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Sono un ragazzo di strada: i Corvi tra rock e questione sociale

“Io sono quel sono, Non faccio la vita che fai, Io vivo ai margini della città, Non vivo come te” . Con questo testo dirompente la band beat rock de I Corvi nel 1966 entra nel dibattito  del nuovo umanesimo, delle aree urbane, dei  fili “interconnessi” che abitano le nostre comunità. “Un ragazzo di strada” arriva in anni stravolti da diversi accadimenti nel Mondo ed in Italia.  L’attualità di un testo di questa portata rievoca riflessioni, pensieri, sofferenze, ma soprattutto la questione delle “diseguaglianze sociali”. 

Oggi come allora. “Io sono quel che sono” è l’evidenza errata della propria percezione, dell’identità urbana alla quale si appartiene, è mettere a nudo i labirinti dell’anima. “Io vivo ai margini della città”, è comunicare dove abita la rabbia, la voglia di riscatto, la ricerca continua della nornalità come diritto umano,  non solo acquisito ma anche conquistato. L’impatto post rock che ne deriva è il messaggio della “canzone impegnata” . I Corvi, nella voce delicata ma graffiante di Angelo Ravasini,  esplorano in comunione i sentieri della speranza,  in particolare nelle parole “non faccio la vita che fai” e “non vivo come te”. Il desiderio di esserci, di provare a cambiare le cose ma al contempo scagliarsi contro la società, che non include e non ti accoglie. È riconoscersi nel diritto alla città di Lefebvre che sogni quotidianamente e che sembra ancora oggi inarrivabile. “Io sono un poco di buono, Lasciami in pace perchè, Sono un ragazzo di strada, E tu ti prendi gioco di me”. I suoni e gli arrangiamenti si incontrano, si intrecciano, si allineano e al canto “Io sono un ragazzo di strada” la voce della band “si rende aspra, dura, ostile, di lotta e di protesta”. 

Qui tra parole, chitarra, batteria, melodia e voci ci si incammina sulle vie dell’ecologia integrale di Papa Francesco, dove la cura della casa comune è prendersi cura della persona “ai margini della città”. I Corvi hanno il dono di averci offerto in epoca beat una delle primissime “canzoni rock di impegno sociale” nel quale hanno sottolineato già nel 1966 che una nuova crisi stava avanzando,  quella “centrata sulla persona”. “Hai tutto quello che vuoi, Conosco quello che vale, Una ragazza come te”.  E’ il racconto di un mondo urbano “altro da noi”.  Un testo questo dei Corvi che aiuta a riflettere sull’uguaglianza negata e la speranza del “diritto delle persone” come comunità inclusive. Il tema trattato da I Corvi ci proietta nella sfera sociale dell’originalità, ma che come dicono i critici musicali non venne significativamente sviluppato e particolarmente approfondito. 

Le cover rock successive di Vasco Rossi, dei RATS, dei Calibro 35 feat. Manuel Agnelli, dei The Bastard Sons of Dioniso o dei Santi Francesi riscoprono la preghiera e l’appello “urlato” di quel testo che ieri come oggi è un grido di speranza e di futuro per una società costruita con al centro la persona ed organizzata per il superamento delle diseguaglianze. “Io sono un poco di buono, Lasciami in pace perché,  Sono un ragazzo di Strada”.

Aspettando un inverno che si preannuncia caldo

Si annuncia caldo, l’inverno che ci aspetta. Un po’ perché si va verso le elezioni europee, banco di prova cruciale per il governo e per le opposizioni. Un po’ perché il clima sociale non potrà non risentire delle ultime decisioni prese a Palazzo Chigi (reddito di cittadinanza, soprattutto). E un po’ perché la Bce dovrà decidere in autunno se la lot- ta all’inflazione avrà bisogno di manovre ancora più dolorosamente restrittive sul fronte del costo del denaro. 

Dunque, si può facilmente prevedere che saranno caldi, fin troppo, anche i rapporti politici. Infatti, l’illusione che si potesse trovare una forma di collaborazione sul salario mi- nino è durata lo spazio di un mattino. E la carovana delle riforme istituzionali, con il suo pesante carico di controversie (presidenzialismo, autonomia differenziata), si è messa sia pure lentamente in moto.

Il bollettino, insomma, sembra annunciare altre tempeste. È pur vero però che spesso la lotta politica prende poi pieghe inaspettate. La riforma della giustizia, che sembrava dar fuoco alle polveri politiche e istituzionali, appare ormai sgonfiata di ogni proposito polemico. E alla Rai la nuova dirigenza meloniana si è potuta insediare grazie alla complicità del consigliere di amministrazione nominato dal M5S. Come a dire che spesso nel quadro a tinte fosche della contrapposizione politica si aprono squarci che non si sa bene come definire. Discutibili complicità sotto-banco? Sorprendenti forme di inopinata ragionevolezza? Difficile dire. Forse perché assai spesso capita che le due cose in qualche modo stiano insieme.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 3 agosto 2023.

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

L’inclinazione a delegittimare gli avversari è dannosa per la democrazia

Ci sono delle costanti che nella politica italiana non vengono rimosse. Anzi, paradossalmente si rafforzano con il trascorrere del tempo. Una di queste è di pessimo conio e va sotto il nome di “delegittimazione morale” dell’avversario politico. Che, nel caso specifico, si tratta di un vero e proprio nemico politico da abbattere e da annientare. È un vizio, o un tic, che è riconducibile storicamente all’universo valoriale, culturale e politico della sinistra italiana. E, purtroppo, è un filo rosso che attraversa l’intero percorso della sinistra italiana, almeno a partire dal secondo dopoguerra. 

Gli esempi, al riguardo, sono migliaia ed è del tutto inutile anche solo ricordarli o citarli. Perché la “delegittimazione morale” dell’avversario/nemico non è una delle componenti ma è “la” componente decisiva ed essenziale che porta la sinistra italiana, nelle sue multiformi espressioni – le ormai famose cento sfumature di rosso – a bollare come inadatto, o inadeguato, o incapace, o ignorante, o inesperto, o maldestro il suo avversario di turno. Il tutto, però, è sempre riconducibile ad un vizio d’origine: ovvero, gli avversari/nemici sono di norma moralmente squalificati per governare un paese o amministrare una comunità. Perchè, appunto, gli avversari sono moralmente non all’altezza. 

Certo, sarebbe persin imbarazzante ricordare questo ‘dogma laico’ durante gli anni della prima repubblica e gli attacchi violenti e senza sconti lanciati dai comunisti per quasi 50 anni contro “il sistema di potere democristiano” e contro i singoli leader e statisti democratici cristiani. Al punto che lo stesso Berlinguer parlò all’inizio degli anni ‘80 di una “alternativa morale” al cosiddetto “sistema di potere democristiano”. Un metodo che si è semplicemente e banalmente ripetuto negli anni a venire con forme e modalità diverse ed aggiornate, al di là dell’avversario/nemico di turno.

Un vizio, questo, e lo ripeto, che ha accomunato tutte le versioni della sinistra italiana per finire a convergere addirittura con la sinistra populista, demagogica e anti politica dei 5 stelle. Del resto, non c’è commento negativo o tranchant nei confronti degli avversari/nemici politici che non parta da quell’assunto. E, come logica conseguenza, persiste la “delegittimazione morale” dell’avversario perchè è insito un altro principio indiscutibile per l’universo valoriale della sinistra italiana: la propria “superiorità morale” nei confronti di chicchessia. Un tassello, questo, che emerge in modo persin sfacciato quando vengono intaccate le cosiddette “casematte” del potere e dell’insediamento storico della sinistra, sempre intesa nelle sue multiformi espressioni: ovvero, la cultura, l’informazione, il cinema, il teatro, l’università, l’editoria e via discorrendo.

Certo, si tratta di un impasto complesso e curioso. Si parte dalla scontata superiorità morale propria e quindi della delegittimazione morale altrui per finire, però, alla contestazione politica virulenta di chiunque metta in discussione questo primato. E il nuovo corso del Pd, sotto questo aspetto, e anche paradossalmente perchè la Schlein non è riconducibile direttamente alla storia e alla esperienza dei comunisti e dei post comunisti, ne è la plastica conferma. Perchè, appunto, si tratta di una cultura politica storica che ha nel suo dna quel vizio, o quel tic, che la porta ad essere intollerante nei confronti di chiunque metta in discussione quel primato.

Al riguardo, ne sanno qualcosa tutti quei leader democristiani che coraggiosamente, nel corso degli anni, contestarono quel “dogma laico”. Un nome per tutti, Carlo Donat-Cattin, che pagò ripetutamente nella sua lunga e feconda attività politica ed istituzionale l’aver messo in discussione quella cosiddetta purezza morale ed ideologica della sinistra comunista. Per non parlare di ciò che è capitato concretamente, e puntualmente, nella seconda repubblica a molti altri leader politici e di ciò che capita, e a maggior ragione – per motivi politici, culturali e anche storici – con questo Governo.

Ecco perché, seguendo la miglior tradizione cattolico popolare e l’intera storia del cattolicesimo politico italiano, abbiamo anche, e ancora, il compito di far sì che il confronto e la dialettica politica nel nostro paese vengano ricondotte sempre e soltanto alle regole della laicità dell’azione politica. E sempre e solo sul merito delle singole proposte politiche senza accampare ridicole e persin grottesche superiorità morali. Che poi, come l’esperienza concreta conferma, mirano sempre e solo a delegittimare moralmente l’avversario/nemico per un disegno di mero potere. Un malcostume, questo sì, che va combattuto con le armi della democrazia, del rispetto delle persone e delle rispettive culture politiche.

Cravatta e sneakers a Montecitorio: una storia tutta da scrivere.

L’impressione è che la politica d’estate sia caduta sconsideratamente in un ginepraio. Per uscirne fuori resteranno segni di graffi e cicatrici per un tempo indefinito. Il caldo di questi tempi gioca brutti scherzi annebbiando la lucidità delle cose da fare e soprattutto di come farle.  Da certe situazioni si crede se ne possa venire sempre fuori con quella quota di autorità che può essere decisiva per rimettere il giusto ordine. Parliamo dell’outfit che deve essere osservato per essere frequentatori del Parlamento ed in particolare della Camera dei Deputati. Non è questione che si può risolvere in camera caritatis e così ne sono stati incaricati della questione l’Ufficio di Presidenza ed il Collegio dei Questori.

Tutta colpa di un ordine del giorno che impegna la Camera dei Deputati a valutare l’opportunità di introdurre puntuali disposizioni volte a prevedere che l’abbigliamento dei deputati sia “consono alle esigenze di rispetto della dignità e del decoro dell’istituzione”. Occorrerebbe quindi una consonanza di voci che stimino in modo univoco ciò che è conveniente o meno indossare quando si va da quelle parti. In quell’organo costituzionale, talvolta e soprattutto in un recente passato, luogo di risse, non sarà facile. Il pantano ha qualcosa a che fare con il tragico tranello di quando si voglia disciplinare cosa sia morale o meno dovendosi indicare tutti i casi per cui se ne possa trasgredire l’osservanza.

Quale saranno i colori ammessi o meno ad un giusto dress code? Quanto potrà essere corta una gonna o slacciata e trasparente una camicia per le donne? Quali disegni a fantasia saranno ammessi e quanto sbottonata la camicia degli uomini? Saranno ammesse mantelle bisex e cappelli dalle forme singolari? E così via più si proverà a disciplinare la casistica e più si cadrà in inciampi continui e continue contestazioni. Per adesso si è evitato sia l’impegnativo obbligo della cravatta che il divieto delle calzature sneakers rimandando la palla in tribuna o meglio ai due uffici costretti da oggi ad un lavoraccio infame. Essendo la questione di alta politica è bene saper mantenere un punto di equilibrio strizzando, ci risiamo, un occhio all’elettorato. Pertanto non è mancato il commento di quel deputato che sembra abbia detto che possa accettarsi la cravatta ma escludendosi “scelte anacronistiche” senza specificare nel dettaglio quale possano essere.

La cravatta è affar serio. In Senato, ad esempio, come fosse tutt’altra cosa, è richiesta senza sconti di sorta. Non così alla Camera dei Deputati che singolarmente ne prevede però l’obbligo solo per tutti i visitatori ammessi in tribuna nel mentre assistono alle sedute parlamentari. Un cappio o meglio ancora una diffidenza, un triste pregiudizio per il gusto solo verso gli estranei al palazzo. Cravatta deriva dal francese “cravate” che a sua volta rimanda al croato “hrvat”. Croata era la sciarpa che nel sec. 17° portavano al collo i cavalieri croati. Nella Guerra dei Trent’anni, qualche secolo fa, i mercenari croati in servizio in Francia, usavano dei foulard annodati, che richiamarono appunto l’attenzione degli uomini parigini. È bene rassegnarsi, anche i mercenari possono dettare una moda lì dove si conta. L’importante è non essere troppo azzimati e farsi passare per “Don Ciccillo incravattato”, di quando cioè un fagiolo resta imprigionato in un tubetto di pasta. Prima ancora dei croati, i legionari romani usavano invece il focale, o sudario, una stoffa che serviva a salvaguardare le vie respiratorie durante le marce o il collo dallo sfregamento della corazza. Oggi in Parlamento si guerreggia ma senza eccedere fino a compromettersi la salute.

Quanto alle sneakers la faccenda è tremendamente seria. C’è chi le inquadra in una calzatura assimilabile, ma non identica ad una scarpa da ginnastica, da indossare per il tempo libero. Dunque si aprirebbe la discussione se sia libero il tempo passato durante il gravoso impegno parlamentare. Altra scuola di pensiero tende ad affermare che le scarpe da ginnastica siano un’evoluzione delle sneakers. La storia della contesa se sia nato prima l’uovo e la gallina ha evidentemente dei suoi emuli. Si presti attenzione: le sneakers propongono uno stile casual, ma non sportivo. Hanno colorazioni e rifiniture diverse dalle scarpe da ginnastica che vantano però sistemi di ammortizzazione decisamente superiori. 

Non è chiaro però se lo stile casual, quello cioè comodo e disinvolto che si indossa nel tempo libero, sia ammissibile alla Camera dei Deputati posto che non è quella la sede di una scampagnata. Diversamente il verbo “sneak” si traduce in muoversi in silenzio, furtivamente, intrufolandosi non dandolo a vedere, procedendo in modo felpato, senza che un eventuale nemico se ne accorga, nulla di più adatto per l’agone politico. Gli Uffici della Camera dei Deputati si rassegnino. Risolta questa bega dovranno affrontare se siano ammissibili lo streetwear, il normocore e il grind -shoes e quant’altro ancora. Buona fortuna!

La Supermedia di YouTrend non registra scosse negli orientamenti elettorali

Ultima Supermedia prima della pausa estiva. FDI è sempre il primo partito con il 29% e il PD in seconda posizione appena sopra il 20%. Tutte le forze politiche sono sostanzialmente stabili, ma le ultime notizie sui (nuovi) dissapori tra Italia Viva e Azione pongono un serio problema per questi soggetti in vista delle Europee 2024, visti i loro numeri attuali.

SUPERMEDIA LISTE


FDI 29,0% (+0,2)
PD 20,1 (=)
M5S 16,0 (+0,2)
Lega 9,2 (-0,2)
Forza Italia 7,4 (-0,2)
Azione 3,7 (=)
Verdi/Sinistra 3,2 (=)
Italia Viva 2,9 (-0,1)
+Europa 2,3 (-0,1)
Italexit 1,9 (=)
Unione Popolare 1,4 (-0,3)

Noi Moderati 0,8 (+0,1) 

 

SUPERMEDIA COALIZIONI 2022


Centrodestra 46,4 (-0,1)
Centrosinistra 25,6 (-0,1)
M5S 16,0 (+0,2)
Terzo Polo 6,6 (-0,1)
Italexit 1,9 (=)
Altri 3,5 (+0,1)

NB: Le variazioni tra parentesi indicano lo scostamento rispetto alla Supermedia di due settimane fa (20 luglio 2023)

La Supermedia YouTrend/Agi è una media ponderata dei sondaggi nazionali sulle intenzioni di voto. La ponderazione odierna, che include sondaggi realizzati dal 20 luglio al 2 agosto, è stata effettuata il giorno 3 agosto sulla base della consistenza campionaria, della data di realizzazione e del metodo di raccolta dei dati.

I sondaggi considerati sono stati realizzati dagli istituti Demopolis (data di pubblicazione: 2 agosto), Euromedia (30 luglio), Ipsos (29 luglio), SWG (24 e 31 luglio) e Tecné (22 e 29 luglio). La nota metodologica dettagliata di ciascun sondaggio considerato e’ disponibile sul sito ufficiale www.sondaggipoliticoelettorali.it.

Fonte: Agenzia Italia (AGI)

Oltre il G7, i Brics prefigurano un nuovo ordine mondiale.

Mancano diciotto giorni al XV vertice BRICS che si terrà presso il centro congressi Sandton a Johannesburg in Sudafrica. Un evento che darà un’adeguata rappresentazione, anche formale e mediatica, a quel cambiamento significativo nell’ordine globale che sta avvenendo a partire dai primi anni di questo secolo e che sembra stia subendo un’accelerazione nel decennio in corso.

 

Il prof. Anil Sooklal, ambasciatore e sherpa per il Sudafrica nell’équipe di diplomatici e tecnici che stanno preparando il summit del 22-24 agosto prossimi, l’altro ieri ha fornito gli ultimi aggiornamenti nel suo intervento alla conferenza organizzata dall’università del KwaZulu-Natal a Durban – la terza città del Paese, che si affaccia sull’Oceano Indiano – sul ruolo dei BRICS nel plasmare l’evoluzione dell’architettura geopolitica, della sicurezza, economica e finanziaria in un mondo multipolare.

 

L’alto diplomatico ha svelato che gli stati che sinora hanno presentato formale domanda di adesione ai BRICS sono 22 e altri 20 lo hanno fatto in modo informale. Tra le ultime richieste di adesione ai BRICS figurano quelle dell’Etiopia e della Bolivia che si aggiungono a quelle di grandi Paesi asiatici, come Indonesia, Iran, Bangladesh, Arabia Saudita; africani e nostri vicini, come Algeria ed Egitto; latinoamericani come Messico e Argentina. 

 

L’ambasciatore Sooklal ha indicato come esempio di allargamento i percorsi seguiti da Unione Europea e SCO (l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai), le quali partite da un nucleo di Paesi fondatori hanno finito per coinvolgere gran parte dell’Europa, la prima, e una parte maggioritaria dell’Asia, la seconda. Con l’allargamento i BRICS, che già ora superano il Pil dei Paesi del G7, si apprestano a rappresentare la maggioranza della popolazione globale e a rafforzare il loro ruolo economico e geopolitico. Il Coordinamento Brics, ha sottolineato il prof. Sooklal, ha fatto da catalizzatore a un processo che era nelle cose. E per questo appare inarrestabile nel far avanzare un sistema economico più inclusivo per il mondo intero e nello sviluppare un ordine internazionale che metta il Sud Globale nella posizione che gli spetta, come ha osservato la prof.ssa Nirmana Gopal del Sabtt, il Centro Studi Sudafricano sui BRICS. Obiettivo per  il quale l’intera Africa si sta impegnando. Il tema scelto per il prossimo vertice è proprio “BRICS e Africa: partenariato per una crescita reciprocamente accelerata, uno sviluppo sostenibile e un multilateralismo inclusivo”. 

 

L’amb. Anil Sooklal ha rilevato che per mezzo della Nuova Banca di Sviluppo (NDB), fondata dai BRICS nel 2014 (a cui hanno aderito già Bangladesh, Emirati Arabi e Egitto, mentre l’entrata dell’Uruguay è in corso e sono state accolte le richieste di Argentina, Arabia Saudita e Zimbabwe) ora in Africa, come nel resto del Sud Globale, nessuno ha più bisogno di contrarre prestiti o di commerciare in valuta straniera.

 

I lavori del 15° summit BRICS si apriranno martedì 22 agosto con il Business Forum, proseguiranno il giorno successivo con il vertice dei capi di stato e di governo dei Cinque fondatori, e si concluderanno giovedì 24 agosto con il vertice BRICS Outreach, con i Paesi che hanno stipulato accordi bilaterali con i BRICS, e BRICS Plus, con i Paesi che hanno chiesto di aderire al Coordinamento. Sono stati invitati una settantina di Paesi, tra cui leaders di tutti gli stati africani. La foto di gruppo che uscirà dagli incontri dell’ultima giornata darà l’idea della portata del cambiamento in atto.

 

Per questo è vivamente auspicabile che il tema del mutamento geopolitico in corso, di cui BRICS sono protagonisti – anche se non è riducibile solo a loro – costituisca uno dei temi da seguire con più attenzione. Credo occorra assumere la consapevolezza che il fatto che se ne parli poco nel dibattito pubblico nazionale, nulla toglie all’oggettiva portata storica di un processo in corso che dobbiamo evitare che ci colga di sorpresa impreparati. Mentre con la conoscenza degli obiettivi degli altri interlocutori globali, e con il dialogo si possono superare reciproci pregiudizi e diffidenze, e sostituire il clima di sfiducia e guerra persistente che questi alimentano, con la costruzione di quei cantieri di speranza dei quali Papa Francesco ci ha di recente ricordato la necessità.

Il pensiero mite è la virtù dei forti

Siate indulgenti nelle cose della vita.
(William Shakespeare – La tempesta)

Un tempo i genitori consigliavano ai propri figli di ascoltare le parole dei loro insegnanti: era l’epoca in cui si andava a scuola per imparare, accompagnati dall’umiltà che derivava dal rispetto verso l’istituzione e le persone che dovevano occuparsi dei nostri apprendimenti ma soprattutto della nostra buona educazione. C’era una condivisione di fondo sul compito da realizzare e quel suggerimento sembrava soprattutto una conseguenza ovvia rispetto all’ordine delle cose: c’era chi insegnava e c’era chi imparava. Poi – sembra facile e riduttivo semplificare in modo sbrigativo quel pò di sconquasso etico e sociale che c’è stato in questi lunghi anni di rovesciamento e confusione di ruoli – tutto a poco a poco è diventato difficile, complesso, ingarbugliato.

 

Curando e dettagliando i particolari, sfumando le identità e ribaltando i ruoli si è perso di vista lo sfondo, si è problematizzata la realtà, si sono cercati alibi e attenuanti, tutele e diritti, qualcuno è sembrato un po’ troppo in alto e qualcun altro un po’ troppo in basso: bisognava correggere, equilibrare, compensare, sostenere, proteggere. Adesso è più facile che un padre e una madre raccomandino al proprio figlio: “Fatti valere!”, “Non farti mettere i piedi addosso da nessuno”, “Se qualcuno ti dice qualcosa, rispondi!” e via dicendo. Tanto vale per la scuola quanto vale per la vita.La percezione è questa: già in casa le cose non vanno un gran che, riesce difficile creare e mantenere un clima di pacifica coesistenza, un’armonia, un’identità, conservare una nicchia di confidenziale complicità e di intima condivisione.

 

Figuriamoci fuori. Ogni mattina usciamo corazzati di tutto punto per difenderci e armati quel che basta per aggredire, sapendo che qualcuno prima o poi ci attaccherà. Vale proprio la metafora della lancia e dello scudo. Mi è capitato per professione ma anche per scelta, per intenzionale disponibilità all’ascolto, di raccogliere sentimenti, confessioni, sfoghi, turbamenti, emozioni, ansie, timori della gente: genitori, ragazzi, educatori, operatori sociali o semplicemente dei vicini di casa. C’è un disagio emotivo forte, un disorientamento che deriva dalla concomitanza di molti fattori. La sfiducia nelle istituzioni, innanzitutto: inutile affondare il coltello in una piaga aperta. Il senso di insicurezza personale, che si manifesta con una crescente incapacità strutturale – sul piano caratteriologico, emotivo e mentale – di affrontare le difficoltà della vita e la complessità delle relazioni con gli altri e poi il senso di insicurezza sociale, che avvertiamo vivendo in un mondo sovraesposto ai pericoli della violenza e della sopraffazione.

La solitudine, che ci sorprende ogni volta che cerchiamo un incoraggiamento e che si impadronisce di noi a margine dell’ennesima delusione.

