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Ai Popolari il compito di dare linfa alla rinascita della politica

Forse ai giorni nostri, come e più che nel 1989, si avverte la sersazione di una accelerazione della storia di portata epocale. Allora veniva meno la divisione bipolare del mondo con la fine del centro del “socialismo reale”, l’Unione Sovietica. Un processo avvenuto prevalentemente in maniera incruenta, sebbene accompagnato dalle tremende guerre balcaniche e caucasiche.

Questa volta i cambiamenti di equilibri investono il mondo intero, l’Occidente collettivo col suo “miliardo d’oro”, i Brics che rappresentano oltre il 40 per cento della popolazione mondiale, e il resto del pianeta. In gioco vi è il sistema di governo del mondo con due visioni che sembrano inconciliabili, quella unipolare e quella multipolare. Il sistema unipolare, che ha cercato di imporsi dopo la fine del sistema bipolare Usa-Urss, più per opera di potenti circoli privati che per volontà del popolo americano, dopo aver prodotto un trentennio di guerre nell’area MENA,  tra Medio Oriente e Nord Africa, sembra esser giunto al capolinea. 

In questo secolo non pare più in grado di raccogliere il consenso degli altri blocchi economici e geopolitici. La tentazione di difenderlo con la guerra potrebbe avere un prezzo ben superiore a quello che stiamo già pagando per l’invasione russa dell’Ucraina. Non si può sapere che piega prenderanno gli avvenimenti, sperando che, parafrasando Churchill, la Storia non insista a provare tutte le vie sbagliate prima di imboccare quella giusta. Una cosa però sembra almeno da doversi metter in conto per il futuro: nei prossimi anni, al massimo entro un paio di decenni,  per via politica o, Dio non voglia, con altri mezzi, si assisterà all’esaurimento di un ciclo storico apertosi con la fine della seconda guerra mondiale e all’inizio di un nuovo ciclo storico caratterizzato dalla presenza di molteplici soggetti sulla scena mondiale.

In questa prospettiva appare straordinariamente lungimirante l’invito di Guido Bodrato, che l’altro ieri ha compiuto 90 anni e a cui rinnoviamo i nostri affettuosi auguri, di ripartire dalla cultura per affrontare questo nuovo ciclo storico nel quale, egli ci avverte, rinascerà la politica. Credo che più di altri i Popolari debbano riconoscersi in questo invito. L’Italia dove ormai la maggioranza dei cittadini diserta le urne, la Francia in clima prerivoluzionario, la Germania in forte declino economico, gli Stati Uniti e Israele scossi da profondissime divisioni interne, tutto l’Occidente anela alla rinascita della politica e del pluralismo al posto dell’attuale oligarchia degli ambienti di Davos, dei tecnocrati, di alcuni fra i giganti tecnologici, del pensiero unico imposto da una ristrettissima minoranza di potenti.

In Italia la sinistra con la Schlein sembra invece aver scelto di legare il proprio destino in tutto e per tutto a un universo destinato a scomparire negli anni a venire. Visti gli attuali trend internazionali, tra qualche decennio, o forse anche prima, potrebbe  rimanere ben poco di tutta la costruzione radicale, transumanista, gender, politically correct, unipolarista che spadroneggia in Occidente in modo sempre meno compatibile con il pluralismo, con la ragione e financo con il semplice buonsenso. Per i cattolici democratici e popolari in tali delicate fasi di cambio d’epoca la preoccupazione di stare dalla parte “giusta” della storia (come seppero fare negli anni venti e trenta del Novecento e poi con De Gasperi) non potrà che precedere e fare da cornice alle grandi scelte politiche e programmatiche.

I dubbi sul salario minimo

Ricordo quando Prodi riuscì a vincere la sfida del cambio contro il marco tedesco, proiettando l’Italia della moneta unica nell’Europa economica. La lira, vecchia gloria della nostra economia, non era più competitiva. Con tutti i dubbi della banca tedesca entrammo nell’euro. Ci si potrebbe chiedere cosa centri questo col salario minimo. Nelle settimane successive al cambio lira-euro non vennero istituite le commissioni provinciali per il controllo dei prezzi. Morale della favola, tutti si aggiustarono col cambio da soli, e le piccole e medie imprese commerciali arrotondarono il preziario, aumentando di fatto il costo di ogni prodotto. 

Ma gli stipendi degli italiani non raddoppiarono come il costo del caffè. I problemi derivati dall’euro, in Italia, non sono quindi da imputare unicamente al cambio internazionale, bensì a un problema interno. Temo che l’Italia del salario minimo possa trasformarsi nell’Italia del minimo salario, attraverso un processo similare. È ovvio che in un momento di grave crisi economica come il nostro, molti siano allettati dall’idea di un’imposizione governativa di una retribuzione minima ordinaria, da cui nessuna impresa potrà scendere quando assumerà. 

Chi ci assicura però che le parti datoriali non si sfileranno da quei contratti collettivi che hanno livelli più alti, per applicare solo il minimo di legge? E non si troveranno impoveriti quei lavoratori che per anzianità o qualifiche percepiscono o percepiranno una paga oraria superiore alle 9 euro lorde l’ora? Inoltre, quando l’inflazione continuerà a salire, e il prezzo dei beni e dei servizi salirà, come faremo, senza una contrattazione sindacale, a rivedere i salari? Chiederemo una legge per l’abolizione del salario minimo? 

Come lo è stato per l’euro, temo che il problema della gestione interna sarà cogente in un Paese come il nostro, in cui le zone d’ombra sono più vaste di quelle visibili alla luce.

Da lontano…per capire la ribellione al modello di liberismo autocratico.

Spesso è ai margini che nascono le idee migliori e rivoluzionarie. È dai confini, dove si intersecano direzioni diverse e le voci hanno bisogno di traduzione, che il futuro si può toccare con mano perché arriva prima. In questi luoghi la dimensione locale non è uno spazio angusto e recintato, ma è il globale stesso, nella sua forma piena, molto più che nelle metropoli.

Per ragioni di ricerca scientifica mi trovo in Brasile, ospitato dagli indigeni Tikmũ’ũn dello stato del Minas Gerais. I risultati delle elezioni regionali in Friuli-Venezia Giulia del 2-3 Aprile mi arriveranno quando sarò in mezzo a fazzoletti di foresta tropicale. In questo contesto, in cui il locale e il globale condividono la stessa forma, ho voluto riflettere sul voto che i miei concittadini dovranno esprimere e sul nuovo paradigma di fare politica espresso del Patto per l’Autonomia.

Era il 25 ottobre 1918 quando i deputati friulani Giuseppe Bugatto e Luigi Faidutti chiusero il loro ultimo discorso al parlamento austriaco col motto «che nissun disponi di nô, sensa di nô». Che nessuno disponga di noi, senza di noi. Più d’un secolo dopo, la richiesta di autonomia ed autodeterminazione dei due parlamentari friulani a Vienna potremmo declinarla in due modi. Da una parte, essa indica che è diritto delle comunità autorizzare o meno qualsivoglia progetto proposto da istituzioni o imprese esterne ai territori delle suddette comunità. Dall’altra parte, afferma che non ci può essere nessun futuro e nessuna giustizia sociale senza il riconoscimento ed il rispetto della storia e delle forme di vita di tali comunità.

L’idea dei due parlamentari friulani riproposta oggi rimanda ad un’idea diversa del noi, soprattutto in una Italia che troppo spesso scorda di aver rimosso le identità locali preesistenti al Risorgimento. Serve un noi che sia un’articolazione solidale, comunitaria e cosciente di tutte le identità, minoritarie e non, che costituiscono il passato, il presente ed il futuro della nostra terra.

L’esperienza tra gli indigeni Tikmũ’ũn mi obbliga ad un confronto incessante con l’identità friulana. Quasi imparagonabili, la nostra regione ed i villaggi indigeni possono comunicare tra loro e raccontare qualcosa l’uno dell’altro. I Tikmũ’ũn lottano da anni per il rispetto negato da secoli e per l’ottenimento di condizioni di vita dignitose. La distruzione della foresta atlantica ha compromesso la risorsa più importante per i popoli indigeni, l’acqua, pregiudicando le due attività principali per la loro sussistenza, la caccia e la raccolta. In questa depressione ecologica, la dipendenza dai prodotti alimentari degli allevamenti e dell’agricoltura intensivi e industriali continua a negare la libertà dei Tikmũ’ũn e di tutti i popoli indigeni.

In questo momento un’équipe di antropologi e funzionari statali brasiliani sta promuovendo un progetto di agro-foresta per i territori tikmũ’ũn. Durante la presentazione del progetto nei vari villaggi, l’équipe ha richiamato incessantemente l’attenzione sulla Convenzione 169 del 2011 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, la quale indica che nessun progetto possa essere attuato su un territorio indigeno senza l’autorizzazione delle comunità autoctone. Il principio filosofico che anima la Convenzione è simile a quello del discorso viennese dei parlamentari Bugatto e Faidutti. Con le dovute differenze dal contesto brasiliano, bisogna ricordare che anche in Europa questo principio andrebbe riaffermato, ad esempio per l’ultimo popolo indigeno europeo, i Sami della Lapponia, o per le comunità montane, come in Val di Susa. Restando a noi, dovrebbe valere anche per tutte quelle comunità che necessitano della tutela dei loro diritti ambientali e alla salute, ad esempio quelle affacciate al Tagliamento o al lago dei Tre Comuni e Casteons di Paluzza. Serve quindi un noi diverso perché questo principio possa essere riaffermato. E per realizzarlo serve una rete solida fra le generazioni e le classi sociali.

Nel frattempo, il sentimento dei miei coetanei riguardo alle elezioni è la frustrazione. Voteranno, ma senza ottimismo, con la classica disperata rassegnazione dei nostri tempi. Nonostante i tempi non siano benevoli, credo tuttavia che sia necessario abbandonare il nostro disfattismo perché le sfide che ci attendono pretendono un’articolazione incessante delle nostre migliori energie.

Assistendo alla campagna elettorale brasiliana del 2022, per le strade delle città, nei villaggi indigeni o nelle comunità rurali dei quilombolas si percepiva un’atmosfera surreale. I sostenitori di Lula sembravano senza speranze, ma mai rassegnati, animati invece da una vivacità contagiosa. I bolsonaristi, violentissimi nelle intenzioni, nei gesti e nelle parole (come hanno dimostrato anche l’8 gennaio durante il tentativo di golpe), sembravano invincibili nella loro spavalderia. Ciò che li ha sconfitti è stata la costruzione di una rete trasversale che abbraccia indigeni, agricoltori poveri, operai, piccoli imprenditori, dipendenti pubblici o di grandi aziende, intellettuali, studenti, minoranze, etc. Si è costruito un ponte tra i popoli per superare quelle frontiere di incomunicabilità erette tra le classi medie e povere. Diritto alla sanità pubblica, all’autonomia alimentare, all’acqua pubblica, ad un salario giusto ed un lavoro stabile, alla giustizia sociale e climatica, al riconoscimento ed al rispetto delle svariate identità sono state presentate da Lula come battaglie di tutti e non di una classe specifica. Si può vincere le elezioni in molti modi, ma si può avere successo solo unendo la società.

Bisogna quindi ricomporre la società e non bastano gli esseri umani. I fiumi, i boschi, le montagne, il cielo, il mare, la pianura, le colline, gli animali e le piante che li abitano non sono meno persone di noi. Hanno un ruolo sociale che abbiamo dimenticato. Hanno da sempre dei rapporti con noi, che oggi abbiamo annichilito. È nostro dovere ricostruire questi legami, rivedere le nostre idee sulla relazione con le altre forme di vita. Solo un programma politico che mette al centro la società lato sensu può riordinare le nostre priorità fuori dalla logica del profitto e dell’individualismo egoistico.

Infine, gli avvenimenti francesi delle ultime settimane ci riportano a terra. La mobilitazione contro la riforma delle pensioni usa tale occasione come pretesto per esprimere un malcontento più ampio, verso quella modalità di fare politica che potremmo oggi definire «neo-liberismo autocratico». La composizione dei manifestanti è di una varietà sociale che da tempo si faticava a notare nei grandi scioperi europei. Si potrebbe dire, senza troppe illusioni ottimistiche, che in questo momento in Francia è in corso un «ri-assemblaggio» del Sociale, in risposta al governo ed alla presidenza che più hanno inasprito le differenze sociali tra le classi. In una Europa sempre più frammentata, la necessità più impellente è quella di rendere traducibili e comunicabili le voci di coloro che chiedono una società giusta ed egualitaria. A livello europeo, penso sia imprescindibile sviluppare la fraternità, il principio più disatteso ed incompiuto della Rivoluzione Francese, che avrebbe dovuto essere il collante tra la libertà e l’uguaglianza. Questo sentimento non deve essere inteso solo nel suo senso universalistico e vago, ma innanzitutto nel suo essere incarnato nelle pratiche che fondano le comunità e nella comunione delle differenze che animano le società.

Ed è ai confini dell’Impero che una alternativa reale è nata. Il Patto per l’Autonomia incarna non solo il motto di Bugatto e Faidutti, ma tutte le novità migliori per aggiornare i nostri processi democratici. La sfida è tra una politica che preferisce gli interessi finanziari di coloro che non abitano i luoghi in cui cercano di ricavare i profitti, e una politica che mette al centro la vita delle comunità radicate nei loro territori e che reclamano un modello di sviluppo sostenibile e finalmente dignitoso.

[Teófilo Otoni – Minas Gerais, Brasile]

Pensieri Politici |  La vedova di Luca Attanasio respinge la legge del taglione.

Estratto dal sito di Pensieri Politici

In tempi in cui la legge del taglione sembra tornare prepotentemente di moda, risuona profetica e controcorrente la voce di Zakia Sedikki, la vedova di Luca Attanasio, il console italiano nella Repubblica democratica del Congo, ucciso in circostanze ancora da chiarire nel febbraio 2021 insieme con il carabiniere Vittorio Iacovacci e l’autista Mustafa MIlambo.

Originaria del Marocco, Zakia, che ha sposato Luca nel 2015 e col quale ha generato tre bambine, ha lanciato una petizione sul sito della fondazione “Mama Sofia”, da lei presieduta, per chiedere alle autorità congolesi di non applicare la pena capitale contro gli imputati, nel processo in corso a Kishasa. Spiega così il suo gesto: «Luca era un uomo buono ed era assolutamente contro la pena di morte. Ne avevamo parlato spesso e desidero testimoniarlo ora». In una recente intervista alla “Stampa” ha poi aggiunto: «Alle mie figlie voglio trasmettere valori e ideali, non rancori. Io sono musulmana e Luca era cattolico. Pregavamo lo stesso Dio. Se fosse qui si opporrebbe alla pena capitale. La petizione per mandare in carcere e non al patibolo i responsabili dell’agguato è il messaggio con cui voglio celebrare e difendere la vita. Nessuno ha il diritto di spargere altro sangue, altrimenti lo Stato si mette sullo stesso piano di chi ha assassinato Luca». 

Alida e Salvatore Attanasio, genitori di Luca, condividono e appoggiano in pieno la posizione di Zakia. Pochi giorni fa ho intervistato papà Salvatore che mi ha ripetuto il medesimo concetto: «Sommare morte a morte non serve a niente. Non è quello che Luca avrebbe voluto, non è quello che gli abbiamo insegnato, in famiglia e qui a Limbiate. Vogliamo giustizia, non vendetta».

Per leggere il testo completo

http://pensieripolitici.it/giustizia-non-vendetta/

Cercasi leader politico che parli di doveri agli italiani

La politica è ormai diventata un gigantesco megafono di rivendicazioni, slogan e promesse: tutti devono avere tutto, tutti hanno ragione, tutti devono essere blanditi e accontentati. Non c’è ambito della umana convivenza dove non si celebri l’unilaterale, parossistica, preconcetta, totalizzante rivendicazione dei diritti. Si tratta di una deriva planetaria, forse eredità della globalizzazione, ma persino il suo contrario perché si assiste al trionfo annunciato della soggettività a sua volta figlia del relativismo etico e persino del localismo, basti pensare che dopo due secoli impegnati a configurare un faticoso equilibrio di stabilità centrato sulle identità nazionali ora si sta sfaldando in mille rivoli il concetto di appartenenza: prevale un ibrido indistinto di pulsioni, una narrazione policentrica, la sovrapposizione di insopprimibili urgenze vitali che si scavalcano facendo saltare come birilli le tassonomie dei valori. In un quadro internazionale caratterizzato dal perdurare dei conflitti e dal perseguimento di un nuovo ordine mondiale sull’asse Cina-Russia, queste differenziazioni potrebbero essere fatali per le democrazie occidentali. Se l’Ottocento era impegnato a cercare la “parola nuova”, la porta della modernità, il Novecento si è speso nella faticosa definizione del senso dell’identità e si è affidato alle protesi compensative e sostitutive della tecnica e della scienza: sembra ora che il nuovo millennio sia come pervaso da una frenesia dell’annullamento e del negazionismo, i “no” prevalgono sulle certezze, le opinioni sulle idee, i passaparola sui ragionamenti, le pulsioni improvvise e soggettive scalzano le certezze consolidate, i luoghi comuni dei linguaggi circolanti nei social occultano le radici della storia e della cultura che stiamo abbandonando come un inutile fardello di cui fare a meno. 

Si ascolta un urlo corale che proferisce un’unica parola: “diritti”. Di dissenso, di dissacrazione, di disgregazione, di solipsismo esistenziale: siamo ovunque, sappiamo tutto, siamo depositari di verità non negoziabili, di polarizzazioni inconciliabili. Ma anche di affrancamento da retaggi che ci hanno ingabbiati nel socialmente, politicamente, tradizionalmente corretto: c’è spazio per tutti, la differenza è un valore, l’identità una consapevolezza, ci stanno il corpo e l’anima, il cuore e la mente. È bene riflettere su questa esplosione di diritti: molti sono sacrosanti, poiché a lungo conculcati, altri esprimono forme di egoismo, di narcisismo individualista che confligge con le buone ragioni che sostanziano un’idea di democrazia dove davvero ci sia spazio per tutti. Uguaglianza, equità sociale, sostenibilità, rispetto per l’ambiente sono valori tendenzialmente aggreganti e altrettanto rivendicati e possono continuare a coesistere con questa incalzante stagione di crescita dei diritti individuali.

La democrazia dovrebbe costituire un approdo di garanzia per la tutela dei diritti. Quella occidentale è una democrazia delle minoranze, chiassose o silenti che siano. Ad esempio la pandemia ci ha trovati impreparati – come ammoniva David Quammen – ma non abbiamo ancora imparato che l’eziopatogenesi del virus nasce dal conflitto uomo-natura. Dovremmo esserne consapevoli anche quando la sovreccitazione che rivendica il situazionismo delle teorie sull’identità cangiante va oltre il desiderio delle unioni omosessuali: si tratta di scelte che vanno rispettate e tutelate dall’omofobia. Ben diversa cosa è la maternità surrogata, pretesa da chi professa l’emancipazione della donna, poi usa il suo corpo fatto strumento dell’egoismo altrui.

Si tratta di un mercimonio dei concepimenti che prelude a scenari inaccettabili. Quanto ai figli delle coppie omogenitoriali credo che molto dipenda dall’onestà di intenti e dalla nobiltà dei sentimenti: ricorda il tema delle adozioni per le quali è forse meglio lasciare abbandonati al loro destino questi figli di Dio o prendersene cura? Farli cresce in un orfanotrofio o sulla strada senza affetti, protezioni e sicurezze emotive, pregiudizialmente deprivati della pienezza rassicurante di una vita futura? Però non si può imporre un tema e farne oggetto di rivendicazione immediata: dal punto di vista di onesti aspiranti genitori è un desiderio che trova diritto di cittadinanza in un approfondimento serio e sereno tra istanze soggettive ed equilibri sociali e nella necessaria delicatezza di approccio.

Non è argomento da piazza, né da coreografie multicolori. Ma quanti possono a ragione e con competenza rappresentare ed esprimere i sentimenti dei minori? Parlano in loro nome ma partendo dalle proprie soggettive rivendicazioni. Nella mia esperienza di ascolto in sede giudiziaria posso dire con certezza morale che bambini e adolescenti hanno sempre espresso il desiderio di avere un padre e una madre ed esserne amati, di sapere cosa attendersi distintamente da loro, consapevoli della specificità dei ruoli genitoriali che esprimono una complementarietà difficilmente surrogabile in altre forme.

Soprattutto oggi, in una società che registra un vistoso declino della figura paterna. L’irrompere sulla scena politica di Elly Schlein ha imposto questo tema dei diritti individuali come priorità del Pd: quanto è lontano il richiamo di Berlinguer ai bisogni sociali delle masse lavoratrici? Quanto viene marginalizzato il contributo (pure fondativo) dei cattolici popolari negli argomenti, nei modi e nello stile comunicativo? Quanto il riformismo socialista? Bisogna pure aver consapevolezza della reciprocità tra diritti e doveri, la società prima o poi presenta il conto e non è necessario far ricorso alle analisi del Censis per capacitarsi di questa ineludibile corrispondenza.
Una leadership politica che promette diritti per tutti senza chieder conto dei doveri ricorda la deriva concessiva che ha reso in questi anni l’Italia il Paese dei bonus senza controllo. Come ha scritto Luca Ricolfi, il PD a guida Schlein assomiglia ad un partito radicale di massa (in una società signorile di massa) che postula diritti soggettivi senza aver chiaro un modello, una visione di società futura. “Non chiedete che cosa può fare il vostro Paese per voi, chiedete che cosa potete fare voi per il vostro Paese” (20 gennaio 1961, John Fitzgerald Kennedy). “Questo Paese non si salverà, la stagione dei diritti e delle libertà si rivelerà effimera, se in Italia non nascerà un nuovo senso del dovere (23 giugno 1976, Aldo Moro). Nell’area culturale e nell’esperienza storica dei Democratici troviamo richiami autorevoli che indicano con chiarezza che la postulazione di diritti individuali non può essere disgiunta dalla consapevolezza dei doveri che ci competono.

Il bene della democrazia e la ricerca del bene possibile

Pubblichiamo la relazione (“Lo stato delle democrazie costituzionali”) del prof. Stefano Ceccanti, ex parlamentare del Pd, tenuta ieri al convegno internazionale su “Democrazia per il bene comune. Quale mondo vogliamo costruire?” (Università Gregoriana, 27 marzo 2023).

Segue il testo.

1. La convergenza delle definizioni laica e conciliare. 

Si ha una ‘democrazia costituzionale’ dove sono rispettate le condizioni poste dall’articolo 16 della Dichiarazione francese dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789, secondo la quale non c’è una vera Costituzione, ossia un’effettiva libertà, se non vi sono garanzia dei diritti e separazione dei poteri. 

Sostanzialmente coincidente con questa definizione laica è quella che ne dà la Gaudium et Spes affermando un’opzione preferenziale per la democrazia, superando la precedente indifferenza per quelle che la Chiesa chiama forme di governo e che in diritto costituzionale si definiscono forme di Stato:  “È poi da lodarsi il modo di agire di quelle nazioni nelle quali la maggioranza dei cittadini è fatta partecipe degli affari pubblici, in un’autentica libertà” (31 b). Si cerca in altri termini un governo efficiente e partecipativo della cosa pubblica, ma pur sempre un potere limitato, che rispetti quella “immunità dalla coercizione esterna” su cui si fonda la libertà religiosa e l’intero edificio delle libertà, secondo quel testo fortemente costituzionalistico che è la Dignitatis Humanae, in particolare al paragrafo 2 b.

