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Brexit: La Grecia rivuole i marmi del Partenone

La prossima battaglia che il Regno Unito dovrà combattere nei negoziati commerciali post-Brexit con l’Ue sarà sui “Marmi Elgin”, le decorazioni del Partenone di Atene conservate al British Museum di Londra.

Il governo di Atene ha, infatti, chiesto di inserire nel futuro trattato commerciale tra Ue e Regno Unito clausola che obbligherebbe il paese a restituire tutte le opere giunte nelle nelle sue collezioni nel corso dei secoli, tra cui i “Marmi Elgin”.

Il Regno Unito si è sempre rifiutato di restituire alla Grecia i fregi del Partenone all’epoca in cui venne aperto ad Atene il grande museo ai piedi dell’Acropoli. Le grandi  placche scolpite vennero prese all’inizio del XIX secolo per  decisione dell’ambasciatore britannico Lord Elgin.

Secondo Londra i sovrani ottomani avevano dato il permesso di trasferirle a Londra, ma per la Grecia si tratta di una concessione fatta da un occupante il territorio ellenico da  considerare non legale.

Intanto si apre un altro caso: la Gran Bretagna post Brexit chiuderà le porte ai lavoratori non qualificati e a chi non parla inglese. Sono  queste le nuove linee sull’immigrazione presentate dal governo di Boris Johnson, basate su un sistema a punti simile a quello australiano.

Fra le misure elencate sul sito del Guardian viene anche specificato che alla frontiera non verranno più accettate carte d’identità di paesi come Francia e Italia. Secondo il quotidiano il  motivo è di evitare che lavoratori extra Ue ingannino il sistema con carte d’identità falsificate.

 

La settimana dell’amministrazione aperta

La Settimana dell’Amministrazione Aperta (#SAA2020), quest’anno alla sua quarta edizione, è una iniziativa collettiva, promossa e coordinata dal Dipartimento della funzione pubblica nell’ambito della partecipazione italiana all’Open Government Partnership. Sette giorni, da lunedì 2 a domenica 8 marzo, dedicati a sviluppare su tutto il territorio nazionale la cultura e la pratica della trasparenza, della partecipazione e dell’accountability, sia nelle amministrazioni pubbliche che nella società civile. Possono partecipare cittadini, enti pubblici, associazioni e chiunque abbia interesse ad approfondire i temi del governo aperto.

Come già avvenuto nelle precedenti edizioni, anche quest’anno la Settimana dell’Amministrazione Aperta si pone l’obiettivo di chiamare a raccolta tutte le persone che a vario titolo e nelle modalità più diverse si impegnano a rendere la pubblica amministrazione italiana un luogo più aperto al confronto, più trasparente per i cittadini e più aperto all’innovazione.

Per conoscere ed essere aggiornati sulle iniziative si può fare riferimento alla mappa dinamica disponibile sul sito Open Gov Italia. Chiunque voglia proporre un’iniziativa da promuovere nella Settimana dell’Amministrazione Aperta può compilare il form dell’iniziativa e chiedere che venga inserito nell’elenco ufficiale degli eventi.

Il programma della settimana prevede seminari, sia online che in presenza, hackathon, dibattiti pubblici, pubblicazione di documenti e report, rilascio di dati in formato aperto e altre iniziative volte a mettere a disposizione di cittadini e pubbliche amministrazioni strumenti utili ad attuare i principi dell’Open Government, appuntamenti rivolti a chiunque voglia saperne di più sui temi al centro delle iniziative.

Intesa Sanpaolo-Ubi verso una nuova banca

Intesa Sanpaolo  ha lanciato nei giorni scorsi un’offerta volontaria e totalitaria sul 100% delle azioni di Ubi banca. Il valore dell’operazione ammonta a 4,9 miliardi di euro. La formula scelta è quella dell’Ops, ovvero un’Offerta pubblica di scambio attraverso la quale Intesa offrirà 17 azioni per ogni 10 azioni Ubi possedute.

La cifra messa sul piatto da Intesa corrisponde a una valutazione di Ubi banca pari a 0,6 volte il patrimonio tangibile e 12 volte gli utili attesi per 2020 .

Se l’operazione andrà in porto nascerà la terza banca europea per capitalizzazione di mercato, che salirà a 48 miliardi di euro, e la settima per ricavi, a quota 21 miliardi, con impieghi per circa 460 miliardi di euro e 1,1 trilioni di euro di risparmio degli italiani in gestione.

L’operazione non avrà nessun impatto per gli azionisti a cui Messina assicura un dividendo di 0,2 euro sul 2020, superiore a 0,2 euro sul 2021, con l’impegno, anche nel futuro, a mixare alte cedole e un solido capitale.

 

#Rispettiamocinstrada: manifestazione nazionale per la sicurezza stradale.

#Rispettiamocinstrada nasce da un Appello, firmato da oltre 200 sigle e consegnato al Presidente della Repubblica, che chiede  al governo misure urgenti per fermare le morti causate dagli incidenti stradali. Una strage silenziosa che sta rendendo sempre più pericolose e invivibili le nostre strade e le nostre città.

Il corteo partirà alle 11 di domenica 23 febbraio dal Colosseo per raggiungere largo Chigi dove la manifestazione si concluderà con una performance di bici e musica e la lettura dell’Appello. Tra le richieste: disincentivare l’utilizzo delle auto private a favore dei mezzi pubblici, più strumenti per il controllo delle violazioni, opere infrastrutturali per aree urbane con limite a 30km/h, spazio e facilitazioni per la circolazione di pedoni e biciclette, via libera alla micromobilità elettrica.

Una protesta festosa per famiglie e bambini, pedoni, ciclisti, diversamente abili e  monopattini elettrici,  a cui Legambiente parteciperà con convinzione:  basta con l’idea che le strade appartengono solo alle auto!

Premi David di Donatello 2020: tutte le candidature

Queste le candidature ai Premi David di Donatello 2020 dei film usciti al cinema dal 1˚ gennaio al 31 dicembre 2019, votate dal 7 gennaio all’8 febbraio 2020 dai componenti la Giuria dell’Accademia.

Il record di nomination lo ha conquistato Il traditore di Marco Bellocchio con 18 candidature, comprese quelle per miglior film e miglior regia. Di seguito Il Primo Re di Matteo Rovere e Pinocchio di Matteo Garrone con 15. Martin Eden di Pietro Marcello ne ha accumulate 11, 5 è il numero perfetto di Igort 9 e Suspiria di Luca Guadagnino 6.

David di Donatello 2020: le nomination
Miglior film:

Il primo re
Il traditore
La paranza dei bambini
Martin Eden
Pinocchio
Miglior regia:

Matteo Rovere (Il primo re)
Marco Bellocchio (Il traditore)
Claudio Giovannesi (La paranza dei bambini)
Pietro Marcello (Martin Eden)
Matteo Garrone (Pinocchio)
Miglior regista esordiente:

Igort (5 è il numero perfetto)
Phaim Bhuiyan (Bangla)
Leonardo D’Agostini (Il campione)
Marco D’Amore (L’immortale)
Carlo Sironi (Sole)
Miglior sceneggiatura originale:

Bangla
Il primo re
Il traditore
La dea fortuna
Ricordi?
Miglior sceneggiatura non originale:

Il sindaco del rione Sanità
La famosa invasione degli orsi in Sicilia
La paranza dei bambini
Martin Eden
Pinocchio
Miglior attore protagonista:

Toni Servillo (5 è il numero perfetto)
Alessandro Borghi (Il primo re)
Francesco Di Leva (Il sindaco del rione Sanità)
Pierfrancesco Favino (Il traditore)
Luca Marinelli (Martin Eden)
Miglior attore non protagonista:

Carlo Buccirosso (5 è il numero perfetto)
Stefano Accorsi (Il campione)
Fabrizio Ferracane (Il traditore)
Luigi Lo Cascio (Il traditore)
Roberto Benigni (Pinocchio)
Miglior attrice protagonista:

Valeria Bruni Tedeschi (I villeggianti)
Jasmine Trinca (La dea fortuna)
Isabella Ragonese (Mio fratello rincorre i dinosauri)
Linda Caridi (Ricordi?)
Lunetta Savino (Rosa)
Valeria Golino (Tutto il mio folle amore)
Miglior attrice non protagonista:

Valeria Golino (5 è il numero perfetto)
Anna Ferzetti (Domani è un altro giorno)
Tania Garribba (Il primo re)
Maria Amato (Il traditore)
Alida Baldari Calabria (Pinocchio)
Miglior film straniero:

C’era una volta a Hollywood
Green Book
Joker
L’ufficiale e la spia
Parasite (Vincitore)
Miglior cortometraggio:

Inverno di Giulio Mastromauro (Vincitore)
Miglior produttore:

Bangla
Il primo re
Il traditore
Martin Eden
Pinocchio
Migliore autore della fotografia:

Daniele Ciprì (Il primo re)
Vladan Radovic (Il traditore)
Francesco Di Giacomo (Martin Eden)
Nicolaj Bruel (Pinocchio)
Daria D’Antonio (Ricordi?)
Migliore musicista:

L’orchestra di Piazza Vittorio (Il flauto magico di Piazza Vittorio)
Andrea Farri (Il primo re)
Nicola Piovani (Il traditore)
Dario Marianelli (Pinocchio)
Thom Yorke (Suspiria)
Migliore canzone originale:

Festa (Bangla, musiche di Aiello)
Rione Sanità (Il sindaco del Rione Sanità)
Un errore di distrazione (L’ospite)
Che vita meravigliosa (La dea fortuna, musiche di Antonio Diodato)
Suspirium (Suspiria)
Migliore scenografia:

Nello Giorgetti (5 è il numero perfetto)
Tonino Zera (Il primo re)
Andrea Castorina (Il traditore)
Dimitri Capuani (Pinocchio)
Inbal Weinberg (Suspiria)
Migliore costumista:

Nicoletta Taranta (5 è il numero perfetto)
Valentina Taviani (Il primo re)
Daria Calvelli (Il traditore)
Andrea Cavalletto (Martin Eden)
Massimo Cantini Parrini (Pinocchio)
Migliore truccatore:

Andreina Becagli (5 è il numero perfetto)
Roberto Pastore, Andrea Leanza, Valentina Visintin e Lorenzo Tamburini (Il primo re)
Dalia Colli e Lorenzo Tamburini (Il traditore)
Dalia Colli e Mark Coulier (Pinocchio)
Fernanda Perez (Suspiria)
Miglior acconciatore:

Marzia Colomba (Il primo re)
Alberta Giuliani (Il traditore)
Daniela Tartari (Martin Eden
Francesco Pegoretti (Pinocchio)
Manolo Garcia (Suspiria)
Migliore montatore:

Gianni Vezzosi (Il primo re)
Jacopo Quadri (Il sindaco del rione Sanità)
Francesca Calvelli (Il traditore)
Aline Hervé e Fabrizio Federico (Martin Eden)
Marco Spoletini (Pinocchio)
Miglior suono:

5 è il numero perfetto
Il primo re
Il traditore
Martin Eden
Pinocchio
Migliori effetti visivi VFX:

Giuseppe Squillaci (5 è il numero perfetto)
Francesco Grisi a Gaia Bussolati (Il primo re)
Rodolfo Migliari (Il traditore)
Theo Demeris e Rodolfo Migliari (Pinocchio)
Luca Saviotti (Suspiria)
Miglior documentario:

Citizen Rosi
Fellini fine mai
La mafia non è più quella di una volta
Se c’è un aldilà sono fottuto. Vita e cinema di Claudio Caligari
Selfie

Posti in piedi al cinema

“Sold out” ieri pomeriggio-sera al cinema Broadway di Centocelle, fino agli anni ’70 prima  periferia di Roma successivamente trasformatasi in quartiere piccolo borghese della Capitale. Oltre trecento persone hanno affollato la sala principale dello storico cinema di quartiere non per assistere alla proiezione del film di successo del momento ma per partecipare alla manifestazione di presentazione  a Roma di “BaseRiformista”, la recente iniziativa politico-culturale avviata all’interno del Partito Democratico. Un folto gruppo di dirigenti, iscritti, militanti e semplici simpatizzanti che intendono portare il loro particolare contributo alla azione politica del Partito Democratico si sono riconosciuti nei valori, nelle idee e nei programmi  di questa realtà nella quale qualcuno, con non eccessiva fantasia,ha voluto individuare l’ennesima “corrente” del Partito Democratico. Più precisamente, e anche più sarcasticamente, la corrente dei “renziani” che non hanno aderito alla iniziativa scismatica di Italia Viva. 

Correntismo  e sarcasmo a parte, BaseRiformista e la sua emanazione cittadina RomaRiformista si muovono lungo un percorso che prende le mosse dalla intuizione primigenia del Partito Democratico e si snoda seguendo i principi illustrati  e condivisi al Lingotto ormai una decina di anni fa. Principi, idee e programmi che per cause molteplici e tutte diverse l’una dall’altra non hanno trovato se non scarsa accettazione ed attuazione, facendo restare nel cassetto il sogno di un partito a vocazione maggioritaria, democratico, popolare, liberale, laico, riformista, ed europeista.

La fusione “a freddo” non è riuscita,le culture  costituenti,quella cattolica post-democristiana,quella socialdemocratica post-comunista e quella radical-ambientalista non si sono correttamente contaminate ed il risultato è sotto gli occhi di tutti.

Da questa constatazione intende riprendere il filo del discorso BaseRiformista che,saldamente ancorata all’interno del Partito Democratico,si propone alla comunità degli iscritti, degli elettori  con i suoi modelli di partito e di società aperti ed inclusivi.

Giuseppe Fioroni,nel suo discorso di apertura dell’incontro ha ribadito la convinzione,sua e di tutti i presenti, che il Partito Democratico è ancora il solo ed unico strumento credibile di Governo di questo Paese, ma che lo stesso Partito Democratico o si manifesta realmente come una forza politica aperta a tutte le istanze di una società moderna ed attenta a tutti i cambiamenti ma anche a  tutte le culture politiche di riferimento oppure si condanna ad una presenza meramente testimoniale di una idea di società primo novecentesca ormai sorpassata ed anacronistica.

Il Partito Democratico deve quindi  aprirsi a strati sociali, culturali ed economici  i più diversi, accettandone e metabolizzandone il portato politico, altrimenti si avvierà verso un declino nemmeno troppo lento che lo condurrà ad essere l’ennesima occasione persa da questo Paese.

E su questa linea Lorenzo Guerini ha concluso la manifestazione ribadendo,tra l’altro, la posizione espressa Patrizia Prestipino in ordine alla sicura permanenza degli amici di BaseRiformista all’interno del Partito ed all’impegno per riportare Roma ad una Amministrazione decente e dignitosa e ricordando al Segretario Nìcola Zingaretti che la missione che la stessa BaseRiformista si è data fin dal primo momento della sua costituzione è quella di aiutare il Partito ad “andare avanti e non dietro”.

 

Dio è morto? A Bologna un incontro con Francesco Guccini e il Cardinal Matteo Zuppi

Sabato 29 febbraio, alle 17.45, nell’Aula Magna di Santa Lucia in via Castiglione, 36 a Bologna, si svolgerà l’evento “Dio è morto? Alla ricerca di qualcosa che non trovano” che, dopo i saluti del Rettore Francesco Ubertini, vedrà gli interventi del S. E. Card. Matteo Zuppi e di Francesco Guccini, stimolati dal direttore di QN il Resto del Carlino Michele Brambilla.

L’Alma Mater di Bologna ospita in Aula Magna l’evento organizzato da “Il Resto del Carlino” per un confronto sui grandi temi riproposti dalla canzone degli anni ’60 e divenuta immortale, accompagnando tragicamente la gioventù di quegli anni.

Un dibattito organizzato nell’ambito del programma di eventi collaterali della mostra “NOI. Non erano solo canzonette” in scena a Palazzo Belloni a Bologna.

L’evento è aperto al pubblico, con ingresso libero previa registrazione.

Per soddisfare le numerose richieste, sarà possibile assistere al confronto in diretta streaming. Nei prossimi giorni, sul sito dell’Alma Mater, verranno comunicate le modalità di registrazione e i dettagli per seguire la diretta streaming.

Parlamento europeo: al via le candidature per il “Premio del cittadino europeo 2020”

Ogni anno il Parlamento europeo assegna il “Premio del cittadino europeo”. Questo premio è un premio per risultati eccezionali nelle seguenti aree:

  • Progetti che promuovono una migliore comprensione reciproca e una maggiore integrazione tra i cittadini degli Stati membri o facilitano la cooperazione transfrontaliera o transnazionale all’interno dell’Unione europea.
  • Progetti che prevedono una cooperazione culturale a lungo termine, transfrontaliera o transnazionale che contribuiscono al rafforzamento di uno spirito europeo.
  • Progetti collegati all’attuale Anno europeo (se applicabile). 
  • Progetti che esprimono concretamente i valori sanciti dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.

Le giurie nazionali selezioneranno un massimo di cinque candidati per Paese e sarà compito di una “Cancelleria”, presieduta dal presidente del Parlamento europeo, indicare un massimo di 50 vincitori (di cui almeno uno per ogni Paese membro) entro il luglio prossimo. A novembre, presso il Parlamento europeo la cerimonia di premiazione.

Per candidarti o nominare qualcuno, premi qui.

Scadenza: 20 aprile (23:59, ora di Bruxelles)

Il clima sconvolge i mercati, sui banchi fave e asparagi

Sui banchi sono arrivate con oltre un mese di anticipo le primizie per effetto di un inverno anomalo segnato da temperature bollenti che hanno mandato in tilt le colture lungo tutta la Penisola con la raccolta delle fave nel Lazio avviata molto prima del tradizionale appuntamento del primo maggio, ma anche l’arrivo delle fragole in Puglia e dei primi asparagi in Veneto. E’ quanto emerge dal monitoraggio della Coldiretti nei mercati degli agricoltori di Campagna Amica sugli effetti concreti dei cambiamenti climatici in un inverno che ha fatto registrare fino ad ora nel Vecchio Continente temperature di 3,1 gradi superiori la media di riferimento (1981 -2010). sulla base dei dati del Copernicus Climate Change Service relativi ai mesi di dicembre e gennaio.

Il caldo fuori stagione – sottolinea la Coldiretti – ha stravolto completamente i normali cicli colturali e di conseguenza anche le offerte stagionali presenti su scaffali e bancarelle in questo periodo dell’anno. Per non cadere nell’inganno dei prodotti importati spacciati per Made in Italy è importante tuttavia verificare sempre l’origine nazionale in etichetta che – precisa la Coldiretti – è obbligatoria per la frutta e verdura e privilegiare gli acquisti direttamente dagli agricoltori nelle aziende o nei mercati di campagna Amica dove i prodotti sono anche piu’ freschi e durano di piu’.

