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La rivolta della borghesia nel voto a destra del 1994

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Alle elezioni del 27 e 28 marzo il Partito popolare ha raccolto nella quota proporzionale oltre 4 milioni di voti.Proposto così, nelle sue cifre assolute, il risultato resta tuttaltro che marginale. Perciò la nostra collocazione non può essere ridotta a un problema solo di schieramento.Non labbiamo fatto prima delle elezioni, sarebbe paradossale dividerci adesso su tale questione. Adesso che, per coerenza con le scelte compiute abbiamo pagato un prezzo così alto nuovo al meccanismo maggioritario. Ilproblema delle alleanze esiste e dobbiamo tenerlo presente fin dora, ma cominciando a fare bene lopposizione.

Che cosa ci ha detto il voto di fine marzo? Che tutta una parte della borghesia del paese si è rivoltata contro il vecchio sistema politico. Una borghesia dellimprenditoria, del risparmio, delle professioni, dellapparato pubblico privato. Più la media e piccola borghesia del paese, e non la grande. E infatti gli Agnelli, i De Benedetti, i Visentini da quale parte stavano? Una borghesia che da tempo si sentiva stretta in un contesto generale nel quale pure era cresciuta ma che non funzionava più…Che si sentiva oppressa, anche il piccolo operatore di più diversi settori, da logiche inefficienti, spesso superabili solo attraverso il sistema del padrinato e della corruzione. E che avvertiva invece al suo interno una grande voglia di semplificazione, di creatività e di capacità di esprimersi.

È qui che la rivolta contro il vecchio si è legata a unidea di cambiamento e di novità. Perché in tanti hanno creduto di vedere in Bossi, in Fini e soprattutto in Berlusconi i simboli, gli emblemi di questa possibilità di movimento. Solo in parte il voto è stato la richiesta miracolistica di una soluzione dallalto dei problemi, la domanda di protezione di interessi egoistici e laffrettarsi trasformistico sul carro del vincitore. Dobbiamo fermare di più la nostra attenzione sul desiderio, sullaffermazione di questa vasta borghesia di voler assumere un ruolo di classe dirigente; e di volerloesercitare in una condizione generale più moderna e più rapida di leggi, di burocrazia, di amministrazione, contro un dirigismo lento e solo in parte utilmente assistenziale.Risposte concrete a quotidiani bisogni concreti. Questo è stato nelle sue migliori intenzioni, il grande moto borghese del 27 e 28 marzo. Quello che ha prodotto la differenza, come il carico nella stiva che smuove di qua o di là la nave.Lidea, il credere di conquistare finalmente più spazio per la propria capacità di iniziativa, la raccomandazione del merito contro quella del padrinato.

Certo che tutto ciò è in parte una illusione. Che in parte tutto ciò nasconde una debolezza e una responsabilità proprio della borghesia italiana nel non aver contribuito a costruire gradualmente il processo delle novità del Paese.Ma sta di fatto che adesso questa speranza si è manifestata con forza, ed è sorta contro il vecchio sistema e fuori di esso, immaginando di aver trovato altri riferimenti.Riferimenti più estemporanei che credibili e autorevoli, ma egualmente ritenuti da una maggioranza di italiani quelli possibili, quelli degni di maggiore fiducia, salvo la squallida prova di sé che tali riferimenti hanno subito cominciato a dare dopo il voto.

Il Mulino | Il nazionalcapitalismo avanza tra modello socialdemocratico e modello liberista

Oggi l’ascesa del nazionalcapitalismo tra le classi dirigenti è frenata da due ostacoli. Il primo è che è cessato il “pericolo comunista”, che ebbe un ruolo chiave nei divorzi tra capitalismo e democrazia sia tra le due guerre mondiali sia durante la Guerra fredda. Il secondo è che oggi l’élite del capitalismo è globalizzata. La concentrazione del potere economico e dell’influenza politica si trova nella finanza e nelle industrie immateriali (telecomunicazioni, mass media, intelligenza artificiale ecc.). Per costoro la (ri)nazionalizzazione del capitalismo è un pericolo serio. E dall’altra parte del fronte questo scontro viene molto ben volentieri enfatizzato attraverso la retorica contro le élite cosmopolite, antipopolari, senza patria (e senza Dio).

I leader d’ispirazione nazionalcapitalista alla guida di Paesi occidentali, finora, non hanno prodotto i disastri economici previsti dagli economisti mainstream. Ciò è dovuto solo in parte alla moderazione delle promesse elettorali insita nelle responsabilità di governo. Tuttavia il loro modello di ricomposizione sociale sotto il grande mantello protettivo della Nazione è contraddittorio in quanto esso stesso crea nuova polarizzazione e frammentazione. La valvola di sfogo del debito pubblico crea instabilità finanziaria ed erode la sovranità nazionale, soprattutto per i Paesi membri dell’Unione europea.

A favore dei nazionalcapitalisti giocano però le contraddizioni create e lasciate dal capitalismo globalizzato. Per giunta la pandemia Covid-19 e la guerra della Russia all’Ucraina (che pure qualcosa hanno a che fare con una globalizzazione non governata) hanno fatto precipitare le condizioni per la “deglobalizzazione”, ossia una ristrutturazione dell’economia mondiale per blocchi geopolitici, tracciati secondo criteri di sicurezza strategica nazionale, in cui le pure logiche di mercato sono messe in secondo piano. Su questo fronte sono eloquenti alcuni passi compiuti anche dall’amministrazione Biden.

In questo quadro una parte importante della classe dirigente economica, con il pragmatismo “né di destra né di sinistra” che la contraddistingue, può diventare nazionalcapitalista, o lo sta già diventando, specie nei Paesi dove sono meno presenti i settori globalizzati ricordati prima, e meno consolidati sono gli stili di vita libertari e cosmopoliti, come l’Italia e la fascia orientale dell’Unione europea. La linea rossa dei principi democratici non negoziabili che il nazionalcapitalismo non deve oltrepassare potrebbe spostarsi sempre più in là, e magari dissolversi.

https://www.rivistailmulino.it/a/il-nazionalcapitalismo?&utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Strada+Maggiore+37+|+22+giugno+[9173]

L’allarme sul berlusconismo lanciato da Martinazzoli all’atto delle sue dimissioni

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C’è un vincitore di queste elezioni e si chiama Berlusconi. Si deve a lui se una destra missina, certamente in crescita ma gravata dal peso della sua origine e della sua ideologia, e un movimento leghista in crisi di assestamento sono stati trascinati al ruolo di una “grande destra“.

Il riconoscimento di questa demiurgia illumina, peraltro, i problemi che si trascina appresso. Riguardano, questi problemi, i nodi essenziali delle democrazie moderne e, specificamente, la qualità della vocazione politica italiana. Se il “berlusconismo“ ha potuto essere definito con la formula gobettiana dell’autobiografia della nazione, occorre anche andare ben al di sotto della superficie iridescente del fenomeno per tornare a leggere, là dove si colloca, la consistenza storica della questione.

Questa riflessione faranno bene ad alimentarla anche i mondi cattolici, cui tocca di uscire dalla letteratura del “dover essere“ per prendere atto di una scelta – di resistenza o di insignificanza – che li riguarda nell’attualità e nella realtà della politica.

Bisognerà pure indagare il senso che si vuole attribuire alla immagine, ormai corrente, della “seconda repubblica“, spesso dichiarata come ripudio dei valori storicamente fondanti della prima repubblica. Stando così le cose, ciò che conviene è la chiarezza: chi ha vinto ha il dovere di governare, chi ha perso ha il dovere dell’opposizione. Solo così, e non per una mistificazione ma nel vivo della politica, potrà illimpidirsi questa stagione democratica e tornare a formarsi l’opinione e il giudizio degli italiani su questo presente piuttosto che su un passato da rimpiangere o da maledire.

In questa condizione il Partito popolare è chiamato ad una prova decisiva. La sua misura, pur breve ma accentuata nella prova elettorale, non gli nega una sorte ma gli impone decisioni lucide, continuità di scelte, un lavoro accanito ed intenso. Ma poiché gli insuccessi elettorali portano, inevitabilmente, all’indugio dei processi sulla responsabilità è bene che queste siano riconosciute ed accettate. Così è avvenuto, serenamente avvenuto. Per fedeltà.

[Qui abbiamo riportato solo la seconda parte della nota apparsa in prima pagina su “Il Popolo” del 31 marzo 1994]

L’Osservatore Romano | La storia di Ringhio commovente simbolo di Corchiano.

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Esiste anche una Banca dei racconti per custodire e tramandare la memoria di questo luogo e della sua comunità. Corchiano è diventato così il paese dell’inclusione e le avventure di un cane randagio hanno finito con l’esserne il tenero, commovente simbolo.

Una storia di straordinaria grazia che Battisti così ricorda: «Un mattino si affacciò in paese un cane — taglia media, pelo rosso, carattere dolce ma determinato — e conquistò subito il cuore di quasi tutti per il suo essere così partecipe alla vita del paese e presente a tutte le ricorrenze, sia civili che religiose. Il suo luogo prediletto era la chiesa, tanto che fu chiamato Ringhio per la sua abitudine di ringhiare a chi dalla chiesa cercava di allontanarlo.

Quando ottenne da don Domenico il permesso di assistere alle funzioni in fondo alle scale dell’altare, gli rimase il nome, ma di ringhiare non ebbe più bisogno. Senza saperlo aveva ottenuto non solo una libertà per sé ma anche per gli altri: con lui, infatti, si interruppe la tradizione che voleva i cani fuori dalle chiese.

Ringhio, fra le altre, aveva una caratteristica singolare, assumeva sempre un atteggiamento idoneo alla circostanza: seguiva mesto i riti funebri, scodinzolava felice ai matrimoni, precedeva festoso la banda musicale. Insomma in poco tempo divenne il cerimoniere di Corchiano e in più era amatissimo dai bambini che accompagnava al mattino a scuola aspettando poi paziente il suono della campanella che ne annunciava l’uscita.

Fu l’incomprensibile avversione di pochi a guastargli la vita. Dopo essere stato segnalato all’autorità giudiziaria, Ringhio fu catturato e chiuso in un canile dove, perdute libertà, affetti e abitudini, cominciò a lasciarsi morire rifiutando il cibo. Discutemmo in Municipio su come riportarlo a casa e trovammo infine la soluzione.

Lo nominarono ufficialmente, con un atto deliberativo, “cane di comunità” con assicurazione e chip a carico del Comune. Ringhio tornò così alla sua vita e nella vita di tutti noi».

Le vicende di questo cane, un tempo randagio poi non di uno solo ma di tutti, riassumono le virtù di una comunità, la generosità di un medico che non si è mai risparmiato mettendo mente e cuore al servizio di tutti e l’impegno di amministratori che hanno esercitato le loro funzioni pubbliche nella ricerca del bene comune. È una di quelle storie che consola e che ci ricorda che non dobbiamo mai né arrenderci, né rassegnarci. Un modello diverso di convivenza civile è possibile, fare e fare bene significa cominciare a cambiare il mondo.

Questo è un estratto dell’articolo pubblicato su L’Osservatore Romano.

L’articolo completo, molto interessante,  lo trovate online sul sito de L’Osservatore Romano.

Mes: c’è tensione dopo il parere del Mef ma il governo non cambia linea e vuole un rinvio

Sul Mes la linea del governo non cambia e non c’è una divergenza “politica” sulla questione. E’ questo ciò che filtra da Palazzo Chigi, dopo la pubblicazione della lettera che il ministero dell’Economia ha inviato alla commissione Esteri della Camera, presieduta da Giulio Tremonti.

La valutazione del Mef era stata richiesta lo scorso 27 aprile, a un mese dall’incardinamento delle due proposte di legge di Pd e Iv per la ratifica del Mes, che solo l’Italia ancora non ha adottato, nonostante il ‘pressing’ di Bruxelles e di alcuni Stati membri. Nel documento, firmato dal capo dipartimento di via Venti Settembre, si afferma – tra le altre cose – che “sulla base di riscontri avuti da analisti e operatori del mercato, è possibile che la riforma del Mes, nella misura in cui venga percepita come un segnale di rafforzamento della coesione europea, porti ad una migliore valutazione del merito di credito degli Stati membri aderenti, con un effetto più pronunciato per quelli a più elevato debito come l’Italia”.

Parole che appaiono fuori linea con quanto affermato più volte dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, secondo cui il Meccanismo europeo di stabilità è uno “stigma”, uno strumento inutile perchè “non è stato mai utilizzato da nessuno”. Però, si fa notare da piazza Colonna, quello del Mef è un parere “tecnico” e non “politico”, che non cambia la valutazione più volte espressa: il Mes è “una parte di una serie di strumenti” a partire dal nuovo Patto di stabilità, “che vanno discussi nel loro complesso” e dunque “sarebbe stupido aprire il tema adesso”.

Le due proposte di legge, però, creano imbarazzo nel governo e nella maggioranza. L’esame in commissione è stato intanto rinviato di 24 ore, a giovedì, mentre sono in corso “interlocuzioni” tra Palazzo Chigi e la maggioranza. La bocciatura ‘tout court’ delle due proposte è una strada possibile, anche se si preferirebbe evitarla per non esporre l’Italia a una ‘figuraccia’ internazionale. Per questo la via maestra che il centrodestra vorrebbe percorrere – spiegano fonti parlamentari – è un rinvio, almeno a dopo l’estate, dell’esame in Aula al momento previsto il 30 giugno, mentre prosegue il confronto con Bruxelles. Anche se la Lega ribadisce il suo “no” alla ratifica.

L’opposizione, però, non ci sta e attacca. Il leader M5s Giuseppe Conte parla di “governo allo sbando” e anche per la segretaria Pd Elly Schlein “la maggioranza è nel caos”. Secondo Maurizio Lupi, di Noi moderati, però, “è chiaro che nella maggioranza di governo esistono sensibilità diverse e che la firma di un importante impegno internazionale richiede attenzione, ma, come sempre, si troverà una sintesi in Parlamento e il centrodestra voterà compatto quando sarà il momento”.

Un capitolo a parte merita quello che è accaduto sul Dl lavoro: in mattinata il governo è andato sotto in commissione Bilancio al Senato dove sono stati bocciati i pareri sugli emendamenti presentati dalla relatrice Paola Mancini di Fratelli d’Italia. A mancare, secondo quanto sostenuto dall’opposizione, i voti dei membri di Forza Italia. Un incidente, secondo Riccardo Magi di +Europa, che mostra come stia “scattando la resa dei conti dopo la scomparsa di Berlusconi”. Dal governo si minimizza, ma la situazione degli azzurri è tenuta sotto osservazione. “Questi problemi, con il taglio del numero dei parlamentari, si verificano – riflette un esponente dell’esecutivo -. Certo è che se nelle prossime settimane si dovessero ripetere episodi del genere potrebbe emergere un problema di tenuta del gruppo. Staremo a vedere”.

Cosa ha detto Blinken a Helsinki sulla minaccia della Russia

[…] Per la prima volta ho assistito con i nostri alleati a Bruxelles all’alzabandiera della Finlandia presso la sede della NATO. Il Presidente Niinistö ha dichiarato, e cito: “L’era del non allineamento militare in Finlandia è giunta al termine. Inizia una nuova era”.

È stato un cambiamento epocale, addirittura impensabile tornando indietro di un anno. Prima dell’invasione in grande stile della Russia in Ucraina, un finlandese su quattro sosteneva l’adesione del paese alla Nato. Dopo l’invasione, tre finlandesi su quattro si sono convinti dell’adesione. Non è stato difficile per i finlandesi calarsi nei panni degli ucraini. Avevano già vissuto la stessa condizione nel novembre 1939, quando l’Unione Sovietica ha invaso la Finlandia. Come l’operazione “speciale” del Presidente Putin contro l’Ucraina, la cosiddetta “operazione di liberazione” dell’URSS accusava falsamente la Finlandia di provocare l’invasione. Al pari dei russi con Kiev, i sovietici erano sicuri di conquistare Helsinki in poche settimane – tanto sicuri che Dmitri Shostakovich compose musica per la parata della vittoria prima ancora dell’inizio della guerra d’inverno. Come Putin in Ucraina, allorché Stalin stentava a sopraffare la feroce e determinata resistenza dei finlandesi, passò a una strategia di terrore, incendiando interi villaggi e bombardando così tanti ospedali che i finlandesi cominciarono a coprire i simboli della Croce Rossa sui tetti. Alla stessa maniera dei milioni di rifugiati ucraini di oggi, centinaia di migliaia di finlandesi furono costretti a lasciare le proprie abitazioni a causa dell’intervento sovietico. Tra questi c’erano due bambini, Pirkko e Henri, le cui famiglie dovettero abbandonare le loro case in Carelia – i genitori del nostro ospite, il sindaco della città.

Per molti finlandesi, i paralleli tra il 1939 e il 2022 sono apparsi evidenti. Valeva un sentimento viscerale. E non si sbagliavano. Capirono che se la Russia violava i principi fondamentali della Carta delle Nazioni Unite – sovranità, integrità territoriale, indipendenza – dando la misura del loro arbitrio in Ucraina, avrebbero messo in pericolo anche la pace e sicurezza della Finlandia. Anche noi lo abbiamo capito. Per questo motivo, nel corso del 2021, mentre la Russia aumentava le minacce contro Kiev e accumulava sempre più truppe, carri armati e aerei ai confini dell’Ucraina, abbiamo fatto ogni sforzo per ottenere da Mosca una de-escalation della crisi e risolvere le questioni attraverso l’azione della diplomazia. Il presidente Biden ha detto al presidente Putin che eravamo pronti a discutere delle comuni preoccupazioni in materia di sicurezza – un messaggio che ho ribadito più volte, anche di persona, al ministro degli Esteri Lavrov. Abbiamo fornito proposte scritte per ridurre le tensioni. Insieme ai nostri alleati e partner, abbiamo utilizzato ogni sede per cercare di prevenire la guerra, dal Consiglio NATO-Russia all’OSCE, dalle Nazioni Unite ai nostri canali diretti.

In questi incontri, abbiamo delineato due possibili percorsi per Mosca: un percorso diplomatico, che avrebbe portato a una maggiore sicurezza per l’Ucraina, la Russia e tutta l’Europa; oppure un percorso di aggressione, che avrebbe comportato severe conseguenze per il governo russo. Il presidente Biden ha chiarito che, indipendentemente dal percorso scelto dal presidente Putin, saremmo stati pronti. E se la Russia avesse scelto la guerra, ci saremmo impegnati a fare tre cose: sostenere l’Ucraina, imporre costi severi alla Russia e rafforzare la NATO, riunendo alleati e partner attorno a questi obiettivi. Mentre le nubi tempestose si addensavano, abbiamo incrementato l’assistenza militare, economica e umanitaria all’Ucraina. Prima nell’agosto 2021, e poi nuovamente a dicembre, abbiamo inviato attrezzature militari per rafforzare le difese dell’Ucraina, inclusi i missili Javelin e gli Stinger. E abbiamo schierato una squadra del Cyber Command degli Stati Uniti per aiutare l’Ucraina a proteggere dagli attacchi informatici la rete elettrica e le altre infrastrutture critiche.

Abbiamo preparato un insieme senza precedenti di sanzioni, alzato i controlli sulle esportazioni e innescato altre misure economiche per determinare severe e immediate conseguenze alla Russia in caso di un’invasione su larga scala. Abbiamo preso misure per non lasciare alcun dubbio sul fatto che noi e i nostri alleati avremmo mantenuto l’impegno a difendere ogni centimetro del territorio NATO. E abbiamo lavorato incessantemente al consolidamento dei rapporti con alleati e partner per aiutare l’Ucraina a difendersi, bloccando le mire di Putin su obiettivi strategici. Fin dal primo giorno del suo mandato, il presidente Biden ha spinto sulla ricostruzione e rivitalizzazione delle alleanze e delle partnership americane, sapendo che siamo più forti quando lavoriamo insieme a quanti condividono con noi interessi e valori. Prima dell’invasione russa, abbiamo dimostrato la potenza di queste partnership – coordinando le linee di pianificazione e strategia anti-aggressione, con la NATO l’UE il G7 e gli altri alleati e partner di tutto il mondo.

Durante le fatidiche settimane di gennaio e febbraio 2022, è diventato evidente che nessuno sforzo diplomatico avrebbe cambiato la decisione del Presidente Putin. Aveva scelto la guerra. Il 17 febbraio 2022 mi sono rivolto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per avvertire il mondo dell’imminente invasione russa dell’Ucraina. Nel mio discorso, ho delineato i passaggi che la Russia avrebbe intrapreso, tra cui la creazione di un pretesto e l’utilizzo di vari mezzi come missili, carri armati, truppe e attacchi informatici per colpire obiettivi pre-identificati, inclusa Kyiv. L’obiettivo era rovesciare il governo democraticamente eletto dell’Ucraina e cancellare la sua indipendenza come nazione. Sebbene avessimo sperato di essere smentiti, le nostre paure sono state confermate. Una settimana dopo il mio avvertimento, il Presidente Putin ha lanciato l’invasione.

Per tutta risposta, gli Stati Uniti hanno agito prontamente e risolutamente in un quadro di solidarietà con i nostri alleati e partner. Abbiamo mantenuto i nostri impegni sostenendo l’Ucraina, imponendo costi alla Russia e rafforzando la NATO. Insieme ai nostri alleati e partner, abbiamo lavorato per raggiungere questi obiettivi. L’Ucraina, con il nostro sostegno collettivo, ha difeso coraggiosamente il suo territorio, la sua indipendenza e la sua democrazia. La guerra di aggressione di Putin contro l’Ucraina si è rivelata un fallimento strategico, accusando significativamente la diminuzione del potere militare, economico e geopolitico della Russia e la sua influenza per gli anni a venire. Cercando di esibire forza, Putin ha rivelato invece debolezza. I suoi tentativi di dividere hanno solo unito. Quello che cercava di impedire, si è al contrario realizzato. È un risultato non è casuale giacché scaturisce dal coraggio e dalla solidarietà del popolo ucraino, come pure dalle azioni concrete e decisive intraprese da noi e dai nostri partner per sostenere il Paese. Inoltre, gli obiettivi strategici a lungo termine di Putin, consistenti nell’indebolire e dividere la NATO, si sono rivelati controproducenti. Prima dell’invasione russa della Crimea, e dell’Ucraina orientale nel 2014, la posizione della NATO rifletteva una convinzione condivisa circa il fatto che un conflitto in Europa fosse improbabile. Gli Stati Uniti e molti paesi europei avevano ridotto la loro presenza militare in Europa e la NATO considerava la Russia alla stregua di un partner.

Tuttavia, a seguito dell’invasione nel 2014 della Crimea e del Donbas, questa tendenza è mutata. Gli alleati si sono impegnati a spendere il due per cento del PIL per la difesa e hanno dispiegato nuove forze lungo il confine orientale dell’Alleanza atlantica in risposta all’aggressione russa. L’Alleanza ha accelerato la sua trasformazione proprio a seguito dell’invasione russa, non per costituire una minaccia o perché la NATO cerchi il conflitto. La NATO è sempre stata e sarà sempre un’alleanza difensiva. Tuttavia, l’aggressione, le minacce e le provocazioni nucleari della Russia ci hanno spinto a rafforzare la nostra deterrenza e quindi il nostro sistema di difesa. Poche ore dopo l’invasione, abbiamo attivato la Forza di Risposta difensiva della NATO. Nelle settimane successive, diversi alleati, tra cui il Regno Unito, la Germania, i Paesi Bassi, la Danimarca, la Spagna e la Francia, hanno inviato tempestivamente truppe, aerei e navi per rafforzare il confine orientale della NATO. Abbiamo raddoppiato il numero di navi che pattugliano i mari del Nord e il Baltico, nonché il numero di gruppi di combattimento nella regione. Gli Stati Uniti hanno stabilito la loro prima presenza militare permanente in Polonia. E, naturalmente, la NATO ha aggregato la Finlandia come suo trentunesimo alleato, e presto aggregheremo la Svezia come trentaduesimo.

Mentre ci avviciniamo al Vertice della NATO a Vilnius, il nostro messaggio comune sarà chiaro: gli alleati della NATO sono impegnati a potenziare il loro schema di deterrenza e di difesa, la spesa per un dispositivo militare difensivo più potente e intelligente, i legami sempre più profondi con i partner dell’Indo-Pacifico. La porta della NATO è aperta ai nuovi membri, e rimarrà aperta. L’invasione della Russia ha anche spinto l’Unione Europea a fare di più, insieme agli Stati Uniti e alla NATO, più di quanto sia stato fatto in passato. L’UE e i suoi Stati membri hanno fornito all’Ucraina oltre 75 miliardi di dollari per garantire un adeguato sostegno militare, economico e umanitario. Ciò include 18 miliardi di dollari per l’assistenza in materia di sicurezza, dai sistemi di difesa aerea ai carri armati Leopard, alle munizioni. Coordinandosi strettamente con gli Stati Uniti, il Regno Unito e altri partner, l’UE ha adottato le sanzioni più energiche mai viste, immobilizzando oltre la metà degli asset sovrani della Russia. Inoltre, le nazioni europee hanno accolto più di 8 milioni di rifugiati ucraini, ai quali non solo è stato concesso l’accesso ai servizi pubblici, ma anche il diritto di lavorare e studiare. […]

Blinken ha parlato di fronte a una platea qualificata – presente il sindaco della capitale, Juhana Vertiainen, e altre autorità – che aveva risposto all’invito del direttore dell’Istituto per gli Affari Internazionali della Finlandia, Mika Aaltola.

[Tradotto da il Domani d’Italia]

Per un centro “altro” dalla linea Schlein serve il contributo dei Popolari

Nonostante le sconfitte elettorali sin qui inanellate e nonostante un partito in cui è ancora minoranza, perché eletta con l’apporto determinante dei non tesserati, la guida di Elly Schlein si rafforza nel Pd e nel polo di sinistra. I malumori emersi all’ultima direzione del Pd non sembrano in grado di incidere sulla linea politica. Che rimane quella di una leader che parla ad alcune minoranze, nella quale la maggioranza del Paese fatica a riconoscersi. Di una segreteria allergica ad ascoltare consigli o anche solo pareri diversi, che ha messo insieme le varie sfaccettature di un massimalismo della sinistra, tanto radical-chic, poco sociale e semplicemente estraneo alla dimensione popolare.

Ma proprio per questo suo voler lavorare senza esser “disturbati” dalla collegialità e dalla democrazia interna (in questo assomiglia molto alla gestione renziana del Pd), la linea della Schlein crea compattezza, lancia messaggi ben definiti a precisi settori della società. La strategia appare piuttosto chiara: ricompattare tutto il popolo della sinistra, il campo largo, recuperare il vasto astensionismo progressista, riducendo anche la frammentazione di quest’area politica, scommettendo sul fatto che il deterioramento della situazione sociale ed economica del Paese, non consenta al destra-centro di fare altrettanto, di motivare al voto tutto il suo potenziale elettorato.

E pazienza se questa strategia contempli per il Pd un certo grado di confusione, come quella vista alla manifestazione di sabato scorso con il M5S, e più di una concessione al populismo. La storia recente fornisce vari esempi di leader (con i pentastellati maestri indiscussi) che hanno badato a raccattare voti nei modi più disinvolti per poi fare politiche talora anche diametralmente opposte a quelle enunciate in campagna elettorale.

La domanda semmai è cosa c’entra in tutto questo il centro, al di fuori del poco ambito ruolo da mero portatore di consensi.

Credo che alla componente di quest’ area politica che fa riferimento al popolarismo non possa bastare quanto è stato già detto da altri settori di centro come critica alla linea della Schlein, e i toni utilizzati per farlo. A partire dal tema delle alleanze dove la netta contrarietà al campo largo deve significare chiusura ad accordi elettorali con forze populiste ma non ad alcune delle istanze che i populisti si limitano a sfruttare a loro favore.

