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Le cose nuove del XXI secolo. In Rete il Dizionario che spiega il XXI secolo secondo l’insegnamento della Chiesa.

Le “cose nuove” della Dottrina sociale della Chiesa. Il progetto è promosso dal Centro di Ateneo per la dottrina sociale della Chiesa dell’Università Cattolica. Un dialogo aperto fra le diverse discipline per affrontare le sfide del futuro anche alla luce dei cambiamenti provocati dalla pandemia.

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Dalla questione ambientale all’esperienza della pandemia. E ancora: dalle dinamiche demografiche alle crescenti diseguaglianze dentro e fra i Paesi del mondo. Fino ad arrivare all’emergere di nuovi conflitti all’uso dei big data passando per l’impatto dell’intelligenza artificiale sulla vita quotidiana delle singole persone e delle comunità. Sono queste “le cose nuove del XXI secolo” che verranno via via affrontate dal Dizionario della dottrina sociale della Chiesa che – a distanza di quasi venti anni dalla sua pubblicazione nel 2004 con la casa editrice Vita e Pensiero – cambia veste, amplia l’orizzonte dei suoi interessi tematici e debutta on line con un sito innovativo.

Il nuovo Dizionario, on-going e ad accesso libero, ogni tre mesi si arricchirà di nuovi contributi che confluiranno nei fascicoli della rivista on line trimestrale curata dal Centro di Ateneo per la dottrina sociale della Chiesa dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. L’obiettivo del progetto è raggiungere tutte le persone interessate a comprendere e a riflettere sulle sfide del presente alla luce dell’insegnamento sociale della Chiesa, valorizzando la ricerca interdisciplinare che si svolge all’interno della Cattolica. Infatti, gli autori del Dizionario sono studiosi dell’Università Cattolica, attivi nella cinque sedi e in diversi ambiti disciplinari, impegnati nella ricerca e nell’insegnamento della questione di cui trattano nel loro intervento.

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https://www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2021-07/dizionario.html

 

Quando Albert Camus faceva il portiere

La metafora del calcio per comprendere le lezioni della vita. Anche nel rettangolo di gioco si può servire un’umanità malata. L’articolo è stato pubblicato sull’Osservatore Romano lo scorso 10 luglio, prima della finale vittoriosa della nazionale italiana a Wembley.

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Lucio Coco

C’è un filmato dell’ottobre 1957 in cui Albert Camus, che aveva da poco appreso la notizia di aver ricevuto il premio Nobel, risponde alle domande di un giornalista mentre assiste al Parc de Princes a una partita tra il Racing Club di Parigi e il Monaco. A un certo punto la squadra di casa subisce un gol e il suo intervistatore gli fa notare che forse la responsabilità era anche del portiere.

Allora lo scrittore risponde che non era il caso di prendersela con lui perché «quando si è tra i pali ci si accorge di quanto sia difficile quel ruolo». E lui ne parla con cognizione di causa perché, aggiunge, era stato «portiere nel Racing Universitaire Algérois (Rua)». In questo modo, prima che l’intervista toccasse il tema del Nobel, Camus ricorda la sua esperienza calcistica quando, appena diciassettenne, aveva fatto il portiere nel Rua, la squadra dei francesi d’Algeria, che ancora gli faceva battere il cuore quando, a distanza di anni, ne sentiva pronunciare il nome. E se, trasferitosi in Francia, tifava per il Racing Club di Parigi, era perché i colori della maglia a cerchi blu e bianchi erano gli stessi della casacca della squadra d’Algeri, con in più un’altra particolarità che rendeva la compagine francese affine a quella algerina, il fatto cioè che «giocasse “scientificamente”, come si suol dire, e scientificamente perdesse le partite che doveva vincere» (dichiarazione ripresa da «France Football» del 17 dicembre 1957).

La carriera di portiere di Camus si interruppe però bruscamente al manifestarsi dei primi segni della tubercolosi, il male che lo avrebbe accompagnato e segnato per tutta la vita. Ma anche se materialmente non avrebbe più calcato i campi di pallone, questo gioco si sarebbe affacciato a più riprese nelle sue opere.

Per esempio ne Il primo uomo, un romanzo al quale aveva cominciato a lavorare nel 1959, un anno prima della morte, e apparso postumo per Gallimard nel 1993, nel descrivere gli anni della formazione di Jacques, un suo alter ego, nella città di Algeri, l’autore torna sulla passione del ragazzo per il calcio ai tempi del liceo, quando, giocando nel cortile di cemento della scuola, ha chiara la percezione che quello sport «sarebbe stato per tanti anni la sua passione».

In queste partite dove «non c’erano arbitri» si imparava a confrontarsi «da pari a pari con i migliori allievi della classe» e a «farsi rispettare e amare anche dai peggiori, che spesso avevano avuto in dono dal cielo, se non sale in zucca, gambe vigorose e un fiato inesauribile». Al giovane Jacques, come è detto all’inizio del romanzo, «nessuno aveva mai insegnato la differenza tra bene e il male» e nella sua formazione il calcio rappresenta un’esperienza morale che lo scrittore, in un testo che risale sempre al 1959, accosta a quella del teatro in un passaggio che ha il valore e la forza di un aforisma: «Veramente, quel po’ che so di morale, l’ho appreso sui campi di calcio e sulle scene di teatro, che resteranno le mie vere università» (Pourquoi je fais du théâtre, Gallimard, Paris, 1985, pagg. 1727ss).

Di questa passione per il tandem calcio-teatro è testimone anche un altro suo personaggio, Jean-Baptiste Clamence, protagonista de La caduta (1956), il quale sembra riflettere puntualmente le opinioni dello scrittore quando afferma che «ancora oggi le partite della domenica in uno stadio affollato e il palco di un teatro, che ho amato con una passione senza pari, sono gli unici posti al mondo in cui mi sento innocente».

Tuttavia è nel romanzo La peste (1947) che il tema calcistico viene affrontato e sviluppato in modo tale che il punto di vista morale possa affiorare con maggiore evidenza. Orano è tormentata dal contagio e i campi di calcio sono stati trasformati in lazzaretti. Su questo paesaggio desolato si aggirano due figure, la prima è quella del giornalista Rambert che vorrebbe lasciare la città per ricongiungersi alla donna che ama, l’altra è quella di Gonzales che gli avrebbe dovuto trovare gli agganci giusti perché il progetto potesse riuscire.

Quando si incontrano i due per la prima volta si scopre che questi era un calciatore allora si mettono a parlare di calcio, dell’importanza del centro-mediano per il gioco della squadra, perché «è quello che distribuisce il gioco. E distribuire il gioco, questo è il calcio».

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-07/quo-154/quando-albert-camus-br-faceva-il-portiere.html

Argan e l’idea di Roma come “città morta”.

Una vecchia intervista può forse tornare d’attualità. In effetti, sarebbe interessante che i candidati alla guida del Campidoglio mettessero testa alla suggestione dell’ex Sindaco Argan, magari per rilevarne il carattere, non facilmente occultabile, di utopia regressiva. E per spiegare quale grande idea direttiva merita oggi di essere posta al centro del dibattito su Roma.

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In una intervista a tutto campo, rilasciata il 6-7 maggio 1991 a Marc Perelman e Alain Joubert per la rete televisiva francese Fr3 e pubblicata successivamente in edizione italiana (Giulio Carlo Argan, Intervista sul Novecento, Graffiti editori, 2005), il grande storico dell’arte rispondeva a una specifica domanda sulla sua esperienza di sindaco di Roma (1976-1979). In quella circostanza, come si legge nello stralcio qui appresso riportato (p. 39 del libro), Argan lamentava il fatto che Roma dopo la conquista piemontese avesse conosciuto uno sviluppo decisamente improntato alla concezione di città moderna. Al contrario, la sua convinzione era che l’Urbe poteva e doveva conservarsi, evitando l’onda lunga e ripetuta dell’espansione urbanistica a macchia d’olio, solo se fosse prevalsa una opposta visione: quella, appunto, di una nobile e immobile “città morta”.

[…]

Non è stata per lei una sorta di vertigine, in quanto storico dell’arte proprio di quel periodo e divenuto al!’improvviso sindaco di Roma, vedere che i problemi che si erano posti alla nascita della Roma moderna, cioè della Roma del XVI e XVII secolo, si ritrovavano esattamente identici alla fine del XX secolo, vale a dire gestire insieme la Roma antica, che è lì e molto ingombrante, e la Roma moderna con i suoi abitanti? 

Vedete, questo è in realtà il grosso problema; e lo è stato già nel secolo scorso, quando arrivarono i piemontesi. Roma era una città di 200.000 abitanti, e ora sono più di 4 milioni. Allora fu necessario cambiare, costruire nuovi quartieri e anche gli uffici dello Stato italiano: fu necessario realizzare una Roma moderna.

Talvolta mi chiedo se non sarebbe stato forse meglio conservarla, non come una piccola città, ma come una città non troppo grande, con un livello culturale molto elevato, una città soprattutto diplomatica e politica, invece di farne una città moderna. La città moderna è degenerata in una città totalmente caotica. Ma non sarebbe stato meglio farne una città morta? 

Mi direte che avrebbero potuto farne una città ben organizzata, ben gestita, e così via, ma sapete molto bene che queste sono utopie. Roma è stata aperta a tutti: è meglio? È un male? Non lo so, non lo so. Talvolta mi hanno chiesto: “Lei crede all’eternità di Roma?”. Ho risposto: “Certo, poiché la sua decadenza non avrà mai fine”. 

 

Abrignani: “Ad agosto avremo 30mila contagi al giorno”

A causa della variante Delta, i casi di contagio continueranno a crescere, e a fine agosto potrebbero superare quota 30mila al giorno, tanti quanti se ne registrano oggi in Gran Bretagna.

Lo sostiene Sergio Abrignani, immunologo dell’Univeristà di Milano e membro del Comitato Tecnico Scientifico, secondo il quale l’Italia dovrebbe “osservare come vanno le cose a Londra e decidere che interventi fare qui da noi”.

Finisce un lungo dialogo. Ricordo di Giaime Rodano a pochi giorni dalla sua scomparsa.

Una persona mite e generosa. Era figlio di Franco Rodano, l’uomo di pensiero che più ha influenzato il corso della politica del Pci nella nobile e tormentata fase del compromesso storico. Pio Cerocchi ne tratteggia un ritratto umano delicato e profondo, segno di un’amicizia che travalicava i confini delle appartenenza di campo.

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Sono entrato in Facebook da sette anni e più o meno da quella data tantissime volte mi sono interfacciato con Giaime Rodano che da pochi giorni ci ha lasciato. 

Era stato compagno di banco al liceo di mio cugino Pio (il nome del nostro nonno comune) ed io così lo avevo indirettamente conosciuto oltre ad averlo incontrato alcune altre volte. Ma la conoscenza era più antica: la madre di mio cugino Pio, infatti, era stata la professoressa di Latino e Greco al liceo Visconti, di Marisa Cinciari e di Franco Rodano, i genitori di Giaime che conservavano per lei stima e affetto. 

Tanti i fili di una conoscenza lunga e sempre un po’ sottintesa, anche perché – e per onestà devo confessarlo, – pur ammirato dagli ampi e affascinanti ragionamenti di Franco Rodano, a differenza di altri cari amici che lo frequentavano, da giovane democristiano di base ho cercato di resistere alle suggestioni delle tesi (spesso convincenti) di quel grande pensatore politico e ispiratore di molti dirigenti del Pci. 

Cercavo (e la cerco ancora) una coerenza e pur ammirando il pensiero di Rodano, a quello apertamente mi opponevo (come ben sanno alcuni amici che sono anche su Fb). Ma  molte idee di fondo erano di fatto (e inconfessabilmente) coincidenti e credo che altrettanto avvenisse per i figli a partire dal più grande, appunto Giaime. 

Insomma c’era una vicinanza sostanziale e un reciproco rispetto per la posizioni politiche che in alcune occasioni esprimevamo. Ma su tanti altri miei post, soprattutto di letteratura e di miei disegni o poesie, lui corrispondeva con una grande consonanza ideale e culturale. Per non dire poi dei suoi post sulla storia e sulla letteratura ai quali ero io a corrispondere con entusiasmo. 

E’ stato un lungo e bellissimo dialogo, ma come altre esperienze destinato ad una fine dolorosa. La scomparsa di Giaime lascia in me un grande vuoto e lo voglio significare con questo post di commiato che scrivo per un debito senza aver saldato il quale non potrei più scrivere altro su queste pagine. Per anni abbiamo scambiato i nostri pensieri, le sensazioni, le emozioni e i sentimenti di quella umanità che lui aveva in grado sommo. Mi mancherà, ma so che mancherà a una moltitudine di altre persone e tante di quelle anche mie amiche. 

Finisce un lungo dialogo ed io sento che molte mie parole resteranno senza la sua attesa e gentile risposta.

[dal profilo Fb dell’autore]

L’esperienza consolida la conoscenza. La cultura non è un brusco aut aut, ma un “legame” da comprendere e rinnovare.

Educare non significa guadagnare tempo, ma perderne. La prima regola è il rispetto che si deve alla persona destinataria dell’insegnamento. Le brusche accelerazioni non servono, anzi sono dannose: indulgere al nuovismo, anche negli studi, rovina il percorso formativo.

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Esperienza non è solo il nome che siamo soliti attribuire ai nostri errori, come maliziosamente ebbe a dire Oscar Wilde.

E’ piuttosto un valore aggiunto che integra e concretizza le conoscenze che possediamo, una personalizzazione del sapere che contribuisce a definire in ciascuno di noi diverse e originali identità.

Interessa riprendere in considerazione questo assunto, ogni volta che si sente parlare di scuola e di cultura: in genere la tendenza prevalente è quella opposta, si è portati a teorizzare e generalizzare laddove servirebbero maggior senso pratico, buoni esempi e capacità di stimolare il desiderio di apprendere.

Una buona formazione non consiste tanto nel riempire un secchio ma nell’accendere un fuoco (Plutarco- Rabelais) : è la motivazione la forza straordinaria che spinge ad imparare.

Sentendo parlare da anni di riforme e poi ancora di riforme, di ‘emergenza educativa’ e di derive critiche da ultima spiaggia viene da domandarsi se questi sussurri e queste grida non siano piuttosto il risultato di analisi astratte, di teorizzazioni problematizzanti, di forzature concettuali: polarizzando nella scuola i mali e le colpe dei conflitti generazionali ma soprattutto caricandola di responsabilità totalizzanti e senza appello si finisce col discettare di giustizia e di applicazione della pena con un imputato – suo malgrado- contumace e senza difesa.

E per chi – avendo sostato a lungo nelle aule e nei palazzi della formazione e dell’istruzione – ha lentamente contemperato e metabolizzato la grammatica nella buona pratica, vien quasi da sorridere ascoltando i discepoli del nuovo e del nuovismo, sproloquiarsi sulle cure, le terapie e la convalescenza di un malato che non hanno mai visitato.

Si capisce al volo se chi stiamo ascoltando (perché in genere si tratta di persone che hanno affinato l’arte della parola) disquisisce di ragionamenti elaborati a tavolino (e magari accompagnati dai rituali diagrammi di flusso che tutto sanno spiegare ma nulla risolvono) o se invece la sua narrazione ci appare convincente perché sa esporre una trama coerente nella sintesi tra conoscenze acquisite ed esperienze maturate.

Non diversamente accade nel percorso formativo degli alunni: per questo la scuola deve saper conciliare l’utilità di avvalersi di metodologie aggiornate rispettando tuttavia i tempi e i modi di apprendimento di ciascuno.

Le brusche accelerazioni e il mero travaso di nozioni non giovano alla causa educativa: di fronte a noi non abbiamo contenitori vuoti e uguali ma personalità poliedriche e diversamente ricettive.

Credo convintamente che la scuola debba accettare un principio di continuità tra apprendimenti e loro consolidamento interiore, concedendo tempi più distesi alla formazione che non consiste solo in un passaggio per osmosi ma necessita di esperienza, riflessione e metabolizzazione.

La cultura non è tanto un “aut-aut” quanto piuttosto un “et-et”. 

La diatriba su “conoscenze versus competenze” è pleonastica e – all’atto pratico – del tutto priva di significato e riscontri oggettivi: il gesto educativo non è un atto notarile che sancisce un percorso pedissequo e prestabilito poiché la dignità dell’insegnamento consiste piuttosto nella sua libertà.

E l’atto speculare – quello di imparare –  non si traduce in acritica assimilazione: non assomiglia al tragitto di una freccia ma al volo di una farfalla, ci sono slanci, pause, cambi di direzione.

Per questo è necessario considerare non solo l’oggetto della formazione (le materie, i metodi, le tipologie di verifica e valutazione) ma soprattutto il soggetto, che sfugge ad ogni aprioristica classificazione e va ponderato nel più lungo cammino della sua crescita piuttosto che nell’immediatezza di un singolo episodio.

Educare non significa guadagnare tempo ma perderne, di buon grado.

Ricordando le parole di Goethe: “il primo passo è libero, è al secondo che siamo tutti obbligati”.

“Opporsi a ogni inizio di sistema di male, finché ci sia tempo”. Sassoli, alla commemorazione dell’eccidio nazista di Cibeno, cita Giuseppe Dossetti.

Si è svolta ieri a Campo di Fossoli (Carpi) la cerimonia in onore dei martiri della Resistenza trucidati dai nazisti. È stata importante la presenza di Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione europea. Di seguito riportiamo il testo pressoché integrale del discorso di David Sassoli.

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[…] Non vi è dubbio che in luoghi come questi riecheggi la voce muta degli uccisi, degli innocenti, il grido ‘viva la libertà, viva l’Italia” spezzato dalle fucilate a Cibeno dove vennero assassinati importanti dirigenti della Resistenza. 

Qui a Fossoli possiamo immaginare gli sguardi dei deportati, la loro incredulità accompagnata dagli stenti, il loro vagare… 

Mi hanno sempre colpito gli occhi delle vittime, la fissità degli occhi che guardano, ma non vedono. Sì, gli occhi dell’umanità privata di umanità. E, guardate, gli occhi delle vittime sono sempre gli stessi. Sono quelli delle foto nei lager, dei condannati a morte, quelli che ritroviamo sempre, in ogni guerra, in ogni persona violentata, annientata, in tutti coloro che cercano di salvarsi, nelle donne umiliate, nelle colonne di famiglie che scappano, nei bambini smarriti, in coloro che annegano, che si aggrappano alla vita e la perdono. 

Gli occhi di Mauthausen, come gli occhi di Srebrenica, dei profughi siriani, delle mamme riprese sui gommoni prima di annegare nella corsa verso una felicità che non arriverà mai per la nostra indifferenza. 

Gli occhi che vediamo nelle fotografie delle vittime e dei prigionieri ogni qualvolta viene a mancare la libertà e il diritto, e tutte le volte che libertà e diritto non si sposano con la giustizia.

Il mio pellegrinaggio oggi qui ha un solo motivo. 

Ricordare che non basta credere di essere al riparo, e ribadire che l’orrore che ci travolse nasceva dentro grandi culture democratiche, liberali, progressiste anche, in un tempo di grandi invenzioni tecnologiche, di scoperte, di artisti, letterati e filosofi cosmopoliti e pieni di ingegno, ma tutti, tutti, incapaci di fiutare per tempo il pericolo del fascismo e del nazismo. Per complicità e per inettitudine.  

Culture sicure che non fosse possibile un capovolgimento dei valori fondamentali di umanità e civiltà. 

E non solo. Tutto questo è stato alimentato da classi dirigenti convinte di poter posporre la giustizia, la pace, l’uguaglianza, predicando che a tutto questo si dovesse pensare dopo, perché non era ancora il momento giusto, e arrivando alla conclusione – attenzione su questo – che con più democrazia, uguaglianza e giustizia si sarebbe fatto il gioco dei violenti e degli estremisti… 

Cara Ursula, dicono lo stesso anche a noi oggi… quando diciamo di salvare i migranti ci dicono che stiamo facendo il gioco degli scafisti, oppure che la magistratura indipendente o il giornalismo sono espressioni di disordine, oppure che è meglio non agitare il buon senso quando difendiamo la dignità di persone che vogliono amarsi, quando in Europa, a differenza della maggior parte del pianeta, hanno il diritto di farlo perché da noi i diritti delle persone e l’umanità sono la misura di tutte le cose. 

A Cibeno, a Fossoli è accaduto. Può accadere ancora. 

Per questo dobbiamo sentire l’impegno, come ha scritto Giuseppe Dossetti – leader politico, costituente, monaco, nato in questa terra – “per una lucida coscienza storica”, per rendere sempre testimonianza veritiera agli eventi che sono accaduti e impedire negazioni, amnesie, volgari opportunismi. 

Ma Dossetti aggiunge anche che la coscienza storica da sola non basta. La nostra coscienza deve essere “vigile”, capace cioè di “opporsi a ogni inizio di sistema di male, finché ci sia tempo”. 

Ecco perché non possiamo permetterci di sottovalutare le manifestazioni di odio, violenza, discriminazioni che si manifestano nello spazio europeo.

Ma c’è un segno dei tempi, che ci fa dire con fiducia che alcune lezioni le abbiamo apprese. 

Bene che il dibattito sulla ripresa, sulla ricostruzione delle nostre economie, corra di pari passo con quello che riguarda la difesa dello Stato di diritto, dei nostri valori fondamentali, delle libertà che devono essere garantite ai nostri cittadini. Non era mai successo, neppure durante la grande crisi che colpì la Grecia e l’Europa dieci anni fa. 

Mai il dibattito, la denuncia e il richiamo verso fenomeni degenerativi presenti in alcuni Stati europei era stato così attento e ci vede pronti con nuovi e inediti meccanismi sanzionatori. 

Perché avviene questo? 

Perché vi è il rischio che senza una ferma difesa dei valori fondamentali, l’Europa possa perdere identità e funzione provocando effetti catastrofici. 

Se allentassimo la soglia di attenzione non saremmo più in grado di sostenere che la democrazia è il sistema che meglio accompagna il desiderio di libertà, giustizia e benessere delle persone, non avremmo possibilità di proteggerci  dalle ingerenze dei regimi autoritari, di far valere la nostra identità nelle relazioni internazionali in un momento in cui lo stile di vita europeo è ammirato e desiderato.  

Spesso, nei nostri dibattiti, nelle nostre polemiche non ci accorgiamo di quello che siamo, di quanta voglia di Europa vi sia nel mondo. E di quanta attenzione vi sia nei nostri confronti per gli effetti di un diritto europeo che in 70 anni ha prodotto un legame indissolubile fra libertà individuali e libertà sociali. 

Perdere tutto questo significherebbe precipitare nel nulla. D’altra parte perché i regimi autoritari, tutti, si preoccupano di noi? Eppure, non facciamo la guerra, non abbiamo neppure un esercito anche se sarebbe venuto il monumento di averlo se non altro per risparmiare sui bilanci nazionali, non imponiamo il nostro modello, le nostre relazioni sono improntate al dialogo, parliamo con tutti, cerchiamo di sviluppare diplomazia là dove c’è conflitto… e allora, perché si preoccupano di noi?

Vi è un solo motivo. I valori europei agitano, perché  le libertà consentono uguaglianza, giustizia, trasparenza, opportunità, pace. E se è possibile in Europa, è possibile ovunque. 

Noi vogliamo uscire da questa crisi con società più aperte, accoglienti, con meno diseguaglianze, con impegni concreti nella lotta alla povertà, con una democrazia più funzionante e partecipata, mettendo al centro gli anelli deboli delle nostre catene sociali come le donne e i giovani. 

Per questo non tolleriamo che nello spazio europeo vi siano paesi in cui la magistratura o il giornalismo vengano umiliati nella loro funzione, in cui un vento antisemita costringa famiglie ebree europee a trasferirsi in Nord America o in Canada, in cui gli immigrati e i rifugiati vengano considerati uno scarto, in cui le donne siano sottopagate, in cui leggi nazionali producano discriminazioni, in cui si sostenga che territori europei vengono dichiarati “Lgtbi free zone”. 

In Europa i diritti di ogni persona sono diritti di tutti. 

E quando si parla di territori vietati a qualcuno, mi viene in mente quando nel ‘42 i nazisti dichiararono Belgrado prima città ‘Judenfrei’, libera da ebrei… perché, è consuetudine, cominciare sempre dalle minoranze. 

La memoria è parte della nostra identità. La nostra identità di cittadini. Abbiamo potuto costruire il futuro, riunire il Paese, avviare un tempo di democrazia, di sviluppo, di concordia, abbiamo cominciato a edificare la nuova Europa alzando lo sguardo all’orizzonte perché siamo saliti sulle spalle di donne e di uomini che hanno messo in gioco ogni loro avere, che hanno rischiato anche soltanto per esprimere umana solidarietà verso chi era in difficoltà o in fuga, che non hanno risparmiato sacrifici per porre fine all’Europa dei nazionalismi esasperati e della guerra.

La Repubblica italiana, con la sua Costituzione, ha origine in quella speranza. L’Europa unita ha le sue radici più profonde in questi luoghi. L’idea di bene comune è sempre la premessa delle libertà di ciascuno.

Il campo di Fossoli è un monumento civile. Ma a suo modo, é anche un luogo che le tragedie hanno modificato. 

Un luogo che, dopo aver vissuto la disperazione del campo di concentramento, del campo di prigionia, del campo per rifugiati, nel dopoguerra ha visto aprirsi ad altri colori.  

Sì, il registro è cambiato anche qui quando gli orfani e i ragazzi abbandonati di don Zeno tagliarono i reticolati della segregazione e vi costruirono la loro Nomadelfia,  la città dove la fraternità è legge.  

Nomadelfia, una provocazione: non circola denaro, non esiste disoccupazione, uomini e donne lavorano all’interno della comunità senza ricevere uno stipendio, in quanto non si può pagare il fratello. 

Anche il concetto di famiglia è diverso da quello esistente ovunque. 

Qui uomini e donne sono tenuti a esercitare la paternità e la maternità su tutti i figli: anche su quelli che non appartengono alla loro famiglia. Da qui emerge un’idea di famiglia che non si limita alla dimensione biologica. I bimbi di Nomadelfia descrivono la famiglia così: “Mamma non è colei che ti genera. Questo è un fatto di Dio. Mamma è colei che ti nutre e che ti porta all’amore”.

Papa Francesco il 12 maggio 2018 ci ha ricordato che don Zeno “seppe individuare una peculiare forma di società dove non c’è spazio per l’isolamento o la solitudine, ma dove vige il principio della collaborazione tra diverse famiglie, dove i membri si riconoscono fratelli”. Oltre ai legami di sangue esiste la fraternità, che significa riconoscersi per la stessa dignità di cui godiamo. 

Ha scritto il filosofo tedesco Ernst Bloch – che dialogò con il pensatore protestante Jorgen Moltmann e, a suo modo, influenzò la sua “teologia della speranza” –: “Un novum storico non è mai totalmente nuovo. Lo precede sempre un sogno o una promessa”.

L’Europa della democrazia e della pace è la promessa nata con la Liberazione, con le liberazioni di Fossoli, della Risiera di San Sabba, dei campi disseminati nell’Europa centrale, ma anche con le picconate che demmo al muro di Berlino riconquistando alla libertà  i nostri paesi dell’Est . 

L’Europa è una costruzione sempre in divenire. E non dovrà mai fermarsi.  E’ un cantiere che non smette mai di operare, o se si vuole, è una cattedrale la cui officina richiede l’impegno di successive generazioni. 

Per questo motivo siamo così determinati ad imprimere velocità al processo di adesione dei Balcani Occidentali, e a mantenere le promesse fatte dall’Europa per una riconciliazione della spazio politico con lo spazio geografico. Non vogliamo che la delusione di Albania e Macedonia del Nord prevalga e il loro sguardo si  rivolga altrove. E lo stesso vale per tutti quei paesi che sentono ancora forte il desiderio di far parte della nostra famiglia. 

La pandemia ha colpito e ha fermato l’Europa e il mondo. Questa volta però l’Europa non è stata passiva come avvenne in occasione della grave crisi finanziaria di dieci anni or sono. Questa volta l’Europa è stata capace di compiere un balzo in avanti. Non una risposta ordinaria, ma un cambio di paradigma. Che prelude – così vogliamo pensare – a una Europa più giusta e più forte nella dimensione globale. E fra le lezioni di questi 16 mesi difficili, dolorosi, incerti vi è ora la consapevolezza che l’Europa non siano solo le istituzioni di Bruxelles, ma lo siano anche i governi e i parlamenti nazionali e le nostre regioni. Abbiamo capito che siamo tutti tasselli fondamentali di questa grande impresa. 

Nessuno pensi che si tratti di processi irreversibili. In  democrazia non ci sono mai conquiste scontate. Sta a noi dare attuazione alle nuove strategie, alle nuove politiche, alle nuove responsabilità comuni. La democrazia stessa va continuamente alimentata, adeguata, perché altrimenti rischia di inaridirsi, di non essere amata, di dare spazio a rabbie distruttrici, a istinti di chiusura, magari nell’illusione che una casta, o un’élite, possa salvarsi da sola in un fortino blindato. 

Una democrazia efficiente, che offre risposte rapide ai cittadini, che non si blocca per diritti di veto,  è una assicurazione sul nostro futuro. Abbiamo una responsabilità storica in questa stagione in cui vogliamo, in cui possiamo, uscire dalla fase più acuta della pandemia. La responsabilità di mettere in moto uno sviluppo finalmente sostenibile, di costruire comunità socialmente più coese, di lottare contro la povertà e per l’inclusione  e trasmettere il testimone della vita a una generazione che possa anch’essa essere libera di progettare il proprio futuro.

In fondo, c’è qualcosa che unisce il passaggio di testimone di allora, tra i resistenti,  liberatori e le vittime innocenti, con quello di oggi: aprire ai giovani la porta di un domani migliore. Allora era soltanto l’intuizione di donne e uomini coraggiosi, generosi  e  lungimiranti. Oggi bisogna essere ciechi per negare l’evidenza: questo è possibile solo considerando l’Europa il nostro destino. 

Un grande pensatore europeo contemporaneo, Edgar Morin, che ha appena compiuto 100 anni, ma non smette di aiutarci a riflettere, sostiene che la nostra Europa sia nata dalla rivincita dell’umanesimo sulla barbarie. “C’è voluta la morte dell’Europa dei tempi moderni (nel 1945) perché ci fosse un primo voler nascere europeo”. Ma ora, ci dice Morin, con i mercati globali, i poteri sovranazionali, le straordinarie possibilità della tecnoscienza, l’Europa deve darsi il compito di un nuovo umanesimo europeo. “Unità nella diversità e diversità nell’unità” ne sono le fondamenta. 

Tutto questo ci fa sentire – oggi qui a Fossoli ricordando i martiri di Cibeno e i 5mila e oltre  partiti per i campi di concentramento – figli della Grande Storia. 

