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I giovani smarriti secondo la versione di Ultimo

Le parole di Ultimo sulla disillusione e l’apatia dei giovani toccano una corda sensibile. Nella sua intervista sul “Corriere della Sera” di ieri, il cantautore romano ha manifestato tutte le sue preoccupazioni. È innegabile che una parte consistente delle nuove generazioni sembra aver perso interesse per la politica, la religione e, in generale, per le grandi narrazioni che hanno dato forma alla società per secoli. 

In effetti, quella che potremmo definire l’ideologia dell’immediato, alimentata dai social media e dalla cultura consumistica, ha creato una società votata all’effimero, dove la soddisfazione momentanea e il piacere superficiale regnano sovrani. In questo contesto, l’impegno politico, la riflessione religiosa e la ricerca di valori profondi appaiono come attività obsolete, prive di attrattiva per chi è abituato a ricevere gratificazioni rapide e costanti.

Tuttavia, sarebbe riduttivo attribuire la disillusione giovanile unicamente all’egemonia dell’immediato. L’incertezza del futuro, segnato da crisi economiche, instabilità politica e minacce ambientali, contribuisce a generare un senso di smarrimento e apatia. I giovani si sentono spesso privi di punti di riferimento e di concrete possibilità di incidere sul proprio futuro, alimentando un circolo vizioso di disimpegno e rassegnazione.

Inoltre, non bisogna sottovalutare la crisi di valori che attanaglia la società odierna. I modelli tradizionali, sia religiosi che laici, sono stati messi in discussione, lasciando un vuoto che le nuove generazioni faticano a colmare. La ricerca di senso e di appartenenza diventa così un’impresa ardua, spesso senza sbocchi.

Di fronte a questa situazione complessa, è necessario un impegno collettivo per invertire la rotta. Serve un’opera di rieducazione che insegni ai giovani l’importanza del pensiero critico, della partecipazione attiva e della ricerca di valori autentici. La scuola, la famiglia e le istituzioni devono fare la loro parte, creando un ambiente che favorisca il confronto, il dibattito e la crescita personale.

Allo stesso tempo, è fondamentale ridare speranza ai giovani, offrendo loro concrete opportunità di realizzazione e di partecipazione alla vita sociale. Investire nell’istruzione, nel lavoro e nella cultura significa costruire un futuro migliore non solo per le nuove generazioni, ma per l’intera società.

In conclusione, la disillusione e l’apatia dei giovani sono un campanello d’allarme che non può essere ignorato. È necessario un profondo lavoro di riflessione e di impegno per superare l’ideologia dell’immediato e rilanciare la ricerca di senso e di valori autentici. Solo così potremo costruire un futuro più giusto, sostenibile e ricco di significato per le generazioni a venire.

 

 

Luigi Santucci e il ricordo di Apollonio, grande storico del teatro.

[…] La singolarità di Apollonio, il suo fondamentale arcanismo e le apparenti contraddizioni che anche noi abbiamo percorso, lasciano la sua figura, a quindici anni dalla scomparsa, inquietamente aperta, invocante ripensamenti e investigazione: per ciò stesso lontana dalla morte, in quotidiana crescita entro la comune nostalgia.

Se è vero che in lui l’amicizia fu tanto viva da squarciare la solitudine, tocca agli amici partire insieme alla ricerca del suo estremo retaggio, d’una crepuscolare « confidenza » tra il tempo e l’eterno.

C’è un «vello d’oro» di Apollonio, da conquistare oltre tutte le parole i giudizi i ricordi e gli aneddoti. Lo dico qui a me stesso, e a quanti altri con me custodiscono, assai più del suo ricordo, quella mitica impronta su cui ho insistito, sul filo d’una corale fedeltà. 

Argonauti, più che alunni (giacché scuola Apollonio non intese fondare e non lasciò, irripetibile e alieno da metodologie e didattiche come fu, anche se nello scherzo — che salvò sempre dal plagio il nostro rapporto con lui — lo chiamavamo «il divin maestro»). Argonauti ancora meglio che amici (proprio per quella inafferrabilità ultima con cui Apollonio si sottrasse anche a noi, pur nei giorni del più affettuoso sodalizio). Uomini intendo dire da lui stimolati, come i seguaci di Giasone, al mito quale strumento della ricerca non solo letteraria, ma d’ogni conoscenza immedesimante: mezzo di trasfigurazione dall’apparente al reale. Tautologia di quel mito oggi è lui stesso; e alla conquista di Apollonio è bello far vela. 

Sono passati tre lustri, ma ancora tutti i giorni batte in noi l’emozione d’essergli stati vicini, l’orgoglio che abbia scelto noi per trasformarci paradossalmente solo in noi stessi. E ogni giorno di più, dalla sua morte, il nostro cuore è ferito dallo scandalo di ciò che accade, nel mondo delle parole e dei fatti. In certe ore, nel grande urlo ipocrita che ci frastorna, Apollonio è davvero l’uomo che insopportabilmente ci manca. Allora l’insipienza codarda del discepolo è portata a dire: se ci fosse lui ritroverei coraggio e ironia, fede e sdegno contro la Bestia trionfante. 

In un triste e ingenuo schematismo sembra infatti che il suo uscir di scena abbia segnato l’irrompere di un’astuta barbarie, d’un confusionario cinismo che lui da qualche anno andava preconizzando, non senza ira e sarcasmo e in cui ravvisava la «femmina balba» di dantesca immagine. Ma sappiamo che lui prima di chiunque ci vieterebbe la resa, spazzerebbe via questa sentimentale suggestione di rifiutare la nostra storia, da quando lui non abita fra noi se non in quel gorgo d’aria e di musica che scende dalla sua costellazione. Il suo appuntamento a noi e agli uomini che non lo conoscono è ancora quel perpetuo, non ammainabile «8 settembre».

Luigi Santucci

Luigi Santucci è stato uno scrittore, poeta e commediografo italiano. È ritenuto dalla critica il principale narratore milanese della seconda metà del Novecento.

 

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https://rivista.vitaepensiero.it//news-dallarchivio-apollonio-uomo-e-maestro-nellamore-della-memoria-6497.html

Israele, Gantz pone un ultimatum a Netanyahu.

Il ministro della Difesa israeliano, Benny Gantz, ha lanciato un ultimatum al Primo Ministro Benjamin Netanyahu: se entro l’8 giugno non verrà approvato un piano per il governo postbellico di Gaza, il suo partito, Unità Nazionale, uscirà dalla coalizione di governo.

Gantz ha definito la situazione “inaccettabile”, affermando che “considerazioni personali e politiche stanno iniziando a influenzare gli aspetti più sacri della difesa di Israele”.

Ha quindi delineato sei obiettivi strategici che il piano deve perseguire:

  1. Il ritorno degli ostaggi israeliani detenuti da Hamas a Gaza.
  2. Il rovesciamento del governo di Hamas e la smilitarizzazione della Striscia.
  3. La creazione di un’amministrazione congiunta da parte di Stati Uniti, Unione Europea, Paesi arabi e Autorità Palestinese per gestire gli affari civili di Gaza, gettando le basi per un futuro governo alternativo.
  4. Il rimpatrio dei residenti israeliani del nord evacuati dalle loro case durante il conflitto, con la contestuale riabilitazione delle comunità di confine di Gaza.
  5. La promozione della normalizzazione dei rapporti con l’Arabia Saudita.
  6. L’adozione di un piano per il servizio militare obbligatorio per tutti i cittadini israeliani.

“Primo Ministro Netanyahu”, ha incalzato Gantz, “la scelta è nelle tue mani. Il Netanyahu di dieci anni fa avrebbe fatto la cosa giusta. Sei disposto a fare la cosa giusta e patriottica oggi? Il popolo di Israele ti osserva. Devi scegliere tra sionismo e cinismo, tra unità e divisione, tra responsabilità e illegalità, tra vittoria e disastro”.

Da parte sua, Netanyahu ha replicato duramente alle parole di Gantz, accusandolo di presentare “eufemismi che nascondono un significato chiaro: la fine della guerra, la sconfitta di Israele e l’abbandono della maggior parte degli ostaggi, lasciando Hamas al potere e fondando uno Stato palestinese.”

La tensione tra i due leader israeliani è salita alle stelle, alimentando l’incertezza sul futuro del governo e sul piano per il dopoguerra a Gaza. L’8 giugno rappresenta la scadenza entro cui trovare un accordo, altrimenti il governo rischia di crollare.

Centro, ora parte la sfida ma senza gli errori del passato.

In attesa del voto europeo ricomincia il valzer sulla futura presenza politica del Centro. Una suggestiva, nonchè interessante, analisi di Francesco Verderami sul Corriere della Sera evidenzia i futuri e potenziali protagonisti di questo campo politico. Che sono sostanzialmente tre: Forza Italia con la svolta centrista e riformista inaugurata dopo Berlusconi; gli ex radicali con Renzi nel progetto, un po’ enigmatico e sempre più misterioso, degli ‘Stati Uniti d’Europa’ e il partito di Calenda. Tre realtà che, però, al loro interno contengono limiti e forti contraddizioni. Per fare un solo esempio, è abbastanza surreale parlare di una “nuova Margherita’ partendo dal partito personale di Renzi allargato ad una realtà, come quella degli ex radicali della Bonino, che sono semplicemente esterni ed estranei al progetto che ha ispirato e caratterizzato il partito di Rutelli e di Marini. Come, del resto, anche il partito personale di Azione dovrà invertire radicalmente la rotta se vuole intraprendere un percorso di ricostruzione di un centro democratico, riformista e plurale.

Ma, al di là delle contraddizioni che segnano il cammino, ancora tortuoso e problematico, del Centro, è indubbio che Verderami ha ragione quando sostiene che questo campo sarà ancora una volta decisivo ai fini della vittoria elettorale alle prossime elezioni politiche che saranno dominate dal sistema maggioritario. Ma la credibilità e lo stesso consenso elettorale di questo progetto centrista, e riformista, saranno il frutto e la conseguenza delle scelte concrete che verranno intraprese. È indubbio, al riguardo, che lo spettacolo offerto sino ad oggi dai due partiti personali di Renzi e di Calenda non sono il viatico migliore per rafforzare e qualificare questo campo politico. Un progetto che non passa attraverso i litigi permanenti, le scomuniche personali e le delegittimazioni delle rispettive proposte politiche. Una modalità, questa, che non può che

contribuire a far fallire lo stesso progetto. Come è puntualmente capitato dopo le ultime elezioni politiche. Perché saranno proprio le proposte, e il metodo con cui saranno avanzate nella cittadella politica italiana, a dirci quale sarà la ricetta migliore per qualificare il Centro e una ‘politica di centro’ nel nostro paese. Un Centro che non potrà che essere profondamente plurale nella sua articolazione interna ma squisitamente politico nella sua caratterizzazione. E cioè, l’esatta alternativa rispetto ad una semplice equidistanza o, peggio ancora, ad una mera e passiva rendita di posizione.

Con una postilla finale. Che piaccia o meno alle varie sigle e ai vari protagonisti di oggi. Questo Centro, che sarà decisivo per le prossime elezioni politiche come giustamente dice Verderami, dovrà avere l’apporto determinante della cultura, del pensiero e della presenza del cattolicesimo popolare e sociale. Senza questa cultura politica ci dovremo limitare a registrare la presenza di un Centro monco o, peggio ancora, ad una semplice riproposizione di un cartello elettorale o dell’ennesimo partitino personale come abbiamo puntualmente potuto registrare in questi ultimi tempi.

VP Plus 162 | Riflessioni sulle campagne elettorali negli Stati Uniti.

Mattia Diletti

Della stagione elettorale americana il pubblico europeo percepisce in primo luogo il confronto fra personalità. I due candidati che si sfidano per competere alla carica politica più importante del mondo – o almeno così viene descritta dal luogo comune giornalistico, che andrebbe demistificato per dare conto di quanti limiti il sistema liberal-democratico americano ha posto attorno al suo Presidente – sono la notizia che il nostro pubblico percepisce. Negli ultimi anni però, soprattutto a partire dal 2016, l’anno della vittoria elettorale di Donald Trump, anche la nostra narrazione giornalistica si è concentrata di più sul tema delle “due Americhe”, ovvero della polarizzazione politica e culturale che attraversa la società degli Stati Uniti. L’estremismo politico di matrice populista di Donald Trump ha riportato il tema del rapporto fra società e politica al centro dell’attenzione: che cosa motiva decine di milioni di americani a votare un candidato apparentemente anti-establishment? Perché è più popolare nel voto anziano, fra gli uomini, nei piccoli centri, fra gli evangelici, fra i bianchi con meno scolarizzazione…e quale società vota e si mobilita nel campo avverso, quello del Partito democratico?

La vittoria di Trump ha reso più evidenti le fratture sociali, culturali ed economiche che attraversano gli Stati Uniti. Gli specialisti se ne sono sempre occupati, ossessionati dagli incroci fra variabili – istruzione, razza, reddito, confessione, età… – e dalla mole di dati statistici e di rilevazioni di opinione che gli Stati Uniti hanno sempre prodotto; la conflittualità dell’ultimo decennio ha reso il tema di dominio pubblico, ed è quindi tornato di grande interesse il rapporto fra politica e società. Non solo la società genericamente intesa, ma la società organizzata che si attrezza per sostenere un candidato o l’altro. Se è vero che il voto è una scelta individuale e che il risultato elettorale è dato dalla sommatoria di milioni di scelte individuali, il campo da gioco – i temi che emergono, le identità che irrompono sulla scena elettorale e che aiutano a disciplinare i comportamenti di voto – sono un mix di strategia dall’alto (“l’offerta” del candidato) e strategia dal “basso”, o quantomeno esterna all’arena della rappresentanza politica.

Negli Stati Uniti il rapporto fra società organizzata ed eletti è un rapporto di tipo pattizio. Pensate, per esempio, al sostegno pubblico che il Presidente Biden ha dato nel 2023 – come mai era accaduto prima – ai sindacati del settore automobilistico in sciopero contro le grandi aziende del settore. Un sostegno che i sindacati non dimenticheranno (anche perché hanno vinto), trasformandosi in elettori, finanziatori e attivisti della campagna elettorale di Biden nei mesi di settembre e ottobre del 2024. Un endorsement pubblico ma soprattutto pratico/organizzativo. I partiti sono “candidate centered”, cioè centrati sull’autonomia del candidato – che si deve conquistare il proprio posto al sole nella competizione del collegio uninominale, per di più trovando i fondi per la propria elezione da solo – ma queste “ditte individuali” della rappresentanza politica devono trovare degli azionisti di riferimento.

 

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https://rivista.vitaepensiero.it//news-vp-plus-gli-stati-uniti-una-democrazia-pattizia-6496.html

Un ponte nel nome di Agostinelli tra Magliano Sabina e Manchester

Magliano Sabina (Rieti) e Manchester (Connecticut) si “abbracciano” nel nome e nel ricordo di Nathan Agostinelli. Figlio di emigranti maglianesi, Nate (come lo chiamavano tutti) ha ricoperto ruoli pubblici importanti. È morto qualche mese fa. Ieri sera, in occasione della festa di San Liberatore, patrono di Magliano Sabina, i due sindaci (Giulio Falcetta e Jay Moran) si sono collegati in video conferenza. Grande cordialità e simpatia da ambo le parti: l’iniziativa rientra nel programma del “Turismo delle radici” e ha goduto, per l’occasione, della sapiente regia di Letizia Sinisi (ItalyRooting Consulting). A dare sostegno agli organizzatori è stato fin dall’inizio l’ambasciatore Giorgio Radicati, il quale ebbe modo di conoscere direttamente, quando era Console generale di New York, la comunità italiana della cittadina del Connecticut.


Agostinelli, dopo aver studiato a Manchester e frequentato l’Hillyer College di Hartford ha prestato servizio nell’esercito degli Stati Uniti durante la guerra di Corea per raggiungere poi successivamente il grado di generale di brigata nella Connecticut Army National Guard. Ha contribuito allo sviluppo di Manchester diventando l’unico residente della città a essere eletto a cariche statali. Dopo la brillante carriera militare, Nate si era dedicato alla politica arrivando nel 1966 alla più alta carica municipale. Durante il suo mandato di sindaco, ha dato prova di grande dedizione al servizio pubblico, operando con capacità e onestà riconosciute. Manchester gli ha reso onore procedendo a tempo di record alla ridenominazione del locale Munro Park in “Nate Agostinelli Veterans Memorial Park”.

In ogni caso, Nate non ha mai dimenticato le sue radici italiane mantenendo sempre un forte legame con Magliano Sabina, il paese dei suoi genitori. In definitiva, l’eredità di Agostinelli giova alla riflessione su come l’emigrazione italiana abbia arricchito non solo le comunità di destinazione, ma anche quelle di origine. La memoria che ne facciamo aiuta a coltivare le nostre radici e a costruire ponti di comprensione e collaborazione tra culture diverse.

CdC | Passione e ascolto per fare un’Europa più forte.

[…] i cittadini sembrano avere chiare le priorità su quelli che dovrebbero essere i temi da discutere in queste settimane all’interno di una vera agenda europea. È il sondaggio dell’Eurobarometro che indica tra le priorità sentite dai cittadini la lotta alla povertà e all’esclusione, la salute pubblica, il sostegno all’economia e la creazione di nuovi posti di lavoro, la difesa e la sicurezza dell’Ue.

Scelte segnate dai recenti drammi della pandemia e delle guerre in Ucraina e nel vicino oriente i cui ricordi hanno lasciato e lasciano tracce nella memoria collettiva. Ma ancora, seconda i cittadini intervistati si dovrebbe parlare di lotta al cambiamento climatico, di rispetto della democrazia e stato di diritto, di gestione della migrazione e diritto di asilo, nonché politica agricola comune. A questo si potrebbe aggiungere una discussione sulla creazione di “beni pubblici europei”, capaci di attrarre capitali e investimenti per infrastrutture e maggiore spesa comune per progetti di cui beneficerebbe l’intera Unione europea e che perciò ha senso finanziare assieme.

Nel silenzio a cui assistiamo si è levata qualche giorno fa la voce di Mario Draghi, che anticipando il contenuto del suo “Report sulla competitività” ha avvertito della necessità di un cambio radicale in Europa. Il Report di Draghi segnala le grandi sfide quali la crescita economica oltre lo zero virgola, l’autonomia strategica del continente, in cui rientrano la sicurezza degli approvvigionamenti energetici, le materie prime necessarie per la transizione verde e digitale, la necessità di difendere la dimensione industriale europea così come la sicurezza e la difesa, con coraggio apre al futuro offrendo soluzioni. 

Si tratta di soluzioni che rompono con lo status quo e che partono da una presa di coscienza importante: di fronte alle sfide del secolo nessuno si salverà da solo e c’è margine per essere molto più ambiziosi. Occorrerà però un processo politico per accompagnare questa svolta affinché visioni illuminate di pochi diventino le strade per molti.

In conclusione, cosa fare in questi ultimi giorni che ci separano dal voto? Appassionare e ascoltare. Appassionare i cittadini sulle materie europee la cui complessità a volte può allontanare. Ascoltare le istanze e necessità delle persone che sono le priorità da cui far ripartire il dibattito su una agenda europea.

 

Per leggere il testo integrale

https://www.comunitadiconnessioni.org/editoriale/verso-le-europee-con-unagenda-europea/

Il visionario Coppola: Megalopolis e la paura di una nuova Roma.

A 85 anni Francis Ford Coppola non intende fermarsi. Il regista ha presentato a Cannes il suo “Megalopolis” in prima mondiale, progetto epico a cui ha lavorato per 40 anni e ha rivelato di star già scrivendo il prossimo film.

In “Megalopolis” Adam Driver è un architetto ambizioso e determinato a ricostruire una città in decadenza a qualsiasi costo. Il film ha diviso i critici che lo hanno definito ambizioso e sperimentale. Tra i temi principali affronta l’incapacità degli uomini più potenti e visionari di fermare lo scorrere del tempo, ossessione del protagonista. “La mia sensazione – ha detto Coppola – era quella di fare un’epopea romana ambientata nell’America moderna. Ma non avevo idea che la politica di oggi l’avrebbe resa così attuale. Perché quello che sta succedendo in America, nella nostra repubblica, nella nostra democrazia, è esattamente come Roma perse la sua repubblica migliaia di anni fa. Si vede negli articoli di giornale e nel Saturday Night Live il parallelo tra l’America moderna e Roma.

Quindi la nostra politica ci ha portato al punto in cui potremmo perdere la nostra repubblica”.

“Uomini come Donald Trump – ha aggiunto – non sono al momento al comando. Ma c’è una tendenza che si sta verificando nel mondo, una tendenza verso una nuova destra, persino fascista, che è spaventosa. Chiunque sia stato vivo durante la Seconda Guerra Mondiale ha visto gli orrori che si sono verificati e non vogliamo che si ripetano. Quindi, ancora una volta, penso che il ruolo dell’artista cinematografico sia quello di far luce su ciò che sta accadendo nel mondo”.

Infine non si è detto affatto preoccupato dal tempo che passa: “Alla fine, tante persone, quando muoiono, dicono: ‘Vorrei aver fatto questo, vorrei aver fatto quello’. Ma quando morirò, io dirò: ‘Ho fatto questo e ho visto mia figlia vincere un Oscar. E ho potuto fare il vino, e ho potuto fare tutti i film che volevo fare. E sarò così impegnato a pensare a tutte le cose che devo fare che quando morirò non me ne accorgerò”.

