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Con il Giubileo, il terziario Frassati salirà all’onore degli altari.

Il 28 maggio 1922 nella chiesa di San Domenico in Torino Pier Giorgio Frassati diventava terziario domenicano assumendo il nome di Fra’ Girolamo, in onore e in memoria del grande domenicano del XV secolo Girolamo Savonarola.

Tutti quelli che hanno conosciuto bene Pier Giorgio hanno testimoniato che da quel momento prese uno slancio ancora più deciso verso la santità. Con i suoi confratelli terziari amava firmarsi fra Girolamo. La sua decisione di entrare nell’Ordine domenicano come terziario nacque dalla frequentazione con un grande predicatore domenicano, Padre Filippo Robotti, che fu tra i pionieri del partito popolare in Torino.

Pier Giorgio andava a prelevarlo in convento e lo accompagnava nell’itinerario che doveva compiere per recarsi a parlare agli operai del Lingotto e poi lo riaccompagnava. A quei tempi i “rossi” volevano avere il monopolio del mondo operaio e non sopportavano che padre Robotti andasse ad istruirli sulla dottrina sociale della Chiesa. In quegli anni postbellici, particolarmente caldi, era pericoloso per padre Robotti andare da solo a San Domenico fino al Lingotto.

Pier Giorgio si sentiva onorato di fargli da guardia del corpo e per questa sua fedeltà lo chiamavano “il robottiano”. Il suo desiderio di farsi terziario crebbe quando Benedetto XV pubblicò un’enciclica in onore di San Domenico nel settimo centenario della sua morte ed esortava i laici ad entrare nelle file del terz’Ordine domenicano per ricevere una robusta e sana formazione cristiana. Pier Giorgio si fece consegnare la regola. La meditò per un anno. Poi insieme ad altri giovani prese la decisione.

Era già legato alla famiglia domenicana per un doppio titolo: nel 1918 (aveva 17 anni) si iscrisse alla Confraternita del Santissimo Rosario. E nel 1921 era entrato nella Milizia Angelica per mettere la propria purezza sotto il patronato di San Tommaso d’Aquino.

Il giorno della sua vestizione, oggi si chiama rito di accoglienza, fu memorando. Qualcuno in seguito scrisse: “Fui colpito dalla compostezza, serietà e devozione di un giovane alto, robusto, elegantemente vestito, bello, che prese il nome di “fra Girolamo”. Ricordo anche l’allegria, la gioia di quel giovanotto, gioia che trapelava tra poro a poro. Ricordo anche il fracasso fatto in sacrestia coi compagni, terminate le funzioni: sembrava dovesse ruinare chiesa e sagrestia e convento».

Un altro testimoniò: “Ricordo che terminata la funzione, fui sorpreso di dare il rituale abbraccio a un giovane che aveva il volto segnato dalle lacrime!». Far parte dell’Ordine domenicano, essere per sempre figlio di San Domenico, confratello di San Tommaso e di Santa Caterina da Siena e di uno stuolo immenso di Santi e di Sante è stata una grazia così grande che meritava ben quelle lacrime.

Padre Enrico Ibertis, che fu poi provinciale dei domenicani, disse di lui: “Frate, Pier Giorgio pensava, pregava, sperava da frate. Conosceva perfettamente la regola del Terz’Ordine, era assiduo all’adunanza mensile, al santo Rosario, recitava quotidianamente il Piccolo Ufficio Madonna, glorioso di portarlo sempre nel taschino. “Che fai, Pier Giorgio?”, gli fu chiesto un giorno, viaggiando in tram. ‘Recito l’Ufficio”, rispose sorridendo”.

Disse anche che tra Pier Giorgio e un frate domenicano passava solo questa differenza: il primo stava nel mondo, il secondo in convento. Ma per il resto (spiritualità, vita di preghiera, ardore apostolico) erano identici. Pier Giorgio era un domenicano perfetto.

Battista sull’oblio della Dc in fondo ha ragione

Sul Foglio di sabato scorso, Pierluigi Battista ha pensato bene di lanciare un imprevisto j’accuse sulla morte della Dc. Non la morte in quanto partito presente sulla scena pubblica, essendo questa una realtà oggettiva e perciò incontrovertibile, legata giuridicamente all’assemblea del 18 gennaio 1994. Lì si consumò infatti, nella splendida sala Perin del Vaga dell’Istituto Sturzo, la chiusura di un lungo ciclo politico con la trasfigurazione del partito fondato da De Gasperi alla caduta del fascismo. Si scelse di tornare alle origini e di recuperare il nome antico di Partito popolare.

Il problema è che alla scomparsa materiale della Dc è seguita l’estinzione, senza apparente disagio, della sua memoria nel dibattito pubblico italiano. È questo ciò che spiace a Battista, non tanto il fatto in sé della scomparsa dello scudo crociato, quanto la vacanza intellettuale che ne ingoia la portata storica, riducendo a scaramucce indignitose le lotte sull’eredità. Non basta. Al di là delle piccole beghe, irrilevanti sulla scena della vita democratica, conta il silenzio o l’amnesia di chi avrebbe il dovere di muoversi a difesa di un’enorme lascito politico. Non ci sono più democristiani e se anche ci sono tacciono, si nascondono, al più preferiscono camuffarsi.

Sembra la desertificazione morale di un vasto territorio un tempo fertile e rigoglioso. Come mai tanto abbandono?

Forse è sbrigativo parlare di fuga o diserzione dei pochi riservisti – per anagrafe o adesione volontaria – ancora collegati all’armata scudocrociata. Una ricognizione più serena permette di osservare fattori immateriali di speranza. Infatti, centri culturali di prim’ordine (Fondazione De Gasperi, Istituto Sturzo, ecc.), case editrici riviste e blog, gruppi sui social, associazioni di vario tipo, alcune particolarmente attive; un insieme di soggetti, insomma, svolgono pur sempre un eccellente lavoro di ricerca e approfondimento. Sono la grande risorsa che si rispecchia, tuttavia, in un disabitato universo civile. È allora nella società che si consuma una sorta di kenosis della Dc in quanto corpo storico visibile. 

Eppure, andrebbe ricordato anche a Battista, se non altro a conforto della sua denuncia, che fanno rifletttere i risultati di certi sondaggi quando evidenziano l’esistenza di un terzo e più d’italiani desiderosi di riavere un “partito cattolico”. Cosa significhi, non è facile stabilirlo. Potrebbe essere l’indice di quella “voglia di centro” che trova riscontro in analoghe rilevazioni demoscopiche; come pure la speranza di un riassestamento del bipolarismo, magari con la percezione di quanto la cultura della mediazione, tipica del cattolicesimo politico, possa donare al Paese la mitigazione di un sistema maggioritario troppo infarcito di estremismi e populismi.

