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Il sogno della fraternità interpella la politica

L’ideale della fraternità continua ad essere proposto dalla Chiesa come orizzonte nel quale ricondurre i progetti dei diversi blocchi geopolitici che si sono formati nel mondo attuale e che non sembrano ancora aver trovato un accordo che ne garantisca il reciproco riconoscimento in un nuovo quadro di sicurezza e di pace. La fraternità nelle sue implicazioni umanitarie, è stato il motivo ispiratore della missione del cardinal Zuppi a Kiev come del Meeting Mondiale sulla Fraternità di sabato scorso in piazza San Pietro. Ed è stato riproposto nel recente messaggio inviato da Papa Francesco al gruppo del Ppe con l’invito a fare tesoro degli errori compiuti dall’Europa nel secolo scorso prima di intraprendere un percorso volto a costruire uno spazio comune di rispetto delle diversità. L’ispirazione originaria dell’Europa è proprio quello, osserva il pontefice, di cui c’è bisogno per il mondo intero.

Il messaggio della Chiesa, un messaggio universale, ai responsabili politici non potrebbe essere più chiaro nel ricordare che sempre è possibile la via del dialogo.Per questo diventa centrale il tema di come la politica può recepire un tale messaggio, in modo laico, nella sua specifica sfera di azione temporale e soprattutto nelle situazioni date.

In Italia questo significa tenere conto delle responsabilità derivanti da un preciso quadro di alleanze internazionali, che per ora non lascia intravedere un cambio di strategia rispetto al conflitto che insanguina l’Ucraina, che si è fatto più cruento negli ultimi giorni con schemi di battaglia che contemplano un costo elevatissimo in termini di vite umane.

E tuttavia, anche con questa grave ferita aperta di una guerra in corso, è possibile attingere agli strumenti della politica per costruire relazioni basate sulla fiducia reciproca, sulla collaborazione con pari dignità con gli altri popoli.

Verso l’Africa l’Italia sta facendo molto in tal senso. Scoprendo nella maggior parte dei casi che lo schema da nuova cortina di ferro, che sembra esse calato in Europa, non coinvolge il continente nero, dove non di rado aziende cinesi e russe si trovano a fianco di quelle europee e americane, coinvolte in progetti di sviluppo decisi dai singoli stati africani.

Anche l’Eurasia, pur nel quadro di una tendenza al  disaccoppiamento delle catene di approvvigionamento, sta conoscendo una stagione di intenso sviluppo degli scambi commerciali, in particolare in Asia Meridionale. L’Italia che si trova tra Eurasia e Africa, percepisce forse più di altri il fatto che lo sviluppo del cosiddetto Sud Globale ha assunto dimensioni tali non poter essere ignorato. In questa prospettiva si apre una pista di impegno concreto nell’esercitare un’azione di persuasione insieme ai nostri Alleati sulla necessità di intraprendere una svolta. I processi economici che si sono innescati nel nostro secolo appaiono inarrestabili, erigere nuovi muri non può essere la soluzione.

I nuovi assetti di cui il mondo ha bisogno, non si potranno ottenere per via militare, pur mettendo nel conto il mantenimento per tutto il tempo necessario del conflitto ucraino, finché questa sarà la strategia prevalente fra gli Alleati, ma solo riscoprendo, come suggerisce il Papa, le ragioni della fraternità, le ragioni del vantaggio reciproco a fare del mondo uno spazio comune in cui sistemi diversi possano convivere. Che per noi europei significa attingere dalle origini del progetto europeo un modello capace di dare un contributo di grande attualità per le esigenze del mondo attuale.

Dibattito | Papa Francesco sollecita i Popolari europei a qualificare il loro pluralismo.

Ieri, domenica 11 giugno, Papa Francesco ha inviato un messaggio al Presidente del Gruppo Parlamentare del Partito Popolare Europeo Manfred Weber e ai Membri del relativo Gruppo parlamentare.

Nel messaggio, il Papa fa riferimento al pluralismo che un partito che si estende a livello continentale è necessario che manifesti e al patrimonio ricchissimo a cui un partito di ispirazione cristiana è opportuno che attinga, per portare un contributo originale alla politica europea; tale patrimonio è dato dalla dottrina sociale della Chiesa. Scrive Papa Francesco: “È chiaro che un grande gruppo parlamentare debba prevedere un certo pluralismo interno. Tuttavia, su alcune questioni in cui sono in gioco valori etici primari e punti importanti della dottrina sociale cristiana occorre essere uniti”.

A tal proposito, tenendo conto delle matrici etico-culturali che interessano il Partito Popolare Europeo, come scritto poc’anzi, necessariamente plurale, e il riferimento al patrimonio di principi, di criteri di giudizi e di direttive d’azione provenienti dalla dottrina sociale della Chiesa, con particolare riferimento alla nozione di “bene comune”, più volte richiamata dal Santo Padre nel suo messaggio, credo sia possibile immaginare un popolarismo europeo che tenga insieme la matrice sturziana del popolarismo italiano e quella dell’economia sociale di mercato, proveniente dalla matrice tedesca, di ispirazione protestante. 

 

Il bene comune, inteso come metodo del vivere insieme in una società libera, è dato dalle condizioni civili e dalle comuni regole del gioco che consentono il perseguimento del bene di ciascuno: le comuni regole della civile convivenza che normano il conflitto, rendendolo civile, senza per questo negarlo. In fondo, il bene comune, per usare le parole di Sturzo, non esprime altro che il «finalismo della persona umana» che si fissa in regole e consuetudini che chiamiamo istituzioni. In questa prospettiva, il bene comune non si distingue dal bene individuale, dal momento che ogni bene individuale, affinché sia tale, dovrà risolversi nel bene comune e viceversa; qualora dovesse nascere un contrasto tra i due beni vorrebbe dire che uno dei due o entrambi «non sono veri beni». Scrive Sturzo: «io non ammetto che ci sia bene comune che non si risolva in bene individuale, né bene individuale che come tale sia opposto al bene comune. Il linguaggio ordinario è ingannevole quando oppone individuo a società, bene individuale a bene comune […]. Il bene individuale che è vero bene (sia il più soggettivo possibile come la scienza o l’onestà) diviene per se stesso bene comune».

 

il bene comune rinvia, prima di tutto, a un metodo: il metodo di libertà, la discussione critica su questioni di interesse comune. Tale metodo passa per il chiarimento del ruolo delle istituzioni della società civile nel suo complesso, immaginando la politica non come il campo che perimetra il regno della verità, quanto piuttosto una sfera particolare e delimitata della stessa società civile: la sua forma politica. Un ambito che contribuirà al bene comune nella misura in cui indicherà la via istituzionale che favorisce l’ordine e la pace: la “tranquillitas ordinis” agostiniana, per il perseguimento personale e associativo delle condizioni che descrivono il bene di ciascuno.

 

Nell’ambito della cultura politica legata alla tradizione dell’economia sociale di mercato tedesca, ciò significa che la libera concorrenza, intesa come cum-petere (cercare insieme, convergere), regolata dal diritto (law – norme di rango costituzionale), è assunta come parte integrante della politica sociale e un elemento indispensabile del bene comune: una parte del bene comune politico; la competizione è il dispositivo che ottimizza la capacità di problem-solving degli operatori politici ed economici ignoranti e fallibili, riducendo al minimo le possibilità di errore e, soprattutto, imparando dagli errori propri ed altrui (ordine spontaneo, non naturale). Compito dell’autorità politica è di promuoverla e di difenderla dai nemici di ogni tipo, specie e ideale, attraverso la costituzione di un ordinamento le cui istituzioni siano forti e credibili.

 

Secondo il giurista Franz Böhm, uno dei tre firmatari del manifesto di Friburgo del 1936, insieme a Walter Eucken e Hans Grossman Dörth, il ruolo del diritto è di servire il bene comune, inteso come il contrario dell’interesse corporativo, compresi gli interessi dei civil servants. Nel momento in cui il diritto si piega ai “privilegi acquisiti”, il rispetto per il diritto è compromesso e, con esso, anche il bene comune, in quanto principio organizzativo della vita economica, tende a scomparire. Il che produce effetti sul settore privato e sul comportamento degli imprenditori, i quali piuttosto che esercitarsi nell’arte dell’imprenditorialità e nella creazione di ricchezza, troveranno più vantaggioso manipolare le istituzioni politiche, dedicandosi al lobbismo politico. In questo scenario, i consumatori sono coloro che ci perdono, a causa dell’azione coordinata di imprese, partiti politici e sindacati ben organizzati, che essenzialmente manipolano i mercati a proprio vantaggio. La cornice morale della visione dell’economia sociale di mercato sul bene comune ha al centro il ruolo del diritto, in quanto dispositivo che tenta di rendere il mercato il più possibile privo di privilegi.

 

Credo che il senso più profondo dell’idea di bene comune che emerge dal messaggio del Papa sia racchiuso nelle seguenti parole: “Cari amici, facciamo memoria delle origini: non dimentichiamo come è nata l’Europa unita; non dimentichiamo la tragedia delle guerre del XX secolo. Il graduale e paziente lavoro di costruzione di un’Europa unita, in ambiti prima particolari e poi sempre più generali, che cosa aveva dentro come ispirazione? Quale ideale, se non quello di generare uno spazio dove si potesse vivere in libertà, giustizia e pace, rispettandosi tutti nella diversità?”.

Il richiamo da parte del Pontefice del metodo gradualista e funzionalista, ovvero della “cooperazione strutturata”, che ha caratterizzato l’inizio del processo di integrazione europea, con il suo corollario in termini di politiche per la concorrenza, ci aiuta a comprendere come, per la tradizione dell’economia sociale di mercato e per il popolarismo sturziano, “competizione” e “cooperazione” sono termini complementari, almeno nella logica, rispettivamente, della costituzionalizzazione della concorrenza e di un ordine politico autenticamente popolare. Inoltre, entrambi sono allergici all’interpretazione olistica della nozione di bene comune e condividono l’idea che il primo “bene”, comune a tutti, è dato dalle comuni regole del gioco, quelle che in Hayek assumono il nome di “norme di mera condotta”, mentre per l’economia sociale di mercato sono le norme di rango costituzionale e per Sturzo “l’utile politico possibile”. Infine, per entrambe le culture politiche, il bene comune si interpreta in maniera plurarchica e, dunque, ciascuna forma sociale partecipa quota parte e nessuna possiede il monopolio sul bene comune.

Il futuro tra fascinazione e rischio di estinzione della vita sul pianeta

La fascinazione del futuro ha sempre esercitato una forza di attrazione irresistibile per la scienza, non solo per gli addetti ai lavori ma anche nel campo dell’immaginazione descrittiva che si ritrova ad esempio nelle narrazioni distopiche di George Orwell, Stanley Kubrick, Isaac Asimov e Aldous Huxley. Possiamo ora affermare che le nuove tecnologie e la digitalizzazione pervasiva stanno imprimendo una vistosa accelerazione ai processi di innovazione che cambiano in modo radicale la nostra vita, spesso in modo ubiquitario e imprevedibile, tanto da modificare nell’immaginario collettivo le stesse nozioni di spazio e di tempo.

Si tratta di una deriva inarrestabile ma osservandola e riflettendo sulle conseguenze e gli effetti non sempre potenzialmente positivi si è indotti a più di una riflessione che investe nella sua interezza lo stato attuale del mondo.

Da anni seguiamo con apprensione i moniti delle organizzazioni internazionali che si occupano di sostenibilità ambientale, a cominciare dai Rapporti dell’ONU e dell’Ipbes (la piattaforma intergovernativa di politica scientifica sulla biodiversità e i servizi ecosistemici) l’ultimo dei quali ha drammaticamente annunciato la possibilità della sesta estinzione della vita sulla Terra, la prima per mano dell’uomo). Basti ricordare gli studi del biologo Edward Osborne Wilson che faceva due conti sulla crescita demografica: abbiamo superato gli 8 miliardi di umani ma a 6 miliardi e mezzo era già suonato il campanello della sostenibilità ambientale. Pandemia e guerra (guerre) ci hanno proposto altri temi di grande criticità che sommano il loro peso sul grande piano inclinato che sta facendo scivolare l’umanità e la vita stessa verso il baratro. Inquinamento, disboscamenti, innalzamento dei mari e delle temperature, scioglimento dei ghiacciai in montagna e ai Poli, dissesto idrogeologico, infrastrutture pervasive, cementificazione selvaggia, sono solo alcuni macro-temi di cui ci occupiamo o sentiamo parlare con crescente intensità e allarmismo. Per questo specialmente in Europa – (teniamo presente questo tema in vista delle elezioni del prossimo anno) – ha preso l’abbrivio una campagna di progettazione nel contesto del Green Deal, quale manifesto della Grande Transizione digitale, energetica ed ecologica partendo dal Recovery plan e fino al PNRR, per un rilancio su nuovi paradigmi degli standard di sostenibilità e qualità della vita.

Le nuove tecnologie e le potenzialità scientifiche sono una componente essenziale di ogni prospettiva di crescita, mentre l’innovazione è a un tempo metodo e finalità di ogni auspicabile percorso di miglioramento. Tutti tocchiamo con mano l’incidenza di questi fattori nella nostra vita. Ci sono potenzialità evolutive enormi ma anche rischi impliciti ad esse connessi. Il tema del momento riguarda le applicazioni dell’I.A. e la via immersiva nel metaverso la cui frequentazione potrebbe facilitare e implementare la dimensione spazio-temporale della conoscenza, lasciando aperta la porta della riconversione dal mondo virtuale a quello reale. La platea dei potenziali fruitori dell’I.A. e del metaverso ingloba di fatto l’intera umanità, a livello di fruizione individuale e comunicativa. 

Tuttavia dopo lo slancio iniziale viviamo una fase di ripensamento: ha cominciato Geoffry Hinton (ne abbiamo già trattato) che si è dimesso da Google paventando rischi incalcolabili dall’abuso dell’I.A. per il futuro dell’uomo, cui ha fatto seguito Elon Musk che – nel presentare il progetto Neuralink che prevede l’impianto cerebrale di microchip con finalità terapeutiche e medicali – non si è sottratto al dubbio che un utilizzo distorto e concentrato nelle mani di persone senza scrupoli di questa epocale innovazione (per la prima volta si entra nel cervello con la tecnologia)  possa alterare il pensiero e strumentalizzare la mente umana per finalità non etiche. Chiedendo una moratoria di almeno 6 mesi per riflettere sullo sviluppo di modelli più potenti del GPT-4 di OpenAI, al fine di elaborare protocolli di sicurezza condivisi. 

La fascinazione per il futuro non deve prenderci la mano e portarci verso esiti nefasti e irreversibili. Anche in questo contesto tecnologico – segnatamente in tema di I.A. – alcuni scienziati come Sam Altman a.d. di Opena A1 che ha creato ChatGPT, Yoshua Bengio uno dei padri dell’I.A, Demis Assabis a.d di Google DeepMind, Yann LeCunn docente alla NYU, Jaan Tallinn co-fondatore di Skype e altri 350 colleghi hanno sottoscritto una lettera indirizzata al Center for al Safety in cui mettono in guardia da potenziali distorsioni applicative delle applicazioni che loro stessi hanno creato. 

Mitigare il rischio di estinzione derivante dall’intelligenza artificiale dovrebbe essere una priorità globale insieme ad altri rischi su scala sociale come le pandemie e la guerra nucleare“. Questo sta scritto nel testo condiviso e per noi che siamo spettatori affacciati al balcone ad osservare gli sviluppi imprevedibili delle evoluzioni applicative di I.A. più azzardate ed iperboliche è una rassicurazione e un campanello d’allarme. Qualcosa potrebbe sfuggire di mano e l’uomo-robot, l’androide e il fyborg diventare gli artefici del “cupio dissolvi”. Detto da loro…“l’I.A. potrebbe portare all’estinzione dell’umanità”. Dovremmo essere noi, allora, usando il nostro senso critico (finché ne possiamo disporre) a chiedere una moratoria su I.A., metaverso e digitalizzazione pervasiva, sottraendoci ad una forsennata rincorsa verso l’ignoto.

Papa Francesco tira le orecchie ai Popolari del capogruppo PPE Weber

Messaggio del Santo Padre

Ai membri del Gruppo del Partito Popolare Europeo nel Parlamento Europeo

Illustri Signore e Signori!

Sono lieto di rivolgere un saluto cordiale a voi, membri del Gruppo del Partito Popolare nel Parlamento Europeo, istituzione che ho visitato nel novembre del 2014, e colgo l’occasione per condividere con voi alcune riflessioni.

La prima: siete parlamentari, dunque siete rappresentanti dei cittadini che vi hanno affidato un mandato. Quando ci furono le prime elezioni del Parlamento Europeo, la gente si è interessata, era una novità, un passo avanti importante nella costruzione dell’Europa unita. Ma, come sempre, col passare del tempo l’interesse diminuisce; e allora è necessario curare bene il rapporto tra i cittadini e i parlamentari. Questo è un problema classico delle democrazie rappresentative. E se già è difficile tenere vivo il legame all’interno di ciascun Paese, a maggior ragione lo è per il Parlamento Europeo, che è ancora più “lontano”. Ma d’altra parte oggi la comunicazione può aiutare molto a superare le distanze.

Un secondo spunto: il pluralismo. È chiaro che un grande gruppo parlamentare debba prevedere un certo pluralismo interno. Tuttavia, su alcune questioni in cui sono in gioco valori etici primari e punti importanti della dottrina sociale cristiana occorre essere uniti. Questo mi sembra un aspetto particolarmente interessante, perché chiede di pensare alla formazione permanente dei parlamentari. È normale che anche voi abbiate bisogno di momenti di studio e di riflessione in cui approfondire e confrontarsi sulle questioni eticamente più rilevanti. È una sfida appassionante, che si gioca soprattutto al livello della coscienza, e che mette anche in luce la qualità di chi fa politica. Il politico cristiano dovrebbe distinguersi per la serietà con cui affronta i temi, respingendo le soluzioni opportunistiche e tenendo sempre fermi i criteri della dignità della persona e del bene comune.

A questo proposito, voi avete un patrimonio ricchissimo a cui attingere per portare il vostro contributo originale alla politica europea, cioè la dottrina sociale della Chiesa. Pensiamo, ad esempio, ai due principi di solidarietà e sussidiarietà e alla loro dinamica virtuosa. Ci sono aspetti etico-politici, legati ad ognuno di questi due principi, che voi condividete con colleghi di diverse appartenenze, i quali accentuano rispettivamente o l’uno o l’altro; ma l’intreccio dei due, il fatto di attivarli insieme e farli funzionare in maniera complementare, questo è proprio del pensiero sociale ed economico di ispirazione cristiana, e quindi è affidato particolarmente alla vostra responsabilità.

Un altro aspetto che ha analogia con questo: la visione di un’Europa che tenga insieme unità e diversità. Questo è fondamentale; ho avuto modo di sottolinearlo recentemente nella visita in Ungheria. Un’Europa che valorizzi pienamente le diverse culture che la compongono, la sua ricchezza enorme di tradizioni, di lingue, di identità, che sono quelle dei suoi popoli e delle loro storie; e che nel contempo sia capace, con le sue istituzioni e le sue iniziative politiche e culturali, di far sì che questo mosaico ricchissimo componga figure coerenti.

E per questo ci vuole una forte ispirazione, un’“anima”, a me piace dire che ci vogliono dei “sogni”. Ci vogliono valori alti, e una visione politica alta. Non intendo con ciò sminuire l’importanza della gestione ordinaria, della buona amministrazione normale, anzi, se è buona questa è già moltissimo. Ma non basta, non basta a sostenere un’Europa che si trova a far fronte alle grandi sfide globali del XXI secolo. Per affrontare tali sfide come Europa unita, ci vuole un’ispirazione alta e forte. E voi, vorrei dire, dovreste essere i primi a fare tesoro degli esempi e degli insegnamenti dei padri fondatori di questa Europa. La scommessa originaria, che può essere anche la scommessa attuale, è di puntare non solo a un’organizzazione che tuteli gli interessi delle nazioni europee, ma a un’unione dove tutti possano vivere una vita «a misura d’uomo, fraterna e giusta».[1]

Vorrei mettere in evidenza questo termine: fraterna. Come sapete, la fraternità e l’amicizia sociale è il grande “sogno” che ho condiviso con tutta la Chiesa e tutti gli uomini e le donne di buona volontà (cfr Enc. Fratelli tutti, 8). Penso che la fraternità possa essere anche fonte di ispirazione per chi vuole oggi ri-animare l’Europa, perché risponda pienamente alle attese sia dei suoi popoli sia del mondo intero. Perché un progetto di Europa oggi non può che essere un progetto di respiro mondiale. Ritengo che i politici cristiani oggi si dovrebbero riconoscere dalla capacità di tradurre il grande sogno di fraternità in azioni concrete di buona politica a tutti i livelli: locale, nazionale, internazionale. Ad esempio: sfide come quella delle migrazioni, o quella della cura del pianeta, mi pare che si possano affrontare solo a partire da questo grande principio ispiratore: la fraternità umana.

Cari amici, facciamo memoria delle origini: non dimentichiamo come è nata l’Europa unita; non dimentichiamo la tragedia delle guerre del XX secolo. Il graduale e paziente lavoro di costruzione di un’Europa unita, in ambiti prima particolari e poi sempre più generali, che cosa aveva dentro come ispirazione? Quale ideale, se non quello di generare uno spazio dove si potesse vivere in libertà, giustizia e pace, rispettandosi tutti nella diversità? Oggi questo progetto è messo alla prova in un mondo globalizzato, ma può essere rilanciato attingendo all’ispirazione originaria, che è più che mai attuale e feconda non solo per l’Europa, ma per l’intera famiglia umana.

E vorrei concludere con un’ultima osservazione: chi sono quelli che vivono di più l’Europa unita? Voi me lo insegnate: sono i giovani. Oggi si comincia presto a fare periodi di studio all’estero; poi, per l’università, specialmente le specializzazioni, l’orizzonte è europeo; e così per la ricerca del lavoro… Non mi riferisco alla triste necessità, che purtroppo c’è, di andare altrove per la mancanza di opportunità in patria; no, ma al fatto che per i giovani ormai è normale, ad esempio, fare una prima parte di studi nel proprio Paese e specializzarsi in un altro. Un po’ come avveniva nel Medioevo: si studiava un po’ a Padova, un po’ a Parigi, un po’ a Oxford o a Heidelberg… Guardiamo a loro, ai giovani, e pensiamo a un’Europa e a un mondo che siano all’altezza dei loro sogni.

Per questo vi incoraggio ad andare avanti con coraggio e speranza, con l’aiuto di Dio. Il Vangelo sia la vostra stella polare e la Dottrina sociale la vostra bussola. Benedico di cuore tutti voi e i vostri cari. E vi chiedo per favore di pregare per me. Grazie.

Roma, Policlinico “Gemelli”, 9 giugno 2023

FRANCESCO

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[1] P.H. Spaak,Discorso pronunciato in occasione della firma dei Trattati di Roma, 25 marzo 1957.

Fonte

https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2023/06/11/0438/00980.html

Il futuro è all’orizzonte e sollecita la nostra partecipazione

Quanti saranno gli italiani residenti? Quali lavori faremo? Chi pagherà le pensioni? Chi si prenderà cura degli anziani? Quale sarà la temperatura della terra? Come sarà la democrazia? Le risposte a queste domande sono già scritte, almeno in parte, ma dalle scelte politiche di domani dipenderà la qualità di vita degli italiani nei prossimi decenni. Il futuro è lontano solo per chi guarda alle “prossime elezioni”, vicino per chi guarda alla “prossima generazione”. 

Secondo l’Istat, la popolazione italiana passerà da 59,6 milioni di inizio 2020 a 58 nel 2030, a 54,1 milioni nel 2050. Ci saranno 12 milioni di italiani in meno nel giro di mezzo secolo. Nessuno può prevedere con precisione il singolo lavoro del futuro, ma possiamo prevedere le macro aree di competenza. Alcune professioni scompariranno a causa dell’Intelligenza Artificiale, altre nasceranno o si evolveranno per adattarsi alle nuove esigenze della società e dell’economia. Tra i lavori più richiesti nel futuro ci saranno quelli legati al digitale, al green, alla salute, alla cura della persona e alla creatività. 

L’Italia sarà uno dei paesi con il maggior numero di pensionati e over 50 inattivi ogni 100 lavoratori (OCSE). Il rapporto potrebbe arrivare a 1-1 o addirittura invertirsi. Gli anziani in Italia nel 2050 saranno molti di più di oggi. La popolazione over 65 passerà dal 24% del totale nel 2020 al 34,9% nel 2050 (Istat). 

Secondo il rapporto dell’Ipcc, il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite, la temperatura media globale, nel 2050, potrebbe aumentare di circa 1,4-1,8 °C nel caso di una forte riduzione delle emissioni. Oppure potrebbe aumentare di oltre 3 °C qualora la cooperazione globale non dovesse scattare. 

La democrazia liberale sarà a rischio se non riusciremo ad intervenire sul rapporto politica-partecipazione. Solo con un modello di partecipazione attiva, potremo salvaguardare la democrazia ed arginare la spinta populista verso la democratura. Dobbiamo superare la contrapposizione tra Politica (“sporca”) e società civile (“pulita”).

Questi sono dati oggettivi, non riguardano una parte politica, bensì l’intera nazione ed è all’interno di questa cornice sociale ed economica che ogni pensiero politico dovrà immaginare la società nel 2050. La Politica dovrebbe occuparsi della qualità della vita di ogni cittadino, cambiando i parametri del benessere, per questo abbiamo il dovere di mirare a un progetto politico basato sull’Umanesimo civile 5.0. La cura di ogni persona umana, la comunità in cui vive, l’aria che respira, la qualità del lavoro e del tempo libero, la corresponsabilità di tutti i cittadini e la passione civile, l’integrazione tra spazi fisici e digitali.  Su tutto questo dobbiamo essere pronti a muoverci con intelligenza e passione, per “mettere a terra” un programma ben articolato, senza svolazzi demagogici, capace di coniugare speranza e responsabilità.

Elly Schlein alle prese con i gattopardi del Pd

Ad una domanda di Aldo Cazzullo, in un’intervista apparsa sul “Corriere della Sera” del 30 Agosto 2015, Matteo Renzi, allora Presidente del Consiglio ed eletto Segretario del PD sull’onda della rottamazione e del cambiamento, così rispondeva: “La Rivoluzione non è un pranzo di gala. No?”. L’avvertimento maoista era rivolto agli amici della Ditta ed in particolare a D’Alema e Bersani. 

 

Uno dei destinatari dell’ammonimento, Pier Luigi Bersani,  esperto di polemiche nel mondo marxista, non ritenendo Renzi un vero “rivoluzionario”, ma un “rivoluzionario a parole”, gli rispondeva da una festa dell’Unità dicendosi pronto a preferire piuttosto, in fatto di citazioni, l’invito di Mao alle guardie rosse a “Servire il Popolo”.

 

Ricordiamo tutti cosa avvenne: sulle orme de “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, “ai gattopardi e ai leoni” sono succeduti gli sciacalli, le iene e  le pecore. Nessuno, come auspicava Alan Friedman, ha “ammazzato il Gattopardo”, e nessuno si è accorto che “la mucca era nel corridoio” e anticipava il populismo e la deriva a destra.

 

Dopo circa otto anni Elly Schlein, commentando i disastrosi risultati elettorali di quel che resta del centro sinistra, ormai ridotto ad un campo stretto e parafrasando ancora Mao, invita i suoi presunti oppositori a starsene comodi e significativamente afferma  che “il cambiamento non è un pranzo di gala”. Evocando il “pranzo di gala”, il pensiero corre alla rivoluzione auspicata da Mao, intesa non come atto di cortesia e di eleganza, ma come atto di “insurrezione” con il quale una classe ne rovescia un’altra. La Schlein è dunque impegnate a rovesciare il vecchio equilibrio per crearne un altro? Gianni Cuperlo, con eleganza e raffinatezza, in un’intervista a “La Stampa” così ha replicato: “Occore liberarsi dall’idea che il Pd con la sua storia fatta di successi e sconfitte sia una bad company da congelare e che la sfida della nuova segreteria sia dar vita a una newco, una forza slegata dall’identità che del Pd è stata la radice”.