 

Ecco il Video

https://stream24.ilsole24ore.com/video/cultura/cannes-coppola-megalopolis-attuale-c-e-spaventosa-deriva-destra/AFzPnZ3D

AsiaNews | Cina, i costi umani della rivitalizzazione delle campagne.

Silvia Torriti

[…] Considerata il fiore all’occhiello della “strategia di rivitalizzazione delle campagne” (xiangcun zhenxing zhanlüe), essa prevede la distruzione di interi villaggi rurali e il conseguente dislocamento degli abitanti in moderne e più grandi “comunità” (shequ), costruite ai margini di città medio-grandi. Questi nuovi insediamenti, composti da blocchi di appartamenti o agglomerati di abitazioni indipendenti, dovrebbero comprendere tutti i servizi necessari, come ospedali, scuole, ospizi, stazioni di polizia e zone di raccolta dei rifiuti. Lo scopo annunciato della “fusione dei villaggi” è infatti quello di accelerare il naturale processo di urbanizzazione, promuovere la modernizzazione delle aree rurali e l’economia locale, migliorare il tenore di vita dei contadini.

È con queste intenzioni che nell’ottobre 2019 le autorità dello Shandong avevano lanciano un ambizioso piano che prevede l’accorpamento di un quinto dei 70mila villaggi amministrativi tradizionali presenti nel suo territorio, da completarsi entro la fine dell’anno successivo.

Durante la sua attuazione, tuttavia, sono stati commessi numerosi errori ed eccessi a danno della popolazione rurale, coraggiosamente denunciati da alcuni ricercatori e docenti universitari cinesi. Tra questi, He Xuefeng, noto sociologo dell’Università di Wuhan, nel descrivere le sofferenze arrecate da questa misura ai contadini, giunge perfino a definirla “il Grande balzo in avanti dei tempi moderni”. In effetti, la pratica della “fusione dei villaggi” ricorda la politica maoista sotto vari aspetti, a partire dalle modalità con cui è condotta. 

Le testimonianze raccolte dagli studiosi cinesi hanno rivelato infatti gravi casi di violenza e abuso di potere da parte dei quadri locali che, spinti anche dal tornaconto personale, costringono i residenti a firmare i contratti di demolizione delle proprie abitazioni. Le famiglie che si rifiutano di farlo, sono etichettate come “sabotatrici” (dingzihu) e sottoposte a terribili ritorsioni, come essere private delle utenze domestiche, subire atti vandalici alle case o ai raccolti. Alcuni oppositori sono stati perfino picchiati o arrestati, mentre altri sono stati licenziati o costretti a interrompere la propria attività lavorativa a causa delle pressioni subite.

Spesso l’avviso di demolizione giunge in maniera così inaspettata da non lasciare alle famiglie neppure il tempo di prelevare dalle case i propri beni, che restano sepolti sotto le macerie. Un’altra pratica diffusa è quella del “prima distruggere, poi costruire” (xian chai hou jian), per cui le abitazioni dei residenti rurali sono abbattute prima che ne siano state predisposte di nuove, lasciando loro poche opzioni: appoggiarsi presso amici o parenti, cercare un appartamento in affitto o arrangiarsi in alloggi di fortuna, come semplici capanne di paglia e fango o tende allestite ai margini degli appezzamenti di terra.

Seppur fatiscenti, talvolta tali sistemazioni sono comunque preferibili a quelle nelle moderne comunità rurali. Una volta trasferitisi nei nuovi appartamenti, infatti, le famiglie devono provvedere personalmente all’acquisto dei mobili, degli arredi, degli elettrodomestici e al pagamento delle varie utenze, dal momento che i governi locali dello Shandong non sono in grado di provvedere al pagamento dei sussidi previsti. A tal proposito un contadino originario di Juancheng (prefettura di Heze) ha ammesso: “Non mi piace la nuova casa […] Dobbiamo spendere soldi da quando apriamo gli occhi al mattino. Nel villaggio eravamo soliti attingere l’acqua da un pozzo e cuocere il riso con la legna da ardere che raccoglievamo. Ora dobbiamo pagare per l’acqua anche quando tiriamo lo sciacquone, o per l’energia elettrica quando cuociamo […]. È così insolito […] e poi non abbiamo soldi. È facile sopravvivere nel villaggio senza troppi soldi”.

Allontanarsi dal villaggio d’origine significa poi dover rinunciare alla propria attività lavorativa, in quanto la distanza non permette più ai residenti di occuparsi come prima della produzione agricola. Per questo motivo, in molti sono costretti a cedere i diritti d’uso degli appezzamenti coltivati, divenendo a tutti gli effetti dei “contadini senza terra” (shidi nongmin). Tale decisione comporta una rinuncia a quella che è considerata la loro principale fonte di guadagno e, sebbene ottengano un compenso dalla cessione dei diritti d’uso, questo non sarà sufficiente ad assicurare a lungo il loro sostentamento. Per di più, non hanno la garanzia di trovare subito un’occupazione nella località dove andranno ad abitare o nelle sue immediate vicinanze.

 

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https://www.asianews.it/notizie-it/Shandong,-il-ritorno-dello-spettro-delle-demolizioni-forzate-nei-villaggi-rurali-60751.html

Il Mulino | Spagna, Sanchez si rafforza, il Partido Popular si consolida.

Alfonso Botti

Domenica 12 maggio si è votato per il rinnovo delle Cortes catalane. 135 i seggi in palio. Il risultato non ha lasciato margini per interpretazioni arzigogolate. Hanno vinto i socialisti di Salvador Illa con 42 seggi (+9), ha perso Esquerra Republicana de Catalunya (Erc), crollata a 20 seggi (-13). Bene sono andati Junts, dell’ex presidente Carles Puigdemont, che ha conquistato 35 seggi (+3), e il Partito popolare, che ne ha ottenuti 15 (+12). Vox ha confermato i suoi 12, Comuns Sumar ne ha ottenuti 6 (-2), Candidatura de Unidad Popular 4 (-5) e 2 la nuova formazione di estrema destra indipendentista, Aliança Catalana, mentre Ciudadans non ha ottenuto seggi. Se si pensa che nel 2017 era stata la formazione più votata con 1,1 milioni di voti, pari al 25,3% e 36 seggi, si ha contezza della fragilità della sua proposta politica e, di conseguenza, della volatilità del suo elettorato.

Il principale dato politico del voto di domenica è stato la decisa flessione delle forze indipendentiste che, a non tener conto del clivage destra/sinistra, messe assieme superano appena il 43% dei consensi e, con 61 seggi, restano al di sotto della maggioranza necessaria di 68 voti. Unanime il giudizio sulla fine di una fase del procés, ma di qui a pensare che l’indipendentismo sia al tramonto, ce ne corre. Il nazionalismo ha radici profonde nella cultura e nella società catalane e dovessero ripetersi maldestri atteggiamenti da parte del governo di Madrid (Rajoy docet), impiegherebbe un attimo a rianimarsi.

L’inequivocità del risultato lascia tuttavia incerto il futuro per quanto riguarda la formazione di una maggioranza a sostegno del governo. Erc è l’ago della bilancia, ma è uscita dal voto fortemente ridimensionata; il suo leader e presidente uscente della Generalitat, Pere Aragonès, ha rinunciato al seggio; è divisa al proprio interno e da mesi in rotta di collisione con Junts. Una frattura che difficilmente potrà ricomporsi, nonostante gli appelli accorati di Carles Puigdemont per la formazione di un governo indipendentista, sia pure di minoranza. Potrebbe riuscire nell’intento soltanto se i socialisti catalani sacrificassero il proprio successo sull’altare del governo di Madrid, per mantenere in piedi il quale conta la benevolenza di Junts. Ma Pedro Sánchez ha già fatto sapere che il governo catalano si decide in Catalogna. Sulla carta avrebbe i numeri una maggioranza progressista tra socialisti, Comuns Sumar ed Erc, se non fosse che quest’ultima si è detta indisponibile a un governo tripartito. Per quanto resti questa la soluzione più probabile, i giochi restano aperti.

Il principale dato politico del voto in Catalogna è stato la decisa flessione delle forze indipendentiste che, messe assieme, superano appena il 43% dei consensi

Il voto catalano è stato il terzo dall’inizio del 2024 per il rinnovo dei Parlamenti delle Comunità autonome. Il 18 febbraio si è votato in Galizia, tradizionale feudo del Partito popolare, che ha confermato il proprio primato con il 47,39% dei voti e 40 seggi (-2) e visto la forte affermazione del Bloque Nacional Gallego con il 31,34% dei consensi e 25 seggi (+6). Male sono andati i socialisti che, con il 14,07% dei voti, hanno ottenuto 9 seggi (-5). Né l’estrema destra di Vox, con il 2,27%, né la coalizione di sinistra Sumar, con l’1,93%, sono entrati nel Parlamento di Santiago de Compostela. Obiettivo centrato, invece, dal partito su base provinciale Democracia Ourensana che ha eletto un proprio rappresentante. Un buon risultato, dunque, per Núñez Feijóo e il Partito popolare che, confermando la maggioranza assoluta delle precedenti legislature, presiede ora la Xunta de Galicia con Alfonso Rueda.

Il 21 aprile, poi, si è votato nei Paesi Baschi, dove si è confermato al primo posto il Partito Nacionalista Vasco (Pnv) con il 35,22% dei voti e 27 seggi (-4), seguito a una spanna dalla coalizione indipendentista di sinistra Eh Bildu con il 32,48% e lo stesso numero di seggi (+6). Discreto il risultato dei socialisti che, con il 14,22%, hanno ottenuto 12 seggi (+2) e dei popolari che, con il 9,23%, ne hanno conquistati 7 (+2), mentre sia Vox sia Sumar hanno conquistato entrambi un seggio. Probabile la conferma del governo della precedente legislatura tra Pnv e socialisti, anche se i negoziati sono tuttora in corso e la stretta si avrà solo dopo le europee del 9 giugno.

Le tre Comunità autonome in cui si è votato sono anche quelle che godono di peculiari caratteristiche, essendo costituzionalmente riconosciute come “nazionalità storiche”. Conoscono dinamiche elettorali difformi sia da quelle legislative sia da quelle delle altre Comunità. In particolare, i Paesi Baschi e la Catalogna sono fortemente sensibili agli orientamenti dei governi di Madrid in materia di rapporti tra centro e periferia. Il governo socialista presieduto da Pedro Sánchez, dando prova di duttilità, ha avuto un atteggiamento negoziale con i nazionalismi basco e catalano, riuscendo almeno per ora a stemperare l’ondata indipendentista catalana dell’ultimo decennio. Certo, dalle elezioni del 23 luglio 2023, popolari e Vox, non sempre differenziandosi nella violenza dei termini e dei toni, non hanno smesso di rinfacciare ai socialisti di aver venduto l’unità della Spagna in cambio dell’investitura di Sánchez alla guida del governo. Principale polo della discordia la legge di amnistia per i reati compiuti dai dirigenti dei partiti indipendentisti durante il procés. Una legge approvata dal Congresso dei deputati e ora in discussione al Senato, della quale uno dei punti più controversi è stato la tipificazione del reato di terrorismo a carico di alcuni imputati. Punto sul quale le destre si sono accanite e che, visto dall’esterno, sorprende se solo si pensa al vero terrorismo, quello dell’Eta, che il Paese iberico ha conosciuto e sofferto fino al 2009.

 

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https://www.rivistailmulino.it/a/dopo-il-voto-catalano-aspettando-le-europee

La Voce del Popolo | L’accentramento del potere e i rischi connessi.

Le cronache liguri di questi giorni, così poco edificanti (usiamo un dolce eufemismo) dovrebbero indurre la classe dirigente a riflettere seriamente sui rischi connessi all’accentramento del potere. 

Senza voler emettere sentenze, che sarebbero del tutto improprie, si comprende però che a volte è proprio il carattere monocratico della leadership politica che induce a sopravvalutare se stessi e a sottovalutare gli altri. O meglio, a sottovalutare tutte quelle cautele, prudenze, circospezioni che si addicono a una politica capace di non farsi inebriare dal gusto che a volte ricava dalla propria investitura. 

Il Parlamento sta discutendo su due grandi riforme – il premierato e l’autonomia differenziata – che sembrano fatte apposta per andare ancora più oltre verso quelle forme di accentramento. Si vuole affidare al primo ministro poteri an-

cora più estesi a tutto danno di quel che resta della sovranità parlamentare. E si vogliono sotterrare le regioni a un vincolo di solidarietà nazionale in nome di una sorta di nobile egoismo localistico. 

Tutte cose, s’intende, che non vogliono certo aprire la strada a fenomeni corruttivi, se di questi si tratta. Ma che pure evocano l’idea di un potere sottratto a molte di quelle regole di controllo e di collegialità che hanno sempre evitato guasti maggiori. Staremo a vedere gli sviluppi dell’inchiesta, è ovvio. Ma la politica non deve emettere sentenze. Deve ragionare sulle condizioni del suo operato. E magari considerare che tutte quelle regole che ne imbrigliano la discrezionalità, a volte ne possono invece tutelare meglio l’onorabilità.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 16 maggio 2024.

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

Sempre più eccentrico il rimpianto della Dc e dei democristiani

Lo possiamo dire senza polemica e senza alcun secondo fine? Diventa sempre più stucchevole e singolare la continua e persistente esaltazione della classe dirigente democristiana da parte di giornalisti, intellettuali, politici, moralisti e predicatori vari che hanno trascorso la loro vita, e sono diventati famosi, anche per la contestazione e delegittimazione politica, culturale, morale e personale della Dc e dei suoi principali leader e statisti. Ovviamente parliamo di esponenti e di mondi che sono riconducibili genericamente alla sinistra, seppur nelle sue multiformi e variegate espressioni. Personaggi e mondi politici e culturali che si sono nel tempo specializzati nella ridicolizzazione della intera esperienza democristiana e dei suoi leader che adesso, misteriosamente, ne sottolineano la statura, la qualità, l’autorevolezza e lo spessore politico e culturale.

Per citare uno solo di questi grandi leader e statisti storici, che ho potuto frequentare e conoscere come si suol dire “da vicino”, e cioè Carlo Donat-Cattin: ecco, tonnellate di odio, di insulti e di ogni sorta di contumelie gli caddero addosso in quegli anni, essendo lui il leader indiscusso della ‘sinistra sociale’ democristiana, da parte del Pci e del circo mediatico che gli ruotava attorno. Per non parlare di Andreotti, Cossiga, Rumor, Emilio Colombo, Piccoli, De Mita e moltissimi altri statisti democratici e cristiani. 

Ora, alla luce di questa rivisitazione storica e ricostruzione politica del “più grande partito italiano”, è indubbio che si tratta di affermazioni alquanto opinabili e discutibili. E questo per la semplice ragione che la Dc non può essere esaltata e valorizzata solo perchè c’è la quasi certezza scientifica che non esisterà mai più nel nostro paese un partito popolare, di massa, interclassista e ad ispirazione cristiana. Come, al contempo, non è affatto credibile la cosiddetta “riabilitazione” dei leader Dc perchè si ha la sistematica e granitica certezza che il profilo e la statura di quei leader e di quegli statisti non sono più riproponibili nella cittadella politica italiana.

In entrambe le situazioni si tratta di una operazione strumentale, ridicola, non credibile e anche ipocrita. E questo per la semplice ragione che questo popolo di predicatori e di moralisti – che oggi sono diventati “martiri” e “vittime” della libertà di informazione e che scorrazzano quotidianamente in quasi tutti i talk televisivi e in molte redazioni giornalistiche con contratti a sei zeri – non modificano affatto il giudizio politico e storico sulla straordinaria esperienza della Democrazia cristiana, né tantomeno sui leader principali che ne guidarono le scelte. Molto più semplicemente prendono atto, ipocritamente, che quella classe dirigente non tornerà mai più e quel partito è stato storicizzato e allora tanto vale esaltarne, adesso, le virtù e i pregi a costo zero.

La solita operazione propagandistica, salottiera ed aristocratica di un gruppo di potere che continua a confondere le proprie ambizioni, la propria visione ideologica e la propria arroganza culturale con le genuine aspirazioni delle classi popolari. Forse è opportuno dire a tutti questi “martiri” e “vittime” milionari del “regime dispotico, illiberale e tirannico” che il giudizio sulla Dc e il magistero civile e pubblico dei suoi leader è meglio lasciarlo a tutti coloro che quel partito lo hanno stimato, rispettato, considerato ed apprezzato. E non solo linciato, malmenato e profondamente insultato negli anni da una profonda convinzione politica.

Georgia, speriamo non sia una nuova Ucraina.

Fa una certa impressione vedere le immagini degli scontri fra polizia e manifestanti avvolti nella bandiera europea, a Tbilisi, Georgia. Anche perché vien naturale andare con la memoria a Euro Maidan, Kijv, Ucraina, dieci anni e mezzo fa. Situazioni diverse ma medesima ambizione popolare: andare in occidente e lasciarsi alle spalle i cupi ricordi del dominio sovietico. Che i giovani georgiani temono possano riproporsi nella realtà, vista la nuova aggressività dell’orso russo, che hanno ai confini del proprio paese e che già ha dimostrato 15 anni orsono anche nella stessa Georgia – così come oggi in Ucraina – quanto possa far male. Allorquando la Russia invase e occupò un quinto del territorio georgiano (le regioni autoproclamatesi indipendenti dell’Akhbazia e dell’Ossezia del Sud). Occupazione che dura tuttora.

C’è questa paura del futuro dietro le vigorose proteste di piazza che stanno infiammando la Georgia da un mese in qua. Prima rivolte contro la presentazione del disegno di legge e dopo contro la sua approvazione in Parlamento che gli oppositori hanno da subito qualificato come “legge russa”, per le similitudini con la normativa che agli albori del suo impero Putin fece votare dalla Duma: una legge che mise in gravi difficoltà i suoi avversari e ostacolò la libera stampa, primo passo per l’eliminazione di entrambi, cosa poi realizzatasi effettivamente.

In breve, la nuova legge sulla “influenza straniera” ostracizza le organizzazioni non governative che ricevono dall’estero almeno il 20% dei loro finanziamenti: queste ultime vengono così collocate in una lista speciale attenzionata dall’autorità politica, cioè del governo, e colpevolizzate in quanto portatrici di “interessi di una o più potenze straniere”.

È di tutta evidenza come essa si ponga in totale contrasto con la richiesta di adesione alla UE e al conseguente status di nazione candidata ottenuto da pochi mesi, dallo scorso dicembre. Del resto come la pensi Putin in argomento è noto, e dunque il partito di maggioranza filo russo, Sogno Georgiano, si muove in una direzione contraria a Bruxelles (anche se non con le dichiarazioni formali, che rimangono orientate in senso europeista) e questa legge lo testimonia. E apre la campagna elettorale (si voterà per le legislative il prossimo autunno: sì, ma in quale clima? A questo punto è lecito chiederselo) che il Primo Ministro Irakli Kobakhidze vuole vincere, anche se i sondaggi rivelano che oltre l’80% della popolazione vuole che la Georgia entri quanto prima nell’Unione Europea.

Per il Cremlino le proteste sono indotte e guidate dagli occidentali. La stessa accusa che venne rivolta ai manifestanti ucraini di Euro Maidan. E questo inquieta i georgiani, Comprensibilmente.

Corrispondenza Romana | Come è stato accolto il libro su Merry del Val.

Il cardinale Rafael Merry del Val (1865-1930) è una grande figura di uomo di Chiesa di cui si è tornato a parlare dopo la biografia che gli ha dedicato il prof. Roberto de Mattei. Pubblicata ai primi di marzo dall’editore Sugarco, con il titolo Merry del Val. Il cardinale che servì quattro Papi,  l’opera ha ottenuto, nello spazio di due mesi, numerose e importanti recensioni. La prima è apparsa il 2 marzo 2024, sul “Corriere della Sera”. ad opera di Paolo Mieli, che ha dedicato due pagine al libro, con il titolo “I modernisti nel mirino”. «Merry del Val – ricorda Mieli – ebbe un ruolo decisivo nella condanna di Alfred Loisy e George Tyrrell. Restava in campo Ernesto Buonaiuti che, secondo la documentazione prodotta da de Mattei, commise l’errore di considerare il pontificato di Benedetto XV, successore di Pio X, come “l’antitesi perfetta” del precedente. Buonaiuti si espose e Merry del Val, dal Sant’Uffizio, lo infilzò, nel gennaio 1921, con un decreto di scomunica».

Il ruolo di Merry del Val nella condanna del modernismo è stato sottolineato anche su “Il Domani” del 28 aprile, dal prof. Gian Maria Vian, ex-direttore dell’“Osservatore Romano” che, recensendo il libro su un’intera pagina, scrive: «Merry del Val attraversa un quarantennio ai più alti livelli della curia romana, dove si succedono riforme decisive ma anche la repressione che fa terra bruciata del modernismo, in un contesto mondiale segnato da trasformazioni violente. Poco prima della morte l’antico segretario di stato di Pio X incontra il cardinale Segura, arcivescovo di Toledo e primate di Spagna, e con amaro realismo gli parla degli aspetti divino e umano nella chiesa: darei la vita per il primo – confida all’amico – “ma quanto al suo lato umano, mio caro Pedro, com’è miserabile”».