Battista ha preso di petto una questione, indubbiamente con l’acume del giornalista abituato a sviscerare i fatti e le notizie, ma s’è arrestato sulla soglia della recriminazione in bello stile. Ha scosso l’albero, non s’è curato dei frutti: non è andato cioè alla sostanza del problema, laddove s’annida la pregiudiziale circa l’inutilità della nostalgia, per cui si salta piacevolmente l’incombenza dell’analisi su “ciò che è vivo e ciò che è morto” dell’esperienza democristiana, aprendo in questo modo le ali al cielo della episodicità. Ogni tanto s’accende una luce e ogni tanto si spegne, con uno strascico di insofferenza e malinconia tra un intervallo e l’altro. Dunque, sta più nel pensiero la caduta delle passioni, come pure la volontà di riscatto dell’homo demochristianus, ancora non rassegnato alla sua estinzione. In fondo ha ragione Battista a richiamare all’ordine le coscienze smarrite.

La rivoluzione della conoscenza è la sfida di questo tempo

Il nostro Forum è un cammino nel solco della Costituzione  intesa come strumento di riferimento e guida per affrontare il futuro. Un futuro che non ci spaventa ma che ci pone davanti a grandi e seri problemi, per disegnare il mondo nuovo che è già qui. Quello generato, infatti, alla fine dell’Ottocento e che prefigurava nel suo divenire il compimento della modernità, si sta sbriciolando ogni giorno di più e con esso l’articolazione sociale e politica che ne era l’espressione.

Basti pensare solo ad alcuni aspetti che lo identificavano e che oggi stanno mutando rapidamente, come l’organizzazione mercantile, la nascita e il consolidamento della borghesia, il fenomeno dell’urbanizzazione delle nostre città, tutti elementi espansivi di una nuova età storicamente definita “contemporanea” e ora identificata come “età dei diritti”.

Tutti i cittadini, tutti insieme, sono stati chiamati a concorrere a un disegno di progresso, cioè all’espansione dei diritti e del benessere.

L’insieme di questi elementi segnò, anche, l’inizio di un rinnovamento istituzionale e politico di enorme portata, insieme all’elaborazione delle grandi idee politiche, che resistono ancora all’usura del nostro tempo, e che hanno ispirato il cuore delle Costituzioni di molti paesi europei.

Ora, questo patrimonio di grande valore sembra essere minacciato da una enorme trasformazione, di cui abbiamo ancora poca consapevolezza, ma che stiamo già vivendo. La disponibilità di tecnologie sempre più fruibili alimenta la destrutturazione delle fonti della conoscenza, finora organizzate in forma gerarchica, per andare verso un sistema reticolare.

Il nuovo millennio, iniziato solo da due decenni, si è aperto con questa sfida posta dal passaggio della conoscenza dalla forma binaria a quella digitale. Come assolvono a questo compito le Istituzioni, a partire da quelle europee, visto l’impatto che l’evoluzione e la diffusione delle nuove tecnologie per l’informazione e la comunicazione hanno determinato su tutti i settori delle attività umane, favorendo il fenomeno dell’information overload, cioè dell’enorme sviluppo dell’offerta informativa?

La progressiva smaterializzazione delle risorse informative a favore del digitale sta facendo emergere modelli strutturali e culturali legati all’immaterialità dei valori, delle idee e dei simboli, che si traducono nel ridimensionamento delle fattezze materiali delle organizzazioni, mettendo anche a rischio la possibilità di esercitare il proprio diritto di cittadinanza: ci sono troppe conoscenze, ovvero troppe fonti dalle quali apprendere, per poterlo esercitare.

E qui i rischi e i pericoli per la democrazia, se non tutti almeno in parte, sono evidenti mentre all’orizzonte si addensano quelli di carattere etico alla cui soluzione siamo chiamati a rispondere in presenza di un difficile quadro internazionale. Prende forma una nuova situazione geopolitica, caratterizzata da forte instabilità, che fa disperdere l’aspettativa di quanti ritenevano momentaneo questo “disordine”.

Gli effetti della “società dell’informazione” in ambito socio economico, con inevitabili ripercussioni sul valore stesso del lavoro, è già stato approfondito nell’ultimo nostro incontro dal prof. Paolo De Nardis, sociologo del lavoro. Questi ha messo in evidenza come la società dell’informazione sta definitivamente sostituendo quella industriale di stampo otto-novecento, posponendo alla centralità della macchina, la centralità dell’intelligenza. Ma chi sarà protagonista di questo tempo nuovo?

De Nardis ci ha fornito le caratteristiche: sarà un individuo autonomo, in grado di aggiornarsi costantemente, capace di utilizzare saperi e tecnologie, elementi che sono alla base del processo di individualizzazione dei meccanismi di apprendimento, necessari per la propria sfera personale o pubblica, utili per acquisire nuove competenze di lavoro più volte nel corso della propria vita e grazie ai quali solo chi non avrà mai smesso di imparare sarà in grado di competere. Nel definire queste caratteristiche evidenziava che siamo di fronte ad una rivoluzione antropologica di vaste dimensioni, di cui è bene occuparsi.

Con il Forum, vogliamo dare vita ad un “nuovo inizio” e offrire uno spazio di riflessione e di analisi attorno alle tematiche più urgenti che ci impegnano, in modo aperto ma anche senza sconti, per dare un utile contributo al cambiamento delle leggi, delle istituzioni, della politica.

L’avventura di Salvini nel mare magnum dell’ultra destra

Matteo Salvini si gioca tutto e evidentemente ritiene che la candidatura del generale Vannacci possa aiutarlo. Uno spostamento all’estrema destra che radicalizza ulteriormente un partito che ha condotto su posizioni sempre più anti-europeiste, filo-putiniane, trumpiane e quant’altro. Un partito, però, che sta andando in ebollizione. Una pentola a pressione destinata ad esplodere: subito nel caso di un modesto risultato elettorale a giugno, il prossimo autunno nel caso di un esito appena sufficiente alle urne europee. 

Certo, Salvini punta ad un successo e ha immaginato di poterlo conseguire ai danni di Fratelli d’Italia, sottraendogli consenso reazionario divenuto scettico nei confronti di Giorgia Meloni durante questi mesi di sua attività di governo. Ma è una scommessa tutta da verificare alla prova dei fatti: anche perché la premier sul piano interno ha da tempo capito l’antifona, bloccando di conseguenza ogni possibile scivolamento “moderato” del suo partito (vista la cui composizione, peraltro, senza troppe difficoltà!) che invece destina al suo profilo internazionale quale Presidente del Consiglio. Una scommessa da verificare, inoltre, perché nella stessa base leghista, soprattutto al nord dove essa è più forte, crescono le perplessità quando non lo scetticismo acuto, e questi sentimenti non favoriranno di sicuro un impegno entusiasta e inesauribile nel corso delle prossime settimane.