Prendiamo il tema della pace. È un fatto che una parte della sinistra cerca di alimentare la narrazione-truffa di una qualche presunta sua perplessità al sostegno anche militare all’Ucraina, nonostante l’oggettivo profilo culturale e biografico della Segretaria, con passaporto anche americano, smentisca ogni possibile incertezza al riguardo.  Ora, la risposta delle forze di centro nel riaffermare con chiarezza la linea atlantista dell’Italia nel supporto all’Ucraina “as long as it takes” non credo possa esaurirsi nei toni usati da certi “falchi” di Azione o di Più Europa, più vicini al disegno dei neocons americani, che alle ragioni dell’Europa e di una pace “giusta” e ai vari tentativi, tra cui quello della Santa Sede, di costruire le condizioni per una cessazione delle ostilità. La voce del centro si deve sentire sia sulla determinazione a sostenere l’Ucraina sia nel ricercare tutte le possibili alternative alla continuazione della guerra.

E un discorso analogo credo si possa fare per  alcune delle altre piste rilanciate dal Pd, come la casa ad esempio. Come pensa la Schlein di sviluppare politiche abitative adatte alla classe media con alleati i seguaci di Beppe Grillo che in vari modi ha dimostrato di fare propria senza mediazioni, la visione che sul problema abitativo hanno i circoli di miliardari che lo ispirano? Ovvero la piccola proprietà immobiliare ceduta a poche concentrazioni del real estate, perché come spiegava ieri un’entusiasta Chiara Saraceno su La Stampa, vivere in affitto è diventato più sicuro”. La difesa della piccola proprietà privata, compresa la casa (oggetto di una abnorme patrimoniale che gradualmente andrà riportata entro soglie più sostenibili), a sostegno di una più equa ridistribuzione della ricchezza che fa da motore all’economia e fa da garante alla libertà personale, credo sia uno fra i filoni qualificanti delle politiche di centro di cui il Paese ha bisogno.

In generale quindi, non è sufficiente per il centro criticare la linea movimentista della Schlein, occorre che sappia esprimere una propria diversa prospettiva, anche con l’apporto della cultura politica del popolarismo, sia sulle alleanze che nel merito dei problemi.

Il Pd non è il Pci ma un nuovo Partito radicale e massimalista.

Forse è giunto il momento per dirlo con chiarezza e senza equivoci. In effetti, non c’è alcun confronto o paragone possibile tra lattuale Pd e il vecchio Pci. Innanzitutto perchè, come sanno anche i sassi, la storia non si ripete mai meccanicamente. In secondo luogo perchè la segretaria nazionale Schlein è “nativa democraticacome si suol dire, ed è del tutto estranea al vecchio impianto comunista. Gramsciano, togliattiano o berlingueriano che sia. In terzo luogo, ed è laspetto politicamente più rilevante, perché il nuovo Pd ha assunto un impianto culturale radicaleggiante e libertario e, sotto il profilo politico, ha una precisa e definita identità massimalista ed estremista.

Ci sono due soli elementi che, però, continuano ad accomunare il vecchio Pci con il nuovo Pd: la plateale avversione nei confronti della cultura e della prassi riformista da un lato e la convinzione profonda di rappresentare il megliodella società italiana dallaltro. Con la naturale e persin scontata conseguenza di considerare gli avversari di turno del nuovo verbodei nemici incalliti da delegittimare prima sotto il profilo morale e poi da sconfiggere senza appello e senza alcuna remora sul terreno politico. Del resto, il filo rosso che lega questa concezione giacobina, salottiera ed altezzosa è lodio e lavversione maturati nel tempo contro lavversario più temibile e più insidioso che si presenta di volta in volta: la Dc per molti decenni, poi Berlusconi, poi Renzi, poi la Lega salviniana e infine la Meloni. Ovvero, chiunque possa lontanamente ostacolare il disegno salvifico ed avveniristico della sinistra non può che essere un nemico da abbattere. Un disegno, questo – attuale ieri come oggi – condiviso con tutto il caravanserraglio di opinionisti, conduttori televisivi, artisti, intellettuali à là carte, editori e nani e ballerine che seguono il carro dei migliori.

Ora, però, e al di là di questa persin banale considerazione, quello che va rilevato – anche allindomani di una interessante Direzione nazionale del partito – è la progressiva trasformazione del Pd a guida Schlein. Che, detto fra di noi, si sta confermando anche una leader coraggiosa e soprattutto coerente con il programma politico con cui si è presentata allesame prima degli iscritti al partito e poi dei cittadini che lhanno votata liberamente alle primarie. Ma la direzione di marcia, per mutuare una dizione antica ma sempre efficace, è quantomai chiara rispetto anche solo ad un passato recente. Il PD, cioè, – almeno così pare – non è più il partito governista per eccellenza.

Non è più solo ed esclusivamente un partito di potereperché non è più il partito del potere. Il Pd non è più ormai da tempo, e va pur detto, il partito che unisce la miglior tradizione ex comunista con quella ex democristiana perché il Pd, di fatto, è diventato un partito radicale, libertario, massimalista ed estremista. Ma, comunque sia, si tratta di un partito vivo, vitale, con una leader, appunto, coraggiosa e fortemente coerente con il suo passato e con il progetto che vuole perseguire nellattuale contesto politico italiano. Ma si tratta anche di un progetto, e quindi di una cultura politica e di un quadro valoriale, distinto e distante da quello delle origini di quel partito. E chi si attarda a rifarsi a quel passato o, peggio ancora, a rimpiangere una esperienza che ormai appartiene alla storia, anche se recente, di quel partito rischia di vivere di ricordi ormai avulsi da ciò che capita concretamente nel campo dei Democratici.

Ecco perché, anche alla luce di questa novità positiva che contribuisce, comunque sia, a riscoprire la politica e le conseguenti culture politiche dopo una lunga stagione caratterizzata dal nulla della politicaper dirla con un celebre ed efficace slogan di Mino Martinazzoli, è arrivato anche il momento per rafforzare e consolidare il campo dei riformisti. Da qualunque area politica e culturale provengano. Sarebbe curioso se, dopo il decollo di una destra democratica e di governo, dopo il ritorno di una sinistra radicale e massimalista, e con la permanenza di un populismo demagogico e qualunquista grillino, i riformisti di centro si limitassero, ancora una volta, a fare da semplici spettatori. Perché, così facendo, sarebbero i soli responsabili delleventuale crisi, o involuzione, dellattuale politica italiana.

Riforma delle Province, non basta il ripristino della elezione diretta degli organi.

Antonio Saitta

Ritengo che il nostro Paese abbia la necessità di un ente come la Provincia per svolgere, con risorse e personale adeguati, le tante funzioni che  non possono essere gestite dai singoli comuni (strade, scuole superiori, ambiente, piani urbanistici sovracomunali, difesa del suolo, vigilanza ittico-venatoria, protezione civile, etc.) e per supportare amministrativamente e tecnicamente i piccoli e medi comuni nella realizzazione di opere pubbliche, così come avviene in tutti i paesi europei.

Per questo motivo ho apprezzato la volontà trasversale del Parlamento di mettere mano alle modifiche della legge Delrio del 2014 che ridimensionò sia le funzioni dellEnte sia la sua rappresentanza democratica, impedendo ai cittadini di eleggere Presidenti e Consiglieri, trasformando inoltre dieci province in Città metropolitane (Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli, Reggio Calabria, Roma capitale). La Commissione Affari Costituzionali del Senato ha unificato in un testo le otto proposte di legge presentate dai diversi gruppi politici ed è pertanto ora possibile esprimere unopinione in merito.

È positiva la proposta di ritornare allelezione diretta del presidente e del consiglio provinciale, del consiglio metropolitano e anche del sindaco della città metropolitana che non sarà più automaticamente il sindaco del comune capoluogo. È condivisibile anche la reintroduzione del sistema elettorale vigente prima del 2014, proporzionale e basato su collegi nei quali è ripartito il territorio provinciale, che consente una rappresentanza politica in tutti i collegi e un fortissimo legame tra il consigliere e la comunità che lha eletto. Peccato che questo sistema elettorale non sarà applicato nelle prossime elezioni provinciali, che dovrebbero tenersi nel mese di giugno del 2024 insieme alle elezioni europee e regionali, perché nel disegno di legge unificato non sono indicati i collegi elettorali. A questo dovrà provvedere il governo con un decreto legislativo entro dodici mesi dallentrata in vigore della legge che, se tutto andrà bene, sarà approvata in autunno; verosimilmente il percorso si concluderà nel 2025.  Non è certo casuale la norma transitoria inserita nel testo unificato che prevede che, se al momento delle elezioni i collegi non saranno definiti, si voterà con liste uniche per lintero territorio provinciale; in questo modo si darà più peso elettorale alle grandi città a svantaggio dei piccoli centri, dei territori agricoli e montani snaturando di fatto il sistema di rappresentanza tipico della Provincia.

Era logico attendersi il potenziamento delle funzioni delle Provincie che, in applicazione della legge Delrio, sono state in parte trasferite alle Regioni, alle agenzie regionali e a enti strumentali determinando diseconomie, deresponsabilizzazione e aumenti di costi. Il testo unificato si limita a indicare le funzioni fondamentaliche potranno subito essere esercitate, ma che sostanzialmente sono quelle che svolgono già adesso le Province. Per le nuove funzioni occorrerà attendere allincirca tre anni dato che il governo, entro diciotto mesi dallentrata in vigore della legge, dovrà individuarne altre con un apposito disegno di legge sulla base di criteri generici.

Le Province elette a giugno non potranno neppure contare su nuove risorse. Anche in questo caso occorrerà attendere un decreto legislativo del governo; nel frattempo come faranno le Province, che hanno già avuto pesanti tagli finanziari in passato, a garantire ancora per esempio la manutenzione e gli investimenti dei 130 mila chilometri di strade provinciali e delle 7000 scuole superiori che sono di competenza provinciale? Si interromperà la manutenzione di strade e scuole aspettando il decreto del governo?

Più che una proposta di legge, il testo unificato ha le caratteristiche di un fumoso manifesto politico condito di ovvietà e concetti organizzativi ormai abusati. Avrà effetti solo sullelezione diretta dei presidenti e dei consigli provinciali che, ripeto, è positivo, ma non potenzierà la Provincia, come sarebbe stato auspicabile, e non produrrà miglioramenti nei servizi, obiettivo principale di una politica che voglia rispondere efficacemente alla domanda dei cittadini.

È sicuramente mancato il coraggio di compiere delle scelte. Per i collegi elettorali, in fase di prima applicazione della norma, si potevano utilizzare quelli vecchi, magari accorpandoli ed eventualmente correggerli in seguito. Per il potenziamento delle funzioni c’è ancora tempo per un confronto con regioni e comuni per una ricomposizione delle funzioni di area vasta in capo alla Provincia, problema sicuramente difficile perché in questo periodo le regioni hanno una sorta di bulimiadi potere, ma risolvibile con la determinazione del governo. Per le risorse infine, il disinteresse del governo è imbarazzante!

La riforma Delrio è stata condizionata dal crescente populismo contro la politica di quegli anni e le province sono state le prime vittime sacrificali. La riforma attuale è condizionata da una annuncitediffusa che serve solo a dimostrare un attivismo politico che presto mostrerà i suoi limiti, con il risultato scontato che i consensidel più grande partito, quello degli elettori che non votano e che sono il 40%, cresceranno ancora.

Alla direzione del Pd la Schlein rilancia: il gioco del logoramento non funzionerà

Più di sei ore di dibattito nel Pd per il primo vero “franco” chiarimento dell’era di Elly Schlein. Una discussione vera, con la segretaria democratica che sceglie di attaccare per difendersi dalle critiche delle ultime settimane e con una direzione che replica rispondendo per le rime, a cominciare da Lorenzo Guerini, ma con suggerimenti anche da parte di uno dei più convinti sostenitori della leader Pd come Giuseppe Provenzano, che chiede di non attaccare “strumentalmente la segretaria” ma che invoca anche “luoghi dove maturano le decisioni”. Alla fine si vota un documento di sintesi, che riassume le “sette piste” indicate dalla segretaria per “l’estate militante e di mobilitazione” che ha in programma per lanciare la corsa alle Europee del prossimo anno.

Schlein era stata netta aprendo i lavori: “Il gioco al logoramento del segretario non funzionerà, mettetevi comodi perché siamo qui per restare, e per restare insieme e fare quello che ci hanno chiesto alle primarie”. Le critiche per la partecipazione alla manifestazione M5s non sono andate giù alla leader Pd, come anche le polemiche striscianti delle scorse settimane: dalla sconfitta alle amministrative, al voto al Parlamento europeo su armi e Pnrr, passando per la sostituzione di Piero De Luca nel ruolo di vice-capogruppo alla Camera con Paolo Ciani, fino ad arrivare ai sindaci schierati a favore dell’abolizione dell’abuso di ufficio e, appunto, alla manifestazione di sabato. Tutte questioni sulle quali è riemersa la tradizionale anima turbolenta delle varie correnti Pd, a cominciare ovviamente dalla minoranza.

Per questo la segretaria ha insistito molto: “L’avversario è la destra non è il mio compagno di partito, la gente è stufa di gare sul centimentro mentre Meloni spacca il paese”. E ancora: “Quando sento che non ci sarebbe una linea politica sorrido… Di contenuti e proposte siamo pieni, ma siamo bravi a coprirli con le polemiche. Se a qualcuno la linea non piace sarebbe più onesto ammetterlo, chi cerca l’incidente mi troverà da un’altra parte”.

Perché l’obiettivo, insiste Schlein, è costruire l’opposizione alla destra. Appunto attraverso la mobilitazione, le mille iniziative che la segretaria ha messo in calendario per le prossime settimane: la manifestazione contro l’autonomia di Calderoli, le iniziative nei territori sul Pnrr, le battaglie per il diritto alla casa, la mobilitazione sulla sanità (sabato prossimo con la Cgil), la segreteria che si terrà in Emilia Romagna per manifestare la vicinanza alle popolazioni colpite dall’alluvione. Un Pd ‘di piazza, da combattimento, che deve avere una “identità chiara” perché “se si tenta di essere tutto e il contrario di tutto si rischia di non rappresentare più nessuno e lasciare spazio ad altri”. Peraltro, sottolinea, è vero che ai ballottaggi il candidati del Pd hanno perso, ma al primo turno è stato il primo partito e “in questi mesi è stata ritrovata una una connessione sentimentale con la nostra gente” e i sondaggi dicono che i democratici sono risaliti dal 16% al 21%.

Ma è la sferzata sulle polemiche interne che agita la minoranza. Stefano Bonaccini cerca di evitare un’escalation di toni, chiede alla segretaria di evitare “approcci minoritari”, ma invita anche i suoi a “non indebolire” la segretaria, anche perché sarebbe “autolesionismo”. Al tempo stesso ricorda a Schlein che “se gestione unitaria deve essere, si discuta di più e meglio di quanto fatto finora, perché un grande partito, che è altra cosa da un movimento, solo così si tiene”.

Questo però non evita che Lorenzo Guerini, per esempio, rimproveri la segretaria: “Possiamo confrontarci, avere opinioni diverse. Ed è bene che ce le diciamo, e non è lesa maestà dircele. E non è utile – credo – la conclusione secondo me inutilmente polemica della tua relazione su questo punto”. Ma anche Gianni Cuperlo incalza: “Segretaria, il congresso è finito e tu hai il compito di guidare questa comunità. Tu incarni una domanda di innovazione che oggi è la tua e anche la nostra migliore risorsa. Ma attorno a quella spinta tu hai bisogno – direi il dovere – di portare tutto il partito a condividere la lotta, il linguaggio, il traguardo. Questo è il compito di chi guida”. Provenzano, poi, difende la scelta di andare in piazza con M5s, ma appunto chiede “un metodo democratico” per le decisioni.

La discussione va avanti a lungo, la segretaria fa una breve replica poco prima delle 21, spiegando che il “pluralismo” è certamente “una ricchezza”, ma aggiungendo che bisogna evitare di fare il gioco della destra e dei media che raccontano un Pd diviso. Il primo “chiarimento” si conclude così, adesso c’è da lavorare per preparare le Europee del prossimo anno e Schlein si augura che cessino le turbolenze di queste settimane.

La figura di Emilio Colombo a dieci anni dalla sua scomparsa

Vorrei dare a ciascuno di voi i miei occhi per farvi vedere cosa eravamo e cosa siamo oggi: solo così potete essere responsabili del vostro presente ed immaginare un futuro sempre migliore…” Con queste parole il presidente Emilio Colombo ricordava gli inizi della sua attività politica, in quel crinale storico tra la fine della seconda guerra mondiale e l’inizio della ricostruzione in Italia, uscendo dal terribile periodo fratricida della guerra e non meno cruento della lotta antifascista. Ricordare il presidente, col quale ho avuto amicizia lunga e feconda, è per me motivo di commozione e di onore:egli è stato un vero e grande statista, tra i pochi che l’Italia abbia veramente avuto, e parte di quella generazione di uomini politici che hanno costruito la democrazia, realizzato la Costituzione repubblicana, promosso il miglioramento etico e sociale del nostro paese.

Emilio Colombo nacque a Potenza l’11 aprile 1920 e la sua carriera politica inizia ufficialmente nel 1946 con l’elezione all’Assemblea Costituente grazie a oltre 21 mila voti. Tuttavia il suo retroterra e la sua formazione sociale sono più remoti. Sin da giovanissimo partecipa alle vicende del mondo cattolico, addirittura adolescente, negli anni non facili successivi alla Conciliazione. Il mondo cattolico aveva raggiunto con il Concordato del 1929 una “tregua” con lo stato ormai stabilmente dominato dal fascismo, ma non una vera e propria armonia regnava tra questi due mondi: il fascismo voleva il pieno controllo soprattutto della formazione dei giovani, per imporre loro un totalitarismo di fatto pagano al quale la Chiesa non poteva offrire il suo assenso.

È in questo clima che si forma la coscienza civile del giovane Colombo, una coscienza che sarà sempre irrorata dai principi della Dottrina sociale della Chiesa. Il Partito Popolare era un ricordo lontano e il suo fondatore don Luigi Sturzo ormai da anni in esili all’estero pressoché sconosciuto ai giovani anche delle associazioni cattoliche. Vi era solo uno strumento, un canale attraverso il quale poter far sentire la voce dei cattolici non allineati col fascismo: l’Azione Cattolica che proprio grazie al Concordato del ’29 aveva diciamo una certa autonomia, pur non potendo svolgere alcuna azione di sensibilizzazione politica anche se non mancarono gli attriti al punto che S.S. Pio XI appena due anni dopo nel 1931 si vide costretto a pubblicare una lettera documento, ”Non abbiamo bisogno”, con la quale avvertiva il fascismo e in particolare Mussolini che la Chiesa non avrebbe consentito silente l’indottrinamento pagano dei giovani alle liturgie del regime. In quegli anni Colombo giovanissimo conosce la figura di Paolo Pericoli, detto dalle iniziali Papà Pericoli, una figura mitica in quel periodo il primo vero formatore di giovani in anni così difficili.

In ogni caso, l’incontro fondamentale nell’adolescenza lo compie proprio in Azione Cattolica, nella quale aveva iniziato a militare; durante un incontro di formazione, intorno agli anni 1935/36 incontra il Presidente della GIAC, il prof.Luigi Gedda (1902-2000) che si accorgerà ben presto del talento di quel giovane longilineo, studioso e riservato, ma con tanta passione e dai valori etico-sociali assai profondi. Negli anni quaranta, precisamente nel 1942 Gedda fonda la Società Operaia per l’evangelizzazione dei laici intorno al culto del Getsemani e Colombo sarà interessato da questo primo sodalizio religioso di soli laici.

Arrivano poi gli anni della guerra e l’assolvimento degli obblighi militari, ma anche il conseguimento della brillante laurea in giurisprudenza. Proprio sul finire della guerra, già trasferitosi a Roma, viene nominato insieme ad Agostino Maltarello segretario della GIAC, carica che Gedda crea appositamente per loro e che non c’era fino ad allora negli statuti dell’organizzazione. Da quel momento, il legame tra Colombo e il mondo associativo cattolico sarà fortissimo per tutta la vita. Ma l’incontro diciamo del “risveglio”politico era avvenuto qualche anno prima: nell’estate del 1943, in un frangente drammatico per l’Italia, a Camaldoli giovani cattolici e dirigenti del mondo delle associazioni si erano riuniti dal 18 al 24 luglio. Si trovarono in quella località del Casentino per discutere che cosa sarebbe stata l’Italia e il mondo una volta fosse finita la guerra.

L’incontro a cavallo tra il primo bombardamento di Roma e il crollo del fascismo fu sollecitato da mons. Giovanni Battista Montini, oggi S.Paolo VI, e dal domenicano padre Mariano Cordovani, nominato nel 1942 da Pio XII Teologo della Segreteria di stato. Ne scaturì il cosiddetto “Codice di Camaldoli” detto allora “Per una comunità cristiana”. Un documento formidabilmente moderno, il quale, insieme alla scelta che l’anno dopo Pio XII avrebbe compiuto col Radiomessaggio natalizio intitolato “Il problema della democrazia” e con il messaggio natalizio dell’anno prima contro i totalitarismi, spianò la strada al consenso delle gerarchie per un rinnovato impegno dei cattolici in politica.

Nei tanti colloqui avuti negli anni con Colombo, egli mi ripeteva spesso che proprio il codice di Camaldoli, le intuizioni in esso contenute avevano colpito lui e gli altri giovani anche presenti all’incontro stesso.Il documento “Per una comunita cristiana” venne redatto dal giovane Sergio Paronetto, che purtroppo scomparve appena 34enne nel 1945, e l’impatto fu dirompente. Nel Codice di Camaldoli prendeva forma il concetto di “comunità politica”, già espresso da S. Tommaso e soprattutto approfondito da Emmanuel Mounier.

Comunità politica non è la semplice società tra eguali, ma uno contesto non casuale di soggetti sociali che si riconoscono nella promozione della “persona”.Questo sarà il leit motiv che animerà la redazione della Costituzione Repubblicana, alla quale Emilio Colombo darà il suo fondamentale contributo nella discussione soprattutto dei principi basilari: il concetto di “persona” espresso nell’articolo 2 (“…lo stato riconosce…”) prima l’uomo coi suoi diritti poi lo stato espressione della tutela di essi. Un capovolgimento a 360 gradi della visione neoidealistica che aveva reso possibile persino il fascismo nell’architettura costituzionale dello Statuto Albertino, dove non si parlava mai di cittadini ma di sudditi! Inevitabile quindi l’incontro con la Democrazia Cristiana che De Gasperi aveva fondato nel ’42, riuscendo a realizzare un capolavoro di mediazione politica tra le varie componenti sociali politiche e culturali del mondo cattolico.

In un bel volume pubblicato poco tempo prima della scomparsa, ”Per l’Italia e per l’Europa”,  ripercorrendola a mo’ di conversazione con l’amico Arrigo Levi, Colombo ricordava la sua vita politica. Si soffermava su alcuni aspetti importanti collegati fra loro dal concetto di “sintesi” che deve animare sempre la vita politica e soprattutto il progetto politico; e proprio questo progetto lo troverà nella proposta politica di Alcide De Gasperi, al quale come spesso ricordava ”…ho dato sempre del Lei, come anche a Togliatti”. La figura e il prestigio di De Gasperi sono l’altro versante che contribuisce a delineare la statura politica del giovane Colombo: l’idea delle coalizioni, la politica come mediazione, l’incontro e lo scambio con le altre esperienze politiche e soprattutto l’idea dell’Europa!

Il legame con la sua terra resterà sempre fortissimo. Seppe restituire la Basilicata all’Italia, fino a condurne poi lo spessore delle tradizioni e della cultura anche in Europa e nel mondo.

La carriera lunga e illustre di questo Padre della Patria non può certo essere raccolta in poche righe di questo modesto anche se sincero ed affettuoso ricordo. Mi limiterò a ricordarne alcune parti, per me molto significative. All’inizio degli anni ’50, il coraggio che la Democrazia Cristiana e le coalizioni centriste dei governi De Gasperi mostrarono nel varare la Riforma Agraria, ebbe riflessi forti anche in Basilicata. Togliatti aveva scritto un articolo molto duro su “L’Unità” intitolato “Matera, vergogna d’Italia, evidenziandone l’arretratezza e le condizioni precarie di vita. Proprio a seguito di una visita che De Gasperi compì in quella terra, Colombo,  giovane sottosegretario al ministero dell’agricoltura, promosse la cosiddetta “legge dei sassi”, che erano  pressoché caverne dove la povera popolazione materana viveva da decenni. Grazie a quella legge, ben 14.000 persone ebbero per la prima volta una casa e questo fu merito di Emilio Colombo.

La sua illustre carriera di ministro dalla metà degli anni ’50 si caratterizza per la permanenza al ministero dell’industria, delle finanze, ma soprattutto lungamente del tesoro, dove, egli giurista, impostò attraverso figure di alto prestigio quali Ferdinando Ventriglia e Guido Carli una politica accorta di stabilizzazione economica, dimostrata anche dalla famosa lettera all’allora presidente del consiglio Moro nell’estate 1964 sul pericolo di sforamento della spesa pubblica. Presidente del consiglio dal 1970 al 1972, biennio difficile tra tentativo di golpe borghese e rivolte in Calabria, volle promuovere la nascita dell’università di Calabria e Lucania. Mai tradcurò la sua vocazione europeista: fu lui a insistere per riportare indietro la Francia dalla cosiddetta politica della sedia vuota. Come si Sto arrivando!, divenne sul finire degli anni ’70 Presidente del Parlamento Europeo. Non va neanche trascurata la sua significativa presenza al ministero degli esteri in due periodi delicati, all’inizio degli anni ’80 e poi all’inizio degli anni ’90, quando portò a casa  gli accordi Colombo/Genscher, con i quali si pacificò e riorganizzò la situazione mediorientale.

Lo spessore politico di Emilio Colombo fu anche uno spessore culturale, non nel nome di una unità di classe o di lotta ma di solidarietà, giustizia e libertà per tutti purché al centro vi sia sempre il valore irrinunciabilmente ontologico della persona.

Quale insegnamento ricavare dall’esperienza e dal ricordo di Colombo, che ci ha lasciato ritornando alla casa del Padre il 24 giugno 2013? Abbiamo un decennio alle spalle e possiamo tracciare un giudizio sereno. Credo che nel suo impegno si riconosca la premura costante con la quale ha cercato la via per superare relativismo e individualismo, anche andando oltre un certo contrattualismo, perché l’ordine della politica non va costruito sull’affermazione dell’individuo e sul prevalere dell’economia nei rapporti umani o sul potere del più forte nella sfera del diritto. Credo inoltre che ricordare uno statista di questo calibro che venne insignito, tra i pochissimi ad esserlo, del premio Carlo Magno e del premio Monnet, oltre a ricevere il laticlavio a vita negli ultimi anni e a reggere la presidenza dell Istituto Giuseppe Toniolo per lungo tempo, significhi adoperarci affinché una migliore articolazione delle società intermedie consenta una piena convivenza democratica e il superamento di ogni divisione di sesso, razza, religione per una società non fondata su sovranismi, populismi e ideologie, bensì sul dialogo e la sintesi che sono alla base di un vero ed efficace pensiero politico.

Giulio Alfano – Titolare della Cattedra di Filosofia Politica presso la Pontificia Università Lateranense e Presidente dell’Istituto Emmanuel Mounier.

*Il testo riprende, con poche variazioni, un articolo apparso sul sito dell’Istituto Mounier nel mese di Aprile del 2020, in occasione del centenario della nascita, con il titolo “Emilio Colombo: la politica come impegno sociale”.

