Home Blog Pagina 424

Il democristiano Junker denuncia il pericolo della destra in Europa

È passata purtroppo inosservata l’intervista concessa il 24 marzo scorso al quotidiano della Confindustria, Il Sole 24 Ore, dal lussemburghese Jean-Claude Juncker, già presidente della Commissione europea. L’intervistatore, Beda Romano, lo definisce un «democristiano del nord»: sebbene non stia più alla ribalta, esercita ancora un ruolo influente nell’ambito del Ppe.

Le sue affermazioni sulla crescita della destra, in Germania e altrove, dovrebbero far riflettere. «In realtà il fenomeno – dice a Romano – non è solo nazionale o tedesco ma riguarda più o meno tutti i Paesi membri. Ciò accade perché la situazione politica è confusa e perché i partiti politici tradizionali resistono male alla tentazione di affermare in altro modo ciò che già dicono i partiti di estrema destra. Non si combatte l’estrema destra ripetendo le sue parole, molto spesso inaccettabili, ma affermando il loro contrario. Altrimenti corriamo alla rovina».

Ma perché avanza questa corrente estremista? «I motivi del successo dei partiti estremisti – spiega – non dipendono dall’assetto incompiuto dell’Unione. In realtà, i problemi affrontati dalle nostre società sono crescenti, il mondo non è mai stato così complicato, le vecchie certezze cadono una dopo l’altra». E continua: «Per fermare il discorso dell’estrema destra bisognerebbe che i governanti dicessero ai governati la cosa seguente: se l’estrema destra dovesse governare ovunque, con i concetti che le sono propri, quale sarebbe l’Europa nella quale vivremmo? Non sarebbe l’armonia europea, ma la discordia dichiarata, perché se coloro che promuovono il rigetto dell’altro guidassero tutti i Paesi europei sarebbe il caos».

Per questo, a suo giudizio, non bisogna abbassare la guardia. «L’estrema destra agli occhi di alcuni ingenui appare come un pericolo minore perché altre forze politiche fanno da contrappeso. E se l’estrema destra dovesse vincere su tutta la linea quale sarebbe l’identità dell’Europa, e quale sarebbe l’immagine che l’Europa darebbe sulla scena internazionale? E su questo punto che dobbiamo attaccare l’estrema destra. Supponiamo che abbia ragione e che vincesse ovunque, in che situazione saremmo? Una situazione che ricorderebbe molto rapidamente le nefaste esperienze del passato».

In ultimo, il dialogo si ferma sul perché l’euroscetticismo abbia messo radici anche in Italia. La risposta mette freddamente a nudo il fatto che si nascondono «le debolezze autobiografiche del Paese, e con questo termine intendo dire nazionali, con degli attacchi incessanti contro l’Unione».

Fin qui Junker, lucido testimone del’europeismo di antica matrice cristiano sociale. E invece, cosa dire dei sedicenti «popolari» nostrani, indifferenti ai rischi di contaminazione con quelle forze che Junker giudica pericolose? Come valutare cioè l’alleanza organica di Forza Italia con la destra di Salvini e Meloni, per giunta in posizione subordinata? Quale coerenza può sussistere tra l’adesione al Ppe, impegnato a difendere una linea di resistenza nei riguardi del sovranismo, e l’abbraccio in Italia con i partiti, in specie la Lega, che del sovranismo menano vanto? Si fa presto a dire che il problema non esiste perché a vigilare sull’ortodossia europeista – ma quale? – ci pensa il ministro Tajani e l’area moderata della coalizione governativa.

I conti non tornano, se di conti possiamo parlare quando è in ballo la credibilità di una linea politica.

 

P.S. E sull’accordo tra Cesa e Salvini, meglio stendere un velo pietoso.

Dibattito | Macroregioni come contrappeso al forte governo centrale.

Lo scontro avvenuto nei giorni scorsi tra Luca Zaia e l’On. De Luca jr sul progetto di autonomia differenziata ripropone anche a noi dc e Popolari un tema che, specie nel Veneto, ha rappresentato per molti anni un fattore di seria riflessione, sfociato nella proposta della macroregione del nordest, che come Popolari del Veneto formulammo nel 2015.

Eravamo e siamo infatti convinti che esista, ed è costituzionalmente previsto, un meccanismo, mai esplorato, per arrivare alla macroregione “speciale” triveneta, con Trentino e Friuli-Venezia Giulia, omogenee per cultura, storia, caratteristiche economiche e tessuto sociale. Una soluzione a costo “zero” per lo Stato. E come? Attraverso l’applicazione dell’art. 132, comma 1, della Costituzione, ossia promuovendo la richiesta di fusione delle tre regioni venete da parte di tanti consigli comunali quanti rappresentino 1/3 della popolazione complessiva (circa metà del Veneto).

In tal caso si determinerebbe la convocazione di un referendum che, se avesse esito positivo, obbligherebbe le camere a discutere una legge costituzionale di accorpamento del Triveneto. Fondere due regioni speciali e una ordinaria avrebbe comportato necessariamente la creazione di una macroregione speciale, in cui vi sarebbe stata una diversa modulazione, anche mantenendole invariate, delle attuali risorse dello Stato per il medesimo territorio, altresì potendo l’intero triveneto beneficiare della autonomia fiscale ora riconosciuta solo al Trentino Alto Adige  e al Friuli Venezia Giulia. Inoltre, sul piano strategico una macroregione del nordest, cuore e crocevia degli assi nord/sud ed est/ovest dell’Europa, appariva a tutti noi uno straordinario strumento di attrazione di investimenti, nonché di interlocuzione autorevole con le istituzioni italiane ed europee a immediato beneficio della crescita dell’intero territorio.

La proposta avrebbe potuto nascere da alcuni Sindaci di importanti città venete, sotto l’egida di autorevoli riferimenti nel mondo del diritto, delle professioni, dell’economia, della cultura, dell’editoria. Quella nostra indicazione, ahimè, non fu raccolta dalle forze politiche presenti nel Consiglio regionale del Veneto e cadde tra i “wishful thinkings” (pensieri vaghi) impotenti e insoddisfatti. Peccato, perché sarebbero bastati i pronunciamenti dei consigli comunali dei sette comuni capoluoghi del Veneto per far scattare quel referendum.

La Lega e il Presidente Zaia, con la maggioranza del consiglio regionale veneto, decisero diversamente, proponendo la strada di un referendum consultivo per la cui indizione si è ebbe via libera dalla Corte costituzionale. Comprensibili le opposizioni di chi considerava quella consultazione senza effetti concreti sul piano istituzionale; tuttavia, dopo che altre due richieste avanzate negli ultimi vent’anni erano state ignorate, noi Popolari veneti ritenevamo che non ci si dovesse far sfuggire l’occasione per gridare alto e forte la nostra volontà di acquisire una più ampia autonomia del tutto simile a quelle di cui godono i nostri fratelli del triveneto: friulani, trentini e alto-atesini.

Alla fine, perciò, anche noi popolari veneti partecipammo convintamente al voto referendario del 22 Ottobre 2017 a sostegno di quell’autonomia regionale che è parte essenziale della nostra migliore tradizione e cultura politica. Una forte partecipazione fu ottenuta in quel voto, così come fu plebiscitario il sostegno a una maggiore autonomia della nostra Regione, costituendo, come di fatto è avvenuto, la precondizione politica per aprire un confronto con il governo centrale non più rinviabile. Ritenevamo, ora come allora, che 50 miliardi di fondi versati da Lombardia e Veneto al governo centrale, sottratti dall’imposizione fiscale dei lombardo-veneti siano una cifra enorme non più sostenibile. Non intendevamo e non intendiamo sottrarci ai doveri della solidarietà a favore delle regioni italiane meno fortunate, ma riteniamo che non possano più essere accettati gli sprechi e il malgoverno di realtà istituzionali come quelle che reggono la sanità campana e di altre realtà meridionali o lo sfregio a ogni logica elementare di buona amministrazione cui è stata condotta la Regione Sicilia.

Da molto tempo sosteniamo, con l’insegnamento del compianto prof. Miglio, l’idea di un’Italia federale organizzata sulla base di cinque o sei macroregioni, ma, ahimè, sin qui le nostre sono state inutili “grida nel deserto”, in un Paese centralista che non si rende conto, così com’è attualmente organizzato, di essere destinato al fallimento.

Il tema è ancor più attuale oggi con la volontà espressa dal governo Meloni di procedere verso un premierato che si potrebbe accettare solo se bilanciato da una struttura istituzionale di tipo federale sul modello tedesco, ossia, con la presenza di un sistema organizzato su cinque o sei macroregioni in grado di superare l’attuale frammentazione non più compatibile con la realtà italiana nel contesto europeo e internazionale. Saremmo di fronte a una profonda modifica dell’assetto costituzionale perseguibile non con il ricorso a referendum a cascata sulle principali modifiche istituzionali, ma solo con l’indizione di una nuova assemblea costituente con noi dc e Popolari disponibili a sostenere un cancellierato sul modello tedesco, espresso da una legge elettorale di tipo proporzionale con sbarramento e sfiducia costruttiva e con un bilanciamento istituzionale garantito tra cancellierato e macroregioni.

Auguriamoci che i due progetti di riforma presenti in parlamento – premierato e autonomia differenziata – non siano solo motivo di scambio politico tra Fratelli d’Italia e Lega, e quindi di un governo espressione di un parlamento eletto da una minoranza del corpo elettorale, ma l’occasione per un dibattito serio istituzionalmente risolvibile solo attraverso un’assemblea costituente non più rinviabile.

Rocca la spunta con Moody’s, ma dov’è il suo modello Lazio?

La notizia è di qualche giorno fa. L’agenzia Moody’s ha promosso il rating della Regione Lazio, portandolo da Ba1 a Baa3. Un risultato che premia indubbiamente il lavoro svolto in un anno dalla giunta Rocca.

Bisogna sottolineare, alla luce di quanto rilevato dagli analisti di Moody’s, come la Regione sia passata da un livello “non-investiment/speculative” a “lower medium”, diventando più attrattiva per gli investitori. Moody’s ha apprezzato il processo che ha portato al rafforzamento delle buone pratiche di governance, fino a centrare l’obiettivo dell’azzeramento del deficit corrente.

Certo, non è tutto oro quel che luccica. Voci critiche hanno ricordato il peso del debito, per il quale, a lungo andare, la sostenibilità degli oneri finanziari tornerebbe precaria. Si è parlato addirittura di regalo da parte di Moody’s, anche se in precedenza altre agenzie avevano rivisto il giudizio sulla Regione, alzando egualmente il rating. Tutto dipende, allora, dalla capacità di stabilizzare il trend che segna effettivamente un’inversione di tendenza. Se la prudenza è d’obbligo, non lo è il pessimismo forzato e perciò strumentale.

Rocca è stato più volte attaccato per i suoi trascorsi nelle file dell’estremismo di destra. Una volta eletto, ha però dimostrato di essere lontano anni luce da quel cliché giovanile, mostrando indubbie doti di equilibrio e buon senso. Anche i suoi rapporti con Gualtieri, specialmente sui vari dossier relativi alla gestione del Pnrr e del Giubileo, hanno messo in risalto la propensione a un uso finanche garbato di poteri e competenze a lui attribuiti. Sarebbe pertanto ingiusto disconoscere la misura con la quale ha garantito una sana cooperazione nell’interesse di Roma.

Rocca adesso è a un bivio. Avendo portato a casa la promozione sul bilancio, deve compiere un salto di qualità nella direzione politica della Regione. Gli serve uno scatto di fantasia, qualcosa che lo riscatti dall’immagine grigia di onesto penitente per “colpe” passate, un piglio capace di aggredire una logica di sviluppo del Lazio. La sua coalizione appare piuttosto un cappio, invece di essere una risorsa. È solo, a dire il vero, forse più di quanto egli stesso non sia diposto a riconoscere. Insomma, ancora non si vede un Modello Rocca.

Succede Oggi | Una mostra a Perugia sul pittore che inventò San Francesco.

Era un umbro o un forestiero? Un laico o un frate? Chi fosse e che nome avesse non lo sa nessuno, e proprio per questo la mostra della Galleria Nazionale dell’Umbria ha come titolo, “L’Enigma del Maestro di San Francesco”. E di interrogativi ce ne sono altri: quale era la sua formazione? A quale titolo venne scelto per costruire l’identità del Poverello, l’essenza del suo messaggio?

Nell’ottavo centenario delle stimmate, che apre gli anniversari francescani e che verrà seguito da quello del Cantico delle Creature e da quello finale della morte, non si poteva non partire da chi creò l’immagine del santo. L’ipotesi più suggestiva è che anche lui fosse un frate francescano. L’operazione religiosa e culturale che realizzarono i suoi dipinti è quella dell’alter Christus, rappresentato con le stimmate e la piaga del costato, che appare per la prima volta nella tavola della Porziuncola. È stato l’anonimo pittore, secondo nel duecento solo a Cimabue, il principale protagonista di una vera e propria campagna di canonizzazione dell’iconografia che vuole Francesco come Cristo. Che stabilisce il parallelismo fra la vita del santo e la Passione.

Il maestro venne scelto per affrescare la Basilica inferiore per due motivi: Il primo è certamente lo straordinario talento e la raffinatezza tecnica, ma probabilmente c’è di più. C’è la sua sintonia con la lettura che della vita e delle opere del Poverello dette, con il pieno favore papale, san Bonaventura. Alessandro IV certificò con una bolla l’esistenza della piaga nel costato di San Francesco. Un segno questo che lo legava indissolubilmente al Cristo.

La Chiesa in quel periodo stava vivendo un momento di crisi, il Duecento fu un secolo di grandi cambiamenti sociali, economici, culturali. Assisi e l’Umbria furono fra i luoghi d’Italia e d’Europa dove venne meglio compreso lo spirito del tempo. E Francesco realizzò una rivoluzione nel sistema, senza rompere con la Chiesa, inginocchiandosi anzi davanti al Papa.

Innocenzo IV, di ritorno da Lione, si fermò due anni a Perugia e sei mesi ad Assisi. Durante il suo soggiorno intuì la forza dirompente del messaggio francescano. La capacità di rifondazione del Cristianesimo che possedeva in nome della imitatio Christi. L’immagine del sogno del Pontefice che vedeva Francesco sostenere la Chiesa, dipinta nella Basilica superiore, la dice lunga su quale fosse la narrazione che si voleva trasmettere. L’anonimo maestro duecentesco fu il media grazie al quale diventò universale il significato profondo della rivoluzione senza strappi.

 

Continua a leggere

https://www.succedeoggi.it/2024/03/invenzione-di-francesco/

Titolo originale: L’invenzione di Francesco

 

 

Politica Insieme | Innaturale l’alleanza in Europa tra Popolari e Conservatori

A destra come a sinistra c’è non solo la legittima competizione elettorale tra forze che, per quanto siano alleate sul piano nazionale, concorrono al voto europeo singolarmente. C’è un evidente disallineamento in quanto ai contenuti delle rispettive proposte politiche tra Fratelli d’ Italia e Lega da una parte, Pd e Movimento 5 Stelle dall’altra. Ne consegue una sovrapposizione sghemba in virtù della quale, il livello nazionale del confronto interferisce con quello europeo e ne confonde i termini.

La stessa cosa succede rovesciando le parti: le posizioni che si assumeranno a livello del Parlamento Europeo – soprattutto quando si tratterà di eleggere la Commissione – difficilmente potranno essere ricomprese e ricomposte pacificamente nel quadro nazionale. Tutto ciò – ma è presto per dirlo e per comprendere come si porrà la questione – in qualche misura, fin d’ora, proietta i risultati della consultazione del prossimo mese di giugno, addirittura sull’ incipit del cammino che, sia pure ancora remoto, ci condurrà, nel nostro Paese, al prossimo rinnovo del Parlamento nazionale.

In un contesto del genere, è soprattutto Forza Italia – di fatto l’unico partito a rappresentare il PPE in Italia e, dunque, l’unica via d’ accesso, per l’ elettorato italiano, alla forza politica che in Europa custodisce i valori della tradizione cristiano-sociale e cattolico-democratica – a ritrovarsi in una posizione per un verso difficile e problematica, per altro verso interessante e potenzialmente creativa, se così si può dire. Non è difficile ipotizzare che, dopo le europee, qualunque ne sia l’ esito, si andrà incontro ad un rimescolamento non solo delle relazioni tra gruppi parlamentari europei, ma anche all’ interno dei singoli gruppi e, quindi, dei rispettivi partiti.

Forse soprattutto il Partito Popolare Europeo dovrà affrontare un confronto interno che, nell’attuale frangente storico, potrebbe rivelarsi decisivo sia per le sorti dell’ Europa che per la fisionomia e l’identità dei “popolari europei”. Identità che sarebbe fatalmente compromessa ove prevalessero, nel PPE, posizioni che dimenticassero la lezione di De Gasperi, Adenauer, Schuman. Grandi statisti, grandi democratici-cristiani che hanno immaginato l’Europa come progetto di pace. E prospettiva di quel possibile nuovo ordine delle relazioni internazionale che diventa oggi di attualità stringente. Soprattutto, progetto sostenuto dalla denuncia e dal ripudio morale della violenza imposta dalla barbarie bellica del nazi-fascismo.

Insomma, un’alleanza del PPE con le destre – men che meno con l’accoppiata Salvini-Le Pen, ma neppure con le pose apparentemente più suadenti, auspice la sempre garrula e sorridente Ursula, dei Conservatori di Giorgia Meloni – non ci sta con la storia e con l’ambizione di una forza politica, che, se mai avesse dei dubbi o l’avesse scordato, deve decidere cosa intende essere. Se vuole o meno continuare ad esprimere una visione dell’Europa orientata da una forte e coerente ispirazione ai valori del cristianesimo ed alla loro declinazione sul piano politico e civile.

Resta da dire che questa sovrapposizione di piani, quello europeo e quello nazionale, non può restare impregiudicata. Va risolta, riconoscendo che è quello europeo che, almeno così dovrebbe essere “comanda” l’altro. Sia pure a condizione di dover riportare l’ orientamento della politica nazionale nell’ alveo degli indirizzi e delle alleanze europee.

 

Per leggere il testo completo

https://www.politicainsieme.com/i-popolari-a-roma-e-a-strasburgo-di-domenico-galbiati/

Cosa resta della diversità morale della sinistra?

Come sappiamo da sempre, e come da copione, ritorna – seppur periodicamente – la cosiddetta “questione morale” nella concreta dialettica politica italiana. Un malcostume che accompagna la politica italiana e che, purtroppo, resta una costante nella vita dei partiti. O meglio, in ciò che resta

dei partiti dopo l’uragano tangentopoli. Ma l’aspetto che non si può non cogliere in queste vicende – dallo scandalo di Bari e della Puglia a quello di Torino – non è solo il plateale coinvolgimento nelle pratiche del malcostume anche di esponenti del Partito democratico o vicini al Partito democratico. Semmai, si tratta di prendere atto, e definitivamente – anche se quasi tutti lo sanno ma ipocritamente continuano a nasconderlo – che non c’è nessuno, ma proprio nessuno, che sulla questione morale può vantare una esclusiva, una primogenitura o una verginità. E men che meno la sinistra ex e post comunista italiana.

Certo, tutti sappiamo – almeno quelli che non fingono – che storicamente è stata la sinistra, nelle sue multiformi espressioni e declinazioni, a rivendicare l’esclusiva della titolarità dell’onestà nella politica. Locale e nazionale. Non è neanche il caso di ricordare i vari passaggi politici e storici talmente sono noti e palesi. Basti ricordare gli attacchi ripetuti, insistenti e addirittura ossessivi contro l’intera esperienza della Democrazia Cristiana per rendersene conto. Attacchi che sono poi platealmente culminati con la proposta, dopo il preambolo di Donat-Cattin del 1980, di un

“governo di alternativa morale al sistema di potere della Democrazia Cristiana”. Una proposta che ha segnato anche il punto più basso della intera esperienza politica, culturale e storica del Partito Comunista Italiano. Un filo rosso che poi, e puntualmente, è proseguito con i partiti che sono succeduti al Pci, malgrado la presenza all’interno di questi nuovi soggetti politici di alcune culture e filoni di pensiero distinti e distanti dalla sinistra.

Penso, ad esempio, alla cultura e alla tradizione del cattolicesimo democratico e popolare nella prima fase del Partito democratico. Eppure, al di là dei partiti plurali e dell’archiviazione della prima repubblica, il vizio della “superiorità morale” della sinistra post comunista e di tutto il carrozzone mediatico, televisivo e giornalistico che continua a sostenerla, non si è mai discostato da questo caposaldo.

E cioè, la sinistra è “diversa” rispetto a tutti gli altri attori politici perchè è semplicemente più onesta e moralmente superiore. Un refrain che persiste tuttora e che continua, purtroppo, ad essere periodicamente e puntualmente smentito. E ciò che sta emergendo da Bari, dalla Puglia e da Torino – solo per fermarsi alle ultimissime vicende giudiziarie dove sono coinvolti esponenti del Pd, almeno così emerge dalle indagini in corso – non è che la conferma che non esiste alcuna “superiorità morale” da sbandierare, non esiste alcuna “diversità morale” rispetto agli altri partiti, a tutti gli altri partiti e, soprattutto, non esiste alcuna esclusiva nel campo della correttezza e della trasparenza dell’attività politica ed amministrativa.

Al riguardo, sarebbe opportuno che ne prendesse atto anche la nuova dirigenza del Pd che, almeno su questo versante, appare distaccata e del tutto estranea ad una modalità del far politica fatta di intrecci clientelari e di zone d’ombra. Serve, cioè, uno scatto d’orgoglio e una iniziativa politica da parte del principale partito della sinistra italiana che metta un punto a capo definitivo sulla antica e ormai sempre più grottesca “diversità morale”. Seppur con il dovuto rispetto per la storia politica, culturale ed ideologica della sinistra italiana ma con la certezza che nel rapporto – sempre difficile e articolato – tra etica e politica nessuno, ma proprio nessuno, può e deve rivendicare una verginità esclusiva e totalizzante.

Ricerca Censis, il soggettivismo indifferente è il male di cui occuparsi.

Di seguito i comunicato stampa del Censis

 

Ripartire da «I mali di Roma» cinquant’anni dopo. Ci troviamo oggi di fronte a un paradosso: siamo una società fortemente soggettivista, ma con soggetti deboli; molto individualista, ma con una scarsa forza di affermazione individuale; parecchio egoista, ma fatta di ego fragili. In un mondo in cui alla sovrabbondanza dei mezzi corrisponde un deficit di fini, è diffusa una forte dose di indifferenza, per cui vince l’attitudine al tralasciare: una sorta di peccato di omissione. A cinquant’anni dal convegno diocesano su «I mali di Roma» del febbraio ’74, è il soggettivismo indifferente il male di cui occuparsi oggi.

L’assenza di comunità. Secondo una ricerca del Censis realizzata a cinquant’anni dal convegno su «I mali di Roma» del febbraio ’74, al 66% degli italiani non piace la società in cui vivono (e la percentuale sale drammaticamente al 72% tra i giovani). Solo il 15% degli italiani sente di appartenere pienamente a una comunità (al di là della propria famiglia).

Più della metà dei giovani non si sente parte di una comunità e di questi 3 su 4 non ne sentono neanche la mancanza. La percentuale di chi si riconosce pienamente in una comunità sale solo al 37% anche tra i cattolici praticanti. Lo scarso senso di appartenenza a una comunità si sposa con la sensazione di contare poco nell’ambiente in cui si vive: vale per il 48% degli italiani (il 60% dei giovani).

Alla ricerca di un senso profondo della vita: la dimensione spirituale. Complessivamente, però, per il 72% degli italiani la sfera spirituale è «molto» o «abbastanza» importante. Il 56% si sente parte del cammino dell’umanità, il 55% si interroga sul senso profondo della vita, il 54% avverte la mancanza di qualcosa che i beni materiali non possono dare. Tuttavia, il 53% ritiene che il cammino interiore sia una esperienza soggettiva, da vivere individualmente, non in modo condiviso. E solo per il 19% una vita degna di essere vissuta è quella in cui si fa del bene agli altri. Resta però un 28% di persone che coltivano la loro spiritualità partecipando ai riti religiosi secondo la propria confessione.

Poco altruismo, molti rammarichi. Solo il 18% degli italiani ritiene di non avere nulla da rimproverarsi. Il 64% pensa invece di non avere messo a frutto adeguatamente i propri talenti (percentuale che sale al 70% nell’età di mezzo, tra i 45 e i 65 anni). Appena il 18% si rammarica di non avere fatto di più per gli altri. La parabola dei talenti fa riflettere più della parabola del buon samaritano. Poi però il 64% prova sensi di colpa, soprattutto a causa del proprio egoismo.
«Dietro ogni momento di indifferenza tralasciante c’è una dinamica psichica che rinvia agli atteggiamenti soggettivi qui richiamati. Riprendere oggi il filo del ’74 significa approfondire non più i mali di Roma, ma il cruciale male del soggettivismo indifferente», ha detto Giuseppe De Rita, presidente del Censis, commentando i dati della ricerca.

 

 

Per leggere il testto della ricerca

Vita e Pensiero | La scienza prova l’esistenza di Dio?

Giuseppe Tanzella-Nitti

 

Da alcuni mesi un libro pubblicato in Francia nel 2021, tradotto poi in spagnolo e in italiano, sta facendo parlare di sé. Il fenomeno mediatico e commerciale c’è tutto. Oltre 300.000 copie vendute, ai primi posti delle classifiche di Amazon e di altri internet bookshop con un “indice di gradimento” degli utenti Google vicino al 90%. Le grandi testate giornalistiche hanno reagito prima con prudenza ed esitazione, poi alcune di esse hanno preso decisamente posizione, a favore o contro. La rivista francese La Croix ha dedicato non meno di 6 articoli, con cadenza quasi settimanale, a criticarne violentemente il contenuto, come ha fatto Le Figaro. Altri organi di stampa lo hanno lodato, altri ancora vi si sono riferiti in modo indiretto, ospitando dibattiti. Quale la ragione di queste variopinte reazioni e, soprattutto, qual è la ragione del suo successo commerciale? Stiamo parlando di Dio, la scienza, le prove. L’alba di una rivoluzione, firmato da Michel-Yves Bolloré e Olivier Bonnassies, un ingegnere imprenditore e uno studioso con diplomi in discipline tecniche e in teologia. Proverò anch’io a rispondere a queste domande, partendo dal suo titolo. Non è mia intenzione commentare o recensire il contenuto del libro, ma soffermarmi sul fenomeno. Lo farò sviluppando brevemente due considerazioni: a) perché un libro che desidera provare Dio attraverso la scienza riscuote tanto successo; b) perché il tema affrontato provoca reazioni accese e fortemente dialettiche, almeno a giudicare dai titoli delle recensioni pubblicate.

