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Francesco Merloni, imprenditore e politico di solidi principi.

Era un gentiluomo d’altri tempi, Francesco Merloni, marchigiano di Fabriano, imprenditore e ingegnere illuminato, parlamentare Dc di lungo corso, Ministro dei Lavori pubblici in quella fase che potremmo chiamare di transizione politica rappresentata dai governi Amato (il primo dei due guidati dal giurista socialista) e Ciampi.

Merloni aveva un tratto solare e gentile, affabile e, al contempo, riservato, mai aggressivo o sopra le righe, mai tentato dall’ostentazione o dalla vanità, sempre essenziale e aderente alle tematiche sulle quali era chiamato a esprimersi e confrontarsi.   Pochi come lui possono essere considerati veramente emblematici della parte migliore di una generazione di uomini di Stato e dell’economia che ha svolto un ruolo decisivo nella trasformazione del nostro paese, dopo la tragedia della dittatura e della guerra, in una democrazia liberale avanzata e nella realizzazione di quel salto di qualità nei livelli di benessere e di sicurezza sociale che abbiamo definito “il miracolo economico”.

Coniugava in modo esemplare cultura politica, ispirata dall’ideale cattolico-democratico, passione civile e impegno imprenditoriale finalizzato allo sviluppo socio-economico della sua terra marchigiana e, più in generale, date le dimensioni assunte dalla sua impresa, alla competitività del sistema Italia nei mercati internazionali.

Democratico cristiano, sulle orme del padre Aristide – fondatore dell’azienda di famiglia, già esponente del Partito Popolare sturziano, poi, negli anni ’50, Sindaco democristiano di Fabriano e in seguito senatore -Francesco svolse un’azione a largo raggio per la promozione del pensiero cattolico e di una visione interclassista e solidale dell’evoluzione sociale ed economica del Paese, rivestendo ruoli diversi, nel partito, nel Parlamento, nel Governo (sua l’iniziativa di una famosa e innovativa riforma nel settore degli appalti pubblici, nel periodo in cui è stato Ministro), nell’Unione cristiana imprenditori e dirigenti – di cui fu Presidente – nella Fondazione Merloni che promuove studi sull’economia e lo sviluppo e nell’Arel di cui, pure, è stato Presidente.

Questo senza mai discostarsi dall’impegno imprenditoriale, portato avanti con successo e con intuizioni illuminate che hanno consentito alla sua attività di produzione dei termosanitari di vincere le sfide della concorrenza globale e di imporsi nei mercati internazionali.  Fino ad età molto avanzata ha continuato a viaggiare e ad esplorare i nuovi e difficili percorsi dei processi produttivi, ispirando ancora le più giovani generazioni con i suoi scritti e i suoi discorsi.

Ascoltando le sue lucidi analisi del quadro politico e delle evoluzioni economiche, ispirate da quella solida cultura e motivazione che la sua generazione aveva acquisito e “respirato” da insigni maestri, nel movimento cattolico  degli anni della guerra e del dopoguerra, si apprendevano sempre nuovi elementi e si percepivano suggestioni utili a capire e ad orientarsi.     Ricordo le visite nel suo studio romano, in via della Scrofa, era un grande piacere ascoltarlo, quando raccontava le origini dell’avventura imprenditoriale della sua famiglia (dalle bascule, bilance per l’agricoltura, alle bombole a gas, fino ai più avanzati elettrodomestici), i pericoli corsi nel periodo della Resistenza, la collaborazione del padre con Enrico Mattei che spesso si fermava a cena in casa loro, il decollo di un modello industriale (cosiddetto modello marchigiano) che portò benessere, certezze e nuove prospettive a una popolazione agricola un tempo povera e priva di una possibilità di riscatto.

Ancora, durante quei colloqui, trasmetteva l’entusiasmo di un’Italia che aveva creduto in se stessa, che aveva condiviso valori, rendendosi, con l’etica del lavoro e del risparmio, ma anche con la creatività e la capacità di innovazione, artefice di un destino di crescita e di promozione delle condizioni sociali. Di quell’Italia Francesco Merloni fu uno dei testimoni e dei protagonisti più significativi e di questo dobbiamo restare a lui riconoscenti, soprattutto noi democratici cristiani delle generazioni successive, delle quali possiamo certamente ritenerlo uno dei maestri migliori.

Ricordo di Merloni. Perché ignorata la sua accusa sulla morte di Mattei?

Francesco Merloni è stato un protagonista nel panorama economico e politico italiano. La sua vita è strettamente legata alla città dove è nato (Fabriano, in provincia di Ancona). L’azienda di famiglia, fondata dal padre Aristide, ha posto le basi per un grande gruppo industriale, contribuendo alla crescita della regione Marche e al suo posizionamento nel contesto economico nazionale (come ha detto malevolmente qualcuno, sulla cartina geografica tout court).

Ha ereditato dal padre non solo la passione per l’imprenditoria, ma anche un notevole acume politico.Più volte parlamentare, Aristide Merloni lasciò una traccia indelebile nella politica marchigiana (e non solo) del dopoguerra. Il figlio Francesco ha saputo coniugare felicemente l’eredità familiare con una visione moderna e pragmatica del “fare impresa”, portando il gruppo Merloni a diventare un colosso internazionale nel settore degli elettrodomestici, capace di affrontare con successo le sfide del mercato globale.

Nel contesto della sua attività imprenditoriale, Merloni ha dimostrato notevole capacità di innovazione. La sua visione lungimirante si è tradotta nello sforzo di espandere il business originario oltre i confini nazionali, mantenendo però sempre un legame saldo con la terrad’origine. La sua gestione aziendale era ispirata a valori etici, con una forte attenzione per il benessere dei lavoratori e lo sviluppo sostenibile del territorio.

Non si è limitato alla dimensione economica: a livello politico, è stato Ministro dei Lavori Pubblici nei governi Amato e Ciampi, in un contesto drammatico come il crollo della “Repubblica dei partiti” (1992-1994). La sua esperienza rifletteva la volontà di portare a palazzo Chigi il pragmatismo e l’efficienza acquisiti nel mondo imprenditoriale, oltre alla sensibilità sociale che aveva ereditato dal padre. Come Ministro, si è impegnato in progetti di ammodernamento infrastrutturale, cercando di coniugare la necessità di sviluppo con l’attenzione per l’ambiente e il territorio.

Un episodio della sua vita privata e professionale colpisce – chi scrive – in modo particolare. Durante la sua ultima intervista al “Corriere della Sera” (11 marzo 2023), Merloni ha ricordato l’amicizia con il presidente dell’ENI, Enrico Mattei, originario di Matelica (vicino a Fabriano).

Importante la sua testimonianza riguardo al tragico incidente aereo di Bascapè che costò la vita a Mattei. “A Bascapè sicuramente lo buttarono giù: furono i servizi francesi. Non gli americani, con loro aveva già un accordo: doveva incontrare una delle sette sorelle…”. Ebbene, reazioni del mondo politico ed economico all’indomani dell’intervista? Nessuna.

Questo silenzio appare sorprendente, soprattutto alla luce del ruolo cruciale svolto da Mattei nella storia politico-economica italiana del dopoguerra. Come è noto, la sua visione strategica lo aveva portato a sfidare gli equilibri internazionali nel campo dell’energia, con una posizione sovente critica nei confronti delle grandi potenze petrolifere mondiali, le cosiddette “sette sorelle”.

Ecco perché il cosiddetto “piano Mattei” dovrebbe essere considerato patrimonio comune del Paese e non strumentalizzato ad hoc da una parte politica.

LUn altro aneddoto interessante dell’intervista al “Corriere della Sera” è relativo al suo rapporto controverso con Berlusconi, che “inizialmente era pure democristiano. Una volta mi rubò un aereo ma poi andavo alle sue feste. Mia moglie si divertiva: era la sua che stava sempre in disparte…”.

In conclusione, Francesco Merloni lascia dietro di sé un’eredità fatta di successo imprenditoriale, dedizione alla politica e amore per la terra d’origine. Sulla soglia dei 99 anni, tra le persone che gli mancavano di più, ricorda in particolare “Carlo Azeglio Ciampi, Nino Andreatta, Gerardo Bianco”. Ci piace pensare che oggi si saranno ritrovati tutti insieme…

Cirino Pomicino sbugiarda Monorchio sulle responsabilità del  debito pubblico. Chapeau!

Cirino Pomicino, figura di spicco della politica italiana, ha risposto sul Foglio del 1 ottobre con lucidità e fermezza all’intervista (Corriere della Sera del giorno prima) di Andrea Monorchio, ex Ragioniere Generale dello Stato, che ha attribuito il crollo della finanza pubblica italiana alla presunta insipienza della classe politica di governo. La replica dell’ex Ministro non solo difende una stagione politica complessa, ma offre un’analisi puntuale che mette in evidenza le vere responsabilità, spesso trascurate o mal interpretate.

Cirino Pomicino rigetta con decisione l’idea che la crisi della finanza pubblica degli anni ‘80 e ‘90 fosse da imputare alla classe politica. Al contrario, sottolinea come le decisioni di quegli anni fossero il risultato di una politica economica attentamente calibrata, e non di un’incapacità gestionale. A supporto di questa tesi, Cirino Pomicino ricorda che “Il governo Andreotti con Carli, Formica e il sottoscritto ebbe da Giuliano Amato un disavanzo primario di 38 mila miliardi di lire e restituì sempre a Giuliano Amato nel 1992 un bilancio con 3 mila miliardi di avanzo primario. Insomma, la crisi finanziaria del ’92 non fu assolutamente legata a motivi di finanza pubblica”.

Questa affermazione smonta la narrazione che attribuisce alla classe politica di governo la responsabilità diretta del crollo finanziario. C’è inoltre da sottolineare l’importante lotta all’inflazione, ottenuta con la determinante responsabilità delle forze sociali che sottoscrissero  gli accordi interconfederali del 1983, del 1984 e del 1992, in continuità tra loro e ispirati dalla politica riformista dei governi di allora.

Sempre secondo Cirino Pomicino, la gestione della finanza pubblica va letta in un contesto ben più ampio, che comprende le dinamiche internazionali e le pressioni esterne. Egli sottolinea come la crisi del 1992 non fosse dovuta a una cattiva amministrazione interna, bensì a fattori di natura internazionale, come le turbolenze dei mercati finanziari e le politiche economiche globali che influenzavano pesantemente le scelte italiane. L’idea che una classe politica “insipiente” sia la causa primaria del crollo finanziario è una semplificazione che ignora la complessità delle dinamiche economiche dell’epoca.

Nell’intervista, inoltre, si evidenzia come la dilatazione della spesa pubblica negli anni ’80 sia stata anche una conseguenza del contesto straordinario in cui l’Italia si trovava. Il fardello della lotta al terrorismo, che imperversava in quegli anni (a tal proposito ricordiamo l’uccisone del Prof. Tarantelli, uno dei principali assertori delle politiche di concertazione fra parti sociali e governo), ha contribuito significativamente all’aumento delle spese statali, una scelta obbligata per garantire la sicurezza del Paese. Ciò ha comportato un aumento della spesa pubblica, ma non per incuria o inefficienza, bensì per rispondere a una minaccia concreta e urgente. La lotta al terrorismo richiedeva ingenti risorse e non poteva essere considerata una scelta di spesa improduttiva o irresponsabile. Anche in questo caso, Cirino Pomicino mette in luce come le decisioni della politica fossero sempre motivate da contingenze straordinarie, e non da una semplice mancanza di visione o competenza.

La sua analisi non si limita a difendere la classe politica, ma fornisce una lettura critica e documentata delle reali cause della crisi finanziaria. Invece di puntare il dito esclusivamente contro la politica, l’ex ministro invita a considerare le forze internazionali e i vincoli imposti dalle istituzioni finanziarie globali, che influenzavano pesantemente la gestione economica del Paese. La crisi finanziaria, quindi, va letta come un evento multifattoriale, in cui la politica interna giocava un ruolo cruciale, ma non esclusivo.

In conclusione, la riflessione di Cirino Pomicino rappresenta un invito a riconsiderare, con rigore storico e analitico, le dinamiche che portarono alla crisi finanziaria italiana, senza cedere alla tentazione di facili colpevolizzazioni o semplificazioni.

Quasi guerra, ormai, fra Iran e Israele.

Come si temeva sin dall’inizio di questo conflitto mediorientale che rischia – se non lo è già – di trasformarsi in guerra totale è l’Iran sciita degli ayatollah il nemico assoluto che Israele vuole abbattere. Del resto Teheran non ha mai nascosto il suo odio nei confronti dello stato ebraico, del quale auspica e profetizza la cancellazione dalla faccia della Terra.

Lo scontro sin qui si è svolto a ondate cicliche, o a mezzo di singoli episodi, tramite l’utilizzo da parte del regime iraniano dei c.d. proxy”, ovvero milizie jihadiste combattenti da Teheran finanziate e armate.

Innanzitutto Hezbollah, che occupa una buona parte del Libano – uno Stato multireligioso in disarmo ormai da decadi e profondamente diviso al suo interno – da dove periodicamente ha lanciato attacchi verso il nord di Israele.

Più recentemente gli Houthy, pure essi occupanti un’intera area di uno Stato, lo Yemen, stremato da una guerra civile (da qualche tempo in stallo) che ne ha disgregato la struttura amministrativa e distrutto l’economia.

Da sempre, inoltre, operano diversi altri gruppi sciiti in Iraq e in Siria, eterodiretti dagli iraniani, essi pure parte di quella schiera di attori destinati nei piani iraniani ad accerchiare e colpire Israele.

E infine Hamas, che sciita non è ma ben si presta alla bisogna, e dunque esso pure è stato finanziato ed armato.

Dopo il 7 ottobre, e nella acquisita certezza (stando ai servizi segreti israeliani) che una mattanza analoga fosse in corso di preparazione al nord del paese ad opera di Hezbollah, il governo israeliano – al di là dei motivi personali e di sopravvivenza politica del premier Netanyahu, e pure al di là della decisiva ed estremista presenza in esso della Destra religiosa più intransigente e guerresca – ha deciso di indebolire in modo definitivo, e se possibile di distruggere e sradicare per sempre la ragnatela proxy pazientemente stesa nel tempo dagli iraniani. E questo ha cominciato a fare, dallo scorso novembre: prima a Gaza, ora nel Libano e tutto lascia prevedere che attaccherà pure gli Houthynello Yemen. Ben sapendo, in ogni caso, che dietro questi gruppi c’è comunque l’Iran, ovvero uno Stato. E contro uno Stato ostile si fa una guerra.

Questo è il punto di arrivo previsto, se si dovesse rendere necessaria l’opzione finale. E poiché l’Iran sta lavorando per divenire una potenza nucleare, l’obiettivo primo ad essere colpito sarebbe costituito dagli impianti nei quali, appunto, si sta sviluppando il progetto dell’atomica. Ben sapendo che gli Stati Uniti, chiunque a quel momento ne fosse il Presidente, non si esimerebbero dal contribuire all’operazione.

Quando, l’altro giorno, Netanyahu si è rivolto ai “persiani” annunciando loro la prossima liberazione dalla dittatura teocratica egli ha rivolto un avvertimento a quest’ultima, consapevole di quanto la società iraniana, quella più giovane in particolare, sia sempre più insofferente nei confronti del regime. Immaginando, così, una possibile ribellione che in realtà è assai improbabile, essendo molto strette le maglie dell’oppressione stese dal regime in ogni ambito del corpo sociale.

È dunque questo il punto in cui siamo. A cinque minuti dall’esplosione di una guerra nella regione più calda del pianeta. Con un interrogativo, fra gli altri, che desta una qualche giustificata curiosità: gli stati arabi sunniti (che vedono nell’Iran e non più in Israele il loro principale nemico) non è che sotto-sotto la auspicano, questa guerra (nella convinzione che essa eliminerebbe dal quadro l’insidioso regime sciita)?

L’invito a Pontida degli ultranazionalisti austriaci è l’ennesimo azzardo di Salvini

La dichiarazione di Matteo Salvini nel corso di una diretta social, con la quale ha annunciato la presenza degli esponenti del Partito della Libertà austriaco (FPÖ) al raduno di Pontida, è un segnale allarmante. Va subito detto che questo partito è noto per le sue posizioni estremiste, ultranazionaliste e xenofobe. È accusato di simpatie neonaziste. Non a caso, dopo il successo nelle elezioni di domenica scorsa non è in condizione di formare un governo per l’ ostracismo degli altri partiti.

Dunque, la frase di Salvini – “Non sono neonazisti o neofascisti ma persone che ci tengono alla loro cultura, alla loro nazione” – è un tentativo di legittimare un movimento politico che, di fatto, ha radici profonde nell’estrema destra. Ridurre le preoccupazioni riguardo alle tendenze estremiste a un mero attaccamento alla propria cultura è un’operazione retorica pericolosa, che minimizza il rischio insito nella diffusione di ideologie autoritarie e xenofobe. Questo atteggiamento tende a banalizzare il fenomeno dell’ultranazionalismo, trasformandolo in un’ordinaria manifestazione di patriottismo, quando invece rappresenta una minaccia per i valori democratici e per i diritti fondamentali.

Definire questi movimenti come una semplice espressione di democrazia equivale a distorcere il concetto stesso di democrazia. La democrazia si fonda sul rispetto delle diversità, dei diritti umani e della tolleranza, valori che sono spesso in aperto contrasto con l’ideologia promossa dal FPÖ e da altri gruppi simili. L’apertura ai partiti ultranazionalisti rischia di legittimare sentimenti di intolleranza e divisione, contribuendo alla diffusione del discorso dell’odio.

Le parole di Salvini, in conclusione, non sono solo un’operazione di marketing politico ma anche un segnale che potrebbe condurre a una pericolosa deriva ideologica. Il rischio è che il confine tra democrazia e autoritarismo diventi sempre più sfumato, alimentando un clima di sospetto, divisione e ostilità che può minare la convivenza civile e i fondamenti stessi della società democratica.

Dibattito | La Schlein subisce i veti di Conte: dove va il centro-sinistra?

L’esclusione della lista riformista dalla coalizione ligure a favore del candidato Andrea Orlando rappresenta una pessima notizia per chi, come il sottoscritto, nelle scorse settimane proponeva la creazione di uno schieramento di centro sinistra alternativo all’attuale maggioranza parlamentare.

Nonostante la lista avesse già firmato l’accordo con il candidato governatore, non appena “Giuseppi” Conte, in versione Jep Gambardella, ha posto il suo veto nei confronti del cartello elettorale formato da IV, PSI e +EU, il PD, senza remore né lamentele, ha acconsentito a rinnegare il patto firmato in precedenza e a rinunciare ad una rappresentanza riformista e centrista nella coalizione.

Era già accaduto in Basilicata ed ora come allora, nessuno, nemmeno tra i riformisti del PD o di Azione che è rimasta all’interno della coalizione, si è alzato in piede e ha detto “Non ci sto!”. Come se valesse il motto latino mors tua vita mea.

Ma ciò che è successo in questi giorni a Italia Viva e Matteo Renzi che, nonostante i difetti, rappresenta al momento il leader più carismatico proveniente dalle file dei popolari italiani, potrà accadere un domani a chiunque altro abbia delle obiezioni alla linea espressa da Giuseppe Conte.

Un domani, i grillini potranno scegliere di buttare fuori dalla coalizione Azione, per le posizioni a favore del nucleare, oppure Più Europa, per le posizioni garantiste sulla giustizia. Non stento nemmeno a credere che, un domani, di fronte alla proposta di inserire in una lista dei ministri un riformista come Lorenzo Guerini, i 5stelle potranno porre un veto per le sue coraggiose posizioni a favore della resistenza ucraina.

Mi chiedo allora se tutto ciò sia accettabile per il PD e per la sua segretaria Elly Schlein. Perché se è vero che il leader della coalizione deve sposare uno spirito testardamente unitario, questo non significa che il primo bullo che passa se ne debba approfittare, anzi il leader dello schieramento dovrebbe tutelare la legittimità delle posizioni di ciascuna componente, anche quelle più piccole.

Così non è successo, il PD ha accettato il veto di colui il quale aveva firmato i decreti di Sicurezza insieme a Matteo Salvini, senza difendere coloro i quali hanno fatto parte della storia dello stesso PD, Italia viva, o i suoi alleati storici, PSI e piùEuropa.

A mio parere questo atto è grave e rappresenta una pietra quasi tombale per qualunque progetto di centro sinistra serio, a meno che il PD non inverta immediatamente la rotta. I veti di Conte e il silenzio di Schlein definiscono un contesto in cui a sinistra si formerà una coalizione estremista dominata dai veti di Giuseppe Conte, incapace di rappresentare le istanze centriste, cattoliche, liberali, riformiste e garantiste. Uno schieramento a tutto bonus, patrimoniale e manettaro,

Il PD aveva il compito di elaborare una sintesi, cercando i punti programmatici comuni ed eliminando i veti del passato. Così non è stato, ha accettato silenziosamente ogni imposizione dei 5 Stelle e non ha compiuto alcuno sforzo per tenere all’interno della coalizione i partiti centristi.

Il messaggio è dunque chiaro, non c’è spazio per le nostre istanze nella coalizione di centro sinistra, anche perché questa coalizione che sta costruendo il PD a rimorchio dei 5stelle vuole essere una coalizione solo di sinistra.

Si riapre, allora il punto di domanda: cosa possono fare coloro i quali hanno idee diverse dall’attuale maggioranza, per esempio su premierato e autonomia differenziata, ma non sono disposti a sottostare al giogo dei 5stelle?

Costruire una federazione centrista aperta a cattolici, liberali e riformisti. Abbandonare i progetti di mini-partiti personalistici, evitare di continuare in queste continue e insensate scissioni ma soprattutto iniziare a lavorare in Parlamento per l’introduzione di una vera e propria legge elettorale proporzionale. Una legge, sia chiaro, che non obblighi a indicare ex ante la partecipazione ad una determinata coalizione, anche perché se il sistema è proporzionale inevitabilmente le coalizioni si devono formare dopo il voto, altrimenti è un porcellum bis.

L’introduzione di una legge elettorale proporzionale è un fattore dirimente per la costruzione di un progetto centrista. E vedremo allora se Forza Italia e Noi moderati sosterranno questo progetto, allora dimostreranno di essere delle vere liste centriste e non dei satelliti di FdI.

Appello Cisl: “No all’uscita di Poste Italiane dal servizio universale”.

Secondo le informazioni attualmente in possesso a livello aziendale, non risulterebbe alcuna intenzione da parte di Poste Italiane di rinunciare alla partecipazione al bando per il servizio universale postale. Tuttavia, è di fondamentale importanza che l’azienda intervenga per smentire ufficialmente le notizie diffuse da alcune organizzazioni sindacali, che sostengono un presunto disimpegno di Poste Italiane rispetto al servizio universale. A lanciare l’allarme è Raffaele Roscigno, segretario generale di Slp Cisl, che in una nota sottolinea l’urgenza di un chiarimento.