Cerco una definizione che spieghi lo stato d’animo oggi prevalente nel sentire comune e la trovo nel dizionario alla voce timore: “sentimento di ansia, di sgomento, di incertezza che si prova davanti a un pericolo o a un danno vero o supposto”. Provo a rintracciare nella mente e nell’anima, per la sensibilità che a ciascuno di noi deriva dagli apprendimenti di ogni esperienza, una possibile via d’uscita a questa angoscia così diffusa e condivisa. Azzardo una risposta che ritengo convincente, a condizione che non sia legata ad un obbligo degli altri e non nostro: mitezza, che traduco con pazienza, indulgenza, moderazione, temperanza. In un mondo di ragioni urlate e di chiassose, ostentate rivendicazioni la mitezza può essere la vera virtù dei forti. Il pensiero mite a volte è un dono, altre volte è una conquista che consiste nell’espressione della propria identità e delle proprie idee attraverso il dialogo e che deriva dalla capacità di esercitare il dominio di sé nel rispetto degli altri.

A Chiavari il delitto di una strana coppia

Ed Leszczynskl Free to use under the Unsplash License

 

Sestri Levante è nota per il suo mare ed in particolare, tra le altre, per la Baia del Silenzio e la Baia delle Favole. È appunto nel silenzio di qualche giorno fa che si è consumata l’uccisione di un ragazzo egiziano che sembra fosse particolarmente dotato nel mestiere di barbiere. Doveva essere uno dei pochi a saper tagliare anche in punta di forbice con l’accuratezza che si richiede per quella pratica in via di estinzione.

 

SI chiamava Mohamed, non un nome originale tra quelli del suo paese. Forse doveva ancora subire il fascino dell’Occidente per darsi di fantasia un riconoscimento diverso. Tempo prima, il titolare del negozio dove lavorava è stato più bravo, facendosi chiamare umilmente Tito, un nome molto diffuso al tempo dei Romani, di uso comune un po’ come Mohamed. Aveva comunque già influenzato l’altro dipendente che a sua volta si è ribattezzato come Bob. Solo il nostro Mohamed, appena diciottenne, un tipo evidentemente ostinato, ancora manteneva orgoglioso il suo nome.

 

Ci sono coppie celebri che si spendono per la giustizia, Starsky ed Utch ne sono un esempio, personaggi televisivi di qualche anno or sono. Tito e Bob, al prima impatto come nomi hanno suonato comunque bene, sia pur impegnati nel far fuori il barbiere rampante, colpevole di voler passare a lavorare da un potenziale concorrente.  Quella era una favola proibita perché l’hanno ucciso a coltellate in un appartamento di via Vado. Non doveva andare da nessuna parte Mohamed, inammissibile il suo tradimento che ambiva a muoversi libero per come gli conveniva.

 

Uccidere è qualcosa tutto sommato di facile. Si tirano tre coltellate ben piazzate ed il gioco è fatto. Un fendente al cuore per punirne i sentimenti di libertà, un altro al fegato per mortificare il coraggio che aveva avuto nel dichiarare il suo progetto, un ultimo allo stomaco perché non potesse ruminare oltre il suo sogno, Il genio vero è in quello che ne è seguito. Hanno messo Mohamed in una valigia e portato a Chiavari. “Abbellirono la vita con le arti”, questo è il motto riportato nel gonfalone della città. Sarà per questo che Tito e Bob, da validi artigiani, sono andati proprio là sulla foce dell’Entella, forse in omaggio al Purgatorio di Dante quando dice riguardo quel fiume che “Intra Sïestri e Chiaveri s’adima, Una fiumana bella,…” o più semplicemente perché è un luogo tranquillo e ci si possono lavare colpe e pene in pace. 

 

I due sono entrati invece in confusione. Forse per un istante hanno creduto e sperato di essere sulla rocca di Entella in Sicilia dove, ad affacciarsi, sul suo versante meridionale si vedono importanti tombe a fossa della necropoli eventualmente utili a nascondere il misfatto. Cambiare scenario gli avrebbe risparmiato un bel po’ di fatica. Forse in preda al panico, invece di mondarsi, hanno continuato nel delitto confondendo la perizia del barbiere con quella del macellaio. Del resto non si usa forse dire che per mettere ordine in quel certo ambiente ci vorrebbe la mannaia?! 

 

Tito e Bob, contro ogni insubordinazione, hanno tagliato a pezzi il corpo del nostro rampante barbiere, senza perdere nell’occasione un filo di logica. Le autorità di polizia hanno trovato le mani del poveretto separate l’una dall’altra ad una distanza di un centinaio di metri, in modo che non potessero tra loro ritrovarsi e stringere una nuova alleanza e riprendere i buoni sospirati propositi. La testa risulta ancora scomparsa, forse portata via dal mare in modo che ci si tolga di mente una volta e per tutte di certe ambizioni.

Il corpo squartato, per quanto si apprende, in mare, in modo che i pesci possano fare ripulisti e pulizia. 

 

Mohamed voleva andare a Pegli sotto altro padrone più umano di dove fosse finito. SI era incaponito così tanto che non erano bastate neppure le minacce di Tito e Bob al nuovo datore di lavoro per farlo recedere dai propositi. Lo facevano per il suo bene. Tito par che sia riconducibile nel suo significato a “difensore” è così coerentemente si è comportato. Un paio di secoli prima certe commistioni non avevano avuto successo. Pegliesi trasferiti sull’isola di Tabarca, zona Tunisia, dopo un po’ dovettero trasferirsi in Sardegna e rinunciare alla pesca del corallo. Da buoni Egiziani volevano evitare che Mohamed andasse anche lui incontro a qualche cocente delusione a causa di inutili vagabondaggi.

 

Sussi e Biribissi sono due personaggi di un libro per bambini che programmano un viaggio al centro della terra partendo dalle fogne di Firenze. Tito e Bob per spiccata attitudine avranno per anni invece maggiore dimestichezza con i cunicoli del carcere che con il campo aperto dove Mohamed ora taglia da maestro le ali alla cattiveria del mondo, sfogliando a giusto ritmo il calendario dell’infinito.

No alla cravatta, anche Elly Schlein con i descamisados della Camera.

Il dibattito alla Camera sull’abbigliamento dei deputati e dei loro collaboratori ha messo in evidenza il perdurante “limite culturale” che appanna la politica della sinistra, Pd e M5S in testa. Che vi sia un motivo serio per chiedere agli eletti di adattarsi a una regola minima di decoro è fuor di dubbio: che poi sia opportuno per l’opposizione, qualora una proposta ad hoc venga dalla maggioranza, interloquire positivamente e senza pregiudizi di comodo, è altrettanto fuor di dubbio. Invece anche la Schlein, nota per la cura degli abiti che impone la sua armocromista, ha dato copertura a una specie di rivolta dei descamisados (nel mentre bacchettava Piero Fassino per aver tentato di difendere l’onore suo e dei suoi colleghi contro le polemiche qualunquistiche sugli stipendi o i vitalizi dei parlamentari).

Ha fatto bene allora Simonetta Matone, ex magistrato e deputata della Lega, a replicare duramente alle critiche irragionevoli : “Il rispetto per chi ci ha eletto passa anche attraverso l’abbigliamento che è come un codice di comportamento. Ritengo non rispettoso che si venga qui in abbigliamento da spiaggia o vestiti sportivi con le scarpe da ginnastica. Non stiamo facendo footing”. È un’osservazione ineccepibile, tanto da essere acquisita da sempre dall’altro ramo del Parlamento, il Senato della Repubblica. A Palazzo Madama non si entra senza cravatta, sebbene l’ineffabile ministro Calderoli (ancora a proposito di Lega)   sia ancora celebrato per lo sfoggio in Aula di abiti e scarpe all’altezza di un improbabile stile padano.

In ogni caso, a riprova di quanto sia scesa di livello la Camera dei Deputati, eminentemente a seguito delle scorribande grilline anti casta, sta il fatto che nella sede più alta della rappresentanza istituzionale della Repubblica, ovvero il Quirinale, l’idea di consentire l’accesso fuori da parametri ordinari di decoro non è stata mai considerata, neppure lontanamente, un tema da mettere all’ordine del giorno. Un cittadino e quindi pure un deputato, se ricevuti dal Capo dello Stato, non possono varcare la soglia del  magnifico Palazzo presidenziale se non in abiti conformi alla dignità del luogo e della sede. Anche in questo caso, modesto ma significativo, la moral suasion di Mattarella potrebbe aiutare a rendere meno sciatto il discorso sul “come” ci si debba condurre nel lavoro di rappresentanza del popolo italiano, innanzitutto nelle sedi istituzionali. 

Il dibattito a Montecitorio non è stato edificante. Alla fine s’è votato un ordine del giorno (181 voti a favore, 100 contro) che rinvia di fatto ad altra sede – ma quale? – il compito di definire il cosiddetto “dress code”. Il testo approvato impegna la Camera “a valutare l’opportunità di introdurre specifiche disposizioni volte a prevedere che l’abbigliamento dei deputati, dei dipendenti e di tutti gli altri frequentatori delle sedi della Camera sia consono alle esigenze di rispetto della dignità e del decoro dell’istituzione”. 

Ora, in conclusione, c’è da rimanere attoniti di fronte allo spettacolo offerto ieri dall’opposizione demo-grillina. È davvero un’impresa difficile comprendere i motivi che hanno portato al voto contrario, a meno che non s’intenda il ruolo di opposizione come un esercizio a se stante, fuori da uno schema di ragionevolezza, solo con la premura di essere “altrove”. 

Ambiente futuro fraternità: tre cantieri della speranza secondo Papa Francesco.

La Giornata Mondiale della Gioventù deve essere occasione per il “vecchio continente, o anziano continente [detto a braccio]” di “apertura universale”, perché “di vera Europa, il mondo ha bisogno”. È quanto ha auspicato papa Francesco, nell’incontro con le autorità portoghesi presso il Centro Cultural de Belém di Lisbona, primo appuntamento dei numerosi eventi in programma in questi giorni per la Giornata mondiale della gioventù. Un discorso che, partendo dall’evento globale coi giovani in terra lusitana posticipato di un anno a causa della pandemia di Covid-19, richiama molti dei temi cari a Francesco: l’ambiente, la cura del creato “casa comune”, l’apertura e l’accoglienza capaci di abbattere muri e confini che devono essere “zone di contatto”, investire sui figli e non sulle armi, e “tre cantieri di speranza in cui possiamo lavorare tutti uniti: l’ambiente, il futuro, la fraternità”.

 

A Lisbona, ad attenderlo per la XXXVII Giornata Mondiale della Gioventù in programma dal 2 al 6 agosto e che rappresenta il 42mo viaggio internazionale del pontefice argentino, vi sono oltre un milione di giovani provenienti dai cinque continenti. Prima della partenza, il papa ha salutato – come è ormai consuetudine da qualche tempo – un gruppo di persone nella residenza di Casa Santa Marta, accompagnate dall’elemosiniere card. Konrad Krajewski. Fra queste vi erano anche ragazzi e ragazze, spiega una nota vaticana, che “stanno vivendo un periodo in una comunità di recupero, e che quindi sono impossibilitati a partecipare alla Giornata Mondiale della Gioventù”. 

 

Nel discorso alle autorità, il papa ha detto di essere “felice” del viaggio a Lisbona, città del trattato Ue del 2007, e che definisce “città dell’incontro che abbraccia vari popoli e culture” e ”diventa ancora più universale; diventa, in un certo senso, la capitale del mondo e rivela il tratto cosmopolita del Portogallo, che affonda le radici nel desiderio di aprirsi al mondo e di esplorarlo, navigando verso orizzonti nuovi e più vasti”. Dall’estrema periferia occidentale, il pontefice vuole dunque sottolineare il ruolo dell’Europa di cui il mondo ha bisogno, ovvero “di pontiere e di paciere nella sua parte orientale, nel Mediterraneo, in Africa e in Medio oriente”. “Così l’Europa – ha proseguito – potrà apportare, all’interno dello scenario internazionale, la sua specifica originalità, delineatasi nel secolo scorso quando, dal crogiuolo dei conflitti mondiali, fece scoccare la scintilla della riconciliazione, inverando il sogno di costruire il domani con il nemico di ieri, di avviare percorsi di dialogo e di inclusione, sviluppando una diplomazia di pace che spenga i conflitti [il papa ricorda a braccio la guerra in Ucraina] e allenti le tensioni, capace di cogliere i segnali di distensione più flebili e di leggere tra le righe più storte”.

 

Francesco ricorda poi “con preoccupazione” i tanti luoghi in cui “si investono continuamente fondi sulle armi anziché sul futuro dei figli”. “Io – sottolinea – sogno un’Europa, cuore d’Occidente, che metta a frutto il suo ingegno per spegnere focolai di guerra e accendere luci di speranza” e sappia “ritrovare il suo animo giovane […] un’Europa che includa popoli e persone, senza rincorrere teorie e colonizzazioni ideologiche” e che sappia rifarsi “ai padri fondatori”. Vi è poi un richiamo all’oceano “immensa distesa d’acqua” che ricorda “le origini della vita. Nel mondo evoluto di oggi – afferma – è divenuto paradossalmente prioritario difendere la vita umana, messa a rischio da derive utilitariste, che la usano e la scartano. Penso a tanti bambini non nati e anziani abbandonati a sé stessi, alla fatica di accogliere, proteggere, promuovere e integrare chi viene da lontano e bussa alle porte, alla solitudine di molte famiglie in difficoltà nel mettere al mondo e crescere dei figli”. Una critica che investe anche le “leggi sofisticate sull’eutanasia”, come “il facile accesso alla morte, soluzione di comodo che appare dolce, ma in realtà è più amara delle acque del mare”.

 

Il pontefice si rivolge quindi direttamente ai “giovani provenienti da tutto il mondo, che coltivano i desideri dell’unità, della pace e della fraternità” e che “ci provocano a realizzare i loro sogni di bene”. A differenza di quanti invadono le strade a “gridare rabbia”, i ragazzi e le ragazze che partecipano alla Gmg rappresentano un invito a “condividere la speranza del Vangelo. E se da molte parti oggi si respira un clima di protesta e insoddisfazione, terreno fertile per populismi e complottismi, la Giornata Mondiale della Gioventù – aggiunge – è occasione per costruire insieme […] e navigare insieme verso il futuro”.

 

L’appuntamento di Lisbona, all’insegna del motto “Maria si alzò e andò in fretta” nella terra cara per le apparizioni della Madonna a Fatima, è al contempo occasione che spinge a immaginare “tre cantieri di speranza in cui possiamo lavorare tutti uniti: l’ambiente, il futuro, la fraternità”. Il tema dell’ambiente richiama “gli oceani che si surriscaldano e i loro fondali” che “portano a galla la bruttezza con cui abbiamo inquinato la casa comune. Stiamo trasformando le grandi riserve di vita in discariche di plastica”. Il secondo cantiere, il futuro, è quello dei giovani che devono affrontare i “tanti fattori” che li scoraggiano: mancanza di lavoro, ritmi frenetici, aumento del costo della vita, la fatica a trovare un’abitazione e la paura di formare famiglie e mettere al mondo dei figli. “In Europa e, più in generale, in Occidente, si assiste – avverte il papa – a una triste fase discendente della curva demografica”. Di fronte a questo elemento di crisi serve “la buona politica” capace di “essere generatrice di speranza. Essa, infatti, non è chiamata a detenere il potere, ma a dare alla gente il potere di sperare. È chiamata, oggi più che mai, a correggere gli squilibri economici di un mercato che produce ricchezze, ma non le distribuisce”. Terzo e ultimo il cantiere quello “della fraternità”, tema caro a Francesco e che “noi cristiani impariamo dal Signore Gesù Cristo. Perché, come notò Saramago, ‘ciò che dà il vero senso all’incontro è la ricerca, e bisogna fare molta strada per raggiungere ciò che è vicino’ (Todos os nomes, 1997)”. “Anche qui – conclude il papa – ci sono d’esempio i giovani che, con il loro grido di pace e la loro voglia di vita, ci portano ad abbattere i rigidi steccati di appartenenza eretti in nome di opinioni e credo diversi. Ho saputo di tanti giovani che qui coltivano il desiderio di farsi prossimi; penso all’iniziativa Missão País, che porta migliaia di ragazzi a vivere nello spirito del Vangelo esperienze di solidarietà missionaria nelle zone periferiche, specialmente nei villaggi all’interno del Paese, andando a trovare molti anziani soli”.

 

Il viaggio ricorre quasi in concomitanza col decimo anniversario del primo appuntamento internazionale di Francesco, anche in quel caso una Gmg (Rio de Janeiro del luglio 2013), cui sono seguite le giornate mondiali della gioventù di Cracovia nel 2016 e Panama nel 2019. Intenso il programma di queste giornate iniziate col saluto e il discorso alle autorità lusitane nel Centro Culturale de Belém, e che per oggi si concludono – archiviati gli incontri ufficiali – con i vespri recitati assieme a clero locale al Monastero Reale di Santa Maria di Belém. Domani l’appuntamento coi giovani universitari e la benedizione della prima pietra del  Campus Veritatis e, nel pomeriggio, il primo dei grandi appuntamenti coi ragazzi e ragazze al parco Eduardo VII. Il 4 agosto la confessione dei giovani al Giardino Vasco da Gama, ribattezzato per la Gmg “Parco del Perdono” e la via crucis alle 18. Fatima sarà il cuore della mattinata del 5 agosto, con la visita alla Cappella delle Apparizioni, mentre alla sera l’evento più atteso: la veglia di preghiera coi giovani in tre momenti al Parco Tejo, cui seguirà un discorso, l’esposizione dell’Eucaristia e la benedizione. Il 6 agosto, giornata conclusiva, la messa sempre al Parco Tejo con la consegna delle croci e l’annuncio di luogo e anno della prossima Gmg.

 

Fonte: AsiaNews

Appello di Sbarra: la transizione richiede lo sforzo congiunto di Governo, Regioni e Comuni.

“Serve tanta responsabilità. Governo, Regioni e Comuni devono collaborare per assicurare una gestione adeguata di questa transizione”. Lo ha detto ai microfoni del Tg1 delle 20.00 il leader della Cisl Luigi Sbarra. “Bisogna rafforzare servizi e risorse per le famiglie povere, le persone fragili, gli occupabili. Occorre fare un grande investimento sulle politiche attive per accompagnare chi può lavorare da logiche di sussidio ad una occupazione dignitosa. Dobbiamo rilanciare i servizi per l’impiego collegandoli alle Agenzie per il Lavoro, al sistema delle imprese, alla scuola, al territorio”.

 

“La grande sfida del nostro tempo si gioca sulle competenze. Per non lasciare nessuno indietro vanno garantiti ad ogni persona lavoro, sostegno al reddito, formazione continua, crescita delle competenze”, ha specificato Sbarra che commentando gli ultimi dati sull’occupazione li ha definiti “sicuramente incoraggianti” e un grado di mettere “in evidenza la capacità di reazione delle nostre comunità lavorative e produttive”.

 

“Perché diventi vera ripresa, per dare stabilità e intensità a questo ciclo occupazionale positivo- ha sottolineato-bisogna dare gambe solide a investimenti pubblici e privati e riforme partecipate. Ci sono da affrontare criticità sedimentate del lavoro giovanile e femminile- ha aggiunto- e da contrastare il lavoro povero e la precarietà, incentivando l’occupazione stabile. E poi va affrontato il tema di una nuova politica dei redditi, con un Accordo trilaterale su alcuni obiettivi: meno tasse sul lavoro, lotta alla speculazione e controllo di prezzi e tariffe, rinnovo di tutti i contratti pubblici e privati, partecipazione dei lavoratori alla gestione e agli utili delle aziende”, ha concluso.

 

Fonte: AskaNews

Il centro riformista deve corrispondere a una nuova speranza per l’Italia

Dunque, ormai è un ‘sentiment’ comune. Il centro, o meglio un luogo politico centrista, riformista, democratico e di governo è sempre più gettonato. E questo perchè l’attuale radicalizzazione tra la sinistra massimalista e radicale della Schlein e la destra di Salvini e di alcuni settori di Fratelli d’Italia non possono essere la risposta più idonea per confermare e consolidare un sistema democratico. È noto quasi a tutti che l’area popolare e cattolico democratica, almeno quella che non si è rassegnata a giocare un ruolo marginale e ancillare all’interno della sinistra di Schlein, scommette molto in questo progetto. E il processo di ricomposizione politico, culturale ed organizzativo avviato da “Tempi Nuovi-Popolari uniti” coordinata dall’amico Beppe Fioroni e con la presenza attiva e militante di molti amici presenti in tutta Italia, è uno dei tasselli più qualificanti che contribuisce a costruire questo nuovo soggetto politico.

Ora, un luogo politico di centro, dinamico, riformista e democratico non può che essere plurale al suo interno. E per plurale intendo che saranno più correnti culturali ed ideali a riconoscersi in questo progetto politico. L’esatto contrario, quindi, della banale e semplice riedizione del Pri o del Pli o del Partito d’Azione a cui, almeno così pare, intende rifarsi Calenda nella sua altalenante ed approssimativa prospettiva politica. No, un Centro riformista e di governo non potrà che essere popolare e fortemente plurale nella sua accezione più organica. Un soggetto, cioè, che sia in grado di giocare un ruolo decisivo e dinamico nella cittadella politica italiana senza subalternità nei confronti di nessuno e che, soprattutto, riesca ad essere determinante nella costruzione degli stessi equilibri politici.

Ed è proprio lungo questo percorso che si inserisce l’iniziativa politica e il movimentismo dinamico messo in campo da Matteo Renzi. E Renzi, come ovvio, può piacere o non piacere. Regola che vale, del resto, per tutti i leader politici. Parlo di leader, però, e non di improvvisatori o aspiranti capi o semplici comparse. Perché i leader, di norma, sono quelli che fiutano ciò che capita nella società e poi, però, hanno anche la capacità politica e culturale di saperne guidare i processi. L’esatto contrario dei capi e degli improvvisatori populisti che si limitano, com’è evidente a tutti, a cavalcare e a strumentalizzare tutto ciò che la “pancia” del paese chiede e impone. Quelli, non a caso, non sono leader politici ma, per dirla con Totò, semplici “quaquaraquà”.

Ecco purché, al riguardo, il ruolo che può giocare Matteo Renzi, con altri leader politici, come ovvio, può ancora una volta essere decisivo nel costruire un luogo politico che sia in grado di mettere in discussione un anacronistico bipolarismo sempre più rissoso e conflittuale da un lato e, dall’altro, costruire un progetto di governo che risponda a criteri riformisti e con una spiccata cultura di governo. È persin ovvio ricordare che in questo processo che possiamo tranquillamente definire “costituente”, il ruolo della tradizione e della cultura cattolico popolare, cattolico sociale e cattolico democratica sarà decisivo nel definire il profilo di questa nuova e suggestiva offerta politica, culturale e programmatica. E proprio il ruolo di Renzi, anche per la sua cultura e per la sua provenienza formativa, può rappresentare un “valore aggiunto” per l’intero progetto. Non in un cammino solitario ma condividendo e costruendo insieme ciò che ormai da troppo tempo è colpevolmente assente dall’orizzonte politico italiano.

Banca d’Italia | La richiesta di credito delle imprese diminuisce nel secondo semestre 2022.

La pubblicazione riporta i risultati dell’indagine Regional Bank Lending Survey, condotta dalle Filiali regionali della Banca d’Italia su un campione di 244 banche e relativa al secondo semestre del 2022.

Dopo l’espansione osservata nella prima metà del 2022, nel secondo semestre la domanda di credito delle imprese si è ridotta in tutte le aree del Paese, con un calo più marcato nel Mezzogiorno. La contrazione ha riguardato il settore manifatturiero e il terziario in tutte le ripartizioni territoriali; la domanda delle imprese edili si è invece ridotta soltanto nel Nord Est. Sulla riduzione hanno inciso le minori esigenze di finanziamento degli investimenti e, al Centro, anche quelle di ristrutturazione delle posizioni debitorie pregresse. Il fabbisogno per la copertura del capitale circolante, connesso con l’aumento dei costi di produzione e con l’espansione dell’attività economica, ha continuato a fornire un contributo espansivo alla domanda di prestiti, seppure in misura minore rispetto al semestre precedente.

Nello stesso periodo le politiche di offerta di credito alle imprese sono state moderatamente irrigidite, in particolare nei confronti delle aziende centro-settentrionali e di quelle edili. Le banche hanno segnalato un incremento degli spread applicati ai finanziamenti alle imprese, soprattutto per le aziende giudicate maggiormente rischiose, in connessione con un aumento della rischiosità percepita e dei costi di provvista.

Nel secondo semestre del 2022 la domanda di mutui per l’acquisto di abitazioni e di crediti per finalità di consumo da parte delle famiglie è diminuita fortemente in tutte le aree del Paese, dopo l’espansione osservata nella prima parte dell’anno.