La lotta del cardinale Merry del Val contro il modernismo è stata solo un aspetto della sua multiforme attività diplomatica, intellettuale e spirituale. Corrado Ocone, su “Libero” dell’8 aprile, ha osservato che «la dotta biografia che Roberto de Matteigli dedica ora è perciò quanto mai opportuna, sia perché le precedenti non erano sorrette dallo stesso rigore scientifico di quest’ultima sia perché era necessario rimettere al centro dell’attenzione una personalità che parla al nostro oggi più di quanto si possa immaginare».

Il prof. Francesco Perfetti, presidente degli Storici italiani, in una ampia pagina dedicata al libro su “Il Giornale” del 12 aprile rileva: «Il saggio di Roberto de Mattei, equilibrato, approfondito e rigoroso, si fonda su una attenta consultazione di archivi pubblici e privati: è il primo lavoro scientifico e di ampio respiro dedicato a Merry del Val, uomo di Chiesa, politico e diplomatico di primo piano. Un lavoro importante e obiettivo che non esita a trattare, pur con la dovuta delicatezza, temi spinosi come gli scandali in Vaticano e lo stesso “mistero” della improvvisa morte del cardinale. Un lavoro, insomma, che alla serietà della ricerca unisce il pregio di una gradevole leggibilità».

 

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https://www.corrispondenzaromana.it/ampie-ripercussioni-del-libro-di-roberto-de-mattei-sul-cardinale-rafael-merry-del-val/

La risposta all’attentato allo slovacco Fico è un’Europa più forte

L’unanime condanna espressa in Europa e nel mondo per l’attentato al primo ministro della Slovacchia Robert Fico non attenua le preoccupazioni inerenti la delicatezza della fase attuale. Mentre si riaffaccia alle cronache la figura dell’ “attentatore solitario” nei tentativi di uccisione di presidenti e sovrani, si protrae l’incertezza dovuta al perdurare di una mancanza di accordo tra l’Occidente e il Resto del Mondo su un nuovo modello di governance globale. Siamo nel bel mezzo della transizione dall’ordine unipolare a un nuovo ordine multicentrico che aspira a farsi multilaterale nel quadro sempre valido delle Nazioni Unite. Ma all’interno dei diversi blocchi agiscono forze contrarie al dialogo, che alimentano scenari di guerra, che coinvolgono anche e soprattutto l’Europa. In un tale fragile contesto riappaiono gli spettri della strategia della tensione, che, a ben vedere, hanno condizionato l’Occidente nel post guerra fredda, trascinandolo in una serie di errori strategici di cui avvertiamo sempre più le conseguenze, sia in Europa che in Israele e Palestina.

Una certa narrativa più incline a trovare nemici dell’Occidente che a costruire legami su nuove basi fra vecchi e nuovi centri decisionali nel mondo, aveva da tempo inserito il premier slovacco, insieme a quello ungherese Orbán, nella lista nera dei leaders europei tiepidi verso la questione ucraina e più sensibili alle sirene di relazioni più vantaggiose con la Cina. Un giudizio ribadito, tra gli altri, con sfortunata coincidenza proprio nella giornata di ieri, da Danilo Taino sul Corriere della Sera commentando la recente visita di Xi Jinping in Europa: “Il primo ministro slovacco Robert Fico ha pronte le valigie per una visita ufficiale a Pechino in giugno”.

In effetti la visita del presidente cinese in Francia, Serbia e Ungheria è stata la cartina di tornasole che ha mostrato quanto il doppio standard di giudizio sia ancora radicato non solo nel mondo anglosassone, ma anche nelle opinioni pubbliche europee. In base a questo criterio, dal Dragone l’Occidente si aspettava un ruolo di mediazione nel conflitto ucraino dopo aver spinto la Russia tra le braccia della stessa Cina con una politica muscolare verso Mosca, diretta dai neoconservatori americani, che un decennio or sono ha infranto l’equilibrio che permetteva all’Ucraina di stare in pace, con la sua neutralità. E esponendosi alla sferzante risposta di Pechino: tocca a chi ha messo il sonaglio al collo della tigre il compito di levarglielo.

Per scongiurare il rischio che la strategia della tensione cerchi di condizionare gli eventi in Europa con i propri collaudati metodi, occorre riflettere sia sulle nuove coordinate demografiche, economiche e geopolitiche che disegnano un mondo con diversi altri protagonisti alla pari con Stati Uniti e Unione Europea (a loro volta legati da una amicizia più equilibrata e foriera di reciproca indipendenza), sia sugli errori che l’Occidente non dovrebbe più compiere. Come ha invitato a fare l’ambasciatore Francesco Bascone sulla rivista Il Mulino analizzando le cause del “disastro ucraino”, e consigliando all’Occidente di “preparare il terreno a una stabilizzazione dei rapporti piuttosto che una esasperazione dei rancori”. Riconoscere gli errori nel non aver creduto abbastanza nella soluzione diplomatica della questione ucraina, ed invece nel contempo nell’aver sopravvalutato l’effetto delle sanzioni (che si stanno rivelando un boomerang) e sottovalutato la forza economica e diplomatica della Russia, non solo non isolata ma attuale presidente di turno dei Brics e riferimento per il Sud Globale, non attenua in alcun modo la condanna sull’invasione russa dell’Ucraina (definita da Bascone “una scandalosa violazione del diritto internazionale”), ma ci porta a valutare i fatti con un medesimo criterio di giudizio e a riavvicinarci alle reali dinamiche in corso che stanno plasmando un mondo nuovo, anche se non coincidente con quanto atteso da certe élites occidentali. Ribadendo fermamente che ad attentati o stragi, anche in una fase incandescente come l’attuale, non sarà permesso di cambiare il corso della storia in Europa soprattutto se essa saprà intraprendere una propria forte e autonoma iniziativa politica nei termini prefigurati da Mario Draghi.

Aggiornamenti Sociali | Sul pluralismo religioso, intervista a Mons. Luca Bressan.

Paolo Foglizzo

 

[negli] incontri con comunità islamiche avete parlato anche del caso della scuola di Pioltello? Come hanno reagito alle prese di posizione della Chiesa ambrosiana?

Ne sono rimasti tutti colpiti, anche perché si trovavano sommersi dal polverone mediatico suscitato intorno a quella vicenda. Paradossalmente, alla fine è stato anche un bene, perché ci ha permesso di approfondire e di spiegare il senso di uno stare insieme restando diversi e rispettando le singolarità di ciascuno. Da questo punto di vista, il gesto di condividere il cibo ha una valenza simbolica molto profonda per le tre religioni abramitiche: significa creare legami di comunione. Per essere vera e profonda, questa comunione non può nascondere le differenze, ma ha bisogno di spazi di dialogo, in cui ciascuno può rivendicare la propria identità. In tutti questi incontri è emersa la preoccupazione condivisa di aiutare le giovani generazioni a percepire la differenza in modo positivo. In queste occasioni, così come in quelle in cui i riti di rottura del digiuno sono stati ospitati presso strutture della Chiesa cattolica, quando le comunità musulmane non dispongono di spazi adeguati, abbiamo constatato – ed è motivo di speranza – che i bambini hanno una naturalezza nello stare insieme e confrontarsi che ci lascia sperare che affronteranno queste sfide in modo diverso da noi adulti.

 

Al di fuori dei rapporti con le comunità islamiche, quali altre reazioni hanno suscitato le prese di posizione della Diocesi?

Le reazioni hanno confermato una sensazione di scarsa preparazione a vivere nel quotidiano, a livello locale, il confronto con un mondo come quello islamico, che ormai è tra noi ed è arrivato non per una spinta di proselitismo o di conquista religiosa, ma per motivi sostanzialmente economici: la gente, venuta qui alla ricerca di lavoro e di una vita più dignitosa, si è portata dietro la propria cultura e anche la propria fede. Ci ha stupito vedere la fatica e il disorientamento che questo provoca, innanzi tutto tra noi cattolici. Serve una maturazione che ci permetta di renderci conto che continuiamo a essere chiamati ad affermare la verità della nostra fede e l’universalità della salvezza che annunciamo in un contesto che però è diventato plurale. Universalità non coincide più con univocità, come poteva essere fino agli anni ’70 del secolo scorso.

 

E tra i cattolici? L’atteggiamento ufficiale assunto dalla Diocesi è stato condiviso?

Mi sembra di aver notato tre atteggiamenti diversi. Il primo, tutto sommato minoritario, è la condivisione piena e ragionata della posizione della Diocesi, accogliendone anche la profondità della prospettiva di fede da cui nasce e la ricchezza del lavoro compiuto dalla teologia delle religioni. Un secondo atteggiamento, ancor più minoritario del precedente, è il dissenso aperto, motivato dalla paura di uno smarrimento dell’identità cristiana che conduce a leggere il confronto nella chiave dello scontro. In realtà questa posizione non si accorge che la perdita dell’identità cristiana non è legata alla presenza di altre religioni. A qualcuno che mi diceva che quelli che vengono a vivere qui dovrebbero assumere i nostri valori mi è capitato di chiedere: «Ma lei a Pasqua è stato a Messa?». Mi ha stupito sentirmi rispondere, con fastidio: «Che cosa c’entra?». Ecco, la perdita dell’identità cristiana e dei suoi valori dipende dal fatto che non li custodiamo e non li coltiviamo, non dal fatto che gli immigrati musulmani non partecipano alla Messa o che ci impegniamo nel dialogo con loro. Il terzo atteggiamento, certamente il più diffuso, è quello di un silenzio pieno di apprensione verso la prospettiva del dialogo e del confronto. Per questo abbiamo bisogno di strumenti con cui rendere ragione di quanto facciamo come credenti. Non si può più vivere una fede di comodo, accontentandosi di rimanere nel solco di quello che ci è stato tramandato, senza una rielaborazione che sia all’altezza dei tempi che stiamo vivendo e quindi della sfida del pluralismo con cui siamo chiamati a confrontarci.

 

 

Per leggere il testo integrale dell’intervista

https://www.aggiornamentisociali.it/articoli/ci-piace-il-pluralismo-delle-presenze-religiose/

Dibattito | Quando la tattica (dei popolari) prevale sulla strategia.

Nella situazione attuale di trasformismo politico dominante sono frequenti i percorsi politici che assomigliano a quell’andar di bolina, puntando a manca per andare a dritta o viceversa, accanto ai tradizionali cambiamenti di rotta propri di chi da un partito decide di passare a un altro.

Naviga di bolina Matteo Renzi, il quale, come avvenuto l’altro ieri con il voto a sostegno del governo della Meloni ne ha impedito la sua sconfitta parlamentare, dopo che Forza Italia aveva deciso di non votare il decreto del super bonus indicato dal ministro Giorgetti. Il capitano di lungo corso di Rignano sull’Arno continua nella sua azione di bolina: puntare a sinistra per andare a destra.

Non diversa la posizione dell’on Fioroni che, nel suo appello per il voto alle europee, si richiama alle posizioni dei padri fondatori dc dell’Unione europea, sostenendo, però, il partito Renew di Macron, lontano mille miglia dai principi che ispirarono l’azione politica di Adenauer, De Gasperi, Monnet e Schuman. Anche Fioroni, navigando di bolina: dal Pd alla destra macroniana. Difficile mettere insieme interessi e valori dei popolari italiani ed europei ispirati dalla dottrina sociale cristiana con un partito che in Francia ha deciso di mettere il diritto all’aborto in Costituzione, continuando la tradizionale impostazione laicista radicale della Francia post illuminista. 

La tattica prevale sul progetto, che pur si intende perseguire, della ricomposizione politica dell’area cattolica: democratica, liberale e cristiano sociale. Una linea tanto più incoerente se adottata – v. Piattaforma Popolare – a favore di un personaggio, Carlo Calenda, dalle strambate politiche ricorrenti (alle ultime elezioni europee era candidato col Pd), che ha assunto i caratteri di una sorta di “azionista de noantri”, spinto da un’intima e nemmeno nascosta idiosincrasia per la Democrazia Cristiana, come è avvenuto in occasione delle ultime elezioni comunali di Roma.

Non v’è dubbio che, esaminati i diversi programmi dei partiti europei, noi democratici cristiani e popolari italiani ci dovremmo ritrovare uniti sulle proposte del Partito popolare europeo (PPE), l’unico che fa riferimento ai principi di sussidiarietà e solidarietà propri della dottrina sociale cristiana, e a quelli dell’economia sociale di mercato della grande tradizione tedesca.

Avremmo dovuto trovare maggiore disponibilità nel partito italiano che, grazie a Berlusconi, consigliato dai compianti Sandro Fontana e don Gianni Baget Bozzo, da molti anni è quello facente parte di diritto e di fatto del PPE. È prevalsa, invece, una chiusura netta di Tajani e soci, non solo verso il partito della Dc guidato da Totò Cuffaro, ma anche all’apertura delle loro liste nelle diverse circoscrizioni a qualche candidato di area Dc e popolare. Ecco perché abbiamo convintamente sostenuto che, nella condizione di orfani di una nostra lista, saremo liberi di scegliere tra i candidati e le candidate dei diversi partiti più vicini alle nostre idee e ai nostri valori. La stessa indicazione che alla fine anche gli amici di Tempi Nuovi hanno suggerito. Nasce di qui la speranza che, al di là delle diverse scelte tattiche elettorali, dopo il voto, si possa riprendere il progetto della nostra ricomposizione che dovrà coinvolgere la realtà più ampia e complessa del cattolicesimo culturale, sociale e politico italiano.

 

Nota della redazione de “Il Domani d’Italia”

L’amico Bonalberti è critico sull’adesione di Tempi Nuovi al Partito democratico europeo (a sua volta appartenente al gruppo di Renew Europe). Come si fa, chiede Bonalberti, a stare con Macron, leader di Renew Europe? In Francia ha imposto l’inserimento della libertà di aborto in Costituzione. Orbene anche i post-gollisti, aderenti al Partito Popolare Europeo, hanno votato a favore della nuova norma. Il problema, dunque, è un po’ più complesso.  

 

 

La democrazia tra diritti e doveri

[…] Il sistema politico è una risposta all’esigenza di governare la società e si basa sul consenso ma anche sul mantenimento delle libertà individuali, nell’esercizio della giustizia, giacchè il consenso può essere anche un esigenza di governo “forte”. Ogni forma di governo liberale deve basarsi sul concetto che il governo in sé rappresenta una necessaria risposta alle esigenze di chi “offre” il consenso, ossia dei “governati”. 

Spesso si commette l’errore di accettare il concetto di sovranità come generalizzazione dell’ordine costituito, determinando in tal modo stati di emergenza dalle normali condizioni politiche. La concezione della “sovranità” è un riflesso del sorgere della forma comune o moderna di governo: lo stato. Esso rappresenta anche l’emergere di una somma di ordini caratterizzati dall’azione stessa del governare e quindi dobbiamo negare che: “quando studiamo una precisa organizzazione politica dobbiamo prendere in considerazione il problema del mantenimento dell’ordine sociale in un determinato ambito territoriale, mediante l’esercizio di una autorità coercitiva che richiede l’uso e la possibilità dell’uso della forza fisica”. 

Ogni governo democratico deve impedire il regresso dei cittadini verso forme di prevaricazione, in quanto la politica rappresenta la più elevata attività tendente alla partecipazione al potere, inteso come onesta e coerente gestione dei comuni destini, sforzandosi di concorrere alla negazione dell’idea di uno stato che si arroga arbitrariamente l’uso della coercizione spirituale e della violenza. 

La forma di governo ottimale è quella per la quale l’affermazione della verità sul proprio funzionamento e sulla propria efficacia pratica, non ne comprometta l’esistenza stessa. In definitiva, senza dilungarci troppo su tematiche che possono portarci fuori dallo spirito e dal fine dell’argomento, dobbiamo fortemente sottolineare che la presenza di un interesse politico all’interno di una società, è di per sé stesso sintomo di libertà, che è in stretta dipendenza della politica, così come questa lo è dalle forme di governo praticate. L’attività politica si definisce come una pubblica relazione tra individui che hanno conquistato lo “status” di uomini liberi, soggetti di diritto. La libertà è, perciò, una derivazione di un sistema politico-culturale presente nella società ed il successo dell’attività di un governo è strettamente connesso con la possibilità di determinare la volontà dei cittadini, messi in condizione di esprimere le proprie idee. 

I principi giuridici per essere fondati si devono riferire ad un superiore criterio di giustizia e devono essere conformi alla ragione, perché la coscienza giuridica non è creatrice del diritto, ma indicazione nel tempo di ciò che deve essere. I diritti umani sono preesistenti ai giuristi, ai filosofi ed anche ai legislatori, perché “non auctoritas facit legem, sed veritas”. La scienza politica non costruisce gli uomini ma li prende come li ha fatti la natura e deve utilizzarli come sono. Quindi non possiamo definire “politica” quella che non rispetta i diritti umani secondo natura e né il fine al quale l’uomo è stato ordinato da Dio. L’autorità politica deve sempre sentirsi limitata dalla libertà “naturale” dei cittadini. 

Pio XII sosteneva che: “è erroneo quel principio per il quale l’autorità dello stato (e quindi del legislatore) è illimitata, perché vi è una legge superiore moralmente obbligante”(7). Si ricava da ciò la moderna concezione dello stato come “momento unitario di consapevolezza giuridica all’azione”, che deve avere una funzione di coordinamento, di iniziativa, ma sempre subordinate rispetto al primato della persona e dei suoi diritti. 

Il dovere del legislatore è di garantire la difesa morale e giuridica con i caratteri di “potere”, “diritto”, “forza”: si tratta del cosiddetto principio di “sussidiarietà della società rispetto alla persona, legiferando ai fini del bene comune e “sussidiarietà” vuol dire “responsabilità partecipata”, o per meglio dire, “autorità partecipata”. Così si qualifica la “democrazia della partecipazione”, fondata sulla dottrina del personalismo sociale tomistico per il quale il cittadino come “fine in sé” preordina ogni finalità sociale. Il legislatore deve tenere conto che la società è endogena alla persona, non in senso immanentistico-idealistico, ma nel senso che la persona contiene già in sé la sua vocazione sociale. 

Libertà ed autorità quindi non sono inconciliabili nel rispetto dei diritti fondamentali della persona, che poi sono i diritti naturali dell’uomo. Il legislatore, tenendo conto della volontà dei cittadini, opera affinché la libertà incondizionata si trasformi in libertà come consenso allo stato che, per questo motivo abbiamo definito come “creatività partecipata”. In tal modo il cittadino avverte la coscienza della sua partecipata”. In tal modo il cittadino avverte la coscienza della sua personalità, dei suoi diritti ed anche dei suoi doveri.

 

Giulio Alfano è docente alla Università Lateranense. Sopra è lo stralcio della parte conclusiva di un testo più ampio. Per la versione completa digitare il seguente link DEI DIRITTI E DEI DOVERI

Tempi Nuovi invita a sostenere i candidati vicini alla cultura popolare   

L’Europa non può affrontare nuovi impegni, come richiesto dalle pressanti sfide del momento, a partire dalla difesa comune, senza la spinta delle nazioni e dei popoli che ne fanno l’unico esperimento di unità sovranazionale realizzato con successo dopo la sciagura della seconda guerra mondiale. La partecipazione elettorale è perciò indispensabile, se non vogliamo che l’ideale dell’europeismo ristagni nell’indifferenza o peggio nell’insofferenza.

Oggi il pericolo è che si rafforzino, proprio a causa dell’astensionismo, i partiti che amano mescolare nella retorica etno-patriottarda i veleni dell’autarchismo e della xenofobia, mettendo a rischio il disegno di un’Europa capace di rendersi protagonista sulla scena del mondo.

Si adombra la possibilità di rompere a Strasburgo e a Bruxelles l’intesa tra Popolari, Socialisti e Liberal-democratici: se ciò avvenisse, avremmo un’Europa in balia di forze irresponsabili. Sarebbe troppo forte il condizionamento dei sovranisti, quando è, semmai, la loro emarginazione a garantire lo sviluppo di una sana politica dell’integrazione.

Ci siamo battuti invano per una lista autonoma dei cattolici popolari e democratici. Evidentemente le condizioni non erano mature. Alla fine dobbiamo constatare, più in generale, che l’area intermedia dell’elettorato non ha trovato il coagulo politico auspicabile. Eppure, quanto più saranno incisive le posizioni dei democratici che non confondono la laicità con il laicismo, tanto meno peseranno i ralicalismi distruttivi di un’etica umanista.

Ora noi guardiamo alle prossime elezioni con la consapevolezza di dover difendere e riproporre gli ideali dei Padri Fondatori dell’Europa – ideali splendidatamente incarnati da statisti democratici cristiani come De Gasperi, Schuman, Adenauer e Spaak – non avendo altra via se non quella di affiancare e sostenere quanti nella battaglia per l’Europarlamento mostrino di condividere i nostri stessi valori. Sapranno gli amici sul territorio muovere i loro passi nella direzione più corretta, con la dovuta coerenza e senza costrizioni.

Anche in assenza di una nostra lista, alla cui realizzazione dedicheremo comunque noi stessi in vista di future scadenze elettorali, non faremo mancare il contributo largo e generoso a sostegno di un’Europa più avanzata, con uomini e donne in grado di guidarne il cambiamento in forza di un’istanza di “umanesimo civile”.

 

Liste europee, adesso contano competenza e autorevolezza dei candidati.