“Una decisione del genere – afferma Roscigno – sarebbe non solo un grave errore strategico ma anche estremamente dannosa per l’intero Paese. Il servizio universale è, infatti, un pilastro fondamentale per garantire la coesione sociale e territoriale, assicurando a tutti i cittadini l’accesso ai servizi postali. Si tratta di un servizio essenziale, soprattutto in quelle aree del territorio nazionale più remote o meno servite da altre infrastrutture di comunicazione”. In queste zone, aggiunge, il ruolo di Poste Italiane non si limita alla consegna della corrispondenza, ma rappresenta spesso l’unico collegamento stabile e continuativo con il resto del Paese.

Roscigno sottolinea come Slp Cisl sia pronta a contrastare con determinazione e fermezza qualsiasi ipotesi di rinuncia da parte dell’azienda a un ruolo così centrale e strategico per la collettività. “Non possiamo permettere che si riduca la portata di un servizio che garantisce un diritto costituzionalmente sancito. L’accesso ai servizi postali deve essere garantito su tutto il territorio nazionale, senza alcuna discriminazione tra grandi centri urbani e piccoli comuni.”

“La partecipazione di Poste Italiane al servizio universale rappresenta una garanzia per milioni di italiani – conclude il segretario – in particolare per coloro che vivono nelle aree interne e periferiche del Paese. In molte di queste realtà, Poste Italiane rappresenta spesso l’unico punto di contatto con il resto del territorio, una presenza fondamentale non solo per il servizio postale ma anche per altre attività, come il pagamento delle pensioni o il ritiro di pacchi e raccomandate. Ecco perché è fondamentale che l’azienda chiarisca la propria posizione in maniera netta e tempestiva, confermando un impegno che costituisce un diritto per i cittadini e un dovere per un’azienda che opera in regime di concessione pubblica”.

Vita e Pensiero |  Il problema dell’Aldilà nel tempo della sua eclisse.

Paolo Ricca

 

È una caratteristica vistosa del nostro tempo e, più in generale, della modernità, soprattutto europea, la progressiva cancellazione, nella coscienza comune, dell’Aldilà, a beneficio dell’Aldiqua. Vi ha indubbiamente contribuito la rivoluzione copernicana che, spodestando la terra dal centro dell’universo, ha reso obsoleto tutto l’immaginario religioso tradizionale sull’Aldilà (quello, ad esempio, della Commedia di Dante), a cominciare dalle categorie di “alto”, dove stava il “cielo” come dimora di Dio, invocato quindi come “Altissimo” («Padre nostro che sei nei cieli»!), e di “basso”, dove era stato sistemato l’“inferno”, che adesso non si sa più dove collocare (se non sulla terra, l’unico “rifugio” che gli resta!).

Questa svolta culturale epocale è stata descritta poeticamente da Bertolt Brecht, che fa dire a Galileo quanto segue: «Presto l’umanità avrà le idee chiare sul luogo in cui vive, sul corpo celeste dove dimora. Non le basta più quello che sta scritto nei libri antichi. Infatti, dove per mille anni ha dominato la fede, ora domina il dubbio. Tutto il mondo dice: D’accordo, sta scritto nei libri, ma adesso lasciate un po’ che vediamo noi stessi. […] E il gran risucchio d’aria che si è levato da tutto questo, spazza via perfino le vesti trapunte d’oro dei principi e dei prelati, mettendo in mostra gambe grasse e gambe magre, gambe uguali alle nostre, insomma. È risultato che i cieli sono vuoti. A questa constatazione è scoppiata una gran risata d’allegria. […] Ma l’universo, nel giro di una notte, ha  perduto il suo centro, e la mattina dopo ne aveva un’infinità. Da un momento all’altro, guarda quanto posto c’è» (Bertolt Brecht, Vita di Galileo, Torino, Einaudi, 2014, pp. 13 e 15).

Ma se l’universo ha perso il suo centro, è logico che sia diventato difficile immaginare un Aldilà. Non si sa da dove partire. Non si sa dove comincia il “cielo” (se pure comincia da qualche parte), né dove finisce (se pure finisce da qualche parte). Non si sa neppure bene che cosa sia. Sicuramente era molto più facile pensare l’Aldilà nella visione tolemaica dell’universo, con la terra al centro, il cielo “sopra” e gli inferi “sotto” (lo dice la parola: infernus = “ciò che si trova in basso”). Dovremmo allora abbandonare qualsiasi nozione spaziale dell’Aldilà? Se così fosse, con che cosa sostituirla? Oppure dovremmo abituarci all’idea dell’impossibilità di immaginarlo? Ma si può davvero pensare ciò che non si può in alcun modo immaginare? Il fatto evidente dell’eclisse dell’Aldilà sarebbe allora dovuto, in fin dei conti, alla difficoltà, per non dire all’impossibilità, di immaginarlo?

Questa difficoltà, o impossibilità, è reale, però non significa che l’Aldilà non esista. Crediamo, ad esempio, che Dio esiste, pur non potendolo, anzi non dovendolo, immaginare, perché nessuna immagine che possiamo farci di lui corrisponde alla sua realtà. Lo stesso Gesù, «che è l’immagine di Dio» (2Cor 4,4) – l’unica a cui possiamo ricorrere – riflettendoci bene, non è immaginabile neppure lui; eppure crediamo che esista. Come l’esistenza di Dio e quella di Gesù non dipendono dalla possibilità di immaginarli, lo stesso discorso vale per l’Aldilà: non possiamo immaginarlo, ma questo non significa che non esista.

Certo, non ci sono prove che esista (come del resto non ci sono prove del contrario). Nessuno può dimostrare che c’è una vita dopo questa vita. Sembra anzi che tutto finisca con la morte e si attui così, per ciascun vivente a cominciare dalla creatura umana, l’antica sentenza pronunciata da Dio sul primo uomo da lui creato; «Sei polvere, e in polvere ritornerai» (Gen 3,19). Molte altre parole bibliche le fanno eco: la nostra vita «passa presto e noi ce ne voliamo via» (Sal 90,10). «Ricordati che la mia vita è un soffio. […] Chi scende nel soggiorno dei morti, non ne risalirà» (Gb 7,7.9). «Tutto è venuto dalla polvere e tutto ritorna alla polvere» (Qo 3,20). Qui manca del tutto l’idea di una qualche forma di sopravvivenza. La persona defunta appartiene definitivamente al passato – un passato irrimediabilmente senza futuro. Altre persone nasceranno e vivranno, ma la persona defunta non è necessario che riviva: ha avuto la sua chance, la sua occasione unica che è questa vita, l’ha vissuta più o meno bene, ora tocca ad altri. In questo quadro, il destino umano non è diverso da quello di un fiore, che nasce, cresce, dispiega la sua bellezza, emana il suo profumo, poi lentamente appassisce e alla fine muore: non rivivrà, altri fiori spunteranno, altrettanto belli, ma quello appassito ha concluso la sua breve storia e ritorna anche lui alla terra dalla quale è nato. Così potrebbe essere, e così sembra che sia. Ma la prospettiva cristiana è diversa.

Perché la fede cristiana afferma, contro tutte le apparenze, che c’è una vita dopo la morte, che c’è un futuro per chi, essendo morto, dovrebbe appartenere a un passato senza futuro? Fondamentalmente per un unico motivo: la risurrezione di Gesù. Perché? Perché è la risurrezione di Gesù che ha rivelato che il corpo umano (il suo, che era come il nostro) ha un futuro, non è destinato a essere distrutto, ma, al contrario, a essere restituito alla vita in forma nuova. E il corpo di Gesù che è risuscitato (ecco il senso profondo della tomba vuota – vuota appunto perché le donne e i discepoli non trovano più il corpo. Tutta la risurrezione ruota intorno al corpo che, risuscitando, non appartiene più solo all’Aldiqua, ma anche all’Aldilà; si può dire che la risurrezione introduce il corpo, in una nuova veste (se così si può dire), nell’Aldilà, è l’Aldilà del corpo – quel corpo dell’uomo e della donna che Dio aveva modellato con le sue stesse mani con grande amore e sapienza (Gen 2,7.21-22) e che ora Dio risuscita dando loro un nuovo modo di essere.

 

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https://rivista.vitaepensiero.it//news-dallarchivio-i-cristiani-davanti-alleclisse-dellaldila-6586.html

Piersilvio in politica? Un errore destinato a riproporre l’equivoco del berlusconismo.

Negli ultimi mesi il dibattito sull’ingresso in politica di Piersilvio o Marina Berlusconi ha alimentato una serie di speculazioni, non senza esplicite o striscianti polemiche. L’ipotesi, se confermata, riproporrebbe in forma rinnovata l’ormai noto “equivoco del berlusconismo”. Ieri, in effetti, Matteo Renzi ha dato fuoco alle polveri. Nel corso del programma “Lo stato delle cose”, condotto da Massimo Giletti su RaiTre, ha dichiarato: Piersilvio o Marina Berlusconi entreranno in politica? Non lo escludo, non lo escludo più. Qualche mese fa avrei detto di no, oggi se dovessi dire, secondo me è più facile Piersilvio che Marina.” L’affermazione segna un cambio di prospettiva rispetto a qualche tempo fa, evidenziando come la percezione sull’eventuale “discesa in campo” della famiglia Berlusconi stia mutando.

Le parole di Renzi non si sono limitate a una semplice previsione. Egli ha infatti sottolineato le tensioni interne a Forza Italia (FI), indicando come Antonio Tajani – attuale segretario del partito – si trovi in una posizione scomoda, spesso costretto a votare in modo contraddittorio rispetto a quanto da lui stesso dichiarato. C’è un punto di debolezza in FI: Tajani dice che sono per i diritti, per lo ius scholae, poi in Parlamento vota il contrario e diventa un silente alleato della Meloni”. Questo non può che accrescere le tensioni tra FI e la Lega, con gli Azzurri obbligati a riposizionarsi. Ma come e, soprattutto, con quale leadership? Tajani non sembra all’altezza di questa sfida.

Dunque, se Piersilvio Berlusconi dovesse esporsi in prima persona, si troverebbe ad affrontare un’eredità particolarmente complessa. L’ombra del conflitto di interessi, che ha segnato l’intera esperienza politica del padre, tornerebbe inevitabilmente alla ribalta. Ciò rappresenterebbe un test decisivo per la democrazia italiana. Si capirebbe, in coda al declino della cosiddetta seconda repubblica, quanto ancora non siano stati risolti alcuni nodi fondamentali del rapporto tra potere politico ed economico. Sarà interessante vedere se questa volta il Paese saprà affrontare in modo più maturo e consapevole la riproposizione per via familiare del tanto discusso modello berlusconiano.

La Resistenza contribuì alla formazione del progetto politico dell’Unione Europea

Prendo la parola per la quarta volta ai Colloqui di Bayreuth in rappresentanza dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età contemporanea della Spezia. Dal 2011 esiste tra la fondazione Leuschner e l’istituto storico della resistenza una proficua collaborazione che, attraverso le scuole gemellate Liceo Richard Wagner di Bayreuth e l’istituto scolastico “Fossati – Da Passano” della Spezia, ha permesso a centinaia di studenti tedeschi e italiani di conoscere, rispettivamente, le vicende della Resistenza Tedesca e italiana al nazifascismo.Nella resistenza europea vanno ricompresi, infatti, a pieno titolo i resistenti germanici al nazifascismo come gli appartenenti alla Rosa Bianca, Wilhelm Leuschner, il conte von Stauffenberg, Dietrich Bonhoeffer e tanti altri. Queste figure sono la prova che non tutti i tedeschi sostennero Adolf Hitler. La dimensione europea della Resistenza al fascismo assume un significato cruciale nella storia contemporanea, poiché la Resistenza non fu soltanto un fenomeno nazionale, ma una lotta di respiro continentale che coinvolse molti Paesi europei sotto regimi totalitari o occupazione nazifascista durante la Seconda Guerra Mondiale: dalla Francia alla Polonia, dalla Jugoslavia all’Italia, passando per la Grecia, la Norvegia, l’Olanda e altri Paesi ancora. In ciascuno di questi contesti, si formò un movimento di opposizione clandestina, spesso eterogeneo e composto da gruppi politici diversi (comunisti, socialisti, liberali, cattolici, anarchici, nazionalisti) uniti dalla lotta al totalitarismo, la difesa della libertà, la resistenza alla repressione e la rivendicazione dei diritti umanni. L’ Europa postbellica, basata su valori democratici nasce così: molti ex resistenti entrarono a far parte della classe dirigente dei loro Paesi, influenzando la costruzione di democrazie solide e la definizione di costituzioni moderne ispirate ai valori della Resistenza, come in Italia e in Francia, dove questi valori furono incorporati esplicitamente nei rispettivi ordinamenti democratici e antifascisti. In questo senso e con valore di anticipazione democratica, può essere interessante raccontare di come il movimento resistenziale italiano diede vita nelle zone liberate dai nazifascisti tra giugno e novembre 1944, alle c.d. repubbliche partigiane: nel 1944 i partigiani intensificarono la loro attività, e in alcune aree presero il controllo di città e regioni, istituendo forme di autogoverno temporaneo. Queste “repubbliche” o zone libere, costituirono esperimenti locali di gestione democratica :nelle zone libere furono creati consigli comunali o comitati locali, formati da esponenti dei partiti antifascisti, comunisti, socialisti, cattolici e liberali, e per la prima volta le donne poterono votare ed essere elette. Se ne contano oltre una ventina, ma 4 furono le principali e più conosciute.

La Repubblica dell’Ossola dal 10 settembre al 23 ottobre 1944, situata in Piemonte. Fu una delle repubbliche meglio organizzate e con una popolazione di 85.000 abitanti. La vicinanza alla Svizzera fece sì che ne parlasse anche la stampa internazionale.

La Repubblica di Alba dal 10 ottobre al 2 novembre 1944, anch’essa in Piemonte, fu la più breve. La città di Alba venne occupata dai partigiani, ma i nazifascisti la riconquistarono dopo meno di un mese. L’epopea della repubblica di Alba fu fatta conoscere al grande pubblico dallo scrittore Beppe Fenoglio con il libro “I 23 giorni della città di Alba” pubblicato nel 1952.

La Repubblica di Montefiorino dal 17 giugno al 1° agosto 1944. Si trovava nell’Appennino di Modena ed è considerata una delle prime repubbliche partigiane. I partigiani controllavano un’ampia area montana di 1.200 km quadrati con 50.000 abitanti, dove organizzarono una resistenza ben strutturata. Venne riconquistata dai tedeschi con un’offensiva pesante alla fine di luglio.

La Repubblica di Carnia dal 1 agosto all’8 ottobre 1944.  Nacque nella zona montana del Friuli; la Repubblica di Carnia e dell’Alto Friuli fu caratterizzata da una forte componente autonoma, con un consiglio che coinvolgeva rappresentanti della popolazione locale. Anche qui vennero avviate riforme sociali e amministrative, ma l’occupazione nazifascista vi pose rapidamente fine e le vittime della repressione furono 3.500. Il Presidente della repubblica italiana Sergio Mattarella celebrando nelle scorse settimane l’80esimo della repubblica della Carnia ha messo in luce che quella rivolta anticipò la liberazione dell’Italia, senza aspettare gli anglo-americani, e consentendo al Paese, come cobelligerante contro i tedeschi dall’ottobre 1943, di subire un trattamento meno pesante alla conferenza di pace di Parigi.

Oltre alle riforme democratiche ed al voto alle donne, le repubbliche partigiane introdussero riforme agrarie e sociali per migliorare le condizioni di vita della popolazione.  Vennero ripristinate le libertà fondamentali, come la libertà di stampa, di associazione e di riunione, e venne abolita la pena di morte.

Anche nella provincia della Spezia, nell’alta Val di Vara nell’autunno 1944 si costituì la Repubblica della Val di Vara, la quale arrivò ad eleggere i Consigli comunali provvisori. Questa repubblica comprendeva i Comuni di Varese Ligure e di Maissana al confine tra le province della Spezia, Genova e Parma.

Tornando alla collaborazione internazionale, va detto che i movimenti di Resistenza in tutta Europa non operarono in isolamento: gli alleati occidentali e i partigiani dell’Est Europa ricevettero supporto reciproco, sia tramite azioni militari coordinate sia attraverso reti di informazione e approvvigionamento di armi. L’azione dei partigiani jugoslavi o dei gruppi resistenti in Polonia e in Grecia dimostrò la capacità di organizzare una guerra di liberazione su larga scala, coordinata con l’avanzata degli Alleati. E In Italia la Resistenza fu un movimento più ampio dei soli uomini in armi: i partigiani vennero riforniti di armi dagli anglo americani; furono sostenuti dalla popolazione civile, che subì rappresaglie e massacri a cui presero parte le milizie fasciste della Repubblica Sociale Italiana, costituita a Salò da Benito Mussolini. Un contributo importantissimo venne dato dagli oltre 600.000 militari italiani, internati in Germania, che rifiutarono di aderire alla repubblica fascista e da molti sacerdoti, suore, religiosi che furono imprigionati e uccisi dagli occupanti. Anche nello spezzino …Proprio ad agosto scorso abbiamo ricordato a Lavaggiorosso di Levanto gli 80 anni del sacrificio di don Emanuele Toso fucilato dai fascisti repubblichini.

La lotta contro il fascismo e il nazismo divenne una fonte di legittimazione morale per i movimenti democratici e progressisti nel secondo dopoguerra. La memoria della Resistenza contribuì a rafforzare l’idea di un’Europa basata su principi di giustizia, uguaglianza e solidarietà internazionale, con una particolare attenzione alla difesa della pace e della tutela dei diritti umani.

La dimensione europea della Resistenza ebbe un ruolo nella formazione del progetto politico dell’Unione Europea: pensate ad Altiero Spinelli (autore del Manifesto di Ventotene) o  Alcide De Gasperi, impegnati nella Resistenza antifascista. Spinelli, in particolare, vide nella costruzione di un’Europa federale e pacifica il modo per superare i nazionalismi esasperati che avevano portato ai conflitti mondiali.

In conclusione, la Resistenza al fascismo rappresenta una lotta europea comune per la libertà e la democrazia, che trascende i confini nazionali. Una lezione più che mai attuale a 80 anni di distanza, visto quello che è successo nella ex Jugoslavia con le guerre interetniche fra Serbi, Croati, Bosniaci e Albanesi kosovari e ancor più oggi con l’aggressione russa all’Ucraina e il conflitto che si protrae ormai da quasi 3 anni nel cuore dell’Europa.Queste vicende ci ricordano che la libertà non è mai conquistata per sempre, ma si può perdere in brevissimo tempo e va quindi difesa ogni giorno. Ce lo ricordò nella sua ultima intervista del 25 aprile 2013 il generale Daniele “Dany” Bucchioni, uno dei primi combattenti per la libertà della provincia della Spezia, esponente della Resistenza cattolica, che ho avuto l’onore di conoscere bene.

Se mi si chiede se la lotta di liberazione contro il fascismo è una lezione per l’oggi dunque, rispondo sicuramente “sì” e ricordando le parole di Piero Calamandrei rivolte  a Kesserling dico anche io: “Ora e sempre Resistenza”. Questa mattina [domenica per chi legge, ndr], ottanta anni dopo, i presidenti della Repubblica italiana Sergio Mattarella e della Repubblica federale tedesca Frank-Walter Steinmeier hanno ricordato insieme il massacro di Marzabotto. Le truppe nazifasciste sterminarono 771 civili, fra cui 300 donne e 200 bambini. Da Marzabotto viene una lezione attuale: mai più il fascismo, mai più il Nazionalsocialismo.

La regina distrae le masse e nasconde il mattarello fiscale

Cesare se ne va in giro sornione per la Curia fischiettando assorto un motivetto di uno dei poeti di corte, Fiorinus romanus, che fa “ammazzate oh, nun te smove ‘na cannonata…”. Fischietta, sorride e gli occhi gli brillano per l’ira. I senatori che lo incontrano salutano svelti e si dileguano. Solo i vecchi di Curia sanno che cosa Cesare sta apparecchiando per la sua amata Cleo.

La regina Cleopatra/Meloni il popolo ce l’ha in uggia, lo mette sugli scudi, si definisce del popolo (che per il popolo è un’altra storia), e non perde mai occasione per battere a sesterzi. Ora passati due anni il Computantis di Cesare ha informato il divino che la Regina non ha prosciugato le casse di Cesare, ma il forziere si è di molto assottigliato perché è stato attinto a piene mani fin dai primi mesi e ora si cominciano a vedere le assi di legno del fondo.

Al contrario il Computantis della Regina Cleopatra/Meloni, sodale di uno dei due suoi luogotenenti, facendo il gioco delle tre carte, guardandone solo una però, quella sua, dice che il bilancio del governo è buono, che le casse del governo sono a un buon livello (e sottindende che se lo lasciano a quel posto raggiungerà il massimo della capienza), che si può fare di più e via così con un nuovo prelievo tanto per stare sicuri in tempi di guerra (gli slavi orientali… se stanno ad ammazzà e gli ebrei con l’arabi pure) .

Ora li romani (senatus popolusque romanus) non è che non sappia fare di conto, è solo che spesso non c’ha voglia e se proprio deve è sempre contrariato. Si avvicina la data in cui la regina Cleopatra/Meloni presenta i conti e chiede i soldi per l’anno prossimo (radioso avvenire, manco a dirlo). I romani si guardano intorno e vedono che “li poveracci” sono aumentati a 5 milioni, che quelli che fanno fatica e c’hanno figli sono più di 10 milioni. E chi resta? Sono i dipendenti dell’impero e quelli che se ne sono andati a casa perché hanno finito “de lavorà”; e, come dice l’aerarium dell’impero, “quelli le tasse ce le assicurano”. Poi ce stanno le societas e le ripae/banche. La regina è andata in gran spolvero da costoro a dire che si può fare di più (se lei rimane, sennò..boh!) e che alla Patria qualcosa bisogna pure dare. E questi  senza batter ciglio (e sesterzo)promettono che faranno, faranno la loro parte di sicuro.

Nel frattempo s’è fatta un giro ampio nelle colonie dell’impero e tra i potenti alleati, parlando del ruolo della Patria nel mondo e pretendendo il giusto peso. L’aula era mezza vuota e si faticava pure a seguire il ragionamento, ma tant’è: di figura si trattava e figura è stata. Ritira premi, si compiace di sé, e intanto il popolo langue e non sbarca il lunario, i giovani se ne vanno e i carcerati s’incazzano. Ma lei scuote il sacro sistro (rumore come di campanelli) e prosegue sul carro.

Cesare non ha certo dimenticato gli anni e la fatica che sono stati necessari ai suoi e a lui per costruire quello che ora si chiama, a seconda dell’estensione, Patria o Impero; e di certo c’è che all’epoca la regina stava su un’altra sponda (letteralmente, su un’altra sponda) e che gli avi suoi erano impegnati in guerre per tenersi stretto il regno d’Egitto. E so’ stati sacrifici di vite e di sesterzi. E ora…altri sesterzi? E pe fa’ cosa?! Vedremo, e intanto … “ammazzate oh, nun te smove ‘na cannonata”…

Dibattito | Questa sinistra è respingente per l’elettorato di centro.