Se nei banchi del mercato di Campagna Amica di Roma gli agricoltori offrono anche agretti, carciofi romaneschi, erbe spontanee come il papavero e le fave che sono già presenti anche in Puglia insieme alle fragole arrivate prima di alcune settimane e già pronte al consumo, mentre in Veneto ci sono addirittura già le chiocciole risvegliate in netto anticipo dal letargo insieme ai primi asparagi.

La natura è in tilt e a macchia di leopardo lungo la Penisola dove – riferisce la Coldiretti – si sono verificate fioriture anticipate delle mimose in Liguria e dei mandorli in Sicilia e Sardegna dove iniziano a sbocciare le piante da frutto, ma in Abruzzo sono in fase di risveglio, con un anticipo di circa un mese, gli alberi di susine, pesche mentre gli albicocchi in Emilia e in Puglia hanno già le gemme. Un clima pazzo che non aiuta certamente la programmazione colturale in campagna ma espone le piante anche al rischio di gelate nel caso di brusco abbassamento delle temperature con conseguente perdita delle produzioni e del lavoro di un intero anno.

Se la lunga assenza di piogge e le temperature insolitamente miti di questo strano inverno ha appena portato la Protezione civile dell’Emilia-Romagna a segnalare il pericolo di incendi boschivi per il restante mese di  febbraio, al Sud si fanno i conti con l’allarme siccità in campagna e  si riscoprono addirittura le messe con preghiere propiziatoria come quella che si è svolta nella Chiesa Madre San Nicola di Bari a Gibellina in provincia di Trapani in Sicilia dove in vaste aree dell’isola i campi sono aridi e i semi non riescono neanche a germinare ma la mancanza di acqua ed il vento minaccia anche le lenticchie di Ustica e problemi nella zona del ragusano ci sono nei pascoli per l’erba è secca e si temono speculazioni sul prezzo del fieno per alimentare gli animali. In Basso Molise – spiega la Coldiretti – i terreni secchi seminati a cereali rischiano di non far germogliare ed irrobustire a dovere le piantine ma difficoltà riguardano anche agli ortaggi che già necessitano di irrigazioni di soccorso. La situazione è critica dalla Puglia alla Basilicata fino alla Sardegna.

In Puglia – continua la Coldiretti – la disponibilità idrica è addirittura dimezzata in 12 mesi con circa 140 milioni di metri cubi contro i 280 di un anno fa secondo gli ultimi dati dell’Osservatorio Anbi che registra difficoltà anche in Umbria con il 75% di pioggia in meno rispetto allo scorso anno caduta nel mese di gennaio. In Basilicata mancano all’appello circa 2/3 delle risorse idriche disponibili rispetto a Febbraio 2019 ed oggi sono pari a 257 milioni di metri cubi, ovvero 162 milioni di metri cubi in meno rispetto allo stesso periodo del 2019. Una emergenza che – precisa la Coldiretti – è stata al centro di un incontro della Coldiretti lucana perché rappresenta un grave pericolo per l’agricoltura di qualità dell’intero territorio provinciale ed in particolare del metapontino, quale zona maggiormente vocata alla produzione di colture frutticole e orticole. Ma difficoltà – continua la Coldiretti – si registrano anche in Sardegna il Consorzio di Bonifica di Oristano hanno addirittura predisposto a tempo di record l’attivazione degli impianti per l’irrigazione per garantire acqua ai distretti colpiti dalle grave siccità a causa della mancanza di piogge a seguito alle segnalazioni relative alle colture in sofferenza per il perdurare dell’assenza di precipitazioni.

L’andamento anomalo di questo inverno conferma dunque – continua la Coldiretti – i cambiamenti climatici in atto che si manifestano con la più elevata frequenza di eventi estremi e sfasamenti stagionali che sconvolgono i normali cicli colturali ed impattano sul calendario di raccolta e sulle disponibilità dei prodotti che i consumatori mettono nel carrello della spesa. L’agricoltura – conclude la Coldiretti – è l’attività economica che più di tutte le altre vive quotidianamente le conseguenze dei cambiamenti climatici con sfasamenti stagionali ed eventi estremi che hanno causato una perdita in Italia di oltre 14 miliardi di euro nel corso del decennio tra produzione agricola nazionale, strutture e infrastrutture rurali.

Organoidi (cervelli in provetta) per studiare i tumori cerebrali pediatrici

Fanno ammalare gli organoidi (cervelli in provetta) per trovare una cura che funzioni nella realtà sui piccoli pazienti colpiti da tumori cerebrali. Gli organoidi, creati a centinaia nei laboratori dell’Università di Trento, sono utili per comprendere i meccanismi genetici del cancro al cervello in età pediatrica e a trovare nuove cure per queste malattie ancora poco curabili. Il gruppo di ricercatori coinvolti nello studio ha sviluppato, in questo modo, un nuovo modello per studiare i tumori cerebrali nei primi anni di vita.

La ricerca, appena pubblicata sulla rivista Nature Communications, è stata svolta dall’Università di Trento, che ha coordinato un gruppo di ricerca che coinvolge, con l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, anche Sapienza Università di Roma e l’Irccs Neuromed, Istituto neurologico mediterraneo, di Pozzilli (Isernia). Lo studio ha potuto contare sul sostegno della Fondazione Armenise-Harvard, di Fondazione Airc per la ricerca sul cancro e della Fondazione Caritro di Trento.

Gli organoidi sono stati utilizzati per ricreare dei tumori in laboratorio e i risultati aprono nuove prospettive nella ricerca contro i tumori al cervello poiché in futuro potrebbero permettere di produrre una grande quantità di tumori in laboratorio a costi ridotti rispetto alle precedenti tecnologie e perciò di effettuare screening ampi per valutare nuovi farmaci.

Il tumore al cervello è la prima causa di morte per cancro nei bambini. I tumori cerebrali sono patologie aggressive che necessitano di trattamenti multidisciplinari e integrati. Sebbene numerosi passi avanti siano stati fatti nel trattamento di queste malattie, i pazienti che guariscono possono presentare effetti collaterali a lungo termine che influiscono significativamente sulla qualità della vita. Quando poi il tumore si ripresenta a distanza di tempo, le terapie sono generalmente inefficaci. Il medulloblastoma, oggetto di studio di questo lavoro, è il tumore maligno del sistema nervoso centrale più frequente nei bambini. Oggi, la sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi di medulloblastoma si aggira intorno al 70%.

«Il Bambino Gesù – spiega l’oncoematologa Evelina Miele – ha contribuito in maniera sostanziale allo studio, grazie alla ultradecennale esperienza nel campo della ricerca e dell’assistenza sul medulloblastoma. In questo studio, frutto della collaborazione di prestigiose istituzioni italiane, i ricercatori dell’Ospedale Pediatrico della Santa Sede hanno permesso una migliore caratterizzazione degli organoidi tumorali sfruttando un potente strumento di diagnostica e di ricerca, il profilo di metilazione del DNA, a oggi disponibile in Italia solo presso i nostri laboratori». 

De Mita, la DC ed il Cile

Il direttore dell’Osservatore Romano Andrea Monda ha pubblicato lo scorso 4 febbraio una bella intervista con Ciriaco De Mita. Il quale appare lucido e convincente come sempre, sia nella rivendicazione del proprio popolarismo sturziano, che nel racconto del proprio rapporto dialogico con i vari Papi e con il card. Martini, con Kohl e Gorbaciov, come pure infine nel giudizio lapidario sulla fine della DC : dal 1947 in poi, mentre  realizzava una crescita accelerata del Paese che altrove si era sviluppata lungo secoli, la DC trasformava in democratica un’Italia che era reazionaria; dopo il 1989 il processo democratico e la funzione della DC hanno perso vigore, non c’è stato più pensiero e ha prevalso la convenienza.

A inizio della seconda parte della chiacchierata il giornalista stimola De Mita con una domanda sul Cile post Allende, che può sembrare strana o bizzarra nel contesto di una intervista fino a quel momento tracciata sui fili dei richiami ideali e del dibattito politico italiano. Dico che può sembrare strana, ma solo perché purtroppo una delle conseguenze della fine improvvisa e senza eredi che non siano macchiette, dei grandi partiti politici, è la mancanza di rapporti, spesso anche di conoscenza, con le realtà politiche degli altri Paesi, degli altri Continenti. Gli Stati Uniti li conosciamo per le bizze di Trump, la Cina per la politica economica espansiva ed ultimamente per il virus epidemico, l’Europa per la cristallizzazione delle strutture burocratiche, la contrapposizione tra visioni efficientiste e protezionistiche a dispetto delle istanze comunitarie: conseguenze forse di un allargamento troppo frettoloso a tanti nuovi partner arrivati nell’Unione più per fruire che per condividere.

La Gran Bretagna la conosciamo da poco nella nuova ma in realtà vecchia veste dell’isolazionismo, e dovremo farci i conti assumendo anche noi una nuova mentalità. Ma chi sa qualcosa dell’America Latina, dell’Africa, dell’Asia (dove un solo Paese, l’India, ha un miliardo e trecento milioni di abitanti?). Non voglio scandalizzare nessuno, ma in certo senso capisco il ritorno dei nazionalismi, sia quelli colti che quelli rozzi e salviniani. Solo il superamento dei vecchi steccati statuali e nazionalistici, solo l’abbandono di una visione ottocentesca di un equilibrio basato sui confini, in un confronto mondiale dove le distanze dei territori sono pressoché annullate dalla globalizzazione e dalla velocizzazione dei rapporti, come con splendido e profetico richiamo alla civilizzazione italica ci ripete Piero Bassetti, altro lucido e brillante coetaneo di De Mita, ci potranno ridare la giusta cifra del nostro vivere glocale.

Negli anni ’70 ed ’80 non c’era chiusura, tutto andava meno veloce, ma c’era più curiosità, più voglia di conoscere e partecipare, in particolare quando scoprivamo assonanze o fratellanze politico-ideali. Ciriaco De Mita proveniva per nascita dall’Italia chiusa e provinciale anteguerra mondiale, ma da fine intellettuale fin dagli studi alla Cattolica, ospite del Collegio Augustinianum come un altro grande intellettuale di quattro anni più anziano, don Filippo Franceschi, prematuramente morto quand’era arcivescovo di Padova, si era abbeverato del pensiero di Maritain e Mounier, ma indubbiamente non aveva potuto viaggiare per il mondo. Divenuto nel maggio dell’82 Segretario Nazionale della DC aveva però mostrato subito interesse per i grandi processi politici mondiali e grande acutezza di analisi in particolare sull’America Latina, anche grazie a Gilberto Bonalumi, suo principale consigliere per quell’area geografica.

Me ne resi conto il 6 luglio del 1982, quando essendo giunto in Italia Napoleon Duarte, leader della DC salvadoregna, ed avendo quel giorno Bonalumi un impedimento, dovetti accompagnare da De Mita a piazza del Gesù lo stesso Duarte, che due anni dopo venne eletto trionfalmente presidente della Repubblica di San Salvador. De Mita, che aveva al suo fianco solo il capoufficio stampa Sangiorgi, dette prova di perfetta conoscenza della situazione politica dell’America centrale e Latina, ma anche della dottrina allora (solo allora?) dominante in USA, per la quale il Centro- America è il cortile di casa degli Stati Uniti, e quindi va tenuto pulito e controllato!             

Mi ha colpito quindi la frase finale della risposta che De Mita dà alla domanda sulla “avventura cilena”: ero là sotto il palco alla manifestazione, finito Pinochet, e ricordo che venne un cantante degli Inti Illimani che quando era in Italia cantava in manifestazioni contro la Democrazia Cristiana.

In effetti De Mita andò in Cile, subito dopo il referendum che sconfisse Pinochet nel 1988, accompagnato da Bonalumi e Zaniboni e partecipò alla campagna elettorale della c.d. Concertacion democratica con Patricio Aylwin , esponente democristiano, candidato unitario e poi Presidente cileno eletto nel 1989, dopo 15 anni di feroce dittatura, e sì certamente cantarono gli Inti Illimani ,finalmente rientrati dall’esilio e che io avevo conosciuto 14 anni prima. Per questo ho fatto un sobbalzo alla lettura di quella frase, non so se detta così o mal interpretata dall’intervistatore.

Il fatto è che per noi della Democrazia Cristiana di sinistra, il nervo cileno è ancora scoperto. Noi allora giovani DC, in occasione del nostro Congresso nazionale di Palermo del giugno 1974, avevamo aggiunto alle Tesi congressuali un lungo capitolo intitolato “Cile: una lezione”. Ne riporto alcuni periodi ma andrebbe letta tutta, anche come insegnamento per l’oggi:

“Il colpo di stato dell’11 settembre scorso ha suscitato nell’opinione pubblica internazionale -e specie in Europa e in Italia- un’eco assai superiore a quella di ogni altro golpe latinoamericano degli ultimi anni.

Non si è trattato infatti di una semplice sostituzione di un gruppo di potere con un altro, ma dell’arresto violento di un processo di emancipazione che, per quanto contraddittorio e contrastato, faceva intravvedere in America Latina una via originale per uscire dal sottosviluppo economico-civile e dalla dominazione straniera. In Italia poi, per via di certe analogie che il Cile aveva con noi in ordine agli schieramenti, e alle ragioni ispiratrici delle forze politiche, le vicende cilene hanno avuto ripercussioni eccezionali……Indubbiamente, nella complessità  della situazione cilena, la DC non ha sempre tenuto un atteggiamento lineare; ed anzi, nell’arco di tempo che va dal 1970 -momento in cui in Parlamento diede i voti ad Allende per farlo diventare Presidente della Repubblica- fino all’agosto 1973- in cui fu approvata una mozione in Parlamento che accusava Allende di aver violato la Costituzione, la DC è andata progressivamente su una linea politica di opposizione sistematica all’Unidad Popular. Le responsabilità di questo cambiamento di linea non sono però semplicemente addossabili alla DC……A nostro giudizio infatti la ragione vera del colpo di stato sta nella lotta che si sono fatte le forze politiche parlamentari, e nella mancata coscienza che senza intesa tra DC e Unidad Popular si sarebbe arrivati alla rottura dell’ordine costituzionale…..Vale a dire che il rapporto tra maggioranza ed opposizione concepito come strumento di democrazia formale deve diventare una dialettica matura la quale -pur tenendo distinto il ruolo dell’una e dell’altra- punti al consolidamento, e non già al deterioramento, del quadro istituzionale dato. Dal punto di vista della maggioranza ciò significa abbandonare qualsiasi concezione dogmatica integralistica della propria funzione, e dal punto di vista dell’opposizione significa resistere alle tentazioni massimaliste velleitarie e soprattutto a rivincite puramente elettorali……”  

Con l’arrivo della dittatura in Cile nel 1974, molti democristiani si erano dovuti riparare all’estero ed alcuni in Italia, così come molti comunisti. In Italia nel frattempo era stato dimissionato, in una famosa riunione iniziata il 24 luglio del 1975 e durata ininterrottamente tre giorni e tre notti, del Consiglio nazionale del Partito, Amintore Fanfani ed era divenuto nuovo segretario nazionale Benigno Zaccagnini, idolo di noi giovani, che nel frattempo ci eravamo particolarmente legati a Bernardo Leighton, che  esule con la moglie in Italia, viveva a Roma sull’Aurelia poco sopra i Musei vaticani e partecipava volentieri ai nostri Convegni e corsi di formazione, finché il 6 ottobre del 1975 un commando misto di sicari inviati da Pinochet e neofascisti italiani, non sparò ai coniugi Leighton ferendoli gravemente.

Lo sdegno e la commozione furono immediati e generalizzati. Io all’epoca, oltre che dirigente nazionale dei Giovani Dc, ero anche commissario del M. G. DC romano, toccò quindi a me organizzare in tutta fretta, con l’aiuto di Bartolo Ciccardini per conto del partito adulto, una manifestazione che riempì piazza Santi Apostoli a Roma. Istintivamente leggemmo in quell’attentato, anche per le molte assonanze tra la situazione italiana e quella cilena, un segnale contro i sempre più espliciti passi di Zaccagnini e Moro per una nuova politica aperta al confronto con il PCI.  Francamente, non ero molto esperto di manifestazioni di massa ma avevo sentore che la piazza andava scaldata. Feci un salto (mi aiuta una mia agendina del ‘75 che ho conservato come tutte le altre) nella sede nazionale della Federazione Giovanile Comunista, allora era in via della Vite, e lì dopo molte insistenze, riuscii a convincere i colleghi comunisti, c’erano tra gli altri Massimo d’Alema e Ferruccio Capelli, a darmi il numero di telefono della abitazione di Ariccia dove vivevano esuli gli Inti Illimani. Questi, certamente comunisti, esuli anch’essi in Italia e già notissimi al grande pubblico ed amatissimi dai giovani che con loro immancabilmente intonavano in coro “el pueblo unido jamas sera vencido” si fecero facilmente convincere da me, vennero a piazza Santi Apostoli, cantarono gratuitamente, ebbero tantissimi applausi. Anche a seguito di questa manifestazione che ci vedeva uniti in piazza, noi democristiani con i comunisti (ricordo pure che a darci una mano venne il servizio d’ordine della CGIL) mi stupii, ma solo fino ad certo punto, quando solo tre mesi dopo, per volere di Aldo Moro andai a presenziare ed a parlare a Genova, al Congresso Nazionale della FGCI: era la prima volta che un dc parlava ad un congresso comunista e ricordo ancora Enrico Berlinguer che lesse un libro durante tutto quel congresso, chiudendolo solo quando parlò Massimo d’Alema candidato alla segreteria Nazionale, e quando parlai io a nome del Movimento Giovanile DC nazionale, e certo non perché ero io a parlare.