 

Le bad company o le bad bank hanno un precedente molto conosciuto. Dopo la liquidazione del Banco di Napoli, Ferdinando Ventriglia suggerì al Tesoro di costituire una “bad bank” nella quale far confluire i rami secchi del vecchio Banco, ovvero i crediti deteriorati, liberando il nuovo istituto di tutta la zavorra preesistente. I risultati conseguiti dalla Bad-bank, contrariamente alle ipotesi iniziali, furono sorprendenti.

 

Orbene il Pd, con tutte le luci e le ombre, i successi e gli insuccessi che hanno caratterizzato la sua pur breve vicenda politico-elettorale, non può essere ridotto ad una bad company destinata ad annullare, quasi fossero “cenci innominabili”, la memoria storica e l’identità. Se così fosse, di fronte al nuovo enfaticamente evocato, dovremmo ripensare a ciò che scrisse il poeta Vladimir Majakovskij all’indomani della rivoluzione bolscevica: “Le nostre gesta saranno più difficili di quelle del creatore che ha riempito il vuoto di cose. Noi dobbiamo creare il nuovo con l’immaginazione e anche dinamitare il vecchio”. Ecco, saprebbe Schlein non solo creare il nuovo, ma addirittura “dinamitare” il vecchio? Ma c’è di più. Molti gattopardi, attenti alle armonie cromatiche al variar delle stagioni, dovrebbero dinamitare se stessi se proprio volessero dar vita ad un nuovo partito-comunità. L’evento non pare realistico.

L’Osservatore Romano | L’esigente parola di don Primo Mazzolari

… [La] visione di Mazzolari è fondato [secondo Giorgio Campanini, ndr] sulla «presa d’atto che il cristianesimo è chiamato non solo ad un fondamentale compito di formazione delle coscienze (come noto, fu questo il privilegiato campo di impegno di Mazzolari, negli incontri diretti, nella guida spirituale di quanti a lui si rivolgevano, nei suoi numerosi scritti, insieme ad un forte impegno per la trasformazione delle strutture della società̀). In questo secondo ambito, Mazzolari — proprio per avere constatato quanto oppressivo fosse stato il peso esercitato dal regime fascista sulla Chiesa negli anni successivi al Concordato — metteva in guardia contro ogni compromissione con il potere e richiamava con forza l’esigenza di una piena libertà della Chiesa». Campanini riflette sulla società degli anni ’20-’40 e descrive quella come «una difficile stagione, caratterizzata non solo dal deserto della politica ma anche dal grigiore di una comuinità cristiana spesso paga dell’apparente “trionfo” — dopo sessant’anni di laicismo imperante — del Concordato e poco incline a valutarne il prezzo in termini religiosi e pastorali. Chi, come Mazzolari, metteva in guardia contro ogni compromissione rischiava di essere considerato poco meno che il disturbatore di una “quiete” faticosamente raggiunta; né si valutava appieno, anche in autorevoli ambiti ecclesiastici, il costo che la Chiesa avrebbe rischiato di pagare per la parziale perdita della sua autonomia e della sua libertà̀.

 

Una Chiesa attraversata dalla tentazione del quieto vivere e del conformismo rischiava di rifiutare […] tutte le voci critiche e tutte le istanze al cambiamento che pure provenivano, come nel caso di Mazzolari, non soltanto da pur importanti frequentazioni libresche (come quelle degli amati teologi e pastoralisti francesi, le cui opere furono largamente recepite nella canonica di Bozzolo) ma anche e soprattutto da una personale e diretta esperienza di azione pastorale.

Si spiegano, in questa luce — e sullo sfondo dei difficili rapporti fra la Chiesa e il fascismo che aveva proprio a Cremona, nel gerarca Roberto Farinacci, uno dei suoi esponenti più duri ed intransigenti — le riserve, le perplessità ed alla fine le condanne ecclesiastiche che, a partire da quelle che sono state chiamate le “disavventure” de La più bella avventura, colpirono ripetutamente gli scritti di Mazzolari, indussero i vertici ecclesiastici a porre limiti alla sua predicazione fuori del territorio di Bozzolo, fecero del parroco padano l’oggetto di una serie di interventi disciplinari (e, contemporaneamente, di polemiche e anche di aggressioni ad opera dei più esagitati esponenti fascisti)».

 

La sua fu, è un’espressione sempre di Campanini, una “difficile profezia”. 

 

Don Primo poeta e profeta, disarmato come tutti i poeti e profeti ma forte proprio della sua debolezza, armato solo dalla fede e dalla parola che interpella e interroga.

 

E qui concludo tornando all’altra ricorrenza che incornicia questa bella iniziativa su Mazzolari: il 21 giugno 1963 veniva eletto Papa Giovan Battista Montini, Paolo VI . È stato già scritto molto sul rapporto tra Montini e Mazzolari e qui ora non mi dilungo. Ho cercato di tratteggiare qualcosa di don Primo evidenziando come ci sia anche una sua profezia intesa come un’anticipazione rispetto ai nostri tempi. Non ci dobbiamo meravigliare che Bergoglio è venuto qui a Bozzolo. Non poteva non farlo. E che poi lo stesso giorno è andato da don Milani, a Barbiana, due luoghi periferici. Ma il cuore lo si sente ascoltando il polso. Il centro si vede bene solo dalla periferia. Il centro lo si salva solo dalla periferia.

 

Il 1 maggio 1970, festa di San Giuseppe lavoratore (e qui si aprirebbe un altro aspetto molto ricco di spunti), Paolo VI ebbe a dire su Mazzolari parole toccanti e lungimiranti: «Io gli ho voluto bene. Certo…non era sempre possibile condividere le sue posizioni: camminava avanti con un passo troppo lungo e spesso non gli si poteva tener dietro. E così ha sofferto lui e abbiamo sofferto anche noi. È il destino dei profeti». Come ogni profeta e poeta, Mazzolari è stato, uso una sua autodefinizione, «uomo di pace, non un uomo in pace», che ha intuito che «L’era atomica» che lui ha vissuto sulla sua pelle (ma stiamo per viverla di nuovo anche noi, oggi), «prima di essere una tecnica è un animo, l’animo di Caino». È proprio quello che dice il Papa quando parla della umanità testarda, innamorata della guerra, vittima dello spirito di Caino. Perché ogni guerra è un fratricidio e l’unica risposta veramente alternativa è la riscoperta della fratellanza, dell’amore fraterno e dell’amicizia sociale. Perché, e qui davvero chiudo con una citazione di un grande poeta citato a sua volta da don Primo, «solo la pace conquistata con l’amore è “la casa che i soldati non potranno mai distruggere”» (C.Péguy).

 

Per leggere il testo integrale 

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2023-06/quo-133/don-primo-e-la-parola-che-interroga.html

Guido Bodrato, l’ultimo scritto su Fb e il video di una sua intervista

Quella che segue è l’ultima nota che Guido Bodrato aveva scritto qualche giorno fa su Fb. Noi contribuiamo a diffonderla, aggiungendo ad essa il link della video-intervista concessa l’anno scorso a “Il Domani d’Italia” in occasione del convegno intitolato “Con le lenti di De Gasperi” (Viterbo, 1-3 aprile 2022), svolto in collaborazione con il Centro Studi Aldo Moro di Viterbo.

Può esistere una democrazia senza Popolo e senza partiti?

Guido Bodrato

Può esistere una democrazia senza popolo e senza partiti? Con il tramonto delle ideologie rischiano di tramontare le idee su cui sono fondate le diverse forze politiche, ed anche i valori sanciti dalla Costituzione repubblicana.

In questo contesto la tendenza a ridurre la democrazia alla ricerca di un “capo” cui affidare tutto il potere, ha infine riguardato il ruolo del Parlamento e la sua centralità; così la democrazia decidente è diventata il terreno su cui è cresciuta l’antipolitica. Su questo terreno affondano anche le radici di movimenti populisti che finiranno per minacciare la stessa democrazia rappresentativa, alimentando una pericolosa deriva autoritaria.

In questo inquietante orizzonte si colloca il disorientamento degli elettori cattolici che hanno vissuto la secolarizzazione della società civile, il declino della centralità democristiana (referendum del 1974) e vedono messo in discussione il difficile approdo dei “popolari” ad un assetto culturale che – con la nascita dell’Ulivo – doveva rappresentare l’avvio di un ciclo storico riformista in cui fosse possibile “essere in politica da cristiani”, camminando insieme a chi viene da un’altra storia, ma cammina nella stessa direzione. Questo è il tormento della “generazione del Concilio”, dei cattolici che credono nell’autonomia e nella laicità della politica, che non pensano sia possibile la rinascita dell’unità politica dei cattolici. Donne e uomini che anche se hanno nostalgia del “partito di centro che guarda a sinistra”, non sanno come votare, poiché in questa stagione politica non c’è spazio per un confronto vero, non condizionato da un disegno di potere personale. 

La politica sembra ormai senz’anima e non c’è movimento o partito in cui riconoscersi. Questo tuttavia non significa assenza del mondo cattolico dalla vita e dai problemi del nostro tempo: basta pensare alla presenza del volontariato, che esprime la tradizionale preferenza del mondo cattolico per l’azione sociale rispetto all’azione politica. Un disorientamento che, come indica il Cardinal Bassetti, sollecita “una nuova rappresentanza politica dei cattolici”, ricordando che “la politica è la più alta delle carità”. Il tormento dei cattolici che vorrebbero lavorare per il rinnovamento della politica è condiviso anche da molti elettori della sinistra storica, alla ricerca di una nuova rappresentanza politica, di fronte a una globalizzazione dell’economia che ha favorito l’egemonia del pensiero liberista, intrecciandosi con una rivoluzione tecnologica che ha prodotto la rottamazione del modello fordista e spinto la classe operaia ed i partiti che la rappresentavano ai margini della lotta politica.

Anche la sinistra storica, socialista e comunista, è andata in mille pezzi, mentre alcuni avvenimenti, imprevisti ma prevedibili (penso alle migrazioni bibliche dal Sud al Nord del mondo, dalla fame e dalle guerre verso i paesi del benessere) fanno rientrare in scena, sull’onda della crisi economica e di una disoccupazione sempre più diffusa, delle tensioni sociali e delle crescenti diseguaglianze, della paura del terrorismi islamico e del riemergere – in molti paesi europei – delle ombre di un passato che non passa. Se dobbiamo ancora fare i conti con la storia, se la democrazia deve ancora misurarsi con regressioni nazionalpopuliste ed antieuropee, quale contributo possono dare i cattolici al rinnovamento della politica? Questa questione, che riguarda la “qualità della democrazia”, esprime il bisogno di ripartire dalla cultura e di riflettere sulle contraddizioni del “tempo che ci è dato da vivere”; richiede cioè un impegno di lungo periodo, che potrebbe apparire, ma non è, un modo per sottrarsi all’emergenza democratica del nostro tempo.

Se è necessaria una indicazione di marcia, ricordo l’insegnamento di Lazzati: vi è “una città dell’uomo a misura d’uomo” che è responsabilità dei credenti concorrere a costruire ed a difendere con coraggio, ritornando all’appello sturziano ai “liberi e forti”, con un supplemento di disponibilità al confronto con quanti camminano nella stessa direzione, al servizio del bene comune.

 

2 giugno 2023

 

Il video dell’intervista

https://www.youtube.com/watch?v=YGP2G2MUjAk

Guido ci lascia il dono dell’amicizia

Pensando a Guido Bodrato, mi viene alla mente subito la parola “amico”. Guido aveva un modo tutto suo di pronunciare questa parola, al singolare e al plurale, sembrava quasi che volesse caricarla di uno spessore totalizzante. Tra i tanti doni, ha avuto anche quello di sapere praticare l’amicizia nelle sue diverse sfaccettature. L’amicizia politica, certo, fatta di lealtà e di rispetto, mai ipocrita. L’amicizia paterna verso noi più giovani, indulgente sì, ma anche esigente. L’amicizia culturale, cui concorreva la sua insaziabile curiosità intellettuale, così che era difficile scambiare con lui anche soltanto qualche parola senza apprendere qualcosa di nuovo.

Di questa amicizia, caro Guido, mi e ci hai fatto dono sempre, e ancora di recente, quando, lo scorso marzo, abbiamo presentato in Alessandria, come Centro di cultura dell’Università Cattolica, il tuo ultimo libro sulle stagioni dell’intransigenza e non avremmo mai smesso di ascoltarti, sia pure da remoto, come oggi si dice. E anche in quell’occasione (non potevamo sapere che sarebbe stato uno dei tuoi ultimi interventi pubblici, come tu non potevi sapere che, di lì a poco, la tua amatissima Irma ti avrebbe preceduto nell’”andare avanti”) hai dimostrato, ancora una volta, il tuo volto amico, la sapienza e la lucidità dell’analisi e la capacità di ascolto, tanto da impressionare anche chi, come il sindaco della nostra città (di Alessandria, ndr), non aveva mai avuto, per ragioni di anagrafe e di percorso politico-culturale, la possibilità di conoscerti.

La tua vita, caro Guido, è stata davvero il paragone delle tue parole, perché in te, nella sobrietà dei comportamenti e dei costumi, nel rigore morale con cui hai esercitato cariche di partito, di parlamento (italiano ed europeo) e di governo, ci siamo spesso specchiati, vedendo riflessi in te quella capacità di adempiere “con disciplina e onore”, come dice la nostra Costituzione da te amata e attuata, alle funzioni pubbliche affidate.

Riposa nella pace del Cristo risorto, amico Guido. Ci mancheranno i tuoi ragionamenti a tutto tondo, ci mancherà la tua amicizia. Mi piace pensare che continuerai a coltivarli e a viverla nella tua nuova e definitiva condizione. A noi, il compito di non dispendere i doni che ci hai fatto. 

La Voce del Popolo | Giorgia Meloni sembra dare fuoco alle polveri

Sia detto con tutti dovuti riguardi: ma chi glielo fa fare a Giorgia Meloni? Quale diavoletto le suggerisce di randellare la Corte dei conti ? E di entrare a viale Mazzini col passo di un esercito di occupazione ? E di far avventurare i suoi scudieri sugli impervi sentieri dell’egemonia culturale? E infine di dare tanta corda ai Paesi più marginali del contesto europeo?

Davvero non si comprende perché mai la compagine di governo insista a vestire panni che si attaglierebbero assai meglio a una compagnia di outsider. La (il?) presidente ha dalla sua i numeri e il tempo. E ultimamente si capisce che può godere anche delle sventure delle opposizioni, divise tra loro e piuttosto lontane, quale più quale meno, dal grosso dell’elettorato. Dunque avrebbe tutte le ragioni per cercare di ergersi a forza tranquilla.

Invece, sembra insistere a voler dar fuoco alle polveri, andando a cercarsi qualche avversario in più perfino tra quanti vorrebbero tanto evitare di schierarsi. Può darsi che questa postura così combattiva piaccia a una parte del suo mondo. Ma di certo non propizia consensi in più. E soprattutto non parla a quella vasta platea che è così stanca dei combattimenti – veri e finti – di questa stagione che aspetta solo l’avvento di una leadership politica capa- ce di ricucire il tessuto logoro e strappato delle nostre infinite e un po’ vane dialettiche.

Nessuno invoca la pace dei sensi, per carità. Ma una misura più discreta nel cercare di affermarsi sarebbe altamente consigliabile. Soprattutto a chi governa.

 

 

Titolo originale: Ha dalla sua il tempo, ma dà fuoco alle polveri – 8 giugno 2023.

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del settimanale della Diocesi di Brescia]

Centro, molte ragioni ma anche molti ostacoli.

Tifenn Degornet

Sono numerose le motivazioni e le ragioni che testimoniano in favore della costituzione in Italia di un solido partito di Centro. La principale probabilmente consiste nel recupero di una modalità di interpretazione della battaglia politica non urlata, non assolutista, non vittimista e al contrario moderata nei toni, disponibile e capace di interlocuzione con l’avversario politico quando necessario e utile ai fini dell’interesse generale, competente e puntuale sui contenuti di merito. E al tempo stesso alimentata da alti principi di fondo informati alla democrazia, alla tolleranza, alla solidarietà, alla libertà, sui quali esercitare una sana radicalità.

 

Un esercizio insomma di moderazione che la gran parte degli italiani in cuor suo chiede oggi alla politica senza trovare risposta. Moderazione che, come ci ripeteva spesso Mino Martinazzoli, è cosa assai diversa dal moderatismo. Un’altra delle necessità di questi tempi, ridare un senso proprio e corretto alle parole, troppo di frequente affastellate senza filo logico e rigore etimologico nel delirante talk show quotidiano di una politica povera di idee e ricca di improperi.

 

Dunque una ragionata ipotesi circa l’interesse di una larga parte della popolazione ad una contesa politica incentrata sul merito delle cose piuttosto che sullo scontro para-ideologico. Una quota di cittadini che sta progressivamente abbandonando la cabina elettorale proprio perché insoddisfatta e fors’anche delusa dalle modalità urlate della politica bipolare. Qualcuno obietterà che però è proprio con questi sistemi comunicativi che Grillo e poi Salvini e ora Meloni hanno conquistato larghi consensi. Al punto che il Pd ha immaginato ora, con la elezione di Elly Schlein, di adottarli esso pure al fine di riconquistare i punti perduti.

 

È però alquanto facile obiettare che non solo si è trattato, nei primi due casi, di vittorie effimere, ma che sono state conseguite – inclusa l’ultima, quella dell’attuale Premier – al prezzo di percentuali di astensionismo elettorale crescenti e ormai decisamente preoccupanti dal punto di vista del reale consenso popolare alle istituzioni parlamentari. Un astensionismo che va quindi almeno in parte recuperato alle buone ragioni della politica democratica. Ed è esattamente qui che si gioca la scommessa del Centro.

 

Sono però numerose anche le ragioni che non depongono in favore dell’esito positivo di questa scommessa e che pertanto esigono da chi evoca l’esistenza di questo spazio politico oggi pressoché sguarnito risposte convincenti e prontamente concretizzabili nella costituzione di una forza politica vera, e non un mero e poco attrattivo rassemblement di sigle, in grado di presentarsi con una buona dose di credibilità alle elezioni europee del prossimo anno. Che offrono un’opportunità unica, essendo proporzionali. Un’opportunità unica per un risultato importante sul piano numerico, tale da indurre nell’elettorato il convincimento che il bipolarismo forzato indotto dalla legge elettorale possa venire superato. 

 

La ragione più evidente delle difficoltà di questa eventuale nuova iniziativa politica è la frammentazione nella quale essa arranca. E già questo è un macigno posto sulla via che dovrebbe condurre ad una credibile – soprattutto credibile agli occhi dell’elettorato, dei cittadini semplici non impegnati direttamente nella contesa politica – costituzione del nuovo partito di Centro.

 

È clamoroso constatare come a fronte della evidente considerazione, assolutamente incontrovertibile, che solo una sostanziale unità – reale, non meramente esibita – può rendere attrattivo il Centro presso gli elettori vi sia una bulimica proliferazione di sigle, certo tutte orientate nella medesima direzione (almeno in teoria) ma tutte l’una contro l’altra armate. La rottura fra Azione e Italia Viva (o meglio, più precisamente, fra Calenda e Renzi) è solo l’ultimo e più eclatante (e devastante) segnale in tal senso. Che ha provocato un danno, qui è stato già scritto da chi redige questa nota, di immagine e non solo, recuperabile (forse) con grandi fatiche e dispendio d’energie che sarebbe stato meglio dedicare all’azione politica vera e propria invece che alla disfida interna.

 

Una produttiva e armoniosa convivenza di diverse culture non è certo esercizio di semplice realizzazione, e la storia complicata del Pd è lì a dimostrarlo. La breve vicenda della Margherita, agli inizi del secolo, è forse un possibile esempio, pur con tutti i suoi limiti, che potrebbe essere considerato utile materia di studio fornitrice di qualche buona idea. Lì convissero un’anima cattolico democratica e sociale, una liberal democratica e una ambientalista convergenti nella direzione politica (l’alleanza di centro-sinistra) e sufficientemente amalgamate all’interno, pur con la prevalenza territoriale e dunque organizzativa della componente ex Popolare.

 

Lì – sia detto come inciso per suggerire uno spunto di riflessione – si intravide anche un interessante prova di ambientalismo serio e non ideologico che avrebbe meritato un’attenzione maggiore, anche all’interno del partito, e che potrebbe venir recuperato con gli opportuni aggiornamenti anche oggi, a fronte degli eventi derivanti dal cambiamento climatico che si registrano con sempre maggiore frequenza. 

Fatte queste sommarie ma non certo banali considerazioni, i problemi che da qui originano sono, evidentemente, due. Più un terzo che riguarda direttamente e specificamente noi cattolici democratici e sociali.

 

Il primo riporta alle alleanze. Anche se non è un tema immediato, e se come detto alle europee ognuno va per conto proprio, è pur vero che al Parlamento di Strasburgo poi le alleanze andranno fatte e questo è un tema che verrà posto già in campagna elettorale. Non solo. Si è già scritto qui per tempo, e ora il tema è di dominio pubblico, del possibile tentativo di Meloni di costruire una coalizione Conservatori-Popolari in grado di cambiare radicalmente la UE. Sul punto un partito di Centro non potrà, evidentemente, rimanere silente.

 

Del resto, come disse Moro nel grande discorso di Benevento, le alleanze sono importanti “perché il partito anche in esse si definisce” anche se, naturalmente, “il significato di ogni partito – aggiungeva – non risiede in misura preminente nella natura delle alleanze che esso contrae, ma in prima linea nella consapevolezza che esso ha della sua natura”. Il tema dunque si pone, anche se non è l’unico né il principale, e non è possibile evaderlo. Certo va affrontato in maniera attiva e non supina, non ancillare ad una forza prevalente. Ma va affrontato.

 

Il secondo inerisce alla leadership. Pur in un contesto nel quale il Centro dovrebbe favorire in massima misura non solo la coesistenza fattiva di diverse culture fondative ma pure l’emersione di quante più possibili personalità di spessore ad esse richiamantesi rimane inevitabile (purtroppo, aggiungo) la necessità di avere un leader, un front runner, che le regole imposte dalla odierna società della comunicazione impongono. Questo come qui si è visto è un problema che rischia di divenire insormontabile se dovessero continuare a prevalere personalismi, egocentrismi, solipsismi assolutamente negativi e invisi all’opinione pubblica.

 

Il terzo e ultimo punto riguarda l’arcipelago cattolico democratico e sociale. Ridotto nella consistenza rispetto a tempi ormai andati ma ancora degno di produrre una vivacità politica e progettuale significativa. Oggi diviso fra chi ritiene ancora possibile esprimere una soggettività all’interno del Pd nonostante la torsione radicaleggiante e la virata a sinistra imposta al medesimo dalle Primarie di questo inizio anno. E chi al contrario considera chiusa e fallita, o comunque superata, quell’esperienza e pertanto ritiene necessario avviare una nuova iniziativa sotto le insegne del Centro. Un Centro, naturalmente, che rappresenti e contenga in sé al meglio anche l’espressione politica e la sensibilità valoriale del cattolicesimo democratico e sociale. Anche qui, naturalmente, non tutto è così chiaro e lineare. Toccherà parlarne in un prossimo contributo.

È scomparso il ‘maestro’ Guido Bodrato.

Guido Bodrato, l’ultimo grande maestro e testimone del cattolicesimo democratico italiano se n’e’ andato. Aveva 90 anni. Recentemente era mancata la moglie, la sua storica compagna di vita e il suo primo appoggio: morale, umano, culturale e politico. Ma Guido Bodrato è stato, appunto, un “maestro”. Di molte generazioni e un autorevole e qualificato punto di riferimento culturale della storia nobile e gloriosa del cattolicesimo politico italiano. Lo conferma la sua vita e la sua lunga e feconda carriera politica. Perché Bodrato non è stato solo un politico ma, soprattutto, è stato un uomo di pensiero prestato alla politica. Me lo ha ripetuto molte volte in questi ultimi anni a casa sua, a Chieri, dove le conversazioni erano intrecciate – come sempre – di cultura politica, di prospettiva e di riflessioni private. E Bodrato, del resto, ha sempre anteposto la cultura politica rispetto alla sola azione politica. 

Questa è stata la sua cifra distintiva nella geografia politica italiana. Nella Democrazia Cristiana prima e nel Partito Popolare Italiano. Gli unici due partiti a cui Bodrato è stato iscritto. Perché credeva e ha creduto sino all’ultimo nei partiti con una identità culturale netta e definita, dove la politica aveva il sopravvento rispetto alla personalizzazione e alla sua banale spettacolarizzazione e, soprattutto, dove il progetto politico non era appaltato al capo ma era il frutto di un percorso fatto di condivisione, di elaborazione e di confronto continuo e costruttivo. E Bodrato, lo possiamo dire con forza e con convinzione, è stato un vero ed autentico “democratico cristiano”. Lo è stato perché credeva nei partiti e nella tradizione democratico cristiana; lo è stato perchè era espressione autentica della tradizione del cattolicesimo sociale e popolare; lo è stato perché credeva nella politica, nella sua capacità di saper affrontare e risolvere i problemi; lo è stato perché la Dc è stato un partito “popolare, interclassista, di ispirazione cristiana e riformista” come amava dire quando gli si chiedeva della sua carta di identità politica. 

Ma Bodrato è stato anche e soprattutto un protagonista delle vicende politiche italiane per oltre 40 anni. Deputato, dirigente di partito, Ministro, Direttore del Popolo, Eurodeputato e raffinato intellettuale. Era quasi scontata la sua radicale identificazione con la sinistra democristiana. Quella sinistra Dc che lo ha portato prima ad essere il più stretto collaboratore di Carlo Donat- Cattin nella componente di Forze Nuove e poi nell’area Zac con Benigno Zaccagnini. Ma Bodrato non è stato solo un uomo, seppur autorevole e qualificato, di corrente. Perchè con Bodrato tutti si dovevano confrontare. E questo per la semplice ragione che Guido era un interlocutori politico e culturale che rappresentava un tassello insostituibile della storia del cattolicesimo politico italiano.

La sua eredità politica, frutto del suo magistero e della sua lezione, non può e non deve andare dispersi. “Senza, però, guardare avanti con le spalle rivolte all’indietro” come diceva sempre a noi ex giovani Dc con cui aveva una confidenza più stretta e più costante. “La Dc è stato un fatto storico, un prodotto specifico di una fase storica del nostro paese. Non tornerà più perchè è come un vetro infrangibile che quando si rompe va in mille pezzi e non è più ricomponibile. Ma la cultura politica, i valori, i principi e l’idea democratica di partito non tramontano”.

Ed è proprio riflettendo su queste sue parole che l’insegnamento politico e culturale e anche etico di Guido Bodrato è destinato a lasciare un segno. Un segno profondo e diretto, come era profonda e diretta la sua analisi e la sua progettualità.

 

Ci ha lasciati il nostro amico Guido Bodrato

“Guido ci ha lasciati ieri sera per unirsi alla sua amata Irma. Fino all’ultimo lo ha sostenuto una invincibile passione politica, a difesa della Costituzione e della rappresentanza democratica del Parlamento. Che il suo esempio ci conduca. Una preghiera”.

Questo l’annuncio apparso sulla sua bacheca ieri sera.

Su Twitter PierLuigi Castagnetti scrive: “Il vuoto di Irma è  risultato troppo pesante, anche per un una personalità forte come la  sua. E, adesso, il vuoto lo sentiremo noi suoi fratelli minori. Ci  mancherà la sua intelligenza politica, la sua determinazione, la sua  luce nei momenti più cupi e difficili. ‘Andate avanti!”’.

Lo vogliamo ricordare con un suo scritto già pubblicato sulle nostre pagine.

Gli anni di una “democrazia difficile”

(Guido Bodrato)

Le “storie” della Repubblica hanno riservato a Benigno Zaccagnini un posto importante tra i personaggi che hanno partecipato a vicende decisive per la vita del Paese, senza tuttavia considerarlo tra i protagonisti. E il revisionismo, che ha cercato di ridimensionare ulteriormente il significato della fase politica della solidarietà nazionale, ha finito col dimenticarlo. I Popolari debbono ricordarlo, poiché ha scritto una pagina importante della loro storia.

