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Recensione | Hegel visto da Kaube appare nella sua dimensione di vita vissuta

Bisogna subito dire che il libro ha una sua originalità. Non rimane nell’empireo delle idee, ma si cala nella dimensione quotidiana della vita reale. In effetti, Jürgen Kaube ne Il Mondo di Hegel delinea la parabola esistenziale di uno dei giganti della filosofia moderna: Georg Wilhelm Friedrich Hegel. Nel racconto emerge come questi fosse al tempo stesso un uomo di mondo, col quale risultava piacevole discorrere, e un austero professore non disposto a facile concessioni sul piano filosofico. 

Accadde per esempio che Schleiermacher osasse affermare che oramai, nell’epoca del post-illuminismo, si era giunti ad un punto per cui la vita di tutti i giorni era talmente interessante da rendere superfluo qualsiasi anelito religioso. Hegel gli rispose che l’afflato spirituale permette di congiungersi con l’infinito ed è pertanto assurdo considerarlo inservibile nel vissuto ordinario. Sarebbe una mutilazione della coscienza. Dal che fece anche discendere l’attacco a Kant, Fichte e Jacobi perché, colpevolmente, avevano ridotto la religione a qualcosa da cogliere unicamente col cuore,  non con le mente e la ragione.

Hegel, d’altra parte, ebbe sempre qualche difficoltà espositiva. Nelle lezioni universitarie che tenne a Jena, Berlino o Bamberg il suo eloquio era solitamente complesso e sofisticato, difficile da comprendere. Il paradosso era che sulle cose semplici si arenava, mentre in quelle complesse si muoveva con scioltezza – “come fossero il suo mondo”, annota puntualmente Kaube. 

Non va trascurato un elemento curioso, ovvero la simpatia che Goethe nutriva per Hegel, tanto da essergli accanto come sprone  nella fatica di una promettente ricerca intellettuale, senza manco omettere, però, l’aspetto eminentemente pratico: grazie alle sue premure, a Bamberg Hegel ottenne uno stipendio. Fino a quel momento, il filosofo destinato a universale ammirazione era vissuto in ristrettezze economiche.

Nella Fenomenologia dello Spirito, opera di rara complessità che molti studenti ebbero modo nel secondo Novecento di “decodificare” attraverso l’analisi critica di Alexandre Kojève, Hegel arrivò alla conclusione che l’uomo è “dentro” un sistema di relazioni mistico-razionale: egli è autocoscienza e si riconosce tale insieme ad altre autocoscienze, realizzando  così“l’Io che è Noi, e il Noi che è Io”. Fenomenologia è, per Hegel, “l’illustrazione del sapere nel suo divenire”. 

Il concetto di amore costituisce l’oggetto di una progressiva armonizzazione. Inizialmente gli era sembrato “prossimo” alla ragione, poi diviene paradigma della conoscenza, poi ancora viene sostituito col concetto di “vita”, e infine fa il suo ingresso lo “spirito”. L’amore significa incontro, quello che muove dalla mancanza e porta all’unione di uomo e donna, con la centralità  della famiglia a garantire la pienezza del singolo. Hegel rimprovera chi non è sposato affermando che il matrimonio è un dovere. Tuttavia, serve anche ricordare che nella famiglia del filosofo una donna rimase nubile e un bambino fu concepito fuori dal legame matrimoniale: la sorella Christiane e il figlio illegittimo Ludwig. 

Nel complesso, il libro di Kaube illumina l’uomo Hegel che non vive nella sfera ristretta dei problemi degli specialisti, restando patrimonio esclusivo dei cultori di filosofia, ma si muove e cambia, con lo scorrere delle pagine, nel circuito della condizione umana, partecipe delle vicende del suo tempo. Hegel ci viene restituito, pertanto, in una trama di relazioni pubbliche e private, nulla togliendo al suo essere protagonista formidabile della costruzione di un sistema di pensiero che tanto ha influito sull’autocoscienza e la mentalità dell’Occidente.  

 

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La battaglia di don Minzoni nell’orizzonte della democrazia cristiana e del popolarismo

Il ricordo di don Minzoni obbliga a riflettere sulle nostre radici politiche, ma più ancora culturali e religiose. Abbiamo bisogno di scavare fino in fondo. Non veniamo da una storia qualunque e non siamo autorizzati, pertanto, a misconoscerne il valore e le implicazioni. L’agguato mortale al parroco di Argenta, il 5 agosto del 1923, mise a nudo l’odio dei fascisti contro i popolari. Pochi mesi prima, al congresso di Torino, Sturzo aveva compiuto l’ultimo strappo che gli costerà l’esilio per vent’anni: il partito usciva dall’incertezza e rompeva con il governo Mussolini. Da quel momento i popolari  entravano nell’occhio del ciclone e iniziavano a pagare il prezzo, sempre più duro, della loro intransigenza.

Don Minzoni, per giunta, conobbe fin da giovane la morsa dell’anticlericalismo come “griglia” della rossa Romagna. In occasione del cinquantenario della sua morte, Mario Scelba ne seppe dare conto con limpida descrizione davanti al Consiglio nazionale che il segretario della Dc, Amintore Fanfani, aveva convocato solennemente a Ravenna. “Don Minzoni – disse Scelba – seguì la vocazione di sacerdote, sapendo di dover operare in una regione ove, per ragioni storiche, il prete – a quel tempo – era letteralmente odiato, e ove la politica, infeudata, anche per l’assenza dei cattolici, ai partiti cosiddetti «laici», non si fermava dinanzi all’altare, ma anzi era protesa attivamente a distruggere gli altari; in una regione in cui, per le misere condizioni del proletariato agricolo e l’indole dei cittadini, le lotte sociali si svolgevano con una asprezza tale da richiamare su di esse l’attenzione preoccupata della Nazione e quella degli stranieri”.

E proprio in Romagna, di fronte al radicalismo dei mangiapreti, venne alla luce fortemente la testimonianza dei giovani democratici cristiani. Avevano Romolo Murri come alfiere di una originale seminagione di pensiero e di azione, per dare gambe al messaggio di giustizia sociale divulgato dalla Rerum novarum. Dobbiamo capire quegli anni di tensione e di fervore, quando le nuove leve dell’intransigentismo cattolico presero a misurarsi con l’urgenza di una mobilitazione sulle stesso terreno dei socialisti, senza complessi di inferiorità, anche in contrasto con essi. Il linguaggio non era modulato sulle note della moderazione. Alla luce del murrismo, don Minzoni indicherà l’orizzonte di quella che per lui era la “santa democrazia cristiana”. Indubbiamente, un’espressione ardita.

Che dire oggi? Certo, con i suoi simboli e le sue passioni quel tempo appare confuso e annebbiato, perso nei rigagnoli di un Novecento secolarizzato e dunque lontano, a maggior ragione, dalla sensibilità odierna. Ciò non toglie che fare memoria significa comprendere e interpretare, cercando per questa via di rintracciare il filo di una tradizione che innanzi tutto merita rispetto e nondimeno merita, anche in una visione politica progressiva, di essere riletta e approfondita. Il martirio di don Minzoni interroga le nostre coscienze perché s’inscrive nella rappresentazione viva e concreta del cattolicesimo sociale e democratico. Era un prete coraggioso ed era anche un popolare, non solo idealmente. visto che aveva in tasca la tessera del partito. E lo uccisero, i fascisti, perché stava in mezzo al popolo, accanto alla sua gente, vicino ai più poveri. Lo uccisero perché dava fastidio ai facinorosi del regime nascente.

 

Il testo della relazione di Mario Scelba

https://ildomaniditalia.eu/wp-content/uploads/2021/08/Don-Giovanni-Minzoni-Martire-per-la-libertà_compressed.pdf

 

Si svolgerà oggi pomeriggio a Roma, per iniziativa del senatore Lorenzo Basso e con il sostegno di varie sigle dello scoutismo, il convegno dedicato a don Minzoni.

 

La Voce del Popolo | La lottizzazione Rai deve cedere al senso della misura.

Il cambio dei vertici della Rai fa parte, diciamo così, delle umane cose. Una pratica disdicevole, eppure trasmessa di padre in figlio, da una maggioranza all’altra, scambiandosi le parti e le accuse ma restando poi tutti affezionati alla possibilità di spartirsi a vicenda i posti di comando in quel di viale Mazzini. 

Ora, chi scrive è stato a suo tempo in Rai come consigliere di amministrazione designato dalla Dc, e dunque temo di essere l’ultimo che può menare scandalo e rivolgere prediche agli altri. E tuttavia mi permetto ugualmente di suggerire ai protagonisti di questa nuova stagione una maggior misura da quella che le schermaglie di questi primi giorni lasciano intravedere. Dato che per l’appunto l’occupazione delle caselle televisive non porta quasi mai i frutti che si sperano. E il più delle volte la lottizzazione si rivela alla stregua di un’illusione. 

C’è insomma una misura da rispettare. Per virtù, e perfino per astuzia. Così, mi permetto di consigliare ai nuovi lottizzatori di non strafare, di non aspettarsi fedeltà improbabili, di non pretendere obbedienza inutili. La televisione di Stato conta molto, anche se forse non conta più come un tempo. Ma probabilmente non conta quanto si crede. E non fino al punto di tradurre nella moneta sonante dei voti l’abnegazione dei professionisti chiamati a suscitarli. 

Insomma vale la pena ribadire quello che ci insegnavano i parroci nel metterci in guardia da certe tentazioni. “Nisi caste, autem caute”. Vale anche in questo campo. Laddove l’eccesso non è mai foriero di risultati così strabilianti come ci si aspetta.

Fonte: La Voce del Popolo – 18 maggio 2023.

Titolo originale: Una maggior misura… per virtù e per astuzia.

[Articolo qui riproposto per gentile concessione della direzione del settimanale]

Riflessioni sulle elezioni amministrative e le contraddizioni del Partito democratico

Nello scorso fine settimana si è votato il primo turno delle elezioni amministrative, in alcune importanti città italiane. C’è attesa febbrile per i ballottaggi: si dice che (ad esempio) Ancona potrebbe andare per la prima volta a un sindaco di centro-destra.

Il Partito democratico, cioè l’unico aggregato politico che in Italia somiglia (o potrebbe somigliare) a un partito propriamente detto, si ritrova nella condizione di impotenza che affligge chi non è in grado né di fare da solo né di coalizzare e di unificare (su un candidato sindaco, una squadra, un’idea) un blocco di forze. Diverse, sì, ma convinte di avere in comune qualcosa di più della semplice avversione alla destra. 

Il discorso vale naturalmente per il governo del Paese, ma anche, eccome, per le città. E in particolare per quelle dalle quali partì – trent’anni fa – la «rivoluzione dei sindaci». Nel 1993, Francesco Rutelli era un ex radicale approdato temporaneamente in casa dei Verdi, dal peso specifico elettorale paragonabile a quello di un medio politico di oggi.

Eppure vinse per due volte le elezioni e governò bene, nel complesso, la (difficile) situazione della Capitale. Grazie alle sue capacità, naturalmente: ogni tanto capita che l’abito faccia il monaco. Ma anche grazie al fatto che attorno a lui si erano radunate diverse forze politiche, sociali, intellettuali, personalità della cultura (basti pensare alla scena di Nanni Moretti in vespa nel film Caro Diario), tenute insieme dalla volontà comune di organizzare e governare il cambiamento, indicandone gli obiettivi e individuando gli strumenti più adatti per realizzarli. Va detto, in una situazione economica, diversa dall’attuale, in cui i Comuni avevano (ampie) possibilità di spesa.

Questo “laboratorio politico” cominciò a perdere pezzi, o almeno a reclamare seri lavori di manutenzione (che però non vennero mai effettuati), già sul finire degli anni Novanta del secolo scorso. 

Ma è negli anni Duemila che se ne sono smarrite o, per meglio dire, che il Pd ne ha smarrito totalmente le tracce, senza che a nessuno venisse in mente di provare a rintracciarle. Forse perché nella “fusione a freddo” (tra i Ds e la Margherita) fin dall’inizio il vecchio ha trascinato il nuovo e il partito della conclamata «vocazione maggioritaria» delineato al momento della nascita, nell’ormai lontano 2007, ha cominciato a morire prima ancora di nascere davvero. Forse perché di un partito così non ce n’era bisogno.

Sono polemiche antiche, sulle quali non vale la pena tornare. In ogni caso, il Pd ha dismesso da tempo l’abito del partito politico (tradizionale o di tipo nuovo, liquido o gassoso poco importa) per prendere la forma di un comitato elettorale, nel quale ogni gruppo o sotto-gruppo bada soltanto, secondo una logica di pura sopravvivenza, a marcare stretto tutti gli altri per mantenere salde le proprie posizioni. Intendiamoci, tutto questo, nella politica italiana, c’è sempre stato.

Ma, se c’è soltanto questo, di politica “vera” (non quella dei social) non se ne fa più.

Anzitutto moralità per costruire un partito di centro al riparo dal trasformismo

Non ho mai amato il termine “ricomposizione”, soprattutto in ambito politico, perché oltre a far intendere qualcosa che si è rotto per poi essere reincollato, riaggregato o, per l’appunto, ricomposto, dà anche il senso di qualcosa di vecchio e di passato che si vuol rispolverare. Alla luce di questa riflessione, allora, le iniziative volte a “ricomporre” l’area cattolico-democratica e popolare vanno portate avanti non nell’accezione di questo termine, che sa di passato, ma guardando al presente e al futuro.

Se si guarda al presente, infatti, vi è una larga fascia della popolazione italiana che non solo rifiuta il diritto-dovere di recarsi alle urne, ma che vive in situazioni economiche non certo rosee (per non dire misere). A questo va aggiunto anche quella che alcuni sondaggi hanno rilevato essere la volontà di una cospicua parte di cittadini italiani: circa il venticinque per cento, infatti, non vota perché non solo non si riconosce negli attuali Partiti o Movimenti politici, ma fa esplicita richiesta di una nuova forza politica di centro che sappia reincarnare i valori cristiani nell’organizzazione e poi nella gestione della città terrena.

Se ne parla ormai da oltre tre lustri, ma le varie iniziative tutte personalistiche e, spesso, rancorose hanno portato a chiudersi a riccio nella esclusiva rivendicazione dei valori e della rappresentanza del popolarismo alla stregua quasi di un patrimonio privato; mentre le iniziative concrete sul campo registrano sino ad oggi un eccesso di personalismo che non ha nulla a che vedere proprio con i valori del popolarismo e, in generale, dei cattolici democratici.

Dunque, quale la bussola? Sicuramente, rispetto alla situazione di qualche decennio fa, quando una buona fetta di cattolici si erano schierati con il centrodestra  o con il Pd sul versante del centrosinistra, la situazione attuale è radicalmente diversa.

Il governo delle destre, da un lato, e l’ormai completa estremizzazione del Partito democratico targato Elly Schlein, dall’altro, costituiscono una sponda politica perfetta per portare avanti un progetto politico di natura popolare, democratica, sociale e ad ispirazione cristiana. Sì, certo ad ispirazione cristiana! Non bisogna aver alcun timore nel saper affermare questo come se fosse qualcosa che riguarda il passato e che le nuove generazioni ripugnano in forza di un sentimento religioso che non coinvolge più.

Eppure, il magistero di questo Papa ci sta insegnando che non solo i valori del cristianesimo rappresentano l’unica novità nell’attuale realtà mondiale grigia, se non funerea, riguardo ai valori della persona umana, della solidarietà sociale, dell’ambiente, della redistrubuzione della ricchezza, dei processi democratici da conquistare, dell’emancipazione dei popoli che soffrono la fame e l’oppressione; ma proprio i valori cristiani possono costituire, se tradotti laicamente, sul piano politico quella moralizzazione nella gestione della cosa pubblica che  le nuove generazioni avvertono come condizione preliminare per il loro impegno civile.

Da queste esigenze occorre ripartire, ma nel concreto dell’attuale situazione politica italiana, abbandonando tutti quei personalismi che sino ad oggi hanno solo danneggiato una posizione politica limpida, disinteressata, che si fa interprete di quei valori che vengono dal basso. E nell’essere consapevoli di questo, occorre anche ripudiare preliminarmente coloro che hanno svenduto un patrimonio ideale collocandosi addirittura a destra (Fratelli d’Italia) o, invece, consegnando un simbolo glorioso (qual è stato lo scudocrociato) nelle mani della Lega di Salvini. Entrambe le posizioni in funzione del mantenimento di qualche sparuto seggio parlamentare.

Non dovrà esserci posto nel nuovo Partito di centro per i trasformisti, gli arrivisti, i venditori di fumo, i nullafacenti che vivono di politica, i colonizzatori di collegi sicuri.

La moralità prima di tutto.

Maltempo: danni incalcolabili nelle campagne

Danni incalcolabili alle attività agricole e dalle infrastrutture rurali in Romagna e nelle Marche dove sono finiti sott’acqua migliaia di ettari di terreno coltivato a kiwi, susine, pere e mele ma anche cereali, vivai, ortaggi, allevamenti, macchinari di lavorazione ed infrastrutture. E’ quanto emerge dal monitoraggio della Coldiretti sugli effetti dell’alluvione in occasione del vertice con i ministri Nordio, Lollobrigida, Calderone, e i viceministri Bignami e Leo per concordare provvedimenti di sospensione degli obblighi in materia fiscale e contributiva e per i procedimenti giudiziari in aiuto alla Regione Emilia-Romagna.

Gli allagamenti hanno devastato terreni a destinazione agricola di pregio con il lento deflusso dell’acqua rimasta nei frutteti che “soffoca” le radici degli alberi fino a farle marcire e il rischio di far scomparire intere piantagioni che impiegheranno anni prima di tornare produttive.  La situazione è drammatica nelle aree rurali dove – sottolinea la Coldiretti – più difficile è l’arrivo dei soccorsi nelle aziende isolate da alluvioni, frane e smottamenti con coltivazioni devastaste ed animali in pericolo.

Adesso la priorità è mettere in salvo le vite umane ma da subito occorre partire con la ricostruzione di un sistema produttivo ed economico devastato dalla calamità” ha affermato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel chiedere al Governo un intervento urgente per mettere in campo ogni azione utile finalizzata alla ripresa economica e produttiva poiché è in gioco la sopravvivenza stessa di centinaia di imprese e delle lavoratrici e lavoratori che da esse dipendono.

“Stante la situazione straordinaria, riteniamo necessario un Decreto Legge Speciale del Governo e il relativo stanziamento di risorse congrue ad affrontare i danni subiti che crescono di ora in ora per le attività agricole” evidenzia Prandini nel precisare che “gli strumenti ordinari di intervento vanno attivati quanto prima, ma non sono sufficienti a garantire il salvataggio o la continuità delle filiere agricole del territorio colpito”.

Il contributo dei Popolari per dare al centro un nuovo significato

Il percorso di riaggregazione di realtà che attingono alla cultura del popolarismo e del cattolicesimo democratico e sociale, come risposta al deficit di rappresentanza e di progettualità politica delle forze che cavalcano il bipolarismo, dopo aver mobilitato molte energie, sottraendole alla dispersione e all’irrilevanza, si trova ora di fronte a un ulteriore compito (che non può mai essere disgiunto dall’impegno organizzativo): quello della ridefinizione della propria proposta politica e programmatica in un duplice senso. Come assunzione di responsabilità per un accreditamento istituzionale interno e internazionale, cosa di cui i Popolari non hanno mai difettato per la loro storia e per la loro coltura politica di governo. E serve una seconda assunzione di responsabilità nel senso della definizione di una visione di società e di futuro che risulti significativa e comprensibile non solo agli addetti ai lavori ma anche e specialmente a tutti gli elettori, ai ceti sociali intermedi e popolari.

 

Credo che in questa fase, ancora relativamente distante dalle elezioni europee del prossimo anno, l’attenzione vada posta in particolare su quest’ultimo obiettivo. Ci sono ampie fasce di elettorato – considerando anche la metà di questo che diserta le urne – che rifiutano la polarizzazione destra-sinistra, che faticano a riconoscersi nei partiti attuali ma che, nel contempo, trovano il modo in cui attualmente è organizzato il centro, inadeguato alle loro attese e spesso indefinito e amorfo nella proposta. Credo che i Popolari possano esercitare un ruolo importante allo scopo di rendere l’area di centro, ora fluttuante in base agli umori dei leaders di due partiti personali, maggiormente identificabile dalla classe media per la posizione espressa sui temi cruciali posti da questo tempo di cambio di epoca nel quale stiamo vivendo.

 

Un ruolo che possiamo avere se prima di tutto proviamo a fare tra di noi popolari di diverse realtà e provenienze, questo lavoro, che per certi versi richiama quello degasperiano delle “idee ricostruttive”, per il mondo attuale in funzione di quella che Lucio D’Ubaldo ha definito una risignificazione  del centro. Anche utilizzando allo scopo nuovi strumenti, come lo è una testata on line quale Il Domani d’Italia, insieme ad altri strumenti che favoriscono il ragionamento e il dibattito, offerti dalle nuove tecnologie.

 

In tal modo il contributo dei Popolari alla costruzione del centro non si limiterà ad aggiungersi in termini numerici a una coalizione, cosa pur importante laddove se ne ravvisino le condizioni, ma potrà concorrere, col bagaglio della propria cultura politica declinata nel presente, a definire l’equilibrio di una strategia di governo. E ciò su tutte le principali direttrici. I Popolari hanno davanti a loro la straordinaria opportunità di dimostrare in modo peculiare e ben identificabile da tutti i cittadini, una loro capacità di visione, basata su un’antropologia e su una idea di società, che rassicura la classe media e che suscita fiducia e speranza, su tutte le principali questioni (dalla pace, al lavoro, all’economia, alla famiglia, all’ambiente, alla rivoluzione digitale, ecc.).

 

In un mondo che sta cambiando rapidamente e in modo inedito e sorprendente (un esempio per tutti che rende l’idea: il presidente del Sudafrica Cyril Ramaphosa ha annunciato che una delegazione di sei stati africani sta tentando una iniziativa di pace per l’Ucraina, in Europa) la classe media è alla ricerca di solidi punti di riferimento, non solo come argine a sempre possibili nuovi estremismi ma anche come guida verso un futuro nel quale ambisce a rimanere protagonista piuttosto che essere risucchiata nella subalternità da debordanti poteri oligarchici che sembrano non lontani dal veder esaurire il loro ciclo.

 

A ben vedere chi meglio di una tradizione politica come il popolarismo, che ha fatto del riscatto dei ceti popolari e lavoratori che erano ai margini della vita sociale e politica, la propria missione storica, ha  la possibilità di interpretare meglio le vicende del mondo attuale che vedono, oltre ai Brics, una schiera numerosa di altri stati con popolazione e forza economica enorme, ambire a entrare a pieno titolo nella società e nella politica globale con pari dignità con quell’aristocrazia di stati che per secoli ha fatto, anche sulla loro pelle, il bello o cattivo tempo?

Presidenzialismo, premieriato e autonomia differenziata: il mercato delle riforme istituzionali.

Ci risiamo con gli annunci di miracolose riforme istituzionali che dovrebbero rendere il Paese più efficiente e consentire ai cittadini di scegliere ‘i governanti’, come se finora la scelta dei governi repubblicani fosse avvenuta in modo antidemocratico, cioè contro la volontà dei cittadini. Per il governo di destra la soluzione è una “riforma costituzionale in senso presidenziale” (dichiarazioni programmatiche del governo Meloni al Parlamento, 25 ottobre).

 

Per rispolverare il tema ho cercato tra i miei libri quelli sulle riforme istituzionali, che ovviamente non sono pochi perché se ne parla in Italia da almeno 30 anni; così è riemerso l’elenco delle ipotesi di riforma dell’attuale parlamentarismo italiano: sistema presidenziale, sistema semi-presidenziale, sistema semi-presidenziale francese, Sindaco d’Italia, sistema premierato forte, sistema Westminster e tante altre numerose combinazioni di questi sulle quali, nel tempo, tanti si sono esercitati. Elenco che è destinato ad allungarsi: è nuova di zecca la proposta del “governatorato” del ministro Calderoli.

 

Questa volta, a differenza del passato, la proposta di riforma è stata avanzata in un contesto politico diverso perché la destra che governa è il Paese è populista e demagogica non solo nel linguaggio, ma anche nelle scelte politiche. Il suo tratto caratterizzante è tipico di tutte le destre populiste,dall’Europa alle Americhe, l’autoritarismo e l’etnicismo.

 

Sul campo c’è anche la proposta leghista di autonomia differenziata (ovvero più poteri) delle regioni, nata sulla base dei soli due referendum sull’autonomia del 2017 del Veneto (partecipanti al voto 57,2%) e Lombardia (partecipanti 39,3%) e che adesso si vuole imporre attraverso semplici accordi tra il ministro Calderoli e i singoli presidenti delle Regioni senza che il Parlamento possa di fatto interferire più di tanto. Sì, l’altro tratto distintivo della destra è quello di provare fastidio nei confronti del Parlamento che infatti perderebbe la sua centralità con la riforma presidenziale annunciata sia nel caso di elezione diretta del Capo dello Stato, sia nel caso di elezione diretta del Capo del Governo.

 

Dalle dichiarazioni della presidente del Consiglio e dei ministri si ha la sensazione che sia stato aperto dal governo un ‘suk’ sulle riforme di cui è apprezzabile soltanto l’assenza d’ipocrisia. La Lega vuole che entro l’anno si avvii l’autonomia differenziata alle Regioni e per raggiungere tale fine è disponibile a fare di tutto, teme però di essere turlupinata con qualche rinvio. Fratelli d’Italia sa che per ottenere il presidenzialismo ha bisogno del sostegno determinante della Lega, ma dubita della sua lealtà e teme il sabotaggio. Si susseguono così prese di posizioni, punzecchiature e accuse reciproche da parte dei pretoriani di Meloni e di Salvini. Edoardo Rixi (Lega) ha affermato in modo esplicito: “No al premierato”.  Per il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giovanbattista Fazzolari (FdI) invece, “autonomia differenziata e riforme costituzionali sono due percorsi complessi che cercheremo di portare avanti nel minor tempo possibile”. La tensione massima  è stata raggiunta ieri quando è stato reso pubblico un documento tecnico del servizio bilancio del Senato che stronca la proposta leghista di autonomia differenziata. Apriti cielo: il ministro Calderoli si infuria e chiama il presidente del Senato Ignazio La Russa accusandolo di essere la ‘manina’ del contenuto del documento; il ministro Salvini telefona immediatamente a Georgia Meloni chiedendo  “a che gioco stiamo giocando?”. Dopo qualche ora il documento viene ritirato: il servizio tecnico del Senato dichiara che la pubblicazione è avvenuta per errore e che il documento deve ancora essere verificato!

