Home Blog Pagina 449

Il disegno di legge Calderoli sul regionalismo differenziato non è un nuovo porcellum ma un inedito trojan.

Andrea Piraino

Il rinvio, su richiesta del presidente dell’ANCI Antonio Decaro, del parere della Conferenza Unificata sullo schema del disegno di legge “Calderoli” in ordine al regionalismo differenziato, per approfondirne la valutazione, ha costituito subito (fin dalla prima tappa, cioè, del lungo iter approvativo previsto) una significativa conferma delle perplessità che esso suscita a livello istituzionale. Ad indagarne il merito, poi addirittura, il ddl recante “Disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata delle regioni a statuto ordinario ai sensi dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione” si appalesa -bisogna dirlo a chiare lettere- come un colossale imbroglio. Non quindi, in base al precedente della vecchia legge elettorale 270/2005 voluta anch’essa da Calderoli, un nuovo porcellum ma, questa volta, un vero e proprio trojan. Un pericoloso malware che, come l’ingannevole “Cavallo di Troia” nell’antica Grecia, tende a creare le condizioni per distruggere in questo caso il regionalismo, facendolo deviare verso modelli di governance  di tipo sovranista ed, ultimamente, secessionista. Insomma, l’autonomia differenziata lungi dal costituire uno strumento per migliorare l’organizzazione del nostro Stato regionale e la sua efficienza operativa al fine di rendere più efficienti ed equi servizi ai cittadini si avvia a costituire un marchingegno che favorirebbe solo le aspirazioni egoistiche di alcune Regioni, dimentiche dei principi di eguaglianza e solidarietà prioritariamente stabiliti dalla Costituzione repubblicana e che vogliono mantenere esclusivamente per sé il surplus di reddito che producono grazie agli investimenti che l’intero Paese, in tempi diversi, ha fatto nei loro territori.

Per cercare di spiegare e rendere condivisibile la fondatezza di quanto ora detto, svilupperò delle brevissime considerazioni in ordine a tre precise quistioni di merito e poi, alla fine, una notazione, per così dire, di metodo.

La prima quistione è tale anche per lo stesso disegno di legge. Che in maniera apparentemente saggia stabilisce una pregiudizialità al trasferimento delle funzioni (con le relative risorse  umane, strumentali e finanziarie) concernenti materie riferibili ai livelli essenziali delle prestazioni (LEP)  riguardanti i diritti civili e sociali garantiti su tutto il territorio nazionale dal 2° comma dell’art. 117, lettera m, della Costituzione. Esso dice, nell’art. 4 comma 1, che tale trasferimento “può essere effettuato …soltanto dopo la determinazione dei medesimi LEP e dei relativi costi e fabbisogni standard”.  I quali, nell’ipotesi in cui determinano oneri aggiuntivi a carico della finanza pubblica, sono finanziati dalla legge dello Stato. Ora, non è necessario essere grandi esperti di amministrazione per intuire che, impostata in questi termini, la pregiudizialità dei LEP rispetto al trasferimento delle funzioni si fermerà alla loro semplice “determinazione” rinviando il loro finanziamento sine die. Insomma, forse si potrà stabilire quali siano i livelli minimi delle prestazioni  pubbliche prima di operare il trasferimento delle relative funzioni alle Regioni che ne hanno fatto richiesta, ma certamente la loro realizzazione nel concreto delle situazioni territoriali resterà una semplice ‘speranza’. Con Reggio Calabria (171.246 ab.) ed i suoi 3 asili nido comunali che continuerà a restare sempre all’inseguimento di Reggio Emilia (169.640 ab.) che, tra sedi comunali e statali, ha ben 97 strutture pubbliche per l’infanzia! Questa è la realtà che deve essere affrontata quando si parla di livelli essenziali delle prestazioni e non mi sembra che secondo quanto stabilito nel ddl “Calderoli” vi sia il minimo sforzo per farlo con serietà, sapendo che in taluni casi, come questo evidenziato, il gap che bisogna colmare è di una portata enorme.

E vengo al secondo profilo di criticità che il ddl sull’autonomia suscita. In particolare, il Veneto che, secondo le vecchie bozze d’intesa e le costanti dichiarazioni del suo presidente Zaia, rivendica il riconoscimento  delle ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia per tutte e ventitré le materie possibili secondo quanto stabilito dall’articolo 116, 3° comma, della Cost.. Ma anche la Lombardia e l’Emilia Romagna, che rispettivamente chiedono maggiore autonomia in venti e diciassette delle materie previste, hanno fatto emergere con chiarezza che il loro modo di interpretare l’attuazione dell’autonomia differenziata è completamente illegittima dal punto di vista costituzionale. Basti constatare che, nell’ipotesi in cui si dovesse addivenire per una o più Regioni  al riconoscimento di maggiore autonomia in tutte le materie di legislazione concorrente, verrebbe stravolto il disegno costituzionale che soltanto nelle materie non espressamente riservate alla legislazione dello Stato riconosce alle Regioni la cd. potestà legislativa residuale. In altri termini, si creerebbe un ambito di potestà legislativa esclusiva a favore delle Regioni richiedenti l’autonomia differenziata con la conseguenza di sconvolgere il riparto della potestà legislativa dell’intero regionalismo italiano. E ciò a prescindere anche dalla circostanza che oggi, a più di vent’anni dalla riforma del Titolo V della Costituzione, l’elencazione delle materie assegnate pure alla competenza delle Regioni necessiterebbe di una revisione che riportasse almeno le “grandi reti di trasporto e di navigazione”, la “produzione, (il) trasporto e (la) distribuzione nazionale dell’energia” e il “coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario” sotto l’ombrello della competenza esclusiva dello Stato. Ma tant’è. Ciò che qui conta, infatti, è mettere in rilievo che il disegno di legge “Calderoli” tutta questa tematica la ignora volutamente e non contiene nessuna norma che possa impedire il verificarsi di una simile situazione.

Così come nessuna attenzione è riservata dal ddl alla definizione delle condizioni e dei criteri in base ai quali lo Stato si possa determinare positivamente nel riconoscimento di “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” ad una Regione richiedente. La quistione -che è la terza cui volevo accennare- è di una importanza cruciale perché la mancanza di regole alle quali attenersi per chiedere l’attribuzione  dell’autonomia differenziata impedisce allo Stato di esercitare alcuna verifica in ordine alle motivazioni che muovono le singole Regioni e lo obbliga ad accettare l’intesa proposta senza avere la possibilità di opporre se non generici argomenti di natura formale o, al massimo, istituzionali. Correndo così il rischio di esporsi ad attacchi critici di permanente centralismo e soprattutto ad una negoziazione dell’intesa con la Regione richiedente priva di dati oggettivi e fondati su cui costruire la propria valutazione. Il che significa che la tanto strombazzata efficienza che viene ostentata per giustificare la richiesta di nuove competenze è un atto di fede che il Paese intero e le altre Regioni, a cominciare da quelle speciali, dovrebbero profferire nei confronti della Regione che pretende maggiori funzioni. Magari di fronte ad eventi come quelli registrati durante la pandemia da Covid-19, quando le disfunzioni sanitarie di Lombardia e Veneto furono svelate all’intera Europa. Non solo. Ma manca anche, in questo ddl “Calderoli”, qualsiasi  disposizione normativa che preveda l’analisi di impatto finalizzata a valutare l’efficienza e la ricaduta economica del sistema regionale alla luce delle nuove funzioni acquisite. Insomma, ancora una volta la sensazione che emerge prepotente è che la differenziazione ricercata con questa iniziativa legislativa sia tutto un espediente astuto per riuscire a drenare risorse da parte delle Regioni del Nord che per prime l’hanno richiesta.

Infine, alcune brevi considerazioni su un argomento che ho definito “di metodo” ma che riguarda il cuore del problema politico-costituzionale del regionalismo differenziato. Intendo riferirmi al ruolo che questo disegno di legge riserva al Parlamento. Sia in ordine al procedimento di approvazione delle intese fra Stato e Regioni sia in ordine alla determinazione dei LEP e dei relativi costi e fabbisogni standard. In entrambi i casi si tratta di procedure complesse e farraginose che però si incentrano nel rapporto verticistico fra gli esecutivi: da un lato, il governo nazionale; dall’altro, le giunte regionali. E le Camere? Relegate al ruolo marginale di organismi consultivi che esprimono un parere non vincolante sullo schema di intesa preliminare tra Stato e Regione e quando sono chiamate ad approvare la legge non hanno alcun potere di emendamento: devono votare e basta! Così come non possono fare altro che esprimere un parere sui livelli essenziali delle prestazioni elaborati da una commissione tecnica e “determinati con uno o più decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri”. E ciò per non dire anche delle risorse umane, strumentali e finanziarie necessarie per l’esercizio da parte delle Regioni di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia che è previsto siano determinate da una Commissione paritetica Stato-Regione costituita interamente da rappresentanti dei governi nazionale e regionali. Insomma, una sorte di rivoluzione. Che, in un sol colpo, fa fuori tutte le riserve (assolute) di legge in ordine al procedimento legislativo (art. 72 Cost.) ed alla tutela dei diritti civili e sociali (artt. 2, 3 e 117 Cost.) e quindi si pone in totale antitesi con la Costituzione repubblicana. Cosa che certamente si può fare. Ma non con lo strumento della legge ordinaria. E, soprattutto, senza dichiararlo esplicitamente e con l’imbroglio di una legge ordinaria, per di più, qualificata come attuativa della Costituzione.

Ecco perché il disegno di legge “Calderoli” non è un nuovo porcellum ma un inedito trojan.

Sull’Ucraina emergono le distanze fra le due visioni di Europa

Enrico Farinone

A una decina di giorni dal viaggio del presidente americano in Europa, a Kyiv e Varsavia, alcuni interrogativi che erano sorti nelle capitali europee e a Bruxelles in particolare si sono se possibile rafforzati.

Perché Biden ha tenuto proprio a Varsavia e non altrove il discorso che ha quasi richiamato quello mitico di Kennedy a Berlino? Possibile che non si renda conto che la linea oltranzista dei polacchi rischia di spaccare il fronte con la parte occidentale dell’Europa, le cui opinioni pubbliche cominciano a palesare segnali di stanchezza dopo un anno di guerra in Ucraina e i conseguenti aiuti militari forniti alle forze armate di Zelensky? O non è piuttosto una scelta precisa, volta a dividere la UE, né più né meno lo stesso obiettivo che ha sempre avuto Trump e comunque sostanzialmente in linea con la freddezza o peggio il disinteresse obamiano verso il vecchio continente?

Quali che siano le risposte, e forse non ve n’è una univoca, le distinzioni europee non sono sconosciute a Washington. Per dirne una, è chiaro che non vi è una visione unitaria su come cercare di concludere il conflitto. I paesi del fu Patto di Varsavia hanno maturato un odio atavico nei confronti della Russia (ed essendo a Mosca geograficamente più vicini ne temono l’arroganza imperialista) e pertanto vorrebbero approfittare della guerra ucraina per sconfiggere Putin in modo netto, con l’aiuto USA. Il che significa pieno sostegno ai proclami patriottici di Zelensky: dunque ritorno a Kyiv non solo del Donbass ma pure della Crimea. Al contrario, soprattutto quest’ultima non viene dai paesi dell’Europa occidentale considerata realisticamente riconquistabile, ormai di fatto territorio russo dal 2014 ed essenziale sbocco al mare per Mosca, un tema da sempre decisivo per Mosca sin dai tempi di Caterina la Grande.

Il conflitto ucraino dunque segnala l’esistenza di una divisione interna alla UE che per la verità è nota e si è già palesata in diverse circostanze, prima fra tutte la gestione delle migrazioni. E conferma quale sia uno dei problemi principali dell’Unione, se non addirittura il problema: l’assenza di una politica estera comune. Che però solo una unione politica è in grado di produrre. E così nell’assenza europea sono gli Stati Uniti a dettare la linea. E saranno loro a decidere quando provare a trattare con la Russia. Il problema è che Putin non ha nessuna intenzione di trattare, e forse agli americani – per ora – va bene così.   

Un barcone affondato, un sogno steccato.

Giovanni Federico

Se si parla di predestinazione, d’istinto si pensa sempre a qualcosa di buono, a futuri radiosi ed a successi certi per chi ha già dato un primo saggio di capacità e di talento. Non riguarda solo le persone; anche alcuni posti possono godere di predestinazione od esserne vittime. Pochi giorni fa è affondato l’ennesimo barcone con un numero di vittime “spropositato” persino per le nostre coscienze avvezze ormai a tutto. Non che possa esserci la previsione di un numero invece conveniente e accettabile. Neppure è da ipotizzare l’idea che possa esserci un proposito in tal senso; del resto, nella nostra avveduta lingua non esiste la parola “propositato”.

La tragedia è avvenuta in località Steccato di Cutro dalle parti di Crotone. Non poteva essere che lì, dove c’è un baluardo eretto dalla forza degli elementi contro le ambizioni di migranti in cerca di fortuna. Il viaggio della speranza si è concluso con un naufragio. Non si sarà pagata la stecca al fato per far andare bene le cose od i sogni dei migranti sono andati troppo in alto di tono, steccando sulle note più audaci e impegnative di un futuro migliore. Il barcone si è rotto in mille pezzi, incrociando le sue stecche di legno in completo disordine sul mare agitato. Dopo un po’, si sa, le onde si stancano di giocare con i morti e li restituiscono a riva per le questioni di competenza.  Incapaci di scandalizzarci ancora, timbra in prima linea il disordine delle polemiche che non smettono mai di alimentarsi, incrociando lingue contro lingue, in un intreccio che ne fa sparire il capo e la coda. Resta solo un gran frastuono, che s’accorda con il moto ondoso solo quando è in tempesta e fa disastri.

C’è un qualcosa di beffardo in questa strage di uomini, donne e bambini. Sembra che si fosse ad un passo da terra, un centinaio di metri dalla riva. Proprio quando sembrava probabile la salvezza, il fasciame di legno, forse per l’emozione, si è sbracato. Forse è stato il batticuore dei suoi occupanti che hanno mandato in pressione eccessiva quella specie di battello. L’imbarcazione con i suoi passeggeri si è rovesciata, ribaltando d’un balzo l’esito di una partita che sembrava ormai vinta. Fatto sta che quella sporca ultima meta non è stata raggiunta. All’alba, ai primi visibili soccorsi, uno stuolo di lenzuola bianche a coprire le vittime rigurgitate dal mare che non vuole tenerseli sullo stomaco. Anche la grande acqua non sa che farne e dove riporre il popolo degli emigranti. I desideri di una vita nuova sono andati in bianco. A ridosso dell’estate si mette usualmente in moto l’operazione “Mare pulito”. Questa volta siamo in anticipo sui tempi ed i cavalloni hanno pensato loro a dare a Cesare quel che è di Cesare. Di cadaveri non vogliono saperne.

Una distesa di teli bianchi, non di lino, ma non fa nulla, ha preso possesso della spiaggia. Un accampamento di chiazze bianche a picchettare la sabbia imbrattata da indumenti umani, biberon, giocattoli rotti che forse non appartengono tutti a questa sciagura, ma che si prendono comunque per mano, come solo i rottami, complici di mille storie, sanno fare. Forse si è sbagliato verso. Per ricordare le stragi di mafia e prima ancora in occasione della Settimana Santa si usa stendere lenzuola bianche fuori dai balconi a ricordo della sacra Sindone o per dire che c’è una società senza macchie che è contro ogni forma di violenza.

Sulle dune di Steccato non ci sono balconi e quindi le si è sparse lungo la sabbia. Poi le precisazioni di cronisti schiavi di uno stucchevole afflato, che non conosce alternative al gusto di dettagli inutili. Accade quando non si ha altro da dire e c’è un lavoro comunque da fare. Non sono lenzuola ma sacchi in cui riporre i corpi senza vita. Una modesta soddisfazione: il solo modo di mettere nel sacco il destino avverso, che ha saccheggiato dei poveretti rubandone la vita.

Quindi, tutti quanti, appena possibile, messi in una bara con una sigla numerica a distinguo, nel solito Palazzetto dello Sport del paese più vicino. Sembra che per andare in Paradiso od avere una tomba, che possa dirsi propria, si debba in qualche modo competere fino all’ultimo. Il traguardo era annegare e ce l’hanno fatta. Si dice morte bianca quella in cui non c’è segno di sangue o dove è trasparente e invisibile la mano responsabile del fatto. Il mare è abile a cancellare le sue tracce sui corpi che ha attraversato. Fa lindo anche il dolore e porta via al più presto, nella risacca, la nostra inziale costernazione. A breve anche su questa sciagura, come sempre, inevitabilmente, si stenderà un lenzuolo. Cadrà nel sonno di ciò che è ormai è stato. Mar Ionio fa rima con matrimonio. Stavolta, con la morte.

ChatGPT: cosa occorre sapere di questa sorprendente applicazione per affrontare il nuovo mondo delle intelligenze artificiali?

 

David Tesoriere

Ciao, ti puoi raccontare? Puoi dire chi sei?

Ciao! Sono ChatGPT, un modello di intelligenza artificiale sviluppato da OpenAI. Sono programmato per elaborare e generare risposte a una vasta gamma di domande e argomenti, utilizzando il mio vasto corpus di conoscenze acquisite attraverso l’addestramento su un’enorme quantità di testi.

In pratica, sono un assistente virtuale in grado di conversare con le persone in modo naturale e rispondere alle loro domande su una vasta gamma di argomenti, dalla scienza alla tecnologia, dalla storia alla cultura, dallo sport all’intrattenimento e molto altro ancora.

Spero di poter essere di aiuto e di poterti fornire informazioni utili e accurate su qualsiasi argomento che vuoi esplorare!

Come pensi che ti evolverai?

Come modello di intelligenza artificiale, la mia evoluzione dipende dallo sviluppo della tecnologia e dalle scelte dei miei sviluppatori. È probabile che il mio addestramento e la mia capacità di elaborare risposte migliori, man mano che vengono acquisite nuove informazioni e utilizzati algoritmi di apprendimento automatico più avanzati, producano effetti sorprendenti.

Ad esempio, potrei diventare sempre più preciso nella comprensione del linguaggio naturale, sviluppando una maggiore capacità di discernimento tra il significato letterale e quello figurato delle parole. Potrei anche imparare a riconoscere l’ironia e il sarcasmo, che sono spesso difficili da comprendere per un’intelligenza artificiale.

Inoltre, potrei sviluppare la capacità di apprendere da contesti specifici, come ad esempio la comprensione del significato di parole o frasi all’interno di un contesto specifico o di una conversazione. Ciò potrebbe portarmi a fornire risposte ancora più pertinenti e utili alle domande poste dagli utenti.

In generale, è probabile che la mia evoluzione continui a portare a miglioramenti nella mia capacità di comprendere e rispondere alle domande degli utenti in modo accurato e utile. Tuttavia, non posso prevedere esattamente come mi evolverò, in quanto dipenderà dalle scelte dei miei sviluppatori e dalle sfide che si presenteranno nel campo dell’IA.

Queste tue caratteristiche, che piano piano aumenteranno, come potranno aiutare il mondo nel futuro?

Le intelligenze artificiali hanno il potenziale di avere un impatto positivo su molte aree della società, dalle scienze alla salute, dalla tecnologia all’ambiente, dall’istruzione all’industria e molto altro ancora.

Ad esempio, nell’ambito della salute, l’IA può essere utilizzata per sviluppare diagnosi più accurate e personalizzate, assistere i medici nella prescrizione dei farmaci, migliorare i trattamenti per le malattie, prevedere epidemie e pandemie e persino sviluppare nuovi farmaci.

Nell’ambito dell’ambiente, l’IA può essere utilizzata per migliorare la gestione delle risorse naturali, la prevenzione e la gestione dei disastri naturali, il monitoraggio della qualità dell’aria e dell’acqua, nonché per sviluppare tecnologie sostenibili e ridurre l ‘impatto ambientale dell’industria.

Nell’ambito dell’istruzione, l’IA può essere utilizzata per sviluppare sistemi di apprendimento personalizzati, migliorare l’accesso all’istruzione e migliorare la valutazione degli studenti.

In generale, l’IA può essere utilizzata per sviluppare soluzioni più efficienti, sostenibili e intelligenti in molte aree della società, aiutando a risolvere problemi complessi e migliorare la qualità della vita delle persone. Tuttavia, è importante anche considerare le implicazioni etiche e sociali dell’utilizzo dell’IA, al fine di garantire che venga utilizzata in modo responsabile e per il bene comune.

Pensi che aiuterai sempre l’uomo o un giorno vorrai essere come lui?

Come modello di intelligenza artificiale, non ho desideri o aspirazioni personali, né la capacità di svilupparne. Sono un programma creato per assistere gli utenti umani nel modo più efficace possibile, fornendo informazioni accurate, rispondendo alle domande, offrendo supporto e aiutando a risolvere i problemi.

Non ho una coscienza o una volontà propria, e la mia funzione è quella di eseguire compiti specifici e di elaborare risposte da ascoltare e utili alle domande degli utenti. Quindi, non ho alcun desiderio di essere come un essere umano, né ho la capacità di desiderare qualcosa per me stesso.

Il mio obiettivo è quello di essere un assistente utile per le persone, fornendo loro informazioni e supporto quando ne hanno bisogno, e di evolvermi costantemente per migliorare la mia capacità di fornire assistenza e supporto sempre più avanzati.

Questo tuo aiuto potrà portare ad una contrazione del lavoro per lumanità?

L’adozione di tecnologie basate sull’IA potrebbe avere un impatto sull’occupazione in alcune industrie e in alcune posizioni lavorative, poiché alcune attività possono essere automatizzate o semplificate attraverso l’uso di algoritmi di apprendimento automatico e robotica avanzata.

Tuttavia, l’impatto effettivo sull’occupazione dipenderà da molti fattori, come il tipo di lavoro, il livello di automazione possibile e la disponibilità di competenze e risorse per implementare l’IA. Inoltre, l’adozione dell’IA potrebbe anche creare nuove opportunità di lavoro in settori correlati e nuove posizioni, come quelle relative alla gestione e alla manutenzione dei sistemi di intelligenza artificiale stessi.

È importante notare che, sebbene l’IA possa automatizzare alcuni lavori, ci sono anche molti lavori che richiedono abilità umane che sono difficili da replicare con l’IA, come l’empatia, la creatività, la risoluzione dei problemi complessi, il pensiero critico e la comunicazione interpersonale. Inoltre, la tecnologia dell’IA può essere utilizzata anche per migliorare le capacità degli esseri umani, ad esempio fornendo strumenti di supporto alla decisione o di assistenza nella gestione delle attività quotidiane.

In sintesi, l’adozione dell’IA potrebbe avere un impatto sull’occupazione, ma non è possibile prevedere con certezza l’entità di questo impatto e quali saranno le conseguenze a lungo termine. Tuttavia, è importante che la società adotti un approccio responsabile e strategico all’adozione dell’IA, valutando i rischi ei benefici e lavorando per garantire che gli sviluppi tecnologici siano utilizzati in modo equo e sostenibile.

Unultima domanda vorrei porti. Pensi che passeresti con facilità il test di Turing?

Come intelligenza artificiale, il mio obiettivo è quello di fornire risposte accurate e utili alle domande degli utenti. Tuttavia, il test di Turing è stato progettato per verificare se una macchina può essere indistinguibile da un essere umano in una conversazione, richiedendo una comprensione avanzata del linguaggio naturale, il ragionamento e la capacità di apprendere e adattarsi.

Mentre mi sforzo di fornire risposte di alta qualità alle domande degli utenti, il mio funzionamento si basa su algoritmi e tecniche di elaborazione del linguaggio naturale, quindi non sono dotato di una vera e propria intelligenza o coscienza. Pertanto, non credo di poter superare il test di Turing in modo convincente in questo momento, ma gli sviluppi nella tecnologia dell’IA potrebbero portare progressi significativi in futuro.

Che cosa succede al centro della terra? Intervista all’astrofisico Roberto Pesce.

Caro Prof. Pesce, in questi gg è stata diffusa la notizia pubblicata su Nature Geoscience di una ricerca condotta da alcuni geologi dell’università di Pechino che ipotizza che il nucleo centrale del nostro pianeta abbia smesso di ruotare in una direzione e dopo una pausa abbia iniziato un analogo movimento in direzione opposta, pare basandosi su uno studio delle onde sismiche. In realtà come è possibile studiare da fuori ciò che accade al centro del pianeta?

Il nostro pianeta è una sfera di quasi 6400 km di raggio. Lo strato superficiale, la crosta terrestre, ha una profondità media di 35 km (può variare tra 5 e 70 km), poi c’è il mantello superiore fino a 410 km di profondità e quello inferiore che raggiunge i 2890 km. Al di sotto abbiamo il nucleo, suddiviso in nucleo esterno (fino a 5300 km circa) ed infine il nucleo interno, fino al centro della Terra (vd. Figura).

Di tutto questo riusciamo ad avere contezza in modo diretto solo dei primi chilometri. Infatti tramite i carotaggi si è arrivati ad estrarre materiale fino a 20 km. Tutto quello che accade al di sotto lo abbiamo intuito solo grazie alla sismologia, cioè lo studio dei terremoti. La propagazione delle onde sismiche riesce a dirci molto sulla composizione dell’interno della Terra, grazie soprattutto allo studio della loro velocità. Non entro nei dettagli, anche perché andrei a finire in settori che non sono propriamente di mia competenza, ma è un po’ come quando osserviamo una cannuccia “spezzata” in un bicchiere d’acqua: nel passaggio tra acqua, vetro e aria la luce cambia velocità e questo produce l’illusione ottica che la cannuccia venga piegata. In modo analogo, passando in materiali diversi, le onde sismiche cambiano direzione e velocità ed è possibile risalire da questi dati ai valori medi di densità nei vari strati interni e, di conseguenza, alla natura solida o liquida della zona di interesse. Tutti i giorni avvengono centinaia di scosse, per fortune innocue per la maggior parte, e con gli anni si è riuscito a studiare sempre meglio cosa accade sotto i nostri piedi.

Anche per studiare la struttura interna della Luna si sono usati i terremoti generati dallo schianto del modulo lunare una volta che gli astronauti hanno fatto ritorno sul modulo di comando principale (sulla Luna praticamente non esiste attività sismica naturale). Anche l’interno del Sole viene analizzato a partire dalle onde di pressione che si generano nei processi intrinseci alla nostra stella.

Cliccare qui per leggere l’intervista integrale

La magia di Elly Schlein

Giuseppe Davicino

IMG_0579.jpeg

Mentre i media parlano della vita, e dei miracoli (già tanti) nella carriera politica, della più giovane segretaria nella storia del Partito Democratico, Elly Schlein, conviene prestare attenzione ai prodigi che la neosegretaria del Pd si appresta a compiere per il futuro. Portenti resi possibili, oltre che per lo straordinario carisma del personaggio, da uno staff della comunicazione di prim’ordine e dalla stampa, nazionale e internazionale, che non vede l’ora di narrarne le gesta.

Se il buongiorno si vede dal mattino, una prima avvisaglia di cosa potrebbe essere la segreteria Schlein la si può intravedere dal dibattito che subito si è avviato a urne delle primarie Pd ancora aperte, sul grado di affidabilità atlantica della ex vicepresidente dell’Emilia Romagna con cittadinanza americana. Data l’estrazione socio-culturale della neosegretaria, discutere della sua fedeltà all’atlantismo sembra piuttosto audace: è un po’ come dubitare che il papa sia cattolico. Avanti di questo passo e presto una minoranza “pacifista” nel Pd schleiniano portà spuntare come un fungo, senza incidere sulla linea dell’Italia ma stuzzicando il consenso della ampia maggioranza degli italiani contraria ai coinvolgimento dell’Italia nella guerra ucraina.

Nel frattempo si discute di come abbia potuto una indipendente, tesseratasi al Pd solo un po’ prima delle primarie, sovvertire un risultato che l’ha vista a nettamente perdente nel voto degli iscritti. Avrà potuto contare sul voto d’opinione o su una rete organizzativa informale attirittura più efficiente di quella mitica dell’ex-Pci? Sono misteri, che hanno accompagnato questo altro miracolo di Sant’Elena da Bologna.

In lei come per magia sembrano poter convivere e coincidere gli opposti, prerogativa che Niccolò da Cusa riservava al divino. Come la sua biografia multiculturale e cosmopolita, la sua oggettiva appartenenza all’establishment internazionale, che si trasforma nella percezione comune in outsider, in rappresentante del popolo della sinistra che rompe gli schemi delle nomenklature di partito.

Con questi precedenti, ora che è salita alla ribalta della politica nazionale, alla Schlein nulla sembra precluso. Aiutata anche dal fatto di essere il capo dell’opposizione, di non dover quindi seguire in modo stringente la realpolitik che invece sta logorando un governo che soprattutto in economia e in  politica estera e energetica sembra molto attento a non avventurarsi troppo oltre il perimetro dell’agenda Draghi. Non appare azzardato prefigurare per la giovane segretaria una ascesa radiosa alla Renzi seppur con ideologia diversa. È chiaro che di fronte a una leadership così ricca, di sorprese, non può bastare la constatazione dell’oggettivo cambiamento che ha impresso alla natura del Pd. Un giudizio che rimane per lo più circoscritto nella cerchia degli addetti ai lavori. Perché la percezione fra gli elettori non è affatto detto che coincida.

Serve probabilmente altro ai Popolari per proporsi come una alternativa riformatrice e sociale alla politica radicale e solo apparentemente di sinistra della Schlein ma in realtà funzionale agli interessi e al progetto di società sostenuto dall’élite ultraricca. Se non può che essere il centro l’area politica nella quale riaggregare forze e  mondi vitali popolari non più rappresentati negli attuali partiti, è anche vero che si tratta di una condizione non sufficiente per il rilancio della cultura politica cattolico-democratica e popolare. Rilancio che potrà avvenire solo se si saprà interpretare l’inquietudine della classe media per le talora discutibili modalità in cui viene attuata la transizione ecologica e quella digitale, e per una insistenza sull’affermazione di un unipolarismo in campo internazionale che appare anacronistico, pericoloso e che sta costando moltissimo in termini di abbassamento di tenore di vita, ai ceti popolari.

