. Gli è stato particolarmente vicino anche quando il presidente della Regione fu eletto segretario del partito. Lo ha fatto in sintonia con il suo indissolubile e fraterno amico Daniele Leodori. Un compagno straordinario per valore e umanità. 

Qualche anno fa, ormai lontano dalle dinamiche di gestione del Pd di Roma e del Lazio, chiamai Bruno e Daniele, come facevamo ogni tanto, a parlare un po’ dei problemi sul tappeto. Locali e nazionali. Mi era dispiaciuto molto che una valente consigliera regionale come Marietta Tidei si fosse allontanata dal partito, per confluire in Italia Viva. Dissi loro, pur non sapendo le motivazioni di quella scelta, che occorreva avere attenzione verso tutte le compagne e i compagni, gli amici e le amiche. Consigliai loro misura e prudenza. Mi ringraziarono e tennero conto di quelle mie parole perché sapevano bene non pronunciate per interessi personali, né tantomeno per nutrire una corrente che non ho mai avuto. 

Bruno appariva forte, persino ruvido. Con un sorriso aperto e una viva empatia, ti metteva a tuo agio. In superficie sembrava inossidabile. Eppure avevo ben intuito che dietro quella maschera si nascondeva una fragilità. Appena eletto alla Regione e poi nominato assessore ai lavori pubblici, ci intrattenemmo a parlare sulla sua nuova esperienza. Non era affatto contento. Soffriva la responsabilità. Aveva un sentimento di inadeguatezza. Avvertiva una forma di depressione nascosta. Superò quella fase. Ma so per esperienza personale che le faglie dell’anima si possono riassestare, ma mai rimarginare completamente. Sono ferite che continuano a vivere, a produrre, a tormentare. Non si cicatrizzano come la pelle del corpo. Non si acquietano, producendo nuovi tessuti. 

La vicenda di Bruno conferma questa mia dolente visione. E conferma anche una cosa vera e semplice. Che non vuole colpevolizzare nessuno. Ma semmai è una riflessione da fare collettivamente. In modo serio e definitivo. Cosa è diventata la politica anche nel Pd? La comunità politica un tempo curava le persone. Vale a dire, se ne prendeva cura. Giudicava ma recuperava. Promuoveva ma senza scandalose e improvvisate carriere. Era composta di aree di pensiero, ma mai di cordate acefale, ciniche ed escludenti verso gli altri. 

Nessuno, dentro tale andazzo, indovina veramente i pensieri dall’altro. Soli in una società frammentata, nei partiti siamo ancora più soli. Perché troppe volte divisi e in guerra. Una delle ultime volte che ho incontrato Bruno eravamo tra tanti amici. Maurizio Venafro, Michele Civita, Fabrizio Zanoni e Daniele Leodori. Ricordo questi. Era per festeggiare il suo matrimonio, al quale non ero riuscito a partecipare perché fuori dall’Italia. Lui ordinò il solito polpettone, che il ristorante sapeva essere il suo piatto preferito e abituale. Mi sembrava sereno, soddisfatto per la nuova vita che gli si parava di fronte. Sia lui che Daniele mi vollero far sentire l’affidamento che loro avevano nei miei confronti. Nel modo più disinteressato e generoso. Poi gli eventi politici sono rotolati in maniera imprevedibile e sbilenca. Con mesi di incertezze e di sconfitte. 

Non mi resta che abbracciare con tutto l’affetto possibile la sua cara moglie e tutta la sua famiglia. Dopo lo sforzo di questi mesi, in condizioni fisiche assai precarie, dopo le regionali e l’esito del congresso, sono partito. Non sarà possibile per me accompagnare Bruno al suo funerale. Ma non è la mancata presenza fisica che può anche minimamente scalfire la mia partecipazione a un dolore immenso e al rimpianto di non aver saputo aiutare non solo un collega di partito ma un amico, un compagno di lotta, una persona perbene sempre pronta ad aiutarmi e a sostenermi.