La prima considerazione è immediata: il tema di Dio interessa, e interessa ancora di più quando a Dio” si accosta la scienza”, ritenuta dallopinione pubblica uno dei principali fattori di non credenza, a ragione o a torto. I sociologi della religione collocano questo fattore al primo posto fra i laureati con meno di 40 anni, mentre è il problema del male ad essere il principale ostacolo per credere in Dio fra le persone di maggiore età. Gli autori del libro mostrano che, quando si lasciano parlare i suoi protagonisti, la scienza suscita grandi domande, si interroga, cerca di capire se c’è qualcosa o qualcuno che regga il mondo. In fondo tali domande la scienza le ha sempre suscitate, ma forse lo avevamo dimenticato. Il grande pubblico apprezza che qualcuno gli parli di Dio, anche per capire se possiamo crederci ancora o se siamo diventati troppo adulti per farlo. Il tema di Dio non sembra più trovare spazio dove eravamo abituati a incontrarlo. Se di Dio non parlano i filosofi, i romanzieri, gli artisti e – chiedo venia – i sacerdoti, allora ce ne parlano gli scienziati.

Non pochi libri hanno intercettato, consapevolmente o inconsapevolmente, tale richiesta. Lo mostrano i successi editoriali del “nuovo ateismo” (Dawkins, Dennett, Harris) che prende spunto anche dalla scienza; non pochi best sellers di divulgazione scientifica (Hawking, Davies, Barrow); ma anche quegli autori che scrivono sul “disegno intelligente”, criticano l’evoluzione biologica, o producono film sulla rivincita di Dio a scuola o all’università. Tutti queste opere, in genere, hanno successo.

Questo nostro universo ha avuto unorigine? Qualcuno lo ha creato? C’è unintelligenza che lo regge e ha voluto la comparsa della vita? Possiamo riconoscervi un finalismo? Sono domande supreme che non possiamo ignorare. Eppure, se affrontate solo nell’ambito delle scienze o addirittura servendosi del metodo scientifico, manifestano delle palesi ambiguità. E se dietro il mondo ci fosse solo un grande Computer? E se noi fossimo parte di un grande organismo vivente? E se fosse uscito proprio il nostro numero alla roulette cosmica, pur riconoscendo l’apparizione della vita e dell’intelligenza una giocata altamente improbabile?

Se restiamo solo sul piano dellanalisi empirica, una certa ambiguità non potremo mai evitarla. È allora alla filosofia e allastrazione meta-empirica – ed è questo un punto della massima importanza – che occorre dirigersi. Una buona filosofia, infatti, ci avvertirebbe dei diversi significati che possono assumere i termini “Dio”, “prove”, “scienza”; ci aiuterebbe a capire perché il panteismo non soddisfa il problema della contingenza; ci istruirebbe su cosa sia il metodo scientifico e come esso sia trasceso dalle dimensioni personaliste ed esistenziali degli scienziati; ci chiarirebbe, ancora, quali sono i diversi livelli di finalismo che riscontriamo in natura, cosa sia l’intenzionalità, quale sia la differenza fra origine e inizio… Ma la filosofia, a mio modo di vedere, sembra proprio la grande assente. Tranne rare eccezioni (fra queste in Italia dovremmo riconoscere le opere di Roberto Timossi) nel dibattito fra Dio e la scienza la filosofia non compare: questo dibattito resta sui giornali, sulle opere di divulgazione (alta o bassa che sia), nella trama di film controversi, più spesso sui pamphlet. O talvolta, come negli Stati Uniti a proposito dell’insegnamento scolastico della teoria dell’evoluzione o del disegno intelligente, il dibattito finisce nelle aule dei tribunali. Può entrare nella pubblicità degli autobus di Londra promossa dai “nuovi atei” (Dio quasi certamente non esiste, ce lo dice la scienza: goditi la vita), ma non nelle aule universitarie. Perché? Questa è la prima considerazione che desideravo proporre.

Veniamo alla seconda. Pur nella loro bellezza e profondità, questi temi sembrano destinati ad assumere quasi sempre un carattere controversista. Non sfugge a questa regola neanche il volume di Bolloré e Bonnassies. Ciò può essere un vantaggio dal punto di vista mediatico e delle regole di mercato (pensiamo ai talk show e ai titoli dei rotocalchi). Mi chiedo, però, se ciò sia un vantaggio anche per la serena analisi di temi così importanti. Non sempre le regole per attrarre l’attenzione del grande pubblico sono anche le stesse per educarlo a ragionare. Spesso vengo invitato a tenere delle tavole rotonde su fede e non credenza a partire dalla scienza. Quasi mai vi partecipo, specie se vengo collocato dalla parte della fede. Perché deve essere un sacerdote a parlare di fede e un ricercatore scientifico a parlare di non credenza? Ricevo sempre la stessa risposta: “perché così il pubblico capisce meglio le due posizioni”. Dunque, le posizioni sono già fissate in anticipo, dall’immaginario popolare, preconcette, e si cercano personaggi da collocarvi dentro.

[…]

 

Continua a leggere

https://rivista.vitaepensiero.it//news-vp-plus-dio-provare-per-credere-6464.html

Per acquistare il libro

https://sonda.it/prodotto/dio-la-scienza-le-prove/

Mattarella, il Ghana è un esempio di democrazia per l’intera Africa.

[…] L’Italia considera il Ghana come un esempio virtuoso di democrazia. Un modello che trasmette anche ad altri Paesi l’importanza della democrazia. È tanto più significativo questo modello in una fase storica in cui, in alcuni Paesi dell’Africa occidentale, il sistema democratico sembra davvero vacillare.

Il Ghana, con la sua opera di radicamento territoriale, dei valori democratici, dello stato di diritto, del pluralismo politico e sociale, offre – ripeto – un modello importante di grande valore per tutta la regione e per l’intero continente africano.

È anche grazie alle riforme intraprese, che il Ghana sta superando con successo la crisi eco-finanziaria che l’ha messa alla prova nel periodo passato. E questo consente una tranquillità, una stabilità ancora ripristinata, con solidità.

Il Ghana e l’Italia sono legati da una amicizia molto forte, alimentata dalla comune aspirazione, l’aspirazione ad un sistema di valori, ad un sistema di rapporti internazionali, che si ispiri ai medesimi valori che coltiviamo insieme Ghana e Italia. E cioè il multilateralismo, il dialogo fra tutti i Paesi, la pace, la convinzione che la strada intrapresa in alcune parti del mondo – in Europa, in Africa e in Medio Oriente – per la sopraffazione e la guerra è quella sbagliata.

Ribadiamo l’importanza di un dialogo internazionale collaborativo fra tutti. E questo richiede naturalmente il rafforzamento delle Nazioni Unite.

Ringrazio il Presidente per il riferimento alla riforma necessaria per il Consiglio di sicurezza, per l’efficacia e l’efficienza di funzionamento dell’ONU.

Perché questo richiamo alla collaborazione internazionale? Perché le sfide che abbiamo di fronte come umanità – anzitutto quella del clima, che il Presidente Akufo-Addo ha poc’anzi evocato –  richiedono una grande collaborazione internazionale, impossibile in un clima che sia di contrapposizione.

Sono lietissimo che in questi ultimi anni i rapporti di collaborazione fra Ghana e Italia si siano intensificati.

Era nostra intenzione proseguire su questa strada e il nostro interscambio è cresciuto molto dall’ultimo anno. Vogliamo edificare un partenariato articolato e approfondito in tanti settori di collaborazione.

Sul piano economico, la collaborazione di molte nostre aziende con quelle ghanesi è molto intensa e le nostre imprese guardano con grande interesse al Ghana e all’Africa occidentale.

In questo contesto, è importante anche aver ripristinato il collegamento aereo diretto tra Accra e Roma. Questo consentirà una facilità di rapporti accresciuta.

Abbiamo anche una tradizionale grande collaborazione sul versante energetico, un aspetto importante del nostro partenariato.

L’ENI è presente nel Paese da tanto tempo e continuerà ad esserlo, certamente superando le difficoltà che si sono create, ma una è collaborazione che si manterrà e si svilupperà.

Anche sul piano culturale vorremmo accrescere la nostra collaborazione, soprattutto quella universitaria, per uno scambio di ricercatori, per conoscenza reciproca e scambio di studenti. Perché questo consente di avvicinare le giovani generazioni come intensificazione della nostra amicizia.

Anche perché l’Italia ospita una numerosa e apprezzata comunità ghanese che è molto ben integrata nel mio Paese. Apprezzata – ripeto  – e che contribuisce all’economia italiana e rappresenta un legame di amicizia tra Ghana e Italia.

Così come ha ricordato cortesemente il Presidente Akufo-Addo, vi sono tanti italiani che da tempo vivono e operano in Ghana.

Tutto questo ci fa pensare, naturalmente, pensando alla presenza ghanese in Italia, così ben inserita, integrata e apprezzata, all’esigenza di affrontare insieme, globalmente, il fenomeno migratorio, che è un fenomeno crescente, di grandi dimensioni e va convertito, da un fenomeno disordinato nelle mani crudeli dei trafficanti di esseri umani, in un fenomeno regolato da accessi legali, da ingressi regolari, autorizzati, concordemente definiti.

È un obiettivo importante per dare spazio alle nostre giovani generazioni e alla collaborazione.

Domani visiterò il Centro di formazione di Mark Eshun, dove, con un progetto promosso da industriali italiani, dalla Confindustria, dalla loro associazione, giovani ghanesi ricevono una formazione professionale per poi essere inseriti in aziende italiane nel nostro Paese.

È un modo positivo di definire e indicare come va affrontato il tema migratorio.

Nel corso dei colloqui abbiamo sottolineato – da parte mia con molto vigore – come il Ghana rappresenti per l’Italia un partner fondamentale nell’ambito del partenariato tra Africa ed Europa. Un partenariato che intendiamo fondato sul reciproco rispetto, sul rapporto paritario di collaborazione che giova a entrambe le parti, perché il futuro di Africa ed Europa è, a mio avviso, necessariamente comune.

Il vertice che si è svolto lo scorso gennaio, cui il Presidente Akufo-Addo ha cortesemente partecipato – e lo ringrazio ancora per questa sua presenza – ha confermato l’intenzione dell’Italia di promuovere un’azione congiunta, concorde, secondo le indicazioni dei Paesi africani, per la concreta collaborazione tra l’Africa e l’Europa.

Il piano Mattei, che il Governo italiano ha lanciato evocando – come ricordavamo insieme al Presidente Akufo-Addo – un protagonista dell’amicizia tra Africa ed Europa e un protagonista dell’amicizia per l’indipendenza allora conseguita dai Paesi africani, evoca appunto la volontà di collaborare sul piano paritario, secondo le esigenze e le indicazioni ai Paesi africani, cercando di coinvolgere in questo l’intera Europa.

[…]

 

Per leggere il testo completo

https://www.quirinale.it/elementi/109535

Premierato, senza riforma del Parlamento la democrazia è  in pericolo.

L’impressione che si ha e che induce senz’altro a stigmatizzare i termini  del dibattito politico-culturale, ma anche il contenuto della discussione che si svolge in sede di commissione affari costituzionali del senato circa la riforma per l’introduzione nel nostro ordinamento del premierato è che si continui ad affrontare un tema della massima importanza per le sorti future del Paese secondo una cifra operativa contrassegnata da superficialità istituzionale e strumentalità politica. Più che cercare la costruzione di nuovi equilibri del sistema costituzionale con l’introduzione di un cambiamento come l’elezione diretta popolare del presidente del consiglio la sensazione che si ha, infatti, è che l’intento del governo e della sua maggioranza proponente sia piuttosto quello di stabilizzare e bilanciare i rapporti di forza all’interno della compagine governativa.

Se così non fosse non si spiegherebbero il continuo armeggiare intorno alla norma introduttiva del cosiddetto “secondo premier” o l’introduzione della possibilità per il premier di chiedere ed ottenere lo scioglimento delle camere solo in caso di dimissioni “volontarie” e non anche a seguito di rigetto della mozione di fiducia posta dal governo, che implica necessariamente le dimissioni di quest’ultimo; o, ancora, il recente accordo nella maggioranza per la introduzione di un emendamento teso a trasformare la fiducia al solo premier in un atto di legittimazione rivolto all’intero governo. Ma, soprattutto, non si capirebbe la completa dimenticanza delle sorti del parlamento in una riforma che ha, come proprio oggetto, la modifica del sistema di governo parlamentare e quindi dell’organo centrale di rappresentanza della Repubblica. In ordine a quest’ultimo, invece, nessun cenno diretto né al suo ruolo ed alle sue funzioni né alla sua struttura. Come se il parlamento dovesse essere cancellato per l’emergere di una sola dimensione della istituzionalità repubblicana: quella della governabilità propria di una “democrazia decidente”.

Ora, non è certo questa la sede nella quale si può affrontare adeguatamente l’idea di democrazia che emerge da questo approccio aparlamentare che sembra derivare dalla convinzione che le camere altro non siano che il luogo dei “compromessi”, degli “inciuci” e, in ultima analisi, delle “perdite di tempo”. E nemmeno si intende qui dare particolare consistenza al sospetto serpeggiante nel dibattito che il progetto del governo intenda marcare una profonda discontinuità nel modo di concepire la democrazia delineato dalla Costituzione repubblicana e fondato sui partiti politici e la partecipazione popolare. Al più, con questa sottolineatura della intenzione seppure solo sospettata di un cambio di democrazia, ciò che si vuol evidenziare è la possibilità di una certa deriva personalistica e populistica che investirebbe le nostre istituzioni repubblicane facendole scivolare verso un modo autoritario di concepire ed organizzare la governabilità. Per il resto, poi, il punto della “riforma Meloni” che si vuole pur brevemente illustrare è quello inerente il ruolo e la funzione del parlamento in un sistema di premierato che certo non può consistere solo nella elezione diretta del presidente del consiglio e nel rafforzamento dei suoi poteri di nomina e di determinazione dell’indirizzo politico con il parlamento “messo all’angolo”.

E quindi veniamo subito al dunque, cominciando dall’incredibile scelta di lasciare immodificato l’art. 94, 1° comma, della Cost. secondo cui “il Governo deve avere la fiducia delle due Camere”. Immediatamente, tale opzione sembrerebbe dettata dalla volontà di mantenere il rapporto tra governo e parlamento nello status quo ante per non mettere in discussione l’equilibrio istituzionale  proprio della forma di governo parlamentare e così dare la sensazione che l’elezione diretta a suffragio universale del presidente del consiglio innovi esclusivamente sul versante del rapporto delle istituzioni con gli elettori (che conquisterebbero così il potere di essere loro a scegliere il governo) e non delle istituzioni fra di loro. In modo tale, cioè, che non si possa dire, come fa una parte dell’opposizione, che la riforma indebolisca il parlamento spostando il baricentro (della determinazione dell’indirizzo) politico sul versante del governo.

Ma nulla è più sbagliato di ciò! Perché la necessità di dover da parte del governo godere della fiducia delle due camere implica che la maggioranza di queste ultime sia omogenea a quella che ha eletto il premier e quindi che venga (eventualmente) integrata fino al raggiungimento di un quorum (l’originario del ddl uscito dal consiglio dei ministri prevedeva il 55%) per evitare che il governo possa essere sfiduciato, addirittura, prima di entrare nella pienezza delle sue funzioni. Il che, chiaramente, significa che le liste ed i candidati collegati al presidente del consiglio godranno di un premio non nel rispetto del principio di rappresentatività ma nell’intento di rafforzare quello di governabilità. Quindi non per rispettare la centralità del ruolo delle due camere ma per subordinarlo a quello del premier. Che, diventando così l’unico vero global player del sistema istituzionale, finisce con l’assumere una posizione dominante in grado di influenzare tutte le scelte strategiche del Paese imponendole alla sua maggioranza parlamentare. Con l’aggravante, poi, che si pensa di potere dare poteri così ampi ad una sola persona senza che questa venga eletta ottenendo il suffragio della maggioranza e cioè del 50% più uno dei votanti.

Ora, per ottenere quest’ultimo risultato, si può scegliere la formula che si vuole ma da un’investitura maggioritaria non si può prescindere! Tranne a voler mettere ancora più a rischio la democrazia. Che non può essere, certo, assicurata contrapponendo a questo rilievo che già nel nostro ordinamento si danno casi di elezione di presidenti di regione e di sindaci con quorum minoritari. E ciò perché, in questi casi riguardanti istituzioni locali circoscritte, la legittimazione della loro elezione è comunque garantita, per riflesso, dal sistema nazionale sicuramente democratico.

Ma non è solo questa l’anomalìa del modello premierale che si vorrebbe introdurre nel nostro sistema repubblicano. Anzi, ancora più grave risulta l’idea di volere modificare il ruolo del governo senza contemporaneamente pensare di dover mettere mano alla funzione legislativa del parlamento, palesemente non più in grado di reggere il tempo e lo spazio della odierna società nazionale. Qui, come è facile intuire, il discorso dovrebbe innanzi tutto riguardare un punto cruciale degli attuali ordinamenti: il ruolo della legge e la sua crisi irreversibile, con la contemporanea emersione della antica ma finora residuale funzione di controllo delle assemblee parlamentari.

In questa sede, però, è sufficiente sottolineare che questa ‘riemersione’ della funzione di controllo potrebbe  costituire la nuova sfera baricentrica dell’odierno sistema politico rappresentativo. A patto, però, che nella nuova forma di governo premierale il rapporto tra governo e parlamento non si basi più sulla continuità, seppure capovolta, della funzione esecutiva e di quella legislativa (che implica, a monte, poi una necessaria relazione fiduciaria) ma si fondi piuttosto sulla diversità della funzione di governo da quella di controllo che incontrandosi in una relazione funzionale  con la prima instauri fra i due organi un rapporto di integrazione che ne valorizzi i ruoli di responsabilità e rappresentanza politica.

Insomma, il rapporto governo-parlamento con l’introduzione del premierato non può consistere più nell’attuazione di un legame per la esecuzione della funzione legislativa da parte del primo (il governo) ma deve trasformarsi in un rapporto di controllo del secondo (il parlamento) sull’attività del governo. Circostanza che, come già alcuni studiosi hanno evidenziato, favorirebbe senz’altro la creazione di un nuovo ambito istituzionale idoneo ad esercitare una nuova e più efficace forma di democrazia rappresentativa.

Democrazia ancora più incisiva, se a questa trasformazione funzionale si aggiungesse, poi, contestualmente (come prevede un emendamento presentato da Italia Viva) la riforma strutturale dell’attuale bicameralismo paritario con la introduzione del senato delle autonomie. In  modo tale da inserire accanto alla rappresentanza politica nazionale della camera dei deputati quella territoriale delle comunità locali e regionali così rafforzando in maniera decisiva il ruolo del parlamento a fronte di quello del nuovo presidente del consiglio eletto direttamente solo dal corpo elettorale nazionale. Non è una quistione di secondaria importanza né, peggio ancora, da ritenere estranea alla tematica che ci occupa. Perché un senato che dia visibilità e voce alle comunità locali ed ai territori non solo consente alle istituzioni che li organizzano e li impersonano di contare di più nelle sedi nelle quali si decide per gran parte il loro destino ma apporta al parlamento ed al suo ruolo di rappresentanza una forza capace di moltiplicarne la cifra politica e quindi di rilanciarne la capacità di incidenza negli equilibri costituzionali ben al di là del potere di accordare o revocare la fiducia al governo. Che, è bene sottolineare, anche se legittimato dal voto popolare diretto del suo premier, non sarebbe comunque sottratto -in virtù della funzione di controllo che il parlamento esercita su di esso- ad un sindacato politico in grado di arrivare fino alla sua rimozione qualora si spingesse a violare norme e principi che incidono sull’indirizzo politico-costituzionale.

Capisco che il discorso è alquanto complesso e meriterebbe ben altro livello di esplicazione. In questa sede, però, è sufficiente sottolineare che non è conseguenza ineluttabile dell’ elezione diretta-popolare del capo del governo la subordinazione del parlamento a quest’ultimo. E né meno la messa in pericolo della democrazia rappresentativa. Ciò che preoccupa, piuttosto, è la ‘leggerezza’ con la quale la maggioranza pensa di affrontare una riforma che mette in discussione la forma di governo voluta dai nostri Padri costituenti senza preoccuparsi minimamente della ricostruzione degli equilibri costituzionali che inevitabilmente si devono infrangere.

Con la consapevolezza che, se diversamente, non c’è che dare credito ad un’intenzionale iniziativa del governo per cambiare il paradigma democratico in direzione di un potere sempre più personalistico e plebiscitario!

La Voce del Popolo | A 50 anni dalla strage di Brescia.

2024: cinquant’anni sono passati ma quello che successe in Piazza della Loggia martedì 28 maggio resta indelebile negli occhi, nella mente e nel cuore di quelli che allora c’erano, ma anche di quei giovani che, pur non avendo vissuto quei momenti, hanno sentito i racconti, studiato le vicende del prima e del dopo, inquadrato e valutato quella strage che fece morti e feriti.

In Loggia nei giorni scorsi Filippo Ferrari, consigliere della Provincia, Laura Castelletti sindaca di Brescia, Marco Fenaroli assessore del Comune di Brescia e Manlio Milani della Casa della Memoria hanno presentato alcuni dei tanti eventi e delle molte manifestazioni che animeranno la ricorrenza: appuntamenti che nelle prossime settimane permetteranno ai cittadini e al mondo sociale e politico di rivivere, riordinare e incasellare quei terribili e nefasti momenti, inevitabilmente passati alla Storia con innegabili riflessi nella Giustizia e nella Politica di quegli anni e dei successivi decenni.

Nel corso della conferenza stampa è stato presentato il nuovo sito (stragedipiazzaloggia.it) che raccoglierà documenti, testimonianze, racconti, raccolte multimediali e resoconti non solo della strage di Brescia ma di quelle di Bologna e Milano. “Questa è la nostra seconda conferenza stampa di presentazione di questo anniversario – ha affermato, Manlio Milani presidente della Casa della Memoria – e prima del 25 aprile verranno presentate tutte le iniziative indicando anche i nomi dei nostri partner (personalità della società civile, uomini politici, sindacalisti, cittadini, storici) ricordando che per il giorno del 50° anniversario nella nostra città interverrà il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella”.

La sindaca di Brescia Laura Castelletti ha sottolineato come il 28 maggio rappresenti “per tutti un momento importante per dimostrare la forza della democrazia e il simbolo dell’unità della nostra città. È questa una memoria da preservare e da condividere con le nostre nuove generazioni e il presidente Sergio Mattarella ci aiuterà in questo nostro sforzo”.

Il 4 aprile ha preso avvio la serie di incontri dal titolo “La Strage di Piazza della Loggia e la reazione della comunità bresciana – tra storia e memoria” che si concluderà il 16 maggio ed è stata pensata per leggere la strage e quello che ha rappresentato per la città da diversi punti di vista: quello dei sindacati, della giustizia, del mondo cattolico e la magistratura.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 4 aprile 2024

Titolo originale: Nuovo sito e cinque incontri per ricordare il 50° della strage.

[Testo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

AsiaNews | Giappone, più immigrati per combattere gli effetti della crisi demografica.

Angeline Tan

 

Un nuovo tentativo per provare a contrastare la crisi demografica che in Giappone si protrae da decenni. È quello messo in atto dall’esecutivo nipponico il 29 marzo: durante una riunione del Gabinetto è stato deciso di allargare lo status di “specifico lavoratore qualificato” a ulteriori quattro aree del mondo, permettendo così a 820.000 lavoratori stranieri di partecipare al programma di collocamento fino all’anno fiscale 2028. In conseguenza del declino delle nascite, si registra infatti una carenza di manodopera che sta mettendo alla prova diversi settori.

Il 2023 è stato l’anno che ha registrato il minimo storico dei nuovi nati, 758.631, con una decrescita del 5,1 per cento. Questa tendenza è accompagnata dall’incremento record del numero di lavoratori stranieri: lo scorso anno l’aumento è stato del 12,4% rispetto al 2022, raggiungendo i 2,04 milioni di impiegati, secondo i dati del Ministero del Lavoro diffusi il corrente anno. Un numero che è destinato ad aumentate in quanto il Giappone ha estremo bisogno di lavoratori da impiegare nelle catene di montaggio, nei cantieri edili, nell’assistenza per anziani e in agricoltura (raccolta della verdura).

Junji Ikeda, presidente di Saikaikyo, agenzia con sede a Hiroshima che si occupa di reperire e supervisionare i lavoratori stranieri, ha affermato che “il Giappone sta entrando in un’era di immigrazione straniera di massa”. Affermando che alcune misure addottate finora come le azioni di “adattamento incrementale”, non sono sufficienti. Quest’ultima mossa del governo segue ulteriori tentativi che vanno nella direzione di contrastare il calo demografico, come la concessione nel 2032 dello status di rifugiato a 303 persone; con un incremento di circa il 50 per cento rispetto all’anno precedente, ovvero di 101 persone.

La maggioranza di questo gruppo è composto da 237 persone rifugiate che provengono dall’Afghanistan, legate alla Japan International Cooperation Agency, l’agenzia governativa che si occupa di coordinare gli aiuti pubblici nel campo dello sviluppo. Ma sono state accolte anche 27 persone provenienti dal Myanmar, Paese che sta vivendo una precaria stabilità a causa del regime militare. A queste si aggiungono 6 persone di origine etiope. Le richieste di status di rifugiato sono salite nel frattempo a 13.823, il secondo numero più alto mai registrato, dopo l’anno di picco del 2017, quando le richieste di asilo erano state 19.629. Lo Sri Lanka è stato il gruppo dominante tra i richiedenti, con 3.778 persone, ma un numero significativo è arrivato anche dalla Turchia e dal Pakistan.

