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ETICA E POLITICA NELLA VISIONE DI GUALTIERI, IN ASTRATTO IL MIGLIOR SEGRETARIO POSSIBILE PER IL PD.

A rileggere la relazione di Roberto Gualtieri al convegno di Orvieto, organizzato nei giorni 6 e 7 ottobre del 2006 in vista della formazione del Pd, si scopre una densità di motivazioni che nel corso degli anni è andata via via scemando, fino a rendere più fragile e slabbrato l’impianto politico della proposta del “partito unico dei riformisti”.
In astratto, coloro che lamentano l’oscuramento delle ragioni ideali che furono alla base del progetto politico e culturale del Pd, potrebbero riconoscersi nella suggestione di una candidatura del sindaco di Roma alla carica di segretario del partito. Al di là della suggestione, valida comunque come spunto ulteriore di analisi, resta l’esigenza di riportare il confronto sul destino del riformismo nella cornice di quel “nuovo connubio” tra socialisti e cattolici democratici.
Riportiamo di seguito la parte finale della relazione di Gualtieri e invitiamo a leggere il testo integrale cliccando sul link a fondo pagina.

 

(…) L’ultima questione che vorrei toccare riguarda il rapporto tra etica e politica e tra religione e politica. Il punto da cui partire è la consapevolezza che il grande rinnovamento intellettuale di cui il paese ha bisogno non potrà essere disgiunto da quello morale. Se non vuole ridursi a semplice procedura o rappresentanza di interessi, la democrazia deve essere infatti innervata da forti motivazioni etiche, e ciò impone di misurarsi con il tema di un orizzonte etico condiviso e con la questione della laicità della politica.

È necessaria però una premessa metodologica, che riguarda l’esigenza di considerare l’etica e la politica come attività distinte, ossia reciprocamente autonome anche se in rapporto tra loro. È una distinzione importante, perché la tendenza attualmente così diffusa a politicizzare le questioni etiche o ad affrontare i problemi politici con gli strumenti dell’etica costituisce un indicatore allarmante di una duplice crisi, che investe sia la sfera della politica che quella dell’etica. Evitare commistioni improprie tra etica e politica è quindi la prima condizione per misurarsi con il problema vivissimo della decadenza morale del paese e della necessità di un orizzonte etico condiviso. Per farlo, credo sia importante partire da un duplice presupposto. Da un lato, il riconoscimento che le energie morali che scaturiscono dall’esperienza religiosa costituiscono un alimento vitale per la democrazia soprattutto di fronte alle nuove sfide che essa è chiamata ad affrontare; dall’altro, la consapevolezza che, per svolgere questo ruolo, la religione non può che accettare pienamente la dimensione della laicità, che è il terreno che ha reso viva la sua presenza nel mondo contemporaneo.

Ciò significa evitare, da parte di tutti, il piano dell’etica normativa e dei principi non negoziabili, che costituiscono un patrimonio inviolabile degli individui, e muoversi sul piano dell’etica condivisa. Un’etica del lavoro e della responsabilità, che si concentra sulle opere e sui progetti, un’etica della persona e del dialogo, aperta al confronto fra tutte le posizioni presenti nella comunità.

Tale approccio non riguarda solo la laicità dello Stato (che peraltro è già regolata in modo esemplare dalla Costituzione repubblicana), ma consente di affrontare anche il problema della laicità della politica, cioè del modo concreto di definire il sistema di valori con cui un partito politico affronta, nel suo agire, i problemi nuovi che sorgono dagli sviluppi delle scienze e delle tecnologie, dall’espandersi della convivenza multietnica e multireligiosa, dagli sviluppi della sovranazionalità. Di fronte a questioni di tale portata, l’etica condivisa può consentire di realizzare non solo un reciproco riconoscimento di principi, ma anche di affrontare la sfida dell’elaborazione di una “tavola di valori” comuni a cattolici e socialisti, credenti e non credenti, intorno ai quali orientare la ricerca di soluzioni nuove ai problemi della nostra epoca. Anche per questo, la costruzione del Partito democratico costituisce un’impresa appassionante e un laboratorio prezioso, che può contribuire in modo originale all’apertura di una nuova stagione della democrazia e della libertà.

Testo integrale della relazione

CARO PIERLUIGI…LETTERA APERTA A CASTAGNETTI SULLA NECESSITÀ DI RIPORTARE ALLA LUCE “IL POPOLO”.

Il sistema culturale che si è andato affermando non consente una necessaria libertà di pensiero. “(…) non abbiamo più una casa, né un parlatorio – osserva l’autore – che non sia quello che ogni tanto e a fatica qualcuno ci concede e solo se ci esprimiamo in modo “allineato” al pensiero egemone ampiamente diverso, se non contrario, al nostro”. E dunque, “Il Popolo”? Quello che un tempo fu il quotidiano della Dc potrebbe tornare ad essere la voce dei democratici cristiani. “Allora, troviamo il modo di farlo uscire dall’armadio dei ricordi”.

 

Caro Pierluigi, ti scrivo come persona a cui mi lega amichevole conoscenza, simpatia e tanta stima, nonché come ultimo Segretario politico del Partito popolare italiano e, credo, depositario dei simboli, dell’organo di stampa e di altre ragioni risultanti di quello di cui non ho conoscenza. Mi spinge a scriverti e a interrompere il mio apparente (e nei limiti delle mie possibilità, esibito) disinteresse alla politica una incomprimibile esigenza di chiarezza nella confusa situazione presente.

Come ricorderai cercai di oppormi nell’ultimo Congresso del Ppi (Roma, 2002) alla confluenza dei popolari nella Margherita e con un residuo manipolo di delegati (che come me non avevano nulla da perdere) votai contro quella decisione. Nonostante questa mia scelta tuttavia fui nominato condirettore del quotidiano del nuovo partito, “Europa”, ed ebbi così occasione di vedere più da vicino i grandi cambiamenti politici che portarono alla nascita del Partito Democratico al quale senza entusiasmo diedi la mia adesione. Da due o tre anni però non ho rinnovato la tessera e (oltre alla famiglia) mi sono dedicato al mio lavoro di consulenza e un po’ alla scrittura creativa e alla pittura. Per un democristiano, nell’attuale sistema della rappresentanza e delle scelte di governo, manca l’aria per respirare e sopravvivere.

Il quadro generale entro cui potere sviluppare un coerente impegno politico per i cristiani negli ultimi anni si è insieme arricchito e complicato dalla fluida corrente di un Magistero abbondante di spunti, ma al tempo stesso molto (troppo?) mediatico. Quindi con la conseguenza di una rarefazione di quelle relazioni personali che per anni hanno contribuito all’individuazione di obbiettivi e comportamenti con l’impressione condivisa da molti di una rottura con il passato a cui corrisponde l’emersione di soggetti estranei e diversi dagli interlocutori conosciuti prima. Dunque tante “novità” e molte calate dall’alto, spesso con un entrismo non sempre gradito agli attori delle precedenti stagioni per i quali le urgenze erano soprattutto quelle di recuperare uno spazio per il sacro arginando e affrontando seriamente la dilagante crisi di secolarizzazione dietro la quale si apre il territorio sconfinato della non credenza e dell’oblio della fede (Europa del nord docet). Né, e lo aggiungo per doverosa chiarezza, queste sensibilità possono essere confuse con il tradizionalismo religioso del tutto privo di relazioni con quell’umanesimo cristiano al quale abbiamo sempre fatto riferimento. E credo di non essere solo a coltivare questi pensieri.

Ti scrivo anche queste cose perché so che, magari non condividendole, puoi però ben comprenderle e discuterle liberamente così come tra democristiani si è sempre fatto. Il sistema culturale che si è andato affermando invece non consente questa libertà di pensiero, né concede soprattutto a noi la possibilità di esprimere i nostri pensieri (non necessariamente univoci). Soprattutto ai cristiani, infatti, non sono facilmente consentite sfumature di giudizi, né si offrono loro spazi di presenza e di discussione se non quelli residuali e funzionali per obbiettivi a noi estranei.

Sì caro Pierluigi, non abbiamo più una casa, né un parlatorio che non sia quello che ogni tanto e a fatica qualcuno ci concede e solo se ci esprimiamo in modo “allineato” al pensiero egemone ampiamente diverso, se non contrario, al nostro. Con un paragone (forse banale) è come se nel congresso di confluenza dei Popolari nella Margherita, tu avessi venduto la casa senza esserti preoccupato di acquistarne un’altra. Hai scelto di andare in affitto e quindi, inevitabilmente, nel Pd in subaffitto. Te lo dico con rispetto e amicizia, ma quella scelta di venti anni fa fu un errore; e non lo dico io, ma è la situazione nella quale ci troviamo a dimostrarlo. Tu però hai ancora in mano qualcosa che può aiutarci a trovare se non una casa, almeno un rifugio. Meglio un milieu culturale: hai la testata de “Il Popolo”. Non più l’organo di un partito che non c’è, ma un luogo di confronto di idee e di “letture” diverse della realtà. Un luogo di libertà.

Troviamo il modo di farlo uscire dall’armadio dei ricordi del quale sei custode (magari aprendo una sottoscrizione popolare). Già una volta te lo chiesi e mi rispondesti di no. Allora forse quella “concessione” poteva sembrare un rinnegare le tue scelte. Oggi credo che non sia più così. C’è davvero bisogno di un luogo dove i democristiani possano ritrovarsi e parlare e scrivere liberamente, senza censure, senza timori, senza obblighi di ospitalità o di convenienza. Il momento è adesso e tu che hai fiuto politico lo puoi capire meglio di ogni altro. Poi sicuramente qualcosa nascerà anche con la nostra voce libera.

Scusa la formula della “lettera aperta”, ma ormai non ne abbiamo altre. Almeno io. caramente. In Attesa di una tua risposta, o meglio di una tua iniziativa, ti saluto

Pio C.

POPOLARI, UNA FASE NUOVA SI È APERTA.

Il progetto del Pd è fallito, lo ammettono gli stessi fondatori. Ora è abbastanza chiaro che, per fermarsi all’area popolare e cattolico sociale, è giunto il momento di intraprendere un nuovo cammino fuori da questo partito. Una nuova avventura.

 

In attesa che le numerosissime correnti del Pd si riposizionano in vista della scelta del futuro segretario del partito, assistiamo ad una gamma di divertenti contraddizioni su cui è bene stendere solo un velo pietoso. Un dato su tutti: i due principali candidati alla segreteria del partito – il Presidente e il Vice Presidente della Regione Emilia Romagna – sono entrambi radicalmente “contro le correnti” e, al contempo, tutti i capi correnti e le svariate bande interne del partito sono impegnate di giorno e di notte per decidere su quale candidato orientarsi. E questo perchè, per chi lo avesse dimenticato, il Pd è e sarà un partito imperniato rigorosamente e scientificamente attorno a correnti e gruppi sufficientemente definiti e ben recintati. Chi dice il contrario, a cominciare dai candidati alla segreteria, sa di dire una plateale falsità ed una oggettiva e quasi plastica ipocrisia.

Detto questo, però, è del tutto evidente che ci sono alcune culture politiche storiche che in quel partito ormai sono del tutto evaporate e non hanno più alcun ruolo se non quello di essere presenti e visibili nel momento in cui le varie correnti si spartiscono le candidature nei vari livelli istituzionali. Un dato, questo, che è talmente evidente che non richiede neanche di essere ulteriormente approfondito e commentato.

Ora, per tornare al tema centrale, è abbastanza chiaro che l’area culturale popolare e cattolico sociale, la stessa tradizione ideale del cattolicesimo politico italiano non hanno più alcun ruolo all’interno di un partito che era decollato per far convergere le migliori culture riformiste e costituzionali in un unico progetto politico. Fallito quel progetto, come ammette la stessa maggioranza dei “fondatori” di quel partito nato nel lontano 2007, è abbastanza chiaro che, per fermarsi all’area popolare e cattolico sociale, è giunto il momento di intraprendere un nuovo cammino. Una nuova avventura.

E, al riguardo, sono almeno due gli elementi costitutivi di questa nuova, ed ennesima, “ripartenza”.

Innanzitutto è necessaria l’unità più ampia possibile dell’area e del mondo Popolare. Almeno di tutti coloro che non rinunciano a giocare un ruolo attivo e protagonistico nella geografia politica italiana. E cioè, quel mondo Popolare presente soprattutto a livello periferico e nelle migliaia di amministrazioni comunali che richiede, oggi più che mai, di una nuova e credibile rappresentanza politica, culturale ed organizzativa. Uno spazio politico che esiste nel nostro paese e che non va più banalmente strumentalizzato o irresponsabilmente emarginato. Per questo è utile un salto di qualità e una nuova assunzione di responsabilità di chi continua a riconoscersi nel filone popolare e cattolico sociale.

In secondo luogo, questa cultura politica può e deve giocare un ruolo attivo e fecondo nell’area politica di un Centro riformista, moderno, innovativo e di governo. Uno spazio politico che oggi è rivendicato da alcuni partiti che, però, difettano di alcuni limiti all’origine. O perchè si tratta di partiti prevalentemente personali e che non riescono, di conseguenza, a dispiegare sino in fondo la pluralità culturale che necessita un Centro autenticamente moderno e ampio o perché, al contrario, si tratta di forze che sono del tutto marginali se non addirittura irrilevanti ai fini del progetto politico che si vuol perseguire.

Due condizioni che adesso richiedono, anche per il nostro mondo culturale e politico, di aprire una nuova pagina. Perché, semplicemente, si è aperta una nuova fase politica. Chi pensa di attardarsi sul passato, sui partiti del passato e sulle formule organizzative del passato si avvia inesorabilmente verso un triste ed irreversibile declino. E questo lo si deve fare, comunque sia, con amicizia e senza alcuna polemica personale o di gruppo.

MAI COSÌ DIVISI, MAI COSÌ DEBOLI. COME IMMAGINARE UNA POSSIBILE RIPRESA DEI CATTOLICI POPOLARI?

The Event Horizon Telescope (EHT) — a planet-scale array of eight ground-based radio telescopes forged through international collaboration — was designed to capture images of a black hole. In coordinated press conferences across the globe, EHT researchers revealed that they succeeded, unveiling the first direct visual evidence of the supermassive black hole in the centre of Messier 87 and its shadow. The shadow of a black hole seen here is the closest we can come to an image of the black hole itself, a completely dark object from which light cannot escape. The black hole’s boundary — the event horizon from which the EHT takes its name — is around 2.5 times smaller than the shadow it casts and measures just under 40 billion km across. While this may sound large, this ring is only about 40 microarcseconds across — equivalent to measuring the length of a credit card on the surface of the Moon. Although the telescopes making up the EHT are not physically connected, they are able to synchronize their recorded data with atomic clocks — hydrogen masers — which precisely time their observations. These observations were collected at a wavelength of 1.3 mm during a 2017 global campaign. Each telescope of the EHT produced enormous amounts of data – roughly 350 terabytes per day – which was stored on high-performance helium-filled hard drives. These data were flown to highly specialised supercomputers — known as correlators — at the Max Planck Institute for Radio Astronomy and MIT Haystack Observatory to be combined. They were then painstakingly converted into an image using novel computational tools developed by the collaboration.

Il 25 settembre ha rappresentato il punto di massima dispersione dell’area cattolico popolare. Qual è la prospettiva possibile, a questo punto? “La nostra posizione – dice Bonalberti – non può essere né all’interno di un partito della destra, né in uno di sinistra, ma, forti dei nostri valori, dovremmo contribuire alla costruzione di un centro politico nuovo nel quadro della politica italiana”. E continua: “Premessa indispensabile sarà organizzare la raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare per reintrodurre il sistema elettorale proporzionale di tipo tedesco, con le preferenze e l’istituto della sfiducia costruttiva”. Seguono altre proposte.

 

È dal 2012 che mi batto per la ricomposizione dell’area politica democratico cristiana e dei Popolari. Dopo la lunga stagione della diaspora (2012-2022), purtroppo, quell’obiettivo che avevo individuato con Publio Fiori e che, grazie al compianto amico Silvio Lega, ci permise di promuovere l’ autoconvocazione del consiglio nazionale della Dc storica, “partito mai giuridicamente sciolto”, la situazione, oggi, è ancor più lacerata che mai.

A sinistra, coloro che dal Ppi scelsero di concorrere alla nascita della Margherita prima e a entrare a pieno titolo nel Pd poi, sembrano adesso tra “color che son sospesi”, con un piede dentro e un piede fuori; delusi dagli eredi del vecchio Pc-Pds-Ds, che hanno ripreso e stanno consolidando la gestione del partito, molti dei nostri vecchi amici sembrano incapaci di assumere scelte definitive alternative, mentre, alcuni di loro, hanno deciso di sperimentare la strada del Terzo Polo.

A destra, molte realtà di ex Dc, come quella di Giovanardi e dei Popolari liberali, stanno per celebrare un convegno a Modena imperniato sul tema “I Popolari liberali di ispirazione cristiana nel centro destra”, che vedrà la partecipazione di una quindicina di movimenti e associazioni di area cattolica e di destra. Gianfranco Rotondi, già esponente di fede democristiana nel partito del Cavaliere, dopo la fugace esperienza dei Verdi Popolari è passato con armi e bagagli al partito della Meloni, ricevendo in cambio l’elezione al collegio uninominale alla Camera di Avellino. Ora sarebbe impegnato nella velleitaria idea di trasformare Fratelli d’Italia nella Dc 4.0. Molti dei militanti di Comunione e Liberazione, espressione più esplicita dei cattolici della morale, infine, hanno scelto da tempo l’area di centro destra e, anche in quest’occasione elettorale, il voto per il trio Meloni-Salvini-Berlusconi.

Credo che, mai come nel voto del 25 Settembre scorso, una parte così rilevante dell’area cattolica si sia orientata a destra e mai tutti noi siamo stati così divisi. Nel mezzo, tra i Popolari schierati a sinistra e indecisi sulle prospettive, si colloca tutta la frastagliata presenza dei diversi partiti e movimenti che si richiamano, a diverso titolo, alla Dc, incapaci di presentarsi autonomamente alle elezioni politiche, limitandosi a qualche avventurosa sortita in quelle scadenze elettorali nelle quali vige un sistema elettorale proporzionale; com’è avvenuto\ in Sicilia, non senza contrasti, con la lista della Dc nuova di Cuffaro, alleata anch’essa con il centro destra. Unica eccezione quella rappresentata dall’amico Giorgio Merlo, già presidente del movimento politico organizzato da Clemente Mastella ( Noi di Centro Europeisti), il quale, alla fine si è schierato al centro, con gli amici del Terzo Polo di Matteo Renzi e Carlo Calenda.

Da vecchio “ dc non pentito” ho scritto ripetutamente che il nostro ruolo politico è stato e dovrebbe continuare a essere quello di contribuire a saldare anche sul piano della rappresentanza politica gli interessi dei ceti medi produttivi e delle classi popolari, ispirati dai principi della dottrina sociale cristiana. Ciò comporta il superamento della dicotomia tra cattolici della morale e cattolici del sociale, se vogliamo assumere unitariamente quanto indicato dalle encicliche sociali scritte dai pontefici nell’età che stiamo vivendo della globalizzazione. Per far questo la nostra posizione non può essere né all’interno di un partito della destra, né in uno di sinistra, ma, forti dei nostri valori, dovremmo contribuire alla costruzione di un centro politico nuovo nel quadro della politica italiana in cui possano trovare pari cittadinanza le grandi culture politiche della nostra storia repubblicana: popolare, liberale, socialista e democratico repubblicana. Punto di convergenza unitario: la fedeltà alla Costituzione repubblicana che ci si impegna a difendere e attuare integralmente. Questo si potrà sperimentare con gli amici del Terzo Polo, se prevarrà la volontà di impegnarsi insieme rispettando tutti i valori e la cultura politica di ciascuno. Premessa indispensabile sarà organizzare la raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare per reintrodurre il sistema elettorale proporzionale di tipo tedesco, con le preferenze e l’istituto della sfiducia costruttiva.

Un programma di politica economica e sociale dovrà essere concordato nel quale siano garantiti i principi di sussidiarietà e solidarietà indicati dalla Costituzione, così come su quello economico finanziario, sarà decisivo battersi per il ritorno alla legge bancaria del 1936, reintroducendo la netta separazione tra banche di prestito e banche di speculazione finanziaria. Solo al centro si potrà ricomporre nel modo più opportuno e politicamente possibile la nostra area socio-culturale, abbandonando ogni velleitaria e, talora semplicemente opportunistica opzione a destra o a sinistra, lontana mille miglia dalla nostra migliore storia e tradizione politica.

IL PD NON NASCE NELL’ORIZZONTE DELLA SOCIALDEMOCRAZIA: SCOPPOLA A CHIANCIANO, NEL 2006, FU CHIARO.

Si è svolta a Roma, venerdì 18 novembre, una riunione promossa dal Centro Studi Aldo Moro e da Il Domani d’Italia sul tema “A 15 dalla nascita del Pd: il futuro dei Popolari?”. Riportiamo di seguito ampi stralci dell’intervento introduttivo di Rita Padovano, segretaria generale dell’Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani (ANDC).

 

Il dibattito che da tempo attraversa, in modo carsico, il PD e il suo futuro raggiunge in questo autunno il suo zenit. A 15 anni dalla sua fondazione questo Partito, che alla nascita si è caricato di molte attese e speranze, si trova ora ad affrontare la sfida più importante da superare, che non è la sua esistenza, ma il “come” essere, visto che nelle elezioni del 25 settembre u.s. si è posizionato primo partito dell’opposizione, e, a una lettura attenta, il centro dx non è la maggioranza del Paese. Questo però è un altro capitolo, in cui è possibile trovare altre varie questioni che ci riguardano e che sono state, in parte, già analizzate in un precedente incontro.

Oggi siamo qui per esaminare dunque non la sua esistenza bensì la modalità della sua presenza e se, è ancora, o, è stato, in questi anni in grado di interpretare i cambiamenti socio-economici che sono intervenuti, avvalendosi dell’apporto delle due grandi culture – quella cattolico democratica e quella comunista – protagoniste della politica del secolo scorso, che nel 2006 decisero di fondersi e dare vita a un nuovo soggetto politico, il Pd appunto. L’essere qui vuol dire ripercorre questo tempo, analizzarne le fasi in cui tale progetto si è evoluto e dare una risposta a quella domanda esigente, ci porta qui oggi a discutere “A 15 anni dalla nascita del Pd: il futuro dei Popolari?”.

È forse questo il tempo in cui è necessario avviare una riflessione che ne disegni un nuovo spazio politico? Siamo forse di fronte ad uno snodo che richiede, anche con urgenza, la necessita di aggiornare forma e linguaggio di quelle presenze che hanno caratterizzato, in modo unico ed originale, la politica nel nostro Paese? Martinazzoli, l’ultimo segretario della DC, amava ripetere che “la politica non procede mai per linee rette” e, noi aggiungiamo che essa deve avere la forma del tempo che viviamo e un cuore antico. E allora oggi si prova a recuperare i fili del tempo che viviamo cercando di analizzare se quelle discrasie, che hanno impedito al progetto del Pd, in cui i Popolari – partito mai sciolto formalmente – hanno gettato l’ancora, di realizzarsi e con quale forma senza escludere nessuna ipotesi. Almeno come riflessione accademica vista la partecipazione di autorevoli esponenti oggi qui.

È arrivato il momento di porsi domande esigenti al nostro interno e lo facciamo ripartendo da dove tutto è iniziato, a Chianciano nel 2006, seguendo il percorso che Pietro Scoppola fece, la cui relazione resta un caposaldo. A Chianciano seguì a distanza di poche settimane l’incontro a Orvieto che riprese queste riflessioni. Breve, ma dense, quelle pagine in cui si sollecitavano gli aderenti tutti, ma, i popolari e la sua classe dirigente di allora in modo preminente, a tenere fermi alcuni punti: non fare del futuro partito “un’edizione aggiornata” di quel modello di socialdemocrazia europea che non può essere replicato da noi semplicemente perché nel nostro Paese esistono tipicità uniche e di grande peso, come la presenza dell’esperienza cattolico democratica, che è stata forte e significativa, accanto all’incidenza ponderosa avuta dall’eredità comunista a scapito, proprio, della socialdemocrazia che qui si è manifestata in modo debole e poco pregnante.

E poi, fattore anch’esso di grande rilevanza, la presenza della Chiesa cattolica in Italia che deve spingerci ad evitare di consegnarla a quella destra che ricordava il tempo grigio e buio della prima metà del Novecento. Un’impresa faticosa, non priva di dolori, avviata da De Gasperi e proseguita con Moro, il cui obiettivo era ed è quello di allargare i confini della laicità della politica per realizzare una convivenza pacifica. Volendo usare le parole di Scoppola, per “tenere la Chiesa agganciata alla democrazia”. Un’idea cara a Tocquiveville.

Per realizzare ciò Scoppola suggerisce il percorso: creare una forma partito in grado di interpretare la società che cambia partendo dai nuovi interessi, materiali e immateriali, da essa germinati, in cui i partiti sono strumenti e non fine dell’operato politico. Ricominciare dai partiti è un lavoro necessario perché il vuoto, lasciato dal fallimento delle ideologie e dalla caduta del mito di una democrazia autorigenerante, non sia occupato dalle oligarchie, dalle élite illuminate. E su questo punto richiama Norberto Bobbio che già negli anni ‘80 ci ammoniva che la crisi della democrazia e la caduta del muro di Berlino non annullavano il problema dei limiti dei sistemi democratici e della selezione della sua classe dirigente. Profetico questo passaggio. E, come non pensare all’insidia oggi di fronte a noi, figlia dell’illusione nata proprio dalla caduta del Muro di Berlino, che cioè la democrazia, invece di proporsi al mondo come unica strada civile sopravvissuta dopo la vittoria sulle dittature deve in realtà fare i conti con un’alternativa echeggiante il suo stesso nome: la democrazia autoritaria.

E così, inevitabilmente, finisce sotto esame il modello di democrazia realizzato in Occidente, viziato dal dominio della “società dei due terzi” – un tema proposto dal Peter Glotz (intellettuale della Spd) sempre negli anni ‘80 – che priva il resto dell’umanità della speranza di potercela fare. La speranza è, per tutti, per noi in modo speciale, lo spazio vitale necessario alle nuove generazioni. È un bene inalienabile da salvaguardare. Lavorare alla sua realizzazione impegnava, in modo particolare, il nascente Pd, a darvi consistenza perché nessuno dovesse mai perderla, la speranza! Per realizzare questo si avvertiva urgente la necessità di pensare un “nuovo modello di sviluppo”, perché quello esistente, sostiene Scoppola, trae origine dal secolo scorso e sconta troppa rigidità.

Pensiamo a quanto questo disegno appaia oggi ancora più urgente di fronte all’ esplosione della questione climatica, energetica, alla difficoltà di reperire materie prime. A questi argomenti Scoppola ne aggiunge un altro, tutto nostro, del nostro Paese: quello della denatalità. Viviamo nel Paese che tutti vogliono visitare ma è, anche, quello da cui i giovani fuggono via. I giovani, se leggiamo i programmi elettorali dei partiti, soprattutto gli ultimi, noteremo che essi sono assenti. L’offerta politica di questi mesi si è concentrata su chi sarebbe andato a votare dimenticando tutto il resto.

Le ultime pagine della relazione, Scoppola le dedica al welfare del futuro. Prim’ancora che su un modello, egli ne fissa l’orizzonte su un’idea di buone relazioni tra i cittadini. E usa, al riguardo, l’aggettivo amichevole, ricomprendendo qui il pensiero di Mounier, per affermare la forza di un criterio direttivo per la società nel suo complesso: il criterio dell’amicizia quale “collante politico” della società. Poche pagine, duque, in cui consegna ai protagonisti la scrittura dei capitoli del tempo che verrà.

Ambizioso negli obiettivi, Scoppola pensa pertanto a un partito la cui forma richiama molto quella degasperiana, aperto alla società e non rigido nella sua organizzazione. In questo quadro ritiene indispensabile la presenza di un Centro studi da affiancare all’attività politica in senso stretto. Insomma, tante suggestioni e tanti stimoli: la relazione di Scoppola resta a tutt’oggi una pietra di posizionamento politico anche per l’odierno incontro che, credo, non sia episodico nelle intenzioni di quanti lo hanno voluto e realizzato.

ESTERNO NOTTE, LA FICTION CHE NON PERSUADE NELLA DESCRIZIONE DI UN MORO SENZA AMORE PER LA DC.

Nell’opera di Bellocchio emerge un partito democristiano palesemente inadeguato. Chi lo condanna, dalla prigione del popolo, è proprio il suo Presidente. Eppure, dovremmo sempre riconoscere nelle parole di Moro un coerente e continuativo incitamento a proseguire nell’impegno del partito per il consolidamento e la crescita della democrazia in Italia.

 

La libertà artistica non è in discussione. Ancor meno a fronte di una superlativa prova di recitazione quale è stata quella di alcuni attori, a cominciare dallo straordinario Fabrizio Gifuni. Ciò premesso, mi permetto di proporre una osservazione critica al lavoro del regista Marco Bellocchio. Lo faccio solo perché proprio in questi mesi ho lavorato ad un libro, che verrà pubblicato all’inizio del prossimo anno (sarà il quarantacinquennale dell’omicidio del Presidente DC), nel quale analizzo e commento gli ultimi due discorsi pubblici di Moro, tenuti nel 1977 di fronte alle platee democristiane di Mantova e Benevento.

Nell’opera di Bellocchio emerge un partito democristiano palesemente inadeguato, guidato da un segretario debole e inetto, da un Ministro dell’Interno psicopatico, da un Presidente del Consiglio – secondo un cliché ormai consolidato – glaciale e cinico. E, nell’insieme, un quadro che ci offre l’idea, come giustamente ha qui scritto Lucio D’Ubaldo, di “un potere in stato confusionale”.

È a questo profilo tanto negativo che inevitabilmente Moro si rivolge dal carcere, con le sue lettere. Così ci indica il regista, che esplicita ulteriormente la sua idea nell’ultimo colloquio del Presidente con un sacerdote, nel quale accusa i suoi compagni di partito e soprattutto, con parole molto dure, Andreotti. Ora, io non mi permetto di valutare nemmeno un secondo dei drammatici 55 giorni vissuti in prigionia da un uomo privato della sua libertà. Tutto può essere accaduto durante quella disumana costrizione.

Io rimango a quanto il Presidente del partito disse nei suoi ultimi discorsi ai democristiani, in quel terribile 1977, durante il quale le Br organizzarono il suo rapimento. A quanto, cioè, Aldo Moro disse nel suo accorato intervento alla Camera dei Deputati in difesa del compagno di partito Luigi Gui e per traslazione di tutta la Democrazia cristiana. Parole, tutte, di sostegno e vicinanza alla Dc e ai suoi dirigenti, e ancor più ai suoi militanti. Nemmeno vagamente un accenno critico e tanto meno ostile o incattivito nei confronti di chicchessia. Al contrario, un coerente e continuativo incitamento a proseguire nell’impegno del partito per il consolidamento e la crescita della democrazia in Italia.

“Quello che mi interessa è di richiamare, in questo momento di lotta politica e civile, il volto della Democrazia cristiana…Che cosa mi conforta nella nostra fatica quotidiana cari amici? È l’avere dietro di noi 14 milioni di voti, 14 milioni di popolo…Se ho motivi, tanti, di preoccupazione, questo almeno mi conforta: che siamo ancora insieme, in tanti, a volere la libertà per il nostro Paese!”.

Parole, queste ultime, pronunciate in chiusura del discorso a Benevento. Quattro mesi prima del rapimento.

UN MILIONE DI ALBERI E DI POSTI DI LAVORO: LE PROMESSE INCONSISTENTI DEL CAVALIERE.

In campagna elettorale, Berlusconi aveva cercato il consenso dei giovani attraverso il tik-tok (tak) e quello degli ambientalisti e degli intossicati dallo smog urbano anticipando la piantumazione di un milione di alberi: sarebbe davvero esemplare se questo proposito fosse recepito dal Governo, finora fermo al palo dell’eccesso di annuncio di un Cavaliere scatenato nelle iperbole. Ci vorrebbe un forte richiamo alla serietà e alla coerenza, ma dall’opposizione nessuno sembra in grado di andare oltre qualche timido balbettìo.

 

Inaugurando la nuova sede regionale di Forza Italia in Via Vincenzo Monti a Milano, Silvio Berlusconi, forte anche dell’ennesima assoluzione nel lungo tormentone del Ruby-ter, ha sfoderato un classico del suo repertorio: come creare – praticamente ex novo, cioè dal nulla – un milione di posti di lavoro, in particolare per i giovani dai 18 ai 34 anni, detassando le imprese che li assumeranno. Inoltre come favorire la ripresa edilizia e imprenditoriale sciogliendo ogni lacciolo burocratico con l’invio di una semplice raccomandata r.r. di inizio attività. Il Cavaliere si sa, va sempre “all’ingrosso”.

Anche se nel programma del governo di cui fa parte non c’è traccia di questo obiettivo, né lo si trova scartabellando le richieste dei sindacati confederali, da cui eventualmente attingere per blandire e rassicurare la piazza, la promessa conserva un fascino antico e un appeal che riscuote consensi. A cominciare da quello dei fedelissimi capigruppo di Camera e Senato, al fianco del Cavaliere fino al taglio del nastro, che con ampi cenni del capo hanno annuito dall’inizio alla fine del discorso del loro leader. Non si sa quanto possa giovare al premier Giorgia Meloni questo endorsement peraltro autorevole, considerata l’esperienza di lungo corso di Berlusconi e il suo indiscutibile carisma, un rilancio attinto dal passato che fa il paio con la costruzione del Ponte sullo stretto di Messina, questa volta assunto come ragione di vita da Matteo Salvini, un’infrastruttura che potrebbe essere l’icona di una promessa mantenuta anche se finora è costata 300 milioni di euro per gli studi di fattibilità, senza che sia stato posato il primo pilone di sostegno. Questa retorica non credo piaccia a Meloni.