[Il testo qui riproposto appare sul profilo Fb dellautore]


Schlein e Meloni: tempi inediti da interpretare.

Marco Follini

La vittoria di Elly Schlein appare come una piccola rivoluzione nel tempio politico del riformismo. Naturalmente si discuterà a lungo su quale sia la portata di questa “rivoluzione” e verso quali esiti essa possa condurre. E ancora, su quali forze potrà ancora contare quel riformismo di cui il Pd si è sempre proclamato interprete. Ma non c’è dubbio che il risultato delle primarie a sinistra cambi molte cose tra quelle che fino a poco tempo fa si usava dare per scontate. 

Naturalmente anche questa “rivoluzione”, se così vogliamo chiamarla, si è avvalsa dell’autorizzazione di qualche carabiniere. Dietro la fresca immagine della nuova leader del Pd si staglia infatti l’attivismo del vecchio apparato del Pci d’un tempo. Per non dire di un certo movimentismo correntizio postdemocristiano. Cose che capitano, in tutti i partiti. Ma che forse dovrebbero suggerire letture meno oniriche di quelle che vanno per la maggiore. Si tratterà insomma di vedere Schlein all’opera. Girando alla larga, per quanto è possibile, dall’elegia dei tifosi e dal pregiudizio dei sospettosi. 

Il galateo della politica richiede infatti di aspettare almeno qualche attimo prima di prendere posizione. Anche se è evidente che la sfida che ora si delinea tra Meloni e Schlein annuncia fin d’ora una radicalizzazione della lotta politica. Ed è curioso che siano due donne appassionate a dare fiato alle trombe di una contrapposizione che promette di essere tutt’altro che mite e remissiva. Segno dei tempi, e di tempi piuttosto inediti, anche questo.

Fonte: La Voce del Popolo – 2 marzo 2023

[L’articolo è qui riproposto per gentile concessione del settimanale della Diocesi di Brescia]


Mutamenti e continuità in Africa | L’Osservatore Romano. 

Giulio Albanese

Le società africane stanno subendo da diversi anni una costante metamorfosi dovuta ad una serie di fattori sui quali vale la pena riflettere. Non pochi studiosi hanno affrontato la questione evidenziano uno scenario molto complesso. Da una parte le comunità autoctone, sia nelle zone rurali come anche nelle città hanno subito gli effetti dei rapidi cambiamenti, anche traumatici, avvenuti nel periodo compreso tra la fine del secolo scorso e l’avvento della cosiddetta post-modernità. Basti pensare che nel 2000, l’intera Africa subsahariana contava meno linee telefoniche fisse della sola Manhattan. Già nel 2006, il 45 per cento delle comunità rurali in Africa era coperto dal segnale Gsm. Oggi invece, grazie alla telefonia mobile, oltre un miliardo di persone ha accesso ai network locali. Questo sviluppo tecnologico ha fatto sì che attraverso la rete Internet in molti Paesi si possa usufruire di servizi digitali, pubblici e privati.

Al contempo, fenomeni come l’urbanesimo stanno avendo un notevole impatto sul modus vivendi delle popolazioni. Basti pensare che attualmente la componente insediata nelle città africane è di circa 500 milioni e le proiezioni indicano che nel 2030 supererà il miliardo di persone, oltrepassando la quota rurale. Se a tutto questo aggiungiamo gli effetti del sistema mercantilista internazionale che, con declinazioni diverse, sottrae da secoli ai Paesi africani la maggior parte del loro surplus, è evidente che si acuiscano a dismisura la povertà e la conseguente esclusione sociale dei ceti meno abbienti. Sebbene in questi anni vi sia stata una relativa crescita, in termini percentuali, del prodotto interno lordo (pil) a livello continentale (anche se poi interrotta dalla pandemia e comunque ora frenata dalla crisi russo-ucraina), le diseguaglianze sono cresciute.