 

Conciliare queste diverse posizioni prima  delle elezioni europee (primavera prossima), come sperano le forze politiche al governo, sarà un’impresa ardua. Qualche spiraglio forse si aprirà quando, al grido di ‘liberalizziamo le elezioni’, sarà molto probabilmente presentata la proposta per consentire ai presidenti delle Regioni il terzo o quarto mandato, dimenticando così che il limite non era posto per un dispetto verso qualcuno, ma una modalità democratica che aveva l’obiettivo di contenere il maggiore potere assegnato ai presidenti dall’elezione diretta. Modalità di elezione che tra l’altro ha determinato un’eccessiva personalizzazione della politica e il dilagare, soprattutto durante la pandemia, di un insensato ‘sovranismo regionale’ che ha obbligato l’ex presidente Draghi ad affidare al generale Figliuolo il compito di coordinamento delle misure di contrasto al Covid.

 

Trattare temi così delicati con questa leggerezza e con questa modalità è da irresponsabili. Pensare di mettere mano a una modifica rilevante della Costituzione, frutto di un grande approfondito lavoro politico e culturale dei nostri padri costituenti, con un baratto tra i partiti della destra e una semplice consultazione delle opposizioni a Palazzo Chigi, finalizzato esclusivamente a dimostrare che regista della riforma è una persona sola al comando, ossia il capo del governo, è di una gravità istituzionale che non ha precedenti.  

Trascurare o ignorare che le proposte di riforma della destra avrebbero un effetto anche sul ruolo del Presidente della Repubblica è altrettanto grave. Ora il Capo dello  Stato ha un’importante e indispensabile ruolo di garanzia  costituzionale che gli consente di intervenire a tutela della Costituzione e dell’unità del paese; ruolo che la destra di fatto non condivide, ritenendola un’invasione di campo. La dimostrazione è nei mugugni delle seconde e terze file della destra (qualche volta anche tra le prime) che dopo ogni doveroso intervento del Capo dello Stato riescono a tacere per qualche giorno e poi si lanciano in spericolate acrobazie dialettiche per dissentire (gli esempi sono tanti). Penso, al contrario, che questi interventi siano, come sosteneva con grande efficacia Mino Martinazzoli nel 1982 nei  confronti del Presidente Pertini “una corretta e utile pedagogia verso i partiti. Non una confisca, non una mortificazione, ma una sollecitazione alle virtù dei partiti. Un’autorevolezza, piuttosto che una dilatazione delle prerogative presidenziali”. Se per ipotesi questa riconosciuta e consolidata autorevolezza del Capo dello Stato fosse intaccata si aprirebbe un’irriducibile conflittualità istituzionale.

 

Un osservatore attento come Marco Follini, ha osservato su questo quotidiano di essere stato colpito dall’insistenza con cui “ il governo reclama poteri maggiori, pur disponendo di un’ampia maggioranza parlamentare, di un consenso popolare ancora assai forte e di altri quattro anni e mezzo di tempo per realizzare le sue buone intenzioni”. Penso che il presidente del Consiglio abbia voluto anticipare una sorta di giustificazione per la difficoltà ad attuare un programma elettorale che probabilmente non tiene conto di problemi economici e finanziari del nostro Paese che erano più che noti. Così, anziché fare quest’ammissione, ha deciso di incolpare le regole costituzionali attuali che le impediscono di assumere decisioni veloci.

 

Giustificazione infondata: con queste regole il nostro Paese è cresciuto socialmente ed economicamente fino a diventare una potenza economica mondiale. In sostanza nel governo della cosa pubblica conta la qualità della proposta politica e la capacità di compiere scelte coraggiose anziché la demagogia degli annunci.  Chi ha responsabilità politiche dovrebbe sapere che ogni promessa elettorale suona falsa se non è accompagnata da gesti risoluti, e dunque non indolori, capaci di ridurre l’inflazione, il sovraccarico della spesa pubblica, l’eccesso di pretese di tutti verso lo Stato. E’ nella riduzione dei troppi privilegi, infatti, che si ridà spazio alle attese dei più deboli, spesso silenti, altrimenti si diffonderà sempre più lo scetticismo, non del tutto immotivato, sulla sincerità delle intenzioni e delle parole elargite dalla politica, che è la causa della crescente disaffezione alla partecipazione elettorale.

Don Giovanni Minzoni martire antifascista e apostolo della “santa democrazia cristiana”.

La sera del 23 agosto 1923 don Giovanni era stanco perché aveva dovuto tutto il giorno occuparsi di una misera famiglia il cui padre era rimasto vittima di un incidente. Si era assunto la responsabilità del mantenimento dei tre orfani.

Andava verso il circolo cattolico accompagnato da uno dei suoi giovani e parlava di un progetto di cooperativa operaia per la produzione di conserve, iniziativa che avrebbe dato lavoro a molti disoccupati. Sbucarono all’improvviso dall’ombra di un vicolo, due uomini: si udì un colpo secco ed il sacerdote stramazzò a terra. Il giovane, anch’egli colpito, si rinvenne subito.

I due erano spariti. Aiutò don Giovanni a trascinarsi verso la canonica, corse a chiamare aiuto. Poco dopo don Minzoni giaceva esanime sul suo povero lettuccio di ferro: una bastonata gli aveva fracassato il cranio. Le onoranze alla salma, ad Argenta ed a Ravenna, furono grandiose, mentre la notizia si diffondeva in un baleno in tutta Italia, e l’opinione pubblica qualificava ed individuava senza difficoltà gli assassini.

Estremamente facile sarebbe stato alla polizia mettere subito le mani sui colpevoli, ma c’era l’On. Balbo a pensare a tutto.

Disse al suo solito amico perchè lo riferisse a chi di dovere: «Il questore lo mando a Girgenti se non fila in gamba: ed il prefetto sa già che ho pronto il suo sostituto». Scrisse anche: – Sarà bene che il Prefetto faccia capire al Procuratore del Re che non si desiderano imbastire processi.

Il tenente dei Carabinieri fu ugualmente consigliato a non essere troppo zelante. Così le indagini furono insabbiate, l’istruttoria archiviata e gli indiziati rimessi in libertà.

Nel frattempo aumentavano in tutta Italia le aggressioni e le violenze. Il 10 giugno del 1924, veniva assassinato anche il socialista On. Matteotti.

«Il Popolo» diretto dal coraggiosissimo Giuseppe Donati, e la «Voce Repubblicana» pubblicarono allora esplicite formulazioni di responsabilità. Amerigo Dumini – autore confesso dell’assassinio di Matteotti – fu accusato anche dell’omicidio di don Minzoni come esecutore materiale; si fece il nome di Italo Balbo come mandante; e si additò apertamente la responsabilità del gen. De Bono capo della Polizia.

Balbo fu allora costretto a querelare il giornale repubbli-cano: ma le prove e le testimonianze addotte dal giornale furono così chiare e schiaccianti, che la Magistratura fu costretta a emettere sentenza di assoluzione e la sera stessa Balbo dovette dare le dimissioni da Generalissimo della Milizia.

Dopo pochi giorni si riaprì il processo per il delitto Minzoni. Ma la Magistratura era ormai addomesticata. Nonostante che la verità balzasse evidente da tutte le prove, gli accusati furono assolti.

Solo 24 anni dopo, nel 20-6-47, la Corte di Assise di Fer-rara, riaperto il processo, riconobbe tutti i fatti e le responsabilità. Purtroppo i protagonisti non erano presenti. Balbo era stato abbattuto dalla contraerea italiana nel cielo della Libia; il Console della Milizia era miseramente finito durante la guerra di li-berazione; uno dei due sicari era morto sotto il treno e l’altro era stato ucciso durante una rissa; il fiduciario fascista della provincia era morto in un incidente d’auto ed il gerarca che scelse a Casumaro i due assassini era rimasto vittima di una imboscata politica pochi mesi dopo la morte di don Giovanni Minzoni.

Restava il contadino che aveva custodito le biciclette dei due sicari, sulla strada, fuori del paese: costui, quando nel 1947 si riaprì la istruttoria ed i carabinieri lo mandarono a chiamare, fuggì nei campi e s’impiccò ad un’albero.

[Tratto dall’opuscolo, con testi vari, intitolato Don Giovanni Minzoni martire della libertà, a cura della Dc – Ufficio Propaganda, 1973(?). Lo stralcio riportato è attribuito a Lorenzo Bedeschi (con presumibile riferimento al suo libro Don Minzoni, il prete ucciso dai fascisti, Bompiani 1973].

È meglio avere figli anche se ti fanno sanguinare il cuore

Al centro del riformismo vi è il recupero di questo valore di solidarietà, che passa attraverso il riconoscimento della partecipazione, delle autonomie, dell’autogoverno, della valorizzazione delle società intermedie, la prima delle quali è la famiglia. Badate che le curve attuariali dicono che nel 2070 l’etnia italiana sarà di poco più di 20 milioni di persone in una penisola abitabile da 100 milioni. 

Noi costituiamo un ministero dei Beni Culturali per dissotterrare le statue, per tenere in piedi gli “atrii muscosi”, i “fori cadenti” e abbiamo timore di essere tacciati di fascisti per propaganda demografica, ma non si tratta di propaganda demografica. Quello che l’Italia ha dato alla storia del mondo non può farci trovare cancellati, di modo che di qui a due o trecento anni la gente, i ragazzi che vanno a scuola ascolterebbero: “Ecco, c’erano i Sumeri nella pianura del Tigri e dell’Eufrate e c’erano gli Italiani tra gli Appennini e le Alpi”. E lo dico con tutta l’anima anche a tanti che sono qui: è meglio avere figli, anche se ti fanno sanguinare il cuore. Perché questa è la vita, questo è il contributo nel sacrificio, nell’amore, nella pena e nella gioia di vivere, che offre la continuità che dobbiamo dare al mondo, ai doni che da Dio abbiamo ricevuto. Se rinunciamo, come democratici cristiani, a qualificare la politica, se abbiamo timore, se abbiamo timore di parentele ideologiche con concetto della famiglia, allora siamo verso la fine. La famiglia non è ideologia, la famiglia è realtà della vita, che viene richiesta ogni giorno di più da giovani abbandonati, che fanno parte della civiltà della solitudine, quella che noi abbiamo costruito per i vecchi, per le donne appena sfiorisce la bellezza, per i ragazzi che si trovano privi dei genitori veri e ne hanno tre o quattro, azzannati da tutti gli sfruttatori e seminatori di odio e di morte; noi rinunciamo a un dato fondamentale del rilancio di una società più vivibile, di una vita che veda la partecipazione civile al lavoro, alla pace, alla libertà attraverso il volontario sviluppo delle associazioni, comprese quelle politiche, che rischiano il ruolo delle caste.

 

[Il testo completo fu pubblicato sul numero di ottobre del 1985 della rivista “Terza Fase”]

La fermezza di Mariano Rumor di fronte alla strage del 17 maggio1973 alla Questura di Milano.

Era in corso la cerimonia in memoria del commissario Calabresi ucciso un anno prima, alla presenza del ministro dell’Interno Mariano Rumor, vero obiettivo dell’attentato. Per i neofasciti era considerato “responsabile” per non aver dichiarato lo stato d’assedio dopo la bomba di piazza Fontana. 

Rumor a quel tempo era presidente del Consiglio. Il piano sovversivo era in linea con quella che poi sarà identificata dai processi e dagli storici come la “strategia della tensione” che mirava a “destabilizzare il paese per stabilizzare l’ordine politico”, con l’intento di spostare a destra l’opinione pubblica per costituire le basi di una possibile svolta autoritaria e comprimere l’ordine democratico costituzionale. 

Divenuto Presidente del Consiglio, Rumor sarà inflessibile contro l’ondata nera stragista. Ordine Nuovo, il gruppo neo-fascista al centro del movimento eversivo, nel novembre del 1973 sarà messo fuori legge. Erano passati sei mesi dall’attentato di Milano.

La bomba provocò 4 morti e oltre 50 feriti. Di quelle “vite strappate” oggi ne traccia un ricordo sul “Corriere della Sera” Mario Calabresi. Della vicenda si é occupata di recente Stefania Limiti con il libro “L’estate del golpe” (Chiarelettere, 2023). Un bel romanzo di Valerio Aiolli “Nero Ananas” (Voland, 2019), racconta queste storie, racchiuse nei tormentati 4 anni che partono proprio da piazza Fontana per finire con l’attentato alla Questura a Milano.

Qui riportiamo in allegato, per gentile concessione dell’editore Tassotti, uno stralcio della biografia (2005) di Mariano Rumor curata da Orazio Carrubba e Piero Piccoli.

Leggi il Testo 

Presidenzialismo o Sindaco d’Italia sono slogan e con gli slogan si perde tempo.

Nei Palazzi di Roma si discute di Riforme Costituzionali. Qualcuno dice che non è esattamente ciò di cui discutono le famiglie italiane a tavola. Altri parlano di una iniziativa di “distrazione di massa” rispetto ai problemi del Paese. Sarà anche vero. E tuttavia il tema di una Democrazia più efficiente esiste da decenni. E non si può non affrontarlo. Anche su questo tema, in Italia, recentemente, si vince con proposte populiste e si prova poi a governare cambiando registro.

La Destra ha sbandierato in campagna elettorale lo slogan dell’elezione diretta del Presidente della Repubblica. Una pratica presente in tanti Paesi democratici, certo, ma palesemente incongrua nel nostro impianto costituzionale e nella nostra esperienza storica. Ed infatti, oggi pare archiviata. Si prova a ripiegare sull’idea del “Sindaco d’Italia”: vale a dire, l’elezione diretta del Capo del Governo.

Anche questa subordinata, però, punta a risolvere il problema della Democrazia e della sua efficienza con soluzioni semplificatorie e nient’affatto coerenti con le dinamiche istituzionali di uno Stato (che non è un Comune e neppure una Regione).

Penso comunque che sarebbe un male se – per l’ennesima volta – questa discussione finisse nel nulla. Però occorrerebbe lavorare su un quadro organico capace di dare risposte ai tre problemi strutturali della democrazia italiana degli ultimi decenni: la rappresentanza; la stabilità dei governi; l’efficienza della Pubblica Amministrazione. Sono tre problemi reali che non si risolvono con “soluzioni ad effetto”, ma con una iniziativa coerente e sistematica. Insomma, più con la precisione di un cacciavite che con la grossolana rumorosità di una ruspa, il cui guidatore peraltro non pare saper bene dove scavare.

Primo. La rappresentanza. Occorre prendere atto della crisi profonda che attanaglia lo strumento a ciò preposto dalla Costituzione: i partiti politici. Negli ultimi tempi ci si era illusi che la Democrazia potesse funzionare senza partiti, oppure con un loro mero simulacro. Da ultimo, si è pensato che bastasse un leader più o meno carismatico, accompagnato da una massa indefinita ed impersonale di tifosi. Ma così le cose non funzionano affatto. E il professor Giuseppe De Rita, con la sua lucidità, lo ha ricordato recentemente in una bella intervista al Corriere della Sera: senza partiti “veri”, la Democrazia diventa effimera contabilità di “solitudini” in continua transumanza da una illusione politica all’altra – salvo poi ripiegare sul non voto – proprio in una fase storica che mette a dura prova il concetto stesso di “comunità” e la tenuta dei legami sociali.

Per questa ragione, diventa prioritario – da un lato – ricomporre e rigenerare le culture politiche (sono la vera benzina della buona politica) e – dall’altro – dare finalmente attuazione all’art. 49 della Costituzione, con una Legge che preveda una disciplina democratica dei partiti. Nello stesso tempo occorre ormai immaginare nuove “forme partito”, a partire da un diverso protagonismo della società civile e dei territori.

Secondo. La stabilità dei governi. Nella cosiddetta Prima Repubblica, finché quel sistema funzionava, i governi cambiavano spesso, anche dopo pochi mesi, ma non cambiavano le politiche: esse erano garantite da cicli politici che sopravvivevano ai governi via via modificati, spesso per ragioni di equilibri interni ai partiti. Nell’epoca più vicina ai nostri giorni, la caduta dei governi – senza che ci sia una alternativa in campo – comporta invece la paralisi delle strategie, con conseguenti pesanti effetti sulle prospettive del Paese e sulla sua credibilità politica ed economica a livello europeo ed internazionale. Ed infatti, quando proprio l’acqua arrivava alla gola, è toccato al Capo dello Stato (per fortuna) imporre un governo “tecnico”. Il problema, dunque, esiste e va affrontato. 

Personalmente credo ad un rafforzamento del ruolo del Premier ma non credo all’ipotesi di una sua diretta elezione popolare. Soluzione che peraltro non è affatto diffusa negli ordinamenti occidentali. Di sicuro, questa opzione indebolirebbe oltre misura il ruolo del Capo dello Stato così come previsto in Costituzione: un ruolo da tutti ritenuto essenziale in base anche all’esperienza concreta degli ultimi decenni, nei quali questa figura ha assicurato equilibrio e tenuta generale del sistema democratico. Se eleggerlo direttamente renderebbe automaticamente il Capo dello Stato “di parte” e non più “garante”, eleggere direttamente il Premier, lo renderebbe figura marginale e priva dei necessari poteri sia formali che sostanziali. Rafforzare i poteri del Premier senza scassare l’equilibrio costituzionale attuale è invece del tutto giusto e possibile. Proposte in tal senso ci sono state e ci sono. 

Aggiungo. C’è un tema che fa da filo rosso tra il punto della rappresentanza e quello della stabilità dei governi: è il sistema elettorale. Quello vigente è un pasticciato miscuglio tra proporzionale e maggioritario, ormai del tutto incapace di interpretare le dinamiche politiche del nostro tempo e assolutamente inadatto a garantire un rapporto tra elettore ed eletto.

Terzo. L’efficienza della Pubblica Amministrazione. Non tutto è “politica”. C’è anche l’Amministrazione, che deve mettere a terra le scelte politiche – quando ci sono – e deve garantire il buon funzionamento delle strutture pubbliche. Ed anche questo ha molto a che vedere con la vita democratica. Di tale aspetto non si discute seriamente. Le uniche scelte che spesso si fanno, in emergenza, riguardano la nomina di “commissari”, con più o meno poteri effettivi. Ma non può essere una soluzione. Personalmente credo che questo sia invece l’aspetto forse più impattante per la tenuta dell’ordine democratico. Perché ogni giorno rischia di demolire la credibilità delle Istituzioni e di far sorgere una domanda patologica di “qualcuno che comandi”, non che “governi”. Oppure la spinta a risolvere i propri problemi cercando benevolenze nel potere o – per chi può – soddisfazione nelle offerte di servizi privati.

Regole che si aggiungono a regole; strutture burocratiche che si aggiungono a strutture burocratiche; poteri locali, regionali e statali che non trovano una base comune di leale collaborazione; dirigenze apicali spesso definite con una interpretazione volgare dello spoil sistem; depotenziamento quantitativo e qualitativo del pubblico impiego, sovente mortificato nella sua dignità professionale; interferenze spesso irragionevoli tra procedure amministrative e procedure giudiziarie; indebolimento del principio di responsabilità come difesa rispetto al rischio generalizzato di sanzione da parte della magistratura contabile; inadeguata transizione al digitale della PA: sono tutti capitoli della grande questione che riguarda l’efficienza e la produttività della macchina pubblica del nostro Paese. Anche in questo caso, non si risolve nulla con gli slogan di forte impatto mediatico ma di breve momento.

In conclusione, ciò che serve è un faticoso e duraturo lavoro di ricostruzione della Politica, delle Istituzioni, del loro buon funzionamento, anche operativo. Non si vede traccia percepibile di tutto ciò, almeno per ora. Altro che slogan tipo Presidenzialismo o Sindaco d’Italia!

Valori alternativi e progetti di società diversi: lo spazio dei Popolari.

Se è vero, com’è vero, che lentamente sta ritornando la politica dopo il trionfo della sub cultura populista di marca grillina – e quindi anche il ritorno dei partiti e le tradizionali culture politiche, seppur aggiornate e riviste – è indubbio che i valori di riferimento saranno sempre più decisivi e determinanti nell’orientare e poi nel condizionare le stesse scelte politiche. Valori, principi, riferimenti ideali ed etici che, prima o poi, non potranno non essere centrali anche per dispiegare i progetti politici dei singoli partiti.

Detto questo, è abbastanza evidente, se non addirittura plateale, che un primo assaggio concreto l’abbiamo avuto proprio la settimana scorsa attorno a temi che non sono affatto secondari ai fini dell’elaborazione progettuale e squisitamente politica dei partiti. Di tutti i partiti. Mi riferisco, nello specifico, ai temi legati alla crisi demografica, alla caduta verticale della natalità, al ruolo della famiglia, alla crisi degli stessi istituti centrali del cosiddetto “stato sociale”. Insomma, temi e argomenti che, da soli, richiedono ed invocano scelte politiche, culturali e sociali precise, nette e chiare. Scelte e progetti che, semprechè si esca dall’ordinaria amministrazione e si passi alla progettualità della politica, segnano anche visioni diverse della società e del suo futuro.

E la doppia manifestazione, casualmente culminate nella stessa giornata, a Roma all’Auditorium della Conciliazione con Papa Francesco e con la presenza autorevole e significativa della Premier Giorgia Meloni e a Torino al Teatro Carignano con un folto gruppo di Sindaci provenienti da tutta Italia e con tutta l’area “LGBT” del nostro paese con relativi sponsor mediatici ed intellettuali, ha offerto anche plasticamente la presenza di due mondi che indubbiamente si confrontano ma che hanno al loro interno sensibilità e culture profondamente diverse, se non addirittura alternative. Una distanza culturale e valoriale che non può non avere anche una profonda ricaduta nel momento in cui si passa alla costruzione delle scelte politiche che siano in grado di affrontare e, possibilmente, di portare un contributo concreto per la soluzione di quei problemi.

E, per rifarsi ad una terminologia del passato ma sempre attuale e moderna, si può tranquillamente sostenere che ci troviamo di fronte – e finalmente – a “progetti di società” che difficilmente possono essere conciliabili. Certo, la politica, almeno la politica che concepiamo noi cattolici democratici e popolari, non è mai l’esaltazione della radicalizzazione e della polarizzazione ideologica tra le varie posizioni in campo. Tesi, questa, cara ai sostenitori del “bipolarismo selvaggio” e della sub cultura degli “opposti estremismi” sponsorizzata dal “nuovo corso” del Pd di Elly Schlein e da alcuni settori, seppur limitati, del centro destra. Ma anche la coltivazione della “cultura della mediazione” e la fecondità del metodo del dialogo e del confronto, non possono non prendere atto che ci troviamo di fronte a due universi valoriali che impongono scelte politiche e legislative alternative altrettanto chiare e nette.

Ora, respingendo fermamente qualsiasi tentazione confessionale o, peggio ancora, di natura clericale, è indubbio che il ruolo, la funzione e la stessa mission” – ispirati alla più rigorosa laicità dell’azione politica – dei cattolici popolari e democratici non possono continuare ad essere sacrificati sull’altare di un maldestro nuovismo o, come pare di capire in alcuni settori di questo mondo, rassegnarsi alla “ragion di partito” e, di conseguenza, accettare di giocare un ruolo del tutto marginale se non addirittura irrilevante e pertanto inutile nella cittadella politica italiana. Il caso del “nuovo corso” politico del Pd al riguardo, è persin troppo facile da evocare alla luce dei pronunciamenti pubblici – e del tutto legittimi, come ovvio e scontato – della sua segretaria nazionale.

E allora, c’è una domanda di fondo a cui prima o poi occorrerà dare una risposta politica coerente, coraggiosa e soprattutto chiara. E cioè, di fronte a due universi valoriali, a due approcci radicalmente alternativi, a due culture forse inconciliabili, cosa possono fare i cattolici popolari, democratici e sociali che non intendono svendere la propria identità pur di conservare il proprio piccolo tornaconto di potere nelle istituzioni o nel partito? La risposta, che indubbiamente è complessa e articolata, non può che essere una. Ovvero, contribuire ad elaborare un progetto politico – seppur con altre culture e sensibilità ideali – che non siano però in aperto contrasto con la propria identità. Culturale, politica, sociale e quindi storica. Perchè nel momento in cui si rinuncia definitivamente alla propria identità si corre solo il rischio, anzi la certezza, di diventare politicamente irrilevanti nonchè inaffidabili e culturalmente insignificanti. Un doppio rischio che, oggi, i cattolici popolari e democratici non possono più correre.

Il guazzabuglio di sigle non agevola il rilancio della proposta democratico cristiana.

Sembra di combattere contro i mulini a vento anche per un don Chisciotte come me che ha assunto questo pseudonimo dal 1993, anno della fine politica della Democrazia Cristiana. Dopo trent’anni di continue battaglie segnate dalla scomposizione progressiva del partito che aveva governato l’Italia per oltre quarant’anni (1948-1993) e la sua frantumazione nei mille rivoli della diaspora. Sono nate tante piccole casematte che hanno spezzettato anche ciò che rimaneva della Dc in periferia, alcune delle quali semplici aggregazioni di notabilati di alcune personalità interessate soprattutto a sopravvivere a destra o a sinistra nella lunga stagione di passaggio dalla Prima Repubblica e sino ai giorni nostri.

 

Un primo tentativo di ricomposizione era stato tentato con la Federazione Dc e Popolari presieduta dall’On. Peppino Gargani, che era stata avviata con un atto fondativo sottoscritto da una cinquantina di movimenti, associazioni, gruppi e partiti, con l’impegno di dar vita a un soggetto politico nuovo di centro alternativo alla destra nazionalista e sovranista e distinto e distante dalla sinistra alla ricerca della propria identità. Quel tentativo non ha potuto decollare per il NO degli amici Rotondi e Cesa e il debole appoggio di altri insieme ad alcuni errori di conduzione tattica mal digeriti da qualche autorevole sottoscrittore del patto.

