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IL PD HA SBAGLIATO CAMPAGNA ELETTORALE: BISOGNA RIFLETTERE SUGLI ERRORI E COSTRUIRE NUOVE SCELTE.

 

A causa dell’astensionismo e delle alleanze sbagliate, Fratelli d’Italia governa in nome della intera Nazione avendo il consenso del 16% degli Italiani. La campagna elettorale del Pd non ha indicato le proposte alternative a quelle presentate dal blocco di destra. Ora, non si può dopo ogni sconfitta voler rifondare un Partito, perché serve radicamento, né avanzare candidature alla segreteria, senza programmi.

 

Mariapia Garavaglia

 

Il sistema democratico, fragilissimo – ma ogni vittoria può essere reversibile – consente che una minoranza di votanti assicuri la maggioranza a causa della grandissima astensione: colpa degli astenuti, ovviamente, ma i partiti non sono riusciti ad essere persuasivi, ad ottenere reputazione e fiducia da parte degli elettori. I partiti si sono sfarinati e quando va bene sono ‘personali’ mentre la Costituzione afferma: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale“ (art.49).

 

Senza i partiti così concepiti non si costruisce la rappresentanza organizzata sulla base di programmi a medio e lungo termine, fondati su principi e valori di riferimento, agganciati a una tradizione che ne definisce il profilo presente, ancorché sostenuto da un passato che lo garantisce. La campagna elettorale del Pd non è stata quella di un partito di questo tipo. Non sono state delineate le proposte alternative a quelle presentate dal blocco di destra. Non interessa la propaganda sui diritti – considerando che la loro garanzia è una pre-condizione garantita dalla Costituzione – quando i cittadini hanno bisogno di sapere come affrontare difficoltà, mai tanto urgenti. Parlare e discettare contro gli altri non offre agli elettori la conoscenza delle proprie proposte da difendere e per cui essere scelti.

 

A causa dell’astensionismo e delle alleanze sbagliate, Fratelli d’Italia governa in nome della intera Nazione avendo il consenso del 16% degli Italiani. La legge elettorale e le modalità ‘oligarchiche’ conseguenti nella compilazione delle liste hanno ottenuto la situazione assai critica in cui versa il Paese. Non si può dopo ogni sconfitta voler rifondare un Partito, perché serve radicamento, né avanzare candidature alla segreteria, senza programmi. Di nuovo nel Pd si annunciano primarie.

 

Possono esserci candidati che si contrappongono con programmi diversi nello stesso partito? Dovrebbe essere un Congresso a scegliere il Segretario col suo programma. Le primarie – si è visto – servono a frantumare il Partito: ogni candidato con la sua percentuale fa valere la sua ‘corrente’. Sia Zingaretti che Letta hanno constatato la ingovernabilità. Da qui alle elezioni prossime, amministrative e regionali, sarà bene aver capito la lezione e lavorare non sui sondaggi ma parlando e facendosi capire dagli elettori, su come rispondere alle loro paure e incertezze: I care, e dare speranza!

MEDIA E PACE, DA TARQUINIO UNA LEZIONE DI METODO.

Egor Vikhrev Free to use under the Unsplash License

 

Ogni volta che i cattolici assumono una posizione capace di autonomia sulle questioni dirimenti, è un bene per la democrazia. In un’epoca in cui a certo tipo di giornalismo non sono estranee purtroppo tendenze distorcenti e inquisitorie, va rivendicata l’autonomia culturale e progettuale del sociale e della politica. Che è anche il milieu ideale per il centro.

 

Giuseppe Davicino

 

Nelle manifestazioni di piazza si possono sempre rinvenire delle contraddizioni, vale anche per le piazze per la pace di sabato scorso, ma credo che il direttore di Avvenire Marco Tarquinio abbia ragione a denunciare la tendenza del sistema dei media a produrre quella che egli ha definito ieri sul suo quotidiano una “deformazione dell’impegno per la pace”. La critica di Tarquinio ai media appare  fondata, e persino benevola. Vale per i sistemi autocratici a Est o ovunque essi si trovino, ma vale anche per ragioni diverse, ad Ovest.

 

Infatti in Occidente la catena dell’informazione è così ben controllata dai poteri economici che realmente comandano, al di là delle istituzioni, da aver ribaltato il ruolo del giornalismo. La stampa da watchdog della libertà appare essersi trasformata spesso nel senso contrario, in cane da guardia del potere vero, degli interessi di pochissimi non di rado a scapito del bene comune.

 

Lo si vede da come è cambiato il rapporto tra intervistatore e intervistato. Il giornalismo mainstream, sulle questioni cruciali che decidono il futuro delle persone e degli stati, tende ormai a non porre domande bensì a fare esami al politico di turno, non lo interpella sulla sua (del politico) agenda ma sull’agenda dei poteri da cui la stampa dipende, e ne valuta il grado di adesione. Così i media incalzano i politici quando vedono che questi ultimi si mostrano tiepidi o esitanti ad annunciare ogni successivo passo in avanti, restii ad adottare ulteriori misure verso l’obiettivo stabilito dall’alto da pochissimi. Il tema della pace non fa eccezione.

 

Per tali ragioni la posizione di Tarquinio sulla guerra in Ucraina mi pare importante soprattutto per il metodo. In questi tempi da fine impero, dove l’Occidente per salvarsi dal declino deve scegliere tra il venire a patti con i restanti quattro quinti dell’umanità, ovvero l’apertura al multipolarismo, oppure  permanere nell’attuale avventuroso arroccamento nell’unilateralismo, ogni volta che la Chiesa, la gerarchia piuttosto che il laicato, le varie articolazioni del mondo cattolico assumono una posizione capace di autonomia sulle questioni dirimenti, è un fatto positivo per il bene comune, la democrazia e per un’avvenire degno dell’umanità, diverso da quello distopico progettato dai vari club dei miliardari.

 

E credo anche che in questo milieu vada situata, laicamente, l’azione di parte di quanti fra noi credono nel ruolo di un centro popolare. Chi sostiene l’iniziativa di un nuovo centro credo debba essere molto grato a Renzi e Calenda per il risultato conseguito alle scorse elezioni. Come anche risulta indispensabile un percorso organizzativo di tipo federativo.

 

Ma il progetto di centro non può decollare solo affidandosi a chi di volta in volta è in grado di assicurargli visibilità. Andrà bene certo anche il sostegno a Letizia Moratti in Lombardia ma a patto che almeno la componente cattolico-democratica e popolare sappia misurarsi con l’impresa di tradurre politicamente le istanze e le preoccupazioni di natura sociale e politica che si manifestano nel mondo cattolico, sulla pace come su tutte le altre grandi questioni aperte di questa epoca.

CASO LOMBARDIA: I SOLITI GIOCHI DI POTERE. I CITTADINI NON CHIEDONO PERSONALISMI MA  CHIAREZZA NEI PROGRAMMI.

Fonte Karplus
Fonte Karplus

 

L’annuncio dell’autocandidatura di Letizia Moratti a Presidente di Regione Lombardia per le elezioni del 2023 ha suscitato commenti disparati. Ambire alla guida politica di una Regione non significa concentrare i risultati elettorali sul solo nome del futuro Presidente.

 

Francesco Provinciali

 

Lasciati assessorato e vice presidenza per dissensi con Attilio Fontana si potevano immaginare due conseguenze: l’abbandono della politica dopo una lunga carriera o il riposizionamento in vista della prossima campagna elettorale: così è stato e Letizia Moratti ha annunciato che correrà per il terzo polo di Azione e Italia viva.

 

Su queste pagine qualcuno ha rimproverato il PD per non aver colto l’occasione di una futura alleanza vincente, per scalzare il centro destra dalla roccaforte lombarda dopo decenni di dominio incontrastato. E ciò in nome della strategia politica e delle implicite opportunità.

 

Viene tuttavia da chiedersi se sia davvero questa la politica che si propone come esemplare: forse i cittadini si aspetterebbero meno personalismi e più chiarezza nei programmi. Magari discutendo in tempo utile, nei partiti, delle linee di indirizzo, delle scelte da compiere, delle candidature emergenti da un contesto partecipato e non predeterminato. Davvero tutto si riduce a concentrare in un nome – per quanto autorevole – i destini di una Regione? Sembra piuttosto un’operazione di vertice, i soliti giochi di potere replicati a livello nazionale e locale per contendersi le istituzioni: nulla da eccepire sulla qualità e l’esperienza del personaggio ma forse la gente si aspetta temi diversi, volti nuovi, cambiamenti e innovazioni aperte al concorso della società civile.

 

Può un dissenso apicale negli attuali organigrammi di potere costituire l’asset strategico di una coalizione, di un’alleanza, di una presenza e della sua futura connotazione identitaria? Non si eccepisce sulla conversione politica, si può infatti cambiare idea strada facendo ed ogni esperienza è utile per maturare convincimenti e collocazioni diverse. Ma non si può dimenticare che la personalizzazione della politica è uno dei mali che affligge il sistema della partitocrazia.

 

Ambire alla guida politica di una Regione non significa concentrare i risultati elettorali sul solo nome del futuro Presidente, paradossalmente ciò potrebbe determinare esiti diversi perché la politica non è monopolio ma confronto: sulle idee, sui programmi, sul modello di società che si intende perseguire, sui contenuti. Destra, centro e sinistra dovrebbero misurarsi preliminarmente su questo.

IL TRASFORMISMO C’È ANCORA. PURTROPPO.

 

Ogni sincero democratico ha il compito e il dovere di isolare la deriva populista, trasformista e profondamente diseducativa sotto il profilo politico e culturale.

 

Giorgio Merlo

 

Pensavamo che la malapianta del populismo fosse ormai arrivata al capolinea. Invece non è così. Qualcuno si era illuso del voto del 25 settembre. Ovvero, essendosi più che dimezzati i consensi dei 5 stelle rispetto alle lezioni del 2018, molti pensavano che la deriva populista, qualunquista e demagogica ritornasse ad essere marginale. Invece, appunto, era solo una illusione. Il populismo, invece, è ancora presente, radicato e addirittura in crescita. Lo dicono i sondaggi ma, soprattutto, si trova la conferma negli orientamenti della pubblica opinione. E l’ultima manifestazione pacifista di Roma lo ha persin platealmente confermato. Certo, non ci sono più gli insulti triviali e squallidi del passato ma il verbo populista viene declinato in modo ancora più pericoloso. Perchè adesso sappiamo come si manifesta concretamente riproponendo, del resto, tutti i tasselli che caratterizzano questa malapianta politica, culturale ed etica.

 

E cioè, il populismo non ha una cultura politica. Non ha una connotazione nè di destra, nè di sinistra e nè di centro. Non a caso, oggi i 5 stelle hanno scoperto di essere una “sinistra per caso”, avendo sposato un impianto seccamente assistenzialista e pauperista. Non avendo una cultura politica definita e chiara – questo è l’aspetto decisivo di ogni populismo – anche nella politica estera possono assumere decisioni originali e disinvolte. E, ad esempio, dopo aver condiviso e votato convintamente tutti gli atti parlamentari finalizzati ad aiutare concretamente il popolo ucraino, adesso riscoprono una forte venatura pacifista. Senza battere ciglio, come ovvio e scontato. Senza alcuna discussione e senza alcun approfondimento politico. Ovvero, una politica estera “à la carte”. Per non parlare delle alleanze e della costruzione delle varie coalizioni. E questo sia per il livello locale e regionale e sia per quello nazionale.

 

Tutto è reversibile e tutto è mobile. E qui interviene un altro tassello fondamentale del populismo: ovvero la prassi trasformistica come criterio di fondo per ogni scelta politica inerente, ad esempio, la definizione delle alleanze. E anche su questo versante è appena sufficiente prendere atto del comportamento concreto che il partito di Conte e di Grillo hanno mantenuto nella scorsa legislatura. Appunto, a destra come a sinistra e con i tecnocrati non c’è alcuna differenza politica, culturale e programmatica. Le alleanze, cioè, sono intercambiabili e prive di alcuna valenza politica.

 

Gli esempi si potrebbero moltiplicare ma è del tutto inutile per rendere l’idea. Il populismo, cioè, vive come prima e forse più di prima. Quello che conta rilevare è che esiste un massiccio segmento di opinione pubblica che condivide una prassi politica che mina alla radice la qualità della nostra democrazia, la credibilità delle istituzioni democratiche e l’efficacia della stessa azione di governo. Una prassi e un metodo che confliggono con la democrazia dei partiti, con il valore delle culture politiche, con la qualità e l’autorevolezza della classe dirigente e con un minimo di coerenza e di lungimiranza della politica. Cioè, tutto si può fare e tutto si può negare. Anche nell’arco di pochi giorni.

 

Ora, di fronte ad un fenomeno del genere – appunto, il populismo demagogico, qualunquista e anti politico – è quantomai necessario emarginare politicamente questa malapianta. Purtroppo, si deve prendere atto, e per l’ennesima volta, che la sinistra storica italiana, ossia il Pd, continua a vedere in questo partito populista l’alleato decisivo e strategico per costruire una prospettiva politica progressista nel nostro paese.

 

Le motivazioni di questa scelta politica restano misteriose – se non prendere atto che c’è una comune condivisione politica e valoriale tra i due partiti – ma sono sul tappeto. E, di fronte a questo scenario, ogni sincero democratico ha il compito e il dovere di isolare questa deriva populista, trasformista e profondamente diseducativa sotto il profilo politico e culturale. E questo perchè il populismo non può continuare a condizionare in modo decisivo il futuro del sistema politico italiano. Per il bene della nostra comune convivenza democratica.

GOVERNO E MIGRANTI NELLE PAROLE DEL PAPA.

 

Nell’interpretazione della maggioranza è stata “dimenticata” la parte dell’intervento che Francesco ha dedicato al dovere di salvare la vita dei migranti. Comunque, tra i molti problemi non c’è al primo posto la questione dei migranti, ma piuttosto l’emergenza energetica, il caro-bollette, l’inflazione e l’aumento generalizzato dei prezzi.

 

Massimo De Simoni

 

È sempre rischioso interpretare le parole del Papa, ma evidentemente non la pensano tutti così. E infatti quando ancora non era sceso dall’aereo di ritorno dal viaggio apostolico nel Bahrein è iniziata la fiera delle interpretazioni di alcune parole dette dal Papa; ma solo di alcune, badate bene!

 

Gli ambienti governativi hanno subito enfatizzato gli auguri rivolti al nuovo governo-Meloni, interpretando –  volutamente e non sicuramente in buona fede – la cortesia istituzionale come un elemento di condivisone di impostazioni politiche presenti e future.

 

Che l’interpretazione sia stata piegata ad interessi di parte è palesato dal fatto che è stata invece “dimenticata” la parte dell’intervento che Francesco ha dedicato al dovere di salvare la vita dei migranti, accogliendoli ed integrandoli nelle nostre comunità; accogliere chi fugge dalla fame e dalla guerra, tutti e indipendentemente dal colore della pelle o dal luogo di provenienza. Ma questa parte crea (ovviamente) più di qualche imbarazzo ad un governo che, mentre il Papa parlava, teneva bloccate nei porti italiani delle navi con a bordo uomini, donne e bambini; e allora meglio fermarsi agli auguri di buon lavoro al nuovo governo, trascurando peraltro il fatto che quegli auguri erano rivolti al nostro Paese affinché possa vedere risolti i problemi che angosciano ora le famiglie italiane.

 

Tra questi problemi, giova ricordarlo, non c’è al primo posto la questione dei migranti, ma piuttosto l’emergenza energetica, il caro-bollette, l’inflazione e l’aumento generalizzato dei prezzi che sta minacciando famiglie e imprese. Ma purtroppo anche questa volta sta prevalendo la tentazione di fare teatro e propaganda sulla pelle dei più deboli del mondo. Che triste spettacolo!

V.E. PARSI: “PUTIN SARÀ PER LA RUSSIA PIÙ DISTRUTTIVO DELLA CADUTA DEL REGIME SOVIETICO” | INTERVISTA ESCLUSIVA.

La difesa della nostra democrazia passa attraverso la leadership delle democrazie nel mondo. “Noi viviamo in un sistema internazionale – spiega il prof. V. E. Parsi – che è fatto a misura dei principi delle democrazie. Questo è stato possibile perché gli Stati Uniti e i Paesi occidentali hanno costruito questo sistema a loro immagine e somiglianza. Illudersi che se ci fosse un predominio russo o cinese le istituzioni internazionali continuerebbero ad essere di questo tipo e il mondo stesso continuerebbe ad essere ospitale per le democrazie è molto pericoloso”.

Professor Parsi, in occasione della giornata delle Forze Armate il Presidente Mattarella ha sottolineato l’importanza della commemorazione evocando lo scenario di guerra in Ucraina provocato dalla invasione russa. Quanto la pace e l’ordine mondiale possono essere affidati alle diplomazie e quanto invece sono decisive le alleanze (militari) tra i Paesi occidentali per difendere le nostre democrazie dalle aggressioni dei regimi totalitari? Quale ruolo devono esercitare l’ONU e la NATO?

Si tratta di istituzioni che esercitano un ruolo fondamentale per la difesa dei valori della cultura occidentale. Un’alleanza politico-militare come la NATO che raccoglie gli Stati che condividono la forma politica della democrazia rappresentativa, la forma economica delle economie di mercato e la forma sociale della società aperta è fondamentale perché nel suo ambito le forze armate hanno il compito primario di proteggere la sicurezza nazionale. Ora è chiaro che difendersi non significa farlo solo con le armi ma anche intessere una rete di relazioni che tenga conto dei Paesi che non sono amichevoli per verificare il livello e l’agibilità delle relazioni. Quanto all’ONU sta svolgendo il proprio ruolo terzo e lo fa per quello che può. Vorrei anche sottolineare che l’elogio e la celebrazione della giornata delle Forze Armate non riguarda solo il ricordo del passato, la difesa della Patria e i sacrifici compiuti in tempo di guerra ma anche l’attenzione e la dedizione con cui le Forze Armate conducono una vita di sacrificio e difendono le nostre libertà nel presente: di questo dobbiamo esser loro profondamente grati.

Il cancelliere tedesco Olaf Scholz si è recato in visita in Cina, lo scorso 4 novembre, per consolidare i rapporti economici tra i due Paesi. La Cina è il secondo partner commerciale della Germania, con uno scambio di merci di 245,4 miliardi di euro nel 2021. Scholz porta in dote una quota azionaria nel Porto di Amburgo da cedere a COSCO e il 35% dell’azienda Tollerort che gestisce il terminal dei container: un assist per Xi Jinping che da tempo guarda ai porti europei a partire dal Memorandum della Via della Seta, con evidenti mire espansionistiche. Come accadde per l’accordo con l’Italia del 2019 su Genova e Trieste, l’UE non vede di buon occhio questo partenariato su Amburgo. Fino a che punto la geoeconomia può condizionare gli asset strategici della geopolitica? E fino a che punto questi accordi bilaterali minano la compattezza dell’Europa?

È chiaro che c’è una rete di relazioni che è pregressa alla crisi, e questo vale anche per gli asset economici. Scholz sta dimostrando una certa difficoltà a mantenere una linea di coerenza politica nell’ambito della crisi ucraina ed è molto attento e anche preoccupato per l’economia tedesca e i suoi interessi immediati. Tuttavia spiace constatare che non abbia colto un insegnamento dalla dura lezione impartita dalla Russia e dall’eccesso di confidenza nel legarsi alla fornitura delle dotazioni strategiche ad un sistema autoritario, non abbia tratto una indicazione che marcasse un confine netto e invalicabile. Fa bene l’U.E a preoccuparsi dei legami con la Cina di Paesi europei perché ciò significa aprire le porte alle politiche espansive della Repubblica Popolare cinese. Ciò era accaduto nei confronti della scelta del Governo Conte e del Ministro Di Maio con il Memorandum della via della seta del 23 marzo 2019 e che riguardava i porti di Genova e Trieste. Di tutti questi accordi abbiamo indubbiamente motivo di preoccuparci. La geoeconomia è sempre legata a doppio filo con la geopolitica: agire sui traffici commerciali dei porti europeo potrebbe creare difficoltà all’U.E. nella gestione di una politica comunitaria che faccia gli interessi dei Paesi europei.

La gestione dei flussi migratori è un tema ormai consolidato negli incontri dei capi di governo dell’UE tuttavia non ci sono accordi stabili ed equi: oltre le sue scelte etiche e umanitarie l’Italia sconta la posizione geografica al centro del Mediterraneo. L’esodo dall’Africa inciderà in futuro più di quanto sia dato immaginare: parlandone con il Presidente ISTAT e demografo Prof. Blangiardo ho compreso ad esempio quanto crescerà la Nigeria, che nel 2050 conterà la terza popolazione del pianeta, in gran parte stanziale nel vecchio continente. Quali previsioni sono credibili a fronte di questa grande ondata anche considerando il fatto che la Cina (prima potenza manifatturiera del mondo) ostenta ambizioni nei confronti delle immenserisorse naturali dell’Africa?

Intanto dobbiamo tenere presente che l’Italia in questo periodo dovrebbe fare meglio i calcoli sull’entità delle migrazioni che la riguardano: a fronte anche di arrivi importanti – dell’ordine delle mille/tremila persone la settimana – sappiamo che ci sono 14 milioni di profughi ucraini che bussano alle porte dell’Europa. Anche se fossero centomila i migranti che arrivano a fine anno questo valore va rapportato all’entità del fenomeno migratorio complessivo, compreso quello proveniente dall’Ucraina. La Germania aveva accolto un milione di siriani in fuga e la Merkel aveva detto “si deve fare”. Detto questo, se il polmone demografico dell’Africa non verrà messo su un sentiero di sviluppo da qualche parte dovrà avere sfogo. È tuttavia altrettanto vero che non possiamo immaginare di svuotare un continente, anche se a noi serve manodopera. Dobbiamo fare investimenti importanti e su questo Meloni non ha detto cose sbagliate. Non possiamo dimenticare che oltre alle mire espansionistiche della Cina ci sono anche gli interessi della Russia nel centro Africa. Quindi non possiamo cedere la governance di questo fenomeno.

L’infiltrazione putiniana nei media italiani costituisce un unicum a livello occidentale. Ad esempio, viene proposta una ricostruzione dell’invasione iniziata nel 2014 non corrispondente al vero, in cui si parla di una “guerra civile” (che non c’è mai stata), anziché di un’aggressione. Si è addirittura ipotizzato un complotto su realtà come quella di Bucha, Kramators’k, Mariupol, si è dato credito a chi sosteneva che la Crimea fosse stata democraticamente e liberamente annessa alla Federazione Russa. Questa distorsione nell’informazione non riguarda solo le emittenti private ma anche quelle pubbliche. Come crede che potremo uscire da questo pericoloso loop? Chi ha interesse a mistificare la realtà?

Una parte di mondo ha avuto un riflesso anti-occidentale automatico: se la Russia invade l’Ucraina ‘la colpa è della NATO che ha lambito i confini e ha fornito le armi’. Trovo che ci sia molta approssimazione nelle valutazioni di ciò che è accaduto, insieme ad altrettanti pregiudizi ideologici nei riguardi dell’Occidente. Che è oggi molto diverso dall’Occidente che è arrivato fino al 1945. Da quella data in poi l’Occidente ha significato democrazie, mercati e società aperta. A ciò si aggiunga che In Italia c’è una carenza culturale pesantissima, perché noi scontiamo le tare della nostra istruzione, l’espunzione della storia e della geografia dai programmi di studi che stranamente rende tutti ‘geopolitici’ per mera opinione personale. Gli italiani purtroppo condividono con i russi la critica del presente, la paura del futuro e l’ossessione del passato.

Dopo la chiusura di Novaya Gazeta e l’arresto dei dissidenti il regime del Cremlino sta tacitando la protesta: si tratta solo di una ristretta area di intellettuali o sta maturando una consapevolezza popolare circa gli errori della guerra, le perdite umane e di mezzi militari, la fuga all’estero dei coscritti? Esiste un fronte interno organizzato di dissenso?

Esiste un dissenso interno importante che cresce e matura convincimenti sul disastro della guerra in Ucraina: i russi hanno perso almeno 65 mila uomini senza contare feriti e dispersi in 8 mesi di guerra, ne avevano persi 15 mila in otto anni di guerra in Afghanistan. C’è tutto questo insieme alla incapacità nella conduzione delle operazioni militari, ma anche la consapevolezza dell’impoverimento della cultura russa e alla sua impronta nel mondo: io credo che Putin alla fine sarà per la Russia più distruttivo della caduta del regime sovietico.

Putin ha puntato a screditare l’Occidente, instillando il seme del dubbio: prima dell’era social si è assistito al proliferare di siti web complottisti e cospirazionisti sull’11 settembre, o che mettevano in dubbio addirittura l’allunaggio. Poi, sempre nel beneficio del dubbio, si è puntato a screditare l’Ue in favore dei vari sovranismi. Stessa cosa è successa in tema sanitario, screditando le major farmaceutiche e premendo sul dubbio circa l’efficacia dei vaccini. Oggi accade così per la realtà ucraina. Come si spiega questa deriva di negazionismo dilagante?

È ovvio che il Covid ha lasciato nella mente di tanti un atteggiamento antiscientifico e di rafforzamento dei pregiudizi spaventoso, ancora una volta si pone un problema culturale di fondo, occorre promuovere l’uso del pensiero critico, favorire il radicamento di opinioni e convincimenti propri, sostenuti da argomentazioni razionali. Dietro questi atteggiamenti pregiudiziali c’è una deriva di impoverimento culturale e di sciatteria.

In Ucraina si crede che soltanto una vittoria militare sul campo potrà aiutare a sradicare non solo il putinismo, ma il metodo “rascista” con cui dalla morte di Stalin ai nostri giorni il KGB prima e l’FSB dopo hanno dettato la linea del Paese. Kirill e Putin in un certo senso ne sono soltanto i frontmen, esercitandone il potere temporale (politico e spirituale). L’Occidente dovrà ancora supportare militarmente Kyiv o ci sono spiragli per una soluzione che porti al cessate il fuoco e a trattative diplomatiche?

Il cessate il fuoco passa attraverso il sostegno militare all’Ucraina, chi ritiene il contrario è lontano dalla realtà e dalla possibilità di giungere alla pace. Questo sostegno è l’unico che può portare ad un punto di partenza negoziale. Nessuna trattativa può essere intavolata se la Russia non torna alla situazione precedente l’invasione, quindi a prima del 24 febbraio 2022, per discutere degli assetti territoriali occupati nel 2014. Altrimenti non si può fare niente per giungere ad un accordo bilaterale sostenibile.

Nessun Paese ha ereditato in sede dell’Onu i diritti acquisiti da un altro. Non è stato così per la Cina, che pure ne era membro fondatore, non è stato così per l’ex Jugoslavia, e per la Cecoslovacchia. Eppure, sfruttando a proprio la dichiarazione di Almaty e la presenza di un ex ambasciatore russo alla presidenza di turno dell’Onu, la Federazione Russa è riuscita a creare questo unicum nella storia, acquisendo il diritto di veto e la presenza come membro permanente del consiglio di sicurezza. Come sarà possibile superare questa impasse?

In realtà è abbastanza insuperabile, l’ONU è quello che è e dobbiamo tenercelo come tale. Qualunque ipotesi di riforma in questo periodo di crisi è impraticabile, d’altra parte l’ONU fa il suo lavoro e lo fa bene, grazie all’ottimo impegno che le sue Agenzie realizzano. Sarebbe necessario invece che la Russia prima o poi ritornasse a comportarsi non da Stato-canaglia ma da Stato responsabile in modo che l’ONU possa far funzionare il Consiglio di sicurezza.

Da tempo incombe un fronte di guerra ad alto tasso di conflittualità nell’area del Pacifico. Ci sono missili puntati su Taiwan – primo produttore mondiale di microchip e semiconduttori – che rappresenta un tassello fondamentale della partita tecnologica tra Stati Uniti e Repubblica Popolare Cinese, quindi della loro competizione militare ed economica fondata sull’industria manifatturiera. E poi ci sono le due Coree e il Giappone che sono aree strategiche non estranee alla posta in gioco. Prof. Parsi c’è il pericolo che una volta raggiunto un accordo sull’Ucraina si apra un altro focolaio bellico forse ancor più gravido di incognite, a cominciare dall’uso dell’atomica (un disastro già sperimentato da quelle parti)?

Penso di no, direi che se Putin verrà fermato, la tensione nel Pacifico avrà meno possibilità di evolversi in una escalation di tipo militare. Se Putin riuscirà ad ottenere i suoi obiettivi espansivi con la guerra in Ucraina, ci sarà allora la possibilità di replicare ed aprire altri fronti a cominciare da quello nel Pacifico. È fondamentale risolvere la questione ucraina impedendo l’arbitrio che Putin vuole perpetrare. Ristabilendo la verità e la giustizia storica dei fatti.

Stato, Paese, Nazione, Patria: sono termini usati spesso in modo ambiguo o conflittuale ma di fatto storicamente legittimati e compresenti. Vuole puntualizzare?

Diciamo che nel momento in cui c’è un richiamo ad una maggiore capacità decisionale da parte dei vari Paesi, questi stilemi sono molto meno contendibili dalla sinistra. Il concetto di popolo può essere utilizzato dalla cultura politica di destra e di sinistra, così vale per i termini Patria, Nazione, Paese. Ricordiamo quanto si sia speso il Presidente Ciampi affinché queste parole tornassero ad essere condivise, evitando che una fazione o l’altra nel tempo le possano far proprie. Vorrei aggiungere una considerazione riassuntiva: noi viviamo in un sistema internazionale che è fatto a misura dei principi delle democrazie. Questo è stato possibile perché gli Stati Uniti e i Paesi occidentali hanno costruito questo sistema a loro immagine e somiglianza. Illudersi che se ci fosse un predominio russo o cinese le istituzioni internazionali continuerebbero ad essere di questo tipo e il mondo stesso continuerebbe ad essere ospitale per le democrazie è molto pericoloso. Quelli che straparlano di pace e di guerra senza intendersene granché non capiscono che la difesa della democrazia domestica passa attraverso la leadership delle democrazie nel mondo.

 

 

Prof. Vittorio Emanuele Parsi
Professore ordinario di Relazioni Internazionali UNICATT Milano – Direttore ASERI

Leggi un breve curriculum del prof. Parsi

IL GOVERNO MUOVE I PRIMI PASSI E RITORNANO STORIE PASSATE. INVECE VA MESSA IN AGENDA LA  RIFORMA ELETTORALE.

 

La nuova maggioranza ha l’esigenza di segnare l’identità; ma l’identità che va ricercata per il Paese riguarda il grave stato di sofferenza della democrazia. Per questo una riforma elettorale s’impone, giacché è necessario ricomporre il tessuto sfilacciato della democrazia.

 

Mario Tassone

 

Con i primi provvedimenti, Il governo Meloni segna la volontà di discontinuità rispetto al passato. Ma di quale passato si tratti non è chiaro, considerato che nella precedente legislatura, a parte Fratelli d’Italia, le altre formazioni politiche, con le turnazioni tra il primo, il secondo governo Conte e poi di ”quasi” tutti della coalizione di Draghi, hanno assunto responsabilità di governo.

 

Ritornano le “storie” vissute nel primo Conte dei divieti di attraccare alle navi carichi di immigrati. Riemergono le problematiche sulla gestione dei flussi migratori e dei soccorsi a una umanità dolorante. E poi ancora la debolezza di pensare che l’aumento delle pene, come nel caso del decreto sulle manifestazioni non autorizzate (raves), possa essere risolutorio.

 

Comprendo che la nuova maggioranza ha l’esigenza di segnare l’identità; ma l’identità che va ricercata per il Paese riguarda il grave stato di sofferenza della democrazia. Per recuperare spazi democratici perduti, non sono utili provvedimenti “bandiera”, che possono pur esserci in situazioni di reali emergenze, ma dentro un disegno complessivo di crescita della società.

 

Tutto passa dalla famiglia, dalla scuola, dalla formazione, dall’’equità,  dall’equilibrio tra i poteri dello Stato, dal senso della responsabilità che va alimentato. Le stratificazioni sociali ossidate negano la partecipazione, la dialettica: oggi la cifra della libertà e della dignità non sono conquiste di progresso civile, ma “misure” fissate da chi ha il potere conquistato attraverso percorsi non limpidi di partecipazione democratica.

 

Il primo atto di questa maggioranza deve essere una nuova legge elettorale. Le insensatezze delle ultime elezioni con nominati, traslocati, pluricandidati, paracadutati sono la deflagrazione del buon senso, l’insulto alla storia del Paese, il naufragio dei principi costituzionali e lo smottamento delle basi su cui è nata la Repubblica. Quando i candidati al Parlamento non rappresentano il “loro” territorio e i cittadini, bensì satrapie disinvolte e arroganti, si è in piena crisi di valori.

 

L’on. Meloni ha la possibilità di imporre una discontinuità vera. Una legge elettorale che ricomponga il tessuto sfilacciato della democrazia. Ci vuole ordine eliminando strutture parassitarie di centri decisionali senza controllo, autorità autonome…dalle leggi e certe burocrazie, veri e propri fortilizi di rendite inespugnabili di potere. La sfida è per la libertà. Non lo slogan ripetuto ma una scelta di vita.  Si inizii con una nuova legge elettorale a restituire la sovranità al popolo attraverso la ritrovata centralità del Parlamento.

 

Bisogna operare da subito. Legge elettorale e riforme richiamate in campagna elettorale sono la misura vera della normalizzazione di una Nazione in cui la politica è virtuale da tempo.

 

GIORGIA E I PAVIMENTI SCIVOLOSI DI PALAZZO CHIGI.

 

“Nei saloni di quel Palazzo – si legge nel testo – i pavimenti sono preziose opere d’arte, curati e elucidati senza parsimonia. Pavimenti atti alle danze, alle feste, a passi rapidi e felpati su guide e tappeti che salvano da scivoloni e preservano l’arte loro. Ma possono essere traditori per le dame che sui tacchi delle loro scarpe non hanno pronto un braccio a sorreggerle per un lieve scivolamento”.

 

Elisabetta Campus

 

I palazzi romani, si sa, nascondono molti segreti e alcuni di questi riguardano proprio il loro utilizzo. Palazzo Chigi, ambita dimora del principe romano Alessandro Chigi. ha sempre avuto al piano nobile splendidi pavimenti. Chi lo aveva commissionato nel lontano 1578 non aveva badato a spese, l’avvocato Aldobrandini avendo avuto anche la consulenza di Giacomo della Porta e Carlo Maderno. Tra passaggi di proprietà, nel 1675 i fratelli di papa Alessandro VII Chigi comprano l’edificio da donna Olimpia Aldobrandini Pamphili. Nel palazzo dei Chigi si svolgono feste, ricevimenti, riunioni di personalità dell’arte e della politica papalina ed europea. E così, con alterne sorti fino al 1870, quando i Chigi affittano il palazzo all’Austria che ci mette la sua Ambasciata; scelta forse dettata per sottrarlo alla confisca del nascente Regno d’Italia, dacché i Chigi non hanno in simpatia i Savoia, fino a vedere il palazzo nel 1917 allo Stato italiano, essendo l’affittuario in guerra con il Regno.