Si avvicinano le elezioni europee e, malgrado un sistema elettorale proporzionale, non sempre si può essere soddisfatti delle varie presenze politiche. È il caso, nello specifico, della tradizione, del pensiero, della cultura e della presenza dei cattolici democratici, popolari e sociali. Per dirla con un ragionamento secco ma oggettivo, purtroppo non c’è una lista politica di riferimento. Non lo è certamente la lista dei radicali più Renzi – cioè la lista denominata ‘Stati Uniti d’Europa’ -, non lo è oggettivamente la lista di Calenda e non lo è neanche la lista di Forza Italia. Per fermarsi alle tre liste in qualche modo ‘centriste’ che si presenteranno alle urne il prossimo 8 e 9 giugno.

Delle altre liste è inutile parlarne perchè si tratta, al di là delle singole e legittime scelte politiche, di presenze politiche radicalmente estranee alla cultura e al patrimonio ideale del cattolicesimo politico e sociale italiano. Per bocca dei suoi leader nazionali, come ovvio, e non per una civetteria moralistica o meramente propagandistica da parte nostra.

Ora, per evitare di limitarsi a denunciare ciò che c’è – frutto anche, e purtroppo, della nostra incapacità di organizzare una coerente e coraggiosa presenza politica coerente e lineare con la nostra ispirazione originaria – si tratta adesso di scendere in campo, per dirla in termini calcistici, attraverso una iniziativa che sappia scegliere i migliori candidati.

Infatti, mai come in questa tornata elettorale la scelta della competenza specifica, della capacità ed autorevolezza politica, della coerenza culturale e del coraggio personale, sono gli ingredienti indispensabili e decisivi per ridare voce e speranza al futuro dell’Europa. E quelle liste hanno al proprio interno delle personalità che rispondono appieno a quei tasselli che sono, e restano, decisivi per rilanciare la scommessa e il ruolo dell’Europa di fronte alle nuove e drammatiche sfide. Partendo anche e soprattutto dai singoli paesi europei. E cioè, per un’Europa realmente politica, federale, comunitaria e competitiva con le altre grandi potenze mondiali. Chiara sul terreno delle alleanze internazionali, della sua vocazione unitaria e della sua capacità di superare qualsiasi deriva nazionalista, sovranista e populista per riaffermare semmai, e al contrario, le ragioni fondanti che sono e restano saldamente ancorate alla cultura e al patrimonio democratico cristiano e cattolico popolare. E di tutte le culture politiche realmente riformiste e dichiaratamente europeiste.

Scelte di candidati – donne e uomini – che non possono solo essere dettate da ragioni di equilibrio e di convenienza momentanea ma che, al contrario, sappiano rispondere ai criteri di fondo che caratterizzano storicamente la presenza dei democratici e cristiani nella società europea. Con l’impegno, che non può essere solo avveniristico o fumoso, di attrezzarsi sempre di più per riorganizzare una presenza politica laica e maggiormente rispondente al nostro patrimonio culturale, ideale e storico. Senza nostalgie e senza alcuna deriva passatista ma con la consapevolezza che, a volte, si è più credibili quando si è presenti da protagonisti nell’agone politico.

Documenti | Il  programma di Azione per le europee.

1 La lista Siamo Europei ha come obiettivo prioritario che l’UE continui a sostenere l’Ucraina e assicuri a Kiev i mezzi per contrastare l’aggressione russa e riconquistare le parti del suo territorio ancora sotto il controllo di Putin. I partecipanti alla lista, se eletti, si impegnano a votare coerentemente con quanto espresso sopra. La difesa dell’Ucraina deve essere il primo passo verso una politica estera europea più strutturata ed efficace al fine di favorire processi di sviluppo, cooperazione e stabilità nelle diverse aree di crisi, in particolare nei Balcani, in Medio Oriente e nel continente africano. In questo contesto, il contrasto all’integralismo islamico e l’isolamento internazionale degli Stati che ne sono promotori e fiancheggiatori, deve essere una fondamentale linea di politica estera dell’Unione Europea.

  1. Siamo favorevoli all’istituzione di un’unione della difesa e di forze armate europee capace di contenere la minaccia russa e dare consistenza alla politica estera dell’ Riteniamo che questa iniziativa rappresenti il primo concreto passo verso gli Stati Uniti d’Europa. In particolare, riteniamo che occorra dar vita ad una Forza europea di reazione rapida con consistenti capacità “multidominio” e sotto diretto comando della Commissione Ue. Consideriamo conseguentemente necessaria l’istituzione di un Commissario alla Difesa che, oltre a gestire i relativi fondi e programmi europei, presenti e futuri, abbia anche l’obiettivo di indirizzare le spese dei Paesi membri (ottimizzando gli investimenti sui sistemi d’arma) e finanziare, attraverso emissione di eurobond, progetti di difesa comune (es. Iron Dome europeo). Il perseguimento di una maggiore autonomia strategica europea dovrà essere in ogni caso coerente con la missione e l’operatività della NATO, che rimane un perno fondamentale della difesa europea e del partenariato atlantico.
  2. Riteniamo urgente e necessario che, in linea con quanto auspicato dal Parlamento Europeo, sia eliminato il voto all’unanimità nell’ambito del Consiglio. Tale voto è oggi utilizzato come mezzo di ricatto dei singoli Stati membri anche sui temi più delicati e urgenti, come ad esempio il sostegno all’Ucraina, producendo insoddisfacenti compromessi al ribasso. Allo stesso tempo vogliamo che il Parlamento Europeo sia dotato di poteri di iniziativa legislativa, oggi monopolio della Commissione. Infine, siamo per lo spostamento dei poteri di emergenza, in caso di crisi, dal Consiglio alla Commissione.
  3. Siamo per la “tolleranza zero” rispetto a ogni violazione dello Stato di diritto. Siamo perciò favorevoli all’introduzione di un limite temporale di sei mesi, entro i quali il Consiglio deve verificare la possibile violazione dello Stato di diritto da parte di uno Stato membro e adottare le misure conseguenti previste dai Trattati. In questo contesto una priorità deve essere il contrasto alle indebite ingerenze nei processi decisionali europei delle dittature straniere attraverso finanziamenti diretti e indiretti a partiti e singoli rappresentanti politici. La lotta alle mafie, sempre più internazionalizzate, deve essere centralizzata per ciò che concerne il riciclaggio di denaro e l’infiltrazione nel sistema bancario.
  4. L’impegno per la transizione ambientale è non solo necessario per salvare il pianeta, ma rappresenta anche un’opportunità per cittadini e imprese. Pensiamo che vada riformato tutto l’impianto del “Green deal”. Sappiamo che molti obiettivi in esso contenuti non sono materialmente raggiungibili e alcune delle normative approvate (es. Case Green) risultano insostenibili finanziariamente. Riteniamo che ogni misura debba essere rivista alla luce di una serie di analisi di impatto tecnologicamente neutrali, corredate da una chiara indicazione delle fonti di finanziamento. Per ciò che riguarda la produzione elettrica, va garantito pari sostegno normativo e finanziario a tutte le tecnologie a bassa emissione, incluso il nucleare della migliore tecnologia oggi disponibile.
  5. Riteniamo fondamentale che nasca finalmente una politica industriale comune, sostitutiva degli strumenti nazionali. Questi, la cui ampiezza è aumentata dopo il Covid anche per effetto della ridefinizione dei limiti degli aiuti di Stato, stanno danneggiando irreparabilmente il mercato unico. La politica industriale comune dovrà avere un capitolo relativo alla sicurezza degli approvvigionamenti e prendere atto dell’instabilità delle catene globali del valore, dovuta all’aumento della complessità del quadro geopolitico. In questo contesto dobbiamo necessariamente armonizzare le aliquote fiscali e le basi imponibili per ciò che riguarda la tassazione degli utili e delle imprese, anche per evitare la nascita di paradisi fiscali interni all’ Come ha recentemente spiegato Mario Draghi al Parlamento Europeo, l’Europa ha bisogno di un massiccio piano di investimenti. Riteniamo che questo piano straordinario per gli investimenti e le competenze vada gestito direttamente dalla Commissione Europea.
  6. Va ripreso il percorso per un accordo commerciale con gli USA. Il negoziato per il Transatlantic Trade and Investment Partnership va rilanciato. Con la riduzione delle opzioni di mercato derivanti dal mutato quadro geopolitico, l’apertura reciproca dei mercati agli investimenti e al commercio, eliminando le barriere tariffarie e non tariffarie, diventa un’assoluta priorità per Stati Uniti e UE. L’EU-US Trade Technology Council va rafforzato e reso permanente.
  7. Riteniamo urgente il completamento del lavoro in sede europea per regolare operativamente l’età di accesso ai social e ai siti vietati, in ottemperanza al Digital Services Act, e la responsabilità delle piattaforme sui contenuti pericolosi o falsi pubblicati.
  8. Il pilastro sociale dell’Unione Europea va rilanciato con una particolare attenzione ai temi della sanità, dell’istruzione, della demografia e della parità di genere. È interesse prioritario dell’Italia che venga riaperta la linea di finanziamento del MES relativa al potenziamento dei Sistemi Sanitari Nazionali. Analogo meccanismo va studiato per finanziare le politiche demografiche e l’accesso delle donne al mercato del lavoro. Occorre un PNRR dedicato ai diritti sociali. Al centro dei piani per una nuova Europa va messo un “New Deal” per l’uomo nell’era digitale. Non esiste un’equa distribuzione della ricchezza senza un’equa distribuzione della conoscenza. Va quindi combattuto senza quartiere l’analfabetismo funzionale che sta minando le democrazie persino più delle diseguaglianze economiche, destinando una quota più rilevante dei fondi strutturali all’istruzione, alla formazione e alla cultura. La gestione delle conseguenze sociali della globalizzazione, dell’innovazione e della transizione ambientale non può essere più lasciata interamente al mercato. Dovranno poi essere finanziati a livello europeo strumenti per la formazione permanente dei lavoratori. È urgente e indispensabile la fondazione di un nuovo sistema di welfare 4.0 che comprenda anche il sussidio di disoccupazione europeo e un “Erasmus plus” accessibile a tutti gli studenti europei. Laddove esistono alti tassi di cultura e un welfare efficace il populismo non attecchisce.
  9. L’UE deve concentrare i fondi della cooperazione sull’Africa secondo il modello previsto dalla proposta italiana del “Migration compact”. Riteniamo che si debbano incrementare gli aiuti per lo sviluppo infrastrutturale ed economico, la sanità e l’istruzione dei nostri partner africani, condizionandoli a una cooperazione efficace per la protezione delle frontiere interne ed esterne. Siamo per il superamento dell’accordo di Dublino con l’introduzione di una redistribuzione obbligatoria, preventiva e permanente dei richiedenti asilo tra gli Stati membri, senza possibilità di esoneri attraverso il versamento di contributi finanziari. Vanno però sostenute politiche concentrate non solo sull’accoglienza e sulla redistribuzione, che mirino anche alla formazione e al conseguente inserimento lavorativo. L’UE è un continente in progressivo innalzamento dell’età media che ha bisogno di strutturare vie legali di accesso per le migrazioni selettive e mirate. Riteniamo poi le responsabilità sul controllo delle frontiere esterne dell’UE, sulla gestione dei centri di prima accoglienza dei flussi di migranti in arrivo vada accentrata su Frontex e, insieme alla gestione degli accordi di rimpatrio con i Paesi terzi, debbano essere di competenza della Commissione europea.

 

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https://www.azione.it/wp-content/uploads/2024/05/Programma-Europee-DEF.pdf

PoliticaInsieme | Livido rancore, ecco la nota dominante della politica oggi.

[…] Pur in un contesto di guerra fredda che vedeva l’Italia per un verso pericolosamente esposta sul confine della “cortina di ferro” e, su un altro fronte, proiettata in un Mediterraneo carico di tensioni e di aperti conflitti, questa strategia di inclusione e di incessante costruzione di coesione civile e sociale è stata perseguita incessantemente.
Erano gli anni della presunta “conventio ad excludendum” e di uno scontro spesso feroce in ordine a quei “fondamentali”, a cominciare dalla scelta europea ed occidentale, di cui vive tuttora il nostro Paese.

Eppure, per quanto declinato in termini spesso addirittura antitetici, il sentimento che l’ interesse generale dell’Italia e degli italiani – diciamo pure il “bene comune” – fosse per tutti e per ciascuna forza la stella polare del proprio orientamento, non è mai venuto meno. La Democrazia Cristiana, per quanto non abbia saputo essere alternativa a sé stessa come suggeriva Aldo Moro, esattamente grazie a Moro, anzitutto, ha saputo andare oltre sé stessa ed anziché arroccarsi in una cocciuta, ossessiva, pregiudiziale difesa del potere, ha adottato, in un certo senso, il proprio storico avversario, accompagnandone la legittimazione, anche sul piano dell’ affidabilità internazionale, pur di creare le condizioni di una possibile alternanza e superare le strettoie della “democrazia difficile”.

Il “popolo italiano”, pur articolato secondo orientamenti e culture politiche differenti, al di là delle ombre e delle cadute che vi sono pur state, ha esercitato in quei lunghi anni di rinascita morale, civile e politica del nostro Paese, quella sua vera e sostanziale sovranità che la Costituzione gli attribuisce. Oggi, al contrario, pare che forze politiche – addirittura incapaci prima che irresponsabili – vogliano espressamente, dall’una e dall’altra parte, letteralmente lacerare l’Italia. Come se, sapessero raccogliere il consenso degli elettori solo a brandelli, esasperando quel clima livido di rancore, di reciproca ostilità, perfino di odio sociale che sta avvelenando il nostro Paese.

 

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https://www.politicainsieme.com/litalia-lacerata-di-domenico-galbiati/

De Luca contro don Patricello: chi di frangetta ferisce…

Era un po’ che De Luca non segnasse la scena con la vis comica che gli è propria avendo il pregio di dire, spesso e spassosamente, soltanto la cruda verità. Così facendo strappa il sorriso e consensi al prossimo. Questa volta, forse troppo compiaciuto dal suo modo espressivo, è andato fuori margine. Se l’è presa con il Parroco di Caivano, Don Maurizio Patriciello, che da anni è fermo nel continuare la sua battaglia contro la camorra. Il prete ha chiesto l’aiuto dello Stato per un presidio maggiore da parte delle forze dell’ordine ma anche una attenzione per iniziative concrete contro il degrado sociale di quella terra. Il Governo Meloni ha risposto alla chiamata e Don Patriciello ne ha riconosciuto il merito ringraziando il Governo per quanto fatto.

Le sue parole non hanno voluto essere un avallo ad un partito di questa o quella sponda ma un dovuto riconoscimento alle istituzioni, che suona anche come incoraggiamento a persistere in questa direzione. De Luca ha sentito aria di partigianeria pro Meloni ed ha sparato contro il sacerdote, evidenziandone anche il look della capigliatura a frangetta. ed una presenza alla Pippo Baudo. Il motivo di stizza e averlo visto ad una manifestazione dove la premier promuoveva il suo progetto di premierato. Il Governatore ci è andato giù in modo risoluto, per molti infrangendo il galateo, ricorrendo ad espressioni scomposte che suscitano perplessità.

Per tutta risposta il sacerdote di Caivano lo ha chiamato fratello, si è detto addolorato e pugnalato a tradimento, pronto ad abbracciare il suo detrattore, aggiungendovi benedizioni. Per buona replica, De Luca ha sottolineato come Don Patriciello non abbia l’esclusiva della lotta alla camorra: sono in tanti ad opporsi alla criminalità organizzata e non godono di alcuna scorta e protezione. Infine, alla Meloni, che sulla vicenda ha preso le difese di Don Patriciello, ha mandato a dire di occuparsi di cose concrete oltre che delle fanfaluche. Queste ultime, secondo vocabolario, sono delle sciocchezze, delle ciance senza rilievo che singolarmente si intrecciano con un altro termine simile, il francese “franfeluche”, che sta per fronzolo, cioè una digressione inutile e ampollosa. Giorgia parlerebbe di tutto ma non della sostanza dei veri problemi del paese.

C’è del rimprovero amaro nelle parole di De Luca che non ha affatto il sapore del “Franfellico”, così chiamato a Napoli un dolcino di zucchero sempre presente sulle bancarelle in ogni festa patronale. La frangetta, oltre che un tipo di capigliatura, può essere intesa come una balza, un ornamento ed anche un orpello che non richiama l’essenziale. È un adorno che, interpretando il De Luca pensiero, nasconderebbe piuttosto una mancanza di sostanza.

Le iniziative del Governo suonerebbero insomma come quelle di ingiustificate frange minoritarie che andrebbero raccontate senza abbellimenti e, appunto, senza frange. Neanche ad un frate si addice la frangetta, direbbe il De Luca indispettito.

Sul fondo della scena, con il suo stile e la sua signorilità, c’è poi il silenzio di Pippo Baudo che forse potrebbe risentirsi per essere stato chiamato in causa senza colpa alcuna, richiamato come esempio di una presenza eccessiva o fuori posto. Il nostro Pippo nazionale continua a darci lezione. Del resto, lui non si occupa di acconciature.

L’astensionismo non è la risposta alle insufficienze dell’Unione europea

La nazione italiana unificata, democratica, deve il suo sviluppo alla appartenenza a quella Europa che dal 1957, con tappe non sempre lineari e coerenti a causa delle politiche interne dei vari Stati, ha consentito la pace e la ricostruzione materiale, politica e sociale dopo due disastrose tragiche guerre. Purtroppo dopo 80 anni di pace ci sono guerre che lambiscono i nostri confini, sia terrestri che morali. L’invasione della Ucraina ci chiede di sostenere la Resistenza del popolo ucraino contro l’esercito russo. Più dolorosa, semmai si potessero fare distinzioni fra le sofferenze umane, la crisi mediorientale che dobbiamo continuare a chiedere che si risolva – chissà quando- nell’unico modo rispettoso della dignità dei popoli: due Stati e sicuri, per ebrei e palestinesi.

Queste crisi, insieme a molteplici altre, hanno suscitato ripensamenti sulla necessità di una politica estera e di difesa comune europea. Era il sogno di De Gasperi la CED (Comunità Europea di Difesa) fatta fallire dai francesi e ora – un bel contrappasso – è il Presidente Macron a sollecitarla.

Gli Stati Uniti di Europa devono essere un sogno condiviso, che non cancella le nostre patrie e ci rende cittadini di una patria più grande, di oltre 400 milioni di cittadini. “Prima l’Italia” per confrontarsi con chi? Il mercato italiano di fronte a Cina, Giappone, Corea, USA, ecc.

Durante la pandemia è risultato evidente, anche ai dubbiosi, di quale è la potenza in ricerca e quale la capacità di organizzare acquisti e distribuzione dei vaccini. I doc, igc, dop, ecc. non avrebbero valorizzato i nostri prodotti agricoli: le quote e i prezzi ci hanno protetti dalla penetrazione di prodotti di altre aree extraeuropee. L’agricoltura è stata la madre di politiche di sviluppo, modernizzazione e esportazione che da soli non avremmo potuto sviluppare…tuttavia contano non i singoli settori ma la ‘potenza’ culturale, sociale, democratica, che è rappresentata dalla UE. Per Pil e welfare è tra i primi Stati del mondo. Col PNNR ci è stato accordato un ‘tesoro’ di 200 miliardi di euro, più che ad ogni altro Stato europeo: un piano chiamato non a caso Next generation EU. Non è detto che li stiamo utilizzando propriamente.

Per continuare il cammino verso una federazione (come tra i cinquanta Stati USA) deve diventare forte una coscienza condivisa. Incominciamo a sentirci cittadini andando a votare. La recente celebrazione del 25 aprile ci ha richiamato il prezioso dono conquistatoci dalla Resistenza, il sistema democratico che rende sovrani i cittadini quando si esprimono attraverso il voto. A fronte di chi ha dato la vita per la patria a noi è chiesta una responsabilità pacifica e ‘facile’, semplice:partecipare al voto. Chi si astiene e accampa tante banali giustificazioni come “la politica è tutta un pantano, è corruzione”, ecc. consente a chi è minoranza di rappresentare l’intera nazione, erodendo la vitalità della democrazia!

Abbiamo molti motivi per partecipare, innanzitutto per sentirci comunità. È grave opportunismo affidare la rappresentanza dei propri interessi ad altri, salvo screditarli, approfittando comunque di quanto viene deciso da altri senza la propria responsabilità. L’Europa unita sarà il destino di tutti i popoli europei per lo sviluppo sia economico che di pace. L’Europa è il destino dei figli e nipoti, è una grande responsabilità partecipare alla sua completa unificazione. Bisogna votare e far votare!

 

[Il testo è uno stralcio dell’ultima newsletter di maggio  curata da Mariapia Garavaglia]

Tajani non lancia l’ola per Ursula: Forza Italia pensa a Metsola?

Un gioco di specchi tra agenda ufficiale e ufficiosa: quanto basta per provare a far passare l’idea che no, la presenza di Ursula von der Leyen all’evento di apertura della campagna elettorale per le Europee di Forza Italia non era mai stata prevista. Lo riferisce a un certo punto della giornata (di ieri, ndr) lo staff che segue la presidente della commissione Ue nel tour elettorale romano come ‘spitzekandidat’ del Ppe per un secondo mandato, lo dice in chiaro anche Antonio Tajani ai giornalisti. Eppure, la notizia era circolata e ricircolata nei giorni scorsi, alimentata, e di certo non smentita, dagli stessi dirigenti azzurri, magari nella speranza di far crescere l’attesa sull’evento.

Alla fine invece di Ursula von der Leyen al salone delle Fontane non si vede nemmeno l’ombra, anzi Tajani non la nomina mai nell’intervento dal palco. Di questa giornata con Forza Italia resta il pranzo con i ministri e i capigruppo al circolo Esteri e poi l’incontro con i giovani azzurri alla Fondazione De Gasperi presieduta da Angelino Alfano. Tutto rigorosamente lontano dai riflettori.