 

Anche tra i presunti eredi della Dc, anziché raggiungere la ricomposizione,la platea si è andata via via ampliando di sigle e di sedicenti segretari nazionali; ferma restando le ragioni legali di continuità giuridica della Dc, nata dall’autoconvocazione del Consiglio nazionale del partito nel 2012, con l’elezione poi della segreteria di Gianni Fontana prima e di Renato Grassi dal 2018, al quale è succeduto al XX Congresso di quest’anno, Totò Cuffaro. Il permanere del sistema elettorale largamente maggioritario del rosatellum, ha favorito i tatticismi dei soliti noti, interessati a garantirsi il posto al sole nelle liste della destra o della sinistra, sino a verificare l’egemonia della destra alle politiche del settembre 2022. Una destra che ha assunto per la prima volta dal 1948 la guida del governo del Paese. Questa nuova e per certi versi inedita situazione politica si incrocia con la prossima scadenza elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo. Una scadenza nella quale, finalmente, sarà vigente la legge elettorale proporzionale con preferenze, ossia una condizione che libererà la nostra area sociale e culturale dalla necessità di scegliere l’alleanza a destra o a sinistra.

 

Ecco perché da molto tempo continuo a sostenere il progetto della ricomposizione politica dell’area popolare, avendo consapevolezza che essa è caratterizzata dai “cattolici della morale” e dai “cattolici del sociale” e, in definitiva, dalle tre culture che hanno segnato profondamente la sua storia: quella dei cattolici democratici, dei cattolici liberali e dei cristiano sociali. I primi, sulla base del documento approvato al Parco dei Principi, hanno dato vita al gruppo “Tempi Nuovi-Piattaforma Popolare” (mantenendo una qualche articolazione interna), così come è sorto il movimento di Iniziativa Popolare coordinato da Mario Tassone e ben strutturato è pure il movimento-partito “Insieme” guidato da Giancarlo Infante. Anche il Sen. Ivo Tarolli ha dato vita con alcuni amici al movimento “Piattaforma Popolare 2024”.

 

Iniziativa Popolare, poi, è sorta sulla base della condivisione di un documento politico Bonalberti-Fiori-Tassone-Tucciariello che si pone l’obiettivo della ricomposizione politica dell’area cattolica, come affermato nel convegno del 13 Maggio scorso a Roma al teatro parrocchiale di San Lorenzo in Lucina.  Sono subito emersi i primi distinguo e da qualcuno la volontà di proseguire in solitaria un’avventura che, in quelle condizioni, può solo votarsi all’ennesimo suicidio politico. Alle elezioni europee servirà raggiungere una soglia minima pari a quasi quattro milioni di voti. Un’ipotesi già difficilissima se condotta con una lista unitaria, ma che diventerebbe impossibile e del tutto velleitaria se fosse condotta con liste separate.

 

Se qualcuno pensasse di conservare le vecchie etichette o di ricostituire consumate esperienze (Margherita 2.0?!) sperando di essere attrattivi per l’intera area, temo sia fuori strada. Salvo che lo stesso non predichi bene e razzoli male, simulando l’unità e dissimulando la ricerca più sicura in qualche lista della destra o della sinistra, è evidente che l’unica strada ragionevole percorribile sia quella della formazione di una lista unitaria rappresentativa delle diverse anime dell’ampia, articolata e complessa realtà sociale e culturale cattolica popolare. Siamo chiamati tutti, comunque, a un grande senso di responsabilità e a usare pazienza e tolleranza, coerenti con l’insegnamento degasperiano dettato al Congresso Dc di Napoli (1954): “solo se siamo uniti, siamo forti, se siamo forti siamo liberi di agire…”.

La novità per difendere l’ambiente viene adesso dalle scatole nere

Non solo il corretto rilevamento della dinamica di un incidente stradale a fini assicurativi: le scatole nere, quei piccoli dispositivi dotati di Gps installati sulle auto assieme all’assicurazione Rc, possono svolgere anche un ruolo nella sicurezza pubblica e persino aiutare nella definizione di politiche ambientali atte a limitare le emissioni climalteranti. Se ne è parlato nel corso della tavola rotonda “Mobilità, sicurezza stradale, infrastrutture e ambiente. L’economia dei dati a servizio dell’individuo e della collettività”, organizzato dal Think Tank The Urban Mobility Council, promosso dal Gruppo Unipol, presso la Sala del Refettorio della Camera dei deputati.

 

Le scatole nere, è emerso nell’incontro, è un primato tecnologico italiano al servizio della collettività e dell’ambiente. “L’Italia – ha sottolineato in questo senso Enrico San Pietro, Insurance General Manager di UnipolSai – è il Paese europeo maggiormente all’avanguardia per la diffusione delle scatole nere”, si tratta di “un’eccellenza tecnologica che abilita l’offerta di servizi innovativi e che potenzialmente può generare importanti vantaggi per la collettività”.

 

Infatti, ha spiegato Sergio Savaresi, Direttore del Dipartimento Elettronica, Informazione e Bioingegneria del Politecnico di Milano, “le moderne tecnologie telematiche consentono di passare dal concetto di Black Box a quello di Green Box, ossia un nuovo strumento per definire e classificare l’impatto ambientale di ciascun veicolo, superando il tradizionale concetto di appartenenza alla classe Euro. È un approccio innovativo che consente alle amministrazioni pubbliche di pianificare politiche efficaci per la gestione del traffico veicolare e limitare l’inquinamento”. In sostanza, attraverso i dati delle scatole nere, le amministrazioni pubbliche potrebbero passare da politiche basate sui dati medi, come quelli sulla quantità di emissioni rilasciate da un certo tipo di motore, a politiche basate sui dati effettivi del singolo veicolo. Una rivoluzione, in particolare nella gestione degli accessi ai centri urbani, perché sarebbe basata non solo sull’auto che si possiede, ma sui km che si percorrono, sul suolo che si occupa, sullo stile di guida.

 

Secondo Mario Nobile, Direttore Generale dell’Agenzia per l’Italia Digitale, grazie alla tecnologia raggiunta in questo settore, i tempi sono ormai maturi per “un nuovo paradigma che renda efficiente e sostenibile l’utilizzo dei mezzi di trasporto, attraverso soluzioni che permettano la gestione dell’ecosistema mobility. L’approccio deve essere olistico e non solo data driven, basato sulle informazioni ricavabili dall’enorme mole di dati che vengono raccolti all’interno dei digital ecosystem dell’ambiente urbano. In quest’ottica, AgID sta guidando il mercato dell’innovazione verso la realizzazione di soluzioni che potranno rappresentare la risposta più coerente al bisogno di un Sistema Paese realmente sostenibile”.

 

Secondo Stefano Genovese, coordinatore del Think Tank The Urban Mobility Council, che ha moderato l’incontro, “le opportunità generate dall’economia dei dati hanno aperto nuove prospettive nell’ambito della mobilità con benefici indiscutibili per i singoli e la collettività. Solo un approccio decisionale non ideologico, ma basato sull’analisi oggettiva dei dati potrà consentire, tanto ai decisori pubblici nazionali e locali quanto ai privati cittadini, di fare le scelte più efficienti ed economiche per adottare una transizione nella mobilità che sia a misura di ciascuno e, proprio per questo, accettata da tutti”.

 

Fabio Sbianchi, presidente di Octo Telematics, l’azienda che ha sviluppato il sistema delle scatole nere, ha sottolineato con orgoglio come questa sia “un’industria che abbiano creato noi italiani. Dietro di noi sono venute centinaia di aziende di tutto il mondo”, per questo, ha aggiunto, è importante salvaguardarne il know how e gli investimenti fatti. 

 

(Fonte: AskaNews)

 

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https://askanews.it/2023/05/16/mobilita-presto-le-scatole-nere-difenderanno-anche-lambiente/

I risultati senza clamore delle elezioni amministrative

L’astensionismo non è stato così grave come pure si temeva al termine della prima giornata di queste elezioni amministrative e tuttavi la sua ulteriore crescita, anche solo di due punti e poco più, non deve essere sottovalutata. Indica comunque uno stato di malessere. Evidentemente, l’assenza di una proposta organica e strutturata dell’area di centro contribuisce alla espansione di questo fenomeno di sotterraneo logoramento dei rapporti tra istituzioni e cittadini. In questa tornata elettorale non ha neppure favorito una delle coalizioni in campo, essendo piuttosto un motivo di perturbazione che reca danno alla politica nel suo complesso.

L’analisi del voto non raccoglie segnali clamorosi. Come sempre, in ambito comunale, a far la differenza è il “fattore campo”, ovvero la specificità e la concretezza delle diverse sfide sui territori. Nell’insieme si può dire che a sinistra si tira un sospiro di sollievo per una sostanziale e diffusa tenuta elettorale; a destra, invece, si contempla il processo di assestamento che non esalta e non deprime, a prescindere da alcune dichiarazioni enfatiche degli uomini più vicini alla Presidente del Consiglio; il Terzo Polo, lacerato dalla lite tra Renzi e Calenda, si deve accontentare di una presenza a macchia di leopardo, con la speranza del suo rilancio futuro. I 5 Stelle, infine, gestiscono senza visione il loro malinconico declino, al solito più visibile nelle prove elettorale locali.    

Questo è il quadro dei risultati più significativi secondo una nota diramata a tarda sera dall’Agenzia AskaNews. Sondrio, Treviso, Latina, Imperia e Pisa al centrodestra, Brescia e Teramo al centrosinistra. Sono questi i capoluoghi di provincia al voto che al primo turno vanno verso un risultato definitivo sul nome del primo cittadino. Ad Imperia viene confermato il sindaco uscente, l’ex ministro Claudio Scajola, con il 61,69% dei voti, davanti al vicecommissario Ivan Bracco, espressione del centrosinistra, al 22,7%. La candidata del centrodestra, Matilde Celentano, ha fatto man bassa di voti a Latina, surclassando, con il 70% delle preferenze, Damiano Coletta, ex sindaco di centrosinistra. Non cambia l’inquilino al comune di Sondrio, Marco Scaramellini, sindaco uscente del centrodestra, è stato confermato con il 59,59% dei voti. Staccato il candidato del centrosinistra Simone Del Curto, che si è attestato al 37,02%.

Anche al comune di Treviso non cambia il primo cittadino: Marco Conte, sindaco uscente del centrodestra ha ottenuto il 64,91% dei voti. Distaccato di molto Giorgio De Nardi, del centrosinistra fermo al 27,9%. A Brescia, affermazione di Laura Castelletti, attuale vicesindaco, del centrosinistra, che con il 54,9% dei voti ha superato Fabio Rolfi (41,6%)del centrodestra e che per l’evento conclusivo della campagna elettorale aveva avuto il sostegno in presenza anche della premier Giorgia Meloni.

A Teramo la coalizione Pd-M5s ha portato a casa il successo del sindaco uscente, Gianguido D’Alberto, grazie al 53,5% dei voti, Carlo Antonetti del centrodestra si è fermato al 38%. Michele Conti, sindaco uscente di Pisa, è quasi certo della riconferma grazie al sostegno di una larga coalizione di centrodestra, con il 51,84% dei voti. Paolo Martinelli, del centrosinistra è al 40,1%.

Vanno al ballottaggio, in programma il 28 e 29 maggio, gli altri sette capoluoghi, a cominciare da Ancona, con il candidato del centrodestra, Daniele Silvetti in testa con il 45,87% delle preferenze, davanti alla sindaca uscente del centrosinistra, Ida Simonella, con il 40,89%. A Brindisi la lotta per la poltrona di primo cittadino sarà tra Giuseppe Marchionna del centrodestra al 45,42% e Roberto Fusco, espressione di Pd e M5s, al 32,25. A Siena, il duello vedrà la candidata sindaca del centrosinistra, Anna Ferretti, al 30,89% dei voti Nicoletta Fabio, sostenuta dalla coalizione del centrodestra, al 2,8%. A Massa, dove il centrodestra si è presentato diviso, sono stati premiati il candidato di Lega e Forza Italia, Francesco Persiani (33,7%), ed Enzo Ricci (30,4%), sostenuto dal centrosinistra. Fuori dal ballottaggio Marco Guidi (20,4%) con Fratelli d’Italia, Noi Moderati e Nuovo Psi.

Le urne di Terni hanno premiato Orlando Masselli del centrodestra con 34,34%, e Stefano Bandecchi, di Alternativa popolare. Il patron di Unicusano e della Ternana calcio ha ottenuto il 29,08%. Resta fuori dal ballottaggio, per la prima volta il centrosinistra che con Josè Maria Kenny si è fermato al 22,19%. A Vicenza il ballottaggio sarà tra Giacomo Possamai, capogruppo Pd alla Regione Veneto, sostenuto da quattro liste civiche, arrivato al 45,9% e Francesco Rucco, espressione dal centrodestra con il 44,1%.

È la solitudine che diventa pandemia la lebbra del XXI secolo

In una società multietnica e globalizzata i contagi si diffondono rapidamente: così è stato per il Covid-19, così pare che sia per una pandemia che non ha origine da un virus ma nasce e dilaga in modo esponenzialmente crescente, specie nei contesti umani più avanzati: si tratta dell’epidemia della solitudine. Tanto crescente e pervasiva che l’Economist l’ha definita “la lebbra del XXI secolo”.

Recentemente Vivek Murthy – la massima autorità sanitaria degli USA quale Surgeon general of the United States, cioè “Chirurgo generale”, nominato dal Presidente Biden, capo operativo del Public Health Service Commissioned Corps e quindi il principale portavoce in materia di sanità pubblica del governo federale degli Stati Uniti, infine rappresentante americano nell’OMS, ha messo in guardia sulla crescite e gli effetti del fenomeno negli stili di vita degli yankee, che condividono con gli abitanti del Regno Unito il triste primato di un 50% della popolazione affetto da questa condizione esistenziale epidemiologica di ‘solitudine e di isolamento’. Ma pare che Finlandia, Danimarca e Norvegia lamentino da tempo questa situazione che affligge i rispettivi abitanti mentre la ‘Fondation de France’ ha evidenziato come siano milioni i francesi che soffrono di isolamento, solitudine ed emarginazione sociale. Il fenomeno diventa a un tempo massivo ed apicale in Giappone, dove la solitudine esistenziale ha raggiunto livelli drammatici ed è ben descritta da allegorie estreme come il fenomeno del kodokushi, il morire in modo completamente solitario e spesso ignoto agli altri.

Pare che anche in casa nostra le cose non vadano meglio, tra sindromi depressive e vere e proprie patologie da chiusura e incomunicabilità. Ricordo peraltro ciò che mi disse Umberto Galimberti nel corso di una intervista sulle derive comportamentali del nostro tempo e sulle difficoltà relazionali: “Viviamo in una cultura che ha aumentato in modo esponenziale i livelli di comunicazione, accade però che non abbiamo più niente da dire. Una volta le persone per sapere qualcosa del mondo uscivano di casa, oggi rientrano in casa e si mettono davanti allo schermo, dove tutto è allestito per presentare le cose in un certo modo, da un certo punto di vista. Il dramma consiste nel fatto di non disporne di altri. I giovani vivono una cultura di riflesso, prevalentemente non elaborata su modelli dialogici e di ascolto ma preconfezionata e trasmessa dai social, omologata ma a prevalente fruizione solipsistica, mentre nei contesti metropolitani odierni vivere negli appartamenti significa ‘appartarsi’. Si tratta dunque di un fenomeno sociale di deriva e rilevanza psicologica ma sono gli effetti sugli stili di vita che preoccupano poiché riguardano le condizioni mentali ed emotive, gli stati d’animo, i sentimenti, una progettualità esistenziale asfittica, il decadimento cognitivo in assenza di rapporti con gli altri, le relazioni personali e sessuali, l’insonnia, la bulimia o l’anoressia, l’assenza di una misura di autostima, l’ansia, la depressione, le sindromi compulsive, l’assunzione di sostanze o di alcool fino al pensiero suicidario come unico mezzo di rimozione di uno stato di sofferenza insopportabile. 

Risuonano davvero emblematiche e paradossali le parole di Galimberti: pur disponendo come mai prima d’ora di ogni potenzialità comunicativa grazie alle nuove tecnologie finisce che viviamo in una sorta di “Fortezza Bastiani”, in attesa di un nemico che non esiste, non siamo in pace con noi stessi, siamo spesso sopraffatti da nostalgie per un tempo migliore che in realtà non è mai esistito e non siamo capaci di elaborare strategie relazionali stabili e rassicuranti per il presente e il futuro: abbiamo persino paura di amare e – come mi ha detto Vittorino Andreoli- le turbe identitarie e affettive che ne derivano sono il pane quotidiano di psicologi, psichiatri e psicoterapeuti. Inseguiamo una felicità che non raggiungeremo mai poiché dovrebbe coincidere con uno stato di grazia e di pienezza esistenziale incoerenti con il nostro malessere. La vita diventa un luogo di transito possibilmente ricercato e silenzioso, incolore e privo di utopie, la creatività si arresta sull’uscio di casa poiché abbiamo paura di incontrare il mondo. Colpisce la trasversalità dei target sociali di questo fenomeno e la sua distribuzione generazionale: qui si va oltre Tolstoj che parlava di famiglie infelici in modo diverso, poiché infelicità e solitudini sono rappresentazioni legate ad una dimensione personale e soggettiva. 

D’altra parte ilarità e pienezza di vivere, gioia e spensieratezza – che stanno agli antipodi della solitudine come malattia del nostro tempo – sono categorie esistenziali di difficile e incerta ricognizione, oggi. “Navigare necesse est, vivere non est necesse: è vero ma questo si scontra con le allegorie quotidiane dei naufragi e degli approdi. Più che essere soli conta il “sentirsi soli”: qualcosa di struggente, inspiegabile, insuperabile e che si finisce con il tacitare con la solita pastiglietta. Gottfried Wilhelm von Leibniz – filosofo vissuto tra la fine del 600 e i primi del 700 – è arcinoto per la sua teoria delle “monadi”: epistemologia della conoscenza della realtà ma anche condizione umana di isolamento. Le monadi non hanno porte né finestre, Hanno un’attività interna, ma non possono essere fisicamente influenzate da elementi esterni. In questo senso sono indipendenti, isolate tra loro. Non avrebbe certo immaginato a quel tempo – Leibniz – che la sua monadologia sarebbe diventata la più potente metafora esplicativa della solitudine nell’era della post-modernità.

I riflettori sui Brics perché non arrivino senza essere visti

L’acronimo Bric, e poi dal 2010 con l’ingresso del Sudafrica, Brics, era già in uso in ambito economico-finanziario prima della costituzione del Coordinamento in quanto, com’è noto, fu coniato a partire dal 2001 dall’economista inglese Jim O’Neill.

La stampa italiana pare mostrare una costante attenzione e nel contempo appare un po’ colta di sorpresa dall’iniziativa Brics. Nello scorso decennio si è molto discusso sulla natura transitoria o strutturale dei Brics. Il tono di vari commenti era quello di citare argomenti che deponevano a favore di una fragilità di tale intesa, che lasciavano presagire il rallentamento del ciclo di crescita delle cinque economie Brics, che evidenziavano elementi di diversità tra questi Paesi non come una forza ma come fattore di possibili divergenze. 

Il Laboratorio Brics dell’Eurispes, dal canto suo, ha sempre scommesso sul carattere non transitorio della cooperazione fra i Paesi Brics. Un concetto che il prof. Marco Ricceri, segretario generale dell’Eurispes, ha ribadito,  alla conferenza internazionale su “La crescita dell’Asia” dello scorso febbraio 2023, (Università Sorbona e Le Havre, Francia), nei seguenti termini: “È un dato di fatto che – contrariamente ad alcune valutazioni negative emerse negli ultimi tempi sulla tenuta e l’efficacia del coordinamento – il processo di cooperazione interna dei BRICS si è consolidato in questi ultimi anni, ampliando in misura notevole l’area degli interventi e assumendo, progressivamente, un assetto ben orientato e strutturato”.

L’iniziativa dei Brics è andata avanti in questi anni nonostante tutto, e nonostante il sopraggiungere di due grandi emergenze come la pandemia e la guerra in Ucraina. Paradossalmente queste difficoltà sembrano aver accelerato i cambiamenti in corso nel mondo anziché ostacolarli. Attualmente sulla stampa italiana si parla dei Brics soprattutto in ordine a questioni economiche (finanziarie, monetarie, commerciali) e energetiche (soprattutto in relazione all’Africa e al progetto italiano denominato “Piano Mattei”), e in ordine alle domande di adesione di nuovi Paesi al coordinamento Brics. Giornali e tv dedicano spazio a dossier aggiornati su cosa sono e cosa fanno i Brics. Anche il quotidiano della Santa Sede, l’ “Osservatore romano”, lo scorso 5 maggio 2023 ha inserito all’interno di un dossier su “l’economia del futuro” un ampio articolo sul prossimo vertice Brics in Sudafrica.

Un aspetto molto seguito dalla stampa italiana è quello dell’allargamento dei Brics a nuovi Paesi. Questo sia per l’oggettiva importanza di questo processo a livello mondiale, sia perché tre di queste domande di adesione provengono da Paesi del Mediterraneo, africani e vicini all’Italia, come Algeria, Egitto e Tunisia. Nei commenti sta avanzando piano piano l’idea che i processi economici globali si devono gestire con il contributo di tutti e che ciò porterà benefici a tutta l’umanità. Si tratta del riconoscimento del valore universale della logica win-win, di reciproco vantaggio, che sta a fondamento delle relazioni fra i Paesi Brics. Recentemente (9 maggio 2023) sul più importante quotidiano italiano, “Il Corriere della Sera”, il vicedirettore Federico Fubini, ha parlato di “sopravvalutazione da parte di noi occidentali della nostra capacità di controllare il commercio e altri aspetti strategici dell’economia globale”. 

Proprio in prospettiva di relazioni improntate alla collaborazione e alla giustizia, in particolare con l’Africa, sulla stampa italiana si è tornato a parlare molto di Enrico Mattei, il fondatore del gruppo ENI (Ente Nazionale Idrocarburi), che già negli anni ‘50 del secolo scorso aveva compreso la necessità di un modello di sviluppo migliore e più partecipato. I giornali evidenziano come l’attuale “Piano Mattei” di intensificazione delle relazioni fra Italia e alcuni Paesi africani intende proseguire su quella linea, ricercando la collaborazione con i diversi progetti finalizzati allo sviluppo presenti in quei Paesi. E si parla anche di come i Brics possano intercettare e coagulare attorno alla loro iniziativa le istanze del “Global South”, una ampia fascia di Paesi in via di sviluppo, in particolare di quelli africani.

Sulle pagine economiche dei giornali italiani e sui quotidiani economici come “Il Sole 24 Ore” si parla di Brisc soprattutto riguardo a quei progetti che possono contribuire a creare un nuovo sistema monetario. Nei fatti la società italiana, le aziende, il mondo della cultura e della ricerca, e le stesse istituzioni politiche italiane pensano e operano in una logica multilaterale, adeguata alle caratteristiche del mondo attuale. I media stanno cercando di stare al passo con questi cambiamenti, di raccontarli e di interpretarli in modo molto puntuale. Per questa ragione, forse, si può adattare alla nostra stampa, per descrivere come essa segue e commenta il crescente ruolo dei Brics, la citazione usata di recente da due fra le donne più influenti della politica italiana, Elly Schlein e Giorgia Meloni, a commento dei loro successi politici, rispettivamente alla guida del principale partito di opposizione, e alla guida del governo italiano: «non ci hanno visto arrivare». 

In un certo modo, come nella parabola del femminismo americano degli anni 90, narrata da Lisa Levenstein nell’omonimo saggio (They didn’t see us coming), anche il ruolo crescente dei Brics richiede di esser seguito, coperto giornalisticamente, per evitare il rischio che si possa dire dei media sui Brics, di non averli visti arrivare.

N.B. Il convegno è stato organizzato dal Laboratorio BRICS dell’Istituto Eurispes, dall’Ambasciata della Repubblica del Sudafrica a Roma e dalla SIOI.

L’Osservatore Romano | Intervista al direttore del Salone del libro di Torino

«Eroi», una parola usurata, offuscata dalla retorica, ma ancora necessaria. A dispetto della celebre frase di Brecht, ne abbiamo bisogno, oggi più che mai. Usa la parola eroi («eroi civili») Nicola Lagioia parlando di Giovanni Minzoni, Pino Puglisi e Lorenzo Milani, a pochi giorni dall’apertura del Salone del libro di Torino. Abbiamo bisogno di figure di riferimento luminose e di narrazioni dal respiro ampio, “alto”. Non a caso, la XXXV edizione del Salone — l’ultimo diretto da Lagioia, al timone dal 2017 — verrà inaugurata da Svetlana Aleksievič, Nobel per la Letteratura per gli affreschi corali fatti di testimonianze, frammenti di interviste, storie grandi o piccolissime con cui ha raccontato l’Unione Sovietica del ventesimo secolo. Abbiamo chiesto a Lagioia, a Roma per presentare Il passeggero di Cormac McCarthy (Einaudi, 2023), di raccontarci qualcosa della polifonia di voci che popolerà il Lingotto dal 18 al 22 maggio.

 

Un grande «brodo di cultura» (copyright Bernard Pivot) non sempre facile da cucinare, e sempre più abbondante.

 

Il Salone è cresciuto come numeri, e anche come metri quadri occupati dagli editori; ad esempio, l’Oval, uno dei padiglioni, fino a qualche anno fa non c’era. Scherzando, gli anni scorsi dicevo che il Salone avrebbe dovuto smettere di espandersi, perché il Lingotto quello è; a meno di spostarne le pareti sarebbe stato impossibile. Invece mi sbagliavo, sono stato smentito quest’anno. Se non in orizzontale, è successo in verticale, perché sul tetto del Lingotto c’era — c’è ancora, anche se non è più utilizzata per quello — la pista della Fiat dove un tempo venivano provate le macchine, oggi convertita dalla Pinacoteca Agnelli in una sorta di giardino pensile. Un luogo che ospiterà letture, incontri, lezioni.

