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Protagonisti e comparse nella guerra russo-ucraina che rischia di trasformarsi in scontro fra civiltà.

I protagonisti principali della guerra sono Vladimir Putin e Joe Biden. L’autocrate di Mosca sembra aver puntato su una lenta graduale escalation militare in grado di fargli guadagnare tempo e terreno. Biden, all’interno, subisce invece un progressivo logoramento. Tutto questo non rilancia il ruolo dei leder europei. In questo quadro la guerra non si arresta. 

La guerra russo-ucraina continua a ruotare sempre più attorno alla lenta ma inesorabile offensiva russa nel Donbas ed alla continua fornitura all’esercito ucraino di armamenti da parte dell’Occidente, Stati Uniti in testa, per contrastarla. È ormai un braccio di ferro Est-Ovest, che sembra escludere per il momento la tregua negoziale che da varie parti, soprattutto occidentali, non si cessa di invocare e per la quale la diplomazia turca continua a spendersi (anche… pro domo sua). Gli analisti prevedono il protrarsi del conflitto ancora a lungo e osservano che, in casi del genere, la storia insegna che esso potrà terminare soltanto con la vittoria di una delle due parti.

Nel frattempo, si ha la percezione che il fossato apertosi con l’invasione del 24 febbraio scorso tra Mosca, da un lato, e Washington e le principali capitali europee, dall’altro, tenda inesorabilmente ad allargarsi anche sull’onda di esternazioni caratterizzate da una forte (a tratti, perfino feroce) carica di radicalismo, che non si manifestava più dai tempi della “cortina di ferro”. 

Infatti, non passa giorno che una delle due parti non lasci di esprimere il proprio disprezzo per l’avversario e la volontà di annientarlo. Vengono denunciati e perfino irrisi quegli stessi organismi ed istituzioni internazionali, che la comunità internazionale aveva creato per assicurare il mantenimento dell’ordine e della giustizia a livello regionale o planetario. Si arriva a parlare di uno scontro fra civiltà anche religiose, se si valutano i sermoni del patriarca della chiesa ortodossa russa Kirill, nei quali egli condanna senza riserve alcuni fondamentali principi etici sui quali poggia la società occidentale (edonismo, parità di genere, aborto, libertà sessuale ecc.). Si arriva a minacciare lo spettro di una guerra nucleare, pur di non cedere il passo all’avversario.  

In definitiva, è proprio questa nefasta atmosfera a preoccupare maggiormente, al di là dello scontro militare, seppur furioso, che si continua a registrare sul campo,  poiché, con uno sguardo verso il futuro, ci si interroga se sarà possibile, una volta superata l’attuale tragica crisi (perché, prima o poi, essa dovrà essere superata),  ricucire i numerosi strappi che la tela geo-politica presenta e, in caso affermativo, quanto tempo sarà necessario e dinnanzi a quali nuovi equilibri ci troveremo a convivere.

Resta il fatto che I protagonisti principali della guerra sono Vladimir Putin e Joe Biden, più il primo del secondo trattandosi di colui che l’ha prima programmata e poi cinicamente realizzata e che ora sta tentando, per interessi personali e nazionali e tra molte difficoltà, di portarla a termine nel migliore dei modi.  Sappiamo ormai che varie circostanze lo hanno obbligato a rivedere i suoi disegni iniziali. Innanzitutto, la strenua resistenza dell’esercito ucraino e, subito dopo, la pronta reazione anglo-americana sulla scia di una NATO all’interno della quale si sono incolonnati, seppur in ordine sparso, gli altri paesi membri, una Alleanza atlantica dispostasi come baluardo di un’Europa consapevole dei rischi (presenti, ma soprattutto futuri) che l’offensiva russa potrebbe rappresentare per i destini del continente. 

Putin sta però dimostrando che non intende mollare, avendo investito in questa “avventura militare”, non soltanto il proprio potere, ma probabilmente la stessa sopravvivenza politica (e non solo). A questo stadio, un negoziato non gli serve, dovendo ottenere con la forza, e non con la dialettica diplomatica, un risultato che riaffermi la potenza russa per poi sbandierarlo sulla Piazza Rossa e solleticare il mai sopito noto nazionalismo del suo popolo, che – a quanto pare – l’Occidente appare avere sottovalutato e che le sanzioni economiche hanno già in parte fatto risorgere. Putin sembra, inoltre, ritenere che l’intensificazione del conflitto (contrariamente a quanto sta avvenendo in patria) finirà per indebolire la (tentennante) unità dell’Occidente, logorata dall’effetto boomerang delle sanzioni stesse e minata al suo interno dalla crescente ondata filo russa (?) di opinionisti in libera uscita e pseudo intellettuali di estrazione comunista. Ecco perchè egli sembra aver puntato su una lenta graduale escalation militare in grado di fargli guadagnare tempo e terreno, in attesa che il variegato fronte avversario si sfaldi, consentendogli di incassare l’intera posta. 

Il Presidente Biden è l’altro protagonista. Unico valido antagonista di Putin, egli è sceso in campo dapprima con atteggiamento amletico, ma poi, nella misura in cui l’esercito russo mostrava scarsa efficacia sul terreno, si è impegnato con sempre maggiore determinazione per trasformarsi in acceso e irriducibile oppositore di Mosca anche di fronte alle minacce russe di ricorrere ad armi nucleari tattiche ovvero all’utilizzo di armi chimiche. Egli ha allora dislocato ai confini con l’Ucraina vari contingenti militari, potenziato la forza aerea, progettato l’installazione di una base militare (presumibilmente in Polonia) e continuato ad inviare armi sempre più sofisticate all’esercito ucraino. 

La sua progressiva fuga in avanti solleva però qualche interrogativo. Infatti, Biden vede progressivamente diminuire la percentuale interna di consensi, giunta ora a livelli inferiori al 40%, mentre le elezioni di metà termine incalzano. Del resto, il suo sforzo di assumere la leadership in difesa delle democrazie europee si è indebolito anche a causa della dicotomia esistente tra la volontà di Polonia e paesi baltici di intensificare gli sforzi a favore del pieno sostegno all’Ucraina e di quelli non del tutto convinti di seguire la strada del confronto piuttosto che privilegiare quella dei negoziati. Tale dissidio ha ramificazioni in seno allo stesso Congresso americano all’interno del quale i falchi (per lo più repubblicani) spingono per armare l’Ucraina il meglio possibile fino a consentirle di attaccare la Russia sul proprio territorio, mentre i democratici frenano non poco, temendo una escalation del conflitto che potrebbe portare ad uno scontro diretto con Mosca. 

I fautori della prima impostazione affermano che soltanto una vittoria ucraina potrà consentire all’Occidente di disinnescare la carica dirompente dell’espansionismo russo, temendo che una strategia di semplice contenimento possa creare uno stallo prolungato in grado di indebolire l’unità europea con conseguente allentamento del sostegno all’Ucraina sia in termini di forniture di armi che di sanzioni economiche. Ciò detto, i repubblicani approfittano della scomoda situazione di Biden, preso tra incudine e martello, per indebolire la sua posizione in vista delle elezioni congressuali di novembre, importante prologo alle presidenziali del 2024.

Il tempo non gioca dunque a suo favore, tenuto anche conto che la dipendenza europea dalle fonti di energia russa non cesserà a breve. 

Zelensky è ormai a tutti gli effetti il terzo protagonista della crisi in corso, essendosi guadagnato i galloni sul campo. Nel corso degli oltre tre mesi di conflitto, il leader ucraino si è trasformato da oscuro ed insignificante politico, giunto casualmente al vertice delle istituzioni nazionali, ridicolizzato verbalmente da Putin subito dopo l’invasione e braccato dai suoi sicari per essere eliminato fisicamente e costretto ad auto confinarsi in un bunker sotto terra per sfuggire ai bombardamenti, in stimato, ammirato e autorevole capo di stato capace di rivolgersi pubblicamente ad omologhi di prima grandezza, parlamentari stranieri e alla stampa internazionale, inoltrare richieste e dettare condizioni a nemici ed alleati, ricevere il plauso di gran parte della comunità internazionale e diventare il simbolo della strenua difesa dei valori democratici dell’Occidente. In sintesi, egli è riuscito a chiamare a raccolta gran parte del mondo occidentale intorno a se, riuscendo a convincere i suoi autorevoli interlocutori ad inviare subito aiuti umanitari ed armamenti, in quantità senza precedenti dalla fine della seconda guerra mondiale.

Alle offerte di abbandonare in sicurezza il paese presentate dai governi americano ed inglese subito dopo l’invasione russa, egli ha coraggiosamente espresso un netto rifiuto, manifestando il desiderio di combattere alla guida del suo popolo sul territorio nazionale. In altri termini, egli ha respinto l’idea di costituire un governo in esilio per dirigere da oltre confine le operazioni di guerra, preferendo diventare un simbolo di resistenza in patria, piuttosto che un fuggiasco oltre confine.

È tuttavia auspicabile che il potere di cui dispone possa non illuderlo di perseguire obiettivi oggi praticamente impossibili da ottenere come la richiesta di ritiro dell’esercito russo dai territori occupati. In tal senso, dovrà essere cura dell’Occidente riuscire a convincerlo.

Anche Erdogan e Orban, anche se con motivazioni e finalità differenti, possono aspirare al ruolo di protagonisti.

Il primo, proponendosi come mediatore, è sembrato voler assumere le vesti di nuovo sultano (contrapposto a Putin, nuovo zar), richiamando alla memoria un antico quadro geopolitico regionale caratterizzato da equilibri (ovviamente limitati ad un quadro militare convenzionale) fondati sull’importanza strategica dello Stretto dei Dardanelli quale porta del Mediterraneo. Con questa iniziativa, Erdogan rivendica la presenza turca nel Mar Nero, sottolinea il peso specifico di Ankara all’interno della NATO e l’importanza del suo ruolo nel fianco sud dell’Alleanza, ottiene surrettiziamente una licenza di colpire la resistenza clandestina in patria ed oltre confine (anche con il veto all’ingresso di Svezia e Finlandia nella NATO) e, “ last but not least”, distrae l’attenzione dell’Occidente dalle misure chiaramente dispotiche che caratterizzano la sua azione di governo. Non è poco!

Oltremodo stimolato dalla quinta rielezione, quarta consecutiva, alla massima carica dello stato, anche Orban aspira a giusto titolo al rango di protagonista, avendo ostacolato – praticamente unico tra i 27 membri dell’Unione Europea –  l’attività sanzionatoria nei confronti della Russia, ottenuto eccezionali deroghe nell’importazione di petrolio russo e vietato la presenza del patriarca Kirill nella lista di proscrizione redatta da Bruxelles e Washington (pur rappresentando in Ungheria la chiesa russo-ortodossa appena l’1% della popolazione). Tutto questo dopo aver l’Ungheria ricevuto per anni notevoli sostegni economici dall’Europa, malgrado Orban abbia, in quello stesso periodo, condizionato il sistema giudiziario nazionale, soppresso la libertà di stampa, nominato uomini di propria fiducia in tutti i principali gangli della pubblica amministrazione e della società civile nonché favorito in vari modi l’attività del proprio partito politico! Purtroppo, la sua vecchia amicizia con Putin potrebbe continuare a condizionare non poco la politica europea nei confronti di Mosca.

Stoltemberg, Boris Johnson, Macron, Draghi e Scholz, tra gli altri, tentano, a corrente alternata, di guadagnare e ritagliarsi una marcata “leadership”, ma sempre con scarso impatto per la luce riflessa da cui sono illuminati. Del resto, gli sporadici tentativi di alcuni di loro di avviare un dialogo diretto con Putin sono stati puntualmente respinti. In sostanza, essi risultano essere in balia di eventi che li sopravanzano, indeboliti per giunta da ricadute politiche interne o da problematiche contingenti troppo difficili da risolvere autonomamente (crisi alimentare e negoziati di pace). La loro attività risente troppo da quanto viene deciso altrove e appare, di conseguenza, alquanto velleitaria, quando non proprio del tutto sterile. In tal senso, il ruolo di (seppur illustri) comparse sembra fino ad oggi pienamente attagliarsi a loro.       

 

Giorgio Radicati – Ambasciatore

Populismo e sovranismo? Adesso serve un “preambolo”.

Bisogna arginare la deriva dell’irresponsabilità e del trasformismo. La credibilità di una forza riformista, democratica e di governo, si basa proprio sulla capacità di porre uno stop definitivo ed irreversibile al degrado populista e anti politico della democrazia italiana. Urge allora mettere in campo un nuovo “preambolo” per identificare lo spazio entro cui sviluppare una iniziativa politica di centro.

Il programma, la mission e il ruolo del futuro partito di centro – che, piaccia o non piaccia ai vari detrattori su piazza, sarà presente alle prossime elezioni politiche generali del 2023 – non può che nascere nel respingimento politico, culturale e programmatico del sovranismo e, soprattutto, del populismo. Sono, queste, le due derive principali e più pericolose che minano alla radice il tessuto valoriale della nostra democrazia, che fiaccano l’azione di governo e che contribuiscono, purtroppo, anche a demolire la credibilità delle nostre istituzioni democratiche.

Ora, di fronte ad un quadro sufficientemente noto, le furbizie e i voltafaccia rischiano di sfregiare definitivamente che li promuoverà nel momento della formazione delle alleanze che si presenteranno alle elezioni. Certo, tutti sappiamo che la sinistra post comunista ha stretto un’alleanza politica con il partito populista per eccellenza della geografia politica italiana, cioè il partito di Grillo e di Conte. Individuando in quel partito, così dicono i principali protagonisti della sinistra, l’alleato strategico per dare una prospettiva progressista e democratica al nostro paese. E quindi, se non cambiano le condizioni attuali, il quadro da quelle parti è sufficientemente noto.

Sul versante del centro destra il rischio del sovranismo è sempre dietro l’angolo. Ma in quel campo le cose possono cambiare da un momento all’altro e il dibattito è quantomai aperto. Come ovvio, non possiamo mai dimenticare che la deriva e la prassi trasformistica hanno contagiato profondamente la politica italiana in quest’ultima legislatura al punto che le alleanze tra forze politiche cosiddette alternative venivano siglate nell’arco di pochi giorni senza nessun dibattito pubblico perchè il tutto era sacrificato sull’altare del consolidamento e dell’occupazione del potere. Ed è altrettanto ovvio rilevare che, di fronte ad un panorama simile, la credibilità della politica, la serietà dei politici e la trasparenza e la stessa autorevolezza dei partiti ne sono usciti semplicemente demoliti.

Ecco perchè, per tornare al tema principale, la forza di un partito di centro, riformista, democratico e innovativo, non può confondersi con queste due derive. In particolare con la sub cultura populista, demagogica, anti politica, giustizialista e manettara. Le furbizie e gli escamotage dei Calenda di turno avranno il fiato corto se da un lato sparano a zero contro i populisti dei 5 stelle e, dall’altro, pensano già a stringere accordi con gli alleati più convinti e più fedeli dei populisti, cioè la sinistra. E questo perchè la credibilità di una forza riformista, democratica e di governo si basa proprio sulla capacità di porre uno stop definitivo ed irreversibile al degrado populista e anti politico della democrazia italiana. È necessario, cioè, forse e di nuovo, stendere una sorta di “preambolo” politico – anche se i Donat-Cattin non si intravedono più all’orizzonte… – che cerchi di fermare, o almeno di frenare, la spinta populista e qualunquista del sistema politico italiano.

Ed è proprio attorno a quel “preambolo” che può consolidarsi, seriamente, una forza di centro, riformista, democratica e di governo in vista della prossima legislatura.

 

L’uovo al tegamino di Aldo Moro (DoppioZero).

Riportiamo la seconda parte dell’articolo pubblicato sul magazine librario online doppiozero.com rinviando al link, posto a fondo pagina, per accedere al testo integrale.

Marco Belpolito

(…) Dopo Moro, dopo i volti funebri dei notabili democristiani con cui si apre e chiude il film – sono quelli funebri, di condannati a morte, come aveva scritto Pasolini in uno degli articoli in cui chiedeva il Processo al potere della Democrazia cristiana –, l’Italia ha cambiato faccia. La prima ad apparire diversa è stata quella rotonda, quasi mascelluta di Bettino Craxi, che abbiamo visto nel film di Gianni Amelio, Hammamet, interpretata anche in questo caso magnificamente da Pierfrancesco Favino; poi quella brianzola e accattivante di Silvio Berlusconi, l’uomo col sorriso in tasca, che ha avuto il suo ritratto in Toni Servillo nel film di Paolo Sorrentino, Loro. Infine la faccia di Matteo Salvini, che ha dominato negli ultimi anni le televisioni e i social con altrettanta dovizia di dettagli, per ora non ha ancora avuto una traduzione cinematografica – mancanza di interesse per questo politico o intuizione della sua transitorietà?

Là dove Moro esibiva un evidente carisma fondato su una misteriosa unione di imperscrutabilità e sovrana calma, Salvini e i suoi predecessori invece manifestano una doppia radice nevrotica e narcisistica. Per dirla con le parole di un acuto psicoanalista, Christopher Bollas, si tratta di figure in cui l’aspetto visivo appare dominante come accade nelle forme narcisistiche: la richiesta d’attenzione. La politica ha sposato in Occidente l’aspetto narcisistico del corpo del capo, quello che Bollas chiama il “patto narcisistico”, che si sintetizza nella formula: “Ti incoraggio a esaltare te stesso, tu fai la stessa cosa con me”. La radice populistica non è soltanto politica ma prima di tutto psichica, come aveva capito Andy Warhol in un suo libretto dedicato all’America, e coinvolge i leader e le masse quali specchi vicendevoli, dove le immagini si moltiplicano all’infinito – in definitiva questa è la cattiva infinità dei social in cui avviene la negazione stessa della mortalità a favore di una infinità dei singoli Io: io io io. 

La solitudine di Moro è l’esatto contrario. Non che anche questa non abbia i suoi aspetti negativi. Come ci mostra in questi anni la figura di Putin, esiste anche l’elemento paranoico. Si tratta di una malattia mentale, come scrive Luigi Zoja in un libro importante, Paranoia. La follia che fa storia (Bollati Boringhieri), l’unica contagiosa, caratterizzata da deliri sistematici, di persecuzione e di grandezza, in assenza di altri disturbi della personalità. Zoja sottolinea come la paranoia non si opponga alla ragione, ma finga di collaborare con essa. Non è riconducibile a fattori organici, e chi ne soffre è di fatto un essere fragile che “sposta nel tempo un problema vitale che non riesce ad affrontare”. Il problema principale del paranoico, come dimostra Putin, è il tempo, l’avversario più ostico e coriaceo, su cui non riesce ad avere la meglio e che finisce per consumare in farneticamenti e follie belliche.

Il caso di Salvini è invece quello di un delirio narcisistico spinto sino all’estremo che ha nel visuale l’aspetto dominante. Le felpe indossate negli anni scorsi, messaggi espliciti inviati ai tifosi, o aspiranti tali, nel corso dei comizi – la felpa con la scritta del paese, città o regione in cui si recava – ne sono il simbolo, per quanto oramai logorato e distante nel tempo. Il verbale e il simbolico in Salvini sono due aspetti quasi assenti, tanto è vero che concentrando sulla sua persona, sul suo corpo, il messaggio visivo, slogan compresi, Salvini ha finito per logorare il patrimonio simbolico della Lega di Bossi, riducendo a un pugnetto di cenere la capacità di presa del colore verde, degli slogan e l’apparato di simboli leghisti. Ora Salvini sembra arrivato a fine corsa, mentre sta cominciando l’ascesa della ragazza-acqua-sapone, Giorgia Meloni, il cui aspetto narcisistico appare attenuato, e la cui propaganda somiglia sempre più a quella di uno shampoo o a un prodotto per la cura della pelle, che non a un progetto politico, che pure c’è ma è nascosto dietro alla sua immagine dominante – Patria come parola d’ordine. 

Chissà se ci sarà un regista disposto a raccontare il passaggio dal sovrano all’influencer, da Moro (e Berlinguer) a Salvini e Chiara Ferragni. Un film che ci farebbe certamente divertire e pensare, ma anche capire chi eravamo, e soprattutto chi saremo, un film visionario com’è, a suo modo, anche quello di Bellocchio – si pensi alle parti su Cossiga, le più angoscianti dell’intero film, legate al passato e all’incubo familistico che insegue Bellocchio dai tempi di I pugni in tasca. Chi ci proverà? Non è un film facile, ma necessario.

 

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https://www.doppiozero.com/luovo-al-tegamino-di-aldo-moro

 

Draghi all’OCSE: “Responsabilità e solidarietà devono andare di pari passo, a livello nazionale ma anche europeo”.

Pubblichiamo il testo integrale – traduzione a cura della redazione – del discorso tenuto ieri a Parigi dal Presidente del Consiglio alla riunione ministeriale dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE).

È un grande piacere presiedere questa riunione del Consiglio dei ministri dell’OCSE. Vorrei ringraziare il Segretario Generale e tutto il personale dell’OCSE per l’eccellente lavoro svolto, in particolare nell’area della tassazione globale. L’accordo raggiunto lo scorso anno durante la Presidenza italiana del G20 è storico. Dobbiamo attuarlo rapidamente per rendere l’economia mondiale più equa, più forte e più inclusiva.

L’incontro di oggi si concentra sulle generazioni future e sulla transizione verde in tutto il mondo, in particolare in Africa. Mentre costruiamo un modello economico migliore per domani, dobbiamo iniziare affrontando le sfide che oggi abbiamo di fronte. Come mostra l’ultimo Economic Outlook dell’OCSE, l’invasione russa dell’Ucraina ha portato a un significativo peggioramento delle prospettive di crescita e a un forte aumento delle aspettative di inflazione.

Le banche centrali hanno iniziato a inasprire la politica monetaria, portando a un aumento degli oneri finanziari. L’interruzione delle filiere alimentari – in particolare del grano – ha fatto salire i prezzi e rischia di provocare una catastrofe umanitaria. Il G7 e l’Unione Europea hanno mostrato una notevole unità nel sostenere l’Ucraina e nel fare pressione su Mosca per porre fine alle ostilità e riprendere i negoziati. La sola Unione Europea ha ideato sei pacchetti di sanzioni che hanno inferto un duro colpo agli oligarchi vicini al Cremlino ea settori chiave dell’economia russa.

Affinché i nostri sforzi siano pienamente efficaci, devono essere sostenibili nel tempo e coinvolgere le economie emergenti e in via di sviluppo. Dobbiamo abbinare la determinazione mostrata nei confronti dell’Ucraina con il fermo impegno ad aiutare i nostri cittadini e quelli nelle parti più povere del mondo, specialmente in Africa. I nostri sforzi per prevenire una crisi alimentare devono partire dai porti ucraini del Mar Nero. Dobbiamo sbloccare i milioni di tonnellate di cereali bloccati lì a causa del conflitto. Gli sforzi di mediazione delle Nazioni Unite sono passi significativi e penso, purtroppo, gli unici. Dobbiamo offrire al presidente Zelensky le assicurazioni di cui ha bisogno che i porti non saranno attaccati. E dobbiamo continuare a sostenere i paesi beneficiari, proprio come sta facendo l’Unione Europea con il suo Food and Resilience Facility.

Insieme all’energia, i prezzi dei generi alimentari stanno contribuendo a far salire il tasso di inflazione anche nei paesi più ricchi. Nell’area dell’euro, i prezzi sono aumentati dell’8,1% a maggio rispetto all’anno precedente. Tuttavia, se escludiamo elementi come energia e cibo, l’aumento è solo circa la metà, un balzo significativo, ma molto inferiore rispetto agli Stati Uniti. In alcuni paesi questa cosiddetta “core inflation” è ancora più contenuta: in Italia si è attestata a maggio al 2,9%. La disoccupazione è appena al di sotto del 7% nell’area dell’euro, mentre i consumi restano al di sotto dei livelli pre-pandemia. Questi sono tutti segni che c’è ancora capacità inutilizzata nell’economia. Quindi, almeno nell’Unione Europea, l’aumento dell’inflazione non è del tutto segno di surriscaldamento, ma in gran parte il risultato di una serie di shock dell’offerta.

I salari devono recuperare il loro potere d’acquisto, ma senza creare una spirale prezzo-salario che comporterebbe, a sua volta, tassi di interesse ancora più elevati. Dobbiamo ridurre i prezzi dell’energia e offrire sostegno finanziario alle famiglie e alle imprese, soprattutto quelle più bisognose.  Il Consiglio europeo la scorsa settimana ha approvato la possibilità di imporre, di prendere in considerazione, un tetto massimo alle importazioni di gas russo. Questa misura limiterebbe l’aumento del tasso di inflazione, sosterrebbe il reddito disponibile e ridurrebbe i nostri flussi finanziari verso Mosca. Naturalmente, le discussioni sono ancora in corso e la strada da percorrere potrebbe essere lunga.

Vi sono anche ottime ragioni per l’impiego di trasferimenti pubblici diretti, destinati ai più poveri, pur mantenendo la sostenibilità delle finanze pubbliche. Responsabilità e solidarietà devono andare di pari passo, a livello nazionale ma anche europeo. In Italia abbiamo imposto una tassa inaspettata sui profitti eccessivi che le utilities hanno realizzato a causa dello shock energetico e abbiamo utilizzato le entrate per ridurre le bollette del gas e dell’elettricità per i più vulnerabili.

Nell’Unione Europea, dobbiamo considerare di replicare alcuni degli strumenti congiunti che ci hanno aiutato a riprenderci rapidamente dalla pandemia. SURE – il supporto temporaneo per mitigare i rischi di disoccupazione in un’emergenza – ha fornito prestiti economici e stabili agli stati membri dell’Unione europea in modo che potessero salvare posti di lavoro e sostenere i redditi. Uno strumento simile, questa volta mirato all’energia, potrebbe garantire ai paesi vulnerabili più spazio per aiutare i propri cittadini in un momento di crisi. Rafforzerebbe il sostegno popolare al nostro sforzo sanzionatorio congiunto e contribuirebbe a preservare la stabilità finanziaria in tutta l’area dell’euro.

La risposta alla crisi derivante dall’invasione dell’Ucraina non deve, tuttavia, distrarci dalle politiche a lungo termine che andranno a beneficio delle generazioni future. Il Covid-19 ha messo in luce le fragilità dei nostri sistemi sanitari. Vogliamo stimolare gli investimenti e rendere il mondo più preparato per future pandemie. Accelerare la transizione energetica è essenziale per passare a un modello di crescita più sostenibile e, allo stesso tempo, ridurre la nostra dipendenza dalla Russia. Dobbiamo facilitare l’espansione delle energie rinnovabili – sia nei paesi ad alto che a basso reddito – e promuovere ulteriormente la ricerca e lo sviluppo di nuove soluzioni energetiche pulite. Ciò significa, ad esempio, rafforzare la nostra architettura a idrogeno verde, aumentare l’efficienza, sviluppare reti intelligenti e resilienti.  

Questa emergenza non è, e non dovrebbe essere, una scusa per tradire i nostri obiettivi climatici, ma un motivo per raddoppiare i nostri sforzi. Dalla sua creazione più di 60 anni fa, l’OCSE ha svolto un ruolo fondamentale nella promozione di politiche che promuovono la crescita e l’occupazione e nel facilitarne l’adozione tra i suoi Stati membri. In questo momento difficile per l’economia mondiale, il tuo ruolo è più importante che mai.

 

OSCE – Per saperne di più

https://www.osce.org/it/participating-states

Scuola 4.0 con i fondi del Pnrr: digitalizzazione, nuove forme di reclutamento e aggiornamento del personale.

Il timore è che nuova burocrazia si aggiunga a quella esistente, che la formazione sia teorica ed affidata e sedicenti esperti a loro volta non validati, che manchi il necessario controllo tecnico ed esperto interno al sistema che rischia di alimentare l’esistente deriva autoreferenziale. Il Ministero dell’istruzione anzichè snellire la burocrazia interna aggiunge un tassello ai propri apparati mentre la scuola dell’autonomia rischia di trasformarsi in un gigantesco progettificio senza strumenti di verifica terza. Non bastano Indire ed INVALSI, servono figure interne al sistema per un controllo della qualità e per la promozione del merito certificato.b E una severa semplificazione delle procedure burocratiche: la burocrazia sta divorando la scuola e spegnendo ogni buona motivazione.

La relazione del sottosegretario alla Presidenza Roberto Garofoli  al Consiglio dei Ministri del 26 maggio u.s. ha fatto cenno ad alcune piste su cui intende muoversi il Governo per presentare un modello di scuola definito 4.0, in linea con il Decreto Legge PNRR/2- bis pubblicato sulla GU n.°100 del 30/4 e ora in discussione alle Camere, per aderire alle richieste dell’U.E. di innovazione del sistema formativo e per consentire l’accesso ai finanziamenti europei del Recovery Fund- Next generation EU. Ambiziosamente la relazione aggiorna gli obiettivi di giugno per il piano di trasformazione del Paese, in tutto 30 di cui 18 definiti “conseguiti” e riguarda tutti i Ministeri: sullo sfondo la riconversione ecologica e il piano di trasformazione digitale della P.A. 

In materia di istruzione, con il citato Decreto Legge è stata riformata la carriera dei docenti con la definizione di nuovi sistemi di reclutamento e di formazione. Si prevede inoltre un Decreto ministeriale per l’adozione del piano Scuola 4.0 al fine di favorire la transizione digitale del sistema scolastico italiano per creare scuole innovative, nuove aule didattiche e laboratori, partendo dalla trasformazione di 100.000 classi in ambienti di apprendimento innovativi e alla creazione di laboratori per le nuove professioni digitali in tutte le scuole del II ciclo.

Dopo due anni di pandemia e di DaD a singhiozzo, il travaglio subito dalla totalità degli istituti tra norme, prescrizioni, divieti, profilassi, contagi, mascherine e banchi a rotelle finiti al macero ci si sarebbe accontentati di qualche solida rassicurazione sulla ripartenza a settembre dell’anno scolastico 2022/23 che inevitabilmente dovrà fare i conti con i problemi di sempre: carenze di organici, ritardi nelle nomine, classi pollaio, disabili senza sostegno,  crescente doppia burocrazia sommando quella delle circolari ministeriali a quella dei progettifici della scuola dell’autonomia. Si profila invece la nascita di un nuovo organismo nella pletora soffocante di quelli esistenti: la “Scuola di alta formazione e formazione continua”, che affiancherà le Direzioni generali e i Dipartimenti esistenti, dovrà coordinarsi con le scuole del territorio e si avvarrà della consulenza di INDIRE e INVALSI. 

La solita ricetta italiana in stile burocratese e dai molti ingredienti agrodolci che istituisce nuovi centri decisionali anziché semplificare e razionalizzare quelli esistenti. Con tanto di Presidente, segretario generale, comitato di indirizzo e comitato scientifico internazionale. La Scuola di alta formazione dovrebbe occuparsi della formazione iniziale, in itinere e permanente del personale scolastico, attuata in via previsionale attraverso corsi a distanza, webinar, piattaforme zoom affidate ad Enti esterni di sedicenti esperti i quali dovranno aggiornare chi lavora nella scuola senza tuttavia aver passato essi stessi il vaglio di una verifica richiesta solitamente ai formatori. 

Si profila un guazzabuglio di dimensioni bibliche tra corsi di ogni tipo, attestati rilasciati al termine di lezioni teoriche a distanza, quiz e test finali di valutazione, secondo direttive generali della istituenda Scuola nazionale, da declinarsi negli accordi che i singoli istituti negozieranno con gli Enti e le Istituzioni del territorio: insomma di tutto e di più. Occorrerà un solido paracadute all’utenza dei corsisti per calare il profluvio di schemi teorici, diagrammi di flusso, sigle, acronimi, immancabili anglicismi nella propria realtà scolastica quotidiana. Non è chiaro a chi sarà affidato il controllo e la verifica dell’efficienza-efficacia di questo apparato faraonico e complesso, dentro il concetto di “produttività del pubblico servizio scolastico” : una volta nelle scuole giravano gli ispettori, ora sono una razza in via di estinzione, dopo che qualche Ministro ha cominciato a ridimensionare quelli che avevano vinto il concorso di accesso alla funzione ispettiva, per sostituirli con ‘yes man’ di provata fede, nominati con lo spoil system. 

La qualità è facile a decantarsi, molti sono i modi per attribuirsela in modo autoreferenziale e renderla competitiva in un sistema dove si incrociano le gerarchie della burocrazia ministeriale nei suoi cascami autarchici (direzioni regionali ed ex Provveditorati che cambiano nome ogni anno) e input innovativi generati dai singoli istituti. Ma appare chiaro che se manca un organismo interno ed esperto di controllo tecnico tutto diventa aleatorio e indimostrabile: infatti la burocrazia paralizzante e l’innovazione generata dall’applicazione di teoremi indimostrati producono una babele progettuale ingestibile e spesso fine a se stessa. I riscontri si hanno poi quando, terminati gli studi, gli studenti impattano con le competenze richieste dal mondo del lavoro. Un vecchio cruccio del Presidente CENSIS Giuseppe De Rita che vale la pena di riprendere in considerazione, visti i risultati impalpabili di questa “scuola delle parole”.

Tutto questo palinsesto organizzativo gigantesco che dovrebbe gestire la formazione iniziale e l’aggiornamento in servizio finisce per generare un tipo di cultura pedagogica senza previsione di riscontri. I disastri che produce questo “sistema” (in atto da anni) li abbiamo letti nel Rapporto di Save the Children che segnala che uno studente su due al termine della scuola secondaria di primo grado (ex scuola media) non è in grado di comprendere ciò che legge. E questo è un bel guaio per la scuola ma anche per le famiglie: a chi devono rivolgersi per chiedere lumi e spiegazioni su questo fallimento scolastico se tutto l’apparato del sistema formativo è blindato nella difesa di se stesso? 

C’è poi la questione del reclutamento del personale (docenti e ATA): il 30 maggio u.s. i principali sindacati nazionali avevano indetto uno sciopero su questo aspetto. Essi vorrebbero il ripristino di “corridoi” di ingresso a latere della via concorsuale, l’unica che permette una selezione degna di questo nome. E’ noto che  nelle commissioni di concorso per l’accesso ai ruoli scolastici si correggono temi con decine di errori di ortografia, sintattici e grammaticali e si ascoltano prove orali ai limiti della licenza elementare. Se vogliamo che la scuola torni ad essere una cosa seria dobbiamo asciugare le lacrime di chi vorrebbe accessi ope legis per sola anzianità di precariato: anche i sindacati dovrebbero adoperarsi per fare in modo che coloro che siedono in cattedra non chiedano impegno e sacrifici nello studio ai propri alunni senza prima aver applicato a se stessi questa raccomandazione.