Nella compagine governativa, infatti, sembra decisamente improntato a più sobrio e misurato calcolo lo stile del Presidente del Consiglio che concretamente mette in agenda e nella legge di bilancio la revisione del reddito di cittadinanza e del superbonus edilizio, costati alcune decine di miliardi ma forieri di più di un interrogativo circa la loro sostenibilità nel breve-medio termine e gli scandalosi privilegi da default economico e da bancarotta dello Stato che ne sono derivati. Qualcuno ricorderà che in campagna elettorale il Cavaliere aveva cercato il consenso dei giovani attraverso il tik-tok (tak) e quello degli ambientalisti e degli intossicati dallo smog urbano anticipando la piantumazione di un milione di alberi: sarebbe davvero esemplare se questo proposito fosse recepito dal Governo, considerato il dissesto idrogeologico e l’attesa ripartenza verde, finora ferma al palo dell’eccesso di annuncio di un Cavaliere scatenato nelle iperbole.

Ma dall’opposizione nessuno sembra in grado di andare oltre qualche timido balbettìo.

La sinistra, che non è più capace di pensare in grande ed è stata la prima vittima della sua sistematica demonizzazione di Berlusconi, essendo più impegnata a far fuori gli avversari politici che a disegnare un modello sociale alternativo e credibile, è ridotta ai minimi storici e rappresenta ormai per l’elettorato l’area politica imparentata con i prelievi forzosi, le tasse e la burocrazia che paralizza le istituzioni e la pubblica amministrazione, incapace di parlare al popolo e di interpretarne i bisogni. Volgendo lo sguardo al passato qualcuno si chiederà come mai dopo Berlinguer non c’è stato qualcuno capace – nel campo progressista – di rivolgersi direttamente alle ‘masse lavoratrici’ e di farne il senso di un progetto politico popolare, democratico e inclusivo.

Sembra persino paradossale e – a conti fatti – perdente questa vocazione della sinistra ad immedesimarsi solo nelle battaglie per i diritti civili, un tempo bandiera del mondo liberale e garantista, dimenticando i grandi temi sociali delle disuguaglianze, del lavoro, della sicurezza, della famiglia, degli anziani, dei giovani, e perché no – del merito- che non cozza contro il principio del diritto allo studio essendo entrambi integrati nella Carta Costituzionale. Tra retaggi ideologici e incapacità di lettura delle derive storiche del presente ciò si è tradotto in un fallimento interpretativo: quello di non saper dire ciò che la gente pensa, in modo pragmatico e scevro da fumisterie linguistiche in uso nei ‘salotti buoni’. Ciò che – oltre le coreografie e le boutade strumentali, tra demagogia e luoghi comuni – l’area liberale ma anche quella sociale del centro destra stanno invece cercando di far proprie, ribaltando le immedesimazioni rappresentative del passato. Adesso sono coloro che un tempo erano definiti conservatori che si appropriano dei temi sociali, cogliendo il disagio profondo dei grandi numeri delle insicurezze e delle nuove povertà.

E a giudicare dai sondaggi si tratta forse di una tendenza che si va consolidando verso una lunga deriva, ‘centro’ permettendo, mentre la sinistra sembra vittima dei propri errori, demotivata e confusa.

IL GESTO DI ETTORE E L’INNOCENZA PERDUTA. A PROPOSITO DEI DIRITTI DELL’INFANZIA E DELL’ADOLESCENZA.

Quale interfaccia la società propone alla famiglia e alla scuola – si domanda l’autore all’indomani della Giornata mondiale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (20 novembre) – per diffondere buoni esempi e ispirare sentimenti di tutela e protezione, per facilitarne il compito educativo? Guardandoci intorno osserviamo un panorama desolante, dove gli archetipi del buon esempio e del bene vanno scomparendo.

 

Il Novecento si era aperto come secolo dell’infanzia, una sorta di investimento sul futuro in un’epoca da cui trasparivano i tratti della modernità: utopia poi smentita da due guerre mondiali, dalla Shoah, dai genocidi, dall’emarginazione e dallo sfruttamento dei bambini e dei ragazzi, a cominciare dal mondo del lavoro precoce, alle povertà endemiche, nonostante germinasse la lunga stagione dei diritti culminata dalla Dichiarazione universale dell’ONU e dalle Carte degli organismi internazionali.

Oggi al tratto peculiare dell’infanzia e dell’adolescenza come luoghi antropologici di marginalizzazione si aggiunge il suo opposto: la logica dell’inglobamento nell’etica dei comportamenti dell’età adulta, favorita dall’esplosione delle nuove tecnologie, dall’adultismo precoce, dalla diffusione della droga, dalla crisi delle istituzioni deputate alla formazione delle giovani generazioni, innanzitutto la famiglia e la scuola. Sullo sfondo sta – e qui concordo con Umberto Galimberti – l’intuizione heideggeriana del “pensiero che fa di conto” e del “dio denaro” come motore del mondo e parametro di riconsiderazione della vita stessa.

Questo “nuovo algoritmo” dell’esistenza azzera infanzia e adolescenza come luoghi protetti di innocenza e speranza, gratuità e gioia dell’esperienza del vivere, età dello studio e della preparazione alla vita, contesti avulsi dal mercimonio di una umanità malata di egocentrismo e pulsioni sregolate, liceità, relativismo etico, permissivismo, utilitarismo come paradigma di scelta e saturazione nel presente totalizzante dell’intera esistenza. Tutto muove contro il “Gelassenheit”, l’abbandonarsi sereno, con distacco, verso la natura e le stagioni della vita. I minori entrano oggi in una sorta di universo inesplorato e sconosciuto, a volte impenetrabile, con sequenze di contaminazione facilitate dall’uso disinvolto delle tecnologie e degli smartphone, vere e proprie chiavi di accesso all’ignoto, dove la vita virtuale sostituisce quella reale e con essa i valori tramandati per secoli dalla tradizione pedagogica delle metodologie di apprendimento della cultura e del suo costituirsi in noi.

Essere bambini e ragazzi oggi consente potenzialità impensabili in passato, ci sono tutele e previsioni normative evolute e ispirate ma comporta l’incombenza di pericoli sempre nuovi e incontrollabili: sono loro infatti i clienti più abbordabili dai criminali del web, dai venditori di morte attraverso droghe chimiche accessibili a buon mercato e dagli effetti letali, dalle calamite dei tanti paesi dei balocchi, dove loro, i nuovi Lucignoli, vivono esperienza fuorvianti, dalle slot machine, all’abuso di alcolici, alla disponibilità di denaro che si procurano facendo mercimonio del proprio corpo, dal sesso precoce, al cyberbullismo, ai giochi estremi che sfidano la morte (“bisogna guardarla negli occhi” dicono), alla violenza agita come categoria relazionale prevalente, all’indifferenza verso lo studio, la scuola e i suoi insegnanti, fatti oggetto non di rado di derisione e aggressioni fisiche.

Un ribaltamento valoriale che postula diritti e libertà senza doveri e senza regole. Il nuovo modello di vita dei ragazzi del nostro tempo è una sorta di gigantesco e mutabile casting mediatico dove si recita a soggetto, in un rimescolamento di ruoli e identità che ha una valenza anticipatoria rispetto alla fisiologia delle esperienze delle precedenti generazioni.

Al crocevia dei più efferati comportamenti umani c’è spesso uno snaturamento dell’età infantile e adolescenziale, ci sono luoghi dove l’emulazione delle colpe e dei difetti degli adulti genera situazioni paradossali: si pensi alla diffusione delle armi tra i giovanissimi, anche nei Paesi cosiddetti civili (in alcuni Stati degli USA il primo fucile viene fatto trovare agli adolescenti sotto l’albero di Natale), altri dove i minori sono militarizzati, fatti prostituire, fanno parte di bande criminali, usati per il trapianto di organi. Ma anche “semplicemente” abbandonati: negli orfanotrofi spogli di ogni affetto, nelle favelas, nelle periferie più degradate, in attesa di essere adottati vincendo burocrazie e veti che li sottraggono per lunghi anni, a volte per sempre, al calore di una famiglia.

Ma non occorre andare lontano per scoprire atrocità e violenze, abbandoni e contese, strumentalizzazioni e miserie materiali e spirituali. Quanti sono i minori non accompagnati che varcano confini stranieri? Per quanto tempo resteranno in questa condizione di isolamento anaffettivo? Che cosa si fa per loro? Basta aprire una porta di casa per scoprire violenze domestiche subìte o assistite e abusi, soffocati e silenti nello squallore più degradante: crescendo questi bambini metabolizzeranno una concezione intuitivamente perdente della vita, la loro infanzia e la loro adolescenza saranno anagraficamente bypassate da un mondo esterno fatto di soprusi ed esempi che potranno diventare lezioni negative di vita, a loro volta ripetibili, come emulazione o vendetta, dove valori quali l’affetto, la lealtà, l’amicizia, la dignità saranno sostituti dalla violenza in tutte le sue multiformi e negative cangianze.

Quale interfaccia la società propone alla famiglia e alla scuola per diffondere buoni esempi e ispirare sentimenti di tutela e protezione, per facilitarne il compito educativo? Guardandoci intorno osserviamo un panorama desolante, dove gli archetipi del buon esempio e del bene vanno scomparendo. Non so se oggi il gesto di Ettore di cui scrive Luigi Zoja, del padre – cioè – che eleva il figlio al cielo e lo affida alla benevolenza degli dei affinchè cresca migliore di lui, sia ancora una prassi consueta. Il declino e la crisi della figura paterna nella società contemporanea sono una delle principali cause dell’innocenza perduta dei figli. Ricordo ciò che scrisse Gabriel Garcia Marquez: “Ho imparato che quando un neonato stringe per la prima volta il dito del padre nel suo piccolo pugno, l’ha catturato per sempre”. E nel mio cuore penso a questo contatto come al bisogno e all’impegno di una vita.

SERVE UN NUOVO STATUTO DEI LAVORATORI?

La richiesta non è peregrina anche se occorre sempre distinguere, in questi casi, dove finisce la propaganda e dove inizia un vero progetto politico. Chi si riconosce nella tradizione e nel filone del cattolicesimo sociale italiano adesso dovrebbe battere un colpo.

 

Da più parti, anche se si tratta più di provocazioni che di reale volontà politica, si ritorna a parlare di riscrivere un nuovo “Statuto dei Lavoratori” più adatto alle nuove regole del mercato del lavoro che hanno fatto capolino in questi ultimi anni nel panorama sociale ed economico del nostro paese. La richiesta non è affatto peregrina anche se, soprattutto su questi temi, occorre sempre distinguere dove finisce la propaganda e dove inizia un vero progetto politico.

Ora, è ormai sufficientemente noto – perchè appartiene alla storia – come è decollato lo “Statuto dei Lavoratori” votato dal Parlamento Italiano nel maggio del 1970. Al di là dei vari giudizi politici e culturali e al netto degli altrettanto noti pregiudizi ideologici, è acclarato che grazie al coraggio e alla determinazione politica dei Ministri del Lavoro Brodolini e (soprattutto) Donat-Cattin, fu possibile adottare un atto che ha segnato in profondità la storia democratica del nostro paese. “Abbiamo portato la Costituzione nelle fabbriche”, disse Donat-Cattin alla Camera nel suo intervento prima del voto finale sulla legge. Una legge che passò malgrado l’astensione dei comunisti – è sempre bene non dimenticarlo – e che rappresentò un punto di svolta e di non ritorno nelle relazioni sindacali e, soprattutto, un deciso cambio di passo sotto il versante del riconoscimento dei diritti democratici e liberali dei lavoratori. Una legge che confermò anche la profonda natura popolare, sociale e democratica della Democrazia cristiana malgrado il radicato e dogmatico pregiudizio di larga parte della sinistra italiana che continua ad individuare nella stagione democristiana un periodo nefasto e nocivo per la stessa qualità della nostra democrazia.

Ma, se quello “Statuto dei Lavoratori” segnò un passo in avanti di straordinaria importanza per la nostra civiltà democratica, oggi forse è necessario un nuovo intervento che, senza mettere affatto in discussione le conquiste sancite in quello storico Statuto, riesca a cogliere e soprattutto a tutelare il nuovo ed inedito panorama professionale che si è aperto nel nostro paese con l’innovazione tecnologica da un lato e la forte e ormai endemica precarietà dei rapporti di lavoro dall’altro. Un intervento correttivo che, però, richiede intelligenza politica, coerenza culturale e coraggio istituzionale. Esiste una sola domanda, fondamentale e decisiva, se si vuole procedere in questa direzione: e cioè, quale partito e quale coalizione si fa carico di un progetto che ha una valenza politica ed un impatto concreto sulle persone di portata storica? Certamente non il Pd che ormai rappresenta gli interessi borghesi, alto borghesi, aristocratici, dei cosiddetti “garantiti” e tutto ciò che non ha più nulla a che fare con gli interessi e le istanze dei ceti popolari. E questo al netto delle chiacchiere virtuali dei capi delle infinite correnti che scorrazzano in quel partito.

Sul versante del Centro forse sarebbe il momento che il progetto politico di quel partito non si fossilizzasse solo e soltanto sugli interessi dei ceti medio alti con un approccio sostanzialmente liberal/liberista ma guardasse con maggiore attenzione anche e soprattutto alle istanze, alle domande e alle richieste dei ceti popolari. Forse toccherà al centro destra e, nello specifico, all’antica “destra sociale” di Giorgia Meloni affrontare questo tema spinoso, delicato ma oltremodo necessario per garantire e tutelare masse crescenti di lavoratori, di inoccupati e di precari? Lo vedremo cammin facendo.

Al riguardo, chi ancora si riconosce nella tradizione e nel filone del cattolicesimo sociale italiano forse adesso dovrebbe battere un colpo. Per non essere complici dell’inerzia da un lato e per non regalare ad altri una rappresentanza politica, culturale e sociale che sarebbe solo la conseguenza della nostra pigrizia ed indifferenza.

 

“PROGETTO MEZZOGIORNO”, IL LIBRO DI NICOLA BARONE: A TREBISACCE PER DISCUTERNE TEMI E SUGGESTIONI.

Il convegno si svolgerà il prossimo 2 dicembre all’Auditorium Comunale ex Fornace e vedrà la partecipazione di esperti e istituzioni. Lo “spunto” è il libro scritto da Nicola Barone che contiene molti dei temi presenti nel PNRR.

Un grande laboratorio di eccellenza per lo sviluppo territoriale basato sull’economia della conoscenza. E’ lo scenario indicato nel libro “Progetto Mezzogiorno” di Nicola Barone, che sarà al centro di un convegno in programma a Trebisacce il prossimo 2 dicembre il cui obiettivo è quello di rilanciare i temi legati alle potenzialità di sviluppo del Sud, con focus sull’innovazione e in particolare sulle metodologie e metriche che consentono di misurarla e, quindi, di orientarla sulla base delle specifiche esigenze del territorio.

All’evento, che si svolgerà a partire dalle ore 16 all’Auditorium Comunale ex Fornace, interverrà il sindaco di Trebisacce, Alex Aurelio, con un saluto introduttivo, e vedrà la partecipazione, oltre che dell’autore del libro, di numerose personalità e istituzioni: Florindo Rubettino, editore del libro “Progetto Mezzogiorno”; Don Francesco Preite, Presidente Nazionale Salesiani per il Sociale; Nicola Paldino, Presidente Credito Cooperativo Mediocrati;

Vincenzo Cesarini, Presidente dell’ODCEC; Rosanna Mazzia, Presidente dell’Associazione Borghi Autentici D’Italia; Paolo Innamorati, Dottore Commercialista; Prof. Franco Rubino, Dipartimento di Scienze Aziendali e Giuridiche di Unical; S.E. Mons. Donato Oliverio, Vescovo di Lungro. Modererà i lavori Luca Collodi, Caporedattore di Radio Vaticana.

“Progetto Mezzogiorno” anticipa di diversi anni – con singolare capacità visionaria – molti dei contenuti presenti oggi nel PNRR, il piano nazionale di ripresa e resilienza che promuove un’ambiziosa agenda di riforme per la ripartenza dell’Italia.

Ingegnere, grande esperto di strategie innovative per le telecomunicazioni e considerato uno dei maggiori esperti internazionali del settore, avendo ricoperto ruoli importanti all’interno ad una delle principali telco europee, Nicola Barone ha trascorso la sua vita professionale dedicandosi a progetti ed iniziative nel campo della Net Economy.

“Progetto Mezzogiorno” tratta diffusamente del Territorial Knowledge Management e costituisce la verifica dei risultati dell’applicazione di questo metodo in alcune zone del Mezzogiorno. Un testo, dunque, di grande utilità per chiunque volesse approfondire o programmare azioni di intervento nel campo delle nuove tecnologie in zone economicamente depresse. Il volume parte da un’esperienza diretta perché per molti anni Barone ho fatto il Presidente e l’amministratore unico di un grande progetto pilota territoriale: il piano telematico Calabria finanziato dal Ministero dell’università e ricerca scientifica, un progetto sperimentale che mirava proprio a creare le condizioni per lo sviluppo sostenibile e competitiva dei territori.

Un progetto che partiva da una delle regioni del Sud più bisognose di iniziative “di sistema” ma replicabile in altre realtà territoriale che potesse competere con gli altri territori più avanzati del nord d’Italia, ma anche d’Europa. E racconta che il Sud Italia può ripartire se si mettono insieme economia della conoscenza e tutto ciò porta allo sviluppo, in sostanza investimenti, integrazione locale e internazionale e soprattutto innovazione attraverso la valorizzazione anche delle culture e delle intelligenze del territorio. Con l’obiettivo di far emergere quello che viene definito “il capitale intellettuale sociale territoriale”. Su questo Barone ha individuato oltre 50 indicatori di competitività, puntualmente elencati nel libro. Che, a distanza di oltre 15 anni dalla sua uscita, resta più attuale che mai al punto che ora è oggetto di un convegno.

DOPO IL PD: QUALE SARÀ IL MESSAGGIO?

Ciò che risulterà determinante, quale che sia la forma organizzativa che i Popolari in prevalenza riterranno di adottare come risposta al declino del Pd, è il messaggio. La proposta di un centro plurale, sociale, popolare e interclassista può divenire interessante e competitiva se è capace di misurarsi con le questioni irrisolte sia dalla narrazione del Pd sia da quella della destra.

 

Del fallimento, o quantomeno della mutazione sostanziale del progetto del Partito Democratico in un partito radicale di massa è già stato detto tutto o quasi. È bene che una realistica presa d’atto della situazione ponga ormai fine al rimpianto di ciò che avrebbe potuto essere ma non è stato. Osservo solo che in questi anni ciò che più mi ha colpito non è stato tanto l’opportunismo diffuso di quanti comunque aspiravano a qualcosa nel Pd ma la incrollabile fiducia – quasi mai venata da dubbi, domande, richieste di chiarimento – nel progetto iniziale fra quanti, dopo aver condotto i Popolari a partecipare alla fondazione del Pd, godevano di una posizione che consentiva loro di esprimersi con oggettivo disinteresse rispetto alle vicende di quel partito. Un atteggiamento che se rientra perfettamente nelle caratteristiche del dirigente tipo di formazione Pci, abituato ad un centralismo democratico eterodiretto, dal Cremlino o da Wall Street poco importa purché ci sia un capo, un “padrone” da servire, appare invece dissonante rispetto a una cultura politica fondata sull’ascolto e sulla rappresentanza sul piano politico dei corpi intermedi, dei territori e delle autonomie locali.

E credo che è proprio da qui, dagli errori compiuti dal e nel Pd, che bisogna ripartire per non correre il rischio di replicarli in un pur auspicabile, e direi necessario, nuovo centro. In questi anni abbiamo rinunciato a concorrere da protagonisti alla definizione del discorso pubblico, accontentandoci di quello che ci veniva offerto dall’alto e permettendo che attorno ad esso si ergesse un recinto di conformismo mediatico che lo ha di fatto reso non più discutibile. Il Pd è stato il partito che meglio ha saputo adattare i problemi alle necessità del discorso pubblico politicamente corretto, eludendo tutti quei fatti che pongono delle domande, che non rientrano negli schemi desiderati. Un processo che, come ha osservato Giuseppe Fioroni al recente convegno “Il futuro dei Popolari?” ha guidato le riforme elettorali seguite all’abbandono del proporzionale, conducendo all’attuale “desertificazione della democrazia”, sancita anche dall’astensionismo record verificatosi lo scorso 25 settembre. Ecco che prima della ricerca di pur indispensabili nuove forme organizzative, bisogna ripartire dalle parole-chiave della politica, come suggerisce il bel libro fresco di stampa di Giorgio Merlo e Giuseppe Novero “Le parole che contano”.

Abbiamo visto, per fare un esempio, dal caso dell’Ucraina come sia arduo imporre in autonomia una accezione alle parole che rifletta l’obiettivo politico voluto. Si è visto quanto non sia stato semplice per la Chiesa, e per la stampa cattolica, distinguersi dalla narrazione bellicista dominante per ribadire una ovvietà, che nulla toglie alla valutazione delle differenti responsabilità, che col “nemico” bisognerà pur trattare, se si cerca una soluzione diplomatica.

Ciò che, a mio avviso, risulterà determinante, quale che sia la forma organizzativa che i Popolari in prevalenza riterranno di adottare come risposta al declino del Pd, è il messaggio. La proposta di un centro plurale, sociale, popolare e interclassista può divenire interessante e competitiva se è capace di misurarsi con le questioni irrisolte sia dalla narrazione del Pd sia da quella della destra.

La democrazia è certo insidiata da meccanismi elettorali che penalizzano la partecipazione ma lo è in misura forse maggiore dalle possibilità dischiuse dalle nuove tecnologie e dai possibili risultati delle loro interazioni nel caso in cui non siano utilizzate per il bene comune e, come per le armi nucleari, non si erga un limite invalicabile tra ciò che questi strumenti permettono di fare (se applicate alla moneta, alla pubblica amministrazione, al mondo del lavoro, alla vita sociale in genere) e ciò che invece serve per il bene dell’umanità.

In particolare sulla questione energetica, sulla transizione ambientale e su quella digitale si deve definire un approccio che parta dalle reali esigenze dei cittadini e dei territori e non limitarsi a declinare una visione chiusa ricevuta dall’alto e considerata inemendabile, talvolta spalmata sul nostro futuro con piani pluridecennali, a mo’ di revival dell’Unione Sovietica, che non conoscono l’irrompere dell’imprevedibile e della novità nella Storia.

Ai ceti che, a seconda del loro orientamento tendono a trovare un rifugio nelle illusioni della destra o nel partito a formato delle Ztl quale è divenuto il Pd, occorre una forza moderata che sappia mostrare loro che la risposta alle radicali trasformazioni tecnologiche in corso non sta nell’arroccamento nel blocco della medio-alta borghesia, perché strada facendo questo percorso farà a meno anche della gran parte di quei ceti che si credono ancora garantiti, ma la si trova proponendo una declinazione popolare e un nuovo umanesimo per le trasformazioni in atto. Una declinazione capace di vedere nella libertà della persona non un problema da risolvere con un algoritmo di controllo bensì la signoria dell’uomo sulla macchina. Capace di vedere nel dato demografico degli stati non un qualcosa che turba gli equilibri del nostro pianeta ma una benedizione per il futuro dell’umanità. Capace di opporre all’enfasi (montata dallo 0,01 sul resto dell’umanità) sulla scarsità e sulla decrescita la fiducia nella ricerca di soluzioni in grado di cambiare i paradigmi.

Una forza che difenda con fermezza il diritto della classe media a partecipare alla costruzione della società del futuro come alternativa ad una sparizione pianificata. Il messaggio sarà il fattore decisivo nelle scelte dei cattolici democratici per il post Pd.

ANTONIO FAZIO, GOVERNATORE “SCOMODO” DI BANKITALIA. UN LIBRO DI TAROLLI NE ILLUSTRA IL PENSIERO E L’AZIONE.

Si tiene a Roma, lunedì 21 alle 17.00, presso l’Università Lumsa una prima presentazione del libro scritto da Ivo Tarolli, già Senatore della Repubblica, Antonio Fazio e I fatti italiani: l’euro, le banche, la Fiat (Cantagalli).

 

L’incontro di domani, animato da illustri ospiti, da Bechis a Bonanni, da Papi a Di Taranto, da Savona a Fazio, sarà centrato sul tema della competitività del Sistema Italia, un grande tema irrisolto da ormai troppi decenni e che impedisce al nostro Paese di reggere il passo delle altre grandi nazioni europee. Il tema della competitività ci porta ad uno spartito che richiede di suonare tanti tasti: dagli investimenti sia materiali che in capitale umano, alla ricerca; dalla produttività alle relazioni fra le parti sociali; dell’inflazione alla formazione dei giovani.

Ospitiamo alcuni interessanti spunti che abbiamo ricavato da un approfondimento con l’autore Ivo Tarolli, trentino di nascita, per due legislature senatore della repubblica e responsabile economico dell’Udc negli anni dell’entrata nell’Euro.

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La prima chiave di lettura del pensiero e dell’azione del Governatore Antonio Fazio, per quasi 15 anni, protagonista indiscusso delle vicende economiche italiane, può essere così sintetizzata: lo sviluppo dell’Economia, come lo sviluppo dei suoi processi non costituisce un fattore o una realtà a sé stante. L’Economia non è una realtà che rifulge di luce propria! L’Economia di mercato costituisce la manifestazione di una realtà più ampia, che coinvolge la politica, la giustizia, i valori, e il funzionamento dell’ intera società. Quindi deve essere accompagnata da un Pensiero, da una Cultura, da leggi e da persone che la sappiano indirizzare e, se serve, anche di correggere.

Esiste sempre una compenetrazione ed una interdipendenza fra tutti I fattori che abbiamo appena ricordato. Se mi è consentito un paragone: l’Economia deve essere considerata e vista come ci trovassimo di fronte all’albero della vita: che non può essere rinvigorito da soli stimoli chimici esterni! La linfa, per poter generare foglie e rami rigogliosi, per poter generare frutti copiosi, ha bisogno di radici profonde, le quali devono poter avvalersi di terreno fertile.

Ora, nell’azione del Governatore Fazio questa impostazione è largamente presente. E consente lo svilupparsi di Idee forti quali ad esempio: la stabilità, valore capitale del sistema bancario, è causa ed effetto ad un tempo dell’obiettivo dell’efficienza, che va quindi perseguita senza tentennamenti. Ma l’efficienza ha assoluto bisogno di concorrenza. Oppure: il Bene Comune come il Bene Pubblico non possono essere guidati dai soli comportamenti del mercato. Qualcuno li deve definire e presidiare….

È una impostazione che ci porta ai pensatori storici più illuminati: da Ropke ad Einaudi, fino a Keynes; e pure, più recentemente ai Samuelson, ai Modigliani, ai Solow…Il risultato è stato che il Governo della moneta e dell’economia italiana ne hanno risentito. Il dott Pontolillo, membro del Direttorio della Banca d’Italia mi diceva: alla BCE, Duisenberg, il gigante dai capelli bianchi, e Trichet, Governatore di Banca di Francia, non procedevano se non c’era l’assenso del Governatore Fazio.

La seconda chiave di lettura può essere: i binomi Fede e Modernità, Fede e Realtà economica, Fede e Libertà non vanno considerati di impedimento allo sviluppo e alla crescita. I contenuti di Fede, le Testimonianze religiose cosiì come solide convinzioni sulla primazia della Persona, vanno considerate dei baluardi rispetto alla onnipotenza e allo strapotere del conformismo, dell’opportunismo, del radicalismo sia scientista che libertario.

Alexis de Tocqueville sosteneva: “Sono portato a credere che all’uomo che non ha fede, sarà riservato un ruolo da gregario; libero sarà solo colui che crede!”. È una impostazione che ha permeato l’azione di gran parte della classe dirigente che ha guidato questo paese nella seconda metà del secolo scorso è che ha reso possibile il cosiddetto Miracolo Economico. Una esperienza unica nella storia economica del mondo. Credo, da inguaribile fautore della discesa in campo di un Nuovo Grande Soggetto Politico popolare, moderato ed autonomo, questo insegnamento e questa testimonianza vadano ripresi, vadano riproposti, seppur opportunamente attualizzati e innervati di classe dirigente fresca.

BELLOCCHIO HA DIFESO MORO, MA NON LE RAGIONI DELLA DC  (FOMICHE.NET).

Tutta l’opera cinematografica – tre dense puntate televisive di “Esterno notte”- provoca sentimenti contraddittori. In parte è sempre così, inevitabilmente, se l’oggetto è dato da una vicenda storica che grava tuttora sulla coscienza collettiva del Paese. Nelle ultime sequenze fa capolino l’inveterato pregiudizio sulla inamovibilità della classe dirigente democristiana, fin quando ovviamente è esistita la Democrazia cristiana…

Indubbio merito di Bellocchio è aver dato senso, a quasi mezzo secolo di distanza, al clima di cupezza che abbracciò i 55 giorni del sequestro e omicidio di Aldo Moro. Gli anni bui del terrorismo hanno il loro epicentro in questo episodio di eversione. Un colpo di Stato? Giovanni Galloni, all’epoca vice segretario vicario della Dc, non ebbe mai dubbi a riguardo: si trattò del più grave attacco all’ordinamento della Repubblica che mai si concepì e produsse dal secondo dopoguerra in avanti. La democrazia italiana, senza ricorrere a misure eccezionali, quali la sospensione delle garanzie di libertà personali e collettive, seppe reggere alla prova. L’offensiva del terrorismo fu sconfitta nonostante la sua virulenza e ramificazione,  non senza opache copertura a livello internazionale. 

 

Moro poteva essere salvato? All’interrogativo “Esterno notte” risponde con la raffigurazione di un potere in stato confusionale, pervaso di ambiguità e impotenza. Al contempo i brigatisti, divisi al loro interno, su un punto erano fermi, e cioè sul cosiddetto riconoscimento politico che lo Stato avrebbe dovuto accettare, ammettendo l’esistenza di un “eversore legittimo” con il quale intavolare, nello scenario di guerra civile, un negoziato tra parti belligeranti. Se ciò fosse accaduto, l’azione brigatista avrebbe raggiunto l’obiettivo principale, mai dissimulato, consistente nella totale destabilizzazione del quadro politico e istituzionale. In gioco non era solo una formula parlamentare, quella della solidarietà nazionale, che tanto inquietava le cancellerie di mezzo mondo, bensì la stessa democrazia parlamentare o meglio, a ben vedere, la democrazia in quanto tale. 

 

Il Moro di Bellocchio, così attaccato alla vita, mostra il volto del Grande Accusatore. Sta qui la poesia del racconto, come pure il dolore e la rabbia. Nulla di tutto questo può sobbarcarsi l’onere della fedeltà assoluta alle risultanze di una mole considerevole di ricostruzioni e indagini, fino alle conclusioni elaborate ultimamente dalla Commissione Fioroni. Va da sé che il realismo della politica esige un altro registro espressivo, per non soccombere alla tirannia dell’emozione. Moro accusa i suoi amici, ma non risparmia nemmeno gli altri, vale a dire i comunisti; i primi hanno il demerito di piegarsi alle esigenze dei secondi e insieme, democristiani e comunisti,quello di portare sulle loro spalle il peso di una condotta implacabile. E il Papa? Anche lui sarà chiamato in causa: farà pochino e, secondo un Moro oltremodo scoraggiato, “ne avrà scrupolo”.

 

Tutta l’opera cinematografica – tre dense puntate televisive –  provoca sentimenti contraddittori. In parte è sempre così, inevitabilmente, se l’oggetto è dato da una vicenda storica che grava tuttora sulla coscienza collettiva del Paese. Nelle ultime sequenze fa capolino l’inveterato pregiudizio sulla inamovibilità della classe dirigente democristiana, fin quando ovviamente è esistita la Democrazia cristiana. Si vedono ancora Cossiga e Andreotti, anche dopo la tragedia di Moro, assurgere a nuove responsabilità pubbliche. È un dato di fatto. Senonché, dettaglio non proprio insignificante, questa “eternità della Dc” ha coinciso con la reiterata conferma di un largo consenso di popolo. La Dc, insomma, non è stata un’invenzione e non ha rappresentato un sopruso. Ciò anche per effetto di una grande lezione di stile e contenuto politico, sempre in funzione della crescita democratica e dello sviluppo civile, che Moro incarnò a lungo nel rapporto con la società italiana. Chi volle spezzare questa complessa trama di valori ed esperienze, mirava a indebolire strutturalmente l’Italia. E così è stato, purtroppo.

 

P.S. Quel 16 marzo un gruppo di ragazzi si radunò alla spicciolata nella sede romana della Dc. Piazza del Gesù era blindata. Presero le bandiere e prepararono gli striscioni, senza ordini…dall’alto. Poi scesero in corteo e si avviarono, con altri che s’aggiunsero man mano, verso San Giovanni. Nel film uno spezzone d’epoca attesta come l’ingresso in piazza del drappello dell’Atac fosse accompagnato dallo slogan “Moro è qui con tutta la Dc”. Per giusta memoria, occorre pur dire che l’invenzione dello slogan fu opera dei quei ragazzi. 

 

Fonte: https://formiche.net/2022/11/bellocchio-moro-dc-esterno-notte/

IL CENTRO E IL PARTITO DEMOCRATICO.

Il Pd è cambiato profondamente. Ed è destinato a cambiare sempre di più. Non a caso, il Centro, la politica di centro, la tradizione popolare e cattolico sociale e le componenti più riformiste ormai guardano altrove.

 

In attesa che si celebri l’ennesimo congresso “rifondativo” del Partito democratico – ormai siamo talmente abituati che non fa neanche più notizia – un elemento sta emergendo in tutta la sua chiarezza. E cioè, il Pd dopo questo congresso non sarà più quello fondato nel lontano 2007. Ormai quella stagione politica e culturale è archiviata ed è definitivamente alle nostre spalle. Al di là della comprensibile propaganda della nomenklatura di quel partito, è chiaro a tutti che ci sono almeno 3 elementi decisivi che segnano questa netta discontinuità.