Quella che ha provocato milioni di morti in Europa e nel mondo. Quella ha toccato il culmine nell’Olocausto, nella strage dei Rom e dei Sinti, quella che ha aperto la strada della Liberazione e ad una civiltà, certamente imperfetta, ma che è stata capace di promuovere pari dignità, diritti universali, crescita, opportunità, sicurezza sociale ed oggi è ammirata nel mondo. 

Tutto questo ci richiama alla nostra funzione di sentinelle del domani dei nostri ragazzi. Non possiamo bendarci gli occhi, perché l’indifferenza porta alla violenza ed “è già violenza”, come ammonisce la senatrice Liliana Segre, invitandoci a “sentire il dolore degli altri, perché ognuno ė la traccia di ognuno”. 

Solo così onoreremo le donne, gli uomini, sulle cui spalle siamo potuti salire per godere di un destino diverso. 

 

Brexit e l’eredità del sogno europeo. Un aggiornamento sul “Mulino”.

Londra è un laboratorio unico e fragile, dove sperimentare una forma di cittadinanza europea e postnazionale aperta alla diversità e all’alterità, una forma di «europolitanismo» orfano del progetto europeo.

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Nando Sigona 

Thomas e Sonia vivono a Londra da oltre un decennio. Hanno due figli, Zoe e Leo. Zoe ha dodici anni ed è nata a Londra, in un ospedale a pochi passi dalla loro casa. Fin dalla nascita ha due passaporti, quello francese e quello britannico. Leo, invece, ha sei anni ed è nato a Parigi, perché Sonia, nonostante fossero residenti a Londra, volendo essere sicura che in caso di complicazioni durante il parto ci fosse qualcuno ad aiutarla, aveva deciso di tornare temporaneamente in Francia, per essere vicina alla sua famiglia d’origine. A causa del suo luogo di nascita, Leo ha diritto soltanto al passaporto francese, almeno per ora. La loro è una famiglia etnicamente mista: Thomas è di origine camerunense e francese d’adozione. Sonia è nata e cresciuta in Francia. Entrambi concordano che Londra è un posto migliore dove far crescere i loro bambini, perché nonostante la Brexit rimane una città aperta alle differenze etnico-culturali e accogliente. Questa è un’opinione ampiamente condivisa tra i cittadini europei residenti a Londra. E sono tanti.

Nell’Europa post Brexit, Londra si trova a occupare un ruolo paradossale, di capitale di fatto del sogno europeo, con una popolazione di cittadini dell’Ue ben oltre il milione, incluse molte famiglie con bambini nati in città. Si tratta, secondo un’analisi condotta da un team dell’Università di Birmingham nell’ambito del progetto Eu families and Eurochildren in Brexiting Britain, della più ampia conglomerazione di immigrati dell’Ue in Europa. Ma quello che rende questa popolazione unica non è solo il numero. L’analisi mostra come, a differenza di altre città europee, a Londra siano presenti numerose comunità di ogni Stato membro, distribuite in ogni settore del mercato del lavoro, dai direttori di museo agli aristocratici, dai baristi ai docenti universitari (tanti da superare il corpo docente di molte università italiane), dagli attivisti Lgbt+ ai pensionati.

La libertà di movimento dei cittadini europei all’interno dell’Unione è uno dei pilastri del progetto europeo. Al di là del motivo economico, questo principio funge da catalizzatore per la formazione nella popolazione dell’Unione di un’identità paneuropea e postnazionale, una casa comune in continua costruzione. Attraverso la mobilità, incluse iniziative come l’ormai quarantennale programma Erasmus, l’Ue promuove la formazione di reti di relazione e collaborazione, di ricerca e lavoro. Inevitabilmente queste reti di contatto e scambio stimolano anche la formazione di relazioni amicali e sentimentali, la nascita di famiglie transnazionali e di nuove generazioni che incarnano, anche in senso biopolitico, l’idea di una cittadinanza veramente europea e postnazionale. Londra, in particolare quella di Tony Blair e di Cool Britannia, è stata un faro di questo ambizioso progetto, attirando, anche grazie al suo profilo di città globale e aperta al mondo, generazioni di giovani, studenti e lavoratori da ogni angolo del continente. La seconda città, ma a grande distanza, per numero di cittadini non nativi dell’Unione europea è Bruxelles, con circa un quarto della popolazione residente a Londra, Roma solo un decimo.

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https://www.rivistailmulino.it/a/brexit-e-l-eredit-del-sogno-europeo?&utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Strada+Maggiore+37+%7C+25+giugno-9+luglio+%5B7954%5D

Achille Ardigò, un maestro “messo da parte” che vedeva nella globalizzazione una sfida inedita per i cristiani del post-Concilio.

Di seguito riportiamo, con stralci vari, la parte finale della relazione che tenne Fulvio De Giorgi a un convegno, promosso nel 2018 dalla Chiesa bolognese e l’Istituto De Gasperi, per ricordare la figura del sociologo e politico della sinistra cattolico democratica. Cade quest’anno – lo ricordiamo ai nostri lettori- il centenario della nascita di Ardigò.

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Fulvio De Giorgi

[Il] riferimento al bene comune, così declinato come orientamento fondamentale, non doveva essere inteso come precettistica culturale teorica e astratta. Ardigò notava che la Chiesa doveva assumere la «missione di far superare tali dilacerazioni sociali e culturali – connesse alla globalizzazione senza freni e agli eccessi integristici e xenofobici in esasperata difesa. E però la missione non può ricondursi in prevalenza all’efficacia di una mediazione culturale perché nessuna lezione morale razionalmente proposta può avere efficacia, nelle scristianizzate moltitudini di persone, senza che prima nelle coscienze e nelle volontà più lontane siano insorte domande personali e interpersonali di senso, per merito di carismi religiosi. Non possiamo convertire la gente del post-moderno solo o tanto con precetti e sillogismi. Occorrono carismi e creatività personali e interpersonali».

[…] Intanto questa prospettiva di bene comune, applicata anche all’interno della Chiesa, suggeriva piste di autoriforma interna. Era il secondo ambito: «Il bene comune […] ha da vedere riconosciuti, anche nella vita della Chiesa, nuovi sviluppi nei rapporti tra i sessi, i popoli e le generazioni (inclusivi anche di aspetti cruciali della morale sessuale nei cui confronti la Chiesa cattolica, specie con Giovanni Paolo II, ha rivelato una rigorosa intransigenza). […] Se si vuole il bene comune […], anche la Chiesa cattolica deve riconoscere il contributo com-primario delle donne, non solo nelle opere di carità e di educazione, ma anche nella teologia e nel governo delle istituzioni ecclesiali. La Chiesa deve poter applicare, inoltre, il principio di sussidiarietà pure nel rapporto tra le Chiese locali, specie non europee, e la Santa Sede». Mi sembra un’interessante agenda di riforma della Chiesa: inascoltabile e inascoltata all’epoca in cui fu formulata, ma evidentemente vera, tanto da non poter essere rimossa ancora oggi.

Infine, il terzo ambito, il più difficile, era quello dell’evangelizzazione.

Qui la via indicata da Ardigò era «la promozione/conversione dell’intenzionalità di senso dei credenti», tenendo «conto degli atti di senso delle persone dei credenti»,nel pieno rispetto della loro libertà. La parola-chiave era interiore, spirituale e fenomenologicamente coscienziale: era “senso”.

Spiegava Ardigò: «Intendiamo per senso […] l’intervento di un atto di coscienza immediato o di pensiero riflesso con cui la persona trascende l’abitudine, e la stessa conformità a una data norma per abitudine, alla ricerca di un valore personale intrinseco al singolo atto, anche con emergenza di un nuovo significato. […] una pastorale di prima evangelizzazione deve suscitare una risposta di senso. Solo se e quando la persona, da sola o in rapporti intersoggettivi, scopre il significato intenzionale personale che dà all’atto, anche la conformità alla norma diventa responsabilità perché frutto di libera determinazione[»2.4] E aggiungeva: «L’evangelizzazione può essere tanto più efficace quanto più è autentica profezia, carisma dello Spirito […]. L’evangelizzazione oggi può, ad es., privilegiare la teologia dei novissimi (morte, giudizio, inferno, purgatorio, paradiso) difficilmente richiesti per una mediazione culturale col mondo [leggi “Progetto culturale”]. Eppure le domande sui novissimi stanno al fondo della domanda di senso della vita di moltitudini di umani anche oggi».

In conclusione, sul piano dell’evangelizzazione, Ardigò non credeva nella prospettiva del “Progetto culturale”, indicando quello che potremmo chiamare un “Progetto mistico”. L’ultimo Ardigò citava spesso la mistica, in particolare quella carmelitana, da Giovanni della Croce a Teresina di Lisieux a Edith Stein. E proprio la “notte oscura” di s. Giovanni della Croce, con i suoi richiami anti-razionalistici, gli appariva come lo scacco, nella fede, di ogni approccio culturalista.

Scriveva: «Senza dubbio, la via della mistica “notte oscura” è un cammino di minoranze elette e solo per un periodo del loro arduo percorso di purificazione verso Cristo. Ma il significato di tali richiami non può non essere di riconoscere l’insopprimibile gerarchia della vita di fede (che ha da essere scienza della croce dei credenti) che alimenta la ricerca autentica di senso delle persone, dentro e fuori i percorsi cognitivi delle culture e dei precetti di moralità sociale».

 

 

Relazione pubblicata in

http://www.istitutodegasperi-emilia-romagna.it/pdf/FulvioDeGiorgi.pdf

 

Il richiamo alla cultura della mediazione può essere un alibi senza contenuto politico

Bisogna fare i conti con la realtà. Oggi il compromesso appartiene alla dialettica “primordiale” degli interessi: qui si manifesta e qui deve trovare fondamento. La politica non può saltare, elaborando qualcosa di astratto, la dinamica propria della società civile.  

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Noto una certa insistenza che non convince, anzi distrae e fuorvia. Giorgio Merlo reitera i suoi mugugni sul tramonto di quella politica della mediazione, che è stata la base della filosofia politica del cosiddetto centro e della sua incarnazione nella politica concreta della D.C. Tramonto che gli appare così illogico da fargli ritenere inevitabile, prima o poi, la rinascita del centro.

A parte il fatto che nel corso dell’ultimo secolo molti filosofi politici e sociologi hanno dimostrato come spesso la mediazione nasconda le contraddizioni senza risolverle; è pur vero nel tempo che viviamo è emerso un ulteriore problema, ovvero le difficoltà delle crisi economiche, il succedersi sempre più ravvicinato di quelle finanziarie e di quelle ambientali; tanto che poi si è visto l’aggravarsi e il radicalizzarsi delle questioni sociali, da quella occupazionale a quella salariale, a quella ambientale.

Tutte cause e leve materiali di crescenti disuguaglianze. Sono questi grandi problemi a non aver ricevuto risposta, sicché la linea verticale che separava destra e sinistra si è infine trasformata nella linea orizzontale di separazione tra sopra e sotto, tra “noi e loro”, tra quelli di prima e quelli di adesso, in un nuovo rapporto “primordiale” di rappresentanza.

Detto ciò, appare chiaro come il compromesso oggi si ponga sul terreno sociale, cioè nel cuore stesso del rapporto di rappresentanza e non tra una sinistra e una destra di un singolo partito o dell’intero arco costituzionale. A questa novità, senza fantasie e approssimazioni bisogna dare una risposta adeguata.

Distaccarsi dal tempo accelerato della quotidianità. L’Osservatore Romano “scopre” una nuova Biblioteca contemporanea al monastero di Camaldoli

Entrare nella biblioteca comporta un distacco dal tempo, ovvero dalla quotidianità, per farsi toccare da un ritmo diverso. Julien Green sosteneva che «una biblioteca è il crocevia di tutti i sogni dellumanità».

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Gianni Di Santo

Il monastero di Camaldoli da sempre ospita la culla del sapere cristiano. Le sue celle monastiche contengono antichi scritti e ricettari, frutto di un lungo lavoro di apprendimento e di studio che i monaci camaldolesi si tramandano da più di mille anni.

La foresta di Camaldoli, assieme al monastero e all’eremo, che si trova a pochi chilometri di distanza in un luogo molto più silenzioso e seminascosto, sono un tutt’uno con l’ambiente, fondendosi in una ricerca spirituale e in una salmodia cantata letta e meditata, così come vuole la liturgia delle ore, da sempre. Questo è il segreto di Camaldoli: silenzio, presenza di Dio, apertura al mondo.

Un segreto “ben voluto” da tanti visitatori che, specie d’estate, salgono per questi monti, alla ricerca di riposo e ricerca spirituale. Tra le attività estive proposte, i monaci camaldolesi hanno deciso di avvalersi di una nuova biblioteca contemporanea. Sabato 10 e domenica 11 luglio ci sarà l’inaugurazione: sarà presente, tra gli altri, il cardinale José Tolentino de Mendonça, bibliotecario e archivista di Santa Romana Chiesa, che darà il via alla due giorni di riflessione e festa. Era da anni che la comunità monastica di Camaldoli pensava di predisporre una nuova biblioteca.

Ma dove collocarla, come organizzarla? Si trattava di unire attenzione sia agli spazi del monastero, sia alle esigenze organizzative specifiche di una biblioteca contemporanea. Gli architetti dello Studio Menichetti-Caldarelli hanno ideato un progetto dove struttura antica, organizzazione digitale moderna e bellezza artistica convengono insieme con armonia e sapienza. «Certo, il tutto corrisponde al sentire del nostro tempo di cambiamento d’epoca — dice il priore generale dei camaldolesi, dom Alessandro Barban — L’entrata della biblioteca comporta un distacco dal tempo veloce e accelerato della quotidianità per farsi toccare da un ritmo diverso, dove lo spazio architettonico conduce dentro un tempo esistenziale di ascolto, di lettura, e di profondità.

 

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-07/quo-153/distaccarsi-dal-tempo-accelerato-della-quotidianita.html

Libertà. Una delle “Dodici parole” appartenenti al Dante della Treccani. Qual è l’idea di libertà nel pensiero del Poeta?

Il ciclo “Dodici parole. Un anno con Dante” è curato e scritto dall’autore del contributo qui riportato in ampio stralcio. Egli, nelle sue conclusioni, asserisce che “per Dante è lesistenza dello Stato e della Legge ciò che consente lesercizio della libertà”.

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Oggi, quando pensiamo alla libertà, intendiamo un insieme di cose molto diverse: libertà della persona; libertà di movimento; libertà di pensiero, di coscienza, di religione; libertà di opinione e di espressione; libertà di riunione e associazione; libertà di scelta del lavoro; libertà di prendere parte alla vita culturale; libertà di sviluppare pienamente la personalità; libertà di votare; libertà di definire la propria identità di genere. E pensiamo a tutte queste cose, e a molte altre, perché siamo fermamente convinti che «Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti […], dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza», come sancisce la Dichiarazione universale dei diritti umani proclamata nel 1948 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Il limite della libertà, per noi moderni, è un limite immanente: «Nell’esercizio dei suoi diritti e delle sue libertà, ognuno deve essere sottoposto soltanto a quelle limitazioni che sono stabilite dalla legge per assicurare il riconoscimento e il rispetto dei diritti e delle libertà degli altri e per soddisfare le giuste esigenze della morale, dell’ordine pubblico e del benessere generale in una società democratica» (Dichiarazione universale diritti umani, art. 29, c. 2). Per Dante, al contrario, la libertà è trascendente.

Lo studio della vita e delle opere di Dante, a scuola e all’università, dovrebbe partire dalle lettere, attraverso le quali si può ascoltare la voce chiara, esplicita e potente del poeta senza il filtro della narrazione, come accade invece nella Vita nova e nella Commedia. Di Dante conosciamo tredici lettere, tutte in latino, tutte scritte in esilio, che trattano argomenti pubblici e privati; una, la celebre epistola a Cangrande della Scala, è di attribuzione incerta. Le lettere sono estremamente istruttive, per molte ragioni. Particolarmente interessante è l’epistola VI, indirizzata da «Dante Alighieri fiorentino ed esule immeritatamente agli scelleratissimi fiorentini di dentro», vale a dire i fiorentini “intrinseci” che a differenza di lui, che sta in esilio, vivono ancora nella città. Dante la scrive il 31 marzo 1311, in una fase politica complessa. Pochi mesi prima era iniziata la discesa in Italia di Enrico VII, re d’Italia e di Germania, il quale, diretto a Roma per poter essere incoronato imperatore, affrontava l’opposizione delle città italiane. Firenze si era schierata contro Enrico stringendo un’alleanza con Lucca, Siena, Perugia, Bologna e con il re di Napoli Roberto d’Angiò. L’anno successivo Enrico assediava Firenze, senza successo.

Ecco come Dante si rivolge ai suoi concittadini (cito alcuni brani dalla traduzione di M. Baglio): «Voi che trasgredite il diritto divino e umano, che la malvagia voracità della cupidigia ha adescato rendendovi pronti a ogni infamia, non agita forse il terrore della seconda morte (la dannazione eterna), da che, spregiando per primi e soli il giogo della libertà (iugum libertatis), avete gridato fremendo contro la gloria del principe romano, re del mondo e ministro di Dio, e […] rifiutando il dovere di una dovuta sottomissione, nella follia della ribellione avete preferito insorgere»; «Vedrete i vostri edifici […] tanto rovinare sotto i colpi dell’ariete quanto essere bruciati dal fuoco»; «E se la mia mente presaga non s’inganna […] vedrete la città sfinita da lunga afflizione essere infine consegnata in mani straniere, la più parte di voi annientata o nella strage o in prigionia, pochi destinati a sopportare con pianto l’esilio»; «E non vi accorgete, poiché siete ciechi, della cupidigia che vi domina e blandisce […] vi trattiene con vane minacce e vi imprigiona nella legge del peccato e vi vieta di obbedire alle sacrosante leggi fatte a immagine della giustizia naturale; l’osservanza delle quali, se lieta, se libera (si leta, si libera), non soltanto è comprovato che non sia servitù, ma anzi per chi valuta con perspicacia è evidente che sia proprio somma libertà (summa libertas). Infatti, che cosa altro è questa se non libero corso della volontà verso un’azione che le leggi facilitano a chi vi obbedisce? Pertanto, poiché sono liberi soltanto coloro che volontariamente obbediscono alla legge, chi penserete di essere voi che, mentre avanzate a pretesto il bene della libertà, contro tutte le leggi cospirate contro il principe delle leggi?».

Leggendo questa lettera si possono chiarire alcuni aspetti fondamentali del pensiero di Dante. Prima di tutto, non era un patriota. Le discussioni sul “poeta della Nazione” dovrebbero muovere da qui, perché Dante si definisce “fiorentino” per nascita e non per costumi, annuncia ai propri concittadini atroci sventure se non si sottometteranno all’Imperatore (l’assedio, l’incendio, la strage, l’esilio), li accusa di trasgredire il diritto umano e divino, avvinti dalla cupidigia. Che Dante non fosse un patriota lo sapeva bene Machiavelli, che nel Discorso intorno alla nostra lingua scrive: «in ogni parte mostrò d’essere, per ingegno, per dottrina e per giudizio, uomo eccellente, eccetto che dove egli ebbe a ragionare della patria sua; la quale, fuori d’ogni umanità e filosofico instituto, perseguitò con ogni specie d’ingiuria».

 

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https://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/articoli/parole/Dante_liberta.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=pem

 

 

Tutti in ginocchio? Va bene, ma sul Black Lives Matter grava l’ombra dell’ipocrisia.

L’America fatica a rompere con il razzismo, specie quello endemico e nascosto. Tuttavia gli europei, iniziatori della pratica di “esportazione” degli schiavi alcuni secoli fa, poi a lungo beneficiari dello sfruttamento perpetrato ai danni dei popoli africani, dovrebbero riconoscere che non bastano le scuse. Alcuni gesti sono apprezzabili, sebbene richiedano un sovrappiù di coerenza per confermarsi autentici e sinceri.

I campionati di calcio europei sono stati contraddistinti dallinginocchiarsi di alcune nazionali in onore al BML (Black Lives Matter), unappropriazione culturale ipocrita da parte degli europei, che appaiono non capirne significato e origini.

Il BML (Black Lives Matter) nasce nel 2013 grazie a Alicia Garza, Patrisse Cullors e Opal Tometi – in risposta allassoluzione George Zimmerman, lassassino di Trayvon Martin. Trayvon Martin era un 17enne afroamericano che il 26 febbraio 2012 stava parlando al telefono con la ragazza camminando per la strada a Sanford, Florida, quando fu ucciso dallo Zimmerman, sedicente neighborhood watch captain.

Incidenti come questi sono purtroppo la norma negli Stati Uniti: gli afroamericani vengono uccisi con arma da fuoco 10 volte più dei bianchi, e 3 volte più dei bianchi questo avviene ad opera della polizia. Sicuramente, la facilità di accesso alle armi da fuoco ha una sua importanza. Ma il vero fattore determinante è un altro: una cultura ancora profondamente razzista, specie negli stati schiavistidel sud.

La schiavitù negli Stati Uniti finisce formalmente nel 1865, ad opera del Presidente Lincoln, un poperché ci credeva ma soprattutto perché era strumentale a prevalere sui Confederati nella Guerra Civile. La segregazione razziale finisce, sempre solo formalmente, nel 1964, con il Civil Right Acts di Lyndon Johnson. Lintegrazione, invece, quella ancora deve venire.

Nel 1967, quando il divieto ai matrimoni interraziali ancora vigente in 16 stati fu cancellato dalla Corte Suprema con il caso Lovers vs Virginia, i matrimoni interraziali erano il 3% del totale. Nel 2016, i matrimoni misti erano il 10.2% del totale ed il 17% dei neosposi. Tuttavia, come mostra il PEW Center, la maggior parte dei neo-matrimoni interraziali riguarda Asiatici (29%) e Ispanici (27%), e la metà di coloro che contraggono un matrimonio misto sono nati e cresciuti allestero. La percentuale dei neosposi afroamericani che sposano un partner di razza diversa era il 3% nel 1980 ed il 18% nel 2015 (di cui curiosamente il 24% tra gli uomini ed il 12% tra le donne). Solo il 10% delle coppie miste sono però con un bianco/a, una percentuale invariata dal 1980.

In altre parole, nonostante le nuove generazioni stiano cambiando, lAmerica multicolore ed integrata è ancora più una rappresentazione di Hollywood che non una realtà. Persino nella capitale americana, Washington DC, i bianchi vivono in stragrande maggioranza nella parte Nord-Ovest della città e difficilmente mettono piede nel Sud-Est o nel Nord-Est. Negli stati del sud, la cultura è ancora profondamente razzista. È di questi giorni la notizia che Nikole Hannah-Jones ha abbandonato lUniversità del North Carolina a favore di Howard University, storica università afroamericana, proprio a causa della perdurante cultura razzista a UNC. Nikole Hannah-Jones è specialmente nota per aver dato vita al 1619 Project, uniniziativa del New York Magazine per cui ha vinto ilPremio Pulizer, creata in occasione del 400° anniversario dellarrivo della prima nave trasportante schiavi dallAfrica allAmerica del Nord. Un progetto importante perché ricorda che la maggior parte dei neri americani sono discendenti da persone che furono portate contro la loro volontà e con la forza nel continente americano per essere schiavizzate. Lultima nave piena di schiavi ad arrivare in America fu la Clotilde nel 1860.

Se gli americani sono colpevoli di aver importato schiavi fino alla Clotilde, nonchè di tutti gli orrori che ne sono seguiti, vale la pena tuttavia ricordare che furono gli europei a portare gli schiavi africani nel nuovo continente, oltre a schiavizzarne e decimarne gli abitanti originali, indiani ed indios.

La tratta transatlantica degli schiavi si sviluppa a partire dal15° secolo, inizialmente verso lAmerica Latina per poi arrivare, appunto nel 1619, anche in America del Nord. Si stima che 12 milioni e mezzo di africani e loro discendenti siano stati schiavizzati nel continente americano. Ironicamente, molti dei paesi i cui giocatori di calcio si sono inginocchiati, sono proprio quelli che per secoli hanno prosperato sulle spalle degli schiavi africani: Belgio, Danimarca, Spagna, Olanda, Portogallo, e Inghilterra per poi continuare ad arricchirsi sfruttando le colonie. Alcuni leader, come il re Filippo del Belgio, ha cominciato a chiedere scusa per le ferite coloniali, ma non basta neanche per cominciare.

Inginocchiarsi per il BLM, convenientemente dimenticando (o ignorando) che il problema è stato creato dagli europei, è ipocrita. Gli europei devono sì inginocchiarsi, ma per chiedere perdono per gli orrori di cui si sono macchiati e, soprattutto, promettendo di cambiare. Ad esempio, facendo qualcosa di concreto per quei poveretti ammassati nei campi profughi, in fuga dagli orrori che noi occidentali (italiani inclusi) abbiamo contribuito a creare negli ultimi due decenni.

La riforma fiscale non è un pranzo di gala

Far quadrare il cerchio, trovando risorse adeguate a copertura del minor carico tributario, è unimpresa molto impegnativa. Il vincolo dellalto debito pubblico richiede una faticosa ricerca di soluzioni non effimere. Stavolta pagheremmo caro un tuffo nella improvvisazione o peggio nella demagogia.


In questi giorni la commissione parlamentare sulla riforma fiscale
ha prodotto un documento finale di sintesi che dovrebbe portare ad una legge delega che il Parlamento, credo, potrà approvare entro luglio. Nulla di nuovo sotto il sole del Bel Paese. Approssimandosi la fine della legislatura, è consuetudine dei parlamentari presentare una legge sulla riforma fiscale che immancabilmente va a binario morto, salvo poi che eletto il nuovo Parlamento altri rappresentanti si incarichino di ricominciare daccapo lo stesso iter.

Speriamo che non avvenga stavolta, ma le premesse ci sono tutte. Essendo il tema più caldo per i cittadini, anzidiventato ormai rovente per la sostanziale inarrestabile crescita del prelievo nellultimo quarto di secolo, le forze politiche sono istintivamente portate a misurarsi con una riforma così sentita dai cittadini. In passato non hanno garantito mai risultati apprezzabili, ed anzi hanno ingarbugliato sempre più la normativa già largamente inadeguata, spesso con interventi ad hoc per sostenere ora questa, ora laltra categoria di interessi.

In assenza di valide proposte a riguardo della copertura diuna spesa che inevitabilmente lievita in misura cospicua, si è ripiegato ogni volta in direzione di palliativi, se non peggio, che prendono illusoriamente il posto di soluzioni credibili e coerenti. Cosicché si sono fatte operazioni che in larga parte, ed in ultima analisi, hanno appesantito i gravami fiscali per gli italiani, creando altresì disparità e ingiustizie difficilmente accettabili. Inoltre appare utile precisare, a costo di scivolare nella banalità, che lannuncio di rivedere le aliquote a beneficio dei contribuenti non avrà facili riscontri, dato il calo di risorse eminentemente a causadella contrazione economica. Ancor più che in passato peserà poi lalto debito, giunto ormai al 160% del prodotto interno lordo.

I cambiamenti fiscali, come si sa, non si fanno con episodici investimenti. Ciò vale per qualsiasi operazione pubblica, considerata la necessità di sostegni finanziari stabili dentro la cornice di conti statali in equilibrio. Ora, non possono essere che tre le leve da adoperare, se si avesse davvero in mente di ridurre le tasse trovando così le necessarie poste finanziarie: aumento delle entrate dello Stato in virtù di un complesso di indici economici in crescita; riduzione della spesa pubblica improduttiva, con il taglio dei rami secchi dello Stato e delle autonomie locali; revisione e rimozione di bonus, deduzioni, riduzione e detrazioni fiscali.

Detto ciò, sappiamo che lattuale politica di ogni colore, è più facile che faccia crescere il numero dei bonus che ridurli; la crescita economica potrà essere ottenibile con tempi mediolunghi e comunque avrà bisogno di riassorbire i molti danni subiti dalla pandemia e dalle crisi precedenti; il taglio della spesa improduttiva risulta ancora un tabù per la politica italiana, che tende a non disturbare i propri rappresentanti nelle Regioni e nei Comuni, tant’è che nessuna forza politica ne parla. Se le cose stanno così, e così sono, i propositi annunciati porteranno ad un nuovo buco nellacqua.

Sicuramente, poi, si parlerà come si è più volte fatto di revisione dei carichi a costo zero. A quel punto non ci si potrà che preoccupare ulteriormente in quanto gran parte del sentimentpolitico insegue chi mediaticamente ha più voce. Una situazione, questa, che certamente non favorirà coloro che meritano davvero più attenzioni. Ma va ribadito fino alla noia che senza un taglio vigoroso di tasse per imprese e persone fisiche, difficilmente usciremo dal pantano economico in cui ci troviamo a causa dellasfissia del mercato interno, anche per la mancanza di interesse dei capitali stranieri ad investire in Italia.

La cultura della mediazione è ancora attuale? Bisogna fare i conti con il muro ideologico di una democrazia a senso unico.

Il pluralismo viene predicato a parole, ma rinnegato nei fatti. Anche la tolleranza è unidirezionale. Non può essere questa una condizione accettevole per i cattolici democratici: in gioco è il futuro della democrazia.

C’è poco da fare, alla fine o affrontiamo la questione dei reali termini in cui si pone lesercizio della cultura della mediazione nel contesto attuale, o altrimenti occorre arrivare a constatare il rischio, come fa Giorgio Merlo, riferendosi alla legge Zan, che la ricerca di un confronto viene interpretato quasi come un attentato alla dialettica politica, marginalizzando così la nostra area politica. Credo che il dibattito intorno a quella legge costituisca un caso emblematico.

Per venire subito al dunque: un conto è discutere con gente che è convinta che in Italia vada fermata una sistematica discriminazione verso i gay e verso masse di giovani e giovanissimi che avrebbero come loro massima aspirazione quella del cambio di sesso. In questo caso si ragiona con pazienza, si guardano le statistiche (quanti casi di violenza o di richiesta di avviare la transizione di genere, ecc.) e si vara un provvedimento commisurato al fenomeno in modo che chi ha sollevato il problema possa sentirsi rassicurato, senza limitare la libertà, e tenendo conto dellentità, di chi la pensa diversamente e comunque sempre nellalveo dei diritti costituzionalmente riconosciuti a ciascuno in quanto persona.

Un altro conto, invece, è dover sbattere contro il muro dellideologia, contro una pressione culturale e mediatica a senso unico, fatta di cliché sedicenti politicamente corretti. In questo caso i dati reali non contano più. Perché se lobiettivo è quello di coinvolgere le istituzioni nella incentivazione di comportamenti omosessuali, nel promuovere la teoria gender e nellincoraggiare a livello di massa percorsi e trattamenti di transizione sessuale, fin dalla più tenera età, allora i dati perdono qualunque rilevanza.

Conta solo lobiettivo, chi lo nega tendenzialmente non è degno neanche di rispetto, è oscurantista e nemico del sistema, come nelle dittature.