Dopo la scomunica bossiana (perché di questo si è trattato) e le valutazioni critiche verso Salvini di altri esponenti della vecchia guardia stanno ora arrivando i distinguo e le prese di distanza da parte di importanti esponenti della Lega nei confronti dell’operazione Vannacci (dal ministro Giorgetti al governatore del Friuli Fedriga ad altri ancora). Segnali inequivocabili del declino di Salvini, la cui segreteria decennale ha ormai stancato molti, anche nella base popolare del partito, a maggior ragione ora che non ci sono più gli eccellenti risultati elettorali di qualche anno fa.

Salvini però ritiene in un qualche modo esaurita la “spinta propulsiva” del primo Carroccio, limitato territorialmente e non in grado di intercettare quel voto un po’ reazionario un po’ populista che il suo fiuto politico tutto immediatezza e niente strategia ha annusato in Europa e pure in Italia (dove un anno e mezzo fa ha premiato Meloni). E dunque cerca di inseguirlo.

Ma c’è pure un altro motivo. Salvini si gioca tutto perché la sua ambizione è rimasta (anche se oggi appare totalmente infondata) la scalata a Palazzo Chigi, non volendo rimanere un semplice vassallo del Premier pro-tempore. Non voleva esserlo di Conte, e infatti – sbagliando clamorosamente i conti – gli tolse la fiducia senza aver compreso quanto quello fosse vendicativo e soprattutto attaccato al potere. E ora non vuole esserlo di Meloni e sa bene che la posizione “nordista” dei suoi governatori, da Zaia a Fedriga, allo stesso Fontana, è inevitabilmente destinata a un ruolo ancillare (ma decisivo nella logica della “Lega Nord”, cosa ben differente dalla “Lega per Salvini premier”) di rappresentante degli interessi del settentrione in un governo nazionale.

Del resto, fu così anche per Bossi, che dovette piegarsi a Berlusconi e giungere a un compromesso che però gli consentiva di gestire un po’ di potere ma soprattutto di conservare intatta tutta la mitologia e la coreografia imperniate sul Grande Nord oppositore di “Roma ladrona”, anche se poi nella realtà ogni ipotesi para-secessionistica era stata accantonata. Ma per lo meno il Cavaliere era anch’egli un “uomo del Nord”, un “uomo del fare”, e alla sua maniera era pure populista, antistatalista, antipolitico. Mentre al contrario Giorgia Meloni col suo partito è l’emblema del nazionalismo, della romanità, della politica professionale. Tutta un’altra storia.

Laddove Bossi si era, magari a malincuore, ritagliato uno spazio se si vuole limitato rispetto alle ambizioni originarie e ai proclami celtici ma in ogni caso vitale, Salvini deve invece conquistarsene uno più ampio in competizione con la Premier, pena la decadenza e l’oblio. Questa è dunque la sua sfida. Molto difficile da vincere e quindi imponente un qualche azzardo. Ma il rischio, elevato, è di perdere (quasi) tutto. A cominciare dal suo partito.

La nostra Cleopatra e la grandeur da regina

Nella Roma avvolta in un inverno che tardava ad andarsene e in questo aprile dal dolce dormire, Cesare stava assorto nei pensieri suoi, centrati su come riportare a casa la regina Meloni-Cleopatra senza danni e senza far rivoltare mezzo Impero che gli avrebbe chiesto conto della scelta e dei sesterzi profusi senza limiti, quando la regina stessa dà segno di esser tale.

Deve presiedere per turno un noioso consesso tra gli alleati dell’Impero, nel quale il suo ruolo di capo è di molto ridotto ed ecco che agile e scaltra ritaglia per sé stessa la parte di capo indiscusso; la prima e l’unica volta che un capo di governo porta un altro capo di governo, che è pure leader religioso. a partecipare ai lavori: Il Papa. Sissignori, il Papa in persona farà omaggio alla regina Meloni-Cleopatra della sua presenza e pure della sua indubbia saggezza. Annuncio pubblico della stessa regina con doveroso orgoglio mostrato e grandeur da impero in pompa magna. Touchét! Gli altri partecipanti di certo saranno rimasti a bocca aperta ma pure a corto di seconde linee per conversare quanto meno decentemente con il livello di tanto ospite illustre. Si dice “alzare la palla” nel volley e in gioventù la regina Meloni-Cleopatra ci ha pure giocato…

Appena il tempo di godere dell’«ohhh» di meraviglia di tutti che la regina prepara il secondo colpo, sbaragliando Cesare e i suoi fumosi pensieri. C’è una competizione in questa parte dell’Impero per rinnovare l’assemblea: bene, ci partecipa. Non ne avrebbe bisogno, fa il capo del governo e il capo dei suoi “egiziani”, ha già sperimentato per lungo tempo le assemblee dell’Impero a Roma, a che serve andare anche a quella più grande dell’Impero?
Ricordate la partita a dama con la Helvetica Schlein, la prossima mossa spettava alla Helvetica che senza tanta sorpresa si candida all’assemblea grande in qualità di capo partito di “quelli della sponda che guardano”, ma con un piccolo particolare: la faccia sua sullo scudo non la può mettere. La nostra regina Meloni-Cleopatra sullo scudo dei suoi “egiziani” ci mette la faccia e pure il nome bello grande, e non poteva che essere altrimenti.
È un capo ed è riconosciuta regina dai suoi, quindi non vi è alcun dubbio che l’effige della regina vada esposto sugli scudi. L’Helvetica ha la fronda interna che sobilla e mormora ad ogni passo, cercando la sega per tagliare la gamba (almeno una) della sedia da capo dove è seduta; lei lo sa e fa finta di ignorare ma sotto…chissà? Per ora ha perso un’altra pedina e la partita a dama si avvia alla conclusione.

A Cesare proprio non va giù di vedere Meloni-Cleopatra ancora in giro a tenere banco nell’assemblea di questa parte dell’Impero, anzi per lei aveva disegnato un indolore e lento uscire di scena, tra qualche mese, con l’autunno. Poi il colpo basso del Papa al consesso dei “grandi” dell’Impero, lo mette in una posizione defilata, da chi è stato relegato dietro la porta ad origliare quello che dicono in sala. La sua immagine ne esce ridimensionata e ogni cosa che adesso dirà agli alleati sarà esaminata, per capire se in linea con quello che avrà “consigliato” l’illustre autorevole ospite e appresso la regina Meloni-Cleopatra.
Non che avrà gli occhi di brace, quando la vedrà dopo il Papa, ahimè! L’orgoglio imperiale è ferito, ma la sua “Cleo” ha mostrato di avere tempra, con la certezza che nel desiderio di grandeur non è seconda a nessuno. Figuriamoci a Cesare!

Vannacci irrompe sulla scena e la politica inscena povertà

Pur avendo le sue origini ed il suo fortino al Nord, si è svelato il segreto di Pulcinella, maschera che, secondo la tradizione, ha casa alle pendici del Vesuvio e che ha la franchezza di chi è incapace a mantenere la consegna del silenzio. Se a via Bellerio ci fosse un camino, dal comignolo ora uscirebbe finalmente una fumata bianca. In ogni caso il dado è tratto è il generale Vannacci ha passato il Rubicone con il proposito di occupare uno scranno al Parlamento europeo sotto le insegne della Lega. Per questo, il partito di Salvini non corre il rischio di slegarsi ma di perdere almeno compattezza.