Innanzitutto il profilo principale e prioritario del Partito democratico, ovvero la cosiddetta “vocazione maggioritaria”. Chiusa, archiviata, sepolta definitivamente. Un partito che, con la segreteria entusiasmante, coraggiosa ed innovativa di Valter Veltroni aveva l’ambizione di essere il perno centrale dell’alternativa politica e di governo alla coalizione di centro destra. Una scelta che, e non solo per l’ormai progressiva ed irreversibile caduta elettorale del partito, è tramontata perchè è venuta a mancare quella spinta originaria. Ovvero di un partito che pensava di rappresentare istanze, bisogni e domande di larghi settori sociali, culturali, professionali e che, invece, hanno col tempo abbandonato con determinazione e convinzione diventando, al contrario, il luogo della rappresentanza borghese, alto borghese, salottiera ed aristocratica, dei “garantiti” e di tutti coloro che ruotano attorno agli interessi delle zone “ztl”.

In secondo luogo, e come conseguenza diretta di questa trasformazione, il Pd non è più la sintesi delle principali culture riformiste del nostro paese. Progressivamente è emerso un profilo politico e culturale di sinistra. Una prospettiva del tutto legittima, come ovvio, ma si tratta di una sinistra che se da un lato è la continuazione della storica filiera del Pci/PDS/Ds/Pd, dall’altro si tratta di una sinistra prevalentemente moralista, giustizialista, libertaria e radicale. Non a caso, un fine osservatore come Luca Ricolfi parla giustamente di una sorta di “partito radicale di massa”. Da qui la perfetta convergenza con la “sinistra per caso” dei 5 stelle, ossia del partito populista e giustizialista per eccellenza. Una alleanza che, al di là delle piccole scaramucce personali dell’ultima campagna elettorale, è destinata ad essere sempre più solida e granitica.

In ultimo, ma non per ordine di importanza, l’assetto organizzativo interno del partito. Venuta meno quella pluralità culturale che rappresentava, tuttavia, una preziosa risorsa e, al contempo, una ricchezza per l’intero partito, ormai il Pd è una sommatoria infinita di correnti, o di bande, nazionali e locali che detengono le sorti del partito e che hanno le chiavi di casa per decidere se far traslocare altrove chi lo guida momentaneamente. A prescindere chi sia. Con tanti saluti alle cosiddette “correnti di pensiero” che, almeno all’inizio di questo percorso politico, dovevano dar vita ad un progetto politico fecondo e costruttivo. È sufficiente fare un solo esempio, quello dell’area popolare e cattolico sociale, per rendersi conto che quella tradizione ormai è del tutto inespressiva ed assente in quel partito, se non per la distribuzione delle candidature ai capi correnti, ai suoi famigliari e ai cortigiani di riferimento. Il potere delle correnti, o delle bande interne, è ormai assordante e chiunque arrivi alla segreteria deve farci i conti. Al di là, come ovvio, della liturgia sul superamento delle correnti, sul partito rifondato, sull’apertura alla società civile, sulla natura riformista del partito e i soliti slogan che ormai ascoltiamo puntualmente ad ogni cambio di segretario. Cioè, suppergiù ogni 18 mesi.

Ecco perchè il Pd è cambiato profondamente. Ed è destinato a cambiare sempre di più. Non a caso, il Centro, la politica di centro, la tradizione popolare e cattolico sociale e le componenti più riformiste ormai guardano altrove. Salvo gli eletti – garantiti nella quota proporzionale – di quel mondo culturale che, comprensibilmente, restano in quel partito. Ed è proprio su questo versante che il Centro politico e culturale deve organizzarsi sempre di più e darsi una struttura politica autorevole, qualificante e duratura. Al di là e al di fuori del Pd, come ovvio. Un luogo politico, però, che non può ridursi alla semplice espressione di partiti personali o di un banale prolungamento del carisma di un capo partito. Serve ricostruire e consolidare al più presto il Centro e una politica di centro dopo la trasformazione irreversibile del profilo e della natura del Partito democratico. Prima si fa e meglio è. Non solo per il futuro del Centro politico ma, soprattutto, per la qualità della nostra democrazia e l’efficacia della nostra azione di governo.

PERSEGUITATI E DIMENTICATI: L’ESODO DRAMMATICO DEI CRISTIANI IN MEDIO ORIENTE.

La denuncia contenuta nell’ultimo rapporto di Aiuto alla Chiesa che soffre. In Cisgiordania si è passati dal 18% a meno dell’1%. Oltre 5mila sono fuggiti negli ultimi mesi. In Siria dall’inizio della guerra nel 2011 dal 10% del totale oggi i cristiani sono meno del 2%. Il prossimo 23 novembre indetto il “mercoledì rosso” per sensibilizzare sul tema.

 

La presenza cristiana in molte parti del Medio oriente si trova ad affrontare una vera e propria “minaccia esistenziale”, con le comunità in diversi Paesi un tempo floride e oggi trasformate nell’ombra di se stesse. È quanto emerge nell’ultimo rapporto di Aiuto alla Chiesa che soffre (Acn), intitolato “Perseguitati e dimenticati? Un rapporto sui cristiani oppressi per la loro fede 2020-2022” e presentato al pubblico in questi giorni. Uno spaccato preoccupante per i cristiani, che pur essendo una componente originaria della regione rischiano di scomparire in molti punti a causa del fenomeno migratorio, che lo stesso patriarca caldeo definisce da tempo un “esodo” dalle proporzioni drammatiche.

Papa Francesco ha sollevato di recente la questione nel suo incontro con il presidente francese Emmanuel Macron, invitando Parigi a un maggiore impegno per preservare questa presenza, davanti ad un fenomeno migratorio che ha raggiunto livelli allarmanti. Un esodo che riguarda – seppur per cause diverse, dal fondamentalismo islamico alla crisi economica senza dimenticare i conflitti – gran parte dei Paesi della regione, dall’Iraq alla Siria, dalla Palestina al Libano, dalla Giordania al Golfo.

Il rapporto mostra come a 75 anni dalla nascita dello Stato di Israele, i cristiani in Cisgiordania sono crollati dal 18% di un tempo a un misero 1% (e anche meno). Il numero di cristiani partiti negli ultimi 20 mesi (compresa Gerusalemme) è stimato in oltre 5mila, la maggior parte dei quali diretti verso l’Europa, gli Stati Uniti e il Canada. Dalla vicina Siria non giungono notizie migliori, anzi: dall’inizio della guerra nel 2011 si è passati da un 10% circa a un numero inferiore al 2%, tanto da metterne in pericolo l’essenza stessa.

“A cinque anni di distanza dalla sconfitta militare dell’Isis – spiega il rapporto – la minaccia di una rinascita su vasta scala non è affatto scomparsa. Una ripresa del movimento jihadista ha il potenziale per dare il colpo finale al cristianesimo” in quello che un tempo era il cuore da cui esso ha avuto origine. “Questo – prosegue – non solo perché il numero dei cristiani ora è basso, ma anche perché la loro fiducia è fragile. Essi potranno aver attraversato tempi di genocidio, ma in assenza di sicurezza l’attrazione per la migrazione è per molti irreversibile”. Il tutto è “amplificato” da un “ambiente culturale” che rimane ostile ai cristiani, trattati come “cittadini di seconda classe, discriminati a scuola e sul posto di lavoro, con scarsa retribuzione e disoccupazione” che spinge a cercare una vita “fuori dal loro Paese” di origine.

Riguardo ai cristiani iracheni, con l’ascesa dello Stato islamico almeno 50mila avevano trovato rifugio in Libano. Oggi il numero è di poche centinaia, con la maggioranza che ha deciso di lasciare per sempre il Medio oriente verso il Nord America o l’Australia. Anche la Giordania, seppur stabile sul piano politico e con condizioni di sicurezza relativamente migliori, non rappresenta più un rifugio sicuro e registra anch’essa un crescente fenomeno migratorio. E lo stesso vale per il Libano.

Negli ultimi 30 mesi la sola ambasciata canadese ha ricevuto oltre 10mila richieste di immigrazione per giovani e famiglie, e la spinta alla fuga Dal Paese dei cedri è equiparabile solo al drammatico periodo della guerra civile.
In risposta, Acs ha lanciato infine una giornata di preghiera e riflessione intitolata “Mercoledì rosso”. Il prossimo 23 novembre tutte le chiese sono invitate a pregare e illuminare di rosso gli edifici come segno di protesta silenziosa contro il dramma della persecuzione.

Fonte: AsiaNews
https://www.asianews.it/notizie-it/Perseguitati-e-dimenticati:-l’esodo-drammatico-dei-cristiani-in-Medio-oriente-57135.html

CURE PALLIATIVE, UN SERVIZIO ALLA VITA E ALLA DIGNITÀ DELLA PERSONA. INTERVISTA ESCLUSIVA A MONS. PAGLIA.

Foto concessa da S.E. MONS. VINCENZO PAGLIA – Presidente della PONTIFICIA ACCADEMIA per LA VITA Copyright Vatican Media

“Una società che voglia dirsi umana e civile – dice S.E. Mons. Vincenzo Paglia, Presidente della Pontificia Accademia per la vita –, all’altezza dei nostri tempi, deve prendersi cura di tutta la popolazione e soprattutto delle fasce più deboli, di chi da solo “non ce la fa”. […]  Ecco perché è necessario non smantellarle, ma potenziare in maniera nuova tutto il sistema di assistenza”.

Le cure palliative sono volte a garantire la qualità della vita del paziente e dei suoi familiari: il documento diffuso in questi giorni dalla Pontificia Accademia per la vita sottolinea – richiamando anche le parole di Papa Francesco – l’importanza della dignità della persona anche nelle fasi terminali della vita. Perché è importante ricordare non solo i malati terminali ma anche gli anziani?

Gli anziani sono una parte “debole” della nostra società, insieme ai malati, ai minori e ai bambini. Tuttavia è importante effettuare delle distinzioni. Non tutti gli anziani sono malati, anzi. E non tutti i malati sono anziani: anche qui non dobbiamo cadere nelle facili generalizzazioni. Allora una società che voglia dirsi umana e civile, all’altezza dei nostri tempi, deve prendersi cura di tutta la popolazione e soprattutto delle fasce più deboli, di chi da solo “non ce la fa”. 

Come sono cambiate nel tempo le cure palliative? Prima erano riservate esclusivamente alla malattia terminale, adesso, soprattutto in ambito oncologico, sono dette “precoci e simultanee” ovvero non necessariamente successive ma anche concomitanti alle terapie attive, per anticipare il più possibile il sollievo dalla sofferenza anche nelle fasi precedenti. Quanto è importante il continuo interagire di scienza ed etica per focalizzare questo tema?

L’accesso alle Cure Palliative arriva al momento della diagnosi quando si prevede che la malattia conduca al decesso in un tempo medio o breve. Esse possono essere integrate nell’assistenza anche quando si somministrano terapie che intendono modificare il decorso della patologia in atto. Quindi sarebbe auspicabile impostare un approccio palliativo prima di trovarsi nella fase finale, quando non si impiegano più le terapie che si utilizzano per guarire o fermare la malattia. È questa la cultura nuova delle Cure Palliative che la Pontificia Accademia per la Vita promuove e ha sintetizzato nel “Libro Bianco per la Promozione e la Diffusione delle Cure Palliative nel mondo”, pubblicato nel 2019, redatto da un gruppo di 14 esperti internazionali. Pubblicato prima in inglese, poi in italiano, tedesco e presto in spagnolo e portoghese, il volume è un punto di arrivo – e di ripartenza – per tutte le categorie di persone coinvolte, senza dimenticare le Facoltà di Medicina, gli operatori sanitari, le Università, incluse quelle Cattoliche. 

Consideriamo il rapporto tra cure palliative e territorio per evidenziare l’importanza dell’hospice come luogo protetto per il fine vita e dell’assistenza domiciliare come supporto quotidiano al difficile ruolo del caregiver e strumento di continuità di cura per i pazienti: è necessario potenziare questo strumento perché grazie alle nuove terapie aumenta la sopravvivenza dei malati cronici e quindi il numero di pazienti a cui sono necessarie. Quali nuove frontiere ci attendono?

Per l’Italia, abbiamo visto nella pandemia gli effetti negativi di una medicina o di un’assistenza sanitaria che ad esempio ha collocato gli anziani nelle RSA, staccandoli da loro territorio, dalla loro casa, dal loro ambiente. C’è da dire che su 14 milioni di ultrassessantacinquenni, in Italia, di cui 7 milioni dai 75 anni in su, il sistema delle RSA si occupa direttamente di 200 mila anziani. Ecco perché è necessario non smantellarle, ma potenziare in maniera nuova tutto il sistema di assistenza. In base a un principio semplice: vivere in casa propria fin quando è possibile. E certo si può realizzare l’obiettivo attraverso una rete di servizi che gravitano intorno alla persona anziana e al suo mondo, per non lasciarla sola. 

È ricorrente nelle argomentazioni della Pontificia Accademia per la vita sottolineare l’importanza di non confondere il concetto di sedazione palliativa con quello di eutanasia: la prima non abbrevia la vita ma è un atto terapeutico che ha come scopo il sollievo dalla sofferenza, la seconda è un atto finalizzato a provocare intenzionalmente la morte. La differenza è enorme sul piano terapeutico e su quello dell’etica e dei valori. 

Sono infatti due operazioni completamente diverse. La Pontificia Accademia per la Vita, in linea con i documenti del magistero ecclesiale, e con le più recenti acquisizioni della medicina, è senza se e senza ma a favore delle Cure Palliative. La Chiesa dal canto suo si esprime a favore della cura e del prendersi cura della persona malata nelle situazioni di bisogno in cui si trova, rigettando l’eutanasia. Questo non significa che alcuni trattamenti, anche di sostegno vitale possano essere rifiutati o sospesi, cioè quando si tratta di ostinazione irragionevole (accanimento terapeutico). In questo caso non si provoca la morte, ma si lascia che essa accada, in quanto momento ineluttabile e universale della condizione umana, in cui siamo tutti coinvolti. L’atto del morire deve avvenire in una maniera degna della persona umana. Per i credenti, la morte non è la fine definitiva dell’esistenza, è un passaggio verso una dimensione ulteriore, in base alla promessa del Vangelo, in cui crediamo fermamente. 

La figura del medico tra scienza e fede: si tratta di due aspetti incompatibili o complementari?

La pratica quotidiana di centinaia di migliaia di operatori sanitari, credenti, in tutto il mondo, dimostra che non c’è incompatibilità. Tuttavia non vorrei cadere nell’equivoco: non c’è un ‘di più’ della fede nell’atto medico. La medicina, tutta, sempre, deve avere un volto umano cioè deve prendersi cura dell’altro, della persona malata, che va trattata come un essere umano, non come un numero. 

Il consenso informato – usando il glossario messo a punto dal Policlinico Gemelli – rappresenta la sintesi di due diritti fondamentali della persona: quello di autodeterminazione e quello alla salute, perché se è vero che ogni individuo deve essere curato, egli ha altresì il diritto a ricevere le opportune informazioni in ordine alla natura e ai possibili sviluppi del percorso terapeutico a cui può essere sottoposto. Quanto ciò è determinante per consentire la libera e consapevole scelta da parte del paziente?

Nella storia della medicina abbiamo assistito a una crescita progressiva del ruolo del paziente, superando quell’atteggiamento che veniva definito paternalismo medico. Si è entrati in quella fase che viene definita post-Ippocratica. Essa comporta una maggiore attenzione alla persona malata, in modo che possa decidere a quali trattamenti sottoporsi tra quelli disponibili e adeguati alla sua situazione clinica, possibilmente coinvolgendo le persone care che sono disponibili a partecipare e sostenere le sue scelte. Per poter assumere queste decisioni il paziente deve quindi essere informato. Nella pratica la situazione non è così semplice per la complessità delle informazioni che occorre trasmettere e per il rischio di ridurre la relazione tra medico e paziente a una sorta di contratto che regola la erogazione di prestazioni asettiche. Occorre situare il consenso informato nel quadro della relazione di cura.

La legge n. 38/2010, il pronunciamento del Comitato Nazionale di Bioetica (CNB) e la legge 219/2017 definiscono la liceità etica e giuridica della sedazione palliativa profonda continua. Qual è al riguardo la posizione della Pontificia accademia per la vita?

La terapia del dolore è un obiettivo da perseguirsi con determinazione, anche se in passato non sono mancate ambiguità in ambito cattolico. Già Papa Pio XII aveva legittimato con chiarezza, distinguendola dall’eutanasia, la somministrazione di analgesici per alleviare dolori insopportabili non altrimenti trattabili, anche qualora, nella fase di morte imminente, fossero causa di un accorciamento della vita (cfr Acta Apostolicae Sedis XLIX [1957],129- 147). Parole che il papa ha attualizzato nel messaggio che ci ha inviato per il convegno sulle cure palliative del 2018: “Oggi, dopo molti anni di ricerca, l’accorciamento della vita non è più un effetto collaterale frequente, ma lo stesso interrogativo si ripropone con farmaci nuovi, che agiscono sullo stato di coscienza e rendono possibili diverse forme di sedazione. Il criterio etico non cambia, ma l’impiego di queste procedure richiede sempre un attento discernimento e molta prudenza. Esse sono infatti assai impegnative sia per gli ammalati, sia per i familiari, sia per i curanti: con la sedazione, soprattutto quando protratta e profonda, viene annullata quella dimensione relazionale e comunicativa che abbiamo visto essere cruciale nell’accompagnamento delle cure palliative. Essa risulta quindi sempre almeno in parte insoddisfacente, sicché va considerata come estremo rimedio, dopo aver esaminato e chiarito con attenzione le indicazioni”.

Qual è la nuova frontiera delle cure palliative perinatali e pediatriche, per un supporto ai  genitori nei casi di gravi disabilità del nascituro o di sofferenze dei minori?  Quali iniziative di presenza, assistenza e accompagnamento si possono realizzare?

Le Cure Palliative Perinatali hanno a che vedere con situazioni estremamente specifiche e limitate, dal punto di vista numerico. Tuttavia sono un campo di azione delicatissimo per la medicina e per la bioetica, perché si ha a che fare con le persone più vulnerabili per definizione: i bambini appena nati e in tanti casi con diagnosi problematiche già nel periodo di gestazione. Con i problemi collegati: le aspettative dei genitori, le possibilità di intervento, la collaborazione indispensabile tra medici e familiari e le ricadute emotive e psicologiche. È un terreno da esplorare, sempre alla luce del criterio di proporzionalità dei trattamenti. Per questo abbiamo deciso un primo appuntamento di studio e di ricognizione dei protocolli esistenti. L’1 dicembre, dalle 14 alle 17, ci interrogheremo su questo tema, insieme ad alcuni dei maggiori esperti internazionali. È un appuntamento aperto, in inglese, con traduzione simultanea in italiano. Il link, per chi è interessato, è questo: 

https://us06web.zoom.us/webinar/register/WN_TKldaxncRNi0y_sQO3siyg

 

 

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S.E. Mons. Vincenzo PAGLIA

Vincenzo Paglia, arcivescovo, è attualmente Presidente della Pontificia Accademia per la Vita e Gran Cancelliere del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia.
Consigliere spirituale della Comunità di Sant’Egidio, per il suo impegno per la pace ha ricevuto il premio Gandhi dall’Unesco, il premio Madre Teresa dal governo albanese e il premio Ibrahim Rugova dal governo del Kosovo. Giornalista e scrittore, è autore di saggi di carattere religioso e sociale tradotti in varie lingue.

LA DIPLOMAZIA PARALLELA DEL QUIRINALE.

Se il nostro sistema non avesse avuto due motori istituzionali – chiamiamoli così, impropriamente – il paese si troverebbe oggi alle prese con una difficoltà in più, e ancor più difficile da risolvere.

La politica ha le sue astuzie e con esse sembra divertirsi. Astuzie che seguono percorsi a volte tortuosi e paradossali, ma che hanno il merito di ricordarci che strade più dritte spesso si bloccano a metà del percorso. 

Ad esempio, se tra Italia e Francia si rivede un barlume di dialogo lo si deve alle cure diplomatiche del capo dello Stato. Quel capo dello Stato che Meloni non ha votato la volta passata e che la volta prossima vorrebbe magari far votare al popolo in via diretta. 

Così, la diplomazia parallela del Quirinale ha potuto portare conforto alla geopolitica di Palazzo Chigi. Cosa che un regime diverso avrebbe reso assai più difficile. Se il nostro sistema non avesse avuto due motori istituzionali – chiamiamoli così, impropriamente – il paese si troverebbe oggi alle prese con una difficoltà in più, e ancor più difficile da risolvere. Verità che in cuor suo è possibile che il capo del governo stia cominciando a riconoscere. 

È la conferma, una volta di più, che la politica ha le sue complessità. E che quanti pretendono di renderla troppo lineare il più delle volte finiscono per trovarsi impantanati loro malgrado. Usciamo (se davvero ne stiamo uscendo) da una stagione di inni al semplicismo. La deriva populista di questi anni è consistita nel negare alla politica la sua inevitabile complessità, illudendoci che tutto sarebbe stato più facile se solo si avesse avuto il coraggio di seguire percorsi tagliati con l’accetta. E invece le cose non sono mai così facili come le si vuole raccontare. Tutto sta a capirlo, e magari a riconoscerlo.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 17 novembre 2022.

(Articolo qui riproposto per gentile concessione dell’autore e del settimanale).

LA NUOVA CINA DI XI JINPING.

Che il presidente Xi avesse intenzione di riallacciare i rapporti politici e soprattutto commerciali con gli Stati Uniti, lo si era intuito dal sorriso aperto e cordialissimo con cui a Bali aveva salutato il presidente americano. Peccato che Giorgia Meloni, tra gli espansivi scambi di cortesia che hanno caratterizzato il suo incontro con il leader cinese, non abbia colto l’occasione di ricordare che l’Italia è stata il primo Paese Nato nel 1970 a riallacciare i rapporti diplomatici con la Cina.

A meno di un mese di distanza dal XX Congresso del Partito Comunista cinese, si è concluso a Bali il vertice del G20. Su entrambi, sia per la crisi economica che direttamente o indirettamente coinvolge tutti, sia per la guerra in Ucraina e il conseguente isolamento internazionale della Russia, era concentrata una attenzione e una attesa dei risultati vivissime, come non si verificava da molti anni.

A Bali, Stati Uniti e Cina sono stati gli incontrastati protagonisti del Forum. Assente il presidente della Russia, presente soltanto virtualmente il leader dell’Ucraina, la guerra è stata il convitato di pietra che ha pesato sulle decisioni di Bali e non ha mancato di imporre la sua presenza neppure nel blindatissimo Congresso cinese.   Atteso per le nuove scelte politiche ed economiche soprattutto che avrebbero guidato la strategia della Cina nell’immediato futuro, il XX° Congresso del Partito Comunista Cinese ha colto tutti di sorpresa per la plateale quanto sorprendente espulsione dall’aula dell’ex presidente Hu Jintao, il predecessore di Xi Jimping nelle più alte cariche dello Stato, considerato una delle figure più eminenti della Cina. 

Da tempo malato e, secondo molti esperti, irreversibilmente indebolito dal morbo di Parkinson, l’uomo che nel 2010 la rivista Forbes aveva definito il leader più potente del mondo, poco dopo l’apertura dei lavori veniva sollevato di peso dal suo posto accanto ai massimi dirigenti della Cina e allontanato dal tavolo del comando nella ostentata indifferenza degli altri membri del Congresso. Inaspettatamente isolato dai suoi colleghi, l’espressione incredula e disperata dell’ex leader rimarrà per sempre impressa nelle immagini delle telecamere, nell’atto di tentare inutilmente di rivolgere qualche parola di protesta al Presidente Xi Jinping  che finge di non vederlo, impassibile con quel suo sorriso sornione che lo fa rassomigliare alla dea Kuan- yi, il nume della misericordia eternamente sospesa tra il cielo e la terra.

Hu Jintao è stato estromesso dalla sala del Congresso pochi minuti prima che prendesse la parola, quando già era stata decisa l’esclusione dalla nomenclatura del potere dei suoi protetti, a cominciare dal premier Li Keqiang e da Wang Yang destinato, secondo molti, a diventare primo ministro. In compenso, è rimasto in sella finora l’ambasciatore di Pechino a Washington, Qin Gang, indicato da alcuni come il futuro ministro degli Esteri di Pechino.

Presidente della Repubblica dal 2003 al 2013, quando cedette l’incarico a Xi JInpin, Hu Jintao era stato, come il suo successore, un fervente ammiratore di Deng Xiaopin, il padre della nuova linea economica di Pechino e, come la famiglia dell’attuale Presidente, anche la sua aveva pagato a caro prezzo l’ammirazione per il pragmatico innovatore della politica economica della Cina. Di Deng Xiaopin, i genitori del presidente Xi Jinping avevano trasmesso al figlio il nome Pin,  “pace” in cinese e, come la famiglia di Hu, anche quella del leader cinese aveva sofferto le persecuzioni della Rivoluzione Culturale. Protagonista della feroce repressione della rivolta di Tien An Men del giugno 1989, Hu si distinse per la durezza esercitata anche in Tibet durante i tre anni che lo videro prima comandante, poi primo segretario del Distretto militare del Partito Comunista in Tibet. 

La sua intransigenza gli valse la carica di membro del Politburo cinese. Da allora, la sua carriera politica e militare – nel 2005, alla carica di Presidente della Repubblica Popolare della Cina aveva aggiunto quella di Presidente della Commissione militare centrale dello Stato- non conobbe ostacoli, fino alla improvvisa estromissione dall’ultimo Congresso.  I motivi della spietata decisione di Xi Jinping nei confronti del suo ex superiore, non sono stati ancora resi pubblici e difficilmente lo saranno in un prossimo futuro. Pechino ci ha abituati da sempre a coprire di silenzio le sue condanne.

Accadde con Lin Biao, anch’egli militare e all’epoca capo dell’Esercito di Liberazione Popolare, morto il 13 settembre del 1971, pochi mesi dopo la straordinaria partita di pingpong tra campioni cinesi e americani dell’aprile 1971 e pochi mesi prima dell’arrivo di Nixon a Pechino, avvenuta il 21 febbraio 1972. Lo scontro sportivo fu, allora, una specie di Disfida di Barletta di quasi mezzo millennio prima, ma a differenza dell’antica tenzone, quando già la vittoria arrideva ai cinesi, prevalse la ragion di Stato. I cinesi permisero agli americani di sconfiggerli, segnando la più umiliante vittoria politico- sportiva della storia recente. Ma segnò anche la fine di Lin Biao, convinto della necessità ideologica di continuare la collaborazione politica ed economica con l’URSS.  

Non molto è da allora mutato. Nel recentissimo Congresso, a Hu Jintao si impedì di prendere la parola, non tanto per evitare chi esprimesse il  malcontento per l’emarginazione dei suoi protetti e neppure, come ufficialmente dichiarato,  per motivi di salute. La malattia del vecchio leader, al contrario, avrebbe comportato un atteggiamento di riguardoso rispetto. È più probabile, invece, che si sia voluto evitare la manifestazione di un dissenso insanabile di natura politica che, una volta espresso, avrebbe generato il pericolo di una frattura tra i vertici del partito e, di conseguenza, nella stessa compagine governativa.    Qualcuno, forse per ingraziarsi l’ormai onnipotente Xi, può avere espresso i suoi sospetti sul contenuto del discorso che di lì a poco avrebbe tenuto Hu Jintao. Ribadendo la ferma determinazione di riconquistare Taiwan, ripetutamente espressa anche da Xi, l’ex presidente avrebbe sottolineato l’opportunità per la Cina di sostenere la politica del presidente Putin. 

Nel documento finale del G20, il presidente cinese si è astenuto dal condannare l’aggressione di Mosca contro l’Ucraina, pur senza allontanarsi da una linea di rigorosa prudenza sulla spinosa questione. Parallelamente, il Presidente Biden dichiarava che la risoluzione del problema Taiwan non era all’ordine del giorno. E non è stata poca cosa, dopo la visita di Nancy Pelosi a Taiwan di soli tre mesi prima e l’irritata protesta della Cina per l’iniziativa americana che ne era seguita. D’altronde, anche Nixon, al suo arrivo a Pechino in piena guerra del Vietnam, era stato accolto da un numero infinito di manifesti murali e altrettanti striscioni che svolazzavano da ogni parte con lo slogan “Noi certamente vogliamo liberare Taiwan” scritto in cinese e in inglese. Fatto che però non ha impedito il ritiro della ambasciata americana da Taiwan e il ripristino delle antiche relazioni di Washington con Pechino.  

Che il presidente Xi avesse intenzione di riallacciare i rapporti politici e soprattutto commerciali con gli Stati Uniti, lo si era intuito dal sorriso aperto e cordialissimo con cui a Bali aveva salutato il presidente americano, atteggiamento riservato solo e soltanto ad incontri di primaria importanza, per di più accompagnato da calorose strette di mano e perfino da un abbozzo di abbraccio. Particolarmente caloroso è stato anche il colloquio con la Presidente del Consiglio italiano. Peccato che la nostra Premier, tra gli espansivi scambi di cortesia che hanno caratterizzato il suo incontro con Xi Jimping, non abbia colto l’occasione di ricordare che l’Italia è stata il primo Paese Nato a riallacciare nel 1970 i rapporti diplomatici con la Cina e che nei primi anni del secolo sorso, il padre della Cina moderna Sun Yat Sen, per convincere i riluttanti mandarini dell’impero a modernizzare la lingua e la scrittura di Pechino, avesse citato l’esempio della Divina Commedia, scritta in lingua volgare dal  massimo poeta italiano.   

Paola Brianti, giornalista, ha lavorato per il settimanale L’Europeo come corrispondente da Pechino. Nel periodo 2005-2009, Presidente Piero Marrazzo, è stata consigliere regionale della Margherita.

UN VISIONARIO AL SERVIZIO DELLA «MIGLIORE POLITICA». MONS. GALANTINO RICORDA STURZO A 70 ANNI DALLA SUA NOMINA A SENATORE A VITA.

Pubblichiamo stralci dalla relazione «Don Luigi Sturzo: la passione di uomo e la fede di credente al servizio della “migliore politica”» che il vescovo presidente dell’Amministrazione del patrimonio della sede apostolica (Apsa) ha tenuto a Palazzo Giustiniani il 15 novembre in occasione dei 70 anni dalla nomina a senatore a vita del fondatore del Partito popolare.

 

Per definire l’azione e le scelte di don Sturzo nel suo tempo, prendo a prestito le parole con le quali Papa Francesco definisce l’uomo politico nella Enciclica Fratelli tutti (nn. 149-150). Per il Papa l’uomo politico è un «realizzatore» e un «costruttore di grandi obiettivi»; una «persona dotata di uno sguardo ampio, realistico e pragmatico, anche al di là del proprio Paese».

Un Papa molto caro a don Sturzo, Pio XI (1922-1939), definì la politica come una delle forme più alte di carità. Espressione ripresa dai Papi successivi.

Per quel che mi riguarda, se dovessi definire i quattro lati della cornice all’interno della quale collocare l’azione e la storia personale del prete calatino — ampliando quanto papa Francesco dice dell’uomo politico in genere — non esiterei a indicarli con queste quattro espressioni sintetiche: Uomo di carità, Realizzatore del bene comune, Costruttore di grandi obiettivi e Visionario. Vedo riconducibili a queste caratteristiche la vita, l’azione e il pensiero di don Sturzo. Ma ritengo anche che di uomini e donne che sappiano incarnare queste caratteristiche ha bisogno il nostro tempo. Un tempo che, come quello di don Sturzo, è fortemente segnato da conflitti di vario genere, dall’aumento di povertà vecchie e nuove e da una evidente e tragica crisi del pensiero politico.

Come ha risposto don Sturzo a una emergenza che era, come la nostra, di natura sociale, politica e culturale? Ha risposto con un’arma che gli derivava dall’essere non uno stratega politico, ma un uomo di fede e un prete che aveva preso sul serio il Vangelo.
Fondando la sua azione sul Vangelo, si era reso protagonista di una vera e propria «crociata di amore», come egli stesso scrisse. L’espressione «crociata di amore», per Sturzo, non aveva niente di romantico né tantomeno di bigotto. Esprimeva piuttosto una sua profonda convinzione e la sostanza della sua missione: la cosa pubblica ha bisogno di un atto di amore per il bene delle persone. Soprattutto di quelle che non ce la fanno. Non ci si può impegnare in politica se manca la spinta che viene dall’amore e dalla passione che tendono a trasformare in meglio le situazioni.

L’espressione «crociata di amore» riassume tutto ciò che noi oggi possiamo chiamare impegno perché la carità — non il comodo assistenzialismo — entri nella vita pubblica, diventando la stella polare della vita sociale, economica e amministrativa.

Lungi quindi dal pensiero e dall’azione di don Sturzo l’adozione di politiche assistenzialistiche. Queste illudono non risolvono. Si tratta invece di battersi strenuamente per difendere la dignità della «povera gente», come amava dire Sturzo, scendendo in campo, trovandosi a fare anche quello che non si era mai pensato di fare. Per esempio fare il Sindaco, pur rimanendo prete e solo dopo aver chiesto la dispensa ai suoi superiori.

Come prete e come uomo politico, don Sturzo si sente in fondo chiamato a ricucire la frattura che si era creata nella società tra etica e politica, con l’abbandono del Vangelo o comunque con l’aver rinchiuso il Vangelo nelle sagrestie.

Proprio perché animato da questo spirito, forte dovette sentire la spinta che veniva dall’invito di Leone XIII che, contro la modernizzazione e la laicizzazione delle comunità, invitava a uscire dalle sagrestie, a mostrarsi attenti alla questione operaia, allo sfruttamento agricolo, alle esperienze della «povera gente». Basta ricordare che, in quel periodo, il 95 per cento della popolazione maschile aveva in mano la vanga e l’aratro del contadino o le armi del soldato al servizio esclusivo dei potenti, ossia dei pochi “padroni” della politica e dell’economia. Leone XIII volle far capire ai «Ministri del Santuario», come lui definiva i sacerdoti, quale grande forza avesse il Vangelo per risolvere il problema della «questione operaia», come si chiamava allora. Era il momento in cui Marx proclamava di aver trovato la sua giusta soluzione con l’abolizione della proprietà privata. L’unico proprietario doveva essere lo Stato.
Ma questa soluzione fu giudicata dalla Rerum novarum di Leone XIII come una medicina del tutto inadatta al male che voleva curare. La vera soluzione stava invece nella stretta alleanza tra il capitale e il lavoro, cioè nella fine del dannoso conflitto tra i pochi “padroni” della politica e dell’economia, e i tanti lavoratori senza diritti, per giungere nel tempo a una società “non di tutti proletari, ma di tutti proprietari”, come Leone XIII la definì con un efficace slogan.