La surrogazione scompone il materno e riduce il figlio a tabula rasa

Ora, forse non si è sin qui riflettuto a sufficienza sul fatto che, se quello della surrogacy è nella sostanza un fenomeno (economico) globale, l’orizzonte con cui deve essere pensato, anche sul piano giuridico, non possa che essere quello dell’universalità. A questo proposito risulta, anzi, importante ricordare che la battaglia per la sua abolizione universale è stata portata avanti in primis dal mondo femminista della sinistra francese che ha promosso nel 2015 a Parigi la Carta per l’abolizione universale della maternità surrogata, poi firmata e condivisa da molti intellettuali di vari orientamenti. Non si tratta, dunque, di una battaglia della destra contro la sinistra o dell’ennesima riedizione di un infelice scontro tra conservatori e progressisti, ma di un impegno ineludibile per la salvaguardia dell’umano – come si è fatto quando si sono riuscite a superare sul piano delle leggi le resistenze di chi non voleva abolire la schiavitù e quando si è riusciti a proteggere per via giuridica la gravidanza dal lavoro, anche se proprio di questa conquista di civiltà, oggi, non sembra importarci più molto, visto che chi cerca di legittimare socialmente la surrogacy lo fa paragonandola esattamente a una professione.

L’importanza della ‘battaglia’ culturale per l’abolizione universale della maternità surrogata è spiegata, comunque, dalla stessa Carta di Parigi, per la quale essa «cancella il valore intrinseco e la dignità degli esseri umani», dato che configura «una messa a disposizione del corpo delle donne» a scopi generativi che, «lungi dall’essere un gesto individuale», rinvia invece a «imprese che si occupano di riproduzione umana, in un sistema organizzato di produzione, che comprende cliniche, medici, avvocati, agenzie ecc. Questo sistema ha bisogno di donne come mezzi di produzione in modo che la gravidanza e il parto diventino delle procedure funzionali, dotate di un valore d’uso e di un valore di scambio, […] nella cornice della globalizzazione dei mercati che hanno per oggetto il corpo umano».

In ogni caso dal punto di vista etico una proposta non è davvero universale, in senso buono, se non riesce anche a tenere conto delle persone cui si riferisce.

Se ci chiediamo quali siano, allora, le persone in gioco in questa pratica, ne troviamo diverse. Sicuramente ci sono le madri (addirittura moltiplicate: genetiche, gestazionali e sociali), ma poi ci sono anche i padri che rischiano di essere o i grandi assenti di questo dibattitto o coloro che rivendicano per sé una sorta di diritto (misogino) all’uso del corpo femminile. Poi ci sono i figli che già sono nati dalle madri surrogate, i quali assistono alla sparizione di un fratellino o una sorellina, che non possono che aver atteso durante il tempo della gravidanza, finendo inevitabilmente per chiedersi – come è stato acutamente notato – se un destino analogo di sparizione non sarebbe potuto capitare anche a loro. Ed infine c’è lui, il protagonista, in realtà l’oggetto di tutta la pratica: il figlio che perde il legame con la madre che lo ha messo al mondo, nella misura in cui la surrogacy,a differenza dell’adozione, è l’istituzione, e non il rimedio, a una condizione di abbandono.

E il tema decisivo è che il figlio non può essere non solo comprato, ma nemmeno donato: perché se ogni persona può sempre donare qualcosa di sé, questa facoltà di dono non può estendersi al dono di un’altra soggettività (il figlio). A poter essere donate sono solo le cose e non le persone. L’universalità dell’obiezione fa sì, insomma, che essa riguardi sia la maternità surrogata commerciale, sia quella cd. solidale. A chi obiettasse, infatti, che a essere comprato o donato è solo il servizio (o la capacità) gestazionale, senza che questo implichi la compravendita o il dono del figlio, si deve rispondere che non è così, perché non c’è servizio gestazionale senza la presenza effettiva del figlio. Al di là dell’alternativa tra dono e mercato, resta polare dal punto di vista etico l’universalità della condizione umana.

Alessio Musio è Professore Ordinario di Filosofia Morale presso l’Università Cattolica di Milano, dove tiene i corsi di Filosofia Morale, Filosofia della politica e Filosofia delle relazioni. Fa parte del Comitato Scientifico del Centro di Ateneo di Bioetica della stessa Università e del Comitato Direttivo della Rivista Medicina e Morale (Rivista Internazionale di Bioetica).

Per leggere il testo integrale dell’articolo
https://rivista.vitaepensiero.it//news-vp-plus-la-maternita-surrogata-tra-universalita-descrizioni-e-valutazioni-6192.html

Vaticano | Pascal ci rammenta che l’uomo non può rimanere in se stesso

La filosofia di Pascal, tutta in paradossi, procede da uno sguardo tanto umile quanto lucido, che cerca di raggiungere «la realtà illuminata dal ragionamento». Egli parte dalla constatazione che l’uomo è come un estraneo a sé stesso, grande e miserabile. Grande per la sua ragione, per la sua capacità di dominare le sue passioni, grande anche «in quanto si riconosce miserabile». In particolare, aspira ad altro che ad appagare i propri istinti o a resistervi, «infatti, ciò che è natura negli animali, noi la chiamiamo miseria nell’uomo». Esiste una sproporzione insopportabile tra, da una parte, la nostra volontà infinita di essere felici e di conoscere la verità e, dall’altra, la nostra ragione limitata e la nostra debolezza fisica, che conduce alla morte. Perché la forza di Pascal è anche nel suo implacabile realismo: «Non occorre un’anima molto elevata per capire che in questo mondo non esistono soddisfazioni autentiche e stabili, che tutti i nostri piaceri non sono altro che vanità e i nostri mali sono infiniti, e che infine la morte, che ci minaccia ad ogni istante, deve immancabilmente metterci entro pochi anni nell’orribile necessità di essere eternamente o annientati o infelici. Nulla è più reale né più terribile di questo. Facciamo pure gli spavaldi quanto vogliamo: ecco la fine che attende la vita più bella del mondo». In questa condizione tragica, si comprende che l’uomo non possa rimanere in sé stesso, poiché la sua miseria e l’incertezza del suo destino gli risultano insopportabili. Ha bisogno quindi di distrarsi, ciò che Pascal riconosce di buon grado: «Da qui deriva che gli uomini amano tanto il clamore e il movimento». Se infatti l’uomo non si distrae dalla propria condizione — e tutti sappiamo tanto bene distrarci con il lavoro, i piaceri o le relazioni familiari o amicali, ma ahimé anche con i vizi a cui ci portano certe passioni — la sua umanità sperimenta «il suo nulla, il suo abbandono, la sua insufficienza, la sua dipendenza, la sua impotenza, il suo vuoto. [Ed escono] dal fondo della sua anima […] la noia, l’umor nero, la tristezza, il dispiacere, la stizza, la disperazione». E tuttavia il divertimento non placa, né colma, il nostro grande desiderio di vita e di felicità. Questo, tutti noi lo sappiamo bene.

È allora che Pascal pone la sua grande ipotesi: «Cosa dunque ci gridano quest’avidità e quest’impotenza, se non che un tempo ci fu nell’uomo un’autentica felicità di cui ora gli restano soltanto il segno e l’orma del tutto vuota, che egli tenta invano di riempire con tutto ciò che lo circonda, chiedendo alle cose assenti l’aiuto che non ottiene dalle presenti? Ma invano, perché quest’abisso infinito non può essere colmato se non da un oggetto infinito e immutabile, ossia da Dio stesso». Se l’uomo è come «un re spodestato», che tende solo a ritrovare la grandezza perduta e che tuttavia se ne vede incapace, chi è dunque? «Quale chimera è dunque l’uomo? Quale stramberia, quale mostruosità, quale caos, quale soggetto di contraddizioni, quale prodigio? Giudice di tutte le cose, debole verme della terra, depositario del vero, cloaca di incertezza e di errore, gloria e rifiuto dell’universo. Chi sbroglierà questo groviglio?». Pascal, come filosofo, vede bene che «quanto più si hanno lumi, tanto più si scopre grandezza e bassezza nell’uomo», ma che questi opposti sono inconciliabili. Perché la ragione umana non può armonizzarli, né risolvere l’enigma.

Per questo Pascal rileva che, se c’è un Dio e se l’uomo ha ricevuto una rivelazione divina — come diverse religioni affermano — e se tale rivelazione è veritiera, là deve trovarsi la risposta che l’uomo attende per risolvere le contraddizioni che lo tormentano: «Le grandezze e le miserie dell’uomo sono così palesi che necessariamente occorre che la vera religione ci insegni che c’è nell’uomo qualche grande principio di grandezza, e che c’è un grande principio di miseria. Inoltre, occorre che essa ci spieghi questi stupefacenti contrasti». Ora, avendo studiato le grandi religioni, Pascal conclude che «nessun pensare e nessun fare ascetico-mistico può offrire una via di salvezza», se non a partire dal «superiore criterio di verità della irradiazione della grazia nell’anima». (37) «Invano, o uomini — scrive Pascal immaginando ciò che il vero Dio potrebbe dirci — cercate in voi stessi il rimedio alle vostre miserie. Tutti i vostri lumi possono giungere al massimo a capire che non troverete in voi né la verità né il bene. I filosofi ve l’hanno promesso e non vi sono riusciti. Essi non sanno né quale sia il vostro vero bene, né quale sia la vostra vera condizione».

Arrivato a questo punto, Pascal, che ha scrutato con la singolare forza della sua intelligenza la condizione umana, la Sacra Scrittura e la tradizione della Chiesa, intende proporsi con la semplicità dello spirito d’infanzia quale umile testimone del Vangelo. È quel cristiano che vuole parlare di Gesù Cristo a quanti concludono un po’ in fretta che non ci sono ragioni consistenti per credere alle verità del cristianesimo. Pascal, al contrario, sa per esperienza che ciò che si trova nella Rivelazione non solo non si oppone alle richieste della ragione, ma apporta la risposta inaudita alla quale nessuna filosofia avrebbe potuto giungere da sé stessa.

Potete leggere il testo integrale della Lettera apostolica

https://www.vatican.va/content/francesco/it/apost_letters/documents/20230619-sublimitas-et-miseria-hominis.html

La lista dei riformisti per l’Europa esige chiarezza sui programmi

Fino a qualche mese fa teneva banco una versione laica e liberale, legata in parte all’azionismo, della possibile convergenza tra le forze riformiste di centro. Con il fallimento dell’unificazione di Italia Viva e Azione, è cambiato il tono del confronto: tanto Renzi quanto Calenda, protagonisti finora di questo appello, hanno incominciato a battere sul tasto della necessaria collaborazione con i cattolici democratici. Indubbiamente è un passo avanti, se davvero s’intende preparare il terreno in vista delle elezioni europee del prossimo anno.

Servono tuttavia dei chiarimenti, per non ingenerare aspettative poco fondate. Mettersi insieme a prescindere da un programma chiaro, realmente condiviso, può valere solo come labile e momentanea suggestione. A quale Europa intendiamo rifarci? Spesso si evoca Altiero Spinelli, profeta della scelta federalista, per voltare le spalle all’europeismo di Alcide De Gasperi: i meriti dell’uno non avrebbero peso se non inseriti nel disegno politico dell’altro. Con De Gasperi l’unità europea è passata dall’utopia alla concretezza storica. Per questo il nostro Novecento mantiene traccia visibile dell’opera svolta dai grandi partiti democratici cristiani sul fronte di battaglia per l’Europa, a lungo in opposizione ai comunisti.

L’impegno comune richiede uno sforzo comune. Non si può pensare a una lista delle forze riformatrici di centro se permane l’idea di una generica e confusa aggregazione. Ci sono partiti che nell’europeismo riversano la loro ideologia liberal-libertaria, usando i diritti individuali come arma di discriminazione verso tutti coloro che su delicate questioni etiche esprimono riserve motivate. L’individualismo sfrenato, sia nell’etica che nell’economia, rende complicato l’accordo tra le autentiche tradizioni del riformismo democratico. Con il dovuto rispetto, la lista con Maggi e la Bonino sta fuori dall’orizzonte dei cattolici democratici.

La questione esige in fondo più chiarezza sul come liberal-democratici e liberal-popolari, garantendo nell’insieme l’afflato solidaristico-sociale e gli stimoli provenienti dal civismo, possano dar vita a una lista fortemente innovativa, capace di aderire alle speranze e ai bisogni dei ceti popolari. Se si vuole raggiungere l’obiettivo, occorre mettere da parte l’orgoglio partigiano che nasconde il più delle volte incoercibili e inaccettabili presunzioni. Ci vuole, al contrario, tanta umiltà e tanta generosità. Le idee camminano sulla gambe degli uomini ed essi, per stare all’altezza del compito, non possono arroccarsi nei loro tornaconti e neppure adagiarsi nell’amore per i transfughi.

Verso le elezioni europee con la nostalgia dell’Ulivo

Nel 2024 rinnoveremo il Parlamento e questo voto è forse quello più significativo che l’Europa ha mai affrontato dalla sua nascita e non solo per la presenza di un conflitto alle porte dei suoi confini. All’appuntamento, complice il sistema elettorale proporzionale, ogni partito arriverà cercando di ottenere il massimo vantaggio elettorale possibile sia per incidere sulla formazione del parlamento e degli altri organi dell’UE (la partita dei tanti finanziamenti ricevuti del PNRR è tutta ancora aperta) che per calcolare l’andamento dei rapporti di forza tra i partiti nel nostro Paese.

Ora, se tutto resta così appare chiaro che questo voto mentre sarà utile alla destra per ristabilire i pesi dentro la coalizione, per tutti gli altri partiti l’esito di queste elezioni rischia di rafforzare una difficoltà in assenza di accordi per una proposta di governo alternativa, con ricadute sulla partecipazione dei cittadini alle urne che coinciderà con una stagione di voto amministrativo dove le alleanze tornano ad essere importanti.

L’unica esperienza positiva, a mio avviso, per il centrosinistra è stato l’Ulivo, velocemente interrotto per fare spazio al Pd a vocazione maggioritaria. Nato carico di molte attese e speranze, oggi esso si trova ad affrontare la sfida più importante da superare, che non è la sua esistenza, ma il “come” essere e la sua capacità di interpretare i cambiamenti socio-economici che sono intervenuti, avvalendosi dell’apporto delle due grandi culture – quella cattolico democratica e quella comunista – protagoniste della politica del secolo scorso, che nel 2007decisero di fondersi e dare vita a un nuovo soggetto politico.

Anche in questo caso occorre fare un’analisi profonda partendo dalla relazione fatta a Chianciano da Pietro Scoppola. Questi ammonì i popolari, e la sua classe dirigente di allora in modo preminente, a non fare del nascente partito “un’edizione aggiornata” di quel modello di socialdemocrazia europea perché esso non è replicabile da noi in quanto nel nostro Paese esistono tipicità uniche e di grande peso, come la presenza dell’esperienza cattolico democratica, che è stata forte e significativa, accanto all’incidenza avuta dall’eredità comunista a scapito, proprio, della socialdemocrazia, in Italia debole e poco pregnante.

A ciò occorre poi aggiungere un altro fattore, anch’esso di grande rilevanza, ovvero la presenza della Chiesa cattolica nel nostro Paese, che deve spingerci ad evitare di consegnarla a quella destra che ricorda il tempo grigio e buio della prima metà del Novecento.

Un’impresa faticosa, non priva di dolori, e chi l’ha intrapresa, da De Gasperi a Moro lo sa, il cui obiettivo era ed è quello di allargare i confini della laicità della politica per realizzare una convivenza pacifica. Per dirla con Scoppola, per “tenere la Chiesa agganciata alla democrazia”. Un’idea cara a Tocqueville. Per realizzare ciò Scoppola suggerì di creare una forma partito in grado di interpretare la società che cambia partendo dai nuovi interessi, materiali e immateriali, da essa germinati, in cui i partiti siano strumenti e non fine dell’operato politico.

Cambiare il sistema elettorale nazionale, tornando al proporzionale, appare cosa assai improbabile. Se la compagine di centro destra mostra tutta la sua presa, viceversa il centro sinistra sconta l’evidenza di una ricomposizione ancora in forse. Il dopo Berlusconi esige uno scatto di fantasia politica. Resta appunto l’Ulivo, il tentativo più alto e più equilibrato finora conosciuto e in qualche modo sempre attuale, a dispetto delle forzature in chiave radicale del Pd, come memoria di unità delle forze riformatrici e democratiche. A questo sforzo di ricomposizione sono chiamati tutti quelli che siedono nelle istituzioni e nei partiti, non senza però il contributo decisivo della società civile, avendo comunque i cattolici democratici impegnati in prima fila, con la loro creatività e autonomia.

Sinistra populista e sinistra radicale? Bene, i riformisti sono altrove.

Beh, non è necessario scomodare politologi, analisti, sondaggisti o commentatori di vario genere per sapere che il campo della sinistra populista e della sinistra radicale è distinto e distante, per non dire alternativo, rispetto a quello dei riformisti. A qualsiasi cultura politica appartengano i riformisti. Del resto, e per uscire dalla metafora, la saldatura quasi naturale della sinistra populista e demagogica dei 5 stelle – che resta sempre quella, al di là del linguaggio trasformista di Conte – con la sinistra radicale, libertaria ed estremista della Schlein è così evidente che non merita neanche di essere commentata o ulteriormente approfondita. Perché si tratta, appunto, di una saldatura culturale. Oserei quasi dire prepolitica.

E trovo, francamente, alquanto singolare e stucchevole la polemica delle anime belledel Pd che si stupiscono, o che lanciano addirittura lallarme, sulla deriva che sta assumendo la nuova leadership politica del principale partito della sinistra italiana. Una polemica stucchevole perché il progetto, almeno per quello che pubblicamente emerge, perseguito dalla Schlein punta dritto ad unalleanza politica, culturale, valoriale, sociale e programmatica con gli alfieri e i rappresentanti quasi esclusivi del populismo nastrano. Cioè il partito di Grillo e di Conte.

Ora, è altrettanto evidente, nonchè quasi oggettivo, che tutto ciò è sideralmente lontano dalla cultura e dallapproccio riformista per come si sono manifestati storicamente nel nostro paese. E le parole di Grillo, al riguardo, non sono affatto estranee a quellimpasto di radicalismo e di populismo che insieme cementano la sinistra per casoe populista dei 5 stelle con la sinistra massimalista e radicale del Partito democratico a guida Schlein.

Certo, è del tutto inutile infierire sul ruolo e sulla presenza degli ex popolari allinterno di quel conglomerato. Si tratta, quella, di una presenza puramente opportunistica perché sotto il profilo politico e culturale non c’è alcuna coerenza e alcuna lungimiranza. Utile per partecipare alla distribuzione del potere allinterno del partito e nelle relative e conseguenti istituzioni ma del tutto estranea a percorrere un disegno politico coerente con la propria storia e la propria tradizione. Del resto, come si concili il populismo anti politico, demagogico e qualunquista dei 5 stelle e il radicalismo libertario della Schlein con lesperienza storica del cattolicesimo popolare e sociale, resta un mistero laico che possono spiegare solo esponenti come Delrio e coloro che si riconoscono nella sua corrente allinterno del Partito democratico.

Ecco perché, anche alla luce di ciò che concretamente sta capitando, i riformisti che provengono dallarea cattolico democratica, popolare e sociale, debbono nuovamente essere protagonisti di una stagione politica dove la coerenza con la propria cultura e la propria storia ritorni ad essere un fatto centrale e non un espediente puramente strumentale rispetto al ruolo concreto che si vuole giocare nella società contemporanea. Ne va della credibilità, e anche della serietà, del nostro essere cattolici democratici, popolari e sociali.

Insidie metropolitane nel brusio della vita quotidiana

Gli agglomerati urbani sono giganteschi contenitori di polveri sottili, reticoli senza identità, luoghi di addensamento e solitudine. Ma sono anche affascinanti barnum di contaminazioni etniche, crocevia di incontri cosmopoliti, multiproprietà dei sentimenti condivisi, contesti di vita vera. Qui uno spazio, pur minimo, quasi rubato, è pur sempre appannaggio di chi arriva primo: uno può sostare e osservare, passeggiare e indugiare, il palcoscenico è grande, ci sono tante comparse e non si paga il biglietto.

Nel suo genere ogni città sa ospitare democraticamente. Le città e le metropoli assomigliano a enormi mantici che ogni giorno aspirano e soffiano i mille indistinti rivoli di varia e colorata umanità. Uno esce al mattino ed è subito inghiottito da questi flussi che ondeggiano come serpenti ubriachi. In città non ci si muove mai da soli. È come se ci si sentisse trasportati da un invisibile tappeto volante con infinite code svolazzanti: tutti al bar, tutti, in autobus, tutti in metropolitana, tutti in coda.

Finché non si arriva alla meta il luogo di lavoro, lambulatorio, la scuola, il negozio si è come mescolati in un impasto di gambe che corrono, di mani che gesticolano, di voci che si coprono, di rumori che si sovrastano. Senza contare i pensieri, che non si leggono ma che pesano più delle persone che li portano con sè. A volte in questo traballante caravanserraglio si prova la sensazione di sentirsi in compagnia, si osservano i volti, si scrutano gli stati danimo, si mischiano le ansie, si percepiscono i pericoli.

Le città non sono mai mute, ti parlano con il brusio del vociferare senza trama, con il chiacchiericcio colto al volo, con le frasi lasciate a metà, con le storie rubate a chi ti sta accanto, con i saluti furtivi, con le stizzite imprecazioni di chi vuole segnare i confini della propria presenza. Le parole metropolitane sono curiose, gettate lì per caso, raccolte ora con indifferenza ora con malcelata attenzione: raccontano la vita, la quotidianità, le ricchezze e le povertà, lieri, loggi e il domani, le speranze e la rassegnazione. Le voci della città corrono lungo i marciapiedi e si alzano fino ai trenta piani dei similgrattacieli, salgono e scendono i gradini del metrò, entrano ed escono dai portoni che inghiottiscono i passanti distratti e frettolosi, come imbuti grigi e uguali.

Sono distratte ma insidiose, rapide e insinuanti, composite e disvelatrici. Sono motivo di intrattenimento e a volte di fastidio, ora si ascoltano con sufficienza e disinvoltura, ora si eludono con irritazione, ora si cacciano in malo modo nei rifiuti della giornata. Riaffiorano – insieme ai gesti e alle azioni, ai dettagli al momento trascurati, ai rumori del proscenio – nel viaggio di ritorno, nelle occasioni di stacco, al rientro a casa. Abbiamo atteso tutto il giorno il momento del commiato dalla città, ci mancavano i nostri rituali nascosti, le nostre intimità, i cantucci domestici. Ripartiremo domattina per affrontare ancora le insidie urbane. Ogni sera è davvero speciale a casa nostra: le pulizie arretrate, la bolletta del telefono, la lettera dellavvocato, la convocazione condominiale, i voti dei figli, le analisi da prenotare, il cane da portare dal veterinario.

Sfogliamo distrattamente i depliant per le prossime vacanze, siamo in genere troppo stanchi per tracciare bilanci e poi c’è poco da stare allegri: il carovita, le bollette, le violenze, i fatti di cronaca, la pandemia, la guerra, la politica, letà della pensione. La città è lontana, dimenticata.

Meno male che c’è la televisione: lannunciatrice ha appena detto che è in programma una serata tutta allinsegna del crimine, era ora, che bellezza! Violenze di ogni genere, omicidi, armi a go-go.

Finalmente un podi relax.

Eur e dintorni, omaggio con irritazione e amore.

Sono cresciuta all’ombra delle geometrie dell’EUR, espressione maggiore dell’architettura razionalista e appannaggio del Ventennio.

Fascista è una brutta parola, ma bisogna scriverla ogni tanto.

Doveva essere un’esposizione, addirittura universale, non se n’è più fatto nulla, non capita di rado in Italia.

Eppure, è ancora qui, questo quartiere precisamente incompiuto, a riempirmi gli occhi di spigoli, a raddrizzarmi le giornate, a sorvegliarmi le voglie.

Cinque anni di Liceo, il Cannizzaro, storico, solido, cubico, solenne, un invito ad ambire. Sì, ma a cosa?

Dentro, tra le mura, generazioni infelici, a modo nostro, come le famiglie di Tolstoj…non meno sensibili, tuttavia, di altre passate e più perdonate.

Figlia di mia madre a sua volta germogliata tra le vetrine, panchine e fioriere dell’epoca d’oro, quando la ‘provincia’ chiamata EUR sapeva di soldi, di nuovo e di mare.

Non volevo più tornarci: ho scarabocchiato percorsi lontani da queste vie dell’Arte, dell’Europa, di Beethoven e dell’Aeronautica. Andate tutti a quel paese: l’Umanesimo e la Scultura e l’armamentario, avevo pensato.

E invece, eccomi tornata, dopo anni sparsa altrove, a insegnare…all’Eur per l’Eur e dintorni. In questi bordi, ricamati, imperlati, merlati, ma pur sempre bordi, periferici sbocchi fertili e ideali per osservazioni ‘astroletterarie’. I miei planetari.

Ci rotolo ancora a mestiere su questi marmi, non miei, di altri, ma con eleganza, nonostante. Mi sostengono i portici, che mi solfeggiano gli echi, dagli orizzonti ampi, per contenere i miei sogni, le velleità, i sentimenti, e quei lasciti di Fellini e Antonioni e del cinema visionario di un’epoca che respira ancora dalla pelle dei capodogli bianchi, quando cala il sipario, alla sera, sulle onde anomale della nostra Roma Sud.

Nutro un misto di irritazione e di amore, insomma, per l’ordine scomposto di questi spazi, per i loro appuntamenti mancati, per i trascurati contrasti tra le diligenti linee e la colorita popolazione che ci scorre e ricorre.

Ricorre, allora, il tema ben noto del mio malcelato sgomento di fronte a ciò che sarebbe dovuto essere, ma è altro, a sorpresa…più bello!

In quel fitto mistero della fede che è l’eterogenesi dei fini.

Un caffè da Palombini, l’ennesimo sole al Laghetto, un buon vino. Me di nuovo da Giolitti, a riflettere sul tempo che passa sotto le mie finestre alte. Un settimo piano per vederlo da lontano, quel Palazzo della Civiltà impropriamente chiamato Colosseo Quadrato e che io arrotondo da anni nelle curve lente della mia nostalgia. E vedo anche San Pietro e Paolo, in due… perché un solo patrono per Roma non basta.

Siamo romani domani anche all’EUR, incastrati in parcheggi difficili, tra palazzi imponenti, e frasi scolpite d’orgoglio, a sentirci più piccoli, eppure, ancora, ancora, significanti.

[Il testo sarà pubblicato prossimante in “Rame, materiale per una termo-poetica”, una raccolta di prose poetiche di Cecilia Lavatore]

D’Amato in rotta con il Pd e a un passo da Azione

Con un gesto che suona come ennesima contestazione del nuovo corso del Pd, Alessio D’Amato si dimette dall’Assemblea nazionale del Pd. Il candidato alle ultime elezioni per la Presidenza della Regione Lazio mette nero su bianco il suo disappunto per la
scelta compiuta dalla Schlein di portare il saluto dei Democratici all’apertura della manifestazione indetta ieri dal Movimento Cinque Stelle. Il malessere non trova argini, anzi pare assumere dimensioni sempre più vistose.

Il dissenso dalla linea del partito si è materializzato in un post su tweet: “Ho comunicato a Stefano Bonaccini – così si legge – le mie dimissioni dall’Assemblea Nazionale del PD. Brigate e passamontagna anche No. È stato un errore politico partecipare alla manifestazione dei 5S. Vi voglio bene, ma non mi ritrovo in questa linea politica”. Per adesso la decisione di D’Amato riguarda l’Assemblea nazionale, ma non si esclude nemmeno l’uscita dal partito.