Può darsi che Salvini e Vannacci richiamino, in caso di flop, quell’antica gag di un Carosello in cui la coppia Franchi e Ingrassia si annunciavano con il ritornello: ”Come sempre Franco e Ciccio son finiti in un pasticcio”. Vannacci è uno che muove le acque dicendo quello che pensano non sparute persone su omosessuali, sulla caratura di statista di Mussolini, sulle classi separate per i disabili, sull’aborto e qualche altro tema per sua natura divisivo nell’Italia di oggi. 

La Chiesa è in allarme e non c’è da darle torto. Ci sono materie che vanno trattate con la delicatezza ed una prudenza che sembra mancare nell’impeto d’assalto del nostro militare. Le sue idee corrono sempre sul crinale di giudizi in parte ovvi e radicati nel campo di alcuni. Nel suo dire trapela una quota di eventuale sensatezza, pronta a portarsi di risulta forse un più vero, abietto intendimento di leggere il prossimo e il mondo circostante in una certa maniera. Le sue parole sono insieme un negativo e un positivo, un connubio di immagine sfocata ed una messa a fuoco che lascia sempre dubbi sulla sua verità.

Esprime un parere e all’un tempo pare voglia alludere per compiacimento soprattutto ad altro. Dà miccia ai suoi nemici e buone argomentazioni a quanti, al contrario, gli prestano fede ritenendolo inattaccabile, perseguitato solo da malevoli sospetti di avversari che vedono il male anche quando non c’è.

Quello del Vannacci pubblico è un perenne stare in bilico tra un detto ed un inconfessato, tra un appostarsi in prima fila fieramente in trincea e un acquattarsi invece in retroguardia per non rendersi del tutto riconoscibile.

Il bilico militare è un trattore stradale che traina veicoli privi di motore a cui si aggiunge un semirimorchio. È un primo che trascina un secondo. Il destino della Lega e del Generale Vannacci sembra essere a sua volta in bilico pur non essendo chiaro chi ha il compito di tirare e chi invece si muove a ricasco.

Così ha sciolto la riserva e si candida per la Lega al Parlamento europeo nella Circoscrizione dell’Italia centrale come capolista ed in altre quattro circoscrizioni in posizioni di minor vantaggio. Non mancano le polemiche. Vannacci non ha la tessera della Lega e non è chiaro se il suo nome apporterà consensi ulteriori a quel partito o se invece semplicemente ne approfitterà per essere eletto. Chi è il trattore e chi il rimorchio, chi è il gregario e chi il campione, chi tira la volata e chi ne approfitta si vedrà solo al risultato finale del 9 giugno.

Gli è stata data un possibile diritto di tribuna pur non vantando una storia con la Lega, è un militare ma non è un militante.

Il tribuno è una figura di potere che prende piede da una tribù di origine. Su Vannacci pende come per altri una questione di identità. L’Urbe nacque dalla felice convergenza di tre tribù: la latina, la sabina ed infine quella etrusca. Fu un capolavoro di sintesi. Occorre vedere se la Lega e Vannacci sapranno fare altrettanto o se un giorno chiameranno i distinguo per poi abbandonarsi a distinti destini. Chi pagherà un tributo a chi, è l’enigma da risolvere prima che sia troppo tardi senza cadere nella trappola di una politica primitiva.

C’è ancora di che preoccuparsi. Vannacci ha il merito di distogliere l’elettorato da un vizio italico che non può lasciare indifferenti. Siamo in presenza di una ridda di candidati che abbandonano le poltrone di Consigliere regionale e del Parlamento Nazionale per ambire alla patria europea.  C’è da chiedersi con severità perché abbiano chiesto il voto al tempo della loro ultima elezione se l’ambizione era piuttosto un’altra. Peggio ancora, in caso di fallimento, cadranno comunque in piedi, avendo già intanto una poltrona assicurata, anche se non più amata.

È una questione di stile e di rispetto di un elettorato già fin troppo abituato a cambi di casacche anche da un polo all’altro dell’agone politico.

In attesa di una legge elettorale che abbia tratti di decenza, sarebbe bello immaginare una sorta di vincolo per il quale sia impossibile candidarsi da altra parte, se prima non abbia avuto termine la legislatura per la quale si è intanto stati eletti. Il popolo votante, a sua volta, con una dignità da difendere, dovrebbe saper vigilare e sanzionare. La politica non è un lascia e raddoppia ed i partiti, o la loro parvenza, in occasione della prossima competizione per Strasburgo dovrebbero ancor più fare a meno di lanciare, come esche da richiamo, i propri leaders, che peraltro non metteranno mai piede da quelle parti. 

Tanto meno, per un candidato, dovrebbero ammettersi una stessa candidatura in più Circoscrizioni, in modo da garantirgli maggiore opportunità di vittoria.

Così non fosse, soccorre ad utile ricordo il nostro Albertone nazionale quando ci ha allietato con quella sua predittiva canzoncina che recitava: “Te c’hanno mai mannato a quel paese, sapessi quanta gente che ce sta…”. Un paese, per tutta chiarezza, più facilmente raggiungibile della agognata terra europea.

 

Bettini rilancia l’alleanza con Conte accerchiando i riformisti del Pd

Nell’intervista marxiana di Bettini, sull’Unità di ieri, il modello del futuro per la sinistra italiana è molto chiaro: la fusione tra Pd e 5 Stelle, per rifare un conglomerato stile Pci, con una spruzzata di cattolicesimo alla Tarquinio subalterno allo schema e totalmente ininfluente sul piano politico. 

Bettini si ferma nel dire quello che è inevitabile: il leader di questo disegno è Giuseppe Conte, cui il sinedrio interno sacrificherà la leadership di una Schlein funzionale al disegno. Se poi da lì riusciranno a dare l’assalto al capitalismo, come si propone, si vedrà. Ma tutto questo non fa che confermare un dato ormai strutturale: per i riformisti del Pd (che siano cattolici democratici o di ispirazione liberal repubblicana) non c’è più spazio. 

Non sono più utili alla bisogna, perché il loro spazio viene soppiantato da operazioni maquillage e la loro cultura istituzionale e organica viene rigettata da una “nouvelle vague” che fa del movimentismo, del sincretismo e del wokismo il perno di una presunta modernità che in realtà – come denotano le parole di Bettini – è nei fatti una restaurazione sotto mentite spoglie.

E, in fondo, è anche giusto così: la sinistra italiana sceglie di rifondarsi con la critica al capitalismo, un radicalismo massimalista e Giuseppe Conte leader. Auguri.

Resta il tema di cosa accadrà al centro riformista: e anche su questo, il successo della lista Stati Uniti d’Europa a giugno potrebbe far comprendere a tanti amici rimasti “prigionieri politici” al Nazareno che il loro destino è inevitabilmente altrove rispetto al bettinismo in salsa contiana.