Viene spontaneo pensare all’invito che Papa Francesco va rivolgendo, sin dagli inizi del suo ministero petrino, a essere «Chiesa in uscita». In uscita, non solo dalle sagrestie materiali. Ma, «in uscita» da altre forme, non meno pericolose di sagrestie metaforiche. Essere «Chiesa in uscita» o uscire dalle sagrestie, come diceva Leone XIII , vuol dire abbandonare coraggiosamente i luoghi comuni, la retorica e il politicamente corretto. Sono le forme di uscita più faticose. Soprattutto per la Chiesa e per la sua storia millenaria. Fatta di splendide realizzazioni, animata da uomini e donne straordinari, ma continuamente esposta anche a forme di compromesso più o meno striscianti.

Di fronte all’entusiasmo — al limite dell’intraprendenza — di don Sturzo e di numerosi sacerdoti e laici di quel periodo, continuo a chiedermi: come mai l’invito di Papa Francesco non trova altrettante risposte convinte ed entusiaste, al limite della sana provocazione, anche oggi?

Questa domanda, che è anche una constatazione, l’ho ritrovata, con parole diverse su un settimanale solo qualche giorno fa [Antonio Polito, Ripensare il Cristianesimo e la sua forza ai funerali di un 18enne, in «7/Corriere della sera» 11.11.2022]. L’ha posta un noto giornalista, a detta sua, non credente. Ascoltando l’omelia al funerale di un ragazzo falciato da una macchina mentre camminava sul marciapiede, il giornalista osserva: «Che guaio che il messaggio cristiano si sia così indebolito nella nostra Italia. Che forza ci darebbe per affrontare un tempo sempre più tumultuoso e inquieto». E dopo aver constato amaramente che spesso si è costretti a sentire preti che non vanno più in là dell’«appiccicare burocraticamente due parole di circostanza», lo stesso si chiede: «Perché la Chiesa non riesce più a fare oggi, in condizioni di monopolio religioso, ciò che le riuscì splendidamente duemila anni fa, quando era sparuta minoranza in un mondo anche più pagano del nostro?».

Una risposta ce l’avrei. E la ricavo da alcuni tratti della vita di don Sturzo. Alcuni evidenti, altri ritenuti ingiustamente secondari. Un elemento attraversa l’intero arco della vita di don Sturzo, ed è senza dubbio il suo non aver mai barattato l’impegno politico e le numerose creazioni sociali che lo hanno caratterizzato con il suo essere uomo di fede e prete. Volle che sulla sua tomba, tra la data della sua nascita e quella della sua morte, fosse inserita la data della sua ordinazione sacerdotale, il 1894. È stato lui stesso quindi a volere esplicitamente che il suo esser prete fosse la cifra per leggere tutta la sua vita di uomo, di credente e di politico.

(…) Mi sono chiesto tante volte se l’insistenza sullo stretto legame, in don Sturzo, tra vocazione sacerdotale e impegno al servizio della civitas non impoverisse la sua statura politica, e se, per certi versi, non ne limitasse la esemplarità, soprattutto in quanti — e sono tanti, per fortuna — fanno politica, come laici. La mia risposta è no. L’essere prete di don Sturzo è una modalità nella quale ha trovato realizzazione quello che ogni uomo o donna di buona volontà è chiamato a coltivare: il sentirsi strumento nelle mani di Dio (per chi ci crede) per la realizzazione di un progetto. Il progetto cioè di prendersi cura di tutto ciò che rischia di andare in rovina e di tutti quelli che fanno fatica a vivere con dignità. Da qui nasce l’impegno della carità pubblica, della solidarietà, dello spendersi per il bene comune, della politica come forma alta di carità. E questo lo si può fare indipendentemente dalla modalità di vita che si è scelta. Sturzo l’ha fatto come prete; ma tanti lo hanno fatto vivendo altri stati di vita.

(…) Certo, a fronte della pigrizia mentale e a fronte di un cristianesimo di facciata, ai tempi di Sturzo come ai nostri tempi, l’apostolato visionario del prete di Caltagirone, radicato fortemente nel Vangelo, diventava uno strumento dirompente. Indispensabile per abbattere i muri della discriminazione. Qualsiasi forma essa avesse.

Torno allora alla domanda posta prima e che in tanti si pongono: come mai la passione con la quale don Sturzo ed altri hanno risposto al forte invito di Leone XIII non trova oggi altrettante risposte entusiaste? O almeno così sembra!

Un tentativo di risposta forse sta nel fatto che allora, come oggi, a certi inviti risponde chi prima della vocazione sociale e della chiamata al servizio politico avverte una passione che, per don Sturzo, era passione per il Vangelo. Insomma, fare buona politica per Sturzo significava sentirsi spinto dal Vangelo a trovare risposte alle esigenze concrete della «povera gente». (…)

Fonte: L’Osservatore Romano – 16 novembre 2022.
[Il titolo nella versione originale è “Don Sturzo al servizio della «migliore politica». Protagonista di una crociata d’amore”.].

Qui la video-registrazione dell’incontro al Senato [RadioRadicale]

PROVE DI FUTURO: IL METAVERSO.

Tutti gli studi convergono nel rimarcare come il pianeta e i suoi abitanti si trovino in una fase cruciale e decisiva per i destini del mondo: è in gioco la sostenibilità della vita. Esperti di vari Paesi del mondo prendono in considerazione tutte le potenziali soluzioni e innovazioni che possono risolvere al meglio le maggiori sfide del decennio: tra esse occupa un posto di rilievo, nel segno del Metaverso, l’implementazione della rete virtuale. Ma il Metaverso funzionerà e sarà utile e credibile se favorirà i processi di riconversione dal mondo virtuale a quello reale. 

Nella home page di Time 2030, il magazine della prestigiosa rivista madre – che lo descrive come un progetto decennale che seguirà il nostro progresso verso un mondo sostenibile ed equo – si legge: “The next decade will likely determine whether the planet will remain fit for human habitation”, letteralmente…“ll prossimo decennio probabilmente determinerà se il pianeta resterà una dimora abitabile per l’Uomo”. 

A margine della pagina un orologio scandisce il countdown in anni, mesi, giorni, ore, minuti e secondi che ci separano da questo programmato traguardo di verifica. Tutti gli studi, le ricerche, i dati, le riviste scientifiche e antropologiche a livello mondiale e le premonizioni delle più autorevoli istituzioni – inclusa l’Onu –  convergono nel rimarcare come il pianeta e i suoi abitanti si trovino in una fase cruciale e decisiva per i destini del mondo: è in gioco la sostenibilità della vita, tra rischio di estinzione globale, cambiamenti climatici e urgente ricerca di nuovi equilibri nella sussistenza delle biodiversità. I passaggi cruciali di questo progetto, secondo TIME 2030, si riassumono nei temi dell’innovazione, delle uguaglianze, della sostenibilità, dell’economia, delle giovani generazioni e infine delle leadership che auspicabilmente guideranno il percorso difficile ma necessario verso un ecosistema che comprenda uomo e ambiente. 

I venti componenti del Comitato Time 2030 – esperti di vari Paesi del mondo – prendono in considerazione tutte le potenziali soluzioni e innovazioni che possono risolvere al meglio le maggiori sfide del decennio: tra esse l’implementazione della rete virtuale occupa un posto di rilievo soprattutto nel segno del Metaverso.

In un articolo su Time 2030 di luglio u.s dal titolo “Il Metaverso rimodellerà le nostre vite. Assicuriamoci che sia per il meglio”, Matteo Ball, managing partner di Epyllion e di Makers Fund, prende in considerazione questo tema evidenziandone la crescita esponenziale nell’interesse dei detentori del management informatico: “La US Securities and Exchange Commission riferisce che nei primi sei mesi del 2022 la parola metaverse è apparsa nei documenti normativi più di 1.100 volte. L’anno precedente ha registrato 260 menzioni. I due decenni precedenti? Meno di una dozzina in totale”… Ciò mentre “sei delle più grandi società pubbliche del mondo – Amazon, Apple, Google, Microsoft, nVidia, Tencent – si sono impegnate a prepararsi per il metaverso. Si stanno riorganizzando internamente, riscrivendo le descrizioni del lavoro, ricostruendo le offerte e preparando lanci di prodotti multimiliardari. A gennaio, Microsoft ha annunciato la più grande acquisizione nella storia della Big Tech, pagando 75 miliardi di dollari per il gigante dei giochi Activision Blizzard, che ‘fornirebbe i mattoni per il metaverso’. In totale, stima McKinsey & Company, che le società di private equity e i venture capitalist hanno realizzato investimenti per 120 miliardi di dollari nel metaverso durante i primi cinque mesi di quest’anno”. Che cosa s’intenda per Metaverso ce lo spiega lo stesso Ball:  “Penso al metaverso come a un piano di esistenza virtuale parallelo che abbraccia tutte le tecnologie digitali e arriverà persino a controllare gran parte del mondo fisico”. Questo passaggio esplicativo lo rende potenzialmente utile anche in funzione risolutiva dei problemi del mondo reale.

“Internet come lo conosciamo oggi copre quasi tutti i paesi, 40.000 reti, milioni di applicazioni, oltre cento milioni di server, quasi 2 miliardi di siti Web e decine di miliardi di dispositivi. Ognuna di queste tecnologie può scambiarsi informazioni in modo coerente, trovarsi ‘in rete’, condividere sistemi e file di account online (un JPEG, un MP4, un paragrafo di testo) e persino interconnettersi”. Partiamo dal presupposto che già oggi quasi il 20% dell’economia mondiale è considerata “digitale”, con gran parte del restante 80% come sua applicazione, suo derivato o ad essa interconnessa. Quanto internet abbia modellato e condizionato la nostra vita lo verifichiamo quotidianamente, ad ogni latitudine. La prossima evoluzione di questa tendenza sembra essere un mondo virtuale persistente e “vivente” – il Metaverso – che non è una finestra sulla nostra vita (come Instagram) né un luogo in cui la comunichiamo (come l’e-mail) ma in cui esistiamo anche noi, in una rappresentazione tridimensionale (da qui l’attenzione si concentra su visori, avatar VR-immersivi e la cosiddetta “realtà aumentata”). 

In realtà il termine metaverso fu usato per la prima volta da Neal Stephenson nel libro “Snow Crash” (1992), come coniugazione dei termini meta e universo e descritto dall’autore come una sorta di realtà virtuale condivisa tramite internet, dove si è rappresentati in 3D attraverso il proprio avatar. La raffigurazione connotativa del metaverso è quindi complessa e certamente viviamo adesso in una intensa fase progettuale circa la sua declinazione in una molteplicità di applicazioni.

Mark Zuckerberg, nel corso della convention Facebook Connect 2021, aveva affermato di voler sostituire il termine Facebook con Meta, presentando Horizon Home e la piattaforma di realtà virtuale Oculus. Ciò è stato poi realizzato riunificando le sue principali piattaforme social (Facebook, Instagram, WhatsApp) nel gruppo Meta. Microsoft e Apple stanno seguendo a ruota, per configurare nuovi paradigmi nei rapporti tra reale e virtuale. L’ambizione sottesa è quella di contendersi un mercato mondiale in cui l’uso massivo del digitale si realizza in una società aperta e il concetto di identità ingloba il reale e il virtuale: la persona e il suo avatar. Un nuovo modello di relazioni, dunque, basato sulla creazione di spazi dove ci si possa rappresentare per comunicare esperienze, conoscere, dialogare, costruire realtà in continua espansione, teoricamente aperto a tutti i fruitori del metaverso.

Un primo step di trasparenza riguarda appunto i concetti di fruizione e partecipazione, importante perché l’idea di metaverso si esplicita come mondo virtuale inclusivo. Ed è fin troppo consequenziale pensare alla sostenibilità dell’insieme rispetto alle realtà demografiche del pianeta ma anche al gap generazionale: il progetto estensivo del metaverso può trovare qui limitazioni di accesso a target potenziali di utenza non strutturati e questo è un problema di democrazia. In teoria per entrare in questa nuova dimensione esperienziale con un proprio account è sufficiente disporre di un computer connesso ad internet e di visori di realtà aumentata: secondo un’interessante disamina del Network ‘Digital 360’ del 23/6/2022 sono disponibili diverse piattaforme di accesso come Decentraland, Sandbox e Stageverse. Utilizzandole si entra nella community con il proprio avatar: il “consumatore” può fare esperienze di acquisto con le criptovalute, costruire oggetti e commercializzare prodotti virtuali, assistere a festival o concerti. Le potenzialità di fruizione sono teoricamente infinite ed interessante è considerare l’utilità delle interconnessioni tra virtuale e reale nei campi dell’economia, della formazione, del turismo, dell’entertainment, dello sport, degli spettacoli, dei trasporti, delle comunicazioni, nulla è escluso. Ne consegue una potenziale dimensione olistica dell’esperienza di immersione in un mondo virtuale che consente interazioni illimitate e flussi interconnettivi e operativi con il mondo reale.

Già conosciamo tuttavia certe derive di problematicità nell’utilizzo della rete: le fake news, l’utente che diventa consumatore compulsivo, i cyber reati dallo stalking al revenge porn, l’accesso senza protezione da parte dei minori, la pedopornografia, la violazione della privacy, gli attacchi hacker, la simulazione dell’identità, il falso accreditamento per fermarsi ad aspetti noti che alimentano la cronaca. Viene da pensare certamente ai potenziali vantaggi che la creazione e la frequentazione di una community che interagisce in un mondo parallelo e declinabile nel reale possono favorire. Proprio in questi giorni – ad esempio – “La Repubblica” ha pubblicato un intervento di Antonio Cerasa, neuroscienziato e ricercatore dell’Istituto per la Ricerca e l’Innovazione Biomedica IRIB-CNR di Messina, sul tema delle applicazioni in campo sanitario – dall’autismo ai disturbi alimentari – derivanti da un appropriato utilizzo del metaverso: “La trasposizione in avatar può aiutare a superare i limiti motori legati a deficit neurologici”.

Allo stesso modo riesce agevole immaginare come il metaverso possa essere utilizzato come supporto e integrazione nei processi di apprendimento nel campo dell’istruzione. Si pensi ad una scolaresca interconnessa tramite visori di realtà aumentata, sotto la guida di un insegnante che accerti la credibilità delle fonti: i campi di esplorazione sarebbero potenzialmente illimitati e ci troveremmo di fronte ad una metodologia didattica di gran lunga più flessibile e ricca della sperimentata e incerta DaD.

Qualunque area dell’osservazione, della ricerca e delle interazioni relazionali si consideri, la frequentazione dell’ambiente virtuale del metaverso può facilitare e implementare la dimensione spazio-temporale della conoscenza. Tuttavia non ci si può esimere dal considerare gli aspetti etici correlati a questa attesa potenzialità espansiva. A cominciare dalla rassicurazione emotiva del navigatore virtuale di fronte ad un ambiente carico di incognite, per proseguire con una possibile dispersione cognitiva se non correttamente orientati, per ipotizzare ancora -non senza motivo- come la vastità dei campi di esplorazione richieda una selezione degli obiettivi che si intendono perseguire. 

Di vero c’è che il metaverso funzionerà e sarà utile e credibile se favorirà i processi di riconversione dal mondo virtuale a quello reale: l’immedesimazione nel primo non deve precludere la consapevolezza che il contesto in cui viviamo impone dei limiti dove l’antropocene trova la sua giusta misura per esser-ci. La pratica e l’obiettivo della sostenibilità si realizzano entro stili di vita che non possiamo eludere per non alterare l’ambiente e le sue regole, pena l’insorgere di emergenze potenzialmente irreversibili.

PARTIRE DALLA REALTÀ, SENZA EGOISMI. RIPAMONTI SUL CAOS MIGRANTI (FORMICHE.NET).

Solo cambiando prospettiva e assumendo quella dei protagonisti di un fenomeno ormai strutturale ed enorme si può arrivare a definire una linea comune nella quale ognuno ha un contributo da dare, comprendendo però che non sarà l’unico. Conversazione con Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, la sezione italiana del Jesuit Refugee Service.

Riccardo Cristiano

Contestualizzare. Si potrebbe riassumere in questa e poche altre parole il ragionamento che padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, la sezione italiana del Jesuit Refugee Service, svolge intorno a questo nodo-tragedia che chiamiamo “questione sbarchi”. L’impressione ascoltandolo è di vederlo ritrarre qualcuno che tenta di smuovere l’acqua in un catino bollente senza mai riuscire a ottenere risultati, o rischiando di peggiorare la situazione, facendo cadere dell’acqua per terra, altra sui suoi vestiti ed aggravando così la sua situazione. L’iniziativa di Italia, Grecia, Cipro e Malta, ad esempio, appare il tentativo di costituire un fronte, quello tra i Paesi di prima accoglienza, che avrebbe un senso importante per smuovere le acque, ma poi manca la Spagna non è quel che vorrebbe essere.

Dunque il fronte dei Paesi di prima accoglienza non è tale, e inoltre costituisce un rischio, quello di creare in Europa altri fronti, tra ostili o chiaramente contrari al nostro punto di vista e quindi a ciò che si intende conseguire. Il problema non riguarda pertanto la legittimità dei punti di vista, compreso ovviamente quello dei Paesi come l’Italia che chiedono maggiore solidarietà all’Europa, ma quella di rappresentare il problema per quello che è, non assumere il punto di vista dei propri interessi, ma quello della realtà, contestualizzandola. E questa contestualizzazione non può che essere storica, cioè relativa al significato di ciò di cui parliamo, il fenomeno migratorio, nel contesto storico che stiamo vivendo.

Per farlo occorre partire non dai nostri diretti e immediati interessi, perché altrimenti gli altri faranno lo stesso e comporre interessi diversi sarà molto difficile se non impossibile, bensì dalla comprensione di chi si muove, quanti si muovano, in che condizioni si muovano e perché si muovano. Solo cambiando prospettiva e assumendo quella dei protagonisti di un fenomeno ormai strutturale ed enorme si può arrivare a definire una linea comune nella quale ognuno ha un contributo da dare, comprendendo però che non sarà l’unico. L’emergenza ambientale, bellica, sociale, politica che sconvolge il fianco africano del Mediterraneo è un dato oggettivo, gigantesco, ma non unico: “gli sbarchi” sono una parte di un problema più ampio, che non può essere letto solo con occhi mediterranei perché non tutti gli europei sono mediterranei, ma tutto hanno qualche pressione e la realtà va presa partendo dalla sua essenza.

Inoltre contestualizzare aiuta anche a capire che le opinioni pubbliche arrivano a questo confronto in una fase di stress, determinata dalle conseguenze dell’emergenza Covid, che ci ha segnato, chiuso e impoverito, e dell’emergenza bellica, quella in atto in Ucraina, che ci stressa, impoverisce e chiude anch’essa, impaurendoci dell’oggi e del futuro. In questo contesto, contestualizzare dovrebbe aiutare a capire che certi messaggi possono aiutare a vedere o riconoscere nemici in chi nemico non è. La difesa dei confini avviene rispetto a un presento nemico disarmato, che si presenta chiedendo soccorso. Le parole di Camillo Ripamonti, “difesa dei confini da chi è disarmato”, colpiscono, colgono un punto assai più rilevante di quanto appaia, sgombra il campo da suggestioni o richiami storici inconsistenti. Dunque l’incomprensione, come testimonia il fatto che siano molti di più i migranti tratti in salvo dalla nostra guardia costiera che dalle navi delle ONG, avviene rispetto alla difesa di un altro confine, quello identitario, che politicamente preoccupa non per motivi economici ma perché metterebbe a rischio il carattere nazionale, patrio, del Paese. Qui emerge, ascoltando, una contraddizione: il primo governo che chiamando il ministero della famiglia anche della “denatalità” sembra prendere atto del grave problema demografico che ci attanaglia da tempo, ma non può cogliere l’opportunità, il rimedio offerto al male vero da quello apparente, perché segue un’altra priorità.

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Partire dalla realtà, senza egoismi. Ripamonti sul caos migranti

LA  GENTILEZZA AI TEMPI DELLA PANDEMIA.

 

Dovremmo forse collettivamente abituarci alla gentilezza come metodo per affrontare le relazioni e le piccole difficoltà di ogni giorno. Tra le tante cose che la pandemia ci sta insegnando ci sono le lezioni dei comportamenti umani spontanei e gratuiti: l’accoglienza, un sorriso, una parola rassicurante, che ci giungono da chi si sta occupando di noi e della nostra salute.

 

Francesco Provinciali

 

Questa lunga pandemia ci sta cambiando: siamo spaesati, disorientati, afflitti, senza riferimenti emotivamente rassicuranti. Viviamo in una condizione esistenziale di “sospensione”, dagli esiti ancora incerti, tendenzialmente soli e timorosi nelle relazioni interpersonali. La disintermediazione sociale – di non recente deriva – ha sottratto spazi di interlocuzione e di dialogo, di confronto e di rappresentanza: c’è lo Stato, ci sono le istituzioni, sempre più lontani e inarrivabili e poi ci siamo noi cittadini, ogni giorno costretti a misurarci con una realtà incerta e orfana di approdi. Poi c’è tutto quello che si è sedimentato nei nostri comportamenti individuali da qualche decennio a questa parte: la frantumazione del corpo sociale, la crisi economica, le solitudini e le fragilità.

 

Tutto questo sovente alimenta reazioni emotive di isolamento, diffidenza, rancore. Da tempo le relazioni sociali ci affliggono. La vita di condominio ci logora. Il traffico, gli orari, i turni di lavoro, le intemperanze dei colleghi, le code nei negozi e agli sportelli ci esasperano e ci rendono sistematicamente stressati. Le coordinate di spazio e di tempo si fanno sempre più soffocanti ed opprimenti. Non possiamo coltivare il desiderio di uscirne affidando i destini del nostro stato d’animo alla speranza di una vacanza, al mito dell’oasi lontana. Non ci serve reagire invocando sempre la speranza della fuga.

 

Queste consuetudini di vita appartengono al nostro stesso modo di essere. Essere genitori, figli, vicini, parenti, colleghi, compagni di viaggio anche nel senso più ampio e metaforico del termine, di un viaggio fatto di giorni e lungo una vita. Vorremmo cambiare ma aspettiamo che siano gli altri a fare il primo passo verso di noi senza renderci conto che la reciprocità del vivere alla fin fine ci rende sempre perdenti. Se ci preme essere più sereni, ben disposti, tolleranti dobbiamo recuperare il senso del buon gesto, dell’iniziativa: essere gentili senza dover attendere di ricambiare una cortesia. La vita, in fondo, è un’alternanza di abitudini: dovremmo forse collettivamente abituarci alla gentilezza come metodo per affrontare le relazioni e le piccole difficoltà di ogni giorno.

 

Ci servirebbe anche per capire che sovente e più di quanto noi stessi crediamo, molte delle cose che ci riguardano dipendono dall’atteggiamento con cui ci accingiamo ad affrontare la vita e la realtà. Possiamo esercitare già in famiglia questa “bontà dell’animo” che non è fatta solo di gesti esteriori ma di una disponibilità convinta a metterci empaticamente nei panni degli altri. La famiglia infatti non va intesa solo come luogo di ricomposizione di conflitti o di sentimenti latenti ma come contesto di vita dove gli affetti si esprimono anche con comportamenti di generosa disponibilità. E gli insegnanti, che hanno a cuore le buone sorti delle giovani generazioni, ricordino che la scuola è sede di apprendimenti e di istruzione ma che l’educazione alla tolleranza, al rispetto, ai modi cortesi nel porci verso gli altri non è un nostalgico ricordo di buone prassi del passato ma un principio che vivifica ogni giorno l’autentica formazione di ogni persona.

 

Dalla chiusura delle scuole abbiamo appreso che il rapporto umano non può essere sostituito dalla tecnologia che ci trasmette immagini a distanza ma non emozioni, che non stimola la motivazione, primo vero requisito per ricomporre conoscenza e socializzazione. Tra le tante cose che la pandemia ci sta insegnando ci sono le lezioni dei comportamenti umani spontanei e gratuiti: l’accoglienza, un sorriso, una parola rassicurante, che ci giungono da chi si sta occupando di noi e della nostra salute. Questa bontà d’animo che cogliamo e spesso riceviamo con semplici gesti di umanità può essere moltiplicata all’infinito, fino a diventare forse l’unico modo per comprendere la vita degli altri, oltre la burocrazia opprimente che si frappone in modo spesso ostile e paralizzante.

BETTINI, IL COMUNISTA DI SEMPRE.

 

Fedele al vecchio insegnamento gramsciano, e da vero “comunista italiano”, Bettini individua nella superiorità politica e forse anche morale del gruppo dirigente del partito la titolarità di indicare la via della salvezza politica e la strategia del futuro per l’intera comunità. Comunque sia, meglio un buon comunista che sai già dove va a parare  che un improvvisatore che scopre di essere un leader della “sinistra per caso” e non è altro che un populista e un demagogo in cerca d’autore.

 

Giorgio Merlo

 

Goffredo Bettini è innanzitutto un gran simpaticone. Da semplice osservatore della politica, dopo aver occupato spazi e ruoli importanti nel campo della sinistra italiana per svariati lustri, è da tempo che condiziona l’iniziativa e il comportamento del Pd – l’ultimo della filiera PCI/PDS/DS – attraverso le sue riflessioni, i suoi contorcimenti intellettuali e le sue fantasie politologiche. Ma c’è un elemento che rappresenta il cuore del suo ragionamento politico che era, è e resta il vero filo rosso della sua vasta ed interessante riflessione. Qualunque sia lo scenario che delinea – e, togliattianamente, cambia molto rapidamente a seconda delle circostanze e delle convenienze di partito – il punto finale della clessidra è sempre riconducibile a chi guida il processo politico. E, da copione, è sempre e solo il nocciolo duro di un gruppetto riconducibile rigorosamente al campo della sinistra storica, ex o post comunista che sia poco importa. Perchè il gruppetto è sempre quello.

 

Dopodichè ampi proclami di apertura a tutti coloro che si riconoscono in quel progetto politico. I vari “satelliti” sono sempre benedetti e accolti con grande simpatia ed entusiasmo. Ma, è bene non dimenticarlo, si tratta di semplici satelliti, al di là del peso elettorale e politico che hanno e che non mettono affatto in discussione il dogma “egemonico” di gramsciana memoria. Al riguardo, non manca mai la componente cattolico democratica, anche se ormai è ridotta ad una piccola enclave di familiari e di cortigiani fedeli al capo corrente di turno.

 

E la simpatia, e anche la coerenza, di Bettini è proprio racchiusa in questa prassi. Ovvero, fedele al vecchio insegnamento gramsciano, e da vero “comunista italiano”, Bettini individua nella superiorità politica e forse anche morale – ovviamente presunta e del tutto immaginaria nonchè virtuale – del gruppo dirigente del partito la titolarità di indicare la via della salvezza politica e la strategia del futuro per l’intera comunità. Del partito ma, soprattutto, della coalizione che si intende costruire di volta in volta per battere l’eterna destra sovversiva, illiberale, fascista, sovranista, dittatoriale e via comiziando.

 

Ecco perchè Bettini ci sta anche simpatico. Noi gli riconosciamo, comunque sia, una eterna e granitica lungimiranza politica e culturale. Certo, d’altri tempi e difficilmente replicabile. Ma, comunque sia, meglio un buon comunista che sai già dove va a parare – come si suol dire – che un improvvisatore che scopre di essere un leader della “sinistra per caso” e non è altro che un populista e un demagogo in cerca d’autore. Perlomeno il simpatico Bettini sai da dove arriva e dove vuole andare, perchè è figlio autentico e rigoroso di una cultura e di una politica noti persino nei dettagli più minuti. Ma, invece e per contro, per rispetto della nostra storia, della nostra cultura e della nostra politica, è bene che noi siamo da un’altra parte. Perchè, alla fine, anche noi siamo figli di una storia e di una tradizione politica e culturale. Ma, nello specifico, opposta e alternativa a quella del simpatico Bettini.

MELONI, IL PRIMO CAPO DI GOVERNO DONNA DELLA GENERAZIONE X E IL RISCATTO IMPOSSIBILE.

 

Quelli che stanno a guardare (il 37% che sta alla finestra del non voto), e tutte coloro i quali hanno espresso la loro preferenza per le politiche di sinistra, dovrebbero riflettere su quanto sia grande lo scostamento tra idealità e realtà oggettiva della composizione della popolazione, e ricordare che la politica è anche capacità di far sognare un riscatto che sembrava impossibile.

 

Elisabetta Campus

 

La nota dell’Ansa all’apertura del G20 tutto al maschile con 41 partecipanti e solo 4 donne ci fa meditare sul perché abbiamo posto come punto da raggiungere entro il 2030 quello della parità di genere. Se fossimo ad un incontro sportivo diremmo un secco 41/4 che sembrerebbe essere un punteggio da partita di rugby con una squadra forte e uno sparring partner. Ma così non è per quelle 4 donne che ci rappresentano tutte sono lì a dimostrare che esistiamo e solo una di esse è un capo di Governo. Le altre donne presenti sono la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen, eletta dal Parlamento europeo a luglio 2019, il direttore generale del Fondo monetario internazionale Kristalina Georgieva, designata dalla Ue ad ottobre 2019, e dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) Ngozi Okonjo-Iweala, segnalata da Biden per il Wto nel febbraio del 2021.

 

Sono tutte economiste e politiche di lungo corso che si sono fatte strade nel loro Paese di origine facendo anche una carriera politica da ministre e in contesti nei quali la parità di genere è una conquista da tempo. Il nostro Capo di Governo, oltre ad essere la più giovane delle tre, tutte oltre 60 anni, marca la differenza di generazione e di stile. Le prime tre appartengono alla generazione dei baby boom e sono cresciute con le condizioni dell’onda lunga della crescita economica e dell’ascensore sociale, che permetteva grazie agli studi l’accesso a posizioni sociali molto più alte delle condizioni di partenza.

 

La Meloni appartiene alla generazione X numericamente inferiore a quella dei baby boomers, definita abbastanza ingenerosamente “generazione invisibile”, priva di un’identità sociale definita – da cui il titolo di “X”. “La sola analisi demografica mostra come quella «X» sia una generazione se non proprio schiacciata, quantomeno cresciuta all’ombra dei baby boomers la quale, essendo numericamente più consistente, ha finito per imporre – grazie anche a un significativo aumento della longevità – la propria visione del mondo e la propria centralità negli assetti di potere. La generazione X, insomma, sarebbe una generazione per certi versi ‘invisibile’, priva di un’identità sociale e culturale definita e costantemente esposta al rischio di subalternità rispetto alla precedente“[1].

 

Come ci ricordano le molte banca dati di Internet “questa generazione ha conosciuto la fase finale delle contestazioni del Sessantotto, l’autunno caldo del 1969, la crisi energetica del 1973 e del 1979 con le relative politiche di Austerity , e in Italia, ha visto i rapimenti del “terrorismo rosso” di matrice comunista e le stragi del “terrorismo nero” di matrice neofascista degli anni di piombo; in tutta Europa e in America del Nord ha assistito alla transizione da un’economia (e un’ideologia) di matrice keynesiana al liberismo e alla de-regolazione voluti da Margaret Thatcher e Ronald Reagan, con una conseguente sempre maggiore “precarizzazione” del mercato del lavoro. Questo ha voluto dire che nel mercato del lavoro dell’Occidente, la Generazione X è quella che ha visto il passaggio da un contratto di lavoro stabile, che dava garanzie per tutta la vita, a una tipologia di lavoro cosiddetto “precario” senza garanzie. In Canada si è parlato a questo proposito di “generazione sacrificata” agli interessi dei baby-boomers. La Generazione X ha visto infine la caduta del muro di Berlino, il collasso dell’Unione Sovietica, la consacrazione degli Stati Uniti d’America come unica superpotenza mondiale e l’avvento di Internet”.

 

Ed è un quadro che forse abbiamo dimenticato oppure non ci piace guardare perché ci ricorda la nostra impotenza difronte agli eventi e anche la dolorosa ammissione che non abbiamo fatto abbastanza per il futuro di questa generazione, verso la quale i baby boomers hanno un debito enorme di riconoscenza per non averli buttati fuori dal contesto socio-economico sul quale si sono comodamente seduti, e ancora tendono a restarci, e aver sopportato le conseguenze di quanto stava accadendo loro.

 

Nel G20 la maggior parte degli uomini appartengono alla generazione dei baby boomers e a quella che l’ha preceduta – la silent generation – dal 1928 al 1945, quella uscita dalla II° guerra mondiale; e sono noti per aver formato la guida del movimento per i diritti civili e per aver fatto parte, durante la Contestazione degli anni Sessanta, della “maggioranza silenziosa” da cui derivano il nome. Sono orizzonti culturali lontanissimi tra loro rispetto alla generazione X, a cui però spetta decidere non solo il proprio futuro ma anche quello delle generazioni future, mentre i silent e i boomers dovranno rassegnarsi a segnare il passo. Difficile che lo facciano se quelle tre donne che vi appartengano non si faranno promotrici di un movimento culturale diverso da quello per le quali sono state avvantaggiate e scelte, e non imparino a fare gruppo (piccolo gruppo) con quella unica donna venuta dopo di loro, così diversa, autonoma e testarda insieme, che sta lì a ricordare di essere un simbolo per la sua generazione e quanto loro invece non siano riuscite ad esserlo per la loro.

 

E qui la riuscita delle donne italiane nell’aver creato le condizioni perché ci fosse un Capo del Governo donna c’è tutta, perché l’elettorato che l’ha espressa è fatto soprattutto della sua generazione che vive situazioni di precariato lavorativo e sottoccupazione, minori garanzie sociali ed economiche, senza ascensore sociale, al quale solo la determinazione nel volercela fare è la condizione di riscatto per il proprio futuro. Mentre quelli che stanno a guardare (il 37% che sta alla finestra del non voto), e tutte coloro i quali hanno espresso la loro preferenza per le politiche di sinistra, dovrebbero riflettere su quanto sia grande lo scostamento tra idealità e realtà oggettiva della composizione della popolazione, e ricordare che la politica è anche capacità di far sognare un riscatto che sembrava impossibile.