Al di là dei personalismi, dei rancori, dei trasformismi e dei noti e collaudati opportunismi, nella saga che sta dilaniando il cosiddetto “campo largo” o “Fronte popolare” che dir si voglia, una cosa sola è sicura e certa. Ovvero, in quella coalizione il Centro e tutto ciò che è riconducibile al Centro è semplicemente alternativo. Del resto, l’alleanza di sinistra di oggi è radicalmente diversa dalle esperienze del passato. In sè un fatto abbastanza scontato ma, al contempo, un dato da cui non si può prescindere allegramente. Cosa centra, detta in termini ancora più crudi, il centro sinistra di D’Alema e Marini o quello di Veltroni e Franceschini con il blocco della sinistra radicale e massimalista della Schlein, della sinistra populista e demagogica di Conte e quella estremista e fondamentalista del trio Fratoianni/Bonelli/Salis? Certo, è la naturale evoluzione della politica italiana ma si tratta anche di prendere atto di un elemento costitutivo e quasi strutturale che differenzia profondamente il profilo politico e la cornice programmatica di questi due progetti politici. E, di conseguenza, delle rispettive alleanze e coalizioni di riferimento.

Insomma, diventa anche un’operazione patetica quella di creare ad arte, cioè a tavolino, una gamba centrista all’interno di questa coalizione di sinistra. Patetica perché assistiamo ad uno strano balletto. Ovvero, esponenti del Pd – tra cui svetta l’ineffabile Bettini – che indicano settimanalmente esponenti del Pd che dovrebbero incaricarsi di costruire o ricostruire un’area di centro all’interno della coalizione. Ora, al di là del fatto che assomiglia sempre di più ad una operazione che ricorda gli antichi “partiti contadini” di comunista memoria, si tratta francamente di escamotage che fanno sorridere anche i disertori radicali delle urne. In altre parole, ma come può essere credibile una gamba, un’area o una rappresentanza del Centro moderato, popolare e riformista quando viene pianificata dall’azionista di maggioranza della coalizione e, soprattutto, che sarebbe guidata addirittura da un esponente del suddetto partito? Un’operazione più ridicola che seria, più macchiettistica e goliardica che politica. Ed è proprio l’esperienza del passato a confermarci questo assunto. Ovvero, il tradizionale e competitivo centro sinistra è solo quello – sembra un ossimoro ma è così – che contempla al suo interno una sinistra riformista e anche massimalista ma che dev’essere, comunque sia, minoritaria, e un Centro visibile, credibile, rappresentativo e autenticamente riformista. Se, invece, come capita, il Centro viene costruito a tavolino da ex e post comunisti e la sinistra è schiettamente e plasticamente radicale, massimalista e populista, semplicemente ci si trova di fronte ad un’altra offerta politica.

Radicalmente diversa dal passato e destinata, com’è evidente a quasi tutti, ad essere politicamente monca perchè nè esaustiva e nè rappresentativa di tutti i segmenti della coalizione. E questo ancora al di là del trasformismo, dell’opportunismo e litigi infantili dei capi dei due partiti personali che ambiscono a rappresentare l’area di centro, cioè Renzi e Calenda. Ecco perché, e al di là di molte riflessioni e retroscena, è tutto molto più semplice di quel che appare. Il Centro in una coalizione dominata dalla sinistra estremista non ha spazio, ruolo e funzione. Detta in altri termini, non ha alcuna “mission” specifica. Per questi motivi, attualmente, da quelle parti semplicemente non esiste.

Oggi a Vienna, domani a Berlino: torna la Grosse Koalition?

Secondo le previsioni della vigilia, le elezioni in Austria hanno fatto registrare la vittoria del Partito della Libertà (ÖFP), formazione di estrema destra, che ora ambisce a porre un’ipoteca sulla formazione del governo. Secondo le proiezioni iniziali, l’ÖFP ha raggiunto il 29,1% dei voti, superando il Partito Popolare Austriaco (ÖVP) dell’attuale cancelliere Karl Nehammer, fermo al 26,3%. Al terzo posto si sono posizionati i Socialdemocratici con il 21%, mentre i Verdi, partner di coalizione dell’ÖVP nel governo uscente, hanno subito un calo significativo, scendendo all’8,6% (rispetto ai risultati del 2019 in cui l’ÖFP aveva ottenuto il 16,2%). Come in Germania, il crollo dei Verdi si manifesta con caratteri che adombrano una vera crisi d’identità e rappresentanza.

Alla luce dei risultati, Karl Nehammer ha confermato la sua posizione nei confronti dell’ÖFP, dando ancora per scontato che di collaborare con il leader di questo partito, il contestato Herbert Kickl, non se ne parla. Tuttavia, in modo sibillino, ha lasciato socchiusa la porta a un’eventuale accordo di centro-destra, a condizione che Kickl non faccia parte dell’esecutivo. Si tratta di un azzardo, una scommessa che forse gioca sulla impraticabilità della soluzione appena vagheggiata. Curiosamte, pur avendo condotto i suoi alla vittoria, il leader dell’ÖFP dovrebbe farsi da parte. Uno scenario a dir poco fantasioso. 

Non è da escludere, allora, che in questa situazione si apra la possibilità di un ritorno alla già sperimentata coalizione tra Popolari e Socialdemocratici, con o senza il coinvolgimento dei liberali del NEOS, che hanno ottenuto circa il 9% dei voti. Questa prospettiva richiama lo scenario che si sta profilando in Germania in vista delle elezioni del prossimo anno, dove si potrebbe assistere a una riedizione della cosiddetta Grosse Koalition, seguendo il modello che sembra delinearsi ora in Austria. In sintesi, ciò che è accaduto oggi a Vienna potrebbe prefigurare quello che accadrà domani a Berlino.

La sinistra, la Liguria e una brutta figura.

La politica ha in sé qualcosa di magico. Tanto meno te ne vuoi occupare, tanto più ti attira con esche a cui è impossibile rinunciare. Lo sa fare con parole che sono seducenti, portandoti in un campo dorato che in realtà nasconde buche dentro le quali precipitare senza salvezza.  Pur sapendolo, non puoi fare a meno di resistere, forte di un dizionario alla mano che ti chiede di consultarlo per venire a capo della faccenda. 

La Sinistra ha eretto a vessillo una nuova idea simbolo.  Non più garofano, falce, sole, ulivo e querce ma qualcosa che li ricomprende tutti nel suo “campo”. È questa una parola che costringe a soffermarsi per approfondirne il senso, sgombrando il campo da altre suggestioni assai meno succose. In Liguria il campo largo è andato in fumo. Conte ha chiesto la testa di Renzi e l’ha spuntata decretando dall’origine la fine di una Santa Alleanza, sancendo la nascita di una Eterna Discrepanza. 

Sarà forse questione di viscere o appunto di panza ma l’idea di stare sottobraccio per alcuni è impossibile. Insieme è la traduzione moderna di un latino volgare, “insemel”, che aggiorna “semel”, cioè una volta, e “simul”, insieme.  Sarà questa volgarità primordiale, un seme figlio di chissà chi o peggio ancora annacquato, quindi debole e confuso di carattere, ad aver prodotto il fallimento di un patto subito saltato. ”Parlar e lagrimar vedrai insieme” diceva qualcuno che di queste cose se ne intendeva a proposito di conflitti e miserie del potere. La politica si consolerà raccontandosi che occorre comunque tirare a campare qualunque sia il campo di guerra in cui affrontarsi. Così il mentore diventa Nino Manfredi con il suo “Tanto pe’ campa….”.

Strana parola “Campo”. Suona di campagna, di un paesaggio accogliente che induce al riposo, alla bellezza della natura ed alla riflessione. “Dormi sepolto in un campo di grano non è la rosa non è il tulipano” è in questo caso quanto resta di una intesa abortita già dalla origine. La Sinistra è caduta in un campo di tiro e ne è rimasta subito, più che folgorata, impallinata. 

Del resto il Parlamento è costeggiato alla sua sinistra, da via di Campo Marzio, il posto destinato storicamente dagli antichi Romani a cimenti militari e dunque tutto era già in previsione. La Schlein sta comprendendo che la sua è una coraggiosa proposta che però non sta in campo, pur mettendoci in campo il cuore e l’azzardo che occorre per tentare la vittoria. 

Le sarebbe stato di buon preventivo soccorso la preventiva lettura dal vocabolario per intuire che stava lanciando in campo, allo sbaraglio, le sue truppe e quelle di eventuali alleati.  Qualcuno obietterà che Conte “ruminò pretesti da mettere in campo” ed ha modo suo ha fatto un tiro “fuoricampo” nella speranza gli porti frutto, di prendere campo e di guadagnar campo senza lasciarne agli avversari, con il rischio di mandare un progetto al camposanto. Il pericolo è che gli elettori destinino l’opposizione in un campo profughi o di sfollati, in un “campo immenso di un bigio ceruleo”. 

“Nel dritto mezzo di un campo maligno vaneggia un pozzo assai largo e profondo” in cui è caduta una proposta politica dai piedi d’argilla. Stando così le cose la ipotizzata coalizione che in Liguria dovrebbe sostenere il candidato Orlando, candidato in campo, sembra composta da “scampati” di casa e non lascia presagire nulla di buono per il futuro. Al primo passo di riscaldamento non sono andati in camporella a far l’amore ma a mordersi a più non posso distruggendo un’ipotesi di accordo, scontrandosi in una cruenta battaglia campale.

Siamo, come al solito, almeno per adesso, alla solita storia di “scampoli” di politica. “Con te non ci sto” è il pensiero di Conte vs Renzi che sottolinea come i 5S siano diventati una succursale di Poltrone e Sofà, un “occupificio” sistematico di posti su cui mettere il cappello o la stella. Per il PD, reclamando di non essere suoi cespugli, AVS e 5S corrono il rischio di essere i suoi succhioni, quei rami infruttiferi che diramano dai rami principali dell’olivo sottraendo alla pianta. Conte e Fratoianni sono più che mai abili ad armare, all’occorrenza, un suk di parole per andare secondo convenienza, prescindendo da ogni idea di visione politica per i giorni a venire. Oggi Renzi, libero da impegni di comune cordata, potrà dirsi che l’ha scampata bella, orgogliosamente dichiarando: “Me campo da solo”.

Quando la politica è solo tatticismo e opportunismo

Che il “campo largo” o “Fronte popolare” non sia attualmente una coalizione politica o di governo lo sappiamo quasi tutti. Si tratta, infatti, di un semplice e banale pallottoliere nato per distruggere un nemico che, non a caso, cambia i suoi confini a seconda del tatticismo, del trasformismo e dell’opportunismo politico dei rispettivi capi partito. Su questo versante lo spettacolo indecoroso offerto in questi giorni dal capo del partito personale di Italia Viva, Matteo Renzi, e da quello dei 5 Stelle, Giuseppe Conte, rappresenta il peggio di quello che dovrebbe essere la politica. Ovvero, coerenza, contenuti, coraggio, lungimiranza e, soprattutto, serietà politica e credibilità morale.

Elementi che dovrebbero caratterizzare anche la dirittura di una classe dirigente degna di questo nome. Tutte categorie che, invece, sono state sacrificate sull’altare della convenienza e del mero opportunismo in un contesto dove il più spietato tatticismo ha il sopravvento rispetto a qualsiasi altra considerazione.

Al riguardo, è appena sufficiente registrare, e senza commentare, le svariate dichiarazioni del capo di Italia Viva e di quello dei 5 Stelle – che sono semplicemente speculari – e anche dell’altro capo del partito personale, cioè Azione, per rendersi conto che non ci troviamo di fronte ad un confronto politico, culturale e programmatico. Ma, molto più banalmente, ad un permanente malcostume che è alternativo alla politica perchè si basa solo ed esclusivamente su scelte di potere e di momentanea convenienza personale e delle piccole consorterie che affiancano e supportano il capo indiscusso ed indiscutibile. E quindi, insulti, attacchi personali, accuse di affarismo, contumelie di ogni genere e via elencando. Per non parlare dei pochi accenni politici dove, è persin inutile ricordarlo, vengono sottolineati e richiamati dai rispettivi capi partito solo per evidenziare la radicale e strutturale alternatività degli uni verso gli altri.

Ora, e per fermarsi al “caso ligure”, è indubbio che non può essere quella la strada – ed è solo un eufemismo ricordarlo – per ridare credibilità alla politica, autorevolezza alle classi dirigenti ed efficacia alle stesse istituzioni democratiche. E, senza perdere tempo a commentare il profilo, la natura e la prospettiva politica del cosiddetto “campo largo”, forse è anche arrivato il momento per invertire decisamente la rotta rispetto a questa prassi decadente. Perché, appunto, meramente opportunistica e trasformistica. Forse adesso, come ci ricordava tanti anni fa lo storico cattolico Pietro Scoppola, prima della “cultura del progetto” – seppur indispensabile e sempre decisiva – va nuovamente inverata e realmente praticata una vera, efficace e credibile “cultura del comportamento”. E questo prima che la politica riprecipiti in una crisi irreversibile.

Recensione | Riscoprire l’uguaglianza: il coraggio di immaginare un mondo migliore.

Con “” (Luiss Univeraity Press, 2023) David Tozzo propone un volumetto agile ma illuminante che si confronta con uno dei temi più dibattuti e complessi del nostro tempo: la disuguaglianza, appunto. L’autore, giovane studioso e apprezzato pubblicista, si inserisce nel dibattito contemporaneo sulla questione, proponendo un’analisi che riesce a essere al tempo stesso profonda e appassionata, muovendosi tra storia, economia, sociologia e filosofia.

Tozzo parte dalla constatazione che la disuguaglianza ha sempre rappresentato un elemento intrinseco delle società umane, una caratteristica che le ha accompagnate attraverso i secoli e le epoche. Eppure, egli sfida questa visione comune ricordando come per il 95% della loro storia gli esseri umani abbiano vissuto in società egualitarie e non stratificate, dove la condivisione e la cooperazione erano la norma. In questo senso, l’uguaglianza non è un’utopia irraggiungibile, ma una condizione che è già esistita e che può essere riconquistata.

L’autore guida il lettore in un viaggio attraverso i secoli, mostrando come il percorso della società non sia una marcia verso la disintegrazione e il caos, bensì un’avanzata lenta verso un futuro più giusto ed egualitario. E proprio qui emerge la forza della citazione di Aldo Palazzeschi, che Tozzo riprende per evidenziare il paradosso dell’uguaglianza: “E quando tutti […] lo avranno raggiunto cotesto abbondante pane quotidiano che a tutti volete dare e al quale tutti avete diritto, vi guarderete attorno vuoti e smarriti”. Insomma, Palazzeschi ci ricorda che la forza del discorso sull’uguaglianza risiede nell’attesa e nel desiderio di raggiungere tale obiettivo, ma allo stesso tempo la sua realizzazione può portare a un senso di vuoto e smarrimento.

Tuttavia, l’autore non cade nella trappola del pessimismo. Anzi, egli vede nell’uguaglianza non un traguardo destinato a generare disillusione, ma un orizzonte verso cui tendere con incessante impegno e speranza. L’uguaglianza, per l’autore, non è una meta che una volta raggiunta diventa sterile, ma è un processo dinamico e una lotta continua per la giustizia e la dignità umana.

L’approccio di Tozzo è al contempo rigoroso e appassionato, ricco di riferimenti storici, letterari e politici, e la sua analisi si colloca a metà strada tra il saggio filosofico e la riflessione militante. “L’ineluttabilità dell’uguaglianza” è un invito a riflettere sulle sfide del presente e sulle potenzialità del futuro, dimostrando che il cammino verso una società più giusta non solo è possibile, ma è già in atto.

La scrittura è chiara e coinvolgente, rendendo accessibili concetti complessi e offrendo al lettore non solo una visione lucida della realtà, ma anche un motivo per continuare a credere nella possibilità di un cambiamento. In definitiva, il libro si presenta come un contributo fondamentale al dibattito sull’uguaglianza, un’opera che ci ricorda che la ricerca di giustizia è un percorso senza fine, ma non per questo meno necessario o desiderabile.

Da De Gasperi a Draghi, lo spirito dell’Europa del futuro.

L’Europa unita sarà quella di Alcide De Gasperi o quella di Angela Merkel? La guerra d’Ucraina rende visibile l’urgenza assoluta di procedere all’Unione Politica, anche prima del completamento dell’Unione Economica, come era stato intuito e caldeggiato dal leader trentino. Il Rapporto Draghi e la sua traduzione in realtà, la competitività europea, la sopravvivenza europea, l’essenza morale della Federazione Europea, da costruire in tempi ravvicinati: sono questi i nodi autenticamente degasperiani da sciogliere ai nostri giorni, settantadue anni dopo il capolavoro politico compiuto dallo statista di Pieve Tesino con la firma del Trattato della CED (Comunità Europea di Difesa) a Parigi nel 1952.

Il Cremlino e l’Europa unita nel 1952-1953 e nel 2024 ci appaiono quasi come corsi e ricorsi della storia a 70 anni di distanza. Proviamo a intelaiare uno scenario. Incidentalmente, notiamo che non esistono grandi europeisti viventi, l’ultimo essendo stato Jacques Delors, con un’unica eccezione: quella di Mario Draghi; il quale però, essendo il solo, non ha con chi costruire un impegno comune. Vediamo lo scenario. Qualcuno, molto preparato, allestisce un progetto credibile di unità politica europea, anche se ristretto a pochi Stati nella fase iniziale (tre). Di fronte a questo progetto compiuto e credibile, nessun paese dell’Unione Europea, forte dell’esperienza (fuorviante) dal 1992 ad oggi, si manifesta come moralmente pronto e ardente dal desiderio per arrivare a una unità politica integrale e irreversibile, a una società civile unitaria, lasciandosi alle spalle una condizione di protezione e di prosperità invidiabile ottenuta dal proprio paese soltanto grazie alla partecipazione all’Europa (pensiamo ai Paesi Bassi o al Lussemburgo o all’Irlanda e al loro vantaggio competitivo ottenuto con il dumping fiscale per le grandi aziende o al peso della attività come piazze finanziarie a scapito di altri partner europei). In gran numero vogliono e cercano il perpetuarsi dell’attuale strana e difettosa collaborazione confederale soprattutto “di mercato” da cui trarre il massimo delle rendite di posizione o dei vantaggi nazionali, senza alcuna ipoteca morale che è invece necessaria alla scelta di futuro, mentre nessuna miglioria viene consuntivata dalla società continentale nel suo complesso e in quanto tale: che dunque rimane in preda alle sue contraddizioni e convulsioni. 

Il parlamento in Europa in pratica è una parola vuota, non conta, non serve a molto e soprattutto non decide su niente di essenziale; nel suo ambito non si immagina nulla e non si inventa nulla; si eseguono compiti escogitati da altri. Serve soltanto a dire ai cittadini europei: ecco, vi ho fatto votare; che volete di più? Di qui si capisce che il voto non è l’istanza primaria della democrazia.

Questa singolare democrazia europea (dove si vota, sì, ma non si sa per fare cosa) richiede che ci si interroghi, e al più presto si diano risposte valide ed esaurienti, sui concetti di popolo europeo, di democrazia, di giustizia e quindi di giustizia sociale, di libertà, di uguaglianza, di fratellanza, di sviluppo; tutti concetti, questi, da rapportare ai grandi numeri, alle diversità e agli scarti esistenti nel continente europeo. I paesi ad alto volume demografico (come ad esempio la Germania) cercano da sempre (e trovano, anche brutalmente) compensazioni, lamentando di essere i maggiori contributori al bilancio europeo, e rendono la democrazia stessa, quale praticata molto alla buona a livello di Unione Europea, ancora più sbilenca; dove soprattutto non si cercano obiettivi di fondo circa il perfezionamento, il miglioramento delle condizioni in cui versa l’intera comunità dei cittadini europei, immigrati compresi, a cominciare dalla pace e dalla più idonea condizione militare e di sicurezza essenziale per garantirla (intelligence, tecnologie militari, anche spaziali, e così via). Pace per sé e insieme, indissolubilmente, pace per i propri vicini. Insomma, non si fa ricerca del bene comune: che è l’essenza della democrazia. Pensare alla comunità economica come mantra nell’Unione Europea ha voluto dire la crescita senza limiti di una sorda alta competizione appunto economica dei partner uno contro l’altro, invece di sviluppare una forte competitività verso l’esterno. Non è dato sapere se Jean Monnet, il profeta dell’Unione Economica, avesse previsto o meno la esasperata concorrenza interna, spesso impropria ed eccessiva, tra i partner europei. I risultati della quale oggi si vedono.

I paesi UE sono stati fin qui coinvolti in un disegno che è totalmente privo, per dirla con De Gasperi, della necessaria “base morale”. Un disegno che non è di futuro. E che dunque non è veridicamente politica e non è speranza democratica. La base morale della Federazione Europea quale approfondita dal leader trentino, lungi dall’essere primariamente un’istanza di natura cattolica o comunque un dato opzionale, è una cosa terribilmente seria ed è una componente fondamentale, irrinunciabile. Questo aspetto a suo tempo viene colto da Robert Schuman e Paul-Henri Spaak ascoltando De Gasperi nel 1948; e da essi pienamente condiviso. 

Ora, negli anni Venti del XXI secolo, tre quarti di secolo dopo, questo dato di mancanza assoluta di base morale della Federazione Europea è diventato esiziale.

 

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Centro, una svolta dopo la Liguria.

Credo siano in molti a sperare che quanto successo in occasione della formazione delle alleanze per le regionali della Liguria circa il posizionamento di uno dei partiti di centro, sia l’ultimo episodio di un modo di intendere il centro che lo ha reso progressivamente ininfluente, rischiando di comprometterne la credibilità, sia rispetto all’eredità del suo passato che rispetto al suo ruolo per il futuro.

Non basta però sperare. Occorre anche domandarsi che cosa si può fare per rendere nuovamente feconda e adeguata alle sfide del presente una politica di centro, nella pluralità delle scelte politiche. Tenendo conto del fatto che il sistema politico nel suo insieme sembra adagiarsi sulla semplificazione e sul restringimento della partecipazione alla vita politica.

Non solo in Italia, ma anche nelle altre democrazie occidentali, sta emergendo il fatto che il solo funzionamento formale delle procedure democratiche di legittimazione del potere, elemento di fondamentale e imprescindibile importanza, risulta necessario ma da solo non sufficiente al mantenimento della stabilità, se non è accompagnato da processi sostanziali di promozione della persona umana, a prescindere dalla sua classe sociale di appartenenza, e da processi di sviluppo, di allargamento della classe media, di riduzione delle disuguaglianze sociali e di risoluzione delle controversie internazionali per via diplomatica. Che sono i compiti che la Costituzione assegna alla nostra Repubblica.

In questa prospettiva credo che una politica di centro per il presente debba confrontarsi con almeno tre ordini di problemi, sui quali impegnarsi tra le difficoltà e le resistenze che presentano le forze politiche attuali.

Il primo problema è come cercare di sopperire allo squilibrio causato da decenni di esaltazione dell’ “uomo solo al comando”, di personalizzazione della politica e di artificiale semplificazione della politica attraverso le leggi elettorali. La partecipazione è la vera vittima di una retorica bipolarista che negli strati più popolari ha finito con l’essere percepita come un eterno ritorno fra uguali nella distanza dalla società e nella vicinanza agli stessi e medesimi salotti.