 

[Testo pubblicato dall’autore su X]

 

Per leggere l’intervista di Bettini

https://www.unita.it/2024/04/27/intervista-a-goffredo-bettini-schlein-si-faccia-aiutare-dai-nostri-dirigenti/

La finanza senza limiti mette a dura prova la democrazia

Ci siamo. E abbiamo saputo. La riforma del premierato è passata in Commissione ed è attesa in aula al Senato. Arrivati a questo punto quello che sicuramente si aggiunge alle serie preoccupazioni di questa svolta costituzionale riguarda la qualità dell’attuale classe politica con cui il premierato e i cittadini devono fare i conti. E riguarda gli annesi criteri casuali della sua selezione. Una “élite” priva di cultura civica e scelta senza alcun “test attitudinale”; con i partiti ormai nelle solitarie mani del segretario; con il prepolitico e le scuole interne di formazione svaniti nel nulla;  e con le nobili sezioni di partito territoriali diradate, se non chiuse. 

Insomma con tutto questo alle spalle, non si sbaglia di molto ad attendersi una vera e profonda crisi della nostra democrazia partecipata. Gravano su tali timori un paio di questioni su cui si fa poca attenzione, per una diffusa sindrome del comando solitario: la cosiddetta “leaderpatia” e una spinta incomprensibile a  camminare da soli e a distinguersi dagli altri, anche se si pensa allo stesso modo . 

“La riforma sul premierato – è stato detto – ridà potere ai cittadini e blocca i giochi di Palazzo”. Ove per giochi di palazzo c’è sicuramente da intendere il confronto di idee e la discussione democratica aperta, per ricercare possibili mediazioni e compromessi. Forse anche storici, oggi  necessari più di quanto lo fossero ai tempi di Aldo Moro. 

Cambiamenti profondi, dunque. Anche perché non sarà sfuggito che lo stesso Governo ha approvato pochi giorni prima del Premierato un ddl concernente l’IA. Giunto molto in ritardo, e in attesa del G7 con la presenza del Papa, il testo regola l’uso di una tecnologia che avanza ancora sconosciuta in tutte le sue sfaccettature  antropologiche ed esistenziali, comprese le ricadute sulla partecipazione democratica. 

Queste novità, unitamente alla retromarcia della Schlein sull’aggiunta del suo nome nella scheda elettorale, in pratica dopo le reprimende di Romano Prodi, hanno stimolato un mio vecchio pallino sul futuro del partito politico, quello che ormai da tempo si presenta monocratico, o benevolmente centralizzato – tutto insomma nelle mani del leader. Altre volte mi ci sono soffermato (v. https://ildomaniditalia.eu/la-personalizzazione-della-politica-e-il-leaderismo-diffuso-quale-pluralismo).

È necessario però aggiungere che ora questi mutamenti accadono nel momento in cui il Censis ci definisce tutti “Sonnambuli”. Una società, la nostra, di addormentati e disattenti, che si estranea dalla politica disertando ormai le urne in misura preoccupante; una società innamorata dell’influencer di turno, sino a comprare ad occhi chiusi i “suoi” panettoni; una società che odia lo stare insieme agli altri e il “Camminare Insieme” – come titola il bel libro, riferito al Sinodo della Chiesa, del mio caro amico Enzo Romeo, Capo Redattore e Vaticanista del tg2.  

Dobbiamo allora dire come stanno i fatti: i cambiamenti si incrociano con le “Cose Nuove” (Rerum Novarum) che scuotono il mondo intero, a cominciare dal clima e per finire alle migrazioni di massa. Tutte novità che Bergoglio  definisce “metamorfosi”. Accadono nel momento in cui il mondo è governato da un capitalismo finanziario che appare senza regole, di stampo liberista e, nel suo globalismo, sovrano di se stesso. Senza che lo Stato o gli Stati riescano ad arginarne lo strapotere. E qui da noi accadono, infine, con un’Europa ancora disunita politicamente e con la bella ma ancora lontana utopia degli Stati Uniti d’Europa. Accadono mentre assistiamo impauriti al tragico risveglio di pulsioni neozariste imperiali e identitarie. E accadono quando sgomenti osserviamo i risvolti drammatici di una “terza guerra mondiale a pezzi”, con il riemergere di catastrofici odi religiosi ed etnici, che pensavamo consegnati al passato. 

C’è allora da chiedersi se, una volta messe nella stessa pentola le stravolgenti novità, non si rischi di fare entrare in crisi alcuni capisaldi della nostra democrazia liberale, con la scusa della decisione rimessa nelle mani del solo premier, velocizzata quanto basta per non perdere tempo inutilmente, e non restare prigionieri, secondo la retorica corrente, di Parlamenti giudicati superflui?

Il Premierato, benché addolcito e limato, nasconde e rimanda a tutto questo. E noi dobbiamo avere la forza e la voglia di svegliarci dal torpore e dalla disattenzione, curando di fare nostra l’analisi impietosa Censis.

La nuova Russia volta le spalle all’Occidente

Con la guerra della Russia in Ucraina siamo entrati nell’era della de-trazione o de-clinazione, in quanto la de-finizione dell’identità dei popoli e delle nazioni sembra di-pendere dal prefisso, più che dal contenuto. La Russia si è sentita in dovere di di-fendere l’Ucraina assalita dalla de-gradazione occidentale, per raggiungere la sua de-militarizzazione e de-nazificazione; in tutta risposta, l’Ucraina sente ora il bisogno della de-russificazione e de-colonizzazione, indicando in questo la strada agli altri popoli ex-sovietici, già da 30 anni impegnati appunto nella de-sovietizzazione dei loro Paesi.

La negazione e la presa di distanza dal “nemico”, dall’estraneo o “traditore”, è la via maestra per affermare la propria “ortodossia” spirituale, morale, politica ed economica. Il termine più dogmatico e risolutivo di questo dramma dell’identità negata per la Russia è ormai la de-occidentalizzazione, annunciata con il neologismo della de-westernizatsija. La propaganda russa, soprattutto in questi giorni di preparazione alla Pasqua di liberazione e alla Vittoria di de-nazificazione, insiste sul concetto che “la Russia non ha mai fatto parte dell’Occidente”, una realtà demoniaca e russofobica, che cerca di imporre al mondo un dominio globale che staglia la sua ombra su tutti i continenti, facendo brillare sempre più la luce della Santa Eurasia.

La de-occidentalizzazione o “purificazione dall’influsso occidentale” è il vero contenuto delle leggi contro gli “agenti stranieri”, gli inoagenty che non possono essere altro che occidentali, in quanto gli influssi della Cina, dell’India o della Turchia sono invece da considerarsi “amichevoli”. Per questo i russi fanno pressioni sulla Georgia, sul Kirghizistan e su tutti i territori ancora poco de-colonizzati per far approvare leggi analoghe, anche a costo di provocare rivolte di piazza come sta avvenendo in questi giorni per le vie di Tbilisi. La “svolta verso Oriente” non è specificamente “pro” Oriente, ma è principalmente “anti” e “de” Occidente. I sociologi filo-putiniani affermano che “più della metà dei russi non vede alcuna utilità nella civilizzazione e nella cultura occidentale, in quanto è sempre stata estranea alla Russia e ha un carattere distruttivo”, come riportato dalla rubrica Signal di Meduza.