Non è estraneo alla censura dei revisionisti l’obiettivo di dare un significato di “svolta storica” alla fase post-consociativa e ad una polemica contro la “democrazia dei partiti” che in realtà si è dissolta in pochi anni. Quella che doveva essere una “rivoluzione democratica” si è esaurita infatti in un’ondata populista e la riforma istituzionale, che avrebbe dovuto garantire consenso elettorale e stabilità di governo, rischia di farci naufragare in un nuovo trasformismo.

Cresce così il bisogno di recuperare la memoria del passato e di tornare a riflettere sul significato di un’esperienza che ha segnato una generazione, anche se si sono indebolite le speranze che facevano riferimento a uomini come Zaccagnini. La storia della solidarietà nazionale è stata più tragica e più seria di quanto hanno scritto i teorici del “doppio stato”, che non a caso sono costretti a rifugiarsi nei “misteri” e nel teorema della “restaurazione”, per mettere in ombra il fallimento dell’uso politico della storia, cui sono spregiudicatamente ricorsi. La storia di quegli anni si è accompagnata a straordinari mutamenti della società italiana, che hanno riguardato anche i valori cui si è ispirata la Costituzione, ma che in qualche modo anticipavano le trasformazioni che ormai condizionano tutte le grandi democrazie.

L’evoluzione del Paese è stata tutt’altro che lineare: per comprenderlo è sufficiente ricordare gli anni delle stragi “nere” e del terrorismo “rosso”, sui quali è comunque prevalsa la strategia dei partiti democratici. Zaccagnini ha vissuto quel periodo con la consapevolezza delle contraddizioni che pesavano sulla realtà italiana e anche dei limiti della DC, ma con una straordinaria passione democratica. C’è un evidente rapporto tra la strategia dell’attenzione di cui parlava Moro (contrapponendola alla strategia della tensione), e la politica del confronto cui si sono riferite le scelte di Zaccagnini (che rifiutava la logica dello scontro), sia quando facciamo riferimento alla questione democristiana, sia alla vicenda nazionale.

Da un lato la secolarizzazione, dall’altro gli orientamenti post conciliari, avevano inciso in profondità sull’unità politica dei cattolici, che era stata per trent’anni punto di riferimento per la DC e per la vita democratica italiana. Anche l’opposizione comunista aveva tenuto presente questa “coordinata”, sin dalla stagione costituente.

I comunisti non potevano tuttavia ignorare la evoluzione della situazione italiana, come è dimostrato dagli anni della contestazione e poi dal referendum sul divorzio. Quel referendum, voluto dai radicali ma anche da una parte rilevante del mondo cattolico, ha sconvolto gli schieramenti tradizionali, assegnando al PCI una centralità che aveva a lungo, ma inutilmente, inseguito. Nella DC, Fanfani pensava di poter giocare una carte decisiva per il rilancio dell’unità politica dei cattolici sul tema dell’unità della famiglia. Moro cercò di evitare un conflitto che avrebbe minato l’alleanza tra cattolici e laici; tuttavia dopo un inutile rinvio, pensò che la cosa migliore fosse non logorare i rapporti con il mondo cattolico. Zaccagnini avrebbe voluto evitare la “politicizzazione” del referendum, lasciando questa scelta alla coscienza degli elettori; ma quando nella Direzione del Partito una minoranza fece propria la proposta elaborata della DC emiliano romagnola, fini con lo schierarsi con l’amico e maestro Aldo Moro, anche se non nascose le sue preoccupazioni.

La sconfitta referendaria, più pesante del previsto, ha preparato la sconfitta delle elezioni regionali del ’75, che per la prima volta fecero temere l’isolamento della DC. Il referendum ha messo in crisi la strategia degasperiana: i cattolici democratici si sono trovati in conflitto con i partiti laici, registrando una spaccatura dell’elettorato cattolico. E la sinistra ha conquistato il governo delle grandi città e la maggior parte delle regioni, restando tuttavia convinta di non poter rischiare uno scontro frontale con la DC per la conquista del governo nazionale. La riflessione berlingueriana sul “compromesso storico” aveva anticipato questa vicenda di qualche mese. Ora i revisionisti sostengono che Berlinguer ha commesso l’errore storico di non perseguire l’alternativa alla DC. Secondo i revisionisti lo avrebbe fatto per la debolezza della sua cultura istituzionale. Ma dimenticano che il PCI era ancora legato al socialismo reale, che i socialisti italiani pretendevano di guidare l’alternativa di governo, che quando entrerà in crisi il compromesso storico, la “base” e la “nomenclatura” del partito comunista solleciteranno una svolta anti-capitalistica, in contrasto con la strategia riformista. La rottura della “solidarietà” avverrà infatti contro l’adesione al sistema monetario europeo, e poco tempo dopo il partito comunista promuoverà il referendum contro il costo del lavoro. Sono considerazioni insignificanti?

Torniamo al referendum sul divorzio ed alle elezioni regio-nali.

Questa duplice sconfitta metteva i democristiani di fronte ad un bivio: la maggioranza moderata proponeva di consolidare in modo pragmatico i legami con l’area intermedia della società, anche se questa scelta comportava l’indebolimento dei rapporti con l’ispirazione cristiana e con la tradizione popolare del Partito; i cattolici democratici ritenevano invece necessario rinnovare il riferimento ai valori cristiani e stimolare un nuovo rapporto tra le correnti riformiste impegnate nella politica di centro-sinistra, per contrastare la deriva conservatrice cui avrebbe portato la strategia dei moderati. La linea dei cattolici democratici comportava un profondo rinnovamento della DC, che – come dichiarò Aldo Moro – doveva “‘essere opposizione di se stessa” e liberarsi dall’immagine di partito segnato dall’arroganza del potere. Eppure non era possibile abbassare la guardia nei confronti di un partito comunista che non aveva consumato lo strappo con Mosca e che sognava ancora una società socialista.

Come coniugare la continuità dell’ispirazione ed il rinnovamento dell’azione politica? Come arginare il declino eletto-rale, evidente soprattutto sulla sinistra, senza indebolire il ruolo storico di un partito che aveva evitato la radicalizzazione dello scontro sociale e aveva tenuto sul terreno democratico la polemica anticomunista, contrastando le tentazioni reazionarie che covavano nelle viscere del Paese? Oggi si calcolano i costi di quella “politica di mediazione”, e si mettono in evidenza i suoi limiti, ma si ignorano del tutto i risultati cui ha portato, sia in termini di democrazia che di diffusione del benessere. E poi, perché imputare tutti gli errori alla DC, anche quelli (per dirlo con parole di Berlinguer) che non potevano non essere commessi?

In quella situazione, straordinariamente difficile, tormentata dall’affiorare di una violenza che diventerà terrorismo, si delinea la candidatura di Zaccagnini alla guida della DC. Doveva essere una segreteria di “transizione”, verso il congresso del Partito; le circostanze costrinsero Zaccagnini a restare segretario per quattro anni. La “nuova DC”, che recupera tutti i voti persi alle regionali col voto politico del 76, ha il volto di Zac, dell’uomo che un anno prima, parlando come presidente del Consiglio Nazionale, aveva condannato con severità il degrado morale della vita politica. Su questo tema insisterà con decisione, invitando il Partito a ritornare di valori originari ed a comportamenti capaci di fare recuperare la fiducia degli elettori.

Anche la “politica del confronto” esprime un ritorno alle ori-gini, cioè ai valori della Resistenza e della Costituzione, a ciò che poteva unire gli italiani nella lotta contro ciò che cercava di dividerli. Eppure “il confronto” conteneva anche gli elementi essenziali della “sfida” impliciti nella “confrontation” anglosassone; non si trattava di un azzeramento delle differenze ideali e programmatiche, né di un patto fondato sulla debolezza della DC e del PCI. Non si può dimenticare che il voto del ’76, con due vincitori, aveva rafforzato la polarizzazione elettorale e che un nuovo voto avrebbe accentuato questa polarizzazione, e insieme il potere di condizionamento delle “estreme”. D’altra parte, la cronaca di quegli anni dimostra che non si è trattato di un compromesso di potere, ma di una scommessa politica di straordinario valore. Se in quegli anni si fosse inasprito lo scontro sociale e politico, potemmo oggi parlare di “Ulivo”? Lo sottolineo ricordando molto bene che lo svolgimento di quella fase politica fu condizionato dalla strage di via Fani e dall’assassinio di Moro e sapendo che c’è continuità tra una vicenda ormai lontana e la realtà da cui ha preso le mosse la stagione dell’Ulivo.

Per Zaccagnini, la politica del confronto (con la sinistra) è incomprensibile se non è considerata come l’altra faccia della politica del rinnovamento della DC. Ed il rinnovamento morale della politica, che nelle riflessioni di Zaccagnini ha radici nella intransigenza, non comportava affatto una chiusura settaria dei cattolici. Zaccagnini era consapevole della valenza reazionaria del clericalismo, e della subalternità del “gentilonismo” (cioè del trasformismo dei clerico-moderati) agli interessi economici di volta in volta dominanti. Zaccagnini apparteneva, come ha scritto Biagio Bonardi nel suo libro dedicato alla “vitalità interiore della sua fede”, ad una generazione che era giunta alla politica attraverso una severa formazione religiosa e la dura prova della lotta, ad una generazione consapevole della necessità di dare una misura umana alla politica. Zaccagnini aveva compreso che eravamo a un tornante decisivo della storia del cattolicesimo democratico, a un tornante che richiedeva grande coerenza ma altrettanta apertura al dialogo. Si trattava di “superare”, non di negare l’esperienza fatta dopo la Resistenza, nel corso della ricostruzione e poi del lungo cammino verso l’Europa.

Ma su quei temi, come abbiamo già accennato, si misuravano strategie diverse, anche tra i sostenitori della politica di soli-darietà: alcuni si proponevano la “riaggregazione dell’area cattolica”, anche se in una prospettiva che doveva fare i conti con la secolarizzazione; altri ritenevano ormai del tutto consumate le ragioni dell’unità e pensavano che i cattolici più aperti dovevano convergere sui partiti di sinistra, per favorirne l’evoluzione riformista. Dove avrebbe portato la “democrazia compiuta”? E cos’era il “partito diverso” cui pensava Berlinguer?

Molti sono i problemi rimasti. Tuttavia, chi continua a polemizzare contro le radici consociative della “politica del confronto e contro la stagione della solidarietà nazionale, poiché non poneva al primo posto la questione delle riforme istitu-zionali, in realtà ignora la drammaticità di un tempo che ha messo alla prova la stessa democrazia e riduce l’orizzonte della ricerca storica. Si può sostenere che Zaccagnini e Berlinguer sono stati sconfitti; la stessa osservazione è stata fatta per Moro, quando si è affermato che ha pagato con la vita i limiti della sua politica. Ma queste affermazioni non aiutano a delineare una alternativa alle scelte che hanno fatto, e non mettono in campo una politica più “alta” e più lungimirante di quella che ha caratterizzato l’esperienza di una “democrazia difficile”, ma vera e profondamente umana, che ha lasciato un’impronta nel nostro modo di pensare la politica. Quella politica aveva un’anima.

La Fondazione Donat-Cattin presenta l’edizione digitalizzata della rivista Settegiorni

«Settegiorni» (1967-1974) è stata una rivista di formazione, di dialogo e di battaglia politica e culturale. Nata negli ambienti della sinistra sociale della Dc, e segnalatamente  per iniziativa di Carlo Donat-Cattin, ebbe modo di caratterizzarsi per l’apertura al dialogo tra le forze progressiste, per la capacità di interpretare il tumultuoso cambiamento sociale, per l’attenzione ai fermenti del cattolicesimo post-conciliare, per lo sguardo ampio e approfondito sul mondo.

È stato il settimanale che più di altre pubblicazioni periodiche ha accompagnato una generazione di giovani cattolici lungo quasi un decennio di forti tensioni e cambiamenti. Attraverso la rilettura dei diversi numeri sarà possibile cogliere anche le idee per le quali Carlo Donat-Cattin ha sempre lottato; idee che hanno segnato la storia nazionale, con significativi riflessi sul dibattito europeo e sulla contemporaneità e che oggi, libere dai condizionamenti del passato, potrebbero ancora una volta essere principi di ispirazione, trovando nuovo senso e nuovi interpreti. 

Analizzare l’attività, le tematiche, l’impegno politico-culturale di «Settegiorni», significa anche ripercorrere otto anni di vita politica italiana in un periodo cruciale dell’Italia repubblicana, per farne partecipe la comunità, perché la conoscenza e la memoria storica costituiscono il momento primo di ogni azione di tutela.

Accanto alla nutrita schiera dei redattori e collaboratori, scrissero sulla rivista i nomi più prestigiosi della cultura di quel periodo. Un modello di giornalismo politico e culturale che potrà essere conosciuto e apprezzato da tutti grazie appunto a questo lavoro di digitalizzazione dei 366 numeri. In definitiva, il convegno romano della Fondazione Carlo Donat-Cattin sarà l’occasione per approfondire, insieme a un qualificato gruppo di relatori, cosa ha rappresentato «Settegiorni» nel contesto politico nazionale degli anni ‘60-‘70.

 

Per consultare i numeri della rivista in formato pdf  premere qui sotto l’anno di riferimento 

 

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Il realismo di Draghi al Mit vale come stimolo all’Europa

Il recente discorso di Mario Draghi al MIT Golub Center for Finance and Policy, come è già successo per suoi precedenti interventi nel dibattito internazionale, individua dei punti di svolta destinati a incidere nelle politiche economiche e nelle strategie future degli Stati. Questo suo intervento ha il pregio, tra gli altri, di esplicitare alcuni processi (in particolare due, la guerra in Ucraina e il ritorno dell’inflazione) che concorrono a determinare la nuova fase della storia globale, nelle loro concrete ripercussioni sull’Occidente, in particolare sull’Europa.

In questo suo ultimo intervento Draghi ha significativamente usato un paio di volte l’espressione “con il senno di poi”. Ora, solo ora, possiamo dire che negli ultimi 25 le cose non sono andate come ci si attendeva, che non vi è stata, nonostante la globalizzazione, una convergenza di valori e di modelli nel mondo. Piuttosto si è assistito a un cambio di paradigma che ha spostato silenziosamente la geopolitica globale dalla competizione al conflitto. Segnatamente al conflitto con l’Occidente, a fronte invece di contestuali e clamorosi riavvicinamenti, anche fra stati in conflitto, nel resto del mondo.

Un cambiamento che per l’ex presidente della BCE, ha rivelato anche la necessità di adeguare le istituzioni attuali, europee e internazionali, al nuovo contesto. Ma, si potrebbe osservare, se questo tarda ad avvenire, se il cuore dell’Occidente, gli Stati Uniti, indugia ad affrontare la questione dei nuovi equilibri globali, e a discuterla con gli altri partner della nostra epoca, i quali non fanno che rafforzare la loro cooperazione, allora lo scenario delineato da Draghi appare quello più realistico sebbene con delle pesanti incognite. 

Infatti, come dar torto a Draghi quando invita a realizzare che le conseguenze geopolitiche di un conflitto prolungato al confine orientale dell’Europa sono molto significative e che prima lo capiamo e meglio ci prepareremo? La stessa sua osservazione che non vi è alternativa per l’Occidente alla vittoria dell’Ucraina suona ad un tempo stimolante e impegnativa, considerando il prezzo che potrebbe avere per l’Europa una vittoria militare sulla seconda potenza nucleare al mondo. E non ottenerla, d’altra parte, potrebbe pregiudicare il futuro dell’Ue.

Un cul de sac dal quale sembra ormai impossibile uscire senza il ricorso a improbabili ma sempre possibili, come ci ricorda la missione dell’Inviato del Papa, il cardinal Zuppi, vie diplomatiche, in un quadro, però, di complessiva disponibilità a discutere dei nuovi assetti globali. E a ben vedere, il realismo a cui ci riporta la visione dell’ex premier non fa che aumentare la consapevolezza della necessità di scongiurare i rischi peggiori. Non escludendo gli scenari meno rosei per affrontare con più determinazione le nuove sfide che vengono dalla geopolitica come dall’innovazione tecnologica.

In questa prospettiva l’aumento della spesa militare in Europa per sostenere l’Ucraina in una guerra di lunga durata e l’implementazione di catene di approvvigionamento che siano resistenti agli shock geopolitici, a garanzia dell’indipendenza, avranno dei contraccolpi sull’inflazione, che Draghi invita a cogliere anche nei suoi aspetti sociali, salvando il sistema di welfare europeo e ribadendo la necessità di un ruolo dello stato in economia più marcato che nei decenni precedenti.

Ma soprattutto dagli Stati Uniti Draghi sembra aver lanciato un messaggio all’Occidente teso a ponderare le complesse implicazioni di ordine sociale, economico e geopolitico che comporta l’adozione della strategia che si ritiene più adatta per collocarsi in un mondo che in seguito alla globalizzazione è mutato e cresciuto. Un Resto del Mondo, in cui vive circa l’85% della popolazione mondiale, che si sta organizzando in un modo diverso da quello previsto, e che, se non si prendono iniziative adeguate ai tempi, potrebbe farlo addirittura a prescindere da un Occidente che per inerzia rischia ritrovarsi isolato dagli esiti di una strategia che avrebbe dovuto invece esaltarne la centralità.

L’orrore del vuoto in politica e l’assenza di dibattito pubblico

In questo periodo è stata lanciata un’idea che sottendesse una visione? Un’idea che facesse anche solo discutere, nel bene o nel male, ma che aprisse un dibattito, un confronto? No, nessuno l’ha lanciata. Colpisce, nel nostro tempo sospeso, la miseria di quello che una volta veniva chiamato il “dibattito pubblico”. Non è una novità, naturalmente. Mai come in questi mesi, però, abbiamo vissuto una prolungata astinenza da idee, proposte, progetti. Ci si accapiglia sulla destinazione delle risorse del Pnrr. Ci si accapiglia (tra amministratori pubblici) perfino sul costo di una fetta di torta al Caffè Sacher di Trieste. 

Ma del domani, invece, sembra che nessuno voglia, o sappia, discutere seriamente. Tutta colpa di una politica disinteressata a gettare uno sguardo sul futuro? Naturalmente no, anche la cosiddetta “società civile” sembra avere poche idee. È la politica però che dovrebbe avvertire, più e prima di tutti i suoi interlocutori, l’orrore del vuoto. Se non lo avverte, il pericolo (sociale e, quel che è peggio, democratico) rischia di essere imminente. I confronti con il passato servono fino a un certo punto. Però bisogna pur dire, anche se siamo diventati tutti smemorati (o forse proprio per questo), che non è stato sempre così; e che non è certo solo per via della situazione congiunturale se siamo messi così male. Molti hanno rievocato – anche di recente – il tempo della ricostruzione, quando feroci contrapposizioni ideologiche non impedirono uno slancio comune per rimettere in piedi un Paese devastato dalla guerra: senza classi dirigenti politiche coese, non avremmo avuto né la democrazia repubblicana né il “miracolo economico”. 

E, successivamente, furono ancora classi dirigenti politiche colte a cercare di governare il cambiamento conducendo, assieme, una lotta politica e una battaglia culturale. Il primo centro-sinistra «organico» venne alla luce nel 1963 al termine di una lunga gestazione politica. Ma anche, eccome, sulla base di un confronto intellettuale sui grandi mutamenti intervenuti nel Paese e sulle strade possibili per dare loro uno sbocco. Dibattito che appassionò, attraversò e divise i partiti e l’opinione pubblica: basti pensare alla nazionalizzazione dell’energia elettrica (con la nascita dell’Enel), al ruolo dello Stato nell’economia, alla riforma della scuola media, che non abolì solo lo studio del latino, ma pure una feroce discriminazione di classe, che divideva i bambini a undici anni tra chi doveva accontentarsi di saper leggere, scrivere e far di conto e chi invece già sapeva che avrebbe potuto proseguire gli studi fino alla laurea. 

Tutto questo non si spiega se non si tengono in conto, ad esempio, le discussioni durante i Convegni nazionali di studio della Dc a San Pellegrino (tra i relatori c’erano personalità come Achille Ardigò e Pasquale Saraceno). Chi volesse leggerne gli Atti rimarrebbe colpito dalla tensione intellettuale e civile e dalla cultura storica e politica dei protagonisti e, insieme, dalla profonda conoscenza della realtà di cui erano intrisi. Progetti e speranze riformatrici erano nell’agenda politica quando il Sessantotto degli studenti prima, e più ancora, l’autunno operaio del 1969 squassarono il telaio della società italiana e archiviarono, di fatto, l’esperienza del centro-sinistra. Al cui interno, tuttavia, presero corpo tentativi importanti di “intelligenza degli avvenimenti”, che appassionarono e coinvolsero l’opinione pubblica.

Erano, se non proprio gli ultimi, i penultimi fuochi. Di lì a non molto, Moro constatò amaramente (nel 1974): «Non è solo debole e intermittente la nostra economia, ma è discontinua, nel suo stesso impetuoso fiorire, la nostra vita sociale, ed è stanca la vita politica, sintesi inadeguata e talvolta persino impotente dell’insieme economico e sociale». Nuovi soggetti fieri di non avere una storia, una tradizione e una cultura alle spalle (o fieramente dimentichi di averla), hanno ormai preso il posto dei vecchi partiti, con la loro storia, la loro tradizione e la loro cultura politica. Ma questa fotografia dell’Italia di mezzo secolo fa somiglia a un’istantanea dell’Italia di oggi che non ha idea di come riprendere il cammino. E, a differenza di quella, non ha nemmeno troppa voglia di ragionarci su.

Morte e rinascita di una feconda cultura della mediazione

La “cultura della mediazione”, storicamente, è stato uno degli elementi costitutivi della miglior cultura cattolico democratico e popolare nel nostro paese. Una prassi che risponde ad una precisa e definita cultura politica: ovvero, privilegiare sempre le ragioni della convergenza rispetto a quelle dello scontro permanente e strutturale. Ed è proprio chi persegue e si riconosce nella “cultura della mediazione” che respinge alla radice qualsiasi radicalizzazione dello scontro politico e polarizzazione ideologica. Due derive che, purtroppo, campeggiano nella politica contemporanea e che rischiano di avere il sopravvento in una cornice pubblica dove la mediazione viene sistematicamente sacrificata sull’altare dello scontro frontale tra i due schieramenti maggioritari. 

Non a caso, non esiste una vera e propria democrazia dell’alternanza se permane una voglia strisciante di delegittimazione morale prima e di annientamento politico poi dell’avversario/nemico. Perchè questa è una concezione politica e culturale che non contempla alcun confronto costruttivo se non quello di distruggere sistematicamente la controparte. Insomma, l’esatta alternativa di quello che per 50 anni ha predicato, e soprattutto praticato, la Democrazia Cristiana nella sua lunga e feconda presenza politica, seppur tra alti e bassi. Una cifra che poi è stata fatta propria dai “democristiani” presenti nei partiti e nei relativi schieramenti politici anche dopo il tramonto della Democrazia Cristiana. Ma è indubbio che l’assenza di un partito, grande e autorevole, che individua nella “cultura della mediazione” uno degli elementi decisivi e qualificanti per una politica realmente e autenticamente democratica, ha indebolito la prassi consolidata di una ricerca costante della sintesi e della convergenza a vantaggio di una massiccia radicalizzazione della lotta politica stessa. 

Certo, la mancanza, sino ad oggi, di un vero e credibile ‘partito di centro’ che sappia, al contempo, declinare una altrettanto vera e credibile ‘politica di centro’, incide profondamente sulla difficoltà della politica ad uscire dal tunnel. È pur vero, al contempo, che chi governa nel nostro paese non può non farlo dal centro. Detto con altre parole, in Italia si governa “dal centro” e “al centro”. E anche chi non proviene dalla cultura cattolico democratica e cattolico popolare è costretto, malgrado tutto, a comportarsi come nel passato facevano i democratici cristiani. Ma, al di là di questo elemento, è indubbio che senza una rinnovata e moderna “cultura della mediazione” è la stessa qualità della democrazia ad entrare in crisi se non addirittura la tenuta delle istituzioni democratiche. 

Ed è proprio su questo versante che, adesso, è indispensabile rimettere in campo una iniziativa politica che sia in grado di ricostruire un luogo politico centrista, democratico e riformista. Una iniziativa che, attorno ad esponenti del cattolicesimo politico come Fioroni e molti altri, a Renzi e a tutti coloro che condividono una prospettiva centrista, riesca anche e soprattutto a rideclinare quella “cultura della mediazione” indispensabile anche per spezzare un “bipolarismo selvaggio” che resta all’origine della caduta di credibilità della politica, dell’aumento dell’astensionismo elettorale e, in ultimo, che mina la stessa qualità della democrazia italiana.

Draghi al MIT di Boston parla come falco dell’Occidente

L’impressione è che Mario Draghi abbia scelto di radicalizzare il suo profilo di “falco” dell’Occidente, con un tono e un piglio decisamente “amerikano”. Nel suo discorso al MIT di Boston, dove ha ricevuto il premio Miriam Pozen, risuona particolarmente acuto il suo richiamo alla necessità di vincere la guerra in Ucraina, sconfiggendo le mire imperialiste della Russia. Non una parola sulla ricerca di spazi e modalità di trattativa, non un accenno, magari solo di circostanza, agli sforzi – da ultimo quelli vaticani – per allentare le maglie della dura contrapposizione militare: l’iniziativa diplomatica resta fuori dal radar dell’ex Presidente del Consiglio.

Fin dall’inizio del suo intervento è stato molto chiaro: “La guerra in Ucraina, come mai prima d’ora, ha dimostrato l’unità dell’Ue nella difesa dei suoi valori fondanti, andando oltre le priorità nazionali dei singoli Paesi. Questa unità sarà cruciale negli anni a venire”. Quindi, l’unità sarà determinante soprattutto quando bisognerà “ridisegnare l’Unione per accogliere al suo interno l’Ucraina, i Paesi balcanici e i Paesi dell’Europa orientale, così come nell’organizzare un sistema di difesa europeo complementare alla Nato”.

Secondo l’ex premier, “le conseguenze geopolitiche di un conflitto prolungato al confine orientale dell’Europa sono molto significative”, perciò l’Europa dovrà essere disposta a rafforzare le proprie capacità di difesa, favorendo l’annessione alla NATO proprio dell’Ucraina. In questo contesto, “le banche centrali devono essere molto attente al loro impatto sulla crescita, in modo da evitare inutili sofferenze. Ma il compito ricadrà principalmente sui governi, che dovranno ridisegnare le politiche fiscali in questo nuovo contesto di tassi alti, bassa crescita potenziale e debiti pubblici elevati”.

Gli esecutivi, ha tenuto a sottolineare Draghi, “dovranno imparare a vivere in un mondo in cui lo spazio fiscale non è infinito, come sembrava essere quando i tassi di crescita superavano di parecchio i costi di indebitamento”. Tuttavia il quadro attuale potrebbe cambiare radicalmente nel caso in cui “un’ondata di potenti innovazioni, come l’intelligenza artificiale, dovesse scuotere il mondo e aumentare la crescita globale”. E ciò fa capire come anche nella visione dell’ex Presidente della BCE l’imprevedibilità della storia, tornata a riprendersi la scena dopo i proclami sulla sua fine, condiziona in effetti lo sviluppo dell’economia, tanto da lasciare aperto uno spiraglio all’ottimismo. D’altronde gli economisti sono abituati ad aggiornare le loro previsioni mese per mese, giungendo solo verso novembre a fissare con chiarezza qual sia la percentuale di PIL attesa a fine anno.

 

Il video di RaiNews

https://www.rainews.it/video/2023/06/draghi-usa-e-ue-non-hanno-alternative-devono-garantire-la-sconfitta-della-russia-52d27a1e-2482-445a-819f-9e610642e475.html

 

La destra ha capito e gli altri no il valore aggiunto della coalizione

Archiviate le elezioni amministrative con un netto risultato vincente per la destra, favorito anche da opposizioni divise e un po’ allo sbando, ora le forze politiche guardano alle elezioni europee del 2024. Complice il sistema elettorale proporzionale, ogni partito cercherà di attrezzarsi onde ottenere il massimo vantaggio elettorale possibile, certamente per incidere sulla formazione del parlamento e degli altri organi dell’UE (vitali per il mantenimento dei cospicui sostegni ricevuti), ma anche ai fini interni per misurare i rapporti di consenso e quindi di forza. Ma mentre questo servirà alla destra per ristabilire i pesi dentro la coalizione, per gli altri partiti di opposizione italiana presumibilmente rimarrà un risultato fine a se stesso, vista la mancanza di accordi per una proposta di governo alternativa. 