I criteri di offerta dei mutui per l’acquisto di abitazioni sono stati irrigiditi in tutte le macroaree, riflettendo sia l’aumento del costo della provvista sia il maggior rischio percepito. Anche le condizioni praticate sui prestiti finalizzati al consumo sono peggiorate in tutte le ripartizioni territoriali. Per le nuove erogazioni di mutui sono aumentati in misura marcata sia il rapporto tra il valore del finanziamento e quello dell’immobile (loan to value ratio at origination) sia la durata media dei prestiti.

Nel secondo semestre del 2022 i risparmiatori hanno fortemente aumentato la domanda di titoli di Stato e, in misura minore, di obbligazioni bancarie e di depositi (anche diversi dai conti correnti); si è invece ridotta la richiesta di prodotti del risparmio gestito e di titoli azionari.

 

[Esfratto della presentazione – v. sito ufficiale della Banca d’Italia]

Roma Capitale ricorda gli agenti uccisi dalle Br a Piazza Nicosia

Finalmente una targa in piazza Nicosia per ricordare i poliziotti Antonio Mea e Pietro Ollanu, uccisi dalle Brigate Rosse il 3 maggio 1979. La targa in marmo sarà collocata vicino all’altra in bronzo, opera che l’artista Benedetto Robazza realizzò su commissione della segreteria romana della Dc nel primo anniversario del tragico evento.

Lo ha reso noto il presidente della Commissione capitolina per il Turismo, Mariano Angelucci, primo firmatario della mozione con la quale era proceduto a formalizzare la proposta. “Abbiamo il dovere di ricordare chi ha sacrificato la propria vita per difendere le Istituzioni democratiche in uno dei periodi più bui del nostro Paese – ha affermato Angelucci. “Per questo ringrazio il Sindaco Gualtieri e l’assessore alla Cultura Gotor per aver compreso l’importanza dell’iniziativa, dando seguito alla mozione dell’Assemblea Capitolina votata all’unanimità ad aprile scorso. La memoria è un valore comune e ci aiuta a guardare con più fiducia al presente, affinché gli orrori del passato non si verifichino mai più. A breve sarà anche installata la segnaletica che intitola ai due poliziotti un viale dentro il Parco di Villa Gordiani”.

L’attacco delle Brigate Rosse alla sede del Comitato Romano della Dc fu l’ennesimo passaggio cruento negli Anni di Piombo, che rafforzò ulteriormente l’allarme per l’escalation terroristica: per la prima volta si tentava una irruzione, armi in pugno, negli uffici di un partito. I due poliziotti, Antonio Mea e Pietro Ollanu, furono uccisi mentre cercavano di proteggere l’ingresso del palazzo dc adiacente alla Piazza (precisamente in Via dei Somaschi). La loro morte fu un atto vile e barbaro, ma il sacrificio cui andarono incontro è ancora vivo. Non è stato dimenticato.

Dunque, la targa in piazza Nicosia è un simbolo di rispetto e gratitudine per due giovani vite stroncate dal furore di chi mirava a sovvertire lo Stato democratico, con particolare accanimento contro la Dc, a un anno di distanza dalla strage di Via Fani e l’omicidio di Aldo Moro. Oltre a ricordare l’esemplare condotta degli agenti, l’iniziativa del Comune di Roma intende rinnovare in questo modo l’impegno a costruire una società più giusta e democratica.

Cile, quanto è difficile cambiare la Costituzione di Pinochet.

La vittoria alle elezioni presidenziali del 2022 di Gabriel Boric, giovane leader della sinistra cilena, aveva fatto gioire il fronte progressista mondiale, sia per il valore simbolico che da ormai 50 anni riveste quel lontano Paese che accompagna l’Oceano Pacifico giù sin quasi all’Antartide sia per la prospettiva futura che la vittoria del trentacinquenne neo-presidente pareva spalancare. E invece lo scorso 7 maggio una doccia fredda, anzi gelata, ha raffreddato ogni entusiasmo.

E’ successo che le elezioni per la formazione dell’assemblea che dovrà scrivere la nuova Costituzione siano state inopinatamente vinte dal Partito Repubblicano, il partito di estrema destra che si è sempre opposto alla necessità di modificare la Costituzione del 1980, quella dell’éra Pinochet. E così sarà la Destra (considerando anche l’apporto di quella più tradizionale, rappresentata da ben tre partiti in Cile) ad avere i due terzi dei seggi dell’assemblea costituente e con essi la possibilità – se dovesse prevalere un atteggiamento arrogante e non inclusivo al contrario di quello che invece dovrebbe mostrarsi in contesti di quel tipo – di scrivere una Carta Costituzione assolutamente di parte.

E sarebbe un paradosso, perché se non venisse approvata dagli elettori, in dicembre quando si voterà, rimarrà in vigore quella del 1980 scritta dal regime dittatoriale.

La sconfitta subìta dalla Sinistra è dunque gravissima. E segue quella già patita l’anno scorso allorquando il 60% dei cileni bocciò la proposta di riforma costituzionale elaborata dal nuovo Presidente. Una sconfitta arrivata mentre nella vicina Argentina i sondaggi indicano, pure lì, la Destra estrema come l’area politica più accreditata a vincere le elezioni generali che si terranno il prossimo ottobre. Speriamo che, come avvenuto nella madre patria spagnola, si sbaglino.

Per un centro realista, non conservatore.

Al di là degli aspetti organizzativi e tattici, pur essenziali, il percorso per far tornare il centro ad essere significativo in quello che percepiscono gli elettori, e nel merito delle questioni cruciali della politica, passa dalla capacità di leggere i tempi e di definire una visione politica adeguata. Se si rinuncia a un tale compito, andando a rimorchio della cultura radicale, si rischia di rendere insipide e sostanzialmente superflue – una copia sbiadita del Partito Democratico – le varie iniziative che tendono a rivitalizzare il centro, e in esso la cultura politica popolare e cattolico-democratica, soprattutto in vista di un voto europeo mai così importante per il futuro dell’Unione Europea.

Il cambiamento di epoca in corso sta mettendo a dura prova tutte le culture politiche. Le varie espressioni della sinistra stanno dando una risposta ai cambiamenti che appare  conservatrice sul piano sociale, economico e su quello geopolitico, e rivoluzionaria sul piano culturale e antropologico. La sinistra in quasi tutto l’Occidente, con poche eccezioni, come il Portogallo, si è collocata su una posizione di difesa ad oltranza dell’ancien régime, difendendo un unipolarismo non tanto degli Stati Uniti quanto di certe oligarchie economiche in gran parte responsabili della criticità dell’attuale sistema finanziario internazionale e del conseguente clima di guerra, che esso alimenta.

Nel contempo però la sinistra mantiene la sua indole aperta al cambiamento sul piano culturale, sostenendo le campagne ideologiche volte a ribaltare i costumi, i modelli di relazioni, di famiglia in un modo inedito e che non ha eguali in nessuna altra parte del mondo, finendo per contraddire anche il suo tradizionale impegno in favore dell’emancipazione della donna. E talvolta arriva, nelle sue frange estreme, a farsi paladina di un ecologismo dissociato dalle ragioni dell’uomo, che alla fine si traduce solo in una concreta forma elitaria di nuovo classismo e di attacco alla classe media.

La destra, invece, rischia di rimanere intrappolata nel suo stesso pragmatismo, nel solo perseguimento del potere per il potere senza trovare risposte adeguate alle sfide del nostro tempo, e di definirsi solo in modo speculare agli avversari sulla strada di una polarizzazione di facciata, sempre più sterile e vuota e mal sopportata dall’elettorato.

Il centro ha una grande occasione davanti, quella di non mancare l’appuntamento con la storia. In un’Europa che voglia ritornare ad essere artefice del proprio destino la missione del centro appare quella di concorrere a guidare questo passaggio nel modo meno traumatico possibile. Innanzitutto cambiando mentalità. Serve un approccio pragmatico e improntato alla sussidiarietà, delle politiche europee anziché perdersi in soli tecnicismi economici e istituzionali che ne paralizzano l’azione. E per poter entrare nel mondo multipolare l’Unione Europea deve innanzitutto riconoscere di costituire lei stessa uno di questi poli, anziché un’appendice degli Stati Uniti senza per questo metterne in discussione l’alleanza, anzi aiutando l’altra sponda dell’Atlantico a uscire da un unilateralismo ormai anacronistico e contrario alla storia anticolonialista degli Stati Uniti. 

Serve un centro realista, che si adoperi per convincere gli alleati della necessità di un cessate il fuoco e di una soluzione diplomatica della crisi ucraina. E che sappia impostare i rapporti dell’Italia con i Paesi extraeuropei, a cominciare da quelli mediterranei e da quelli dell’Africa, su un piano di parità, di rispetto e di non ingerenza, consapevole che le relazioni bilaterali dell’Italia con i Paesi africani possono arrivare, in questa fase di storici cambiamenti, dove altri Paesi (la Francia in primis) non possono arrivare. Un centro che segua le orme di Enrico Mattei. E che sappia vedere i nessi che intercorrono tra relazioni internazionali improntate all’equità e questione sociale. Ciò che molti elettori insoddisfatti dall’attuale offerta politica si attendono, in definitiva è un centro che sappia rappresentare il fatto che la nostra classe media e i Paesi in via di sviluppo stanno dalla stessa parte della barricata, avendo entrambi molto da guadagnare dalla affermazione di un modello di sviluppo più giusto e inclusivo.

 

La vita e la morte di Purgatori iscritte nel suo nome Andrea

Ci sono segni che ti sono impressi dalla nascita e uno di questi è il nome, la prima cosa che nella vita non ti è dato scegliere. Andrea indica l’uomo e la sua mascolinità, un uomo cazzuto, dotato di forza e di coraggio.

 

Deve essere per questo che Sant’Andrea apostolo se ne è andato il lungo e in largo per il mondo professando il Vangelo dalla Scozia alla Russia, dall’Asia minore e lungo le terre del mar Nero. Morì a Patrasso in Acaia, Grecia, crocefisso ma, per sua volontà, con le assi disposte a forma di “X” non sentendosi degno di poter scopiazzare il suo Maestro. Così anche la sua morte in quell’incrocio di legni diede subito motivi di confusione all’occhio ed alla interpretazione degli spettatori.

 

Anche il nostro Andrea ha spaziato senza timidezze, non sottraendosi al destino che gli era toccato. Intelligente come era, ha giocato sempre d’anticipo rincarando la dose della sorte in dote, continuamente rilanciando la scommessa a chi sa spingersi oltre il prevedibile.

 

Per questo decideva di fare il giornalista, non di quelli da velina o da imbratta carte, ma di smuovere fogli, parole e fatti in modo che avessero sempre un verso di movimento, sfiorando all’occorrenza la tempesta. Era uno che insomma muoveva le acque. L’opposto di quel “quieta non movere e mota quietare” che chissà quante volte gli sarà stato rimproverato e che gli avrà fatto venire incontenibile orticaria.

 

E se non bastasse il nome a dirti come condurti, si deve aggiungere anche il cognome per ingabbiarti in un corso dal quale non ti è possibile venir fuori. Se ti chiami Andrea Purgatori sai che andrai incontro a prove impegnative non solo in vita ma anche dopo di essa. Anche la morte non ti deve essere semplice o scontata, alla stregua degli uomini comuni. Così dovrai sudarti la verità che ambisci legittimamente anche per te stesso, non essendo chiaro quale sia stata la malattia che ti ha portato alla fine e se i medici ci abbiano visto giusto nel tentativo di curarti.

 

Andrea Purgatori era un giornalista di inchiesta, di quelli che incedono incuranti degli ostacoli che gli erano infrapposti. A dire tutta era uno specializzato a fare le “contro-inchieste”. Appena ne veniva fuori una ufficiale, iniziava a farle le pulci, scuoiando ciò che era comodo per andare a mettere spilli su un cammino spianato di utile e funzionale. Le cronache lo hanno portato alla fama per la strage di Ustica, l’abbattimento di un volo Itavia che da Bologna era diretto a Palermo con la conseguente morte di 81 passeggeri. Del resto Ustica viene dal latino ustum, “bruciato”; c’era puzza di bruciato in quella storia e Andrea Purgatori non era uno da tirarsi indietro nel voler comprendere i responsabili della faccenda.

 

Sant’Andrea fu un santo miroblita, il cui corpo cioè fu in grado di emanare profumi. Andrea Purgatori aveva al contrario il dono di sentire il puzzo di trame e di marcio e di andarci dentro senza timore o riguardo per nessuno. L’isola per i Greci era invece chiamata Osteodes, “ossario”. Sarà forse per questo che non poteva essere che quello un luogo adatto ad una carneficina. Ustica ha conosciuto nei secoli l’invasione di corsari barbareschi e fu luogo di confino per i prigionieri politici. Una terra abituata ad essere saccheggiata dai forti di turno e ad ingabbiare chi ha un pensiero diverso da quello dominante.

 

La Nemesi rappresenta la giustizia distributiva, nel contempo indica anche un fatto negativo in grado di spezzare una catena fortunata di avvenimenti, una specie di vendetta del fato che ti ritorce contro quello che ti ha portato alla gloria, la tua capacità di scavare oltre le cortine di ferro.

 

Dovremo attendere sembra settembre per sapere se i medici abbiano imbroccato o meno la giusta terapia per la malattia del nostro giornalista. Per quel tempo la notizia non interesserà più nessuno se non la famiglia. Stavolta è una inchiesta che non potrà condurre in prima persona. In caso di errori qualcuno dovrà purgarsi per una vita eventualmente “bruciata”. Diversamente Andrea Purgatori ha già vissuto la sua morte come forse non poteva essere altrimenti, con quel timbro intricante di grigio in cui mettere le mani per trovare, abile com’era, la luce che gli spetta.

Mondoperaio | Dopo Berlusconi, amico di Craxi, quale futuro per i socialisti?

Tra il 1983 e il 1987, Craxi seppe utilizzare il ruolo di capo del governo con profitto ed autorevolezza per introdurre rapporti di forza e nuove regole di governabilità nel “Sistema Italia”, capaci di favorire una effettiva capacità di governo, utile a sgombrare la fitta rete di ostacoli che all’interno ne impedivano lo sviluppo e la modernizzazione. Tra l’altro rendendo così possibile e praticabile una grande politica estera, né marginale né subalterna ma fondata costantemente su di una grande autorevolezza.

 

Quel Presidente del Consiglio socialista era allora, nel decennio degli anni ’80, portatore di un consenso misero, appena superiore all’11%. E doveva fare i conti tutti i giorni con due formidabili castelli turriti, protetti e sostenuti da una pluralità di alleati, che dominavano tutta la politica. Il fatto è che quel personaggio, non solo aveva una grande fantasia politica, aiutata da una testa ben dura, da un coraggio adamantino e da un entusiasmo trascinatore; era anche un socialista figlio del partito, connaturato nella sua storia, espressione della sua cultura migliore, che aveva piegato anche il sano decisionismo che era parte della sua natura al confronto e alla partecipazione di molti. 

 

Per queste ragioni, e forse anche per la sua stanchezza, Craxi non fu in grado di rovesciare il tavolo della politica quando una trappola tutta partitocratica come il “patto della staffetta” gli sbarrò la via alla ratifica popolare del suo operato di statista, che un giornale nemico stimò allora, nella primavera del 1987, essere oltre il 65%. A buttare all’aria tutto ci voleva un populista e questo non poteva “purtroppo” essere il socialista Craxi, qualsiasi cosa ne pensassero De Mita, Berlinguer e successivamente i loro eredi che, opponendosi al suo disegno, contribuirono di fatto a costruire quella passerella che fece arrivare al potere Berlusconi passeggiando sul crollo dei partiti. Alla fin fine, ciascuno raccoglie quello che ha seminato: vale per Berlusconi, vale per Craxi. 

 

La questione che oggi è davanti a noi, anche in ragione della ridondanza non usuale che si è voluto assegnare alla vicenda di questi giorni, e cioè mettendo nel conto anche le conseguenze politico-propagandistiche del dopo-morte di Berlusconi, è se questa storia possa essere raccontata e vissuta senza sotterfugi e quindi tornare a dare buoni frutti. La crisi del sistema politico che stiamo attraversando da quasi trent’anni ha cambiato l’Italia nel profondo, come pur- troppo siamo costretti a constatare ogni momento. Forse anche da noi la nascita di un cosiddetto partito dei moderati, addirittura sulle ceneri di una esperienza che puzza di postfascismo, potrebbe essere un segnale di stabilizzazione, capace, almeno potenzialmente, di esprimere un governo in grado di fare e di realizzare, magari mettendo in campo una discreta gestione dell’ordinarietà. 

 

Come, sulle ceneri di quello che è stata la sinistra in questi tre decenni – con tutte le sue vaghezze, forzature ed al netto delle ingiuste e colpevoli esclusioni – può crearsi lo spazio, ma anche le condizioni pratiche, per ricostruire una forza di socialismo democratico e riformista, moderna e plurale, capace di entusiasmare anche i meno vecchi di noi, vivere il presente e forse anche prepararsi a governare il futuro. Ma sono necessari comportamenti limpidi e vanno dette parole di verità: soprattutto da parte di quelli che furono un tempo democristiani e comunisti in particolare. Per tutte queste ragioni, anche alla luce dell’interpretazione che mi sono permesso di avanzare sulle vicende connesse con la morte di Berlusconi, io mi confermo nella opinione che il giudizio e l’utilizzo dell’esperienza dei socialisti di Craxi, lo si voglia o no, è uno spartiacque ineludibile ed insieme una grande risorsa.

 

Fonte: Mondoperaio (6-7/2023).

 

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Euclid scatta le prime immagini, osserverà miliardi di galassie.

Sono arrivate sulla Terra le prime immagini del telescopio spaziale europeo Euclid. Talmente incredibili per la loro nitidezza che alcuni scienziati le hanno definite “immagini ipnotizzanti”. A riprenderle sono stati i due strumenti, con forte contributo italiano, appena accesi: Vis (VISible Instrument) e Nisp (Near Infrared Spectrometer Photometer) che sono ancora in fase di calibrazione. Alla loro realizzazione hanno giocato un ruolo importante a livello continentale, l’Agenzia Spaziale Italiana (Asi), l’Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf) e l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn).

 

Anche se mancano un paio di mesi prima che Euclid cominci a fornire la sua vera nuova visione del cosmo, il raggiungimento di questo traguardo mostra che gli scienziati e gli ingegneri sono fiduciosi che il telescopio ed i suoi strumenti funzionino bene. Gli ottimi risultati fin qui ottenuti, indicano che il telescopio spaziale raggiungerà gli obiettivi scientifici per cui è stato progettato, e forse molto di più.

 

“Dopo più di 11 anni di progettazione e sviluppo di Euclid, è esaltante ed estremamente emozionante vedere queste prime immagini – afferma Giuseppe Racca, project manager di Euclid per l’AgenziaSpaziale Europea (Esa) – È ancora più incredibile se pensiamo di vedere solo poche galassie qui, prodotte con una messa a punto minima del sistema. Euclid, una volta calibrato completamente, osserverà miliardi di galassie per creare la più grande mappa 3D del cielo mai vista prima”.

 

“Le immagini degli strumenti Vis e Nisp diffuse oggi dimostrano la bontà della catena di acquisizione della luce raccolta nel campo di vista del telescopio di Euclid. – riferisce Mario Salatti, responsabile per Asi della realizzazione del contributo italiano agli strumenti scientifici a bordo del satellite Euclid – Il team industriale coinvolto nella costruzione del cuore delle unità elettroniche dei due strumenti Vis e Nisp e il team scientifico che ne ha sviluppato il software guardano con grande soddisfazione alla qualità di queste immagini da cui viene confermato il raggiungimento delle specifiche di progetto”.

 

Lo strumento VISible di Euclid (Vis) scatterà immagini super nitide di miliardi di galassie per misurarne le forme. Già dalla prima immagine si intravede la capacità che avrà il Vis; mentre alcune galassie sono molto facili da individuare, molte altre sono macchie sfocate nascoste tra le stelle, in attesa di essere svelate da Euclid in futuro. Sebbene l’immagine sia ricca di dettagli, l’area di cielo che copre è in realtà solo circa un quarto della larghezza e dell’altezza della Luna piena.

 

“Accendere uno strumento spaziale è un’esperienza unica: quando tutto era pronto, abbiamo inviato al satellite il comando di power-on e letteralmente abbiamo smesso di respirare fino a che, qualche secondo dopo, non abbiamo visto i primi dati di telemetria scorrere sullo schermo, riportando lo stato dello strumento in funzione. L’emozione è stata tanta e tra applausi e abbracci, ci siamo rimessi subito tutti al lavoro, consapevoli che questo è solo l’inizio dell’avventura – racconta Anna Di Giorgio dell’Inaf, che coordina le attività italiane per la missione Euclid finanziate dall’Asi e ha partecipato, insieme ad altri ricercatori Inaf e Infn, al collaudo dei due strumenti presso il centro di controllo dell’Esa -. Altro momento critico è stato quello dell’accensione dei rivelatori e l’acquisizione dei primi dati, seguito dalla meraviglia di poter finalmente vedere delle immagini vere e non simulate. Certo ci sono stati degli imprevisti (senza i quali che avventura sarebbe?), come la scoperta di un fondo inaspettato di luce diffusa, che alla fine hanno dato all’intera squadra l’opportunità di lavorare se possibile in modo ancora più coeso e motivato. Anche in questi casi la professionalità del personale italiano, sia i ricercatori che il team industriale, ha contribuito in modo decisivo a tenere la situazione sotto controllo e a definire possibili strategie risolutive”.

La candidatura di Cappato a Monza convince solo Calenda

Giorgio Merlo

La scelta delle candidature, di qualsiasi livello istituzionale, sono sempre un passaggio delicato e complesso. Ma quando si tratta di scegliere candidati nei collegi uninominali la scelta non può che essere dettata da criteri che fanno del profilo politico e culturale del suddetto candidato la ragione decisiva per poter allargare i consensi. Criteri, questi, che pare non appartengano alla strategia politica, culturale e forse anche elettorale di Calenda.

Ora, senza alcun pregiudizio e nel massimo rispetto di tutte le opinioni, la candidatura di Marco Cappato in un collegio uninominale della Brianza per eleggere il nuovo senatore dopo la scomparsa di Silvio Berlusconi, è un segnale politico che confligge con qualsiasi criterio riconducibile alla logica del buon senso. E, tanto più, con la logica e le regole del consenso. Perché la candidatura di Cappato, sostenuta e promossa – almeno così pare – dal capo di Azione Calenda, risponde ad alcuni requisiti di fondo che registra la nostra netta contrarietà politica e culturale. E questo almeno per tre ragioni di fondo.

Innanzitutto si tratta di una candidatura profondamente “divisiva”. E le candidature divisive hanno un unico grande limite: sono fatte per perdere e non per vincere. Soprattutto nei collegi uninominali dove la scelta è sì politica per quanto riguarda lo schieramento ma anche e soprattutto personale, cioè si valuta anche il profilo politico e culturale del candidato/a.

In secondo luogo evidenzia il profilo politico di chi condivide e promuove questa candidatura, cioè Calenda. Non si tratta di giudicare le singole scelte politiche, ma di prendere atto – senza polemica alcuna – che il profilo di Calenda si conferma, ancora una volta, profondamente e radicalmente alternativo ad un centro popolare e rispettoso della pluralità che lo deve comporre. E un centro credibile e politicamente competitivo non può ridursi ad una versione laicista, vagamente anticlericale e irrispettoso e antitetico nei confronti di altre sensibilità culturali ed ideali. Non si tratta, cioè, di ricostruire un luogo politico che assomiglia ad una versione, addirittura in miniatura, del vecchio Pri o Pli ma, al contrario, che sappia costruire un soggetto che faccia perno sulla pluralità culturale declinando un vero progetto riformista e di governo. L’esatto opposto di una nicchia liberista, radicale, anticlericale e salottiera.

In ultimo le candidature, soprattutto nei collegi uninominali, non possono essere il capriccio di qualche capo partito usate e costruite per mettere le dita negli occhi ad eventuali alleati. Questo non è nient’altro che infantilismo politico da un lato e non rispetto, appunto, della pluralità culturale dall’altro.

Per questi motivi, come “Tempi nuovi-Popolari uniti” non condividiamo questo approccio politico e queste scelte improvvisate e provocatorie. Un centro politico, riformista, plurale e di governo si costruisce attraverso la costruzione di un progetto che non contempla l’improvvisazione e l’avventurismo ma, invece, con la pazienza di cucire e unire le diversità ideali, che sono sempre una ricchezza, per un disegno politico credibile, serio e realmente competitivo.