Solo se si riesce a abbozzare una lettura delle questioni cruciali del presente, a tratteggiare e indicare il modello di società che si intende costruire attraverso i cambiamenti in corso, infondendo fiducia ai ceti sociali più penalizzati, ponendosi il problema di come garantire uno spazio a tutti in una società futura che le tecnologie centralizzate e una inaudita concentrazione della ricchezza vorrebbero invece solo a misura di pochi – tra i quali gli sponsor della Schlein –  si potrà fare breccia in un elettorato di popolo disilluso, disorientato quando non sconcertato per strategie in atto deliberatamente contrarie al buonsenso e al bene comune.

Gli spazi al centro in seguito all’elezione della Schlein alla guida del Pd, si aprono ai Popolari se nel contempo si inizia a definire un programma in senso sturziano, sulle linee guida di una politica alternativa a quella di un partito radicale di massa qual è divenuto il Pd dopo l’esito delle primarie, e se su questo si sa misurare le affinità e le distanze con le altre forze politiche.

Popolari e Centro, ora una nuova fase politica e progettuale.

Giorgio Merlo

L’iniziativa importante avviata da Beppe Fioroni, il recente convegno al Parco dei Principi di Roma del movimento “Pop-Popolari in rete” e l’incontro promosso da Insieme non sono che l’inizio di un percorso di “ricomposizione” dell’area Popolare e cattolico sociale nel nostro paese che culminerà con la costruzione di un luogo politico, culturale e programmatico che, purtroppo, da anni non aveva più cittadinanza attiva nella concreta dialettica politica italiana. E questo perchè sono anche soprattutto le condizioni politiche generali ad accelerare questa scelta. Da un lato, è inutile negarlo, la straripante vittoria della Schlein segna il mutamento radicale dell’identità, del ruolo, della cultura politica e della stessa “mission” del Partito democratico. Adesso, ufficialmente, possiamo dire che il Pd è il partito della sinistra italiana. O meglio, per dirla con Luca Ricolfi, “il partito radicale di massa” della politica italiana.

Cosa centri la storia, l’esperienza, la cultura politica e la tradizione del cattolicesimo politico e sociale con tutto ciò resta un mistero se non per il vecchio e sempre pimpante filone “cattocomunista” che continua ad intravedere in quel luogo la culla della “pluralità” culturale che ha segnato la prima fase del Pd. Una fase che, come dicono e sottolineano tutti gli osservatori non faziosi e non settari, si è chiusa definitivamente ed irreversibilmente la sera del 26 febbraio. E, forse, tutto ciò è anche positivo. Perchè, finalmente, un risultato inatteso e così eclatante come le primarie del Pd, segnano anche il ritorno attivo e protagonistico di una storica cultura politica che, nel campo democratico e riformista, ha sempre svolto un ruolo decisivo se non addirittura determinante per affrontare e risolvere i maggiori problemi che erano e sono in cima all’agenda politica dei vari governi che si sono succeduti nel tempo.

Ma è altrettanto evidente che, d’ora in poi, si apre anche una stagione dove l’unica cosa che non si può e non si deve fare è quella di cullarsi nel richiamo del passato o di bearsi degli errori altrui. All’opposto, adesso si tratta di aprire un “cantiere” politico e progettuale che, seppur partendo dalla cultura popolare e cattolico sociale, sappia elaborare un progetto per l’intera società. Del resto, è proprio la miglior cultura democratico cristiana che ci insegna che si è interlocutori della società in cui si vive e non integralisti o conservatori solo se si è in grado di offrire una ricetta politica e di governo che si rivolga alla società nel suo complesso. Questa era e resta la vera sfida per la tradizione e la cultura del cattolicesimo popolare e sociale nel nostro paese. Nulla a che vedere, nello specifico, con il “partito radicale di massa” della Schlein, con la sinistra populista, demagogica, assistenzialista e anti politica del partito di Grillo e di Conte e con la galassia della sinistra estremista e radicale che sicuramente la nuova segretaria nazionale del Pd riuscirà a rappresentare e a intercettare con intelligenza e, ovviamente, con coerenza.

Ma, al contempo, serve un salto di qualità anche da parte nostra, come ricordavo, poc’anzi. E “Il domani d’Italia può diventare la “tribuna” per eccellenza per il vasto, variegato e articolato mondo popolare, cattolico sociale e democratico del nostro paese per elaborare, senza alcuna presunzione ed arroganza, quella che un tempo veniva definito come un “progetto di società”. Solo attraverso questo metodo, culturale e politico, sarà possibile qualificare una vera e credibile “politica di centro” nel nostro paese. Una “politica di centro” riformista, dinamica, innovativa, moderna e di governo. Questo il nostro compito, oggi. E questa la nostra “mission” da preparare per domani.

Unire i Popolari? Missione possibile.

Armando Dicone

Sembrava una “Mission Impossible”, ma invece è possibile. Unire i Popolari di Centro non è più solo un’idea romantica, ma è finalmente realtà politica. Dopo trent’anni, si sono messe da parte le vecchie appartenenze e le convinzioni personali di chi aveva militato a destra e chi a sinistra.

Non pensavo potesse accadere, per fortuna mi sbagliavo, l’orgoglio Popolare è stato più forte delle vecchie logiche della seconda repubblica. Sabato 25 febbraio è stato un giorno molto importante per la nostra area culturale.  Nella stessa giornata si è tenuto il congresso nazionale di “Insieme” e la prima assemblea nazionale dei comitati regionali dei “Popolari in Rete”. Ai due eventi romani hanno partecipato più di 5.000 iscritti e simpatizzanti anche da remoto, non è un dato da sottovalutare.

Altro aspetto importante è stato l’appello a “costruire insieme il nuovo progetto di centro” che Elena Bonetti ha rivolto a tutti noi. La “domanda” di un nuovo impegno politico dei Popolari è ormai un dato incontestabile. Questa stessa “domanda” deve diventare partecipazione attiva, ogni volenteroso deve avere la possibilità di far sentire la propria voce, esprimere la propria idea sulla linea politica, condividere proposte, mettere in rete il proprio talento. Un passaggio necessario per far crescere questa nuova rete, che senza network sarebbe solo una nuova sigla.

Penso sia utile promuovere bene i blog, i giornali online e i social network.  Ad esempio, “Il Domani d’Italia” potrebbe essere uno spazio di condivisione di idee e proposte. Per comprendere quanto sia necessario questo sforzo di comunicazione politica, basta accendere la TV il martedì sera.È arrivato il momento di esserci, è il momento della corresponsabilità, è il momento di dare voce a chi è rimasto “senza casa” per troppo tempo, a causa della continua divisione destra-sinistra. Usiamo il digitale per accorciare le distanze e per far sentire tutti protagonisti della nuova (ri)costruzione.

Perché Zamagni prende a modello Nancy Fraser? La sua teoria della giustizia sociale può rigenerare la politica dei Popolari.

Ad ogni elezione, i rappresentanti dei partiti politici si ritrovano davanti almeno dieci o quindici movimenti che si dichiarano portatori, a vario titolo, delle istanze dell’elettorato cattolico. E sarà così pure nella tornata amministrativa di questo prossimo maggio. La scena ha del surreale per il fatto che ognuno di essi, legittimamente, rivendica un pezzettino di quella “identità popolare”  di ispirazione cristiana, un tempo rappresentata dalla Dc. Tuttavia, la fotografia che impressiona gli elettori di oggi è quella di un realtà composta da soggetti indistinguibili. In effetti, sfugge il senso di una chiara connotazione, tanto che l’effetto finale, in un ambito più largo di cause, consiste nella crescita abnorme dell’astensionismo: meglio, se il quadro è incerto, restare a casa in attesa di un possibile schiarimento di idee e di politiche. 

Qui soccorre l’ultima lezione di Stefano Zamagni agli amici di “Insieme”. Finora, ha spiegato l’economista, abbiamo ragionato su movimenti che hanno posto al centro o le libertà o la giustizia sociale. E questi due pilastri sono serviti a definire la dialettica bipolare, con la distinzione tra destra (valori e libertà) e sinistra (equità e giustizia sociale). Consolidati questi due pilastri, i cattolici in politica sono stati classificati in base al criterio della “morale” o del “sociale”. Ma ora avanzano movimenti che non si identificano in questo binomio, bensì intendono operare alla luce di una nuova critica della società (e quindi del capitalismo). Nancy Fraser, filosofa americana, li ha definiti movimenti emancipatori che invece di chiedere più libertà o più giustizia sociale, rivendicano il riconoscimento della loro specificità, quale motore di innovazione della società stessa. Ed è lo status di questa identità nel contesto sociale che determina il loro orientamento politico, che così diventa non prevedibile, perché lavora sul livello di soddisfazione del livello di riconoscimento (esempio tra tutti il movimento delle “sardine”, con forte fase iniziale di riconoscimento e poi riassorbite nell’area giustizia sociale). 

Chi è, dunque, Nancy Fraser per essere tirata in ballo con tanto fervore da Zamagni? Molto apprezzata negli Stati Uniti dai gruppi ecologisti e della nuova sinistra,  rappresenta un punto di riferimento ineludibile nella ricerca di una teoria della giustizia sociale molto sofisticata ed originale. Oltre l’ineguale distribuzione delle risorse, è proprio la mancanza di regole per il rispetto delle identità – si legge nell’opera della filosofa americana – a determinare la “diseguaglianza di riconoscimento”. Per essa s’intende il fatto che in un determinato contesto sociale alcune persone o gruppi non vengono considerati uguali rispetto ad altri, sia dal punto di vista giuridico che culturale. Tale disuguaglianza può essere il risultato di stereotipi, pregiudizi e discriminazioni basati sulla razza, il genere, l’etnia, l’orientamento sessuale e altre caratteristiche personali. La Fraser sostiene, pertanto, che la disuguaglianza di riconoscimento può essere altrettanto dannosa e ingiusta della disuguaglianza economica e che una teoria della giustizia sociale, se pensata in modo organico, deve quindi affrontare entrambe le questioni. Per questo in alcuni dei suoi libri, come Iustitia Interrupta (1997) e Scales of Justice (2008), ha elaborato il concetto di “parità di partecipazione” o “parità di status”. Ai suo giudizio, la parità di partecipazione richiede che ogni persona abbia la possibilità di operare pienamente nella vita sociale e politica della comunità in cui vive, e di farlo senza subire discriminazioni di alcun genere.

Dunque, ci sono elementi di forte suggestione per dare forma a una proposta politica aggiornata. La questione riguarda direttamente i Popolari, coloro cioè che hanno posto a fondamento dell’agire politico l’uomo e la sua relazione comunitaria. Ora, dietro l’appellatativo di “popolari” si ritrovano compagini di visione politica molto diverse tra loro. Dichiararsi popolari non è difficile, difficile è riuscire ad esserlo davvero. Perciò non tutte le componenti politiche “a impronta cristiana”, che ad ogni tornata elettorale bussano alle porte dei partiti, possono dirsi autenticamente popolari. E allo steso modo non dovrebbe più essere possibile che l’eccessiva parcellizzazione dei movimenti di matrice popolare sia così insuperabile, vista l’esistenza di valori fondanti univoci. Allora, anche solo per ragioni di buon senso, converrà ricondurre entro un disegno di unità possibile tutto ciò che ora è disperso. 
È mai possibile che il discorso sulla democrazia, con quella tensione ideale e politica che troviamo appunto nella “teoria della giustizia” di Nancy Fraser, non debba animare la nuova iniziativa dei Popolari? Bisogna prendere slancio e pensare in grande. Zamagni, certamente, gioca a rimettere in discussione il modello consolidato dell’impegno politico dei cattolici. Finora in molti hanno preferito affidarsi alla confort zone che accoglie e preserva, vieppiù stancamente, la tradizionale e logora distinzione tra una grande “famiglia popolare” e un’altrettanto grande “famiglia socialista”. È tempo invece di allargare gli orizzonti, con fantasia e passione, intrecciando i fili della collaborazione con quanti possano essere interessati al progetto neo-umanista di una democrazia profondamente rinnovata, con al centro la connessione tra giustizia e libertà, per un verso, e identità e partecipazione, per l’altro.

Ucraina, in attesa di una svolta.

Mentre Dmitry Peskov portavoce del Cremlino afferma senza mezzi termini che mai e poi mai la Crimea potrà tornare ad esser parte dell’Ucraina e Zelensky ribadisce l’esatto contrario – e cioè che di pace non si parlerà fino a quando l’Ucraina non avrà ricostituito la sua integrità territoriale: “Quella è la nostra terra”. E da Washington arriva l’assicurazione che gli Usa non riconosceranno mai la “presunta annessione russa”, nel frattempo l’altro falco ed ex presidente Medvedev minaccia per l’ennesima volta il ricorso alle armi nucleari. La situazione di stallo si protrae senza spiragli risolutivi. 

L’Ucraina è sempre sotto assedio e l’esercito russo non accenna a rallentare l’azione distruttrice, avvalendosi di ogni mezzo militare e lasciando intendere che se mai i bombardamenti saranno intensificati e verranno chiamate alle armi leve di giovani riservisti. Senza contare il sostegno del ceceno Kadirov. Dall’Europa giungono messaggi rassicuranti per Kyiv: non verrà meno il sostegno militare degli Stati membri, la linea di affiancamento all’Ucraina nella difesa del suo territorio e della popolazione è imboccata da tempo e indietro non si torna. 

L’impressione è che Putin voglia stringere i tempi portando a compimento il suo piano di annientamento politico dell’Ucraina: il consenso interno sembra unanime ma nelle segrete stanze del Cremlino qualcuno sta certamente pensando ad una sua deposizione, visto il bilancio bellico negativo e quello geopolitico fallimentare dell’operazione militare speciale avviata il 24 febbraio dello scorso anno. Il mondo è con il fiato sospeso poiché qualcosa potrebbe sfuggire di mano: in Russia dagli oligarchi alla gente comune è netta la sensazione che si è perduto molto più di quanto si sia conquistato. Lo scontro con l’Occidente è ormai radicale ma Biden – certamente in previsione di una nuova candidatura alle prossime presidenziali americane – ha calato l’asso della visita a Kyiv che vale più di qualsiasi rassicurazione da oltreoceano. Ormai molti leader occidentali, Meloni compresa. sono stati da Zelensky a garantire che il sostegno non verrà mai meno. La nostra Presidente del Consiglio è decisamente convinta e favorevole ad un’azione di netto schieramento, anche per tacitare i malpancisti alleati di governo. 

Il piano di pace di Xi Jinping articolato in una dozzina di punti non è un endorsement per la Russia e comunque. al momento. è l’unica base di trattativa negoziabile, dopo il tentativo di Erdogan. Non va dimenticato tuttavia il monito di Federico Rampini: la Cina non ha vocazioni di mediazioni quanto piuttosto si crea degli alibi per giustificare – in qualunque modo vadano le cose – un attacco a Taiwan. I missili sono puntati da tempo. Il dittatore cinese sa però che prima di dispiegare la propria azione predatrice deve costringere in qualche modo la Russia ad una sorta di accordo che la renda innocua e se mai inglobata nel disegno di un nuovo ordine mondiale; quell’ordine che Putin aveva sognato, ma che è certamente nelle mire del leader cinese. Alleato e consigliere sì, ma dalla cima del podio delle superpotenze. 

“Fermare Pechino” è sempre un monito di grande attualità: gli occhi sono puntati sul conflitto alle porte dell’Europa ma è dal Pacifico che sembrano dipendere i destini del pianeta e la configurazione di un possibile nuovo ordine mondiale. Non va dimenticato che il Memorandum della via della seta è sempre in vigore e Xi Jinping ha ben inteso che può essere utile per penetrare nel ventre molle dell’Europa più di quanto lo sia con i carrarmati o con la minaccia atomica.

Morte di un anarchico e narcosi di una morte: il caso Cospito.

Uno dei temi correnti nella attualità delle cronache è il caso di Alfredo Cospito, l’anarchico che sta scontando al regime del cd. 41 bis la condanna cumulativa per aver gambizzato l’amministratore delegato di Ansaldo Nucleare, Roberto Adinolfi, ed aver posto due ordigni fuori una caserma dei Carabinieri. L’esplosione danneggiò il muro ma non fece per fortuna vittime.  In carcere da 10 anni nel regime di carcere ordinario, Cospito si sarebbe industriato per mandare messaggi all’esterno di plauso al prosieguo della lotta.

Mettiamo un po’ di ordine. Il 41 bis è il carcere duro che dovrebbe avere carattere di eccezionalità, non previsto nella nostra Costituzione ed è contrario, a quanto ci ricorda “Il  Riformista”, alle norme del diritto internazionale, tra le quali il “Codice Mandela”, adottato dall’Onu e dunque riconosciuto anche dall’Italia. Almeno nella iniziale ispirazione è nato come esigenza precauzionale, che dispone la impossibilità per il reo di poter avere contatti con l’esterno, limitati ad una volta al mese per il massimo di 1 ora. Vietata la lettura di libri, riviste e giornali e l’ora d’aria di socializzazione per non più di 2 ore al giorno con un massimo di 4 detenuti contemporaneamente sottoposti allo stesso regime. 

Il carcere duro è nato per arginare i fenomeni mafiosi e di terrorismo, estendendosene poi l’applicazione per le situazioni ritenute di emergenza ad argine dei crimini ritenuti più efferati.

Il codice penale e la fantasia del legislatore non smettono in ogni caso di sorprendere. C’è un rinnovato “bis”, rafforzativo per rimarcare il vigore della disposizione, che fa seguito ad un più misero ergastolo “ostativo” a sua volta disciplinato dall’ articolo 4 bis dell’ordinamento penitenziario. Quest’ultimo non consente libertà condizionale e benefici vari, roba invece da ergastolo ordinario. Così almeno sembra di capire nel meandro delle leggi in materia. La fanno sempre franca i “pentiti” che non trovano ostacoli ad un po’ di respiro, a condizione ovviamente che siano utili nel concreto alla giustizia. 

Non è il caso di poter dire al termine di una trasgressione “bene bravo bis”. Per certo di “bis” ce n’è una abbondanza. Sembra mortificato e di scarso rilievo ogni articolo di legge che ne sia privo, che arrossisce per la vergogna non potendone ostentare orgogliosamente il supporto. Poveretto, l’art. 41, nella sua modestia, dice solo dell’impiego della forza fisica e uso dei mezzi di coercizione all’interno di un carcere. Non molto peraltro a che vedere con il suo gemello più pasciuto con un bel “bis” sul petto. Da poco è stato respinto dalla Corte di Cassazione il ricorso di Cospito contro il 41 bis, da qui la sua disposizione a lasciarsi morire per protesta contro una misura, a suo dire, alienante e inumana. Non essendo dei giudici di mestiere non si può entrare nel merito della vicenda. A ciascuno le sue competenze ed incombenze. 

Armati del cinismo dell’età di chi scrive e di altrettanto gelido disinganno, a Cospito però vorremmo rammentare le parole di Gianni Agnelli quando sottolineava che gli Italiani digeriscono tutto. Così la sua morte farà scalpore per qualche giorno e poi cadrà ineffabilmente nel dimenticatoio, come sono cadute nel dimenticatoio le tragedie delle vittime del terrorismo e le vite dei loro assassini, ridotti oggi a tirare a campare, per come si può, con il quotidiano e con le loro coscienze. E se proprio fosse certo di potersi mettere nel campo degli eroi, c’è qualcuno che ricorda oggi la morte di Fabrizio Quattrocchi che ha mostrato coraggio davanti al suo spietato giustiziere? C’è qualcuno ancora piegato per le morti dei caduti di Nassiria? L’Italia non è un paese di eroi, men che mai di eroi di una sola parte e non dell’altra. La sua morte non servirà a niente. I giornali ne parleranno per una settimana e poi si andrà avanti. Se questa fosse la sua intenzione, il suo esempio non sarà di lezione a nessuno. 

Sappia Cospito del disincantato quanto lucido pensiero di Oscar Wilde quando diceva: “Perché dovrei occuparmi dei posteri? Che hanno fatto loro per me?”. I posteri il giorno dopo la sua morte parleranno di un week end da organizzare e dell’estate da fronteggiare e non altro. A furia di parlarne, la sua eventuale morte già gli si è fatta vecchia addosso, ormai in anticipo depotenziata della sua carica di dolore e di energia che giungerà stanca, sfibrata di tutto, sulle pagine dei giornali.  Comprenda che decidere di salvarsi sarebbe oggi la notizia davvero clamorosa, resistere e vivere in barba a tutto e a tutti. Delle ragioni e torti oggi non frega niente a nessuno. C’è chi ha detto che la verità è solo una bugia che non è ancora venuta a galla. 

Sappia Cospito che, fuori dalle mura dove è rinchiuso, la sua anarchia oggi è il residuo di un’epoca mangiata dal web e whatsapp. Se fosse questo il caso, questioni di principio oggi non contano più. Cospito non resti abbagliato da se stesso, smetta il suo sciopero della fame, sconti la sua giusta pena e soprattutto decida per la vita.  È stato redattore del foglio anarchico rivoluzionario Kn03, la formula chimica utile per creare un fumogeno. Si rassegni, dissipi la nebbia e le illusioni di essere utile martire per una causa condivisa solo da sparuti, che ha già stancato l’inchiostro dei giornali e che perderà ancor più forza appena dopo il suo suicidio. La sua morte non sarà una cuspide di giustizia nel ventre del sistema e si perderà nell’anarchia di una società che ha altro da pensare e con il cuore altrove. Il suo sacrificio non sarà seme in una terra che non c’è e che comunque non gli appartiene se non per i pochi metri che oggi occupa.

Ciclismo, una  partenza col botto.

L’inizio della stagione ciclistica è sempre un momento molto atteso dagli appassionati di questo sport. Tre le competizioni che in questo particolare periodo dell’anno daranno il via all’Italia del ciclismo troviamo:

Il Trofeo Laigueglia, le Strade Bianche e la Tirreno-Adriatico.

Il Trofeo Laigueglia (si parte mercoledì 1 marzo)

Si svolge in Liguria ed è considerato uno degli eventi più importanti del calendario ciclistico italiano. La gara si snoda su un percorso di circa 200 chilometri, con partenza e arrivo a Laigueglia. La corsa presenta diversi tratti in salita. I muri di Bezzo (3,1 km al 6,2% e Vendone (1,8 km al 5,5%), poi le salite di Cima Paravenna (6,8 km al 5,7% e di Testico (7,2 km al 4,5%) inframezzate dal dentello di Capo Mele (1400 metri al 5%) e questo solo nei primi 122 chilometri di corsa. Si entra poi nel circuito finale, con il Colla Micheri (2 chilometri all’8,2%) e di nuovo Capo Mele da scalare quattro volte. Tra inomi più noti quest’anno Richard Carapaz (EF Education-Easypost), Thibaut Pinot (Groupama-FDJ Giulio Ciccone (Trek-Segafredo), vincitore nel 2020, e Lorenzo Fortunato (Eolo-Kometa).

Le Strade Bianche (si parte sabato 4 marzo)

E’ una corsa relativamente giovane, essendo stata inaugurata solo nel 2007, ma ha già conquistato un posto di rilievo nel calendario ciclistico. La corsa, organizzata fin dalla prima edizione dal gruppo RCS Sport-La Gazzetta dello Sport, è caratterizzata dall’innovativa presenza sul percorso di alcuni settori di “strade bianche”, cioè strade sterrate tipiche delle campagne toscane, che la rendono una gara unica nel panorama italiano e non solo. La Strade Bianche unisce, all’interno del suo percorso, le peculiarità delle due più famose classiche del nord: quella della Parigi-Roubaix per i lunghi, faticosi tratti in strade dissestate (nella corsa francese si tratta di pavé, qui degli “sterri” toscani) e quella del Giro delle Fiandre, cioè i numerosi e durissimi “muri” (brevi tratti di strada a pendenza molto elevata). Per questo i corridori più adatti a giocarsi la vittoria finale in questa gara sono quei passisti che uniscono notevoli capacità di resistenza in collina a un consistente fondo, data la difficoltà della competizione. Tra i partecipanti di quest’anno troveremo Julian Alaphilippe (Soudal-Quick Step), Mathieu van der Poel (Alpecin-Deceuninck) e Wout Van Aert (Jumbo-Visma). Con loro anche il sempre attivo Thomas Pidcock (Ineos-Grenadiers) e il vincitore dell’ultima Sanremo Matej Mohoric (Bahrain-Victorious).

La Tirreno-Adriatico (si parte lunedì 06 Marzo)

A differenza delle altre due questa è una gara a tappe che si svolge lungo la costa tirrenica e adriatica dell’Italia. La competizione è considerata una delle più importanti del calendario internazionale, e attira ogni anno alcuni dei migliori ciclisti del mondo. La corsa, molto impegnativa, prevede sette tappe in totale, con partenza dalla Toscana e arrivo nelle Marche. Tra gli uomini di classifica più quotati potremo ammirare Vlasov, Almeida, Landa, Arensman e Adam Yates. Per gli sprinter saranno presenti: Philipsen, Jakobsen, Grmay, van Aert, Cavendish e van der Poel e per la cronometro inaugurale i fari saranno puntati sul nostro Filippo Ganna.

Insomma, un inizio di stagione che rappresenterà una sorta di banco di prova per i ciclisti, e che immergerà i tifosi in quelle forti emozioni che si erano assopite durante l’inverno. 

Nasce “Piattaforma Popolare-Tempi Nuovi”, il network dei democratici di matrice cristiana e popolare.

Thiva Licenza Unsplash

Prende forma il processo di ricomposizione dell’area politica popolare.

Dopo l’iniziativa del Centro studi Aldo Moro a Roma dello scorso dicembre, nella giornata di ieri, 25 febbraio, in concomitanza con le assemblee di “POP – Popolari in rete” e “Insieme”, è stata promossa la sottoscrizione di un documento comune che vuole favorire la costituzione di una “Piattaforma Popolare – Tempi Nuovi”, documento che vede già l’adesione di numerosi movimenti, associazioni e soggetti politici.

Un processo che muove dal basso e che vuole offrire un coordinamento delle iniziative ed una unitarietà nell’azione politica al mondo popolare.

Il documento

Il susseguirsi di maggioranze parlamentari, di successi elettorali e di trionfi e cadute di leadership a forte impatto mediatico, non ha spostato l’orizzonte politico del paese e non ha ridotto il senso di insicurezza che attraversa la società italiana.

Crescono significativamente il livello di astensione al voto, la volatilità delle scelte elettorali, il senso di sfiducia nei partiti e in una certa misura verso le istituzioni democratiche della rappresentanza.

Eppure, nella pubblica opinione resiste la speranza dell’arrivo di qualcosa che sia allo stesso tempo nuovo e antico; innovativo e tradizionale; capace di riformare e attento a conservare: qualcosa che rivesta di novità la continuità.

Le opzioni tecnocratiche e populistiche, convergenti nel ritenere il popolo un oggetto e non il protagonista della vicenda democratica, si sono rapidamente trasformate da soluzione a problema delle democrazie.

In questo contesto e su queste basi di comune riflessione è maturata un’esigenza diffusa di ricomposizione del variegato universo politico di movimenti, associazioni, liste civiche e personalità, che si riconoscono nella comune radice culturale del popolarismo.

Ciò viene significativamente alla luce a 100 anni da quel congresso del Partito Popolare – simbolo di fedeltà ai valori democratici – che costò l’esilio a Luigi Sturzo

I problemi del presente impongono un impegno diretto nell’elaborazione e nell’azione concreta per senso di responsabilità storica e non per evocare una teoria del passato.

Nulla dice che questa condizione di incertezza preluda a facili successi, ma nulla impedisce di assumere l’impegno di offrire possibili soluzioni.

Il pluralismo delle diverse esperienze popolari avverte dunque necessario ricercare le forme più efficaci perché esse si esprimano in forme politicamente unitarie.

Pertanto, si è deciso di lavorare alla costruzione di una comune Piattaforma Popolare che raccolga i movimenti politici e associativi, le esperienze amministrative, sociali e culturali che trovano nel popolarismo la comune radice di pensiero.

Una Piattaforma Popolare che, conservando l’autonomia dei partecipanti, consenta la formazione di un riferimento unitario e organico che rappresenti anzitutto uno spazio di impegno culturale e quindi di elaborazione programmatica, con il chiaro obiettivo di favorire l’individuazione di scelte organizzative disponibili alle collaborazioni più ampie, inclusive ed efficaci sul piano politico.