2. Un trend importante, anche causato dal rinnovamento conciliare, ma non irreversibile.

Abbiamo vissuto dal 25 aprile del 1974, dalla Rivoluzione dei garofani in Portogallo, fino alle rivoluzioni del Centro e dell’Est Europa nel 1989 e alla fine delle dittature del Cono Sud, una fase importante di espansione delle democrazie, che ha fatto sperare molti in un trend irreversibile. Un trend in cui, come segnala Samuel Huntington nel suo volume dulla Terza Ondata, ha pesato in modo decisivo l’impulso del Concilio Vaticano II. I documenti conciliari vanno colti per un verso come punto di arrivo di alcune rilevanti esperienze storiche: quelle europee continentali delle democrazie cristiane e quelle anglosassoni dei credenti impegnati nel Labour Party e dei democratici americani con la Presidenza Kennedy; ma per altro verso anche come impulso decisivo ad abbattere i regimi autoritari di Portogallo e Spagna in precedenza sostenuti anche dalla Chiesa nonché le sedicenti democrazie popolari dell’Est Europa. Poggiano su De Gasperi, Schuman, Adenauer, Kennedy, e hanno contributo alla formazione di de Lourdes Pintasilgo, Ruiz-Gimenez, Mazowiecky, testimoni chiave delle transizioni.

Così, però, alla lunga, non è stato. Il trend sembra bloccato.

A oggi, facendo una fotografia, solo il 20% della popolazione mondiale vive in paesi stabilmente democratici, che rientrano cioè in quelle esigenti definizioni prima presentate.  Ma, soprattutto, al di là della fotografia quantitativa, sono apparse in molti luoghi rilevanti inversioni di tendenza, inversioni subdole. Nessuno ha riproposto le modalità tradizionali delle esperienze fallite dei cosiddetti stati autoritari o degli stati cosiddetti socialisti pre-1989, ma sono emerse altre scorciatoie.

3. Autocrazie elettorali e democrazie illiberali.

A parte il caso della Cina, che ha mantenuto il monopolio politico del Partito comunista e la repressione di minoranze e di confessioni religiose nonostante il tentativo di dialogo con la Santa Sede, coniugandolo con un’economia di mercato fortemente controllata dallo Stato, in vari altri paesi le transizioni hanno dato vita a regimi ibridi, con un minimo grado di pluralismo elettorale che però non intacca la logica autocratica. Si è pertanto parlato di autocrazie elettorali. Autocrazie che, peraltro, tendono poi a scaricare i conflitti verso l’esterno, anche col ritorno all’uso della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Mentre persiste e si espande un colonialismo economico, in particolare ai danni dell’Africa, e tutti fanno fatica a rendere effettivo il diritto all’ambiente nel contesto delle attuali sfide climatiche ed energetiche. 

Vi è il tema del preoccupante fascino ambiguo di Cina e Russia sui paesi emergenti, in particolare in Africa e Medio Oriente. Pechino e Mosca trovano porte aperte proprio perché non pongono problemi né di diritti umani né di democrazia, mentre USA e Ue, quando lo fanno, vengono accusati di ingerenza nella sovranità altrui o addirittura di colonialismo, di imposizione autoritaria di un modello che sarebbe solo occidentale e non universale, nonostante che esso sia fatto proprio dalla Dichiarazione Onu a cui collaborò in modo decisivo Jacques Maritain.

In altri casi, anche in Paesi non troppo distanti da noi, sono stati gli stessi governanti a rivendicare la definizione di democrazie illiberali, di paesi dove si vota, ma dove prima e dopo il voto è messa in discussione l’autonomia del potere giudiziario, l’indipendenza delle corti costituzionali, il pluralismo dei media, delle associazioni e l’autonomia delle amministrazioni locali. 

4. Quali obiettivi porsi nella distinzione dei ruoli per essere parte della soluzione e non del problema.

In alcuni casi anche uomini di Chiesa e personalità politiche cristiane non sembrano cogliere queste gravi contraddizioni rispetto all’opzione preferenziale per la democrazia sancita dal Vaticano II. Non c’è sostegno a valori o concessione verso le comunità religiose che valga la pena di scambiare col consenso a regimi che negano la dignità e la libertà delle persone.

In altri casi ancora vediamo con preoccupazione un susseguirsi di cadute di governanti per fenomeni di corruzione e un’instabilità costante. Di fronte a questi fenomeni quali obiettivi può proporsi? In primo luogo diffondere informazioni e denunciare le violazioni dei diritti. Purtroppo la disinformazione è un grave male di questa epoca ed occorre contribuire alla diffusione di un’informazione corretta e di una vera cultura democratica. In secondo luogo affrontare le cause politiche, economiche, sociali, ecclesiali, che portano consenso a queste linee regressive. Qui non si può nascondere che in molti casi siamo di fronte alle promesse non mantenute della democrazia, che creano sfiducia e scetticismo nei popoli di fronte al permanere di ingiustizie e diseguaglianze che le transizioni democratiche non sembrano aver ridotto, anzi, in molti casi hanno aumentato. L’enciclica di papa Francesco Laudato si’ ha colto pienamente le contraddizioni insite in democrazie che sembrano spesso essere strumenti di un capitalismo spietato. Soltanto se la democrazia sarà capace di essere anche portatrice di giustizia ed equità potrà essere difesa. Insistere sui principi della Laudato si’ può rappresentare un contributo prezioso. In terzo luogo fare proposte e stimolare impegni anche personali diretti per diffondere esperienze positive, conoscenze, nuove pratiche di partecipazione e di democrazia, a partire dalla rilettura dei documenti conciliari, in primis la costituzione Gaudium et spes e la dichiarazione Dignitatis humanae, e dei testi giuridici che ci hanno fatto progredire nella tutela dei diritti, dalla Dichiarazione Onu del 1948 alla Convenzione europea del 1950, fino alle Costituzioni delle democrazie stabilizzate.

In altri termini si tratta di capire se nella Chiesa, nella società civile e nelle istituzioni vogliamo essere parte del problema o parte della soluzione.  Da questo punto di vista credo non sia stata colta fin qui in tutta la sua importanza l’impostazione della lettera del cardinale Ladaria al Presidente della Conferenza episcopale nordamericana del 7 maggio 2021, che invita ad un uso corretto, non asimmetrico, non astorico, non ideologico del richiamo a principi e valori nelle democrazie pluralistiche. Un approccio ideologico, che ignorasse la necessità di mediazioni tra valori e realtà, di contemperare diversi principi in una medesima decisione e di tener conto anche dello strutturale pluralismo delle democrazie costituzionali, finirebbe col comportare una sorta di ‘non expedit’ generalizzato nella vita politica. Un approccio asimmetrico che selezionasse a priori valori negoziabili e non negoziabili porterebbe ad alleanze ambigue con forze spesso solo nominalmente rispettose del fatto religioso. “Sarebbe fuorviante” scrive il cardinale, allora in quanto prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede “se si desse l’impressione che aborto e eutanasia da soli costituiscano le uniche gravi questioni della dottrina morale e sociale cattolica”.
Infine una preoccupazione, direi soprattutto italiana: non bisogna mai confondere le responsabilità istituzionali della Santa Sede e quelle peculiari dei cattolici impegnati in politica nelle democrazie costituzionali. La prima ha a che fare con un dovere di confronto e di mediazione con regimi di vario tipo, procurando preziose occasioni di pace anche laddove esse sembrino impossibili, oltre al dovere di tutelare con una necessaria prudenza gli spazi di libertà dei propri fedeli in regimi non democratici. I secondi hanno responsabilità diverse, di raccordo tra le democrazie costituzionali, che possono richiedere anche gravose decisioni di creazione di alleanze difensive, di risposte pronte e immediate ad aggressioni belliche con mezzi imperfetti anche di natura militare. Sarebbe non responsabile abdicare a tali responsabilità scegliendo forme di appeasement scambiando i livelli di impegno e di responsabilità. Nel 1949 Alcide de Gasperi e Giovanni Battista Montini, quest’ultimo figlio di un deputato antifascista, ritennero doverosa la scelta dell’adesione dell’Italia alla Nato, così come ritennero poi doverosa la scelta intrecciata del contributo alle istituzioni europee, in un mondo lacerato dalla frattura della Guerra Fredda. Altri autorevoli uomini di Chiesa e altri autorevoli politici cattolici erano di avviso diverso. La storia, però, diede chiaramente ragione a De Gasperi e Montini: sulle opzioni da loro difese si è raggiunta nei decenni una sostanziale unità delle forze politiche, anche di chi allora vi si era opposto. Di questo occorre tenere conto in tempi di conflitti internazionali perché non si parte mai dall’anno zero. Contro ricorrenti tentazioni di astratto neutralismo, che derivano da visioni di massimalismo etico, l’eredità degasperiana e montiniana, protesa alla ricerca del bene possibile, resta ancora del tutto feconda.

Adesso al Centro serve un leader di orientamento cattolico popolare

Dopo il ritorno della destra democratica e di governo, dopo il decollo di una sinistra libertaria, radicale e massimalista, dopo il consolidamento della prassi e della sub cultura populista e qualunquista dei 5 stelle, è del tutto naturale che nel nostro paese decolli anche un Centro politico, riformista, democratico e di governo. Ma questo non per una esigenza geografica o per una rendita di posizione ma, al contrario, per una ragione di ordine squisitamente politica e culturale.

Certo, il Centro non può che essere culturalmente plurale anche se politicamente è sempre più necessario che sia maggiormente caratterizzato. E, al riguardo, una leadership politica cattolico popolare a livello nazionale diventa un elemento quasi fisiologico. E questo non solo perchè nel nostro paese il Centro si è storicamente identificato con l’esperienza, la storia e la cultura del cattolicesimo popolare e sociale. Ma per la semplice ragione che questa cultura e questa sensibilità politica e sociale devono nuovamente essere presenti nella cittadella politica italiana perchè servono al paese e sono utili alla qualità della nostra democrazia. E il luogo e lo spazio politico naturale di questa cultura sono, appunto, il Centro. Un Centro che, com’è altrettanto ovvio, è plurale ma che sotto il profilo del suo progetto politico non può che risentire anche dell’apporto della cultura cattolico popolare e sociale.

Però, per poter caratterizzare con maggior forza l’impronta di questa cultura, la futura formazione politica di Centro deve anche avere una leadership nazionale di matrice cattolico popolare. Che sia donna o uomo non ha nessuna rilevanza. Purché l’elemento politicamente determinante è che questa cultura sia visibile e in grado di contribuire, con altri filoni ideali, a costruire un progetto politico democratico, riformista e di governo. Non è lontanamente pensabile che nel nostro paese, e non in un sistema politico astratto o virtuale, ci sia un Centro inteso come un semplice prolungamento della cultura liberale o repubblicana o tardo azionista. Ovvero, per dirla in altri termini, pensare al Centro solo come ad una sorta di “partito liberale o repubblicano di massa”. Di massa si fa per dire, come ovvio.

Per questi semplici motivi anche il cosiddetto “terzo polo” adesso deve porsi questa domanda. E cioè, non di un leader cattolico popolare alla guida del partito – i leader non si inventano a tavolino ma sono il frutto concreto della battaglia politica sul campo – ma, al contrario, quello di non ripetere esperienze e modelli di un recente passato che difficilmente possono incrociare consensi e adesioni popolari e di massa. È giunto il momento, cioè, di dare una sterzata decisiva al futuro e alla prospettiva di questa scommessa di Centro. L’unico dato che non si può replicare passivamente è quello di pensare che la riscoperta del Centro e la declinazione di una vera ed autentica ‘politica di centro’ possano decollare e consolidarsi proseguendo stancamente quello che è stato il terzo polo” sino ad oggi. È evidente a tutti, del resto, che anche in questo campo politico serve una discontinuità rispetto al passato anche solo recente. Quello che, comunemente, viene definito come un colpo d’ala. Ed è proprio su questo versante che si pone anche il tema di una leadership politica nazionale di un esponente dell’area cattolico popolare e sociale. Più che di una scommessa o di una avventura, si tratta di un investimento politico decisivo e qualificante per riavere un Centro credibile e affidabile nel nostro paese.

I dubbi sul richiamo ai cattolici democratici e popolari a stare nel Pd.

Ho trovato molto interessante l’intervista ad Alessandro Albergamo (componente della segreteria provinciale bolognese del Pd) apparsa ieri sull’edizione locale de “La  Repubblica”. In particolare alcuni elementi meritano attenzione.

Il principale è senza dubbio l’alquanto acrobatica e provocatoria associazione che l’esponente democratico avanza tra la radicalità evangelica e quella della segretaria Schlein. Si apprezza lo sforzo profuso nel cercare di rendere credibile tale affermazione, ma il dubbio che pervade chi scrive è che la “radicalità” della neo segretaria del Pd sia in effetti un po’ più vicina a una sorta di “profetismo tardo-prodiano” che a na sensibilità propriamente evangelica.

Una radicalità, quindi, molto più associabile, o comunque meglio combinabile, con quel liberal-liberismo in salsa italica tradizionalmente sì generoso sul piano dei diritti civili (utili “contentini” individuali che non disturbano più di tanto chi detiene il timone), ma storicamente molto meno propenso alla tutela e promozione dei diritti sociali e alla lotta alle disuguaglianze socioeconomiche.

Di un approccio fortemente radicale per le politiche sociali e di contrasto alle disuguaglianze c’è sicuramente bisogno, ma forse è il caso di ricercare paradigmi realmente nuovi e dirompenti. Ovunque essi si stiano presentando. Sta e starà a noi a decodificare la sostanza delle visioni e delle concrete azioni dei soggetti presenti oggi sulla scena politica nazionale e prendere posizione con il coraggio necessario.

Un ulteriore elemento, che emerge dalle posizioni espresse, riguarda l’agibilità politica nel Pd attuale per i cattolici democratici. In particolare si sostiene che sarebbe “anacronistica l’idea di essere cattolici dentro un partito”. Ora, con il massimo rispetto, mi pare che questa posizione riveli molto di ciò che, anche a livello di federazioni locali, sia destinato legittimamente (e anche auspicabilmente per la chiarezza di contesto) a diventare il Pd: un soggetto sicuramente progressista, di sinistra e attento prioritariamente ai diritti civili, ma dove ai cattolici L viene garantita solo una piccola riserva indiana ad alto grado di (pura) testimonianza e a sovranità ben limitata.

Va da sè che l’appetibilità, o meno, di questa comoda (ma “inoffensiva”) collocazione non può che dipendere dagli obiettivi che un politico cattolico si vuole porre. E però un siffatto Pd può essere (e dovrà essere) un importante alleato in un campo autenticamente progressista per una forza alternativa che accolga con piena e vera dignità al suo interno la cultura e la tradizione cattolico democratica e popolare.

Infine, meritano  un plauso le analisi (mea culpa compresi) e le proposte concrete che Albergamo avanza riguardo all’emergenza casa: vanno nella giusta direzione e sono dirette ai giusti interlocutori. Caratteristiche purtroppo non così frequenti nell’attuale contesto.

Guido Bodrato, maestro di rigore politico nel solco del cattolicesimo democratico.

Il Consiglio nazionale del Ppi, tenuto a Roma nel novembre del 1999, fu dedicato alla commemorazione di Benigno Zaccagnini a dieci anni dalla scomparsa. Furono poi  pubblicati gli atti, ricchi di ben tredici contributi. L’opuscolo, allegato a “Il Popolo” del 2 dicembre dello stesso anno, aveva per titolo “Zaccagnini, un cristiano in politica a causa della fede”. 

“Riproporre Zaccagnini oggi – scriveva nell’introduzione Pierluigi Castagnetti, segretario del Ppi – significa dunque parlare di un uomo sempre alle novità, sempre rivolto al futuro, sempre in ascolto e capace di assumersi la responsabilità più pesanti: non un uomo di nostalgie, ma di speranza, anche quando questa era «faticosa» da conquistarsi e da diffondere”.

La riflessione di Guido Bodrato, qui ripresa integralmente, fornisce un interessante affresco storico sulle vicende che hanno riguardato (in particolare) la Dc a cavallo della tormentata vicenda, conclusa con il martirio di Aldo Moro, della solidarietà nazionale. 

Gli anni di una “democrazia difficile”

(Guido Bodrato)

Le “storie” della Repubblica hanno riservato a Benigno Zaccagnini un posto importante tra i personaggi che hanno partecipato a vicende decisive per la vita del Paese, senza tuttavia considerarlo tra i protagonisti. E il revisionismo, che ha cercato di ridimensionare ulteriormente il significato della fase politica della solidarietà nazionale, ha finito col dimenticarlo. I Popolari debbono ricordarlo, poiché ha scritto una pagina importante della loro storia.

Non è estraneo alla censura dei revisionisti l’obiettivo di dare un significato di “svolta storica” alla fase post-consociativa e ad una polemica contro la “democrazia dei partiti” che in realtà si è dissolta in pochi anni. Quella che doveva essere una “rivoluzione democratica” si è esaurita infatti in un’ondata populista e la riforma istituzionale, che avrebbe dovuto garantire consenso elettorale e stabilità di governo, rischia di farci naufragare in un nuovo trasformismo.

Cresce così il bisogno di recuperare la memoria del passato e di tornare a riflettere sul significato di un’esperienza che ha segnato una generazione, anche se si sono indebolite le speranze che facevano riferimento a uomini come Zaccagnini. La storia della solidarietà nazionale è stata più tragica e più seria di quanto hanno scritto i teorici del “doppio stato”, che non a caso sono costretti a rifugiarsi nei “misteri” e nel teorema della “restaurazione”, per mettere in ombra il fallimento dell’uso politico della storia, cui sono spregiudicatamente ricorsi. La storia di quegli anni si è accompagnata a straordinari mutamenti della società italiana, che hanno riguardato anche i valori cui si è ispirata la Costituzione, ma che in qualche modo anticipavano le trasformazioni che ormai condizionano tutte le grandi democrazie.

L’evoluzione del Paese è stata tutt’altro che lineare: per comprenderlo è sufficiente ricordare gli anni delle stragi “nere” e del terrorismo “rosso”, sui quali è comunque prevalsa la strategia dei partiti democratici. Zaccagnini ha vissuto quel periodo con la consapevolezza delle contraddizioni che pesavano sulla realtà italiana e anche dei limiti della DC, ma con una straordinaria passione democratica. C’è un evidente rapporto tra la strategia dell’attenzione di cui parlava Moro (contrapponendola alla strategia della tensione), e la politica del confronto cui si sono riferite le scelte di Zaccagnini (che rifiutava la logica dello scontro), sia quando facciamo riferimento alla questione democristiana, sia alla vicenda nazionale.

Da un lato la secolarizzazione, dall’altro gli orientamenti post conciliari, avevano inciso in profondità sull’unità politica dei cattolici, che era stata per trent’anni punto di riferimento per la DC e per la vita democratica italiana. Anche l’opposizione comunista aveva tenuto presente questa “coordinata”, sin dalla stagione costituente.

I comunisti non potevano tuttavia ignorare la evoluzione della situazione italiana, come è dimostrato dagli anni della contestazione e poi dal referendum sul divorzio. Quel referendum, voluto dai radicali ma anche da una parte rilevante del mondo cattolico, ha sconvolto gli schieramenti tradizionali, assegnando al PCI una centralità che aveva a lungo, ma inutilmente, inseguito. Nella DC, Fanfani pensava di poter giocare una carte decisiva per il rilancio dell’unità politica dei cattolici sul tema dell’unità della famiglia. Moro cercò di evitare un conflitto che avrebbe minato l’alleanza tra cattolici e laici; tuttavia dopo un inutile rinvio, pensò che la cosa migliore fosse non logorare i rapporti con il mondo cattolico. Zaccagnini avrebbe voluto evitare la “politicizzazione” del referendum, lasciando questa scelta alla coscienza degli elettori; ma quando nella Direzione del Partito una minoranza fece propria la proposta elaborata della DC emiliano romagnola, fini con lo schierarsi con l’amico e maestro Aldo Moro, anche se non nascose le sue preoccupazioni.

La sconfitta referendaria, più pesante del previsto, ha preparato la sconfitta delle elezioni regionali del ’75, che per la prima volta fecero temere l’isolamento della DC. Il referendum ha messo in crisi la strategia degasperiana: i cattolici democratici si sono trovati in conflitto con i partiti laici, registrando una spaccatura dell’elettorato cattolico. E la sinistra ha conquistato il governo delle grandi città e la maggior parte delle regioni, restando tuttavia convinta di non poter rischiare uno scontro frontale con la DC per la conquista del governo nazionale. La riflessione berlingueriana sul “compromesso storico” aveva anticipato questa vicenda di qualche mese. Ora i revisionisti sostengono che Berlinguer ha commesso l’errore storico di non perseguire l’alternativa alla DC. Secondo i revisionisti lo avrebbe fatto per la debolezza della sua cultura istituzionale. Ma dimenticano che il PCI era ancora legato al socialismo reale, che i socialisti italiani pretendevano di guidare l’alternativa di governo, che quando entrerà in crisi il compromesso storico, la “base” e la “nomenclatura” del partito comunista solleciteranno una svolta anti-capitalistica, in contrasto con la strategia riformista. La rottura della “solidarietà” avverrà infatti contro l’adesione al sistema monetario europeo, e poco tempo dopo il partito comunista promuoverà il referendum contro il costo del lavoro. Sono considerazioni insignificanti?

Torniamo al referendum sul divorzio ed alle elezioni regio-nali.

Questa duplice sconfitta metteva i democristiani di fronte ad un bivio: la maggioranza moderata proponeva di consolidare in modo pragmatico i legami con l’area intermedia della società, anche se questa scelta comportava l’indebolimento dei rapporti con l’ispirazione cristiana e con la tradizione popolare del Partito; i cattolici democratici ritenevano invece necessario rinnovare il riferimento ai valori cristiani e stimolare un nuovo rapporto tra le correnti riformiste impegnate nella politica di centro-sinistra, per contrastare la deriva conservatrice cui avrebbe portato la strategia dei moderati. La linea dei cattolici democratici comportava un profondo rinnovamento della DC, che – come dichiarò Aldo Moro – doveva “‘essere opposizione di se stessa” e liberarsi dall’immagine di partito segnato dall’arroganza del potere. Eppure non era possibile abbassare la guardia nei confronti di un partito comunista che non aveva consumato lo strappo con Mosca e che sognava ancora una società socialista.

Come coniugare la continuità dell’ispirazione ed il rinnovamento dell’azione politica? Come arginare il declino eletto-rale, evidente soprattutto sulla sinistra, senza indebolire il ruolo storico di un partito che aveva evitato la radicalizzazione dello scontro sociale e aveva tenuto sul terreno democratico la polemica anticomunista, contrastando le tentazioni reazionarie che covavano nelle viscere del Paese? Oggi si calcolano i costi di quella “politica di mediazione”, e si mettono in evidenza i suoi limiti, ma si ignorano del tutto i risultati cui ha portato, sia in termini di democrazia che di diffusione del benessere. E poi, perché imputare tutti gli errori alla DC, anche quelli (per dirlo con parole di Berlinguer) che non potevano non essere commessi?

In quella situazione, straordinariamente difficile, tormentata dall’affiorare di una violenza che diventerà terrorismo, si delinea la candidatura di Zaccagnini alla guida della DC. Doveva essere una segreteria di “transizione”, verso il congresso del Partito; le circostanze costrinsero Zaccagnini a restare segretario per quattro anni. La “nuova DC”, che recupera tutti i voti persi alle regionali col voto politico del 76, ha il volto di Zac, dell’uomo che un anno prima, parlando come presidente del Consiglio Nazionale, aveva condannato con severità il degrado morale della vita politica. Su questo tema insisterà con decisione, invitando il Partito a ritornare di valori originari ed a comportamenti capaci di fare recuperare la fiducia degli elettori.

Anche la “politica del confronto” esprime un ritorno alle ori-gini, cioè ai valori della Resistenza e della Costituzione, a ciò che poteva unire gli italiani nella lotta contro ciò che cercava di dividerli. Eppure “il confronto” conteneva anche gli elementi essenziali della “sfida” impliciti nella “confrontation” anglosassone; non si trattava di un azzeramento delle differenze ideali e programmatiche, né di un patto fondato sulla debolezza della DC e del PCI. Non si può dimenticare che il voto del ’76, con due vincitori, aveva rafforzato la polarizzazione elettorale e che un nuovo voto avrebbe accentuato questa polarizzazione, e insieme il potere di condizionamento delle “estreme”. D’altra parte, la cronaca di quegli anni dimostra che non si è trattato di un compromesso di potere, ma di una scommessa politica di straordinario valore. Se in quegli anni si fosse inasprito lo scontro sociale e politico, potemmo oggi parlare di “Ulivo”? Lo sottolineo ricordando molto bene che lo svolgimento di quella fase politica fu condizionato dalla strage di via Fani e dall’assassinio di Moro e sapendo che c’è continuità tra una vicenda ormai lontana e la realtà da cui ha preso le mosse la stagione dell’Ulivo.