Le nuove modalità di reclutamento del personale della scuola previste nel PNRR sembrano perseguire la via più selettiva delle prove concorsuali anche se appare farraginoso il complesso sistema dei crediti formativi.

Si sta discutendo contestualmente in via parallela sul rinnovo contrattuale di docenti e ATA: l’ultimo contratto nazionale risale al biennio 2016/18. Si ipotizza un aumento medio mensile di 50 euro netti che francamente rendono un castello di carte tutto il pregresso discorso sulla immaginifica scuola d’eccellenza, tanto è umiliante il corrispettivo economico offerto.

Vale la pena di ricordare che l’OCSE non segnala solo i ritardi del sistema scolastico italiano ma anche (insieme ad altre istituzioni) il fatto che il nostro personale della scuola sia il peggio retribuito d’Europa. Francamente una vergogna che si protrae da anni, da quando si descriveva retoricamente la professione docente “una missione”. Questo vulnus va colmato riconoscendo agli insegnanti il ruolo sociale che svolgono: la formazione delle nuove generazioni su cui si basa il futuro del Paese. Va stabilita una retribuzione dignitosa e aderente agli standard dei Paesi più civili: da sempre i professionisti della scuola italiana non ricevono un trattamento retributivo adeguato e questo vulnus va considerato quando si parla dei requisiti che si postulano per la scuola 4.0. A quasi mezzo secolo dai ‘Decreti Delegati’ ci si aspetta una verifica seria per un salto di qualità certificata.

La questione del grano

La stragrande maggioranza della popolazione si nutre di grano. A parte gli americani e gli europei, il resto dell’umanità vive di cereali. Le popolazioni più povere non hanno altra fonte alimentare. Sapere che i bambini africani moriranno di fame e vi sarà una carestia a causa di ciò che capita nel centro Europa, è un fatto che merita il giudizio più esecrabile.

Abbiamo ormai capito che ogni angolo del pianeta è interconnesso con tutti gli altri. Se qualcosa non va bene in Australia, non preoccupatevi, gli effetti cadranno anche sulla nostra testa.

Non voglio fare altri esempi, perché avete sicuramente l’immaginazione per capirne a sufficienza. 

Fino a quando si trasferiscono le armi da un Paese all’altro, nel corso di un conflitto, sembra del tutto normale. E normale è. Anzi, in genere, i conflitti scoppiano dopo che già si sono trasferite le armi. E fin qui, tutto normale. 

Altra cosa è invece la questione del grano. Il grano è la fonte energetica più importante per l’umanità. Più di quanto lo sia la carne. La stragrande maggioranza della popolazione si nutre di grano. Lasciate perdere gli americani e gli europei, il resto dell’umanità vive di cereali. Le popolazioni più povere non hanno altra fonte alimentare. Questo conflitto ha interrotto il flusso di questa fondamentale fonte alimentare per buona parte dell’Africa e per altri Paesi poveri. 

Sono giorni che tra Ucraina e Russia discutono su questo delicatissimo tema. Mediatrice la Turchia. Si assiste ad uno stallo pericoloso. Non si può trasportare il grano via ferrovia, l’unico sistema è quello navale. Purtroppo, e capisco questo atteggiamento, gli uni non si fidano degli altri. I Russi garantiscono che sminando il mare antistante Odessa non ne approfitteranno per attaccare quella fondamentale città; gli Ucraini sono perplessi perché temono che quella promessa non sia rispettata.

E così tutto rimane sospeso. Con danni irreparabili sul fronte alimentare e su quello economico. Non dovessero sbloccare questa surreale condizione, cadrebbe in una imperdonabile mancanza di aiuto verso il mondo che ha realmente fame. 

In parallelo a questo, è ancora incendiato il fronte sul Donbass e le cose purtroppo, sembrano destinate a protrarsi ancora per parecchio tempo.

Sapendo che quest’ultimo fatto, pur restando un terribile inferno, è meno grave di quello relativo al commento che ho fatto in precedenza, sapere che i bambini africani moriranno di fame e vi sarà una carestia a causa di ciò che capita nel centro Europa, è un fatto che merita il giudizio più esecrabile che l’uomo possa fare.

 

Non decolla la cooperazione tra Ue e Taiwan sui microchip (Asia News)

Il colosso taiwanese Tsmc non ha piani per aprire stabilimenti di produzione in Europa. Per il dialogo sui semiconduttori, l’Unione rischia di incrinare i rapporti con la Cina. Parlamentare slovacco: ho la sensazione che il mio Paese e Taipei siano interessati a progetti per fabbricare chip in Slovacchia. Cresce il fronte europeo che chiede l’uscita dei Paesi Ue dal Forum 16+1, promosso da Pechino.  

Emanuele Scimia

Fatica a decollare la cooperazione tecnologica tra Unione europea e Taiwan, e questo nonostante le recenti aperture reciproche. Ieri Taiwan Semiconductor Manufacturing Company Ltd (Tsmc), il primo produttore mondiale di microchip, ha dichiarato di non avere piani concreti per stabilire centri di produzione in Europa.

Più dell’invasione russa dell’Ucraina, e i timori che la Cina possa fare lo stesso con Taiwan, è la collaborazione sui microchip che ha spinto l’Unione a rafforzare il dialogo con Taipei a costo di incrinare i rapporti con Pechino.

Con il suo Chips Act, annunciato in febbraio, la Ue ha lanciato un piano per raccogliere 43 miliardi di euro in investimenti pubblici e privati per rispondere a ogni futura interruzione della catena di approvvigionamento nel settore. I microchip, soprattutto quelli più avanzati fabbricati dai taiwanesi, sono componenti essenziali per tutti i prodotti che funzionano con l’ausilio della tecnologia. Dal 2020 la scarsità di semiconduttori – dovuta all’alta domanda di apparecchi tecnologici generata dalla pandemia – ha creato problemi per la produzione di molti beni, come le automobili.

Negli ultimi mesi gli europei hanno incoraggiato le compagnie taiwanesi a produrre direttamente in Europa. Il presidente di Tsmc, Mark Liu, ha detto che l’azienda non ha ancora abbastanza acquirenti nel Vecchio continente per giustificare un simile investimento. Tra le nazioni candidate a ospitare la produzione di Tsmc vi è la Germania. A marzo il ministero taiwanese degli Esteri ha inviato invece propri esperti in Lituania, Repubblica Ceca e Slovacchia per valutare il potenziale delle locali industrie hi-tech.

La prospettiva di vedere microchip “made in Taiwan” prodotti nella Ue rimane lontana, come si intuisce anche dagli esiti dell’annuale dialogo su commercio e investimenti tra Taipei e l’Unione, tenutosi il 2 giugno. Nel suo comunicato finale, la Ue afferma che le due parti sono pronte a lavorare insieme per “monitorare” la filiera commerciale dei semiconduttori.

Il risultato è certo al di sotto delle aspettative, tenuto conto anche che Tsmc sta spendendo 11,2 miliardi di euro per costruire stabilimenti di produzione negli Usa e sta ultimando una fabbrica in Giappone insieme al gruppo Sony.

Peter Osuský, capo del gruppo di amicizia con Taiwan del Parlamento slovacco, dà una conferma indiretta dell’attuale ritrosia taiwanese a investire nella produzione europea di microchip. Il parlamentare fa parte di una delegazione ufficiale del suo Paese che in questi giorni si trova sull’isola. Sulla possibilità che Bratislava e Taipei stiano discutendo possibili investimenti produttivi in Slovacchia nel campo dei chip, Osuský ha dichiarato ad AsiaNews che il ministero slovacco dell’Economia “è pronto a sostenere i passi necessari”, aggiungendo di “avere la sensazione che entrambe le parti siano interessate”.

Con l’avvicinamento a Taiwan la Ue si gioca molto in termini di rapporti con la Cina. Per Pechino, l’isola è una “provincia ribelle”, da riconquistare anche con l’uso della forza se necessario. In un’intervista pubblicata nei giorni scorsi da Nikkei Asia, il ministro lituano degli Esteri Gabrielius Landsbergis ha chiesto ai rimanenti 11 Paesi Ue del 16+1, il forum informale che riunisce la Cina e 16 Stati dell’Europa centrale, orientale e meridionale, di uscire dal gruppo.

Il 16+1, abbandonato dalla Lituania nel maggio 2021, è da tempo nel mirino dell’Unione, che lo considera uno strumento della Cina per dividere il blocco europeo, spingendo alcuni Stati membri ad allinearsi alle posizioni cinesi. Secondo Landsbergis, il format guidato da Pechino non ha portato alcun beneficio ai partecipanti europei, un giudizio condiviso di recente dal suo omologo ceco Jan Lipavský. Osuský è sulla stessa lunghezza d’onda. La sua opinione è che la Slovacchia debba ridurre in modo graduale la sua cooperazione nel 16+1, per arrivare alla sua completa uscita.

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Il Copasir mette sotto la sua lente la disinformazione russa in Italia.

Ad ogni buon conto, ci si chiede perché sia stato necessario attendere l’emergere del sospetto circa l’esistenza di una rete di disinformazione sistematica, orchestrata ad arte da una regia occulta, se proprio il Presidente del Copasir ha riferito che questa campagna di infiltrazione è in atto in Italia da almeno 10 anni.

Se l’informazione è oggi annoverata tra i poteri forti in quanto capace di orientare notizie, decisioni, idee e opinioni a livello politico, economico e sociale, la disinformazione ne diventa inesorabilmente il correlato speculare negativo, esprimendo una pericolosità incalcolabile: lo è in via generale, ancor più se la consideriamo come metodo di propaganda e di mistificazione della realtà che la Russia di Putin ha adottato in occasione della guerra in Ucraina. A cominciare dalla stessa definizione di “operazione militare speciale”, per diramarsi come i tentacoli di un polipo nella campagna di infiltrazione nei mezzi di comunicazione di altri Paesi. Se ne è accorto il Copasir che – dopo aver posto recentemente il problema – sembra adesso ufficializzare le sue preoccupazioni attraverso un’intervista rilasciata a Repubblica dal suo Presidente Sen. Adolfo Urso.  

La macchina di disinformazione è attiva da almeno dieci anni, peraltro è un elemento fondamentale della cosiddetta dottrina Gerasimov resa pubblica nel 2013, a ridosso della prima invasione russa dell’Ucraina”. Secondo il presidente del COPASIR la macchina della disinformazione russa ha seguito l’agenda politica interna e internazionale, scandendo tempi e opinioni….Oggi è più forte che mai”… “Ha agito con efficacia durante la pandemia, come abbiano denunciato in un documento del maggio 2020, ovviamente è in campo ancor più oggi nel tentativo di condizionare le nostre scelte che sono fondamentali per la tenuta della difesa occidentale. Dobbiamo esserne consapevoli per aumentare la resilienza del Paese”. Infine il presidente del Copasir ha spiegato: “È stato notato che gli stessi social che propagavano notizie sulla inefficacia dei nostri vaccini a fronte del magico Sputnik hanno trasformato la loro ragion d’essere, nella stessa notte, nel difendere le ragioni del Cremlino sulla invasione dell’Ucraina. È bastato girare una chiave o se lei preferisce modificare l’algoritmo”. 

Questo spiega perchè in Italia ci sia chi pilota una strategia fondata sull’equidistanza tra aggressori e aggrediti o peggio a ribaltare gli eventi, addebitando all’Ucraina, alla NATO e al mondo occidentale la causa del conflitto. La negazione delle evidenze si esprime attraverso le fonti di propaganda russa: Tv e giornali di Stato sono una macchina da guerra parallela non meno efficace di quella che ha invaso un paese sovrano, radendo al suolo intere città e massacrando civili inermi, poiché questi fatti sono narrati come difesa alle provocazioni degli USA, dell’Europa, dell’Alleanza Atlantica. La mistificazione della realtà è affidata a professionisti della propaganda – si pensi a Solovyov o a Kiselyov, la mente di Rossiya Segodnya-  crea una patina che intorbidisce il vero e si sovrappone ai fatti raccontandoli in modo diametralmente opposto. Il popolo russo è unilateralmente soggiogato dai media del regime che creano un sistema di informazione blindato e totalmente asservito allo Zar. Alcuni giornalisti di TV italiane hanno avviato tentativi di interlocuzione con il potere politico e mediatico del regime per un chiarimento che aprisse almeno ad una tregua ma sono miseramente falliti : si pensi all’intervista di Brindisi a Lavrov o al viaggio di Giletti a Mosca che sperava in un confronto con la sua portavoce Zacharova.

La stampa italiana non solo è stata ridicolizzata ma accusata di una campagna di informazione anti-Russia. Il mondo dell’informazione pilotato dal Cremlino è impenetrabile e inscalfibile ma ci si domanda se valga la pena di continuare su questa strada che svende al regime russo la dignità dei media, della politica e del nostro Paese. Lo stile interlocutorio, ossequioso delle domande regolarmente inevase o aggirate ha dato l’impressione di un cedimento che in altri Paesi dell’U.E per non parlare degli USA non c’è stato. E anzi ha inoculato il sospetto che molte altre comparsate televisive di personaggi equivoci della “pseudo-cultura democratica” che hanno messo in dubbio i massacri e gli orrori dell’aggressione unilaterale russa, rientrino nel copione tutto da chiarire su cui il Copasir avrebbe deciso di squarciare il velo. 

Ci si chiede perché si sia attesa l’evidenza della pessima figura e il sospetto di una rete di disinformazione sistematica orchestrata ad arte da una regia occulta se proprio il Presidente del Copasir ha riferito che questa campagna di infiltrazione è in atto in Italia da almeno 10 anni, al netto dei nomi ipotizzati dal Corriere della Sera su cui occorre indagare fino in fondo. L’Italia ha dimostrato di essere l’anello debole dell’informazione sulle notizie della guerra e le loro fantasiose rievocazioni e si è persino attirata le ire del Cremlino che ha accusato “noi” di essere i mentitori seriali che screditano la Russia e le montano contro una campagna di odio. Basterebbe riflettere sulle parole senza freni  di Dmitrij Medvedev, predecessore di Putin : “Odio gli occidentali, voglio farli sparire. Una minaccia dura e terribile che sicuramente l’informazione russa riuscirà a ribaltare: solo parole di difesa per annientare l’aggressione totale dell’Occidente. Vediamo se qualche altro  giornalista italiano, spinto dai politici del disarmo e del pacifismo, pronti a svendere l’Italia e la sua dignità a buon mercato,  busserà alla sua porta per chiedere umilmente, se concessa, qualche spiegazione. O per domandare direttamente scusa della nostra educata arrendevolezza.                         

La narrazione di Renzi. “Voglio giocare a centrocampo – dice il leader di Italia Viva – e non più nel ruolo di centravanti”.

Occorre avere coraggio – ed è giunto anche il momento – per scomporre e ricomporre il quadro politico italiano di fronte ad un “bipolarismo selvaggio” che ormai regge solo ed esclusivamente attorno al tentativo di affastellare due cartelli elettorali che contengono al proprio interno prospettive politiche diverse e, addirittura, opzioni programmatiche alternative.

Ho assistito martedì sera a Torino alla presentazione dell’ultimo libro di Matteo Renzi, “Il mostro”. Una serata piacevole e anche abbastanza partecipata dove sono emersi spunti politici di rilievo e significativi in vista, soprattutto, del futuro quadro politico ed istituzionale che si sta aprendo nel nostro paese.

Ora, al di là della lunga riflessione alle vicende personali – e giudiziarie – che hanno coinvolto il leader di Italia Viva e la sua famiglia nei mesi e negli anni scorsi a cui l’autore ha dedicato buona parte della sua presentazione e di cui il libro contiene alcuni capitoli, quello su cui vale la pensa soffermarsi è la parte che Renzi dedica alla prospettiva politica e al futuro della cultura e della prassi riformista nel nostro paese. E, su questo versante, al netto delle modalità concrete della trasmissione del suo messaggio – sempre molto personalizzato e anche simpaticamente spettacolare – la novità è quella di dar vita ad un polo autenticamente riformista e democratico alternativo tanto al populismo quanto al sovranismo. Una proposta, questa, che merita rispetto e che incrocia la proposta di altri partiti e movimenti politici che sono e restano estranei al populismo grillino da un lato, benedetto ed apprezzato dal nuovo corso del Partito democratico, e al sovranismo di marca leghista dall’altro. 

Un progetto che, adesso, deve tradursi però in una iniziativa politica concreta non solo per il bene dei partiti e dei movimenti protagonisti di questa scommessa ma anche, e soprattutto, per la qualità della nostra democrazia, l’efficacia dell’azione di governo e la stessa credibilità delle nostre istituzioni democratiche. Ma Renzi ha aggiunto un particolare non indifferente su questo versante. E cioè, non intende essere il leader indiscusso – o, peggio ancora, il “capo” – di questa nuova e futura formazione politica. O meglio, di questa futura “federazione”, per dirla con Clemente Mastella, segretario nazionale di “Noi Di Centro”. “Voglio giocare a centrocampo e non più nel ruolo di centravanti”, ha detto Renzi parlando di questa formazione politica che deve riunificare tutti coloro, lo ripeto, che non si riconoscono nella deriva populista o sovranista. E, ha aggiunto, senza porre pregiudiziali di sorta nei confronti di chicchessia.

Questa, credo, è la vera sfida e la vera scommessa politica dei prossimi mesi. È inutile girare attorno all’ostacolo. Occorre avere coraggio ed è giunto anche il momento per scomporre e ricomporre il quadro politico italiano di fronte ad un “bipolarismo selvaggio” che ormai regge solo ed esclusivamente attorno al tentativo di affastellare due cartelli elettorali che contengono al proprio interno prospettive politiche diverse e, addirittura, opzioni programmatiche alternative. È di tutta evidenza che si tratta di un quadro in rapida evoluzione e la determinazione di Renzi, come di altri leader del campo del futuro Centro, sarà decisiva ai fini di rafforzare un progetto e un campo politico ad oggi sostanzialmente inesistente. 

Un Centro, cioè, che sia in grado di declinare realisticamente una “politica di centro” funzionale all’obiettivo di perseguire una ricetta riformista, democratica e di impianto costituzionale rendendo la politica, finalmente, protagonista contro la tentazione populista e la degenerazione sovranista. Insomma, ci troviamo di fronte, almeno così pare, ad un “nuovo Renzi” che intende partecipare attivamente e costruttivamente alla costruzione di una stagione politica in vista delle prossime elezioni generali del 2023. E della cosa non possiamo che rallegrarci.

Se non si è più padroni del proprio consenso. A colloquio con il massmediologo Derrick de Kerckhove (L’Osservatore Romano).

Viviamo un difficilissimo periodo storico di cerniera. «Un altro sconvolgente e stimolante Medio Evo», dice de Kerckhove: l’Intelligenza Artificiale (IA) pone gravi questioni etiche. «La questione etica – precisa — sta nella possibilità che sparisca la motivazione etica che è garante della nostra autonomia psicologica e anche politica, perché viene meno la fonte del nostro comportamento etico: il senso di vergogna o colpevolezza che ci spinge verso alcune scelte o decisioni piuttosto che ad altre».

Fausta Speranza

Si trovano nella tradizione umanistica e cristiana i soli anticorpi utili per riconciliare l’automatismo digitale con l’individualità della persona. Ad affermarlo dal Canada è il più quotato massmediologo al mondo, Derrick de Kerckhove, erede di Marshall McLuhan. Lo incontriamo e, con il suo sorriso cordialissimo e per nulla professorale, ci dice: «L’umanità è veramente in pericolo, non ci sono solo le guerre e i cambiamenti climatici, c’è il rischio di ritrovarsi non più padroni del proprio consenso». Una possibilità: «Riscopriamo il valore di vergogna e colpa».

L’automatizzazione e le sue «magnifiche sorti e progressive» — per dirla con Leopardi — più o meno si conoscono: algoritmi che ci raggiungono in base a studi di mercato, notizie scritte da pc, sistemi di software che offrono pseudo relazioni con persone scomparse. La macchina non conosce, né ricorda nessuno, né inventa nulla, ma elabora dati e modelli statistici acquisiti. Il punto sono le incognite, di cui parliamo con lo studioso nato in Belgio, naturalizzato canadese, ora direttore scientifico dell’Osservatorio TuttiMedia e MediaDuemila.

L’orizzonte della cosiddetta Intelligenza Artificiale (Ia) sembrava essersi allargato in modo prodigioso quando Microsoft nel 2020 ha annunciato il programma Generative Pre-trained Transformer-3 (Gpt-3) definito modello di linguaggio, in grado di immagazzinare 175 miliardi di parametri. Ma le sorti sono tanto velocemente progressive che da Pechino hanno presentato poco dopo un prototipo in grado di contenere ed elaborare 175 trilioni di parametri. L’assonanza di numero ben richiama il livello di competitività in campo. Il processo è ineluttabile. Viviamo un difficilissimo periodo storico di cerniera. «Un altro sconvolgente e stimolante Medio Evo», dice de Kerckhove che chiede innanzitutto fantasia nei termini: l’Ia, così denominata, «inganna sui rischi». Si parla di human enhancement, una sorta di “rinforzo” delle potenzialità dell’uomo, attraverso l’emulazione di funzioni del cervello umano come osservazione e riconoscimento, ma anche previsione e forse prescrizione. È evidente che pone gravi questioni etiche.

Duplicando digitalmente tutte le realtà umane fino al cosiddetto metaverso — sottolinea lo studioso — si arriva al “gemello digitale” dell’uomo e alla esternalizzazione delle nostre facoltà cognitive: «Non solo la memoria e il giudizio ma anche la coscienza fonte di auto-determinazione». La questione etica – precisa — sta nella possibilità che sparisca la motivazione etica che è garante della nostra autonomia psicologica e anche politica, perché viene meno la fonte del nostro comportamento etico: il senso di vergogna o colpevolezza che ci spinge verso alcune scelte o decisioni piuttosto che ad altre». C’è il rischio di una crisi epistemologica senza precedenti: perdita di significato, perdita del potere del discorso e della deliberazione cosciente. «Al modello di Ia si chiederà di determinare il consenso», che «significherà perdere la prospettiva di intesa, di accordo, così come lo concepiamo». Non potremo più dire creare consenso — avverte — ma dovremo dire «forzare il consenso» a partire da conclusioni tratte da Big Data e Data Analytics. «La crisi di significato e l’esternalizzazione del giudizio e della memoria predispongono a credere a fake news, ad aderire a posizioni estreme» se questo è quello che elaborano le macchine. E de Kerckhove aggiunge: «La trasformazione digitale sradica le persone in tutto il mondo dalle loro basi tradizionali e esperienze familiari, le rende “avatar” di se stesse tanto che tutti gli standard e le convenzioni identitarie, sociali, politiche, sessuali sono in discussione».

Con un’espressione del viso intelligentemente umanissima, de Kerckhove ci raccomanda di non dimenticare il valore profondissimo del concetto di “colpa” cristianamente inteso. «C’è la ricchezza di un’esperienza di individualità di giudizio e di responsabilità che — ribadisce — rappresentano l’opposto della esternalizzazione che impone il digitale». Un patrimonio che lo studioso vede «ancora conservato al meglio in Europa e in grado di fare la differenza». Ci racconta che McLuhan, credente e dichiaratamente cattolico, amava ripetere che Cristo non a caso si è incarnato dopo l’avvento dell’alfabeto: la scrittura, rivoluzione mediatica del tempo, sarebbe servita a interiorizzare la conoscenza e creare la coscienza. «Cristo rappresenta la persona individuale e il nuovo ordine sociale e psicologico che ne deriva parte dal riconoscimento della propria coscienza interiore, da un disagio privato e non pubblico come la vergogna». La responsabilità è dentro la persona e verso la persona e questo — precisa — deve aiutarci a comprendere l’urgenza di opporsi all’etica esteriorizzata. La sfida è formulare un nuovo accordo globale, una nuova coesione sociale per difendere valori come l’interiorità, il senso della conoscenza, la democrazia».

Fonte: L’Osservatore Romano, 8 giugno 2022

Ancora sul Centro politico

Ma veramente nei prossimi anni avremo bisogno di una forza politica di centro?

Prendo lo spunto dai due ultimi articoli sul cosiddetto Centro politico, comparsi su questo blog: uno di Giorgio Merlo,  l’altro di  Ettore Bonalberti. Non è la prima volta che trattano questo tema. E non sono i soli a battere questo chiodo. Devo per correttezza aggiungere che la loro caparbia (e lodevole) insistenza sulla nascita o ri-nascita di una forza politico-partitica di centro mi affascina. La considero onesta, anche se nell’anno del Signore 2022 e soprattutto per gli anni che verranno non la condivido. 

Nello stesso tempo mi sorprende non poco. Il fascino mi è provocato dalle loro rocciose certezze, senza spigoli, che prendono le mosse da un passato politico…centrista che appartiene anche a me. La sorpresa scaturisce dal fatto che ho da sempre fatta mia la lezione di don Luigi Sturzo che  nel suo “Del Metodo Sociologico” raccomandava – prima di prendere qualunque iniziativa politica o di proporre una  qualsiasi soluzione – di scrutare bene e studiare a fondo la “…societa in concreto” che si ha davanti. Ai nostri giorni, quella delle trasformazioni  epocali a partire  dal clima e dal riscaldamento globale; quella della transizione tecnologica, della forza lavoro digitale e del lavoro a distanza senza più la falce o il martello in mano, ma solo con un computer;  quella dei giovani disoccupati e con la valigia pronta; quella delle classi sociali salite sul discensore e delle vecchie e nuove povertà; quella delle inarrestabili emigrazioni e inevitabilmente multietnica.  E mi fermo.

Ora, ci saranno soluzioni  diverse – una di centro, una di sinistra e una di destra –  per affrontare e risolvere questi enormi  problemi epocali che ci coinvolgono tutti? Se il quesito è pertinente rimane allora il ragionevole dubbio che discutere sulla società teorica e astratta che ognuno di noi ha in mente o che desidera, dimenticando quella concreta in cui si vive e si vivrà insieme ai altri, trascina ad irrimediabili errori. Nel nostro caso riduce e semplifica la nascita di un partito di  centro ad un paio di sole e uniche giustificazioni:  legge proporzionale e astensionismo. 

Conservo ancora due piccoli libretti editi da “Reset”, che in questi ultimi anni ho riletto e sfogliato spesso, a proposito del dibattito su centro, sinistra e destra. Uno del 1995 di Augusto Del Noce e Norberto Bobbio dal titolo “Centrismo vocazione o condanna”; l’altro del 1999 di Gerard Grunberg su “Socialismo europeo si o no?”. Bobbio dialogando a distanza di tempo con Del Noce e pur credendo in una differenza di valori tra destra e sinistra, da lui tuttavia  definite in modo diverso, ha fatto capire che un centro politico è stato necessario alla fine del secondo dopoguerra solo  perché in presenza di un antifascismo comunista e di  un fascismo nazionalista in quegli anni vivi e vegeti. Mentre Grunberg si è addirittura avventurato sulla inevitabile crisi delle nozioni  di destra e sinistra,  dal momento che i valori storici e le richieste della sinistra, ormai sono stati fatti propri da una destra sociale e  liberale. 

La bella introduzione di Lorella Cedroni al libro di Del Noce e Bobbio sintetizza molto bene i motivi ‘centristi’ del filosofo cattolico – formato su Maritain e amico di Dossetti – uniti tuttavia a una sua certezza per i tempi scandalosa: “…la necessità di una ‘politica di centro’ per l’Italia  post-fascista, il superamento dell’antifascismo, e la convinzione che il partito comunista di Togliatti, sarebbe prima o poi diventato democratico”. Sotto questo ultimo aspetto è stato però  Grunberg ad essere più  chiaro. 

Una volta constatato che destra e sinistra giustificano i sistemi parlamentari, e una volta che la sinistra ha accettato “(….) di governare nel quadro dell’economia di mercato, e ancora di più…di non mettere in discussione questo sistema…il conflitto tra sinistra e destra che costituiva l’essenza del gioco politico, non metteva più  in discussione il contesto istituzionale né il contesto economico, né quei valori universalistici in base ai quali i nemici diventavano degli avversari, ma  a volte anche dei partner…”. E concludeva suggerendo alla sinistra di  rinunciare al suo richiamo di classe, per diventare una concorrente della destra in modo di “…conquistare i suffragi dei grandi gruppi sociali…in particolare del ceto medio”.  

Andiamo ora a Merlo e Bonalberti. Evito di soffermarmi sulle attuali contrapposizioni – anche serie – del particolare momento storico che attraversiamo: vax e no-vax; euroatlantisti e filoputiniani; europeismo politico e sovranismo nazionalista; nordisti italiani e sudisti italiani; accoglienza e rifiuto dello straniero, ecc. Non sono tutte di destra o tutte di sinistra! Chiarendo che sono rimasto almeno contento che nell’ultimissimo  dibattito  sul centro, sia scomparso dal centro  l’aggettivo  cattolico sostituito da quello laico. E molto soddisfatto che non si parli di un ritorno della storica Dc, e che si accenni al  pluralismo. Confesso che con una crisi galoppante della fede e dei valori religiosi, con le chiese vuote e con  l’associazionismo cattolico storico in ritirata – fucina formativa e di selezione di ottima classe politica –  ho capito e giustificato il termine laico. 

Ma che – come ormai sostengono diversi studiosi –  con una omologazione ormai di fatto alle leggi del libero mercato, con l’accettazione di fatto della democrazia  rappresentativa parlamentare, e con la sparizione della rigida distinzione fra le classi sociali – tranne di quella al vertice (!) -, confesso dicevo, che non ho mai capito il significato esatto di  pluralismo politico e partitico dei nostri giorni, rimanendomi molto chiaro invece quello sociale e culturale. È un mio difetto.

Un nuovo centro politico laico auspicato,  che in ogni caso e qualunque esso sia, serva da quello che si legge ad essere alternativo alle attuali destre e sinistre italiane spesso indicate come luoghi di trasformismo. Se non come pericolose aggregazioni partitiche leniniste e fasciste,  antidemocratiche e antisistema, focolai del populismo imperante. Sarà!

In conclusione, devo per forza  aggiungere che rimango  in costante  compagnia di un forte convincimento immerso in un pizzico di realistica utopia. Quello cioè che il futuro, con tutte le sue ancora ignote sfide di cambiamenti radicali – già in parte alle nostre spalle – ci deve trovare il più possibile tutti uniti e tutti sulla “…stessa barca”, e non su barchette irrilevanti e deboli diverse solo per  comodità elettorali  e di lotta politica. Alla luce del fatto che le risposte politiche ( e partitiche), a cominciare dalla pace – …già la pace!… – non possono essere oggi molto diverse se la porta di accesso è rappresentata dall’eguaglianza e dalla dignità della persona, e se quella di uscita indica la tutela dei diritti umani. 

Un percorso bipolare per capirci. Che evita inutili, uguali e ripetuti frammenti, che fanno aumentare anziché diminuire il disorientamento dell’elettorato, indebolendo peraltro anche la governabilità. Il che a mio avviso non ha mai significato omologazione e pensiero unico, ma realistica presa di coscienza sul fatto che per il futuro iniziato occorrono “convergenze democratiche” e che le risposte da dare ai cambiamenti che ci attendono, non possono trovare soluzioni  fondamentalmente diverse. Un percorso bipolare che ci sottrae da quella polverizzazione dell’offerta partitica, ormai in tempo di affermata politica-spettacolo e di politica-social, nelle mani di solitari leader mediatici senza partito alle spalle,  e di influencer seduti 24 ore al computer.

Un’offerta politica e partitica capace alla fine di ricomporsi  attorno a un sano e ragionevole bipolarismo, che ha oggi superato anche la radicale divaricazione e alternativa tra destra e sinistra. Categorie oggi da ridefinire completamente, come affermano molti studiosi, cercando il più possibile di tenere sempre la barra dritta verso l’uguaglianza sorretta dalla libertà, da far prevalere sulle disuguaglianze sorrette dall’individualismo. Una direzione di marcia suggerita moltissimi anni fa da Norberto Bobbio e sempre attuale.

 

Venti di crisi sulla Gran Bretagna. Agli inglesi non rimane che appellarsi al motto nazionale: “God save the Queen”.

Mentre il governo di Londra sta cercando di “utilizzare” la guerra in Ucraina per acquisire un proprio ruolo internazionale di maggior rilievo, al proprio interno le minacce indipendentiste si sono amplificate come nessuno dei promotori di Brexit aveva immaginato. 

E così a conclusione delle giornate di celebrazione del lungo regno di Elisabetta nulla cambia a Londra. La regina guarda al futuro con ottimismo e riconfermata volontà di servizio al suo popolo. A Downing street rimane il controverso Primo Ministro Boris Johnson, sopravvissuto pur se ammaccato al tentativo di golpe interno al Partito Conservatore.  

In realtà molte sono le incertezze che avvolgono nella nebbia il futuro del Regno Unito. Le avvisaglie si sono palesate in più momenti, ultimo dei quali l’inedito risultato elettorale di un mese fa in Irlanda del Nord, dove per la prima volta il Sinn Fein (il partito cattolico che fu “braccio politico” dell’IRA) ha conquistato la maggioranza dei seggi a Stormont, il Parlamento di Belfast. L’obiettivo dichiarato dalla leader Michelle O’Neill è la secessione da Londra e la riunificazione con Dublino. Anche se durante la campagna elettorale l’accento è stato posto su temi di più immediata vicinanza ai problemi quotidiani della gente comune, dall’aumento dei prezzi dei generi di prima necessità alle carenze del servizio sanitario nazionale.

L’onda lunga di Brexit dopo la Scozia ha raggiunto così anche il nord dell’isola verde. Una delle cause dell’inattesa sconfitta dello storico partito unionista e protestante, il DUP, è stata l’insistenza quasi “ideologica” con la quale si è battuto per abolire il “Protocollo” col quale la Gran Bretagna e l’Unione Europea hanno evitato di creare un confine interno fra Irlanda e Irlanda del Nord consentendo così a quest’ultima di rimanere in qualche modo ancorata alla UE e, così facendo, di non intaccare l’equilibrio sul quale vennero costruiti gli accordi del Venerdì Santo, che hanno garantito ad oggi 20 anni di pacificazione sull’isola. 