Il secondo problema, allora, è come ricomporre un equilibrio, innanzitutto riannodando i fili della rappresentanza attraverso una idea di politica che evidenzi l’interdipendenza fra i gruppi sociali, fra i territori fra tutti i livelli istituzionali, da quello locale a quello planetario.

Il terzo  ordine di problemi cui cui, a mio avviso, deve misurarsi oggigiorno una politica di centro credibile e culturalmente ben organizzata è quello che attiene al futuro. Solo un centro capace di trasmettere un messaggio che evochi delle mete da raggiungere,  capace di rassicurare e fare luce fra le ansie e i timori che serpeggiano nelle famiglie come nelle imprese, come fra i giovani sull’avvenire, potrà mettersi in sintonia con quei ceti medi e popolari che in buona misura si sono rifugiati nell’astensionismo o che sono stati ingannati dalle sirene degli opposti populismi.

Gli spazi per declinare una tale politica di centro nei partiti esistenti ci sono, insieme a ostacoli di vario tipo. Sta a chi crede di poter dare voce ancora al centro, praticarli, incalzando il partito in cui si trova ad aprirsi al futuro anziché dargli l’impressione di dover imbarcare una non si sa quanto utile zavorra. Mettendo così fine a una stagione non esaltante, fatta di frammentazione, liti, personalismo esasperato, giravolte sul filo del grottesco, della quale c’è da augurarsi che la presentazione delle liste per le elezioni in Liguria abbia costituito l’episodio finale.

Dibattito | Conte gioca sulle divisioni, spetta alla Schlein rimuovere gli alibi.

Non posso fare a meno di provare un certo senso di tenerezza per Elly Schlein, che cerca affannosamente di rincorrere Giuseppe Conte ogni volta che questi si sfila dalle alleanze locali. Schlein sa bene che l’unica speranza di ribaltare il centrodestra risiede nell’unione di tutte le forze di opposizione, un fronte che con la sua compattezza non lasci margini di manovra alla destra. Eppure, Conte si nasconde dietro un dito, mettendo veti e ponendo ostacoli, come nel caso del rifiuto di Matteo Renzi in Liguria. Un pretesto, nient’altro: un espediente che nasconde la sua reale strategia, ovvero mantenere una distanza di sicurezza dal Partito Democratico, senza tuttavia rompere definitivamente.

Ma c’è dell’altro, sicché il vero intento di Conte appare più oscuro e complesso. È evidente che coltiva un sogno-incubo, un’ambizione segreta che si alimenta della possibilità che Matteo Salvini, in un eventuale scenario di crisi, possa correre in suo soccorso, diventando il partner con cui orchestrare un improbabile ritorno al potere. Quella del leader dei 5 Stelle sembra essere una partita a scacchi in cui ogni mossa è studiata per massimizzare il suo vantaggio personale, anche a costo di minare l’unità del campo progressista.

Nel frattempo, non è un mistero che Conte stia lavorando per consolidare il proprio potere all’interno del suo partito. Sta lentamente, ma inesorabilmente, allentando la presa di Beppe Grillo, adottando un approccio graduale e misurato per evitare un’emorragia di consensi. Non vuole rischiare di perdere il sostegno della base, e per questo agisce con una cautela quasi chirurgica. Questo processo di “razionalizzazione” del suo potere è accompagnato da un posizionamento sempre più ambiguo a livello europeo, dove flirta con posizioni estreme, cercando disperatamente di distinguersi sia dalla destra sia dal Partito Democratico, alla ricerca di una propria identità che non sia meramente subalterna.

Ma c’è un ulteriore paradosso che rischia di emergere: se questa ambiguità strategica dovesse perdurare, il primo conto da pagare gli verrà presentato proprio dal suo partito. Una buona parte della base del Movimento, infatti, manifesta ormai apertamente il desiderio di rappresentare una reale alternativa al centrodestra, anche alla luce – si badi bene – della crescente autonomia di Forza Italia nel versante opposto. Comunque la pazienza non è infinita, e presto o tardi Conte dovrà scegliere da che parte stare.

Schlein, dal canto suo, potrebbe fare molto per togliere a Conte ogni alibi e costringerlo a misurare il proprio isolamento. Come? Andando oltre la presunzione che la leadership del fronte progressista spetti di diritto al partito maggiore. Potrebbe proporre un percorso più democratico e partecipativo, come quello delle primarie di coalizione. Del resto, è ciò che lei stessa ha già sperimentato all’interno del PD, dimostrando che il ruolo di leader deve essere guadagnato sul campo e non assegnato per semplice aritmetica politica.

In questo modo, Schlein potrebbe non solo sfidare Conte a mostrarsi per ciò che realmente è, ma anche restituire al campo progressista quella vitalità e quel senso di partecipazione collettiva che sembrano essersi smarriti. Solo attraverso un percorso autentico e condiviso potrà nascere un fronte in grado di rappresentare una vera alternativa, capace di ridare speranza a un elettorato che, oggi, si sente troppo spesso abbandonato o tradito dai giochi di potere.

Eur, tolta la targa dedicata a Pasolini. Titti Di Salvo: “La rimetteremo”.

Due anni fa, con una cerimonia in grande stile e alla presenza di numerose autorità e cittadini, il Municipio IX di Roma aveva reso omaggio a Pier Paolo Pasolini dedicandogli una targa commemorativa. Era stata collocata sul marciapiede antistante l’edificio di via Eufrate 9, luogo carico di significato in quanto fu l’ultima residenza romana dello scrittore prima della sua tragica scomparsa.

Di recente, però, la targa è stata rimossa da ignoti, un gesto che finora è passato inosservato – i media non ne hanno parlato – ma che merita un approfondimento. L’episodio ha suscitato sgomento e irritazione, di cui si fa portavoce la stessa Presidente del Municipio IX, Titti Di Salvo: “È nostro dovere proteggere e promuovere il ricordo – esordisce- di una figura come Pasolini, che ha segnato profondamente la cultura e la società italiana”. 

La Presidente spiega come è andata la vicenda. “In occasione dei 100 anni dalla sua nascita, con l’assessore  Miguel Gotor e Francesco Rutelli, abbiamo reso omaggio a Pier Paolo Pasolini dedicandogli una targa commemorativa incastonata nel marciapiede davanti alla casa dove aveva vissuto fino alla morte. Con l’amatissima madre. Avremmo voluto che la targa fosse collocata sul frontespizio del palazzo, ma non abbiamo ottenuto il consenso del condominio. Da ciò la scelta di collocarla sul marciapiede, proprietà pubblica. L’abbiamo fatto per due ragioni: per rendere omaggio a “un poeta” come lo definì Moravia nella orazione funebre: “…poeti ne nascono tre o quattro soltanto in un secolo”. Un poeta che ha segnato profondamente la cultura e la società italiana. E quella romana. L’abbiamo deciso per questo e perché Pasolini amava moltissimo l’Eur da lui definito “…buono per deambularci ignoto, e vasto tanto da parere città del futuro”. Queste ragioni sono oggi ancora più forti di ieri, irrobustite dall’indignazione per lo sfregio recato all’intera comunità. Perciò  la targa verrà ripristinata”.

Dunque, la parola passerà al più presto al vaglio dell’ufficio tecnico. “Sì, bisogna capire quale soluzione adottare – ribadiscono Augusto Gregori (vice presidente della giunta) e Luca Bedoni (Presidente del Consiglio municipale)- fermo restando che la memoria di Pasolini deve restare nel tessuto civile della comunità dell’Eur”. “L’impegno –  concludono i due rappresentanti municipali – serve anche ad incoraggiare la cittadinanza a riflettere sulla necessità di reagire sempre quando viene messo a rischio il collegamento ideale con i grandi testimoni della cultura”.

Austria, il Partito popolare esclude l’accordo con la destra.

In queste ore tiene banco l’attenzione sulle prospettive politiche del’Austria a seguito delle elezioni che si terranno domani, domenica 28 settembre. La crescita dell’estrema destra preoccupa gli osservatori internazionali. Il timore, rimbalzato sulla stampa italiana, è che non regga l’argine delle forze democratiche. La maggiore preoccupazione riguarda la condotta del “centro” di tradizione popolare. Mentre in Germania la Cdu conferma il discrimine a destra, non ipotizzando l’accordo con gli estremisti di Alternative für Deutschland (AfD), è giocoforza che un’eventuale anomalia austriaca suonerebbe come una minaccia. 

Le ultime dichiarazioni sembrano fare chiarezza. Infatti, il Partito popolare austriaco (Övp), riunitosi per la chiusura della campagna elettorale sotto i portici della Lichtenfelsgasse a Vienna, ha fornito un segnale inequivocabile. Il cancelliere austriaco uscente, il popolare Karl Nehammer, ha dichiarato ai suoi sostenitori che votare per un partito minore comporta il rischio di spalancare le porte della cancelleria a Herbert Kickl, il leader del Partito della Libertà (Fpö), la formazione di estrema destra.

Le sue parole sono state all’insegna dell’orgoglio di partito. “La campagna elettorale ha acquistato slancio, ha mostrato cosa rappresentano i singoli partiti ed era importante per me, come Cancelliere federale della Repubblica e presidente del Partito popolare, mostrare cosa rappresenta realmente l’Övp, e perciò quale sia la politica del centro contro l’estremismo, per la stabilità invece del caos; e la cosa più importante è che anche per il futuro, ovvero per le sfide che avremo in futuro, vale il nostro impegno: non viviamo dei problemi, piuttosto li risolviamo”.

Ha poi voluto aggiungere: “Io qui mi sono posizionato molto chiaramente, ho detto cosa funziona e cosa non funziona. La mia idea di democrazia prevede di non escludere in via di principio alcun partito rappresentato in parlamento, ma ho messo in chiaro, ad ogni buon conto, con chi non è possibile formare un governo responsabile e stabile. L’attuale leader del Fpö non soddisfa tali criteri, e pertanto l`ho escluso”. E questa è stata la sua conclusione: “Spetta effettivamente agli elettori decidere domenica. Chiedo di votare per me, ogni voto a un piccolo partito include il rischio che Herbert Kickl, per esempio, possa diventare cancelliere. Ciò significa in definitiva che chi vuole impedirlo ha una possibilità, e cioé votare Karl Nehammer”.

InTerris | È necessaria la riforma dell’attuale sistema elettorale.

Il fenomeno dei parlamentari che cambiano partito o alleanza politica suscita sempre grande clamore. Tuttavia, questa pratica è in atto da molti anni, favorita dalle leggi promosse dai segretari di partito che hanno acquisito il potere di scegliere i parlamentari, sottraendolo agli elettori.

La selezione dei candidati parlamentari sembrerebbe avvenire in questo modo: ci si fa ingaggiare da un leader politico che sembra avere buone possibilità di farli eleggere. Tuttavia, se gli eletti percepiscono un rischio di non essere rieletti nella legislatura successiva, cercano un nuovo ingaggio in un partito considerato più solido. Questo continuo cambio di casacca contribuisce all’inefficienza e instabilità del sistema politico italiano.

Il populismo e la demagogia che ne derivano sono conseguenze di un sistema deresponsabilizzato, privo della piena legittimazione degli elettori, che sono costretti a votare solo per il simbolo di un partito. Questo porta a un’alta astensione alle urne, con più della metà degli elettori che non si sente rappresentata.

L’attuale sistema bipolare politico potrebbe essere paragonato alle compagnie di ventura del Cinquecento, organizzate da capitani che combattevano per chi offriva di più. Nicolò Machiavelli, nel suo famoso “Il Principe”, consigliava di non fare affidamento sugli eserciti mercenari, considerandoli disuniti, indisciplinati e infedeli, mossi solo dal denaro. Allo stesso modo, i parlamentari che cambiano partito per convenienza personale potrebbero essere non affidabili.

Per migliorare il sistema politico italiano, è necessario abbandonare propositi fuorvianti e impegnarsi per una legge elettorale che metta l’elettore al centro della disputa elettorale, garantendo stabilità e responsabilità nella gestione delle risorse pubbliche. Solo così si potrà ridurre il debito e inaugurare una nuova stagione di responsabilità politica. Una riforma così essenziale per riconsolidare il rapporto tra cittadini ed istituzione, ha bisogno della collaborazione di tutte le forze politiche convinte di inaugurare una stagione nuova e necessaria per meglio affrontare gli innumerevoli obblighi di questo tempo.

 

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Sudan, una guerra civile che il mondo non vuole vedere.

Sono decine i conflitti in corso nel mondo ma solo i due principali suscitano l’interesse dei media internazionali e l’attenzione delle opinioni pubbliche occidentali. Ce n’è però un terzo egualmente devastante e anch’esso apparentemente senza spiragli di pace del quale si parla poco ma che invece merita di emergere dalla nebbia nella quale è avvolto ed è in atto nel Sudan, Africa orientale. Un enorme paese attraversato dal Nilo confinante a nord con l’Egitto e a sud-est con Eritrea ed Etiopia ma soprattutto con centinaia di km di costa sul Mar Rosso, dunque collocato in una zona strategica per i commerci mondiali, oggi sottoposta alle incursioni dei droni e dei missili dei guerriglieri houthy.

In Sudan, non bastassero gli atavici problemi di sopravvivenza di larga parte della popolazione, nonché quelli politici di relazione con gli stati confinanti, dall’aprile dell’anno scorso anno è in svolgimento una sanguinosa guerra civile che oppone il Sudan Armed Forces (SAF), ovvero l’esercito nazionale (il cui comandante è il generale Abdel Fattah al-Burhan), al gruppo paramilitare delle Rapid Support Forces (RSF) del generale Mohamed Hamdan Dagalo detto Harmedti, che del primo fu il principale collaboratore. I due avevano infatti, appena due anni prima, posto in essere un golpe che aveva vanificato il tentativo democratico avviato attraverso un governo civile di transizione guidato da Abdalah Hamdok all’indomani della rivolta popolare che nel 2019 aveva abbattuto la dittatura islamica di Omar al-Bashir.

Anche qui potenze straniere supportano militarmente i combattenti sul campo, secondo l’ormai usuale schema dei “conflitti per procura”: in questo caso abbiamo Egitto e Arabia a supporto dell’esercito nazionale; Emirati Arabi e Russia sostengono la RSF. E anche qui, come sempre, chi paga il prezzo della guerra sono le popolazioni civili, già povere di loro e adesso anche devastate dalle distruzioni provocate dal conflitto. Che a oggi ha già causato una orrenda carneficina (vengono stimate fra le 100 e le 150.000 vittime) nonché una tragedia quotidiana che affligge i circa 45 milioni di sudanesi, metà dei quali patisce la fame, in condizioni ambientali terribili e addirittura peggiorate con le piogge torrenziali della scorsa primavera.

Una drammatica situazione che, inevitabilmente, produce immensi spostamenti di esseri umani disperati: sono oltre 10 milioni gli sfollati, e oltre 2 milioni i profughi. L’ONU ha descritto la situazione sudanese come “una delle peggiori crisi umanitarie degli ultimi decenni”. Eppure sino ad oggi – forse anche a causa dell’impatto certamente molto più forte delle due guerre principali in ragione dei loro risvolti geopolitici – essa non ha destato l’attenzione mondiale che al contrario meriterebbe. 

Lo scorso 14 agosto si sarebbero dovuti avviare a Ginevra i negoziati per un cessate-il-fuoco che avrebbe dovuto consentire alle organizzazioni umanitarie internazionali di poter avviare un percorso di assistenza ad una povera popolazione stremata dalla fame, dalla violenza e da una incipiente carestia. Ma l’iniziativa è fallita prima ancora di iniziare, perché il governo di Khartoum ha declinato l’invito, così come ha risposto picche all’ONU, che aveva proposto di inviare una sua missione appunto per proteggere la popolazione civile allo stremo.

Così la guerra civile prosegue e ognuno dei combattenti intende proseguirla, convinto di poterla vincere. Nel (quasi) disinteresse della comunità internazionale ma non della Russia, intenzionata a creare una base militare sulle coste sudanesi del Mar Rosso nell’ambito della sua progressiva e costante penetrazione nel continente africano. Intanto, la gente soffre la fame e muore.

Dibattito | Coalizioni fragili, centro sinistra più che fragile.

Certo, fa una certa impressione definire l’attuale “campo largo” una sorta di coalizione politica e programmatica. Meglio definita come alleanza di governo. Per chi è approdato alla politica con i governi guidati dalla Dc con i suoi storici alleati nella tanto deprecata e sbertucciata prima repubblica o per chi, tramontata la Dc e quel sistema politico ha sperimentato i governi del centro sinistra dell’Ulivo contrapposti a quelli del centro destra a guida berlusconiana, prova un misto di imbarazzo e difficoltà a giudicare/commentare le attuali alleanze o coalizioni. E, nello specifico, quello che viene simpaticamente definito come “campo largo” o, ancora più goffamente, “Fronte popolare”.

E questo perché non c’è tema, argomento, questione o progetto che non veda una radicale e quasi scientifica contrapposizione tra i vari protagonisti all’interno di questa sedicente alleanza. Perché rispetto ad un passato anche solo recente, quello che maggiormente inquieta ed impressiona è che non c’è solo una totale incompatibilità personale tra i vari capi partito – il che è già un fatto politicamente curioso nonchè un po’ squallido – ma c’è pure una divaricazione radicale sui contenuti. Ovvero su temi e argomenti che sono in cima all’agenda politica di qualsiasi governo. Ovvero, dalla politica estera alla politica industriale, dai grandi investimenti legati alle infrastrutture alla politica sociale, dal modello istituzionale alla riforma costituzionale, dalle alleanze internazionali a quelle interne alla coalizione, dai temi dell’immigrazione al riassetto degli enti locali.

Insomma, una babele di lingue, di confusione, di caos e di feroci contrapposizioni politiche e programmatiche che fa del “campo largo” solo una sorta di pallottoliere unito da un odio ideologico implacabile nei confronti di un nemico che, a loro parere, va prima annientato a livello morale e poi distrutto a livello politico. Al punto che, per fermarsi alla notizia di appena ieri pomeriggio, i renziani – cioè il partito personale di Matteo Renzi – voteranno liberamente e secondo coscienza, come si suol dire, alle prossime elezioni della Regione Liguria perchè quel partito ha ricevuto un veto politico, personale ed ideologico definitivo da parte dei populisti di Conte che non vogliono nella coalizione alternativa al centro destra la presenza della formazione dell’ex rottamatore fiorentino.
Ora, e come tutti sanno, l’unico elemento che dovrebbe tenere unita questa sorta di cartello elettorale è la lotta senza tregua per non “far tornare il fascismo”, contro la “deriva illiberale”, contro “la sospensione della democrazia”, contro la “negazione delle libertà democratiche” e, dulcis in fundo, contro “la violazione dei principi e dei valori costituzionali”. Nobili principi e altrettanto nobili motivazioni politico e culturali. Peccato che nell’Italia contemporanea questi rischi esistono solo nella testa e nella propaganda di chi quotidianamente li spaccia all’opinione pubblica. Attraverso le prediche di singoli esponenti politici della sinistra, dei gazzettieri dei quotidiani “amici” e le prediche degli ormai noti e noiosissimi conduttori dei vari talk televisivi sulle rispettive reti.

Ecco perché c’è un grande rimpianto del vecchio e tradizionale centro sinistra. Quello di Marini e D’Alema o quello di Veltroni e Franceschini per capirci. Oggi, purtroppo, non possiamo neanche più parlare di centro sinistra. Ma, molto più modestamente, di un banale e quasi ridicolo pallottoliere cementato da un implacabile odio ideologico contro un nemico politico che, purtroppo per loro, non esiste neanche all’orizzonte.

La Voce del Popolo | La libera uscita sulle alleanze internazionali.

Quello che più colpisce dell’allegro disordine con cui i partiti italiani hanno votato sugli aiuti a Kiev in quel di Strasburgo è il prima e il dopo. Senza che si siano posti una domanda prima di votare, senza che abbiano dato una spiegazione il giorno dopo. Quasi che l’argomento potesse venire derubricato a cronaca minore, neanche fosse un irrilevante emendamento al decreto milleproroghe. 

Le uniche eccezioni alla regola di questo copione sono alcuni pensosi e noiosi editoriali, stilati a mo’ di prediche sdegnate (tra i quali queste poche righe). Con il che si sancisce la quasi irrilevanza della politica internazionale ai fini della governabilità del paese. Può capitare così che i partiti si dividano al loro interno e che poi, invece, maggioranza e opposizione si ritrovino infine a votare lo stesso testo, salvo ricominciare a randellarsi un attimo dopo. 

Un bailamme che si sperava di non vedere. Eppure era una regola aurea della vita repubblicana che su questi argomenti si fondasse l’intero equilibrio della governabilità. Laddove i partiti potevano litigare su tutto, ma dovevano poi inesorabilmente ricomporre la loro unità sugli affari del mondo. Regola mai infranta in anni e anni di litigi su ogni altra questione. 

Ora invece capita che ognuno vada per suo conto. E che l’indomani l’argomento venga archiviato con noncuranza. Salvo dar fuoco alle polveri su mille questioni minori che vengono drammatizzate come se ne dipendesse il destino del paese. Peccato che quel destino rischi piuttosto di scivolare verso l’irrilevanza ogni volta che sui nostri doveri e le nostre alleanze internazionali si pratica la libera uscita.

 

Fonte: La Voce del Popolo –  Giovedì 26 settembre 2024

[Testo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

Tuta mimetica per politici nomadi? Meglio lasciare il popolarismo ai popolari.

Credo che adesso noi cattolici popolari e cattolici sociali possiamo sentirci realmente soddisfatti. E questo per una ragione persin troppo semplice da spiegare. E cioè, ormai non passa mese che non nasca una associazione o un gruppo o una corrente popolare all’interno di singoli partiti.

Bene, anzi direi benissimo. Perché questo conferma che non solo il popolarismo di ispirazione cristiana, il cattolicesimo sociale e popolare, la cultura e lo stesso pensiero popolare conservano una straordinaria attualità e modernità nell’attuale contesto politico italiano. Ma, ed è certamente questo l’aspetto più importante, la cultura e il pensiero cattolico popolare e cattolico sociale sono destinati ad incidere e a condizionare pesantemente lo stesso progetto politico del partito di appartenenza.

E sin qui tutto bene. Anzi, come dicevo poc’anzi, benissimo. C’è solo un aspetto che non torna. O meglio, che non ci è così chiaro. E che, al contempo, genera un dubbio. Ovvero, ma tutti questi gruppi “popolari” che nascono qua e là nei vari partiti sono realmente espressione della cultura, della tradizione e del pensiero del cattolicesimo popolare e sociale del nostro paese? Ci permettiamo di avanzare questo piccolo particolare non per frenare l’impeto Popolare che sale con sempre maggior forza dalla periferia italiana ma, soprattutto, per evitare che nascano equivoci o tentativi di impadronirsi di una cultura e di un pensiero quando si è mai fatto parte né di quella cultura e nè di quella tradizione. 