Chiudo questa lunga carrellata di cose e fatti che non sono solo ricordi del passato, con quattro considerazioni:

  1. La musica, a meno che non sia suonata a mo’ di sfottò o sfida, non divide ma unisce. Ne ebbi prova personalmente all’inizio del 1980 quando, recatomi a Belgrado per lavoro, in preparazione al Convegno Internazionale di Studi Il Sistema Adriatico, che si tenne a Bari il marzo di quell’anno ed al quale parteciparono i rappresentanti della Federazione Jugoslava, delle Regioni italiane adriatiche, dell’United Nations Environmental Programme, della Commissione Esecutiva della Comunità Europea, dell’Ispi e dell’Ipalmo. Bene, a Belgrado, con la cortina di ferro ancora ben attiva ed un clima repressivo da socialismo reale immediatamente palpabile, non c’era internet, non c’erano cellulari né interconnessioni tv, eppure la sera in discoteca trovai la stessa musica che si ascoltava in Italia e capii che prima o poi, grazie ai giovani ed anche alla musica, il mondo sarebbe cambiato.
  2. Grazie ai voli low cost la popolazione mondiale, soprattutto giovanile, viaggia molto di più e grazie al web conosce molto di più luoghi e Paesi anche molto lontani, li conosce dal punta di vista turistico, culturale, linguistico, magari gastronomico, ma ha una conoscenza molto sommaria e spesso nulla della situazione socio-politico-istituzionale di quegli stessi Paesi; lo stesso avviene addirittura con riferimento a Paesi che fanno parte della nostra Unione Europea. Diamoci da fare a riportare in auge lo studio della geografia, della storia, dell’educazione civica!
  3. Ho abbastanza memoria, anche in virtù della mia partecipazione diretta alle vicende politiche europee degli anni ’70, per ricordare quanto sia stata travagliata la storia della adesione della Gran Bretagna all’Unione Europea, comunque avvenuta con la conservazione della sterlina e non adozione dell’’euro: Qualcuno ricorderà che la Francia pose per tutti gli anni ’60 il veto all’ingresso britannico, determinando quindi un moto di soddisfazione da parte degli europeisti convinti, quando nel ’73 ci fu l’adesione, confermata dal voto degli elettori del Regno Unito nel ’75 e sugellato dalla partecipazione alle prime elezioni dirette del Parlamento Europeo nel ’79. Risente di tale clima sicuramente, la famosa dichiarazione di Aldo Moro:” L’Europa non è l’Europa senza la Gran Bretagna”. Ora però la storia ha preso un altro verso, e la Brexit è un fatto compiuto, con cui occorre fare i conti. Prendiamo atto realisticamente della situazione e delle decisioni della Gran Bretagna, dalla quale c’è ora da attendersi una maggiore attenzione verso il Commonwealth, composto da 53 Nazioni con un totale di oltre 2 miliardi di abitanti. L’Europa, attraverso il suo massimo organo rappresentativo democratico, il Parlamento Europeo appunto, deve indirizzare la propria attenzione verso il Commonwealth, sposando lo schema ideale alla base del Progetto Italici, lanciato da Piero Bassetti, schema fondato sul dialogo e la collaborazione tra civilizzazioni. Della civilizzazione europea noi Italici siamo partecipi consapevoli e protagonisti da sempre. La grande e composita civilizzazione europea, anziché inseguire con il rimpianto o l’acredine, le bizze di un singolo Stato ex membro, rivolga la sua attenzione politica, culturale, valoriale, commerciale, linguistica, al Commonwealth delle 53 Nazioni, inaugurando così un nuovo percorso istituzionale multilaterale. Tra l’altro, l’accettazione implicita del nostro principio della doppia appartenenza, che consente agli Italici di sentirsi pienamente Europei, permetterà di vivere questo status ideale e culturale anche se non ancora giuridico-formale, pure ai cittadini maltesi, scozzesi, irlandesi e perché no anche britannici, qualora un giorno volessero ripensarci.
  4. Una riga con un concetto mal espresso, all’interno di una bella intervista di Ciriaco de Mita, mi ha spinto a rileggere appunti e scritti dei decenni passati, credo contenenti insegnamenti non inutili anche oggi, soprattutto se riflettiamo che nel nostro mondo così interconnesso e velocizzato, spesso trascuriamo la conoscenza reale del passato o addirittura del presente vissuto ad un’ora di aereo da noi o a distanza di un click di computer o cellulare. Conosciamo il presente e conserviamo la memoria.

Il “linguaggio dell’amore?”. Meglio praticarlo che predicarlo.

Da qualche tempo, e sempre più curiosamente, assistiamo alla predica insistente sulla necessità di declinare un singolare “linguaggio dell’amore” nella concreta dialettica politica italiana. Il tutto contro l’odio, la violenza verbale, l’attacco personale e, forse, anche contro una potenziale deriva autoritaria e illiberale. Propositi bellissimi, condivisibilissimi e anzi addirittura auspicabili, nella speranza che vengano sempre e comunque declinati concretamente nei rapporti tra le persone. A cominciare dai rapporti politici, fra i partiti e nei partiti. 

Ora, preso atto di queste dichiarazioni che negli ultimi mesi hanno fatto giustamente breccia e, paradossalmente, sono addirittura diventate il dogma di nuovi movimenti politici, forse è giunto anche il momento per ritornare alla realtà cercando di capire come concretamente si declinano questi nobili principi e questi sinceri propositi nel dibattito politico contemporaneo. 

Innanzitutto l’attacco personale, la delegittimazione morale e politica dell’avversario se non del nemico, la polemica verbale violenta e senza sconti non nasce da oggi. Conosciamo questi metodi da tempo. Per fermarsi alla storia italiana dal secondo dopoguerra, non possiamo dimenticare i violentissimi attacchi politici e personali che venivano praticati dal Pci, dalla sinistra estrema e cosiddetta extraparlamentare contro la Democrazia Cristiana e contro alcuni suoi autorevoli esponenti nel corso degli anni. Lo dice la storia e non l’opinione di singoli. Per non parlare della stagione che ha preceduto e seguito “Tangentopoli”. Ma, per fermarsi agli ultimi anni, e’ persin ovvio ricordare che dopo la stagione del “Vaffa day”, e quindi dell’attacco frontale e personale contro tutti coloro che ostacolavano la tua opinione e il tuo progetto politico, tutto è diventato lecito e possibile. Dal “vaffa day” alla “rottamazione” renziana il passaggio è stato breve. E l’attacco frontale alle persone è stato sdoganato. Dopodiché i gruppi dell’estrema destra hanno fatto il resto sino ad arrivare al giorno d’oggi. Eppure, e come ovvio e scontato, non c’è esponente politico e di partito che non predichi il rispetto dell’avversario – meglio sarebbe dire del nemico – e poi pratichi, come da copione e nei fatti, un attacco violento all’avversario. E’ appena sufficiente ascoltare i messaggi, gli slogan, le urla e leggere i manifesti e gli striscioni delle ultime manifestazioni di piazza per rendersene conto. Dalle piazze delle Sardine contro Salvini, la Lega e la destra a quella dei 5 stelle contro la cosiddetta “casta”; dai movimenti della estrema destra contro la sinistra a quella dei movimenti spontanei contro i partiti e singoli esponenti politici. Di fronte a tutto ciò viene spontanea una domanda: ma dov’è in tutti questo circo il cosiddetto “linguaggio dell’amore”? Dove sono il rispetto dell’avversario e la stessa buona educazione? Dove sono i comportamenti virtuosi e, soprattutto, dov’è la qualità della democrazia che molti auspicano e tutti predicano? 

Ora, per non continuare con esempi che sono – come ben sappiamo – sotto gli occhi di tutti, credo che sia necessario fissare solo alcuni paletti. Semplici ma chiari. 

Innanzitutto nessuno ha il monopolio della correttezza e della moralità nella politica italiana. Non ci sono i professionisti del nuovismo. Da nessuna parte. 

In secondo luogo nessuno può ergersi a paladino esclusivo della buona educazione e del rispetto dell’avversario. Ripeto, è appena sufficiente ascoltare gli slogan e leggere con attenzione gli striscioni che vengono sventolati nelle piazze dei vari partiti e dei vari movimenti politici per rendersi conto che il “linguaggio dell’amore” più che una chimera è un pio desiderio. 

In ultimo nessuno può rivendicare in nome di una superiorità morale nel linguaggio o nel comportamento etico una primogenitura democratica. Nessuno. E chi lo fa scivola facilmente nel campo dell’ipocrisia e del ridicolo. 

Ecco perche’, di fronte ad uno scenario del genere – oggettivo e non opinabile – forse è opportuno ricordare, come ci insegnava Carlo Donat-Cattin a noi giovani della sinistra Dc negli anni ’80, che il politico onesto e democratico e’ colui che “l’etica non la predica ma la pratica perché è talmente onesto che non osa ergersi al di sopra degli altri”. Per questo semplice motivo il “linguaggio dell’amore”, che come tale viene evocato con troppa semplicità e spensieratezza, deve essere altrettanto semplicemente e concretamente praticato e non predicato. Altrimenti si rischia di predicarlo dal palco e di rinnegarlo dalla piazza attraverso l’insulto, la demonizzazione personale e la criminalizzazione politica. Ancora una volta ci sovviene un grande cattolico democratico, Pietro Scoppola, quando invitata i cattolici democratici e popolari italiani a tenere sempre unite la “cultura del comportamento con la cultura del progetto”. Che resta l’unico modo per essere credibili nella politica come nella vita di tutti i giorni. In qualsiasi ambiente e in qualsiasi luogo. 

Agnes Buzyn sarà il nuovo candidato sindaco di Parigi per En Marche

Sarà l’ex ministro della Salute, Agnes Buzyn, il candidato sindaco di Parigi alle elezioni municipali di marzo per La République en marche dopo che Benjamin Griveaux si è ritirato a causa di un suo presunto video intimo diffuso su Internet la scorsa settimana dall’artista russo Piotr Pavlenski.

Secondo il quotidiano “Les Echos”, Buzyn dovrà riuscire in una “missione quasi impossibile” visto che la favorita resta la socialista Anne Hidalgo, il sindaco uscente, seguita dalla candidata dei Repubblicani, Rachida Dati.

Buzyn che ha presentato le dimissioni da ministro per dedicarsi interamente alla campagna elettorale era l’unico nome all’interno della maggioranza capace di mettere tutti d’accordo.. Al suo posto è stato nominato il deputato Olivier Veran.

Tedofori di memoria, testimoni di impegno

Il prossimo 21 marzo, Palermo ospiterà la XXV Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo di tutte le vittime innocenti delle mafie promossa da Libera. Ogni anno una città diversa, ogni anno un lungo elenco di nomi delle vittime innocenti delle mafie.

Per i suoi 25 anni, Libera ritorna nei luoghi che in questi anni hanno di volta in volta ospitato la piazza nazionale del 21 marzo. L’iniziativa si chiama “Tedofori di memoria e di impegno”: una fiaccola verrà portata in giro per l’Italia, in una specie di staffetta simbolica che toccherà i vari territori coinvolti. La prima fiaccola è stata accesa il 14 febbraio a Padova, luogo dell’ultimo 21 marzo, per proseguire il suo viaggio da Nord (toccando Torino, Milano, Genova, Bologna), per scendere verso Firenze, Roma, Napoli, Foggia, Locri, per poi concludere il viaggio il 18 marzo a Palermo.

In ogni tappa saranno coinvolti i familiari delle vittime delle mafie, studenti, docenti, rappresentanti delle associazioni, del mondo della chiesa, testimonial del mondo dello sport e della cultura: tutti, per un giorno, diventeranno tedofori di memoria e testimoni di impegno per la ricerca di verità e giustizia.

In ogni città, 25 tedofori percorreranno un tratto del percorso del 21 marzo per un risveglio delle coscienze, perché è anche facendo memoria che si getta il seme di una nuova speranza. Ogni città, un ricordo e una denuncia. Oltre l’85 per cento delle famiglie delle vittime non conosce la verità sulla morte dei propri cari. Una fiaccola, dunque, per mantenere accesi i riflettori sulle oltre 1000 vittime innocenti delle mafie. Una fiaccola di responsabilità civile che, da nord a sud, si propone di unire il nostro Paese per contribuire a scrivere insieme una memoria pubblica e condivisa. Una memoria viva.

 

Lombardia: aperto fino al 1° marzo il bando per gli orti didattici

Regione Lombardia, attraverso l’Ente Regionale per i servizi ad agricoltura e foreste, ha aperto il bando dedicato alla realizzazione di orti didattici, urbani e collettivi. Si tratta, infatti, di strumenti utili a diffondere la cultura del verde e dell’agricoltura, a sensibilizzare le famiglie e gli studenti sull’importanza di un’alimentazione sana ed equilibrata, a divulgare tecniche di agricoltura sostenibile, a riqualificare aree abbandonate, e a favorire l’aggregazione sociale e lo sviluppo di piccole autosufficienze alimentari per le famiglie. La dotazione è di 150 mila euro. Le domande di partecipazione possono essere presentate fin al 1° marzo 2020.

I progetti finanziabili devono essere finalizzati alla realizzazione di:

1) ‘orti didattici’: aree verdi all’ interno dei plessi scolastici o su appezzamenti di terreni resi disponibili da enti pubblici e privati o aziende agricole, destinate alla formazione degli studenti a pratiche ambientali sostenibili e all’ educazione agro-alimentare;

2) ‘orti urbani’: tasselli verdi all’interno dell’agglomerato cittadino che vengono suddivisi in particelle da assegnare a singoli cittadini con lo scopo di contribuire al recupero di aree abbandonate o sottoutilizzate delle città, configurandosi come innovativi elementi del paesaggio urbano contemporaneo e come possibile strumento di aggregazione sociale;

3) ‘orti collettivi’: appezzamenti di terreni gestiti da associazioni, individuati quale luogo di pratica ortofrutticola, organizzati con la finalità di dare l’opportunità a chi non ha un orto e non ha sufficienti conoscenze tecniche di beneficiare dei prodotti di un lavoro collettivo.

 

Herpes zoster

L’herpes zoster, comunemente chiamato fuoco di Sant’Antonio, è una malattia virale a carico della cute e delle terminazioni nervose, causata dal virus della varicella infantile.

L’herpes zoster non è la stessa malattia dell’herpes simplex, nonostante la somiglianza del nome. Il suo nome deriva da due parole greche, “serpente” e “cintura”, che descrivono in modo molto appropriato una malattia dolorosa, come un serpente di fuoco che si annida all’interno del corpo e che a volte ha strascichi lunghi e invalidanti. La malattia è caratterizzata da un’eruzione cutanea dolorosa con presenza di vescicole, solitamente limitata a un lato del corpo, spesso in una striscia.

In tutto il mondo il tasso di incidenza annuale di herpes zoster varia da 1,2 a 3,4 casi ogni 1.000 individui sani, aumentando a 3,9-11,8 all’anno per 1.000 persone tra gli individui con più di 65 anni.

Una larga parte di persone sviluppa l’herpes zoster almeno una volta nella vita, anche se di solito un’unica volta. In uno studio statunitense del 1960, il 50% degli individui che vivono fino a 85 anni ha avuto almeno un attacco, mentre l’1% ha avuto almeno due attacchi.

Il trattamento tramite farmaci antivirali può ridurre la gravità e la durata dell’herpes zoster.

 

Luca Ricolfi: “La società signorile di massa”.

Prof. Ricolfi, in questi anni sono circolate molte definizioni di modelli di società: aperta, trasparente, scientifica, liquida, rancorosa, insoddisfatta, dei penultimi….

Definizioni basate per lo più su congetture ermeneutico-interpretative ad effetto. Nel Suo recente libro “La società signorile di massa” Lei descrive un tipo di società che si è andata configurando in Italia a partire dagli anni 60 e lo fa – da studioso di analisi dei dati – in modo direi fotografico e terzo, senza pregiudiziali ideologiche. Vuole riassumere il significato che attribuisce a questa originale deduzione sociologica? E perché questo tipo di società è un fenomeno direi esclusivamente italiano?

Veramente non c’è un significato che io attribuisco alla mia definizione, perché io uso le categorie sociologiche, ad esempio l’aggettivo “signorile”, in modo analitico-descrittivo, non etico-valutativo. Semplicemente, io ho ritenuto che il modo più conciso di descriverci sia quello di sottolineare che una condizione tipicamente considerata di élite, è divenuta di massa. Gli elementi essenziali della condizione signorile sono, fin dall’epoca feudale, la stagnazione dell’economia e l’accesso al surplus da parte di chi non lo produce. La novità è che anziché avere un’élite di signori (dell’ordine del 5% della popolazione), ora i signori sono più del 50%, circa 2 italiani su 3.

Quanto all’unicità del caso italiano io mi limito a constatarla, e a descrivere come ci siamo arrivati negli ultimi 75 anni. Spiegarla è un compito eccessivo per le mie forze, che lascio volentieri agli storici. 

La Sua analisi, ricca di dati statistici che la suffragano, evidenzia tre pilastri ‘connotativi’ che spiegano come è andata configurandosi una società signorile di massa in Italia: il risparmio e la ricchezza accumulata dai padri, la decadenza fino alla sua distruzione del sistema scolastico, l’affermarsi di una struttura di stampo para-schiavistico. In che misura questi tre fattori convergono e contribuiscono a strutturare una società signorile di massa?

Impossibile quantificare il contributo dei tre fattori, posso solo dire che tutti e tre sono necessari. Senza ricchezza accumulata e distruzione della scuola non vi sarebbe disoccupazione volontaria, senza la presenza di una infrastruttura para-schiavistica non avrei parlato di società signorile, e mi sarei limitato a riprendere o miscelare le definizioni classiche, tipo società dei consumi, società opulenta, società della comunicazione, eccetera.

Emergono – ad una lettura attenta delle derive che le hanno via via prodotte – tre condizioni compresenti nel tessuto sociale: il numero dei cittadini che non lavorano ha superato ampiamente quello dei cittadini che lavorano, l’accesso ai consumi opulenti si è generalizzato raggiungendo larga parte della popolazione, la stagnazione economica è causa-effetto del declino della produzione. Ma se l’ascensore sociale è fermo al piano terra come può verificarsi il fenomeno massivo dell’accesso generalizzato ed esteso ai beni di consumo?

E’ semplice: l’ascensore ha funzionato in passato (fino al 2007), spostando una parte considerevole della popolazione ai piani alti e medi. Ora l’ascensore fa qualche corsa all’insù e qualche corsa all’ingiù, ma i due tipi di corse si elidono: per ogni 1000 individui che salgono, ce ne sono più o meno altrettanti che scendono.  

Ecco perché parlo di “gioco a somma zero”: se il Pil non cresce l’ampiezza della torta resta costante, e il successo di ego diventa inseparabile dall’insuccesso di alter.

Già alcuni anni fa il Censis riferiva di una sorta di “sontuosità iperacquisitiva”, intesa come tendenza a vivere al di sopra delle possibilità generate dall’economia, dal lavoro e dalla produzione. La domanda che ci si pone è : “quanto potrà durare”? E sarà un fenomeno tipicamente italiano o l’incipit di una condizione emergente nelle società dell’occidente?

L’allarme sullo squilibrio fra produzione e consumo risale alla metà degli anni ’70, quando venne denunciato e descritto dall’economista Giorgio Fuà. 

Quanto potrà durare? Nessuno lo sa, se dovessi scommettere direi che, anche in assenza di crisi finanziarie, l’Italia non potrà andare avanti così per più di 10 anni.

Quanto agli altri paesi sviluppati, penso che – prima del 2050 – solo alcuni diventeranno società signorili di massa. Sulla base delle mie analisi vedo in pole position alcuni paesi a matrice cattolica o ortodossa: Belgio, Francia, Spagna, Grecia (se il suo Pil crescerà per almeno un decennio).  Quanto a Israele e ai paesi di matrice protestante tendo a pensare che la cultura del lavoro vi sopravviverà ancora abbastanza a lungo.