Non facciamoci illusioni, al di là della buona fede dei singoli interlocutori, il contesto in cui ci tocca operare è il secondo, quello del muro ideologico, in cui spesso la buona fede dei singoli interlocutori finisce per essere usata per scopi definiti a un livello superiore, che sembrerebbe aver decretato la cancellazione del modello di società libera, minimamente giusta sul piano sociale e fondata sullinderogabile riconoscimento della sacralità della persona umana, che si è imposto in Occidente e non solo, in risposta ai totalitarismi del Novecento.

Se non si prende atto del mutato contesto, temo che la nostra azione risulterà inefficace, a prescindere dalle forme organizzative scelte. Un dato che, a mio avviso, Merlo coglie assai bene: “È ovvio – scrive – che la cultura della mediazionein un quadro del genere non abbia diritto di cittadinanza. Il tutto aggravato da una voglia, persin violenta (almeno a livello verbale) di delegittimare definitivamente ed irreversibilmente lavversario politico in qualsiasi modo e con qualsiasi strumento.

Seppur con qualche distinguo la stessa musica si sente quando si parla di ambiente, debito, salute, tecnologia, difesa, etc.: obiettivi predeterminati, dibattito a senso unico, meglio sarebbe dire narrazione unica ottenuta a costo di grossolane semplificazioni, agli antipodi della cultura del dialogo. Possiamo parlare di censura se non di vera e propria criminalizzazione dei punti di vista differenti, a meno che non siano autorizzati o sdoganati dallalto, ovvero dagli ambienti che esercitano ai più alti livelli un potere sottratto,per non dire usurpato, al controllo democratico e alle istituzioni preposte.

Essere consapevoli della peculiarità e criticità dellattuale contesto: questo mi parrebbe il punto da cui partire per impostare un credibile percorso basato sul rilancio della cultura della mediazione, efficace, capace di inserirsi con caparbietà nellagone politico, se non ci si vuole perdere solo in unoperazione nostalgica, velleitaria e anacronistica per palese inadeguatezza a riconoscere le caratteristiche dei reali interlocutori attuali.

Riapertura scuole a Settembre, il Veneto si orienta per la fine del mese. Poi Zaia ci ripensa

Padovaoggi.it riferisce di una iniziale intenzione del Presidente del Veneto Luca Zaia di rinviare alla fine del mese di settembre la riapertura delle scuole, per favorire il prolungamento della stagione turistica, specie quella balneare. Ma il Governatore del Veneto ci ripensa quasi subito, troppo forte il disagio per le famiglie.

Una decisione pragmatica, saggia e lungimirante.

Durante la lunga fase pandemica il conflitto e le diaspore tra Stato e Regioni hanno condizionato non poco le decisioni prese, a volte in aperto contrasto tra loro e questo ha aumentato il disorientamento tra i cittadini, in un Paese colorato a zone, persino invalicabile nei confini interni, con situazioni paradossali di veti, divieti, conferme e smentite anche sul piano scientifico. La scienza dovrebbe dettare regole uguali per tutti, salvo comprovati motivi: sovente il focus della sovrapposizione di competenze ha avuto e ha – con il decentramento autarchico – motivazioni politiche che viste da fuori hanno le sembianze dei giochi di potere. A volte ci sono ragioni per derogare da un indirizzo nazionale, altre sono una prova muscolare.

Riesce difficile per la gente normale capacitarsi ed immedesimarsi nell’idea di una Unione Europea che inceda coesa e compatta quando nella vita quotidiana i localismi spesso prendono il sopravvento.

Europa federale, Europa delle Nazioni: ma direi soprattutto Europa delle Regioni e dei Comuni.

Accade da noi ma un poco ovunque, specie negli Stati fortemente decentrati,  in genere mal si sopportano le decisioni uguali per tutti, la rivendicazione dell’autonomia a volte genera situazioni disparate e inspiegabili razionalmente, si scrive autonomia, si legge discrezionalità, a volte privilegi.

Un tempo l’anno scolastico iniziava il 1° ottobre e terminava a fine giugno, fatti salvi gli esami di maturità e quelli di riparazione a settembre: le varie generazioni di ‘remigini’ cresciute e formate in quel sistema scolastico, con un calendario unico nazionale, non mi pare abbiano per questo sofferto di turbe emotive o di forme di analfabetismo di ritorno.

Tutto tende adesso verso la facilitazione e l’avvicinamento dei luoghi delle decisioni ai luoghi delle azioni.

In tema di scuola va detto che le Regioni hanno per legge piena autonomia sulla determinazione del calendario scolastico: sul piano formale quindi se una Regione decidesse di variare le date di inizio e quelle in corso d’anno  delle lezioni si tratterebbe di una decisione ineccepibile.

Ciò che forse non piace sono gli ibridi: le scuole iniziano dopo ma chi vuole può andarci lo stesso, si riaprono ma solo in sedicesimo, ci saranno corsi e corsetti, ufficiosi e non ufficiali, intersezioni con le autonomie scolastiche e distinzione tra volonterosi e facinorosi, buoni e cattivi, ogni scuola potrebbe funzionare in modo diverso, rispetto a tempi e modalità organizzative.

Per un funzionamento territorialmente differenziato dei servizi pubblici occorre una base istituzionale federale. L’Italia è un Paese geograficamente differenziato in quanto ad esigenze e contesti di vita.

Però quando da una parte si decide in un modo, dall’altra in un altro, il governo centrale coordina e indirizza ma non decide più e quasi tutto sta scivolando verso la legiferazione territoriale senza un fondamento di autonomia istituzionalizzata bisogna chiedersi se tutti i cittadini hanno alla fini fine gli stessi diritti e gli stesso doveri, indipendentemente dalla residenza.

La scuola è un servizio pubblico di primaria importanza e svolge anche una funzione di tutela e garanzia sociale. Custodisce gli alunni e si assume la responsabilità della loro vigilanza.

A chi lasciano i figli i genitori che lavorano e se le scuole non sono ancora riaperte?
Ne veniamo da una lunga stagione di lockdown totali e parziali, disagi, scombussolamenti delle vite familiari e dell’organizzazione domestica. Abbiamo provato la DAD ma all’apparir del vero persino gli alunni se ne sono lamentati. Stare a casa non è come andare a scuola. C’è bisogno di una relazione umana che integri e realizzi in pieno quella didattica. Di tempo educativo se ne è perso troppo. Se il sistema scolastico si fa aleatorio, discrezionale, regionalizzato o municipalizzato, si creano differenze persino lesive del diritto allo studio e dell’uguaglianza delle opportunità di partenza. La deregulation applicata agli impegni scolastici produce una sorta di alleggerimento dei doveri legati allo studio, un sistema che ora si allunga e ora si accorcia, dove invece che andare a scuola si può decidere di prolungare le vacanze e andare al mare.

Per questo il Veneto ha fatto subito dietro-front. Lo studio è una cosa seria e richiede impegno, non può essere barattato con le rivendicazioni dei bagnini o il fatturato degli albergatori.

Che hanno ragione a recuperare sulle chiusure forzate ma non penalizzando la scuola.

Tra i Paesi OCSE occupiamo già le posizioni di coda in quanto ad efficienza-efficacia del sistema formativo.

Non credo che ce lo possiamo permettere ancora a lungo.

Il tramonto della “cultura della mediazione”. Senza la quale, tuttavia, il governo del Paese resta appeso alle pretese dei più agguerriti.

N­on si tratta dinsistere più di tanto sullodioso portato anti mediazionedella propaganda grillina. Complice la crisi del Movimento, la pubblica opinione è avvertita dei danni che essa ha prodotto nel tempo. Conta invece rilevare che il Pd assume con Letta il medesimo profilo radicale. Con ciò siamo ben lontani dalla migliore esperienza democratico cristiana.

La cosiddetta cultura della mediazione” è, storicamente, uno dei caposaldi costitutivi del cattolicesimo politico italiano. E proprio attorno alla cultura della mediazione, per dirla con il grande storico cattolico democratico, Pietro Scoppola, noi abbiamo potuto registrare le qualità e le capacità delle classi dirigenti del passato. Nello specifico, della classi dirigenti di governo. Non a caso fu proprio la Democrazia Cristiana, in particolare le componenti interne riconducibili alla sinistra democristiana, a farsi protagonista e artefice di questa modalità concreta del far politica nel costruire, di volta in volta, la miglior sintesi possibile per il bene del paese.

Certo, la cultura della mediazione” è figlia di una concezione politica che respinge alla radice qualsiasi forma di radicalizzazione del confronto; è estranea alla tesi della criminalizzazione dellavversario, cioè del nemico politico; non prevede la delegittimazione morale e politica dellinterlocutore e, soprattutto, cerca sempre la miglior sintesi politica possibile non attraverso un compromesso al ribasso ma, semmai, con una mediazione alta, appunto.

Ecco, questa modalità concreta di ricercare le ragioni di una convergenza, pur senza alcuna deviazione consociativa o, peggio ancora, trasformistica, è la conseguenza di una precisa cultura poltiica. Non a caso, i grandi statisti democratici cristiani del passato, e non solo, non praticavano questa prassi per conservare il solo potere o per ridicolizzare lavversario politico di turno. Al contrario, era la strada migliore per la ricerca di una convergenza politica e parlamentare che restava lobiettivo finale della stessa azione politica. Anche in stagioni dove la contrapposizione politica e parlamentare era allordine del giorno e caratterizzava il confronto tra i vari partiti.

Ora, che cosa resta di tutto ciò nellattuale contesto politico italiano? Certo, siamo ancora – speriamo per poco, comunque sia – in una stagione politica dominata dal populismo, dal trasformismo e dallopportunismo politico e parlamentare. È persin inutile ricordare che in contesti del genere la cultura della mediazioneresta un corpo del tutto estraneo se non addirittura un oggettivo impedimento da radere al suolo per poter declinare concretamente lazione politica. E, non a caso, lideologia grillina, ora condivisa e sposata dal nuovo corso del Partito democratico di Letta, non prevede questa prassi nella gestione politica complessiva.

I totem ideologici di quel partito, il movimento 5 stelle appunto, ormai li conosciamo talmente bene che non è granché credibile la tesi di rimuoverli saltuariamente dal confronto politico quotidiano. Dalluno vale unoalla ridicolizzazione politica del passato, dalla contestazione a tutte le culture politiche alternative al populismo alla demagogia e alla deriva antiparlamentare, da una spregiudicata anti politica alla violenza verbale. Dal vaffa dayin poi. È ovvio che la cultura della mediazionein un quadro del genere non abbia diritto di cittadinanza. Il tutto aggravato da una voglia, persin violenta – almeno a livello verbale – di delegittimare definitivamente ed irreversibilmente lavversario politico in qualsiasi modo e con qualsiasi strumento. E, su questo versante, la specificità culturale di un grande patrimonio politico del passato – quello del cattolicesimo popolare e democratico, appunto – non può che essere sacrificato sullaltare delle nuove mode.

Se, però, non stupiscono affatto il comportamento e la prassi dei 5 stelle – un partito estraneo ed esterno alla cultura politica e parlamentare delle tradizionali forze politiche del nostro paese – quello che incuriosisce è il cosiddetto nuovo corsodi quei partiti, a cominciare dal Pd e da chi lo rappresenta, che hanno fatto della distruzione della cultura della mediazionequasi la loro ragion dessere. Forse in virtù del fatto che per stringere unalleanza storica, organica e strutturale con i 5 stelle non si può che assecondarne la loro cultura e il loro concreto modo dessere. Un elemento, questo, talmente evidente e palpabile che non merita ulteriori commenti.

E la vicenda politica, parlamentare e legislativa dellormai famosissima legge Zannon è che la plateale sintesi di questa impostazione. Al punto che la ricerca di una mediazione, o di un accordo, o di un confronto viene visto e percepito quasi come un attentato alla attuale dialettica politica e parlamentare. E quindi da respingere senza esitazione al mittente. E questo al di là delle posizioni di Renzi che, come noto e ormai scontato, sono sempre e solo del tutto strumentali, estranee e lontane dal merito della questione. Ma questo è un altro paio di maniche.

Spiace rilevare, infine, che anche su questo versante emerge una grave carenza della presenza pubblica dei cattolici democratici e popolari. Un motivo in più, quindi, per accelerare le ragioni della presenza di questarea culturale nella concreta dialettica politica italiana.

Supermedia AGI/YouTrend: la Lega resta primo partito, FdI in lieve frenata

Fra Salvini e Meloni il distacco resta comunque inferiore a un punto percentuale. In lieve crescita il Pd, mentre M5s paga le tensioni interne, lasciando sul terreno mezzo punto.

La Lega resta primo partito, mentre FdI frena leggermente, restando comunque a meno di un punto dal Carroccio. In lieve aumento il Pd, con M5s che invece perde mezzo punto percentuale. 

È quanto emerge dalla Supermedia settimanale elaborata da YouTrend per AGI.    

In dettaglio, rispetto a due settimane fa, il partito di Salvini guadagna 0,1 punti, portandosi al 20,6%, mentre quello di Giorgia Meloni perde 0,2 punti e scende al 19,8%.

Al terzo posto i dem con il 19,4% (+0,3), seguiti da M5s con il 15,7% (-0,5).

La maggioranza che sostiene Draghi subisce una lievissima flessione (-0,2), ma resta ancora molto elevata, pari al 73,2%. Il centrodestra, nel suo complesso, si attesta sul 49,0%, con una frenata di 0,3 punti. In flessione anche i ‘giallorossi’ che si portano al 37,1%, perdendo 0,1 punti.

 

Supermedia liste

Lega 20,6 (+0,1)

FdI 19,8 (-0,2)

Pd 19,4 (+0,3)

M5s 15,7 (-0,5)

Forza Italia 7,9 (-0,1)

Azione 3,1 (=)

Italia Viva 2,0 (-0,3)

Sinistra Italiana 2,0 (+0,2)

Art.1-MDP 1,9 (+0,1)

+Europa 1,8 (+0,3)

Verdi 1,6 (=)

 

Supermedia aree Parlamento 

Maggioranza Draghi 73,2 (-0,2)

di cui:  

   giallorossi (Pd-M5s-Mdp) 37,1 (-0,1)

   centrodestra (Lega-FI-Toti) 29,2 (-0,2)

   centro liberale 7,0 (=)

Opposizione dx (FdI) 19,8 (-0,2)

Opposizione sx (Si) 2,0 (+0,2)

 

Supermedia coalizioni politiche 2018

Centrodestra 49,0 (-0,3)

Centrosinistra 26,4 (+0,3)

M5s 15,7 (-0,5)

Leu 3,9 (+0,3)

Altri 5,0 (+0,2)

 

N.B.: le variazioni tra parentesi indicano lo scostamento rispetto alla Supermedia di due settimane fa (24 giugno).

NOTA: La Supermedia YouTrend/Agi è una media ponderata dei sondaggi nazionali sulle intenzioni di voto, realizzati dal 24 giugno al 7 luglio dagli istituti EMG, Euromedia, Ipsos, Ixè, SWG e Tecnè. La ponderazione è stata effettuata il 24 giugno sulla base della consistenza campionaria, della data di realizzazione e del metodo di raccolta dei dati. La nota metodologica dettagliata di ciascun sondaggio considerato è disponibile sul sito ufficiale www.sondaggipoliticoelettorali.it.

La solitudine delle giovani famiglie

Negli ultimi 30 anni abbiamo assistito alla negazione del valore sociale ed economico della famiglia, alla noncuranza delle condizioni lavorative dei giovani, alla imperdonabile trascuratezza con la quale abbiamo fatto finta di non vedere il ricatto occupazionale subito dalle giovani madri.

Chi si è occupato negli ultimi decenni dei giovani, del loro lavoro e delle loro future famiglie? Pochi, forse pochissimi.

I dati demografici Istat, dimostrano il fallimento degli ultimi decenni, dai 18 nati ogni 1000 abitanti degli anni ’60, ai 7,3 del periodo 2016-2020; il numero medio di figli per donna in Italia nel 2020 è pari a 1,24; l’età media per il primo figlio è 32 anni. Il numero medio di figli per donna è in Francia 1,86, in Germania 1,57, media UE 1,53, dati Eurostat.

Tra le tante cause che hanno determinato i numeri sopra indicati, mi limito a ricordare i salari medi dei nostri giovani, la precarietà dimenticata perché priva di tutele, l’accesso ai mutui e i carenti servizi all’infanzia. Un problema mai risolto è l’offerta di asili nido, il tasso di copertura della fascia 0-2 anni è pari al 24,7%, ben al di sotto del 33% che l’Unione Europea aveva raccomandato di raggiungere entro il 2010.

È evidente che l’assenza di “politiche di centro” abbia inciso negativamente sulla crescita sociale, economica e demografica del nostro Paese. Una nazione che non ha visione, non ha futuro. La nostra visione centrista è chiara, concreta e attualizzabile, dobbiamo però promuoverla e farla conoscere.

Per questo vorrei proporre, a chi legge, un breve passaggio dell’enciclica laborem exercens del 1981, nella quale Giovanni Paolo II, scrive: (n. 10) “Il lavoro è il fondamento su cui si forma la vita familiare, la quale è un diritto naturale e una vocazione delluomo. Questi due cerchi di valori uno congiunto al lavoro, laltro conseguente al carattere familiare della vita umana devono unirsi tra sé correttamente, e correttamente permearsi. Il lavoro è, in un certo modo, la condizione per rendere possibile la fondazione di una famiglia, poiché questa esige i mezzi di sussistenza, che in via normale luomo acquista mediante il lavoro. Lavoro e laboriosità condizionano anche tutto il processo di educazione nella famiglia, proprio per la ragione che ognuno diventa uomo, fra laltro, mediante il lavoro, e quel diventare uomo esprime appunto lo scopo principale di tutto il processo educativo”.

Senza radici culturali e valoriali è impossibile avere una visione politica ed economica, infatti nel 1943, Walter Eucken, uno dei padri più celebri del pensiero dell’economia sociale di mercato scriveva: Leconomia deve servire agli uomini viventi e a quelli futuri e deve aiutarli per lattuazione delle loro più importati determinazioni. Solo con le forze materiali la vita umana non può essere configurata in modo sopportabile e nessuneconomia può essere basata in maniera vitale. Essa ha bisogno di un ordine giuridico garantito e di una solida base morale.

Non era lontano dalle preoCcupazioni dei cattolici in politica. Aldo Moro aveva ben chiaro il nostro compito, aveva ben chiara la nostra ispirazione politica: [Abbiamo bisogno] di una politica condotta, se non dal centro, in nome del centro stesso. E quel centro è la persona: il valore dellinalienabilità della persona da se stessa e da tutto ciò che il fenomeno umano produce.

Altro insegnamento fondamentale, per il nostro percorso, è quello di Papa Francesco che in Amoris Laetitia al n. 82 scrive: “Linsegnamento della Chiesa aiuta a vivere in maniera armoniosa e consapevole la comunione tra i coniugi, in tutte le sue dimensioni, insieme alla responsabilità generativa”.

Anche nella nostra bellissima e amatissima Costituzione è espressa allart. 30 la funzione genitoriale: È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli.

Del esso, nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, all’articolo 1 si legge: “La dignità umana è inviolabile. Essa deve essere rispettata e tutelata”. E subito appresso, allarticolo 7 si completa laffermazione in questo modo: “Ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, del proprio domicilio e delle proprie comunicazioni”

La nostra visione è chiara, concreta e attualizzabile perché collegata ai 4 riferimenti individuati nella presentazione di “Forum Al Centro”: europeismo, costituzione, crescita felice (rispetto per persona e ambiente) e combinazione tra la dottrina sociale cristiana e economia sociale di mercato.

Alcune risposte, alle tante cause della crisi demografica fin qui citate, stanno per arrivare, penso all’assegno unico per figlio, alla garanzia per l’accesso ai mutui dei giovani, alla riforma degli ammortizzatori sociali che dovrebbero rendere universali le tutele, ma ancora tanto si rende necessario per la “crescita felice”. Una crescita che non guardi al solo Pil, ma che sia in grado di tutelare ogni persona umana e che sia capace di rispettare l’ambiente. Il Pnrr potrà agevolare tale percorso, solo se saremo in grado di rispettare i “soldi altrui”, mi riferisco alla capacità di realizzare in tempi brevi le riforme e le opere progettate, di evitare le solite ruberie o peggio ancora che i tanti miliardi finiscano nelle mani sbagliate.

Ogni cittadino avrà la responsabilità di controllare il processo avviato. Il futuro è nelle nostre mani, non lasciamo mai più sole le giovani famiglie.

Un nuovo umanesimo. Ancora un approfondimento sul pensiero di Edgar Morin (Osservatore Romano).

Lautore sottolinea come la proposta di Morin sia acuta e provocatoria al tempo stesso. E indica a riprova questa citazione: «Promuoviamo anzitutto una politica che unisca globalizzazione e de-globalizzazione, crescita e decrescita, sviluppo e inviluppo. Questi termini sono antinomici solo in una logica binaria che li rinchiude in alternative mutilanti».

Luca M. Possati

«Lumanesimo rigenerato rifiuta lumanesimo della quasi divinizzazione delluomo, teso alla conquista e al dominio della natura. Riconosce la complessità umana, fatta di contraddizioni. Lumanesimo rigenerato riconosce la nostra animalità e il nostro legame ombelicale con la natura, ma riconosce anche la nostra specificità spirituale e culturale. Riconosce la nostra fragilità, la nostra instabilità, i nostri deliri, lignominia delle uccisioni, delle torture, dello schiavismo, le lucidità e gli accecamenti del pensiero, la sublimità dei capolavori di tutte le arti, le opere prodigiose della tecnica e le distruzioni operate dai mezzi di questa stessa tecnica».

È con lappello a un nuovo umanesimo capace di unire ragione e passione, conscio dellassurdità di una ragione pura o di una verità assolutizzante, che Edgar Morin ha deciso di rispondere alla sfida della pandemia globale. Nella crisi del Covid il filosofo francese indica una grande opportunità che non può ridursi allo slogan dellennesima rivoluzioneo di un precostruito progetto, nozioni troppo statiche per rendere il senso della trasformazione necessaria. Nel libro Cambiamo strada (2020), Morin parla invece di una nuova viaanimata dalla speranza del rinnovamento. È il suo più grande insegnamento: la complessità non deve farci paura, ma spingere a ridefinire il nostro pensiero e le nostre vite in maniera creativa, nuova, coraggiosa.

Secondo Morin, la grande lezione del coronavirus è quella di spingerci a riflettere sulla nostra esistenza e sul destino della comunità umana come mai fatto prima. Il covid è una grande esperienza collettiva che mette in crisi lindividualismo e ledonismo capitalista della seconda metà del Novecento. Luomo si è improvvisamente scoperto un essere fragile, che non domina affatto il pianeta e che, anzi, si scopre sempre più dipendente dai sottili equilibri della biosfera. «La nostra fragilità era stata dimenticata, la nostra precarietà occultata. Il mito occidentale delluomo il cui destino è diventare padrone e possessore della Natura” è crollato di fronte a un virus».

Tra i vari aspetti sottolineati da Morin ce n’è uno che emerge con particolare nettezza e che spinge allapprofondimento: il fallimento dello stato. «La crisi ha fatto riemergere il problema di fondo di unamministrazione statale iperburocratizzata e sottomessa ai suoi vertici a pressioni e interessi che bloccano ogni riforma», un paradosso per il pensiero neoliberista che invece ha fatto della lotta alla burocrazia e al centralismo uno dei suoi principali vessilli almeno a parole.

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-07/quo-152/un-nuovo-umanesimo.html

Fare le cose per bene. Dentro ogni fatica umana agisce il fattore di una volontà che si conforma alla buona coscienza. La politica non si autofonda moralmente.

Attribuire alle riforme un valore palingenetico presenta rischi di fraintendimento. Se a una norma subentra unaltra norma, pure più giusta nelle intenzioni e nelle speranze, può avvenire che nella vita reale nulla cambi. Occorre che il cambiamento sia metabolizzato interiormente. È la coscienza individuale e collettiva il vero discrimine tra il bene e il male.

Ela coscienza individuale e collettiva il vero discrimine tra il bene e il maleCome siamo cambiati? Come viviamo? Quali speranze coltiviamo per il nostro futuro?

Una prima osservazione riguarda lo straordinario progresso scientifico e tecnologico che ci ha offerto potenzialità di miglioramento un tempo impensabili. Le aspettative di vita sono esponenzialmente cresciute in quantità e qualità Non si può non constatare, poi, con che peso e in che misura leconomia abbia influito sugli stili di vita e come la teoria della crescita illimitata, del benessere diffuso, dellofferta di beni e servizi si stia misurando in tempo di crisi con la realtà, sollecitando riflessioni, valutazioni e consuntivi in ogni aspetto del vivere.

Ma quando la gestione della ricchezza prodotta non è accompagnata da un solido fondamento etico si generano disuguaglianze, ingiustizie, nuove e crescenti povertà. La forbice tra sovrabbondanza e indigenza si sta divaricando sempre più e non è fuori luogo correlare questa tendenza con le azioni tardive della politica e dei governi, con la loro incapacità di riequilibrare questo crescente gap.Soprattutto perché non si tratta di un fenomeno limitato a certe aree geografiche o alla differenza storicizzata tra paesi poveri e paesi benestanti.

Anche nelle più evolute civiltà occidentali si stanno generando nuove e inconsuete sacche di povertà emergenti, fino a modificare e a rendere labile, in termini di pensiero condiviso, la differenza tra ciò che è superfluo e ciò che è necessario. Ci sono le regole dei mercati, poi le politiche per governare il cambiamento, le leggi e le norme che a livello nazionale o sovrannazionale tentano di dare nuovi indirizzi ad una società globalizzata ed in continua evoluzione.

Tuttavia, nel loro porsi in termini oggettivi queste derive che puntano sulla crescita e sul progresso, sul miglioramento delle condizioni di vita o nellapplicazione di nuovi principi di uguaglianza e di democrazia, non si traducono in automatismi applicabili tout-court, poiché devono misurarsi con privilegi lungamente radicati e con sentimenti soggettivi di condivisione, che dimorano nella consapevolezza interiore di ciascuno.

Una nuova consuetudine si sta imponendo negli stili di vita e non sempre per scelta o volontà ed è una consuetudine antica, cui non eravamo più abituati da tempo: accontentarsi, un verbo fino ad ieri espunto dal più utilizzato vocabolario quotidiano. La nostra epoca è straordinariamente ricca di potenzialità, come mai accaduto in passato, sta a noi sostanziare lessere e il cambiare con le categorie delluguaglianza, della democrazia, della libertà.

Questo è un compito che ci riguarda tutti, non possiamo aspettare che ci venga suggerito o che tocchi a qualcun altro il dover cominciaread essere migliore. Come vivere? Questa domanda ce la dobbiamo porre non soltanto alla fine di un anno, di un secolo o di un millennio, ma tutti i giorni quando svegliandoci dovremmo dire: oggi che cosa ci aspetta? Allora io considero che si dovrebbero fare le cose per bene, perché non c’è maggior soddisfazione di un lavoro ben fatto. In queste parole di Mario Rigoni Stern stanno racchiusi molteplici interrogativi che riguardano la nostra esistenza: dalle scelte etiche, ai comportamenti quotidiani, da ciò che ci pertiene intimamente, agli stili di vita cui aderiamo, alla presenza degli altri, cioè del nostro prossimo, in qualunque progetto che riguardi il presente e il futuro.

Dunque la risposta si riassume in questa semplice affermazione – “fare le cose per bene” – ed ha una valenza universale perché è estensibile a tutto il genere umano. La conclusione cui si può giungere ci riporta ad una considerazione etica del vivere, oltre le finanze virtuali, oltre le economie nazionali, i PIL, lo spread e le teorie della crescita e dello sviluppo. Il prevalente fattore generativo dei mutamenti in atto e di quelli a venire riguarda la concezione morale della vita, della dignità umana, del modello sociale di cui vogliamo essere parte e che possiamo, ciascuno con le proprie responsabilità personali, edificare.

Questo discrimine non viene sancito per decreto, non esiste legge o norma che lo possa regolamentare in modo stabile, equo e duraturo, non può esserci sempre imposto o suggerito. Assistiamo ad una corsa smodata nel proporre cambiamenti attraverso provvedimenti legislativi: come se una riforma, una volta approvata, cambiasse il nostro modo di essere e di pensare, i nostri stili di vita, in modo oggettivo.

Tendiamo ad attribuire a queste enfatizzate riforme un valore palingenetico, ma loggettività di una norma che ne sostituisce unaltra non incide nella realtà delle nostre consuetudini se non diventa soggettività metabolizzata, convincimento interiore. I concetti di giustizia sociale, di uguaglianza, di merito, di redistribuzione dei beni e delle risorse, di tutto ciò che riguarda o può modificare nel bene o nel male il nostro modo di essere e di vivere, la stima di sé, la considerazione degli altri, il perseguimento del bene comune, ebbene tutto questo e altro ancora riguarda in modo intrinseco e imprescindibile la nostra coscienze.

Ela coscienza individuale e collettiva il vero discrimine tra il bene e il male. Valori, progetti, speranze, ideali: tutto va commisurato a questo fondamentale atto del pensiero che interroga la razionalità e il sentimento per rispondere in modo leale ed onesto, per sé e per gli altri, qui e altrove, a tutti gli incessanti quesiti della vita.

Anche noi, sinistra dc, dobbiamo fare mea culpa sulla “semplificazione” della dialettica democratica

Lautore risponde alla nota di Lorenzo Dellai pubblicata ieri su queste pagine online. La presa di posizione tende anche a spiegare il perché della costituzione di Insieme, il soggetto politico fortemente voluto dal prof. Zamagni. Linvito allautocritica chiama in causa le responsabilità di quanti hanno operato nel solco del cattolicesimo democratico negli anni a cavallo della dissoluzione della Dc.

Leggo sempre con interesse gli interventi di Dellai, pieni di forte partecipazione ai difficili momenti di scelta della nostra vita politica. Da tempo mi sono persuaso che parte della responsabilità di questi difficili momenti la portiamoanche noi, partecipi a suo tempo di una scelta bipolarizzante della vita politica italiana.

La strada tracciata da Sturzo, De Gasperi e Moro è stata sempre attenta a evitare questa falsa scorciatoia ai problemi storici della democrazia parlamentare del nostro Paese. A ben riflettere con tale scelta bipolarizzante siamo stati anche noi di una certa sinistra dc a favorire, appunto,la illusione che la democrazia diretta semplificasse e aiutasse il Paese a risolvere i problemi che vengono da molti attribuiti superficialmente alla democrazia perlamentare come espressione compiuta della rappresentanza politica.

Dimenticavamo tutti che i problemi della politica, come ogni problema della vita, sono complessi e si risolvono sempre con lo studio, il dialogo, il compromesso, inteso come accordo sui punti nodali dei contrasti. Abbiamo favorito la nascita del Pd, pensando alla fusione delle due culture progressiste di origine cattolico-democratica e social-comunista. E abbiamo favorito la radicalizzazione della lotta politica italiana.