Emblematico è il caso della Nigeria, colosso economico africano, ricco di idrocarburi, con un pil stimato attorno ai 500 miliardi di dollari e una popolazione di oltre 200 milioni di abitanti. Ebbene in questo Paese, secondo l’Ufficio di statistica nazionale, vi sono 133 milioni di persone, pari al 63 per cento della popolazione, che soffrono la povertà e di queste 91 milioni vivono in condizioni di povertà estrema, la maggior parte dei quali sono giovani. La Nigeria — è bene sottolinearlo — ha una popolazione la cui età media è di 18,5 anni e un tasso di disoccupazione stimato attorno al 33,3 per cento. Motivo per cui la delinquenza è sempre più violenta e difficile da contenere.

Parlando sempre della dialettica tra passato e futuro, il persistere di pratiche ancestrali come le mutilazioni genitali femminili in alcuni gruppi etnici, che recano danni fisici e psicologici di breve e lungo termine alle donne, costituisce un serio problema e stride con le istanze di sviluppo poste dai governi locali. In alcuni Paesi, come la Somalia, l’Egitto e il Sudan, la percentuale di donne, ragazze e bambine mutilate supera l’80 per cento. In Kenya e Nigeria siamo tra il 26 per cento e il 50 per cento, mentre in Camerun e in Niger i numeri scendono fino al 10 per cento. A parte le convinzioni religiose, le ragioni dietro la circoncisione femminile sembrerebbero risiedere spesso nell’assetto patriarcale di molte delle società e delle comunità: una forma di controllo del corpo e delle funzioni riproduttive delle donne, non padrone del proprio corpo ma alla mercé del potere e della volontà dei parenti maschi.

Sebbene l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) consideri la circoncisione femminile «una violazione dei diritti umani delle donne», queste pratiche riscuotono un forte sostegno nelle comunità in cui vengono attuate. Le stesse donne che le hanno già subite durante l’infanzia desiderano che le proprie figlie vi siano sottoposte, in quanto il rituale conferisce uno status sociale, rispetto, riconoscimento pubblico e integrazione con la società di appartenenza.

Già nel 1985 Catherine Coquery-Vidrovitch, storica e africanista francese di fama internazionale, nel suo saggio Afrique noire rilevava: «Dal punto di vista economico, sociale, politico e ideologico, i sistemi, i meccanismi e le prospettive che guidano gli Stati africani sembrano contraddittori, poiché al loro interno coesistono e interagiscono elementi ereditati da un passato talvolta lontano, spesso ormai incongrui, ed elementi che appartengono a un futuro più desiderato che progettato». Dopo oltre trent’anni dalla pubblicazione di quest’opera dell’editrice parigina Payot, è il caso di dire che le difficoltà del tempo presente in Africa costituiscono una dilatazione spazio-temporale di quanto scrisse Coquery-Vidrovitch.

Peraltro, già allora, nel 1985, questa studiosa aveva prefigurato il rischio della «periferizzazione» dell’Africa da parte di quel fenomeno macroeconomico conosciuto come globalizzazione dei mercati. Da questo punto di vista, le strategie messe in atto oggi da potentati stranieri d’ogni genere all’insegna del neocolonialismo tendono a minare i tentativi africani di riscatto, contribuendo a procrastinare nel tempo la debolezza sistemica dell’Africa. Se questo continente continua ad essere costantemente esposto alle rivalità internazionali (particolarmente in questa stagione segnata dalla crisi del multilateralismo) è perché esso viene percepito dai mercati come terra di conquista. Si tratta di una vulnerabilità che accresce costantemente l’insofferenza delle masse africane. Un’insofferenza rispetto alla quale la società civile — intesa come espressione qualificata della galassia di associazioni, organizzazioni non governative, movimenti, gruppi e Chiese cristiane — tende a posizionarsi promuovendo forme native di gestione del potere, del welfare e dell’economia basate su rapporti di vicinato e di prossimità. Il recente viaggio africano di Papa Francesco a Kinshasa (Repubblica Democratica del Congo) e Giuba (Sud Sudan) ha messo in evidenza, soprattutto nelle aree di persistente belligeranza dove lo Stato di diritto viene sistematicamente misconosciuto, la formidabile crescita del settore cosiddetto informale, con le sue istituzioni parallele, le sue innumerevoli ramificazioni, in difesa della pace, della giustizia e della partecipazione popolare.