Con questo non vogliamo affatto dire – lungi da noi questa accusa – che esiste un monopolio esclusivo e totalizzante da parte di chicchessia del patrimonio storico del popolarismo di ispirazione cristiana. Chiunque, come ovvio e scontato, può essere espressione di questa storica e nobile cultura. Ma è altrettanto indubbio che se non vogliamo ridicolizzare, e anche umiliare, questa cultura politica non possiamo sostenere allegramente che adesso “sono tutti popolari”.

Perché delle due l’una. O c’è realmente un grande fermento culturale e politico nell’area cattolica italiana – seppur molto composita ed articolata – e allora ci sono realmente le condizioni per dar vita finalmente ad un rinnovato Partito Popolare Italiano oppure, e forse ci azzecco, si tratta di una banale e semplice strumentalizzazione di una cultura da parte di singoli esponenti per centrare obiettivi politici del tutto personali.

Pongo questo dilemma per una ragione altrettanto semplice. E cioè, se si vuole continuare a dare lustro, sostanza, prestigio, credibilità e soprattutto coerenza alla cultura politica del popolarismo di ispirazione non possiamo e non dobbiamo improvvisarci “popolari”. Perché, come amava sempre dire Sandro Fontana, non c’è cosa peggiore per sfregiare una cultura politica il gesto di sbandierare di farne parte quando si è “indifferenti e sordi” rispetto ai suoi valori, ai suoi principi, alla sua storia e alla sua tradizione. E, pur senza rivendicare alcuna e ridicola primogenitura, verrebbe quasi da dire “lasciamo il popolarismo ai popolari”. Per coerenza e non per potere o per calcolo.

Meryl Streep: “A Kabul un gatto ha più diritti di una donna”.

Meryl Streep Ha paragonato gatti, scoiattoli e uccelli alle donne e alle ragazze in Afghanistan, sottolineando che gli animali hanno più diritti. “Negli anni Settanta la maggior parte dei funzionari pubblici erano donne: docenti, avvocate, dottoresse, poi si è rovesciato tutto. Oggi a Kabul un gatto ha più diritti di una donna. Un gatto può sedersi in veranda e prendere il sole, può rincorrere uno scoiattolo in un parco. Oggi persino uno scoiattolo ha più diritti di una donna, visto che nei parchi pubblici è vietato l’ingresso alle donne”.

Da quando i talebani sono tornati al potere, le donne sono state progressivamente private dei loro diritti. Sono state estromesse dagli spazi pubblici, come parchi e palestre, e private del diritto all’istruzione oltre le elementari. Hanno vietato loro di frequentare saloni di bellezza, di lavorare in molti settori e di mostrarsi in pubblico senza essere completamente coperte.

Alla luce di tutto ciò Germania, Australia, Canada e Paesi Bassi hanno annunciato un’azione “senza precedenti” contro i talebani al potere per la loro “sistematica oppressione” di donne e ragazze. Hanno accusato il gruppo islamista estremista di violare la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (CEDAW).

La convenzione è stata ratificata dal precedente governo afghano nel 2003, ben prima che i talebani riprendessero il potere tre anni fa, dopo il ritiro degli Stati Uniti e dei suoi alleati dopo una guerra durata 20 anni. Nella bozza di dichiarazione, i quattro paesi condannano le violazioni e gli abusi diffusi e sistematici dei diritti umani in Afghanistan sotto il regime dei talebani.

“Abbiamo ripetutamente invitato l’Afghanistan e i talebani, anche all’interno delle Nazioni Unite, a rispettare il diritto internazionale, in particolare la legge sui diritti umani, a proteggere i diritti umani di tutti gli afghani e a eliminare tutte le restrizioni sui diritti delle donne e delle ragazze, compresi e sul loro diritto all’istruzione. Tuttavia, la situazione non è migliorata, anzi continua a peggiorare. Le donne e le ragazze in Afghanistan meritano niente di meno che il pieno godimento dei loro diritti”.

I paesi avvertono che, se non venisse apportata alcuna modifica, potrebbero aver luogo arbitrati e deferimenti alla Corte internazionale di giustizia. Fawzia Koofi, ex membro del parlamento afghano, ha dichiarato ad Amanpour che i talebani “non sono riusciti a capire che l’Afghanistan si è trasformato. Nonostante gli sforzi dei talebani per cancellarle, le donne stanno lottando per far sentire la propria voce. Dopo che i talebani hanno vietato alle donne di esprimersi in pubblico, alcune hanno pubblicato sui social media dei video in cui cantavano in segno di sfida. Questo è un segno di un Afghanistan diverso che i talebani non capiscono. Oggi, ogni donna in Afghanistan è una giornalista, ogni donna in Afghanistan è una TV, perché racconta la sua esperienza”.

Ma la situazione in Afghanistan è complessa e le sfide sono enormi. Le parole di Meryl Streep e le azioni dei governi occidentali sono un primo passo importante, ma la strada è ancora lunga. La lotta per i diritti delle donne afghane è una battaglia globale che richiede un impegno costante e una visione a lungo termine. Solo attraverso la cooperazione internazionale e il sostegno alle donne afghane stesse potremo sperare in un futuro più giusto e equo per tutte.

Dibattito | Ecco sulla scena una destra tutta chiacchiere e distintivo.

Le ultime iniziative di stampo sicuritario del governo sanciscono in modo inoppugnabile l’incapacità della destra di affrontare in modo deciso e risolutivo i temi legati alla qualità della vita nel suo complesso. Vengono infatti introdotte nel nostro ordinamento ben ventiquattro nuove fattispecie di reato, senza preoccuparsi di come – aldilà degli annunci ad effetto – verrà concretamente garantita la possibilità del cittadino di vedere rispettati i propri diritti, a cominciare dal legittimo desiderio di vivere in un clima di discreta tranquillità sociale. In altre stagioni si lavorava per raggiungere questo obiettivo attraverso politiche di welfare che andassero incontro alle situazioni più difficili, per evitare che si creasse una stratificazione della disperazione che potesse aprire le porte a conflitti sociali dagli esiti imprevedibili.

La ricetta che la destra propone oggi al paese è quella della cancellazione progressiva dei sostegni per le situazioni di fragilità con un aumento delle differenze economiche e sociali, accompagnata dall’istituzione di nuovi reati senza preoccuparsi di come questi incideranno sui sistemi giudiziari e carcerari che sono entrambi al collasso. In altre parole, la cosa importante è che le soluzioni siano annunciate, anziché trovate. Cosa importa se poi i tribunali non riescono a svolgere la loro funzione perché sempre più ingolfati da cause pendenti, con risorse sempre più scarse? Cosa importa se poi il presidio territoriale delle forze dell’ordine èridotto al lumicino in termini di personale e di mezzi? Cosa importa se in tre anni il numero dei poveri in Italia è triplicato passando da un milione e mezzo a quasi cinque milioni?

L’importante è annunciare, annunciare e annunciare, tanto per tranquillizzare quello che evidentemente gli uomini di governo considerano il “popolo-bue”. Se a questo aggiungiamo l’inquietante gestione dell’informazione con le crescenti limitazioni alla libertà di espressione e di pubblicazione (sanzionate addirittura con il carcere), si capisce che siamo al punto più basso mai raggiunto nella storia repubblicana per le garanzie democratiche e che è molto reale il rischio di uno scivolamento verso una democratura, ovvero di una democrazia che può definirsi tale solo in termini formali.

Sfugge agli attuali attori di governo che la sicurezza e la tranquillità in termini sociali sono determinate dalla possibilità di avere accesso alle cure sanitarie, di poter contare su una dignitosa occupazione, di poter avere un potere d’acquisto che non sia in costante ed inarrestabile decrescita. Ma per questo sarebbe necessario avere una visione della società che è lontana dalla concezione di questa destra che ha ben poco da offrire oltre le sue vecchie parole d’ordine, mal sopportando tutto ciò che fa riferimento alla Costituzione con il portato di garanzie e diritti che incorpora ed esprime.

Il culto di sé è il tallone d’Achille della Meloni

È incredibile la megalomania in cui rischia di affogare la Meloni quando accredita la convinzione che il suo nome sia rifugio per tutte le contraddizioni, qualcosa di paragonabile a un passepartout da utilizzare ad ogni evenienza, specie nelle difficoltà. L’opinione pubblica ha seguito con qualche sconcerto il laborioso parto europeo grazie al quale il governo ha riacciuffato per i capelli un formale riconoscimento del ruolo dell’Italia, anche se accompagnato da un accentramento di potere da parte di Ursula von der Lyen, un dato che lascia, per altro, poco spazio di manovra alle permanenti ambiguità della Meloni. 

Da Bruxelles a New York: la Presidente del Consiglio s’inventa la mossa sbagliata nel momento sbagliato “giocando” con il più controverso imprenditore mondiale. L’abbraccio con Elton Musk, impegnato a sostegno di Trump nella corsa alla Casa Bianca, è un vero e proprio pugno nello stomaco per una dirigenza europea che teme di rimanere sola ad affrontare il doppio fronte ucraino-palestinese. Il giudizio nei palazzi di Bruxelles è sferzante: “La Meloni si rivela inaffidabile, attendiamo il prossimo giro di walzer”. In effetti, anche nel richiamo al multilateralismo, fatto nel discorso davanti all’Assemblea dell’Onu, ha dato l’impressione di non voler dispiacere ai Patrioti alla Salvini, sui quali pende l’accusa di connivenza con Putin.

In realtà, il vero multilalateralismo da conquistare passa per il consolidamento della solidarietà atlantica e quindi per il rafforzamento dell’unità politica dell’Europa. Vittima delle sue incertezze strategiche, la Meloni si rifugia nel culto dell’io, ovvero della sua immagine di leader solitaria. E ciò si consuma mentre, in assoluta controtendenza, monta con la raccolta di firme per i referendum sull’autonomia differenziata e il diritto di cittadinanza un più marcato dissenso sull’operato del governo.     

Malgrado lo sfoggio di sicurezza, qualcosa scricchiola nell’impalcatura della maggioranza. Anche il processo a Salvini nasconde un pericolo di deflagrazione politica. Certo, si può controbattere dicendo che le opposizioni sono divise, ma intanto, nella predisposizione delle liste per le regionali, si va registrando nel centro-sinistra una tipo di convergenza che “salta” sul territorio i contrasti ancora esistenti a livello di vertice. È presto per tirare le somme,  essendo molte le varianti che possono stravolgere il quadro. In ogni caso il “culto meloniano” incomincia a suscitare insofferenza e disagio. È questa è una novità.

Confesercenti: la crisi dei consumi è il tallone d’Achille dell’economia italiana.

“L`avvio del Piano Strutturale di Bilancio è un passaggio chiave per la nostra economia, che arriva in un momento dedicato: da un lato, i dati sulla finanza pubblica evidenziano una chiara tendenza al rientro del deficit; dall`altro, invece, le condizioni macroeconomiche di base sembrano volgere al peggioramento, soprattutto sul fronte dei consumi interni”. Così Mauro Bussoni, Segretario generale di Confesercenti, intervenendo ieri alla presentazione dello schema di Psb alle associazioni imprenditoriali a Palazzo Chigi.

“Continua ad essere assente la spinta propulsiva dei consumi delle famiglie: la revisione contabile ha ridimensionato di -6,5 miliardi i livelli di spesa del 2023, con un saggio di crescita in negativo nei primi sei mesi del 2024 (-0,1%). Anche nel turismo, a fronte di un incremento dei flussi di visitatori esteri, si percepisce il rallentamento della spesa dei turisti italiani”.

“La debolezza dei consumi interni è ormai un problema strutturale della nostra economia, che ha impoverito il Paese. In dieci anni, il peso della spesa delle famiglie sul Pil è sceso dal 60,5% al 57,5%: tre punti – e 60 miliardi di euro – in meno. È dunque necessario continuare a sostenere la domanda interna: anche il riordino del sistema fiscale nell`orizzonte di lungo periodo deve alleviare il prelievo sul lavoro, e nell`immediato deve porsi il problema di come accelerare, anche attraverso un adeguato trattamento dei rinnovi contrattuali, il recupero di potere d`acquisto andato perso negli ultimi anni”.

“Per lo sviluppo delle imprese, però, serve anche meno burocrazia. Questo vale pure per il Green Deal: la sostenibilità deve essere sostenibile, non un freno, soprattutto per le piccole e piccolissime imprese”.

“Nei borghi e nei paesi, invecchiamento e riduzione della popolazione stanno facendo saltare il tessuto imprenditoriale, con una perdita di ricchezza e lavoro che, a sua volta, accelera il processo di spopolamento dei piccoli comuni. Il PSB offre l’opportunità di avviare finalmente un vero processo di rigenerazione dei centri abitati: serve un sostegno ai negozi di vicinato, essenziali per il tessuto economico e sociale delle comunità. E anche per il turismo è fondamentale continuare a investire nella qualità dell’offerta, nella promozione del territorio e nella sostenibilità ambientale. Riflettendo anche sugli effetti del `cambiamento climatico` che avrà un impatto significativo sul comparto, influenzando sia le destinazioni che la durata delle stagioni”.

Lo schermo dell’Arte 2024: alla ricerca di nuovi orizzonti.

La diciassettesima edizione dello Schermo dell’arte diretto da Silvia Lucchesi si svolgerà a Firenze dal 13 al 17 novembre 2024. Il Festival di cinema e arte contemporanea, sostenuto da Fondazione CR Firenze e che rientra nel programma 50 giorni di cinema a Firenze, torna per offrire al pubblico una selezione della più recente produzione di film d’artista e di documentari sull’arte contemporanea che affrontano temi quali l’identità di genere, la relazione con il passato coloniale, con l’ambiente e con il mondo animale, e quella tra arte e potere politico, attraverso finzione, documentario e uso delle nuove tecnologie.

“Le visioni degli artisti che Lo schermo dell’arte presenta sono assunzioni e richieste di responsabilità che arrivano a mettere in discussione le nostre certezze e il ruolo di noi spettatori.

Libertà di creazione per gli artisti e di programmazione per gli operatori culturali assumono, oggi, ancor più importanza nell’inquietante contesto politico internazionale nel quale viviamo. Ciò che Lo schermo dell’arte fa, e sempre farà, nasce infatti dai nostri incontri, dalla condivisione di idee e progetti, dalla nostra accoglienza verso tutti e tutte. Questi sono i valori che sosteniamo e che fondano e danno senso al nostro lavoro”, afferma Silvia Lucchesi, direttrice del Festival.

Il Cinema La Compagnia di Firenze sarà come sempre il centro del Festival, non solo sede del suo intenso programma di proiezioni, curato da Silvia Lucchesi e Valeria Mancinelli, tra cui anteprime mondiali, europee e italiane alla presenza degli autori e autrici, ma anche luogo di incontro con artisti, curatori e ospiti internazionali.

Anche questa edizione si espanderà online con lo streaming di una selezione dei film del programma (fino al 24 novembre 2024) sul nuovo canale permanente Lo schermo dell’arte su Mymovies ONE

lanciato a luglio con film presentati in edizioni passate del Festival.

La performance Edge of Life dell’artista americano John Menick aprirà questa edizione dello Schermo dell’arte. Anche filmmaker e scrittore, Menick indaga in che modo il cinema, e le sue nuove forme, con film di vampiri, zombie, revenant, sia affascinato dal tema della “digital resurrection”, come che egli stesso la definisce. Attraverso un testo narrato e un montaggio di immagini di science fiction, computer graphics, film della storia del cinema, ricerche biologiche e folkloriche, l’artista compone un saggio dal ritmo serrato.

È dedicato all’artista e filmmaker americana Garrett Bradley (New York 1986, vive a New Orleans), il Focus con cui Lo schermo dell’arte celebra ogni anno una figura che si è distinta nell’utilizzo innovativo e sperimentale del linguaggio cinematografico. Il lavoro di Bradley si caratterizza per la fusione di uno stile visivo estremamente personale con cui l’artista indaga conflitti umani e ingiustizie sociali. Il suo lungometraggio Time (2020), epica storia d’amore e dura accusa al sistema giudiziario americano, è stato selezionato in concorso in oltre 50 Festival, è stato nominato agli Oscar e ha vinto il Best Director Award for U.S. Documentary al Sundance Film Festival, facendo di Garrett la prima donna nera nella storia del Festival a vincere questo premio.

Le lacrime di San Girolamo al crollo dell’Impero di Roma

[…] Una  lettera che san Girolamo scrisse da Betlemme nel 409 ci offre un’immagine impressionante della situazione in cui allora versava l’Impero: «Se fino a questo momento alcuni di noi, per quanto rari, stiamo ancora a casa nostra, non è merito nostro ma lo dobbiamo alla misericordia di Dio. Popolazioni senza numero e ferocissime hanno occupato tutte quante le Gallie. Tutto ciò che è compreso tra le Alpi e i Pirenei, tra l’Oceano e il Reno, i Quadi, i Vandali, i Sarmati, gli Alani, i Gepidi, gli Eruli, i Sassoni, i Burgundi, gli Alemanni e – oh, Stato disgraziato! – i Pannoni, nostri nemici, tutto quanto hanno saccheggiato. Magonza, quell’illustre città d’un tempo, è stata presa e rasa al suolo; nella sua chiesa è stata fatta una carneficina di migliaia e migliaia di persone. (…). Le province dell’Aquitania, di Novempopulonia, di Lione e di Narbona sono state completamente rase al suolo (…). Non mi riesce di ricordare Tolosa senza uno scroscio di lacrime. Se finora non è stata demolita lo si deve ai meriti del suo santo vescovo Esuperio. Anche le Spagne sono lì per lì per ricevere il colpo di grazia (…). Da tempo le regioni comprese tra il Ponto Eusino e le Alpi Giulie e che appartenevano a noi, non sono più nostre; e sono ormai trent’anni che, violato il confine del Danubio, si sta combattendo in pieno territorio dell’Impero romano. A forza di versar lacrime, le abbiamo perse tutte invecchiando» (Lettera 123, 15-16).

Il peggio non era ancora venuto. San Girolamo e le sue discepole si trovavano a Betlemme quando nell’agosto del 410 un immenso esercito di Visigoti, Unni, Alani e Sciti, guidati da Alarico, giunse, senza incontrare resistenza alle porte di Roma e la invase. Rapine, incendi, stragi, desolarono una città che, da ottocento anni, non era mai stata invasa dal nemico. La notizia del sacco di Roma produsse in tutto il mondo un senso di stupore e di profonda costernazione. La città sovrana, la città eterna, Roma, era stata esposta all’oltraggio dei barbari che essa aveva mille volte debellati.

Sono commoventi le espressioni di dolore nelle quali proruppe san Girolamo alle successive e sempre più tristi notizie della caduta della città eterna. «Stavo per tradurre Ezechiele – egli racconta – quando mi giunse in Palestina la notizia della presa di Roma per mano di Alarico e della barbarica devastazione dell’Occidente; rimasi istupidito, e nulla più feci se non piangere». «Il più risplendente lume – egli esclama – si è spento; il capo del mondo è tronco e nella rovina di una sola città è perito tutto l’impero». «La città – così egli continua – che aveva soggiogato tutti i popoli, è stata espugnata; quella che aveva raccolto e accumulato tutti i tesori della terra, è ora spoglia e ridotta ad un mucchio di rovine».

Eppure, mentre l’astro di Roma si spegneva una nuova luce si accendeva: era la Roma cristiana, la Roma degli Apostoli Pietro e Paolo, la Roma che a differenza di quella pagana, avrebbe sfidato i secoli e i millenni. La luce di questa Roma che non tramonta continua a illuminare il mondo anche quando esso, come oggi accade, sembra immerso nelle tenebre. Il mondo moderno sembra seguire il percorso autodistruttivo dell’Impero romano; la Chiesa di Roma è destinata ad affermarsi sulle rovine del mondo moderno, come già accadde dopo il V secolo. 

 

Per leggere il testo integrale

https://www.corrispondenzaromana.it/san-girolamo-e-la-caduta-dellimpero-romano/

Il Patto Onu per il Futuro orienta il dibattito globale

Probabilmente il maggior risultato ottenuto nell’immediato dall’approvazione da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del Patto per il Futuro, consiste nel fatto di porre al centro del dibattito globale la necessità e l’urgenza di costruire una nuova governance mondiale.

Il documento conclusivo del Vertice del Futuro, svoltosi a New York in occasione della 79ª sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite è stato fortemente voluto dal segretario generale Antonio Guterres, che lo considera un “passo avanti verso un multilateralismo più efficace, inclusivo e interconnesso”.

Ritengo che sarebbe un errore, soprattutto in considerazione del difficile momento attuale in cui le due maggiori guerre in corso sembrano purtroppo andare in una direzione diversa da quella di una loro rapida conclusione, relegare questo dibattito a una faccenda che riguarda sologli sherpa della diplomazia, i tecnocrati, gli addetti al lavori, gli esperti nei 56 campi di azione che gli Stati si impegnano a sviluppare per promuovere la pace, la protezione dei civili, lo lotta povertà, la riduzione  delle disuguaglianze, la gestione dell’AI, il contrasto ai cambiamenti climatici, la parità di genere, il multilateralismo, la riforma delle istituzioni finanziarie internazionali e del Consiglio di Sicurezza Onu.

In realtà i problemi affrontati nel Patto per il Futuro si intersecano profondamente con i problemi interni a ogni comunità e stato. E pazienza se da diversi Paesi dell’Est e del Sud del mondo sono state mosse delle critiche su alcuni punti specifici, ciò significa che è in atto un confronto con le armi della ragione, del dialogo, della diplomazia che implica nel contempo, anche nella polemica più aspra, rilevanti gradi di reciproco riconoscimento. In fondo non è questa, la via, a volte stretta, del dialogo, l’unica alternativa alla via larga ma rovinosa e folle, della guerra?

Sotto questo aspetto credo vadano registrati positivamente gli interventi all’Onu di diversi leader mondiali, tra cui il presidente del Consiglio del nostro Paese, volti a riconoscere la centralità della questione di come costruire un nuovo ordine mondiale fondato sul multilateralismo, o, come dicono i Paesi exrra-occidentalli, su un vero multilateralismo.

Il Patto per il Futuro costituisce uno strumento  importante per cambiare rotta e per adeguare l’agenda politica e le istruzioni mondiali ad un mondo che è rapidamente mutato in questo secolo. Una profonda riforma dell’Onu, in cui la “maggioranza globale” possa vedere riconosciuta, accanto all’Occidente, la rappresentanza che le spetta, insieme alla riforma delle istituzioni finanziarie internazionali (a partire dalla Banca mondiale e dal Fondo monetario internazionale), sono passaggi non più rinviabili per dare una soluzione improntata alla pace e alla stabilità, alle crescenti tensioni geopolitiche.

Alle Nazioni Unite il 22 e 23 settembre scorsi è stato avviato un percorso e toccherà ai vari successivi vertici tematici tentare di percorrerlo in modo proficuo, con il fondamentale sostegno delle forze politiche interne agli stati. I partiti di cultura democratica non devono aver paura di parlare di questi temi. La gente ha sete di occasioni di approfondimento su dove va il mondo, su cosa ci può riservare il futuro, e se la politica non assolve questo compito, c’è il rischio che molti cittadini vadano a dissetarsi ad altre fonti, talora inquinate dalle nostalgie del passato, come ci hanno dato ulteriore conferma le elezioni in Brandeburgo di domenica scorsa.