Lo status di rifugiato da concedere ai cittadini birmani di etnia Rohingya è un tema molto discusso. A gennaio, ad esempio, l’Alta Corte di Nagoya ha ordinato al governo giapponese di riconoscerlo a un richiedente asilo. Prima di questo fatto un tribunale di grado inferiore aveva stabilito che il 44enne Khin Maung Soe era un Rohingya, ma che la sua etnia era una base inadeguata per considerarlo un rifugiato. L’Alta Corte si è espressa riconoscendo che l’esercito del Myanmar “ha commesso una pulizia etnica contro i Rohingya”, a partire dal colpo di stato del 2021, e che quindi “esiste un fatto oggettivo per provare timore di persecuzione”, riconoscendo di fatto il diritto allo status di rifugiato.

A causa di questi fenomeni di immigrazione sostenuti anche dalle recenti politiche governative, il numero di residenti stranieri in Giappone è salito a 3.410.992 (il Paese conta una popolazione di circa 125 milioni), con un aumento del 10,9% rispetto al 2023. Si tratta di una cifra record registrata per il secondo anno consecutivo, secondo quanto riportato dall’Agenzia per i servizi di immigrazione. Questo quadro suggerisce la composizione di una società più multiculturale; ma ciò si scontra con gli ostacoli sociali, tra cui iniziative di integrazione poco sviluppate.

 

Continua a leggere

https://www.asianews.it/notizie-it/Tokyo-apre-a-820mila-nuovi-lavoratori-stranieri-contro-il-calo-demografico-60484.html

La Voce del Popolo | Il Pd ha bisogno di identità.

Non suoni troppo paradossale: un partito può essere molto diviso solo se è molto unito. Questione che riguarda, ovviamente, tutti i partiti in questi tempi di ideologie svanite e di discipline allentate. Ma che forse dice qualcosa di più riguardo al partito democratico. Laddove in queste ore sembrano svolgersi le dispute più acuminate in vista della formazione delle liste delle candidature per le europee.

Il fatto è che lo spettro coperto dalle opinioni che si misurano all’interno di quel partito appare più ampio di quello occupato dalle altre forze politiche. Un po’ perché non esiste, al Nazareno, una leadership troppo imperiosa. E un po’ perché da quelle parti le troppe correnti si danno un gran daffare. E se la prima cosa si può valutare benevolmente, la seconda appare invece molto più con- troversa.

Così, mentre negli altri partiti la formazione delle liste riflette o un’antica consuetudine o (più spesso) il primato del capo, nel Pd la scelta dei candidati rivela una densità di opinioni e posizioni che si fa fatica ad amalgamare. Tanto più che negli ultimi tempi quella densità comincia a riguardare sempre più da vicino le grandi opzioni della politica internazionale. E cioè quell’argomento che in ogni partito dovrebbe essere condiviso senza tema di smentita.

Non è detto che l’ordine sparso delle correnti debba scompaginare più di tanto il Pd. A condizione però che il partito sia capace di dotarsi di una identità ben riconoscibile. Se invece il dubbio identitario si mescola con la eccessiva pluralità delle opinioni si rischia di smarrire la propria anima molto prima della propria disciplina.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 4 aprile 2024.

Titolo originale: Il Pd e una densità di posizioni da amalgamare.

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

Dibattito | Una proposta alternativa alla democrazia d’investitura.

Qualcosa si muove sul fronte delle opposizioni a proposito della riforma costituzionale? Pare di capire che stia crescendo, anzitutto dalle parti del Nazareno, la consapevolezza circa la necessità di fornire alla pubblica opinione un’alternativa al premierato della Meloni. Intanto prende forma un certo consenso attorno al modello del cancellierato alla tedesca. L’importante è che, nel definire i rapporti con il Capo dello Stato, non lo si renda succube di una legge elettorale destinata a farne un re travicello. Oppure, seguendo le peripezie della Premier che ne accetterebbe ad abundantiam l’investitura diretta, come ha spiegato ieri sera a “Porta a Porta”, non lo si voglia assoggettare alla durezza della competizione politica, rendendolo un uomo di parte. Diciamolo pure, è confusione su confusione.

A questo punto viene da chiedersi se aderiranno tutti, anche i vari centristi, a un disegno che può mettere la Meloni con le spalle al muro, facendo piena luce sui rischi del suo premierato elettivo. Bisogna scongiurare che vada in soccorso quella “zona grigia” della politica che sottovaluta la l’incombenza di un sofisticato e tuttavia egualmente pernicioso ricorso alla seduzione dell’uomo (o donna) forte come unico orizzonte di un potere pubblico più efficiente.

Ebbene, come convincere i distratti – chiamiamoli così a prescindere dalla loro collocazione parlamentare – a dire no al mostro meloniano, senza indulgere a una logica di puro difensivismo? Va pure considerata l’alternativa del modello francese. Tra i sistemi vigenti in Europa, questo è comunque il più rassicurante perchè prevede due fonti di legittimazione popolare, una riguardante il Presidente della Repubblica e l’altra il Parlamento, tanto da prevedere in casi estremi la cosiddetta coabitazione. In fondo avviene la stessa cosa negli Stati Uniti nell’ipotesi, spesso ricorrente, in cui il Presidente non ha la maggioranza in entrambi i rami del Congresso. Anche questa è una forma di equilibrio, utile più di quel che si pensa alla vitalità della democrazia.

Se vogliamo rendere allora appetibile ai centristi il modello francese, occore assicurare un potenziale spazio di presenza mercè una legge elettorale a doppio turno, con la garanzia che possano accedere al secondo turno le forze, da sole o in coalizione, in grado di raccogliere il 10% o anche solo l’8% dei voti. Con tale aggiustamento, avremmo una riforma ancora più garantista e comunque efficace.  Oggi infatti dobbiamo fare i conti con un sistema politico frammentato nel quale l’introduzione della sfiducia costruttiva, allegata al cancellierato, porterebbe con troppa facilità ad incrementare il mercato dei cambi di casacca.

In conclusione, la strada di un confronto schietto e costruttivo può impedire alle opposizioni di scivolare nella palude della mera contrapposizione ideologica, accettando così di lasciare ad altri la carta decisiva dell’innovazione. Parliamone, almeno una volta alla settimana.

Lo stile in politica non s’inventa, men che meno lo stile dc.

Lo stile conta in politica? Sì, eccome se conta. Perché lo stile non è solo forma ma è anche, e soprattutto, sostanza. Certo, se confrontiamo lo stile dei populisti con tutti quelli che sono estranei ed esterni a qualsiasi deriva populista e anti politica, non è necessario neanche un supplemento di riflessione per coglierne la differenza strutturale. La realtà evidenzia, in modo persin plastico, la diversità quasi antropologica tra i due campi.

Ora, per non rifugiarsi nel genericismo, è abbastanza evidente che c’è uno stile che caratterizza la buona politica. O meglio, una politica che non ama gli attacchi personali, la criminalizzazione politica degli avversari/nemici, la delegittimazione morale, gli insulti e ogni sorta di contumelie nei confronti di chi non la pensa come te. Uno stile che, come ovvio a tutti, non appartiene a coloro che praticano quotidianamente la radicalizzazione della lotta politica da un lato e la scientifica demolizione personale e morale degli avversari/nemici dall’altro.

Al riguardo, c’è una categoria di persone – come cifra politica e culturale – che erano e restano alternativi e sostanzialmente estranei a quello stile. Ed è lo stile che comunemente viene definito come “democristiano”. Che dagli storici detrattori della sinistra ex e post comunista e da tutto il circo mediatico e giornalistico che storicamente li sostiene, viene interpretato come un comportamento alla ricerca della sola mediazione al ribasso, un po’ tartufesco e un po’ ipocrita, nonchè viscido.

Insomma, secondo questi incalliti e strutturali detrattori, lo stile democristiano non è altro che una versione macchiettistica o vagamente goliardica da rispettare, oggi che non c’è più la Dc, ma nulla più. Eppure, al di là di questa categoria ideologica e moralistica, cresce la domanda trasversale nella pubblica opinione di chi vuole una classe dirigente politica che si caratterizzi anche attraverso lo stile. Che non va confuso, come ovvio, con un tratto moralistico o perbenista ma, semmai, con un modo d’essere che restituisce serietà, credibilità e trasparenza alla politica, anche attraverso quella che un tempo un grande storico cattolico, Pietro Scoppola, definiva come “cultura del comportamento”.

Penso, per fare due soli esempi concreti e al di là anche delle riflessioni che di volta in volta vengono avanzate, allo stile di Dario Franceschini e di Pier Ferdinando Casini. Due esponenti politici che, ieri come oggi, sono stimati e rispettati – per citarne solo due, come ovvio – per come espongono le loro argomentazioni, per il comportamento concreto con cui declinano il confronto con gli altri interlocutori politici amici e avversari e, in ultimo, per una concezione della politica che non è mai ispirata e caratterizzata da massimalismi, radicalismi, radicalizzazione, giudizi morali e men che meno attacchi personali.

Insomma, quando si parla della rimpianta e sempre più evocata classe dirigente del passato – soprattutto e specificatamente quella democristiana – non c’è solo il ricordo di una cultura politica ma anche, e soprattutto, di un modo d’essere in politica che è destinato a restare sempre attuale contro ogni forma di maldestra e presunta modernità. Perché, appunto, lo stile non è mai solo forma ma è sempre vera e propria sostanza. Politica e culturale.

ISPI | Elezioni USA, l’unico brivido è che Trump possa vincere.

Anche se di fatto non sono ancora concluse, le primarie in vista delle elezioni presidenziali di novembre non regalano più alcun brivido. Non che ne avessero regalati finora: Joe Biden, presidente in carica, non ha dovuto affrontare alcuna ‘vera’ concorrenza per la nomination democratica, mentre il suo predecessore, Donald Trump, ha facilmente sbaragliato gli sfidanti di un affollato campo repubblicano, con il risultato che più o meno tutti avevano previsto: nella corsa per la Casa Bianca, quest’anno, i due frontrunners saranno gli stessi del 2020.

A regalare qualche brivido però è proprio questo: il fatto che a novembre Donald Trump possa vincere le elezioni e tornare alla Casa Bianca. Uno scenario tutt’altro che scontato, beninteso, ma che neppure si può scartare. Soprattutto alla luce degli ultimi sondaggi secondo cui l’ex presidente è in leggero vantaggio su Biden in sei stati sui sette tra quelli ‘cruciali’ (Arizona, Georgia, Michigan, Nevada, North Carolina, Pennsylvania e Wisconsin), considerati cioè ancora politicamente competitivi in un contesto sempre più polarizzato, in cui il risultato delle elezioni non è determinato dal voto popolare nazionale ma da poche decine di migliaia di elettori in una manciata di stati indecisi.

I sondaggi mettono un freno alle speranze democratiche che Biden fosse pronto a risalire nei sondaggi dopo un energico discorso sullo stato dell’Unione che ha finalmente riportato in secondo piano le preoccupazioni sull’età del presidente e la sua capacità di ricoprire l’incarico. Nonostante le decine di milioni di dollari spesi dai democratici in pubblicità e un vigoroso programma elettorale negli stati chiave, le rilevazioni indicano infatti che gli elettori hanno un’impressione negativa del suo rendimento lavorativo, della sua resistenza mentale e fisica e – nonostante la crescita dell’occupazione, una spesa pubblica sostenibile e un aumento del PIL migliore del previsto – della sua gestione dell’economia. E il calo dei consensi nei confronti del presidente è particolarmente evidente tra gli elettori neri, ispanici e giovani.

 

Per leggere il testo completo

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/usa2024-rien-ne-va-plus-168798

Titolo originale: Rien ne va plus.

Le idee guida della politica di Alcide De Gasperi

Non c’è dubbio che ad Alcide De Gasperi ci leghi ancora oggi un inesauribile debito di riconoscenza.

Primo esponente cattolico chiamato ad assumere la guida del Paese, è stato la personalità che è riuscita a garantire, nel momento più difficile della storia del nostro Paese, la continuità dello Stato, una continuità fatta non soltanto da strutture amministrative, ma soprattutto dalla sostanza umana e spirituale della patria, che egli fu chiamato a riedificare sulle macerie del fascismo.

De Gasperi ha guidato con prudente lungimiranza la ricostruzione postbellica, tracciando la trasformazione del Paese, prima in un’economia industrializzata e poi in una potenza economica mondiale; ha difeso la libertà e la democrazia, perseguendo con coraggio l’avvio e il proseguimento di un fecondo processo costituente; ha rilanciato in ambito internazionale l’immagine dell’Italia scegliendo di legare la sua posizione ai saldi ancoraggi dell’europeismo e dell’atlantismo.

Ma se si vuole comprendere a pieno il contributo di questo grande statista occorre non limitarsi a registrare i risultati politici da lui conseguiti.

Occorre tener conto anche di quanto la dimensione spirituale abbia avuto un ruolo di grande rilevanza nella sua formazione e rappresenti un doveroso punto di partenza per ogni riflessione sulla sua personalità. De Gasperi ha infatti sempre attinto a una profonda sensibilità religiosa e una fede autentica che costantemente ne hanno animato il pensiero e l’azione.

In lui, spiritualità e politica si integrarono così bene che – come ha giustamente sottolineato sua figlia Maria Romana – non furono mai due aspetti divergenti ma piuttosto “due angoli visuali diversi e complementari”.

La fede era vissuta come un’intima sorgente di forza, la politica come una missione laica: l’una ispirava l’altra con sollecitazioni continue, ma sempre senza intromissioni improprie.

Fin dagli anni della formazione De Gasperi riconosce nella dottrina sociale della Chiesa e nelle sue formulazioni solidaristiche una possibile mediazione tra la purezza della fede cristiana e l’impegno dell’azione sociale.

È infatti certo che, dietro l’immagine di politico pragmatico e antiretorico che il discorso pubblico e la storiografia ci hanno tramandato, è possibile riconoscere i contorni di un agitatore di idee, sensibile all’evoluzione dei paradigmi culturali del proprio tempo e dei mutamenti sociali in atto.

Del resto i primi passi nella vita pubblica De Gasperi li ha mossi proprio come giovane attivista politico, convinto che la riconquista cattolica della cultura e il riavvicinamento dei cattolici alla vita moderna dovesse passare attraverso una rinnovata attenzione alla questione sociale che affliggeva la classe operaia e la popolazione contadina.

La riflessione intorno alle possibilità di una profonda riforma sociale, che partisse dal recupero della dottrina sociale della Chiesa e dall’esperienza politica del cattolicesimo europeo, va fatta risalire proprio al lungo tirocinio nelle attività civili e religiose locali esercitato dallo statista trentino negli anni decisivi della sua formazione politica.

Con l’ingresso nella vita politica italiana De Gasperi si ritrovò a vivere su scala nazionale un’esperienza simile a quella fatta in ambito locale nel Trentino asburgico, ovvero la costruzione di un partito politico di ispirazione cattolica.

Ciò non significava abbandonare una concezione pienamente laica delle istituzioni e rimettere alle gerarchie ecclesiastiche la scelta degli indirizzi politici del partito democristiano.

Per De Gasperi agire “cristianamente” non significava confondere il piano religioso con quello politico; il partito, pur espressione del messaggio cristiano, doveva infatti conservare un approccio non confessionale, frutto di una concezione maturata attraverso le esperienze del cattolicesimo politico europeo.

Nella Vienna asburgica il Partito Cristiano Sociale aveva rappresentato per De Gasperi un significativo esempio di partito orientato ad un’azione politico-sociale ispirata alle basi etiche del cristianesimo, capace di contribuire alla riscossa del pensiero cristiano sulle ideologie concorrenti, in particolare liberalismo e socialismo, ma nel pieno rispetto della divisione tra sfera religiosa e orizzonte politico. Così come il partito cattolico tedesco Zentrum con cui il cattolicesimo aveva mostrato di potersi aprire all’esperienza costituzionale moderna e alla difesa della laicità delle istituzioni senza per questo rinnegare la propria ispirazione religiosa.

Ecco perché l’orizzonte ideale entro cui De Gasperi proiettava lo schema programmatico della futura Democrazia Cristiana, all’indomani della caduta del fascismo e dell’apertura di una nuova stagione di confronto politico in Italia nell’estate del 1943, era un orizzonte in cui, per lo sviluppo democratico del Paese, il “lievito cristiano” avrebbe dovuto fermentare “in tutta la vita sociale” gettando le basi ideali di un progetto politico che si sarebbe definito nel tempo.

L’azione degasperiana del secondo dopoguerra si è sempre mossa dunque tra questi due poli: condurre il mondo cattolico alla piena accettazione del principio democratico, evidenziando che i princìpi fondamentali della Chiesa sono conciliabili con le regole di uno Stato moderno e costituzionale ispirato a giustizia e libertà, e preservare il partito da ingerenze troppo marcate da parte della gerarchia ecclesiastica.

In questo egli fu sempre risoluto, anche a costo di scontrarsi duramente con altre anime della Dc e con il Vaticano stesso, specie nel 1952, quando con la cosiddetta “operazione Sturzo” il Papa incoraggiò un patto politico dei cattolici intorno a un programma per difendere la Roma cristiana e De Gasperi si oppose in nome di un partito laico e aconfessionale.

Molti degli scritti dello statista trentino testimoniano la rilevanza che l’orizzonte religioso e la centralità della fede hanno sempre avuto nella maturazione della sua personalità e della sua proposta politica. Documenti che risalgono a momenti molto diversi della sua vita e che dimostrano quanto integro e radicato fosse quel patrimonio di idee e sentimenti. Non a caso, nell’ultimo periodo della sua esistenza, seppur così restio nella considerazione di sé, disse con orgoglio alle figlie “cercate tra le mie carte, non troverete nulla di incoerente e di cambiato“.

Alla fine degli anni Venti, quando ormai il fascismo era diventato un regime dittatoriale che aveva compresso ogni libertà, De Gasperi estromesso dalla vita pubblica, lontano dal proprio nucleo familiare e dai compagni di un tempo scrisse una lettera all’amico trentino Giovanni Ciccolini in cui affermava con vigore che, nonostante tutto, “la libertà e la giustizia sono figlie di Dio e che il cristianesimo applicato alla vita pubblica vuol dire lealtà, franchezza, coraggio, sacrificio”.

In seguito, quando tra gli anni Trenta e Quaranta tentò di svolgere un ruolo di cerniera tra la cultura delle vecchie generazioni – formatesi sulle istanze solidaristiche del cattolicesimo politico del primo Novecento ed estromesse dalla vita politica dall’avvento del regime – e i giovani intellettuali cresciuti con riferimenti culturali che guardavano a una rinnovata concezione della fede cristiana come stimolo della società sulla spinta delle teorie personaliste di Maritain e Mounier. L’obiettivo – scriveva De Gasperi – era “costruire un ponte fra due generazioni tra le quali il fascismo aveva tentato di scavare un abisso” e il metodo andava rintracciato proprio nel recupero delle matrici ideali del cattolicesimo liberale.

Questa intima dimensione spirituale e questa fiducia nella militanza religiosa come strumento di costruzione saranno una costante della sua vita, presenti e visibili nei momenti privati così come in quelli pubblici più importanti. De Gasperi testimonierà la sua fede sempre senza tentennamenti e con grande umiltà, senza mai farsene vanto, senza strumentalizzazione dei simboli religiosi come amuleti identitari, senza mai servirsi della Chiesa per fini politici e, soprattutto, senza mai scendere a compromessi con la propria coscienza.

Tanto che, al tramonto della sua vita terrena, poco prima di spegnersi tra l’affetto della famiglia, poté dire: “Ho fatto tutto ciò che era in mio potere, la mia coscienza è in pace“, dopo aver sussurrato alcune volte il nome di Gesù.

 

Discorso pronunciato ieri, 3 aprile 2024, al convegno su “De Gasperi, politico cristiano” (Roma, Biblioteca Vallicelliana, Piazza della Chiesa Nuova 18).

AgenSIR | Diocesi di Milano: “Ridestare il sogno europeo”.

“Noi cristiani vorremmo essere cittadini di un’Europa protagonista nell’opera di pace e di sviluppo dei popoli, vorremmo coltivare e tenere vivo il sogno dei padri fondatori, per evitare che la cultura europea sia impostata sul mero individualismo, sugli imperativi del mercato, sugli egoismi nazionali. Perciò sentiamo il dovere di vivere anche l’appuntamento elettorale di giugno con responsabile partecipazione”. Lo afferma mons. Mario Delpini, arcivescovo di Milano, presentando alla diocesi il documento sulle prossime elezioni europee elaborato dal Consiglio pastorale diocesano.
Il Consiglio pastorale diocesano è un organismo che resta in carica 5 anni e che nella sua composizione attuale conta su 143 membri, per la maggior parte laici e laiche. Si tratta di fedeli attivi nelle parrocchie e di rappresentanti di associazioni, movimenti e gruppi ecclesiali, con una distribuzione equilibrata per sesso, età e provenienza dalle varie zone della diocesi. A loro si aggiungono alcuni presbiteri, religiosi e religiose.
“Per questi motivi – dichiara Delpini – ho accolto con favore l’idea del Consiglio pastorale diocesano di elaborare, nel corso dell’ultima sessione svoltasi a febbraio, il breve testo/appello rivolto a tutte le comunità cristiane”.
Il documento è stato approvato all’unanimità.
“Ora è compito di tutti contribuire alla circolazione di tale documento e alla promozione di occasioni per approfondirne e svilupparne ulteriormente i contenuti: nelle parrocchie e nelle comunità, nelle associazioni e nei movimenti ecclesiali, e – perché no? – anche in contesti non ecclesiali ma in cui i cristiani sono attivamente presenti. Qualunque documento, seppure ben redatto, per arrivare allo scopo non deve rimanere un foglio stampato, ma ha necessità di avere le gambe che lo fanno circolare e la faccia di qualcuno che ci crede in prima persona”.

 

Per leggere il documento del Consiglio pastorale diocesano

https://www.chiesadimilano.it/news/chiesa-diocesi/il-consiglio-pastorale-diocesano-in-giugno-un-voto-decisivo-per-ridestare-il-sogno-europeo-2799270.html

Aggiornamenti Sociali | Un approccio critico alla questione della meritocrazia.

Il riferimento al merito presuppone l’individuazione di criteri che permettano di definirlo e valutarlo. Interrogarsi sui criteri impiegati è allora parte integrante di qualsiasi ragionamento al riguardo. Chi stabilisce che cosa è meritorio e in che modo valutarlo? Chi è il soggetto a cui compete riconoscere il merito e con quali criteri? Queste domande dischiudono la necessità di legare la riflessione sul merito a quella più ampia del senso del vivere in società e alla visione antropologica sottostante. In effetti, il giudizio positivo nei riguardi di certi percorsi o del possedere determinate competenze è soggetto all’evoluzione dei tempi: ciò che è riconosciuto come meritevole è variabile.

Oggi la comprensione largamente prevalente del merito è debitrice della cultura individualista e di quello che l’enciclica Laudato si’ chiama «paradigma tecnocratico», che frammenta la società e si focalizza sulle potenzialità della tecnica senza curarsi appieno dei risvolti etici. Le narrazioni che riscuotono maggiori consensi, nei media ma anche nel discorso politico, accendono i riflettori sull’individuo che emerge a dispetto di tutto e di tutti, come un eroe o un’eroina in solitaria, capace di sovvertire il fato avverso. Per dare più forza a queste storie esemplari si finisce per porre in secondo piano l’apporto ricevuto da altri, come le istituzioni, la società civile, le reti di cui si fa parte, che invece costituiscono una trama vitale per qualunque percorso di crescita personale.

Proprio come è riduttivo leggere il successo di un singolo come frutto esclusivo del suo merito, ignorando il ruolo giocato dalla società nel suo insieme, così sono profondamente ingiuste quelle narrazioni che attribuiscono la responsabilità dei “fallimenti”, personali o di interi territori, unicamente a quanti vi sono direttamente coinvolti. In questo modo assolvono dalle proprie responsabilità coloro che, secondo il dettato costituzionale, avrebbero il compito di promuovere il bene comune, che comprende l’accesso a pari opportunità per tutti i cittadini. Richiamare che “non si riesce da soli”, ma che c’è uno stretto legame tra l’itinerario personale e il contesto in cui si vive, può essere un antidoto sia contro una comprensione riduttiva ed escludente del merito, sia contro un atteggiamento di resa politica e sociale di fronte a quelle disuguaglianze che la nostra Repubblica, secondo il dettato costituzionale, ha il compito di rimuovere per favorire «il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese» (art. 3, c. 2 Cost.).

 

Per leggere il testo integrale

https://www.aggiornamentisociali.it/articoli/il-merito-in-questione-oltre-una-visione-individualista/

La Palestina chiede all’Onu il riconoscimento di membro ufficiale

L’adesione della Palestina alle Nazioni Unite deve essere decisa dagli stati membri dell’organizzazione. Lo ha dichiarato il portavoce delle Nazioni Unite, Stephane Dujarric.

“Per quanto riguarda la particolare adesione alle Nazioni Unite, è una questione che deve essere decisa in conformità con la carta, che è nelle mani degli stati membri”, ha detto Dujarric durante un briefing con i giornalisti.

La maggior parte delle modifiche all’attuale struttura delle Nazioni Unite che coinvolgono gli Stati membri devono essere decise da questi ultimi, mentre il segretariato delle Nazioni Unite svolge solo un ruolo limitato, se non addirittura nullo. La Palestina ha inviato ieri una lettera al segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres per chiedere di prendere nuovamente in considerazione la sua richiesta di adesione, presentata per la prima volta il 23 settembre 2011, secondo quanto riportato in un post su X.

“Ho l’onore di chiedere che il Consiglio di Sicurezza prenda nuovamente in considerazione questa richiesta nell’aprile 2024. Le sarei grato se volesse trasmettere questa richiesta al Consiglio di Sicurezza il prima possibile”, ha scritto Mansour nella lettera.

Ieri, separatamente, anche il gruppo arabo, l’Oci e il Movimento dei non allineati hanno inviato una lettera a Guterres per esprimere il loro sostegno alla richiesta della Palestina di ottenere lo status di membro ufficiale. Al documento è allegato un elenco di 140 Paesi che hanno riconosciuto lo stato della Palestina.