Questi progressivi cambiamenti vengono sostenuti dalla crescita demografica africana che rappresenta una variabile rispetto alla quale i Paesi industrializzati fanno effettivamente fatica a misurarsi. In effetti, nel giro di meno trent’anni tutti gli elementi che caratterizzano attualmente il continente africano avranno subito un’alterazione difficilmente pronosticabile con i nostri odierni strumenti di analisi. In altre parole, il pessimismo e allarmismo (rispetto, ad esempio, al tema della mobilità umana) che suscitano le previsioni a breve e medio termine non possono essere validamente estese al lungo periodo. Sta di fatto che la popolazione africana sta aumentando in maniera esponenziale. I dati che elaborati da The United Nations Department of Economic and Social Affairs (Desa) sono a dir poco eloquenti. In base ad essi si apprende che nel 1950 la popolazione africana era di 221 milioni di persone. Adesso, essendo arrivata a 1.400 milioni, vuol dire che essa, nel giro di soli 73 anni, è aumentata di oltre il 630 per cento. 

Ma la crescita non finisce qui. Infatti, sempre in base alle previsioni dell’Onu, la popolazione africana sarà pari a 2.500 milioni di persone nel 2050 (un quarto della popolazione mondiale). D’altronde, se si considera che oggi l’età media in Africa è di vent’anni, non c’è molto da stupirsi di fronte a queste proiezioni. Nel frattempo, sempre nel 2050, l’Europa rappresenterà il 5 per cento dell’intera popolazione planetaria. Questo significa che in meno di trent’anni, la demografia africana giocherà un ruolo rilevante. Questa crescita assumerà proporzioni tali da costringere le popolazioni urbane a modificare il loro modo di vivere o di sopravvivere? O forse creerà condizioni più favorevoli, attraverso ad esempio una sana cooperazione tra Nord e Sud del mondo? Anche perché la vecchia Europa, se vorrà continuare ad essere competitiva sul versante dell’economia reale, avrà necessariamente bisogno di risorse umane africane.

Ecco perché sarebbe auspicabile la definizione di un Patto migratorio euro-africano che possa ridare dignità alla mobilità umana, scongiurando ogni forma di tratta delle persone, governando i flussi nel rispetto del valore della vita. Per dirla con le parole di Papa Francesco: «Non possiamo più pensare solo a preservare lo spazio dei nostri interessi personali o nazionali, ma dobbiamo pensarci alla luce del bene comune, con un senso comunitario, ovvero come un “noi” aperto alla fraternità universale».

Fonte: L’Osservatore Romano – 3 marzo 2023

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del quotidiano stampato nella Città del Vaticano]

La burocrazia scolastica  non può distorcere una legge dello Stato a tutela dei lavoratori fragili.

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Francesco Provinciali 

Il “Decreto milleproroghe” è stato convertito in legge 24/2/2023 n.14 – pubblicata sulla GU 49 del 27 febbraio 2023. Al paragrafo relativo ai provvedimenti in materia di lavoro e previdenza viene tra gli altri punti precisato il seguente, che riguarda la vexata quaestio delle tutele dei lavoratori fragili, una monografia lunga tre anni rimaneggiata e modificata più volte in sede legislativa, evidenziando le indecisioni e le contraddizioni della politica e suscitando il comprensibile disgusto dei malcapitati. Il testo “proroga al 30 giugno 2023 il diritto al lavoro agile per i lavoratori dipendenti, pubblici e privati, fragili rientranti nelle condizioni di fragilità di cui al DM 4 febbraio 2022 o più esposti a rischio di contagio su indicazione dei medici competenti, nonché per i genitori lavoratori dipendenti del settore privato che hanno almeno un figlio minore di anni 14 (art. 9, c. 4-ter, 4-quater e 5-ter)”. 