Una necessità questa, quella di non essere reticenti sulle questioni globali perché in un mondo strutturalmente interconnesso finiscono per essere questioni che riguardano le persone e i territori, che, ad esempio, il presidente francese Emmanuel Macron ha dimostrato di avvertire nel suo recente intervento a Parigi all’incontro internazionale della Comunità di Sant’Egidio “Immaginare la pace”, in particolare quando ha ricordato che la pace si fa nel mondo attuale con il gusto del futuro e non con la nostalgia del passato.

Un discorso che insieme a quelli di tanti altri leader mondiali, ci dice che mediamente gli stati hanno halla guida governanti dotati di buon uso della ragione, capaci di avvertire le criticità che vanno affrontate. In sostanza, che dimostano di saper “predicare bene”.

.La sfida per il futuro appare quella di passare dal predicare bene al “razzolare” altrettanto bene.

Carcere, luogo di espiazione della pena e di possibile redenzione.

Quando si fa ingresso in un carcere per interrogare o meglio – ascoltare – una persona che vi si trova rinchiusa, si è come sopraffatti da mille emozioni, che vanno oltre il ruolo, il procedimento, l’assolvimento di un incarico di giustizia, gli interrogativi che precedono il colloquio e che dovranno essere verbalizzati nel modo più testuale e terzo possibile. “È armato, dottore?” è la prima domanda che viene posta nell’astanteria dopo il riconoscimento di rito. Per uno che si spaventava da bambino ad usare le pistole ad acqua la domanda è persino imbarazzante, anche pur comprendendone le ragioni. Se ti chiudono in una cella dove riceverai un detenuto è fondamentale entrare privi di armi, la vigilanza è strettissima ma tutto potrebbe accadere: da questo contesto di interlocuzione si cominciano a comprendere le ragioni della disperazione umana. 

La prima volta colpisce la suggestione ambientale, il trovarsi in un contesto dal quale si sa che si uscirà più tardi mentre tutto, intorno, ti parla di clausura, controllo, isolamento, privazione, tempo precluso ad ogni alito di speranza. Non si contano le porte che vengono aperte con mazzi di chiavi inusitate, ma si è colpiti – inevitabilmente – dal loro rumore quando ti si chiudono alle spalle: un rumore metallico inconfondibile, che fuori di lì non ritrovi in altri contesti, le porte o i cancelli sono massicci e inespugnabili. Allora ti vengono in mente Kafka e il suo processo, la morte come un cane di Joseph K., la fortezza d’If, Alcatraz e tutte le coreografie che la letteratura e il cinema ci hanno tramandato sugli aspetti più terrificanti dell’essere rinchiusi e perseguitati senza remissione. Poi ti si para dinnanzi una cella, chiusa con sbarre di ferro di cui viene aperta la porta di ingresso per ricevere il detenuto che giunge inesorabilmente ammanettato e accompagnato da almeno due guardie carcerarie. Poi si è dentro in due, chiusi a doppia mandata. 

Sono molteplici le ragioni di un interrogatorio: per quanto mi riguarda esse si riferivano a questioni di genitorialità riguardanti i figli dei detenuti. Questa fattispecie del tutto particolare mi ha sempre indotto ad assumere un atteggiamento interlocutorio: oltre il reato commesso, oltre la pena inflitta si trattava sempre di padri con cui dovevi confrontarti sulla vita dei figli rimasti a casa, le situazioni affrontate sono state molteplici tuttavia ho sempre percepito una certa commozione nei carcerati mentre parlavano, chiedevano, ponevano domande sulla vita dei minori privati della figura paterna. Credo che immaginare la vita dentro un carcere, l’isolamento dal resto del mondo, la consapevolezza della durata della pena, le restrizioni a cui i detenuti sono inevitabilmente sottoposti necessiti dell’esperienza della visita e dell’interrogatorio: capire è una componente fondamentale del giudizio, diventa un dovere per chi ascolta. 

Viviamo in un’epoca in cui tutto di è incancrenito, in cui la molteplicità dei reati è esponenziale, la commissione di delitti gravissimi come il togliere la vita ad un’altra persona suscitano nell’immaginario collettivo la prevalenza dell’auspicio di una condanna esemplare. Non potrebbe essere diversamente. Personalmente sono sempre più colpito dalla diversità delle sentenze nel duplice rapporto con fatti analoghi accaduti in altri contesti e con l’entità della pena inflitta. Ci sono situazioni imbarazzanti dove le lungaggini processuali portano a sentenze tardive, alla prescrizione di reati gravissimi, altre in cui la carcerazione preventiva risulta necessaria per imbastire un processo data la gravità del reato, altre ancora in cui da un lato si indulge nell’allentamento di provvedimenti restrittivi con grande scandalo presso la pubblica opinione, specie se di fronte a certe evidenze mentre dall’altro, l’ammissione di colpa, il patteggiamento, spalancano le porte del carcere per anni e anni o per la vita intera. 

Da una parte i fautori del “nessuno tocchi Caino”, dall’altra gli accaniti giustizialisti del “caccialo dentro e butta via la chiave”. Visitando alcuni ambienti carcerari si percepisce quanta parte di vita il detenuto debba lasciare fuori di lì e dimenticare. La fatiscenza di certe situazioni di sovraffollamento non può esimerci dal considerare che se il carcere è il luogo di espiazione della pena che la società ha creato per far scontare delitti anche orribili, tuttavia la nostra civiltà giuridica ci ricorda che la finalità della detenzione è di tipo “redentivo” e che alla privazione della libertà personale per una parte breve o lunga della vita non può, non deve essere associato un contesto disumano che porta all’impazzimento o al suicidio (quando scrivo se ne contano 72 da inizio 2024), una sorta di caienna infame dove si impara solo ad essere peggiori. Ci sono contesti detentivi di cui viene segnalata l’inadeguatezza, per questo mentre la Giustizia deve fare il suo corso e il reo espiare la pena inflittagli dal Tribunale, occorre pensare a questo tema come ad una priorità del Paese, acuita – inutile negarlo da una immigrazione clandestina fuori controllo. Il problema non si può risolvere con il buonismo del perdono o degli sconti di pena: in una società multietnica e ad alto tasso di criminalità e di reiterazione dei reati serve, urge, costruire istituti carcerari dove la dignità dell’essere umano venga rispettata, con condizioni di vita tollerabili che non indulgano o spingano verso scelte disperate ed estreme. 

Al 18 agosto u.s. la media del sovraffollamento carcerario nazionale è del 131,06 %, con San Vittore a Milano che – a causa di strutture e celle inagibili – raggiunge la cifra record del 220,98 % (dati Il sole24 ore). Il Garante dei detenuti riferisce che “i detenuti in Italia sono ad oggi 61.465, i posti disponibili ammontano a 46.898, rispetto ad una capienza regolamentare di 51.282”. Il 78 % degli istituti di pena ha presenze di detenuti superiori al consentito, mentre in 50 istituti è ‘over’ del 150 %. Di fronte a certi eventi delittuosi e premeditati, allo sterminio di una famiglia, alla vita strappata ad adolescenti e alle violenze sulle donne, all’uccisione di madri, padri, figli, fratelli, sorelle…riesce difficile, impossibile pensare ad un perdono, ad una remissione. 

Eppure la cronaca ci ha fatto conoscere misfatti crudeli e spietati di fronte a cui i familiari delle vittime non hanno invocato vendetta ma solo giustizia. Ricordiamo quanto scriveva Cesare Beccaria: “Perché ogni pena non sia una violenza di uno o di molti contro un privato cittadino, dev’essere essenzialmente pubblica, pronta, necessaria, la minima delle possibili nelle date circostanze, proporzionata ai delitti, dettata dalle leggi” (Cesare Beccaria – “Dei delitti e delle pene” 1764).  Conviviamo con il dolore, la sofferenza, la solitudine, la disperazione: ecco, ricordando i fatti di cronaca di questi ultimi anni dobbiamo fare uno sforzo di immedesimazione per capire fino a che punto l’uomo sa essere crudele. Forse il senso di impunità, la certezza di farla franca non fermano le mani assassine. Di fronte all’homo homini lupus è già difficile, forse impossibile capire perché l’irrazionale prevale sul razionale. Figuriamoci dunque quanto sia difficile perdonare.

La danza degli stregoni attorno alla storia della Dc

Su queste colonne alcune settimane fa sottolineavamo la curiosa, nonchè singolare ed anacronistica, riabilitazione politica e culturale della Democrazia Cristiana avanzata dagli storici detrattori di quella esperienza politica. Detrattori che, è bene sottolineare, nel corso degli anni si sono esercitati in una sorta di criminalizzazione della intera storia della Dc e della sua classe dirigente. Che, detto fra di noi, era composta – a livello nazionale come a livello locale – da leader riconosciuti e da molti statisti. Comunque sia, una demolizione scientifica predicata e praticata dalla stragrande maggioranza della pubblicistica di sinistra – nelle sue diverse e multiformi espressioni – per non parlare di tutte le versioni populiste e anti politiche. Basti pensare, al riguardo, a ciò che hanno sempre detto e sostenuto gli alfieri del populismo demagogico e qualunquista dei 5 Stelle e di tutto il circo mediatico che lo ha sempre appoggiato e la versione speculare del leghismo salviniano. Insomma, un coro che ha avuto l’unico effetto di delegittimare scientificamente il ruolo e l’azione politica e di governo declinati dal “partito italiano” per eccellenza, cioè la Democrazia Cristiana. Oltre alla nota vulgata e al “politicamente corretto” che caratterizzano la stragrande maggioranza degli organi di informazione che, di norma, quando parlano o citano gli anni della Democrazia Cristiana lo fanno o in chiava caricaturale o per ridicolizzarla agli occhi della pubblica opinione.

Ora, purtroppo, dobbiamo un po’ ricrederci di questa nostra frettolosa considerazione. Perchè appena usciamo dalle banalità quotidiane ed emerge un nervo scoperto sulla storia della Dc – l’ultimo, in ordine cronologico, è l’attacco a Giulio Andreotti sul barbaro omicidio del gen. Dalla Chiesa – scatta puntualmente il solito rosario di attacchi concentrici e di vecchie accuse alla Dc e ai suoi esponenti. E gli storici detrattori, che per un momento erano diventati adulatori perchè si celebrava qualche ricorrenza storica, ridiventano puntualmente e scientificamente ciò che sono sempre stati. E cioè, gli implacabili accusatori della Dc e della sua classe dirigente. Del resto, non è affatto una novità se diciamo ad alta voce che il magistero politico, culturale, sociale ed istituzionale dei principali leader e statisti della Dc continua ad essere sbertucciato, strattonato e severamente contestato. O, nella migliore delle ipotesi, considerato come modello di ordinaria amministrazione e di pura e semplice gestione del potere.

Ecco perché, malgrado parziali, temporanee e sporadiche riabilitazioni, il giudizio storico e politico sulla Democrazia Cristiana da parte dei noti e collaudati detrattori non cambia. Anzi, verrebbe da dire, più passa il tempo e più si entra nello specifico del profilo e del giudizio sulla sua classe dirigente e maggiore diventa l’acrimonia e lo sberleffo, se non addirittura l’accusa e il dileggio. Un’opera di demolizione e di scassinamento politico che, come noto, risponde ad un solo obiettivo. E cioè, la Dc vista ed interpretata come un semplice “inciampo della storia”. Tutto il resto è solo folklore, caricatura, potere se non addirittura cronaca nera. Una lettura politica ed una ricostruzione storica che non possiamo e non dobbiamo più accettare.

Sociologia del ribellismo: Mercoledì Addams dal rock al trap.

“Quando il sole tramonta e la luna sorge / mi trasformo in un adolescente mostruoso / Sì, giro per la città e mi aggiro per le strade / In cerca di qualcosa di buono da mangiare / faresti meglio ad abbassarti quando mi presento / goo goo muck”. Si apre così la song “Goo goo muck” dei The Cramps diventata virale sul web. La sonorità “artigliosa” di Lux Interior, voce dei The Cramps, ci ha accompagnato per un po’ di tempo, ma rimane sempre attuale. Non è semplicemente la ballata “proto-punk” psichedelica della band, è un’intreccio “dance” di spiriti ribelli e mix sociali, che si identificano modernamente nella tribalità “anticonformista” di Mercoledì Addams

La straordinarietà della rievocazione di “Goo goo muck” incontra la beltà “gotica” di Mercoledì, sapientemente interpretata “zombysticamente” dalla dolcezza incantata di Jenna Ortega, iconica pre “baddie girl” planetaria. “Sì, la città è una giungla e io sono una bestia / sono una tigre adolescente in cerca di un banchetto / voglio il massimo, ma mi accontento del minimo / perché sono una tigre di fango e una bestia adolescente, sì / faresti meglio ad abbassarti /…”.

È la tormentata storia di chi, scrutando i sotterranei dell’anima, vaga nella notte in cerca di prede. Il brano accompagna una ballata “archetica”, ma alternativa alle noie contemporanee post-urbane digitali, mentre si nutre della “tik-tok-izzazione” dei mood del tempo attuale. Con questo capolavoro psyco-punk rock dei The Cramps in fase di re-call nel suo brano originale, Mercoledì Addams si scopre libera dalle strutture sociali che le impediscono di socializzare con i suoi coetanei, giunta finalmente alla Nervermore Academy. Vedi la storia della sua famiglia tra lo Zio Fester, Mano, il papà Gomez e l’eleganza franco-ispanico gotica della mamma Morticia. E non è un caso che la riproduzione della coreografia di Jenna Ortega e il suono del brano hanno prodotto oltre 7600 video di “creators”, tutti impegnati ad emulare l’attrice. 

Mercoledì, che supera le sue insicurezze, si spinge socraticamente a “conoscere se stessa” e junghianamente ad “aprirsi agli altri”. Diventa cioè “persona” e il punk, il rock graffiante dei The Cramps, si mostra come un invito a riascoltare band che hanno fatto la storia dell’evoluzione della musica: dai The Clash ai Sex Pistols, dai Muse a Lady Gaga, e anche Bloody Mary. Un messaggio inconico di neo-ribellismo che può giungere fino al trap nostrano aperto a nuovi stili e contaminazioni rap-rock e post-punk di impegno “condiviso”, per “rompere lo schema della tradizione che diventa con coraggio e convinzione innovazione”.

Il Pensiero Storico | Dopo Trieste, l’orizzonte politico dei cattolici.

Trieste, Italy - 05.08.2015 : View of Trieste City Hall building in Itally with tourists passing by. Travel destination.

Qual è dunque il compito nuovo dei cattolici in politica? Da un certo punto di vista è quello “vecchio” o, se preferite, eternamente nuovo: vedere e amare Gesù nell’altro, chiunque sia, nascituro o moribondo, eterosessuale o omosessuale, datore di lavoro o lavoratore, italiano, francese o georgiano, campione olimpico o diversamente abile, eccetera, eccetera. Ma c’è, secondo me, un compito contingentemente nuovo, che riguarda proprio noi, qui ed ora: avviare processi di partecipazione popolare per concorrere a risanare il cuore della democrazia.

La democrazia, anche quella italiana, è ancora malata. Lo è nella sua dimensione sostanziale perché fondamentali diritti della persona, a cominciare da quello alla salute, sono minacciati e non tanto (o non solo) da improvvidi politici ma da un contesto generale che dirotta altrove le risorse necessarie per finanziare una crescente spesa assistenziale e sanitaria. Lo è nella sua dimensione formale perché cresce l’astensionismo e si deteriora la partecipazione popolare: quanti sono oggi in Italia, e forse nel mondo, i partiti realmente democratici?

Il fatto è che la democrazia formale èsostanziale: non solo perché, nel tempo, solo un governo del popolo può davvero prendersi cura del popolo ma anche perché la partecipazione alla vita pubblica è un bene per la persona: è la libertà positiva di concorrere alle scelte comuni che si aggiunge alla libertà cosiddetta negativa di essere difesi dai potenziali soprusi di altri o dell’autorità politica, sono i diritti/doveri di partecipazione politica che si aggiungono ai diritti  civili e sociali individuali.

Il compito nuovo che attende oggi i cattolici è, secondo me, concorrere a rigenerare la democrazia, formale e sostanziale. Certo, continuando ad impegnarsi nel variegato e ricco mondo del terzo settore, oppure sostenendo liste civiche che hanno a cuore realtà locali, oppure promuovendo manifesti programmatici da sottoporre all’attenzione di variegate forze politiche o intessendo un dialogo sociale tra diversi attori della comunità civile e politica. Ma, ed è questo il punto, pensando seriamente anche alla fondazione di un nuovo partito che resta, come recita l’articolo 49 della vigente Costituzione, lo strumento principale per concorrere al bene comune: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.

Oggi serve, a mio giudizio, un partito autenticamente democratico e di ispirazione cristiana che traduca in un programma politico gli insegnamenti sociali della Chiesa cattolica. Stupisce come nessuna forza politica consideri seriamente quegli insegnamenti. Si prenda il recente documento Dignitas infinita del Dicastero per la Dottrina della Fede. Lì si trovano esaminate alcune gravi violazioni della dignità umana: non solo aborto e eutanasia ma anche il dramma della povertà, la guerra, il travaglio dei migranti, la tratta delle persone.

I cattolici oggi sembrano divisi tra destra e sinistra: tra coloro che si arroccano in difesa dei valori non negoziabili ma sono contro migranti, Europa e ambiente e coloro che, più sensibili alle istanze sociali, occultano i temi di bioetica.

C’è bisogno di una forza politica che, in piena autonomia, sviluppi l’insegnamento sociale della Chiesa elaborando proposte, concrete, per difendere la vita, dal concepimento alla fine naturale, costruire un sistema educativo integrato, accogliere i migranti, continuare a costruire un’Europa forte e unita che possa promuovere anche una politica di aiuto allo sviluppo e di pace.

Non un partito dei o di cattolici ma un partito autenticamente democratico e di ispirazione cristiana che concorra a formare un centro che, sempre a mio giudizio, dovrebbe allearsi col PD anche per contenerne le spinte più radicali.

Un partito che si prenda cura del tutto e non di una parte, con i meno giovani che si mettono al servizio dei più giovani e i più giovani che concepiscono la politica come un servizio alla comunità e non una professione o una carriera. Senza personalismi o egocentrismi. Senza l’ansia di occupare spazi ma con l’inquietudine di avviare processi.

Da semplice cittadino e docente mi permetto di rivolgere un appello ai mille delegati di Trieste e soprattutto a coloro che rappresentano pezzi di società civile: convocate al più presto un’Assemblea Costituente per dare vita ad un nuovo partito, autenticamente democratico e di ispirazione cristiana. Come ha detto il Papa a Trieste: «A questa carità politica è chiamata tutta la comunità cristiana, nella distinzione dei ministeri e dei carismi».

 

Per leggere il testo integrale

https://ilpensierostorico.com/dopo-trieste-il-compito-nuovo-dei-cattolici-in-politica/

Il Mulino | L’esperienza della Cassa del Mezzogiorno alla luce dell’autonomia differenziata.

Fra i temi politici più dibattuti dell’estate possiamo sicuramente annoverare l’autonomia differenziata. Quando è iniziata la raccolta di firme per il referendum abrogativo, fra i promotori non mancava qualche preoccupazione: occorreva presentarle entro il 30 settembre – altrimenti il referendum sarebbe scivolato al 2026 – e c’era a disposizione un tempo limitato. In piena estate, la risposta dei cittadini è stata sorprendente. Cinquecentomila sottoscrizioni in poche settimane, anche grazie alla possibilità di aderire online, e ora i promotori puntano a superare il milione. È significativo che le firme non siano venute solo dalle aree meridionali, ma in misura significativa dal resto del Paese. Non siamo di fronte a una nuova contrapposizione fra Sud e Nord, ma a qualcosa di più articolato, che va compreso.

Il tema dei divari territoriali e delle politiche regionali ha una indiscutibile complessità. Sono diversi gli Stati europei che negli ultimi anni hanno dovuto affrontarlo: Belgio, Gran Bretagna, Spagna, Germania e non solo. Per l’Italia è una sfida di lungo periodo. Nella nostra storia c’è un anniversario che offre diversi spunti per capire meglio il dibattito sull’autonomia e l’importanza del consenso dei cittadini. Si tratta dello scioglimento della Cassa per il Mezzogiorno, avvenuto quarant’anni fa, nell’estate del 1984.

Questo ente venne ideato da tecnici come il meridionalista Pasquale Saraceno e il governatore della Banca d’Italia Donato Menichella che, insieme ad altre figure autorevoli, dopo la Seconda guerra mondiale avevano dato vita alla Svimez per elaborare progetti di sviluppo per il Mezzogiorno. Dal punto di vista politico la decisione di costituire la Cassa fu soprattutto di Alcide De Gasperi. Lo statista trentino intendeva affrontare la profonda arretratezza dell’area meridionale: forte disoccupazione, scarsa scolarizzazione, elevata pressione demografica, agricoltura povera, condizioni di vita molto dure.

La Cassa venne costituita nel 1950. In quegli anni i governi guidati dal leader democristiano avvertivano l’esigenza di realizzare riforme incisive per dare un segnale al Paese, afflitto da gravi bisogni sociali. Nello stesso periodo vennero approvati il Piano Ina casa, voluto da Amintore Fanfani per rispondere alla carenza di alloggi, e la riforma agraria, per distribuire ai braccianti la terra espropriata ai grandi latifondisti. La questione meridionale era un tema centrale per tutte le forze politiche, sindacali e sociali (pur essendoci divergenze sulle ricette da applicare): il ritardo del Sud non era considerato un problema solo di chi vi risiedeva, ma dell’intero Paese. La Cassa, dotata di risorse finanziarie significative, rappresentava in qualche modo il simbolo della volontà di cambiare il Sud, di forzarne lo sviluppo, di assumere il suo ritardo come un grande problema nazionale.

Il nuovo organismo non era pensato come un ente permanente ma con una durata di dieci anni (anche se poi venne prorogata più volte dal Parlamento). In poco tempo diede avvio ad un immenso piano di interventi per la modernizzazione dell’agricoltura, con la realizzazione di acquedotti, miglioramenti fondiari, fognature, ma anche di grandi investimenti nelle infrastrutture civili, come ferrovie e strade. Alcuni anni più tardi per la Cassa divenne centrale lo sviluppo industriale, cruciale per rispondere all’altissima disoccupazione e ridurre il divario. I risultati furono notevoli, come riconobbe nel 1963 Indro Montanelli, figura non sospettabile di simpatie per l’intervento dello Stato, in un’inchiesta pubblicata sul «Corriere della Sera». Non mancava qualche elemento di inefficienza, ma risultavano secondari di fronte ai risultati che il Sud e il Paese stavano conseguendo. Fra l’altro, va ricordato, sin dal 1950 erano stati adottati dal Parlamento provvedimenti anche per le aree depresse del Centro Nord.