Per Zaccagnini, la politica del confronto (con la sinistra) è incomprensibile se non è considerata come l’altra faccia della politica del rinnovamento della DC. Ed il rinnovamento morale della politica, che nelle riflessioni di Zaccagnini ha radici nella intransigenza, non comportava affatto una chiusura settaria dei cattolici. Zaccagnini era consapevole della valenza reazionaria del clericalismo, e della subalternità del “gentilonismo” (cioè del trasformismo dei clerico-moderati) agli interessi economici di volta in volta dominanti. Zaccagnini apparteneva, come ha scritto Biagio Bonardi nel suo libro dedicato alla “vitalità interiore della sua fede”, ad una generazione che era giunta alla politica attraverso una severa formazione religiosa e la dura prova della lotta, ad una generazione consapevole della necessità di dare una misura umana alla politica. Zaccagnini aveva compreso che eravamo a un tornante decisivo della storia del cattolicesimo democratico, a un tornante che richiedeva grande coerenza ma altrettanta apertura al dialogo. Si trattava di “superare”, non di negare l’esperienza fatta dopo la Resistenza, nel corso della ricostruzione e poi del lungo cammino verso l’Europa.

Ma su quei temi, come abbiamo già accennato, si misuravano strategie diverse, anche tra i sostenitori della politica di soli-darietà: alcuni si proponevano la “riaggregazione dell’area cattolica”, anche se in una prospettiva che doveva fare i conti con la secolarizzazione; altri ritenevano ormai del tutto consumate le ragioni dell’unità e pensavano che i cattolici più aperti dovevano convergere sui partiti di sinistra, per favorirne l’evoluzione riformista. Dove avrebbe portato la “democrazia compiuta”? E cos’era il “partito diverso” cui pensava Berlinguer?

Molti sono i problemi rimasti. Tuttavia, chi continua a polemizzare contro le radici consociative della “politica del confronto e contro la stagione della solidarietà nazionale, poiché non poneva al primo posto la questione delle riforme istitu-zionali, in realtà ignora la drammaticità di un tempo che ha messo alla prova la stessa democrazia e riduce l’orizzonte della ricerca storica. Si può sostenere che Zaccagnini e Berlinguer sono stati sconfitti; la stessa osservazione è stata fatta per Moro, quando si è affermato che ha pagato con la vita i limiti della sua politica. Ma queste affermazioni non aiutano a delineare una alternativa alle scelte che hanno fatto, e non mettono in campo una politica più “alta” e più lungimirante di quella che ha caratterizzato l’esperienza di una “democrazia difficile”, ma vera e profondamente umana, che ha lasciato un’impronta nel nostro modo di pensare la politica. Quella politica aveva un’anima.

No alla GPA, salviamo l’uomo dal mercato dell’umano.

“Ma a chi assomiglia? Ha il naso della mamma ma gli occhi sono della nonna paterna, non vedi!”. Quando nasce una creatura i familiari stupiti cercano subito di cogliere le somiglianze fra i membri della famiglia di cui fa parte. È un bel momento che ripete la nostra genesi tra femminile e maschile. In seguito, crescendo, la creatura riconoscerà nei propri lineamenti e carattere l’eredità della propria identità. Un patrimonio che fonda il suo essere e su cui costruirà il suo futuro. È stato cosi per me, per chi mi pubblica e per chi legge. Una vita biologica e valoriale che conosciamo e che possiamo tramandare. È la storia delle genesi umana da Adamo ed Eva, passata dall’homo sapiens e per tanti antenati che non conosciamo per giungere sino a noi ove la memoria e le foto sbiadite ci aiutano a ricordare la concatenazione dei nostri legami. 

Questa trama è lo statuto della vita che anima la Costituzione. Il principio personalista che evidenzia la precedenza sostanziale della persona (intesa nella componente dei suoi valori, bisogni non solo materiali ma anche spirituali) rispetto allo Stato che è al suo servizio e non viceversa. La persona nella sua integralità. Siamo figli di leggi naturali, ma fino a poco tempo fa non avevamo capito questa stretta correlazione e cosi siamo divenuti dominatori del creato. Oggi che assistiamo agli impatti dello stravolgimento dell’ambiente pare che abbiamo compreso il disastro della concezione antropocentrica. 

Tutto si tiene, cosi dice la natura che non mente mai. Papa Francesco l’ha sintetizzato nel principio dell’ecologia umana integrale. Dovrebbe essere tutto logicamente chiaro e bello. E invece pare di no, oggi la genesi umana biologica viene messa in discussione da pratiche come la maternità surrogata in varie forme, tra cui la più estrema è la gestazione per conto d’altri o altrimenti detta utero in affitto che “offende in modo intollerabile la dignità della donna e mina nel profondo le relazioni umane” (Cassazione, sentenza 38162/2022). Pratiche che cambiano le logiche di concepimento arrivando a negare al nascituro tutta o una parte della sua identità. Oggettivamente una violazione del suo diritto sacrosanto di sapere da chi è stato generato, come e perché. Più volte Papa Francesco ha denunciato la pericolosità di queste pratiche figlie della cultura “gender” più estremista che nega il principio di genitorialità biologica sintetizzato nello slogan “love is love”, cioè genitori sono coloro che amano i figli e non coloro che li fanno. Una scissione dalla carne e sangue densa di gravi incognite sulla ripercussione che avrà sui bambini. Una estremizzazione del principio di autodeterminazione e soddisfacimento dei propri desideri che, utile dirlo con chiarezza, è anche spinta da potenti logiche economiche del capitalismo più bieco. Il mercato dell’umano causato dal liberismo procreativo è la nuova frontiera dell’avidità. 
Già nel 1883 Karl Marx preconizzava: “Venne infine un tempo in cui tutto ciò che gli uomini avevano considerato come inalienabile, divenne oggetto di scambio, di traffico, e poteva essere alienato”. Queste richieste caldeggiate da movimenti dalla sinistra libertaria dividono i progressisti, già nel 2014 la gauche francese di Delors, Jospin, Bové e tanti altri si oppose per analoghi motivi. Pare un controsenso battersi contro la manipolazione dell’ambiente per poi consentire quella dell’uomo. Se questa logica continuerà allora presto tutto sarà consentito, dall’eutanasia senza limiti alla selezione genetica. Ci sarà quindi una bella gara nel mercato a offrire servizi al miglior prezzo possibile.  Salvare l’umano nell’uomo, è la sfida del terzo millennio.

Ucraina, la guerra nucleare contro…la noia del fronte?

C’è in giro una certa aria dimessa, la guerra ha stancato. In Primavera il freddo andrà in letargo ed il sangue tornerà a scorrere nelle vene dei soldati. Se i protagonisti potessero parlare, la loro intima convinzione sul fatto di menare le mani appare però sempre più incline a farla finita. Putin ha fiutato l’aria: per riaccendere gli animi, non manca di alzare la voce per occupare i titoli dei giornali. Sull’altro fronte non si è da meno. A ottobre la Nato già dava l’allarme su possibili test nucleari russi ai confini dell’Ucraina. Per adesso non se ne è fatto nulla.

Per come stanno andando le cose, prima o poi finirà nel modo più banale possibile, un accordo che lascerà sul campo, contenti, scontenti ed un consistente numero di morti al quale non sarà possibile chiedere alcun parere. Poco da perdere, avrebbero tutti da dire la stessa cosa. Sembrerebbe inevitabile, contro l’incubo di uno scenario sempre uguale a se stesso, dare uno scossone che vivacizzi lo scenario per non far morire i sodati di noia, oltre che di pallottole. La morte spera in una novità che superi la ripetitività a cui da sempre è condannata. 

Al pari, anche i lettori di giornali che seguono gli aggiornamenti sempre più indifferentemente. C’è un pericolo sempre in agguato, una minaccia che è sempre lì, pronta a dire la sua. Un test nucleare per far girare un po’ di adrenalina in giro per il mondo.  Ci vorrebbe una bella testa per fare un test, così chiamato secoli fa in Francia un vaso usato dagli alchimisti per saggiare l’oro. Ora più ruvidamente si tratterebbe di far sentire al nemico una dose di legnate, di quelle buone a farlo piegare. 

Testis è in latino il testimone della strage che sarà. Per risolvere il contenzioso si deve avere il coraggio di andare nel cuore della faccenda senza timidezza, andare, intrepidi, dentro al nucleo dei fatti, assaggiare il sapore del gheriglio di sangue della guerra, aprire la noce, sventrarla per arrivarne al prezioso tesoro.

Testarda è l’idea di quelli che vogliono vincere a tutti i costi, disarmando le parole con il loro pericoloso potenziale. Testuggine è la formazione di fanteria che ancor oggi seduce la mente dei combattenti. Testicoli sono gli attributi richiesti per procedere nell’intento. L’incombenza di una bomba atomica è quel che ci vuole per scuotere gli animi dal torpore della abitudine. Poi ci si abituerà anche a questo, ma saranno in pochi a potersene lamentare se si passasse ai fatti. 

Già i Greci chiamavano atomo l’indivisibilità di una particella, senza sapere che gli uomini oggi, scomposti in popoli e in risse, hanno creduto di far saltare il banco con sopra i legami del cuore e della scienza. Atollo è un isolotto che ha fatto da prova. Ora si tratta di allargarsi per come conviene. Se la tattica è utile per ottenere un valido esito in una battaglia, la strategia è la macchinazione complessiva per vincere la guerra. Tatto, per la prima e per la seconda, ne è richiesto poco. Malgrado la noia sul tema, siamo in guerra.

AgenSIR | Giuseppe Contaldo eletto alla guida del Rinnovamento nello Spirito.

Giuseppe Contaldo è il nuovo presidente di Rinnovamento nello Spirito. È stato votato dall’Assemblea nazionale riunitosi a Sacrofano (Roma) dal 24 al 26 marzo per il rinnovo degli Organismi pastorali di servizio del livello nazionale secondo il nuovo Regolamento e lo Statuto, approvato definitivamente dal Consiglio permanente della Cei il 14 marzo 2002 e sottoposto a successive modifiche nel 2007 e poi nel 2019. Contaldo subentra a Salvatore Martinez, alla guida del Movimento dal 1997. 

Nato a Pagani (Sa) il 6 luglio 1970, nel 1986 Contaldo riceve la preghiera di effusione. È componente della Consulta delle Aggregazioni laicali e del Forum regionale delle Famiglie della Campania. Segretario della Consulta diocesana delle Aggregazioni laicali della diocesi di Nocera Inferiore-Sarno, nel 2021 è nominato notaio aggiunto del Tribunale per le cause dei Santi della stessa diocesi. È stato coordinatore diocesano della diocesi di Nocera Inferiore-Sarno dal 2005 al 2010. Dal 2011 fino al 2014 è stato membro del Comitato regionale di Servizio della Campania e, dal 2015 a tutt’oggi, è coordinatore regionale della Campania. Dirigente di risorse umane presso aziende di rilievo nazionale con un elevato numero di dipendenti (300/500), ricoprendo diversi incarichi di responsabilità sociali all’interno delle stesse. Consulente abilitato iscritto presso l’Ordine dei consulenti del lavoro di Salerno. 

Come coordinatore nazionale, votato dal Consiglio nazionale, è stato eletto Rosario Sollazzo, già membro del Comitato nazionale di Servizio uscente per l’Area Carismatica-Ministeriale. 

“Cuore, mani e piedi: sono le tre dimensioni che in questo momento animano la mia chiamata all’incarico che mi attende. Cuore, ossia passione per Dio e per la Chiesa, e sacrificio nel servire i fratelli, come donazione di sé; mani, elevate al Cielo in segno di preghiera continua, di lode e vittoria del Signore; piedi, come passo missionario per annunciare il Vangelo. In tutto ciò – ha detto Contaldo -, nasce un dinamismo che crea il corpo, a rappresentare ciascuno di noi a servizio del Regno di Dio in una armonia comunionale e sinodale, così come più volte è stato richiamato dal Santo Padre, specialmente in questo tempo particolarmente straordinario del Sinodo universale”.

Fonte: AgenSIR – 26 marzo 2023

Il Papa in Congo ha esortato a combattere la battaglia dell’amore

Il Viaggio Apostolico di Francesco a Kinshasa è stato caratterizzato da un messaggio rivoluzionario, tanto da porre la questione di quanto saremo in grado noi fedeli di metterne in pratica le indicazioni più concrete e immediate. Chi avrà la forza di asssumere come propria direttiva di vita questo messaggio potrà osservare come il corso della storia, non solo del Congo o dell’Africa, ma del mondo intero, s’incammini nella direzione irreversibile della novità annunciata dal Salvatore. Papa Francesco ci ha ricordato che dipende da ciascuno di noi realizzare la pace, la comunione, la fraternità, l’amore, per rendere il mondo un cielo già su questa terra. È necessario diventare una comunità nuova, protagonista dell’impegno quotidiano per un mondo migliore.

Il Papa ha ricordato inoltre quanto sia urgente mettere fine alla “guerra mondiale a pezzi”, che da anni insanguina il mondo intero, dando a poche persone l’opportunità di un arricchimento vergognoso. Le parole sono scolpite sulla pietra: pace, riconciliazione, fraternità, comunione e  libertà, tutte indirizzate a un’autentica promessa di sviluppo e prosperità. In particolare, Francesco ha invitato i congolesi a lottare contro la violenza e l’odio, a difendere la propria dignità e integrità territoriale, a valorizzare le immense risorse del paese, rifiutando a testa alta la condizione dell’asservimento. Ha poi esortato a lavorare insieme, come fratelli e sorelle di un’unica famiglia, per un avvenire più degno. Egli ha proclamato poi il vivo apprezzamento per il coraggio di coloro che lottano contro la corruzione, pagando un prezzo elevato, fino addirittura al sacrificio della vita.

La grande sfida è condividere con i poveri e aprire il cuore agli altri, anziché chiuderlo a sé stessi. Fermarsi a guardare e ad ascoltare, questo è il fondamento dell’apertura agli altri, specialmente ai più poveri. Ed essere missionari di pace vuol dire portare pace anche a noi stessi. Ci viene chiesto perciò di fare spazio a tutti nel nostro cuore e di credere che le differenze etniche, geografiche, socio-culturali e religiose non sono ostacoli insormontabili. O meglio, non debbono esserlo. È nostro dovere, entro questo orizzonte, spezzare il cerchio della violenza e smontare le trame dell’odio. Come cristiani, siamo chiamati a essere coscienza di pace del mondo, testimoni di amore, fraternità, perdono: dobbiamo farci tutti  missionari del folle amore che Dio ha per ogni essere umano.

Costruire la pace e l’amore significa anche decidere come usare le nostre mani. Possiamo usarle per edificare o distruggere, donare o accaparrare, amare o odiare. La scelta è nostra. Il Papa ha voluto ancora suggerire quali siano gli “ingredienti per il futuro”, primo tra tutti la preghiera come viatico per radicarci nell’ascolto della Parola di Dio, crescendo nella fede. La preghiera è “l’acqua dell’anima” che ci aiuta a vincere le resistenze e le difficoltà, a maturare nella consapevolezza dei nostri mezzi e dei nostri limiti, per  alzare lo sguardo verso l’alto, ricordandoci che siamo fatti per il cielo. La preghiera ci permette di trasformare l’inquinamento dell’anima in ossigeno vitale, così da sperimentare il conforto della forza di pace, ovvero la forza dello Spirito Santo.

Infine, alle cinquemila persone consacrate, tra cui cardinali, vescovi, preti e religiosi, il Papa ha fatto memoria del servizio cui sono stati chiamati da Dio, per essere testimoni dell’amore e per dedicare l’intera esistenza al servizio dei poveri e dei bisognosi. Gesù deve essere al centro delle loro vite, per servire il popolo in quanto testimoni dell’amore di Dio ed evitare altresì la mediocrità spirituale, il comfort mondano e la superficialità. Occorre allora che sacerdoti e religiosi siano preparati, ma soprattutto appassionati del Vangelo. Riflettere sulla bellezza di una vita dedicata a Dio è la maniera più delicata e convincente per trasmettere il senso della propria fede, sapendo che la testimonianza vale più della sapienza, specialmente agli occhi dei più giovani.

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Centro più forte se una donna ne assumerà la leadership

Dunque, riepiloghiamo. La destra ha un leader politico (rosa) riconosciuto e legittimato dagli elettori. È Giorgia Meloni. La sinistra ha un nuovo leader (rosa), certificato dai gazebo delle primarie del suo partito – anche se non sapremo mai chi ha votato realmente a quella consultazione – ed è Elly Schlein. È evidente a tutti che se esiste un altro polo politico che vuole differenziarsi dalla destra e dalla sinistra – ovvero il centro – deve avere un altro leader, riconosciuto e certificato dagli elettori, competivo sotto molti aspetti. Certo, non c’è alcuna legge, o decreto, che dice che il leader dev’essere necessariamente di genere femminile. Ma è indubbio che la riflessione ha un suo carattere di suggestione non banale, che passa per un interrogativo: se fosse ancora una donna il nuovo leader di un centro democratico, riformista e di governo? Qualcuno potrebbe obiettare, da quelle parti, che un leader c’è già e si chiama Calenda. O, meglio ancora, Renzi. 

Ma, per restare al genere femminile, anche nel cosiddetto “terzo polo” – o futuro partito di centro –  non mancano donne affermate che in questi ultimi anni si sono ritagliate un ruolo politico e di governo. Faccio solo tre nomi che spiccano per il loro rilievo pubblico: Elena Bonetti, Maria Elena Boschi e Maria Stella Gelmini. Tuttavia, al di là dei nomi e dei cognomi, un fatto è abbastanza oggettivo: e cioè, anche il centro politico e di governo potrebbe sperimentare la scommessa di un leader al femminile. 

Dopodichè, anche l’ultimo cittadino/elettore sa benissimo che la leadership in politica si forma e matura sul campo e non è il frutto di una nomina dall’alto o la conseguenza di una designazione centralistica. E sia Giorgia Meloni su un versante che Elly Schlein sull’altro hanno confermato, in modo evidente e persin plateale, cha la leadership l’hanno conquistata sul campo pur essendo quei due partiti caratterizzati da un forte e marcato maschilismo. L’uno per la sua tradizione storica e culturale e l’altro per la struttura interna di partito caratterizzata da più correnti guidate e gestite rigorosamente da capi maschili. E, sotto questo versante, il futuro centro sarà messo alla prova. 

Vedremo se, al di là delle chiacchiere di rito e della propaganda sulla sacrosanta parità di genere, ci sarà un salto di qualità nella guida di questo futuro centro o se, invece, proseguirà la prassi della cooptazione delle donne da parte del tradizionale “cerchio magico” maschile. Come, del resto, è quasi sempre avvenuto.

Se ChatGPT sostituisce l’uomo…È un’ipotesi attendibile?

In questo momento storico l’IA sta mostrando un’accelerazione senza precedenti (vedasi ChatGPT). Sto usando regolarmente ChatGPT nel mio lavoro, lo considero un collega competente e disponibile. Talvolta è impreciso, ma accetta le mie osservazioni e si corregge senza innervosirsi (contrariamente a qualche collega umano). Recentemente mi ha aiutato a trovare una soluzione (un algoritmo) in una mezz’ora, senza di lui (?) avrebbe richiesto almeno mezza giornata.

Quindi nella mia esperienza ChatGPT riesce spesso a sostituire un collega umano al quale prima mi rivolgevo, spesso abusando della sua disponibilità, e distogliendolo dai suoi impegni.

Dunque ChatGPT può sostituire l’uomo? Ovviamente no, anche se per molte attività specifiche lo può fare. Ma soprattutto, siamo all’alba di una nuova genia di strumenti, che continueranno ad evolvere molto velocemente (si guardi il nuovo GPT-4), allargandone lo spazio di intervento e l’affidabilità.

Dunque ChatGPT è uno strumento che si sostituisce, e in meglio, all’uomo in molte funzioni. A prima vista è quanto successe con il telaio a vapore o la scavatrice meccanica. Sappiamo che sul termine medio-lungo la disoccupazione indotta dalla meccanizzazione del lavoro è stata riassorbita. Ma quante distorsioni ha causato a livello sociale? Quante lotte sono state necessarie per ribilanciare (in qualche misura) quelle storture? Forse due secoli, e siamo ancora lontani da una soluzione: un equilibrio equo tra capitale e lavoro.

Questa volta non dobbiamo farci trovare impreparati. Dobbiamo informarci, studiare questi nuovi strumenti avanzati di automazione del lavoro intellettuale (ma anche manuale, con i robot). Siamo di fronte a nuovi strumenti potentissimi di creazione di valore, che stanno già accelerando la polarizzazione della ricchezza, che verrà accumulata fa quanti hanno le competenze e i mezzi (Digital Lords), relegando le fasce deboli (anche, soprattutto, culturalmente) della società ai margini.

Dunque è importantissimo comprendere il fenomeno, appropriandosi delle competenze necessarie, che consentano di formare uno coscienza collettiva, attivando opportuni processi di indirizzo e regolazione di questi nuovi fenomeni. Prima che il nuovo tecno-capitalismo si consolidi al di là del punto in cui sarà molto difficile cambiare lo stato delle cose…

[Il testo è stato pubblicato su Fb]

Chi è l’autore
Michele Misha Missikoff, Ricercatore Associato Senior del CNR e docente di Innovazione Digitale presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università Uninettuno.

Vita e Pensiero | Le radici dell’Umanesimo europeo secondo Werner Jaeger

Dopo Paideia, il monumentale saggio sulla formazione dell’uomo greco, divenuto uno dei cardini della riflessione culturale della nostra epoca, Werner Jaeger ricerca, nella conferenza del 1943 che qui riproponiamo, le radici dell’Umanesimo europeo. E le trova aprendo una via diversa rispetto alla convinzione consolidata secondo cui l’Umanesimo nasce da una rottura rispetto al Medioevo ‘teologico’ e a favore di un ritorno alla classicità centrato su una nuova concezione della natura umana. 

È vero, come ricorda qui lo stesso Jaeger, che gli umanisti rinascimentali ammiravano e desideravano far rivivere l’antica cultura della Grecia e di Roma e ritenevano il Medioevo un periodo barbaro che aveva interrotto il progresso della civiltà classica, ma il loro rifiuto era indirizzato principalmente alla forma degenerata della tradizione scolastica, con il risultato di offuscare la grande portata ‘umanistica’ di autori medievali – primo fra tutti san Tommaso, ma anche Dante – che seppero arricchire di universalità il pensiero di Aristotele e di Platone

Il cristianesimo, fondato sull’Incarnazione, trae da essa la ragione profonda della dignitas hominis, riprendendo il lascito greco della virtù come ‘conversione’ dal mondo dell’illusione sensibile al mondo dell’essere vero e unico che è il bene assoluto e desiderabile. 

Lungi dal rappresentare una rottura, il Medioevo emerge dunque come il compimento dell’anelito a quell’«Umanesimo integrale» che, pochi anni prima della conferenza di Jaeger, Maritain aveva così formulato: «L’uomo è chiamato a un destino migliore che a una vita puramente umana». Una lezione di grande respiro, questa di Jaeger, che giunge «come una freccia acuminata» (per usare le parole di Carlo Ossola nella Presentazione) a illuminare i ‘secoli bui’ e far risplendere ancora oggi la loro eredità.

[Qui riproposta è la presentazione curata dall’editore. Per approfondire clicca qui https://www.vitaepensiero.it/scheda-libro/werner-jaeger/umanesimo-e-teologia-9788834351659-394773.html]

Biografia dell’autore

Werner Jaeger (1888-1961), filologo e storico del pensiero antico, è stato una delle voci culturali più alte del XX secolo. Professore in università prestigiose, come Berlino e poi Harvard, ove ha diretto anche l’Institute for Classical Studies, nelle sue ricerche ha sempre sottolineato il valore dello studio dell’antichità per la comprensione del presente. Così accade nella sua opera più nota, Paideia (3 voll., 1933-1945, tradotta in italiano nel 1936-1954), in cui, animato dall’ideale di un umanesimo moderno, delinea la storia del modello greco di cultura e di educazione. Tra i suoi altri innumerevoli lavori, ricordiamo Aristotele (1923, tradotto in italiano nel 1935) e La posizione di Platone nella costruzione della cultura greca (1928, tradotto in italiano nel 1942).