Giorni fa, in un’assemblea promossa da Rita Padovano, candidata alle regionali proprio della Lista D’Amato in rappresentanza dell’area cattolico democratica, D’Amato aveva mostrato insofferenza per l’indirizzo radicale sulle questioni etiche, esprimendo in particolare il rifiuto della cosiddetta gravidanza per altri (Gpa). Una presa di posizione nient’affatto scontata, specie in considerazione della provenienza comunista di D’Amato.

Cosa può accadere ora? Secondo fonti accreditate, Calenda sarebbe pronto ad offrire al “suo” candidato alla Regione – imposto da Azione alla riluttante segreteria Letta – il posto di segretario del Lazio. Non è escluso che D’Amato possa accettare. Nel Pd c’è aria di tempesta per uno strappo che matura mentre sono in corso le primarie per eleggere il nuovo segretario regionale.

A sinistra Conte e Grillo sgambettano la Schlein, al centro Calenda apre ai Popolari.  

Un sabato romano da dimenticare per i cultori del campo largo. A Piazza della Repubblica, la manifestazione dei Cinque Stelle è iniziata con lequivoco dellabbraccio tra Elly Schlein e Giuseppe Conte e si è conclusa ai Fori Imperiali con linvettiva di Grillo contro gli aiuti militari allUcraina e per una mobilitazione dei giovani in chiave pseudo-welfarista e semi-anarchica (con accenni ambigui alluso della violenza). C’è da dire che lElevato sa come rompere, al momento giusto, lincantesimo di un Movimento che si vorrebbe emendato dallinfantilismo dei suoi dogmi. Insomma, poteva essere loccasione per un aggiornamento della proposta politica dei pentastellati e invece, a riprova della immaturità e inaffidabilità della leadership, è prevalso listinto di conservazione o più ancora il ritorno alle acque materne dellestremismo parolaio. Troppo anche per il Pd del nuovo corso, tant’è che pure il mite Guerini, sempre avaro di prese di posizione troppo nette, stavolta ha reagito con inusitata fermezza sul posizionamento dellItalia nel conflitto russo-ucraino.

Su un altro versante, ovvero nellarea di centro, si è aperto invece uno spiraglio. Calenda, intervistato da Avvenire, ha fatto un passo avanti nel delineare i rapporti con i Popolari. Vale la pena riportare il passaggio in cui esplicita il criterio direttivo della nuova strategia dopo il (relativo) fallimento del partito unicocon Italia Viva: “…è fallito un grande progetto politico – dice il leader di Azione – perché Renzi non lo voleva e ha preferito tenersi le mani libere. Ora riapriremo il cantiere con Emma Fattorini, Mara Carfagna, Maria Stella Gelmini, Matteo Richetti per coinvolgere il mondo popolare orfano di rappresentanza. Vogliamo creare una grande forza politica plurale in cui stiano insieme liberali, riformisti e popolari, culture politiche orfane sia nel PD sia a destra. Sono le tre culture politiche matrice dellEuropa e se non stanno insieme verranno messe in minoranza da sovranisti e populisti. Il problema è trovare i compagni di viaggio che non vogliano fare solo un cartello elettorale. Ma continuiamo a credere che dal centro si possa rifondare la politica.

Indubbiamente, con questo fermo immagine, Calenda ridisegna una politica che a più riprese ha viaggiato sul doppio binario del programmismo e dellintegralismo, con la conseguenza di essere percepito come sognatore di un improbabile concepimento solitario della rifondazione al centrodi un progetto innovativo. Resta sullo sfondo unesigenza di chiarezza e di coerenza, perché lapertura ai Popolari non si concilia con il corteggiamento degli ex radicali di Più Europa. C’è una sensibilità che orienta il cattolicesimo democratico, almeno nella versione confacente al recupero di autonomia nel solco della tradizione di Sturzo De Gasperi e Moro, ed essa consiste nel ripudio di una opzione per la quale lalternativa al partito radicale di massafinisca per accartocciarsi nella logica di un partito radicale di nicchia. Su questo punto non ci sono sconti da esigere o accettare, ma semplicemente la constatazione di una impraticabilità di campo. Ben venga dunque lapertura, a patto di farne la leva di un autentico processo di scavo e integrazione di valori impegnativi che laici e credenti, secondo una terminologia antica ma non per questo priva di mordente ancora oggi, dovrebbero o potrebbero assumere come cardini di un nuovo pensiero democratico.  

La Voce del Popolo | Berlusconi, due errori tra guadagni e perdite.

Ci vorrà tempo, molto tempo, perché si possa formulare un giudizio meditato e profondo (e magari condiviso) a proposito di Berlusconi e delle sue conseguenze. Il tempo che serve a lasciar depositare la polvere di tante controversie e a capire meglio quello che resta e quello che sfuma della sua straordinaria avventura politica.

Personalmente credo che la persona di Berlusconi fosse meglio di come lo raccontavano gli avversari e che la politica di Berlusconi fosse peggio di come la raccontavano i suoi tifosi. Ma il mio giudizio vale quel che vale. È unimpressione e non vuole essere una sentenza. Il punto è un altro. E sta forse nel fatto che c’è sempre un elemento di passionalità, quasi epico, che accompagna il percorso di Berlusconi. Come se non lo si potesse mai giudicare al di fuori di quel contesto arroventato, fatto di tifo e di vituperio.

Il senso comune attribuisce a Berlusconi il merito di avere modernizzato la politica italiana. Ma si tratta di un merito assai controverso. Infatti, politicamente, egli da un lato ha nutrito limmaginazione. Dallaltro però ha svuotato la rappresentanza. Così, diventa difficile misurare la somma algebrica tra quello che si è guadagnato e quello che si è perduto.

Il mio personalissimo calcolo dei profitti e delle perdite è che alla fine resti a tutti noi un segno meno. Berlusconi ha interpretato gli italiani dal lato dei loro difetti. E li ha assolti. Chi gli ha mosso guerra ha lungamente pensato che dalla parte opposta ci fossero tutti i pregi. Due errori che si sono alimentati a vicenda. Errori di tutti noi, viene oggi da dire.

Fonte: La Voce del Popolo – 15 giugno 2023

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del settimanale della Diocesi di Brescia]

Youtuber, delitti, castighi e un possibile rimedio

Di queste ore la morte di un bimbo a causa di un incidente tra una Smart e una Lamborghini Urus, guidata da unoyoutuber impegnato in una gara di resistenza in auto per oltre cinquanta ore. Urus è nome di origine di una specie bovina utilizzata nel mondo delle corride, qualcosa di poco attuale per le vie delle nostre città. Lo youtuber è quello che fa il tube, che fa insomma la televisione autonomamente e mette il prodotto del suo genio in rete così che possa essere apprezzato da un branco di seguaci.

Il nome del nostro youtuber si legge sia quello di Borderline, uno che insomma straborda di intelligenza e fa fatica a contenersi nei limiti comuni, uno che è lì sul filo per non andare a manetta fuoribordo, ma che questa volta ha debordato, facendo fuori una creatura che nulla sapeva di queste faccende. Sembra peraltro che ci sia però abbastanza mestiere per ingannare i followers perché non corrisponderebbe sempre a verità leffettiva prestazione messa in bella mostra per gli ammiratori del genere.

Idiota proviene dal greco e vuol dire privato, cioè che non ha la competenza per gestire la cosa pubblica. In questo caso, privato di ogni acume, lo youtuber ha avuto la fregola di mettersi in pubblico con una impresa dalle conseguenze che sappiamo. Imbecille in origine designava chi era malfermo e senza bastone. E forse di un bastone o di un tutore ci sarebbe bisogno per questi ragazzi a digiuno di ogni sostanza che pure guadagnano la pagnotta vendendo le proprie bravate, sostenute da aziende ansiose di farsi pubblicità.

Senza cadere in analisi sociologiche che rinviano a modelli di educazione fallimentari, ciascuno ricorderà lo scandalo di noti marchi di abbigliamento che facevano profitti sfruttando il lavoro di povera gente con paghe da miserabili. Così anche torturavano animali per ricavarne quanto occorreva per acconciare i loro prodotti. La difesa era di negare ogni responsabilità rinviando ai fornitori limputazione del malfatto.

Ci sarebbe un modo semplice per evitare che uno youtuber non si sbizzarrisca in imprese pericolose. Potrebbe farlo lo Stato o qualche autorità competente in materia. Dare pubblica notizia delle aziende che sostengono questi geni del web, una messa alla berlina che non farebbe comodo alle loro tasche. Più ruvidamente lo Stato potrebbe vietare di dare pubblicità a youtuber di questa risma, spacciatori di possibile pericolo per il prossimo. Tutto più facile che attendere un rinsavimento che presenta tempi più lunghi del necessario. Se lo Stato c’è, si faccia avanti.

Discorsi sull’Europa dall’Atlantico agli Urali dimenticando la profezia di Sturzo

A cercare nella cronaca quotidiana degli ultimi tempi un esempio o un casodi uso politico e strumentale della storia per piegarla alla propaganda di parte, si potrebbe convenire che il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ce ne offre uno abbastanza chiaro e  significativo.

Dal sito ufficiale della Presidenza del Consiglio si apprende che pochi giorni addietro Il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha partecipato a Chisinau, in Moldova, al Vertice della Comunità Politica Europea dove ha tenuto un intervento alla Sessione Plenaria. Nel corso dellintervento ha tra laltro affermato: “…saremo vicini all’Ucraina, aiutandola a 360 gradi per tutto il tempo che sarà necessario. Per questo sosteniamo anche il cammino che Ucraina, Moldova, Georgia, ma anche i Balcani occidentali stanno compiendo verso l’adesione all’Unione europea. Siamo qui per ricordare che non esiste un’Europa di serie A e un’Europa di serie B; c’è solo l’Europa e quell’Europa ha bisogno, come ha detto Papa Giovanni Paolo II, di respirare con due polmoni: lOccidente e lOriente.

La Meloni, dunque, offre il sostegno a Ucraina, Moldova e Georgia per il loro ingresso nella Unione Europea e, per tale disegno politico, non esita a chiamare il causa il Papa polacco arruolandolo tra i costruttoridi unEuropa a due polmoni, ma che si fermi sul confine orientale dellUcraina.Il passo per arruolarlo tra i sostenitori dellallargamento della Nato è breve. Non c’è dubbio, come da più parti si afferma, che la Storia è, prima di tutto, scienza del contesto. Se uno storico, che sia tale, vuole raccontare un evento non può che inserirlo in uno scenario più allargato che tenga conto della  pluralità di elementi e di accadimenti che rendono complessa lanalisi. Se, invece, lo storico estrapola lavvenimento dallo scenario complesso nel quale è collocato, può in tal modo piegarlo allobiettivo che si propone di realizzare compiendo così un uso distorto  della storia.

Dove si colloca laffermazione di Papa Giovanni Paolo II? Quali i riferimenti culturali, spirituali e religiosi? Il 31 maggio 1980 a Parigi, nel corso di un incontro con i rappresentanti delle Comunità cristiane non cattoliche, dopo aver ricordato la sua visita fraterna al Patriarcato ecumenico di Costantinopoli e sottolineato che  la divisione storica delle Chiese è una ferita sempre aperta, Giovanni Paolo II ha affermato: Non si può respirare come cristiani, direi di più, come cattolici, con un solo polmone; bisogna aver due polmoni, cioè quello orientale e quello occidentale.

Con la Lettera apostolica Aegregiae virtutis Papa Wojtyla, poco dopo, proclama i Santi Cirillo e Metodio compatroni dEuropa assieme a San Benedetto. Cirillo e Metodio erano greci nati a Tessalonica, ma divennero famosi perché evangelizzarono lantica Russia cui diedero la lingua e la liturgia. Ed infatti Pio IX autorizzò il culto dei Santi Cirillo e Metodio e nel 1880 Leone XIII con lEnciclica Grande Munus sottolineò i grandissimi meriti dei due Santi fratelli  ed estese il loro culto alla Chiesa Universale.  

Nel 2013 il Cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese orientali, così commentava la citata Aegregiae Virtutis e la nomina dei due Santi a Compatroni dellEuropa: Oltre che un concreto gesto di solidarietà con il popoli slavi, il Papa ha voluto dare un contributo alla ricostruzione dellunità del continente europeo al di là di ogni divisione ideologica e politica. La nuova prospettiva europeistica delineata in questa Lettera offre loccasione di un approfondimento delle radici cristiane nelle nazioni europee attraverso la riscoperta dei loro valori, tradizioni e cultura, nella prospettiva di una Europa intera, che dallAtlantico agli Urali respira a due polmoni…”.

Con la Aegregiae virtutisGiovanni Paolo II ci ricorda, dunque, che lEuropa è frutto dellazione di due correnti di tradizioni cristiane e indica in San Benedetto il riferimento della cultura che parte da Roma e in Cirillo e Metodio il riferimento della cultura greca e della tradizione orientale irradiata tra tanti popoli dellEst europeo. Non c’è dubbio che la scelta dei due santi slavi come compatroni dellEuropa obbediva ai segni del tempo del Concilio e prefigurava un più intenso dialogo tra la Chiesa Cattolica e la Chiesa Ortodossa.

Unultima notazione, a conferma del radicamento dei due Apostoli nella Russia profonda: intorno al 1963 uno storico dellarte scoprì per caso nellattuale Bosnia-Erzegovina una icona di medie dimensioni, raffigurante i fratelli Cirillo e Metodio, con una iscrizione in russo: Questa icona è stata dipinta nel governatorato di Samara con i denti dal contadino Grigorij Zhuravljov, senza braccia e senza gambe, nel 1885, il 2 Luglio. Samara era una provincia dellimpero russo attraversata dal Volga nelle Russia europea orientale. Dal 1991, in Russia è stata istituita una festa annuale della Letteratura e della Cultura slava che cade nel giorno della memoria della Chiesa di Cirillo e Metodio. A Mosca in Piazza Slavyanskaya è stato eretto un monumento ai due Santi Uguali agli Apostoli, così come vengono definiti.

Voler contenere, quindi, il respiro del polmone orientale al di qua della Russia, coinvolgendo il Papa polacco, è senzaltro unoperazione politica strumentale del tutto arbitraria e poco rispettosa, fra laltro, del vasto respiro ecumenico di Giovanni Paolo II.

Per giunta, in tema dellallargamento dei confini dellEuropa non è inopportuno sottolineare le affermazioni profetiche di don Luigi Sturzo, riproposte proprio da Il Domani dItalia in un numero del 2019. LEuropa dichiarava testualmente Sturzo nel 1944 deve andare verso lunificazione di tutti gli stati, compresi Gran Bretagna e Russia. La federazione europea a suo pareresi sarebbe dovuta estendere dallAtlantico agli Urali e dal Mediterraneo al Baltico. La visione profetica di Sturzo forse andrebbe meglio approfondita per contrastare tutti i sovranismi e le insorgenze nazionalistiche. Infatti, il recupero dellinsegnamento del Prete di Caltagirone non è un atto nostalgico, bensì il richiamo ad una visione politica e morale di grande attualità allorché si toccano con mano le difficoltà a comporre virtuosamente culture e tradizioni alternative.

Giovanni Palladino, in un suo contributo come sempre ben documentato, ci ricorda queste parole profetiche del fondatore del Partito Popolare: Dopo la tragica guerra civile americana del secolo scorso, una guerra tra la Louisiana e lIllinois non è più immaginabile, così come un giorno una guerra tra la Francia e la Germania non sarà più immaginabile, se tra i due paesi si realizzerà una integrazione economica e politica. Un giorno il comunismo verrà sconfitto e sarà possibile creare una Grande Europa dallAtlantico agli Urali. Così la pace finalmente regnerà nel nostro meraviglioso Continente, sempre colpito da guerre sanguinose. In definitiva, Sturzo era convinto che lintegrazione politica ed economica fra gli stati prima fra tutte lintegrazione europea dallAtlantico agli Urali  avrebbe sconfitto il diritto alla guerra qualora significative forze morali avessero sorretto questa prospettiva.

Card. Zuppi, “Flavia spesso diceva che per ogni strappo c’è un rammendo”.

Mentre trascorre la vita solo tu non sei mai. Santa Maria del cammino sempre sarà con te. Un cammino. Non possiamo stare fermi, altrimenti la vita ci cammina davanti e la perdiamo. In questa casa, la sua parrocchia, con la sua comunità, dove si capisce che la Chiesa è una casa e che contiene i nostri fratelli e sorelle del cielo, accompagniamo Flavia con affetto, incredulità, dolore ma anche tanta consolazione e speranza. Cammina. Riprende il suo cammino bruscamente interrotto e insieme a San Francesco, che la attendeva sulla terra e la accoglie in cielo, insieme ai suoi cari, ultima la mamma Paola, il piccolo grande Matteo, ai tanti, ai quali la sua vita è legata, giunge dove termina la via degli uomini, che non è mai un cerchio che si chiude su sé stesso ma un cammino che giunge alla sua meta: la casa del cielo. È un legame che ci unisce e che nessuno può spezzare, perché un legame di amore. E solo un legame e un legame di amore vero ci rende liberi, autonomi non perché individualisti ma persone e insieme. Insieme, tanto che si entra in simbiosi, si assomigliano persino le calligrafie, ma diversi perché insieme è la garanzia della diversità. E lamore è concreto, non è mai solo spirituale. Prende tutta lanima ma anche tutto il corpo e tutta la mente.

Un legame, il giogo dolce e leggero di cui parla il Vangelo. È un legame abbondantemente doro che ha legato Flavia a Romano e viceversa, legame dove si confonde la metà delluno e dellaltra, eppure dove ognuno era se stesso proprio perché insieme, dove si impara insieme, dove lo sguardo univa sempre, tanto che spesso sembrava che lei non ci fosse ma cera, invece. Legame dove tutti diventano belli perché pieni di amore ma legame che richiede quel trucco, come dice Romano, fondamentale che è la manutenzione. Ha funzionato. Fino alla fine e adesso si trasforma, la manutenzione, che è sempre necessaria e possibile! Il legame dei nostri legami, che li genera e li mantiene più di tutti, è quello con Gesù, vero compagno della nostra e della vostra vita, che è stato in mezzo a voi, dentro di voi, davanti a voi.

È legame di amore che unisce Flavia a Giorgio e Antonio, alle loro famiglie, ad Alessandro, alla grande non dico quanto le stelle del cielo, ma quasi famiglia Prodi (fratelli, sorelle, zii, nonni e cugini di ogni ordine e grado). È legame che unisce alle sue e ai suoi nipoti, Chiara, Benedetta, Maddalena, Davide, Giacomo e Tommaso che, con curiosità, rispettoso e profondo affetto, con cui tutti ricordiamo, Flavia contemplava e ascoltava con tanto intelligente e libero cuore insieme ai loro amici.

Una grande nonna. Insomma è il legame di amore che ci aiuta a capire quel giogo dolce e leggero di Gesù, legame di amore che rende pieni i nostri, al di là di noi, che unisce terra e cielo, presenti anche quando il male sembra spezzarlo e rende amara e atroce lassenza. È il legame che vince la nostra solitudine, ogni solitudine, perché niente ci può separare da Gesù e da quanti vivono con lui.

Oggi è la festa del Sacro Cuore. Ci aiuta a meditare sul cuore di Gesù: chi ama, come ama, a chi si lega, dove metteva il suo cuore. Il cuore è il centro dellorganismo, delicatissimo in realtà, sempre, che contiene il soffio della nostra vita davvero un soffio e che ha e richiede i suoi tempi che bisogna conoscere e rispettare. Il cuore ha i suoi occhi che quando sono aperti fanno vedere tante cose altrimenti invisibili; ha i suoi orecchi che ci fanno capire nel profondo, perché il cuore illumina la mente che non è piena se non è unita al cuore. Gesù ci aiuta a trovare il cuore. Non è una regola, una morale, lo sappiamo, una legge, fosse la più giusta e convincente. È un amore che richiede amore. Se mi si domanda perché sono dolce e buono, devo dire: Perché sono il servo di uno più buono di me’”, diceva Fratel Charles. Dio è amore: chi rimane nellamore rimane in Dio e Dio rimane in lui. Ecco cosa non finisce, cosa resta, esigente come è lamor vero che non si vende e non si compra, che non possiede e per questo possiede tutto, ma anche pienezza della nostra umanità, perché lamore tutto copre e tutto trasforma. Dio non fa una lezione sullamore, non lo spiega e non lo interpreta. Ama. E quindi anche soffre, come chi ama qualcuno per davvero.

La devozione del Sacro Cuore è affettiva: ci aiuta a sentire il tanto amore per noi per liberarci dalla paura di amare tanto. Era una devozione legata alla riparazione, cioè, aiutare, amando, a riparare quello che il male rompe. Lo vediamo nella povertà, nellingiustizia, nella guerra che uccide gli uomini e lumanità, nel desolante e colpevole abbandono dei profughi in mezzo al mare. Flavia spesso diceva che per ogni strappo c’è un rammendo. E questo come sappiamo richiede pazienza. Ma lamore ripara e guarisce, anche strappi dolorosi che richiedono rammendi ancora più attenti. Ecco perché Gesù, cuore di Dio che ci rende umani e ci fa trovare il nostro vero cuore, facendolo funzionare, liberandolo dal volgare e consumista amore per noi stessi e restituendoci al vero amore per noi stessi che è sempre unito allamore per il prossimo e per Dio.

Gesù invita gli uomini stanchi e oppressi. Io vi darò ristoro. Conosce la fatica del cammino e non vuole che ci fermiamo oppure che cerchiamo il ristoro in quello che poi ci fa del male o fa male al nostro prossimo. È un invito e una promessa tenera quella di Gesù: Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Un legame e prendere esempio da lui. Non una lezione, ma un amore mite e umile da vivere insieme. Insieme apre agli altri, non chiude! Come è stato per Romano e Flavia: insieme e con tanto impegno per il prossimo. Ben superiore alle perle è il suo valore. Forza e decoro sono il suo vestito e fiduciosa va incontro allavvenire. Apre la bocca con saggezza e la sua lingua ha solo insegnamenti di bontà”, abbiamo ascoltato. Ecco Flavia, che ha importato tanto da Gesù mite e umile di cuore. Mite lo è sempre stata, con quel radicalismo dolce che era la sua fermezza e che la coinvolgeva intimamente alle vicende del prossimo. Amava i piccoli. Riservata, in un mondo sguaiato, pieno di vanagloria (davvero vana), di penosa esibizione perché riduce lamore nelle apparenze, Flavia preferiva la sobria e solida vicinanza alla vita vera, partendo dai più fragili, legandosi a loro nella sua ricerca accademica mai chiusa nei corridoi ma facendo i luoghi dellumanità le vere aule dove imparare e vivere, da studiare con cuore e intelligenza, con curiosità e interesse, per provare lurgenza di cambiare e la programmazione per costruire le soluzioni.

Non a caso collaboratrice di tanti progetti dal gruppo Abele a Libera, vicina a don Giulio Salmi, don Saverio Aquilano, Aldina Balboni, senza dimenticare don Giacomo Stagni e anche don Gherardi. Anche per questo un punto di riferimento per tanti giovani dellUniversità di Bologna, sempre con tanta semplice cioè senza supponenza alcuna e infinita generosità. E generosità significa anche passare il proprio sapere senza appropriarsene, consegnarlo agli altri, perché non ne ha mai fatto strumento di potere ma di servizio.

Generosa ma non accomodante. Si schermirebbe a questo punto e mi inviterebbe alla sobrietà! Però è giusto ricordare come con Achille Ardigò e tanti altri scelse una branca della sociologia vicina alle marginalità, che per certi versi verifica e corregge le decisioni degli economisti (certi tagli alla spesa, ad esempio, con conseguenze spesso lasciate a chi viene dopo perché vede il mondo a partire dai poveri e non viceversa), con tanta passione civile per i servizi sanitari e sociali, uniti e uniti alla comunità umana, indispensabile perché sia pubblico e universalistico, con prossimità e cura, con la pazienza di un lavoro alluncinetto. Una sua amica ha scritto, con intelligenza, che Flavia riportava ogni cosa al senso profondo delle cose, in politica, nelle relazioni occasionali e in quelle profonde, familiari. Era come se lei avesse la bussola. Ci si può smarrire, senza un orientamento così. Ma anche ritrovare, certo, definitivamente. E questa bussola ci porta nel cuore di Gesù, e vince e vincerà ogni solitudine.

Faccio mie le parole di papa Francesco: Sono certo che dopo più di 50 anni di matrimonio saprai raccogliere leredità di fede e di fortezza di Flavia, continuando a testimoniare, nel suo vivo ricordo, la bellezza del vincolo di amore che vi ha tenuto uniti, mano nella mano, fino allultima passeggiata insieme.

Caro Romano, cari tutti: Mentre trascorre la vita solo tu non sei mai; Santa Maria del cammino sempre sarà con te. Ecco, cara Flavia: Dio ti rialzerà, ti solleverà su ali daquila ti reggerà sulla brezza dellalba ti farà brillar come il sole, così nelle sue mani vivrai. Dal laccio del cacciatore ti libererà. Poi ti coprirà con le sue ali e rifugio troverai.

Prega per noi, stella luminosissima del cielo. Di Dio, dove le stelle risplendono in pieno giorno, luce altissima e intima, legame di amore dal quale nessuno ci può separare.

Il Centro Popolare dopo Berlusconi

La fase politica che si è aperta dopo la scomparsa di Berlusconi archivia definitivamente una stagione politica del nostro paese. Alcuni parlano di tramonto definitivo della seconda repubblicamentre altri di apertura di una una nuova fase politica. Sono riflessioni, appunto, calzanti perchè Berlusconi e il suo partito hanno rappresentato, al di là del giudizio storico e politico sulla sua presenza trentennale nello scenario pubblico italiano, uno snodo fondamentale per il Centro. Sia per il ruolo politico che hanno concretamente occupato e sia, soprattuto, per il massiccio consenso elettorale che hanno riscosso per molti anni. Certo, è stato un Centro che si è storicamente collocato a destra e che, al contempo, ha introdotto nel nostro paese la categoria del bipolarismo tra i due schieramenti maggioritari. Oltre ad aver registrato un vasto consenso in un bacino elettorale che, nella prima repubblica, si riconosceva massicciamente in alcuni partiti: la Dc, il Psi e le formazioni politiche laiciste. Una pagina, questa, che si è chiusa definitivamente ed irreversibilmente con la scomparsa del capo e fondatore di Forza Italia.

E nella fase politica che si apre per il nostro paese, è di tutta evidenza che ritorna il tema della ricostruzione di un Centro politico aderente al principio della democrazia dellalternanza; un Centro tuttavia destinato a mettere in discussione la tesi di quel bipolarismo selvaggioche è nuovamente decollato dopo la vittoria della destra democratica e di governo alle ultime elezioni politiche e, soprattutto, dopo laffermazione della Schlein alla guida di un Pd sempre più radicale, estremista, massimalista e libertario. Un bipolarismo che scivola sempre più verso la sub cultura degli opposti estremismidove lunico ed esclusivo obiettivo resta quello di demolire ed annientare il nemicopolitico.

Ed è proprio in questa cornice che quasi si impone la necessità di ridar voce, rappresentanza e consistenza politica ed organizzativa ad un soggetto politico centrista. Indubbiamente plurale al suo interno ma accomunato da un progetto politico autenticamente riformista e di governo,che è destinato ad incrinare la logica e la deriva degli opposti estremismi. Ed è altrettanto quasi naturale, al riguardo, che un processo del genere non può essere guidato da protagonisti, esponenti e culture che fanno della radicalizzazione politica e della polarizzazione ideologica la loro ragion dessere nella cittadella politica italiana. Penso, nello specifico, al Pd della Schlein da un lato o alla Lega e a molti settori dei Fratelli dItalia dallaltro, malgrado il profilo  moderato della Presidente del Consiglio.