Se la linea ufficiale è quella, appunto, di sostenere che la sua presenza all’Eur non è saltata semplicemente perché non è mai stata in agenda, ufficiosamente c’è chi ammette che si è preferito evitare di avere come sponsor un personaggio che in questo momento ha perso parte della sua forza.

Von der Leyen sulla carta resta il candidato di Forza Italia alla presidenza della commissione europea, così come votato e deciso (non senza qualche malumore già all’epoca) dal congresso di Bucarest del Ppe che si è tenuto a inizio marzo. Lo ricorda lo stesso Tajani che, tuttavia, appare meno strenuo del solito nella difesa del fortino. “Il risultato elettorale dimostrerà ancora una volta che il Ppe è la prima forza e il Ppe proporrà al Consiglio il nome di Ursula von der Leyen. Poi toccherà al Consiglio decidere, quello è un suggerimento, perché il trattato non prevede altro”, si limita a dire.

Ma nel partito c’è chi mette in fila una serie di dubbi, senza giri di parole. La senatrice Licia Ronzulli aveva già manifestato le sue perplessità, ma adesso arriva a parlare della presidente della Commissione europea come di “un’anatra zoppa”. “Mi sono limitata – spiega – a fare una fotografia di quello che vedo e ascolto, la Francia non la vuole, la Germania non la vuole, quindi la vedo un po’ in salita”…”faccio fatica a vedere un Consiglio europeo unito sul nome della von der Leyen”. Una opinione che sembra condivisa anche da Giorgio Mulè. C’è – dice – la “necessità di riflettere se sia il candidato che mette d’accordo tutti”. Parole rispetto alla quali, interpellato, Antonio Tajani dice solo: “Chiedete a loro”.

Il nome alternativo potrebbe essere quello dell’attuale presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola. Ma sarebbe una carta da giocare solo in un secondo momento. D’altra parte, anche cinque anni fa il candidato ufficiale era Manfred Weber ma alla fine ad essere eletta fu Ursula von der Leyen.

Aggiornamenti Sociali | Finanza “buona”, la Chiesa deve dare l’esempio.

Jean-Baptiste De Franssu e Antoine De Salinis

 

Finanza sostenibile o verde, investimenti socialmente responsabili, prodotti finanziari ESG: queste parole sono divenute un ritornello dei consulenti finanziari. Riflettono l’idea che la finanza possa produrre benefici sociali e ambientali, il che può suscitare dei dubbi se si considera la storia recente.

A questo riguardo, il mondo cattolico ha una responsabilità particolare a livello tanto di pensiero quanto di pratiche. L’ammontare dei “capitali cattolici”, ossia le attività finanziarie di proprietà della Chiesa, delle istituzioni a essa collegate, delle congregazioni religiose e dei fedeli, è significativo. Secondo alcune stime, in Europa e negli Stati Uniti si aggirerebbe attorno a 1.600 miliardi di euro, costituendo il secondo mercato finanziario legato a una religione dopo quello islamico, stimato in 4.000 miliardi di euro (cfr Nicholls, Peterson e Sukumaran 2022).

La posta in gioco non è modesta. Per questo è importante che proseguano le iniziative di riforma della gestione delle attività finanziarie della Chiesa, di formazione e condivisione di esperienze, per contribuire a rafforzare una finanza effettivamente più sostenibile a livello mondiale.

Qualcosa ha cominciato a muoversi, permettendo di recuperare un certo ritardo, soprattutto rispetto alle Chiese protestanti e al mondo laico. In Vaticano e in numerose diocesi i responsabili finanziari sono incoraggiati a strutturare con rigore la gestione delle attività, ad aggiornare la propria cultura privilegiando sempre la trasparenza, a impegnarsi in modo attivo e propositivo nella realizzazione di una politica degli investimenti coerente con la fede e in linea con gli insegnamenti della Chiesa.

 

Per saperne di più

https://www.aggiornamentisociali.it/articoli/per-una-finanza-al-servizio-del-bene-comune-riflessioni-e-pratiche-nella-chiesa-cattolica/

Guerra di Ucraina, i soldati e un onore perduto.

Elena Mozhvilo Licenza Unsplash

C’è qualcosa di immondo in questo mondo e non conviene per nulla averne una capacità di adattamento. C’è qualcosa di sporco e che non va affatto via facilmente. Questa non è la seleção dei migliori di una parte contro i migliori dall’altra per vedere chi prevarrà nelle virtù. Siamo invece in presenza della esibizione compiaciuta di un fatto ignobile, che non ha nulla a che fare con la impossibilità di comprendere per intero la grandezza e la bellezza della creazione.

Siamo all’opposto. È di smarrimento e resta ignota la capacità della nefandezza di una scelta di un certo tipo.   Due eserciti sono in affanno, devono rimpinguare le fila sfoltite da troppi morti per causa nemica e così reclutano forze, grattando sul fondo del barile. Qui non vale l’amor di patria e neppure la prospettiva di un riscatto morale dei protagonisti. Qui c’è solo un’aria turpe e null’altro. Le truppe di Putin hanno ingaggiato gratuitamente due detenuti che non sembra fino ad oggi abbiano maturato sentimenti di pentimento per i delitti commessi in precedenza.

Piuttosto, è proprio questo il punto di forza. Avessero conosciuto un ravvedimento per i delitti commessi, non sarebbero stati di alcun interesse. L’aberrazione è ciò che è loro richiesto, il saper andare fuori dal tracciato non avendo scrupoli di sorta. In battaglia occorre non avere cuore. Non a caso, uno dei due banditi di fresco ingresso nelle truppe russe aveva ucciso un uomo. Estirpandone il cuore, lo aveva poi fritto e mangiato. L’altro invece, meno ghiotto di frattaglie umane, si è limitato ad uccidere due donne e poi con una mannaia ha fatto a pezzi i corpi ma, delicatamente, non ne ha assaggiato neanche un grammo.

A queste due punte di eccellenza dell’esercito russo è stata promessa la libertà dopo la guerra. Sul fronte ucraino serve la loro barbara risolutezza per avere ragione degli avversari.

Conquistato un villaggio nemico, possiamo immaginare come potranno liberamente sbizzarrirsi sulla popolazione locale.

Non giungono voci di rifiuto da parte degli alti gradi dei generali di Putin, che vedono infangata la dignità e l’onore militare a motivo della militanza di queste spietate leve nelle loro schiere. Negli anfiteatri romani i gladiatori combattevano tra di loro per il premio di libertà. Servivano al buon successo dei giochi ma non erano scatenati contro altri popoli.La legione straniera francese, che si è storicamente distinta per atti di valore militare, è composta da volontari, anche senza documenti, che vogliano però rifarsi una vita.

Sono ammessi quelli che abbiano avuto problemi con la giustizia ma che non abbiano in ogni caso ucciso, stuprato o abbiano fatto parte di membri di organizzazioni criminali. Esclusi anche spacciatori, trafficanti di droga, pedofili, tossicodipendenti, alcolisti e disertori. Si legge nel loro motto – “Legionari per un giorno, legionari per sempre” – attaccamento e fedeltà alla patria. Gli stessi sentimenti che muovono, a quanto pare, le nuove fila russe.

Anche l’Ucraina, a corto di uomini ha promulgato una legge che consenta di attingere ai detenuti nelle carceri per rinfoltire i ranghi delle milizie. Sulle orme della legione straniera, lascia però in carcere gli omicidi, stupratori, spacciatori e traditori. Chi ha sbagliato nella società degli uomini può avere un legittimo desiderio di riscatto, liberandosi dal disonore che lo affligge, dando del suo a compensazione del male fatto. L’impressione che mettere in campo chi non abbia di questi crucci sia il punto più basso di questa guerra.

Soldato proverrebbe dal latino Solidarius, chi agisce dietro ricompensa di denaro. Essere al soldo insomma di un potere. Sold out è quello che si scrive quando uno spazio è esaurito in ogni posto, quando si è al culmine dello schifo e non se ne può aggiungere altro. Anche “solidarietà” ha la stessa radice latina, il solidum è infatti una moneta. In solidum obligari è l’obbligazione in solido del diritto romano.

Solidarietà è anche intesa come comunanza, aiuto e sostegno verso chi è in una condizione di difficoltà e disagio. Non sembra essere propriamente questo l’animus dei recenti ingressi nelle forze russe. I detenuti, di cui si dice, hanno in comune con i celebri Ghurka nepalesi la ferocia in combattimento, aggiungendovi, del loro, anche la spietatezza, l’indifferenza ed il gusto nel procurare la morte. Al termine della guerra torneranno in patria acclamati e liberi anche di ripetersi, coerenti all’istinto che li muove.

Il contrario dell’infamia è la fama, la dea alata provvista di più occhi per vedere e più orecchie per ascoltare. Era munita anche di numerose bocche per diffondere più voci in lingue diverse. Alla fama, questa volta, hanno mozzato le ali e striscia sul campo di guerra dando solo eco allo schifo per belve senza guinzaglio a tenerle a bada. L’arte militare è andata in frantumi. Ancora una volta, la guerra, priva di reticenza e di pudore, ha svelato il suo volto.

Martiri dell’informazione…Ma quando finisce questa recita grottesca?

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Si può ancora dirlo senza essere tacciati di essere autoritari, semi fascisti, illiberali e antidemocratici? Ovvero, ma quando finisce la triste e noiosa litania recitata dai cosiddetti “martiri” e “vittime” della libera informazione nel nostro paese? Una noia che cresce in modo esponenziale per un solo motivo, e di fondo. E cioè, stiamo parlando di professionisti con contratti milionari che trascorrono le loro giornate negli studi televisivi o nelle redazioni giornalistiche a denunciare il clima illiberale, dispotico, anti costituzionale, semi dittatoriale e pseudo fascista che caratterizza il sistema dell’informazione nel nostro paese. E, quotidianamente, la ripetizione monotona e senza pudore sulla riduzione della libertà di espressione, la negazione della libertà di parola, il ritorno inesorabile ed irreversibile della censura e in un crescendo di denunce e di allarmi la descrizione di un orizzonte dove la democrazia, di fatto, è ridotta a poco più di un richiamo puramente formale, retorico e burocratico. Il tutto, lo ripeto, con contratti milionari e con una presenza mediatica, e quindi politica, quotidiana in quasi tutte le trasmissioni televisive del nostro paese e su quasi tutti gli organi di informazione.

Ora, al di là della propaganda e di ogni sorta di ipocrisia, o c’è il coraggio per smascherare definitivamente questa narrazione del tutto virtuale e addirittura grottesca oppure, e al contrario, rischiamo di essere complici di una lettura della realtà politica italiana che prescinde da qualsiasi elemento razionale se non di puro e semplice buon senso.

Ma com’è possibile, di grazia, che illustri milionari presenti tutti i giorni nei vari talk televisivi continuino imperterriti a denunciare un permanente attentato alla libertà di espressione e di parola e, di conseguenza, ad una violazione permanente e sistematica dei principi e dei valori costituzionali senza che nessuno abbia il coraggio e la volontà di interrompere questa squallida e ridicola recita? Come si può continuare a dare quasi per scontato che ci troviamo di fronte a “martiri” e a “vittime” della libera informazione dove viene addirittura invocata una mobilitazione di piazza a loro difesa per evitare un ipotetico e del tutto virtuale scempio democratico? Ma com’è possibile che accada tutto ciò senza che questa recita – questa sì ipocrita e grottesca – venga definitivamente smascherata e ridicolizzata?

Perché se è un dato sufficientemente oggettivo e noto che l’egemonia culturale della sinistra, seppur nelle sue multiformi espressioni, continua da decenni nel settore televisivo, audiovisivo, giornalistico, artistico, accademico ed universitario, è altresì vero che di fronte ad una sistemica

alterazione della realtà prima o poi occorrerà pur reagire. E questo per la semplice ragione che la realtà è semplicemente opposta ed alternativa rispetto a ciò che dicono, predicano e scrivono i sacerdoti del “politicamente corretto” e quelli del “pensiero unico”. Ed è proprio su questo versante che si misura la capacità di competere a livello culturale, politico ed intellettuale nel nostro paese. E non, invece, nella semplice e banale occupazione dei posti come pare voglia continuare a fare, e anche in modo un po’ grossolano, la destra italiana.

Sangiorgi scrive del padre e racconta una storia grande

La storia di un uomo, che si intreccia con quella dell’Italia del Novecento e di alcuni fra i suoi maggiori protagonisti, da Alcide De Gasperi a papa Montini, a tanti altri, dando vita a un originale formato editoriale, insieme racconto, documento storiografico e saggio politico. La storia di un uomo, che diventa in tale modo biografia personale e romanzo di una generazione, sullo sfondo di una Roma occupata dai nazisti della quale si ricostruiscono passaggi assolutamente inediti.

L’uomo si chiama Giovanni Sangiorgi. È stato molte cose nella sua lunga vita: militante-cattolico dai tempi eroici della Azione Cattolica e della Fuci del primo Novecento, giornalista dell’«Osservatore Romano», tra i fondatori della Democrazia Cristiana, antifascista, spiato dalla polizia di Mussolini, partigiano, confidente di De Gasperi e di Montini, tramite riservato fra di loro, artefice del “Popolo” clandestino durante l’occupazione di Roma tra il 1943 e il 1944.

Nel dopoguerra, è stato dirigente nazionale delle attività artistiche della Democrazia Cristiana, fondatore e segretario generale di un ente, i «Premi Roma» a palazzo Barberini, dando vita per quaranta anni a molte fra le maggiori iniziative culturali della Capitale e alla scoperta di molti fra i maggiori pittori e scultori della seconda metà del secolo scorso. Il volume è frutto di una ricerca durata alcuni anni, che apre uno spaccato inedito sulla storia del Paese e sulla attualità, ancora oggi, di esperienze, ideali e passioni che sembrava appartenessero ormai soltanto al passato.

 

[Il testo è la sinossi del volume da pochi giorni in libreria: Giuseppe Sangiorgi, Babbo Sangiorgi. Il romanzo di una generazione,Rubettino, 2024]

 

Per saperne di più

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AgenSIR | “L’AI non diventi un oracolo”. Intervista a Don Pasqualetti.

Riccardo Benotti

“L’utilizzo dell’intelligenza artificiale è inevitabile, andiamo verso una società che sarà sempre più integrata da sistemi di IA. Ma che idea di relazione sociale avremo? Quali saranno i concetti di libertà e di democrazia?”. Don Fabio Pasqualetti, decano della Facoltà di Scienze della comunicazione sociale dell’Università pontificia salesiana e consultore del Dicastero per la Comunicazione, riflette sul messaggio di Papa Francesco per la 58ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali sul tema “Intelligenza artificiale e sapienza del cuore: per una comunicazione pienamente umana”.

 

Lintelligenza artificiale sta modificando le basi della convivenza civile?
I cambiamenti sono in atto. Già con la prima ondata di IA, abbiamo sperimentato le contraddizioni dei social: produzione di fake news, polarizzazione, eco chamber, radicalizzazione del pensiero. La seconda generazione amplifica gli effetti. Pensiamo a ChatGPT e a come abbia hackerato il linguaggio umano: ci troviamo davanti a una macchina di calcolo che interagisce attraverso la lingua. Che conseguenze avrà sulle persone, in particolar modo su quelle più sprovvedute che già tendono ad empatizzare con gli oggetti? Il rischio è che diventi un oracolo.

 

Il Papa invita a partire dalla sapienza del cuorein unepoca ricca di tecnica e povera di umanità”…
La sapienza del cuore è la capacità di ricollocarci al posto giusto. Il vertiginoso progresso che abbiamo vissuto come umanità in campo tecnologico, non ha avuto una crescita parallela dal punto di vista umano. Se guardiamo un prato di fiori, quanta diversità vediamo? E quella diversità è la bellezza.

Noi, invece, siamo ancora qui a parlare di razze, di nazioni, di confini. Non riusciamo a comprendere che facciamo parte di un immenso organismo che è il cosmo, di cui noi esseri umani siamo una componente. Dovremmo fare di tutto per collaborare e unirci per un mondo migliore, invece siamo soltanto capaci di fare la guerra.

La sapienza vede il dettaglio ma sa collocarlo nell’insieme, riconosce le contraddizioni ma apprezza le differenze. La sapienza non è esclusiva di qualche religione, è sapienza del cuore dove avviene l’incontro con Dio. E rende consapevoli dei limiti.

 

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https://www.agensir.it/chiesa/2024/01/24/intelligenza-artificiale-don-pasqualetti-ups-serve-trasparenza-dei-sistemi-di-ia-no-alla-disintermediazione-e-si-al-buon-giornalismo/

Contro il declino e l’opacità della politica

Lo sappiamo tutti. Oggi non ci sono più i grandi leader politici di un tempo – salvo rarissime eccezioni – e prosperano, invece, i capi partito. Frutto e conseguenza della profonda trasformazione della organizzazione del sistema politico. Perché i partiti popolari, di massa, democratici ed interclassisti sono stati semplicemente sostituiti dai cartelli elettorali da un lato e dai “partiti personali” o dai “partiti del capo” dall’altro. È di tutta evidenza che si tratta di una modifica profonda della stessa organizzazione politica che, di fatto, mina alla radice quello che un tempo veniva definita come ‘leadership politica’.

Ed è proprio quel profilo che consegnava al leader politico una ‘mission’ precisa nella sua comunità e nella intera società che superava la stessa leadership politica e di partito. Credo di non esagerare affatto se dico che il leader politico della prima repubblica era al tempo stesso anche un “educatore”. Cioè un punto di riferimento culturale, ideale che oltrepassava la mera dimensione politica.

Lo era per il suo stile, per il suo modo d’essere, per la sua dirittura morale e, soprattutto, per la sua cultura e per il suo concreto comportamento politico. Intendiamoci, nessuna sacralizzazione del capo – come, purtroppo, capita oggi dopo la decadenza e il progressivo impoverimento della politica causa l’irruzione del populismo qualunquista, demagogico e anti politico – ma, al contrario, la sua capacità, attraverso il suo carisma, di essere punto di riferimento del suo partito ma stimato e rispettato dagli stessi avversari.

Quella era la cifra del leader politico per l’intera prima repubblica e per buona parte della cosiddetta seconda repubblica. Ora, se si vuole rilanciare la qualità della democrazia, una rinnovata credibilità dei partiti e delle stesse istituzioni democratiche, è indubbio che si deve ripartire dalle fondamenta. Cioè da una rigorosa selezione democratica delle classi dirigenti da un lato e da una messa in discussione – profonda e definitiva – dei “partiti personali e del capo” dall’altro. Due condizioni basilari ed essenziali senza le quali qualsiasi operazione di rinnovamento e di cambiamento della politica è destinata a fallire.

Ma per centrare quei due obiettivi va recuperato sino in fondo il vecchio monito di Pietro Scoppola di saper legare, in una sintesi operativa e feconda, la “cultura del comportamento” con la “cultura del progetto”. Solo attraverso quei due postulati sarà possibile riavere quei leader politici, appartenenti a tutte le culture politiche, che sanno essere protagonisti delle vicende politiche ma, al contempo, anche autentici punti di riferimento delle rispettive comunità umane e della intera società italiana.

E questo perchè la stagione dei capi indiscussi, privi di qualsiasi cultura politica e di una concreta visione della società ma animati dalla sola volontà del comando e della imposizione, non solo allontanano la partecipazione ma contribuiscono in modo potente alla decadenza della politica. Oltre ad introdurre disvalori e malcostume nella stessa cittadella politica. Come è puntualmente capitato in

questi ultimi tempi nella politica italiana.

Leader come educatori dunque e, pur senza alcuna deriva moralistica, forse è arrivato anche il momento per porre la questione con coraggio e coerenza all’interno di rispettivi partiti. Ovviamente non nei partiti populisti e qualunquisti dove non vige alcun criterio se non quello dell’anti politica e del giustizialismo più spietati. Una operazione, questa, che deve trovare cittadinanza nelle comunità democratiche e solidali.

Sotto questo versante un contributo decisivo, e ancora una volta, può arrivare dalla cultura e dal pensiero del cattolicesimo democratico, popolare e sociale dove, guarda caso, i grandi leader politici erano anche, e soprattutto, straordinari ed irripetibili educatori culturali e spirituali. Un patrimonio, questo, che non può essere disperso perchè sacrificato sull’altare delle convenienze momentanee. Senza questo soprassalto d’orgoglio e questo recupero culturale, ideale ed umano qualsiasi operazione di rinnovamento della politica rischia di partire già sconfitto. E oggi non ce lo possiamo più permettere. Per il bene della nostra democrazia e il futuro stesso del nostro paese.

L’onda lunga del razzismo fa male all’Italia

Il ddl sull’Autonomia differenziata, una volta approvato dal Senato sta facendo il suo costituzionale percorso. Siamo ora in attesa delle conclusioni che speriamo interpellino anche i cittadini. Una legge voluta da Salvini e Calderoli, dopo un tacito baratto con la Meloni e La Russa sul loro Premierato. Quest’ultimo nel non tanto velato ricordo del loro mentore Giorgio Almirante, che, reduce della Repubblica fascista di Salò, chiedeva un vero e proprio presidenzialismo. Insomma: “…i soldi che produco io sono solo e soltanto miei; e in Italia…occorre un capo unico forte e veloce”.