Brexit produrrà nel tempo effetti nefasti per il Regno Unito. Non solo dal punto di vista economico. Di più, li genererà sul fronte dell’unità nazionale del popolo britannico, che forse non solo per effettivo affetto (giustificato) nei confronti di Elisabetta ha mostrato anche in queste splendide giornate di festa il proprio legame con la sovrana. Attenzione, però: con la sovrana, non con la Casa Reale, ormai deturpata da troppi scandali e da troppe figure inadeguate se non indegne che solo la straordinaria capacità della Regina – ora da anziana, molto anziana signora viene pure aiutata da quella magnetica empatia che deriva proprio dall’età – ha salvato dall’ignominia, garantendo ancora prestigio all’istituzione monarchica quale simbolo di unità di Britannia. Ma senza di lei durerà? Senza il suo prestigio e il suo carisma difficilmente il Regno potrebbe sopravvivere alla spinta secessionista a quel punto fortissima di Scozia e Nord Irlanda.

A Edimburgo la spinta politica per ottenere un nuovo referendum secessionista, che certamente Johnson non concederà, sta ciò nondimeno intensificandosi, e con essa quella popolare. Ora quanto verificatosi a Belfast non potrà che accentuarla. Si ricorderà che Scozia e Irlanda del Nord nel 2016 votarono a larga maggioranza per il Remain e in questi anni i cittadini non hanno certo cambiato idea. E così, mentre il governo di Londra sta cercando di “utilizzare” la guerra in Ucraina per acquisire un proprio ruolo internazionale di maggior rilievo nonché di efficiente supporto agli Stati Uniti nel nome della vecchia “special relationship”, al proprio interno le minacce indipendentiste si sono amplificate come nessuno dei promotori di Brexit aveva immaginato ma come invece era sin troppo facile prevedere. Agli inglesi non resta, allora, che invocare lunga vita ad Elisabetta. God save the Queen, davvero.

La Nato non dimentichi il fianco sud. La linea di Guerini in vista di Madrid (formiche.net).

Al prossimo vertice della Nato, l’Italia sosterrà il potenziamento dell’architettura di deterrenza alleata sul fianco est, ma spingerà anche per mantenere alta l’attenzione sul fianco meridionale, un’area di instabilità che continua a essere un fattore di insicurezza per tutto il continente europeo. A dichiararlo il ministro della Difesa, Guerini a margine di un incontro con l’omologo estone, Kalle Laanet

Marco Battaglia

Bisogna continuare a potenziare le difese a oriente, ma senza dimenticare il fianco meridionale dell’Alleanza Atlantica. A dirlo il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, a margine dell’incontro avuto con l’omologo estone, Kalle Laanet. “Nell’imminente summit Nato a Madrid l’Italia supporterà il rafforzamento del fianco est dell’Alleanza, mantenendo alta l’attenzione sul fianco sud”, ha detto il ministro, ricordando anche come “l’attuale situazione internazionale e il ritorno della guerra sul continente europeo ci impongono di rafforzare l’architettura di sicurezza”.

Il ruolo dell’Italia sul fianco est

L’Italia, del resto, è già impegnata in prima linea all’architettura di protezione e deterrenza attuata dall’Alleanza Atlantica per rafforzare i Paesi del fianco est. Al momento è schierata in Lettonia una componente terrestre composta principalmente da Alpini nel Task group “Latvia”. L’Aeronautica militare è invece impegnata nelle operazioni di Air policing in Islanda e Romania, mentre le unità della Marina militare pattugliano il Mediterraneo orientale. Inoltre, come annunciato da Guerini, il nostro Paese ha intenzione di rafforzare i suoi sforzi con “gli impegni nazionali in Ungheria e in Bulgaria, dove verranno ospitate due enhanced Vigilance activity”. Per quanto riguarda la missione bulgara, Sofia ha “ha accolto l’offerta italiana di assumere il ruolo di framework Nation nell’ambito del dispositivo”, che adesso attende l’approvazione del Consiglio dei ministri e del Parlamento.

Attenzione al Mediterraneo

Questo rafforzamento, però, non dovrà andare a detrimento di altri settori altrettanto importanti per la difesa e la sicurezza del Vecchio continente. “L’attuale irrobustimento della postura di deterrenza e difesa è risultato efficace per non far degenerare il conflitto con possibili allargamenti ad altri Paesi” ha affermato il ministro, ribadendo il suo supporto a un ulteriore potenziamento nel medio-lungo periodo. “Tuttavia – ha ammonito Guerini – riteniamo che la postura Nato debba mantenersi flessibile per garantire di poter fronteggiare con successo le differenti minacce provenienti da altri quadranti”, primo fra tutti quello mediterraneo. La presenza di attori esterni nel bacino e nell’area africana e mediorientale continua a rappresentare una minaccia per il continente europeo. Anche il ministro Laanet ha condiviso tale necessità di non abbandonare il quadrante: “è nota l’attenzione che da sempre l’Italia rivolge al fianco sud dell’Alleanza, area sensibile per la sicurezza dell’intera Europa”.

Il sostegno all’Ucraina

Al centro del colloquio tra i due ministri, naturalmente, la pressione che la Russia sta esercitando su tutto lo spazio euro-atlantico a seguito dell’invasione dell’Ucraina, particolarmente percepita nel Paese baltico che condivide con Mosca circa metà dei propri confini terrestri. Per Guerini è necessario “continuare a sostenere l’Ucraina, così come abbiamo fatto e continueremo a fare, insieme agli altri Paesi europei e alla comunità internazionale”. Per il ministro, bisognerà anche “lavorare per promuovere ogni strumento diplomatico che contribuisca far cessare le ostilità e avviare seri colloqui di pace”.

 

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https://formiche.net/2022/06/nato-sud-linea-guerini-madrid/

 

 

Astenersi o votare No. La giustizia va riformata in Parlamento.

Che la giustizia sia da riformare, nessuno dotato di buon senso lo contesta. Semmai ad essere contestato è il modo poco convincente, o addiritttura sconveniente, con il quale si pretende di correggere il sistema. La risposta più equilibrata ai problemi agitati dal referendum sta nell’approvazione della riforma Cartabia.

 

Domenica non andrò al mare. Sono incerto però se adempiere al mio diritto-dovere di elettore recandomi al seggio per votare No, oppure se marcare il rifiuto dei quesiti referendari scegliendo la via dell’astensione. È un dubbio legittimo, non gravato di particolare pathos, che sembra destinato a rimbalzare nella testa di molti italiani fino all’ultimo momento. Nell’un caso e nell’altro vale la medesima intenzione, quella cioè di respingere le modifiche di alcune norme riguardanti l’esercizio e l’organizzazione della giustizia.

Penso in effetti che sia preferibile affidarsi al legislatore, visto che per altro il confronto sulla riforma Cartabia è giunto ormai alle conclusioni. La materia richiede un lavoro di cesello, anche se incisivo, non l’intervento demolitorio dell’azione referendaria. Stona anche il vociare di chi siede in Parlamento e sostiene il governo, ma invita a mobilitarsi per il Sì. Eravamo convinti fino a ieri che il referendum fosse uno strumento a disposizione degli elettori, non un’arma nascosta in mano ai parlamentari. Ma tant’è! La crisi della politica si evince anche da simili atteggiamenti contraddittori.

Che la giustizia sia da riformare, nessuno dotato di buon senso lo contesta. Semmai ad essere contestato è il modo poco convincente, o addiritttura sconveniente, con il quale si pretende di correggere il sistema. Negli ultimi tempi, complice lo “scandalo Palamara”, parrebbe farsi avanti una diversa sensibilità della pubblica opinione: alla seduzione del giustizialismo ci si acconcia sempre meno. È saltato il connubio tra procure e stampa, segno di un logoramento irreversibile del “protocollo manettaro”. Troppe le vittime d’inchieste nate male e gestite peggio, troppi gli errori derivanti da un uso propagandistico della lotta alla corruzione.

Tuttavia, una politica responsabile non deve strappare ulteriormente la tela della fiducia che assicura il giusto legame di rispetto tra cittadini e magistratura. Bisogna fare leva sulla consapevolezza, tornata a vincere sulla irrazionalità, che il vivere civile non può accettare la dismisura della politica, ma neppure l’esorbitanza della giustizia. Ci vogliono nuove norme? Non è sempre questa la risposta più adeguata. Conta la pervasività, molto spesso, di un criterio di equilibrio, per espungere dal comportamento collettivo l’attrazione per la spettacolarità del diritto applicato (specie quando si traduce nella ricerca del capro espiatorio e nella condanna, cotta e mangiata, del presunto colpevole). La giustizia in diretta, sulla pubblica piazza, è la bolla speculativa dell’antipolitica di massa: in fondo rappresenta l’incaglio di una società depressa, immiserita, insofferente.

La bandiera del moralismo, in questi lunghi anni, ha raccolto attorno a sé figure e controfigure di uno spettacolo poco serio. Ricordo che il Sindaco Marino fece campagna elettorale sostenendo che Roma non aveva problemi finanziari, ovvero li aveva pure ma per colpa di corrotti e profittatori, eliminati i quali sarebbe stato risolta la crisi endemica del bilancio capitolino. Non era così, evidentemente, ma il plauso degli elettori di sinistra lo accompagnò festosamente al potere. Durò poco, ma non per i veri o presunti corrotti: si capì, abbastanza in fretta, che faceva un mestiere a lui non proprio confacente. Attorno a questa vicenda s’è fatto tanto chiasso e all’occorrenza se ne potrebbe fare ancora con l’ausilio di tifoserie in servizio permanente effettivo.

Si tratta di un esempio modesto che rivela una distorsione recondita, spesso trascurata. È la pressione socio-mediatica a incarognire, più di quello che si creda, una funzione delicata e preziosa come quella del magistrato. Il problema esiste, ma con il referendum non se ne viene a capo. Anzi…

“Sagittarius A”, il buco nero della nostra galassia. Intervista all’Astrofisico prof. Roberto Pesce.

“La potenza del destino è fatta dell’intero Universo”. (Alda Merini)

Prof. Pesce, dopo l’intervista sull’infinità del Cosmo, con piacere ed interesse vorrei approfondire con Lei la notizia della scoperta – pubblicata in un numero speciale della Rivista The Astrophysical Journal Letters (edita da University of Chicago Press per la American Astronomical Society) del “buco nero” della nostra Galassia, la Via Lattea, denominato Sagittarius A*. La notizia ha fatto il giro del mondo attraverso le più prestigiose riviste scientifiche ma è stata divulgata come evento epocale dalla stampa e dalle TV, in ogni Paese. Qual è l’importanza scientifica di questa scoperta, attesa da decenni?

Più che una vera e propria scoperta si tratta di un’ulteriore conferma dell’esistenza di buchi neri supermassicci al centro delle galassie. Si ritiene infatti che al centro di tutte le galassie o quasi, si trovi un enorme buco nero, della massa di milioni o addirittura miliardi di soli. L’origine di questi “mostri” celesti è ancora dibattuta: potrebbe trattarsi di un buco nero “normale” che si è ingrandito col tempo o si è fuso con altri buchi neri vicini, come del collasso gravitazionale di un particolare tipo di stella che potrebbe esistere in via teorica ma non è ancora stato osservato; potrebbe essere stato creato dal collasso di un intero ammasso stellare o ancora trattarsi di buchi neri “primordiali”, originatisi pochi istanti dopo il Big Bang. Questi buchi neri supermassivi sono molto importanti per spiegare il funzionamento delle galassie, in particolare quelle definite “attive”, dal cui centro vengono emesse radiazioni varie. Sagittarius A* è il secondo buco nero galattico ad essere stato “fotografato” direttamente; fino a questo momento c’erano solo delle prove indirette, anche se abbastanza solide, della sua esistenza. Bisogna ricordare che il primo buco nero galattico, osservato nel 2019, appartiene alla galassia M87 che è una galassia attiva, dove si riteneva estremamente probabile l’esistenza di un questo tipo di oggetti. La nostra Via Lattea è invece una galassia “normale”, e non era del tutto scontato trovarvi un buco nero centrale.

Per quanto reso noto, a questo risultato si è giunti attraverso il lavoro in sinergia di circa 300 studiosi di 80 Enti di Ricerca, un impegno meticoloso e una ricerca approfondita durati 5 anni e portati a termine grazie alla collaborazione internazionale Event Horizon Telescope (EHT) , che hanno permesso di immortalare la foto che ritrae il buco nero Sagittarius A* (chiamato ‘ombra’) circondato da un anello luminoso di gas brillante prodotto dalla luce distorta della gravità, che ha una massa stimata pari a 4 milioni di volte quella del Sole , posizionato al centro della Via Lattea ad una distanza compresa tra i 26 mila e i 27 mila anni luce dalla Terra. Perché si immaginava che la nostra Galassia contenesse un buco nero come quello in realtà esistente? Quali erano gli indicatori scientifici che portavano ad una simile deduzione?

La scoperta della sorgente di onde radio Sagittarius A risale addirittura al 1933, da parte di Karl Jansky, pioniere della ricerca radioastronomica. Nel 1974 gli astronomi Balick e Brown scoprirono una componente particolarmente brillante in questa radiosorgente e a partire dagli anni ’80 gli scienziati ritennero potesse trattarsi di un buco nero, che venne poi denominata Sagittarius A* (con l’asterisco). Nel 1994 Townes e Genzel (che vinse il Nobel nel 2020 per le ricerche sui buchi neri) ne stimarono la massa in tre milioni di masse solari. A partire dal 1995 le ricerche si concentrarono su una stella denominata S2, orbitante in circa 16 anni intorno a Sagittarius A* ad una distanza di circa 17 ore-luce (più o meno quattro volte la distanza di Nettuno dal Sole). Grazie alle osservazioni di un’intera orbita della stella, nel 2009 Genzel riportò un dato più accurato per la massa di Sagittarius A*: 4 milioni di masse solari. Conoscendo il limite massimo delle sue dimensioni e la massa, si può calcolare la densità minima dell’oggetto, da cui si deduce che molto probabilmente si tratta di un buco nero. Sempre nel 2004 nella nostra galassia è stato scoperto un buco nero “di massa intermedia”, originato dalla fusione di più buchi neri stellari, altro indizio per l’esistenza di oggetti ancora più massicci. Nel 2012 venne identificata una nube di gas, detta G2, avente tre volte la massa della Terra, orbitante intorno alla radiosorgente. Come ciliegina sulla torta, nel 2015 è stata registrata una violenta emissione di raggi X da Sagittarius A*, possibile indicatore di una caduta di un corpo tipo asteroide all’interno del buco nero o di una interazione magnetica di G2 con Sgr A*. Con tutti questi indizi era abbastanza certo arrivare prima o poi a individuare il ‘colpevole’, quindi.

Questo è il secondo “buco nero” di cui si viene a conoscenza: prima di Sagittarius A  – tre anni fa – si scoprì l’esistenza di un analogo “buco nero” denominato “Messier 87*  (M87*) distante il doppio di quello attuale, circa 55 mila anni luce dal nostro pianeta e fuori dalla nostra Galassia. Come mai si è giunti a “fotografare” (probabilmente si tratta di un termine improprio poiché non si tratta di foto scattata con mezzi tradizionali, data la distanza e il fatto che ne sia stata “cercata” l’esistenza, non essendo visibile ad occhio nudo, né con i più potenti telescopi) Sagittarius A*  “dopo”  M87*, nonostante sia collocato al centro della Via Lattea (di cui facciamo parte) e più vicino metà degli anni luce che si separano dal suo “predecessore”? Ho letto che alcuni astrofisici hanno attribuito proprio alla collocazione nella via Lattea di Sagittarius la difficoltà di immortalarlo prima di M87: esiste una spiegazione scientifica di questa deduzione? Una risposta potrebbe consistere nella massa del gas luminoso rotante: più lento ma più consistente in M87 e più veloce e difficile da tradurre in fermo immagine quello del “nostro” Sagittarius A. Ma poi c’è anche la differente collocazione: come si spiega la difficoltà di fotografare qualcosa che sta dentro la nostra Galassia e più vicino alla Terra?

In realtà la spiegazione di questo fatto risiede in due fattori: il primo è l’immagine più “ferma” a causa di una minore velocità di rotazione del gas, come da Lei correttamente affermato, il secondo è il cosiddetto “fattore di estinzione”. Tra di noi e la galassia M87, che ospita il buco nero M87*, c’è moltissima distanza ma riempita da spazio essenzialmente vuoto. Tra di noi e il centro della Via Lattea troviamo di tutto: stelle, polveri, gas e chi più ne ha più ne metta. Pertanto è un’impresa pazzesca capire cosa c’è al centro della nostra galassia, mentre è più facile individuare un oggetto che ha le stesse “dimensioni apparenti” come M87*, ma è più favorevole alla vostra visuale. Tanto per fare un esempio, possiamo facilmente vedere una luce accesa nell’appartamento in fondo alla strada, ma non quella del nostro dirimpettaio perché attraverso i vetri delle finestre la luce passa, ma non attraverso i muri. Pertanto M87*, con il disco lumino che ruota più lentamente è decisamente più semplice da immortalare, per Sgr A* è stato necessario implementare degli algoritmi che tenessero in considerazione le distorsioni nel segnale provocate dalla rotazione più veloce e dalla presenza di polveri e gas che ostruiscono la visuale.

Ho parlato di “foto”: in realtà questo è il risultato finale immortalato e pubblicato sulle Riviste, diffuso dai media . Ma si tratta di una immagine resa nitida attraverso la penetrazione di una coltre densa e profonda di gas e polveri che non consentiva di raggiungere direttamente il buco nero e la sua ciambella rotante di gas luminosi. Come si è detto si parla di 27 mila anni luce che ci separano. Ho letto infatti che per arrivare a fotografare Sagittarius (definito più mobile ed  ‘irrequieto’ di M87) si è dovuti ricorrere ad una rete di almeno 8 radiotelescopi  situati in diversi punti della Terra (tra i quali ALMA, il più potente del mondo –  a cui l’Italia partecipa attraverso l’Eso (European Southern Observatory o Osservatorio Europeo Astrale) ) e ospita il nodo italiano del Centro regionale europeo presso l’Inaf (Istituto Nazionale di Astrofisica – Osservatorio di Astrofisica e Scienza dello Spazio) di Bologna)-  attraverso una serie di algoritmi e la tecnica della interferometria: ci spiega in termini accessibili in cosa consiste questa sinergia convergente di più punti di osservazione del Cosmo? Ciò che vediamo fotografato in questo momento è distante 27 mila anni luce. Dunque, l’immagine immortala ciò che è stato – non ciò che è ora – esattamente 27 mila anni fa, viaggiando alla velocità della Luce. Però immortala ciò da cui la Luce stessa non può uscire. In tal senso come si può avere un’idea delle distanze rispetto al punto più interno del buco nero, nei confronti dell’orizzonte degli eventi, essendo due Grandezze diverse la Forza dell’attrazione gravitazionale, che supera un’altra Grandezza diversa, cioè la Velocità con cui un fotone viaggia? Mi spiego meglio: la Forza è legata all’accelerazione di un corpo dotato di massa, mentre la velocità è legata allo spazio percorso per unità di tempo. Nessun oggetto dotato di massa, però, può viaggiare alla velocità della luce. Ciò che noi vediamo in quell’immagine è l’orizzonte degli eventi, dunque, non un’immagine ulteriormente verso il centro del buco nero?

Cerco di essere conciso e, spero, efficace, anche se per restare chiaro dovrò necessariamente essere un po’ impreciso e incompleto dal punto di vista tecnico. Le dimensioni apparenti del buco nero corrispondono a quelle che avrebbe una ciambella posizionata sulla Luna, in quanto è molto distante. Nessuno strumento ottico attualmente disponibile o realizzabile in un prossimo futuro è in grado di vedere una cosa (apparentemente) così piccola. Ma siccome i segnali che vogliamo registrare sono nelle radiofrequenze, che corrispondono a lunghezze d’onda milioni di volte maggiori di quelle visibili otticamente, gli scienziati possono ricorrere ad un escamotage. In pratica si registrano i segnali con vari telescopi distanti migliaia di chilometri e si confrontano con una tecnica molto complessa che si basa sull’interferenza delle onde radio. Con questo sistema, è come se avessimo un rilevatore grande come la distanza che separa i singoli radiotelescopi, all’incirca come tutta la zona del nostro pianeta compresa tra Stai Uniti, Francia e il Polo Sud. Con le bande di frequenza ottica questa tecnica non è purtroppo applicabile. L’immagine che viene ricostruita permette di “vedere” solo i gas che circondano l’orizzonte degli eventi, ma non all’interno del buco nero, da dove la luce non può uscire, salvo radiazioni che però non possono essere rilevate in questo modo. Quello che accade all’interno di un buco nero può essere soltanto ipotizzato per via teorica a partire dalla Teoria della Relatività Generale di Einstein e richiede l’uso di procedure matematiche estremamente complicate. All’interno di un buco nero i concetti di spazio e di tempo sono stravolti rispetto a quelli del nostro mondo e non possiamo quantificare le distanze o la profondità. Per approfondire questi concetti in un modo accessibile senza l’uso di matematica, almeno complicata, consiglio di libro “L’enigma dei buchi neri” di Heino Falcke, uno dei leader del team scientifico che ha realizzato le immagini di M87* e Sgr A*, oppure il tomo, di lettura non facilissima ma comunque accessibile, “Buchi neri e salti temporali” di Kip Thorne, forse il massimo esperto vivente di buchi neri.

Come Astrofisico e studioso della materia quale importanza attribuisce a questa scoperta definita “straordinaria”? Quali sono le attinenze del buco nero con la teoria della relatività di Einstein di cui attraverso proprio il buco stesso verrebbe confermata l’esattezza? Credo che in ciò residui – oltre la scoperta dell’entità spaziale- l’ubi consistam della grandezza incommensurabile della scoperta e – insieme – la straordinaria intuizione dell’incomparabile, genio dello scienziato, quindi delle potenzialità della mente umana.

Come dice Lei, innanzitutto questa è una scoperta che mostra che cosa è in grado di concepire la mente umana e quali cose straordinarie possano essere realizzate quando molte menti uniscono i loro sforzi. Fin da bambino mi interesso di Astronomia in tutti i suoi aspetti. Conservo tutti i libri che leggevo da ragazzo su questi argomenti, parliamo ormai di quasi trent’anni fa. Spesso si leggevano frasi del tipo “in futuro si spera di capire questo aspetto…”. Col passare del tempo molte cose non chiare allora lo sono diventate, o quanto meno ne sappiamo di più. In questo caso è straordinario vedere come da piccoli passi si sia arrivati ad un grande traguardo. Meno di cent’anni fa la nostra Via Lattea era considerata l’intero universo. L’idea di “buco nero” come fase finale dell’evoluzione di certi tipi di stelle, nasce nel 1931 dalle idee dell’astrofisico indiano Subrahmanyan Chandrasekhar, che in parte si rifà ai calcoli di Karl Schwarzschild di circa 15 anni prima basandosi sulla teoria di Einstein. All’epoca queste idee fecero molto scandalo fra i guru della relatività come Einstein e Eddington e ci volle del tempo prima che l’idea di buco nero fosse digerita dalla comunità scientifica. Nonostante questo gli stessi studiosi in questo campo hanno continuato a nutrire dei dubbi sulla reale esistenza di questi oggetti, relegati ad una mera curiosità teorica. Basti pensare che il grandissimo e compianto Stephen Hawking, famoso proprio per una formula matematica che riguarda i buchi neri, era arrivato al punto di scommettere con il collega Thorne sul fatto che un buco nero non sarebbe mai stato trovato (il premio in palio per il vincitore era un abbonamento ad una rivista per soli uomini). Quando Hawking morì, nel 2018, l’esistenza dei buchi neri era certa al 99%, anche se già da qualche anno aveva concesso a Thorne la vittoria della scommessa. Un anno dopo ecco la prima immagine di M87*, seguita poi da Sgr A*, che segnano pertanto una certezza assoluta dell’esistenza di questi corpi celesti. Come ricordavo prima, la possibile esistenza dei buchi neri, si ricava risolvendo le equazioni di Einstein della relatività generale. Anche se il grande scienziato tedesco, almeno inizialmente, non credeva alla loro esistenza, la presenza dei buchi neri non fa che confermare ancora una volta una delle teorie scientifiche più raffinate che la mente umana ha potuto concepire.

Stiamo parlando di entità dello Spazio distanti migliaia di anni luce: tuttavia la ricerca di un buco nero all’interno della nostra Galassia deve avere una motivazione scientifica che ne giustifichi la supposta esistenza e che ne spieghi la correlazione con i milioni di corpi celesti contenuti nella Via Lattea ma anche nell’Universo in generale. In atri termini questa correlazione esplicita una funzione? I “buchi neri” ci anticipano forse qualche spiegazione rispetto al grande mistero dell’Universo ancora inesplorato? In fondo il sistema solare – di per sé composito e differenziato, ancora da esplorare, ci è reso sempre più familiare dopo la scoperta di queste entità spaziali incommensurabilmente più lontane e misteriose… ‘Ultima Thule’, oltre l’allegoria che risale alla mitologia greca, è l’ultimo corpo celeste (a forma di tubero) fotografato in diretta da una navicella spaziale, eppure sta ai margini del sistema solare  

I buchi neri, è innegabile, hanno un fascino irresistibile. Non solo fra gli scienziati, ma anche fra la gente comune. Per gli scienziati il buco nero è un oggetto che per essere descritto ha bisogno di teorie matematiche complesse, è quella che viene definita una “singolarità” dello spazio-tempo. Capire la fisica dei buchi neri rappresenta quindi una sfida intellettuale molto succulenta per capire fino a che livello si può spingere la conoscenza umana, ma è anche un tassello fondamentale per capire l’origine e l’evoluzione delle galassie e dell’universo stesso. Per la gente comune il buco nero rappresenta qualcosa di mistico, in un certo senso. Ad iniziare dal nome “buco nero”, inventato dal fisico John Wheeler nel 1967, che probabilmente è poco azzeccato dal punto di vista scientifico, ma di sicuro ha una forte presa mediatica. L’esistenza di questi oggetti ha da sempre solleticato la curiosità delle persone: “Cosa succede se finiamo in un buco nero?”, “Il Sole potrebbe trasformarsi in un buco nero?”, “E’ vero che i buchi neri ci collegano ad altri universi?” etc. Quando circa 10 anni fa venne acceso il nuovo acceleratore di particelle al CERN di Ginevra, molti complottisti pensavano che avrebbe potuto creare un buco nero che avrebbe inghiottito la Terra. Ecco quindi che il buco nero è visto come un mostro cattivo e le persone ne sono terrorizzate ma anche affascinate al tempo stesso. Potremmo anche dire che oggi il buco nero rappresenta quelle che una volta erano le Colonne d’Ercole, un confine tra ciò che è noto e ciò che ignoto, qualcosa che si ha paura di attraversare. Col passare del tempo l’uomo ha superato le colonne d’Ercole. Impareremo prima o poi ad attraversare anche i buchi neri? Vedremo.

Alcuni Astrofisici cominciano a teorizzare l’esistenza di un buco nero in ogni Galassia. Potrebbero essere il cuore pulsante dell’energia generatrice, l’entità con più materia, la parte più ampia e massiccia posizionata forse al centro di ciascuna Galassia. Siamo solo in una fase iniziale e intuitiva rispetto alle molte domande che rendono affascinante, incommensurabilmente misteriosa e ricca di potenziali nuove scoperte ogni teoria sulla genesi dell’Universo?

In realtà la possibile esistenza di buchi neri al centro delle galassie è teorizzata già da alcuni decenni. Al momento abbiamo soltanto due casi conclamati, ovvero i già citati M87* e Sgr A*, ma segnali, seppure indiretti, della loro esistenza li abbiamo visti da parecchi anni in molte galassie, in particolare da quelle attive, come i quasar o le galassie di Seyfert. Il divertimento è appena cominciato. Come ho già avuto modo di dire, il bello della ricerca è non sapere dove si andrà a finire. Ogni vota che si trova la risposta ad una domanda, o si crede di trovarla, ecco che saltano fuori altre dieci domande. Pertanto è corretto dire che siamo in una fase iniziale del nostro processo di conoscenza del cosmo.

Nello specifico l’esistenza di Sagittarius A* è stata definita importante e suscettibile di ulteriorità, in termini di risposte a domande che potremmo definire ancora iniziali (rispetto alla complessità inimmaginabile delle risposte esaustive attese). Innanzitutto sulla genesi del buco stesso, sulla sua funzione (nulla esiste per caso, nemmeno a 27 mila anni luce di distanza da noi), sulla congerie di interrelazioni con i pianeti che fanno parte della Galassia in cui si trovano. Ma in sostanza, per il grande pubblico, quali spiegazioni si possono formulare circa l’importanza della scoperta? In che cosa potranno consistere le “straordinarie conseguenze di cui discutono gli Scienziati? Per quanto mi sono già permesso di chiederLe può in qualche modo l’enorme attrazione gravitazionale di un buco nero distorcere le informazioni che riceviamo tramite immagini, cioè luce “catturata”? Intendo, quanto distante si protrae, al di qua dell’orizzonte degli eventi, la Forza con cui viene attratta la Luce? Riesce a distorcerla, al punto da distorcerne le informazioni che con essa viaggiano sino a noi?

Per il grande pubblico la scoperta può sembrare di poca importanza, e ci sta. Il grande successo dal punto di vista scientifico non è tanto la fotografia del buco nero della nostra galassia, ma l’aver capito come realizzarla, e il fatto che tutto questo, come detto, conferma quelle che finora erano state solo teorie. È difficile prevedere adesso quali saranno le conseguenze di questa scoperta, ma prima o poi ci saranno senz’altro delle ricadute, non solo nella nostra conoscenza astrofisica sull’origine delle galassie e dell’Universo, ma probabilmente anche nella vita di tutti i giorni, ad esempio nei sistemi per l’elaborazione e la gestione di grandi masse di dati. Per quanto riguarda la seconda domanda, ovvero se un buco nero può distorcere le informazioni, la risposta è affermativa. Come previsto dalla teoria di Einstein la massa provoca una curvatura dello spazio-tempo (come scrisse Wheeler “la materia dice allo spazio come curvarsi, lo spazio dice alla materia come muoversi”). La presenza di forti masse come quella di enormi galassie che al loro interno contengono un enorme buco nero, può incurvare i raggi luminosi provenienti da galassie più distanti, col risultato di sdoppiare o addirittura quadruplicare l’immagine del corpo più lontano. Non è una speculazione teorica, ma abbiamo già visto degli esempi.

Per concludere questa interessante conversazione desidero riportare una riflessione dell’Astrofisica Mariafelicia De Laurentiis Prof.ssa dell’Università Federico I di Napoli e dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn) rilasciata all’Agenzia ANSA: “quella di Sagittarius A* è la foto per eccellenza -(dopo quella definita “del secolo” di M87*) – perché è la foto del ‘nostro’ buco nero… Per questo è un laboratorio unico per esplorare l’Astrofisica dei buchi neri e testare come si comporta la gravità a queste scale così vicine all’orizzonte degli eventi”.  Si tratta “di un perfetto campo di test per conoscere i campi gravitazionali più intensi, cioè per confermare o escludere le varie teorie relativistiche della gravitazione formulate accanto alla Relatività Generale”. Prof. Pesce, partiremo dunque da queste considerazioni per il seguito di Ricerca atteso? E possiamo affermare che anche l’Italia, con il suo know how, farà la sua parte?

La riflessione della prof.ssa De Laurentiis è assolutamente corretta. A partire da questo punto c’è ancora moltissima strada da fare. L’Italia ha le potenzialità per avere una parte importante in questo percorso, come ha dimostrato fino a questo momento. Io insegno matematica e fisica in un liceo scientifico e vedo che il nostro sistema scolastico, pur con tutte le sue problematiche, è in grado di formare meglio che in altri paesi; ho vari studenti che vanno a fare un anno di superiori all’estero e tutti mi dicono che nelle mie materie non si fa praticamente nulla. Non a caso molti giovani italiani vengono assunti in istituti di ricerca stranieri. Bisogna imparare a valorizzare i nostri talenti e dare più fondi alla ricerca scientifica, anche a quella, apparentemente inutile, che riguarda i buchi neri. Mi ha sempre colpito un’immagine mostrata dal prof. Roberto Battiston ad una conferenza: la conoscenza è come una piramide in cui la base sono le conoscenze fisiche fondamentali, tutte le applicazioni pratiche stanno sopra a questa base, se togliamo la prima, non potremo mai avere le seconde.

 

PROF.  ROBERTO PESCE 

Da sempre appassionato di astronomia, è Dottore di Ricerca in Fisica, con specializzazione nella fisica astroparticellare. Dal 2003 al 2012 ha svolto ricerche sui raggi cosmici di altissima energia, collaborando con l’Università di Genova, l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e il “Pierre Auger Observatory” con sede in Argentina. Ha insegnato Matematica e Fisica in diversi licei genovesi, dal 2016 è docente di ruolo e dal 2018 svolge la sua attività didattica presso il Liceo “Luigi Lanfranconi” di Genova-Voltri. Dal 2012 è docente di astronomia presso il Centro Universitario del Ponente.

La “questione sociale” di ieri e di oggi.

In passato un leader politico come Donat-Cattin seppe mettere in agenda la risposta alla questione emergente nelle fabbriche, per una nuova politica salariale e una più equa distribuzione della ricchezza nazionale. Oggi la crisi dovuta prima alla pandemia e poi alla guerra porta a ricadute drammatiche sul costo della vita. Spetta a chi continua ad avere una concezione popolare e democratica della società battersi affinchè questa deriva non si consolidi, ma sia affrontata e, possibilmente, risolta con scelte politiche chiare.