A sinistra s’ignora il contributo di Tina Anselmi

 

Ho sempre trovato ai limiti dell’imbarazzante la battaglia per declinare appellativi e incarichi pubblici al femminile. Mi impressionò l’entusiasmo negli occhi della giovane assessore che si fotografava davanti una targhetta con la scritta “Assessora”: se avesse scoperto la formula dell’immortalità non avrebbe provato tanto orgoglio! E i commenti: “grande”! “Finalmente”! “Un piccolo grande passo”!!!

 

E così scrissi pubblicamente che mi cadevano le braccia, che forse, e dico forse, tutta quell’energia dovremmo metterla per ottenere asili gratuiti, ausili reali per giovani madri (ma reali per davvero), scuole a tempo pieno con progetti di qualità per i figli, mentre i genitori sono al lavoro e non possono contare sui nonni o altri supporti. Invece no, ci si straccia le vesti per farsi chiamare “avvocata, presidenta, assessora, consigliera…”; ma la cosa più triste è che ci si è dimenticati che la più straordinaria battaglia femminista, concreta e vittoriosa, portava un nome ed un cognome: Tina Anselmi.

 

Andrebbe studiata, letta, riletta e studiata ancora, perché nel suo operato di ministro donna, per la prima volta in Italia, si ritroverà il vero senso della battaglia femminista, col lavoro sulla parità salariale, sulle pari opportunità, sul lavoro delle donne.. temi che solo lei seppe portare per la prima volta sul tavolo del governo.

 

Era il 29 luglio del 1976, 77 anni fa quando Tina Anselmi entrava al governo e oggi a ricordarla in Veneto non è il segretario (donna) del Pd, né l’ufficio di segreteria del partito, la cui pagina social sembra essere monotematica. No, lo fa un leghista. Lo fa cioè il Presidente Zaia dedicandole una pagina in cui si rammenta la sua storia e le sue straordinarie battaglie, con riconoscenza. Sicché io, nipote di partigiano e fiera studiosa del diritto del lavoro, costantemente alla ricerca di un pretesto per tornare a dare fiducia al partito cui ero iscritta, ancora una volta mi arrendo. Delusa. Il centro sinistra ha perso anche questa occasione. E noi, che pure abbiamo creduto nell’esperimento di un partito a vocazione riformatrice,  non possiamo che dichiararci orfani di una casa politica.

Ripeto, ancora una volta.

Legacoop e Ipsos dicono che gli italiani stanno cambiando abitudini di consumo

 

L’aumento dei prezzi sta costringendo quasi 6 italiani su 10 (il 57%) a ridurre le risorse destinate allo shopping, il 53% a ridurre i consumi di energia elettrica, il 51% a ridurre le spese per attività culturali e di svago, il44% a ridurre i consumi di gas. Una tendenza destinata a proseguire nell’immediato futuro, con il 57% che si vedrà costretto a ridurre o evitare le spese in divertimenti, il 52% le cene fuori e i viaggi, il 48% i prodotti in delivery, il 47% i piatti pronti.

 

Sono queste, in sintesi, le principali evidenze che emergono dal report FragilItalia, elaborato dall’area studi Legacoop e Ipsos, in base ai risultati di un sondaggio condotto su un campione rappresentativo della popolazione, per testarne le opinioni relative al tema “Inflazione e consumi”.

 

I risultati del sondaggio confermano come l’inflazione sia una “tassa” che impatta in modo più pesante sui ceti più deboli. Nel ceto popolare, infatti, la riduzione dello shopping interessa il 74% degli italiani (contro il dato medio del 57%), quella del consumo di energia elettrica il 71% (contro il 53%), quella delle spese per attività di svago il 66% (contro il 51%) e quella del consumo di gas il 56% (contro il 44%). È comunque da evidenziare come, rispetto alla precedente rilevazione (del settembre 2022), a livello medio complessivo calino, rispettivamente di 10 e di 12 punti percentuali, le quote di chi ha dovuto ridurre i consumi di energia elettrica e di gas.

 

La tendenza attuale, è destinata a proseguire. Le voci che occupano le prime quattro posizioni nella classifica delle riduzioni di spesa o delle rinunce previste nell’immediato futuro (57% per i divertimenti, 52% per cene fuori e i viaggi, 48% per prodotti in delivery, 47% per i piatti pronti) sono seguite dalla riduzione della spesa o dalla rinuncia all’acquisto per prodotti di elettronica (46%), della cultura (45%), di abbigliamento (41%), di bellezza (40%), di scarpe (39%).

 

Relativamente alla spesa alimentare, il pesce guida la classifica delle percentuali di chi dovrà rinunciarvi o ridurne il consumo (31%), seguito dai consumi di gas ed energia elettrica (28%), da salumi, carni, alimenti per animali e carburanti (tutti al 27%).

 

Per quanto riguarda le strategie di acquisto, il 51% degli intervistati dichiara di aver ridotto l’acquisto di prodotti superflui (-7 punti percentuali rispetto a settembre 2022), il 49% di limitare gli sprechi di cibo (-4 punti), il 46% di acquistare soprattutto i prodotti in promozione (-9 punti), il 42% di fare maggiori scorte di prodotti in promozione, il 32% (-6 punti) di cercare i prodotti più convenienti, anche se non abitualmente consumati.

 

Riguardo ai canali di vendita dei prodotti alimentari, i risultati del sondaggio evidenziano un aumento medio della frequenza di acquisto del 29% nei discount (53% nel ceto popolare). In diminuzione, invece, la frequenza degli altri canali: del 27% nei negozi al dettaglio (41% nel ceto popolare), del 23% nei piccoli supermercati (ceto popolare 39%), del 14% negli ipermercati (45% nel ceto popolare), del 13% nei supermercati (41% ceto popolare).

Questione meridionale, ovvero la grande faglia che divide il Paese

 

 

Nord e Sud: insieme o divisi? È la domanda di fondo che accompagna le pagine del nuovo libro di Filippo Sbrana “Nord contro Sud. La grande frattura dell’Italia repubblicana” edito da Carocci (collana Studi Storici, pp. 248, euro 27,00). Avvalendosi di documentazione in larga parte inedita, il volume ricostruisce la storia dei rapporti fra le due metà del Paese nella stagione repubblicana. Analizzando diversi piani – economico, politico, sociale, istituzionale, culturale – vengono ripercorse le motivazioni che hanno portato, negli ultimi 50 anni, a togliere centralità allo sviluppo del Sud rispetto al passato e quali conseguenze ha innestato questo processo, fino all`attuale dibattito sull’autonomia differenziata.

 

Il testo muove dagli anni Cinquanta e Sessanta, quando il Mezzogiorno era considerato in modo condiviso una “questione nazionale” tale da meritare una politica economica dedicata. Sono gli anni dell’intervento straordinario al Sud, una misura che favorì un notevole sviluppo economico nei territori del Mezzogiorno. Sullo sfondo permaneva un senso di concordia nazionale sulla necessità di far crescere il Sud, convinzione che univa partiti politici, Chiesa e sindacati. Sbrana, docente di Storia economica all`Università per Stranieri di Perugia, nei suoi studi ha spesso indagato le connessioni tra fatti economici, scelte politiche e conseguenze sociali si sofferma, ad esempio, su una grande manifestazione organizzata dalle rappresentanze dei lavoratori a Reggio Calabria, alla quale parteciparono migliaia di operai provenienti dal Nord per chiedere che lo Stato investisse al Sud.

 

Un primo cambio di rotta avvenne negli anni Settanta: la crisi energetica pose fine al ciclo economico espansivo che durava da molti anni e, insieme alla costituzione delle Regioni, provocò una forte perdita di efficienza dell’intervento pubblico, a partire dalla Cassa del Mezzogiorno. Sono anni di profonde trasformazioni dell’apparato produttivo e di forti mutamenti sociali, associati al crepuscolo del movimento operaio e della mobilitazione collettiva.

 

Tutto questo favorì il logorarsi di una visione condivisa sul Mezzogiorno e la crescita degli elementi di contrapposizione fra Nord e Sud. Il terremoto dell’Irpinia nel 1980 suscitò una grande solidarietà, ma i cattivi risultati della ricostruzione accentuarono la divisione fra le due parti del Paese. Nel corso degli anni Ottanta i grandi partiti di massa (soprattutto Dc e Pci) rimasero inerti di fronte alle istanze territoriali, assumendo una posizione che preparò la strada alla cosiddetta “questione settentrionale”. Anche per questo nel decennio successivo si affermarono partiti come la Lega Nord e Forza Italia, nati nel Nord del paese. Si caratterizzavano per un forte legame con il proprio territorio d`origine e, nel caso della Lega, in una marcata contrapposizione verso il Sud.

 

Nel passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica, durante gli anni Novanta, cambiano i protagonisti ed emergono prima Umberto Bossi e Silvio Berlusconi, poi Matteo Salvini. Viene cancellato l’intervento straordinario nel Mezzogiorno. Ma i risultati economici sono deludenti sia al Nord che al Sud, specie se confrontati con gli altri paesi europei. Il libro si chiude sull’odierno dibattito sull’autonomia differenziata, che è il frutto di questa lunga storia e attesta l`urgenza di ritrovare una visione condivisa sul futuro del paese.

Andrea Purgatori, nel nome il destino della lotta

Ci sono segni che ti sono impressi dalla nascita e uno di questi è il nome, la prima cosa che nella vita non ti è dato scegliere. Andrea indica l’uomo e la sua mascolinità, un uomo cazzuto, dotato di forza e di coraggio.

Deve essere per questo che Sant’Andrea apostolo se ne è andato il lungo e in largo per il mondo professando il Vangelo dalla Scozia alla Russia, dall’Asia minore e lungo le terre del mar Nero. Morì a Patrasso in Acaia, Grecia, crocefisso ma, per sua volontà, con le assi disposte a forma di “X” non sentendosi degno di poter scopiazzare il suo Maestro. Così anche la sua morte in quell’incrocio di legni diede subito motivi di confusione all’occhio ed alla interpretazione degli spettatori.

Anche il nostro Andrea ha spaziato senza timidezze, non sottraendosi al destino che gli era toccato. Intelligente come era, ha giocato sempre d’anticipo rincarando la dose della sorte in dote,continuamente rilanciando la scommessa a chi sa spingersi oltre il prevedibile.

Per questo decideva di fare il giornalista, non di quelli da velina o da imbratta carte, ma di smuovere fogli, parole e fatti in modo che avessero sempre un verso di movimento, sfiorando all’occorrenza la tempesta. Era uno che insomma muoveva le acque. L’opposto di quel “quieta non movere e mota quietare” che chissà quante volte gli sarà stato rimproverato e che gli avrà fatto venire incontenibile orticaria.

E se non bastasse il nome a dirti come condurti, si deve aggiungere anche il cognome per ingabbiarti in un corso dal quale non ti è possibile venir fuori. Se ti chiami Andrea Purgatori sai che andrai incontro a prove impegnative non solo in vita ma anche dopo di essa. Anche la morte non ti deve essere semplice o scontata, alla stregua degli uomini comuni. Così dovrai sudarti la verità che ambisci legittimamente anche per te stesso, non essendo chiaro quale sia stata la malattia che ti ha portato alla fine e se i medici ci abbiano visto giusto nel tentativo di curarti.

Andrea Purgatori era un giornalista di inchiesta, di quelli che incedono incuranti degli ostacoli che gli erano infrapposti. A dire tutta era uno specializzato a fare le “contro-inchieste”. Appena ne veniva fuori una ufficiale, iniziava a farle le pulci, scuoiando ciò che era comodo per andare a mettere spilli su un cammino spianato di utile e funzionale. Le cronache lo hanno portato alla fama per la strage di Ustica, l’abbattimento di un volo Itavia che da Bologna era diretto a Palermo con la conseguente morte di 81 passeggeri. Del resto Ustica viene dal latino ustum, “bruciato”; c’era puzza di bruciato in quella storia e Andrea Purgatori non era uno da tirarsi indietro nel voler comprendere i responsabili della faccenda.

Sant’Andrea fu un santo miroblita, il cui corpo cioè fu in grado di emanare profumi. Andrea Purgatori aveva al contrario il dono di sentire il puzzo di trame e di marcio e di andarci dentro senza timore o riguardo per nessuno. L’isola per i Greci era invece chiamata Osteodes, “ossario”. Sarà forse per questo che non poteva essere che quello un luogo adatto ad una carneficina. Ustica ha conosciuto nei secoli l’invasione di corsari barbareschi e fu luogo di confino per i prigionieri politici. Una terra abituata ad essere saccheggiata dai forti di turno e ad ingabbiare chi ha un pensiero diverso da quello dominante.

La Nemesi rappresenta la giustizia distributiva, nel contempo indica anche un fatto negativo in grado di spezzare una catena fortunata di avvenimenti, una specie di vendetta del fato che ti ritorce contro quello che ti ha portato alla gloria, la tua capacità di scavare oltre le cortine di ferro.

Dovremo attendere sembra settembre per sapere se i medici abbiano imbroccato o meno la giusta terapia per la malattia del nostro giornalista. Per quel tempo la notizia non interesserà più nessuno se non la famiglia. Stavolta è una inchiesta che non potrà condurre in prima persona. In caso di errori qualcuno dovrà purgarsi per una vita eventualmente “bruciata”. Diversamente Andrea Purgatori ha già vissuto la sua morte come forse non poteva essere altrimenti, con quel timbro intricante di grigio in cui mettere le mani per trovare, abile com’era, la luce che gli spetta.

Giornata Europea della Cultura Ebraica 2023: la bellezza come fil rouge della manifestazione.

Torna, domenica 10 settembre prossimo, l’appuntamento con la Giornata Europea della Cultura Ebraica, giunta alla sua ventiquattresima edizione.

La manifestazione che apre alla cittadinanza le porte di Sinagoghe, musei e altri siti ebraici, invitando ad approfondire la conoscenza di ebrei ed ebraismo, si svolgerà quest’anno in Italia in ben 101 località, distribuite in sedici regioni, da nord a sud alle isole.

L’iniziativa, alla quale partecipano trenta Paesi europei, è coordinata e promossa nel nostro Paese dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. Con un tema inedito, “La bellezza”, a fare da “fil rouge” tra le centinaia di eventi che saranno organizzati in tutto il Paese. Un’occasione per far conoscere e valorizzare il patrimonio storico, architettonico, artistico e archeologico ebraico in Italia, e per riflettere sulle peculiari declinazioni del “bello” da un punto di vista ebraico.

Le antiche e storiche sinagoghe e i tanti siti ebraici italiani; il pensiero, la filosofia e la tradizione ebraica; la musica, l’arte, la letteratura, le specialità culinarie; e ancora, lo Stato d`Israele, che sarà raccontato sotto i più diversi aspetti. Sono tante le declinazioni del tema di quest’anno, che i visitatori potranno “toccare con mano” partecipando ai tanti appuntamenti.

A partire da Firenze, prescelta per questa edizione (e non a caso) quale Città Capofila: patria del Rinascimento e da secoli simbolo di bellezza, il capoluogo toscano offrirà ai visitatori un programma fitto di eventi, che animeranno l’incantevoleSinagoga in stile moresco e altri luoghi della città.

Proprio nel giardino della Sinagoga di Firenze (via Farini, 6) si terrà l’inaugurazione ufficiale e nazionale della manifestazione, domenica 10 settembre 2023 alle 10.30, alla presenza di Autorità nazionali e locali.

La Giornata Europea della Cultura Ebraica è un appuntamento culturale ormai consolidato, che nel nostro Paese, come sostenuto dall’AEPJ, l’associazione europea per la preservazione del patrimonio ebraico e organizzazione “ombrello” della Giornata, vanta il primato di edizione più ampia e riuscita in Europa.

Grazie alla collaborazione tra Comunità Ebraiche, Comuni, Enti locali e Associazioni attive sul territorio, e a un patrimonio storico-culturale di sicuro interesse, ogni anno si dà vita a una manifestazione diffusa in modo capillare in gran parte della penisola, che accoglie decine di migliaia di visitatori.

Se la politica si polarizza, il centro può conquistare un grande spazio.

La Repubblica oggi [ieri per chi legge, ndr] dà conto di uno dei due fenomeni nuovi del quadro politico italiano. Si tratta della progressiva sovrapposizione tra il Pd ed il Movimento 5 Stelle, ormai in fase avanzata di trasformazione nei partiti personali di Elly Schlein e di Giuseppe Conte.

Spiega l’autore della ricerca, Antonio Noto, che “è cambiato un pezzo del dna del Pd” (confermando la personale lettura data dal sottoscritto nelle sue scelte, ma questo non rileva ai fini del  ragionamento politico): rispetto alle elezioni del 2022, un quarto degli elettori che allora si espressero a favore dei Dem oggi non conferma più quella preferenza causa la svolta a sinistra del partito (evidentemente proprio da solo non sono…). Defezione compensata da un ritorno di elettorato da 5 stelle e sinistra radicale, che riporta il Pd a “quota periscopio” spostandone però significativamente l’asse politico.

Infatti, dall’analisi di Noto c’è una parte di elettorato (6/7% del Pd, 5/6% dei 5 stelle) che potrebbe votare sia l’uno che l’altro.

Siamo quindi ai prodromi del sogno di un certo “milieu” politico, culturale, mediatico e finanziario: la progressiva sovrapposizione e integrazione dei due partiti, premessa per una loro fusione in prospettiva. Una deriva che riapre la questione al centro. Quanto potranno resistere in queste condizioni i riformisti del Pd è un tema loro  -su cui ho già dato- ma è certo che il loro destino è quello di trasformarsi da elementi strutturali a mosche cocchiere e spettatori del duello finale per la leadership della nuova “izquierda unida” italiana tra la Schlein, Conte e – forse – Landini.

Ma appare sempre più evidente che a fronte di questa prospettiva, il lavoro per ridare uno spazio di rappresentanza a centristi, riformisti e innovatori in Italia è indispensabile. A cominciare dalle prossime elezioni europee. Perché – ed è il secondo elemento strutturale – l’era della cosiddetta “Seconda Repubblica” dove i centristi si sparpagliavano tra destra e sinistra per assumerne egemonia e leadership è finita.

Oggi non esistono più né il centrodestra né il centrosinistra.

C’è la destra di Giorgia Meloni, insediata nella leadership da un Salvini che punta a scavalcarla ancora più a destra. E c’è la futura crasi a sinistra tra Pd e 5 Stelle, in omaggio alla “cancel culture” che pretende di archiviare le stagioni del riformismo italiano come ammuffite anticaglie del passato.

In mezzo, c’è una domanda di rappresentanza. Che dobbiamo cogliere e dobbiamo ricostruire.

[Il testo è tratto dal profilo Fb dell’autore]

L’Africa e l’eredità di Mattei

Uno sguardo sull’attualità, come quello sulla prospettiva, ci dice che l’Africa è al centro delle strategie nella politica globale. Un continente ricchissimo di risorse naturali, con una popolazione giovane e in crescita, ormai consapevole del ruolo che gli spetta nel mondo, dopo secoli di umiliazioni e di ingiustizie perpetrate in gran parte dal colonialismo (Nord)europeo, sembra aver intrapreso in modo inarrestabile il percorso verso lo sviluppo. E se è purtroppo vero, come ci ricorda padre Alex Zanotelli nel suo appello ai giornalisti italiani, che tuttora in Africa permane una umanità sofferente, è altrettanto vero che i problemi umanitari meritano adeguate risposte all’interno di una strategia politica complessiva necessaria per il riscatto dell’Africa, che deve vedere i Paesi africani, chi più, chi meno conforme agli standard di democrazia occidentali, come artefici del loro futuro. Avendo la stagione dell’ ”esportazione della democrazia” e delle “primavere arabe” fatto il suo tempo e lasciatoci in eredità i disastri che ben conosciamo, tra cui quello in Libia.

L’Africa è stato uno dei temi al centro dell’incontro della premier Meloni con il presidente americano Biden alla Casa Bianca. E poco importa stabilire chi indica la linea a chi, il fatto incontrovertibile è che la “linea Mattei” per l’Africa, quella del rapporto paritario ed equo, ottiene il sostegno di entrambi. Una rivincita postuma per quello che può essere considerato uno dei padri della Patria, forse il leader che ha saputo meglio interpretare la missione dell’Italia repubblicana nel mondo. L’attuale premier beneficia del lavoro svolto dal precedente governo verso l’Africa, che, insieme al ruolo del presidente Mattarella che in questi anni molto si è speso per rafforzare le relazioni dell’Italia con vari Paesi appartenenti a regioni diverse dell’Africa, ha aperto all’Italia non solo nuove possibilità di stipulare contratti energetici ma soprattutto di contribuire insieme ad altri partners extraeuropei presenti in Africa, alla realizzazione di interventi ritenuti necessari dai governi locali per lo sviluppo dei loro Paesi. Appare del tutto coerente con questa impostazione l’intento manifestato dall’Italia, di caratterizzare la sua presidenza di turno del G7 nel 2024 sull’Africa.

Ed è sempre l’Africa a tenere banco nei grandi eventi della politica mondiale. Sarebbe contro i nostri interessi mettere la testa sotto la sabbia per non vedere quello che è successo a San Pietroburgo il 27-28 luglio scorsi. Il secondo summit Russia – Africa ha messo attorno al tavolo i rappresentati di quasi tutti gli oltre 50 stati africani, 17 dei quali rappresentati al livello di capi di stato e 32 di capi di governo. Che il Cremlino sfrutti l’evento per fini propagandistici, è ovvio. Ma si deve guardare a ciò che a noi interessa, capire come ragionano i leaders africani. Nell’ex capitale della Russia si è discusso di come plasmare il destino dell’Africa nel nuovo assetto multipolare del mondo.

I Paesi africani sono uniti, come afferma la dichiarazione finale congiunta, nel chiedere un sistema economico più equo e inclusivo e la riforma delle attuali istituzioni finanziarie globali. Non vogliono l’elemosina (nemmeno il grano gratis di Putin, e il presidente del Sudafrica Ramaphosa non glielo ha mandato a dire) né vivere di aiuti umanitari che garantiscono una condizione di perenne sottosviluppo. Appaiono determinati nell’utilizzare per lo sviluppo dell’Africa le ricchezze naturali di cui dispongono, cercando di accrescere la quota di valore aggiunto che rimane nei loro Paesi attraverso l’aumento della lavorazione in loco dei beni estratti o coltivati. Valga da esempio il caso del caffè, portato da uno dei presidenti africani. Il mercato globale del caffè vale 460 miliardi di Dollari, solo 25 vanno ai Paesi produttori, e di questi solo 2,4 miliardi a quelli africani.

L’Africa è al centro anche della politica estera della Cina. È diventata una consuetudine il fatto che la prima visita all’estero dell’anno del ministro degli esteri cinese avvenga in Africa. L’Africa detiene con il Sudafrica la presidenza di turno dei BRICS e i temi della sua crescita saranno al centro del prossimo vertice di Johannesburg del 22-24 agosto prossimi.

Ecco perché l’Africa non può che stare al centro anche della politica italiana, ben al di là dell’emergenza immigrazione. Le relazioni con i Paesi africani vanno impostate sulla base dell’interdipendenza che lega l’Italia, e l’Europa, all’Africa, e sulla base di un’idea di ordine internazionale condivisa, della quale Enrico Mattei fu sostenitore ante litteram. Se è positivo che il governo di destra sia impegnato su quella linea, vi dovrebbe essere una ben maggiore e corale convinzione nel rivendicarla e sostenerla da parte di chi rappresenta l’eredità culturale di Mattei, da parte delle forze di centro. Ma per fare questo serve la consapevolezza che il nostro futuro si gioca in Africa (molto più che in una guerra di logoramento nell’Est Europa, che più passa il tempo e più rischia di concludersi a condizioni sempre meno favorevoli), nella capacità di inserirsi nelle dinamiche del suo sviluppo, nelle catene di approvvigionamento indispensabili alla manifattura europea e alla transizione ecologica su un piano di parità e di rispetto, senza doppi standard, degli stati e dei popoli africani.

La palpa della mamma, un’ode alla lentezza e alla cura.

Dice mia mamma che ogni cosa al mondo deve fare ‘la palpa’. Ci si esprime così, in dialetto lombardo, per spiegare che tutto ha bisogno di una sua sedimentazione, che si tratti di cucinare un piatto lasciando riposare gli ingredienti o di prendere una decisione, che dev’essere quindi sempre preceduta da una fase di riflessione.Facciamo l’esempio del risotto, piatto notoriamente rinomato nella cucina milanese.