 

Quest’anno si è aggiunto un altro ingrediente, il progetto «Chi dite che io sia?».

 

All’incontro del 20 maggio, moderato da Annachiara Sacchi, parteciperanno Sandro Veronesi, Antonio Spadaro e il cardinale José Tolentino de Mendonça. Sono felicissimo di questa collaborazione anche perché ho avuto il privilegio e il grande piacere di parlare con il cardinale, che è un grande esperto di letteratura. Parteciperà anche a un incontro con Massimo Recalcati, sempre il 20 maggio. Chiacchierando tra di noi, mi ha chiesto di Barry Gifford (doveva venire, poi non potrà esserci purtroppo) con cui gli sarebbe piaciuto confrontarsi. Quando una persona ti dice una cosa del genere vuol dire che è un grandissimo lettore. Nella mia esperienza di frequentazioni istituzionali per il Salone, non è una cosa così comune; a maggior ragione sono felice di questa collaborazione.

 

Ci saranno anche incontri dedicati a Teresa di Lisieux, a don Puglisi, a don Lorenzo Milani.

 

Quello di don Milani credo davvero sia un messaggio importante per i credenti come per i non credenti; è stato messo in ombra qual è il compito della scuola, negli ultimi anni. Don Milani diceva che non c’è niente di più sbagliato di fare parti uguali fra disuguali, non è vero che tutti partiamo dallo stesso punto di partenza. Si tratta di eroi civili, oltre che di persone importanti per la loro vocazione pastorale e religiosa; sono un patrimonio dell’Italia.

 

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2023-05/quo-112/passeggeri-a-bordo-del-tempo.html

Alla fine della prima giornata si registra il crollo della partecipazione elettorale

Cristian Coriolano

 

Può darsi che scatti entro le 15 di oggi un auspicabile recupero di partecipazione. Sta di fatto che la domenica elettorale non è andata bene. Neppure la tradizionale aderenza alle vicende del proprio municipio ha garantito di rimuovere pigrizia o riluttanza, per mettere in salvo la liturgia del voto. Le passioni fredde, susseguenti alla caduta delle ideologie, sembrano generare comportamenti ancora più freddi.

 

I dati non sono confortanti. L’affluenza alle amministrative in questa prima giornata di voto è in forte calo. Il dato registrato da Eligendo, la piattaforma dedicata del Viminale, dopo le 23, dalle 5.378 sezioni valutate sulle 5.426 esistenti, è al 46,37 per cento, mentre nella tornata elettorale precedente era al 59,86 per cento. Alle 12, era al 14,21 per cento, e alle 19 al 37,21 per cento. Sono numeri che parlano di un meccanismo inceppato, come se una parte crescente dell’elettorato abbia smesso di coltivare speranze, forse considerandole illusioni.

 

È presto per tirare le somme, visto che bisogna attendere la chiusura dei seggi, anche con quel filo di fiducia di cui si è detto sopra. Avviene tuttavia che il dibattito su vinti e vincitori, appena iniziato lo spoglio e sull’onda degli exit poll, inghiotta rapidamente l’analisi sull’aspetto più asettico del voto – quello appunto della partecipazione – pur lasciando traccia come la bava di lumaca. Giova chiarire sul momento che il segnale finora registrato non può lasciare indifferenti; e se dovesse trovare conferma, allora esigerebbe una riflessione molto seria ed accurata. L’assenteismo, alla resa dei conti, mette in mostra una democrazia ripiegata su stessa.

Centro debole? Per Fubini è un problema che riguarda essenzialmente i liberali.

Giuseppe Fioroni

 

A lanciare un bengala nel cielo della sera, che in questa metafora è il cielo del cosiddetto terzo polo, è stato uno dei più apprezzati giornalisti economici, firma storica del Corriere della Sera: Federico Fubini. Ha scritto nei giorni scorsi che “i liberali progressisti, i riformisti – chiamateli come vi pare – sono nel deserto. Lo sono in tutta Europa, in tutto il mondo occidentale: coloro che cercano una “terza via“ tra destra e sinistra dal profilo sempre più netto e polarizzato faticano a trovare un ancoraggio solido nella società. Sono in cerca d’autore”.

 

In realtà, è la “terza via” in quanto tale a scontare la disillusione, se non l’avversione, del ceto medio in crisi. Quella che doveva rappresentare una risposta alla decadenza economica, con la promessa di un benessere ritrovato nelle pieghe di un riformismo coraggioso e intraprendente, non ha corrisposto alle attese suscitate in abbondanza. Anzi, proprio il ceto medio registra maggiormente gli effetti perversi di una ridistribuzione verso l’alto della ricchezza, con vistosi processi di accentramento in poche mani, così da mettere in discussione quel blocco popolare che fu a lungo il beneficiario delle politiche di welfare.

 

Ecco allora le conclusioni di Fubini: “Così una scuola che si considerava (ed era) all’avanguardia ha perso la sua voce. Bisogna che la ritrovi, adattata a tempi nuovi in cui vanno governate transizioni industriali strategiche e dalla società civile una grande domanda di protezione. Questo silenzio al centro non sta aiutando certo i radicali alle estreme a pensare meglio”.

 

È un’analisi che invita a riflettere. Certo, identificare la “terza via” come espressione del riformismo liberale vale per le esperienze degli ultimi decenni, in particolare per il “new labour” di Tony Blair in Gran Bretagna. Tuttavia, almeno in Italia, questa visione riformatrice ha conosciuto nel passato la forte innervatura del pensiero democratico di matrice cristiana. Dal Codice di Camaldoli (1943-45) in avanti, i cattolici democratici hanno dato forma a un disegno di rinnovamento e di progresso che gli storici non possono non equiparare a una “terza via” tipicamente italiana, con un centro afferente alla mediazione della Democrazia cristiana.

 

Di questo, allora, dobbiamo tener conto. Evocare il silenzio del centro come grave emergenza democratica del nostro Paese, e conseguentemente auspicare la ripresa di una idonea iniziativa per rompere l’assedio di tale penosa afonia, significa comprendere che una risposta in chiave prettamente liberale, senza il decisivo contributo dell’anima cristiano sociale del riformismo, rimanda ai limiti e alle difficoltà di una visione storicamente minoritaria. In sostanza, si percepisce come una proposta che non riesce,  a dispetto di ambizioni e desideri, a superare la barriera di un posizionamento subalterno. Da questa dialettica di buoni propositi e deboli riscontri si esce solo a patto di una autentica e organica ricomposizione della politica di centro, con una pluralità di attori compartecipi di uno sforzo di rigenerazione democratica.

 

 

P.S. Moderati persi. Non c’è più la “terza via“. Questo il titolo dell’articolo di Federico Fubini apparso il 10 maggio scorso sul Corriere della Sera.

Politica e famiglia: dalla Murgia con amore.

foto di Alessio Jacona Flickr
foto di Alessio Jacona Flickr

 

Giovanni Federico

 

Accade spesso quando si parla di forme di governo. Quando gli uomini perdono in qualità e le cose si mettono male danno la colpa all’impianto delle leggi e decidono di cambiare con formule nuove quello che per decenni ha sempre ben funzionato. Troppo complicato sarebbe invece di crescere in capacità politica. Si accorgeranno che cambiata la veste, il corpo, sempre lo stesso, presto tornerà a presentare i suoi acciacchi e si tornerà da capo al punto di partenza. Anche la famiglia ha per sua natura, come ogni aggregato umano, una sua forma di governo che sembra chiamare a nuove esperienze sentendosi soffocare nel suo modello di foggia classica.

 

Eppure qualcuno dovrà reggere il “gubernum”, il timone per seguire una rotta che non mandi a sfracellarsi sugli scogli o portare la barca in secca. Anche le parole buone per secoli vanno strette comprimendo le nuove fantasie più adatte ai tempi moderni. Così è tutto un fiorire di definizioni che a districarsi occorre scienza e applicazione. Dalla famiglia tradizionale si è passati alla famiglia allargata, con vecchi e nuovi nuclei e relativi componenti che si incontrano pacificamente per ritrovarsi ad esempio in ogni circostanza da festeggiare. Ciò ha del bene perché lì dove l’amore cede il passo può vivere l’amicizia in contesti aggiornati. Quando si gioca c’è sempre chi vuole lanciare il sasso più lontano, incuranti del fatto che quando si allarga il campo l’immagine corre il rischio di sfocarsi.

 

Michela Murgia accetta la sfida e si richiama in una intervista ad una queer family. Il termine è impegnativo e costringe ad una ricerca sul vocabolario. Chi è della Provincia si rassegnerà all’incomprensione. Un tocco di esotico anglosassone è oltretutto d’obbligo per dare maggior forza al concetto e giustificarlo senza obiezioni di sorta. Sembra di comprendere che nella famiglia proposto dalla Murgia si privilegino i sentimenti piuttosto che i ruoli. “Usare categorie del linguaggio alternative permette inclusione, supera la performance dei titoli legali, limita dinamiche di possesso, moltiplica le energie amorose e le fa fluire”. Insomma, i ruoli sarebbero un gran bavaglio ai cuori che battono.

 

C’è qualcosa che non convince appieno. Ogni volta che i partiti sono in crisi aggiungono, al sostantivo del loro nome, infiniti aggettivi per sfuggire all’arduo passaggio di definire la propria identità. Similmente nella famiglia queer si mischiano le carte perché nessuno abbia un posto esatto da occupare. Sul vocabolario si legge che “queer” è un termine generico utilizzato per indicare coloro che non sono eterosessuali e non sono cisgender. Agli studiosi il trafelato distinguo tra queste ultime due categorie. Letteralmente queer significa “eccentrico”, un termine con cui usualmente si indica una persona del mondo LGBT che non vuole dare un nome alla propria identità di genere e/o al proprio orientamento sessuale. Per inciso, a sua volta LGBT suona come una sigla più conforme al nome da dare a cromosomi, provette di laboratorio e quant’altro ancora in materia. Per certo ha poco di romantico.

 

La famiglia queer supera, così parrebbe, anche l’idea più facilmente praticabile di una ”Comune” in cui tutti si prodigano per gli altri in pacifica convivenza, arricchita però da sentimenti di affetto e di amore. Orientarsi per uscire dal rompicapo che emerge dalle nuove proposte non è semplice. Occorre studiare ed applicarsi, l’opposto che confidare nelle rozze semplificazioni che per secoli si sono adottate. Eppure per i malpensanti, a destreggiarsi nel nuovo panorama, c’è aria di scorciatoie per evitare il cammino impervio e forse necessario per andare a dama, anzi a famiglia. C’è aria di stratagemmi e di relativo guazzabuglio, dove il ruolo sessuale è deprivato di indirizzi precisi.

 

Tutto va bene purché non ci sia puzzo di tradizione. Che venga meno la trasmissione di forme passate è il tema conduttore della questione. Del resto anche la forma partito è da anni in crisi nella sua concezione originaria. Espediente richiama, dall’antico, uno scioglimento, uno sbrigarsi in modo che possa in qualche modo tornare utile alle nuove realtà. Servirà essere eccentrici, andare fuori dal centro per mirare nel cuore degli amori attuali. Con attenzione a non sbagliarsi e cadere banalmente dove il bersaglio ha il suo cerchio più piccolo. Sarebbe imperdonabile.

Sarebbe imperdonabile.

I cattolici democratici di fronte al calo demografico e al problema delle nuove famiglie

Stefania Parisi

 

Venerdì scorso è stato un giorno importante e significativo quando si parla di cattolici impegnati in politica. E, soprattutto, dei valori che concretamente incarnano i cattolici nel concreto dibattito politico italiano. A Roma, forse per la prima volta nella lunga storia del cattolicesimo politico italiano, abbiamo assistito ad un Papa che ha partecipato ad un dibattito pubblico – politico e sociale – alla presenza di un Premier. Una Premier, Giorgia Meloni, che è intervenuta durante il dibattito politico e che, è inutile negarlo, ha registrato anche un indubbio, nonchè visibile, endorsement da parte dello stesso Pontefice.

 

Il tema al centro del dibattito era la crisi demografica, e quindi la caduta della natalità, il ruolo della famiglia e le conseguenti politiche necessarie ed indispensabili per cercare di invertire la rotta. Un fatto che, senza usare parole fuori luogo e forse troppe enfatiche, è destinato a passare alla storia nel rapporto pubblico tra cattolicesimo e politica. Nello stesso giorno, a Torino, su iniziativa di alcuni sindaci italiani, si è organizzata una iniziativa per il riconoscimento e la registrazione pubblica dei bambini delle cosiddette ‘famiglie arcobaleno’, con una serie di proposte oggi non previste dalle leggi italiane, come ad esempio il ‘matrimonio egualitario’. È seguito l’appello alla ‘disobbedienza civile’ rivolta ai Sindaci presenti e avanzata dal ‘guru’ del progressismo costituzionale: Gustavo Zagrebelsky. Per non parlare dei ripetuti ed insistenti attacchi politici, culturali e personali rivolti a tutti coloro che sostengono altri valori e altri principi. Valori e principi che, invece, sono risuonati insistentemente al convegno romano all’Auditorium della Conciliazione.

 

Ora, al di là del merito emerso in modo persino troppo chiaro dalle due kermesse, è indubbio che ci troviamo di fronte più che a due piattaforme progettuali, ancora componibili, a due opposte ‘visioni della società’. E, al di là di ogni polemica e ben lontani dall’innescare una contrapposizione vera e pretestuosa tra guelfi e ghibellini, è indubbio che di fronte a questi temi i cattolici impegnati in politica non sono e non devono restare indifferenti o, peggio ancora, spettatori. Perchè, forse, le condizioni generali sono cambiate radicalmente rispetto al passato. Anche solo rispetto ad un passato recente. E quindi si tratta di temi e argomenti a cui i cattolici popolari, sociali e democratici dovranno, prima o poi, dare una risposta convincente: politica, culturale e programmatica. Ecco perché non serve più vivacchiare nei rispettivi partiti di riferimento.

 

D’ora in avanti i cattolici popolari dovranno assumere al riguardo una iniziativa politica coerente con il proprio passato e in sintonia con i propri valori di riferimento. Aggrapparsi ad alcune rendite di posizione – vale soprattutto per il Pd della Schlein – allo scopo di conservare spazi di potere personale o di corrente o di clan, diventa perfettamente inutile se si vuole in qualche modo lavorare alla riaffermazione di una precisa identità politica e culturale. A questo punto, essenzialmente, serve armarsi di coerenza e di coraggio.

Zelensky frena l’azione del Vaticano e incassa il sostegno di Palazzo Chigi sulle armi.

Elena Mozhvilo Licenza Unsplash

“Ho incontrato Papa Francesco, ed è stata una conversazione che potrebbe davvero influenzare la storia, potrebbe davvero aiutare a fermare il male dell’aggressione”. Lo ha dichiarato il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, nel suo consueto videomessaggio serale agli ucraino, al termine della sua giornata di visita a Roma. “Ho parlato dei crimini commessi dagli occupanti russi contro il nostro popolo, della deportazione dei bambini ucraini. Ho chiesto a Sua Santità di aiutarci a riportare i nostri figli a casa in Ucraina”, ha spiegato.

“Oggi a Roma. Come sempre con queste visite abbiamo ottenuto un risultato. Oggi siamo diventati più forti. L’Italia continuerà a sostenere l’Ucraina, per quanto è necessario per noi per resistere e difendere il nostro popolo e il nostro territorio. Siamo d’accordo con Giorgia, signora presidente del Consiglio, sui nostri nuovi passi di difesa comune. Ci sono cose buone che possiamo fare insieme per proteggere il cielo. Ci sono cose buone che possiamo fare insieme per proteggere la terra. Abbiamo concordato armi e difesa aerea”, ha raccontato.

“Oggi c’è stata anche una dichiarazione congiunta con l’Italia. Tutte le cose importanti: Unione europea con l’Italia che ha sostenuto l’avvio dei negoziati nel 2023 e segnali giusti e tempestivi sulla Nato”, ha evidenziato il presidente ucraino.

 

Fonte: Agenzia Giornalistica Italia (AGI)

I cattolici popolari per un nuovo Centro riformista.

Giorgio Merlo

 

Il ritorno della destra identitaria e di governo da un lato e l’irrompere, dopo le primarie del Pd, di una sinistra radicale, libertaria, estremista e massimalista dall’altro, non può non contemplare anche la presenza di un Centro. O meglio, di una “politica di centro” che non significa la presenza passiva e anche un po’ trasformistica di un Centro equidistante e puramente geografico ma, al contrario, di un luogo politico che sia fortemente dinamico, autenticamente democratico, genuinamente riformista e realmente di governo. Insomma, diciamocelo apertamente. Sarebbe semplicemente singolare, nonchè anacronistico, che in un paese dove si governa storicamente “dal centro” e “al centro”, come insegna la stessa esperienza dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni dopo la roboante campagna elettorale, trionfasse la radicalizzazione della lotta politica da un lato e, al contempo, si governasse con la “cultura del centro” dall’altro.

 

Ora, il Centro riformista non va banalmente e semplicisticamente evocato ma, come diceva recentemente e giustamente Matteo Renzi, va costruito con intelligenza politica, coerenza culturale e, soprattutto, con coraggio programmatico. Ben sapendo che il riformismo, di norma, è inizialmente quasi sempre impopolare perchè non si limita a cavalcare gli umori qualunquisti e demagogici tipici della deriva e della sub cultura populista e anti politica ma punta, sempre, a costruire una vera cultura di governo. Elementi populisti, del resto, declinati con coerenza dal verbo grillino che ha contagiato, purtroppo, larghi settori della politica italiana e supportato dalla stragrande maggioranza del circo mediatico del nostro paese.

 

Ecco perchè se è vero, com’è vero, che ci troviamo di fronte ad una possibile inversione di tendenza dove la politica può finalmente ritornare ad essere protagonista nel processo democratico del nostro paese, la cultura e la prassi riformista possono nuovamente vivere una stagione decisiva e determinante per la stessa efficacia della nostra azione di governo.

 

Ed è proprio lungo questo processo che si inserisce il ruolo politico, culturale e programmatico, anche se non esclusivo, dei cattolici popolari e sociali. E questo non solo perchè il Centro riformista nel nostro paese, storicamente, ha sempre visto nella cultura cattolico popolare e sociale uno dei suoi pilastri costitutivi ma per la semplice ragione che proprio quel Centro riformista non può ridursi ad essere una banale e quasi ridicola riedizione, seppur in forma aggiornata e rivista, del partito liberale o repubblicano o tardo azionista. Il Centro riformista, al contrario, non può che essere popolare e sociale, semprechè non voglia giocare una partita meramente marginale e periferica rispetto all’evoluzione concreta del dibattito politico italiano. E questo anche perchè la cultura e la tradizione del cattolicesimo popolare e sociale non possono diventare elementi di rincalzo di una destra ancora, almeno per il momento, troppo identitaria e di una sinistra che ormai percorre il sentiero del radicalismo valoriale e con una forte caratterizzazione massimalista ed estremista.

 

Per questi semplici motivi il ruolo, la cultura, la tradizione e la saggezza di questo storico e qualificato “pensiero” politico non possono che attivarsi per un rinnovato impegno politico e culturale in un campo dove è più facile costruire un progetto coerente con le proprie radici storiche ed ideali. Non per riaffermare una primogenitura ma, al contrario, per contribuire con altri a far crescere un progetto di governo che in questi ultimi anni è stato sacrificato sull’altare di una maldestra modernità che poi è sfociata in un sempre più insopportabile populismo di marca qualunquista e demagogica.

 

Insomma, anche per questa cultura non è più il tempo del disimpegno, della indifferenza o, peggio ancora, del ritirarsi dall’impegno politico diretto. Ma, al contrario, dell’azione concreta e della elaborazione politica e progettuale.

A Tassone il mandato di preparare l’unità della pattuglia dei cattomoderati

 

Redazione

 

L’assemblea di Iniziativa popolare riunitasi a Roma il 13 maggio 2023, presso il teatro parrocchiale di San Lorenzo in Lucina, sentiti gli esponenti dei gruppi e movimenti partecipanti all’unanimità ha deciso di dare mandato ai rappresentanti dei diversi gruppi di costituire un’associazione per concordare:

  1. la nascita di una formazione politica unitaria dell’area popolare: cattolico democratica, liberale e cristiano sociale;
  2. di attivare i gruppi unitari di base per la partecipazione democratica delle realtà popolari esistenti a livello territoriale;
  3. il programma politico secondo i principi della dottrina sociale cristiana e dei valori costituzionali, per offrire una nuova speranza al paese;
  4. di eleggere democraticamente dai comitati di base i delegati dell’assemblea costituente del nuovo partito, che sarà convocata in autunno;
  5. il nome e il simbolo del nuovo partito che parteciperà unitariamente alle prossime elezioni europee, in sintonia con il PPE.

Allo stato attuale il coordinamento organizzativo temporaneo dei gruppi politici viene affidato all’on. Mario Tassone che ha presieduto l’odierno convegno.

L’Osservatore Romano | Il centro Caritas alla Stazione Termini fa 40 anni

Lorena Crisafulli

 

Al civico 97 di via Marsala, nei locali sottostanti al binario 1 della stazione Termini, c’è un luogo che ha fatto dell’assistenza sanitaria agli immigrati la sua vocazione, è il Poliambulatorio della Caritas che quest’anno compie 40 anni. «L’ambulatorio nasce nel 1983 a Ostia, subito dopo si trasferisce nella Basilica del Sacro Cuore di Gesù, dove i salesiani avevano creato uno spazio per assistere gli immigrati presenti nella Capitale, senza permesso di soggiorno — ricorda Salvatore Geraci, medico, responsabile dell’area sanitaria Caritas di Roma —. A quei tempi nessuna legge regolava l’immigrazione, la prima è stata emanata nel 1986, e don Luigi Di Liegro, fondatore e direttore della Caritas diocesana di Roma, intuì che l’immigrazione non era un fenomeno transitorio come si pensava fino agli anni ’90, e ci sarebbe stato un cambiamento epocale nella società. Così fece aprire dei servizi destinati agli immigrati, come il centro di ascolto stranieri e l’ambulatorio».

 

Dal Poliambulatorio romano, attivo dal lunedì al venerdì dalle 16 alle 19, grazie all’impegno di operatori e volontari, medici, infermieri, farmacisti, studenti di medicina, che si adoperano ogni giorno nell’assistenza sanitaria di persone vulnerabili, in 40 anni di attività sono passati 110 mila pazienti e ogni anno sono circa 2000. «Qui tutti i pomeriggi si fa il giro del mondo, solo nel 2022 abbiamo ospitato immigrati di 88 paesi diversi — prosegue Geraci —. Ci ritroviamo di fronte a esigenze, difficoltà, culture, ogni volta nuove. Negli anni la complessità assistenziale è aumentata e la nostra utenza è diminuita, perché abbiamo voluto che il servizio sanitario pubblico si facesse carico delle persone senza permesso di soggiorno; oggi nel Lazio sono 35 gli ambulatori pubblici dedicati a loro».

 

Di recente, coloro che si rivolgono al Poliambulatorio della Caritas provengono soprattutto dall’Ucraina, a seguire, da Perù, Romania, Somalia, Bangladesh. Alcuni sono in fuga da guerre e carestie, altri arrivano in Italia per ricongiungersi ai parenti che li hanno preceduti, tutti accomunati dalla voglia di rifarsi una vita qui o altrove. «L’idea è quella di accudirli in un momento temporaneo di fragilità, perché speriamo che acquisiscano sempre maggiori diritti, diventino regolari, abbiano il loro medico di base e non abbiano più bisogno di noi — auspica Geraci —. All’inizio si presentavano situazioni emergenziali dovute a patologie infettive, erano casi transitori, poi, man mano che l’immigrazione come fenomeno sporadico è diventato sistematico, sono arrivati pazienti con patologie croniche ed è nata l’esigenza di fornire loro altre prestazioni». Così, se prima veniva offerta assistenza solo nell’ambito della medicina generale, ovvero quella di base, gradualmente il centro ha sviluppato altre aree, tra cui cardiologia, ginecologia, dermatologia, neurologia, ortopedia e diabetologia. «Ci sono quattro stanze di ambulatorio con due ecografi, frutto di donazioni, e una medicheria dove vengono curate le ulcere degli arti inferiori di persone senza fissa dimora, italiane e straniere, in condizioni di marginalità — spiega la dott.ssa Giulia Civitelli, direttore sanitario del Poliambulatorio —. La prima cosa che si fa è lavare loro i piedi, un gesto simbolico a livello cristiano, oltre che necessario dal punto di vista igienico-sanitario. Dopo la medicazione, forniamo loro calzini puliti ricevuti in donazione grazie ad alcune campagne di solidarietà». «Qui arrivano anche casi più complessi dal punto di vista medico, con patologie gravi come tumori o malattie mentali, a volte reattive alle scarse politiche di inclusione — sottolinea Geraci. Il sistema che si occupa di salute mentale è molto affaticato e a volte la residenza, nonostante non sia requisito necessario per accedere ai servizi, viene utilizzata come pretesto per ostacolare l’accoglienza».

 

Nella cura del paziente l’aspetto sociale è cruciale, poiché chi affronta determinate difficoltà può subire ripercussioni sullo stato di salute, basti pensare all’impatto drammatico che ha sull’individuo la mancanza di una casa, di un lavoro, di una rete di affetti. «Il nuovo paradigma della medicina è quello dei “determinanti sociali della salute”, che è condizionata da una serie di fattori in grado di provocare patologie anche permanenti» fa notare Geraci. «Nel mondo dell’immigrazione si assiste al cosiddetto “effetto migrante sano”, ovvero una persona giovane, fisicamente più forte e con maggiori possibilità lavorative, che non appena giunge in un paese con scarse politiche di accoglienza rischia di perdere il suo patrimonio di salute — chiarisce Civitelli –. Per capire cosa sia successo dal momento dell’arrivo in Italia e calcolare l’intervallo di benessere, gli chiediamo quando si è sottoposto alla prima visita medica». Infatti, nella scheda informativa che ognuno di loro compila, varcata la soglia del Poliambulatorio dopo aver fatto la fila perché dalla pandemia gli ingressi sono contingentati, viene richiesto se la patologia di cui soffre era presente prima di arrivare in Italia o è sorta in seguito, in modo da comprendere come si è svolto il lasso di tempo tra il prima e il dopo. «Siamo una porta aperta sulla strada e quando l’ambulatorio è attivo, la porta si apre a chi ha bisogno. Non a caso, all’ingresso c’è un bancone di forma semicircolare che rappresenta l’abbraccio dell’accoglienza, perché il nostro motto è “accogliere è già curare”.