 

Nei saloni di quel Palazzo i pavimenti sono preziose opere d’arte, curati e elucidati senza parsimonia. Pavimenti atti alle danze, alle feste, a passi rapidi e felpati su guide e tappeti che salvano da scivoloni e preservano l’arte loro. Ma possono essere traditori per le dame che sui tacchi delle loro scarpe non hanno pronto un braccio a sorreggerle per un lieve scivolamento. Così abituati da più di 70 anni a scarpe maschili che non hanno tacco e hanno suole anche gommate (orrore di ogni pavimento che si rispetti), i pavimenti sentirono stupiti il passo lieve e svelto dei tacchi di una dama. La quale a sua volta non aveva preso in considerazione che la “scivolosità” nel palazzo si manifesta in molti modi. Eppure aveva cominciato bene il primo giorno alla parata nel cortile del palazzo, senza tacchi e con una scarpa solida e bella. Ma tant’è, i guai si annidano nelle piccole cose e un suggerimento un tantino vanitoso avrà avuto vita facile…i tacchi slanciano. Si dovrebbe però imparare da una regina recentemente scomparsa, la quale, essendo tra l’altro della stessa statura della nostra dama, ha sempre indossato lo stesso tipo di scarpe semplicemente trovandole comode. E le nuore, le nipoti, e le cugine, e le altre regine tutte sui tacchi, mentre lei esaltava così l’altezza che natura le aveva dato, essendo la sua statura riconosciuta ed espressa in bel altro contesto.

 

Alla prima riunione, immaginiamo sui tacchi, la nostra dama è scivolata per ben tre volte, senza però avere la cortesia e la gentilezza di un braccio che a una dama mai si nega, neanche da coloro che quel palazzo lo “abitano” da tempo e sono usi a restare ad ogni cambio di titolare. Tutto il Paese ha tremato per gli scivoloni temendo il peggio, una rottura più rapida di quella della dama londinese che è stata messa alla porta dopo 45 giorni. Alla seconda riunione la dama ha mostrato prudenza e un po’ di accortezza nel guardarsi intorno nel Palazzo Chigi e nei Palazzi altri abitati come titolari tutti da gentiluomini. Ma rammentando l’insegnamento della regina dai tacchi bassi, alla nostra dama converrà tornare alla sua prima entrata in Palazzo, giovandone in stabilità con buona pace dei pavimenti scivolosi.

LA CRISI DEL PD ESIGE LA RIPRESA D’INIZIATIVA DEI POPOLARI.

 

Il timore è che l’invito a rifondare il Pd nasconda un desiderio di immergersi nelle acque materne della vecchia sinistra. Un errore imperdonabile. Bisogna immaginare un altro percorso. Solo il rilancio della componente cattolico popolare – “tornata in su la via” – può dare gambe e testa alla battaglia per l’alternativa alla Destra di governo. Altrimenti…

 

Giuseppe Fioroni

 

Il dibattito nel Pd segnala una crisi più profonda del previsto. Non è un fatto normale. Si possono perdere le elezioni, ma la tenuta di un partito, quando le sue basi sono solide, può assorbire le scosse della sconfittta, anche se grave. Invece, dopo il 25 settembre nel Pd è venuta a mancare proprio questa tenuta, sicché all’immobilismo del gruppo dirigente si oppone la pressione dall’esterno per un cambiamento radicale. Si parla di rifondazione, ignorando che nel passaggio dalla prima alla seconda repubblica per rifondazione si è inteso sempre qualcosa di regressivo, ovvero di politicamente ostico alle novità proposte o subite. Il rifiuto della svolta di Occhetto portava alla nascita di Rifondazione comunista; dopo la formazione del Partito popolare, i sostenitori della rifondazione democristiana aspiravano a un ritorno allo status quo ante, sebbene le condizioni politiche impedissero di mettere in piedi un’operazione di tal genere.

 

Il mio timore è che l’invito a rifondare il Pd nasconda un desiderio di immergersi nelle acque materne della vecchia sinistra, ponendo fine alla originalità di un “partito culla” della ricomposizione del riformismo – ecco il profilo del Pd – dopo le contrapposizioni e le fratture della seconda metà del Novecento. Questa novità, faticosa e incerta, sembra in via di archiviazione. A parole si guarda al futuro, nei fatti si cerca conforto nel passato: mancano solo le bandiere rosse e un’edizione musicale aggiornata dell’Internazionale. Certo, la forma esteriore del discorso avvolge un insieme di propositi ampiamente meritevole di attenzione, ma solo nella logica di una sinistra inevitabilmente autoreferenziale e  avvinghiata, nel disegno di una nuova società, a un ibrido programma social-libertario. Per giunta è una sinistra che pretende di salvarsi ponendosi sotto la tenda del populismo, con tutte le insidie derivanti dall’abbraccio con il M5S. In Francia, per questa via, si è giunti alla dissoluzione del partito socialista.

 

Ora, poiché i Popolari sono stati i co-fondatori del Pd attraverso la formale mediazione della Margherita, la loro riflessione assume a questo punto un rilievo del tutto particolare. Non possono restare alla finestra poiché non sono spettatori indifferenti: man mano che avanza la rifondazione/restaurazione di una sinistra identitaria, rimonta al tempo stesso la necessità di un “nuovo inizio” della cultura e della visione politica afferenti alla tradizione del cattolicesimo democratico. È un processo che non si arresta di fronte alle pigrizie dei singoli, né svanisce all’occorrenza per un’impossibile consegna del silenzio. Semmai il problema dei Popolari è non copiare l’errore altrui, e cioè non essere al traino di un’ambizione nutrita di neo-integralismo laico. Devono essere al servizio di una nuova sintesi tra libertà e democrazia, come riuscirono a fare prima Murri e poi Sturzo, e quindi De Gasperi Fanfani e Moro, insieme a tanti altri. Per questo occorre che tornino a pensare e a parlare, senza remore.

 

Avviare, anche in fretta, l’impresa di un popolarismo capace di tornare nuovamente in campo, rappresenta la sfida che incrocia e va oltre la crisi del Pd, facendo altresì da contrappunto alla superbia di una sinistra “a vocazione minoritaria”. Solo il rilancio della componente cattolico popolare – “tornata in su la via” – può dare gambe e testa alla battaglia per l’alternativa alla Destra di governo. Altrimenti la Destra, destinata ad occupare il centro dello scacchiere politico, resisterà al potere oltre i suoi meriti e per un tempo forse lungo.

P.S. Di questi temi parleremo nella riunione convocata a Roma per il 18 novembre (V. locandina)

IL CASO LOMBARDIA: DOVE È FINITA LA POLITICA?

Bruno cordioli
Bruno cordioli

 

La scelta della Moratti di candidarsi a Presidente della Regione Lombardia avrebbe dovuto riaprire i giochi nel centro-sinistra. Invece il Terzo Polo ha colto l’occasione per mettere il cappello sulla candidatura e il Pd, per tutta risposta, ha spedito la palla in tribuna lanciando la proposta delle primarie di coalizione. È questa la politica?

 

Lorenzo Dellai

 

Non dovrebbe sfuggire a nessuno l’importanza generale delle prossime elezioni regionali in Lombardia. Dopo l’esito disastroso delle elezioni nazionali del 25 settembre, si sperava in un sussulto di intelligenza e di capacità politica da parte del variegato mondo del centro-sinistra.

 

In una Regione che la Destra considera un suo baluardo, è capitata come un fulmine a ciel sereno o quasi la decisione di Letizia Moratti di dimettersi da Vice Presidente e di avviare un suo autonomo percorso in vista delle prossime elezioni. Chiunque dotato di un minimo di giudizio avrebbe colto al balzo l’occasione.

 

Certo, la Moratti non ha il timbro di centro-sinistra, ma chiunque poteva capire che la sua decisione era destinata a rimettere in moto il quadro politico ed elettorale. Ed invece, il Terzo Polo ci ha già messo il cappello (dal suo punto di vista strettamente di parte, operazione astuta ma scarsamente utile per una vittoria finale) e il PD ha contro-proposto le “primarie di coalizione”.

 

Che equivale a buttare la palla in tribuna, essendo chiaro che oggi una coalizione non esiste a priori e che – nel poco tempo che rimane – è proprio attorno ad un candidato Presidente “anomalo” che si può costruirne una competitiva.

 

Ma dove è finita la “politica”, anche quella con la “p” minuscola?

SINISTRA, ADESSO PARTE LA SFIDA.

 

Ergere il populismo politico e il qualunquismo culturale a strumenti decisivi per stringere un’alleanza politica prima e una coalizione di governo poi, più che una operazione del tutto legittima è una variante preoccupante per la salute e il profilo della nostra democrazia. Il Pd dovrebbe rendersi dell’errore soggiacente a questa linea politica. Senza questo chiarimento politico e limitarsi a ribadire la necessità di stringere accordi con una forza populista, non rafforza nè la cultura politica della sinistra italiana e nè, tantomeno, è utile per dar vita ad una vera e credibile cultura di governo.

 

Giorgio Merlo

 

Dunque, a sinistra è partita la corsa a chi la rappresenta con maggior titolarità e coerenza. Lo ha detto il voto del 25 settembre e lo dicono adesso tutti i sondaggi, che danno un leggero vantaggio ai 5 Stelle rispetto al Pd. La competizione, che avviene senza esclusione di colpi, riguarda sostanzialmente due partiti: il Pd da un lato e i populisti dei 5 Stelle dall’altro. Si tratta, però, di una competizione in parte finta perchè è abbastanza evidente che questi due partiti sono destinati, prima o poi, ad allearsi. Non a caso, quasi tutti i vari e sempre più numerosi capi corrente del Pd danno per scontata l’ineluttabilità dell’alleanza politica. E non solo perchè vari soloni interni a quel partito avevano già in tempi non sospetti definito Conte il “principale leader dei progressisti italiani”, ma anche per il motivo che senza un’alleanza con i populisti grillini qualunque competizione elettorale è, a tutt’oggi, persa in partenza. Certo, anche in una alleanza, come ben sappiamo, la competizione è la regola aurea. E il primo partito, di norma, detta le condizioni. Soprattutto a sinistra, dove gli ex e i post comunisti sono storicamente abituati a dettare l’agenda politica e programmatica di quel campo.

 

Ma, al di là di questa persin scontata osservazione, quello che vale la pena rilevare è che i populisti partono sicuramente avvantaggiati in questa gara. E questo perchè un partito come i 5 Stelle che non hanno una cultura politica alle spalle, che praticano la deriva trasformistica a livello politico ed opportunistica a livello parlamentare, non si fanno alcun problema su come sposare determinate battaglie o respingerne altre. Tale “sinistra per caso”, ultima versione del trasformismo di questo singolare partito, adesso si attesta su una posizione rigorosamente pauperista, assistenzialista e pacifista. Sino a quando? Non si sa. Per il momento è così. Ma quando cavalcano un tema o sostengono una posizione politica lo fanno con una facilità estrema perchè non avendo, lo ripeto, alcuna cultura politica che legittima il partito nello scenario politico italiano, se non quello di rifarsi al populismo in tutte le sue versioni possibili, è persin scontato che si tratta sempre di scelte politiche reversibili, cioè mutevoli.

 

Ora, con un partito storicamente governista, di sistema, espressione dell’establishment e di potere come il Partito democratico ma comunque e pur sempre, organizzato e strutturato a livello locale, l’alleanza organica con il partito populista e qualunquista per eccellenza, può avvenire solo e soltanto se si condividono anche valori, principi, modalità del far politica e progetti di governo. Insomma, se c’è una condivisione di un progetto politico, culturale, valoriale e di governo. Ed è proprio su questo versante che il profilo della nuova e futura sinistra rischia di scricchiolare e di essere sostanzialmente poco credibile. Altrochè il Partito democratico nato per unire culture riformiste, popolari, di governo e fortemente ancorate ai principi e ai valori scolpiti nella Costituzione. Ergere il populismo politico e il qualunquismo culturale a strumenti decisivi per stringere un’alleanza politica prima e una coalizione di governo poi, più che una operazione del tutto legittima è una variante preoccupante per la salute e il profilo della nostra democrazia. Stupisce, al riguardo, che il confronto tra le infinite correnti del Pd non colga questo aspetto deteriore della e nella politica italiana.

 

E questo perchè oltre a discutere di “allarme democratico”, di ”postura fascista”, di “compressione dei diritti”, di “governo illiberale” e di “democrazia a rischio”, sarebbe quantomai utile che anche la riflessione su ciò che ha rappresentato, e che rappresenta, la deriva populista e qualunquista nella cittadella politica italiana. Senza questo chiarimento politico e limitarsi a ribadire la necessità di stringere un’alleanza politica con una forza populista, non rafforza nè la cultura politica della sinistra italiana e nè, tantomeno, è utile per dar vita ad una vera e credibile cultura di governo. C’è da sperare, comunque sia, che il lunghissimo iter congressuale del Pd accompagnato dal confronto tra le mille correnti interne, non riduca questo aspetto ad un tema marginale. Perchè se il tutto si trasforma in un grigio e banale pallottoliere per competere con il granitico schieramento di centro destra, per la sinistra storica e quella populista non c’è alternativa a rivestire un ruolo politico di opposizione.

 

Dico questo perchè il Centro politico, culturale e di governo nel nostro paese non è affatto estraneo a ciò che capita in quel campo politico. Purchè, adesso, e soprattutto dopo il voto del 25 settembre, vinca la politica anche nel campo della sinistra italiana. Soprattutto nella sinistra storica, quella della filiera del Pci/Pds/Ds/Pd.

DUE MANIFESTAZIONI PER LA PACE: NON È STATO UN BUON SEGNALE, SU QUESTO TEMA DOVREBBE PREVALERE L’UNITÀ.

 

Si resta un po’ interdetti di fronte a simili divisioni, in quanto aiutano poco a trovare un’unità d’intenti del Paese per seguire una linea di condotta forte ed unitaria. 

 

Gianfranco Moretton

 

Abbiamo assistito a due manifestazioni distinte. Una piuttosto significativa; l’altra a dimensioni ridotte. La prima a Roma, l’altra a Milano. Distinte. Perché anche su questa vicenda s’intende procedere sfasati. Un bel guaio, se su un tema così delicato e profondo, ci si riduce alla separazione. Perché è pur vero che il senso di ciò che dicevano a Roma non aveva nulla a che fare con il significato di ciò che gridavano a Milano.

 

Se i primi sostenevano la tesi che non si deve in alcun modo spedire armi per alimentare il conflitto, e si doveva invece obbligare a costruire un tavolo di trattative per chiudere la vicenda, i secondi chiedevano invece una pace giusta, inviando ancora armi all’Ucraina.

 

Si resta un po’ interdetti di fronte a simili divisioni, in quanto aiutano poco a trovare un’unità d’intenti del Paese per seguire una linea di condotta forte ed unitaria.

 

A parer mio, il comportamento più sensato sembra essere quello, come più volte ho dichiarato, che segua l’indirizzo di pensiero espresso già diversi mesi fa da papa Bergoglio. Le armi in più hanno sicuramente l’effetto di provocare più morti. Se i grandi del mondo fossero animati dai propositi migliori, dovrebbero riuscire a promuovere un’iniziativa che faccia quanto meno, tacere le armi.

Per adesso, amaramente, constato che Erdogan è il solo a seguire questo obiettivo.

 

Tra un po’, il tema si riprenderà in Parlamento. Le forze politiche dovranno decidere quale atteggiamento tenere. Per quanto si sa, c’è nell’aria, una sofferta confusione sul da farsi.

 

E l’inverno è alle porte.

LA PIAZZA PACIFISTA NON È IL MANTELLO DELL’UNITÀ DEI PROGRESSITI.

 

Cosa accadrà in Parlamento quando Conte, sulla scia delle parole d’ordine usate nel corteo di Roma, giocherà secondo una facile previsione la carta del voto contrario sugli aiuti militari all’Ucraina? Pare di cogliere il presagio di un ulteriore smacco per il Nazareno.  

 

Cristian Coriolano

 

Il Partito democratico ha scelto di partecipare al corteo per la pace di Roma mantenendo ferma la sua linea politica sul conflitto in Ucraina. “Sono qui – ha detto Letta – perché la pace è la cosa più importante di tutte. Siamo qui per dire la nostra in silenzio, marciando come credo sia giusto fare in questo momento per la pace, per l’Ucraina, perché finisca questa guerra e perché finisca l’invasione della Russia. Perché la pace vuol dire la fine dell’invasione russa. Questo è il punto centrale”. Tale ribadita fermezza pro Nato e anti Russia sta alla base della protesta di alcuni partecipanti che hanno dato del “guerrafondaio” al segretario Dem. Naturalmente il coraggio di esporsi in una manifestazione attraversata da sentimenti pacifisti contrastanti, salvo per l’appello a una più forte iniziativa diplomatica, non può che rendere onore a Letta e al Partito democratico.

 

C’è da osservare, comunque, che la polemica sulla mancanza d’iniziativa diplomatica pecca di approssimazione. Non è vero che le cancellerie europee siano ferme, riottose ad esercitare un ruolo; al contrario, nei limiti imposti dalla dura realtà, cercano da mesi un varco da aprire in direzione del cessate il fuoco. Macron non nasconde la volontà di farsi protagonista delle ragioni di un negoziato di pace: non a caso è venuto a Roma per incontrare Papa Francesco. Anche Scholz punta a riaprire il gioco, altrimenti non avrebbe dato spazio alla ripresa di dialogo con la Cina. Il viaggio a Pechino, dopo il compromesso sull’ingresso di capitali cinesi nella società che gestisce il porto di Amburgo, non ha solo un carattere commerciale. In questo quadro l’Italia appare più lenta e indecisa, per ragioni che nella sostanza attengono ad una ridotta capacità d’intervento.

 

La via della diplomazia non è preclusa né viene negata, ma evidentemente in questa fase, caratterizzata dal rifiuto di Putin a tratteggiare lo scenario di una possibile trattativa, risulta a dir poco impervia. Certo, non si può chiedere a una piazza di mettere ordine ai problemi sottostanti all’attuale condizione di stallo; al contrario, si può e si deve chiedere ai partiti di ragionare sulle difficoltà, palesi o nascoste, che occludono il percorso che dovrebbe portare negli auspici generali al disinnesco del conflitto. Ora, la partecipazione del Partito democratico al corteo di Roma dà l’idea di una scelta generosa e nondimeno fragile, anzi persino contraddittoria a motivo della eccessiva vicinanza con il pacifismo “senza se e senza ma”, veicolato in primo luogo dal comportamento del M5S di Conte.

 

Infatti, cosa accadrà adesso in Parlamento quando Conte, sulla scia delle parole d’ordine usate nel corteo, giocherà secondo una facile previsione la carta del voto contrario sugli aiuti militari all’Ucraina? È chiaro che il Partito democratico non potrà sposare un cambio di rotta tanto avventuroso e nemmeno potrà, una volta registrata la divaricazione di linea politica, mettere a frutto il suo tentativo di riaggancio di un M5S riabilitato, con la piazza di San Giovanni a fare da mantello protettivo delle speranze di unità del nuovo fronte progressista. C’è dunque il pericolo che l’ultima mossa del Nazareno, figlia dello smarrimento post elettorale, aggrovigli più che mai i fili della vagheggiata rifondazione del partito dei riformisti.

LA NORMA ANTI-RAVE HA SUSCITATO REAZIONI ASPRE, ORA L’OPPOSIZIONE PROPONGA CORREZIONI SERIE.

 

L’allarme lanciato da più parti non può essere relegato a mera polemica politica. Poiché la norma è ormai in Parlamento, sarà in quella sede che dovrà essere svolta un’attenta e responsabile valutazione da parte di tutte le forze politiche. Fare un’opposizione frontale chiedendo tout court il ritiro della norma non appare realistico né produttivo. Il confronto si può svolgere tenendo insieme fermezza e responsabilità.

 

Alberto De Gaetano

 

Fior di giuristi hanno commentato la disposizione recentemente emanata dal Governo, attraverso un decreto-legge, in materia di “raduni pericolosi” o “rave”, criticandola sia dal punto di vista dello strumento usato sia nel merito. In sostanza: lo strumento usato, previsto dalla nostra Costituzione in casi di necessità e urgenza, non appare giustificato nella circostanza e, nel merito, la norma risulta non in linea con le dichiarazioni governative che insistono a dire che essa concerne solo il contrasto ai c.d. rave e non intacca affatto il diritto di libera espressione e manifestazione del proprio pensiero costituzionalmente garantito. Anzi, alcuni esponenti politici sono arrivati a dire che chi si oppone ad essa si fa addirittura complice dell’illegalità. Mentre, in campo avverso, c’è chi teme, allarmato, che tale disposizione preannunci l’avvento di uno Stato di polizia.

 

Anzitutto va ricordato che l’art. 5 del provvedimento introduce nel nostro Codice penale una nuova fattispecie di reato rubricata “Invasione di terreni o edifici per raduni pericolosi per l’ordine pubblico o l’incolumità pubblica o la salute pubblica”. Il reato scatta a carico degli organizzatori se più di 50 persone invadono “arbitrariamente” terreni o edifici altrui, pubblici o privati. La sanzione è assai pesante: da tre a sei anni di reclusione. Oltre una multa fino a 10000 euro. Per chi partecipa, la pena è “diminuita”.

 

Non serve molto per capire che questa descrizione di reato, così generica e con ampi margini di discrezionalità, può ben applicarsi anche ad una manifestazione studentesca, ad uno sciopero sindacale, ad una qualsiasi altra manifestazione o raduno di persone. Ora è ben vero che i rave, anche per le caratteristiche che li contraddistinguono e per gli esiti che assai spesso le cronache riportano in termini di danni a persone e cose, non appaiono quegli eventi culturali che pure qualcuno ha voluto accreditare.

 

Ma c’è da chiedersi anzitutto se per contrastare questo fenomeno non sia sufficiente applicare le leggi già esistenti e comunque, se proprio si vuole introdurre una disciplina ad hoc, se la configurazione così generica del nuovo reato non possa estendere i suoi effetti anche oltre le intenzioni dei suoi presentatori. Pertanto l’allarme prontamente lanciato da più parti non può essere relegato a mera polemica politica. Poiché la norma è ormai in Parlamento, il quale dovrà convertire il decreto-legge entro 60 giorni pena la sua decadenza, sarà in quella sede che dovrà essere svolta un’attenta e responsabile valutazione da parte di tutte le forze politiche e che andrà, quindi, verificata quale sia la reale intenzione di Governo e maggioranza.

 

E qui si giocherà anche la capacità politica del centrosinistra: fare un’opposizione frontale chiedendo tout court il ritiro della norma non appare realistico né produttivo perché porterebbe ad un arroccamento delle posizioni che non gioverebbe alla redazione di una norma definitiva chiara ed inequivocabile.

 

Da parte di FI si è ipotizzato di rivedere il livello della pena della reclusione, per portarla da sei a quattro anni, in modo da evitare il ricorso automatico alle intercettazioni, misura considerata eccessiva in tale contesto, ma non risulta che in seno alla maggioranza vi sia unità di vedute al riguardo, così come assai controverso tra i partiti di governo è il dibattito relativo alla precisazione della fattispecie di reato.  Penso che un’opposizione dura ma responsabile non possa esimersi dal pretendere non solo l’esclusione del ricorso alle intercettazioni ma, con la presentazione di propri opportuni emendamenti e con un intelligente confronto parlamentare, che il testo definitivo fughi ogni ombra di dubbio sulla volontà della maggioranza di non intervenire su fattispecie diverse da quella dichiarata e che risulti, quindi, chiaro che la portata della norma non possa in alcun modo porre in discussione la libertà di espressione e manifestazione del proprio pensiero, diritto fondamentale in un Paese democratico.

 

Peraltro i tempi parlamentari rischiano di non aiutare. Infatti contemporaneamente alla conversione del decreto-legge, il Parlamento sarà chiamato ad approvare entro fine anno anche la legge di Bilancio per il 2023, il cui iter è già in notevole ritardo. È auspicabile che chi ne ha la responsabilità sappia organizzare nei tempi giusti i lavori parlamentari, al fine di garantire un serio a valido confronto politico su entrambi i provvedimenti, e non utilizzi strumentalmente questa concomitanza per comprimere il dibattito.

IL TERRORISMO, LA PACE E I DRAGHI DEL XXI SECOLO. RIFLESSIONI DI UN GRANDE TEOLOGO SU “ARCHIVIO VITA E PENSIERO”.

 

“Nel 2003 pubblicavamo – così la rivista dell’Università Gemelli di Milano ripropone la lettura di un contributo di assoluto rilievo – questa riflessione del teologo J. Moltmann: l’amore per il nemico non è utopia, è assunzione di responsabilità verso la vita di tutti. Anche se in parte legato all’occasione, il testo è molto attuale. Da meditare”.

 

La violenza si presenta come un fenomeno molteplice: c’è quella quotidiana nelle relazioni reciproche fra gli uomini e le creature più deboli, quella contro i bambini, contro le donne, contro i disabili, contro gli animali; ci sono le molestie sul posto di lavoro, le brutalità fisiche, le crudeltà psichiche e molte altre ancora.

 

Mi limito qui a quella violenza che nasce dalla domanda “guerra o pace”. Distinguo fra “violenza” e “potere” o “forza”. Con il termine violenza intendo l’impiego ingiustificato della coercizione. Parliamo in questo senso anche di violenza bruta, violenza fuori legge e tirannia. Con il termine potere intendiamo la minaccia legittima e l’uso della coercizione attraverso il diritto e la giustizia. Intendiamo però con il potere molto più che il superamento non violento dei conflitti: il potere della comprensione, della riconciliazione, dell’amore, della vita.

 

La vita stessa si distingue fra violenza e forza. La violenza ha a che fare con l’offesa alla vita e in fondo sempre con la morte. La forza della vita al contrario consiste nella vita e nelle forze dell’affermazione della vita. Il potere è buono, come potremmo altrimenti affermare che Dio è onnipotente? La violenza è quindi la perversione della forza vitale attraverso la pulsione alla morte. Può esistere, questa è la nostra domanda fondamentale, una conversione della violenza della morte al potere della vita?

Che cosa ha a che fare il cristianesimo con la forza e la violenza in questo senso? Se entriamo in una chiesa, per esempio la chiesa collegiale di Tubinga, vi ascoltiamo il vangelo della pace e siamo salutati e benedetti con la pace di Dio. «Beati i pacifici» dice Gesù nel sermone della montagna «perché sarete chiamati figli di Dio». Che ha a che fare Gesù con la violenza? «Rimetti la tua spada nel fodero» dice a Pietro «perché chi di spada ferisce di spada perisce» (Mt 26,52). Non troviamo forse nel sermone della montagna le indica- zioni per una vita non violenta e per servire la pace? Non sta forse al centro dell’adorazione cristiana di Dio l’inerme bambino nella mangiatoia e l’impotente uomo sulla croce? Non c’è forse una radicale messa in questione ed il rifiuto di ogni violenza in questo mondo con la fede nella presenza di Dio in Gesù? O abbiamo forse tralasciato qualcosa?

 

Poi, quando usciamo dalla chiesa collegiale di Tubinga, ci troviamo sulla piazza del mercato davanti ad una colonna: rappresenta San Giorgio che uccide il drago con la sua lancia. Davanti a tutte le chiese di San Giorgio e di San Michele Arcangelo della cristianità ci sono questi uccisori di draghi; o è San Giorgio che uccide il drago terrestre o è l’arcangelo Michele che schiaccia nel cielo il drago apocalittico, l’antico serpente, il Satana, il Principe di questo mondo (Ap 12,7-9). A differenza della Cina, il drago nell’Occidente è il simbolo del male, della brutalità, del veleno puzzolente e dell’intollerabile ripugnanza. Nel Sacro Romano Impero, dopo gli imperatori cristiani Teodosio e Giustiniano, il drago viene definito come nemico di Dio e nemico dell’Impero. I nemici della fede sono nemici dello Stato e devono essere uccisi come il drago. San Giorgio da martire cristiano è diventato il difensore del Sacro Impero, e l’arcangelo Michele l’angelo protettore del Regno Santo. ll primo uccide il male terreno, l’altro il male ultraterreno. Uccidono spietati e con grande violenza. Ottone I vinse i pagani ungheresi nel 955 ad Asburgo sotto la bandiera di Michele uccisore del drago celeste. Dai confini del Sacro Impero, dal Mont Saint-Michel in Normandia fino al Monte Sant’Angelo nel Gargano nell’Italia meridionale, erano questi i luoghi di pellegrinaggio dell’Impero cristiano.

 

 

Come si è arrivati a questa contraddizione fra il messaggio di pace di Gesù e la cristiana battaglia di draghi in cielo e in terra?

 

Dal Sacro Romano Impero allo Stato moderno

Come può essere stabilito storicamente, con la cosiddetta “svolta costantiniana” si è attuato il passaggio da una Chiesa inerme e perseguitata ad una religione “autorizzata” nell’Impero romano ed infine alla religione dominante nell’Impero cristiano. La “pace romana” cominciata dall’imperatore Augusto e che l’imperatore Costantino pretendeva di aver portato a completamento, venne fusa insieme alla “pace di Cristo”. L’Impero romano assunse la forma del millenario regno di Cristo, e doveva raggiungere i confini della terra e la fine dei tempi. Non più Ponzio Pilato che aveva fatto soffrire e crocifisso Gesù, ma Augusto che, come Luca narra nel racconto di Natale, attraverso la prima tassazione che aveva imposto ai contribuenti dell’Impero romano, collegava ora la fede cristiana con i] potere politico. Così Roma, perso il suo carattere antidivino e anticristiano (Ap 13), divenne un potere storico santo per estendere il Regno di Cristo sulla terra. Da città apocalittica, Roma divenne la città eterna, e da allora ogni anno nella benedizione urbi et orbi si manifesta come il centro del mondo.

Il segno della croce di Costantino divenne il segno dei campi di battaglia dell’impero cristiano e della sua propagazione. Così Ferdinando Cortes, con la bandiera della croce e con questa promessa, nel 1521 chiamò i suoi all’assalto della capitale atzeca Technochtitlan: su queste macerie fu costruita la cristiana Città del Messico; Crociati, Cavalieri di San Giorgio, Cavalieri Templari e altri conquistatori portavano questa croce nelle terre dei pagani. Essa si trova anche nelle onorificenze e nelle bandiere di tutte le nazioni cristiane, la Croce di ferro in Germania, la Croce di Vittoria in Inghilterra, la Croce di San Giorgio in Russia, la Croce della Legione d’Onore Francese ecc. Queste croci di vittoria non conoscono alcun crocifisso e non hanno nulla in comune con il Golgota, oppure non è così?

Nella nostra cultura si è spezzato il concetto “dell’innocenza della violenza” del sovrano di diritto divino, attraverso, tra gli altri, due principi della tradizione cristiana. Il primo è: «Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». Con questa saggia distinzione della tradizione giudaica, Gesù spezzò l’antica sovranità di diritto divino: il sovrano non è né Dio, né di origine divina, come fino a poco tempo fa rivendicava l’imperatore del Giappone, ma un uomo come gli altri. Il suo compitomerita rispetto, ma non gli si deve alcuna adorazione. La separazione tra la dimensione politica e quella religiosa ha, alla lunga, secolarizzato e disincantato la violenza politica. Da questo ne segue che anche l’uso del potere politico deve esse- re sottoposto al giudizio di Dio e deve essere responsabile davanti alla legge di Dio. Ogni atto di abuso politico del potere è quindi obbligato a rendere conto alla legge e al diritto. Certo, c’è sempre nella storia dell’umanità l’illegittima violenza dei più forti, ma non c’è più il diritto dei più forte. La forza politica deve essere legale e legittima,altrimenti è “nuda violenza” e deve essere contrastata in nome del diritto e della giustizia.

 

Con la separazione tra Dio e Cesare finisce l’unità religiosa fra Stato e fede. La comunità religiosa non è più un legame per tutti e la religione di Stato non ha potere di vincolare. Lo Stato diventa neutrale dal punto di vista religioso e garantisce non più il diritto di una sola religione, ma la libertà religiosa individuale e comunitaria. Questo non vuoi dire che le comunità religiose non possano parteci- pare al processo di formazione della volontà democratica. Anzi, come gli altri gruppi, hanno il diritto e il dovere di esprimersi sulle domande vitali della gente, come viene sancito nei nostri rapporti Stato- Chiesa. Ma con la vecchia religione politica finisce anche la politica religiosa. Il moderno Stato costituzionale garantisce la libertà religiosa e non si immischia nelle questioni interne delle comunità religiose. Queste devono da parte loro osservare tutte le leggi in vigore. Sacrifici di bambini, rogo delle vedove, persecuzione di eretici e uccisione di infedeli non sono permesse, e devono anzi essere punite.

 

Il secondo principio nasce dalla storia biblica della creazione. Secondo la tradizione giudaico-cristiana Dio non ha nominato un sovrano come sua immagine e rappresentanza sulla Terra, ma l’uomo: «Maschio e femmina li creò» (Gen 1,27). L’orientale dignità regale e la ricchezza di immagini divine vale per ogni donna, per ogni uomo e per ogni bambino, per tutte le età. Questo principio antropologico ha avuto fino ad oggi effetti rivoluzionari ed è-diventato una pietra angolare del primo diritto umano nella Dichiarazione di indipendenza americana: «Noi riteniamo questa verità evidente di per sé, che cioè tutti gli uomini sono creati uguali». Questo è il principio di uguaglianza democratica. Se tutti gli uomini sono creati uguali, sono tutti uguali davanti al diritto. Se tutti gli uomini sono uguali e creati liberi, allora i governi e il loro potere politico sono «del popolo, dal popolo e per il popolo», come disse Abramo Lincoln nel suo indimenticabile discorso di Gettysburg.

Diritto e giustizia hanno trovato la loro attuale espressione nelle Dichiarazioni dei diritti umani (1948, 1966). Oggi appare chiaro che ogni essere umano non è solo uomo o donna, nero o bianco, tedesco o cinese, cristiano o musulmano, ma soprattutto un essere appartenente al genere umano e quindi portatore di uguali diritti umani, inalienabili e indistruttibili. Oggi ci si deve decidere per il riconoscimento e l’affermarsi di questi diritti umani per tutti e per ogni uomo: se i popoli, le culture, gli uomini, le donne, i gruppi religiosi vogliono crescere insieme in una comunità mondiale oppure annullarsi reciprocamente e distruggere insieme la vita su questo pianeta.

 

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https://rivista.vitaepensiero.it//news-dallarchivio-il-terrorismo-la-pace-e-i-draghi-del-xxi-secolo-6024.html

“Nel 2003 pubblicavamo – così la rivista dell’Università Gemelli di Milano ripropone la lettura di un contributo di assoluto rilievo – questa riflessione del teologo J. Moltmann: l’amore per il nemico non è utopia, è assunzione di responsabilità verso la vita di tutti. Anche se in parte legato all’occasione, il testo è molto attuale. Da meditare”.