 

[1] Cassina, Filippini e Lazzarich, Introduzione a “80s & 90s. Per una mappa di concetti, pratiche e pensatori” (PDF), in Politics. Rivista di Studi Politici, n. 1/2015, p.v.

ELLY SCHLEIN, IL VOLTO DEL NUOVO PD: UNA CANDIDATURA CHE CAMBIA L’ANIMA DEL RIFORMISMO.

 

Si affaccia all’uscio del Nazareno la candidatura, invero eccentrica, della giovane Elly Schlein: si cerca, oltre le mura della cittadella riformista, una leadership attrattiva per freschezza di immagine e chiarezza di proposta politica (laddove chiarezza sta per intransigenza). Ciò che appare utile, insomma, contro la destra vittoriosa è il salto nel cerchio di fuoco di un nuovo riformismo, facendone la sfida per gli stessi riformisti.

 

Lucio D’Ubaldo

 

Il dibattito nel Pd, mancando l’apporto visibile e concreto dei Popolari, stenta a decollare. Di fatto retrocede a disputa sulla evoluzione della sinistra, avendo per protagonisti essenzialmente gli eredi della tradizione comunista – gli ultimi iscritti alla FGCI – e le nuove leve del social-radicalismo: i primi impegnati a riconcentrarsi sulle ragioni del mondo del lavoro, con l’intento di uscire così dalla dimensione di partito delle Ztl, gli altri collegati alla sfavillante politica dei diritti individuali, emblema di quello che potremmo definire il libertismo occidentale. Si dimentica, per questa via, che l’invenzione del Pd valeva soprattutto per l’impresa di scavo e riordino di grandi temi, avendo di fronte le novità emergenti dall’archiviazione, dopo la caduta del Muro di Berlino, della “mitologia politica” del Novecento; un’invenzione poco casuale, del resto, data la necessità di provvedere a un nuovo inizio a fronte della declinante vicenda elettorale di Ds e Margherita, formazioni consegnate a cavallo del secolo ad un’esistenza politica stentata. Non era perciò la conclusione, bensì l’esordio di un processo all’insegna del riformismo.

 

Già questo una sorpresa. Come si sa, infatti, il riformismo rimanda a un’idea di cambiamento sociale che ha diviso storicamente la sinistra, sebbene poi divenga, nell’orizzonte della proclamata ricerca di unità, il collante metaforico dei democratici tout court. Nella Carta dei Valori, ora destinata nel congresso del Pd a mutamenti ancora imprecisati, il riformismo assorbiva e superava ogni altro termine conflittuale: perciò, nel documento, l’omissione ha riguardato parole chiave, tipo “socialismo” o finanche “sinistra”, a riprova di un modello tutto nuovo di partito che dentro un sistema di superiore convivenza mirasse a coniugare innovazione e solidarietà. Con varie formule. Si è passati, quindi, dal neo-azionismo di Veltroni alla “via emiliana al socialismo” di Bersani, dall’eclettismo lib-lab di Renzi al pallido e involuto dalemismo di Zingaretti, fino al più recente approccio democratico-illuminista portato avanti da Letta, senza successo.

 

Giunti a questo stadio, dirigenti e militanti di un partito pressoché instabile per costituzione, non sono in condizione di scavare nel pozzo della loro memoria collettiva a cagione del fatto che le “alternative interne” sono state sperimentate senza risparmio di energie, avendo contribuito negli anni, ciascuna e tutte insieme, al progressivo declino elettorale, con il risultato del 25 settembre scorso ben al di sotto di qualsiasi aspettativa della vigilia. Ecco perché adesso si affaccia all’uscio del Nazareno la candidatura, invero eccentrica, della giovane Elly Schlein: si cerca, oltre le mura della cittadella riformista, evidentemente inospitale per ampie fasce di elettorato, una leadership attrattiva per freschezza di immagine e chiarezza di proposta politica (laddove chiarezza sta per intransigenza). Ciò che appare utile, insomma, contro la destra vittoriosa è il salto nel cerchio di fuoco di un nuovo riformismo, facendone la sfida per gli stessi riformisti.

 

Un azzardo, si dirà, ma non per la candidatura in sé della Schlein, la quale avrà modo di correggere alcune asprezze o ingenuità dei suoi discorsi, perlopiù interdittivi o esortativi a seconda delle circostanze; piuttosto, a ben vedere, l’azzardo sta nel giro di questa reinvenzione del Pd, un giro tanto largo da concludersi nella dissociazione della proposta riformista dal suo fondamento necessario e ineliminabile: il principio di realismo. Senza realismo non ci sono alleanze, ma esercizi velleitari e incongrui, quasi sempre nel solco di soliloqui atteggianti a radicalità. Così, malgrado le intenzioni contrarie, il riformismo si trasforma in un bene immateriale, in qualche modo al servizio di una vocazione giacobina. Tutto l’opposto di quel disegno originario, improntato a concretezza e responsabilità, che doveva inglobare nella evocata “centralità” del Pd il progressismo – etico prima che politico – della sinistra, unitamente al sano gradualismo delle forze di matrice autenticamente democratica, in primis dei Popolari.

IL PAPA: C’È LA TERZA GUERRA MONDIALE, CHIEDIAMOCI COSA FARE. LA NOTA DI RADIO VATICANA.

 

Francesco celebra la Messa nella Basilica di San Pietro per la sesta Giornata Mondiale dei Poveri: “Rompere quella sordità interiore che ci impedisce di ascoltare il grido di dolore soffocato dei più deboli. Sono le vittime più penalizzate di ogni crisi”. Il monito contro maghi e oroscopi, contro le “sirene del populismo” e la “psicologia del complotto”: “Lì non c’è il Signore”.

 

Salvatore Cernuzio

 

Non lasciarsi “atrofizzare dalla rassegnazione”, neanche davanti a questa “crudele terza guerra mondiale” che colpisce soprattutto il popolo ucraino. Non farsi “incantare dalle sirene del populismo”. Non seguire maghi e falsi “messia” che propinano teorie fantasiose di disfattismo e complottismo o che “in nome del guadagno, proclamano ricette utili solo ad accrescere la ricchezza di pochi, condannando i poveri all’emarginazione”. Guardiamo invece a Cristo, “Dio della risurrezione e della speranza”: davanti a Lui riceviamo la forza e il coraggio per non avere paura davanti alle crisi. E guardiamo anche ai poveri, nel cui “volto” c’è Gesù. Loro sono “le vittime più penalizzate di ogni crisi”

In questa Giornata Mondiale dei Poveri la Parola di Gesù è un monito forte a rompere quella sordità interiore che ci impedisce di ascoltare il grido di dolore soffocato dei più deboli

 

Centinaia di fedeli a San Pietro

È un invito alla speranza, ad alzare lo sguardo e non lasciarsi travolgere dagli “sconvolgimenti della storia” l’omelia del Papa per la Giornata mondiale dei poveri. Per la sesta volta Francesco celebra la ricorrenza da lui stesso istituita nel 2016 nell’ambito del Giubileo della Misericordia. E quest’anno, in una Basilica di San Pietro gremita da vescovi, sacerdoti e fedeli, tra cui diversi clochard e indigenti accolti da Caritas e altre realtà associative, il Papa reitera il suo accorato appello anche per le vittime della “sciagura della guerra, che provoca la morte di tanti innocenti e moltiplica il veleno dell’odio”.

 

Guerre, cambiamenti climatici, migrazioni

 

Il conflitto in Ucraina e in altre zone del mondo, a cui il Papa fa riferimento, è una crisi che si aggiunge ad altre crisi che affliggono il mondo, a cominciare dalla “crisi generata dai cambiamenti climatici e dalla pandemia, che ha lasciato dietro di sé una scia di malesseri non soltanto fisici, ma anche psicologici, economici e sociali”. E oggi, sottolinea il Pontefice, “vediamo sollevarsi popolo contro popolo e assistiamo angosciati al veemente allargamento dei conflitti”.

Anche oggi, molto più di ieri, tanti fratelli e sorelle, provati e sconfortati, migrano in cerca di speranza, e tante persone vivono nella precarietà per la mancanza di occupazione o per condizioni lavorative ingiuste e indegne. E anche oggi i poveri sono le vittime più penalizzate di ogni crisi.

“Se il nostro cuore è ovattato e indifferente, non riusciamo a sentire il loro flebile grido di dolore, a piangere con loro e per loro, a vedere quanta solitudine e angoscia si nascondono anche negli angoli dimenticati delle nostre città”, rileva Francesco. “Questi angoli nascosti, oscuri, dove si vede tanta miseria e tanto dolore e tanta povertà scartata”.

 

Non lasciarsi ingannare

 

Il Papa fa proprie le parole di Gesù nel Vangelo di oggi, quanto mai attuali. Anzitutto l’esortazione a “non lasciarsi ingannare”. Ingannare da cosa? “Dalla tentazione di leggere i fatti più drammatici in modo superstizioso o catastrofico, come se fossimo ormai vicini alla fine del mondo e non valesse la pena di impegnarci più in nulla di buono”.

Se pensiamo in questo modo, ci lasciamo guidare dalla paura, e magari poi cerchiamo risposte con morbosa curiosità nelle fandonie di maghi o oroscopi, che non mancano mai. E oggi tanti cristiani, praticanti, vanno a visitare i maghi, cercano l’oroscopo come se fosse la voce di Dio. O ancora, ci affidiamo a fantasiose teorie propinate da qualche “messia” di ultim’ora, in genere sempre disfattisti e complottisti.

 

La psicologia del complotto

 

“Anche la psicologia del complotto è cattiva, ci fa male”, ammonisce il Papa a braccio. “Qui non c’o lo spirito del Signore. Non c’è: né andare a cercare i guru, né questo spirito di complotto… Lì non c’è il Signore”.

Gesù ci avverte: “Non lasciatevi ingannare”. “Non lasciatevi abbagliare da curiosità credulone, non affrontate gli eventi mossi dalla paura, ma imparate piuttosto a leggere gli avvenimenti con gli occhi della fede, certi che stando vicini a Dio nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto”, dice Papa Francesco.

 

No a rassegnazione e scoraggiamento

 

Sì, è vero, la storia umana è costellata da eventi drammatici, “situazioni di dolore, guerre, rivoluzioni e calamità”, ma è altrettanto vero “che tutto questo non è la fine; non è un buon motivo per lasciarsi paralizzare dalla paura o cedere al disfattismo di chi pensa che ormai sia tutto perduto e sia inutile impegnarsi nella vita”. Il Dio dei credenti è il “Dio della risurrezione e della speranza”, il Dio “che risolleva sempre”.

Il discepolo del Signore non si lascia atrofizzare dalla rassegnazione, non cede allo scoraggiamento nemmeno nelle situazioni più difficili… Con Lui sempre si può rialzare lo sguardo, ricominciare e ripartire

Cosa ci sta dicendo Dio davanti a questa terza guerra mondiale?

Il cristiano, allora, davanti alla prova – “qualsiasi prova sia, culturale storica o personale” – si interroga: “Che cosa ci sta dicendo il Signore attraverso questo momento di crisi?”.

Anche io faccio questa domanda oggi: che cosa ci sta dicendo il Signore davanti a questa terza guerra mondiale? Che cosa ci sta dicendo il Signore?

Ma mentre accadono “fatti di male”, bisogna domandarsi pure “che cosa concretamente posso fare di bene?”. La seconda esortazione di Cristo è infatti: “Avrete allora occasione di dare testimonianza”. Occasione: una “bella parola”, annota il Papa. “Significa avere l’opportunità di fare qualcosa di buono a partire dalle circostanze della vita, anche quando non sono ideali”. È quasi un’“arte”, un’arte “tipicamente cristiana”, quella di “non restare vittime di quanto accade: “Il cristiano non è vittima e la psicologia del vittimismo è cattiva, ci fa male! Il cristiano non resta vittima di quello che accade”. Al contrario, bisogna “cogliere l’opportunità che si nasconde in tutto ciò che ci capita, il bene è possibile e prende quel poco di bene costruire anche a partire da situazioni negative”.

 

 

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https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2022-11/papa-francesco-messa-giornata-mondiale-poveri-guerra.html

Titolo originale completo – Il Papa: c’è la terza guerra mondiale, chiediamoci cosa fare. Attenti ai complottismi.

LA RICOMPOSIZIONE DELL’AREA CATTOLICO POLOLARE E DEMOCRATICA SOLLECITA UNA RIFLESSIONE SERIA.

 

Il 25 settembre si è consumata la divisione netta tra i cattolici della morale e i cattolici del sociale. Bisogna trovare il bandolo della matassa: una seria riflessione dovrà farsi nella vasta area cattolica caratterizzata da molte articolazioni. A quanti si richiamano alla storia della Dc, “partito mai giuridicamente sciolto”, spetta il compito di favorire il progetto della loro ricomposizione; premessa indispensabile, questa, per concorrere da protagonisti alla costruzione del centro nuovo della politica italiana insieme alle componenti di ispirazione liberale e socialista riformista. Un “vaste programme”, indubbiamente.

 

Ettore Bonalberti

 

È bastato questo tweet scritto stamattina [ieri mattina per chi legge, ndr]: “Migranti. Fronte disumanitario. Italia, Grecia, Malta e Cipro contro le navi delle Ong”. Così il quotidiano Avvenire oggi. Ai tanti cattolici che hanno votato per la destra guidata dalla Meloni un motivo di riflessione,  specie per coloro che si considerano fedelissimi agli insegnamenti della Chiesa”, per riaprire un vivace confronto con persone, alcune delle quali, amiche di vecchia data, si sono sentite colpite da un semplice richiamo alla riflessione.

 

Ennesima dimostrazione della divisione esistente nell’area sociale e culturale cattolica, una parte consistente della quale ha scelto di votare a destra alle elezioni politiche del 25 settembre scorso. Orfani del partito, la Dc, che dal 1945 al 1993 era stato il riferimento politico di larga parte dei cattolici italiani, consumate le diverse opzioni che dalla fine politica della Dc hanno caratterizzato la lunga stagione della diaspora democratico cristiana, il 25 settembre si è consumata la divisione netta tra i cattolici della morale e i cattolici del  sociale. I primi, stanchi delle scelte laiciste e radicali del PD sui temi inerenti ai “ valori negoziabili”, hanno finito con l’orientare il loro consenso alla coalizione di destra anche con alcuni voltafaccia incomprensibili di qualche amico di provata fede Dc.

 

Non mi hanno sorpreso le reazioni di altri del movimento di Comunione e Liberazione che, da molto tempo, si è posto a destra, in alternativa alle posizioni della sinistra in materia di scelte antropologiche sulla vita e la morte, il matrimonio e la cultura del gender.

 

Leggendo l’ultima bella nota di Giorgio Merlo ne Il Domani d’Italia sulla sinistra sociale e politica della DC e sul ruolo svolto, soprattutto da quest’ultima, in tema di autonomia della politica da sottrarre al rigido condizionamento di tipo clericale proveniente dalla Chiesa pacelliana degli anni ’50 e per quasi tutti i ’60, ho compreso la necessità esistente nel nostro tempo di riprendere il confronto tra i cattolici, tenendo presente il grado di divisione e di smarrimento esistente nella stessa Chiesa. Un realtà quella ecclesiastica, dove persone espressione di malcelati integralismi preconciliari sono pronte a contestare non solo il quotidiano della CEI, ma lo stesso Papa Francesco, che non manca, in verità, di chiedere ogni volta di pregare per lui.

 

Le nostre difficoltà politiche e organizzative inerenti alla ricomposizione politica dell’area cattolico democratica e cristiano sociale scontano queste divisioni nella più vasta realtà cattolica, nella quale la rottura tra cattolici della morale e cattolici del sociale appare difficilmente componibile. L’amico Franco Banchi, in una recente nota scritta alla vigilia del voto, sosteneva come non ci dovessero esserci “cattolici della morale” e “cattolici del sociale”. È nostra convinzione, scriveva Banchi, “a maggior ragione a fondamento degli impegni elettorali volti al bene comune, che l’ispirazione e l’azione dei cattolici deve coniugare obbligatoriamente entrambi gli aspetti. Perché, egli continuava, accettare di essere circoscritti al solo campo, peraltro irrinunciabile, della difesa dei principi morali e subire passivamente la resa in quello del sociale, in cui non dobbiamo essere per forza liberali o socialisti? Per questo dobbiamo iniziare la “riscossa” in un campo che fin dalla Costituente è stato il nostro luogo eccellente. Uno dei capisaldi da riprendere, sviluppando ed attualizzando l’articolo 118 della Costituzione, è quello  che definisce il profilo di massima della sussidiarietà, a sua volta riferibile agli studi giuridici del pensiero cristiano medievale. E proprio da qui comincia il nostro lavoro di trasferimento attivo dei principi di sussidiarietà nel terzo millennio italiano”.

 

Utile suggerimento – quello di Banchi – di fare riferimento ai valori cristiani che i padri costituenti hanno saputo trasferire nella nostra Carta fondamentale, come quelli della sussidiarietà e della solidarietà, compresi quelli enunciati a sostegno della persona e della famiglia. È evidente, però, che nel concreto svolgersi del confronto politico e culturale del tempo presente, una riflessione seria deve essere compiuto anche dai partiti e dai movimenti che di questa realtà sono gli attori protagonisti.

 

Pensare di continuare a ragionare a prescindere da questa scissione politica e culturale del mondo cattolico, ritengo sia un errore che non permette di colmare il divario esistente tra la realtà della politica e della sua rappresentanza istituzionale e la mancata partecipazione al voto di oltre il 50% degli elettori, a diverso titolo e motivazione, stanchi e sfiduciati di ciò che passa il convento. Una seria riflessione dovrà farsi nella vasta area cattolica caratterizzata da molte articolazioni.

 

Analoga riflessione dovrà anche essere compiuta dalle e nelle forze politiche a cominciare dalla sinistra e per essa, dal suo principale caposaldo, il Pd, nel quale è aperta la riflessione sul ruolo che i Popolari ex Dc hanno svolto sin qui e potranno ancora svolgere, in un partito che è alla ricerca affannosa della propria identità. Analogamente nel Terzo Polo, dove Matteo Renzi dovrà battersi per superare la riserva anti Dc di Calenda, neo azionista post litteram, tenendo presente che un Terzo Polo senza una forte componente di ispirazione Dc e popolare è destinato a svolgere un ruolo del tutto minoritario in campo politico e istituzionale.

 

La destra a guida di Giorgia Meloni, ha sin qui saputo raccogliere di risulta  larga parte del voto dei cattolici della morale, i quali, tuttavia, non potranno, alla fine, sottrarsi dagli impegni che a loro derivano dalla coerenza ai principi e ai valori fondamentali della dottrina sociale cristiana. La cultura e i valori di provenienza di Fratelli d’Italia, infatti, sono lontani mille miglia da quelli che, dalla Rerum Novarum in poi, la Chiesa cattolica ha saputo indicarci, sino all’Evangelii gaudium, Laudato SI e Fratelli tutti.

 

A quanti, infine, a diverso titolo e legittimità si richiamano alla storia della Dc, “partito mai giuridicamente sciolto”, spetta il compito di favorire il progetto della loro ricomposizione, premessa indispensabile per concorrere da protagonisti alla costruzione del centro nuovo della politica italiana insieme alle componenti di ispirazione liberale e socialista riformista. Un “vaste programme” indubbiamente, ma vale la pena di perseguirlo con forte determinazione.

CAMMINARE INSIEME 50 ANNI DOPO: L’ATTUALITÀ DELLA LETTERA PASTORALE DEL CARDINAL PELLEGRINO.

Pubblichiamo il testo della conferenza tenuta il 7 novembre scorso da Piero Coda presso la parrocchia di Vallo Torinese, dove il cardinale Michele Pellegrino ha vissuto dopo il suo ritiro da arcivescovo, in una giornata di riflessione a 50 anni dalla pubblicazione della lettera pastorale Camminare insieme.

Piero Coda

Cinquant’anni sono trascorsi dalla pubblicazione della Camminare insieme (C.I.) del cardinal Michele Pellegrino, arcivescovo di Torino. E niente forse come ciò che stiamo oggi vivendo, ne può mettere più e meglio in luce il significato e la portata profetica: la convocazione del Popolo di Dio in cammino sinodale.

Certo, cinquant’anni fa la parola “sinodo” — che significa appunto letteralmente “camminare insieme” — non era di moda. Paolo VI , in verità, in concomitanza con la conclusione del Vaticano II aveva istituito il Sinodo dei vescovi, perché — affermava — continuasse a portare frutto quella comunione tra il Papa e i vescovi di tutto il mondo che si era sperimentata durante il Concilio. Era una messa in opera del principio della collegialità episcopale illustrata dal Concilio. Una tappa inedita e impegnativa, nella storia della Chiesa cattolica.

Così si esprime Pellegrino in un’intervista del 1981, quando ormai aveva lasciato il suo ministero: «La collegialità non ha ancora trovato esecuzione e non è facile che trovi esecuzione. Sì, sono stati fatti dei passi. I sinodi dei vescovi ad esempio, sia pure con i loro limiti, hanno segnato dei punti a favore di una collaborazione maggiore tra vescovi e Papa senza essere atti propriamente di collegialità. Senza dubbio. Ma le Chiese locali trovano difficoltà a prendere coscienza della dottrina conciliare e impegnarsi fino in fondo per attuarla» (F. Strazzari, Questa Chiesa, fra paura e profezia. Intervista esclusiva al cardardinal Pellegrino, in «Il Regno — Attualità», 8/1981, pp. 150-153).

Ebbene, il coinvolgimento di tutti i membri del Popolo di Dio nel cammino sinodale che stiamo oggi vivendo in una “prima assoluta” — in questa forma, nella storia della Chiesa — è lo sbocciare di questo seme, di questo «inizio di un nuovo inizio» (come l’ha definito Karl Rahner) nello spirito dell’implementazione della Chiesa comunione come Popolo di Dio, Corpo di Cristo, Tempio vivo dello Spirito Santo, «segno e strumento, in Cristo, dell’unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» (LG 1), come insegna il Vaticano II.

La C.I. nella luce del messaggio del Concilio in attualizzazione del Vangelo e della Tradizione vivente e insieme in aderenza alla situazione della comunità ecclesiale e civile della Torino di quegli anni, è testimonianza profetica di questo stile e di questa figura di Chiesa. Quelli che Papa Francesco, nella scia del cammino percorso tra luci ed ombre dal Concilio sino ad oggi, ripropone con vigore altrettanto profetico a tutta la Chiesa. Così che la C.I. — per dirlo con lo storico Maurilio Guasco — ci è oggi ridonata come un «classico» che, «esprimendo attese e posizioni di un determinato tempo», «si fa interprete di sentimenti che vanno oltre il tempo storico» e, «riletta a distanza, conserva tutta la sua forza di provocazione, la sua capacità di far riflettere» (C. I. Rilettura ed attualizzazione, 1993). Basti questo per rendere ragione dell’impegno a tracciare alcuni spunti di rilettura della C.I. che qui propongo — con gratitudine e stupore — mettendola in relazione col processo sinodale.

Titolo, metodo e sguardo

Ciò che salta subito agli occhi, nel prendere in mano la C.I. leggendola nel contesto ecclesiale e socio-culturale entro il quale ha preso allora forma, è la sintonia con lo spirito che, per Papa Francesco, deve animare oggi il processo sinodale. Tre aspetti lo fanno intuire: il titolo, il metodo, lo sguardo.

Il primo lo si desume dal titolo stesso della lettera che è un calco in lingua italiana della parola sinodo, “cammino insieme”. Tutti abbiamo presente quanto Papa Francesco non si stanca di ripetere: ciò che Dio si aspetta dalla Chiesa nel terzo millennio è tutto racchiuso nella parola “sinodo”. Bisogna imparare a camminare insieme, come discepoli di Gesù e con tutti, tra gioie e speranze, dolori e interrogativi, guidati e sostenuti dalla luce del Vangelo nell’esodo che ci è chiesto di vivere dal «cambiamento d’epoca» che viviamo. Nella C.I., in verità, non c’è solo l’indicazione dell’essere/agire “insieme”: è questa, infatti, la comunione – sottolinea Pellegrino –, «l’idea centrale del Vaticano II » (tema di una sua meritatamente famosa conferenza tenuta a Bologna il 31 gennaio del 1973, nella celebrazione del decennio dell’apertura del Concilio). C’è anche l’indicazione del camminare: e cioè del mettersi in movimento, dell’uscire dall’accampamento… verso dove? verso di Lui, il Signore Gesù, in chi soffre, attende, grida, chiede… come? con uno stile rinnovato d’essere Chiesa, quella che la qualifica come popolo di Dio pellegrino lungo i sentieri della storia nella compagnia con tutti i fratelli e le sorelle in umanità.

C’è poi come secondo aspetto, fondamentale, il metodo con cui è stata pensata, pregata, scritta la C.I.: sinodalmente, e cioè attraverso una consultazione ampia, un dialogo perseverante, anche se a tratti difficile e persino conflittuale, un discernimento comunitario che alla fine porta il sigillo sapiente e autorevole del vescovo come Pastore che — direbbe Papa Francesco — sta davanti, in mezzo e dietro al Popolo di Dio di cui è servitore nell’amore di Cristo. Parole che sembrano tagliate su misura per il vescovo Pellegrino.

La C.I. è un esempio coraggioso e ispiratore, ante litteram, del metodo che oggi, molte volte con fatica per inerzia di quiete, quando non con scetticismo e resistenza, ma anche insieme — e sempre più — con gioia e persino con entusiasmo, stiamo imparando nel mettere in atto il cammino sinodale. Perché la sfida e la chance del processo sinodale è questa: che il suo oggetto (l’essere Chiesa sinodale) è il suo metodo (il farsi, l’agire come Chiesa sinodale). Chiesa dove — scrive l’Apostolicam actuositatem — si dà certo «diversità di ministero» ma «unità di missione», sul fondamento del fatto che tutti, essendo battezzati in Cristo Gesù, siamo «uno» in Lui (cfr. Gal 3, 28), nella varietà delle vocazioni, dei carismi e dei ministeri: chiamati a riconoscerci ed amarci l’un l’altro, e ad amare tutti, a partire dagli ultimi che in verità sono i primi, come Lui ha amato noi — ciascuno di noi.

Infine, c’è un terzo aspetto, non ultimo per importanza, di questa sorprendente sintonia di spirito — che dice l’autenticità evangelica e l’attualità sorprendente della C.I. —: lo sguardo da cui nasce e a cui dà parola: quello che Papa Francesco chiama «lo sguardo del discepolo». Certo, si tratta di leggere le contraddizioni di una società come quella della Torino degli anni ’60 e ’70, dove la comunità ecclesiale ha da riposizionarsi per essere, con incisività e senza compromessi, sale e lievito di verità e libertà, di giustizia e solidarietà.

Ma ciò lo si può fare — precisa Pellegrino — quando «qualsiasi valore venga proposto al cristiano» sia «visto e presentato nella luce della fede e in ordine all’adempimento del precetto primario dell’amore. La fede ci presenta una visione integrale della vita, nella quale l’esistenza terrena, dono di Dio e valore da riconoscere e promuovere in me e negli altri con generoso impegno individuale e sociale, non è conclusa in se stessa, ma ordinata alla vita eterna. L’amore ha Dio come oggetto, o, meglio, come dialogante assolutamente primario; in Dio e per Dio amerò il mio prossimo e se non amo il prossimo non amo Dio» (n. 6).

Pellegrino riassumerà incisivamente questo sguardo nel 1974, nelle riflessioni proposte alla Diocesi su «Uomo o cristiano?»: «né l’annuncio di Dio dimenticando l’uomo, né la liberazione dell’uomo dimenticando Dio».

 

 Fonte: L’Osservatore Romano – 12 novembre.

Titolo originale completo: Camminare insieme 50 anni dopo: l’attualità della lettera pastorale del cardinale Pellegrino sul cammino sinodale. La Chiesa come comunione – Tempio vivo dello Spirito Santo.

 

 

Testo Integrale di Piero Coda

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NO ALLA PARROCCHIA COME AZIENDA MULTISERVIZI ECCLESIALI: DUE LIBRI PROPOSTI SUL SITO DELL’AZIONE CATTOLICA.

 

Due libri appassionati, un racconto biografico e un romanzo, due punti di vista sullo stato di salute della parrocchia e di chi la abita, parroco e laici innanzitutto. Giuseppe Curciarello, Enzo Romeo e Gianni Di Santo ci portano in punta di penna al cuore del cammino sinodale della Chiesa italiana, facendo emergere domande che non possono più essere eluse.

 

Redazione

 

La Chiesa italiana ha iniziato il suo cammino sinodale, ma quanto effettivamente questo percorso è sentito dalle comunità ecclesiali? La parrocchia è ancora il centro della vita comunitaria oppure un luogo dedito esclusivamente all’utilizzo dei sacramenti e alla celebrazione delle liturgie più importanti? E ancora: i parroci, i sacerdoti responsabili delle comunità ecclesiali, sono davvero partecipi a questo cammino che vedrà, comunque vada, ridisegnare il loro ruolo? E i laici, ce la faranno a invertire la rotta dall’essere semplicemente “operatori pastorali” e diventare, finalmente, costruttori di buona speranza non solo in parrocchia ma anche e soprattutto in politica, nella città che abitano, in famiglia e nel lavoro?

 

Sono le domande che ogni comunità parrocchiale si fa ogni giorno, alla base del cammino sinodale in corso d’opera. Domande e provocazioni “ecclesiali” che appaiono in due libri recentemente pubblicati e che sono stati presentati in un evento dal titolo “Parrocchia: gioia e dolori”, a cura dell’Azione cattolica di Roma e dell’Editrice Ave: Viva la parrocchia! La sinodalità vissuta dal basso (Ave) di Giuseppe Curciarello ed Enzo Romeo e Finalmente è cambiato il parroco (Rubbettino) di Gianni Di Santo.

 

Sinodalità senza parrocchia, non datur

Sebbene i due libri abbiano un’impostazione differente – l’uno, Viva la parrocchia!, è un racconto biografico che si pone poi delle domande sul senso del vivere la parrocchia oggi, l’altro, Finalmente è cambiato il parroco, è un romanzo che attraverso i fatti accaduti in una parrocchia di periferia di una grande città racconta il grande desiderio di uscire fuori dalle secche di un clericalismo, sacerdotale e laicale, duro a morire –, le conclusioni sono praticamente identiche. Una parola attraversa le due storie: sinodalità. Sappiamo cosa vuol dire, proviene dal termine greco sinodos: syn, insieme e odòs, cammino. Ma chi l’ha sperimentata davvero? Chi ne ha assaporato il gusto? E dove, soprattutto? Nella parrocchia. Una semplice, piccola parrocchia del sud d’Italia nel primo libro, un lembo estremo di periferia, nel secondo. Quando alcuni preti “di una volta” avevano accettato la sfida del cambiamento a cui chiamava la chiesa Conciliare. Tanto da incidere realmente nelle vite dei parrocchiani. Ma quello che interessa, al di là degli episodi biografici, sono i nodi problematici che pure gli autori non nascondono.

 

A non funzionare non è la parrocchia, ma l’interpretazione della vita parrocchiale

La pandemia ha acuito la crisi del sacro che già si percepiva anni fa. Le vocazioni sacerdotali in diminuzione sono un problema reale. La sfida, raccontano gli autori dei due libri, è grande. Quanto stiamo facendo, sacerdoti e laici, affinché il cammino sinodale sia veramente un cammino insieme? E quanto ci crediamo realmente?

Si può essere ottimisti? Dipende con quale prospettiva si affronta la questione. I profeti di sventura sono tanti: considerano la parrocchia in crisi irreversibile, la giudicano “vecchia”, incapace di intercettare l’umanità di oggi, lontana dalle sensibilità della società attuale. «Insomma, un malato terminale che quasi non vale più la pena di curare, ma a cui si possono al massino concedere le cure palliative». Ciò che non funziona non è la parrocchia in sé, ma l’interpretazione della vita parrocchiale, ovvero il modo di intendere i rapporti tra persone della stessa comunità, lo spirito col quale si partecipa alle attività comuni, da quelle liturgiche a quelle formative o di carità. Però è difficile migliorare l’interpretazione dei compiti laicali se prima alcune questioni inerenti alla parrocchia non vengono definite giuridicamente, canonicamente.

 

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LA SINISTRA DC E LA SUA CLASSE DIRIGENTE: UN UNIVERSO POLITICO CHE NON SI PUÒ DIMENTICARE. 

 

È indubbio che la sinistra Dc nel suo complesso – ovvero la “sinistra sociale” e la “sinistra politica” – presentava tutte le caratteristiche di una classe dirigente di straordinario livello e qualità, pur senza rinnegare la statura e il profilo dei dirigenti delle altre componenti interne al partito. Non si poteva agire se non dietro ad un “pensiero”, per dirla con Ciriaco De Mita. E non si era protagonisti ed incisivi nella politica se non si conoscevano le “profonde dinamiche che regolano una società”, per dirla con Carlo Donat-Cattin.

 

Giorgio Merlo

 

Anche i principali detrattori e gli insultatori seriali – a livello giornalistico, storico ed editoriale – riconoscono che la classe dirigente della Democrazia cristiana era di livello. Ovvero, era una classe dirigente fatta di leader e di statisti. A livello nazionale, soprattutto, ma anche a livello locale. Una classe dirigente autorevole, profondamente radicata nei territori, espressione di interessi sociali ben definiti e dotata di una cultura politica che affondava le sue radici nel cattolicesimo politico. Con sensibilità diverse, come ovvio, ma comunque sia riconducibili alla tradizione del cattolicesimo sociale, democratico e popolare. Una classe dirigente che ha contribuito a rafforzare e a consolidare la democrazia nel nostro paese e a disegnare un modello di società che, seppur tra alti e bassi, ha condotto e guidato l’Italia con coerenza, serietà e determinazione. Senza deviazioni autoritarie o scorciatoie presidenzialiste ma sempre nel rispetto dei principi e dei valori costituzionali. Dopodichè, come tutti sappiamo – e lo sanno anche gli storici detrattori e gli insultatori seriali – si trattava di una classe dirigente molto variegata e composita dove spiccavano personalità e accenti molto diversi tra di loro. All’interno di questo universo valoriale, culturale e politico, è indubbio che la sinistra Dc nel suo complesso – ovvero la “sinistra sociale” e la “sinistra politica” – presentava tutte le caratteristiche di una classe dirigente di straordinario livello e qualità, pur senza rinnegare la statura e il profilo dei dirigenti delle altre componenti interne al partito.