 

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2023-05/quo-111/accogliere-e-gia-curare.html

Attilio Piccioni, un autentico padre fondatore della Repubblica e della Dc.

Interessante convegno ieri allIstituto Sturzo sulluomo politico che, tra laltro, guidò la Dc nella battaglia del 18 aprile. Di seguito un ampio stralcio delleditoriale che Andreotti gli dedicò (30 Giorni-marzo 2000).

Giulio Andreotti

Attilio Piccioni, uno degli uomini di maggior valore della Democrazia cristiana, merita di essere adeguatamente ricordato, ora che, non sempre con la dovuta obiettività, si sta ricostruendo la storia italiana del dopoguerra. Non lo sentii mai gloriarsi e ne avrebbe avuto il diritto del suo ruolo di segretario politico della Dc al momento della decisiva battaglia elettorale del 18 aprile 1948. Ripeteva la massima di don Sturzo secondo la quale i successi vanno accreditati alle idee e gli insuccessi addebitati alle persone.

La sua storia ha inizio quando due insegnanti elementari si sposano a Poggio Bustone, la valle del Reatino detta santa per le memorie francescane (tra le quali il primo presepio voluto dal santo a Greccio). I due avevano provenienza diversa: da Foligno e da Reggio Emilia. La destinazione a Poggio segnò il loro comune avvenire. Dei figli, tre si distingueranno; oltre ad Attilio, anche Giovanni, che fu sacerdote a Pistoia e vescovo di Livorno, ed un terzo, funzionario di prefettura in Torino ma con propensioni personali al movimento anarchico.

Attilio, nato il 14 giugno 1892, terminato il liceo a Rieti si trasferì a Roma seguendo i corsi alla Sapienza, prima del termine dei quali venne chiamato alle armi, prima come bersagliere e poi come istruttore pilota. Scherzando (una fine ironia lo caratterizzò sempre) diceva che era lunico modo per far la guerra stando seduto. Dinanzi a certi politici superattivi ripeteva che la pigrizia lo salvava dalle improvvisazioni, ma intellettualmente era tuttaltro che pigro.

A Torino, ospite del fratello, avvenne la duplice svolta della sua vita: mise su famiglia e fu folgorato dallappello sturziano ai liberi e forti, nel gennaio 1919. Non aveva militato in precedenza nelle organizzazioni cattoliche, ma il popolarismo lo conquistò. Fu il primo segretario del Ppi nel capoluogo piemontese, in una cerchia di politici coraggiosi e illuminati che strinsero tra loro una fervida amicizia super partes. Non a caso uno degli scritti più significativi di Piccioni uscì sul giornale di Piero Gobetti Rivoluzione Liberale.

Nelle elezioni del 1919 ed in quelle del 1921 i popolari raccolsero forti suffragi, ma il quadro generale era debole e inquietante. Impossibile una cooperazione con i socialisti; forte la reazione dei vecchi notabili contro ambedue i partiti di popolo; dura lazione dei fascisti per abbattere il sistema. La presenza fascista alla Camera dei deputati era esigua e questo ingannò quanti erano abituati a veder tutto nellambito di Montecitorio. A stretta maggioranza gli eletti del Ppi decisero che si poteva collaborare con il governo di Mussolini, sempre nellintesa di poterlo far cadere se le speranze di un assestamento dei fascisti nellalveo costituzionale si dimostrassero vane. Il che avvenne in effetti dopo pochi mesi, e proprio al congresso del Ppi di Torino dove il giovane segretario cittadino si distinse per lintransigenza. Ma era troppo tardi. Mussolini non si dimise affatto ed anzi, quando nellemozione del delitto Matteotti i deputati democratici sullAventino o in Aula si dissociarono, strinse i freni etirò diritto. Persecuzioni e purghe si riversarono sugli oppositori, disperdendone le file ad eccezione del piccolo numero dei resistenti.

Torino però non era più sede adatta per svolgervi, a fascismo imperante, la professione forense. Per un ventennio la famiglia Piccioni si trasferisce a Pistoia, in collegamento di studio con un altro reduce dalle battaglie democratiche: Adone Zoli.

Rimasto vedovo si dedicò ai figli, trovando a parte la professione forzatamente in tono minore un proprio spazio intellettuale e morale nelle letture e nei contatti con quel nucleo di antifascisti o non fascisti che non avrebbe mai desistito dalla fede nella riscossa.

Il 19 marzo 1943 in casa di Giuseppe Spataro (che Piccioni aveva sempre frequentato senza paure e coltivando intatta lamicizia) convennero da tutta Italia molti ex, per festeggiare lamico, ma in realtà per rilanciare su vasta scala il movimento. La polizia non disturbò questo convegno; qualcuno dei capi voleva forse riscattare lacquiescenza al regime e acquisire titoli di merito verso il cambiamento che era ormai alle porte.

Invitato come presidente della Fuci insieme ad altri giovani, fummo colpiti dalla autorevolezza di De Gasperi, dalla loquacità di molti onorevolie dal silenzio dellavvocato Piccioni, rotto solo da qualche «chi si rivede!» che sottolineava la lunga assenza di molti nel corso del ventennio.

Dopo poco più di centoventi giorni il fascismo cadeva. Esponente del Comitato di liberazione, Piccioni restò in Toscana fino alla riconquistata libertà; ed accettò subito dopo linvito di De Gasperi e di Spataro a trasferirsi a Roma. Il suo intelletto, la sua arguzia, il fascino di un antifascismo datato ne fecero un punto di riferimento essenziale specie per noi giovani, che da parte sua curò particolarmente. Ci volle con sé a Lucerna in una riunione delle Nouvelles Equipes Internationales che furono il primo nucleo di connessione del popolarismo europeo e mondiale.

Nel settembre 1945 si aprì la Consulta nazionale, formata dai più illustri esponenti dellantifascismo militante, da pochi di noi giovani apprendisti e da rappresentanti delle categorie. Compito principale era la preparazione dellAssemblea costituente, a partire dalla relativa legge elettorale.

Lorientamento per il sistema proporzionale era molto largo. Dal perdurante esilio (le autorità ecclesiastiche ne ritardarono il rientro) don Sturzo ricordava che aveva potuto dar vita al Partito popolare solo quando si era messo via il vecchio uninominalismo ed accettato il suffragio con il proporzionale. Attilio Piccioni fece in proposito uno stupendo discorso, definendo le voci contrarie come una difesa dufficio («un debito nostalgico di alcuni insigni e vecchi uomini politici in continuità con un non lontano passato»). E continuò: «È un fatto veramente significativo che nessun giovane, dei giovani uomini politici che vengono sorgendo a costituire il nuovo ceto politico direttivo del Paese, ha sentito la necessità di assumere comunque la difesa del collegio uninominale: neppure il collega Lucifero, tanto meno il collega Cassandro, liberale, per riferirmi ai settori che possono essere più vicini ad una impostazione di quel genere.

I mali che si rimproverano al proporzionale non sono evidentemente profondi e sostanziali ma connaturati, se mai, con il persistente costume politico italiano e con alcune caratteristiche peculiari della nostra vita politica, specialmente locale.

La democrazia moderna come tale, sebbene sia stata per lungo tempo volutamente confusa col liberalismo, è invece qualche cosa di diverso, ha una esigenza fondamentale, strutturale, diversa da quella che poteva esser fatta valere in regime liberale prefascista. Liberalismo vuol dire organizzazione politica dello Stato nella quale si punta decisamente sullindividualismo, le cui limitazioni devono essere ridotte al massimo. Democrazia significa allargare il compito politico a tutto il popolo, significa organizzare giuridicamente tutto il popolo perché partecipi in modo attivo, permanente e responsabile alla vita politica del Paese.

Il liberalismo postula dal punto di vista elettorale lesigenza personale e la esigenza localistica del collegio uninominale; la democrazia, appunto per queste sue profonde caratteristiche di organizzazione integrale, postula necessariamente il sistema elettorale proporzionale. Né vale addurre, come si suole fare troppo spesso, lesempio in contrario dellInghilterra e degli Stati Uniti dAmerica. Sono democrazie anche queste, per quanto notevolmente diverse da quella che è la democrazia nellOccidente europeo».

Giulio Andreotti con Attilio Piccioni

La conclusione fu emozionante: «O colleghi, bisogna staccarsi dal passato». E le elezioni si svolsero con il proporzionale.

Nel frattempo vi era stato un acceso dibattito sul modo di decisione della scelta istituzionale, accantonata dal 1944 per non togliere unanimità di energie alla lotta di liberazione. Secondo alcuni si doveva dar luogo ad un referendum pro o contro il mantenimento della monarchia abbinato allelezione dei costituenti. Altri invece pensavano che spettasse agli eletti del popolo sciogliere il nodo dopo adeguata discussione. Don Sturzo dallAmerica caldeggiava con vigore la seconda tesi, mentre De Gasperi si batté per il referendum simultaneo e trovò in Piccioni un riservato ma decisivo sostegno. Non era solo la necessità di impedire che i cittadini dovessero dare un mandato specifico (che per la Democrazia cristiana, ma non solo per essa, sarebbe stato nefasto). Si doveva sgomberare preventivamente il campo e lasciare che lAssemblea potesse tracciare il disegno dellordinamento statale con una ricerca quotidiana di punti di incontro e di sintesi che il contrasto sulla scelta istituzionale avrebbe impedito.

Risolto il problema con la vittoria repubblicana del 2 giugno 1946 (la saggezza e il prestigio di De Gasperi furono essenziali, ma senza lautorevolezza di Piccioni egli non avrebbe potuto sviluppare la sua azione, superando gli ostacoli dei massimalisti) iniziarono i lavori della Costituente. Ad una commissione di settantacinque deputati Piccioni tra questi venne dato lincarico di redigere lo schema, che fu poi discusso ed approvato in Aula.

De Gasperi aveva lasciato intanto la segreteria della Dc, sostituito appunto da Piccioni, sotto la cui guida si svolse la campagna elettorale per la prima legislatura repubblicana, vittoriosamente conclusa il 18 aprile 1948. Ancora una volta Piccioni aiutò il presidente De Gasperi a respingere le ansie dellala contraria al perdurare della collaborazione della Dc con i partiti democratici liberale, socialdemocratico e repubblicano. Del nuovo governo di coalizione Piccioni fu vicepresidente. Il suo peso era notevole per impostare e far approvare leggi fondamentali come la Riforma agraria e la Cassa per il Mezzogiorno.

Per vari motivi la legislatura 1948-1953, pur così ricca di decisioni (Piano Marshall, Patto Atlantico, oltre le ricordate riforme) vide un logoramento della maggioranza. In particolare nelleterno contrasto inter-socialista Saragat credette a torto che il presidente volesse accordarsi con Nenni; e prese le distanze facendo cadere lultimo ministero De Gasperi, formato dopo le elezioni. A succedergli il candidato naturale era Piccioni, che di fatto ebbe lincarico dal presidente della Repubblica. Non è ancora del tutto chiaro perché Piccioni rinunciò, addirittura eclissandosi per alcune ore. Si disse che la segreteria politica retta da Fanfani ponesse veti per candidature ministeriali che Piccioni voleva soddisfare. Vi furono anche pressioni per entrarealle quali Piccioni non voleva accedere ma senza creare una conflittualità interna.

Nella impossibilità di un governo politicosi ricorse ad un gabinetto tecnico, affidato al ministro del Tesoro Pella con il compito di presentare e far approvare il bilancio dello Stato. Il distacco dei partiti alleati della Dc cominciò ad attenuarsi e i numeri cerano sembrò realizzabile un ritorno al governo politico, a formare il quale venne chiamato il segretario della Dc Fanfani, che non ebbe però le adesioni necessarie, non solo per la partecipazione ma anche per un semplice appoggio esterno. Il governo fu sconfitto sul nascere nel voto di fiducia. Ma lincubo della corda tesa che stava per spezzarsi indusse gli alleati storici ad uscire dallAventino e rientrare nella coalizione, affidata a Mario Scelba, tenace assertore del quadripartito. Piccioni andò a dirigere il Ministero della Giustizia, impostando subito innovazioni notevoli, come lo sganciamento della magistratura dalla piramide unica dellamministrazione statale.

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http://www.30giorni.it/articoli_id_12625_l1.htm

Il video del convegno promosso dallIstituto Sturzo

https://www.youtube.com/live/4JiNAEo8zZ0?feature=share

La democrazia in Italia alla luce del progetto politico di Aldo Moro

 

 

La morte di Moro rappresenta la fine della prima Repubblica, per far posto ad azioni segrete e attività criminose nel quadro di un disegno di indebolimento della struttura democratica della nazione.

 

Paolo Frascatore

 

Agnese Moro su “La Stampa” del 9 maggio scorso nel ricordare il barbaro assassinio di suo padre Aldo ad opera delle Brigate Rosse, riflette su quella che definisce “giustizia riparativa” come condizione per una rieducazione sociale e per una nuova vita civile.

 

Ѐ certamente un atto di amore quello di Agnese Moro. Un atto di amore rivolto non solo alla vita, ma anche a quelle possibilità umane e cristiane che dovrebbero guidare le azioni verso la tolleranza al fine di una convivenza pacifica. Al di là di queste riflessioni senza dubbio alte e profonde, quello su cui si vuol riflettere è la portata storica dell’evento accaduto il 9 maggio 1978, ossia l’assassinio di Aldo Moro.

Perché quell’evento (ancora oggi non chiaro e avvolto da misteri e supposizioni da chiarire) rappresenta quella che può essere definita la svolta reazionaria del sistema politico italiano. Una sorta di arresto dell’evoluzione politica verso la “democrazia compiuta”.

 

E tutto ciò alla luce non tanto di riflessioni personali, e come tali condivisibili o meno, ma alla luce della verità storica degli avvenimenti che si sono succeduti dopo quel tragico 9 maggio 1978. Se si analizzano, infatti, a distanza di tanti anni quegli avvenimenti, si scopre come la morte di Aldo Moro rappresenti la fine della prima Repubblica e dei Partiti popolari, per far posto ad azioni segrete di logge massoniche, intrecci internazionali, attività criminose nel quadro di un disegno di indebolimento della struttura democratica della nazione.

 

Ma la morte dello statista democristiano segna anche la crisi dei cosiddetti Partiti popolari (Democrazia cristiana e Partito comunista italiano) che si avviano fatalmente sul viale del tramonto. La Dc avvia la politica del preambolo, con la chiusura netta verso il Pci di Berlinguer che, a sua volta, si chiude a riccio: la democrazia segna così il passo; iniziano i fenomeni di corruzione e di finanziamenti politici illeciti; la politica si riduce ad uno scontro di potere (Dc-Psi), spesso anche personale.

 

Il progetto moroteo viene rinnegato dai due maggiori Partiti politici e si ritorna al passato, ossia ad una politica ormai vecchia e stanca sul versante del rinnovamento delle istituzioni e di coinvolgimento delle realtà sociali che Moro aveva immaginato di inserire gradualmente nella direzione dello Stato. Ripensare oggi a quella vicenda aiuta chi vuol continuare nel segno di una politica nuova, diversa dall’attuale situazione italiana; alternativa rispetto alla rigidità di una competizione artificialmente polarizzata.

In Somalia le mamme hanno dovuto tirare fuori l’ingegno per fronteggiare la carestia

 

 

Intanto che la pioggia torni a bagnare i campi, ci sono lacrime di veleno che madri versano nella pancia dei loro figli in modo che possano sognare di far scoppiare le pance di felicità.

 

Giovanni Federico

 

In Somalia non se la passano bene. La questione non è solo di governi che salgono e scendono. È una terra che nella sua radice è adatta per chi deve andare a mungere il bestiame, così che a volerne leggere la storia, anche solo dell’ultimo mezzo secolo, monta un affanno non da poco per i disordini che la politica ha messo in campo, pagando come sempre il popolo le conseguenze. È un paese che sa avere cura degli armenti, esperto di pastorizia ma che ha difficoltà a gestire i suoi abitanti. Tutto questo ha poco rilievo perché la natura non attende che gli uomini sappiano organizzarsi per il progresso. Ha tempi inadatti alla logica umana e si muove con un passo che sa però mettere fretta agli stomaci della popolazione.

 

La notizia per se stessa non lascia commuovere più di tanto chi la legge. La carestia da quelle parti si presenta con il ritmo giusto a chi, nei mondi forniti di tutto punto, ha l’occasione di fare i conti con la propria coscienza, allungando qualche euro di beneficenza per dare una mano ad un paese in difficoltà.

 

Le mamme somale hanno dovuto tirare fuori l’ingegno per fronteggiare la situazione. Nel vuoto della loro carne hanno scovato la trovata vincente. Carestia insegna che ha il senso di una mancanza di grazia, se manca da mangiare sono dolori. La fame è qualcosa di insopportabile. Dopo i primi giorni di dolore ti morde l’anima ed i sensi abituandoti ad uno stato di inedia, non a caso ha una radice comune con fatiscente, un venir meno che va sotto braccio ad una progressiva rassegnazione.

 

Così sembra svilupparsi la saggezza di una attesa di morte che puoi compensare negandole una possibile soddisfazione. Basta attendere che faccia il suo dovere senza rompere in pianti ed opposizioni.  Questa volta le madri somale hanno voluto stravolgere il copione, proponendo ai loro figli una mistura tossica di acqua e detersivo o miscelata con il sale che li porta a sentirsi male. La trovata è inedita ed ha una genialità che sempre si accompagna ad una dose di rischio.

 

Già debilitati, le loro creature potrebbero anche rimanerci stecchiti ma quello è il solo passaporto per farli accogliere in un ospedale dove finalmente gli daranno qualcosa da mettere sotto i denti. La morte resta spiazzata. Se tutto andasse storto non sarà stata lei a dettare i tempi per togliere di mezzo un po’ di bimbi dal Continente africano. Se invece quelle donne avranno avuto la giusta intuizione, dovrà cedere le armi in attesa del prossimo giro.

 

Il veleno ha qualcosa di misterioso nelle trame delle sue gocce. Nasce come un filtro magico amoroso, un intruglio per muovere i cuori da una parte all’altra, una sorta di saliva di Venere che cadendo sugli uomini infiamma le passioni, anche le più recalcitranti all’azione. Poi la morte, sempre lei, gelosa, ha preteso la sua parte dicendo che una bevanda bene arrangiata poteva tornare utile anche alla sua missione.

 

Intanto che la pioggia torni a bagnare i campi della Somalia ridando speranza all’agricoltura, ci sono lacrime di veleno che madri versano nella pancia dei loro figli in modo che possano sognare di far scoppiare le pance di felicità. Quelle donne si muovono d’istinto per il contrappasso, danno malattia per guarire le loro creature da una più grave. Hanno una forza da leoni. Sbranano il male con le fauci del loro amore.

Sos intelligenza artificiale e mafie digitali

 

 

George Orwell e Aldous Huxley sono già preistoria sullo sfondo delle rappresentazioni distopiche. Geoffrey Hinton ha detto alla BBC che “i robot non sono più intelligenti di noi ma presto potrebbero esserlo”.

 

Francesco Provinciali

 

Un paio di notizie apparse sui media in questi giorni hanno portato alla ribalta un tema di grande attualità sul quale scienziati, addetti ai lavori, esperti di etica della comunicazione e tecnici dei social esprimono da tempo opinioni e punti di vista, con analisi e valutazioni non sempre collimanti.

 

Si tratta di un’area vasta di argomenti che spaziano dal web, all’intelligenza artificiale, all’uso e all’abuso dei social che per vastità di utilizzo, pluralità di linguaggi, penetrazione pervasiva nei comportamenti umani, prospettive di espansione coinvolgono un target estremamente lato di utenti creando i presupposti oggettivi per una sorta di mutazione culturale profonda e incisiva determinata dall’uso massivo delle tecnologie e radicalmente slegata dai modelli tradizionali di trasmissione del sapere e di ricontestualizzazione spazio-temporale delle relazioni interpersonali.

 

Hanno destato vasta eco (che pare già “assorbita” come un episodio quasi emendabile) le dimissioni da Google dopo dieci anni di full-immersion di Geoffrey Hinton, 75 anni, psicologo cognitivo e scienziato informatico, considerato il padrino dell’intelligenza artificiale, pioniere della ricerca sule reti neurali e sul “deep learning”, vincitore nel 2018 del prestigioso premio ‘Turing Award’. Ha lasciato con una motivazione che fa riflettere: “i programmi di IA hanno fatto passi da gigante e ora “sono piuttosto spaventosi. Al momento i robot non sono più intelligenti di noi ma presto potrebbero esserlo”, ha affermato alla BBC prefigurando scenari distopici impensati persino dalla fantascienza. “Il chatbot potrebbe presto superare il livello di informazioni di un cervello umano, mentre ‘cose’ come GPT-4 oscurano una persona nella quantità di conoscenza generale”. Un ripensamento così radicale per uno scienziato ha quasi il significato etico di una riconversione: il messaggio che Hinton ha lanciato è che “attori cattivi” potrebbero usare l’IA per “cose cattive”. “Potete immaginare un cattivo attore come Putin che decida di dare ai robot la capacità di creare propri sott-obiettivi, come quelli di ottenere più potere”. Un allarme che viene a ruota di quello lanciato da oltre mille dirigenti e ricercatori tra cui Elon Musk, dopo la diffusione di ChatGpt, che hanno chiesto una moratoria di almeno sei mesi nello sviluppo dell’IA e delle sue applicazioni “per i profondi rischi alla società e all’umanità”.

 

George Orwell e Aldous Huxley sono già preistoria sullo sfondo delle rappresentazioni distopiche.

 

Le dimissioni da Google di Geoffrey Hinton non devono cadere nel vuoto, così come le loro motivazioni. Toccherebbe alla politica come play maker di ‘regole del gioco efficaci’, per usare un’espressione del Commissario UE Paolo Gentiloni, occuparsi della materia e delle sue ricadute pratiche ed esistenziali nella vita di tutti noi. Ed in effetti il Parlamento Europeo ha dato il via libera all’AiAct, il documento che fissa le nuove norme europee per l’intelligenza artificiale, per favorire e guidare uno sviluppo umano-centrico ed etico dell’IA. L’incipit parte con il divieto di utilizzo di tecnologie a IA per il riconoscimento facciale nei luoghi pubblici nell’UE.

 

Vedremo se il seguito sarà coerente.

 

Una seconda notizia di questi giorni desta ulteriori motivi di preoccupazioni: l’infiltrazione della malavita e segnatamente delle mafie nei social e nel web, attraverso la diffusone di contenuti e linguaggi espliciti o occultati. È quanto emerge dal Rapporto “Le mafie nell’era digitale”, stilato dalla Fondazione Magna Grecia e presentato nella sala stampa della Camera dei Deputati, da Antonio Nicaso, docente di Storia della criminalità organizzata presso la Queen’s University in Canada, Marcello Ravveduto, professore di Public and digital history alle Università di Salerno e di Modena-Reggio Emilia e responsabile della ricerca, e Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica di Catanzaro. L’indagine ha analizzato 20mila commenti a video YouTube, 90 GB di video TikTok (per un totale di 11.500 video) e 2 milioni e mezzo di tweet: il linguaggio delle mafie si esprime attraverso la musica, le macchine extra-lusso, i gioielli kitch, il “presta libertà” dedicato a chi è in galera, affinché veda presto la luce del sole, alla mitizzazione dei grandi boss del passato, dagli emoticon a forma di cuore o di leone, di fiamma o di lucchetto per dimostrare sentimento, coraggio, e omertà, agli hashtag per inserirsi nella scia dei contenuti virali su social network come Facebook, Instagram, Twitter e oggi soprattutto Tik Tok.

 

Dall’uso ludico dei social si passa a vere e proprie strategie di sponsorizzazione, comunicazione esplicita e affiliazione, “fino ad arrivare, con lo sbarco in Rete della nuova generazione criminale, alla creazione dell”interreale mafioso’. Ovvero di una continuità tra quanto accade in rete e il mondo reale”. I social diventano luogo di minaccia e controllo del territorio, i brand e i prodotti sponsorizzati utili indicatori in mano agli influencer che li usano per intercettare nuovi adepti o nemici da colpire. In particolare con TikTok si crea in rete una sorta di “Grande fratello mafioso”. Un business per la malavita e una minaccia palese o sottotraccia per l’indotto diseducativo e criminale che può influenzare specialmente i giovani frequentatori del web.

De Benedetti contro Fioroni non è radicalità ma eradicazione politica.

Non bisogna lacerare il tessuto morale di una nazione che l’ultimo De Gasperi, a riepilogo della sua lunga battaglia per la rinascita dell’Italia, voleva libera dalla dialettica nefasta tra guelfi e ghibellini.

Lucio D’Ubaldo

 

Nel suo pamphlet si mette a nudo, distilla pessimismo ma non dispera, celebra ad alta voce l’amore per il futuro. A leggere “Radicalità. Il cambiamento che serve all’Italia” si arriva a capire il personaggio. Carlo De Benedetti è l’imprenditore più politico, ovvero più appassionato alla dimensione politica della vita, che l’Italia repubblicana abbia conosciuto dopo Adriano Olivetti. Il messaggio che brandisce a mo’ di scimitarra è quello appunto della radicalità, per questo saluta con entusiasmo l’avvento della Schlein. Non gli piaceva un Pd in versione neo-democristiana, evidentemente perché a lui la Dc non è mai piaciuta. E quindi immagina un partito che in nome della radicalità disboschi la fitta vegetazione delle sue idiosincrasie.