 

 

 

 

La violenza si presenta come un fenomeno molteplice: c’è quella quotidiana nelle relazioni reciproche fra gli uomini e le creature più deboli, quella contro i bambini, contro le donne, contro i disabili, contro gli animali; ci sono le molestie sul posto di lavoro, le brutalità fisiche, le crudeltà psichiche e molte altre ancora.

 

Mi limito qui a quella violenza che nasce dalla domanda “guerra o pace”. Distinguo fra “violenza” e “potere” o “forza”. Con il termine violenza intendo l’impiego ingiustificato della coercizione. Parliamo in questo senso anche di violenza bruta, violenza fuori legge e tirannia. Con il termine potere intendiamo la minaccia legittima e l’uso della coercizione attraverso il diritto e la giustizia. Intendiamo però con il potere molto più che il superamento non violento dei conflitti: il potere della comprensione, della riconciliazione, dell’amore, della vita.

 

La vita stessa si distingue fra violenza e forza. La violenza ha a che fare con l’offesa alla vita e in fondo sempre con la morte. La forza della vita al contrario consiste nella vita e nelle forze dell’affermazione della vita. Il potere è buono, come potremmo altrimenti affermare che Dio è onnipotente? La violenza è quindi la perversione della forza vitale attraverso la pulsione alla morte. Può esistere, questa è la nostra domanda fondamentale, una conversione della violenza della morte al potere della vita?

Che cosa ha a che fare il cristianesimo con la forza e la violenza in questo senso? Se entriamo in una chiesa, per esempio la chiesa collegiale di Tubinga, vi ascoltiamo il vangelo della pace e siamo salutati e benedetti con la pace di Dio. «Beati i pacifici» dice Gesù nel sermone della montagna «perché sarete chiamati figli di Dio». Che ha a che fare Gesù con la violenza? «Rimetti la tua spada nel fodero» dice a Pietro «perché chi di spada ferisce di spada perisce» (Mt 26,52). Non troviamo forse nel sermone della montagna le indica- zioni per una vita non violenta e per servire la pace? Non sta forse al centro dell’adorazione cristiana di Dio l’inerme bambino nella mangiatoia e l’impotente uomo sulla croce? Non c’è forse una radicale messa in questione ed il rifiuto di ogni violenza in questo mondo con la fede nella presenza di Dio in Gesù? O abbiamo forse tralasciato qualcosa?

 

Poi, quando usciamo dalla chiesa collegiale di Tubinga, ci troviamo sulla piazza del mercato davanti ad una colonna: rappresenta San Giorgio che uccide il drago con la sua lancia. Davanti a tutte le chiese di San Giorgio e di San Michele Arcangelo della cristianità ci sono questi uccisori di draghi; o è San Giorgio che uccide il drago terrestre o è l’arcangelo Michele che schiaccia nel cielo il drago apocalittico, l’antico serpente, il Satana, il Principe di questo mondo (Ap 12,7-9). A differenza della Cina, il drago nell’Occidente è il simbolo del male, della brutalità, del veleno puzzolente e dell’intollerabile ripugnanza. Nel Sacro Romano Impero, dopo gli imperatori cristiani Teodosio e Giustiniano, il drago viene definito come nemico di Dio e nemico dell’Impero. I nemici della fede sono nemici dello Stato e devono essere uccisi come il drago. San Giorgio da martire cristiano è diventato il difensore del Sacro Impero, e l’arcangelo Michele l’angelo protettore del Regno Santo. ll primo uccide il male terreno, l’altro il male ultraterreno. Uccidono spietati e con grande violenza. Ottone I vinse i pagani ungheresi nel 955 ad Asburgo sotto la bandiera di Michele uccisore del drago celeste. Dai confini del Sacro Impero, dal Mont Saint-Michel in Normandia fino al Monte Sant’Angelo nel Gargano nell’Italia meridionale, erano questi i luoghi di pellegrinaggio dell’Impero cristiano.

 

 

Come si è arrivati a questa contraddizione fra il messaggio di pace di Gesù e la cristiana battaglia di draghi in cielo e in terra?

 

Dal Sacro Romano Impero allo Stato moderno

Come può essere stabilito storicamente, con la cosiddetta “svolta costantiniana” si è attuato il passaggio da una Chiesa inerme e perseguitata ad una religione “autorizzata” nell’Impero romano ed infine alla religione dominante nell’Impero cristiano. La “pace romana” cominciata dall’imperatore Augusto e che l’imperatore Costantino pretendeva di aver portato a completamento, venne fusa insieme alla “pace di Cristo”. L’Impero romano assunse la forma del millenario regno di Cristo, e doveva raggiungere i confini della terra e la fine dei tempi. Non più Ponzio Pilato che aveva fatto soffrire e crocifisso Gesù, ma Augusto che, come Luca narra nel racconto di Natale, attraverso la prima tassazione che aveva imposto ai contribuenti dell’Impero romano, collegava ora la fede cristiana con i] potere politico. Così Roma, perso il suo carattere antidivino e anticristiano (Ap 13), divenne un potere storico santo per estendere il Regno di Cristo sulla terra. Da città apocalittica, Roma divenne la città eterna, e da allora ogni anno nella benedizione urbi et orbi si manifesta come il centro del mondo.

Il segno della croce di Costantino divenne il segno dei campi di battaglia dell’impero cristiano e della sua propagazione. Così Ferdinando Cortes, con la bandiera della croce e con questa promessa, nel 1521 chiamò i suoi all’assalto della capitale atzeca Technochtitlan: su queste macerie fu costruita la cristiana Città del Messico; Crociati, Cavalieri di San Giorgio, Cavalieri Templari e altri conquistatori portavano questa croce nelle terre dei pagani. Essa si trova anche nelle onorificenze e nelle bandiere di tutte le nazioni cristiane, la Croce di ferro in Germania, la Croce di Vittoria in Inghilterra, la Croce di San Giorgio in Russia, la Croce della Legione d’Onore Francese ecc. Queste croci di vittoria non conoscono alcun crocifisso e non hanno nulla in comune con il Golgota, oppure non è così?

Nella nostra cultura si è spezzato il concetto “dell’innocenza della violenza” del sovrano di diritto divino, attraverso, tra gli altri, due principi della tradizione cristiana. Il primo è: «Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». Con questa saggia distinzione della tradizione giudaica, Gesù spezzò l’antica sovranità di diritto divino: il sovrano non è né Dio, né di origine divina, come fino a poco tempo fa rivendicava l’imperatore del Giappone, ma un uomo come gli altri. Il suo compitomerita rispetto, ma non gli si deve alcuna adorazione. La separazione tra la dimensione politica e quella religiosa ha, alla lunga, secolarizzato e disincantato la violenza politica. Da questo ne segue che anche l’uso del potere politico deve esse- re sottoposto al giudizio di Dio e deve essere responsabile davanti alla legge di Dio. Ogni atto di abuso politico del potere è quindi obbligato a rendere conto alla legge e al diritto. Certo, c’è sempre nella storia dell’umanità l’illegittima violenza dei più forti, ma non c’è più il diritto dei più forte. La forza politica deve essere legale e legittima,altrimenti è “nuda violenza” e deve essere contrastata in nome del diritto e della giustizia.

 

Con la separazione tra Dio e Cesare finisce l’unità religiosa fra Stato e fede. La comunità religiosa non è più un legame per tutti e la religione di Stato non ha potere di vincolare. Lo Stato diventa neutrale dal punto di vista religioso e garantisce non più il diritto di una sola religione, ma la libertà religiosa individuale e comunitaria. Questo non vuoi dire che le comunità religiose non possano parteci- pare al processo di formazione della volontà democratica. Anzi, come gli altri gruppi, hanno il diritto e il dovere di esprimersi sulle domande vitali della gente, come viene sancito nei nostri rapporti Stato- Chiesa. Ma con la vecchia religione politica finisce anche la politica religiosa. Il moderno Stato costituzionale garantisce la libertà religiosa e non si immischia nelle questioni interne delle comunità religiose. Queste devono da parte loro osservare tutte le leggi in vigore. Sacrifici di bambini, rogo delle vedove, persecuzione di eretici e uccisione di infedeli non sono permesse, e devono anzi essere punite.

 

Il secondo principio nasce dalla storia biblica della creazione. Secondo la tradizione giudaico-cristiana Dio non ha nominato un sovrano come sua immagine e rappresentanza sulla Terra, ma l’uomo: «Maschio e femmina li creò» (Gen 1,27). L’orientale dignità regale e la ricchezza di immagini divine vale per ogni donna, per ogni uomo e per ogni bambino, per tutte le età. Questo principio antropologico ha avuto fino ad oggi effetti rivoluzionari ed è-diventato una pietra angolare del primo diritto umano nella Dichiarazione di indipendenza americana: «Noi riteniamo questa verità evidente di per sé, che cioè tutti gli uomini sono creati uguali». Questo è il principio di uguaglianza democratica. Se tutti gli uomini sono creati uguali, sono tutti uguali davanti al diritto. Se tutti gli uomini sono uguali e creati liberi, allora i governi e il loro potere politico sono «del popolo, dal popolo e per il popolo», come disse Abramo Lincoln nel suo indimenticabile discorso di Gettysburg.

Diritto e giustizia hanno trovato la loro attuale espressione nelle Dichiarazioni dei diritti umani (1948, 1966). Oggi appare chiaro che ogni essere umano non è solo uomo o donna, nero o bianco, tedesco o cinese, cristiano o musulmano, ma soprattutto un essere appartenente al genere umano e quindi portatore di uguali diritti umani, inalienabili e indistruttibili. Oggi ci si deve decidere per il riconoscimento e l’affermarsi di questi diritti umani per tutti e per ogni uomo: se i popoli, le culture, gli uomini, le donne, i gruppi religiosi vogliono crescere insieme in una comunità mondiale oppure annullarsi reciprocamente e distruggere insieme la vita su questo pianeta.

 

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I CINQUE RISCHI POLITICI E CIBERNETICI DEL TWITTER DI MUSK. UN’ANALISI SU FORMICHE POP TECH.

 

L’acquisizione della piattaforma da parte del magnate statunitense ha sollevato diverse critiche. Su tutte spiccano i principali investitori, come il fondo sovrano saudita, e i dubbi sulla cybersecurity. Twitter è una piattaforma che forma le opinioni di centinaia di milioni di persone, e dovrebbe essere trattata come un’infrastruttura critica.

 

Matteo Turato

 

L’acquisto da parte del magnate statunitense Elon Musk della piattaforma Twitter ha attirato critiche ed entusiasmi. E le critiche non sono poche, come hanno riportato diverse testate specializzate tra cui DefenseOne, secondo cui i rischi dipendono sia dagli investitori che finanziano le iniziative di Musk, spesso provenienti da Paesi non democratici e che potrebbero quindi influire sulla libertà della piattaforma, ma non solo. A causa dei possibili licenziamenti del personale – negati da Musk ma ugualmente molto probabili – potrebbe diventare sempre più facile hackerare profili e diffondere fake news.

Rapporti con autocrazie

 

In primo luogo, la fortuna economica del miliardario dipende in larga parte da Tesla. Il gigante dell’automotive dipende fortemente dal mercato cinese, che rappresenta il 24% degli introiti, dove le vendite sono aumentate del 65% nell’ultimo anno (a differenza delle difficoltà incontrate nel resto del mondo), e dove Tesla assembla settantamila auto al mese nella gigafactory di Shanghai. Tradotto: un social network di portata globale è ora nelle mani di un uomo la cui fortuna dipende dai capricci di un Paese autoritario. Il Partito Comunista Cinese, per di più, non ha mai nascosto la propria attitudine a piegare gli interessi economici a quelli politici di governo.

 

Se ciò non bastasse, la carenza di investitori tech ha costretto Musk a far entrare nel deal diverse entità collegate a governi autoritari, tra cui i fondi sovrani dell’Arabia Saudita e del Qatar. Questi sono i due principali stakeholders, avendo investito rispettivamente 1.9 miliardi di dollari e 375 milioni.

 

Un problema per Twitter, già prima di possederla

 

In secondo luogo, dopo anni di wild west la piattaforma aveva iniziato a sviluppare policies di moderazione di contenuti. Magari non piacevano a tutti, ma erano un buon lavoro per limitare la diffusione di contenuti d’odio come quelli dei gruppi suprematisti bianchi, di gruppi terroristi come l’Isis, o campagne di disinformazione su larga scala, come quella collegata alla Russia durante la campagna elettorale di Donald Trump.

 

Da diversi anni Elon Musk ha abituato l’opinione pubblica a uscite quantomeno bizzarre, e non è un segreto che si opponga personalmente alla moderazione dei contenuti. Musk ha una lunga storia di pubblicazione di notizie poi rivelatesi false, per non parlare dei suoi messaggi privati, resi pubblici dalla causa per la vendita di Twitter, da cui si evince come il neo-proprietario della piattaforma sia abituato a violare consapevolmente le regole. Insomma, il miliardario era già un problema per Twitter quando ancora non aveva acquistato Twitter.

 

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https://formiche.net/2022/11/musk-twitter-rischi/

IL TRATTO RUVIDO SINONIMO DI DEBOLEZZA.

 

La ruvidezza della destra diventerà ben presto la sua debolezza. Giorgia Meloni ha vinto per quel suo timbro di autenticità: le va dato atto, senza dubbio. Ma lo spirito di fazione rovina tutto e il pregio si capovolge subito in difetto, anche grave.

 

Marco Follini

 

La destra che ci governa è convinta che quel suo tratto identitario, così marcato, perfino ruvido, sia la sua forza. E non si accorge che invece diventerà ben presto la sua debolezza.

 

Chi governa infatti dovrebbe tener conto di tutti. Trincerarsi nell’accampamento dei fedelissimi serve a vincere le elezioni, questo sì. Ma non ad allargare di lì in poi lo spettro dei consensi. E il problema del governo, fin dal giorno dopo il suo insediamento, diventa invece proprio quello di gestire con un briciolo di apertura (e di generosità, anche quella) la infinita complessità di un paese così largo e vario quale è l’Italia.

 

La vittoria di Giorgia Meloni e del suo schieramento deve molto a quell’impressione di autenticità su cui la (il ?) premier ha fatto leva. Cosa di cui le va dato atto, senza dubbio. Ma se poi tutto questo si traduce in un eccesso di spirito di fazione il pregio si capovolge subito in difetto e anche grave. I presidenti delle Camere scelti con cura nelle trincee più improbabili della maggioranza, i sottosegretari costretti a fare un penoso slalom tra foto e ricordi imbarazzanti, un reato inventato di sana pianta per dar l’idea che si persegua l’ordine con un eccesso di zelo non richiesto e non necessario, i medici no vax riportati al lavoro come niente fosse.

 

Tutto concorre a dar l’idea di un governo e di una maggioranza compiaciuti di se stessi. Troppo compiaciuti per farsi ascoltare e rispettare da tutti quelli che non la pensano come loro. E cioè, tra oppositori e astenuti, dalla maggioranza dei cittadini di questo paese.

 

 

Fonte: La Voce del Popolo – 3 novembre 2022

[Il testo è qui pubblicato per gentile concessione della rivista e dell’autore]

UN UOMO CHIAMATO ZAC. A TRENTATRÉ ANNI DALLA SCOMPARSA, ZACCAGNINI RAPPRESENTA UN ESEMPIO DI BUONA POLITICA.

Viviamo stancamente questa fase della storia e della conseguente azione politica come se gli ideali del Novecento fossero da noi distanti un secolo. Eppure Occorrerebbe imparare da quest’uomo – Benigno Zaccagnini – che a distanza di tanti anni oggi viene a riproporci quella politica nuova, vera, viva, fascinosa per spendere il proprio tempo e le proprie capacità ideali e politiche in funzione di chi ha bisogno

 

Paolo Frascatore

 

Oggi 5 novembre ricorre il trentatreesimo anniversario della morte di Benigno Zaccagnini. La sua Ravenna lo ricorda con una Santa Messa alle 18,15 presso la Basilica di Santa Maria in Porto, la chiesa di fronte alla sua abitazione (in via di Roma 30) dove ha trascorso gli anni insieme alla sua famiglia. L’evento, a distanza di molti anni, è per me motivo di riflessione pubblica per non lasciare ai soli pensieri di chi scrive quella straordinaria forza morale e reale che Zaccagnini sapeva imprimere soprattutto ai più giovani. Avendolo conosciuto (solo per ragioni anagrafiche) negli ultimi anni della sua esistenza, ho sentito forte il desiderio di essere anche io a Ravenna, nella sua città così carica di storia democratica ed antifascista.

 

Ne vale la pena soprattutto per riflettere, alla luce dei suoi insegnamenti, sul momento politico presente, su quella moralità ed eticità pubblica e privata sulle quali egli aveva sempre fondato il suo impegno civile nell’ottica dei valori cristiani. Già i valori cristiani! Oggi sembra che quando ci si riferisce a tutto ciò si è fuori dalla storia, fuori da questa realtà politica (in verità inconcludente e spregiudicata) tutta centrata sulla mera corsa ad esercitare il potere. Ma il potere (ci ricorda ancora oggi Zaccagnini) è fine a se stesso se non incanalato lungo gli argini della morale e (perché no) sugli insegnamenti della dottrina cristiana tradotti laicamente nell’impegno civile quotidiano.

 

Viviamo stancamente questa fase della storia e della conseguente azione politica come se gli ideali del Novecento fossero da noi distanti un secolo, come se la politica a livello mondiale incarni quel desiderio della forza e della supremazia di un popolo su un altro popolo, espressione di una economia malsana che fa delle armi e del conseguente profitto economico di pochi magnati, il motivo sostanziale dei governi e delle nazioni progredite.

 

Ed in tutto questo circolo vizioso occorre avere forza e coraggio. Quella forza e quel coraggio che proprio Benigno Zaccagnini sapeva trasmettere con i suoi discorsi e con il suo stile di vita. Zaccagnini è ancora qui a ricordarci che la politica è servizio disinteressato; che ha senso se sa valorizzare la persona umana singola ed associata; se sa anteporre agli interessi particolari e personali quelli della società nel suo complesso.

 

Rispetto a tutto questo e, soprattutto, guardando le vicende delle recenti elezioni politiche sui vari schieramenti in campo, il monito di Zaccagnini risuona forte nelle coscienze limpide che non hanno mai smesso di sforzarsi per incarnare il suo esempio politico e religioso.

 

Ma non si può non rilevare un dato estremamente preoccupante e che riguarda quello che resta del Partito Democratico e del cosiddetto centrosinistra: che esempio si da quando i capi e capetti oltre a scegliersi collegi sicuri, pretendono anche candidature sicure per i propri familiari? Zaccagnini nella sua oltre quarantennale vita politica partitica e parlamentare non solo non ha mai coinvolto i suoi familiari, ma soprattutto non ha mai fatto pesare il suo ruolo per favorire professionalmente uno dei suoi figli.

 

Occorrerebbe imparare da quest’uomo che a distanza di tanti anni oggi viene a riproporci quella politica nuova, vera, viva, fascinosa per spendere il proprio tempo e le proprie capacità ideali e politiche in funzione di chi ha bisogno. La politica come morale. È questo uno dei grandi insegnamenti che ci ha lasciato Zac e per il quale vale ancora la pensa impegnarsi in questa politica da rifondare e da riscoprire.

POPOLARI E UN PATTO FEDERATIVO.

 

La cultura popolare di ispirazione cristiana – presente in modo ramificato in tutto il paese, checchè se ne pensi – continua ad essere, soprattutto oggi, senza una adeguata e coerente rappresentanza politica organizzata. Allora è indispensabile affinare ed approfondire il progetto politico di quest’area culturale che è stata comunque decisiva nei tornanti più difficili e complessi della nostra vita democratica e, al contempo, non disperdere l’originalità di questo filone ideale.

 

 

Giorgio Merlo

 

Dunque, tramontato il “sogno” del Pd originario di far convergere nel medesimo partito culture storicamente diverse ma impegnate per elaborare un comune progetto politico; fortemente indebolita la componente popolare nella coalizione di centro destra e preso atto della sostanziale e quasi matematica impossibilità per dar vita ad un nuovo partito identitario, l’unica alternativa politicamente percorribile resta quella di creare una forza unitaria a livello nazionale e poi stringere un “patto federativo” con quel partito che ritiene utile, indispensabile e necessario l’apporto del cattolicesimo popolare e sociale ai fini della costruzione di un progetto politico e di governo. Una proposta tutt’altro che astratta o virtuale per la semplice ragione che la cultura popolare di ispirazione cristiana – presente in modo ramificato in tutto il paese, checchè se ne pensi – continua ad essere, soprattutto oggi, senza una adeguata e coerente rappresentanza politica organizzata.

 

Certo, non è una operazione né semplice e né facile. Ma è sicuramente un percorso che si può e si deve intraprendere se non si vuole giocare un ruolo puramente testimoniale o, peggio ancora, di natura sostanzialmente pre politica. Ma prima di qualunque accordo, o patto o alleanza, è di tutta evidenza che occorre “esserci”. A livello politico e anche, e soprattutto, a livello organizzativo. Ma per centrare questo obiettivo con senso di responsabilità e coerenza, è altresì indispensabile affinare ed approfondire il progetto politico di quest’area culturale che è stata comunque decisiva nei tornanti più difficili e complessi della nostra vita democratica e, al contempo, non disperdere l’originalità di questo filone ideale.

 

Una identità politica e culturale senza alcuna deviazione integralistica e nè, tantomeno, di natura confessionale che non può essere però emarginata o ghettizzata all’interno di una formazione politica. Non sono, al riguardo, i “partiti personali” gli strumenti più congeniali per accogliere, in modo costruttivo e collaborativo, un’area come quella riconducibile al cattolicesimo popolare e sociale. Perchè solo un luogo politico “plurale” può favorire questa collaborazione e questa fattiva sinergia politica e culturale.

 

In secondo luogo va ricercata la massima unità di questa area politica e culturale. O almeno di tutti coloro che condividono questo progetto e questa prospettiva politica. Una unità che può essere decisiva ai fini della costruzione di una politica che rispecchia le istanze e la specificità della nostra tradizione.

 

In ultimo, ma non per ordine di importanza, abbiamo il dovere di valorizzare una classe dirigente che è presente in tutti i gangli vitali della nostra società. Una classe dirigente di qualità, radicata nel territorio, espressione di interessi sociali e culturali ben definiti e che è già presente in molte realtà locali del nostro paese. Anzi, sono la forza propulsiva del civismo nelle amministrazioni locali del nostro paese. Ecco perchè, dopo aver ricostruito una “rete” nazionale, che è già partita da ben prima della campagna elettorale, il “patto federativo” può essere un passaggio obbligato, anche se non dogmatico.

GIULIANO VASSALLI: UN PARTIGIANO COME PRESIDENTE DELLA CORTE COSTITUZIONALE.

Fonte Wikipedia
Fonte Wikipedia

 

Come definire Vassalli? Una personalità estremamente poliedrica e complessa, impossibile da inquadrare in modo esauriente. Possiamo dire, comunque, che fu un uomo antisistema durante un regime totalitario e un paladino della legge in uno Stato liberaldemocratico.

 

Francesco Marcelli

 

Proprio tredici anni fa ci lasciava Giuliano Vassalli, un grande giurista, partigiano, ministro e presidente della Corte costituzionale. Una personalità estremamente poliedrica e complessa, impossibile da inquadrare in modo esauriente in tale sede; cosa che infatti non farò. Ripercorrerò quindi sinteticamente solo alcune delle principali tappe della sua vita, avvalendomi tra le varie fonti anche della testimonianza di un suo stretto collaboratore, da me intervistato recentemente, per delinearne meglio la personalità. Mi soffermerò in particolare però sulla sua attività di partigiano che, come dice Francesco Palazzo “fece maturare in Vassalli quegli ideali di umanismo, libertà e democrazia che costituirono poi i motivi fondamentali della sua riflessione giuridica” (F. Palazzo, Giuliano Vassalli).

Giuliano Vassalli, classe 1915, proveniente da una famiglia medio borghese, ricevette un’ottima formazione e spese la sua giovinezza tra Perugia, Roma e Genova per via dei molteplici incarichi universitari che suo padre, il civilista Filippo Vassalli, dovette ricoprire.

 

A partire dal 1936, anche a causa dell’uccisione di suo zio da parte dei franchisti durante la guerra civile spagnola, iniziò a manifestare una piena adesione all’antifascismo. Il 9 settembre 1943, il giorno dopo l’armistizio, Vassalli entrò subito a far parte della resistenza romana nelle Brigate Matteotti (componente socialista della resistenza). A partire da ottobre fu introdotto inoltre anche nella giunta militare centrale del CLN. Egli si guadagnò subito una certa fama, essendo riuscito con l’aiuto di altri sei partigiani socialisti, ad organizzare la fuga di Pertini e Saragat dal carcere di Regina Coeli. Questi ultimi infatti erano detenuti nel braccio del carcere controllato direttamente dai Tedeschi, dal quale, come ricorda lo stesso Saragat, “si usciva in un modo solo: per andare di fronte al plotone di esecuzione. Qualche volta si poteva uscire già morti per le percosse subite dagli aguzzini durante gli interrogatori. Se Pertini ed io ne siamo usciti miracolosamente in un terzo modo – e fu caso unico – è faccenda che non riguarda né Pertini né me, ma un gruppo di valorosi partigiani che rischiarono la loro vita per salvare la nostra” (V. Faggi, Sandro Pertini: sei condanne due evasioni). In qualità di capi della resistenza erano entrambi destinati ad essere fucilati da un giorno all’altro, bisognava quindi fare presto.

 

Così racconta l’accaduto lo stesso Vassalli: “Nenni mi incaricò di studiare le soluzioni possibili per la restituzione alla libertà di queste due autorevoli e amate personalità della politica socialista. Attraverso messaggi cifrati riuscimmo ad avvertire del nostro piano Sandro Pertini che, dimostrando già allora una levatura morale ed una lealtà senza precedenti, non esitò a recapitarci la seguente risposta: ‘se esco io, devono uscire tutti i socialisti detenuti all’interno di Regina Coeli. Altrimenti non se ne fa niente’. Scartammo subito l’ipotesi di un’evasione classica. La nostra attenzione fu tutta riversata su uno stratagemma di carattere giuridico. Il nostro obiettivo era quello di realizzare dei falsi ordini di scarcerazione. Massimo Severo Giannini ed io eravamo stati fino all’8 settembre 1943 in servizio presso il tribunale supremo militare. Ci ripresentammo in questo luogo con la scusa di chiedere informazioni sulla scadenza del termine consentito agli ufficiali ‘sbandati’ dopo l’8 settembre, che intendessero arruolarsi nuovamente nell’esercito della RSI. Questo stratagemma ci consentì di muoverci per alcuni minuti indisturbati all’interno del tribunale. Riuscimmo così a impossessarci di nascosto di moduli e timbri di ogni genere. Poi Giannini prese a campione dei moduli di scarcerazione abitualmente utilizzati e li imitò perfettamente. Gli ordini di scarcerazione furono recapitati e tutti e sette i nostri compagni uscirono dal carcere. Le prime due notti successive alla loro fuga da Regina Coeli, essi [Saragat e Pertini] le passarono con me in una casa di un mio zio paterno” (M. Lo Presti, Frammenti di storia).

 

L’evasione avvenne il 24 gennaio 1944 intorno alle 18.30, come è ricordato in un articolo dell’Avanti! scritto da Vassalli stesso insieme a Giannini all’indomani della liberazione di Roma per celebrare il grande risultato. Tale beffa fu senza dubbio un vero e proprio record nella storia della resistenza, dato che furono liberate ben sette persone senza sparare un colpo e con l’aiuto inconsapevole dei carcerieri.

 

Purtroppo però la macchina repressiva nazista continuò a colpire. Già il 3 aprile Vassalli venne arrestato. Un gruppo di SS lo intercettò infatti in via del Pozzetto nel centro di Roma. “Mi saltarono addosso. Mi trascinarono nella macchina in quel largo che ora si chiama piazza Poli. Subito dopo mi portarono per via del Corso, verso via Tasso. Cercai di evadere dalla macchina e allora mi percossero selvaggiamente, tanto che, quando arrivai in via Tasso, fecero allontanare tutti i civili! Io entrai avvolto in un’enorme coperta, perché sanguinavo da tutte le parti” (op. cit.). Nel celebre carcere di via Tasso egli fu interrogato e torturato più volte, senza però mai lasciarsi sfuggire una parola sui suoi compagni partigiani e sulla sua famiglia. Ricorda egli stesso che la sua fucilazione sembrava ormai prossima e inevitabile, quando ad un certo punto avvenne l’impensabile. Nel frattempo infatti suo padre si era mosso in tutti i modi possibili per procurarsi un’intercessione volta a liberarlo. Intercessione che di fatto ci fu e provenne addirittura da Pio XII, il quale riuscì ad ottenere la sua scarcerazione il 3 giugno 1944, un giorno prima che i Tedeschi lasciassero Roma.

 

Vassalli racconta: “mio padre era amico di Francesco Pacelli, fratello di papa Pio XII; si erano conosciuti durante i lavori per la firma del Concordato del 1929. La sera del 3 giugno mi venne incontro un sacerdote tedesco, padre Pancrazio Pfeiffer: pensai fosse giunto il momento dell’esecuzione; era invece il sacerdote che aveva ottenuto la mia scarcerazione” (intervista di Lo Presti in ‘Attimo fuggente’). Poco prima di lasciare la prigione gli si avvicinò Kappler in persona, che con tono estremamente severo gli disse: “Ha da ringraziare esclusivamente il Santo Padre se lei nei prossimi giorni non viene messo al muro, come ha meritato. Non è forse vero che lo ha meritato, signor Vassalli?”( G. Angelozzi Gariboldi, Pio XII, Hitler, Mussolini. Il Vaticano fra le dittature). Vassalli gli rispose che in fin dei conti non aveva ucciso soldati tedeschi e che non era del suo stesso avviso. Kappler ulteriormente indispettito replicò alla sua affermazione, finché poi gli intimò di andarsene e gli disse: “che io possa non rivederla mai più!”. Così Vassalli se ne andò salendo in auto insieme a padre Pfeiffer diretto a via della Conciliazione. Cosa gli sarebbe potuto accadere senza tale intervento sembra alquanto scontato, specialmente in un momento in cui i nazisti si stavano preparando ad abbandonare Roma; cosa che appunto significava esecuzioni sommarie dell’ultimo minuto o deportazioni.

 

Tornando un attimo indietro, è interessante notare come la liberazione di Pertini e Saragat sia avvenuta prima dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, che li avrebbe sicuramente coinvolti se fossero rimasti ancora in carcere; così come è altrettanto interessante il fatto che Vassalli sia stato arrestato dieci giorni dopo tale eccidio e liberato il giorno prima che i Tedeschi abbandonassero Roma. La sorte spesso è molto più generosa di quanto si dica, o almeno così è con alcuni. Una cosa è certa, se il piano di evasione da Regina Coeli fosse stato scoperto, molto probabilmente l’Italia non avrebbe mai avuto due importanti Presidenti della Repubblica quali Pertini e Saragat, così come, senza l’intercessione di Pio XII avvenuta al momento giusto, non avremmo mai avuto un grande Ministro della Giustizia e presidente della Corte costituzionale quale Vassalli.

 

Finita la guerra, Vassalli ricoprì ruoli molto importanti nella neonata Repubblica italiana. Partecipò alla famosa scissione di Palazzo Barberini divenendo uno dei principali esponenti del partito socialdemocratico italiano e successivamente del Psi. Fu uno dei più illustri avvocati e docenti di diritto penale presenti in Italia. Egli infatti fu autore di una copiosa produzione giuridica in materia penalistica e processuale. Si occupò tra l’altro dei più importanti processi giudiziari di questo Paese, come, solo per fare qualche esempio, quello per i disordini di Genova del 1960, quello sul caso Baffi-Sarcinelli, quello sul caso Lockheed. Fu inoltre uno dei più autorevoli esponenti del garantismo. Ricoprì la carica di Ministro di Grazia e Giustizia dal 1987 al 1991 (in quella veste varò il nuovo Codice di Procedura Penale), fino a divenire prima giudice e poi presidente della Corte costituzionale nel 1999. Ebbene credo che non si possa comprendere appieno la statura dell’illustre uomo delle istituzioni, quale egli era divenuto, se prima non si conosce il coraggioso e integerrimo partigiano della fase giovanile; Giuliano Vassalli infatti fu entrambe le cose.

 

Parliamo ora però dell’aspetto umano. Come mi ha raccontato in una recente intervista Franco D’Urbano, assistente universitario e collaboratore di Vassalli nel suo studio privato di via della Conciliazione 44 a partire dal ’68, egli era “un uomo molto rigoroso, preciso e puntuale. Una persona che non sapeva mai star senza far niente ed incline ad un comportamento iperattivo ed efficiente”. Amava molto l’insegnamento e, come racconta appunto D’Urbano che era stato anche suo studente, “seguiva con molta cura e attenzione i propri alunni”. Egli addirittura ad un certo punto della sua vita abbandonò il lavoro di avvocato per dedicarsi completamente all’insegnamento nelle aule universitarie, altra lezione di grande umiltà. Un uomo che tenne sempre a coltivare le vecchie amicizie. Tanto per fare un esempio, il suo collaboratore ricorda come molto spesso dovette accompagnarlo dal suo studio di via della Conciliazione a piazza Adriana dove abitava Pietro Nenni, per andare a trovare il suo caro amico al quale era legatissimo. Vassalli era “un individuo abbastanza riservato, ma allo stesso tempo quando si trattava di dire la sua non la mandava certo a dire”.