Trovo particolarmente significativo – oltre le chiavi di lettura prevalentemente socio-economiche che si usano per comprendere il senso della Sua intuizione sulla descrizione del presente, il riferimento alla decadenza e al declino del sistema scolastico. In una ricerca del 2011 il linguista e Ministro dell’istruzione Prof. Tullio De Mauro , ora scomparso, riferiva che il 70% degli italiani non è in grado di comprendere un testo di media difficoltà. Descrizione suffragata da un recente Rapporto dell’OCSE sulle competenze linguistiche al termine del ciclo di studi. Ma anche dai test Invalsi. Prof. Ricolfi, cosa abbiamo perduto nella nostra scuola, strada facendo? Dobbiamo attribuire ad una carenza di possesso degli apprendimenti basici – sostituiti dai cosiddetti “nuovi saperi”, al declino del prestigio della funzione docente, alle teorie della facilitazione pedagogica questa deriva involutiva?

De Mauro è stato una figura tragica: fu fra i primi a denunciare il basso livello di istruzione degli italiani, ma ha contribuito non poco – con le sue scelte politiche e pedagogiche – a perpetuare ed aggravare il trend che denunciava.

La sostituzione dei saperi tradizionali o “basici” con i nuovi saperi, leggeri e relazionali, non è la causa primaria del declino della scuola. La vera causa è la scelta di promuovere quasi tutti, i nuovi saperi sono solo lo strumento che ha permesso di rendere più indolore l’abbassamento dell’asticella. Se devo promuoverti e sei una capra di matematica, niente di più comodo che valorizzare le tue capacità relazionali, o il tuo talento musicale, o la tua attitudine a lavorare in gruppo.

Questo approccio, comunque, non è una peculiarità italiana, ma deriva dalla “teoria delle intelligenze multiple” di Howard Gardner, uno psicologo americano che ha messo a punto le basi teoriche del progetto di distruggere la scuola come luogo di cultura.

In tema di alfabetizzazione culturale occorre tenere presente l’incidenza delle nuove tecnologie e della tendenza alla digitalizzazione culturale. In Finlandia la letto-scrittura si apprende con i tablet, abolendo l’uso del corsivo: se questa tendenza dovesse diffondersi rischiamo di produrre una generazione di nativi digitali privi di memoria storica, deprivati dello studio dei classici, proiettati in una realtà dove il virtuale sostituirà la cultura finora consolidata e trasmessa?

In realtà lo stiamo già facendo, con l’importante differenza che l’Italia – da questo punto di vista – è meno avanzata degli altri paesi. E’ paradossale: la scuola italiana resta una delle migliori del mondo proprio perché non si è ancora modernizzata abbastanza. Questo è un punto cruciale della mia ricostruzione: il problema della scuola italiana non è la qualità dell’insegnamento impartito (che è peggiorata, ma resta migliore che altrove), ma la sua disponibilità a rilasciare titoli di studio sostanzialmente falsi, perché ad essi non corrispondono le conoscenze e le competenze che  certificano.   

Sì, il piatto pende nettamente dal lato exit. I nostri giovani emigrano per due ragioni: perché esiste un’élite autoselezionata che può permetterselo (anche in quanto ha studiato), e perché le prospettive di reddito e di carriera in Italia sono scoraggianti.

La bulimia legislativa –che connota l’Italia come Paese ad altissima produzione di leggi e norme– e il decentramento autarchico hanno incrementato le politiche di welfare sociale e prodotto una sorta di radicamento dei diritti soggettivi al sostentamento pubblico: l’Italia sta diventando il Paese dei bonus senza controllo? Dell’ ‘una tantum’ che diventa ‘una semper’? Come può la politica occuparsi prevalentemente di deroghe e concessioni senza mai introdurre filtri di controllo della spesa pubblica? Anche questo mi pare un fenomeno correlato al radicamento di una società signorile di massa. Il tema del controllo – interno, esterno, sociale – mi sembra eluso. Sbaglio?

Ha perfettamente ragione, ma qui la responsabilità principale è della politica. Se concedi dei diritti, e poi vai a controllare che non siano goduti abusivamente (false pensioni di invalidità, falsi poveri, falsi studenti bisognosi, eccetera), l’area del consenso si restringe inesorabilmente. Quindi meglio controllare poco e, soprattutto, non sanzionare.

In un saggio pubblicato sulla “Rivista delle Politiche sociali’, G. Sgritta e M.Raitano della Sapienza, pongono il  tema della sostenibilità generazionale che residua alla lunga stagione della “euforia previdenziale” la quale confidava  sulla fiducia che “il sistema” dei benefici e del welfare si sarebbe perpetuato ai nuovi ingressi nel mondo del lavoro.Quanto invece  il “Paese delle culle vuote” e invecchiato descritto in un recente Rapporto ISTAT può abbreviare i tempi di un inevitabile “redde rationem”?

E’ paradossale, ma a pagare il prezzo della lunga stagione dell’irresponsabilità previdenziale passata e presente non sarà la generazione dei baby boomers (la generazione del ‘68), ma saranno le nuove generazioni e le generazioni future. Tutti i privilegi che, durante l’era Conte, si stanno concedendo ai pensionati, diventeranno lacrime e sangue fra 20-30 anni, quando gli adulti di oggi dovranno spartirsi la magra torta dei pochi contributi generati dal manipolo sempre più ristretto dei lavoratori occupati (in un sistema previdenziale “a ripartizione”, qual è quello italiano, l’ammontare delle pensioni non dipende da quanto ciascuno ha versato all’Inps, ma da quanti contributi verseranno gli occupati futuri).

Chi legge il Suo straordinario volume coglie un certo pessimismo di fondo, a conclusione della Sua analisi. Ci salveremo? I corsi e ricorsi storici ci dimostrano che questo auspicio potrà statisticamente realizzarsi. Occorre tuttavia realisticamente fare i conti sui modi e i tempi di questa sopravvivenza del sistema. Sarà così o si prevedono fattori di accelerazione verso un inevitabile declino?

Il non far nulla è già, di per sé, un fattore di accelerazione. Il mio pessimismo non è aprioristico, ma si basa sull’osservazione del passato: a metà anni ’90 esisteva una diagnosi sostanzialmente condivisa sui mali e sulle esigenze dell’Italia, ma quasi nulla si è voluto fare da allora per affrontarli. Perché le classi dirigenti, che non sono state lungimiranti quando si poteva ancora agire, dovrebbero diventare improvvisamente illuminate oggi?

Base riformista a Roma

Anticipiamo uno stralcio – quello incentrato proprio su Roma – dell’intervento che svolgerà Giuseppe Fioroni al convegno di Base Riformista (Pd) in programma oggi pomeriggio al cinema Broadway, nel quartiere di Centocelle.

Credo che le celebrazioni sui 150 anni di Roma Capitale appartengano all’orizzonte di tutta intera la comunità nazionale.

Tutti ci sentiamo un po’ romani dinanzi alla grandezza di un evento che ha cambiato la storia dell’Italia moderna e contemporanea.

Chi vide la ‘novità’ e la inquadrò con acume fu, come sappiamo anche per la menzione fatta il 3 febbraio al Teatro dell’Opera da Papa Francesco, l’allora Cardinale Montini in Campidoglio (ottobre 1962). 

Ecco le sue parole: “Parve un crollo; e per il dominio territoriale pontificio lo fu. Ma la Provvidenza, ora lo vediamo bene, aveva diversamente disposto le cose, quasi drammaticamente giocando negli avvenimenti”.

Ora, se noi proviamo a interrogarci sul presente e sul futuro della nostra Capitale, sentiamo immediatamente il dovere di accantonare i luoghi comuni.

C’è bisogno di riannodare i fili di un grande dibattito su Roma. Il suo avvenire è l’avvenire dell’Italia. Ne siamo consapevoli e ne vogliamo trarre le conseguenze. Da qui a un anno le elezioni per il rinnovo del Consiglio comunale e l’investitura del nuovo sindaco costituiranno una pagina decisiva della politica nazionale.

Tocchiamo con mano, in questa fase, la scarsa incidenza della battaglia politica del nostro partito. Chiusi nella logica dell’opposizione, quando poi condividiamo con il M5S le responsabilità di governo a livello nazionale, rischiamo di unire alla denuncia dell’insufficienza della Raggi il logoramento della linea di opposizione a tutti i costi.

Penso che se non affrontiamo insieme, nella distinzione dei ruoli, le molte emergenze della capitale (viabilità e traffico, rifiuti e decoro urbano, questione abitativa, servizi pubblici e sociali) non offriremo un’alternativa convincente.

Dentro questo scenario, con la premura di essere noi (i  Democratici) i primi a credere nella forza del dialogo, conta lo sforzo di un amalgama nuovo tra le forze di rinnovamento – tra queste metterei le forze espressive, a vario titolo e sotto forme diverse, del cattolicesimo sociale e democratico.

Il partito è fermo, ruota attorno a pensieri di presunte élite, a logiche di potere senza respiro. Non ho da dare consigli, e neppure da pronunciare sentenze, ma quando si registra che il candidato sindaco da noi espresso quattro anni fa ora è fuori dal Pd – dal partito che lo ha visto lungamente impegnato come deputato della città – sarebbe giusto interrogarsi anche sulle nostre responsabilità.

Un partito chiuso determina prima o poi reazioni negative, con clamorosi atti di lacerazione; reazioni che possono suscitare disagio e finanche censure, senza mezzi termini; ma reazioni che, per essere fondate sulla verità, debbono far leva sulla capacità di sentirsi coinvolti in un esame di coscienza collettivo.

Per questo vogliamo un congresso romano all’insegna della ricerca di un nuovo modello di partito. Ma soprattutto di una nuova politica, punto di mobilitazione e di sintesi delle spinte riformatrici, elemento di coagulo di progetti indirizzati al bene della comunità cittadina romana.

La produzione del silenzio potrebbe essere miracolosa

Molti si lamentano perché oggi i politici sono piuttosto fermi. E io, paradossalmente, sostengo che questo non sia sempre e assolutamente un guaio. Se la macchina parlamentare trovasse di tanto in tanto, come sta accadendo, qualche “attimo” di riposo, potremmo persino tirare un respiro di sollievo.

Mi spiego: non è forse vero che il lamento più frequente sia quello di avere una infinità di leggi? Che si costruiscono su leggi precedenti, che emendano leggi vigenti, che rimandano a leggi passate, in un tourbillon che fa impazzire di solito, l’interprete delle stesse? Anzi, rincaro la dose, secondo alcuni cultori della materia, si dovrebbe delegiferare. Cioè, depennare, cancellare, annullare, bruciare! A far questo bisogna essere molto abili. Perché non si annichilisce qualcosa, senza sapere che cosa questo produca. Perché, in fondo, togliere è un esercizio particolarmente delicato.

Ecco, se ci si lamentasse perché viene meno quest’ultima possibilità, allora anche io mi propongo come quelli che si lamentano perché il Parlamento lavora poco. A lavorar male, c’è sempre una grande disponibilità di esperti. Il Parlamento, pertanto, se prende qualche vacanza di troppo, quel “male” non verrebbe per nuocere, perché le ultime produzioni testimoniano un’incredibile abilità di muoversi in quel ramo.

Mi si dirà che c’è anche il Governo. Vero. Ma questi, come per solito fanno tutti i Ministeri, hanno dalla loro i Ministeri, Ministeri che in Italia sono ben equipaggiati. Fatta la legge, non si tratta che trovare vie di attuazione. E ogni Governo, tranne qualche sfaccendato che si è sempre trovato in quelle vesti, lavora secondo i ritmi cadenzati dalla macchina burocratica.

Vi faccio solo un esempio. Pensate forse che un Ministro dell’industria o un Ministro del commercio sia esperto in tali materie? Nessuno! Sono politici. Hanno a che fare con le volontà, non con le strette competenze. Ed è per questo che, solo in rari casi, le macchine operative, le burocrazie di Stato, se ne stanno con le braccia conserte. Non potrebbe essere. Ogni macchina Statale ha un suo ritmo, che mantiene le sue frequenze, anche al cambiar del politico di turno.

Questo pezzo lo scrivo per non scimmiottare cose che per solito si dicono. Cioè, “non fanno nulla, “lasciano le cose come stanno”, “sono dei fannulloni”. Non è così.

Possiamo solo dire che le politiche si possono dimostrare pasticciate, che gli orientamenti sembrano votati ai deragliamenti, ma dire che non fanno nulla, non corrisponde al dato oggettivo.

Potrei finire così. Ponderiamo con molta attenzione i giudizi frettolosi. È nostro compito riflettere. In certe circostanze, se lo stupido dorme, almeno per quel tempo, non vende la sua … qualità.

Air Italy in liquidazione

Licenziamento collettivo per tutti i 1.450 dipendenti Air Italy: lo hanno annunciato i commissari liquidatori della compagnia ai dirigerenti riuniti in conference call a Olbia e Malpensa. Nelle prossime settimane si liquida tutto e già dai prossimi giorni partiranno le lettere di licenziamento.

I liquidatori hanno illustrato ai dipendenti la possibile evoluzione della procedura di liquidazione, confermando l’intenzione di adottare tutte le misure possibili di sostegno al reddito, compatibili a norma di legge con la procedura di liquidazione stessa.

I rappresentanti dei lavoratori di Air Italy dopo l’incontro con il liquidatore Maurizio Lagro hanno dovuto anche incassare la ferale notizia che la procedura di liquidazione di una compagnia prevede soltanto l’erogazione della Naspi, che per legge copre fino a due anni di stipendio. Non sarebbe possibile alcun ricorso alla cassa integrazione.

È morta la prima persona in Europa a causa del nuovo coronavirus

Un paziente con il coronavirus è morto in Francia, è un turista cinese di 80 anni.

Il turista era ricoverato all’ospedale Bichat di Parigi e negli ultimi giorni le sue condizioni erano molto peggiorate. Era uno degli 11 casi di nuovo coronavirus confermati fino ad ora in Francia: sei persone sono ancora ricoverate, quattro sono state dimesse dopo essere guarite.

Intanto in Cina, la provincia dell’Hubei — epicentro dell’epidemia — è isolata da tre settimane. Ma anche Pechino sta ora adottando misure drastiche.

Le contraddizioni della linea Zamagni

Spero sia lecito dissentire in spirito di amicizia con Stefano Zamagni. La sua ultima uscita appare uno sconfinamento nell’improvvisazione. Ne va del prestigio che tutti gli riconoscono.

Il 30 novembre scorso, all’assemblea dei gruppi d’ispirazione cristiana, fu lui ad asserire che il “partito cattolico” non era un obiettivo. Anzi, fece presente che del partito, cattolico o non cattolico, per ora non bisognava parlare.

In quella circostanza avemmo un rapido scambio di battute. Il tema era quello delle elezioni regionali, con l’occhio rivolto, in particolare, all’Emilia Romagna. Fui sorpreso di vederlo titubante.

Sono convinto, per la stima che ripongo nell’intellettuale di rango, che il suo voto sia andato a Stefano Bonaccini. Ciò non toglie che Politica Insieme, la sua associazione, in campagna elettorale non ha preso posizione.

Se non sono male informato, nemmeno Zamagni ha fatto campagna elettorale, salvo lodare il movimento delle Sardine. Di fatto, però, alle Sardine si deve l’impeto di una rimobilitazione trasversale della pubblica opinione, contro Salvini e quindi a favore di Bonaccini.

Ora, in una intervista resa ieri al “Resto del Carlino”, inopinatamente Zamagni lamenta l’incomprensione di Bonaccini verso il contributo dato dai cattolici in campagna elettorale. Il punctum dolens sarebbe da rintracciare nella mancata nomina in giunta regionale di esponenti vicini alla linea Zamagni.

La recriminazione è di per sé poco leggibile, dal momento che l’approccio politico alla vicenda regionale è stato tutto, per l’appunto, meno che leggibile.

Ma non basta. Zamagni fa derivare da questo sgarbo di Bonaccini la necessità di organizzare in prospettiva un quadro alternativo, immaginando la presentazione nel 2021 di un candidato (cattolico?) a sindaco di Bologna.

Naturalmente la proposta allude a qualcosa di più ampio, e cioè alla discesa in campo di un nuovo soggetto politico, indipendente dagli schieramenti di destra e di sinistra, in grado di porsi autorevolmente al centro della futura competizione elettorale.

L’oscillazione di Zamagni non soddisfa: nella sua condotta  si affastellano gesti che sembrano dipendere dagli stati d’animo. Forse si tratta di una difficoltà strutturale che soverchia l’impegno di una personalità ben visibile, elevata da Papa Francesco a Presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali. Questa responsabilità, gravata di forte carica simbolica, lo porta a confondere i piani a detrimento dell’autonomia e laicità della politica.

Sturzo, quando fondò il partito, si dimise immediatamente da Segretario generale dell‘Unione Popolare (organizzazione di laici, ma sotto il controllo della Santa Sede). Evidentemente Sturzo sapeva quanto fosse necessario distinguere il partito dalla Chiesa. La  politica aconfessionale dei Popolari perdeva, grazie a lui, qualsiasi retaggio integralista e clericale.

Di questa lezione dobbiamo fare nuova esperienza oggi, per evitare che il discorso sul “centro da ricostruire” s’impantani nelle rivendicazioni di micro potere municipale, da un lato, e arditezze pasticciate in tema di partito a ritrovata base cristiana.

Per ultimo, di fronte alla necessità di restituire il giusto decoro all’azione politica, grava sulle spalle di noi tutti il dovere di comprendere che le alleanze sono parte essenziale di una strategia di partito. Vogliamo costruire un centro amorfo, buono a vivere di astuzie, o dobbiamo aggiornare l’insegnamento di De Gasperi sul “centro che muove verso sinistra”?

Alcuni nodi teorici a forte impatto politico non si sciolgono con i Manifesti a struttura  palindroma, con l’indifferenza che sconfina nell’ambiguità a causa di una lettura equivalente, se così possiamo dire, da sinistra verso destra e da destra verso sinistra.

Numerologia

Carissimi, ha ragione il nostro amico Nino Labate a deprecare le numerologia sanremese. 

Bravo Nino! 

Sì, è vero, il 20 per cento degli italiani ha visto il Festival della canzone italiana facendo gongolare di gioia la dirigenza della Rai. Ma l’altro 80 per cento di connazionali? Gente apota, non l’ha bevuta: s’è messa a fare altro anziché fare la ola davanti ad Amadeus.

Certo, questa leziosa capacità di rovesciamento dei numeri gioca pure qualche brutto scherzo. Mi corre l’obbligo, dinanzi ai miei confratelli, di riferire il cruccio di Mario Adinolfi, l’inventore del Popolo della famiglia. 

Colpa mia! Mi sono lasciato andare e ho fatto un ragionamento labatiano. “Caro Mario, gli ho detto l’altro giorno, ti presenti ancora candidato e sfidi quella brava persona di Gualtieri. Uno del Pd che non vende sogni ma solide realtà (parola di Carlino). Ma perché lo fai?”.

Risposta ardimentosa: “Per animare una speranza”.

Ecco, è sempre tempo di testimonianza e al suo cospetto, da chierico, m’inchino. Non c’è dubbio che in politica serve oggi come il pane un ingaggio per testimonianza.

Qui però mi sono perso. Ho compulsato le tabelline elettorali e sciaguratamente ho inflitto un’ingiusta punizione al mio amico ardimentoso.