Insomma il cittadino che vota a destra sa che i risultati non cambieranno molto l’insieme del raggruppamento di riferimento, mentre per gli altri rimane incomprensibile a cosa possa servire ai fini di una possibile reale alternativa, dati i sistemi elettorali maggioritari vigenti nel nostro paese. Certamente le elezioni europee saranno un banco di prova per nuove proposte politiche. Occorre peraltro considerare che nella medesima tornata elettorale si voterà per diverse regioni e tanti comuni, il che riproporrà il tema delle alleanze, le quali devono poi ntrovare un filo di coerenza con la campagna europea. Nelle varie analisi post relettorali forse poca rilevanza si è data appunto al valore aggiunto che porta la capacità di fare coalizione in termini di raccolta di consenso, e che poi si va a declinare nella scelta di un partito facente parte dell’alleanza. 

Del centrodestra e dei suoi leader si possono rilevare tante e assurde contraddizioni nonché stramperie, basta cercarle su internet, poi di massima smentite dalle scelte di governo (e meno male), ma bisogna riconoscergli che sin dalla sua nascita non ha mai perso di vista il valore cruciale dell’unità; un merito in primis di Berlusconi che si è sempre speso per questo anche a scapito di consensi per la sua Forza Italia, perché poi la vittoria elettorale comunque sana e riequilibra le eventuali insoddisfazioni tra le varie parti. Viceversa nel centrosinistra la coalizione è sempre stato un punto debole, perlopiù una improba composizione di brevissima durata. Il tentativo più alto fu l’Ulivo, ma che venne rapidamente spezzato. Si tentò quindi di massimizzare il consenso con il Pd a vocazione maggioritaria ma è fatica degna di Ercole in un paese dai mille campanili e segnato dal pluralismo culturale che caratterizza la storia del paese.  

In questo momento le varie opposizioni viaggiano più che mai in ordine sparso, il che costituisce un grave handicap perché, in un tempo di elettorato molto fluido, vi sono tanti elettori a cui poco importa delle singole variazioni percentuali dei singoli partiti se esse, nell’insieme, non possono costituire una reale alternativa vincente. Ad esempio non sarà particolarmente esaltante rilevare se il Pd passa dal 20% al 19% o al 22% se, rimanendo senza solidi alleati, non ha chance di vittoria in Italia. Tanti cittadini rimangono cosi indifferenti e delusi dalla relativa incidenza che possono determinare, orientandosi magari verso l’astensione. 

La mentalità e la logica del sistema elettorale maggioritario ormai è stata acquisita grazie al consolidato sistema di voto dei comuni, ben compreso e accettato. Ergo o si cambia il sistema elettorale nazionale tornando al proporzionale, cosa assai improbabile, o le opposizioni si devono attrezzare per la bisogna. Certo, si può anche rimanere felici e contenti per qualche pugno di voti in più, ma rimanendo a guardare gli altri che vincono e governano.

Salviamo la pluriclasse di Tiglieto, un caso locale che parla all’Italia.

Il fatto che i media si occupino anche di cronache locali contribuisce a conoscere meglio situazioni e contesti comunitari che resterebbero circoscritti alle piccole realtà territoriali che li riguardano. Eppure in quei microcosmi si ritrovano problemi e aspettative legati a temi che riscontriamo altrove, in modo più esteso, a livello sociale. Ad esempio la salute, gli stili di vita, la scuola, i servizi pubblici.

Così la notizia che prende a circolare intorno al fatto che la scuola primaria pluriclasse di Tiglieto – paesino di 500 abitanti nell’Appennino Ligure, famoso per l’Abbazia di Santa Maria alla Croce, risalente al XII secolo –  rischierebbe di essere soppressa con il prossimo anno scolastico perché dei 4 alunni attualmente presenti ne rimarrebbe uno solo, desta interesse ma anche qualche preoccupazione: se non si raccolgono altre iscrizioni, il piccolo plesso scolastico potrebbe essere chiuso da settembre. Ad onor del vero la cronaca stessa riferisce della possibilità che due bambini di una famiglia austriaca trasferita in quel luogo possano essere iscritti e accolti a scuola, risolvendo il problema almeno per qualche anno. 

Negli anni ‘80, per due anni scolastici, ero stato il Direttore Didattico del Circolo di Masone, che comprendeva la scuoletta di Tiglieto dove mi recavo in visita per adempiere ai miei doveri professionali trovando sempre un ambiente umano accogliente, ospitale, sereno, operoso. Anche allora c’era una sola insegnante pur se gli alunni erano più numerosi: l’ambiente era quanto di meglio si potesse desiderare dal punto di vista relazionale, umano ed educativo. Un contesto didattico ideale per apprendere, con serenità e gioia di farne parte: ho sempre pensato che andare a scuola volentieri sia la precondizione essenziale per ottenere risultati formativi adeguati. 

E – come direttore e poi come ispettore – ho sempre sostenuto e difeso la causa delle scuole dei piccoli paesi, un vero riferimento culturale per l’intera comunità, un genius loci da conservare perché parte essenziale e costitutiva delle tradizioni di ogni – pur piccolo – contesto umano e abitativo, un’occasione di incontro, conoscenza, aggregazione, crescita.

Avere una scuola per un paese è sempre una ricchezza da custodire con affetto e valorizzare ed è pure il miglior investimento che lo Stato possa realizzare, per tramandare radici, storia, identità. C’era sempre stata sintonia con il Sindaco di quegli anni e c’è oggi ancor di più con quello attuale, il dott. Giorgio Leoncini, persona retta e integerrima, eccellente amministratore stimato dalla sua comunità. 

La burocrazia ha le sue regole ma va applicata con buon senso, con sapientia cordis – direi. Occorre guardare oltre, togliere la scuoletta ad un paesino significa privarlo di una linfa vitale per il futuro. Non possiamo immaginare che il mondo sia solo costituito da macro-fenomeni demografici, culturali, che si riduca alla globalizzazione della realtà, rendendo omologato il pianeta su standard uguali per tutti. Preservare le peculiarità dei contesti e le tradizioni, gli usi, i costumi delle piccole comunità diventa un dovere di fronte ad una cultura massiva che passa attraverso i social media, internet, il web e le tecnologie che spesso aiutano, altre volte complicano la nostra vita, fino a confondere le nostre identità.

Avendo un poco di esperienza in tema di scuola, di sistema formativo, di diritto allo studio, di uguaglianza delle opportunità educative, di promozione e valorizzazione degli apprendimenti sono convinto che investire sulla scuola, garantendone la presenza istituzionale e umana più estesa possibile, tutelando le realtà locali di cui essa fa parte costituisca una scelta prioritaria. Il Pnrr prevede fondi per la digitalizzazione del sistema scolastico, sarebbe importante destinarne una parte alla conservazione delle scuole in tutti i contesti territoriali possibili. Mantenere una scuola come parte di una pur piccola comunità è – come scrisse Marguerite Yourcenar – “ammassare riserve contro l’inverno dello spirito, per scoprire sotto le pietre (dell’impegno e dello studio) il segreto delle sorgenti”. Speriamo che Tiglieto, piccolo paese ricco di storia e di cultura, possa conservare la propria scuola.

Vita e Pensiero | Attualità di Charles Péguy

Jean Daniélou

 

Attualità di Péguy può avere diversi significati. C’è un’attualità che si documenta nell’interesse che Péguy suscita ancora oggi: gli scritti su di lui si moltiplicano, da quelli dei suoi antichi compagni d’arme a quelli degli studiosi autorevoli che lo collocano tra i grandi scrittori della letteratura francese, e penso ai lavori di Bernard Guyon e di Jean Onimus. Ma c’è un’attualità che si manifesta anche nelle passioni suscitate da Péguy: in questo momento in Francia alcuni mettono in discussione il valore del suo pensiero politico, mentre altri sostengono che da lui possono venire illuminazioni preziose per quella costruzione di civiltà che è il nostro compito di oggi. 

 

È certo comunque che il suo pensiero corrisponde alle grandi preoccupazioni del mondo moderno e questo si fa più chiaro in questi anni del Concilio. Giovanni XXIII, come Péguy figlio del popolo, quando ha aperto il Concilio è partito da un’intuizione fondamentale che sta al cuore del pensiero di Péguy: la necessità di raggiungere, al di là dei sistemi, delle costruzioni e delle ideologie, la parte viva dell’umanità, di farsi ascoltare dai popoli, dai piccoli, dall’immensa massa umana. Péguy si è scagliato contro il mondo moderno non certo nella misura in cui il mondo moderno rappresenta la realtà della civiltà contemporanea, ma perché lo vedeva minacciato dal pericolo di farsi prendere nella rete delle ideologie e dei sistemi che impediscono di raggiungere la sostanza profonda delle cose.

 

Quando, durante la discussione conciliare sul testo dedicato al popolo di Dio, vedevo che alcuni teologi sembravano rassegnarsi a che il cristianesimo fosse una specie di élite, di pusillus grex in un’umanità che si scristianizza progressivamente nei suoi strati popolari, io sentivo che qualcosa si rivoltava in me: è stato allora che ho riaperto Péguy e ho capito.

 

Péguy ha profondamente sentito che l’unico dramma del mondo moderno era la scrìstianizzazione delle masse una perdita di contatto tra cristianesimo e popolo. «La Chiesa – dice in Notre ]eunesse – non è più, come era nel XII e nel XIV secolo, un popolo, un popolo immenso, una race chrétienne. Il cristianesimo non è più una religione-popolo, temporale, eterna. Tutte le difficoltà della Chiesa vengono di qui». Queste parole saranno il leit-motiv di ciò che dirò: esse rappresentano una risoluta protesta contro chi accetterebbe oggi che la Chiesa non sia più un immenso popolo – cioè autenticamente la Chiesa dei poveri – ma divenga un piccolo gruppo spirituale, una cappella, una casta. Questo è profondamente contrario al cristianesimo: Cristo ha voluto che il suo fosse il Vangelo dei poveri, cioè di tutti e che la sua Chiesa fosse ugualmente di tutti.

 

Nel corso di un incontro internazionale a Ginevra, tre anni fa, un teorico marxista polacco mi diceva: «Padre, noi sappiamo che ci saranno sempre individui che avranno delle crisi metafisiche e dei bisogni religiosi: non ci turba il pensiero di avere in un paese marxista qualche intellettuale cristiano, più di quanto non turbi di avere in un paese cristiano qualche intellettuale marxista. Quello che noi non vogliamo è un popolo cristiano». Queste parole mi confermarono nella persuasione che il combattimento di oggi è per un cristianesimo delle masse, per un cristianesimo di popolo.

 

Il popolo cristiano per Péguy è assolutamente necessario perché non ci può essere autenticità e vitalità se non dove il popolo è presente a garantire un contatto diretto con la concretezza: altrimenti non rimangono che degli intellettuali déracinés che sostengono delle categorie astratte, delle ideologie che sono alla fine inutili e soffocanti. Anche ai socialisti del suo tempo Péguy rimproverava di avere perduto il contatto autentico con il popolo e di essere dei «moderni»perché avevano sostituito all’autentica esperienza operaia un’ideologia marxista nata dai cervelli degli intellettuali. Perché per lui il popolo non fu mai sentito come proletariato anonimo, ma ebbe sempre un valore qualitativo, di entità capace di un contatto diretto con le cose.

 

Era il popolo da cui era uscito: e sentiva che nella sua epoca l’umanità era soggetta a un mutamento. Il popolo della sua infanzia serbava ancora una sorta di continuità con il popolo medievale, con il popolo d’Israele; ora questa continuità si incrinava. Egli ha provato fino all’angoscia l’opera distruttrice di ciò che ha chiamato il «mondo moderno». Ma con questo egli non ci appare forse come attaccato a un mondo irrimediabilmente finito? Il problema è complesso. Péguy ha avuto il senso di una certa irreversibilità del tempo; ha sentito che alcune cose non sarebbero tornate; tuttavia non ha detto che sarebbe stato impossibile vedere domani un nuovo popolo cristiano: «Noi abbiamo conosciuto un popolo – dice in Clio – che non si vedrà mai più. Non dico che la razza è perduta. Se ne vedrà un’altra». Questo testo è decisivo: il fatto che un certo tipo di popolo cristiano sia effettivamente sparito non autorizza a credere che non sia possibile un nuovo, grande popolo cristiano.

 

In realtà ciò che favorisce o ostacola la vita di un popolo cristiano non sono le circostanze che costituiscono uno stato di civiltà, di organizzazione sociologica o di sviluppo tecnico: questi sono dati che fanno parte dell’umanità d’oggi e sono strutture che possono stare all’origine di un nuovo popolo cristiano. Ciò che Péguy riteneva incompatibile con un popolo cristiano era una certa deformazione delio spirito che chiamava il «modernismo dello spirito». Il suo discorso si presenta di scottante attualità in un momento come questo in cui il Concilio sta per discutere lo schema XIII dedicato al dialogo della Chiesa con il mondo moderno. La Chiesa si apre a tutto ciò che nel mondo moderno rappresenta uno sviluppo reale dell’umanità, ma anche dice un no risoluto in tutto dò che nel mondo moderno è «modernismo», a tutte le ideologie che falsano la realtà e impediscono la potenza creatrice dell’umano.

 

Quali erano per Péguy gli elementi di corruzione contenuti dal mondo contemporaneo? In prima linea il denaro: il regno del denaro è sempre accompagnato dalla distruzione dell’anima popolare ed è all’origine della vera immoralità. In secondo luogo il pericolo di sostituire al contatto con la realtà delle costruzioni arbitrarie, delle ideologie, insomma lo «spirito di sistema». È ciò che ha insistentemente denunciato presso i cristiani e presso i socialisti: un socialismo deformato da un’ideologia marxista e un cristianesimo deformato da una teologia astratta erano con uguale intensità suoi nemici.

 

In Notre Jeunesse Péguy parla del popolo immenso, immenso perché nessuno ne è escluso, tutti possono, tutti devono appartenervi. Quando evocava con nostalgia il tempo in cui tutti erano battezzati sapeva il rischio che correva. D’altra parte la nozione di popolo non si identificava con la nozione di classe: certi oggi parlano della Chiesa dei poveri e sembrano pensare che la Chiesa debba essere di una cerca classe: nulla è più lontano dal pensiero di Péguy che è sempre stato insensibile ad ogni ideologia di lotta di classe nel senso marxista della parola. Ciò di cui aveva terrore era una Chiesa da cui qualcuno rimanesse escluso, una Chiesa forse più intensa, ma tagliata via dall’immensa massa degli uomini. Ciò significa anche che nella Chiesa si mescolano i giusti e i peccatori: la separazione non è tra i santi e i peccatori, ma tra quelli che sono cristiani, santi o peccatori, e tra quelli che sono inchrétiens. Quello che importa è essere nella comunità, essere nel popolo. Troppo spesso oggi si dice: poco importa che si sia cristiani o che non si sia cristiani, l’importante è che si sia caritatevoli e giusti e la vera Chiesa è quella dei buoni marxisti e dei buoni cristiani e dei buoni induisti e non quella che rappresenta l’insieme dei battezzati: tutto questo era quanto mai estraneo al modo di pensare di Péguy. Non si è cristiani perché si è di un certo livello morale, o intellettuale o spirituale; si è cristiani perché si è di una certa race che risale, di una certa race spirituale e carnale.

 

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Jean Daniélou

Jean Daniélou è stato un teologo e cardinale francese. È stato accademico di Francia e, con Yves Congar ed Henri de Lubac, un esponente della Nouvelle théologie. 

L’ideologia che si cela dietro al Gay Pride non fa bene alla società.

Oggi, ai molti che guardano con prudenza alle “innovazioni” in campo etico, viene rimproverato di essere fuori dal tempo, anzi di scivolare all’indietro, nel buio di secoli bui. È un modo sbrigativo per avere ragione o meglio per imporla, senza preoccuparsi di coltivare il rispetto della corretta interlocuzione. Prevale così la violenza verbale. E questo non giova alla serietà del confronto politico perché indebolisce il tenore delle argomentazioni, perlopiù ridotte a schermaglie ideologiche. Si tratta pertanto di reagire a tutto ciò che alimenta questa spirale negativa.

Il Gay Pride, si dice, è una festa colorata: alza la bandiera dei diritti, chiede il ripudio di ogni discriminazione, esalta un concetto più alto di libertà. Perché lo si attacca, addirittura parlandone come di una pagliacciata? Ecco, fin qui non c’è da obiettare granché, salvo il fatto che questo evento così colorato, per restare all’aggettivo di moda, sconfina in un esibizionismo non sempre gradito. Il problema però non riguarda tanto le forme e nemmeno i contenuti agevolmente condivisibili, bensì il “confezionamento” di una manifestazione che vuole rappresentare un mutamento radicale degli stili di vita, dei costumi individuali e collettivi, dell’etica condivisa. Dietro la giocosità degli slogan fa capolino il disegno ideologico.

Bisogna fare chiarezza, con onestà e lealtà. Alcuni esempi sono inquietanti. Se il Gay Pride veicola l’dea della normalizzazione della maternità surrogata, volendo con ciò intendere che l’utero in affitto è sostenibile qualora il consenso della donna sia esente da coercizioni, allora c’è tutto il diritto di obiettare in virtù di principi per i quali vale la forza di una riserva di tipo antropologico. L’umanità non può soffocare nelle spire di un “diritto al desiderio” che infrange il suo limite creaturale. Oltretutto il desiderio non entra automaticamente nella sfera del codice normativo, ossia non è di per sé un diritto a cui appellarsi e conformarsi. Di questo passo il “transumanesimo” si rivela il passepartout di un “liberismo etico” che, passaggio dopo passaggio, finisce per diventare la “trappola dell’umano”. In sostanza, si arriva fatalmente a un antiumanesimo che spoglia la persona della sua identità e dignità.

Ora, di fronte a questo scenario, la politica non può assestarsi nel ruolo di ricettore passivo di qualsivoglia insorgenza libertaria. Sembra che a breve anche l’incesto si guadagni lo spazio di un’attenzione benevola, purché svincolato da una finalità procreativa. Dunque, una regola dettata dall’appagamento individuale spinge la società a sperimentare il rischio dell’anomia, lasciando in piedi una sorta di autogestione della “sregolatezza”. Fino a che punto si può dribblare l’appuntamento con una verifica seria di tali problemi? Non è azzardato ritenere che nella pubblica opinione cresca sempre più il timore per questo disconoscimento del vincolo etico.

La risposta non è compressa – certamente non deve esserlo – nel bipolarismo tra libertà e repressione, con la faziosità eretta a sistema; può esistere, invece, nella circolarità del dialogo, legando umanesimo laico e umanesimo religioso; essere cioè una risposta, in conclusione, che articoli la disponibilità a fluidificare i rapporti, senza schemi preordinati. Lungo la linea di un nuovo umanesimo potrà venire alla luce il profilo di nuove alleanze, per dare rappresentanza a una esigenza di equilibrio e mitezza in questo tempo di radicalismi che rendono impervio il paesaggio della politica.

Alla ricerca del centro in un contesto dominato dalla radicalizzazione

La tenacia e la perseveranza con cui sono stati spesi fiumi di parole sul centro politico e su tutti i possibili temi su cui argomentare intorno alla sua auspicata ricomposizione avrebbero onestamente meritato una sorte migliore di quella finora raffazzonata da tentativi francamente inconcludenti.

L’onestà intellettuale di chi ci ha creduto è stata persino commovente anche se i più diffidenti l’hanno scambiata con una forma pervicace di ottusa resistenza alla realtà. Eppure c’è tanta gente per bene che crede che la nobiltà dei valori e l’ispirazione culturale siano conservati sotto la protezione del cattolicesimo sociale: “nescit occasum lumen ecclesiae”. Oltre a fumisterie linguistiche esternate in convegni di redivivi ex ‘tal dei tali’ che con il passare degli anni sono diventati l’ombra di se stessi. Ne ho visto di sfuggita in TV uno che secoli fa diceva in giro “bravo, il partito ha bisogno di giovani come te”: di acqua sotto i ponti ne è passata ma lui è sopravvissuto passando da una parte all’altra, in un parlamento che ha assunto per decenni le sembianze de ‘L’albergo del libero scambio’ e delle porte girevoli di Georges Feydeau mentre i militanti sono rimasti uomini quidam, forse per demerito, forse perché tutti i posti sono sempre stati occupati da gente migliore e con le idee più chiare, a partire dal comitato degli inconcludenti fino al Circolo Pickwick dei sognatori. 

Adesso si riaffaccia chi vorrebbe – dopo che ci hanno provato altri – ricompattare la schiera degli illusi: c’è bisogno di qualcuno che abbia avuto un ruolo di un certo livello in passato, un nome di richiamo anche se magari per lungo tempo dimenticato, che possa riproporsi come aspirante leader del rinnovamento e poi serve una platea di creduloni disposti a raccattare voti e consensi nella cerchia degli ex compagni di scuola e di parrocchia. Nell’anonimato dei soccombenti chi ha una storia si può ripresentare con un certo blasone: il problema è che la gente non ci crede più. Intanto il centro parlamentare è la summa delle diaspore personali, le soggettività e i personalismi prevalgono sulle idee. Roba da arsenico e vecchi merletti.

Taluni si appropriano degli storici, alti ideali del cattolicesimo popolare ma si tratta di una copertura di comodo, un’idea evanescente che mette insieme una compagine di nostalgici ricchi di memoria personale e poveri di progettualità comunitaria.

Qualcuno si è accorto che la crescita dell’astensionismo elettorale è stata speculare alla decrescita ideologica della moderazione: ora contano le polarizzazioni e le ostentazioni muscolari, molte chiacchiere che non raccolgono proseliti perché hanno perduto l’aggancio con la società reale e vivono di suggestioni. Il teorema del “campo largo” e pure progressista è una delle espressioni più evanescenti che si siano ascoltate negli ultimi decenni, un trionfo della retorica salottiera, che fa il paio con le priorità politiche che avanzano: quella dei diritti ha radici antiche ma ora evoca suggestioni demagogiche e movimentiste. Chi si scandalizza per la vittoria schiacciante della destra dimentica che temi come il lavoro, la sicurezza, la famiglia, il merito, l’appartenenza ad una comunità nazionale identitaria, la tradizione culturale sono stati per troppo tempo scartati dall’agenda politica progressista e dall’innovazione forzata, spacciata per apertura sociale e welfare del ‘tutto è dovuto’ (a tutti).

La politica vive di metafore per suscitare retoriche immaginifiche ma all’atto pratico si presenta blindata davanti al popolo: con questo sistema elettorale la democrazia sostanziale è prigioniera e preclusa e lo sarà fino a quando i partiti resteranno congreghe padronali dove sono premiati non i migliori ma i fedeli e gli amici degli amici. Può esistere un centro politico che espunga queste distorsioni e si presenti con la forza delle idee e una progettualità sostenibile? Finora non pare che ciò sia accaduto o possa accadere. Né pare immaginabile che qualche ex sergente o caporale si ripresenti a mietere il raccolto del disagio sociale.

È ora di finirla con i politici a vita, serve un ricambio generazionale ma anche esperienziale. Il centro stenta a decollare perché ha ignorato il senso della parola “rinnovamento” ed è diventato il luogo geografico di convergenza dei transfughi e del moderatismo scambiato per moderazione. Come costruire in questo spazio un centro politico a cui è sfuggita di mano la società? Che non si è accorto della scomparsa del ceto medio? Che confida più nell’osmosi dei transiti da destra e da sinistra che nella propria compattezza supportata da un modello di sviluppo sociale da proporre ai cittadini? Non basta definirsi moderati: servono idee chiare e determinazione, competenza e responsabilità. Ci sono risorse nuove che meritano di essere valorizzate.    

La Terza Forza di fronte alla esplosione dei temi etici

E ci risiamo. Accanto ad un ormai collaudato e consolidato “bipolarismo selvaggio” prende sempre più spazio anche un insopportabile “bipolarismo etico”. Del resto, non può che essere questo l’epilogo di una crescente e strutturale radicalizzazione del conflitto politico supportato e sponsorizzato da una altrettanto nociva polarizzazione ideologica. E la vittoria di Elly Schlein alle singolari primarie del Pd ha accentuato e accelerato, e di gran lunga, questa deriva profondamente anti democratica.

Ora, il ritiro del patrocinio della Regione Lazio al ‘gay pride’ di Roma ha nuovamente innescato una polemica, ormai vecchia e stantia, che rilancia il solito derby tra le opposte tifoserie. Tifoserie politiche che saranno accompagnate, come da copione, dal solito e conosciutissimo caravanserraglio di opinionisti, conduttori televisivi, artisti milionari, esponenti dell’altissima borghesia, tuttologi e predicatori vari. Una sorta di lotta tra ‘guelfi’ e ‘ghibellini’ all’incontrario che appassiona sempre meno perchè il copione, appunto, è sempre lo stesso e anche il suo finale di spettacolo.

Ma, al di là di questa ennesima caricatura, quello che possiamo sottolineare – e proprio attorno a temi delicati e complessi come l’universo etico – è la sostanziale, per non dire radicale, assenza di una “Terza Forza” che sia in grado di ritagliare un confronto costruttivo e di avviare, al contempo, un dibattito che sappia costruire una sintesi sufficientemente condivisa da entrambe le tifoserie. Non una mediazione al ribasso, come ovvio, frutto e conseguenza di un mero compromesso burocratico e protocollare. No, una mediazione che sia in grado di costruire soluzioni e proposte, appunto, condivise. Penso, per fare un solo esempio ancora recente, al ruolo che seppe giocare un partito come la Margherita che, al di là della sua articolazione culturale e del suo progetto politico, riuscì attraverso i suoi esponenti più significativi a trovare le convergenze possibili e praticabili anche attorno a temi che apparivano inconciliabili e destinati a non trovare alcuna soluzione. Certo, se il clima generale resta quello di accentuare la radicalizzazione del conflitto politico e da quella polarizzazione trarre la propria ragione specifica nella dialettica politica quotidiana, qualsiasi confronto è da bandire sin dall’inizio.

Ecco perché quando si parla della necessità di riavere nella geografia politica italiana una “Terza Forza”, e non un “terzo polo”, che sia in grado di ricucire gli strappi che provengono dalle contrapposte tifoserie, non si invoca una pratica dorotea né si risponde ad una logica di mera ratifica di accordi al ribasso. Semmai, e al contrario, si tratta di recuperare sino in fondo il magistero, e l’approccio moroteo, nonché di tutta la miglior cultura del cattolicesimo politico italiano che hanno sempre saputo conciliare in una sintesi feconda e costruttiva “la coscienza di sé e l’apertura verso gli altri”. Ma per centrare questo obiettivo sono necessari ed indispensabili alcuni ingredienti di fondo: la presenza politica vera e credibile di una “terza forza”; la cultura del confronto e del dialogo; il rifiuto di qualsiasi radicalizzazione politica e polarizzazione ideologica e, in ultimo, avere un patrimonio culturale che non abbia nel suo dna la demonizzazione morale dell’avversario e che non persegua la sua demolizione politica come arma finale della contesa. Elementi, questi, che si possono riassumere come l’essenza della qualità della nostra democrazia.

Nei Balcani scatta ancora una volta un pericoloso braccio di ferro

In questo ultimo anno si è sentito spesso dire, anche da tribune importanti e qualificate, che con la sua “operazione speciale” contro l’Ucraina Putin ha riportato la guerra in Europa. Vero. Ma non è la prima volta che accade, dalla fine del secondo conflitto mondiale. La guerra era già tornata nel vecchio continente, sui territori della ex Jugoslavia. 

Una ragione in più per monitorare con attenzione la crescente tensione fra Serbia e Kosovo, che ha avuto un climax lo scorso 29 maggio con gli scontri avvenuti nel corso di una manifestazione di protesta a Zvecan (una delle quattro cittadine kosovare a maggioranza serba) contro l’elezione e l’insediamento in municipio di un sindaco di etnia albanese. Incidenti che hanno coinvolto i militari della Kosovo Force (KFOR) di stanza in quei luoghi, con 30 feriti (di cui 11 alpini italiani).

I Balcani restano una regione complicata politicamente, per ragioni storiche ed etniche originatesi nei secoli. E anche adesso che l’Unione Europea sta lavorando per portare al suo interno gli Stati ivi insediati che ancora non ne fanno parte la situazione periodicamente rischia di farsi esplosiva. 