 

Un uomo dotato anche di grande fermezza, sia quando si trattava di far rispettare le regole all’interno dell’università durante i difficili anni della contestazione giovanile, sia nelle aule dei tribunali, sia all’interno del proprio partito. “Craxi gridava sempre con tutti: con me gridava un po’ meno che con gli altri” (Lo Presti, op. cit.), racconta Vassalli, facendoci capire l’alto grado di rispetto di cui egli godeva. Vassalli fu certamente un uomo morigerato, equilibrato ed incline alla mediazione, come tutte le persone abituate ad approcciare quotidianamente la complessità, ma allo stesso tempo estremamente franco nel dire quello che pensava. Penso per esempio al suo deciso intervento a Montecitorio contro la linea della fermezza per quanto concerne il caso Moro: “io appartenni infatti – e in venticinque anni non ho mutato il mio punto di vista – a coloro che non condivisero, pur rispettandone alcune motivazioni, le idee e i propositi del cosiddetto partito della fermezza” (Lo Presti, op. cit.). Vassalli assistette legalmente, in una prima fase dell’istruttoria del processo, la moglie di Moro, che si recò spesso nel suo studio, come ricorda anche D’Urbano. Sempre quest’ultimo racconta, a proposito del caso Moro, di essersi occupato, come collaboratore, insieme a Vassalli del processo a

 

Paola Besuschio, brigatista rossa arrestata nel ’75 e accusata di tentato omicidio per aver esploso colpi di arma da fuoco in aria per spaventare chi la stava inseguendo, senza però uccidere nessuno. L’unico appiglio giuridico per contestare il delitto di tentato omicidio nei confronti degli inseguitori, appartenenti alle Forze dell’Ordine, fu quello di ritenere configurabile il dolo eventuale nel tentativo di delitto. Invece, a parere della difesa, non poteva, nel caso di specie, ricorrere tale ipotesi criminosa a titolo di dolo eventuale, in quanto l’imputata aveva sparato in aria esclusivamente per creare un fuoco di sbarramento e non contro qualcuno con l’intenzione di ucciderlo. Il caso ovviamente era al limite, tanto che si fece ricorso in Cassazione contro la sentenza di condanna ma invano. Tuttavia, quando nel ’78 i brigatisti che avevano sequestrato Moro fecero tra gli altri anche il nome della Besuschio come possibile ostaggio da scambiare con quest’ultimo, allora si riprese il dibattito. Vassalli insieme ai suoi più fedeli collaboratori, tra cui appunto D’Urbano, si rimise a studiare il caso Besuschio e l’ipotesi di dolo eventuale, cosa che lo portò appunto a proporre, non essendosi costei macchiata di delitti di sangue, lo scambio con Moro. Il Psi rilanciò da subito questa proposta concreta che Vassalli aveva avanzato, c’era però solo un problema: la grazia da concedere. Come ricorda bene Francesco Damato in un’intervista a Radio Radicale, il Capo di Stato Giovanni Leone era ben disposto a concedere la grazia alla Besuschio, che essa la chiedesse o meno, il problema però era che costei aveva altri processi pendenti, oltre a quello per il quale era stata condannata, di conseguenza la grazia non avrebbe sortito alcun effetto.

 

Vassalli e il partito della trattativa si accorsero comunque che, al di là di questi problemi tecnici, non c’era una reale volontà di salvare Moro attraverso uno scambio di prigionieri da parte della maggioranza dei politici, primo fra tutti l’allora presidente del consiglio Andreotti che si oppose fermamente alla liberazione della brigatista. In quei fatidici giorni Vassalli cercò di fare il possibile per salvare la vita al suo amico e collega Aldo Moro, purtroppo un problema di queste proporzioni andava decisamente oltre le sue possibilità. Risalta in questa vicenda la figura di un giurista capace di trovare un equilibrio tra diritto e morale. Egli infatti fu un uomo sempre in prima linea nel salvare vite umane dall’ingiustizia, che si trattasse di Pertini e Saragat rinchiusi a Regina Coeli o di Moro nelle “prigioni del popolo”. Un uomo antisistema durante un regime totalitario e un paladino della legge in uno Stato liberaldemocratico, con il solo obiettivo di rendere la realtà in cui viveva un po’ più giusta.

 

LA RIFLESSIONE PUBBLICA METTA AL CENTRO IL CONTRIBUTO DELLE MIGLIORI PERSONALITÀ DELLA REPUBBLICA DEI PARTITI.

Fonte Lapresse
©LaPresse Archivio Storico Politica 03-05-1977 Roma Nella foto: Luigi Berlinguer e Aldo Moro

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Moro e Berlinguer, due pubblicazioni per riassumere le loro leadership, quando la politica si faceva tramite lo studio e la cultura, l’elaborazione intellettuale e una proposta di pedagogia civile. La sfida allora è il ritorno alle identità politiche per colmare il vuoto di rappresentanza

 

Giovanni Iannuzzi

 

Nel corso del 2022 sono stati pubblicati due volumi, Aldo Moro, la storia e le memorie pubbliche e Enrico Berlinguer, la storia e le memorie pubbliche, presso la casa editrice Viella. Si tratta di un lavoro di gruppo curato da Maurizio Ridolfi che fa riferimento a due seminari che si sono svolti a Roma presso la Società Dante Alighieri.

 

La proposta degli studiosi ha messo al centro della riflessione la storia e le memorie della nostra Repubblica, attraverso le biografie di due tra i suoi protagonisti più autorevoli, che necessitano di linguaggi capaci di coinvolgere cittadini di diverse generazioni. I testi, infatti, si confrontano con le fonti audiovisive e memoriali, le rappresentazioni e le diverse narrazioni, con attenzione alle sollecitazioni di una storia pubblica.

 

Ho avuto modo di collaborare sin dall’inizio, prima con l’organizzazione dei seminari e in un secondo tempo alle pubblicazioni. Attraverso una ricognizione della stampa, della televisione, della rete, degli anniversari, dell’odonomastica, delle manifestazioni storico-culturali, il mio contributo ha cercato di mettere in evidenza l’evoluzione del dibattito pubblico recente intorno alle storie di Moro e Berlinguer.

 

Il volume su Moro, ha sostenuto Renato Moro nel suo intervento di presentazione del libro che si è svolta all’Archivio Flamigni, arriva a sintetizzare una stagione di rinnovamento profondo degli studi sulla figura dello statista, restituita finalmente agli italiani attraverso le lenti della storia e non più attraverso le immagini tanto spesso pregiudiziali e distorte di una volta.

 

Secondo Maurizio Ridolfi è fondamentale il confronto con le domande e le istanze dei cittadini, portando fuori dall’accademia le ricerche degli storici di professione. Si muove all’interno di questa prospettiva, dunque, il tentativo di mettere in qualche modo a regime i risultati più importanti della storiografia dei ricercatori, dei giovani studiosi che hanno lavorato su fonti anche nuove e di collocare il tema di Moro – e di Berlinguer – dentro una storia pubblica effettiva e conseguente.

 

Il libro su Berlinguer si presta ad una lettura contemporanea. Sono le parole di Ilaria Moroni, direttrice dell’Archivio Flamigni che aggiunge: si tratta di un Berlinguer a cento anni dalla nascita rivisto in una chiave di Public history e attualizzato nel dibattito pubblico moderno.

Seguendo queste riflessioni, mi sono annotato alcune analisi recenti apparse sulla stampa che vorrei condividere.

In un articolo sulle sorti del Pd dopo la sconfitta elettorale del 25 settembre, scrive Isaia Sales: «C’è il problema dei maestri in politica […] a cui un militante o un elettore vorrebbe identificarsi. Mancano, cioè, […] leader morali, quei leader che ti rendono orgoglioso della parte politica a cui aderisci. Nessuno […] ha a casa la foto di un suo dirigente, mentre Moro e Berlinguer ci guardano ancora con l’aria timida, dolce e seria di chi ha dato la vita per una causa». (“la Repubblica”, 3 ottobre 2022)

 

Oggi nel “tempo presente” dell’antipolitica, la percezione è quella che le classi dirigenti concepiscono lo spazio pubblico in funzione di un vantaggio personale (Carlo Carboni, sociologo, La società cinica, Le classi dirigenti italiane nell’epoca dell’antipolitica, Laterza, 2008). Invece è necessario aprire gli occhi sulle reali condizioni del paese risolvendo il malessere sociale con lo sviluppo, con una visione, con la partecipazione e con le migliori energie, senza scorciatoie qualunquiste.

 

«La notte dei partiti non cederà alla luce del giorno fintanto che le élite politiche faranno finta di non vedere le malformazioni democratiche prodotte dalla lunga crisi della democrazia dei partiti» (C. Carboni, “Il Sole 24 Ore”, 18 ottobre 2022). «Il paese ci guarda» ha sostenuto Liliana Segre nel suo intervento alla prima seduta del Senato. Allora ognuno di noi può contribuire con progetti e iniziative in grado di coinvolgere un pubblico sempre più ampio, con rinnovati linguaggi e una comunicazione più aperta e accessibile, attraverso la costruzione di nuovi paradigmi come ad esempio il dialogo tra la pedagogia civile e la public history of education (che amplia i tradizionali confini della storia dell’educazione), la sinergia tra vari soggetti (non solo istituzionale), per una proposta operativa capace di generare una comunità educante.

 

«Se non a scuola dove?» è il titolo di una interessante riflessione di Paolo Di Paolo su “La Stampa” (18 settembre 2022), che pone la questione di come parlare di politica tra i banchi, «all’interno di percorsi di percorsi civile e di educazione alla cittadinanza». Anche così si può contribuire a “curare” la salute della democrazia in un contesto in cui c’è tanta sfiducia nelle forme e nelle liturgie della politica tradizionale della rappresentanza parlamentare. Nel 2019 è stato introdotto l’insegnamento trasversale dell’educazione civica nelle scuole. Un tema molto caro a Moro che, oggi, rappresenta anche un obiettivo, tra gli altri, dell’Agenda 2030 (fornire un’educazione di qualità anche tramite la promozione di una cultura alla cittadinanza globale).

 

Gianluca Passarelli sul “Domani” del 19 ottobre 2022 (in un’analisi sul dopo voto e – ancora – sul Pd) scrive: «Congedandosi dalla fase di collaborazione con la DC – in quella che fu definita la seconda svolta di Salerno – Enrico Berlinguer ha detto parole chiave sull’urgenza del dire e del fare da parte del Pci: “O diciamo qualcosa o è meglio non dire niente. Io penso che oggi si debba dire qualcosa di nuovo e in poche ore. Perché c’è grande smarrimento che si può riversare anche contro di noi. Non è ancora contro di noi, ma potrebbe se non ci distinguiamo anche con la proposta politica”».

 

Senza Moro – e poi senza Berlinguer – (i “funerali della Repubblica”) «quel sistema non regge più» osserva Marco Damilano (Processo al nuovo, Laterza, 2017). E prosegue: «È in quel momento che i partiti, tutti insieme, esauriscono la loro forza propulsiva. La crisi politica si trasforma in crisi istituzionale. Gli interventi di piccola manutenzione dell’esistente non bastano più».

 

Sempre secondo Damilano oggi il cerchio si chiude. Nella sua riflessione sul “Domani” dello scorso 24 ottobre in quello che, grazie a Draghi e Mattarella, si profila come un passaggio di potere ordinario e non come un cambio rivoluzionario, si chiude una fase lunga un trentennio. Infatti nota che: «più che nel 1922, esercizio sterile, tra le cause che hanno portato la sinistra alla sconfitta, le sue radici vanno cercate nel 1992, quando è cominciata la storia dell’ultimo trentennio». Il centrodestra ritorna al governo senza un radicale progetto di cambiamento (nel deserto della politica). «Quel che nel 1992 è stato spazzato via non è mai stato ricostruito. Semmai è stato sostituito» con 30 anni di subalternità o di vuoto. «C’è stato il tramonto delle ideologie, la fine della storia e il loro ritorno». E osserva come «la rete ha prima espresso la sua carica rivoluzionaria e poi quella reazionaria».

 

Nel frattempo a sinistra non sono riusciti a rielaborare un pensiero e una organizzazione nella società. La sfida allora è il ritorno alle identità politiche per colmare il vuoto di rappresentanza. In altre parole, la sinistra deve lasciarsi alle spalle il trentennio senza politica.  In questo scenario sono i progressisti, secondo Giovanni Orsina (“La Stampa”, 23 ottobre 2022) che devono abbandonare ogni pigrizia e cercare di ricostruire le proprie ragioni.

 

La mia “ricognizione” presente nei volumi nasce dalla volontà di mettere al centro della riflessione i momenti salienti del dibattito pubblico degli ultimi anni intorno a personalità politiche popolari. Le questioni appena tracciate emergono come un elemento comune alla migliore classe politica della “Repubblica dei partiti”, con i loro progetti e la loro volontà di costruire un’idea forte di cittadino. In questo orizzonte, delle personalità come quelle di Moro e di Berlinguer rappresentano un prezioso contributo.

PD, ORA SCEGLI COSA VUOI ESSERE. IL CONNOTATO POLITICO E IDEALE NON DERIVA DALLE ALLEANZE, SEMMAI LE PROMUOVE.

 

Nei suoi termini essenziali e politologici – spiega l’autore – la scelta del Pd è fra l’essere un partito di centrosinistra o uno di sinistra. Le differenze ci sono, e sono numerose. E non sono solo relegate al tema delle alleanze. Ma quello che qui ora preme sottolineare è che la scelta fondativa del Pd fu la prima, senza della quale esso non sarebbe mai nato.

 

Enrico Farinone

 

Intervistato da Concita De Gregorio e David Parenzo qualche sera fa, Massimo D’Alema ha detto in chiaro quello che pensa da sempre, ovvero che la costituzione del Pd fu un errore. E con tono di massima serietà, senza l’usuale sarcasmo, ha riconosciuto di aver sbagliato nell’aver assecondato a suo tempo un progetto che non aveva fondamento ideologico alcuno.

 

Il trattino fra centro e sinistra, ha detto, avremmo dovuto conservarlo: solo così una sinistra ancorata alla propria tradizione comunista e socialista avrebbe saputo ancora suscitare emozioni e speranze, ciò che non sa fare ormai da anni; e un centro cattolico radicato nella tradizione democristiana avrebbe saputo ancora interpretare le istanze popolari provenienti da quel mondo, vitale e realmente presente in Italia. La rinuncia di fatto alle proprie radici storico-politiche è stato un errore imperdonabile che il Pd ha poi inevitabilmente pagato.

 

Affermazioni importanti, quelle di D’Alema. Confermate successivamente in una intervista a Repubblica, nella quale aggiunge che il Pd dovrebbe allearsi con il M5S. Tesi contestabili ma non eludibili, ancor più alla luce dei risultati elettorali mai vincenti conseguiti alle elezioni politiche nazionali dal Pd nei suoi 15 anni di vita. Considerazioni rilevanti che pongono il Pd, all’avvio di questa (troppo?) lunga fase congressuale, di fronte ad una scelta decisiva, rinviata per troppo tempo dopo che era stata alla base della sua nascita ma prontamente, con le dimissioni da segretario del suo principale ideatore, rinnegata nei fatti anche se non nelle parole.

 

Una scelta che è giusto avere il coraggio di esplicitare con termini politologici, perché bisogna smetterla di aver paura di utilizzarli: ogni professione ha i suoi, dunque anche la politica ha i suoi. Del resto, pure questo ha detto D’Alema e personalmente è un’osservazione che condivido: Giorgia Meloni ha vinto le elezioni dopo aver costituito un partito tradizionale di tipo novecentesco che per dieci anni ha attraversato con coerenza e battendosi per le proprie idee un deserto che pareva infinito, avendone cominciato il percorso col 2% dei voti.

 

Dunque, nei suoi termini essenziali e, appunto, politologici la scelta del Pd è fra l’essere un partito di centrosinistra o uno di sinistra. Le differenze ci sono, e sono numerose. E non sono solo relegate al tema delle alleanze. Ma quello che qui ora preme sottolineare è che la scelta fondativa del Pd fu la prima, senza della quale esso non sarebbe mai nato. La decisione fu di togliere quel trattino che aveva contraddistinto la positiva alleanza ulivista, che ora si valutava opportuno (e urgente, ma l’urgenza era dettata dalla necessità di aiutare un governo, il Prodi 2, in forti difficoltà numeriche in Parlamento) sviluppare in un partito unico. Un partito più moderno, e meno legato a modelli organizzativi che al tempo si ritenevano inesorabilmente superati.

 

Oggi, e ormai da qualche anno, il Pd è invece commentato da tutti (analisti politici, osservatori, intellettuali, giornalisti, gente comune) come un partito di sinistra erede di una sola delle famiglie fondative e tuttavia in perenne conflitto interno e pieno di problemi, da ultimo la competizione a sinistra del nuovo Movimento 5 Stelle contiano, spostatosi su quei lidi in maniera assai opportunistica ma al momento effettivamente redditizia per un partito-non partito che pareva destinato ad un rapido tramonto.

 

Intendiamoci: non è un peccato essere un partito di sinistra e cercare d’esserlo coerentemente. Tutt’altro. Ma l’intento originario del Pd era diverso, più inclusivo e meno ideologico. La famosa “vocazione maggioritaria” era l’obiettivo, in una logica, appunto, perfettamente maggioritaria secondo lo spirito del tempo (e le leggi elettorali in vigore nella Seconda Repubblica). Non aver mai, negli anni, ricordato questo dato costitutivo e preteso che fosse tradotto in costante iniziativa politica e non limitato all’ottenimento di alcuni ruoli rilevanti, da parte di quanti provenivano dalla tradizione popolare e dalla cultura cattolico democratica e sociale è stato un serio errore, è stata realmente una grave mancanza. L’esito è stato lo stravolgimento dell’intento rivoluzionario del Pd, appunto la costituzione di un partito di centrosinistra che avrebbe dovuto divenire un esempio e un’illuminazione per la politica anche europea del nuovo secolo.

 

Ora però, all’indomani di un esito elettorale così infausto visto con gli occhi del popolo del centro-sinistra (non tanto o solo per il 19% del Pd quanto perché il Paese è stato affidato dagli elettori alla Destra) il Partito democratico deve scegliere. Partito di centrosinistra. O partito di sinistra. Le alleanze vengono dopo, essendo conseguenti alla scelta e non determinanti la medesima.

 

Certo, adesso la situazione si è resa più complicata, proprio perché l’indeterminatezza del Pd ha consentito che alla sua sinistra e alla sua destra si costituissero formazioni politiche con un certo grado di consistenza e di possibilità reali di sottrargli ulteriori consensi. C’è ancora margine e tempo per un rilancio? Probabilmente sì, anche perché la maggioranza governativa attuale salvo cataclismi dovrebbe durare almeno due/tre anni, se non l’intera legislatura. Sì, però solo a patto di una scelta chiara e definitiva. A costo di essere talmente divisiva da provocare una scissione. Goffredo Bettini oggi col suo libro ci dice: “sinistra, da capo”. Perché no, invece: “centrosinistra, da capo”?

 

Un’ultima aggiunta, doverosa. Il ragionamento svolto sin qui è naturalmente ben comprensibile per chi ha contezza, perché le ha vissute, delle origini del Pd. Le generazioni più giovani, i “nativi” del Pd, giustamente ci dicono di non essere interessate né coinvolte emotivamente da questi ragionamenti. Le si può e le si deve comprendere. Però anche loro, ormai in molti casi già parte del gruppo dirigente del partito ai vari livelli, hanno il dovere di dire all’elettorato e agli stessi iscritti al Pd cosa vogliono sia il partito. Di centrosinistra o di sinistra? E pure loro, occupandosi di politica, hanno il dovere di non aggirare la domanda dicendo che pone astruse questioni politologiche.

 

No, perché così come Destra e Sinistra hanno un senso, e lo sappiamo senza bisogno di citare Bobbio, pure centrodestra e centrosinistra ne hanno uno. Al punto che, correttamente, si definisce il governo Meloni un governo di destracentro e non di centrodestra. Non si tratta dunque di sigle vuote, prive di contenuti politici e, poi, programmatici e operativi. Ed infatti già i primi atti del nuovo esecutivo ne mostrano l’imprinting di destra, che giustamente dal suo punto di vista Meloni rivendica.

 

A meno che – e pure questa è una possibilità – per i nativi il Pd sia una sorta di partito radicale genericamente di sinistra imperniato sulla difesa dei diritti civili individuali invece che su quella dei diritti sociali, come francamente è apparso essere negli ultimissimi anni. Ma in questo caso, a maggior ragione, il congresso dovrebbe essere chiaro. E i cattolici democratici del Pd, a quel punto, dovrebbero porsi più di una domanda. E darsi qualche risposta. Puntuale e non dettata da modeste convenienze contingenti, peraltro ormai residuali.

COSA C’È SOTTO LA PARSIMONIA DI GRILLO? È PERLOMENO SOSPETTA UNA CERTA RETORICA NEO-PAUPERISTICA.

 

Il “Manifesto della parsimonia per il 2050” presentato di recente da Beppe Grillo costituisce una sollecitazione per i vari filoni culturali e politici del Paese a confrontarsi con una riflessione di prospettiva sui temi della sostenibilità, dell’energia e della transizione ecologica.

 

Giuseppe Davicino

 

L’economia circolare e la definizione di nuovi standard tra i tempi di lavoro e i tempi di vita sono certo obiettivi largamente, per non dire unanimemente, condivisi. Non altrettanto sembra potersi dire in merito a vari dettagli che rivelano una visione dell’uomo e della società sulla quale sembra opportuno esprimere delle riserve e definire un diverso approccio.

 

L’elogio, politico, della parsimonia che plurimilionari come il comico genovese intonano con insistenza, insieme a quello della resilienza, può risultare quantomeno sospetto alla crescente fascia di popolazione che fatica a procurarsi il necessario per sé e per la propria famiglia o per mandare avanti la propria attività. Rischia di esser funzionale ad una strategia della “decrescita felice” che vede i miliardari girare con i loro jet privati a cherosene a predicare ai ceti lavoratori la rinuncia all’uso dell’auto, a un riscaldamento adeguato delle loro abitazioni, ai cibi a base di carne sostituiti da prelibatissimi pasti a base di insetti.

 

Un dubbio che diviene una certezza quando Grillo vagheggia il dimezzamento dell’uso di energia di qui al 2050, rispetto al consumo pro capite, e dunque mantenendo e accentuando le disuguaglianze, perché il taglio dei consumi non potrebbe che ricadere interamente sulla classe media. Un obiettivo che risulta anche in contraddizione con la transizione digitale per quale l’energia è necessaria come l’aria che si respira.

 

Questa provocazione di perseguire un taglio del 50% all’energia necessaria all’economia e alla vita del genere umano, rende maggiormente evidente che su un punto così decisivo e colmo di implicazioni di ogni tipo come il fabbisogno energetico sia opportuno invece procedere in direzione del tutto opposta a quella malthusiana del fondatore del Movimento Cinque Stelle. Infatti, il teorema della riduzione programmata della disponibilità di energia, così caldeggiata in alcuni think tank che recepiscono i desideri dei miliardari globali, contiene come corollario inevitabile il progressivo indebolimento della classe media, sulla quale storicamente si fondano le democrazie, fino alla sua possibile scomparsa.

 

Una classe media ritenuta in quegli ambienti (che sono divenuti per anni più interessati a condizionare le banche centrali per avere politiche monetarie compiacenti, in grado di consentire loro di fare soldi dai soldi, che a continuare a far profitti da mercati rivolti ai consumi delle masse) ormai superflua dal punto di vista economico, perché sostituibile con l’intelligenza artificiale e dunque da colpevolizzare come inquinante. E lo strumento da usare per imporre la decrescita economica rischierà di essere, come già viene sperimentato qua e là, un uso distopico delle tecnologie digitali che verranno applicate per il contenimento forzato di consumi non più liberamente scelti ma imposti attraverso il sistema dei crediti sociali e della moneta digitale non più convertibile in contante, con il pretesto di contenere l’impronta ecologica delle classi subalterne.

 

Per evitare questi rischi, e soprattutto un sotterraneo sfaldamento delle basi su cui poggiano i sistemi democratici, che sono costituite da una ampia classe media e da un livello accettabile di coesione sociale,  serve definire un approccio assai diverso. L’innovazione sta aumentando a dismisura la domanda di energia. L’obiettivo sul quale far convergere tutti gli sforzi, finanziari, tecnici, scientifici è quello di investire su nuove forme di energia, come l’idrogeno, la fusione fredda, il nucleare di nuova generazione, e altre ancora, rispetto alle quali le energie rinnovabili con i loro noti limiti, sono da considerarsi importanti e complementari. L’obiettivo di energia illimitata, pulita e a buon prezzo non è affatto utopistico ma appare essenzialmente bloccato per ragioni geopolitiche. Chi raggiungerà o semplicemente implementerà a livello di infrastrutture e di distribuzione, per primo nuovi sistemi di generazione di energia, si assicurerà una rilevante quota di egemonia mondiale. Ecco perché la partita delle nuove fonti di energia, sulle quali l’Italia è tra le nazioni leader nel mondo, la si deve giocare in strettissimo raccordo con gli Stati Uniti.

 

È chiaro che su temi come questi emerge una differenza di impostazione che rende complicata la ricerca di accordi che non siano meramente di tecnica elettorale, fra la parte più popolare del centrosinistra, quella legata al mondo del lavoro, e soggetti come il M5S, i verdi e la sinistra radicale e comunque quella componente della sinistra trasversale ai vari partiti, che a volte dà l’impressione, come ha scritto il sociologo Luca Ricolfi, di negare “l’esistenza stessa dei problemi che la gente sente come prioritari”. Non rimane che la strada del confronto per definire prima o poi, se si riesce nonostante tutto, un programma comune.

MELONI, PRIMI PASSI CON IL PIEDE SBAGLIATO.

 

Il Governo ha introdotto un ambiguo (e quindi pericoloso) divieto di raduno in luoghi pubblici e privati per un numero di persone superiore a cinquanta. Perché lo ha fatto, visto che anche dalla maggioranza si sono levate voci di dissenso? Molto probabilmente per non perdere una ghiotta occasione – spiega l’autore –  diretta a segnalare in modo chiaro, inequivocabile e soprattutto a costo zero, la svolta a destra che il governo appena insediatosi intende imprimere alla vita sociale e politica del Paese.

 

Massimo De Simoni

 

Quale tema pensavate che il nuovo governo avrebbe affrontato come priorità nella prima riunione del Consiglio dei ministri? Il caro-bollette, la crisi energetica, il contrasto all’aumento della povertà, o gli interventi di attuazione del PNRR? Niente di tutto ciò! Il primo intervento del Governo Meloni ha invece introdotto un ambiguo (e quindi pericoloso) divieto di raduno in luoghi pubblici e privati per un numero di persone superiore a cinquanta; parliamo di riunioni da non confondere con i cosiddetti “rave party” che nel provvedimento non sono citati e che non si svolgono certo con una cinquantina di partecipanti. I tempi e le modalità con le quali si è arrivati al provvedimento legittimano i dubbi che il rave party di Modena sia stato solo il pretesto per far passare una norma che evidenzia dei chiari profili di incostituzionalità in relazione all’articolo 17 della nostra Carta. Va peraltro sottolineato l’uso improprio del “decreto”, uno strumento che dovrebbe essere utilizzato per questioni urgenti o di emergenza ovvero due caratteristiche che non ricorrevano in questo caso visto che l’evento era già stato bloccato.

 

La pretestuosità del provvedimento è infatti dimostrata dal fatto che quel rave è stato interrotto ben prima dell’approvazione del decreto in questione – quindi a normativa vigente – utilizzando norme già esistenti (ante-Meloni) in base alle quali questura e forze dell’ordine sono intervenute per ripristinare lo stato dei luoghi.

 

Ma perché allora fare questa forzatura? Molto probabilmente per non perdere una ghiotta occasione per segnalare in modo chiaro, inequivocabile e soprattutto a costo zero, la svolta a destra che il governo appena insediatosi intende imprimere alla vita sociale e politica del Paese ed in particolare allo svolgimento delle manifestazioni. Una stretta su un diritto costituzionalmente garantito che non ha richiesto impiego di risorse o scostamenti di bilancio.

 

Peccato che altrettanto rigore non si sia utilizzato anche con quei loschi personaggi (molti più di cinquanta) che a Predappio hanno inscenato una vergognosa manifestazione per inneggiare al duce ed al fascismo o con gli operatori sanitari no-vax (perdonati per il mancato rispetto dell’obbligo vaccinale per il settore sanitario).

PER UN NUOVO INIZIO. LA POSIZIONE DI “AGIRE POLITICAMENTE” SUL FUTURO DEL PARTITO DEMOCRATICO.

 

Bisogna constatare che il progetto originario non è stato realizzato. “Il partito – scrive l’autore – è caratterizzato dalle correnti più che dalle culture di provenienza. E tuttavia, proprio per la mancata realizzazione, quel progetto conserva il suo potenziale di attualità e può costituire il punto di non ritorno per un nuovo inizio”.

L’articolo è stato pubblicato sul foglio dell’associazione “Agire politicamente” di cui l’autore è il coordinatore nazionale,   

 

Lino Prenna

 

Con questo titolo pubblicammo sul foglio Politicamente, un articolo apparso su L’Unità del 5 maggio 2009 con il titolo “Prenna: sconfitti perché siamo usciti dai binari originari”. Quel titolo sintetizza anche oggi le ragioni della sconfitta subita dal Partito democratico alle ultime elezioni politiche.

 

Agire politicamente salutò la nascita di questo partito come fattore di novità nella storia dei partiti politici, occasione di rinnovamento della politica italiana, opportunità storica per il movimento politico dei cattolici. Ci sembrò, infatti, decisamente inedita e significativamente innovativa la confluenza, in un progetto unitario, delle tre grandi culture che hanno elaborato la nostra Carta costituzionale: il personalismo comunitario del cattolicesimo democratico, l’umanesimo della tradizione socialcomunista, la cultura liberale dei diritti individuali. Questo progetto ci portò a parlare di “identità plurale”, disegnata dalle culture che vi erano confluite: culture diverse, chiamate non a rivendicare quote di appartenenza ma sinceramente abitate da un’etica della mediazione, per intrecciarsi nella prospettiva di una sintesi alta e di una essenziale unità, incardinandosi su un condiviso statuto di pluralità.

 

Ma, in questi anni di estenuazione politica, di fronte alla progressiva caduta delle idealità originarie e l’opzione di una gestione pragmatica, abbiamo anche espresso il timore di possibile egemonizzazione di una componente culturale sulle altre e lo slittamento dell’asse verso una sinistra libertaria. Abbiamo anche formulato più volte l’auspicio che fosse un partito nuovo più che un nuovo partito e che evidenziasse, nella sua struttura organizzativa, la propria natura popolare, la collegialità effettiva degli organi gestionali e deliberativi, la distribuzione territoriale della sua presenza, l’apertura alla società civile e all’associazionismo politico.

 

Oggi, dobbiamo riconoscere che l’auspicio è stato disatteso e che il progetto originario, pur nato da una dichiarata volontà comune, non è stato sviluppato. Così, il partito è caratterizzato dalle correnti più che dalle culture di provenienza. E tuttavia, proprio per la mancata realizzazione, quel progetto conserva il suo potenziale di attualità e può costituire il punto di non ritorno per un nuovo inizio. Come ha scritto Pierluigi Castagnetti, nei giorni scorsi, “occorre reinventare il PD”, nel senso, aggiungiamo noi, dell’invenire latino, cioè ri-trovare le ragioni che ne hanno fondato il progetto originario. Ritrovare le ragioni significa tornare al popolo: “trovare un’anima, un senso, una mission che il popolo riconosca e in cui si riconosca”.

 

 

 

Consigliato

Lino Prenna, Dal cattolicesimo democratico al nuovo popolarismo. Sui sentieri di Francesco, Bologna, 2021.

MINORI AL CENTRO DELLA CRONACA: DIETRO FENOMENI DI VIOLENZA OPERA SPESSO IL DISAGIO SOCIALE O FAMILIARE.

 

Le cronache riportano casi di violenza, non isolati, che coinvolgono i minori. Le cause sono svariate. Ad esempio, dietro ogni caso di abbandono precoce degli studi, di inadempienza all’obbligo o di disagi comportamentali degli alunni ci sono cause che conducono quasi sempre all’inadeguatezza dei contesti familiari di provenienza. Gilbert Cesbron aveva scritto sul tema del disagio e delle fragilità minorili un libro eloquente, a cominciare dal titolo – “Cani perduti senza collare” – ambientato nell’immediato dopoguerra. La figura del giudice minorile Julien Lamy – che sta sullo sfondo delle vicende narrate – riassume l’atteggiamento più efficace: la capacità di ascoltare, conoscere, spiegare, utilizzare l’esempio destreggiandosi tra benevolenza e dovere di far rispettare le regole.

 

Francesco Provinciali

 

La cronaca ci propone con accentuazioni sempre più incalzanti episodi in cui i minori sono al centro di contesti di violenza subita o agita. Ci sono padri e madri che scaricano sui figli le proprie frustrazioni esistenziali o più semplicemente la propria immaturità e incapacità genitoriale: l’abbandono fisico e affettivo è forse il caso più ricorrente ma non sono rare situazioni di violenza fisica e sessuale, comportamenti agghiaccianti e innaturali perpetrati su creature in tenerissima età, come quel padre che recentemente ha ammesso di aver scaraventato fuori dalla finestra la figlioletta di due anni.

 

L’esperienza di ascolto consente di conoscere situazioni che vanno dal disagio familiare a contesti promiscui dove un figlio è spesso motivo di disturbo e un ostacolo al delirante abbandono alle pulsioni di egoismo e narcisismo sfrenato degli adulti, oppure viene fatto oggetto di veri e propri atti di abuso, spesso alimentati dalle droghe e dall’alcool, altre volte in assenza di relazioni affettive primarie, di disinteresse o di conflitti di coppia. Quanto tutto questo si ripercuota – nel migliore dei casi – sull’insuccesso formativo e sul fallimento scolastico dei minori lo si deduce dalle segnalazioni che i servizi sociali o gli stessi istituti inoltrano alle autorità giudiziarie minorili a partire dalla scuola dell’infanzia.

 

Dietro ogni caso di abbandono precoce degli studi, di inadempienza all’obbligo o di disagi comportamentali degli alunni ci sono cause che conducono quasi sempre all’inadeguatezza dei contesti familiari di provenienza. Ciò accade anche nelle situazioni in cui i ragazzini e gli adolescenti in genere si rendono essi stessi protagonisti di fatti di violenza feroce e apparentemente inspiegabile: è di questi giorni la vicenda del clochard picchiato selvaggiamente da alcuni minorenni in zona Trastevere a Roma e ripresa da filmati e telecamere. Non è la prima volta che accade, scorrendo le cronache degli ultimi anni ci si rende conto che queste aggressioni sono frequenti, al pari degli atti di bullismo verso i compagni fragili o disabili, senza parlare delle vere e proprie bande che imperversano in azioni di furto, scontri tra fazioni armate di spranghe, coltelli, persino pistole: non si tratta di un fenomeno solo italiano, ci sono zone in America latina dove i minori si rendono protagonisti di sequestri di persona, ratti di bambine, ricatti, racket di usura, furti, omicidi, rispetto a cui le forze dell’ordine sono impotenti e a volte colluse.

 

Basti citare la ‘Mara Salvatrucha’ e la ‘Mara 18’, due vere gang di giovani teppisti capaci di tutto, a colpi di machete. Una cancrena che si diffonde e si esporta, sommandosi alla microdelinquenza locale.

 

Ci sono poi episodi in cui i minori si rendono protagonisti di atti di sfida mettendo alla prova se stessi e la propria incolumità: saltare da un balcone, salire su un tetto, sdraiarsi sui binari o attraversarli all’ultimo minuto mentre un treno è in arrivo, utilizzare smartphone e tablet per mettere in rete azioni di minaccia, foto e video a sfondo sessuale, giochi estremi che provocano soffocamento, quelle che un tempo si chiamavano bravate ma che erano caratterizzate da ingenuità di fondo mentre ora assumono toni connotativi sempre più estremi e agghiaccianti.