Ecco perché, se ci sono intelligenza politica, freschezza intellettuale, capacità organizzativa, coraggio civico e, soprattutto, coerenza culturale, ora i cattolici democratici, popolari e sociali possono giocare un ruolo politico decisivo per costruire i nuovi equilibri che si determineranno nel nostro paese. Certo, non si può ridurre il tutto ad un ruolo del tutto ancillare e marginale allinterno di partiti che perseguono un altro disegno politico e con metodi ispirati alla più spietata radicalizzazione dello scontro politico – penso, nello specifico, alla sinistra estremista e massimalista del Pd e alla Lega – ma, al contrario, si deve essere in grado di essere determinanti nel consolidare il principio della democrazia dellalternanza ma guidando, però, questo processo dal Centro. Perché è a tutti evidente che c’è uno spazio politico che va interpretato, intercettato e rappresentato. Certamente a livello politico, ma anche e soprattutto sul versante culturale, sociale ed elettorale.

Per questi motivi, adesso, tutti coloro che si riconoscono in una cultura e in una politica di centrohanno il dovere di lavorare per far decollare una iniziativa concreta, e culturalmente plurale, che sia in grado di rappresentare unarea che oggi si sente semplicemente orfana perché non rappresentata nella geografia politica italiana.

La nuova fase della galassia politica ed economica berlusconiana

In principio ci fu il Silvio Berlusconi imprenditore di successo, poi venne il politico ma sempre diversamente navigato imprenditore. Esperto di marketing, con la discesa in campo del 1994 lanciò il brand Forza Italia, il partito-azienda destinato a conquistare una larga fetta del mercato politico orfano del pentapartito e antagonista della sinistra. Numeri alla mano e consapevole che non bastava, assemblò spregiudicatamente una aggregazione capace di intercettare quei segmenti di consensi che il suo partito liberal-moderato non poteva ottenere. Aggiunse al valore preminente del suo partito, quei pesi marginalmente utili al fine di ottenere la maggioranza necessaria per un governo. Nonostante levidente enorme conflitto di interessi, loperazione fu ripagata da ampio consenso che gli permise di massimizzare il valore di se e del suo progetto per i decenni a venire. Dei suoi vizi e furbizie matricolate si può scrivere unenciclopedia ma aver compreso il valore aggiunto che offre una coalizione nei sistemi maggioritari, è stato sicuramente un merito. Anche nella creazione del suo impero economico ha puntato sulla forza di un gruppo di persone, ormai note, capaci e fedeli; e dove ci sono ricchi utili ci devono essere lauti dividendi per tutti e in questo Berlusconi è stato cospicuamente generoso con chiunque si sia alleato con lui anche solo per laffare utile al momento.

La coalizione è stata il patrimonioche ha gestito e difeso strenuamente anche a scapito del suo partito nellottica di salvaguardare il gruppo, ove per Forza Italia (cioè lui) ha ritagliato il ruolo di holding, titolare della golden share che esercitava negli snodi complicati.

Anche per le opposizioni era linterlocutore nelle situazioni istituzionali complesse. Ha mantenuto il patrimonioche gli ha consentito di mantenere il potere nonostante i cali elettorali, gli scandali e i contenziosi con la giustizia. Una capacità evidenziata da Marco Tarquinio dalle pagine di Avvenire: Già la coalizione, laltro capolavoro del Cavaliere. Capace di mettere insieme e di amalgamare a partire dal 1993-94 pezzi a lungo incomponibili della politica e dellelettorato del Bel Paese. Di fonderli nella percezione di tanti italiani (negli ultimi tre turni elettorali nazionali, milioni di voti si sono spostati nellarea, travasandosi dalluno allaltro dei partiti alleati in un centrodestra diventato infine destracentro) e sulla spinta di slogan spesso radicali e di una propensione alla contrapposizione frontale con gli avversari di turno. Un capovolgimento di senso (di marcia, e non solo), se si ripensa alloperazione compiuta da chi, allalba della Repubblica, aveva accompagnato una generazione di italiani cresciuta sotto il fascismo a radicarsi nella nuova e piena democrazia repubblicana…”.

Dopo il lutto e il clamore, cosa succederà per la coalizione e gli avversari? La scomparsa ovviamente apre la discussione sugli scenari politici italiani ed europei perché Forza Italia è il riferimento del Ppe per le elezioni del 2024. La famiglia Berlusconi e i principali dirigenti del partito possono rinunciare a questo patrimonio? Possibile vi siano dirigenti tentati dalla fuga verso FdI temendo il tracollo, ma è ragionevole ritenere che la premier Meloni non abbia interesse ad alimentare tensioni che potrebbero ripercuotersi sul governo. Ed è plausibile valutare che la famiglia Berlusconi cercherà di mantenere il controllo della holding (Forza Italia) magari con una candidatura alla leadership di qualcuno della dinastia o delle persone di stretta fiducia. Almeno questo sino alle elezioni europee, poi i risultati e i movimenti sociali e politici – prevedibili e imprevedibili – potrebbero aprire nuovi corsi storici.

Dibattito | L’unità dei Popolari? Sì, con chi ci sta secondo i nostri principi.

Caro Direttore, rispondo al commento con il quale hai presentato la mia nota ieri su Il Domani dItalia, ripetendo quanto da me già scritto: le elezioni europee regolate dalla legge elettorale di tipo proporzionale con le preferenze e lo sbarramento al 4%, favoriscono, da un lato, il confronto tra le diverse culture politiche in campo, e, dallaltro, non obbligano a quelle alleanze cui sprona la legge elettorale maggioritaria, tanto a destra quanto a sinistra.

Per gli amici che si rifanno alla tradizione politica Dc e popolare, si tratta di unimportante opportunità per verificare lo stato di rappresentanza che riusciamo ancora a svolgere, specie nei confronti di quel 50% di elettori renitenti al voto, che, da molto tempo, non trovano più risposte ai loro interessi e ai loro valori dai partiti del bipolarismo forzato, oggi rappresentato a destradallegemonia di Giorgia Meloni, specie dopo la scomparsa del Cavaliere, e a sinistra dalla Schlein, che guida il PD su posizioni radicali. Idee e proposte politiche, quelle della leader del Pd, che confliggono con i valori e i principi di larga parte dei Popolari che un tempo avviarono lesperienza della Margherita e poi la confluenza nel PD, di fatto rivelatasi insostenibile.

Ecco perché credo sia opportuno rivolgere un invito a tutti gli amici dellarea cattolica democratica, liberale e cristiano sociale e a quanti militano nelle diverse realtà organizzate a livello territoriale. Urge promuovere un incontro, che potremmo svolgere anche in via telematica, per uno scambio di idee, con lobiettivo di concorrere tutti insieme alla formazione di una lista unitaria alle prossime elezioni europee. Credo che la discriminante per detta formazione possa essere la scelta condivisa a sostegno dei principi ispiratori dei padri fondatori dellUnione europea – De Gasperi, Adenauer e Schuman – e lappartenenza al Partito Popolare Europeo.

Lobiettivo principale sarà quello di avviare il progetto di ricomposizione politica della nostra area, dopo la lunga stagione della diaspora scoppiata dopo la fine ingloriosa della Dc (1993-2023). In secondo luogo, raggiungere e superare il 4 % dello sbarramento alle europee, necessario per eleggere qualche nostro rappresentante al Parlamento europeo. Obiettivo impossibile, se ciascuna delle nostre realtà organizzate pensasse di presentarsi con lista autonoma.

Anche qualora non superassimo lo sbarramento, insieme, dopo il voto, rappresenteremo una realtà politica concreta, misurata sul campo, disponibile a scegliere programmi e alleanze per le elezioni regionali e nazionale, attraverso un congresso politico, da indire da unassemblea nazionale, le cui modalità saranno da concordare circa i tempi e le  condizioni della sua realizzazione. Qualcuno sta ipotizzando di ricomporre la vecchia Casa delle libertà ideata da Berlusconi, rimanendo nellarea del centro destra, oggi sempre di più destra-centro. Altri, addirittura, sognano di trasformare Fratelli dItalia nella nuova Dc: ipotesi scellerata  espressa da chi, da anni, utilizza rendite di posizioni per mera sopravvivenza politica personale.

Noi crediamo, invece, che sia indispensabile impegnarci tutti per la nostra ricomposizione, per la conferma dei nostri principi e valori, e, doposolo dopoci si porrà il tema delle alleanze politico programmatiche, sia a livello nazionale che regionale, da decidere con gli amici delle nostre realtà territoriali. Non comprendiamo le titubanze di chi, scottato dallesperienza nel Pd, ne è uscito ma continua a ipotizzare lidea di correggere la rotta di quel partito. Al riguardo gli amici Giorgio Merlo e Giuseppe Fioroni hanno scritto note importanti sulla fine di quellesperienza. Ecco perché alla tua domanda: va bene la nostra unità, ma con chi? Rispondo così: con chi ci sta ed è pronto per questa sfida.

Patto stabilità Ue, Gentiloni: lettera 11 paesi non aiuta

Sulla proposta di riforma del Patto di stabilità sui bilanci dei paesi Ue, “penso che le posizioni dei singoli paesi siano ovviamente legittime, ma credo che alla Commissione spetti il compito di costruire soluzioni comuni”.
Lo ha detto il commissario europeo all’Economia, Paolo Gentiloni, al suo arrivo alla riunione dell’Eurogruppo a Lussemburgo, in risposta alla lettera congiunta dei ministri delle Finanze di 11 paesi dell’Eurozona (Germania, Austria, Bulgaria, Repubblica Ceca Croazia, Danimarca, Estonia, Lituania, Lettonia, Lussemburgo, Slovenia), pubblicata oggi da diversi giornali, in cui si chiede il mantenimento di condizioni di bilancio rigorose nel nuovo Patto di stabilità.
Penso, ha aggiunto Gentiloni, “che questo sia il momento di costruire ponti tra le diverse posizioni, e non di fortificare le posizioni di ciascun paese, creando schieramenti; perché questo, onestamente – ha sottolineato – non aiuta la soluzione generale.
Quindi, legittime le posizioni, ma facciamo uno sforzo per andare verso una posizione comune”, ha concluso il commissario.

“Si avrebbe dovuto fare di più”: è l’errore più evidente e sorprendente della strana versione in italiano della lettera inviata oggi da 11 ministri delle Finanze dei paesi cosiddetti “frugali”, guidati dalla Germania, ai giornali del gruppo Lena (Leading European Newspaper Alliance), in cui si prende posizione a favore di una versione della riforma del Patto di stabilità più favorevole al rigore di bilancio e alle politiche d’austerità, rispetto alla proposta presentata in aprile dalla Commissione europea.

Quella pubblicata in Italia è, in realtà, una versione più corta, tradotta male e sintetizzata peggio, della versione originale completa, pubblicata in altri giornali europei, come il testo francese di FigaroVox/Tribune. La lettera è stata pubblicata, non a caso, alla vigilia della riunione del Consiglio Ecofin che discuterà della proposta di riforma del Patto, domani a Lussemburgo.

Nella versione italiana sono stati omessi dei passaggi fondamentali per capire le argomentazioni degli 11 paesi “frugali” (Germania, Austria, Bulgaria, Repubblica Ceca, Croazia, Danimarca, Estonia, Lituania, Lettonia, Lussemburgo, Slovenia) e per evidenziarne l’ispirazione ancorata nelle sciagurate politiche dell’austerità che condannarono molti paesi dell’Eurozona a una seconda crisi, a causa della mancanza d’investimenti e della speculazione dei mercati contro il debito sovrano, dopo la crisi finanziaria del 2008-2009.

Mentre il commissario europeo all’Economia, Paolo Gentiloni, non perde occasione di ricordare che durante l’austerità gli investimenti pubblici nell’Eurozona vennero azzerati e le politiche Ue intervennero in modo pro-ciclico, invece che anticiclico, gli 11 ministri “frugali” ripetono il mantra ideologico dell’austerità secondo cui non esiste debito buono (quello degli investimenti produttivi) e debito cattivo, ma il debito è sempre un male.

Ecco la frase in questione, riportata dalla versione francese, e assente nella sintesi pubblicata in italiano: “Una cosa dovrebbe essere chiara per tutti: per i mercati dei capitali, un debito è un debito. I mercati dei capitali non si interessano ai motivi dell’indebitamento, per quanto validi possano essere. Per preservare la loro credibilità di fronte ai mercati dei capitali, gli Stati membri devono evitare i deficit e i livelli d’indebitamento eccessivi, o mettere in opera delle riduzioni realistiche, opportune e sufficienti dei deficit e dei tassi d’indebitamento”.

Un’altra frase omessa nella versione italiana, spiega bene il motivo dell’opposizione degli 11 ministri a una delle proposte chiave della Commissione, che consentirebbe di spostare dal breve al medio termine i tempi richiesti per gli aggiustamenti di bilancio, dando più margine agli Stati membri impegnati a realizzare investimenti pubblici in alcuni settori prioritari.

“Noi non siamo convinti – scrivono gli 11 ministri nella versione originale – che i calendari degli sforzi di consolidamento necessari che si estendono ben al di là del ciclo di una legislatura produrranno i migliori risultati possibili”.

Il testo italiano contiene anche una svista che rende incomprensibile un’altra argomentazione dei frugali: “Mentre gli Stati membri dell’area euro nel 2019 avevano un debito pubblico medio dell’86% del Pil, nel 2020 questo indice era salito quasi al 100%, per scendere poi nel 2020 a circa il 93%. Nel 2002, quando fu introdotto l’euro, la percentuale ammontava al 68%”.
Dalla versione francese, si capisce che la riduzione del debito/Pil al 93% si riferisce al 2022, e non al 2020.

Interessante anche la frase secondo cui “prima della pandemia, la politica di bilancio era a volte troppo espansiva in Europa. Si sarebbe dovuto fare di più per consolidare e costituire delle riserve di bilancio quando l’economia funzionava a un ritmo regolare e sano. Le regole del Patto (di stabilità, ndr) sono state concepite con questo intento, ovvero permettere ai paesi di accumulare delle riserve di bilancio nei periodi di congiuntura favorevole e utilizzarle nei periodi di congiuntura sfavorevole”.

La lettera degli 11 ministri è stata criticata oggi dal commissario Gentiloni, secondo cui “questo è il momento di costruire ponti tra le diverse posizioni, e non di fortificare le posizioni di ciascun paese, creando schieramenti; perché questo, onestamente – ha concluso – non aiuta la soluzione generale.
Quindi, legittime le posizioni, ma facciamo uno sforzo per andare verso una posizione comune”.

Interessante anche il fatto che l’Olanda (un altro paese considerato tradizionalmente “frugale”) non abbia firmato la lettera degli Undici. La ministra delle Finanze Sigrid Kaag ha ricordato, a margine della riunione dell’Eurogruppo a Lussemburgo, di aver firmato nella primavera scorsa una proposta congiunta con la collega spagnola Nadia Calviño, proprio per superare la tradizionale frattura tra paesi del Nord e del Sud Europa.

“Speriamo – ha osservato Kaag – di poter trovare dei modi per andare avanti, che alla fine portino a un Patto di stabilità e crescita riformato ed efficace, e che sia rispettato”. Invece – ha avvertito-, “un ritorno verso il vecchio Patto significherebbe il fallimento politico del nostro sforzo collettivo; perché il vecchio Patto di stabilità e crescita non funziona, non è efficace, e molti paesi non vi aderiscono”.

Assicurare il rispetto del Patto, “è un problema reale; e preferisco spendere tutto il nostro tempo e tutti i nostri sforzi, con i colleghi ministri delle finanze e ovviamente con la Commissione, per focalizzarci su ciò che funziona meglio per creare consenso”, ha concluso la ministra olandese.

Missione di pace africana in Europa: oggi in Ucraina, domani in Russia.

Per la prima volta nella storia moderna una missione di pace africana si propone come mediatrice, e ai più alti livelli, di un conflitto in un altro continente. E questo continente è l’Europa dilaniata dalla guerra in Ucraina. Oggi, 16 giugno, è previsto l’incontro della missione di pace africana con il presidente ucraino Zelensky e domani con quello russo Putin.

La delegazione è formata da sette capi di stato africani. Non è un esercizio di nozionismo citare i loro nomi, perché stanno entrando come nuovi protagonisti sulla scena internazionale. Si tratta dei presidenti: del Sudafrica, e presidente di turno del Coordinamento Brics, Cyril Ramaphosa; dell’Unione delle Comore, Azali Assoumani, e presidente dell’Unione Africana; della Repubblica del Congo (Congo-Brazzaville), Denis Sassou Nguesso; dell’Uganda, Yoweri Museveni; del Senegal, Macky Sall; dello Zambia, Hakainde Hichilema e dell’Egitto, Abdel Fattah al-Sisi.

Vi è anche un interesse diretto dell’Africa alla ricerca della pace tra Ucraina e Russia, legato alle forniture alimentari, e derivante dalla loro domanda di grano verso entrambi i Paesi belligeranti, e di fertilizzanti.

L’iniziativa è stata preceduta da un paziente lavoro diplomatico coordinato dal presidente sudafricano Ramaphosa anche per rimarcare il crescente ruolo dell’Africa anche in campo diplomatico. Il Sudafrica in particolare non ha mai inteso la guerra in Ucraina come una maratona, come l’ha definita ieri il segretario americano alla difesa Lloyd Austin alla Nato, ma come un conflitto regionale rispetto al quale il governo di Pretoria si è mantenuto neutrale, senza per questo rinunciare a intrattenere buoni rapporti con l’Occidente, come attesta anche l’accordo di cooperazione in materia di difesa siglato con il Portogallo (membro Nato e UE) durante la visita del presidente lusitano, Marcelo Rebelo de Sousa, in Sudafrica del 6 giugno scorso, preceduta il giorno prima da una telefonata tra Ramaphosa e Putin sulla missione di pace africana ora in corso e sul prossimo vertice Russia – Africa previsto a luglio a San Pietroburgo, che fa del Sudafrica uno dei principali snodi da cui passano i tentativi di ricerca di una soluzione diplomatica per il conflitto ucraino, dove possono avvenire, anche in forma indiretta, contatti che altrove, nell’emisfero boreale, apparirebbero ostici.

Questo aspetto sembra trovare conferma anche dal ruolo avuto nella preparazione dell’iniziativa di pace africana dalla Fondazione Brazzaville, ong britannica, fondata e diretta da Jean-Yves Ollivier, uomo d’affari francese e già consigliere del presidente Chirac. È stata proprio la sua fondazione a dare l’annuncio dell’iniziativa africana volta a esplorare modi che possano portare alla fine del conflitto che ha come sua causa più recente l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, confermando di aver favorito importanti incontri diplomatici preliminari.

L’incontro tra i presidenti africani e il presidente russo Putin, che segue quello odierno con il presidente ucraino Zelensky, si terrà domani in Russia a San Pietroburgo dove il leader del Cremlino è impegnato a conclusione dell’annuale Forum economico internazionale di San Pietroburgo, che sta diventando sempre più un punto di incontro per gli operatori economici del Sud Globale che negli anni hanno rimpiazzato, anche se non del tutto, la presenza occidentale.

Questa missione di pace avviene in una delle fasi più cruente della guerra, nella quale su entrambi i fronti non si lesina il sacrificio di vite umane anche solo ad uso di futili comunicati stampa di fine giornata atti ad alimentare la propaganda. Ma, indipendente dal suo esito, pone l’Africa alla ribalta internazionale, collocandola accanto alla Cina – che può vantare il successo della sua mediazione per la normalizzazione dei rapporti fra due storici nemici come Arabia Saudita e Iran, e che ha avanzato mercoledì scorso nell’incontro tra Xi Jinping e Abu Mazen, un piano in tre punti per risolvere la questione palestinese – tra i nuovi protagonisti della diplomazia globale.

Ci dovremo abituare ad altre iniziative di questo genere. È il mondo multipolare che sboccia, anche sulle praterie lasciate sguarnite da un Occidente che appare ad un tempo ipersicuro della sua autosufficienza e bloccato al suo interno da spregiudicati circoli di potere dell’ancien régime a inserirsi nella nuova realtà globale.

Un contesto al quale quanti, come i Popolari, rivendicano l’eredità di Aldo Moro, dovrebbero saper guardare con lo stesso spirito positivo con cui lo statista democristiano guardava ai tempi burrascosi del ’68, come ebbe a dire nel suo storico intervento al Consiglio Nazionale Dc quell’anno: “Il nostro dovere è oggi dunque estremamente complesso e difficile. Perché siamo davvero a una svolta della storia e sappiamo che le cose sono irreversibilmente cambiate, non saranno ormai più le stesse”.

Dibattito | Uniti sui valori ispirati alla dottrina sociale cristiana.

Con la morte di Silvio Berlusconi il centro della politica italiana vivrà un profondo rivolgimento. L’adesione di Forza Italia al Partito Popolare Europeo, suggerita a suo tempo da Sandro Fontana e da don Gianni Baget Bozzo, fu una mossa di quelle strategiche, tale da assegnare agli Azzurri un ruolo decisivo negli equilibri interni al Ppe.

Non a caso Marcello Pera è intervenuto in questi giorni per sollecitare una scelta della Meloni e di Fratelli dItalia analoga a quella intrapresa da Berlusconi, proprio nel momento in cui lo stesso Ppe va alla ricerca di un partito forte italiano in sostituzione di Forza Italia, destinata a uninevitabile erosione, se non drammatica implosione, tra filo meloniani e filo leghisti. Sbaglieremmo, però, come fa Travaglio e il Fatto Quotidiano a ridurre il partito del Cavaliere a un gruppo di potere che, dopo la morte del Capo, non potrà che dividersi tra Fratelli dItalia e Lega. Ritengo, infatti, che lessere Forza Italia lunico partito italiano  che si riconosce nel Ppe lasci uno spazio non solo di sopravvivenza, ma anzi di crescita in un nuovo partito Ppe Italia che, superando Forza Italia, da molti considerata come partito di gestione troppo personale, raggruppi tutte le forze di centro. Un partito nel quale, finalmente, trovi una sua concreta presenza la componente di matrice cattolico democratica, liberale e cristiano sociale.

Ciò presuppone impegnarsi tutti insieme a superare le nostre divisioni e a costruire la lista unitaria dei democratici cristiani e popolari alle prossime elezioni europee. Elezioni che, grazie alla legge elettorale con preferenze, ci libera dalla necessità di alleanze a destra o a sinistra. È daltronde evidente che lo sbarramento al 4% imponga lunità di tutte le diverse anime della nostra articolata area politico culturale, considerando che, da soli, non si va da nessuna parte.

Se, alle europee, le discriminanti dovrebbero essere quelle delladesione senza riserve alle scelte euro atlantiche dei padri fondatori e lappartenenza al Partito Popolare Europeo, alle prossime elezioni regionali e in vista di quelle politiche lobiettivo sarà quello di costruire un centro ampio e plurale nel quale possano confluire le grandi culture politiche che hanno fondato la repubblica: popolare, liberale, socialista e repubblicana. Un centro alternativo alla destra nazionalista e sovranista, distinto e distante dalla sinistra alla ricerca della propria identità, oggi ridotta alla condizione di partito radicale di massa. Alle regionali e alle politiche, dopo la verifica del voto europeo, questo centro ampio e plurale potrebbe rappresentare il rifugio di larga parte di quellelettorato che da troppo tempo è renitente al voto perché estraneo al bipolarismo forzato; un bipolarismo favorito, in effetti, da una legge elettorale dimostratasi incapace di esprimere lequilibrio reale degli interessi e dei valori presenti nella società italiana.

Sarebbe da suicidi non cogliere questopportunità e lasciare campo aperto alliniziativa della Meloni e di Fratelli dItalia, pronta a raccogliere parte importante delleredità politica di Forza Italia, e verso la quale molti dei cattolici della moralee dellarea più moderata hanno espresso sin qui adesione. Ora è il tempo del coraggio per raccogliere sino in fondo lappello della lettera spedita nei giorni scorsi da Papa Francesco ai parlamentari del Ppe, con la quale ha richiamato la necessità di rifarsi ai valori dei padri fondatori e ai principi essenziali della dottrina sociale cristiana.

Qualche annotazione sull’omelia dell’Arcivesco di Milano Delpini alle esequie di Berlusconi

Prepare l’omelia per le esequie di Berlusconi non deve essere stato un compito facile per l’Arcivescovo Delpini. ma Egli lo ha degnamente assolto in quanto ci ha ricordato che in Chiesa, l’uomo di Stato – il politico – che ci ha cambiato i costumi morali forse per sempre, è e resta solo un uomo con il suo percorso di vita. 

E questo bagno di realtà, e insieme di umiltà, ci fa bene a tutti, mentre facili facili i primi di noi erano già saliti all’altare della gloria “degli eroi della Patria” con una sorta di santificazione laica quando nella concretezza delle cose, come nella vita di tutti, per Berlusconi ci sono luci ed ombre. Ma si sa che male antico degli italiani è quello di apprestarsi veloci a soccorrere il vincitore, come notava con arguzia senza fine Flaiano. E qui si giocava anche la partita di essere nella prima fila di quelli che contano nel Paese  e non temono di essere dimenticati.

Che Berlusconi amasse la vita e il vivere bene non vi è alcun dubbio. La fatica fatta fin dall’inizio per lo studio e per ingrandire l’impresa del padre partono dal lodevole desiderio di riscatto da una condizione di vita che non soddisfaceva più e da una ricerca di collocazione in settori della vita della Milano bene, raggiungibili solo con duro lavoro, ambizione e portafoglio ben gonfio. 

Invero però la Milano bene questo milanese non lo ha mai accolto del tutto, lo ha sopportato per la verità, tollerato per i modi da “gaffeur” di provincia. Le delusioni della vita di Berlusconi nell’omelia di Delpini non ci sono, gentile e cortese dimenticanza in onore del defunto, ma è giusto dire che ci avrebbero aiutato a ricordare come la misura della felicità ha il suo controaltare nella tristezza delle prove della vita. 

Quanto all’essere amato ed amare, il ritratto di Berlusconi sconfina nello “sciocco benefattore” di ogni passibile miseria incontrata, assolvendo se stesso e gli altri (anche dall’amarlo, s’intende) per la forza vitale che spinge a andare avanti senza valutare le conseguenze delle proprie azioni e soprattuto senza voltarsi mai indietro. Contrariamente a quanto lo esorta Delpini, Berlusconi nella sua vita non ha mostrato di trovare in Dio il suo giudice e né di rimettersi al giudizio della Chiesa e della comunità dei cattolici per le molte vite sovraposte che si è creato. Di buono c’è che non ha mai detto “imitatemi”, ma sottilmente ha detto che se c’ha fatta lui allora “potete farcela anche voi” (i signori nessuno che noi tutti siamo). E un po’ troppi uomini, del resto, hanno pensato che il gaudente saltar di fiore in fiore coincidesse con l’amore fedele. Ci siamo adagiati su un sogno che non era il nostro e nella malia del dormiveglia sono passati i decenni. 

Certo un uomo ama vivere, essere amato, quindi amare e gioire, ma chi è costui senza il dolore della fatica stessa di vivere? C’è un punto che nell’omelia di Delpini che mal si combina con le encicliche di Papa Francesco sullo sviluppo econonico solidale e inclusivo: è quel tipo di “uomo d’affari che deve fare affari” che sembra involontariamente dare una benedizione al modello del liberalismo più sfrenato e che ha prodotto quella recessione in cui siamo tutti. Ecco, forse qui una riflessione su un modello di capitalismo che non è inclusivo (se non formalmente) avrebbe dovuto riguardare lo stesso Berlusconi. Questo figlio della Chiesa è stato un esempio non di liberalismo “ben temperato”, ma di liberlismo sfrenato ed ingordo, e pur nella carità cristiana e nella generosità dell’animo di fronte alla morte, dovremmo non dimenticare quanto sia distante da Papa Francesco. 