Una delle ragioni per cui queste tutele hanno avuto una vita lunga e travagliata è dovuta al fatto che nel settore pubblico sono compresi i docenti della scuola per i quali – in caso di lavoro agile – occorrerebbe provvedere alla sostituzione in servizio con personale supplente. Questione di “fondi” – quindi – ma allora quei 16 milioni stanziati dalla legge 14/2023 per lo smart working…a cosa dovrebbero servire? Un dipendente ATA che lavori a casa non deve essere sostituito.

Resta da vedere se quella cifra è sufficiente o meno per le spese di supplenza: la cifra è esigua e francamente miserevole e vergognosa se la si compara ad altri stanziamenti per bonus, prebende, concessioni e regalie.  Mi pare tuttavia di capire che il testo legislativo non esprima dubbi circa l’estensibilità del lavoro agile anche al personale della scuola e – pertanto – ai docenti stessi. Non citando esplicitamente questa categoria di lavoratori pubblici…ne consegue che non la esclude. La puntualizzazione più rilevante riguarda invece il fatto che la tutela viene estesa ai lavoratori fragili le cui patologie sono comprese nel DM 4/2/2022  (previa esibizione di documentazione comprovante, evidentemente). Mentre la visita del medico competente è prevista per i soggetti a rischio non inclusi nel citato DM.

A mio modesto parere questo diritto di accesso al lavoro agile così come descritto dal testo di legge si configura come “diritto soggettivo” (piuttosto che come “interesse legittimo” occasionalmente protetto) derivante dall’inclusione della patologia tra quelle del DM 4/2/2022 e si può esercitare a domanda, senza obbligo (la legge stessa lo precisa) di  sottoscrizione di un accordo individuale. Il Dirigente scolastico può adibire a mansione diversa i docenti in possesso dei requisiti di accesso e non è un caso che la “formazione” rientri tra quelle che un docente può svolgere a domicilio. In teoria la procedura di inoltro dell’istanza e il collocamento in smart working è più agevole di eventuali ostacoli burocratici che possano essere frapposti. Non sarebbe giustificabile una “resistenza” della burocrazia ministeriale che insistesse nel voler introdurre (o meglio mantenere, come è stato “in pratica” finora, per mancanza di chiare disposizioni attuative) una ingiusta discriminazione nell’ambito del settore pubblico che la stessa legge non prevede.  

La burocrazia a cui compete nell’immediato fornire indicazioni agli uffici periferici non può distorcere una legge dello Stato che letteralmente non introduce distinzione alcuna tra categorie di lavoratori compresi nel settore pubblico: la tutela spetta “ope legis” se la patologia è inclusa nel Dm salute del 4/ 2 /2022. Ora il rischio incombente è che se non saranno date indicazioni univoche su tutto il territorio nazionale potranno verificarsi dei contenziosi a livello locale.  La burocrazia ricordi che un giudice applica e interpreta la legge prima delle circolari. E comunque applica un principio di gerarchia normativa in cima al quale ci sta la Costituzione : una legge che stabilisce un diritto fruibile dai lavoratori pubblici e privati non può essere discrezionalmente interpretata se applica un principio costituzionale di uguaglianza. Chiaramente i dirigenti scolastici attendono istruzioni che li mettano al riparo da rilievi contabili o viceversa da ricorsi di avvocati del lavoro: ne hanno tutto il diritto, anche loro devono essere tutelati.