“Grosso modo, caro Mario, il 99,8 per cento degli elettori non è d’accordo con te”.

M’è sfuggito, davvero, e c’è rimasto male. Il suo cruccio mi addolora, come pure questa mia biasimevole  passione per i numeri.

Devo confessarmi!

Liberare il ceto medio

Il giornalista Aldo Cazzullo, sul “Corriere della Sera”, ha posto il tema di tassare meno il ceto medio ed ha fatto bene. È la prima volta che in un ‘giornalone’ si pone un problema come questo in termini così espliciti; finora è stato un tabù. 

In verità Cazzullo ha sottolineato l’esigenza di moderare le tasse per la ‘middle Class’ definendo poi la ‘no tax area’ diseducativa, in quanto ogni cittadino dovrebbe pagare, magare pochissimo, in misura proporzionale al suo reddito. 

Ha rincarato poi la dose sostenendo, nella sostanza, che la totale esenzione per la parte dei contribuenti che guadagna poco, diventa in molti casi il canale favorevole per per tanti altri che, pur guadagnando di più, con la elusione ed evasione approfittano della no tax area, utilizzando lo scudo di coloro che denunciano al fisco redditi bassi. 

Ed io aggiungo che questa area grigia, non solo froda il fisco sotto mentite spoglie, ma beffa i contribuenti corretti, oltretutto pretendendo ed ottenendo anche prestazioni sociali, che negli ultimi anni, complice la penuria di risorse pubbliche, vengono progressivamente negate al ceto medio, ovvero alla realtà sociale che paga le tasse per tutti. 

Infatti anche le imprese, in molti casi, quando reinvestono gli utili sono esenti. Reinvestire è fondamentale per la salute della economia, ma non pagano. Dunque, il problema visto da questa visuale è davvero grave per la giustizia, per la diseducazione civile, per la pericolosa compressione ai danni del ceto medio, che in ogni comunità di ogni parte del mondo, quando è ‘liberata, diventa fattore di sviluppo. 

Quando invece è messo in un angolo, come in Italia, viene a mancare la parte della comunità più intraprendente e capace di essere motore di sviluppo. Insomma, è il caso di liberare il ceto medio dal peso fiscale che paga anche per altri. È il caso di insistere: fino a quando il ceto medio verrà schiacciato in basso, il Paese non potrà che peggiorare.

Vogliono distruggere la Dieta Mediterranea

“A dieci anni dalla proclamazione come patrimonio culturale dell’umanità da parte dell’Unesco, la dieta mediterranea è ingiustamente sotto attacco dai bollini allarmistici e a semaforo che alcuni Paesi, dalla Gran Bretagna al Cile alla Francia stanno applicando ai suoi elementi base. E’ quanto denuncia Ettore Prandini il presidente della Coldiretti.

Si stanno diffondendo – sottolinea la Coldiretti – sistemi di informazione visiva come l’etichetta a semaforo inglese, ma anche il nutriscore francese o i bollini neri cileni fondati su parametri nutrizionali relativi a grassi, zuccheri o sale che scoraggiano nel mondo il consumo dei prodotti base della dieta mediterranea e mettono alla gogna prodotti simbolo della dieta mediterranea. Si rischia – evidenzia la Coldiretti – di promuovere bevande gassate con edulcoranti al posto dello zucchero e di sfavorire elisir di lunga vita come l’olio extravergine di oliva, ma anche specialità come il Grana Padano, il Parmigiano Reggiano ed il prosciutto di Parma.

È inaccettabile spacciare per tutela del consumatore un sistema che cerca invece di influenzarlo nei suoi comportamenti orientandolo a preferire prodotti di minore qualità anche perché – precisa la Coldiretti – l’equilibrio nutrizionale va ricercato tra i diversi cibi consumati nella dieta giornaliera e non nel singolo alimento. I bollini allarmistici – continua la Coldiretti – sono sistemi fuorvianti, discriminatori ed incompleti che favoriscono prodotti artificiali di cui in alcuni casi non è nota neanche la ricetta e finiscono per escludere paradossalmente alimenti sani e naturali per i consumatori le cui semplici ricette non possono essere modificate. Una valida alternativa è il sistema a batteria (Nutrinform Battery), proposto dall’Italia che non attribuisce presunti “patentini di salubrità” ad un alimento ed esclude i prodotti a marchio IGP e DOP proprio per le specifiche caratteristiche di eccellenza evitando così il rischio di confondere il consumatore con ulteriori segni distintivi in etichetta.

La proposta italiana – evidenzia la Coldiretti – è più veloce e facile da comprendere, stimola la capacità di decisione del consumatore e tutela un sistema alimentare come la dieta mediterranea che, con pane, pasta, frutta, verdura, carne, extravergine e il tradizionale bicchiere di vino consumati a tavola in pasti regolari, si è classificata come migliore dieta al mondo del 2020 su 35 regimi alimentari presi in considerazione da U.S. News & World’s Report’s. L’apprezzamento mondiale per la dieta mediterranea – continua la Coldiretti – si deve agli studi dello scienziato americano Ancel Keys che, dopo aver vissuto per oltre 40 anni ad Acciaroli in provincia di Salerno, per primo ne ha evidenziato gli effetti benefici, fra cui il record di longevità dell’Italia che ha segnato un ulteriore aumento nel 2019 della speranza di vita alla nascita che sfiora gli 81 anni per gli uomini e gli 85,3 per le donne. Un ruolo importante per la salute che – conclude la Coldiretti – è stato riconosciuto proprio con l’iscrizione della dieta mediterranea nella lista del patrimonio culturale immateriale dell’umanità dell’Unesco il 16 novembre 2010.

Internet: registrare un dominio “.com” costerà di più

In futuro registrare un nuovo dominio “.com” potrebbe diventare più costoso.
Il prezzo della registrazione è stato fissato a 7,85 dollari nel 2012, ma nei prossimi dieci anni potrebbe salire fino a 13,50 dollari, con un incremento annuo massimo del 7% circa.
La maggiorazione entrerà in vigore quando verrà ufficializzato l’accordo tra l’Icann, l’ente internazionale che regola l’assegnazione di indirizzi internet e la gestione dei domini, e l’azienda statunitense Verisign, che guida l’attribuzione degli indirizzi ‘.com’.

Come riporta riporta The Verge, la società Verisign nel 2018 ha raggiunto un accordo con il governo per aumentare i prezzi. Il rialzo del costo della registrazione del dominio, nell’accordo, viene giustificato dal fatto che “l’uso dei social media e i nuovi domini di primo livello”, ovvero quelli che riportano il nome dell’azienda dopo il punto, “hanno reso il mercato più dinamico”.

Il costo delle infrastrutture strategiche italiane ammonta complessivamente a 273 miliardi di euro

Il costo delle infrastrutture strategiche italiane ammonta complessivamente a 273 miliardi di euro. E’ quanto emerge dall’omonima edizione 2020 del Rapporto elaborato dal Servizio studi della Camera su incarico della Commissione Ambiente, territorio e lavori pubblici, in collaborazione con l’Autorità nazionale anticorruzione e con l’istituto di ricerca Cresme, che analizza dati aggiornati al 31 ottobre 2019.

Il quadro di riferimento del Rapporto dimostra che il costo delle opere monitorate risulta in riduzione di circa 44,210 miliardi (-14%) rispetto al costo complessivo delle opere monitorate al 31 maggio 2018 (317,144 miliardi), ed è il risultato, perseguito in un’ottica di più stringente selezione delle priorità infrastrutturali, dell’azzeramento del costo degli interventi non prioritari in project review o da sottoporre a progetto di fattibilità e non finanziati, dell’aggiornamento del costo delle altre infrastrutture strategiche e prioritarie monitorate al 31 maggio 2018 nonché dei nuovi interventi e programmi individuati con il DEf 2019.

Inoltre, circa l’80% dei 273 miliardi di costi esaminati (219 miliardi) riguarda le cosiddette opere prioritarie nelle quali sono comprese infrastrutture strategiche già programmate prima del 2017 (120 miliardi) e nuovi programmi e interventi prioritari individuati con gli allegati ai DEf 2017 e 2019 (99 miliardi). Tra le infrastrutture programmate prima del 2017 si distinguono le 25 opere prioritarie del DEf 2015 (90,7 miliardi), mentre le nuove priorità riguardano in misura prevalente i “programmi diffusi” per la manutenzione del patrimonio infrastrutturale esistente in ambito ferroviario (circa 50 miliardi per interventi relativi a sicurezza, ambiente, adeguamento a obblighi di legge, tecnologie per la circolazione e per l’efficientamento) e stradale (circa 23 miliardi per la valorizzazione del patrimonio stradale esistente e per il ripristino e la messa in sicurezza delle infrastrutture a rischio sismico). Il restante 20% del costo delle infrastrutture programmate, pari a 53,928 miliardi, è invece riconducibile a opere “non prioritarie” ma inserite nella programmazione delle infrastrutture strategiche, e segnatamente nell’ultimo documento perfezionato sulla base dell’abrogata disciplina sulla programmazione delle infrastrutture strategiche (11° allegato al DEf 2013, approvato con la delibera del CIPE n. 26 del 2014). Il costo delle infrastrutture strategiche non prioritarie monitorate risulta in riduzione di circa 96,877 miliardi (-64%) rispetto al costo complessivo delle opere monitorate al 31 maggio 2018 (150,805 miliardi). Di questi, 93,242 miliardi sono imputabili all’azzeramento del costo e circa 3,635 miliardi all’aggiornamento del costo o al trasferimento di talune infrastrutture strategiche non prioritarie tra le prioritarie a seguito di project review.

Le risorse disponibili per le opere programmate ammontano a 199 miliardi, di cui 155 miliardi per le opere prioritarie e 44 miliardi per le non prioritarie. Complessivamente il contributo pubblico rappresenta il 78% e quello privato il restante 22%. La metà circa del costo delle opere prioritarie riguarda interventi in fase di progettazione – sottolinea il Report e aggiunge – L’analisi per sistema infrastrutturale evidenzia una prevalenza di ferrovie, strade e autostrade sia in relazione alle opere prioritarie che a quelle non prioritarie. In particolare le ferrovie rappresentano il 48% del costo delle infrastrutture prioritarie, le strade il 56% delle opere non prioritarie.

Per le infrastrutture prioritarie il peso del centro-nord è del 44% e quello di sud e isole del 24,5%. Il restante 31,5% riguarda interventi diffusi. Per le opere non prioritarie il peso del centro-nord è del 61% e quello di sud e isole il 36%, mentre gli interventi diffusi pesano il 3%. Lo stato di attuazione delle infrastrutture prioritarie localizzate nelle regioni del centro-nord è più avanzato di quelle nel sud e nelle isole. Il 69% dei programmi e interventi non ripartibili a livello territoriale è in fase di progettazione.

Il mercato delle opere pubbliche continua a crescere, segnala il Report: crescono i bandi e le aggiudicazioni. In forte crescita gli importi per la progettazione d’infrastrutture di trasporto che nel 2019 vedono protagonisti i bandi per direzione lavori e coordinamento della sicurezza. I bandi per la realizzazione di opere pubbliche sono in crescita dal 2017. Nel 2019 si rafforza la crescita degli importi spinta dalle grandi opere. Si consolida la crescita del numero delle aggiudicazioni e la crescita della domanda dei Comuni. In forte crescita la domanda dei gestori delle infrastrutture di trasporto. In crescita le piccole, le medie e le grandi opere. La crescita coinvolge tutto il territorio. Nelle regioni del centro-nord è forte la spinta delle grandi opere.

Nel 2020 arriveranno 76 nuovi medicinali

Assorted pills

Nel corso del 2020 è previsto un parere da parte dell’EMA per 76 medicinali: 44 medicinali contenenti nuove sostanze attive (di cui 22 medicinali orfani per il trattamento di patologie rare e 22 medicinali non orfani), 14 medicinali biosimilari e 18 medicinali equivalenti.

“Poiché è possibile – evidenzia Aifa – che non tutti i medicinali ricevano un parere positivo, il numero di quelli autorizzati alla fine del 2020 potrebbe risultare inferiore a 76”.

“Nonostante la maggior parte dei medicinali in valutazione appartengano all’area terapeutica oncologica – sottolinea il Report -, risulta rilevante anche la quota di medicinali in valutazione per altre aree terapeutiche, con particolare riferimento agli antibatterici ad uso sistemico e ai medicinali per le malattie autoimmuni. Infine, sono attualmente in valutazione due medicinali per terapie avanzate, rispettivamente per il trattamento dell’atrofia muscolare spinale (AMS) di Tipo 1 (Zolgensma) e per il trattamento della leucodistrofia metacromatica (OTL-200)”.

 

Fine della diaspora DC?

Riportiamo questo comunicato della Federazione dei democratici cristiani apponendo un punto interrogativo al titolo originale.
Non è in discussione la buona volontà dei proponenti, ma la logica della proposta. In realtà, la diaspora non si supera mettendo insieme chi stava già insieme, ricomponendo le forme un po’ frastagliate di una comune appartenenza al centro-destra.
Se si volesse fare sul serio, il progetto neo-centrista dovrebbe muovere da un riesame severo del lungo ciclo berlusconiano, portando alla luce la prima necessità di questa operazione anti-diaspora: rimettere in auge il richiamo di De Gasperi al “partito di centro che muove verso sinistra”.
Ciò significa pertanto che la chiusura a destra – in primis contro Salvini – non deve limitarsi a un auspicio astratto e sfuggente.
Fuori da un contesto politico chiaro, ogni proclama di rinascita della Dc s’inabissa nel maremagnum di ambigue pretese.
Il testo del comunicato non rimuove nessuna delle obiezioni qui sollevate.

GLI ONOREVOLI GARGANI, CESA, GRASSI, ROTONDI, TASSONE HANNO PARTECIPATO ALLA RIUNIONE DEL 13 FEBBRAIO DELLA FEDERAZIONE DEI DEMOCRATICI CRISTIANI NEL CORSO DELLA QUALE È STATO DISCUSSO E POI APPROVATO ALL’UNANIMITÀ IL SEGUENTE COMUNICATO:

“RINASCE IL CENTRO POLITICO FINE DELLA DIASPORA”

I Partiti e le Associazioni che hanno sottoscritto l’Atto Costitutivo della “Federazione Popolare dei Democratici Cristiani” si sono riuniti a Roma il per dar vita in maniera concreta ed effettiva ad una fase costituente, consapevoli di essere punto di riferimento culturale e politico per tutti quelli che si ispirano ai valori del popolarismo, italiano ed europeo, e all’umanesimo cristiano. Questa assunzione di comune responsabilità pone fine alla diaspora politica che è seguita alla crisi dei partiti degli anni ‘90 e garantisce un impegno unitario e rinnovato.
A tal fine la Federazione decide di adottare un logo e un simbolo comuni che sarà presentato alla stampa nei prossimi giorni, per essere utilizzato nelle prossime competizioni elettorali ed essere individuato unitariamente in una lista unica con proposte che costituiscono la sintesi delle varie espressioni presenti anche in periferia.
È stato detto e constatato che negli ultimi anni le “estreme“ hanno consenso ma non sono in grado di governare e il “centro“ che ha vocazione di governo è debole, e ha quindi bisogno di essere rafforzato e allargato. Per questo l’ impegno della federazione è quello di rafforzare questa area centrale invitando tutti quelli che si riconoscono nella comune linea politica a mettere da parte il personalismo che ha avvilito la politica e far prevalere la collegialità che rappresenta forza culturale e organizzativa.
È urgente questo nostro impegno perché la crisi sociale come conseguenza anche della crisi economica sta alterando le fondamenta della democrazia e indebolendo l’unità politica e istituzionale del nostro paese, e quindi la cultura popolare rappresenta l’unico argine contro il populismo e l’estremismo di qualunque tendenza

Per poter caratterizzare e rappresentare ancor più la nostra funzione siamo in attesa di una legge elettorale proporzionale che rispetti il pluralismo e ristabilisca il principio costituzionale della “rappresentanza” e favorisca la crescita di una nuova classe dirigente.

Per un pugno di coriandoli

Colorful paper confetti

Il gran pasticcio ha come titolo: la prescrizione. Il governo sembrava essere quasi arrostito. E Matteo Renzi è un cuoco sopraffino. L’opposizione non poteva avere un alleato più abile. Infatti, Giuseppe Conte è quasi pronto per essere servito sul piatto. Una pietanza gustosissima per Salvini e la Meloni. Berlusconi è in dieta.

Non vi nascondo che io mi metto tra quelli che guardano con sospetto il provvedimento del Ministro Alfonso Bonafede. Non sono sicuramente tra quelli che passano per essere definiti forcaioli. Anzi, al cappio presentato nel 1993 nella Camera dei Deputati, ho, come molti di voi, avuto una cattiva sensazione. Pertanto potete sicuramente inserirmi nel registro dei garantisti. Perché ritengo che non sia giusto limitare i diritti soprattutto a quelli che fino a prova contraria sono pur sempre innocenti.

Renzi quindi, porta agli estremi le sue posizioni. Diserta, con le sue ministre, la sede istituzionale principale: il Consiglio dei Ministri. Fatto non da poco. Sembra quasi un proclama d’ostilità. Dichiarato e consumato in gran spavalderia. Però, devo mettermi anche dall’altra parte. Cerco infatti un equilibrio che permetta di porre all’attenzione entrambe le parti in commedia. Da quanto si legge, di riunioni, su questa vicenda, ne hanno fatte a un’infinità. E, da quanto si legge, Bonafede ha fatto un passo indietro, come un passo indietro lo hanno fatto anche le altre forze governative. Ieri, il Consiglio dei Ministri ha varato la proposta di una riforma complessiva della giustizia. E all’interno di questa è stata inserita la vicenda della prescrizione, vicenda comunque modificata rispetto alla legge vigente.

Se così stanno le cose, la lotta è squisitamente politica. Renzi ha dimostrato di non digerire il suo vecchio partito, al pari del movimento 5Stelle e del gruppetto di LeU. Lo chiamerei persino coraggioso. Sono quasi tentato di dargli questo appellativo. Ma poi, riflettendoci sopra, non spendo quella parola per il fiorentino. Infatti, potrebbe essere definito tale, se la sua azione comportasse una chiusura anticipata nelle Camere. Non è così, è troppo facile giocare, sapendo di avere una doppia protezione. Si lancia sul versante delle ostilità perché è protetto dagli eventi. Con il referendum alle porte, il 29 marzo saremo chiamati ad esprimerci sullo stesso. Con la matematica certezza che vinca il si, vale a dire il mantenimento della legge che abbassa le due camere di di 345 tra Senatori e Deputati, sarà necessario, anzi indispensabile, riscrivere la legge elettorale.

Conclusione, fino a giugno elezioni non si possono fare.

Seconda considerazione: visto che in Italia non si è mai votato in autunno, è altamente probabile, per non dire certo, che non si voterà nemmeno nel 2020. Non vi racconto, per non tediarvi, che cosa capiterà poi nel 2021.