La penultima crisi serbo-kosovara data la scorsa estate, quando la c,d. “guerra delle targhe” aveva infiammato gli animi (Belgrado non voleva più sul proprio territorio auto con targa kosovara). Un contenzioso alquanto pretestuoso poi risolto con un compromesso. Ma la ragione di fondo della perenne tensione risiede nel mancato riconoscimento dell’indipendenza kosovara (proclamata unilateralmente nel 2008) da parte della Serbia, per la quale il Kosovo resta un proprio territorio. Una posizione sostenuta da Russia e Cina: la cosa, naturalmente, non è di poco conto. 

In un articolo dello scorso agosto fra l’altro scrivevo su questo giornale: “la zona settentrionale del paese (il Kosovo) è abitata da una popolazione in maggioranza serba. Che Belgrado vuole tutelare in quanto – a suo dire – discriminata dalle autorità kosovare. Speriamo un giorno di non dover imparare i nomi dei comuni di quest’area geografica, perché le similitudini col Donbass sono invero diverse”. Quel giorno invece è arrivato ed eccoli, i nomi, che abbiamo conosciuto in occasione dell’ultima crisi: Zvecan, Zubin Potok, Leposavic, Mitrovica Nord. Qui lo scorso 23 aprile si è votato per le amministrative e solo il 4% dei risiedenti si è recato alle urne, in quanto la maggioranza serba ha boicottato la consultazione elettorale. Le manifestazioni erano appunto contro l’esito di queste elezioni così poco partecipate. 

Pristina ha imposto l’insediamento dei sindaci così eletti e non pare affatto disponibile a farli decadere, anche se essi dovranno operare in un contesto decisamente ostile. Per contro il leader nazionalista serbo Alexander Vucic non ha perso l’occasione di attaccare direttamente il premier kosovaro Albin Kurti, ritenuto personalmente responsabile degli incidenti. Ottenendo lo scontato sostegno del Cremlino, che avrà senz’altro notato con piacere il fallimento de facto del “piano europeo in 11 punti” ideato da Bruxelles per trovare un compromesso fra i due contendenti (individuato in uno statuto speciale per le quattro città in parola).

La questione è di delicatezza estrema, essendo la Serbia candidata aderente UE e al tempo stesso assai influenzata dalla Russia per diverse ragioni, in primis storiche e religiose. Un legame che le ricorrenti ondate nazionaliste che percorrono il paese indubbiamente rinsaldano. Non è un caso se Ue, Nato, Usa hanno in vario modo nei giorni scorsi esortato le parti a stemperare i toni troppo accesi e a riattivare un tavolo di dialogo. La preoccupazione che traspare da queste richieste è purtroppo giustificata.

Dibattito | Uniti alle europee? Occorre superare la diaspora post Dc.

Credo sia questa la domanda che molti amici dell’area cattolico democratica, liberale e cristiano sociale si stiano ponendo alla vigilia delle elezioni europee che si celebreranno nel 2024. Gli amici, cioè, che sono  espressione e interpreti delle tre più importanti tradizioni che hanno caratterizzato la storia politica dei cattolici italiani.

La legge elettorale proporzionale, con preferenze e sbarramento al 4%, dovrebbe escludere ogni residua disponibilità a convergere in posizioni di risulta nelle liste di destra o di sinistra, se non nei casi dei soliti noti, pronti a tale “sacrificio” per il proprio particulare, ma, semmai, proprio il tentare di favorire il progetto di ricomposizione politica. Una ricomposizione che potrebbe avvenire dopo la lunga stagione della suicida diaspora post democristiana (1993-2023) tuttora in corso.

Purtroppo contro questa elementare evidenza permangono le antiche divisioni, non solo tra gli eredi della sinistra Dc: quelli della sinistra sociale e della cosiddetta sinistra politica, ma quelli di sempre tra cattolici  democratici e dell’area liberal conservatrice e, ancor più forti tra i cattolici della morale e i cattolici del  sociale.

Se la frattura tra le due sinistre storiche della Dc fu consumata nel Febbraio 1980 al XIV Congresso nazionale del partito, quello nel quale Carlo Donat Cattin presentò il cosiddetto “ preambolo”, che prese il suo nome, con il quale sosteneva che “ allo stato degli atti” non era possibile la collaborazione di governo col Pci; un documento che rovesciò le alleanze congressuali e mutò il corso della politica italiana. La frattura tra i cattolici della morale e i cattolici del sociale si è ulteriormente approfondita, dopo che il PD, con la segreteria Schlein, ha assunto sino in  fondo i caratteri di quel “partito radicale di massa” profetizzati molti anni addietro da Augusto Del Noce. 

Nel 1980 la divisione nella sinistra DC era tra i fautori dell’alleanza col Pci e quelli per la ripresa dei rapporti con il PSI di Craxi e dell’area socialdemocratica e liberal- repubblicana, mentre oggi si dovrebbe tener conto tutti della nuova realtà rappresentata da un governo della destra guidata dagli eredi dei post fascisti almirantiani, con l’egemonia della premier Meloni, assai attenta al rispetto di quei valori non negoziabili su cui confidano i  cattolici della morale e molta parte dell’area liberal moderata dei vecchi elettori Dc.

A me pare che, continuare a sostenere come un mantra il vecchio insegnamento degasperiano di “una DC che guarda a sinistra” se era comprensibile negli anni in cui il fronte popolare Pci-Psi rappresentava larga parte delle realtà operaia italiana, nella sicurezza di scelte euroatlantiche che tenevano il Pci di Togliatti-Longo e sino a Berlinguer ben lontano dal ruolo di partito di governo, andrebbe diversamente declinato oggi che l’avversario è rappresentato da una destra nazionalista e sovranista, non solo pronta a cavalcare, come giustamente sta facendo necessitata la Meloni, la scelta euro atlantica, ma, insieme, la difesa dei valori non negoziabili per la quale ha raccolto molti voti dell’area cattolica e continua a mietere consensi sia a livello nazionale che locale.

Ecco perché con gli amici di Iniziativa Popolare continuiamo a sostenere che, prima delle alleanze, utilizzando la legge elettorale proporzionale e le preferenze vigente per le prossime elezioni europee, il primo obiettivo da perseguire deve essere quello della ricomposizione politica della nostra area che vuol dire, puntare a costruire una forte compagine di centro ampio e plurale, alternativa alla destra nazionalista e sovranista, distinta e distante dalla sinistra alla ricerca della propria identità. Ciò dovrebbe valere per tutti, e, in primis, proprio per quelli amici che dalla Margherita confluirono nel Pd, per abbandonarlo dopo le tristi esperienze vissute recentemente. Per facilitare questo progetto, però, se si mette davanti la scelta preferenziale a sinistra non si riuscirà a comporre una lista unitaria insieme ai rappresentanti delle componenti moderate e dell’area dei cattolici della morale, indispensabili per puntare a un risultato positivo alle europee. Solo se uniti, ancora una volta, saremo forti e, probabilmente in grado di superare lo sbarramento del 4% previsto. Qualora non fossimo in grado di raggiungere quel risultato, all’indomani delle europee sapremmo finalmente, in ogni caso, la nostra consistenza elettorale nazionale e in sede locale e dopo, solo dopo, in un congresso nazionale del partito, potremo decidere in libertà e sulla base di un condiviso programma politico le alleanze. 

Certo il discrimine da condividere alle europee dovrebbe essere la scelta a sostegno del Partito Popolare Europeo, l’unica famiglia politica nella quale possiamo collocarci in continuità con la scelta dei padri fondatori: De Gasperi, Adenauer, Monnet e Schuman. Guai se favorissimo, con scelte divisive e miopi, il tentativo della Meloni di collegare i conservatori e la destra europea al Ppe perché, a quel punto, di ricomposizione della nostra area politico culturale ne parleranno i nostri nipoti. 

Zuppi in Ucraina nel segno della intercessione di cui parlava Martini

Elena Mozhvilo Licenza Unsplash

La visita in corso a Kyiv del card. Matteo Maria Zuppi, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana e Inviato del Santo Padre, si configura come “una iniziativa che ha come scopo principale quello di ascoltare in modo approfondito le Autorità ucraine circa le possibili vie per raggiungere una giusta pace e sostenere gesti di umanità che contribuiscano ad allentare le tensioni”.

Il modo in cui la Sala Stampa Vaticana ha comunicato lo scopo del viaggio del card. Zuppi (che sarà inviato anche nella capitale della Russia) conferma la natura propedeutica di questa iniziativa a una vera e propria missione di pace. Essa si prefigge di rimanere nei limiti dell’ascolto del punto di vista delle parti circa la via da intraprendere per il raggiungimento della pace e del sostegno all’apertura di corridoi umanitari per lo scambio dei prigionieri e per alleviare le sofferenze della popolazione, cercando in tal modo di creare i presupposti per l’avvio di colloqui di pace fra le parti.

Nel contempo esprime un alto grado di coinvolgimento nel conflitto da parte della Chiesa. Come ha osservato Nello Scavo su Avvenire, lo stesso card. Zuppi in una recente conferenza stampa ha ricordato che nel conflitto ucraino c’è un coinvolgimento del Papa “fino alle lacrime”.

Proprio questo coinvolgimento, questo profondo patire insieme ai fratelli che soffrono per la guerra, può essere ritenuto come la chiave dell’iniziativa vaticana. Un interessamento al dramma che sta avvenendo in Europa, che si pone prima del giudizio storico e politico sugli eventi, pur tenendolo nel debito conto, e che richiama, per più di una fondamentale ragione, quello spirito di intercessione evocato, in tutt’altra situazione, ma storicamente non senza nessi con quella attuale, dal card. Carlo Maria Martini nell’omelia che tenne alla veglia per la pace nel Duomo di Milano, il 29 gennaio 1991, qualche giorno dopo l’inizio della più imponente operazione militare occidentale dalla Seconda Guerra Mondiale, nella Prima Guerra del Golfo.

In quell’occasione l’allora arcivescovo di Milano fece una mediazione sulla necessità di un grido di intercessione nelle situazioni di conflitto, e sul significato cristiano dell’intercessione.

Intercedere vuol dire, spiegò il card. Martini, “mettersi là dove il conflitto ha luogo, mettersi tra le due parti in conflitto”, in modo coinvolgente, assumendosi il rischio che deriva da questa posizione. La Chiesa non dispone di altri strumenti, ma alla fine questo può rivelarsi come quello più idoneo al bene dell’umanità.

Perché, come ha osservato padre Antonio Spadaro, direttore de La Civiltà Cattolica, in un contesto in cui l’unica logica per le parti in causa sembra essere quella della vittoria, non quella della pace che suona come una resa, “per evitare la catastrofe – alimentata da una parte e dall’altra dalla certezza di una vittoria sul campo – serve provare ad allentare la tensione, muoversi sui «gesti di umanità»”. 

Intercedere. Ora come 32 anni fa, quando tutto è cominciato. Perché le radici delle tensioni attuali affondano nel terreno di una strategia che fece il suo esordio con la Prima Guerra del Golfo, che assegnava alla potenza uscita vincitrice dalla Guerra Fredda il ruolo di gendarme del mondo, anziché quello di un generoso, ma non affatto sprovveduto, “fratello maggiore”, di “accompagnatore” verso un inevitabile e reciprocamente vantaggioso multilateralismo. Per focalizzare il compito che sta davanti all’Occidente, e ai suoi vertici, è necessario aver compreso gli errori compiuti e avviare una interlocuzione diversa con il resto del mondo, che si va facendo sempre più consapevole del suo ruolo. Occorre dar vita a una nuova era di relazioni come presupposto anche del disinnesco della minaccia costituita dal conflitto ucraino per il futuro dell’intera Europa e per la stabilità globale.

Ma prima servono reciprocamente gesti di umanità, che, come auspica l’iniziativa vaticana, possono, potrebbero, rivelarsi più concreti del fragore delle armi ad oltranza.

L’autonomia differenziata delle Regioni è una proposta che appassiona solo la Lega

Poche settimane fa i tecnici del Servizio Bilancio del Senato hanno stroncato il disegno di legge leghista sull’autonomia differenziata che darebbe più competenze alle Regioni con una motivazione inequivocabile: “Le Regioni più povere ovvero quelle con bassi livelli di tributi erariali maturati nel territorio regionale potrebbero avere maggiori difficoltà ad acquisire le funzioni aggiuntive”. Le accuse infuocate dei ministri Salvini e Calderoli a FdI, ritenuto responsabile del sabotaggio del ddl, non si sono fate attendere. “Se non passasse – dichiara il giorno successivo Luca  Zaia – verrebbe meno l’oggetto sociale della maggioranza”.  

A queste bellicose dichiarazioni politiche non è seguito nulla. I presidenti delle regioni di centro destra del Sud, che avevano stranamente dato l’assenso due mesi fa alla proposta leghista con straordinari contorsionismi ed equilibrismi, hanno ora tenuto il massimo riserbo. Per quale motivo?  Forse a causa del recente Country report sull’Italia della commissione europea, pubblicato il 24 maggio, che ritiene che l’autonomia differenziata “avrebbe un impatto negativo sulla qualità delle finanze pubbliche italiane e sulle disparità regionali”? Forse per le recentissime considerazioni finali del governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, laddove fa notare che l’attuazione di “riforme già annunciate quali quella del fisco o dell’autonomia differenziata, non potrà prescindere dall’identificazione di coperture strutturali adeguate e certe”? Forse perché l’autorevole Osservatorio dei Conti Pubblici dell’Università Cattolica di Milano ha chiaramente affermato che con l’autonomia differenziata “la complessità amministrativa crescerebbe esponenzialmente, questa volta su tutto il territorio nazionale, con il rischio di rendere la vita a imprese e cittadini assai difficile dovendo confrontarsi con 21 legislazioni regionali differenti sulle stesse funzioni. È un rischio che va assolutamente evitato”? Oppure molto più semplicemente perché i presidenti delle Regioni del Sud si sono pian piano resi conto che il sostegno alla proposta leghista è autolesionismo?

Anche i presidenti di centro destra delle regioni del Nord non si sono sbracciati per sostenere Salvini. Il riserbo in questo caso è dovuto invece alle prossime scadenze elettorali regionali del 2024/2025 che molto probabilmente modificheranno i rapporti di forza all’interno della destra a vantaggio di FdI, partito che sicuramente farà contare la sua forza elettorale nella scelta dei candidati presidenti.

L’autonomia differenziata interessa soltanto alla Lega. Non interessa agli altri partiti e al sistema produttivo. Non entusiasma i Comuni e le Province, giustamente preoccupati di un crescente regionalismo che potrebbe limitare la loro autonomia, ridurre degli strumenti solidaristici tra territori e rompere il carattere unitario della Repubblica. Non entusiasma neppure l’opinione pubblica. Secondo un sondaggio pubblicato il 19 maggio su ‘ la Repubblica’ gli italiani danno un giudizio negativo sull’autonomia differenziata: il 60% degli italiani ritiene che aumenterebbe il divario fra Nord e Sud (con una punta del 70% fra i giovani e del 76% fra chi risiede al Sud e nelle isole) e il 9% non si esprime. La ricerca rileva anche che soltanto un cittadino su due residenti nel Nord è favorevole all’autonomia differenziata, nonostante i continui e martellanti interventi di questi anni della Lega e dei presidenti delle Regioni del centro-destra. La promessa che l’autonomia differenziata avrebbe risolto i problemi del Paese non convince.

La proposta di autonomia differenziata è oggi minoritaria nell’intero Paese. Forse è ancora maggioritaria nel Veneto e difficilmente lo è ancora in Lombardia, regioni dove si tennero nel 2017 i referendum sull’autonomia con affluenze alle urne diverse: Veneto 57,2% e Lombardia 38,3%.

Per questo motivo il Ministro Calderoli ha girato in lungo e in largo soprattutto al Sud per spiegare che la sua ricetta per le regioni è miracolosa perché in grado di risolvere vecchi, nuovi e futuri malanni e tale da indirizzare fiumi di denaro pubblico (che in realtà non ci sono) verso le regioni meridionali e insulari. Ha tentato di tutto per convincere i dubbiosi, arrivando persino a dichiarare che chi non vuole cogliere la sfida dell’autonomia differenziata deve assumersi “la responsabilità di questa scelta se nel frattempo chi ha richiesto l’autonomia poi dovesse migliorare”. È difficile dire se questo pietire il consenso abbia portato risultati. La sensazione è che abbia ricevuto soltanto una benevole accoglienza.

La Lega sa che la sua proposta è minoritaria. Per questo ha forzato, ad esempio, procedure e consuetudini nella Conferenza delle Regioni, che è l’organo di coordinamento che consente alle Regioni di concordare posizioni comuni nei confronti di proposte di legge e indirizzi governativi. Per consuetudine le posizioni devono essere condivise da tutte le Regioni per garantire giustamente a tutte la propria specificità e rappresentanza. Invece nel caso del ddl Calderoli, il parere nella Conferenza, coordinata dal Presidente della Regione Friuli Venezia Giulia (Lega), è stato espresso a maggioranza con il voto contrario di Emilia Romagna, Toscana, Campania e Puglia. È avvenuto così che un organo di coordinamento e garanzia delle Regioni è stato piegato alle esigenze dei partiti, come non era mai successo in passato, su uno dei temi più rilevanti per il futuro delle Regioni. Purtroppo è ormai una costante dell’azione della destra alla quale evidentemente non bisogna assuefarsi!

Il Centro deve unire i democratici di tradizione laica e di matrice cristiana.

Noi stimiamo Carlo Calenda per la sua tenacia e per la sua determinazione. Meno per la sua altalenante coerenza e pochissimo, ma questo appartiene al campo della politica, per il suo progetto. E qui dobbiamo dirlo con chiarezza e con franchezza e senza alcun spirito polemico. E cioè, lo spazio politico di Centro nel nostro paese esiste e può crescere e consolidarsi solo se non si riduce ad essere una sorta di banale riedizione, seppur in forma aggiornata e rivista, dell’esperienza del PRI o del PLI. Intendiamoci, rispetto per la storia di quei due partiti laici e democratici ma la costruzione di un luogo politico centrista, riformista e di governo non può ridursi, oggi, alla replica ammodernata di quella esperienza. E questo almeno per due motivazioni di fondo.

Innanzitutto perché una ‘politica di centro’ oggi nel nostro paese non può giocare un ruolo marginale e del tutto periferico. Perché prendere atto che l’unico ruolo politico che si può avere è drasticamente minoritario equivale a dire che ci si condanna anticipatamente all’irrilevanza politica, culturale e programmatica.

In secondo luogo un partito che ambisce a declinare una ‘politica di centro’ e a rappresentare un’area centrista e democratica dev’essere necessariamente plurale. E in questa pluralità, al contrario di ciò che dice Calenda, l’area cattolico democratica, cattolico popolare e cattolico sociale non può essere meramente aggiuntiva e pertanto ininfluente. Perché Calenda, che del tutto legittimamente è esterno ed estraneo a quella cultura, forse non si rende conto che la tradizione e la storia del cattolicesimo popolare sono stati il cuore pulsante del centro e della ‘politica di centro’ nel nostro paese. Salvo alcune parentesi populiste che, non a caso, hanno segnato il punto più basso e più squallido della storia democratica e costituzionale del nostro paese.

Ecco perché il Centro autoreferenziale di Calenda non è destinato ad avere un futuro florido e vincente. Perché quando mancano le radici culturali decisive e qualificanti, costruire uno spazio politico in quell’area politica si riduce ad essere una operazione del tutto marginale rispetto agli equilibri politici complessivi. Soprattutto in una fase come questa dove il Centro rischia di essere progressivamente egemonizzato e rappresentato da Giorgia Meloni e dalla sua concreta azione di governo. Il buon Calenda, cioè, si deve rassegnare. Senza la presenza, attiva e feconda, della cultura cattolico popolare e sociale non può decollare nessun Centro. Al massimo, un ‘centrino’ laicista, radicale e alto borghese. Il che, come ovvio, è tutta un’altra storia.

Dibattito | Dove abbiamo sbagliato? La Dc è finita per colpe anche nostre.

Caro Direttore,

Giorgio Merlo, in uno dei suoi articoli su “Il Domani d’Italia”, affronta la questione della presenza degli ex democristiani nel PD, attenzionando episodi più o meno recenti con personaggi…di risulta. Manca una visione complessiva. È assente l’analisi di una storia, sminuzzata nello scontro di potere all’interno del Partito, punto di arrivo del periglioso percorso dei post comunisti.

La “Margherita”, l’Ulivo”, la rete di Leoluca Orlando, sono processi che hanno ribaltato gli antichi equilibri fra le forze politiche preminenti del tempo, attenuandone le diverse visioni in nome del cambiamento per fare dell’Italia una democrazia compiuta, attraverso l’alternanza dei governi essendo venuto meno, con la caduta del Muro di Berlino, il pericolo del comunismo. Nello sfondo l’azione del pool di mani pulite e il golpe di alcune procure che hanno raggiunto l’obiettivo di delegittimare la storia della Democrazia Cristiana e di altri partiti. 

Molti dc,  impegnati in politica, sono stati ridotti al silenzio e altri invece sono stati attratti da un esodo verso spazi della sinistra ovviamente “protetti”. La legge elettorale con cui si votò nel 1994 era il risultato della classe dirigente del PPI, che aveva sostanzialmente accettato un sistema elettorale per il quale si avviava il “fenomeno” dei parlamentari nominati e subiva il progetto del successo della “macchina gioiosa di guerra” di Occhetto. Il “premio” destinato ad Occhetto fu intercettato abilmente da Berlusconi . 

La classe dirigente democristiana del 1994 era convinta che la stagione del partito dei cristiani democratici fosse conclusa: il futuro era a sinistra e le vestigia di una grande storia, scritta da milioni di democratici cristiani, abbandonata in un resa vergognosa e vile. Bisogna andare alla scissione del PPI del 1995 all’Ergife. Allora furono commessi degli errori. Ma il sottofondo vero di quella scissione fu la decisione già assunta di alcuni di andare verso nuove esperienze in coabitazioni culturalmente impossibili. Chi rimase in posizione distante dalla sinistra ha conservato la propria identità, rifiutando di confluire come nel 2008 nel PDL. 

Partiamo da ragionamenti più ampi. Chi è andato nel Pd non ha avuto spazi politici. Gli ex democristiani sono divenuti gli indipendenti di sinistra che il Pci “reclutava “con qualche contentino negli anni ‘80 del secolo scorso. Ma oggi alcuni interrogativi di amici sul Pd sono importanti. C’è il rifiuto di continuare in subalternità politica in una casa che non è la loro. C’è solo un capitano coraggioso abilissimo ex democristiano che sta sempre in maggioranza: un teorico del potere di rara grandezza.

La discriminante per i post democristiani è la Schlein.?Suvvia, siamo seri! La discriminante riguarda gli errori del passato, di aver pensato che la fase dei popolari e cristiano democratici si fosse consumata. C’è sempre tempo di correggersi, per poi imboccare il percorso giusto e risorgere!

Risposta del Direttore

 

Caro Mario, 

possiamo dire che la tua nota non ha nulla di diplomatico. Su vari punti potrei convenire, ma resta forte, per quanto mi riguarda, la convinzione che avremmo dovuto resistere “insieme” al fenomeno berlusconiano. Martinazzoli ebbe il coraggio, nel fatidico 1994, di non piegarsi alle lusinghe del Cavaliere. Dobbiamo continuare? Se credi, lo facciamo; ma non ha molto senso cercare la verità in altri passaggi se intanto si oblitera la “colpa prima”, quella che fatalmente ha comportato l’avvitamento della crisi e la dispersione delle forze, con necessarie e giuste reazioni al tentativo di fare dei Popolari la truppa supplementare dell’aggregazione centrata su Berlusconi. Dobbiamo riprendere a ragionare, ma senza dimenticare che il “sogno” iscritto nella tradizione democratico cristiana sta nel “centro che cammina verso sinistra” (De Gasperi). Cosa significa e come fare? Questo è il nostro problema oggi.

 

[L. D.]

La nuova Rai della Meloni tra D’Annunzio e Putin

L’uscita di Giampaolo Rossi su D’Annunzio e l’impresa dei suoi Legionari a Fiume, richiede un più preciso inquadramento. Non è una boutade sulla quale intrattenersi disinvoltamente, senza mettere testa a ciò che lascia intendere e significare in termini politici. Appena insediato alla direzione generale, Rossi ha voluto battere un colpo a chiarimento della linea editoriale della Rai e del ruolo che l’azienda può svolgere nel tratteggiare l’identità di un’Italia che la destra aspira a rigenerare nell’ascesi laica del tradizionalismo patriottico. È un messaggio neanche troppo subliminale di cui per primo Roberto Sergio, assurto al massimo vertice amministrativo della Rai, deve tener conto. In effetti, sembra di assistere a un rovesciamento di ruoli, con il direttore generale che fissa la rotta al posto dell’amministratore delegato. D’altronde l’impegno contratto all’atto delle nomine prevede che già nel 2024 si addivenga al passaggio di consegne, dando a Rossi pieni poteri. E già la cosa non è bella. 

Siamo dunque all’antifona della “nuova Rai” targata Meloni. Non è un mistero, né tanto meno un’illazione: in fondo, sostengono gli animatori o i supporter della svolta, è l’applicazione dello spoil system. E tuttavia non è così, si va oltre la classica attribuzione delle spoglie dopo la vittoria sul campo di battaglia elettorale. Si accarezza, infatti, il sogno di una nuova “ideologia nazionale” in grado di trasformare il consenso elettorale in egemonia culturale sotto le insegne della destra. Di per sé appare tutto legittimo, essendo la democrazia il terreno di confronto, anche duro, tra idee e prospettive diverse, sempre nel rispetto tra le parti in gioco. Senonché, i segni di una destra originariamente abituata a risolvere con lo slogan “non rinnegare, né restaurare” il confronto con l’esperienza mussoliniana, e perciò masticando volentieri la formula dell’oltrepassamento della dialettica tra fascismo e antifascismo, non sono mai distaccati da reminiscenze che poi, in qualche modo, non finiscano per influenzare la politica dell’oggi. 

Tornano i miti, magari circonfusi di un alone di banalizzante discorsività, come nel caso dell’eroica impresa – in realtà un’avventura pericolosa che trovò concordi, per una volta almeno, Giolitti e Sturzo nella operazione di disinnesco conclusasi con il Trattato di Rapallo del 12 novembre 1920 – che compì D’Annunzio in nome della italianità del territorio di Fiume, pur essendo la città “indipendente” per le cancellerie europee (e tale rimase dopo il Trattato). Fu un gesto “à la Putin” perché violava l’equilibrio internazionale, di per sé molto fragile all’indomani della Prima Guerra mondiale, dando sfogo nel Paese al mix di nazionalismo e anarchismo veicolato dalla reazione di reduci e sbandati per la cosiddetta “vittoria mutilata”. 

Ora, verrebbe da chiedersi se il direttore generale della Rai non corra il rischio, con questa evocazione del gesto dannunziano, di scivolare nella palude degli equivoci e delle supposizioni: non è lui, Giampaolo Rossi, l’intellettuale meloniano da sempre riluttante alla condanna dell’invasione russa? Lo si conosce, in verità, come assertore della tesi “giustificazionista”, giacché qualche ragione Mosca l’avrebbe, a suo dire, almeno per quanto riguarda la rivendicazione dei territori russofoni del Donbas. E poi sempre secondo lui, uomo forte di Viale Mazzini, fino a ieri abituato a parlare un po’ più liberamente, l’Occidente avrebbe le sue colpe (cominciando dal Vietnam) e dunque mancherebbe di credibilità nel condannare senza appello l’Operazione speciale scatenata dal Cremlino.

Se questo innesca perciò un sospetto, del tutto lecito in un contesto di libera dialettica democratica, è proprio a motivo di tale implicita saldatura tra la storia dell’occupazione di Fiume e l’attuale drammatica vicenda della guerra putiniana in Ucraina. Il nazionalismo portò D’Annunzio a occupare oltre confine (a quel tempo non ancora definito dalla Conferenza di Pace) la città simbolo della italianità, nel mentre adesso lo stesso nazionalismo ha portato Putin a occupare oltre la frontiera (invece riconosciuta sul piano internazionale) le terre che possono essere riconducibili per storia e tradizione, anche linguistica, alla sovranità della Grande Madre Russia. A voler ricordare “una delle grandi epopee libertarie della storia”, come Rossi ha descritto la vicenda fiumana di D’Annunzio, si può arrivare appunto alla tacita e benevola comprensione dell’epopea del nazionalismo. Ieri come oggi.