Perché un ente così utile allo sviluppo del Sud divenne un “carrozzone”, come viene spesso definita la Cassa dagli organi d’informazione? Prima di rispondere, lo storico non può non osservare che si tratta di una definizione troppo parziale, dimentica di almeno due decenni di ottimi risultati per l’agricoltura e l’industria. Tornando alla domanda, la prima causa furono proprio le Regioni. Istituite nel 1970, assunsero un ruolo importante nella gestione della Cassa e in poco tempo favorirono un approccio poco tecnico e molto politico. Ciascuna puntava a investimenti solo sul proprio territorio, spesso con finalità soprattutto clientelari, finendo per indebolire sia la strategia d’insieme della Cassa sul Mezzogiorno e sui bisogni del Paese, sia l’efficacia dei singoli interventi.

Le Regioni ebbero quindi un ruolo decisivo per politicizzare la gestione della Cassa nel senso peggiore del termine, rendendola sempre meno efficiente. Mentre si discute di autonomia regionale differenziata la vicenda fa riflettere. Non perché autonomia e trasferimenti di competenze siano necessariamente negativi, ma perché i rischi potenziali vanno considerati. E viene da chiedersi se il trasferimento di materie come l’energia o le infrastrutture a tanti organismi territoriali diversi potrà favorire una gestione efficiente per il Paese (e per le Regioni). Anche alla luce degli undici piani di rientro collezionati dalle sanità regionali in un paio di decenni.

La crisi energetica seguita allo shock petrolifero del 1973 rese la situazione ancora più difficile. Perché mise in seria difficoltà gli investimenti effettuati dallo Stato al Sud – concentrati soprattutto sull’industria di base che risultò la più penalizzata – mentre emergevano nuovi competitors nei Paesi di recente industrializzazione. Ma anche per la perdita di consenso l’intervento straordinario nel Mezzogiorno che si manifestò a partire dalla seconda parte degli anni Settanta, quando la crisi colpì anche le regioni del Nord causando ristrutturazioni e licenziamenti.

Ci fu poi un ulteriore problema. Fino a quel momento c’era un disegno molto chiaro per lo sviluppo industriale del Mezzogiorno: aumentare la capacità produttiva del Paese collocando al Sud gli impianti di nuova costruzione. Dopo la crisi energetica l’obiettivo non fu più l’ampliamento degli impianti, ma la riconversione di quelli esistenti per renderli più competitivi. L’Italia rimase senza una strategia efficace per le aree meridionali, mentre le risorse destinate al Sud andavano in larga parte sprecate e il divario col Nord tornava a crescere. Nuove idee e proposte furono elaborate da parte di policy makers, economisti, esponenti di sindacati e partiti, ma senza risultati significativi.

 

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https://www.rivistailmulino.it/a/autonomia-differenziata-cassa-per-il-mezzogiorno-e-riforma-del-titolo-v-2

Dibattito | Centro, la sua ripartenza esige un metodo.

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Fallito l’esperimento di centro del duo Calenda-Renzi, col seguito dei transumanti seriali ( Gelmini, Carfagna, Versace, Marattin) tipico di questa fase di dominante trasformismo politico, si presenta il nuovo duo Boldrin-Forchielli con il loro movimento Drin Drin.

È stato redatto un manifesto nel quale si enunciano le ragioni e gli obiettivi così: “L’Associazione Drin Drin nasce da una scommessa sugli italiani: siamo convinti che ve ne siano alcuni milioni disposti a farsi carico di riportare il paese su un sentiero di crescita economica, prosperità sociale e rinascimento culturale. Nello spazio di due mesi ben undicimila italiani hanno risposto positivamente alla nostra sfida dicendo “son qua, pronto a fare la mia parte” ed altre centinaia di risposte continuano ad arrivare”. 

Ho letto con attenzione il loro documento e, come tutto ciò che va nella direzione della ricomposizione del centro nuovo della politica italiana, ritengo che non possa che essere valutato positivamente. Sul piano del metodo, credo che quanto si propongono i due amici sia interessante e opportuno; sul merito, si afferma che: “In termini politici si tratta di un partito che vuole collocarsi “in un’area, non voglio dire né di centro né liberale, noi ci collochiamo di sopra, con un approccio molto pragmatico. Sicuramente sui diritti civili siamo molto in là. Sull’economia abbiamo alcuni temi molto molto arditi, tipo abolire le Regioni, togliere ai vecchi per dare ai giovani e cose così”. 

Alla domanda su un possibile appoggio al governo Meloni, ipoteticamente parlando, la risposta di Forchielli è significativa: “Per noi non importa che il gatto sia bianco o nero, basta che acciuffi i topi, non guardiamo al colore”. Quindi un nuovo partito che cerca di essere alternativo ai due poli, anche perché secondo Forchielli i competitor simili “vanno tutti a sparire, quelli che sono fuori dagli schieramenti. Al centro non vediamo grande concorrenza”. “Renzi confluisce nei Cinque Stelle e Calenda è bollito” ha concluso ironicamente”. A me sembra molto ambizioso, autoreferenziale e tale da sottovalutare il peso delle culture politiche ancora presenti anche in quel 50% di elettori renitenti al voto.

Il tema che ha sempre caratterizzato la storia politica italiana dall’unità d’Italia in poi, soprattutto dopo la fine del fascismo e nel dopoguerra, quale garanzia dell’equilibrio del sistema, è stato quello dell’esistenza di un centro politico capace di saldare gli interessi e i valori dei ceti medi produttivi con quelli delle classi popolari. Affermazioni come quelle da me riportare in obliquo del manifesto drin-drin, rivelano la ben nota impostazione liberal azionista che, pur dotata di una sua nobile serietà,  tende a proporre una sorta di funzione autonoma auto sufficiente, non tenendo conto del fatto che essa, da sola, è sempre stata minoritaria nel nostro Paese. Le tre culture: liberale, come quella popolare e riformista, sono ciascuna di per sé necessaria, ma non sufficiente, se considerata singolarmente, per la costruzione del centro nuovo della politica italiana.  L’errore più grande di Calenda, da me definito “l’azionista de noantri”, è stato quello, di professare sin dall’inizio una sorta di idiosincrasia democristiana, da lui dimostrata, prima, al momento del rinnovo del consiglio comunale di Roma (rifiutò l’accordo con la Dc, con quel ben triste risultato) e, successivamente, con l’impostazione velleitaria di un solipsismo liberal democratico laicista risultato ininfluente.

Credo che solo dall’alleanza delle culture che hanno contribuito alla nascita, difesa e sviluppo della democrazia italiana, a partire dal ruolo da loro svolto nella condivisione dei principi e delle norme della  Costituzione repubblicana, ossia di quelle: popolare, liberale e riformista, potrà nascere il centro nuovo della politica italiana che, come ripeto da sempre, dovrà essere alternativo alla destra nazionalista e sovranista e distinto e distante dalla sinistra alla ricerca affannosa della propria nuova identità.

Permanendo l’attuale sistema elettorale maggioritario è evidente l’attrattività di un bipartitismo forzato che distorce la realtà elettorale, sino a garantire il governo a un partito espressione di una minoranza degli elettori e favorisce la tendenza ad anteporre il tema delle alleanze, a destra o a sinistra, rispetto a quella di un riconoscimento della propria identità di interessi e di valori al centro. Ecco perché la battaglia per il ritorno alla legge elettorale di tipo proporzionale sarebbe da perseguire, anche con  una legge di iniziativa popolare o, come gli amici di Iniziativa Popolare stanno proponendo, con il cancellierato modello tedesco, in grado di salvaguardare con la centralità del parlamento,  eletto con legge elettorale proporzionale, la governabilità attraverso lo strumento della sfiducia costruttiva.

Tutto ciò, dopo quanto sperimentato negli ultimi dieci anni, non potrà nascere dagli improbabili accordi di vertice tra protagonisti interessati soprattutto a sopravvivere, pronti a coordinare, ma mai disponibili a essere coordinati. Credo sia indispensabile ripartire dalla base (metodo bottom up), costruendo in ogni realtà locale dei comitati di partecipazione democratica, luoghi necessari per far emergere gli interessi e bisogni locali e in cui discutere dei temi locali e globali. Strumenti, infine, per selezionare con metodo democratico una nuova classe dirigente, di giovani dotati di passione civile.

Questo è ciò che auspico per l’area politico culturale a me più vicina, quella dei cattolici democratici, liberali e cristiano sociali, con l’augurio di trovare nelle diverse sedi – comunali, provinciali e regionali – interlocutori disponibili al dialogo, compresi gli amici dell’area liberal democratica e riformista.

Nuovo singolo di Mannoia: “Disobbedire”. Entrerà nel prossimo album di inediti.

“Disobbedire” (Oyà/Sony Music) è il nuovo singolo di Fiorella Mannoia, dal 27 settembre in radio e su tutte le piattaforme digitali, e già disponibile in presave.

Un inno alla libertà che spinge a riflettere sul valore dell’indipendenza e dell’autenticità in un mondo che spesso induce a conformarsi.

Con il suo inconfondibile timbro e una melodia avvolgente, Fiorella ci trascina attraverso un testo potente che racconta l’importanza di rimanere fedeli a sé stessi e al proprio sentire anche quando la propria voce suona fuori dal coro: “Non ho mai seguito regole di viaggio diversi dal mio intimo sentire, piuttosto preferisco camminare sopra il ghiaccio anche quando diventa più sottile’, e ci invita ad ascoltare ‘la libertà che ancora grida dentro che all’ipocrisia continua a preferire il diritto di disobbedire”.

Un brano profondo e autobiografico – firmato dalla stessa Mannoia insieme a Cheope – che rispecchia dalla prima all’ultima nota la personalità e gli ideali di un’artista da sempre in prima linea nel dar voce a battaglie culturali e sociali. Le musiche sono di Marco Colavecchio, Virginio Simonelli e Carlo Di Francesco, un vestito sonoro fresco e contemporaneo.

L’uscita del singolo è accompagnata dal videoclip ufficiale diretto da Gaetano Morbioli: immagini evocative che catturano lo spirito del brano, in un emozionante viaggio in direzione ostinata e contraria.

“Disobbedire” sarà contenuto nel prossimo album di inediti di Fiorella mentre l’artista, dopo un’estate di sold out, prosegue la sua avventura con “Fiorella Sinfonica-Live con orchestra”, che la porterà nell’atmosfera intima e suggestiva dei teatri a partire da ottobre e per tutto l’inverno.

I biglietti del tour, prodotto e organizzato da Friends & Partners e Oyà, sono disponibili su www.ticketone.it e nei punti vendita abituali.

Adnkronos | Stefano Andreotti respinge le accuse di Rita Dalla Chiesa. Intervista.

Dopo le parole della figlia del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, Rita, ospite della trasmissione tv ‘Tango’ su Raidue, con quello che è sembrato un implicito riferimento a Giulio Andreotti, chiamato in causa per la vicenda della morte del padre a Palermo, ucciso il 3 settembre 1982 in un agguato di stampo mafioso, interviene il figlio dello stesso Andreotti, Stefano.

“Mah, cosa posso dire – replica intervistato dall’AdnKronos – diciamo che non è la prima volta che succede che loro tirino in ballo mio padre per quel delitto, il fratello della deputata, per dire, è dagli anni ’80 che racconta cose del genere, ora la sorella è tornata su questa linea. A qualcuno non sono mai andate giù le sentenze di assoluzione per mio padre, quelle di Palermo e di Perugia”. Andreotti sceglie una ‘linea di difesa’ morbida, preferisce raccontare quello che sa, piuttosto che affidarsi ai legali per una eventuale querela. “Dalla Chiesa si assumerà le responsabilità di quanto detto, ma anche se ci fossero gli estremi per una’azione giudiziaria, non lo faremo, perché quello era lo stile di mio padre, lui non ha mai querelato nessuno”.

Rita Dalla Chiesa ha detto poi di non voler fare nomi, nonostante fosse chiaro a chi si riferisse “per rispetto dei familiari”: “Meno male – ironizza il secondogenito del 7 volte premier italiano – che ha detto di volerci rispettare, altrimenti non so cosa sarebbe uscito. Devo dire che se parliamo di rispetto della famiglia, allora quello lo ha avuto davvero mio padre nei loro confronti”. Stefano Andreotti racconta di come il padre, più volte avrebbe potuto parlare delle vicende dello stesso figlio di Dalla Chiesa, il sociologo Nando, negli anni della contestazione militante della sinistra extraparlamentare: “Papà non ha mai tirato fuori cose che riguardavano la famiglia Dalla Chiesa”.

Andreotti junior racconta un episodio “di cui fu testimone il giornalista Luigi Bisignani”. “Nei suoi uffici di San Lorenzo in Lucina, nei primi anni ’80 Dalla Chiesa venne ricevuto da papà, un lungo incontro, che secondo il racconto di Andreotti allo stesso Bisignani, vide il generale in lacrime, a raccontare a mio padre dei pessimi rapporti con il figlio, cosa che può avvenire tra persone che si stimano e sono vicine”. Ecco, il tema dei rapporti tra Andreotti e Dalla Chiesa, è da sempre al centro delle ricostruzioni di storici e giornalisti, con qualcuno che ha ipotizzato scontri accesi tra i due e frizioni, a partire dal caso Moro. “Non è affatto così – dice Stefano Andreotti – . Tra loro ci furono rapporti sempre ottimi, che durarono nel tempo”. “Mio padre aveva grande fiducia nel generale, lo volle a capo del nucleo speciale anti-terrorismo, facendogli avere poteri che permisero grandi risultati contro le Brigate Rosse”.

Dopo il ’79, Giulio Andreotti resta fuori dai governi, per poi rientrare solo nell”83 da ministro degli Esteri nel governo Craxi. “In quegli anni, prima del suo tragico omicidio – assicura il figlio – Dalla Chiesa passava a Roma e chiedeva di incontrarsi con mio padre, per scambiarsi idee e confrontarsi, incontri cordiali tra persone che si stimavano a vicenda”. “Mio padre – racconta – sconsigliò a Dalla Chiesa di andare come Prefetto a Palermo, gli consigliò di farsi dare poteri maggiori, per poter coordinare la lotta alla criminalità, non soltanto siciliana, ma anche quella delle altre regioni del Sud, l’ndrangheta in Calabria e la camorra in Campania”.

Poi a settembre, dopo 100 giorni da Prefetto a Palermo, il tragico epilogo a via Carini: il generale viene massacrato dalle raffiche di kalashnikov. “Mio padre restò colpito da quell’omicidio – assicura – Tra l’altro conosceva bene la moglie Setti Carraro e la sua famiglia, con lei era stato amichevole e l’aveva aiutata ai tempi della Croce Rossa”.

Andreotti però non andò ai funerali: “Mio padre non aveva ruoli di governo in quel momento, scrisse un sentito telegramma, inviato al fratello del generale, Romeo, nel diario di quei giorni troviamo poi parole di stima e cordoglio per Dalla Chiesa”, dice ancora Stefano, che con la sorella Serena ha curato una edizione critica dei diari del padre, negli scorsi anni. Agli atti del tempo finì però una battuta dello stesso Andreotti, che giustificò la sua assenza alle esequie, spiegando di “preferire i battesimi ai funerali”.

“È una battuta davvero infelice – ammette Stefano – ma certo non esprimeva il suo pensiero del tempo”. Stefano Andreotti preferisce ricordare invece quanto scrisse Andreotti nelle lettere che lasciò ai figli, da leggere all’indomani della morte avvenuta il 6 maggio del 2013. “Mio padre se ne è andato sereno, lui aveva una fede vera, in quelle righe che abbiamo letto la sera della scomparsa, c’era scritto ‘io giuro davanti a Dio di non avere avuto niente a che vedere con la Mafia, se non per combatterla, né con le uccisioni di Dalla Chiesa e Pecorelli”.

Giulio Andreotti, la Dc siciliana e l’assassinio di Dalla Chiesa.

Sulla dichiarazione rilasciata dall’on. Rita Dalla Chiesa non intendiamo affatto entrare nel merito. Non ne abbiamo né la competenza e né, tantomeno, la titolarità. E, tra l’altro, non intendiamo affatto sottovalutare o sminuire il drammatico lutto che, anche a distanza di 40 anni, continua a segnare i figli e tutti i famigliari del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.

Ora, sono stati scritti tonnellate di libri, di documenti e di analisi sul rapporto tra la politica e la mafia nel nostro paese E, nello specifico, parlando di ciò che capitava a Palermo e in Sicilia, del rapporto tra la mafia e la Dc di quei territori. Con l’inevitabile, e ormai scontata perchè ripetuta sino all’infinito, commistione tra la criminalità organizzata e settori della Dc, in particolare della corrente che faceva capo all’on. Giulio Andreotti.

In questa sede, però, e – ripeto – senza minimamente entrare nei dettagli di ciò che ha recentemente detto l’on. Dalla Chiesa, ci limitiamo ad avanzare due sole osservazioni. Per lo più di carattere generale.

Innanzitutto non si può continuare ad equiparare la mafia e la criminalità organizzata con la storia e l’esperienza politica e di governo delle Democrazia Cristiana. Una tesi sostenuta allegramente e disinvoltamente dagli storici detrattori della Democrazia Cristiana e che, purtroppo, continua ad essere “la” lettura prevalente della gran parte della pubblicistica della sinistra italiana post comunista e non solo della sinistra ex comunista. Perchè è ormai quasi un dato di fatto che c’erano settori della Democrazia Cristiana contigui al mondo della malavita. In particolare in alcune regioni e in alcuni territori ben definiti e circoscritti. Insomma, una lettura politica, e culturale, che porta alla banale conclusione che la storia della Dc in molte zone del nostro paese è stata sostanzialmente una storia criminale. Una tesi, francamente, inaccettabile. Sotto il profilo storico, politico, culturale ed istituzionale.

In secondo luogo, forse, è arrivato anche il momento per rileggere – senza paraocchi e senza gli ormai radicati ed atavici pregiudizi politici e personali – il magistero dei grandi leader e statisti della Democrazia Cristiana. Una rilettura utile, e anche indispensabile, non per intraprendere un processo di acritica ed anticipata beatificazione ma, soprattutto, per fugare dubbi, equivoci e fraintendimenti che, nel bene o nel male, hanno comunque accompagnato il cammino e il percorso di questi storici esponenti del principale partito italiano.

Ecco perché, di fronte ad accuse come quelle formulate dall’on. Dalla Chiesa non si può reagire con il silenzio o con una qualunquistica alzata di spalle. No, è necessario che un’opera di rilettura e di ricostruzione storica e politica seria e il più possibile oggettiva si imponga. E non solo per cercare di ristabilire una sorta di verità storica ma, soprattutto, per evitare di arrivare alla conclusione – molto gettonata in settori intellettuali, accademici e politici italiani – che la storia democratica del nostro paese dal secondo dopoguerra in poi è stata sostanzialmente una avventura vissuta in combutta con la criminalità organizzata, con il malaffare e con mondi che hanno sempre combattuto la democrazia, la libertà e la giustizia sociale. E non lo dico solo per la credibilità della Dc. Ma per la limpidezza, trasparenza e la serietà della democrazia italiana.

I danni arrecati al Centro dal fallimento di Calenda e Renzi.

La dura legge dei numeri anche questa volta, inevitabilmente, colpisce e affonda i partiti che non hanno saputo conquistarsi i consensi che erano stati da loro stessi immaginati o magari sognati. Azione e Italia Viva a pochi anni dalla loro nascita si avviano verso un mesto viale del tramonto fra abbandoni, litigi, accuse reciproche fra di loro e dentro ognuno di loro. Scriviamo il nome delle due formazioni politiche ma in realtà dovremmo scrivere il nome dei due loro ideatori, fondatori, promotori e gestori, insomma dei loro dominus assoluti: Carlo Calenda e Matteo Renzi. Sì, perché si tratta di due partiti-personali nei quali al di là di formali organi direttivi, assemblee interne, finanche (eventuali) congressi ogni decisione di rilievo, a cominciare dalla linea politica, viene presa dal leader e poi comunicata, magari prima all’esterno che all’interno del partito.

Il fallimento di Azione e di Italia Viva, cioè di Calenda e Renzi, è imputabile solo a loro, rei di aver illuso una parte di quell’elettorato non omologato al bipolarismo forzato destra-sinistra con la lista elettorale del Terzo Polo e poi di averla, quasi subito e inopinatamente, distrutta. Seppellendo, con essa, l’idea stessa di un Centro politico autonomo e imperniato sulla capacità di analisi e di progetto, su un’idea di politica saggiamente orientata alla mediazione (che non significa compromesso), alla moderazione (che non significa moderatismo), al confronto con le altre parti politiche (che, appunto, non significa scontro perenne).

Questa era l’idea, per la verità già tradita nelle premesse dalle personalità fumantine dei due dominus, poco inclini alla mediazione (sulla leadership, fra di loro); alla moderazione (nelle loro affermazioni lanciate via social, ovvero i canali di comunicazione che nell’ultimo quindicennio hanno contribuito enormemente alla decadenza della politica da arte del ragionamento – come insegnava il grande Ciriaco De Mita – a luogo di insulti); al confronto, presto degenerato in scontro fra loro due.

Il problema, ora, è che questo fallimento (mascherato da una insistita iniziativa organizzativa e mediatica, al momento più spregiudicata da parte di Renzi e invece più ancorata all’idea originaria da parte di Calenda, che però dei due è quello che palesemente ha accusato di più il ko ricevuto e quindi stenta a rialzarsi dal tappeto) ha portato con sé anche il fallimento dell’idea stessa del Centro, di per sé già difficile da affermarsi in un contesto reso bipolare sia dalla legge elettorale (soprattutto) sia dalla logica binaria dei social, luogo oggi – dannatamente – prediletto dai frequentatori della politica, spesso solo saltuari e conseguentemente superficiali, poco inclini all’approfondimento e dunque portati a semplificare: di qua o di là, è più facile, più veloce, meno faticoso. Tanto è vero che pure chi non si ritrova in questo schema poi lo adotta, rifugiandosi nell’astensionismo, terzo lato del triangolo forzoso e forzato nel quale la politica non solo in Italia, come vediamo ogni giorno in Europa e negli Stati Uniti, si è ormai ingabbiata.

I danni provocati dal duo Calenda-Renzi sono dunque enormi. Non solo perché, come detto, hanno azzerato l’idea o anche solo l’ipotesi che potesse nascere in Italia un Centro politico nonostante la presenza di una legge elettorale ad esso ostile. Ma anche perché hanno reso ancor più difficile la possibilità di (ri)creare un centro-sinistra e un centro-destra più omogenei all’imposizione bipolare intorno a quegli elementi di mediazione, moderazione, confronto indispensabili per il governo di un Paese evoluto e complesso che la permanente guerra mediatica fra le estreme accantona e spesso annulla, con danno per tutti.

Eppure questa esigenza rimane. Un astensionismo al 50% lo dimostra al di là di ogni dubbio, di ogni perplessità. Ed infatti qualcosa, a destra, sta cominciando a muoversi, sotto l’impulso – manco a dirlo – dei fratelli Berlusconi, come il padre interessati soprattutto alle proprie aziende e quindi inevitabilmente anche alla politica.