C’è un tema – tra i molti ma certamente più grave di tutti gli altri – che sta salendo per la sua drammaticità e per l’enorme impatto negativo sui cittadini. A livello trasversale. Ed è, di nuovo, una inedita e cruda “questione sociale”. Una questione sociale che è ripartita con la dura emergenza sanitaria e che è letteralmente esplosa per le conseguenze gravissime riconducibili alla guerra russo/ucraina. Perché, al di là dei talk sempre più noiosi e ripetitivi sulla guerra, sui posizionamenti tattici e sulle manovre belliche, quello che adesso aggredisce direttamente il corpo vivo delle persone sono le ricadute drammatiche sul costo della vita, sulla inefficacia dei salari e, soprattutto, sul massiccio aumento di tutto ciò che serve per condurre una vita sufficientemente dignitosa e normale. E quando tutti i dati rivelano numeri e cifre sempre più preoccupanti, occorre prendere atto che la politica non può più voltarsi dall’altra parte e fingere che, tutto sommato, i problemi sono altri. Certo, l’assenza di veri partiti popolari e democratici pesa. E pesa molto nella sostanziale incapacità di avere, come nel passato, strumenti di comunicazione e di collegamento tra i segmenti sociali e la politica. In ultima analisi, tra il “paese reale” e il “paese legale”. Eppure ciò che resta dei partiti ha il dovere morale, prima ancora che politico, di porre in cima all’agenda l’irrompere di questa nuova questione sociale che sta producendo, e rapidamente, nuovi poveri, nuove emarginazioni, forte disoccupazione, crescenti disuguaglianze e forti discriminazioni nonchè contraccolpi di carattere e di tenuta psicologica tra le persone.

Ora, è pur vero che già nel passato la politica è stata costretta ad affrontare e a cercare di dare risposte convincenti e credibili alla cosiddetta questione sociale. La differenza, però, con il passato è che in altre stagioni storiche del nostro paese esistevano ancora i partiti, le culture politiche e gli statisti o i leader politici a seconda di come li vogliamo definire. Basti ricordare, per fare un solo esempio, la stagione tra la fine degli anni ‘60 e l’inizio degli anni ‘70. Il varo, oltre 50 anni fa, dello Statuto dei Lavoratori con la firma dell’allora Ministro del Lavoro Carlo Donat-Cattin, era stato sì il frutto della intelligenza politica e del coraggio di quella classe dirigente e di quel Ministro nello specifico, ma anche e soprattutto della sua capacità di far in modo che “l’istanza sociale si facesse Stato”. Ovvero, fare in modo che il dato politico nuovo doveva consistere nel fatto – sono parole di Donat-Cattin che “la politica sociale non doveva più avere un ruolo subalterno nello Stato ma primario per la vita stessa dello Stato. Ossia, proprio l’istanza sociale doveva trovare piena cittadinanza anche nella sua espressione politico ed amministrativa e nella gestione della cosa pubblica”. Ecco perchè, in quei tempi, altrettanto drammatici seppur per altre motivazioni, la questione sociale e tutto ciò che si trascinava dietro veniva affrontata con la dovuta intelligenza e la necessaria determinazione e coraggio.

Oggi il contesto è radicalmente cambiato, com’è ovvio a tutti, ma permangono gli stessi problemi se misurati con le conseguenze concrete sulla vita dei cittadini. Dove ormai si parla di milioni di persone e centinaia di migliaia di nuclei famigliari. E la politica, in particolare quei movimenti e quei partiti che hanno al loro interno esponenti e militanti che provengono dal filone del cattolicesimo politico, popolare e sociale, non possono non porre questo tema al centro della loro riflessione ed iniziativa politica e legislativa. Del resto, non possiamo chiedere ai tecnocrati, di ieri e di oggi, di essere sensibili su questo versante. Costoro hanno un’altra cultura, coltivano altre priorità e perseguono altre finalità. Oltre ad avere altri redditi, altre frequentazioni e altre condizioni di vita. 

Tocca, semmai, a chi continua ad avere una concezione popolare e democratica della società e a chi dimostra concretamente di avere a cuore le condizioni dei ceti popolari battersi affinchè questa deriva non si consolidi ma sia affrontata e, possibilmente, risolta con scelte politiche chiare, nette ed inequivocabili. Per il bene della società e non solo per un atto d’amore nei confronti di una, seppur nobile, tradizione culturale e politica.

Letta, Salvini, Berlusconi: tutti proclamano la fine delle larghe intese, ma il barometro economico UE volge al peggio. E Draghi…

Un’analisi controcorrente. Secondo l’autore, incline a guardare la realtà con scrupolo misto a disincanto, “due sono le cose “certe”: la Bce, checché se ne dica, non potrà interrompere l’acquisto titoli, e la seconda, Draghi rimarrà premier dopo le prossime politiche, a prescindere dal loro esito”.

 

Gli ultimi dati sui consumi tedeschi su base mensile segnalano un crollo che supera le previsioni. La Germania, “curata” come e più dell’Italia dalle iniezioni di liquidità della Bce ha assoluto bisogno di un rialzo dei tassi, misura che però farebbe collassare i Paesi periferici dell’Eurozona. Questo succede quando si ha una moneta comune per aree economiche disomogenee e si è fatto assai poco per correggerne il cattivo funzionamento.

 

Due sono le cose “certe”: la Bce, checché se ne dica, non potrà interrompere l’acquisto titoli, e la seconda, Draghi rimarrà premier dopo le prossime politiche, a prescindere dal loro esito.

 

Condizioni necessarie ma non sufficienti da sole a esorcizzare lo spettro di una Weimar europea. Soprattutto alla luce del fatto che la guerra sta vistosamente aumentando d’intensità. Il cerino ormai è rimasto nelle mani di chi comanda realmente negli Stati Uniti: il prezzo di una risposta adeguata alle conquiste militari della Russia è imboccare una via senza ritorno.

 

Inoltre, le “armi” in gran parte spuntate della Bce, perché l’economia reale risponde sempre meno agli stimoli monetari, sono ulteriormente indebolite da una politica estera comune che contro ogni logica sembra più preoccupata di arrecare danni alle imprese che ancora resistono, e ai consumi delle famiglie europei piuttosto che alla Russia. Ormai persino ambienti come quelli di Bloomberg o del Financial Times lo ammettono. Da quando sono state attivate le sanzioni, il Rublo vola, la bilancia commerciale russa ha raggiunto cifre record superando nel periodo in termini assoluti persino quella tedesca. 

 

E il sistema mercantilista tedesco si sta sgretolando velocemente. Mentre i Paesi sanzionatori vedono avanzare l’inflazione causata dal rincaro dell’energia e dei cibo, a causa delle sanzioni che loro stessi hanno decretato. Non c’è alcun dubbio che Draghi, pur in un clima di generale incomprensione di quanto sta accadendo da parte dei partiti, stia operando scelte valide di portata strategica in vari settori, dall’energia, alle rilocalizzazioni, alla autosufficienza alimentare, alle politiche fiscali per non parlare del piano internazionale dove sta dando e attuando chiari segnali nella prospettiva del multipolarismo.

 

Resta da vedere, a partire dai prossimi mesi, quanto il disegno messo in atto dal Presidente del consiglio avrà la possibilità di avanzare senza esser ostacolato in parte o del tutto da eventi che per alcuni sono la continuazione della politica sebbene in realtà ne rappresentino il fallimento.

 

Il rapporto tra Marcora e De Mita. Dall’Archivio, unico e prezioso, di Giovanni Di Capua: uno squarcio sulla storia della Base.

La testimonianza rientra nella straordinaria opera di divulgazione operata dal giornalista, saggista ed editore scomparso qualche mese prima di De Mita, con il quale strinse per molti anni un sodalizio intellettuale e politico all’interno della Dc. Il link posto a fine pagina consente di accedere al testo di Di Capua.

Ha ragione chi dice che le carte parlano, e lo fanno in coincidenza inaspettata con alcuni significativi eventi contemporanei. Questo è ciò che ho pensato nel ritrovare casualmente nel mio archivio una “testimonianza” (2009) di Giovanni Di Capua dal titolo “Il rapporto fra Marcora e De Mita”. Di Capua aveva presentato questo testo durante il Convegno del febbraio 2009 promosso dall’Istituto Sturzo e dal Centro Studi Giovanni Marcora; non credo che siano stati pubblicati gli Atti di quel Convegno e comunque la singolare coincidenza della scomparsa di Giovanni di Capua (1930) e di Ciriaco De Mita (1928) a soli quattro mesi l’uno dall’altro, ben trentanove anni dopo la malattia e quaranta  dopo la scomparsa di Giovanni Albertino Marcora (n.1922), non può passare inosservata a chi conosca la storia della Dc e della sua “sinistra di Base” in particolare. Certo, per il grande pubblico le figure sia di Marcora che di De Mita appaiono di prima grandezza nella storia dell’Italia repubblicana, a differenza di quella del Di Capua noto solo agli addetti ai lavori ed ai militanti soprattutto della DC. Eppure, gran parte della diffusione delle idee della corrente basista e delle attività politiche e ministeriali di De Mita e di Marcora, almeno fino ai primi anni ’80, si deve alla gigantesca opera di divulgazione operata da Giovanni di Capua, giornalista, saggista, editore.

Ho avuto la fortuna di conoscere bene tutti e tre i personaggi, ma sarebbe pretenzioso e forse inutile, che io scrivessi ora su De Mita o su Marcora: più utile per tutti risulterà certo leggere la “testimonianza” sui due amici, scritta nel 2009 da Di Capua. Su quest’ultimo, del quale neppure la morte avvenuta a fine gennaio di quest’anno ha avuto risonanza mediatica, con l’eccezione di una commemorazione fatta dall’Ospedale sant’Anna di Como, Ospedale sul quale Di Capua aveva pubblicato anni fa uno dei suoi innumerevoli volumi, voglio invece aggiungere alcune righe, e non sulla sua persona e la sua vita, ma sulle sue opere ed i suoi lasciti.

Immaginate l’intera raccolta dell’Agenzia Radar, della rivista Appunti, delle Edizioni Ebe, l’archivio su più di 40.000 soggetti biografici riguardanti personalità della cultura, della politica, dei movimenti sindacali e sociali, composto di manoscritti, dattiloscritti, manifesti, fotografie; una fototeca con molte migliaia di foto d’agenzia, diapositive, videocassette. Questo è solo l’aperitivo di una straordinaria, unica, preziosissima raccolta di documenti e volumi riguardanti la storia dell’Italia repubblicana, dalle origini ad oggi, con i suoi movimenti politici, le Istituzioni, gli uomini e le donne che si sono susseguiti nella vita parlamentare e di governo. 

Giovanni di Capua ha dedicato la sua vita, dopo aver scritto e pubblicato migliaia di articoli e volumi, a raccogliere, catalogare, sistemare e conservare tutto quanto sopra descritto, insieme a più di 90.000 volumi e 320 collezioni complete di quotidiani e periodici, in un ex convento di Tarquinia da lui appositamente acquistato. Questo immenso e prezioso “bene culturale” già nel 2003 dichiarato archivio di notevole interesse storico e pertanto sottoposto a vincolo, è bisognoso di protezione, cura e valorizzazione, soprattutto dopo la recente morte di Giovanni Di Capua. Non possono andare disperse raccolte essenziali per la ricostruzione storica della vita politica, culturale e sociale italiana, alcune certamente uniche, quali il Fondo Presidenti del Senato (246 faldoni), Presidenti della Camera (119 faldoni), Presidenti della Repubblica (30 faldoni), Fondo Aldo Moro, Fondo Ciriaco De Mita, Fondo correnti democristiane, e così via. 

Per leggere il testo di Di Capua

IL RAPPORTO FRA MARCORA E DE MITA_

La difficile mobilitazione nel Donbass occupato dai russi (AsiaNews)

Già prima dell’invasione le autorità separatiste di Lugansk e Donetsk avevano imposto il reclutamento generale. Gli uomini tentano in ogni modo di evitare l’arruolamento. I sussidi promessi loro da Putin non sono mai arrivati. In caso di morte in combattimento le famiglie ricevono meno di 200 euro di compensazione.

 

Vladimir Rozanskij 

 

Nelle ultime settimane l’offensiva russa in Ucraina si è concentrata nel Donbass, cercando di garantirsi almeno questa regione per proclamare in qualche modo la vittoria della “operazione militare speciale”. Finora la Russia ha occupato quasi un quarto del territorio dell’intera Ucraina. Controllati in parte da separatisti filo-Cremlino dal 2014, gli oblast di Lugansk e Donetsk non sono però completamente sotto l’occupazione di Mosca; per questo gli uomini abili al servizio bellico di queste zone sono stati chiamati alla mobilitazione generale.

 

In Russia la resistenza a farsi coinvolgere nel conflitto ucraino è molto forte, e le autorità non possono premere più di tanto, non essendo formalmente dichiarato lo stato di guerra. Nel Donbass invece le condizioni sono esplicite, e il rifiuto di arruolarsi non è ammesso, ma gli uomini cercano in ogni modo di sottrarsi, attenendosi alla regola “siedi e stai zitto”, sperando di non essere notati e coinvolti forzatamente.

 

Anche coloro che sono già schierati nell’esercito russo-separatista cominciano a dare segni di insofferenza, dopo 100 giorni ininterrotti di azioni militari, e chiedono con sempre più insistenza di essere rimandati a casa. La mobilitazione generale nelle aree separatiste del Donbass era iniziata addirittura prima il 19 febbraio, prima dell’invasione. Le autorità locali l’avevano imposta basandosi sui documenti dei servizi condominiali, degli operai delle miniere, delle fabbriche metallurgiche e di altre strutture controllate dai separatisti, fino alle liste dei medici di base. A tutti era stato detto che la mobilitazione prevedeva un servizio di 90 giorni, ormai abbondantemente scaduti.

 

La massa dei soldati arruolati, quasi tutti con scarsa o alcuna preparazione militare, è stata trattenuta per settimane nei punti di raccolta di Makeevka e Dokučaev, usandola “per gli scavi”, che in gergo militare significa la costruzione delle trincee e delle infrastrutture belliche. Di solito non sono inviati in prima linea, e sono armati con equipaggiamenti di fortuna risalenti anche alla Prima guerra mondiale, al massimo con qualche nuovo puntatore ottico.

Tra i “mobilitati” vi sono musicisti delle filarmoniche, collaboratori delle procure, studenti degli ultimi corsi universitari e altre categorie di persone che non avevano modo di sottrarsi. Quando dopo i 90 giorni di contratto si è tentato di gettarli nella “macelleria” di Severodonetsk, sono scoppiate le proteste, accompagnate da video e messaggi ad amici e conoscenti per cercare sostegno al di fuori dell’esercito. In particolare si sono fatte sentire le madri, mogli e fidanzate dei militi improvvisati, per chiedere il loro ritorno.

 

Le amministrazioni separatiste avevano consegnato loro passaporti russi con procedura accelerata, ma di fatto la loro cittadinanza si è rivelata incompleta, e non sono arrivati neppure i sussidi sociali promessi da Putin, soprattutto alle famiglie dei caduti, distribuiti solo ai russi residenti nella Federazione. Ai mobilitati del Donbass è garantito solo il funerale gratuito in caso di morte in combattimento, con una compensazione alle famiglie di 5-10mila rubli (meno di 200 euro). Si era parlato di sussidi fino a tre milioni per ogni caduto, ma in alcuni casi i corpi dei soldati morti sono stati restituiti alle famiglie in bare sigillate, con la dicitura “causa della morte: Covid-19”. Solo alle famiglie dei metallurgici sono state concesse somme fino a un milione.

 

Continua a leggere

https://www.asianews.it/notizie-it/La-difficile-mobilitazione-nel-Donbass-occupato-dai-russi–55947.html

 

L’ira funesta è finita? Bisogna che si torni a parlare di politica, ma prima ancora a riflettere e a disegnare scenari.

Riportiamo per gentile concessione dell’autore l’articolo pubblicato nell’ultimo numero del settimanale della diocesi di Brescia. Rossini, docente di sociologia, è stato Presidente delle Acli. Il titolo non coincide con l’originale (cfr. testo di cui al link a fondo pagina). 

 

Roberto Rossini

 

Del governo Draghi si può dire di tutto tranne che sia un governo di rabbia, di risentimento. Rabbia e risentimento hanno per anni dominato, in politica, ma ora gli italiani – almeno in maggioranza – paiono premiare chi di rabbia non ne ha. Anche la recente vittoria di Macron in Francia, opposto ad un avversario che fa leva sulla rabbia, sembra consegnarci lo stesso messaggio di razionalità e di competenza politica. Allora è finita la stagione del rancore? No, e presto ce ne accorgeremo. Quando in autunno prenderemo definitivamente atto dell’aumento delle spese per i beni essenziali e i non essenziali (oramai necessari), allora è ragionevole pensare che il sentimento negativo di molti di noi sarà magicamente trasformato in risentimento da qualche prestigiatore del consenso facile, dove ogni soluzione è semplice: il trucco c’è ma non si vede.

 

La cruda realtà dietro le quinte è che la guerra in Ucraina – e le sue conseguenze interne – ci stanno obbligando a fare i conti con le domande essenziali della politica: quali valori dobbiamo perseguire? Quali valori sono compatibili tra di loro e in che misura? Qual è il vero compito della politica? Chi dobbiamo anzitutto tutelare? È più facile attraverso una società aperta o chiusa? È meglio allearsi o rimanere da soli? Lo Stato deve tornare ad occuparsi di economia? Quali sono le priorità? Cosa distingue la destra dalla sinistra? Molte posizioni si stanno ridefinendo.

 

Quanto aveva ragione papa Francesco a ricordarci che non possiamo vivere da sani (o fingerci sani) in un mondo malato! Le cose costano: la democrazia, l’ambiente, la pace, il welfare, il benessere, il diritto, la benzina, il grano, il cobalto. Dobbiamo fare i conti con la realtà delle cose, dirci le verità che conosciamo e poi scegliere con le regole della politica. Perché quando si manifestano le tragedie, quando ti accorgi che la povertà o la morte rischiano di rappresentare un inevitabile destino, allora capisci che qualche responsabilità politica c’è. Serve tornare a parlare di politica nel senso pieno del termine, sia quello con P maiuscola (i valori) sia quello con P minuscola (la bolletta del gas): ma senza dividerle, perché l’errore sta proprio lì. Tutto, invece, si tiene. Anche il popolo e la necessaria costruzione delle élite che governano le istituzioni da proteggere. Dobbiamo avere rispetto per ogni persona e fare le scelte che possano incamminarci verso la pace, la giustizia e la libertà. Ma facendolo con razionalità e passione, con logos e pathos, mettendo la rabbia tra parentesi. Basterà?

 

Il rapporto con le generazioni, infine, parte dalla constatazione di un’incapacità della democrazia di rappresentare i minori, non tanto e non solo sul piano dei loro diritti, quanto su quello di una rappresentanza/rappresentazione del futuro del genere umano. Se il bene comune non si riduce esclusivamente all’interesse diffuso dell’odierno, del tempo reale, ma lo collochiamo su un piano di continuità con il passato e il futuro, allora chi rappresenta il futuro? La proposta “un figlio, un voto” è solo una provocazione o può diventare un’ipotesi più alta di democrazia? Ha senso concedere il diritto di voto ai minori? Religioni, generi e generazioni: chiavi di volta di un ripensamento della democrazia che abbia l’ambizione di guardare un poco più in là di quanto la lente del sondaggio possa offrire. Si tratta anzitutto – è bene ribadirlo – di una riflessione che va condotta a partire dal piano dell’elaborazione culturale. Innanzitutto il pensiero, il riprendere a pensare, a disegnare scenari possibili, ad immaginare probabili percorsi, dove queste singole sfide si intrecciano. In questa riflessione, non lo dimentichiamo certo, si apre tutta l’attualità da gestire, da amministrare: sindaci e assessori, ministri e presidenti devono decidere, scegliere. Qui ed ora. Ma ci pare un vero e proprio impoverimento che questioni tanto ardue siano affrontate seguendo la logica del consenso rapido, e non quello della meditata (e profetica) interpretazione. Non ci manca tanto la visione di ciò che sta accadendo, o l’analisi delle cause: quello che ancora fatichiamo a scorgere è il dove stiamo andando. Insomma, la sfida postglobale.

 

Per saperne di più 

https://www.lavocedelpopolo.it/opinioni/ira-funesta-finita

Carpenedo, “ho sempre considerato la politica un dovere e una missione, sempre un gradino al di sopra della stessa professione”.

Vorrei ricostruire con te alcune vicende della DC del Friuli Venezia Giulia. Com’è stato l’inizio del tuo impegno politico?

Sono nato nel 1935. Appena finita la guerra ho cominciato il mio apprendistato politico con i rapporti che mi sembravano più ovvi e naturali venendo da una famiglia legata all’ambiente cattolico. Posso dire di aver attaccato parecchi manifesti in occasione del 18 aprile del 1948 a Paluzza, il paese dove sono nato, al confine con l ‘Austria. Paluzza oggi ha 2000 abitanti, a fine guerra ne aveva il doppio. Si trova lungo la strada di Monte Croce Carnico, costruita al tempo di Augusto, quando il Norico diventa una  provincia dell’impero. Augusto, da grande organizzatore qual era, si preoccupa di collegare a nord Aquileia, avamposto di Roma, fondata 200 anni prima di Cristo, una grande città, importante come Milano. Augusto lega il porto dell’alto Adriatico con il Norico costruendo due vie: quella che passa da Tarvisio e appunto quella che passa per M.Croce e per il Brennero e diretta al centro dell’Europa.

 

E dopo il 1948?

Ho fatto il liceo a Udine e l‘università a Padova. Dopo il servizio militare mi sono dedicato alla professione di ingegnere libero professionista Trasferita a Udine la residenza, il segretario della Dc di Paluzza scrisse a mia insaputa a quello di Udine: “Guardate che vi abbiamo mandato un giovane che vi potrebbe tornare utile”.

Chi c’era come riferimento politico a Udine?

Siamo all’inizio degli anni sessanta, i personaggi importanti, i capi, sono due: Mario Toros, leader di Forze nuove, e Antonio Comelli, moroteo, che non ha mai voluto far poltica a Roma.

Un grande Presidente di Regione. Quello della ricostruzione post terremoto…

A partire dal 1970 faccio per cinque anni l’assessore alla provincia di Udine. Subisco la protesta di mia moglie perché, invece di un tranquillo ingegnere, scopre di aver sposato un uomo che per la politica trascura gli affetti familiari. Comunque, alle elezioni politiche Comelli mi propone la candidatura al Senato nel collegio dell’alto Friuli. Sono costretto a dire di no per non mettere in discussione il mio matrimonio. Mi capisci?! Nel 1975 resto in politica soltanto come consigliere del mio comune e mi dedico alla professione, in particolare ai problemi della ricostruzione. Nel 1978 divento consigliere regionale eletto nel collegio del terremoto, per una decisione che appare a molti scontata. 

Se non ricordo male, hai seguito tutta la ricostruzione del terremoto del 1976?

Sì, dal 1976 al 1978 partecipando alla scrittura dei documenti tecnici innovativi utilizzati nella nostra ricostruzione. Dal 1978 al 1991 partecipando alla scrittura delle 69 leggi  regionali che si sono occupate di ogni aspetto della ricostruzione.

Alla commemorazione dei 40 anni del terremoto e della ricostruzione, tenutasi alla Camera (Sala della Regina) ho partecipato, con Laura Boldrini, la Serracchiani e Zamberletti, in qualità di relatore.

 Giuseppe Zamberletti ha ricordato le vicende della emergenza, io quelle della ricostruzione.

In quegli anni ho accumulato molta esperienza, tant’è che nel 1980, in occasione del terremoto dell’Irpinia, sono stato più volte utilizzato come consulente. Comelli, alle richieste di aiuto, mandava sempre me per conto della Regione,  per la conoscenza che avevo sia  degli aspetti tecnici che di quelli politici della ricostruzione. 

 Torniamo alla ricostruzione del Friuli. Le novità? 

Nel 1976 lo Stato concesse alla Regione Friuli Venezia Giulia una delega amplissima per la ricostruzione, che non aveva precedenti e non fu più ripetuta. Fu una scelta di Moro, allora Presidente del Consiglio, il quale aveva presente l’esempio non proprio felice del Belice. Dopo otto anni dal sisma, da quelle parti non avevano battuto un chiodo, sempre alle prese con i piani generali urbanistici, i piani comprensoriali, i piani comunali…C’era un clima pesante, per questo Moro voleva intraprendere un’altra strada. Ancora: Moro aveva un rapporto privilegiato con il Friuli Venezia Giulia. La nostra era la Regione più morotea d’Italia, a giudicare dai nrisultati dei congressi della DC. Moro veniva volentieri da noi. A margine di una riunione a Palazzo Chigi, il 10 maggio 1976, in preparazione del decreto legge 227, chiese a Comelli se “la Regione se la sentiva di assumersi l’incarico della Ricostruzione”. Era una scelta coraggiosa e Comelli vi aderì con entusiasmo. L’idea della delega si trasformò nell’articolo 1 e 2 del decreto legge.

Moro mostrava di fidarsi della Regione: dare una delega piena era una opportunità, ma anche un rischio. Trieste era ammalata, al contrario di Udine, che stava in grandissima salute: Udine conosceva a quel tempo la sua rivoluzione industriale. Tuttavia, Trieste era collocata sulla cortina di ferro, bisognava assolutamente tenerne conto. E i triestini avevano insistito con Moro per finanziare i piani di sviluppo nel quadro delle norme sulla “specialità” del Friuli-Venezia Giulia. Per altro, da segretario politico della Dc Moro aveva seguito la nascita della legge costituzionale 31 gennaio 1963, n. 1 che riconosceva la suddetta “specialità”.

Moro aveva pensato, in definitiva, che essendo ricostruzione e sviluppo inseparabili, attraverso la delega si potesse provvedere ai problemi della ricostruzione del Friuli e a quelli di Trieste contemporaneamente. E noi potevamo utilizzare quella benedetta delega per rovesciare l’impianto che si era dimostrato negativo per il Belice e che prevedeva l’abbandono dei vecchi centri urbani e la ricostruzione in nuovi siti.

Quindi, un’idea geniale di Moro. Ma torniamo alle tue vicende personali, ovvero al tuo diretto impegno politico.

 Arrivato in regione, dovevo occuparmi solo di ricostruzione, pensavo come consigliere regionale e finii per fare l’assessore, alla istruzione e attività culturali perché Toros, capo di Forze Nuove, impose Adriano Biasutti come assessore alla ricostruzione. Per gli equilibri interni della Dc non potevano esserci due morotei uno presidente della giunta e l’altro con l’assessorato più importante..

Io, non ero un fanatico delle correnti; del resto, ero abbonato a Terza Fase. Le “cronache di bordo” le leggevo con piacere. Il fratello di Carlo Donat Cattin era direttore della scuola di formazione professionale di Trieste e quindi mio dipendente. Ebbi con lui qualche discussione di troppo. Mi chiamò da Roma il dott. Milazzo per trovare una soluzione. Comelli commentò: “Ti ha telefonato la persona più importante di Roma!”.

E i rapporti con Sergio Coloni?

L’ho avuto con me in Regione. È stato un grandissimo personaggio a Trieste. Corrado Belci lo era sul lato intellettuale, Coloni sul piano operativo: un leader indiscusso. Teneva i rapporti con gli sloveni, che erano comunisti ma parlavano solo con la Dc. Mi portava sempre con sé. “Ho bisogno di un Furlan”, diceva. Poi l’ho ritrovato a Roma. Diventò parlamentare una legislatura prima di me.

E la legge speciale per Trieste?

Non ha funzionato. Per Trieste la vera legge è stata quella della caduta del Muro di Berlino! Da quel momento ha ripreso a crescere in modo incontenibile.

E Giorgio Santuz? Che ruolo aveva?

Il capo era Toros, poi venivano Santuz, Biasutti e Turello, presidente della Provincia,

Udine era la capitale politica, Trieste lo era solo nominalmente. Quando la Dc, partito con maggiore radicamento nei centri minori, ha perso consensi, fatalmente ne ha risentito la forza della città. La prima sintesi si faceva a casa dei morotei friulani e triestini, e una volta trovato l’accordo tra Udine e Trieste si allargava il confronto a Forze Nuove.

Hai partecipato al Movimento giovanile?

No, nella Dc c’erano quelli che venivano dal Movimento giovanile e quelli che venivano dalla società civile. Io appartenevo alla schiera di quest’ultimi.

La ricostruzione post terremoto non è stata una grande sfida, per dimostrare efficienza e laboriosità nella gestione di problemi immani?

Sì, è stata davvero una grande sfida. Abbiamo ricostruito il Friuli terremotato in dieci anni e lo abbiamo fatto innovando, dando vita al “modello Friuli”. Un modello straordinario.

Ho seguito la commissione di inchiesta sull’Irpinia con Carrus e Gottardo, ex sindaco di Padova, ed emerse che sul terremoto dell’Irpinia vi fu un eccessivo ampliamento dell’area del cratere, ai fini della ricostruzione, e più in generale si palesarono problemi sul versante dei controlli. Torniamo alle vicende di partito. Come era organizzata la Dc in Friuli?

Si lavorava molto. Ho fatto parte della direzione regionale e provinciale. La Dc era organizzata bene, si presentava come un partito robusto, aveva molti iscritti e…noi eravamo fuori ogni sera Il conflitto con mia moglie era inevitabile! “Cosa mi interessa delle tue assemblee”, mi diceva, “stai a casa: abbiamo due figli”. Con la famiglia, coloro che facevano politica, finivano per avere debiti immensi.

È un problema di tutta la politica, almeno della politica di allora…

È vero. Comunque il partito era vivo. Sentiti gli iscritti, in realtà avevi realizzato un vero sondaggio alla stregua di quanto oggi ti propinano le società specializzate. Intendo dire che avevi sondato le radici della società, capendo cosa si muoveva in tutte le categorie e in tutte le articolazioni sociali.

E a Roma, in Parlamento, quando sei arrivato?

Nel 1992. Mi hanno messo subito a lavorare. Ho fatto il relatore sul bilancio, d’altronde lo avevo fatto anche in Regione. Al primo mandato sono stato Presidente della commissione bicamerale per il Belice. Ti ricordi di Vittorino Colombo? Fu incaricato di mettere d’accordo i siciliani per la scelta del presidente della bicamerale che spettava alla Dc. Ad un certo punto si arrabbiò. Battè il pugno sulla tavola gridando: “Basta! Il presidente lo fa Carpenedo: almeno sa che cosa è un terremoto!”. Ho saputo della scena da quelli che sono venuti a cercarmi per vedere che faccia avevo: insomma, nessuno mi conosceva.

Considero la legge sulla montagna, la legge 97/1994, il risultato più importante della mia attività di senatore. Della stessa sono stato relatore con l’incarico di predisporre il testo base. La legge è figlia del Senato. La Camera ci ha messo solo il timbro, di necessità. L’ho tirata fuori per i capelli perché si stava chiudendo la legislatura. Ci sono riuscito per il rotto della cuffia andando a implorare i deputati di approvarla a tutti i costi.

Ricordo, in effetti, che fondammo l’associazione “Amici della Montagna” con Coloni, con Roberto De Martin che era presidente del CAI…

Prova a chiedere al prof. Barberis se si ricorda di Carpenedo!  Io mi ricordo di lui per gli ottimi suggerimenti che mi diede e per la generosità con cui mi giudicò quando ebbe a dire che senza la mia caparbietà la legge non sarebbe stata mai approvata!

In quella legislatura ci furono i provvedimenti sulle privatizzazioni, le manovre di risanamento…

Ricordo che fu un periodo complesso, molto impegnativo. Ho fatto il relatore anche per la manovra da 93 mila miliardi del governo Amato, per salvare il Paese dal fallimento. Direi che fu un periodo tragico per tutto quello che accadde. Ci furono cose inammissibili. Quello che ho provato per Scalfaro, per aver chiuso una legislatura che pure aveva una maggioranza…ecco, non voglio toccare questo argomento…Almeno avesse accettato la richiesta di Martinazzoli di abbinare le elezioni politiche con le europee. Si sarebbero guadagnati sei mesi, dando respiro a tutti noi. Scalfaro invece preferì operare una brutta forzatura costituzionale. Sciogliere un Parlamento non può essere una passeggiata! Lo fece a fin di bene perché era crollata la fiducia del popolo italiano nel Parlamento? Ma allora si sarebbe dovuto dimettere anche lui perché da quel Parlamento aveva ricevuto l’investitura!

Anche da “pensionato” non sono riuscito a superare un certo disappunto per quello che è accaduto. E aggiungo, pur con rispetto, che da Scalfaro mi aspettavo molto di più.

Amaramente sostengo oggi che non aveva speciali titoli speciale per diventare Presidente della Repubblica. Certo, portava i voti del Pci, ma per il semplice fatto che Napolitano, in cambio, avrebbe ottenuto la Presidenza della Camera.

Torniamo alla tua terra. Come è il Friuli oggi, si vede la mancanza di un partito come la Dc?

Altroché! Basta osservare la realtà. Udine nel periodo della Dc era forte, su tante cose era viva. Adesso è diventata un capoluogo di provincia qualsiasi, non è più un nodo nella rete delle città virtuose alla avanguardia nella ricerca.

Qualcuno imputa il rilassamento alle conseguenze della ricostruzione. In ogni caso dopo quasi 50 anni sarebbe ora di rimettersi in moto. Trieste e Udine sono due vasi comunicanti. Quando sale Udine, cala Trieste, e viceversa.

Sono come il dollaro con l’oro…

Sì, la storia ha questo andamento ciclico. Adesso per Udine è arrivata l’ora di svegliarsi un’altra volta, almeno lo spero. È una bella città, ben tenuta…ma non basta.

Dunque…il Friuli del dopoguerra e quello di oggi: che cosa emerge dal confronto?

Non ci sono dati significativamente diversi dal triveneto. Forse c’è più benessere diffuso, ma è crollata la natalità.

Ma non  è più terra di emigrazione…

No, non lo è più da molto tempo. La piaga dell’emigrazione è stata presente fino all’inizio degli anni ‘70, poi il fenomeno si è interrotto. Era decollata la rivoluzione industriale, in ritardo nel nord-est rispetto a Milano Torino e Genova, i grandi poli dello sviluppo nell’immediato dopoguerra.

Cosa manca al Friuli dei nostri giorni?

Per le infrastrutture manca qualcosa, ma soprattutto manca il dinamismo. Udine, grazie all’università, dovrebbe essere all’avanguardia nel settore della ricerca. Stiamo vivendo la rivoluzione digitale e la città l’osserva quasi passivamente.