Tali affermazioni del resto non sono una novità per la Russia, anzi attraversano tutta la sua storia e le oscillazioni della sua autocoscienza. Nell’Ottocento, dopo la grande vittoria su Napoleone e la sua Grande Armée dell’intera Europa occidentale, si è sviluppato in Russia per decenni un grande dibattito tra “slavofili” e “occidentalisti”: i primi ritenevano che la Russia avesse una propria “idea” da esprimere nel mondo, i secondi che non ci fosse nei russi nulla di originale, e tutto era dovuto alle culture provenienti dall’Occidente. La storia in effetti ha dato ragione ai secondi, imponendo nel Novecento un sistema pensato dagli occidentali, quello del comunismo marxista, pur reinterpretato come “leninismo” e “stalinismo”, le varianti russe del “socialismo reale” imposto al mondo intero.

Il dibattito ottocentesco era a sua volta frutto della precedente occidentalizzazione dell’Impero di San Pietroburgo, voluta da Pietro il grande per fare della Russia una “finestra sull’Europa”, e conclusa da Caterina la grande come spartizione dell’Europa orientale insieme ad Austria e Prussia, con la de-portazione di massa dei polacchi nei territori siberiani. Lo stesso Pietro aveva voluto disfarsi degli eccessi di torbidi conflitti interni generati dalle scorribande nei territori “ucraini” di confine, ma anche dal fanatismo degli ortodossi “vecchio-credenti” che non volevano accettare la superiorità nei riti e nelle devozioni da parte dei greci, anch’essi da considerare “agenti stranieri” occidentali. Il Battesimo bizantino, che ha dato origine alla storia antica della Rus’, è in effetti l’importazione dall’Occidente di una tradizione che viene considerata del “cristianesimo orientale” rispetto a quello latino occidentale, a riprova che l’identità non corrisponde alla realtà neppure geografica, quando serve un de- per affermarla. La stessa ideologia cinquecentesca di “Mosca-Terza Roma”, la principale definizione della missione della Russia nella storia, si basa sull’eliminazione delle due Rome precedenti, e la profezia si conclude precisando che “una Quarta non ci sarà”.

 

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https://www.asianews.it/notizie-it/Mosca-e-‘de-occidentalizzazione’:-nella-‘svolta’-a-Oriente-il-futuro-incerto-della-Russia-60625.html

Sulla festa della Liberazione il macigno di un risorgente estremismo

La politica, come ben sappiamo, non è mai astrazione. È pur sempre legata, seppur con modalità e metodi diversi, alla quotidianità e alla vita concreta delle persone. E anche la celebrazione delle date storiche per il nostro paese, e gli eventi che vengono organizzati di conseguenza, offrono l’occasione per misurare la qualità e la maturità del dibattito politico. È il caso, nello specifico, delle manifestazioni legate alla Festa del 25 aprile. Il 25 aprile del 2024.

Ora, al di là del giudizio che ognuno di noi può e deve dare sulle mille manifestazioni che sono state organizzate in tutto il paese, è indubbio che emergono almeno due elementi sufficientemente oggettivi che difficilmente possono essere messi in discussione. Sempreché, come ovvio, non prevalgano la tifoseria e il settarismo. Da un lato la difficile, in alcuni settori della destra – seppur minoritari – a pronunciare parole chiare e definitive sull’antifascismo, sulle radici culturali e politiche di quella nefasta e drammatica esperienza e, soprattutto, sulla necessità di recidere definitivamente i legami, anche solo simbolici ed emotivi, con il ventennio.

Sul versante opposto, però, emerge un dato molto più preoccupante ed inquietante. Perché è la sinistra, nelle sue multiformi e diverse espressioni, ad avere subito un processo di radicalizzazione politica tale da averla portata nella sua interezza a giocare un ruolo sempre più massimalista ed estremista nel declinare la sua concreta iniziativa politica. E questo al di là e al di fuori della violenza – verbale e fisica – emersa in molte manifestazioni di piazza contro la destra, il centro destra e l’attuale Governo Meloni. Del resto, è appena sufficiente ascoltare e prendere atto delle parole d’ordine dei nuovi “guru” e dei simpatici ”martiri” della sinistra creati per l’occasione – dallo scrittore Scurati alla giornalista Bortone, dal sempreverde Saviano all’estremista Montanari – per arrivare alla persin troppo facile conclusione che ormai la linea prevalente è quella di estremizzare sempre di più il messaggio politico frutto di un percorso culturale fatto di anatemi ideologici, pregiudizi personali e attacchi politici frontali contro chiunque non sia riconducibile a quel campo politico. 

Tradotto in termini politici, è una regressione nostalgica – anche se nel sottosuolo della sinistra ex e post comunista questo tarlo non è mai scomparso del tutto – ad una stagione dove prevaleva la sub cultura degli “opposti estremismi”. E la celebrazione di questo 25 aprile – anche se si tratta di una pagina che viene prontamente archiviata perché puramente propagandistica – ne è stata la prova plateale che conferma, ancora una volta, quella deriva.

Ed è in un quadro del genere che la spinta a creare una sinistra riformista e di governo priva di pregiudiziali ideologiche e di criminalizzazione politica nei confronti degli avversari, cede il passo ad una deriva massimalista e radicale. Perché se i “vate” del nuovo corso del Pd e dintorni ritornano ad essere i pifferai dell’attacco ideologico, della criminalizzazione politica degli avversari/nemici, della esaltazione della “superiorità morale” e della sistematica denigrazione di tutto ciò che non è riconducibile al campo della sinistra ex e post comunista – seppur benedetti e supportati da tutti i circoli radical chic milionari televisivi, artistici, cinematografici, accademici e giornalistici – la cultura e la prassi riformista sono destinati a giocare un ruolo del tutto marginale nel prosieguo di quella esperienza. Insomma, ci sono tutte le premesse, mutatis mutandis, di un salto all’indietro di 40 anni e oltre quando le parole d’ordine dei comunisti erano quelle di liquidare e abbattere definitivamente “il sistema di potere della Democrazia Cristiana”.

Sono passati molti decenni ma il copione resta sempre lo stesso. E il 25 aprile 2024, e tutto quello che l’ha preceduto, ci consegna una pagina ancora una volta poco incoraggiante e molto nostalgica. Peccato, abbiamo di nuovo perso una ghiotta occasione per far crescere una vera democrazia dell’alternanza e, soprattutto, per ricercare e consolidare quella “riconciliazione” politica che era la vera mission della Festa del 25 aprile promossa e ideata da Alcide De Gasperi.