 

Gilbert Cesbron aveva scritto sul tema del disagio e delle fragilità minorili un libro eloquente, a cominciare dal titolo – “Cani perduti senza collare” – ambientato nell’immediato dopoguerra. Temi, come si vede, ricorrenti con diverse carature in epoche di agiatezza ovvero di crisi: resta la soccombenza della condizione minorile, delle vittime, dei carnefici e – nel tempo – della loro imperscrutabile intercambiabilità. Si tratta di un problema generazionale che si ripete, probabilmente il più doloroso e difficile per l’intera società a cui risulta arduo trovare soluzione scegliendo tra comprensione dei contesti di vita e severità del giudizio, sia che riguardi la responsabilità genitoriale o le colpe dei minori stessi. La figura del giudice minorile Julien Lamy – che sta sullo sfondo delle vicende narrate da Cesbron – riassume anche con valenza attuale l’atteggiamento più efficace: la capacità di ascoltare, conoscere, spiegare, utilizzare l’esempio destreggiandosi tra benevolenza e dovere di far rispettare le regole, per far emergere nei ragazzi e nelle loro famiglie di origine – in un contesto apparentemente senza speranza – la consapevolezza circa ciò che è bene e ciò che è male.

 

Non si tratta di ingenuo lassismo ma di una scelta che fa leva sull’umana comprensione. Non si riduce a mera debolezza perché consiste piuttosto nella capacità di coltivare il seme della speranza. Utilizzare il buon esempio e promuovere una sana educazione sentimentale sono due vie da percorrere anche laddove tutto sembra compromesso.

LA CARITÀ UNIVERSALE DEL BEATO ANTONIO ROSMINI.

 

L’universalità della carità significa che il prossimo va amato in tutte le sue dimensioni, da quelle fisiche a quelle spirituali a quelle intellettuali. «In questo senso, il beato Rosmini pregava: «O Dio mandaci i tuoi eroi».

 

Roberto Cutaia

 

«Perché un solo briciolo di santità di più che l’uomo possa acquistare vale un prezzo infinito, e si può ben vender tutto per comperare si preziosa margarita ed il campo dove è nascosto si gran tesoro» (Antonio Rosmini,Epistolario ascetico, vol. iii, Roma, 1912, lettera 981). Così scriveva il beato Antonio Rosmini (1797-1855) uno degli ultimi pensatori integrali dell’umanità, per studi e argomenti trattati (tra poche settimane si concluderà con la pubblicazione dell’ultimo volume, l’intera Opera omnia, edita da Città Nuova Editrice, Roma).

 

Rosmini, — beatificato quindici anni fa il 18 novembre a Novara —, fondatore dell’Istituto della Carità, delle Suore della Provvidenza e degli Ascritti rosminiani, è tra i maestri indiscussi di santità del terzo millennio,santità appunto fondata e radicata nel paolino vivere «secondo la verità nella carità» (Ef 4, 15). Tuttavia Rosmini “il grande amatore di Dio” e della ricerca di perfezione pleromatica (non in senso gnostico, quanto piuttosto nel senso generico di “pienezza”), declina la santità oltre che nelle dimensioni ontologiche, escatologica, ecclesiologica, anche nella dimensione creaturale e naturale ovvero quella antropologica, dimensione piuttosto assente nella trattazione della teologia contemporanea.

Cammino di santità che Karl Barth (1886-1968) indicava come: «Leben ist loben: vivere è lodare» e che il Roveretano innalza a“Carità Universale”, «perché si estende a tutti i beni, secondo la specie e il grado di bontà per cui ciascuna cosa è buona» (Costituzioni dell’Istituto della Carità, n. 550).

 

A sua volta lo stesso Rosmini, per soddisfare e andare incontro a tutte le necessità ed esigenze di ogni persona, tripartisce in tre specie i tipi di carità: «La prima specie comprende quegli uffici che tendono a giovare immediatamente al prossimo in ciò che riguarda la vita temporale: e questa si può chiamare carità temporale.

La seconda specie, quegli uffici che tendono a giovare immediatamente al prossimo nella formazione del suo intelletto e nello sviluppo delle sue facoltà intellettuali: e questa si può chiamare carità intellettuale. La terza specie comprende gli uffici di carità che tendono a giovare al prossimo in ciò che spetta alla salvezza delle anime: e questa si può chiamare carità morale e spirituale» (Costit. Ist. Car. nn. 593-595).

 

Dunque l’universalità della carità significa che il prossimo va amato in tutte le sue dimensioni, da quelle fisiche a quelle spirituali a quelle intellettuali. «In questo senso, il beato Rosmini pregava: «O Dio mandaci i tuoi eroi». Era evidente in lui ciò che ho sottolineato nel recente Motu proprio Majorem hac dilectionem sull’eroicità della vita, cioè «un’offerta di vita per gli altri, mantenuta fino alla morte» (n.5). La santità è la via della vera riforma della Chiesa, che, come ben vide Rosmini, trasforma il mondo nella misura in cui riforma sé stessa»(Papa Francesco, Udienza ai partecipanti al Capitolo generale dell’Istituto della Carità, 1 ottobre 2018). «E il Rosmini accompagnava la carità con una “forte fermezza” interiore, intrepido nel “tacere”: il suo esempio vi sproni a progredire nella fecondità del silenzio interiore e nell’eroismo del silenzio esteriore.

 

Questa è la strada che produce frutti di bene e di santità, la strada che hanno percorso i Santi e che la Chiesa indica ad ogni credente. È importante altresì mantenere quella santa indifferenza che il vostro Fondatore attinse da Sant’Ignazio di Loyola: senza di essa non è possibile attuare un’autentica carità universale» (Ibidem).

 

Il senso profondo della carità dunque sta nell’unione dell’uomo con Dio. «Dio prepara i suoi servi alla lunga; e i suoi servi si lasciano da lui preparare e lavorare come la pietra sotto lo scalpello dello statuario» (AntonioRosmini, Epistolario Completo, vol. IX , lettera 5238). Ora di questa unione con Dio, il Concilio Vaticano II (1962-1965), aveva messo in rilievo con forza, la chiamata universale alla santità, medesimo aspetto che già 132 anni prima, il beato Rosmini aveva evidenziato e scritto. Nella Costituzione dogmatica Lumen Gentium (cap. V , 40 e 42), si legge: «È dunque evidente per tutti, che tutti coloro che credono nel Cristo di qualsiasi stato o rango, sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità. […] Tutti i fedeli del Cristo quindi sono invitati e tenuti a perseguire la santità e la perfezione del proprio stato. Perciò tutti si sforzino di dirigere rettamente i propri affetti, affinché dall’uso delle cose di questo mondo e da un attaccamento alle ricchezze contrario allo spirito della povertà evangelica non siano impediti di tendere alla carità perfetta».

 

Vale a dire, secondo il testo conciliare, che la santità non è appannaggio di pochi o di alcuni, in grado di prodigarsi in gesta clamorose o modi di agire straordinari e lontani dai comuni mortali, bensì di tutti e chiunque.

 

Ed il beato Rosmini, quasi a fare da eco nello stesso Concilio, apriva la sua opera spirituale per eccellenza, intitolata Massime di perfezione cristiana (prima edizione, 1830), con parole quasi corrispondenti a quelle sopra della Lumen Gentium. «Tutti i cristiani, cioè i discepoli di Gesù Cristo, in qualunque stato e condizione si trovino, sono chiamati alla perfezione». A questo punto potrebbero seguire altre corrispondenze sempre dello stesso testo spirituale del Roveretano o di altre opere comeDelle cinque piaghe della chiesa, che in qualche modo anticipano o precorrono molti temi affrontati dal Concilio Vaticano II , anche se sarebbe meglio per ragioni storiografiche parlare di “precursore”, nel senso che i pronunciamenti pastorali e dottrinali del Vaticano II non sono derivate direttamente dalle opere di Rosmini, ma sicuramente furono sviluppate esigenze affrontate dallo stesso Rosmini.

 

E tra le più significative frasi delle Massime di perfezione (lezione III , n. 6), quella riferita all’attaccamento alla Chiesa da parte di tutti, che Papa Francesco ha volutamente evidenziare durante l’incontro nel 2018: «Il cristiano dovrà nutrire in sé stesso un affetto, un attaccamento, ed un rispetto senza limite alcuno per la Santa Sede del Pontefice Romano». Un sostantivo, quello di attaccamento, purtroppo non sempre vissuto con aderenza all’interno della Chiesa. «La Chiesa nei suoi Santi mostra una sapienza più alta ancora, una sapienza non intesa dal mondo, anzi chiamata stoltezza: ella fugge i beni materiali, ella vive d’astinenza, di mortificazione, di volontaria povertà, ed ha scritto nel suo petto: Beati pauperes! A questi è venuto Cristo ad evangelizzare, a questi è venuto a comunicare i suoi tesori Colui che non aveva ove reclinare il capo» (Antonio Rosmini, Epistolario Completo, vol. IV , lettera 1807). In cauda. «Non è dato agli uomini di accrescere il numero dei Santi di uno solo, né è in potere dell’uomo di diminuirlo d’un solo» (Antonio Rosmini, Epistolario Completo, vol. IV , lettera 1807).

 

 

Fonte: L’Osservatore Romano – 31 ottobre 2022

(Articolo qui riproposto per gentile concessione della direzione del giornale)

L’ECONOMIA PUÒ TORNARE SU UN SENTIERO DI SVILUPPO SOSTENUTO E DUREVOLE. PAROLA DEL GOVERNATORE DI BANKITALIA.

Riportiamo di seguito la parte finale della relazione che Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia, ha tenuto due giorni fa in occasione della Giornata Mondiale del Risparmio (31 ottobre 2022). A fondo pagina il link per accedere al testo integrale.

I costi dell’inflazione impongono un intervento deciso da parte del Consiglio direttivo della BCE volto a scongiurare il pericolo che essa si trasli sulle aspettative, innescando una rincorsa tra prezzi e salari, con il rischio di aumentarne la durata e di amplificarne gli effetti negativi sulle nostre economie. Dallo scorso luglio i tassi ufficiali sono stati aumentati di 2 punti percentuali, partendo dai livelli straordinariamente bassi determinatisi nel far fronte prima alle conseguenze della crisi finanziaria globale e di quella dei debiti sovrani, poi a quelle della pandemia. Il rapido peggioramento delle prospettive economiche, che risentono soprattutto dell’eccezionale incremento dei costi dell’energia, richiede ancora di agire in modo progressivo, considerando con attenzione il rischio del prolungamento di un’inflazione inaccettabilmente elevata e tenendo altresì conto, con altrettanta attenzione, delle possibili ripercussioni dei mutamenti del quadro congiunturale. Consapevoli dei rischi per la stabilità finanziaria e delle implicazioni per lo stesso mantenimento della stabilità dei prezzi nel caso in cui si dovesse verificare un più grave, inatteso, peggioramento della congiuntura, si può certo discutere del ritmo al quale far salire i tassi ufficiali, ma ritengo che non si debbano avere dubbi sulla direzione intrapresa né sul fatto che il loro livello non sia ancora coerente con il conseguimento dell’obiettivo di un’inflazione al 2 per cento nel medio periodo.

In seguito alla necessaria normalizzazione delle condizioni monetarie, il costo per il servizio del debito è destinato a salire. Ciò rende ancora più importante delineare un percorso realistico per proseguire la fase di graduale rientro dagli alti livelli del debito pubblico in rapporto al PIL avviata negli ultimi due anni. Sarebbe un segnale decisivo di credibilità per i mercati, che si tradurrebbe in premi per il rischio sovrano più bassi, contenendo l’onere da interessi e riducendo lo sforzo necessario per raggiungere gli obiettivi di bilancio.

Se le conseguenze redistributive e allocative dei maggiori costi dell’energia non possono essere ignorate, i margini per l’erogazione di aiuti a famiglie e imprese saranno verosimilmente molto più limitati che negli ultimi due anni; possono essere ampliati con la riduzione di altre spese. Interventi temporanei e mirati, destinati ai nuclei e ai comparti produttivi in maggiore difficoltà, potranno contribuire a contenere la riduzione dei redditi reali e, per tale via, le pressioni sull’inflazione connesse con le richieste salariali senza compromettere l’equilibrio dei conti pubblici.

Negli ultimi due anni la riduzione del rapporto tra debito e prodotto ha beneficiato della ripresa dell’economia, più rapida del previsto, ed è stata favorita da un aumento dei prezzi certo tanto poco desiderato quanto ampio e prolungato. Ma oggi non possiamo che auspicare e ricercare una rapida diminuzione della “tassa” da inflazione, per la stabilità dell’economia, per la protezione del risparmio e per il sollievo di chi più risente dell’eccezionale aumento dei costi energetici. Bisognerà fare attenzione a non ripetere gli errori di quaranta e più anni fa quando al persistere dell’inflazione dovuto alla vana rincorsa tra prezzi e salari si associarono molti anni di disavanzi eccessivi, con la conseguenza ultima della crisi finanziaria e valutaria di cui ricorre in questi mesi il trentennale.

Resta fondamentale indirizzare le risorse pubbliche a sostegno della crescita economica. Il Paese oggi beneficia del forte impulso assicurato dalle ingenti risorse rese disponibili, nell’ambito del programma Next Generation EU (NGEU), per gli investimenti e le riforme previsti nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. I finanziamenti ricevuti ammontano già a 46 miliardi; a breve ne verranno erogati altri 21, sotto forma sia di trasferimenti sia di prestiti a basso costo. La realizzazione, completa e senza ritardi, di questo piano, ambizioso ma realistico, potrà tradursi in un rafforzamento significativo del potenziale di crescita della nostra economia.

L’Italia, che è il principale beneficiario delle risorse comuni fornite con il programma NGEU, ha la responsabilità di dimostrare con risultati concreti quali progressi può conseguire un’Unione europea più forte e coesa. La nostra economia, dopo anni di ristagno, può tornare su un sentiero di sviluppo sostenuto e durevole fondato sul rinnovo e l’ampliamento delle infrastrutture e sull’accumulazione di capitale, non solo fisico. Si tratta di un obiettivo alla nostra portata; quanto più si manifesterà la determinazione e la capacità di conseguirlo, tanto più agli investimenti pubblici potrà associarsi la forza rinnovata dell’investimento privato, fondata sul necessario alimento del risparmio, che le famiglie italiane hanno laboriosamente accumulato nel tempo.

 

Per leggere il testo integrale

https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/interventi-governatore/integov2022/Visco_31102022.pdf

SÌ AL CENTRO, NO AI PARTITI PERSONALI.

Poiché sono cambiate le condizioni politiche generali, il nuovo assetto scaturito dal voto del 25 settembre non può non dare vita ad un processo di scomposizione e di ricomposizione del quadro politico nazionale. Il Centro può tornare a giocare un ruolo decisivo. Qual è la prospettiva? Il “terzo polo” di Renzi e Calenda, per essere realmente attrattivo, deve rispettare almeno tre condizioni fondamentali: la prima riguarda la credibilità di una “politica di centro”; la seconda consiste nella formula plurale del partito; la terza esige il rifiuto del “partito personale”. 

L’eclissi progressiva del Partito democratico – un partito sempre più correntizzato e sempre più lontano dall’avere una bussola politica chiara e definita – da un lato e la sostanziale assenza di un luogo consolidato e riconoscibile dove si può e si deve praticare una autentica e credibile “politica di centro” dall’altro, sta creando le condizioni per un’area culturale come quella Popolare e cattolico sociale di organizzarsi a livello locale e, soprattutto, a livello nazionale. Come si suol dire, sono radicalmente cambiate le condizioni politiche generali e il nuovo assetto, scaturito dal voto del 25 settembre, non può non dare vita ad un processo di scomposizione e di ricomposizione del quadro politico nazionale.

Ora, è un fatto abbastanza scontato rilevare che il mondo e l’area Popolare e cattolico sociale nel nostro paese è sempre coincisa con la proposta e il progetto politico “centrista”. A lungo con l’esperienza politica della Democrazia Cristiana e poi, in forma dispersa e frantumata, con le varie formazioni centriste presenti nei due schieramenti maggioritari dopo la fine e il tramonto della Dc. Ma sempre di presenza centrista si trattava. Per tornare all’oggi, però, non possiamo non rilevare che il luogo per eccellenza del Centro dovrebbe essere il cosiddetto “terzo polo” di Renzi e di Calenda. A tre condizioni, almeno a parere di molti.

Innanzitutto che il Centro e la politica di centro siano realmente il “core business” di questa formazione politica. Del resto, di fronte ad una situazione che rischia, per la precisa responsabilità della sinistra massimalista, populista e demagogica, di radicalizzare il conflitto politico riproponendo in forma aggiornata e rivista la sub cultura degli “opposti estremismi”, declinare una politica di centro diventa un asset centrale e qualificante per l’intera politica italiana, e non solo per il partito che se ne fa carico.

In secondo luogo il partito di centro non può che essere “plurale”, pena la perdita di credibilità progressiva dello stesso soggetto politico. Per essere ancora più preciso, un partito di centro è plurale se riesce ad essere la sintesi, efficace e feconda, di più culture politiche. Sarebbe quantomai curioso se, come pare intende fare Calenda, il cosiddetto “terzo polo” si riduce ad essere una versione aggiornata e contemporanea della vecchia esperienza del PRI e del PLI. Si tratta indubbiamente di rispettabilissime culture politiche ma il Centro nel nostro paese non può diventare, almeno a parere di molti, una sorta di “Partito repubblicano e post azionista di massa”. Sarebbe una operazione, questa, destinata a giocare un ruolo del tutto marginale e forse anche periferico nello scacchiere politico italiano. Sotto questo versante, e per fare un solo esempio concreto, l’apporto della componente cattolico popolare e sociale non potrà che essere decisivo e determinante per costruire il progetto politico dell’intero partito.

In ultimo, ma non per ordine di importanza, il Centro non può convivere con i “partiti personali”. E questo per una ragione persin troppo semplice da spiegare. Perchè la cultura politica che caratterizza e anima un partito di centro non può coincidere con il “partito del capo”. Quello è un modello dove la politica cede il passo ai voleri, agli umori e ai desideri del capo indiscutibile e sovrano. È, cioè, un modello incompatibile con chi punta a rialzare il prestigio e l’autorevolezza della politica, dei partiti e, soprattutto, delle culture politiche. E se dovesse prevalere un modello politico ed organizzativo di “partito personale” – cosa che, del resto, non è affatto nuova – sarebbe lo stesso progetto politico ad uscirne indebolito e, forse, definitivamente sconfitto. Perchè quando si parla di politica, di progetto politico e di cultura democratica si pensa, innanzitutto, a come declinare nel partito di riferimento il pluralismo culturale e la collegialità democratica.

Ecco perchè, per far decollare realmente, e stabilmente, un partito di centro con una credibile politica di centro, serve un partito vero. Democratico, plurale e caratterizzato da un forte e qualificato dibattito interno.

IL “NON DETTO” ESSENZIALE PER IL CENTRO

Sulle questioni cruciali spesso ciò che conta di più per capire come stanno le cose e per definire una strategia politica, sono gli aspetti che non si possono dire ma che bisogna conoscere per deliberare. È innanzitutto una questione di metodo. Serve una classe dirigente formata con questo spessore per rilanciare una credibile politica di centro capace sia di condizionare il governo di destra che di definire le condizioni irrinunciabili per una nuova alleanza di centrosinistra.

 

ulteriore ideologizzazione impressa al dibattito politico dalla nascita del governo Meloni, non aiuta certo il sistema dei partiti a confrontarsi in modo adeguato con le enormi questioni poste dalla nostra epoca. Gli effetti deleteri di questa tendenza si possono osservare in tutte le aree politiche e culturali, ma emergono particolarmente nitidi, con tratti che rasentano la comicità per la loro distanza dalla realtà del vissuto popolare, nella sinistra cosiddetta al caviale. Nel contempo si deve registrare la debolezza del centro, riconoscendo tuttavia che quanto hanno ottenuto Renzi e Calenda sul piano del consenso non è affatto da sottovalutare.

 

Ma la partita per il centro (partitico, civico, associativo, sociale) si gioca innanzitutto sul terreno culturale. Da sole la capacità organizzativa, le risorse economiche e la bravura mediatica non sono sufficienti. Dalla definizione di un punto di vista, indipendente e popolare, sul bene comune si può ricostruire una classe dirigente che non vada al traino di nessuno, che è capace di distinguere tra tattica e strategia, tra le dichiarazioni ufficiali del giorno per giorno, e l’interezza di un progetto che può, e in certe circostanze deve, non essere esternata.

 

Come si può sottrarre alla destra l’elettorato non politicizzato di una classe media che si interroga sulla sua sopravvivenza? Cercando risposte che valgano anche per quei settori di ceti medio-alti che votano i partiti dei ricchi, manovrati dagli ultra-ricchi, ovvero il Pd e Sinistra-Verdi. Per poter fare questo occorre far ricorso a ciò che non si può, o perlomeno non è opportuno dire nei dibattiti, come condizione per capire e agire. E occorre trovare dei luoghi per farlo che non siano solo gli audio rubati a telecamere spente. Serve una formazione indipendente dal mainstream, rivolta ai quadri di partito, associativi, dei corpi intermedi dell’area di centro, che dia loro le basi per districarsi nello scenario attuale.

 

Tante sono le cose da non dire ma che sono indispensabili per capire e orientarsi. Cito solo alcune tra quelle che è impossibile tralasciare, a partire dalla politica internazionale. Chi sta cercando di frenare con ogni mezzo il passaggio da un assetto unilaterale a un assetto multipolare della politica mondiale è l’Occidente, non il resto del mondo. Di conseguenza chi può fermare la guerra in Europa, e la decadenza economica che ne deriva per l’economia europea, va cercato a Ovest non a Est. Poi sul piano dell’operatività politica e istituzionale è ovvio che ci si pronuncia nell’unico modo possibile date le circostanze storiche e i rapporti di forza, ma da una prospettiva completamente diversa.

 

Un’altra cosa da non dire, ma da considerare attentamente, è il modello di società che determinati poteri economici e finanziari tentano di imporre, calandolo dall’alto, interferendo con i governi, distorcendo principi e obiettivi in sé sacrosanti. Con nobilissimo scopo di salvaguardare il pianeta, la visione che emerge dai pensatoi dei miliardari globali è quella malthusiana. Il motivo è dato dalla rivoluzione digitale e dalla robotizzazione del lavoro che rendono superflua la classe media in un contesto che ha visto per decenni la perdita di influenza dei governi sulle banche centrali. La sostanza è la seguente: poiché i poteri finanziari dipendono enormemente di meno dalla forza lavoro (hanno l’intelligenza artificiale che la sostituisce, devono rimanere solo i tecnici necessari alle macchine e i manovali per i lavori non automatizzabili) e i loro profitti non dipendono più dai consumi delle masse ma dalle politiche monetarie compiacenti di banche centrali rimaste loro a lungo tempo assoggettate, tali poteri – come i grandi fondi speculativi, le banche d’affari globali – non fanno mistero di considerare la classe media e lavoratrice superflua, un peso per gli stati e per l’ambiente.

Se solo si considera questo, si cambia la natura del messaggio che il centro ha da rivolgere ad una classe media disorientata.

 

A coloro che hanno creduto di poter trovare una risposta nella destra sovranista va ricordato che la debolezza della politica di fronte ai poteri forti si può superare solo con una alleanza strategica delle forze popolari con quella parte delle élites occidentali moderata e realista, sulla guerra e sul denaro, alla Kissinger, ben rappresentata anche da Draghi a livello internazionale.

 

A quella parte di classe media che si illude di poter superare indenne il cambiamento d’epoca accodandosi a chi, come il Partito Democratico e la sinistra, asseconda la scomparsa della classe media, va ricordato che proprio per il tipo di progetto portato avanti dai salotti radical-chic, il popolo delle ztl è destinato ad assottigliarsi ulteriormente in favore di pochissimi ultraricchi. La vera risposta sta nella definizione di un diverso e nuovo modello di società rispetto a quello sostenuto per inerzia dalla sinistra.

 

Sono tante altre le questioni sulle quali va tenuta presente la sostanza delle cose, al di là di quanto poi si dica pubblicamente. L’iniziativa del nuovo governo sui limiti al contante ha posto all’attenzione una questione di capitale importanza che non si esaurisce certo nel ribadire la ovvia e scontata lotta all’evasione fiscale e alla criminalità. C’è molto di più. Se viene messa in discussione la convertibilità della moneta digitalizzata in moneta fisica, in banconote, viene con ciò stesso messa in discussione la fruibilità futura dei diritti umani fondamentali. Allo stato attuale può certo apparire una esagerazione ma solo se non si considera che la via per l’instaurazione di un governo digital-tecnocratico dei miliardari globali passa per successive finestre di Overton. Le limitazioni progressive al contante avvicinano l’esito distopico finale della cashless society. Le forzature ai diritti caldeggiate a livello intenzionale per il contrasto della pandemia andavano già in questa direzione.

 

Molto di più lo intende fare un ambiguo e radicale ambientalismo che dovrebbe far sobbalzare quanti propugnano una visione cristiana del Creato. Tale pseudo-ambientalismo opera una inversione dei valori: non più l’Uomo custode e signore della Creazione, ma la sottospecie vivente chiamata uomo che inquina il Dio-Pianeta. I cristiani, tanto più nel giorno dei morti, il 2 novembre, sanno che le Scritture non parlano mai in modo univoco del globo. La terra è insieme dono colmo di grandi meraviglie e luogo del rifugio dopo la caduta originale, provvisoria tappa verso la dimora definitiva, quella celeste. Invece l’ecologismo distorto, introducendo il concetto di impronta digitale, come misura di quanto ogni essere umano consuma e inquina, mira a ingenerare colpa se non addirittura a far odiare la natura umana all’uomo stesso, messaggio oltreché inequivocabilmente tenebroso, funzionale a far percepire la classe media come superflua e inquinatrice, essendo i miliardari che promuovono questa mentalità, filantropi e ecocompatibili per definizione. E il cerchio si chiude con la guerra al contante. Con il solo denaro digitale si potrà imporre il tetto dell’impronta ecologica ai consumi e riorientarli. Già è partita la campagna per far mangiare gli insetti alla classe media impoverita che non potrà più permettersi le bistecche, e la fondazione di un notissimo marchio di pasta italiana ha persino iniziato a propagandare la deliziosa pasta ai vermi.

Vi sono tante altre questioni cruciali in cui ciò che conta per capire come stanno le cose e per definire una strategia politica, sono gli aspetti che non si possono dire ma che bisogna sapere per deliberare. È innanzitutto una questione di metodo.

 

Serve una classe dirigente con questo spessore per rilanciare una credibile politica di centro nei tempi durissimi, ma che dischiudono anche ad un mondo nuovo, che stiamo attraversando. E per ricondurre, in prospettiva, la sinistra alle sue basi sociali e di vicinanza al popolo, come condizione per future possibili alleanze.

 

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GLI UOMINI DELLA BASE, LA SINISTRA POLITICA DELLA DC: RICORDO DI MARCORA NEL CENTENARIO DELLA NASCITA.

Il prossimo 12 novembre, nell’anno centenario della nascita di Giovanni Marcora (Inveruno, 28 dicembre 1922), il Comune di Inveruno ed il Centro Studi Marcora organizzano una mostra convegno commemorativa in coincidenza con l’apertura della 415esima edizione dell’Antica Fiera di San Martino. Tra gli altri parleranno, oltre alla sindaca Sara Bettinelli, Gianni Borsa, Mariapia Garavaglia, Patrizia Toia.

Di seguito riportiamo il ricordo tracciato anni fa da Camillo Ripamonti, amico e collaboratore di Marcora, esponente di spicco della sinistra di Base, parlamentare e ministro, in ultimo Presidente dell’Anci. 

Lo scritto di Ripamonti, “Una sensibilità unica”, fa parte di un volume di testimonianze dal titolo “Ribelle e statista. Albertino Marcora”.

Camillo Ripamonti

Le testimonianze che si possono rendere su “Albertino” rischiano d’essere sempre incomplete, tanto è stato l’impegno che Marcora profuse nella sua non lunga, e tuttavia intensissima, vita, tanti sono gli insegnamenti che andrebbero tratti dalle attività di un personaggio davvero unico, che sapeva farsi apprezzare – ed anche farsi volere bene — da amici ed avversari, da chiunque avesse la ventura d’incontrarlo nei suoi poliedrici interessi, umani e politici.

“Albertino” fu un politico singolare. Trascorse più tempo a preparare una cordata che mirasse alle idee del futuro, che non a tessere una organizzazione per la contemporaneità. Certo, non gli erano estranei gli interessi concreti ed immediati; al contrario, egli fu fra i rari politici che badavano al sodo, alle cose da fare, subito, e sulle quali impegnare, senza indugi, la propria parte di responsabilità. Ma la sua esperienza va letta in maniera più compiuta, riflettendo sulle ragioni che lo condussero, lui uomo d’azione, a circondarsi di intellettuali ai quali affidare la progettazione del domani.

Ricorda, nella sua testimonianza qui prodotta, Giovanni Galloni taluni momenti significativi di quella irripetibile vicenda che fu la Base, un movimento di idee che andava a scavare in un macrocosmo pigro, aduso a non porsi i problemi dell’avvenire dando per scontato ch’esso non potesse essere che più fulgido del presente. Di quei momenti andrebbero analizzati risvolti ancor più profondi: perché ricchissima fu quella stagione, alla quale Marcora seppe sempre imprimere un personale segno; e perché quelle esperienze valgono a capire meglio come si è formata una classe dirigente, ora in prima linea politica, che non aspirava a sostituire altri gruppi, ma solo ad adeguare la politica ai tempi mutati.
Si fa presto a dire rinnovamento.

Specie oggi che tutti ne parlano, ognuno cercando più nuove immagini, facciate rinfrescate, che indirizzi e visioni volti al futuro. Si fa presto a conclamarsi progressisti, se poi, nei fatti, si tende ad ostacolare ogni pur timida novità, ci si preoccupa della difesa d’una antica, certamente gloriosa, bandiera, senza però riprenderne lo spirito rinnovatore, senza lasciar spazio ad idee più fresche, a mutamenti sostanziosi nel sistema dei partiti, senza abbandonare il bagaglio della demagogia spicciola e farsi responsabili: appunto classe dirigente. Giovanni Marcora fu responsabile. Solo così si spiega la sua lunga attesa per un proprio, personale impegno politico. Solo così si spiega come egli sia potuto passare dalla vita partigiana al rango di statista, dei più apprezzati fra l’altro. ‘

Se rileggessimo, tutti, al di là degli steccati di partito, ed ovviamente al di là delle divisioni fra gruppi e gruppuscoli tradizionali nella vita interna alla democrazia cristiana, con occhio davvero vigile l’intera esperienza di “Albertino” Marcora, forse ci aiuteremmo l’un l’altro a comprendere meglio gli stessi ultimi quarant’anni di vita democratica. Scopriremmo il significato dei “ribelli” cristiani, che volevano cambiare l’Italia, ma per farla avanzare sul terreno della libertà e della democrazia. Scopriremmo il senso di responsabilità che fu presente a tanta parte del movimento clandestino, che mirava a far maturare una coscienza nuova, civile ancorché politica, fra la gente, fra le nuove generazioni soprattutto, perché esse erano sbandate, corrotte da un propagandismo che le aveva gettate allo sbaraglio e, una volta deluse, esposte al rischio di facili abbandoni nei miraggi di inesistenti, impossibili paradisi terreni.

Scopriremmo che la repubblica è stata animata, non sui giornali e nella pubblicistica di comodo, ma nella realtà di ogni giorno, da un popolo di formiche: quello di cui parlava Tommaso Fiore, a proposito della sua Puglia, ma che, a maggior ragione forse, è rintracciabile in tutte le aree nazionali dove si manifestavano, in operoso silenzio, come diceva Aldo Moro, anima e volontà di andare avanti, di non fermarsi a contemplare l’avuto o il presunto irraggiungibile. Indubbiamente “Albertino” si qualificò per il suo radicamento lombardo, per quel suo sfrenato amore per tutto ciò che la sua terra d’origine sapeva dare alla comunità nazionale.

Il suo fastidio, persino ossessivo, per tutto ciò che non fosse efficiente e produttivo esprimeva una connotazione ed una condizione assieme, prima che il segno d’un carattere forte, deciso e di una volontà laboriosa, instancabile. La sua alta considerazione per il mondo delle campagne, oltre che per quello delle ciminiere e degli uffici, è legata a quella sua origine ed a quel desiderio – comune a tanti padani – di vedere crescere la società ricorrendo agli strumenti i più nuovi e sofisticati, senza tuttavia cancellare la terra, fonte primaria della stessa vita umana. Appunto per questo Giovanni Marcora è stato l’uomo politico più popolare della Lombardia. Come sottolineato anche, in un club milanese, dal professor Rumi, Marcora ha rappresentato – e, forse, ancor più avrebbe potuto rappresentare nel tempo — l’espressione più autentica e genuina della gente lombarda, come da decenni non si ritrovava – e, forse non si ritroverà più —, pur nella numerosa schiera di uomini politici lombardi presenti in tutti i partiti.

Rammento, in proposito, un articolo -“Linea ambrosiana e linea lombarda” -, apparso sulla rivista Itinerari diretta da Francesco Rossi, un amico la cui vicenda umana si è troppo presto conclusa. L’anno, il 1967, ahimè quasi vent’anni fa.

Il luogo: la sede della Dc di Milano. “Chi parla, seduto nervosamente su un divano, alzandosi di scatto come per inseguire altre idee o una telefonata, non è il direttore generale di una industria all’avanguardia, ma Giovanni Marcora, segretario provinciale della Dc milanese. Marcora, è un personaggio quasi leggendario per la sinistra democristiana di tutta Italia. Marcora, che sembra rappresentare l’uomo dell’organizzazione e dell’efficienza anche in politica, a ben guardare impersona, nel suo generoso volontarismo e nell’intransigente spirito critico (“sono entrato nella resistenza per desiderio di libertà e ne sono uscito civile”, egli dice) le ansie, le contraddizioni e, soprattutto, il realismo politico della sinistra democristiana milanese…Marcora non ambisce ad essere leadership ideologica, non è soltanto il manager politico che sa raccogliere i voti per la Dc e quelli preferenziali per i suoi amici, ma il politico conoscitore di uomini e di situazioni che ha compreso come, muovendosi da posizioni di sinistra, si possano interpretare le esigenze di un elettorato popolare qual è quello di Milano e del suo vasto hinterland”.

Di quel periodo milanese quasi non esistono tracce: almeno nelle ricostruzioni. Eppure, basterebbe andare a spulciare la collezione del Popolo lombardo, riguardare le stesse annotazioni di Marcora, rileggere, con più distacco, se si vuole, purché con spirito di verità, il complesso delle vicende che precedettero la fase della contestazione giovanile ed operaia, che fra l’altro coincise col matricolato di “Albertino” nella vita parlamentare, per comprendere cosa Marcora ha rappresentato per un’altra leva di politici, dopo quella che gli era stata a fianco nella fase più gloriosa del noviziato e della costruzione della corrente di Base.