Forse la politica è consapevole di non aver risolto fino in fondo il problema con l’assegnazione di fondi adeguati. Ma questa è una colpa che abbiamo già ampiamente stigmatizzato in occasione del cd. “decreto aiuti-bis” voluto dal Ministro pro-tempore Orlando. La gente (i malati, i fragili su tutti) sente parlare di bonus per i cani e concessioni balneari e si forma un convincimento. Ma non deve subire le conseguenze dell’inazione amministrativa. Giungono notizie di dirigenti scolastici che richiesti da docenti di poter svolgere lo smart working (con tutti i crismi del DM salute citato) li spediscono alla visita collegiale c/o la RTS del MEF con il rischio di farli demansionare o licenziare. L’inclusione della patologia di cui sono portatori nel DM 4/2/2022 li certifica “fragili” senza bisogno di ulteriori accertamenti e la tutela che si deve applicare alla loro condizione di fragilità non è la valutazione discrezionale di una commissione di verifica, poiché la fattispecie da applicare è quella indicata dalla legge 24/2/2023 n.° 14. Si tratta a questo punto di applicarla. O valgono ancora le parole di Dante Alighieri: “Le leggi son ma chi pon man ad esse?”.

Mediterraneo, mare innocente di un tempo. Dov’è, nella catastrofe dei naufragi, la misura del dovere e della responsabilità?

Giovanni Federico

Acque agitate nei mari italiani. Per adesso Sicilia e Calabria si contendono gli sbarchi di uomini di sponde lontane. La recente tragedia di Cutro ha messo inevitabile pressione alla politica. Il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, sollecita l’Europa a iniziative di maggiore cooperazione con i Paesi d’origine e transito dei flussi migratori e chiede alla Ue di non lasciare sola l’Italia davanti ad una pressione migratoria senza precedenti. Del suo pari, navi di altre terre hanno chiesto e chiederanno nei giorni a venire di alleggerirsi del loro carico umano fatto di poveri disgraziati, subito in cerca di una salvezza e dopo di un futuro. Quei legni hanno nomi altisonanti che si qualificano da soli. Si sa della Humanity, della Ocean Viking, poi addirittura della Rise Above (quella cioè che si erge sopra di tutti) ed infine della Geo Barents, dal nome dell’esploratore di quel mare al Nord della Norvegia e della Russia. Troppo freddo da quelle parti, ora meglio ripiegare solcando le acque più calde del Sud.

C’è un Ministro dell’Interno dal cognome significativo: Piantedosi, che ficca, deciso, i paletti della sua politica nel mare, come a terra, perché sia chiaro il nuovo corso della gestione dei singulti del Terzo mondo. Ci sono un po’ di convenzioni internazionali a disciplinare la materia. Una ha per acronimo il nome di SOLAS (Safety of Life at Sea) che letta asciuttamente sembra più che altro una fregatura. Un’altra convenzione disciplina le zone SAR (Search and rescue), cioè di ricerca e soccorso. Solo una “S” le separa dalla SARS, una sindrome respiratoria acuta e severa che ha preso il cuore degli Stati europei e non li fa più ragionare a dovere con l’umanità che si richiederebbe. Quello che accade nel Mediterraneo non sembra affar loro, hanno imparato da Ponzio Pilato che in zona era uno che ha lasciato un segno niente male.

Si dovrebbe metter mano ai trattati ed intanto poveri uomini sono trattati quasi da essere tritati da un fiume di parole importanti che, scomodandosi a sproposito, macinano la loro modesta attesa. Il Mediterraneo da mare innocente di un tempo è diventato scuola di cavilli legulei più maliziosi delle onde che li sostengono. È roba di diritti da rispettare, di schiene dritte da contrapporre al disordine, di dritti furbastri che scaricano sull’altro ogni incombenza.

Sul campo si litiga di vocabolario. Se fossero migranti, c’è una procedura da rispettare, riconoscimenti da mettere in atto e via con carte bollate. Molte volte quegli uomini salgono a bordo delle navi, trasportati sotto bordo da imbarcazioni più piccole chiamate “Feederers”, “Alimentatori”, forse di speranza o di portafogli per chi vi si presta. Migrano gli uomini come gli uccelli. Tanto perché si sappia, in medicina migrano anche talvolta degli organi spostandosi, in modo attivo o passivo, a seconda delle circostanze ignote. L’accertamento delle effettive cause e volontà di questo o quel pellegrinaggio di carni complica ancor più il quadro dei fatti.