Come fa il risotto lei non lo fa nessuno: le ho chiesto mille volte la ricetta ma, per quella malignità puntigliosa che caratterizza i nati nella sua terra, non me l’ha mai scritta.Vuole conservare il segreto, ne fa una ragione di orgoglio e di sudditanza: sapendo che mi piace mi obbliga ad andare a trovarla più spesso, per potermelo gustare. Dice però che la fretta è la nemica numero uno di chi cucina il riso: tutto deve essere preparato con calma, la sua specialità è quello con lo zafferano e i funghi, una cosa da svenire dalla bontà.

Ha una teoria generale che applica alle situazioni particolari: in questo caso la regola principale è il dosaggio degli ingredienti e lei comincia col contare i chicchi quasi uno ad uno.

“Il riso va amato – mi dice – accarezzato: deve sentire che gli vuoi bene, che lo tratti con cura. Va rimestato con calma, per non fargli del male”. E infatti, prodigiosamente ogni chicco resta separato dagli altri, anche a fine cottura, quando lo scodella nel piatto e profuma così tanto e si scioglie così bene in bocca che se ci fosse lì il mitico Giuanin Brera lo degusterebbe con religioso silenzio, accompagnandolo con una buona bottiglia di Bonarda del suo Oltrepo Pavese. Forse lui saprebbe dargli la soddisfazione che merita, cosa che io non riesco a fare essendo invece impastato di fretta e di ansia dalla testa ai piedi.

Di ogni piatto che lei cucina arrivo però quasi sempre a grattare il fondo della pentola, per non perdere i ‘rurgli’, cioè la parte più saporita. Ma per quanto riguarda il risotto personalmente non sono in grado, per incompetenza e premura, ad andare oltre le buste precotte. Il principio della palpa è quasi un dogma da applicare a tutte le vicende importanti e semiserie della vita: non bisogna avere premura, le cose vanno ragionate, meglio passarci su la notte, dormirci sopra, la fretta è sempre cattiva consigliera.Avendo fatto l’insegnante lei lo utilizzava anche in didattica, con successo, abituando i suoi alunni all’esercizio del ’pensaci bene’. Debbo dire che quando ero supplente ci provavo anch’io a fare come mi diceva lei ma poi ho perduto la pazienza strada facendo e in un certo senso l’ambiente di lavoro della ‘sua’ Milano non mi ha certo aiutato a conservare quella saggia flemma.

Ma questa è una virtù trasversale: un saggio ispettore scolastico, dal quale ho appreso l’abc del mio mestiere e la maggior parte delle cose professionali veramente importanti e che ora mi tornano utili – è piemontese ma vive a Genova da sempre – mi ripeteva questo grande insegnamento: “ricordati, Francesco, che l’eccesso di zelo è più pericoloso del rinvio, dell’attesa, della meditazione, a volte persino della dimenticanza e del tralasciamento”. La vera saggezza consiste nel dosaggio sapiente del buon senso comune, una virtù che non conosce frontiere ma la cui pianta sembra purtroppo non metter più radici. A modo suo, mia madre è una ‘no-global’, nel senso che non attribuisce alcun valore a tutte le diavolerie moderne che ci mettono in contatto simultaneo con il mondo ma che ci fanno ragionare spesso con le idee altrui, come tanti burattini.

Ha i piedi ben piantati per terra, quel gusto per la concretezza tipico dei padani: vuole maneggiare, vedere, ‘usmare’ (odorare), è quindi – al contrario- una strenua fautrice del ‘local’. Non va certo in corteo e non sventola bandiere e cartelloni ma è fermamente convinta che la maggior parte di ciò che ci viene detto e raccontato sia tutta una finzione, immagina che nei palazzi della politica, dell’economia e delle istituzioni ci siano dei retrobottega dove i potenti – non visti – si sfregano le mani pensando compiaciuti a come fottere la gente. E qui siamo già ad un argomento che va oltre la buona tavola ma che fa salva la regola della ‘palpa’. “L’importante – dice lei – è non farsi soggiogare dall’impeto ‘subitaneo’: di ogni cosa fatta in fretta e furia, in modo subitaneo appunto, prima o poi facilmente ci si pente”.

Ogni desiderio, progetto, pensiero deve fare la sua palpa.Solo così si ‘prosmano’ le cose, ci si può andar vicino, si studiano, si osservano per poter ragionevolmente presagire, si fiutano gli eventi, si annusa il futuro. Perché la palpa funzioni bene si devono ’metter giù tutte le pedine’, ad una ad una, per disporre di tutti i possibili elementi di valutazione: ogni particolare può costituire infatti una variabile determinante. Quando i dettagli si manifestano anche le possibilità si esprimono meglio: a poco a poco –nel dosaggio sapiente degli ingredienti, a cominciare dai pro e dai contro messi sul piatto della bilancia- tutto lentamente prende forma e si chiarisce. Bisogna però vagliare le situazioni, ponderarle, soppesarle affinchè la realtà possa quagliare, coagularsi e finalmente apparire, disvelarsi, palesarsi nella sua possibile evidenza.

Naturalmente non tutto accade per caso né i problemi si risolvono da soli: bisogna usare capacità critica, discernimento, raziocinio ma anche cuore e sentimento, agire sempre con un intimo e sincero sentire. Usare la regola della palpa serve quindi ad arrivare ad una personale verità, che ci rasserena e ci rende persuasi: è quello il momento in cui ci rendiamo veramente conto che la cosa che stiamo per fare è quella giusta. Questo vale per noi e per gli altri: ciascuno deve avere il tempo e il modo di fare le sue valutazioni, di maturare certe scelte con avvedutezza: è anche un modo per rispettare tutti.

Si può pertanto concludere che la palpa serve per sentirci più decisi e convinti, direi quasi liberi e indipendenti, specie dai luoghi comuni e dal pregiudizio. Ho avuto più volte occasione di riscontrare di persona che questo modo pragmatico di pensare fa parte della mentalità lombarda ma dato che il buon senso che l’ispira non conosce cittadinanza e frontiere l’ho ritrovato con piacere spesso anche altrove. A cominciare proprio tra i genovesi doc dai quali ho imparato di buon grado che ‘l’è megio mette a testa a coxe primma de parlà” (‘è preferibile metter la testa a cuocere prima di parlare’). Voce del verbo ‘riflettere’. E ho capito che questo è davvero un concetto interculturale, almeno a livello ligure-lombardo, ma penso sicuramente anche da tante altre parti.

Cautela, prudenza e temperanza non hanno confini e vanno bene ovunque, in ogni contesto esistenziale. Purtroppo l’antico detto latino ‘festina lente’ (‘affrettati piano’), il ‘procedi con cautela’, lentamente, mal si concilia con il fast food contemporaneo e non mi riferisco solo alla cucina ma al modo di affrontare i problemi, piccoli o grandi che siano: sempre di corsa, sempre di fretta, trascurando le cose davvero importanti della vita la prima delle quali siamo noi stessi e insieme a noi i nostri affetti. Pensando e parlando con la testa degli altri finiamo col rinnegare il nostro modo di essere, le nostre radici da cui potremmo invece attingere insegnamenti utili e buon senso pratico, a cominciare dalla saggezza delle persone anziane, spesso più eloquente di molti manuali e trattati difficili e complicati.

Dovremmo saper andare verso il futuro con la nostra storia, per dar valore a entrambi: il passato e ciò che deve ancora venire, essere noi stessi per imparare a migliorarci.

Ha scritto Enzo Biagi che di tutte le cose che sentiamo dire nella vita possono tornarci veramente utili soprattutto quei tre o quattro insegnamenti ricevuti in famiglia. Come dice il mio amico Giulli, prima edicolante e ora pensionato nonché genovese doc al cento per cento, siamo davvero tutti ‘spersonalizzati’ e trovo questa definizione più calzante e più efficace di quella che potrebbe inventare l‘antropologo culturale più famoso che ci sia sulla faccia della terra.

[Il testo del racconto, scritto da Francesco Provinciali, è un paragrafo del libro Ligurelombardo, non più in libreria].  

Centro ovvero luogo e metafora di un cambiamento di rotta politica

Insomma, il bipolarismo selvaggio o gli opposti estremismi o l’endemica radicalizzazione della lotta politica non durano a lungo. Certo, per un arco di tempo anche queste derive possono risultare vincenti e addirittura permanentiì ma è indubbio che, soprattutto in un paese come l’Italia, non possono consolidarsi come la regola per eccellenza che disciplina il nostro sistema politico. E questo per la semplice ragione che nel nostro paese, dal secondo dopoguerra in poi, si è sempre governato “dal centro” e “al centro”. E la conferma, da ultimo, arriva anche dal comportamento politico concreto dell’attuale Premier, Giorgia Meloni, che appena è arrivata a palazzo Chigi si è immediatamente caratterizzata come un leader che governa attraverso le tradizionali categorie che sono riconducibili alla “politica di centro”.

Ora, però, resta un nodo politico di fondo da sciogliere. E cioè, come può essere possibile che partiti e movimenti che storicamente e culturalmente sono esterni ed estranei a tutto ciò che è riconducibile alla “politica di centro” si fanno paladini esclusivi ed interpreti centrali di questa prassi politica? Possono, cioè, un leader o un partito che fanno della radicalizzazione politica la loro ragion d’essere e, soprattutto, che individuano nell’avversario politico un nemico implacabile da delegittimare prima sotto il profilo morale e poi da distruggere sotto il versante politico essere credibili? Perché, per limitarsi a due soli esempi concreti, come possono l’attuale segretaria del Pd Elly Schlein da un lato e Matteo Salvini dall’altro ergersi ad interpreti esclusivi e credibili di una “politica di centro” nel nostro paese? Un’operazione semplicemente impossibile perchè innaturale a livello politico, culturale, programmatico e forse anche sotto il versante etico.

Ecco perché, se gli equilibri politici, soprattutto in vista dell’ormai prossima consultazione europea, dovessero cambiare a detrimento di chi coltiva alacremente il prosieguo della radicalizzazione della lotta politica, tocca a tutti coloro che si riconoscono in una cultura di centro fare un passo in avanti. Non in modo isolato o puramente volontaristico. Ma, al contrario, attraverso un processo politico e culturale finalizzato ad una profonda condivisione tra tutti coloro che respingono pregiudizialmente la pericolosa e nefasta tesi degli “opposti estremismi”. È di tutta evidenza che tocca a quei partiti e a quelle culture politiche che fanno della “politica di centro” la stella polare della propria presenza politica giocare un ruolo da protagonisti. Al di là di ridicoli personalismi e rivalità da cortile. Certo, sarà necessario individuare un leader unificante e aggregante di tutte queste forze e movimenti che oggi, purtroppo, sono ancora dispersi e che continuano ad essere subalterni e gregari rispetto a partiti che coltivano un altro progetto politico e un’altra prospettiva di governo. Ed è altresì evidente che sarà compito di quelle culture che storicamente si sono caratterizzate per aver predicato e praticato una cultura e una politica di centro, giocare ancora una volta in prima linea. Seppur con l’apporto di altri filoni ideali e altre sensibilità culturali che non si rassegnano a fare i chierichetti della Schlein da un lato o i burattini di Salvini dall’altro. E la cultura cattolico popolare e cattolico sociale, al riguardo, può rivestire una importanza decisiva come lo è stata per tutta la prima repubblica e in alcuni sprazzi, purtroppo brevi e circoscritti, della fase politica che è seguita.

In ultimo, ma non per ordine di importanza, si tratta di un progetto che deve partire dalle forze politiche in campo e dai leader che interpretano questa potenziale prospettiva. E cioè, per fare alcuni esempi, da Matteo Renzi ai Popolari, dal civismo presente nelle amministrazioni comunali alla rete di gruppi e movimenti che rifiutano la divisione secca e inappellabile della politica in due faide contrapposte e in tutti coloro che non si sono più recati alle urne perchè nauseati da un conflitto che è solo di potere e che non risponde più alle domande, alle esigenze e alle istanze di crescenti segmenti sociali, culturali e politici del nostro paese.

Con la guerra in Ucraina sono cresciute le spese militari nel mondo

Elena Mozhvilo Licenza Unsplash

La guerra avviata da Putin in Ucraina è lontana da una sua conclusione. Realisticamente non è possibile immaginare, allo stato dei fatti, quando si concluderà. Molti osservatori sostengono che proseguirà a lungo, con fasi per così dire “a bassa intensità” che si alterneranno a periodi nei quali i combattimenti, i bombardamenti delle città saranno più intensi. È improbabile, nel breve tempo, che qualsiasi mediazione – ora è in atto il generoso e autorevole tentativo del Vaticano – possa condurre anche solo ad una tregua. Al momento, anzi, anche l’unico spiraglio di saggezza e umanità che si era aperto un anno fa (l’accordo sull’esportazione del grano ucraino) è stato chiuso dal Presidente russo.

In un contesto tanto negativo è forse utile affondare ulteriormente il coltello nella piaga, evidenziando i danni collaterali – gravissimi in quanto destinati a influenzare e cambiare in peggio il futuro del pianeta – che questa guerra incistata nel cuore d’Europa provocherà, sta già provocando. Parliamo delle spese militari, ad esempio. Che sono aumentate del 4% nel 2022 arrivando su scala globale a oltre 2200 miliardi di dollari (dati forniti dall’ultimo rapporto SIPRI, lo Stockholm International Peace Research Institute, da ormai qualche decennio la fonte più autorevole in argomento).

Il riarmo della NATO, legato sia alla necessità di rinforzarne l’apparato complessivo sia alla decisione di supportare in misura crescente la resistenza ucraina, ha avuto un peso rilevante in questo incremento (il 55% della spesa totale è appunto imputabile all’Alleanza Atlantica); ma un ruolo decisamente importante in questa negativa classifica lo interpreta ogni anno di più la Cina, a conferma del suo obiettivo nel settore militare delineato per il 2049: divenire anche in questo ambito la prima potenza mondiale. Ovviamente è aumentato l’impegno russo e una nazione come quella tedesca ha deciso di ammodernare le proprie Forze Armate dotandole di sistemi d’arma imponenti per modernità tecnologica e dimensioni come mai era stato, per i noti motivi, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. E analoga novità vale per il Giappone, che ha deciso di incrementare il proprio bilancio militare sino a renderlo entro pochi anni il terzo più imponente al mondo (come reazione alla sempre maggiore assertività cinese nell’area geopolitica di interesse comune). La Polonia ha deciso di raddoppiare gli effettivi e gli armamenti delle proprie Forze Armate. L’Arabia Saudita investe “spiccioli” (dal suo punto di vista) negli ingaggi folli dei calciatori e cifre ben più consistenti (oltre il 3% della spesa planetaria) in armamenti. L’India anche in questo campo si prepara a divenire la potenza globale che si addice al paese più popoloso della Terra, e per reazione l’eterno nemico pakistano, insensibile alla povertà nella quale vive la maggioranza dei suoi cittadini, ha incrementato il proprio impegno di bilancio bellico addirittura del 50% nell’ultimo decennio.

E si potrebbe continuare. Ma ci fermiamo qui. Solo per ricordare, come se tutto ciò non bastasse, il continuo ricorso al ricatto nucleare accennato in maniera soffusa e distante da Putin ma in maniera diretta e minacciosa dal suo megafono Medvedev. E che ora nel conflitto faranno la loro comparsa le famigerate bombe a grappolo, i cui effetti si avvertiranno anche a guerra finita, come le esperienze passate hanno drammaticamente dimostrato negli anni. Ce n’è abbastanza per maledire questa dannata guerra, e anche per preoccuparsi non poco.

Pastasciutta e antifascismo, gourmet politico per palati poco raffinati.

La pastasciutta non è nulla di particolarmente complicato a farsi. Basta agire con una schiumarola per portare la pasta fuori dalla acqua in ebollizione. Tanto semplice da scatenare polemiche.

In un paesino dal nome delicato, Rosà, è nata una polemica con più spine che petali profumati. Anche da quelle parti, in provincia di Vicenza, il 25 luglio, ricorre di solito la pastasciutta antifascista.

La tradizione in questo caso ha il sapore di qualcosa da tenere lì, perennemente minacciata da un desiderio incombente di rimozione di muffe del passato per il dare il benvenuto ad un po’ di aria fresca.

Ogni tradizione prima poi deve cedere il passo a qualcosa di nuovo che si farà tradizione cadendo nel suo stesso baratro di vecchiume e di valori.

La storia in sé è semplice. In quel giorno d’estate del 1943, fu arrestato Benito Mussolini. Da parte di alcuni, ci furono festeggiamenti. In particolare, nella piazza di Campegine, i fratelli Cervi pensarono bene di offrire pasta per tutti, cucinandone 380 chili, condita con burro e parmigiano.

Perché ci sia bellezza non occorre necessariamente un atto di eroismo. I Cervi, sgombrando però il campo dai soliti commenti dei critici di circostanza del “troppo comodo, troppo facile e troppo semplice”, si unirono ai partigiani. Finì che furono torturati e trucidati il 28 dicembre dello stesso anno, così chiudendo la bocca dei malpensanti contro le facilonerie delle grandi abbuffate inopportune in tempi di guerra.

La sindaca di Rosà ha detto che quest’anno non ci sarebbe stata nessuna grande scorpacciata per ragioni, a suo dire, di ordine pubblico. Tanto più se si trattasse di spaghetti, la pasta fatalmente si aggroviglierebbe componendo un caleidoscopio di forme tutte simili e tutte diverse e di difficile controllo, cementando sediziose adunate di spaghetti che ammassandosi in figure imprevedibili potrebbero compromettere la quiete del paese. È tema di assembramenti di grani irrequieti, di saporiti filamenti e gustose micce dorate sempre sul momento di poter esplodere.

Assai di più di una polemica tra i detrattori o sostenitori della pasta lunga o corta, tifoserie innocue prive di rilevanza.

Quando c’è di mezzo un “mezzo” le cose assumono consistenza di ilarità e di serietà. “Mezzacapo” è il nome del protagonista vittima degli scherzi di Totò e Peppino prima della avventura a Milano; “Mezzalira” è il nome del Sindaco che ha mandato all’aria la tradizione festaiola. In questa situazione impossibile scommettere una lira su un eventuale ripensamento.

Già all’epoca di guerra il “Manifesto della cucina futurista” del grande Marinetti ammoniva come la pastasciutta sarebbe “causa di fiacchezza, pessimismo, inattività nostalgica e neutralismo tipici del popolo italiano”. Il ricorso al riso, oltra che al buon umore, ci avrebbe al contrario affrancato dalla dipendenza del grano straniero e restituito la libertà.

Fu forse per sfregio o per dispetto o su sua esplicita richiesta che proprio al Duce l’ultima notte prima della sua esecuzione sembra sia stato dato un piatto di pasta in bianco.

Tra qualche giorno di tutto questo ci dimenticheremo. La nostra natura ci induce a rimuovere ben presto gli indispettimenti anche su fatti che fondano su logiche del tutto singolari. Soprattutto viene sempre il momento di aprire la bocca ma finalmente solo per mangiare.

C’è un motto che Guiccardini coniò a metà del 1500 nella certezza avrebbe avuto la forza di perdurare oltre il crollo di qualsiasi tradizione. “Franza o Spagna purché se magna”.

Sul territorio italiano si fronteggiavano le potenze europee di allora. In questo contesto al popolo italiano non restava di volta in volta che appoggiare l’una o l’altro contendente, essendo primario sopravvivere chiunque fosse il vincitore del momento.

A Rosà la pacificazione da pasta suona come qualcosa di strano e di impossibile a credersi. Del resto anche a Vicenza, in Contra’ Burci si stava apprestando un’altra pastasciutta antifascista. A mortificare l’iniziativa è venuto fuori uno striscione con sopra stampata la scritta «Se manca olio, lo portiamo noi». Dicono si tratti di una raffinata vergata per mano del Movimento Italia Sociale.

No. Come al solito siamo nella ignoranza. La pastasciutta si fa con il burro e parmigiano e non con l’olio. Quello di ricino semmai servirebbe per svuotarsi le viscere dopo la scorpacciata, ma non prima.

La pasta in bianco o se si preferisce burro e parmigiano è del resto soprannominata la pasta dei cornuti per via della sua semplice esecuzione che consente alla moglie infedele di apprestare in fretta e furia qualcosa da mangiare al marito di ritorno a casa, ignaro di tutto.

Si deve essere cornuti per apprezzare la pastasciutta. Sarà forse questo che ne ha impedito quest’anno la celebrazione. Occorre salvare la dignità e l’onore della persona. Eppure diceva Alcide Cervi: “Ho sentito tanti discorsi sulla fine del fascismo, ma la più bella parlata è stata quella della pastasciutta in bollore”.

Ricordo di Raniero Benedetto, un democristiano autentico e diverso.

Pietro Giubilo

Annuncio la dipartita di Raniero al dottor Lorenzo Palma, un amico comune, il quale mi dice di non essere sorpreso della notizia in quanto, andandolo a trovare, nuovamente, qualche ora prima di spirare, l’aveva trovato “in agonia e l’unica cosa di comprensibile, a me, era che ogni tanto faceva il segno della Croce”. Solo tre giorni prima, pur tra i dolori, – anche per girarsi nel letto doveva essere aiutato – lucidissimo, lo aveva accolto ricordando la “bella famiglia” e qualche cena insieme. Ed alla constatazione che alla sofferenza, con la sua paziente sopportazione, opponesse una “resistenza civile”, rispondeva: “In fondo è quello che ho fatto in tutta la mia vita”.

È questo l’ultimo Raniero Benedetto, ma, in un certo senso, il vero Raniero Benedetto.

La sua è stata una vita senza una sua famiglia, dedicata innanzitutto allo studio. Un monachesimo intellettuale che percorreva i classici della letteratura e della filosofia, ricercava le radici etimologiche nel greco e nell’ebraico antico, nel sanscrito o nel cinese mandarino, per interpretare correttamente ogni sfumatura concettuale. Anche nei testi sacri cristiani, ebraici o indù. Che amava la musica sinfonica, ordinava libri – fino a qualche giorno prima del ricovero fatale –  e regalava affettuosità ai suoi gatti – all’ultimo affidati e non abbandonati –  cui perdonava anche la rottura di qualche vaso importante, nelle loro scorribande per casa.

La sua vicenda umana e politica ha attraversato e segnato la storia della Dc romana dagli anni sessanta, fino al suo esaurimento. Anche se molti democristiani, verrebbe da dire sopravvissuti al partito, ancora continuavano a consultare e scambiare con Raniero valutazioni, progetti o solo informazioni. In una sorta di confronto interno al partito; una Dc sui generis, dispersa dentro altri partiti, ma attenta e capace di riconoscersi nel linguaggio.

È doveroso ricordare i suoi ruoli istituzionali: da assessore tra i più giovani al Comune di Roma, partecipando negli anni ’60 a quelle legislature che videro una ripresa di iniziative urbanistiche ad analoghi incarichi nella Regione Lazio. Anche da capogruppo nelle stesse assemblee elettive.

Nell’episodio che lo riguardò, nel 1976, per una inchiesta sull’Ufficio Casa del Campidoglio, la durezza dell’intervento fu pari al sentore di un uso politico della giustizia che si affacciò allora, ma che ebbe altri e ancor più clamorosi eventi. L’urbanistica romana gli deve la fine degli ecomostri di edilizia economica e popolare, edificati dalle giunte di sinistra a Roma, in gran parte a cavallo tra gli anni ’70 e ’80, ma le cui massificanti previsioni, dagli uffici di via Cristoforo Colombo, vennero ridimensionate nel secondo Peep per intervento dell’assessore Benedetto. Con lui il Lazio, a dicembre del 1991, sotto la direzione di Piero Samperi, avviò la redazione del Quadro di Riferimento Territoriale (QRT), per riunire in un unico strumento gli indirizzi dell’assetto regionale. Nella Sanità, con specifica competenza, seppe difendere una corretta offerta qualificata e pluralistica delle strutture nosocomiali nella Regione.

Ma è al partito che dedicò le sue migliori energie culturali e politiche. Non solo nei ruoli di rilievo: dal Comitato Romano a quello Regionale, di cui divenne anche Segretario, fino al Consiglio nazionale della Dc. Emergeva, infatti, sempre la sua capacità di arricchire il dibattito interno, di contribuire ad affinare le strategie del partito per svolgere quel ruolo unificante e di guida che lui riteneva – e certamente lo era – l’essenza della politica democristiana. Il cardine su cui ruotava la sua azione e partecipazione nel partito era l’essenzialità del “confronto” e con questo nome propose agli amici più vicini, recentemente, di organizzare un sito informatico per contribuire a riprendere un dibattito su temi politici di ispirazione democristiana.