Ma a Trieste ho visitato importanti centri di ricerca…

A Trieste…ma non a Udine, che ha perso il suo ruolo trainante. Non è l’attore principale. Se osservi alcune vicende del comparto industriale concludi che è diventata più importante Pordenone. Michelangelo Agrusti è presidente dinamicissimo dell’Associazione industriali: ha realizzato un accordo tra Pordenone, Trieste e settore Giuliano, mentre Udine se ne sta per suo conto. Con quel ruolo Pordenone è cresciuta diventando la bandiera del dinamismo friulano. Pensa, dal punto di vista culturale, a Pordenonelegge.

Forse hanno inciso ragioni geografiche?

Cinquant’anni la geografia non era diversa e Udine aveva un ruolo.

Callegaro e Fioret non erano di Pordenone?

Si, dici bene. Mario Fioret, anche se molto avanti negli anni, dovresti coinvolgerlo nel racconto della storia della Dc del Friuli fino alla nascita della Regione.

Adesso cosa fai?

Finita l’esperienza politica sono stato Presidente dell’ordine degli ingegneri della provincia di Udine. Adesso cerco di tenermi in movimento. Le occasioni non mancano.

Abbiamo citato Zamberletti. Era molto amato, ma a tuo giudizio è stato ricordato adeguatamente?

Zamberletti ha letteralmente inventato la protezione civile. Lo hanno commemorato in tanti posti del Friuli, come era giusto. In qualità di commissario straordinario per l’emergenza lo trovavi dappertutto; aveva grandi capacità organizzative, infondeva fiducia e coraggio. La sua nomina a commissario vien fatta a Parlamento sciolto. Avrebbe potuto dire a Moro che doveva curare la sua campagna elettorale a Varese. Invece rimane in Friuli, lontano dal collegio, ma gli elettori varesini lo premiano con una valanga di voti. Dopo il terremoto di settembre viene richiamato a furor di popolo. Il Friuli gli rimane grato. I friulani considerano Giuseppe Zamberletti un loro grande amico. 

Che cosa ricordi di più della esperienza politica? Che cosa ti ha affascinato maggiormente?

Ho sempre considerato la politica un gradino al di sopra della professione. Ho fatto l’ingegnere per il piacere di farlo, non per costrizione: mio padre era farmacista. Ho partecipato a progetti importanti, in campo professionale, ma riconosco alla politica un ruolo superiore. Quando ti senti investito di responsabilità, prima in Regione e poi in Parlamento, avverti il peso di un dovere morale, di una missione…

Aggiungo al discorso serio un pettegolezzo. Mi colpisce il fatto che specie i colleghi del Mezzogiorno, dopo l’esperienza parlamentare, sentano il bisogno di tornare spesso a Roma. Al nord questa esigenza è meno sentita, ma mantengo un ottimo ricordo degli anni trascorsi nella capitale.

Ti pesava venire a Roma?

Beh…ho dovuto lavorare molto, non ero in vacanza. No, non mi pesava, almeno non più di tanto. I trasporti erano buoni, dal treno all’aereo, anche se qualche volta i piloti facevano sciopero girando sulla città…

Di un centro politico nuovo, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, ha ancora bisogno il nostro Paese.

L’autore esprime viva adesione alla tesi espressa ieri sulle nostre pagine da Giorgio Merlo. “C’è la necessità di superare quel “bipolarismo selvaggio” introdotto in Italia dopo la fine della Prima Repubblica”.

Ettore Bonalberti

L’ultimo articolo di Giorgio Merlo pubblicato da “ Il Domani d’Italia” (Centro, che può essere? Non la replica della Dc, ma qualcosa che ne costituisca la ripresa in termini di valori e contenuti”) è un contributo importante al progetto di ricomposizione politica della nostra area culturale e sociale. Vorrei innanzi tutto confermare che nemmeno noi che, dal 2011-12, tentiamo di dare pratica attuazione alla sentenza della Cassazione n.25999 del 23.12.2010, secondo cui “la Dc non è mai stata giuridicamente sciolta”, abbiamo pensato che si potesse rifare la Dc storica; il partito che per molti di noi è stato quello dell’intera vita e rimane ancora oggi il proprio riferimento ideale. Ciò che è stato è stato e non può essere replicato nelle nuove e assai mutate condizioni storico politiche dell’Italia e del mondo. 

Altra prospettiva, come anche rileva Merlo, è concorrere a dar vita a “qualcosa che ne costituisca la ripresa in termini di valori e di contenuti”. Ecco, per tale prospettiva anche noi, che ci siamo organizzati dal 2012 nella Dc guidata prima da Gianni Fontana e oggi da Renato Grassi, siamo pronti a offrire il nostro contributo; non per un nostalgico ricordo di ciò che fu, ma nella consapevolezza che di un centro politico nuovo ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano ha ancora bisogno il nostro Paese. C’è la necessità di superare quel “bipolarismo selvaggio” introdotto in Italia dopo la fine della Prima Repubblica, soprattutto per offrire a un elettorato stanco e sfiduciato, sempre più renitente al voto, una nuova speranza. Ho evidenziato più volte la condizione di anomia morale, culturale, sociale e politica in cui versa il Paese. La crisi prodotta da una globalizzazione nella quale è prevalso il superamento del NOMA (Non Overlapping Magisteriae), per citare un frequente concetto espresso dal prof Zamagni: il prevalere della finanza sull’economia reale, con la riduzione della stessa politica ad un ruolo ancillare, mentre sul piano politico si assiste allo scontro tra una destra nazionalista e sovranista e una sinistra divisa, tra il PD alla ricerca della propria identità e il M5S, espressione del rancore dei “vaffa” nel voto del 2018, tradottosi nel trasformismo progressivo di quanti impegnati ad “aprire il parlamento come una scatoletta di tonno”, hanno finito con l’assumere le più diverse posizioni, pur di non perdere i vantaggi di potere conseguiti. 

Risultato? Il terzo stato produttivo e i ceti popolari, dalla cui saldatura, sempre garantita dalla Dc sul piano politico e istituzionale, dipende la tenuta democratica del Paese, non si riconoscono più in un centro destra dominato dalle posizioni estreme di Salvini e della Meloni, o in quelle equivoche di un’alleanza PD-M5S messa in crisi ogni giorno dagli ondivaghi atteggiamenti dell’ex presidente Conte. Uniche certezze, espressioni di stabilità istituzionale e politica,  sono quelle rappresentate dal Presidente della Repubblica, Mattarella, e dal capo di governo, Draghi, esponenti dell’area euro atlantica italiana, erede della migliore tradizione politica di tutta la storia repubblicana. Ha ragione Merlo, alla fine, sono molto poche le residue “casematte” della diaspora democratico cristiana. A parte quella, come l’Udc, impegnata nella difesa della rendita di posizione di un simbolo, lo scudo crociato, sin qui utilizzato solo per la sopravvivenza politica a destra dei soliti noti, io credo che tutte le altre esperienze, come quella di Insieme di Infante-Tarolli, della Dc di Grassi e Cuffaro, del Centro di Mastella e dello stesso Merlo, e con esse, anche l’esperienza avviata da Rotondi dei Verdi Popolari, possono e debbono compiere il salto di qualità per la ricomposizione politica dell’area. Se per motivi diversi non cogliessero tale necessità, mi auguro che il processo avviato dalla base (bottom up) per la convocazione di un’assemblea costituente per detta ricomposizione, potrebbe favorire il progetto. 

Certo molto dipenderà dalla legge elettorale che, alla fine, sarà adottata. Permanesse l’attuale maggioritario del rosatellum, senza una forte componente unita di area cattolico democratica e popolare, inserita in una più vasta federazione di laici, liberale e riformista, unita nella difesa dell’euro atlantismo, obbligato dall’ennesima necessità di scegliere tra destra e sinistra, il nostro potenziale elettorato si tripartirebbe, con l’aggiunta, tra la scelta a destra o a sinistra, di una terza componente renitente al voto. Se, viceversa, e come ci auguriamo, alla fine prevarrà la legge proporzionale con sbarramento e preferenze e con l’introduzione dell’istituto della sfiducia costruttiva anti trasformismo parlamentare, tale ricomposizione sarebbe non solo opportuna,  ma indispensabile, proprio per evitare il rischio di quei partiti bonsai, a diverso titolo Dc, cui fa riferimento Merlo nel suo articolo. 

C’è, tra di noi, chi pensa giustamente al voto dei millenians che non hanno mai conosciuto la storia della Dc, se non nella versione deformata della “damnatio memoriae” cui è stata relegata, ma tale opera di formazione, certamente meritoria, ma metapolitica, ha scadenze inevitabili di medio-lungo periodo, incompatibili con quelle che la realtà politica ci impone. In previsione delle prossime elezioni nazionali, credo, invece, che il nostro dovere prioritario sia proprio quello di impegnarci, ognuno per la sua parte e nell’ambito politico organizzativo in cui si ritrova, per favorire quel soggetto politico nuovo che se non sarà la Dc, dovrà essere “qualcosa che ne costituisca la ripresa in termini di valori e di contenuti”.

Ettore Bonalberti

  1. segretario nazionale Dc- Presidente dell’associazione ALEF ( Associazione Liberi e Forti).

 

Attorno a Roma Capitale si gioca una partita politica e il Pd alle regionali del 2023 potrebbe esserne travolto.

A suonare l’allarme è stato Sabino Cassese: le sue parole hanno messo a nudo la fragilità della riforma (ex art. 114, comma 3, Cost). Ebbene, tali critiche provenienti da un’autorità del diritto costituzionale dovrebbero far riflettere. La riforma non andrà in porto, ma si depositerà nel dibattito politico in vista delle regionali del prossimo anno. Con il Pd, già messo alla gogna come partito della Ztl, destinato a farsi carico di un progetto che potrebbe risvegliare la classica tensione tra la Capitale e le altre province del Lazio. 

La riforma dovrebbe essere approvata in commissione affari costituzionali della Camera e poi passare in Aula: Roma Capitale avrebbe finalmente, dicono gli estensori del disegno di legge, un nuovo ordinamento e di conseguenza nuovi livelli di finanziamento. In realtà, si tratta di un provvedimento destinato a non concludere l’iter previsto dalle revisioni della Carta, stante la complessità delle procedure fissate dai Costituenti, sicché la riforma funge sostanzialmente da bandiera politica in vista della campagna elettorale del prossimo anno, quando insieme alle politiche si voterà anche per la Regione Lazio. Un motivo in più per maneggiare con cura la nuova normativa, soprattutto da parte del Pd che attualmente, con il Presidente Nicola Zingaretti, guida la giunta regionale.

Ieri, alla cronaca romana del “Corriere della Sera”, la relatrice Annagrazia Calabria – l’altro relatore, in chiave bipartisan, è Stefano Ceccanti (Pd) – ha rilasciato un’intervista che lascia con la bocca asciutta tutti gli interessati a discutere nel merito, attraverso il pubblico confronto, la formula di applicazione del terzo comma dell’art. 114 della Costituzione (Ordinamento di Roma Capitale). La spiegazione è ridotta all’osso, si capisce solo quello che ciascun cittadino, per quanto possa essere informato, riesce a collegare mentalmente a un quadro più ampio. Sta di fatto che la relatrice scivola sulla novità più importante e insidiosa, ovvero quella che riguarda il conferimento al Campidoglio di poteri legislativi nelle materie oggetto di “legislazione concorrente” tra Stato e Regioni (esclusa stranamente la sanità). 

In sostanza si trasforma il Comune in una semi Regione, non si sa con quale esito razionale. Ciò comporta, di sicuro, uno “strappo” in ambito urbanistico. “Uno dei settori sui quali la riforma avrà un forte impatto – dice infatti la Calabria – è quello dell’edilizia residenziale pubblica. Roma potrà agire autonomamente nel ripensare il tema delle case popolari, pianificare e costruire senza alcun dispendio burocratico né i blocchi che adesso si creano nei passaggi tra i diversi livelli istituzionali”. Naturalmente il “dispendio burocratico” altro non è che il criterio fondamentale che sottomette la gestione del territorio, in larga parte in mano al Comune, all’attività di legislazione e programmazione del governo regionale: il Comune adotta il Piano regolatore, la Regione lo approva, infine il Comune lo recepisce. In base a questa architettura di poteri e responsabilità, le scelte urbanistiche rimandano a un criterio di governo vasto e articolato degli interessi delle comunità locali.

Lo sviluppo di Roma è intrecciato almeno con lo sviluppo dell’intero territorio regionale. Era ben noto, ad esempio, che il Sistema Direzionale Orientale (SDO), malauguratemtne affosssato da un’opposizione irrigidita nelle sue pregiudiziali ideologiche, avrebbe avuto un impatto significativo su tutte le province del Lazio. Anche per questo il Piano Regolatore di Roma, incentrato su quella gigantesca opera infrastrutturale, comportò una lunga verifica tra Comune e Ministero dei Lavori Pubblici. Negli anni ‘60, infatti, non ancora esistevano le Regioni a Statuto ordinario e la funzione di controllo, in materia urbanistica, erano svolte dallo Stato. Il passaggio alle Regioni di tali competenze fu visto come un motivo di accrescimento delle possibilità di partecipazione, dando alla programmazione sovracomunale il valore di una più diretta e accurata osservazione dei processi di sviluppo urbano a tutela di una sana gestione del territorio.    

Ora, mentre Roma scivola verso il basso nella classifica delle città interconnesse con il mondo, secondo i dati che sempre ieri il “Corriere della Sera” commentava in un editoriale di Antonio Preiti, s’immagina di riordinare lo status della Città rendendola meno o nient’affatto interconnessa con l’insieme delle comunità territoriali del Lazio. In definitiva, senza prefigurare alcunché di convincente sul piano dei benefici che Roma potrebbe pur reclamare in forza della sua funzione di Capitale della Repubblica, si procede a ingarbugliare inutilmente l’articolazione dei poteri tra Stato Regione e autonomie locali, inventando un nuovo e imprecisato ente di governo. A suonare l’allarme, senza mezzi termini, è stato Sabino Cassese: le sue parole hanno messo a nudo la fragilità o meglio l’inutile pretenziosità del disegno riformatore. Ebbene, tali critiche provenienti da un’autorità del diritto costituzionale dovrebbero far riflettere, invece si va avanti con imperterrita superficialità.

Certo, la riforma costituzionale non andrà in porto, essendo ormai la legislatura all’ultima curva del quinquennio e difficilmente ci sarà tempo per votare, per ragioni sopra accennate, una norma rientrante nella complessa procedura di revisione costituzionale. E tuttavia, sul piano strettamente politico, le conseguenze prenderanno forma a prescindere dall’esito parlamentare. A destra, Fratelli d’Italia alzerà il tiro proprio in vista delle elezioni regionali del prossimo anno e a difendere la riforma resterà solo il Pd e qualche suo alleato (non tutti). Allora non è azzardato prevedere che la polemica ruoterà attorno alla difesa delle province  e dei centri minori – un tema sempre ricorrente in forma più o meno esplicita – contro lo strapotere della Capitale, con il Pd consegnato al suo profilo, decisamente ingigantito, di partito della Ztl. Di questo, in verità, sembra esserci poca consapevolezza dalle parti del Nazareno.

 

Voglia di Pace: separare il grano dal loglio.

“La vera posta in gioco della guerra di Putin – dice Dellai – è proprio questa: superare la crisi strutturale delle democrazie liberali e della globalizzazione tornando al deserto delle autocrazie e dei nazionalismi imperialisti, oppure ricercare una rotta nel mare aperto di quel Nuovo Umanesimo – che, solo, può rigenerare la democrazia in Occidente e nel Mondo – di cui parla Francesco?”.

Il tempo, alla fine, aiuta inesorabilmente a distinguere il grano dal loglio. Vale anche – ormai siamo al quarto mese – per la guerra di Putin contro l’Ucraina. Il tempo non cancella del tutto le tracce: semplicemente basta volerle vedere. E le sementi del loglio – nemiche di quelle del grano – sono evidenti nelle cronache dei pregressi rapporti tra il regime di Putin e molti movimenti politici “anti sistema” in Italia, in Europa e non solo.

Ci si meraviglia giustamente di Salvini. Ma sappiamo che non è il solo. Il setaccio del tempo, in ogni caso, separa ormai con abbastanza evidenza, per chi la vuole vedere, il “grano della vera voglia di Pace” dal “loglio del malcelato putinismo”. In Italia, in Europa e nel Mondo. Confondere il grano col loglio è tradimento di verità e suicidio di futuro. Chi parla di Pace col linguaggio biforcuto dell’invasore non è la soluzione: è parte del problema e mina alla radice ogni possibilità di una Pace giusta e dunque possibile e duratura.

La Pace non è “resa al più forte”. Per questo non può esistere “utopia di Pace” senza “Utopia di Libertà e di Giustizia”. Lo scarto tra queste tre utopie misura oggi il vero dramma delle Democrazie, l’impotenza della Comunità Internazionale, lo smarrimento delle culture politiche democratiche. Non è solo questione di apparati governativi, ma anche di sentimenti popolari. Da un lato, in Occidente, abbiamo smarrito il senso della “memoria storica”. La Storia ha smesso di insegnare: viviamo in un presente senza ricordi e senza visioni di futuro. Abbiamo colpevolmente rimosso i passaggi drammatici che ci hanno consentito di “vivere in democrazia”. E anche gli effetti nefasti che l’iniziale pavida titubanza verso il despota di turno ha imposto all’Europa. E l’impoverimento dei nostri ceti medi e medio bassi che la globalizzazione “non governata” ha comportato in questi decenni, ci ha fatto dimenticare che la nostra stessa ricchezza deriva dalla nostra Democrazia e dalla scelta Europea ed Atlantica.

Dall’altro, accettiamo senza particolare patema d’animo la dissociazione totale tra “morale” e “politica”. È il frutto di una secolarizzazione che ha prodotto valori preziosi di libertà e di laicità, ma ha affievolito la percezione comunitaria del “senso vero e ultimo” delle cose. Morale e politica non possono coincidere al cento per cento: la laicità della politica – in ispecie a livello internazionale – é garanzia di superamento di ogni fondamentalismo. Lo vediamo nei regimi islamisti e lo vediamo a Mosca, nell’alleanza blasfema tra “trono e altare”, in chiave nazionalista, tra Putin e Kirill. Tuttavia, quando esse si separano totalmente, lasciano campo libero al cinismo opportunista; alla ammirazione della logica del “più forte”; alla domanda che spesso echeggia nei nostri bar: perché dobbiamo fare sacrifici per Kiev? Che ne viene a noi?

L’Europa e l’Occidente navigano, perigliosamente e spesso confusamente, tra Scilla (testimoniare concreta e coerente solidarietà umanitaria, politica e militare all’Ucraina) e Cariddi (cercare, alla fine, di farla finire con Putin “a tarallucci e vodka”). E cosi, anche il valore fondamentale della Pace (che come cristiano e come cattolico-democratico avverto come essenziale nella mia formazione personale e culturale) viene immiserito in un dibattito tutto domestico ed ipocrita, incapace di capire ciò che sta avvenendo veramente in Ucraina e dintorni; collocato lontano mille miglia dai processi storici che si stanno avviando; usato anche talvolta come copertura di una sostanziale affinità con Putin e con la sua visione del mondo e della società.

È un modo inaccettabile di mescolare, appunto, il grano con il loglio. Non mi è dato di sapere se Salvini, uno degli ambasciatori ufficiosi in Italia di Putin, aveva veramente concordato i suoi traffici irresponsabili con qualche autorità della Santa Sede. La Storia – sempre la maledetta Storia – ci dice che talvolta può anche accadere. Quello che so è che il messaggio di Pace di Francesco non può in nessun modo essere rivendicato per legittimare fiancheggiamenti di questo tenore.

Francesco sa bene – lo ha detto e lo ha scritto in molte Lettere Encicliche – che la Pace passa da un Nuovo Umanesimo che si fa Libertà, Giustizia, Solidarietà e Fratellanza, non “intelligenza” interessata con i violenti e gli usurpatori. Se qualcuno intende far finire questa guerra “a tarallucci e vodka” – umiliando l’Ucraina; gelando le speranze di tante nazioni dell’est europeo che speravano in una prospettiva di liberazione da ogni “impero”; dando un segnale micidiale alle tante Nazioni del Mondo oggi difronte al bivio “democrazia o autocrazia” – non lo può certo fare nel nome di Francesco e dei valori cristiani.

Anche per questa ineludibile esigenza di chiarezza, auspico sinceramente che vi sia un sussulto di coscienza e di responsabilità in quella parte del pacifismo italiano (cattolico e non) che sa e può, appunto, distinguere il grano dal loglio. La vera posta in gioco della guerra di Putin è proprio questa: superare la crisi strutturale delle democrazie liberali e della globalizzazione tornando al deserto delle autocrazie e dei nazionalismi imperialisti, oppure ricercare una rotta nel mare aperto di quel Nuovo Umanesimo – che, solo, può rigenerare la democrazia in Occidente e nel Mondo – di cui parla Francesco?

Non esistono terreni neutrali o congetture di equidistanza. Chi crede alla seconda prospettiva, deve essere consapevole che il criminale azzardo di Putin va sconfitto. Punto. E va fatto – purtroppo, temo, andava fatto – prima che si avveri il famoso detto “Dum Romae consulitur, Saguntum espugnatur”. Questa volta, noi siamo – assieme – Roma e Sagunto. Perché nessuno può disconoscere che l’attacco alle democrazie e alla Pace di tutti sia lucido, evidente, perfino dichiarato da tempo. 

Speriamo che il “ventre molle” della maggioranza di governo italiana non metta in crisi la linea di Draghi e Mattarella. E speriamo che le pulsioni talvolta imperscrutabili di Parigi e Berlino (finora a quanto pare gestite con saggio equilibrio dal nostro Premier) non puntino a far emergere l’idea di una sorta di “Pace separata” con Mosca. Una larga parte di Paesi dell’Est Europa potrebbe a quel punto cedere al ricatto di Mosca, oppure riconoscersi al contrario in una sorta di nuova alleanza a guida anglo-americana, di fatto diversa da quella euro-atlantica. Sarebbe una prospettiva dai contorni inimmaginabili e non certo positivi per il nostro futuro.

Post Scriptum

Leggiamo che il nome del Patriarca di Mosca è stato tolto in extremis dalla lista dei personaggi del regime russo oggetto delle sanzioni. Su questo punto l’ha spuntata Orban, col suo costante potere di ricatto. Il sodale del Cremlino ringrazia. Dio – che pure è misericordioso – non credo sarà cosi magnanimo con Kirill. Ma questa è altra storia.

Coalizioni fasulle. Costruire sui programmi, non sui sondaggi.

In questo articolo Farinone guarda con preoccupazione e pessimismo alla situazione politica nazionale. “È tutto l’insieme delle iniziative, prese o immaginate e comunque fatte conoscere all’opinione pubblica (ovvero all’elettorato), delle dichiarazioni alternativamente polemiche o di circostanza che offrono l’idea di coalizioni assemblate in un qualche modo solo allo scopo di sconfiggere l’avversario e tenute in piedi unicamente da una legge elettorale che le impone col sistema dei collegi uninominali”. Allora, che fare? Sarebbe altamente preferibile – la politica esige uno sforzo di chiarezza – allearsi sulla base di precise intese programmatiche.

Non è più nemmeno necessario osservare in controluce le mosse dei partiti per comprendere quanto siano ormai slabbrati i rapporti all’interno delle supposte coalizioni politiche che dovrebbero affrontare fra meno di un anno le elezioni politiche. Come già scritto, la guerra in Ucraina ha posto in evidenza le differenze esistenti, davvero non minime. Fra Lega e Fratelli d’Italia, fra Partito democratico e Movimento 5 Stelle. Ma non si tratta solo della guerra. E nemmeno solo della postura filo-atlantica di alcuni e di quella (vagamente o meno vagamente…) attenta alle “ragioni” di Putin degli altri. 

È tutto l’insieme delle iniziative, prese o immaginate e comunque fatte conoscere all’opinione pubblica (ovvero all’elettorato), delle dichiarazioni alternativamente polemiche o di circostanza che offrono l’idea di coalizioni assemblate in un qualche modo solo allo scopo di sconfiggere l’avversario e tenute in piedi unicamente da una legge elettorale che le impone col sistema dei collegi uninominali. Per il resto è tutta una lotta all’interno delle coalizioni medesime: plasticamente evidente nel centrodestra; diversamente combattuta nel centrosinistra, fra due partiti che in realtà la coalizione non l’hanno ancora costruita e che solo ora, in qualche comune, stanno provando faticosamente a testare l’alleanza per l’ormai imminente turno amministrativo.

Il risultato è che gli italiani saranno chiamati a scegliere non sulla base di un vero sentire comune, di un vero programma di governo, di una condivisione politica sui temi prospettati dalla situazione internazionale. No, voteranno “contro”. Contro la coalizione avversaria. Potrà accadere però che l’elettore si vedrà costretto, dalla logica coalizionale, a votare magari per un candidato di un partito con idee opposte – e su temi non marginali – alle sue e pure a quelle del suo partito. Quell’elettore voterà in negativo, “contro”, appunto. Di fatto in qualche caso “contro” le sue stesse convinzioni. Ma, è questa la domanda, lo farà? O si rifugerà nell’astensione, fenomeno sempre più in crescita? E’ allora questo il modo migliore per avvicinare i cittadini ad una politica che avvertono sempre più lontana?

La questione è seria, perché proseguendo così si rischia di indebolire la democrazia, la fiducia in essa da parte degli italiani. Non è peraltro di facile soluzione, al di là della volontà (assai dubbia) dei partiti di cambiare la legge elettorale in vigore (cosa che fra l’altro non è essa pure propriamente entusiasmante visto che farlo ancora una volta alla vigilia delle elezioni non deporrebbe francamente a favore del sistema democratico in generale).

Da un lato perché il proporzionale se da una parte aiuta l’elettore nella scelta (per il partito a lui più vicino) dall’altra rinvia alle manovre parlamentari la costituzione di una maggioranza e del programma conseguente (anche se occorre ricordare che la nostra è una democrazia parlamentare e dunque la centralità del Parlamento ha una sua logica). Dall’altro perché il doppo turno alla francese (l’alternativa da molti invocata) sta dimostrando anche nella sua terra d’elezione una crescente difficoltà a portare gli elettori alle urne, senza contare che il vincitore in realtà ha una base elettorale minoritaria, alla resa dei conti.

E allora, che si fa? Difficile dirlo. Ma la cosa migliore sarebbe allearsi sulla base di precisi e chiari punti programmatici. A partire dalle questioni principali, più importanti. Per lo meno, si offrirebbe agli elettori una proposta seria. Non dettata dai numeri (fra l’altro ipotetici) dei sondaggi. Non sarebbe poca cosa. Magari gli italiani apprezzerebbero.

Centro, che può essere? Non la replica della Dc, ma qualcosa che ne costituisca la ripresa in termini di valori e contenuti.

Questo nuovo centro non sarà una Dc bonsai o una banale replica delle esperienze politiche del passato, ma un soggetto politico – probabilmente una sorta di federazione e culturalmente plurale – che non potrà non assomigliare, quanto a metodo e a condotta pratica, a quello che è stata per decenni la Democrazia Cristiana.

Il cantiere del Centro è ormai decollato e ognuno piazza la sua tenda. Come da copione. Certo, conosciamo perfettamente le obiezioni al riguardo: ci vuole un leader riconosciuto in cui tutti i vari spezzoni si riconoscano; un programma minimo di governo e, soprattutto, dar vita ad una federazione che sappia unire le esperienze, i movimenti e i partiti che non sono più riconducibili al “bipolarismo selvaggio” che caratterizza la nostra cittadella politica da ormai qualche lustro. Nodi che, cammin facendo, saranno comunque sciolti anche perchè non si tratta di mettere insieme decine di sigle ma, al massimo, 4/5 partiti e movimenti che affollano quest’area politica. Un progetto politico, culturale ed organizzativo che, comunque sia, quasi si impone dopo il sostanziale fallimento delle due tradizionali coalizioni denominate centro destra e centro sinistra. Soprattutto dopo l’irruzione del populismo grillino che ha definitivamente fatto saltare un impianto che ormai, lo possiamo dire tranquillamente, era arrivato al capolinea da tempo. Del resto, tutti sanno che i due principali schieramenti sono ormai ridotti a due cartelli elettorali dove al proprio interno si coltivano ricette programmatiche diverse e prospettive politiche addirittura alternative. Tenute insieme esclusivamente dalla volontà di liquidare e di annientare il corrispettivo avversario/ nemico.

Ora, di fronte ad un panorama del genere, è addirittura scontato che il quadro politico italiano cambi. Non a caso le prime avvisaglie già si intravedono a proposito della scomposizione e della ricomposizione delle varie forze politiche. E una forza di centro che sia in grado di declinare anche e soprattutto una “politica di centro” più che un esercizio è ormai una necessità politica concreta.

Certo, non sarà una Dc bonsai o una banale replica delle esperienze politiche del passato. Ma è indubbio che questo nuovo soggetto politico – che sarà una sorta di federazione e culturalmente plurale – non potrà non assomigliare, nel metodo e nel comportamento concreto, a quello che è stata per decenni la Democrazia Cristiana. Su più versanti: dalla valenza della politica estera al respingimento della radicalizzazione della lotta politica; dal rifiuto pregiudiziale della deriva populista e anti politica all’importanza della cultura della mediazione; dalla centralità del Parlamento alla valorizzazione del pluralismo sociale e culturale; dalla qualità ed autorevolezza della classe dirigente al rispetto delle istituzioni democratiche; dall’efficacia dell’approccio e della cultura riformista alla conservazione e al perseguimento dei valori democratici e costituzionali alla valenza della cultura delle alleanze.

Insomma, un patrimonio culturale, valoriale, politico e programmatico che ci fa oggettivamente ricordare il ruolo, la mission e la funzione che storicamente ha avuto la Dc pur senza replicare quella esperienza politica ed organizzativa. Ma quel che più conta, in questa particolare situazione storica, non è scimmiottare i partiti del passato – che, come ovvio, non torneranno più – ma, al contrario, riuscire a recuperare da quell’immenso patrimonio le ragioni politiche e culturali che siano in grado di ridare serietà, autorevolezza e qualità alla politica contemporanea e, in particolare, alle due dinamiche concrete e alle stesse scelte politiche. E, per centrare questo obiettivo, proprio dal percorso storico della Democrazia Cristiana si possono recuperare idee, metodi, cultura e scelte politiche che conservano una bruciante attualità anche nella stagione contemporanea.

Ecco perchè il nuovo e futuro Centro non è più la Dc ma assomiglierà alla Dc. Contro il “nulla della politica” da un lato e contro la “deriva populista e massimalista” che ha provocato solo danni e cadute verticali della stessa credibilità della politica, della sua classe dirigente e delle istituzioni democratiche.

Sergio Mattarella: “L’amara lezione dei conflitti del XX secolo sembra dimenticata”.

Ringrazio il Maestro Chung e l’Orchestra del Teatro La Fenice che tra poco ci offriranno una splendida espressione d’arte.

Domani, 2 giugno, celebreremo la Festa della nostra Repubblica, nata, per volontà del popolo italiano, settantasei anni or sono.

Rivolgo un saluto a quanti seguiranno questo momento di incontro attraverso la radio, la tv, la rete del web.

È per me un piacere – unitamente ai rappresentanti delle istituzioni qui convenuti – esprimere, in questa occasione, alla comunità degli ambasciatori accreditati a Roma i sentimenti di amicizia che da sempre caratterizzano i rapporti internazionali della Repubblica Italiana. Li ringrazio per l’attenzione e per la cooperazione che manifestano e invito a trasmettere questi sentimenti ai rispettivi governi.

Ho adoperato – non a caso e con un senso di auspicio – il termine ‘comunità’ per definire l’insieme dei diplomatici presenti in Italia.

Con la Costituzione l’Italia ha imboccato con determinazione la strada del multilateralismo, scegliendo di non avere Paesi nemici e lavorando intensamente per il consolidamento di una collettività internazionale consapevole dell’interdipendenza dei destini dei popoli, nel rispetto reciproco, per garantire universalmente pace, sviluppo, promozione dei diritti umani.

Ci ha spinto e ci spinge il solenne impegno al ripudio della guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali.

Oggi, l’amara lezione dei conflitti del XX secolo sembra dimenticata: l’aggressione all’Ucraina da parte della Federazione Russa pone in discussione i fondamenti stessi della nostra società internazionale, a partire dalla coesistenza pacifica.

Trovarsi, nel continente europeo, nuovamente immersi in una guerra di stampo ottocentesco, che sta generando morte e distruzioni, richiama immediatamente alla responsabilità; e la Repubblica italiana è convintamente impegnata nella ricerca di vie di uscita dal conflitto che portino al ritiro delle truppe occupanti e alla ricostruzione dell’Ucraina.

Non è un conflitto con effetti soltanto nel territorio che ne è teatro. Le conseguenze della guerra riguardano tutti. A cerchi concentrici le sofferenze si vanno allargando, colpendo altri popoli e nazioni.

Accanto alle vittime e alle devastazioni provocate sul terreno dello scontro, la rottura determinata nelle relazioni internazionali si riverbera sempre più sulla sicurezza alimentare per molti Paesi; sull’ambito della gestione delle normali relazioni, incluse quelle economiche e commerciali. Reca grave danno al perseguimento degli obiettivi legati all’emergenza climatica.

Un conflitto come quello in corso ha, inevitabilmente, effetti globali; intercetta e fa retrocedere il progresso della condizione dell’umanità. Ci interpella tutti.

La comunità internazionale vede pesantemente messi in discussione risultati faticosamente raggiunti negli ultimi decenni.

Sembra l’avverarsi di scenari che vedono l’umanità protagonista della propria rovina.

Con lucidità e con coraggio occorre porre fine all’insensatezza della guerra e promuovere le ragioni della pace.

L’incancrenirsi delle contrapposizioni conduce soltanto ad accrescere i serbatoi dell’odio, a negare le ragioni della libertà, della democrazia, della giustizia internazionale dei popoli, valori incompatibili con chi promuove conflitti.

Esistono per il genere umano, con la più grande evidenza, beni condivisi e gravi pericoli comuni che obbligano a superare ogni egoismo, ogni volontà di sopraffazione.

Occorre ripristinare una rinnovata legalità internazionale.

Con questa convinzione e in questa prospettiva auguro a tutti buona Festa della Repubblica.