Che il Nord Italia, nonostante che Cavour ce l’abbia messa tutta e col pieno di giovani bergamaschi fra i mille di Garibaldi, non avesse mai potuto digerire il meridione d’Italia, era cosa nota. Povero Garibaldi! A saperlo, arrivato a Marsala avrebbe fatto una buona bevuta di quel vino liquoroso che piaceva molto agli inglesi, e poi se ne sarebbe tornato verso Quarto.

Ma la vera chicca di questa incomprensibile ripulsa antimeridionale è riposta nel fatto che questa inimicizia mista a un razzismo nascosto a fatica, si è  trasferita non tanto sulle regioni meridionali, sui loro territori, sulla loro economia, ma proprio e soltanto sui meridionali. Sui terroni. Sui suddisti. Sugli zotici e  cafoni.  Insomma su coloro che è bene definire “differenti…da noi settentrionali”. Anche perché sono forse piu scuri di faccia.

Esagero? Ebbene sì, lo riconosco! Ma non dobbiamo  scandalizzarci troppo. Perché la faccenda delle “differenze” regionali non parte dalla legge in discussione che potrebbe  nascondere altre finalità. Essa in realta è molto vecchia. Sono andato a vedere. Quando nel 1984 nacque la Lega di Bossi con la sua “Repubblica del Nord” e con le magliette su cui era scritto “Prima il Nord”,  nel settentrione erano gia presenti ben 6 movimenti regionalisti e autonomisti: Veneto, Lombardia, Piemonte, Liguria, Emilia-Romagna, e Toscana. Seguirono solo dopo le sceneggiate di Pontida. Con i cartelli pieni di “Nord”; con i giuramenti dei leghisti vestiti da Vichinghi; con i loro copricapi con le corna; e con gli attivisti in pantaloncini e barba tinta di verde nel ricordo dei loro barbari antenati scandinavi. Di quel popolo, cioè, che come dicono gli storici compiva stragi e piraterie in Europa rubando e depredando. E con i leghisti presenti in quei giuramenti, che ignoravano totalmente la meridionale Magna Grecia, assieme alla storia della ancora più meridionale democrazia ateniese. Realtà quest’ultima, che ha seminato un piccolo germoglio per la cultura europea, e a ben vedere ha piantato le radici della democrazia moderna.

Forse è allora bene ricordare che anche moltissimi anni prima di Pontida e già dai primi anni ’60, ci sono stati nel Nord Italia forti segnali di antimeridionalismo. Quando per esempio in una bella città epicentro dello sviluppo industriale italiano come Torino, e in un Paese in pieno boom economico come il nostro, non si affittavano le case a chi veniva dal Sud: “Non si affitta ai meridionali”, erano i cartelli diffusi in quasi tutti i quartieri torinesi di quegli anni. E questo, paradossalmente, proprio mentre la Fiat per espandersi assorbiva mano d’opera meridionale.

Una avversione inspiegabile, spesso di origine psicotica, trascinatasi sino ai giorni nostri, quando veniamo a sapere che appena qualche anno fa a Padova, a Pordenone, a Venezia, sono comparsi cartelli analoghi. E quando il Tgr Rai della Puglia – poco prima del silenzio voluto dalla lottizzazione “melon-salviniana” – denunciava che a Milano una studentessa di Foggia è stata cacciata da una padrona di casa antimeridionalista, che una volta interviststa sul perché, si è giustificata dichiarandosi “…salviniana e razzista”. E che pertanto, non voleva avere nessun rapporto con i meridionali.

Pericoli per la mescolanza di razze supposte diverse anche queste? Non credo molto. Ma in ogni caso pericoli. Devo però a tale proposito dire di più. Perché i moniti sulle tragedie della “sostituzione etnica” che rimbalzano in bocca al cognato della Meloni Lollobrigida, oggi Ministro, ci fanno ora piena  compagnia. Ai giorni nostri, infatti, i cartelli delle città del Nord sono cambiati. Niente più “Non si accettano calabresi e siciliani”,  ma “Non si affitta ai musulmani”; Non si affita agli stranieri”; “Non si affitta agli emigranti”; “Non si affitta ai Neri”. E con l’aggiunta: “Qui siamo cristiani”.

Insomma un nostro futuro senza neonati, ovvero con un tasso di natalità ai minimi termini. Con i nostri figli sfamati e sazi che vanno all’estero, mentre respingiamo i figli degli altri che arrivano qui da noi per sfamarsi, e che tuttavia è bene trasferire in altre nazioni. Caccciarli o rinchiuderli. Intendiamoci: sbandati e pericolosi ce ne sono dappertutto. Senza dubbio. Ma sono le soluzioni estreme dei trasferimenti pagati, che lasciano perplessi. Tutto cio mi rimanda in conclusione alla  bella  metafora delle tantissime formiche nere che arrivano dentro casa nostra – tutte uomini e donne in carne ed ossa –  che conviene spazzarle via con un aspirapolvere.

Un traslato utilizzato giorni fa dalla filosofa Francesca Rigotti su questo blog, per spiegare gli accordi tra la Meloni e il presidente Albanese Rava, finalizzati, con tanto di compensi, a trasferire nei “…campi di concentramento” albanesi tutta la carne umana che sbarca in quella siciliana Lampedusa da premio Nobel. Cosi come è da premio Nobel il calabrese Mimmo Lucano, che ha avuto l’infelice  idea di fare accomodare nel suo paesino e nel corso di pochi anni ben 400 stranieri, oggi presenti fra i 1800 abitanti di Riace. Dando loro una casa e un lavoro. E così risollevando nello stesso tempo l’economia del posto. Ma benché di fronte a difficoltà giudiziarie prive di sostanza, dimostrando quei valori di accoglienza solidale e di quella ospitalità tipiche di tutti i meridionali, che non si sono mai sognati di scrivere sulla porta: “Non si accetano settentrionali”. Valori, questi, molto facili da scovare leggendosi la “Fratelli Tutti” di quel Bergoglio…in attesa del Giubileo.

L’Italia ha interesse a sfruttare ciò che funziona in altre nazioni

Non è un rimprovero verso qualcuno in particolare, men che meno verso la Meloni che sul “caso Toti” nicchia, sebbene faccia intendere che le dimissioni del Presidente della Liguria aiuterebbero a disinnescare la bomba dello scandalo nel pieno della campagna elettorale. Il mio rimprovero semmai è verso tutta la classe dirigente per l’assenza di proposta e iniziativa, quando sulla scia della vicenda ligure ci sarebbe più di una ragione per riprendere in mano la questione del finanziamento pubblico dei partiti.

Intanto alcune domande si pongono. Se è costituzionale la presunzione d’innocenza fino a sentenza definitiva, come si può imporre l’abbandono dell’incarico ricoperto nelle istituzioni? Ed ancora, è costituzionale che per le responsabilità di un Presidente di Regione o di un Sindaco, sia penalizzata (con lo scioglimento) l’intera Assemblea degli eletti? Questo è il vulnus istituzionale più rilevante,  considerando che la vicenda giudiziaria di norma dura molti anni, magari concludendosi con l’assoluzione degli imputati, mentre lo scioglimento dell’Assemblea interviene subito e ha conseguenze irreversibili.

Si tratta di capire quali possano essere i rimedi. Assunto che l’elezione diretta è fuori discussione, la soluzione va trovata nelle procedure vigenti altrove. Ad esempio nella democrazia americana. I nostri acuti politici si sono eccitati dinnanzi agli aspetti più hollywoodiani delle grandi assemblee per le primarie, ma proprio nelle primarie, ovvero nello sbocco c cui esse conducono, c’è una soluzione. Il leader non è solo, la campagna elettorale ruota attorno a un ticket (in pratica si formalizza ab initio l’esistenza di un vice). Ove accada che il leader debba dimettersi, non si precipita nel vuoto: subentra il vice (o la vice) fino a conclusione del mandato. L’Assemblea non paga pegno, insomma la figura di vertice si dimette ma senza alcuno scioglimento dell’Assemblea.

L’altra lezione americana riguarda la formula che impedisce una troppo marcata differenziazione tra gli Stati (nel nostro caso il discorso riguarderebbe le Regioni). Il Senato americano, infatti, contro il possibile strapotere degli Stati più popolosi, i quali nella Camera dei Rappresentanti godono degli effetti di un riparto di seggi su basi proporzionali, è composto da due soli senatori per ogni Stato, quale che sia la consistenza demografica dell’uno o dell’altro. Viene garantita in questo modo una rappresentanza paritaria, punto di equilibrio di un sistema altrimenti a rischio di permanenti e irrisolvibili contrasti.

Un innesto fortuito di regole e procedure prese dall’esterno è sconsigliabile, ma prendere le soluzioni migliori e adottarle con intelligenza va a beneficio dell’ordinamento democratico – se vogliamo renderlo più efficiente. Non bisogna chiudersi o pretendere di sperimentare, come per l’opzione del premierato, qualcosa di inesistente nel resto del mondo. Ci vuole un pizzico di buon senso. Anche di fronte allo “scempio” della riforma costituzionale del governo, varrebbe la pena mettersi d’accordo sulla soluzione del semi-presidenzialismo alla francese. Parigi ci dice che funziona.

Asia News | Il Patriarca incorona Putin per l’eternità

Il patriarca di Mosca Kirill (Gundjaev) ha rivolto un saluto al presidente Vladimir Putin, in occasione dell’inaugurazione-incoronazione dell’ennesimo mandato presidenziale e dell’anniversario della Vittoria su ogni nemico, augurandogli di rimanere al potere do skončanija veka, un’espressione presa dalla liturgia analoga a quella latina in saecula saeculorum. Forse il patriarca intendeva semplicemente indicare un “mandato a vita” per lo zar-presidente, che mai come quest’anno ha esaltato la solennità dell’autocrazia con i tappeti e le fanfare del Cremlino, ma l’eccesso di zelo è stato talmente evidente che la sala stampa del patriarcato ha tagliato la frase dal comunicato che riportava il testo del patriarca.

La benedizione imperitura è risuonata la sera del 7 maggio al Cremlino nella cattedrale dell’Annunciazione, la cappella privata degli zar davanti al cui altare si stagliano le splendide serie di sacre immagini dei più grandi iconografi della storia russa, Teofane il Greco e Andrej Rublev, dove il presidente ha presenziato al Moleben, la litania augurale del patriarca. La preghiera di Kirill ha invocato l’intera schiera celeste e “la benedizione di Dio, la protezione della Regina del cielo siano con voi fino alla fine della vostra esistenza e fino alla fine dei tempi, come usiamo dire, e ho l’ardire di aggiungere che, a Dio piacendo, la fine del secolo significhi anche la fine della vostra permanenza al potere, poiché voi avete tutto quanto serve per compiere a lungo e con successo il vostro servizio alla Patria”. Nel testo diffuso dalla sala stampa la frase è stata ridotta alla “fine della esistenza” del presidente, e anche dal video del Moleben su YouTube è stata tolta la profezia escatologico-presidenziale.

In ogni caso Kirill si è rivolto al presidente con il titolo di vaše prevoskhoditelstvo, “vostra eminenza”, come era consuetudine riguardo ai membri della famiglia regale, aggiungendo che “per la grande misericordia di Dio il nostro tempo è stato gratificato dal fatto che a capo dello Stato russo c’è una persona di fede ortodossa, che non si vergogna della propria fede”. Secondo il patriarca, molti russi vedono in Putin “una persona molto buona, intelligente e di cuore”, anche se lo ha esortato a “non essere soltanto buono, ma anche severo, poiché il capo dello Stato deve prendere a volte decisioni fatidiche e groznye”, che si può tradurre con “clamorose” o meglio con “minacciose”, ribadendo l’analogia tra Putin e Ivan Groznyj, il “terribile” o appunto il “minaccioso”. Aggiungendo che “se non si assumono queste scelte drammatiche, le conseguenze potrebbero essere estremamente pericolose per il popolo e per lo Stato, e spesso si tratta di decisioni che comportano anche delle vittime”. Oltre all’accenno al primo zar cinquecentesco, il discorso patriarcale ha richiamato le gesta eroiche del principe Aleksandr Nevskij, che “non ebbe paura dei nemici ed è stato glorificato come santo”, senza peraltro aggiungere riferimenti diretti alla guerra in Ucraina.

A questo punto, secondo le nuove regole costituzionali approvate in modalità decisamente “poco ortodossa” nel 2020, Putin potrà guidare la Russia fino al 2036, quando compirà 84 anni, in caso di ulteriore rielezione nel 2030. La maggioranza dei sovrani della storia russa, principi, zar o segretari di partito, sono rimasti in sella fino alla fine della loro esistenza, ad esclusione dell’ultimo imperatore-martire Nicola II e del segretario Nikita Khruščev, spodestato da Brežnev e compagni per restaurare l’ordine staliniano. Dopo la fine dell’Urss si sono succeduti gli infelici governi di Mikhail Gorbačev (1985-1991) e di Boris Eltsin (1992-1999), per non parlare della presidenza “transitoria” di Dmitrij Medvedev tra il 2008 e il 2012, dove di fatto Putin governava come primo ministro, anche in questo imitando lo zar Ivan il Terribile che “designava” altri personaggi quando si ritirava nei possedimenti intorno a Mosca. In passato Putin aveva dichiarato più volte di non avere intenzione di rimanere al potere a vita, ma questo tema è stato ormai da tempo accantonato.

 

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https://www.asianews.it/notizie-it/Il-regno-eterno-dello-zar-vittorioso-60715.html

Regionalismo differenziato, l’errore storico della Lega di Salvini.

Alla fine, l’insistenza nella determinazione ad approvare a qualunque costo la “propria” riforma dell’autonomia differenziata e ancora di più l’accelerazione impropria imposta all’iter parlamentare in modo che si possa concludere prima del voto per il parlamento europeo, così da consentire alla Lega di Salvini di alzare una specie di trofeo da mostrare ai propri seguaci, hanno provocato qualche giorno fa una presa di posizione da parte del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.  Più che la natura di un “avviso ai naviganti” ha assunto il tenore ed il contenuto – per dirla con un termine inglese che è stato già usato – di un vero e proprio warning, vale a dire: di un avvertimento istituzionale sulla riforma, che dovrebbe indurre tutte le forze di governo, a cominciare da quella della premier, a valutare bene i propri passi. Perché, come testualmente ha detto Mattarella, “lo sviluppo dell’Italia ha bisogno del rilancio del Mezzogiorno” ed “una crescita equilibrata e di qualità del Sud” assicurerebbe “grande beneficio all’intero territorio nazionale”. Non solo. Ma, come è noto, il profilo identitario della nostra Repubblica ci indica un modello istituzionale proiettato verso la coesione e la solidarietà che implica l’unità giuridica ed economica della comunità, l’eguaglianza dei diritti di cittadinanza, il rispetto della democrazia rappresentativa.

Prima di correre il rischio di rompere questi equilibri ordinamentali, dunque, è necessario riflettere bene su quali siano le condizioni che possano giustificare una tale iniziativa. Non, però, sulla base della libera interpretazione di questa o quella forza politica ma secondo l’indirizzo politico-costituzionale contenuto nella Carta fondamentale che, purtroppo, finora è stato completamente negletto sia da parte dei fautori che dei contrari all’autonomia differenziata.

 

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Come ricordare Giacomo Matteotti? Anche un condominio ne discute.

Giuseppe Pisanelli fu deputato del regno d’Italia e Ministro di Grazia e Giustizia nel primo governo Minghetti, fu autore del progetto del codice di procedura civile ma anche della pena di morte, in ordine alla quale aveva una posizione abolizionista.

Nella sua produzione bibliografica c’è anche un lavoro dal titolo curioso –  Passatempi di una onesta brigata nel tempo del colera – forse non avendo del tutto chiaro come il suo intuito avesse anticipato quello che un giorno, sia pur di sponda, avrebbe potuto riguardargli.

Accade in questi giorni che nel quartiere Flaminio di Roma si sia aperta una disputa tra favorevoli e contrari. In un condominio di via Pisanelli si dibatte se accettare la proposta del Comune di Roma di sostituire una precedente targa intestata a Giacomo Matteotti, che visse in quell’abitato, con una nuova lastra più descrittiva della sorte di morte che ebbe Matteotti, raccontando più dettagliatamente di un agguato per mano fascista.

Ci sono fatti che stentano a trovare la giusta dimensione ed essere messi a fuoco in modo corretto. Sembra che il problema di diniego del condominio sia quello di una scritta dalle eccessive dimensioni e quindi troppo impattanti.

Si tratta di una vicenda già targata, ormai di qualche giorno fa di cui però non si conosce ancora l’esito conclusivo. Il prossimo 10 giugno ricorrono i 100 anni della morte di Matteotti e ancora non è chiaro se la targa in nuova versione troverà ospitalità. La vecchia lastra, peraltro abusiva, era stata messa da un condomino di buona volontà e mai sanzionata dal Comune. Siamo alle solite contraddittorie e bizantine storie italiane, dove ci si muove sempre sul filo del consentito e del tollerato.

Non si tratta di una questione estetica. Un condominio non è altro che un Parlamento di dimensioni ridotte. Sembra che, di fondo, ci sia il timore dei condomini di esporsi a possibili ritorsioni da parte di qualche sconsiderato che possa non apprezzare l’iniziativa. Un modo, insomma, di pararsi le terga da atti che possano compromettere la tranquillità dell’abitato.

In origine, per targa si indicava anche uno scudo, a forma di cuore, utile alla protezione della persona. Sulla targa pare che si tergiversi al pari di ogni decisione che suggerisce prudenza senza però squalificarsi. Qua non c’è nulla di romantico in ballo, il target da raggiungere è non avere rogne di ogni genere ma anche non perdere la faccia. Non ci sarebbe insomma da rivendicare un motivo di particolare lustro nel poter vantare Matteotti come un condomino del tempo che fu.

Parodiando, si potrebbe dire che “tra il lustro e il brusco”, nella incertezza delle luci del crepuscolo e dell’alba e di una posizione da assumere, è probabile che resterà semplicemente la vecchia iscrizione, sia pure priva di permessi ma comunque intoccabile, dove la ragione superiore si fa beffa del cavilloso rigore delle leggi e dei regolamenti.

Il lustro era il rito di aspersione e purificazione posto in atto ogni cinque anni dai censori al termine del loro incarico. A nessuno degli abitanti del palazzo di via Pisanelli è richiesto di mortificarsi e di espiare colpe e mancanze, né essere martiri o eroi. La damnatio memoriae suggerisce comunque di non essere trascurati. Lì dove c’è il sospetto di un pericolo si deve agire in ogni caso per la libertà. Ogni clima, eventualmente torbido, merita sempre una contromossa che non sia di timidezza.

Il quartiere Flaminio prende il nome dal politico e generale romano Gaio Flaminio Nepote che si distinse per aver sconfitto i Galli e per la sua sconfitta contro Annibale al Trasimeno.  Si dice che sia stato decapitato. Speriamo che la targa di Matteotti non conosca la stessa sorte o che una maldestra brigata dopo i tempi del covid non ne inibisca la mostra.

Unità dei popolari, l’obiettivo resta nonostante i fallimenti accumulati.

Ci avevamo provato nel 2017, con la Dc guidata da Gianni Fontana e nel 2021, con la Federazione dei Dc e Popolari presieduta da Peppino Gargani. Dopo quelle esperienze di ritorno a Camaldoli, siamo ancora vittime della diaspora suicida e privi, alle prossime europee, di un partito di riferimento della nostra area politico culturale.

Il grande fiume carsico del mondo cattolico, frastagliato nei suoi numerosi affluenti culturali e organizzativo sociali, non riesce a superare la frammentazione politica succeduta al tempo dell’unità nella Dc. Conseguenza della fine dei collateralismi, dei nostri errori e del trionfo del relativismo etico culturale che ha attraversato l’esperienza contemporanea del nostro Paese. La crisi dell’associazionismo e della stesse culle di formazione tradizionale cattolico-sociali, le parrocchie, hanno ostacolato l’emergere di una nuova classe dirigente sul piano organizzativo e  politico istituzionale; al tempo stesso gli ultimi eredi dell’esperienza democratico cristiana si sono dispersi nelle tante piccole casematte guidate da capi e capetti, ognuno dei quali convinti di potere coordinare gli altri o, molto più egoisticamente, disponibili a trovare la personale collocazione nei partiti espressione del bipolarismo forzato da leggi elettorali assurde, pseudo maggioritarie.

È evidente che tentare di ripartire dalle numerose piccole realtà partitiche sparse si è dimostrata sin qui un’impresa fallimentare. Penso a quella da me personalmente vissuta dal 2012, allorché, con gli amici Silvio Lega e Clelio Darida, avuto notizia da Publio Fiori della sentenza della Cassazione n. 25999 del 23.12.2010 (“La DC non è mai stata giuridicamente sciolta”), tentammo, con l’autoconvocazione del consiglio nazionale della Dc, di riaprire politicamente la vicenda democratico cristiana, finendo con l’esito attuale di “una ventina di Dc”, guidate da pseudo segretari in costante contesa giudiziaria per la loro legittimità. Uno spettacolo ben triste.