La sua collocazione nella geografia interna è stata, dopo una breve adesione giovanile al centrismo, nella linea culturale e politica di Aldo Moro. Potremmo dire, naturalmente, non solo in quanto intese sempre distinguersi, rispetto alle posizioni di sinistra più marcate o a quelle moderate, ma soprattutto perché ad ogni passaggio interno corrispondesse il senso di un percorso politico valido e non di mero assetto correntizio. Tentava, a livello locale, l’imitazione di quella forza politica che consisteva nella lucidità, con la quale il leader nazionale interpretava il meccanismo politico italiano.

Con il leader ucciso dalle Brigate Rosse aveva avuto una costante consuetudine di rapporti. Amava raccontare che, avendo avuto l’opportunità di incontrarlo prima della costituzione del governo Andreotti, in corrispondenza con ilsuo rapimento, ebbe da lui la spiegazione che l’accordo con il Pci di Berlinguer, per quanto politicamente importante, non rappresentasse una soluzione permanente della politica italiana, ma, una volta superate le ragioni di tenuta a fronte dei gravi problemi del Paese, ci si dovesse avviare su una strada di costruzione istituzionale e politica nella quale fossero chiari i ruoli e le collocazioni dei partiti. L’obbiettivo necessario era il consolidamento delle istituzioni dinanzi al ricatto terroristico, un passaggio decisivo, cioè, ma non il “compromesso storico”, come si è tentato di affermare a sinistra, dimostrato anche dalle articolate argomentazioni che il leader espose ai gruppi parlamentari prima del suo rapimento. In fondo, per la verità, poco si è riflettuto sull’essenza del disegno moroteo – la cosiddetta Terza fase – che non nasceva a supporto del progetto berlingueriano, ma si affermava per un carismariconosciuto anche a sinistra.  

Il tempo successivo alla scomparsa dei partiti storici aveva sottratto Raniero ad un convinto impegno nelle nuove forze politiche. Certo non aveva fatto mancare, spesso per pura amicizia, il suo consiglio e lo stesso sostegno a chi intendeva proseguire nel lavoro di salvaguardia o recupero dei valori culturali e politici derivanti dalla esperienza democristiana.

È così suo sarcasmo, che si era espresso nei riguardi di talune manchevolezze di uomini e vicende nel tempo della grande politica”, avrebbe avuto modo di colpire con maggiore asprezza. Tuttavia, rispetto al generale spaesamento politico, riusciva a cogliere ciò che di positivo poteva ritrovarsi in un centro destra che non cadesse in una visione solo di contrapposizione e nella sinistra per ciò che di nuovo poteva emergere, rispetto ad un frontismo o relativismo storicamente sbagliati. Nelle ultime elezioni regionali aveva riunito i non pochi amici, sempre attratti dalla sua capacità di analisi politica, per far votare chi oggi presiede la Regione Lazio, Francesco Rocca, il quale non a caso, dando commosso la notizia della morte, ha rivolto ai Consiglio regionale l’invito alla sospensione dei lavori per un minuto di raccoglimento.

Gli ultimi anni, depurati delle prassi interne che spesso richiedevano a tutti un eccesso di cinismo e di tolleranza verso qualche spregiudicatezza, hanno fatto emergere lo spessore umano di Raniero Benedetto. Una volta disse a chi scrive: “Io non ho una mia famiglia ed allora cerco di aiutare gli amici, come se fossero la mia famiglia”. Ed era vero. In molti, anche su problemi strettamente personali,hanno usufruito dei suoi suggerimenti, con i contatti giusti e il dovuto sostegno morale. Altro che freddo e insensibile, come talora si è cercato di descriverlo.    

Nella autenticità dell’essere democristiano recava una sua propria impronta intellettuale, umana, politica e, aggiungiamo, anche spirituale. E tutto questo, nel panorama del partito, lo rendeva davvero unico.  

Amiamo pensare, e la testimonianza appena riportata lo confermerebbe, che negli ultimi difficili momenti fosse già vicino al Signore. Lasciata la capacità di esprimersi e corrispondere con la Ragione, ha avuto la Fede a sostenerlo e a custodirlo, accompagnandolo in quella Terra Promessa che il suo sguardo mondano, forse, aveva sempre intravisto.

P.S. I funerali di Raniero Benedetto, spentosi all’età di 83 anni, si svolgeranno stamane a Roma, alle ore 10.00, presso la chiesa di Santa Rosa da Viterbo, in via di Santa Giovanna Elisabetta.

Centro e destra restano due mondi diversi?

 

L’esito a sorpresa del voto di domenica scorsa ha risparmiato ai popolari spagnoli l’ardua scelta tra fare maggioranza con la destra franchista o tentare una grande coalizione con i socialisti. Ma quel dilemma, quasi lo stesso, si porrà per i popolari europei all’indomani delle elezioni dell’anno prossimo. Divisi anch’essi tra chi immagina uno schieramento alleato dei conservatori e chi invece scommette sulla continuità della maggioranza Ursula, socialisti compresi.

 

A occhio e croce saranno i numeri a decidere. E probabilmente a suggerire formule di grande coalizione più o meno abilmente mascherate.

 

Ma il vero problema resta quello identitario e dovrà pur essere sviscerato, un giorno o l’altro. Il problema cioè è quello dei confini che si pongono alla destra di una formazione di centro. Questione che all’epoca la Dc italiana risolse sbarrando il passo a ogni forma di collaborazione (salvo qualche eccezione sottobanco). E che oggi tende piuttosto ad essere interpretato nella chiave opposta. Se non altro per comodità numerica.

 

Eppure centro e destra restano due mondi assai diversi. E quella loro distinzione andrebbe protetta a garanzia delle identità di entrambi. Si aggiunga che quando queste due forze si mescolano succede il più delle volte che sia la destra a guidare la danza. Non fosse altro perché la radicalizzazione porta sempre acqua al suo mulino. Il centro infatti vive di movimenti, di sfumature, di articolazioni. Se la logica è invece quella del blocco d’ordine, può solo trovarsi a ubbidire. Cosa che sommessamente – ma non troppo – si consiglia di evitare.

 

 

[Fonte: La Voce del Popolo – 27 luglio 2023. Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

La lezione di laicità del cattolico e comunista Franco Rodano.

 

È stato un interlocutore ricercato e apprezzato di tanti politici, da Togliatti e Berlinguer a Malagodi, La Malfa, Moro, ma anche di grandi personalità ecclesiastiche, da don Giuseppe De Luca al card. Achille Silvestrini.

 

Ricorre oggi (ieri per chi legge, ndr) il 40° della scomparsa di Franco Rodano, l’intellettuale – politico cattolico e comunista che con i suoi scritti e con i suoi “colloqui”, ha letto, interpretato e anche indirizzato la politica italiana per
molti decenni, impegnato sempre a fondare teoricamente il superamento del capitalismo, per la costruzione di una società pienamente democratica e solidale in Italia e nel mondo.

 

Dopo la conclusione dell’esperienza giovanile del Movimento dei Cattolici comunisti e del Partito della Sinistra cristiana, scelse di non fare politica attiva, differentemente dalla moglie Marisa.

È stato un interlocutore ricercato e apprezzato di tanti politici, da Togliatti e Berlinguer a Malagodi, La Malfa, Moro, ma anche di grandi personalità ecclesiastiche, da don Giuseppe De Luca al card. Achille Silvestrini.

Nella SISPE (Scuola italiana di scienze politiche e economiche), da lui fondata e animata assieme a Claudio Napoleoni, una generazione di giovani militanti del Movimento studentesco – io tra questi – l’ha apprezzato come “maestro” attento e rigoroso nel tentare sempre di cogliere, laicamente, le “verità interne” di ogni discorso politico-sociale, senza ideologismi ed estremismi.

 

Ancora oggi vivo come un dono l’aver goduto della sua amicizia e della sua stima e riconosco il mio perdurante debito intellettuale e morale per i suoi preziosi insegnamenti, acquisiti nei tanti incontri, nei quali maieuticamente mi sollecitava a decifrare problemi personali, politici e religiosi e progetti professionali.

 

Tra i suoi scritti, ricordo solo, anche per la raffinata scrittura e per la profondità anche teologica, “Lezioni di storia possibile: lettere di San Paolo e la crisi del sistema signorile”, a cura di V. Tranquilli e G. Tassani (Marietti 1986).

 

[Il testo appare sul profilo Fb dell’autore]

Riforma fiscale, il no di Ragioneria generale dello Stato e FMI.

 

 

 

 

Gli amministratori locali sanno perfettamente che se vogliono realizzare un’opera pubblica devono avere a disposizione nel bilancio le risorse necessarie, risorse che derivano dalle imposte pagate dai cittadini. Se non sono sufficienti, possono ricorrere a un mutuo, ma devono dimostrare alla banca che il Comune è in grado di pagare le rate per tutta la durata del mutuo, cioè che nei bilanci successivi ci saranno le risorse occorrenti. Se non riescono a dimostrarlo le possibilità sono tre: o si procurano le risorse con l’aumento delle aliquote delle imposte o eliminano gli sprechi o riducono l’evasione fiscale locale. Se nessuno di questi casi è fattibile, rinunciano all’opera.

 

In sostanza gli amministratori locali si comportano come fa ciascuno di noi quando pensa di fare una spesa, né più né meno; l’unica differenza sta nel fatto che gli amministratori pubblici amministrano i soldi di tutti i cittadini. Per questo motivo, a tutela degli amministrati, ogni decisione del potere politico è soggetta a verifiche tecniche obbligatorie di compatibilità finanziaria da parte del ragioniere capo e di legittimità da parte del segretario generale. Questa procedura è basata sui principi dell’ordinamento amministrativo nazionale e valgono per tutte le amministrazioni pubbliche, quindi anche per lo Stato.

 

Questa premessa è per evidenziare un preoccupante comportamento del governo, non coerente con i principi richiamati, a proposito del disegno di legge, approvato dal Consiglio dei Ministri 4 mesi fa e ora all’esame del Senato, sulla riforma fiscale. La Presidente del Consiglio sostiene che grazie a questa riforma “abbassiamo le tasse, aumentiamo la crescita e l’equità, favoriamo occupazione e investimenti” e che sarà premiata “la lealtà e la responsabilità del contribuente” (si ridurrà l’evasione).

 

Non entro nel merito delle singole proposte, anche se personalmente sono fortemente critico, rilevo soltanto che nella proposta governativa non sono indicate le risorse necessarie per finanziare questo progetto. Quindi il governo pensa a una riduzione delle imposte che manterranno inalterate le entrate nazionali, poiché non penso che voglia ridurre il finanziamento dei servizi pubblici. Pensa cioè a un imminente miracolo che però non ha convinto la ragioneria dello Stato che ha il compito per legge di verificare se i ddl hanno la necessaria copertura finanziaria. Il ragioniere capo dello Stato ha infatti già depositato al Senato puntuali osservazioni critiche: senza risorse le misure previste sono semplici dichiarazioni d’intenti, alcune misure determinano una perdita di gettito fiscale, etc. Il governo, anziché entrare nel merito dei problemi sollevati, ha fatto intendere che ha intenzione di sostituire l’attuale ragioniere dello Stato con qualcuno che sia, probabilmente, accondiscendente verso le politiche governative. È come se un amministratore comunale decidesse di licenziare il ragioniere capo del comune perché si rifiuta di dare un parere positivo sulla compatibilità finanziaria di una delibera in assenza di risorse. A nessuno verrebbe in mente di farlo.

 

Così giorno dopo giorno è sempre più evidente una preoccupante allergia del governo Meloni verso i controlli previsti dalle leggi e dalla Costituzione, sottintendendo una sindrome complottista e una logica padronale della politica; si pensi, ad esempio, alle critiche mosse alla Corte dei Conti o al presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione.

Le osservazioni del ragioniere dello Stato sulla delega fiscale non sono molto diverse da quelle formulate a maggio dalla Banca d’Italia: “Il modello prefigurato dalla delega fiscale come punto di arrivo – un sistema ad aliquota unica insieme a una riduzione del carico fiscale – potrebbe risultare poco realistico per un paese con un ampio sistema di welfare, soprattutto alla luce dei vincoli di finanza pubblica. La redistribuzione del prelievo deve principalmente avvenire attraverso il contrasto all’evasione; questo fenomeno, oltre che inaccettabilmente iniquo, distorce la concorrenza tra imprese e sottrae risorse che potrebbero essere utili anche ad alleggerire il carico tributario dei contribuenti in regola”. Osservazioni che provocarono una dura reazione dei ministri.

 

Le osservazione del ragioniere dello Stato sono le stesse formulate ieri dal Fondo Monetario Internazionale: “una flat tax sul reddito potrebbe avere delle implicazioni avverse e portare a un significativo calo delle entrate e dell’equità. Continuare a rafforzare la compliance fiscale è necessario, aumentare la soglia delle transazioni cash e introdurre sanatorie sui debiti fiscali non è d’aiuto”. Per adesso il governo ha incassato il giudizio negativo del FMI e non poteva essere diversamente visto che ieri Giorgia Meloni è stata ricevuta da Joe Biden. È molto probabile però che nei prossimi giorni inizino gli attacchi al FMI da parte di qualche sottosegretario o ministro e si ritorni presto a parlare delle imposte come “pizzo di Stato”, che gli “italiani sono ostaggio dell’Agenzia delle entrate” e si riproponga la “pace fiscale” del ministro Salvini per i debiti dei cittadini verso il fisco sino a 30 mila euro pagando solo una parte del debito accertato.

 

C’è da chiedersi quando esploderà la rabbia di chi paga correttamente le proprie imposte, magari prelevate direttamente alla fonte, e deve anche pagare per conto degli evasori che fanno mancare 100 miliardi di euro alle entrate dello Stato? Quando smetterà il governo di diffondere la convinzione che evadere è estremamente conveniente perché prima o poi si pagherà qualcosa o addirittura nulla?

I rapporti tra Usa e Cina nella distensione necessaria al mondo

 

 

La rimozione del ministro degli esteri cinese Qin Gang, che era scomparso dalla scena pubblica nell’ultimo mese, da parte del Comitato permanente dell’Assemblea Nazionale del Popolo e la sua sostituzione con il responsabile Esteri del Partito  Comunista Cinese Wang Yi, rese note con uno scarno comunicato l’altro ieri da Pechino, hanno molto a che fare con gli equilibri di potere interni al partito-stato cinese e alle relazioni tra Cina e Stati Uniti, le quali possono esser considerate le relazioni bilaterali più importanti al mondo nel XXI secolo. Le diverse visioni del rapporto con l’America dopo la storica ammissione della Cina nell’Omc del 2001 hanno determinato più di ogni altra cosa le divisioni, anche profonde, che esistono, pur ovattate e dissimulate, nella politica cinese.

 

Due luoghi-chiave in cui si è consumato questo scontro sono il ministero degli esteri cinese e l’ambasciata cinese a Washington. Dal lato cinese uno dei principali artefici del nuovo corso nelle relazioni sino-americane in questo secolo è stato senza dubbio l’ex ambasciatore cinese a Washington, ex ministro degli esteri, ex responsabile esteri del Pcc, nonché amico della famiglia Bush, Yang Jiechi, la cui impronta sul ministero degli esteri cinese si è mantenuta almeno fino al XX Congresso del Pcc dello scorso anno.

 

La nomina a ministro degli esteri di Qin Gang nel dicembre  dello scorso anno, a sua volta già ambasciatore cinese a Washington dal luglio 2021, poteva esser vista come un compromesso tra le due fazioni del Pcc, quella mercantilista di  Yang Jiechi e quella “centrista”, nazional-popolare del presidente Xi Jinping che, pur essendo al potere dal 2012 e pur avendo avviato dal 2017 una massiccia campagna di epurazioni all’interno del Pcc, non ha consolidato il suo potere che dopo il Congresso del Pcc dell’ottobre 2022 e dopo le Due sessioni (liǎnghuì in cinese), le sedute plenarie dell’Assemblea nazionale del popolo, della scorsa primavera che, tra l’altro, hanno promosso lo stesso ministro, Qin Gang, nel Consiglio di Stato (Guówùyuàn), a dispetto del nome, massimo organo esecutivo della Cina, carica che egli mantiene nonostante la sostituzione da ministro degli esteri.

 

Quali che siano le ragioni formali della destituzione del ministro degli esteri cinese Qin Gang, (corrono voci di una relazione sentimentale con una giornalista di Hong Kong, ritenuta un agente di servizi stranieri), appare chiaro che i fatti che hanno portato ad una tale misura, hanno a che fare con le relazioni tra Stati Uniti e Cina, al punto che proprio durante la sparizione dalla scena pubblica di Qin Gang, si sono materializzati a Pechino due pesi massimi della politica americana come Kerry e Kissinger.

 

In discussione sono le relazioni tra Pechino e Washington dopo che la Cina, con la definitiva affermazione al potere di Xi Jinping, non sembra più disponibile ad accettare un modello, quello degli ultimi vent’anni, che ha da un lato approfittato oltre i giusti limiti della forza lavoro cinese e che nel contempo ha prodotto la desertificazione industriale dell’America e la stampa oltre il dovuto di moneta da parte americana per prolungare un sistema che si è rivelato insostenibile per entrambe le parti.

 

Da questa crisi, dunque, può nascere una svolta nelle relazioni bilaterali, ben espressa da Xi Jinping nelle parole, riportate dall’agenzia cinese Xinhua, con cui ha accolto Henry Kissinger nella sua recente visita a Pechino: “la Cina e gli Stati Uniti possono raggiungere risultati reciproci e prosperità comune, con l’obiettivo fondamentale di seguire i principi del rispetto reciproco, della coesistenza pacifica e della cooperazione vantaggiosa per tutti”.

 

Insomma, un caloroso  invito all’ingresso degli Stati Uniti nel mondo multipolare, in cui alla ricerca di nuove e continue minacce da combattere viene sostituita la collaborazione tra sistemi diversi ma non per questo nemici.

Il ruolo dei cattolici nella proposta di Murri all’alba del Novecento

 

Discorso del Segretario della Dc Arnaldo Forlani in occasione del convegno su Romolo Murri (Fermo, 9-11 ottobre 1970).

Il testo, pubblicato su “Il Popolo” del 10 ottobre 1970 con il titolo “La democrazia reale è l’incontro tra forze popolari e istituzioni”, qui viene riproposto pressoché integralmente.

I tagli hanno riguardato le parti collegate alla stretta attualità (disegno di legge sul divorzio e istituzione delle Regioni). Sono state anche apportate piccole correzioni perlopiù legate a evidenti refusi.

Si osservi, in ogni caso, che l’intervento rispecchia largamente un impianto discorsivo. 

Il testo completo è leggibile grazie al link posto a fine pagina.

[…]

Lasciatemi rilevare che non è senza significato che noi dopo la visita alla tomba di Murri, siamo qui ora, nei luoghi che lo videro animatore appassionato e contrastato di tante giovani energie.

Nell’anno centenario della sua nascita veniamo qui, nei luoghi della sua esperienza, dove vivo è ancora il ricordo della sua persona in chi lo conobbe; il ricordo di un uomo aperto ai fermenti del suo tempo, che seppe rappresentarli, esprimerli, con tutta la forza di un impegno per tanti versi anticipatore e proprio per questo destinato a suscitare così vivi contrasti, polemiche aspre, incomprensioni, anche, ma certo capace di muovere tante conoscenze e di inserirle nel vivo della vicenda del suo tempo.

Quando si ritorni indietro negli anni per cercarvi le ragioni storiche dell’oggi, la figura di Romolo Murri, il suo impegno civile sociale, la sua presenza politica, i modi della sua stessa religiosità ci appaiono subito al centro dei fermenti e delle speranze del giovane movimento dei cattolici democratici e ci danno il senso e la misura di una sua attualità, del perché siamo qui oggi a ricordarle, come democratici cristiani, nel centenario della nascita e quindi per rendergli omaggio, per riscoprire il significato della sua battaglia di allora, e per cogliere quanto può venire a noi in ordine a temi di fondo, che sono rimasti e rimangono al centro del nostro stesso impegno.

Il rapporto tra Cristianesimo e democrazia, la fede nell’uno come nell’altro termine, lo condusse ad immaginare in un reciproco apporto la condizione di un vero e profondo rinnovamento di tutta intera la società.

 

Un punto di orientamento

 

La Democrazia Cristiana, la giovane Democrazia Cristiana (come allora si diceva) collegava i termini di questa proposta nello stesso nome e con una grande forza di suggestione: portare avanti i cattolici democratici fuori dei limiti del vecchio intransigentismo e porli al riparo del richiamo conservatore.

Ma, insieme, quel nome poneva il grande tema dell’autonomia di un movimento politico di cattolici e del loro rapporto con la gerarchia in un momento in cui, con l’Opera dei Congressi, più diretta e immediata era la presenza confessionale dei cattolici nella società.

In quella sua proposta di rinnovamento, che muovesse dall’apporto decisivo di una componente cristiana moderna, al passo con i tempi, era centrale l’accettazione della democrazia come superamento di impostazioni paternalistiche e di suggestioni corporative.

E questo rimarrà uno degli apporti di permanente valore, destinato a non disperdersi ed a costituire il punto di orientamento di tante energie del movimento sociale cristiano nella sua evoluzione e nel suo sviluppo. Qui sta già nella prima maniera di porre in termini moderni le ragioni e i modi di una politica di cattolici che parta dal vivo stesso dei rapporti sociali; utilizzando a questo fine, in tutta la sua forza, il concetto di democrazia, che proceda da una partecipazione popolare autentica come condizione per il superamento dello Stato liberale, minoritario e borghese.

 

Per leggere il testo integrale

Camaldoli porta allo scoperto l’esigenza di una nuova politica d’ispirazione cristiana.

 

 

La tre giorni di Camaldoli ha suscitato un interesse superiore alle attese. Molti gli spunti, le suggestioni, gli approfondimenti: il Codice, pensato in occasione di un incontro nel luglio del 1943 e poi pubblicato nel 1945, rappresenta un documento fondamentale per capire la formazione della classe dirigente cattolica e il ruolo da essa esercitato nel secondo dopoguerra. Influì sulle scelte dei costituenti, ma impresse il suo sigillo anche sull’ordinamento civile ed economico.

 

De Gasperi, dopo la vittoria del 18 aprile, imboccò decisamente le strada delle riforme. Lo aveva promesso in campagna elettorale e ne fece oggetto d’impegno all’indomani della vittoria. Con coerenza. E dentro questa coerenza possiamo cogliere il nesso che lega fin dall’inizio, attraverso Sergio Paronetto, il leader della Dc e i giovani intellettuali di Camaldoli. Il 16 settembre del 1948, in Consiglio dei ministri, Ezio Vanoni illustrava la bozza della sua riforma tributaria e De Gasperi confesserà, in quella circostanza, di aver ritrovato “la coerenza con il Vanoni del Gruppo di Camaldoli cinque anni fa” (v. G. Andreotti, 1948. L’anno dello scampato pericolo, Rizzoli 2005, p. 69). Dunque, il contributo offerto dal Codice non rimase lettera morta. Soprattutto innervò lo sforzo della generazione cattolica post fascista nella ricerca di una via autonoma sul terreno della trasformazione della società e dell’economia, per affrontare i problemi che, a detta di Karl Polanyi, il liberalismo e il socialismo avevano lasciato insoluti.

 

La Terza via dei cattolici si sviluppò in un quadro di apertura, anche internazionale, senza indugiare nella  supponenza di un certo provincialismo quale ultimo retaggio dell’autarchia mussoliniana. Ebbe, grazie appunto a Paronetto, ma anche a Vanoni e Saraceno, come pure a Ferrari Aggradi, la capacità di concepire il nuovo profilo della politica d’ispirazione cristiana dentro lo scenario del progressismo anglo-americano, così come intravisto nel welfare state del Regno Unito o nel New Deal dell’America rooseveltiana. Notoriamente l’esperienza della Tennessee Valley Authority (TVA) fornì le premesse per la creazione della Cassa del Mezzogiorno.