Questo solo dal punto di vista ideologico-astratto. Nei fatti la polarizzazione che ne è nata è stata piuttosto quella amico-nemico. E sul piano effettivo si è prodotto un aumento della polverizzazione della lotta politica in Italia. Occorre che TUTTI cambiamo rotta. La lotta politica deve tornare ad essere il confronto moderato da parte di TUTTI sui programmi, attorno cioè alle soluzioni concrete dei problemi.

Ogni visione di tipo statico, in qualche modo assolutizzante, diviene di fatto un’astrazione ideologica, cioè un impedimento alla soluzione dei problemi, sempre concreti e complessi perché frutto della vita e dei processi storici.

Ecco perché, vorrei dire a Dellai, abbiamo convenuto di far nascere “Insieme”. È la sola rotta storica della vita politica italiana fin dalle origini risorgimentali, rotta da riprendere, aggiornare, rinnovare, ma non abbandonare per strade falsamente semplificatrici. Urge tornare a considerare l’avversario come chi è portatore di soluzioni da correggere, non come il nemico da combattere.

Il dialogo è sempre da privilegiare fino in fondo. Solo la dittatura, la tirannia, l’anti-democrazia, il non-dialogo è il nemico. Con l’altro, in particolare con il diverso, si dialoga fino in fondo. Soltanto una chiusura netta provoca chiusure altrettanto nette (e perniciose). Purtroppo il nemico, comunque lo si chiami, è anche nostro figlio, dipende cioè anche da nostre errate posizioni non dialoganti, e cioè, al fondo, di carattere ideologico. Il discorso vale anche per il populismo.

Torniamo allora a rileggere Sturzo, De Gasperi e Moro, rinnovando e attualizzando la strada maestra da loro percorsa. Ne trarremo insegnamenti utili per il nostro presente e per l’immediato futuro.

Riflettendo sul Ddl Zan: alcune note di merito. Intervento su “Dialoghi”, la rivista dell’Azione cattolica.

L’obiettivo è realizzare le condizioni di una più serena e intensa convivenza civile, senza discriminazioni di alcun genere, neppure a riguardo del cosiddetto orientamento sessuale. Si può migliorare la norma evitando, in questo modo, di affossarne l’iter legislativo. In prospettiva giocherà un ruolo importante la scuola nel quadro del previsto potenziamento dell’educazione civica.

Crea molto disagio osservare iniziative e contrapposizioni, talvolta radicalizzate, che in questi ultimi tempi caratterizzano il dibattito pubblico – e anche il confronto parlamentare – sul tema delle misure più appropriate per combattere i fenomeni, purtroppo ricorrenti, di omotransfobia o comunque di atteggiamenti discriminatori nei confronti delle persone a motivo del loro orientamento sessuale o condizione di genere.

Rispetto ad un obiettivo che dovrebbe accomunare tutti coloro che si riconoscono nei principi e valori fondamentali sanciti in Costituzione a tutela dei diritti inviolabili della persona umana e della pari dignità sociale, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali, sembra stiano prevalendo spinte volte o ad approvare il Ddl Zan senza prendere in considerazione possibili proposte migliorative di un testo oggettivamente poco chiaro o discutibile in alcune formulazioni oppure, allopposto, a dilazioni sine die, se non ad un suo affossamento.

A fronte di questi due rischi, ambedue da evitare, appare opportuno sottolineare alcune riflessioni, soprattutto di metodo. Fermo restando il ruolo sovrano del Parlamento, espressione rappresentativa primaria di uno Stato laico, è essenziale che le scelte legislative siano il più possibile chiare e univoche, tanto più dato il rilievo penale che avrebbero le sanzioni prospettate per discriminazioni concernenti le condizioni e gli orientamenti sessuali delle persone. Di qui la necessità di evitare sia formulazioni ambigue o suscettibili di interpretazioni plurime, se non fuorvianti, sia espressioni che riflettano visioni antropologiche o filosofiche divisive.

È invece indispensabile una riflessione pacata che miri – senza intenti dilatori – a non perdere di vista lobiettivo essenziale, ossia lintegrazione della legge Mancino del 1993, con ipotesi ulteriori di discriminazioni da sanzionare: il che richiederebbe la più larga condivisione, proprio per essere efficace nel combattere fenomeni latenti socialmente assai pericolosi. In sostanza, si dovrebbe mirare a valorizzare una cultura ispirata alla pacifica convivenza nel rispetto di diversità e di minoranze, in un orizzonte di bene comune fraterno e, insieme, di tutela dei diritti di libertà. Ossia in una prospettiva di accoglienza, solidarietà e inclusione, combattendo prevaricazioni, emarginazioni, violenze, soprusi e derive bullistiche.

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https://rivistadialoghi.it/riflettendo-sul-ddl-zan-alcune-note-di-metodo

Gli amministratori locali non vogliono tutele ad personam, ma chiarezza di responsabilità. In autunno, dopo le amministrative. rifondiamo l’Anci.

Ieri, a Roma, lAnci ha celebrato in presenza il suo primo Consiglio nazionale post Covid-19. In apertura di assemblea Enzo Bianco, in qualità di presidente del parlamentinodellAssociazione, ha dichiarato che lincontro era dedicato a Giorgio La Pira nellanniversario della sua elezione, per la prima volta, a Sindaco di Firenze nel 1951. Al centro del dibattito il rapporto tra amministratori locali e magistratura. Loccasione si è comunque rivelata propizia per dare un contributo – lo ha fatto, come di seguito si legge, la Consigliera del Comune di Viterbo – al fine di pensarealla necessaria rifondazionedellAnci.

LAnci ha accolto il suggerimento che noi – Giorgio Merlo ed io – avevamo lanciato, trovando lappoggio immediato di Nardella, per ricordare i 70 anni dalla elezione di Giorgio La Pira a Sindaco di Firenze.

Il Consiglio nazionale dellAnci ha dunque reso omaggio al più visionario dei politici e degli amministratori locali del Novecento.

Il fatto che attorno alla figura di La Pira sia venuta alla luce un largo sentimento di condivisione è la riprova che oggi, nel mezzo di una transizione ricca di opportunità ma anche di incognite, il mondo degli amministratori locali ha bisogno di ritrovare alcuni punti di riferimento morali e politici.

La specchiata testimonianza  offerta da La Pira nel servire la comunità locale ci aiuta a spiegare le ragioni che rendono  complicata ai nostri giorni la vita degli amministratori. Dobbiamo difendere il loro – e dunque il nostro – onore.

Parlo degli amministratori locali perché spesso, nel citare i Sindaci, rovesciamo involontariamente sulla pubblica opinione unidea monocratica del mandato amministrativo, ignorando lapporto decisivo di tutti gli eletti nei Consigli, naturalmente anche di quelli schierati allopposizione.

Non dobbiamo proporre unimmagine riduttiva del del nostro impegno pubblico, per di più “corporativizzandola figura del Sindaco (e quindi dellAnci come Associazionedei Sindaci).

Giustamente siamo preoccupati per il carico di responsabilità che porta la magistratura a mettere sotto assedio- mi si passi la metafora – lattività amministrativa (certo, in primis dei Sindaci).

Tuttavia, se lallarme ha un senso, lo ha nella misura in cui riandiamo alla radice del problema: la legislazione, specie quella regionale, assegna responsabilità che lasciano gli amministratori locali in balia del caso, sicché finire sul libro degli indagati è diventata una logica di sistema(visto che le norme regolano in questo modo il sistema amministrativo).

Le leggi, dunque, devono essere più chiare e più concrete, senza cioè un apparato di facili rimandi alla suddetta responsabilità di chi è chiamato, tra tante difficoltà, a prendersi cura dei bisogni e degli interessi delle comunità amministrate.

Non vogliamo tutele ad personam, bensì chiarezza di responsabilità. Senza demagogia.

In sostanza, dobbiamo pensare a un nuovo protagonismo degli enti locali nel processo di rilancio del Paese.

In autunno, dopo limportante turno elettorale che porterà al rinnovo di molti Comuni grandi e piccoli, dovremo su questo ragionare bene, per immaginare un colpo dala – un congresso straordinario? – a beneficio della rinnovata credibilità dellAnci.

Scongiuriamo l’alternativa tra Orbán e gli sciamani della nuova antropologia. Anche la base popolare del Pd resiste a questa semplificazione deleteria.

Lo scontro può mettere fine alle ultime forme, storicamente elaborate e consolidate, di tenuta a destradel sistema politico a egemonia democristiana. Non può essere, in fine dei conti, il Fedez pensierola bandiera della modernità agitata dalle forze democratiche e popolari.

Speriamo di non essere costretti a scegliere tra Fidesze Fedez. La scelta sarebbe drammatica e non affatto scontata. Lo dico come democratico cristiano da sempre impegnato nel centro-sinistra.

Le due prospettive – tutte e due esiziali per il futuro – sono oggettivamente uguali e contrarie. Sono ambedue la negazione della politica e della sua vocazione ad accompagnare con responsabilità il popolo nei passaggi epocali di trasformazione.

La prima – la dottrina Orban – pensa di risolvere le sfide della nuova modernità attraverso la esibizione autoritaria dei valoridella tradizione, in primis quelli cristiani.

La seconda – quella della sinistra dei dirittiche tifa Fedez – pensa che queste sfide si possano vincere rendendo assoluta la percezione di ogni diritto del singolo ed esigendo che ad ogni percezione di diritto corrisponda una tutela pubblica.

La prima rende i principi della comunità” uno strumento di chiusura e di difesada tutto ciò che è “diverso. La seconda semplicemente ignora questi principi ed il loro portato di solidarietà, di condivisione e di doveri. Temo che se prossimamente il Paese si troverà a scegliere tra queste due suggestioni, sceglierà la prima.

Sarebbe linizio di un ciclo culturale e politico di non breve momento. La barriera a destrache la DC ha storicamente mantenuto, a garanzia del processo evolutivo e non regressivo della vita democratica, verrebbe travolta.

E non già sul piano dei semplici equilibri elettorali, ma su quello della architettura strutturale del sentire popolare.

Può essere il Fedez pensierolalternativa a questa temuta (e verosimile) deriva?

No. Non può essere.

Ma di fatto è quello che lentamente sta avvenendo. Meglio dunque lasciare rapper ed influencer vari alle loro lucrose attività private e tenere a bada estremisti e sciamani della nuova antropologia imposta per via mediatica e giudiziaria.È questione che riguarda tutti quelli che non vogliono assistere ad una deriva ungheresedel nostro Paese.

Spero che il PD, dal suo punto di vista, se ne renda conto ed ascolti le opinioni largamente diffuse tra laltro nella sua stessa base popolare.

“Francia, Italia, Europa. Il nostro futuro”. L’intervento del Presidente della Repubblica alla Sorbona.

Riportiamo il testo integrale, tratto dal sito del Quirinale, del discorso tenuto il 5 luglio da Sergio Mattarella nelluniversità parigina. Francia e Italia, ha detto tra laltro il Presidente, sono chiamate a collaborare strettamente come forza propulsiva, a beneficio di tutti, per contribuire a far compiere allUnione una tappa ulteriore verso la piena sovranità europea.

Sergio Mattarella

Madame la Ministre de l’Enseignement supérieur, de la Recherche et de l’Innovation,

Monsieur le Recteur de la région académique d’Île-de-France, Recteur de lacadémie de Paris, Chancelier des universités de Paris et d’Île-de-France,

Messieurs les Présidents de Sorbonne Université et de la Sorbonne Nouvelle,

Madame la Présidente de lUniversité Paris 1 Panthéon-Sorbonne,

Autorités,

Chers Professeurs,

Chères étudiantes, chers étudiants,

« La géographie, lhistoire, l’économie, la culture, la religion, font que les territoires, échanges, idées et croyances de lItalie et les nôtres sont à ce point rapprochés et mêlés quil ny a point de règlement général concernant la Péninsule qui naffecte profondément la France et puisse, par conséquent, constituer une base davenir si nous ny participons pas. Nous nhésitons pas à ajouter que ce voisinage étroit, et dans une certaine mesure, cette interdépendance des deux grands peuples latins demeurent dans la tourmente actuelle de lhumanité et malgré tous les griefs du présent, des éléments sur lesquels la raison et lespoir de lEurope ne renoncent pas à se poser » affirma Charles De Gaulle dans une allocution radiodiffusée depuis Alger, le 27 juillet 1943, deux jours après la chute du fascisme en Italie.

Permettez moi, maintenant, de continuer en italien.

Grazie per lopportunità che mi è data di prendere la parola in una sede così prestigiosa e carica di storia.

Un’istituzione accademica fra le più antiche del nostro Continente, che ci ricorda come le radici dellunità europea siano risalenti nel tempo: già mille anni fa, studenti e professori di Parigi, Bologna o Salamanca condividevano gli studi, consapevoli di come il diritto, la filosofia, la teologia o la medicina fossero un patrimonio comune nella nostra civiltà.

Unistituzione che, nel corso dei secoli, ha contribuito in misura significativa alla elaborazione e allo sviluppo di quelle idee e di quei concetti che sono divenuti basi fondanti nella società europea contemporanea.

Un modo di essere e di pensare nel quale la persona è posta al centro di una fitta rete di diritti e tutele che garantiscono il suo libero esprimersi, il suo svilupparsi come singolo e come comunità.

Dal continente europeo, dalla cultura profonda del popolo europeo, sono venuti, in epoca moderna, messaggi fondamentali, che hanno plasmato il vivere dellumanità.

Libertà, Eguaglianza, Fraternità recita il motto della Repubblica Francese, a interpretazione di unaspirazione che avrebbe accomunato i popoli del mondo.

Ancora, da fucina di guerre mondiali lEuropa, dopo il 1945, ha saputo costruire unoasi di pace e di cooperazione, contribuendo alla stabilità e allo sviluppo internazionale.

Il progredire delle buone cause è, abitualmente, lento ed è arduo il cammino per far prevalere i principi del diritto nei rapporti internazionali. Eppure è stato possibile. E, se un rammarico può essere espresso, questo consiste semmai, nellalternarsi, nel corso dei decenni, di negligenza e di vigore nellimpegno teso ad affermare con tenacia il rispetto dei diritti della persona e delle comunità come principio inviolabile allinterno e allesterno di ogni singolo Stato membro della comunità internazionale.

Proviamo ora a chiederci: cosa muove la storia del progresso dellumanità? Il conflitto o la cooperazione?

Nella limpida risposta a questo interrogativo, data, nel Secondo dopoguerra, da statisti di grande saggezza – che si erano impegnati nella corale battaglia per la sconfitta del nazifascismo – si iscrive laccaduto nel nostro continente, dapprima con liniziativa dei Sei fondatori e, via via rispondendo agli appuntamenti proposti dalla storia – sino alla attuale configurazione a ventisette Paesi.

Se la storia diviene sempre più universale – prendendo atto dellunità del genere umano – non possiamo pensare che a scriverla possano essere i canoni obsoleti del sacro egoismodelle ottocentesche rivoluzioni nazionali.

Nel contesto attuale si sente talvolta dire che vi sono visioni diverse – talvolta opposte ma che si pretendono parimenti plausibili di Unione europea.

Al netto della doverosa disponibilità a comprendere i diversi punti di vista e a rendersi conto della fatica di ogni costruzione, questa tesi rischia di mettere in ombra le autentiche finalità dellesercizio di unità europea che sono, invece, inequivocabili.

Quando si parla del percorso dellUnione e dei suoi successi – dagli albori della Comunità Europea del Carbone e dellAcciaio – si invocano, normalmente, le espressioni libertà e prosperità.

Questultima è condizione importante di quella coesione sociale che rende concreti i diritti e favorisce leffettivo esercizio delle libertà ma, da sola, non le incarna e non le esaurisce.

Il patrimonio di valori racchiusi nellideale europeistico – ed espressi nella sua esperienza – ha inoltre consentito un ancoraggio sicuro alle democrazie dei Paesi dellEuropa centro-orientale dopo il 1989, inserendole in un contesto multilaterale che ha assicurato loro stabilità. Al tempo stesso accrescendo il valore storico e le prospettive dellUnione.

Si tratta di un capitale che non può essere depauperato né compromesso. Pena la sua dissipazione, può essere soltanto incrementato.

Laccrescimento della comune, condivisa, sovranità europea è lobiettivo: per esso occorre lavorare. Del resto è espressamente riconosciuta come finalità dai Trattati.

La dialettica politica tipica di ciascuna comunità organizzata in Stato non può essere motivo o pretesto per indebolire o per porre in discussione i caratteri fondanti dellUnione.

Si tratta di elementi inscindibili fra loro: non vi può essere democrazia senza libertà; libertà senza democrazia; libertà e democrazia senza giustizia sociale che consente il perseguimento della prosperità.

Liberté, Egalité, Fraternité: sono elementi indivisibili per tutta lumanità.

Di questo vogliamo e possiamo essere orgogliosi come europei.

Le solenni decisioni assunte da ciascun popolo al momento delladesione al progetto non possono essere contraddette se non a prezzo della drastica decisione dellabbandono.

Occorre chiarezza.

Ciascun processo in itinere è soggetto a pause, rallentamenti, incertezze, compromessi. Occorre tuttavia essere sempre ben consapevoli del costo che ciascuno di questi intralci comporta e delle loro conseguenze negative sui destini dei popoli dellUnione.

Pensiamo alla debolezza di una politica di sicurezza che scontiamo da troppo tempo. Pensiamo allabbandono del Trattato della Costituzione per lEuropa, approvato dalla Convenzione presieduta dal presidente Giscard dEstaing, abbandono che ha condotto allaccomodamento non esaltante del Trattato di Lisbona.

Affrontare problemi sempre più complessi richiede strumenti istituzionali adeguati. Quando ci si è accorti che lUnione non li possedeva in misura soddisfacente, le fragilità, provocate dalla mancanza di coraggio in anni precedenti, sono state superate soltanto grazie a un supplemento una tantum di volontà politica. È stato il caso delle iniziative, sul piano sanitario e su quello della ripresa economica, che lUnione ha saputo recentemente assumere per contrastare il Covid19 e i suoi gravi effetti.

La politica del caso per caso però non basta.

Occorre sapersi cimentare con i nodi che ostacolano il pieno dispiegarsi delle potenzialità dellEuropa unita.

René Pleven allAssemblée Nationale – in occasione della ratifica dei Trattati di Roma – prendeva posizione contro un atteggiamento che definiva frutto della psicologia da linea Maginot che, ampiamente condannata sul piano militare non avrebbe risultati più fecondi sul piano economico, per aggiungere: che si tratti dellagricoltura, dellenergia, dei trasporti, della moneta, del consolidamento del progresso sociale, nessuna soluzione nazionale è più possibile nel solo quadro nazionale…LEuropa non è per noi non so quale mania da visionari alla quale sacrificheremo gli interessi del paese. È un adattamento necessario a condizioni nuove, a una realtà economica e politica in evoluzione. Era il 9 luglio 1957, ben oltre mezzo secolo fa.

Vorrei dare voce a un secondo esponente politico in quel dibattito, Christian Pineau, ministro degli Esteri, che così si esprimeva: Il Trattato… ci permette di conservare le nostre potenzialità nella competizione mondiale e di rafforzare le posizioni delle democrazie occidentali la cui debolezza, causata anzitutto dalle loro divisioni, è risultata evidente nei mesi scorsi. Il trattato permette di stabilire su basi durature lintesa franco-tedesca della quale nessuno qui ha contestato la necessità di creare con la Germania e il mondo occidentale dei legami indissolubili… Non vi domandiamo aggiungeva -, ratificando i trattati…di mettere un punto finale alla costruzione dellEuropa, al contrario. Non siamo ancora che allinizio della nostra azione. Non penseremo di averla portata a termine fino a quando resterà un paese libero dEuropa fuori della nostra Comunità’’. E concludeva che il processo di integrazione va nel senso della storia.

Difficile non riscontrare oggi la piena attualità di questa posizione.

La scelta europeista della Francia, notava in quella occasione Valery Giscard dEstaing, annunciando il suo voto favorevole, corrisponde anche allavvio di una stagione di modernizzazione del Paese. Una tesi che, simmetricamente, sosteneva – per quanto attiene allItalia – il ministro degli Affari esteri, Giuseppe Pella, alla Camera dei Deputati di Roma.

Oggi sono le sfide del mondo globale a esigere, nuovamente, una presenza europea allaltezza delle sue responsabilità.

Diversamente, la pace, le libertà, i diritti, la prosperità, potrebbero divenire in futuro, anche per noi europei, un ricordo.

Nel costante intersecarsi della storia dei nostri due Paesi – e nel contributo che essi hanno dato allEuropa e al mondo – queste idee, questo modo di concepire il rapporto fra cittadini e Stato, sono andati gradualmente consolidandosi.

È sulla base di queste riflessioni – e grazie al bagaglio straordinario di sensibilità e valori che animi consapevoli e coraggiosi avevano saputo conservare anche nel profondo abisso dei conflitti mondiali – che si giunse, nellimmediato dopoguerra, alla decisione di unire e non più dividere, di mettere in comune, piuttosto che di rifugiarsi nei propri confini, di aprirsi alla solidarietà, piuttosto che rimanere imbrigliati nella contrapposizione.

La storia della nascita della Comunità del Carbone e dellAcciaio e del ruolo che Schuman, Adenauer, De Gasperi, Spaak svolsero, con il conforto del sapiente impulso di Jean Monnet e di altre figure lungimiranti, fa ormai parte del bagaglio inalienabile dei popoli europei e dovrebbe, a ogni generazione, essere compresa e meditata.

Non possiamo infatti consentire che prevalga loblio, che si possa tornare indietro e che quel grido, mai più guerra, risuonato così forte allindomani del secondo conflitto mondiale, possa essere posto in sordina!

In questi decenni abbiamo avuto in proposito e tuttora abbiamo – tristi e drammatiche esperienze sulluscio di casa, nel nostro stesso continente – e nellimmediato cortile di casa– il Mediterraneo!

LUnione, filiazione diretta e coerente di quella prima Comunità, rappresenta quanto di più significativo la coscienza europea ha saputo costruire per allontanare lo spettro del conflitto, e garantire anzitutto ai suoi cittadini ripeto – un periodo di pace e prosperità collettiva di cui mai prima, nella nostra storia, avevamo potuto godere.

Il percorso di integrazione ha infatti introdotto stabilmente e fatto acquisire nellanimo degli europei il concetto di solidarietà fra nazioni, Stati, popoli diversi, impegnati nel riconoscere i caratteri fondanti il demos europeo, motore e risultato – al tempo stesso – dello sforzo di integrazione.

Trascorsi settantuno anni dalla dichiarazione Schuman, sono gli eventi successivi e particolarmente gli avvenimenti di questo periodo a confermarci – ben al di là di ogni dubbio – quanto sia stata lungimirante la scelta dei padri fondatori.

La pandemia che ha colpito violentemente lintero pianeta ha reso ancor più evidente la fragilità dei singoli Paesi anche di quelli europei – stretti fra esigenze di difesa sanitaria delle proprie popolazioni, salvaguardia delleconomia e mantenimento di quella socialità indispensabile in molti settori, primo fra tutti quello dellistruzione che, così tanto ha sofferto in questo periodo.

In un contesto così difficile, segnato in maniera drammatica, indelebile da una scia di lutti che ancora pesano sulle nostre comunità, la solidarietà fra Paesi e istituzioni europee ha rappresentato un punto di riferimento e di guida che ci ha consentito di tracciare insieme una via di uscita dalla crisi.

È nei momenti di maggiore incertezza che occorre avere il coraggio di compiere passi in avanti.

La Commissione Europea ha saputo assumersi questa responsabilità. Ancora una volta, come allalba del percorso di integrazione, coraggio e solidarietà hanno permesso il prevalere delle ragioni della speranza contro ogni visione angusta di chiusura, per costruire il nostro domani.

Lazione della Commissione è stata affiancata, con il medesimo slancio, da quella del Parlamento Europeo, che ha fatto sentire la sua voce autorevole, espressione del dibattito democratico che sempre più contraddistingue la vita dellUnione.

Anche al livello degli Stati membri la solidarietà si è manifestata in maniera spontanea e immediata, con gesti che sono già entrati a far parte della nostra memoria collettiva.

Alla solidarietà bilaterale hanno fatto seguito coraggiose decisioni del Consiglio Europeo che hanno completato il quadro della risposta collettiva alla pandemia.

Una risposta che è risultata essere ampia, articolata, consistente e che ha accompagnato gli sforzi che, sul piano nazionale, ciascuno Stato membro sta adottando, esaltando così il canone della sussidiarietà, autentica pietra angolare del funzionamento dellUnione.

Solidarietà e responsabilità si sono così confermati come gli elementi caratterizzanti lavventura europea.

È cresciuta una nuova consapevolezza, che supera e azzera improvvidi e modesti diversivi di contrapposizioni allinterno dellUnione tra gruppi di Paesi, talvolta indicati con appellativi davvero fantasiosi.

Il Consiglio, rappresentativo degli Stati membri ha così approvato un pacchettoche si pone nellalveo di una crescita istituzionale che, partendo dalla moneta unica, passa per lunione bancaria e giunge – adesso – al primo concreto esempio di una politica fiscale comune capace di contrastare la crisi.

Lobiettivo che ci attende è quello di consegnare alla prossima generazione una Europa più coesa, lungimirante e pienamente in grado di far sentire nel mondo la sua voce; e questo dipenderà anche dal modo con cui ogni singolo Paese metterà in opera i propri piani nazionali.

Non possiamo fallire la sfida di trasformare la crisi in motore di un nuovo sviluppo più qualificato e più equo, che rilanci il ruolo dellUnione Europea come moltiplicatore della propria piattaforma di valori e come vettore di inclusione.

Il prezzo della nostra incapacità verrebbe scontato dalle prossime generazioni.

Non deve accadere!

Non può accadere che si smarrisca una opportunità di crescita collettiva, che renda lUnione più vicina ai suoi cittadini e più autorevole sul piano internazionale, evitando il rischio di divenire marginale spettatrice degli eventi.

UnEuropa capace di tracciare – insieme ai popoli degli altri continenti – nuove strade e contribuire a scrivere le regole su grandi temi come il cambiamento climatico o la rivoluzione digitale, adottando criteri rigorosi e partecipando da protagonista alla definizione di normative coerenti con i valori di crescita umana globale, rispettosi delle culture di ciascuno.

I popoli europei ne sono ampiamente convinti. Occorre che ne prendano atto le autorità politiche e che agiscano di conseguenza.

Dal punto di vista economico, grandi passi sono stati fatti. Lemissione di debito comune consentirà di affiancare alla moneta unica, un safe asseteuropeo che favorirà la diffusione dellEuro quale moneta privilegiata degli scambi e ne aumenterà il ruolo internazionale come valuta di riserva.

Il problema del debito che verrà emesso per sostenere la ripresa non costituisce certamente questione secondaria. E vanno ascoltati coloro che ammoniscono sulle conseguenze che un tale fardello potrebbe avere per la prossima generazione.

Auspichiamo che – nel segno di un rafforzamento dellUnione – il concetto di politica fiscale europea si sviluppi e si consolidi: non certo per trasformarci in una unione del debitoma per affiancare alla politica monetaria sovranazionale, gestita dalla Banca Centrale Europea, uno strumento altrettanto efficace per consolidare la crescita e ridurre le diseguaglianze tra i Paesi e al loro interno; facendo in tal modo accrescere il livello e la qualità delleconomia europea.

Sotto altri profili dobbiamo fare di più.

La politica migratoria rimane un vulnus recato alla coscienza europea. Alla pandemia abbiamo saputo dare una risposta comune, alla crisi economica altrettanto.

Alle migrazioni, ovvero al tema che in grande misura oggi interpella i nostri valori, al tema che più di altri mette in gioco la nostra capacità geopolitica e la nostra visione del mondo, non siamo ancora riusciti a dare una risposta adeguata, efficace e comune.

I flussi migratori vanno regolati e governati, affinché siano rispettosi delle comunità di accoglienza e dei migranti, cancellando lodioso traffico che criminali senza scrupoli hanno imbastito sulla loro pelle.

La pressione che avvertiamo – in tutto il mondo e non soltanto alle frontiere dEuropa – è il risultato delle grandi differenze nella distribuzione del benessere tra i continenti, dellampia diversità dei tassi demografici, dellimpatto dei cambiamenti climatici; ma è anche il prodotto di decenni di omissioni, conflitti, diseguaglianze.

In una frase: del mondo che abbiamo contribuito come europei a plasmare e del quale rechiamo ampia responsabilità.

Donne, bambini, uomini in fuga, difficilmente possono essere individuati come un nemico. Già allepoca della Seconda guerra mondiale lindifferenza, se non la aperta ostilità verso i profughi che bussavano alle frontiere, caratterizzò una stagione che sarebbe stata segnata da crimini efferati, dei quali lumanità non deve perdere il ricordo.

Da lì nacque la Dichiarazione Universale dei diritti delluomo, con validità, appunto, universale. Essa chiede a tutti i protagonisti della vita internazionale di rispettarli e, prima di essere rigorosi nel reclamarne il rispetto da parte degli altri Stati, di onorarne per primi i principi, a partire dai diritti dei migranti.

Dotarsi di una politica dellimmigrazione e dellasilo allaltezza dei valori che sono alla base del progetto di integrazione europea costituisce un obiettivo primario per la stabilità e per la stessa coesione dellUnione oltre che per poterci confrontare con i Paesi della regione in maniera credibile.

Se vogliamo che questa nostra Europa continui ad assicurare prosperità e benessere dobbiamo provvederci di una strategia dellaccoglienza – sostenibile ma concreta – in sintonia con le complesse sfide delloggi.

Abbiamo bisogno di una politica dellimmigrazione che proietti stabilità intorno a noi, che contribuisca a riassorbire le tensioni e a dare una spinta allo sviluppo dei nostri vicini, in particolare per quanto riguarda il Continente africano, che già da tempo dovrebbe essere visto – prima di ogni altra considerazione come un partner per lUnione.

In questo senso, la gestione delle migrazioni deve divenire parte integrante dellazione esterna dellUnione.

Sotto ogni profilo e su più versanti non è da soli che possiamo pensare di arrestare linstabilità che ha ormai raggiunto praticamente lintero arco dei confini europei! Tutto intorno allEuropa.

LUnione deve essere in grado di contrapporre a questo scenario la forza dei suoi valori e dei suoi ideali.

Deve saper proiettare equilibrio, tolleranza, benessere, al di là dei propri confini. Deve, concretamente, porsi lobiettivo di completare il percorso di integrazione continentale con i Paesi dei Balcani Occidentali e di proseguire le politiche di partenariato con i popoli dellaltra sponda del Mediterraneo.

Deve saper agire con tutta la propria energia per affermare le ragioni della pace nel mutuo rispetto, la ferma convinzione della supremazia del diritto e del metodo multilaterale, la sua vocazione di armonia nella comunità internazionale.

Un compito arduo, che si costruisce giorno dopo giorno, nella consapevolezza – da parte di ciascuno Stato membro – che occorre saper guardare lontano, rinunciando a qualcosa, quando necessario, affinché si possa comporre un coerente quadro di politica estera dellUnione.