Se sono naufraghi vanno fatti sbarcare e dovranno presentare domanda di asilo. Quando una nave si frange in mille pezzi, chi vi è sopra va tutelato. Si frangono le onde contro i cadaveri che le ingombrano nel loro procedere, si infrangono contro un muro di gomma le preghiere dei supplici per un nuovo destino. Fragili sono quelli in prima fila, franti anch’essi di fisico o di psiche e vanno assistiti comunque siano le cose della legge. Riconosciuti come tali, stanno sbarcando in quel di Catania. Fragile è l’Europa che non sa destreggiarsi e cade miserabilmente in difetto ed in colpa, affogando insieme alle sue contraddizioni ed egoismi. Fragoroso è il ronzio del mare che continua a fare da sfondo, le onde stanche di morti da rollare e di Stati da sopportare.

Radicalità, il cambiamento che serve all’Italia? La lezione di De Benedetti e i dubbi che solleva.

 

 

Gabriele Papini

 

Riconoscere in Carlo De Benedetti un campione di ciò che egli ritiene necessario per il Paese, un cambiamento radicale, viene abbastanza arduo. Radicalità. Il cambiamento che serve all’Italia (edito da Solferino) è il libro con cui l’Ingegnere – classe 1934 – invece che “cercare la quiete” come converrebbe a persone della sua età (è lui che lo scrive) avanza proposte, convinto che questo sia “il momento della tempesta”.

 

Il titolo del volume avrebbe maggiore senso se lo avesse scritto uno storico marxista e non uno dei protagonisti del capitalismo italiano negli ultimi decenni. Infatti, più che radicale, l’Ingegnere, è stato più volte inserito nella categoria dei radical chic. Concetti e riflessioni, contenuti nel volume, che l’Ingegnere ha più volte ribadito in diverse interviste sui mass media, con alcune finali “riflessioni sulla vecchiaia”: quasi una sorta di De Senectute. Il capitalismo che ha tradito la sua promessa fondamentale, quella del benessere generalizzato; il dilemma tra libertà e sicurezza in un mondo multipolare; le crescenti disuguaglianze sociali, che divorano dall’interno le società e le democrazie; il nostro povero Pianeta, la “casa comune” che di tutte queste ingordigie ne fa le spese. Insomma un manifesto politico, buono forse per la nuova segretaria del Partito Democratico, che con l’Ingegnere condivide la nazionalità svizzera e (forse) alcune conoscenze nel “salotto buono” del mondo accademico e finanziario.

 

Poi c’è la storia personale di De Benedetti: imprenditore di successo, finanziere, editore (non puro, a proposito di “salute della democrazia”) che di radicalità, in questa storia economica (spesso sovrapposta a quella del Paese) si è nutrito ben poco e ancor meno l’ha subita. Alcuni cenni biografici ripercorsi nel volume restano illuminanti: i 100 giorni in Fiat, i rapporti con l’Avvocato Agnelli, l’esperienza in Olivetti, la visita a Cupertino con Elserino Piol (e l’incontro con un giovane Steve Jobs “vestito da straccione”), l’avventura nei giornali: la guerra di Segrate, il controllo del gruppo editoriale Espresso-Repubblica (con la contestata cessione ai figli) e infine il quotidiano Domani.

 

In definitiva, il volume appare la lezione di un esponente del capitalismo che la radicalità più che applicarla l’ha insegnata. Coinvolto nel capitalismo radicale, quello sì, più che assolto da esso. Naturalmente non si tratta di considerare la ricchezza una colpa, ma “bisogna assomigliare alle parole che si dicono. Forse non parola per parola, ma insomma ci siamo capiti…”.