Da tutto questo, si capisce come, in quei luoghi, si celebri al meglio il periodo che stiamo attraversando. Mancano solo frittelle, un buon calice di vino e un coloratissimo pugnetto di coriandoli. Tanto chiasso, solo perché siamo a carnevale.

Centro sinistra, “se non ora quando”?

Ora e’ abbastanza certo, se non oggettivo. E cioè, la coalizione di centro sinistra va rifondata dalle fondamenta. E’ sempre più evidente che l’attuale governo e’ una somma di partiti, una sorta di pallottoliere che non può neanche lontanamente essere paragonato ad una alleanza politica e programmatica accompagnata da un respiro ideale e culturale. No, come dimostra persin platealmente l’esperienza quotidiana, si tratta di un esperimento nato sull’onda del terrore di andare al voto anticipato e legato da un patto di potere che, per ragioni persin troppo chiare, non può permettersi di dispiegare un progetto politico e di governo di lungo respiro. Certo, la sopravvivenza può essere anche lunga ma il governo, come tutti sanno, è altra cosa. Del resto, com’è possibile legare in un progetto politico credibile e di lungo periodo il populismo giustizialista dei 5 stelle con il riformismo del Pd, l’estremismo ideologico di Leu con l’incognita del partito di Renzi, una scheggia non padroneggiabile in servizio permanente senza un precisa e definita bussola politica?. E’ persin ovvio che in una cornice del genere i due veri collanti politici restano un feroce anti salvinismo da un lato e una tenacia incrollabile nel mantenere il seggio parlamentare il più a lungo possibile, ben sapendo che con gli attuali equilibri politici per moltissimi eletti non resterebbe che tornare alla precedenti esperienze lavorative e professionali. Sempre che esistano … 

Ed è proprio in un quadro del genere che si impone la necessità di rifondare un campo politico essenziale e decisivo per la stessa qualità della nostra democrazia e per la credibilità della cultura riformista italiana, ovvero il campo del centro sinistra. La coalizione di centro sinistra. Una esperienza politica e di governo che dal secondo dopoguerra in poi, seppur nelle diverse fasi politiche e storiche che abbiamo avuto, ha sempre saputo declinare un progetto di governo autorevole e qualificato. Un progetto che, com’e’ altrettanto ovvio, era possibile dispiegare attraverso l’azione e il ruolo di partiti che non coltivavano però un disegno politico alternativo all’interno dell’alleanza. Oggi, per fare un esempio, anche se siamo in un contesto politico e storico dominato dal populismo, dalla propaganda continua e dal sondaggismo acuto, quale può essere l’elemento comune per una efficace azione di governo tra il movimento 5 stelle, il Pd e la sempre più misteriosa Italia Viva di Renzi? Praticamente nulla se non, appunto, il terrore momentaneo di perdere il seggio parlamentare e i relativi benefici. 

Ecco perché tocca ad un partito, nello specifico il Partito democratico, ricostruire dalle fondamenta la coalizione di centro sinistra. Cioè declinare politicamente la cultura riformista nell’azione di governo del nostro paese. Tocca al Pd, cioè, ridare speranza ad un progetto che si è andato progressivamente affievolendosi nel tempo a vantaggio di una azione di potere nata e consolidatasi solo contro il nemico del momento, che era e resta il leader della Lega Matteo Salvini. Un alleanza cioè, come si usava dire un tempo, prevalentemente “contro” e non “per” qualcosa. 

E un ruolo altrettanto decisivo in questo lavoro di ricostruzione di una alleanza coerente e credibile capace di confrontarsi con un centro destra ormai definito e chiaro nel suo profilo politico e programmatico, lo dovranno avere le migliori culture riformiste e costituzionali. A cominciare anche e soprattutto dalla cultura e dal filone di quel cattolicesimo politico, democratico e sociale che continua ad essere un giacimento di valori, di principi, di esperienza, di cultura politica e di cultura di governo preziosi e necessari per il bene del nostro paese e, soprattutto, per la qualità della nostra democrazia. 

E quindi, anche e seppur in presenza di questo governo, adesso e’ indispensabile, almeno per chi si riconosce in questo campo politico, ricostruire il centro sinistra. Verrebbe da dire, citando un noto slogan, “se non ora quando”? 

La solitudine dei numeri primi

Maura Viceconte, classe 1967, ha glorificato il suo paese dal 1994, quando vinse il titolo di campionessa italiana nella Maratona. Una serie di successi sportivi la conducono a vincere la maratona di Roma nel ’99.

Seguiranno Vienna, Praga, Napoli, dove nel 2003 vinse il suo ultimo oro. Non fu il suo ultimo successo. Il più grande lo ebbe nel 2010, quando sconfisse il tumore maligno al seno che la fece tribolare per tre anni. Una grande vittoria. Lo stato emotivo con cui la fibra di Maura si trovò a fare i conti fu un gran peso, tale che nemmeno una sportiva di rango riesce a tenersi con leggerezza.

Non era fatta di ferro, ma di carne e sangue come tutti noi. Il cuore, sempre oltre l’ostacolo, è lo stato mentale con cui ogni sportivo deve fare i conti, in una vita fatta di successi da rincorrere e record da superare, una quotidianità che deve mediare tra il lavoro e la famiglia, tra la vita pubblica e la vita privata, in quella salute che deve essere sempre perfetta, come l’umore, sempre alto. Sappiamo che ciò non è possibile. Eppure lo sport, che nacque millenni fa come preparazione alla disciplina militare, richiede molto, tanto. Tutto. Le scariche di adrenalina a cui gli sportivi devono rispondere con tenacia, fermezza, allenamenti continui, costituisce il loro tenore di vita. Una vita per certi versi “aliena”, soprattutto per gli sportivi di professione.

Maura Viceconte lo scorso 10 febbraio si è tolta la vita, impiccandosi a casa sua, nella provincia di Torino. Oggi 14 febbraio a distanza di un anno, sua sorella Simona, anch’ella sportiva, anch’ella chiamata alla stessa vocazione al ricordo luttuoso, si è tolta la vita, allo stesso modo. Non si sa se l’estremo gesto sia legato al ricordo, al dolore per la scomparsa di Maura, a cui era molto legata.

Ciò che dobbiamo ricordare è che i nostri atleti sono l’orgoglio della nazione e che non bisognerebbe mai lasciarli soli; soprattutto quando le luci della ribalta si spengono, per un motivo o per un altro. Malattia, famiglia, immissione nel mondo del lavoro. Sono tanti i motivi che spingono un atleta a cambiar vita. Ciò che non dovremmo mai dimenticarci, è che loro sono, spesso, più sensibili di tanti altri. 

Una due giorni ricca di dibattiti per Bruxelles

La “conferenza del semestre europeo”, co-organizzata dal Parlamento europeo e dal Parlamento croato, il 18-19 febbraio a Bruxelles, verterà sui temi della “stabilità, coordinamento e governance economica nell’Ue”.

Ad aprire i lavori sarà una plenaria dedicata all’“allargamento e approfondimento della governance dell’unione monetaria”, per definirne i “passi futuri”. Nel nutrito elenco di relatori compaiono i nomi di Zdravko Marić, presidente dell’Ecofin, Mário Centeno, presidente dell’Eurogruppo, i commissari Valdis Dombrovskis e Paolo Gentiloni, Fabio Panetta della Banca centrale europea.

Il confronto continuerà in sessioni parallele del comitato interparlamentare per gli affari economici e monetari, di quello per l’occupazione e gli affari sociali (che si occuperà di garanzia per l’infanzia e di salario minimo), del comitato per il bilancio. Il giorno successivo il tema in plenaria verterà sulla domanda “quale ruolo per le politiche economiche, di bilancio e sociali”, in relazione alla volontà dell’Ue di “diventare un leader globale nella lotta ai cambiamenti climatici”.

Qui sarà il presidente del Parlamento europeo David Sassoli ad aprire i lavori insieme a Gordan Jandroković, speaker del parlamento croato, cui seguiranno interventi di numerosi relatori, come Mark Carney, neo-inviato speciale Onu per l’azione per il clima, Guy Ryder, direttore generale dell’ufficio internazionale del lavoro, Emma Navarro, vicepresidente della Banca europea per gli investimenti.

L’ultima plenaria della conferenza sarà dedicata invece a “competenze e occupazione per una crescita inclusiva: cosa possiamo imparare dalle reciproche esperienze?”, con l’intervento del commissario per l’occupazione Nicolas Schmit e una serie di rappresentanti dei parlamenti nazionali, invitati a partecipare a tutta la conferenza insieme a rappresentanti del Comitato europeo delle regioni (Cer) e del Comitato economico e sociale europeo (Cese).

Protezione civile: on line Sicuro+, la piattaforma web per far crescere la conoscenza sul rischio sismico

Sensibilizzare il cittadino sul livello di rischio sismico del comune in cui vive, lavora o è in vacanza, farlo diventare sempre più consapevole e permettergli quindi di contribuire in maniere attiva alle azioni di mitigazione del rischio. Sono gli obiettivi principali della piattaforma web Sicuro+ (Sistema Informativo per la ComUnicazione del RischiO), da oggi on line e presentata presso la sede del Dipartimento della Protezione civile.

Sicuro+, che nasce nell’ambito di un accordo tra il Dipartimento ed Eucentre (Centro europeo di formazione e ricerca in Ingegneria sismica), è uno specifico strumento web interattivo per permettere all’utente di visualizzare le più aggiornate mappe di rischio sismico dei comuni italiani, con la valutazione delle possibili conseguenze negative dovute al verificarsi di terremoti, sia sulla popolazione residente che sugli edifici.

Vuole essere una piattaforma per i cittadini e amministratori, ha sottolineato il professor Mauro Dolce del Dipartimento della Protezione civile, «perché il problema della riduzione del rischio sismico in Italia è complesso, soprattutto quando si parla di edilizia privata. Non è possibile che lo Stato si carichi completamente della questione, anche se si sta cercando di stimolare l’attenzione del cittadino attraverso il sisma bonus. Per mitigare i rischi è necessario lavorare molto sulla comprensione del rischio stesso e la consapevolezza del cittadino».

«E’ importante mettere a sistema tutte le nostre conoscenza», ha concluso Dolce, «anche attraverso strumenti di comunicazione come Sicuro+».

Con questa piattaforma web la Protezione Civile vuole dare sempre più importanza alla comunicazione del rischio e dare sempre più spazio alla trasparenza e all’onestà nell’informazione, ha affermato Agostino Miozzo, direttore dell’Ufficio Promozione e Integrazione del Servizio Nazionale del Dipartimento, «Parlare in maniera trasparente è il modo migliore per le istituzioni perché diventa il modo più efficace anche per combattere le fake news».

«Sicuro+ è un tassello in più che diamo all’informazione pubblica per aiutare il cittadino ad essere sempre più informato, nella maniera più corretta possibile», ha concluso Miozzo.

Si tratta di uno strumento che vuole essere alla portata di tutti, a prescindere dal livello culturale e di formazione sul rischio sismico e senza particolari competenze tecnologiche. Si è puntato ad un prodotto in grado di facilitare le interazioni con l’utente, con grafici e mappe, che grazie a un tool interagisce con il cittadino in fasi successive, in modo da rendere più agevole e piacevole la consultazione. Il logo richiama il concetto della sicurezza, stilizzando la forma di una casa che fa da protezione.

La navigazione della piattaforma, da parte dell’utente, avviene in tre fasi, ad ognuna delle quali è associato un posizionamento della barra di navigazione:

  • scelta del comune di interesse;
  • risposta sul rischio sismico, e delle relative componenti: pericolosità, vulnerabilità ed esposizione;
  • azioni consigliate al cittadino per la mitigazione del proprio rischio sismico.

E’ stato quindi realizzato lo strumento operativo più adatto per raccogliere gli ultimi contributi della comunità scientifica sul rischio sismico per comunicarne i contenuti ai cittadini. Sicuro+ è stata concepita in modo da essere estendibile anche ad altri rischi naturali.

Sono stati toccati nella presentazione anche alcuni approfondimenti sull’apporto delle scienze comportamentali per la realizzazione della piattaforma Sicuro+, conseguente a un accordo tra la Presidenza del Consiglio e la Scuola Nazionale dell’Amministrazione.

La crescente tendenza ad indebitarsi degli italiani

Sono 16 milioni gli italiani segnalati ai sistemi di informazione creditizia (SIC) perché non sono riusciti a restituire nei tempi previsti gli importi concessi loro da una banca o da una finanziaria. A metterlo in evidenza è Creopay  che ha ideato un sistema «customer-centric» per migliorare la performance e la qualità di vita dei consumatori e degli utenti.

«Gli italiani si indebitano soprattutto per l’acquisto della casa, con i prestiti ipotecari che rappresentano il 44% dell’indebitamento totale degli italiani» puntualizza il fondatore di Creopay.

«Ma è il credito al consumo nel suo complesso ad avere un peso ancora più considerevole: considerando tutti i settori -dall’automobile ai viaggi- nell’ultimo anno il credito al consumo ha infatti segnato una crescita del 7,4%, sfiorando i 22 miliardi di euro, con una prevalenza di prestiti di importo inferiore ai 5.000 euro che costituiscono il 46% del totale» aggiunge Giorgio Mottironi, co-fondatore e chief strategy officer di Creopay.

Tra i motivi per i quali vengono richiesti prestiti troviamo anche la necessità di estinguere debiti precedenti, pagare le bollette delle utenze domestiche, fronteggiare spese sanitarie impreviste. E perfino Amazon ha lanciato un sistema di rateizzazione automatico degli acquisti.

Quello italiano, insomma, non è più un popolo di risparmiatori. L’attitudine a pagare a rate è diventato un comportamento ormai abituale anche nel Belpaese che ha cosi adottato i modelli consumistici più sfrenati come quello americano: tutto ormai viene consumato, con buona pace dei nostri nonni che ci avevano insegnato a conservare e a riparare.

Oggi, al contrario, si preferisce buttare qualcosa e ricomprare a rate il nuovo sostituto piuttosto che affrontare in una volta sola le spese di riparazione: l’importante è che la rata sia più bassa del costo di riparazione.

Così il baratro del progressivo indebitamento privato e della saturazione della capacità di spesa del ceto medio sembra essere sempre più vicino: una situazione che comporterà da parte dei consumatori la necessità di adottare efficaci metodi per controllare le spese ricorrenti rispetto alle proprie fonti di reddito e da parte dei fornitori la necessità offrire ai clienti l’ opportunità di rateizzare anche i più semplici acquisti.

Milano: nasce il nuovo Buzzi

Trenta milioni di euro per realizzare un hub pediatrico internazionale all’avanguardia, il cosiddetto “grande Buzzi”.Il nuovo padiglione dedicato alle emergenze e urgenze di 10.000 metri quadrati con 7 piani, collegato all’attuale ospedale dei bambini, dovrebbe essere pronto, dopo gli intoppi burocratici del passato, “per il gennaio 2022” ha assicurato Alessandro Visconti, direttore ospedale Buzzi

Tra i primi contributi per il nuovo edificio una Risonanza Magnetica 3 Tesla donata da Enel Cuore che verrà installata entro l’anno, un allestimento di 2 sale operatorie grazie allo studio Bonelli Erede e Ubi Banca e 2 posti letto di Rianimazione Pediatrica grazie ad Acone Associati.

Il nuovo ospedale sorgerà tra via Castelvetro e via San Galdino; sarà un edificio di sette piani, compresi i seminterrati, e verrà realizzato sopra un terreno inquinato e bonificato.

Salvini: Quella ruota che gira nella storia

La metafora della ruota che gira, evocata da Casini nel suo intervento in Senato durante il dibattito che ha poi consegnato Salvini alla giustizia ordinaria per la vicenda della nave Gregoretti, ha più di un significato storico e politico, oltre l’allegoria popolare che vuole che chi oggi giudica potrà attendersi di essere un domani giudicato. Detta dal parlamentare di più lungo corso, uomo di centro, moderato e prudente ha il significato del ricordo e quello della profezia. C’entrano i corsi e ricorsi di Vico, il “verrà un giorno” di Manzoni e la sequela infinita dei ribaltamenti che nella storia hanno spesso scardinato le sicumere del presente. Brutta pagina quella scritta il 12 febbraio al Senato della Repubblica: perché la politica – che sempre rivendica la propria autonomia con la triplice benedizione di Montesquieu –  ha rinunciato a risolvere una questione politica nel suo ambito naturale, caricandola di significati giustizialisti e di un livore punitivo che stona se proviene da fonti solitamente ispirate al buonismo, al perdonismo e al garantismo.

Quei banchi vuoti del Governo (anche se la sua presenza non era prevista ne’ obbligatoria) la dicono lunga su un atteggiamento pregiudiziale di disdegno e di disprezzo, esprimono, insieme agli interventi dei senatori di maggioranza, una precisa volontà di far fuori un avversario politico consegnandolo alla magistratura. C’erano tutte le premesse per affrontare una partita che comunque la si inquadri ha visto l’Italia confinata dal resto d’Europa al ruolo di frontiera rispetto al tema dell’immigrazione che, nei suoi risvolti sociali, umani, di gestione e di assunzione di responsabilità, investe politicamente e istituzionalmente l’intero vecchio continente. La logica del capro espiatorio, oltre le allegorie delle felpe , del Papeete e del citofono, ha prevalso: troppo ghiotta l’occasione di cedere alle lusinghe del moralismo e dei luoghi comuni. Per la prima volta nella storia Repubblicana un Ministro viene portato sul banco degli imputati per scelte compiute nell’esercizio delle sue funzioni. Chi ricorda i dettagli della nave Diciotti non può non trovarvi analogie: in entrambi i casi le decisioni del momento erano il risultato di una concertazione e di intese a livello di Governo: per questo l’assenza del Presidente del Consiglio di oggi (peraltro lo stesso di allora) e dei Ministri in carica nella fase topica del dibattito parlamentare ha assunto un significato più che simbolico entrando nell’alveo della scissione di responsabilità politica e- visto come si son messe le cose – di devoluzione a percorrere la via giudiziaria.

Una scelta di indirizzo politico deve trovare il suo ambito naturale di confronto in sede politica.

L’autorizzazione a procedere in sede giudiziaria assume le sembianze di una rinuncia ad affrontare la questione per le implicazioni e i risvolti politici che intrinsecamente reca con sé, nella fattispecie dell’episodio contestato ma anche e soprattutto come scelta strategica da approfondire, dibattere ed assumere considerato il ruolo di Cenerentola dell’Europa assegnato all’Italia per mere ragioni geografiche prevalenti sulle ragioni consustanziali al contesto Comunitario dell’U.E. che postulano invece una risposta e una linea di indirizzo condivisa e coesa.

Siamo tutti pronipoti del Risorgimento che portò all’unità nazionale gettando le basi di quei principi fondamentali che furono fatti propri nella Costituzione repubblicana e che abbiamo trovato fino ad oggi nei testi universitari di diritto, poiché riguardano gli elementi costitutivi dello Stato moderno: popolo, territorio e potestà di imperio.