 

Ecco allora spuntare ieri, all’improvviso, una dichiarazione di gioia per l’uscita di Fioroni dal Pd. Sembra livore allo stato puro o forse, per l’irrisione violenta, il gesto di un gladiatore facoltoso. Piuttosto che di radicalità, si dovrebbe parlare di eradicazione. Infatti, tutto ciò che nella sua corrosiva omelia laica appartiene alla “civilisation” democratico cristiana deve essere eradicato, immerso nell’acido della damnatio memoriae, privato di significato e di valore. Non è un capriccio altezzoso, ma un discorso motivato dell’eterna insoddisfazione politica dei dispersi azionisti e post azionisti, capaci tuttavia di manovrare, oggi come ieri, le corregge di un potere sostanziale, per il quale la politica deve comunque inginocchiarsi alla maestà della ricchezza. È qui il punto nevralgico.

 

Sa De Benedetti che il cattolico non è ostile alla ricchezza, ma la subordina a una superiore finalità sociale e quindi a una dimensione altra, certamente più umana, che rende onore al primato della politica. Egli invece dà ordini alla politica, anche lacerando il tessuto morale di una nazione che invece l’ultimo De Gasperi, a riepilogo della sua lunga battaglia per la rinascita dell’Italia, voleva libera dalla dialettica nefasta tra guelfi e ghibellini. Pazienza dunque per gli attacchi personali, sicuramente il “coriaceo” Fioroni saprà farsene una ragione; ma guai ad abbassare la guardia contro questa ripresa di ghibellinismo illuminato ma pretestuoso – e in fin dei conti anche pretenzioso. De Benedetti torni piuttosto alla lezione del laico La Malfa, ex azionista e repubblicano, austero nella critica ma leale nel rapporto con la Dc, perché questo Paese ha bisogno più che mai di aggiornare il patto tra le migliori forze democratiche, liberali e popolari.

 

Altrimenti, inghirlandati a festa per le loro presunzioni, gli inventori del nuovo Kulturkampf lasceranno le carte in mano alla Destra.

La Voce del Popolo | Presidenzialismo? Non è un rimedio per tutti i mali.

Si assiste a uninvocazione di forza (lelezione diretta) e a una discreta bulimia di potere (la Rai). Tutte cose di cui una maggioranza in buona salute non avrebbe affatto bisogno.

Marco Follini

 

Il presidenzialismo non è uno scandalo. Ma non è neppure un rimedio così certo per i nostri mali. Semmai l’insistenza su un modello di potere verticale, assertivo, non più imbrigliato da troppi lacci e lacciuoli sembra evocare una sorta di incertezza nelle proprie stesse forze.

 

La si può pensare in molti modi sui modelli istituzionali senza che ne sortisca una guerra di religione. Ma quello che colpisce, per l’appunto, è l’insistenza con cui il governo reclama poteri maggiori, pur disponendo di un’ampia maggioranza parlamentare, di un consenso popolare ancora assai forte e di altri quattro anni e mezzo di tempo per realizzare le sue buone intenzioni.

 

Al momento Meloni e i suoi cari si trovano insomma nella condizione politica più vantaggiosa. Dunque, dovrebbero muoversi con passi felpati, rassicurare e magari cercare di convincere gli elettori più critici, togliere di mezzo ogni genere di sospetti e diffidenze. In una parola, girare alla larga, alla larghissima, da ogni tentazione di forzare a proprio vantaggio l’equilibrio dei poteri. Non fosse altro perché la bilancia di quell’equilibrio per il momento pende decisamente dalla parte di Palazzo Chigi.

 

E invece si assiste a un’invocazione di forza (l’elezione diretta) e a una discreta bulimia di potere (la Rai). Tutte cose di cui una maggioranza in buona salute non avrebbe affatto bisogno. Così, viene da chiedersi se questa evocazione di poteri maggiori sia l’annuncio di una forzatura o piuttosto la rivelazione di un’incertezza su se stessi. Probabilmente, le due cose insieme.

Fonte: La Voce del Popolo – 4 maggio 2023

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del settimanale della Diocesi di Brescia]

Popolari, i tempi sono maturi.

Giorgio Merlo

 

La capacità del politico, da sempre, è quella di saper anticipare i tempi. Certo, se poi accanto a questo ”dono” – perchè di questo si tratta – c’è anche una cultura politica e un retroterra ideale robusto e qualificato, allora ci troviamo di fronte ad un potenziale leader. Potenziale, come ovvio, perchè la leadership politica è anche il frutto e il prodotto di molteplici tasselli che non vengono decisi a tavolino. E questo perchè, per dirla con Donat-Cattin, in politica – come, del resto, nella vita – “il carisma o c’è o non c’è. È inutile darselo per decreto”.

 

Ora, nell’attuale fase politica italiana, emergono alcuni elementi che non possono essere aggirati o banalmente elusi. Perchè dopo la vittoria della destra identitaria e di governo nella consultazione del 25 settembre scorso e l’affermazione – un po’ a sorpresa ma non eccessivamente – di una sinistra radicale, massimalista e libertaria con le primarie del Pd, lo spazio per un partito/ movimento/contenitore/cartello centrista emerge sempre di più. E questo non solo perchè lo dicono i sondaggi ma anche, e soprattutto, per la semplice ragione che un sempre più aggressivo “bipolarismo selvaggio” alimenta l’astensionismo elettorale da un lato e riduce la qualità del confronto politico dall’altro. E se, di conseguenza, quasi si impone – oggi – la necessità di dar vita ad un movimento politico che si candida ad intercettare e a rappresentare mondi vitali, interessi sociali, realtà culturali e gruppi di opinione, è giocoforza che un’area come quella cattolico popolare e sociale scenda definitivamente in campo. Ben sapendo che sia a destra che, soprattutto, a sinistra, una presenza come quella del cattolicesimo popolare e sociale o è “gentilmente ospitata” o è “semplicemente tollerata”. Nell’un come nell’altro caso è destinata, comunque sia, a giocare un ruolo culturalmente marginale e politicamente del tutto ornamentale.

 

Ecco perchè è giunto il momento, per andare al titolo di questa rapida riflessione, per riflettere e soprattutto per agire come cattolici popolari e sociali. E la ghiotta occasione rappresentata dalle elezioni europee – con il sistema elettorale proporzionale – offre la possibilità di potersi misurare direttamente con i cittadini. Certo, creando un’offerta politica che sia in grado di unire le varie sensibilità culturali riconducibili ad una comune politica centrista, democratica, riformista e di governo. Su questo versante, può e deve iniziare un percorso politico che non potrà che culminare con la formazione di un partito politico con un chiaro e netto progetto politico e di governo.

 

E, per fermarsi ai Popolari, forse è giunto anche il momento per uscire da un anonimato politico che ormai dura da troppo tempo. E cioè, dalla gloriosa esperienza del Ppi a guida Franco Marini e Gerardo Bianco per poi confluire nella Margherita e per poi esaurirsi definitivamente con l’esperienza del Pd a guida Schlein. Al di là e al di fuori delle simpatiche, per non dire allegre, affermazioni del “cattolico adulto” Romano Prodi e dei suoi sodali sulle capacità inclusive e sulla vocazione “plurale” della nuova leadership del Partito democratico…

 

Ecco perchè, infine, adesso i Popolari e tutta l’area che non vuole più essere condannata all’irrilevanza politica, culturale e programmatica ha il dovere di uscire allo scoperto e di mettere democraticamente in campo le munizioni ideali per dare voce e rappresentanza ad un mondo che non può più restare ai margini. Dopodichè, saranno le categorie dell’intelligenza politica, del coraggio civico e della coerenza culturale ad essere determinanti e decisivi per competere nell’agone politico contemporaneo. Senza rassegnazione, senza vittimismi e, soprattutto, senza furbizie di potere e di solo tatticismo.

Il nuovo (dis)ordine del mondo mediterraneo a poche ore dalle elezioni turche

Presentato a Roma il nuovo Atlante geopolitico del Mediterraneo 2023 a cura di Osmed, lOsservatorio sul Mediterraneo dellIstituto di Studi Politici S. Pio V”.

Paolo De Nardis

 

Nel turbolento periodo storico caratterizzato dalla crisi ucraina e da quella delle materie prime, i paesi europei guardano al Mediterraneo con rinnovato interesse, soprattutto in materia di politiche energetiche. L’Algeria è diventata interlocutore imprescindibile per gli interessi dell’Unione europea, mentre la Libia, a dodici anni dalla caduta di Gheddafi, non ha ancora ritrovato la sua unità. La Turchia, nel centesimo anniversario della Repubblica fondata da Kemal Ataturk, è chiamata a scegliere il proprio futuro nelle elezioni presidenziali e politiche del prossimo 14 maggio. L’Atlante Geopolitico del Mediterraneo, giunto alla sua nona edizione, affronta e analizza la situazione politica, economica e sociale degli 11 paesi della sponda sud del Mediterraneo e l’evoluzione del frastagliato quadro politico di una regione su cui, negli ultimi anni, si concentrano gli interessi di player globali e regionali come la Cina, la Russia e le Monarchie del Golfo.

 

Questa nona edizione dell’Atlante, come le precedenti, è strutturata in tre parti. La prima sezione, di approfondimento, ospita saggi che affrontano temi di stretta attualità che hanno un forte impatto sull’evoluzione del quadro politico regionale. Nella seconda sezione sono invece presenti 11 schede paese. Ciascuna di essa analizza la politica interna, la situazione socio-economica e la politica estera e di sicurezza di 11 paesi della sponda sud del Mediterraneo. L’ultima sezione del volume, Dialoghi Mediterranei, ospita saggi brevi che affrontano in maniera più agile rispetto alla prima sezione temi di immediato interesse o che potrebbero diventare centrali nel breve futuro.

Tra i saggi di approfondimento, quello che apre l’edizione 2023 dell’Atlante è firmato da Karim Mezran, direttore della North Africa Initiative e Resident Senior Fellow del Rafik Hariri Center e Middle East Programs presso l’Atlantic Council di Washington D.C., dove è responsabile degli studi sui paesi dell’Africa settentrionale e in particolare sullo sviluppo dei sistemi politici interni e sulle relazioni internazionali dei singoli paesi. Mezran, ritenuto uno dei massimi esperti internazionali di Libia, ricostruisce l’evoluzione della guerra civile libica a partire dalla caduta di Gheddafi nel 2011. Nel suo lavoro emerge con chiarezza l’attuale frammentazione del quadro sociopolitico del paese e la difficoltà di individuare un percorso che, nel breve termine, possa ricondurre all’unità un paese devastato da dodici anni di guerra civile. L’autore non manca di sottolineare il ruolo delle potenze straniere nel determinare la grave conflittualità che ha segnato il paese negli ultimi anni.

 

“Il Mediterraneo continua a essere lo spazio effervescente e dinamico ancora baricentro dell’attenzione internazionale, nonché punto di riferimento fondamentale per gli equilibri politici globali” – afferma Paolo de Nardis, presidente dell’Istituto di Studi Politici “S. Pio V” – “La situazione di crisi generalizzata che si è venuta  a creare all’indomani dello scoppio delle cosiddette Primavere arabe è ancora prevalentemente senza sbocchi, continuando a determinare in tal modo una forte instabilità in tutta l’area. In quest’ottica, l’Europa non può certamente venir meno al proprio ruolo e alle proprie responsabilità storiche rispetto a un luogo che è fondamentale per la sua storia e il suo futuro. Tra l’altro, l’Atlante esce proprio a ridosso delle elezioni in Turchia, all’indomani di tutta la critica gestione che c’è stata del paese negli ultimi anni ad opera di Erdogan. Per non parlare della Libia, un  paese oggi ancora profondamente diviso e attraversato da una guerra civile la cui fine, come ci  ricorda nella sua lucida analisi Karim Mezran, appare ancora molto lontana. Un simile quadro, infine, non può non destare profonda preoccupazione soprattutto alla luce della guerra in Ucraina e dello scontro sempre più radicale tra gli Stati Uniti e i suoi alleati europei da una parte e la Russia dall’altra, con il particolare ruolo che la Cina sta assumendo di fronte all’evolversi degli eventi”.

 

La seconda sezione del volume ospita le schede di Marocco, Algeria, Tunisia, Libia, Egitto, Israele, Autorità Nazionale Palestinese, Libano, Siria, Giordania e Turchia, divise in due parti. Nella prima parte è ripercorsa, in modo sintetico, la storia recente dei paesi. Nella seconda parte è invece presente un’analisi approfondita della situazione politica, socio-economica e della politica estera e di sicurezza dei singoli Stati relativamente agli ultimi 12 mesi.

Nella presente edizione la sezione Dialoghi mediterranei ospita tre saggi. Il primo, opera di Marcello Ciola, affronta la delicata questione della sicurezza regionale e dell’eclissi del Mediterraneo nel quadro del conflitto in Ucraina. Il secondo, ad opera di Francesco Alicino (Ordinario di Diritto Pubblico delle religioni), approfondisce il tema del radicalismo islamico insurrezionale di ispirazione religiosa nel contesto del bacino del Mediterraneo. Nell’ultimo saggio Francesco Anghelone, coordinatore scientifico dell’area di ricerca storico-politica dell’Istituto di Studi Politici “S. Pio V” e coordinatore dell’Osservatorio sul Mediterraneo, ripercorre invece l’ascesa al potere dell’Akp di Erdogan e la profonda trasformazione della Turchia operata dal leader turco: “La Repubblica turca, che a ottobre si appresta a festeggiare i propri primi cento anni di storia, è stata profondamente cambiata dall’arrivo al potere di Erdogan. Il leader dell’Akp ha progressivamente scardinato i pilastri dello stato laico fondato da Kemal Ataturk e imposto una deriva sempre più autoritaria alla Turchia. La sua capacità di attrazione nei confronti dell’elettorato turco sembra tuttavia vacillare per la prima volta nel corso degli ultimi venti anni. La grave crisi economica che attraversa il paese, gli effetti del devastante sisma del febbraio scorso e il crescente autoritarismo del presidente turco ne mettono in seria discussione la rielezione. Per la prima volta, inoltre, le opposizioni si presentano al voto unite in sostegno della candidatura del leader del Partito Repubblicano del Popolo (CHP) Kemal Kılıçdaroğlu. Le elezioni del 14 maggio rappresentano dunque un passaggio fondamentale nella storia recente della Turchia e ne determineranno, molto probabilmente, anche il futuro ruolo nel quadro regionale e internazionale”.

 

Secondo Andrea Ungari, ordinario di Storia contemporanea all’Università Guglielmo Marconi e curatore, insieme ad Anghelone,  del volume: “L’Atlante geopolitico del Mediterraneo 2023 pone al centro della sua analisi due temi di particolare rilevanza sia per gli interessi nazionali italiani sia per quelli europei. Il primo di questi temi riguarda la Libia che il saggio di Karim Mezran analizza bene, sottolineando la situazione complessa di una delle aree che maggiormente coinvolge gli interessi italiani ed europei, per gli approvvigionamenti di materie prime e per il flusso di migranti oltreché di armi e di droga. Il secondo, attraverso le parole di Marcello Ciola, si concentra sulla guerra in Ucraina, opportunamente supportata dall’Unione Europea e dall’Italia, e sul rischio che l’attenzione sul fronte orientale dell’Unione faccia venir meno l’interesse per la sponda sud e, quindi, per quell’area mediterranea che presenta sempre maggiori turbolenze e dove attori, spesso illiberali e autoritari, si stanno affacciando con la loro forza militare ed economico-finanziaria”.

 

Paolo De Nardis

Professore emerito alla Sapienza, è Presidente dell’Istituto di Studi Politici San Pio V.

Corrispondenza romana | Simbologie opposte a Westminster e sulla Piazza Rossa.

 

 

L’articolo è qui riproposto (in stralcio) per un dato interessante: benché l’autore vanti un curriculum di destra, a differenza di certo fondamentalismo, anche cattolico, non assume Putin a riferimento iconico e politico.

 

Roberto De Mattei

 

[…]

Il nuovo sovrano sembra mischiare un certo amore alla tradizione, soprattutto in campo artistico, con una forma di sincretismo espresso dal suo desiderio, di essere difensore di tutte le fedi, non solo di quella protestante. Non è però la sua persona che ha spinto quattro miliardi di persone nel mondo ad assistere, per televisione o via Internet, alla cerimonia di incoronazione, ma il fascino di uno spettacolo che, nel suo rituale risale all’alba dell’anno Mille.

 

Sant’Edoardo il Confessore (1043-1066), il santo più celebre a portare tale nome, insieme con il suo avo, sant’Edoardo II, fu incoronato il 3 aprile 1043 in un’epoca in cui regnavano sant’Enrico imperatore in Germania, san Canuto re di Danimarca, santo Stefano re di Ungheria, ed altri sovrani che, pur non essendo canonizzati, brillavano per la loro fede, dimostrando con il loro esempio la profondità dell’influsso cristiano nella società.

 

La corona che essi portavano erano il simbolo dell’autorità del corpus mysticum del regno, dal Re agli ultimi vassalli, consapevoli di essere una nazione e di avere una patria. In Inghilterra, già dalla fine del XIII secolo, il Parlamento definiva la corona come esclusivo titolare dell’autorità suprema, affermando che il Re e il Parlamento erano entrambi al suo servizio. L’imposizione della corona sul capo del sovrano, la consegna delle spade e dello scettro, l’unzione del crisma, le risposte alle domande del vescovo, gli atti di obbedienza, facevano parte del rituale medioevale e si sono ripetuti il 6 maggio, dopo quasi mille anni, nell’abbazia di Westminster.

 

Il rito religioso dell’unzione, che si è svolta in maniera privata è stato il punto culminante della cerimonia, dando luogo all’investitura regia vera e propria.   Questo atto esprime una concezione della regalità antitetica a quella democratica, nata dalla Rivoluzione francese. Le moderne costituzioni sono fondate infatti sul potere che viene dal popolo. Nella cerimonia della consacrazione regia si esprime invece il principio secondo cui il potere proviene da Dio, secondo la massima evangelica Non est potestas nisi a Deo (Rom. 13, 1). L’autorità regia è come una partecipazione della regalità sovrana di Cristo di cui, mediante l’unzione e l’incoronazione, il monarca diventa rappresentante nello Stato.

Un bagliore di sacralità nel mondo piatto ed ugualitario del nostro tempo, dunque, che si è contrapposto alla rappresentazione laica svoltasi, tre giorni dopo sulla Piazza Rossa di Mosca: la parata militare per commemorare il settantottesimo anniversario della vittoria dell’Unione Sovietica sulla Germania nazista, avvenuta il 9 maggio 1945.

La “Grande Guerra patriottica” è il mito fondatore della nuova identità russa e Stalin, artefice della “Grande Vittoria”, è uno degli eroi del Pantheon nazionalcomunista di Vladimir Putin.  Dai tempi dell’Urss, la sfilata sulla Piazza Rossa a Mosca, davanti alle massime autorità politiche e militare è l’occasione per esibire la potenza del Cremlino. Quest’anno la parata si è svolta in tono dimesso, rispetto agli anni precedenti, ma per la prima volta Putin ha parlato di una guerra che non è solo tra la Russia e l’Ucraina, ma tra la Russia e un Occidente, che oggi minerebbe la pace come il nazismo la minava 80 anni fa. LOccidente – ha detto il presidente russo – «provoca conflitti sanguinosi», semina i semi della «russofobia» e pretende di «dettare le sue regole a tutte le nazioni». La guerra, ha affermato Putin, esiste, la Russia è in guerra e la civiltà è a una svolta. Dalla simbolica Piazza Rossa è stato lanciato al mondo un messaggio bellicoso e carico di minacce, mentre l’abbazia di Westminster ha offerto l’immagine di un Occidente incapace di riconoscere, dietro la bellezza dei suoi riti e delle sue tradizioni, la verità della propria identità di fronte a una guerra ibrida, che è anche guerra di narrazioni.

 

Per leggere il testo integrale

https://www.corrispondenzaromana.it/dallabbazia-di-westminster-alla-piazza-rossa-due-spettacoli-simbolici/

De Rosa ricordava che la politica per Sturzo esigeva il senso del divino

Lino Duilio

 

[…]

Professore, lei è il massimo studioso di Sturzo nel nostro Paese. Don Luigi Sturzo, in un contesto molto diverso, con il popolarismo ha declinato in termini assolutamente laici il pensiero politico cattolico. Ma è ancora attuale il discorso sturziano?

 

La maggior parte dei testi di Sturzo, a parte quelli legati al suo tempo, per esempio la questione agraria, le polemiche sul latifondo, tutti questi aspetti sono datati, però ci sono le pagine di Sturzo che riguardano la politica nella sua essenza, nella sua fondatezza.

Non è vero che Sturzo secolarizzi integralmente la politica.

Quando lui dice, d’accordo con il discorso di Pio XI, che la politica è un aspetto della carità, ha detto tutto. Perchè la carità non è una cosa che si annuncia con lo squillo di tromba: o la vivi o non c’è.

È cosa talmente complessa e allo stesso tempo così difficile da vivere e da applicarsi che essa non ha bisogno di pubblicità, non ha bisogno di essere ricordata. Le parole più o meno annunciate, cantate, ritualizzate, l’offendono e la costringono a nascondersi.

Questo è quanto dice Sturzo. C’è un suo testo bellissimo in cui afferma che se non si avverte “il senso del divino” nella politica, “tutto si deturpa”, la politica diviene allora ben altro, mezzo di arricchimento, corsa al potere, alla occupazione dei luoghi strategici della gestione pubblica, tecnica da apparati.

 

Possiamo dunque affermare che il grande contributo che il popolarismo può ancora dare al nostro Paese e alla politica più in generale è recuperare un’anima alla stessa politica, recuperare una dimensione che va al di là della contingenza materialistica?

 

Sottoscrivo. Uno stile di vita e di contenuti. Una grande politica virtuosa.

 

Tempo fa sulla terza pagina de “La Stampa” è stata pubblicata un’intervista ad Edgard Morin, lo studioso francese, il quale ha detto: è vero che questo secolo è stato il secolo dei partiti, mentre il secolo scorso è stato il secolo dei parlamenti e il prossimo sarà quello delle opinioni pubbliche; il prossimo secolo, però, dovrà essere anche il secolo della poesia, rispetto al 900 che è stato troppo il secolo della prosa. Cioè la poesia, come dimensione che pervade e attraversa le sfere dell’agire, dovrà conquistare anche la politica. In modo forse diverso, Morin dice la stessa cosa, cioè che il futuro della politica dovrà essere costruito recuperando un’anima alla politica. Condivide questa affermazione?

 

La condivido nel senso che la politica ha bisogno di qualcosa, nel suo fondo, che non è politica. Del resto, Morin non è il solo che chiede il soccorso della poesia. Lo chiede anche un filosofo come Hans-Georg Gadamer, quando scrive: “Io attendo con ansia il momento in cui la gioventù ritroverà il senso della poesia”.

 

Il popolarismo, come fatto culturale e politico, può dunque avere ancora un futuro nella storia del nostro Paese?

 

Sì. Potrà avere un futuro rivisitando le vaste distese e i palazzi della memoria, di cui abbiamo detto agli inizi della nostra conversazione.

Noi non possiamo eliminare questa nostra memoria che è la vita nostra e che ci porteremo anche nell’aldilà. Di questo abbiamo bisogno: di una memoria certamente selettiva, ma che nasce dal profondo della nostra anima.

 

In conclusione, professore, noi abbiamo bisogno di memoria e, credo, di speranza. Volendo chiudere questa conversazione con una parola di speranza, un maestro come lei cosa può dire?

 

Io posso dire che la speranza è già in cammino.

Pubblicato dall’ANDC il video del convegno sul 18 aprile 1948

Alessio Ditta

 

La data del 18 aprile 1948 rappresenta un passaggio epocale perché fortunatamente consegna l’Italia a un destino di libertà e democrazia, grazie alla vittoria di De Gasperi, il più grande statista del secondo Novecento, come leader indiscusso della coalizione tra Dc, liberali, repubblicani e socialdemocratici.

 

Sono stati scritti molti libri sul 18 aprile e molti commenti tengono ancora banco. Prevale facilmente il racconto sulla battaglia tra comunisti e anticomunisti, con la vittoria di questi ultimi. E passa alla storia l’idea di una Dc che solo per il suo vincente ruolo di “diga anticomunista” avrebbe conseguito il diritto a governare fino all’esaurimento traumatico della cosiddetta Prima Repubblica. Una lettura, questa, semplificata e distorta perché mette in secondo piano la forza propulsiva della politica riformatrice avviata in quel periodo, vero motore del “Miracolo italiano” della fine degli anni Cinquanta.

 

Cosa si può e si deve aggiungere, per innervare un ragionamento che valga come esempio per l’oggi? Ecco, esaminata la vicenda del 1948, oggi dovremmo evidenziare lo straordinario impegno di coerenza che legò la fase elettorale al successivo lavoro di governo: De Gasperi spiegò cosa voleva fare – basta rileggere la sua intervista al “Messaggero” a ridosso del voto (17 aprile) – e procedette, nei cinque anni successivi, a realizzare quanto sostenuto in campagna elettorale. Non ci fu un “prima” e un “dopo” come formula di separazione per giustificare all’atto pratico l’abbandono – in parte o in toto – degli impegni assunti davanti agli elettori.

 

Con i limiti e le difficoltà che sempre condizionano l’azione politica, si staglia dunque all’orizzonte questa formidabile prova di serietà della classe dirigente cattolica del secondo dopoguerra. È la prova evidente di come la democrazia si possa e si debba nutrire di limpide condotte e robuste convinzioni, unici ingredienti per rafforzare, specialmente nei tempi che viviamo, il legame tra popolo e istituzioni. Ne abbiamo molto bisogno.

 

N.B. Il convegno è stato organizzato dall’Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani (ANDC) in collaborazione con l’Istituto di Studi Politici San Pio V).

 

 

Per accedere al video del convegno

https://www.democraticicristiani.com/2023/05/10/il-convegno-gedda-dossetti-e-de-gasperi-i-protagonisti-delle-elezioni-del-1948/

Ambiente | Non sono pentito per il termovalorizzatore di Torino.

Antonio Saitta

 

I termovalorizzatori dei rifiuti sono recentemente ritornati all’attenzione della politica nazionale. Hanno sicuramente contribuito i tormenti della nuova segreteria Pd sulla posizione da tenere alla Camera in merito all’ordine del giorno del M5S contrario alla realizzazione del termovalorizzatore di Roma. Al momento del dunque però il Pd ha votato compattamente e responsabilmente contro.