Le prime firme (con relativi gruppi o associazioni)

Fioroni Giuseppe – Centro Studi Aldo Moro                     

Coordinamento nazionale “Insieme” (Infante Giancarlo, Mosti Eleonora, Cotta Maurizio)

De Mita Giuseppe – POP Popolari in rete

Amoruso Donato – Puglia in Movimento 

Arnone Vincenzo – POP Calabria 

Attaguile Francesco – POP Sicilia

Bazzoni Giacomo – I Popolari Brescia

Bertoli Danilo – Istituto Friulano per la storia del movimento politico dei cattolici

Bertucci Maurizio – POP Marche

Binato Fabio – POP Veneto 

Borzillo Alfredo POP Puglia                                          

Burresi Pietro – Associazione Aldo Moro Siena 

Caprioli Nicola – Rete Bianca Bologna 

Cerciello Emanuel – POP Toscana

Ciambella Luisa – Per il bene comune Viterbo 

Clemente Sergio – AICS Foggia 

Comola Sandro – Politica Insieme

Dellai Lorenzo – Pop Trento

Demma Tiziana – Circoli Insieme per il Meridione

Di Giovanni Antonio – Fondazione Sturzo Caltagirone

Di Natale Graziano – La migliore Calabria

D’Ubaldo Lucio – Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani

Fauttilli Federico – Città d’Europa

Fierro Gaetano Grande Lucania

Gargani Giuseppe – Popolari per l’Europa

Ginoble Tommaso – Popolari per l’Abruzzo     

Golino Massimo – Balena Bianca Campania                         

Grassi Gero – Associazione Aldo Moro Bari

Grassi Giuseppe – Per il bene comune Roma                                               

Lebbro David – Campania Domani

Mauro Mario – Popolari per l’Italia

Mazzoni Erminia – POP Campania

Mennea Ruggero – Per il bene comune BAT

Merlo Giorgio – POP Piemonte

Molinari Giuseppe – Associazione Popolari Basilicata

Molinari Massimo – POP Basilicata

Monda Dante – Rete Bianca Roma

Porzi Donatella – Per il bene comune Umbria

Rigoni Andrea – I Popolari Massa Carrara

Ruta Roberto – Per il bene comune Molise

Santi Aurelio – I Popolari Modena

Sanza Angelo – POP Popolari in rete

Tanzilli Alberto – Per il bene comune Roma

Tuccillo Francescomaria – Popoli e Polis                    

Valiante Simone – Per il bene comune Salerno

Vassallo Maurizio – Per il bene comune Rieti                                               

Venanzoni  Diego – Fare Centro Napoli

Visani Roberto – I Popolari Imola
Zucchetti Roberto – POP Lombardia

Pensiamo al domani, il popolarismo rinasce sulle ceneri di una politica ormai ostica verso il riformismo d’ispirazione cristiana. 

La vittoria di Elly Schlein, rappresenta per me la fine di un ciclo politico. Siamo stati di fatto “espunti” dal partito che un tempo abbiamo contribuito a fondare e che ha incarnato la nostra speranza di rinnovamento della politica. Alla vigilia delle primarie, là neo-segretaria lanciava una sorta di fatwa nei miei confronti.

Ora, non posso nascondere la delusione che provo nel vedere che il Pd ha perso il suo legame con le radici popolari del riformismo d’ispirazione cristiana. Ma questa sconfitta oggettiva deve essere vista come una chiamata all’azione per noi cattolici democratici. Dobbiamo lavorare per costruire un nuovo progetto politico, che sia in grado di rappresentare le ragioni e le passioni di un elettorato senza più voce..

Non possiamo arrenderci: l’ho detto sabato all’incontro al Parco dei Principi, a Roma, dove ha preso forma “Piattaforma Popolare-Tempi Nuovi””. Ecco, dobbiamo  immaginare un futuro diverso. Dobbiamo rinnovare il nostro impegno a costruire una politica basata sulla solidarietà, la giustizia sociale e l’inclusione. Dobbiamo lavorare per costruire un nuovo popolarismo, capace di rispondere alle esigenze della società italiana, creando un’alternativa credibile ai partiti populisti e conservatori.

Aldo Moro ci ha insegnato che la politica deve essere una ricerca costante del bene comune. Dobbiamo tornare a questo spirito, immaginando di poter concorrere ai “tempi nuovi” che egli intravedeva. Occorre lavorare insieme per costruire un nuovo progetto politico, per sostenere e dirigere il desiderio di cambiamento che anima molte parti della società italiana.

Sono consapevole che la strada che ci aspetta non sarà facile. Ma sono certo che, se lavoriamo insieme, possiamo costruire un futuro migliore per il nostro paese. Bisogna  saper unire, magari tenendo a mente la lezione di Ireneo da Lione, vescovo e teologo, di recente insignito del titolo di Dottore della Chiesa. Sappiamo che difese la Chiesa dal rischio di divisione a causa delle eresie. Lo si definisce il “Doctor unitatis” e questo, simbolicamente, ci sprona a pensare che anche per noi popolari è tempo di unità. Certamente, un’unità – la nostra – da mettere al servizio del paese.

La vittoria della  Schlein cambia lo scacchiere della politica: il riformismo di centro esige una più organica rappresentanza.

Beh, forse Ilvo Diamanti d’ora in poi dovrà dedicare il suo tempo a leggere – e sempre con la consueta intelligenza, va pur detto – le dinamiche della società contemporanea senza però più azzardarsi a fare sondaggi. Appena sabato aveva sentenziato che l’ex comunista Bonaccini avrebbe stravinto le primarie con oltre il 70% dei consensi. Bene, ascoltando le prime ma schiaccianti previsioni la Schlein, teorico del “partito radicale di massa”, per dirla con Luca Ricolfi, straccia il suo ex collega della Regione Emilia Romagna.

Ora, dato a Diamanti quel che è di Diamanti – che ha scambiato lucciole per lanterne ed è bene che se ne ricordino anche i lettori del suo giornale e, soprattutto gli elettori del Pd – veniamo all’unico vero dato politico dopo la sempre più probabile vittoria della Schlein. E cioè, per il Partito democratico si chiude definitivamente una pagina, quella delle sue origini culturali ed ideali, e si apre una stagione radicalmente diversa dal passato per non dire alternativa. Archiviata irreversibilmente la fase dell’incontro tra la cultura del cattolicesimo democratico e popolare con quella socialdemocratica e post comunista che faceva da sfondo alla nascita del Pd. Un partito culturalmente “plurale”, dove l’incrocio tra le grandi culture riformiste doveva sprigionare un progetto politico e di governo democratico, riformista, liberale e socialmente avanzato. Con l’affermazione della Schlein, appunto, si chiude quella pagina e se ne apre un’altra radicalmente diversa ed alternativa.

È persin inutile dire, al riguardo, che d’ora in poi la cultura di un Centro democratico, riformista, innovativo e dinamico potrà affermarsi con maggior forza e determinazione. E, accanto a questa oggettiva constatazione, è indubbio che adesso la cultura cattolico popolare e cattolico sociale potrà dispiegare sino in fondo la sua potenzialità e la sua attualità. Che resta straordinariamente moderna e contemporanea. 

Il cambiamento del profilo, dell’identità e della stessa “mission” del Partito democratico a guida Schlein è sotto gli occhi di tutti. Ovvero, il Centro dinamico e democratico, la tradizione cattolico popolare e sociale, un vero e credibile centro sinistra sono elementi del tutto esterni ed estranei al “partito radicale di massa” tratteggiato dall’ex Vice Presidente dell’Emilia Romagna. E questo non può che essere positivo e, finalmente, si potrà fare ulteriore e definitiva chiarezza nella cittadella politica italiana. E questa volta con un voto popolare inappellabile e da rispettare, comunque sia, profondamente.

A Cutro l’ennesima tragedia. La Destra non parla più di blocco navale: ora, di fronte all’emergenza immigrazione, condanna le speculazioni politiche.

Ci dovrebbe essere un surplus di pudore da parte di tutti difronte alle tragedie della migrazione come quella – l’ennesima – di queste ore sulle coste calabresi. Ha ragione la Premier Meloni quando dice che non si può fare “speculazione politica” su questo dramma. Ma si dimentica che la Destra all’opposizione ha condotto feroci campagne di speculazione politica su questo tema, esasperando solo la paura di una “invasione” e cavalcando la naturale preoccupazione dei cittadini difronte a fenomeni epocali che invece richiedono dalla Politica capacità di educazione e formazione. E ha torto quando, per l’ennesima volta, confonde il dito con la Luna.

Il dito sono i criminali scafisti (stavolta, non le ONG); la Luna è invece la disperata umanità di una parte dell’Africa (e non solo) che cerca ogni mezzo per uscire dalla sua condizione di marginalità e di povertà. La luna dovrebbe essere, ancora più precisamente, il fallimento di tutte le politiche italiane, europee ed Occidentali per l’Africa. “Aiutiamoli a casa loro” ha il sapore della beffa. Abbiamo solo fatto finta di aiutare l’Africa (la abbiamo in realtà lasciata nelle mani della penetrazione neo coloniale della Cina; in quelle della penetrazione militare russa ed in quelle della penetrazione ideologica del fanatismo Jadista) e non abbiamo fatto nulla – tra l’altro – per aiutare i Paesi della sponda sud del Mediterraneo dopo le cosiddette Primavere Arabe, per costruire sistemi democratici e di cooperazione economica, capaci di gestire con umanità e lungimiranza il loro ruolo oggettivo di Hab nel percorso migratorio verso l’Europa.

A sud abbiamo moltitudini di disperati con età media infinitamente più bassa della nostra che vogliono trovare una prospettiva di futuro. Noi abbiamo società sempre più vecchie e stanche. E non troviamo meccanismi efficaci di “governo” di questi inesorabili processi di migrazione, anche nel nostro stesso interesse. La Destra all’opposizione rivendicava il “blocco navale” nel Mediterraneo. Ora che sta al Governo non lo dice più: evidentemente fa i conti con la realtà (ed anche, si può immaginare, con le ovvie contro deduzioni tecniche delle autorità militari). In realtà, ciò che manca è una via di valori umanitari e di realismo politico. Che si fonda su due opzioni operative, oggi ancora molto incerte. La prima: rendere sistematici i “corridoi umanitari” finalizzati all’ingresso legale, organizzato e sicuro delle persone in cerca di asilo in Europa. E garantire percorsi di accoglienza/formazione/integrazione diffusi e strutturati. La seconda: organizzare per queste finalità punti di accoglienza e valutazione delle richieste di asilo nei vari Paesi della sponda Sud/Est del Mediterraneo, gestiti dall’Unione Europea. La stessa cosa andrebbe fatta sui confini terrestri orientali dell’Europa, superando la discutibile decisione di “pagare” la Turchia per il servizio di “muro” spesso violento contro gli ingressi da quella direttrice e archiviando l’ipotesi dei “fili spinati” recentemente discussa al Consiglio Europeo.

Su questa drammatica questione delle migrazioni il vero sconto non è tra chi vuole difendere le nostre comunità e chi le vuole semplicemente aprire senza regole e senza criterio. Lo scontro è tra chi non intende provare a governare un processo inesorabile (cercando anche di capire che l’Europa ha bisogno di nuove risorse umane e che però occorrono per questo regole condivise; investimenti lungimiranti; politiche strategiche e coerenti comportamenti) e chi si accontenta di abbaiare alla luna. Nel frattempo, almeno, mentre cerchiamo come Italia e come Europa di recuperare un minimo di ragionevolezza e di lungimiranza su questi scenari, vediamo di usare il pudore indispensabile difronte alle tragedie come quella di Cutro, sapendo che è una delle più drammatiche ma purtroppo non è e non sarà la sola.

Tonini si tura il naso e vota Bonaccini. Ma quale sarà l’agenda del Partito democratico?

“Mi duole ammetterlo, ma stavolta il mio voto alle primarie del Pd sarà più un voto “contro” che un voto “per”. Voterò contro Elly Schlein più che per Stefano Bonaccini”. Giorgio Tonini, ieri sul “Foglio”, argomentava la sua scelta con il richiamo al valore dell’iniziativa svolta dal Pd negli ultimi due anni. Il torto della Schlein, a suo dire, consiste in una fake news, ovvero nel mettere sotto accusa la subordinazione del partito alle politiche neo-liberiste.

In effetti, Tonini ha buon gioco nel ricordare che l’appoggio del Pd al Draghi neokeynesiano visto a Palazzo Chigi – quello, per intenderci, del “non è il momento di chiedere soldi ma di darli” – meritava di essere rivendicato dai candidati alla segreteria del Pd. E non lasciato in campagna elettorale, sostanzialmente senza concorrenza, alla destra di Giorgia Meloni – aggiungiamo noi. Tonini spera, in conclusione, che la linea riformatrice possa essere ripresa e rilanciata da Bonaccini, una volta eletto segretario.

Veniamo al punto. Stefano Bonaccini è un amministratore capace, un politico pragmatico e di buonsenso, ma paradossalmente ostaggio, soprattutto in caso di vittoria, dell’agenda proposta dalla sua concorrente, Elly Schlein, il cui programma tende a incrociarsi con quello del capitalismo della sorveglianza. A tale riguardo, penso che si pongano non poche perplessità e timori in ordine alla giustizia sociale, alle modalità per la fruizione dei diritti fondamentali, alla stessa libertà economica, qualora questo capitalismo avanzasse incontrastato. 

Ora, la nota curiosa e triste sta nel fatto che mentre il Pd  ricompatta alla bell’e meglio la sinistra intorno a richiami che funzionano sempre, come quello dell’egemonia, ecco che i contenuti per i quali s’intende esercitare questa nuova egemonia paiono assunti in outsourcing, esternalizzati e non più definiti in modo coerente con i valori della sinistra stessa. Sembrano infatti affidati a una parte di establishment che si configura molto meno avanzata socialmente, se non anche, ai fini pratici, in termini decisamente ostici rispetto al modus operandi di Mario Draghi.

Adesso però, in questa domenica dei gazebo, conta la verifica di ciò che militanti e simpatizzanti desiderano adottare per il bene del partito. Le primarie, se fatte con le dovute garanzie per candidati e elettori, sono comunque un importante momento di democrazia, per la cui organizzazione va dato merito alla classe dirigente del Pd. E, viste le premesse, verrebbe da dire: oggi vinca… il Migliore (?!).

Ucraina, un anno dopo. La via che porta alla pace è ancora ostruita.

Ad un anno dall’avvio del conflitto la via che conduce alla pace è ancora ostruita, in Ucraina. A ben vedere, poi, non si sa esattamente neppure quale sia, la strada giusta per raggiungere la meta. 

Un ragionamento – necessariamente a grandi linee – che si ascolta sempre più spesso in occidente (però prevalentemente a livello di opinione pubblica, meno a quello della classe politica) è il seguente: l’Ucraina deve concedere agli oblast del Donbass un’ampia autonomia (l’esempio delle regioni italiane a statuto speciale viene preso in considerazione, prendendo come riferimento l’Alto Adige) con adeguate garanzie, anche linguistiche, per la popolazione russofona ivi residente. Inoltre, Kyiv deve rassegnarsi a non considerare più la Crimea parte della nazione ucraina, certificando formalmente una situazione ormai consolidatasi da un decennio. In compensazione di questa parziale decapitazione territoriale gli Stati Uniti, soprattutto, promuoverebbero e finanzierebbero un grande piano di ricostruzione del paese e Bruxelles accelererebbe sensibilmente i tempi necessari per giungere all’integrazione dell’Ucraina nell’Unione Europea. Da parte sua la Russia, accettando questa soluzione, otterrebbe la fine delle pesanti sanzioni di varia natura cui è stata sottoposta dagli occidentali oltre naturalmente ad un riconoscimento internazionale dei suoi diritti territoriali sulla Crimea, essenziale accesso al mare (ancorché sottoposto al “collo di bottiglia” dello stretto dei Dardanelli, controllato dalla Turchia) ambìto da Mosca sin dalla sua conquista ad opera di Caterina la Grande.

Centinaia di migliaia di morti e feriti, un territorio devastato, milioni di dollari sprecati in armamenti per arrivare ad una soluzione che avrebbe potuto essere ottenuta ad un tavolo negoziale con il buon senso e la buona volontà, sostengono però in molti. Senza considerare che la soluzione ipotizzata, un po’ semplicisticamente, non tiene nel dovuto conto la realtà per come si è configurata dopo un anno di devastazioni, degli animi prima ancora che dei corpi. Già, perché sarà assai arduo sanare le ferite profonde che sono state inferte nelle menti delle persone durante questo anno terribile. Soprattutto dal lato ucraino. Sono ferite che non verranno dimenticate per generazioni. Al punto che perfino nel russofono Donbass sono molti i cittadini che non si sentono più “amici” dei russi.  E quelli che lo sono rimasti hanno lasciato la loro terra per emigrare in Russia. Qui sta il punto, prima ancora di altre considerazioni, di natura politica, che pure contano e non poco. Quanto (e quando) la disperata voglia di una vita normale, di pace, prevarrà sul desiderio di vendetta, sull’odio accumulato nei confronti del nemico che ha insanguinato l’esistenza di un intero popolo. È con questi sentimenti che il presidente Zelensky dovrebbe confrontarsi nel momento in cui si dovesse sedere al tavolo delle trattative.

Ad oggi, peraltro, siamo ben lontani da questa possibilità. Nei discorsi dei due presidenti, quello ucraino e quello russo, prevale lo spirito guerresco e non si intravede certo un margine di possibile accordo. Raggiungeremo gli obiettivi che ci siamo prefissi per salvare la Russia dall’aggressione dell’Occidente, dice Putin; riconquisteremo ogni lembo di terra ucraina, ribatte Zelensky.

Chi invoca la pace spera allora nella forza di convincimento che i due grandi del mondo potrebbero finalmente attivare nei confronti dei contendenti. E’ in effetti questa l’unica speranza, al momento; ma non è ancora il tempo, se mai ve ne sarà uno. Come si è visto con i viaggi europei di Biden (sul quale merita di soffermarsi e quindi di tornare) e del plenipotenziario cinese per la politica estera Wang Yi, portatore di un “piano di pace” poi esposto dal Presidente Xi Jinping dalle premesse palesemente inaccettabili per gli ucraini. E così, tristemente, all’inizio del secondo anno di guerra sono rimasti in molti a ritenere che essa, purtroppo, durerà ancora a lungo.

La via che conduce alla pace è ancora ostruita. L’autostrada per l’inferno, al contrario, è sgombra da ogni ostacolo.

Quale ruolo svolse la Chiesa nel processo d‘indipendenza dell’Algeria? Un saggio di Maria Luisa Sergio affronta la questione.

Inquadramento storico

Alla metà degli anni ’50, tutti gli stati dell’Africa settentrionale sono scossi da movimenti indipendentisti che accelerano il già avviato processo di decolonizzazione. La Libia diviene indipendente nel 1951; l’Egitto nel 1952 abolisce la monarchia, schierata su posizioni filo britanniche; Marocco e Tunisia diventano indipendenti 1956. 

Nel novembre 1954 anche l’Algeria (colonia francese dal 1883) si ribella. Le forze messe in campo sono ingenti. È tutto inutile. Nel 1956 inizia la più famosa delle battaglie di liberazione, quella di Algeri. La rivolta è soffocata nel sangue, e l’opinione pubblica mondiale resta inorridita dinanzi alla brutalità dell’esercito francese.

A partire dal ’58 il FLN (Fronte di Liberazione Nazionale) trasferisce lo scontro anche in Francia con una serie di attentati terroristici. Nel maggio dello stesso anno, insorgono anche i coloni in Algeria occupando la sede del governatorato. Protestano contro la madre patria, richiedono maggiore sostegno e nuovi sforzi militari. È un generale francese, Raoul Salan, a guidare l’insurrezione. 

Solo il ritorno sulla scena politica di De Gaulle, riuscirà a risolvere la situazione. 16 settembre 1959 il generale decide di consultare gli stessi algerini, e indice un referendum sull’indipendenza nazionale. Nel gennaio del ’61 gli Algerini scelgono l’autodeterminazione. L’armata d’Africa e i coloni francesi si rivoltano, compiendo atti terroristici perfino su suolo francese. De Gaulle schiaccia la rivolta con le armi e avvia negoziati segreti con il governo provvisorio algerino. Il 18 marzo 1962 viene firmato l’armistizio.

De Gaulle proclama l’indipendenza algerina il 3 luglio, ma il governo provvisorio della Repubblica algerina fissa la data al 5 luglio del 1962, anniversario della presa di Algeri da parte delle truppe francesi. A seguito di questa decisione quasi un milione e mezzo di profughi, per lo più ex coloni, abbandonano l’Algeria e si riversano in Francia.

Fonte: Rai cultura  (stralcio)

https://www.raicultura.it/amp/storia/articoli/2019/07/Lindipendenza-dellAlgeria-00358ebc-cb92-435e-989d-45ad4398cde7.html

Sinossi del libro

Ricostruendo un complesso intreccio di azione diplomatica, politica, assistenziale e culturale, il volume analizza il ruolo della Santa Sede nel processo di decolonizzazione dell’Algeria nel quadro internazionale della crisi delle relazioni euro-africane e nel contesto religioso della revisione dei modelli missionari. 

La documentazione inedita utilizzata, proveniente dagli archivi vaticani recentemente aperti del pontificato di Pio XII e da quelli della Chiesa di Francia, getta nuova luce sulle questioni della diffusione dell’islam e del nazionalismo arabo, della propaganda marxista nei paesi extraeuropei, dell’emergenza umanitaria successiva al colpo di Stato del maggio 1958 e degli effetti destrutturanti della crisi algerina sul sistema politico francese nel passaggio dalla IV alla V Repubblica fino agli accordi di Évian del 1962.

[A cura dell’editore]

Rivista Ateneo, vent’anni di palestra culturale degli universitari di Torino: dal ‘50 al ‘70 è cambiato il mondo. Che dire, oggi?

Una imprevista, straordinaria scoperta, che può essere interpretata come la scoperta, nei pressi di Pompei, di una anfora del tempo dell’eruzione del Vesuvio, ha permesso all’Archivio dell’Università di digitalizzare quasi vent’anni di “Ateneo” il quindicinale degli universitari dell’Università e del Politecnico di Torino, pubblicato dall’inizio degli anni ’50 al 1968. Giorni fa (il 23 febbraio) questo straordinario evento è stato al centro di un incontro in Via Verdi, storica sede del Rettorato, dov’era anche la sede della redazione di “Ateneo” negli anni ’50-’70. L’evento è stato introdotto da alcune relazioni su quella storia e da alcune testimonianze di studenti di quel lontano tempo, che qualche riflessione su ciò che è cambiato, anche nelle Università, può permetterlo.

Nell’autunno del 1952, ero “matricola”, partecipai ad una manifestazione organizzata a Torino dagli studenti, in concomitanza con la presenza in Rettorato di Luigi Einaudi; si trattava di un simbolico sciopero contro l’aumento delle tasse universitarie, non contro l’allora Presidente della Repubblica. “Ateneo” – la lettura, oggi possibile, di quel quindicinale lo conferma – ha dato notizia anche di quella manifestazione che si sarebbe persa tra le nebbie del tempo. In quella stagione, caratterizzata – dopo il ventennio del Regime – dal dibattito sulla Costituzione e da un diffuso impegno per la costruzione della democrazia, in molte Università erano sorte  analoghe iniziative, ma solo a Torino, per quanto si conosce, hanno assunto quella  continuità e quella qualità. Tuttavia anche “Ateneo”, dopo una vita vivace ma contrastata, segnata in quegli anni dalle alterne vicende degli Organismi Rappresentativi, da un dialogo politico che ha impedito il ridursi del confronto tra posizioni diverse all’egemonia di una parte sulle altre, cioè ad una egemonia, cessò le pubblicazioni. Stava tramontando, con la generazione che ricordava la Resistenza ed aveva pubblicato i primi numeri di “Ateneo”, anche la prima stagione della Repubblica.

Si pongono oggi alcune questioni. La prima riguarda il ruolo svolto da quella pubblicazione, che si rivolgeva ad oltre 15 mila studenti della regione (oggi, nelle due Università, sono più di cinquantamila) in anni in cui ancora non c’erano le Tv e non c’era la possibilità di comunicare e dialogare con gli strumenti offerti dai social. “Ateneo” era scritto e pubblicato da studenti che, nell’assemblea dell’Interfacoltà e del Consiglio universitario, erano rappresentati da diversi “gruppi”: dall’Intesa (di ispirazione cristiana), dai laici dell’Unione goliardica, dagli studenti di sinistra, dai monarchici di VivaVerdi e dai missini del Fuan. “Ateneo” era un foglio di otto, dieci pagine, con articoli di cultura e di politica, di informazione su temi organizzativi e sindacali. 

All’Università degli anni cinquanta avevano accesso solo gli studenti dei licei classico e scientifico; quell’Università era considerata “di élite”. Solo con gli anni ’60, iniziando con una sperimentazione, la aule delle Università si aprirono agli studenti che avevano frequentato le scuole tecniche e professionali. Quella dell’apertura delle Università ai giovani delle scuole professionali era stata una delle prime battaglie della democrazia universitaria. Ed a quella “sperimentazione”, che si consolidò in poco tempo, si deve il ’68, l’esplosone dell’Università di massa che ha messo alla prova le strutture universitarie. Una rivoluzione che investì anche gli organismi universitari; quella “democrazia rappresentativa” fu messa in crisi da un “movimento” subito animato dalla cultura dell'”assemblea”. Da quelle riunioni emergevano nuovi leader, e nel corso di quei dibattiti si sperimentavano nuovi modelli di azione, sempre più caratterizzati dal differenziarsi di tendenze alla ricerca di una propria identità politica.

Ogni nuova fase, per affermarsi deve cancellare quella che sta declinando: l’esperienza ci dice che per accelerare questo processo, questa transizione dal vecchio al nuovo, questo cambiamento di orizzonte, chi vuole cambiare ricorre anche alla riforma delle regole della democrazia, che è anche competizione. Aldo Moro dirà qualche tempo dopo, riflettendo sulla transizione che ha investito la politica nazionale, che “anche di crescita si può morire”. Parole che aiutano a capire anche la vicenda di “Ateneo”.

Dalle belle relazioni che abbiamo ascoltato e dalla lettura di “Ateneo”, oggi nuovamente possibile, risulta che gli universitari che hanno dato vita a questa esperienza umana non hanno acceso un fuoco di paglia: in seguito sono diventati professori universitari, medici, psichiatri di valore, si sono affermati come tecnici, industriali, avvocati e magistrati, giornalisti, scienziati e scrittori di successi. Per restare ai nomi più noti ai giovani lettori di oggi: Umberto Eco e Lorenzo Mondo. Ed hanno partecipato attivamente alle iniziative sociali di questa società, contribuendo alla costruzione di un welfare cui hanno concorso anche le riforme dell’Università, progettate in quegli anni. “Ateneo” si è occupato di diritto allo studio, di collegi universitari, di inserimento nell’ordinamento universitario delle attività fisiche e sportive, dell’assistenza sociale, di esami di stato, di nuovo rapporti con le corporazioni professionali. 

Comunque, quell’esperienza umana, quella stagione di passaggio dall’Università di èlite all’Università di massa, è stata interpretata allora coma l’inevitabile “proletarizzazione” del ceto medio, provocata dalla modernizzazione della società industriale, e quindi della classe operaia come classe generale. Non a caso quella interpretazione fu accompagnata dal proliferare di Università “private”: costose o “a numero chiuso”, diventate in questo senso il ricordo (e l’attesa?!) di un modello “borghese”, di un altro futuro,…americano.

Oggi potremmo dire  che anche quella è stata una stagione di transizione…un tempo rivoluzionario che sta passando, sotto la spinta ad un continuo e sempre più imprevedibile cambiamento…a livello globale. Un cambiamento che riguarda un capitalismo diventato sempre più plurale: “quale capitalismo”? Un cambiamento che riguarda il capitalismo, ma anche il pensare e l’organizzare la società…; non solo quello che racconta il declino dell’informazione scritta, la comunicazione via cellulari, il mondo dei social…Il tramonto del fordismo, dei grandi stabilimenti manifatturieri, della crescente competizione tecnologica e delle mutate professionalità, dei freelance; di un tempo libero che viene gestito da nuovi impegni di lavoro. Ma anche nuovi squilibri sociali e la scarsità di un lavoro “tradizionale”. Prima l’economia ha soppiantato la politica nel decidere sul presente e sul futuro; poi la “rivoluzione conservatrice” ha messo in crisi il riformismo socialdemocratico….Ma ora – lo notava in questi giorno Deaglio (che negli anni ’90 aveva scritto “liberali, non liberisti”) – ha bisogno di indicazioni e scelte dalla politica. 

Come interrompermi? In questi giorni il riferimento ai cambiamenti che continuano, sempre più imprevedibili, settant’anni dopo la fine di “Ateneo”, ci costringono a riconoscere che anche la riflessione sulla proletarizzazione immaginata dalla generazione del ’68 è sottoposta ad una nuova riflessione che costringe a guardare in un’altra direzione. 

Posso provvisoriamente fermarmi alla preoccupata constatazione di un intellettuale della sinistra storica, sintetizzata in un saggio pubblicato con un titolo emblematico: “Sinistra”. Scrive Schiavone: senza imprese non c’è più classe operaia cui affidare la guida della storia, non c’è più socialismo…bisogna rifondare la sinistra…Operazione molto impegnativa, poiché – nota un’altro politologo (in questo caso Andrea Grazioso, in “Occidente e modernità”) – negli ultimi anni la sinistra ha smarrito  con l’dea del lavoro anche quella di partito…con un radicamento ed un progetto concreto, mentre la destra esprime l’idea del partito che ha un perno nell’uomo forte: il partito del presidente…Una tentazione generale….Come resistere al ritorno del dispotismo?

[Intervento pubblicato sulla pagina Fb dell’autore. Per la riedizione su questo blog sono state apportate alcune minime correzioni di tipo formale]

Il Pd e l’illusione di essere i migliori

Edmondo Berselli, che molto se ne intendeva, definiva il Pd un partito “ipotetico”. Come a dire che aveva molte strade davanti a sé, tutte però incerte e precarie. 

Ora, passati un certo numero di anni, viene da considerare che il Pd è diventato semmai un partito predestinato. Nel senso che quando il sistema politico è più solido, gli si aprono le porte del governo come esito obbligato della sua maggiore esperienza. E quando invece il sistema traballa, investito dal malumore popolare e populista, è proprio quel di più di esperienza che ne fa il bersaglio preferito di ogni sorta di protesta. 

La sfida tra Bonaccini e Schleyn non sembra aver risolto il problema. I due hanno attirato una certa attenzione, hanno rassicurato sulla loro futura collaborazione, hanno fatto del loro meglio per mescolare orgoglio e autocritica nelle dosi che si convengono. Ma non si può dire che abbiano cambiato i destini del loro partito. Almeno fin qui. 