 

Ma, per fermarsi alla esperienza vissuta ed interpretata dagli uomini e dalle donne della sinistra Dc, è indubbio che emerge una sola e grande domanda: e cioè, com’è possibile che quella pagina della nostra storia politica e culturale possa essere chiusa ed archiviata definitivamente? Ovvero, senza alcuna possibilità di replicare, seppur in forma aggiornata e rivista, una pagina politica che era e resta innanzitutto una concreta espressione di una cultura politica? Certo, non esistono più le condizioni politiche e storiche che possano replicare meccanicamente una esperienza che ha condizionato per decenni l’evoluzione e il cammino della nostra democrazia. A cominciare dalla presenza di un partito, la Dc, che garantiva a quelle storiche componenti di dispiegare sino in fondo quella specificità.

 

Ma, al di là dello scorrere della storia, è indubbio che su almeno 3 aspetti quella esperienza politica e culturale non può essere banalmente ed irresponsabilmente storicizzata.

In primo luogo la cultura politica che sprigionava la sinistra Dc – sia nella sua versione più sociale sia in quella più politica – continua ad essere di una bruciante attualità. Basti pensare, per fare due soli esempi, alla rinascente “questione sociale” da affrontare e risolvere e alla necessità, al contempo, di rivedere profondamente l’assetto e la funzione delle nostre istituzioni democratiche. Due esempi che non possono essere consegnati alla improvvisazione o alla casualità. Come se bastasse un partito populista, una “sinistra per caso” com’è quella dei 5 stelle ad affrontare questi temi o un sinedrio di apprendisti. Servono una cultura politica e una visione di società che una concreta esperienza, come quella della sinistra Dc, può ritornare utile e persin necessaria.

 

In secondo luogo la modalità del far politica della sinistra democristiana. “Pensiero ed azione” era un binomio inscindibile. Non si poteva agire se non dietro ad un “pensiero”, per dirla con Ciriaco De Mita. E non si era protagonisti ed incisivi nella politica se non si conoscevano le “profonde dinamiche che regolano una società”, per dirla con Carlo Donat-Cattin. “Pensiero ed azione”, quindi, come regola aurea contro ogni forma di deriva populista, demagogica e qualunquista.

 

In ultimo, ma non per ordine di importanza, non esisteva solo la categoria della “fedeltà” per intraprendere l’attività politica. La selezione era, a suo modo, spietata. Gli ingredienti decisivi e qualificanti per emergere nella politica, e quindi nel partito, e per approdare nelle istituzioni erano altri. Ovvero, preparazione, rappresentanza sociale, radicamento territoriale e capacità di reggere un confronto politico e culturale. In sintesi, “qualità” e autorevolezza della classe dirigente. Ecco perchè il patrimonio della sinistra Dc non può e non deve andare disperso. Nè lo si può semplicisticamente storicizzare. Tocca anche a chi ha vissuto quella esperienza non disperderla. Soprattutto in una fase politica costituente e, per molti aspetti, nuova ed inedita come quella che si è aperta dopo il voto del 25 settembre scorso.

IL PARTITO DEMOCRATICO RISCHIA L’IMPLOSIONE.

 

La presa d’atto della crisi politico-identitaria del Partito democratico è ormali generale e fa intravedere il rischio di implosione totale sotto la spinta della politica di aggressione del Terzo Polo liberal-democratico di Calenda e Renzi e, sull’altro versante, del Movimento 5 Stelle, ormai indirizzato verso altre posizioni più radicali.

 

Alberto Tanzilli

 

La Roma calcistica, ormai dall’inizio del campionato e malgrado risultati piuttosto altalenanti, fa registrare sistematicamente il “sold out” allo Stadio Olimpico a testimonianza della passione dei suoi tifosi e della loro vicinanza alla squadra ed alla Società. La Roma politica, in particolare quella vicina al Partito democratico, ha voluto uniformarsi e nei giorni scorsi ha visto replicato il fenomeno di partecipazione pubblica prima al Teatro Brancaccio, in occasione della ufficializzazione della candidatura dell’attuale Assessore Regionale alla Sanità Alessio D’Amato alle prossime Elezioni Regionali, e il giorno dopo, all’Auditorium della Musica, per la presentazione dell’ultimo libro di Goffredo Bettini. In entrambe le circostanze l’affluenza dei militanti e dei dirigenti del Partito democratico, e magari anche di semplici cittadini attenti alla presente condizione del partito che governa la Capitale e curiosi della sua evoluzione a livello regionale e nazionale, è stata massiccia ed interessata a cercare di cogliere evidentemente i particolari delle posizioni e delle prospettive del partito stesso che, è pubblica convinzione, vive il momento più difficile della sua quasi ventennale storia.

 

La consapevolezza delle difficoltà nelle quali si trova il partito non manca di certo ai suoi dirigenti, ai suoi iscritti e ai suoi militanti che si trovano a scontare le incertezze politiche e culturali provocate da un paio di decenni vissuti senza identità e, di conseguenza, senza capacità di elaborare programmi e proposte politiche da presentare prima ad un ampio target di riferimento e successivamente alla più completa platea dei cittadini elettori. La recente sconfitta è stata sicuramente più “politica” che elettorale, anche se il calo dei voti è proseguito rispetto al trend delle trascorse elezioni 2013-2018 e i recenti sondaggi continuano a raccontarci di una continua disaffezione nei confronti del Partito democratico e della sua dirigenza. La presa d’atto della crisi politico-identitaria del Partito democratico è ormali generale e fa intravedere il rischio di implosione totale sotto la spinta della politica di aggressione del Terzo Polo liberal-democratico di Calenda e Renzi e, sull’altro versante, del Movimento 5 Stelle, ormai indirizzato verso altre posizioni più radicali e più prossime a quelle forze che la cultura della esperienza PCI/PDS/DS non ha mai tollerato alla sua sinistra.

 

Si profila così, tra la previsione di un congresso il cui svolgimento, piuttosto articolato e complesso, è previsto in un periodo che fatalmente si incrocia con le procedure elettorali di alcune regioni, tra le quali le due più importanti e significative del Paese, Lombardia e Lazio, nelle quali si  potrebbe  registrare  una sconfitta, non impossibile per non dire non improbabile, che porterebbe alla definitiva liquidazione del Partito democratico almeno nella sua veste attuale. Ed è questa una possibilità non imprevista o trascurata se è vero, ed è vero, che da molti giorni e da diversi soggetti non appartenenti al partito, vengono manifestate diverse diagnosi, prognosi e terapie per la condizione patologica del Partito democratico e per i suoi eventuali aggravamenti.

 

La grande intuizione di Romano Prodi prima e di Walter Veltroni poi sembra avviarsi comunque al suo fallimento politico non potendosi immaginare una fine diversa per il progetto di fusione delle due maggiori culture riformiste del secolo scorso. Una fusione definita “fredda” da molti osservatori, interessati o meno al suo successo, nella quale non si è riusciti a mantenere dentro un contesto processi mentali differenti e conseguenti atteggiamenti e stili di vita politica dei due soci di riferimento. E nemmeno ad impedire che, da parte di alcune componenti, si mettessero in moto, o non smettessero di funzionare, meccanismi la cui funzione consisteva soltanto nella difesa di equilibri esistenti e nella produzione di altri che, in ogni caso, avessero gli stessi obbiettivi e gli stessi protagonisti. Il partito “a struttura oligarchica e consociativa”, come lo ha definito il politologo professor Mauro Calise in un recente convegno organizzato in un circolo del Partito democratico di Roma. Uno dei pochi circoli rimasto aperto ed attivo.

LE VIRTÙ DEI POLITICI SECONDO LUIGI STURZO. UN’AMPIA RIFLESSIONE DI MONS. PENNISI SU “INTERRIS.IT”.

 

Il fondatore del Partito popolare “non si fermò – scrive l’arcivescovo emerito di Monreale – a denunce generiche e astratte, ma intervenne spesso e puntualmente in alcuni nodi cruciali della storia del nostro paese con analisi spietate, che non mancano di attualità”.

 

Michele Pennisi

 

La differenza di base tra peccato e reato è che il primo è un concetto morale-religioso, l’altro politico-giuridico. Il peccatore deve rendere conto al suo Dio. Il reo, invece, deve rendere conto alla legge e al giudice e, in senso più ampio, alla comunità danneggiata dal suo reato. Il reato è un comportamento umano volontario che si concretizza in un’azione vietata dall’ordinamento giuridico di uno Stato, a cui è collegata una pena. Affinché un comportamento possa essere considerato un reato, non occorre solo che sia contrario alla legge. Devono infatti verificarsi diverse circostanze: la volontarietà del comportamento dell’autore del reato; la sussistenza dell’elemento psicologico, il dolo o la colpa; il nesso di causalità tra il comportamento attivo e il verificarsi dell’evento lesivo; l’insussistenza di determinate situazioni il cui verificarsi renderebbe lecito un comportamento in apparenza illecito (ad esempio la legittima difesa).

 

Il peccato è una violazione dei precetti religiosi. Questa la definizione che ne dà il Catechismo della Chiesa Cattolica: “Il peccato è una mancanza contro la ragione, la verità, la retta coscienza; è una trasgressione in ordine all’amore vero, verso Dio e verso il prossimo, a causa di un perverso attaccamento a certi beni. Esso ferisce la natura dell’uomo e attenta alla solidarietà umana. È un’offesa a Dio”. Perché ci sia un peccato mortale sono richieste tutte e tre queste condizioni: la materia grave, la piena avvertenza dell’intelligenza, il deliberato consenso della volontà libera da condizionamenti. La moralità è desiderio e tensione continua verso il bene che non si scandalizza della propria e altrui fragilità perché scaturisce dalla riconoscenza per l’esperienza di un amore gratuito. La missione della Chiesa non è quella di una agenzia umanitaria che distribuisce patenti di moralità, ma quella di denunciare profeticamente il male ma anche di essere evangelicamente misericordiosa con i peccatori ai quali chiedere continuamente la conversione del cuore e dei comportamenti. A questo proposito mi sembra emblematico l’atteggiamento di Gesù che ai farisei che gli avevano condotto una donna adultera dice “chi è senza peccato scagli la prima pietra” e alla donna dice “va e d’ora in poi non peccare più”.

 

La Chiesa chiede alle persone impegnate in politica che il loro agire sia sempre al servizio della promozione integrale della persona e del bene comune, superando il dualismo fra fede e vita. Si tratta di vivere in conformità della propria coscienza illuminata dalla fede che porta a concepire l’impegno politico come un atto di amore gratuito a servizio della comunità. Parlare di reato e peccato nella pratica politica presuppone parlare del rapporto fra legalità e moralità, fra diritto e giustizia. Il rispetto della legge è chiamato ad essere non un semplice atto formale ma un’azione personale che trova nella virtù della giustizia il suo orizzonte. Si rispetta la legge, si osserva la legalità non solo per timore della pena ma per la sete di giustizia, per la realizzazione del bene comune. Che la questione morale venga messa al centro dell’attenzione della politica italiana astrattamente è un bene in quanto mette in discussione la pregiudiziale separazione tra etica e politica, sostenuta da chi teorizza che tutte le esperienze della vita umana (politica, scienza, economia, diritto…) sono completamente autonome dalla morale.

 

Nella comprensione cristiana della vita il bene e il giusto sono dimensioni irrinunciabili dell’agire per cui la vita è sottoposta a criteri di ordine morale. La moralità degli uomini politici è un fatto essenziale per restituire valore ideale all’impegno politico e trasformarlo in vera e propria “carità politica”. In concreto bisogna pero chiedersi, se la “questione morale” sollevata da improvvisati Catoni non sia usata come una clava per distruggere o delegittimare i propri avversari politici e se dietro campagne moralistiche non ci nascondano ipocritamente interessi economici e strumentalizzazioni elettorali di basso profilo. L’ipocrisia – come ricordava Chesterton – è l’omaggio che il vizio rende alla virtù. La morale non si può lottizzare. Il fariseismo moralistico può reggersi sulla lottizzazione dei principi morali in base alla quale si dichiara bene solo ciò che uno mostra di poter osservare e male ciò che fanno gli altri, filtrando i moscerini e ingoiando i cammelli come dice Gesù nel Vangelo.

 

Il moralismo può degenerare nel fariseismo nella misura in cui è la persona a stabilire il criterio del bene e del male con il quale generalmente assolve sé stessa e condanna gli altri,dimenticando il monito evangelico di togliere prima la trave dei propri occhi prima di pretendere di togliere la pagliuzza da quelli altrui. È l’atteggiamento di chi pensa di avere le mani pulite, ma non si accorge di avere il cuore sporco. Don Luigi Sturzo, che fu impegnato in prima persona in campo politico come consigliere comunale e provinciale, prosindaco per 15 anni e segretario del PPI, afferma che la politica è un’arte che riescono ad esercitare solo pochi artisti, mentre altri si accontentano di esserne artigiani e molti si riducono ad essere mestieranti della politica. Egli non mancò di dare anche dei suggerimenti di natura pratica a chi vuole apprenderne l’arte ed evitarne il mestiere.

 

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UN LIBRO PER CAPIRE LA SOCIETÀ. GLI AUTORI, MERLO E NOVERO, A CONFRONTO CON UNDICI PERSONALITÀ.

 

Dalla politica allo straniero, dalla giustizia alla condivisione, dal populismo alla tutela sociale, dai giovani all’etica, dai valori alla comunità e all’identità: una riflessione a tutto campo. Parole capaci di suscitare riflessioni e ragionamenti sull’importanza di improntare le nostre azioni e le nostre attività, a un saldo sistema di valori e che stimolano tutti a un supplemento di analisi.

 

Redazione

 

Undici parole per capire le dinamiche, le difficoltà e le complessità della società contemporanea. Attorno a queste parole Giorgio Merlo e Giuseppe Novero ne hanno discusso con undici personalità del nostro paese per approfondirne il significato, l’impatto con la pubblica opinione e il senso nel rapporto concreto con i cittadini. Non a caso il libro si intitola “le parole che contano”.

 

Dalla politica allo straniero, dalla giustizia alla condivisione, dal populismo alla tutela sociale, dai giovani all’etica, dai valori alla comunità e all’identità. Una riflessione a tutto campo dove emerge in modo chiaro e netto che solo attraverso un rinnovato impegno politico e culturale forse è possibile iniziare a dare risposte concrete alle domande e alle istanze che emergono dal tessuto sociale del nostro paese. Ma quello che emerge dal libro in modo chiaro è che proprio attorno al significato di queste parole si può costruire un progetto per raggiungere il “bene comune”. Perchè se c’è una carenza che viene avvertita in larghe fasce della nostra comunità nelle quali ognuno di noi è inserito, questa è proprio quella di riflettere per agire. Tornare, dunque, ad approfondire per ritrovare le ragioni profonde di un impegno che può espletarsi nei modi più differenti. Parole che non esauriscono l’universo della politica e dell’impegno politico concreto. Ma, semmai, si tratta di parole che interpellano il futuro della nostra società, le nostre prospettive, i nostri sistemi democratici e istituzionali.

 

Certo, è un tempo difficile il nostro. Eppure abbiamo il dovere di vivere il tempo presente perchè, come diceva già Aldo Moro negli anni ‘60, “se fosse possibile dire saltiamo questo tempo e andiamo direttamente a domani, credo che tutti accetteremmo di farlo. Ma non è possibile. Oggi dobbiamo vivere, oggi è la nostra responsabilità. Si tratta di essere coraggiosi e fiduciosi al tempo stesso. Si tratta di vivere il tempo che ci è fatto vivere con tutte le sue difficoltà”.

 

Comunque sia, si tratta di parole che contano e che possono contare ancor più nei mesi a venire. Parole capaci di suscitare riflessioni e ragionamenti sull’importanza di improntare le nostre azioni e le nostre attività, a un saldo sistema di valori e che stimolano tutti a un supplemento di analisi. Condividere le parole, comprendersi e comprendere risponde anche all’esigenza di costruire percorsi per riconoscersi attorno ad obiettivi comuni a tutti, per declinare una visione comune. Noi tutti sappiamo di vivere all’interno di una società contemporanea complessa. Questa estrema complessità sollecita tutti a condividere competenze, esperienze, cercando quella chiarezza che non cade mai nella banalizzazione o nella superficialità, ma affonda proprio nella competenza sviluppata e maturata all’interno dei propri mondi di responsabilità. Il libro, pubblicato da Edizioni Lavoro, registra la prefazione di Luigi Sbarra, Segretario Generale della Cisl e l’introduzione di Marco Frittella, direttore di Rai Libri.

DA PARTITO IPOTETICO, DEBOLE PER IDENTITÀ E PROGETTO, A PARTITO-COMUNITÀ: IL “SALTO” DEL NUOVO PD.

 

Qual è la novità? Reduce da una sonora sconfitta, il Pd è finalmente libero da ogni “responsabilità repubblicana”. Ora si tratta di ricostruire un progetto politico. Il populismo forse si supera con il recupero di un neo-popolarsmo che, all’interno del Pd, è chiamato a svolgere un ruolo importante decisamente appannato negli ultimi tempi dal contributo offerto dagli eredi della tradizione cattolico democratica. Dal congresso, insomma, deve emergere un partito-comunità, ovvero un partito che si alimenta prima di tutto di passione e di pensiero critico.

 

Giuseppe Aloise

 

Si è finalmente definito, nell’ultima Direzione del Partito, il percorso per il congresso Costituente del Nuovo Pd, che prevede fra l’altro l’elaborazione del “Manifesto dei principi e dei valori fondanti del nuovo PD”. La ri-fondazione e/o la ri-generazione del Partito si sostanzia, dunque, in un processo costituente non già di un nuovo Partito ma di un nuovo Pd che dovrebbe nascere, se le parole hanno un senso, sulle ceneri del Pd così come lo abbiamo sperimentato fin dalla sua nascita, e fino all’ultima débâcle elettorale del 25 Settembre. L’ultimo insuccesso fa seguito ad una serie di sconfitte elettorali che avrebbero dovuto da tempo indurre i gruppi dirigenti ad una severa riflessione sulle cause della perdita dei consensi. Nel marzo del 2018 i partiti cosiddetti “populisti”, che diedero poi vita al governo giallo-verde, divennero  lo sbocco naturale di una protesta che non trovava e non trova più ascolto in una sinistra che lo studioso francese Thomas Piketty non esitò a definire “bramina”: la sinistra come “casta dei bramini”, l’aggregato sacerdotale della società induista.

 

Eppure, all’indomani del risultato elettorale del 2018 non era mancata qualche voce profondamente autocritica. L’ex Ministro Marco Minniti, per esempio, aveva descritto lo stato d’animo degli sconfitti con una dotta citazione di un brano dell’ultima lettera di Vladimir Majakovskij prima del suo suicidio: “La barca dell’amore si è schiantata contro l’esistenza quotidiana”. Ma poi si era subito pentito della bella citazione, come ci racconta Francesco Merlo su Repubblica, perché “anche questo è stato sconfitto, il passato, un modo di stare al mondo, la sinistra che ha alle spalle i libri di Gramsci e di Majakovskij, un’antropologia percepita come aristocratica”. Non si dimentichi che il populismo per gran parte è figlio dell’elitarismo. Già dal 2015, dopo il calo dei consensi alle elezioni regionali, D’Alema aveva evidenziato che “è avvenuta una cosa più grave di una rottura politica: una rottura sentimentale. Una parte degli elettori di sinistra hanno rotto con il Pd, e difficilmente il Pd li potrà recuperare”. Le rotture sentimentali, infatti, sono più difficili da recuperare perché non si alimentano di giudizi di convenienza ma di “convinzioni”.

 

Dopo il clamoroso insuccesso del 2018 c’era da attendersi una riflessione seria e severa sulle cause della protesta e della rottura con l’elettorato tradizionale di sinistra. Si avviò, invece, una inconcludente operazione di facciata che lasciò in piedi ed intatta la governance del partito senza un minimo di riflessione sulle novità intervenute nella società italiana e sul sistema della rappresentanza politica, corrosa, nel frattempo, dalla crescente astensione elettorale. L’ingresso nel governo dopo la crisi del Conte-1 diede al gruppo dirigente l’illusione della centralità del Pd che, in mano di fatto ai governisti, apparve subito come una forza politica che, nonostante gli insuccessi elettorali, continuava a governare il paese attraverso manovre di palazzo.

 

L’ultima competizione elettorale caratterizzata dal fallimento della ricerca del cosiddetto campo largo, dal crollo annunciato nei collegi uninominali, dalla consolidata perdita dei consensi elettorali del Pd e dall’inevitabile successo in termini di rappresentanza parlamentare della destra, è storia recente, sulla quale il congresso dovrebbe esprimere una valutazione critica per disegnare un processo di rilancio della presenza del partito nella nostra società. Intanto al governo del paese, dopo il risultato elettorale, si è insediata la destra di Giorgia Meloni con il supporto di forze politiche fortemente ridimensionate sul piano dei consensi (Lega e Forza Italia). È sicuramente una destra post-fascista ma sarebbe fuorviante e deleterio inventarsi una riedizione aggiornata del ventennio che non verrebbe percepita dall’opinione pubblica. Anche perchè si è subito registrato uno strisciante appiattimento dell’informazione che prelude ad un deplorevole conformismo che tende addirittura a romanticizzare la vita e la figura della Presidente del Consiglio.

 

La polemica sull’antifascismo, sulla permanenza della fiamma nel simbolo di Fratelli d’Italia è polemica sterile perchè, fra l’altro, non coglie la natura e la motivazione dei consensi raccolti dal partito della Meloni. Se fosse valido lo schema interpretativo secondo il quale Fratelli d’Italia è un partito erede della destra sociale, statalista e con venature post-fasciste, avremmo dovuto registrare una netta affermazione di questa formazione nel  mezzogiorno. Invece Fratelli d’Italia è paradossalmente il partito del Lombardo-Veneto ove passa dal 4% circa del 2018 ad oltre il 33% del settembre 2022 ridimensionando, così, il radicamento tradizionale della Lega e annullando Forza Italia. La Meloni, col suo governo, tenderà invece, al di là degli iniziali provvedimenti identitari, a caratterizzarsi come espressione di un moderno neo-conservatorismo.  Nel discorso alla Camera, infatti, ha enfatizzato il riferimento al noto filosofo conservatore-tradizionalista  Roger Scruton. Addirittura sul piano economico ha  prospettato una riedizione del laissez-faire: “Non disturbare chi vuole fare’“. In questo contesto ed in questo quadro di alleanza di governo il Pd, se vuole recuperare una funzione di centralità, non può sottrarsi nel prossimo congresso ad operare una scelta coraggiosa di rinnovamento e di ridefinizione di una propria identità.

 

Il congresso deve smentire con i fatti quanto preconizzato da Edmondo Berselli che, all’atto della fondazione del nuovo partito, non esitò a definire il Pd un “partito ipotetico”. Il Pd è reduce da una sonora sconfitta ma è finalmente libero da ogni “responsabilità repubblicana”. L’opposizione in Parlamento e nel Paese potrà cancellerà l’immagine di un partito condannato a governare quasi per effetto di una sorta di “conventio ad includendum”. La partecipazione ai governi tecnici (Monti e Draghi) è stata percepita dall’elettorato tradizionale come una perdita di identità. Il Pd deve ritornare, perciò, a parlare a quelle fasce dell’elettorato che si sono sentite abbandonate o addirittura tradite e che, invece, si sono sentite rappresentate dalla Meloni e da Conte  soprattutto  nel Mezzogiorno. Il Pd è nato sull’onda della narrazione ottimistica del globalismo, ora in crisi profonda per l’insorgere e la diffusione di inaccettabili diseguaglianze.

 

La crisi del globalismo neo-liberale non può indurre però il partito ad isterilirsi in una posizione dogmatica, incline perciò all’estremismo di sinistra. In taluni riemerge un pensiero politico evocativo della lotta di classe!! Le culture politiche del Novecento sono tutte in crisi e superate. Ma sarebbe un errore ritenere che la fine dei partiti ideologici possa comportare la fine di ogni riferimento ideale. I guasti dei partiti leggeri e carismatici, attenti alla sola gestione del potere, sono sotto gli occhi di tutti. Il patrimonio delle culture politiche che hanno ispirato i partiti del secolo scorso deve certamente essere conservato, ma il Pd deve compiere uno sforzo interpretativo della complessità della società nelle quale siamo chiamati ad operare. S’intrecciano nuovi bisogni, nuove povertà, nuove forme di organizzazione del welfare; riemergono nuovi conflitti e nuove esigenze di riequilibrio tra chi sta sotto e chi sta sopra; diventa non più sopportabile il divario tra Nord e Sud. La risposta politica alle nuove domande non può essere la riproposizione di vecchi schemi e di vecchi modelli. In questo contesto è prioritaria l’attenzione alle persone. Il populismo forse si supera con il recupero di un neo-popolarsmo che, all’interno del Pd, è chiamato a svolgere un ruolo importante decisamente appannato negli ultimi tempi dal contributo offerto dagli eredi della tradizione del cattolicesimo democratico.

 

Ma tutto questo non verrebbe percepito dagli elettori se non si realizzasse con il congresso una ventata di novità che non è giovanilismo ma è, invece, l’affermarsi di un nuovo gruppo dirigente capace di esprimere “pensiero critico” in grado di superare il divorzio tra politica e cultura. Senza concordare con le pesanti affermazioni di Francesco Piccolo su Repubblica circa il rapporto con la realtà del gruppo dirigente, asserragliato al Nazareno, che si trastulla irresponsabilmente sul nulla e non avverte il pudore di abbandonare la scena, l’esigenza del rinnovamento è da tutti avvertita. Ma in tema di “nuovo” non pare superfluo ricordare ciò che scrisse appunto Vladimir Majakovskij, il cantore della rivoluzione bolscevica: “Le nostre gesta saranno più difficili di quelle del creatore che ha riempito il vuoto di cose. Noi dobbiamo creare il nuovo con l’immaginazione e anche dinamitare il vecchio”. Immaginazione per creare il nuovo e sostituzione di quanto di “vecchio” viene percepito dagli elettori: questo il compito gravoso del congresso per creare un partito-comunità che si alimenta prima di tutto di passione e di pensiero critico.

BASE RIFORMISTA A ROMA SI È INCARICATA DI ROMPERE IL CERCHIO DELL’IMMOBILISMO. D’AMATO È UN CANDIDATO SERIO.

 

A fronte della sconfitta elettorale, la corrente dei “riformisti” del Pd ha proposto una ripresa immediata dell’azione politica e programmatica della giunta Gualtieri, sollecitando uno scatto in avanti su alcuni temi come l’inceneritore. L’appoggio alla candidatura di Alessio D’Amato è la conseguenza di una scelta politica che riconosce il lavoro da lui svolto in qualità di assessore alla sanità nel periodo più critico.

 

Carlo Cotticelli

 

In queste ultime settimane non tutto il Pd è stato immobile o fermo ad aspettare un sì da Conte e dai Cinque Stelle, ma c’è stato un pezzo di Pd che ha proposto una serie di iniziative politiche che si stanno rivelando le più credibili e percorribili. Base riformista, a fronte della sconfitta elettorale, ha proposto una ripresa immediata dell’azione politica e programmatica della giunta Gualtieri, sollecitando uno scatto in avanti su alcuni temi come l’inceneritore per favorire lo smaltimento dei rifiuti nel medio periodo e pulire la città in prospettiva futura, così da evitare ulteriori e gravosi esborsi economici. Più in generale, si tratta di utilizzare al meglio le risorse a favore del sociale e dei servizi pubblici, in particolare il trasporto urbano, e questo progetto può essere portato avanti allargando la maggioranza al Terzo polo, evidentemente omogeneo a questa linea di modernizzazione della città.

 

Per altro, in vista delle elezioni regionali, era necessario evitare una replica del cartello delle politiche: si è visto, infatti, come esso non abbia retto né elettoralmente, né politicamente, dato l’immediato abbandono verso altri lidi di Fratoianni e Bonelli, distanti e lontani da qualsiasi progetto riformista. Dunque, l’appoggio alla candidatura di Alessio D’Amato è la conseguenza di una scelta politica che riconosce il lavoro da lui svolto in qualità di assessore alla sanità nel periodo più critico, quello della pandemia, allorché le scelte della Regione hanno garantito standard adeguati di servizi e assistenza ai cittadini del Lazio.

 

Sono indicazioni che scaturiscono da un sano principio di realismo. Nulla a che vedere con gli atteggiamenti di quanti, secondo la poco benevola battuta di Zingaretti, giocano il ruolo di “professionisti della sconfitta”; i quali invero, per assicurarsi una rendita di posizione, avrebbero preferito andare da soli con qualche lista di sostegno, magari di fuoriusciti, consegnando ancora una volta la Regione alla destra, anche stavolta senza combattere come è successo alle politiche (dove appunto, da veri professionisti della sconfitta, hanno dato il meglio di sé). Sia chiaro, questo percorso va condiviso e non è detto che offra la sicurezza di vincere, ma è l’unico percorribile per chi si riconosce in azioni di governo efficaci e responsabili, senza inseguire chimere che – quelle sì – consegnerebbero il Pd alla storia. Con il suo fallimento.

LA MIOPIA DI NON GUARDARE OLTRE LO STECCATO

 

Rivolgersi ai propri cari è un obbligo per chi fa politica. Ma non riuscire a guardare oltre lo steccato è il segno di una miopia che si rischia di pagare cara.

 

Marco Follini

 

C’è una doppia deriva identitaria in corso. A destra si pratica il linguaggio prefettizio su rave e migranti, si immagina di dettare i nuovi palinsesti televisivi, si cambia nome ai ministeri. A sinistra si archivia quel che resta dell’agenda Draghi e si scommette tutto su un anelito di pace disancorato dalle scelte che la comunità internazionale e il nostro stesso Parlamento si apprestano a dover fare.

 

Naturalmente sto mettendo insieme, un po’ alla rinfusa, argomenti diversi, diversissimi. Che per in qualche modo però alludono, tutti, a una tendenza comune. Si tratta di quella che con definizione antica e desueta si sarebbe chiamata “radicalizzazione della lotta politica”. E cioè la tendenza di ognuno a parlare quasi solo ai propri seguaci senza riservare nessuna attenzione non dirò agli avversari ma neppure agli indecisi.

 

Questa tendenza vorrebbe esprimere certezza e fiducia. E invece a me sembra indicativa di una certa fragilità degli schemi che vanno per la maggiore. Rivolgersi ai propri cari è un obbligo per chi fa politica. Ma non riuscire a guardare oltre lo steccato è il segno di una miopia che si rischia di pagare cara. L’applauso momentaneo della propria parte di platea infatti non compensa mai la diffidenza di tutti gli altri. Cosa che dovrebbe essere resa chiara – fin troppo – dalla quantità di elettori che disertano le urne.

 

Ora, nessuno vuol ridurre la politica a una notte hegeliana popolata solo da vacche grigie. Ma riuscire ad andare oltre la cerchia dei fedeli resta sempre il modo migliore per dimostrare il vigore della propria fede.

Rivolgersi ai propri cari è un obbligo per chi fa politica. Ma non riuscire a guardare oltre lo steccato è il segno di una miopia che si rischia di pagare cara.

Fonte: La Voce del popolo – 11 novembre 2022 – Articolo è qui riproposto per gentile concessione dell’autore e del settimanale.

ABBIAMO UN GRANDE BISOGNO DI REALISMO POLITICO. IL DIBATTITO DI C3DEM SULLA CRISI DELLA DEMOCRAZIA.

 

Da più parti si osserva come la crisi della democrazia solleciti una riflessione capace di indagare il futuro possibile. C3dem, proponendo lodevolmente un dibattito aperto su queste prospettive, tocca anche le corde profonde delle trasformazioni epocali in corso d’opera, che poi intersecano e ricadono a pieno titolo sulla democrazia. I destinatari sono le diverse associazioni e i movimenti, che si ispirano al cattolicesimo democratico e popolare italiano, alla Costituzione, al Concilio e all’insegnamento sociale della Chiesa.

Di seguito pubblico la seconda parte dell’intervento di Labate, assiduo interlocutore del nostro Blog, con il link a fondo pagina per leggere il testo integrale.

 

Nino Labate

 

[…]

 

Leggere con occhiali nuovi le sfide del nostro tempo

 

Le sfide del futuro sono sotto i nostri occhi da tempo, anche se non ci facciamo molto caso. Ma sono novità assolute nella storia dell’uomo. Proprio per questo basta un po’ di buon senso per capire che le risposte da dare a queste sfide non possono essere a misura di partito, o della destra o sinistra politiche. E le sfide si sommano indicando vere e proprie rivoluzioni cognitive nel nostro modo di leggere il mondo, che poi conducono a vere e proprie rivoluzioni sociali, economiche, culturali e quindi politiche.

 

L’avvertenza sul lavoro da fare è una sola: che questi urgenti ripensamenti devono far capo alla testa e non alla pancia. Devono superare le ideologie otto e novecentesche, devono il più possibile accorciare le distanze tra le vecchie categorie di Sinistra e Destra, come dicevo. Ma evitando nello stesso tempo di cadere nelle trappole – pericolose – del pensiero unico e del partito unico, dove si livella ogni dibattito, e si fa morire il sacrosanto diritto alla libertà di dissentire e associarsi. È stata la mistica Simone Weil ad avvertirci molti anni fa di questo pericolo quando ha ragionato sulla morte di quel partito politico che evita la dialettica, e che si riduce ad una sola dimensione.