Sono passati dodici anni dallentrata in vigore del Trattato di Lisbona. Ma il mondo e lEuropa da allora sono radicalmente cambiati.

Una ulteriore evoluzione della nostra Unione appare oggi ineludibile.

ha indicato con puntualità il presidente Macron nel suo importante intervento in questa Università, il 26 settembre del 2017, parlando di una Europa sovrana, unita, democratica.

Francia e Italia devono essere fra i protagonisti di questa trasformazione.

Lo abbiamo già fatto lavorando fianco a fianco per costruire la risposta economica e sociale alla pandemia, affinché nessuno rimanga indietro e tutti possano avere nuove opportunità.

Lo stiamo facendo anche attraverso la predisposizione di un Trattato bilaterale sulla cooperazione rafforzatache consentirà di porre le nostre relazioni su un piano di ancor più profonda integrazione, capace di infondere nel progetto europeo nuova energia.

Gli innumerevoli vincoli che da sempre stringono insieme le nostre società civili ci saranno di aiuto prezioso.

In questa sede non possiamo non ricordare leccellente collaborazione esistente a tutti i livelli fra le nostre Università e le nostre Istituzioni di ricerca e i molteplici programmi congiunti che in ogni ambito si situano al limite estremo delle attuali conoscenze. Collaborazioni che, specialmente nella scienza e nella tecnologia, rappresentano motore di sviluppo e – non a caso – stanno alla base dei grandi progetti di interesse comune sostenuti dallUnione.

Signora Ministro,

Signor Rettore,

Signori Presidenti,

il nostro impegno deve essere quello di continuare a lavorare insieme, con determinazione, affinché nel nostro futuro vi sia unUnione non soltanto più stretta, ma in sintonia con i suoi cittadini, con le loro sensibilità, con le loro necessità, con i loro sogni.

La Conferenza sul Futuro dellEuropa che si è aperta da pochi giorni – e che auspichiamo possa concludersi con successo nel semestre di Presidenza francese – rappresenta il banco di prova della nostra capacità di saper prestare ascolto alle istanze delle nostre società e identificare così soluzioni al tempo stesso condivise e innovative.

Se unUnione più efficiente e più coesa, più rappresentativa dei suoi cittadini, più autorevole al livello internazionale necessita come è evidente – di cambiamenti nella sua struttura, dobbiamo avere il coraggio di affrontare e sciogliere questi nodi.

Insieme!

Francia e Italia sono chiamate – anche in questa fase – a esprimere forza propulsiva, a beneficio di tutti, per contribuire a far compiere allUnione una tappa ulteriore verso la piena sovranità europea.

È un compito nel segno della coerenza, con la lungimiranza dei Padri fondatori.

Lo dobbiamo anzitutto ai popoli europei e, tra essi, soprattutto ai giovani europei, alla generazione Erasmus, a cui abbiamo il dovere di consegnare unEuropa forte dei nostri comuni ideali.

Merci de votre attention.

I limiti della grande politica e le potenzialità dell’autogoverno. Dal blog di “Dialoghi”.

Nella post pandemia conta forse più la politica locale, quella che si esprime nei territori e investe i singoli Comuni, che non la cosiddetta grande politica. Urge una ricostruzione dal basso. Lautore conclude il suo intervento sul sito della rivista dellAzione cattolica italiana in un modo molto netto: Come si ricostruisce una comunità”? Il mezzo principale è leducazione a tutti i livelli.

Tutti coloro che guidano unauto sanno che nessuno specchietto retrovisore è in grado di inquadrare quello che in gergo si chiama l’“angolo buio, che rimane invisibile al conduttore e che quindi costituisce un pericolo al quale bisognerebbe rivolgere la massima attenzione. Anche la politica o, meglio ancora, lazione dei governi subisce questo effetto ombra, i cui effetti si possono rivelare col tempo gravi e drammatici.

Sappiamo che in questi mesi si dovrebbe aprire una stagione di grandi riforme soprattutto con lutilizzazione del Recovery Fund. I problemi che saranno affrontati con i fondi europei sono, com’è stato in parte annunciato, molti e certamente fondamentali e si inquadreranno nellambito della governancedel dopo covid o, almeno, del progressivo décalage dellepidemia. Quelli che non è opportuno dimenticare o sottovalutare sono appunto gli angoli oscuriche gravano e graveranno sullazione governativa, rischiando di renderla insufficiente in punti non certo secondari.

Cosa sintende dire con questo? Basta forse qualche esempio: proviamo ad andare un poin giro per qualche scuola, per qualche ospedale, per qualche luogo di lavoro, grande o piccolo, e anche per qualche luogo di ritrovo o semplicemente per strada, per qualche quartiere non necessariamente di grandi città, ma anche di quelle più piccole, in cui la vita quotidiana sembra presentare meno effetti di deterioramento. Cosa si vede, così, a occhio nudo, senza bisogno dellaiuto di sociologi, psicologi, urbanisti? Si vedono strutture ancora oggi fatiscenti, invecchiate, che sembrano stare in piedi per una speciale grazia divina o per un caso fortunato. Ma non è solo questione di strutture fatiscenti che fanno vergogna a un Paese civile. Si vedono infatti anche, per le vie, comportamenti individuali e di gruppo improntati allindifferenza, alla superficialità, alla mala sopportazione del prossimo, addirittura alla violenza generata spesso da cause banali, ma talvolta sfociata in esiti estremi.

Ora, tutto questo serve semplicemente per dire che, al di là e al di sotto di ogni macroriforma resta ben solido un costume (in)civile, che assume mille volti differenti, ma i cui risultati convergono in atti, comportamenti, decisioni, atteggiamenti contrari alla ricostruzione di una buona e giusta convivenza. Qui nessuna azione della grande politica (chiamiamola così per intenderci) può arrivare, sia perché essa pare essere decisamente disinteressata a questo fondo oscuro della società, ma anche perché qui servono strumenti diversi dalle azioni di un governo centrale, specie se di composizione tecnica.

Qui serve, se non è già troppo tardi, lazione dei governi locali, i più vicini, almeno teoricamente ai bisogni dei cittadini: i comuni, le province, le regioni, insomma la micropolitica(se questo nome è adatto), che diventa grande politica nella misura in cui si piega alle esigenze e ai drammi della vita di ogni giorno.

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https://rivistadialoghi.it/i-limiti-della-grande-politica-e-le-potenzialità-dellautogoverno

Perdonare oltre l’impossibile. La figura di Maria Goretti, la Santa dodicenne che “L’Osservatore Romano” consegna a una dimensione oltrepassante l’umano.

È impossibile, secondo l’autore dell’articolo, spiegare il perdono secondo i canoni della vita comune. Tuttavia, come ben sappiamo, i santi vanno oltre tutto ciò che è umano. La giovane delle paludi pontine, morta a seguito della violenza patita per mano del suo altrettanto giovane aggressore, mette in mostra l’eroismo di un’intima e profonda misericordia, intesa come condivisione dell’umana fragilità.

Antonio Tarallo

«In quel tempo, Pietro gli si avvicinò e gli disse: Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?. E Gesù gli rispose: Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette”». È levangelista Matteo, allottavo capitolo, a raccontarci questo celeberrimo episodio in cui Gesù ci insegna come perdonare. Chiunque ha subìto torti, ciascuno di noi ha sperimentato delusioni che hanno segnato profondamente la propria vita. E, proprio per questo non possiamo nascondercelo difficilmente abbiamo perdonato, fin da subito, chi ci ha recato dolore. Molte volte, se ci siamo riusciti, è stato solo grazie alla polvere del tempo che ha coperto il danno subìto.

Robert D. Enright, noto psicologo statunitense, attuale docente di Psicologia educativa alluniversità di Madison (Usa), ha improntato il suo campo di ricerca proprio sul tema del perdono: quando una persona perdona, identifica il comportamento dellaltro come moralmente sbagliato, ma accetta laltro e riconosce il suo valore intrinseco nonostante loffesa. Con questi presupposti, perdonare diviene inevitabilmente una scelta. Scrive Enright: «Perdonare è un atto di grazia verso chi ci ha offeso, verso qualcuno che non merita necessariamente la nostra misericordia».

Maria Goretti, certamente, rimane uno degli esempi più concreti e allo stesso tempo straordinari di come noi stessi possiamo divenire misericordia per gli altri. Ma per fare ciò, le nostre uniche forze non bastano. Si tratta, alla fine, di Grazia: questa volta con la Gmaiuscola.

La tremenda uccisione della piccola Maria, avvenuta dopo la tentata violenza da parte del giovane diciottenne Alessandro Serenelli, è una prova tangibile di come il Signore possa operare miracoli nelle situazioni più disparate. Miracolo sì, perché “perdonarenon può che ritenersi tale. La frase divenuta una sorta di emblema-motto che Maria Goretti pronunciò alla madre, prima di morire, ci pone di fronte a un mistero che ci mette in crisi. Il perché è assai semplice: come è possibile per noi perdonare i piccoli torti subìti, avendo di fronte questa immensa figura di santità che è riuscita addirittura ad avere misericordia per il proprio uccisore?

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-07/quo-150/perdonare-oltre-l-impossibile.html

La Pira Sindaco. Il primo discorso davanti al Consiglio comunale di Firenze. “Non parliamo di questioni astratte”.

L’elezione avviene il 6 luglio del 1951 e segna una novità di rilievo nel contesto politico fiorentino. Il Comune, nei primi cinque anni (1946-1951) di vita democratica, era stato guidato da una giunta social-comunista, con a capo una figura molto nota della Resistenza: Marco Fabiani. La presentazione e il discorso sono tratti dall’opera in tre tomi “Giorgio La Pira Sindaco. Scritti discorsi e lettere” (a cura di Ugo De Siervo, Gianni Giovannoni, Giorgio Giovannoni –  III voll. – Cultura nuova editrice, in collaborazione con il Comune di Firenze, 1988 – Vol. I, pp. 31-35).

(Redazione)

Le elezioni del 10 giugno vedono l’affermazione dei partiti, tra loro apparentati, della DC, del PLI e di una lista comprendente repubblicani e socialdemocratici, che conseguono circa il 46,80% dei voti, contro il circa 44,20 conseguito dalle liste, tra loro apparentate, del PCI, del PSI, degli “Operatori economici”, del “Movimento cristiano del lavoro”. A parte si erano presentati il Partito socialista unitario, il Movimento sociale italiano e il Partito nazionale monarchico.

In applicazione della legge elettorale allora vigente, la lista maggioritaria ottiene i due terzi dei seggi, mentre tutte le altre liste si ripartiscono proporzionalmente il residuo terzo dei seggi.

La Pira, che aveva ottenuto anche un buon risultato elettorale personale avendo conseguito oltre diciannovemila preferenze (contro le 14.462 delle elezioni politiche del 1948), viene eletto Sindaco alla testa di una Giunta comunale composta da sei democristiani, due liberali, due repubblicani ed un socialdemocratico.

Non appena eletto, il Sindaco tiene un primo discorso in Consiglio comunale in termini chiari ma volutamente sintetici.

Subito dopo nel Consiglio si sviluppò un animato dibattito di politica generale che risentì delle asprezze polemiche della campagna elettorale. Il consigliere socialista Giovanni Pieraccini propose un ordine del giorno sulla pace che suscitò inizialmente forti contrasti, ma grazie alla media-zione di Giorgio La Pira e di Renato Branzi si riuscì a formulare un testo che riscosse l’unanimità del Consiglio comunale: “Il Consiglio comunale di Firenze, constatando che il suo insediamento coincide con la rinascita delle speranze di una distensione internazionale in seguito all’apertura delle trattative per la tregua in Corea, vuole che il suo primo atto interpreti solennemente la profonda aspirazione di tutta la cittadinanza alla pace”.

Viene inoltre pubblicata la replica finale del Sindaco al dibattito, nella quale sono contenute alcune puntualizzazioni significative (i testi sono tratti dal verbale del Consiglio comunale del 5 luglio).

Il discorso

La breve parola che io voglio dire è una parola di saluto, è una parola di pace: è cioè la bella espressione francescana pax et bonum. Queste parole di saluto, che non pronunzio per la prima volta, io le rivolgo anche a Fabiani, di cuore.

Noi non siamo – come dissi in Piazza Signoria – dei manichei: siamo tutti uomini operanti e ispirati ad una visione larga della vita.

Quindi un saluto e un ringraziamento a tutti, perché chiunque faccia un sacrificio per gli altri e si ponga al servizio degli altri sparge una sementa che non si perderà mai: un saluto sincero non solo a Fabiani, ma a tutta la Giunta uscente.

Un altro saluto lo rivolgo a tutto il popolo fiorentino, senza distinzioni politiche, religiose, ideologiche, e l’augurio che abbia bene, pace e quel minimo che è indispensabile ad una vita dignitosa ed umana.

Un terzo saluto a tutte le autorità cittadine, da quelle supreme religiose a quelle civili, e a tutti gli impiegati del Comune; saluto che vuol essere per tutti come una specie di seme che fruttificherà nel cuore di ciascuno.

Dopo i saluti rispondo a quello che è stato detto da Mazzoni, non riferendomi direttamente al suo discorso, ma seguendo un certo ragionamento. A chi domandasse con quale criterio abbiamo fatto la Giunta io rispondo che l’abbiamo fatta prescindendo dai singoli interessi, anche di partito, per il bene di Firenze e con criteri di onestà e di competenza. Al di sopra degli interessi particolari noi abbiamo tenuto presente l’interesse universale di Firenze per il raggiungimento del bene comune. Il nostro compito non è facile, ma speriamo di svolgere bene il nostro lavoro.

Il principio che anima la Giunta è che l’Amministrazione comunale deve essere rivolta a tutti i cittadini senza distinzione di parte perché gli amministratori del Comune appartengono a tutta la Comunità cittadina ed il loro sforzo deve essere rivolto a raggiungere quel bene massimo che si può fare, intellettualmente, economicamente, culturalmente, a vantaggio di tutta la popolazione.

Gli obbiettivi della Giunta sono fondamentalmente tre. Il primo si fonda sulla pagina più bella ed umana del Vangelo: risolvere i bisogni più urgenti degli umili. La Giunta si prospetterà i problemi della popolazione più umile di Firenze e cercherà con tutta l’energia possibile di avviarli a soluzione; occorrerà per questo che la nostra mente e il nostro cuore lavorino indefessamente per proporzionare i mezzi ai bisogni. Il compito è duro ma faremo il possibile e l’impossibile per adempiere a questo fondamentale comandamento umano e cristiano.

Il secondo obbiettivo concerne la vita industriale, agricola, commerciale, finanziaria della città. Noi porremo il massimo sforzo e il massimo interesse per potenziare tutte le attività cittadine.

C’è poi un terzo obbiettivo, che è forse il più importante. Firenze rappresenta nel mondo qualche cosa di unico. Ora, qual è il bisogno fondamentale del nostro tempo, dopo quelli che vi ho accennato? Dare allo spirito dell’uomo quiete, poesia, bellezza! Tutti quelli che, da qualunque parte del mondo, vengono a Firenze trovano qui la quiete: la trovano nell’aria, nelle linee architettoniche degli edifici, nei volti degh uomini. Firenze ha nel mondo il grande compito di integrare con i suoi valori contemplativi l’attuale grande civiltà meccanica e dinamica. I nostri grandi scrittori, poeti, artisti hanno assegnato a Firenze questo compito nel mondo e noi faremo il possibile per far diventare la nostra città sempre più il centro dei valori universali.

Il consigliere Mazzoni ha posto anche domande di intonazione politica. Noi non abbiamo però competenza politica perché il nostro non è  un compito politico. Tuttavia la mia risposta è che noi abbiamo una scelta di libertà, non di libertà umana, ma· di un certo tipo di stato e di democrazia, un certo tipo di vita comune che non coincide con un altro tipo di vita comune. Ecco la ragione che ci divide! Questa è la sola risposta che io possa dare, perché il resto non è costituito che da elementi accessori.

Noi dobbiamo lavorare con spirito di amore ed io confido molto di poter contare anche nella collaborazione dell’opposizione che, con la sua critica saprà stimolarci a fare di più; perché io sono certo che anche la critica ha una funzione importante. Io vi assicuro che la nostra amministrazione sarà rivolta a tutti: sarà una casa aperta a tutti, ferma nelle sue linee chiara nei suoi obbiettivi.

A me che sono fiorentino solo d’adozione, Firenze mi commuove perché è una città speciale. Tutti rimangono colpiti quando arrivano in questa città unica al mondo! Appena si arriva alla Stazione ci si mostra la bellezza di Santa ‘Maria Novella, più in là è Santa Maria del Fiore, ancora più in là la Santissima Annunziata! Non vedete quale luce è per tutti? Sotto questa luce e con questa forza, noi siamo certi – e il Signore ci assisterà – di fare qualcosa di positivo nell’interesse della popolazione fiorentina.

***

Io vi auguro – amici – con tutto il cuore ogni bene.

Questa è una seduta inaugurale e può anche essere bene che in un Consiglio comunale si parli di politica. È però la prima e l’ultima seduta che noi faremo in riferimento a questioni astratte.

Rispondendo brevemente alle dichiarazioni che sono state fatte, io dico a Mariotti, il quale si pone il problema se esiste µna vera democrazia in Italia, che il problema è complesso; ma, ciò che è essenziale e specifico deÌla democrazia è la possibilità di scelta, la pluralità dei partiti; quando c’è questa possibilità di scelta, c’è la democrazia! Dell’ap-parentamento…parleremo un’altra volta!

A Pieraccini rispondo che in una seduta inaugurale non si può fare un programma definitivo. È come il capitano della nave che guarda la stella polare e poi, in base a quella stella polare, proporziona la tecnica. Questo proporzionamento della tecnica è il compito che noi svolgeremo nelle prossime sedute. Quindi né delusioni, né illusioni: certo che qualche cosa faremo per i più poveri e disagiati; e non soltanto «minestre», che pure hanno un loro peso!

Io ricordo, quando tornai a Firenze dopo la liberazione, quale gioia si provava per quelle minestre e come erano assediati coloro che le distrbuivano.

Evidentemente l’ideale è che ogni famiglia abbia un suo piccolo bilancio col quale provvedere ai suoi bisogni. Cercheremo di eliminare le minestre, come difatti stiamo facendo: all’Ente Comunale di Assistenza si davano 50.000 minestre al giorno, mentre ora sono quasi del tutto scomparse e sono nati i ristoranti di seconda categoria che, con poche lire, danno la possibilità di mangiare essendo serviti da camerieri in giacca bianca.

Abbasso quindi la minestra ed evviva i pasti! Evviva il lavoro fondamento della vita secondo il detto benedettino «Ora et labora». Quindi – caro Pieraccini – politica di lavoro.

Firenze ha larghi strati di popolazione che soffrono. Conosciamo il problema delle case e le faremo. Non so quando, ma le faremo! Voi avete visto dall’ordine del giorno Pieraccini che, quando presentate una dichiarazione che è conforme allo spirito di tutti gli uomini, che tocca la radice fondamentale di ogni creatura umana, tutti siamo d’accor-do. Quando invece si entra in certa tecnica spicciola, come quella che si riferisce al Patto Atlantico, la cosa è più complicata, perché tutte le cose hanno sempre due facce. Uno può vedere il Patto Atlantico da un angolo di visuale ed uno da un altro; ed allora è una cosa complicatissima. Di questo io non posso parlare e mi limito a constatare una cosa importante: che la dichiarazione di pace è conforme allo spirito di tutti gli uomini.

All’amico Fabiani rispondo che, per quello che concerne la bandiera nazionale, mi dispiacque che fosse stata tolta. Perche mai l’hai fatta levare? Non dico che tu l’abbia fatto per settarismo ma, se tu l’avessi lasciata, sarebbe stata una cosa tanto più bella! Comunque la tua chiarificazione in proposito è stata veramente opportuna e buona.

Stasera, in questa prima seduta, abbiamo fatto una cosa non regolare, perché il pubblico è stato troppo movimentato, ma quest’altra volta metteremo una regola, specialmente per le donne che sono le più indisciplinate. Comunque anche questa vitalità è bella!

Abbiamo cominciato i lavori del Consiglio con un augurio di pace ed è stato bene. Abbiamo terminato i lavori della seduta con un atto pubblico di pace, votato all’unanimità e ciò mi pare profondamente augurale.

L’augurio mio a tutto il Consiglio, opposizione compresa, è che questa pace sia costruttiva e si traduca in qualche cosa da fare: le case, i provvedimenti in favore della popolazione bisognosa e tutte le altre cose di cui abbiamo già parlato.

Il profeta del nuovo personalismo. Nella concezione lapiriana risplende l’intuizione di uno Stato a misura della libertà e della giustizia umana.

Non possiamo irrigidire l’esperienza di La Pira nelle formule del cattolicesimo politico tradizionale. È stato un innovatore che ha saputo conservare l’essenziale del messaggio cristiano “mediato” nell’impegno pubblico. L’autore, docente all’Università Lateranense, traccia una linea di continuità con Emmanuel Mounier, tanto da evidenziare il carattere unitario – al di là e al di qua delle Alpi – di una proposta di democrazia “non borghese” fiorita nel cuore del Novecento.

 

La caratteristica del contributo dei cattolici alla rinascita della democrazia in Italia è emblematicamente rappresentata dalla vicenda politica di Giorgio La Pira. Tre sono le linee fondamentali di questo contributo: centraità della persona; pluralismo politico e sociale; affidamento allo Stato di un ruolo fondamentale nel superare le diseguaglianze sociali. Si tratta di tematiche che riassumono una lunga tradizione di pensiero politico che da Rosmini fino a Sturzo hanno trovato un punto di sintesi nei grandi messaggi degli anni di guerra di Pio XII, forieri degli sviluppi successivi anche in termini propriamente politici.

Queste linee di pensiero in qualche modo sono state recepite dalla Costituzione repubblicana alla quale La Pira diede un contributo basilare con l’emergenza del valore della politica. Tuttavia la prima dimensione della sua esperienza politica è collegata, secondo me, al rapporto profondo tra valori, politica e storia, con un altrettanto forte richiamo alla radice religiosa della politica, alla sua finalizazione del bene dell’uomo nella sua totalità, intesa anche come contemplazione e preghiera, votate a realizzare l’uomo nella sua più profonda dimensione. E quando parla di “architettura dello stato democratico”, La Pira non intende uno Stato clericale, ma intende che i valori evangelici sono di per se stessi il fondamento di una compiuta democrazia al servizio della persona.

Va comunque detto che tali valori religiosi non devono essere appariscenti ma implicitamente concreti nell’azione politica, perché è il cristiano che deve  renderli espliciti con la sua azione e il suo esempio. Quanta attualità di fronte a queste parole ci sovviene allorché la politica oggi sembra avvolgersi su se stessa di fronte alle sfide etiche, mentre i bisogni degli uomini restano esclusivamente “umani”, pur non restando esclusivamente materialisti. Secondo La Pira i veri materialisti sono i cristiani stessi che non diffidano della materia e non hanno timore del corpo, prestano invece a ciò la dovuta attenzione perché, del resto come ricorda il Vangelo, ”dar da mangiare agli affamati” non significa appiattire l’uomo sul bisogno fisiologico dell’alimentazione, ma compiere una atto di misericordia spirituale dal momento che lo Spirito Santo passa anche attraverso i bisogni umani da soddisfare.

La Pira ricorda in una famosa lettera a Pio XII che il politico che si impegna su questo terreno realizza il livello più elevato della sua vocazione al servizio della persona e di Dio. Per questo motivo le istituzioni ritrovano nella sua concezione politica tutta la loro importanza, la passione  tesa a gettare le basi prima nell’elaborazione della Carta costituzionale e poi nel suo servizio come Sindaco di Firenze. Creare la “casa comune” non rientra per lui in un opera seppur egregia di ingegneria costituzionale, ma vuol dire creare le premesse perché la convivenza civile possa realizzarsi nel modo più efficace. Quando la politica indica regole non esprime solo “leggi”, che sovente sono simulacri solitari, ma innerva in modo positivo il tessuto della convivenza civile, perché offre alle relazioni umane regole sicure e condivise come punti di riferimento per costruire una società giusta. Le strutture “esteriori” devono essere piegate al servizio dei valori che esprimono all’interno della coscienza dell’uomo le sue vere ragioni, tali cioè da  renderlo persona unica, irripetibile e inviolabile. Il bagaglio culturale di Giorgio La Pira evidenziava il carisma specifico dei Figli del Santo Padre Domenico, Ordine religioso nel quale entrò come Terziario “donato” e che non consiste nella sequela di un santo, bensì nella vivificazione di un ideale secondo il motto dell’Ordine “Contemplata aliis tradere”.

Non deve apparire strano quindi il modo con cui egli seppe con umile e disarmato atteggiamento impensierire anche gli alti dignitari dell’allora gerarchia ecclesiastica e turbare le certezze dei grandi della terra. La capacità profetica di La Pira non consisteva nel predire il futuro, ma nell’aver ricevuto il dono del discernimento che è proprio delle grandi vocazioni come quella domenicana. È lo Spirito santo a suggerire al profeta il modo adatto e opportuno di trasferire i valori cristiani alle esigenze della storia vigente, ma il profeta è anche apportatore di grandi novità. Il suo sguardo di studioso era sovente rivolto al passato, benché il suo animo guardasse sempre al futuro, infondendo la mai perduta speranza; ecco perché ancor oggi diciamo che fu un “profeta” con un carisma autentico che si adatta alla complessità semplice dello spirito evangelico dell’Ordine Domenicano.

Guardiamo all’orizzonte sovranazionale. Emmanuel Mounier (1905-1950) aveva anticipato quanto i cattolici democratici avrebbero realizzato nella costituzione italiana, perché aveva caratterizzato il percorso democratico secondo alcuni punti fissi: riteneva indispensabile operare la creazione di una rappresentanza diversificata e reale dei cittadini da realizzarsi attraverso una coscienza dell’interesse comune. Tale coscienza, che laicamente definiamo in scienza politica come “cultura civica”, doveva concorrere al servizio della persona che poteva così opporsi al culto indiscusso del leader a detrimento delle identità.

Il personalismo che La Pira rielabora e propone nei suoi contributi alla Costituente consiste in una operatività rinnovata del cristianesimo, lontano dal clericalismo ottocentesco e tuttavia antitetico all’agnosticismo pragmatico che porta alla dittatura del relativismo, sclerotizza il panorama politico, inaridisce la proposta politica dei partiti, senza i quali una vera democrazia non può funzionare. Quello che colpiva La Pira nel personalismo mouneriano era l’opposizione al disordine costituito, incarnato dalla falsità della democrazia borghese che non rende possibile radicare la giustizia sociale perché incapace di esprimere un alternativa al valore antipersona del capitalismo consumistico e inventando un “diritto” di proprietà assolutamente astratto, ingiusto e avverso alla dignità della persona.

La libertà è la disposizione della volontà ad attuare equilibri tra atti interni ed esterni dell’uomo ed è ciò che gli inglesi definiscono “freedom”, indicando la libera esperienza morale; la dignità della persona umana nasce dal rispetto dei valori valutati dalla ragione e dal sentimento con l’espressione delle virtù, come equilibrio tra indole ed atti, per cui la legge diventa ordine della convivenza, per realizzare il bene quale perfezionamento delle virtù attraverso la ragione.

La volontarietà che implica sempre l’assenza dell’ignoranza manifesta come ancora oggi non abbia funzionato la cosiddetta “opzione fondamentale”, perché attribuisce valore solo a ciò che si vuole, mentre sussiste già un implicito indirizzo al bene morale, attraverso la ragione pratica che conduce alle azioni. Il personalismo di Mounier che La Pira incontra negli anni ’40 scopre e valorizza l’uomo come soggetto, attento al pericolo sempre latente di identificare il mezzo col fine, eliminando ogni possibile mediazione con esiti tradizionalistici estremi.

La Pira coglie nel personalismo l’avversione alla mediocrità, al compromesso spicciolo e soprattutto all’egoismo rappresentato dalla borghesia, mentre rafforzava l’idea di persona nella quale Mounier quanto La Pira avvertivano il respiro dell’eternità vittoriosa sul tempo e sulla storia.

In questo senso l’attualità di La Pira rappresenta ancor oggi il lucido tentativo di recuperare e saldare, superandola, la tradizione individualistica dei diritti dell’uomo senza cedere alla suggestione collettivistica, evitando perciò di isolare le liberta tra di loro. E questo sforzo ha condotto nella Costituzione italiana al riuscito collegamento etico di tutte le libertà, non limitandosi a riconoscerle, bensì unendole all’insegna dell’eminente libertà dell’uomo,mperché uno stato democratico ha il compito di ordinarsi in tal modo da agevolare il libero sviluppo interiore ed esteriore della persona.

Di conseguenza la comunità nazionale non è un assoluto ma fa parte organicamente della comunità internazionale che immunizza ogni tentativo sovranista e ogni tentazione di ricorrere alla violenza per risolvere le controversie. L’attualità dell’opera di La Pira emerge nella costruzione della pace per cui il naturale referente non è neanche più lo Stato, semmai il tentativo di recuperare il senso profondo della civiltà umana e il valore etico e spirituale della comunità civile, perché soltanto dall’incontro tra ”civilitas” e “civitas” si potrà pervenire ad un mondo di giustizia e di pace in nuovi rapporti di solidarietà tra gli uomini. L’obiettivo è costruire la pace operando sul piano della formazione delle coscienze, ma anche delle istituzioni in cui la politica si svolge, attraverso la pratica della giustizia nata dalla fraternità.

Un passo verso la modifica dei Trattati. Occorrono linee strategiche e scelte coraggiose per il futuro dell’Europa.

La Conferenza non ha il potere di incidere direttamente sui Trattati. C’è da osservare, però, che uno sforzo di chiarificazione e lungimiranza può determinare l’avvio di un’operazione politica in grado di produrre i necessari cambiamenti, avendo di mira obiettivi concreti.

 

La Conferenza sul futuro dell’Europa, s’è detto, è un’occasione da non sprecare. Pertanto, deve avere il coraggio di affrontare i temi-cardine della costruzione comunitaria. Quanto meno è importante che questo appuntamento li discuta, ponendoli in agenda. La logica con la quale deve operare dev’essere sovranazionale, non nazionale: solo così si possono affrontare questioni che altrimenti rimangono imprigionate nella rete di interessi locali e quindi nella possibile concorrenza sleale fra Stati.

Detto in un precedente articolo del tema a mio avviso principale, la politica estera, occorre non tralasciarne un secondo, assolutamente essenziale. La politica fiscale, come ci è stato spiegato più volte dalla Storia, è la base di uno Stato, insieme al controllo della forza. E’ del tutto evidente che le distorsioni esistenti in argomento all’interno dell’UE non depongono in favore della sua unità e anzi ne minano alla radice ogni possibile sviluppo. Anche in questo caso la regola dell’unanimità – altro punto assai problematico – consente ai Paesi che sulla fiscalità molto vantaggiosa per le aziende, in particolare le multinazionali, hanno impostato la propria politica di crescita economica (Olanda, Irlanda, Lussemburgo…) di impedire qualsiasi ipotesi di riforma.