Genitori conflittuali: le ragioni del contendere.

Dopo la Sentenza di Cassazione pubblichiamo una prima riflessione sulla realtà dei figli contesi dai genitori in conflitto di coppia. Si tratta di un argomento assai attuale sui disagi emotivi nelle relazioni interne ai nuclei familiari che si scompongono,  con particolare riferimento al tema scottante della regolamentazione dell’affido dei figli e del diritto dei minori di intrattenere rapporti con entrambi i genitori. La riflessione scaturisce dall’esperienza di ascolto e valutazione dei casi in sede di audizioni presso il Tribunale per i minorenni.

Che la separazione sia stata vissuta come una sconfitta del patto d’amore oppure come una liberazione da una situazione divenuta insopportabile, il momento del confronto sulle decisioni da prendere per la gestione dei figli diventa un’occasione di rivincita, di puntualizzazione, di ripicca. Sovente si creano situazioni in cui la diatriba si protrae ad oltranza, spesso per onesti intendimenti e a volte invece per questioni di puntiglio, di prestigio, di orgoglio, per non darla vinta all’altro genitore, per dimostrare le proprie competenze e le carenze altrui. Poco importa se intanto il figlio resta stritolato nella morsa del conflitto, se vive condizioni prolungate di stress emotivo e psico-fisico, se subisce le reciproche angherie e i colpi bassi, inferti senza risparmio di accuse.

Ben poco di quello che si cerca di far valere nella fase che precede un eventuale accordo viene peraltro poi seguito da puntuali e coerenti realizzazioni. Le rivisitazioni e la ricostruzione delle vicende del passato che hanno maturato le situazioni di  conflitto sono generalmente ispirate ad una benevola indulgenza verso sé stessi: ci sono sempre giustificazioni che spiegano in chiave di lettura diametralmente opposta i rispettivi comportamenti. Riemergono le ragioni del dissidio su quelle della ricomposizione al punto che risulta poi difficile raggiungere un’intesa che permetta ad entrambi, reciprocamente e nei confronti della prole, di affrontare con serenità e onesto senso critico un periodo di prova perfettibile e quindi suscettibile di ulteriori revisioni.

Le varie argomentazioni finiscono a volte per annullarsi a vicenda ma la vita stessa insegna, ben più dei codici, che le ragioni e i torti non possono essere diametralmente polarizzati. Sia che si raggiunga un accordo o che invece debba poi essere un tribunale ad intervenire d’autorità, cercando di interpretare i bisogni e le esigenze del minore, in entrambi i casi occorre poi una fase di verifica sull’applicazione dell’intesa o del decreto prescrittivo. In genere lo scopo della contesa è dimostrare le personali capacità a scapito di quelle dell’altro genitore, non importa se questo può inoculare nel figlio conteso sentimenti di dubbio, sconcerto, delusione fino a provocare vere e proprie crisi di identità. 

Non bisogna dimenticare peraltro che la maggior parte dei tentativi di regolamentazione dei diritti-doveri che riguardano l’esercizio della genitorialità si riferiscono a figli in ancor tenera età. Anzi è di tutta evidenza che l’importanza dell’accordo è direttamente correlata all’età del soggetto: più piccolo è il figlio e più particolareggiata dovrà essere la previsione regolamentativa in considerazione del maggior grado di dipendenza dei suoi vissuti e dei suoi bisogni rispetto alla responsabilità degli adulti che dovranno occuparsi di lui. Pure che ciò sia dovuto a debolezza, insicurezza o reciproca sfiducia sono spesso proprio i padri e le madri che chiedono di formalizzare “nero su bianco” un’organizzazione minuziosa e dettagliata della vita del figlio: tutto deve essere particolareggiato, previsto, precisato, nulla deve sfuggire alla previsione più attenta e oculata.

E così si misurano e si soppesano i giorni, le ore e i minuti trascorsi dal minore con ciascuno dei due genitori, i rispettivi ambienti di vita e di accoglienza, la durata e il numero delle telefonate, la loro collocazione temporale, i regali ricevuti, la loro consistenza e utilità, la competenza professionale dei pediatri di reciproca consultazione, il tipo di vestiario scelto, il taglio dei capelli, la qualità e la varietà dell’alimentazione da entrambi procurata, l’iscrizione a scuola, l’occupazione del tempo libero, le frequentazioni amicali o parentali, i giorni di vacanza, la “santificazione” alternata delle festività, i programmi televisivi, i giochi, le letture e persino il livello di sicurezza e affidabilità dei rispettivi mezzi di trasporto su cui viene scarrozzato il pargoletto.

Il rituale è scontato e le parti in commedia assegnate:  “partendo dal presupposto che nostro figlio sta meglio con me – come riuscirò a dimostrare – voglio che vengano valutate e approfondite le competenze affettive e le capacità di accudimento dell’altro genitore”. Un’espressione di sentimento e una formale richiesta, generalmente reciproca, che danno il via ad una lunga fase di produzione di prove, narrazione di vissuti, confronti, approfondimenti, valutazioni (anche di tipo tecnico-specialistico, come vedremo più avanti). Intanto il figlio cresce e i suoi vissuti vengono studiati e usati per avvalorare la propria tesi e confutare quella avversa; più che della presenza delle normali e positive relazioni affettive di cui avrebbe bisogno egli avverte di trovarsi al centro di una contesa dall’esito incerto: solitamente infatti il padre e la madre ‘confliggenti’ gli spiegano la propria verità e questo – alla fin fine – non lo aiuta certo a trovarsene una sua personale. Tra stoccate di fioretto e colpi di mortaio i contendenti affilano le armi per l’affondo finale con un intendimento iniziale dichiaratamente lodevole: realizzare il prevalente anzi (come solitamente si dice, con enfasi e generosa disponibilità) “l’esclusivo interesse del minore”. 

Ma quali sono i punti e le ragioni del contendere?

Innanzitutto l’affido che può essere ad uno dei due genitori o condiviso, una modalità recentemente introdotta nell’ordinamento del diritto di famiglia. E poi il collocamento prevalente: con “chi” , “dove” e “per quanto tempo” dovrà vivere il minore, trascorrere i momenti rituali e significativi della sua giornata, mangiare, vestirsi, fare i compiti, dormire. È evidente che sul piano formale l’affido ha una valenza “certificativa”, stabilisce in pratica se c’è prevalenza o condivisione tra i due genitori nelle responsabilità di tutte le decisioni che riguardano la sua vita. Sul piano sostanziale la decisione di formalizzare un “collocamento prevalente” risulta più legata alle routine pratiche, alla quotidianità delle relazioni affettive del minore, alle sue frequentazioni, ai riferimenti rispetto alle presenze adulte che lo circondano ma va precisato che in genere ciò è più determinante in caso di gestione condivisa, mentre nell’ipotesi di affido al padre o alla madre c’è praticamente coincidenza e  sovrapposizione rispetto all’effettivo luogo di vita del minore stesso.

Correlato in modo speculare a tale aspetto c’è il punto relativo alla regolamentazione delle modalità di incontro e di visita tra il minore e il genitore non affidatario. È questo l’ambito di organizzazione della vita del figlio che coinvolge emotivamente in modo più marcato entrambi i genitori. C’è infatti una tipizzazione reciproca dei ruoli, un gioco della parti in un copione già scritto: il genitore “collocatario” tende a restringere o limitare in modo vincolante gli spazi e i tempi che il minore trascorre con l’altro genitore e, reciprocamente quest’ultimo cerca invece di spuntare modalità più estese, che gli consentano di passare il maggior tempo possibile con il proprio figlio, nei modi e nei luoghi preferiti.

In ricordo di Ciriaco De Mita. Su “ilcommentopolitico.net”, blog di area repubblicana, una limpida valutazione.

“Dunque De Mita fu sconfitto. Ma rimase coerente sulle sue posizioni. E lo rimase anche dopo che la tempesta aveva travolto la prima Repubblica”. Così termina la nota, breve ma densa, dedicata al leader irpino scomparso recentemente.

Ciriaco De Mita era un uomo della sinistra della Democrazia Cristiana; proveniva dalla corrente di Base, la più interessante e la più viva sul piano politico e culturale delle articolazioni interne di quel partito. Aveva l’ambizione di rinnovare profondamente la vita interna di un partito appesantito, se non logorato, dall’esercizio ininterrotto del potere dal 1946 in avanti e di imprimere nuovo slancio all’azione riformatrice dei governi, spentasi quasi fin dall’inizio dell’esperienza del centrosinistra.

Il suo dramma fu di assumere la guida del suo partito nel momento più buio della vita della Repubblica, all’indomani dell’assassinio di Aldo Moro e della fine traumatica del percorso politico che era stato disegnato fra la DC, il PCI e il PRI per dare finalmente alla Repubblica un fondamento sufficientemente solido e profondo. De Mita dovette gestire non il rinnovamento dell’azione di governo, ma il ritorno al centrosinistra dopo che questa formula aveva mostrato di essere totalmente esaurita. E soprattutto questo ritorno fu espressione di un’alleanza fra le correnti della DC che avevano osteggiato il disegno di Moro e il partito socialista di Bettino Craxi che di quel disegno era stato un avversario esplicito. De Mita aveva, a partire dal 1987 il sostegno del PRI, dove pure, fino a quel momento, erano prevalse le posizioni favorevoli a un’alleanza organica con il Psi e con le correnti moderate della DC, ma non ebbe mai il sostegno del PCI perché la posizione di Berlinguer si era andata sempre più rinchiudendosi in una sterile opposizione.

De Mita tentò comunque di tenere aperto il dialogo con il Pci, distinguendo il terreno delle riforme istituzionali dal terreno politico, ma come era evidente si trattava di una strada difficilmente percorribile, dal momento in cui il PCI poneva come proprio obiettivo quello della partecipazione piena al governo ed escludeva qualsiasi forma di collaborazione che non vedesse accolta quella sua prima istanza. Il PRI fu contrario a quel tentativo, di cui pure comprendeva il senso politico, perché appariva molto pericoloso aprire comunque un discorso sulle riforme istituzionali che era il terreno scelto dal Psi che si faceva propugnatore di progetti di riforma costituzionale assai più ampi e più pericolosi per la Repubblica.

 

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https://www.ilcommentopolitico.net/post/in-ricordo-di-ciriaco-de-mita

 

Quello che la geopolitica non dice. La lettura dell’Atlante della Treccani.

Le conclusioni dell’autore sono molto nette, finanche drastiche: “Ciò che davvero non serve, e che produce anzi una pedagogia al meglio inutile e al peggio nociva, è quella “geopolitica da tabloid” deterministica, essenzialista e a-storica che oggi pare ahimè imperversare”.

Mario Del Pero

Geopolitica. Difficile di questi tempi trovare aggettivo e sostantivo più usati e abusati. In molti casi li si utilizza come sinonimo di relazioni internazionali o di strategia, riferendosi agli “interessi” geopolitici di un dato attore o alla sua visione “geopolitica”. Famosi giornalisti propongono selezioni di testi che permetterebbero una introduzione rapida ed efficace agli impenetrabili arcana della geopolitica. Iniziative editoriali di straordinario successo – si pensi, in Italia, al caso di Limes – evidenziano il fascino e la popolarità che la categoria è in grado di esercitare su un pubblico di lettori interessati alla politica internazionale e alla ricerca degli strumenti e delle conoscenze per meglio comprenderla.

Ma cos’è la geopolitica? Quali sono le sue matrici storiche e i suoi patenti limiti come bussola per orientarci nel comprendere il passato e il presente delle relazioni internazionali? E che problemi derivano dalla sua volgarizzazione: dall’affermarsi di una “geopolitica da tabloid” che ne accentua alcuni difetti, su tutti un determinismo storico in una certa misura intrinseco alla disciplina?

Nella sua accezione classica, la geopolitica rimanda alla relazione tra geografia e politica: a come la prima, con le possibilità che offre e le costrizioni che impone, incida sulle scelte, le strategie e gli obiettivi degli attori dell’ordine internazionale. L’elemento geografico – e, in teoria, la sua cruda e ineludibile realtà – definirebbe identità e processi storici. Lo spazio – e quella “territorialità” che qualifica per molti aspetti l’età contemporanea – sono presentati al contempo come risorsa o fragilità, strumenti al servizio delle ambizioni di potenza di un dato attore o fattori che ne acuiscono la vulnerabilità e l’insicurezza ultime. Tra la Germania che nasce accerchiata e gli USA che a lungo godono di una sorta di “sicurezza gratuita” (free security) – per citare un classico esempio di scuola, presente in tante opere generali – vi sarebbe una profonda differenza di condizione geopolitica. Differenza che a sua volta inciderebbe nel forgiare identità e culture politiche inevitabilmente specifiche e distinte.

La geografia, insomma, offre una cornice che aiuta a decrittare e rendere intelligibile la politica internazionale. A spiegare scelte, decisioni, strategie e vincoli che sottostanno all’azione delle grandi potenze, i soggetti principali – e talora unici – di queste analisi. La geopolitica mira ad essere oggettuale e oggettiva: l’oggetto geografico – dato, conoscibile e in una certa misura finito – permette valutazioni concrete e obiettive sui comportamenti degli attori in gioco, scevre da ideologismi e moralismi. La geopolitica classica è quasi sempre realista e a-valutativa. Ambisce insomma a essere scienza. E nel farlo rivendica non solo funzioni analitiche, ma anche capacità predittive e, quindi, un ruolo prescrittivo: è conoscenza applicata, orientata verso un futuro che le sue leggi imperiture, validate dal processo storico, permettono di anticipare e se necessario influenzare.

 

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https://www.treccani.it/magazine/atlante/geopolitica/Quello_geopolitica_non_dice.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=pem

 

I valori della CISL. Alla base del sindacato “nuovo”: esperienze e prospettive.

Segnaliamo la pubblicazione, curata da Adriana Coppola e Francesco Lauria, dal titolo: “Dobbiamo creare tutto dal nuovo. Il divenire della Cisl: fondamenti, incontri, esperienze”.

Il testo, a più voci, con una prefazione del segretario generale della Cisl Luigi Sbarra, ricorda come la Cisl rappresenti una peculiarità per il sindacalismo a livello mondiale. Una cultura, quella cislina, non assimilabile – come affermò Giulio Pastore nel 1951 durante il primo Congresso della confederazione – a nessun partito, movimento ideologico, tradizione preesistenti. Una cultura salda – ma allo stesso tempo in divenire – sviluppatasi in oltre settanta anni di storia.

Il volume riprende i fondamenti del sindacato «nuovo» e con essi incontri, contaminazioni, reciproche influenze con altri filoni culturali, filosofici e sindacali europei e internazionali: dalla «scuola del Wisconsin» al modello tedesco, fino al personalismo francese o all’incontro con esperienze diverse, quale il sindacalismo latino-americano.

Se il sindacato è azione concreta per le condizioni materiali dei lavoratori, esso si esprime in un quadro valoriale di riferimento.

L’agire quotidiano non prescinde dall’orizzonte strategico che sta alla base di un’organizzazione di rappresentanza che fa dell’essere un «fatto associativo» un principio ispiratore.

Il testo, che raccoglie, arricchiti e integrati, gli atti delle giornate di storiografia sindacale realizzate dal Centro Studi di Firenze in occasione del settantesimo anniversario della Cisl, è stato aggiornato e ampliato nel febbraio 2022.

Contributi di riconosciuti studiosi delle relazioni industriali si alternano a quelli di giovani ricercatori e sindacalisti, completati da una sezione iconografica costituita da manifesti e materiali di archivio.

In Colombia si va al ballottaggio tra due candidati alla presidenza della Repubblica che sembrano contendersi l’area progressista.

Il voto colombiano si inserisce in un contesto di cambiamento che sta coinvolgendo l’intera America Latina e che ha visto qualche mese fa la vittoria in Perù di Pedro Castillo e in Cile del leader progressista Boric. Si attende, ad ottobre, la sfida in Brasile tra Bolsonaro e Lula.

Il primo turno delle elezioni presidenziali di domenica scorsa in Colombia ha confermato, con oltre il 40% del consensi, il vantaggio dell’esponente di sinistra Gustavo Petro, già dato per favorito da tutti i sondaggi. Ma la vera sorpresa è stata che al ballottaggio non arriverà il  candidato della destra filogovernativa Federico Gutierrez, bensì l’outsider Rodolfo Hernandez, forte del 28% dei consensi. 

Il risultato di ieri cambia gli scenari perché, se per molti era scontata la vittoria al ballottaggio della sinistra contro il candidato sostenuto dal presidente uscente Ivan Duque, diversa potrebbe essere la partita contro Hernandez, candidato antisistema, che ha incentrato tutta la campagna elettorale sulla denuncia della corruzione nel Paese e che negli slogan elettorali in parte si sovrappone a quelli di Petro.

Apparentemente potremmo dire, quindi, che il ballottaggio  del 19 giugno sarà tra due candidati di rottura e di cambiamento, ma a ben guardare non sembra essere così. Molti infatti vedono in Hernandez la vera opzione del presidente uscente Duque, ben consapevole dei giudizi negativi sul suo governo e dei limiti del suo candidato al primo turno, vale a dire Gutierrez. Non a caso quest’ultimo, subito dopo la chiusura dei seggi, ha annunciato l’appoggio a Hernandez per il ballottaggio preferendo così l’imprenditore 77enne, da molti definito il Trump della Colombia, all’esponente della sinistra.

Le presidenziali colombiane si inseriscono in un contesto di cambiamento che sta coinvolgendo l’intera America Latina e che ha visto qualche mese fa la vittoria in Perù di Pedro Castillo e in Cile del leader progressista Boric. Sul voto colombiano e sull’avversità al candidato di sinistra potrebbe pesare il giudizio fortemente negativo dei colombiani sul governo venezuelano di Maduro. 

In questi mesi non sono mancate le tensioni fra i due Paesi ai confini dovute anche alla numerosa emigrazione verso la Colombia e alle prese di posizione di Duque a sostegno dell’opposizione interna a Maduro in linea con le posizioni di Washington. E proprio per questo, parte della propaganda filogovernativa ha cercato di abbinare Petro a Maduro, costringendo il candidato di sinistra a prendere più volte le distanze da Maduro evidenziando come il suo modello di Stato e di economia sociale sia diametralmente opposto a quello venezuelano.

Il 19 giugno ci dirà se, alla serie di successi dei candidati progressisti, si aggiungerà un nuovo tassello, fermo restando che le maggiori attenzioni degli osservatori internazionali sono puntate sulla sfida brasiliana di ottobre tra Lula e Bolsonaro che inevitabilmente finirà per condizionare gli equilibri geopolitici del sudamerica.

Si è spento a Milano, dove avrebbe compiuto 99 anni ad agosto il partigiano, poi avvocato e docente, Carlo Smuraglia.

E’ morto a Milano Carlo Smuraglia, presidente onorario dell’Anpi, avvocato ed ex parlamentare.

Nato ad Ancona nel 1923, avrebbe compiuto 99 anni ad agosto.

La sua storia personale è ricca di avvenimenti.

Tutto iniziò l’8 settembre 1943 quando mise fine agli studi. Dopo avere rifiutato le chiamate di leva dei fascisti della neonata Repubblica Sociale Italiana, con l’arrivo delle forze alleate nella sua regione, le Marche, decise di unirsi alla Resistenza arruolandosi nel 1944 come volontario nel Gruppo di Combattimento “Cremona”.

Il Gruppo di Combattimento “Cremona iniziò a far parte del conflitto nel 1945, con organici ancora incompleti, alle dipendenze del I Corpo d’armata canadese, che fornì alcune unità d’artiglieria di supporto.

Passato a fine febbraio alle dipendenze del V Corpo d’armata britannico, fu l’ unica unità partigiana aggregata organicamente ai Gruppi di Combattimento.

Finita la guerra divenne docente universitario, insegnando diritto del lavoro presso le università di Milano e di Pavia.

Fu anche consigliere regionale in Lombardia eletto nelle fila del PCI e presidente del consiglio regionale lombardo. Senatore per tre legislature, dal 1994 per sette anni fu presidente della Commissione lavoro.

Tra il 2011 e il 2017 è stato alla guida dell’Anpi e ultimamente è balzato agli onori della cronaca per lo scambio di battute  con Gianfranco Pagliarulo, sull’invio di armi e aiuti militari all’Ucraina.

Smuraglia aveva infatti paragonato la resistenza degli ucraini  a quella degli italiani tra il 1943 e il 1945 e aveva pertanto sostenuto la linea del governo sulle forniture di materiale bellico.

Nel 2016, da presidente dell’Anpi, era stato protagonista di una serie di scambi con Matteo Renzi sulla riforma costituzionale, che l’associazione aveva contestato schierandosi per il no al referendum.

Moderati nei toni ma risoluti per quanto riguarda i valori, solo Mario Draghi può garantire la sintesi necessaria.

Una riflessione che intende esprimere accanto al valore della moderazione, contro populismi ed estremismi, la necessità di una guida politica che porti a sintesi indirizzi, alleanze, contenuti e programmi. All’orizzonte del voto del 2023 si profila come scelta migliore per la leadership del Paese la figura di Mario Draghi, poichè è necessaria una continuità all’azione di Governo che solo il suo carisma, il prestigio di cui gode e l’autotrevolezza che esprime potrebbero garantire. Il Paese ha bisogno di una guida stabile e competente. La sua conferma alla guida politica del Paese è il miglior viatico per la campagna elettorale.

Sono prevalentemente negative le evidenze che si leggono nell’attuale fase di decadimento etico e culturale , specchio di una società che si sta lentamente avvitando su se stessa, priva di sussulti nel presente e di speranze nel futuro, afflitta da un pervasivo relativismo etico e dall’inesorabile affievolirsi di principi e valori propri di una democrazia partecipata.

In epoca di globalizzazione, non solo economica e finanziaria, è rilevante l’emergere di fenomeni di rimescolamento sociale e di  tendenze contrapposte: da questo melting pot – che è soprattutto antropologico e culturale perché tocca radici, tradizioni e identità  – emerge un quadro affatto rassicurante in ordine alle consapevolezze del nostro essere e alle direttrici di marcia in cui si è da tempo incamminata l’umanità.

Chi siamo, cosa vogliamo essere, a quali sogni affidiamo il nostro futuro?

In Italia, Paese e società appaiono quanto mai caratterizzati da disgregazione e disomogeneità, attraversati da contraddizioni e problemi cui la politica – in primis – non ha saputo dare risposte adeguate. Emergono una comunità sfiduciata, un’ Italia senza spessore che non sa reagire e un Paese appiattito, economicamente fragile e in preda ad un calo di progettualità e di speranza che non lo fa ripartire. 

Nel Paese sono evidenti manifestazioni di fragilità sia personali sia di massa, comportamenti e atteggiamenti spaesati, indifferenti, cinici, passivamente adattivi, prigionieri delle influenze mediatiche, condannati al presente senza profondità di memoria e di futuro. 

Le motivazioni di questo declino sono da scandagliare in diversi fattori: il venir meno dei valori alti che hanno caratterizzato i decenni passati, a partire dalla spinta emotiva ricevuta in eredità dalla Costituzione, la delusione per un’economia di mercato che ha disatteso molte speranze, la mancanza di fiducia nella classe politica e nella sempre più marcata verticalizzazione di quest’ultima, più intenta a rinsaldare e proteggere l’interesse di ristrette oligarchie che a ricercare e promuovere il bene comune. 

Nell’attuale condizione critica che sembra attraversare il pianeta e inglobare larga parte dei suoi abitanti, l’Italia non rappresenta un’eccezione ma pare che qui – più che altrove, nel cosiddetto ‘mondo occidentale’  – siano venuti meno il desiderio di fare e la voglia di reagire.

Mentre le prospettive elettorali del nostro quadro politico (impantanate, incerte, bloccate su un bipolarismo obbligato dove la forza di attrazione verso i “poli” sembra dettata più da rassegnazione che da convincimento, più da antagonismo che da consapevolezza in ordine a un progetto pensato e sostenibile, mentre il farne parte non attenua le tendenze litigiose, le contraddizioni interne e le diaspore, i distinguo, i “ma” e i “se”) non aiutano da lungo tempo ad uscire dal magma indistinto, non porgono la sponda ad una ripresa della società civile.

In questa società disgregata nei valori e nei riferimenti etici, così puntilliforme e spaesata, dove risultano compresenti e contrapposte le spinte ai localismi e le derive della globalizzazione, attraversata da contrasti, sovrapposizioni di identità, difetto di motivazione partecipativa e pure caratterizzata da soggettività radicate e polarizzazioni “forti”, spetterebbe soprattutto  alla politica il ruolo del dialogo, della mediazione e della ricomposizione.

Il condizionale è d’obbligo visto che proprio la politica è invece molto spesso il luogo della differenziazione, delle diaspore e della inconciliabilità.

La stessa parcellizzazione interna del quadro politico, così come si è configurata nella lunga deriva di riposizionamento più “situazionale” che “ideologico” successiva alla fine della prima e della seconda repubblica, esprime una evidente difficoltà di rappresentazione e aggregazione del contesto sociale di cui pure è espressione.

Una sorta di riproposizione in chiave sociologica della contrapposizione tra paese legale e paese reale, anche se la vocazione autentica della politica è in realtà proprio quella di stabilire le regole per il governo della società.

C’è un quadro d’insieme caratterizzato da instabilità, disaffezione, debolezza sistemica. Un sfiducia dei rappresentati verso i rappresentanti, dove politica è sinonimo di inerzia, impantanamento, personalizzazione, disinvoltura nella gestione della cosa pubblica, sovrapposizione e intersezione tra faccende private e interessi generali. Sfiducia, astensionismo, ritorno al privato: sono solo alcuni aspetti del gap che separa il popolo dalla politica. Corruzione, malaffare, incapacità, indolenza, inerzia sono le derive critiche più attuali di una politica impresentabile, decadente, autoreferenziale.

Nelle sue “aggiornate” sfumature di immagine sempre più impercettibili e variegate la partitocrazia è succeduta a se stessa senza riuscire a spiegare quali sono le ragioni “politiche” che possono far battere il cuore (si perdoni il nonsenso “fisiologico”) a destra o a sinistra. C’è ora finalmente bisogno di una concezione popolare della politica, nel senso che deve corrispondere agli interessi di chi ha più bisogno di tutele e nel senso che deve entrare con partecipata concretezza  nella nostra vita. 

Qualsiasi alleanza elettorale pensata per guidare  il Paese, auspicando un ritorno delle responsabilità dirette della politica dopo la parentesi del Governo di unità nazionale, non può prescindere da una considerazione della componente moderata ma resta però da intendersi sul significato autentico e utile di questa invocazione. È il tentativo di cooptare una presenza compensativa rispetto a scenari troppo polarizzati sulle estreme o l’espressione di un necessario equilibrio, di una stabilità che consenta governabilità e aggancio con  gli interessi generali della società?

Realizzare tutto questo non può prescindere dall’esperienza di Governo di Mario Draghi e dal suo carisma personale. Conoscenza, coraggio, umiltà: questa la sua ricetta, ripetuta da tempo. Se serve ‘moderazione’ essa va intesa nel dovere di dare un limite e una responsabilità all’azione politica, non nell’usarla per fini personali, interessi economici, leggi ad personam. Si chiamerà “nuovo centro” questa convergenza necessaria verso una guida stabile del Paese?

Lo strapotere attuale dei partiti è determinato da una concentrazione oligarchica a difesa di interessi personali o di parte, entrambi assai lontani rispetto ai bisogni reali del Paese. In via generale, occorre se mai ricalibrare la progettualità, gli indirizzi e le scelte sulla base delle attese e dei bisogni della gente, nell’ottica della politica come servizio e non della politica come mestiere. Anche questa prospettiva postula capacità di rappresentazione degli interessi della collettività senza cadere nelle derive autoreferenziali di una presenza politica totalizzante e pervasiva.

Vincere risolutamente le tentazioni del populismo, della demagogia, della rottamazione cieca e distruttiva, della protesta senza proposta, delle gogne e dei patiboli esposti al pubblico ludibrio: scelte pregiudizialmente perdenti e pericolosamente senza ritorno, come la storia ci ha – a volte inutilmente – insegnato. Impropriamente si discetta più recentemente intorno ad un partito dei moderati: in senso letterale e in senso logico è una locuzione dal significato ibrido e dal senso incompiuto.

Perchè gli interessi sociali non sono per loro natura moderati, così come non lo sono i valori e le tensioni etiche e ideali: il compito della politica consiste appunto in questa capacità di rappresentazione dove  moderazione  non significa conservatorismo e inazione ma capacità di contemperare bisogni e progetti di una società composita: sul piano generazionale, degli interessi economici, delle tutele dei beni comuni e condivisibili.

Non serve allora un pensiero debole ma un pensiero forte perché ricco di idee e di valori, possibilmente  lontano dalla politica urlata e dei luoghi comuni ma intimamente permeato di ragioni, idee e valori che riflettano gli interessi popolari e non quelli di una qualsiasi casta dominante. Rendere credibile un progetto politico, avvicinare i contesti delle decisioni a quelli delle azioni, agire con onestà intellettuale, equilibrio, rettitudine. Ripartire dalla società civile e da ciò che può esprimere in termini di competenze, capacità, esperienze, aspirazioni, valori. Imprimere una forte spinta all’ascesa dal basso, ai movimenti popolari, per riconsegnare la politica alla gente. Trovare conferma in una guida autorevole e accreditata a livello internazionale come è “nelle cose” la figura del Presidente Draghi e di tutto ciò che rappresenta.

Una scelta ispirata ai principi della condivisione, della cooperazione, del dialogo dove la politica può trovare una sua collocazione non negli schieramenti precostituiti ma nella movimentazione delle risorse umane, delle intelligenze e delle passioni. Recuperare l’orgoglio dell’identità nazionale e il senso dell’appartenenza alla comunità civile. Questo dovrebbe essere il vero fulcro aggregante e solidale, cui non mancano certo i riferimenti di senso e di valore nelle idee della nostra tradizione culturale .

Serve allora uno stile di presenza politica centrato sul confronto mite nei toni ma fermo sulle scelte di fondo, senza cedimenti sui valori che caratterizzano il tipo di società che si vuole ridisegnare. Legalità, giustizia sociale, istruzione e ricerca, famiglia, sicurezza, ambiente, lavoro, merito: potrebbero essere questi i punti aggreganti su cui costruire un progetto politico centrato sui valori della nostra più autentica tradizione culturale e più vicino ai bisogni e agli interessi veri della gente. Soprattutto restituire dignità alla politica, senso civico e ispirazione etica ad una società fatta di persone, nell’interesse della comunità e del Paese.

Perché una politica senza dignità non ha consenso ma una società senza dignità non ha futuro.

 

Castagnetti ricorda Pasetto: “Era rimasto il ragazzo di sempre, che faceva politica per passione e con intelligenza”.

Giovedì 19 maggio, nella chiesa di santa Maria in Trastevere, mons. Paglia ha celebrato una messa in suffragio di Giorgio Pasetto. È seguito poi un ricordo di Piero Ambrosi, da sempre uno degli amici più vicini Giorgio. Lui stesso, nell’ circostanza, ha letto il messaggio di Pierluigi Castagnetti, che qui riportiamo integralmente.

La coincidenza di questo nostro incontro con l’ascesa al Cielo di Ciriaco De Mita, il nostro riferimento, anzi il nostro maestro in politica, non è privo di significato. Può essere letto come il suggello su una stagione politica e la sua classe dirigente che ha passato il testimone a una nuova generazione di cattolici democratici, cui la storia chiede di intraprendere un nuovo cammino. Senza rimpianti e nostalgie, senza l’angoscia di una replica, ma con l’intelligenza e il coraggio di immaginare cose nuove, percorsi nuovi, come Papa Francesco chiede alla Chiesa italiana guidata ora dal nostro amico Matteo Zuppi.

Ho partecipato a questa liturgia in comunione spirituale con tutti voi  e, in particolare, con Giorgio, non potendo essere presente per un impedimento di salute. 

Se fossi stato lì, avrei ricordato a mons. Paglia (ma lo faccio ugualmente con questo scritto), il Natale del 1999, quando venne a celebrare la Messa nella sede del PPI a piazza del Gesù, esattamente nella sala della Direzione Nazionale. L’idea fu di Giorgio. 

Essendo lui per me il  referente di fiducia su Roma, quando gli chiesi l’indicazione  di un convento dove trovarci tutti insieme per una riflessione sul Natale, mi rispose con quella spontaneità e quel sorriso apparentemente ingenuo che tutti conoscevamo: “qui. Facciamo una Messa e una meditazione natalizia qui in sede” e, di fronte alla visibile perplessità che si coglieva sul mio viso , continuò: “che problema c’è?, non s’è mai fatto?, c’è sempre una prima volta, mica dobbiamo mettere i manifesti, è una cosa in famiglia per noi, credenti che fanno politica e che riflettono e pregano insieme”. 

Vabbè, allora che prete chiamiamo?. “Don Paglia di S.Egidio, secondo me accetta, perché ne intuisce il senso”, fu la sua risposta. 

E così fu, quell’anno e anche il successivo.

Mi ricordai di un precedente paragonabile, quando don Mazzolari celebrò  nell’immediato dopoguerra una Messa all’apertura di un seminario cui partecipava la dirigenza nazionale della DC:

“Una messa a introduzione di un convegno politico! Uomini di parte che pregano! Qualcuno sorriderà: altri rimarrà pensoso. Io ne sono commosso: voi pure…Il fatto che uomini di azione politica, dico più esatto, uomini di partito, preghino, non ha nulla di straordinario né di sconveniente per la politica come per la religione. Siamo qui per pregare, non per proporre di far pregare. La preghiera non si comanda: ci si inginocchia e si inginocchia chi vuole…”.

A Giorgio piacevano le cose un po’ innovative. Come quando, qualche anno fa, s’era inventata la rassegna-stampa di articoli di cultura e politica – che non faceva lui, ma considerava sua – per fare circolare idee nuove, aria fresca per gli amici.

Ecco, “gli amici” erano il suo spazio politico.

Da quando non c’erano più Galloni e Rocchi sentiva che questa era la sua missione: tenere insieme gli amici, dividendo e condividendo il pane delle idee nuove, in riunioni e discussioni attorno a tavolate da cui ci si alzava sempre il più tardi possibile, perché si stava bene insieme e perché si portavano a casa sempre pensieri che non si avevano prima.