L’approvazione della candidatura della Palestina richiederebbe almeno nove voti nel Consiglio di Sicurezza e l’assenza di veti da parte dei membri permanenti Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti.

Il problema della classe dirigente e del suo penoso reclutamento

Da quando uscì nel 2007 suscitando molto scalpore, il libro LA CASTA di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella. ha raggiunto negli anni un indice di gradimento del 66% tra i lettori. Il successo editoriale va attributo al merito degli autori, capaci di sintetizzare una deriva negativa di immagine e accreditamento della classe politica nel nostro Paese, descrivendone i difetti più radicati e ricorrenti, dall’incompetenza all’autoreferenzialità, dai cambi di casacca dei voltagabbana ai privilegi, alle immunità, alle prebende, ai vitalizi. Se fosse riscritto oggi quel libro dovrebbe volgere al plurale il suo titolo poichè nel frattempo di sono accreditate  altre categorie un tempo in sordina ma negli anni via via emergenti e sempre più spesso al centro della cronaca, in una dimensione di spettacolarizzazione di ruoli e funzioni, a cominciare dalla magistratura, per proseguire nel mondo dell’informazione fino ai cenacoli sindacali che trovo svuotati di indipendenza e autonomia e collocati in una sorta di collateralismo ai partiti a livello centrale-nazionale, pur residuando in periferia l’importante ruolo dell’assistenza dei patronati.

Innovazione e sviluppo economico hanno creato una differenziazione nel mondo del lavoro ma le crisi aziendali e le chiusure delle piccole e medie imprese sono all’ordine del giorno, presto si aggiungeranno l’intelligenza artificiale, la digitalizzazione e la diffusione delle tecnologie e la specializzazione delle mansioni sarà compensata in negativo da una drastica riduzione degli organici: uno studio del Centres for European Policy Network (Cep) ha ipotizzato una perdita secca di 20 milioni di posti di lavoro nel breve termine in Europa.

Dopo Enrico Berlinguer non ho più sentito altri politici di rango parlare di “masse lavoratrici”, la deriva ora è elitaria e favorisce la differenziazione e la selezione.  Forse perché le masse lavoratrici non esistono più nemmeno in una dimensione iconografica, cresce la generazione dei giovani NEET (che non studiano e non lavorano), mentre la borghesia e il ceto medio sono polverizzati in una sorta di dissolvimento identitario: tutto viene compattato verso il basso e compresso a far la coda per salire su quel famoso “ascensore sociale” da anni fermo al piano zero.

Più volte il CENSIS e il suo Presidente Giuseppe De Rita hanno posto il problema della progressiva disintermediazione sociale in una società senza centro e periferia. La società dei desideri minimi che sogna e aspira a nicchie di conservazione di buone abitudini, in un mondo privo di slanci vitali e terrorizzato da guerre e genocidi: il terrore più percepito è verso la dilagante e montante violenza, familiare, di genere, tra i giovanissimi.

Nel frattempo – lo scrivo per tutti coloro che in questi anni hanno demonizzato la famigerata “prima Repubblica” – cresce il divario che separa la gente dalle istituzioni. Reciproca indifferenza con cause diverse. Le istituzioni sono lontane anni luce dai problemi del popolo, non posso dimenticare quell’espressione felicissima (nella descrizione e tristissima nella sua iconografia) del Direttore Generale del CENSIS, Massimiliano Valeri, quando afferma che assistiamo alla “ritrazione silenziosa dei cittadini dimenticati dalla Repubblica”. C’è stato un risultato positivo dal quasi dimezzamento dei parlamentari? Senz’altro nessuno, vista la crescita dell’astensionismo ormai vicina al 50% dell’elettorato. Questo dato dovrebbe far riflettere, specialmente per un ricambio della classe dirigente che viene sempre rimandato. La politica non recluta i migliori perché vuole degli yes-man, mentre i partiti sono diventati congreghe proprietarie di capi e capetti che non mollano l’osso: politici a vita. Francamente uno spettacolo squallido e paralizzato nell’inazione. I siparietti televisivi serali dei soliti noti che recitano giaculatorie mandate a memoria la dicono lunga sulla capacità progettuale e la lungimiranza che nessuno possiede.                                         

L’attualità della Nato, da 75 anni garanzia di sicurezza.

Il 4 aprile la Nato compie 75 anni. Il trattato di Washington, infatti, venne firmato il 4 aprile 1949, e entrò in vigore, dopo la ratifica dei parlamenti dei Paesi fondatori, il 24 agosto di quello stesso anno.

Costituita come alleanza politica e militare fra Stati Uniti e Paesi dell’Europa dell’Ovest per contrastare la minaccia del blocco di Paesi guidato dall’Unione Sovietica, la Nato ha garantito per trent’anni la sicurezza del blocco occidentale.

Dopo la caduta del Muro di Berlino, lo scioglimento del Patto di Varsavia e la dissoluzione dell’Unione Sovietica, iniziò una fase nuova caratterizzata da quello che è stato definito il “momento unipolare”, nella quale gli Stati Uniti si ritrovarono come unica superpotenza rimasta al mondo. Ciò ha avuto ripercussioni profonde sulla Nato, sia riguardo al suo allargamento verso l’Est europeo sia riguardo all’assunzione di nuovi compiti e responsabilità anche al di fuori della regione dell’Atlantico del Nord.

Negli ultimi quindici anni, dopo la crisi finanziaria del 2008, si sono manifestate ulteriori, profonde e rapide trasformazioni nel panorama internazionale, dovute in particolare al maggior peso economico acquisito dai Paesi di più recente industrializzazione, che si stanno esprimendo sia attraverso il rilancio del ruolo delle numerose organizzazioni regionali esistenti (fra le quali la SCO, Shanghai  Cooperation. Organisation, è quella che più di tutte si occupa anche di cooperazione per la sicurezza), sia attraverso nuove organizzazioni, come i Brics.

Il prossimo vertice Nato del 9 – 11 luglio prossimi a Washington sarà l’occasione anche per proseguire a ridefinire il ruolo dell’Alleanza in un XXI secolo che sembra evolversi in un modo diverso da come era stato immaginato al suo inizio.

La Nato appare dotata delle caratteristiche necessarie ad affrontare una tale sfida: per l’esperienza maturata durante la sua storia, per gli strumenti politici, organizzativi e militari di cui dispone, per la capacità di iniziativa politica delle democrazie dei Paesi membri in un comune impegno di rinnovamento, che trae la sua linfa anche dal periodico ricorso a libere elezioni, come quelle che stanno interessando nel corso del 2024 le due sponde dell’Atlantico.

Si profila, dunque, la necessità di interpretare e rispondere a questi nuovi scenari strategici in continuità con i valori per i quali è sorta e si è sviluppata nel tempo l’Alleanza atlantica e nel contempo vi è l’esigenza di cogliere la novità, il carattere per certi aspetti inedito dell’attuale fase che può aprire una nuova era nelle relazioni internazionali, se si riuscirà a superare le attuali e crescenti tensioni, nel quadro di un multilateralismo condiviso da tradizionali e nuovi attori sulla scena globale e inscritto nella cornice delle Nazioni Unite.

Un compito, addirittura un’impresa, che riguarda in primo luogo il livello politico dei Paesi membri dell’Alleanza atlantica, agevolato e non ostacolato dai fisiologici dibattiti sulle due rive dell’oceano, da una parte sul ruolo degli Stati Uniti nel “nuovo mondo” che sta emergendo, e, dall’altra, su una non più rinviabile maggiore assunzione di responsabilità politica, e di difesa, dell’Unione Europea sulla scena globale, che fa avanzare l’integrazione europea e insieme rinsalda il Patto atlantico. Gli europei, come ha osservato Mario Draghi, in questa mutata realtà globale hanno solo nella via di una loro maggiore integrazione l’alternativa alla paralisi.

C’è da attendersi che questi dibattiti si ripercuotano positivamente anche sui compiti specifici della Nato che a 75 anni dalla sua istituzione, appare adeguata sotto ogni punto di vista ad affrontare le sfide future. Non solo riguardo alla deterrenza e alla difesa ma pure rispetto ai compiti di prevenzione e gestione delle crisi e di perseguimento della sicurezza anche attraverso la cooperazione.

In particolare la Nato risulta opportunamente attrezzata ad affrontare le sfide attuali sotto due aspetti che sono quelli che decretano anche la grande attualità di questa organizzazione. Il primo aspetto è quello della sua articolata struttura, al cui centro vi è il Consiglio Nord Atlantico, che garantisce una profonda interazione tra la componente civile e quella militare. Il livello politico orienta quello militare, tenendo conto della consulenza tecnica di quest’ultimo, e in ogni caso prendendo sempre decisioni condivise da tutti i 32 (con la Svezia appena entrata) Paesi membri attraverso il principio del consenso. Il secondo aspetto di attualità consiste nell’imponente lavoro svolto dalla Nato, soprattutto dopo la fine della cortina di ferro, per lo sviluppo di reti di cooperazione con Paesi partner secondo uno schema improntato alla flessibilità. Esperienza che vede moltiplicato il suo valore ora che il cosiddetto multi-allineamento viene praticato da molti Paesi extra-occidentali (emblematici i casi di Egitto ed Emirati Arabi Uniti, Paesi partner Nato e nel contempo divenuti membri BRICS).

A ben vedere, l’adattamento della NATO alle nuove sfide trae alimento anche dalla sua consolidata esperienza e ha come suo fondamento lo spirito delle origini del Patto Atlantico, più che mai attuale in un mondo alla ricerca di un nuovo equilibrio da costruire insieme attraverso la comune “fede negli scopi e nei principi dello Statuto delle Nazioni Unite”, come proclama il preambolo del Trattato di Washington del 1949.

Venti di guerra sul Suwalki gap: un’altra sfida di Putin?

Sono solo 65 km, ma potrebbero fare la differenza. Fra la pace armata di oggi e la guerra ritenuta impossibile fino a ieri e assurdamente ipotizzata possibile domani. È l’ormai noto Suwalki gap, sconosciuto ai più ma non a quanti si interessano alla geopolitica (ne abbiamo parlato qui sin dal 2020), ovvero quel tratto di terra un po’ foresta – un po’ rurale – che separa Polonia e Lituania da nord a sud, nonché Bielorussia e Kaliningrad (cioè Russia) da est a ovest.

L’ipotesi di una sua occupazione manu militari ad opera dell’esercito bielorusso supportato da quello alleato di Mosca, blitz attuabile in poche ore che isolerebbe i tre stati baltici già parte dell’URSS e ora membri della NATO, è stata rilanciata nelle ultime settimane sulla base di tre eventi e del clima generale prodotto dalla persistente guerra in Ucraina.

Dapprima la visita di Putin a Kaliningrad, l’enclave russa sul Baltico. Nessuna delle mosse del presidente russo è da considerarsi casuale, di questi tempi. Andarci ora ha significato ricordare alla NATO, che pur accerchia la città di Immanuel Kant, che la Russia in loco dispone di un arsenale militare non indifferente e pronto all’uso.

Dopo qualche tempo ha voluto dire la sua anche Alexander Lukashenko, il dittatore bielorusso che di Putin non è amico ma, piuttosto, suddito. Insediato a Minsk e lì rimasto non certo per volontà popolare. Ha minacciato l’invasione del “corridoio” di Suwalki, appunto. Difficile immaginare che abbia fatto una simile affermazione senza averla concordata con il capo del Cremlino. Un altro messaggio inviato all’Alleanza Atlantica, ovviamente.

Infine c’è stato l’intercettamento (da parte di caccia dell’aeronautica militare italiana di stanza nella base aerea polacca di Malbork) di un aereo militare russo che volava nello spazio aereo internazionale sopra il Mar Baltico: e questa non si sa se sia stata una ulteriore provocazione, ma dagli occidentali è stata interpretata – visti i tempi – come tale.

È terrificante dirlo, ma la piega che stanno prendendo gli avvenimenti sta conducendo i vertici militari a ipotizzare gli scenari peggiori. E così la NATO, oltre ad aver costituito sul “fronte est” ben otto battaglioni pienamente addestrati ed equipaggiati che si aggiungono al personale militare nazionale dei paesi interessati (i tre baltici, Polonia, Slovacchia, Ungheria, Romania e Bulgaria), ritiene necessario schierare in loco ben 300.000 soldati (cioè molti di più di quelli attuali), mentre gli USA hanno già riportato i loro effettivi sul suolo europeo intorno alle centomila unità (al Pentagono non considerano realistiche le squilibrate affermazioni del “candidato” Trump circa il disimpegno americano dall’Alleanza).

Ma anche i politici, e questo è più preoccupante, cominciano a ipotizzare scenari di guerra. Non solo Macron. A Berlino – per rimanere al citato e ormai strategico Suwalki gap – ritengono non impossibile il blitz russo-bielorusso in un arco temporale non superiore agli otto anni. A Vilnius, dove la minaccia è avvertita con maggiore ansia per evidenti motivi, temono che la cosa possa verificarsi entro un quadriennio. Le conseguenze potrebbero essere devastanti. Per tutti.

Dibattito | Dopo le europee ritessiamo la tela del popolarismo.

Giorgio Merlo con i suoi ultimi articoli pubblicati su “Il domani d’Italia” evidenzia alcuni fatti indiscutibili: alle europee il centro della politica italiana sarà rappresentato da tre formazioni principali: Forza Italia, guidata da Tajani inserita stabilmente nel Ppe, il raggruppamento Bonino-Renzi-Cuffaro (?!) collegato al partito Renew Europe di Macron e Azione di Calenda, espressione autonoma di una linea liberale neo-azionista anti Dc, anch’essa collegata al partito macroniano.

All’alleanza guidata dalla Bonino si attribuisce una funzione meramente tecnico-tattica, funzionale al superamento della soglia del 4% previsto dalla legge elettorale, con libertà dei singoli contraenti di ritrovarsi sulle posizioni politiche proprie dopo il voto.

Trattasi di una situazione paradossale in grado di favorire quel trasformismo che è la condizione permanente scaturita nella politica italiana dopo la fine dei partiti della cosiddetta prima repubblica. Con l’amico Merlo e con molti amici di Tempi Nuovi condividiamo l’idea che al nostro Paese serva la nascita di un centro politico nuovo, ampio e plurale, nel quale possano trovare cittadinanza le culture politiche di ispirazione popolare, liberale, repubblicana e socialista, accomunate dalla volontà di difendere e attuare integralmente la Costituzione e di perseguire in politica estera la tradizionale politica italiana euro atlantica che il Paese ha scelto sotto la guida della Democrazia Cristiana.

Avremmo dovuto avere più coraggio e impegnarci alla raccolta delle firme per una lista unitaria di ispirazione Dc e popolare, alternativa alla destra nazionalista e sovranista e distinta e distante da una sinistra sempre più lontana dalla sua cultura originaria. Non l’abbiamo fatto e, quindi, alle europee, privi di una lista di riferimento, ci limiteremo ad appoggiare quel candidato o candidata a noi più vicina/o presente in alcune delle tre liste del centro in costruzione.

Da tempo sostengo che per noi democristiani e popolari la scelta più coerente dovrebbe essere quella di ritrovarci uniti a sostegno del Ppe, partito di cui la Dc è stata cofondatrice, erede dei grandi padri Dc dell’Europa: De Gasperi, Adenauer, Monnet e Schuman.

Tajani, alla guida del partito italiano inserito a pieno titolo nel Ppe, grazie alla scelta che Berlusconi fece a suo tempo su sollecitazione di Sandro Fontana e don Gianni Baget Bozzo, avrebbe dovuto guardare più in là della sua immediata convenienza e rispondere positivamente all’offerta di collaborazione fatta dalla Dc di Cuffaro e Grassi. Ha preferito non rispondere, convinto della buona sorte che Forza Italia sta sperimentando, anche per le confuse politiche del suo partner di governo e competitore elettorale, Matteo Salvini.

A Forza Italia basterà aprire le liste nei diversi collegi a qualche candidato democristiano e popolare, per assicurarsi il voto di molti elettori della nostra area politica. Ritengo che sarà molto più difficile che elettori cattolici italiani possano sostenere una lista guidata dalla radicale Bonino, le cui idee valoriali sono alternative e incompatibili con le nostre ispirate dai principi della dottrina sociale cristiana. Ci auguriamo che, alla fine, dal centro oggi tripolare, qualche deputato della nostra area venga eletto al Parlamento europeo, e che, soprattutto, ciò che non siamo riusciti a compiere prima del voto di giugno, si possa, anzi si debba riprendere subito dopo.

Dovremo ritessere con pazienza la tela della nostra ricomposizione politica insieme alla costruzione del centro nuovo della politica italiana, essenziale al superamento di un bipolarismo forzato che, solo una legge elettorale iniqua e da cambiare, ha potuto sin qui facilitare.

Anno degasperiano, un convegno a 70 anni dalla scomparsa dello statista.

A dispetto della dispersione nel grande vuoto organizzativo che è seguito alla scomparsa della Democrazia cristiana, con la conseguente difficoltà a mantenere viva la memoria di una tradizione di politica e cultura, non mancano le occasioni dedicate al ricordo del leader della “ricostruzione” post bellica. La Fondazione De Gasperi di Roma – da non confondersi con l’analoga istituzione che opera a Trento sotto il patrocinio della Provincia autonoma – ha inteso organizzare un incontro che si inserisce nel contesto dell’Anno degasperiano dedicato alle celebrazioni del settantesimo anniversario della scomparsa dello statista dc.

 

Di seguito il comunicato della Fondazione.

Profondamente radicato nei valori cristiani, Alcide De Gasperi ha incarnato un modello di leadership che ha saputo vivere quei valori pur non proponendo un modello di politica confessionale. La sua opera ha cercato di conciliare principi morali con l’azione di governo, guidando l’Italia nel difficile periodo del secondo dopoguerra e contribuendo alla fondazione della Comunità Europea.

Durante la mattinata si avvicenderanno gli interventi di S.E. Card. Matteo M. Zuppi, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, dell’Avv. Angelino Alfano Presidente, Fondazione De Gasperi, del Sen. Pier Ferdinando Casini, Presidente del gruppo italiano, Unione interparlamentare, del Prof. Agostino Giovagnoli, Professore emerito di Storia contemporanea e della Prof.ssa Daniela Preda Direttore del Dipartimento di Scienze politiche e internazionali dell’Università di Genova.

L’incontro sarà introdotto dall’On. Paolo Alli e moderato dal

giornalista Antonio Polito.

A questo link è disponibile il programma completo delliniziativa.

In ragione del numero limitato di posti in sala, la partecipazione è subordinata all’iscrizione a questo link, su sito www.fondazionedegasperi.org.

Dove sono voti e sensibilità che la Dc sapeva intercettare?

Anche se la Dc è stata consegnata alla storia all’inizio del 1993, è indubbio che il cosiddetto “voto democristiano” esiste ancora. O meglio, esiste ancora – eccome se esiste – quel voto moderato, liberale, tardo cattolico, conservatore/riformista e di governo che storicamente si è riconosciuto nella Dc e che continua ad essere decisivo nel condizionare l’esito finale del voto nella politica contemporanea.

Ora, al di là di tutti coloro – soprattutto gli storici detrattori della sinistra ex e post comunista – che addirittura rimpiangono la presenza, il ruolo, il progetto e financo lo stile della Dc e soprattutto dei democristiani, è indubbio che persista una costante e insieme una scommessa del nostro sistema politico. Ovvero, la capacità di saper interpretare e farsi carico di un elettorato che fisiologicamente cambia e muta, ma che continua ad essere una componente fondamentale per decidere chi potrà e dovrà governare.

Certo, si tratta di uno scenario costante quando non ci sono eventi imprevisti ed imprevedibili. Come quello, ad esempio, rappresentato dalla temporanea e violenta irruzione del populismo grillino che ha raso al suolo i partiti, le culture politiche, la qualità delle classi dirigenti e la stessa credibilità delle istituzioni democratiche.

Ma, per restare a quell’elettorato potenzialmente centrista, di governo e conservatore/liberale, è altrettanto indubbio che non può essere intercettato da chi fa del sovranismo, dell’estremismo, del massimalismo e del radicalismo la sua vera carta di identità. Perché si tratta, appunto, di un elettorato sensibile alla cultura di governo e di buon senso che rifugge da qualsiasi radicalizzazione e da una concezione della politica all’insegna della polemica permanente e strutturale.

Ed è proprio lungo questo crinale che si possono inserire partiti e movimenti che sono ispirati e caratterizzati da una cultura di centro e, soprattutto, interpreti di una vera e credibile “politica di centro”. Certo, anche altri partiti possono intercettare questo elettorato. Basti pensare, per fermarsi all’oggi, al consenso dei Fratelli d’Italia nell’area centrista e moderata del nostro paese.

Ma, su questo versante, sarà sempre più decisiva l’iniziativa politica dei cosiddetti partiti centristi purchè superino la dimensione pre politica dell’insulto reciproco e della altrettanto ridicola delegittimazione reciproca. E, all’interno di questo contesto, si deve oggettivamente irrobustire il ruolo e l’iniziativa di quell’area culturale cattolico popolare e sociale che storicamente ha saputo declinare un ruolo politico centrista, democratico, di governo e autenticamente riformista.

E questo perchè si parla di un elettorato, o meglio di una tendenza e di una sensibilità, che continuano ad essere presenti nelle dinamiche politiche e culturali del nostro paese. E non li si può lasciare ancora a lungo al campo dell’improvvisazione, della casualità e della superficialità. Ne va anche, e soprattutto, della qualità della nostra democrazia, della credibilità delle nostre istituzioni e della stessa efficacia dell’azione di governo.

Mafia Capitale, Buzzi attacca e Zingaretti non risponde.

Quando parla un condannato, sottomesso a pena detentiva a seguito di regolare processo, accade solitamente che la pubblica opinione osservi un certo grado di prudenza, a meno che non ricorrano gli estremi di un clamoroso scoop giornalistico. Salvatore Buzzi, noto alle cronache per gli affari delle sue cooperative al Comune di Roma e alla Regione Lazio, non ha modo di farsi ascoltare. È probabile che pesi il dubbio sulla consistenza di presunte rivelazioni, dopo che le sentenze si sono incaricate di definire il quadro delle responsabilità – le sue in particolare – in ordine a note vicende di corruzione.

Il fatto però che insista, nei termini in cui gli è possibile, suscita una legittima curiosità. Lo fa solo per “incastrare” qualcuno? Per mandare un messaggio o ricercare vendette? O vuole togliersi un peso dalla coscienza per contribuire all’accertamento della verità tutta intera, colmando lacune o incertezze? Per la verità, le sue uscite non sono circondate da piccole o grandi nebulose, quel che dice non ha nulla di oscuro o allusivo. Anzi, è finanche troppo esplicito.

In una intervista a “Il Tempo” del 28 marzo scorso, arriva a definirsi un prigioniero politico e ritorna sulla sua versione della gara per il CUP (Centro unico di prenotazione), che a suo dire vedrebbe implicato, almeno indirettamente, l’allora Presidente della Regione Nicola Zingaretti. “Insieme al giornalista Umberto Baccolo – riferisce all’intervistatore – ho scritto il libro “Mafia Capitale. La gara CUP del Pd di Zingaretti” per la “Bussola edizioni”, l’unico editore che ha avuto il coraggio di pubblicare la nostra opera. Qui racconto tutto su quella gara”. E aggiunge: “Siamo dieci imputati, in otto ci dichiariamo colpevoli di turbativa d’asta e il procuratore generale Catalani sposa in pieno la mia ricostruzione dei fatti. Diddi, il mio avvocato si spinge oltre e parla di tangenti promesse verso esponenti vicini al presidente della Regione, come si evince dalle intercettazioni telefoniche. Eppure il giudice Picazio ci assolve tutti”.

Ora, può darsi benissimo che Buzzi esageri nel vedere ombre dove tutto è chiaro, puntando il dito dell’accusa quando invece dovrebbe dedicarsi rispettosamente a scontare la sua pena, ma la coltre di silenzio che ricopre le gravi affermazioni, di cui ostenta con sicurezza la bontà, di certo non è rassicurante. C’è un bisogno di verità che va oltre l’esito giudiziario di Mafia Capitale. Se la politica ha il dovere di guardare anche laddove i tribunali non arrivano, spetta innanzi tutto a Zingaretti dissipare le nubi di sospetto che mettono in cattiva luce, proprio per gli addebiti di Buzzi, il lavoro da lui svolto alla guida della Regione.

Germania, introdotta la liberalizzazione della cannabis. Contraria la Cdu.

Da ieri è entrata in vigore la legge che in Germania consente il possesso fino a 20 grammi di cannabis per uso personale nonché la sua coltivazione in casa, limitata però a sole tre piante.

Karl Lauterbach, Ministro della Salute, ha dichiarato in proposito che si tratta di una questione di libertà individuale e di salute pubblica. “Con questa legge – ha detto –  usciamo dalla criminalizzazione e ci concentriamo sulla protezione dei consumatori e sulla regolamentazione del mercato”. A sua volta Marco Buschmann, Ministro della Giustizia, ha fornito una spiegazione ancora più stringente: “Questa legge è un passo avanti importante per una politica sulle droghe più moderna e responsabile. La criminalizzazione del possesso di piccole quantità di cannabis non ha funzionato e ha solo creato un mercato nero”.

Diversa la posizione dei cristiano democratica. Il principale partito di opposizione, infatti, si è detto fermamente contrario alla legalizzazione. La Cdu sostiene che ciò invierà un messaggio sbagliato, soprattutto ai giovani, banalizzando il consumo di una droga che può avere effetti negativi sulla salute. In sostanza, il partito teme che la legalizzazione possa portare ad un aumento del consumo di cannabis e, di conseguenza, a problemi di dipendenza e criminalità.

Dunque, esiste per l’opposizione il rischio di riprodurre per altre ragioni e in altri modi il traffico illegale di quella che pure è considerata una “droga leggera”. La critica si appunta anche sulla circostanza che la legge non preveda sufficienti misure di prevenzione e di educazione sui rischi legati al consumo.

Alcuni esponenti di spicco della Cdu hanno espresso la loro contrarietà in termini molto forti. Alexander Dobrindt, vicepresidente del gruppo parlamentare, ha definito la legge “irresponsabile” e ha affermato che “porterà a un aumento del consumo di cannabis e a tutti i problemi che ne conseguono”. Anche il leader del partito, Friedrich Merz, ha puntato il dito sula fatto che “la cannabis è una droga che può avere effetti negativi sulla salute”.