Ad Assisi la “Cattedra della Pace” ha celebrato i Costruttori di Pace

Nella splendida cornice del Piccolo Teatro degli Instabili, nel cuore di Assisi, si è svolta il 21 aprile 2024, la prima edizione del Premio Nazionale “Segni di Pace”, iniziativa ideata dalla Cattedra della Pace. L’iniziativa si è pregiata del sostegno della Città di Assisi, della Provincia di Perugia, dalla Regione Umbria e dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy, inclusa, pertanto dal Governo Italiano nel calendario ufficiale della Giornata Nazionale del Made in Italy, qualificandola come Eccellenza d’Italia.

Il Premio ispirato alla definizione di “segno” di S. Agostino e S. Tommaso d’Aquino, ricorda che ogni uomo può essere un “Segno di Pace” attraverso le azioni quotidiane e si determina a segnalare personalità nei diversi ambiti professionali che hanno segnato, con il loro percorso di vita, un cammino di pace, di senso del giusto e di umanità. L’iniziativa è promossa da organizzazioni riunite ne “La Cattedra della Pace” presieduta dal dott. Renato Ongania, che ha il privilegio di indicare e suggerire persone meritevoli per il Premio Nobel per la Pace, su approvazione del Norwegian Nobel Institute. Segni di Pace accoglie, riconosce e celebra l’impegno, l’attivismo e la dedizione di tutti coloro che in campo culturale e sociale, o anche individuale si sono distinti nella promozione della pace, della verità, della giustizia. Si dà modo così di valorizzare l’impegno valoriale e morale di quanti dedicano la propria vita a edificare, ognuno nel proprio ambito, un mondo migliore, al servizio della costruzione di una cultura della pace, di giustizia, di valori democratici, attraverso la promozione del dialogo. Ha trovato naturale ospitalità ad Assisi, città della pace, luogo in cui si respira la portentosa opera spirituale di San Francesco, Patrono d’Italia. 

A curare la programmazione dell’evento e l’organizzazione della cerimonia, il dott. Renato Ongania, unitamente al dott. Rocco Lanatà. A fare gli onori di casa sono stati il sindaco di Assisi e presidente della Provincia di Perugia, Ing. Stefania Proietti e il Custode del Sacro Convento di Assisi, fra’ Marco Moroni, i quali nel loro saluto hanno rimarcato il valore irrinunciabile della pace e della giustizia per tutta l’umanità. A completare il comitato d’onore, il prefetto di Perugia, S.E. dott. Armando Gradone, e la Presidente della Regione Umbria, On.le Avv. Donatella Tesei, di cui è stato letto messaggio augurale.

La cerimonia condotta brillantemente da Edoardo Claudio Olivieri, della Fondazione degli Amici, è stata aperta dall’esibizione del Coro della Cappella Musicale della Basilica Papale di San Francesco in Assisi, diretto da P. Peter. Si sono poi susseguite le voci di diverse diplomazie estere in Italia che hanno voluto rendersi presenti con messaggi e riflessioni sulla pace. Dal messaggio augurale letto da S. Ecc.za Mons. Paolo Cartolari, di S. Em.za Card. Michael Czerny, S. J., Prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale presso la Santa Sede, al Console Generale del Senegal a Milano Mamadou Lamine Diouf, all’Ambasciatore della Nuova Zelanda Jackie Frizelle, alle parole del Console Gen. On. d’Islanda Olga Clausen che ha sottolineato come fosse stata molto fortunata ad essere nata e cresciuta in un Paese che non ho mai visto dei soldati perché l’Islanda non ha mai avuto un esercito. Perfino gli agenti di polizia tuttora non portano armi. 

A chiusura degli interventi istituzionali l’incaricato delle relazioni con il mondo diplomatico di “Poeti per la Pace”, Vincenzo De Lucia ha esortato a continuare a lavorare insieme per costruire un mondo di pace, un mondo in cui i ‘Segni di Pace’ si moltiplicano e si diffondono in ogni angolo del pianeta.

Una poltrona nel Teatro è stata riservata simbolicamente in onore dell’attivista iraniana Narges Mohammadi, che ha ricevuto il Nobel per la Pace nel 2023 ed è ancora nelle carceri dell’Iran.

Dopo i saluti istituzionali, la cerimonia è proseguita con la premiazione dei tre vincitori del Premio di Poesia della Repubblica dei Poeti, quindi, si è proceduto all’assegnazione ai presenti selezionati del Diploma Onorifico “Segni di Pace” e di una spilla d’argento raffigurante una colomba con ramoscello d’ulivo prodotto del prestigioso Laboratorio dei Maestri Orafi di Napoli De Maria. L’elenco delle personalità premiate, eccellenze provenienti da tutta Italia, persone meritevoli, religiosi, insegnanti, letterati, poeti e scrittori, giornalisti, avvocati, imprenditori, ma anche figure rappresentative del terzo settore impegnate nella salvaguardia dell’ambiente, nel volontariato sociale e anche nella cooperazione internazionale, è consultabile sul sito della Cattedra della Pace: www.cattedradellapace.it

 

Unde malum? Una domanda che da sempre interpella l’uomo.

Questa riflessione va collocata nell’ambito della storia delle religioni non nell’ambito di teologie confessionali, dipendenti cioè da una fede confessionale.

L’ambito possibile della riflessione riguarda l’“unde malum” e non il “cur malum”, sebbene i due linguaggi possono essere correlati; nella storia del pensiero filosofico-religioso-teologico i due quesiti vengono distinti e separati. Di fronte all’interrogazione del “perché” (cur malum) si arrende il pensiero di ogni genere in quanto coinvolge il Pd di tutta la realtà esistente, che a nessuno è dato di sapere. 

Secondo la letteratura evangelica anche Gesù ha de-legittimato la domanda sul “perché” del male (nel caso specifico della sofferenza): “Abbà, Padre! Ogni cosa ti è possibile; allontana da me questo calice! Ma pure, non quello che io voglio, ma quello che tu vuoi”. In altri termini: non so il perché del soffrire, ma lo accetto in nome di Chi ne sa il senso (Dio Padre). Ed anche: “Gesù gridò a gran voce: Eloì, Eloì, lemà sabactàni?, che significa: Dio mio,. Dio mio, perché mi hai abbandonato? In altri termini, Gesù accetta di soffrire nella solitudine, senza la comprensione del perché del soffrire, custodita da Dio Padre.

La interrogazione da “dove” il male (unde malum), sebbene difficile ed in qualche modo insolubile, interpella continuamente l’uomo dentro il bisogno di comporre “armoniosamente” ogni esperienza storica ed individuale segnata dal malum. Preferisco usare il termine latino malum in quanto categoria onnicomprensiva di tante forme di “pathos antropologico”, onde evitare la sovrapposizione con la categoria della sofferenza fisica e psicologica. 

Questa interrogazione su “da dove” (unde malum) è presente in tante culture “religiose” sebbene dentro un vocabolario diverso e mediante categorie linguistico-culturali diverse, linguaggi apparentemente simili ma in realtà iscritti dentro percorsi epistemologici differenti. 