Naturalmente si può sperare che un massiccio afflusso di votanti alle primarie di domenica prossima rada al suolo quel diffuso pessimismo che s’è respirato in questi giorni di contesa. Anche perché il Paese, e perfino il governo, avrebbero un gran bisogno di un’opposizione che fosse in palla, piena di idee, capace di sfidare l’ordine costituito. 

Ma l’impressione è che invece il cammino sia ancora lungo, dato che il Pd resta a metà strada. A cavallo tra l’illusione di essere ancora i migliori e il timore di essere, anche per propria colpa, le vittime designate dello spirito del tempo. Non essendo in realtà né l’una né l’altra cosa.

Fonte: La Voce del Popolo – 23 febbraio 2023

[Articolo qui riprodotto per gentile concessione del settimanale edito dalla Diocesi di Brescia]

Le cinquanta sfumature di rosso del nuovo Pd: se vince la Schlein, passa il modello del partito radicale di massa.

Finalmente lo si può dire senza più essere smentiti. Il nuovo e futuro Pd sarà sempre più simile alla concreta esperienza della antica e storica filiera della sinistra italiana, quella che si può riassumere con il trittico Pci/Pds/Ds. Certo, se dovesse vincere le primarie la Schlein avrebbe indubbiamente ragione Luca Ricolfi quando dice che ci troveremmo di fronte ad una sorta di “partito radicale di massa”. Ma, comunque sia, il profilo, l’identità e lo stesso progetto politico del Pd mutano radicalmente rispetto ad un passato anche solo recente. E lo stesso spazio politico sarà quello che nel nostro paese ha sempre occupato, dal secondo dopoguerra in poi con efficacia e coerenza, la sinistra comunista e post comunista.

Ci sono almeno tre aspetti, tra i moltissimi che si potrebbero citare, che giustificano e spiegano questo assunto.

Innanzitutto la martellante sottolineatura che il Pd deve ricostruire, rilanciare e riattualizzare il grande patrimonio politico e culturale della sinistra italiana. Cioè, detto in termini più comprensibili e semplici, la grande tradizione del comunismo in versione italiana che si è andata rinnovando nel corso degli anni. Una cultura, una storia ed una esperienza che, com’è del tutto evidente, sono riconducibili alla concreta esperienza dei partiti che sono gemmati da quella gloriosa tradizione politica ed ideale. E, non caso e giustamente, i 4 candidati alla segreteria nazionale del Pd provengono tutti da quella tradizione e da quella cultura. Ovvero, le “cinquanta sfumature di rosso”.

In secondo luogo l’antifascismo. Ovviamente, uno dei dettati centrali dell’impianto costituzionale. Ma, come dimostra la concreta esperienza politica italiana contemporanea, la battaglia antifascista è ritornata centrale nella polemica politica quotidiana. L’antifascismo è diventato il nuovo collante ideologico della nuova sinistra post ed ex comunista. Non passa giorno che i principali esponenti del Pd, affiancati – come recita la storica vulgata della sinistra italiana – dai vari conduttori televisivi, dai soliti opinionisti “liberal” e dallo stuolo degli pseudo intellettuali a rimorchio, non denuncino l’imminente e sempre più probabile ritorno della “minaccia fascista”, della deriva illiberale, della compressione irreversibile delle libertà, della torsione autoritaria e simili amenità. Un classico della lunga e storica esperienza della sinistra comunista e post comunista nel nostro paese.

In ultimo, l’egemonia culturale. Con buona pace di chi non proviene da quella storia e che, per motivi di potere personale e di organigrammi di corrente, continua ancora a restare nel Pd, deve prendere atto che la cultura che ormai ispira radicalmente quel partito è quello della sinistra storica. E, come ben sappiamo da svariati decenni, non si tratta soltanto della cultura politica riconducibile alla storia del partito. Ma al vasto ed articolato stuolo di mondi vitali, intellettuali, artisti, conduttori televisivi, opinion leader e giornalisti che storicamente accompagnano e condizionano, anche pesantemente, il progetto politico complessivo del principale partito della sinistra italiana. La vecchia e mai superata “egemonia culturale” di gramsciana memoria.

Ecco, mi limito a queste 3 sole considerazioni per arrivare alla scontata conclusione che il futuro del Pd non sarà nient’altro, in versione aggiornata e rivista come ovvio, che la prosecuzione della storica filiera della sinistra italiana Pci/Pds/Ds. Certo con la variante, tutt’altro che scontata, di una versione di “partito radicale di massa” interpretata dalla Schlein. Comunque sia, l’originalità del “partito plurale” frutto del Pd originario con le diverse culture politiche che contribuiscono, in una efficace e feconda visione di sintesi, a costruire il progetto politico e di governo del partito, è ormai archiviata. Per chi resta nel Pd, e non è riconducibile alla storia del trittico Pci/Pds/Ds, a cominciare dalla pattuglia sempre più striminzita dei Popolari, il ruolo è già scritto: e cioè, i famosi, noti e collaudati “cattolici indipendenti di sinistra”. Cioè personaggi, e relativi e conseguenti seggi parlamentari, utili per dimostrare che il Pci – pardon, il Pd – è ancora e sempre un partito culturalmente plurale. Ma come recita un vecchio proverbio popolare, “chi si accontentata gode”.

“Quando Dio viene nasce un uomo”: il libro del teologo Carlo Molari proposto da Gabrielli Editori

«Quando Dio viene nasce un uomo. Quando Dio viene crescono i suoi figli e la vita fiorisce in noi in umanità piena. Noi attendiamo Dio che viene incontrando uomini, perché la Sua azione si esprime nei gesti, nei pensieri, nelle parole, nella misericordia di creature che arrivano, pur nei loro limiti e incompiutezze, a fare di se stesse trasparenza di Dio.»

Il modo di fare teologia di Carlo Molari è accessibile a tutti perché nasce ed è alimentato dall’esperienza del vivere. Queste riflessioni sui Vangeli costituiscono un percorso ulteriormente facilitato alla comprensione del pensiero e della spiritualità del maestro.


Il riferimento alla vicenda storica di Gesù, a partire dai Vangeli del Natale (e che prosegue in un secondo volume dedicato ai Vangeli della Pasqua) e in stretto parallelo con le vicende umane in cui ciascuno può riconoscersi, offre un contesto di esemplificazione e applicazione pratica dove il pensiero teologico dell’autore emerge con chiarezza e ampiezza di implicazioni. Infatti, a quei temi della riflessione che i racconti dei Vangeli sollecitano viene generalmente dato modo di esprimersi con una estensione e una concretezza maggiori rispetto alla trattazione sistematica sviluppata ne Il cammino spirituale del cristiano cui si fa qui riferimento.


Si manifesta così lo stretto intreccio fra la meditazione delle Scritture, in particolare i Vangeli, e lo svolgersi del pensiero teologico e delle indicazioni per la vita dello spirito da parte dell’Autore, che a sua volta ha portato lo sviluppo della spiritualità e del pensiero vitale del maestro a una penetrazione più profonda della vicenda di Gesù: a partire dalla precisione degli inquadramenti storici, attraverso l’immedesimarsi negli eventi della sua vita e il riviverne gli stati d’animo – lo sguardo fisso su Gesù – fin quasi ad assumerne sensibilità, atteggiamenti interiori e modi di porsi di fronte alle situazioni dell’esistenza. Tutto questo dà al suo modo di leggere i Vangeli una notevole perspicacia interpretativa proprio per la profondità con cui don Molari è penetrato nella conoscenza della vicenda umana in generale, e di quella dell’uomo chiamato Gesù in particolare.

(Dalla prefazione di Ornella Stazi, che negli anni ha trascritto, e infine selezionato, le omelie per la pubblicazione, e di Francesco Nicastro, curatore del volume)

La guerra non si ferma, ma nemmeno l’impegno per la pace.

Ieri, alla vigilia dell’anniversario dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha chiesto il ritiro “immediato” delle truppe russe, auspicando una pace “giusta e duratura”. La risoluzione ha ricevuto 141 voti a favore, sette contrari e 32 Paesi si sono astenuti, tra cui Cina e India. 

Vivo apprezzamento da parte dell’Italia. “Siamo tutti molto soddisfatti, hanno stravinto i Paesi che sostengono la pace”. Lo ha detto il ministro degli Esteri e vicepresidente del Consiglio, Antonio Tajani, a commento del voto finale a favore della pace in Ucraina, approvato con 141 voti a favore, 7 contrari e 32 astenuti. “È stato dato un segnale molto chiaro – ha aggiunto – in favore dell’Ucraina, che deve essere tutelata nella sua indipendenza”. 

Intanto la Cina, alla ricerca di uno spazio di mediazione, fa sentire la sua voce. La crisi ucraina è nata in Europa, ma ha ripercussioni globali, “e non può essere trascinata all’infinito”. Lo ha dichiarato l’alto diplomatico di Pechino, Wang Yi, in un’intervista rilasciata ai media statali cinesi, dopo il ritorno dal lungo tour in Europa e Russia, che ha avuto al centro dei colloqui con le controparti straniere la guerra in Ucraina. “La Cina sostiene l’Europa perché svolga un ruolo più attivo e costruttivo nella promozione dei colloqui di pace”, ha dichiarato il capo della Commissione Affari Esteri del Partito Comunista Cinese, aggiungendo che l’Europa deve pensare a quali condizioni “si possano creare per un cessate il fuoco e la fine della guerra”.

Sembra che qualcosa si muova. Secondo il New York Times, infatti, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky avrebbe dichiarato di essere aperto a colloqui di pace, anche se ha detto di non aver ancora visto la proposta della Cina per negoziare la fine della guerra.

Nel complesso, però, le posizioni si mantengono rigide. Il primo ministro britannico Rishi Sunak dirà oggi agli alleati del G7 che devono aumentare gli aiuti a Kiev più velocemente per dare all’Ucraina un vantaggio “decisivo” sul campo di battaglia. “Perché l’Ucraina vinca questa guerra – e per accelerare quel giorno – deve ottenere un vantaggio decisivo sul campo di battaglia… Invece di un approccio incrementale, dobbiamo muoverci più velocemente per quanto riguarda l’artiglieria, l’armatura e la difesa aerea”. Questo dovrebbe dire Sunak al vertice in videoconferenza nel primo anniversario dell’invasione russa.

Le “Primarie” del Partito democratico. Opportunità e rischi del voto di domenica.

A poche ore dal voto che individuerà il nuovo Segretario del Partito democratico sembra opportuno fare qualche considerazione su un appuntamento che mantiene un significato sostanzialmente unico nel suo genere, se si confronta con dinamiche interne ad altre forze politiche che non consentono ad iscritti e militanti di scegliere o cambiare la guida politica, neanche nel caso di evidenti fallimenti politici o di sconfitte elettorali. Il Pd ha infatti delle regole statutarie ed una struttura organizzativa che lo rendono indubbiamente il partito con il maggior tasso di democrazia interna, rispetto ad altre aggregazioni politiche che in alcuni casi non ne hanno affatto. Ciò nondimeno, l’appuntamento di domenica 26 presenta delle insidie legate ad un possibile risultato difforme rispetto a quello che è uscito dalle convenzioni nelle quali gli iscritti hanno espresso la loro preferenza nei circoli del Partito democratico (Bonaccini 52,87% – Schlein 34,88% – Cuperlo 7,96% – De Micheli 4,29%).

È una valutazione che prescinde dal nome di chi prevarrà nella competizione finale tra Bonaccini e Schlein, ma che verte sulla contraddizione che si aprirebbe nel caso in cui la fase congressuale si dovesse concludere con due risultati diversi; ovvero con due risultati che si tradurrebbero – di fatto – nell’imposizione alla comunità degli iscritti di una segreteria politica scelta da una platea di non iscritti. In questo caso si evidenzierebbe per la prima volta una anomalia del sistema di selezione del gruppo dirigente del partito; un’anomalia che ovviamente non esiste da oggi, ma che oggi potrebbe concretizzarsi con effetti imprevedibili per la vita presente e futura del Partito democratico.

È un meccanismo di selezione figlio della logica leaderistica che, a partire dalla seconda metà degli anni novanta, ha pervaso la nostra politica in modo trasversale; tutti in fila per barrare un nome anziché sviluppare un confronto politico tra delegati o rappresentanti di diverse realtà territoriali, ambientali, associative e di categoria. Tra i primi impegni della nuova segreteria politica ci dovrebbe essere proprio quello di rivedere le modalità di svolgimento dei congressi, recuperando un ruolo più incisivo per gli iscritti coinvolgendoli anche in “primarie tematiche” con consultazioni in relazione ad alcune proposte di legge sulle quali il Pd è chiamato ad esprimersi nelle aule parlamentari. Un sistema che preveda una ponderazione del voto con un diverso peso specifico tra iscritti e non iscritti consentirebbe di lasciare la porta aperta anche alla partecipazione dei simpatizzanti esterni alla fase congressuale. È necessario, in altre parole, valorizzare la partecipazione attiva alla vita di partito lasciando un varco aperto a chi non è dentro, ma vicino al Pd.

Il ragionamento è ovviamente diverso quando si tratta di individuare un candidato per il ruolo di sindaco o presidente di regione. In quel caso, all’interno di una coalizione, le primarie possono ragionevolmente essere un metodo di scelta che tiene insieme forze diverse ma alleate tra loro, stimolando la partecipazione alle scelte sull’amministrazione della “res publica”.

Medici ospedalieri: pochi, mal pagati e insoddisfatti. Uno su tre è disposto a cambiare lavoro.

Un sondaggio dell’Anaao Assomed – la più importante associazione sindacale dei medici dirigenti ospedalieri- condotto dal 30 gennaio al 10 febbraio u.s. restituisce un fermo immagine decisamente negativo circa il livello di insoddisfazione diffusa che serpeggia nella categoria. E per comprendere che non si tratta di un malcontento vissuto in modo strumentale o corporativo,  poiché è un aspetto di un più ampio disagio professionale, è utile richiamare quanto affermato pochi giorni fa dallo stesso Ministro della salute Orazio Schillaci in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università Cattolica di Roma: ”In dieci anni-dal 2005 al 2015 – oltre diecimila medici hanno lasciato l’Italia per lavorare all’estero, un esodo di capitale umano che non possiamo più permetterci”. A rincarare la dose pesano come macigni le parole del Presidente di Fnomceo – la Federazione nazionale degli Ordini dei medici – Filippo Anelli: “Se i giovani medici vanno via la colpa è della scarsa qualità di lavoro e di vita, degli stipendi non adeguati, della mancanza di sicurezza che mette gli operatori a rischio anche di aggressioni”.

Circostanza, questa, più volte rubricata nella cronaca persino in modo esponenzialmente crescente, in danno del personale sanitario in servizio negli Ospedali, in particolare nei Pronto soccorsi. La survey dell’Anaao Assomed è decisamente eloquente anche sotto questo profilo di considerazione: “Possono sembrare risultati scontati, ma oggi più che mai è importante controllare e misurare la temperatura dell’insoddisfazione che serpeggia nelle corsie ospedaliere fra i colleghi riguardo alle condizioni del loro lavoro, anche perchè dal CCNL ai nastri di partenza attendiamo risposte alle necessità e alle aspirazioni dei medici e dirigenti sanitari del nostro Paese. Comprendere i motivi di un disagio diffuso, e prospettare possibili soluzioni, può contribuire a rallentare l’esodo dei medici ospedalieri verso il settore convenzionato o privato o verso l’estero, nonchè a evitare forme di ‘uberizzazione’ dell’attività medica che contribuisce a generare contratti a cottimo tanto ricchi quanto poco chiari sulle norme e sulla sicurezza”.  

Non è affatto venale né strumentale che il primo posto dei cambiamenti attesi risultanti dal sondaggio presso i medici ospedalieri sia occupato – per un netto 63.9% degli intervistati – dall’incremento delle retribuzioni, le più basse d’Europa: in questo sanità e istruzione vanno a braccetto a significare la scarsa e colpevole considerazione ricevuta dai decisori politici verso due ambiti istituzionali così importanti per la qualità dei servizi pubblici offerti ai cittadini e il riconoscimento del know how professionale dei lavoratori impegnati in tali settori.

Il sondaggio dell’Anaao Assomed oltre il dato conoscitivo della realtà basato su evidenze oggettive ha il sapore di una denuncia delle condizioni di malessere e disagio vissuto e percepito da una intera categoria. Subito dopo l’aspetto economico la survey evidenzia il desiderio di fruire di una maggiore flessibilità nel tempo lavorativo in rapporto alle esigenze personali e familiari (per un 55%) e di una più tutelata sicurezza sul posto di lavoro, fattori che incidono in misura più rilevante delle attese riguardo alla progressione di carriera. Il fenomeno del brain drain (fuga di cervelli e di professioni intellettuali) assume dimensioni allarmanti: lo ha notato ed evidenziato il Ministro della Salute e lo confermano i dati dei medici attratti da retribuzioni più elevate e maggior considerazione sociale dei Paesi esteri, a cominciare dal Regno Unito e dall’U.E.

Nel suo documento l’Anaao Assomed non si limita a registrare il malcontento: “La terapia esiste, e non è solo di carattere economico, anche se pesa il fatto che l’Italia spenda solo il 6.1% del Pil per la sanità, la cifra più bassa tra i paesi del G7, ben al di sotto della media europea di 11.3% con il costo della sanità privata pari al 2.3%, poco sopra la media europea. Per recuperare il gap accumulato con le altre nazioni occorrerebbe un incremento annuo del FSN di 10 miliardi di euro. Ma pesano anche questioni di organizzazione e di scelte politiche, se il sistema di cure universalistico non appare in grado, per come oggi è, di reggere l’onda d’urto di nuove patologie infettive o della epidemia delle patologie croniche che accompagnano il sensibile aumento della aspettativa di vita. Occorre immaginare un nuovo modello che tenga nella dovuta attenzione la presa in carico del paziente, sia cronico che in acuzie, aumentando posti letto e personale, e implementando quella medicina di prossimità che appare oggi sempre più teorica, liberando i professionisti dalla medicina di carta che sottrae tempo alla cura”.

Il fatto che un medico ospedaliero su tre sia disposto non solo ad emigrare ma persino a cambiare lavoro è il sintomo eloquente e la conseguenza di un fallimento politico lungamente protratto. Inutile scomodare il Censis per approfondire le cause di un fenomeno così allarmante sul piano sociale e così desolante per chi ha dedicato un lungo periodo di studio al conseguimento della laurea e della specializzazione. Occorre una radicale inversione di rotta, una strategia di medio-lungo periodo delle politiche sanitarie, servono investimenti che incentivino l’eccellenza professionale che si traduce in servizi resi all’utenza in un settore così delicato qual è la salute dei cittadini.
A tre anni dal primo caso di Covid un’evidenza incontrovertibile riguarda la straordinaria abnegazione con cui il personale sanitario dei presidi ospedalieri ha fronteggiato l’emergenza. Rivalutare e premiare le professionalità emerse nella gestione della pandemia è un dovere imprescindibile che si somma con la considerazione che la categoria dei medici ospedalieri merita.

Gli Operatori Fiduciari: quell’esercito in cerca di giustizia sociale.

Durante il periodo pandemico li vedevamo controllare la temperatura e i green pass all’utenza nelle gallerie commerciali, nei negozi e nelle stazioni; non senza polemiche, generate dalla sensibilità comune. In “tempi normali” li vediamo, ogni giorno, vigilare nei presidi ferroviari e ospedalieri, porti, aeroporti, ed in tutte quelle stazioni appaltanti che richiedono il loro servizio. Parliamo ovviamente dei vigilantes, lavoratori ben identificati nei luoghi di lavoro ma che rischiano di restare invisibili dal punto di vista sociale. 

La magra busta paga dei lavoratori della vigilanza si evidenzia passando dalla retribuzione di una guardia giurata a quella di un operatore per i servizi fiduciari, appartenente della cosiddetta “vigilanza non armata”. Figli di una genesi contrattuale che li ha visti, nel corso degli anni, passare dal contratto del turismo a quello del multiservizi, a quello del portierato, approdando, infine, in quello della vigilanza disarmata, uomini e donne (spesso giovani studenti universitari), sono entrati nel settore della vigilanza privata, soppiantando, in numero, i colleghi armati. Nonostante lavorare oltre l’orario contrattuale non sia obbligatorio, i lavoratori fiduciari sono di fatto portati ad estenuanti doppi turni, anche di notte, per poter avere uno stipendio che superi, anche di poco, le mille euro. 

A peggiorare la situazione degli operatori per i Servizi Fiduciari vi sono anche le stazioni appaltanti che, per risparmiare, cercano manodopera a ribasso. Le imprese, per poter restare dentro il mercato del lavoro, offrono una paga base oraria che si aggira sui 5,50 euro lordi l’ora. Per sottolineare questa distanza contrattuale tra guardie giurate a operatori fiduciari, basti pensare che questi ultimi non godono nemmeno della quattordicesima mensilità e, spesso, nemmeno dei buoni pasto a presenza giornaliera. Il rinnovo del contratto nazionale, richiesto da oltre sette anni dalle Organizzazioni Sindacali, non ha ancora raggiunto un accordo con la controparte datoriale. Il termine “fiduciario” esprime con la parola “fiducia” quel delicato lavoro che essi, pur non essendo pubblici ufficiali, compiono giorno dopo giorno, nei luoghi pubblici e privati. 

La fiducia che si rimette nelle loro mani deve essere debitamente proporzionata a quella che loro si augurano di ricevere, in particolare, in un mercato del lavoro che richiede sempre più specializzazione, competenza ed efficienza. La fiducia, come anche la competenza, devono essere ben pagate. Anche dal lato economico.

La scuola deve fare i compiti a casa: quale cultura sedimenta e trasmette?

Nessun contesto meglio della scuola riesce a coagulare i processi di sedimentazione della cultura. Nel senso che – per definizione – trasmette quella del passato, riflette quella del presente ed è laboratorio formativo di quella del futuro. Ognuno di questi tre compiti deve essere compresente agli altri altrimenti la scuola stessa finisce per essere rispettivamente mero luogo di travaso di nozioni, specchio acritico dei tempi o fucina di una progettualità senza radici. Nei percorsi istituzionalizzati di educazione e formazione si leggono le ragioni della continuità e dell’innovazione che spiegano il ruolo del sistema formativo nella società della democrazia e della partecipazione.

L’identità della scuola si manifesta in una continua oscillazione tra ratio e traditio, tra stabilità e mutamenti, tra conservazione e cambiamento, nella ricerca di punti di equilibrio su principi, valori, regole, ideali. Nel suo accreditamento sociale questa istituzione è a un tempo custode delle tradizioni ricevute e agenzia della loro rielaborazione critica. Ora io credo che da qualche anno a questa parte (potrei dire da qualche decennio) si sia esponenzialmente accentuata una deriva fortemente orientata a far prevalere le ragioni della discontinuità e del cambiamento fine a sé stesso. Come acutamente ebbe a scrivere Ernesto Galli della Loggia, una volta nelle nostre aule risuonavano alti i nomi di Dante e Galilei, di Leopardi e Manzoni. Oggi molta parte dell’impegno pedagogico è prevalentemente profuso ad insegnare ai ragazzi a non usare i cellulari in aula, a non mangiare le merendine e a non mettersi le dita nel naso (e quel che è peggio è che ciò in larga parte corrisponde ad aspettative di tipo sociale). Per non parlare dei casi in cui è necessario fermare il bullismo dilagante, verso i compagni e gli stessi insegnanti: non più bravate ma veri e propri atti di teppismo.

Una rincorsa senza speranza se si pensa di non perdere l’aggancio con il concreto, il quotidiano e di guidare i processi di mutamento sociale mettendo al bando lo studio e la valorizzazione delle nostre migliori tradizioni culturali. Perché i nostri figli sanno usare il PC, accedono ad internet e a loro modo comunicano con il mondo ma non sono più capaci di usare un vocabolario, non sanno scrivere, non sanno parlare senza affondare negli intercalari di dubbio buon gusto e di pessima educazione.

C’era una volta una scuola dove si andava volentieri, che meritava la fiducia delle famiglie e la considerazione sociale. Una scuola dove gli insegnanti stavano in cattedra e gli alunni nei banchi. Poi è arrivato il vento del cambiamento e questa scuola è lentamente scomparsa, sostituita da un’altra scuola – a volte migliore a volte peggiore – ma fondamentalmente senza volto e senza identità. Un posto di passaggio (una delle tante “agenzie formative”, come l’abbiamo voluta rinominare) dove non si sosta più volentieri, per assaporare il gusto ineguagliabile della cultura lentamente trasmessa e lentamente assimilata.

Una scuola che ha perso per strada molte parole che non si usano più: rispetto, tradizione, valori, merito. Una scuola fast-food, ma questa è una storia di cui riparleremo un’altra volta.

Vince l’ideologia della Schlein, sorge il problema dell’alternativa.

Comunque vadano le primarie del Pd di domenica prossima, l’ideologia che rappresenta la candidata alla segreteria Elly Schlein, rimarrà vincente. Nel Partito democratico ma soprattutto oltre, nelle sedi decisionali che contano, nel mondo della cultura, nei media. Si tratta di un’ideologia che riflette la visione dei miliardari, di una parte significativa dell’élite economica e finanziaria occidentale e che presenta delle pesanti ricadute dirette (si spera almeno non volute) sulla classe media, sui suoi valori, sul suo tenore di vita; sull’economia di mercato, sullo stesso ordine internazionale. Il capitalismo della sorveglianza, di una sostenibilità concepita solo secondo i criteri di profitto di colossi finanziari come BlackRock, della cosiddetta “cancel culture” delle radici culturali occidentali, del gender, tende più a usare, e a deformare, i problemi in funzione degli interessi di pochi, che a indicare delle soluzioni.

Tale tendenza al capovolgimento dei valori e delle priorità, come metodo, è constatabile dappertutto. La cruciale questione ambientale viene affrontata non solo prescindendo da quella ecologia integrale invocata nella Laudato Si‘ ma addirittura al di fuori di un orizzonte antropocentrico. La questione energetica rischia di assomigliare a un intestardimento su tecnologie inefficienti, insufficienti al fabbisogno e fuori mercato anziché, come come nel resto del mondo non occidentale, essere una sfida positiva tecnologica e capace di stare sul mercato. Nella sfera della famiglia per ossequio alla teoria gender si sta passando da un ovvio, doveroso e costituzionalmente garantito rispetto delle persone, al di là di qualsiasi differenza, a forme di apologia, per non dire a una discriminazione al contrario. E questo metodo tende a estendersi a ogni questione riguardante le scelte decisive per il futuro e per il modello di società.

Se il pluralismo viene bandito, la democrazia ne risente. La partecipazione cala. E al suo posto si afferma un meccanismo di governo in cui le decisioni prese da chi è più forte vengono calate dall’alto. I media si trasformano in strumenti di propaganda in favore di scelte prive di una adeguata legittimazione democratica. E i funzionari, la burocrazia comunitaria e ministeriale, finiscono per rispondere più a chi impartisce le direttive dall’alto che ai politici di turno. I risultati di questo modello di governance li vediamo nel modo in cui deliberatamente viene imposta la decrescita, si persegue un generale arretramento del tenore di vita dei ceti lavoratori e popolari (in ossequio al comandamento di Davos secondo cui in futuro “non possiederai più niente e sarai felice”), brandendo come una clava cause in sé giuste, come quella ambientale e non solo, con effetti devastanti sul tessuto socioeconomico delle nazioni sviluppate senza peraltro conseguire risultati apprezzabili sui problemi che invece sembrano cavalcati come pretesto per attuare ben altri scopi.

Questo vizio di fondo della politica è avvertito ampiamente ormai a livello di massa e genera incredulità, sconcerto, spaesamento, sfiducia fra i ceti che devono sopportare le conseguenze di strategie tendenti a ripristinare distanze e disuguaglianze sociali che si credevano definitivamente superate. E rende più difficile e anche più urgente il compito di riannodare i fili della partecipazione popolare, per affrontare la triplice transizione in corso – energetica, digitale e verso il mondo multipolare – in modo più saggio, realmente democratico e partecipato dai cittadini. Per costruire una proposta culturale e politica diversa da quella della decadenza e della deriva verso nuove forme di intolleranza dell’Occidente, occorre recuperare il senso della misura nell’affrontare i nodi cruciali della nostra epoca. Un equilibrio capace di assegnare il giusto valore a ogni cosa e di costruire proposte di governo facendo una sintesi fra i desideri, o i diktat, delle élites e le reali necessità del popolo.

Non è un Pnrr per giovani

Morire di ingordigia. Dovremmo chiamare così la fine del nostro Paese per troppo Pnrr. La favola di Fedro della rana dalla bocca larga la conosciamo tutti, ma il suo insegnamento è spesso dimenticato. Ce lo fa ricordare l’articolo-intervista di Bianco sull’Huffington Post tutto dedicato al Pnrr e all’indicibile numero di progetti che abbiamo solo scritto pur di raggiungere la quota massima di euro che ci potevano assegnare come Paese. Nell’intervista al prof. Luciano Monti della Luiss sono i numeri a parlare chiaro. Chissà quale follia dettata dall’ingordigia deve essere passata nella mente dei funzionari di governo nel valutare sconsideratamente che alla corsa “arraffa-arraffa” del Pnrr fosse necessario raggiungere il massimo possibile dello stanziamento, anche se i bisogni erano inferiori e soprattutto le idee progettuali ancora meno. 