Di quei momenti varrebbe la pena di rammentare le tensioni, le passioni, le incomprensioni. Di alcune dice Giovanni Galloni, nel discorso del 6 febbraio 1986 al Museo del Duomo di Milano il cui testo viene qui riproposto anche per rispondere ad un desiderio espresso da tanti giovani presenti a quell’incontro, organizzato dal Centro culturale “Puecher”, così bene animato dal suo presidente, avvocato Dittrich.

Mi limito a ricordare alcuni riferimenti – Nicola Pistelli, Vincenzo Gagliardi, e gli incontri di via Brera, via Santa Eufemia, via Cosimo del Fante – così cari alla memoria di quella limitata pattuglia che, con Marcora e sotto il suo quotidiano stimolo, animò le battaglie della Base contrassegnando un lungo periodo, certa-mente il più fervido di idee e di apporti di nuove leve intellettuali e giovanili alla democrazia cristiana.

Anche Giovanni Di Capua porge qui un suo contributo alla conoscenza di “Albertino” Marcora, scegliendo la testimonianza su uno strumento di azione politica, la agenzia Radar, di cui egli stesso è stato inventore e attore. Non è la storia di quella agenzia, che viene proposta, ma la spiegazione della sua origine, cui moltissimo si deve appunto alla fantasia di Marcora, lombardo deciso a far valere nuove idee in campo nazionale e però attento a stabilire un caposaldo nell’osservatorio politico per eccellenza, Montecitorio.

Ai giovani che poco sanno o che troppo poco conoscono se non per informazioni distorte fornite da chi non aveva interesse alcuno ad esporre fatti, situazioni, personaggi e idee per ciò che veramente furono e per ciò che effettivamente erano in grado di significare nella vicenda politica nazionale, i contributi di Giovanni Galloni e di Giovanni Di Capua, possono tornare utili: se non altro, a sapere come si faceva politica un tempo, nel disinteresse personale, pensando a far crescere gli altri, a sentirsi paghi solo di aver partecipato alla definizione di un grande rivolgimento ideale.

Non si potrebbe concludere una sia pur rapida carrellata su Giovanni Marcora senza rammentare gli uomini che nella sua vita, ed in quella della Dc, hanno lasciato una loro impronta profonda.

Sono, quasi elencandoli: dopo Alcide De Gasperi, il presidente della ricostruzione, Enrico Mattei, soprattutto per quello ch’egli rappresentò nella lotta di liberazione, “scuola di coraggio civile e di virtù eroiche”, oltre che per la fondazione dell’Eni; e, ancora, Giovanni Gronchi, con le speranze che suscitò col suo avvento al Quirinale, ed Ezio Vanoni, con le sue lezioni di politica economica non disgiunte da consigli di vita e da una solidarietà nella medesima battaglia interna alla democrazia cristiana; e, infine, Aldo Moro, cui “Albertino” guardava con rispetto, avvertendone il fascino intellettuale, criticandone le lentezze operative, e che, tuttavia, seppe tradurre le prospettazioni politiche della Base nella politica dei governi di centro sinistra, portando tutto il partito laddove uno sparuto nugolo di giovani aveva da tempo detto che fosse giusto andare.

Marcora, però, ebbe per somma maestra la vita, i fatti della gente operosa, le idee miranti all’avvenire. Quella fu la sua vera scuola. Su di essa fondò la sua azione di governo. Per questo riuscì a farsi capire anche all’estero, dove l’Italia di Marcora veniva guardata con rispetto, non coi paraocchi di detrattori o imbonitori, individui estranei ad una cultura europea quale “Albertino”, l’opposto dell’intellettuale, pure possedeva.

 

Per approfondimenti e ulteriori informazioni

https://www.centrostudimarcora.it/index.php

LIBERTÀ DEL SINGOLO E BENE COMUNE.

Sinistra vecchia e Destra nuova condividono un problema profondo: non riescono a comprendere il rapporto inscindibile tra Libertà del singolo e Bene Comune. Due fatti mi hanno indotto a riflettere – scrive Dellai – in maniera assai preoccupata. Il primo si riferisce al messaggio lanciato dal nuovo Governo a proposito di Covid e di pagamenti in contanti. Il secondo invece riguarda i tifosi costretti ad uscire dallo stadio per “cordoglio” difronte alla morte violenta del leader degli Ultras Vittorio Boiocchi, noto trafficante di droga e criminale comune.  

Uno degli aspetti fondanti della Democrazia è il “monopolio della forza” in capo alle Istituzioni Democratiche. Ma la “forza” in questione non è solo quella fisica. È in primo luogo quella della “Legge”. Quella della “Regola”. Se la Democrazia perde questo monopolio, cessa di esistere. E si torna al Far West.

Due fatti, a riguardo, mi hanno indotto a riflettere in maniera assai preoccupata. Il primo si riferisce al messaggio lanciato dal nuovo Governo a proposito di Covid e di pagamenti in contanti. Basta regole ferree contro il Virus; chi non ha rispettato l’obbligo vaccinale non deve pagare alcuna sanzione; il personale sanitario che non ha voluto vaccinarsi va subito reintegrato (speriamo, almeno, non con tante scuse per l’arbitrio subito); ognuno usa i suoi soldi come crede (cfr. Ministro per i Rapporti con il Parlamento Cirielli), perché dovrebbe fare pagamenti rintracciabili? I soldi sono suoi, o no?

Ecco: dove va a finire il Monopolio della forza (delle regole) in capo alle Istituzioni Democratiche? C’è una venatura neppure troppo velata di “trumpismo” che riecheggia in questi messaggi. Sinistra vecchia e Destra nuova condividono un problema profondo: non riescono a comprendere il rapporto inscindibile tra Libertà del singolo e Bene Comune. La prima è prigioniera del “mantra dei diritti individuali” coniugati (senza se e senza ma) sul versante delle questioni a base sessuale e di genere. La seconda lo è sul versante della presunta invadenza della “Regola pubblica” quale limite al dispiegarsi della libera creatività del singolo. Nell’un caso e nell’altro, manca ogni elaborazione credibile sul valore della Comunità e sulla esigenza che esso nasca da un rinnovato principio di vincolo solidale e responsabile tra le persone. Questo è, in realtà, invece, il fondamento della Regola in Democrazia. E questa è l’unica via di salvezza difronte ai tempi drammatici che ci stanno difronte. Sarebbe qui, mi pare, lo spazio culturale e politico del “Centro” (e del “Centro-Sinistra”) che oggi non ci sono.

Il secondo fatto che mi ha fatto molto riflettere riguarda, invece, non la politica, ma il comportamento sociale. Per me è drammatico ed incomprensibile quanto accaduto allo stadio di San Siro. Centinaia di tifosi dell’Inter sono stati costretti con la forza e anche con episodi di violenza a lasciare lo stadio per “cordoglio” difronte alla morte violenta del leader degli Ultras Vittorio Boiocchi, noto trafficante di droga e criminale comune. È successo a Milano, non in una megalopoli del Sud America. Bisogna riflettere con rigore e coraggio su questi fenomeni, perché riguardano la Democrazia e la cultura della Libertà e delle Regole. Senza le seconde non vi è la prima. Nel caso del Covid e dei pagamenti in contanti, come in quello di uno stadio lasciato alla mercé di fanatici violenti e prepotenti.

I COSTI DELLA BREXIT. I CONSERVATORI HANNO MESSO A RISCHIO, ADDIRITTURA, LA TENUTA DEL REGNO.

In Gran Bretagna, a un certo punto, si è imposto un liberismo estremo, deregolamentato, a bassa tassazione: per il suo tramite Londra e la City sarebbero diventate una sorta di Singapore occidentale. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Le promesse sono state smentite, le scelte avventate hanno messo in gionocchio l’economia. Oggi la Brexit rivela quando fossero illusorie le aspettative che ne determinavano il fascino.

 

Il caos politico nel quale è sprofondato il Regno Unito non è certo tutto dovuto agli esiti nefasti della Brexit, ma di sicuro lo scellerato referendum del 2016 e il suo risultato sono parte, ampia, del problema. Accecato da una visione ideologica intrisa di liberismo radicale e da un approccio populista ai problemi posti dai fenomeni migratori, un Partito Conservatore sempre più estremizzato ha voluto far leva sulla nostalgia di un grande e lontano passato in realtà irripetibile nel mondo del nuovo millennio.

 

Con lo slogan Take back control, ovvero libertà dai vincoli normativi e dagli oneri burocratici imposti da Bruxelles, i Tories hanno condotto la Gran Bretagna alla condizione attuale, che pone in prospettiva a rischio persino la tenuta del Regno, per di più ora che non c’è più Elisabetta, la sovrana davvero amata da tutti i britannici. I più scatenati fra i brexiters, ai tempi guidati dall’inquietante Nigel Farage e dallo scapigliato Boris Johnson, con protervia dicevano “Londra non è mai stata comandata da nessuno e non può essere comandata da Bruxelles”. La “Global Britain” avrebbe garantito la possibilità più ampia di “liberalizzare, innovare, crescere”. Un liberismo estremo, deregolamentato, a bassa tassazione avrebbe fatto di Londra e della City una sorta di Singapore occidentale. E, per convincere i ceti popolari meno acculturati, venne altresì adottato un populismo da pub imperniato su requisitorie anti-migratorie e protezionistiche facilmente “vendibile” presso le popolazioni rurali dell’isola, sempre più ostili verso la capitale multietnica e globalizzata. Una miscela che favorì la vittoria ma che non sarebbe stata sufficiente, va detto, senza il colpevole euroscetticismo della leadership radicale del Labour di Jeremy Corbin.

 

Ed invece, ad appena due anni dall’uscita effettiva dalla UE, la situazione è ben diversa da quella stentoreamente promessa dai paladini della Brexit. La capitolazione di quattro premier in così poco tempo è la dimostrazione evidente, sul terreno politico, che l’abbandono dell’Unione non sta portando bene a Downing Street. David Cameron dovette ritirarsi dalla politica, ma il suo errore fu indire il referendum e non certo ciò che aveva realizzato prima, sulla base di una linea moderata che aveva consentito ai Tories di vincere due volte le elezioni dopo il lungo predominio del Labour di Tony Blair. Da parte sua Theresa May volle interpretare in modo netto (“Brexit means Brexit”) un risultato referendario al contrario tutt’altro che netto (52 a 48 per cento e con vittoria del Remain in Scozia e Irlanda del Nord, oltre che a Londra) e precipitò nel lungo e perdente negoziato con la UE per definire i dettagli tecnici della fuoriuscita. Boris Johnson ne approfittò per mandarla a casa e sostituirla, vinse nettamente le elezioni ma poi invece che della gestione di Brexit dovette occuparsi della pandemia (in maniera assai erratica, fra l’altro), che aggravò una situazione economica resa complicata dai primi effetti proprio della Brexit da lui fortemente voluta. È caduto per uno scandalo minore, da un certo punto di vista, ma grave da quello della credibilità personale e del rispetto nei confronti dei propri governati. Liz Truss invece ha stabilito un record negativo difficilmente battibile, disastrosa con la sua idea ultraradicale che l’ha portata a proporre una tassazione ancor più favorevole ai ricchissimi che neppure i mercati finanziari hanno accettato. Ora è il turno di Rishi Suniak, ma i sondaggi danno i Tories ai minimi storici e non sarà facile per il miliardario di origine indiana invertirne la tendenza avendo a che fare con una situazione economica assai pesante.

 

La crescita economica, ora bloccata anche a causa della crisi energetica provocata dalla guerra in Ucraina e appesantita da un’inflazione crescente, si era fermata in verità già da tempo, come tutti gli esperti avevano previsto all’indomani dell’esito referendario. Le esportazioni verso l’Unione Europea sono diminuite del 16%, colpendo in particolare i piccoli esportatori che devono ora subire controlli severi sulle proprie esportazioni in un contesto generale che ha visto la quota britannica sul commercio mondiale ridursi costantemente oltre ogni più fosca previsione dei Remainers, ai tempi giudicati uccelli del malaugurio. La produttività è diminuita in generale e in particolare hanno sofferto le piccole-medie imprese, che hanno patito aumenti dei costi e faticano a trovare lavoratori in taluni casi indispensabili (nel settore agricolo questa è divenuta un’emergenza) ma non più reperibili fra i non britannici. Imprese che devono altresì affrontare ostacoli burocratici che rallentano inevitabilmente i rapporti commerciali con gli altri paesi europei con ovvio impatto negativo. La carenza di lavoratori stranieri sta provocando grossi problemi al settore alberghiero e della ristorazione, a quello degli autotrasporti, allo stesso rinomato ed efficiente sistema sanitario. 

 

Da parte sua, la City ha sinora perduto “solo” 7400 addetti, un numero inferiore al previsto ma sono molti gli operatori in stand-by, che stanno studiando l’evoluzione della situazione prima di decidere se restare o abbandonare. Ed infine, i giovani: non possono più partecipare al Programma Erasmus (un grande successo dell’Unione) e per converso sono diminuiti e di molto gli studenti europei che si recano in Gran Bretagna per studiare la lingua inglese o per laurearsi nelle prestigiose università del Regno.

 

Da ultimo, ma non ultimo, anzi tema prioritario, c’è la questione irlandese, che lentamente si sta riaffacciando. Il traffico diretto fra Eire e UE a discapito della Gran Bretagna è cresciuto esponenzialmente, bypassando i porti britannici ovviamente. Il protocollo del 2019, che Johnson ha pure tentato di rinnegare, ha posto il confine doganale nel mare d’Irlanda: così l’Irlanda del Nord è rimasta nel mercato unico europeo, e questo naturalmente ha favorito l’aumento dello scambio import-export fra le due Irlanda, avvicinandole anche dal punto di vista politico. E questo è un ulteriore problema per Londra perché in filigrana si vedono nuove possibili tensioni nell’Ulster e pulsioni indipendentiste rinascenti.

 

E il Presidente statunitense è un cattolico di origini irlandesi. Quindi assai attento a quanto accade nell’isola verde. Un punto non secondario perché la famosa “special relationship” con Washington al momento non ha dato i frutti sperati e reclamizzati a suo tempo dai Brexiters, né con Trump né tanto meno ora con Biden.

Inoltre lo stesso Commonwealth creerà problemi: alla morte della Regina sono stati diversi i paesi membri ad aver dichiarato di non voler più rimanere monarchici. E soprattutto già ora i 55 paesi aderenti hanno più rapporti commerciali con la UE che con la madre patria britannica. Nulla, rispetto al vero incubo di Re Carlo III: un referendum secessionista, in Scozia prima, in Irlanda del Nord poi, in Galles infine. Che Brexit avrebbe comportato questo rischio era evidente: ma solo ai Remainers fedeli alla Regina, non agli ottusi Brexiters accecati da un estremismo ideologico completamente infondato.

2 NOVEMBRE, UNA RICORRENZA PIÙ FORTE NEI COMUNI MEDIO-PICCOLI E NEL SUD. L’INDAGINE DELL’ISTITUTO CATTANEO.

Il 2 novembre, oltre 18 dei quasi 50 milioni di italiani di 18 anni e oltre si recheranno in un cimitero per rendere omaggio e ricordare un familiare stretto, un parente lontano, un amico. Questo è uno dei numeri che emerge dall’indagine condotta dall’Istituto Cattaneo, nelle settimane precedenti la giornata della commemorazione dei defunti e relative al 2 novembre 2021. Il report rivela, per la prima volta in Italia, come si distribuisce la partecipazione a questa ricorrenza nel territorio italiano, il suo carattere familiare e sociale e la sua popolarità.

Asher D. Colombo – Barbara Saracino

Domani, il 2 novembre, oltre 18 dei quasi 50 milioni di italiani di oltre 18 anni si recheranno in un cimitero per rendere omaggio e ricordare un familiare stretto, un parente lontano, un amico. Sono questi i numeri che emergono dall’indagine condotta da Orme, l’Osservatorio per la Ricerca sulla Morte e le Esequie dell’Istituto Cattaneo, nelle settimane precedenti la giornata della commemorazione dei defunti e relative al 2 novembre 2021. 

La Tabella 1 rivela, per la prima volta in Italia, come si distribuisce la partecipazione a questa ricorrenza nel territorio italiano. La quota di popolazione che domani si recherà in un cimitero cresce passando dalle regioni del Centro a quelle del Nord, con una leggera prevalenza del Nord-Ovest sul Nord-Est, per raggiungere il massimo nelle regioni meridionali e insulari. Qui si recheranno al cimitero ben 7 milioni di persone, pari a oltre il 43% del totale degli ultradiciottenni residenti in quelle regioni.

L’incidenza delle viste al cimitero in occasione del 2 novembre, poi, cresce al diminuire della dimensione dei comuni, e raggiunge i valori più alti nei comuni con 20 mila residenti o meno. Degli oltre 25 milioni di italiani con più di 18 anni che vivono in questo tipo di comuni,ben 11 milioni visiteranno i propri defunti in occasione del 2 novembre.

I livelli di rispetto della tradizione, quindi, risultano tutt’altro che trascurabili in tutto il paese, ma è nei comuni di dimensioni medio-piccole e piccole, e nelle regioni meridionali, che il 2 novembre è maggiormente sentito e i livelli di partecipazione più elevati.

 

Per leggere il testo completo

https://www.cattaneo.org/wp-content/uploads/2018/03/2022-Comunicato-gli-italiani-e-il-2-novembre.pdf

SPUNTI DI RIFLESSIONE SULL’ANTIFASCISMO, L’UNITÀ DEI RIFORMISTI E LA RIPRESA D’INZIATIVA DEI CATTOLICI DEMOCRATICI.

L’antifascismo è una premessa inderogabile, deve esserne avvertito pienamente Ignazio La Russa nella sua qualità di Presidente del Senato. De Gasperi invitava Sturzo a valutare con spirito autocritico quanto avesse pesato nel tracollo delle istituzioni liberali l’intransigenza dei popolari, anzitutto verso Giolitti. Bisogna sempre misurare il rapporto tra volontà e obiettivi, per non dare luogo a fallimenti. Oggi si tratta di ritessere i fili di una politica – intransigente ma…in che senso? – di unità delle forze riformiste. Se il Pd retrocede a strumento di sperimentazione continua di una sinistra imperlata di radicalismo, senza più l’afflato della concezione religiosa della democrazia, qualsiasi intransigenza nel tempo della destra di governo perde di potenza e significato, ossidando il filo conduttore di una generosa intuizione di cambiamento.

L’anniversario della marcia su Roma ha lasciato indifferente la Meloni, convinta che il biasimo da lei riservato alle leggi razziali, unitamente al rifiuto di qualsiasi regime totalitario, costituiscano il palinsesto della giusta narrazione della destra di governo, esaurendo con ciò il debito di deferenza verso le ragioni dell’antifascismo. In realtà, una chiara posizione sulla presa del potere di Mussolini, convenzionalmente legata al 28 ottobre del 1922, andava pure assunta. Certe distrazioni, se palesate da donne e uomini appartenenti alla tradizione del Msi, non sono ammesse. Come pure è suonata avventata ed ambigua, e dunque ben lontana da un canone di ammissibilità, l’uscita di La Russa sulle celebrazioni del 25 aprile: quali che siano le smentite e le correzioni a quanto riportato nell’intervista su “La Stampa”, resta il dovere per il Presidente del Senato di misurare attentamente le parole per il carico di responsabilità che grava sull’ufficio ricoperto, il più alto nell’ordinamento costituzionale dopo quello della Presidenza della Repubblica.       

A queste forme di intemperanza, in esordio di legislatura, ha reagito con fermezza tutto l’arco delle opposizioni. Da parte sua il Pd ha reso omaggio alla memoria di Giacomo Matteotti, martire antifascista. Un gesto dal forte significato simbolico, oggi più denso che mai di valore e significato in quanto espressione della piena fedeltà costituzionale alla Repubblica nata dalla lotta di Resistenza, alla quale soccorreva nel biennio ‘43-‘45 il ricordo esemplare di coloro che al regime dittatoriale non si piegarono, pagando a caro prezzo la lotta per la libertà. Il socialista Matteotti non fu il solo, ma basta lui, da solo, a fissare nella mente collettiva l’eroismo degli oppositori della prima ora. Sotto questo profilo si comprende perfettamente il gesto compiuto dalla dirigenza del Pd, sebbene appaia esclusivamente ricompreso nell’iconografia di una delle tradizioni, quella socialista appunto, dell’antifascismo.

L’occasione, in ogni caso, doveva propiziare un riesame critico delle cause che portarono al successo del fascismo. Pierluigi Castagnetti, sforzandosi di cogliere il fattore scatenante della crisi, alla quale fece seguito il repentino sfaldamento del quadro politico-istituzionale, lo ha voluto rintracciare nella divisione tra i socialisti (a loro volta divisi tra massimalisti e riformisti, entrambi poi diversamente contrapposti ai comunisti), i popolari e i liberal-giolittiani. Ancora oggi si discute sulla maggiore o minore responsabilità attribuibile alla condotta politica delle forze in campo.     

In effetti Sturzo, anni dopo l’avvento del fascismo, lamentò la refrattarietà delle altre forze democratiche, e in specie dei socialisti, a stringere un’intesa contro l’ascesa di Mussolini. “Chi scrive – ed è proprio Sturzo a scrivere – tentò parecchie volte di realizzare un fronte unico fra democratici sociali, socialisti e popolari con la formazione di un governo al quale i socialisti volessero partecipare. Ma dopo varie discussioni, i capi socialisti preferirono starne fuori, e alla fine appoggiarono lo sciopero generale del luglio-agosto 1922. La borghesia italiana ne fu spaventata e si decise per il fascismo” (La chiesa cattolica e la democrazia cristiana, Edizioni SELI, Roma 1944 p. 41). In sostanza, il fondatore del PPI declinava l’accusa di essere stato troppo severo nei confronti degli altri partiti, in primo luogo dei socialisti. Lo ribadì più volte, anche rifiutando l’addebito circa il cosiddetto “veto a Giolitti” che lo avrebbe visto protagonista contro il ritorno al potere dello statista di Dronero, prima che tutto si consumasse nell’impotenza del secondo governo Facta (fino alla marcia su Roma).

È però vero che i Popolari, giunti in Parlamento nel 1919, mostrarono tutto il vigore della loro autonomia, non sentendosi omologhi al liberalismo e non accettando di essere subalterni ai socialisti. Di fatto, a rovescio di quanto avvenne con il Patto Gentiloni nel 1913, la loro opera non si risolse nel sostegno ai liberali contro la sinistra, per arginare cioè le spinte popolari a mò di strumento delle forze di conservazione. Tuttavia, Sturzo tenne ferma la barra al centro e rifiutò, del pari, di assecondare i socialisti nel programma anti-sistema. Tale atteggiamento, ancorché alimentato da un pensiero politico rigoroso e da una visione etica responsabile, innescò il crollo dell’Italia liberale.  

In effetti, De Gasperi scrisse a Sturzo nell’estate del 1950 – era in discussione la riforma agraria e non mancavano le critiche del sempre battagliero don Luigi – che l’intransigenza dei popolari molto probabilmente doveva essere più calibrata, evitando la catastrofe. Le sue parole, riproposte da Luigi Giorgi nella sua relazione a Modena sui 100 anni dalla marcia su Roma, sono molto eloquenti: “Se nel 1922 avessimo previsto il totalitarismo fascista, non credi che saremmo stati più cauti nell’attaccare lo stato liberale?”. Un’affermazione, questa, che lambiva il rimprovero per i rilievi troppo severi mossi al governo dal  nume tutelare del popolarismo, ma anche una valutazione  di più ampia portata sulla necessità di un abbraccio storico tra democrazia cristiana e liberalismo, intendendo con ciò la convergenza di valori e pratiche nell’orizzonte del progresso e dell’emancipazione dei ceti popolari.  

In fondo la nascita della Margherita doveva corrispondere a questo processo di integrazione virtuosa di tipo liberal-popolare e il Pd rappresentare, nel prosieguo dell’azione rigeneratrice di una politica autenticamente democratica, l’ulteriore sviluppo di un disegno di unità tra le forze riformatrici del Paese. Oggi si tratta di ritessere i fili di una politica – intransigente ma…in che senso? –  di unità delle forze riformiste. Orbene, se il Pd retrocede a strumento di sperimentazione continua di una sinistra imperlata di radicalismo, senza più l’afflato della concezione religiosa della democrazia, qualsiasi intransigenza nel tempo della destra di governo perde di potenza e significato, ossidando il filo conduttore di una generosa intuizione di cambiamento. E anche l’intransigenza nel nome di Matteotti, e non di altri e non di altro, manca del carattere e della forza di mobilitazione delle migliori energie del Paese. Grava sul Pd il rischio d’implosione. In questo quadro diventa improrogabile rimettere a fuoco il compito che spetta al piccolo firmamento, ancora identificabile malgrado la secolarizzazione, del cattolicesimo democratico italiano.            

 

Clicca qui per rileggere la relazione di Luigi Giorgi sui 100 anni dalla marcia su Roma.

LA RELIGIONE COME ARMA: L’ULTIMO SCORCIO DI CAMPAGNA ELETTORALE IN BRASILE STIGMATIZZATO DALL’EPISCOPATO.

Nei giorni scorsi l’agenzia Adista ha messo a disposizione gratuitamente questa nota. Leggerla oggi, nel pieno delle operazioni elettorali, aiuta a comprendere quanto sia stata dura la competizione tra i due contendenti alla massima carica dello Stato. Del resto i reportage sull’ultimo duello televisivo, condotto senza esclusioni di colpi, hanno emblematicamte riassunto lo stato della democrazia nel grande paese latino americano.

Eletta Cucuzza

La contrapposizione ideologica e la strumentalizzazione della fede hanno raggiunto livelli inusitati in Brasile, dove [oggi] domenica, 30 ottobre, si svolgerà il secondo turno delle elezioni presidenziali. Il primo turno (2 ottobre) ha visto primeggiare l’ex-sindcalista di sinistra ed ex-presidente Inácio Lula da Silva con un 48,16 di voti contro il 43,43% andato al presidente uscente Jair Bolsonaro, di estrema destra.

Con il motto “Il Brasile sopra tutto e Dio sopra tutti” e con la Bibbia come scudo, il presidente brasiliano ha compiuto un pellegrinaggio attraverso i templi per riaffermare il sostegno che ha dagli evangelici. E Lula, come sintetizza Religión Digital (25/10) «si è circondato di frati francescani, suore, sacerdoti e pastori evangelici; ha baciato santi, cantato canti religiosi, pregato e ricevuto benedizioni per affermarsi credente e sbarazzarsi dell’immagine di “comunista”».

Di fronte alla forte crescita e all’influenza delle Chiese evangeliche, i cui fedeli rappresentano circa il 30% dell’elettorato, e allo strenuo appoggio che esse danno a Bolsonaro, Lula, nel tentativo di strappare la bandiera di “Dio e famiglia” al presidente, ha lanciato, a metà ottobre, una lettera indirizzata agli evangelici in cui si impegnava per la libertà di culto e per la famiglia. «La famiglia è sacra», ha dichiarato davanti a un gruppo di evangelici e ha ribadito il suo personale rifiuto dell’aborto, in contrasto con la sua posizione di sempre che considerava l’interruzione volontaria di gravidanza una «questione di salute pubblica».

La lettera, però – informa il sito spagnolo d’informazione religiosa – è stata nettamente respinta da alcuni dei più influenti leader evangelici del Paese, «come il controverso pastore Silas Malafaia , che ha contribuito a propagare dal pulpito la bufala che Lula chiuderà le chiese se tornerà al potere, un paradosso smentito dall’ex presidente. La lotta per il voto religioso ha favorito la diffusione sui social di notizie false o fuori contesto». Gruppi bolsonaristi hanno perfino «accusato Lula di aver firmato patti con il diavolo», mentre «l’opposizione ha legato Bolsonaro alla Massoneria, un gruppo che evangelici e cattolici associano a Satana e al cannibalismo».

I vescovi stigmatizzano questi modi di procedere. Il card. Odilo Pedro Scherer, arcivescovo di São Paulo, intervistato dal settimanale cattolico Vida Nueva (23/19), ha argomentato: «Quando la legittima competizione elettorale viene imposta come se fosse una lotta del bene contro il male; quando un candidato o un partito viene difeso fanaticamente, o un candidato viene elevato allo status di “salvatore della patria” e l’avversario viene demonizzato; quando gli avversari politici vengono trattati come nemici da eliminare; quando la libertà di espressione e di opinione e la libertà di stampa vengono limitate o minacciate; quando la religione e le manifestazioni religiose vengono strumentalizzate in termini di guadagni elettorali; quando l’opinione pubblica viene manipolata con false narrazioni; quando la religione e le manifestazioni religiose vengono strumentalizzate in termini di guadagni elettorali; quando la libertà di espressione e di opinione e quella di stampa sono limitate o minacciate; quando la religione e le manifestazioni religiose sono strumentalizzate in termini di guadagni elettorali; quando l’opinione pubblica è manipolata con false narrazioni, ci sono segnali di rischio per la democrazia e l’instaurazione di totalitarismo e fascismo».

«Spero che questo passi presto – si è augurato –, ma temo che abbiamo molto lavoro davanti a noi per calmare gli animi e tornare a pensare serenamente e a vivere in modo fraterno. In questa campagna elettorale si stanno perdendo valori fondamentali per tutto il messaggio cristiano, come il rispetto, la fraternità e il senso della verità. Chi la pensa diversamente da noi, gli avversari politici, diventano i nostri nemici! Per questo dobbiamo chiederci, insieme a tutta la società brasiliana: come si è arrivati a questo punto? Dove abbiamo sbagliato? Dove dobbiamo tornare per riprendere il cammino di una convivenza rispettosa, serena e pacifica?»

 

Per saperne di più

https://www.adista.it/articolo/68915

IL PD AUTORIGENERATO SCONFIGGE L’ANTIPATIA DIAGNOSTICATA DA RICOLFI: IL DOPO VOTO È UN BALLETTO DIVERTENTE.

La sinistra italiana, incarnata dal Pd, non è affatto “antipatica”. Il balletto sul cambiamento suscita persino ilarità. Le parole cambiano, ma la prassi è sempre la stessa: rifondare; ripartire; ricostituire; autorigenerazione; rinnovare e l’immancabile cambiare. Insomma, si riparte da zero. Chi riparte? Come ovvio e scontato sempre gli stessi che nel frattempo sono stati tutti eletti in virtù del posizionamento nelle liste bloccate della quota proporzionale.

Forse sbaglia il sociologo Luca Ricolfi, attento e puntuale osservatore delle vicende politiche italiane. La sinistra italiana, cioè il Pd – al netto del partito populista, cioè i 5 Stelle, che momentaneamente si sentono di sinistra – non è affatto “antipatica”. Anzi, ciò che capita nel Pd, per l’ennesima volta, rientra perfettamente nella dimensione della simpatia. Se non addirittura della goliardia.

Ma andiamo con ordine. Ci sono dei passaggi che ormai tutti gli osservatori conoscono a memoria e che rientrano in un copione che possiamo tranquillamente tratteggiare e riassumere in una sorta di “decalogo”. Innanzitutto si parte quasi sempre da una sconfitta elettorale e quindi politica del gruppo dirigente uscente. Un passaggio che, purtroppo, avviene quasi puntualmente dopo la bella ed entusiasmante stagione politica guidata da Valter Veltroni. Dopo la sconfitta parte l’autoanalisi. Di norma si scaraventa sul segretario uscente la responsabilità politica della disfatta elettorale. Dopo, come ovvio, aver condiviso tutti all’unanimità la strategia del partito praticata sino a quel momento.

Le svariate e molteplici correnti – il numero complessivo non è facilmente censibile perchè si moltiplicano vertiginosamente – annunciano solennemente che da adesso in poi “si cambia”. E tutti giurano che il partito, dopo l’ennesima sconfitta, rivedrà profondamente l’assetto correntizio interno. In pratica, e qui comincia ad arrivare la simpatia, sempre le stesse persone annunciano sempre il medesimo cambiamento radicale di comportamento e, di conseguenza, della proposta politica. Dopodichè parte il dibattito vero negli organismi di partito. I capi corrente – o capi tribù – nel frattempo tutti nominati parlamentari nella quota proporzionale per la quinta, sesta o settima legislatura, si accordano sulla necessità improrogabile di dare il via al ricambio generazionale e ad un profondo rinnovamento del linguaggio e del modo di coinvolgere la mitica società civile.

Ed ecco che arriva, altrettanto puntuale, il cosiddetto “soccorso esterno”. La sinistra televisiva, culturale, accademica, altoborghese, giornalistica, editoriale e salottiera comincia a farsi sentire. Sempre le stesse persone da ormai svariati lustri e sempre attraverso i soliti filtri televisivi e giornalistici. Parte l’accusa, di norma non rivolta particolarmente ai capi corrente e al partito nel suo complesso ma al nemico esterno e minaccioso da cui difendersi. È persin inutile individuarlo: ovvero, del ritorno dell’eterna “postura fascista”. È stato così con la Dc, poi con Berlusconi, poi con Salvini, poi addirittura con Renzi. Figurarsi con Giorgia Meloni e la coalizione di centro destra.

Si ritorna, dunque, nel partito e i capi corrente – sempre loro, come ovvio – si accordano sulle modalità organizzative del percorso da intraprendere. Le parole cambiano, ma la prassi è sempre la stessa: rifondare; ripartire; ricostituire; autorigenerazione; rinnovare e l’immancabile cambiare. Insomma, si riparte da zero. Chi riparte? Come ovvio e scontato sempre gli stessi che nel frattempo – lo ripeto – sono stati tutti eletti eletti in virtù del posizionamento nelle liste bloccate della quota proporzionale.

Individuato il percorso decollano le candidature e le autocandidature. Che rispondono al solito modello. E cioè, in un partito militarmente ed organicamente correntizzato, le candidature alla segreteria nazionale, e anche locale, rispondono ad un solo ed esclusivo criterio: con la candidatura si forma un’altra corrente che ti permette di chiedere una pezzo di candidature alla prossima tornata elettorale. Come ovvio, tutti i candidati alla segreteria promettono, altrettanto solennemente, che si tratta di avviare un percorso contro le correnti e di puro servizio al rilancio politico, culturale e programmatico del partito e bla bla bla.

Fatte le candidature decolla il rito del confronto con la periferia. E qui scatta la simpatia, si fa per dire. Ovvero, la passionalità della base fa emergere, concretamente, quali sono i difetti e le difficoltà che impoveriscono e indeboliscono il partito. A livello nazionale e a livello locale. E i vari esponenti delle molteplici correnti e bande interne si assumono la responsabilità che adesso si cambia per davvero. Senza attenuanti.

E finalmente arrivano le primarie. Le correnti nel frattempo si sono riposizionate. I cartelli elettorali dei vari candidati costruiti. Le quote per gli organismi di partito e le prossime candidature pattuite. Tutti promettono il cambiamento – pardon, questa volta Letta ha parlato di “rigenerazione” – e quindi si possono celebrare le fatidiche e dogmatiche primarie con una relativa tranquillità. E si arriva, per fortuna, all’ultimo passaggio. Si fanno le primarie. I capi corrente sbandierano la grande pagina di democrazia del partito e giurano, questa volta in pompa magna, che il Pd resta l’unico argine contro il ritorno del male. Cioè del fascismo, della deriva illiberale, della svolta autoritaria, della concentrazione del potere, della compressione dei diritti, della riduzione della libertà, della crisi della democrazia che sta preparando la solita destra. 