Questa dura presa di posizione della Cdu potrebbe avere un peso in vista delle future elezioni federali. Una parte della pubblica opinione si dimostra sensibile al richiamo sui pericoli connessi alla introduzione di una normativa che finora molti altri Paesi europei hanno preferito escludere. Anche questo potrebbe incidere sulle sorti della coalizione guidata dal cancelliere socialdemocratico, Olaf Scolz, travagliata da divisioni interne e in forte caduta di consensi.

La guerra, ammonisce Papa Francesco, è sempre una sconfitta.

“Faccio nuovamente appello a che sia garantita la possibilità di accesso agli aiuti umanitari a Gaza, esortando nuovamente a un pronto rilascio degli ostaggi rapiti il 7 ottobre scorso e a un immediato cessate il fuoco nella Striscia”. Così Papa Francesco nel messaggio pasquale prima della benedizione Urbi et Orbi. Il Pontefice è tornato anche sul conflitto Russia-Ucraina: “Ci sia scambio di tutti i prigionieri”, ha chiesto.

“In questo giorno in cui celebriamo la vita che ci è donata nella risurrezione del Figlio, ricordiamoci dell’amore infinito di Dio per ciascuno di noi: un amore che supera ogni limite e ogni debolezza”. Così Papa Francesco nel messaggio pasquale prima della benedizione Urbi et Orbi. “Eppure – ha sottolineato il Pontefice – come è tanto spesso disprezzato il prezioso dono della vita. Quanti bambini non possono nemmeno vedere la luce? Quanti muoiono di fame o sono privi di cure essenziali o sono vittime di abusi e violenze? Quante vite sono fatte oggetto di mercimonio per il crescente commercio di essere umani?”.

Il pensiero del Papa si è altresì rivolto a tutte le terre in guerra. “Apra vie di pace nel continente africano, specialmente per le popolazioni provate in Sudan e nell’intera regione del Sahel, nel Corno d’Africa, nella Regione del Kivu nella Repubblica Democratica del Congo e nella Provincia di Capo Delgado in Mozambico, e faccia cessare la prolungata situazione di siccità che interessa vaste aree e provoca carestia e fame”. 

“Non permettiamo che le ostilità in atto continuino ad avere gravi ripercussioni sulla popolazione civile, ormai stremata, e soprattutto sui bambini. Quanta sofferenza vediamo nei loro occhi. hanno dimenticato di sorridere…con il loro sguardo ci chiedono: perché? Perché tanta morte? Perché tanta distruzione?”. Infine il tono di Francesco, apparso comunque meno stanco del previsto, si è fatto particolarmente accorato: “La guerra è sempre un’assurdità e una sconfitta! Non lasciamo che venti di guerra sempre più forti spirino sull’Europa e sul Mediterraneo…Non si ceda alla logica delle armi e del riarmo. La pace non si costruisce mai con le armi, ma tendendo le mani e aprendo i cuori”. 

Caso Tarquinio, ovvero l’indole della sinistra a chiudersi in se stessa.

La candidatura dell’ex direttore di “Avvenire”, Marco Tarquinio, nelle liste del Partito democratico della Schlein per le prossime elezioni europee non poteva che scatenare polemiche. E così è stato puntualmente. Le motivazioni sono le più svariate: si spazia dalla chiarezza sulla politica estera del partito alla gerarchia dei valori del nuovo corso del Pd; dal profilo culturale del partito al riconoscimento e alla valorizzazione del pluralismo. Ma questo non è un caso isolato. Non possiamo dimenticare, per fare un altro esempio concreto e recente, alla richiesta del capo del Popolari che sono rimasti nel Pd, Pier Luigi Castagnetti, di avere almeno “un posto nella segreteria del partito”. Cioè nell’unico organismo che detiene un po’ di potere al fine della costruzione del progetto politico del partito e, soprattutto, della distribuzione degli incarichi e nella individuazione delle varie candidature. 

Certo, pensando alla personalità politica di Franco Marini –

uno dei maggiori artefici del progetto politico e della scommessa politica del Pd – fa un po’ tenerezza passare da essere una componente essenziale e costitutiva del partito, quella del cattolicesimo popolare e sociale, a mendicare un posto nella segreteria nazionale per ricordare a tutti che nel Pd ci sono ancora i Popolari e i cattolici democratici.

Gli esempi potrebbero continuare all’infinito, a livello nazionale come a livello locale, ma credo siano sufficienti questi due elementi per arrivare alla facile conclusione che l’esperienza e il profilo di quel partito – e del tutto legittimamente – sono cambiati radicalmente e forse irreversibilmente rispetto alla sua intuizione originaria. Del resto, è altrettanto evidente che la storia scorre velocemente e anche l’identità di un partito è piegata alle circostanze del momento. Sempre imprevedibili e cariche di incognite. 

E così è stato anche per il Partito democratico che dopo alterne vicende ha trovato una leadership fortemente innovativa che ha segnato una vera e netta discontinuità politico e culturale rispetto ad un passato recente e meno recente. Certo, chiunque sia il segretario del Pd, il consenso per il principale partito della sinistra Italiana batte quasi sempre attorno al 20%. È lo storico zoccolo duro della sinistra ex e post comunista. Tuttavia, se si vuol superare quella percentuale è altrettanto evidente che non può non aprirsi ad altre culture, ad altre esperienze, ad altri mondi vitali e sociali che non sono strettamente ed organicamente riconducibili alla storia della sinistra italiana. Ma questo è un altro discorso. 

Semmai quello che si può tranquillamente rilevare è che il nuovo corso del Pd non è granché compatibile, o meglio non è per nulla allineato, alle ragioni culturali, etiche e programmatiche del pensiero e della tradizione del popolarismo di ispirazione cristiana. Ed è anche una operazione strana, nonchè singolare, pretendere dalla Schelin una brusca inversione di rotta rispetto al suo progetto politico ritornando alla intuizione originaria del Partito democratico.

Per queste semplici ragioni non stupiscono le polemiche che affiorano attorno alla candidatura/non candidatura di Tarquinio per le prossime elezioni europee. Al netto delle ambizioni personali, e del tutto legittime, dei singoli, è abbastanza noto che ogniqualvolta i cattolici – seppur nelle più svariate sfaccettature che li caratterizzano – devono ricoprire un ruolo politico significativo nel Pd ci sono polemiche, divisioni e veti. Lo sanno quasi tutti, ormai. Stupisce, al riguardo, che non lo sappiano ancora i Popolari che sono rimasti nel Pd.

Tajani faccia leggere a Salvini le proposte dei Popolari europei

[…]

La nostra Europa migliora il tenore di vita in ogni regione 

Vogliamo trasformare la fuga di cervelli in un afflusso di cervelli. Creeremo opportunità per i giovani per consentire alle famiglie di rimanere uniti. Talvolta gli europei non hanno altra scelta se non quella di lasciare il proprio paese e i loro cari per trovare buone opportunità. In Europa nessuna famiglia dovrebbe essere costretta a essere divisa: dobbiamo porre fine alla fuga di cervelli offrendo buone opportunità in ogni regione attraverso la nostra politica di coesione, economica e di innovazione. Vogliamo istituire un piano d’azione “Brain Gain” per tutta l’Europa che offra ai giovani la possibilità di tornare nel loro paese d’origine dall’estero e all’interno dell’Europa. L’Europa è la nostra casa e l’Europa si preoccupa delle nostre case.

L’Europa sarà unita solo se le città e le zone rurali agiranno come un’unica autorità e se i loro interessi saranno presi in considerazione allo stesso modo. E la nostra famiglia politica lo fa già: il PPE non solo è la forza politica più rappresentata in seno alla Commissione europea e al Consiglio europeo, ma è anche ampiamente rappresentato sul campo, a livello locale e regionale, più di qualsiasi altro partito in Europa. Attraverso le politiche strutturali e di coesione, ad esempio, ci concentreremo sulla riduzione del divario tra le zone rurali e quelle urbane. Non dovrebbero esserci cittadini di prima e seconda classe. Vogliamo colmare le disparità economiche, sociali e territoriali.

I bilanci regionali e locali svolgono un ruolo importante nel sostenere i contributi nazionali al bilancio dell’UE e nel cofinanziare i progetti dell’UE attuati nelle regioni e nelle città. Dobbiamo pertanto migliorare le esigenze delle nostre regioni e comunità locali quando si discute del bilancio dell’UE. La politica di coesione ha un impatto molto positivo sul mercato unico. Dovrebbe continuare a sostenere con forza il bilancio dell’UE, ma con norme semplificate e con il coinvolgimento diretto degli enti regionali e locali nella progettazione e nell’attuazione dei programmi. Vogliamo migliorare il controllo della sussidiarietà anche valutando l’impatto territoriale di tutta la nuova legislazione dell’UE. Promuoveremo un piano europeo per le zone rurali, comprese le zone vulnerabili in prossimità delle frontiere esterne dell’UE che hanno risentito delle conseguenze delle aggressioni russe, e per rafforzare la strategia dell’UE per le regioni ultraperiferiche. Allo stesso tempo, dobbiamo sviluppare infrastrutture moderne affinché le persone possano connettersi facilmente e affinché i dati e i prodotti siano accessibili ovunque in Europa. A tal fine vogliamo accelerare gli investimenti nella R &Se nelle infrastrutture digitali, in linea con la nostra politica industriale. Dobbiamo accelerare le procedure di finanziamento per la prossima generazione di innovatori, studenti e società civile in tutta Europa. Vogliamo garantire che le capacità di innovazione, l’accesso alla connettività, gli strumenti e le tecnologie online a sostegno dell’istruzione, della ricerca e delle imprese siano a disposizione di tutti i cittadini, anche nelle zone rurali e remote, tenendo conto in particolare delle sfide cui devono far fronte le regioni ultraperiferiche. Una buona politica regionale, soprattutto in termini economici, è la risposta migliore ai cambiamenti demografici. Vogliamo un nuovo patto per l’equità intergenerazionale, che garantisca che le nostre scelte non gravino sulle generazioni di domani, compreso un controllo a prova di tutta la legislazione dell’UE da parte dei giovani e degli anziani. Al tempo stesso, la mobilità dei lavoratori rimane una pietra angolare di un mercato interno funzionante e di una crescita a lungo termine che stimola l’occupazione e le carriere delle persone.

 

Per leggere il testo completo del Manifesto

AsiaNews | L’Isis-k ha profanato un tempio della nuova Mosca.

Il Krokus City Hall della periferia di Mosca, crollato sotto i colpi dei terroristi islamici dell’Asia centrale e della totale assenza di cura e sorveglianza degli stessi russi, era un tempio della Russia rinata dopo il comunismo sovietico, e anche dopo i primi conflitti del periodo successivo, tra le bande di oligarchi assetati di soldi e le turbe dei popoli dell’impero desiderosi di indipendenza. Gli uni e gli altri erano stati messi a tacere negli anni Duemila dal nuovo-vecchio regime di Vladimir Putin, tanto simile al grigiore sovietico nell’ideologia auto-celebrativa, quanto maestoso nello sfoggio di una grandezza ritrovata, che si mostrava soprattutto nell’enfasi urbanistica e architettonica della sua capitale, da sempre il centro di ogni espressione di “tutte le Russie”.

Negli anni Novanta c’era stata una prima perestrojka, una “ricostruzione” della Russia vagheggiata da Mikhail Gorbačev, il cui programma era miseramente fallito, e realizzata in modo piuttosto caotico dal primo presidente post-sovietico Boris Eltsin. Le riforme gorbacioviane non erano di fatto neanche iniziate, mancando un’idea precisa di come dovesse cambiare la Russia dopo oltre mezzo secolo di economia statale pianificata, che di fatto si interruppe bruscamente, lasciando i russi in piena depressione e carenza di beni di consumo. Alla fine degli anni Ottanta i grandiosi supermercati di stile sovietico, gli Univermag, erano una distesa di scaffali vuoti, e se andava bene una volta al giorno arrivava una partita striminzita di alette di pollo; soprattutto mancava la vodka, la cui produzione era stata bloccata da Gorbačev nel patetico tentativo di risanare il Paese dall’alcolismo diffuso. Quegli anni sono rimasti nella memoria dei russi come gli anni della vergogna, dopo che nel ventennio brezneviano le provviste erano state sempre garantite e sempre agli stessi prezzi; non c’era abbondanza, ma era un sistema che sembrava perfetto per i russi, desiderosi di non dover pensare al domani.

Il brusco passaggio all’economia privata, con le liberalizzazioni eltsiniane del 1992, fu peraltro ancora più sconvolgente, perché al nulla venne sostituito il miraggio di ogni possibilità e di ogni bene materiale, che apparve improvvisamente sulle bancarelle di tutte le strade. Cibi e bevande, indumenti e utensili venivano offerti a prezzi astronomici, con marche di produzione occidentale mai viste prima né in Russia né in Occidente, oppure di produzione propria e improvvisata, costringendo tutti a lasciare il lavoro onorevole e qualificato per ridursi al ruolo di ambulanti e venditori di tutto e di niente. Il libero mercato apparve come un mostro che annulla ogni identità e ogni ideologia, provocando nell’anima dei russi un sentimento di umiliazione ancora più profondo di quello del crollo del precedente regime.

Ancora una volta, come alle sue origini durante il giogo tartaro, fu la grande Mosca a mostrare la via per ritrovare la Russia. A guidare la rinascita non fu nemmeno il presidente Eltsin, ma il sindaco della capitale, Jurij Lužkov. Dopo i primi anni di totale disorientamento, egli fu capace di mettere d’accordo coloro che intendevano partecipare alla divisione della torta che si stava cuocendo, senza bisogno di ammazzarsi e distruggersi a vicenda come capitava quasi quotidianamente, giungendo alla pax oligarchica che egli seppe governare per diversi anni, prima di essere definitivamente esautorato da Putin nel 2010. Iniziò un grandioso lavoro di ristrutturazione della metropoli, dei suoi palazzi e delle sue strade, sfruttando i capitali che si accumulavano nelle mille banche dei “nuovi russi”, e soprattutto i generosi finanziamenti che giungevano dai Paesi occidentali, visti come i modelli a cui ispirarsi: il termine più usato allora per definire il cambiamento in corso era evroremont, la “ricostruzione all’europea”, per rendere la Russia un Paese “civile e moderno” simile alla Germania o agli Stati Uniti.

Diversi furono i cambiamenti simbolici, come l’abbattimento del tetro albergo Inturist, che dominava la ulitsa Gorkovo, il grande viale che parte dal Cremlino per dirigersi verso Leningrado, intitolato al vate staliniano Maksim Gorkij. La ulitsa ritrovò il suo nome originario di Tverskoj Prospekt, la via verso Tver, l’antica avversaria di Mosca sulla tratta settentrionale durante il dominio tartaro, poi sottomessa dal primo gran principe che sognò Mosca come la Terza Roma, Ivan il Grande, il nonno di Ivan il Terribile. Anche Leningrado riprese il titolo occidentalista di “Sankt-Petersburg”, la “città di San Pietro” come l’aveva chiamata il suo fondatore Pietro il Grande, che l’aveva pensata come nuova Roma e “finestra sull’Europa”. Il grande piazzale del Maneggio, che dal viale porta alla piazza Rossa del Cremlino, fu scavato per ospitare un grandioso centro commerciale del tipo delle città nordamericane, dove anche al gelo si può andare a divertirsi e a fare shopping.

Il principale simbolo della rinascita fu però un altro edificio, dalla parte opposta del Cremlino, sulle rive della Moscova. Il fiume in realtà si chiama come la città, Moskva, anzi è la città che prende il nome dal fiume: Mosca era un “incrocio” (questo il significato del nome) tra le vie fluviali per il commercio che si estendeva da nord a sud, l’antica “Via dai Variaghi ai Greci”, la vera ragione economica della nascita della Rus’ di Kiev. Anche il nome della prima capitale, del resto, significa “il ponte di Kyj”, il commerciante variago che pensò di unire le due rive del Dnepr, creando il primo grande legame tra l’Europa e il nord scandinavo e asiatico. E così accanto al Cremlino rinacque la cattedrale di Cristo Salvatore, la grande chiesa costruita lungo i decenni successivi alla vittoria su Napoleone, per celebrare la grandezza della Russia imperiale. Stalin l’aveva fatta saltare in aria per dimostrare la superiorità del comunismo sull’oscurantismo del cristianesimo ortodosso, e infatti al suo posto sarebbe dovuto sorgere il grande palazzo del Partito, sormontato da una suprema statua di Lenin, il nuovo dio della Russia ateista.

Solo che le fondamenta non reggevano accanto al fiume, e al posto della chiesa venne allestita la grande piscina all’aperto Moskva, dove si andava a nuotare con venti gradi sottozero all’aria, e venti sopra lo zero nell’acqua. Era il luogo della spensierata vita sovietica, e l’austera cattedrale ritornò infine a imporre la sottomissione al potere patriarcale. Negli anni di Lužkov, peraltro, il patriarca ortodosso Aleksij II era una figura ieratica, ma assai poco imponente, essendo la Chiesa ortodossa ancora depressa per la scomparsa del suo principale sponsor, il partito comunista. E così la consacrazione venne piuttosto dedicata al sindaco e al presidente, che si professavano “atei ortodossi”, e fu inaugurata nel 1997, anno del solenne giubileo degli 850 anni dalla fondazione della città di Mosca. Il 1147 era stato in effetti l’anno in cui uno dei principi di Kiev e Vladimir, Jurij Dolgorukij (“Giorgio dalla lunga mano”) aprì la stazione di posta all’incrocio dei fiumi, che non sarebbe mai potuta diventare la “città-madre” della Russia senza il florido commercio sostenuto dagli accordi con i Khan tataro-mongoli, i veri padri fondatori della capitale dell’impero eurasiatico.

Quando poi giunse al potere il leningradese Vladimir Putin, l’ansia di gloria fu trasferita alla capitale del nord, e i primi anni putiniani furono dedicati all’evroremont di San Pietroburgo, celebrati nel 2003, a trecento anni dalla fondazione. Solo che Piter (come la chiamano i russi, ricordando la prima variante olandese del nome, Sant Piterburch) è già per sua natura molto occidentale, e non riusciva a rivaleggiare degnamente con il grande miscuglio moscovita di Oriente e Occidente. E così nel 2010, quando già scaricava le prime bombe sulla Georgia, Putin decise di cambiare stile: non più “imitazione” dell’Occidente, ma superamento e “vittoria” sull’Occidente, come ai gloriosi tempi di Stalin, che aveva costruito i palazzi più alti, più minacciosi e più sgradevoli della storia dell’architettura. Al posto del re delle mafie Lužkov, non più necessario di fronte al dominio dell’unica mafia putiniana, venne portato dall’Estremo oriente il fidato Sergej Sobjanin, rieletto sindaco in eterno anche nell’unica competizione in cui si permise la partecipazione dell’ultimo eroe del dissenso, Aleksej Naval’nyj. Il sindaco realizzò il sogno di Putin: una Mosca splendente e ripulita in ogni angolo, con centri commerciali e sale da concerto immensamente più grandi e sontuose (in realtà piuttosto grottesche), dove il popolo russo potesse sentirsi felice di vivere nel Paese più straordinario del mondo, nel Mondo Russo.

[…]

 

Continua a leggere

https://www.asianews.it/notizie-it/La-croce-della-Russia-nel-crollo-del-tempio-60448.html

La Pasqua ci restituisca il dono della fede e della speranza

La luce sfolgorante del Cristo risorto dovrebbe inondare il mondo di pace ma una parte dell’umanità sembra resisterle. Non basta il tempo vissuto nel dolore, nell’immane catastrofe delle guerre, la distruzione dei territori, la sofferenza inaudita di bambini, persone inermi, donne, anziani.Lo spettacolo della morte, lo sfacelo dei corpi, la violenza, il terrore, la miseria, la fame, la sete, la perdita della casa, la devastazione delle famiglie falcidiate dal destino cinico nei propri legami: chi resta piange il dolore di coloro che non ci sono più ma il cuore e la mente di chi sopravvive porterà cicatrici indelebili e la desolazione di ciò che rimane: spesso il nulla assoluto. Non sempre si ha la forza, il desiderio, la volontà di ripartire. 

Dopo l’Olocausto, i lager, i milioni di morti del 900 questo secolo sembra perpetuare l’istinto devastante dell’odio: etnico, religioso, politico, i suoi retaggi e le sue vendette. Viviamo di proclami e invocazioni ma ne constatiamo il fallimento di fronte alle immani tragedie che devastano il pianeta e alla crudeltà che rende impenetrabile il cuore di chi ordina la morte del prossimo: eppure ogni singola esistenza dovrebbe valere tutti i tesori della terra, chi ha fede (qualunque fede) sa che verrà il giorno del giudizio di Dio.

Non riusciamo a radicare la consuetudine alla pace nelle nostre vite. Le vittime innocenti pagano la prevalenza di sentimenti deprecabili, negativi, colpevoli: è agghiacciante l’indifferenza delle persone crudeli che in nome del potere agito con la forza annientano la convivenza pacifica dei popoli come valore condivisibile di civiltà.

I mezzi di comunicazione ci pongono davanti a scenari di annientamento di ogni minima parvenza di sostenibilità esistenziale: città e villaggi distrutti, la gente che vaga senza una meta tra le macerie, lunghe file di cadaveri a cui è difficile trovare sepoltura, esseri umani spogliati di tutto, senza cibo, sotto la minaccia dei bombardamenti, dei missili, dei droni, senza energia elettrica, medicinali.

Eppure anche in questi contesti c’è chi si adopera par fare del bene, per rimarginare le ferite del corpo e dell’anima. Questi volontari e operatori di pace affrontano rischi imprevedibili ma danno un senso di onore e dignità alla propria vita. Si fronteggiano giovani militari mandati al macello per uccidere un nemico di cui, nonostante la propaganda e l’indottrinamento ideologico non sanno nulla oltre al diverso colore della divisa e della bandiera, le loro famiglie vivono l’angoscia dell’incerto ritorno. 

Un sacco di patate e cipolle per ricompensare le vite perdute al fronte. Stiamo vivendo una nuova era di barbarie e inciviltà, per un pezzo di terra, per una primazia di potere, in nome delle ideologie mistificate e delle religioni che diventano fonte di divisioni e di laceranti conflitti, che propongono l’immagine di un Dio che istiga all’odio e predica la morte degli altri per aver salva la propria anima: essere innocenti non basta per salvarsi, in guerra si spara nel mucchio.

Chi ha il dono della fede sa che Cristo risorge per portare un messaggio di pace e di perdono. Ce lo ricorda Papa Francesco quando incessantemente ripete: “Dio perdona sempre”. Noi uomini siamo troppo avvinghiati agli interessi del dio denaro e dovremmo veramente affidarci al Cristo Redentore, per riconquistare valori come la solidarietà, il perdono, la pace.

Purtroppo anche il cristianesimo è spesso nel mondo un nemico da combattere e annientare. Possono le religioni predicare l’odio, la violenza, la sottomissione delle donne? Proprio in questi giorni la TV ricordava che ci sono Stati come l’Afghanistan dove le donne sommariamente giudicate infedeli sono condannate alla lapidazione, alla flagellazione, alla decapitazione. La frammentazione insanabile dei credi e delle religioni, le dittature, la privazione di ogni libertà personale e civile rendono impossibile una ricomposizione in nome di una convivenza pacifica. 

Le guerre non vedono l’orizzonte di una tregua, le diplomazie soccombono alle proprie debolezze intrinseche. Girano troppe armi sulla faccia della Terra: di questo passo non ci sarà mai la parola fine. Siamo tutti chiamati ad un atto di contrizione e a un gesto di bontà: anche la preghiera serve a dare una speranza. Se non ci resta altro da fare, preghiamo dunque per invocare la pace.

Centro unito, Tempi Nuovi mette nel conto tempi…più lunghi.

Il movimento politico e culturale Tempi Nuovi, guidato da Beppe Fioroni, è nato per due ragioni di fondo. Innanzitutto favorire una ricomposizione dell’area cattolico popolare e sociale dopo la sua progressiva dispersione organizzativa da un lato e la conseguente, e del tutto fisiologica, irrilevanza politica dall’altro. Un obiettivo, questo, che quasi si impone dopo l’irruzione del verbo populista e anti politico che ha raso al suolo il valore e l’importanza delle culture politiche nel dibattito pubblico.

In secondo luogo la riscoperta e il rilancio di un Centro politico dinamico, riformista, plurale e di governo. E, accanto al recupero del Centro, riscoprire quella prassi che i grandi leader e statisti democratico cristiani chiamavano ‘politica di centro’. 

Insomma due grandi obiettivi politici che restano sul tappeto e che, oggettivamente, non possono essere rimossi banalmente e qualunquisticamente dalla concreta dialettica politica contemporanea. Soprattutto di fronte al sostanziale fallimento di questo bipolarismo sempre più selvaggio e muscolare. Certo, si tratta di due obiettivi che non possono essere perseguiti negli attuali partiti. Sicuramente non nel Pd della Schelin dove prevale un profilo politico, e del tutto legittimamente, che esalta una sinistra radicale, massimalista e libertaria. Con buona pace di Delrio e di tutti quei ‘cattolici adulti’ che pensano ancora che l’attuale Pd è quello delle origini. E cioè, un partito dove l’area cattolico popolare, sociale e democratica era una componente essenziale, se non addirittura decisiva, per la costruzione di un progetto politico democratico, riformista e di governo dell’intero partito. Una cultura, inoltre, che difficilmente trova un adeguato spazio negli attuali partiti di centro destra, per non parlare dei partiti e dei movimenti populisti – penso ai grillini dei 5 stelle e alla Lega salviniana – dove siamo, sotto il profilo politico e culturale, antropologicamente alternativi. 

Ed è proprio sul versante degli attuali partiti centristi che si deve avviare una iniziativa politica che sia in grado di rendere credibile e competitiva quest’area culturale nella cittadella politica italiana. E quindi superare definitivamente ed irreversibilmente tutto ciò che appartiene al campo dell’anti politica populista. Ovvero, i rancori, i pregiudizi personali, i veti, le vendette e via discorrendo che hanno frenato, sino oggi, una seria e credibile ricomposizione del campo centrista. Un ciarpame che non può mai assurgere ad una dimensione politica perchè, appunto, si ferma ad una concezione adolescenziale della politica. 