La demagogia populista non è una malattia che affligge solo la destra, come asserisce qualcuno,  ma investe l’intera partitocrazia parlamentare: se oggi viene comodo usarla come clave per bastonare l’avversario significa che accoglienza, integrazione, inclusione sono parole cariche di retorica e vuote di contenuti sostenibili. Si è perduta l’occasione per un dibattito politico serio in sede Parlamentare e il problema resta.

Disquisire del tema dell’immigrazione solo in base a principi astratti e teorici significa eludere i temi demografici, della sicurezza nazionale, del fondamentalismo islamico come pericolo sempre incombente.

Ma significa anche legittimare – con la scelta di aprire porti e frontiere a tutti senza un vaglio di merito circa le ragioni di opportunità, fattibilità, rispetto di una sistemazione dignitosa e possibile degli immigrati – quella evidenza assai bene rimarcata da Luca Ricolfi nel suo recente libro “La società signorile di massa” , laddove evidenza il lento costituirsi e consolidarsi di una vera e propria “struttura paraschiavistica” relegata ai margini del minimo sindacale del decoro e del rispetto.

Disdegnando il timore che una immigrazione senza regole e senza limiti diffonde nei sentimenti popolari.

Ergersi a paladini di scelte umanitarie non suffragate da una solida organizzazione ricettiva ed autorelegarsi a supplenti di altri Paesi che scelgono vie ben diverse e di autotutela, dirottando in Tribunale un ex Ministro non risolve il problema reale e percepito dai più. Diventa solo una scorciatoia strumentale per usare la giustizia per fini politici.                                                     

L’economia e il coronavirus

Affermare, come ha fatto Bottarelli su “Business Insider” (v. https://www.politicainsieme.com/il-coronavirus-ha-evitato-un-disastro-economico/) che “Il coronavirus ha paradossalmente salvato il mondo da una pandemia finanziaria e poi economica ben peggiore”, mi pare azzardato. Molti degli interventi di stimolo alla domanda interna la Cina li ha concertati con gli altri Brics al loro ultimo vertice di Brasilia del novembre scorso, quindi ben prima della pandemia. Il ritorno al q.e.(che notoriamente non ha effetti sull’economia reale se non quello di creare liquidità ad hoc per tutelare le scandalose rendite finanziarie dell’1% della popolazione straricca) anche da parte della Banca popolare cinese, non pare aver ridotto la minaccia data dalla concomitanza fra recessione globale, guerra dei dazi, crisi finanziaria e pandemia (per non parlare dei venti di guerra che spirano attorno casa nostra).

Piuttosto, guardata dal nostro versante europeo la situazione appare prossima all’assurdo. Siamo l’unica area economica del mondo a non aver fatto niente per prevenire l’attuale emergenza nonostante le tempestive previsioni negative sull’andamento dell’economia globale. Anzi, l’Eurozona mantiene politiche economiche deflattive, stoltamente procicliche che rendono la crisi più grave. Non si capisce come mai non sia ancora stato convocato un Consiglio europeo straordinario per decretare la sospensione d’urgenza, per cause di forza maggiore, dell’austerità. Il governo italiano in carica questa flessibilità di bilancio non l’ha neanche chiesta in sede di legge di bilancio.

Ma almeno si dovrebbe riparare adesso, o indicendo nuove elezioni, o stante l’avversione dei parlamentari in carica, procedendo senza ulteriori perdite di tempo alla formazione di un governo di salvezza nazionale guidato da Mario Draghi. Invece tutte le ragioni che avvertono della tragica insensatezza costituta dal mantenere una dura stretta fiscale e tagli agli investimenti e al welfare proprio quando si è in recessione e bisognerebbe operare in maniera contraria, vengono ignorate. Ma così facendo lo schianto è assicurato, si lascia precipitare i Paese in un circolo vizioso da cui sarà impossibile uscire a vincoli esterni immutati.

In questa fase è davvero preoccupante l’assenza di una qualsiasi iniziativa politica almeno minimamente adeguata ai problemi che ci stanno di fronte, o che ci stanno arrivando sulla testa, soprattutto, credo, da chi si ispira a una alta cultura politica (che in altre stagioni ha indicato al Paese una strada oltre il buoi) che consentirebbe di farlo.

…oltre il buio.

Greenpeace: il costo dei combustibili fossili

Una stima di 4,5 milioni di morti premature ogni anno e 2.900 miliardi di dollari, equivalenti al 3,% del PIL mondiale, cioè 8 miliardi di dollari al giorno: è il costo che si stima il Pianeta sostenga annualmente a causa dell’inquinamento atmosferico derivante dalla combustione di combustibili fossili, ovvero carbone, petrolio e gas.

È quanto emerge dal nuovo rapporto “Aria tossica: il costo dei combustibili fossili”, che Greenpeace ha  redatto insieme al CREA (Centre for Research on Energy and Clean Air), nel tentativo di valutare per la prima volta il costo globale dell’inquinamento atmosferico legato ai combustibili fossili.

L’inquinamento atmosferico minaccia la nostra salute e la nostra economia, causando milioni di morti premature ogni anno e aumentando i rischi di infarto, cancro ai polmoni e asma, con un costo economico di migliaia di miliardi di dollari.

Anche l’Italia subisce pesanti conseguenze  dall’inquinamento atmosferico – secondo Greenpeace -: nel nostro Paese, si stima che il “suo costo” sia ogni anno di circa 56 mila morti premature e 61 miliardi di dollari.

Per questo motivo, è essenziale che il governo italiano non faccia passi indietro sull’abbandono del carbone al 2025, come invece l’ultima versione del PNIEC sembrerebbe suggerire.

Occorre andare con coraggio e decisione verso le energie rinnovabili, abbandonando false soluzioni come il gas fossile. E i grandi attori privati come banche e assicurazioni devono smettere di elargire finanziamenti ai combustibili fossili.

Il riso dalla Cambogia e dal Vietnam affossa il Made in Italy

Una giornata nera per il riso italiano in Europa. La Commissione ha deciso di mantenere le importazioni agevolate di riso dalla Cambogia in violazione dei diritti umani mentre il Parlamento europeo ha dato il via libera definitivo all’accordo di libero scambio tra Ue e Vietnam che comporterà l’ingresso a dazio zero di 80mila tonnellate di riso lavorato, semilavorato e aromatico sul quale pesano le accuse di sfruttamento del lavoro minorile del Dipartimento del lavoro statunitense. E’ quanto afferma la Coldiretti in riferimento alle decisioni delle istituzioni comunitarie che rischiano di mettere in ginocchio uno dei settori trainanti dell’economia agricola italiana.

La Commissione Ue – sottolinea la Coldiretti – ha adottato una proposta per revocare temporaneamente il regime EBA per la Cambogia, in virtù di violazione dei diritti umani che senza alcuna giustificazione non si applicherà al riso che, nonostante le prove di sfruttamento dei lavoratori e di altre questioni umanitarie, viene escluso dalla lista dei prodotti che beneficeranno di uno stop alle agevolazioni tariffarie. Dalla Cambogia nell’ultimo anno – precisa la Coldiretti – sono arrivati in Italia oltre 8 milioni di chili secondo proiezioni Coldiretti mentre le importazioni dal Vietnam sono stimate in oltre 7,5 milioni di chili, con una crescita record di 18 volte in quantità nel corso dell’anno secondo le proiezioni Coldiretti per il 2019.

L’Italia – riferisce la Coldiretti – è il principale produttore di riso in Europa e su un’area di 220mila ettari con 4mila aziende agricole italiane che raccolgono 1,40 milioni di tonnellate di riso all’anno pari a circa il 50% dell’intera produzione UE, con una gamma varietale unica e fra le migliori del mondo.

“E’ necessario che tutti i prodotti che entrano nei confini nazionali ed europei rispettino gli stessi criteri a tutela della dignità dei lavoratori” ha concluso il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che “che dietro gli alimenti, italiani e stranieri in vendita sugli scaffali ci deve essere la garanzia di un percorso di qualità che riguarda l’ambiente, la salute e il lavoro, con una giusta distribuzione del valore”.

Save the Children: “Stop the War on Children”

Questo terzo rapporto dal titolo “Stop the War on Children” mostra un aumento preoccupante delle violazioni gravi perpetrate sui bambini che vivono in aree di conflitto.
Oggi sono 415 milioni i bambini nel mondo che vivono in aree affette da conflitti, tra questi 149 milioni vivono in zone dove i conflitti raggiungono alte intensità, come dimostrano le oltre 1.000 vittime all’anno.

Per i bambini i conflitti stanno diventando sempre più pericolosi, dal 2010, infatti, la percentuale di bambini che vivono in aree affette da conflitti è aumentata del 34%. Allo stesso tempo sono aumentate del 170% le gravi violazioni nei loro confronti.

Accanto a questi numeri, quest’ultimo rapporto, inizia a scavare nel tema delle differenze che possono vivere i bambini e le bambine che vivono in situazioni di guerra. Un’evidenza che scaturisce è che le bambine e le ragazze sono maggiormente esposte al rischio di subire violenza sessuale o matrimoni precoci forzati. I bambini e i ragazzi invece rischiano maggiormente di perdere la vita, di venire feriti, di essere rapiti oppure reclutati arbitrariamente nelle forze armate.

Completata la mappatura genetica del cancro

Il progetto è il frutto della collaborazione tra il Consorzio Internazionale del Genoma del Cancro (Icgc) e il consorzio statunitense Tcga. Questo team internazionale ha lavorato al progetto “Genomi Pan-Cancro” (Pan-Cancer Analysis of Whole Genomes – Pcawg), che ha completato l’analisi più dettagliata ad oggi disponibile di 2.600 genomi di 38 diversi tipi di tumore.

Altri studi, in precedenza, avevano studiato il genoma di alcuni tipi di cancro, concentrandosi però su una piccola parte di esso, quella che esprime le proteine. Una parte che compone appena l’1% del genoma complessivo. Questo nuovo studio ha analizzato il DNA nella sua interezza, comprese le regioni chiave che controllano l’accensione e lo spegnimento dei geni.

Partendo dalle mappe genomiche tracciate oggi, il Consorzio internazionale genoma del cancro ha lanciato la seconda fase della ricerca che consiste nella realizzazione del progetto denominato Argo, che sta per “Accelerating research in genomic oncology” (Icgc-Argo), ovvero accelerare la ricerca in oncologia genomica.

Il progetto mira ad utilizzare nuovi test molecolari disegnati e messi a punto nell’ambito del consorzio, in modo da offrire ai pazienti un più ampio spettro di possibilità terapeutiche, create su misura. Questa seconda fase del progetto prevede l’organizzazione di sperimentazioni cliniche internazionali utilizzando farmaci di nuova generazione nonché farmaci già in uso sulla base delle indicazioni delle anomalie molecolari presenti nel tumore dei singoli pazienti.

 

Elogio della moderazione

Nella società dei localismi e della globalizzazione, attraversata da contrasti, sovrapposizioni di identità, difetto di motivazione partecipativa ma caratterizzata da soggettività radicate e polarizzazioni “forti”, spetterebbe soprattutto  alla politica il ruolo del dialogo, della mediazione e della ricomposizione.

Il condizionale è d’obbligo visto che proprio la politica è invece molto spesso il luogo della differenziazione, delle diaspore e della inconciliabilità.

La stessa parcellizzazione interna del quadro politico, così come si è configurata nella lunga deriva di riposizionamento ideologico successiva alla fine della cosiddetta”prima repubblica” (e ai suoi immaginifici derivati: seconda, terza e persino quarta…) , esprime una evidente difficoltà di rappresentazione e aggregazione del contesto sociale di cui pure è espressione.

Una sorta di riproposizione in chiave sociologica della contrapposizione tra paese legale e paese reale, anche se la vocazione autentica della politica è quella di stabilire le regole per il governo della società. C’è un quadro d’insieme caratterizzato da instabilità, disaffezione, debolezza sistemica. 

Dove sono finite le ideologie che hanno attraversato il secolo scorso consegnando il declino dei partiti al sistema bipolare? 

Certamente molta parte della loro ragion d’essere si è spenta, oltre la crisi del sistema, in una società complessa dove la differenziazione ideologica non è più la chiave d’accesso, di lettura e di spiegazione dei fenomeni sociali via via emergenti.

Nelle sue “aggiornate” sfumature di identità sempre più impercettibili e variegate, a volte indecifrabili, la partitocrazia – giubilata troppo in fretta con un processo sommario ma riemersa rinvigorita sotto mentite spoglie  – è succeduta a se stessa senza riuscire a spiegare quali sono le ragioni “politiche” che possono far battere il cuore (mi si perdoni il nonsenso “fisiologico”) a destra o a sinistra. Il fenomeno dei partiti personali prende corpo insieme all’ipotesi di un ritorno al sistema elettorale proporzionale puro. Una verticalizzazione del potere che unita alla scelta dei candidati secondo criteri di fedeltà prona e supina configura un quadro persino sconcertante di democrazia ‘rappresentativa’.

Ci sono forze politiche che hanno giurato e scommesso tutto sul maggioritario e ora si convertono sulla via di Damasco, anzi di Roma, alla strenua difesa del proporzionale, pur di avere uno spicchio pur minimo di rappresentanza parlamentare.

Aspirazione che imbocca una via stretta e tortuosa se rimane il taglio dei parlamentari.

Dopo la corsa alle differenziazioni estreme dovrebbe in teoria aprirsi uno scenario caratterizzato dal recupero dei valori dell’equilibrio, della concertazione,  della mediazione e della moderazione.

C’è bisogno tuttavia di una concezione popolare, moderata e “mite” della politica, nel senso che deve corrispondere agli interessi di chi ha più bisogno e nel senso che deve entrare con moderazione nella nostra vita. 

In via generale, occorre se mai ricalibrare la progettualità, gli indirizzi e le scelte sulla base delle attese e dei bisogni della gente, nell’ottica della politica come servizio e non della politica come mestiere. Anche questa prospettiva postula moderazione, mitezza, capacità di rappresentazione degli interessi della collettività senza cadere nelle derive autoreferenziali di una presenza politica totalizzante e pervasiva: proprio ciò che il Presidente Mattarella pone al centro dei suoi richiami.

Dar voce alla moderazione significa proporre le ragioni della pacatezza nei modi e del dialogo rispetto ai  contenuti, del buon senso condiviso, della tolleranza e della solidarietà, della correttezza e della temperanza che è capacità di esprimere una passione politica nel rispetto delle opinioni altrui.

Non un pensiero debole, perché esercitato con mitezza, ma un pensiero forte perché ricco di idee e di valori, lontano dalla politica urlata e dei luoghi comuni.

Mi piace ricordare le parole che mi disse un grande democratico popolare come Mino Martinazzoli  nel corso della sua intervista: “Il moderatismo sta alla moderazione come l’impotenza sta alla castità”. Per questo essere moderati non significa rinunciare ad avere idee chiare e forti, intuizione, lungimiranza.

Rendere credibile un progetto politico, avvicinare i contesti delle decisioni a quelli delle azioni, agire con onestà intellettuale, equilibrio, rettitudine.

Questo dovrebbe essere il vero fulcro aggregante e solidale, cui non mancano certo i riferimenti di senso e di valore nelle idee della nostra tradizione culturale .

Soprattutto restituire dignità alla politica, nell’interesse della politica e nell’interesse del Paese.

Perché una politica senza dignità non ha consenso ma una società senza dignità non ha futuro.

I sindaci dell’Europa centrale chiedono denaro all’UE per combattere il populismo

I leader di Bratislava, Budapest, Praga e Varsavia si sono uniti come alleanza del “Patto di città libere” – presentandosi all’UE come partner alternativi ai loro governi nazionali, che sono stati etichettati populisti e hanno avuto problemi con l’UE negli ultimi anni.

E oggi, durante una visita a Bruxelles, faranno del loro meglio per ricevere denaro dall’UE per aiutare la loro causa.

Il messaggio che sperano di trasmettere è che se Bruxelles accetta di incanalare i soldi direttamente nelle grandi città, questo sarà speso in modo intelligente per affrontare molti dei problemi politici che alimentano la politica populista in patria.

 

E’ lora di WhatsApp Pay

Mark Zuckerberg crea un nuovo metodo di pagamento via chat: WhatsApp Payments. Ad annunciarlo lo stesso Zuckerberg, durante la presentazione dei risultati finanziari del colosso di Cupertino. Il servizio di pagamento è stato già testato nel 2018 in India.

Quindi dopo le modifiche burocratiche (per rispettare le leggi dei singoli Paesi) apportate nel 2019 adesso Whatsapp Pay può iniziare a diffondersi.

Il sistema si basa su tecnologia UPI (Unified Payment Interface) Peer to Peer, piattaforma di pagamento che lavora in tempo reale per facilitare le transazioni interbancarie. In sintesi Whatsapp Pay permette di effettuare pagamenti fra persone e di pagare nei siti di e-commerce che lo supportano. Ovviamente, il cliente effettua i pagamenti attraverso il proprio account Whatsapp che è legato a un conto corrente o a una carta di credito.

Si stanno estinguendo una notevole quantità di insetti

Un gruppo di 30 esperti internazionali guidati dai ricercatori dell’Università di Helsinki  ha stabilito che la perdita degli habitat, l’inquinamento, le pratiche agricole dannose, le specie invasive, i cambiamenti climatici, l’eccessivo sfruttamento delle potenzialità del terreno e l’estinzione delle specie che si nutrono e trovano riparo nelle zone a rischio, contribuiscono in modo variabile al calo documentato della popolazione di insetti e alle estinzioni di alcune specie.

Con la perdita di varie categorie di insetti, e di animali in generale, perdiamo non solo un pezzo del complicato puzzle che forma il mondo della vita, ma anche la biomassa, essenziale per esempio per nutrire altri animali nella catena alimentare.

 

Coronavirus: oltre 1115 morti, 45mila contagi.

Sono 1.115 i decessi e 45.183 casi accertati. Ma sembra che il numero dei nuovi casi sia in costante rallentamento.

Da Ginevra, dove sono arrivati 400 scienziati da tutto il mondo per fare il punto sulla malattia, il direttore generale dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus non ha usato giri di parole: “Un virus può creare più sconvolgimenti politici economici e sociali di qualsiasi attacco terroristico. Il mondo si deve svegliare e considerare questo virus come il nemico numero uno”.

Nel frattempo nuovi timori arrivano da uno studio che ha dimostrato che i tempi di incubazione possono arrivare in alcun casi anche a 24 giorni, allungando così i precedenti studi che parlavano di due settimane. Inoltre la febbre, finora considerato uno dei primi sintomi, in realtà si manifesterebbe solo nel 43,8% dei pazienti al momento della prima visita mentre la percentuale salirebbe all’87,9% dopo il ricovero in ospedale.