Sturzo sulle Fosse Ardeatine: un segno del sistema di terrorismo e vendetta nazi-fascista. Le parole scarne e ambigue della presidente Meloni.

Non c’è paese o villaggio occupato dai tedeschi che non ricorderà con orrore l’esecuzione di ostaggi innocenti, il massacro collettivo di popolazioni inermi, la distruzione completa di abitati. 

Lidice in Cecoslovacchia è nota in tutto il mondo; ma quante sono le Lidice in Italia e in tutta l’Europa? Roma ebbe le sue vittime dal 10 settembre 1943 al 4 giugno 1944. Su tutte si ricorda il massacro delle Fosse Ardeatine del 24 marzo 1944, per il complesso tragico dei fatti, il numero delle vittime riunite insieme, la stessa vicinanza di nomi e di luoghi con i martiri cristiani dei primi secoli. Queste vittime sono per gli italiani e anche per gli stranieri un simbolo storico perenne, che, insieme ai tanti ricordi storici di quasi tremila anni di esistenza, fa di Roma la città più significativa del mondo.

Il simbolo trascende il fatto e il luogo, prende e mantiene un suo carattere indelebile.

Mentre le Fosse Ardeatine sono per tutti il segno di un sistema di terrorismo e di vendetta, che ha caratterizzato in modo eccezionale il nazismo e il fascismo in pace e in guerra, per noi italiani significano l’ideale di libertà per il quale molti sono periti, non solo sui campi di battaglia e nella lotta partigiana, ma nella resistenza morale e civile, della quale fan testimonianza il resto di coloro che morirono in quelle Fosse. Risalta ancora di più il loro sacrificio in quanto essi furono presi come ostaggi, pur moralmente e legalmente innocenti, il cui eccidio fu voluto allo scopo di terrorizzare l’intera città. I tedeschi nel riattivare un sistema barbaro e anti-cristiano di rappresaglia, quale quello dell’uccisione di ostaggi civili, vi hanno aggiunto la loro freddezza di metodo e disprezzo per ogni sentimento di umanità.

La reazione morale – anche quando è impossibile la reazione materiale – ha i suoi effetti superiori all’uso della forza bruta, perché questi sono in rapporto alla ingiustizia commessa.

Il sistema di uccidere ostaggi per terrorizzare le popolazioni è tanto più ingiusto in quanto nessun ostaggio può rispondere della condotta dei suoi concittadini verso gli occupanti, non esistendo né potendo esistere in tale caso alla solidarietà politica e civile.

Quando ogni elementare senso di giustizia manca nei rapporti tra autorità occupanti e città occupata, quando una antitesi di ideali, interessi e posizioni, è fra di loro stabilita, la resistenza morale è una precondizione alla soluzione che si attende dalla forza materiale.

L’Italia ha dimostrato di possedere il senso di tale resistenza morale, e in maniera degna del suo Risorgimento, fin da prima dell’armistizio, da prima della caduta del regime fascista e del suo capo, da prima dello sbarco alleato in Sicilia. 

La storia italiana della resistenza al fascismo sarà fatta a suo tempo e dovrà essere fatta obiettivamente, serenamente.

Tale storia, ben documentata, dovrà portare come illustrazione il monumento che sarà eretto alle vittime delle Fosse Ardeatine, per il suo significato morale. Essa dovrà avere per ultima pagina la dichiarazione dell’Assemblea Costituente, la quale, come suo primo atto, dovrà ricordare le vittime del regime fascista, della guerra doppiamente distruggitrice, della occupazione tedesca e tutti quegli italiani che disseminati per il mondo soffrirono e morirono per l’Italia libera e democratica. 

Allo stesso tempo il nostro omaggio riconoscente dovrà essere indirizzato a quei soldati alleati che, combattendo sul nostro suolo la guerra di liberazione, vi hanno lasciato la vita, e a quanti hanno lealmente e generosamente cooperato al risorgimento del nostro Paese nel quadro di un’Europa pacificata e riunita.

La Voce del Popolo | Nelle coalizioni si litiga di più sui fondamentali.

Il nostro bipolarismo procede zoppicando un po’. Nel senso che le due coalizioni traballano tutte e due quando si parla di Ucraina. E diventano improvvisamente granitiche quando si parla di temi etici (e anche di temi frivoli, a volte). Sulle armi a Kiev le opposizioni votano in ordine sparso, e anche tra le forze di maggioranza si intuiscono differenze. Mentre sulle politiche per le famiglie e sui loro diversi diritti corre tra destra e sinistra una barriera etica che nessuno si sogna di attraversare.

Per non dire dei giudizi sulle trasmissioni televisive dove l’ordine di scuderia regna sovrano. Dovrebbe essere il contrario, secondo i manuali della buona politica. Le coalizioni dovrebbero avere una e una sola idea sulla politica estera, fondamento di ogni alleanza degna del nome.

E viceversa sarebbe più proficuo se si lasciasse un margine più ampio di libertà quando si affrontano temi sensibili che la coscienza delle persone può elaborare in molti modi. Invece, è sui fondamentali che si litiga di più all’interno dei blocchi. Mentre sui temi che un tempo sarebbero stati definiti “sovrastrutturali” si recupera quella coesione che viceversa sarebbe saggio allentare almeno un poco. 

Segno che le coalizioni si sono formate in modi piuttosto discutibili. Ma soprattutto che i partiti e i loro leader hanno la consapevolezza di non essere più decisivi come un tempo. E così pensano bene di utilizzare qualche argomento di bandiera per riempire il vuoto di una più ampia strategia di cui si sono perse un poco le tracce.

Fonte: La Voce del Popolo – 23 marzo 2023

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del settimanale della Diocesi di Brescia]

Sui diritti civili non siamo allo scontro tra guelfi e ghibellini.

Tom Nora Licenza Unsplash

Il dibattito, come al solito acceso e persin violento che si è innescato dopo la manifestazione di Milano organizzata dalle “famiglie arcobaleno” sulla difesa di alcuni diritti, non ha affatto riproposto la storica contrapposizione tra i guelfi e i ghibellini come avevamo conosciuto nel passato recente e meno recente. Perché in discussione, adesso, c’è una visione differente della società frutto anche, e soprattutto, di un sistema valoriale, etico, culturale e politico diverso se non addirittura alternativo. Semmai, e al contrario, emergono in modo netto e tagliente le diversità culturali che non possono più essere sottaciute o, peggio ancora, sacrificate sull’altare di piccole convenienze personali o di corrente all’interno dei rispettivi partiti di riferimento.

A cominciare anche, e soprattutto, dalla cultura cattolico popolare. Un filone di pensiero che non può, soprattutto di fronte all’ennesima riproposizione della cultura radicale, libertaria e laicista, non far sentire laicamente e rispettosamente le sue radici. Del resto, non è una gran novità il carosello di appoggi mediatici, di supporto giornalistico e di condivisione di costume che arriva dagli alfieri del caravanserraglio del “politicamente corretto”. Soprattutto da molti protagonisti del piccolo schermo, storicamente contigui ai sostenitori di queste battaglie e acerrimi nemici di chi le contesta o le contrasta.

Ora, per fugare qualsiasi equivoco, non c’è nessuno che pensa di bloccare diritti alle persone e, men che meno, ai diritti sacrosanti dei bambini, in virtù di una concezione culturale e politica confessionale, clericale o peggio ancora reazionaria. Chi fa accuse del genere, com’è ovvio e scontato, fa solo propaganda politica e bassa speculazione giornalistica e culturale. Semmai, e al contrario, si tratta di avere il coraggio e la coerenza di riaffermare laicamente la propria visione culturale, e di società, senza per questo negare diritti altrui o non riconoscere la dignità di tutte le persone e di tutte le esperienze di relazione affettiva che sono presenti nella nostra società sempre più articolata e pluralistica.

E quella dei cattolici popolari, soprattutto dopo un lento ma irreversibile ritorno delle culture politiche e delle stesse identità politiche, non può che ritornare protagonista. Un protagonismo che prescinde da prove di forza o da riaffermazioni integralistiche della propria visione, ma che semmai si basa sulla necessità di non rinunciarci pregiudizialmente per ragioni di puro organigramma interno ai rispettivi partiti di appartenenza. E questo per la semplice ragione che le culture politiche, nello specifico quelle democratiche, riformiste e costituzionali, continuano ad essere punto di riferimento e bussola di orientamento delle persone nella misura in cui non rinunciano alla propria specificità ed originalità.

Del resto, i grandi leader del passato del cattolicesimo popolare e sociale hanno sempre avuto il coraggio, la coerenza e la dignità di non rinunciare alle proprie idee e alle proprie convinzioni. Erano sì leader e statisti politici ma erano anche, e soprattutto, nella loro comunità di riferimento degli educatori e dei modelli a cui guardare con rispetto ed ammirazione. Perchè il “politicamente corretto” che esisteva anche nel passato, benché fosse meno virulento ed ossessivo, non li ha mai sfiorati nè condizionati. Perchè era “la forza delle idee” che li guidava e non solo le ragioni del realismo politico.

Sussidiarietà, la risposta al fallimento di sovranismo e globalismo.

Questo mese di marzo sia per le cose che accadono che per gli anniversari che ricorrono, ci può dire molto sulla prospettiva da seguire, e innanzitutto da discutere, per fare in modo che il 2023 non finisca per assomigliare al 1939 ma sia piuttosto simile al 1989 dell’Occidente, nel senso di un inizio incruento, al netto dei conflitti ancor in corso, del passaggio dall’unilateralismo al multilateralismo.

La Cina, ormai a tutti gli effetti superpotenza globale, si prepara a prendere le redini del “secolo cinese” senza aver dovuto sparare un solo colpo. Il suo piano di pace sull’Ucraina, in un primo momento respinto dall’Occidente, sta ora attirando un tiepido e crescente interesse nelle cancellerie occidentali e s’infittisce l’agenda degli incontri internazionali nella capitale cinese. Un piano che ha il sapore dei punti irrinunciabili per un nuovo ordine mondiale multipolare, presupposto indispensabile seppur se non sufficiente, anche per una soluzione diplomatica al conflitto in Ucraina.

Nel loro recente incontro a Mosca Xi Jinping e Putin non hanno certo usato giri di parole per dire cosa ritengono irrinunciabile: la fine dell’unilateralismo. La rinuncia da parte dell’Occidente a ritenersi superiore al resto del mondo, e al doppiopesismo che ne deriva. E la parola fine a ogni progetto di governo mondiale da parte di una minoranza, sia essa, si potrebbe osservare, il governo degli Stati Uniti, o peggio ancora, come purtroppo in realtà accade, costituita da ristrettissimi circoli privati che si infiltrano e usurpano il potere nei Paesi occidentali, dettandone la rovinosa agenda che si è vista in questo secolo. In una parola Cina e Russia, all’unisono e insieme agli altri Brics e a altri importantissimi Paesi emergenti, chiedono il loro riconoscimento come co-protagonisti della politica mondiale. Nessuno può più decidere per tutti a livello mondo, dobbiamo renderci conto che non è più accettato questo, ma a tutti deve esser riconosciuto titolo a concorrere agli accordi sulle decisioni di portata globale.

Come se non bastasse questo ulteriore avvicinamento tra Cina e Russia, si devono registrare, anche su loro impulso, rapidi riposizionamenti in Medio Oriente, dove ex nemici  riprendono a parlarsi, con Arabia Saudita e Iran che riallacciano relazioni diplomatiche e con la storica vista del presidente siriano Bashar al-Assad negli Emirati Arabi. Così pure in Africa, in Asia meridionale e America Latina.

Alla luce di questi avvenimenti credo si possa vedere meglio come sia stata tragicamente miope e fallimentare la strategia imposta agli Stati Uniti da piccoli ma potentissimi circoli, come quelli costituito dai neocons, di imposizione armata dell’ordine unilaterale in Europa e in Medio Oriente. Gli anniversari che cadono in questo mese della guerra su Belgrado come quello della del tutto pretestuosa invasione dell’Iraq stanno lì a ricordarcelo.

Al delirio di questi circoli, responsabili anche nel far precipitare le cose in Ucraina, si è aggiunto il delirio dei circoli di Davos e di certi colossi tecnologici che danno l’impressione di considerare a portata di mano un governo mondiale, di cui si ergono in concreto a regolatori.

Ebbene, gli eventi in corso ci dicono che il mondo non sta andando né nella direzione sostenuta dai sovranisti (senza alleanze internazionali neanche gli Stati Uniti e la Cina avrebbero il peso che hanno) e neppure nella direzione sostenuta dai globalisti, di un governo mondiale in pratica nelle mani dei miliardari occidentali.

Ecco perché mai come ora la pace dipende dall’Occidente. Il resto del mondo lo ha espresso in un modo inequivocabile cosa vuole. Tocca all’Occidente, e in primo luogo agli Stati Uniti, indicare una posizione saggia. Che a ben vedere deriva dall’applicazione del principio di sussidiarietà, che è uno dei principi ispiratori del popolarismo, sin dalle sue origini. Anche la politica globale deve ispirarsi al suddetto principio, non nel senso di costituire un governo mondiale che, inevitabilmente porterebbe i gruppi più potenti a prevaricare sugli altri, bensì trovando dei criteri che consentano alle potenze di questo secolo di affrontare e di risolvere insieme, in amicizia e autonomia, e con reciproco riconoscimento, i problemi di portata globale.

“O bailan todos o no baila nadie”. I cacicchi…malgrado Schlein.

Dopo essere stata eletta Segretaria, nel corso dell’Assemblea Nazionale del PD, Elly Shlein ha testualmente affermato: “Abbiamo dei mali da estirpare, non vogliamo più vedere capibastone e cacicchi vari”.

Capobastone è un termine molto diffuso. Secondo la terminologia “ndranghetistica”,  il capobastone è il capo di una “ndrina locale” ovvero di una cosca malavitosa con una competenza territoriale ben definita. Se invece al capobastone si assimila, in politica, un  Capo corrente, la sua competenza non è sempre limitata ma addirittura può essere riferita al Partito nella sua interezza territoriale. Inizialmente i capibastone erano una prerogativa del Mezzogiorno ma, come profetizzò Leonardo Sciascia, la linea della Palma è salita verso il nord sicché il fenomeno è di portata nazionale. Non potendo colpire solo il Partito del Sud il termine negli ultimi tempi è un po’ desueto.

Cacicchio, invece, è un termine più originale e meno diffuso. È stato D’Alema ad utilizzarlo per primo per identificare i vari capi locali. Era il tempo in cui si vagheggiava “il Partito dei Sindaci” tanto da indurre Giuliano Amato a definire l’improbabile partito come il partito delle “cento padelle”. Come cambia il clima … ora si invoca un  Partito capace di  puntare sui Sindaci  per uscire dalla crisi di rappresentanza e di consensi!

I “Cacicchi” evocano, per certi aspetti, anche una particolare suggestione. In America Meridionale, in particolare in Uruguay negli anni 60/70, si diffusero i “tupamaros”, oppositori di un regime dispotico. I tupamaros derivarono il loro nome da Tupac Amaru, ultimo imperatore Inca che ebbe un lontano discendente che prese il nome di Tupac Amaru II, leggendario capo della rivolta per l’indipendenza del Perù. Ereditò poi dal fratello maggiore il titolo di “cacique”.

Cacicco indicava il capo di alcune comunità tribali nell’America Latina, mentre in Spagna il controllo della vita politica locale da parte di alcuni grossi proprietari terrieri venne definito “cacicchismo”. Forse è interessante richiamare lo slogan della guerriglia dei tupamaros: “O bailan todos o no baila nadie”. Che significa “O ballano tutti o non balla nessuno”. I cacicchi, nella versione più suggestiva, sono legati a questo slogan.

Elly Schlein nel corso dell’Assemblea Nazionale ha lanciato uno slogan carico di seduzione : “Pd – La forza della comunità’”. Ma per sentirsi tutti dentro la comunità-partito forse non sarebbe inopportuno richiamare lo slogan dei “cacicchi” versione tupamaros: O bailan todos o no baila nadie! È pura illusione se qualcuno/a ritenesse di poter ballare da solo/sola. Come direbbe Martinazzoli, sarebbe prigioniero/a di una finzione!

Laicità e umanesimo: via l’attributo “cattolico” dal dizionario della politica.

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Di fronte alla devastazione culturale e politica alla quale da anni stiamo assistendo senza mai aver trovato modo di reagire con qualche efficacia, domando agli scrittori e ai lettori riuniti attorno al blog de “Il Domani d’Italia”, perché ci ostiniamo a usare l’espressione “cattolici democratici” come se questa indichi ancora una identità precisa e riconoscibile.

Si preferisce dire “cattolici democratici” per non dirsi più semplicemente “democratici cristiani”, che poi è un perfetto sinonimo, solo che riesumando il primo dagli archivi del Novecento s’intende di fatto attutire lo scomodo ricordo della Democrazia Cristiana. Anche se già nella prima metà degli anni ’70 nei tentativi di ripresa dell’attività politico-partitica nell’università (di Roma), gli attivisti del Pci preferivano chiamarci “cattolici democratici” e non “democristiani”. Una pretesa ancora attuale, anche un po’ arrogante, di una sinistra generica alla quale corrisponde una certa accondiscendente e minimalista debolezza dei nostri amici e tante volte di noi stessi.

Ma il punto vero sul quale aprire una riflessione è un altro e cioè: cosa significa dirsi “cattolico” nella società e in politica? 

La domanda è una sola, ma le risposte sono una costellazione intera. Provo ad elencarne qualcuna anche se a qualcuno sembrerà banale: cattolici sono quelli che vanno a messa la domenica e nelle feste comandate? Sono quelli che si confessano almeno una volta all’anno e si comunicano almeno a Pasqua? Cattolici sono quelli che ubbidiscono al Papa e ai vescovi? Cattolici sono quelli attivi in Parrocchia e nelle articolazioni associative ecclesiali? Cattolici sono quelli che si dedicano al volontariato? Cattolici sono quelli che educano cristianamente i propri figli e che li seguono nel percorso catechistico? Cattolici sono quelli che rispettano i precetti della Chiesa anche nelle opere dirette di carità? Cattolici sono quelli che non temono di dichiararsi tali anche quando la loro testimonianza di fede potrebbe nuocergli sul lavoro, o nella pubblica reputazione? Cattolico è chi si informa sulla Dottrina Sociale Cristiana? L’elenco potrebbe continuare con tanti altri esempi, ma già questi sono sufficienti per capire che dirsi cattolici, purtroppo, non basta più a definire una persona; tanto più in politica.

Insomma l’attributo cattolico, a meno di un uso opportunistico, esige risposte coerenti e chiare. Ma – ahinoi! – raramente troviamo risposte univoche e unificanti. Nella maggior parte dei casi invece le risposte sempre diverse (e spesso divaricanti) ci raccontano l’immagine e la storia di un popolo “disperso” nella burrasca non finita del cambiamento epocale che stiamo vivendo. Una società frantumata (“liquida” secondo la felice definizione di Bauman) nella quale anche la più semplice ricomposizione appare problematica e non realizzabile. Neppure – per restare agli esempi – tra coloro che sono presenti ad una stessa cerimonia eucaristica.

Su queste basi è impossibile costruire qualsiasi credibile ipotesi di organizzazione politica. L’attributo “cattolico” va espunto dal dizionario della politica a meno che non si vogliano creare ulteriori lacerazioni oltre alle numerose che già tormentano la cristianità attuale. Da questo primo indice di problemi sull’uso dei termini “cattolico” e “cristiani” in politica possono scaturire alcune prime piste di impegno. La prima può essere quella di estrarre dall’esperienza ecclesiale delle parrocchie, associative e di comunità gli elementi fondamentali per una proposta culturale dialogante e ad ampio spettro nella quale i credenti e i simpatizzanti con la dimensione cristiana possano conoscersi e riconoscersi nella figura di un umanesimo globale. Obbiettivo non impossibile considerando l’enorme massa critica (università, accademie, editrici, studiosi e ricercatori) attiva e variamente impegnata nei confini globali della Chiesa.

Sotto forma di “umanesimo nuovo” anche gli aspetti dottrinali e regolamentari della Chiesa potranno essere colti da tutti con animo più disponibile e, quindi, senza integralismi, fondamentalismi e settarismi vari. Un umanesimo fondato sull’idea della sostanziale libertà dell’uomo e quindi sulla realtà di una opinione pubblica nella Chiesa che sostituisca le dinamiche di autoritarismi gerarchici del tutto anacronistici. Insomma sentirsi più liberi e sollevati dai troppi vincoli dell’obbedienza. Operazione attraente, ma non facile se ricordiamo in quale modo è finito quel “progetto culturale” della Chiesa italiana naufragato purtroppo nel nulla.

Concludendo i cattolici, al pari degli altri uomini, staranno in politica (ove sia loro richiesto) come singoli, “uti singuli” e “boni viri” con fede nella libertà e nella grande elaborazione culturale (studi ed esperienze) vissuta e proposta nella cristianità. I “cattolici democratici” così non saranno formazione politica o partito, ma singole persone impegnate per il bene comune. Solo così si potrà ripartire.

E per il o un partito? Sì, un’idea ce l’ho: l’Unione Popolare.

AGI | I sindacati ritrovano lo spirito unitario e scelgono di mobilitarsi.

Cgil, Cisl e Uil avviano un percorso di mobilitazione unitaria. È quanto hanno deciso i segretari generali, Maurizio Landini, Luigi Sbarra e Pierpaolo Bombardieri, che ieri si sono riuniti presso la sede della Cgil in un incontro durato circa due ore. Tempi e modalità della protesta saranno comunicati a breve: “Ci prendiamo qualche giorno – ha riferito Sbarra – per fare un’opportuna verifica nei nostri organismi; la prossima settimana saremo nelle condizioni di fornire ogni utile informazione su modalità, articolazione e intensità delle iniziative che pensiamo di mettere in campo”.

“Inizia una fase di mobilitazione che coinvolgerà le lavoratrici e i lavoratori a partire dalle piattaforme e dalle proposte che abbiamo avanzato, perché vogliamo cambiare le decisioni che ha preso finora il Governo”, ha detto Landini. “La prossima settimana saremo nelle condizioni di dire quello che vogliamo fare nelle prossime settimane e nei prossimi mesi”.

“Vogliamo parlare con le persone e spiegare le nostre ragioni e le nostre rivendicazioni”, ha spiegato il leader Uil. “Abbiamo deciso di avviare unitariamente un percorso di mobilitazione per confrontarci con i lavoratori sui temi delle nostre piattaforme, per ascoltare i lavoratori e capire le sofferenze che stanno attraversando in questo momento e per ribadire la necessità di dare ascolto alle nostre richieste”, ha aggiunto Bombardieri. “Gli aspetti organizzativi e le modalità – ha concluso – li decideremo nei prossimi giorni dopo aver consultato ognuno i propri organismi. La notizia è che la mobilitazione è unitaria: mi pare già una bella notizia”.
Fonte: Agenzia Italia (AGI)

La Voce del Popolo | Da Draghi a Meloni, sostegno confermato alle famiglie.

L’assegno unico e universale familiare (AUUF), nato col governo di centrosinistra, è stato conservato dal governo di centrodestra. Una buona notizia, dunque, perché nelle politiche sociali la continuità è fondamentale. Anzi, il Governo ha addirittura apportato dei miglioramenti e ha di- chiarato di volerlo implementare. Basterebbe poco: più soldi. I dati 2022 dicono che oltre 6 milioni di famiglie hanno presentato la domanda per ottenere l’assegno unico per oltre 9 milioni di figli, con netta prevalenza di Lombardia, Campania e Lazio. Alla fine i beneficiari sono oltre 5 milioni per 8,5 milioni di figli, con un importo medio mensile per figlio pari a 146 euro. Ai genitori vanno dai 129 euro medi mensili per le famiglie con 1 figlio fino ai 1.585 per famiglie con oltre 6 figli. 