Ecco perché ritengo si debba ripartire ancora una volta dalla base, grazie a un tema unificante, almeno me lo auguro, per tutti i cattolici delle tre componenti: democratica, liberale e cristiano sociale. Mi riferisco alla difesa della repubblica parlamentare e della Costituzione che, con gli amici di Iniziativa Popolare, stiamo tentando di fare con la proposta di cancellierato sul modello tedesco, con il ritorno alla legge elettorale proporzionale e l’istituto della sfiducia costruttiva. Se, invece, permanesse il rifiuto della sfiducia costruttiva da parte della Meloni, con la sua idea fissa del premierato, dovremmo essere pronti ad attivare il comitato per il NO al progetto di “deforma costituzionale” della destra sovranista nazionale.

Sul progetto di cancellierato italiano vorremmo aprirci al confronto con tutte le realtà della nostra area socioculturale presenti nelle diverse regioni italiane, per preparare finalmente, in autunno, dopo il voto europeo, una Camaldoli 2024 del mondo cattolico, da cui far emergere, con una proposta di programma politico per l’Italia, una rinnovata classe dirigente che potrà guidare una lista unitaria alle prossime elezioni politiche nazionali.

Credo che il progetto di questa nuova Camaldoli 2024 potrebbe essere proficuamente attivato dai responsabili delle testate giornalistiche che, come quelle de “Il Popolo” e de “Il Domani d’Italia”, insieme ad altre disponibili, sono state sin qui tra quelle più sensibili al tema della ricomposizione politica dei cattolici, al fine di superare gli egoismi particolaristici dei diversi piccoli gruppi e per garantire la partecipazione delle personalità più significative della realtà cattolica italiana.

Siamo forti degli insegnamenti sociali degli ultimi pontefici, tra  i più rigorosi interpreti dei problemi della nostra realtà, si tratta di impegnarci a derivarli sul piano politico  istituzionale con la nostra autonoma responsabilità, in una fase così difficile e carica di tensioni a livello interno e internazionale. Vogliamo riprovarci?

Beppe Matulli, cattolico esigente e sempre con lo sguardo avanti.

Beppe Matulli, cattolico esigente e sempre con lo sguardo avanti.

 

È interessante ricordare come sempre, nei suoi interventi sia in ambito locale che nazionale, politico o associativo, Beppe partisse sempre dalla analisi dei cambiamenti di scenario in Europa e nel mondo.

 

Silvia Costa

 

Sono commossa e onorata di essere qui con voi,a Palazzo vecchio, a ricordare Beppe Matulli, a quasi tre mesi dalla sua scomparsa, nella nostra Firenze dove io sono nata e dove lui è stato un grande vice Sindaco. Per me è stata una grande, dolorosa perdita, perché a Beppe mi legava un’amicizia fraterna e complice, durata 40 anni. Con lui dai primi anni ‘80 ho condiviso l‘impegno politico nella Democrazia Cristiana, con la segreteria di rinnovamento di De Mita.

Lui, il suo “discepolo più amato” e ascoltato –  come ha detto Pierluigi Castagnetti – giovane esponente della sinistra Dc, legato a Nicola Pistelli, quindi brillante segretario regionale della Toscana. Io, da poco Dirigente nazionale Spes, impegnata nel Movimento femminile con maestre come Maria Eletta Martini e Tina Anselmi.

Abbiamo  entrambi attraversato i passaggi complessi dalla fine della Dc, al PPI, alla Margherita, al Pd spesso scambiandoci riflessioni, amarezze e convinzioni, insieme a una ostinata passione per l’impegno civile e politico che per entrambi è continuato, in forme diverse.

Per me Beppe  è  stato soprattutto un grande amico, generoso e solidale, un interlocutore sempre stimolante, rigoroso e coinvolgente; ma anche acuto e  spiritoso, un maestro di vita e di buona politica ispirata a un cattolicesimo praticato, animato da una coerente etica della responsabilità verso il bene comune e le istituzioni democratiche, nel dialogo con tutti ma sempre dando forza argomentativa alle sue posizioni. Il suo tratto umano, sorridente e aperto, la sua proverbiale franchezza unita alla delicatezza dei toni, lo ha fatto amare da tanti, anche dai suoi avversari politici.

Beppe era un uomo integro, profondamente credente ma  “cattolico  esigente” e laico nell’azione politica, un politico di grande finezza culturale, di letture sterminate e grande curiosità intellettuale, sintesi e riferimento del multiforme cattolicesimo fiorentino, impegnato nel volontariato per gli ultimi fino alla fine, sempre con lo sguardo alla condizione dei giovani – come è emerso ai suoi funerali dallo splendido ricordo dell’Abate di San Miniato – e sempre con lo sguardo avanti,  animato da una sincera vocazione pedagogica in politica.

Ricordo che a un Congresso della Dc nel 1984, richiamando una frase di Manzoni rivolta a Cavour, diceva che un politico deve avere due qualità: essere prudente e essere imprudente.

 

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Gli scontri del presente e i buoni esempi del passato

C’è un sentimento di nostalgia che attraversa la politica italiana. Si infittiscono gli anniversari, e così si finisce per rendere doveroso omaggio ai grandi del passato. Ma soprattutto si rivisitano più benevolmente gli avversari di ieri e dell’altro ieri.  E così fioccano gli applausi del popolo di destra rivolti a Berlinguer. E dal capo opposto si levano voci d’un tratto più indulgenti verso Berlusconi.

Niente che sconvolga la mappa delle reciproche certezze. Ma almeno qualcosa che renda meno minacciosi i confini tra un territorio e l’altro. S’intende che tutto questo ha a che vedere anche con le astuzie più tipiche della politica.

Infatti, si usa qualche riguardo verso i nemici di prima anche per colpire più efficacemente i nemici di adesso. Cosa che non dovrebbe scandalizzare e che anzi potrebbe perfino essere apprezzata come segno di un costume più cavalleresco. A patto che tutti questi apprezzamenti “postumi” possano aiutare a stabilire codici di combattimento meno ferini e meno unilaterali di quelli con cui ci troviamo quotidianamente a fare i conti.

Speranza piuttosto vana, almeno a giudicare dalle cronache quotidiane che risuonano in vista della imminente campagna per le elezioni europee. Resta il fatto che è quasi sempre il passato a fornire buoni esempi. Mentre il presente segnala piuttosto una tendenza a radicalizzare lo scontro. Quasi che riconoscere qualche ragione ai propri avversari di oggi e ai loro argomenti fosse segno di una scarsa convinzione nelle proprie buone ragioni. Mentre è quasi sempre il contrario.

 

Fonte: La Voce del Popolo – Giovedì 9 maggio 2024

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

Le contestazioni a Roccella e la gioia della sinistra radical

Non c’è niente da fare. È appena sufficiente registrare la reazione della sinistra, nelle sue diverse e multiformi espressioni, per rendersi conto che il pluralismo delle opinioni continua ad essere una sorta di tabù da quelle parti. Certo, il protocollo prevede che quando c’è una censura o una constatazione violenta nei confronti di un avversario politico – come quella plateale che ha nuovamente coinvolto la povera Eugenia Roccella per le tesi che sostiene e non per il ruolo istituzionale che riveste pro tempore – arriva, blandamente e distrattamente, una solidarietà.

Una solidarietà però, è bene dirlo subito, che non trova cittadinanza nei gazzettieri quotidiani della sinistra televisiva, accademica, intellettuale ed artistica. La solidarietà si ferma al partito. Del resto, non si deve essere dei profeti per dire che Gruber, Formigli, Floris, Scurati, Fazio, Littizzetto, Augias e tutti i “martiri” e le “vittime” milionarie dell’informazione contemporanea, non diranno una sola parola al riguardo. Anzi, sosterranno – con la gioia e il giubilo di tutto l’arcipelago della sinistra ex e post comunista – che questo è il pluralismo. E cioè, quando in pubblico si viene contestati e zittiti è, semplicemente, la regola della democrazia. In punta di diritto una tesi ineccepibile.

Purché, come ovvio, non capiti a sinistra perchè altrimenti e puntualmente scatta l’allarme del regime illiberale, della torsione autoritaria, della restrizione delle libertà, del ritorno

dell’intramontabile fascismo, della negazione sistematica del diritto alla parola e altre corbellerie similari.

Ora, e al di là dell’ultimo caso specifico, un dato si staglia, e per l’ennesima volta, all’orizzonte. E cioè, questo atteggiamento evidenzia un solo dato. Che resta costitutivo dell’ideologia – e non della cultura o del pensiero – della sinistra. Chi ha una opinione diversa, o addirittura alternativa, rispetto a quella che rappresenta la vulgata corrente o il sempreverde “politicamente corretto”, semplicemente può e deve essere contestato. E se del caso anche zittito. Era così ai tempi della Democrazia Cristiana. È così se governa il centro destra e sarà sempre così ogniqualvolta si avanzano tesi in aperto contrasto con chi fa della “superiorità morale” e della “arroganza intellettuale e culturale” la sua ragion d’essere nella società e nel dibattito pubblico.

Un tic, questo, che spiega meglio di qualsiasi altra osservazione come viene declinato e praticato in quel campo – rafforzato anche dall’ingresso dei populisti interpreti dell’anti politica e del giustizialismo più spietato – il pluralismo. Perché, alla fine, si tratta sempre e solo di capire come si declina concretamente il pluralismo e il rispetto dell’avversario. E quando l’uno si interpreta come la difesa e il rispetto delle proprie opinioni – e solo di quelle – e l’altro viene vissuto all’insegna del rapporto con il proprio nemico irriducibile, è chiaro a tutti che ci troviamo di fronte

al germe dell’intolleranza e della più spietata arroganza morale e culturale.

E la contestazione, l’ennesima a Roccella o ad altri esponenti del “campo avverso” per dirla con una felice espressione del passato di Veltroni, non può che far piacere e salutata con entusiasmo e felicità da tutto il circo mediatico della sinistra radical.

Cristianesimo e liberalismo: chi aveva ragione tra La Pira e Sturzo?

Sturzo, che Piero Gobetti (1901/1926) non a caso definiva “messianico del riformismo”, poneva alla base di ogni comportamento umano un’estrema moralità che non sempre si sarebbe mantenuta in seguito; la partitocrazia, ovvero il regime dei partiti elevato a sistema, avrebbe indotto alla corruzione, quindi all’immoralità che non è caratterizzata soltanto dallo sperpero di denaro pubblico, ma da ingiusti sistemi fiscali, da clientelismo diffuso, dall’abuso della propria influenza politica nel ruolo che si occupa, nell’esame dei pubblici concorsi o anche nell’assegnazione degli appalti, svilendo la politica della necessaria “terzietà”.

In questo senso la polemica negli anni ’50 con l’allora sindaco di Firenze Giorgio La Pira, figura ineccepibile moralmente ed eticamente, assunse tuttavia toni molto marcati. Gli ricordò infatti di appellarsi al Vangelo, come La Pira spesso faceva, ma ricordarsi anche che il Figlio dell’uomo volle dare da mangiare alle folle due volte, tuttavia prima moltiplicò i pani e i pesci e poi li fece distribuire.

La Pira non fu meno duro nel replicare anche solo indirettamente a Sturzo, come rammenta lo storico Gabriele De Rosa: “…appena La Pira mi vide attaccò a parlare di Sturzo accusandolo di essere un politico per i ricchi e fu durissimo; e che avrebbe fatto meglio a pregare che a scrivere perché era un liberale nient’affatto cristiano”. Insomma il contrasto non fu affatto lieve e il sindaco santo a volte veniva fuori anche nel suo lato da convertito!

A distanza di tanti anni e in una situazione politica oggi difficilissima dobbiamo riconoscere che la storia ha dato ragione al sacerdote di Caltagirone: lo Stato non è un rifugio per ammortizzare i debiti di aziende in difficoltà, ma uno strumento di equilibrio in una società democratica che vive pienamente nella libertà.

Possiamo concludere con le parole dello stesso Sturzo che così rispose il 20 settembre 1946, due settimane dopo il suo ritorno in Italia da un esilio cui l’aveva condannato il fascismo per vent’anni, all’indirizzo di saluto del membri del

Consiglio Nazionale della Dc: “…C’è qualcosa che dipende da voi e qualcosa che dipende dagli eventi: da voi dipende la fermezza nei principi e la fedeltà allo spirito della Democrazia Cristiana che deve vivificare tutta l’azione politica e sociale. Non mirate al puro successo materiale. Quando vi sono ostacoli, vanno prese iniziative per irrobustire lo spirito al di sopra degli elementi tecnici e pratici della vita politica. Su questo punto occorre rifarsi al Vangelo, che ci ammonisce di essere distaccati dai mezzi materiali, non per schivare il lavoro in una fiducia passiva nella Provvidenza, ma per non perdere mai il contatto con gli ideali. «Cercate il Regno di Dio e vi sarà dato». Gli ideali su cui fondare ogni sana azione politica sono la giustizia e la libertà; giustizia e libertà sono gli ideali della Democrazia Cristiana”.

 

[il testo qui proposto è la coda finale di un’ampia riflessione dell’autore, docente all’Università Lateranense, su “Il Liberalismo di Luigi Sturzo”]

Rome Summit, la parola ai giovani imprenditori cattolici.

Il cristianesimo perde ogni sostanza se gli sottraiamo la concretezza, perché l’etica è la cartina tornasole della morale. Ed etica significa non sottrarsi all’impegno quotidiano per quello che Papa Paolo VI chiamava “sviluppo umano integrale”. Sempre più vediamo attribuire alle imprese un ruolo che non è più solo quello di semplici generatori di profitti. Oggi all’impresa è richiesto di essere attore primario della transizione ecologica, erogatore di servizi di welfare, prendere parte al sostegno alla genitorialità, farsi carico dei bisogni di comunità e territorio. Oggi, la logica della responsabilità d’impresa chiama l’azienda a farsi attore autenticamente politico. Pur rimanendo al di fuori degli schieramenti, della logica di fazione, ci è richiesto di essere contributori sociali, ben oltre l’ambito fiscale.

 

Gli imprenditori cattolici accolgono volentieri questo compito, che è connaturato alla visione dell’impresa maturata dalla dottrina sociale, in dialogo (e non in contrasto!) con le istanze del lavoro e indirizzata al bene comune (non al profitto privato). Ma se l’impresa assume un ruolo politico, allora deve assumere anche una voce politica. E gli imprenditori che si riconoscono nelle radici cattoliche, in dialogo con le altre parti sociali, hanno deciso di scendere in campo, collegando Chiesa e istituzioni civili, per offrire un contributo di visione sui nodi che stringono la società. Per questo il Movimento Giovani UCID (Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti) intende lanciare Rome Summit, che si terrà il 15 maggio, a partire dalle 16.30 e sarà ospitato a Palazzo Borromeo, sede dell’Ambasciata italiana in Vaticano, con la partecipazione dei rappresentanti giovani delle associazioni d’impresa, i vertici delle istituzioni italiane – dal vicepremier Antonio Tajani al presidente della Camera dei Deputati, Lorenzo Fontana – e i vertici della Chiesa, sarà infatti con noi il Segretario di Stato, S.E.R. il Card. Pietro Parolin, nella prospettiva di affrontare le crisi che preoccupano il nostro tempo – dalla natalità, con i suoi effetti sul sistema previdenziale, fino all’urgenza di promuovere imprese giovani e sostenibili capaci di affrontare i problemi sociali.

Davanti a questioni così ampie, occorre allargare il più possibile il dialogo. Saranno con noi, i rappresentanti dei giovani imprenditori delle associazioni d’impresa più rappresentative del Paese: Riccardo Di Stefano per Confindustria, Angelica Donati per Ance, Davide Peli per Confartigianato, Andrea Sangiorgi per Confcooperative, Antonio Ieraci per Federmanager, Giovanni Gioia per Confagricoltura, Eustachio Papapietro per Confapi, Enrico Parisi per Coldiretti.

Dal dialogo tra imprese, istituzioni e Chiesa, emergeranno proposte concrete, rivolte ai decisori pubblici di ogni livello di governo. In campo saranno le priorità e i bisogni che nascono dall’esperienza di chi si trova a gestire direttamente un’attività d’impresa ed avere responsabilità di rappresentare tante di esse, all’interno delle numerose organizzazioni di rappresentanza che hanno accettato di partecipare. Perché Roma, perché nella sede dell’Ambasciata italiana in Vaticano? Perché Roma rappresenta un’autorità morale, di cui oggi l’economia e la politica hanno più che mai bisogno per ritrovare il senso di un impegno quotidiano. È un bisogno che accomuna credenti e laici, un bisogno a cui le parole di Papa Francesco sui temi sociali, economici e politici hanno dimostrato di saper rispondere.

Non a caso, il Rome Summit si propone come una declinazione particolare di The Economy of Francesco, l’appello che il Santo Padre ha rivolto ai giovani (imprenditori, economisti…) perché si impegnino a gettare le fondamenta di una economia più umana. In questa logica, UCID intende essere un ponte tra mondi, agente del dialogo sociale, della concertazione con le istituzioni, promotore di cultura dell’impresa e del lavoro. Il Rome Summit sarà occasione per iniziare a sperimentarci alla prova di questa missione.

 

UCID associa in Italia oltre 3.000 imprenditori e dirigenti ispirati alla dottrina sociale della Chiesa ed è emanazione diretta della Conferenza Episcopale Italiana (CEI).

 

Benedetto Delle Site: è l’attuale presidente di Giovani Ucid, esperienza avviata a partire dal 2021, dopo alcuni anni alla presidente di Giovani Ucid Lazio. Delle Site è inoltre alla guida dell’assciazione di categoria Federproprietà e direttamente impegnato come Ceo e fondatore dello studio Delle Site e partners, specializzato nell’alta consulenza per l’accesso al credito. 

Non dimentichiamo Aldo Moro

Il 16 marzo e il 9 maggio del 1978 si consumò una tragedia immane per le famiglie e per il Paese. Dopo tanto sangue innocente, l’assassinio di Moro doveva essere il colpo di grazie al sistema democratico. Era la “traduzione” della rivoluzione mancata,  perseguita dalle frange estreme della sinistra, che si erano organizzate dopo aver lasciato il Pci.

La “verità “su quella tragedia è stata ricercata dalle varie commissioni parlamentari, dalla magistratura e da nutrite schiere di giornalisti, oltre ovviamente agli apparati di sicurezza. Rimangono molte zone oscure sui mandanti,su quanti avevano interesse ad eliminare Aldo Moro.

Il 9 maggio si ricordano tutte le vittime del terrorismo. Il rischio è che abbondino le frasi di circostanza su un avvenimento lontano. Il tempo stempera tutto ma il tentativo di consegnare all’oblio la morte di Moro è un delitto.

Le mezze verità, l’uso anomalo del segreto di stato per coprire responsabilità personali e di gruppi di pressione non aiutano un Paese a crescere e alla democrazia a rafforzarsi.

La vittoria sul terrorismo fu l’ultimo sforzo di quello che rimaneva dei partiti.

Dopo Moro l’impianto democratico dello Stato si è eroso. Nella metà degli anni ‘90 ci fu una congiura di esponenti massoni deviati, di alcune procure d’assalto, di certa sinistra con il corollario di complicità e connivenze che ha collassato il sistema delle garanzie democratiche. Ricordiamo con Aldo Moro le tante vittime innocenti,martiri della libertà.

Il manifesto che il 9 maggio del 1978 la Dc affisse in tutta Italia con l’effige di Moro diceva: “Vive nei nostri cuore il Suo amore per la libertà”. Oggi è in atto un disegno eversivo della maggioranza di governo che attenta alla Costituzione e all’unità del Paese. Non è possibile stare silenti difronte una prospettiva pericolosissima. È auspicabile sperare che l’amore per la libertà non sia scomparso dal cuore degli italiani che debbono trovare la forza del coraggio per non soccombere. Così si onorano le vittime del terrorismo e della violenza in qualsiasi forma si manifesti per evitare il precipizio che sta dinanzi a noi!

 

 

P.S. Oggi 9 maggio, alle ore 11.00, nella Chiesa di S. Nicola di Catanzaro ci raccoglieremo in preghiera per ricordare Aldo Moro, Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Giulio Ravera, Francesco Zizzi, Raffaele Iozzino uccisi dalle Brigate Rosse e tutte le altre vittime del terrorismo e pregare.

 

[Il testo appare sulla pagina Fb dell’autore]

Il futuro dell’Europa è nella riscoperta delle sue radici

Il rapido avanzare della storia verso un multilateralismo più partecipato dovuto al consolidarsi di più centri decisionali accanto a quello americano-occidentale, pone il percorso di costruzione dell’unità europea di fronte a sfide inedite e di importanza vitale rispetto al ruolo che il Vecchio Continente potrà recitare sulla scena globale.

Per la prima volta dopo circa cinque secoli si assiste al venir meno dell’egemonia occidentale nel mondo. L’influenza delle vecchie potenze coloniali europee, come Regno Unito e Francia, deve cedere il passo di fronte alle istanze di molti Paesi del Sud del mondo di indipendenza non più solo formale come alla fine della decolonizzazione, ma sostanziale, anche geopolitica, economica e culturale. Mentre gli Stati Uniti, di fronte alla crescita di potenze come la Cina e l’India sperimentano gli effetti della fine del “momento unipolare” e sembrano preoccupati soprattutto di raggiungere un accordo di coesistenza con protagonisti di rango pari al loro.

Di fronte a tali processi cresce la consapevolezza che l’Unione Europea così com’è risulta inadeguata a esercitare un ruolo di primo piano nei nuovi equilibri globali che si stanno delineando. Va riconosciuto a Mario Draghi il merito di aver sensibilizzato l’opinione pubblica continentale sulla necessità per l’Europa di affrontare le nuove sfide in tre direzioni principali: la sicurezza, le catene di approvvigionamento in particolare quelle energetiche, la competizione sul mercato globale.