Il Senato dice sì al processo per Salvini

Il Senato ha deciso di mandare a processo Matteo Salvini per il caso della nave Gregoretti. Palazzo Madama ha dato il via libera all’autorizzazione a procedere contro l’ex ministro dell’Interno accusato di sequestro di persona aggravato per aver impedito per più di tre giorni lo sbarco di 131 persone tratte in salvo nel Mediterraneo centrale dalla nave della Marina militare Gregoretti.

Bisogna però ricordare che in Senato si voterà fino alle 19, anche se alle 15.30 l’Aula ha di fatto accolto la richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti di Matteo Salvini, bocciando l’ordine del giorno presentato da Forza Italia e Fratelli d’Italia. Il documento chiedeva di dire “no” al processo all’ex ministro dell’Interno e quindi di ribaltare il voto della Giunta delle immunità il 20 gennaio scorso.

 

L’integrazione di culture e religioni nell’Europa di oggi e il dialogo intereligioso

Articolo pubblicato sulle pagine di http://www.istitutomounier.it/

Nelle condizioni sociopolitiche contemporanee discutere di integrazione religiosa significa inverare un universo di valori a cui la filosofia politica contribuisce dal punto di vista culturale per riaffermare il valore della presenza del dialogo come elemento della propria specificità. Non intenderemo parlare di “repubblica ecumenica”, ma affronteremo l’argomento attraverso i caratteri propri della filosofia politica e come essa può aiutare il dialogo interculturale attraverso il fondamento e le finalità stesse della disciplina;non possiamo dimenticare che con il crollo del comunismo nei paesi dell’est europeo, l’abbattimento del muro di Berlino che proprio in questi giorni compie 20 anni e l’incontro storico tra Giovanni Paolo II e Michail Gorbaciov,con la proclamata fine dell’ateismo di stato nell’Unione Sovietica,si è realizzato un mutamento direi epocale,iniziato con la fine di quella che non possiamo non definire la “terza guerra mondiale”, ovvero la fine della guerra fredda, vinta dal mondo occidentale sul versante scientifico e tecnologico e non già su quello militare.

Tuttavia dobbiamo approfondire maggiormente il versante storici che a volte inconsapevolmente abbiamo vissuto e per certi versi viviamo ancora; dobbiamo approfondirlo per entrare nel vivo della tematica da affrontare e che coinvolge anche e soprattutto il dialogo interreligioso. Con il novembre ’89 non si è concluso solo un ciclo,quello che Hobsbawn ha definito il “secolo breve”, né quello storico del socialismo reale o del manifesto comunista del 1848, ma un periodo di più ampia valenza,non solo politica o economica,ma anche filosofica,religiosa e spirituale. Tale ciclo che si è concluso da non molto tempo era nato con l’inizio dell’età moderna e nell’ambito dell’unità religiosa e spirituale europea, con la riforma protestante, che ha condotto ad una parcellizzazione non solo di tipo ecclesiale, con le note storiche divisioni tra chiese,ma anche ad una frantumazione metafisica, politica e sociale. Nell’arco di meno di un secolo si è collegata,alla dissociazione della natura dalla grazia, tra il 1500 e il 1600,una forte rottura di tipo culturale che ha seguito quella religiosa e che ha messo in crisi,soprattutto nel mondo universitario la cultura umanistica, metafisico, giuridica e letteraria e quella scientifica,di tipo fisico medico. La prima si è venuta sviluppando sul piano della razionalità,introdotto dal Discorso sul Metodo di Cartesio, fino ad arrivare alla dialettica di Hegel; ma la seconda,ovvero quella che si definisce “scienza esatta”, ha inaugurato con Galilei il metodo sperimentale, che già Niccolò Machiavelli aveva anticipato separando la politica dalla morale.

E’ impossibile, credo, negare che tale rottura del metodo, sul piano della libertà dell’uomo abbia contribuito a determinare una straordinaria spinta evolutiva al progresso per la costruzione delle ideologie moderne e il loro dominio sulla politica,spianando la strada alle grandi conquiste ingegneristiche,informatiche e scientifiche,ma non di meno si sia posto il problema della stessa distruzione dell’uomo e del collegamento dell’etica con la scienza e anche con la filosofia. In tale ambito avvertiamo come il quadro evolutivo storico culturale,attraverso una spinta verso l’esaltazione della sola dimensione razionale dell’uomo,abbia condotto ad escludere dalla struttura sociale ogni valore trascendente ed abbia condotto ad affermare sul terreno politico,a partire da Ugo Grozio il giusnaturalismo in conflitto con la tradizione proveniente dal diritto romano e che ha finito per identificare il diritto solo con lo stato. Dopo l’anticipazione inglese,un punto fondamentale di svolta sui diritti dell’uomo è stato offerto da due grandi rivoluzioni,quella americana e certamente quella francese,ma mentre fino al 1791 era possibile la convergenza di una parte del mondo religioso su taluni valori della dottrina illuministica che esaltava i principi essenziali di libertà propri del cristianesimo,l’estremizzazione del pensiero illuministico più radicale come quello esposto dagli enciclopedisti e dallo stesso Rousseau,ha aperto lo iato con il mondo religioso “tout court”. Infatti la teoria del contratto sociale che Rousseau riprende da Hobbes e da Locke,risulta ancora oggi incompatibile con una concezione liberale democratica che sin dal XVIII ha visto tra i protagonisti personaggi di spessore religioso quali Alessandro Manzoni e il teologo e filosofo Antonio Rosmini Serbati; sostenere che la società sorge per un contratto,vuol dire aprire la strada al più grande e radicale individualismo,che oggi vediamo diffuso ad ogni livello e che impedisce il rapporto anche solo di dialogo tra visioni filosofico religiose differenti.

Inoltre tale individualismo contemporaneo è sostenuto politicamente dalla teoria di una volontà generalizzata che si fonda sul diktat parlamentare,ma che rifiuta l’autonomia delle società intermedie, quei “corpi intermedi dello stato che sono stati la conquista anche in termini di riconoscimento dell’autonomia e della sovranità del pensiero religioso,delle società democratiche e che non si può dire che siano nati per volontà dello stato in sé. In questo senso possiamo affermare che si inverano le radici di quel terrorismo che sui è espanso nel mondo negli ultimi anni in forme estremizzate di carattere politico e religioso. La caduta dell’ideologia comunista ha fatto riemergere pretese egemoniche e aspirazioni integralisti che;tuttavia il Concilio Vaticano II ha aperto la strada per un apertura al dialogo con le altre chiese cristiane ,come anche le chiese monoteiste provenienti dal comune padre Abramo e,in genere,con le chiese spirituali esistenti nel mondo. Con la caduta del muro di Berlino si sono create le condizioni per il passaggio dalla cultura moderna ad una cultura postmoderna,aprendo,tuttavia,una crisi non facile con possibili rischi di involuzione della stessa libertà religiosa, civile, politica,imponendo una vigilanza sui principi fondamentali del vivere civile. Esistono oggi,credo,tre emergenze della cultura postmoderna: 1)il ripudio della guerra e le limitazioni della sovranità fra gli stati per assicurare la pace e la giustizia fra le nazioni 2)il riconoscimento dei diritti inviolabili dell’uomo,le libertà civili,politiche e religiose 3)la libertà di tutte le confessioni religiose.

Tutto questo per giungere nel tempo alla costruzione di una cultura postmoderna fondata su tre fondamentali unità nel mondo contemporaneo. La prima di esse è costituita dalla fine della divisione del mondo secondo ideologie contrapposte,che ancora le forze politiche della sinistra europea non hanno percepito ed è il motivo della loro sconfitta costante;ma anche la fine di quella unità creatasi sotto l’egemonia dello stato militarmente più forte e in ciò è veramente profetica la pastorale di Giovanni Paolo II che già dal 1985 con l’incontro tra le grandi religioni seppe individuare il crinale del nuovo millennio che si avvicinava in tutte le sue sfumature. La vera unità che si deve creare è quella della parità delle nazioni attraverso una migliore organizzazione delle Nazioni Unite,per potere esercitare nei confronti dei singoli stati che violino le regole internazionali,un potere forte,sopranazionale. In questa una visione filosofica della politica concorre alla formazione di comunità politiche internazionali e parziali,come quella europea,americana,africana,dei paesi musulmani,dell’India e del Medio Oriente. Tuttavia si rivela fondamentale la seconda unità mondiale da costruire:quella religiosa,perché non è più sufficiente il riconoscimento solo di una libertà religiosa individuale,bensì deve essere riconosciuta la libertà di manifestazione di ogni singola religione,pur nel rispetto della laicità degli stati,che però non significa indifferenza agnostica.

Alla testa di questo movimento vi è la Chiesa Cattolica,che ha sviluppato nei decenni i principi del Concilio Vaticano II che ha condotto a raccogliere tutte le religioni cristiane,per arrivare alla confluenza possibile di tutte le religioni monoteiste e alla convergenza delle religioni operanti secondo principi spirituali,dialetticamente contrapposte ai principi che depauperano la ricchezza intrinseca dell’uomo-creatura. La terza unità non è di meno importante,perché è quella del diritto,che si richiama ai principi del diritto romano,che si sono diffusi in questi ultimi 20 anni anche nei paesi dove si è verificato il crollo dell’ideologia comunista o che,pur restando comunisti sui principi del potere stabile,hanno accettato i principi e la prassi del libero mercato. Ma la politica non va considerata come un male necessario per il bene dell’umanità,ma non è nemmeno una realtà che serve a sopravvivere per consentire all’uomo una vita l,ibera.

Il valore della politica chiama in causa “l’ordine delle cose”,che può essere funzionale rispondendo a uno scopo preciso della natura delle cose medesime e occorre parlare preliminarmente della natura dell’uomo. Quando Dio stabilì “Non è bene che l’uomo sia solo”(Gen.2,18)e creò il suo simile ordinando gli di crescere assieme e di prolificare,stabilì la nascita della società e che la vita umana potesse essere concepita solo all’interno della società,che è il mezzo naturale per la crescita dell’uomo,la sua condizione naturale di esistenza. La comunità politica non deriva,in quanto società naturale,dalla famiglia o dalla società civile,perché queste non esisterebbero se la società politica non fosse legittimata ad esistere. La famiglia,la società civile e quella politica sono realtà diverse,ma autonome,distinte ma legate e sono realtà “positive” di cui l’uomo ha assoluto bisogno per conseguire il suo bene. La comunità politica ha lo scopo di riconoscere accanto alla natura,il ruolo della “grazia”,in modo che lp’uomo,proprio perché persona,non sia molestato dalla politica,che è scienza del bene comune e strumento per la garanzia dell’autonomia dell’uomo stesso.

E’ la “libertas maior”che consente la vera convivenza tra gli uomini come ricorda S.Agostino che è impossibile in assenza di ordine della politica e gli stati moderni,sovente,non l’assicurano attraverso leggi che infrangono il diritto naturale,in primo luogo quella sull’aborto che fa configgere la legge con la legalità. La sovranità è l’essenza del naturalismo politico,sia in termini di sovranità dello stato che popolare e nell’enciclica “Libertas”del 1888 Leone XIII sottolinea che la sovranità è il principio capitale del razionalismo,ovvero il tentativo dell’uomo di ordinare a modo suo il mondo. Ma già Platone nelle “Leggi” ammoniva che una polis che non è governata da Dio ma da un uomo,non ha possibilità di scampo dal male e ciò perché,allora come oggi la sovranità poiché rivendica il diritto di ordinare il mondo secondo i dettami dell’umana ragione,identifica la razionalità con il calcolo,come la libertà con la licenza e la verità con l’opinione o la morale con la legalità. Rinviare all’esperienza per cogliere l’essenza della politica esclude la possibilità di confondere il mero potere con l’autorità che,viceversa,è un elemento morale che,se è tale,va esercitato legittimamente perché ordinato al bene della persona,che non dipende dal consenso e il governo politico non è legittimato,come dice Locke, dal “consentimento” all’assoggettamento alla podestà politica,ma dalla finalità perseguita dal potere stesso.

Se si considera,in filosofia politica,legittima una sola ed esclusiva forma di governo,allora si assegna valore al consenso non come mezzo,ma come fine,arrivando a considerare il nichilismo fondamento dello stato ed è ciò che è successo nel XX sec. con le grandi ideologie che prescindevano dalla religione come valore unificante:si è trattato di una contraddizione in termini del naturalismo politico,che si è rivelato incapace di individuare i motivi della politica di cui tutti facciamo e non possiamo non fare esperienza. Il dialogo come ricerca della propria verità nelle verità degli altri è sostenuto dall’esplorazione continua nel campo sempre più esteso dell’ignoto e le religioni soccorrono il bisogno di superare la ripetizione ossessiva di verità comunque riduttive e parziali. La coscienza,l’intelletto,la volontà,la sensibilità e la ragione,che rappresentano la dotazione invisibile di ciascun uomo,lo rendono capace di governare la natura in ordine al processo di compimento dell’unità personale e di unificazione di tutta la comunità umana. Dopo la fine della contrapposizione tra liberalismo e comunismo si fa sempre più drammaticamente chiara la scelta dilemmatica che l’umanità è costretta a compiere in tempi brevi:o nazionalismo come rivalità o federalismo come pacificazione;si deve quindi evitare un processo autodistruttivo irreversibile e seguire la strada dell’integrazione a tutti i livelli che è l’unica possibilità di salvezza per l’uomo del nuovo millennio.

Tuttavia non si può disprezzare l’indeterminatezza del bene concepito dalla ragione,perché vi si realizza il primo nucleo fondante della dignità umana e della stessa esistenza della libertà. La volontà attinge al concreto,ma in quanto pensato nel concetto razionale perché,viceversa,non saremmo capaci di astrazione razionale e di vera libera volontà e occorre discernere l’inclinazione spontanea del volere verso il bene assolutamente infinito,dall’atto volontario,contingente di per se. Il sommo bene è Dio,perché assolutamente infinito,ma non è il bene in generale e neppure l’inclinazione del volere verso l’assoluto è di per sé ilo vero movimento del volere verso Dio perché non c’è ancora un libero atto di scelta. Di conseguenza la volontà è facoltà di tendere verso Dio,mas non vuol dire che la volontà per essenza tenda sempre concretamente verso Dio,perchè si tratta di un azione che è oggetto di una nostra libera deliberazione e non è di tutti gli uomini,mentre tutti gli uomini,per la natura stessa del loro volere,non possono non cercare un assoluto infinito.

E’ necessario comprendere il contenuto che ogni uomo mette nelle inevitabili forme che sono oggetto del desiderio naturale ed universale della volontà;l’uomo per libero arbitrio può scegliere di assolutizzare il relativo,creando il relativismo o considerare infinita la realtà finita pervenendo all’ateismo o considerare il parziale giungendo al panteismo e,in politica,al totalitarismo. Ma la volontà è sempre orientata al bene perché la ragione è orientata alla conoscenza dell’ente e ogni ente è buono perché può essere oggetto di una volontà,che quando la si esercita non può non volere qualcosa,ovvero un ente che per lei è il bene,perchè al contrario non lo cercherebbe e d’altronde una volontà senza oggetto non è una volontà e gli uomini non possono volere un non essere. La libertà è una proprietà della persona e non dell’intera natura dell’uomo intesa in senso astratto e per capire l’essenza della libertà come attributo della volontà occorre possedere un giusto concetto della specifica essenza dell’uomo. La ragione prepara l’esercizio della volontà e perciò della libertà e l’atto della libera volontà deriva dalla ragione,ecco perché la ragione e la libertà sono una l’effetto dell’altra giacchè “radix libertatis est in ratione costituita” ed è per questo che i Vangeli ci ricordano l’ammonimento “Veritas liberavit vos!”.

E’ certo possibile conoscere la verità e non metterla in pratica,ma è impossibile praticare il vero bene senza prima averlo conosciuto;la ragione formula il giudizio pratico che informa l’azione,ma è la volontà che rende operativamente possibile il giudizio traducendolo nei fatti. La libertà non è autosufficiente,ma è un mezzo,il libero arbitrio,che deve rapportarsi a precisi contenuti che corrispondono al nostro bene,alla nostra liberazione,come recita il “Pater Noster” perché non si può affermare il solo libero arbitrio senza la libertà di essere perfetti. Per vivere l’autentica libertà,occorre vincere la tentazione di sentirsi detentori di una libertà infinita,rispetto ai limiti della natura umana perché l’uomo non può non orientare il suo pensiero ad un assoluto che è certamente Dio,che vuole essere scelto liberamente dall’uomo al quale accorda anche la facoltà di rifiutarsi a Sé.

Ogni uomo tramite la ragione può governarsi da solo,anche se S. Tommaso d’Aquino osserva che solo apparentemente l’uomo si sottrae al governo di Dio che si compiace di governare l’uomo proprio accentuando la sua indipenden za,perché l’uomo più si governa e più è governato da Dio. Anche in politica la ragione svolge un ruolo fondamentale nel legittimare l’uso della libertà:è la più remota ma nel contempo la più ardua regola della convivenza civile,l’alleanza tra governanti e governati e dove le religioni possono svolgere il ruolo di contribuire a sostituire il potere con l’autorità dei migliori in un percorso di incivilimento di tutte le società ormai globalizzate,per realizzare etica e politica in contesti democratici nei quali la ragione e la libertà siano realmente il fondamento delle scelte consapevoli e responsabili dei cittadini,per evitare,come ammoniva S. Caterina da Siena nella Lettera ai Signori di Siena,di “..mettere a governare uomini che non sanno nemmeno governare sé stessi e che chiudono gli occhi al punto di far subire il torto a chi ha ragione e a dare ragione a chi ha torto”

Siamo tutti vittima dei sondaggi

Sondaggi in testa, spread, Pil, BTp , Irpef , percentuali delle famiglie che fanno uso di zafferano, ecc. ecc.  sino al consumo pro capite di carciofi , siamo ormai prede di una retorica dei numeri irreversibile, quasi sempre rivestita di statistica. Che diventa micidiale e  ci ubriaca,  quando si accompagna all’audience televisiva e agli ascolti di un programma.

Non snobbo niente, poiché faccio anch’io parte dei telecomandati consumatori e dei dementi digitali.

Mi sono però sentito molto, ma molto  confortato, quando a proposito di Sanremo, ho saputo che in quelle serate sono stato in compagnia  dell’80 % di italiani ! Se non di più.

In compagnia cioè di quella stragrande maggioranza di italiani che se ne e’ fregata del Festival !

Prendiamo in considerazione il  dato Istat solo sulla popolazione italiana al di sopra dei 15 anni : 52 milioni.

Bene !

Se il festival ha avuto una media di ascolti di circa 11 milioni per sera – cioè del 20% di questa popolazione – allora vuol dire che 41 milioni di italiani ‘maggiorenni’ ( l’80 %) , hanno scelto altri canali, si sono rimbambiti col cellulare in mano, oppure hanno preferito di andare in pizzeria, di farsi uno scopone scientifico,  di stare con amici, di andare a dormire, di evitare insomma  gli artefatti conduttori con annessi e connessi da Circo equestre .