Una qual certa armonizzazione dei sistemi fiscali nazionali è però necessaria. Ovvero, al pari che nei sistemi federali una differenziazione nei regimi tributari nazionali è certo accettabile, comprensibile. Ma non oltre certi limiti. Altrimenti ci si trova di fronte a fenomeni di concorrenza scorretta fra Stati su un terreno che da fiscale diviene di competitività economica.

Ora l’idea americana ripresa dal recente G7 di introdurre una tassa minima globale sui profitti delle grandi multinazionali correlata alle vendite effettuate in ogni singolo Paese (al di là della loro effettiva presenza fisica nel medesimo) costituisce un passo significativo che l’UE non potrà non considerare quale utile stimolo: e infatti la Commissione ha recentemente presentato un Piano d’azione da adottare entro il 2023 teso a far sì che l’Unione disponga di “un unico codice di regole dell’imposizione delle società, che fornisca una più equa ripartizione dei diritti di tassazione tra gli Stati membri”. E questo è un esempio che per quanto accidentato anche il terreno fiscale non è impercorribile.

La Conferenza non ha fra i suoi compiti quello di modificare i Trattati, si dirà. Vero. Ma fra i suoi obblighi politici ha quello di porre le questioni di fondo che porteranno alla loro necessaria modifica. Il futuro della UE, infatti, passerà da lì.

Quali scenari per la ripresa post pandemia?

Abbiamo di fronte uno scenario che impone di discernere con esattezza gli elementi di crisi, ancora forti malgrado le politiche di soccorso pubblico, dalle opportunità nascoste nelle pieghe di una società dinamica, malgrado tutte le difficoltà. Lo sviluppo, nelle sue nuove forme, richiede l’adozione di un codice di rigore e competenza, contro ogni illusoria seduzione del facile assistenzialismo.

 

Mentre ci si appresta a riaprire, è doveroso cominciare a chiedersi quale società avremo dopo la fine dell’epidemia, sapendo che gli esiti delle crisi non sono scontati e dipendono in grande misura dalla politica, ossia dalla capacità delle classi dirigenti di creare consenso sulle cose da fare. Anche se ogni parallelismo è assolutamente improprio, è utile ragionare sulle grandi differenze che caratterizzarono il primo e il secondo dopoguerra. Dopo la prima guerra, ci fu un lungo periodo segnato da instabilità, sfociata in protezionismi, nazionalismi, dittature e in ultima analisi nella seconda guerra, dove dopo, si è avuto il più lungo periodo di pace e progresso economico per il più gran numero di nazioni nella storia dell’umanità.

Come ha scritto Barack Obama in un famoso articolo sull’Economist del 2016, malgrado i tanti conflitti e le tante diseguaglianze, non c’è mai stato un periodo storico in cui vi siano state così poche guerre, così tanta libertà e così tanto benessere diffuso. Da cosa dipendono esiti tanto diversi? In parte – non c’è dubbio – da condizioni oggettive, quali ad esempio il fatto che nel secondo dopoguerra l’ordine mondiale era assicurato dal prevalere di due superpotenze nucleari: il cosiddetto equilibrio del terrore. In gran parte, però dipende anche dal fatto che le classi dirigenti del dopoguerra avevano ben presenti i drammi a cui avevano portato le scelte o non scelte del periodo fra le due guerre. Anche i popoli sembra avessero capito la lezione; esplose, in Italia e in molti altri paesi, la voglia di ricostruire e questa voglia sfociò poi in uno sviluppo straordinario e largamente autopropulsivo, ossia dovuto alla laboriosità e all’inventiva di milioni di persone.

Non sappiamo quale scenario prevarrà dopo la crisi da covid-19, ma sappiamo che non mancano segnali preoccupanti perché ben prima dell’epidemia avevamo assistito alla crisi della cooperazione internazionale, alla sostanziale rottura dell’alleanza atlantica, alla fine del multilateralismo, all’esasperazione di tanti conflitti locali, alla crescita dei nazionalismi. Da molti anni ormai, in quasi tutto il mondo, si erano rafforzati partiti o leader populisti, che tendenzialmente rifiutano i principi della società aperta e della democrazia liberale. In gran parte, questi sono i frutti avvelenati della crisi finanziaria del 2008-2011. La pandemia può accentuare queste tendenze negative. Può prevalere la chiusura per timore di altre pandemie; si possono rafforzare le democrature, sfruttando i poteri speciali che già oggi sono in vigore in oltre 80 paesi; si possono accentuare le tendenze più negative dello statalismo economico, nel senso che oggi si danno gli aiuti e domani si cercherà di condizionare e lottizzare le imprese.

Infine, sarà molto complicato uscire dalla logica dei sussidi se non rimettiamo in moto l’economia, generando politiche di sviluppo e crescita che tutelino i posti di lavoro, investendo su infrastrutture salute e competenza. I rischi ci sono, è essenziale mantenere l’ancoraggio all’Europa, respingendo la logica perdente del sovranismo che continua a mostrare tutti i suoi limiti. Non dimentichiamo mai che è per questa logica sovranista che alcuni Paesi in Europa non volevano concederci gli aiuti. Sono gli amici dei sovranisti italiani, che fanno male all’Italia prima ancora che all’Europa.

Noi possiamo crescere come Paese solo se aiutiamo le nostre imprese a confrontarsi sul mercato mondiale, perché il progresso nasce sempre dalla competizione e dal confronto. È la libera circolazione delle idee che rende possibile quella delle merci e dei prodotti, come dimostrano tutte le collaborazioni che già esistono tra le aziende italiane e quelle europee e mondiali. Per cui se da un lato dobbiamo approntare enormi aiuti alle imprese, necessari perché sopravvivano a questa terribile crisi, dall’altro dobbiamo rafforzare sempre di più politiche che portino in Europa la necessità di dare priorità alla crescita, rilanciando il mercato unico e pensando a un disarmo bilanciato fra paesi sugli aiuti di Stato, affinché il gioco sia ad armi pari. Altrimenti, prevarranno sempre le imprese degli Stati più forti e con meno debiti mentre gli altri vivranno in uno stato di rincorsa perenne e non si sentiranno mai di poter appartenere pienamente a un processo di crescita condiviso.

Per parte nostra, dobbiamo essere chiari e sapere che abbiamo il compito di lavorare per superare i problemi storici del nostro sistema produttivo – il nanismo delle imprese e l’insufficiente investimento in ricerca – e al tempo stesso orientare lo sviluppo nel senso delle sostenibilità sociale e ambientale: ciò può e deve essere fatto senza cadere in tentazioni dirigiste o in forme di protezionismo aperto o strisciante che hanno fatto il loro tempo e, soprattutto, finirebbero per indebolire, anziché rafforzare, le nostre imprese. Dobbiamo trasformare questo momento di difficoltà in una opportunità per il futuro.

Il futuro del Paese intero.

Augusto Gregori Segreteria PD Lazio – responsabile industria, commercio, artigianato e turismo

Giampaolo Galli Osservatorio CPI (Conti Pubblici Italiani) Università Cattolica

Centro, ora serve il salto di qualità. Basta con i vaniloqui e le manifestazioni oniriche.

Bisogna riconoscere con realismo, seppure con una punta di amarezza, che le varie iniziative neo-centristehanno scontato finora un tasso troppo alto di superficialità e inconcludenza. Talvolta si cade nel vaniloquio. Esiste tuttavia una volontà diffusa che  muove dalla esigenza di una politica di centro, dando perciò nuova linfa alla domanda di un partito adeguato a rappresentare questa volontà. Se non ora, quando?  

Quando si parla di centro, di partito di centroe di una politica di centro, una sola cosa è quasi scientificamente certa. E cioè, le innumerevoli sigle – o presunti partiti o movimenti politici che sono decollati allinterno di questarea – che nascono a grappoli sono elettoralmente del tutto insignificanti e politicamente puramente testimoniali. Salvo per i vari promotori delle medesime, com’è giusto e comprensibile che sia.

Ma perchè sono elettoralmente insignificanti e politicamente testimoniali? Per un motivo che ormai conosciamo da circa 20 anni. Ovvero, si tratta appunto di sigle che, di norma, riflettono la sacrosanta e giustificata voglia di protagonismo dei singoli promotori delliniziativa e che sono destinate – almeno così è stato per quattro lunghi lustri – a scontrarsi prima o poi con la realtà. Cioè con le dinamiche concrete della politica e con le incombenze politiche, organizzative, finanziarie e gestionali che il decollo di un partito richiede e quasi impone.

Certo, nessuno – com’è altrettanto ovvio e scontato – mette in discussione la buona volontà e la passione dei singoli promotori di queste svariate, molteplici e sempre più numerose sigle politico ed elettorali. Ma la notizia principale di queste innumerevoli sigle, di norma, non è il percorso concreto e il progetto politico che le caratterizza. No, la notizia è solo quando nascono perchè si dà già per scontato che cammin facendo lepilogo è già scritto e, di conseguenza, dopo un certo periodo tramontano a vantaggio di altre e la ruota instancabilmente continua a girare.

Ora, senza indugiare ulteriormente su queste sigle virtuali, quello che merita di essere ricordato e approfondito è che ormai ci sono tutte le condizioni politiche, culturali, programmatiche e forse anche ambientali affinchè una politica di centroseria ed autentica decolli attraverso un soggetto politico organizzato. Certo, com’è altrettanto ovvio, superando le centinaia di sigle virtuali che campeggiano qua e là nel panorama politico ed associativo italiano. Prevalentemente nellarea cattolico popolare, cattolico sociale e cattolico democratica. Ci sono anche le condizioni ambientali perchè il seppur lento ma ormai irreversibile declino della spinta populista, demagogica, anti politica, giustizialista, manettara e antiparlamentare dei 5 stelle spinge inesorabilmente ad un recupero di quelle categorie che da sempre qualificano e caratterizzano una politica con la P maiuscola. Ovvero, partiti politici organizzati e democratici, importanza delle culture potliiche, ricetta riformista, cultura della mediazione, senso dello Stato, rispetto delle istituzioni democratiche, rifiuto della radicalizzazione della lotta politica e, soprattutto, competenza della classe politica ed amministrativa.

Ecco, appunto, elementi esterni, estranei e incompatibili con la cultura, la politica, la strategia e limpostazione del movimento 5 stelle. Altrochè perseguire e costruire, come pensa il prode Letta, una alleanza storica, organica e addirittura strutturale con un partito del genere.

Ma per tornare al centro adesso, però, serve un colpo dala. O meglio, uno scatto in avanti. Occorre lavorare alacremente e convintamente per costruire e consolidare in vista delle prossime elezioni politiche un soggetto politico reale, e non virtuale o puramente testimoniale, capace di interpretate e di declinare una vera politica di centroin un altrettanto vero partito di centro. Questo è limpegno concreto, adesso, a cui nessuno di noi può sottrarsi nel momento storico che stiamo vivendo. E quindi, riunificare – chi è disponibile e convinto, come ovvio – le centinaia di sigle che sono nate sullonda della passione e della buona volontà dei vari proponenti, allargare il campoad altre culture e altre esperienze che si riconoscono, comunque sia, in una politica di centroe, soprattutto, individuare un federatoreche sia il punto di riferimento politico di questa galassia. Non un capo, come ovvio, ma un leader che riassuma questa tensione culturale e questa progettualità politica in una organizzazione democratica, plurale, riformista e moderna.

Questo, a mio avviso e non solo, è la vera priorità in questa fase politica per tutti coloro che credono ancora che la politica italiana non possa essere gestita e padroneggiata dai vari populisti sparsi e presenti tanto a destra quanto, e soprattutto, a sinistra. Verrebbe da dire, scherzando, se non ora quando?

MicroMega vuole l’abolizione del Concordato? Rispondo con un secco no. Ci vuole rispetto per la storia, prima che per la Chiesa. Lettera aperta.

Deve essere chiaro che la libertà di pensiero e di parola non può essere un diritto che vale per tutti, ma non per la Chiesa. Poi si può anche riconoscere che la recente Nota vaticana poteva essere assorbita entro una diversa iniziativa, più articolata, affidandone la responsabilità (ancora) alla Cei. Resta il fatto però che raccogliere le firme contro il Condordato è un errore.


Circa
70 associazioni, in prevalenza cattoliche ma tutte “[…]educate al rispetto dellassoluta dignità di ogni persona, qualunque siano le sue condizioni e i tratti specifici…”, hanno inviato una lettera aperta ai senatori italiani per sollecitarli a rivedere il ddl Zan, in quanto al suo interno ci sono ben “…7 punti illiberali…di segno anticostituzionale” .                        

È un gesto importante perché, tra le altre cose, fa capire che questo  associazionismo di società civile ancora esiste: Tocqueville ne sarebbe felice! Si è fatto vivo in ritardo, ma si è fatto vivo. Succede però che questa lettera si raccordi in qualche modo con la raccolta di firme promossa dal MicroMega per l’abolizione del Concordato. Un invito a firmare motivato dal fatto che il Vaticano ha trasmesso una Nota informale allo Stato italiano per lo stesso motivo. L’obiettivo, alto e solenne, che si pone MicroMega è quello di eliminare una volta per tutte il Concordato. E di  far capire una volta per tutte, che il Vaticano si deve fare i fatti suoi. Deve starsene zitto e silenzioso, chiuso per sempre dentro le sue mura. Ho ricevuto anch’io, via social, l’invito a firmare per labolizione del Concordato enon mi sono potuto trattenere di inviare la risposta che segue.

Lettera aperta

Carissimi amici di MicroMega, nel recente passato mi sono più volte avvicinato alla vostra Rivista che ho sempre trovato interessante, quandanche strapiena di un ricercato  illuminismo razionalista per intellettuali atei addetti ai lavori. Il che non è un peccato, intendiamoci: la mia è solouna constatazione. 

Vi seguo  con interesse  critico, anche su MicroMega.net. Proprio per questo avverto il bisogno di darvi sommessamente un consiglio. Raccogliamo questa volta anche le firme  per abolire oltre al Concordato le Leggi  27/3/1861 e 3/2/1871, con cui venne deciso che Roma fosse capitale d’Italia. Cavour ha toppato! E la Francia…oggi in mano “all’antieuropeista, orbanista e nazionalista” Macron, non ci  può dare nessuna mano per mantenerla capitale.

Roma è sporca. Inquinata e mal gestita. Infiltrata dalla mafia. Piena di immigrati. Dimentichiamoci di Garibaldi ecancelliamo Raffaele Cadorna e Nino Bixio, anche loro precipitosi e inopportuni con  la Breccia di Porta Pia. Quella Porta e il suo ricordo storico sono da eliminare. Costruiamoci sopra  un grattacielo. Dai…ritorniamo a Torino. Ma no….meglio Firenze, è più centrale.

Finisco di scherzare. E vi sollecito una riflessione seria  sul  Concordato e sulla ultima vostra raccolta di firme per abolirlo. Non è  la prima volta che si raccolgono firme con questo intento. E sono state presentate in un passato non tanto lontano diverse proposte di legge per lo stesso motivo, che, grazie a Dio, non hanno avuto seguito.Esprimo allora una mia solitaria opinione. Vedete, il Concordato non è da valutare come un mero e banale  contratto notarile siglato tra uno Stato laico e la Chiesa cattolica per spartirsi alcuni beni, assegnare e separare alcuni (minimi) diritti, e conferire libertà di pensiero e di parola. O, peggio,  come potere di intervento pontificio sulla piena autonomia del nostro Parlamento, che tale rimane. Oppure  per interferire sul ddl Zan, e sulla “…discussione fra cittadini liberi e uguali nello spazio pubblico attorno a una legge della Repubblica, come voi asserite.

Mi riferisco invece al Concordato come avvenimento” che ha segnato la storia d’Italia, anche se stabilito e firmato nel periodo più buio e triste del nostro Novecento. Fu rivisto, come è noto, nel 1984 con Craxi e Casaroli, con una filosofia di fondo che bene espresse Virginio Rognoni a riguardo di ciò che la firma implicava per la Repubblica italiana:...Uno Stato neutrale – diceva Rognoni in Aula – ma non indifferente rispetto alla rilevanza sociale del fenomeno religioso, che non fa una propria scelta di fede ma tiene conto delle ispirazioni ideali della comunità; che non può prescindere dallispirazione delluomo a vivere la propria testimonianza religiosa nella dimensione sociale, nella libertà individuale e collettiva.

Mettetela  allora come volete. C’è al fondo del Concordatouna questione antropologica e culturale, non riferibile necessariamente alla millenaria tradizione religiosa del nostro Paese, che va oltre (o viene prima) degli aspetti strettamenti giuridici relativi ai rapporti tra Stati sovrani. E se a me dispiace molto, per non essere frainteso nella mia difesa, che nel primo Concordato ci sia di mezzo un dittatore come Mussolini, non mi dispiace affatto, invece,ricordarvi che i Patti Lateranensi e l’art. 7 della Costituzione sono parti essenziali della storia italiana – solo e soltanto italiana la cui richiesta di cancellazione appare un gesto assai poco convincente.

Non spetta a me insistere su questo punto, ma spero che  gli storici e gli stessi studiosi di diritto costituzionaleintervengano per chiarire meglio l’importanza storica deiPatti. Essi concludono mille anni circa di vicissitudini e contraddizioni dello Stato pontificio, con tutte le implicazioni per la Chiesa e il suo impegno pastorale nel nome del Vangelo; concludono, cioè, anche quelle tensioni soggiacenti ai rapporti con lItalia unita, tanto che come alto documento giuridico necessitano di essere semmai interpretati bene e gestiti  bene, con moderazione e rispetto reciproco dalla nostra classe politica, dal nostro Parlamento, come pure ovviamente dalla Gerarchia ecclesiastica.

Del resto, sono stato anch’io tra i tanti cattolici a prendere le distanze dall’intervento della Segreteria di Stato sul ddl Zan. Intervento inedito e, data l’autorevolezza della fonte, inusuale nella forma. Il motivo del dissenso è stato semplice: la Chiesa, a mio avviso, doveva riflettere molto prima di consegnare una Nota con quella rilevanza istituzionale. Altre erano le strade da seguire per affermare alcuni legittimi valori, sui quali si può anche non essere d’accordo, ma per i quali il nostro Stato liberale e democratico garantisce, in base all’art. 21 della Costituzione, piena libertà di pensiero. A meno che questo articolo non valga solo per i cittadini italiani, essendo gli “stranieri”, a discapito del Concordato, privati della suddetta libertà. E il seguito mediatico che ha avuto per giorni e giorni, anche in ordine al dibattito se il Papa fosse o meno informato, dimostra l’importanza e singolarità della presa di posizione. Con l’appendice di qualche parroco oltranzista (e direi pericoloso) che l’ha subito fatta propria e difesa con toni bellicosi, sin dentro l’omelia.  

Altre erano le strade da percorrere. Altro era il ruolo – assente – del laicato cattolico. Altro il silenzio assordante dell’associazionismo cattolico (che si è fatto vivo con colpevole ritardo) e dei partitini e sigle che si autodefiniscono cattolici, come ha sostenuto  e scritto un mio amico. E altre erano, e rimangono, le mediazioni laiche e di buon senso ancora  possibili. Ma non c’è invece alcun dubbio, che nella Nota non si esercita nessunissimo “…potere di ingerenza della Chiesa cattolica nella vita dello Stato italiano”, perché rimane, appunto, una Nota: un “…breve appunto, per lo più provvisorio, nel quale si concreta un’osservazione o una informazione” dicono i  Dizionari. E non c’è nessuna volontà di interferire e inserirsi  sulle totali  libertà dello Stato laico italiano. Che era, è e sarà libero di fare quello che pensa sia giusto fare. Con lapparente paradosso che oggi, proprio un autentico cattolico come Enrico Letta difenda con insistenza, nel suo ruolo di segretario del PD, il ddl Zan.  

La  Chiesa non gode di alcun  “privilegio”, ma solo come “straniera in casa” dellart.7 e soprattutto, come dicevo, dell’art. 21 della Costituzione. Quest’ultimo  trasformato precipitosamente in Atto di quelle dimensioni,discutibile ma non inficiante il libero e legittimo diritto di parola. 

Non giustifica lunione familiare che porta alla condizione di figli con due uomini o due donne come genitori? Non accetta la pratica dellutero in affitto? Non apre al riconoscimento del matrimonio tra coppie omosessuali? Ecco, ci sono milioni di italiani, atei e agnostici, che condividono o apprezzano il punto di vistadella Chiesa. Il che non vieta il rispetto verso chi la pensa diversamente e si comporta perciò diversamente. Un rispetto civile e sociale che si nota in particolare proprio tra i fedeli attenti alle ragioni dell’altro e del diverso, che hannocioè nel proprio dna il sentirsi “Fratelli tutti”, e dunque sono antisovranisti per definizione e antirazzisti per lessere nel mondo come “imbarcati sulla stessa barca”. E chi afferma il contrario non racconta il vero: guarda il dito del ddl Zan e non guarda la luna dei valori cristiani.

Dunque, un interventoquello della Chiesache ha registrato le obiezioni di studiosi e costituzionalisti cattolici, e perfino di qualche teologo. Per questo sono e rimango persuaso che attraverso quella Nota si eserciti soltanto una piena e incondizionata libertà di pensiero, del resto valore portante e centrale della cultura liberale e democratica di MicroMega. Non penso, nella sostanza, che lintervento debba essere ascritto a volontà di interferire sulle vicende dello Stato italiano. Si tratta del diritto di esprimere la propria opinione in una materia che coinvolge e interessa i valori e i principi fondamentali della stessa Chiesa, la sua Dottrina morale e sociale, il suo Magistero. Semmai verrebbe da chiedersi perché non sia stata attribuita alla Cei, in quanto radicata nelle diverse realtà territoriali locali e in quanto suo precipuo e definito compito, la responsabilità di adempiere a un richiamo più solenne e impegnativo, pur dopo altri (vani) richiami già fatti nel recente passato. In ogni caso, a parte i necessari e opportuni distinguo, la Chiesa ha pieno diritto di pronunciarsi su un argomento che mette sotto i riflettori  alcuni dei cosiddetti valori di civiltà. 

Valori e principi che se difesi con moderazione e garbo, senza urlare e offendere, senza fare cortei stradali cantando su camion addobbati, o incontri di piazza con sbandieramenti, balletti e sit-in, senza inveire e provocare, e…senza raccogliere firme, trovano una sponda in un larghissimo  mondo laico che benché secolarizzato, areligioso e ormai assente dalla messa domenicale, rispetta e comprende il mondo Lgbt, pur non condividendone, come dicevo, alcune  cose. 

Tocca poi alle libere e laiche  istituzioni democratiche dello  Stato italiano tenerne o non tenerne conto. Motivando in punta di diritto concordatario, in piena libertà a tutela della propria autonomia, se qualcosa del ddl Zan potrebbe essere cambiata. Ma la raccolta di firme adoperiamola per altri argomenti, forse molto più seri per il futuro che ci attende, e che attende i nostri figli e nipoti. Lasciamo però in pace la Storia, se ricordiamo ancora i motivi per cui “…non possiamo non dirci cristiani”. E, per favore, lasciamo perdere, cari amici di MicroMega, i presunti “…cittadini più uguali degli altri”.

Conversazioni sull’etica dell’informazione. Un libro appena uscito aiuta a dipanare la matassa della comunicazione ai tempi delle fake news.

L’abstract con cui – sul proprio sito – la casa Editrice Armando presenta il libro è davvero un incipit adeguato all’analisi socio-culturale che gli autori sviluppano con linearità e coerenza, restando fedeli ai temi che sono sottesi ad un titolo tanto connotativo quanto efficace e decisamente impegnativo, come essi stessi spiegano:  “è ciò che abbiamo tentato di fare in questa lunga conversazione, convinti che solo attraverso una comunicazione che si fa dialogo e una informazione fondata, chiara e a tutti accessibile sia possibile capirci e convivere. Il tema della convivenza sostenibile tocca presente e futuro e  riguarda il rapporto tra progresso e natura, i conflitti generazionali, i beni comuni, le compresenze interculturali e il loro rispetto, ma anche l’uomo al cospetto di un mondo interconnesso e digitalizzato.

L’introduzione di Giampiero Gamaleri, Ordinario di sociologia della comunicazione ed ex Consigliere di amministrazione della RAI, mette a fuoco gli ambiti e gli argomenti considerati nel testo, partendo proprio dall’incidenza delle nuove tecnologie comunicative,  così come la conversazione con il sociologo Franco Ferrarotti, che fa da appendice al libro, li completa con sapienti richiami all’etica weberiana, alla distinzione tra comunicazione, informazione e sua deformazione, globalizzazione fagocitante e difficile sopravvivenza dell’io e del noi nelle relazioni umane, alla confusione non sempre ingenua o casuale tra reale e virtuale,  attinti dai tre capitoli di cui si compone il saggio di Mastrofini e Angeloni, impostato in forma colloquiale, con domande problematizzanti e risposte aperte, che evitano in modo lungimirante posizioni preconcette e dogmatiche.

Possiamo affermare che ci troviamo di fronte ad un testo che considera le evidenze pulsanti di questa epoca ricca di opportunità ma spesso prigioniera di molte, latenti o palesi contraddizioni , come le fake news, la distorsione dei flussi comunicativi, i condizionamenti che forgiano le opinioni, in un contesto sempre più vasto dove la verità è plurale e sfuggente, soggettiva o conculcata, predeterminata sotto forma di luoghi comuni messi in circolazione, come in un gioco semiserio di simulazione e dissimulazione, di punti di vista alternativi, sovrapponibili, manipolabili o intercambiabili.

Al punto che diventa quasi terapeutica e necessaria la ricerca del silenzio, come luogo di riflessione e di ripensamenti, di uso del pensiero critico e di vaglio delle responsabilità connesse all’uso e all’abuso delle parole.

In questa sontuosa e autorevole cornice si racchiude e si inquadra il lavoro degli autori, un giornalista che risponde ad un insegnante, denso di significanti e di significati, impostato con raro rigore metodologico ed epistemologico, sotto la forma colloquiale di una “conversazione”, con quesiti che sollecitano risposte aperte e foriere di ulteriorità e di esplicitazioni, come in una sorta di fermo immagine sequenziale rispetto ad alcuni, importanti interrogativi del presente ai quali non ci si può sottrarre. 

In un libro che si occupa di comunicazione, informazione, relazioni interpersonali, anche considerando la preponderante dimensione tecnologica e l’avvento delle logiche computazionali proprie della dilagante digitalizzazione, l’esordio non può non riguardare la parola, in tutta la sua ricchezza semantica e simbolica.

Si parte dal linguaggio come forma alta di interlocuzione e si scopre la differenza che distingue l’informazione – settoriale, specifica, on-demand, individuale – dalla comunicazione, come fenomeno massivo, allargato, ecumenico, planetario.

Ma – per seguire l’ispirazione tematica del libro senza duplicarla – si potrebbero invertire i significati attribuiti ove si considerasse l’informazione un dovere puntuale di dare risposte adeguate e circostanziate, responsabilizzanti rispetto ai comportamenti da assumere e si pensasse alla comunicazione nella sua accezione generalista, indefinita, globalizzante, tambureggiante, persino ansiogena. Si pensi alla politica e alle istituzioni rappresentative della democrazia e si rifletta sulle responsabilità connesse all’esercizio del potere legittimo: il richiamo costante del libro è all’etica che sottende l’esercizio della responsabilità. 

Si potrebbe aggiungere – in tema informativo, comunicativo e finanche educativo – quanto sia importante sommare la solidità rassicurante della ‘competenza’: non c’è etica della responsabilità senza possesso di una adeguata competenza, l’interconnessione tra i due requisiti è di tutta evidenza, basta capacitarsi di ciò che accade intorno a noi.

Particolarmente interessante in questo capitolo il riferimento agli studi di Herbert Paul Grice sulle teorie di una comunicazione ‘ecologica’ interpersonale, che faciliti la comprensione di significato e significante, assai utile se declinata nei linguaggi propri dei social e dei media. 

Nel secondo e nel terzo capitolo si prende in considerazione rispettivamente la verità/falsità delle notizie e  l’aspetto etico nel vasto territorio della comunicazione, con particolare approfondimento sui doveri del ‘professionista dell’informazione’: decisamente importante la puntualizzazione d’esordio in ordine all’etica della responsabilità e all’etica della convinzione, con il riferimento quasi obbligato a Max Weber. 

Nel contesto della conversazione su questa ampia tematica è decisamente significativo il passaggio che pertiene la libertà di stampa, i doveri deontologici nell’esercizio della professione del giornalista, la qualità dell’informazione e la scelta di “dire sempre ciò che a noi appare essere la verità”, espungendo la menzogna dalla notizia e immaginando una relazione comunicativa che tenga conto dei livelli di emotività suscitati nei lettori. Insomma, usando le parole del libro…”L’etica nella comunicazione è fatta di scelte ideali e scelte quotidiane”.

Questa parte del testo è una vera e propria disamina dei doveri del professionista dell’informazione, decisamente opportuna se consideriamo che molto spesso l’etica che la sottende viene elusa e superata da interessi di tipo commerciale (vendere più copie di un giornale, guidare i sondaggi, catturare, distorcere o manipolare la notizia e farlo per primi, sforare i limiti di una comunicazione completa, vera ma recepibile dai lettori):  e qui mi piace ricordare che già ne parlava Ennio Flaiano quando definiva i giornalisti  come “i cuochi della realtà”.

L’etica, il senso del dovere, la consapevolezza del peso e dell’orientamento di opinione che una informazione mal gestita potrebbe suscitare è una preoccupazione costante, alta e nobile, sempre presente nella trama del libro, ora come focus dell’argomentare ora come preoccupazione morale sottotraccia che tuttavia affiora, imponendosi, tra diritti e doveri, privacy e trasparenza, codici espressivi e linguistici adeguati, nell’ottica di una informazione definita ‘ecologica’ . 

Si tratta di una ecologia olistica che riguarda tutti gli aspetti del vivere in una dimensione planetaria: gli autori la definiscono infatti  ‘Bioetica dell’Informazione e della Comunicazione Globale’.

Inevitabile e conseguenziale è il passaggio che considera la crisi pandemiche e le sue conseguenze: per la vita, l’economia, l’equilibrio emotivo e mentale. Certamente gli autori hanno letto David Quammen e il suo Spillover e sono consapevoli di quanto non fossimo preparati ad uno tsunami planetario di questa portata, da cui emerge la debolezza dell’uomo, la forza reattiva della natura che stiamo consumando in nome di un progresso sul quale dovremmo interrogarci più spesso.

L’ubriacatura tecnologia e la distruzione ecosistemica del pianeta impongono una pausa di riflessione.