 

D’altronde il Codice di Camaldoli non volle rappresentare propriamente un codice, come fu quello di Malines scritto nel 1927, ma un testo che fosse…pretesto per ulteriori apporti, al di fuori di rigidi schemi ideologici. Doveva contare lo spirito e non la lettera di Camaldoli, tanto che Moro ne fece cenno in un Consiglio nazionale del partito, a ridosso della formazione del suo primo governo, per dare robustezza teorica all’operazione di rinnovamento che il centro-sinistra aveva in animo di promuovere. Pertanto, nel discorso di Moro l’incontro storico tra socialisti e cattolici implicava per la Dc il recupero della visione di Camaldoli. Poi sembrò meno evidente il debito con la suggerestione camaldolina. Tuttavia, anche la stagione della solidarietà nazionale riportò alla luce un’idea di cambiamento che in fondo si nutriva del concetto di “terza via” presente nel Codice.

 

Veniamo ai giorni nostri. Finora siamo stati obbligati a maneggiare i temi di Camaldoli con l’avvertenza di non poterli incarnare, per effetto della dispersione susseguente alla fine della Dc, nella cornice di una determinata “forma partito”. E però, va detto, stiamo largamente registrando l’usura di tale condizione psicologica e materiale.  Il Card. Zuppi ha citato De Rita per descrivere l’illusione di essere forti, specialmente in politica, senza avere una forza alle spalle. Ma spetta ai laici – ha fatto intendere – assumere un’iniziativa e una responsabilità, fermo restando che la Chiesa saprà valutare quanto di buono o di vacuo verrà eventualmente alla luce. La cultura di Camaldoli non può, ad ogni buon conto, esaurirsi in un respiro cosmico di ingenuità e rassegnazione, come se oramai il destino del cattolicesimo democratico appartenesse ai custodi di buone parole. Nella società c’è un carico di estremismo – politico, culturale, etico – che va depotenziato, recuperando e aggiornando l’insegnamento della migliore tradizione democratica, intessuta di principi e valori cristiani.

 

Giova ancora sottolineare che nella relazione del Card. Zuppi campeggia il termine “depolarizzante” per attestare, evidentemente, l’inclinazione naturale del cristiano nel suo rapporto con la complessità della politica. In effetti la malattia di questo tempo è proprio la polarizzazione della vita civile e democratica. Quando si rifiuta la dialettica tra destra e sinistra, anche arrivando a disertare le urne, è segno che una pubblica opinione matura considera forzata la classificazione entro questo schema predefinito. È vero, progresso e conservazione non sono la medesima cosa; ma il confine tra l’uno e l’altra non è rigido, essendo piuttosto dubbia, ad esempio, l’attribuzione del carattere di “progresso” a un trans-umanesimo senza più rispetto per l’uomo o di “conservazione” a un neocorporativismo economico-sociale implicante la rottura di una solidarietà a più ampio raggio. Dunque, che fare per essere depolarizzanti? Dobbiamo ragionare attorno alla necessità di un nuovo partito? Non è una risposta facile, lo sappiamo. Ma se scartiamo un’opzione, abbiamo anche il dovere di indicare un’alternativa. E oggi, stare fermi non è più un’alternativa. Si rischia solo di coprire il quieto vivere delle nostre coscienze.

 

 

 

N.B. Ieri il quotidiano “Avvenire”, nella pagina di cronaca politica, ha pubblicato il testo in una versione ridotta [Titolo – Fioroni: “La cultura di Camaldoli non è morta, ma i cattolici indichino l’alternativa alla polarizzazione”].

Pragelato, una piazza dedicata a Piersanti Mattarella.

 

 

 

 

Domenica 30 luglio Pragelato, nel torinese, dedicherà una piazza a Piersanti Mattarella. Detta così potrebbe apparire quasi una non notizia, considerando i numerosissimi luoghi pubblici dedicati nel tempo ad un grande servitore dello Stato e ad un raffinato, colto e coraggioso leader politico della Democrazia Cristiana barbaramente ucciso dalla mafia nel gennaio del 1980 quando era Presidente della Regione Sicilia.

 

Certo, la motivazione è riconducibile al sacrificio e alla vita negata a Piersanti Mattarella, ma è legata anche ad un episodio specifico e che riguarda e coinvolge proprio Pragelato, il Comune di cui sono momentaneamente Sindaco. E il motivo è semplice e al tempo stesso importante per la comunità di questo Comune “olimpico”. E cioè, per venire alla cronaca, alla fine degli anni ‘50 Piersanti e Sergio Mattarella, con molti altri giovani dell’Azione Cattolica di Palermo, si recavano a Casa Alpina don Giovanni Barra per i corsi di formazione culturale e spirituale. Giovani provenienti da tutta Italia. Ed è proprio il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a confermare tempo fa a don Giorgio Grietti – un sacerdote pinerolese recentemente scomparso – , autore di un libro sulla figura di don Giovanni Barra, il suo ricordo di Pragelato, di Casa Alpina e di don Barra in particolare. E, proprio parlando di don Barra, Sergio Mattarella lo definisce “una splendida figura che cresce nel ricordo e nell’ammirazione con il trascorrere del tempo”.

 

Ecco il legame stretto tra Piersanti e Sergio Mattarella con Pragelato. Nello specifico, con Casa Alpina e con il magistero prezioso, fecondo e ricco di don Giovanni Barra. Perchè Casa Alpina, e le stesse parole di Sergio Mattarella lo confermano, ha svolto un ruolo importante e decisivo nella formazione di moltissimi giovani cattolici italiani in quella fase storica. Un centro di formazione culturale e spirituale indubbiamente legato alla figura carismatica di don Giovanni Barra che grazie alla sua azione pastorale da un lato e alla sua sterminata produzione editoriale e di libri dall’altro, era in quegli anni un importante e qualificato interlocutore del mondo cattolico italiano. E la sua amicizia, ad esempio, con Don Primo Mazzolari, con il futuro cardinale di Torino Michele Pellegrino e con molti altri intellettuali ed esponenti di primo piano dell’area cattolica italiana, ha fatto proprio di Casa Alpina negli anni ‘50, ‘60 e ‘70 un punto di riferimento e di aggregazione importante e qualificato per l’intera galassia cattolica italiana. E non solo per la formazione spirituale e culturale dei giovani cattolici – anche se quella era la vera “ragione sociale” di Casa Alpina – ma anche, e soprattutto, perchè Casa Alpina in quegli anni era un luogo di confronto, di dialogo e di approfondimento tra molti esponenti di primo piano del cattolicesimo democratico, popolare e sociale del nostro paese.

 

È appena sufficiente citare esponenti come Carlo Donat-Cattin, Guido Bodrato e moltissimi dirigenti della Cisl, delle Acli e della sinistra democristiana dell’epoca. Cioè quel mondo politico, sindacale e culturale che era più sensibile alle istanze e alle domande che provenivano dall’area del cattolicesimo sociale, popolare e democratico. Insomma, Casa Alpina di Pragelato, grazie al magistero prezioso di Don Giovanni Barra e, appena dopo, di Don Vittorio Morero – intellettuale cattolico, sacerdote e giornalista in qualità di futuro Direttore del settimanale locale Eco del Chisone – ha rappresentato un tassello importante nello scacchiere del mondo cattolico italiano. E per molti anni.

 

Ed è per noi importante, al riguardo, riconoscere questo ruolo pubblicamente e legarlo ad una personalità – Piersanti Mattarella, appunto – attraverso l’intestazione di una piazza, che ha incrociato Pragelato nei suoi anni giovanili e prima di dedicare la sua vita per una politica sana, trasparente, rinnovata e coraggiosa. Vita che gli è stata negata in modo violento e terroristico proprio perchè ha declinato concretamente e coerentemente nel suo territorio quei valori cristiani, cattolici, democratici e laici che ha acquisito e fatto propri in luoghi come la Casa Alpina di Pragelato attraverso l’insegnamento e la testimonianza di sacerdoti e pastori come Don Giovanni Barra.

I militari prendono il potere in Niger

 

 

I militari hanno annunciato in televisione la presa del potere in Niger, paese dell’Africa occidentale confinante a nord con l’Algeria. Il presidente, Mohamed Bazoum, è stato sequestrato per ore nel suo Palazzo a Niamey, la capitale del Paese, prima che i soldati annunciassero la sua destituzione.

Le istituzioni della Repubblica sono state sciolte, le frontiere aeree e nazionali chiuse e ordinato il coprifuoco a livello nazionale (dalle 22.00 alle 5.00 ora locale). Il colonnello Amadaou Abdramane ha dichiarato che il potere è ora nelle mani di un fantomatico “Consiglio nazionale per la salvezza della Patria”.

Molte le reazioni a livello internazionale. Il segretario di Stato americano Antony Blinken ha reagito duramente, difendendo il presidente in carica dal 2021. “Chiediamo il suo rilascio immediato, condanniamo qualsiasi tentativo di prendere il potere con la forza”, ha detto ai giornalisti durante una visita alla capitale neozelandese Wellington. Ha poi aggiunto che gli Stati Uniti sono in contatto con il governo del Niger e i partner della regione. Ci sono sforzi per risolvere la situazione in modo pacifico.

Anche il governo francese si è pronunciato con analoga fermezza. Il ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian ha detto che il colpo di stato è “un grave atto di instabilità” e che la Francia “non accetterà alcun cambiamento di regime che non sia il risultato di libere elezioni”.

Il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani ha espresso la sua “preoccupazione” e ha chiesto un “immediato ritorno alla normalità democratica”. Tajani ha anche affermato che l’Italia è “pronta a collaborare con i paesi della regione per riportare la pace e la stabilità nel Sahel”.

Il colpo di stato in Niger è un duro colpo per la democrazia in Africa. È il terzo colpo di stato in un paese africano in pochi mesi, dopo quelli in Mali e Burkina Faso. La situazione in Africa centrale è preoccupante e il rischio di ulteriori golpe è alto. Appare quanto mai urgente che la comunità internazionale agisca per sostenere la democrazia in Africa e per prevenire ulteriori crisi.

Anche nel quartier generale di Google esplode la preoccupazione per l’IA

C’è fermento in casa Google. Le dimissioni di Geoffrey Hinton dalla gigantesca azienda americana di servizi informatici possono aver indotto il management ad un ripensamento sulla politica industriale del gruppo, i progetti in divenire, gli ambiti applicativi e la stessa mission della ‘casa’ per accreditarne un’immagine più rassicurante presso il vasto e variegato pubblico di utenti.                Settantacinque anni, psicologo cognitivo e scienziato informatico, considerato il padrino dell’intelligenza artificiale, pioniere della ricerca sulle reti neurali e sul “deep learning”, vincitore nel 2018 del prestigioso premio ‘Turing Award’, Hinton ha lasciato con una motivazione che fa riflettere: “I programmi di IA hanno fatto passi da gigante” e ora “sono piuttosto spaventosi. Al momento i robot non sono più intelligenti di noi ma presto potrebbero esserlo”, ha affermato alla BBC prefigurando scenari distopici impensati persino dalla fantascienza.

“Il chatbot potrebbe presto superare il livello di informazioni di un cervello umano, mentre ‘cose’ come GPT-4 oscurano una persona nella quantità di conoscenza generale”. Un ripensamento così radicale per uno scienziato ha quasi il significato etico di una riconversione: il messaggio lanciato è che “attori cattivi” potrebbero usare l’IA per “cose cattive”. Intanto Kepios – società di consulenza strategica che si occupa di identificare i cambiamenti nel comportamento digitale e tradurre intuizioni e tendenze – fornisce dati significativi sul mondo dei social: il numero di utenti attivi è di 4,88 miliardi – pari al 60.6% della popolazione mondiale (che ha superato gli 8 miliardi di persone). Un numero di navigatori social che si avvicina ai 5,19 miliardi di utenti internet, pari al 64,5 % degli abitanti del pianeta. Il tempo medio trascorso sulle piattaforme social è di 2 ore e 26 minuti al giorno, tenendo conto dell’intensità nelle diverse aree del mondo: di questi il 53,6% sono uomini, pur considerando gli account automatizzati e le registrazioni simulate con identità diverse. Le piattaforme più seguite sono META (che possiede Instagram, Facebook e Whatsapp), poi Twitter, Messenger e Telegram mentre in Cina Tik Tok domina su WeChat e l’affiliata Douyin (ma si espande nel resto del mondo ad una velocità impressionante).

I dati sugli utenti del web e i frequentatori dei social rendono una pallida idea delle dimensioni gigantesche e inarrestabili degli ingressi nella navigazione online. Uno degli aspetti impliciti che ne derivano riguarda la protezione dei dati personali, la tutela della privacy e le ingerenze della cosiddetta ‘mafia digitale’ e di tutti gli agenti che si interfacciano o entrano a gamba tesa nei contatti ai fini di orientare opinioni e contenuti. Il fenomeno dell’hackeraggio è talmente pervasivo da costringere i gestori e le autorità a continue azioni di blocco e di controllo. Non c’è sito, utenza o account che siano esenti da queste infiltrazioni fraudolente. Ciò dovrebbe indurre i decisori politici e i servizi particolarmente sovraesposti come la pubblica sicurezza, la giustizia, la sanità e soprattutto la scuola a rallentare cum grano salisl’adesione acritica e pervasiva alla deriva della digitalizzazione “ovunque e comunque” essa si esprima.

Per questo motivo la Google ha intrapreso un progetto per il quale un nucleo di dipendenti volontari aderiscono ad una iniziativa che prevede l’uso di PC e dispositivi di scrittura preliminarmente disattivati dall’accesso ad internet, fatta eccezione per l’uso della posta elettronica e del cloud rigorosamente targati Google, impedendo che vengano installati altri software o frequentati siti esterni. Una mossa sperimentale significativa circa i pericoli di infiltrazioni degli hacker e potenzialmente applicabile ad esempio nella Pubblica amministrazione: tant’è che viene da ribadire l’importanza di iniziative di protezione nel mondo della scuola, anche per gli stessi insegnanti. Non è infatti necessario per lavorare con le tecnologie restare sempre connessi e questo dovrebbero capirlo autorità ministeriali e dirigenti scolastici decisi a salvaguardare una modalità intelligente di autotutela. Ciò agevolerebbe chi lavora in presenza o in smart working e preserverebbe i terminali da infiltrazioni perniciose, proteggendo i dati riservati, in linea con la direttiva europea di cui al Regolamento GDPR 679/2016.

Ma Google non gioca solo in difesa: è infatti in arrivo Gemini, un progetto che mira a creare un’intelligenza artificiale all’avanguardia, una risposta a ChatGpt che aveva sollevato interrogativi etici tanto da essere inizialmente ‘bloccato’ dal Garante per la tutela dei dati sensibili e personali. L’intenzione del team che ha creato Gemini (guidato dal CEO di DeepMind, Dmis Hassabis) è di offrire un’esperienza di fruizione più naturale e coinvolgente, creando una IA in grado di osservare il mondo e giudicarlo con criteri simili a quelli umani, a cominciare dal linguaggio. Gemini vorrebbe essere il chatbot in grado di interagire con l’ambiente, affiancando l’uomo come strumento per conoscere e gestire la realtà.

Vedremo se alla presentazione del progetto il portato innovativo di questa applicazione dell’IA sarà in grado di rispettare le aspettative attese che dal mio punto di vista provo a riassumere così: l’uomo da una parte e lo strumento dall’altra, con ampia facoltà di avvalersene conservando identità, autonomia decisionale, capacità di discernimento, possibilità di ‘abbandono’ e uso del pensiero critico.

La commemorazione di Forlani, alfiere del potere discreto,mette d’accordo Montecitorio

Il suo ruolo di “costruttore”, ma soprattutto “lo stile” e la “dignità” con cui ha affrontato l’ultima fase della sua vita politica. La commemorazione di Arnaldo Forlani alla Camera (aperta dalle parole del presidente di Montecitorio Lorenzo Fontana, che ne ha ricordato “la capacità di dialogo” e “la sua grande apertura al confronto” che “hanno caratterizzato tutta la sua azione politica”) si è dipanata lungo questi aggettivi ricorrenti.

Gianfranco Rotondi, a lungo nella Dc e oggi deputato di Fratelli d’Italia, ha voluto innanzitutto ringraziare il governo “che ha voluto il lutto nazionale perché con questo gesto – ha spiegato – abbiamo restituito Forlani allo Stato. Lo statista che è stato è stato riconosciuto tale con sentimento unanime del Paese”.

Per Ettore Rosato, esponente di Italia Viva, “Forlani era un costruttore, un politico prudente e preparato” che dopo le inchieste di Tangentopoli “accettò la condanna e le critiche con decoroso silenzio, assumendosi una responsabilità oggettiva che non va confusa con la responsabilità penale”. Secondo Bruno Tabacci (Pd), Forlani è “stato il leader Dc che meglio ha interpretato i cromosomi del suo partito, aderendovi anche nello stile, nella postura”. Con l’inchiesta di Tangentopoli, ha ricordato Tabacci, Forlani “pagò il prezzo del suo ruolo ma affrontò la drammatica situazione con la dignità di un uomo che sceglie di difendersi nei processi e non dai processi”.

Un tributo allo stile di Forlani è arrivato anche da Luana Zanella (Avs): “Con i suoi silenzi prolungati, assurti quasi a metodo per non dire ciò che poteva essere imbarazzante per alleati e amici, guidò la Dc in anni tormentati per la Repubblica. Riconosciamo a Forlani – ha detto la capogruppo dell’Alleanza Verdi e Sinistra alla Camera – l’onore di essersi assunto le responsabilità anche in quella sua ultima fase politica, uscendo di scena con sofferenza e grande dignità. Una differenza di stile” rispetto ad altri protagonisti politici, “che noi onoriamo”.

Per Maurizio Lupi, leader di Noi Moderati, “Forlani fu un protagonista assoluto non della Prima Repubblica, ma della nostra Repubblica, senza aggettivazione numerica. Lo è stato e lo è ancora oggi per lo stile che lo ha contraddistinto. Ha mostrato con la sua vita politica che moderazione è una posizione forte, che non ha bisogno di alzare i toni. Forlani è stato un grande interprete di questa tradizione culturale e politica di cui abbiamo ancora oggi bisogno”, ha concluso Lupi.

La Spagna prigioniera della crescente radicalizzazione politica

La Spagna è oggi una nazione divisa, drammaticamente divisa. Le elezioni politiche svoltesi domenica lo hanno confermato. È difficile dire se questa condizione è il frutto di quel bipolarismo che sostanzialmente ha contraddistinto il paese iberico dal ritorno della democrazia o se invece è l’esito di un percorso culturale che ha nel tempo corroso i cardini della società, una volta imperniati sulla Chiesa cattolica ma ora certamente non più.

Il fatto è che sarà difficilissimo costituire un governo e se qualcuno vi riuscisse avrebbe uno o due voti al massimo di maggioranza in Parlamento, con le conseguenze facili da prevedere in termini di ricatto perenne al premier su qualsiasi votazione. Il ritorno alle urne entro l’anno è in questo momento più che un’ipotesi. Che solo una inedita Grosse Koalition in salsa spagnola, peraltro assai improbabile, potrebbe evitare. Un percorso, quello di ripetute elezioni anticipate, che il sistema politico spagnolo ha già sperimentato, e neppure tanti anni orsono.

La spaccatura è profonda. Non riguarda solo i partiti, ma interessa proprio tutta la società spagnola. Emerge una frattura culturale, esasperata da ambo le parti contendenti. Da un lato un laicismo progressista radicale, dall’altro un tradizionalismo confessionale altrettanto radicale. A livello politico, il primo si è incistato nella sinistra e ne costituisce ormai la ragione fondativa. Una deriva che contraddistinse il Psoe del nuovo millennio, quello del dopo Gonzales guidato da Zapatero e che non ha più abbandonato un partito che se nel nome mantiene orgogliosamente la matrice operaista nella pratica si è caratterizzato innanzitutto per la radicalizzazione del suo impegno per i diritti civili molto più che per quelli sociali. Questo mix non è stato però sufficiente per impedire una radicalizzazione ulteriore, a sinistra, che ha dato luogo dapprima al movimento-partito protestatario di Podemos e ora alla coalizione Sumar, connotata molto a sinistra e imperniata sui temi del femminismo più radicale

La reazione a destra a questa caratterizzazione della Sinistra è stata duplice: da un lato l’ulteriore spinta conservatrice di un Partido Popular che fin dai suoi albori optò per una visione per lo più cattolico-conservatrice nell’interpretazione della società e sostanzialmente liberale in quella economica. Dall’altro una radicalizzazione imperniata sui classici temi della Destra più estrema (facilmente definibile in Spagna come franchismo, ma in realtà una declinazione radicale, appunto, di posizioni opposte a quelle della Sinistra, o – come dicono loro – dello “zapaterismo” ieri, del “sanchismo” oggi). Il nuovo leader popolare è riuscito, forte di un consenso personale in crescita, a recuperare voti perduti in favore dell’estrema destra di Vox quattro anni fa, ma naturalmente per riuscire ha dovuto “forzare” le proprie posizioni in quella direzione. Così come Sanchez, leader che ha dimostrato grande lucidità nel portare il paese al voto anticipato invece di rimanere a rosolare a fuoco lento dopo la sconfitta nelle elezioni amministrative, magari con la scusa degli impegni dovuti alla Presidenza di turno della UE, ha invocato l’impegno della sinistra tutta per evitare il pericolo fascista e oscurantista.

Come se tutto ciò non bastasse, la società spagnola rimane pervasa da spinte secessioniste che seppurminoritarie (anche in Catalogna) mantengono un consenso locale diffuso e producono tensioni continue col governo centrale, portando in Parlamento partiti che con i loro seggi riescono a influenzare la Moncloa, talvolta non poco (come è stato con l’ultimo gabinetto Sanchez), e aggravando così l’irritazione delle regioni che non hanno ancora prodotto formazioni politiche indipendentiste.

Ora, un ulteriore turno elettorale produrrà l’inevitabile ulteriore radicalizzazione del conflitto. Sarebbe necessario un lungo periodo di decantazione che solo – forse – una inedita coalizione Pp-Psoe potrebbe garantire. Ma è quasi impossibile che ciò accada, realisticamente. Eppure se solo ci pensassero sia Feijòo sia Sanchez dovrebbero sapere che chiunque vincerà lo scontro si troverà all’opposizione, dura, metà non solo del Parlamento, ma del Paese. Non certo l’ideale, per governare una realtà tanto complessa.

Contratto della scuola, Bombardieri (Uil Rua): “Perché abbiamo detto no”.

Antonio Derinaldis

In questi giorni il mondo sindacale della scuola e dell’università, dopo una serie di incontri con l’Aran, ha sottoscritto l’ipotesi di contratto collettivo. Non tutti i sindacati hanno manifestato soddisfazione. Il settore scuola e università, ricerca e afam della UIL ha evidenziato il suo dissenso non sottoscrivendolo. Ne parliamo direttamente con uno dei protagonisti, Attilio Bombardieri, Segretario Generale della UIL Rua.

Segretario quali sono le motivazioni che vi hanno indotto a non firmare?

Abbiamo riscontrato pochi benefici e una serie innumerevole di svantaggi per il sistema Scuola, Università, Ricerca e Afam. Non c’è mai stata una contrattazione reale, troppo spesso la discussione era “un prendere o lasciare”.

Oltre un milione di dipendenti attendevano questo contratto.  Che cosa non vi ha convinto fino in fondo? 

La UIL ha fatto una scelta chiara e trasparente. Quella di non firmare. Lo abbiamo definito un “contratto farsa” (scaduto già da 18 mesi) dove tutte le problematiche che coinvolgevano il personale e gli enti sono state – come già sostenuto in altre occasioni –  a sequenza contrattuale. Le poche cose normate non fanno altro che mortificare il personale.

Abbiamo sostenuto con vigore, a seguito delle risorse erogate a novembre, di proseguire la trattativa con continuità (anche ad agosto) in maniera tale da poter raggiungere gli obbiettivi di un buon contratto, che valorizzasse il personale di tutti i settori coinvolti.  Come già sostenuto sui media, dottorandi e assegnisti risultano mortificati per il rinvio del tanto atteso contratto di ricerca. E ricercatori, tecnologi e personale T/A non avranno un nuovo ordinamento, benché da troppo tempo atteso, con l’aggravante di veder sfumare le risorse destinate per la modifica ordinamentale.

Un passaggio delicato per il prossimo futuro, in particolare per un sindacato riformista come la UIL. Pronti alla sfida?

La UIL rappresenta le persone e tutela le lavoratrici e i lavoratori. È un sindacato riformista e plurale che intende impegnarsi per superare le disuguaglianze e valorizzare la persona. Come già detto, per questi motivi non si può sottoscrivere il contratto. Restiamo aperti a ogni tipologia di confronto con l’Aran e con la politica al fine di raggiungere obiettivi che mettano sempre al centro le lavoratrici e i lavoratori, salvaguardando la loro dignità. Ma se ciò non dovesse accadere siamo pronti alla mobilitazione.