Vabbè, il solito copione che avviene dal 1948 dopo la vittoria schiacciante di De Gasperi e della Dc. Dopodichè, e arriviamo al tocco finale, una volta eletto il segretario e fatto gli organismi applicando scientificamente il metodo della divisione correntizia e delle fedeltà ai vari capi corrente, si riparte con la nuova stagione politica sino alla prossima sconfitta elettorale che prevederà sempre il “decalogo” a cui ho fatto riferimento in questo breve scritto. Con una sola eccezione: la prossima volta cambia il verbo della ripartenza. Ditemi voi se non è un percorso simpatico. Almeno finchè il centro da un lato e la sinistra populista dall’altro non ridurranno questo partito ad un peso elettorale con una sola cifra…

FREDDE CONSIDERAZIONI SU CORSI E RICORSI DELLA STORIA: DA DE GASPERI A GIORGIA MELONI.

“La lezione della storia – si legge a conclusone di questa simpatica ma non ingenua sovrapposizione storiografica – sta nel non dimenticare quanto è stato e anche, nel bene, nel ricordare quali soluzioni sono state trovate e, nel male, quali scelte non debbono essere ripetute”.

Due date a confronto: 25 ottobre 2022-15 luglio 1946.  E con esse, a confronto, il discorso del primo premier donna e il discorso del primo premier della Repubblica. Il perché del confronto tra i due discorsi dei Presidenti del Consiglio, tecnicamente detti comunicazioni, è che oggi come allora siamo di fronte ad un fatto nuovo nella storia della Repubblica. Nel luglio del 1946, il re Umberto II lasciava il Paese a seguito del referendum del 2 giugno che aveva indicato la Repubblica come nuova forma di Stato: si trattava di un atto di abdicazione accolto dal Presidente provvisorio del Consiglio dei Ministri, De Gasperi. A questo referendum avevano partecipato per la prima volta le donne: il suffragio universale nel Paese fu una conquista da non dimenticare, e quindi da onorare ancora oggi per il fatto che quelle donne aprirono un varco nella storia della nostra democrazia post bellica. Sono le signore a cui dobbiamo il “tenore” della Repubblica.  

Il 15 luglio 1946, davanti all’Assemblea Costituente, giurava fedeltà alla Repubblica il suo primo Presidente, Enrico De Nicola, e un momento dopo il primo Presidente del Consiglio si apprestava a chiedere la fiducia del suo Governo, il secondo a suo nome, Alcide De Gasperi. Un Governo di coalizione in una forma politicamente irripetibile: Dc, PCI, PSI, PRI, PLI. Lo stesso giorno si dava mandato all’Assemblea Costituente di presentare un progetto di Costituzione della Repubblica.  

Il 25 ottobre 2022, il primo Presidente del Consiglio donna si apprestava a chiedere la fiducia al suo Governo. Anche questo un Governo di coalizione: FDI, Lega, FI. Sono passati 74 anni da quel voto referendario che sanciva la nascita della Repubblica e le donne del 2 giugno 1946 non avrebbero certo immaginato che ci sarebbe voluto così tanto tempo prima che una donna diventasse Premier. La Meloni Presidente del Consiglio è anche un loro riscatto per una esclusione che non ha ragioni logiche ma tutte politiche.  

Premesso che tutti i discorsi dei Presidenti del Consiglio, proprio perché debbono andare “a caccia” di voti di sostegno, necessariamente hanno un tono programmatico generale e ottimista, quanto meno un atteggiamento positivo, perché sulla possibilità di convincere si basa la nascita stessa del Governo; essi, in effetti, presentano alcuni punti in comune in ragione delle circostanze che ne segnano l’espressione politica. De Gasperi esce da una guerra con l’Italia alle prese di una economia distrutta, una società gravemente provata, un tessuto industriale ridotto ai minimi termini ed enormi debiti di guerra a causa dei trattati di pace. Meloni ha una guerra alle porte di casa, lontana per ora, i cui effetti economici sono invece in casa: crisi energetica e inflazione dei prezzi, un tessuto industriale frammentato e sconfitto dalla globalizzazione in cui avevano creduto in molti, disoccupazione in salita, povertà in crescita, recessione economica all’orizzonte. 

De Gasperi parte dalla necessità di riconoscere l’esistenza di una giustizia internazionale alla base di una più ampia democrazia internazionale, fronteggiando perciò una necessità legata alla questione dei danni di guerra. La ricostruzione del Paese passa attraverso due punti: suscitare le libere energie e insieme la solidarietà nazionale. Ma questa rinascita non può realizzarsi senza la dignità della Patria, l’unico fattore morale che possa garantire l’indipendenza politica ed economica del Paese. Stare a testa alta nelle organizzazioni internazionali, in primis l’ONU. 

Per l’Europa, per come la conosciamo noi, ci vorranno gli anni ‘80 con l’ingresso dei primi Stati non fondatori della UE. Fornisce le indicazioni su quelle che saranno le linee di intervento del Governo. Combattere la disoccupazione con l’incentivazione delle produzioni, dare garanzia a tutti i lavoratori che avranno un salario che assicuri di avere i necessari mezzi di vita, sostenere il potere della moneta contro l’inflazione post bellica, incentivare la ricostruzione del territorio sostenendo con un programma speciale i lavori pubblici. E qui dice proprio una frase che ritroviamo in Meloni: “Nutrire fiducia nelle forze che liberamente operano nel Paese”. Ciò significa, pertanto, sostenere con politiche fiscali e aiuti le piccole e medie imprese che sono il tessuto economico vitale. Parla espressamente di un intervento di sussidio dello Stato ai lavoratori pubblici e privati che hanno perso il lavoro o che hanno uno stipendio reso risibile dall’inflazione dei prezzi. Per questo si impegna per la riforma del sistema assicurativo dei lavoratori. Affronta il problema della riforma agraria legandola anche alle industrie trasformatrici dei prodotti agricoli, alla grande piaga delle terre incolte, ai latifondi, ma anche all’incoraggiare le iniziative e le imprese private in questo settore come in tutti gli altri settori economici di produzione e trasformazione di prodotti. Il compito grande del Governo è quello di ricostruire e riformare il programma economico per il Mezzogiorno e le Isole, ridurre la pressione fiscale per tutte le imprese e i lavoratori, impossibilitati a farvi fronte (una vera pace fiscale per certi versi), comprensibile visto lo stato post bellico. Ed infine un passaggio per incoraggiare quegli interventi normativi che consentono di dare autonomia ai Comuni e alla Regioni. Chiude richiamando le quattro libertà di Roosevelt: libertà di espressione, libertà di religione, libertà dal bisogno, libertà dalla paura; e che ritroveremo nella Costituzione.

Meloni non esce da una guerra, ma corre un pericolo maggiore: se le cose si mettono male la guerra dalle porte di casa entra ditrettamente in casa, forse non sul piano militare ma certamente in forza di una crisi energetica senza precedenti. È il lungo inverno economico che sta sullo sfondo di questa guerra Russo/Ucraina. 

Come per la circostanza di De Gasperi, uscito dalla volontà popolare del referendum, così Meloni esce da un consenso molto ampio e che esalta ricordando il vincolo che lega popolo e parlamento. Richiama per l’Europa le comuni radici giudaico–cristiane, le fonti classiche di questa cultura europea, e vuole stare a “testa alta in questi consessi internazionali senza subalternità e complessi di inferiorità”. Prende atto che nel corso di due decenni il Paese è cresciuto solo del quattro per cento mentre gli altri Paesi europei sono cresciuti del venti per cento, e indica nella crescita sostenibile e duratura l’orizzonte di intervento del suo Governo. È alle prese con il divario tra Nord e Sud tanto dal punto di vista sociale (condizioni e aspettative di vita) e indica nella ripresa di una politica industriale nazionale la linea direttrice dello sviluppo. Lega la questione della clausola di salvaguardia dell’interesse nazionale alla protezione e cura delle infrastrutture strategiche sottraendole agli interessi internazionali.  Una rivoluzione culturale nel rapporto tra lo Stato e il sistema produttivo delle imprese; come in De Gasperi la questione agraria fu la rivoluzione culturale di una Italia afflitta dai latifondi e dall’alta analfabetizzazione della popolazione rurale, dall’assenza di sistemi produttivi industriali nell’agricoltura.

La questione fiscale è un refrain di ogni Governo della Repubblica e rimane uno dei nodi “gorgoniani” delle politiche fiscali del Paese, sia che siano espansive per incentivare i consumi sia che siano restrittive per scoraggiare l’evasione. De Gasperi e Meloni hanno un problema comune che li costringe a prende decisioni simili. La povertà. Nel 1946 la povertà dovuta alla guerra che ha distrutto tutto il tessuto sociale ed economico. Nel 2022 la povertà dovuta alla globalizzazione che come una guerra, ha sfilacciato il tessuto sociale ed economico per lunghi 15 anni, e la pandemia da Covid, che ha fermato alcuni settori produttivi in modo da comprometterne la ripresa. 

Insomma, leggendo i due discorsi i punti di contatto farebbero concludere per un “niente di nuovo sotto il sole”, ma sarebbe ingiusto per entrambi. La lezione della storia sta nel non dimenticare quanto è stato e anche, nel bene, nel ricordare quali soluzioni sono state trovate e, nel male, quali scelte non debbono essere ripetute. Alcide De Gasperi lo possiamo e dobbiamo inquadrare nella sua dimensione di statista, il più grande del nostro secondo Novecento. E Giorgia Meloni? La sua Destra, chiaramente, ha tutto da dimostrare in termini di credibilità politica e concretezza operativa.

LA CRISI DI CUBA NEI RICORDI DI ETTORE BERNABEI: QUANDO ANCHE L’ITALIA FECE LA SUA PARTE.

Nel libro-intervista di Giorgio Dell’Arti, uscito qualche anno fa, l’uomo che fu a lungo al vertice della Rai ricostruisce l’episodio della crisi dei missili nell’isola caraibica. Nel 1962 si sfiorò la terza guerra mondiale. Ricorda tuttavia Bernabei: “«I russi probabilmente avevano inventato la minaccia dei missili a Cuba per poter avere qualche contropartita. Potevano anche ritirarsi ma non potevano perdere la faccia».

Roberto Cetera

Nella vicenda della crisi dei missili a Cuba, che fece tremare il mondo nell’ottobre del 1962, e che rievochiamo in questo primo piano, ebbe un ruolo non marginale anche la politica italiana. Strano ad immaginarsi che la piccola Italia potesse avere avuto un ruolo risolutivo in quella che fu la crisi più acuta della “guerra fredda” tra le due superpotenze. Ma le cose sembrerebbero essere andate in effetti proprio così, almeno a stare al racconto che Ettore Bernabei affidò nel 1999 a Giorgio Dell’Arti, nel libro-intervista biografico significativamente intitolato L’Uomo di fiducia .

 

Bernabei, scomparso nel 2016, già direttore dell’organo della Dc «Il Popolo» e poi direttore generale della Rai, ha sempre avuto un rapporto di reciproca stima e fiducia con Amintore Fanfani, con il quale condivideva peraltro un buon raccordo con le stanze vaticane. La vicenda dei missili colse inaspettatamente Bernabei negli Stati Uniti, dove si trovava per partecipare a una riunione delle principali televisioni mondiali utilizzatrici del satellite. «Arriviamo al Dipartimento di Stato, racconta, Ci riuniamo nella sala prevista ma la riunione non comincia… a un certo punto arriva un funzionario e fa “L’ordine del giorno è completamente cambiato, pensiamo che per voi sia sicuramente più interessante vedere alcune rilevazioni fatte dai nostri satelliti a Cuba”. Alla vista delle foto di questi grandi missili in via di installazione a Cuba e puntati contro gli Stati Uniti, Bernabei comprese subito di trovarsi dinanzi ad un evento straordinario. Che non lo riguardava solo come giornalista. Viene infatti raggiunto subito da una telefonata di Fanfani “Non torni. Non si allontani da lì e rimanga in contatto”. Nelle ore successive Kennedy in tv paventava il rischio imminente di una terza guerra mondiale, che sarebbe stata irrimediabilmente nucleare. I russi, dal canto loro, rispondevano picche alla richiesta di ritiro dei missili, reclamando l’amicizia con Castro e la sua autonomia. Bernabei venne raggiunto da una telefonata del capo-ufficio stampa di Fanfani, Hombert Bianchi: “Guarda, c’è un tentativo di evitare l’irreparabile. Lo conducono il governo italiano e la Santa Sede”».

 

Nelle pagine precedenti del libro intervista di Dell’Arti, d’altronde Bernabei aveva descritto la relazione di speciale intesa e visione che intercorreva tra il Presidente del Consiglio italiano e Papa Giovanni XXIII. E, sempre nel libro, rivela un’interpretazione della vicenda che in una qualche misura sminuisce l’allarme allora percepito in tutto il mondo: «I russi probabilmente avevano inventato la minaccia dei missili a Cuba per poter avere qualche contropartita. Potevano anche ritirarsi ma non potevano perdere la faccia».

 

E quella contropartita viene individuata da Fanfani e Bernabei in Italia: una batteria di missili a lunga gittata che gli americani avevano installato in Puglia. Non che — con la tecnologie di allora — quei missili potessero arrivare a Mosca, ma sicuramente erano i più vicini al confine russo e in grado di colpire la Russia meridionale e il mar Nero. Continua il racconto: «Ci fu un appello del Papa per la pace. Poi Fanfani, facendo riferimento a questo appello, propose la via della Puglia agli ambasciatori sovietico ed americano. Fu a questo punto che il Capo del Governo mi chiese di tenermi pronto».

 

Lo stesso “lavoro” che mi era stato affidato, veniva nel frattempo svolto a Mosca da un altro giornalista, l’americano Norman Cousins, amico di mons. Cardinale della Segreteria di Stato vaticana, e che aveva accesso a Nikita Krusciov, attraverso il direttore della tv sovietica. Dopo alcuni giorni di attesa e lavorio dietro le quinte, Bernabei venne finalmente condotto un sabato mattina alla Casa Bianca per incontrare il consigliere per la sicurezza del presidente Kennedy, Arthur Schlesinger. L’incontro fu breve e risolutivo: «Lei può dire che quella proposta è definitivamente approvata. Ritiro da tutte e due le parti. Puglia e Cuba». Il giorno dopo il ministro della giustizia — e fratello del presidente — Bob Kennedy annunciò al mondo che i missili sovietici venivano smantellati e le navi militari russe avevano invertito la rotta. Due giorni dopo, senza molti clamori, anche gli americani smantellarono le loro basi missilistiche in Puglia.

 

Una storia che, certo mormorata negli anni, trovò conferma quasi 40 anni più tardi, in questo libro intervista di Giorgio Dell’Arti.

 

Una storia che racconta come la piccola Italia e il più piccolo Stato al mondo, guidati da veri operatori di pace, seppero smorzare una tensione mondiale spaventosa. Una storia che riletta oggi ci indica quali dovrebbero essere la visione, la volontà e il metodo, per uscire dall’impasse e dalla paura nucleare suscitati dal conflitto in Ucraina. Una buona storia che potrebbe ripetersi.

 

Fonte: L’Osservatore Romano – 29 ottobre 2022

(Artcolo qui riprodotto per gentile concessione della direzione del giornale)

I PROBLEMI CHE IL PD DEVE AFFRONTARE: IL PUNTO DI VISTA DEI CATTOLICI DEMOCRATICI DI “C3DEM”.

Serve un partito diverso; quello di adesso è modesto e portato a impegnarsi quasi solo per le campagne elettorali. Un partito presente tra la gente è impresa difficile, ma avvincente, credendoci.

 

 A fatica si sta aprendo il dibattito nel PD; a fatica, perché è assente l’avvio formale e perché mancano gli spazi e gli strumenti per un dibattito pubblico visibile. Nel frattempo, però, nei circoli si discute con convinzione e con passione. Quali sono i problemi che il PD deve affrontare? Penso che si possano riassumere in due questioni essenziali, riassuntive di molte altre.

La prima riguarda la sua identità, il suo programma “fondamentale”, la sua idealità. L’impressione che si ricava, anche da una sommaria analisi, è che le grandi correnti storiche di una volta, incontrandosi, si siano neutralizzate a vicenda: si sono abbandonate le vecchie ideologie ed è subentrato il nulla, l’evanescente. Un fatto ancora più grave: non esiste alcun sforzo di ricerca, nessuna attività culturale, uno straccio di rivista di studi, degli intellettuali che sostengano questa impresa.

Certamente non è possibile oggi avere una visione di una società futura, come orizzonte a cui tendere: una valida sostituzione a questa mancanza potrebbe essere individuata nella capacità del partito di indicare su alcune grandi partite (ambiente, lavoro, scuola/cultura, economia/globalizzazione, pace/guerra) i suoi orientamenti di lungo periodo, scelte che delineano il futuro, ad esempio per i prossimi 10/15 anni (con possibili revisioni periodiche).

Questo costituirebbe l’orizzonte cui si ispira il partito e per cui si possono battere convinti i suoi militanti, i quali devono avere una prospettiva in cui credere, che dia loro fiducia. In fondo si tratterebbe di fare quello che i socialisti tedeschi chiamavano un tempo “congresso fondamentale” (vedi Bad Godesberg); si tratta, su questioni di grande rilievo, di esprimere orientamenti significativi, che qualifichino il partito.

Il secondo problema da affrontare è quello del rapporto con la gente e con la base. Una questione primaria a riguardo è costituita dalla legge elettorale: abbandonando tante velleità espresse in passato (sistema bipolare, partito a vocazione maggioritaria, governabilità) e adottando una sana legge elettorale proporzionale, con liste scelte a livello locale e la possibilità di esprimere le preferenze, si realizzerebbe una grande opera di democrazia e nello stesso tempo di rivitalizzazione del partito.

In questo caso, infatti, chi si candida deve guadagnarsi i voti, deve essere noto, deve aver lavorato bene e il suo impegno è sottoposto al riconoscimento degli elettori.

Avremmo un altro partito e soprattutto dei dirigenti veri (come non sono quelli attuali): i dirigenti sono persone che emergono tra i membri del partito, scelti tra loro e da loro e che con loro tengono uno stretto rapporto circolare.

Vi è un altro aspetto da considerare: il modo con cui il partito si rapporta alla gente avviene oggi soprattutto attraverso i mezzi di comunicazione di massa, ma così il partito non arriva al popolo. È ormai accertato che, non solo in Italia, i partiti di sinistra e di centrosinistra ricevono i loro voti dal ceto medio riflessivo, mentre non sono più votati dai ceti popolari (il PD è il 4° partito votato dai lavoratori).

Come si arriva al popolo? Ci sono in proposito due strade maestre: la prima è quella dei populisti (promesse di lauti benefici o di miti utopistici), la seconda, più difficile e più seria, consiste nel ritornare ad essere presenti tra la gente, a vivere in mezzo al popolo, condividerne i problemi, legare sempre i propri obiettivi alle concrete esigenze ed esperienze popolari. Questo naturalmente richiede un partito diverso; quello di adesso è modesto e portato a impegnarsi quasi solo per le campagne elettorali: un partito presente tra la gente è impresa difficile, ma avvincente, credendoci.

 

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https://www.c3dem.it/i-problemi-che-il-pd-deve-affrontare/

IL CENTRO A DESTRA O A SINISTRA?

Minzolini esamina il ruolo del Centro negli opposti schieramenti. Al di là dell’opinione interessante e suggestiva del direttore del Giornale, si tratta di capire se il Centro riesce a recuperare il suo antico e fecondo ruolo politico, culturale e di governo. E questo lo diranno solo le scelte politiche concrete. Per ora non resta che prendere atto della debolezza e della gracilità politica del Centro politico nella dialettica pubblica contemporanea.

Augusto Minzolini attraverso i suoi quotidiani editoriali ci regala piccole perle di giornalismo politico e di curiosità parlamentare. Certo, è un uomo di parte. Ma è un esponente di parte intelligente e arguto e per questi motivi, oltre ad un lunga e ricca esperienza giornalistica, le sue riflessioni non sono mai nè banali nè vagamente propagandistiche.

Ora, commentando il recente dibattito parlamentare, ha sostenuto una tesi curiosa ma interessante. E cioè, semplifico, dal suo punto di vista il Centro nello schieramento conservatore continua a svolgere un ruolo determinante ed importante a partire dall’unità di quella coalizione. E le alleanze, a livello nazionale come a livello locale del centro destra, lo confermano ampiamente. Cosa diversa, dice Minzolini, riguarda lo schieramento alternativo, cioè il centro sinistra. In questo campo, sostiene il Direttore, il Centro se vuole giocare un ruolo politico e culturale efficace, credibile e originale deve giocoforza staccarsi dalla sinistra. Anzi, deve declinare il suo progetto politico in modo persin alternativo e anche fortemente polemico rispetto all’attuale sinistra massimalista del Pd e a quella populista e demagogica dei 5 Stelle. Come l’esperienza di Renzi e di Calenda dimostra. 

Una tesi forse un po’ ardita ma sufficientemente realistica per non essere presa in considerazione. E questo perchè, come è emerso concretamente dal dibattito parlamentare ma prima ancora dalla campagna elettorale e dalla stessa strategia dei singoli partiti di quel campo politico, il Centro o la “politica di centro” non hanno più cittadinanza nell’area politica con la sinistra. E la controprova concreta è che l’asse di collegamento politico, culturale, e anche valoriale privilegiato tra il Pd e i 5 Stelle è quanto mai stabile, al di là delle piccole e momentanee scaramucce tra i vertici attuali di quei 2 partiti. Ovvero, la cifra del populismo e del conflitto permanente legato alla stessa radicalizzazione della lotta politica contro il centro destra, è diventata la cifra distintiva che caratterizza oggi quel campo politico.

Sul versante del centro destra adesso prevale la narrazione, da parte del vasto campo della sinistra – quella politica, culturale, giornalistica, televisiva, editoriale, accademica, intellettuale ed artistica – che ci troviamo di fronte ad un esecutivo di “destra-destra”. Una tesi del tutto legittima ma che rischia di confliggere con un dato. E cioè, se la leadership politica e la capacità di guida di governo di Giorgia Meloni sono destinati ad aumentare e a consolidarsi nel tempo, sarà una operazione alquanto ardita nonchè audace bollare il tutto come un caravanserraglio di “destra- destra”. E questo per il semplice motivo che, come tutti sappiamo, il nostro paese si può “governare solo dal centro” e con “politiche di centro” anche quando manca concretamente un luogo politico di centro deputato a declinare quel progetto. Cioè un partito di centro. Questa è la concreta conseguenza della deriva trasformistica della politica italiana e dell’eterogenesi dei fini che caratterizza il nostro sistema da ormai molto tempo. Cioè sostanzialmente dalla fine della cosiddetta prima repubblica.

Ecco, allora, il punto politico centrale. Ossia, al di là dell’opinione interessante e suggestiva del direttore del Giornale, si tratta di capire adesso, e concretamente – cioè senza le pregiudiziali ideologiche e le parole d’ordine propagandistiche – se il Centro riesce a recuperare il suo antico e fecondo ruolo politico, culturale e di governo. E questo lo diranno solo le scelte politiche concrete. Per ora non resta che prendere atto della debolezza e della gracilità politica del Centro politico nella dialettica pubblica contemporanea. Scomparso sostanzialmente da una coalizione, quella della sinistra, e fortemente minoritario – al momento – nel campo alternativo della maggioranza di governo.

NON FACCIAMO LA FINE DELLA “KUPAMANDIKA”, LA RANOCCHIA INDÙ ISOLATA DAL MONDO

In un bel libro di Amarthya Sen (Globalizzazione e Libertà, Mondadori 2003), si descrive la parabola della ranocchia kupamandika (dai testi indiani sanscriti antichi: una ranocchia vive tutta la vita rinchiusa in un pozzo sospettosa di tutto ciò che accade fuori). È una prospettiva inaccettabile. Bisogna favorire l’emergere di una nuova classe dirigente. “Per questo non parteciperò – dice l’autore – al prossimo congresso nazionale della Dc, felice se da esso potrà derivare, con la nuova e più giovane dirigenza, la conferma di una linea centrale dei democratici cristiani di cui il Paese avrebbe bisogno.

Da “osservatore non partecipante” ho letto con molta attenzione gli interventi nel consiglio nazionale della Dc del 26 ottobre scorso, tenendo presente che le mie dimissioni dagli incarichi di partito non annullano la mia condizione di “democristiano non pentito” che cercherò di mantenere sino alla fine.

Avevo inviato una nota alla vigilia del consiglio nazionale, pubblicata con grande onestà intellettuale da Mons. Stenico su “Il Popolo”, con la quale rilevavo la necessità di restare al centro della politica italiana: alternativi alla destra nazionalista e sovranista e distinti e distanti dalla sinistra alla ricerca della propria identità.

Avevo ricevuto una telefonata dall’amico Grassi al quale avevo espresso questa mia indicazione che, onestamente, ritrovo espressa anche nella sua relazione. Diverso il tono e le argomentazione sostenute dall’amico Gubert, chiuse nella necessità di costruire il soggetto politico coerente alle indicazioni di valore proprie della dottrina sociale cristiana, soprattutto con riferimento ai “valori non negoziabili”. 

Credo che su questa strada integralistica la prospettiva degli ultimi mohicani della Dc sarebbe molto debole e minoritaria, tale da non considerare gli errori e le insufficienze riscontrate da quel 2012, anno nel quale tentammo di ridare pratica attuazione alla sentenza della suprema corte di Cassazione n, 25999 del 23.12.2010, secondo cui: la Dc non è mai stata sciolta giuridicamente.

L’amico Gubert dovrebbe prendere atto che, dopo dieci anni e la lunga Demodissea che ho tentato di ricostruire nel mio ultimo libro Demodissea: la Dc nella lunga stagione della diaspora democristiana (1993-2020). edizioni Il Mio Libro, ha segnato una serie di fallimenti acuitisi  dopo l’ultimo congresso del 2018 che, anziché concorrere alla ricomposizione ha dovuto sperimentare ulteriori rotture e divisioni che fanno salire a quasi due mani il numero delle Dc che, a diverso titolo, si rifanno alla Dc storica, quella che ha cessato giuridicamente la sua vita nel  1992-93.

Consiglierei a Gubert la lettura del bel libro di Amarthya Sen Globalizzazione e Libertà, Mondadori 2003, nel quale l’autore descrive la parabola della ranocchia- kupamandika. Dai testi indiani sanscriti antichi: una ranocchia vive tutta la vita rinchiusa in un pozzo sospettosa di tutto ciò che accade fuori. Dal  500 a.C. quattro testi sanscriti (Ganapatha-Hitopadesà- Prasamaraghava-Battikavya) esortano tutti a non comportarsi allo stesso modo della kupamandika. La ranocchia aveva una “visione del mondo”, il suo mondo, ma era ovviamente circoscritta a quel piccolo pozzo. Se fosse prevalsa la visione della kupamandika, senza i necessari scambi interculturali, avremmo avuto una diversa e assai più limitata storia scientifica, economica e culturale dell’umanità.

Ecco, io temo che questa visione, tutta incentrata su ciò che è rimasto della Dc che pensammo di ricomporre politicamente nel 2012 e che si è andata, invece, progressivamente, decomponendo, sia il vero limite della prospettiva politica indicata da Gubert.

Trovo, altresì, alquanto ingenerosa e insufficiente l’analisi di Grassi su quello che lui definisce ”l’esperienza tramontata”” della Federazione Popolare dei dc. Caro Renato, il limite di quel progetto avviato dall’amico Gargani insieme ad alcuni di noi, non è stato dovuto solo al venir meno dell’adesione di Cesa e Rotondi, ma anche della “tiepidezza” con cui molti dei nostri amici Dc avevano accolto quell’iniziativa. Da parte mia continuo, invece, a ritenere che proprio da quel tentativo avviato con una cinquantina di partiti, movimenti, associazioni della nostra area politico culturale si dovrebbe ripartire, certo con una Dc confermata su questa strada dal prossimo congresso, con una rinnovata dirigenza come auspicato da Grassi nel suo intervento.

Nessuna velleità integralistica da nostalgica e anacronistica kupamandika, ma la netta determinazione nel voler occupare una posizione nel centro della politica italiana, insieme a quanti intendono concorrere alla costruzione del soggetto politico nuovo democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, atlantista, trans nazionale, alternativo alle destra nazionalista e populista e distinto e distante dalla sinistra alla ricerca della propria identità. Un centro pronto a collaborare con quanti intendono difendere e attuare integralmente la nostra Costituzione repubblicana. Da “osservatore non partecipante”, anche proprio per le ragioni indicate da Grassi, ossia di favorire l’emergere di una nuova classe dirigente, non parteciperò al prossimo congresso nazionale, felice se da esso potrà derivare, con la nuova e più giovane dirigenza, la conferma di una linea centrale dei democratici cristiani di cui il Paese avrebbe bisogno.

ELETTO IL NUOVO PRESIDENTE DEI FILOMATI

Nel corso dei secoli i “philomates” furono protagonisti di molti accadimenti storici e, in alcuni casi, di persecuzioni. In diverse epoche, sono stati trucidati per le loro idee liberali e per il loro sforzo nel propagandare il primato della cultura sulla politica e sul dogmatismo. Ancora oggi i filomati continuano il loro lavoro, attraverso un rilevante lavoro internazionale

Venerdì 14 ottobre, alla Galleria Sallustiana (Via Veneto, Roma), si è intronata la presidentessa Angela Scibetta, a capo di una storica Accademia italiana, risalente al ‘500 ed ereditata oggi dall’organizzativo dell’ Associazione Filomati. I filomati sono amanti della cultura, desiderosi di apprendere, impegnati ad organizzare eventi formativi, presentazioni di libri, pubblicazioni, simposi, mettendo in relazione studenti e professionisti, docenti e imprenditori, scrittori ed editori, allo scopo di formare ed informare. Sono presenti in Italia e all’estero. Angela Scibetta è un medico e psicoterapeuta, particolarmente impegnata negli ultimi anni tanto nella medicina di base quanto nella ricerca inerente l’origine e la cura della degenerazione cellulare nel cervello umano, in particolare, quella causata dal Morbo di Alzheimer, la perdita progressiva della funzione mentale caratterizzata dalla degenerazione del tessuto cerebrale, con la progressiva perdita delle cellule nervose.

Nel corso dei secoli i “philomates” furono protagonisti di molti accadimenti storici e, in alcuni casi, di persecuzioni:  a Chicago, durante il periodo della Comune, ebbero un ruolo rilevante nella difesa della libertà di espressione, come ci narra Jack London nel libro Il tallone di ferro (ed erano quello che per noi oggi potrebbero essere i “pirati” del Partito Pirata).  Nella Comune di Chicago cercavano di aiutare perseguitati politici con la guida filosofica e l’appoggio pratica, instaurando tavoli di confronto e di dibattito, organizzando la protezione fisica degli operai-socialisti.

Molti filomati nel mondo, in diverse epoche, sono stati trucidati per le loro idee liberali e per il loro sforzo nel propagandare il primato della cultura sulla politica e sul dogmatismo.

In Polonia, invece, i filomati si unirono alla causa della popolazione che vedeva con eccessiva ingerenza il “paterno abbraccio dell’impero Russo”. La Russia, quando invase la Polonia (già allora c’era questo “vizietto”) proibì ogni forma di associazione. I filomati polacchi ottocenteschi dovettero unirsi in una associazione segreta, in cui parteciparono professori universitari, studenti, e sacerdoti, soprattutto cappellani universitari ortodossi. A decine vennero fucilati dalla polizia.

In Italia, invece, La Reale Accademia dei Filomati di Lucca venne fondata ufficialmente il 9 gennaio 1826, e raccolse cultori del sapere fino al 1857 anno in cui le adunanze pubbliche ebbero fine. La sede filomatica, il teatro regio, venne distrutta parzialmente da un incendio. Messo all’asta, il teatro fu comprato dall’Accademia dei Rinnovati. Per riacquisire il teatro l’Accademia dei Filomati dovette fondersi con quella dei Rinnovati. Il teatro dei Rinnovati, nonostante tutto, venne donato al comune, probabilmente per debiti economici, nel 1935. 

Ancora oggi i filomati continuano il loro lavoro, attraverso un rilevante lavoro internazionale.

REGNA L’IMPROVVISAZIONE NELL’OPPOSIZIONE

La maggioranza non rinuncia, fin dall’inizio, a dare mostra d’irrequietezza verbale. Invece l’opposizione, quasi afona, stenta a riprendersi dalla sconfitta. Eppure non è stata una sorpresa, questa sconfitta così severa: vale la pena prepararsi.

Appena insediato, il governo di Giorgia Meloni sembra destinato a doversi guardare più dagli alleati che dagli avversari. Si dirà che è un classico dei governi di coalizione, laddove i partiti che non esprimono il presidente del consiglio trovano mille modi per segnalare la loro rilevanza. Alcuni più costruttivi, altri più irrequieti. Si aggiunga in questo caso che né Salvini né tantomeno Berlusconi sembrano avere una spiccata vocazione all’obbedienza. Cosa di cui nessuno dei due fa mistero più di tanto. 

Ma è dall’altra parte della barricata, chiamiamola così, che si assiste invece a uno stupefacente silenzio. Da quei banchi di opposizione si levano di tanto in tanto stanche parole di circostanza. Ma non un gesto, non un guizzo, non una mossa che possa non dico sorprendere ma neppure richiamare l’attenzione. 

Il Pd ha dato inizio a una fase congressuale destinata a durare qualche mese e a snodarsi al modo dell’”azione parallela” con cui Musil raccontava la vacuità asburgica dei suoi tempi. Gli altri fanno quello che più sanno fare. Conte celebra il suo risultato, senza idea su come farlo fruttare. I centristi litigano con i vicini e c’è chi teme che un giorno o l’altro possano litigare tra loro. 

È evidente che da una sconfitta così severa non ci si libera facilmente. Tantomeno improvvisando. Tuttavia in questo caso si trattava di una sconfitta annunciata, che tutti avevano messo in conto. Dunque, c’era tempo per pensare al dopo e arrivare puntuali a un nuovo appuntamento con il proprio destino. Che al momento non pare molto propizio.

 

Fonte: La Voce del popolo – 27 ottobre 2022.

VERSO UN PAESE NORMALE? POSSIBILE LO SCHEMA CONSERVATORI VS DEMOCRATICI, CON I POPOLARI ANCORA PROTAGONISTI?

È bene che ci si avvii verso una democrazia compiuta. Certo, il Pd che avrebbe dovuto costituire il punto di riferimento per una alternativa alla Destra, ha sbagliato tutto ciò che c’era da sbagliare. Occorre, quindi, che questo partito sia ricostruito o rifondato (eventualmente passando da un suo scioglimento). E si deve necessariamente affrontare il tema della presenza e del ruolo di un centro, popolare e cattolico democratico, orgoglioso della sua ispirazione e dei suoi riferimenti culturali, senza il quale il Pd rischia di essere altra cosa.  