Poi sull’incontro con Dio nulla può essere detto e lo affidiamo com’è giusto alla fede di ognuno di noi, non dimentichi della nostra fragilità di creature.

Noi di qua e lui di là: Berlusconi è morto, occorre prenderne atto.

Foto IPP/giandotti/spgr Milano 14/06/2023 funerali di Stato di Silvio Berlusconi Nella foto l'arrivo del feretro all'interno del duomo di milano

“De mortuis nihil nisi bonum”. Chilone di Sparta, uno dei setti savi e sapienti dell’antica Grecia, raccomandava di non dire nulla dei morti, se non bene. Anche nella educazione del secolo scorso si raccomandava in famiglia di non parlare mai male dei morti. Tutt’al più, se proprio non venisse di dire qualcosa di buono, si potrebbe semplicemente tacere. Oggi, venendo meno il senso della morte, sembra che questa regola di buona educazione sia caduta nel dimenticatoio. Per chi è di fede cristiana, il senso della trascendenza dovrebbe far comprendere l’inutilità di ogni commento che consegni al presente quello che ormai non è più.

 

Per i laici sprovvisti di questa dimensione potrebbe valere la rinuncia ad ogni riflessione che trattando di morte non ha più il carattere di una impellente attualità da sbandierare ad ogni costo per far sentire la propria voce. Berlusconi è morto, non appartiene più a questo mondo ed ogni parola al riguardo è priva di senso. Lui che è stato il genio del populismo ne patisce ora gli aspetti di esso deleteri. Una semplice lettera, una “esse” aiuta i denigratori dell’uomo politico Berlusconi così, anteponendola al suo nome, lo sberleffano e gli danno sberle.

 

La “esse” è anche quella della stridulazione dei serpenti o se preferite del suo sibilo quando vuole avvertire della sua presenza. Il sibilo è quello anche di frecce e proiettili, è simile ad un fischio proprio di quando si vuole insultare o contestare un avversario, anzi un nemico che è l’opposto dell’amico, cioè di quando corre un rapporto fraterno con l’altro, la philia greca per dirla in modo chiaro.

 

Amore ed amare hanno alla base la identica radice ma non si può pretendere che si abbia con tutti. Verso i morti, dalla inimicizia in vita, basterebbe tacere e tenere per se stessi le riflessioni pure dettate dal cuore desideroso di sfoghi. Si ha la sensazione che le sollecite parole di chi lo ha avversato ed anche odiato abbiano ancor più oggi il fine di voler contestare la rassegnazione dell’evento, il sintomo di uno smarrito da non saper fronteggiare. Senza Berlusconi non si può più essere sulla breccia, si cade con lui nelle tenebre dell’aldilà. Mai più ci sarà un nemico che, di sponda, mi darà tanto ascolto. Occorre perpetuarlo e tenerlo in vita almeno nelle parole e nei giudizi. Ma è operazione che ha il fiato corto.

 

“Chi è Hernry Kellerman e perché parla male di me” è un film da non trascurare. Ciascuno di noi ha un Henry Kellerman poco generoso nei giudizi. Da qui alla mancanza di pietà c’è un baratro del quale essere avvertiti. Il nostro è un Paese di antichi contrasti e divisioni. Si discute e ci si contrappone su tutto. Si è faziosi persino su Fazio in Tv, come primo argomento. Figuriamoci sul Cavaliere! Il travaglio è segno di sofferenza, serve alle donne per dare la vita, serve ad altri per aggiungere morte alla morte. Nel latino medioevale il trepalium era uno strumento di tortura da infliggere ai meritevoli di castigo. Il travaglio è anche l’uomo angosciato di pensieri che non sa bene come destreggiarsi.

 

In queste ore, oltre al travaglio sulla posizione da scegliere c’è odore di livore, qualcosa che macchia l’anima di chi lo possiede e ne rende livida la fisionomia. “Fu il sangue mio d’invidia sì riarso / Che se veduto avesse uom farsi lieto /Visto m’avresti di livore sparso”, direbbe Dante. C’è odore di irriducibile acrimonia, di acidità tale da, se possibile, levare di mezzo anche l’acro di terra dove Berlusconi idealmente sarà sepolto. 

 

Berlusconi è morto. Occorre prenderne atto. Amici e nemici si rassegnino.

Un bilancio del berlusconismo andando alla radice del fenomeno politico

Al di là delle motivazioni che lo spinsero a entrare in politica, la discesa in campo di Berlusconi rappresentò un momento straordinariamente importante perché impedì la vittoria di una sinistra ancora immatura e inadatta a governare (emblematicamente raffigurata dalla inconsistente leadership di Occhetto) e perché si presentò come l’avvio di un processo riformista (si parlò retoricamente addirittura di rivoluzione liberale). Da quel momento la politica è cambiata radicalmente grazie soprattutto alla forza dello strumento televisivo utilizzato con grande disinvoltura e spregiudicatezza e grazie alla immensa ricchezza personale che ha drogato la competizione elettorale (in un palese conflitto di interessi che mai nessuno è riuscito a risolvere). 

Ma il berlusconismo è stato molto di più. 

Si è parlato di inizio del populismo o, forse meglio, direi di precursore del populismo (cavalcato successivamente dai suoi epigoni) lanciando l’idea di un dialogo diretto e senza intermediazioni partitiche col popolo. La stessa Forza Italia non è mai stata un vero partito nel senso novecentesco del termine, ma un contenitore elettorale al servizio del capo da assecondare anche nelle vicende più spericolate e discutibili sul piano etico. 

Ma non è questo il vero cuore del fenomeno. 

L’essenza del berlusconismo è stata la subordinazione della politica agli interessi personali, il venir meno di un riferimento ad un bene comune o a una solidarietà sociale come fine dell’azione politica, la considerazione della politica non come arte nobile ma come un teatrino e un inutile perditempo rispetto alla capacità del fare, propria dell’economia (con l’esaltazione dell’imprenditore e dell’homo economicus che agisce per mero egoismo, per mero tornaconto materiale e che vede, per esempio, nella solidarietà fiscale un intralcio, oggi si parla anche di pizzo…

Da qui le contraddizioni, le ipocrisie, le aporie che hanno caratterizzato il suo cammino. 

L’incapacità di cogliere che solo valorizzando la politica come modalità essenziale della coesistenza umana finalizzata al bene comune e come unico strumento per comprendere e guidare le trasformazioni sociali ed economiche, si possa avviare una vera stagione di riforme.  Da qui le intuizioni rimaste tali, i programmi mai realizzati, le occasioni mancate nonostante alcune buone intenzioni soprattutto in campo internazionale, la difficoltà a dare vita a una classe dirigente all’altezza dei tempi e delle ambizioni del leader. Il lascito del berlusconismo, al di là delle intenzioni del suo iniziatore, è un Paese più chiuso, più egoista, più vuoto di etica pubblica che, non a caso,  ha aperto le porte del governo alle forze più reazionarie e conservatrici risolvendosi in un paradossale fallimento.

Dibattito | Invece io sono dalla parte di Rosy Bindi e Montanari.

Mi permetto di dissentire. In un paese democratico come l’Italia mi permetto di andare fuori dal coro e di dissentire su quanto sta accadendo per la scomparsa di Silvio Berlusconi. Non che non si debba essere rattristati per la morte di una persona e dare il giusto tributo ad un Senatore della Repubblica e all’uomo che ha introdotto il bipartitismo creando il “Polo delle Libertà”, quel centro-destra che oggi ci governa per volontà degli italiani. Tuttavia un cordoglio pubblico così esteso, sancito dalla proclamazione del lutto nazionale, sia a dir poco fuori luogo. 

So già che mi cadranno in testa gli strali di tutti coloro che, anche del partito avverso, leggeranno le parole di questa illustre sconosciuta, ed è già accaduto a RosY Bindi, a cui va la mia stima. So perfettamente che qualcuno neanche penserà ad esprimere un giudizio su quanto scrivo proprio perché viene da una sconosciuta. Ma, credete a me, rappresento la voce di molti italiani che oggi, pur davanti alla memoria di un uomo che non c’è più, ricordano a quella parte del paese che ne sta tessendo le lodi – a ragione o a torto – che Silvio Berlusconi non ci ha mai rappresentato e che è stato un politico pragmatico, non uno statista, che ha saputo tirare acqua al suo mulino facendo gli interessi di una sola classe sociale, quella che gli apparteneva ed appartiene alla sua famiglia, quella che include persone come un noto signore che si permette di dire che “i poveri non hanno mai fatto ricchezza”, e che in fin dei conti non hanno neppure voglia di lavorare e si aggrappano al reddito di cittadinanza. 

No, non iniziamo il processo di santificazione di Berlusconi. Non dobbiamo dimenticare che il Caro Estinto ha fatto della verità qualcosa di estremamente “relativo”, legandola in molti casi ai suoi interessi di parte e a quelle mancate condanne che un poveraccio qualsiasi avrebbe espiato senza sconti di pena perché privo del potere del denaro, che, lo sappiamo, compra tutto. E del resto lui stesso, Silvio, ha sempre detto che ha avuto tutto quello che voleva. Non gli tolgo la fatica ed il sudore di averlo ottenuto, ma mi consento pure di guardare un poco oltre per rendermi conto che tante cose probabilmente gli sono venute per forza di inerzia. Non dimentichiamo neppure che, durante la sua Presidenza del Consiglio ha fatto diventare l’Italia lo zimbello d’Europa – che pure oggi gli tributa grande onore grazie alle sue battute poco consone ad un uomo di Stato, giusto per ricordarne una. 

Non mi rappresenta un uomo che ha fatto della morale un paio di calzini sforacchiati e della donna un mero oggetto di piacere – e parlo degli scandali pubblici, non del privato che non conosco e non mi compete – da usare a piacimento. Mi unisco a persone, come il rettore dell’Università per stranieri di Siena, Tomaso Montanari, che ha deciso di non ricordare istituzionalmente questa morte certamente illustre, ma esageratamente celebrata. Io neppure lo faccio perché sono coerente con la mia coscienza che mi impedisce di dimenticare chi è stato. Qualcuno ha detto che i funerali di Berlusconi avranno una risonanza pari o superiore a quelli di Lady Diana: se per i mezzi di comunicazione forse, dico forse, sì, ma ricordo che Diana era una principessa soprattutto nell’anima.

Qualche annotazione sull’omelia dell’Arcivesco di Milano Delpini alle esequie di Berlusconi

Foto IPP/giandotti/spgr Milano 14/06/2023 funerali di Stato di Silvio Berlusconi Nella foto l'arrivo del feretro all'interno del duomo di milano

Prepare l’omelia per le esequie di Berlusconi non deve essere stato un compito facile per l’Arcivescovo Delpini. ma Egli lo ha degnamente assolto in quanto ci ha ricordato che in Chiesa, l’uomo di Stato – il politico – che ci ha cambiato i costumi morali forse per sempre, è e resta solo un uomo con il suo percorso di vita.

 

E questo bagno di realtà, e insieme di umiltà, ci fa bene a tutti, mentre facili facili i primi di noi erano già saliti all’altare della gloria “degli eroi della Patria” con una sorta di santificazione laica quando nella concretezza delle cose, come nella vita di tutti, per Berlusconi ci sono luci ed ombre. Ma si sa che male antico degli italiani è quello di apprestarsi veloci a soccorrere il vincitore, come notava con arguzia senza fine Flaiano. E qui si giocava anche la partita di essere nella prima fila di quelli che contano nel Paese  e non temono di essere dimenticati.

 

Che Berlusconi amasse la vita e il vivere bene non vi è alcun dubbio. La fatica fatta fin dall’inizio per lo studio e per ingrandire l’impresa del padre partono dal lodevole desiderio di riscatto da una condizione di vita che non soddisfaceva più e da una ricerca di collocazione in settori della vita della Milano bene, raggiungibili solo con duro lavoro, ambizione e portafoglio ben gonfio.

 

Invero però la Milano bene questo milanese non lo ha mai accolto del tutto, lo ha sopportato per la verità, tollerato per i modi da “gaffeur” di provincia. Le delusioni della vita di Berlusconi nell’omelia di Delpini non ci sono, gentile e cortese dimenticanza in onore del defunto, ma è giusto dire che ci avrebbero aiutato a ricordare come la misura della felicità ha il suo controaltare nella tristezza delle prove della vita.

 

Quanto all’essere amato ed amare, il ritratto di Berlusconi sconfina nello “sciocco benefattore” di ogni passibile miseria incontrata, assolvendo se stesso e gli altri (anche dall’amarlo, s’intende) per la forza vitale che spinge a andare avanti senza valutare le conseguenze delle proprie azioni e soprattuto senza voltarsi mai indietro. Contrariamente a quanto lo esorta Delpini, Berlusconi nella sua vita non ha mostrato di trovare in Dio il suo giudice e né di rimettersi al giudizio della Chiesa e della comunità dei cattolici per le molte vite sovraposte che si è creato. Di buono c’è che non ha mai detto “imitatemi”, ma sottilmente ha detto che se c’ha fatta lui allora “potete farcela anche voi” (i signori nessuno che noi tutti siamo). E un po’ troppi uomini, del resto, hanno pensato che il gaudente saltar di fiore in fiore coincidesse con l’amore fedele. Ci siamo adagiati su un sogno che non era il nostro e nella malia del dormiveglia sono passati i decenni.

 

Certo un uomo ama vivere, essere amato, quindi amare e gioire, ma chi è costui senza il dolore della fatica stessa di vivere? C’è un punto che nell’omelia di Delpini che mal si combina con le encicliche di Papa Francesco sullo sviluppo econonico solidale e inclusivo: è quel tipo di “uomo d’affari che deve fare affari” che sembra involontariamente dare una benedizione al modello del liberalismo più sfrenato e che ha prodotto quella recessione in cui siamo tutti. Ecco, forse qui una riflessione su un modello di capitalismo che non è inclusivo (se non formalmente) avrebbe dovuto riguardare lo stesso Berlusconi. Questo figlio della Chiesa è stato un esempio non di liberalismo “ben temperato”, ma di liberlismo sfrenato ed ingordo, e pur nella carità cristiana e nella generosità dell’animo di fronte alla morte, dovremmo non dimenticare quanto sia distante da Papa Francesco.

 

Poi sull’incontro con Dio nulla può essere detto e lo affidiamo com’è giusto alla fede di ognuno di noi, non dimentichi della nostra fragilità di creature.

Noi di qua e lui di là: Berlusconi è morto, occorre prenderne atto.

“De mortuis nihil nisi bonum”. Chilone di Sparta, uno dei setti savi e sapienti dell’antica Grecia, raccomandava di non dire nulla dei morti, se non bene. Anche nella educazione del secolo scorso si raccomandava in famiglia di non parlare mai male dei morti. Tutt’al più, se proprio non venisse di dire qualcosa di buono, si potrebbe semplicemente tacere. Oggi, venendo meno il senso della morte, sembra che questa regola di buona educazione sia caduta nel dimenticatoio. Per chi è di fede cristiana, il senso della trascendenza dovrebbe far comprendere l’inutilità di ogni commento che consegni al presente quello che ormai non è più.

 

Per i laici sprovvisti di questa dimensione potrebbe valere la rinuncia ad ogni riflessione che trattando di morte non ha più il carattere di una impellente attualità da sbandierare ad ogni costo per far sentire la propria voce. Berlusconi è morto, non appartiene più a questo mondo ed ogni parola al riguardo è priva di senso. Lui che è stato il genio del populismo ne patisce ora gli aspetti di esso deleteri. Una semplice lettera, una “esse” aiuta i denigratori dell’uomo politico Berlusconi così, anteponendola al suo nome, lo sberleffano e gli danno sberle.

 

La “esse” è anche quella della stridulazione dei serpenti o se preferite del suo sibilo quando vuole avvertire della sua presenza. Il sibilo è quello anche di frecce e proiettili, è simile ad un fischio proprio di quando si vuole insultare o contestare un avversario, anzi un nemico che è l’opposto dell’amico, cioè di quando corre un rapporto fraterno con l’altro, la philia greca per dirla in modo chiaro.

 

Amore ed amare hanno alla base la identica radice ma non si può pretendere che si abbia con tutti. Verso i morti, dalla inimicizia in vita, basterebbe tacere e tenere per se stessi le riflessioni pure dettate dal cuore desideroso di sfoghi. Si ha la sensazione che le sollecite parole di chi lo ha avversato ed anche odiato abbiano ancor più oggi il fine di voler contestare la rassegnazione dell’evento, il sintomo di uno smarrito da non saper fronteggiare. Senza Berlusconi non si può più essere sulla breccia, si cade con lui nelle tenebre dell’aldilà. Mai più ci sarà un nemico che, di sponda, mi darà tanto ascolto. Occorre perpetuarlo e tenerlo in vita almeno nelle parole e nei giudizi. Ma è operazione che ha il fiato corto.

 

“Chi è Hernry Kellerman e perché parla male di me” è un film da non trascurare. Ciascuno di noi ha un Henry Kellerman poco generoso nei giudizi. Da qui alla mancanza di pietà c’è un baratro del quale essere avvertiti. Il nostro è un Paese di antichi contrasti e divisioni. Si discute e ci si contrappone su tutto. Si è faziosi persino su Fazio in Tv, come primo argomento. Figuriamoci sul Cavaliere! Il travaglio è segno di sofferenza, serve alle donne per dare la vita, serve ad altri per aggiungere morte alla morte. Nel latino medioevale il trepalium era uno strumento di tortura da infliggere ai meritevoli di castigo. Il travaglio è anche l’uomo angosciato di pensieri che non sa bene come destreggiarsi.

 

In queste ore, oltre al travaglio sulla posizione da scegliere c’è odore di livore, qualcosa che macchia l’anima di chi lo possiede e ne rende livida la fisionomia. “Fu il sangue mio d’invidia sì riarso / Che se veduto avesse uom farsi lieto /Visto m’avresti di livore sparso”, direbbe Dante. C’è odore di irriducibile acrimonia, di acidità tale da, se possibile, levare di mezzo anche l’acro di terra dove Berlusconi idealmente sarà sepolto.

 

Berlusconi è morto. Occorre prenderne atto. Amici e nemici si rassegnino.

Un bilancio del berlusconismo andando alla radice del fenomeno politico

Al di là delle motivazioni che lo spinsero a entrare in politica, la discesa in campo di Berlusconi rappresentò un momento straordinariamente importante perché impedì la vittoria di una sinistra ancora immatura e inadatta a governare (emblematicamente raffigurata dalla inconsistente leadership di Occhetto) e perché si presentò come l’avvio di un processo riformista (si parlò retoricamente addirittura di rivoluzione liberale). Da quel momento la politica è cambiata radicalmente grazie soprattutto alla forza dello strumento televisivo utilizzato con grande disinvoltura e spregiudicatezza e grazie alla immensa ricchezza personale che ha drogato la competizione elettorale (in un palese conflitto di interessi che mai nessuno è riuscito a risolvere).

 

Ma il berlusconismo è stato molto di più.

 

Si è parlato di inizio del populismo o, forse meglio, direi di precursore del populismo (cavalcato successivamente dai suoi epigoni) lanciando l’idea di un dialogo diretto e senza intermediazioni partitiche col popolo. La stessa Forza Italia non è mai stata un vero partito nel senso novecentesco del termine, ma un contenitore elettorale al servizio del capo da assecondare anche nelle vicende più spericolate e discutibili sul piano etico.

 

Ma non è questo il vero cuore del fenomeno.

 

L’essenza del berlusconismo è stata la subordinazione della politica agli interessi personali, il venir meno di un riferimento ad un bene comune o a una solidarietà sociale come fine dell’azione politica, la considerazione della politica non come arte nobile ma come un teatrino e un inutile perditempo rispetto alla capacità del fare, propria dell’economia (con l’esaltazione dell’imprenditore e dell’homo economicus che agisce per mero egoismo, per mero tornaconto materiale e che vede, per esempio, nella solidarietà fiscale un intralcio, oggi si parla anche di pizzo…

 

Da qui le contraddizioni, le ipocrisie, le aporie che hanno caratterizzato il suo cammino.

 

L’incapacità di cogliere che solo valorizzando la politica come modalità essenziale della coesistenza umana finalizzata al bene comune e come unico strumento per comprendere e guidare le trasformazioni sociali ed economiche, si possa avviare una vera stagione di riforme.  Da qui le intuizioni rimaste tali, i programmi mai realizzati, le occasioni mancate nonostante alcune buone intenzioni soprattutto in campo internazionale, la difficoltà a dare vita a una classe dirigente all’altezza dei tempi e delle ambizioni del leader. Il lascito del berlusconismo, al di là delle intenzioni del suo iniziatore, è un Paese più chiuso, più egoista, più vuoto di etica pubblica che, non a caso, ha aperto le porte del governo alle forze più reazionarie e conservatrici risolvendosi in un paradossale fallimento.

Dibattito | Invece io sono dalla parte di Rosy Bindi e Montanari.

Mi permetto di dissentire. In un paese democratico come l’Italia mi permetto di andare fuori dal coro e di dissentire su quanto sta accadendo per la scomparsa di Silvio Berlusconi. Non che non si debba essere rattristati per la morte di una persona e dare il giusto tributo ad un Senatore della Repubblica e all’uomo che ha introdotto il bipartitismo creando il “Polo delle Libertà”, quel centro-destra che oggi ci governa per volontà degli italiani. Tuttavia un cordoglio pubblico così esteso, sancito dalla proclamazione del lutto nazionale, sia a dir poco fuori luogo.

 

So già che mi cadranno in testa gli strali di tutti coloro che, anche del partito avverso, leggeranno le parole di questa illustre sconosciuta, ed è già accaduto a RosY Bindi, a cui va la mia stima. So perfettamente che qualcuno neanche penserà ad esprimere un giudizio su quanto scrivo proprio perché viene da una sconosciuta. Ma, credete a me, rappresento la voce di molti italiani che oggi, pur davanti alla memoria di un uomo che non c’è più, ricordano a quella parte del paese che ne sta tessendo le lodi – a ragione o a torto – che Silvio Berlusconi non ci ha mai rappresentato e che è stato un politico pragmatico, non uno statista, che ha saputo tirare acqua al suo mulino facendo gli interessi di una sola classe sociale, quella che gli apparteneva ed appartiene alla sua famiglia, quella che include persone come un noto signore che si permette di dire che “i poveri non hanno mai fatto ricchezza”, e che in fin dei conti non hanno neppure voglia di lavorare e si aggrappano al reddito di cittadinanza.

 

No, non iniziamo il processo di santificazione di Berlusconi. Non dobbiamo dimenticare che il Caro Estinto ha fatto della verità qualcosa di estremamente “relativo”, legandola in molti casi ai suoi interessi di parte e a quelle mancate condanne che un poveraccio qualsiasi avrebbe espiato senza sconti di pena perché privo del potere del denaro, che, lo sappiamo, compra tutto. E del resto lui stesso, Silvio, ha sempre detto che ha avuto tutto quello che voleva. Non gli tolgo la fatica ed il sudore di averlo ottenuto, ma mi consento pure di guardare un poco oltre per rendermi conto che tante cose probabilmente gli sono venute per forza di inerzia. Non dimentichiamo neppure che, durante la sua Presidenza del Consiglio ha fatto diventare l’Italia lo zimbello d’Europa – che pure oggi gli tributa grande onore grazie alle sue battute poco consone ad un uomo di Stato, giusto per ricordarne una.

 

Non mi rappresenta un uomo che ha fatto della morale un paio di calzini sforacchiati e della donna un mero oggetto di piacere – e parlo degli scandali pubblici, non del privato che non conosco e non mi compete – da usare a piacimento. Mi unisco a persone, come il rettore dell’Università per stranieri di Siena, Tomaso Montanari, che ha deciso di non ricordare istituzionalmente questa morte certamente illustre, ma esageratamente celebrata. Io neppure lo faccio perché sono coerente con la mia coscienza che mi impedisce di dimenticare chi è stato. Qualcuno ha detto che i funerali di Berlusconi avranno una risonanza pari o superiore a quelli di Lady Diana: se per i mezzi di comunicazione forse, dico forse, sì, ma ricordo che Diana era una principessa soprattutto nell’anima.

Funerali Berlusconi: Omelia del monsignor Mario Delpini, Arcivescovo della diocesi Ambrosiana

Celebrazione delle Esequie
del Sen. Silvio Berlusconi
CELEBRAZIONE EUCARISTICA – OMELIA
Milano, Duomo – 14 giugno 2023

Ecco l’uomo: un desiderio di vita, di amore, di felicità

1. Vivere.
Vivere. Vivere e amare la vita. Vivere e desiderare una vita piena. Vivere e desiderare che la vita sia buona, bella per sé e per le persone care. Vivere e intendere la vita come una occasione per mettere a frutto i talenti ricevuti. Vivere e accettare le sfide della vita. Vivere e attraversare i momenti difficili della vita. Vivere e resistere e non lasciarsi abbattere dalle sconfitte e credere che c’è sempre una speranza di vittoria, di riscatto, di vita. Vivere e desiderare una vita che non finisce e avere coraggio e avere fiducia e credere che ci sia sempre una via d’uscita anche dalla valle più oscura. Vivere e non sottrarsi alle sfide, ai contrasti, agli insulti, alle critiche, e continuare a sorridere, a sfidare, a contrastare, a ridere degli insulti. Vivere e sentire le forze esaurirsi, vivere e soffrire il declino e continuare a sorridere, a provare, a tentare una via per vivere ancora. Ecco che cosa si può dire di un uomo: un desiderio di vita, che trova in Dio il suo giudizio e il suo compimento.

Foto IPP/giandotti/spgr
Milano 14/06/2023
funerali di Stato di Silvio Berlusconi
Nella foto l’arrivo del feretro all’interno del duomo di milano

2. Amare ed essere amato.
Amare e desiderare di essere amato. Amare e cercare l’amore, come una promessa di vita, come una storia complicata, come una fedeltà compromessa. Desiderare di essere amato e temere che l’amore possa essere solo una concessione, una accondiscendenza, una passione tempestosa e precaria. Amare e desiderare di essere amato per sempre e provare le delusioni dell’amore e sperare che ci possa essere una via per un amore più alto, più forte, più grande.
Amare e percorrere le vie della dedizione. Amare e sperare. Amare e affidarsi. Amare ed arrendersi. Ecco che cosa si può dire dell’uomo: un desiderio di amore, che trova in Dio il suo giudizio e il suo compimento.