E, negli anni più recenti, quando la situazione politica nazionale si faceva complicata, passava in ufficio a salutare con il suo sorriso illuminato e illuminante e il solito interrogativo: “che succede?”. 

“Che succede?”, negli ultimi anni era diventato il suo incipit: la curiosità di capire come si evolve la situazione, adesso che non ci sono più i grandi registi come Moro, e neppure i partiti. Avvertiva e soffriva la precarietà della situazione. “Che gliè dico ai miei?”, una domanda che gli ho sentito non so quante volte. Voleva capire per poter aiutare gli altri a capire.

Perché Giorgio apparteneva a quella generazione di politici che pensavano sempre agli altri. Cresciuti così sin da piccoli e da giovani, in mezzo agli altri, a servizio degli altri. 

Il popolo di Anzio e quello di Centocelle erano la sua gente. 

Gli piaceva l’odore del mare e dei pescatori, ma anche quello della gente di borgata.

Ma soprattutto c’erano quegli amici che lo avevano sempre aiutato nelle campagne elettorali ecio che lui, a sua volta, cercava di aiutare nelle loro aspirazioni, sempre inappagato di quello che riusciva a fare, perché si sentiva stretto e pressato da chi, nel suo stesso partito, operava in modo disinvolto per non dire di peggio. 

Lui era rimasto il ragazzo di sempre, che faceva politica per passione e con intelligenza. Era dotato di una straordinaria capacità di conoscere le situazioni, di interpretarle, di intuirne gli sbocchi e le conseguenze, quella che io chiamo “intelligenza della storia”: cioè capire ciò che accadrà.  

Era dotato di una raffinata capacità amministrativa, sedimentata nelle sue esperienze di sindaco e presidente della Regione. Sapeva scegliere. Sapeva decidere. Sapeva costruire. Sapeva cucire. Sapeva coinvolgere. Insomma, sapeva “fare”.

Ma, nondimeno, gli piaceva quella che un tempo si chiamava la “politica pura”, cioè la grande politica, la visione, la strategia.

Se n’è andato, lasciando un grande vuoto nella sua famiglia, in Enza e Francesco.

Ma, in altro modo, anche noi eravamo la sua famiglia e, anche noi sentiamo oggi  un vuoto che è colmato solo in parte dal ricordo di quanto in tanti anni ci ha dato.

 

Il testimone della città dei morti. Un ricordo dello scrittore italo-sloveno Boris Pahor (L’Osservatore Romano)

  1. È stato più volte candidato al Nobel per la Letteratura. Tra le sue molte patrie, la più amata è stata probabilmente la patria immateriale della scrittura. Riportiamo per gentile concessione l’articolo apparso nella edizione del 30 maggio 2022 dell’Osservatore Romano.

Silvia Guidi

Antifragile. Pensando alla lunga, lunghissima vita (per poco non ha raggiunto i 110 anni) dello scrittore Boris Pahor viene in mente una categoria messa a fuoco dal filosofo Nassim Nicholas Taleb, talmente celebre da essere stata soprannominata il darwinismo del ventunesimo secolo: l’antifragilità. Ovvero quella forza che trae la sua energia, paradossalmente, da ogni singola ferita subita. Quella tenacia che sgorga proprio da quello che sembrerebbe, apparentemente sottrarre energia, ma innesca risorse inaspettate e imprevedibili; una misteriosa sorgente interiore che invita, anzi, quasi costringe a ripartire dopo ogni colpo basso della sorte. E di colpi bassi, di ferite profonde, di traumi insanabili ne ha ricevuti tanti, Pahor, nella sua postazione di frontiera e di confine, in senso geografico e metafisico, perseguitato dal fascismo perché troppo sloveno, attaccato dai seguaci di Tito perché non fedele alla linea dettata dal partito, costretto, giovane soldato, a combattere in Libia una guerra insensata, deportato dai nazisti in cinque campi di concentramento diversi (da Natzweiler a Dachau, da Dora a Harzungen, fino ad approdare a Bergen Belsen) vittima e testimone di tutti i peggiori totalitarismi del Novecento.

E del peggio di cui un essere umano può essere capace, dietro al paravento di una confortevole ideologia formalizzata dal potere di turno, al riparo di una comunità compatta in cui diluire (o meglio, illudersi di diluire) la propria responsabilità personale e disfarsi, di fatto, del proprio libero arbitrio.

Pahor è morto lunedì 30 maggio, sulle alture della sua Trieste, città di mare e capitale della mitteleuropa, snodo di molte, complicate frontiere, visibili e invisibili, storiche e culturali insieme.

A Trieste Boris Pahor era nato nel 1913, quando la città era ancora parte dell’impero austroungarico, attraversando il contagio dell’influenza spagnola (che lo colpì insieme a tutta la sua famiglia) e l’ inutile strage della prima guerra mondiale. Ancora bambino, fu dolorosamente colpito dal rogo della Casa della cultura slovena, nel luglio del 1920, primo impatto con il mistero del male, preludio ad altri roghi, e altri sistemi di persecuzione, di proporzioni ancora più grandi. Quell’incendio, scoppiato sotto casa, per motivi incomprensibili, gli fece capire che «non basta dire di no, bisogna “fare” di no» come sottolinea la scrittrice americana Flannery O’ Connor, con la consueta incisiva, geniale brevitas. Tre volte no, non a caso, è il titolo di una delle opere più originali di Boris Pahor: no al fascismo, no al nazismo, no al comunismo, un chiaro, deciso “no” a tutto quello che mira a livellare e omologare la preziosa e irripetibile identità di ogni singolo essere umano.

Il soggiorno nel campo di concentramento di Natzweiler-Struthof, nel 1944, ha ispirato Necropoli uno dei suoi libri più famosi, approdato in Italia solo nell’ultimo scorcio del secolo breve, trent’anni dopo la sua uscita in Francia, grazie all’interessamento del filosofo Evgen Bavcar.

Negli anni Cinquanta insegnò letteratura slovena e letteratura italiana. Più volte candidato al Nobel per la Letteratura, fino al 1991 ha diretto la rivista «Zaliv» (che significa “golfo”) punto di riferimento per la dissidenza slovena e l’opposizione al regime di Tito in Jugoslavia.

Tra le sue molte patrie, la più amata è stata probabilmente la patria immateriale della scrittura; tra le violenze subite, una delle peggiori è proprio quella di essere privati della propria lingua madre, da bambini.

 

Lavoratori fragili: Depositato emendamento salva tutele

Ci facciamo premura di comunicare l’avvenuto deposito in Senato dell’EMENDAMENTO ( D.L 36 – AS 2598) tendente a recuperare la retroattività della decorrenza delle tutele per i lavoratori fragili di cui all’art. 10 della legge 52 del 19 maggio 2022 a DECORRERE dal 1° APRILE u.s. ANZICHE’ – come attualmente il testo approvato prevede – dal giorno successivo alla pubblicazione della citata legge sulla G.U (cioè dal 25 maggio u.s). E fino al 30 giugno 2022, come legiferato.

Se l’emendamento fosse approvato le tutele del lavoro agile e della malattia equiparata al ricovero ospedaliero decorrerebbero dal 1° aprile 2022 , coprendo il “buco temporale ” al momento esistente.

L’emendamento depositato (suggerito dal Dott. Comellini e da Francesco Provinciali)  è un atto concreto per risolvere questo problema. Confidiamo che siano ascoltate le richieste e le necessità dei lavoratori fragili .

Adesso il governo e il Parlamento  devono solo decidere se approvarlo o bocciarlo.

In allegato il testo dell’emendamento depositato.

De Mita e lo strano silenzio.

Di fronte ad una personalità politicamente molto riconoscibile e netta stupisce che tra i molti ed interessanti commenti che si sono susseguiti in questi ultimi giorni siano sostanzialmente mancati quelli di esponenti, autorevoli e significativi, che si riconoscono nel cosiddetto centro sinistra contemporaneo.

La scomparsa di Ciriaco De Mita ha innescato, come ovvio e giustamente, una serie di commenti e riflessioni sulla lunga e feconda lezione politica, culturale, sociale e istituzionale del leader irpino. Riflessioni che, com’è altrettanto ovvio, saranno oggetto d’ora in poi di riflessioni più pacate e più ragionate su questo leader della Democrazia cristiana che ha rappresentato, checché se ne dica, un punto di riferimento ineludibile nel cammino cinquantennale che ha segnato lo sviluppo, la crescita e il consolidamento della nostra democrazia. Nonché della cultura riformista e di governo del nostro paese. Un leader che, al di là del potere che ha esercitato e della sua lunga esperienza al partito e al governo, ha contribuito anche e soprattutto a far crescere e maturare la tradizione del cattolicesimo democratico, popolare e sociale. Un contributo, diciamo pure di rara qualità e di grande autorevolezza, che ha sempre accompagnato e caratterizzato la militanza di Ciriaco De Mita. Nella Dc inannziutto, nel centro sinistra in secondo luogo e nel dibattito politico complessivo.

Ora, di fronte ad una personalità politicamente molto riconoscibile e netta – in quanto espressione ed interprete di una precisa ed inconfondibile cultura politica – stupisce che tra i molti ed interessanti commenti che si sono susseguiti in questi ultimi giorni siano sostanzialmente mancati quelli di esponenti, autorevoli e significativi, che si riconoscono nel cosiddetto centro sinistra contemporaneo. Per carità, non sono mancate voci importanti di questo mondo ma si tratta di personalità, uomini e donne, che sono ormai fuori dalla politica attiva e militante. Ovvero, che non sono più in prima linea. Una riflessione, questa, che molti hanno colto e che resta abbastanza inspiegabile e misteriosa.

Comunque sia, la lezione politica e culturale di Ciriaco De Mita merita di essere ripresa ed approfondita. Non per regressione nostalgica o per riproporre, in formato bonsai, una esperienza importante e significativa come quella della Dc ormai consegnata alla storia e agli archivi politici. Ma, soprattutto, per come far rivivere, oggi, il “pensiero” e la “cultura” cattolico popolare e cattolico sociale. Temi che, per De Mita, stavano appunto in cima alla sua agenda politica negli ultimi tempi. Tutto il resto, purtroppo, fanno parte solo delle miserie umane che non sono destinate a passare alla storia

 

 

Parlare di De Mita? Significa rileggere pagine di storia… 

Il leader irpino – si legge sulla bacheca di Fb dell’autore – ha contrassegnato con la Sua intelligenza una stagione politica. Si potevano condividere o meno le idee, gli atteggiamenti ma non si poteva non riconoscerne intelligenza e acume.

 

Ricordare Ciriaco De Mita a qualche giorno della scomparsa, rende più nitida la memoria. Parlare di De Mita significa rileggere pagine di storia non solo della Democrazia Cristiana,  ma del Paese. Conobbi Ciriaco De Mita nel 1970 quando da V.Segretario della D.C. si poneva come interlocutore dei giovani d.c. di cui ero il V.Delegato nazionale. 

Erano gli anni del dopo ‘68 in cui le esplosioni delle proteste studentesche avevano posto questioni vitali, alle quali bisognava rispondere evitando giudizi affrettati e provvedimenti superficiali. La gran parte del Paese non colse il significato profondo della protesta, i messaggi volti a superare squilibri, privilegi per dare vita a una stagione di conquiste civili. 

Bisognava bloccare attraverso gli strumenti democratici gli estremismi che dagli anni ‘70, avrebbero imperversato tragicamente. De Mita aveva colto i pericoli della incompiutezza di un percorso di giustizia solidale. Aldo Moro aveva fatto analisi lucide condivise da Ciriaco. Se poi l’estremismo, il terrorismo furono battuti dopo i primi sbandamenti, questo lo si deve a uomini come De Mita, e alla D.C. tutta che non aveva estirpato le radici di idealità,di umanità e civiltà. 

De Mita era prolifico nelle analisi apparteneva a quella nutrita schiera di d.c,che si misuravano politicamente non con le estemporaneità ma con i ragionamenti. Alcune vicende che hanno contrassegnato quel periodo vanno attentamente studiate. La conflittualità con il PSI in un altalenante concorrenza per il potere ha messo in crisi il centrismo, di cui la DC era il perno, dando alla sinistra la possibilità di essere il polo gravitazionale. Il resto è storia: la fine dei partiti politici, della DC e la forte attrazione verso la sinistra. Quella sinistra come il PCI che Moro con il compromesso storico stava svuotando attraverso l’allargamento della base democratica. 

De Mita ha contrassegnato con la Sua intelligenza una stagione politica. Si potevano condividere o meno le idee, gli atteggiamenti ma non si poteva non riconoscerne intelligenza e acume. Era un laeder vero non un capopopolo parolaio vuoto. La scomparsa di grandi personaggi come De Mita ci spinge a rileggere pagine storie dimenticate. 

Ieri ricchezza di idee anche nella dialettica oggi povertà, arroganza che sovvertono le istituzioni e tutto quello che è stato costruito da uomini come De Mita.

 

Dalla CEI importanti indicazioni pastorali.

L’autore ripropone il suo discorso sulla necessità di avviare un processo di ricomposizione dell’area ex democristiana. A questo fine, richiama l’attenzione sul documento finale della Conferenza episcopale italiana, nel corso della quale è emersa a larga maggioranza la proposta, assunta poi da Papa Francesco, di nominare a presidente della Cei il card. Matteo Zuppi. A seguire, Bonalberti mette nuovamente in chiaro quali siano, a suo giudizio, alcune proposte che dovrebbero qualificare il programma di un rinnovato partito d’ispirazione cristiana. 

Non appartengo a quel manipolo di cattolici integralisti, oppositori nemmeno malcelati di Papa Francesco, i quali hanno accolto con dispetto anche la nomina del card. Zuppi a Presidente della CEI. Sono un papista ortodosso, fedele agli insegnamenti della Chiesa e credo nell’assistenza dello Spirito Santo ai cardinali raccolti in conclave al momento della scelta del successore di Pietro. Ho anche accolto con favore la scelta del card Zuppi, all’interno della terna formulata dall’assemblea dei vescovi italiani, fatta da Papa Francesco, del successore del Presidente, oggi vescovo emerito di Perugia, card  Bassetti, sostenendo che questa nomina “apre i cuori alla speranza”.

Ho seguito i lavoro dell’assemblea della CEI tenutasi dal 23 al 27 Maggio a Roma, e credo che il documento finale approvato andrebbe letto e meditato anche da tutti noi impegnati nel tentativo di ricomposizione politica dell’area cattolico democratica e cristiano sociale.

Intervenendo alla conferenza stampa svoltasi al termine dei lavori dell’Assemblea generale della CEI, il neo Presidente CEI, card. Matteo Zuppi, ha ricordato i temi sociali emergenti nella situazione italiana: “l’abbandono degli anziani, il disagio abitativo, le fragilità giovanili, i morti sul lavoro e la violenza sulle donne, senza dimenticare le migrazioni e la tragedia delle morti in mare. “Su tutto questo – ha concluso – non dobbiamo spegnare i riflettori”.

Ecco, credo spetti a tutti noi tenere accesi i riflettori e inserire nel programma attorno al quale ricomporre la nostra unità politica proprio queste priorità.

Ho tentato nelle settimane scorse di redigere un contributo per il programma, inviato agli amici del Consiglio nazionale della DC guidata da Renato Grassi e della Federazione Popolare DC, presieduta da Giuseppe Gargani, evidenziando che, alla base di ogni progetto di riforma economico sociale, è essenziale procedere al rovesciamento della logica che, nell’età della globalizzazione, ha posto il primato della finanza sull’economia reale e sulla stessa politica; quest’ultima ridotta a un ruolo ancillare, con molti dei suoi esponenti assoldati dai gestori delle multinazionali della finanza padrone del mondo.

Riassumo quelle indicazioni:

  1. Obbligo di cessione al Tesoro dello Stato italiano da parte di Telecom Italia Sparkle della proprietà dei cavi sottomarini, necessari alla comunicazione intranet dei movimenti elettronici del denaro nel sistema bancario italiano (=abolizione della L.58 del 28 Gennaio 1992 e della Legge n. 35 del 29 gennaio 1992).
  2. Controllo Statale sulla raccolta del risparmio tra il pubblico mediante compagnie assicurative statali = abolizione del DPR n. 350/1985 firmato da Sandro Pertini.
  3. Obbligo di cessione da parte di Banca Intesa, Unicredit,Cassa Risparmio Bologna, Carige e BNL del 51% delle loro azioni al Tesoro dello Stato Italiano al fine che lo Stato italiano abbia, con 265 voti su 529, il controllo del 51% di Banca d’Italia (abolizione della L.82 del 7 Febbraio 1992), al fine che Banca d’Italia possa di nuovo dopo 25 anni tornare a vigilare per impedire truffe sui derivati e su azioni/bond carta straccia, e per impedire anatocismo e usura bancaria.
  4. Reintroduzione della Legge Bancaria del 1936 (abolizione del decreto legislativo n. 385/1993):
  5. Separazione tra banche di prestito (loan bank) e banche speculative (investment bank): abolizione del d.lgs n.481/1992 firmato da Giuliano Amato, Barucci e Colombo. Automatica reintroduzione della contabilità bancaria esistente prima del 31 Luglio 1992 (abolizione del Provvedimento di Banca d’ Italia del 31 Luglio 1992 firmato da Lamberto Dini al fine di fermare l’evasione fiscale verso i fondi speculatori petroliferi kazari proprietari della City of London e sede fiscale a tassazione zero nello stato USA del Delaware).
  6. Divieto di prestare denaro creato con un clic elettronico anziché raccolto tra il pubblico>
  7. Riduzione del capitale flottante di Banca Intesa, Unicredit, Cassa Risparmio Bologna, Carige, BNL e di ogni altra società italiana strategica quotata in borsa (ENI,…) dall’attuale 85% del capitale totale, al 15%, al fine di evitare scalate da parte dei fondi speculatori petroliferi kazari.
  8. Divieto di vendite allo scoperto (divieto di short -selling) sia di tipo naked (presa in prestito di titoli inesistenti per es. di MPS per farle crollare, le uniche finora vietate dall’UE) e di quelle piene. Divieto in sostanza di ogni tipo di vendita allo scoperto contro titoli di società italiane quotate alla borsa di Milano.
  9. Abolizione del CICR (è l’ufficio di controllo occulto di Banca d’Italia).
  10. Conferire il potere ISPETTIVO sia a Banca d’Italia che alla Consob, in aggiunta a quello di vigilanza.
  11. Separare la Consob dal controllo di Banca d’Italia al fine di avere un organo ispettivo indipendente. Possibilità anche per la GDF e per la Polizia di Stato di compiere ispezioni in materia finanziaria, in materia di borsa.
  12. Divieto per famiglie, imprese ed enti locali italiani di sottoscrivere derivati sulla valuta(=abolizione del DPR n.556/1987 emesso su proposta del Ministro del Tesoro Giuliano Amato) e derivati sul tasso (=abolizione del D.M. del Tesoro n. 44 del 18 febbraio 1992 firmato da Mario Draghi). 
  13. Divieto al Governatore di Banca d’Italia di variare il tasso ufficiale di sconto (abolizione della L.n. 82 del 7 Febbraio 1992) al fine di evitare le truffe sui derivati sul tasso. 
  14. Divieto di anatocismo nei conti correnti, leasing, mutui, prestiti con cessione del quinto e in ogni altra forma di prestito.
  15. Abolizione del piano di ammortamento alla francese, lecito solo il piano di ammortamento all’italiana (quote capitali sempre uguali).
  16. Divieto di usura oggettiva (supero tasso soglia) e divieto di usura soggettiva (supero tasso medio). Introduzione della rilevanza immediatamente penale anche del supero del tasso medio indipendentemente dalla situazione di difficoltà economica-finanziaria del soggetto cliente. 
  17. Abolizione della disciplina fondiaria ex art 38 e seg. TUB.
  18. Riforma del Tribunale delle Esecuzioni immobiliari sulla prima casa e sull’immobile sede dell’attività: divieto di esecuzione immobiliare sulla prima casa e sulla sede dell’attività, obbligo di prolungamento del mutuo, in caso di difficoltà, ad un tasso massimo pari al tasso d’inflazione. Divieto di neutralizzazione del Fondo Patrimoniale (è una figura giuridica prevista dal 1936 a tutela della famiglia italiana).
  19. Divieto di concentrazione immobiliare diretta o per interposte persone (massimo 3 immobili) in soggetti posti in qualsiasi ruolo e funzione del Tribunale addetti all’esecuzioni immobiliari e nella sezione fallimentare. Divieto di concentrazione immobiliare diretta o per interposte persone (massimo 3 immobili) nell’avvocato e dottore commercialista della curatela fallimentare, dei sequestri immobiliari e quali procuratori per le banche nelle esecuzioni immobiliari e nel custode e nel notaio delle esecuzioni immobiliari. 
  20. Creazione della Procura Nazionale contro i Reati finanziari commessi da soggetti speculatori esteri, con distaccamento in ogni DDA, collegata all’INTERPOL e per la prevenzione di attentati terroristici e jihadisti da parte dei fondi speculatori atti a riottenere il controllo privato delle banche italiane e dell’Ente dell’Energia italiano. 
  21. Obbligo di almeno cinque Parlamentari di ogni forza politica di partecipare all’Assemblea Annuale di Approvazione del Bilancio delle banche italiane azioniste di maggioranza di Banca d’Italia, in quanto vero governo del sistema e termometro della salute del paese.

Ritengo che, se vogliamo tradurre nella “città dell’uomo” le indicazioni pastorali emerse dall’assemblea generale dei vescovi italiani, sia indispensabile porre queste proposte nel programma del partito o federazione dei partiti che si ispirano ai valori del cattolicesimo democratico e cristiano sociali, per le prossime elezioni politiche. Un’assemblea costituente ad hoc per promuovere tale ricomposizione dovrebbe essere convocata quanto prima. E ciò che con alcuni amici abbiamo avviato, partendo dalla base, augurandoci che, anche i responsabili dei diversi partiti, movimenti, associazioni e gruppi che si rifanno ai medesimi principi e valori, concorrano con noi alla realizzazione di tale progetto. Solo così supereremo lo stallo in cui siamo finiti, dopo la lunga stagione della diaspora post DC e potremo riprendere la nostra strada.

L’aborto fa (sempre) discutere. Gandolfini, smontare la 194. No, replica Tarquinio: svuotiamo la legge dal suo carico di dolore.

Massimo Gandolfini, portavoce della Manifestazione «Scegliamo la Vita», indirizza una sua lettera al direttore dell’Avvenire per sollecitare un’azione diretta a smantellare la legge sulla interruzione volontaria di gravidanza. Marco Tarquinio, nella rubrica “Il direttore risponde”, spiega garbatamente che l’approccio dell’oltranzismo pro-life non lo convice. E suggerisce una diversa modalità per contrastare la scelta abortista, sicuramente dolorosa per ogni donna.  

Il confronto che ieri ha occupato sul giornale dei Vescovi italiani lo spazio riservato al dialogo del direttore con la comunità dei lettori rappresenta una novità. Per la prima volta si cerca di dare forma a una posizione che nel rispetto della linea a difesa della vita – in questo caso del nascituro – metta da parte la suggestione dello scontro a testa bassa, fino ad arrivare alla cancellazione della legge 194.

Vale la pena seguire le argomentazioni dei due interlocutori, anche per capire, evidentemente, come evolve il dibattito in seno al mondo cattolico sui temi cosiddetti sensibili.

Scrive Gandolfini: “ […] alla luce delle parole dei Pontefici che hanno segnato il nostro tempo, si “deve” smontare. Proprio sulla base delle stesse conoscenze scientifiche – 44 anni fa non avevamo neppure l’ecografo! – con mentalità rigorosamente laica, oggi nessuno può dire che embrione e feto non sono indiscutibilmente “uno di noi”, un essere umano a tutti gli effetti. E una società davvero civile – cioè fondata sul riconoscimento dei diritti umani universali, primo fra tutti il diritto alla vita del più debole e indifeso – non può ignorare che negare tutto ciò spalanca le porte a ogni sopruso, in nome del personale interesse e della cosiddetta “libera scelta”. 

“Nessuno di noi – continua Gandolfini – è così ingenuo da pensare di poter ottenere tutto e subito, ci vogliono saggezza e pazienza, prudenza e lungimiranza, ma la stella polare cui guardare deve essere sempre, in ogni contingenza, ben chiara: non possiamo rassegnarci a una legge “integralmente iniqua”.

Ed ecco, nel nucleo essenziale, la replica di Tarquinio: “[…] Penso anche che la 194, come tutte le leggi, ma un po’ di più, sia una legge che ha dentro di sé cose diverse. Non l’avrei votata così com’è proprio come non voterei mai per la pena di morte perché sono contro ogni norma “letale”. E considero l’aborto una tragedia immensa per il figlio abortito – uno di noi – e per la donna-madre che vive questa prova”.

“Non mi stanco di ripetere – aggiunge il direttore di Avvenire – che le leggi sono anche, e spesso soprattutto, il “modo” in cui le applichiamo. E io so che la 194 può essere usata per rimuovere le cause dell’aborto, ma so pure che purtroppo non lo si fa abbastanza e in molti casi per nulla. Ritengo anche, alla luce delle sempre più ampia consapevolezza della realtà della vita prima della nascita che ci dà la scienza, sia possibile e necessario riconsiderare l’attuale pratica dell’aborto legale e le decisioni che la consentono (sempre arbitrarie, come tutte quelle che riguardano esistenze altrui, ma qui di più perché toccano un “senza voce”)”.

E Tarquinio così conclude: “In sostanza non credo che la legge 194 debba essere smontata come lei dice, ma svuotata del suo carico di sofferenza e di morte. E per questo serve dialogo profondo e franco, chiarezza d’idee e rispetto reciproco. Prima di tutto per i protagonisti di ogni storia d’aborto: la donna e madre e il piccolo o la piccola che lei porta in grembo”.

Questo rapido e intenso scambio di opinioni rivela l’esistenza, nel panorama del cattolicesimo italiano, di un’alternativa ragionevole all’oltranzismo pro-life. 

 

Per saperne di più

https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/direttore-risponde-dar-battaglia-per-smontare-le-194

Quale Repubblica? Note sparse in vista della Festa del 2 giugno.

Non facciamo abbacinare dal presidenzialismo: il Parlamento rimane il luogo della rappresentanza popolare e qui trova legittimità l’elezione del supremo garante dell’unità nazionale. La Repubblica ha raggiunto negli anni ’70 e ’80 grandi obiettivi di rinnovamento attraverso le riforme approvate in Parlamento: diritto di famiglia, riforma sanitaria, divorzio, aborto, statuto dei lavoratori, obiezione di coscienza, codice Rocco in materia di violenza sessuale e abolizione del delitto d’onore. Nel discorso del primo insediamento, Sergio Mattarella evocò i volti della Repubblica: giovani, donne, anziani… Dobbiamo ammettere che non sempre, in Parlamento, sono stati rispecchiati.

 

Dal 1 gennaio 1948 “l’Italia è una Repubblica democratica, definita dall’art.1 della Costituzione, che annuncia un grande valore, la “sovranità appartiene al popolo”, affidato alla responsabilità dei cittadini, che la delegano agli organi eletti. Quindi il primo atto di cittadinanza consapevole è partecipare alle elezioni. Siamo avviati ad una stagione elettorale la prima sarà il prossimo 12 giugno con il rinnovo di circa 1.000 Amministrazioni comunali e inoltre, nello stesso giorno, si vota anche per 5 Referendum abrogativi. La Costituzione consente solo di abrogare leggi ma non di proporne, perché la nostra Repubblica democratica è parlamentare. 

Di tanto in tanto emerge nel dibattito la proposta di trasformarla in Repubblica presidenziale, ma anche recentemente è stata respinta una iniziativa in tal senso, presentata da Fratelli d’Italia. Credo non ci sia sovranità popolare meglio rappresentata che in Parlamento e la recente rielezione del Presidente Mattarella mi pare segnali come sia importante che il Capo dello Stato, che “rappresenta l’unità nazionale” (art.86 Cost.) non appartenga ad una parte politica o a una coalizione. Troppa emozione attraversa, in alcune stagioni, l’elettorato: si pensi a quali nomi vengono alla mente in tal senso (es. magistrati del pool di Milano, ecc.).

Non mi nascondo che, purtroppo, il Parlamento nell’ultima legislatura – forse, non solo – non ha mostrato grande capacità di far valere la sua forza rappresentativa ed ha acconsentito a una gestione piuttosto centralistica da parte del governo.

Innanzitutto si è verificata la riduzione del numero dei parlamentari e la prossima legislatura vedrà caricato su ciascun parlamentare un onere superiore di rappresentanza. Se aggiungiamo la mancata riforma elettorale (spero di no) il rischio sarà che i parlamentari non saranno nemmeno più conosciuti dagli elettori. La vicenda del PNRR sottolinea ancora di più come il Parlamento abbia protestato ma non inciso, perché la sede per le priorità da individuare, mantenendo coeso il Paese, sarebbero state le aule della Camera e del Senato. Per esempio sono stati destinati molti fondi alla sanità. Anche a seguito della pandemia il nostro SSN ha riscosso molta attenzione e si dibatte sul come innovarlo e rafforzarlo. La legge istitutiva del SSN del 1978 aveva una visione; quale sarà la visione che guiderà la eventuale e sperabile riforma per adeguarlo al cambiamento dei tempi, della cultura, della ricerca scientifica? Il PNRR destina molti fondi alle strutture e non dà indicazioni di contenuto rispetto alle finalità di servizi e strutture destinate, finalmente, al territorio. Manca una visione, manca il personale, non sono programmate in base ai dati epidemiologici le risposte che una concezione olistica – one health – sta proponendo. Cito solo l’esempio delle case di comunità per le quali sarebbe necessario un modello almeno minimo, ma universale, per tutto il Paese. 

L’uguaglianza dei cittadini sarebbe gravemente menomata se, nonostante il regionalismo da rispettare, a Udine o a Catanzaro non si potesse contare sulla medesima certezza operativa. Un altro esempio riguarda la distribuzione delle grandi macchine. Si soffre la mancanza di HTA (Health Tecnology Assestement), per cui non si fa uso di una anagrafe che, fortunatamente, esiste. Ad una Azienda Sanitaria del centro Italia sono state attribuite tre TAC quando era stata richiesta una PET; e ad un’altra del nord, è stata assegnata una Tesla 1 quando l’Azienda possiede già una Tesla 3. Cosa accadrà alle macchine non utilizzate?

La Repubblica ha raggiunto negli anni ’70 e ’80 grandi obiettivi di rinnovamento attraverso le riforme approvate in Parlamento: diritto di famiglia, riforma sanitaria, divorzio, aborto, statuto dei lavoratori, obiezione di coscienza, codice Rocco in materia di violenza sessuale e abolizione del delitto d’onore. Nel discorso del primo insediamento, Sergio Mattarella evocò i volti della Repubblica: giovani, donne, anziani… Dobbiamo ammettere che non sempre, in Parlamento, sono stati rispecchiati. Abbiamo visto recentemente che la Repubblica non è delle donne. Il presidente della Corte costituzionale, Giuliano Amato, in occasione della mancata elezione della prima donna al Quirinale ha affermato “noi maschi abbiamo di che vergognarci e questo è un problema: non chiediamo al Parlamento di risolvere un problema che è dentro di noi (…) la cooptazione maschile finisce per prevalere”. La votazione per la presidenza della Repubblica ne è la dimostrazione. Le molte donne parlamentari non hanno saputo svolgere quel compito di alta e buona politica di imporre un metodo e la loro forza reale; le loro sorelle maggiori, – Madri della Repubblica – erano solo 21 ma furono determinanti per redigere alcuni articoli fondamentali: ricordo quello sulla parità nel lavoro, non raggiunta ancora oggi, e l’articolo 3 in cui fu inserita la parola uguaglianza di sesso per l’emendamento di una costituente, ecc. Il Parlamento vive e si fa sentire se è determinato a imporre il suo ruolo costituzionale. Manca meno di un anno alle prossime elezioni politiche nazionali, da cui usciranno due rami del Parlamento fortemente ridotti nel numero. Alla diminuzione quantitativa si accompagnerà un maggiore “peso” di ciascun parlamentare. Sarebbe quindi bene che le forze politiche riflettessero sulla necessità di portare in Parlamento una quota di candidati che all’esperienza politica affianchino esperienza di legislatori.

La recente scomparsa di Ciriaco De Mita ci ricorda proprio un metodo, perché da deciso sostenitore del “rinnovamento” – e lo perseguì – cercò tuttavia la competenza e il prestigio dei Leopoldo Elia, Pietro Scoppola, Roberto Ruffilli, come di altri laici, Bruno Visentin, Guido Rossi, ecc. Il Parlamento, come recita la nostra Carta, è il depositario della sovranità popolare e deve rispecchiare tutti i volti della Repubblica per non perdere la sua funzione.

Il superamento della democrazia liberale

Bisogna mettere in luce il fatto che con la morte di Aldo Moro finisce quel grande disegno per l’Italia di arrivare non solo alla democrazia compiuta, ma a quella democrazia sostanziale ampiamente debitrice della cultura politica dei cattolici democratici, come si evidenzia già nei lavori della Costituente.

Ebbene, sì! Occorre affermarlo a chiare lettere: la posta in gioco non è il futuro della democrazia, ma la riforma strutturale di questa democrazia che si è venuta affermando dalla metà degli anni Ottanta. Non si tratta di un’affermazione che esula dalla realtà, né tanto meno di un processo irrealizzabile rispetto agli attuali canoni del vivere civile.

Anzi, a ben guardare, tutta la riflessione moderna sulla democrazia (da Norberto Bobbio a Giovanni Sartori) si incentra sul solo modello che si è sinora realizzato nella storia: la democrazia liberale. Negli Stati Uniti d’America, in Gran Bretagna sull’onda dei pensatori politici ed economici di stampo liberale, tale visione ed organizzazione dello Stato si è non solo affermata, ma ha coinvolto di riflesso anche gli altri Stati occidentali che pur se orientati verso concezioni socialdemocratiche, tuttavia hanno recepito i principi economico-sociali tipici del liberismo.