Ora, se alle prossime elezioni europee i partiti centristi in campo saranno sostanzialmente tre – e cioè Forza Italia, Azione e la ‘lista di scopo’ di Renzi con i radicali della Bonino – il compito di chi lavora per una vera e propria ricomposizione del Centro e, al suo interno, dell’area cattolico popolare e sociale, non potrà che scegliere i candidati al Parlamento di Strasburgo espressione di quest’area all’interno dei rispettivi partiti. Anche perché, al di là delle candidature nei vari partiti, è del tutto evidente che si tratta di persone – donne e uomini – che sono politicamente alternativi al sovranismo e al populismo. Cioè delle due sub culture che restano i veri avversari politici, culturali, sociali e programmatici di un Centro politico, riformista, democratico e di governo. 

Dopodiché, come ovvio, appena dopo il voto europeo – dove capiremo anche il consenso delle varie liste centriste – partirà necessariamente il processo della ricomposizione di quest’area in vista delle prossime elezioni politiche. E dove, almeno speriamo, saranno archiviati i gesti e gli atteggiamenti adolescenziali a vantaggio, invece, del ritorno della politica con la P maiuscola.

Tarquinio e Cuffaro, due candidati alla prova dei veti.

Due casi diversi, due storie diverse, due prospettive politiche diverse: sulle candidature di Tarquinio e Cuffaro, entrambe divenute simbolo di divisione e nondimeno unite, per una specie di sortilegio, dal filo rosso della discriminazione, si gioca una partita complessa, rispettivamente nel Pd e nella lista pot-pourri confezopnata da Renzi e Bonino. Non li vogliono in lista.

A difesa dell’ex direttore di “Avvenire” è intervenuto ieri Graziano Delrio “Sarebbe un errore gravissimo – ha detto in una intervista a “Repubblica” – non candidare Marco Tarquinio. È un personaggio di assoluto livello, rappresentante di una sensibilità diffusa del mondo cattolico, sempre impegnato dalla parte degli ultimi, a partire degli immigrati. È davvero un valore aggiunto per le nostre liste, al pari di altri candidati civici. Una ricchezza. Sento l’esigenza di difenderlo da alcuni attacchi che non condivido”. 

Invece su Salvatore Cuffaro, per tutti semplicemente Totò, è piovuto un pesante silenzio di imbarazzo, interrotto da smentite e dinieghi a riguardo del suo possibile coinvolgimento elettorale. In verità, il siciliano Faraone ha precisato nei giorni scorsi, a nome di Italia Viva, che Cufffaro “non si candiderà e la Dc non è e non sarà al Tavolo della Lista Stati Uniti d’Europa”. Ciò però non toglie che un accordo con il suo mondo si voglia trovare, per evitare che il bacino di voti dell’ex presidente di Palazzo dei Normanni, tornato alla politica attiva dopo aver saldato il conto con la giustizia, possa rifluire verso altri lidi politici. 

Ebbene, se l’ora del populismo è scaduta, almeno secondo gli auspici dei più, una riflessione serena dovrebbe aiutare tanto il Pd quanto gli Stati Uniti d’Europa a rimuovere i veti sulle due candidature oggetto di contestazione. Il Pd ha l’esigenza di coprire il vuoto lasciato da David Sassoli, anche se l’ex presidente dell’Europarlamento ebbe nei confronti di Putin quell’atteggiamento di fermezza invocato oggi dai “riformisti” proprio contro Tarquinio; e tuttavia, per molti versi, questi ha il profilo idoneo a rappresentare alla maniera di Sassoli il filone del solidarismo (e dunque del pacifismo) di matrice cristiana. 

Dall’altro lato, invece, si va per le spicce: Cuffaro è ritenuto un ingombro, sebbene in privato lo si vezzeggi. La sua storia costituisce un problema. Che dire? Forse la peculiare tradizione garantista dei radicali, di cui la Bonino è l’ultima autorevole interprete, dovrebbe indurre a considerare che un cittadino restituito alla pienezza dei suoi diritti civili e politici, con pieno ristoro della sua dignità personale dopo il lavacro della sanzione penale, non può e non deve essere sacrificato sull’altare di un moralismo fazioso che serve principalmente a bloccare la sua voglia di misurarsi con l’elettorato.

La politica ha bisogno di uscire da una bolla d’infinita pretestuosità e ipocrisia. Se è vero che le scelte dei partiti o dei cartelli elettorali rispondono sempre a logiche molto stringenti, di cui sono responsabili i gruppi dirigenti nella loro autonomia, in ultimo spetta però agli elettori formulare il giudizio che più conta ai fini del consenso. Non c’è motivo, dunque, per temere che siano proprio gli elettori ad apprezzare la validità di candidature – quelle appunto di Tarquinio e Cuffaro – per le quali parrebbe applicarsi al momento un pregiudizio aspro e finanche odioso.  

La destra sovranista si combatte con il rigore della politica

Perso nel suo delirio sovranista Matteo Salvini sta sospingendo la Lega nei territori aridi della Destra estrema alla ricerca di un consenso che egli vede allargarsi in tutta Europa e che immagina di poter intercettare anche qui in Italia sottraendolo a Giorgia Meloni e a una parte del sempre più marcato fenomeno astensionista. Probabilmente si illude, per una serie di ragioni: dalla vocazione storica della Lega, assai diversa, come ricorda sempre il suo fondatore Umberto Bossi, alla oggettiva difficoltà insita nell’operazione, che dovrebbe sostanzialmente sfilare voti alla premier in carica, detentrice in questa fase di potere e immagine, ma anche di un’aurea carismatica (che sia carisma vero è però ancora da dimostrare) nel mondo conservatore che non è stata ancora scalfita nonostante i numerosi errori compiuti da molti suoi colleghi di partito e di governo.

Ma non è di tutto ciò che si vuole parlare qui. Interessa piuttosto il trend nel quale Salvini desidera inserirsi. Che elezioni recenti e sondaggi frequenti stanno alimentando, all’insegna di un nazionalismo estremo i cui cardini propagandistici sono costituiti dall’antieuropeismo, dall’islamofobia, dalla lotta ai migranti e alle ONG che se ne occupano e da ultimo pure da un qual certo anti-occidentalismo venato di comprensione, quando non di vera e propria simpatia, per la Russia putiniana. Partiti con queste caratteristiche esistono in tutti i paesi dell’Unione e paiono in crescita ovunque, come si è visto da ultimo in Portogallo dopo i successi ottenuti in Slovacchia e Olanda, oltre che in Ungheria. Questi movimenti, per lo più raccolti a Strasburgo nel gruppo “Identità e Democrazia”, potrebbero conquistare alle prossime elezioni di giugno qualcosa come una novantina di seggi, con un incremento del 33% rispetto a cinque anni fa.

E se la sconfitta patita in Polonia e il non brillante risultato ottenuto in Spagna ne ha in parte attenuato la corsa, i sondaggi hanno ripreso il segno “più” subito dopo, inquietando non poco laddove confermano una presenza consolidata, come in Francia, o rilanciano un pericolo che pareva superato, come in Germania dove AfD (Alternative fur Deutschland), partito che ha accenti nazisti nella sua postura ideologica, potrebbe infrangere la barriera del 20%. È dunque in quella direzione che guarda Salvini, costringendo così Giorgia Meloni a mantenere il suo profilo double face esibito quasi quotidianamente: donna di governo all’estero, militante di destra all’interno del proprio Paese, pardon “Nazione”, come ostentatamente continua a ripetere per marcare il proprio territorio e salvaguardarlo dal tentativo – però troppo sfacciato – di invasione salviniana.

La competizione a destra fa scivolare verso quei lidi una parte del PPE, non più presidiato al centro da un gigante come Angela Merkel, ove l’ambiziosa Ursula von der Leyen pare disposta a (quasi) ogni compromesso pur di conservare il ruolo detenuto a Bruxelles. Ciò comporta da un lato un minor impegno sul fronte della lotta al cambiamento climatico e dall’altro – ancor più – un irrigidimento nelle politiche di contrasto alle migrazioni, anche attraverso costosi e dubbi accordi con gli autocrati che governano i paesi nordafricani (ultimo caso, l’Egitto). 

Perché è ancora l’immigrazione, soprattutto quella irregolare, la principale fonte di consenso alla quale si abbevera la Destra sovranista. Un fattore che pur senza la potenza raggiunta alla metà degli anni Dieci continua a destare forti preoccupazioni in frange non residuali dell’elettorato europeo. Preoccupazioni che alimentano insicurezza sociale ed economica, oltre che disagio culturale che spesso assume i contorni dell’islamofobia a fronte dell’aumento numerico dei giovani musulmani in corrispondenza della costante diminuzione di quelli cristiani, dovuto sia al crollo demografico sia al crescente laicismo sconfinante nell’ateismo. 

Le soluzioni proposte dalla Destra nazionalista (blocchi navali e quant’altro) tanto sono impraticabili per diverse ragioni anche epocali quanto sono facilmente “vendibili” a moltitudini di cittadini desiderosi di adottare soluzioni semplici e banali per risolvere problemi che essi non ritengono, come invece sono, estremamente complessi. Fra l’altro nel paradosso per cui l’economia dei paesi europei necessita di immigrati giovani per coprire quei vuoti professionali e operativi determinati dall’invecchiamento della popolazione attiva e dal calo demografico accentuatosi a partire dagli anni Novanta del secolo scorso. Ovvero, la conferma che la politica semplificata a cui attingono da sempre i populisti non risolve i problemi ma al contrario li accentua. 

Ma per convincere le masse di questo dato di verità occorre una classe politica all’altezza, convinta e convincente nel merito della propria proposta, ed è esattamente qui che si osserva la carenza maggiore del progetto europeista: troppo spesso oscurato da venature nazionaliste anche da chi dovrebbe esserne il campione. La questione, ora forse ineludibile, della difesa comune ne è il principale esempio, ancorché non l’unico. Ne parleremo.  

 

 

Via Crucis, l’Invocazione conclusiva di Papa Francesco al Colosseo.

Sangia

[…] 

Signore, ti preghiamo come i bisognosi, i fragili e gli ammalati del Vangelo, che ti supplicavano con le parole più semplici e familiari: invocando il tuo nome.

Gesù, il tuo nome salva, perché tu sei la nostra salvezza.

Gesù, tu sei la mia vita e per non perdermi lungo il cammino ho bisogno di te, che perdoni e sollevi, che guarisci il mio cuore e dai un senso al mio dolore.

Gesù, hai preso su di te la mia malvagità e dalla croce non mi punti il dito contro, ma mi abbracci; tu, mite e umile di cuore, mi guarisci dall’amarezza e dal risentimento, mi liberi dal pregiudizio e dalla diffidenza.

Gesù, ti guardo sulla croce e vedo dispiegarsi davanti ai miei occhi l’amore, che dà senso al mio essere ed è la meta del mio cammino. Aiutami ad amare e a perdonare, a superare l’intolleranza e l’indifferenza, a non lamentarmi.

Gesù, sulla croce hai sete, hai sete del mio amore e della mia preghiera; ne hai bisogno per realizzare i tuoi progetti di bene e di pace.

Gesù, ti ringrazio per coloro che rispondono al tuo invito e hanno la perseveranza di pregare, il coraggio di credere e la costanza di andare avanti nonostante le difficoltà.

Gesù, ti raccomando i pastori del tuo popolo santo: che la loro preghiera sostenga il gregge; che trovino il tempo di stare davanti a te e di rendere il loro cuore simile al tuo.

Gesù, ti benedico per i contemplativi, la cui preghiera, nascosta al mondo, ti è gradita. Proteggi la Chiesa e l’umanità.

Gesù, porto davanti a te le famiglie e le persone che hanno pregato questa sera dalle loro case; gli anziani, specialmente quelli che sono soli; i malati, gemme della Chiesa che uniscono le loro sofferenze alle tue.

Gesù, fa’ che questa preghiera di intercessione abbracci i fratelli e le sorelle che in tante parti del mondo subiscono persecuzioni per amore del tuo nome, quelli che soffrono la tragedia della guerra e quelli che, attingendo forza da te, portano pesanti croci.

Gesù, con la tua croce ci hai fatto diventare una cosa sola: riunisci i credenti nella comunione, donaci sentimenti fraterni e pazienti, aiutaci a cooperare e a camminare insieme; mantieni la Chiesa e il mondo nella pace.

Gesù, giudice santo che mi chiami per nome, liberami dai giudizi avventati, dai pettegolezzi e dalle parole violente e offensive.

Gesù, prima di morire, hai detto “tutto si è compiuto”. Io, nella mia miseria, non potrò mai dirlo. Ma confido in te, perché sei la mia speranza, la speranza della Chiesa e del mondo.

Gesù, un’altra parola voglio dirti e continuare a ripeterti: grazie! Grazie, mio Signore e mio Dio.

 

Per leggere il Libretto della Via Crucis

Il clown entra nel Palazzo e lo riduce a circo

Sandy Millar

Se un clown si trasferisce in un palazzo, non diventa il Re, è il palazzo che diventa un circo. Antico proverbio turco. Questo proverbio attribuito alla saggezza popolare dei turchi di Costantinopoli che di Re ne avevano visti passare molti e forse anche qualche clown, ci conduce per mano a riflettere sulla gestualità del corpo con la quale noi italiani da sempre accompagniamo le parole. E non ci aiuta l’IA che con le emoticon e i gif ha codificato le emozioni dandoci molte scelte, togliendoci dall’imbarazzo di essere gli unici a rendere pubbliche le proprie emozioni e smarcandone anche il significato interiore. Quando il tempo lo passiamo a testa china sullo smartphone a compulsare sui tasti “faccine/emoticons”, il nostro strumento di comunicazione è cambiato; chiunque può fare l’esercizio al contrario è provare a descrivere con le parole l’emozione rappresentata da una faccina e sperimenterà la difficoltà di trovare nel suo vocabolario le parole perché non le usa da tempo preferendo le immagini. 

I nostri costumi sono cambiati di molto e in fretta senza che noi stessi ne avessimo il controllo, così ora non sappiamo più bene se le emozioni siano veramente le nostre o se le emozioni già vivono senza di noi. Persa la bussola di come ci si comporta in pubblico, dove era chiaro fino a qualche decennio fa che il privato era casa tua e il pubblico era quello fuori di casa tua, tutto è diventato pubblico e il privato è scomparso. Quindi ci comportiamo conoscendo un solo luogo quello pubblico, fisico e virtuale, poco cambia, e l’educazione e la disciplina sono inutili orpelli. 

E il Palazzo, specchio della Nazione, si è adeguato da tempo. Non che nel tempo non si sia mai gesticolato per qualche tiro mancino, oppure qualche ironica frase ad effetto o uno sberleffo, ma al di là delle occasioni pubbliche delle assemblee rappresentative dove il lazzo era ammesso da tempo, nelle Istituzioni vigeva un certo rigore nella forma pubblica perché era ammesso il sorriso ma non la risata sguaiata ed eccessiva, vietato gesticolare o fare versi gutturali o gridolini, o movimenti del corpo di accompagnamento alle frasi dell’interlocutore. Galateo istituzionale è chiamato, ma è una vuota definizione se non è accompagnata dalla disciplina nell’esercizio del ruolo e nello svolgimento delle funzioni che nessuno ti insegna ma che trovi nell’ esempio degli altri. 

E questo ci riporta al proverbio turco. Il clown figura principe della parodia, erede di quel giullare medievale intrattenitore di Corte, è colui che ti fa ridere con il suo comportamento grottesco, con la mancanza di modi e maniere (da cui lo scandinavo clown per indicare il rozzo campagnolo), che dal surreale trae la sua arte comica. Se costui entra in un palazzo non ne diventa il Re. Ma se il palazzo è già pieno di clown? E già! Il costume è cambiato dai tempi dei turchi di Costantinopoli, i quali avevano una loro etichetta di Corte, che dobbiamo supporre rigida, per cui il palazzo era il Palazzo del Re, centro di governo e di autorità della Nazione turca. Ma noi da tempo ormai assistiamo ad un costume diverso dove lazzi, schiamazzi, grida e gesticolazione sfrenata, sono diventati tanto comuni che ne siamo indifferenti. L’indifferenza al Palazzo ci ha portato alla non-indignazione quando il costume diventa ridicolo, clownesco, perché ormai ci sono sconosciuti anche i più semplici strumenti della riprovazione. 

Assistiamo annoiati all’ennesimo esempio di clownesca gestualità e la archiviamo come nota caratteriale personale, qualunque sia la persona che occupa la carica istituzionale. Siamo dunque  colpevoli, se vogliamo darci una colpa , della nostra indifferenza annoiata e superficiale, poiché non abbiamo colto il fondo della questione: se le Istituzioni ci rappresentano tutti, quelli che ridono e quelli che non ridono, allora esse non dovrebbero essere colpite dalla malia del clown per cui di ogni cosa si può fare scherno, se invece riteniamo che Palazzo non è il Palazzo ma è solo un edificio, allora chiunque lo abiti ha licenza di modi clowneschi, e a noi se ci va di ridere riflettendo se ci piace il circo o se ci convenga rapidamente uscire all’aperto fuori dal tendone.

Cambio di paradigma: tutto è politica? No, tutto è consenso.

 

Profluvi di inviti a ‘non politicizzare’ ci sommergono in continuazione. Non politicizzare il caso Salis (Tajani, Matone, Donzelli & Co), non politicizzare l’Ucraina (Salvini), non politicizzare il dramma umanitario di Gaza, non politicizzare gli scontri tra studenti e polizia (Piantedosi), non politicizzare i suicidi nelle carceri, non politicizzare i naufragi dei barconi, non politicizzare la scuola, il lavoro, gli scioperi, la Chiesa, l’ambiente: insomma…tutto.

Qual è il messaggio che passa? Che la politica è una tossina, che va fuggita come una pestilenza, che se entra in gioco complica e allontana le soluzioni, e via di questo passo. Si è affermato il pensiero di Reagan il giorno del suo insediamento: “Lo stato non è la soluzione dei problemi, lo stato è il problema” (dopo venti anni l’opposto di John Kennedy).

La politica era ‘senso’ ma le funzioni hanno divorziato dal senso. Che bisogno abbiamo di complicarci la vita con la politica – e con quell’altra madre di tutte le rottamazioni, che commmina l’ergastolo sociale a chiunque gli sfugga la parola ‘ideologia’ (non ideologizzare ecc ecc) – se l’assistenza funzionalista di scienza e tecnica ci garantisce tutto e soprattutto subito? È l’im-mediatezza che scaccia ogni mediazione. Ma la politica cos’è, se non ‘mediazione’? Gestione di un’altra parola anch’essa scandalosa: interesse. ‘Inter-esse’, ovvero ciò che sta nel mezzo, prender parte alle cose di qualcuno e di lui con gli altri.

‘Non politicizziamo, per favore’ è negare che il trascinamento in catene mani e piedi di uno in un tribunale (di una democrazia europea) abbia una valenza politica, e che quindi debba avere una lettura e comprensione ‘politica’. È dire pertanto che se ci si risparmia una riprovazione, che per sua natura è lettura etica, sociale, culturale – ergo ‘politica’ -, si farebbe il bene dell’interessato. Sdegnarsi sarà nobile, ci dice il tecno-nichilismo, ma non è funzionale. 

Così si impara che i significati non significano più nulla, anzi sono un inciampo. Ai significati dell’espansione nazista ci penseremo dopo, intanto nel ’38 a Monaco si firma.

Così, con il differimento ad altro momento del ‘senso’, arriva il tempo in cui non si è più a tempo. Disdegnare, anzi non ammettere o espellere ogni interpretazione ‘politica’ delle cose, manda in esilio la politica dalla realtà. La quale viene spogliata di ogni senso, e valutata solo sotto l’unica dittatura che oggi ha in mano il mondo, la dittatura dei risultati.

Rendere inviso l”essere politico’ ai cittadini, e per di più agìto addirittura da uomini delle istituzioni, che al contrario dovrebbero farsi partigiani di una rianimazione della partecipazione politica (ad associazioni, enti, sindacati, partiti, pubbliche amministrazioni…una partecipazione alla proprie idee), non può che provocare, dopo l’assenza in tutti i primi quattro anni, lo star fuori della gente anche il quinto anno, quello del voto. 

Perché votare una ‘mediazione politica’ quando l’esperto di cui ho bisogno sembra far proprio al mio caso, disintermediandomi e liberandomi da  ogni perditempo e da ogni costrizione ad una riflessività più profonda (ma più soddisfacente)?

Abbiamo vissuto la riscoperta collettiva, e che per un po’ fu pure felice, della politica del ’68, quando vigeva lo slogan: ‘tutto è politica’. Esattamente il contrario di oggi.  La lettura della guerra del Vietnam fu eminentemente ‘politica’, quella delle guerre di oggi esclusivamente militare (= funzionale). Come qualcuno ha osservato, si è passati da ‘tutto è politica’ a ‘tutto è consenso’. E ancora ci si logora con le domande sul ‘misterioso’ successo dei populisti?

Dallo scudo crociato allo scudo in croce

Ci si perdoni la metafora! Certi accadimenti talvolta sono talmente crudeli che ci costringono a qualche libertà che, in questa coincidenza con il calendario liturgico, può suonare blasfema. La notizia che in queste ore sta passando da una redazione all’altra è di quelle che ti fanno impallidire per lo shock traumatico che ha con sé. Viene dato per certo l’accordo tra M.atteo Renzi ed Emma Bonino. Già questa non ci pare una notizia così da poco, stante le non poche differenze di visione che qualifica il leader di Iv e i Radicali.

Quello che appare ancora più sconvolgente è il fatto che in questo cartello elettorale ci si sia infilato anche Cuffaro (così sembra), portando in dote il partito che egli oggi rappresenta, ossia la Dc. L’intesa sembra trovare qualche veto, proprio sullo scudo crociato (paradossalmente è di un 5 stelle, o ex tale, mentre sarebbe dovuto essere il contrario) ma alla fine l’istinto di sopravvivenza di ciascuno di essi farà ragionare tutti i capi cordata.

Inizialmente la mia reazione è stata di mettermi in guardia, tentando di convincermi che sono solo prove di illusionismo elettorale, alla maniera del famoso prestigiatore, David Copperfield. A pensarci meglio, non so ancora se ringraziare o biasimare Totò Cuffaro per l’opera magistrale (?), da moderno de Talleyrand, che sta cercando di portare in porto. Chissà! Forse ci sono le premesse per costruire un centro, con una nuova classe dirigente – anche se al momento non si vede traccia che dei soliti noti – che ci liberi, tra le altre, dal familismo meloniano?

Ciò attenua il dubbio, convincendomi, che la colpa dell’incapacità di saper cogliere il nuovo non è, in questo caso, che mia. Non tutti abbiamo l’avvedutezza di saper intravedere nel politico di turno, tutta la generosità intrinseca di chi agisce sempre, così ce la raccontano, soprattutto nei regimi totalitari, a beneficio del Popolo: come avvenuto, dagli anni venti del secolo scorso, a destra, come a sinistra, ma anche in tutti gli ambiti dove c’è o c’è stata una comunità organizzata.

Così l’autocritica può portarci sulle sponde del pensiero unico, soprattutto quando fa diventare il dissenso una zavorra, anche per te stesso, perché ti fa sentire solo. Un’insidia, non solo semantica, che le democrazie hanno sempre più dietro l’angolo.  Quello che, allora, più proficuamente conviene fare non è altro che mettersi, come al solito, in silenzio, e lasciare fare a chi comanda. È un monito che si ripete sempre più spesso, anche in talune nostre istituzioni. Quando si guida, non si disturba mai il conductor. Oh! Scusate, il conducente!

 

Avendo scarse notizie dal quartier generale del partito, l’ho raccontata, stamane, in un mix di tristezza e stupore, ad una mia cara amica, Amarilli. Lei, con la dolcezza e la saggezza di sempre, ha colto subito la quintessenza di questa strana apparente ibridazione. Appassionata delle teorie di Karl Popper, non poco le sono valsi, per discernere, gli strumenti di indagine gnoseologica che portarono Immanuel Kant a cogliere il dualismo tra fenomeno e noumeno.

“Caro Luigi”, mi ha detto, “ ti assicuro che portare dalle secche di una palude, da tempo desertizzata, alle fulgide e vitali acque di una fonte rigeneratrice, quale è questa innovativa idea di centro, non più sclerotizzato in una visione statica e datata della politica, ma movimentista, pluri identitario, e prevedibilmente balcanizzato, per l’immaginabile dialettica forte che di incrocerà tra i blasonati comprimari (che certamente non farebbe gioire N. Bobbio e la sua idea di dissenso come sale delle democrazie), non è impresa da poco.

Lanciarsi in un’ammucchiata, senza le potenzialità sceniche dell’armata Brancaleone, che tuttavia non mancherà di galvanizzare un elettorato sempre più attratto dai colpi di scena, è opera che può manipolare solo una mente machiavellica.

Ma questa è, vuoi o non vuoi, la nuova frontiera della politica! Mentre programmi e progetti di lungo periodo divengono inezie. Quale altra migliore occasione per poter finalmente ridare – senza necessità di ricorrere ad alcuna trasfigurazione plastica – linfa e vitalità ad un partito, orgoglioso, a questo punto, di essere espressione di una visione nuova (non a caso i media hanno ribattezzato il partito come Nuova DC).

Una visione improntata alla libertà, come laissez faire, al liberismo sfrenato, ad una idea di laicismo, non tenero con principi non negoziabili, come la tutela della vita sin dal suo concepimento e della famiglia, alla più sconfinata estensione dei diritti civili, anche a costo di un individualismo senza confini, compresa la liberalizzazione delle droghe e dell’eutanasia, a tutto danno di una visione solidaristica? Non ti pare un’impresa da guinness? Cosa vuoi di più? Ci vuole coraggio e visione pirandelliana! E poi oggi tutto è in transizione! Vuoi mettere che anche la DC non lo sia? Suvvia, non essere ingenuo!”.