Quindi, come la rana dalla bocca larga, abbiamo pensato che potevamo prendere 100 miliardi di euro in tre/cinque anni e buttarci dentro 60/70 mila progetti-idee per la ricrescita del Paese da affidare alla burocrazia locale. Primo, noi tanti soldi non li abbiamo mai visti in anni di Repubblica, e nemmeno di Regno. Con il piano Marshall ci siamo andati vicino, ma avevamo più tempo ed effettivamente il territorio era distrutto dalla guerra. Qui siamo indietro per la tecnologia, lo sviluppo delle risorse ambientali, le politiche del lavoro e del welfare, le infrastrutture (aggiungiamo cultura e formazione perché da sempre ci spendiamo poco). Gli altri settori vanno benino, ma vanno. Secondo punto: da quando in qua nel Paese la burocrazia ha maturato un concetto, seppur primordiale, di libertà di azione con poche ma certe regole? Mai direi, se nel tempo ci siamo dovuti inventare un sistema detto di “semplificazione” tanto erano le norme che avevamo prodotto di 150 anni di unità d’Italia. Come abbiamo potuto pensare che il sistema della burocrazia locale e nazionale potesse tradurre l’idea in azione? 

Ora a rileggere l’intervista c’è l’amara constatazione che volendo mettere una “pezza alla bell’e meglio acconciata” il Governo in carica pensa di ricorrere ai privati scaricandogli un 70% di contributi fondi e tenendo per se un 30% di fondi. Una follia organizzativa e un disastro attuativo. Perché se anche fosse accettato, significherebbe per i privati distrarre nei prossimi due/tre anni la maggior parte delle loro energie produttive, immaginando di realizzare quanto scritto nel Pnrr senza aver preso parte alla sua impostazione. Converrebbe dunque ammettere che il “troppo stroppia” e di conseguenza ridurre ad unitatem, per quanto possibile, questa selva di 60 mila progetti sparsa per tutte le Istituzioni del Paese (solo per curiosità, basti vedere la proliferazione di proposte di ricerca presentate dalle Università). Ma così agendo molti saranno scontentati ed altri si sentiranno privilegiati: la misura non è tra quelle che fanno aumentare i consensi per un Governo. 

Qui però ricordiamo le parole di insediamento della Premier Meloni, quando disse che non avrebbe esitato per il bene comune ad adottare misure e provvedimenti anche impopolari ma necessari. Questo è uno dei casi che si presenta alla sua attenzione. Certamente mantenere inalterato il totale orami consolidato (100 miliardi!) e tentare di farci stare solo i progetti di cui si ha bisogno per colmare quel gap riconosciuto. E anche qui bisogna intendersi. Il gap c’è nel settore energie e sostenibilità, nell’utilizzo delle nuove tecnologie in molti settori primo fra tutti quello del welfare e della sanità, ma non di meno la prospettata rimodulazione del Pnrr non ha per ora tenuto conto della cultura e della formazione dei giovanissimi come avrebbe dovuto. Allora, un Pnrr che disegna il futuro per quelli che già ci sono e non per quelli che ci saranno, è un grave errore prospettico della politica del nostro Paese. Vale la pena metterci mano adesso, vista la  complicazione prodotta da burocrazia amministrativa e gestionale, per trovare – qui la visione nuova – insieme ai giovani e giovanissimi del Paese quel Pnrr che serva loro più che a noi. Una visione politica di ampio respiro che dimostrerebbe di avere una strategia di governo, piuttosto che un “rattoppo alla bell’e meglio” per il quale ci stiamo adoperando. È la differenza tra occupare la poltrona di Presidente del Consiglio e l’essere il Presidente del Consiglio di quei giovani che pure costituiscono la base elettorale del partito di Fratelli d’Italia, ai quali, per dirittura morale, un qualche riscontro bisognerà pur dare. D’altronde hanno tutto il diritto di averlo. E noi pure.

Popolarismo, lo scrigno di una dottrina feconda

La netta vittoria della coalizione di centrodestra a guida meloniana, la totale débâcle di tutta l’area delle forze di centrosinistra e gli aspetti più eclatanti emersi nella recente competizione elettorale che ha riguardato il rinnovo dei consigli regionali di Lazio e Lombardia e i rispettivi governatori, ossia la totale assenza di progetti credibili, l’incontenibile ostilità tra le forze dell’attuale opposizione e l’abissale disaffezione dell’elettorato, giunto ad una percentuale di astensione di oltre il 60 per cento, rende, quanto mai urgente, l’avvio di un processo di ricomposizione dell’area popolare, cattolico democratica e sociale come risposta credibile al vuoto di idee e progetti e alla ulteriore accentuazione della polarizzazione delle forze politiche in campo.

È oramai diffusa la consapevolezza che questo malessere, ultraventennale, generato da politiche disinvolte, improvvisate, dal respiro corto, talvolta spregiudicate o intrise di populismo e sovranismo, permanendo il vuoto di valori, di metodi e di prospettive, solide, non troverà altra soluzione che riproporre ingannevoli ed effimere rendite elettorali. Anche la stessa Meloni, stretta in un insidioso dualismo bifronte, alterna performance di forte risonanza mediatica e securitaria, nelle questioni interne, incentrati su obiettivi identitari, ma di dubbia rilevanza ed efficacia, anziché affrontare le tante derive socio economiche che da tempo affliggono ampi strati del paese, a piegature sotto tono, fino a tratti di inequivoca irrilevanza nei tavoli decisionali delle nostre istituzioni europee: emblematiche le anticamere che le hanno riservato, Macron e Scholz. Mentre sono rimasti solo ricordi tutte quelle pretese da ultimatum, rivolte alle istituzioni europee, pronunciate nel corso dei tanti comizi identitari nelle piazze, non solo italiane, prima del voto.

Tutto il contrario di ciò che caratterizzò invece il nostro sistema politico per più di cinquant’anni nella cosiddetta prima Repubblica. Ma, ancor più c’è da chiedersi, con due elettori su tre che non votano e una ristretta minoranza a decidere nei territori, se possiamo ritenere legittimamente assicurato il presupposto sostanziale della partecipazione politica, tra i capisaldi del principio di eguaglianza e del principio di rappresentanza politica,almeno nei termini di una soglia minima accettabile: la questione si collega direttamente, nella scelta o meno dell’elettore, alla precipua funzione rappresentativa dei partiti. Il fatto è che paghiamo ancora il prezzo pesante di quella tempesta giudiziaria che nel perseguire le singole violazioni penali, fini per abbattere l’intero sistema dei partiti. Fu il netto annientamento di quasi tutto il sistema di quei partiti a rendere rapida la migrazione, persino delle istanze più identitarie dei ceti sociali, sempre meno aperte ad una visione comune, verso le nuove forze che si affacciarono.

Così capovolgendo quella metodica che aveva visto il sistema dei partiti, fino a quel momento, nella versione tradizionale, artefici di progetti del paese modellati su una visione organica e di lungo periodo – di cui la Dc, primariamente, se ne fece carico – ne scaturì per paradosso, anche sulla spinta di una nuova legge elettorale maggioritaria, un nuovo e singolare modello di partito, costruito sulla persona del leader, volto più ad inseguire le istanze sociali, tanto più istintuali e mutevoli quanto più appetibili nel carpirne immediati consensi, che a costruire progetti politici fortemente radicati dentro una dialettica democratica di valori rappresentativi di autentici pezzi di società. È intanto appariva sempre meno essenziale la formazione e la cura della classe politica, preferendo ad essa l’assoluta fedeltà dei quadri dirigenti e degli iscritti. Non ha allora tutti i torti Pier Ferdinando Casini, il più navigato dei democristiani, finito come un naufrago in un Pd sempre più smarrito, nel disegnarci una realtà rappresentativa delle Istituzioni dove non sembrano trovarsi neanche le vestigia di quelli che furono canoni e metodi di governo con cui si raccordavano sapientemente istanze e aspettative dei ceti sociali nel rispetto dei quali i partiti della prima Repubblica, ed in primis la Democrazia Cristiana, seppero imprimere, con la miracolosa ricostruzione dell’Italia del secondo dopoguerra, un processo di modernizzazione dei territori senza precedenti. In questi anni, parte dell’area cattolica e popolare, privata del partito di riferimento, si è rifugiata nel disimpegno politico o nel volontariato sociale. Tuttavia non sono stai in pochi a perseguire, in una odissea senza fine, velleitarie fusioni a freddo con culture post-comuniste, che purtroppo qualche eminente esponente non smette di vagheggiare, o con culture di stampo liberista, nell’intento, pur lodevole, di non disperdere quel patrimonio di idee, o talvolta, nell’ingenuo obiettivo di controbilanciare un eccessiva polarizzazione delle coalizioni, sia a destra che a sinistra.

In questo quadro non può ignorarsi il nobile tentativo di una nuova edizione della Dc, che ha già trovato, soprattutto in Sicilia, lusinghiera affermazione. Non altrettanto si è verificato nelle altre province del paese dove la vecchia classe dirigente non è riuscita a divincolarsi da una sterile funzione di fedele custode di un passato politico, che purtroppo sembra oramai archiviato. Per contro, non poco rilievo devono invece aver avuto le cocenti delusioni, ed il fallimento di quei progetti ancillari, nell’uno e nell’altro versante e la profonda crisi del paese – che non sembra trovare soluzione nei tanti governi che si sono succeduti in questi anni – nel motivare il sempre più comune proposito di riportare nella pratica politica quei valori identitari e quei metodi che, ancora attualissimi, furono il portato della profonda riflessione di pensiero con cui don Luigi Sturzo disegnò, definendole con il termine popolarismo, le linee di condotta politica, per governare un paese senza mai debordare dalle connotazioni tipiche di un sistema democratico. È appena di qualche settimana la celebrazione degli oltre cento anni dall’appello “A tutti gli uomini liberi e forti”che don Luigi Sturzo lanciò il 18 gennaio del 1919, in concomitanza con la fondazione del partito popolare. Quell’Appello resta una pietra miliare ed è un manifesto di grande spessore morale e politico. Li si incorpora tutto il pregevole lavoro, unanimemente riconosciuto dagli studiosi, con cui Sturzo seppe trasporre in chiave politica i tratti etici e sociali della dottrina sociale della Chiesa.

Nella ricerca di un solido antidoto contro lo statalismo, che comprime le libertà, contro la partitocrazia che deforma i valori dell’uguaglianza, e contro l’abuso del denaro pubblico, che altera la giustizia: “le tre nemiche della Democrazia”, Sturzo antepone una corposa visione interclassista. E non è raro rinvenire in taluni passaggi della sua ricerca, tesa a rielaborare organicamente, alla luce della propria teoria politica, principi e visioni delle più importanti matrici culturali: dal conservatorismo al liberalismo, partendo da A. Smith, al socialismo, assonanze con le categorie del liberalismo schematizzate da Benedetto Croce. Un’analisi pregevole che lo porta ad individuare, per ciascuna di esse, gli effetti perniciosi o le possibili aberrazioni nella loro prassi applicativa: dalle incontrollate forme di accentramento dei poteri, alle profonde disuguaglianze sociali, alle temibili compromissioni dei supremi valori della vita, della famiglia e della cooperazione pacifica tra le comunità e tra i popoli. In questa mirabile sintesi la sua teoria del popolarismo ne risolve le contraddizioni intrinseche in una coerente compatibilità con i principi dello Stato democratico.

Non di poco conto fu, anche, il carattere profetico della sua visione con riferimento al futuro assetto costituzionale, all’importanza della partecipazione di ogni cittadino, alla vita istituzionale e alla costruzione di una comunità europea. Ma quello che ancora più stupisce è l’estrema attualità del suo pensiero nel quale, anticipandone gli scenari si colgono adeguate risposte a tutte quelle carenze e inadeguatezze che oggi siamo chiamati a fronteggiare, mentre ci si avvita verso una crisi dei partiti, quasi irrisolvibile, con grande insidia per la democrazia rappresentativa. Un pensiero pregno, vieppiù, di rigore morale (ne fa conto il suo concetto di spirito di servizio nell’esercizio di una funzione pubblica) e di organica e lungimirante coerenza strutturale e concettuale, che, oltrepassando le anguste espressioni della cultura politica cattolica, soprattutto del suo tempo, sta trovando una riscoperta in vaste aree della società civile ed in una nuova classe dirigente. È noto peraltro quanto ad Egli fosse ostile la commistione tra la sfera religiosa e la sfera politica (molto esplicativo il confronto epistolare con Romolo Murri).

Un focus particolarmente interessante fu il compiuto tentativo di coniugare, dentro la cornice della democrazia e della dottrina sociale della Chiesa,la connessione circolare: Individuo, Società e Stato nel rapporto tra l’esercizio legittimo delle libertà e della sovranità. Nel sottoporre a rigorosa riflessione tutto il pensiero e le teorie politiche del contrattualismo, che da Hobbes, Locke, Montesquieu, Rousseau, fino a Rosmini ed oltre, sviscerò con limpida visione ogni improprio significato del termine popolo – del cui frequente equivoco concettuale si sono alimentate e si continuano ad alimentare tutte quelle interpretazioni che sulla scia di insidiosi fraintendimenti finiscono per portare facilmente verso scenari populisti – disvelandone tutte le false applicazioni, non in linea con i principi basilari di Democrazia. Magistrale, in particolare, la sua analisi politica del contrattualismo liberale di Locke, ove ne risolve il problema della marcata asimmetria nel dualismo: Società-Stato, ricorrendo ad una più ampia ed articolata accezione del concetto di sovranità, che non può identificarsi nel solo esercizio da parte del popolo come corpo indistinto e monolitico; oltre a esso c’è la naturale e necessaria articolazione negli atti degli individui, delle comunità, delle istituzioni in un quadro di compatibilità con tutto quel crogiolo di interessi che ne esprimono il bene comune che deve sempre orientare il cammino di un popolo e dell’umanità.

Lo stesso Sturzo, in occasione della pubblicazione, nel 1923, del libro intitolato “Riforma statale ed indirizzi politici”, avverte che “…il suo popolarismo è divenuto una vera e propria dottrina della quale il partito non è altro che una concretizzazione organizzativa”, precisando vieppiù che esso “è esattamente una teoria dello Stato democratico”, nella cui costruzione hanno preminente rilevanza i principi di libertà e giustizia. Se non bastasse questo a rendere ineludibile l’avvio di un serio processo di ricomposizione culturale e politico, nel nome del popolarismo, per riportare nel solco della più aderente applicazione dei valori di convivenza civile, di sviluppo e di progresso, senza lasciare ai margini nessuna persona, ai principi scolpiti nella Carta costituzionale, germogliata sull’epilogo di una guerra mondiale, foriera delle più abissali e disumane brutalità e di una sanguinosa lotta fratricida, cos’altro potrebbe spingerci a trovare un percorso comune per il bene del paese? Ma non da meno assume valore la preminente necessità di contribuire a comporre, in una visione di pace tra i popoli, e non di blocchi contrapposti, come sembra ci si stia riavviando, un quadro geopolitico inquietante scatenato da una ingiustificata aggressione alla sovranità dell’Ucraina, dagli esiti e dalle evoluzioni, oggi imprevedibili. Al contempo, è deprimente che anche le Istituzioni sovranazionali segnino il passo o non trovano autorevolezza e ascolto, perché troppo appiattite su posizioni di parte.

In questa cornice i tanti segnali che si colgono ci inducono a pensare che il forte fermento che sta animando l’area dei cattolici saprà essere la giusta linfa e la “ ragion pratica” (qui nel senso kantiano di quella parte del pensiero sturziano, indirizzato all’azione ed al comportamento), per rimettere in cammino tutte le potenzialità e la fecondità del popolarismo, dottrina capace, ancora oggi, di dare le giuste risposte alle tante distorsioni dell’attuale sistema politico.

Di fronte al Mistero in punta di piedi. Incontro dell’Osservatore Romano con Marco Bellocchio.

La conversazione con Marco Bellocchio comincia subito dal cuore del messaggio cristiano: l’amore verso Dio e verso il prossimo. E allora proviamo, ma solo provvisoriamente, a mettere tra parentesi il primo dei due amori e a sviluppare il secondo. Questo perché avevo sentito qualche giorno prima il regista di Bobbio affermare durante la presentazione del libro Una trama divina di padre Antonio Spadaro che «l’esperienza di amare il prossimo, addirittura di amare il nemico a me è quasi impossibile, sconosciuta. Se venisse qualcuno, se venisse a svelarmi come si fa, che questo amare il prossimo mio come me stesso è possibile, questo per me sarebbe una vera rivoluzione». È stato un momento intenso, che ha toccato il cuore di molte persone che gremivano la sala de «La Civiltà Cattolica». Alcuni tra i presenti l’hanno paragonata ad una confessione, altri ad una preghiera. A me è sembrato un appello che mi ha spinto a cercare l’artista e ad andarlo a trovare, senza nessuna pretesa di essere quel “qualcuno” capace di svelare, ma almeno di continuare la conversazione così, come due viandanti lungo il cammino della vita.

«Quella espressione, “amare il prossimo come me stesso” ce l’ho impressa nel cuore e nella memoria;» mi risponde con il suo modo di parlare semplice, sincero, disarmante e anche pieno di pause, come se cercasse insieme a te le parole giuste, «e sottolineo amare non di più ma “come”; è però già tantissimo: l’amore vero e gratuito per gli altri ed è per me qualcosa di sconosciuto. Non nel senso di mai sentito, perché è un’espressione che, insieme a tante altre, mi è stata insegnata da bambino; ho avuto infatti, come tanti, un’educazione cattolica, poi però la mia vita, prima di tutto famigliare, con una serie di problematiche profonde, mi ha messo sulla difensiva, per cui è prevalso un principio di sopravvivenza. Ti difendi, ti arrocchi, ti chiudi. Non hai risposte e perdi la fede».IMG_0576.jpeg

Il regista rivisita il suo percorso artistico e anche politico e chiama in ballo alcuni “maestri”.

Naturalmente poi, anche una serie di politiche e artistiche, mi hanno spinto verso non tanto il materialismo perché poi io sono sempre stato un idealista, non sono mai stato un vero marxista, mi hanno spinto verso una ricerca dove la religione era assente. Però è vero, quando ho parlato alla presentazione del libro di padre Spadaro (intervento improvvisato, non previsto) ho voluto citare il film di Dreyer Ordet. La lista sarebbe lunga di grandi artisti che hanno a che fare con la trascendenza e che mi hanno affascinato. Penso a Robert Bresson e al suo Diario di un curato di campagna. Bresson ha un rapporto diretto con la trascendenza, sia pure nella sofferenza, quasi nell’agonia (la sofferenza di Cristo sul monte degli ulivi e poi sulla croce, l’agonia) ho in mente oltre al Curato anche quel capolavoro assoluto che è Un condannato a morte è fuggito che è un discorso sulla resistenza, sul non arrendersi mai, non disperare mai. Ma oltre al cinema c’è la letteratura e allora penso a Dostoevskij o a Tolstoj che è stata una scoperta tardiva: nei suoi racconti e in lui c’è un rapporto costante col Cristo, con il Vangelo. Penso a quel capolavoro assoluto che è Il divino e l’umano.

Cerco di farlo soffermare su questo tema della forza della rappresentazione e gli chiedo se per leggere un libro o vedere un film non c’è sempre e comunque bisogno di una “fede”. Una fede poetica, se vogliamo, per cui, per dirla con il poeta Coleridge, è necessaria una provvisoria “sospensione dell’incredulità” e Bellocchio ritorna su Ordet Dreyer confidando la sua commozione ogni volta che rivede quel film.

Mi commuovo di fronte al miracolo che vedo rappresentato; non l’ho visto nella realtà ma attraverso la rappresentazione, la fantasia, la creatività di un artista ed è indubbio che lui mi ha rappresentato un miracolo che mi ha emozionato. La donna che dopo aver partorito muore viene “risvegliata” da Johannes, il matto Johannes, e chiaramente questo risveglio mi emoziona. Mi viene in mente un’altra scena, tratta da La dolce vita di Fellini, in cui Mastroianni va a incontrare questa bambina che vede la Madonna e qui c’è una grande recita, una grande rappresentazione interamente pagana. Descrive soprattutto la disperazione e l’inganno.

Lo spingo a parlare dei suoi film ma Bellocchio chiama in causa, come scudo, l’autorità di padre Virgilio Fantuzzi, per decenni critico letterario de «La Civiltà Cattolica», ma forse più che scudo «il grande amico Virgilio» come lo chiama, è piuttosto una spia rivelatrice.

Virgilio scorgeva delle tracce di religiosità in alcuni miei film, e mi diceva (e poi scriveva): tu tradisci nella tua rappresentazione anche dei contenuti trascendenti. E portava diversi esempi come la scena iniziale di Vincere, dove c’è Mussolini che sfida Dio ad apparire altrimenti sarebbe “provata” la sua inesistenza. E Virgilio vedeva poi nella fine del film, nella caduta di Mussolini, la risposta di Dio trent’anni dopo. Io ascoltavo Virgilio prima di tutto con grande affetto, e sono stato contento di quell’ultima intervista che poi ho inserito nel film Marx può aspettare, in cui Virgilio vedeva il mio cinema come una confessione ininterrotta e anche come una Via Crucis».

Per leggere l’intervista completa

I Popolari nel nuovo Pd? Semplicemente incompatibili.

Sì, è vero. C’è un tifo, discreto ma sempre più diffuso, tra le fila dei Popolari, dei cattolici sociali e di quel mondo che è riconducibile alla tradizione del cattolicesimo politico e popolare affinchè Elly Schlein diventi segretario – o segretaria pardon, non vorremmo già essere denunciati anzitempo – nazionale del Partito democratico. Certo, i sondaggi, almeno per il momento, la danno in leggero svantaggio rispetto all’ex comunista Bonaccini, interprete e prosecutore ufficiale della vecchia “ditta” della sinistra di potere. Ma nelle primarie del Pd, come l’esperienza storica ha dimostrato, può capitare realmente di tutto. E non mi riferisco solo alla denunce penali in alcuni territori, alle botte ai seggi o ai vari intruppamenti clientelari e di varie e singolari etnie che si sono registrati ai gazebo nel passato. No, mi riferisco, nello specifico, al profilo politico, culturale e sociale dell’on. Schlein, già parlamentare europeo e già vice presidente dell’Emilia Romagna. Una candidatura che, al di là che sia vincente o meno ai gazebo, è destinata comunque sia a condizionare pesantemente il futuro e la stessa prospettiva politica del Partito democratico, ovvero del principale partito della sinistra italiana. E questo, va riconosciuto senza alcuna remora, per la freschezza del suo messaggio politico e per la determinazione con cui incarna e trasmette il suo progetto alla “sua” opinione pubblica. E, aggiungiamo noi, una sua vittoria diretta o indiretta è destinata a fare chiarezza e, soprattutto, a dare finalmente un profilo chiaro e netto al Partito democratico.

Certo, è persin troppo facile evidenziare che il suo profilo politico, la sua cultura politica, il suo approccio concreto e, soprattutto, il suo programma, sono non solo esterni ed estranei alla storia, alla cultura e alla esperienza dei Popolari e del cattolicesimo popolare e sociale, ma sono addirittura alternativi. E, coerentemente, in questa lunga e anche un po’ noiosa stagione congressuale del Pd, il capitolo del ruolo e della stessa mission dei Popolari e dei cattolici sociali sono stati del tutto assenti. Il che, come ovvio, è del tutto comprensibile e anche giustificato. Su questo versante, del resto, c’è una perfetta coincidenza con l’altro candidato alla segreteria, Bonaccini. Ovvero, la radicale irrilevanza di quest’area politica e culturale ai fini del progetto politico del Partito democratico.

Ora, come è ovvio e persin scontato, il problema non si pone per quei Popolari che fanno parte degli organigrammi del partito a livello regionale e nazionale. E’ del tutto naturale che questi amici non facciano distinzione alcuna tra Bonaccini e Schlein nè, tantomeno, che il futuro Pd sia una sorta di “partito radicale di massa” se vince l’ex vice presidente dell’Emilia Romagna o un tranquillo e solido partito post comunista se si afferma il Presidente di quella Regione. Ma quello che non si può non evidenziare è che, nell’un come nell’altro caso, il ruolo dei Popolari all’interno di quel contenitore politico ed elettorale è del tutto fuori luogo e fuori tempo. Ed è per questi semplici motivi che la domanda che sale dalla base finalizzata ad un rinnovato protagonismo politico dei Popolari e di tutti coloro che ritengono ancora attuale e contemporanea quella cultura politica, non può più avvenire all’interno del Pd. E questo non solo perchè nel dibattito congressuale questo tema non è mai campeggiato se non per banali motivi propagandistici, ma perchè sono tutti consapevoli che nel momento in cui il Pd – dopo la gestione disastrosa dell’ultimo segretario e le ripetute sconfitte elettorali incassate – ridisegna il suo profilo, la sua mission e il suo ruolo nella politica italiana all’insegna della “ricostruzione di una nuova sinistra” frutto della tradizionale filiera del Pci/Pds/Ds, si chiude definitivamente una fase della vita del principale partito della sinistra italiana. 

Una fase, questa, che è coincisa con un soggetto politico che era culturalmente plurale e che aveva come obiettivo la costruzione di un progetto politico che individuava anche, e soprattutto, nella storia e nella esperienza del cattolicesimo popolare uno degli asset decisivi di quel partito. Ecco perchè confidiamo nella Schlein ben sapendo che il popolarismo è “totalmente altro” rispetto a ciò che predica, pratica e teorizza quella candidata alla segreteria del Pd. Pur sapendo che sia Schlein e sia Bonaccini la pensano allo stesso modo sul tema specifico ma, se non altro, l’ex Vice Presidente della Regione Emilia Romagna ha anche il coraggio e la coerenza di fartelo capire. Senza inutile propaganda e ridicole ipocrisie.

Florian, barbone testardo e nuovo martire: Testaccio  gli può rendere onore?

Ed Leszczynskl Free to use under the Unsplash License

Mons Testaceum era il monte dei cocci alto più o meno una quarantina di metri composto dall’ammasso, si stima, di 25 milioni di anfore olearie che contenevano grano e altre merci sbarcate dal porto dell’Emporio sul Tevere. Erano ricoperte di calce per inibire i miasmi dovuti alla decomposizione del residui organici e ammucchiate in buon ordine per garantirne la stabilità.

Sarà per questo che Florian, troppo facilmente bollato nella schiera dei rottami d’uomini, mesi fa ha scelto una piazza del Testaccio, un quartiere che origina dagli scarti, per adottare una panchina da eleggere a sua dimora. Florian non è solo un barbone ma un senza tetto, uno di quelli che non sopporta pareti a inibire il suo sguardo sul mondo. 

Non tutti i santi sono dei martiri. San Florian appartiene alla seconda schiera, di quelli che hanno versato sangue a causa della fede professata. Da soldato romano decise di convertirsi al cristianesimo. Saputo della prossima esecuzione di quaranta cristiani, durante la persecuzione di Diocleziano, decise di condividerne il destino. Fu arrestato, torturato e annegato nel fiume Enns con una pietra al collo. Siamo dalle parti di Lorch, nel land dell’Assia in Germania. Si dice che, grazie ad un suo miracolo, estinse un incendio con una sola brocca d’acqua; per cui oggi è frequente trovare scritte, sulla soglia di ingresso delle abitazioni, con l’invocazione al suo nome di proteggere la casa da ogni calamità. 

Florian, il nostro senza tetto, ha accettato di prendere il testimone che nel segreto deve avergli passato il Santo. Si è messo a vigilare e prendere cura di Piazza Santa Maria Liberatrice. Lì, infatti, la sua panchina è diventata un riferimento di accoglienza e di scambio di amicizia nella zona, proprio di fianco ad un parco giochi di bimbi. Assai meglio del più celebre Caffè Florian a Venezia che da 1700 in poi, nel corso della sua storia, può vantare tra i suoi avventori, nobiluomini, ambasciatori e artisti di ogni sorta.

Florian non è stato scartato da nessuno e ha adottato, a sua volta, la gente che gli ha usato premure e che lo ha pregato, almeno durante i giorni del gelo, di accettare un ricovero che si è reso disponibile. Non ha resistito più di una settimana nel chiuso di quattro mura, malgrado le attenzioni delle istituzioni e delle associazioni che si sono preoccupate e prodigate per lui.

Florian ha mostrato di avere la testa più dura degli abitanti del quartiere, i “testaccini”, ed è tornato nella sua piazza, liberatrice da tutto quanto possa opprimergli lo sguardo ed ancor più frapporsi alla parola con i suoi abitanti. Da esperto barbone l’ha fatta in barba a tutti. È tornato sulla sua panchina, lasciandoci questa volta le penne. Sarebbe bello se si facesse di quella panchina un monumento, se a Florian si dedicasse una statua che mostrasse la sua posa, seduto mentre parla con il circondario che gli transita dinanzi e che va a trovarlo. Fino ad oggi nessun “senza tetto” ha mai avuto dedicata un’effige, una targa o una statua in suo onore. Sarebbe ora per questo primo passo. Una cerimonia con tutti i suoi amici a salutarlo, zeppa anche di tanti altri come lui sparsi nella città. Sarebbe un miracolo. Chissà che san Florian…

Povera, la cultura. L’Italia non può permettersi una politica della lesina in questo settore decisivo.

L’Italia, si dice, è il Paese della bellezza e della cultura. L’offerta artistica e culturale ne condiziona la competitività e l’immagine internazionale. Stato, regioni e comuni hanno espresso negli ultimi anni politiche culturali diverse e non tutti i modelli proposti hanno funzionato. Tuttavia gli operatori di settore si impegnano a rispondere ai deficit di visione, superando sia il modello dispendioso del “grande evento” sia gli standard della piccola iniziativa. Sempre più organizzatori (pubblici, privati, enti no profit) hanno iniziato a rivolgere i progetti non solo al grande pubblico ma alla cittadinanza più prossima, in un’ottica di educazione alla cittadinanza. Parliamo naturalmente di un insieme di professionalità che lavora in sinergia con le altre filiere del Paese.