Intervista | Sempre più invasivi e necessari: i social nell’analisi di Ruben Razzante

Caro prof. Razzante il libro che Lei ha curato per la Franco Angeli non nasconde una misurata ambizione: fare il punto della situazione, attraverso una lettura polifonica delle evidenze attuali e delle prospettive di indirizzo, nel mondo della comunicazione e delle relazioni umane in un contesto in cui la “tecnologia corre come una lepre”, per usare le Sue parole e riesce difficile inseguire questa evoluzione esponenzialmente crescente fissando regole e norme che stabiliscano criteri e modalità d’uso, piantando paletti che impediscano il fuoripista. Vuole approfondire questa scelta dal punto di vista della sua utilità ma anche della sua implicita necessità, per mettere ordine in una realtà che spazia dal reale al virtuale (e viceversa)?

L’integrazione tra media tradizionali e nuovi media accelera i processi di trasformazione delle economie e delle società, rende ancora più breve il ciclo delle informazioni e incide sugli equilibri di mercato e sulla geografia dei poteri. È lo stesso concetto di sovranità statale ad essere andato in crisi perché nella dimensione virtuale la dialettica tra libertà e responsabilità si declina in forme nuove e a volte sembra che la qualità dei contenuti rivesta un ruolo secondario rispetto alle logiche di business delle piattaforme. Ma non è e non sarà così perché per rafforzare la democrazia della Rete diventeranno decisive trasparenza, competenza, cultura digitale e centralità della persona. Lungimiranza dei legislatori e autodisciplina degli operatori contribuiranno a realizzare la catarsi dell’infosfera. Come lei evidenzia, nel volume sottolineo come la tecnologia stia correndo come una lepre e il diritto sia in vistoso affanno nel raggiungerla, anche se riesce comunque a rimanere nella sua traiettoria. Le suggestioni che il rapporto tra innovazione e regole pone all’attenzione degli addetti ai lavori sono disseminate nell’ecosistema digitale come piume di un cuscino strappato. Le trasformazioni che investono il mondo dei media schiudono nuovi orizzonti di riflessione per tutti gli attori della filiera di produzione e distribuzione dei contenuti. 

Per focalizzare le tematiche più ricorrenti nell’ambito dei social media pare improprio usare l’espressione “status quo”, poiché si tratta di argomenti e innovazioni in rapida evoluzione. Seguendo la traccia del suo libro si riscontra una molteplicità di approcci, si parte dal metaverso, si passa attraverso l’informazione e da questa al giornalismo, si considera il tema della progressiva digitalizzazione anche nella P.A. e si evidenziano le problematiche connesse sul piano etico e del diritto: quali criteri l’hanno motivata nella scelta delle aree tematiche e dei contributi raccolti?  In realtà gli argomenti considerati hanno una sequenza logica ma non una tassonomia: l’obiettivo è dunque quello di ottimizzare le singole analisi per offrire un ventaglio di punti di partenza per ulteriori approfondimenti? Ci saranno nuovi step?

 Leggere l’evoluzione del sistema mediatico attraverso le lenti delle aziende editoriali, delle piattaforme web e social, delle authority, degli studiosi, dei giornalisti, dei comunicatori e delle nuove figure professionali impegnate nel settore è quanto si è cercato di fare in questo volume. Dar vita a un coro polifonico rappresentativo di tutte le anime e le identità che popolano l’ecosistema mediale significa offrire ai decisori istituzionali, anch’essi coinvolti in questa iniziativa editoriale, un’analisi di scenario non superficiale per valutare possibili interventi legislativi e nuove linee guida finalizzate a governare al meglio gli urti dei cambiamenti indotti dalla digitalizzazione. “I (social) media che vorrei” ospita riflessioni incentrate sul ruolo che le regole, i principi, le competenze, le professionalità, gli asset strategici e le buone pratiche possono avere nella costruzione di una democrazia digitale inclusiva, rispettosa dei valori della persona e imperniata su un corretto e maturo rapporto tra uomini e tecnologie. La multidisciplinarità che anima questa pubblicazione può diventare un sistematico approccio istituzionale alla delimitazione dei confini del terreno di gioco. Scrivere le regole tutti insieme, con una visione prospettica che guarda al futuro senza cedere alla schiavitù del presentismo, vuol dire applicare alla democrazia della Rete il metodo socratico della maieutica. Ho chiesto a ciascuno dei coautori di raccontare esperienze, di svolgere riflessioni attinenti al suo ambito di impegno professionale, aziendale e istituzionale e di formulare auspici e proposte, al fine di poter mettere a disposizione dei lettori una rappresentazione fedele di quanto sta accadendo nel mondo dei media e una proiezione verso quelli che potranno ragionevolmente essere gli scenari futuri. Mi auguro si possa trattare di un utile contributo al dibattito pubblico su temi quanto mai decisivi per il progresso della cultura digitale. I prossimi step sono imprevedibili e dipendono dagli stimoli che la realtà della digitalizzazione offrirà a noi studiosi e agli addetti ai lavori.

L’idea di metaverso va oltre la mera evoluzione di internet e si può esplicitare come un mondo virtuale inclusivo. Qualunque area dell’osservazione, della ricerca e delle interazioni relazionali si consideri, la frequentazione dell’ambiente virtuale del metaverso può facilitare e implementare la dimensione spazio-temporale della conoscenza. Tuttavia non ci si può esimere dal considerare gli aspetti etici correlati a questa attesa potenzialità espansiva. A cominciare dalla rassicurazione emotiva del navigatore virtuale di fronte ad un ambiente carico di incognite, per proseguire con una possibile dispersione cognitiva se non correttamente orientati, per ipotizzare ancora – non senza motivo – come la vastità dei campi di esplorazione richieda una selezione degli obiettivi che si intendono perseguire. Possiamo affermare che il metaverso funzionerà e sarà utile e credibile se favorirà i processi di riconversione dal mondo virtuale a quello reale, in modo che l’immedesimazione nel primo non precluda la consapevolezza che il contesto in cui viviamo impone dei limiti per non compromettere l’identità della dimensione umana? Psicologi, pedagogisti, sociologi, persino psichiatri si chiedono se il metaverso sia un passo necessario da compiere. Se l’uomo cederà il posto al proprio avatar.

Del metaverso si parla in vari saggi del volume, in particolare in quello firmato da Flavio Arzarello, di Meta, che ne delinea i contorni e aiuta a scrutarne i possibili orizzonti applicativi. Come spiega Arzarello, “il metaverso non è che il prossimo naturale passo del percorso fatto fino a oggi, una tecnologia capace di far vivere un’esperienza non più bidimensionale ma immersiva e, di conseguenza, estremamente più coinvolgente, realistica ed in grado di superare le limitazioni odierne”. In particolare, l’effimerità, la presenza fisica e l’immersività rappresenteranno i tratti distintivi del metaverso e i caratteri di unicità che già ora lo differenziano da internet per come lo conosciamo oggi. 

È assai probabile che il metaverso possa essere caratterizzato da una molteplicità di utilizzi che oggi non riusciamo ancora a immaginare. Di certo le potenzialità espansive del metaverso vanno accolte con interesse e spirito costruttivo, pur senza trascurare i dilemmi etici ai quali lei alludeva. Il metaverso può avvicinare l’ecosistema mediale alla realizzazione di un nuovo umanesimo digitale davvero inclusivo e intrinsecamente democratico, a patto che il suo sviluppo tecnologico proceda di pari passo con la consapevolezza delle sfide culturali che esso implica. Il Metaverso è un’espansione virtuale del mondo reale, dove viviamo e interagiamo attraverso un avatar e tramite dispositivi tecnologici e indossabili, come smart glasses, caschi e visori di realtà virtuale, guanti e tute tattili. Un mondo digitale in cui le persone possono vivere una vita parallela a quella del mondo reale. Tuttavia, urge un “galateo” per il Metaverso. 

Ne è la riprova la circostanza che l’Unione europea è impegnata nella definizione di una proposta di Regolamento sul Metaverso, al fine di perimetrarne con precisione un concetto e di consentire alla comunità virtuale di comprenderne la portata. I problemi giuridici posti dal Metaverso in ordine alla tutela della privacy degli utenti, alle criticità legate al riconoscimento del diritto della proprietà intellettuale e alla individuazione delle responsabilità degli avatar appaiono incalzanti. Ci vuole un nuovo quadro giuridico incentrato su un rapporto dinamico tra essere umano e nuove tecnologie. 

 

Per leggere il testo integrale dell’intervista

Meda contro D’Annunzio: un guaio l’occupazione di Fiume. Rossi (Rai) ne tenga conto.

Filippo Meda, figura eminente del cattolicesimo politico negli anni del pre-fascismo, ministro più volte e in particolare con Giolitti al Ministero del Tesoro, in uno dei primi numeri della rivista “Civitas”, da lui fondata (dicembre 2019) e diretta, denunciava il carattere avventuroso dell’occupazione di Fiume ad opera del Vate e dei suoi legionari. 

L’articolo, qui riproposto integralmente, affrontava in generale i problemi politici del Paese a pochi mesi di distanza dalle prime elezioni a suffragio universale (donne escluse), svoltesi per altro con il sistema elettorale proporzionale. L’attacco a Gabriele D’Annunzio rifletteva, del resto, l’opinione dell’intero gruppo dirigente del Partito popolare, in primis del segretario Luigi Sturzo. Questi dirà più tardi che l’occupazione di Fiume rappresentò l’avvio di un processo di disgregazione da cui sarebbe scaturita la reazione del fascismo, e poi la sua conquista del potere.

Ora, se il direttore Rossi non avverte l’esigenza di un contegno scevro da pericolosi ammiccamenti a vicende storiche controverse – vedi appunto l’occupazione di Fiume – vuol dire che la Rai è considerata solo la pedana per esercizi ginnico-politici di dubbia qualità. E questo non è accettabile. [L. D.]

 

L’attesa

Filippo Meda

Il breve periodo di lavori parlamentari, che abbiamo avuto in questa prima metà di febbraio, non è stato che una preparazione al nuovo viaggio del l’on. Nitti, il quale come il suo predecessore on. Orlando, s’avvia per il doloroso calvario delle gite a Parigi ed a Londra, dove purtroppo non è destinato anche lui a raccogliere altro che amarezze e sconforti: perché al punto in cui siamo ogni illusione dovrebbe essere caduta: i nostri alleati, finita la guerra, sono rientrati – e forse, vogliamo essere oltreché onesti generosi, per necessità – nel loro sacro egoismo; e per quel che attiene all’Italia la loro preoccupazione si riduce al salvare le apparenze.

Bisogna aggiungere per la verità che in Italia non si è tralasciato nulla di quel che potesse concorrere a questa nostra svalorizzazione: il fenomeno fiumano non si può immaginare quanto ci abbia danneggiato e ci danneggi; noi non ne abbiamo mai parlato, e non ne parleremo di proposito neppure oggi; ma chiunque ha due dita di criterio capisce senza bisogno di commenti la penosa situazione che la follia di Gabriele D’Annunzio e dei suoi cosiddetti legionari ha creato al Governo nazionale; e temiamo che i guai del gesto o delle gesta, che dir si voglia, non cesseranno così presto.

Ma sarebbe lecito non preoccuparcene troppo se non avessimo avuto e non avessimo contemporaneamente in paese l’azione dei partiti, e specialmente del partito socialista ufficiale, intesa a togliere qualsiasi timore di resistenza nazionale che gli alleati potessero nutrire nei riguardi dell’Italia: essi sanno che cessate le ostilità, qui si è giocato a chi più corresse alla rappresaglia; hanno visto le elezioni generali riuscire con aperto significato – perché tacerlo? – di sconfessione della guerra; ci ammirano nel nostro quasi disprezzo della vittoria conseguita: sanno che potremmo essere, ma non siamo e non saremmo, il paese in cui se si volesse, sarebbe più facile e più pronta che in qualunque altro la rinascita, e che la maggiore somma delle difficoltà in cui ci dibattiamo sono tali che potrebbero essere superate, sol che si parlasse meno di scioperi e di rivoluzione, e si lavorasse qualche ora di più, o con ritmo un po’ meno svogliato, e si sciupasse meno nei consumi non necessari: sanno tutto questo, diciamo, e ne concludono che l’Italia, a qualunque umiliazione il sinedrio delle Potenze volesse condannarla, finirebbe col rassegnarsi.

Non ci si fraintenda, siamo ben lungi noi dal vagheggiare riprese nazionaliste; anzi mettiamo in conto della nostra scemata autorità internazionale ugualmente le minacce di dittature militari e quelle di dittature proletarie: ma non possiamo realisticamente negare ciò che vedono anche i ciechi; vale a dire la mancanza di una coscienza e di una resistenza patriottica abbastanza diffusa per potere affidare e sorreggere qualsiasi Governo nella sua doverosa azione di tutela degli interessi italiani di fronte all’estero.

Ignoriamo se in questa condizione di cose sia da sperarsi che l’on. Nitti riporti da Londra la soluzione almeno della questione adriatica; noi lo auguriamo, perché ormai in paese è troppa la gente che non vuole più attendere e che reclama una fine qualsiasi, purché sia una fine; e tra questa gente non ci sono soltanto a voler essere sinceri i rinunciatari per partito preso ed i disfattisti, che vagheggiano la peggior ventura per aver modo di consolarsi dentro sè stessi, e fuori; colla constatazione che la guerra non ha servito a niente (costoro vedrebbero volentieri pur di procurarsi questo gaudio, magari anche la perdita di Trento e di Trieste); no; ci sono anche parecchie persone equilibrate, di patriottismo né timido né equivoco, le quali però sono tormentate dal dubbio che ogni ulteriore attesa non sia che per il peggio, non ci prepari cioè se non risultati sempre meno vantaggiosi e dignitosi: dubbio che noi non siamo alieni dal ritenere troppo fondato.

L’augurio che l’on. Nitti rientri a Roma, col bagaglio delle difficoltà estere alleggerito, ha poi la sua ragion d’essere in un’altra considerazione: il primo ministro avrà infatti bisogno di pensare con maggiore libertà alla situazione interna e più specificatamente alla situazione parlamentare.

Noi siamo sempre dell’opinione che l’on. Nitti non possa in questo momento lasciare il timone dello Stato, specie perché non è sull’orizzonte chi sia in grado hic et nunc di sostituirlo o sia disposto per ora a sobbarcarsi; ma riconosciamo che molti pezzi della sua barca sono logori, e che egli non può essere obbligato a navigare se non gli si dia il mezzo di farlo con qualche maggior sicurezza e tranquillità.

Ond’è che al suo ritorno, forse prima che il Parlamento si riapra, tutti i gruppi della Camera – escluso il socialista ufficiale sul quale non c’è da fare alcun assegnamento – saranno costretti a scegliere tra queste due vie: o collaborare alla ricomposizione del ministero ed impegnarsi a sostenerlo con una certa continuità e stabilità, o prepararsi a prossime elezioni generali.

Il quesito si affaccerà con particolari caratteri di gravità al Partito popolare, senza di cui nessun Gabinetto può vivere, a meno che non sia l’invano da taluni auspicato Gabinetto liberale-socialista: i deputati del gruppo popolare non possono più gingillarsi a discutere alla vigilia di ogni voto se debbano rispondere sì o no; occorrerà che esaminino il problema nei suoi termini quasi diremo fatali: si ha da mantenere in vita la Camera attuale e farla funzionare? Ove si risponda negativamente, nulla di più semplice: il gruppo passa all’opposizione e lo scioglimento è inevitabile. Ove si risponda invece affermativamente (e a noi pare che non si possa fare a meno, per la considerazione che nuove elezioni generali riprodurrebbero la situazione attuale, forse peggiorata, ma non darebbero ancora la prevalenza assoluta ai socialisti così da costringerli ad assumere le responsabilità positive) le vie da prendere sono due: o contribuire a comporre stabilmente la maggioranza senza partecipare al ministero, esigendo solo quella parte di garanzie programmatiche che le contingenze permettono di ottenere; o dare alcuni uomini come collaboratori all’on. Nitti: la seconda via è più logica, ma la prima è più comoda; e diciamo comodità non nel senso volgare della parola, bensì in senso puramente realistico: resta solo a sapersi se vi si acconcerebbero gli altri gruppi della maggioranza e lo stesso suo capo, cioè l’on. Nitti.

Comunque si decida, quel che importa è che il Partito popolare nella sua rappresentanza parlamentare – e di riflesso nelle sue organizzazioni fuori del Parlamento – senta e comprenda le sue responsabilità e le sappia affrontare con virile dignità, ponendo fine allo stato di incertezza in cui si è finora dibattuto: è stato detto che è una sventura il trovarsi troppo presto sulle spalle il peso delle cose serie, il dover contenersi troppo presto da uomini, perdendo così la letizia di un po’ di giovinezza spensierata; di quella spensieratezza che in politica consiste nello sport della critica e della opposizione, il quale, fra l’altro, piace tanto agli spettatori e procura una larga messe di applausi: ed è verissimo: ma allora bisognava non riuscire in cento e accontentarsi di andare a Montecitorio in una cinquantina: né noi cerchiamo se oggettivamente sarebbe stato desiderabile un successo elettorale notevolmente minore; perché sarebbe ricerca inutile di fronte ad una realtà che è quel che è, e non si muta per quante ipotesi si facciano intorno ad una realtà diversa che fosse stata preferibile: prendiamo le cose come sono e ne tiriamo le conseguenze.

Del resto, à la guerre comme à la guerre.

 

Civitas

(N. 5, 16 febbraio 1920. Titolo dell’articolo: Attesa).

Cattolici al bivio: fuori o dentro il Pd? Con Schlein è cambiato tutto.

È quasi divertente leggere e rileggere le riflessioni di Delrio sul ruolo degli ex cattolici popolari all’interno del Pd a trazione Schlein. Divertente purché si assiste ad una serie di piroette dettate da un tatticismo e da un pragmatismo che rischiano, francamente, di scivolare sempre di più nel ridicolo. Certo, tutti sappiamo che chi ricopre ruoli di potere nel partito o ruoli istituzionali o di sottogoverno e arriva dalla tradizione del cattolicesimo politico è quasi costretto a restare all’interno di quel partito, anche quando confligge apertamente con la sua cultura di riferimento. E questo per il semplice ed antico principio del realismo politico…

Ma, per fermarsi al Pd a guida Elly Schlein, è evidente a tutti – tranne a Delrio e alla sua corrente – che i cattolici popolari, sociali e democratici in un partito con un profilo politico radicale, libertario, massimalista ed estremista possono giocare solo un ruolo di semplici spettatori. O meglio, politicamente marginale e culturalmente del tutto ininfluente. Come, del resto, sta puntualmente capitando. Il che, detto fra di noi, è del tutto comprensibile e anche giustificato perché una leadership politica che è uscita vincente dai gazebo delle primarie ha non solo il diritto ma anche il dovere di declinare il suo progetto in autonomia e con la necessaria tranquillità e in coerenza con l’impegno che si è assunta di fronte ai cittadini/elettori.

Detto questo, forse è giunto il momento per dire che, al di là dei tatticismi e delle piroette simpatiche di Delrio, la cultura, la tradizione e la storia del cattolicesimo popolare e sociale non debbano più ridursi a mendicare un tozzo di pane – cioè una manciata di candidature – pur di restare in un partito che, oggettivamente, persegue legittimamente un’altra prospettiva politica perché altrettanto semplicemente risponde ad altri valori, ad altri principi e ad altri riferimenti etici e culturali. Perché diventa francamente imbarazzante svendere una identità sacrificandola sull’altare delle mera convenienza politica e personale. E questo perché nel momento in cui sta ritornando, seppur lentamente, la politica e con la politica i suoi strumenti costitutivi – cioè i partiti e le culture politiche di riferimento – occorre anche avere il coraggio di “ribaltare il tavolo”, come si suol dire. E quindi mettere in campo quel coraggio civico e quella cultura della responsabilità che sono richiesti in fasi storiche di profondo cambiamento e rinnovamento. 

E dopo la squallida e decadente stagione del populismo anti politico, qualunquista e demagogico del grillismo, è persin naturale che le culture politiche ritornino protagoniste. A cominciare, appunto, dalla gloriosa, antica ma straordinariamente attuale e moderna tradizione cattolico popolare, sociale e democratica. Certo, per cercare, seppur con umiltà e pazienza, di centrare questo obiettivo non possono più avere cittadinanza i tatticismi esasperati e le rendite di posizione.

Ecco perché siamo arrivati ad un bivio: ovvero, o si consolida la logica e la deriva della esperienza dei “cattolici indipendenti di sinistra” – logica cara ai Delrio – oppure si decide di intraprendere un’altra strada politica ed organizzativa. Fatta di coerenza, di impegno, di coraggio, di elaborazione culturale e di progettualità politica. Senza alcuna polemica, senza alcuna arroganza e senza presunzione, ma con la sola consapevolezza di continuare a lavorare per costruire e perseguire il “bene comune” della società in cui siamo concretamente inseriti e con cui dobbiamo fare quotidianamente i conti.

Dai ministri degli esteri dei Paesi Brics un invito al dialogo

Il primo giugno scorso a Città del Capo in Sudafrica si è svolto il vertice dei ministri degli esteri dei Paesi che costituiscono il Coordinamento Brics. Si è trattato dell’incontro di più alto livello svolto sinora nell’ambito della presidenza di turno sudafricana in preparazione del vertice dei capi di stato e di governo del prossimo agosto.

Il giorno successivo, ieri, i ministri degli esteri dei 5 Paesi hanno incontrato i loro omologhi di 12 Paesi “amici dei Brics”. Si tratta di Indonesia, Bangladesh, Iran, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Egitto, la Comore, Gabon, Congo, Argentina, Cuba e Venezuela. Un gruppo di Paesi che insieme ad altri, come Algeria, Siria, Messico, Afghanistan, Pakistan, paiono interessati ad aderire all’iniziativa dei Brics. Eventi che testimoniano come la multipolarità sia ormai un dato di fatto da capire e con il quale confrontarsi.

La stessa dichiarazione congiunta rilasciata al termine del vertice dei ministri degli esteri dei Paesi Brics si pone come un contributo al dibattito sulla politica mondiale che non andrebbe ignorato, sottovalutato o non colto nel suo reale spirito, estrapolando solo passaggi ad effetto. Vi si trovano infatti posizioni molto equilibrate e prudenti, pur nella loro peculiarità.

Il documento esprime le proposte e le preoccupazioni comuni dei 5 Stati in ordine alla necessità di una riforma delle istituzioni internazionali che sia più aderente alla mutata realtà del XXI secolo e in ordine alla necessità di rafforzare il multilaterarismo. E lo fa sottolineando la centralità delle Nazioni Unite e della cornice del diritto internazionale.

In particolare i Brics individuano nella cooperazione politica e di sicurezza, in quella economica e finanziaria, e in quella culturale i tre pilastri della loro strategia.

I ministri Brics hanno ribadito anche l’importanza del G20 come forum multilaterale, gruppo del quale tre Brics avranno la presidenza di turno fino al 2025, infatti alla presidenza attuale dell’India seguiranno quelle del Brasile e del Sudafrica.

I 5 ministri hanno chiesto che l’attuazione dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile nelle sue tre dimensioni – economica, sociale e ambientale – avvenga in modo equilibrato e integrato, mobilitando i mezzi necessari per attuarla.

La valutazione negativa espressa sulle sanzioni viene collocata all’interno di una più ampia critica a “misure coercitive economiche unilaterali, come sanzioni, boicottaggi, embarghi e blocchi” per il loro impatto sull’economia mondiale.

Vi è poi una presa d’atto dell’importanza dell’uso delle valute locali nel commercio internazionale e nelle transazioni finanziarie tra i BRICS e i loro partner commerciali, ma senza ostilità verso le altre valute.

La dichiarazione congiunta di Città del Capo ha espresso apprezzamento sui tentativi in corso di soluzione diplomatica della guerra ucraina, sottolineando in ogni caso la necessità di garantire il traffico commerciale del grano sul Mar Nero e dei fertilizzanti, e ribadendo l’importanza di consentire ai cereali e ai fertilizzanti di continuare a raggiungere i più bisognosi.

Nel Pd si è spenta la funzione dei cattolici democratici

La sconfitta nelle ultime amministrative ha riaperto il dibattito all’interno del Pd. La Schlein ha provato a non farsi vedere, ignorando persino l’urgenza di una valutazione dei risultati negli organi di partito, ma senza riuscire per questo a velare lo stato di allerta che circola al Nazareno. A non farsi vedere, stavolta, sono i testimonial del nuovo corso. L’unico a fare eccezione è Dario Franceschini, convinto oramai che la politica sia fatalismo, per cui basta attendere pazientemente per tornare prima o poi al governo. Anche Prodi si è detto preoccupato della vaghezza della proposta politica, non a caso sdegnata dagli elettori; una vaghezza, persino nel normale cifrato della comunicazione mediatica, che fa pensare ad un’altra Schlein rispetto a quella trionfante nelle primarie con il messaggio della radicalità. Doveva essere la Greta Thunberg del progressismo tutto diritti e niente mediazioni, magari con una maturità più consona all’impresa di redenzione della sinistra, ma non è stato così. O perlomeno non ha dato l’idea di esserlo nel suo noviziato di leader senza passato, e quindi senza peccato.

Il paradosso sta nel fatto che ora siano proprio gli sconfitti a richiamare l’ancoraggio della politica allo sperone di una certa radicalità d’impegno, anzitutto nella dialettica parlamentare, per incalzare la maggioranza sul terreno delle scelte di governo. La componente degli ex popolari non manca di pungere con questo stiletto polemico, immettendo così nel circuito della critica un richiamo alla maestà del realismo, ultimo retaggio incontrovertibile del pensiero politico cattolico. È Castagnetti a ricordare, ieri sul Foglio, il catechismo di una politica emancipata dal dogmatismo e ricondotta – par di capire – nell’alveo della sua eminente funzione di servizio al bene comune. Un modo, questo, per non esasperare il dissenso sulle questioni di natura etica, come evidenziato ultimamente in materia di maternità surrogata. Sul punto Delrio e Lepri, in un intervento a doppia firma su Avvenire di oggi, fanno del loro meglio per mettere a segno la classica quadratura del cerchio. “Il Pd – scrivono i due dirigenti – non ha finora compiuto atti di rottura sui temi etici. Qualche volta, tuttavia, ha comunicato questa sensazione”.

In altre circostanze fu D’Alema a rammentare che anche in politica vale la formula ”esse est percipi” (l’essere significa essere percepito) enunciata da George Berkeley, il filosofo e vescovo anglicano del XVII-XVIII secolo. La classe dirigente del Nazareno, in primo luogo quella di radice democratico cristiana, dovrebbe considerare il vincolo posto da questo enunciato. Anche solo l’appartenenza al mondo socialista e socialdemocratico europeo, fortemente caratterizzato da posizioni di liberismo etico, spinge nel verso di questa pubblica “percezione”. E il Pd, complice la propaganda congressuale della giovane segretaria, è andato anche oltre la soglia per la quale poteva essere percepito come il partito del “radicalismo etico”. Nell’opinione comune questo dato è apparso come fondativo del “nuovo Pd” targato Schlein.

Il problema che adesso si pone ai cattolici democratici è se la battaglia nel Pd può avere ancora un riscontro accettabile. I dubbi sono grandi e ogni giorno diventano sempre più grandi. Affidarsi alla virtù del pragmatismo equivale a smentire l’ambizione di fungere da coscienza critica – usiamo pure questa espressione – del centro sinistra risorto dopo la caduta della Prima Repubblica. Servirebbe invece che gli stessi Castagnetti e Delrio, solo per citare i più rappresentativi, non indugiassero a spingere la loro critica fin dove necessario a disvelare il fallimento dell’operazione che ha portato con tutta evidenza alla consumazione del “partito unico del riformismo”. Lo sforzo di correzione dall’interno è diventato un impegno inane,  senza respiro strategico, tanto da presentarsi agli occhi della pubblica opinione come un sorvolamento sulla crisi del Pd. Dunque è tempo di riconoscere che i popolari, dispersi e pur legati alla lezione di Sturzo De Gasperi e Moro, possono o meglio devono riprendere un percorso di autonomia. Il Pd non è il sogno che avevano sognato, magari con troppa fiducia e senza precauzioni.   