È ormai un dato di fatto che l’assegno unico e universale familiare abbia dato un forte contributo a contrastare la povertà. In realtà, come è certificato anche dai dati dell’Istat, la povertà si è ridotta soprattutto grazie al Reddito di cittadinanza, ma questo provvedimento – invece – non sarà conservato. Peraltro se c’era un difetto da sempre rilevato nel RDC, questo era proprio il fatto che non andava incontro alle famiglie numerose, favorendo invece i singoli. Comunque al posto del RDC arriverà la MIA – la Misura per l’Inclusione attiva — e tra le cose da verificare ci sarà proprio il come si in terfaccerà con l’AUFF.

Scusate tutte queste sigle. Se l’AUFF disponesse di maggiori risorse, si potrebbe allora ridurre o eliminare l’incidenza della prima casa nel calcolo dell’Isee e garantire

a tutti le clausole di salvaguardia rispetto al precedente regime. Inoltre c’è anche chi ricorda come sia importante prevedere una commissione per riconoscere i casi particolari a cui concedere l’AUFF anche senza i requisiti previsti, come ad esempio le donne in gravidanza, povere e straniere, anche quando irregolari. 

La questione della famiglia è importante sotto molti aspetti. Ricordiamo, e non incidentalmente, che il sostegno alla famiglia è importante anche sul piano economico e lavorativo. I tassi di occupazione femminile sono notevolmente più alti nei Paesi dove le misure a sostegno della famiglia sono sostanziose. In Italia lavora il 49,4% delle donne, in Francia le donne occupate sono il 64,5% e in Germania – dove c’è un assegno familiare molto sostanzioso e indipendente dal reddito – lavora il 72,2% delle donne. Si deve smettere di pensare al sostegno del reddito come ad una spesa, perché in realtà è un investimento.

Fonte: La Voce del Popolo – 23 marzo 2023

[Articolo – titolo originale “Famiglia: investimento “ – qui riprodottoper gentile concessione del settimanale della Diocesi di Brescia.

Dibattito | Il centro, adesso è necessario tenere fermi i principi e i contenuti.

Giorgio Merlo con la sua ultima nota su questo blog (Il centro e le alleanze. Tema non aggirabilehttps://ildomaniditalia.eu/il-centro-e-le-alleanze-tema-non-aggirabile/), pone una questione cruciale, quale quella delle alleanze. Una questione che, tuttavia, posta in questa fase di ristrutturazione delle forze politiche e alla ricerca della nostra ricomposizione politica, rischia di creare più polemiche e divisioni che unità.

Esiste una parte rilevante dell’area cattolica democratica, liberale e cristiano sociale, espressione di quella parte importante di amici che potremmo definire “cristiani della morale”. Essa non accetterà mai una collaborazione con “un partito radicale di massa”, come il profilo del Pd disvela con la nuova segreteria di Elly Schlein. Eppure questa parte di amici ed elettori di area ex Dc e popolare è essenziale, se vogliamo ricomporre la nostra unità politica. Un’unità che non può che derivare dalla convivenza necessaria tra “cattolici della morale” e “cattolici del sociale”, come sempre è stato nella lunga stagione politica a guida democristiana.

Credo che premessa indispensabile per un rapporto non equivoco con questi amici, sia assumere come riferimento ideale e culturale l’idea che Alcide De Gasperi aveva del partito; la Dc come “partito di centro che guarda a sinistra”, formulata in un momento storico, dove il Pci di Togliatti era forma e sostanza assai diversa da quella del Pd attuale della Schlein.

Nell’attuale situazione politica, continuo a ritenere che compito dei dc e dei Popolari sia quello di concorrere alla formazione di un centro politico nuovo, ampio e plurale. Molti gli aggettivi che lo qualificano: laico, democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, atlantista. Parliamo quindi di un centro alternativo alla destra nazionalista e sovranista, ma pure distinto e distante dalla sinistra, ora in affannosa ricerva della propria identità a seguito di tanti sbandamenti subiti con la scomparsa  del Pci.

Le alleanze per noi possibili, caro Merlo, non potranno che essere fatte con quanti intendono difendere e attuare integralmente la Costituzione repubblicana, partendo dal rispetto dei principi fondamentali in essa contenuti. La Carta è l’espressione del migliore compromesso etico, politico e culturale compiuto dai nostri padri costituenti come De Gasperi, Fanfani, La Pira, Dossetti, Lazzati, Gonella e Aldo Moro, con i partiti che assieme a loromposero le basi del nostro assetto costituzionale. Essenziale sarà trovare un accordo sulla legge elettorale, che per noi non potrà che essere di tipo proporzionale, con sbarramento e preferenza unica, e su un progetto di politica economica e finanziaria in grado di rispettare il principio del primato della politica sulla finanza e l’economia. Quel NOMA (Non Overlapping Magisteriae) che richiede, in primis, il ritorno alla legge bancaria del 1936, sempre difesa dalla Dc con Guido Carli alla guida di Banca d’Italia. Legge che garantiva la netta separazione tra banche di prestito e banche di speculazione finanziaria, il superamento della quale è all’origine di tutti i problemi di subordinazione dell’economia reale alla finanza, della politica ai poteri dominanti, e delle gravi crisi finanziarie che, con frequenza settennale, si ripetono dal 2008 in poi.

Credo che su queste due premesse fondamentali sia opportuno e necessario, non solo favorire il nostro progetto di ricomposizione politica, su basi non equivoche, ma anche di individuare le alleanze più opportune e indispensabili per assumere un ruolo non di mera testimonianza politica, ma di concreta azione di governo. Pensare che tutto ciò possa nascere dall’alto, con metodo top down, per semplice accomodamento e compromesso di alcuni vertici, credo sarebbe miope ed errato, alla luce di ciò che abbiamo già sperimentato nel merito, nei lunghi anni della diaspora democristiana. Serve, certamente, una forte iniziativa dei responsabili nazionali dei diversi partiti e movimenti d’area che deve, però, esser sostenuta dal basso, con procedimento bottom up, come quello che, con i comitati civico popolari di partecipazione democratica, luoghi di incontro e di dialogo tra tutte le componenti ex Dc e popolari presenti nei territori, sapremo favorire e  organizzare.

Dov’è finita l’educazione civica? Fatta bene, aiuterebbe a radicare un’idea d’appartenenza.

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Correva l’estate del 2019 e l’educazione civica sarebbe dovuta rientrare con pieno titolo tra le materie scolastiche nelle scuole di ogni ordine e grado con l’inizio dell’anno scolastico 2019/20, con 33 ore all’anno di insegnamento ad hoc. Poi era successo il pasticcio della tardiva pubblicazione della legge istitutiva sulla G.U. del 20 anziché del 16 agosto, a cui aveva tentato di rimediare lo stesso Ministro pro-tempore Bussetti  con un decreto ministeriale in data 27 agosto che introduceva la materia come “sperimentazione nazionale obbligatoria”, a sua volta definitivamente cassato dal Consiglio nazionale della P.I. che aveva ritenuto inopportuno un così tardivo provvedimento a tre giorni dall’inizio del nuovo anno scolastico.

Tutto era stato dunque rimandato all’ a.s. 2020/21: in ritardo ma con grande enfasi l’educazione civica tornava ad essere materia curricolare, dalla scuola dell’infanzia alle superiori, dopo una lunga latitanza dovuta ad una lenta espunzione di questa pedagogia dei diritti e dei doveri individuali e sociali nella scuola e nella vita 

Poi le cose si erano complicate con la pandemia, gli alunni a casa, le famiglie in enorme difficoltà, la sperimentazione della didattica a distanza, i salti mortali doppi, tripli e carpiati degli insegnanti che avevano cercato di mantenere un contatto didattico e visivo, persino telefonico con i loro scolari, gli esami di licenza media e di maturità riveduti, corretti e semplificati a motivo dell’insorta emergenza pandemica.

Un lungo periodo di latenza del sistema formativo che ha provocato complicazioni didattiche e turbamenti emotivi: le scuole chiuse sono state una necessità sanitaria e – a un tempo- una sventura pedagogica, poiché la formazione e l’istruzione sono elementi costitutivi della crescita umana, sociale ed economica di un Paese. Un disagio profondo vissuto da docenti, famiglie, alunni che resterà nella memoria collettiva come un incubo degno di un periodo bellico, all’atto pratico una sorta di catastrofe sociale irripetibile. Ecco allora che il ritorno dell’educazione civica nelle scuole era stato salutato non come un grattacapo aggiuntivo da gestire ma una risorsa da utilizzare, una sorta di fulcro tematico e pedagogico, uno snodo per stimolare in tutti, anche negli alunni e nelle loro famiglie, sentimenti di condivisione, partecipazione, solidarietà.

L’educazione civica – se valorizzata con buoni insegnamenti – sarebbe uno strumento formativo per radicare un’idea di appartenenza, per sentirsi parte di una comunità solidale affinchè ciascuno sia responsabilmente consapevole di portare, secondo le sue potenzialità, un piccolo mattone alla costruzione del bene comune. Tuttavia ascoltando gli echi di cronaca ricorrenti si ritrovano tutti gli ingredienti negativi del suo opposto: indifferenza verso gli altri, vita sociale come contenitore di episodi di violenza, sopraffazione, bullismo, intolleranza, femminicidi, con fatti gravi che esprimono il totale disprezzo verso la vita. Si assiste con preoccupazione ad una adultizzazione precoce dell’adolescenza e ora persino dell’infanzia (c’è chi propone di abbassare l’età della responsabilità penale dagli attuali 14 ai 12 anni, ma pare un azzardo), nei suoi aspetti più deteriori: dall’uso disinvolto di droghe di ogni tipo, dalla facilità con cui circolano le armi, dalle aggressioni di compagni e persino insegnanti a scuola, dalla derisione fino ai pestaggi dei disabili o degli emarginati, dall’utilizzo persecutorio delle tecnologie, per commettere reati dal cyberbullismo al revenge porn. 

Sembra saltata ogni regola che conferiva al vivere sociale una tollerabile sostenibilità e questa tendenza cresce di giorno in giorno nei comportamenti sociali ricorrenti, quasi con emulazione.

La violazione delle regole è anzi la prevalente pedagogia sociale che si diffonde in ogni target sociale e si estende ad ogni età, mentre violenza fisica e simbolica sono le facce di una deriva che secondo Vittorino Andreoli va oltre e porta verso la distruzione come forma di ribellione totale e dilagante.

Mentre l’impunità diffusa e la convinzione di farla franca prevalgono sulla certezza del diritto e sul rispetto della dignità umana, si spegne la coscienza come sede della consapevolezza emotiva e razionale, la giustizia spesso è arrendevole o pervasa da burocrazia e laccioli paralizzanti, tuttavia si avverte la necessità di ripartire dalla famiglia e dalla scuola, messe in crisi da un avvertito senso di impotenza. Osservazione, ascolto, dialogo, soprattutto buoni esempi: bisogna riprendere l’antica usanza di queste metodologie educative affinchè il destino dei bambini e dei ragazzi non sfugga di mano ma sia orientato verso il bene.

Educazione sentimentale ed educazione civica sono la ‘didattica’ più efficace perchè ciò si realizzi.

Le famiglie devono esserne consapevoli: certe forme di difesa d’ufficio dei figli sono deleterie. Ma intanto ci si chiede che fine abbia fatto l’educazione civica a scuola: consiste forse in qualche corso accelerato di bon ton, o nell’abc dell’educazione stradale, ambientale o nell’uso dello smartphone? Di solito questi progetti educativi sono effimeri e producono l’effetto contrario. 

Messi in appendice alle materie scolastiche sono escrescenze didattiche posticce: diciamo subito che 33 ore all’anno sono veramente poche, persino per capacitarsi di un’idea, di un’utilità dell’educazione civica che andrebbe invece implementata e distribuita su tutti gli insegnamenti, direi quotidianamente, partendo dai vissuti, dai fatti di cronaca, dalle buone regole da condividere nella vita scolastica. Scomparsa dai radar educativi e relegata ad una quantificazione oraria marginale e ininfluente, l’educazione civica andrebbe riconsiderata a fondo, fino a diventare un codice di comportamento da metabolizzare ed esportare fuori dalla scuola, nella vita di tutti i giorni.

Libri | L’Istituto Cattaneo passa al setaccio i numeri delle ultime elezioni politiche.

Dalla presentazione del volume

Era chiaro che di fronte ad avversari divisi il centrodestra avrebbe vinto a mani basse le elezioni del 2022. Allora perché i protagonisti dell’ipotizzato «campo largo» (Conte, Letta, Calenda) non hanno voluto o non sono riusciti a trovare un accordo? Intorno a quali temi e con quali obiettivi si è svolta la strana campagna estiva del 2022? Quali categorie di elettori hanno disertato le urne decretando il calo più vistoso della partecipazione tra una elezione e la precedente di tutta la storia repubblicana? 

Alla fine, quale impatto ha avuto il sistema elettorale combinato con la riduzione del numero dei parlamentari? E come è cambiata la classe parlamentare ora ridotta numericamente? Da dove sono arrivati i voti guadagnati da Fdl e ricevuti dal cosiddetto “terzo polo”? Dove sono andati quelli persi dal M5s? Ma soprattutto, qual è la nuova geografia politica italiana? 

Quanto sono distanti (o vicini) gli elettorati dei vari partiti sulla transizione energetica o sui diritti civili, sul presidenzialismo o sulla gestione delle grandi crisi globali, dalla pandemia all’invasione russa in Ucraina? Quanto promette di rimanere coesa la maggioranza parlamentare di centrodestra sulle scelte di fondo? E quanto sarà difficile, dall’altra parte, ricucire i pezzi del «polo assente»?

«Il contesto e l’esito delle elezioni del 25 settembre 2022 si possono sintetizzare in meno di 500 parole, se il racconto inizia dai primi di agosto; se invece si introduce un confronto diacronico con le elezioni di quattro anni e mezzo prima, si notano cambiamenti straordinari e fenomeni allora impensabili. Se poi si allunga lo sguardo partendo dalla metà degli anni Novanta si capisce che le elezioni del 2022 riflettono eredità dell’ultimo decennio destinate a segnare ancora a lungo, in maniera asimmetrica, a sinistra più che a destra, la politica italiana».

Salvatore Vassallo

È direttore dell’Istituto Cattaneo. Insegna Politica comparata e Analisi dell’opinione pubblica nell’Università di Bologna. Per il Mulino ha pubblicato «Liberiamo la politica» (2014), «Sistemi politici comparati» (2016), «Fratelli di Giorgia. Il partito della destra nazional-conservatrice» (2023, con R. Vignati).

Luca VerzichelliInsegna Scienza Politica e Global Comparative Politics nell’Università di Siena. È presidente della Società Italiana di Scienza Politica. Per il Mulino ha pubblicato «Il sistema politico italiano» (2020, con M. Cotta) e «La classe politica italiana» (2023, con P. Isernia e S. Martini).

Il Centro e le alleanze. Tema non aggirabile.

La “politica di centro” si rende sempre più necessaria ed indispensabile di fronte alla crescente, ed insopportabile, radicalizzazione della lotta politica nel nostro paese. Una “politica di centro” che, come ovvio, comporta la presenza attiva e feconda di un partito di centro. Dinamico, riformista, innovativo e moderno. Un partito che, com’è altrettanto ovvio, non può essere di natura personale o un mero “partito del capo”. E questo perchè un vero partito di centro non può che essere culturalmente plurale dove la convergenza di varie culture politiche riformiste e democratiche era e resta il segreto di questa scommessa politica.

Ora, è di tutta evidenza che, soprattutto di fronte ad un persistente “bipolarismo selvaggio” – soprattutto dopo l’arrivo al potere nel principale partito della sinistra italiana di Elly Schlein – il centro prima deve caratterizzarsi con un suo preciso profilo politico, culturale e programmatico e poi, solo in un secondo momento, innescare un processo di necessarie alleanze politiche. Perchè il tutto, come sempre, è legato al sistema elettorale che era, e resta, come amava dire già nella prima repubblica Carlo Donat-Cattin, “la madre di tutte le riforme”. E con un sistema che spinge verso il maggioritario e alla formazione delle coalizioni, è giocoforza che i partiti devono costruire alleanze di governo. Pena coltivare sogni astratti di “vocazioni maggioritarie” da un lato o perseguire solo una presenza testimoniale ed impotente dall’altro. Ma quando arriverà il momento di costruire alleanze – utili tanto per le elezioni nazionali quanto per quelle comunali e soprattutto regionali – anche il centro dovrà esprimersi con chiarezza, coerenza e lungimiranza.

Certo, il quadro politico è in continua evoluzione ed è estremamente difficile già tracciare oggi il campo entro cui giocare più facilmente domani. Ma anche in una situazione fluida come quella contemporanea, è indubbio che ci sono dei paletti politici e culturali – e non ideologici – che non possono essere oltrepassati. E questi paletti sono almeno due: da un lato la netta contrarietà ed ostilità politica nei confronti del populismo che era e resta il vero nemico della “buona politica”, dei partiti democratici ed organizzati, dell’impianto riformista, del rispetto delle istituzioni e, in ultimi, del significato delle culture politiche nella cittadella politica italiana. Un populismo interpretato sino ad oggi magistralmente dal partito di Grillo e di Conte. E, accanto alla deriva populista, qualunquista e demagogica, c’è un altro elemento politico che non può essere oltrepassato: e cioè, chi persegue ed incarna una concezione massimalista ed estremista della politica, frutto di una sub cultura ideologica.

Ecco perché anche per il Centro, prima o poi, arriverà il momento della costruzione delle alleanze. E questo non solo perché in Italia “la politica è sempre stata politica delle alleanze” ma per la semplice ragione che senza alleanze non ci si candida a governare e, di conseguenza, a costruire nuovi equilibri politici e di governo. E il cantiere della costruzione di un centro democratico, riformista e di governo sarà chiamato a sciogliere questi nodi squisitamente politici. Soprattutto nella sua fase costituente. Il tutto per evitare che il centro si riduca ad essere un luogo puramente geografico, trasformista a livello politico ed opportunista a livello parlamentare. Perchè il Centro politico e di governo è esattamente l’opposto di questa deriva politica e l’alternativa di questo malcostume etico e culturale.

Guerra di Ucraina e dirty words. Un episodio da tenere a mente per la sua oscenità.

C’è qualcosa di più sbrigativo che portare i bambini ucraini in campi di rieducazione in terra russa perché possano crescere sani, forti e ricchi di amore per la nuova patria. Forse, parlando come ha parlato, si è sentito un G man, un uomo di governo, o forse è solo uno yes man o ha voluto provare il brivido di essere un one man show. Forse la sua rabbia è venuta fuori perché è stato uno self made man. Di certo fino a poco fa, è stato un anchorman, uno di quelli che, per mestiere, farebbero opinione. Ha messo troppa foga nel suo ruolo e si è inabissato, ancorato stretto alle sue parole, nella melma della pazzia. 

Ha alzato un po’ di polvere suggerendo alla sua gente di annegare o bruciare i bimbi ucraini, giustificando anche gli stupri commessi dai soldati russi ai danni delle donne ucraine. Va detto che si è trattato di un suggerimento, non ha obbligato nessuno a dargli retta. Fuori onda avrà forse detto che le donne da quelle parti non sono così male e quindi…. Potrebbe piuttosto più giustificatamente essere rimproverato di aver creato confusione, dando una opzione che può lasciare interdetti. Esperto di ancorotti forse preferirebbe l’annegamento, ma con la crisi del gas un po’ di infantile combustibile non sarebbe male.

Il Direttore della emittente televisiva ha dichiarato il suo disgusto e lestamente ha sospeso il giornalista dalla sua collaborazione, dichiarando di aspettarsi una spiegazione per quel momento di temporanea follia. Ha emesso il suo verdetto transitorio, ha messo fuori il giornalista ma non per sempre. Conta, c’è da pensare, su un prossimo rinsavimento. Per l’intanto, più che al Purgatorio è nel limbo, appeso ad un lembo di speranza, sull’orlo della coscienza divina, in attesa di essere precipitato da una parte o dall’altra per il giudizio che verrà. Eppure, sospeso nell’aria, come un giocatore di pallacanestro, ha creduto di far centro, dando un consiglio che possa tagliar corto la guerra. 

Ha avuto così tanta foga che non ha avuto bisogno di un espediente dialettico per richiamare l’attenzione dello spettatore, sospendendo artatamente il discorso per poi riprenderlo dopo studiata pausa. La sospensione d’armi è quella che si osserva in guerra quando le parti si mettono d’accordo per raccogliere i propri morti. Ma questo al nostro bravo giornalista non interessa, perché i morti vanno nascosti, senza tanti fronzoli, sott’acqua o dissolti in aria. Si parla dell’allestimento di una bomba sporca, come possa essercene di pulite. In guerra corrono anche parole sporche e fanno ugualmente danni. 

La TV “Russia Today”, si avvale di finanziamenti del governo. Ne è stato chiesto il bando internazionale. Il giornalista si chiama Anton Krasovsky. Chissà se è stato reintegrato o che fine abbia fatto. Tra le regole di alcuni giochi di sport è previsto il time out, una sospensione provvisoria, un tempo concesso all’allenatore per dare delle istruzioni alla propria squadra. Chissà se Russia Today, una volta rinfrancata tornerà in campo. Tutto è possibile. Anche che il pubblico, intanto, se ne sia per sempre andato.

America Magazine | La via d’uscita dalla trappola della polarizzazione.

Intento a pensare come funziona la polarizzazione, ho scoperto che l’analisi del filosofo Charles Taylor in A Secular Age offre una panoramica illuminante su quanto la materia della controversia sia aumentata nella condizione del nostro tempo. (Nel frattempo vorrei incoraggiare tutti coloro che sono interessati a questi problemi affinché leggano loro stessi A Secular Age, un tomo di 900 pagine che costituisce anche un’ottima ragione per raccomandare un testo più breve – James K. A. Smith, How (Not) to Be Secular – qualificabile come un’eccellente esplorazione dei punti chiave del lavoro di Taylor).

Due punti esaminati da Taylor hanno a che fare principalmente con la questione della polarizzazione: con essi infatti si ha la distinzione tra ciò che riguarda, da un lato, i tre diversi significati di secolare e, dall’altro, il concetto di “cross-pressure”, ovvero la “pressione decisiva” che subiamo in permanenza quando dobbiamo scegliere tra le molte fonti inerenti il senso ultimo delle cose.

Taylor sostiene che il significato della parola secolare ha perlomeno tre diverse accezioni. In primo luogo, il secolare può caratterizzare una sfera distinta dal sacro, come quando la Chiesa è separata dallo Stato. In secondo luogo, può descrivere i risultati del processo storico di secolarizzazione, come nel caso del declino della fede in Dio o della pratica religiosa. In ogni caso, Taylor non è convinto dell’assunto circa il fatto che la modernità o la razionalità portino necessariamente alla secolarizzazione e al declino della pratica religiosa. Quindi la terza accezione di secolare descrive un contesto culturale in cui il credo religioso è giunto a significare un’opzione in conflitto con altre.

Ciò vuol dire che il terzo significato di secolare proposto da Taylor si applica anche a coloro che sono fervidi credenti e autentici convertiti. In sostanza denomina la condizione in cui le risposte alle domande ultime non possono più essere date per scontate, nemmeno da coloro che prendono maggiormente sul serio la religione. Tutti, credenti o non, viviamo in un’epoca secolare nella quale diventiamo  responsabili di scegliere se credere.

Per leggere il testo nella versione originale

https://www.americamagazine.org/politics-society/2023/03/16/polarization-communion-sam-sawyer-244882

[Traduzione a cura della redazione]

L’Osservatore Romano | Minimalia – Goethe e lord Byron.