La Spagna conferma la polarizzazione in Europa. Una sfida per i Popolari

Le elezioni di domenica scorsa in Spagna, che hanno sancito la sconfitta dell’ultradestra di Vox, alleata in Europa della Meloni, insieme alla vittoria del Partito Popolare, sebbene senza i seggi necessari per governare, possono esser viste come la conferma del ritorno a una forte polarizzazione nelle competizioni elettorali dei Paesi membri dell’Unione Europea, dopo la stagione dei populismi. Una polarizzazione – attestata anche da una buona percentuale di partecipazione al voto, il 68 % – con contenuti però in parte diversi dal passato, in cui i temi connessi alla definizione di un’idea di civiltà europea e del ruolo dell’Europa nel mondo finiscono per contare di più dei temi propriamente economici e sociali interni. Una tendenza che pare interessare anche il percorso verso le prossime elezioni europee e che potrebbe di fatto trasformare il voto per il parlamento europeo in una sana occasione di dibattito sul nuovo profilo dell’Ue, sulle riforme improcrastinabili per stare al passo della nuova realtà globale multipolare che si sta affermando.

 

Questa contesa sembra svolgersi principalmente attorno a quattro filoni-chiave, capaci di catalizzare i consensi in direzioni divergenti: immigrazione, famiglia, ambiente, pace. Dove sotto la voce immigrazione, passano i temi connessi al rapporto fra l’Europa, composta anche da stati con storia e cultura da colonialisti, con l’Africa, con il Mediterraneo, con lo spazio euroasiatico e con l’America Latina. E dove si fronteggiano la prospettiva “sans frontières”, senza frontiere ma solo perché si presuppone un unico centro di governo mondiale di fatto nel quale i Paesi d’origine dei flussi migratori non hanno voce in capitolo, e la prospettiva della collaborazione con pari dignità fra Ue, Paesi membri e nazioni del Sud Globale.

 

Un’altra divergenza di prospettive, che si è fatta più netta negli anni, riguarda la famiglia, fra sostenitori della famiglia naturale, senza per questo negare alcun diritto ad altre scelte di vita, e i fautori della imposizione attiva della teoria gender come modello che pretende di non tollerare critiche. Una divergenza via via crescente nell’opinione pubblica europea si riscontra anche sulla questione ambientale e vede fronteggiarsi i fautori di una ecologia integrale, che coniuga le istanze sociali con quelle ambientali in una logica di sviluppo sostenibile, con i fautori di una visione radicale, un po’ snob e non antropocentrica dei problemi ambientali, orientata alla decrescita.

 

Un quarto punto di diversità dei giudizi tra gli europei si sta rivelando quello della guerra. Perché se è pur vero che i governi, senza eccezione alcuna, sostengono l’attuale linea di subordinazione degli interessi dell’Unione Europea a quelli della Nato, è altrettanto vero che ciò alla lunga potrebbe risultare insostenibile (oltreché non vincente sul piano militare, con conseguenze enormi sul piano internazionale) sia sotto l’aspetto economico che sotto l’aspetto del consenso popolare, e potrebbe fare da detonatore ad una positiva evoluzione dell’Ue che diventi capace di affermare che non è sempre detto che gli interessi degli Stati Uniti siano coincidenti con quelli europei. Affermazione che porterebbe reciproci vantaggi, aiutando anche gli Stati Uniti a concepirsi come superpotenza in un quadro globale multipolare.

 

Questa oggettiva tendenza alla polarizzazione del dibattito politico europeo costituisce ad un tempo un problema e una sfida per la cultura cattolico-democratica e popolare. Perché rivela l’insufficienza di mere posizioni tattiche, e la necessità di definire una autonoma e chiara piattaforma popolare in vista delle prossime elezioni europee. In ambito nazionale e con i più coerenti collegamenti intereuropei e internazionali. Infatti, a un elettorato così polarizzato sui contenuti come in poche altre stagioni precedenti si era visto, vanno indicati con chiarezza i termini e le ragioni delle mediazioni di cui ci si fa interpreti. Ma si tratta di una sfida possibile se la si affronta con la spirito giusto, come lo è lo spirito che animò il Codice di Camaldoli, quello di assumere l’iniziativa di una riflessione audace e adeguata ai problemi che pongono i nostri tempi.

Lo chiamavano Sorriso, il barbone di Roma morto a Villa Gordiani.

 

Giovanni Federico

 

È morto un barbone a Roma. Non sarà il primo e non sarà l’ultimo. Di solito il fatto fa più notizia sotto il Natale quando il senso di colpa di una società felice si ferma su una nota di giornale che macchia l’allegria di quei giorni.

 

È accaduto a Roma. L’uomo, da tutti chiamato “Sorriso”, è stato trovato su una panchina in zona Villa Gordiani da un passante. Chiamato così per via di una bocca senza denti a cui non era concesso neppure di masticare amaro per come gli erano andate male le cose della vita.

 

Aveva gioco forza un sorriso per tutti e ne strappava a quelli che lo guardavano. Quando si è a corto di dentatura non può essere altrimenti.

 

Chissà se è morto con il sorriso sulla bocca o alla fine ha perduto anche il suo tratto distintivo, il suo piccolo patrimonio. Comunque “Sorriso” ha avuto una sua coerenza, ostinato ad abitare quei paraggi. L’hanno trovato nella Villa che prende il nome dalla famiglia imperiale dei Gordiani del III secolo.

 

A ridosso del nobile edificio, negli anni 30 del secolo scorso fu costruita una borgata ufficiale ad un solo piano priva di luce e acqua corrente. Erano ad abitarla circa 5000 persone. Si trattava di costruzioni di materiali scadenti che non dovevano svettare e farsi vedere dal resto del mondo, restare nascoste agli occhi del fasto fascista, ma in ogni caso privilegiata rispetto alle borgate abusive che si erano sviluppate poi in altre parti della città. Del resto, “baraccati, sfrattati disoccupati, lavoratori saltuari, immigrati” da qualche parte dovevano pure andare.

 

Certi agglomerati desolati non passano indifferenti agli occhi dei poeti. Così Pasolini scrisse che “dietro alla borgata Gordiani, in una prateria dove si vedeva tutta la periferia con le borgate da Centocelle a Tiburtino, in fondo ad un orto zuppo di guazza, ci stavano dei grossi bidoni arruzzoniti, abbandonati lì insieme a altri ferrivecchi…”.

 

“Sorriso” aveva perso il lavoro e poi la casa che aveva in via Anagni. Ma al contrario di Bonifacio VIII non ha fatto più ritorno tra le sue mura domestiche. Il caldo di questi giorni che picchia a martello ci ha messo del suo.

 

“Ecco il sol che ritorna. Ecco sorride Per li poggi e le ville” commenterebbe Leopardi. Questa volta il sole ha superato se stesso facendo secco l’uomo steso su una panchina. Non poteva accadere che ha un panchinaro, uno di quelli condannati a fare sempre da riserva in attesa che la vita gli restituisse la vita che gli era stata sottratta.

 

La panca non è uno scranno regale come quello dei Gordiani, ma è un sedile dalle forme semplici e rustiche in piena coerenza con lo stile necessariamente scarno del nostro “Sorriso”.

 

Si dice “ Far ridere le panche” quando si proferiscono sciocchezze a sproposito. Il nostro uomo non ne aveva bisogno, capace di far muovere naturalmente un sorriso solo che lo si osservasse.

 

“Sopra la panca la capra campa” ma il nostro barbone ha sovvertito la tradizione del detto e ci ha lasciato la pelle. La temperatura portata in questo tempo da Caronte è stata inclemente, con i suoi raggi di brace non ha risparmiato chi ne è rimasto per forza esposto.

 

Solo una sottolineatura. Il Caronte dei Greci e dei Romani aveva il compito di traghettare oltre il fiume Acheronte le anime dei morti. Si era soliti ripagarlo per questo lavoro ponendo un obolo nella sua bocca.

 

Chissà se Sorriso abbia almeno avuto questa volta un po’ di fortuna e non gli sia stato negato un passaggio gratis.

Spagna, le elezioni frustrano i sogni della destra nazionalista

“Un cambio di maggioranza ed equilibri diversi in Europa sono a portata di mano dopo il voto della Spagna”. La dichiarazione a scrutinio in corso di Fulvio Martusciello, capogruppo di Forza Italia a Bruxelles, è una brutta scivolata che nasce dalla fretta di dire qualcosa di destra. Se avesse atteso l’esito finale del voto, l’eurodeputato azzurro si sarebbe risparmiata la brutta figura. In realtà, la vittoria del Partito popolare di Spagna non porta alla formazione del paventato o auspicato accordo con i nazionalisti di Vox. I numeri non ci sono, ammesso che ci fosse la volontà del leader popolare Alberto Núñez Feijóo di tradurre l’ipotetica risorsa aritmetica in una effettiva soluzione politica.

I dati sono chiari. Le urne hanno decretato la vittoria dei Popolari, la tenuta dei socialisti e, sostanzialmente, il crollo di Vox. La partecipazione elettorale è aumentata di quattro punti rispetto alle elezioni del 2019, segno che neppure l’ondata di calore ha frenato l’interesse degli spagnoli a dire la loro in queste tesissime elezioni anticipate. Adesso non sarà facile formare il governo, a meno che Pedro Sánchez, il Premier socialista uscente, non si acconci a rimettere in piedi un’alleanza a sinistra con l’appoggio determinante dei partiti indipendentisti (a riguardo, però, il catalano Carles Puigdemont ha fatto presente che l’eventuale appoggio non sarà “in cambio di nulla”). Sta di fatto che l’incarico per formare il governo andrà, almeno in prima battuta, al partito di maggioranza relativa.

Feijóo lascia già intendere che chiederà ai socialisti di consentire il varo di un esecutivo di minoranza. Una soluzione che due grandi scrittori della Catalogna, Javier Cercas e Ildefonso Falcones, hanno suggerito alla vigilia del voto per dare una svolta in chiave anti populista alla politica spagnola. “Io penso che il Pp – aveva detto ieri Falcones  al Corriere della Sera – non dovrebbe essere obbligato a stringere alcuna alleanza con Vox. Stiamo vivendo in un Paese che torna alla guerra civile, a dividersi. L’esercizio della politica è viscerale, si tirano “linee rosse” invalicabili, a volte assurde. L’opzione più logica, che poi è quella proposta da Feijóo, è che i due grandi partiti si mettano d’accordo per governare questo Paese senza la necessità di rivolgersi a Vox o ai separatisti catalani”. E Cercas su Repubblica, il 20 luglio, si era espresso in maniera analoga: “…se il Pp dovesse riportare una vittoria netta, chiederei a Sánchez di stringere con Feijóo un accordo di legislatura che, poste le dovute condizioni, possa permettere al Pp di rappresentare la minoranza al governo, senza Vox”. Sicché a tifare per le soluzioni luminescenti e improbabili, sempre appese alla liturgia del nemico da battere, rimangono in giro per il mondo i devoti della democrazia escludente, per la quale non esiste né mediazione né tregua, ma solo il vincitore di turno.

Le teste più riflessive invitano dunque a concentrarsi sui mali del populismo e del radicalismo. In un certo senso, la Spagna può farsi laboratorio di questo mutamento di sensibilità. Se popolari e socialisti troveranno un modus vivendi, per stabilire in via pratica che il bene della nazione viene prima delle pretese di fazione, un riflesso positivo si avrà anche fuori dalla Penisola iberica. Chi sogna in Europa di costruire un blocco di destra non ha da gioire per quello che si staglia all’orizzonte della politica spagnola. Comunque la si giri, Vox rimane fuori dal governo e il Pp è obbligato a ragionare con i socialisti (se questi avranno cura di non…sragionare). È una buona notizia per molti, non certo però per Giorgia Meloni che resta, nel quadro europeo, la principale alleata di Vox. Per chi suona la campana?

Cattolici, uscire dall’anonimato: ce lo ricorda Camaldoli.

Se c’è una lezione che i nostri grandi leader e maestri del passato ci hanno trasmesso è che i cattolici – democratici, popolari e sociali – non possono mai ridursi in politica a giocare un ruolo da comprimari o da semplici spettatori. Ma ve li immaginate, per fare un solo esempio, uomini come Carlo Donat-Cattin o Guido Bodrato o Ciriaco De Mita o Luigi Granelli e donne come Tina Anselmi e Maria Eletta Martini applaudire il capo di turno o ritagliarsi un ruolo politico del tutto marginale ed insignificante all’interno del partito di appartenenza? Certo, la risposta può anche essere semplice e diretta: ma erano altri tempi…. No, anche “quei tempi” erano difficili e carichi di contraddizioni e di difficoltà e dove, soprattutto, la lotta politica era ancora più cruenta rispetto alla stagione contemporanea. E allora la risposta più calzante e coerente è una sola: ma quelli erano semplicemente leader politici e non avrebbero mai accettato ruoli testimoniali, laterali o, peggio ancora, del tutto succubi ed accondiscendenti rispetto ad altre culture e filoni ideali. Soprattutto quando hanno l’indole e l’obiettivo di ridicolizzare o di emarginare la cultura e la tradizione del cattolicesimo politico e popolare del nostro paese.

Ora, abbiamo ascoltato in questi giorni le importanti ed autorevoli sollecitazioni, e riflessioni, attorno al ricordo del Codice di Camaldoli. Al di là della ricostruzione storica, politica e culturale di quel documento decisivo per il futuro stesso della nostra democrazia e del nostro sistema politico, è indubbio che i gruppi dirigenti dei cattolici di quel tempo furono semplicemente determinanti nel saper orientare e condizionare la guida politica, economica e civile del paese. Un ruolo che nessuno può svilire o ridurre ad un banale contributo programmatico o valoriale. E le riflessioni ad alta voce di questi giorni pronunciate dal cardinal Zuppi, dal Presidente Sergio Mattarella, dai vari studiosi di quel Codice e da alcuni esponenti politici, lo hanno giustamente e coerentemente ricordato e sottolineato. Ma, ed è la lezione che dobbiamo recuperare da questa rilettura storica e culturale, oggi non possiamo assistere passivamente a questo ricordo senza porsi il problema che un rinnovato protagonismo politico, culturale e programmatico dei cattolici italiani – e senza alcuna arroganza o presunzione – è semplicemente e nuovamente necessario ed indispensabile per la qualità della democrazia italiana, per la credibilità delle nostre istituzioni democratiche e per la stessa efficacia dell’azione di governo. Un ruolo che, ieri come oggi, non può limitarsi a guardare la partita dagli spalti.

E se questo è vero, com’è vero, vanno assecondati adesso tutti gli sforzi politici ed organizzativi tesi e finalizzati a ridare spazio e cittadinanza attiva alla cultura e ai valori del cattolicesimo popolare e sociale nella cittadella politica contemporanea. Un ruolo che coincide, oggi più che mai, con un protagonismo politico, culturale, programmatico e forse anche organizzativo dell’area popolare e cattolico democratica. Certo, il tutto non passa attraverso la riscoperta, aggiornata e rivista, della tradizione “catto comunista” dei Prodi e dei Delrio di turno o, peggio ancora, con la riproposizione dell’ennesima e vecchia corrente all’interno del Pd a guida Schlein. Quelle, come ovvio a quasi tutti, sono semplici operazioni di potere che rispondono ad organigrammi di potere all’interno di un partito e che sono del tutto estranee ed esterne ad un rinnovato protagonismo dell’area popolare e cattolico sociale nel nostro paese. Come, del resto, le operazioni tese a fare dei Fratelli d’Italia la nuova casa di matrice e di radice democristiana. La vera sfida, semmai e al contrario, resta quella di uscire da questa cronica ed oggettiva subalternità politica e culturale e di intraprendere, al contempo, un cammino di autonomia progettuale e di elaborazione politica.

E dove i valori cristiani e democratici non erano meri ornamenti da salotto ma la leva decisiva e qualificante per declinare un vero e proprio “progetto di società”. Ieri, come oggi, si tratta semplicemente di recuperare quella coerenza, quel coraggio e quella intelligenza politica, culturale e progettuale. E forse anche organizzativa.

SIFI, azienda farmaceutica italiana, conquista i mercati esteri.

Redazione

Ha duplicato il fatturato estero nel primo quadrimestre del 2023. Si tratta di SIFI, gruppo farmaceutico italiano leader nel settore oftalmico. L’azienda, che sviluppa, produce e commercializza soluzioni terapeutiche innovative per il trattamento delle patologie oculari, è stata fondata nel 1935 e ha sede a Catania, in Sicilia. Oggi SIFI è presente in più di 40 paesi nel mondo, con una presenza diretta in Italia, Spagna, Francia, Romania, Messico e Turchia.

Il successo di SIFI è dovuto alla sua tecnologia innovativa e alla sua capacità di rispondere alle esigenze dei pazienti. L’azienda ha sviluppato una serie di prodotti e soluzioni innovative per il trattamento di patologie oculari come il glaucoma, la cataratta e la presbiopia. Questi prodotti sono distribuiti in tutto il mondo e hanno aiutato milioni di pazienti a migliorare la loro vista.

L’azienda investe costantemente in ricerca e sviluppo per sviluppare nuovi prodotti e soluzioni innovative. SIFI è anche impegnata a promuovere la prevenzione delle patologie oculari e a sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza della salute degli occhi.

Vediamo nello specifico. Ampia la gamma di soluzioni terapeutiche di SIFI, inclusi farmaci innovativi, dispositivi medici e nutraceutici, con lo sviluppo e produzione di dispositivi medico chirurgici conformi ai più elevati standard qualitativi internazionali ed un portfolio chirurgico vanta un’ampia gamma di lenti intraoculari innovative.

Pioniera nello sviluppo delle lenti intraoculari EDOF (Extended Depth of Focus), prodotte nello stabilimento ad alta tecnologia alle pendici dell’Etna, SIFI la prima azienda italiana a raggiungere, con le sue IOL dal design ottico unico e brevettato, mercati dall’Argentina al Giappone, alla Nuova Zelanda, passando per la Georgia, l’Azerbaijan, il Vietnam e molti altri. Nel primo quadrimestre 2023 SIFI ha confermato la sua strategia di sviluppo, concretizzando una celere espansione in ambito internazionale.

“SIFI un’azienda basata in Italia, che partendo dalla Sicilia dove stata fondata, ha maturato una vocazione internazionale che le ha consentito in pochi anni di rendere disponibili in un crescente numero di pazienti con patologie oculari, le più innovative soluzioni tecnologiche e terapeutiche.” ha dichiarato Antonio Roldan, Executive Director Export Markets SIFI, “Oggi possiamo attestare di aver raggiunto anche le aree geografiche più lontane, a conferma della qualità e delle caratteristiche particolari e innovative delle nostre tecnologie, con vendite che hanno registrato un aumento a doppia cifra rispetto allo stessoperiodo dello scorso anno”.

Di recente ha reso disponibili nuove terapie per i pazienti con glaucoma, sviluppate tramite una tecnologia unica nel settore che consente una somministrazione senza conservanti. Questi prodotti vengono realizzati grazie ad una linea produttiva interamente progettata e realizzata all’interno dell’impianto di Aci Sant’Antonio a Catania.

Fortemente orientata al futuro e al benessere dei pazienti, recentissimo l’accordo “Preparation for Human needs” siglato in Iraq, per la distribuzione di farmaci e dispositivi medici comprese le lenti intraoculari, anche in cliniche e ospedali che accolgono i pazienti pi disagiati. In Europa ha siglato un accordo di partnership particolarmente strategico con il colosso francese Cristalens che ha scommesso sulla ricerca e sviluppo SIFI in ambito chirurgico e distribuisce da giugno 2023 le lenti intraoculari in territorio francese. E nel 2023 continua l’espansione internazionale con il lancio di una serie di nuovi prodotti come ad esempio la lente intraoculare Evolux, unica nel suo genere per prestazioni e che porta ad un altissimo livello il miglioramento della vista dei pazienti a cui verrà impiantata in sostituzione del cristallino naturale.

Anche Prodi torna in pista per rianimare un Pd a vocazione ulivista

Stefano Bonaccini ha cercato di smentire le voci di divisioni all’interno del Pd, ma la kermesse di “Energia popolare” a Cesena ha dimostrato che le divergenze di vedute politiche con la segreteria Elly Schlein rimangono e sono forti. I malumori si concentrano sulle idee riformiste, che in molti sentono minacciate dal nuovo corso del partito.

Ieri l’intervento più “duro” nei confronti della nuova gestione è stato quello del presidente del Copasir Lorenzo Guerini: “Io la dannazione della memoria – ha detto Guerini riferendosi agli strali incessanti della nuova segreteria contro l’ex segretario ed ex premier Matteo Renzi – non riesco più a tollerarla, non porta il partito a guardare il futuro. Sono d’accordo sul dire, come fa Stefano Bonaccini, che non bisogna segare il ramo su cui siamo seduti, ma io ho preoccupazione per l’albero, a partire delle sue radici”, perché se alcune radici col tempo nuovo” si ritiene che possano “essere tagliate, allora rischiamo di far cadere l’albero”.

Più “conciliante” Delrio, anch’egli di provenienza “renziana”, che ha usato una metafora alpinistica: “Siamo tutti attaccati alla stessa corda, non si taglia la corda al capo cordata, ma spesso da sotto vedi se il capo cordata sta prendendo la via sbagliata, se si sta mettendo sotto un tetto e dobbiamo avere la libertà di dirlo perché se va sotto un tetto precipita lui e ci trascina tutti giù”.

Ma posizioni più “estremistiche”, e probabilmente più indicative dello stato d’animo di molti dirigenti e militanti del Pd, erano state espresse ieri, da esponenti minori. Tra tutti, l’ex sindaco di Lodi Simone Uggetti, assolto dopo sette anni dalla Cassazione per il reato di turbativa d’asta, il quale aveva denunciato tra gli applausi scroscianti, e alla presenza della Schlein, una “subalternità culturale sulla giustizia che proprio non mi va giù”, e sul tema del giustizialismo era arrivato ad evocare nientepopodimeno che Bettino Craxi (“Quando un magistrato si mette a dare la caccia ad una persona e non ad un reato, è un grave errore, e lo dico pensando alla vicenda di Craxi”), mentre da imprenditore aveva invitato a riflettere sulla bontà del Job Act renziano (“Se non ci fosse stato avrei fatto fatica ad assumere”), sottolineando infine, senza giri di parole, “l’infantilismo post-renziano” che sembra aver colpito la nuova dirigenza.

Parole dirompenti, tanto che oggi il senatore Alessandro Alfieri, membro della segreteria e componente di “Energia popolare”, ha voluto precisare che “gli applausi di ieri a Uggetti non erano, come ha scritto un giornale, applausi a Craxi ma a una persona che ha subìto per sette anni quello che ha subìto”.

Poi con Romano Prodi, fondatore dell’Ulivo e padre nobile del Partito democratico, che ha toccato soprattutto temi di geopolitica, si è volato alto. Il professore ha parlato della necessità del riformismo, “indispensabile nella situazione attuale” italiana e mondiale, “accompagnato da una certa necessità di un radicalismo che in famiglia, fino a poche settimane fa – ha detto riferendosi con tutta probabilità alla scomparsa dell’amata moglie Flavia -, avremmo definito ‘radicalismo dolce’. Il Pd ha ancora la possibilità di essere perno di questa trasformazione, ma può farlo – secondo Prodi – solo con uno spirito unitario, condizione affinché possa ritornare a essere guida della nostra Italia”.

E così Bonaccini, nelle sue conclusioni, ha avuto strada facile per evocare un ritorno alla vocazione maggioritaria di veltroniana memoria. “Abbiamo bisogno che il nostro riformismo torni a essere popolare e di popolo, ma anche che la nostra radicalità non diventi settarismo, elitarismo e massimalismo, perché – ha spiegato il presidente del Pd – un grande partito sa riconoscere tutte le minoranze e difende strenuamente i loro diritti, ma lo fa parlando, convincendo e provando a rappresentare, però, la maggioranza dei cittadini. È la differenza che separa la testimonianza e il movimentismo dalla vocazione maggioritaria che io non intendo abbandonare e vorrei riscoprissimo. Non che da solo possiamo bastare – ha precisato – ma dobbiamo rappresentare il paese per tornare a governare. Il successo del Pd dipende anche da noi perché – ha scandito – questo Paese non potrà mai avere un’alternativa praticabile se si spegne il motore riformista del Partito democratico”. Come a dire: il riformismo è nel Pd e continuerà ad esserci.