 

Ciriaco De Mita, l’uomo che prendeva sul serio la politica.

Foto concessa da S.E. MONS. VINCENZO PAGLIA – Presidente della PONTIFICIA ACCADEMIA per LA VITA Copyright Vatican Media

Riportiamo il testo integrale dell’omelia di Mons. Paglia alla messa di suffragio, officiata a Roma nella Chiesa del Gesù mercoledì 31 maggio, a un anno dalla scomparsa del leader irpino.

Ci ritroviamo qui, in questa chiesa del Gesù, familiari ed amici, per ricordare – ad un anno dalla morte – Ciriaco De Mita. La fede ci suggerisce di pensarlo in quella casa del Padre, dalle molte dimore, di cui Gesù parlò ai discepoli, prima della Pasqua: “perché dove sono io siate anche voi”, consapevoli che i legami che stringiamo sulla terra sono stretti anche nei cieli. Oggi la Chiesa celebra la festa della Visitazione della beata vergine Maria a Elisabetta. E a me pare una coincidenza ricca di significato ricordare Ciriaco De Mita dopo aver ascoltato il Magnificat. Da quasi duemila anni, questo canto risuona nelle più diverse circostanze storiche. Di generazione in generazione, i credenti lo hanno cantato, sia quando la loro vita scorreva tranquilla sia durante le persecuzioni, sia quando ad essi le società hanno affidato la loro guida sia quando sono stati ai margini o poco rilevanti. 

Tutti abbiamo ascoltato o cantato il Magnificat molte volte. Eppure, ogni volta le sue parole ci sorprendono. È un canto che rovescia le apparenze della storia secondo cui i superbi e i potenti sembrano sempre prevalere. Perché, come capiamo dalle parole di Elisabetta ricolma di Spirito Santo davanti alla “madre del mio Signore”, la vittoria dei superbi e dei potenti è davvero apparenza. Il vero protagonista della storia – che tuttavia si serve delle mani degli uomini e delle donne – è infatti Colui che innalza gli umili, che ricolma di beni gli affamati e rimanda a mani vuote i ricchi. È la potenza della misericordia che compie quest’opera straordinaria. 

Certo, solo Dio può compiere l’opera straordinaria cantata dal Magnificat. Eppure siamo chiamati tutti, in qualche modo, ad imitarlo. Per certi versi è proprio questo il compito che anche la politica può realizzare, seguendo anzitutto la strada indicata dalla lettera ai Romani: non essere pigri nel fare il bene, ma ferventi nello spirito; lieti nella speranza e costanti nelle tribolazioni; perseveranti nella preghiera; pronti a sostenere le necessità dei santi e premutosi nell’ospitalità. Capaci – ed è qui che siamo chiamati ad imitare la perfezione del Padre – di benedire quelli che ci perseguitano.

Anche Ciriaco lo ha sicuramente ascoltato più volte. Non so che cosa abbia pensato ascoltandolo, anche perché non amava parlare della sua fede e non ci ha lasciato molte testimonianze pubbliche a questo proposito. Ha espresso tante volte le sue visioni e le sue idee, ma la fede era per lui “una dimensione intima e discreta di cui preferiva non parlare”. La fede per lui non coincideva con quel clima “sacrale” che egli percepiva a Nusco quando era bambino e adolescente. La fede per lui era piuttosto “una libera adesione personale” e una “radice profonda” cui continuare sempre a tornare. Ha avuto un senso molto forte in lui il senso della della laicità e cioè della necessità di mantenere non solo distinte ma anche separate fede e politica: questa convinzione ha ispirato l’azione della Base alla cui fondazione e al cui sviluppo ha dato un contributo molto importante. Eppure, la politica è stata per lui sicuramente un modo per portare lo straordinario nell’ordinario: c’è stata sicuramente questa spinta profonda – direi spirituale – alla radice di una passione non comune che ha segnato il suo eccezionale impegno politico.

Ciriaco De Mita ha detto una volta che l’attività politica non è gratificante per il “senso di superiorità rispetto agli altri che il potere spesso induce in chi lo ha; la vera, sana, gratificazione del politico consiste nel raggiungere risultati positivi per la comunità”. E ha aggiunto: “questa attività somiglia, per il forte impegno e per lo spirito di sacrificio che spesso richiede, al gesto con cui si fa un dono”. Insomma, in sintesi affermava che la politica ha bisogno di “generosità”. Chi lo ha conosciuto sa che credeva in queste cose e le ha anche vissute. La tenacia con cui legava qualsiasi scelta ad un “ragionamento” – le radici culturali della Cattolica e dei suoi maestri non lo hanno mai abbandonato – esprimeva la forza con cui ha sempre mantenuto queste convinzioni. Non doveva essere il potere l’obiettivo della politica: quest’ultimo rappresentava uno strumento e dunque l’opportunità di perseguirlo o di lottare per conservarlo dipendeva dalla qualità del fine che si perseguiva. O meglio del disegno che si intendeva realizzare.

De Mita conosceva bene la politica e sapeva bene quanto male può fare. “La politica disumanizza” disse un giorno ed era addirittura convinto che “più la si riduce meglio è”. Possiamo chiederci come si conciliano queste parole con un impegno politico vissuto sin da giovanissimo e fino all’ultimo giorno. A me pare illuminante l’attenzione con cui ha sempre guardato alle istituzioni e alla loro riforma. È come se avesse sempre voluto immettere nella politica un di più: la politica insomma non solo e non tanto come lotta o anche compromesso tra forze diverse per il potere ma come strumento per costruire la casa comune e cioè come mezzo per limitare, regolare, orientare l’uso del potere. E lo si fa in modo esemplare proprio prendendosi cura delle istituzioni, ma non facendo prevalere in tale cura una posizione di parte, bensì favorendo una convergenza e una collaborazione tra partiti diversi più ampia possibile. Si deve proprio a Ciriaco De Mita il primo e più importante tentativo di riforma istituzionale della “Repubblica dei partiti”, condotto negli anni Ottanta dalla Commissione Bozzi. E fu suo – in collaborazione con Nilde Iotti- anche l’ultimo serio tentativo di salvare la politica italiana riformandola profondamente prima del collasso del 1993-94. E, al di là dei diversi giudizi nel merito, ai suoi tentativi tutti hanno riconosciuto onestà di intenti, serietà di metodi e validità di fini.

È una lezione di particolare attualità perché oggi non sappiamo bene che cosa pensare e come regolarci riguardo al potere. Spesso lo giudichiamo un male in sé, che non dovrebbe esistere, che dove si manifesta debba essere sempre contestato e mai approvato. Proprio l’altro  giorno – ed è una felice coincidenza con questa memoria – papa Francesco, diceva: “Per il cristiano, grandezza è sinonimo di servizio. Amo dire che ‘Non serve per vivere chi non vive per servire’. E credo che oggi il conferimento del premio Paolo VI al presidente Mattarella sia proprio una bella occasione per celebrare il valore e la dignità del servizio, lo stile più alto del vivere, che pone gli altri prima delle proprie aspettative”. Il Magnificat ci insegna che non è certo un male un potere che disperde i superbi e rovescia i potenti, che innalza gli umili e ricolma di beni gli affamati. Indubbiamente, sappiamo che gli uomini e le donne esercitano il potere con ben altri scopi, esaltando la forza dei ricchi e dei potenti. Ma rifiutando per principio qualunque potere si rischia involontariamente di aprire la strada al potere autoreferenziale dei più forti. È questo li motivo profondo dei tentativi di regolare la politica, compresi quelli di Ciriaco De Mita: obbligarla il più possibile ad adempiere alla sua vera funzione, quella – sono parole sue – “di aiutare le persone perché progrediscano e siano poste nelle condizioni di esprimere la loro libertà edi tutelare la loro dignità”. Si riecheggia qui l’art. 3 della Costituzione italiana secondo cui “tutti i cittadini hanno p a r i dignità” senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Questo stesso articolo 3 impegna la Repubblica – e cioè non solo lo Stato ma anche tutti noi – a “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. Don Milani – un altro testimone alto del Novecento – amava molto questo articolo della Costituzione, sino a farne il centro del suo insegnamento ai ragazzi di Barbiana.

Ricordiamo con affetto oggi Ciriaco De Mita e mentre preghiamo per lui gli chiediamo di pregare per noi, per quella comunione di fede e di affezioni che la morte non recide. E il senso profondo della santa Liturgia che rende presente il cielo sulla terra. E che ci permette perciò di ricordare i nostri amici che ci hanno preceduto non semplicemente con nostalgia, ma come compagni di viaggio traendo dal loro bagaglio tutto ciò che può aiutarci a servire con generosità e intelligenza questo nostro paese e il mondo intero.

 

Per saperne di più

Omelia tenuta il 27 maggio 2022, nella Chiesa del Gesù a Roma, nel Trigesimo della morte di De Mita.

https://www.vincenzopaglia.it/index.php/funerale-di-ciriaco-de-mita.htm

Pd e Centro, il tempo è poco per decidere cosa fare.

La scelta neo-protestataria del nuovo Pd da un lato, la prevalenza nello schieramento conservatore della Destra di origini missine dall’altro. A congiungere i due punti al vertice del triangolo la legge elettorale maggioritaria, tutrice di un bipolarismo rissoso e affatto incline a ogni mediazione, arte e virtù ripugnate e catalogate sdegnosamente come “democristiane”. 

Un Paese che si radicalizza nello scontro non fa bene a sé stesso e aggrava problemi di per sé già complicati. L’alternanza al potere, che è utile e positiva nella sua funzione di lubrificazione dei meccanismi della democrazia, risulta senz’altro più produttiva se temperata da quel virtuoso confronto con l’opposizione dal quale talvolta possono nascere idee e soluzioni interessanti e innovative. Con beneficio dell’intera comunità nazionale. Ciò senza far venire meno, naturalmente, le differenze fra gli schieramenti e fra i partiti e pure lo scontro duro, quando inevitabile e dunque intorno a questioni di fondo difficilmente componibili. 

Questa visione più moderata della disfida politica, ma non per questo meno audace (anzi forse più coraggiosa, in quanto ipotizza la possibilità di comuni “assunzioni di responsabilità” quando le condizioni al contorno lo richiedano), è in genere propria di un Centro dinamico e propositivo, quando presente nel sistema politico di un Paese. Sto parlando di un Centro che “prende” posizione, non che si limita a “marcare” una posizione. Il che comporta avere non solo una propria linea politica e proposta programmatica ma anche una indispensabile attitudine a costruire alleanze, necessarie per competere alle elezioni con effettive possibilità di vittoria e dunque alimentate dalla disponibilità a ricercare e conseguire punti realistici e accettabili di mediazione.

Tutto ciò premesso, bisogna riconoscere che – costretto dal vincolo del sistema maggioritario e anzi proprio in ragione di esso – il Pd originario aveva esattamente questo obiettivo che però sussumeva in sé medesimo: era questo il significato della “vocazione maggioritaria” ideata e poi narrata da Walter Veltroni e condivisa da molti di noi, cattolici democratici alla ricerca di uno strumento politico moderno e al contempo non dimentico delle culture politiche del Novecento che hanno costruito la nostra democrazia repubblicana.

Ora però il nuovo Pd emerso dal congresso di quest’anno, con le modalità note, indicative di un partito che tende a seguire un’onda piuttosto che a indicare una via, ha abbandonato la propria idea fondativa per abbracciarne una diversa, significativamente diversa. Ponendo così molti suoi attivisti, ma ancor più molti suoi elettori, nella condizione di dover decidere cosa fare. Restare e continuare a votarlo sia pure condividendo assai poco delle posizioni e soprattutto della posa assunta dalla nuova dirigenza, più che altro in base alla sconsolata valutazione circa l’assenza di una reale alternativa elettorale, visti i deludenti sondaggi relativi alle forze “centriste” oggi offerte sul mercato elettorale. Oppure andarsene, gli iscritti e i simpatizzanti, o non votarlo più, gli elettori.

Il risultato di questa sofferta condizione lo si è visto lo scorso 25 settembre. Che il recente turno amministrativo, oltre a quello regionale in Lazio e Lombardia lo scorso febbraio, si è incaricato di confermare. Con grande gioia della Destra di governo.

Ora, bisogna dire le cose in chiaro. Guardandole dal punto di vista dell’elettorato, che è quello che conta davvero. Perché quello dei professionisti della politica è assai limitativo, essendo palesemente troppo influenzato dalle personali prospettive di carriera. E le cose in chiaro sono due, inerenti il Pd e il Centro. 

Ovvero, per quanto riguarda il primo: al di là della superficialità e indeterminatezza della proposta programmatica sinora esposta dalla nuova dirigenza dem, più che altro intenta a cavalcare ogni possibile protesta, è evidente che la scelta radicale imperniata sui diritti individuali non è in grado di allargare il consenso oltre un certo limite. Del resto, per la gente comune le priorità sono altre ed è su di esse che tara il giudizio sull’offerta partitica. 

Per quanto concerne il secondo è pure evidente che se non sarà in grado di presentare una piattaforma programmatica unitaria imperniata su un minimo comun denominatore strategico, inclusiva del contributo di più culture politiche e infine incarnata da una leadership anche plurale ma compatta e affatto litigiosa esso non avrà alcuna possibilità di successo elettorale, nemmeno con il sistema proporzionale europeo. 

Orbene, partendo da queste due semplici ma dure considerazioni i discorsi inerenti Pd e Centro vanno ora approfonditi. Senza schermature ideologiche. Il tempo è adesso.

Letizia a Milano sognando il Centro che verrà

L’incontro che si è svolto a Milano nei giorni scorsi con mondi, gruppi, associazioni e partiti di orientamento centrista è una buona notizia per tutti coloro che non si rassegnano ad una progressiva e sempre più smodata radicalizzazione della lotta politica e polarizzazione ideologica nel nostro paese. Un progetto, quello centrista, che da troppo tempo viene evocato da più pulpiti e che, purtroppo, stenta ancora a decollare in modo compiuto. Per svariate motivazioni. Ma dopo la vittoria elettorale e il consolidamento della destra identitaria e di governo e l’affermazione di una sinistra sempre più massimalista, radicale ed estremista, è giocoforza anche il ritorno del Centro. O meglio, di una ‘politica di centro’. Dando voce ad un elettorato che, o si rifugia nell’astensionismo o vota, seppur stancamente, la coalizione di centro destra.

Ora, però, questo progetto – anche e soprattutto in vista delle ormai prossime elezioni europee – deve articolarsi lungo 3 direttrici di fondo se vuole realmente uscire allo scoperto e decollare.

Innanzitutto deve essere un progetto che non si limita a creare un cartello elettorale ma, al contrario, a costruire una iniziativa che punta progressivamente a trasformare questa domanda politica, culturale, sociale e quindi programmatica in un vero e proprio partito. Certamente plurale al suo interno ma, comunque sia, un partito organizzato. E questo per la semplice motivazione che la ‘politica di centro’ nel nostro paese non si può ridurre ad una mera operazione elettorale ma richiede, al contrario, una progettualità politica complessiva e a lungo termine.

In secondo luogo, e strettamente legata a questa prima indicazione, è necessario una qualificata e autorevole “regia” politica per favorire e far crescere questo percorso. Ed esponenti come Beppe Fioroni, Matteo Renzi, Letizia Moratti e molti altri possono svolgere questo ruolo delicato per evitare di deragliare inseguendo l’improvvisazione inconcludente, il pressappochismo organizzativo o la debolezza politica e progettuale. Una “regia” che, soprattutto, sia in grado di incanalare il ricco e variegato pluralismo che caratterizza quest’area e che va ricondotto ad unità, seppur nel rispetto di tutte le sensibilità ideali e territoriali.

In ultimo, ma non per ordine di importanza, il progetto politico deve essere chiaro e percepibile dai cittadini/elettori. Non un luogo cerchiobottista, vagamente trasformista ed ondivago. No, si tratta invece di costruire e di dar voce ad un progetto politico e di governo distinto e distante da ogni forma di massimalismo estremista e di un populismo anti politico e qualunquista. Del resto, un progetto è chiaro e realistico se è in grado di rappresentare un segmento sociale e di tradurre quelle domande e quelle istanze in una chiara iniziativa politica e legislativa. Al riguardo, è quantomai necessario che questo progetto sia animato e accompagnato da una cultura politica. Che non può essere, come ovvio, solo quella di matrice cattolico popolare e sociale. Anche questa, come ovvio, accanto però ad altre culture riformiste e democratiche. 

Quello che serve è che ci sia un respiro ideale e culturale forte e convincente nel dispiegare un progetto politico centrista, democratico, riformista e di governo. E l’iniziativa che si è svolta nei giorni scorsi a Milano può centrare questo obiettivo solo se si rispettano sino in fondo anche queste tre indicazioni di marcia.

La Rai preda dei partiti evoca la fine della prima repubblica

Avviso ai “lottizzatori” di queste ore. L’occupazione delle caselle televisive raramente porta un grande beneficio a quanti si prodigano nell’impresa. La Rai dei partiti di una volta non arrecò fortuna alla prima repubblica. E l’editto bulgaro di Berlusconi non arrise al suo governo di allora. 

È quasi sempre un’illusione l’idea che nominando i propri cari se ne abbia in cambio una messe di voti. Tanto più ai nostri giorni. Ora, sia chiaro, il sottoscritto può sdegnarsi ma non troppo per le nomine di questi giorni. Sono stato a suo tempo consigliere di amministrazione della Rai per conto della Dc, e dunque so che mi è precluso il pulpito da cui rivolgere prediche troppo severe ai miei “successori”. Anche se nel frattempo la morsa della lottizzazione si è fatta ben più serrata di allora, e dunque forse noi predecessori avremmo diritto a qualche indulgenza in più. 

Sta di fatto che la televisione di oggi è assai meno influente di allora. I social hanno occupato una parte sempre più larga del discorso pubblico nel bene e nel male. E i telespettatori si sono abituati a farsi da sé il proprio palin- sesto. 

C’è insomma un’attitudine più disincantata che rende assai meno influenti i messaggi telepolitici. Sia quelli ufficiali dei telegiornali, sia quelli più subliminali delle grandi fiction e delle trasmissioni più spettacolari. Dunque verrebbe da consigliare ai nuovi potenti del ramo di usare modi più felpati di trattare l’argomento. Senza fidarsi troppo dell’efficacia delle cure che i loro cari pensano di dedicare ai telespettatori. I quali ormai sono così smagati da decidere a modo loro.

Fonte: La Voce del Popolo – 31 maggio 2023

Titolo originario: Avviso ai “lottizzatori”: servono modi più felpati.

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale diocesano di Brescia].

La corsa alle elezioni anticipate in una Spagna segnata dalla radicalizzazione politica

La durissima sconfitta elettorale patita dalla Sinistra spagnola nel turno amministrativo del 28 maggio (nelle grandi città e in molte regioni del Paese) non è il frutto di una qual certa insoddisfazione dell’elettorato per i non brillanti risultati economici conseguiti dal governo di Pedro Sanchez. Che non sono affatto negativi: il PIL in questi anni è cresciuto e la disoccupazione è diminuita. Nulla di clamoroso, si intende, ma obiettivamente è difficile esprimere un giudizio rigorosamente negativo della politica economica attuata dalla Moncloa. Anzi, se si considera il fatto che l’esecutivo si regge sin dal 2019 sull’appoggio esterno di forze regionaliste (ancorché schierate a sinistra) basche e catalane e che di recente ha patito pure un’ulteriore scissione di Podemos, il partito alleato del PSOE di Sanchez, bisogna riconoscere a quest’ultimo una buona capacità di navigazione parlamentare per ottenere i voti necessari a procedere con le sue scelte. E ora la sua mossa a sorpresa, ovvero la convocazione anticipata dei comizi elettorali di metà luglio ne dimostra la lucida freddezza: solo drammatizzando la situazione Sanchez può sperare di far tornare alle urne i molti elettori di sinistra che domenica scorsa le hanno disertate. E che peraltro potrebbero non bastare, perché la sconfitta del 28-M (come è uso scrivere in Spagna) ha almeno due motivazioni di quelle assai serie per chi le subisce, in questo caso la Sinistra.

La prima è di natura politica: si è concluso un ciclo, iniziato oltre dieci anni fa con la protesta de “los indignados”, avviata alla Puerta del Sol di Madrid, al km zero da dove si irradiano le strade di Spagna, dai giovani che inaugurarono quella stagione e che qualche tempo dopo, sotto la guida di uno di loro, Pablo Iglesias, fondarono Podemos. Un movimento dal successo immediato, ma destinato a rivelarsi effimero nel tempo (qui in Italia vi fu chi prontamente tentò di imitarlo, senza successo, nemmeno effimero) in quanto radicato sulla protesta e non sulla proposta. Non solo: il movimento presto si fece partito e pur conseguendo discreti risultati elettorali si avviò su una strada che lo condusse a perdere ogni carattere di novità, ogni freschezza. Divenne lo strumento personale di Iglesias e ancor più della ambiziosissima sua fidanzata Irene Montero (oggi ministra nel governo Sanchez), un centro di potere che condusse lo stesso Iglesias alla vicepresidenza del Governo, ma pure ad una prima spaccatura nel partito operata ai danni di uno dei suoi co-fondatori, Inigo Errejòn. 

Parliamo dell’ideatore della narrazione dicotomica “popolo-casta” che aveva emozionato molti spagnoli, specie giovani, illudendoli sulla possibilità di “cambiare” davvero la società, come spesso accade all’avvento di una nuova classe politica che si vuole davvero popolare in quanto nata nelle piazze e con esse desiderosa di rimanere unita, portandole anzi dentro la cittadella del potere. Sino al tentativo del leader di essere eletto alla presidenza della Comunità di Madrid, nel 2021, fallito e seguito dalle sue dimissioni dal governo e dal ritiro (temporaneo?) dalla politica. Ma la parabola discendente avrebbe dovuto vedere anche un’ulteriore spaccatura, con la nascita da una costola di Podemos (o meglio di Unidos Podemos, coalizione di estrema sinistra poi rinominata Unidas Podemos, rigorosamente al femminile) del nuovo movimento Sumar, che ora vuol farsi partito, col risultato che entrambe le sigle stanno correndo il rischio di consegnarsi all’irrilevanza. Insomma, il solito frazionismo a sinistra che conosciamo bene anche qui in Italia.

Ora Sanchez deve in un paio di settimane al massimo favorire una loro riunione in vista delle elezioni di luglio. Lo spettro che agiterà sarà un governo del Partido Popular e dell’estrema destra di Vox, partito nato pochi anni fa da una scissione a destra dello stesso PP, già di per sé un partito assai meno moderato dei Popolari europei aderenti al PPE. 

La seconda motivazione della sconfitta della Sinistra è d’ordine per così dire culturale: sono sempre di più gli spagnoli che non condividono e spesso aborrono la linea radicalmente laicista dell’esecutivo di Sanchez, che ha ripreso e sviluppato – sotto l’impulso imperioso di Podemos e in particolare della sua componente “femminista” – la spinta sui “diritti individuali” che già fu del governo socialista di Zapatero negli anni zero del nuovo secolo. In particolare ha generato forti dissensi la “Ley trans”, che consente di autodeterminare la propria identità di genere a partire dai 16 anni di età senza alcun certificato/consenso di alcun tipo; e così pure la legge sul diritto all’eutanasia.

Questa radicalizzazione generalizzata a sinistra ha comportato una simmetrica radicalizzazione a destra: i Popolari, subendo la concorrenza del nuovo partito di destra Vox, hanno dunque a loro volta radicalizzato il proprio profilo; tentativo analogo ha fatto Ciudadanos, il partito di Centro che ai suoi albori aveva ottenuto buoni risultati, ma che poi ha virato verso destra, anch’esso succube del radicalismo imperante, col risultato di perdere i suoi elettori, tornati alla “casa madre” popolare.

Ora la campagna elettorale sarà breve ma durissima, con i due fronti armati l’un contro l’altro all’insegna di parole d’ordine definitive, escludenti, probabilmente offensive: la partita, nonostante il risultato delle amministrative, è aperta. All’insegna dello scontro, totale. Una domanda sorge: ma è un bene per la Spagna?

Le regole realizzano e custodiscono i valori a beneficio della libertà

Come diceva Georges Bernanos “non siamo noi che custodiamo le regole ma sono le regole che custodiscono noi”. Dimentichiamo spesso – infatti – che il rispetto delle buone regole non costituisce solo un vincolo, magari fastidioso, a cui non possiamo sottrarci perché prevede obblighi e sanzioni ma anche una preziosa risorsa per essere gratificati da  protezioni individuali e certezze sociali.

In un contesto esistenziale dove prevalgono la fragilità interiore e lo sbandamento emotivo ci accorgiamo quanto sia rassicurante poter contare sulla socializzazione dei valori.

Le tradizioni, le consuetudini, le istituzioni in cui la società si riconosce sono involucri che contengono la sedimentazione del pensiero e delle azioni, quello che resta dei vissuti, il deposito delle esperienze, la convenzione condivisa dei comportamenti che ci permette sia di vivere in una rete di relazioni che hanno un significato, in cui possiamo identificarci, sia di scambiarci messaggi reciprocamente comprensibili. Il frettoloso elogio del cambiamento fine a sé stesso, oggi tante volte ricorrente nelle aspettative sociali e nelle aspirazioni individuali, ma spesso imperativo categorico della globalizzazione e metafora perdente della progettualità, non può privarci della ineguagliabile, rassicurante condizione mentale di stabilità che ci deriva dalla certezza di possedere i punti di riferimento che ci siamo dati.

La vita è una continua ricerca di situazioni di equilibrio e il progresso consiste nel fare un passo avanti avendo ben presente da dove si arriva. In una società attraversata da tensioni e spinte contrapposte, dove trionfa il relativo dei singoli punti di osservazione e di interesse, è invece importante sapere che ci sono diritti e doveri da rispettare, norme e principi da non infrangere, tutele per tutti, specie per i più deboli e indifesi. Alla definizione delle regole risulta perciò determinante l’apporto dato dalla scelta dei valori che le sostengono, affinché siano comprensibili, eque, giuste, condivisibili e sostenibili.

Le regole stabilite da una dittatura violano i principi di libertà e democrazia, si tratta quindi di norme che più che suggerite sono imposte, più che accettate sono subite.

In una società fondata sull’odio razziale, sulla xenofobia, la regola della discriminazione nega il valore dell’uguaglianza: le norme si uniformano a consuetudini sbagliate e allora più che rispettate vanno combattute per essere cambiate. Ma anche in un contesto dove i valori trovano solo formale ossequio e retorica ostentazione, dove il trionfalismo della parola nasconde invece insidie, ingiustizie e sofferenze viene messa in mostra solo la parte più teorica e superficiale dei riferimenti ideali.

I valori costituiscono la parte migliore della nostra tradizione culturale, l’espressione materializzata delle scelte morali di una società, il punto di approdo di una civiltà che possa definirsi tale: sono le radici che ci legano alla nostra storia affinché si faccia tesoro del passato per costruire un mondo migliore. Solo se sono sostenute da valori condivisi ed eticamente ispirati le norme del vivere sociale ci aiutano a darci degli ordinamenti dove le regole custodiscono e proteggono la nostra libertà. Attingendo a piene mani dalla tradizione, riceviamo insegnamenti di vita quanto mai preziosi per il presente e il futuro. Occorre avere i piedi ben piantati prima di spiccare il volo. 

Persona e società nella cultura dei cattolici democratici e popolari

Il test elettorale di fine maggio ha riconfermato una tendenza generale ormai nettamente delineata: la delusione generata dal populismo, che sfocia in un’astensione di circa la metà del corpo elettorale, e la polarizzazione destra-sinistra, che premia largamente la destra. Sono questi due trend che condizionano inevitabilmente il dibattito sul centro e sul ruolo dei Popolari per delle politiche di centro, riformiste soprattutto nel senso di risultare all’altezza delle sfide del cambio di epoca in corso.