Non vi è stato Paese europeo dove il culto di lord Byron si sia diffuso con più penetrante vigore che in Germania. Alla fine dell’Ottocento si contavano ben ventidue traduzioni in tedesco del dramma Manfredi, diciassette del poema narrativo Il pellegrinaggio del giovane Aroldo, sedici dei Racconti orientali

Agli uomini di cultura tedeschi, il poeta e politico britannico appariva come colui che veniva incontro alle aspirazioni sia romantiche che classiche del popolo tedesco: grazie al suo genio, le due aspirazioni erano state risolte in una felice sintesi. Si formarono, in varie parti del Paese, veri centri di culto byroniano: ad Amburgo, nel prestigioso circolo dell’armatore Jacobsen, la baronessa von Hohenhausen tradusse ella stessa opere minori di Byron e, al contempo, indirizzò allo studio del poeta il giovane scrittore Heinrich Heine. 

E, trattandosi di Germania, tra gli estimatori più fervidi di Byron non poteva non figurare Goethe il quale, va tra l’altro rilevato, tendeva a essere parco di complimenti nei riguardi dei colleghi. In una lettera del 25 febbraio 1825, l’“Olimpico” così scriveva: «La vera forza poetica in nessuno mi è apparsa più grande che in Byron. Nella comprensione degli elementi esterni e nella chiara visione di età trascorse egli è grande come Shakespeare». 

Goethe finì per idealizzare la figura del lord nella seconda parte del Faust, mediante il personaggio di Euforione, nato dal connubio di Faust con Elena, ossia dello spirito moderno con la bellezza classica. Lo stesso Goethe, commentando tale creazione, dichiarò: «Io non potevo, come rappresentante della poesia moderna, scegliere altri che Byron, che deve essere considerato, senza riserve, il più grande talento del secolo». 

Ma, come spesso accade, c’è chi si tira fuori dal coro di elogi. In questo caso è il filosofo Friedrich Schlegel a intonare un controcanto, definendo Byron «un anticristiano», reo di aver suscitato, nella tragedia in versi Caino, «un falso incantesimo di un’esaltazione demoniaca».

Bisogna ri-armare la diplomazia. Ceruti firma su “Le Monde” un appello per la pace.

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Guerra in Ucraina: “Non abbiamo l’ingenuità e l’avventatezza di credere che le armi basteranno a garantire la soluzione: rafforziamo la diplomazia!».

[L’appello è apparso ieri sulle pagine online del prestigioso quotidiano parigino].

Serve sollecitare ‘indefessamente’ l’Assemblea Generale dell’ONU perché l’Ucraina non è in grado di ottenere la pace senza mediazione internazionale, affermano in un appello su ‘Le Monde’, quasi 300 accademici, ricercatori e operatori umanitari.

La guerra che sta devastando l’Ucraina dal 24 febbraio 2022 ha rigettato in un’altra epoca l’Europa. Un’epoca in cui le armi hanno già rubato la vita a migliaia di bambini, donne e uomini, civili e militari. Le sue ripercussioni sulla sicurezza alimentare, sull’economia e sulle relazioni internazionali sono già allarmanti. Per gli europei, l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia è un atto terrificante, che ci lascia come pietrificati. Ai nostri schemi mentali sovvengono in eredità le guerre del XX secolo, ma chi può sostenere che le colpevoli tergiversazioni delle democrazie dinanzi alle minacce incombenti degli anni ’30 si applichino alla realtà odierna? Se la storia si ripete, ciò dipende meno dai fatti nudi e crudi (a volte sfruttati in modo selettivo per difendere un punto di vista sul conflitto in essere) che non da uno stato d’animo polarizzato che travolge i belligeranti e i loro alleati.

Abbiamo appreso dal passato come ogni guerra fosse accompagnata da meccaniche fatali che implicavano la demonizzazione regressiva dell’avversario e l’inconciliabile certezza, su entrambi i lati delle trincee, di difendere un ordine ‘giusto’. I nostri cimiteri civili o militari, come le nostre fosse comuni, attestano che in nome dei suoi più alti valori – branditi oggi sui media da coloro che non andranno a morire al fronte – l’umanità poteva sacrificare la sua giovinezza e la sua prosperità. Bisogna proprio accettare, ancora, un massacro sul suolo europeo in attesa di ricostruire, prima o poi, sopra le macerie?

Considerare seriamente i seguenti passaggi

Naturalmente, in questa guerra i protagonisti non si equivalgono affatto. Mentre oggi appare fuori portata –  neppure se ne ha l’avvisaglia – una qualche concordanza sulle responsabilità più remote, alcuni fatti oggettivi ci pressano nell’immediato. Il 24 febbraio 2022, un paese sovrano è stato invaso, aggredito e bombardato dal suo vicino, sicché ora esercita il suo diritto di legittima difesa. Iscritto in un contesto storico e geopolitico complesso ed esplosivo, il conflitto in corso esacerba le tensioni che gli preesistevano,tanto da poter causare persino una deflagrazione globale. Ora, senza considerare il peggio, ossia l’incidente o l’aggressione nucleare (ma come escluderlo del tutto?), temiamo che rimanere su questo percorso comporterà il massacro d’innumerevoli civili e militari, ucraini e russi (per limitarsi agli attuali belligeranti).

Poiché gli sforzi diplomatici sono per il momento infruttuosi, la risposta di paesi come Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Svezia, Finlandia, Polonia, Paesi baltici, Italia o Germania, consiste nell’invio di armi all’Ucraina. Questa opzione di emergenza ha consentito di respingere l’aggressione russa, ma ormai alimenta una preoccupante dinamica di crescita della letalità del conflitto, e quindi un rischio di escalation globale.

Insomma, queste armi sempre più potenti dovrebbero essere utilizzate per fermare l’invasione, per riprendere i territori conquistati dall’esercito di Vladimir Putin dal febbraio 2022 o per riconquistare la Crimea? Immaginiamo allora che l’Ucraina riprenda questo territorio, annesso con la forza dalla Russia quasi dieci anni fa: cosa può accadere subito dopo? Considerare seriamente i futuri passi, vuol dire ragionare in modo diverso rispetto alla logica dello scontro armato.

Infine, per quanto la grande maggioranza dei paesi del mondo condanni la Russia, il sostegno militare all’Ucraina stenta a raccogliere raccoglie consenso, come dimostra un recente sondaggio del Consiglio europeo per le relazioni internazionali. E dunque, sebbene riteniamo necessario il sostegno militare, non può essere scartato con un colpo di mano il dato del sondaggio.

Rafforzare la diplomazia

Al di là delle sanzioni economiche e delle forniture di armi, ora servono indicazioni di progressi diplomatici concreti. L’Ucraina non è in grado di ottenere oggi la pace senza la mediazione internazionale. Il sostegno militare da parte dei suoi alleati potrebbe essere un modo per indurre questo paese a prendere in esame una graduale risoluzione. La diplomazia deve quindi moltiplicare le sue iniziative e proporre opzioni ai paesi geopoliticamente legati alla Russia e a coloro che hanno deciso di non applicare l’attuale embargo.

Poiché oggi manca una mediazione politica e il Consiglio di sicurezza non ottiene l’autorizzazione ad andare avanti, bisogna rivolgersi indefessamente all’Assemblea Generale dell’ONU. È davvero impensabile porre oggi dei territori temporaneamente sotto protezione internazionale (dell’Onu?)?

«L’attuale dinamica, cioè la consegna di armi sempre più letali all’Ucraina, avviene a scapito della consultazione democratica. Fino a quando, e fino a che punto?»

Forse dobbiamo riprendere in considerazione gli accordi di Minsk II del 2015, conclusi sotto l’egida dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa. In quel contesto, l’Ucraina, la Russia, la Francia, la Germania e le autoproclamate repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk avevano raggiunto l’accordo su un cessate il fuoco, con annesso un protocollo per l’uscita dalla crisi. Tali accordi non hanno funzionato e quindi devono essere riscritti, potendo contare comunque su una determinata base.

Superare il fatalismo bellicista e rafforzare la diplomazia, ecco la nostra unica via d’uscita: come possiamo credere infatti che dopo più bombe, morti e famiglie in lutto, o paesi militarmente coinvolti, un accordo sarà più facile e perciò più adatto a mantenere una pace duratura?

L’attuale dinamica, cioè l’invio all’Ucraina di armi sempre più letali, senza che venga dispiegata una strategia concertata per la de-escalation e la promozione della pace, deve essere lucidamente esaminata. Per giunta, questo modo di procedere sconta la mancanza di consultazione democratica. Fino a quando, fino a che punto?

Allontanarsi dal precipizio è la priorità

Noi non difendiamo un’idea di civiltà, ma un’urgenza: salvare la vita di migliaia di persone innocenti, ucraine e russe, e fermare l’ingranaggio della guerra. Quando arriverà il momento, il diritto penale internazionale dovrà perseguire e punire i responsabili dei crimini e sanzionare coloro che hanno imposto sofferenze terribili alle popolazioni civili, le hanno massacrate, torturate, e hanno commesso stupri o rapito bambini.

Ma per il momento,  la priorità è allontanarsi dal precipizio. La nostra esperienza del passato e l’esempio di molti conflitti contemporanei ci spingono a non scommettere esclusivamente sulle variabili della forza e sugli orrori del confronto militare, ma su una diplomazia avente il coraggio di imporsi nonostante le avversità e i meccanismi troppo noti di distorsioni e polarizzazioni ostili, che impediscono agli avversari di immaginare prospettive preferibili alla distruzione reciproca.

Alcuni giudicheranno questo appello eccessivamente ingenuo ed eccentrico, ma nella reale incertezza della situazione attuale non è più ragionevole puntare esclusivamente sulle virtù risolutive della forza armata.

L’Europa si è già fortemente impegnata per l’Ucraina. Abbiamo sostenuto e accolto gli ucraini nei nostri paesi, nelle nostre case e, come ricercatori e accademici, nei nostri laboratori. Resta all’Europa e al mondo il compito di avanzare ancora più audacemente verso la diplomazia. Sulla scia del filosofo Jürgen Habermas, invitiamo pertanto alla ricerca di un ‘compromesso sopportabile’.

Non abbiamo l’ingenuità e l’avventatezza di credere che le armi siano sufficienti a garantire la soluzione; e però, piuttosto che sperare in un’ipotetica pace dopo i massacri e sopra le macerie, sollecitiamo incessantemente i nostri diplomatici affinché vite preziose e risorse materiali non vadano sprecate all’infinito, per altro in un periodo in cui l’unica guerra sostenibile è quella che l’umanità deve ingaggiare contro le incombenti catastrofi ecologiche.

Primi firmatari

Rony Brauman, co-fondatore di Medici senza frontiere; Brad Bushman, segretario esecutivo dell’International Society for Research on Agression; Mauro Ceruti, filosofo; Valérie d’Acremont, professoressa di salute globale, Università di Losanna; Clara Egger, professoressa di relazioni internazionali, Università Erasme, Rotterdam, Paesi Bassi; Xavier Emmanuelli, ex segretario di Stato per gli interventi umanitari di emergenza, fondatore del SAMU sociale; Nathalie Frascaria-Lacoste, professoressa di ecologia, AgroParis Tech; Pierre Micheletti, membro della Commissione nazionale consultiva per i diritti umani; Edgar Morin, sociologo; Olivier De Schutter, relatore speciale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite sulla povertà estrema e i diritti umani; Sophie Wahnich, direttore della ricerca, scienze politiche, CNRS/Université Grenoble Alpes, Grenoble.

Trova tutti i firmatari: 

www.docdroid.net/bnIpxs0/signataires-diplomatie-

[Traduzione a cura della redazione]

3Cdem | A Cutro una tragedia senza una risposta adeguata.

C’è un punto che – nel profluvio di parole e di sofferenze seguito alla tragedia di Cutro –  è parzialmente  sfuggito alla polemica giornalistica e politica: riunitosi a pochi chilometri di distanza dal luogo ove i i familiari delle vittime erano ancora abbracciati alle bare, il Consiglio dei Ministri, proprio lì, ha varato una norma rivolta a impedire che nel decidere chi può restare o meno sul nostro territorio si tenga conto dei legami familiari: uno schiaffo –   ben più forte del famoso karaoke – alla sofferenza, alla famiglia, al senso di umanità, ma prima ancora alla razionalità.

La norma in questione è quella che assesta un primo colpo di mannaia al permesso per protezione speciale cioè il permesso rilasciato a coloro che, pur non potendo godere della protezione internazionale, tuttavia non possono essere espulsi. Dopo la riforma del 2020 contenuta nel cd “decreto Lamorgese”,  la norma vietava l’espulsione qualora questa potesse comportare “una violazione del diritto al rispetto della vita privata e  familiare del migrante” e imponeva di valutare il  rischio di tale violazione tenendo conto “della  natura e della effettivita’ dei vincoli familiari dell’interessato, del  suo effettivo  inserimento  sociale  in  Italia….”.

In pratica la norma ha consentito la regolarizzazione (oltre 10.000 persone nel 2022) di persone presenti da anni sul territorio, ampiamente inserite nel contesto sociale e lavorativo e ormai prive di qualsiasi legame con il paese di origine: in buona parte si tratta di richiedenti la protezione internazionale che nel corso della lunga attesa del responso della Commissione o del giudice (in molti Tribunali si stanno esaminando ora domande presentate nel 2019 !) si sono legittimamente ricostruite  una vita familiare e lavorativa del tutto “regolare” (godevano infatti del permesso per richiesta asilo). Esattamente dunque quelle persone che “sono qui per lavorare e integrarsi” ai quali il Governo dichiara di voler aprire le porte.

Nella pretesa di cancellare queste previsioni colpiscono tre  cose.

In primo luogo la collocazione della norma in un decreto urgente che reca nel titolo la “prevenzione e il contrasto all’immigrazione irregolare”; come se togliere  un titolo di soggiorno ignorando il legame familiare nel frattempo costituito e  gettando la persona nell’irregolarità, avesse qualcosa di assolutamente urgente e avesse a che vedere con il contrasto all’immigrazione irregolare.

La seconda è la colossale bugia con la quale si vorrebbe giustificare l’operazione invocando un inesistente “divieto europeo”, ma sottacendo che analoga previsione esiste in 20 paesi europei e che, ad es., la Spagna, sulla base di analoghi meccanismi,  inserisce in uno stabile percorso di regolarità almeno 30.000 persone “irregolari” l’anno.

La terza è che la modifica legislativa pretende addirittura di cancellare il richiamo alla tutela della vita familiare contenuto nella  Convenzione Europea dei diritti dell’Uomo: una cancellazione ovviamente impossibile (i giudici non potranno certo sottrarsi all’applicazione della CEDU) che  moltiplicherà inutilmente il contenzioso giudiziario, creando l’ennesima inefficienza nel sistema di governo dell’immigrazione  e che – soprattutto – segnala una inaccettabile insofferenza per regole internazionali che costituiscono invece le travi portanti della convivenza globale.

Un’operazione dunque talmente irrazionale e sciocca che indurrebbe a concludere con il classico “una risata vi seppellirà”. Se non ci fossero i morti di Cutro a ricordarci che di tragedia si tratta e non di farsa.

Per leggere il testo sul sito di C3dem

https://www.c3dem.it/dopo-la-tragedia-di-cutro-le-non-risposte/

A Silvia Costa preme distinguere maternità surrogata e diritti dei bambini.

La manifestazione […] delle “famiglie arcobaleno” per chiedere l’iscrizione nelle anagrafi comunali di entrambi i genitori omosessuali, e non solo di quello biologico, in particolare di bambini nati attraverso il ricorso alla maternità surrogata, pone una questione giusta – ovvero la piena tutela dei diritti dei bambini, indipendentemente da come sono stati messi al mondo – ma rischia di essere omissiva di una realtà incontrovertibile.

Il primo diritto di un bambino è il diritto ad una madre e un padre, a una identità biologica e familiare, quindi a poter conoscere le proprie origini. Questo non avviene nella coppia omosessuale che ricorre alla maternità surrogata, in cui un bambino viene programmaticamente privato alla sua  nascita della relazione con la madre (di cui sappiamo molto bene l’intensità e l’importanza già durante la gravidanza), in nome di un “diritto” assoluto di  un adulto di avere un figlio attraverso l’affitto o l’utilizzo dell’utero di una donna estranea alla coppia, che dovrà scomparire dalla vita del figlio.

La  definizione GPA, ovvero “gestazione per altri”, sembra voler ridurre la portata negativa di questa  pratica, che è vietata in Italia e in altri Paesi, e che in una recente  sentenza della Corte costituzionale (sentenza 33/2021)  è considerata una intollerabile offesa alla dignità della donna, oltre che spesso occasione di abusi e di sfruttamento. La maternità surrogata è stata anche definita, in una Risoluzione del Parlamento europeo che ho fortemente sostenuto, una “violazione di diritti umani”, come sfruttamento della donna e come privazione del bambino di fondamentali diritti.

Ora certamente, di fronte alle coppie omosessuali che chiedono il riconoscimento dei figli così nati, si pone la questione – come ha scritto Giovanni Maria Flick – “di distinguere il diritto ad essere genitori dal diritto ad essere figli come gli altri. Il primo diritto non esiste in senso assoluto, viene rimesso alla discrezionalità del legislatore nazionale. Il secondo sì, va riconosciuto fino in fondo perché protegge il soggetto più debole”. E attualmente sappiamo che la giurisprudenza della Cassazione ammette   la registrazione all’Anagrafe come figli di un solo genitore, quello naturale, ma consente al genitore non biologico il ricorso alla adozione speciale, come avviene nella procreazione assistita. “Naturalmente – commenta Flick –  questa può essere più problematica per una coppia omosessuale, perché si scarica sul bambino il diverso trattamento riservato ai genitori e alla modalità con cui e stato concepito”.

Sappiamo dunque, come ha messo in luce la Corte costituzionale nel 2021, che esiste un grave vuoto di tutela dei diritti di questi bambini che va colmato dal Parlamento. Ma non dimenticando che la GPA lede i diritti e la dignità di donne e bambini. Non sarebbe quindi accettabile che la difesa dei diritti dei bambini celi in realtà una surrettizia legittimazione della maternità surrogata e della violazione dei diritti che implica.

Per questo rivolgo a Elly Schlein la ferma richiesta di  distinguere la battaglia per equiparare i diritti dei bambini delle coppe omosessuali dall’impegno che dobbiamo come Pd continuare ad onorare, perché la maternità surrogata resti in Italia una pratica vietata e un reato e perché lo sia anche in ambito europeo e internazionale, come abbiamo chiesto nella risoluzione del Parlamento europeo. Per questo è  urgente e necessario aprire  nel Pd  uno spazio in cui mettere a confronto le diverse sensibilità e culture politiche su questo tema di grande rilevanza e grandi implicazioni etiche e antropologiche, per poter giungere ad una sintesi alta e attenta ai valori e ai diritti in gioco.

Silvia Costa, membro della direzione nazionale del Partito democratico, già parlamentare nazionale ed europea.
(Il comunicato è stato diffuso in data 18 marzo 2023)

XI e Putin, un incontro che attira le speranze di pace.

ll susseguirsi di eventi quasi estremi che caratterizzano questo tempo, mette un po’ in difficoltà la capacità di ordinarli e di relazionare gli uni agli altri. La guerra in atto, l’affaticamento del capitalismo finanziario, il tribunale internazionale con la sentenza su Putin, la vicenda inquietante di Trump, le tragedie nel mediterraneo e ieri la visita di Xi Jinping al Cremlino, evidenzia quanto sia complicato costruire un quadro per toglierci l’inquietudine che ogni singolo momento fa sorgere in ciascuna persona.

Non sarò certo io a togliere queste spine. Non ne ho la capacità. In sostanza non riesco a sintetizzare il senso di tutto ciò che accade. Prendo degli spicchi e cerco di esaminarli un po’. Parto da quello che accadrà con l’atteso faccia a faccia del Cremlino. L’asse Pechino-Mosca si rinsalderà con questa visita del Presidente della Cina al Presidente della Russia. Un viaggio che dovrebbe non solo sigillare il già buon legame tra i due Paesi, ma essere ponte di una proposta di pace, per porre fine a quel eccidio che la guerra produce in Ucraina.

Non sarà una proposta che farà immediatamente breccia. Fosse anche altamente positiva. Perché il sigillo su un protocollo di questo respiro, dovrà essere contemporaneamente posto dai Paesi che reggono le sorti di quanto sta accadendo. In buona sostanza senza gli Usa, quanto verrà esaminato e sigillato traXi Jinping e Putin, non avrà la forza sufficiente per far breccia e mettere fine alla vicenda. La pace, per essere guadagnata, avrà bisogno di un concerto e di una armonia tra tutti gli assi portanti della vicenda mondiale.

Nonostante tutto questo, è comunque preferibile che si aprano costantemente dei tavoli di confronto. Ancorché, fossero questi parziali, limitati, di parte. Nella giornata di oggi, a conclusione della visita, sapremo meglio che cosa avrà partorito l’incontro. È certo che il Presidente della Cina dovrà porre dei limiti tanto a Putin quanto a Zelens’kyj. Stupido sarebbe pensare che la pace giunga con la vittoria di uno dei contendenti. Fosse così, la guerra continuerebbe per ancora chissà quanto. È evidente che ciascuno deve fare un passo indietro. Lo deve fare soprattutto Putin, ma non può essere che non lo facciano nemmeno gli altri. Non ci resta che seguire i passi di costoro e tra qualche giorno illustrare che cosa si è o non si è guadagnato lungo il sentiero che conduce alla pace.

“Cara Schlein, non va bene: questo Pd è una delusione”.

C’era una volta il Pd…eredità del Pci e della Margherita, di centrosinistra a vasta componente cattolica e riformista. Adesso non c’è più, è morto anche se c’è chi si illude che con una donna al vertice, la Schlein, le cose cambieranno. Ma chi è la Schlein? L’ho sentita dire che vorrebbe espropriare le case sfitte degli italiani, tanto per dirne una. Ma lei è ricca e borghese, non so proprio cose ne sappia dei problemi della “classe operaia” per usare un termine ormai in disuso, e dei problemi dell’arrivare a fine mese; lei che ha tre cittadinanze (perché sono tre i passaporti) e se qui in Italia le cose le vanno male può sempre correre in Svizzera o negli USA. 

Ma la cosa che fa ribollire il sangue è che si è recata come un fulmine a Cutro per portare solidarietà ai sopravvissuti di quel terribile naufragio, politicizzando una tragedia che non ha nessun colore politico, solo quello nero della morte di persone che scappano dal loro paese perché la guerra li sta distruggendo, quella stessa guerra che alimenta le nostre tasche di venditori d’armi ai paesi poveri. E mi fa specie, e mi offende che si getti la colpa di un naufragio sulle spalle di uomini e donne che giorno e notte pattugliano i nostri mari e salvano sempre – dico sempre – i naufraghi, perché questa è la legge del mare. 

E poi corre a dare solidarietà alle famiglie omogenitoriali perché il diritti dei loro figli, nati da uteri in affitto per la maggior parte delle volte, non sono riconosciuti. Ma i diritti dei bambini non si toccano, mai! L’utero in affitto che cosa è, se non una lesione del diritto di nascere di ogni bambino che viene alla luce grazie a dei bei soldoni dati alla madre di turno? Quando mai la vita si baratta con i soldi? Ma sì, siamo tornati ai tempi dello schiavismo, quando la vita di una persona valeva meno di nulla. Pensiamo che quel bambino e quella bambina domani non si chiederanno come sono venuti al mondo? E che per quanto due padri gli assicureranno tutto l’amore di quel gesto – e non ne dubito di questo amore – questi bambini, ormai adulti non si sentiranno come il regalino che esce dall’uovo di Pasqua? 

In Italia ci sono tante priorità: avere una visita medica senza aspettare un anno, specialmente quando si ha un tumore; eliminare le barriere architettoniche per permettere a tutti, dico a “tutti” di essere cittadini e non ricorrere ai vigili urbani – quando ci sono – che ti prendono in braccio; le pensioni degli anziani, assurdamente tassate ancora e ancora; la sicurezza nelle strade, nelle stazioni come Milano o Roma, dove si rischia la vita per nulla; l’aumento indiscriminato dei prezzi degli alimentari; l’istruzione, e tanto altro. Certo, direte che spetta al governo di turno. Ma cosa ha fatto il Pd quando era di turno? E cosa fa oggi all’opposizione? Si lascia che parta una flat tax che è anticostituzionale e favorisce i più ricchi, mentre chi ha sempre pagato le tasse si sente preso in giro. Ammiro la Meloni – e non sono di destra – perché è una donna capace e con capacità di dialogo, come ha fatto finora e si è visto al congresso di Rimini della Cgil. Ora mi piace ciò che ha detto Calenda: “Governare con voi (Schlein-Conte)? No”. Cara Schlein, grazie a te il Pd non avrà più il mio voto.