Purtroppo, al contrario, tutto tace a sinistra, dove continua a immaginarsi quel fantomatico “Campo Largo” che ben che vada assomiglia alla fallimentare “Unione” del 2006/7 invece che all’esaltante Ulivo del decennio precedente. Non c’è ancora, e non sappiamo se ci sarà mai, un nuovo soggetto, che per comodità chiamiamo “nuova Margherita”, in grado di contendere uno spazio elettorale al centro-destra e di attutire e magari marginalizzare il massimalismo della sinistra attuale (il PD schleiniano, AVS, il M5S contiano, ammesso e non concesso che quest’ultimo sia davvero di sinistra, affermazione sulla quale sarebbe azzardato scommettere). Per il ruolo, con la consueta abilità tattica, si è per la verità autoproposto Matteo Renzi. Ma con una credibilità ormai ridotta ai minimi termini, e infatti la mossa è stata ben poco apprezzata, da quasi tutti. E quindi quello spazio, che pure c’è ed è decisivo, rimane vuoto.

Giannuli spiega la geopolitica: uno strumento per ‘navigare’ l’epoca attuale.

Ascoltiamo tutti ogni giorno il termine «geopolitica», ma nessuno, prima di questo libro di Aldo Giannuli, ci ha spiegato con competenza e chiarezza che cos’è la geopolitica: come viene usata per studiare i conflitti tra potenze, ma anche per gestirli, risolverli, in certi casi aggravarli di proposito; e come possiamo usarla noi, comuni cittadini, per comprendere il presente e criticare le scelte di chi decide il nostro futuro.

L’epoca attuale è schizofrenica, contraddittoria, complessa a volte fino all’indecifrabilità, insomma un vulcano in piena eruzione: un’eruzione preparata, tuttavia, durante il lungo Novecento. Per capirla, o almeno provarci, lo strumento migliore è la geopolitica, parola-chiave del dibattito attuale ma poco compresa e poco divulgata, disciplina che descrive la realtà e al contempo produce decisioni che quella realtà modificano. Il fine di questo libro di Aldo Giannuli è dunque proprio esaminare l’epoca conflittuale che stiamo vivendo attraverso la geopolitica, e spiegare che cos’è la geopolitica attraverso quest’epoca.

Quando nasce la geopolitica? È uno strumento di conoscenza o piuttosto un progetto di potenza che usa cognizioni storico-geografiche? Giannuli traccia la storia del concetto, prende in rassegna i maggiori autori (da Clausewitz a Schmitt fino ai contemporanei), valuta le sue potenzialità conoscitive e i suoi limiti (spesso l’esperto di geopolitica ambisce a essere «consigliere del Principe») facendo quello che deve fare la migliore divulgazione: metterci in grado di decifrare i disegni del potere politico, ma anche – e soprattutto – di criticarli.

 

Aldo Giannuli (Bari, 1952), già docente di Storia contemporanea all’Università degli Studi di Milano, consulente di molte Procure, dal 1994 al 2001 ha collaborato con la Commissione Stragi, contribuendo alla scoperta dei documenti non catalogati dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno.

Fra i volumi pubblicati da Ponte alle Grazie ricordiamo: Come funzionano i servizi segreti (2009), Come i servizi segreti usano i media (2012), Da Gelli a Renzi (2016), Classe dirigente (2017), La strategia della tensione (2018), Come i servizi segreti stanno cambiando il mondo (2018), Storia della «Strage di Stato» (2019), Mafia mondiale (2019), Coronavirus: globalizzazione e servizi segreti (2020), Spie in Ucraina (2022), Andreotti, il grande regista (2023).

Petizione De Gasperi, un modo per riflettere sui grandi democratici cristiani.

La scelta dell’Associazione dei Partigiani cristiani di intestare ad Alcide De Gasperi il Palazzo dei Congressi dell’Eur è una notizia che non si limita ad un fatto burocratico o ad una mera richiesta protocollare. È molto di più. Come, del resto, confermano la pioggia di adesioni che sono arrivate nell’arco di pochi giorni e senza alcuna campagna social massiccia o particolarmente significativa. E questo fatto, peraltro di pura cronaca e non legato ad alcuna ricorrenza, evidenzia ancora di più che il magistero politico, civile, culturale, istituzionale e nel caso specifico anche etico dei grandi leader democristiani, non sono banalmente archiviabili e qualunquisticamente aggirabili. 

Questa iniziativa su De Gasperi conferma un altro elemento. E cioè, ogniqualvolta si ricorda e si ripropone la lezione e l’azione dei leader e degli statisti della Democrazia Cristina scatta un meccanismo di adesione, di curiosità e di straordinaria attenzione su quello che hanno rappresentato nella declinazione concreta dell’impegno politico ed istituzionale. E parliamo di una classe dirigente, prestigiosa e di rara qualità che nel corso di questi ultimi lustri è stata bistrattata, strattonata se non addirittura criminalizzata sul versante politico e culturale. Soprattutto dalla vasta ed articolata pubblicistica di sinistra. Per non parlare delle forze populiste e demagogiche – penso nello specifico all’esperienza grillina e a quella della Lega – che hanno attaccato sistematicamente la dirigenza democratico cristiana per quello che è stata e per quello che ha rappresentato. 

Del resto, è appena sufficiente citare pubblicamente, e in qualsiasi occasione politica, l’esperienza concreta di uomini come Donat-Cattin o di Marini, di Fanfani o di Moro, di Anselmi o di De Mita, di Galloni o di Bodrato, di Andreotti o di Martinazzoli e di molti altri per richiamare l’attenzione dell’uditorio e degli stessi storici detrattori. Certo, non perdiamo del tempo a confrontare ciò che dicevano ieri i vari Mieli, Cacciari, Veneziani, Cazzullo e via elencando e ciò che dicono oggi. Perché, come ovvio, i tempi cambiano per tutti. Ma è indubbio, al riguardo, che tocca a coloro che non li hanno mai criminalizzati politicamente, culturalmente ed istituzionalmente riscoprire sempre di più il profilo e la concreta testimonianza della classe dirigente democratico cristiana.

Anche perchè questa resta l’unica strada per non disperdere un patrimonio politico e culturale di straordinaria importanza non soltanto per il pensiero cattolico democratico, cattolico popolare e cattolico sociale. Ma, semmai, per l’intero patrimonio ideale della democrazia italiana di cui i cattolici sono stati protagonisti eccellenti e autorevoli. E la conferma, peraltro ennesima, arriva proprio dall’ultima iniziativa su Alcide De Gasperi.

 

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https://www.change.org/p/a-de-gasperi-un-giusto-riconoscimento

Gentiloni spazza via le ambiguità: gli europarlamentari italiani votino per Fitto.

“Penso che i parlamentari italiani farebbero bene a votare un candidato italiano”. Lo ha affermato il Commissario europeo all’Economia, Paolo Gentiloni, intervistato al Festival di Open, in merito alla nomina di Raffaelle Fitto nella nuova Commissione europea.

Gli europarlamentari “faranno le loro valutazioni, ma penso sia ragionevole far prevalere questo aspetto, a meno che le risposte non siano molto negative”, ha aggiunto Gentiloni, che ha ricordato: “Il presidente Silvio Berlusconi, che all`epoca era deputato europeo, venne personalmente ad assistere e mi fece un sacco di complimenti”. Sicuramente quindi “c`è un fair play internazionale in questi incarichi europei”, sostiene Gentiloni.

Dall`altra parte, ha proseguito, “penso facciano bene i partiti europei che hanno votato Von der Leyen, e si trovano un vicepresidente di un gruppo che non l`ha sostenuta, a sollevare dubbi e problemi politici”.

AskaNews | Ortodossia, Islam e Buddismo: il cocktail religioso dell’imperialismo russo.

La teoria della Russia che unisce i popoli e i mondi nel “mondo russo”, che da oltre due anni sostiene le motivazioni della guerra in Ucraina e da molto prima ispira la rinascita della grande Russia come centro del mondo, ha una formulazione sostanzialmente trinitaria. A partire dall’ideale tardo-medievale di “Mosca – Terza Roma”, in quanto erede di Roma e di Costantinopoli, le dimensioni della realtà russa vengono declinate in versione triadica per diversi aspetti: quello geografico, che attribuisce alla Russia tre coordinate geografiche, Settentrione-Oriente-Occidente a partire dal Circolo Polare Artico, con la metà orientale dell’Europa e la metà settentrionale dell’Asia, quello storico delle tre capitali di Kiev, Mosca e San Pietroburgo e dei tre popoli di Bielorussia, Russia e Ucraina (Russia Bianca, Grande e Piccola), e quello spirituale del cristianesimo latino, greco e slavo.

La Russia è il “mondo terzo” rispetto alle grandi potenze del passato e del presente, come accade oggi nuovamente nel confronto tra l’America e la Cina, un “popolo nuovo” rispetto agli imperi antichi di Roma e Bisanzio, e a quelli dei secoli successivi di Europa e America. Non a caso l’immagine simbolicamente decisiva della missione bellico-spirituale della Russia del presidente Putin e del patriarca Kirill, con la partecipazione di “terze figure” a turno come il metropolita Tikhon di Crimea o il comandante Prigožin della guerra globale, è l’icona della Santissima Trinità di Sant’Andrej Rublev, il monaco del Quattrocento che interpretava la rinascita della Russia di Mosca dopo il Giogo Tartaro insieme ai suoi due maestri, San Sergij di Radonež e San Stefan di Perm.

La religione è in effetti la principale fonte di ispirazione di tutte le varianti storiche della Russia, compresa quella sovietica nella versione “rovesciata” dell’ateismo di Stato. Oggi l’Ortodossia è la grande giustificazione della “difesa dei valori tradizionali” che mobilita tutta la Russia alla guerra contro l’Anticristo occidentale, e si caratterizza sempre più come una religione a parte, che mantiene l’aspetto formale del cristianesimo di rito slavo-orientale, e allo stesso tempo si estende sempre più ad altre confessioni “patriottiche”, fino a formare una nuova “trinità spirituale” che associa all’ortodossia anche l’islam e il buddismo, fino quasi a non distinguerle, nell’unica espressione della patria trinitaria.

Nel 1997, anno decisivo per la svolta del “sovranismo spirituale” che ha poi generato il regime di Vladimir Putin, la Duma di Mosca approvò una nuova legge sulla libertà religiosa, che correggeva quella troppo “liberale” del 1990 di Eltsin, associata a quella ancora più permissiva del 1991 di Gorbačev, che al tramonto dell’era sovietica permettevano a qualunque confessione religiosa di diffondere liberamente il proprio credo. Nella nuova legge, ispirata dalla Chiesa ortodossa dell’allora patriarca Aleksij II insieme al suo futuro successore, il metropolita Kirill, e sostenuta nella Duma dal risorto partito comunista di Gennadij Zjuganov, si affermava che la Russia ha una religione “storicamente principale”, appunto quella ortodossa, a cui si associavano in scala minore altre quattro “religioni tradizionali”: l’islam, l’ebraismo, il buddismo e il cristianesimo, quest’ultimo distinto dall’ortodossia per indicare le varianti protestante e cattolica, minori ma presenti in Russia da secoli.

La nuova legge, irrigidita ulteriormente con successive modifiche, impone la prevalenza dell’ortodossia rispetto a tutte le altre nello schema “1+4”, riducendo le comunità religiose non comprese nello schema allo stato di “non tradizionali” e quindi bisognose di continue conferme e revisioni per permettere la loro esistenza, fino all’esclusione totale di quelle più refrattarie alla registrazione e al controllo, come i Testimoni di Geova, i Pentecostali e il movimento di Scientology. Le 4 “meno tradizionali” sono comunque confinate per principio all’assistenza delle “etnie minori” dell’islam caucasico, il buddismo asiatico e il cristianesimo polacco-tedesco, presenti in varia misura sui territori della Federazione, mentre i “veri russi” sono comunque associati all’ortodossia, anche senza il battesimo e gli altri sacramenti. Con lo sviluppo bellico-religioso degli ultimi anni, delle quattro “minori” di fatto due si esaltano e due scompaiono: islam e buddismo sono sempre più in linea con l’ortodossia, mentre cattolici/protestanti ed ebrei rappresentano i “popoli ostili”, per quanto le loro gerarchie si sforzino di apparire leali col regime militare vigente.

 

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https://www.asianews.it/notizie-it/La-‘trinità-delle-religioni’-della-Russia-61551.html

AgenSir | Springfield, il volto oscuro dell’America che divide.

Maddalena Maltese

 

Mercoledì la minaccia di una bomba è arrivata in tre supermercati e due cliniche. Giovedì è toccato invece a due scuole entrare in modalità evacuazione. Due college hanno deciso di trasferire le lezioni online per problemi di sicurezza.

La cittadina di Springfield in Ohio, da due settimane vive sotto i riflettori dei media, ma soprattutto sotto costanti minacce di attentati dopo che l’ex presidente Donald Trump e il suo compagno di corsa alla Casa Bianca, il senatore repubblicano JD Vance, hanno cominciato ad amplificare una falsa notizia che accusa gli immigrati haitiani di mangiare i gatti e i cani dei residenti autoctoni.

A nulla è valsa la smentita dell’autrice di un post su Facebook, rilanciato poi su X, che aveva inizialmente accusato un vicino haitiano per la scomparsa del suo gatto, rientrato dopo pochi giorni. Quelle poche righe sui social, amplificate dalle due figure politiche candidate alle elezioni di novembre, hanno scatenato un’ondata di violenza, di sospetto e di minacce che ha trasformato una cittadina di appena 50.000 abitanti in un centro in costante emergenza.

A nulla sono valse le smentite del sindaco e del governatore, entrambi repubblicani, sull’assenza di prove sugli immigrati mangiagatti e neppure le dichiarazioni degli agenti e dei responsabili della sicurezza che non hanno ricevuto alcuna segnalazione di sparizione di animali domestici ha placato il clima di minaccia, paura e violenza che sta pesando sulla comunità.

Il governatore dell’Ohio, il repubblicano Mike DeWine è dovuto intervenire sulle pagine del New York Times per difendere la città. “È triste vedere che Springfield sia diventata l’epicentro del vetriolo della politica di immigrazione americana, perché è da tempo una comunità di grande diversità”, ha scritto. Ha poi aggiunto di essere “rattristato, da sostenitore dell’ex presidente Donald Trump e del senatore JD Vance, dal modo in cui loro e altri continuano a ripetere affermazioni prive di prove e denigrano i migranti legali che vivono a Springfield”, usando

“una retorica che danneggia la città e la sua gente”.

Anche i leader religiosi sono intervenuti a difesa della comunità haitiana che, da anni, è inserita nella città e i cui membri lavorano legalmente nelle aziende e sono presenti sul territorio con un permesso di soggiorno umanitario.

La Conferenza episcopale cattolica dell’Ohio ha denunciato senza mezzi termini che gli Usa sono “una nazione divisa da partigianeria e ideologia, che ci rendono ciechi all’immagine di Dio nel nostro prossimo, in particolare nei nascituri, nei poveri e negli stranieri”. Ha poi condannato “i pettegolezzi, che possono diffondersi rapidamente sui social media senza preoccuparsi della verità o delle persone coinvolte”.

 

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https://www.agensir.it/mondo/2024/09/21/springfield-tra-minacce-e-allarmi-bomba-vescovi-dellohio-non-diffondere-pettegolezzi-infondati/

 

Petizione a gonfie vele per Palazzo dei Congressi “Alcide De Gasperi”.

Anche se lo strumento delle petizioni on line è abusato non dispiace riconoscere che la scelta dell’Associazione dei Partigiani cristiani (ANPC) di raccogliere firme sulla piattaforma charge.com per intestare a De Gasperi il Palazzo dei Congressi dell’Eur si stia rivelando suggestiva e interessante. 

Finora, nell’arco di 48 ore, sono state raccolte più di 600 adesioni, un risultato nient’affatto disprezzabile se si considera il carattere “non emozionale” della proposta. Vuol dire che nel Paese esiste un substrato intellettuale e politico che tiene a preservare la memoria dello statista trentino, anche se la sua figura appartiene a un tempo assai diverso dal nostro, essendo quello di De Gasperi, appunto, il tempo della Ricostruzione e dell’avvio del cosiddetto miracolo italiano, come pure della coraggiosa  politica europeistica e filoatlantica. 

La petizione si rivolge al sindaco Gualtieri, anche se l’immobile appartiene ad Eur spa di cui il Comune di Roma detiene solo il 10 per cento delle azioni, mentre il restante 90 è in mano al Ministero dell’Economia. “Vogliamo sicuramente interloquire  Giorgetti – dice la presidente Mariapia Garavaglia (ANPC) – ma in prima battuta dovevamo coinvolgere il sindaco. Con lui contiamo di trovare la formula che permetta di allargare il consenso, immaginando che da storico prima che da politico e amministratore ne condivida il valore. Ogni firma pesa, anche se alcune sono più facilmente identificabili per ragioni di notorietà. Per parte mia continuo a sollecitare l’impegno a promuovere l’iniziativa, veicolandone il messaggio con l’arma del passaparola”.

In effetti, la petizione è figlia di un certo spontaneismo che potremmo definire genuino: non ci sono apparati alle spalle e grandi media a sostegno. Per questo ha destato sorpresa la facilità con la quale sono piovute tante disponibilità, sapendo che comunque è un atto impegnativo, mai banale, sottoscrivere formalmente una richiesta dal grande impatto pubblico. La memoria di De Gasperi sollecita questa prova di generosità e soprattutto esige che se ne sappia trarre motivo per una adeguata riflessione politica.

 

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Dibattito | Destra o sinistra: chi apre al centro, può vincere.

Nei giorni scorsi abbiamo osservato delle scosse di terremoto nei partiti del così detto ex Terzo Polo. Le uscite sono diverse e importanti e per certi versi erano anche attendibili, visto la frattura tra i due leader dei partiti personali che componevano la lista e il posizionamento un po’ più a sinistra di IV e un po’ meno a destra di Azione.

Erano meno attendibili e sicuramente meno gradevoli i commenti di alcuni esponenti di uno di questi due partiti alle uscite che viveva l’altro e viceversa. Era come assistere ad un litigio tra bambini. Queste baruffe sembrano seguire una logica “mors tua, vita mea”, cieca e inconcludente. Anche perché si parla di un’ulteriore frammentazione di un’area politica che ormai è ridotta in macerie nanometriche.

Al contrario, sarebbe preferibile un percorso inverso di aggregazione che, forse, gli attuali leader non sembrano in grado di portare avanti, alcuni per discutibili rivalità personali, altri per impossibilità di rappresentare tutte le variegate anime dell’area. Un dato di fatto però sembra accumunare tutti questi movimenti. Nell’attuale sistema bipolare e maggioritario, non c’è spazio per un polo centrista autonomo e indipendente, o, anche se ci fosse, questo spazio non sarebbe capace di incidere poi nell’attività politica e sull’agenda di governo. I centristi, quindi, o se volete i portatori di idee e istanze cattoliche, liberali e riformiste si trovano di fronte alla sciagurata scelta di decidere se andare a destra o sinistra.

È inutile edulcorare la situazione, è evidente che nei programmi di entrambe le coalizioni (ammesso che si possa definire tale l’alleanza tra PD e M5S), ci sono dei punti che alimentano le distanze tra noi e gli altri. Faccio alcuni esempi. Con il centrodestra, se è vero che ci sono delle affinità su temi come la giustizia e alcune infrastrutture, ci sono dei forti dissensi in merito alle riforme istituzionali come il premierato o l’autonomia differenziata che rappresentano una fortissima priorità per il Presidente del Consiglio. Esistono poi delle vistose differenze sulla tassazione degli extra profitti delle banche o sul diritto di cittadinanza e l’immigrazione. Tanto che il presidio centrista e moderato della coalizione meloniana, nonostante un’estate di forte sponsorizzazione dell’introduzione dello ius scholae, appena ha avuto l’occasione di votare a favore, si è schierato contro per paura di irritare gli alleati di governo.

Così come sulla tassazione degli extra profitti, uno dei fondatori di FdI ha sfidato FI chiedendo se difendessero interessi particolari. Come se sulla questione non si possano avere idee differenti. In questo contesto, mi chiedo: siamo sicuri che una Forza Italia così influenzata e vincolata dagli alleati di destra possa rappresentare l’unico approdo per noi centristi?

Se Sparta piange, Atene non ride. Impossibile non notare infatti che uguali distanze si ritrovano anche con i programmi della coalizione di sinistra. Si pensi per esempio alla possibile introduzione di una tassazione patrimoniale o alla reintroduzione del reddito di cittadinanza o alle battaglie giustizialiste portate in piazza a Genova (qui c’è da dire che se l’esempio è la Liguria, anche nel centro destra, a detta dello stesso ex governatore Toti, nessuno si è stracciato le vesti in nome del garantismo).

C’è però una differenza sostanziale. Il centro destra è una coalizione già formata, con un programma condiviso e una squadra di governo che si è mostrata restia ad aprirsi ad una classe dirigente diversa da quella formatasi all’ombra del Colle Oppio. Il centro sinistra, per ora, non esiste, non c’è una coalizione, non c’è un programma di governo condiviso: c’è solo il tentativo del PD di voler costruire una rete di alleanze. 

E qui torniamo al punto di partenza, il PD è chiamato a decidere se vuole costruire solo una coalizione di sinistra con M5S e Avs, senza il supporto delle idee centriste, o creare un’alleanza di centro sinistra accogliendo anche le proposte politiche cattoliche, liberali e riformiste. Se il PD sceglierà la prima strada allora buona fortuna, sicuramente gratuitamente non otterrà molti nostri voti; al contrario, se dovesse scegliere la seconda opzione, allora sarebbe il caso di aprire il prima possibile tavoli programmatici comuni per costruire un percorso di riavvicinamento non facile tra tutte le forze che dovrebbero partecipare al progetto.

All’on. Schlein converrebbe compiere questa mossa anche perché una semplice coalizione di sinistra, non allargata al centro, difficilmente potrebbe essere competitiva con il centro destra. Questo è il motivo per cui una negoziazione tra mondo centrista e sinistra potrebbe essere più vantaggiosa.

Ovviamente la stessa mossa potrebbe essere compiuta dal Presidente Meloni, tuttavia avendo una compagine già strutturata potrebbe avere meno incentivi a rimettere tutto in discussione, a meno che, sia per evitare che il centro si possa saldare con la sinistra, sia per rafforzare la sua immagine di premier atlantista (sull’Ucraina per esempio) e attenta al futuro delle istituzioni europee (con la scelta di un commissario democristiano come Fitto), non voglia sostituire un alleato riottoso e troppo estremista con una classe dirigente capace e preparata e con elettori saldamente ancorati agli ideali liberali dell’Occidente.

Si tratta di capire se una delle due esponenti politiche vorrà fare questa mossa e nel caso chi la farà per prima. Nel caso in cui fosse la leader del PD, allora avrebbe reali chance di sedere un domani a Palazzo Chigi, nel caso in cui fosse la leader di FdI, allora aprirebbe una nuova stagione di successi e di stabilità non effimera per il centrodestra. Chi prima arriva meglio alloggia.