Non c’è comunicazione autentica, non ci sono relazioni interpersonali gratificanti se non si persegue un equilibrio tra sé e gli altri, non si coltiva l’armonia della natura come mater magistra dei nostri comportamenti, a volte dissennati. E la chiusa del libro chiama sul proscenio del mondo i valori del Cristianesimo e gli insegnamenti della Chiesa Cattolica: molto bello e opportuno il richiamo all’enciclica ‘Laudato sì’, per dire che la strada è indicata, anche partendo dall’uso delle parole che dobbiamo scegliere e usare per scoprire che comunicazione vuol dire reciprocità, per condividere ed apprezzare il dono incommensurabile della vita.

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Gli autori

Fabrizio Mastrofini Giornalista e saggista specializzato su temi etici, politici, religiosi, vive e lavora a Roma. Ha già pubblicato diversi libri su tematiche ecclesiali e sulle problematiche legate ai mass media, tra cui : Geopolitica della Chiesa cattolica (Laterza 2006), Ratzinger per non credenti (Laterza 2007), Preti sul lettino (Giunti, 2010), 7 Regole per una parrocchia felice (Edb 2016).Vive e lavora a Roma. Capo Ufficio stampa della Pontificia Accademia per la Vita , Presieduta da S.E. Mons. Vincenzo Paglia.

Angelo Angeloni è insegnante di Letteratura italiana in un liceo romano. Ha collaborato con “Paese sera”, «Nuovi argomenti» e «Avvenimenti». Autore di programmi radiofonici, oggi collabora con le riviste «Cultura e libri» e «Tempo presente».Ha pubblicato tra gli altri “Conversazioni con la sociologia” interviste a Franco Ferrarotti” (Armando, 2017) , “Conversazioni con le religioni abramitiche” (Armando, 2019″ . “Giulio Ferroni- Conversazioni sulla letteratura” (Armando, 2019).

“Il gusto del futuro” da non tradire. Il Pnrr tra giovani, formazione e lavoro. L’editoriale di “Comunità di Connessioni”.

Le politiche attive del lavoro sono un cardine della strategia europea. In particolare, linvecchiamento della forza lavoro non può trascinare con sé linvecchiamento delle competenze. Occorre un impegno per tutto larco della vita.

Un pocome un surfista che si prepara a cavalcare la cresta dellonda, quando lacqua inizia ad incresparsi, così lItalia scalda i motori per la ripartenza con il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) presentato dal governo Draghi e recentemente approvato in via definitiva dalla Commissione Ue.

 

Sono oltre 200 i miliardi in arrivo da adoperare per lattuazione dei programmi presentati nelle cinque missioni, che costituiscono le tappe della ricostruzione. Tra i tanti temi affrontati non potevano mancare la formazione e il lavoro, ormai due facce della stessa medaglia, che toccano trasversalmente gran parte dellimpianto del Pnrr. La centralità di questi pilastri si denota, tra gli altri interventi, nellingente somma riservata allo sviluppo degli ITS (Istituti Tecnici Superiori), il sistema di formazione professionale terziaria, parte della quarta missione Istruzione e ricerca, di cui si sta discutendo alla Camera per la ridefinizione della missione e lorganizzazione del sistema.

 

Con 1,5 miliardi messi a disposizione, si ambisce ad aumentare il numero di iscritti a questi percorsi, a potenziare i laboratori con tecnologie 4.0, a formare i docenti perché siano in grado di adattare i programmi formativi ai fabbisogni delle aziende locali e a sviluppare una piattaforma digitale nazionale per le offerte di lavoro rivolte agli studenti in possesso di qualifiche professionali, così da favorire lincontro tra domanda e offerta. Cifre che sembrano essere un primo passo per la svolta.

 

LItalia, ad oggi, è il fanalino di coda in Europa per numero di persone che vengono formate in questi istituti. A fronte degli attuali 18 mila iscritti in 110 fondazioni ITS nel Bel paese, la Germania forma tecnici superiori in numeri di circa 800 mila ragazzi e la Spagna circa 450 mila. Il premier Mario Draghi aveva già sottolineato limportanza di queste realtà, nel discorso programmatico al Senato, considerandoli come una pietra angolare del sistema formativo anche per favorire lingresso dei giovani nel mercato del lavoro (circa l80% dei diplomati tecnici superiori è occupato entro 12 mesi dalla conclusione del percorso di studi).

 

Senza nulla togliere alla formazione terziaria tradizionale, gli ITS svolgono una funzione complementare a quella universitaria per la costruzione di profili professionali coerenti alle esigenze reali delle imprese locali, grazie alla possibilità che queste hanno di collaborare attivamente alla progettazione dei percorsi e di far parte di vere e proprie reti territoriali.

 

Ma non finisce qui. Nel pacchetto di 6,01 miliardi riservati alle politiche attive del lavoro e sostegno alloccupazione nella quinta missione Inclusione e coesione, una quota di 600 milioni viene messa a sostegno del sistema duale nellambito dellistruzione e della formazione professionale. Al centro ci sono lapprendistato e lalternanza scuola lavoro rafforzata. Un segnale inequivocabile di come questo modello di apprendimento e di inserimento dei giovani nel mondo del lavoro, basato sullalternarsi di momenti in aulacon momenti in contesti lavorativi, rappresenti sempre più una bussola per leducazione, listruzione e la formazione integrale dei giovani.

 

È infatti attraverso queste esperienze, e allo sviluppo congiunto di competenze hard e soft, che è possibile maturare un saper faree un saper esserefondamentali per tutto larco della vita professionale. La complessità” della nostra epoca, come scrive Edgar Morin, è caratterizzata da una velocità fulminea con cui le competenze tecniche diventano obsolete, facendo rimanere in partita solo chi è in grado di imparare ad imparare continuamente, aggiornando le proprie conoscenze in una prospettiva di lifelong learning.

 

Già nel 2015 unindagine di Unioncamere aveva rivelato come per il 78% degli imprenditori le competenze trasversali fossero importanti tanto quanto quelle tecniche, riconfermando lidea che per rispondere ai cambiamenti repentini e continui della nostra società sia importante essere flessibili, creativi, autonomi, capaci di lavorare in gruppo e pronti a rimettersi in discussione continuamente. Non da ultimo, fanno buon gioco allo sviluppo delle competenze soft anche i 650 milioni previsti per il potenziamento del Servizio Civile Universale, tra le esperienze più importanti di apprendimento non formale (al di fuori dei sistemi formali come scuola e università) e di cittadinanza attiva.

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https://comunitadiconnessioni.org/editoriale/il-gusto-del-futuro-da-non-tradire/

Report Istat su Pil e occupazione territoriale. Nel 2020 il Centro-nord è stata l’area più colpita dalla crisi.

La crisi ha colpito più le aree del Nord-ovest e del Nord-est, dove il Prodotto interno lordo è diminuito in volume del 9,1%. La contrazione è stata meno accentuata al Centro (-8,8%) mentre il Sud ha subito la perdita più contenuta (-8,4%). Il settore più penalizzato dallemergenza sanitaria è stato quello del Commercio, pubblici esercizi, trasporti e telecomunicazioni che al Nord-est e nel Mezzogiorno ha perso il 14,5% del valore aggiunto. Loccupazione è diminuita in modo più omogeneo a livello territoriale: -2,1% nel Nord-ovest e nel Mezzogiorno, -2% nel Nord-est e -1,9% nel Centro.

I dati presentati in questo Report forniscono una stima preliminare, di cui si dà conto nel comunicato dellIstituto di statistica.

Nel 2020 il Prodotto interno lordo, misurato in volume, è diminuito a livello nazionale dell8,9%. Le stime preliminari indicano che gli effetti della crisi sanitaria da Covid-19 hanno colpito in misura relativamente più accentuata le regioni del Centro-nord rispetto a quelle del Mezzogiorno.

Le regioni del Nord-est e del Nord-ovest hanno subito una contrazione lievemente superiore rispetto alla media nazionale (con un calo pari al 9,1% in entrambe le aree), mentre nelle regioni del Centro la flessione è stata dell8,8%. Una riduzione meno marcata rispetto al resto del Paese si riscontra nel Mezzogiorno, dove il calo del Pil è dell8,4%.

Loccupazione (misurata in termini di numero di occupati) è diminuita del 2,1% a livello nazionale. Nel Nord-ovest e nel Mezzogiorno si osserva una flessione pari alla media nazionale; solo lievemente migliore appare il risultato del Nord-est (-2,0%) e del Centro (-1,9%).

Nel Nord-ovest i settori caratterizzati dalle flessioni più marcate del valore aggiunto sono stati lIndustria, che con un calo dell11,9% fa registrare la peggiore performance a livello territoriale, e il macrosettore Commercio, pubblici esercizi, trasporti e telecomunicazioni (-12,2%), che, al contrario, segna un risultato relativamente meno negativo rispetto al resto del Paese.

I Servizi finanziari, immobiliari e professionali (-5,8%) e gli Altri servizi (-5,8%) hanno subito flessioni leggermente superiori alla media nazionale, mentre per le Costruzioni il calo (-6,1%) è lievemente inferiore a quello nazionale (-6,3%). NellAgricoltura la flessione del valore aggiunto è stata del 3,6%, di gran lunga il risultato migliore tra tutte le macro-aree.

Nel Nord-est la crisi ha colpito pesantemente il Commercio, pubblici esercizi, trasporti e telecomunicazioni, che fa registrare la diminuzione più marcata a livello territoriale (-14,5%). La contrazione del valore aggiunto in Agricoltura (-6,0%) e nelle Costruzioni (-6,4%) è allineata alla media nazionale, mentre nellIndustria (-10,5%), nei Servizi finanziari, immobiliari e professionali (-5,1%) e negli Altri servizi (-5,0%) landamento risulta relativamente migliore che nel resto del Paese.

Anche al Centro, il settore che comprende Commercio, pubblici esercizi, trasporti e telecomunicazioni subisce un forte calo (-12,9%), seguito dallIndustria (-11,5%). Rispetto alle altre ripartizioni in questarea si registrano le diminuzioni più marcate per lAgricoltura (-9,3%) e le Costruzioni, (-6,9%). Risulta in flessione anche il valore aggiunto dei Servizi finanziari, immobiliari e professionali (-5,9%) e degli Altri servizi (-5,0%).

Il Mezzogiorno condivide col Nord-est la peggiore performance del settore del Commercio, pubblici esercizi, trasporti e telecomunicazioni (-14,5%) mentre lIndustria registra in questarea la contrazione meno marcata (-9,9%). Fanno registrare un andamento meno negativo di quello medio nazionale i settori delle Costruzioni (-6,0%), dei Servizi finanziari, immobiliari e professionali (-5,1%) e degli Altri servizi (-5,2%).

Quanto alloccupazione, il settore delle Costruzioni, lunico ad aver registrato un incremento a livello nazionale, ha segnato la crescita maggiore al Sud (+2,4%) e la performance peggiore al Centro, con una lievissima flessione (-0,1%).

Loccupazione in Agricoltura, a fronte di una tenuta complessiva, evidenzia il migliore risultato al Nord- ovest (+1,0%) e il peggiore al Sud (-0,5%) mentre lIndustria è stata particolarmente penalizzata nel Nord-ovest (-0,9%). La rilevante contrazione delloccupazione nel Commercio, pubblici esercizi, trasporti e telecomunicazioni ha interessato tutte le aree in misura vicina alla media nazionale (-4,3%), con un picco negativo al Nord-est (-4,8%). I Servizi finanziari, immobiliari e professionali sono stati particolarmente colpiti al Nord-ovest (-2,5%) e gli Altri servizi nel Mezzogiorno (-2,3%).

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https://www.istat.it/it/files//2021/07/Stima-preliminare-pil-e-occupazione-terriroriale_2020.pdf

Salvini porta allo scoperto i limiti della sua leadership. Non basta però constatare le contraddizioni del sovran-populismo. Qual è la risposta politica?

È vero, ci si può aggrappare a Draghi: sta facendo bene e può dare molto al Paese. Tuttavia la sinistra deve dimostrare che il suo messaggio torna alle radici della grande battaglia storica per lemancipazione (e lautentica libertà) dei ceti popolari. Grazie anche al decisivo apporto dei cattolici democratici.

Alcune delle voci più autorevoli nel centrosinistra pongono il tema della crisi della leadership del segretario della Lega, Matteo Salvini. Trattandosi di un leader che come, nellordine, Mariotto Segni, Silvio Berlusconi, Matteo Renzi, Beppe Grillo, ha beneficiato di unondata popolare di consenso alimentata da scontento e speranze, che va ben oltre la sua capacità di attrarre consensi, c’è da chiedersi cosa possa significare per il nostro sistema politico linizio del declino del leader leghista.

La strategia del Pd punta ad evidenziarne le contraddizioni, senza peraltro riuscire a recuperare quei voti di operai iscritti alla Fiom e affini, che vota(va)no Lega. Ma la disillusione di una buona parte dellelettorato della Lega procede in forma spontanea. E si somma alla tradizionale area dei delusi di sinistra, di quanti hanno percepito la metamorfosi dei vertici della sinistra italiana più come un cambio di padrone che come unevoluzione: dalla sudditanza al Pcus a quella ai big del capitalismo. Si aggiunge pure ai tanti elettori disorientati dalla diaspora democristiana e ai milioni di elettori ormai pentiti di aver votato i 5 Stelle. A cosa potrà dare luogo tutto ciò?

Visto in questa luce linesorabile declino di Salvini risulta interpellare lintero sistema dei partiti. Posto che vi è un elettorato deluso o in ricerca che non è mai stato così ampio, costituito da indecisi e potenziali astensionisti, che da più parti viene riconosciuto essere oggi il primo partito, la domanda da porre, a mio avviso, dovrebbe esser la seguente: quali sforzi si intende mettere in atto nellarea del centrosinistra per ridurre il bacino dellastensionismo, per dare forza a progetti di avanzamento sociale, impedendo che tale bacino ridiventi una palude in cui sguazza il populismo?

In mancanza di ciò a dettare i tempi della politica europea rischiano di essere gli scenari francesi dove due elettori su tre disertano le urne e dove Marine Le Pen, ormai sdoganata e mondata come una risaia dal mainstream, propagandata allinverosimile come fosse un vaccino, ciononostante viene rifiutata dal grosso dellelettorato meno politicizzato, per lo più orfano del centro.

Le élites transalpine sanno benissimo che la Le Pen potrebbe essere lultima fermata della V Repubblica, oltre alla quale può riapparire la ghigliottina, può riaffiorare una mai sopita indole rivoluzionaria.

Soprattutto nel caso in cui la politica non saprà affrontare in modo deciso e responsabile, senza deleghe tecniche, tre temi che appaiono cruciali: la questione sociale nelle sue connessioni con l’economia e la finanza, la questione sanitaria e la questione del governo delle nuove tecnologie che tira in ballo la possibilità di sopravvivenza della democrazia.

Sono temi profondamente intrecciati fra di loro. In particolare le decisioni sulla fine dell’emergenza sanitaria piuttosto che sulla prosecuzione indefinita dell'”era delle pandemie”, incidono sui tempi del progetto di valuta digitale delle banche centrali, di “stato etico”, nella peggior accezione dell’espressione, della messa a punto del sistema dei crediti sociali e dei necessari trattamenti “sanitari” necessari per impiantare nell’organismo di tutti gli umani (da cui si capisce il senso, profondamente disumano, dello slogan “vaccinare il mondo”) i dispositivi idonei al tracciamento totale e al condizionamento mentale che ridurrà (almeno nei progetti di chi lo vuole realizzare) i non appartenenti all’élite ultraricca a dei banali automi.

Se le risposte non saranno all’altezza della soluzione alle suddette minacce, nei prossimi mesi tutto potrà succedere e si corre il rischio che la storia possa incanalarsi per qualche anno in sentieri per nulla auspicabili.

Anche in Italia rischia di accadere qualcosa di simile alla Francia. Una volta recisi i fili della rappresentanza i gruppi dirigenti dei partiti, in compagnia di quelli dei corpi intermedi, risultano non più capaci di parlare e di capire oltre la loro cerchia. E anche qui assistiamo a una ripulitura mediatica, decisa molto in alto come già avvenne con Fini, degli eredi diretti della destra totalitaria. E ciò nonostante la Meloni non sembra riuscire a sfondare. Non riescono, per fortuna aggiungerei!, a incanalare verso la pasionaria della Garbatella, la diffusa richiesta di una svolta seria, democratica, antipopulista che dilaga nei ceti intermedi.

Credo, dunque, che non ci si possa accontentare di tirare un sospiro di sollievo per il tramonto politico di Salvini.Draghi sta facendo molto bene ma non si può pensare solo di stare sotto le sue ali senza iniziativa, occorre rischiare qualcosa per dare forma politica alla voglia di centro, seppur inespressa, che emerge da uno scontento crescente e ancora vagante nel suo percorso, per fare il modo che lapprodo di questo risulti compatibile con la democrazia.

Nel crogiolo dei 5 Stelle

Si tratta per salvare il Movimento dalla dissoluzione. La tanto deprecata mediazione, così essenziale alla politica, entra a pieno titolo nel frasario e soprattutto nella condotta dei grillini (ammesso che continueranno a chiamarsi così).

 

La resa dei conti non sembra essere giunta all’epilogo. Sembrava essere lì ad un passo e invece, ci ha girato le spalle. L’interpretazione che si può dare è che per la prima volta, Grillo abbia temuto il peggio. Infatti, dai resoconti odierni, è stato lui a virare la prua.

Fino a ieri era tutto disposto perché votassero il nuovo direttorio e oggi, sorprendentemente, il grande garante interrompe quella mossa. Segno indiscutibile di paura.

Che ci fosse nell’aria una ormai consumata rottura, era fatto ormai acquisito. Il Beppe nazionale ha quindi smorzato la forza, ha rinviato qualsiasi votazione, ha predisposto una commissione – ha copiato con ciò il vecchio costume da lui ampiamente criticato, le vecchie mediazioni democristiane – formata da sette soggetti, alcuni suoi, altri marcati dalla fede opposta.

Tutto sospeso.

Saranno giorni di studi sulle virgole e i punti e virgola dello Statuto. Con ciò si capisce che il destino dei 5 Stelle non è proprio quello immaginato solo qualche giorno fa: potrebbero trovare una via di mezzo per salvare capra e cavoli.

Da parte mia, trovo più intelligente questo modello (non a caso sono un vecchio democristiano), rispetto al frenetico e chiassoso taglio con l’accetta. Ma questo, non è che un mio vezzo politico; ossia, far prevalere sempre il lavoro di cucitura piuttosto che strappare violentemente un’unità.

Con questi giorni caldi, avendoci tolto la morsa del covid, gioiosamente contenti per i risultati calcistici, con gli occhi pieni di sole e di mare, avremo, tra le varie realtà politiche nostrane, il bel compito di seguire l’evoluzione nella casa che sul frontespizio ha in gran forza il motto: vaffa.

Al centro l’uomo. Messaggio del Card. Parolin a nome del Papa per i cento anni di Edgar Morin.

Nel messaggio si rileva come tra il pensiero del filosofo francese e quello del Ponteficie vi siano molti punti di contatto. Particolarmente apprezzata è inoltre ladesione di Morin al Patto globale per leducazione lanciato lo scorso anno.

Edgar Morin è stato ed è tuttora un testimone privilegiato «dei profondi e rapidi cambiamenti che il nostro mondo e le nostre società hanno subito e stanno ancora subendo». Lo scrive il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, in un messaggio inviato, a nome di Papa Francesco, al sociologo e filosofo francese, che il prossimo 8 luglio compirà cento anni. Il testo è stato letto da monsignor Francesco Follo, osservatore permanente della Santa Sede presso lUnesco, durante un evento celebrativo svoltosi nel pomeriggio di venerdì 2, nella sede parigina dellorganizzazione delle Nazioni Unite per leducazione, la scienza e la cultura, alla presenza dello stesso Morin, che ha tenuto una conferenza.

Lintellettuale francese, si legge nel telegramma, è stato capace di analizzare, «con il necessario senno di poi, il significato» dei cambiamenti sociali, «di far emergere le speranze e anche di mettere in guardia dai rischi e dai pericoli». Davanti ai progressi della scienza e della tecnologia, con le grandi possibilità che «offrono allumanità», Morin ha sottolineato «la necessità di compiere un progresso morale e intellettuale per evitare le catastrofi».

A questo proposito, scrive il segretario di Stato, «la coscienza di un destino comune per lumanità, un destino fragile e minacciato, ha attirato tutta la sua attenzione, promuovendo la necessità di un processo di civilizzazione volto a mettere al centro luomo e non il potere del denaro». Il porporato ricorda che Morin ha partecipato a numerosi incontri con intellettuali e personalità politiche e della società civile con lo scopo di «promuovere la cooperazione tra i popoli, costruire una società più giusta e umana, e rinnovare la democrazia». In questo senso, ha sottolineato «la necessità di riscoprire, tra di noi e nelle nostre città, uno spirito di solidarietà, convivialità e fraternità, favorendo atteggiamenti di accoglienza e di apertura».

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-07/quo-148/al-centro-l-uomo.html

Possiamo sperare che l’Italia cessi di rappresentare un’anomalia tra le grandi nazioni dell’occidente?

  1. Ci sono segnali, a partire dalle ultime elezioni regionali in Francia, che attestano linsofferenza e la grande mobilità della pubblica opinione. Tutto sembra di nuovo in movimento. Anche la Germania deve affrontare una sfida difficile, quella del dopo-Merkel. In questo quadro dinamico, lItalia non può permettersi di rimanere prigioniera del populismo e della improvvisazione politica. Urge un cambio di passo.


Sono in molti che in queste ore si interrogano se le elezioni regionali francesi possano essere in qualche modo svelatrici di tendenze che si avranno dopo l
estate nelle elezioni federali tedesche e così come nel nostro Paese, che addirittura arriva a misurare giornalmente i sondaggi pur di farli valere nel mercato politico come se si fosse alla Borsa di Milano.

Daltronde, i successi e insuccessi degli schieramenti politici che si manifesteranno in Germania ed Italia, sono quelli che più influenzeranno le decisioni che si prenderanno poi a Bruxelles. Fa impressione che in Francia solo un elettore su tre si è recato alle urne e che la rumorosa Le Pen, data per favorita, sia uscita dalla competizione malconcia. I pronostici la davano fino a qualche giorno prima del voto risultati diversi, ed intanto possono ritenersi soddisfatti solo i gaullisti e i socialisti, mentre lo stesso movimento del Presidente Macron non è giunto oltre percentuali ad una cifra.

Insomma, quei pochi francesi che hanno depositato la scheda nelle urne, hanno dato il consenso alle antiche e tradizionali forze di governo, gelando le formazioni politiche che delle novità e delle promesse mirabolanti hanno fatto il perno della loro offerta politica. Da questa esperienza si ricavano tre aspetti importanti che possono facilmente confluire in una medesima categoria di valutazione: la gravissima diserzione dalle urne indica linsoddisfazione dei cittadini rispetto alle forze politiche sinora prevalenti non considerate capaci di offrire sicurezza; il ritorno del consenso a gaullisti e socialisti, la insofferenza verso nuovismo e populismo; la vistosa lastensione che segnala un elettorato guardingo alla ricerca di assetti di potere di maggiore garanzia per il futuro.

Vedremo a settembre cosa accadrà in Germania, alle prossime elezioni politiche, una scadenza ancora più significativa a causa dellabbandono dellimpegno politico di Angela Merkel, simbolo della stabilità come perno su cui si è retta la politica tedesca negli ultimi 16 anni. Se lelettorato dovesse mostrare le stesse tendenze che si sono manifestate in Francia, vorrà dire che si sta incubando un nuovo clima di cambiamento di fase, che condurrà alla ricerca di stabilità attraverso soggetti responsabili che potranno mandare a gambe allaria i populismi di ogni genere.

Il tema che sinora ha scosso e sbandato gli europei, è la sensazione amara di essere fuorigioco dalle grandi decisioni mondiali con il rischio conseguente di perdita del benessere. Ora che invece si aprono fondate prospettive per lo sviluppo dellEuropa Federale e nuove prospettive atlantistesi avverte un clima nuovo che annuncia cambiamenti in grado di dare risposte concrete agli europei e nuovi equilibri per le democrazie nei confronti dei paesi governati da autocrati, così come la ricostruzione di equilibrio politico tra le Democrazie e gli invadenti poteri della finanza e delle big tech.

Quanto al nostro paese, vivendo in ogni epoca dentro ogni turbolenza premonitrice di sviluppi di novità, già si nota linizio della corsa di soggetti provenienti dal populismo verso il centro, almeno sotto il profilo tattico. Sarà per la presenza di Draghi alla Presidenza del Consiglio, sarà per lavvento di Joe Biden negli USA, sarà per la crescita di credito della Unione Europea tra gli italiani, sembra che nel bel paese circoli nuova aria. La differenza sarà fatta però dalla attenzione e responsabilizzazione che si avrà sui dossier più delicati della ripresa economica, per fugare timori e preoccupazioni sulle sorti future del paese, rese più chiare agli occhi dei cittadini dalle difficoltà provocate dal Covid.

In mancanza di sincerità e disponibilità di queste realtà in movimento per la cultura di governo responsabile, difficilmente manovre tattiche risulteranno convincenti per gli elettori. Dunque credo che ci saranno significative novità nel futuro prossimo: per la delusione dellelettorato nei confronti della politica urlata e per laffermazione di nuovi soggetti  che sapranno dare risposte fondate alle attese dei cittadini. Se dovesse andare così, cesseremo di essere una non edificante anomalia tra i paesi occidentali

Giorgio La Pira, il “sindaco santo” che l’Anci dovrebbe onorare. Vale sempre più riconoscersi nella testimonianza di grandi figure legate al mondo delle autonomie.

In prossimità del settantesimo anniversario della elezione di La Pira a sindaco di Firenze, lautore di questa lettera aperta al Presidente Antonio Decaro – Merlo è autore assiduo, come sanno i nostri lettori, de Il Domani dItaliae sindaco del Comune di Pragelato, nonché egli stesso componente del Consiglio nazionale dellAnci – sollecita il parlamentinodellAssociazione dei Comuni, che ebbe Luigi Sturzo autorevole Vice Presidente nel periodo 1916-1923, a ricordare una figura straordinaria (anche di amministratore locale) della politica italiana del Novecento.

Giorgio Merlo

Lettera aperta al Presidente dellAnci, Antonio Decaro.

Giorgio La Pira, indimenticabile esponente del cattolicesimo politico, sociale e democratico italiano, viene eletto per la prima volta Sindaco di Firenze il 6 luglio 1951. Incarico che poi venne rinnovato nel 1961. Il prossimo 7 luglio è stato convocato a Roma il Consiglio Nazionale dellAnci per discutere temi importanti e forse decisivi per salvaguardare il ruolo, la funzione e la qualità degli amministratori locali nel nostro paese. In particolare, e nello specifico, la figura del Sindaco oggi bistrattata e a rischio su più fronti.

Ora, caro Presidente, sarebbe altresì importante prendere spunto da questo ricordo storico anche, e soprattutto, per rinfrescare e rilanciare la missionconcreta del Sindaco nella società contemporanea e, al contempo, ridare lustro culturale ed ideale alle autonomie locali che hanno trovato proprio nel magistero concreto di moltissimi primi cittadinila loro ragion dessere.

Al riguardo, il magistero istituzionale, la figura politica e loperato amministrativo di Giorgio La Pira come Sindaco di Firenze restano scolpiti nella memoria e nella storia politica del nostro paese. E ricordare questa data e questo Sindaco al prossimo Consiglio Nazionale dellAnci, peraltro importante per difendere ed esaltare questo ruolo amministrativo nello scacchiere istituzionale del nostro paese, ci offrirebbe anche lopportunità per recuperare un retroterra – quello del cattolicesimo popolare – che resta costitutivo se non addirittura decisivo per la stessa credibilità ed autorevolezza dellautonomismo locale nel nostro paese.

Del resto, ricordare La Pira significa anche riscoprire la figura dei grandi Sindaci che hanno saputo, in periodi storici difficili e complessi, dare un respiro politico e culturale al loro operato. E chi, sotto questo versante, meglio di La Pira ha saputo fare di Firenze per molti anni il faro che illuminava una visione mondiale e globale della politica? Partendo, appunto, dallormai celebre agire localee pensare mondiale.

Ecco perchè, caro Presidente, forse è giunto anche il momento che lAnci a livello nazionale esca dalla continua logica della emergenza e riscopra, sino in fondo, quelle ragioni politico e culturali capaci di individuare nei Comuni e in chi li guida pro tempore uno snodo decisivo e fondamentale della qualità della nostra democrazia e del nostro vivere civile. Ma per centrare questi obiettivi è necessaria recuperare cultura politica e respiro ideale. E ricordare il magistero politico ed amministrativo di Giorgio La Pira al prossimo Consiglio nazionale dellAnci, sotto questo versante, ci offre anche la concreta possibilità per rilanciare il ruolo delle autonomie locali partendo dalla figura e dalla funzione del Sindaco.

Con il Centro Democratico si può e si deve collaborare nel segno della comune radice ideale

LAssemblea nazionale del partito guidato da Bruno Tabacci, oggi impegnato nel governo Draghi, ha fornito spunti utili e interessanti in vista di una più ampia riorganizzazione dellarea popolare di matrice cristiano-popolare.

Invitato a partecipare, ho seguito con interesse la relazione di Bruno Tabacci allassemblea del Centro Democraticotenutasi ieri a Roma.

Una relazione approfondita da me largamente condivisa. Si auspica la continuità del governo Draghi sino alla fine della legislatura e la riconferma di Mattarella alla Presidenza della Repubblica, stante anche le oggettive difficoltà di unalternativa praticabile nelle difficili condizioni politico parlamentari dopo quanto sta accadendo in casa del M5S. Coerente con quanto deciso allatto della formazione del partito, Tabacci non intende confluire nel PD, né concorrere alleventuale tentativo di costruzione di un gruppo Conte nel caso di confermata scissione del M5S. Netta la scelta per la legge elettorale di tipo proporzionale con preferenze e riconferma della sua cultura originaria cattolico democratica a difesa delle istituzioni, dello stato di diritto e delleconomia sociale di mercato.

Lobiettivo è quello di concorrere alla costruzione di un centro democratico alternativo alla destra nazionalista populista e distinto e distante dalla sinistra senza identità. Il Centro Democratico può offrire il valore di un simbolo già presentato alle elezioni politiche e di un gruppo parlamentare che non avrà obblighi nella raccolta delle firme alle elezioni. Un Centro Democratico nel quale sono presenti diverse culture politiche, molte delle quali fanno riferimento, come quelle di Tabacci, Sanza, Cardinale e altri, alla  nostra stessa esperienza democratico cristiana.

Credo che la DC e la Federazione Popolare DC debbano mantenere aperto il dialogo con il  Centro Democratico, perché ritengo che ciò che ci unisce è molto di più di quello che ci ha sin qui diviso. Ciò che non fu possibile col tentativo dei responsabilia sostegno del Conte2, andrebbe perseguito adesso; un tempo nel quale la nascita di un nuovo centro, ampio e plurale, potrebbe evitare la balcanizzazione parlamentare alla vigilia di alcune scadenze politico istituzionali di grande impegno per la nostra Repubblica.