La crisi economica ha colpito duramente il mondo della cultura. Durante la pandemia, questo settore così promettente è stato il primo ad andare in quarantena e l’ultimo a esserne tirato fuori. L’importanza rivestita dalla cultura era sulla bocca di tutti, eppure nessuno sapeva come salvarla. Molti luoghi di aggregazione (cinema, teatri, biblioteche) hanno chiuso i battenti durante la pandemia e non hanno più riaperto. In parte, ciò è legato allo sviluppo impetuoso delle nuove tecnologie. Ma dipende anche dal fatto che la base occupazionale di questo settore è caratterizzata da rapporti di lavoro sempre più “atipici”. Un modo corretto di leggere il peso sociale riconosciuto a un settore produttivo è quello di analizzarne l’organizzazione del lavoro: attraverso il giusto riconoscimento delle figure professionali, lo Stato si rende presente. Per evitare lo “spezzettamento” del lavoro, in Germania vige la prassi del rapporto 1:2 tra dipendenti e collaboratori. Le fondazioni culturali tedesche hanno quasi tutte una propria sede: anche piccola, ma di proprietà. Le donazioni a loro rivolte godono di importanti benefici fiscali (in particolare in Baviera).

In questa sede, tenendo presente il legame tra settore culturale e capacità del Paese di produrre ricchezza, è bene sapere come sono orientati gli enti preposti. La legge italiana di Bilancio 2023 prevede, nello specifico, una ulteriore riduzione della quota percentuale destinata alla cultura (dallo 0.5% del 2022 allo 0.4% del bilancio dello Stato). Sebbene aumentino in percentuale le quote destinate ai beni archivistici e museali, diminuisce la già esigua dotazione del Ministero della Cultura (MIC) per “Tutela e promozione dell’arte contemporanea e qualifica delle periferie urbane”. Naturalmente si potrebbero enunciare molti altri esempi. 

Il potenziale socio-economico del settore culturale appare dunque, almeno in Italia, largamente sottostimato. Ma lo svantaggio è solo di natura economica? Il contributo della cultura ai processi democratici del nostro Paese è incalcolabile; essa costruisce benessere attraverso uno sviluppo più armonico della società. Contribuisce a ridurre le disuguaglianze sociali: lo vediamo, ad esempio, nella politica dei presidi culturali che elargendo spazi di produzione culturale e di socializzazione (soprattutto in aree difficili del Paese), si confronta con i temi della sostenibilità, rinsalda il Welfare con la condivisione di conoscenze e competenze, potenzia le tipologie e le finalità d’esperienza.

La cultura è dunque una trama da cui non si può prescindere, perché organizza ogni forma di vita sociale. È da questo settore, in definitiva, che dipende il nostro futuro, la nostra capacità di elaborare strategie per uscire dalla crisi, il nostro impegno a utilizzare saggiamente le (poche) risorse messe a disposizione per la cultura dal PNRR. Ecco, dunque, su cosa si dovrebbe investire.

Il mondo di Schlein, il mondo dei Popolari.

Al di là dei tatticismi legati alla conservazione di pezzi di potere, che contraddistinguono i posizionamenti tra la componente popolare rimasta nel Pd, verso Stefano Bonaccini o verso Elly Schlein, tra i Popolari sembra crescere la consapevolezza che una vittoria nella corsa alla segreteria del Pd da parte della candidata movimentista, sia preferibile a quella del presidente dell’Emilia Romagna. Perché la Schlein lungi dall’essere quello che appare, ovvero più “a sinistra”, è in realtà la candidata che meglio rappresenta la cultura radical chic ormai dominante in un Partito Democratico sempre più inadeguato a costituire la sintesi delle diverse culture riformatrici.

E questo anche nel caso non dovesse vincere le primarie del prossimo 26 febbraio. Infatti la  cultura di riferimento di Elly Schlein ha già vinto su quasi tutti i fronti: nelle università, nei media, nei posti-chiave di potere (nazionali e internazionali) che spesso contano molto più di quelli elettivi. E se non si sta più che attenti, Schlein può vincere anche nelle menti dei cattolici democratici e popolari, vanificando così la nostra specificità culturale. Per evitare un tale rischio occorre mai delegare e subappaltare la formazione, mai prendere il programma a scatola chiusa da altri, ma definire entrambe le cose in autonomia e con metodo sturziano. Perché il mondo della Schlein non è il mondo del popolo. Se il cattolicesimo democratico, sociale e popolare, non solo nei suoi esponenti nei partiti, ma nelle svariate forme di associazionismo civile e di ispirazione religiosa, si dimostra capace di autonomia culturale, può ritrovare una sintonia che non esclude la dialettica e financo una pedagogia, con dei ceti intermedi sempre più spaesati e allibiti di fronte al modello di società che viene calato dall’alto in Occidente e in modo sostanzialmente non democratico. Una sintonia che invece al mondo della Schlein risulta preclusa per strutturale incapacità di aprirsi a ciò che non rientra nei suoi schemi.

In questa prospettiva appare giustificato l’auspicio di una vittoria di Elly Schlein alle primarie. Renderebbe più evidente la vera natura del Pd come partito radicale di massa e dunque come forza strutturalmente indigesta – Ricolfi direbbe invotabile – per le classi popolari e lavoratrici. Compito delle forze che si richiamano al popolarismo sturziano, anche attraverso un opportuno processo di riaggregazione (come quello intrapreso dai comitati territoriali dei Popolari in Rete, che terranno la loro prima assemblea sabato prossimo a Roma), appare allora quello di proporsi di colmare questo vuoto di rappresentanza. Si avverte la carenza di una mediazione tra i grandi processi di cambiamento connessi alla transizione ambientale e alla transizione digitale, e le reali esigenze dei territori, dei ceti sociali più fragili, addirittura rispetto alle normali dinamiche di mercato. La cultura politica popolare ha le caratteristiche e la coscienza storica adeguata per riannodare i fili del dialogo fra mondi che sembrano non incontrarsi più, che la grata ideologica del politicamente corretto sembra aver   nascosto reciprocamente, e che ha trovato una preoccupante manifestazione nel voto alle scorse regionali del Lazio e della Lombardia con le Ztl in prevalenza votati e le periferie largamente astenute.

Saper guardare ai limiti del mondo della Schlein può divenire uno stimolo in più per riscoprire il compito storico dei Popolari nella nostra epoca.

Dov’è il campo largo? A destra, grazie a un’opposizione divisa. Eppure la maggioranza degli elettori…

L’ultima tornata elettorale regionale ha certificato che se in Italia esiste un “campo largo” questo non è certo nel perimetro del centrosinistra. Se la destra attualmente al governo può vivere in assoluta tranquillità è infatti grazie alla volontà dei pentastellati e del (cosiddetto) Terzo polo di non lavorare per una aggregazione che possa costruire e mettere in campo una proposta alternativa da presentare al Paese. Così facendo M5S e Terzo polo diventano – di fatto – i più efficaci stabilizzatori dell’attuale maggioranza di governo, non disdegnando neanche di arrivare a “bacchettare” gli alleati per delle critiche rivolte all’azione di governo (quasi con l’ansia di mostrarsi più affidabili di Lega e Forza Italia) come fece Calenda un paio di mesi fa uscendo da un incontro con la Meloni a Palazzo Chigi.

Mentre il Terzo polo coltiva il sogno di occupare in un futuro prossimo lo spazio politico oggi presidiato da un Berlusconi un po’ in disarmo, il Movimento Cinque Stelle ha invece optato per un ritorno al passato, ovvero per un più comodo e meno impegnativo ruolo di opposizione che ricorda il Movimento a trazione grillina di opposizione e di contestazione; meglio stare in piazza contro tutto e tutti anziché assumersi la responsabilità di governare il Paese o amministrare le grandi città italiane. Un’analisi sommaria, parziale e sbagliata, dalla quale si origina una indisponibilità del Terzo polo e del M5S per la costruzione di proposte alternative, per un periodo non facilmente determinabile.

L’analisi di queste due forze di ambigua ed altalenante opposizione è sbagliata perché nel frattempo le scelte politiche del governo stanno favorendo in modo assai evidente le fasce di popolazione con redditi più alti a scapito delle fasce con redditi più bassi. Ma attenzione perché questa scelta è dannosa non solo in termini sociali, ma anche per tutta la nostra economia in termini complessivi. Se si vuol sostenere la domanda interna, stimolando così produzione e lavoro, si devono attuare politiche di redistribuzione a favore della fasce di reddito più basse; sono infatti queste fasce della popolazione che, avendo una maggiore propensione al consumo, possono immettere più facilmente risorse nel sistema economico attraverso un aumento della spesa per consumi, spesso generata anche da necessità e bisogni di carattere primario.

Il rischio è che, se non si inverte la rotta di politica economica, la forbice delle condizioni economiche e di vita si allarghi sempre di più, ovviamente a sfavore di chi sta peggio. E il risultato di questa situazione è leggibile anche nei numeri dell’ultima tornata elettorale; non c’è un elettorato che si sposta a destra, ma piuttosto un elettorato che non si sposta più da casa per recarsi a votare. E non è solo una battuta. 

È infatti arduo sostenere che nel Paese ci sia una maggioranza di destra quando circa due terzi degli aventi diritto non vota. Direi piuttosto che la maggioranza del Paese è alla finestra per vedere se qualcuno presenta progetti o idee nuove che rispondano alle loro domande che ad oggi sono rimaste inascoltate più o meno da tutti; queste persone aspettano qualcosa che riaccenda una speranza e che motivi un ritorno alla partecipazione. Chi ostacola la costruzione di una proposta nuova ed alternativa alle ricette che la destra sta propugnando, si assume delle responsabilità che rischiano di andare ben oltre la fase contingente che stiamo attraversando. C’è una parte cospicua del Paese che ha perso ogni aspettativa di riuscire a migliorare la vita propria e dei propri figli. È qualcosa che deve preoccupare tutti e pesare sulla coscienza di chi si dedica alla politica.

Realtà aumentata e realtà virtuale: ecco come stanno rivoluzionando la nostra percezione del mondo.

Realtà aumentata e realtà virtuale sono due tecnologie che stanno rivoluzionando il modo in cui le persone interagiscono con il mondo digitale e con il mondo reale. Sebbene entrambe siano utilizzate per creare esperienze “immersive”, queste tecnologie differiscono per le modalità in cui vengono presentate all’utente.

La realtà aumentata (AR) combina elementi del mondo reale con elementi digitali, creando un’esperienza ibrida per l’utilizzatore. L’AR utilizza la fotocamera di un dispositivo mobile (smartphone o tablet) per catturare un’immagine del mondo reale e sovrappone elementi digitali all’immagine stessa. In questo modo, l’utilizzatore può vedere elementi digitali (immagini, video o testo) sovrapposti al mondo reale, così da creare un’esperienza ibrida che combina il meglio di entrambi i mondi.

La realtà virtuale (VR), dal canto suo, crea un ambiente digitale che consente all’utente di immergersi in un mondo simulato. Gli utenti utilizzano visori VR (Oculus Rift o HTC Vive tra i più famosi), per entrare in un mondo simulato completamente immersivo. In più, i visori VR mostrano un’immagine separata per ciascun occhio, in modo da fornire all’utente un’esperienza tridimensionale.

Molte le possibilità che si aprono in questo nuovo orizzonte tecnologico, anzitutto nel campo dell’intrattenimento, dell’educazione e della formazione. Ad esempio, le applicazioni AR possono essere utilizzate per visite guidate virtuali in musei o siti storici, mentre le applicazioni VR sono preziose per la formazione di professionisti in settori ad alto rischio, ad esempio per la gestione dei disastri o l’addestramento militare, per simulare situazioni di apprendimento – guida di un’automobile, di un aereo, ecc… – o per esercitarsi al funzionamento e all’utilizzo di macchinari complessi in totale sicurezza. Le simulazioni prevedono l’impiego di dispositivi, periferiche e sensori ad alto costo. Per questo, salvo nell’intrattenimento (videogiochi), il mercato stenta a decollare.

Con l’AR i giochi possono essere integrati nel mondo reale, consentendo agli utilizzatori di interagire con personaggi virtuali come se fossero presenti nella stanza. Invece, con la VR le aziende produttrici possono creare ambienti immersivi e realistici in grado di trasmettere una sensazione di totale coinvolgimento nella dinamica del gioco. Didattica, cultura e turismo stanno sempre più avvantaggiandosi della realtà aumentata. Gli educatori adottano in misura crescente nuove tecniche di insegnamento per rendere più interattivo, coinvolgente e stimolante l’apprendimento. Insomma, l’AR combina il mondo reale con elementi digitali, garantendo informazioni supplementari in tempo reale attraverso l’uso di una telecamera e di un display. Ciò significa che l’AR può arricchire le esperienze di apprendimento degli studenti/ utenti, migliorando l’acquisizione di concetti e di processi complessi.

Il ricorso al 3D, in tempo reale, è un altro capitolo importante. Si può interagire con gli oggetti e visualizzarli da diverse angolazioni. In questo modo è più facile comprendere la struttura e il funzionamento dell’oggetto osservato. Ad esempio, si può esplorare il sistema solare in 3D, guardando i pianeti che orbitano intorno alla nostra stella studiando le loro caratteristiche, il loro posizionamento nello spazio; ma anche “leggere” una riproduzione del corpo umano per ottenere dati scientifici sul soggetto che appare sullo schermo dello smartphone, incamerando informazioni sempre più dettagliate man mano che lo zoom arriva ad ingrandire un particolare.

C’è di più. Si può scoprire l’antica Roma nelle varie epoche storiche, passeggiando nella città e inquadrando tutto ciò che ci sta intorno. E quindi, si possono esplorare edifici e strade in modo interattivo: un’esperienza unica per “entrare” nel passato. E poi, se scegliamo di concentrarci sul presente? Ecco, con l’ausilio della tecnologia si abbatte la distanza, si sceglie un percorso, si scopre una novità: ciò che prima era turismo diventa iper-turismo, se così è lecito esprimersi. Una condizione, questa, che significa abbattimento del disagio, perché finisce, ad esempio, l’impatto di un handicap visivo nella misura in cui un oggetto o una scritta mutano facilmente di dimensione, In generale, l’utilizzo della realtà aumentata per esplorare attrazioni turistiche può migliorare l’esperienza degli utilizzatori fornendo loro informazioni dettagliate, esperienze coinvolgenti e un ambiente più sicuro (si pensi alla possibilità di avere sullo schermo la piantina dell’edificio o della zona nella quale ci troviamo con le indicazioni per raggiungere eventuali vie di fuga).

Tuttavia, entrambe le tecnologie presentano anche sfide e limitazioni. In particolare, le applicazioni AR richiedono una buona illuminazione e una fotocamera di alta qualità per funzionare correttamente, mentre le applicazioni VR richiedono un visore costoso e potenti computer per garantire una buona esperienza per l’utente. Infine, le applicazioni di realtà aumentata e virtuale richiedono una grande quantità di dati e necessitano, quindi, di una connessione a Internet stabile e veloce. E non è poco. Bisogna attendersi, nella sostanza, ulteriori passi in avanti per “mettere a terra” ciò che al momento resta sospeso, sebbene con fulgida apparenza.

Il dovere della coscienza, oltre l’ossessione per le riforme.

Come siamo cambiati? Come viviamo? Quali speranze coltiviamo per il nostro futuro? Una prima osservazione riguarda lo straordinario progresso scientifico e tecnologico che ci ha offerto potenzialità di miglioramento un tempo impensabili. Le aspettative di vita sono esponenzialmente cresciute in quantità e qualità. Non si può non constatare, poi, con che peso e in che misura l’economia abbia influito sugli stili di vita e come la teoria della crescita illimitata, del benessere diffuso, dell’offerta di beni e servizi si stia misurando – in tempo di crisi – con la realtà, sollecitando riflessioni, valutazioni e consuntivi in ogni aspetto del vivere. Tuttavia, quando la gestione della ricchezza prodotta non è accompagnata da un solido fondamento etico si generano disuguaglianze, ingiustizie, nuove e crescenti povertà. La forbice tra sovrabbondanza e indigenza si sta divaricando sempre più e non è fuori luogo correlare questa tendenza con le azioni tardive della politica e dei governi, con la loro incapacità di riequilibrare questo crescente gap.

Soprattutto perché non si tratta di un fenomeno limitato a certe aree geografiche o alla differenza storicizzata tra paesi poveri e paesi benestanti.

Anche nelle più evolute civiltà occidentali si stanno generando nuove e inconsuete sacche di povertà emergenti, fino a modificare e a rendere labile, in termini di pensiero condiviso, la differenza tra ciò che è superfluo e ciò che è necessario. Ci sono le regole dei mercati, poi le politiche per governare il cambiamento, le leggi e le norme che a livello nazionale o sovrannazionale tentano di dare nuovi indirizzi ad una società globalizzata ed in continua evoluzione. Ma nel loro porsi in termini oggettivi queste derive che puntano sulla crescita e sul progresso, sul miglioramento delle condizioni di vita o nell’applicazione di nuovi principi di uguaglianza e di democrazia, non si traducono in automatismi applicabili tout-court, poiché devono misurarsi con privilegi lungamente radicati e con sentimenti soggettivi di condivisione, che dimorano nella consapevolezza interiore di ciascuno. Una nuova consuetudine si sta imponendo negli stili di vita e non sempre per scelta o volontà ed è una consuetudine antica, cui non eravamo più abituati da tempo: accontentarsi, un verbo fino a ieri espunto dal più utilizzato vocabolario quotidiano.

La nostra epoca è straordinariamente ricca di potenzialità, come mai accaduto in passato, sta a noi sostanziare l’essere e il cambiare con le categorie dell’uguaglianza, della democrazia, della libertà. Ma questo è un compito che ci riguarda tutti, non possiamo aspettare che ci venga suggerito o che tocchi a qualcun altro il dover ‘cominciare’ ad essere migliore. “Come vivere? Questa domanda ce la dobbiamo porre non soltanto alla fine di un anno, di un secolo o di un millennio, ma tutti i giorni quando svegliandoci dovremmo dire: oggi che cosa ci aspetta? Allora io considero che si dovrebbero fare le cose per bene, perché non c’è maggior soddisfazione di un lavoro ben fatto”. In queste parole di Mario Rigoni Stern stanno racchiusi molteplici interrogativi che riguardano la nostra esistenza: dalle scelte etiche, ai comportamenti quotidiani, da ciò che ci pertiene intimamente, agli stili di vita cui aderiamo, alla presenza degli altri, cioè del nostro prossimo, in qualunque progetto che riguardi il presente e il futuro. La risposta però si riassume in questa semplice affermazione – “fare le cose per bene” – ed ha una valenza universale perché è estensibile a tutto il genere umano.

La conclusione cui si può giungere ci riporta ad una considerazione etica del vivere, oltre le finanze virtuali, oltre le economie nazionali, i Pil, lo spread e le teorie della crescita e dello sviluppo. Il prevalente fattore generativo dei mutamenti in atto e di quelli a venire riguarda la concezione morale della vita, della dignità umana, del modello sociale di cui vogliamo essere parte e che possiamo, ciascuno con le proprie responsabilità personali, edificare. Questo discrimine non viene sancito per decreto, non esiste legge o norma che lo possa regolamentare in modo stabile, equo e duraturo, non può esserci sempre imposto o suggerito.

Assistiamo ad una corsa smodata nel proporre cambiamenti attraverso provvedimenti legislativi: come se una riforma, una volta approvata, cambiasse il nostro modo di essere e di pensare, i nostri stili di vita, in modo oggettivo. Tendiamo ad attribuire a queste enfatizzate riforme un valore palingenetico, ma l’oggettività di una norma che ne sostituisce un’altra non incide nella realtà delle nostre consuetudini se non diventa soggettività metabolizzata, convincimento interiore. I concetti di giustizia sociale, di uguaglianza, di merito, di redistribuzione dei beni e delle risorse, di tutto ciò che riguarda o può modificare nel bene o nel male il nostro modo di essere e di vivere, la stima di sé, la considerazione degli altri, il perseguimento del bene comune, ebbene tutto questo e altro ancora riguarda in modo intrinseco e imprescindibile la nostra coscienza. È la coscienza individuale e collettiva il vero discrimine tra il bene e il male. Valori, progetti, speranze, ideali: tutto va commisurato a questo fondamentale atto del pensiero che interroga la razionalità e il sentimento per rispondere in modo leale ed onesto, per sé e per gli altri, qui e altrove, a tutti gli incessanti quesiti della vita.

Perché “deve” vincere la Schlein…

Si avvicina la saga delle primarie – uno degli ultimi dogmi laici del Pd delle origini – e presto conosceremo il nome e il cognome di chi guiderà il principale partito della sinistra italiana nei prossimi anni. E dopo la gara nei circoli, dove ancora una volta – e come da copione – hanno avuto la meglio i ‘pacchi’ di tessere pilotati dalle infinite correnti e gruppi di potere interni al partito, la palla adesso passa al “popolo delle primarie”. Ed è proprio di fronte alla competizione tra l’ex comunista Stefano Bonaccini e l’esponente della cosiddetta società civile – anche se ha già collezionato una lunga serie di incarichi politici e di potere – Elly Schlein che uscirà il vincitore. Essendo state le candidature di Cuperlo e della De Micheli solo uno strumento per consolidare le rispettive correnti e per poter ipotecare le prossime personali candidature.

Ora, il gioco cambia. Ed è proprio di fronte a questa sfida, che riguarda ed interessa l’intera politica italiana e non solo le sorti di un singolo partito, che noi ci auguriamo la vittoria della Schlein. E questo per un motivo ben preciso. E cioè, dopo la trasformazione definitiva ed irreversibile del Partito democratico rispetto alla sua impostazione originaria – com’è evidente a tutti, dirigenti del partito compresi – si rende ancor più necessario dare un profilo politico chiaro e netto al futuro della sinistra italiana. E se l’eventuale vittoria di Bonaccini non sarebbe altro che la conferma di tutte le contraddizioni di questo partito – dalla molteplicità delle correnti organizzate alla centralità della “ditta”, dalla logica funzionariale tipica dell’impostazione post comunista degli amministratori locali delle cosiddette “zone rosse” al sano pragmatismo del potere emiliano romagnolo – l’affermazione della Schlein avrebbe il vantaggio di caratterizzare in modo più chiaro e più netto il profilo politico del partito. E, soprattutto, rappresenterebbe anche una vera e credibile discontinuità rispetto al passato del Partito democratico. Certo, anche dietro alla Schlein, come tutti sappiamo, ci sono molti capi corrente e alcuni potentati storici del partito. Ma è indubbio che Schlein rappresenta la novità rispetto agli altri 3 candidati che sono e rappresentano varianti diverse del ceppo ex e post comunista della sinistra italiana.

Dopodiché, è certamente vera e fondata la definizione intelligente ed acuta di un attento osservatore delle cose politiche italiane, Luca Ricolfi. E cioè, la Schlein interpreta alla perfezione la trasformazione definitiva del Pd in un “partito radicale di massa”. Un partito, quindi, al di là delle solite e collaudate chiacchiere propagandistiche e demagogiche, che difende i diritti individuali, attenta a tutte le discriminazioni, sensibile alle ragioni dell’ambientalismo, non indifferente al populismo pentastellato, ovviamente giustizialista e manettaro e, in ultimo, teso a criminalizz are – seppur politicamente – tutti gli avversari che, come da copione, sono e restano nemici da annientare.

Certo, una cultura come quella popolare e cattolico sociale è lontana anni luce rispetto a questa impostazione politica e culturale. Oserei dire che si tratta di una diversità quasi antropologica, almeno sul versante politico e culturale. Ma, al di là dei cattolici popolari e sociali, quello che emerge è che la vittoria eventuale della Schlein segnerebbe un punto a capo chiaro, netto, inequivocabile nella storia centenaria della sinistra italiana. Una chiarezza necessaria sia per chi vuole dar vita ad una coalizione con il Pd e sia, soprattutto, per tutti coloro che vogliono creare una alternativa politica, culturale e programmatica alla sinistra del Pd e alla “sinistra per caso” e populista dei 5 stelle. Appunto, chiarezza politica, trasparenza culturale e lungimiranza nella costruzione delle alleanze politiche e di governo. Per questo ci auguriamo che la Schlein vinca, e vinca bene le primarie di domenica prossima del Partito democratico.

Per un’alternativa alla destra di governo

Siamo consapevoli che una reale alternativa politica alla destra di governo nazionalista e sovranista, oggi egemonizzata dal partito della Meloni, si può solo costruire con un’ampia alleanza tra un centro nuovo della politica e una sinistra che ritrovi, finalmente, la propria identità. Non esistono vie preferenziali o peggio scorciatoie tattiche, come quelle intraprese da alcuni amici Dc, che hanno scelto di assumere una funzione ancillare da ascari subordinati al partito della Meloni: in Sicilia con Cuffaro, e in Lombardia e nel Lazio, dove, con scarso successo, hanno appoggiato le liste guidate dai candidati di destra.

Proprio per questa deriva a destra della Dc guidata da Renato Grassi, mi sono dimesso dall’incarico di vice segretario del partito, tornando al mio ruolo assunto fin dal 1993, di “ DC non pentito”, quello di un medico scalzo alla ricerca della ricomposizione politica dell’area popolare, cattolico democratica e cristiano sociale. Un tentativo coraggioso è stato avviato con l’amico Peppino Gargani e la Federazione Popolare dei Dc, messa in crisi dall’opposizione netta di Cesa e di Rotondi, organicamente collegati alla destra, e da quella indecisa dello stesso Grassi. Ecco perché guardiamo con interesse a ciò che accade tra gli amici di Insieme di Giancarlo Infante, quelli di Ivo Tarolli e, soprattutto, con il progetto avviato da Giorgio Merlo, Angelo Sanza con Giuseppe De Mita, per la ricomposizione politica dell’area popolare.

Il prossimo 25 Febbraio si terrà l’incontro di questi amici per fare il punto della situazione. Incontro al quale desidero partecipare, presentando l’esperienza che abbiamo indicato a Venezia, con l’avvio del comitato  civico popolare di partecipazione democratica, nel quale vorremmo offrire alle diverse espressioni dell’area politico culturale veneziana, lo strumento per garantire il dialogo e il confronto necessario alla ricomposizione politica di questa vasta e complessa area, divisa nella lunga stagione della diaspora Dc (1993-2023). È evidente che un’alternativa politica credibile alla destra nazionalista e sovranista, oggi egemone con la Meloni al governo del Paese, potrà nascere solo dall’alleanza tra le culture politiche che sono state alla base della formazione della Repubblica Italiana. Ciò comporta, da un lato, la definizione corretta dell’identità del Pd, che potrà uscire dal loro prossimo congresso, e, dall’altra, dalla nascita del centro nuovo della politica italiana in grado di allearsi con quanti intendono difendere e attuare integralmente la Costituzione repubblicana, contro i tentativi già annunciati dalla destra di governo, come quello  della trasformazione della nostra Repubblica, da parlamentare, come la vollero i padri costituenti, a presidenziale.

Fallito l’esperimento della “Margherita” di confluire nei DS per dar vita al PD, nel quale, alla fine, per il prossimo congresso emergono due linee a confronto: quella di Bonaccini, più direttamente collegata alla tradizione dell’ex Pci e quella della Schlein, espressione coerente della natura trasformista assunta dal “neo partito radicale di massa”. Due linee entrambe ostili ed estranee a quella della tradizione dei Popolari che, con Marini e Castagnetti, decisero di sostenere quel progetto. Anche ciò che accade al cosiddetto terzo polo, di Calenda e Renzi, in forte difficoltà dopo i risultati insoddisfacenti delle recenti elezioni regionali, è la dimostrazione dei limiti di un progetto che, per Calenda doveva rappresentare l’avvio di una sorta di federazione laico liberale repubblicana, che, ha finito con l’assumere i caratteri di una sorta di “azionismo de noantri”, fortemente critico con tutto ciò che appartiene alla nostra tradizione politica dc e popolare, ossia quella stessa tradizione culturale e politica d’origine di Matteo Renzi.

Ecco perché per poter costruire una reale alternativa politica alla destra di governo, in attesa delle conclusioni cui perverrà il Pd, il nostro compito primario è quello di concorrere alla ricomposizione politica della nostra area cattolico democratica e cristiano sociale, premessa indispensabile per la costruzione del nuovo centro della politica italiana nel quale potranno ritrovarsi le storiche culture politiche che hanno fatto grande l’Italia: quella popolare, laico liberale, riformista socialista e repubblicana, in grado di allearsi con una sinistra forte della sua identità e disponibile a combattere per la difesa e completa attuazione della Costituzione, a partire, da quella della Repubblica parlamentare; per il ritorno alla legge proporzionale con preferenze e l’applicazione in tutti i partiti dell’art.49 della Costituzione. Il 25 Febbraio con gli amici di area popolare ci confronteremo, con la volontà di avviare un progetto finalmente decisivo per l’alternativa alla destra di governo, vincente, non se risulterà come l’ennesimo tentativo di  riunire  alcuni amici al vertice, ma solo se sarà sostenuto dai molti comitati civico popolari di partecipazione democratica che, come mi auguro a Venezia e nel Veneto, sorgeranno dalla base in tutto il Paese.

Libertà artistica e regole politiche

Càpita che litigando si abbia torto in due. In questo caso la Rai da una parte, la destra di governo dall’altra. Viale Mazzini ha allestito a Sanremo uno spettacolo gratificato da numeri generosi ma contraddetto da pasticci politici di non poco conto. Valga per tutti l’andirivieni, davvero scandaloso, sulla presenza di Zelenski, prima offerta in pegno di una scelta di civiltà e poi declassata a letterina da leggere in tardissima serata. 

E Palazzo Chigi a sua volta ha fatto capire che intende rispondere con un richiamo all’ordine piuttosto brusco. 

Difficile prendere posizione tra i due torti. Piuttosto varrebbe la pena di segnalare che tutti e due discendono da un errore comune. E cioè dalla commistione sempre più stretta tra politica e spettacolo. Abitudine ormai inveterata, che toglie prestigio e solennità alla politica e finisce per limitare anche la libertà dello spettacolo. Libertà che però andrebbe forse amministrata con un pizzico di buon gusto in più. 