In un tale contesto l’iniziativa dei Popolari deve partire dal presupposto che per poter esprimere una politica bisogna innanzitutto esserci. A tal fine l’attenzione crescente che nell’arcipelago del cattolicesimo democratico e sociale viene riservata alle idee e agli strumenti che permettono loro di essere veicolate, appare centrale. Si tratta innanzitutto di evidenziare i tratti di una cultura politica, quella ispirata al popolarismo, di definire una visione della società, della persona umana, del futuro, che scaturisce da questa peculiare prospettiva.

Nel contempo servono gli strumenti, le occasioni i luoghi per alimentare il dibattito che definisce la proposta di questa area culturale e politica. Uno di questi strumenti è sicuramente il giornale on line “Il Domani d’Italia”. Fondamentale è anche una rete organizzativa il più possibile capillare, e allo stesso tempo capace di ritrovarsi coesa sulle questioni qualificanti. Se il processo di riaggregazione dei Popolari prosegue in questo modo, oltre la frammentazione e i personalismi che si sono visti per anni, apparirà chiaro a tutti che quella popolare è una delle componenti irrinunciabili all’area di centro, e che come tale va riconosciuta.

Anche perché la nuova sintesi che molti auspicano, fra una sinistra democratica e riformista e un centro popolare e plurale, appare tutt’altro che semplice da realizzare mentre non si può escludere che una parte dell’attuale Pd possa avvicinarsi al centro. I margini di manovra appaiono stretti. Da un lato la sinistra attuale non pare affatto intenzionata discostarsi da un percorso che sembra aver mutuato da altri, facendo proprie discutibili campagne di stampa, martellanti e a senso unico, come quelle in favore della propaganda gender, del fondamentalismo green che lungi dall’esprimere una autentica coscienza ecologica integrale, non di rado usa l’ambiente come pretesto per politiche malthusiane e pauperiste sulle classi più deboli, sui loro beni e sui loro diritti; per una digitalizzazione che prescinde dall’umanesimo.

Dall’altro lato, gran parte della classe media, bersaglio della politica di una sinistra, radicale ma nel difendere gli interessi dei più forti, risulta molto esigente e non tollera ambiguità. Se da parte del centro non c’è chiarezza rispetto alle suddette derive, il loro voto è già perso in partenza, e la gran parte dei ceti medi e popolari si vede costretta, per mancanza di offerta politica adeguata, a optare per l’astensione o per la destra.

Ecco, dunque, l’importanza di una riaggregazione dei Popolari in funzione di un centro capace di affrontare con equilibrio e creatività le sfide che ci pone il nostro tempo.

Solo con un progetto solido per la nostra epoca, solido come quelli che i cattolici democratici seppero definire in epoche passate, un centro plurale e popolare appare in grado di poter proporsi all’attenzione di un elettorato sfiduciato ma molto meno disorientato e sprovveduto di quanto possa sembrare.

L’Eco di Bergamo | Chi era veramente Don Milani. Intervista a Mauro Ceruti.

Di seguito riportiamo la parte finale dell’intervista a Mauro Ceruti, filosofo e senatore della Repubblica nella XVI legislatura, pubblicata su «L’Eco di Bergamo» (28 maggio 2023) con il titolo: «Per lui la fede esigeva libertà. Ma non è mai stato un sessantottino». Si ringrazia Mauro Ceruti per aver acconsentito alla parziale riproduzione del suo colloquio con Carlo Dignola, caposervizio del quotidiano bergamasco.

 

(…)

Carlo Dignola

Un uomo diretto, persino duro a volte. 

 

«Indubbiamente don Lorenzo Milani è una spina nel fianco alla tendenza della Chiesa a fare di sé una sorta di lenitivo della disuguaglianza sociale, tradendo l’immaginazione evangelica che invita a concepire un mondo nuovo e un uomo nuovo. Questo però non si tradusse mai in una critica ideologica o in una tendenza a uscire dalla Chiesa, come accadde per molti in quel periodo post-conciliare. Don Milani non si è mai sentito ai margini della Chiesa, mai. E ha sempre riconosciuto la Chiesa come Sacramento di Cristo. 

 

In lui convivevano, anzi erano la stessa cosa il radicalismo evangelico e il riconoscimento del carattere sacramentale della Chiesa. È davvero una sorta di lama d’acciaio che entra in modo netto nella sua Chiesa ancor più che nella società. Però non è un fulmine a ciel sereno. È anche espressione del cattolicesimo fiorentino di quegli anni, ci sono senz’altro tre uomini che hanno avuto un’influenza decisiva su di lui. 

 

Il primo è il suo vescovo di Firenze, cardinale Elia Dalla Costa, grande elettore di Papa Giovanni: per don Lorenzo è stato maestro di una fede sottratta a qualsiasi servizio ai poteri mondani. Il secondo è don Giulio Facibeni, il fondatore dell’Orfanotrofio della Madonnina del Grappa: un’opera che non volle far dipendere dall’istituzione Chiesa, era finanziata dalle libere oblazioni degli operai. La aprì nel quartiere operaio di Firenze dove tutti erano comunisti, per essere un ponte fra ciò che invece allora era divisivo. Il terzo uomo importante per don Lorenzo fu Giorgio La Pira, siciliano di nascita ma sindaco di Firenze e poi, anch’egli, esempio concreto di “uomo del Vangelo”: viveva come un povero in una cella del convento dei Domenicani in San Marco. Don Lorenzo è cresciuto in questo humus». 

 

Prete «di base». 

 

«Le sue sono sempre esperienze concrete e paradigmatiche: la prima è quella, come coadiutore, a San Donato di Calenzano, vicino a Firenze. Lì fa l’esperienza di una Chiesa “che ha tutte le parole, tranne quelle necessarie”. Una Chiesa che non sa parlare ai suoi parrocchiani che stanno vivendo il trauma del passaggio dalla società contadina a quella operaia. Don Milani non fa ciò che facevano gli altri parroci nelle sue condizioni, costruire oratori moderni, campi sportivi, sale cinematografiche con l’idea di portare lì i ragazzi per tenerli lontani della tentazione della secolarizzazione, della “tentazione comunista”. Ma viene spiato dai suoi stessi parrocchiani, e calunniato. Subisce una emarginazione totale, inviato nel confino mortifero di Barbiana, sperduta frazione montana nel Mugello».

 

Praticamente in missione in un «Terzo mondo»… 

 

«Che però è diventato uno specchio autentico, la coscienza critica per il Primo mondo. Lì don Lorenzo non fa professione di vittimismo, ma trova l’opportunità più creativa per dare espressione alla sua personalità e alla sua vocazione. A Barbiana la fede si trasforma nella passione per un’educazione alla libertà che vuol essere il contrario del proselitismo. Vuol portare quei bambini esclusi a ragionare con la propria testa, e quindi a raggiungere una libertà interiore, condizione di autentica emancipazione sociale. 

 

La scuola per don Lorenzo non è un ascensore sociale per integrarsi in un modello che discrimina, ma libertà di pensiero, libertà interiore. L’evangelizzazione e l’educazione alla libertà sono per lui una stessa cosa. Portare l’uomo a essere libero, dice don Lorenzo, è già un evento evangelico anche se io il nome di Cristo non lo pronuncio. Per questo non riteneva necessario tenere il crocifisso nella sua scuola. Era sufficiente che il riferimento ai simboli cristiani fosse nelle liturgie. In questa luce vanno letti i due scritti più noti e più scandalosi della sua esperienza pastorale, la “Lettera ai cappellani militari: l’obbedienza non è più una virtù” e la “Lettera a una professoressa”. 

 

Don Milani legge sul giornale che alcuni cappellani militari sostengono che un buon cattolico deve condannare l’obiezione di coscienza perché è una disobbedienza alle leggi dello Stato. Non solo nella società ma soprattutto nella Chiesa da sempre la parola “obbedienza” è una parola importante. Nella libera discussione con i ragazzi di Barbiana viene invece messa in discussione l’obbedienza all’autorità, e posta in primo piano l’obbedienza alla coscienza, libera. Verrà denunciato per vilipendio, per apologia di reato: sarà prima assolto e poi condannato dopo la sua morte. 

 

La “Lettera a una professoressa” nasce invece dalla bocciatura all’esame di licenza media di Gianni, un ragazzo di famiglia povera. I dialoghi con i ragazzi fanno emergere la differenza fra lui e Pierino, il primo della classe, figlio di una famiglia colta: questo sa svolgere benissimo il tema proposto, come la professoressa vuole che sia svolto, Gianni invece non è in grado: la scuola è un perfetto momento di selezione sociale. La “Lettera a una professoressa” è il testamento spirituale di don Lorenzo, cristiano e prete, non un testamento filosofico, politico o culturale – anche se poi ha ispirato tanta riflessione di tipo pedagogico. 

 

Don Milani non avrebbe mai immaginato o pensato di riformare la scuola istituzione secondo il modello della sua Barbiana. Quella può essere un’ispirazione, ma è un’esperienza che coincide con la sua personalità. Né avrebbe mai voluto identificare la sua con le scuole cattoliche. Pensa a una cultura non confessionale proprio perché l’evento più profondamente evangelico è l’evento di una crescita della libertà interiore. Don Milani è un prete che vive nel suo tempo e che ha una coscienza critica, ma non ha nessuna intenzione direttamente politica – anche se ne ha, certo, indirettamente. In questi decenni si sono visti tanti tentativi di appropriarsi del “vero don Milani”, ma incontrarlo è possibile solo nell’esperienza di vita singolare assoluta di quest’uomo di fede limpida, irripetibile, proprio perché l’orizzonte del suo impegno pedagogico è la creazione di condizioni sociali ed educative che promuovano la libertà».

Gualtieri e l’assessore Patanè sconfitti sulla circolazione dei mezzi d’epoca

Passo fondamentale sulla questione della circolazione dei veicoli storici all’interno della ztl e della fascia verde imposte dal Sindaco di Roma Gualtieri e dall’Assessore alla mobilità Patanè. Alla fine l’ordinanza contro i mezzi d’epoca, quei cosiddetti “rottami”, come sono stati definiti dalla giunta capitolina, trova il parere negativo del Consiglio di Stato che, come già segnalato da molti negli ultimi giorni, dati alla mano, sottolinea “che l’impatto emissivo dei veicoli storici, soprattutto in considerazione del loro limitato utilizzo nel tempo, è da ritenersi scarsamente apprezzabile, sia in termini assoluti che relativi, in rapporto alle componenti inquinanti prodotte dai restanti mezzi circolanti”. 

Dati evidentemente non noti all’Assessorato competente che in maniera del tutto evidente non si è dimostrato all’altezza di condurre questa sorta di battaglia di Pirro, peraltro ignorando la ricaduta di tale scelta in termini sociali ed economici. Per fare qualche esempio, ormai noto a tutti, i tesserati dei club auto e moto che avrebbero rischiato di perdere da un anno all’altro ASI e FMI (si parla di qualche milione di euro l’anno), il danno alle piccole imprese di settore: officine specializzate, meccanici, negozi di nicchia. Infine, è forse ancor più grave, non è stato tenuto conto che molte persone, tra cui magari diversi anziani o soggetti in difficoltà, le possibilità per rispettare l’ordinanza non le hanno e non le avranno mai.

Tutto da rifare in pratica, magari con un minimo di lungimiranza e sensibilità in più, anche a tutela di un Sindaco che si trova ad amministrare una città già complessa per sua natura, e non ha certo bisogno di ulteriori problemi. Con il pronunciamento del Consiglio di Stato al Comune restano poche possibilità: modificare immediatamente l’ordinanza o perdere con certezza davanti al TAR ed elaborare una nuova delibera ad hoc per questa tipologia di veicoli. 

Senza addentrarsi troppo nel merito della tematica, che può interessare o meno, questo episodio rappresenta dal un lato una gestione che potrebbe ulteriormente forzare la fragilità del Sindaco, e dall’altro aprire qualche ragionamento su chi è stato scelto per occuparsi delle vicende, anche più serie, della nostra città.

Ancora suggestivo il discorso di De Gasperi sulla fatica della democrazia.

[…]

Volendo utilizzare due espressioni riassuntive, e necessariamente semplificatorie, si potrebbe allora  descrivere il periodo degasperiano come un’epoca di mediazione, mentre quella attuale come un’epoca di disintermediazione: la prima prevede un connubio tra  mediazione e leadership che trova un’incarnazione proprio nella figura del leader democristiano – si pensi alla  propensione a creare maggioranze «eccedenti» in Parlamento – e un’organizzazione della vita politica che valorizza i corpi intermedi, in particolare i partiti politici (soprattutto con l’intento di sensibilizzare i cittadini alla  partecipazione democratica); la seconda stagione – che  circoscrive la vita politica degli ultimi decenni – è caratterizzata, al contrario, da una profonda crisi della rappresentanza politica, strettamente legata all’indebolimento della funzione di mediazione dei partiti e, per molti versi, al presunto azzeramento della distanza tra eletti ed elettori, che diventerebbe possibile grazie alle   tecnologie informatiche. In particolare, il rapporto di immediatezza che si è instaurato tra leadere e «popolo»  (Urbinati,  2020),  ha  determinato  la  restrizione  di  quella  distanza democratica nella quale operano i corpi intermedi, che però rappresenta la ragione costitutiva di un sistema  rappresentativo (Campati, 2022).

Giungere alla conclusione secondo cui, nel volgere delle  stagioni politiche di una democrazia parlamentare come quella italiana, possono succedersi momenti nei quali il decisionismo e l’immediatezza sembrano soverchiare le pratiche della mediazione, altri nei quali si verifica l’esatto contrario, e altri ancora nei quali mediazione e immediatezza sono in equilibrio, può sembrare riduttivo. Forse lo è molto meno, se si ricorda che tutti questi scenari possono verificarsi  all’interno  di  un  contesto  istituzionale formalmente immutato. Tale aspetto evidenzia come il sistema istituzionale italiano (e non solo) sia caratterizzato  da elementi di flessibilità che spesso non vengono presi nella giusta considerazione e proprio tale mancanza è alla  base di conclusioni troppo affrettate quando si considera esaurito il ruolo di una leadership, oppure quando si decreta l’indebolimento dell’influsso di talune ideologie o persino quando si ipotizza la conclusione dell’operatività di alcune formazioni politiche.

L’intento al fondo del presente articolo è stato quello di ricordare come la democrazia rappresentativa si presenti  sotto le forme di un sistema altamente complesso, nel   quale operano leader e classi politiche diverse, che  possono orientarla in un modo o in un altro attraverso l’uso che fanno degli ingranaggi che la regolano. Proprio grazie a tale complessità (Innerarity, 2022), cioè all’insieme di equilibri (flessibili) che ne governano il funzionamento, essa riesce a garantire pluralismo, libertà e tutela dei diritti. D’altronde, ce lo ricorda lo stesso De Gasperi nella citazione posta in esergo a queste pagine: la democrazia è tutt’altro che semplice, ma è il sistema «meno peggio» che possa toccare al mondo.

Frase di De Gasperi in esergo

«Questo metodo democratico, che pure è il migliore che il consorzio umano abbia inventato, è tuttaltro che semplice. Continui discorsi, continue agitazioni, una Camera, due Camere, elezioni sopra elezioni, quanta fatica! Io non parlo male di questo sistema, perché abbiamo avuto tali esperienze nel passato per concludere che è il meno peggio che può toccare al mondo»

Titolo originale dell’articolo

Un metodo tutt’altro che semplice. Democrazia e mediazione nella riflessione di Alcide De Gasperi.

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Diamo nuova spazio al protagonismo dei cattolici popolari e democratici.

C’è un filo rosso che lega i cattolici democratici e popolari, l’area Tempi Nuovi, il blog ‘Il Domani d’Italia’ e la prospettiva per ricostruire un Centro dinamico, riformista, democratico e di governo. E il filo rosso lo si potrebbe riassumere con 6 parole: un rinnovato protagonismo politico dei Popolari. Perché di questo alla fine si tratta. In discussione, infatti, non c’è la fretta di dar vita a sigle e movimenti sterili, irrilevanti ed insignificanti come ormai siamo tristemente abituati da troppi anni. Nè, d’altro canto, si tratta di disegnare scenari prendendo atto a priori della nostra impotenza politica e progettuale.

No, molto più semplicemente la posta in gioco è, adesso, quanto mai chiara. E cioè, rilanciare e riattualizzare la cultura, il ruolo e la mission dei cattolici democratici, popolari e sociali per un nuovo progetto politico. Il tutto attorno ad un organo che, da tempo, si caratterizza per un profilo di elaborazione politica, culturale, sociale ed economica: ‘Il Domani d’Italia’.

Senza arroganza intellettuale – che storicamente non ci appartiene – e senza alcuna presunzione di esclusivismo, in gioco c’è però volontà di uscire da una situazione di emarginazione e di sudditanza culturale che da troppo tempo accompagna ormai la presenza e il ruolo dei cattolici popolari impegnati in politica e nel dibattito pubblico più in generale. Certo, siamo perfettamente consapevoli che la sfida è difficile ed impegnativa. Ma siamo altresì convinti che solo attraverso il ritorno alle origini della nostra esperienza storica sarà possibile ritagliare un rinnovato ruolo per dare un contributo originale e significativo al rinnovamento e al cambiamento della politica italiana.

La stagione della testimonianza sterile e sostanzialmente insignificante all’interno di partiti ostili o che perseguono un altro progetto politico e culturale – come ad esempio il Pd a guida Schlein – o a titolo personale in altri soggetti politici, sono ormai alle nostre spalle. Non passa attraverso quella strada nè una ricomposizione dell’area cattolico popolare e sociale e nè, tantomeno, una spinta a ridisegnare gli equilibri politici nel nostro paese. Ma questo nuovo ruolo può arrivare solo da una ripresa dell’iniziativa politica con la finalità di ritornare protagonisti attorno ad un progetto, ad una proposta e ad una visione di società. Insomma, detto in altre parole, in gioco c’è la coerenza e la fedeltà ad una tradizione. Storica, politica, culturale e sociale. E questo, come nella migliore tradizione democratico cristiana e cattolico popolare, non può che avvenire attorno ad una rivista.

E il ‘Domani d’Italia’ risponde a questo requisito. Come, nel passato recente e meno recente, lo sono state riviste e organi di informazione che hanno contribuito a formare le classi dirigenti della tradizione cattolico democratico e popolare. Perchè forse è giunto il momento di dirlo ad alta voce e senza ulteriori tentennamenti: è finita, cioè, la stagione dei “cattolici indipendenti di sinistra” da un lato e la deriva “gentiloniana” nel rapporto con la politica dall’altro.

Si apre, dunque, una nuova stagione anche per la nostra cultura politica. E dobbiamo essere all’altezza della situazione. Su un triplice versante: su quello dell’elaborazione politica e culturale; sulla chiarezza della prospettiva politica e anche, e soprattutto, nella dimensione organizzativa e territoriale. Seguendo sino in fondo il monito di Pietro Scoppola di saper legare in un disegno armonioso e fecondo “la cultura del comportamento con la cultura del progetto”.

Le elezioni amministrative rivelano la fragilità della politica di Elly Schlein

La vera e propria batosta per il centro-sinistra, uscita in modo a dir poco perentorio da questi ultimi ballottagg, deve far riflettere molte persone. A partire dalla Segretaria del Partito Democratico che nei primi commenti a caldo attribuisce ad un (soprannaturale?) “vento di destra” il quasi-cappotto subito.

Sfortunatamente per lei e per noi ancora una volta la realtà, che è notoriamente testarda, evidenzia una distanza enorme tra la narrazione, a cui sembrano credere perfino gli stessi narranti, e la concreta dimensione della quotidianità.

I diversivi, le scuse, le analisi politologiche dei salotti delle ztl, tutto quello che è stato opposto nelle intenzioni e nei fatti con l’obiettivo di evitare l’unica cosa che davvero serviva (e serve), ovvero un reale e profondo ripensamento di una nuova, autentica, intera area politica progressista, deve cessare al più presto.

Tutta le forze di un’area autenticamente progressista, tutte le culture e le tradizioni politiche che la compongono (e quindi anche il cattolicesimo democratico sociale e popolare, che reputo la mia casa) a prescindere dai contenitori passati, presenti o futuri, devono riguadagnare la credibilità necessaria per riappropriarsi del proprio popolo.

Compito improbo? Certo!

Ma ineluttabile se non si vuole continuare a lasciare il Paese in mano ad una destra abilissima ad abbindolare e distrarre l’opinione pubblica, ma molto meno a governare.

Un compito che inizia con le parole, certo, ma soprattutto con prese di posizione nette, comprensibili ed inequivocabili sulle questioni dirimenti riguardanti la politica interna e, soprattutto, di politica estera. Non certo con le incredibili (nel senso letterale del termine) acrobazie lessicali che per ora sembrano essere purtroppo l’unica cifra di Schlein.

Ancora suggestivo il discorso di De Gasperi sulla fatica della democrazia

Antonio Campati

Volendo utilizzare due espressioni riassuntive, e necessariamente semplificatorie, si potrebbe allora  descrivere il periodo degasperiano come un’epoca di mediazione, mentre quella attuale come un’epoca di disintermediazione: la prima prevede un connubio tra  mediazione e leadership che trova un’incarnazione proprio nella figura del leader democristiano – si pensi alla  propensione a creare maggioranze «eccedenti» in Parlamento – e un’organizzazione della vita politica che valorizza i corpi intermedi, in particolare i partiti politici (soprattutto con l’intento di sensibilizzare i cittadini alla  partecipazione democratica); la seconda stagione – che  circoscrive la vita politica degli ultimi decenni – è caratterizzata, al contrario, da una profonda crisi della rappresentanza politica, strettamente legata all’indebolimento della funzione di mediazione dei partiti e, per molti versi, al presunto azzeramento della distanza tra eletti ed elettori, che diventerebbe possibile grazie alle   tecnologie informatiche. In particolare, il rapporto di immediatezza che si è instaurato tra leadere e «popolo»  (Urbinati,  2020),  ha  determinato  la  restrizione  di  quella  distanza democratica nella quale operano i corpi intermedi, che però rappresenta la ragione costitutiva di un sistema  rappresentativo (Campati, 2022). 

Giungere alla conclusione secondo cui, nel volgere delle  stagioni politiche di una democrazia parlamentare come quella italiana, possono succedersi momenti nei quali il decisionismo e l’immediatezza sembrano soverchiare le pratiche della mediazione, altri nei quali si verifica l’esatto contrario, e altri ancora nei quali mediazione e immediatezza sono in equilibrio, può sembrare riduttivo. Forse lo è molto meno, se si ricorda che tutti questi scenari possono verificarsi  all’interno  di  un  contesto  istituzionale formalmente immutato. Tale aspetto evidenzia come il sistema istituzionale italiano (e non solo) sia caratterizzato  da elementi di flessibilità che spesso non vengono presi nella giusta considerazione e proprio tale mancanza è alla  base di conclusioni troppo affrettate quando si considera esaurito il ruolo di una leadership, oppure quando si decreta l’indebolimento dell’influsso di talune ideologie o persino quando si ipotizza la conclusione dell’operatività di alcune formazioni politiche. 

L’intento al fondo del presente articolo è stato quello di ricordare come la democrazia rappresentativa si presenti  sotto le forme di un sistema altamente complesso, nel   quale operano leader e classi politiche diverse, che  possono orientarla in un modo o in un altro attraverso l’uso che fanno degli ingranaggi che la regolano. Proprio grazie a tale complessità (Innerarity, 2022), cioè all’insieme di equilibri (flessibili) che ne governano il funzionamento, essa riesce a garantire pluralismo, libertà e tutela dei diritti. D’altronde, ce lo ricorda lo stesso De Gasperi nella citazione posta in esergo a queste pagine: la democrazia è tutt’altro che semplice, ma è il sistema «meno peggio» che possa toccare al mondo.

 

Frase di De Gasperi in esergo

«Questo metodo democratico, che pure è il migliore che il consorzio umano abbia inventato, è tutt’altro che semplice. Continui discorsi, continue agitazioni, una Camera, due Camere, elezioni sopra elezioni, quanta fatica! Io non parlo male di questo sistema, perché abbiamo avuto tali esperienze nel passato per concludere che è il meno peggio che può toccare al mondo»

 

Titolo originale dell’articolo

Un metodo tutt’altro che semplice. Democrazia e mediazione nella riflessione di Alcide De Gasperi.

 

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La Turchia sceglie ancora Erdogan in nome della stabilità

Visto i tempi che corrono, appare ragionevole ritenere che la vittoria al ballottaggio delle presidenziali in Turchia di Recep Tayyip Erdogan possa essere considerata più come un male minore che come un problema. In questa fase di cambio d’epoca la Turchia è il luogo dove mondi diversi si incontrano e delicatissimi equilibri stanno in piedi nonostante tutto. Il leader turco per il successo di ieri, che lo conferma ininterrottamente al potere dal 2014 come presidente, ha significativamente ricevuto le congratulazioni sia di Zelensky che di Putin, ed è stato il primo all’indomani dell’invasione russa dell’Ucraina a organizzare in Turchia colloqui per tentare la pace.

L’Occidente, o più precisamente determinate élites occidentali, non fanno mistero di nutrire scarsa simpatia per l’ex sindaco di Istanbul, ma, a ben vedere alcuni degli aspetti più criticabili della gestione Erdogan non sono estranei a altrettanto discutibili scelte compiute dall’Occidente. Quasi, quasi si potrebbe dire che abbiamo contribuito noi a costruire quell’Erdogan che non ci piace, pensando di potercene disfare a nostro piacimento. Ma le cose non sono andate così. Intanto, è stata data una valutazione discutibile del processo avviato da Erdogan, a inizio secolo, prima come fondatore dell’AKP, il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo e successivamente da primo ministro, di valorizzazione della cultura islamica nella sfera pubblica. Questo suo progetto è sempre stato alternativo e contrario a ogni forma di fondamentalismo religioso islamista (con il quale invece ambienti di intelligence occidentali hanno avuto rapporti poco chiari) e faceva esplicito riferimento al modello laico delle democrazie cristiane europee, seppur si discostasse dal tradizionale laicismo su cui è stata fondata la Turchia moderna di Atatürk.

Ma l’Erdogan che conosciamo, che negli anni ha saputo proporsi come indispensabile alla propria patria, risoluto (è un eufemismo) con la minoranza curda, che ha coltivato l’ambizione di fare della Turchia lo stato guida della Fratellanza Musulmana, nonché di paladina dei diritti del popolo palestinese, senza per questo rinunciare a più che buoni rapporti, al di là di qualche incidente, con Israele; che si è mostrato incline a suggestioni neo ottomane anche grazie alla sconsiderata decisione franco-americana di disintegrare la statualità libica nel 2011, che si è accodato all’invasione della Siria; che ha ricattato l’Ue sugli ingestibili flussi migratori, ingrossati anche dai disastri che l’Occidente combinava in Iraq, ebbene questo Erdogan sarebbe stato inimmaginabile in assenza di precise scelte adottate in Occidente e non dal governo di Ankara se non come risposta e reazione ad uno scenario che altri, non la Turchia, aveva deciso di creare.

Il fatto che ha mutato radicalmente l’atteggiamento di Erdogan verso l’Occidente fu il tentativo di colpo di stato ordito contro di lui nell’estate del 2016. Da allora il presidente turco non dà più nulla per scontato, fa pesare la forza economica (nonostante l’altalena di crisi monetarie) e militare della Turchia, ha mantenuto una posizione di sostanziale equidistanza nel conflitto russo-ucraino, e si è prontamente adeguato ai nuovi equilibri in Medio Oriente, anche ristabilendo le relazioni con la Siria.

Certo, ci sono gli interrogativi sulla qualità della democrazia turca, sulla tendenza all’autocrazia manifestata da Erdogan in questi anni, la questione dell’autonomia curda, quella dei migranti. Sono questioni che devono essere affrontate e sulle quali l’Europa non può sorvolare.

E tuttavia il realismo politico suggerisce che una Turchia interessata a mantenere buoni rapporti fra l’Occidente e le potenze asiatiche, qual è la Turchia di Erdogan, in questa fase di grande incertezza, forse risulta preferibile come fattore di stabilità globale a una Turchia più allineata all’Occidente, che si esporrebbe al rischio della possibile apertura di un nuovo fronte bellico verso la Russia. Perché quell’eventuale fronte, al posto dell’attuale salda amicizia fra Ankara e Mosca, rischierebbe di essere un corridoio verso l’imponderabile.