Cosa possono fare ormai i cattolici in questo Pd “radicale”?

Beh, adesso attendiamo con ansia e trepidazione cosa pensano i cattolici del Pd dopo la bella e democratica manifestazione di Milano promossa dal Sindaco di quella città ed organizzata e gestita dalle “famiglie arcobaleno”.

Chiariamo, però, subito un aspetto per sgombrare qualsiasi equivoco: il Bertoldo rispetta tutti, non attacca le persone e non ha pregiudizi politici o ideologici nei confronti di chicchessia. Semplicemente si pone delle domande. E, nello specifico, una su tutte: ma i cattolici del Pd, dopo la scontata torsione libertaria, estremista e radicale della loro segretaria, come si comporteranno sotto il versante politico e valoriale attorno ad un tema che, comunque sia, fa discutere?

Noi pensiamo, a naso, che le risposte sono soltanto tre: fare la “politica dello struzzo”, cioè mettere la testa sotto la sabbia per non disturbare il manovratore; richiamare l’attenzione su altri temi – forse di carattere sociale – per lanciare il messaggio che i cattolici del Pd si soffermano su temi che interessano maggiormente gli interessi dei cittadini italiani; oppure affrontare di petto la questione emersa, per l’ennesima volta, dalla piazza di Milano da parte delle famiglie arcobaleno per sostenere altre tesi e, di conseguenza, polemizzare con la posizione netta, definita e dogmatica sostenuta dalla loro neo segreteria nazionale.

In attesa di capire quale sarà la reazione dei cattolici “professionisti” alla Del Rio, credo che anche un semplice passante conosce già quale sarà la tesi prevalente: sicuramente la prima. Ovvero, facciamo finta che non sia capitato nulla e così l’avventura prosegue. Perchè intanto, come diceva quell’altro, “domani è un altro giorno”.

Ora, come ovvio, nessuno vuole mettere in discussione la legittimità che i cattolici stiano anche in un partito guidato da una leadership radicale e libertaria ma, di grazia, ci si risparmi la predica – ipocrita e grottesca – che quel partito, oggi, è la “casa naturale” dei cattolici popolari e sociali del nostro paese. Perchè altrimenti saremmo costretti a dire che ogni domenica negli stadi si va esclusivamente per riflettere, in silenzio e con compostezza, su come gioca e con quale assetto tecnico la propria squadra del cuore.

Come si suol dire, “ingenui sì, ma sino ad un certo punto”…

Francia, governo sotto assedio. Come funziona il voto di sfiducia?

Il Governo francese ha posto la fiducia nei termini previsti dall’articolo 49.3 della Costituzione del 1958. Questo articolo, inserito allora nel testo e poi modificato in seguito in senso restrittivo, ha la funzione di proteggere Governi cosiddetti di minoranza, ossia di maggioranza relativa, che abbiano contro di loro altre minoranze che di norma non sarebbero sommabili tra di loro.

Il Governo mette la fiducia perché se si votasse solo sul testo, senza fiducia, si conterebbero i sì e i no: i gruppi di opposizione potrebbero sommarsi agevolmente, ciascuno con le proprie motivazioni separate, e l’esecutivo potrebbe perdere. Invece i Governo mettendo la fiducia fa sì che il testo o passi senza voto (se le opposizioni non reagiscono) oppure se esse presentano mozioni di sfiducia per reazione alla fiducia il metodo cambi alzando lo scalino: una mozione di sfiducia votata insieme deve arrivare alla metà più uno dei componenti.

È una logica analoga alla sfiducia costruttiva: gli oppositori hanno l’onere della prova di dimostrare che la maggioranza è in realtà una minoranza, ma per farlo dal punto di vista quantitativo hanno l’obbligo di arrivare alla metà più uno e dal punto di vista qualitativo sono obbligati per così dire a sporcarsi le mani votando insieme ad avversari politici che sono posizionati sull’altro estremo.

In questo caso gli avversari di Macron sembrano in grado di riuscire con uno stratagemma per così dire ‘siciliano’ a superare il secondo problema: l’estrema destra di Le Pen e la sinistra della Nupes voterebbero insieme il testo di un gruppo centrista. Dico ‘siciliano’ perché richiama alla mente l’esperimento della Giunta Milazzo in Sicilia nel 1958, quando a un esponente centrista che ruppe con la Dc diedero i loro consensi sia il Pci sia l’Msi.

Non sembrano però al momento in grado di superare quello quantitativo arrivando alla maggioranza assoluta perché hanno bisogno di vari voti provenienti anche dei Repubblicani di centro-destra, che non sembrano in numero sufficiente a far superare il gradino. 

Contrariamente a quanto molti possono pensare, pur se inserito nella Costituzione del 1958, questo strumento non lo ha inventato né de Gaulle né qualche esponente gollista, ma il deputato della Dc francese Moisan nel 1953 come emendamento puntuale alla Costituzione della Quarta Repubblica (ispirato in realtà dal suo collega di partito Fernand Chaussebourg)  in cui Governi che restavano con una maggioranza relativa si dimettevano perché non erano in grado di governare. Una proposta poi modificata in modo più puntuale da un altro dc, Paul Coste-Floret nel 1957, sempre come emendamento alla Quarta, e da lì transitata nel nuovo testo.

Se volete più dettagli li trovate qui:

http://www.amicalemrp.org/html/oeuvre.php?L=3

https://www.revuegeneraledudroit.eu/blog/2019/04/02/la-genese-du-49-al-3/

Al di là di quello che si possa pensare sul caso specifico di oggi e sul modo concreto con cui è costruito il 49.3, il problema però è il seguente: se si immagina che ci possano essere situazioni come la Repubblica di Weimar o come la Quarta Repubblica francese in cui ci possano essere Governi di maggioranza relativa circondati da opposizioni eterogenee non sommabili politicamente tra di loro, qualche sistema va comunque pensato.

A me è sempre sembrato ben più drastico del 49.3 francese l’articolo 81 della Legge Fondamentale tedesca che a certe condizioni consente al Governo che perda sulla fiducia di non dimettersi e di andare avanti coi voti del Bundesrat, che è una Camera non eletta direttamente dai cittadini. Solo che la maggiore strutturazione del sistema dei partiti tedesco ha finora evitato di usarlo.

Appuntamento alle ore 16 di questo pomeriggio.

AsiaNews | Emergenza previdenziale anche in Cina. Pensioni a 65 anni?

La maggior parte dei cinesi non vuole andare in pensione più tardi: è probabile però che il governo interverrà in questo modo per contenere gli effetti economico-sociali del progressivo invecchiamento della popolazione. Secondo un recente sondaggio di Life Times, rilanciato da Nikkei Asia, il 74% degli intervistati ritiene giusto ritirarsi dal lavoro prima dei 55 anni e solo il 6% oltre i 61.

L’umore dei cinesi non è diverso da quello di molti francesi che protestano in questi giorni contro la riforma che dovrebbe alzare l’età pensionabile da 62 a 64 anni. Lo dimostrano anche le massicce proteste di febbraio, quando migliaia di pensionati hanno protestato a Wuhan (Hubei) e Dalian (Liaoning) per i tagli decisi dalle autorità provinciali ai loro sussidi sanitari.

Oggi in Cina gli impiegati cinesi vanno in pensione a 60 anni e le donne a 55. La media nazionale di pensionamento è 54 anni, 11 in meno che nei Paesi avanzati. Il problema per una società cinese che invecchia a ritmi rapidissimi è che avrà meno forza lavoro per  spingere l’economia e pagare chi è già pensionato. Al momento in Cina ci sono 2,26 lavoratori che contribuiscono al sussidio di un anziano: si calcola che nel giro di 20 anni saranno 1,25.

Le stime sono che entro i prossimi 10 anni circa 228 milioni di cinesi andranno in pensione. Il governo sta studiando una possibile risposta per non mettere il pericolo il sistema previdenziale. Quella più considerata prevede la pensione per tutti a 65 anni nei prossimi 30 anni. Come in Occidente, allungare la vita lavorativa di una persona ha due principali implicazioni: la prima è che ci saranno meno nonni per sostenere e aiutare giovani famiglie con figli. La seconda è che ci saranno sempre meno impieghi per chi entra nel mercato del lavoro: un problema in Cina, dove la disoccupazione giovanile è quasi al 19%.

Fonte: AsiaNews – 18 marzo 2023

https://www.asianews.it/notizie-it/Come-i-francesi,-i-cinesi-contro-aumento-età-pensionabile-57992.html

Tra Meloni e Schlein, tutto lo spazio di un progetto popolare.

“Tra la Meloni e la Schlein c’è un’Italia che chiede di essere rapprentata”, ci ha ricordato ieri Giuseppe Fioroni su Piattaforma Popolare-Tempi Nuovi, indicando il compito e la sfida per i processi politici che stanno avvenendo nell’area di centro, sia come riaggregazione dei Popolari, sia come tentativo più ampio di dar vita a un soggetto politico unitario in questa area sul modello della Margherita. Un soggetto che respinga il disegno di instaurare la peggior forma di bipolarismo possibile, quello tra destra-destra e sinistra radicale, e che sappia invece cogliere le effettive prospettive alternative che sembrano delinearsi sia nella politica italiana che a livello internazionale. A questo proposito sono tre gli aspetti da affrontare.

La prima caratteristica distintiva di questo centro in via di costruzione credo debba consistere nell’essere popolare e non populista. Alternativo a tutti i populisti, di destra e di sinistra, sia a quanti agitano problemi pur reali più per amplificare l’incertezza che per risolverli, sia a quanti paiono voler più accompagnare lo spegnimento della classe media con l’eutanasia dell’assistenzialismo che affrontare in modo responsabile i cambiamenti. In secondo luogo, a mio avviso, il progetto di questo nuovo centro dovrà collocarsi distintamente nei nuovi equilibri di potere che i processi di internazionalizzazione dei mercati hanno determinato. La globalizzazione e la rivoluzione tecnologica hanno fatto saltare quel compromesso fra capitalismo e democrazia che è stato alla base della rinascita post seconda guerra mondiale dell’Italia e dell’Europa. Gran parte del potere effettivo, nell’economia, nel sapere, nei media nel mondo occidentale è controllato da poche élites le quali fortunatamente manifestano significative distinzioni riguardo al modello di società da costruire. 

La scelta del centro, a mio giudizio, dev’essere chiara su questo: c’è una élite che non considera la democrazia un simulacro da sostituire con i crediti sociali, che ha saputo mantenere una visione umanistica e non transumana della società, e con questa si può e si deve dialogare alla ricerca di adeguate mediazioni con le attese e gli interessi dei ceti medi e popolari. Per usare un’etichetta, rimane l'”agenda Draghi” la cornice più consona in cui  collocare l’iniziativa del centro. La medesima agenda, non dimentichiamolo mai, che, per ora, ha evitato al governo Meloni problemi di credibilità internazionale e sembra renderlo in grado di affrontare una situazione sociale ed economica complicata in modo concreto seppur migliorabile.

In terzo luogo credo che al centro occorra una visione programmatica di ampio respiro soprattutto su tre grandi temi chiave della nostra epoca che corrispondono ad una triplice transizione in atto: quella ecologica, quella digitale (e presto quantistica) e quella verso un mondo che, volenti o nolenti sta divenendo multipolare. Sul terzo tema, quello internazionale, la cosa più necessaria, insieme all’unanime sostegno all’Ucraina, sembra esser quella di caratterizzarsi per fare in modo che il nostro Paese eserciti tutta la sua capacità di persuasione con gli Alleati per immaginare un assetto globale post bellico che sia in qualche modo accettabile anche al resto del mondo, in cui vive l’85% della popolazione globale. 

Le altre due questioni sono quelle in cui il centro può fare risaltare in modo nitido la diversità da una sinistra, ormai lontana dal popolo che sembra seguire acriticamente il progetto tecnocratico, malthusiano, transumanista imposto da certe oligarchie economiche. Ribadendo la necessità della gradualità e della sostenibilità anche sociale di una ecologia che voglia esser “integrale”, e respingendo l’estremismo ideologico green e il relativismo antropologico di cui è portatore, che impone piani improntati a un rigido dirigismo fuori dalla realtà e contrari a un sistema di economia sociale di mercato. Anche nel campo della transizione digitale il centro è auspicabile si caratterizzi per l’uso delle tecnologie come strumenti e non come fini, a servizio della partecipazione alla vita sociale e lavorativa, della riduzione dei divari sociali e territoriali, abbandonando l’ossessione della sinistra per il controllo, il tracciamento, la sorveglianza come valori in sé.

A mio avviso questi ambiti costituiscono ora una sorta di riedizione della scelta di campo con la quale gli elettori si confrontarono nei decenni iniziali della Repubblica. Se in quei tempi la scelta era: di qua il mondo libero, di là Stalin, nella nostra epoca la scelta che poi determina in gran parte dell’elettorato la decisione di voto (o di non voto consapevole) è fra una visione di società aperta al futuro, che non asfissia le persone, che non minaccia la sicurezza della classe media, che usa il buonsenso per gestire i cambiamenti, e dall’ altra parte una visione di società in cui tutto appare pianificato, controllato, irrigidito su una distopia ideologica senza badare alle novità della storia e senza tenere nel giusto conto l’umanità, l’esser persona, dei cittadini.

Prima della necessaria piattaforma programmatica credo serva innanzitutto al centro collocarsi con chiarezza dalla parte giusta della storia, essendo questa la prima cosa che guarda l’elettore medio, con un progetto popolare per il nostro tempo, alla cui definizione ai cattolici democratici, sociali e popolari tocca un ruolo insostituibile.

Eroi di città: pagine di libro Cuore a Roma.

In Zambia c’è una sorella di nome Carol, una ragazzina di 14 anni particolarmente attenta al fratellino disabile. Una volta alla settimana lo porta, caricandolo sulle spalle, al Centro di recupero St. Daniel gestito da suore comboniane per le cure di riabilitazione. SI legge questa notizia dal blog “Africa chiama onlus ong”. Di eroismi di questo tipo per fortuna è intriso il mondo. Il buon Garrone del libro Cuore avrebbe fatto lo stesso per garantire al compagno Robetti di poter comunque frequentare la scuola. A sua volta Robetti “era una ragazzo della seconda, che venendo a scuola per via Dora Grossa e vedendo un bimbo della prima inferiore, sfuggito alla madre, cadere in mezzo alla strada, a pochi passi da un omnibus che gli veniva addosso, era accorso arditamente, l’aveva afferrato e messo in salvo; ma non essendo stato lesto a ritirare il piede, la ruota dell’omnibus gli era passata su…”.

A Roma i tanto vituperati agenti della Polizia Locale non sono stati da meno. Si occupano di mille cose, di edilizia, commercio, ambiente, attività giudiziaria, traffico, sicurezza e chissà quante altre cose ancora. Sono in pochi ad amarli per via delle multe che di tanto in tanto ti affibbiano, come se il loro compito fosse quello di dover fissare non altro che il cielo per vedere se piove o c’è il sole. L’episodio che si legge in cronaca dal “Corriere della Sera” è di una turista americana che aveva il desiderio di visitare il Colosseo. Si muove con il deambulatore. Arrivata nel piazzale dove ci sono le scale per accedere al sito archeologico più famoso del mondo, scopre che le scale in discesa sono da tempo fuori uso. 

Dopo di che, in via alternativa, se ben si capisce, avrebbe potuto utilizzare un altro percorso, passando dalla scala della Metro, però destinata solo per la direzione in salita, ma anch’essa peraltro momentaneamente fuori uso. Sarebbe previsto un montascale, appunto per chi ha difficoltà motorie, che richiederebbe ovviamente il ricorso agli addetti al servizio. Per sbrogliare la matassa e non rendere di colossale impegno l’ambizione di visitare il Colosseo, due agenti del gruppo SPE, Sicurezza pubblica ed emergenziale della Polizia locale di Roma Capitale, hanno preso in braccio la turista con il suo deambulatore, consentendole di coronare il suo piccolo sogno. Ne sono seguite lacrime di ringraziamento e di gioia. 

Resta il fatto che tutte le scale, fisse o mobili, fossero in dissesto e non sfugga come per la Metro siano previste comunque solo quelle in senso di ascesa alla verità. Con maggior complicazione si può scendere verso gli inferi della Stazione. Evidentemente il Colosseo comporta una redenzione che esclude ogni macchia dallo spirito. In uno dei luoghi più battuti dal turismo, non proprio in una sperduta periferia, è accaduto che, per felice combinazione, alcune possibilità di visita ad uno dei pezzi pregiati della Capitale siano stati simultaneamente in difetto, temporaneamente inibito alle persone con problemi motori. 

Malgrado i circa ottomila visitatori quotidiani, l’attenzione alla questione è stata piena di buchi, ispirandosi senza volerlo al triplo colonnato di ottanta archi e di quaranta finestre della struttura. 

Forse è stato per motivi di sensibilità: si voleva evitare che persone non in perfetta forma scendessero nell’arena, risparmiandogli il trauma di un passato che ancora potrebbe sconvolgerli. Giusto per la memoria è il luogo dove si inginocchiò S. Teresina del Bambin Gesù ricordando il sangue dei martiri ora offuscato solo da turisti, tutti presi a farsi ritrarre come se quello fosse un luna park. Per il resto la turista è stata fortunata. Sarà vero che la vita è fatta a scale….

Casini, l’ultimo dei dorotei.

Negli anni della cosiddetta “prima Repubblica” vi era una componente interna alla Democrazia cristiana dal nome “dorotea”. La sua specificità era la mira infallibile, come quella del bravo cacciatore che individua, mira e fa centro con il fucile sulla preda. L’unica differenza rispetto al bravo cacciatore era solo l’obiettivo: i dorotei non andavano a caccia di animali (ovviamente), ma di potere. Erano presenti in maniera palese od occulta ogniqualvolta c’era da accaparrarsi un posto per gestire il potere.

Negli ultimi tempi il sempre verde (politicamente parlando) Pier Ferdinando Casini ha iniziato a girare l’Italia per presentare il suo primo libro dal titolo incredibile (per chi scrive): “C’era una volta la politica. Parla l’ultimo democristiano”. L’incredulità è soltanto perché non si può camuffare o, peggio, cancellare la storia politica generale, partitica e personale. L’ex presidente della Camera dei Deputati si autodefinisce come l’ultimo dei democristiani con la celata intenzione di fare centro su quelle coscienze che hanno vissuto la stagione democristiana e poi quella del Partito Popolare di Martinazzoli con passione, entusiasmo e voglia di contribuire in maniera disinteressata allo sviluppo della democrazia italiana e al rinnovamento della classe politica e delle istituzioni, ma soprattutto per non aver abbandonato mai la nave anche quando le acque erano molto agitate.

Il Pierre nazionale, invece, da buon doroteo (ha iniziato, infatti, a muovere i primi passi come allievo politico di quel Toni Bisaglia potente doroteo del Veneto) nel 1993, quando la Dc si avviava a cambiare nome per riprendere le idee originarie dei cattolici democratici di don Luigi Sturzo, si schierava contro il suo partito per fondarne un altro (il Centro Cristiano Democratico-CCD) insieme all’attuale sindaco di Benevento, Clemente Mastella.

L’uno e l’altro (non immuni da un certo trasformismo che aveva caratterizzato gli ambienti democristiani) si schieravano così contro la politica di centro incarnata dal Ppi di Martinazzoli; contro il proporzionale, ma soprattutto in funzione di un sistema politico bipolare che consentisse sul versante di centrodestra di salvaguardare posizioni politiche personali e poltrone. Esiste poi (ma questa è storia recente) la spiccata agilità di Casini nel saper saltare i fossi: da parlamentare di centrodestra a senatore del Partito democratico. Ma qui, almeno, è in buona compagnia avendo ritrovato quel Dario Franceschini che allo stesso modo (ma da sinistra) nel 1993 non esitò a imbottire di piombo le ali del giovane Ppi per schierarsi con i cristiano sociali, quindi in funzione sussidiaria ai post comunisti di Occhetto .

Più che ultimo democristiano, Casini assomiglia sempre più a ultimo dei dorotei, vista la sua vicinanza al potere inteso, per lo più, come fine e non come mezzo. Di fatto, il suo esempio fatica ad incrociare quello di tante coscienze limpide del cattolicesimo democratico (democristiani): De Gasperi, Dossetti, La Pira, Lazzati, Moro, Fanfani, Zaccagnini, Donat Cattin, Granelli, Martinazzoli, Galloni. Certo, potrà obiettarsi, non è il solo a doversi far “perdonare” nell’attuale scenario politico. Esiste in ogni caso quella che si definisce dignità politica, generale ed individuale. Le passerelle finalizzate all’auto esistenza politica o a nuove poltrone più prestigiose passano, lambendo quella vera storia che invece si scrive con i fatti e con i propri comportamenti, sia pubblici che personali. E su questi ultimi il neo senatore piddino non brilla sicuramente per tenuta di condotta e di pensiero.

Meloni e Landini, sconfitta la radicalizzazione.

Beh, allora è ancora possibile una politica che non faccia della radicalizzazione virulenta e spregiudicata la ragion d’essere del confronto pubblico. E il buon esempio, guarda un po’, arriva da due persone apparentemente agli antipodi – a livello politico e culturale – ma accomunate dalla volontà di affrontare seriamente i problemi che sono sul tappeto cercando, al contempo, di fornire delle soluzioni altrettanto concrete. Parliamo, come ovvio, di Giorgia Meloni e di Maurizio Landini. Due persone che si sono dimostrate coerenti e, soprattutto, coraggiose. La prima, la Premier, per la sua nota capacità di sfidare l’avversario storico sul terreno dei contenuti senza ritrarsi pregiudizialmente. Il secondo, il segretario generale della Cgil, per aver osato sfidare il suo corpaccione sindacale ancora fortemente intriso di pregiudizi personali e, marcatamente, di pregiudiziali ideologiche e politiche. 

In effetti, con la loro iniziativa hanno contributo a mettere in difficoltà chi fa della radicalizzazione ideologica la sua ragion d’essere nella dialettica politica italiana. Nello specifico, la nuova leadership del Partito democratico che, recuperando la peggior tradizione della sinistra ex e post comunista italiana, individua nell’avversario politico il ‘nemico’ da delegittimare moralmente prima e da abbattere e annientare politicamente poi. Una tradizione, questa, che abbiamo conosciuto e sperimentato lungamente nel passato e che ha riproposto puntualmente quella deriva devastante degli “opposti estremismi” che, non a caso, ha segnato gli anni più bui e più tristi della nostra democrazia.

E l’iniziativa di Meloni e di Landini ha indubbiamente contribuito a spezzare quella spirale che, purtroppo, è stata riproposta in grande stile in questi ultimi tempi. Con l’accompagnamento, come da copione, della carovana giornalistica e mediatica che quotidianamente, attraverso gli ormai notissimi conduttori dei vari talk e gli editoriali degli altrettanto noti direttori, avallano e contribuiscono a creare quel clima di profonda ed incallita radicalizzazione della lotta politica.

Ora, non sarà affatto facile invertire la rotta. Anzi, con la recente elezione della Schlein e il ritorno della “piazza” usata come strumento di attacco e di delegittimazione del “nemico” politico, sarà compito delle forze politiche autenticamente democratiche e di tutti i movimenti che fanno del confronto e del dialogo la cifra distintiva della politica, alzare il tono e costruire un clima politico generale accettabile e costruttivo. Sotto questo versante, il nuovo Centro e, soprattutto, una nuova ed aggiornata “politica di centro” possono dare un contributo decisivo. Ma ci voleva un’apripista autorevole e significativo. E il confronto tra la Premier e la Cgil è stato, al riguardo, importante e significativo.

Cattolici, è il tempo dell’azione e non della sola testimonianza.