3. Essere contento.
Essere contento e amare le feste. Godere il bello della vita. Essere contento senza troppi pensieri e senza troppe inquietudini. Essere contento degli amici di una vita. Essere contento delle imprese che danno soddisfazione. Essere contento e desiderare che siano contenti anche gli altri. Essere contento di sé e stupirsi che gli altri non siano contenti. Essere contento delle cose buone, dei momenti belli, degli applausi della gente, degli elogi dei sostenitori. Godere della compagnia. Essere contento delle cose minime che fanno sorridere, del gesto simpatico, del risultato gratificante. Essere contento e sperimentare che la gioia è precaria. Essere contento e sentire l’insinuarsi di una minaccia oscura che ricopre di grigiore le cose che rendono contenti. Essere contento e sentirsi smarriti di fronte all’irrimediabile esaurirsi della gioia. Ecco che cosa si può dire dell’uomo: un desiderio di gioia, che trova in Dio il suo giudizio e il suo compimento

4. Cerco l’uomo.
Quando un uomo è un uomo d’affari, allora cerca di fare affari. Ha quindi clienti e concorrenti. Ha momenti di successo e momenti di insuccesso. Si arrischia in imprese spericolate. Guarda ai numeri a non ai criteri. Deve fare affari. Non può fidarsi troppo degli altri e sa che gli altri non si fidano troppo di lui. È un uomo d’affari e deve fare affari. Quando un uomo è un uomo politico, allora cerca di vincere. Ha sostenitori e oppositori. C’è chi lo esalta e chi non può sopportarlo. Un uomo politico è sempre un uomo di parte. Quando un uomo è un personaggio, allora è sempre in scena. Ha ammiratori e detrattori. Ha chi lo applaude e chi lo detesta. Silvio Berlusconi è stato certo un uomo politico, è stato certo un uomo d’affari, è stato certo un personaggio alla ribalta della notorietà. Ma in questo momento di congedo e di preghiera, che cosa possiamo dire di Silvio Berlusconi? È stato un uomo: un desiderio di vita, un desiderio di amore, un desiderio di gioia. E ora celebriamo il mistero del compimento. Ecco che cosa posso dire di Silvio Berlusconi. È un uomo e ora incontra Dio

Rosy Bindi sbaglia a definire inopportuno il lutto nazionale per Berlusconi

foto IPP / Vincenzo Bruni Roma 29-05-2015 Presentazione della lista dei "non candidabili" al termine dell'analisi della Commissione Antimafia. nella foto: Rosy Bindi, presidente della Commissione Antimafia.

Sulla posizione assunta da Rosy Bindi a riguardo della inopportunità del lutto nazionale per la scomparsa di Silvio Berlusconi abbiamo pubblicato ieri, nel tardo pomeriggio, la nota di Askanews nella sezione “ultimora” del nostro blog.
Potete rileggerla, quindi, così come riportata dall’agenzia di stampa.

Volendo facilitare la corretta contestualizzazione del giudizio per noi essenziale e largamente condivisibile espresso dalla ex Presidente dell’Antimafia: “I conti col berlusconismo non sono stati fatti quando era vivo, spero che verranno fatti ora”.

Da ciò non può conseguire, tuttavia, la reazione estremista che porta a contestare il lutto nazionale deciso dal governo in concomitanza con i funerali di Milano. Se anche fosse riscontrabile l’inopportunità denunciata dalla Bindi, resterebbe da constatare egualmente l’inopportunità di tale presa di posizione, di sicuro in contrasto con il forte sentimento di cordoglio diffuso in ogni angolo del Paese.

Ci piace per altro osservare come nel modo di interpretare e rappresentare questo sentimento pubblico vi sia ancora una volta una dimostrazione di sensibilità da parte del Presidente Mattarella, capace indubbiamente di trasmettere, anche con la sua presenza in Duomo alle esequie di Stato, un messaggio di unità e compostezza della nazione.
In queste ore deve prevalere su tutto la coscienza di quanto valga e sia necessario un rispettoso atto di raccoglimento di fronte alla scomparsa di un uomo che ha occupato un posto di assoluto rilievo nella vita politica degli ultimi trent’anni anni.

 

Il popolarismo in salsa Schlein

Verrebbe quasi da dire ‘chapeau’. Dopo le affermazioni – ovviamente del tutto legittime e anche coerenti -, le riflessioni, le azioni, le proposte e gli annunci politici e culturali della segretaria del Pd Elly Schlein, fare i “popolari’ in quel partito è un esercizio che richiede grandi doti di intelligenza. O meglio, un vero e proprio talento di adattamento, di tatticismo, di curvature e di silenzi che solo menti eccelse possono permettersi. E, al riguardo, la ‘fantasia creativa’ di un Delrio e di chi si riconosce nella sua corrente può essere di grande insegnamento. Perchè, lo ripeto, rivendicare la propria specificità culturale, valoriale, politica e forse anche etica – di matrice cattolico democratico, popolare e sociale beninteso – in un partito con una chiara, netta e definita identità radicale, libertaria, massimalista ed estremista ci vuole veramente un “coraggio da leoni”, come si suol dire. Oppure, e molto più semplicemente, per citare una vecchia e sempre attuale battuta di Carlo Donat-Cattin, “questi sono capaci, capacissimi, capaci di tutto”.

Ora, quasi tutti sanno le vere ragioni – molto più pratiche ed umane per dirla con nobiltà e buona educazione… – che fanno restare gli ex popolari in un partito come quello diretto da Elly Schlein. Che, comunque sia e per non essere equivocati, si tratta di una guida e di una linea politica e culturale frutto di un libero e democratico esito popolare culminato con le primarie di qualche mese fa. Ma quello che incuriosisce sempre di più, almeno per chi continua a credere che i valori, i principi, la cultura e la prassi del popolarismo di ispirazione cristiana conservano una straordinaria attualità anche nella fase politica contemporanea, è come si possa esaltare da un lato quella storica cultura politica e poi, dall’altro, annacquarla in un soggetto politico che persegue, ripeto del tutto legittimamente, una prospettiva politica e culturale non dico lontana ma forse addirittura alternativa rispetto a tutto ciò che ispira quella cultura politica. 

Del resto, è appena sufficiente ascoltare con un minimo di attenzione ciò che dice concretamente – almeno quando si capisce il contenuto – la segretaria del Pd Schlein per rendersi conto di questa idiosincrasia. E, al riguardo, e lo dico con il massimo rispetto di tutte le opinioni, ciò che ha detto la Schlein alla recente manifestazione del Gay Pride di Roma non è che l’ennesima conferma.

Ora, al di là di tutte le opinioni e di tutto ciò che accompagna, e giustifica, il posizionamento all’interno di singoli partiti, un dato è sufficientemente chiaro. E forse anche oggettivo, anche se su questo versante resto prudente. Ovvero, a volte – e forse anche inconsapevolmente – un patrimonio culturale, una cultura politica, un sistema di principi e un universo valoriale rischiano di essere sacrificati sull’altare di qualche convenienza personale o di gruppo o di corrente o di schieramento. A volte, cioè, non ci si rende conto che conciliare l’inconciliabile è più dannoso della semplice indifferenza o dello stesso disimpegno, seppur auspicabilmente momentaneo o temporaneo. Perchè, sempre a volte, pretendere di essere i veri depositari di una cultura politica e di un filone di pensiero e poi ricondurlo in un contenitore radicalmente estraneo ed esterno a quella cultura politica e a quel filone di pensiero, si corre solo il rischio di ridicolizzare quel patrimonio e di renderlo, di conseguenza, del tutto ininfluente se non addirittura strutturalmente e platealmente inutile.

Ecco perchè anche la ‘fantasia creativa’ dei Delrio di turno forse sarebbe opportuno impiegarla altrove. Ed ecco perchè tocca a tutti coloro che continuano a credere nei valori e nei principi del popolarismo di ispirazione cristiana, possibilmente con maggior coerenza e lungimiranza culturale e politica, far sì che quel patrimonio e quel filone di pensiero non debbano essere ulteriormente ridicolizzati nel dibattito politico contemporaneo.

Codice degli appalti o codice per non fare appalti?

Tra poche settimane diventerà operativo il nuovo codice degli appalti, noto come codice Salvini, che modificherà sostanzialmente le modalità degli affidamenti dei lavori e delle forniture da parte delle amministrazioni pubbliche.Le norme creeranno preoccupazione e timori negli amministratori pubblici. Con il nuovo codice il governo ha scaricato sulle amministrazioni responsabilità nuove per gli affidamenti senza appalti.

Finora gli affidamenti sono avvenuti attraverso appalti per garantire la concorrenza tra diverse offerte delle imprese al fine di consentire alle amministrazioni pubbliche di scegliere l’offerta ritenuta comparativamente migliore. La procedura delle gare d’appalto è una procedura dettagliata che ha lo scopo di garantire pubblicità, massima concorrenza, necessaria trasparenza e imparzialità dell’amministrazione pubblica. In sostanza finora non è consentito alle amministrazioni pubbliche, tranne qualche eccezione introdotta durante l’emergenza pandemica, scegliere direttamente l’esecutore di un’opera o il fornitore di un servizio. 

Dal primo luglio questo impianto amministrativo di garanzia andrà in soffitta e prenderà il via, attraverso il nuovo codice, “una rivoluzione infrastrutturale, economica e sociale che – assicura il Ministro Salvini – porterà l’Italia a vivere il boom economico che hanno vissuto i nostri genitori”. Ecco la ricetta miracolosa del Ministro: meno appalti pubblici e più affidamenti diretti senza gara pubblica. Possibile? Sì, lo prevede l’articolo 50 del codice, che dovrebbe essere correttamente definito “codice per non fare gli appalti”, anziché codice degli appalti:

  • affidamento diretto fino a 150.000 euro
  • procedura negoziata senza bando, previa consultazione di 5 operatori economici, per lavori d’importo compreso fra 150.000 e 1.000.000 di euro
  • procedura negoziata senza bando, previa consultazione di 10 operatori economici, per lavori d’importo fra 1.000.000 e 5.382.000

Sono condivisibili le preoccupazioni dell’ANAC, Autorità Nazionale Anticorruzione: “soglie troppo elevate per gli affidamenti diretti e le procedure negoziate rendono meno contendibili e meno controllabili gli appalti di minori dimensioni, che sono quelli numericamente più significativi. Tutto questo col rischio di ridurre concorrenza e trasparenza nei contratti pubblici”.

Per questi motivi ritengo che le nuove modalità di affidamento senza gara creeranno preoccupazione e timori negli amministratori pubblici, e nelle strutture amministrative, perché la scelta per un affidamento diretto rischia di essere ritenuta arbitraria, così come l’individuazione dei 5 o 10 operatori per fare una procedura negoziata. Proviamo a immaginare che cosa potrebbe succedere in quei Consigli Comunali dove l’affidatario di un lavoro viene ritenuto, anche a torto, amichevolmente o politicamente vicino al Sindaco, o all’assessore ai lavori pubblici o al funzionario dell’assessorato: interrogazioni, ordini del giorno, accuse e molto probabilmente esposti alla magistratura. 

I tempi lunghi per la realizzazione delle opere pubbliche non sono determinati dalle procedure delle gare d’appalto, necessarie per favorire la concorrenza, ma da altri fattori. Nel 2019 la Banca d’Italia, utilizzando dati dell’Agenzia per la coesione territoriale, constatò che la fase di gara di appalto pesa solo per il 12% sull’intero processo e che i tempi  lunghi sono dovuti invece alla progettazione, alle lungaggini burocratiche, alle incertezze negli iter autorizzativi (spesso in capo agli organi periferici dello Stato) e ai ritardi, da parte del governo, nella concreta assegnazione delle risorse per progetti già oggetto di accordi di programma finanziati e approvati dai ministeri. 

A questi problemi reali il governo non ha dato concrete e immediate soluzioni, neppure in prospettiva. Ha preferito ridurre drasticamente le gare d’appalto e basta. Non ha neppure varato un piano per la qualificazione delle stazioni appaltanti, anche se è dimostrato che nei Comuni dove esiste un attrezzato e qualificato ufficio appalti, la durata delle fasi di affidamento e di esecuzione delle opere si riduce drasticamente. Non ha censito le professionalità esistenti nel nostro Paese in materia di contratti nelle amministrazioni pubbliche per supportare nell’immediato le diverse stazioni appaltanti. Non ha definito un piano per concentrare le 26.500 stazioni appaltanti, ad esempio in capo alle Province e alle Città metropolitane, per garantire specializzazione e competenze alle amministrazioni che non le hanno. Non ha neppure predisposto un piano di assunzione di personale per rafforzare le competenze tecnico-amministrative nella pubblica amministrazione che negli anni si sono ridotte.

Con il nuovo codice il governo ha scaricato sulle amministrazioni pubbliche responsabilità nuove per gli affidamenti senza appalti. Sindaci, presidenti di Province, Regioni, Direttori generali di ASL, etc. d’ora in poi sono obbligati dalla ‘rivoluzione’ Salvini a non fare gare d’appalto fino a un importo di 5.832.000. E chi tra di loro ha dubbi e timori cosa può fare per tutelarsi? Se fossi Sindaco non avrei dubbi nel chiedere direttamente al Ministero dei lavori pubblici il nome di una impresa a cui affidare una fornitura. Oppure non rispetterei il codice e avvierei una gara d’appalto che il Ministro bloccherebbe ‘censurando’ il mio comportamento perché illegittimo e quindi sarei denunciato, non so dove e a chi, per la gara d’appalto.  

Conclusione amara: non avrei mai immaginato che un giorno il governo avrebbe costretto gli amministratori pubblici a fare affidamenti senza gare  d’appalto calpestando così alcuni principi fondamentali della pubblica amministrazione quali la trasparenza e la concorrenza!

RaiNews | Cosa ha rappresentato il settimanale Settegiorni? Intervista a Guasco.

Riportiamo di seguito il testo centrale dell’intervista curata da Pierluigi Mele (RaiNews) allo storico Alberto Guasco, uno dei relatori del convegno odierno.

[…]

Sono passati più di cinquant’anni da quel lontano 18 giugno del 1967 quando uscì un settimanale, “Settegiorni” appunto, davvero unico nel panorama del giornalismo politico italiano. Cosa rendeva unico il settimanale?

Direi la sua capacità di porsi in maniera del tutto originale nella grande temperie politica e culturale (come pure ecclesiale) che l’Italia attraversa tra il 1967 e il 1974. Ovvero, muovendosi su una linea di frontiera più culturale che politica e più politica che di corrente e – negli anni della ricezione del Concilio – facendo coabitare cattolici senza partito, cattolici irregolari, socialisti cattolici, cattolici comunisti, non cattolici e chi più ne ha più ne metta.

 

Come nasce l’idea di “Settegiorni”? Da chi è partita l’idea? Puoi darci qualche “retroscena”?

 

Come si dice in questi casi, la “pistola fumante” è difficile da trovare. Mi pare però che ci siano ben pochi dubbi sul fatto che l’idea del settimanale maturi da un lato dall’intelligenza politico-culturale di Carlo Donat Cattin e degli ambienti a lui più vicini, dall’altro dalla loro capacità di scorgere quelli che pochi anni prima Giovanni XXIII aveva definito i “segni dei tempi”. In termini spicci: di leggere culturalmente i mutamenti sociali degli anni Sessanta e Settanta e di fornire loro una interpretazione politica.

 

Quali sono le ragioni sociali che sono alla base della nascita di “Settegiorni”?

 

Quelle legate ai grandi mutamenti che il nostro paese attraversa tra il 1967 e il 1974: in primo luogo, la contestazione studentesca e il protagonismo operaio; ma anche – essendo tempo di post-Concilio – la crisi dei rapporti tra identità politica e ragioni della fede. Poi ci sono tutti gli altri fenomeni in cui è “immersa” la parabola di “Settegiorni”: i mutamenti economici dei primi anni Settanta (la fine del regime dei cambi fissi dollaro-oro; lo shock petrolifero, l’avvio di robotica e computeristica); quelli relativi al mondo del lavoro e al sindacato; ancora, dei diritti collettivi e dei mutamenti, diciamo così, di costume.

 

Il settimanale è stata una palestra per una generazione di giovani, democristiani e non, che successivamente hanno fatto un percorso significativo nel giornalismo e nella politica . Ma non c’erano solo giovani, c’erano anche prestigiosi collaboratori. Puoi ricordarci qualche nome significativo?

 

Lidia Menapace, Alberto Papuzzi, David Maria Turoldo, Luigi Accattoli, e moltissimi altri. Tra tutti questi, ne ricordo solo tre. In primis Walter Tobagi, che per “Settegiorni” firma una ventina di articoli, perché questa pagina della sua biografia non è molto ricordata. In secondo luogo Sandro Magister: scorrendo le sue biografie online sembra non aver avuto una vita prima del 1974 e de “L’Espresso”, ma per “Settegiorni” firma oltre 300 articoli. In terzo luogo Adriana Zarri, lei pure autrice di oltre 300 articoli, in larga parte editi nella sezione “Religioni”.

 

La direzione e la redazione di “Settegiorni” era in via della colonna Antonina, a Roma, sede della corrente DC di Forze Nuove.. Questo non ha mai limitato l’autonomia di analisi politica e culturale della rivista. Ed è lo stesso leader della sinistra sociale dc, Carlo Donat-Cattin , a ricordare questa caratteristica, qualche anno dopo, in una intervista: “La vita di Settegiorni – affermava Donat-Cattin- fu sempre autonoma rispetto al gruppo di Forze Nuove. Sviluppò una linea che sembrò voler stabilire tra il pensiero di Aldo Moro (…) e il pensiero di Franco Rodano e dei suoi amici, provenienti dal partito della sinistra cristiana e poi inseriti nel PCI”. Insomma moroteismo, integrato dai contenuti duella sinistra sociale, e rodanismo agirono da propulsori 

 

“ideologici” tale da consentire alla rivista di esercitare una egemonia culturale e politica in quel periodo. Si può dire che la rivista anticipò la strategia morotea dell’attenzione al PCI?


Forse, più che anticiparla, la accompagnò, le viaggiò parallela, contribuì da un punto di vista culturale a preparare il terreno che lo stesso Aldo Moro – al quale Donat Cattin riconosceva un’intelligenza politica superiore – avrebbe tentato di dissodare in quegli anni e in quelli successivi. In una parola, a Donat Cattin e a Forza Nuove l’asse con lo statista pugliese appare la via più opportuna per contrastare i ritorni di fiamma per la vecchia formula centrista e per assecondare – talora con formule inclini alla lotta di classe – lo spostamento a sinistra del baricentro del paese.

 

Torniamo alla battaglia politica del settimanale. La rivista si battè contro la “doroteizzazione” della DC. Qual era l’idea della DC che aveva il settimanale?

 

Verso la Democrazia Cristiana l’atteggiamento è, diciamo così, critico-possibilista; critico poiché il grande tema sotteso alle cronache dell’attualità è quello della fine del collateralismo e delle vie che si aprono ai cattolici; di più, critico verso i dorotei, definiti senza mezzi termini “estremisti della moderazione, uomini che vogliono far tornare il paese ai tempi ormai tramontati del centrismo se non più a destra; e possibilista, anzi favorevole, al progetto del tutto differente tessuto da Moro, non a caso ritenuto un’incarnazione della “politica che pensa”.

 

Il settimanale era piuttosto contrario ad un secondo partito cattolico, perché?

 

Sfumerei. Almeno per un momento, Donat Cattin intravede l’eventualità di portare la sua sinistra sociale fuori dalla Dc e di fondare un nuovo soggetto politico a sinistra dello scudo crociato, grazie all’incontro con ciò che va elaborando prima dentro e poi fuori dalle Acli Livio Labor, l’ala lombardiana del Psi e con la sinistra cristiana del Pci. “Settegiorni” si muove lungo questa linea di frontiera, oscillando tra la convinzione che la Dc abbia ancora un ruolo e quella che l’unità politica dei cattolici sia finita.

 

Un settimanale così robusto sul piano politico culturale, con grande attenzione anche alla politica internazionale, com’era visto dal mondo della grande stampa laica?

 

A questa domanda proprio non saprei rispondere. Forse bisognerebbe distinguere a quale stampa laica ci si riferisce e a quale tema specifico.

 

Com’era vista dal Vaticano la rivista?

 

Anche il termine “Vaticano” è molto flessibile. Diciamo così, gli uomini che guidano la rivista – il direttore Ruggero Orfei e il condirettore Piero Pratesi sono cattolici “irregolari” che hanno avuto qualche problemino con la Cei, anzi con la stampa legata alla Cei hanno avuto qualche problemino – non sono profili del tutto malleabili e tranquillizzanti. E le loro posizioni come quelle di quasi tutti i redattori del giornale appartengono più al campo di coloro che ritengono il Concilio “tradito” che alla linea progressivamente sempre più moderata imposta da Paolo VI allo sviluppo conciliare. Come tali, diventano particolarmente problematiche quando si tratta di valutare documenti magisteriali come Humanae vitae, o di prendere posizione in merito al divorzio. 

 

La rivista cessa le pubblicazioni nel luglio del 1974, dopo il Referendum sul divorzio. Una chiusura che renderà più povera la battaglia politica dei cattolici democratici italiani. Quali furono le ragioni profonde della chiusura?

 

La fine dell’esperienza di “Settegiorni” avviene sì all’indomani del Referendum sul divorzio del 1974. Esperienza terribile che mette in gioco cosucce come la comunione ecclesiale, la valenza sacramentale e civile del matrimonio, la libertà di coscienza dei cattolici e l’impalcatura d’una repubblica costruita, fin dai tempi dell’asse De Gasperi-Montini, sull’unità politica dei cattolici. Ma il motivo della chiusura non sono le posizioni della rivista generalmente favorevoli al “No”. Certo, c’è un bilancio in rosso. Ma più ancora, l’opzione politica per la quale “Settegiorni” ha lavorato si è esaurita. L’idea di formare un altro partito a sinistra della Dc naufraga sullo scoglio delle elezioni del 1972. Dalle quali, invece, esce rafforzato il Msi, che raddoppia i consensi salendo dal 4,5% all’8,5%).  E a seguito delle quali il governo – con il Psi che esce e il Pli che entra – si sposta a destra. Non c’è più spazio per il progetto di “Settegiorni”.

 

Per saperne di più

https://www.rainews.it/articoli/2023/06/settegiorni-una-rivista-di-frontiera-intervista-ad-alberto-guasco–200fc94b-c0dc-4ca8-8e12-4ce2304d0a1d.html

Bodrato ci diceva di andare avanti, “cammin facendo troverete la strada”.

Per molti di noi, provenienti da varie parti d’Italia, che siamo qui a rendergli l’ultimo saluto, Guido è stato ben più che un amico, è stato un maestro. La nostra era una specie di corrente all’interno della Dc, ma non in senso stretto. Il suo capo, infatti, non era uomo di potere, non proteggeva, non garantiva posti e candidature, era un uomo di pensiero. Il suo potere coincideva con la forza e la profondità del suo pensiero, e questo ci bastava, anzi ci seduceva.

In genere non replicava semplicemente il pensiero di altri leaders e maestri, preferiva i pensieri non pensati prima, e ciò intrigava molto anche i suoi interlocutori, dentro e fuori il partito. Zaccagnini non sarebbe stato ciò che è stato senza Bodrato. Martinazzoli pure. E anche De Mita. Le sue interlocuzioni con loro aprivano sempre squarci nuovi di possibilità, prospettive nuove, spesso decisive a risolvere nodi anche complessi. Questa, infatti, un’altra delle sue caratteristiche: mettere a disposizione le sue riflessioni, le sue letture della storia, perché diventassero patrimonio comune.

Bodrato ha sempre detestato piccinerie, maldicenze, personalismi, insomma la mediocrità della politica. Non rifuggiva le battaglie, purchè non fossero finalizzate a conquistare centimetriquadrati di spazio di potere, ma a perseguire orizzonti politici larghi e lunghi. Più giustizia sociale, più uguaglianza, più futuro: questo il senso della politica appreso dai suoi storici riferimenti, ripetutamente evocati anche negli ultimi tempi, Carlo Donat Cattin, Aldo Moro e padre Michele Pellegrino. Tra i colleghi parlamentari gli era cara la consuetudine di relazioni e pensieri con Sergio Mattarella.

Non si stancava di ripetere che il compito dei cattolici in politica doveva essere ambizioso e non ristretto, l’ambizione di cambiare la storia, anzi, di fare storia e mobilitare il popolo, così come seppero fare i cattolici all’Assemblea Costituente e nelle prime legislature della vita della Repubblica. Ancora nei suoi ultimi giorni di vita, attraverso i social che aveva imparato a padroneggiare,  ci esortava a guardare la profondità dei problemi della nostra democrazia, per poterli curare e risolvere, perché i cattolici nella storia del Paese sono stati rilevanti quando si sono cimentati con le grandi sfide. Con Moro sottolineava che i cattolici avrebbero dovuto stare dentro sempre le situazioni nuove, anziché restare incagliati in quelle ormai superate.

Osservava in modo severo il presente della politica: “senza popolo e senza partiti non c’è né politica né tantomeno democrazia”. Meno di due mesi fa, se n’era andata in Cielo Irma, la compagna insostituibile della sua vita. “Siamo sempre stati una cosa sola, Irma era dentro la mia vita e ai miei pensieri, sempre condivisi. E viceversa”. 

Non c’è dubbio che da quel giorno anche i suoi pensieri non avrebbero potuto più essere gli stessi. Non solo per la solitudine dei suoi novant’anni, pur confortati dall’affetto preziosissimo di figli e nipoti, ma la fusione spirituale e sentimentale con la sua sposa era evidentemente e naturalmente altra cosa. Adesso c’era stata l’amputazione di una metà di ciò che fino al giorno precedente era “una cosa sola”. E così ha deciso di lasciarsi ricongiungere con ciò che gli era venuta a mancare.

Dopo Marini, De Mita, Bianco, la partenza di Guido oggi chiude anche plasticamente un ciclo della storia della Repubblica. Si chiude un ciclo storico, ma sbaglieremmo se pensassimo che non ci sono più spazi e aspettative per l’impegno politico dei cattolici. 

Il ritorno della guerra nel nostro continente, la crisi climatica e ambientale, su entrambe le quali ogni giorno papa Francesco richiama la responsabilità della politica, le minacce che si annunciano sul futuro dell’Europa e la conservazione delle sue radici solidaristiche e umanitarie, i nuovi equilibri di potere che si stanno organizzando nel mondo, le domande stesse di spiritualità e nuovo umanesimo che interrogano la politica e la vita delle nostre società, ci interpellano, se possibile, ancora più di prima.  Ma cosa facciamo, da dove ripartiamo, con quali strumenti? “Andate avanti, cammin facendo troverete la strada”, fu la sua risposta nell’ultima telefonata.

Berlusconi in sé ma anche Berlusconi in me

Parafrasando una felice battuta di Giorgio Gaber, questo breve contributo non vuole essere tanto un articolo sul Cavaliere (di cui in queste ore abbondano i ricordi e i commenti di ogni tipo) ma su quello che ha rappresentato agli occhi della generazione di chi scrive: cioè di chi, nel 1994, aveva dieci anni. 

Gli adulti di allora, presi dalla fine traumatica della Repubblica dei partiti, “non lo avevano visto arrivare”. Oggi è un’espressione di gran moda epperò, a pensarci bene, di scarso significato politico. I bambini di allora ricordano – più o meno lucidamente – la “discesa in campo” e ciò che ne è seguito. C’è stato un prima e un dopo, per tutti. Prima a contare erano i partiti: le battaglie politiche erano sul terreno delle idee e le leadership erano perlopiù plurali. Il dopo è il partito gestito come un’azienda, le sezioni sostituite dai Club, i candidati scelti tra i ranghi Mediaset, all’insegna del ghe pensi mi.

Per un ragazzo del 1994, era impossibile discutere – di qualsiasi argomento – senza considerare la sua presenza totalizzante nella vita pubblica: dal calcio (il Milan degli Invincibili) alle televisioni private (“torna a casa in tutta fretta, c’è il Biscione che ti aspetta”), dalla stampa all’imprenditoria, ottenendo risultati che pochi altri possono vantare in Italia. Certo ha avuto anche le sue debolezze, i guai giudiziari, la salute talvolta malferma (a dispetto dell’immagine pubblica da “superman”).

Il primo atto politico del Cavaliere arriva nel novembre 1993 quando dichiara – a sorpresa – che se fosse stato residente a Roma avrebbe votato alle amministrative Gianfranco Fini (allora segretario del Msi). Fino a quel momento nessuno si era impegnato pubblicamente a favore del candidato di un partito che non rientrava nel cosiddetto “arco costituzionale”. E certo non poteva immaginare che, trent’anni dopo, la leadership del “suo” centro destra e del governo sarebbero stati conquistati da un’erede di quello stesso partito.