 

Ritengo tuttavia utile che il Pd apra una discussione al suo interno che non si riduca però a un semplice conteggio dei favorevoli e dei contrari ai termovalorizzatori in sé, ma che affronti il tema dei rifiuti nella prospettiva più ampia di una concreta tutela dell’ambiente che, a differenza del passato, è la vera e grande emergenza planetaria. C’è oggi una domanda nuova ed esigente che richiede di essere letta e interpretata con tutti gli strumenti che la cultura più aggiornata può offrire per formulare soluzioni politiche e non semplici dichiarazioni a favore dell’ambiente o fughe nell’utopia. In sostanza non va ignorato che la buona politica è quella costantemente tesa e ancorata a un patrimonio ideale, conservando però “la capacità di calarsi – ricordava Benigno Zaccagnini a quelli della mia generazione – con uno sforzo talvolta duro e difficile, sul terreno delle realtà concrete, per compiere quelle azioni che siano nello stesso tempo coerenti con gli ideali e compatibili con la realtà, in una misura che corrisponda sempre più a un’autentica sincerità e onestà di atteggiamenti e scelte”.

 

Per questo motivo la politica sul trattamento dei rifiuti deve essere non soltanto il risultato di una discussione negli organi di partito, ma anche con gli amministratori regionali, provinciali e comunali che nel tempo sono stati impegnati nella realizzazione di termovalorizzatori, assumendosi cosi la responsabilità di decisioni complesse. Loro sono un utile giacimento di esperienze politico-amministrative dal quale attingere per il futuro.

 

Appartengo a questa schiera di amministratori perché la Provincia di Torino, di cui sono stato presidente dal 2004 al 2014, è stata direttamente e intensamente impegnata, insieme alla Città di Torino (all’epoca il sindaco era Sergio Chiamparino) e agli altri Comuni, per affrontare e risolvere l’emergenza rifiuti con la localizzazione e la realizzazione del termovalorizzatore del Gerbido, un impianto entrato in funzione dieci anni fa, che tratta 600.000 tonnellate di rifiuti l’anno, produce energia elettrica corrispondente al fabbisogno annuale di circa 175.000 famiglie e tra poco  produrrà anche calore per il teleriscaldamento.

 

Prima di giungere alla decisione di realizzare il termovalorizzatore abbiamo cercato nuove discariche e tentato di ampliare quelle esistenti: è stato impossibile per le proteste diffuse di amministratori e cittadini che ci hanno convinto che era da irresponsabili continuare a disseminare sul territorio discariche. A quel punto potevamo adottare la strada più semplice, utilizzata da molti, di mandare i rifiuti urbani in altre regioni o all’estero; abbiamo invece deciso di assumerci la responsabilità di realizzare un termovalorizzatore sulla base delle esperienze positive fatte all’estero e di aumentare nel frattempo, con il coinvolgimento dei comuni, la raccolta differenziata che era al momento solo del 31%.

È iniziato così il percorso per la realizzazione del termovalorizzatore dedicando grande attenzione all’opinione pubblica e alle critiche e fornendo sempre risposte scientifiche. Alle osservazioni sui rischi per la salute abbiamo avviato, ancora prima dell’entrata in funzione dell’impianto, un’indagine sullo stato di salute dei cittadini residenti nei Comuni adiacenti al luogo di collocazione per consentire il confronto fra i dati in assenza e in presenza dell’attività del termovalorizzatore. Ai timori di molti sulle emissioni abbiamo deciso di fare effettuare i controlli non dal gestore dell’impianto ma da un ente terzo. Alla richiesta di consentire a tutti di accedere in tempo reale ai dati delle emissioni abbiamo impegnato la futura società di gestione. Questo lavoro sempre trasparente e di ascolto ha dato credibilità alle istituzioni. Non è certo un caso se nelle elezioni del 2009 la Provincia e tutte le amministrazioni comunali che avevano gestito un tema così complesso sono state premiate dagli elettori. Per tutti questi motivi non sono per nulla pentito del termovalorizzatore di Torino.

 

Nonostante questa e altre esperienze positive, i detrattori dei termovalorizzatori ripetono da 20 anni a questa parte che l’alternativa è ‘rifiuti zero’, cioè riciclare tutto. Affermazione questa evidentemente irrealistica che può fare soltanto chi non conosce le fatiche degli amministratori comunali per aumentare giorno dopo giorno la raccolta differenziata.  In ogni caso è naturale chiedere ai detrattori che cosa succederà dei rifiuti fino a quando non sarà raggiunto l’obiettivo fatidico dei ‘rifiuti zero’. Non potendoli evidentemente tenere a casa, possono essere collocati nelle discariche o inviate nei termovalorizzatori esistenti italiani ed europei. È ciò che è successo a Roma con l’amministrazione Raggi, nettamente contraria ai termovalorizzatori e sostenitrice della raccolta differenziata (che però dal 2016 al 2021 è passata dal 43 al 44%!). Un’incoerenza che lascia allibiti e che ha raggiunto il massimo è stata quando il Sindaco Raggi, dovendo gestire nel 2018 una emergenza, ha inviato i rifiuti al termovalorizzatore di Torino con un accordo con il Sindaco Appendino, anche lei del M5S e quindi nettamente contraria ai termovalorizzatori, in qualità, come amministrazione, di azionista della società di gestione dell’impianto.

 

Per gli oppositori ai termovalorizzatori, l’entrata in funzione di questi impianti ridurrebbe la raccolta differenziata. Non è vero: la percentuale più alta di raccolta differenziata è nelle aree dove sono in funzione i termovalorizzatori, che sono 37 e tutti localizzati al Nord e al Centro; nel Nord la raccolta differenziata è al 71%, nel centro del 60,4% e al Sud del 55,7%. Il problema grave che invece viene ignorato è che le Regioni che non hanno impianti sono la causa dei viaggi dei rifiuti lungo la penisola (senza contare quelli verso altri stati europei). È stato calcolato che nel 2019 sono stati trattati in regioni diverse da quelle di produzione ben 2,8 milioni di tonnellate di rifiuti e sono stati necessari 108.000 viaggi di camion, pari a 62 milioni di km percorsi, che hanno prodotto l’emissione aggiuntiva di 40.000 tonnellate di emissioni di CO2.

 

Ci sono ancora spazi per aumentare la raccolta differenziata, in modo particolare nelle grandi città dove la percentuale di raccolta differenziata è notevolmente più bassa rispetto a quella della regione di appartenenza: a Torino del -19%, a Milano del -14%, a Genova del -28%, a Bologna del -21%, a Firenze del -17%, a Roma del -16%, a Napoli del -31%, a Bari del -33%, a Reggio del -34% e a Palermo del -33%; anche nei capoluoghi di provincia la raccolta differenziata stenta a crescere.

 

Dedicarsi a risolvere questo problema, che richiede ulteriori risorse oltre a quelle stanziate nel PNRR, è oggi un obiettivo rilevante per un impegno politico; altrettanto lo è la realizzazione di nuovi impianti di termovalorizzazione dei rifiuti che richiede coraggio. È assurdo e indecoroso il trasporto di rifiuti da Sud a Nord. Assuefarsi a ciò equivale a premiare le furbizie di chi non vuole o non riesce a decidere!

Mattarella ricorda le vittime del terrorismo e “spiega” la vittoria dello Stato

Redazione

 

 

[…]

 

I terroristi e i loro complici – così come i cattivi maestri che hanno sostenuto e propagandato la violenza politica – hanno attentato alla vita di donne e uomini, con l’obiettivo dichiarato di scardinare l’ordinamento democratico.

 

È davvero significativa la lettura che abbiamo appena ascoltato del brano di Aldo Moro, di neppure un anno prima del suo rapimento, e dell’assassinio degli uomini che lo scortavano: Oreste Leonardi, Raffaele Iozzino, Domenico Ricci, Giulio Rivera, Francesco Zizzi. Seguì la sua barbara uccisione, che segna il culmine della sfida brigatista allo Stato e, nel contempo, l’inizio della parabola declinante del terrorismo rosso.

 

Lo stesso Moro, dopo l’uccisione a Genova, da parte delle BR, del magistrato Francesco Coco, nel giugno del 1976, aveva sintetizzato in modo inequivoco l’attacco ai valori repubblicani: «Indirizzandosi contro lo Stato, ordinatore e garante, la violenza colpisce tutti e mette in forse la nostra libertà».

 

E, aggiungeva, in modo profetico: «La risposta non è solo nell’impegno delle autorità competenti nel chiarire la situazione e nel fare giustizia, ma anche nell’unanime reazione morale e politica del Paese e nella compostezza e fermezza con le quali il popolo italiano e le forze politiche sapranno vivere queste ore tristi e difficili della nostra vita nazionale».

 

È stata – come Moro aveva auspicato – la reazione morale del popolo italiano a fare la differenza, nella lotta ai terrorismi e all’eversione, facendo prevalere la Repubblica e la sua legalità.

 

Un popolo che, nella sua stragrande maggioranza, ha respinto le nefaste velleità di chi avrebbe voluto trascinare l’Italia fuori dal novero delle nazioni libere e democratiche.

 

Un popolo che, memore dei disastri della guerra, ha rifiutato con decisione l’uso della violenza come arma per la lotta politica. E che si è stretto attorno alle istituzioni, avvertite come presidio di libertà, di diritti e di democrazia. Lottando ovunque, nel posto di lavoro, all’interno della società. Scendendo persino in piazza per manifestarne la difesa.

 

Lo Stato, le forze politiche e sociali, hanno saputo reagire – nonostante lo smarrimento iniziale – con coraggio e con decisione alla sfida dei terrorismi. Una guerra che è stata vinta – è bene sottolinearlo, qui e ovunque – combattendo sempre sul terreno della legalità costituzionale, senza mai cedere alle sirene di chi proponeva soluzioni drastiche, da regime autoritario. Affidandosi invece al diritto e all’amministrazione della giustizia per proteggere la nostra comunità.

 

Rifiutando di porsi al di fuori della natura democratica della nostra Repubblica.

 

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https://www.quirinale.it/elementi/84468

 

[Discorso tenuto dal Presidente della Repubblica in occasione del Giorno della memoria dedicato alle vittime di terrorismo” – Palazzo del Quirinale – 9 maggio 2023]

Il pensiero di Gonella sul partito di centro agli albori della nuova Italia democratica

Guido Gonella

 

Nel messaggio di Don Sturzo da noi pubblicato domenica scorsa è detto che la Democrazia Cristiana  ha “il carattere di partito di centro“. Le determinazioni topografiche degli orientamenti politici hanno spesso un valore relativo, tuttavia questa affermazione di Don Sturzo che sottolinea il centrismo del nostro partito merita di essere rilevata, in quanto può portare un contributo a meglio precisare la nostra posizione in rapporto agli altri movimenti politici.

 

Vediamo perciò come si giustifichi questa posizione centrista della Democrazia Cristiana e come ci orienti nel presente clima politico.

 

Anzitutto bisognerebbe ricordare quali caratteri comunemente si attribuiscono alle destre e alle sinistre nel nostro sistema politico. Data la relatività di tali classificazioni, su questo terreno non si può non procedere per approssimazioni, specialmente in un’esperienza politica come la nostra nella quale un abituale e deteriore trasformismo ha corrotto il costume politico provocando non poche confusioni intorno alle specifiche caratteristiche dei movimenti di destra e di sinistra.

 

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In genere, per destra si intende quel complesso di forze politiche che seguono nella loro azione un metodo conservatore che quindi si oppongono ad ogni procedimento rivoluzionario. Se lo spirito rivoluzionario non ha patria nella politica delle destre, in esse vi trova invece un fertile campo d’azione lo spirito reazionario spesso alleato della mentalità della casta militare. Reazione e militarismo, sentendo la necessità di acquisire un più degno substrato ideologico, inventano e sfruttano i miti nazionalistici, innalzano bandiere imperialiste dietro le quali spesso si nasconde il proposito di difendere o di espandere gli interessi delle classi privilegiate.

 

Economicamente, la destra ha una fisionomia borghese, e questo impasto di egoismo e di ipocrisia si concreta sul terreno economico nella coalizione delle classi plutocratiche, nel feudalesimo industriale e agricolo, e in tutte le altre cricche monopolistiche e privilegiate che imprigionano la vita dello Stato nel potente cerchio di ferro dei “beati possidentes”.

 

Spiritualmente, la borghesia di destra mena vanto del suo indifferentismo religioso quando non scende sul terreno dell’ateismo e dell’anticlericalismo militante (più o meno massonico) che ben si conciliano con l’etica dei buoni affari e delle preminenti posizioni di controllo e di comando.

 

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Per sinistra intendiamo invece quegli orientamenti politici che in nome del falso mito classista mirano ad instaurare un socialismo di Stato sostanzialmente non molto diverso da quel capitalismo di Stato di cui presumerebbe essere la più radicale negazione. Classismo e socializzazione sono considerati come due termini strettamente connessi, l’uno consequenziale dell’altro; spesso nelle correnti più estreme delle sinistre, si arriva a parlare della cosiddetta dittatura del proletariato che, almeno formalmente, ha un carattere di intolleranza e di negazione della libertà che a malapena si distingue dall’intolleranza della dittatura borghese. Quindi, lo stesso metodo della violenza di cui si fa forte l’estrema destra, trova larga ospitalità negli stessi programmi dell’estrema sinistra: in sostanza, da una parte e dall’altra si finisce per sacrificare la libertà al dominio di una classe.

 

Eticamente, la sinistra si ispira ai principi del materialismo storico, e religiosamente sconfina pure in forme giacobine che talvolta assumono anche un carattere persecutorio delle fedi religiose.

 

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Basta tener presente queste preminenti (ma non esclusive) caratteristiche della politica di destra e di sinistra, per comprendere intuitivamente quale possa essere il programma di una politica centrista. Si tratta di negare gli errori in cui cade sia l’uno che l’altro estremismo, e di superare criticamente queste posizioni anguste e contraddittorie.

 

Contro il conservatorismo di destra ci siamo dichiarati pure rivoluzionari, in quanto vogliamo un radicale, rapido e totale capovolgimento di un ordine politico che ha fatto bancarotta. Contro lo spirito reazionario militarista affermiamo i supremi valori della libertà e della cooperazione tra i popoli fra loro naturalmente solidali. Contro gli egoismi del sistema capitalista e borghese rivendichiamo la proprietà per tutti, la proprietà diffusa. Ma soprattutto la nostra etica cristiana, che impegna l’uomo al rispetto dei rigorosi precetti morali, si pone come la più diretta e categorica negazione degli egoismi dell’ipocrisia borghese, come il più radicale superamento del suo indifferentismo religioso.

 

Contro il classismo di sinistra affermiamo l’inconsistenza teorica e pratica del mito della classe, e la necessità morale e sociale di una organica cooperazione tra le classi. La Democrazia Cristiana è il partito di tutti i lavoratori, quindi non solo dei proprietari, ma anche dei tecnici, delle classi medie e professionali, di quanti insomma in ogni ceto sociale considerano il lavoro come una delle principali ragioni della dignità umana, come uno dei titoli fondamentali per godere la pienezza dei diritti politici, per aspirare alla realizzazione di una più vera giustizia sociale.  Contro il socialismo di Stato noi, anticapitalisti, ci preoccupiamo di non instaurare nuove forme di oppressione economica dell’uomo attraverso la totale socializzazione della ricchezza; per questo, il nostro programma – assertore (accanto a forme di delimitata ed inevitabile collettivizzazione) della più larga diffusione della proprietà privata al fine di eliminare la servitù del proletariato – non può non essere un programma antisocialista in quanto il socialismo è ostile alla proprietà individuale. Respingendo l’identificazione di politica socialista con esclusiva politica tutelatrice degli interessi delle classi umili, la nostra principale preoccupazione sociale è la difesa dei diritti dei poveri, dei non abbienti, delle classi sfruttate che si stringono attorno alla nostra bandiera perché vedono in essa il simbolo della lotta contro tutte le oppressioni economiche sia degli individui, sia dei gruppi, sia dello Stato. Respinta ogni violenza ed ogni dittatura tanto della casta militare e borghese quanto dei tribuni del popolo, riaffermiamo contro il grigio materialismo storico la dignità e priorità delle forze spirituali, e combattiamo ogni forma di giacobinismo proprio in nome della libertà delle coscienze.

 

È questo culto della libertà che caratterizza il nostro programma e che qualifica la nostra democrazia che è la più vera democrazia, in quanto si oppone sia alle oligarchie borghesi, sia agli angusti consigli delle classi, per interpretare senza troppi intermediari le genuine aspirazioni dell’uomo.

 

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Bastano questi rapidi cenni per comprendere come qui non si tratti di manipolare una malsana amalgama di idee di destra e di sinistra, non si tratti di trovare una grigia “media“ tra due colorati estremismi. A questo proposito neghiamo ogni consistenza logica al diffuso metodo di vedere per ogni problema solo una soluzione e l’opposto di questa soluzione, sicché colui che non milita per la sinistra si trova necessariamente ad essere inquadrato nella destra. Le strade non sono sempre due, e noi siamo per la terza strada, la quale ha una sua fisionomia propria, una sua direzione propria ed una sua mèta propria.

 

Oggi, mentre un semplicistico costume politico dopo il fallimento del capitalismo, della borghesia e del nazionalismo, crede di rifarsi una nuova vita percorrendo strade opposte a quelle che furono fin qui percorse; oggi mentre il reazionario fallito si illude di redimersi tingendo di rosso le sue infangate divise, noi vogliamo essere noi stessi, cioè vogliamo riaffermare e meglio precisare le nostre caratteristiche. E per contraddistinguere più chiaramente questa nostra fisionomia non cadiamo nell’illusione di coloro che ritengono più categorica la negazione del triste passato recente ponendosi su strade diametralmente opposte a quelle finora battute, cioè cadendo in un estremismo opposto che può essere non meno malefico di quello tramontato. Il totalitarismo nazionalista non si combatte con l’opposto totalitarismo proletario, bensì (la terza strada) con la negazione di ogni totalitarismo. Solo in questo modo si è radicalmente innovatori eppure rivoluzionari.

 

Partito di popolo, che dal popolo cerca di elevare ed allevare una nuova classe dirigente capace di sostituire le vecchie e fallite classi borghesi e di rigenerare con nuove forze spirituali la corrotta coscienza sociale, la Democrazia Cristiana, appunto per la sua posizione centrista, è capace di realizzare una nuova sintesi politica, una nuova forma di solidarietà e di collaborazione sociale nel cui ambito tutte le forze del lavoro e della libertà si devono trovare organicamente impegnate nell’opera di ricostruzione.

 

Ecco perché la Democrazia Cristiana è stata giustamente definita da Don Sturzo un partito di centro.

 

 

Fonte: Il Popolo – Mercoledì 9 agosto 1944

Titolo originale: Partito di centro

Alcuni valori fondanti costituiscono il ponte tra cinema e politica

Fabrizia Abbate

 

Andare al cinema non è più appuntamento di tutti, lo sappiamo. Le nuove piattaforme, la mutata fruizione televisiva, la pandemia, le abitudini culturali che, soprattutto nel nostro paese, hanno subìto una trasformazione evidente: tutto ha modificato la natura del rapporto con la sala cinematografica. I registi ne sono consapevoli. I giovani si sono preparati a codici stilistici versatili che possano funzionare in sala e on demand, i non più giovani hanno trovato spesso la loro personale via di convivenza con le esigenze della produzione e del mercato. E poi ci sono loro, i maestri, che mantengono la loro cifra e restano fuoriclasse perché sanno ancora distinguere il prima dal dopo, sanno perciò ritagliarsi il loro originale spazio di autenticità pur sapendo che probabilmente sarà condiviso con i pochi e non con i molti: è questa oggi, forse, la scelta più coraggiosa che si possa fare in ogni campo, dall’arte alla politica, passando anche per l’accademia e l’etica pubblica.

 

Basta andare a vedere i film di Pupi Avati e Nanni Moretti, in sala in questi giorni, per capire a cosa mi riferisco (La quattordicesima domenica del tempo ordinario e Il sol dell’avvenire). Due film differenti, di due autori distanti da sempre, con contenuti certamente non assimilabili. Non mi permetterei mai di fare confronti o di cimentarmi in notazioni cinematografiche che richiedono altre competenze, rischierei di scrivere mere opinioni, e mi sembra che ce ne siano già troppe, che esplodono come fuochi d’artificio in ogni sagra di paese. Mi limito a due fatti, se di fatti si può riuscire a parlare nell’arte (grande questione estetica), e solo perché quei due fatti credo possano offrire un piccolo e prezioso contributo alla politica di oggi.

 

Primo fatto. In un passaggio del film di Nanni Moretti viene pronunciata con voce limpida e sicura la parola “responsabilità”: responsabilità per le immagini di violenza che la fiction costruisce e diffonde, responsabilità per ogni bellezza deturpata e violata, responsabilità di ciascuno per tutti. Lo stesso personaggio di Moretti nel film dice che non si tratta di questione solamente estetica, ma propriamente etica. Dov’è la novità, vi chiederete? La novità è sentirle quelle parole, così convinte e chiare, dette con la semplicità di chi in quei contenuti crede, perché il suo cinema ne ha tenuto fede. Che questo appello all’etica avvenga in una trama fatta dal circo di Budapest, la sezione del Partito Comunista del Quarticciolo, la crisi della sinistra e del matrimonio del protagonista, l’avvento di Netflix visto “in 190 paesi”, quasi non ci interessa qui (ovviamente, come spettatori ci ha interessato). Era da tempo che un discorso così pedagogico sulla responsabilità non trovava spazio e forza sullo schermo, in sala.

 

Secondo fatto. Nel racconto esistenziale d’amore e di vita in cui Pupi Avati ci porta per mano alla scoperta dei sentimenti e dei fallimenti, c’è la riaffermazione forte di un valore, vissuto anch’esso con tutti i limiti e le cadute dell’umano: la fedeltà. Non si tratta della fedeltà coniugale, né dell’assolvimento di doveri o di rispetto di regole e principi: si tratta della fedeltà alla propria natura e a qualcosa di grande in cui si crede per sempre, che sia un amore o una passione divenuta arte e lavoro. Alla fine della trama, è quella fedeltà del protagonista a vincere su tutta la disperazione, una fedeltà profonda come il blu di cui vengono tinte le pareti della casa calda di legni che vediamo dall’inizio alla fine del film.

 

Responsabilità e fedeltà, insieme: due maestri del cinema, così dissimili (anche per convinzioni politiche), regalano ai nostri tempi l’attenzione a due valori che hanno da sempre costituito il senso e la riconoscibilità del vivere umano, delle politiche pubbliche e (perché no?) dei partiti politici. Smarrire la fedeltà alla propria natura e svilire il principio di responsabilità significa, in un tutt’uno, svuotare di democrazia qualsiasi pratica sociale e autonomia politica. Pensiamoci.

L’Osservatore Romano | Dialogo a distanza con Michela Murgia su malattia, male e mistero.

foto di Alessio Jacona Flickr
foto di Alessio Jacona Flickr

Andrea Monda

 

L’intervista a Michela Murgia pubblicata sul «Corriere della Sera» sabato 6 maggio ha lasciato in molti un segno per la sua altissima intensità umana e spirituale. Ogni risposta è ricca di spunti che chiedono l’ascolto e la riflessione da parte del lettore. Non solo e non tanto per il merito di tante affermazioni, che vanno semmai ascoltate come si ascolta un racconto personale, quanto per la chiave di lettura che esse danno e la condivisione che esse offrono.

Ce n’è una in particolare che mi ha molto colpito, quando la scrittrice sarda, parlando apertamente del suo male, spiega anche la terapia che sta seguendo che «non attacca la malattia; stimola la risposta del sistema immunitario. L’obiettivo non è sradicare il male, è tardi, ma guadagnare tempo».

 

Non ho alcun titolo per parlare di questioni sanitarie, ma c’è una dimensione più ampia, spirituale, che mi ha colpito e che secondo me merita e richiede molta attenzione.

 

Nella parabola della zizzania raccontata nel Vangelo secondo Matteo c’è qualcuno che vuole subito sradicare il male, e Qualcun altro, il padrone del campo, che invece sceglie un’altra via, che richiede tempo e certosina pazienza. Perché la zizzania, il male, non è solo un accidente ma finisce per coincidere con l’essenza stessa della buona pianta di grano. «Il cancro non è una cosa che ho; è una cosa che sono» dice Michela Murgia, «è un complice della mia complessità, non un nemico da distruggere. Non posso e non voglio fare guerra al mio corpo, a me stessa». E aggiunge: «Meglio accettare che quello che mi sta succedendo faccia parte di me. La guerra presuppone sconfitti e vincitori; io conosco già la fine della storia, ma non mi sento una perdente».

 

Se seguiamo questa pista ci addentriamo nell’immenso tema del mistero del Male. Ma dobbiamo essere consapevoli che lo si può fare solo in punta di piedi. E con umiltà.

 

Il testo biblico, non solo della parabola della zizzania ma tutta la Bibbia, ci ricorda che il Male non è fuori ma dentro l’uomo, non è concentrato ma sparso in modo infinitesimale, non risiede in un posto preciso, per cui non ci sono “luoghi sicuri” sulla terra, finché il tempo scorrerà. In altri termini: non ci sono i buoni e i cattivi che si scontrano in modo chiaro e definito sullo scacchiere del mondo, ma bene e male sono confusi dentro la storia e soprattutto nel cuore dell’uomo, campo di battaglia secondo l’espressione di Dostoevskij dove il diavolo combatte con Dio. Siamo abitati dal soffio divino. Ma siamo anche tutti peccatori; e uno dei segni evidenti di questa nostra fragilità è proprio la tentazione ricorrente di pensare di potere noi sradicare il male una volta per tutte, giudicando e condannando gli altri e nello stesso tempo auto-assolvendoci. Magari ringraziando Dio perché «non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri…» (Luca 18,11).

 

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2023-05/quo-107/la-malattia-il-male-e-il-mistero.html

Incontri allo Sturzo sulle radici antifasciste del popolarismo e la figura di Piccioni

Redazione

Appuntamento alIIstituto Sturzo dove si terranno a breve due convegni per ripercorrere un momento e una personalità importanti nella storia dei cattolici democratici del Novecento.