Per un’Europa rinata sulle ceneri della lunga guerra civile europea del secolo scorso il tema della sicurezza è tornato ad essere fondamentale, non solo per quanto riguarda la legittima e ormai matura prospettiva di rafforzare il pilastro europeo dell’Alleanza atlantica, attraverso un maggiore coordinamento delle forze armate e degli arsenali dei Paesi membri in vista di un esercito comune, ma soprattutto per quanto riguarda la sfida di garantire la sicurezza privilegiando le alternative alla guerra. Alla radice del progetto dei padri fondatori, del quale la dichiarazione Schuman rappresenta una prima importante manifestazione, vi fu la determinazione nell’erodere il terreno sul quale crescono i conflitti armati, attraverso la messa in comune delle risorse oggetto delle contese passate. Allora erano il carbone e l’acciaio. Oggi possono essere le terre rare, i minerali strategici, le riserve di fonti di energia, i fertilizzanti, il grano.

È guardando alle proprie radici che le istituzioni europee possono riscoprire il fine per cui sono nate, e ritrovare il filo di un percorso messo molto a dura prova dalla insensata  prova di forza con modalità d’altri tempi che si sta consumando in Ucraina sulla pelle della popolazione. Il solo bilancio dei torti e delle ragioni appare insufficiente per aprire spiragli di pace ma anzi rischia di fare di torti inaccettabili come l’invasione russa dell’Ucraina, delle ragioni per più grandi tragedie che rischiano di ripercuotersi sull’intera Europa, impantanandola in una guerra infinita e sottraendole energie vitali per stare al passo, o perlomeno non rimanere troppo indietro verso l’Asia e il resto del mondo che corrono e che stanno già dettando gli standard dell’innovazione.

Porre fine con le armi della diplomazia e del negoziato a quella che non è solo una guerra civile fra popoli slavi e ortodossi ma una nuova guerra civile europea, è la base per costruire il futuro dell’Europa.

Un’Europa più federe alle ragioni per cui è nata come storia unitaria saprà trovare il punto di incontro tra interessi, talora divergenti, fra le due sponde dell’Altlantico in autentico spirito di solida amicizia e di realizzata indipendenza. E sarà in grado nello stesso tempo di trovare una sintesi fra le diverse spinte geopolitiche presenti al suo interno, che le consentirà di parlare con una voce sola all’esterno e di concepirsi come protagonista autonoma sulla scena mondiale nella costruzione di un nuovo ordine multilaterale più adeguato ai tempi, più equo e inclusivo.

Le elezioni del 9 giugno assomigliano alla fiera delle vanità.

Con la presentazione delle liste è iniziata la campagna che ci porterà al voto dell’8 e 9 giugno per il rinnovo del Parlamento europeo. Mai come questa volta l’appuntamento elettorale europeo si sta caricando di significato politico e non solo in chiave interna. Sono elezioni che si svolgono con una guerra in corso proprio nel cuore dell’Europa, con un paese come l’Ucraina che dopo l’aggressione russa ha chiesto di aderire all’Unione europea e che la stessa UE vuole aggregare con l’intento dichiarato di contrastare le mire espansionistiche di Putin.

In questo complesso quadro di politica internazionale la vicenda elettorale europea rischia di essere banalizzata per qualche manciata di voti in più, con candidature finalizzate alla sola ricerca del consenso, furbizie ed espedienti di vario genere.

Nel Partito Democratico è stata scongiurata l’ipotesi di inserimento del nome della Segretaria Schlein nel simbolo di partito, una scelta che avrebbe segnato una deriva personalistica lontana dalla cultura politica del Pd, ma non già quella della candidatura finalizzata alla sola raccolta di voti. La valutazione collegiale svolta negli organi di partito ha poi evitato che la stessa Schlein capeggiasse le liste Pd in tutti i collegi elettorali italiani; anche quello sarebbe infatti stato un segnale di eccessiva personalizzazione in un partito che tradizionalmente non ama votare per la segreteria pro-tempore, ma per un progetto o una proposta politica.

La stessa collegialità non è però presente in altre forze politiche con il risultato che le liste sono spesso il frutto delle “intuizioni” del capo in cerca di un plebiscito personale da inseguire prevalentemente con argomentazioni che nulla hanno a che vedere con la politica e con l’Europa.

E così abbiamo la Presidente del Consiglio che – lungi dal parlare della crescente precarietà e povertà presente nel Paese – gioca la carta del “voto confidenziale” chiedendo di essere votata scrivendo solo Giorgia; per le proposte politiche ci sarà tempo! Al tempo stesso Salvini, per tentare di evitare la debacle elettorale, candida l’impresentabile ed incolto Vannacci e fa campagna elettorale schierandosi apertamente contro l’idea della “svolta green” in ambito europeo. In caso di vittoria della destra nel Parlamento europeo a pagare il conto di queste dissennate scelte contro l’ambiente e l’innovazione sarebbero le fasce più deboli della popolazione e i più poveri. L’Italia ha bisogno di rafforzare il proprio rapporto con l’Unione europea e chi afferma il contrario lo può fare solo per motivi strumentali o per mancanza delle necessarie cognizioni; ma in alcuni messaggi elettorali ricorrono entrambe le motivazioni. L’Unione europea non è contro di noi, ma avvolte noi siamo contro l’Europa. Il voto di giugno è un’occasione per stare dalla parte giusta.

Cosa possiamo apprendere dai famosi due gesti di Giulio Cesare

Foto Di Efry PXbay
Foto Di Efry PXbay

La sera del 10 gennaio del 49 a.c. Giulio Cesare, di ritorno dalla vittoriosa campagna militare in Gallia, fermò il suo carro trainato dai cavalli sulla sponda del fiume Rubicone, sostando a lungo e meditando in silenzio. Aveva in animo di attraversare quel breve fiume romagnolo, considerato il confine tra la provincia Gallica e lo Stato romano per raggiungere e conquistare Rimini, in ciò sfidando Pompeo, finora suo alleato, che sarebbe diventato suo acerrimo avversario in una decisiva e feroce guerra civile.

Nel racconto che ci fa Plutarco, secondo la traduzione di Mario Scaffidi Abbate (nel suo “Vite parallele”), si legge tutta l’intensità emotiva della decisione che Cesare doveva prendere. Come ci ha insegnato la storia tramandata Giulio Cesare passò infine il Rubicone consegnando alla leggenda le brevi parole pronunciate per suggellare l’ardimentosa scelta: “Iacta alea est”, secondo la versione di Svetonio, più comunemente “Alea iacta est” nell’uso letterario e più ripetuto di quella citazione. Anche se molti secoli dopo Erasmo da Rotterdam coltivò la suggestiva ipotesi che fosse stata troncata per errore l’ultima lettera, per cui “est” sarebbe stato in realtà “l’imperativo “esto”, caricando di maggior significato la decisione assunta. Non “il dado è tratto”, come siamo solitamente usi a menzionare, bensì il più perentorio “sia tratto il dado”.

Anche “passare il Rubicone”, metafora della scelta compiuta, è consegnata alla storia e al lessico in uso come l’espressione più esplicativa di una importante, irreversibile, decisione da prendere: un gesto da cui non si può più tornare indietro. In realtà una prassi scemata nei secoli visto il susseguirsi delle vicende umane, in cui la pace è diventata via via una parentesi tra due guerre mentre le tattiche hanno lentamente preso il posto delle strategie. Sono passati oltre duemila anni ma l’umanità non è riuscita a liberarsi dal giogo ricorrente dei conflitti bellici tanto che vien da chiedersi come e perché la giurisprudenza e la diplomazia affinate nel corso dei secoli siano alla fin fine sempre soccombenti di fronte all’accendersi di una guerra armata.

Queste parole passate alla storia come espressione di ardimentoso coraggio non sono state metabolizzate e stemperate nell’epoca della post-modernità dalla politica come luogo delle mediazioni possibili: ancora oggi ci sono dadi da trarre o ‘fiumi’ da passare. Le vicende umane esprimono tutto il loro incerto movimentismo, legato a circostanze mutevoli, ad alleanze insicure, alle preoccupazioni della posta in gioco che sono compresenti ad un’indifferenza raggelante: ancora oggi Dante non riterrebbe degni gli ignavi di entrare nell’Inferno.

Trovo interessante ripercorrere la vicenda umana di Giulio Cesare perché riprende i tratti della mitologia greca e dei suoi eroi: riflesso epico della grandezza degli Dei e misura delle alterne e mutevoli vicende della vita, dove le dimensioni umane nascoste sono più interessanti di quelle trionfalistiche. Ce lo ricordano Ettore, Achille, Ulisse, Orfeo, Narciso, Pandora…

Una dimensione umana che ritroviamo intatta e accresciuta il 15 marzo del 44 a.c., – le cosiddette Idi di Marzo – il giorno dell’assassinio di Giulio Cesare, il crimine più famoso dell’antichità. In quell’episodio si legge la gamma infinita dei sentimenti umani: il tradimento, la codardia, la viltà, il parricidio, la consapevolezza di compiere un atto mortale, la vendetta, l’invidia, il rancore, la scelleratezza.

23 coltellate uccisero il dictator, colui che pensava ad un assembramento benevolo di fedeli senatori.

Anche questa parte di storia si ripete nei fotogrammi degli efferati delitti del nostro tempo, con le stesse modalità vigliacche: in fondo, fuggendo a sé stessi, gli assassini si avvalsero della facoltà di non rispondere. Ma ciò che colpisce di più di quella scena è ancora una volta un gesto unico e consapevole che spiega la grandezza di Giulio Cesare: quello di alzare la tunica e avvolgervisi dentro, per non vedere le pugnalate e per nascondersi in una nicchia di abbandono e di pudore, per non esporre il proprio corpo trafitto.

Non si può non usare quell’immagine come icona e metafora dei tradimenti e degli omicidi più efferati di ogni tempo, fino ad oggi.  Pensando all’abbandono del proprio corpo alle mani armate di coltello, viene in mente che in quell’istante fatale e conclusivo dell’esistenza la si ripercorre fino a comprendere quanta falsità e quanto inganno la possano risolvere, sorprendentemente, in un attimo. Ma anche in che modo e improvvisamente si avvalorino i presagi che abbiamo sovente pensato e respinto confidando nella bontà dell’essere umano.

Caso Toti: Nordio ha ragione, Landini ha torto. 

È difficile questa volta avere a che ridire sulla dichiarazione del Guardasigilli Carlo Nordio a riguardo del provvedimento assunto dalla magistratura a carico di Giovanni Toti, Presidente della regione Liguria.

«Non conosco gli atti – ha detto il ministro – e da garantista penso sempre alla presunzione di innocenza. Mi è sembrato di capire che si tratta però di fatti che risalgono ad alcuni anni fa e che l’inchiesta non è nata oggi ma tempo addietro. Ho esercitato 40 anni da pubblico ministero e raramente ho chiesto provvedimenti di tutela cautelare dopo anni di indagini. Le mie perplessità non sono mai sul momento in cui scatta il provvedimento cautelare rispetto all’imminenza delle elezioni ma se ho delle perplessità tecniche riguardano una misura rispetto al tempo in cui è stato commesso il reato ed è iniziata l’indagine».

Sono parole che devono far riflettere. Come pure, al contrario, fa riflettere l’uscita di Landini per il quale la vicenda giudiziaria ligure, nella quale Toti è agli arresti domiciliari per corruzione, “conferma che la cultura in questo Paese continua a essere basata sulla corruzione” […] “Queste cose – ha aggiunto – non fanno che aumentare la distanza delle persone dalla politica, il messaggio che viene mandato è che la politica serve per arricchirsi, che la politica serve per il potere”. Ecco, francamente non ci siamo.

L’opposizione non può appoggiarsi a un pregiudizio ideologico. Anche se la riforma della giustizia proposta dal governo non piace, un’opposizione seria non si lascia prendere dalla logica del giustizialismo, pensando sempre di guadagnare punti con le sommarie contestazioni delle colpe altrui. Quando l’Italia era l’Italia, De Gasperi e Togliatti fecero tutto quel che serviva, ognuno per la propria parte e tutt’e due con vero senso delle istituzioni, per rimettere in piedi la nazione. Fecero anche di più, perché una volta divisi per scelte diverse e finanche opposte in politica interna ed internazionale, seppero mantenere un equilibrio sostanziale nell’esercizio dei propri ruoli, rispettivamente nella sfera di governo e in quella di opposizione.

Oggi si dimenticano questi esempi di saggezza politica e, come avviene incessantemente dalla nascita della prima repubblica, si accolgono facilmente – troppo facilmente per l’esattezza – i controesempi di intolleranza e irresponsabilità. Il mea culpa dovrebbe scattare proprio adesso guardando alla triste vicenda di Toti.

Aggiornamenti Sociali | Anche oggi vi sono alternative alla guerra.

[…] Se si considera la storia europea di questi decenni per quanto riguarda il discorso e le azioni sulla pace, due tratti si impongono sugli altri. Innanzi tutto, il nesso subito evidente tra il favorire le occasioni di conoscenza reciproca e il miglioramento delle condizioni economiche per giungere a reale pacificazione. In secondo luogo, a livello di principi, e anche in numerosi casi concreti, la chiara e ferma consapevolezza che la priorità va accordata alla capacità di dialogare e di negoziare con quanti hanno posizioni e interessi diversi o addirittura opposti. Si può riformulare questa affermazione in altri termini: come europei abbiamo capito che i conflitti fanno parte naturale della storia dell’umanità, ma che la via per la loro risoluzione non necessariamente coincide con la guerra. Anzi, «la guerra è la patologia del conflitto, la sua degenerazione violenta. Questo accade quando nessuno se ne fa carico, se ne prende cura o, peggio, quando lo si alimenta. La guerra non è ineluttabile, è piuttosto il risultato di precise scelte politiche e non può mai essere strumento per raggiungere la pace» (Bartolucci V., «Costruire la pace», 11 giugno 2022, in www.rivistailmulino.it).

Questa prospettiva, per quanto iscritta in profondità nel cammino che abbiamo fatto come popoli europei, sembra oggi vacillare, essere messa in dubbio o dimenticata. Eppure anche oggi, facendo memoria dell’opera di riconciliazione collettiva che sta alla radice dell’intuizione europea, è possibile operare per la pace. Per questo, insieme a centinaia di realtà italiane, con storie e riferimenti tra loro anche molto distanti, stiamo partecipando al percorso di Arena di pace 2024 (cfr. il riquadro alle pagine precedenti), che muove dall’affermazione di papa Francesco dell’esistenza di una terza guerra mondiale a pezzi, e che oggi, come ribadito dal Pontefice nel Discorso di inizio anno al Corpo diplomatico l’8 gennaio scorso, si sta sempre più avvicinando a diventare un conflitto globale. Questo percorso culminerà nell’incontro del prossimo 18 maggio a Verona, a cui parteciperà anche il Papa, per dialogare con i delegati presenti.

Di fronte a questa realtà, si sente l’urgenza di cercare nuove vie per ridare pregnanza alla parola della pace, sapendo coniugare i tanti aspetti che sono in gioco (diritti e democrazia, economia e lavoro, ambiente), seguendo la prospettiva del paradigma dell’ecologia integrale, e in un confronto che per essere propositivo ne accetta i tempi lunghi e si costruisce lontano dai riflettori. Ma soprattutto sarà un’occasione per riaffermare con decisione la convinzione che esiste uno spazio reale per immaginare la pace, sottraendosi all’idea che sia la mera “assenza di guerra”. Questo compito è vitale e ci tocca tutti, perché la pace è una cosa troppo seria per essere lasciata nelle mani solo di alcuni.

 

Per leggere il testo integrale

https://www.aggiornamentisociali.it/articoli/venti-di-guerra-e-arene-di-pace/

La storia richiama la Cisl alla sua identità

Lo diciamo da tempo non per un pregiudizio ideologico ma limitandoci semplicemente a fotografare la realtà. E la conferma arriva, puntuale, attraverso le scelte concrete e non con gli anatemi politici o le pregiudiziali personali. Fuor di metafora, e senza alcuna polemica, dobbiamo prendere atto che con l’attuale segreteria nazionale della Cgil da un lato e la guida del Pd della Schlein dall’altro le lancette del rapporto tra il sindacato e il partito sono ritornate indietro di molti anni. O meglio, siamo ritornati alla classica tradizione della sinistra comunista dove il sindacato non era nient’altro che la “cinghia di trasmissione del partito” di riferimento, cioè il Pci.

Certo, in questo caso abbiamo una sorta di “cinghia di trasmissione” al contrario. Dove l’agenda viene invece dettata dal sindacato e il partito, almeno così pare, esegue. Ma questo fatto è riconducibile solo a chi ha più carisma nel partito o nel sindacato in quel particolare momento storico. Certo, nel passato i confronti erano diversi – basti pensare a Berlinguer e Lama – anche perché c’erano i leader e gli statisti nella politica e nel sindacato. Oggi, purtroppo per tutti, l’offerta è cambiata e il mercato della classe dirigente è quello che è. Ma, al di là di questa persin scontata riflessione, è indubbio che non possiamo non registrare una pesante regressione sul terreno dell’autonomia delle forze sociali rispetto alla politica e ai partiti.

Sotto questo versante, il ruolo e la funzione della Cisl restano esemplari. E non solo perché l’autonomia era, e resta, un caposaldo costitutivo della storia e della identità del “sindacato bianco” ma anche, e soprattutto, per la capacità dei suoi leader nazionali di aver saputo mantenere e salvaguardare questa specificità nelle varie fasi storiche e politiche del nostro paese.

E oggi la linea e la strategia della Cisl a guida Luigi Sbarra può rivendicare, ad alta voce, di non avere alcun problema sul fronte del collateralismo o della subalternità o dell’appiattimento nei confronti di alcune forze politiche o di governo. Perché, appunto, la forza della Cisl risiede unicamente nel suo coraggio e nella sua coerenza di essere autonoma dalle singole appartenenze partitiche e politiche. È appena sufficiente fare un confronto con la strategia perseguita quotidianamente da Landini e dalla Cgil e, di conseguenza, dai suoi partiti di riferimento – Pd su tutti e di risulta i populisti dei 5 stelle – per rendersi conto che c’è una strutturale e permanente commistione politica tra il ruolo del partito e la funzione del sindacato. Di fatto, non si capisce dove finisce il primo e dove comincia il secondo. Anche perchè, com’è ormai evidente a tutti, si tratta della medesima agenda politica, culturale, sociale e di schieramento. Si moltiplicano, infatti, scioperi e mobilitazioni di natura politica e gli argomenti al centro dell’agenda di governo diventano sempre oggetto di contestazione politica da parte del sindacato e dei partiti collaterali.

Ecco perché, soprattutto in questa fase storica e politica, è quantomai importante evidenziare la triplice specificità che storicamente accompagna il cammino della Cisl. E cioè, l’autonomia dalla politica e dai partiti, la priorità dei contenuti e la centralità della contrattazione. A livello locale come a livello nazionale. Una specificità che rende la Cisl semplicemente moderna, attuale e contemporanea. A vantaggio della qualità della democrazia, del rispetto dei valori della Costituzione e della credibilità del sindacato e della stessa politica.

AsiaNews | Joseph Thermadom, sordomuto, ordinato sacerdote nel Kerala.

Foto di Balaji Srinivasan da Pixabay
Foto di Balaji Srinivasan da Pixabay

A Thrissur nello Stato indiano del Kerala il diacono Joseph Thermadom – sordo e con problemi nel linguaggio – è stato ordinato sacerdote della Congregazione della Santa Croce dall’arcivescovo Mar Andrews Thazhath. Secondo fonti indiane, Thermadom è la prima persona con questo tipo di disabilità a essere ordinata sacerdote nella Chiesa cattolica del Paese. Sarebbero 26 quelle avvenute in tutto il mondo, con un unico precedente in Asia. Il rito dell’ordinazione si è svolto giovedì 2 maggio nella Basilica di Nostra Signora dei Dolori. Il nuovo sacerdote guida la liturgia pregando nel linguaggio dei segni.

“Nella mia vocazione e missione – racconta p. Thermadom ad AsiaNews – mi sento chiamato innanzi di tutto a offrire i sacramenti nella lingua dei segni indiana a tutte le persone sorde cattoliche in India. Sosterrò anche la chiamata di Dio alle persone sorde al sacerdozio e alla vita religiosa, ricordando a tutti il versetto del Levitico ‘Non disprezzerai il sordo, né metterai inciampo davanti al cieco, ma temerai il tuo Dio’, la parola positiva della Bibbia sulle persone sorde”. In India sono circa 60 milioni le persone con problemi di linguaggio e di udito.

Nato sordo e con problemi di linguaggio, Thermadom ha oggi 38 anni. Figlio di Thomas e Rosy – insieme al fratello, anche lui audioleso – aveva studiato a Mumbai conseguendo già una laurea prima di abbracciare la vita religiosa. Ha frequentato la toelogia presso l’Apostolato dei Missionari domenicani per i sordi negli Stati Uniti, per poi tornare in India dove è entrato in contatto con i padri della Santa Croce attraverso il loro ministero per i sordi. Avendo espresso il desiderio di unirsi al loro ministero, nel 2017 è stato accolto nella comunità di Aymanam. Ha emesso la prima professione nel 2020 presso il Noviziato della Santa Croce a Yercaud, nel Tamil Nadu, e in agosot era già diventato la prima persona sorda a compiere la professione definitiva nella congregazione.