In Italia, dopo l’avventura drammatica del fascismo, la neonata democrazia ha visto (soprattutto in sede di Assemblea Costituente) l’incontro-scontro tra posizioni politiche liberali, cristiane e socialcomuniste. Le ultime due, pur partendo da motivazioni ideologiche diverse, palesavano alla fine il comune obiettivo di dar vita ad uno Stato sociale (e perciò solidale) come il primato della persona umana sull’economia e sulle sue leggi.

La prima parte della Costituzione, soprattutto per il contributo eccezionale di Dossetti, La Pira e Moro, ha inteso recepire questa visione di Stato nell’ottica del principio solidaristico e non individualistico.

I tempi però non erano abbastanza maturi per la democrazia italiana ancora in fasce:  il pericolo del neo-fascismo, una classe borghese che vedeva nella libertà economica la strada maestra degli affari individuali e di casta, l’atteggiamento di una parte non secondaria del mondo cattolico e della gerarchia ecclesiastica (ancora lontana dal Concilio Vaticano II), imponevano allo stesso De Gasperi di tirare il freno sul piano delle riforme strutturali e della stessa concezione della democrazia, pena lo sgretolamento del giovassimo Stato democratico italiano.

Sta di fatto che questa sorta di stagnazione della democrazia italiana, riprendeva vigore con il centrosinistra voluto dalle sinistre democristiane e da Aldo Moro durante i primi anni Sessanta.

Dossetti aveva abbandonato ormai la politica attiva (1951) per esplorare il suo disegno di vita religioso, ma anche per cambiare la situazione all’interno del mondo cattolico ed aprirlo verso nuovi orizzonti ecclesiali e politici. Dossetti-Moro: vi è un fil rouge che lega idealmente i due pensatori e che traspare proprio negli anni Sessanta nei due diversi ambiti (Chiesa e politica).

Entrambi convinti che lo Stato liberale dovesse essere superato per uno Stato solidale, hanno tessuto fino all’ultimo la strategia di quella famosa terza via  capace di dare protagonismo al popolo (soprattutto agli ultimi) che, di volta in volta, secondo la concezione morotea, diventava Stato e che, quindi, creava nuovi diritti da tutelare.

Un discorso, quest’ultimo, che merita una particolare attenzione e considerazione e che sarà oggetto di studio prossimo per una nuova pubblicazione editoriale. Quello che bisogna mettere in luce in conclusione è il fatto che con la morte di Aldo Moro finisce quel grande disegno per l’Italia di arrivare non solo alla democrazia compiuta, ma a quella democrazia sostanziale nella quale il protagonismo non appartiene all’economia, ma alla persona umana che vive in sintonia e in comunione con gli altri.

 

Un nuovo Rinascimento dalle nuove tecnologie. Dall’Archivio di Vita e Pensiero.

Tre anni fa moriva Michel Serres. Gli rende omaggio Vita e Pensiero, la rivista dell’Università Cattolica di Milano,  ripubblicando questo saggio del 2013, nel quale il grande filosofo ci invitava a guardare con occhi diversi la rivoluzione digitale. Una lettura sorprendente!

Michel Serres

Il nostro corpo ascolta, grida e ricorda. Batteri, alghe, funghi, piante e animali segnalano anch’essi la loro presenza e percepiscono l’ambiente, ciascuno a suo modo; senza scambi di energia, ma anche di informazione, nessun organismo potrebbe sopravvivere. Prima ancora di farsi umana, la comunicazione caratterizza il vivente come sistema aperto: le cellule comunicano tra loro nei corpi e questi tra loro entro la loro nicchia ecologica. Su piccola scala le reazioni chimiche, su grande scala le tempeste e le galassie, scambiano sempre energia e informazione nell’ambito della materia inerte. Noi uomini aggiungemmo a tali prestazioni, puramente fisiologiche o fisiche, una panoplia di artefatti destinati a sostituire il nostro corpo nelle sue attività di comunicazione: questo arsenale di messaggerie e semafori variò nel corso della storia. In tempi recentissimi le tecnologie elettroniche hanno nuovamente sconvolto l’insieme degli strumenti che permettono di ricevere informazione, di immagazzinarla o di conservarla, di emetterla o di trasmetterla.

Questo recente cambiamento riguarda il tempo, lo spazio e i rapporti tra gli uomini. In tutta la storia abbiamo conosciuto almeno due sconvolgimenti dello stesso tipo: l’invenzione della scrittura e quella della stampa. Incisa su pietra, bronzo o tavolette di cera, prima di poterla leggere su papiro o su carta, la prima contribuì in modo decisivo a creare le prime città, nella Mezzaluna fertile, grandi Stati organizzati secondo le regole di un diritto scritto (codice di Hammurabi, legge mosaica); facilitò e accelerò gli scambi commerciali grazie al conio delle monete; dette slancio alle scienze e alla pedagogia, nell’antica Grecia, così come alle religioni monoteiste, che possono essere definite culti della Scrittura. Ma c’è di più: oggi dividiamo il tempo umano in due parti distinte, preistoria e storia, e quest’ultima comincia esattamente dalla comparsa dei primi testi incisi. Le grandi stabilità politiche, religiose, economiche, scientifiche giunte fino a noi derivano dunque dagli strumenti utili ad affrontare l’informazione, che nella storia, come ho detto, cambiano meno di quanto non le comandino, dal momento che fu la scrittura a far nascere la storia.

Da quando nel Rinascimento fa la sua comparsa la stampa, le banche italiane trasformano gli scambi commerciali nel Mediterraneo, dove le lettere di cambio sostituiscono la moneta, e lanciano il primo capitalismo; la circolazione dei libri favorisce l’indipendenza individuale sostenuta dalla Riforma protestante e, con essa, la democrazia politica e il diritto civile; il loro immagazzinamento nelle biblioteche svaluta i dossografi e, sgravando la memoria, pone l’osservatore di fronte ai fatti bruti contribuendo così alla nascita della sperimentazione meccanica e fisica; insomma, la stampa genera la scienza moderna; infine Montaigne, Erasmo, Rabelais e altri ancora traggono da tutte queste novità nuovi concetti della pedagogia. Le due trasformazioni presentano un profilo simile.

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https://rivista.vitaepensiero.it//news-dallarchivio-un-nuovo-rinascimento-dalle-nuove-tecnologie-5871.html

 

La crisi ucraina in fase di stallo: i negoziati non decollano, ogni previsione appare sterile.

La strada verso la pace appare essere molto accidentata, anche perché in ambedue gli schieramenti contrapposti continuano ad esistere leaders e/o gruppi di potere per i quali la guerra in corso si presenta come una occasione da cogliere.

Il conflitto in Ucraina sembra attraversare una fase di riflessione collettiva, sia sul piano politico-diplomatico sia su quello militare. Dopo tre mesi di guerra violenta e sanguinosa, i contendenti fanno un bilancio, verificano lo stato delle proprie forze e valutano cosa ancora debba essere messo in campo per guadagnare la posta o, per lo meno, dare l’impressione di poterlo fare. 

A tal fine, il gioco diplomatico si rivela lo strumento migliore per prendere tempo. Lo si utilizza, infatti, per riattivare i “pour parler” interrotti o per imbastirne di nuovi ovvero per alimentare la propaganda, pratica diffusa altrettanto utile per far valere meglio le proprie rivendicazioni. Non a caso si registrano contatti a  distanza tra interlocutori qualificati di alto livello; spuntano proposte di improbabili accordi, si parla confusamente di scambio di prigionieri; si avviano con clamore indagini su presunti crimini di guerra e se ne sollecitano di nuove; si diffondono notizie poco rassicuranti sulla salute fisica (e mentale) dei massimi rappresentanti dei due paesi contrapposti come pure sui dissidi interni al cerchio magico del potere che ne complicherebbero la normale attività di governo fino al punto di configurare possibili congiure di palazzo.

Nel frattempo, però, gli scontri armati (in particolare, nell’area del Donbas) continuano ininterrottamente, a dimostrazione che nessuna delle due forze in campo ha la minima intenzione di cedere o recedere. Insomma, la guerra continua. L’esercito russo dà l’impressione di voler, soprattutto, consolidare le posizioni acquisite sul terreno nelle regioni di Donetsk e Lugansk, insistere nella manovra a tenaglia nell’area a sud-est di Dnipro e mantenere il controllo di buona parte della fascia costiera, mentre quello ucraino gli si oppone, coltivando probabilmente la speranza di poterlo rigettare oltre confine grazie alla fornitura (continuamente sollecitata da Zelensky)  di armamenti (americani) sempre più  potenti e sofisticati. Insomma, Mosca sembra ormai determinata a perseguire con metodo la realizzazione del cosiddetto piano B ossia l’occupazione militare permanente della parte sud-orientale dell’Ucraina per poi ottenerne la ratifica attorno ad un tavolo negoziale, secondo tempi e modalità da concordare. Kiev dà l’impressione di opporvisi con la forza della disperazione.

L’attenzione generale è ora rivolta all’auspicata esportazione di enormi quantitativi di grano e cereali dall’Ucraina – da tempo fermi nei punti di ammasso o già stoccati nel porto di Odessa e da cui dipende la sicurezza alimentare di milioni e milioni di persone – resa praticamente impossibile dal blocco navale russo nel Mar Nero, dove più agevolmente il prodotto può essere trasportato. L’Unione Europea sta in vari modi adoperandosi, insieme ad altri partner internazionali, per risolvere al più presto il problema, tenuto conto che Mosca ha manifestato una disponibilità a collaborare condizionata però al ritiro delle sanzioni sulle esportazioni e transazioni finanziarie russe. E’ quanto praticamente lo stesso Putin ha confermato a Draghi nel corso di una recentissima telefonata, durante la quale il “leader” russo avrebbe anche sostenuto l’attuale impossibilità ad avviare negoziati di pace con Zelensky data l’indisponibilità di quest’ultimo a trattare…  

La questione alimentare è un nodo ormai venuto al pettine al pari di numerosi altri che, presumibilmente, con la continuazione prolungata nel tempo del conflitto, prima o poi appariranno sulla scena internazionale per diventare ulteriori incognite della già molto complicata equazione sul tappeto. Con la volontà di aderire alla NATO (subito osteggiata da Ankara) espressa da Finlandia e Svezia, il fronte occidentale tende ad allargarsi, ma, al tempo stesso, rischia di indebolirsi per l’intenzione manifestata da alcuni stati membri (“in primis”, l’Ungheria di Orban) di smarcarsi dalle sanzioni energetiche decise dalla Commissione Europea contro la Russia nonché per la “de- escalation” militare invocata sempre più da alcune formazioni politiche e movimenti pacifisti nazionali. 

Altri governi europei (tra cui quello italiano), pur favorevoli all’invio di armi e all’adozione di sanzioni economiche, ritengono, con sempre maggiore insistenza, prioritario un “cessate il fuoco” con conseguente avvio di negoziati diretti fra le due parti, anche se, come si è visto, Mosca continua decisamente a tergiversare. In tale cornice, Washington e Londra tirano, invece, dritte per la strada militarista, avendo maturato l’idea che Putin possa diventare ragionevole soltanto se sconfitto sul campo (e puntando, neanche in modo troppo coperto e malgrado le periodiche smentite, ad un “regime change” a Mosca). 

Nel recente vertice di Davos, Boris Johnson ha addirittura parlato di una possibile alleanza politico-economico-militare (alternativa all’Unione Europea) di Londra con alcuni paesi ex- Unione Sovietica (Ucraina, Polonia, Estonia, Lettonia e Lituania) aventi in comune il forte timore per l’aggressività russa e la sensazione che stia subentrando nell’Unione ed in alcune capitali europee di primo piano (“in primis”, Parigi e Berlino) una certa tepidezza nel contrastarla, circostanza confermata, del resto, dal comportamento di Scholz su quello stesso palco, dove ha accuratamente evitato di soffermarsi sullo stato della guerra in Ucraina.

Questa nuova iniziativa inglese, seppur ancora allo stato embrionale, conforterà non poco il neo Zar sempre speranzoso che la solida crociata contro la Russia cominci a mostrare la corda, indebolendo quell’unità che ha spinto il suo paese nell’angolo, isolandolo da una grande parte di comunità internazionale.    

In definitiva, la strada verso la pace appare essere molto accidentata, anche perché in ambedue gli schieramenti contrapposti continuano ad esistere leaders e/o gruppi di potere per i quali la guerra in corso si presenta come una occasione da cogliere. Infatti, a Putin essa potrebbe consentire di realizzare il sogno di ricreare l’impero zarista e restare nella storia nazionale. In seno a vari circoli politici americani (per lo più repubblicani) essa è vista come la possibilità di dare un definitivo colpo mortale al tradizionale nemico russo. In Europa, i paesi ex-satelliti dell’URSS possono percepirla come un modo per rendere più solida ed efficace la preziosa protezione americana contro le mai sopite mire egemoniche sulla regione della Russia, il potente da sempre sgradito paese confinante. Infine, per le industrie belliche guerra significa grossi profitti e, pertanto, non stupisce immaginare che la loro lobby sia molto impegnata a rendere, in vari modi, la via della pacificazione la meno praticabile possibile. 

Alla luce di quanto precede, non c’è dubbio che avanzare delle previsioni continua ad essere un esercizio quanto mai difficile e, per certi versi, anche sterile.

 

La strage del Texas evidenzia la dilagante diffusione delle armi tra i giovani

L’uso delle armi da parte dei minori o dei giovani appena maggiorenni è una piaga endemica negli USA, favorita da legislazioni permissive e dall’assenza di controlli circa precedenti agìti aggressivi o disturbi mentali e comportamentali. Tuttavia, anche in Italia cresce il numero di chi gira armato e si abbassa la soglia di chi entra in possesso di una pistola, specialmente attraverso le vie dell’acquisto illegale.

Quella compiuta dal diciottenne Salvador Ramos nella Robb Elementary School di Uvalde, in Texas,  è stata la più grave strage compiuta in un istituto scolastico degli Stati Uniti negli ultimi dieci anni, dopo quella di Sandy Hook, in Connecticut, del dicembre 2012: in quel caso – sempre in una scuola elementare – furono uccise 26 persone, di cui 20 bambini. Pochi giorni fa c’era stato un altro attacco molto grave: il 14 maggio, a Buffalo, un 18enne aveva ucciso 10 persone sparando all’impazzata in un supermercato frequentato soprattutto da afroamericani. Ma guardando a ritroso negli anni è ricorrente l’angosciante fenomeno dello stragismo agìto da giovanissimi, in danno di civili, specialmente minori, in scuole e luoghi di intensa frequentazione. Salvador Ramos , dopo aver ridotto in fin di vita la nonna, è entrato nella scuola (che lui stesso aveva frequentato) del suo paese, una cittadina di 15 mila abitanti, e ha ucciso deliberatamente 19 bambini e le loro due insegnanti, chiudendosi con loro in un’aula e riuscendo a portare a termine la strage prima di essere ucciso dalla polizia. Nei giorni precedenti aveva dato segni di premeditazione, postando messaggi equivoci e minacciosi sui social e fotografando le armi di cui era in possesso, anche se parte della stampa e lo stesso Governatore del Texas hanno sottolineato il fatto che il ragazzo non avesse dato segni di squilibrio mentale in passato.

L’uso delle armi da parte dei minori o dei giovani appena maggiorenni è una piaga endemica negli USA, favorita da legislazioni permissive e dall’assenza di controlli circa precedenti agìti aggressivi o disturbi mentali e comportamentali : il Texas è uno degli Stati dove ciò è permesso con la più ampia libertà d’uso e ha colpito l’opinione pubblica la conferenza stampa del Governatore del Texas – Greg Abbott – che si è detto contrario ad una revisione restrittiva della normativa concessiva e lassista attualmente in vigore.

Ci sono interessi commerciali ma anche una visione “armata” e “difensivistica” della vita sociale sostenuta in particolare da un folto gruppo di parlamentari conservatori che considerano il possesso di armi e il loro uso uno strumento legittimo di tutela personale. Una escalation di violenza che suscita violenza, in cui attacco aggressivo e difesa discrezionale producono esiti letali.

Il fatto che il problema sussista da sempre senza che sia stata adottata una legislazione più severa ci spiega un clima relazionale e sociale dove pistola, fucile e altre armi anche pesanti sono entrati a far parte di una quotidianità accettata dalle autorità, anche se fortemente osteggiata dalla maggioranza della popolazione.

Il connubio armi-minori è il dato più eclatante e drammatico di questo stile di vita armato, ormai abitudinario e consolidato nell’immaginario collettivo come una spada di Damocle che pende sulla testa di chi per destino ne subisce le conseguenze: l’alternanza di governi democratici e repubblicani non ha intaccato questa deriva pericolosa, anzi nel tempo si è abbassata la soglia di età dei soggetti aventi titolo al porto d’armi, al loro acquisto e ad un uso frequente come passatempo, come se si trattasse di un gioco.

Il fatto che i crimini più efferati siano stati compiuti da giovani o giovanissimi non ha introdotto una normativa sul porto d’armi e – palesemente – ha dimostrato che una pistola o un fucile in mano ad un ragazzo problematico, frustrato da insuccessi scolastici, turbe psicologiche o da disgregazioni familiari, dall’uso di alcool e droga diventano uno strumento letale di morte. Una parte minoritaria dei cittadini degli Stati dove è più alto l’indice di criminalità minorile considera una cosa normale il possesso di un’arma da parte di un minorenne. I giornali americani danno spesso enfasi a fatti che coinvolgono minori nell’uso delle armi come fossero giocattoli:  pare che l’azienda che fabbrica il fucile usato da un coetaneo che qualche anno fa aveva colpito a morte una bambina produca circa 60.000 armi all’anno di quel tipo, pubblicizzate con lo slogan “Il mio primo fucile” in un sito che si chiama “L’angolo del bambino”, con numerose foto di ragazzini intenti a colpire bersagli di vario genere. Non è raro che un’arma “vera” sia il regalo più desiderato per un compleanno o il Natale. Secondo l’Agenzia ANSA negli Stati Uniti “ogni ora” un bambino viene colpito da armi da fuoco: tanti sopravvivono, ma centinaia invece muoiono. Il numero preciso di quanti hanno perso la vita a causa della violenza armata di anno in anno non viene reso noto fino a quando i Centers for Disease Control and Prevention (Cdc) non rilasceranno i dati in loro possesso.

Ma nel 2020 era stata superata quota 2.200 – di gran lunga il totale più alto degli ultimi due decenni – e si prevede che il conteggio a consuntivo del 2021 sarà ancora peggiore. Secondo i dati emersi, a Washington l’anno scorso 9 bambini sono stati uccisi in omicidi con armi da fuoco, a Los Angeles 11, a Philadelphia 36 e a Chicago 59. Cifre che peraltro non includono le centinaia di altri bambini morti in sparatorie accidentali o suicidi. Tra le vittime, ricordate dal Washington Post, ci sono due sorelle dell’Ohio, entrambe alle elementari, uccise dal padre, un alunno di terza media dell’Arkansas ucciso a colpi di arma da fuoco a scuola da un amico, e un ragazzino del Texas morto a casa per colpi sparati da una persona che passava in auto. Colpisce la frequenza e l’intensità dei fatti, la disinvoltura con cui si gira armati fin da ragazzi, la mentalità crescente nelle giovani generazioni basata su una concezione ultimativa della vita rispetto all’odio verso gli altri e ai propri fallimenti esistenziali: il tutto per tutto, in una volta, per farla finita.

L’agghiacciante connubio “armi-minori” esiste anche fuori degli Stati Uniti pur non legato a una specifica normativa, quanto piuttosto connesso a una concezione proprietaria e schiavista dei bambini, della loro vita e della loro identità personale e sessuale. Basti pensare ai bambini-soldato e a quelli vittime delle mine, spesso usati come strumenti per sondare la pericolosità di un territorio e – per questo – orribilmente mutilati o uccisi; o ancora far mente locale alla soccombente e pregiudizialmente sacrificale condizione dei bambini di ogni età che vivono nei Paesi dove esistono da anni guerre devastanti o conflitti etnici, religiosi o civili tra opposte fazioni, anche di uno stesso popolo o nazione. 

Da un rapporto di Save the Children risulta che più della metà dei settantadue milioni di bambini che non hanno accesso all’istruzione, cioè oltre trentasette milioni, vivono nei Paesi colpiti dalle guerre (denominati CAFS) e sono spesso i destinatari finali del commercio di armi leggere mentre sei tra i Paesi del G8 (tra cui l’Italia) sono tra i primi dieci esportatori di armi nel mondo, l’84% delle quali sono le cosiddette “armi leggere”, largamente diffuse e utilizzate, con conseguenze devastanti, da minori. Indonesia, Costa d’Avorio, Sud-Sudan, Uganda, Iraq, Siria, Afghanistan, Burundi, Chad, Colombia, Nepal, Sri Lanka, Angola, Eritrea: sono Paesi che destinano alle spese belliche mediamente oltre il 4% del Pil e nei quali – secondo un Rapporto del Segretariato Generale dell’ONU – vengono addestrati e usati in azioni belliche bambini e bambine-soldato, queste ultime in alcuni casi esposte all’obbligo di prestazioni sessuali. Il conflitto bellico in Ucraina sta moltiplicando la diffusione delle armi tra i civili in un clima psicologico di crescente allarme e tensione: un dramma nel dramma. 

Anche nel nostro Paese cresce il numero di chi gira armato e si abbassa la soglia di chi entra in possesso di una pistola, specialmente attraverso le vie dell’acquisto illegale.

Quindi anche in casa nostra si moltiplicano gli episodi di aggressività come derivato del bullismo, diffuso come stile di vita da social o siti che andrebbero immediatamente oscurati. Famiglia e scuola dovrebbero riappropriarsi di un ruolo formativo, preventivo, di controllo. Per contrastare la violenza bisogna scoprirla e intercettarla alle origini e intervenire con tempestività con azioni positive. Ciò vale dunque anche per l’Italia, pur in un contesto sociale caratterizzato da consuetudini e modelli di vita diversi da quelli di altre contingenze geografiche. Senza caricarla di ulteriori responsabilità, questo compito deve passare attraverso la scuola come principale “agenzia” di educazione alla pace, a cominciare dai rapporti ‘con’ e ‘tra’ gli alunni e dalle relazioni intense con le famiglie. Davvero il sogno che l’umanità dovrebbe coltivare è quello di far scomparire tutte le armi dalla faccia della Terra: il fatto che invece ci si affidi ad esse dimostra che la pace resta solo un’utopia e neanche nel cuore di tutti.

 

Ciriaco De Mita: cultura, politica, ispirazione cristiana.

Il leader irpino ha rappresentato l’unico vero tentativo di riportare il cattolicesimo democratico al centro della politica italiana.

Nell’arcipelago delle personalità e delle correnti democristiane, disorientate e incapaci di muoversi dopo la tragica fine di Aldo Moro, indubbiamente Ciriaco De Mita ha rappresentato l’unico vero tentativo di riportare il cattolicesimo democratico al centro della politica italiana. Non solo in termini di gestione del potere, ma soprattutto come direzione, come progettualità, come prospettiva da dare alla politica affinché essa non si esaurisse, appunto, nel mero (anche se necessario) potere e fosse invece orientata al bene comune.

Dell’azione politica demitiana, indissolubilmente legata alla dimensione culturale perché sempre tesa a cogliere, come Moro, la complessità delle questioni e delle trasformazioni in atto nel mondo globale che si intravedeva, mi preme sottolinearne tre aspetti caratterizzanti. 

Innanzitutto, la sua continua, testarda, a volte velleitaria, ma sempre orgogliosa rivendicazione della importanza del contributo cattolico-democratico alla rinascita di questo paese. Sturzo, De Gasperi, Moro, Dossetti, La Pira, sono presenza costante nel suo “ragionare” ed è presenza costante il riferimento alla dottrina sociale della Chiesa, tenendo ferma, senza tentennamenti, la dimensione della laicità della politica. 

L’altro punto da ricordare è la sua ferma volontà di avviare un sincero rinnovamento del partito troppo appiattito nella logica clientelare per permettere di fare entrare aria fresca nelle vecchie sezioni dove si contavano le tessere e non le idee. È grazie a lui che tanti volti nuovi si avvicinarono alla politica e tanti uomini di cultura si misero in gioco per offrire il loro pensiero al dibattito del tempo.  

Infine, la sua visione (non semplicistica e strumentale) delle riforme istituzionali per rendere possibile ma non traumatica l’alternativa e, soprattutto, per colmare il deficit di partecipazione (“per ricreare affezione alla democrazia” diceva) che cominciava già a minare la nostra democrazia e per ridare centralità al cittadino-persona. 

Negli ultimi suoi anni De Mita non ha potuto che constatare, amaramente, come la storia abbia seguito altri itinerari e come quei temi siano stati rimossi.

Certamente l’eutanasia democristiana profetizzata da Moro, prima, e più profondamente, poi, il radicarsi del processo di secolarizzazione in società sazie e distratte, hanno reso, ai più, ormai irrilevante il primo punto, se non per rivendicare qualche sgabello di potere. 

Il problema del rinnovamento dei partiti non è nemmeno all’ordine del giorno semplicemente perché i partiti o si sono estinti, o sostituiti da comitati elettorali e conventicole di potere, o trasformati da organizzazioni non democratiche e non politiche che supportano le manie di protagonismo di autoproclamati leader senza cultura politica. 

Della necessità di riforme istituzionali in grado di arginare le derive postdemocratiche delle nostre società non v’è traccia nell’asfittico e striminzito teatrino nel quale la politica stessa è stata relegata. Ma restano temi che, prima o poi, andranno ripresi per dare contenuti, visione e respiro alla politica e allora di questo politico troppo velocemente dimenticato, spesso deriso ma straordinariamente acuto e profondo, torneremo sicuramente a parlare. 

 

Mario Sirimarco – Università di Teramo

La sua Base fu il germoglio del futuro centrosinistra

Questo articolo in ricordo di Ciriaco De Mita è stato pubblicato ieri sulle pagine del “Domani”.

Non amava la citazione e non indulgeva all’eleganza di stile, ma aveva piuttosto il gusto dell’interpretazione. Nel discorso di De Mita, mai avulso dalla realtà, emergeva questa esigenza particolare: tenere insieme le idee, cercandone le origini e gli sviluppi, dentro una lezione che sentiva di dover aggiornare – e quindi interpretare – alla luce di questioni sempre nuove, per non fare della storia del cattolicesimo politico l’archivio dei ricordi o l’album di famiglia. L’asse della Dc lo pretendeva intangibile in quella successione che va da Sturzo a Moro, passando per De Gasperi. Sturzo significava la centralità del programma, De Gasperi il primato della coalizione, Moro l’intelligenza dei processi politici, secondo una formula di accrescimento delle condizioni di libertà e di progresso.

Veniva dal sud, quello dell’entroterra irpino, ma si formò alla Cattolica di Milano. Era l’università di padre Gemelli e Dossetti, ma non furono questi i “padri spirituali” di De Mita. Nel Dopoguerra si respirava un’aria diversa, la politica entrava nel ciclo del post-centrismo, qualche segnale anticipava il rinnovamento conciliare. Egli doveva allora incrociare, a Milano, l’esperienza della nascente sinistra di Base, il germoglio di una Dc più laica e moderna, il luogo di elaborazione del futuro centro-sinistra. Quei giovani basisti, osservati benevolmente da Enrico Mattei, scontarono un certo ostracismo (anche del clero). 

La Base era la sinistra della Dc, mentre la componente social-sindacale di Pastore e Donat Cattin, con alle spalle la Cisl e le Acli, era per definizione la sinistra nella Dc. Una differenza, questa, che renderà De Mita poco incline a riconoscere l’utilità dell’agitazione di temi sociali, senza il respiro della mediazione politica. Per questo il rapporto con Moro significò per lui l’ancoraggio alla prospettiva di una Dc capace di guidare l’evoluzione democratica della società. In più De Mita metteva l’attenzione alle riforme dell’ordinamento istituzionale, immaginando che in questa operazione di rinnovamento fosse persino naturale identificare lo spazio di una corretta collaborazione tra Dc e Pci.

Il comunismo era un fatto e come tale andava conosciuto e trattato, accantonando il sovrappiù delle pregiudiziali ideologiche. Questa era la laicità del discorso demitiano. Fedele al brocardo “ex facto oritur ius” che i giuristi della Cattolica tenevano in evidenza, fu impermeabile alle lusinghe di Rodano sull’incontro tra cattolici e comunisti nel segno del compromesso storico. Non gli apparteneva questa “teologia politica” assunta a veicolo della reciproca salvezza di Dc e Pci.

De Mita arrivò al vertice di Piazza del Gesù quando cominciavano i segni di logoramento del potere democristiano. Moro era stato eliminato, la sua eredità appariva compromessa. Vinse sulla logica del “Preambolo” che pure aveva ripristinato, dopo l’esperienza della solidarietà nazionale, l’intesa di governo con il Psi, a prezzo tuttavia di una progressiva debilitazione del ruolo della Dc. Tutta la sua segreteria, durata sette anni e intrecciata in ultimo al ruolo di Presidente del Consiglio, ebbe il significato di una costante competizione sul piano delle proposte e delle scelte di cambiamento, al riparo da subalternità. Fu la stagione di una nuova classe dirigente. 

Poi, quando tangentopoli spazzò via la Prima Repubblica, prese la postura del coriaceo assertore delle virtù democristiane. In realtà si traducevano nel sogno che preservò sempre, fino al culmine della vita terrena, di un’Italia bisognosa dell’apporto inesauribile del filone democratico cristiano. Non si è stancato mai di ripeterlo.

Vaiolo delle scimmie: tutto quello che c’è da sapere

Il vaiolo delle scimmie è un poxvirus simile allo scomparso virus del vaiolo umano, che infetta le scimmie ma raramente può contagiare l’uomo. Il primo caso di trasmissione umana è stato segnalato nel 1970. In queste settimane, ne sono stati segnalati alcuni casi in tutto il mondo.

sintomi includono febbre, mal di testa, dolori muscolari, mal di schiena e dolore ai linfonodi, seguiti successivamente dalla comparsa di pustole cutanee sul volto e in seguito generalizzate.

I casi attualmente descritti non sono gravi ma necessitano di monitoraggio clinico.

La trasmissione avviene per contatto diretto con fluidi corporei, come sangue, goccioline respiratorie, saliva, essudato di lesioni cutanee e crosta. Sembrerebbe esserci diffusione anche in caso di rapporti sessuali.

I sintomi iniziali includono febbre (superiore a 38.5°), mal di testa, dolori muscolari, mal di schiena, stanchezza e ingrossamento dei linfonodi; a distanza di 24-48 ore si osserva lo sviluppo delle prime caratteristiche lesioni in bocca, seguite dopo poco da lesioni cutanee in viso ed estremità, cioè mani e piedi, compresi palmi e piante.

La diagnosi di vaiolo delle scimmie umano è prevalentemente clinica.

Ad oggi non esiste un protocollo di trattamento specifico, anche perché si tratta di una malattia virale e, come spesso capita per questo tipo d’infezioni, il trattamento consiste in genere nella sola gestione dei sintomi.

Ciriaco De Mita, un faro che continua ad illuminare.

La scomparsa di Ciriaco De Mita, dell’amico e Presidente Ciriaco, è una di quelle notizie che non avremmo mai voluto sentire e ascoltare. Per un motivo molto semplice, anzi persin banale. Perchè, per chi come me e quelli della mia generazione, hanno maturato e coltivato la passione e la militanza politica a fine anni settanta e nei primi anni ottanta, Ciriaco è sempre stato un leader da ascoltare, da cui si imparava sempre e con cui ci si confrontava. Seppur con difficoltà e qualche timore reverenziale. Con De Mita ho sempre avuto un rapporto diretto e anche aperto: durante la mia lunga presenza nel Movimento Giovanile Dc a livello nazionale e poi in Parlamento e nelle chiacchierate sporadiche degli ultimi anni. E questo avvenne per un motivo preciso, che prescindeva dalla mia persona. Il motivo vero era che Ciriaco sapeva che ero stato “l’ultimo” allievo di Carlo Donat-Cattin, suo grande oppositore politico e, al contempo, suo grande amico personale. E non perdeva occasione per spiegarmi e spiegare nei vari capannelli che si formavano attorno a lui gli “errori” politici della sinistra sociale di Forze Nuove, malgrado l’intelligenza politica e il coraggio di Donat-Cattin, nel giudicare e nell’affrontare il “rinnovamento” del partito che lui, Ciriaco, aveva impresso al partito durante gli anni della sua segreteria nazionale.

Ma, al di là di questa digressione personale, è indubbio che De Mita incarnava emblematicamente tutte quelle qualità che fanno di un politico un leader e uno statista. E cioè, intelligenza politica, capacità di guida, una precisa e definita cultura poltiica, coraggio e un consenso reale nel partito e, soprattutto, nella società di riferimento.

Rileggere il magistero politico, culturale ed istituzionale di Ciriaco De Mita sarà un preciso compito di tutti coloro che continuano ad avere a cuore il popolarismo di matrice sturziana, la strategia degasperiana e il pensiero moroteo. “Senza un pensiero è inutile l’impegno politico” amava ripetere con ossessione negli ultimi tempi. Perchè, forse, si rendeva conto che la politica stessa era sempre più dissociata dal pensiero e dalla cultura al punto che la politica si riduce a solo pragmatismo avaloriale, a trasformismo politico e ad opportunismo parlamentare. Ma quello che sarà interessante rileggere, almeno per noi cattolici popolari e cattolici democratici, è indagare sul percorso politico e culturale di De Mita dopo la fine della Democrazia Cristiana e il decollo di una stagione all’insegna della personalizzazione della politica, della spettacolarizzazione e della sostanziale assenza di riferimenti ideali e culturali. Un percorso che ha evidenziato la difficoltà del pensiero popolare e cristiano democratico a trovare una reale e nuova  cittadinanza  attiva  nella  cittadella  politica  italiana.  Eppure  Ciriaco,  testardamente,  e giustamente, sino alla fine ci ha raccomandati a non indebolire, a non emarginare e, soprattutto, a non archiviare quella tradizione culturale e politica – il popolarismo cristianamente ispirato, appunto – che resta l’unica a conservare una bruciante attualità e una altrettanto moderna contemporaneità nel panorama politico italiano ed europeo.

E da De Mita, dunque, si riparte. Per questo Ciriaco resta un faro che continua ad illuminarci e a cui dobbiamo continuare a guardare. Contro il “nulla della politica” per dirla con Martinazzoli e per la costruzione reale ed autentica del “bene comune”