Una città per l’uomo. Dopo il fallimento del liberismo selvaggio occorre ritrovare un’idea che orienti la ripresa dello sviluppo.

La disinvolta liquidazione delle ideologie, con il cedimento alla funzione apparentemente salvifica di un capitalismo senza più freni, ha messo in ginocchio la politica. Ora la società è più debole perché più frammentata e diseguale: fatica a ritrovare la forza della solidarietà e della coesione come motore del progresso civile.

Cresce nelle nostre città e nei piccoli comuni un certo malessere sociale, economico, politico, culturale. Il tutto mentre si avvicina la tornata elettorale amministrativa del prossimo autunno che coinvolgerà città importanti, tra le quali Roma, ed una miriade di piccoli comuni chiamati a rinnovare sindaci e consigli comunali.

Una sorta di prova generale che ha già scatenato partiti e movimenti, lobby ed interessi, gruppi di potere conditi dalla solita smania di occupare posti importanti per fini interessati. Eppure, nessuno riflette su un tema drammatico che coinvolge dal più piccolo comune agli agglomerati urbani più popolosi: la lacerazione del tessuto sociale.

Su questo versante, il quadro è davvero preoccupante. È profondamente cambiato il modello di convivenza umana (artefice anche la pandemia, ma non solo), modelli diversi avanzano sullonda di un individualismo esasperato, dellutile personale che rinnega qualsiasi propensione al solidarismo.

Il problema è certamente soprattutto sociologico, ma non solo, come riflesso di fenomeni verificatisi negli ultimi decenni: una massiccia presenza di immigrati insieme al divario sempre più marcato tra poveri e ricchi, costituiscono il problema irrisolto di questo nostro tempo.

Ma lassenza più vistosa in questo quadro desolante è soprattutto quella della politica, che ormai sembra condannata alla semplice amministrazione dellesistente e non solo per motivi legati ad unepoca di transizione, ma anche per lincapacità e lincompetenza della classe dirigente a tutti i livelli.

Unincapacità che si manifesta soprattutto nel saper governare i nuovi fenomeni posti da unimmigrazione incontrollata che crea nuove sacche di povertà e di esclusione.

Una questione, questultima, che favorisce la cultura dellindividualismo a danno di quella della solidarietà. Ed allora, come uscire da questa crisi sociale, economica, culturale e politica?

Negli ultimi anni della sua vita, il cardinale Carlo Maria Martini, riprendendo alcune riflessioni di Giuseppe Lazzati, indicava, insieme alle problematiche sopra accennate, anche le possibilità politiche per liberare la società da questa crisi generale delluomo.

Occorre ripartire dalla città con la consapevolezza che la semplice ristrutturazione del patrimonio urbano per renderlo più bello ed attraente risulterebbe vana se non si parte dallassunto lazzatiano di costruire una città per luomo e a misura duomo.

Sulla scia di queste indicazioni non è peregrina una ulteriore riflessione: molti si sono illusi che la liquidazione delle vecchie ideologie e dei valori contrassegnati da un lato dal comunismo e, dallaltro, da posizioni politiche ispirate dal cristianesimo, fossero sufficienti per costruire la società laica (o laicista?), secolarizzata nella quale ai principi delletica si sostituissero quelli delleconomia. La realizzazione, in sostanza, di quella che viene definita società radicale, per cui è valido solo quello che mi è utile in termini materiali.

La crisi contemporanea è figlia di questa pseudo cultura politica e la stessa classe dirigente attuale, a tutti i livelli, proviene da questa tendenza sociologica errata. Se non si riparte da queste riflessioni pre-politiche, difficilmente avremo in futuro una nuova classe dirigente competente, preparata ed ispirata da motivazioni etiche.

Ripartire dalla città, dal più piccolo comune come realtà nelle quali si sviluppa la personalità del singolo in funzione del bene comune, significa davvero costruire una città per luomo.

Conte, un nuovo partito o una corrente nel Pd?

Adesso può accadere qualsiasi cosa. Ammoniva Donat Cattin a stare vigili al cospetto di certi personaggi: Sono capaci di tutto. Intanto lo spettacolo che propongono i due duellanti, Grillo e Conte, è tale da lasciare francamente interdetti.


Mai come oggi, parlando del caos 5 stelle, mi vengono in mente le parole pronunciate nello scorso secolo da un grande statista democratico cristiano, nonch
è mio maestropolitico, Carlo Donat-Cattin quando, parlando di questioni interne al suo partito e quindi del comportamento di alcuni esponenti di correnti avverse alla sinistra sociale di Forze Nuove, diceva con il solito sarcasmo intelligente, attenzione a questi perchè sono capaci, capacissimi, capaci di tutto. Certo, il vecchio Donat pronunciava queste parole in un contesto fatto da giganti della politica, da partiti politici che non erano una sorta di circo barnum e in un contesto dove lelaborazione culturale e politica non contemplava i partiti personali o del guru, dove uno non valeva unoe, soprattutto, dove i comici facevano i comici e gli improvvisatori restavano improvvisatori. Ma non nella politica perchè, semplicemente, lì non potevano accedere per manifesta incapacità.

Ho fatto questa lunga premessa per dire che ciò che caratterizza oggi, e da sempre del resto, il pianeta 5 stelle non è decifrabile da nessuno, se non dal guru, cioè “dallElevato, e dai pochi che praticano quelle dinamiche, che, come ovvio però, sono esterne ed estranee alle leggi della politica. Anche se in un particolare momento storico larga parte degli italiani ha intravisto in quella strana e singolare esperienza politica una speranza di riscossa che si è rivelata, comera facilmente prevedibile, del tutto infondata e priva di qualsiasi credibilità e prospettiva come lesperienza concreta di questi giorni ha persin platealmente confermato. Adesso, però, può capitare veramente di tutto. Nessuno sa prevedere lepilogo di questo scontro di puro potere dove lunico elemento che conta, almeno per quanto riguarda i parlamentari di quel partito, è chi liquida per primo il capitolo dellobbligo del doppio mandato per i parlamentari medesimi. Questo è lunico elemento – alla faccia del cambiamento, del rinnovamento, dellonestà e di chi più ne ha più ne metta – che può far pendere la bilancia dei numeri tra Conte e il fondatore. Tutto il resto, come ovvio e come tutti sanno, è pura chiacchiera. Anche se, com’è altrettanto evidente, in un partito dominato da un guru, cioè “da un Elevato, il consenso popolare vero – o di quel che resta di quel consenso – continua ad essere riconducibile al suo verbo, ai suoi dogma e alla sua predicazione.

Ecco perchè diventa sempre più curioso, almeno per chi si appassiona di questa sceneggiata, capire quale sarà il futuro politico di Conte. Al di là delle comiche di Bettini e c. su Conte come punto di riferimento politico più autorevole dei progressistiitaliani e amenità varie. Ovvero, quello di Conte sarà lennesimo partito personale fatto da transfughi dei 5 stelle in attesa che venga azzerata la regola del doppio mandato dei parlamentari o si ridurrà ad essere, lex Presidente del Consiglio, il capo di una ennesima corrente del Pd? Ossia, la corrente ex o post grillina del Partito democratico?

Attorno a questa alternativa osserveremo e valuteremo levoluzione dei fatti, ben sapendo che da quelle parti è necessario un monitoraggio quotidiano perchè, appunto, per dirla con Donat-Cattin, sono capaci, capacissimi, capaci di tutto.

Tra utopia e cambiamento: la storia del sindacato. Intervista a Savino Pezzotta su “Fondazioni”

Sul numero di mag-giu 2021 del periodico delle Fondazioni di origine bancaria, lex Segretario Generale della Cisl rilancia il progetto di unità sindacale. Un modo, dice, per ringiovanire e sburocratizzare la realtà delle tre grandi e storiche organizzazioni italiane dei lavoratori (Cgil-Cisl-Uil).

È difficile parlare di lavoro e di lavoratori in Italia e non pensare al sindacato e al ruolo che ha svolto e svolge nel nostro Paese. Abbiamo intervistato Savino Pezzotta, che è stato uno storico sindacalista del tessile lombardo e che ha guidato la Cisl nella prima metà degli anni Duemila.

Negli ultimi ventanni il mondo del lavoro si è radicalmente trasformato. Com’è cambiato e come può ancora cambiare il sindacato?

Il sindacato è obbligato a cambiare, perché se non muta è condannato ad accentuare il declino che sta registrando in questi tempi. Per farlo, deve affrontare due grandi problemi. Il primo è la necessità di rilanciare una forma democratica al suo interno, che oggi sembra essere attenuata, perché tutto accade per cooptazione e per scelta dei gruppi dirigenti. Ciò non aiuta certamente il necessario processo di rinnovamento. Il secondo aspetto riguarda la quanto più necessaria sburocratizzazionedel sindacato attraverso una riduzione consistente dellapparato, senza la quale si restringerebbe ancora di più la reale partecipazione dei lavoratori alla vita sindacale. Per fare tutto questo, a mio avviso, c’è una sola strada: lunità sindacale. Oggi, in Italia, non esistono più ragioni che legittimerebbero lesistenza di tre sindacati confederali. Dovremmo invece stimolare la creazione di una grande confederazione unitaria dei lavoratori italiani, sul modello del sindacalismo internazionale. Si tratta di un passaggio necessario per semplificare e ringiovanire il sindacato.

Il ringiovanimento del sindacato è una questio- ne non solo dellapparato, ma anche degli iscritti. Come la pensa su questaltro aspetto?

Sono convinto che il sindacato debba offrire unimmagine positiva e ideale di sé e delle sue battaglie, cosicché i giovani possano trovare ancora interessante iscriversi e impegnarsi nel mondo sindacale. In assenza di un reale cambiamento culturale, di mentalità e di visione, il sindacato rimarrà una struttura burocratica che offre servizi, ma non sarà più in grado di proporsi come una forza attiva nella società. Infatti, il declino del sindacato non è dovuto solamente al calo degli iscritti, ma al crollo del ruolo politico che il sindacalismo gioca nel Paese. Lo ha svolto nella fase di ricostruzione durante gli anni 50, o negli anni 60 e 70, quando ha giocato un ruolo di democratizzazione, che ha portato allo Statuto dei lavoratori. Oggi, nellepoca della società digitale, il sindacato deve, quindi, riacquisire la capacità di costruzione del suo ruolo e delle modalità operative, comprendendo e intercettando i nuovi bisogni della società digitale.

Lei ha scritto recentemente che il termine utopia viene utilizzato ultimamente con unaccezione negativa e, invece, è vitale per una società avere sogni e utopie.

Sono convinto che la società debba avere una visione, una tensione verso qualcosa che ancora non esiste. Al contrario, la nostra società ha smarrito il tema della possibilità. Ovvero, quella capacità di immaginare qualcosa di diverso: io non so cosa sarà, ma mantengo la tensione verso un mondo diverso e lotto affinché si realizzi. Questo è il ruolo del sindacato: mantenere viva lutopia e la tensione al cambiamento. Solo così, alimentando una visione autonoma, il sindacato può continuare a influenzare la politica.

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[Lintervista a Pezzotta è alle pp. 22-23]

https://www.acri.it/wp-content/uploads/2021/07/Fondazioni-mag-giu21.pdf

Remo Gaspari e il suo Abruzzo. Varie iniziative in programma a luglio. Il ricordo del figlio Lucio Achille.

A cento anni dalla nascita e a dieci anni dalla scomparsa, diverse le iniziative allestite (tra il 1 e il 19 luglio) dallIstituto di Cultura Politica Giuseppe Spataro di Pescara. Riportiamo di seguito la prefazione che il figlio delluomo politico abruzzese ha scritto per il libro di Licio Di Biase Remo Gaspari. La politica come servizio(Ianieri editore).

Quando Licio Di Biase mi ha chiesto di scrivere una prefazione alla sua biografia su Remo Gaspari ho pensato che lavesse fatto perché di solito un figlio sa tutto del padre. Ma nel caso di Remo Gaspari non è così per me e credo per molti. Io avevo unidea di mio padre che ritenevo assolutamente esatta e che è cominciata a cambiare e a mettersi compiutamente a fuoco proprio dal giorno della sua morte.

I miei primi ricordi risalgono alla primavera del 1948 quando Remo non aveva ancora compiuto 27 anni e sono dovuti a due momenti di paura. Fu quando a Gissi mi venne a prendere con la sua lambretta, quella con cui girava tutti i comuni della provinciadi Chieti per fare attività politica, in un prato dove stavo giocando. Il fumo che usciva dallo scappamento mi indusse a credere che la paglia su cui stavo, stesse per prendere fuoco e mi spaventai moltissimo. Laltra paura la ebbi quando mi portò con lui in macchina a Penne dopo le vittoriose elezioni dellaprile 1948; vi aveva tenuto un memorabile contraddittorio contro uno dei più prestigiosi personaggi del P.C.I., lon. Umberto Terracini. Per festeggiarlo una folla incredibile fermò la macchina e lo tirò fuori per portarlo in trionfo. Io, credendo che gli volessero fare del male, fui terrorizzato.

Questi due episodi fissano nella mia memoria la figura di un ragazzo magro, atletico, scattante, determinato. C’è poi limmagine dei festeggiamenti per i suoi novanta anni. Fisico piegato dalletà ma voce stentorea, mente lucidissima, animo determinato. Confrontando in quel momento la sua persona allimmagine dei miei primi ricordi mi dissi che anche se sembra ingiusto il tempo vola e non si può fermare. Il segno di tutti noi rimane nel ricordo di chi ci ha conosciuto e voluto bene, quello dei grandi personaggi è chiarito e rafforzato dallo studio degli storici così come Licio Di Biase fa con la sua interessante biografia. Questo libro racconta in modo preciso e puntuale tutta la vita di Remo Gaspari, dalla giovinezza sino agli ultimi giorni, ma ha il pregio di approfondire il personaggio dal punto di vista umano e politico e credo che questo sia laspetto più importante di questo libro che dovrebbe essere letto non solo da tutti gli abruzzesi, ma da tutti coloro che sono appassionati alla storia, o da coloro che si dedicano allesercizio della politica, perché ne potrebbero trarre utili spunti per la loro presente attività.

Si dice che le cose si apprezzano sino in fondo quando ci vengono a mancare; questo è accaduto davvero ed immediatamente alla morte di Remo Gaspari. La commemorazione ufficiale del 21 luglio alla Camera dei Deputati e la messa di suffragio una settimana dopo presso la Cappella della Camera, così come le manifestazioni di affetto e di dolore di tantissimi cittadini nella Camera Ardente presso la sede della Provincia di Chieti e durante le esequie il giorno seguente nella Cattedrale di San Giustino, mi hanno rivelato sino in fondo quale fosse la considerazione dei suoi Colleghi per la sua azione politica e come fosse profondo laffetto reciproco che lo legava ai suoi concittadini. Indagare e spiegare una personalità complessa come quella di Remo Gaspari, collocare la sua azione politica nel contesto storico e culturale della nascita e dellaffermazione della nostra Repubblica sono i pregi fondamentali di questo libro che anche attraverso laneddoto e la nota di colore cerca sempre di penetrare nel profondo dei sentimenti e delle ragioni. Dopo aver letto questa biografia ho la sensazione di conoscere meglio Remo Gaspari; sono convinto che questa sarà lopinione anche di altri numerosi lettori.

Per informazioni rivolgersi a:

Istituto di cultura politica Giuseppe Spataro”  – cellulare: +39 348 8286229 – email: segreteria.dibiase1@gmail.com

Righetto, il bambino-artificiere della Repubblica Romana

Piccoli eroi dimenticati. Si concludeva nel giugno del 1849 lepopea del triumvirato democratico capitolino. Un ricordo del giovane eroe trasteverino.

Marco Giuliani

Di Righetto si sa molto poco, compreso il nome di battesimo e le generalità dei suoi genitori. Le poche notizie giunte sino a noi raccontano che aveva circa 12 anni, che proveniva da Trastevere, era orfano ed era un po’ mingherlino per un ragazzo della sua età. Tutta la sua famiglia era costituita da una fedele cagnolina, chiamata Sgrullarella perché aveva il vizio di bagnarsi alle fontane e dibattersi per asciugarsi. Nel rione si arrangiava sbrigando piccoli lavori offerti dai bottegai della zona per permettergli di mantenersi.

Roma viveva uno dei periodi più intensi della sua storia recente. Il 9 febbraio del 1849 era stata fondata, previa Assemblea Costituente, la Seconda Repubblica Romana (la prima risaliva a cinquantanni prima, istituita in età napoleonica), sorta a seguito dellesilio in Gaeta di Papa Pio IX, al secolo Giovanni Maria Mastai Ferretti, ospitato nelloccasione dai regnanti delle Due Sicilie. La tensione tra il governo pontificio, profondamente contrario a un conflitto tra paesi cattolici, e i movimenti che si battevano per linstaurazione di un esecutivo laico aveva raggiunto un punto di non ritorno: il 15 novembre 1848 era stato assassinato Pellegrino Rossi, Primo Ministro dello Stato della Chiesa, e la spinta popolare diffusasi su larga scala dopo le Cinque Giornate di Milano cominciò a rappresentare una seria opposizione politica (e non solo) al potere secolare ecclesiastico. Anche Pasquino aveva ricominciato a parlare: sulla sua statua, per sottolineare le indecisioni del Papa sulla forma di statuto da adottare, era apparsa la scritta :

Pio Nono/

Sei buono/

Ma-stai.

Parte dei romani era rimasta delusa da quel giovane e innovativo pontefice, nel quale avevano riposto le aspettative a favore delle riforme, ma probabilmente chiedendogli quel qualcosa in più che non era in grado di poter dare. Righetto e gli altri ragazzi come lui non riuscivano percepire qual era il vero significato di tale condizione politica; il termine Risorgimentoforse suonava un postrano alle loro orecchie, ma Roma era tutto il loro mondo, e andava comunque difesa dai nemici. Gli avevano fatto conoscere Garibaldi, che aveva sentito parlare di quel ragazzino che spegneva le bombe, e Righetto ne era rimasto affascinato. Con impeti di neotenia giovanile, lui, sin dai primi giorni dellassedio, si adoperava con coraggio nel disinnescare quei proiettili di cannone che cadevano copiosi su Roma senza esplodere. Il suo motto era ad maiora semper;  con un panno bagnato ne strappava la miccia o la spoletta, e riconsegnava il residuo alla milizia repubblicana guadagnandosi uno scudo per ogni ordigno inesploso. Ne aveva salvate molte di vite, lui.

Per difendere la neonata Repubblica, stavano giungendo volontari da tutta Italia, compresi Garibaldi, Bixio, Mameli, Pisacane, Manara. Era arrivato anche Mazzini, che con Saffi e Armellini avrebbe istituito il triumvirato repubblicano passato alla storia come uno degli esperimenti democratici più brillanti del periodo. Lo scontro tra poteri si acuì pericolosamente, e per evitare di rimanere coinvolto in una guerra civile, il pontefice decise di ritirarsi verso Sud. Le grandi potenze europee, Francia e Austria in testa, non stavano certo con le mani in mano, e secondo i patti, per ripristinare lautorità della Chiesa di Roma si mossero di concerto. Il 24 aprile 1849 a Civitavecchia sbarcarono 7.000 soldati transalpini, da Napoli e Gaeta ne giunsero altri 18.000 (inviati da Ferdinando II). Roma era accerchiata, e Oudinot non ebbe pietà né per i civili, tanto meno per le chiese, i monumenti e gli splendidi palazzi barocco-rinascimentali della città. Racconta nei suoi diari Gustav von Hoffstetter, militare svizzero di stanza nellUrbe durante i combattimenti: «[Roma era bombardata dal fuoco nemico] L‘intervallo medio, tra la caduta e l’esplosione, era di 10 a 12 minuti secondi. Immediato era il precipitarsi che faceva la gente sur una bomba, per soffocarla, allorché essa ardeva alcuni secondi più del solito. Molte bombe furono in tal modo riportate, aventi la spoletta o ricacciata dentro, o strappata, o tagliata via. Per ognuna si pagava uno scudo».

E come il Gianicolo, Villa Glori e Ponte Milvio, anche Trastevere era sotto le bombe. Allaltezza della Renella, accanto allattuale Piazza Trilussa, Righetto si gettò su alcuni proietti per disinnescarli. Correva il 29 giugno. «Panza a tèra!» – gridò ancora una volta per avvertire la gente del pericolo. Ma andò male, e un ordigno gli esplose addosso, dilaniandolo. Santo Spirito era sotto tiro, e non fu possibile neanche portarlo in ospedale. Morì a distanza di poche ore presso labitazione di unanziana signora, a Via Belsiana, di fronte a Campo Marzio. Il 30 giugno Roma si arrese. Da alcuni anni, tra i busti eretti al Gianicolo a memoria della Repubblica Romana, è stato depositato anche quello di Righetto, raffigurato insieme alla sua amata cagnetta mentre alza un braccio a mò di saluto. Sul marmo è incisa uneffige che riporta testualmente: A Righetto giovane trasteverino simbolo dei ragazzi caduti in difesa della gloriosa Repubblica Romana del 1849.

Salvatore Rebecchini è stato un grande sindaco, nonché un lucido interprete del centrismo degasperiano nella Capitale.

Il video dellAssociazione Nazionale dei Democratici Cristiani (ANDC), presente sul canale YouTube de Il Domani dItalia, inquadra bene la figura del Primo cittadino di una Roma appena uscita dalla catastrofe del fascismo e della guerra. Occorre tuttavia ricordare lo stretto legame tra Rebecchini e la Dc di De Gasperi, altrimenti il profilo delluomo e dellamministratore pubblico non corrisponde appieno alla giusta verità storica.

Ho riflettuto sulla bella presentazione di Salvatore Rebecchini, sobria, senza enfasi ma al tempo stesso attenta a rimarcare i tratti distintivi del personaggio, uomo di cultura, cattolico, modernizzatore, capace di scelte urbanistiche funzionali allo sviluppo della città e in prospettiva dellarea metropolitana. Il merito delliniziativa è dellAssociazione Nazionale dei Democratici Cristiani (ANDC) che ho avuto lonore di presiedere fino a qualche mese fa, per poi passare la staffetta allamico DUbaldo. Questa opera di ricostruzione storica è fondamentale. Forse alcune vicende avrebbero richiesto un maggiore approfondimento, come ad esempio quella che allepoca interessò la costruzione dellhotel Hilton a Monte Mario, scatenando una delle prime aggressioni politiche alla Dc in nome di una esasperata e grezza questione morale. Nondimeno sarebbe stato interessante, su un altro piano, illustrare loperazione che portò a realizzare il tunnel di Porta Cavalleggeri, funzionale al collegamento tra PonteDuca DAosta, via Gregorio VII e via Aurelia, verso il Grande Raccordo Anulare.  

Lo stesso successo non ebbe lipotizzato tunnel da Piazza di Spagna a Via Veneto per lopposizione dei radicalambientalisti prima maniera, sempre guidati dallEspresso. Lidea in forma più ridotta e parziale sarà infine adottata per collegare il parcheggio di Villa Borghese a Piazza di Spagna e quindi alla stazione della Metro A. Si potrebbe andare avanti, cercando insomma di capire meglio, a beneficio di unanalisi più compiuta, cosa significasse negli anni 50 lafame di case per limpetuosa immigrazione e la crescita esponenziale della popolazione della città.

Tutto ciò premesso, è mancata a mio parere lindicazione circa la collocazione di Rebecchini nel preciso contesto storico e politico. Era un civico prestato alla politica, ma fece una scelta di campo. Si presentò con le liste della Dc altrimenti non avrebbe potuto fare il sindaco con le sue sole forze. Governò la città nellottica di una grande opzione democratica, magari con una certa inclinazione al moderatismo, con ciò interpretando da par suo la funzione del centrismo degasperiano. Alla luce delle successive evoluzioni, ovvero con lavvento del centro-sinistra in Campidoglio, la sua figura apparve consegnata a un tempo contrassegnato dalla subalternità del partito alla visione e alla iniziativa dei blocco moderato-clericale.

La scelta della famiglia sarà confermata anche dal figlio Francesco, senatore per cinque legislature, poi più volte sottosegretario, eletto a Roma, ma anche in Lombardia per volere di Albertino Marcora (uno dei leader della sinistra di Base). Posso anche comprendere che poi Gaetano, di fronte alla catastrofica diaspora della Dc, sia stato protagonista della nascita e della evoluzione di Alleanza Nazionale, cui ha dato un rilevante contributo culturale con il suo Centro di orientamento politico e con gli interessanti incontri di Palazzo Colonna. La stella polare della famiglia, tuttavia, non può che rimanere la Dc. E tralasciare questa appartenenza fa un torto al sindaco e alla Dc, nonché si potrebbe dire un torto a quanti di noi genitori zii e nonni lo hanno votato, Dalvatore Rebecchini, e sarebbero oggi orgogliosi di scelte come quelle da lui compiute nellinteresse della città.

Queste sono alcune puntualizzazioni semplici e modeste, in spirito di amicizia. Non rappresentano una critica, in definitiva, ma una amara riflessione perché spesso tocca fare i conti, ma stavolta incidentalmente, con le troppe remore che gravano sulla memoria della complessa vicenda democristiana.

Protagonisti nel circuito energetico internazionale. Una ricerca della Fondazione Tarantelli.

Si tratta di una ricerca che rientra nelle pubblicazioni periodiche della Fondazione Ezio Tarantelli (Cisl). Così esordisce in apertura il Presidente Giuseppe Gallo: La politica energetica italiana, negli anni, è sempre stata caratterizzata dalla scarsa autonomia nazionale di risorse di idrocarburi e dalla dipendenza delle ingenti importazioni. Tutto ciò non ha impedito allItalia, dal dopoguerra sino ad oggi, di essere protagonista nei mercati energetici internazionali. Qui si riporta solo la parte introduttiva del testo di Assogna.

La politica energetica italiana, negli anni, è sempre stata caratterizzata dalla scarsa autonomia nazionale di risorse di idrocarburi e conseguentemente dalla strutturale dipendenza dalle importazioni estere. Nonostante ciò, lItalia dal dopoguerra sino ai giorni doggi, è sempre stata protagonista nei mercati energetici internazionali. Tutto ciò, a merito di una strategia iniziata proprio dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale e che avuto come principale protagonista Enrico Mattei, un personaggio che meriterebbe una maggiore attenzione dai libri di storia italiani. Mattei fu liniziatore di un progetto che, attraverso liniziativa nel ciclo dellenergia, portò il Paese ad essere centrale nelle dinamiche della politica mediterranea e internazionale, facendo assumere allItalia un ruolo di interlocutore nel circuito energetico, senza avere una capacità propria di risorse di idrocarburi.

Le intuizioni di Enrico Mattei, con la fondazione dellENI e con il potenziamento dellAGIP, della SNAM, della SAIPEM, etc., valorizzarono le professionalità interne della vecchia struttura aziendale, investendo poi su un gruppo dirigente, una classe di tecnici e di funzioni operative, che divennero competenze di qualità riconosciuta globalmente nei settori minerario, geologico, ingegneristico, chimico, economico-finanziario e diplomatico, che in pochi anni fecero del sistema energetico nazionale degli idrocarburi e dei servizi connessi, uneccellenza internazionale. Oltre al Gruppo ENI, il sistema energetico italiano si è poi consolidato con la nazionalizzazione dellenergia elettrica e listituzione nel 1962 dellENEL che insieme alla rete di aziende locali, razionalizzò il comparto elettrico italiano, contribuendo notevolmente allo sviluppo economico del Paese.

Pertanto la presenza internazionale delle imprese energetiche italiane, che di seguito descriviamo, si basa sulle qualità, le competenze e le esperienze professionali e tecnologiche dei Gruppi a partecipazione pubblica precedentemente citati, partendo dallantica vocazione di ENI e delle aziende da esso derivanti (SNAM e SAIPEM), sino al più recente protagonismo di ENEL, di TERNA, di alcune Holding sia a capitale pubblico sia a capitale privato. Infine, nelle prossime settimane si conoscerà il risultato della gara per la privatizzazione di DEPA Società Greca di distribuzione del gas naturale, gara che vede impegnata la nostra Italgas. La conferma di un protagonismo nelle nuove frontiere internazionali dellenergia e nella riconversione del mix energetico.

LOIL Company italiana nellimpostazione iniziale data da Enrico Mattei ha avuto la capacità di coniugare le grandi competenze professionali con una diffusa capacità relazionale e negoziale, sostenendo anche le strategie della politica estera e la diplomazia del nostro Paese. LENI è pertanto uno dei principali, se non il principale asset italiano nel mondo, proprio per la presenza diffusa sul piano globale. Negli anni tutto ciò ha voluto e vuole ancora dire centralità nella raffinazione (oggi in decremento rispetto al passato), nella logistica, nel trasporto e nella commercializzazione del gas naturale, nelle infrastrutture energetiche (gasdotti, oleodotti, piattaforme off-shore) e soprattutto nellesplorazione e ricerca degli idrocarburi. Inoltre ENI, avendo aderito agli obiettivi della COP 21 con altre compagnie petrolifere internazionali e ai goalsdellAgenda 2030 delle Nazioni Unite, sta sviluppando dei progetti per la realizzazione di nuovi impianti o la riconversione di strutture esistenti per la produzione di energie rinnovabili e per lavvio di cicli produttivi di economia circolare.

Le produzioni di petrolio e gas è previsto che possano raggiungere allincirca i 2 milioni di barili equivalenti al giorno al 2023, arrivando poi a toccare il picco al 2025 con circa 2,05 2,10 milioni di barili equivalenti al giorno. Apartire da quella data la produzione tenderà a ridursi gradualmente e con una previsione di una presenza del gas naturale all85% del mix produttivo al 2050. Sono confermati tutti gli altri obiettivi al 2023 riferiti ai business di transizione energetica. Eni è presente in 68 Paesi coprendotutti le aree continentali del mondo, con circa 30.775 dipendenti diretti (di cui oltre 11.000 nellesplorazione e produzione), una produzione di 1,73 milioni BOE (barili equivalenti di petrolio) al giorno di idrocarburi e con una vendita di 64,99 mld di m3 di gas naturale (dati ufficiali ENI 2020).

A giugno 2020 è stato inoltre pubblicato il rapporto Eni for Human Rights, documento che fornisce le informazioni degli ultimi sei anni, su come ENI è impegnata nel rispetto dei diritti umani nei Paesi in cui opera.

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https://www.fondazionetarantelli.it/working-papers

(La relazione è inclusa nel paper di prossima pubblicazione, a cura della Fondazione Ezio Tarantelli, dal titolo La presenza delle aziende energetiche italiane nella competizione internazionale. È previsto un webinar con vari relatori il 19 luglio, alle ore 15.15, sulla piattaforma zoom: per accedere è necessario farsi accreditare dalla Fondazione).