La vittoria della Destra (e direi i primi passi istituzionali della sua leader riconosciuta) può rappresentare l’ennesima occasione di far maturare democraticamente il nostro sistema politico grazie alla creazione di un vero partito conservatore, dopo il fallimento delle altre esperienze del passato più o meno recente.

La Democrazia cristiana, come è noto, non è mai stata (e non poteva essere) un partito conservatore sia per il contesto storico-politico in cui ha operato, sia per la caratura e la formazione della sua classe dirigente “di pensiero”. Geneticamente la DC ha mantenuto fede alla visione degasperiana di un partito di centro che guardava a sinistra neutralizzando, assorbendo, sterilizzando, marginalizzando le istanze conservatrici pur presenti, probabilmente anche maggioritariamente, nel suo ventre.

Berlusconi, mettendo insieme un centro che guardava a destra e che anzi si assumeva l’onere di sdoganare e legittimare una destra di governo, ha fallito la sua missione di una rivoluzione liberale perché incapace di uscire dalla logica del partito-azienda pensato, strutturato e utilizzato soprattutto come strumento per la tutela di interessi e privilegi personali. 

Il tentativo di Fini di dare vita a una destra moderna ed europea si è infranto non solo sugli scogli degli scandali familiari, ma anche di fronte alla constatazione della presenza ancora troppo forte di Berlusconi, da una parte, e di una destra razzista populista e antieuropea, dall’altra. 

La Meloni può riuscire laddove i suoi illustri predecessori hanno fallito? Lo vedremo nei prossimi mesi, ma già le necessità imposte dall’essere Presidente del Consiglio e di guidare il partito (di gran lunga) maggiore della coalizione hanno “costretto” ad una salutare chiarificazione sulla collocazione internazionale e sui rapporti ambigui col triste ventennio, e hanno posto l’attenzione sulla importanza di selezionare una classe dirigente presentabile (anche se mi sembra, al momento, con esiti non entusiasmanti). 

Vedremo in tempi brevi se sarà stata mera tattica opportunistica o se c’è reale volontà di essere una cosa nuova, vedremo se il confrontarsi con le esigenze del governo avrà la meglio sugli impulsi irrazionali che spesso hanno portato a soffiare sul fuoco acceso dalle diverse emergenze anziché a riflettere sulle possibili soluzioni. 

Per il paese è bene che il tentativo riesca e che ci si avvii verso, finalmente, una democrazia compiuta dove un partito conservatore e un partito democratico si contenderanno il consenso popolare, senza reciproche delegittimazioni e rischi di scenari più o meno apocalittici. 

Si presenta, forse, ancora più complesso, a questo punto, il quadro nello schieramento opposto dove il Pd, che avrebbe dovuto costituire il punto di riferimento per una alternativa alla Destra, data ampiamente avanti in tutti i sondaggi elettorali, ha senza nessuna motivazione politica abdicato in partenza al suo ruolo sbagliando tutto ciò che c’era da sbagliare. 

Enrico Letta (di per sé inadeguato come segretario di partito, pur essendo persona preparata e seria) ha fallito semplicemente perché non ha avuto coraggio…di cambiare vecchie abitudini, di rinnovare classe dirigente, di cercare di modificare una narrazione ormai consolidata nella pubblica opinione che descrive il Pd come apparato di potere, con dirigenti famelici preoccupati di mantenere il proprio status quo (e spesso anche quello dei familiari). Non ha avuto il coraggio di aprire veramente il partito alla società nonostante la intuizione delle Agorà democratiche di cui si è persa ogni traccia.  

La scelta dei candidati nei listini bloccati (tutti legati all’apparato) è stata l’emblema di tutto ciò ed ha contribuito ad aumentare la siderale distanza del partito dai suoi stessi mondi. 

Occorre, quindi, ricostruire o rifondare (eventualmente passando da un suo scioglimento) il Pd perché nonostante tutto rimane punto di perno essenziale, per storia e competenze, per l’alternativa credibile e non improvvisata alla Destra. E, all’interno della questione Pd, si deve necessariamente affrontare il tema della presenza e del ruolo di un centro, popolare e cattolico democratico, orgoglioso della sua ispirazione e dei suoi riferimenti culturali, senza il quale il Pd rischia di essere altra cosa.  Non una presenza marginale da sfamare con qualche accomodamento personale e familiare per famelici e autoproclamatisi rappresentanti, ma come un nucleo pulsante di pensiero e di idee secondo la direttrice indicata dalla sua più feconda tradizione che va da Sturzo a De Gasperi, da Dossetti e Moro, da De Mita a Martinazzoli.

MADE IN ITALY O BY ITALICS? OCCORRE ALLARGARE L’ORIZZONTE. L’EUROPA HA CONOSCIUTO NEI SECOLI IL SOFT POWER ITALICO. 

Se è vero che un grande bacino di messaggeri, consumatori ed estimatori della civiltà italica, acquista e richiede, spesso indistintamente, prodotti made in Italy e made by Italics, è forse ora di approfondire e riconoscere il potenziale della seconda categoria, assai meno conosciuta della prima.

Giuseppe Terranova

Sicuramente Russell Crowe, neo Ambasciatore di Roma nel mondo, è un insaziabile consumatore di prodotti made in Italy, ma anche made by Italics. La distinzione tra le due categorie non è forse nota al Premio Oscar, ma è un dato di fatto di cui l’Italia dovrebbe prendere atto. Perché l’indimenticato interprete de Il Gladiatore rappresenta uno dei volti più noti degli oltre 250 milioni di italici nel mondo. Si tratta di una vasta ed eterogenea categoria di persone accomunate dall’apprezzamento e dal riconoscimento del fascino del Bel Paese. L’Italico non ha necessariamente il passaporto o un legame di sangue italiano, può vivere in Italia o in qualsiasi altra parte del globo. Il modo di vivere e la comunanza dei valori è il collante che unisce gli italici nel globo e ciò può rappresentare un formidabile soft power per lo Stato italiano. Il riferimento è a quello straordinario e unico mix di cultura, gusto, stile, artigianato di qualità, moda, design, industria fine, elettronica, robotica, imprenditoria d’avanguardia, eccellenza gastronomica che danno vita a una raffinata e unica arte del vivere bene.   

Se è vero che questo bacino di messaggeri, consumatori ed estimatori della civiltà italica, acquista e richiede, spesso indistintamente, prodotti made in Italy e made by Italics, è forse ora di approfondire e riconoscere il potenziale della seconda categoria, assai meno conosciuta della prima. Fermo restando che l’una non esclude l’altra. Tanto più che il neonato Governo italiano ha deciso di rinominare il Ministero dello sviluppo economico in Ministero delle imprese e del made in Italy. Una nuova etichettatura che, peraltro, era stata lanciata il 27 febbraio 2020 da un convegno di categorie interessate con la partecipazione di esponenti politici che evidentemente hanno recepito l’idea.  

A rilanciare il dibattito su questi temi è stato di recente Piero Bassetti, riprendendo i contenuti di una prolusione all’Università della Tuscia, con un’intervista rilasciata a Il Settimanale, rinato magazine che intende rappresentare, dall’osservatorio privilegiato della Brianza, le dinamiche delle piccole e medie imprese italiane. Due i concetti chiavi dell’intervento del noto imprenditore, politico ed economista, fondatore dell’Associazione Svegliamoci Italici. 

Il primo: “Il mio discorso identifica l’italianità non in base ai confini, ovvero la dimensione del cuius regio eius religio, cioè il luogo dove sei nato che identifica la tua nazionalità e la nazionalità che identifica la tua personalità; io ritengo che l’italicità sia una dimensione culturale e geografica che trascende i confini. Noi siamo uno stivale, l’importante è stabilire di che gamba e per quale finalità. L’Italia, soprattutto quella del Nord, non è chiusa in sé stessa: la Brianza non lavora solo per i brianzoli e gli italiani non lavorano o esprimono i propri valori solo per chi sta all’interno degli spazi della Repubblica ma si rivolgono a tutto il mondo”.

Il secondo riguarda la necessità di riconoscere la categoria del made by Italics accanto a quella del made in Italy. Perché quest’ultima rappresenta “il più classico esempio del vestito stretto” per rappresentare la globalità delle eccellenze italiche. “Se lei mangiasse un vasetto di Nutella a New York non mangerebbe un prodotto made in Italy perché è realizzato in Canada, però è fatta by Italics, da un saper fare e da una cultura che è solo e soltanto nostra”. 

Un concetto, quest’ultimo, condiviso, sia pur con declinazioni diverse, da una parte non trascurabile dell’imprenditoria italiana, si veda l’intervista de Il Sole 24 Ore del 7 ottobre 2020 al Presidente di Confindustria di Macerata, Domenico Guzzini, titolare dell’omonima azienda, eccellenza internazionale nell’industria dei casalinghi. 

Le proposte avanzate da Piero Bassetti potrebbero sembrare visionarie se oggi non avessimo a disposizione la tecnologia del digitale. Possiamo certificare che un prodotto è stato fatto totalmente in Italia (made in Italy). Oppure, se il prodotto è fatto all’estero per tutta o parte della sua catena produttiva, possiamo certificare che ogni singolo passaggio rispecchia gli standard qualitativi italici e che il prodotto finito è conforme agli usi, costumi e gusti che caratterizzano il nostro Paese, non soltanto l’ultimo anello della catena importando semi lavorati da altri paesi (made by Italics). 

È un orizzonte descritto nei dettagli da Luca Laurenti nella rivista di Geopolitica Mondo Nuovo. La garanzia della qualità del prodotto, della sua sicurezza, della tutela ricevuta dai lavoratori, delle cautele ambientali prestate, fino a oggi sono stati garantiti dalla formula del made in. Sapere che una o più fasi della produzione si siano svolte in un determinato territorio, soggette al controllo di un potere statuale, equivale transitivamente a dire che quel prodotto è nato in conformità alle norme vigenti in quello stesso Paese. Forse in passato questa era una strada obbligata. Oggi, grazie allo sviluppo tecnologico, no: si veda alla voce blockchain. È diventato possibile immaginare che il controllo di conformità a determinati requisiti sia strutturato su una architettura decentralizzata, meno legata all’origine geografica, e più a disciplinari di produzione, applicabili ovunque. E con garanzie anche maggiori. 

Facciamo un esempio. Oggigiorno il consumatore che acquista un bene made in Italy, cosa compra? Qualcosa che, rispettando il Codice doganale dell’Unione europea, abbia avuto la sua ultima trasformazione o lavorazione sostanziale in Italia. Cosa sa però delle materie prime utilizzate per produrre il bene? Cosa sa delle condizioni di lavoro dei produttori? E infine, cosa sa dell’impatto ambientale delle lavorazioni precedenti a quella che ha determinato legalmente l’origine geografica? Molto poco, per non dir nulla. Sarebbe allora un progresso poter incorporare queste informazioni in un marchio diverso da quello geografico. Un marchio che racconti non più soltanto del luogo, ma del modo, ovvero del saper-fare che è frutto di una specifica e tuttora viva civiltà, quella italica. 

Tale nuovo corso garantirebbe una certificazione severa e trasparente dei nostri marchi del made in Italy e del made by Italcs. Entrambi potrebbero essere rilanciati e riconosciuti su scala globale attraverso innovative forme di promozione praticata con la contaminazione di altri versanti del soft power italico: integrazioni territoriale, turismo, cultura, artigianato, etc. Senza contare che questo consentirebbe al sistema Italia di beneficiare, ben oltre i confini nazionali, dello straordinario potenziale dei 250 milioni di italici sparsi nel mondo. L’Italia ha sempre prosperato quando trascendeva il confine ideale, a cominciare da Roma per passare al Medioevo e al Rinascimento, passaggi che sono stati tutti a carattere meta-nazionale. Come ricorda Marco Pellegrini nelle prime pagine de Nella Terra del Genio, con il localizzare il santuario dell’intelligenza creativa non nella Gerusalemme biblica, ma nella Roma di Cicerone e di Virgilio, il Rinascimento inoculò un rivoluzionario germe di laicità nella tradizione della cultura occidentale. Per la prima volta dopo la cristianizzazione dell’Europa, una civitas terrena – Roma – soppiantò la città celeste – Gerusalemme – come patria ideale di un’umanità ammirata nel suo piú alto grado di nobiltà. 

L’intera Europa fu segnata dal soft power italico (potere non aggressivo, lontano da pretese di egemonia) che aveva creato un reticolo immateriale ma forte e percepibile, fatto di cultura, di arti, di relazioni tra studiosi distanti tra loro migliaia di chilometri. Un reticolo di dimensione europea reso vivo dalle spinte spontanee originate dai territori, dalle religioni e dalle eresie, dagli scambi di docenti e di alunni tra Università, ma pur sempre in relazione virtuale di continuità con lo spirito della Roma antica e della Roma cristiana, testimoniato e perpetuato  dalle strade consolari e dagli acquedotti ancora funzionanti, dalle biblioteche salvate e conservate nei Conventi e nelle Abbazie, dai percorsi dei pellegrini sulla via Francigena e sulla via Romea, dalla stratificazione bimillenaria, senza soluzione di continuità ed in generale senza rimozioni forzate, di monumenti, insediamenti umani, usi e tradizioni, linguaggi e culture locali.

MELONI, LE DONNE E GLI ABBRACCI. UN’ANALISI “ASETTICA” DELLA COMUNICAZIONE DELLA DESTRA AL GOVERNO.

Si può ben governare anche senza una manifestazione apprezzabile della comunicazione non verbale. Del resto, l’impressione è quella di una compagine che è lì per svolgere il proprio lavoro e dalla quale ci si aspettano solo risultati. Ma questi non verranno se la coesione interna non si renderà manifesta all’esterno. Ci riuscirà?

 

C’è una comunicazione non verbale in ciascuno di noi, sconosciuta ai più ma che utilizziamo fin dalla primissima età nelle relazioni con i nostri simili fino a quando le parole piano piano diventano la comunicazione principale dell’essere umano. In questo orizzonte remoto i gesti degli arti (le mani che si toccano e si cercano, le braccia che avvolgono) e i movimenti del volto (sorrisi e sguardi) sono “le parole” della nostra comunicazione, il messaggio che noi vogliamo mandare agli altri sia esso conscio o inconscio. 

La comunicazione non verbale è stata oggetto di studio da parte di psicologi e sociologi che hanno provato a definirne gli ambiti. Un primo sistema è quello cinesico ovvero legato al movimento del corpo, di parti di esso. Un secondo sistema è quello della gestione dello spazio o della distanza tra gli interlocutori, conosciuto come distanza di sicurezza o confort zone entro la quale ci sentiamo al sicuro e il cui superamento concediamo solo persone di cui ci fidiamo. Un terzo sistema è quello aptico che consente il contatto fisico tra gli interlocutori come segno di conoscenza (stretta di mano), solidarietà (pacca sulla spalla), empatia (abbraccio tra estranei per motivi emotivi). Infine il quarto sistema è quello più antropologico perché considera i segnali paralinguistici (intonazione della voce, pause e velocità del discorso, le vocalizzazioni e i silenzi) che sono comuni a tutta la comunicazione del genere umano. 

Meloni conosce la comunicazione maschile, il territorio che ha frequentato di più e che è fatta di molto cinesico e di aptico. All’entrata in Aula alla Camera dei Deputati molti dei componenti maschili del suo Governo si sono avvicinati a Lei abbracciandola, sorridendole, parlandone all’orecchio (oltre la confort zone), infondendo il senso di appartenenza al gruppo e assicurando così la loro fedeltà. Chi non si è visto? Le sei donne del suo Governo, già sedute al loro posto nei banchi del Governo, intente alla consultazione del proprio smartphone. E già questo è un atteggiamento di non-comunicazione, perché la tendenza diffusissima di estraniarsi dal contesto intorno a noi per concentrarsi sul proprio sé, che si manifesta nell’appendice smartphone, è un costume sociale sul quale ci dovremmo interrogare più spesso. Poi c’è la storia personale di ciascuna di loro, politica e professionale.  Solo una è della sua generazione, quella definita della transizione o generazione X: la Locatelli, tecnico in quota Lega. Le altre appartengono alla generazione baby boomers, ovvero la generazione che rappresenta il gruppo demografico più ampio nella maggior parte dei paesi occidentali, nati in un periodo storico caratterizzato da un forte benessere economico e dall’assistenzialismo pubblico, e che detengono la maggior parte della ricchezza nazionale dei paesi occidentali. Una di loro appartiene alla generazione cd della ricostruzione. Per la composizione politica, una sola è di Fratelli d’Italia, due sono di Forza Italia, una della Lega e poi un tecnico di area. Con il bilancino politico, l’inclusione nel Governo di una donna in più di più di Fratelli d’Italia avrebbe aiutato, per esempio la Rauti, romana anch’essa, a creare quella empatia indispensabile in un lavoro di squadra. 

La distanza si è misurata tutta nell’ora di lettura del discorso della Premier e nelle felicitazioni alla fine. Stesso atteggiamento ripetuto al Senato. Ognuna di loro è rimasta nella propria confort zone, con qualche spunto nel sistema aptico più che altro con strette di mano. Nessuna si è avvicinata alla Premier, uscendo dai propri banchi, a telecamere accese, e iniziando una comunicazione non verbale fatta di abbracci, strette di mano, segni/gesti che indicassero “forza, avanti, sto con te”. 

C’è da dire come attenuante che pur avendo la compagine femminile, ivi compresa la Premier, abitudine a frequentare le Aule del Parlamento, non deve essere facile farlo con l’incarico da Ministro, sia per la responsabilità che comporta sia per la evidente sovraesposizione mediatica che comporta. La pressione mediatica, il senso di essere in una condizione di osservati/giudicati/catturati in ogni più piccola manifestazione della propria personalità (p.e. paura molto alta per la possibilità che venga letto il labiale) dovrebbe essere limitata al solo momento della lettura del testo delle Comunicazioni del Presidente del Consiglio, mentre i momenti di ingresso e di uscita dall’Aula rappresentano da sempre i momenti con i quali il gruppo Governo rafforza i legami tra i suoi membri e manifesta la sua forza all’esterno. Molto di più di quanto avviene nella Cerimonia del Giuramento al Quirinale, foto di gruppo compresa. Non è dato sapere quale sia stato l’atteggiamento comunicativo nella prima seduta del Consiglio dei Ministri. 

Certo, si può ben governare anche senza una manifestazione apprezzabile della comunicazione non verbale. Del resto, l’impressione è quella di una compagine che è lì per svolgere il proprio lavoro, scelta dal proprio partito di riferimento – si direbbe, più correttamente, mandata a lavorare – dalla quale ci si aspettano solo risultati. Ma questi non verranno se la coesione interna non si renderà manifesta all’esterno, ovvero se l’elettorato non percepirà che il Governo al quale ha conferito il mandato, donne comprese, è più di un buon gruppo al lavoro, dovendo piuttosto condividere, con forza e determinazione, il progetto a medio termine per il quale si è impegnato. Ci riuscirà?

60 ANNI FA MORIVA ENRICO MATTEI, VITTIMA DI UNO “STRANO” INCIDENTE AEREO: LA TESTIMONIANZA DI GIOVANNI GALLONI. 

In forza della sua attività di ricerca, il prof. Claudio Moffa (Università di Teramo) ha lasciato traccia sul web di vari commenti in merito alla tragica scomparsa di Enrico Mattei. A riguardo, desta particolare interesse la testimonianza di Giovanni Galloni: un uomo dei servizi segreti lo pregò di intervenire per far sì che non si parlasse di attentato. Ancora oggi l’incidente aereo di 60 anni fa (27 ottobre 1962) che mise fine alla vita del fondatore dell’Eni è immerso nelle nebbie fittissime del mistero.

Due giorni dopo la morte di Mattei, mi telefonò all’Ufficio legale dell’Ente Maremma, dove allora ero impiegato, il Colonnello Allavena del SIFAR. Allavena mi chiese un appuntamento e quando lo ricevetti e gli chiesi che cosa voleva da me, lui mi rispose: «Guardi, a me risulta che lei è molto amico dell’onorevole ingegnere Ripamonti di Milano, e la pregherei di dirgli di non continuare a sostenere la tesi che Mattei è stato ucciso per un attentato, perché questo non risponde a verità. Siamo infatti sicuri che l’aereo sia caduto a causa di un incidente».

La sera stessa vidi Ripamonti e gli riferii quanto aveva detto Allavena. Ripamonti se ne meravigliò moltissimo, e mi disse: «E’ vero, venendo in aereo da Milano a Roma ne ho parlato con un vicino di posto, esprimendo i miei dubbi sulla tesi dell’incidente. Non riesco però a capire come i Servizi Segreti siano già venuti a conoscenza di questo fatto». Io sono arrivato alla conclusione dell’attentato» – mi disse ancora – «per una deduzione logica, perché ho conosciuto bene il pilota di Mattei: un pilota eccezionalmente bravo. Conoscevo anche bene l’aereo di Mattei, e so che gli incidenti agli aerei si possono provocare con degli attentati, manovrando gli altimetri. Se c’è stato un sabotaggio, è stato fatto attraverso la manomissione degli altimetri. Prendo atto, tuttavia, di quanto dice il Dirigente dei Servizi Segreti».

È da notare che il colonnello Allavena sarebbe poi stato accusato di far parte dei Servizi segreti deviati: perciò quello che mi è sempre rimasto in mente è come, a due giorni dalla morte di Mattei, i Servizi segreti fossero già all’opera per impedire in tutti i modi che si diffondesse la voce che Mattei era stato ucciso.

 

Per saperne di più

https://www.unite.it/UniTE/Engine/RAServeFile.php/f/File_Prof/MOFFA_1420/STORELINT-esame-MATTEI_9_OBBL_matteicoraggio_estratti_ingiallo.pdf

MA SARÀ SEMPRE E SOLO LOTTA ANTIFASCISTA?

Tutti conosciamo, ormai a memoria, la denuncia che la sinistra ha sferrato dopo il voto contro i vincitori. Ciò costituisce un nodo politico vero: proprio con un governo politico di centro destra abbiamo la possibilità di sperimentare se in Italia, d’ora in poi, prevarrà una vera e credibile democrazia dell’alternanza. D’altronde, una galleria di accuse e luoghi comuni rischia di produrre danni non solo al Governo ma, quel che più conta, agli interessi dell’intero paese.

Dunque, abbiamo il Governo. Sì, un governo di centro destra – o destra centro che sia – perché gli elettori hanno voluto e votato per la coalizione di centro destra. Abbiamo un Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che ha rivoluzionato il tradizionale cliché dei Premier italiani e non solo perchè è la prima donna nella storia repubblicana che sale a Palazzo Chigi con le sue forze e con la sua spiccata personalità, ma anche per l’impronta che ha immediatamente dato alla sua strategia politica e di governo. Del resto, dopo le prime mosse ha già confermato di essere un leader politico – cosa che, del resto, sapevamo da tempo – e, forse, anche un’autorevole donna di governo. Concretezza, buon senso, forte radicamento territoriale, intelligenza politica e approccio popolare sono e restano i suoi tratti distintivi che la rendono profondamente diversa dal cosiddetto “politicamente corretto” e avulsa da quei meccanismi che sono riconducibili ai burocrati della politica e ai protagonisti dell’establishment.

Ma, al di là di questo fatto estetico, ma al contempo anche politico, c’è un elemento che adesso merita di essere approfondito e che prima o poi va sciolto. Mi riferisco, nello specifico, al comportamento concreto che la sinistra italiana, nelle sue multiformi espressioni, terrà nei prossimi mesi. Non prendo in considerazione la posizione del polo populista e demagogico dei 5 Stelle perchè, non avendo una cultura politica di riferimento, può cambiare radicalmente opinione a giorni alterni. Come è puntualmente avvenuto in questi anni. Ma, per essere ancora più preciso, penso al comportamento concreto della sinistra politica, culturale, sindacale, accademica, salottiera, alto borghese, televisiva ed editoriale che ruota storicamente attorno al Partito democratico. Un’area culturale, politica, intellettuale e sociale che, puntualmente, dopo il responso delle urne del 25 settembre ha subito gridato “all’onda nera” in arrivo, che può sconvolgere definitivamente l’equilibrio democratico, liberale e costituzionale del nostro assetto pubblico ed istituzionale e via discorrendo. Elementi confermati dallo stesso segretario del Pd nel suo intervento alla Camera. 

Tutti conosciamo, ormai a memoria, la denuncia che la sinistra ha sferrato dopo il voto contro i vincitori. Dall’allarme democratico alla compressione dei diritti, dalla riduzione delle libertà al conflitto sociale, dal rischio fascismo alla deriva illiberale, dalla concentrazione del potere all’attenuazione degli stessi principi democratici. Una galleria di accuse e di luoghi comuni che però, se il martellamento diventa continuo, costante ed insistente rischia di produrre danni non solo al Governo ma, quel che più conta, agli interessi dell’intero paese. Soprattutto in una fase storica difficile, complessa e particolarmente turbolenta per le stesse fondamenta democratiche del nostro paese.

Ecco, questo è il nodo politico per eccellenza nell’attuale stagione pubblica. Ovvero, per dirla in parole più semplici, la sinistra italiana, seppur nelle sue multiformi espressioni, condurrà la sua azione politica nei prossimi mesi all’insegna di una violenta delegittimazione morale prima e di una criminalizzazione politica poi della coalizione di centro destra, come ha già iniziato a fare in queste settimane, o si concentrerà maggiormente sui contenuti veri e reali dell’azione di governo? Perché se il buongiorno si vede dal mattino, come si suol dire, cosa significa se non questo il biglietto inaugurale trasmesso al nuovo governo dal segretario del Pd, lo sconfitto Enrico Letta, all’insegna di “opposizione, opposizione, opposizione”? E il conseguente, e scontato, bombardamento mediatico di queste settimane non è altro che la conferma di questa prassi. Che, del resto, è collaudatissima perché già condotta per decenni contro la Democrazia cristiana e molti dei suoi esponenti di primo piano, contro Berlusconi prima e Salvini poi e, paradossalmente, persino contro Renzi durante la stagione del referendum costituzionale. E non poteva che accadere così, e a maggior ragione, contro la coalizione di centro destra guidata dal principale leader dei Fratelli d’Italia. Ma il nodo, come dicevo poc’anzi, va comunque sciolto.

Ovvero, la sinistra italiana pensa di affrontare questa stagione politica segnata da una drammatica, epocale ed inedita “questione sociale” alimentando il rischio del possibile ritorno della “postura fascista” e con un governo che pratica una deriva illiberale e con la quasi certezza di una potenziale cancellazione dei diritti civili e sociali? Perchè se questa sarà la cifra distintiva dell’azione politica della sinistra italiana, dovremmo prendere amaramente atto che per questo campo politico la democrazia dell’alternanza è solo una invenzione propagandistica e il rispetto dell’avversario e dello stesso voto popolare una semplice evocazione astratta e del tutto irrituale.

Insomma, proprio con un governo politico di centro destra noi abbiamo la possibilità di sperimentare se in Italia, d’ora in poi, prevarrà una vera e credibile democrazia dell’alternanza o se, al contrario, siamo di fronte all’ennesima conferma che il nostro paese può essere governato solo e soltanto da chi pratica il “politicamente corretto” e che si riconosce nell’establishment storico del “sistema” Italia. Ci vorrà poco tempo per capirlo.

IL TEMPO GIUSTO PER AVERE RAGIONE. MIGUEL GOTOR E LA «GENERAZIONE SETTANTA».

«Quello che si legge oggi sulle pagine di questo libro – scrive qui il recensore – denso e avvincente è un elenco di fatti nei quali, come in una sapiente sceneggiatura, protagonisti, circostanze, collegamenti, luoghi, legami istituzionali, politici e professionali, finanche famigliari, appaiono con continuità e tempismo perfetto in tutte le stanze buie della cronaca italiana di quegli anni, tracciando un percorso tutto sommato lineare pure nel suo caotico andamento».

Marco Bellizi

Perché leggere un altro libro sugli anni Settanta, posto che la verità riposa nei documenti secretati, in quelli distrutti, nelle bare di chi è morto, nei faldoni impolverati dei tribunali e in quelli ben custoditi degli avvocati? Se queste carte parlano di strategia della tensione, di anni di piombo, di terrorismo rosso, di terrorismo nero, di terrorismo mediorientale, di mafia, camorra, banda della Magliana, agenti sovietici, agenti americani, agenti inglesi, agenti francesi, agenti israeliani, naturalmente di agenti italiani. Di guerra fredda (si fa per dire). Una matassa quasi inestricabile. Perché, si diceva, parlarne di nuovo se, grosso modo, la verità è quella che tutti hanno intravisto, sacrificata alla ragion di Stato, al benessere di una nazione e dell’intero sistema geopolitico?

 

La prima risposta è, dovrebbe sempre essere, di carattere umanitario e si può ritrovare ad esempio nelle parole che ebbe a dire un famigliare di una delle vittime del “disastro aereo” di Ustica: «Perché nessuna ragione al mondo giustifica l’assenza di una verità. Potrebbe essere stato anche lo sputo di un airone. Ma lo dicano».

 

Però non basta, perché a chi chiede questo genere di giustizia si ha il dovere etico di rispondere compiutamente solo nelle aule dei tribunali. Né soccorrono le ragioni dello storico — in questo caso Miguel Gotor, autore del bel Generazione Settanta. Storia del decennio più lungo del secolo breve 1966-1982 (Einaudi, Torino, 2022, pagine 447 euro 34) — spinto dalla legittima ambizione di passare dalle testimonianze, dalle cronache, dalle narrazioni di parte, all’oggettività, appunto, della storia.

 

Il fatto è che, purtroppo, in politica (e nella vita), come scrive lo stesso Gotor a proposito di Aldo Moro, «il momento in cui si ha ragione può essere più importante delle ragioni stesse: non bisogna avere ragione prima, né dopo, ma al momento giusto». E allora, forse, la domanda da cui ci si è mossi è sbagliata. Magari la domanda appropriata è se sia arrivato il momento giusto per avere ragione.

 

Non è un cruccio, intendiamoci, di cui si debba far carico lo storico: il suo compito è inseguire sempre l’oggettività dei fatti e non distribuire, se non incidentalmente, ragioni e torti. Ma siccome, afferma Gotor, «scriviamo, con buona pace dei diplomatici, dei magistrati e dei facitori di date, soltanto ciò che riteniamo possa essere un giorno letto e quindi, prima o poi, documentato», inevitabilmente, quello che si legge oggi sulle pagine di questo libro denso e avvincente è un elenco di fatti nei quali, come in una sapiente sceneggiatura, protagonisti, circostanze, collegamenti, luoghi, legami istituzionali, politici e professionali, finanche famigliari, appaiono con continuità e tempismo perfetto in tutte le stanze buie della cronaca italiana di quegli anni, tracciando un percorso tutto sommato lineare pure nel suo caotico andamento.

 

Ma, insomma, cosa è accaduto veramente in Italia, in quei dieci anni nei quali è accaduto tutto? In quel Paese che più di 70 anni fa si dotò di una Costituzione formale antifascista per poi vivere una Costituzione materiale incardinata sul principio dell’anticomunismo? Il Paese in cui non passava giorno che non arrivasse notizia di bombe, gambizzazioni e rapimenti, di esecuzioni a sangue freddo, di incendi e di volantini che annunciavano il processo del popolo allo “Stato imperialista delle multinazionali”?

 

Lo scenario illustrato da Gotor è quello di un’Italia in guerra. Una guerra non dichiarata, combattuta tra i fautori di una svolta autoritaria (ispirata, incoraggiata e finanziata dall’estero) e i militanti dell’affermazione armata del comunismo, anche questa evidentemente sostenuta da oltre confine. E alcune recenti rivelazioni che arrivano dai documenti desecretati del Foreign Office britannico sembrano confermare questo quadro. Tuttavia, scrive Gotor a proposito della cosiddetta “strategia della tensione”: «Sarebbe davvero semplicistico ritenere che abbia avuto una regìa unica sul piano internazionale. No, essa si configurò come una tecnica di azione condivisa ma l’attacco avvenne in modo concentrico e diffuso».

 

Molte mani sull’Italia, quindi. A chi appartenessero, a quali Stati, a quali organizzazioni, in quali fasi agirono, lo si può leggere scorrendo le pagine del libro. Con un’avvertenza, tuttavia: la strategia della tensione «non può e non deve essere racchiusa nella sua sola dimensione internazionale»: va presa in esame anche «la speciale capacità degli italiani di odiarsi tra loro… e la particolare disponibilità a mettersi al servizio dello straniero». Una disponibilità certo storica ma anche periodicamente rinvigorita dalle mancanze della politica e dei governi che si sono succeduti nel tempo.

 

E qui torna la questione, non secondaria, della giustizia. Che in Italia ha operato con effetti diversi: se si è fatta abbastanza chiarezza sul terrorismo rosso, che si affrontò in maniera prima ambigua e poi unitaria e univoca solo nel periodo successivo all’uccisione di Moro, quando le Br monopolizzarono la lotta armata intensificando in maniera esponenziale le loro azioni, molta meno chiarezza si è fatta sul periodo delle stragi e sulla loro reale matrice. Se all’inefficienza della politica, dunque, si aggiungono i «comportamento omissivi, reticenti o depistanti di una parte degli apparati dello Stato» — i quali, ricorda Gotor, «dovrebbero essere pagati con i soldi dei contribuenti per tutelare la loro pubblica sicurezza» e non già con la finalità di «destabilizzare per stabilizzare» il Paese — e una violenza, in quegli anni più che mai, «innervata nell’azione quotidiana» si capisce, sempre secondo l’autore, come si sia radicalizzato, in milioni di cittadini, quel «sentimento di sfiducia, di impotenza e di disillusione nell’azione collettiva e di disimpegno e di ripiegamento nel privato che avrebbe inevitabilmente condizionato la stagione politica, civile e culturale» successiva. 

 

Quella stagione che si aprì simbolicamente, secondo lo storico, con la vittoria inebriante della nazionale italiana ai Mondiali di calcio del 1982, quando un intero Paese scese in strada per ridere e cantare dopo aver troppo pianto: un rito per celebrare la fine appunto del “secolo breve 1966-82” e l’inizio dell’era del disimpegno ma non della pace. Perché «è come se nel corso degli anni ’70 — scrive Gotor — una mano invisibile avesse scavato un’enorme trincea ideologica e militante, da cui sarebbe continuato a sgorgare a lungo del giovane sangue d’Italia, a bella posta alimentato, subito poi dimenticato: una ferita rimossa e perciò mai cicatrizzata che proprio per questa ragione potrà tornare un giorno a sanguinare di nuovo». Ecco, questa è una buona ragione per rileggere quelle vicende. E magari, anche alla luce dell’attualità, per porre le basi culturali di una pacificazione che non è mai avvenuta perché una guerra è finita senza mai essere stata (ufficialmente) dichiarata.

Fonte: L’Osservatore Romano – 19 ottobre 2022