 

Per questo, pur di fronte a problemi epocali che chiedono risposte coraggiose non dissimili, bisogna continuare ad aver fiducia nel pluralismo. Legittimando soprattutto i corpi intermedi, specie quelli che partono dal basso. Riconfermando senza discussioni il ruolo insostituibile del Parlamento e del confronto pubblico, a prescindere dagli invocati presidenzialismi. Rispettando i municipi con i loro problemi reali locali quando non si trasformano in localismi. Delegando poteri e sovranità a quella Europa unita indicataci dai padri fondatori. Applicando quel benedetto e frainteso principio di sussidiarietà. Ma evitando di evocare fascismi e voglie autoritarie o comunismi proletari, quando nelle emergenze si rendono opportune decisioni centralizzate nelle mani del Governo come nel caso del coronavirus. O quando non si vuole pregiudizialmente giustificare l’esistenza di una destra sociale non rivolta solo ai primi, ai migliori e ai meritevoli per questioni di famiglia, ma anche agli ultimi, e quando si constata che le logiche del libero mercato e della proprietà privata sono ormai nel DNA del socialismo democratico. Dunque, un pluralismo vero. Non quello finto venduto come vero. Un pluralismo di sostanza, insomma, e non quello delle pure apparenze per accontentare i tanti partiti personali oggi a misura di solitari leader. O quello favorito e incentivato dalle leggi proporzionali che frammentano l’elettorato in una miriade di partiti e partitini simili, diversi solo nel leader ma che conducono ad un pluralismo politico formale, che, nella prospettiva dei cambiamenti, spesso si riduce a ripetute fotocopie di partiti, programmi, risposte e soluzioni.

 

Ma c’è dell’altro. C’è l’importanza di avere uno Stato presente che, pandemia o meno, deve continuare a fare la sua irrinunciabile parte reagendo a quel neoliberismo austriaco modello laissez faire del “meno Stato e più privato”. Reagendo a quegli studiosi ed editorialisti innamorati del libero mercato come unica e sola possibilità di sopravvivenza civile, che hanno sempre snobbato Keynes. Un momento storico, il nostro, che deve essere tolto dalle mani dei tanti che confondono il bene comune col bene particolare, il bene di tutti col bene di una sola parte, il bene nazionale col bene di un partito. E tutto questo mentre l’economia si incammina verso lidi sconosciuti e le società necessitano di urgenti analisi e altrettanto urgenti risposte.

 

Sotto questo aspetto, ritengo che lo smussamento delle differenze storiche tra sinistra, centro e destra, e che l’avvicinamento delle risposte politiche e partitiche debba essere compito della ragione più che della passione. Più dell’intelligenza dell’uomo che di quella artificiale o dei media, dei social e dei selfie. Un compito nuovo e arduo nello stesso tempo, che ha poco a che fare con la cattura del consenso politico-partitico, e che deve essere capace di misurarsi con un capitalismo che ormai è concentrato nelle mani della sola finanza, lontano dai controlli democratici, e che crea diseguaglianze e povertà di portata mondiale, con un mercato azionario pilotato solo dall’1% di super ricchi che detta le leggi alla democrazia esercitando un potere extrapolitico che i liberisti fanno finta di non vedere.

 

Non concedere nulla ai populisti del “dagli alla casta!”

 

Ci sono risposte diverse da dare a questi problemi? Una destra sociale, una volta che indirizzi il suo sguardo verso la società anziché verso le sue idee, riesce (e vuole) veramente a essere diversa da una sinistra sociale? Un liberalismo democratico riesce veramente (e vuole) essere diverso da una socialdemocrazia veramente liberale?

 

Esiste, dunque, qualche possibilità di ridurre le differenze ideologiche orientate al consenso? Oppure, per le sfide che ci attendono, dobbiamo continuare a collocarci a destra, al centro e a sinistra proseguendo allegramente su categorie storiche del passato che non dicono più niente? Siamo o non siamo convinti che occorre ritarare le vecchie distinzioni ragionando su quelle nuove che sono sopraggiunte? E poi: esiste la possibilità di conciliare il sacrosanto diritto costituzionale di concorrere alle elezioni politiche, evitando però la proliferazione inutile dei partiti, quando ormai se ne contano 54 registrati, 18 in Parlamento e 9 fuori dal Parlamento (che arrivano a 26 se si tiene conto dei gruppi parlamentari, delle liste per l’Europa e di quelle nazionali locali)?

 

So di urtare la suscettibilità di quanti, nel nostro ambiente culturale, vogliono che nel Parlamento trovino posto anche i partiti più piccoli, perché tutti siano rappresentati, ma è evidente che questa mia riflessione porta al bipolarismo se non al bipartitismo, e devo ammettere che ciò non mi scandalizza per niente. Le varie Terze vie sono state fallimentari. Questo mio auspicio, però, non concede nulla ai populismi che sbeffeggiano le c.d. caste e la classe politica, che io ritengo invece indispensabili ieri come oggi. Non concede nulla, cioè, a quelli del “né di destra né di sinistra!”. Perché rimane sul tappeto e in bella evidenza il tema dell’’eguaglianza e della diseguaglianza, tanto caro a Norberto Bobbio, che ci deve fare luce nel percorso delle soluzioni insieme ai diritti dell’uomo e alla giustizia, e possibilmente con l’utopia di Bergoglio sul salario universale.

 

Il centrismo inutile

 

Quando era già partito un processo spontaneo di ridefinizione, è stato Marco Revelli a interrogarsi, circa 30 anni fa, sull’”identità smarrita” di Sinistra e Destra. Facendo seguire questa sua riflessione da un lavoro provocatorio e ancora più chiaro sin dal suo titolo: “Finale di partito”. In esso – scontando la scomparsa del vecchio partito di massa, trasformato in comitato elettorale nelle mani di un leader in diretto rapporto con gli elettori (e dando così ragione a Bernard Manin e alla sua “Democrazia del pubblico”), e con gli occhi rivolti a quella “Postdemocrazia” denunciata da Colin Crouch e caratterizzata dall’enorme e incontrollabile potere delle lobby economiche e dei mass media – sono proprio le identità di sinistra, destra e centro ad essere messe sotto osservazione.

 

Sono anche gli anni in cui Pietro Scoppola ragiona su quella Repubblica dei partiti che ha frenato l’avvento di una democrazia compiuta, soffermandosi sulle ragioni storiche del centrismo e lanciando velati avvertimenti sulle lotte intestine fra le élite interne ai partiti: premessa alla loro crisi d’identità, ai giorni nostri venuta a piena maturazione.

 

Subito dopo arriva il lavoro di Norberto Bobbio su Sinistra e Destra, indicate, come ho detto, come l’alternativa tra i fautori dell’uguaglianza e i sostenitori della diseguaglianza. Una distinzione lungimirante che ha avviato un dibattito ancora in corso, ripreso recentemente anche da La Civiltà Cattolica con un articolo di Francesco Occhetta del maggio 2018 (“Destra, Sinistra e le nuove appartenenze della politica”) il quale si interrogava anche lui su cosa potesse sostituire queste ormai vecchie categorie politiche. Nei riguardi del Centro, la storia politica italiana è stata attraversata dal centrismo storico della vecchia Dc, spesso definito moderato e cattolico. Un centrismo in quegli anni giustificato da una “politica di centro… necessaria per l’Italia post-fascista, portando al superamento dell’antifascismo e alla convinzione che il partito comunista di Togliatti sarebbe, prima o poi, diventato democratico”: così scriveva la filosofa Lorella Cedroni introducendo un bel libriccino di Reset edito nel 1995, “Centrismo vocazione o condanna?”. Quei ceti medi moderati e quella borghesia sono ormai scomparsi dalla scena sociale e culturale, come ci hanno da tempo avvertiti De Rita, Bonomi e Cacciari.

 

Il centrismo e il centro politico sono tornati oggi d’attualità grazie alla legge proporzionale, perché si pensa, a torto, che essa da sola possa creare una domanda sociale e definire una identità cultural-politica. E si nota qualche fuga in avanti in coloro che considerano il popolo cattolico e moderato come la base sociale di tale centrismo. Giustificato e forse necessario negli anni del secondo dopoguerra, a causa della nota situazione internazionale, e se vogliamo anche quella nazionale della ricostruzione, che ha caratterizzato le identità partitiche di quel tempo storico. Quel centrismo non ha però elaborato una qualche originale filosofia politica se vogliamo escludere quel moderatismo necessario nel secondo dopoguerra, e oggi con i moderati presenti nell’intero arco dei partiti costituzionali, senza nessun significato politico.

 

E, dunque, se proprio non possiamo fare a meno delle distinzioni geometriche orizzontali, si abbia almeno il coraggio di dire a chiare lettere che sono altre le cose che quelle categorie devono indicare. Tenendo gli occhi sempre bene aperti su quelle minoranze nostalgiche col saluto fascista e col pugno chiuso.

 

Per leggere il testo integrale

https://www.c3dem.it/abbiamo-un-grande-bisogno-di-realismo-politico/

IL BARDO DI ASTERIX E IL RATTO DELLE SABINE.

 

Le donne – si legge nel testo – sono “soggetto predatorio politico” di più facile conquista, vuoi per la facile promessa di visibilità a cui nessun politico rinuncia, vuoi perché la elaborazione politica autonoma delle donne è molto al di là da venire, e il politico donna è per ora oggetto di curiosità, mentre dovrebbe essere un must della cultura politica.

 

Elisabetta Campus

 

Nel raggruppamento partitico Italia Viva-Azione si verifica da un po’ una preferenza di figure politiche femminili provenienti tutte dalla ex area berlusconiana. Artefice di questa ricerca è il nostro bardo di Asterix, il quale avendo probabilmente pensato che nel villaggio la presenza di sue donne di caratura politica è carente e le donne del socio Renzix non sono disponibili essendo ben accasate, decide quindi di guardarsi intorno.

 

Per prudenza resta ben accosto al suo perimetro, non essendo un guerriero; poi si affaccia al giardino vicino, quello del potente re sabino Berlusconus, e decide novello satiro di attrarre le sue donne; e cioè le donne che possono dare ancora visibilità al villaggio, ma sono anche libere dalle attenzioni del re sabino. Il canto della lira che suona il nostro bardo è suadente, tanto che pronte arrivano le donne e subito trovano alloggio consono alla loro rappresentanza e importanza. Di tal ché non udendosi alcuno strepito nel villaggio, i Romani cominciano a porsi delle domande.

 

Quanto durerà la ricerca/raccolta del bardo di Asterix prima che quest’ultimo se ne accorga o prima che le donne del gruppo si accorgano che le novelle sabine berlusconenses stanno prendendo i posti da loro faticosamente  conquistati? Allo stesso modo delle romane che al tempo non accolsero le sabine con trionfi e fiori gettati ai loro piedi, ma sopportarono per convenienza – così dice la storia – poiché, essendo meno dei maschi del villaggio, non avrebbero potuto soddisfare tutte le voglie di accoppiamento presenti.

 

Per un raggruppamento partitico che fa una battaglia culturale sulla rappresentanza femminile in politica, si devono annotare due registri. Il primo quello di Italia Viva, che le sue donne se le tiene e cerca di valorizzarle dove è possibile e non le cede in visibilità al socio di Azione; il secondo è quello di Azione, che di donne di valore politico ne ha pure, ma non ci investe in visibilità, non ne parla pubblicamente e preferisce la ricerca/raccolta in territori politici limitrofi.  Così agendo si portano in evidenza i punti di contatto e le divergenze culturali di questo raggruppamento politico.

 

Per chi li ha votati come terzo polo, culturalmente detto polo di centro, dandogli il 7.79% poco sopra ai 2 milioni di voti espressi, (alla Camera 21 deputati, tutti nel proporzionale, stesso discorso al Senato, dove il terzo polo non ha vinto alcun collegio uninominale ed ha eletto 9 senatori), è una sconfitta culturale perché la parità di genere si esprime soprattutto nelle azioni. Si sa che tutti hanno sfruttato al meglio la legge elettorale, ma il dato di fatto è che le donne elette sono tutte donne dei due capi. Ora, a un mese dall’insediamento, quando ci si aspetterebbe una valutazione delle donne del raggruppamento, queste si vedono arrivare un’altra donna e nulla lascia pensare che non sia l’inizio di un fenomeno di migrazione dal campo limitrofo, quello che sta a destra. Però le donne del villaggio del raggruppamento sanno bene quante siano le capanne disponibili e presto, molto presto, diventeranno insufficienti e la coabitazione una necessità e un peso.

 

Ma c’è anche un ragionamento culturale più profondo nella visione del bardo. Le donne qui sono “soggetto predatorio politico” di più facile conquista, vuoi per la facile promessa di visibilità a cui nessun politico rinuncia, vuoi perché la elaborazione politica autonoma delle donne è molto al di là da venire, e il politico donna è per ora oggetto di curiosità, mentre dovrebbe essere un must della cultura politica. Facile dunque, con due accordi ben eseguiti, cantare la promessa di un futuro politico migliore, sebbene non appaia però come espressione di un impegno profondo e faticoso, volto ad elaborare linee politiche da presentare al Paese (se il canto lo avessero sentito la Anselmi o la Iotti il bardo non avrebbe avuto chance) e sulle quali poi confrontarsi con l’opinione pubblica e con i propri elettori (qui nel caso specifico impossibile perché nessuna donna è uscita dal collegio uninominale). Non si vede, dunque, al passare delle settimane nulla di nuovo nel raggruppamento denominato terzo polo per elaborazione di tematiche politiche, ma tattica di posizionamento che, se affidata alla sola lira del bardo, ben presto sarà oggetto di scordatura o peggio corda spezzata, con buona pace di tutti.

 

LA POVERTÀ FA BENE AI RICCHI: LE RIFLESSIONI DEL GIOVANE FANFANI SUL MODO DI COMBATTERE LA MISERIA.

 

Non si richiede un livellamento alla condizione del povero, ma uno stato d’animo vicino al povero: il Paradiso – scrive Fanfani – non è né per i ricchi né per i poveri, è solo per i poveri in ispirito. Il ricco deve distaccarsi dai beni che lo circondano e il povero involontario deve amare la sua condizione.

 

Roberto Rossini

 

I poveri, li avrete sempre con voi, diceva Gesù. E anche Amintore Fanfani lo ripete e lo giustifica con un libretto che mi è capitato di leggere per puro caso, scartabellando tra i libri di una delle tante biblioteche popolari delle Acli sui territori. Si sa, a volte non sei tu che trovi i libri, sono i libri che trovano te. E allora eccolo qua, un testo scritto da Fanfani nel lontano 1944 per i tipi di Vita e Pensiero dell’Università Cattolica. Il libro s’intitola “Colloqui sui poveri”: un centinaio di pagine scritte per un’apologia della povertà. Perché i cristiani – chiarisce subito l’autore – non possono credere alla possibilità di eliminare la miseria. Altro che abolizione della povertà! La povertà è un aspetto del dolore e il dolore è ineliminabile dalla vita privata e pubblica. Possiamo ridurla, ma solo gli illusionisti possono pensare di farla sparire. Nessuna utopia, nessuna disperazione, insomma: solo concretezza.

 

E allora vai con le cifre: a Milano, nel periodo 1929-1930, è circa il 9% della popolazione ad essere ammesso alla gratuita assistenza sanitaria e farmaceutica, a Venezia il 25%, in Irpinia poco più del 10% è iscritto alle liste dei poveri; anche il resto del mondo vede più o meno il 10% in povertà. Tanto? Poco? Fanfani dice che il 10 è una proporzione scandalosa, ma ancor di più lo è il fatto che il restante 90 non riesca a svolgere un’azione di redistribuzione della ricchezza come rimedio all’infelicità della decima. Forse il fatto sbagliato è che a muoversi non sia il 90%, ma solo le pubbliche istituzioni a cui deleghiamo questo compito?

 

E qui Fanfani apre un lungo capitolo sul ruolo dello Stato. E – senza mai citare le parole come comunismo o fascismo (anche la parola Stato subisce un embargo, siamo pur sempre nel 1944) – si scaglia contro un sistema che già in Inghilterra nel XVI secolo aveva dimostrato di essere fallimentare. Se deleghiamo tutto alle Pubbliche istituzioni, poco combineranno. Le Pubbliche istituzioni sono importanti, ma lo è ancor di più il ruolo di ciò che noi oggi chiameremmo “società civile”, oltre al semplice cittadino che deve (deve!) fare l’elemosina, perché è un atto pedagogico. Nella concezione cristiana non basta che chi può dia al povero l’elemosina: il cristianesimo al povero non intende tanto procurare sussidi, quanto amore. Non si richiede un livellamento alla condizione del povero, ma uno stato d’animo vicino al povero: il Paradiso – scrive Fanfani – non è né per i ricchi né per i poveri, è solo per i poveri in ispirito. Il ricco deve distaccarsi dai beni che lo circondano e il povero involontario deve amare la sua condizione. Peraltro non si tratta neppure di solo sussidio, perché – citando San Bernardino da Siena – i poveri si sovvengono direttamente ed indirettamente, cioè con l’elemosina e col lavoro.

 

L’amore per i poveri è una caratteristica del cattolicesimo, che contrasta con quanto avvenuto con la riforma protestante e con l’umanesimo, che mostrano orrore verso la povertà, uno stigma che tuttora portiamo con noi: l’individualismo che ne deriva si supera con comportamenti di attenzione e di elemosina, di carità. Ecco perchè lo Stato non basta.

 

Peraltro Dio ha comunque cura dei “suoi poveri” (strepitoso l’aneddoto del gatto che “porta” da mangiare: la mano di Dio?): ma tocca invece a noi intervenire con forme adeguate ai tempi. La cura che Dio ha dei suoi poveri – scrive – mostra che l’opera elemosiniera dei ricchi non è indispensabile: è soltanto necessaria alla salute eterna del ricco. Quindi la povertà è educativa per tutti, ma in particolare per i ricchi. Per il resto, siccome la povertà deriva da cause artificiali e naturali, bisogna cercare di eliminare quelle artificiali e limitare quelle naturali.

 

Insomma, le parole di Fanfani – almeno cinque – ci sarebbero utili anche oggi: lavoro e sussidi, ente pubblico ed ente privato, educazione. Su queste cinque parole potremmo costruire una visione cattolica e contemporanea, senza strumentalizzare il Reddito di cittadinanza o mostrando un falso pietismo verso i poveri: anzi verso le persone in condizioni di povertà. Recuperare i classici è un modo per superare il tempo e avvicinarsi alle politiche con l’occhio di chi sa che a volte non c’è una soluzione unica, semmai una storia delle soluzioni che più o meno opportunamente possiamo mettere in campo.

PD, UNA FASE POLITICA NUOVA CHE ESIGE UNA SCELTA PRECISA.

 

Non aver saputo presidiare politicamente l’intera area del centrosinistra ha comportato lo sviluppo competitivo ai danni del Pd sia alla sua sinistra sia alla sua destra. Il nuovo Terzo Polo non sarebbe mai esistito se il Pd avesse saputo mantenere fede al suo impegno fondativo. L’evoluzione politica in corso, favorita dalle incertezze dei dem, pone dunque il Pd nella necessità alquanto impellente di prendere alcune decisioni di fondo. Il Pd è nato per essere un passo oltre la sola Sinistra o il solo Centro.

 

Enrico Farinone

 

Il Pd è in difficoltà, questo è evidente a chiunque. I sondaggi lo certificano. Del resto, le dure sconfitte elettorali un prezzo lo richiedono sempre. Voltare pagina e guardare al futuro, operando per costruirne uno migliore, è naturalmente la cosa migliore e più utile da fare. A patto però di saper e voler analizzare adeguatamente tutte le problematiche che hanno provocato l’insuccesso nelle urne.

 

Quella delle alleanze è divenuta una delle principali e val la pena di indagarla perché è proprio una di quelle questioni che il Pd immaginato alle sue origini non avrebbe dovuto avere. L’obiettivo del partito di centrosinistra che univa le culture riformiste del Paese era esattamente rappresentato da quella che Walter Veltroni, il primo segretario, definì la “vocazione maggioritaria”: ovvero l’ambizione d’essere l’unico partito del centrosinistra, appunto. Indispensabile unità richiesta da un sistema elettorale maggioritario, fra l’altro. Ma soprattutto superamento di storiche divisioni ormai non più attuali in seguito all’evoluzione degli avvenimenti seguiti alla caduta del Muro di Berlino e alla scomparsa delle ideologie, senza però illanguidire e anzi valorizzando sensibilità culturali e valoriali diverse e positive, capaci di rendere plurale e più ricco il partito. Questa, la teoria.

 

In pratica le cose non sono andate proprio così, e questo è il problema. I 15 anni di vita del Pd, nelle loro varie fasi con tutti i diversi segretari succedutisi e con le scissioni subite, lo hanno testimoniato. E quanto è accaduto in questi ultimi mesi ne è l’inevitabile risultato.

 

Non aver saputo presidiare politicamente l’intera area (sottolineo “intera”) del centrosinistra ha comportato lo sviluppo competitivo ai danni del Pd sia alla sua sinistra sia alla sua destra. Con caratteristiche diverse. A sinistra lo spazio – al di là delle solite numerose sigle che tutte insieme faticano a raggiungere il 5% dell’elettorato – è stato occupato incredibilmente da un partito-non partito quale il Movimento 5 Stelle interpretato in una nuova versione dall’ex “avvocato del popolo” Giuseppe Conte. Quanto sia reale e sincera questa conversione dal grillismo anti-partitocratico alla sinistra dura e pura d’opposizione resta tutto da vedere, ma la competizione si è fatta seria, essendo l’obiettivo dei pentastellati addirittura divenuto lo svuotamento elettorale del Pd.

 

Un obiettivo analogo lo ha pure, sul fronte centrale, il nuovo Terzo Polo. Che semplicemente non sarebbe mai esistito se il Pd avesse saputo mantenere fede al suo impegno fondativo. In prospettiva il Terzo Polo non è solo Calenda, non è solo Renzi. È la ricomposizione di un Centro alternativo alla Sinistra e ad una Destra radicale alla quale si propone di sottrarre le componenti moderate. La presenza in esso di Gelmini e Carfagna e ora l’arrivo di Moratti è la cartina di tornasole di questo progetto.

 

L’evoluzione politica in corso, favorita dalle incertezze dei dem, pone dunque il Pd nella necessità alquanto impellente di prendere alcune decisioni di fondo. La prima delle quali riguarda la sua collocazione nello scacchiere politico. O ritenta quella che potremmo chiamare “operazione centrosinistra”, oggi più difficile ma non completamente impossibile, sapendo che perderà qualcosa a sinistra. O si butta decisamente a sinistra, sapendo che perderà consensi al centro. In quest’ultimo caso, però, dovrebbe avere l’onestà intellettuale di cambiare denominazione, come giustamente dal loro punto di vista sostengono Bersani, Speranza e altri. Il Pd è nato infatti per essere un passo oltre la sola Sinistra o il solo Centro. Sembra un ragionamento politologico, invece è semplice. È politica.

CONTE, DONAT-CATTIN E LA SINISTRA SOCIALE.

 

È bene non confondere la lezione politica, culturale, sociale ed istituzionale di Donat-Cattin con quella di Conte; come pure è bene evitare di tracciare paragoni tra la sinistra sociale di ispirazione cristiana con il populismo assistenzialista e pauperista dei 5 Stelle.

 

Giorgio Merlo

 

Ma, “di grazia”, per scomodare il Manzoni, che cosa c’entra concretamente il capo del partito populista per eccellenza, ovvero Giuseppe Conte, con la storica sinistra sociale? Lo chiedo perchè alcuni organi di informazioni sostengono che il populismo dei 5 Stelle sarebbe l’ultima versione che incarna la storica esperienza politica e culturale della cosiddetta sinistra sociale nel nostro paese. Ora, che la memoria storica sia stata azzerata e cancellata nella cittadella politica italiana dopo l’irruzione della deriva populista e qualunquista non c’è alcun dubbio, al riguardo. Ma che un progetto politico, una cultura politica e una visione della società come quella perseguita per decenni dalla esperienza della sinistra sociale di ispirazione cristiana venga equiparata a ciò che dicono da qualche settimana i 5 Stelle, più che un madornale errore storico è una offesa verso quella tradizione ideale e storica.

 

E questo per almeno due ordini di motivi. Innanzitutto perchè la sinistra sociale nel nostro paese è sempre stata espressione di un progetto politico più vasto e di ampio respiro che affondava le sue radici in una tradizione di uomini e di donne che avevano fatto di quelle battaglie sociali una identità politica e culturale storica. In secondo luogo perchè la sinistra sociale è stato un tassello caratteristico e specifico della lunga marcia del cattolicesimo sociale che è stato un asset fondamentale del cattolicesimo politico italiano. Da Giulio Pastore ad Ermanno Gorrieri, da Carlo Donat-Cattin a Franco Marini, solo per citare gli esponenti più significativi di questa nobile e gloriosa tradizione storica. Un filone che non è affatto giunto al capolinea, anzi.

 

Certo, oggi mancano quelle condizioni politiche e culturali che hanno permesso alla sinistra sociale di ispirazione cristiana nel passato di dispiegare sino in fondo la sua potenzialità nella geografia politica italiana. Anche se, di fronte alla nuova ed inedita “questione sociale” che è scoppiata nel nostro paese dopo la doppia emergenza sanitaria e soprattutto bellica, c’è tremendamente bisogno oggi di una nuova e rinnovata “sinistra sociale”. Ovvero, la necessità di ridar vita ad una esperienza politica che è oltremodo utile e proficua per la qualità della nostra democrazia e la credibilità della stessa politica. Insomma, la sinistra sociale era, ed è, espressione di una cultura politica e di un sistema valoriale precisi e definiti.

 

Ora, per tornare al Manzoni, “di grazia” quali sarebbero gli elementi decisivi e qualificanti che accomunano la sinistra sociale di Carlo Donat-Cattin e di Franco Marini con il nuovo corso dei 5 stelle di Giuseppe Conte? Certo, la nuova “sinistra per caso” del partito di Grillo e di Conte, ma non si sa sino a quando, è diventata adesso pauperista, assistenzialista e persin pacifista. Come ovvio e del tutto scontato, per motivazioni puramente elettorali e di consenso. E sin qui non c’è affatto da stupirsi che un partito populista e qualunquista nel suo dna si muova a destra e a sinistra disinvoltamente pur di raggranellare consensi. Del resto, proprio i 5 Stelle si sono sempre definiti come un partito nè di destra, nè di sinistra e nè di centro. Appunto, populista. Però, al riguardo, forse è giunto anche il momento per dire con chiarezza, e con coraggio, che la confusione non aiuta la qualità della politica ma contribuisce alla sua crisi in modo irreversibile e definitivo.

 

Ecco perchè, nello specifico, è bene non confondere la lezione politica, culturale, sociale ed istituzionale di Donat-Cattin con quella di Conte; come pure è bene evitare di tracciare paragoni tra la sinistra sociale di ispirazione cristiana con il populismo assistenzialista e pauperista dei 5 Stelle. E questo non solo per il bene della politica ma anche, e soprattutto, per una corretta e trasparente ricostruzione storica.

IL PD HA SBAGLIATO CAMPAGNA ELETTORALE: BISOGNA RIFLETTERE SUGLI ERRORI E COSTRUIRE NUOVE SCELTE.

 

A causa dell’astensionismo e delle alleanze sbagliate, Fratelli d’Italia governa in nome della intera Nazione avendo il consenso del 16% degli Italiani. La campagna elettorale del Pd non ha indicato le proposte alternative a quelle presentate dal blocco di destra. Ora, non si può dopo ogni sconfitta voler rifondare un Partito, perché serve radicamento, né avanzare candidature alla segreteria, senza programmi.

 

Mariapia Garavaglia

 

Il sistema democratico, fragilissimo – ma ogni vittoria può essere reversibile – consente che una minoranza di votanti assicuri la maggioranza a causa della grandissima astensione: colpa degli astenuti, ovviamente, ma i partiti non sono riusciti ad essere persuasivi, ad ottenere reputazione e fiducia da parte degli elettori. I partiti si sono sfarinati e quando va bene sono ‘personali’ mentre la Costituzione afferma: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale“ (art.49).

 

Senza i partiti così concepiti non si costruisce la rappresentanza organizzata sulla base di programmi a medio e lungo termine, fondati su principi e valori di riferimento, agganciati a una tradizione che ne definisce il profilo presente, ancorché sostenuto da un passato che lo garantisce. La campagna elettorale del Pd non è stata quella di un partito di questo tipo. Non sono state delineate le proposte alternative a quelle presentate dal blocco di destra. Non interessa la propaganda sui diritti – considerando che la loro garanzia è una pre-condizione garantita dalla Costituzione – quando i cittadini hanno bisogno di sapere come affrontare difficoltà, mai tanto urgenti. Parlare e discettare contro gli altri non offre agli elettori la conoscenza delle proprie proposte da difendere e per cui essere scelti.

 

A causa dell’astensionismo e delle alleanze sbagliate, Fratelli d’Italia governa in nome della intera Nazione avendo il consenso del 16% degli Italiani. La legge elettorale e le modalità ‘oligarchiche’ conseguenti nella compilazione delle liste hanno ottenuto la situazione assai critica in cui versa il Paese. Non si può dopo ogni sconfitta voler rifondare un Partito, perché serve radicamento, né avanzare candidature alla segreteria, senza programmi. Di nuovo nel Pd si annunciano primarie.

 

Possono esserci candidati che si contrappongono con programmi diversi nello stesso partito? Dovrebbe essere un Congresso a scegliere il Segretario col suo programma. Le primarie – si è visto – servono a frantumare il Partito: ogni candidato con la sua percentuale fa valere la sua ‘corrente’. Sia Zingaretti che Letta hanno constatato la ingovernabilità. Da qui alle elezioni prossime, amministrative e regionali, sarà bene aver capito la lezione e lavorare non sui sondaggi ma parlando e facendosi capire dagli elettori, su come rispondere alle loro paure e incertezze: I care, e dare speranza!

MEDIA E PACE, DA TARQUINIO UNA LEZIONE DI METODO.

Egor Vikhrev Free to use under the Unsplash License

 

Ogni volta che i cattolici assumono una posizione capace di autonomia sulle questioni dirimenti, è un bene per la democrazia. In un’epoca in cui a certo tipo di giornalismo non sono estranee purtroppo tendenze distorcenti e inquisitorie, va rivendicata l’autonomia culturale e progettuale del sociale e della politica. Che è anche il milieu ideale per il centro.

 

Giuseppe Davicino

 

Nelle manifestazioni di piazza si possono sempre rinvenire delle contraddizioni, vale anche per le piazze per la pace di sabato scorso, ma credo che il direttore di Avvenire Marco Tarquinio abbia ragione a denunciare la tendenza del sistema dei media a produrre quella che egli ha definito ieri sul suo quotidiano una “deformazione dell’impegno per la pace”. La critica di Tarquinio ai media appare  fondata, e persino benevola. Vale per i sistemi autocratici a Est o ovunque essi si trovino, ma vale anche per ragioni diverse, ad Ovest.

 

Infatti in Occidente la catena dell’informazione è così ben controllata dai poteri economici che realmente comandano, al di là delle istituzioni, da aver ribaltato il ruolo del giornalismo. La stampa da watchdog della libertà appare essersi trasformata spesso nel senso contrario, in cane da guardia del potere vero, degli interessi di pochissimi non di rado a scapito del bene comune.

 

Lo si vede da come è cambiato il rapporto tra intervistatore e intervistato. Il giornalismo mainstream, sulle questioni cruciali che decidono il futuro delle persone e degli stati, tende ormai a non porre domande bensì a fare esami al politico di turno, non lo interpella sulla sua (del politico) agenda ma sull’agenda dei poteri da cui la stampa dipende, e ne valuta il grado di adesione. Così i media incalzano i politici quando vedono che questi ultimi si mostrano tiepidi o esitanti ad annunciare ogni successivo passo in avanti, restii ad adottare ulteriori misure verso l’obiettivo stabilito dall’alto da pochissimi. Il tema della pace non fa eccezione.

 

Per tali ragioni la posizione di Tarquinio sulla guerra in Ucraina mi pare importante soprattutto per il metodo. In questi tempi da fine impero, dove l’Occidente per salvarsi dal declino deve scegliere tra il venire a patti con i restanti quattro quinti dell’umanità, ovvero l’apertura al multipolarismo, oppure  permanere nell’attuale avventuroso arroccamento nell’unilateralismo, ogni volta che la Chiesa, la gerarchia piuttosto che il laicato, le varie articolazioni del mondo cattolico assumono una posizione capace di autonomia sulle questioni dirimenti, è un fatto positivo per il bene comune, la democrazia e per un’avvenire degno dell’umanità, diverso da quello distopico progettato dai vari club dei miliardari.

 

E credo anche che in questo milieu vada situata, laicamente, l’azione di parte di quanti fra noi credono nel ruolo di un centro popolare. Chi sostiene l’iniziativa di un nuovo centro credo debba essere molto grato a Renzi e Calenda per il risultato conseguito alle scorse elezioni. Come anche risulta indispensabile un percorso organizzativo di tipo federativo.

 

Ma il progetto di centro non può decollare solo affidandosi a chi di volta in volta è in grado di assicurargli visibilità. Andrà bene certo anche il sostegno a Letizia Moratti in Lombardia ma a patto che almeno la componente cattolico-democratica e popolare sappia misurarsi con l’impresa di tradurre politicamente le istanze e le preoccupazioni di natura sociale e politica che si manifestano nel mondo cattolico, sulla pace come su tutte le altre grandi questioni aperte di questa epoca.

CASO LOMBARDIA: I SOLITI GIOCHI DI POTERE. I CITTADINI NON CHIEDONO PERSONALISMI MA  CHIAREZZA NEI PROGRAMMI.

Fonte Karplus
Fonte Karplus

 

L’annuncio dell’autocandidatura di Letizia Moratti a Presidente di Regione Lombardia per le elezioni del 2023 ha suscitato commenti disparati. Ambire alla guida politica di una Regione non significa concentrare i risultati elettorali sul solo nome del futuro Presidente.

 

Francesco Provinciali

 

Lasciati assessorato e vice presidenza per dissensi con Attilio Fontana si potevano immaginare due conseguenze: l’abbandono della politica dopo una lunga carriera o il riposizionamento in vista della prossima campagna elettorale: così è stato e Letizia Moratti ha annunciato che correrà per il terzo polo di Azione e Italia viva.