La risposta non mi ha fatto trattenere dal chiedere, sempre con la medesima ingenuità: “Ma come possono andare a braccetto, la dottrina sociale della Chiesa, i canoni dell’Umanesimo solidale e la tutela della vita, della famiglia, un pacifismo operoso, un Europeismo solidale ed accogliente, insomma un bagaglio culturale che affonda le radici nel patrimonio e nell’esperienza politica della Democrazia cristiana con la visione ed il progetto politico non solo di Renzi che non si è mai fatto scrupoli nel caratterizzare il suo percorso politico intriso di giravolte e funambolismi tra un versante e l’altro dell’arco politico parlamentare, oltre ad industriarsi in consulenze formative tese, a suo dire, a promuovere un “Rinascimento culturale” nel regno saudita, dove i canoni che caratterizzano le democrazie e i diritti umani, si possono leggere solo di nascosto – ma ancor più con la visione ultra liberista e paladina dell’individualismo sfrenato, comprese le campagne di liberalizzazione delle droghe e dell’eutanasia dei radicali?”.

E Amarilli, a suo modo, olimpicamente mi ha risposto: “È entusiasmante questo avvicendarsi frenetico delle notizie, tanto imprevedibili quanto provvidenziali, perché accreditano un partito – che farà ricredere quanti osano sostenere che non c’è – mentre come vedi è vivo e vegeto in tutta la sua identità, dall’esito del XX Congresso, quando si decretò, nel solco di quella visione gattopardesca (che ebbe la sua massima ribalta proprio nei rutilanti luccichii dell’aristocrazia siciliana) – ma qui alla rovescia – di affidarsi al disegno ingannevole della continuità, ossia non cambiare natura ed identità, per cambiare tutto, linfa e anima.

Così non si può dire che non ci sia in questa Dc qualcuno che, nella sua mirabile visione movimentista, non si preoccupi realmente del concreto futuro di tutti noi, affinché non si resti preda dell’agnosticismo, così che anche la crescente mestizia sociale ci appaia meno contagiosa.

Visto che in questo mondo, oramai, non succede più niente di davvero interessante, e nessuno sembra accorgersi, tranne gli angosciosi appelli, quotidiani, di Papa Francesco, degli spezzoni di guerra di un nuovo minaccioso conflitto mondiale che, in un crescendo di crudeltà, su un teatro sempre più ampio, sta impazzando tra il fianco est dell’Europa ed il Medio oriente”.

Mentre mi chiedevo a quale futuro alludesse la mia amica, se delle comunità territoriali o di lobby sempre più influenti, Amarilli aggiungeva inopinatamente: “Quello che finora abbiamo visto, nel processo di tessitura negoziale con i leader suddetti, non ha mai prodotto grandi risultati (Terzo polo, Renzi, Calenda, Popolari) restando solo funzionali a propaganda e lotta politica, così da accentuarne la radicalizzazione nel nostro paese (qualcuno si industria a chiamarlo Nazione: il concetto è lo stesso, non così le sfumature semantiche, anche per qualche residuo nostalgico del secolo breve)”.

Sbigottito nel mio tormento le rispondo con tutta franchezza: “Cara Amarilli, non è che forse c’è un po’ di invidia in queste nostre critiche?”. E lei lapidariamente: “Dante colloca gli invidiosi nel secondo girone dell’Inferno, obbligati nell’eterna cucitura delle palpebre a muoversi a tentoni, tanto in vita si stava a guardare sempre cose e vicende degli altri”.

Non è una bella prospettiva!

Non so se in questo momento così frenetico Totò Cuffaro trovi un ritaglio di tempo per recapitarci, anche un piccolo brandello di risposta, giusto per spiegarci qual è l’idea comune di Europa che dovrà innervare il velleitario progetto, allo stato delle cose, degli Stati Uniti d’Europa e rassicurarci che noi lo facciamo soprattutto per carità cristiana. Così non si dica che solo Tabacci sa essere accogliente e prodigo di generosità in tempi di elezioni! Diciamo apertamente, allora, che vogliamo aiutare Renzi e la Bonino a raggiungere il quorum del 4%, e non fargli le scarpe?

E se il risultato, come tra le righe prevede Amarilli, dovesse risultare oltre le attese fino a soverchiare i loro candidati? Ce ne faremo, ciascuno per la propria parte, una ragione. E metteremo pure nel conto un prevedibile rimbrotto con cui potrebbero rinfacciare al segretario il fatto di non aver detto di avere una portaerei travestita da barchetta.

Sarà vera la previsione di Amarilli? Aspettiamo per conferma un cenno, anche laconico da parte del segretario. Persino Giulio Cesare trovò il tempo, durante una delle tante campagne militari, per annunciare, nel 47 a.C. con il suo:”Veni, vidi, vici” la vittoria su Farnace, re del Ponto. Ci aiuterebbe anche, in attesa di notizie più radiose, a ricusare, senza remore, il tortuoso opinamento ed accogliere con più rilassatezza le sagge considerazioni della sapiente e lungimirante Amarilli.

Mentre restiamo in attesa degli ultimi, più aggiornati, report, notiamo sul finire di questo conciliabolo un anziano signore scrutare, palmo a palmo, con una lanterna in mano, alla maniera di Diogene, l’ambiente circostante. Ci viene naturale chiedergli cosa stesse cercando. “Cerco la DC, ma quella vera! Sapete dove posso trovarla?”. Restiamo di stucco, ma ci imponiamo di mantenerci vaghi: “Noi non l’abbiamo più vista!”.

La Voce del Popolo | Al centro con una posizione europeista

Forse è arrivato il momento in cui Bonino, Calenda e Renzi (ordine rigorosamente alfabetico) dovrebbero seppellire le loro grandi, piccole e piccolissime differenze per cercare di mettere insieme una lista comune per le elezioni europee. Obiettivo: unire le forze che temono lo scivolamento dei due maggiori schieramenti verso derive che possono lasciare qualche dubbio sul posizionamento internazionale del nostro paese. 

Non si vogliono seminare sospetti troppo maliziosi e neppure allarmi troppo esagerati. Ma non c’è dubbio che Salvini a destra e Conte a sinistra coltivano al riguardo idee tutte loro. Il primo tifando apertamente per l’antieuropeismo e per la Russia di Putin. Il secondo rompendo le righe sulla solidarietà verso l’Ucraina e nascondendo a malapena la sua preferenza per Trump. 

Si dirà che non è questa l’idea né della Schlein né della Meloni. Le quali però si guardano bene dal rischio (e dal dovere) di sconfessare i loro stessi alleati. Ora, il valore del centro di questi tempi non è tanto quello della sua buona educazione. Semmai deve essere quello della sua posizione atlantista e soprattutto europeista. E per quanti difetti si possano attribuire loro, tutti e tre hanno il merito di aver sempre coltivato a questo riguardo una coerenza adamantina. 

Dunque, non dovrebbe essere così difficile venire a capo delle loro dispute e offrire un punto di riferimento comune a quella larga parte del paese che vorrebbe essere rassicurata sul punto più cruciale dell’agenda politica. E cioè la nostra collocazione nel solco delle alleanze geopolitiche di sempre. Il resto, tutto il resto, conta assai meno.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 28 marzo 2024

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

Alla domanda di centro non si risponde moltiplicando le liste

Se abbiamo ben capito, Emma Bonino ha posto alcuni paletti per far decollare la cosiddetta ”lista di scopo” in vista del voto per il rinnovo del Parlamento Europeo. E le tre condizioni sono molto semplici ma nette. E cioè, la lista di scopo non è nè un progetto politico, nè una federazione e nè, tantomeno, una prospettiva a medio/lungo termine. Il tutto finisce il 9 giugno sera. Contati gli eurodeputati europei ognuno torna a casa sua. Cioè nel suo campo politico tradizionale. Punto. In secondo luogo la lista di scopo non c’entra nulla con la ricostruzione del progetto politico del Centro a livello nazionale. È solo un escamotage per superare lo sbarramento del 4%. In ultimo, c’è una sorta di simpatico veto su eventuali candidati ex democristiani nelle liste.

Ecco perchè, e soprattutto dopo questo accordo tecnico/elettorale, se dovessimo fare un rapido censimento per capire quante sono le aggregazioni o i partiti centristi in vista del voto dell’8-9 giugno, ne contiamo sostanzialmente tre.

Innanzitutto Forza Italia che, sotto la guida di Antonio Tajani, ha assunto un ruolo politico e programmatico di tutto rispetto riscuotendo maggiori consensi, e soprattutto stima e rispetto, nell’area moderata e riformista italiana. Una lista che, almeno stando ai sondaggi, si dovrebbe avvicinare alla doppia cifra. Vedremo, ma è indubbio che il ‘nuovo corso’ di Forza Italia, e paradossalmente dopo la pesante e storica leadership di Berlusconi, ha segnato un significativo ‘valore aggiunto’ sul versante politico e dell’immagine complessiva del partito.

A seguire, come già ricordato all’inizio, la ‘lista di scopo’ tra il partito di Renzi, Italia Viva, i radicali dell’intramontabile Emma Bonino e qualche altro cespuglio. Con veti e pregiudiziali continui e ripetuti – come sentenziano ad ogni ora i vari referenti radicali – nei confronti di tutti quegli esponenti centristi o ex democristiani o popolari che non sono graditi in questa neo formazione. È di tutta evidenza che si tratta di una operazione elettorale, del tutto scontata e legittima, che punta solo ed esclusivamente a superare lo sbarramento del 4% ma che non coltiva nessuna ambizione politica futura.

In ultimo, almeno così pare sino ad oggi, la presenza autonoma di Azione, il partito di Carlo Calenda. Se non capitano ribaltamenti dell’ultima ora, sempre possibili nella politica fluida e liquida italiana, Azione andrà per conto suo con la sua ricetta politica, programmatica ed organizzativa sfidando con un pizzico di terrore sino alla fine della campagna elettorale la tagliola del 4%.

Ora, e di fronte a questa concreta situazione, è abbastanza facile arrivare alla conclusione che il peso elettorale delle tre liste sarà l’elemento decisivo ed essenziale per cercare di costruire – o ricomporre – il Centro politico, riformista e plurale nel nostro paese dopo il voto europeo. È altrettanto evidente che non può essere un Centro diviso, frammentato e polverizzato l’orizzonte entro il quale si costruisce, si rafforza e si consolida un progetto centrista, riformista e di governo.

Al contrario, questa rischia di essere la premessa per la sua dissoluzione o, meglio ancora, il non decollo. Eppure la domanda di Centro esiste e lo confermano quotidianamente i vari sondaggsiti. Ma per tradursi in una vera e credibile offerta politica è altrettanto evidente che si dovranno superare definitivamente ed irreversibilmente i personalismi, i veti, i rancori e le pregiudiziali – ovviamente di carattere personale e non affatto politiche o programmatiche – che nel tempo si sono infiltrati ed ossificati nella galassia centrista del nostro paese.

Infine, forse è ancora bene sottolineare che nel processo di ricomposizione della vasta e plurale area centrista sarà sempre più necessario ed indispensabile garantire la piena cittadinanza di quelle culture che storicamente hanno saputo costruire e rafforzare una ‘politica di centro’ e, al contempo, un progetto politico con un forte profilo centrista, riformista e di governo. Tra queste, la cultura del cattolicesimo popolare e sociale, senza la quale qualsiasi progetto centrista sarebbe destinato a sbattere contro gli scogli dell’improvvisazione, del pressappochismo e della superficialità.

Mons. Gallagher invita a guardare oltre la logica della guerra

Le due recenti interviste di monsignor Paul Richard Gallagher, Segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni Internazionali, il ministro degli Esteri della Santa Sede, al Tg1 e alla rivista dei gesuiti americani, “America”, contribuiscono a orientare il dibattito internazionale in questa fase delicatissima. Tre in particolare sono i punti, della posizione del Vaticano, ribaditi dal presule inglese, con specifico riferimento alle due maggiori guerre in corso: quella russo-ucraina e quella israelo-palestinese. La situazione in cui siamo attualmente, è una situazione “lose-lose”, in cui tutti perdono. La guerra non risolve i problemi, li aggrava e poi, comunque vadano, “tutte le guerre finiscono con una qualche forma di negoziazione”. Il terzo punto è la consapevolezza che la transizione geopolitica in corso è in ogni caso irreversibile, non saranno le armi a fermarla, e dunque per monsignor Gallagher appare “inevitabile” che quando la guerra finirà “ci sarà un nuovo ordine mondiale” caratterizzato da “più gruppi alleati nel mondo “, non solo Est e Ovest.

Credo che questa visione degli attuali problemi internazionali ci aiuti a considerarli da un’altra prospettiva. E anche in Italia le due suddette interviste  possono costituire uno stimolo per tutti, compresi i cattolici impegnati in politica e nelle varie forze politiche di maggioranza e di opposizione, a coniugare la lealtà e la solidarietà dell’Italia con il sistema di alleanze in cui è inserita con la necessità nel dibattito culturale, politico e mediatico di non alimentare delle narrazioni che invece concorrono a fare andare le cose nel senso opposto a quello auspicato da tutti.

Fermo restando, dunque, il contributo del nostro Paese alla linea decisa di comune accordo dalla Nato e dalla Ue, va nel contempo tenuta in considerazione la prospettiva generale in cui gli eventi bellici si collocano. Si deve considerare che comunque la guerra in Europa, anche nel caso malaugurato che si dovesse ulteriormente inasprire ed estendere, non garantirà la continuazione dell’egemonia occidentale sul mondo, ma anzi otterrà, come sta già succedendo da un decennio, una clamorosa eteogenesi dei fini. La Russia, che dal 1997 al 2014 è stata addirittura membro del club dei maggiori Paesi occidentali, il G8, è stata progressivamente spinta a stringere legami più stretti con Cina, India e Sud del Mondo, a causa di interventi destabilizzanti operati in Ucraina da gruppi di interessi privati, al di là della stessa volontà del governo americano di fare scoppiare la polveriera ucraina. 

Ora si deve raffreddare la situazione, aggravata dalla brutale invasione dell’Ucraina da parte della Russia  nel 2022, e sarà molto più difficile rimettere insieme i cocci, tentando di tornare possibilmente alla situazione iniziale, di una Ucraina reintegrata di tutti i suoi territori e nel contempo neutrale, non nella sfera di influenza russa e neanche in quella americana e inserita in un nuovo ordine internazionale dove non uno solo, ma più sistemi di alleanze concorrono a definire la politica globale.

Se invece si insiste nella narrazione della guerra come unica via da continuare a percorrere, e non si danno nuove chance alla diplomazia, si rischia di produrre qualcosa che assomiglia al fratricida e annoso scontro franco-tedesco del secolo scorso. Mentre tra Otto e Novecento francesi e tedeschi si scannavano per l’egemonia in Europa, a vincere alla lunga furono il Regno Unito e gli Stati Uniti. Nello scenario multilaterale attuale anche la guerra russo-ucraina-europea può esse vista come una guerra fratricida. E mentre Europa e Russia si combattono, il resto del mondo, guidato da Cina, India, Brasile prende il sopravvento. 

Vi è per questo l’urgenza che anche l’Occidente (per l’esattezza ormai solo più alcuni ristretti circoli ancora arroccati a difesa dei loro privilegi derivanti dall’unilateralismo e capaci di tutto per non rinunciarvi) si convinca che occorre contribuire al passaggio da una situazione “lose-lose” provocata dalla guerra a un sistema improntato alla logica “win-win”, di comune vantaggio per tutti. Non farlo, e crogiolarsi in narrazioni autoreferenziali, che non reggono al di fuori dell’Occidente, come sta succedendo ad esempio per la narrazione sull’Isis, può solo contribuire ad accelerare il declino anziché giovare alla rinascita dell’Occidente in un mondo sempre più multicentrico.

Via crucis, Pilato lascia spazio al peccato che incombe.

Malgrado l’iniziale esitazione di Pilato, la sentenza fu di condanna. C’era da accontentare il potere dei sacerdoti e dare soddisfazione al popolo appositamente sobillato per chiedere la giustizia che a loro piaceva secondo le convenienze della tasca. 

La guerra sparge ovunque i mattoni deturpati dalle schegge delle bombe, palazzi collassati dalla paura di altri colpi definitivi a condurli a morte, un continuo via vai di sfollati, strade desolate, d senza più spina dorsale, spezzate dalla polvere da sparo che ne intossica la tenuta. Tutta intorno, più vasta delle nuvole, la fame che ammanta gli spazi, mordendo per prima la pancia dei bambini. È questa la grazia che invocano gli adulti venendone sempre esauditi. Se piangono per la fame, non hanno lacrime per gli spari che piovono da ogni parte, così difendendosi dalla paura.

È venerdì. Pilato si è fatto da parte lasciando spazio al peccato di cattiveria che incombe. Da allora sono passati oltre duemila anni ma il quadro è del tutto attuale. Si dà inizio alla flagellazione, diversa da quella che conosciamo. Si intuisce appena un barcollante scheletro della casa di Pilato, ad occhio umano non si vedono soldati né ombra di altri presenti. C’è un vuoto assoluto, anche l’aria si è fatta da parte. Solo Cristo a ricevere colpi a più non posso da una mano ed una frusta invisibile. Manca persino la colonna a cui legare il suo corpo. Lo scenografo divino ha deciso così.

C’è un silenzio che fa inorridire un dolore che geme per non riuscire a dare spettacolo, a digiuno di condivisioni con uomini e donne a fare contorno alla esecuzione. Non sa su chi abbattersi e come eccitare i cuori dei carnivori che adorano vedere il sangue schizzare dalla schiena del condannato.

Il dolore si sente solo; forse urla ma non ha chi possa sentirlo, si sgola all’impazzata almeno per far in modo che egli stesso sia uno spettatore a cui arrivare. La schiena di Cristo è il crocevia delle parole dette nei secoli da uomini contro che se le dicono di santa ragione, da un tempo senza tappe. Ogni sillaba è una frustata che approda con la presunzione di essere quella definitiva e chiudere la partita, dicendo agli altri della vittoria. Un istante dopo, la replica di altre lettere e altre scudisciate di quelli che non si arrendono ed hanno ancora da dire la loro.

Il corpo di Cristo è un alfabeto scomposto di urla lacerate, accumulate nei millenni, che non trattengono più l’ordine della grammatica. Un giorno le tonsille si riposeranno ma il figlio di Dio è ormai segnato per sempre. Anche a Lui è stata tolta di imperio la parola. Gli hanno lasciato dei rantoli incomprensibili che suonano alle orecchie dei violenti come di provocazione, dal suono di vendetta ed allora ancora giù botte e colpi fino allo sfinimento.

Per leggere il testo integrale

Putin alza il tiro e punta all’Europa

Fonti vicine alla Casa Bianca, al Pentagono e al Dipartimento di Stato avanzano l’ipotesi che Putin, intensificando per numero e potenza di fuoco l’aggressione militare all’Ucraina, punti a giocare allo scoperto, avvalendosi di minacce e provocazioni: non più ‘operazione militare speciale’ ma dichiaratamente “guerra” vera e propria, estesa “oltre”, a cominciare dai Paesi Baltici, in primis l’Estonia. Come se il mondo che osservava cosa stava accadendo in questi due anni fosse stato composto da un’accozzaglia di minchioni disposti a credere al teorema della denazificazione e della riconquista delle sole regioni orientali dell’Ucraina. 

Non bastano le blasfeme benedizioni del Patriarca Kirill (ex KGB) a convincere il popolo russo sull’apertura delle porte del Paradiso per coloro che si immolano per la Patria. Aver perso più di 300 mila uomini sui campi di battaglia non ha indotto lo Zar a ripensamenti: la strategia era stata elaborata da tempo e puntava lontano. Le elezioni plebiscitarie-farsa al quinto mandato (inframmezzato dalla parentesi puramente formale del rincalzo Medvedev) con l’87% dei consensi, l’omicidio di Navalny e Prigozin e gli arresti di altri oppositori al regime stanno rinsaldando Vladimir Vladimirovic nel convincimento che nulla gli è precluso : un delirio di onnipotenza che va fermato senza permettergli di alzare l’asticella dei suoi ricatti. 

La violenza crescente con cui si sono intensificati i bombardamenti, il lancio ininterrotto di missili e droni non lascia spazio a possibili negoziati: ciò che chiede la comunità internazionale e ciò che il popolo stesso vorrebbe sono elusi dai progetti incendiari del Cremlino. Ormai l’asservimento dell’establishment interno è (apparentemente) totale e paradossalmente giova alla causa belligerante di Putin la strage terroristica alla Crocus City Hall di Mosca in cui hanno perso la vita almeno 139 persone mentre il numero dei feriti ha superato le 300 unità. 

La reazione dello Zar è apparsa calcolata e sequenziata: dopo il silenzio iniziale, l’ammissione che l’attacco terroristico è stato realizzato da un commando dell’ISIS, che peraltro ne ha rivendicato per due volte la paternità. Subito dopo la distinzione tra esecutori e mandanti del gesto criminoso in danno di innocenti cittadini, ha preso subito corpo la pista della matrice ucraina, con l’appoggio strategico degli USA e del Regno Unito (che simbolicamente, nell’immaginario collettivo rappresentano l’icona del mondo occidentale e della NATO). Dopo l’arresto sotto tortura dei 4 esecutori materiali della strage e di altri complici, la loro confessione non è bastata per identificare la fonte islamica dell’attacco. Dopo il discorso esplicito dello Zar sono intervenuti Nikolai Patrushev, segretario del consiglio di sicurezza, Alexsandr Bortnikov capo del servizio segreto FSB e Dimitri Peskov, portavoce del Cremlino per chiudere il cerchio: “gli attentatori sono stati addestrati in Medio Oriente sotto la guida di Kyiv, tanto è vero che dopo la strage al Crocus Cyti Hall sono fuggiti – -sulla stessa auto con cui erano arrivati – in direzione dell’Ucraina”. 

Peccato che proprio il Presidente della Bielorussia e fedele alleato di Putin, Aljaksandr Lukasenko, abbia smentito questa via di fuga e di “reimpatrio” affermando che gli attentatori integralisti islamici fossero diretti a Minsk, proprio per evitare il controllo al confine ucraino, il più militarizzato e presidiato del territorio. Ma il teorema della matrice ucraina con il supporto di USA e G.Bretagna era stato studiato a tavolino per giocare il risiko dell’escalation e coinvolgere in un colpo solo Kyiv e l’Occidente. Intanto l’agenzia Bloomberg scrive che “secondo quattro fonti vicine al Cremlino non ci sono prove del coinvolgimento di Kyiv nell’attacco terroristico” mentre gossip anonimi di Mosca confermano che Putin stesso era presente quando i suoi funzionari politici erano giunti a questa conclusione. 

Ciò nonostante TV e stampa – a cominciare da Vladimir Solovev – hanno martellato l’opinione pubblica russa – “fresca di elezioni plebiscitarie” – con un crescendo accusatorio contro Kyiv e “l’Occidente intero”. Girano intanto dei filmati degli oppositori interni russi secondo cui agenti dell’FSB erano fisicamente presenti nel teatro per allontanarsene chiudendo le vie di fuga prima delle raffiche di mitra che hanno falcidiato gli spettatori. Il teorema del coinvolgimento, di più, della matrice ucraina dell’attentato consente tuttavia a Putin, appena riconfermato Presidente di calare le sue carte, barando come ha sempre fatto secondo un teorema criminale che non riconosce il diritto di autodeterminazione dei popoli, eliminando fisicamente l’ opposizione interna e giocando sporco quando afferma di essere sempre stato disposto al negoziato mentre la distruzione dell’Ucraina è stata un crescendo impressionante di attacchi di ogni tipo, da Bucha a Mariupol, da Kharkiv a Zaporizhzhia, da Odesa a Kyiv, diurni, notturni, senza un solo giorno di tregua. 

L’Ucraina è il chiodo fisso di Putin, già dal momento in cui è salito al potere per volere di Eltsin; con la sua invasione tuttavia si sta dipanando un piano più ambizioso che mira all’Europa, all’Occidente e allo scontro con la NATO. Le strategie di lungo periodo dello Zar sono ambiziose e giocano anche sul sostegno diretto o indiretto di Cina e India: il suo piano dovrebbe in teoria concludersi entro questo quinto mandato presidenziale. 

Nel frattempo l’Europa inizia forse a capacitarsi di un pericolo imminente che va oltre le forniture di gas e il commercio di grano, oltre le stesse sanzioni doverosamente implementate, giacché appare all’orizzonte la catastrofe di un possibile attacco ai Paesi Baltici e ai confini occidentali dell’Ucraina. Fa specie, per quanto ci riguarda una certa superficialità con cui l’Italia si prepara alle elezioni europee: il refrain è sempre lo stesso: candidature, capilista, alleanze, manuale Cencelli, dominio dei partiti che non tengono conto dei problemi della società civile che ad onor del vero – parliamo delle tasche e degli interessi dei cittadini – guarda con sospetto e indifferenza l’appuntamento elettorale. Proprio nel momento in cui si addensano all’orizzonte nubi fosche e tristi presagi e qualcuno comincia a pensare all’utilità di un esercito europeo e – in primis – ad una coesione e compattezza necessarie. Finora l’Europa ha lanciato a Putin segnali di diffidenza ma anche di intrinseca debolezza. Dai talk show dopo i TG italiani emerge ad esempio quanto il filoputinismo sia infiltrato, riuscendo a mistificare e falsare le informazioni, e quindi alimentando lo sconcerto.

PoliticaInsieme | La democrazia d’investitura costituisce una brutale semplificazione.

[…]

Si è ripetuto in questi ultimi tempi che la proposta Meloni si porrebbe in un punto di mediazione tra eccessi del parlamentarismo e governabilità, ma essa risulta invece più estremista rispetto a quella del Presidenzialismo elettivo americano, perché ivi è rispettata rigorosamente la separazione dei poteri [Lo si vede attualmente, ogni giorno, dalla difficoltà che ha il Presidente Biden a far approvare dal Congresso – che alla Camera dei Rappresentanti ha una sia pur piccola maggioranza repubblicana – gli aiuti in armi all’Ucraina].

Infatti «il ddl. in esame si colloca al di fuori dei canoni ordinari che il costituzionalismo contemporaneo ha individuato come essenziali per la garanzia di democraticità del sistema e dei principi dello Stato di diritto» (ASTRID, Paper n. 93, Costituzione quale riforma? La proposta del Governo e la possibile alternativa, Passagli, ed. 2024).