Ecco il calendario è il programma.

Domani, mercoledì 10 maggio, il convegno ha per oggettoDemocrazia e fascismo. A cento anni dal Congresso Ppi di Torino (1923). Introduce Maria Pia Donat-Cattin, con interventi di Nicola Antonetti, Luigi Giorgi, Vittorio Rapetti, Francesco Malgeri e Francesco Traniello. Il convegno è organizzato il collaborazione con la Fondazione Carlo Donat-Cattin.

Seguirà venerdì 12 maggio laltro appuntamento si Attilio Piccioni. Dal Ppi alla Repubblica. A introdurre sarà Nicola Antonetti, con interventi di Alessandro Risso, Ugo De Siervo, Matteo Truffelli, Marialuisa Lucia Sergio, Luigi Giorgi, Giovanni Tarli Barbieri, Luca Micheletta, Matteo Giannelli.

Entrambi gli

Il Domani | Elly è un salto nel buio: i cattoDem tornino autonomi

Giuseppe Fioroni e Lucio D’Ubaldo*

 

Il disagio dei cattolici mette il piombo sulle ali del Pd. Si cerca un rimedio e non lo si trova nel camuffamento del problema. Si è rotto un meccanismo delicato, quello che univa le motivazioni ideali e le scelte organizzative. D’altronde, ritornano in discussione i principi e la politica ne subisce giustamente il fascino. Anche l’avvento della Schlein si spiega in questa logica, perché fa leva sulla domanda di un orientamento valoriale, a forte impatto pubblico, che dovrebbe qualificare un nuovo riformismo radicale. Non è il tentativo di rifacimento della vecchia casa socialista, bensì l’ambizione che mira a reinventare la sinistra, andando oltre la sua stessa tradizione. È un salto nel buio. La spinta a rifondare il Pd si traduce nella dissolvenza dei motivi di genesi e sviluppo di un partito pluridentitario in cui pesava, del resto, l’apporto del cristianesimo sociale. Ora si delinea un’impostazione diversa, forse più spigliata, e però lesiva del pluralismo originario.

 

Cosa sia il Pd della Schlein resta poco chiaro. Si capisce quale scomposizione possa determinare, non quale sintesi voglia prospettare: vi è solo la certezza che tutto ciò che appartiene alla sfera dei diritti individuali fornisca il materiale di una politica più corrispondente alla fluidità di aspettative e desideri. Sembra quasi che i doveri non esistano e anche farvi cenno risulti disdicevole. E così il peccato originale della sinistra, che il vecchio Maritain imputava all’irrealismo come prodotto della filosofia di Rousseau, dove la preferenza va sempre a ciò che non è rispetto a ciò che è, torna a manifestarsi pericolosamente. È inevitabile, allora, che la cultura delle alleanze e della mediazione ceda il passo a una rivendicazione costante della propria superiorità, pratica e morale. Invece di alleanze occorre parlare, se non si vuole che la destra si consolidi nel ruolo di governo.

 

Accade dunque che i cattolici democratici e popolari scontino una sensazione di profonda estraneità rispetto alla sostanza e alla dinamica di questo partito a vocazione radicale. Che fare? Tirare in ballo il principio di “non appagamento” come divisa del cristiano impegnato nel mondo appare scarsamente persuasivo. Certo, Aldo Moro vi aveva fatto ricorso parlando nel 1973 al XII congresso della Dc, ma con quel riferimento non aveva rescisso il legame con il concetto di responsabilità personale e collettiva, insito nella politica d’ispirazione cristiana. L’equilibrio dei valori, specialmente nella dialettica tra diritti e doveri, costituiva infatti la preoccupazione più viva dello statista democristiano nella fase culminante della stagione del post Sessantotto, fino alle tragiche imprese del terrorismo, che lo vollero vittima sacrificale.

 

Risulta improbo, dunque, l’adattamento in extremis a questo Pd. Il cattolicesimo democratico non si può ridurre a metodo, né a pura intuizione del possibile in politica; difficile estrapolarlo dalla storia, ignorando il suo essere connaturale alla lunga esperienza democristiana; incongruo separarlo, infine, dalla sua funzione precipua di innervamento della posizione “di centro”. Per questo c’è bisogno di restituire ad esso l’abito dell’autonomia e predisporlo a un lavoro di rimobilitazione di un grande segmento sociale ed elettorale, venendo incontro a una nuova esigenza di rappresentanza. Serve un programma perché il centro torni ad essere vitale, con pieno beneficio di una più equilibrata e credibile alleanza democratica.

 

  • Associazione “Tempi nuovi-Piattaforma popolare”

Presidenzialismo o premierato purché passi la voglia di cambiamento della Destra

AskaNews

 

Il “sogno” è il presidenzialismo, ma Giorgia Meloni è “aperta” a ogni soluzione che garantisca “governabilità e stabilità”. Così la presidente del Consiglio si presenta all’appuntamento con le opposizioni, convocate martedì a partire dalle 12.30 nella Biblioteca del presidente a Montecitorio per un confronto sulle riforme istituzionali. Con lei ci saranno i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini, il ministro per le Riforme Elisabetta Casellati, il titolare dei Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani, i sottosegretari alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari e il costituzionalista Francesco Saverio Marini. Davanti a lei, in incontri separati, sfileranno nell’ordine Movimento 5 Stelle; Gruppo per le Autonomie e Componente Minoranze Linguistiche; Azione-Italia Viva; +Europa; Alleanza Verdi e Sinistra; Pd.

 

L’obiettivo, spiegano fonti di governo, è “ascoltare” le posizioni delle forze di minoranza sul tema. Dunque, almeno inizialmente, non sarà presentata una proposta dell’esecutivo, che però nella sostanza è nota. Già nella conferenza stampa di fine anno Meloni aveva definito il presidenzialismo una “priorità”, ma senza escludere altre strade, purchè garantiscano governi eletti dai cittadini e che possano durare per tutta la legislatura. Dunque si può discutere anche di semi-presidenzialismo o, meglio ancora, di premierato. È questa la formula che ieri ha proposto Tajani, su cui secondo il numero due di Forza Italia potrebbe essere trovata una convergenza anche con parte delle opposizioni (come Azione e Iv). Quel che è certo è che, se Meloni è disponibile al confronto, non è altrettanto disponibile a fermare l’apertura del cantiere. Il ddl di riforma costituzionale sarà infatti presentato da Casellati entro giugno e poi la palla passerà al Parlamento.

 

“Auspichiamo che non ci sia un muro contro muro perché l’Italia ha bisogno di collaborazione sulle cose che riguardano le regole del gioco. Siamo disponibili al confronto con le opposizioni – ha ribadito oggi Ciriani – ma se ci fosse un niet dovremmo andare avanti da soli ugualmente. Però non è questo il nostro obiettivo”.

 

Dal tavolo, invece, resterà fuori il capitolo Autonomia, priorità della Lega, il cui percorso è già partito. “Autonomia e presidenzialismo avanti tutta. Io sono il più convinto sostenitore di entrambe le riforme”, ha detto il ministro Roberto Calderoli al Corriere della Sera.

 

Il Mulino | Analisi della polarizzazione che segna la politica italiana.

 

Piero Ignazi

 

Da molti anni in America si discute della crescente polarizzazione della politica. Un fenomeno che coinvolge in maniera più o meno accentuata molti Paesi. Ma anche in Italia assistiamo a una polarizzazione del conflitto? Per orientarsi su questo aspetto è opportuno rivolgersi, ancora una volta, a Giovanni Sartori, uno dei massimi politologi del Novecento. Sartori introdusse negli anni Sessanta una classificazione dei sistemi di partito destinata a diventare il riferimento per tutta la letteratura mondiale sul tema; e, per quanto il suo schema abbia valore generale, in alcune sue parti è ispirato dal caso italiano.

 

In quegli anni il nostro sistema partitico era caratterizzato dalla presenza di molti partiti, con un grande partito collocato al centro – la Democrazia cristiana – che rimaneva sempre al governo grazie al sostengo di un numero variabile ma ben definito di quattro piccoli alleati. La stabilità dipendeva dal fatto che, alla destra e alla sinistra delle coalizioni di governo, vi erano delle opposizioni “irresponsabili”, vale a dire, nella terminologia sartoriana, portatrici di valori e ideologie incompatibili con i fondamenti del sistema costituzionale. Il Partito comunista e i neofascisti del Movimento sociale, collocati ai poli estremi di sinistra e di destra, costituivano opposizioni ideologicamente inconciliabili con il sistema politico; inoltre la loro politica, sia a livello visibile sia invisibile (cioè attraverso messaggi subliminali o coperti all’interno delle rispettive organizzazioni), puntava a delegittimare il sistema. In estrema sintesi, queste caratteristiche configurano il celebre pluralismo polarizzato.

 

Ma in che cosa consisteva esattamente la polarizzazione? Sartori utilizza due indicatori per individuarla: la temperatura e la distanza ideologica. Il primo indicatore rimanda a quanto sia aspro e ultimativo il conflitto tra i partiti, a quanto alta sia la febbre ideologica. Il secondo segnala la distanza empiricamente misurabile tra i partiti: più precisamente, quanto siano distanti i partiti estremi su una scala destra-sinistra dove 10 è il valore massimo di destra e 0 quello massimo di sinistra (o viceversa). La posizione di un partito su questa scala destra-sinistra è desunta dalle risposte che forniscono i cittadini che si identificano con quel partito, i quali gli attribuiscono un determinato valore. In tal modo ogni partito ha un suo punteggio. I sistemi scarsamente polarizzati hanno una distanza ridotta tra quello più a destra e quello più a sinistra. Quelli polarizzati mostrano invece un grande divario.

 

In Italia, da quando si operano queste indagini, il gap tra l’estrema destra e l’estrema sinistra è sempre stato altissimo. E questo non solo nel corso della cosiddetta Prima Repubblica, quando si votava con il proporzionale: anche dopo il 1994, quando si è votato con sistemi più o meno maggioritari. In alcuni anni la distanza si è poi un po’ accorciata, salvo impennarsi di nuovo soprattutto nelle ultime elezioni, dove i tre partiti di destra sono concentrati, con poca differenza tra l’uno e l’altro, intorno al valore 9 su 10 della scala destra-sinistra.

 

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La verità sul caso Moro scuote la coscienza della nazione

Lucio D’Ubaldo

Sempre, nei giorni del 16 marzo e del 9 maggio, ritorna l’interrogativo sulla morte di Aldo Moro. Chi ha voluto spezzare il filo della speranza, annullando gli sforzi che la diplomazia umanitaria aveva portato avanti in silenzio con l’obiettivo di restituire il prigioniero alla sua famiglia e alla vita civile e politica della nazione? Perché tutto è precipitato all’improvviso, quando pure vi erano stati segnali circa la possibilità di giungere a un esito positivo della vicenda? Una corrente di pensiero è fortemente radicata nella tesi che la Dc, o meglio la parte di essa che più poteva muovere le pedine del gioco, non fece fino in fondo ciò che serviva per la liberazione del suo leader più prestigioso, fino a quel momento centrale negli equilibri della politica della solidarietà nazionale. In particolare Andreotti e Cossiga, rispettivamente Presidente del Consiglio e ministro dell’Interno, sposando la linea della fermezza sostenuta in primis dal Partito comunista, impedirono che una ragionevole trattativa potesse andare in porto.

Abbandonato al suo destino, Moro avrebbe pagato con la vita la sua spericolata apertura ai comunisti. Chi aveva il potere di farlo, non arginò le manovre ostili di americani e sovietici, entrambi interessati a bloccare il suo disegno di rigenerazione democratica, destinato a oltrepassare le colonne d’Ercole della Guerra fredda. L’Italia non poteva scombinare l’assetto mondiale che dai tempi di Jalta impediva all’Urss, attraverso i partiti comunisti ad essa legati, di espandere la sua influenza a Occidente, come specularmente era vietato al blocco egemonizzato dagli Usa interferire ad Est, al di là della cosiddetta cortina di ferro. Orbene, per la collocazione dell’Italia nell’area delle democrazie occidentali, l’ordine di eliminare una figura così ingombrante non poteva che venire dall’altra sponda dell’Atlantico. Gli americani puntavano l’indice contro Moro e Moro, per parte sua, agiva in controtendenza rispetto alle volontà di Washington. L’intraprendenza dello statista pugliese doveva pertanto infrangersi sugli scogli della realpolitik, andando incontro al micidiale attacco delle Brigate rosse.

Ebbene, questa ricostruzione serve come prova d’accusa circa l’improvvida superficialità, presto divenuta temerarietà, implicita nell’azione di Moro. Si racconta che nel 1974 egli fosse rimasto sconvolto dalle minacce di Kissinger e per breve tempo, ma significativamente, chiese ai suoi collaboratori di accreditare l’ipotesi di un suo ritiro dalla politica. E allora? Un uomo prudente, ben consapevole delle pregiudiziali americane e abituato a tenerne conto con sofisticata intelligenza, a un certo punto avrebbe sfidato la sorte avventurandosi su un terreno che non garantiva nessuna copertura da parte degli Stati Uniti? L’uomo che all’inizio degli anni 60 aveva costruito il centro-sinistra d’accordo con gli americani, adesso immaginava di realizzare la “democrazia compiuta”, con la legittimazione del Pci come pilastro dell’eurocomunismo, ignorando e persino sprezzando le obiezioni degli stessi americani? È chiaro che questa descrizione del “caso Moro” presenta un che di irrazionale, essendo un concentrato di quel che mai la storiografia potrebbe rinvenire nell’esperienza dell’uomo politico democristiano, esempio di superiore attitudine alla moderazione e di forte attaccamento al realismo.

Proviamo allora a cambiare schema. Moro aveva ben chiaro che l’avallo di Washington era la chiave di volta per portare a conclusione la sua “politica del confronto”. Dal 1976 erano tornati al potere i Democratici, non c’era più Kissinger a dettare la linea nei rapporti tra Usa ed Europa. Il Presidente era Carter e al Congresso i suoi “amici” proponevano di tenere un atteggiamento più duttile sul fenomeno dell’eurocomunismo. Un giovane senatore, Joe Biden, illustrò in una conferenza stampa del febbraio 1978 (a poche settimane da Via Fani) le conclusioni cui era pervenuta la Sottocommissione Esteri del Senato – quella incaricata, appunto, di seguire gli affari europei – e rappresentò fedelmente questa dottrina flessibile del nuovo corso americano. Si dichiarò persino pronto a venire in Europa, e quindi in Italia, benché subito dopo fosse costretto a rinunciarvi dandone notizia in una lettera indirizzata ad Andreotti (ora conservata presso l’Istituto Sturzo). Per giunta, a riprova di quanto sia necessario disporsi a una diversa rappresentazione dei fatti, lo stesso Moro aveva programmato di compiere un viaggio negli Stati Uniti – lo avrebbe rivelato Luigi Granelli in un’intervista concessa a Miriam Mafai (Repubblica) nell’estate del 1978 – per spiegare il contenuto della sua strategia politica. Ciò non sarebbe stato possibile se non fossero rimasti aperti alcuni importanti canali di comunicazione.

Moro non aveva deciso di portare i comunisti al governo, anzi; la compagine che Andreotti si accingeva a presentare alle Camere la mattina del 16 marzo doveva risultare particolarmente indigesta a Botteghe Oscure; di fatto l’apertura non c’era, visto che tra i ministri mancavano quei “tecnici d’area” (vicini al Pci) che avrebbero dovuto consentire a Berlinguer di salutare con soddisfazione il passaggio ad una nuova fase nei rapporti tra i partiti di maggioranza (tutti escluso l’Msi). D’altronde a fine anno sarebbe venuto a scadenza il mandato di Giovanni Leone e il candidato al Quirinale non poteva che essere Moro in qualità di garante della prospettiva avviata all’indomani delle elezioni del 1976 con la formula della “non sfiducia” implicante, per la prima volta dal 1947, la collaborazione parlamentare del Pci. Sarebbero stati mesi preziosi per rassicurare i partner europei e occidentali, specie per il problema della Nato, avendo sullo sfondo l’elezione di Moro a Presidente della Repubblica. Sette anni al Colle avrebbero permesso all’uomo più rappresentativo della Dc di porsi come regista politico e istituzionale della evoluzione democratica del Paese. Ne doveva uscire, secondo la lucida trama morotea, un’Italia molto più stabile e forte, specie nei rapporti con il Medio Oriente e i Paesi della riva sud del Mediterraneo.  Era uno scenario compatibile con gli interessi degli Stati Uniti.

È impensabile, quindi, che Moro fosse tentato di abbandonare un sentiero di rispetto per le preoccupazioni di Washington. Non sarebbe stato Moro. Evidentemente teneva in piedi il dialogo con gli ambienti dell’Amministrazione Carter e con ogni probabilità ne ricavava elementi di conforto. Diversamente, perché Biden avrebbe dovuto mostrarsi sensibile, se il dialogo non esisteva o era stato interrotto? Varrebbe la pena osservare con occhio più limpido una fotografia che, in realtà, non rispecchia la mappa delle responsabilità che piace ai complottisti antiamericani e antidemocristiani. Certo, un po’ sconcerta che non si provi a sollecitare uno sforzo di chiarimento, visto chi occupa oggi la Casa Bianca. Non è semplice, si dirà, perché tirare per la giacchetta il Presidente degli Stati Uniti sembra davvero improprio. Tuttavia ci sono modi e modi per chiedere che le luci possano illuminare gli angoli rimasti al buio, per fare avanzare una verità che il tempo ci ha riconsegnato con parsimonia, senza un reale appagamento. La verità su Moro appartiene alla coscienza della nazione, alla sua dignità, al suo abito morale e politico. Non è un fastidio da sopportare a scadenza ordinaria.

P.S. Il documento della Sottocommissione del Senato e la  conferenza stampa del Senatore Joe Biden furono oggetto dell’editoriale di Furio Colombo, corrispondente dagli Stati Uniti, su “La Stampa” del 24 febbraio 1978.

La Dc non c’è più ma ci sono e si riconoscono i democristiani

 

Giorgio Merlo

 

Conosciamo a memoria il ritornello. La Dc non torna più, è archiviata perchè, per dirla con Guido Bodrato, è un “fatto storico”. Prodotto e conseguenza di una specifica e determinata fase storica del nostro paese. E sin qui nulla di strano. Almeno sotto il profilo del ruolo politico, del modello organizzativo e dell’identità politica e culturale di quel partito. Ma, appunto, persiste un “ma”. Detto in altri termini, di fronte a questioni politiche decisive e cruciali, c’è quasi sempre un “democristiano” che si impone per le sue riflessioni. Puntuali, corrette, equilibrate e squisitamente politiche.

 

È il caso, nello specifico, di Pier Ferdinando Casini che, alla vigilia di una importante consultazione decisa dalla Premier Giorgia Meloni con i partiti dell’opposizione in vista della possibile e del tutto potenziale riforma costituzionale, richiama gli aspetti politici centrali che sono sul tappeto. Con razionalità e buona educazione. E cioè, dal ruolo della Presidente della Repubblica nel sistema politico italiano alla centralità del Parlamento; dalla necessità di praticare sempre il dialogo e il confronto tra maggioranza ed opposizione contro ogni forma di radicalizzazione della lotta politica e polarizzazione ideologica all’esaltazione dalla cultura della mediazione, soprattutto sul versante delle riforme istituzionali e costituzionale.

 

Ecco, la riflessione di Casini, per fermarsi a Casini e al tema che ritorna ad essere centrale nell’agenda politica italiana, è particolarmente calzante e puntuale. Certo, una riflessione che si potrebbe liquidare come espressione, seppur autorevole, di un “democristiano”. Io credo, invece, che si tratta di una riflessione che racchiude non solo una cultura politica storica ma anche, e soprattutto, un “metodo” politico che non è così particolarmente gettonato nella cittadella politica italiana contemporanea. Del resto, dopo il grossolano populismo carico di anti politica, demagogia e qualunquismo del grillismo è subentrata, come da copione, la tesi cara a tutti gli estremisti: ovvero, la radicalizzazione più bieca della lotta politica. Come ci spiega quotidianamente il “nuovo corso” politico del Partito democratico.

 

Comunque sia, in tutti i tornanti più delicati della vita pubblica italiana, seppur in assenza di quella Dc conosciuta per 50 anni nella esperienza della prima repubblica, c’è sempre un politico autorevole – di norma un “democristiano” – che esprime opinioni di buon senso, di saggezza politica, di coerenza culturale e di coraggio civico che, attraverso le sue riflessioni, può contribuire ad affrontare e forse anche a risolvere i problemi con un necessario realismo e una giusta consapevolezza. E Pier Ferdinando Casini, al riguardo, resta un “democristiano” di rango che offre quelle valutazioni, e quel metodo, che non si possono banalmente e semplicisticamente aggirare.

Cina, una dittatura spietata con la quale occorre fare i conti.

 

Enrico Farinone

 

Le terrificanti immagini che hanno testimoniato l’uscita di scena forzata dell’ex Presidente Hu Jintao dalla Grande Sala del Popolo dove si celebrava l’ultima giornata del XX° Congresso del Partito Comunista Cinese lo scorso ottobre rappresentano plasticamente quello che la Cina è oggi: una dittatura spietata. Il vecchio capo cerca di rimanere seduto, lì in prima fila a fianco di Xi Jinping, imperturbabile, ma alla fine viene portato via dagli addetti all’incombenza, quasi di peso. Il segnale è preciso: il Congresso è finito e un nuovo gruppo dirigente di stretta fiducia del leader supremo sostituisce completamente gli uomini del vecchio potere. Punto e a capo.

 

Una dittatura con la quale però bisogna fare i conti. Questa è la realtà con la quale Stati Uniti e Unione Europea devono confrontarsi. Ricordiamo che l’esito del XX° Congresso, ovvero la riconferma per un terzo mandato quinquennale del Presidente Xi Jinping, era probabile ma non scontato. Negli ultimi anni, infatti, Xi ha dovuto affrontare la pandemia da Covid-19 e per farlo ha adottato quella politica di lockdown radicale che ha comportato un indebolimento economico consistente e proteste – per quanto possibili – della popolazione. Sempre il Covid ha prodotto un deterioramento delle relazioni internazionali del Paese, perché in ogni caso l’idea che il virus sia partito dalla Cina a causa di un qualche errore ivi compiuto ha coinvolto molte persone nel globo.

 

La contrazione che ne è derivata di una crescita economica che sembrava inarrestabile ha generato più di un malumore non solo fra la classe imprenditoriale che traina lo sviluppo materiale della Cina ma pure all’interno del Partito. Al punto che nel corso del 2022 alcuni rumours fatti filtrare dalle altrimenti spesse mura della Città Proibita avevano ipotizzato la detronizzazione di Xi ad opera dell’allora Primo Ministro Li Keqiang, uomo più apprezzato in occidente in quanto ritenuto di visioni più aperte e moderne.

 

Le cose però sono andate ben diversamente. Xi non solo è stato confermato ma ha pure imposto l’allontanamento dai vertici del potere di tutta la vecchia guardia e la composizione di un Comitato Permanente del Politburo interamente occupato dai suoi fedelissimi. Di questi, il nuovo numero due del partito e quindi nuovo Primo Ministro è Li Qiang, già segretario del partito di Shangai. Il caso è interessante perché molti osservatori ritenevano che se Xi si fosse trovato in difficoltà lo avrebbe sacrificato, essendo egli il responsabile operativo del duro lockdown di due mesi che ha chiuso la seconda città del Paese e che tante proteste popolari ha suscitato. Visto il risultato, evidentemente Xi non solo non ha avuto problemi ma ha avuto la forza per consolidarsi quale dominus assoluto del Partito e dello Stato.

 

Dal punto di vista della politica estera di Pechino sin dalla sua relazione congressuale Xi aveva ribadito la linea nota su Taiwan, esposta con un tono ancora più assertivo se possibile. La questione, come noto, potrebbe divenire il nuovo e più pericoloso punto di crisi mondiale e la riconferma da parte della leadership mandarina che entro il 2049 (quanto prima?) Taiwan sarà parte integrante della Cina certamente non tranquillizza circa il prossimo futuro. Joe Biden, si ricorderà, un anno fa nel corso della sua visita in Giappone rispose con un franco yes” alla domanda circa l’eventuale volontà statunitense di difendere militarmente l’isola.

 

Nei mesi seguiti al Congresso Xi ha dapprima adottato la decisione più attesa all’interno del Paese: la fine della politica zero-contagi e la conseguente ripresa dell’attività economica secondo ritmi più consoni alla Cina dell’ultimo quarto di secolo. E subito dopo ha avviato una risoluta linea di politica estera con la quale ha voluto dimostrare le proprie potenzialità a livello internazionale. La mediazione fra Iran e Arabia Saudita (i cui sviluppi, se ci saranno, potrebbero cambiare radicalmente lo scenario mediorientale e gli stessi rapporti nel mondo islamico) ne è stata al momento il successo più rilevante, ma non l’unico.

 

Perché anche il “Piano di Pace” per il conflitto ucraino sta ottenendo qualche risultato: tanto per cominciare, l’interessamento da parte di Kiev. I suoi 12 punti programmatici di principio non sono certo stati elaborati per risolvere davvero la questione, essendo troppo lontani dall’affrontare i suoi termini fondamentali, quanto piuttosto per lanciare un messaggio a Putin, ormai considerato uno junior partner: la nostra amicizia è solida, ma quando te lo diremo noi la guerra tu dovrai concluderla. L’atteggiamento possibilista e interlocutorio di Zelensky nei confronti del Piano potrebbe in effetti significare che il Presidente ucraino ha letto la mossa di Pechino proprio in questa ottica.

 

Tutto però è stato dalla leadership cinese accompagnato da una insistita rivendicazione territoriale su Taiwan, spostata in avanti nel tempo ma al contempo abbinata a manovre militari dimostrative e ad affermazioni sempre più assertive. Fino a che punto si spingerà Xi? Questo è quanto si domandano a Washington. Un tema che verrà posto sul tavolo del prossimo vertice del G7, in Giappone. A poche miglia da Pechino.