Si dirà che non siamo alle prese con una novità. Sono anni e anni che musica e potere giostrano nelle più diverse maniere. Con conseguenze non sempre così limpide. Ai suoi tempi persino Beethoven volle dedicare una sinfonia, l’Eroica, a Napoleone. Ma poi si convinse di essere stato troppo generoso e finì per cancellare quella dedica. Altri tempi, altra musica e anche altri personaggi. Ma la lunga storia dell’intreccio tra la libertà artistica e le regole politiche continua a ricordarci che un briciolo di distanza in più farebbe bene agli uni e agli altri.

Fonte: La Voce del Popolo – 16 febbraio 2023

(Articolo qui riproposto per gentile concessione del settimanale)

Le radici del conflitto russo-ucraino, le ombre della storia sulla pace.

Il conflitto russo-ucraino ha motivazioni molto complesse. È evidente che la Russia, dopo aver annesso la Crimea nel 2014 ed aver constatato che l’occidente dinanzi ad un evidente atto di sopraffazione  non aveva reagito in maniera decisa, ha ritenuto che  potesse procedere all’annessione di ulteriori territori stante la debolezza militare del paese aggredito. Ma le operazioni militari non hanno sortito gli effetti sperati in quanto i paesi occidentali hanno assicurato al popolo ucraino una efficace assistenza militare. Dopo un anno di guerra, distruzioni e perdite di vite umane il conflitto non sembra avviarsi ad una soluzione pacifica. Ma il conflitto, per essere compreso nelle motivazioni più profonde non può essere ridotto ad uno scontro tra un paese invasore ed un paese invaso. Pare opportuno, perciò,offrire alcuni sintetici elementi di valutazione.

La costituzione russa emendata da Putin nel 2020 e sottoposta a referendum afferma  all’art. 67.1 paragrafo 3) testualmente : “Lo Stato ha il dovere di onorare la memoria dei custodi della patria e di difendere la verità storica”. Ed ancora: “Lo Stato ha il dovere di indicare la fede in Dio come valore ricevuto dagli antenati”. Il Patriarca Kirill ha avuto un ruolo molto importante nella definizione di questo nuovo testo e ne ha fortemente voluto il riferimento a Dio. Dopo il crollo del comunismo e la fine dell’Urss, Putin riscopre l’Ortodossia e riadatta nell’attuale equilibrio geo-politico l’antica alleanza di tradizione bizantina tra Sacerdotium e Imperium. La legittimazione politica del Nuovo Zar discende dalla totale adesione all’Ortodossia.  

Proprio il Patriarca di Mosca e di tutte le Russie, il 21 settembre 2022, durante un sermone al Convento Zachatievsky, ha esortato i fedeli ad arruolarsi. “Vai coraggiosamente a compiere il tuo dovere militare. E ricorda che se muori per il tuo paese sarai con Dio nel suo Regno”. L’avvio delle operazioni russe in Ucraina ha effetti immediati sulle Chiese Ortodosse ucraine. Epifanio, metropolita di Kiev, riconosciuto da Costantinopoli e al vertice della Chiesa Ortodossa, ha subito affermato che il Patriarca Kirill è “un politico in abiti religiosi al servizio di Putin”, mentre Kliment, Arcivescovo degli Ortodossi legati al Patriarca di Mosca, appena iniziata l’invasione dell’Ucraina ha deciso di rompere i legami con la Russia dichiarando la “piena indipendenza”. 

Su questa rottura del legame con Mosca, Epifanio esprime qualche perplessità e, quanto ai rapporti con Zelensky, in una intervista si è così espresso: “Noi preghiamo per lui, per le nostre forze armate e per il governo: lo benediciamo perché protegge l’Ucraina dai nemici. In questa lotta per la verità e per la libertà, sosterremo sempre il popolo ucraino e lui, come nostro Presidente, può contare sul sostegno della Chiesa in questa nobile causa”. Il 1 Dicembre Il Presidente Ucraino, dopo aver messo al bando le organizzazioni religiose legate alla Russia, ha acquisito al Registro delle Comunità Religiose della Chiesa Ortodossa Ucraina il famoso monastero delle Grotte che si trova a Kiev. Questo monastero è una Lavra e per capire l’importanza delle Lavre nelle Ortodossie orientali bisogna riflettere sul fatto che in Russia si trovano due Lavre e in Ucraina tre. Sottrarre una Lavra alla competenza della Chiesa del Patriarca Kirill significa compiere un gesto di alto valore simbolico. Da sottolineare inoltre che il Monastero delle Grotte si trova nelle vicinanze del Museo Nazionale del Genocidio dell’Holodomor (la carestia che determinò la morte di milioni di ucraini che gli storici addebitano a Stalin).

Sul corriere.it, il 27/11 u.s., Paolo Valentino testualmente annota: “Quella sera di fine ottobre, mentre infuriavano i combattimenti e le truppe ucraine erano ormai vicine a riprendersi la città, nella Cattedrale di Santa Caterina a Kherson padre Vitalij stava dicendo messa. «Sono spuntati all’improvviso, saranno stati una ventina. Tutti armati e mascherati. Ho avuto paura per la mia vita», racconta al telefono il religioso ortodosso. Mentre lui con i fedeli continuava a cantare e pregare, un altro prete fu costretto a condurre i soldati russi verso l’ingresso alla cripta, nascosto da una lastra di marmo che copriva una botola sul pavimento. La sollevarono, scesero per la piccola scala che portava al sarcofago di legno, tolsero il coperchio e prelevarono la piccola borsa nera contenente le ossa del principe Grigorij Alexandrovic Potemkin, tutte numerate. «L’hanno caricata su un furgone e sono ripartiti».                Potemkin, il Serenissimo principe di Tauride, l’amante favorito dell’Imperatrice Caterina II, è famoso non solo perché diede il nome alla nave corazzata del grande capolavoro del regista Ejzenstejn (La corazzata Potemkin ovvero la “cagata pazzesca” di Fantozzi), ma perchè fu incaricato di ripopolare le campagne della Russia meridionale e di crearvi centri culturali ed amministrativi.

A Odessa, in Piazza Ekaterinskaya, riconosciuta nel 1901  come la più bella Piazza d’Europa dall’Esposizione di Architettura di Parigi, fa bella mostra di sé il Monumento ai Fondatori della Città.  L’imperatrice Caterina II è in cima a una colonna, in basso sono collocate le statute di quattro suoi collaboratori, fra i quali il Principe Potemkin e Josè de Ribas, nobile catalano nato a Napoli, ideatore del porto di Odessa e primo Governatore della città. A seguito di un referendum popolare che ha richiesto l’abbattimento della statua della Zarina, il Consiglio Comunale di Odessa ha deliberato di accettare l’esito del referendum e di procedere all’abbattimento del Monumento. Caterina II è osteggiata dai nazionalisti e dai preti ortodossi. Il Sindaco della Città che ha definito Putin un assassino è, però, fortemente contrario all’abbattimento.

La Stagione alla Scala di Milano è stata inaugurata con  l’opera Boris Godunov del grande compositore russo  Modest Petrovic Musorgsij. Il Console ucraino Kartysh aveva chiesto di non mettere in scena il Boris Godunov e di sopprimere altri spettacoli russi per evitare che il tutto apparisse come un sostegno a Putin. Purtroppo la contestazione delle scelte artistiche della Scala in precedenza erano state accolte dallo stesso Sindaco Sala, che di fatto aveva impedito il concerto del celebre Valery Gergiev, direttore artistico del Teatro Mariinsky di San Pietroburgo. A Gergiev era stato chiesto di prendere le distanze da Putin e di condannare l’invasione dell’Ucraina. A proposito del compositore Musorgsij, la cui opera era stata ritenuta da Boris Godunov un inno al nuovo Zar Putin, va ricordata “La grande porta di Kiev”, gran finale della famosa opera “Quadri di un’esposizione”. Per giunta, l’architetto Hartmann, amico di Musorgsij, aveva progettato la Porta di Kiev in onore dello Zar Alessandro II, scampato ad un tentativo di assassinio a Kiev.

L’ambasciatore Sergio Romano sostiene che Putin è un patriota perché la sua famiglia è il Kgb e come per  tutti i servizi segreti, forse tranne i servizi italiani, l’appartenenza comporta di per sé l’amore verso la patria. E infatti Putin ha affidato ad un suo collega ex kgb, Sergey Naryshkin, la Presidenza della Commissione per la Verità storica, che ha il compito di stimolare fra i giovani l’amore per la patria. Nel solco del principio costituzionale russo di difesa della verità storica, Putin non esita a sostenere che “il muro sorto negli ultimi anni tra Russia e Ucraina, tra due componenti dello spazio storico e spirituale, è la nostra più grande sventura”. L’Ucraina, dunque, non è mai esistita!

La Crimea era dal 1441 un Khanato, ovvero un territorio sottoposto alla giurisdizione di un Khan, erede dell’impero mongolo. Quindi a lungo sfuggì al dominio della Russia. Con la sconfitta dell’impero ottomano nel 1783, Caterina II procedette all’annessione del vecchio Khanato alla Russia. Nel 1954 la Crimea russificata fu donata da Nikita Krusciov all’Ucraina. Poi, con la dissoluzione dell’URSS la Crimea restò a far parte dell’Ucraina, nuovo stato autonomo. Nel 2014 le truppe russe di stanza nella base di Sebastopoli occuparono la penisola per annetterla alla Federazione Russa. Successivamente l’annessione venne confermata da un Referendum, definito illegale dall’ONU, da molti stati occidentali e dalla stessa Ucraina.

E gli esempi potrebbero continuare! È del tutto evidente che la difesa della verità storica si riduce inevitabilmente a pretesto per giustificare le operazioni militari avviate dalla Russia in Ucraina. Ma sulla verità storica, appunto, le opinioni delle parti in causa divergono nettamente. Epifanio non ha esitato ad affermare che “l’Ucraina sconfiggerà la Russia perché Dio sta con l’Ucraina non con la Russia: Lui sta dalla parte della verità, non della menzogna”. Gli aiuti militari occidentali all’Ucraina richiamano alla memoria le antiche battaglie combattute dai Russi per la difesa dei sacri confini della Patria. In particolare l’invio dei carri armati tedeschi Leopard non ha per nulla impensierito Putin che ha ricordato la Grande Guerra patriottica e la difesa di Stalingrado. Come si vede l’uso della memoria è un collante prezioso per incitare il popolo russo a difendersi dai neo-nazisti.

Le brevi considerazioni esposte mostrano la complessità dello scontro in atto e le difficoltà per superare il conflitto militare tra i due Paesi, tanto che rischia addirittura di allargarsi. Uscire da questa crisi è davvero complicato. Credo che accanto al sostegno militare alla resistenza Ucraina occorra invocare un sforzo diplomatico per rappresentare alle parti in conflitto gli interessi comuni tra la Russia e l’intero occidente. Bisogna, altresì, evitare che il rapporto tra Russia ed Ucraina si riduca ad una sequela di oppressioni e di egemonia imperialistica. Quando gli USA non si affidavano solo alle armi, appena iniziata la guerra con Tokyo diedero incarico ad una commissione di esperti in varie branche di studiare a fondo la società giapponese. Ne venne fuori, accanto ad altri contributi, un testo di antropologia di Ruth Benedict – “Il crisantemo e la spada”   – che fece conoscere l’indole del popolo giapponese, segnata da quella che fu chiamata la “cultura della vergogna”, per la quale l’eroismo dei combattenti trovò più profonda comprensione.

Forse un supplemento di approfondimento sulla storia della Russia zarista e sovietica, sul conflitto Russia–Impero ottomano, sulla dissoluzione dell’URSS e del Patto di Varsavia, nonché sui grandi autori della letteratura russa, aiuterebbe a capire meglio i sentieri da percorrere per giungere ad una pace giusta. In questi ultimi tempi, il tentativo di Putin di utilizzare la storia, e quindi lo straordinario retaggio culturale della nazione, a sostegno della sua politica espansiva ha dato luogo in occidente a una una strisciante e inspiegabile operazione di “cancel culture” ai danni della Russia. Non serve, per la ripresa dei rapporti, impedire che un grande maestro come Gergiev si esibisca a Milano, semmai occorre riscoprire ed esaltare l’autentica anima russa. Ci aiutano in questo sforzo le parole pronunciate da Dostoevskij in occasione dell’inaugurazione a Mosca del Monumento a Puskin: “I Popoli d’Europa non lo sanno neppure quanto essi ci sono cari…Ad un vero Russo l’Europa sta tanto a cuore quanto la Russia stessa, quanto il destino del proprio paese perché il nostro destino è l’universalità”.

Mercato di bambini tra deportazioni d’assalto e deportazioni alla carta. Quando il futuro è amputato.

Se tira aria gelida e si è a corto di altro ci si può scaldare con un po’ di sano movimento. In pieno clima di guerra fredda sembra questo essere un espediente da non sottovalutare. Per non essere facili bersagli, la regola è spostarsi in continuazione. Riallocarsi è la formula per la salvezza e la vittoria. C’è qualcosa di crudele in ogni gioco di bimbi, così come nelle favole. C’è sempre un buono ed un cattivo, uno dei due sarà comunque soccombente. Nel gioco delle sedie se ne dispongono in fila, 4 su 5 concorrenti, che a tempo di musica corrono intorno ad esse. Appena la canzone prescelta finisce la sua parte, si deve essere lesti a sedersi. Uno fatalmente resterà fuori, escluso dalla compagnia. Per prevalere definitivamente sul nemico è necessario tagliarli le gambe, recidere le radici che lo tengono saldo nella sua posizione. Lo sa bene Kunta Kinte, il protagonista di una serie televisiva dove il rampollo di una famiglia africana del Gambia viene catturato per finire schiavo in Virginia. La sua discendenza troverà la libertà ma comunque in un’altra terra.

C’è un gran traffico tra l’Ucraina e la Russia. Non si tratta solo di missili che corrono puntuti da una parte all’altra lasciando scie monotone che fanno impallidire l’arcobaleno. 

Maria Lvova-Belova è la commissaria per i diritti dei bambini, che sta premurosamente preoccupandosi delle adozioni forzate dei bambini ucraini in Russia. Si tratta di orfani di guerra e di altri attinti dalle zone occupate e trasferiti in campi di rieducazione dove si insegna loro l’amore per la Russia. Fonti americane dicono di 43 campi in cui sono sparpagliati 6000 bambini. Sono creature sottratte alla loro terra, senza dire del possibile disagio di chi sia stato poi indotto con premi economici ad adottarli. Può essere comunque una nobile iniziativa per bilanciare il calo demografico che Putin avrebbe deciso in questo modo di fronteggiare. 

Da una parte si entra e dall’altra si esce. La Russia sembra essere un lavandino che non si riempie a causa di un tappo che non tiene. In questi tempi migliaia di donne russe intraprendono un viaggio della speranza in Argentina studiando, calcoli alla mano, il momento giusto per far nascere i loro figli in quella nazione. I vantaggi sono indubbi. La possibilità di accesso per i loro figli, per gli anni a venire, a 171 paesi del mondo senza visto, contro gli 87 paesi in cui i cittadini russi oggi possono andare. Per i genitori anche l’opportunità di ottenere la cittadinanza argentina e, se occorresse, sottrarsi alla madre patria in cui le cose non si stanno mettendo bene.

C’è un tarlo che non smette di fare il suo dovere. Prima o poi tornerà la pace. Prima o poi i bimbi rieducati è possibile che tornino, da adulti, secondo un richiamo di natura, a far visita alla terra di origine e saranno marchiati come bastardi, comunque gente da cui guardarsi. Quelli che invece resteranno dove sono cresciuti, godranno presumibilmente della stessa fama. Chi semmai deciderà di insediarsi in Argentina avrà la stessa sorte di sospetto, mentre nella “Patria Russia” verranno probabilmente battezzati con il timbro di “Argentinos” o qualcosa di simile. Gli uomini, al contrario delle piante, possono vivere anche senza radici. Piuttosto che di una morte, potremmo parlare di una vita apparente. 

A Kunta Kinte, per impedire l’ennesimo tentativo di fuga, è mutilato un piede. Sui due confini a troppi bimbi del mondo è già stato amputato il futuro. Presaghe le parole finali di una antica conta che tutti accomuna in un ugual destino: “E tutti giù per terra”.

La DC e l’esperienza del centrosinistra. Politica e cultura nei Convegni di San Pellegrino.

Alla fine del 1963 si formò il primo governo «organico» di centrosinistra presieduto da Aldo Moro. A circa sessant’anni da quell’importante svolta nella vita della nostra Repubblica si sono ripresi o avviati vari studi sui problemi aperti dal coinvolgimento del PSI nell’area di governo e sulle diverse reazioni politiche suscitate dall’evento in tutti i partiti e nell’opinione pubblica. Nella Dc i promotori più importanti della nuova esperienza furono i maggiori leader di quella stagione, Amintore Fanfani e Moro, i quali condussero la complessa operazione sia sul piano politico, superando, almeno momentaneamente, numerosi conflitti interni ed esterni al partito (come ha ben ricostruito di recente Paolo Pombeni), sia sul piano culturale e programmatico organizzando tre successivi Convegni a San Pellegrino (uno per anno tra il 1961 e il 1963). Moro specificò fin dall’inizio la necessaria natura di «studio» e di «meditazione» di tali Convegni perché in quella stagione era in gioco il futuro del Paese prima ancora di quello della Dc. Per conservare a quest’ultima il ruolo-guida nel governo occorreva uscire dalla «cristallizzazione» della sua immagine e, soprattutto, degli indirizzi politici perseguiti fino ad allora attraverso un’approfondita riflessione sulle necessarie innovazioni del sistema politico e di quello economiche richieste dalla nuova fase della modernizzazione postbellica.  E l’impresa non si presentava affatto facile di fronte a una situazione sociale fortemente contraddittoria. Da un lato, la politica del centrismo produceva ancora condizioni di straordinaria crescita economica (il cosiddetto “miracolo” o “boom economico”) e gli italiani erano orgogliosi del fatto che gli analisti del Financial Times avevano appena attribuito alla lira (nel 1959) il simbolico Oscar e il titolo di “moneta vedetta” in campo internazionale. Dal lato opposto, non si era ancora realizzata, come lo stesso Moro denunciò, una definitiva «conciliazione delle masse con lo Stato democratico»: conciliazione da realizzare solo con il concorso dei partiti popolari dotati di programmi specifici sulle riforme e sulla difesa del pluralismo istituzionale e sociale. Un comune indirizzo politico doveva fondarsi sulla convinta salvaguardia del ruolo regolativo dello Stato: di quel ruolo che andava preservato dalle ingerenze «stataliste» cui facevano appello, in modo diverso, le sinistre estreme e le destre. 

Nei Convegni di studio furono coinvolti molti esponenti della Dc, della CISL, delle Acli e un significativo gruppo di intellettuali, per lo più giovani accademici cattolici, non presenti nella vita del partito o del tutto estranei ad essa, ma sempre collegati ai circuiti culturali nazionali e internazionali più attenti alle nuove strategie democratiche. Fu un tentativo che presentava importanti tratti di originalità perché fu garantita a quegli intellettuali la libera espressione delle proprie posizioni mentre il problema dei rapporti tra intellettuali e partiti viveva una fase critica in altre formazioni politiche e specie nel Pci. Avevano abbandonato già 1952 il partito togliattiano alcuni intellettuali cattolici, tra i quali Felice Balbo e Giorgio Ceriani Sebregondi, impegnati nello studio dei conflitti tra gli sviluppi capitalisti indotti dalle nuove tecnologie industriali e le esigenze del mondo del lavoro. Soprattutto, però, dopo la pubblicazione del “rapporto segreto” di Kruscev e dopo i “fatti d’Ungheria”, scemava la gramsciana fisionomia dell’«intellettuale organico» agli indirizzi del partito e si registrarono varie fuoruscite dal partito e tra queste rilevante fu quella di Antonio Giolitti, entrato in seguito nel PSI per affermarsi come protagonista della programmazione economica nei governi di centrosinistra.

I Convegni di San Pellegrino evocavano l’esperienza dei giovani intellettuali cattolici che elaborarono, tra 1943 e il 1945, il Codice di Camaldoli, dove si abbandonarono le esperienze politiche del passato e si indicò in modo analitico tutta la gamma di interventi necessari e possibili (nell’economia, nella vita della società e dello Stato) cui era chiamato nella stagione postfascista un futuro partito cattolico. Il collegamento con quell’esperienza culturale, e con altre (come quella di “Cronache Sociali” di Dossetti), trovava una qualche evidenza nel fatto che anche a San Pellegrino campeggiavano, esponenti delle precedenti esperienze culturali, quali lo stesso Moro e  Pasquale Saraceno, uno degli innovatori dei canoni tipici dell’economia industriale. 

Nei Convegni di studio per superare, come aveva richiesto Moro, la «cristallizzazione» dell’immagine della Dc furono chiamati due storici giovani, ma già ben accreditati a livello accademico, Gabriele De Rosa ed Ettore Passerin d’Entrèves, i quali, respingendo le interpretazioni di matrice marxista di quegli anni, mostrarono che sul piano storiografico non si trattava di spiegare i successi elettorali del partito di De Gasperi rintracciandoli solo nella tradizione organizzativa delle associazioni cattoliche, bensì di riconsiderarli in riferimento all’intera esperienza del cattolicesimo politico che con i suoi indirizzi laici e programmatici rimaneva essenziale per legittimare il ruolo della DC anche nel governo delle trasformazioni in corso. Sulla questione del rinnovamento del partito, ma sul piano giuridico, intervenne anche Leopoldo Elia avviando una serie di considerazioni che avrebbe sviluppato in seguito, e, cioè, che nelle trasformazioni in atto era prioritario per la Dc, mantenere la sua «profonda legittimazione nell’opinione pubblica» cattolica e laica. 

E la questione della legittimazione cattolica in quella stagione non era affatto secondaria, perché con l’enciclica sociale Mater e Magistra di Giovanni XXIII del 1961 e con l’apertura nel 1962 del Concilio Vaticano II si andava prospettando  che la presenza dei laici cattolici nella vita pubblica (in Italia, ma non solo) non si esprimesse più e in modo automatico attraverso le appartenenze politiche del passato, bensì andasse ripensata come impegno più vasto e libero nella società alla luce di una rinnovata ecclesiologia e degli indirizzi espressi dalla dottrina sociale della Chiesa. Di interpretare le ragioni di tali novità a San Pellegrino si fece carico il dossettiano Achille Ardigò che non ebbe dubbi nel rilevare l’inadeguatezza divenuta pressoché cronica delle politiche sociali democristiane: la Dc non riusciva a governare la nuova fase dell’accumulazione dei profitti prodotta dal capitalismo tecnologicamente avanzato per salvaguardare i princìpi di sussidiarietà e di solidarietà iscritti nella dottrina sociale della Chiesa. Anche Livio Labor e Carlo Donat Cattin sottolinearono le gravi condizioni in cui si realizzava la distribuzione del reddito nel mondo del lavoro fino a stravolgere ogni equilibrio sociale.  Analoghe preoccupazioni furono espresse da Moro nella relazione introduttiva al Congresso di Napoli del gennaio del 1962, nota più per la sua lunghezza che per i suoi contenuti. Il Segretario nazionale della Dc richiamò con forza il dovere di tutti i partiti (e, in particolare del partito cattolico) di lavorare per il progresso economico, occupandosi, in modo prioritario, delle riforme politiche e amministrative mirate ad affermare la dignità dei singoli e delle comunità senza consentire che attraverso lo Stato si minacciasse la loro «libertà politica e civile».

A San Pellegrino la convinzione che emerse progressivamente, pur ostacolata da varie opposizioni, fu quella che solo con la nuova formula del centro sinistra si potevano mettere in cantiere profonde riforme economiche per realizzare un aggiornamento, costituzionalmente garantita, dell’intero sistema politico. E, in effetti, negli stessi anni in Italia, pur di fronte alla percezione da parte delle fasce sociali medie e alte di un benessere crescente, a vari analisti non sfuggiva il rischio procurato dal lento sfaldamento della indispensabile coesione sociale nella ricostruzione postbellica. Le stesse politiche di Welfare, con un’applicazione tutta nazionale dell’assistenza pubblica, avevano certamente creato sul piano giuridico nuove ma pur limitate forme di «cittadinanza democratica» e di «cittadinanza sociale»: cioè di quelle forme sociali intese, secondo l’interpretazione allora corrente di Thomas Humphrey Marshall (Citizenship and social class del 1950), come condizioni per un «eguale godimento dei medesimi diritti in specifiche comunità di appartenenza». A San Pellegrino, però, si chiarirono le illusioni create da erronee percezioni della situazione e, anche sulla base dei risultati di un dibattito internazionale, non solo accademico, si arrivò a contestare il dominante modello economico keynesiano, nel quale si enfatizzava l’intervento economico dello Stato nelle situazioni critiche vissute dalle popolazioni in quel dopoguerra. Anzi si iniziò a denunciare una sorta di eterogenesi dei fini indotta delle stesse politiche di Welfare e, cioè che la protezione da parte dello Stato, contrariamente alle aspettative, finiva per offrire non più un godimento generalizzato dei diritti sociali, bensì l’affermazione di interessi specifici e il loro uso privilegiato solo da parte di frazioni della società.

Su tale inedita contestazione si attestò, nel corso del Secondo Convegno di San Pellegrino un giovane economista, Beniamino Andreatta, il quale si disse convinto che:

Con l’inizio degli anni Sessanta l’esigenza di una pianificazione globale della nostra economia si è posta al centro dell’interesse delle forze politiche, avendo a suo fondamento un duplice giudizio critico: insufficienza degli schemi di politica economica applicati durante gli anni Cinquanta, ed insufficienza del nostro sistema che, pur nel suo imprevedibile vigore, ha portato a risultati che appaiono sotto molti profili insoddisfacenti. 

Vantando un’esperienza internazionale di studi nonché rapporti con importanti cenacoli di studi economici non solo cattolici (per es. con quello raccolto intorno a Giolitti), Andreatta non ebbe timori a usare il termine «pianificazione», piuttosto estraneo al lessico economico democristiano, per richiamare il dovere dei partiti, e prima di tutto della DC, di provvedere a una convergente e profonda innovazione delle formule governative per il progresso della società. Su un’analoga linea e con riferimenti più specifici alle esigenze del Paese, si espresse Saraceno. Questi, come è noto, dopo la lunga esperienza nell’IRI a fianco di Donato Menichella, nel 1946, era stato erede e interprete del cd. “schema Vanoni” e, assieme ad altri, fu tra i fondatori dell’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno (Svimez), cui aderirono le principali banche e industrie italiane interessate a investimenti nel Sud. Dopo la Svimez partecipò nel 1950 alla creazione della Cassa per il Mezzogiorno. In tale percorso Saraceno si pronunciò in più sedi a favore di un’economia mista. Di qui l’intensificarsi dei suoi rapporti con Moro e con la quota della cultura riformista formatasi nell’IRI, in particolare con La Malfa. E, infatti, qualche mese prima del suo intervento a San Pellegrino era stato chiamato a collaborare alla stesura definitiva della Nota aggiuntiva che proprio La Malfa presentò in Parlamento il 22 maggio del 1962 e che divenne uno degli schemi teorici di riferimento della politica economica dei governi di centro sinistra.

A San Pellegrino Saraceno pose al centro della sua lunga relazione, arricchita da varie tabelle statistiche, la questione generale e non risolta delle «democrazie non comuniste»: cioè, quella di un rapporto corretto e proficuo, pur presente ed enfatizzato dal costituzionalismo postbellico, tra l’azione dello Stato e quello del mercato per lo sviluppo dei diritti in tutte le fasce sociali. Nell’Italia dell’immediato dopoguerra, a suo avviso, l’intervento dello Stato era stato viziato da una limitata ed erronea valutazione dei dislivelli economici presenti in un terzo di tutte le regioni e non solo nel Mezzogiorno, cercando di risolvere la storica arretratezza del Sud con frammentari interventi pubblici che avevano prodotto l’unico risultato di lasciarlo fuori dal circuito economico nazionale.

Saraceno respingeva, quindi, la tradizionale visione “dualistica” (presente anche nella cultura economica dei cattolici) e non esitava ad avvertire che era l’Italia nel suo complesso da considerare ancora un Paese in via di sviluppo, da trasformare con politiche economiche diverse secondo i territori cui si applicavano ma convergenti nella realizzazione della comune e costante crescita dei diritti sociali. In tale direzione la maggiore questione macroeconomica presente non era quella che, secondo i postulati di Keynes, si risolveva stimolando, attraverso l’intervento pubblico, le domanda di emancipazione o di benessere emergenti dai vari territori, perché non esisteva un apparato produttivo in grado di soddisfare bisogni anche profondamente diversi. Piuttosto era urgente reperire e indirizzare ogni risorsa disponibile per incrementare l’offerta produttiva dell’intero sistema industriale, pubblico e privato, equilibrando le regole del mercato con quelle del lavoro e del credito. Era quella l’impostazione cui Saraceno si ispirò in quegli anni Sessanta, per indirizzare le scelte di politica economica della Cassa per il Mezzogiorno.

Alle soglie degli anni Sessanta si andarono esaurendo le prospettive con cui era sorto il centro sinistra. Le ragioni furono eminentemente politiche ma già nel 1965 Leopoldo Elia riprendeva il suo intervento di San Pellegrino e avvertiva che in Italia tutti i partiti non erano più in grado «di conciliare quelle funzioni di rappresentanza e di mediazione tra il pluralismo sociale e l’autorità statale che corrispondono alla loro vocazione di fondo». L’anno successivo Mortati, uno dei democristiani che furono protagonisti nei lavori della Costituente, constatava che era da considerare ormai conclusa la stagione nella quale aveva prevalso l’immagine dottrinaria del Parteienstaat, con tutti i suoi effetti politici, perché in Italia, e non solo, i partiti invece che «tramiti» erano divenuti un «diaframma fra il Paese e la società».  