Lo aveva espresso con icastica arguzia fiorentina il politologo prof. Sartori quando, scrivendo di Ingegneria costituzionale comparata, aveva sentenziato: «L’inserimento in un sistema parlamentare di un premier non rimuovibile eletto direttamente, è come mettere una pietra in un motore» [op. cit. VI ed. 2013, p. 131].

Detto ciò bastano adesso poche osservazioni sul tentativo della ultravolontaristica mediazione portata avanti da Libertà Eguale (Morando, Tonini e Ceccanti) e dalla Fondazione Magna Carta (Calderisi, Quagliariello e altri) che mira ad ottenere un testo condiviso, in quanto approvato dai 2/3 dei parlamentari, così da evitare il referendum costituzionale.

Su di esso, però, non tanto sul tentativo ma sulle premesse di queste avances, si è resa protagonista anche la ministra Casellati, che è andata al recente Seminario dove si discuteva sul da farsi, per ribadire che «dopo avere fatto tante concessioni all’altra parte [supposte concessioni dico io] resta però un punto ineludibile e non negoziabile, cioè l’elezione diretta del premier».

Ebbene se le cose stanno così, se il cuore della madre di tutte le riforme sta nell’elezione diretta della signora Meloni, allora il tavolo del negoziato non si apre neppure. Invece, se venisse rimossa questa pregiudiziale, si potrebbe intervenire a latere con poche modifiche mirate della Costituzione, che peraltro potrebbero essere veramente in numero minimo, anche perché gli elementi prevalenti sono senz’altro quelli di modifiche dell’assetto istituzionale con leggi ordinarie, a costituzione invariata.

Ma, insieme a ciò, si dovrebbe fare ben altro, mi riferisco a una profonda riscrittura della legge elettorale, vigente – il cosiddetto Rosatellum – così da eliminare tante storture presenti in questo momento: dalle liste bloccate alle pluricandidature. Penso all’opzione possibile per un maggioritario a doppio turno oppure per un proporzionale corretto, così da ottenere quanto è indispensabile per la governabilità, ma non di più, non eccessivamente su questo piano. A tale proposito sia la legge elettorale tedesca e la connessa sfiducia costruttiva, sia la legge elettorale spagnola potrebbero andare bene per il nostro caso.

Si tratterebbe poi di intervenire, finalmente, con una legge sui partiti politici, di attuazione dell’articolo 49 Costituzione, compresa la loro democratizzazione interna ed incluso il finanziamento pubblico, possibilmente contribuendo alle loro spese di funzionamento. Sarebbe un sostegno, neppure troppo indiretto, alla vita democratica.

Si potrebbe, anzi si dovrebbe intervenire e si deve intervenire sul bicameralismo perfetto e paritario, non nel modo incerto e confusionario del progetto Renzi, ma in altro e diverso e modo, tenuto conto anche di una necessaria rivitalizzazione delle autonomie regionali e locali e di una effettiva crescita dei principi di sussidiarietà e di solidarietà, ridando slancio anche al Terzo Settore e al protagonismo dei corpi sociali intermedi.

Si dovrebbe intervenire sui Regolamenti parlamentari, sullo statuto di garanzia per l’Opposizione, così come sulla disciplina dei decreti legge, maxi emendamenti e quant’altro. Ecco tutto questo si può fare con la legislazione ordinaria senza toccare la Costituzione e ricavando un beneficio di democraticità e di efficienza delle nostre istituzioni.

Da ultimo voglio terminare con due citazioni. La prima di Leopoldo Elia, nel testo prima citato, che dice così: «La nostra forma di governo può certo essere razionalizzata, ma non pervertita passando dalla delega ai vertici dei partiti, quale purtroppo c’è oggi, a quella illimitata ad un uomo o/a una donna soli; al contrario è necessario che la politica non sia sospesa, ma continui e perché con essa nessuno possa sottrarsi al principio di responsabilità» [Costituzione, una riforma sbagliata, cit., p. 367].

Da ultimo termino davvero con alcune riflessioni di una personalità importante, il cui nome vi dirò alla fine, e questo riguarda anche il punto toccato precedentemente del tentativo in corso di migliorare il testo e di addolcirlo in una seconda lettura. Ci ammonisce così questa autorità: «Alcuni esponenti della maggioranza parlamentare hanno affermato che il testo in via di approvazione verrà corretto o almeno migliorato, ma si tratta di un testo non migliorabile, che neppure si può correggere salvo una completa riscrittura estremamente difficile. I caratteri di fondo, il DNA, di questo testo sono identificabili in questi punti: un sistema di governo impraticabile, con forti rischi di paralisi istituzionale; un Primo ministro über alles; un significativo affievolimento del ruolo di arbitraggio del Presidente della Repubblica. Si tratta di caratteri che rendono il testo irrecuperabile, salvo a cancellare ogni cosa e a scriverlo daccapo, per intero.

Arrivo alla conclusione e che è questa: il testo così come oggi è, non è suscettibile di miglioramento. Si tratta di un testo il cui impianto è assolutamente da respingere. Va pertanto accolto il suggerimento di Leopoldo Elia volto a rappresentare alla pubblica opinione la gravità delle conseguenze di approvazione di questo testo. Non si tratta di un intento strumentale, perché realmente disastrosi sarebbero gli effetti di queste dissennate modifiche della Costituzione».

Adesso avrete la curiosità di sapere chi ha scritto parole così chiare e nette, tali da essere intitolate “Un testo dissennato e irrecuperabile”. L’autore che è stato da me fedelmente riportato si chiama Sergio Mattarella, (op. cit., pp. 213-215).

Concluderei dunque così: è opportuno – equum et salutare – restare nell’alveo della forma di governo parlamentare opportunamente razionalizzata e fondata sull’equilibrio tra i poteri, facendo tesoro delle migliori esperienze parlamentari dei Paesi europei, che non prevedono né l’elezione popolare né l’indicazione obbligatoria del Primo ministro.

 

Per saperne di più

https://www.politicainsieme.com/no-alla-democrazia-dinvestitura-di-enzo-balboni/

Dibattito | Il tentativo di Renzi di rifare il centro.

È condivisa l’idea che da soli e divisi non si va da nessuna parte, nel migliore dei casi, come è accaduto in questi anni, ci si riduce al ruolo di subalterni ininfluenti a destra o a sinistra. Il ruolo di esponenti dell’area ex Dc o popolari svolto in partiti di destra o di sinistra, come ben ci ammoniva Donat Cattin riferendosi ai cosiddetti “indipendenti di sinistra” (ma vale anche per quelli di destra), alla fine, è quella di coloro che si ridurranno a sperimentare come sia sempre “il cane che muove la coda”. 

Il tema della ripresa di un ruolo politico dei cattolici in Italia, già sottolineato dall’insegnamento degli ultimi papi, è stato recentemente evidenziato dai vescovi lombardi e non dovrebbe risultare estraneo nemmeno alle più alte gerarchie della Chiesa italiana. 

E l’altro tema, quello di un rinnovato soggetto politico che intenda assumere, nella totale autonomia e responsabilità laicale, l’ispirazione dall’umanesimo cristiano e dai principi della dottrina sociale cristiana, appare vieppiù cruciale; e cruciale se si vuole concorrere alla nascita di un centro nuovo della politica italiana, alternativo alla destra nazionalista e sovranista e alla sinistra alla ricerca affannosa della propria identità, attualmente condizionata da orientamenti di stampo radicale lontani dalla sua storica tradizione. Un centro ampio e plurale in cui possano ritrovarsi le migliori tradizioni repubblicane, unite dalla volontà di difendere e attuare integralmente la Costituzione. 

Ciò, per quanto ci riguarda, presuppone la ricomposizione della nostra area politica, sociale e culturale, vittima della suicida diaspora post-democristiana, per troppo tempo alla mercè di divisioni dettate da egoistiche logiche personalistiche, tuttora in atto. Le elezioni europee, regolate da una legge di tipo proporzionale, avrebbero dovuto essere l’occasione speciale per superare le vecchie casematte e per dar vita a una lista unitaria dei Democratici cristiani e Popolari. 

In realtà non abbiamo avuto la determinazione di impegnarci nella raccolta delle firme e, adesso, per quella strada non ci sarebbe più tempo. Divisi sulle prospettive di appartenenza alle diverse famiglie politiche europee, come conseguenza più delle scelte compiute e che si intendono consolidare in campo nazionale, tutte foriere di ruoli subalterni come su indicato, ciascuna di queste diverse realtà si sono orientate verso liste di amici di destra o di sinistra.

Conseguenza di tutto questo, il rischio di incrementare le fratture e le difficoltà di ricomposizione. Avendo come obiettivo strategico la nascita del nuovo centro della politica italiana, noi Democratici cristiani e Popolari, impossibilitati a costruire una lista da soli, dovremmo cercare di concorrere alla costruzione di una lista compatibile con i nostri valori e tale da porsi come strumento di ulteriore aggregazione al centro. Se non ora,  successivamente. Non mancano tentativi in questa direzione, volti a organizzare una lista di area centrale di Democratici cristiani e Popolari con Matteo Renzi e il partito di Italia Viva, non solo per eleggere qualche deputato al parlamento europeo, ma, soprattutto, per avviare il progetto del nuovo centro politico che sarebbe quanto mai prezioso per l’Italia.

Un’iniziativa che dovrebbe essere favorita dalla più ampia realtà del mondo cattolico italiano, se non vogliamo disperdere quanto di positivo la cultura politica dei cattolici democratici, liberali e cristiano sociali hanno saputo esprimere nella lunga storia dell’unità nazionale, drammaticamente interrotta con l’uccisione di Aldo Moro, la fine della prima repubblica e la successiva diaspora democratico cristiana. Spero che possa prevalere il buon senso e la disponibilità di quanti, al di là degli interessi personali dei singoli, sapranno operare per favorire la riuscita di questo progetto.

Condizioni geopolitiche internazionali e le difficoltà istituzionali interne rappresentate dall’ormai permanente astensione elettorale e conseguente rottura dell’equilibro tra gli interessi e i valori dei ceti medi produttivi e delle classi popolari, con un perdurante patologico bipolarismo forzato da una legge elettorale da cambiare; ecco,  condizioni come queste, importanti e gravi, reclamano la nascita di un centro politico nuovo che con molti amici Democratici cristiani e Popolari andiamo invocando da tempo. Un progetto che non può più essere rinviato.

AsiaNews | Mosca nell’occhio del mirino dei terroristi dell’Isis-K.

Vladimir Rozanskij

 

La cellula dell’Isis legata all’Afghanistan, il Vilayat Khorasan noto come “Isis-K”, ha rivendicato da subito la paternità dell’assalto alla Krokus City Hall in periferia di Mosca con la strage di 137 persone e centinaia di feriti. E l’autenticità di queste dichiarazioni è supportata anche dai video girati dagli stessi terroristi, nonostante i tentativi di Putin e dei russi di indirizzare i sospetti sui “nazisti ucraini” che addestrerebbero i terroristi contro la Russia per conto degli americani e dell’intero Occidente.

L’Isis-K è apparso per la prima volta nel 2014, come gruppo fiancheggiatore dell’Isis in Iraq, e il nome “Khorasan” richiama una regione poi scomparsa che si estendeva sui territori di Afghanistan, Iran e altre zone dell’Asia centrale. I suoi aderenti agivano nelle zone settentrionali e orientali dell’Afghanistan, ma nel 2019 furono sopraffatti nei combattimenti sia contro i talebani, sia contro la coalizione occidentale ancora presente nel Paese. In un rapporto del Consiglio di sicurezza dell’Onu del 2023 si parlava però di una crescita del movimento, che aveva superato i 6 mila miliziani, raccogliendo cittadini di Afghanistan, Azerbaigian, Iran, Russia, Turchia, Tagikistan e Uzbekistan.

Secondo l’analista di questioni militari, e ufficiale della polizia israeliana Sergej Migdal, l’attentato di Mosca è stato molto probabilmente organizzato dall’ala afghano-tagica dell’Isis-K. A suo parere, “la vergognosa ritirata degli americani del 2021 ha poi permesso al governo dei talebani di Kabul di mostrarsi come amici della Russia, e i suoi membri dalle lunghe barbe che passeggiano liberamente al Forum economico di San Pietroburgo, presto parteciperanno a concorsi musicali o sportivi insieme ai bielorussi e ai cinesi”. Il Khorasan in realtà reagirebbe a questa situazione, rimanendo storicamente avversario dei talebani, ritenuti “troppo morbidi” nel perseguire la vera purezza dell’Islam radicale.

L’Isis si mostra contrario anche al regime islamico iraniano, diventato a sua volta uno dei principali partner della Russia in Medio Oriente. Questo sarebbe il motivo dell’attentato compiuto a gennaio durante la cerimonia per l’anniversario dell’uccisione del generale Qasem Soleimani, dove oltre cento persone sono morte in seguito alle esplosioni provocate dal Vilayat Khorasan. “La Russia appoggia i talebani e gli iraniani perché sono contro l’America, non certo per amore delle pratiche islamiche – osserva Migdal – e l’Isis con la sua sezione afghana vede la Russia come principale sostegno ai suoi due peggiori nemici, i regimi di Kabul e Teheran”. Alcuni mesi fa ci fu anche un attentato proprio contro l’ambasciata russa in Afghanistan.

A soffrire particolarmente di questo intreccio di ostilità è poi proprio il Tagikistan, che vede molti suoi cittadini unirsi alle truppe afghane dell’Isis, vista l’impossibilità di esprimere posizioni islamiche radicali all’interno del Paese. Secondo il presidente Emomali Rakhmon, soltanto negli ultimi tre anni sono stati compiuti attentati in 10 Stati diversi con la partecipazione di 24 cittadini tagichi, che vengono spesso arruolati anche solo per soldi, sfruttando la vicinanza etnica e le tendenze religiose. Questo certo non giova alla reputazione di un Paese già considerato una delle peggiori dittature dell’Asia centrale, che deve subire anche lo smacco di essere associato al terrorismo e all’estremismo.

[…]

 

Per saperne di più

https://www.asianews.it/notizie-it/Il-Vilayat-Khorasan-tra-Russia-e-Tagikistan-60426.html

Per una politica umana: la riscoperta del cattolicesimo democratico.

La comunità italiana è profondamente smarrita, meglio angosciata. Da una parte la guerra “parziale” in uno con un crescente clima di odio, dall’altra un profondo dualismo tra la “narrazione” economica dell’ultimo ventennio e la realtà vissuta da decine di milioni di italiani, ha creato un quadro di grave rottura del principio di rappresentanza (democratica) come può evincersi dalla netta caduta dell’esercizio del diritto di voto (alle ultime politiche affluenza alle urne del 64%).

Tralasciando, per ora, gli effetti dei nuovi drammatici scenari geopolitici appare fondamentale indagare il malessere italiano dalla parte del dualismo tra narrazione economica e realtà vissuta dai cittadini.

Il cuore della narrazione economica è rappresentato dall’andamento del PIL nazionale nell’ultimo ventennio pari all’1,8% (equivalente ad una sostanziale stagnazione reale) sapientemente prospettato (TG dopo TG) come l’indice significativo di un andamento positivo dell’economia. Una fake news colossale che, non corrispondendo alla vita reale delle persone, disorienta e allontana dalla politica.

Ma perché si tratta di una fake? Procediamo con ordine. Un PIL reale stagnante non è mai un buon indicatore tranne che sia in atto una profonda modifica strutturale dell’economia come la dismissione di un settore bellico o la conversione di un altro (dalle automobili alle bici). Dunque il PIL reale italiano è già di per sé un indicatore della crisi italiana. E ciò senza considerare tre elementi che nel tempo hanno modificato profondamente il suo stesso “valore”.

Intendiamo riferirci alla “monetizzazione” dei prodotti servizi del PIL, alla sua patologizzazione e all’inedita concentrazione dello stesso (in termini di quota percentuale del reddito e del “patrimonio” detenuto dall’1% della popolazione).

All’inizio del terzo millennio abbiamo assistito ad una accelerazione del processo di monetizzazione, inteso come attribuzione di valore a beni definibili comuni. Si pensi all’esternalizzazione dei servizi familiari (una casalinga non produce reddito ma se decide di lavorare crea un doppio reddito: il suo e quello della donna di servizio che dovrà assumere per le faccende familiari). L’acqua pubblica non ha un valore monetario, quella privata cresce ogni giorno di più. Venti anni fa una partita di coppa dei campioni trasmessa dalla RAI valeva zero PIL, oggi i diritti televisivi del calcio e di tutti gli altri sport valgono intorno al 2% del PIL.

Parallelamente il PIL ha assorbito la valorizzazione di prodotti/servizi umanamente patologici, senza per questo volere esprimere giudizi morali. Si pensi all’inedito PIL prodotto dalle scommesse di gioco, dal consumo di alcool, dal fumo, dalla pornografia, dal cibo spazzatura. Come se ciò non bastasse il PIL (nella sua veste reddituale) ha subito una profonda redistribuzione a favore dell’1% della popolazione che ai nostri giorni detiene il 40% del patrimonio e guadagna il 25% del reddito nazionale.

L’effetto combinato di queste tre inedite tendenze porta ad una stima di un’effettiva diminuzione del PIL “buono” (come direbbe Draghi) per il 99% della popolazione italiana nell’ordine del 50%!

Ecco spiegato il profondo malessere nazionale: mentre “l’oligarchia” racconta di una sostanziale tenuta del Paese, il 99% della popolazione subisce sulla propria pelle il dimezzamento del “PIL buono” pro capite.

Da qui, dunque, bisogna ripartire, per creare le premesse di una nuova politica economica nazionale nella consapevolezza che in questa manipolazione sta la diabolica capacità dell’1% di governare il 99%, pur essendo in una democrazia dove 1 vale 1 in termini di voti!

In altri termini, il Paese e quindi la politica democratica hanno bisogno di un nuovo indicatore di sintesi del benessere economico: il PILb99. Ovvero il prodotto interno lordo decurtato dei beni e servizi patologici (secondo una commissione nazionale di assoluto rigore scientifico) percepito dal 99% della popolazione.

Una riforma che non costa nulla ma ridarebbe un fondamento economico oggettivo alla rappresentanza democratica.

In questo contesto, e solo in questo contesto assumerebbero valore e incisività specifiche politiche tese alla riconnessione comunitaria del tessuto sociale del Paese.

 

La politica fiscale

La progressiva riduzione delle aliquote ad una è semplicemente scandalosa. Il fondamento originario degli scaglioni fiscali era la progressività contributiva delle diverse classi sociali individuate dagli stessi. Ridurre ad una aliquota significa affermare che davanti al fisco siamo tutti uguali. Di contro proprio per incidere sul PILb99 le aliquote vanno estese introducendone almeno 2 nuove: da 100.000 a 500.000 euro; ed oltre 500.000 euro. Così come le percentuali IVA andrebbero modificate in funzione del valore sociale dei prodotti/servizi.  In un paese demograficamente vecchio è scandaloso che i pannolini per bambini hanno un’aliquota come quella di una Ferrari. Ne è tollerabile il regime fiscale successorio per i patrimoni superiori a 10 milioni di euro.

 

La politica industriale

È ampiamente condivisa l’opinione che l’industria nazionale nell’ultimo ventennio non abbia brillato per innovazione ed efficienza. Di contro sono a tutti noti gli utili conseguiti. E’ lecito quindi dedurre che essi sono il risultato dell’evoluzione oligopolistica dei mercati dei diversi settori che vanno riformati per ritornare ad una vera concorrenza nella consapevolezza che la nuova “lotta di classe” non è più tra operai e capitalisti ma tra multinazionali e imprese territoriali. Si pensi al settore delle energie rinnovabili la cui “natura” frazionabile è stata mortificata da barriere all’entrata volute dai grandi colossi, con il risultato, già evidente ma non del tutto esplicito, di avere regalato al capitale internazionale un settore che in sinergia con l’agricoltura e l’edilizia pubblica avrebbe potuto produrre  nuova diffusa ricchezza: un potenziale grande asset strategico del Paese. 

In questa prospettiva assumono rilevanza tematiche specifiche di civiltà, quali una nuova regolamentazione degli allevamenti intensivi che andrebbero semplicemente eliminati, riportando gli animali alla terra; ripristinare il regime pubblico dell’acqua; avviare una profonda riflessione sull’obsolescenza programmata con particolare riguardo a quella di origine pubblica in specie nei settori della mobilità, nell’edilizia e delle nuove tecnologie.

 

La politica bancaria

Trent’anni or sono il sistema bancario nazionale registrava una originale composizione tra pubblico e privato, tra piccole e grandi realtà, tutte comunque in mano nazionali con una adeguata capacità di soddisfare la variegata domanda, nonché di veicolare il debito pubblico verso i portafogli italiani. Oggi assistiamo all’operare di un regime oligopolistico a controllo estero che registra rilevanti profitti con un debito pubblico prevalentemente in mani extra nazionali. Forse sarebbe il caso di una riflessione anche solo per riprendere in considerazione un processo di separazione tra banca commerciale e banca di affari. Anche se è evidente che la BCE non lo permetterà mai, almeno sino alla prossima crisi sistemica, che potrebbe essere indotta da un allargamento degli conflitti geopolitici, atteso che oggi non c’è rapporto tra il PIL mondiale e l’enorme quantità di ricchezza finanziaria.

 

La politica sociale

Un mondo sempre più complesso e dinamico riducendo  le relazioni e le certezze familiari, in uno con la instabilità lavorativa, accresce la domanda di protezione pubblica. Con questa consapevolezza occorre una nuova e ambiziosa politica sanitaria e formativa invertendo i trend privatistici. Ma non basta. Finita la polemica strumentale sul reddito di cittadinanza, occorre ripensare ad una misura che non lasci nessuno senza cibo, servizi essenziali e casa.

Tra Renzi e la Bonino un patto di sopravvivenza

Costituisce senz’altro un fatto da registrare positivamente l’accordo dato per raggiunto dai media fra Italia Viva e Più Europa per la presentazione di una lista comune alle prossime Europee. Un’intesa che dovrebbe consentire a due forze facenti parte della stessa famiglia europea di Renew Europe sotto la cui insegna questa volta corrono anche Pde e Alde, di superare agevolmente lo sbarramento. I partiti di Renzi e Magi infatti, sono a forte rischio quorum e questa decisione potrebbe aiutare entrambi a superare la soglia del 4%. E un non impossibile allargamento di tale accordo al partito di Calenda potrebbe fare addirittura sperare in un risultato a due cifre, anche se alle elezioni le somme aritmetiche valgono meno della proposta politica che sarà percepita dall’elettorato.

Altro dato importante da sottolineare di questa intesa è il probabile nome della lista per gli “Stati Uniti d’Europa”. Un segno distintivo che deve rimandare alla necessità per l’Europa di compiere quel salto di qualità indispensabile a poter stare nel gruppo delle  potenze di questa epoca post-unipolare. Viene spontaneo il collegamento con l’agenda delle priorità per la riforma dell’Unione Europea delineato da Mario Draghi con autorevolezza nel dibattito internazionale. Un riferimento che dovrà trovare una giusta misura, da un lato per evidenziare con chiarezza il sostegno della nascente lista per l’unità europea alle proposte dell’ex presidente del Consiglio e della Bce, e dall’altro per evitare di politicizzare quella che rimane una figura “tecnica”, una grande risorsa al servizio dell’Ue e di tutti.

Credo non si possa nascondere nel contempo neanche che si tratta di un accordo che manifesta qualche limite, e bisognerà lavorare per superarlo. Il limite maggiore per responsabilità di tutti coloro, nessuno escluso, che in questi anni hanno rilanciato la necessità di una ricomposizione del centro, è lo stato di necessità, dovuto  al superamento del quorum, che ha consigliato l’intesa. Si tratta di un passo avanti, non di una proposta organica. Questo passo avrebbe dovuto essere, invece, il risultato di una politica, e lo dovrà essere comunque, se si vorrà apparire credibili alle elezioni. Scontiamo ora il fatto che non si è avviato ancora alcun significativo percorso di partecipazione per aprire una fase costituente di un partito di centro. Si è restati nella frammentazione e di ciò sinora, chi più ne ha tratto vantaggio, è sembrato essere il partito di Antonio Tajani.

Vi è poi da capire come sarà definita e riconosciuta la partecipazione alla lista per gli Stati Uniti d’Europa di quelle sigle che fanno riferimento al popolarismo, e che si dimostrassero interessate ad aderirvi. Alla spicciolata, in forma anonima di adesioni personali o con il riconoscimento di una specificità di un’area culturale e di una relativa quota nel progetto? Si tratta, a mio avviso, non solo e non tanto di una questione di spazi ma soprattutto di definire la possibilità per offrire un contributo specifico che non potrà che arricchire nel suo insieme la proposta della lista.

La concorrenza è molto agguerrita. Candidature come quelle, per citarne un paio,  di Marco Tarquinio o di Fabio Pizzul, nel Partito Democratico appaiono fortemente attrattive a un elettorato cattolico e popolare che vuole che l’Europa torni a essere una potenza di pace, riconciliandosi con le sue ragioni fondative. Anche il mondo delle PMI, delle straordinarie filiere produttive italiane non è entusiasta dei muri che si stanno costruendo nell’Est Europa e verso l’Estremo Oriente. L’economia ormai globalizzata e interdipendente non la si può più disaccoppiare a piacimento senza creare problemi al tessuto produttivo.

Ecco allora la necessità di collegare il traguardo degli Stati Uniti d’Europa, e della lista che lo sostiene, a una nuova visione del mondo. Non si può rimanere intrappolati nella difesa di un ordine basato sull’egemonia occidentale, che non esiste più nei fatti, e tentare con tutti i mezzi, come cercano di fare alcuni – compresa una guerra senza fine, che dura ormai, nei suoi vari pezzi, da oltre trent’anni – di tenerlo in piedi anche rispetto a chi è più titubante. Il prezzo per l’Europa sarebbe altissimo, e un azzardo sarebbe non cambiare strategia.

Se si saprà, proprio attraverso l’arricchimento di diversi filoni culturali, tra cui quello cattolico-democratico e popolare, rendere la lista frutto dell’intesa tra Italia Viva e Più Europa, plurale e partecipata, si farà un servizio alla democrazia, motivando magari anche qualcuno in più a uscire dall’area di un astensionismo causato da un lungo deficit di offerta politica, che si è trascinato e accresciuto negli anni.