Sul recente sondaggio che parla della volontà politica dei cattolici di essere nuovamente presenti nella società contemporanea è stato già scritto su queste colonne*. Giustamente si deve anche e soprattutto cogliere ciò che sta dietro a quel desiderio politico e culturale dei cattolici e non la richiesta, di per sè astratta e priva di agganci con la realtà, di formare un anacronistico e singolare “partito cattolico”.

Ma è indubbio che proprio il quadro politico che si è venuto concretamente delineando nel nostro paese, evidenzia una domanda che non può più essere elusa o aggirata. E la domanda è quella che, di fronte ad una progressiva ed accelerata radicalizzazione della dialettica politica italiana – frutto, soprattutto, se non quasi esclusivamente, del nuovo corso politico del Pd sempre più radicale, libertario ed estremista – si impone quasi per inerzia una ‘politica di Centro’ che sia in grado non solo di ridurre i danni di un sempre più spietato “bipolarismo selvaggio” ma anche di riscoprire e rilanciare quella cultura politica cattolico popolare che era, e resta, un valore aggiunto per un progetto politico autenticamente riformista, democratico e di governo.

Questa, credo, è la vera sfida che abbiamo di fronte alla domanda che emerge da questi sondaggi. Compreso quello di Pagnoncelli su La 7 che rileva come oltre il 30% dei cattolici italiani interpellati non si riconoscono nè nella Meloni e nè, tantomeno, nel progetto libertario e massimalista della Schlein.

Insomma, con il voto del 25 settembre scorso da un lato e con l’elezione a valanga della Schlein dall’altro si è aperta una nuova fase politica nel nostro paese. Una stagione che interpella, come ovvio e scontato, anche l’area cattolica italiana. Seppur si tratti di un’area complessa e fortemente articolata al suo interno.

Ora, è di tutta evidenza che la risposta a questa domanda di centro da un lato e al recupero di quella cultura politica dall’altro non può arrivare dal nuovo corso del Pd della Schlein. Nè dalla recente risposta, del resto comprensibile visto la sua cultura d’origine, di Bonaccini. Ossia, il problema di fondo non è quello di “dare qualcosa anche ai cattolici” per farli sentire a casa loro nel Pd. Questa è la vecchia riproposizione della prassi comunista che aveva risolto storicamente il problema con la presenza di alcuni “cattolici indipendenti di sinistra” nelle liste elettorali del Pci e negli organismi di partito. Che, come ovvio, non disturbavano e non interferivano nel progetto complessivo del partito. No, la vera ambizione oggi è quella di ricomporre laicamente quest’area – a livello politico, culturale ed organizzativo – e cercare, al contempo, di farla contare politicamente in un soggetto che non sia solo ospitale ed accogliente ma che, al contrario, costruisca con l’apporto e il contribuito dei cattolici popolari e sociali il progetto del partito. Nulla a che vedere, come ovvio, con il partito cattolico – che, del resto, in Italia non è mai esistito, salvo nella testa di qualche nicchia integralista e clericale che è sempre stata politicamente irrilevante e del tutto marginale – o con qualche frangia cattolica del tutto marginale e periferica all’interno di altre formazioni politiche.

Ecco perchè, dunque, anche i recenti sondaggi hanno registrato un cambiamento d’opinione nell’area cattolica italiana dopo le recenti, e pesanti, novità politiche intervenute nel nostro paese. Tocca, adesso, ai cattolici popolari e sociali che non si adeguano alla cultura degli “opposti estremismi” della destra e della sinistra avere l’intelligenza, e il coraggio, di costruire un progetto politico, culturale e programmatico capace di intercettare e di farsi carico di una domanda di cambiamento. Al riguardo, saranno solo le scelte concrete a dirci se questa iniziativa politica decollerà o meno. È arrivato, cioè, il tempo di essere nuovamente in prima linea. La stagione della sola testimonianza e del solo pre politico è ormai alle nostre spalle.

*La suggestione del partito cattolico attinge forza dal disagio dell’elettorato.

Scheda | Francia, riforma delle pensioni: il governo ha fatto ricorso a una procedura straordinaria. Non è la prima volta.

Tra il 19 e il 20 ottobre 2022, la prima ministra, Élisabeth Borne, ha annunciato che il Governo francese intende fare ricorso alla procedura di cui all’art. 49, comma 3, della Costituzione del 1958. Secondo tale disposizione, il Primo ministro «può, previa deliberazione del Consiglio dei ministri, impegnare la responsabilità del Governo dinanzi all’Assemblea nazionale sul voto di un projet de loi de finances o di un projet de loi de financement de la sécurité sociale. In tal caso, questo projet si considera adottato, salvo che venga votata […] una mozione di censura depositata nelle ventiquattr’ore successive. Il Primo ministro, inoltre, può fare ricorso a questa procedura per un altro projet o proposition de loi per sessione».

Nella sua formulazione attuale, il terzo comma dell’art. 49 è frutto della “grande riforma” del 2008, che ha inteso limitare l’ambito di applicazione di questa procedura «ai testi fondamentali per l’azione del Governo» (così il rapporto Balladur, che preparò la strada alla discussione parlamentare successiva). Da allora, con la parziale eccezione dei governi Valls fra il 2014 e il 2016, il ricorso a tale procedura – in cui, secondo la definizione di Michel Debré, si può scorgere uno dei capisaldi del «parlamentarismo risanato» della Quinta Repubblica – si era fatto sporadico. 

Ora, invece, il Governo ha annunciato la sua intenzione di servirsi di questa procedura per l’approvazione sia della prima parte del projet de loi de finances – quella, cioè, relativa ai saldi di bilancio – sia della terza parte del projet de loi de financement de la sécurité sociale, relativa anch’essa alle entrate e ai saldi per il prossimo anno finanziario. Questa decisione si può spiegare con la composizione dell’Assemblea nazionale emersa dalle elezioni legislative del giugno 2022, che hanno visto la coalizione centrista favorevole al presidente della Repubblica Macron non andare oltre la maggioranza relativa dei seggi; per di più, il partito presidenziale Renaissance, perno di una coalizione di cui fanno parte anche i centristi del Mouvement démocrate e la formazione di centro- destra Horizons, ha ottenuto meno di un terzo dei seggi dell’Assemblea. Questi rapporti di forza hanno reso spesso difficoltosa l’azione del Governo in Parlamento e permettono di comprendere il significato dell’attivazione del “49.3”.

[Nota del Servizio Studi della Corte costituzionale – 24 ottobre 2022]

Come difendersi dalle tentazioni del potere? Incontro ad Alessandria con Rosy Bindi.

Le tentazioni del potere, afferma Balduzzi “sono potenti, e tendenzialmente possono risultare vittoriose, se chi esercita pubbliche funzioni non ha una rete di protezione: anzitutto, una sua rete interiore, una struttura intima di resistenza; e poi una rete di relazioni positive, dalla famiglia al gruppo di amici (attenzione: di amici, non di fedelissimi!)”. 

Interrogato sulla scelta del secondo dei testimoni individuati per i tre Martedì di Quaresima, risponde: “Bindi ha dimostrato di essere un testimone credibile sia durante l’esperienza di parlamentare e di ministro, sia quando ha avuto il coraggio di ritirarsi dall’esperienza diretta, non riscontrando più la presenza di condizioni per un servizio coerente. Non è certo l’unico esponente della politica e delle istituzioni che avremmo potuto invitare, ma ci è sembrato utile inserire nel programma dei nostri Martedì una persona alla quale la generalità degli osservatori politici riconosce il carattere di testimone delle proprie convinzioni”.

E, quanto alla comuni coordinate ideali, conclude: “Sono convinto che il cattolicesimo democratico si caratterizzi per l’accento sulla categoria della mediazione, non nel senso di cedevolezza o compromesso deteriore, ma di capacità di rielaborare il valore attraverso il confronto storico-culturale, di valorizzare il pluralismo senza cadere nel relativismo. Da ciò derivano altri caratteri, quali la propensione per la valorizzazione dei corpi intermedi e la diffidenza verso leadership eccessivamente personalizzate”.

P.S.L’incontro si terrà, in presenza, alle ore 21 presso l’auditorium della parrocchia di San Baudolino (via Bonardi, 13, Alessandria). Seguirà, martedì 28 marzo, il terzo e ultimo Martedì, con la partecipazione di Margherita Cassano, primo presidente della Corte di Cassazione, sul tema “Giustizia: una malata che può guarire?”. A moderare i lavori sarà il presidente del Centro di cultura, Renato Balduzzi, del quale alleghiamo un’intervista, a firma di Andrea Antonuccio, uscita sull’ultimo numero de “La Voce alessandrina”. 

L’Osservatore Romano | L’arte d’ interpretare i dati. Un volume mette in luce procedure base della statistica e margini di incertezza.

 Carlo Maria Polvani

La statistica è uno strumento matematico adoperato con successo dalle scienze applicate e dalle scienze sociali per analizzare molte osservazioni sperimentali. I dati statistici, però, sono oggigiorno spesso invocati per difendere ipotesi infondate e, persino, per avvalorare ideologie fuorvianti nell’opinione pubblica. Risulta quindi utile riscoprire le procedure basilari utilizzate nelle indagini statistiche, seguendo il professor David Spiegelharter in The art of Statistics. Learning from Data, pubblicato dalla Pelican nel 2019 e disponibile in italiano dal 2020 presso la Einaudi. Si tratta di un piacevole manuale grazie al quale, il ricercatore del Centre for Mathematical Sciences dell’Università di Cambridge propone un corso di statistica brillante e accessibile, in quanto fa ampio uso di esempi limpidi e d’illustrazioni trasparenti.

Si pensi di voler studiare la distribuzione del peso dei neonati. Si incomincerebbe con registrare il peso dei soggetti di tale popolazione. Poi, tracciando un grafico del peso alla nascita rispetto al numero di neonati aventi lo stesso peso, si otterrebbe una curva a campana; da questa, si dedurrebbe il peso medio (3,3 chilogrammi) e la deviazione standard (0,3 chilogrammi), grazie alla quale si evidenzierebbe che i due terzi dei soggetti pesano fra i 3,0 e i 3,6 chilogrammi. Questi rilevamenti, ottenuti grazie alla formalizzazione matematica di osservazioni cliniche, si rivelerebbero utili per valutare se un neonato fosse sottopeso o sovrappeso, in quanto fuori dal margine definito dallo scarto tipo. Ma questa formalizzazione avrebbe comportato delle scelte: alcune ininfluenti al fine delle conclusioni, altre no. Se si fosse usato il peso in libbre invece di chili, la misurazione statistica sarebbe rimasta invariata; ma se si fosse distinto il sesso del neonato, si sarebbe notato che il peso medio delle femminucce è inferiore di 0,15 chilogrammi rispetto ai maschietti, modificando quindi le valutazioni nel caso di una neonata di 2,9 chilogrammi rispetto a quello di un neonato di 2,9 chilogrammi (la prima essendo in normopeso, mentre il secondo in sottopeso).

Pertanto, una trasposizione matematica permette di delucidare i contorni e le sfaccettature di un’osservazione scientifica, ma porta con sé, inevitabilmente, semplificazioni, predisposizioni o, persino, pregiudizi. In ultima istanza, questo si deve al fatto che la traduzione di osservazioni dal mondo reale a quello algebrico, riesce a rappresentare efficacemente e fedelmente alcuni aspetti della realtà, ma non tutta la realtà nella sua complessità. Proprio per questo, in statistica si usa la metodologia denominata Ppdac (acrostico di problem, plan, data, analysis and conclusion).

Uno studio statistico incomincia con una domanda (quanto pesa un neonato alla nascita); poi, va avanti con un piano (andare nei reparti di ostetricia degli ospedali) di raccolta dati (registrare il peso dei neonati) e una analisi dei dati raccolti (la curva di Gauss); e termina con conclusioni (livelli di sottopeso, sovrappeso e normopeso) dalle quali si disegnano altri studi per esplorare ulteriori aspetti della realtà (tener conto del sesso, della settimana di gestazione alla nascita, dei bambini nati in casa eccetera). La metodologia statistica è quindi integrativa e graduale, e nessun studio andrebbe interpretato in forma autoreferenziale e immediata. Ma questo non è tutto. Un’analisi statistica è spesso obbligata a fare ricorso alla «inferenza». Si pensi ai sondaggi elettorali. Si seleziona un campione di elettori per riflettere in termini percentuali la composizione dell’insieme del corpo elettorale secondo categorie demoscopiche (cioè età, sesso, istruzione, reddito, residenza eccetera); poi, si estrapola la tendenza del voto generale a partire da quella rilevata nel campione. Ovviamente, la composizione del campione è di massima importanza per la buona riuscita dell’estrapolazione. Ma anche quando la composizione è stata fatta onestamente e diligentemente (per esempio, tenendo conto persino degli strumenti di indagine utilizzati quali il telefono o internet) e anche quando non entrino in gioco altri fattori (come ad esempio la reticenza dei rispondenti nel divulgare la loro opinione), l’estrapolazione riposa sempre su una inferenza, la quale è un processo probabilistico non deduttivo. Un sondaggio, anche di altissima qualità, 19 volte su 20, non scenderà sotto uno scarto d’errore del 2 per cento, poiché è fondato su una metodologia che, per intenderci, da un sacco contenente 10 milioni di biglie o blu, o rosse, o verdi o gialle, avesse inferito (non dedotto) la percentuale di composizione di tutte le biglie del sacco, avendone estratte solo 1.000.

Ancor più complesso è il caso in cui si voglia esaminare la correlazione fra due variabili come accade comunemente negli studi clinici; si prenda, per esempio, l’assunzione di una pastiglia d’aspirina e l’occorrenza di una ischemia cerebrale. Per testare tale correlazione, sarà necessario avere due gruppi di soggetti sottoposti a un esame a doppio-cieco al fine di evitare aspettative: nel primo gruppo, ogni membro prenderà per un anno una aspirina al giorno e nel secondo (il gruppo di controllo), un placebo. Si cercherà di rendere i due gruppi omogenei (magari chiedendo ai soggetti se in famiglia vi sono dei precedenti casi di ictus); e poi, per scongiurare che si intrufolino fattori che potrebbero falsare i risultati, si ricorrerà alla «randomizzazione» della composizione dei gruppi per mezzo di una selezione casuale che dovrebbe assicurane l’omogeneità (affinché, per esempio, ci sia la stessa percentuale di fumatori nei due gruppi). I risultati saranno poi sottoposti a una analisi matematica di «regressione», che è uno strumento che permette di determinare il livello di correlazione fra le due variabili. Ma di correlazione sempre si tratterà, non di causalità.

Sfortunatamente, nella presentazione dei risultati all’opinione pubblica, si creerà sempre un’impressione di causalità o di non causalità fra le due variabili. In casu, se lo studio indicherà che nei soggetti del primo gruppo, due hanno sofferto un ictus e che in quello del gruppo di controllo, sono stati tre: si potrà dire che, in termini assoluti, chi ha preso l’aspirina ha una incidenza di ictus del 0,002 contro il 0,003 di chi non la prende — il che non sembra un granché — ma, in termini relativi, si potrà dire che chi prende l’aspirina ha visto la sua incidenza di ictus diminuita di un terzo — il che sembra molto più rilevante —. In ogni caso, l’idea che solo di una correlazione si tratta e non di una causalità, tenderà a sfumarsi. Forse, la ragione che rende così elusiva la giusta interpretazione dei dati statistici è d’ordine antropologico o, per lo meno, psicologico: gli esseri umani affidano di buona voglia la loro sorte a probabilità infime — ne è prova la popolarità di cui hanno sempre goduto lotterie e giochi d’azzardo — ma, paradossalmente, assumono a malincuore il peso dell’indeterminazione frutto di probabilità ragionevoli, preferendo la sicurezza della causalità all’indefinitezza della correlazione. Non bisogna sorprendersi se la schiavitù del fato e la prigionia del determinismo sono rimaste imperanti nella storia dell’uomo: «La ricerca della certezza blocca la ricerca del significato. L’incertezza è l’unica condizione che spinge l’uomo a sviluppare i suoi poteri» (Eric Fromm).

Fonte: L’Osservatore Romano, 17 marzo 2023

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del quotidiano pubblicato nella Città del Vaticano]

La suggestione del partito cattolico attinge forza dal disagio dell’elettorato.

Un recente sondaggio ha evidenziato che il 24 per cento degli intervistati saluterebbe con favore la nascita di un “partito cattolico”. Risposta sorprendente, sia perché i numeri sono di per sé sorprendenti – uno su quattro accarezza questa ipotesi – e sia perché di “partito cattolico” non ha parlato mai nessuno di quelli che fecero la storia dell’Italia nel lungo cinquantennio di egemonia democristiana. In realtà non ne parlava nemmeno Sturzo un secolo fa quando mise in piedi un partito a base cattolica. La laicità era un principio, anzi lo è oggi più di ieri in virtù degli indirizzi pastorali del Concilio Vaticano II, che permea l’azione “in temporalibus” del cristiano.

Allora verrebbe da dire che un sussulto d’integralismo sia in procinto di scuotere il corpaccione dell’elettorato. Ma è questa la lettura che si deve fare del sondaggio? Siamo cioè di fronte a una riscossa identitaria che il sismografo della politica fatica a registrare? A prima vista sembrebbe di sì, ma ad uno sguardo più attento la realtà potrebbe apparire più complessa. E sicuramente lo è, secondo logica e intuito, dal momento che dietro questo ingaggio nel potenziale fronte cattolico potremmo anche trovare gli elettori già accasati, magari con disagio, in formazioni politiche da cui all’atto pratico faticherebbero ad uscire. Un’aspirazione astratta non si traduce necessariamente in una soluzione alternativa.

È però significativo che uno stato d’animo, ancorché confuso nella complessità del reale e astretto nell’ambito di una suggestione a rischio d’infecondità, metta fuori gioco il dogmatismo della politica corrente. Vuol dire, in buona sostanza, che l’Italia non si racconta con la sintassi delle semplificazioni, nel cui nocciolo duro troviamo la contrapposizione eretta a sistema tra la destra e la sinistra, senza spazi intermedi (e guai pertanto a nominare il centro!). Ecco, se ciò crea disagio o insofferenza – non episodicamente – magari in un quadro d’incomprensione per un certo substrato culturale, si può anche immaginare che spunti inaspettato un moto identitario. 

Dunque, non bisogna chiedersi se il “partito cattolico” è dietro l’angolo, ma quale forza determina l’emergere di tale prospettiva. Capire la causa di questa novità, certo non di secondaria importanza, aiuta perlomeno a scansare equivoci e travisamenti. Qualcosa si muove nel profondo, vale la pena osservarlo e valutarlo, con intelligenza.

Più consapevoli del principio di realtà.

Il compleanno di John Kennedy fu festeggiato alla Casa Bianca da Marilyn Monroe che usciva da una torta. A Matteo Salvini, per il suo mezzo secolo, sono toccati Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi. Ognuno giudichi da sé, differenze e più remote somiglianze. 

Quello che colpisce, però, è come tutto lo stato maggiore del centro-destra si sia avventurato sul lago di Como a intonare il karaoke senza rendersi conto di quanto la sua mesta cerimonia stesse entrando in conflitto con lo stato d’animo del paese. Tanto più all’indomani del naufragio di Cutro e dell’infelice consiglio dei ministri che vi si era appena svolto. 

Non si tratta di fare i moralisti. Più semplicemente, di cogliere lo stato d’animo delle persone comuni. Che non sopportano riti penitenziali e geremiadi sui tempi cupi che ci tocca attraversare. Ma che in compenso vorrebbero essere guidate da una compagine che fosse almeno consapevole del principio di realtà. È proprio la continua esibizione di sé e dei propri buoni propositi che dovrebbe indurre la prima fila del governo a non fare simili errori. Dato che quella ostentazione di festeggiamento era davvero stridente nella sua coinciden-za temporale con i corpi dei bambini che il mare restituiva alla riva in quelle stesse ore. 

Davvero non si vorrebbero fare prediche a nessuno. E tantomeno scavare un piccolo abisso di sensibilità tra una cronaca impietosa e una festa sopra le righe. Ma Salvini, Meloni e i loro cari ci hanno costretto a tanto. Affondando la loro luna di miele politica nelle canzoni di De André. E senza neppure avere dalla loro il glamour di Marilyn.

Fonte: La Voce del Popolo – 16 marzo 2023

(Articolo qui riproposto per gentile concessione del

settimanale della Diocesi di Brescia)

Merlo vuole…fare centro. Il suo ultimo libro pone sotto la lente d’ingrandimento la questione di un nuovo progetto democratico.

Esponente di spicco del cattolicesimo politico e sociale del nostro paese, Giorgio Merlo evidenzia in modo plastico la necessità, nel sistema politico italiano, di riscoprire la categoria del Centro e, nello specifico, l’importanza di rideclinare una concreta e credibile “politica di centro”. E questo perché dopo la stagione del populismo dominata dal verbo grillino, la politica deve ritornare protagonista. E, con la politica, i suoi istituti più rappresentativi. Ovvero, i partiti popolari e democratici, le rispettive culture politiche e, soprattutto, una classe dirigente autorevole, competente e realmente rappresentativa a livello sociale e culturale. Insomma, tasselli di un mosaico che sono stati letteralmente spazzati dopo l’irrompere del populismo antipolitico, qualunquista e demagogico.

La riscoperta della politica, però, richiede anche e soprattutto la necessità di superare definitivamente quel “bipolarismo selvaggio” che ha dominato in modo incontrastato la dialettica democratica del nostro paese in questi ultimi anni. Una contrapposizione che, fatta salva la democrazia dell’alternanza tra i vari schieramenti politici, rischia di corrodere lo stesso tessuto della nostra democrazia, esposta alla continua e permanente delegittimazione dell’avversario politico se non addirittura del nemico. 

Ora, riscoprire la “cultura di centro” nel nostro paese non significa compiere una operazione nostalgica o, peggio ancora, di natura puramente conservatrice o consociativa. Al contrario, come emerge chiaramente dal libro, si tratta di introdurre nel concreto confronto politico quegli elementi che storicamente hanno caratterizzato le stagioni migliori della democrazia italiana. E cioè, dalla cultura di governo alla cultura della mediazione, dal senso dello Stato al rispetto degli avversari politici, dal ruolo dei corpi intermedi alla valorizzazione del pluralismo, dall’autorevolezza della classe dirigente politica ed amministrativa al valore della competenza, dalla rappresentanza di interessi sociali e culturali all’importanza della ricetta riformista.

Insomma, elementi decisivi che storicamente contraddistinguono la “buona politica” e che il nostro paese ha sperimentato in molte fasi della sua storia democratica. Del passato recente e meno recente. E, come spiega l’autore nel libro, la cultura più titolata per declinare una vera ed autentica “politica di centro” nel nostro paese resta quella riconducibile alla tradizione del cattolicesimo politico e sociale. E questo non solo perché in Italia quando si parla o si evoca il Centro si pensa subito all’impegno politico dei cattolici ma anche, e soprattutto, perché non possono essere l’attuale destra e sinistra a svolgere adeguatamente quel ruolo politico, culturale e di governo.

Purché, come ripete l’autore, i cattolici popolari e sociali escano dall’attuale irrilevanza politica ed organizzativa e ritrovino, al più presto, la voglia e le ragioni per ritornare protagonisti nello scenario pubblico italiano. Come lo sono stati i grandi “maestri” e “testimoni” del passato. Una storia, cioè, che non si può ridurre a giocare un ruolo puramente ornamentale e marginale nella cittadella politica italiana. Per la qualità della democrazia e la credibilità delle nostre istituzioni.

Giorgio Merlo

Giornalista professionista, è stato amministratore comunale e provinciale a Torino dal 1985 al 1996. Parlamentare del Ppi, dell’Ulivo e del Pd dal 1996 al 2013, è stato Vice Presidente della Commissione Vigilanza Rai. Ha ricoperto vari incarichi locali e nazionali nella DC, nel Ppi, nella Margherita e nel Pd. Aualmente è Sindaco di Pragelato e Consiglie- re Nazionale ANCI. È autore di numerosi volumi.

Il libroGiorgio Merlo, Il Centro dopo il populismo, Prefazione di Elena Bonetti, Marcianum Press, 2023.