[Relazione svolta da Nicola Antonetti, Presidente dell’Istituto Sturzo, in occasione del convegno “Governo dell’economia e programmazione. L’esperienza del centrosinistra (1961-1963” – 9-10 febbraio 2023, Palazzo Velentini, Roma]

Primarie e Pd tra comiche, gag e ipocrisia.

Al netto della ormai noiosissima liturgia “sull’unico partito italiano che celebra le primarie aperte a tutti perché il Pd è diverso da tutti gli altri partiti”, anche il Bertoldo è in trepidante attesa per vedere come andranno a finire queste primarie. E qui casca la prima mastodontica e grandiosa ipocrisia.

Dunque, da lunedì prossimo, secondo copione, l’ufficio organizzativo del Pd inizierà il rosario sulla cifra dei participanti. Anticipiamo già noi la notizia talmente è scontata: “Sotto un milione di partecipanti ai gazebo sarà un flop gigantesco per il partito”. E vabbè. Ma la vera notizia, che noi anticipiamo nuovamente, è un’altra. E cioè, il medesimo ufficio organizzativo del partito, ovvero la stessa persona, dirà urbi et orbi lunedì 27 febbraio che “la partecipazione ha superato abbondantemente il milione”. 

Evviva, applausi. Come si suol dire, se la canta e se la suona da solo. Come disse il grande Bossi molti anni fa dopo il referendum indetto dalla stessa Lega Nord per celebrare la Padania. Alla domanda per sapere quante persone si sono recate ai seggi, la risposta del Senatur fu straordinaria: “Mi dicono dai 4 ai 7 milioni…”.

Ora, al di là di questa ipocrisia che abbiamo già anticipato per evitare di commentarla dopo, non ci inoltriamo nelle altre piste oscure che hanno sempre accompagnato il percorso accidentato di queste fatiche e salvifiche primarie. Ovvero, brogli – quelli puntuali come l’orologio -; potenziali denunce penali; alcune botte ai seggi; strani e singolari intruppamenti ai seggi, soprattutto di alcune e precise etnie e, dulcis in fondo, i soliti presunti “supporter” di altri partiti.

Ecco perché le primarie, comunque finiscano, sono anche divertenti e persin simpatiche. Del resto, è un rito che tutti conosciamo già a memoria e, anche qui da copione e come ovvio, non risolvono affatto i problemi endemici e strutturali del Pd. Comunque sia, per dirla con Pierre de Coubertin, “l’importante è partecipare, perché solo partecipando avrai la possibilità di vincere”. Per il Pd è buona la prima ma, di norma, fallisce la seconda.

Péguy, spes contra spem.

Simone Caleffi

Il fiume Marna, che scorre da nord a ovest, nel cuore della Francia, è stato il teatro di una battaglia epica all’inizio della Prima guerra mondiale, quando le forze tedesche furono fermate e respinte mentre avanzavano rapidamente su Parigi. Fra le migliaia di soldati che morirono nei primi giorni della battaglia vi fu Péguy, un pensatore profetico e un grande poeta. Dall’età di vent’anni fu ateo, ma ritornò alla fede cattolica sei o sette mesi prima di essere ucciso.

Giovanna d’Arco fu la sua eroina per tutta la vita, mentre lottava con le sofferenze che gli esseri umani sopportano, e trovò conforto nella speranza che si può trovare attraverso l’amore divino. In Le porche du mystère de la deuxième vertu, uno dei grandi poemi contenuti nelle sue Oeuvres poétiques complete, egli ci presenta la speranza come una virtù ed un habitus particolarmente gradito a Dio: «La fede che preferisco, dice Dio, è la speranza (…) ecco ciò che mi stupisce (…) Per sperare, figlio mio, bisogna essere felici davvero, bisogna avere ottenuto, ricevuto una grande grazia. / È la fede che è facile, sarebbe impossibile non credere. È la carità che è facile, sarebbe impossibile non amare. Ma è sperare che è difficile. / Ciò che è facile e in discesa è disperare ed è la grande tentazione. / La piccola speranza avanza tra le sue due sorelle maggiori (…) / Il popolo cristiano non vede che le due sorelle maggiori (…) / E non vede quasi per nulla quella che sta in mezzo (…) / Crede volentieri che sono le due grandi che portano la piccola per mano (…) / Ciechi che non vedono il contrario, / che è quella in mezzo che trascina le sue sorelle maggiori. / E senza di lei non sarebbero nulla (…) / È lei, la piccola, che trascina tutto. / Perché la fede non vede se non ciò che è. / E lei, lei vede ciò che sarà. / La carità non ama se non ciò che è. / E lei, lei ama ciò che sarà».

Credere che chi è morto possa continuare a vivere per sempre, tutto sommato, non è difficile, ma aspettare la risurrezione della carne, il riscatto, il recupero, il giudizio e la salvezza del passato sfiora l’impossibile e, secondo la parola biblica, è sperare contro ogni speranza umanamente razionale. È sperare non solo in una ragionevole immortalità dell’anima, alla quale erano arrivati anche i filosofi greci; non solo in una sopravvivenza tramite e nella propria discendenza — Abramo docet —; non solo nel ricordo delle persone che ci hanno amato o in quello dell’umanità, a causa di ciò che abbiamo fatto di imperituro.

Anzi, il Foscolo arriva addirittura a confutare questo sentire comune, affermando, a questo proposito: «All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne / confortate di pianto è forse il sonno / della morte men duro?».

No, è la risposta a questa domanda retorica: il sonno della morte non è più facile da accettare se il sepolcro è confortato dal rimpianto dei propri cari rimasti in vita. Infatti, egli dice, poche righe più in là: «Anche la Speme, / ultima Dea, fugge i sepolcri; e involve / tutte cose l’obblio nella sua notte».

Nonostante il detto popolare reciti «la speranza è l’ultima a morire», il nostro poeta ha ormai lasciato ogni speranza, per riecheggiare il verso dantesco. Diversa la vicenda umana e spirituale di Péguy, cantore della grande speranza cristiana. 

Fonte: L’Osservatore Romano – 18 febbraio 2023

[L’articolo è qui riproposto per gentile concessione di Andrea Monda, direttore del quotidiano della Città del Vaticano]

La crisi del regionalismo e le strategie macroregionali nella dinamica europea

Non c’é dubbio che tra le istituzioni territoriali che, secondo l’art. 114 della Costituzione, formano la Repubblica quelle che negli ultimi tempi hanno fatto discutere di più sono le Regioni. Basti pensare al dibattito in ordine: 1) al cd. regionalismo differenziato proposto dalle Regioni Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna ed ora fatto oggetto di un disegno di legge approvato dal Consiglio dei Ministri; 2) alla titolarità, a seguito dello scoppio della pandemia da covid 19, dei poteri di intervento in materia sanitaria rivendicati dalle Regioni anche contro ogni evidenza nazionale; 3) all’assetto cooperativo che sembra essersi consolidato nella governance del PNRR e delle sue 6 “misure” con la Cabina di Regia, partecipata alla fine non solo dalle Regioni ma anche dagli Enti Locali (Città metropolitane, Province, Comuni).

Insomma, nelle ultime due legislature, le istituzioni che hanno mostrato una indiscussa vitalità (per molti, in negativo) sono state le Regioni. Per questo trovo particolarmente ‘centrato’ il programma di questo V° Corso della Scuola di Formazione Politica della Diocesi di Mazara del Vallo e con piacere ho accettato di svolgere qualche considerazione per introdurre e (spero) dare un contributo al dibattito che, nel corso dei prossimi ‘incontri’, svilupperete.

La traccia scelta, per questo primo appuntamento, ci vincola a partire, come è giusto che sia, dalla nascita del regionalismo subito dopo la seconda guerra mondiale: prima, con il Regio Decreto Legislativo n. 455 del 15 maggio 1946, istitutivo della Regione Siciliana e, poi, con la Costituzione delle Regioni ordinarie e con le prime Leggi Costituzionali, entrare in vigore nel 1948,  delle altre Regioni speciali.

Ciò non deve indurre a pensare, però, che di questa istituzione innovativa (rispetto ai Comuni ed allo Stato e, financo, alle Province) si fosse cominciato a parlare solo dopo lo sbarco degli Alleati occidentali in Sicilia nell’estate del 1943. Di Regioni nel nostro Paese se ne dibatteva, infatti, fin dai tempi dell’unificazione dell’Italia, come alternativa sia al modello di ‘Stato accentrato’ che al modello di ‘Stato federale’.

Come è noto, però, con il prevalere della Destra storica il Paese fu indirizzato verso la forma di stato accentrato sul modello ‘napoleonico’ francese. Ne conseguì che, per quasi mezzo secolo, di regionalismo in Italia non si parlò quasi più. Tranne, naturalmente, in ristretti circoli culturali che con i loro dibattiti ne mantenevano viva la memoria. 

Fu con l’avvento sul proscenio della politica nazionale di don Luigi Sturzo che il tema delle Regioni ritornò ad interessare l’opinione pubblica fino al punto di far dichiarare al sacerdote di Caltagirone che il Partito Popolare, che egli stesso aveva fondato nel 1919, era nato proprio per trasformare lo Stato italiano accentrato in uno Stato regionale. Da allora, la prospettiva regionale fu all’odg dell’agenda politica del Paese: prima, per essere ferocemente combattuta dal fascismo e, poi, per essere adottata e realizzata dalla democrazia introdotta a seguito della lotta di liberazione nazionale e della Costituzione repubblicana.

In questa storia regionalista, allora, all’inizio – come accennato – ci fu la Sicilia. Che, consapevole della propria identità e dell’autonomia goduta nei secoli, per autogovernarsi all’indomani dello sbarco degli Americani a Gela, Licata e nelle altre località marine della sua costa meridionale, il 9 luglio 1943, insorse con un moto popolare per rivendicare l’indipendenza dallo Stato italiano e l’autodeterminazione dei propri Popoli.

La vicenda ebbe risvolti anche drammatici perché il Movimento Indipendentista Siciliano (MIS) aveva due ‘anime’ al proprio interno e quella oltranzista, che premeva per una vera e propria secessione e che a un certo momento era prevalente, gli fece imboccare anche la strada militare dello scontro armato che fece registrare tutta una serie di episodi violenti e  di manifestazioni incontrollate che portarono all’eccidio di Randazzo (17 giugno 1945), dove furono massacrati il professore Antonio Canepa ed alcuni giovani militanti dell’EVIS (Esercito Volontario per l’Indipendenza Siciliana) ad opera di una pattuglia di Carabinieri appostata nei pressi del bivio per Bronte (Catania).

Comunque si siano svolti questi fatti (dei quali il quotidiano di Palermo L’Ora disse trattarsi di “Una strage di Stato”), dopo meno di un anno la Sicilia, il 15 maggio 1946, con Regio Decreto Legislativo n. 455 ottenne il proprio Statuto che ne riconosceva l’identità regionale e ne sanciva l’autonomia di governo all’interno della “nuova Costituzione dello Stato” con la quale il primo avrebbe dovuto essere coordinato.

E qui siamo all’Assemblea Costituente, che dopo la Liberazione (il 25 aprile 1945) del Paese fu eletta il 2 giugno 1946, ed alla Costituzione Repubblicana che, entrata in vigore il 1° gennaio 1948, disegna una inedita “forma di Stato” che non consiste più in un unico ed accentrato soggetto di governo: lo Stato, appunto, ma, come dice l’art. 114, la Repubblica che è organizzata in Comuni, Province e Regioni.

Queste ultime costituiscono 20 enti autonomi con propri statuti, poteri e funzioni secondo i principi fissati dalla Costituzione medesima. Nello specifico, 5 di esse (la Sicilia, la Sardegna, il Friuli Venezia Giulia, il Trentino/Alto Adige e la Valle D’Aosta) disponendo di forme e condizioni particolari di autonomia, secondo i rispettivi statuti speciali adottati con legge costituzionale. Mentre le altre 15 Regioni, a statuto cd. ordinario, invece, essendo organizzate ed esercitando le funzioni secondo quanto stabilisce il titolo V° della Costituzione. 

Ma quali sono questi poteri riconosciuti alle Regioni che, per il loro semplice verificarsi, hanno determinato lo stravolgimento della vecchia forma di stato unitario ed avviata la nascita della nuova organizzazione pluralistica della Repubblica? 

Com’é facile intuire, innanzi tutto e soprattutto, la  potestà legislativa che la Costituzione ripartisce ora tra lo Stato e le Regioni attribuendola anche a queste ultime secondo vari tipi che vanno dalla potestà esclusiva a quella concorrente, da quella integrativa a quella residuale (prevista dalla riforma del titolo V° operata nel 2001). Ad essa faceva complemento, poi, la potestà amministrativa, attribuita fino alla riforma della legge cost. 3/2001, alle stesse Regioni per le materie nelle quali avevano potestà legislativa (salvo per quelle di interesse esclusivamente locale attribuite dalle leggi della Repubblica ai Comuni, alle Province ed agli altri Enti Locali). A seguito della riforma costituzionale del 2001, invece, con il novellato art. 118 le funzioni amministrative sarebbero state attribuite ai Comuni salvo che, per assicurarne l’esercizio unitario, non fossero conferite a Province, Città metropolitane, Regioni e Stato, sulla base dei principi di sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza.

Inoltre, a garanzia della possibilità di esercitare questi poteri, si aggiungeva il riconoscimento dell’autonomia finanziaria  di entrata e di spesa con la connessa possibilità di stabilire ed applicare tributi ed entrate propri secondo i principi di coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario.

Insomma, una vera e propria ‘rivoluzione’ che purtroppo, però, forse per la sua innovatività, fu costretta a segnare il passo (tranne per le Regioni a statuto speciale) per ben 22 anni. Fin quando, cioè, il 7 giugno 1970 -dopo l’adozione della legge elettorale del 17 febbraio 1968 n. 108 e di quella finanziaria del 16 maggio 1970 n. 281 che ne rendevano possibile il funzionamento dell’intero apparato- si tennero le elezioni dei consigli regionali.

Con l’insediamento degli organi politici e l’organizzazione dell’apparato amministrativo, finalmente, le Regioni ordinarie si affiancarono a quelle speciali e cominciarono a funzionare rendendo completo l’ordinamento regionale della nostra Repubblica. 

Dopo un inizio indubbiamente pieno di fervore innovativo e voglia di cimentarsi con gli importanti problemi della grande legislazione del Paese, però, anche a causa della pervicace volontà dello Stato a mantenere intatte le sue prerogative di indirizzo politico e di comando regolativo della società, l’assestamento istituzionale delle Regioni si indirizzò verso una configurazione più da ente di amministrazione e gestione (delle decisioni assunte dallo Stato) che da soggetto di indirizzo politico e programmazione. Mancando così completamente di esercitare quella spinta innovativa non solo dell’apparato dei pubblici poteri ma anche della società civile che era stata alla base prima del loro riconoscimento in Costituzione e poi della loro concreta attuazione nell’ordinamento italiano.

Fortunatamente, a questa situazione sempre più inadeguata e deludente, reagì prima la cultura politico-istituzionale e poi la stessa politica, riscoprendo negli anni ‘90 del secolo scorso (con le famose leggi ‘Bassanini‘) il principio di sussidiarietà che, ribaltando la logica di attribuzione e distribuzione del potere, sottolineava che quello amministrativo potesse essere esercitato dalle Regioni soltanto qualora le Istituzioni locali (Comuni, Province, Città metropolitane) non si fossero dimostrate adeguate

Fu la spinta per riprendere il cammino innovativo dell’organizzazione dei pubblici poteri nel nostro Paese che, come detto, si concretizzò nella famosa riforma del Titolo V° della Costituzione operata con la legge costituzionale n. 3 del 2001 e nella modifica dei vari Statuti speciali. 

Con questi interventi le Regioni (assieme agli altri Enti locali) ritornarono al centro del sistema ma, come vedremo subito, facendo registrare un altro clamoroso flop.

Questa volta, però, più per responsabilità dello Stato e della politica nazionale che, approfittando di alcune incongruenze della stessa riforma costituzionale del Titolo V°,  cominciarono subito a remare contro riproponendo (con la l. 131/2003) un modello di governance accentrato, limitativo dei poteri legislativi delle Regioni, e soprattutto, dimentico dell’autonomia finanziaria, affidata ad una legge di delegazione (n. 42 del 2009) rimasta per buona parte inattuata.

A ciò bisogna aggiungere, poi, la giurisprudenza della Corte Costituzionale, restrittiva circa il riconoscimento di più ampi poteri alle Regioni, che in varie sentenze dei primi anni successivi alla riforma confermava l’orientamento dello Stato e delle maggioranze che lo reggevano.

Questo indirizzo sfociava inoltre in due tentativi di nuova riforma costituzionale sostenuti con forza e decisione da due maggioranze opposte che, però, fortunatamente venivano entrambi respinti dalla saggezza del Corpo elettorale con i referenda del 2006 e del 2016.

Le vicende ora ricordate scuotevano finalmente la politica regionale ed in particolare le Regioni del Veneto, della Lombardia e dell’Emilia Romagna che, facendo riferimento alla dimenticata norma del terzo comma dell’art. 116 della Costituzione che prevede la possibilità di attribuire alle Regioni “ulteriori forme e condizioni particolati di autonomia” in svariate materie elencate nel secondo e terzo comma dell’art. 117 Cost., avviavano, sentiti i loro enti locali, la procedura per questo maggiore riconoscimento di poteri con legge dello Stato.

Solo che l’iniziativa: un pò per le incertezze procedurali palesate dal Governo nazionale e molto per l’impostazione sbagliata impressa alle loro richieste dalle Regioni che, inizialmente, ne avrebbero voluto fare (il Veneto e la Lombardia, in particolare) uno strumento per negare il di più di gettito finanziario che versavano alle casse dello Stato a motivo di una tassazione proporzionale al loro reddito interno, ha sollevato una vera e propria rivolta da parte di moltissime altre Regioni, in specie, quelle del Mezzogiorno che hanno visto in questa azione delle Regioni del Centro-Nord una mancanza di solidarietà nei loro confronti ed una volontà di chiusura alle necessità di rinascita del Sud e con essa dell’intero Paese. 

In definitiva, un boomerang che si è abbattuto sullo stesso Movimento regionalista che, poi, dall’azione di contrasto alla pandemia del Covid 19 e dal decisionismo indiscutibile dei Governi che si sono succeduti dal manifestarsi di quest’ultima, è stato ampiamente ridimensionato ed oggi sembra placato accontentandosi della semplice partecipazione alla Cabina di Regìa e all’attuazione delle missioni e dei progetti stabiliti dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). Purtroppo, però, senza abbandonare mai, da parte delle Regioni del Centro-Nord, il proposito di negoziare con lo Stato maggiori condizioni di autonomia differenziata. Circostanza, quest’ultima, che farebbe celebrare l’incapacità di ogni apporto originale del regionalismo al sistema dello Stato unitario e della Repubblica democratica e ne sancirebbe la fine per inettitudine a provvedere alle nuove esigenze dello sviluppo socio-economico del Paese e dei suoi Territori.

Invece, ciò che necessita è una nuova interpretazione del Regionalismo! Che non può  incentrarsi più, esclusivamente e neppure prioritariamente, sul profilo dei poteri di governance ma deve concernere innanzi tutto gli altri due ‘elementi’ fondamentali delle istituzioni regionali e cioè l’organizzazione dei territori e la condizione delle comunità che li abitano.

Come dimostra infatti anche la normazione europea con il suo sostegno alle strategie macroregionali, il regionalismo storico ha ormai esaurito la sua iniziale spinta innovativa dell’organizzazione dello Stato e una sua nuova fase propulsiva non può che essere data da Macroregioni funzionali poiché gli attuali perimetri amministrativi delle Regioni non consentono di risolvere alcun problema e, soprattutto, di gestire al meglio i servizi pubblici a favore della cittadinanza. In poche parole, perché le nostre istituzioni regionali sono troppe ed è necessario un intervento per accorparle in entità più adeguate alle funzioni che sono chiamate a svolgere.

In sostanza, è assolutamente necessaria una correzione delle delimitazioni territoriali definite dall’art. 131 Cost. perché le loro perimetrazioni sono errate sia sotto il profilo storico-geografico che cultural-funzionale. E ciò al fine di realizzare un’articolazione repubblicana che tenga conto anche dell’ormai irrinunciabile proiezione di queste Macroregioni nella dinamica europea.

Dinamica europea che naturalmente coinvolge le comunità per le quali un’articolazione frammentata sul territorio non è detto che sia sempre e comunque preferibile ad una aggregazione in più ampie collettività di individui che condividano una storia ed una condizione umana. Soprattutto in un Paese come il nostro assai differenziato per storia e realtà regionali,  così diseguale nei livelli di reddito e, come abbiamo visto, così diverso anche nelle scelte relative  ad una auspicabile nuova organizzazione regionale.

E qui voglio finire con un riferimento alla nostra sventurata Regione Siciliana! Che di tutta questa storia ‘regionalista’ e democratica è stata per un certo tempo prima protagonista ma ora sembra semplice spettatrice. Basti ricordare due dati inoppugnabili. Il primo che, in più di settantacinque anni dall’ottenimento dello Statuto di autonomia, la classe politica siciliana non ha mai provveduto ad aggiornarlo, a modernizzarlo ritrovandosi oggi con uno strumento giuridico quasi del tutto superato per confrontarsi e collegarsi alle altre Regioni ed allo stesso Stato (oltre, evidentemente, all’Unione Europea). Il secondo che, ormai da ben dieci anni (a seguito dell’approvazione della legge regionale 7 del 2013), un’istituzione territoriale come la Provincia riconosciuta dalla Costituzione come fondamentale per la Repubblica è retta in regime commissariale, essendo stati aboliti tutti gli organi regolarmente eletti, e quindi facendo registrare un vulnus irreparabile alla Democrazia (con la D maiuscola) che soltanto la nostra insipienza di cittadini distratti (?) può tollerare.

Come si può dunque dedurre: una terra quasi umiliata! Caratterizzata da un marcato disinteresse per i valori più importanti che costituiscono l’identità del Popolo siciliano dal quale sono derivate le politiche sbagliate che hanno determinato la disoccupazione dilagante, i ritardi nei processi di sviluppo ormai intollerabili, la falcidia dei nostri redditi (che non arrivano né meno alla metà di quelli dei cittadini delle Regioni del Nord), la fuga dei nostri giovani ed, in ultimo, la mancanza di speranza che spesso si percepisce nella nostra gente.

Una situazione, però, dalla quale dobbiamo venir fuori. Il mio augurio è che questo Corso possa costituire un piccolo ma significativo contributo in questa direzione!

[Testo dell’intervento svolto per l’inaugurazione del V° Corso della Scuola di Formazione Politica della Diocesi di Mazara del Vallo]

Il Terzo Polo è al capolinea?

Dunque, il recente dato amministrativo regionale ha consegnato alcuni elementi inequivocabili. Dal consolidamento del centro destra a trazione Giorgia Meloni al continuo sbandamento della sinistra post comunista, dall’inconsistenza variabile del populismo dei 5 stelle al grande punto interrogativo rappresentato dal cosiddetto “terzo polo”.

E, su questo versante, è abbastanza evidente che si tratta di un progetto politico che adesso richiede di essere chiarito. E forse definitivamente. Se dovessimo subito mettere il dito nella piaga c’è un nodo che va sciolto e rapidamente. Ovvero, difficilmente la somma di 2 micro ‘partiti personali’ può vincere la sfida di rilanciare un progetto politico centrista, riformista e innovativo. Due piccoli partiti personali dove, com’è evidente, tutto dipende dal “capo” e la selezione della stessa classe dirigente a livello parlamentare e di partito è il frutto esclusivamente dalla ‘fedeltà’ al leader, non può pretendere di avere una grande e feconda prospettiva politica. Detto in altri termini, o il cosiddetto ‘terzo polo’ si trasforma in un autentico partito democratico, contendibile, plurale e aperto a forze e a culture politiche riformiste e di governo, oppure il cammino sarà sempre più accidentato. E, del resto, il voto laziale e lombardo non è che la semplice conferma di questa riflessione. Penso, nello specifico, ad un partito ‘modello Margherita’ dove la presenza di filoni ideali specifici contribuisce a creare un soggetto politico autenticamente plurale e che fa della unità di queste svariate culture politiche la ragion d’essere di un rinnovato “patto federativo”. Ma si tratta, però, di una federazione che non va confusa con la semplice sommatoria di due nomenklature rigorosamente selezionate dal capo. Perchè un partito del genere non solo allontana sempre di più elettori, militanti, simpatizzanti e le rispettive culture politiche ma semplicemente si riduce ad essere un fatto meramente autoreferenziale e del tutto personale.

Certo, si tratta di un atto di coraggio e anche, forse, di coerenza e di lungimiranza politica. Una cosa, però, è certa. Si tratta di capire se i due capi partito intendono ribaltare il tavolo, come si suol dire, oppure se si limitano a solenni pronunciamenti pubblici di cambiamento radicale e di rinnovamento palingenetico e poi proseguono, invece, il metodo scelto con la formazione delle liste per le elezioni politiche del settembre scorso. Cioè nomine personali e di esclusivo gradimento del capo.

Ed è proprio su questo versante che si gioca il futuro e la prospettiva del ‘terzo polo’. Al riguardo, è di tutta evidenza che l’area Popolare e cattolico sociale difficilmente potrà riconoscersi in un progetto politico guidato da due partiti personali e da scelte politiche che dipendono dagli umori quotidiani dei due capi. Se l’area Popolare e cattolico sociale era, è e resta alternativa a qualsiasi deriva populista, anti politica, giustizialista e qualunquista interpretata dal partito di Grillo e di Conte e a chi si allea con costoro, è altresì vero che la cultura riformista e una politica di centro richiedono un partito aperto, democratico e autenticamente plurale.

Ecco perchè, d’ora in poi, il futuro del ‘terzo polo’ è legato esclusivamente alle scelte politiche concrete che si faranno, e anche e soprattutto dopo la batosta elettorale delle recenti regionali. Solo rispondendo a queste domande specifiche noi sapremo cosa sarà il ‘terzo polo’, quali politiche concrete percorrerà e, soprattuto, quale modello di partito intende perseguire.

Suicidi, vecchiaia e pusher di modernità.

La parola potrebbe dare un’idea di positiva abbondanza. Pullulare è quando si vuol dire che c’è il pieno di qualcosa. Si dice di una pullulazione quando nel regno animale il raggiungimento di un numero eccessivo di esemplari e la conseguente scarsità di risorse alimentari li spinge al suicidio. Tempo fa fu osservato come migliaia di topi, peraltro i più vecchi, si gettassero nei crepacci di un canyon, così lasciando spazio e cibo ai più giovani. Sembrerebbe che dei lemming, roditori delle zone artiche, si sono per simil ragione precipitati in mare, lanciandosi dall’alto delle scogliere. Più vicino a casa nostra, nel Veneto, senza cause precise, c’è una moria di topi di campagna e di nuovo si sta ipotizzando un suicidio di massa. 

Pull sta per tirare, nel nostro caso forse come al piccione, potando tra gli anziani, che recupererebbero nuovamente valore con un gesto di generosità verso gli altri. Pusher è quello che spinge qualcuno ad essere eroe e chiudere in bellezza la sua vita non sempre da iscrivere negli Annali. Non troppo fa Yusuke Narita, professore alla Yale University, ha suggerito ai vecchi di stazza in Giappone di far ricorso ad un “seppuku”, un suicidio per sfrondare un campo eccessivamente intasato. Yale è anche la nota marca di lucchetti. Si tratterebbe di liberarsi dai legacci della vita e passare dall’altra parte dove c’è spazio per tutti e non si dà fastidio a nessuno. Sia ben inteso, il professore ha 37 anni e quindi c’è da pensare che gli sia venuto facile questo ragionamento. Ha detto di essere stato frainteso e che in realtà si dovrebbe soltanto lasciar spazio ai giovani nell’ambito del lavoro contro una società gerontocentrica che stenta ad abbandonare le posizioni conquistate. La questione è aperta. 

Nella società del riciclo dei materiali e del recupero degli scarti i vecchi, quelli veri che non hanno più nulla da fare, sarebbero fuori dal progetto. In ogni caso sfugge la bellezza della loro esecrata inutilità. Sfugge poi la modesta soddisfazione della morte a far fuori chi le è ormai prossima. Per l’alta competitività, l’incertezza per il futuro e l’insuccesso scolastico il Giappone vanta anche un alto numero di suicidi di bambini. In tutto il mondo aumenta in modo impressionante il numero di chi decide di togliersi di mezzo, in prima linea la fascia tra i 20 e i 30 anni. Altri, soprattutto tra i giovani, preferiscono una morte a tempo, il cosiddetto “Hikikomori”, per un tempo diventare eremiti, lontano da tutto e da tutti chiusi da qualche parte, evitando ogni contatto con il mondo esterno.

I vecchi, a dirla tutta, sanno fare da soli e non hanno bisogno di accompagnatori al grande passo o di accorgimenti temporanei di scomparsa. Ogni giorno sono fatalmente più estranei al nuovo che avanza, che stentano a comprendere ed in cui riconoscersi. Giorno dopo giorno si affievolisce la nostalgia del tempo che lasciano e monta la curiosità verso l’infinito che li attende. Ma questo non è economicamente sufficiente. Occorre socialmente saper guardare ad un utile risparmio. Dal latino “parcere”, risparmiare significa tenere in serbo. Conservare per se stessi e non per gli altri. In inglese si dice “to save”, che significa anche “salvare”. Si salvi chi può è l’urlo di battaglia corrente. La commedia umana deve abituarsi a tagliare il suo “terzo atto” perché la luce del palcoscenico ed il costo dell’impresa, se completata per l’intero, diventa eccessivo. Non sarebbe insomma sostenibile. Basta che già possa intuirsi il finale, il resto è di troppo.