Come ha scritto il nostro direttore Lucio D’Ubaldo, Berlusconi “lascia un’eredità complessa”: anzitutto, non ci sono eredi politici. Poi Forza Italia – al di là delle intenzioni del fondatore – non è (né poteva essere) un partito “di sistema” che poteva tenere insieme forze eterogenee, se non per convenienze elettorali. Chi scrive ricorda le accese discussioni, tra i cattolici delle “due sponde”: di qua Bianco e Marini, di là Buttiglione e Casini. Una frattura trentennale, che non è destinata a sanarsi in futuro.

Come saggiamente concludeva ieri sul nostro blog  Francesco Provinciali, sarà la Storia a giudicare la persona, il politico, l’imprenditore e a “chiarire i passi del suo transito terreno”. A noi resta solo il silenzio: tutti zitti (e buoni?!).

Il Cavaliere le donne e l’arme.

Berlusconi è morto. Con lui se ne va l’immagine di un costume morale, culturale e sociale che ci ha contraddistinto per quattro decenni. In questa dimensione agiva anche il modo di pensare alla donna, un modo che univa il “cerimonioso” di fine anni ’50, la sua epoca di gioventù, al satiro gaudente degli anni ’80.

Questa visione sociale e morale, che abbiamo definito nel tempo disinibita, era destinata a finire inesorabilmente come tutti i costumi sociali che caratterizzano un’epoca, non lasciando un patrimonio culturale da trasmettere alle nuove generazioni. Prima che Forza Italia iniziasse il suo declino, si diceva che la macchina elettorale impegnata a tenere in vita il partito-persona fosse appannaggio delle donne sue coetanee –  e di quelle poco più grandi abituate a quella “gentilezza affettata” dell’uomo con i soldi e le maniere simil cortesi. Simil cortesi perché di fatto di bon ton ed educazione Berlusconi aveva lasciato molto a desiderare nel tempo.

E poi vi erano tutte le altre donne, come mia madre che di anni ne ha 94, che di quei modi e di quel “trattare le donne” avevano serbato un odio viscerale, quasi un moto repentino di fastidio profondo che faceva cambiare il canale TV alla prima apparizione, accompagnando il gesto con commenti non lusinghieri, anche nei confronti delle donne che lo accompagnavano (la solidarietà femminile è un percorso ancora oggi accidentato).

Cosi avremo signore e signorine che giustamente ne piangeranno la scomparsa poiché egli aveva la capacità naturale, attraverso il sottile gigioneggiare, di far sentire le persone un unicum a dispetto di qualsiasi realtà avversa. Adulazione, viene detta, ed è ciò che alimenta l’io egoistico presente in ciascuno di noi, fino a confondere l’immaginazione con la realtà, trasformandoci in narcisi (ovvero in cigni quando siamo sgraziati anatroccoli). E in tutti i settori toccati dal berlusconismo questo si è poi verificato, e cioè un ribaltamento delle aspettative: basti pensare a quell’Italia sognata nel 1994 e mai più realizzata (per ingratitudine di molti, dirà Berlusconi).

Ma Berlusconi non ha avuto soltanto estimatrici e  detrattrici, ognuna delle quali con i propri stendardi, ma anche donne che potremmo definire indifferenti, via via più numerose con la crescita dell’astensionismo; donne che non necessariamente si sono voltate dall’altra parte, bensì, più semplicemente, hanno disertato la competizione non per ignavia, ma appunto per indifferenza, trovando il costume sociale e morale del berlusconismo privo di valori per esse riconoscibili, e pertanto di scarso interesse.

A costoro appartengo anche io che per comprendere cosa fosse il fenomeno Berlusconi decisi, come molte invero, di vedere da vicino il governo del 1994, dopo aver visto da vicino il governo Craxi. Ne trovai similitudini e distanze abissali, ma direi in generale che i berluscones mancavano di bon ton, come direbbe Lina Sotis. ma anche di scarsa cura per gli interessi collettivi del Paese (sensibilità istituzionale) quando non coincidenti con gli interessi propri. 

Quella lunga crepa della visione della donna da angelo del focolare a oggetto del desiderio privo di personalità (vuoto simulacro di cui vedi solo il corpo) inizia in quegli anni. Sono trascorsi i decenni, il sogno dell’Italia Felix – Paese prospero e dinamico – si è infranto inesorabilmente contro le austerità europee e gli effetti collaterali della globalizzazione. Le donne sono diventate il ”soggetto fragile” della società, compresse tra la violenza di un fenomeno feroce come quello del femminicidio e l’apartheid, in ultima istanza,  della differenza di genere.

I premi Nobel hanno firmato in piazza San Pietro la Dichiarazione sulla fraternità umana

«Siamo diversi, siamo differenti, abbiamo differenti culture e religioni, ma siamo fratelli e vogliamo vivere in pace» (Papa Francesco).

Ogni uomo è mio fratello, ogni donna è mia sorella, sempre. Vogliamo vivere insieme, da fratelli e sorelle, nel Giardino che è la Terra. È il Giardino della fraternità la condizione della vita per tutti.

Siamo testimoni di come in ogni angolo del mondo l’armonia perduta rifiorisce quando la dignità è rispettata, le lacrime vengono asciugate, il lavoro è remunerato equamente, l’istruzione è garantita, la salute è curata, la diversità è apprezzata, la natura è risanata, la giustizia è onorata e le comunità abbracciano solitudine e paure.

Insieme scegliamo di vivere le nostre relazioni basate sulla fraternità, che è alimentata dal dialogo e dal perdono, che «non implica il dimenticare» (ft, n. 250), ma il rinunciare «ad essere dominati dalla stessa forza distruttiva» (ft, n. 251) di cui tutti soffriamo le conseguenze.

Uniti a Papa Francesco vogliamo ribadire che «la vera riconciliazione non rifugge dal conflitto, bensì si ottiene nel conflitto, superandolo attraverso il dialogo e la trattativa trasparente, sincera e paziente» (ft, n. 244). Questo nel contesto dell’architettura dei diritti umani.

Lo vogliamo gridare al mondo nel nome della fraternità: Non più la guerra! È la pace, la giustizia, l’uguaglianza a guidare il destino di tutta l’umanità. No alla paura, alla violenza sessuale e domestica! Cessino i conflitti armati. Diciamo basta alle armi nucleari e alle mine antiuomo. Mai più migrazioni forzate, pulizia etnica, dittature, corruzione e schiavitù. Fermiamo l’uso manipolativo della tecnologia e dell’intelligenza artificiale, anteponiamo e fecondiamo di fraternità lo sviluppo tecnologico.

Incoraggiamo i Paesi a promuovere sforzi congiunti per creare società di pace, come ad esempio, l’istituzione di un Ministero per la pace.

Ci impegniamo a bonificare la terra macchiata dal sangue della violenza e dell’odio, dalle disuguaglianze sociali e dalla corruzione del cuore. All’odio rispondiamo con l’amore.

La compassione, la condivisione, la gratuità, la sobrietà e la responsabilità sono per noi le scelte che nutrono la fraternità personale, quella del cuore.

Far crescere il seme della fraternità spirituale inizia da noi. Basta piantare un piccolo seme al giorno nei nostri mondi relazionali: la propria casa, il quartiere, la scuola, il luogo di lavoro, la piazza e le istituzioni in cui si prendono le decisioni.

Crediamo anche nella fraternità sociale che riconosce uguale dignità per tutti, alimenta l’amicizia e l’appartenenza, promuove l’educazione, le pari opportunità, condizioni di lavoro dignitose e la giustizia sociale, l’accoglienza, la solidarietà e la cooperazione, l’economia sociale solidale e una giusta transizione ecologica, una agricoltura sostenibile che garantisca l’accesso al cibo per tutti, per promuovere relazioni armoniose, radicate nel rispetto reciproco e nella cura del benessere per tutti.

In questo orizzonte è possibile sviluppare azioni di prossimità e leggi umane, perché «la fraternità ha qualcosa di positivo da offrire alla libertà e all’uguaglianza» (ft, n. 103).

Insieme vogliamo costruire una fraternità ambientale, fare pace con la natura riconoscendo che “tutto è in relazione”: il destino del mondo, la cura del creato, l’armonia della natura e stili di vita sostenibili.

Desideriamo edificare il futuro sulle note del Cantico delle Creature di san Francesco, il canto della Vita senza fine. La trama della fraternità universale tesse l’ordito delle strofe del Cantico: tutto è in relazione e nella relazione con tutto e con tutti è la Vita.

Pertanto noi, riuniti in occasione del primo Incontro Mondiale della Fraternità Umana, rivolgiamo a tutti gli uomini e le donne di buona volontà il nostro appello alla fraternità. I nostri figli, il nostro futuro possono prosperare soltanto in un mondo di pace, giustizia ed uguaglianza, a beneficio dell’unica famiglia umana: solo la fraternità crea umanità.

Sta alla nostra libertà volere la fraternità e costruirla insieme in unità. Sottoscrivi insieme a noi questo appello per abbracciare questo sogno e trasformarlo in prassi quotidiane, affinché giunga alle menti e ai cuori di tutti i governanti e a chi, ad ogni livello, ha una piccola o grande responsabilità civica.

Adesso il silenzio onori la scomparsa di Silvio Berlusconi

È morto Silvio Berlusconi. Oggi 12 giugno, alle 9.30, il leader di FI se n’è andato dopo essere stato ricoverato all’ospedale San Raffaele di Milano. I valori di Silvio Berlusconi, ricoverato da venerdì scorso per accertamenti legati alla leucemia mielomonocitica cronica di cui soffriva da tempo, non accennavano a migliorare. Poi il precipitare della situazione sino al decesso.

Nonostante le cure assidue e competenti la malattia ha avuto il sopravvento, il fisico era sofferente anche se Berlusconi è stato lucido, combattivo, determinato, partecipe alla vita politica del suo partito e del Paese fino all’ultimo: da qualunque posizione si osservi la sua lunga vicenda umana si può tuttavia affermare con certezza che nessuno come lui ha saputo essere riferimento indiscusso per l’Italia a livello nazionale e internazionale dopo la fine della cd. “Prima Repubblica”, dalla discesa in campo del 1994 fino a ieri.

Ha vissuto una vita piena, amato e criticato, forse qualcuno è arrivato a provare sentimenti di odio personale nei suoi confronti e di indifferenza per la sua fine. Dobbiamo aspettarci commenti di ogni tipo, l’umanità attende sempre impietosa al varco per giudicare il prossimo, specie se si tratta di personalità che hanno lasciato un segno indelebile della loro presenza. Non dimentico le parole di Silvia Tortora: “L’invidia è il motore del mondo”… né quelle di Alda Merini raccolte al suo capezzale: “se la gente si accorge che vali ti divora come un implume”.

Non si può confondere il dissenso politico, anche profondo, alternativo con l’animosità di chi lo ha criticato duramente, non si può giustificare la meschinità di chi ha persino fatto fortuna combattendolo, senza esser stato degno di allacciargli i calzari. Ha saturato un’era con la sua presenza, era imprescindibile argomentare di politica senza tenere in considerazione la sua forte personalità, la sua vita piena: dal calcio alle televisioni, dalla stampa all’imprenditoria, dalla fondazione e rifondazione del suo movimento politico – da subito Forza Italia, poi Popolo delle libertà e infine ancora Forza Italia – nessuno ha riassunto in sé come lui doti eccezionali di intraprendenza, concretezza, visione, ottenendo risultati che nessun altro ha realizzato.

Si chiude un’epoca, con la sua scomparsa. Credo che non ci sia stato giorno in cui stampa e TV non si siano occupati della sua vicenda esistenziale, spesso con giudizi prevenuti e fondamentalmente cattivi. La vita – quella di ciascuno di noi – è costituita da fattori oggettivi e da soggettività personali. È stato la fortuna di chi lo ha esaltato e pure di chi lo ha vituperato, prendendolo a bersaglio di strali polemici e di veleni. La sua lunga vicenda giudiziaria è diventata una sorta di polarizzazione: da una parte lui, dall’altra la magistratura. E questa è una storia che deve restare chiusa nelle aule dei tribunali, nei verbali e nelle sentenze scritte: sono quest’ultime che chiudono sempre le partite giudiziarie.

Sono convinto che fosse un uomo generoso, sempre positivo, sorridente, ottimista e che molti debbano la propria ascesa politica più alla sua fiducia che ai propri meriti, che molti grazie a lui abbiano avuto il lavoro, la casa, una vita di rassicuranti certezze esistenziali. E questo non è da tutti: si sentono molte ciance dalla politica ma si toccano con mano pochi fatti. In mezzo a tanto grigiore e alla spocchia dei sofismi salottieri si distingueva per dinamismo e voglia di fare.

Come tutti i grandi protagonisti ha avuto meriti e ha commesso errori: nessuno è titolato a giudicare perché anche chi lo avversava faceva parte della contesa. Sarà la Storia a chiarire i passi del suo transito terreno. Ma adesso l’unico sentimento che deve accomunarci è il rispetto per la persona, il politico, l’imprenditore, lo statista. Tutti zitti per favore: lo accompagnino il silenzio e la preghiera nel suo ultimo viaggio.

La morte di Berlusconi, il cordoglio dei cattolici democratici nelle parole di Prodi e Fioroni.

Appresa la notizia della scomparsa di Berlusconi, l’ex Presidente del Consiglio e leader dell’Ulivo, Romano Prodi, ha rilasciato la seguente dichiarazione: “Partecipo al profondo cordoglio per la scomparsa di Silvio Berlusconi. Lo ricordo come un leader politico che, nel suo lungo e intenso impegno pubblico, ha esercitato una grande influenza nella vita del nostro paese, incidendo non solo sulle Istituzioni, ma anche nella vita di tutti i cittadini”.

“Nel nostro lungo confronto politico – aggiunge – abbiamo rappresentato mondi diversi e contrapposti, ma la nostra rivalità non è mai trascesa in sentimenti di inimicizia sul piano personale, mantenendo il confronto in un ambito di reciproco rispetto. Ho apprezzato il suo sostegno alla causa europeista, soprattutto perché confermato e ribadito in un periodo in cui il nostro comune destino europeo era messo duramente e imprudentemente sotto accusa. Porgo alla sua famiglia e a tutti i suoi cari le mie più profonde condoglianze”.

Di analogo tenore le parole di Giuseppe Fioroni, ex ministro della Pubblica Istruzione nel secondo governo Prodi e leader oggi di “Tempi Nuovi – Popolari Uniti”. Questo il suo commento: “Con Berlusconi è nata un’Italia che vedeva smarrite le ragioni del lungo cammino democratico, dal secondo dopoguerra a Tangentopoli, e chiedeva una risposta di continuità all’insegna tuttavia di un nuovo approccio comunicativo, con la trasformazione dei canoni tradizionali della politica. Ha rappresentato, in questo modo, l’immagine più viva e seduttiva di quella combinazione di fattori per la quale “moderazione e modernità” hanno modellato il profilo del centro-destra di governo”. Fioroni ha poi continuato: “Chi pure ha contrastato negli anni la politica di Berlusconi – e tra questi indubbiamente i cattolici democratici e popolari – non può non riconoscere che l’attenzione ai sentimenti e agli umori dell’Italia profonda ha dato, non a caso, forza e prestigio alla sua leadership. È stato certamente un uomo politico sui generis – va detto con rispetto –  che non hai mai ceduto alla tentazione di fare del potere un mezzo per umiliare gli avversari. Gli si deve il merito di aver trasmesso agli italiani, anche nei momenti più difficili della vita civile ed economica della nazione, il senso dell’ottimismo come arma vincente rispetto allo scoraggiamento o peggio alla rassegnazione”.  In conclusione, l’ex ministro ha voluto esprimere ai famigliari, agli amici personali e di partito le sue più sentite condoglianze. “Non potremo non ricordarci di Silvio Berlusconi, anche noi schierati a lungo nell’altro campo, consci comunque della sovrabbondanza di una eredità complessa”.

Berlusconi, morto il fondatore di forza Italia, Mediaset e del centrodestra

Roma, 12 giu. (askanews) – Quanti appellativi gli sono stati dati. C’è anche chi li ha contati: sono una trentina. Soprannomi affettuosi, come il ‘dottore’, usato dai suoi più stretti collaboratori. Altri meno lusinghieri come il Caimano, così come per anni lo descriveva la sinistra e come lo ha immortalato in un film Nanni Moretti. O anche ‘Sua emittenza’, usato più per sottolineare i suoi interessi privati in affari di Stato che non per riconoscergli il ruolo di fondatore dell’impero Mediaset. E poi ce ne sono tanti altri: Banana, il Cavaliere, lo zio Silvio (come spesso era chiamato tra i giornalisti che lo hanno seguito per molti anni), o Papi, quel nome che rimanda in un attimo alla stagione non esaltante delle ‘cene eleganti’.

Perché Silvio Berlusconi, certamente, è stato molto amato e molto odiato. Tante volte sull’altare, molte volte nella polvere. Guai giudiziari – e un costante rapporto di opposizione frontale con la magistratura – che lo hanno portato persino alla decadenza da senatore della Repubblica.

Quella della sua vita di imprenditore è invece una storia di successo, cominciata nell’edilizia e poi continuata nel mondo della televisione. E poi, una delle sue più grandi passioni, il Milan, di cui diventa presidente nel 1986 e che ha portato nell’Olimpo del calcio mondiale. ‘Sono il presidente di club che ha vinto di più nel mondo’, amava dire. Una storia irripetibile, anche se molti anni dopo ci ha riprovato diventando presidente di quel Monza che, sotto la sua egida, è passato dalla serie B alla serie A.

Ma è nell’ottobre del 1993 che la sua vita prende la svolta che lo porterà a essere quattro volte presidente del Consiglio: la scelta di ‘scendere in campo’ per fermare la ‘gioiosa macchina da guerra’ della sinistra messa in piedi da Achille Occhetto, mentre tutt’intorno ancora giacevano le macerie dei vecchi partiti mandati in frantumi dallo scandalo Tangentopoli. Senza nessuna esperienza politica diretta, ma con alle spalle un impero della comunicazione, mise in piedi Forza Italia come fosse una delle sue aziende, con la stessa logica scelse i suoi compagni in quell’avventura.

Con quel famoso discorso fatto al Paese, con il noto incipit ‘l’Italia è il Paese che amo’, Silvio Berlusconi entrava di prepotenza sulla scena politica portando il suo partito in pochi mesi a vincere le elezioni del 1994 e se stesso sulla poltrona di palazzo Chigi. Certo, guidare un governo non è proprio come gestire un’azienda e certe logiche di quella che poi avrebbe spesso chiamato ‘politica politicante’ in contrasto con il suo essere un ‘uomo del fare’, all’inizio gli furono fatali. Quel governo durò pochissimo, solo sette mesi. A voltargli le spalle fu la Lega di Umberto Bossi, con il quale diventerà invece in futuro fedele amico e alleato. Nelle successive elezioni, quelle del 1996, comincia la rivalità politica con Romano Prodi che diventerà uno dei suoi crucci.Né in quell’occasione, né poi nel 2006, riuscirà mai a batterlo nelle urne. Anche per colpa del Senatùr del Carroccio che decise di correre da solo, nel 1996 Silvio Berlusconi si trovò ad affrontare quella che poi ha sempre chiamato la sua lunga ‘traversata nel deserto’. Dopo cinque anni di governi di centrosinistra, però, nel 2001 il Cavaliere stringe un patto politico con tutti i partiti del centrodestra dando vita alla Casa delle libertà.

Di quella campagna elettorale che da lì ai successivi cinque anni lo porterà a guidare due governi (il Berlusconi bis e ter), rimane nell’immaginario collettivo il famoso ‘Contratto con gli italiani’ siglato in diretta tv dal salotto di Bruno Vespa. Nel 2006, una nuova sfida con Romano Prodi per la presidenza del Consiglio lo vede perdente, ma questa volta a durare poco sarà il governo del Professore. Nel 2008 si torna alle urne e il centrodestra stravince. Ma a quella vittoria, il ‘dottore’ ci arriva dopo aver nuovamente mescolato le carte in tavola. Il 18 novembre 2007, dopo un discorso in piazza San Babila passato alla storia con il nome di ‘Svolta del predellino’, Berlusconi dà vita a un nuovo partito che fonde insieme Forza Italia e Alleanza nazionale in nome di una spinta bipolarista. Comincia allora il suo rapporto di amore e odio con Gianfranco Fini, lo stesso a cui aveva dato la sua benedizione come candidato sindaco di Roma nel 1993 quando ancora valeva la ‘conventio ad excludendum’ nei confronti della destra sociale.

Quel rapporto altalenante sarà una costante dell’ultima esperienza di governo di Berlusconi, vissuta in continuo contrasto con quello che aveva scelto come suo vice ma con il quale il feeling si era presto consumato. Dalla poltrona di presidente della Camera, d’altra parte, Gianfranco Fini contribuì a non rendere la vita facile al Cavaliere fino alla plateale lite durante un appuntamento del partito in cui Berlusconi sbottò con l’alleato e lui gli rispose con l’ormai celebre ‘Che fai, mi cacci?’.

Ma non saranno soltanto i complicati equilibri politici a minare alle basi le sorti del Berlusconi quattro. Scoppia il caso della sua presenza alla festa della diciottenne campana Noemi Letizia, poi l’affaire Ruby, quindi voci di feste e festini, di ‘Bunga bunga’, consumati tra palazzo Grazioli, la residenza romana in cui viveva non essendosi mai voluto trasferire a palazzo Chigi, e la sua villa di Arcore. Lo scandalo lo sovrasta, ne lede irrimediabilmente l’immagine. Tutto questo mentre l’Italia finisce nel mirino della speculazione internazionale, lo spread schizza alle stelle, si parla di un Paese sull’orlo del fallimento. Nel novembre del 2011, mentre la gente scendeva in piazza chiedendo la sua ‘testa’, Silvio Berlusconi fu ‘convinto’ a dimettersi. Dopo di lui arriverà il governo di Mario Monti. Il Cavaliere ha sempre definito tutto ciò che successe in quel periodo come un vero e proprio colpo di Stato. Ma la sua parabola politica non si era ancora conclusa. Con le elezioni del febbraio 2013 verrà eletto per la prima volta a palazzo Madama, uno scranno che sarà costretto a lasciare pochi mesi dopo, il 27 novembre, quando l’aula voterà a favore della decadenza del suo mandato a seguito della condanna in via definitiva per frode fiscale nel processo Mediaset, l’unica del suo travagliato rapporto con la giustizia che lo ha visto imputato più volte, fino all’ultima assoluzione in un filone della vicenda Ruby.

Quella sentenza lo tiene fuori dalle aule parlamentari a lungo, avendolo reso momentaneamente ineleggibile. Nel 2019, però Silvio Berlusconi torna a vincere una elezione, diventando europarlamentare di Forza Italia. La chiusura di quel cerchio, arriva però a compimento nel 2022 con la vittoria del centrodestra alle elezioni Politiche, l’arrivo a palazzo Chigi di Giorgia Meloni, e il suo ritorno proprio a palazzo Madama.

I numeri della sua storia politica sono da record: con 3.340 giorni complessivi (corrispondenti ad oltre nove anni) è il politico che è rimasto in carica più a lungo nel ruolo di presidente del Consiglio dell’Italia repubblicana, superato in epoche precedenti solo da Benito Mussolini e Giovanni Giolitti, inoltre ha presieduto i due governi più duraturi dalla proclamazione della Repubblica. È stato l’unico leader politico mondiale ad aver presenziato a 3 vertici del G7 come presidente del Paese ospitante (1994 a Napoli, 2001 a Genova e 2009 a L’Aquila). Di quel primato si è spesso vantato, annoverando i suoi buoni rapporti sia con l’America di George W. Bush che con la Russia di Vladimir Putin come una sua ragione di onore. Anzi, ha sempre rivendicato per sé il merito di aver fatto inserire la Russia nel contesto dei Grandi della terra in una ottica che chiamava ‘lo spirito di Pratica di mare’. Rapporti, quelli con Zar Vlad, che non si sono mai interrotti nemmeno nei mesi della guerra in Ucraina e con l’Italia apertamente schierata a fianco di Kiev. Anche molto odiato, si diceva. Politicamente lo è certamente stato, ma dal punto di vista caratteriale anche gli avversari gli hanno sempre riconosciuto un grande savoir faire e la sua capacità di ammaliare. Era celebre per le barzellette che raccontava molto spesso, talvolta anche ripetendo più volte le stesse, sia in pubblico che in privato. Raccontava le sue ‘storielle’ anche in contesti seri, come accadde una volta in cui l’allora ministro dell’Interno, Beppe Pisanu, portò a palazzo Chigi dei sindacalisti sardi. E alla fine l’esponente della Cgil ammise con candore: ‘Io politicamente sono all’opposto, però è davvero simpatico’.

Talvolta, tuttavia, le sue uscite sono state decisamente fuori contesto: basta pensare al cucù alla Merkel, alle corna nelle foto opportunity con i capi di governo stranieri o all’Obama ‘abbronzato’. Insomma, un gaffeur per chi lo avversava. Un genio per chi lo idolatrava.

E’ rimasto sempre saldamente alla guida di Forza Italia, battezzando di volta in volta potenziali delfini che mai hanno preso il suo posto. Ciononostante, la storia del partito è caratterizzata dall’alternarsi, alla destra del fondatore, di molti personaggi o esponenti politici passati spesso dall’essere ascoltatissimi e potenti al diventare quasi reietti. Persino il fidatissimo Gianni Letta, suo sottosegretario alla presidenza del Consiglio negli anni a palazzo Chigi, ha avuto alterne fortune. Lo dimostra un episodio su tutti: nei giorni in cui Berlusconi, insieme a Salvini, porta di fatto alla caduta del governo di Mario Draghi, nessuno riesce a parlare con lui per provare a farlo ragionare sulle conseguenze di quella scelta. Non ci riesce Letta, ma per la verità nemmeno il Quirinale. Sono i giorni in cui l’ex premier se ne sta a villa Grande, la ex casa di Zeffirelli eletta a sua nuova residenza romana dopo l’addio a palazzo Grazioli, e in cui diventano sempre più influenti accanto a lui da una parte la senatrice Licia Ronzulli, dall’altra Marta Fascina, la donna che ha preso il posto di Francesca Pascale come sua compagna, che Berlusconi chiama ‘mia moglie’, anche se il matrimonio, che si è tenuto a marzo del 2022, è stato puramente simbolico. La vittoria elettorale del settembre 2022 apre una nuova stagione di rapporti all’interno del centrodestra, con Forza Italia solo terzo partito e Giorgia Meloni leader indiscussa. All’inizio Berlusconi fatica un po’ nel suo ruolo di gregario e le trattative per la formazione del governo portano a momenti di tensione altissima, prima quando Forza Italia decide di non votare Ignazio La Russa presidente del Senato, poi quando la leader di Fratelli d’Italia si oppone all’ipotesi che la fedelissima Ronzulli diventi ministro.

Pochi mesi dopo, però, il quadro cambia nuovamente. Berlusconi, fortemente consigliato da Fascina e con l’accordo della figlia Marina, mette da parte la linea critica nei confronti di Meloni e diventa il più governista dei governisti. Cadono in disgrazia le stesse persone che portava in palmo di mano poco prima: Alessandro Cattaneo viene estromesso da presidente del gruppo alla Camera mentre Licia Ronzulli mantiene quel ruolo in Senato ma perde l’importante guida del coordinamento della Lombardia. E, non a caso, ai tavoli con il governo a rappresentarlo torna Gianni Letta, da sempre il suo uomo del dialogo.