 

Su queste pagine qualcuno ha rimproverato il PD per non aver colto l’occasione di una futura alleanza vincente, per scalzare il centro destra dalla roccaforte lombarda dopo decenni di dominio incontrastato. E ciò in nome della strategia politica e delle implicite opportunità.

 

Viene tuttavia da chiedersi se sia davvero questa la politica che si propone come esemplare: forse i cittadini si aspetterebbero meno personalismi e più chiarezza nei programmi. Magari discutendo in tempo utile, nei partiti, delle linee di indirizzo, delle scelte da compiere, delle candidature emergenti da un contesto partecipato e non predeterminato. Davvero tutto si riduce a concentrare in un nome – per quanto autorevole – i destini di una Regione? Sembra piuttosto un’operazione di vertice, i soliti giochi di potere replicati a livello nazionale e locale per contendersi le istituzioni: nulla da eccepire sulla qualità e l’esperienza del personaggio ma forse la gente si aspetta temi diversi, volti nuovi, cambiamenti e innovazioni aperte al concorso della società civile.

 

Può un dissenso apicale negli attuali organigrammi di potere costituire l’asset strategico di una coalizione, di un’alleanza, di una presenza e della sua futura connotazione identitaria? Non si eccepisce sulla conversione politica, si può infatti cambiare idea strada facendo ed ogni esperienza è utile per maturare convincimenti e collocazioni diverse. Ma non si può dimenticare che la personalizzazione della politica è uno dei mali che affligge il sistema della partitocrazia.

 

Ambire alla guida politica di una Regione non significa concentrare i risultati elettorali sul solo nome del futuro Presidente, paradossalmente ciò potrebbe determinare esiti diversi perché la politica non è monopolio ma confronto: sulle idee, sui programmi, sul modello di società che si intende perseguire, sui contenuti. Destra, centro e sinistra dovrebbero misurarsi preliminarmente su questo.

IL TRASFORMISMO C’È ANCORA. PURTROPPO.

 

Ogni sincero democratico ha il compito e il dovere di isolare la deriva populista, trasformista e profondamente diseducativa sotto il profilo politico e culturale.

 

Giorgio Merlo

 

Pensavamo che la malapianta del populismo fosse ormai arrivata al capolinea. Invece non è così. Qualcuno si era illuso del voto del 25 settembre. Ovvero, essendosi più che dimezzati i consensi dei 5 stelle rispetto alle lezioni del 2018, molti pensavano che la deriva populista, qualunquista e demagogica ritornasse ad essere marginale. Invece, appunto, era solo una illusione. Il populismo, invece, è ancora presente, radicato e addirittura in crescita. Lo dicono i sondaggi ma, soprattutto, si trova la conferma negli orientamenti della pubblica opinione. E l’ultima manifestazione pacifista di Roma lo ha persin platealmente confermato. Certo, non ci sono più gli insulti triviali e squallidi del passato ma il verbo populista viene declinato in modo ancora più pericoloso. Perchè adesso sappiamo come si manifesta concretamente riproponendo, del resto, tutti i tasselli che caratterizzano questa malapianta politica, culturale ed etica.

 

E cioè, il populismo non ha una cultura politica. Non ha una connotazione nè di destra, nè di sinistra e nè di centro. Non a caso, oggi i 5 stelle hanno scoperto di essere una “sinistra per caso”, avendo sposato un impianto seccamente assistenzialista e pauperista. Non avendo una cultura politica definita e chiara – questo è l’aspetto decisivo di ogni populismo – anche nella politica estera possono assumere decisioni originali e disinvolte. E, ad esempio, dopo aver condiviso e votato convintamente tutti gli atti parlamentari finalizzati ad aiutare concretamente il popolo ucraino, adesso riscoprono una forte venatura pacifista. Senza battere ciglio, come ovvio e scontato. Senza alcuna discussione e senza alcun approfondimento politico. Ovvero, una politica estera “à la carte”. Per non parlare delle alleanze e della costruzione delle varie coalizioni. E questo sia per il livello locale e regionale e sia per quello nazionale.

 

Tutto è reversibile e tutto è mobile. E qui interviene un altro tassello fondamentale del populismo: ovvero la prassi trasformistica come criterio di fondo per ogni scelta politica inerente, ad esempio, la definizione delle alleanze. E anche su questo versante è appena sufficiente prendere atto del comportamento concreto che il partito di Conte e di Grillo hanno mantenuto nella scorsa legislatura. Appunto, a destra come a sinistra e con i tecnocrati non c’è alcuna differenza politica, culturale e programmatica. Le alleanze, cioè, sono intercambiabili e prive di alcuna valenza politica.

 

Gli esempi si potrebbero moltiplicare ma è del tutto inutile per rendere l’idea. Il populismo, cioè, vive come prima e forse più di prima. Quello che conta rilevare è che esiste un massiccio segmento di opinione pubblica che condivide una prassi politica che mina alla radice la qualità della nostra democrazia, la credibilità delle istituzioni democratiche e l’efficacia della stessa azione di governo. Una prassi e un metodo che confliggono con la democrazia dei partiti, con il valore delle culture politiche, con la qualità e l’autorevolezza della classe dirigente e con un minimo di coerenza e di lungimiranza della politica. Cioè, tutto si può fare e tutto si può negare. Anche nell’arco di pochi giorni.

 

Ora, di fronte ad un fenomeno del genere – appunto, il populismo demagogico, qualunquista e anti politico – è quantomai necessario emarginare politicamente questa malapianta. Purtroppo, si deve prendere atto, e per l’ennesima volta, che la sinistra storica italiana, ossia il Pd, continua a vedere in questo partito populista l’alleato decisivo e strategico per costruire una prospettiva politica progressista nel nostro paese.

 

Le motivazioni di questa scelta politica restano misteriose – se non prendere atto che c’è una comune condivisione politica e valoriale tra i due partiti – ma sono sul tappeto. E, di fronte a questo scenario, ogni sincero democratico ha il compito e il dovere di isolare questa deriva populista, trasformista e profondamente diseducativa sotto il profilo politico e culturale. E questo perchè il populismo non può continuare a condizionare in modo decisivo il futuro del sistema politico italiano. Per il bene della nostra comune convivenza democratica.

GOVERNO E MIGRANTI NELLE PAROLE DEL PAPA.

 

Nell’interpretazione della maggioranza è stata “dimenticata” la parte dell’intervento che Francesco ha dedicato al dovere di salvare la vita dei migranti. Comunque, tra i molti problemi non c’è al primo posto la questione dei migranti, ma piuttosto l’emergenza energetica, il caro-bollette, l’inflazione e l’aumento generalizzato dei prezzi.

 

Massimo De Simoni

 

È sempre rischioso interpretare le parole del Papa, ma evidentemente non la pensano tutti così. E infatti quando ancora non era sceso dall’aereo di ritorno dal viaggio apostolico nel Bahrein è iniziata la fiera delle interpretazioni di alcune parole dette dal Papa; ma solo di alcune, badate bene!

 

Gli ambienti governativi hanno subito enfatizzato gli auguri rivolti al nuovo governo-Meloni, interpretando –  volutamente e non sicuramente in buona fede – la cortesia istituzionale come un elemento di condivisone di impostazioni politiche presenti e future.

 

Che l’interpretazione sia stata piegata ad interessi di parte è palesato dal fatto che è stata invece “dimenticata” la parte dell’intervento che Francesco ha dedicato al dovere di salvare la vita dei migranti, accogliendoli ed integrandoli nelle nostre comunità; accogliere chi fugge dalla fame e dalla guerra, tutti e indipendentemente dal colore della pelle o dal luogo di provenienza. Ma questa parte crea (ovviamente) più di qualche imbarazzo ad un governo che, mentre il Papa parlava, teneva bloccate nei porti italiani delle navi con a bordo uomini, donne e bambini; e allora meglio fermarsi agli auguri di buon lavoro al nuovo governo, trascurando peraltro il fatto che quegli auguri erano rivolti al nostro Paese affinché possa vedere risolti i problemi che angosciano ora le famiglie italiane.

 

Tra questi problemi, giova ricordarlo, non c’è al primo posto la questione dei migranti, ma piuttosto l’emergenza energetica, il caro-bollette, l’inflazione e l’aumento generalizzato dei prezzi che sta minacciando famiglie e imprese. Ma purtroppo anche questa volta sta prevalendo la tentazione di fare teatro e propaganda sulla pelle dei più deboli del mondo. Che triste spettacolo!

V.E. PARSI: “PUTIN SARÀ PER LA RUSSIA PIÙ DISTRUTTIVO DELLA CADUTA DEL REGIME SOVIETICO” | INTERVISTA ESCLUSIVA.

La difesa della nostra democrazia passa attraverso la leadership delle democrazie nel mondo. “Noi viviamo in un sistema internazionale – spiega il prof. V. E. Parsi – che è fatto a misura dei principi delle democrazie. Questo è stato possibile perché gli Stati Uniti e i Paesi occidentali hanno costruito questo sistema a loro immagine e somiglianza. Illudersi che se ci fosse un predominio russo o cinese le istituzioni internazionali continuerebbero ad essere di questo tipo e il mondo stesso continuerebbe ad essere ospitale per le democrazie è molto pericoloso”.

Professor Parsi, in occasione della giornata delle Forze Armate il Presidente Mattarella ha sottolineato l’importanza della commemorazione evocando lo scenario di guerra in Ucraina provocato dalla invasione russa. Quanto la pace e l’ordine mondiale possono essere affidati alle diplomazie e quanto invece sono decisive le alleanze (militari) tra i Paesi occidentali per difendere le nostre democrazie dalle aggressioni dei regimi totalitari? Quale ruolo devono esercitare l’ONU e la NATO?

Si tratta di istituzioni che esercitano un ruolo fondamentale per la difesa dei valori della cultura occidentale. Un’alleanza politico-militare come la NATO che raccoglie gli Stati che condividono la forma politica della democrazia rappresentativa, la forma economica delle economie di mercato e la forma sociale della società aperta è fondamentale perché nel suo ambito le forze armate hanno il compito primario di proteggere la sicurezza nazionale. Ora è chiaro che difendersi non significa farlo solo con le armi ma anche intessere una rete di relazioni che tenga conto dei Paesi che non sono amichevoli per verificare il livello e l’agibilità delle relazioni. Quanto all’ONU sta svolgendo il proprio ruolo terzo e lo fa per quello che può. Vorrei anche sottolineare che l’elogio e la celebrazione della giornata delle Forze Armate non riguarda solo il ricordo del passato, la difesa della Patria e i sacrifici compiuti in tempo di guerra ma anche l’attenzione e la dedizione con cui le Forze Armate conducono una vita di sacrificio e difendono le nostre libertà nel presente: di questo dobbiamo esser loro profondamente grati.

Il cancelliere tedesco Olaf Scholz si è recato in visita in Cina, lo scorso 4 novembre, per consolidare i rapporti economici tra i due Paesi. La Cina è il secondo partner commerciale della Germania, con uno scambio di merci di 245,4 miliardi di euro nel 2021. Scholz porta in dote una quota azionaria nel Porto di Amburgo da cedere a COSCO e il 35% dell’azienda Tollerort che gestisce il terminal dei container: un assist per Xi Jinping che da tempo guarda ai porti europei a partire dal Memorandum della Via della Seta, con evidenti mire espansionistiche. Come accadde per l’accordo con l’Italia del 2019 su Genova e Trieste, l’UE non vede di buon occhio questo partenariato su Amburgo. Fino a che punto la geoeconomia può condizionare gli asset strategici della geopolitica? E fino a che punto questi accordi bilaterali minano la compattezza dell’Europa?

È chiaro che c’è una rete di relazioni che è pregressa alla crisi, e questo vale anche per gli asset economici. Scholz sta dimostrando una certa difficoltà a mantenere una linea di coerenza politica nell’ambito della crisi ucraina ed è molto attento e anche preoccupato per l’economia tedesca e i suoi interessi immediati. Tuttavia spiace constatare che non abbia colto un insegnamento dalla dura lezione impartita dalla Russia e dall’eccesso di confidenza nel legarsi alla fornitura delle dotazioni strategiche ad un sistema autoritario, non abbia tratto una indicazione che marcasse un confine netto e invalicabile. Fa bene l’U.E a preoccuparsi dei legami con la Cina di Paesi europei perché ciò significa aprire le porte alle politiche espansive della Repubblica Popolare cinese. Ciò era accaduto nei confronti della scelta del Governo Conte e del Ministro Di Maio con il Memorandum della via della seta del 23 marzo 2019 e che riguardava i porti di Genova e Trieste. Di tutti questi accordi abbiamo indubbiamente motivo di preoccuparci. La geoeconomia è sempre legata a doppio filo con la geopolitica: agire sui traffici commerciali dei porti europeo potrebbe creare difficoltà all’U.E. nella gestione di una politica comunitaria che faccia gli interessi dei Paesi europei.

La gestione dei flussi migratori è un tema ormai consolidato negli incontri dei capi di governo dell’UE tuttavia non ci sono accordi stabili ed equi: oltre le sue scelte etiche e umanitarie l’Italia sconta la posizione geografica al centro del Mediterraneo. L’esodo dall’Africa inciderà in futuro più di quanto sia dato immaginare: parlandone con il Presidente ISTAT e demografo Prof. Blangiardo ho compreso ad esempio quanto crescerà la Nigeria, che nel 2050 conterà la terza popolazione del pianeta, in gran parte stanziale nel vecchio continente. Quali previsioni sono credibili a fronte di questa grande ondata anche considerando il fatto che la Cina (prima potenza manifatturiera del mondo) ostenta ambizioni nei confronti delle immenserisorse naturali dell’Africa?

Intanto dobbiamo tenere presente che l’Italia in questo periodo dovrebbe fare meglio i calcoli sull’entità delle migrazioni che la riguardano: a fronte anche di arrivi importanti – dell’ordine delle mille/tremila persone la settimana – sappiamo che ci sono 14 milioni di profughi ucraini che bussano alle porte dell’Europa. Anche se fossero centomila i migranti che arrivano a fine anno questo valore va rapportato all’entità del fenomeno migratorio complessivo, compreso quello proveniente dall’Ucraina. La Germania aveva accolto un milione di siriani in fuga e la Merkel aveva detto “si deve fare”. Detto questo, se il polmone demografico dell’Africa non verrà messo su un sentiero di sviluppo da qualche parte dovrà avere sfogo. È tuttavia altrettanto vero che non possiamo immaginare di svuotare un continente, anche se a noi serve manodopera. Dobbiamo fare investimenti importanti e su questo Meloni non ha detto cose sbagliate. Non possiamo dimenticare che oltre alle mire espansionistiche della Cina ci sono anche gli interessi della Russia nel centro Africa. Quindi non possiamo cedere la governance di questo fenomeno.

L’infiltrazione putiniana nei media italiani costituisce un unicum a livello occidentale. Ad esempio, viene proposta una ricostruzione dell’invasione iniziata nel 2014 non corrispondente al vero, in cui si parla di una “guerra civile” (che non c’è mai stata), anziché di un’aggressione. Si è addirittura ipotizzato un complotto su realtà come quella di Bucha, Kramators’k, Mariupol, si è dato credito a chi sosteneva che la Crimea fosse stata democraticamente e liberamente annessa alla Federazione Russa. Questa distorsione nell’informazione non riguarda solo le emittenti private ma anche quelle pubbliche. Come crede che potremo uscire da questo pericoloso loop? Chi ha interesse a mistificare la realtà?

Una parte di mondo ha avuto un riflesso anti-occidentale automatico: se la Russia invade l’Ucraina ‘la colpa è della NATO che ha lambito i confini e ha fornito le armi’. Trovo che ci sia molta approssimazione nelle valutazioni di ciò che è accaduto, insieme ad altrettanti pregiudizi ideologici nei riguardi dell’Occidente. Che è oggi molto diverso dall’Occidente che è arrivato fino al 1945. Da quella data in poi l’Occidente ha significato democrazie, mercati e società aperta. A ciò si aggiunga che In Italia c’è una carenza culturale pesantissima, perché noi scontiamo le tare della nostra istruzione, l’espunzione della storia e della geografia dai programmi di studi che stranamente rende tutti ‘geopolitici’ per mera opinione personale. Gli italiani purtroppo condividono con i russi la critica del presente, la paura del futuro e l’ossessione del passato.

Dopo la chiusura di Novaya Gazeta e l’arresto dei dissidenti il regime del Cremlino sta tacitando la protesta: si tratta solo di una ristretta area di intellettuali o sta maturando una consapevolezza popolare circa gli errori della guerra, le perdite umane e di mezzi militari, la fuga all’estero dei coscritti? Esiste un fronte interno organizzato di dissenso?

Esiste un dissenso interno importante che cresce e matura convincimenti sul disastro della guerra in Ucraina: i russi hanno perso almeno 65 mila uomini senza contare feriti e dispersi in 8 mesi di guerra, ne avevano persi 15 mila in otto anni di guerra in Afghanistan. C’è tutto questo insieme alla incapacità nella conduzione delle operazioni militari, ma anche la consapevolezza dell’impoverimento della cultura russa e alla sua impronta nel mondo: io credo che Putin alla fine sarà per la Russia più distruttivo della caduta del regime sovietico.

Putin ha puntato a screditare l’Occidente, instillando il seme del dubbio: prima dell’era social si è assistito al proliferare di siti web complottisti e cospirazionisti sull’11 settembre, o che mettevano in dubbio addirittura l’allunaggio. Poi, sempre nel beneficio del dubbio, si è puntato a screditare l’Ue in favore dei vari sovranismi. Stessa cosa è successa in tema sanitario, screditando le major farmaceutiche e premendo sul dubbio circa l’efficacia dei vaccini. Oggi accade così per la realtà ucraina. Come si spiega questa deriva di negazionismo dilagante?

È ovvio che il Covid ha lasciato nella mente di tanti un atteggiamento antiscientifico e di rafforzamento dei pregiudizi spaventoso, ancora una volta si pone un problema culturale di fondo, occorre promuovere l’uso del pensiero critico, favorire il radicamento di opinioni e convincimenti propri, sostenuti da argomentazioni razionali. Dietro questi atteggiamenti pregiudiziali c’è una deriva di impoverimento culturale e di sciatteria.

In Ucraina si crede che soltanto una vittoria militare sul campo potrà aiutare a sradicare non solo il putinismo, ma il metodo “rascista” con cui dalla morte di Stalin ai nostri giorni il KGB prima e l’FSB dopo hanno dettato la linea del Paese. Kirill e Putin in un certo senso ne sono soltanto i frontmen, esercitandone il potere temporale (politico e spirituale). L’Occidente dovrà ancora supportare militarmente Kyiv o ci sono spiragli per una soluzione che porti al cessate il fuoco e a trattative diplomatiche?

Il cessate il fuoco passa attraverso il sostegno militare all’Ucraina, chi ritiene il contrario è lontano dalla realtà e dalla possibilità di giungere alla pace. Questo sostegno è l’unico che può portare ad un punto di partenza negoziale. Nessuna trattativa può essere intavolata se la Russia non torna alla situazione precedente l’invasione, quindi a prima del 24 febbraio 2022, per discutere degli assetti territoriali occupati nel 2014. Altrimenti non si può fare niente per giungere ad un accordo bilaterale sostenibile.

Nessun Paese ha ereditato in sede dell’Onu i diritti acquisiti da un altro. Non è stato così per la Cina, che pure ne era membro fondatore, non è stato così per l’ex Jugoslavia, e per la Cecoslovacchia. Eppure, sfruttando a proprio la dichiarazione di Almaty e la presenza di un ex ambasciatore russo alla presidenza di turno dell’Onu, la Federazione Russa è riuscita a creare questo unicum nella storia, acquisendo il diritto di veto e la presenza come membro permanente del consiglio di sicurezza. Come sarà possibile superare questa impasse?

In realtà è abbastanza insuperabile, l’ONU è quello che è e dobbiamo tenercelo come tale. Qualunque ipotesi di riforma in questo periodo di crisi è impraticabile, d’altra parte l’ONU fa il suo lavoro e lo fa bene, grazie all’ottimo impegno che le sue Agenzie realizzano. Sarebbe necessario invece che la Russia prima o poi ritornasse a comportarsi non da Stato-canaglia ma da Stato responsabile in modo che l’ONU possa far funzionare il Consiglio di sicurezza.

Da tempo incombe un fronte di guerra ad alto tasso di conflittualità nell’area del Pacifico. Ci sono missili puntati su Taiwan – primo produttore mondiale di microchip e semiconduttori – che rappresenta un tassello fondamentale della partita tecnologica tra Stati Uniti e Repubblica Popolare Cinese, quindi della loro competizione militare ed economica fondata sull’industria manifatturiera. E poi ci sono le due Coree e il Giappone che sono aree strategiche non estranee alla posta in gioco. Prof. Parsi c’è il pericolo che una volta raggiunto un accordo sull’Ucraina si apra un altro focolaio bellico forse ancor più gravido di incognite, a cominciare dall’uso dell’atomica (un disastro già sperimentato da quelle parti)?

Penso di no, direi che se Putin verrà fermato, la tensione nel Pacifico avrà meno possibilità di evolversi in una escalation di tipo militare. Se Putin riuscirà ad ottenere i suoi obiettivi espansivi con la guerra in Ucraina, ci sarà allora la possibilità di replicare ed aprire altri fronti a cominciare da quello nel Pacifico. È fondamentale risolvere la questione ucraina impedendo l’arbitrio che Putin vuole perpetrare. Ristabilendo la verità e la giustizia storica dei fatti.

Stato, Paese, Nazione, Patria: sono termini usati spesso in modo ambiguo o conflittuale ma di fatto storicamente legittimati e compresenti. Vuole puntualizzare?

Diciamo che nel momento in cui c’è un richiamo ad una maggiore capacità decisionale da parte dei vari Paesi, questi stilemi sono molto meno contendibili dalla sinistra. Il concetto di popolo può essere utilizzato dalla cultura politica di destra e di sinistra, così vale per i termini Patria, Nazione, Paese. Ricordiamo quanto si sia speso il Presidente Ciampi affinché queste parole tornassero ad essere condivise, evitando che una fazione o l’altra nel tempo le possano far proprie. Vorrei aggiungere una considerazione riassuntiva: noi viviamo in un sistema internazionale che è fatto a misura dei principi delle democrazie. Questo è stato possibile perché gli Stati Uniti e i Paesi occidentali hanno costruito questo sistema a loro immagine e somiglianza. Illudersi che se ci fosse un predominio russo o cinese le istituzioni internazionali continuerebbero ad essere di questo tipo e il mondo stesso continuerebbe ad essere ospitale per le democrazie è molto pericoloso. Quelli che straparlano di pace e di guerra senza intendersene granché non capiscono che la difesa della democrazia domestica passa attraverso la leadership delle democrazie nel mondo.

 

 

Prof. Vittorio Emanuele Parsi
Professore ordinario di Relazioni Internazionali UNICATT Milano – Direttore ASERI

Leggi un breve curriculum del prof. Parsi

IL GOVERNO MUOVE I PRIMI PASSI E RITORNANO STORIE PASSATE. INVECE VA MESSA IN AGENDA LA  RIFORMA ELETTORALE.

 

La nuova maggioranza ha l’esigenza di segnare l’identità; ma l’identità che va ricercata per il Paese riguarda il grave stato di sofferenza della democrazia. Per questo una riforma elettorale s’impone, giacché è necessario ricomporre il tessuto sfilacciato della democrazia.

 

Mario Tassone

 

Con i primi provvedimenti, Il governo Meloni segna la volontà di discontinuità rispetto al passato. Ma di quale passato si tratti non è chiaro, considerato che nella precedente legislatura, a parte Fratelli d’Italia, le altre formazioni politiche, con le turnazioni tra il primo, il secondo governo Conte e poi di ”quasi” tutti della coalizione di Draghi, hanno assunto responsabilità di governo.

 

Ritornano le “storie” vissute nel primo Conte dei divieti di attraccare alle navi carichi di immigrati. Riemergono le problematiche sulla gestione dei flussi migratori e dei soccorsi a una umanità dolorante. E poi ancora la debolezza di pensare che l’aumento delle pene, come nel caso del decreto sulle manifestazioni non autorizzate (raves), possa essere risolutorio.

 

Comprendo che la nuova maggioranza ha l’esigenza di segnare l’identità; ma l’identità che va ricercata per il Paese riguarda il grave stato di sofferenza della democrazia. Per recuperare spazi democratici perduti, non sono utili provvedimenti “bandiera”, che possono pur esserci in situazioni di reali emergenze, ma dentro un disegno complessivo di crescita della società.

 

Tutto passa dalla famiglia, dalla scuola, dalla formazione, dall’’equità,  dall’equilibrio tra i poteri dello Stato, dal senso della responsabilità che va alimentato. Le stratificazioni sociali ossidate negano la partecipazione, la dialettica: oggi la cifra della libertà e della dignità non sono conquiste di progresso civile, ma “misure” fissate da chi ha il potere conquistato attraverso percorsi non limpidi di partecipazione democratica.

 

Il primo atto di questa maggioranza deve essere una nuova legge elettorale. Le insensatezze delle ultime elezioni con nominati, traslocati, pluricandidati, paracadutati sono la deflagrazione del buon senso, l’insulto alla storia del Paese, il naufragio dei principi costituzionali e lo smottamento delle basi su cui è nata la Repubblica. Quando i candidati al Parlamento non rappresentano il “loro” territorio e i cittadini, bensì satrapie disinvolte e arroganti, si è in piena crisi di valori.

 

L’on. Meloni ha la possibilità di imporre una discontinuità vera. Una legge elettorale che ricomponga il tessuto sfilacciato della democrazia. Ci vuole ordine eliminando strutture parassitarie di centri decisionali senza controllo, autorità autonome…dalle leggi e certe burocrazie, veri e propri fortilizi di rendite inespugnabili di potere. La sfida è per la libertà. Non lo slogan ripetuto ma una scelta di vita.  Si inizii con una nuova legge elettorale a restituire la sovranità al popolo attraverso la ritrovata centralità del Parlamento.

 

Bisogna operare da subito. Legge elettorale e riforme richiamate in campagna elettorale sono la misura vera della normalizzazione di una Nazione in cui la politica è virtuale da tempo.

 

GIORGIA E I PAVIMENTI SCIVOLOSI DI PALAZZO CHIGI.

 

“Nei saloni di quel Palazzo – si legge nel testo – i pavimenti sono preziose opere d’arte, curati e elucidati senza parsimonia. Pavimenti atti alle danze, alle feste, a passi rapidi e felpati su guide e tappeti che salvano da scivoloni e preservano l’arte loro. Ma possono essere traditori per le dame che sui tacchi delle loro scarpe non hanno pronto un braccio a sorreggerle per un lieve scivolamento”.

 

Elisabetta Campus

 

I palazzi romani, si sa, nascondono molti segreti e alcuni di questi riguardano proprio il loro utilizzo. Palazzo Chigi, ambita dimora del principe romano Alessandro Chigi. ha sempre avuto al piano nobile splendidi pavimenti. Chi lo aveva commissionato nel lontano 1578 non aveva badato a spese, l’avvocato Aldobrandini avendo avuto anche la consulenza di Giacomo della Porta e Carlo Maderno. Tra passaggi di proprietà, nel 1675 i fratelli di papa Alessandro VII Chigi comprano l’edificio da donna Olimpia Aldobrandini Pamphili. Nel palazzo dei Chigi si svolgono feste, ricevimenti, riunioni di personalità dell’arte e della politica papalina ed europea. E così, con alterne sorti fino al 1870, quando i Chigi affittano il palazzo all’Austria che ci mette la sua Ambasciata; scelta forse dettata per sottrarlo alla confisca del nascente Regno d’Italia, dacché i Chigi non hanno in simpatia i Savoia, fino a vedere il palazzo nel 1917 allo Stato italiano, essendo l’affittuario in guerra con il Regno.

 

Nei saloni di quel Palazzo i pavimenti sono preziose opere d’arte, curati e elucidati senza parsimonia. Pavimenti atti alle danze, alle feste, a passi rapidi e felpati su guide e tappeti che salvano da scivoloni e preservano l’arte loro. Ma possono essere traditori per le dame che sui tacchi delle loro scarpe non hanno pronto un braccio a sorreggerle per un lieve scivolamento. Così abituati da più di 70 anni a scarpe maschili che non hanno tacco e hanno suole anche gommate (orrore di ogni pavimento che si rispetti), i pavimenti sentirono stupiti il passo lieve e svelto dei tacchi di una dama. La quale a sua volta non aveva preso in considerazione che la “scivolosità” nel palazzo si manifesta in molti modi. Eppure aveva cominciato bene il primo giorno alla parata nel cortile del palazzo, senza tacchi e con una scarpa solida e bella. Ma tant’è, i guai si annidano nelle piccole cose e un suggerimento un tantino vanitoso avrà avuto vita facile…i tacchi slanciano. Si dovrebbe però imparare da una regina recentemente scomparsa, la quale, essendo tra l’altro della stessa statura della nostra dama, ha sempre indossato lo stesso tipo di scarpe semplicemente trovandole comode. E le nuore, le nipoti, e le cugine, e le altre regine tutte sui tacchi, mentre lei esaltava così l’altezza che natura le aveva dato, essendo la sua statura riconosciuta ed espressa in bel altro contesto.

 

Alla prima riunione, immaginiamo sui tacchi, la nostra dama è scivolata per ben tre volte, senza però avere la cortesia e la gentilezza di un braccio che a una dama mai si nega, neanche da coloro che quel palazzo lo “abitano” da tempo e sono usi a restare ad ogni cambio di titolare. Tutto il Paese ha tremato per gli scivoloni temendo il peggio, una rottura più rapida di quella della dama londinese che è stata messa alla porta dopo 45 giorni. Alla seconda riunione la dama ha mostrato prudenza e un po’ di accortezza nel guardarsi intorno nel Palazzo Chigi e nei Palazzi altri abitati come titolari tutti da gentiluomini. Ma rammentando l’insegnamento della regina dai tacchi bassi, alla nostra dama converrà tornare alla sua prima entrata in Palazzo, giovandone in stabilità con buona pace dei pavimenti scivolosi.

LA CRISI DEL PD ESIGE LA RIPRESA D’INIZIATIVA DEI POPOLARI.

 

Il timore è che l’invito a rifondare il Pd nasconda un desiderio di immergersi nelle acque materne della vecchia sinistra. Un errore imperdonabile. Bisogna immaginare un altro percorso. Solo il rilancio della componente cattolico popolare – “tornata in su la via” – può dare gambe e testa alla battaglia per l’alternativa alla Destra di governo. Altrimenti…

 

Giuseppe Fioroni

 

Il dibattito nel Pd segnala una crisi più profonda del previsto. Non è un fatto normale. Si possono perdere le elezioni, ma la tenuta di un partito, quando le sue basi sono solide, può assorbire le scosse della sconfittta, anche se grave. Invece, dopo il 25 settembre nel Pd è venuta a mancare proprio questa tenuta, sicché all’immobilismo del gruppo dirigente si oppone la pressione dall’esterno per un cambiamento radicale. Si parla di rifondazione, ignorando che nel passaggio dalla prima alla seconda repubblica per rifondazione si è inteso sempre qualcosa di regressivo, ovvero di politicamente ostico alle novità proposte o subite. Il rifiuto della svolta di Occhetto portava alla nascita di Rifondazione comunista; dopo la formazione del Partito popolare, i sostenitori della rifondazione democristiana aspiravano a un ritorno allo status quo ante, sebbene le condizioni politiche impedissero di mettere in piedi un’operazione di tal genere.

 

Il mio timore è che l’invito a rifondare il Pd nasconda un desiderio di immergersi nelle acque materne della vecchia sinistra, ponendo fine alla originalità di un “partito culla” della ricomposizione del riformismo – ecco il profilo del Pd – dopo le contrapposizioni e le fratture della seconda metà del Novecento. Questa novità, faticosa e incerta, sembra in via di archiviazione. A parole si guarda al futuro, nei fatti si cerca conforto nel passato: mancano solo le bandiere rosse e un’edizione musicale aggiornata dell’Internazionale. Certo, la forma esteriore del discorso avvolge un insieme di propositi ampiamente meritevole di attenzione, ma solo nella logica di una sinistra inevitabilmente autoreferenziale e  avvinghiata, nel disegno di una nuova società, a un ibrido programma social-libertario. Per giunta è una sinistra che pretende di salvarsi ponendosi sotto la tenda del populismo, con tutte le insidie derivanti dall’abbraccio con il M5S. In Francia, per questa via, si è giunti alla dissoluzione del partito socialista.

 

Ora, poiché i Popolari sono stati i co-fondatori del Pd attraverso la formale mediazione della Margherita, la loro riflessione assume a questo punto un rilievo del tutto particolare. Non possono restare alla finestra poiché non sono spettatori indifferenti: man mano che avanza la rifondazione/restaurazione di una sinistra identitaria, rimonta al tempo stesso la necessità di un “nuovo inizio” della cultura e della visione politica afferenti alla tradizione del cattolicesimo democratico. È un processo che non si arresta di fronte alle pigrizie dei singoli, né svanisce all’occorrenza per un’impossibile consegna del silenzio. Semmai il problema dei Popolari è non copiare l’errore altrui, e cioè non essere al traino di un’ambizione nutrita di neo-integralismo laico. Devono essere al servizio di una nuova sintesi tra libertà e democrazia, come riuscirono a fare prima Murri e poi Sturzo, e quindi De Gasperi Fanfani e Moro, insieme a tanti altri. Per questo occorre che tornino a pensare e a parlare, senza remore.

 

Avviare, anche in fretta, l’impresa di un popolarismo capace di tornare nuovamente in campo, rappresenta la sfida che incrocia e va oltre la crisi del Pd, facendo altresì da contrappunto alla superbia di una sinistra “a vocazione minoritaria”. Solo il rilancio della componente cattolico popolare – “tornata in su la via” – può dare gambe e testa alla battaglia per l’alternativa alla Destra di governo. Altrimenti la Destra, destinata ad occupare il centro dello scacchiere politico, resisterà al potere oltre i suoi meriti e per un tempo forse lungo.

P.S. Di questi temi parleremo nella riunione convocata a Roma per il 18 novembre (V. locandina)