Questa è la ragione di far precedere un breve excursus storico alla elaborazione del tema.

 

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GIUSEPPE RIZZARDI
già Docente di Storia e Teologia delle Religioni alla Facoltà Teologica di Milano e alla Università Cattolica di Brescia, ora all’ ISSR di Crema, Cremona, Pavia

L’astensionismo ha battuto il voto…nel silenzio della politica.

Ci sarà un motivo per cui oltre il 50% degli elettori non si sono recati ai seggi per le elezioni del Consiglio regionale della Basilicata, ma non credo che sia legato alla Regione. Da tempo, da molti anni il trend degli astensionisti è in costante ascesa e non accenna ad invertire la rotta: sul piano pratico ciò significa che solo una parte dei cittadini del Paese avverte la motivazione di esercitare il diritto-dovere di esprimersi. Pertanto i risultati e le percentuali dei partiti votati vanno sempre commisurati al numero dei votanti: se la metà si astiene vuol dire che quei risultati rappresentano una democrazia minoritaria. C’è molta, palpabile sfiducia ma non sembra che le forze politiche ne tengano conto. Non manca il senso civico ai cittadini, manca una proposta politica credibile e rappresentata da candidature convincenti, manca un’idea di società e di Stato, manca la consapevolezza di cosa siano le istituzioni elettive. 

Lo stiamo notando anche in vista dalle Europee: non so cosa stia accadendo negli altri Paesi dell’U.E., ma lo spettacolo nostrano è indecoroso ed esprime i guai di sempre: con il tramonto delle ideologie si sono perduti per strada anche gli ideali. I partiti si sono lestamente impadroniti della politica e in questi giorni che precedono le candidature si è parlato molto di capilista e quasi niente di programmi. Che Europa andremo a rappresentare? Chi manderemo in nome del popolo italiano? Tra i cosiddetti leader di partito ci sono quelli che vogliono il nome nel simbolo, altri pudicamente rinunciano. Ma il panorama è davvero sconsolante. 

La confusione regna sovrana e il non andare a votare potrebbe essere letto persino come un atto di difesa, un prendere le distanze da persone che non meritano fiducia. Eppure i nomi dei candidati e quelli dei capilista sono stati gli argomenti prevalenti. Abbiamo i missili che solcano i cieli non lontano da noi, il mondo è in ebollizione, le vittime sommano numeri da carneficina: bambini, anziani, donne. Per le guerre, per le religioni fondamentaliste, per l’odio e la vendetta che non si fermano. Per i rigurgiti delle dittature e dei totalitarismi. Poi ci sono le stesse condizioni dell’Europa che alimentano incertezze: mai decisioni unanimi, tutto è labile ed incerto: ne abbiamo avuto prova dal voto sul Patto di stabilità. 

Sembrava che la GB si ricredesse sulla Brexit ma Sunak sta blindando il Paese. La politica nostrana è un palcoscenico indecoroso: i cittadini non votano perché si sentono abbandonati, non protetti, la violenza dilaga nelle strade, nelle case, nelle scuole, negli ospedali. L’ingiustizia sociale è una piaga insanabile, la digitalizzazione complica e accresce una concezione burocratica e asfissiante della vita che è una tara tipicamente italiana. I ricchi si arricchiscono e i poveri impoveriscono. Molti giovani sono allo sbando, circolano tra loro droghe e armi, poca voglia di studiare e di lavorare, inebetiti da influencer e social, gli anziani soli e depredati da lestofanti, i disabili umiliati e marginalizzati, le culle restano vuote. C’è il problema della casa: affitti altissimi e mutui insostenibili. 

Come si può pensare che la gente si infervori per campagne elettorali ripetitive e banali, con temi poco convincenti? E quel riproporre il mantra dei soliti nomi significa che in politica non c’è spazio per i capaci e i meritevoli attinti dalla società civile: ci sono persone che hanno occupato tutte le poltrone più ambite e per questo sono complici dello sfascio generale: morale, economico, del senso civico. Gente senza pudore che si ripropone ancora, candidati che si mettono in cima alla lista solo per attirare consensi pur sapendo che poi rinunceranno ad elezioni avvenute. O peggio chi vorrà stare un po’ qui e un po’ a Strasburgo: sono persone che hanno perso il senso del limite e sono convinte che non ci sia qualcuno migliore di loro. 

Non parliamo delle alleanze: amici-nemici, in Italia a un modo, in Europa vedremo. Diciamo che la gente è anche stufa di essere presa per i fondelli: la politica non è una vocazione, il “beruf” come direbbe Max Weber, ma occasione di lucro e di carriere fulminanti. Si attinge anche dalla cronaca, tra vittime e vittimisti. Tutti hanno ragione ma pochi dicono qualcosa di sensato. Si dispensano molte pacche sulle spalle, si stringono molte mani ma il vero obiettivo non è la condivisione di un ideale o la benevolenza verso condizioni di vita sempre più difficili, la certezza del diritto è una chimera scritta nei codici e le promesse dilagano ripetendo squallidi spartiti già andati in scena. 

Dopo il voto, che Dio ci aiuti, si spera che l’Europa si ricompatti nella difesa delle istituzioni, dei valori condivisibili e nella memoria della civiltà un tempo espressa. Ma non aspettiamoci risposte dalla politica, tutto sarà casuale perché tutto già ora è indecifrabile. Questa è una politica che si avvale della facoltà di non rispondere.

Il carisma del leader nella politica

Diceva molti anni fa Carlo Donat-Cattin che “nella politica il carisma o c’è o non c’è. È inutile darselo per decreto”. Una riflessione che conserva una straordinaria attualità ancora oggi. Cioè in un contesto politico dove aumentano i capi ma scarseggiano i leader, per dirla con una felice espressione di Mino Martinazzoli pronunciata a metà degli anni duemila. Una deriva che, purtroppo, è cresciuta nel corso degli anni dopo il tramonto dei partiti democratici e collegiali e l’irrompere dei partiti personali e del capo. In questi ultimi casi più che non l’autorevolezza del leader ha preso il sopravvento l’autoritarismo del capo. E il carisma del leader, nel frattempo, si è progressivamente eclissato sino a scomparire del tutto. Questo è uno dei punti di maggior debolezza e difficoltà della politica contemporanea. E, di conseguenza, dei partiti che sono la

naturale espressione e traduzione della democrazia.

Ora, è di tutta evidenza che anche oggi ci sono ancora dei leader. Persone, cioè, che si sono affermate nella battaglia concreta nella società e nel dibattito pubblico. Donne e uomini che, nel rispetto delle regole democratiche e del confronto vivo nella società, sono emersi naturalmente come leader di un partito o di un movimento. Lo sono stati, per fare un solo esempio, Giorgia Meloni – checchè ne dicano i radical chic della sinistra italiana nei vari salotti televisivi e negli editoriali della cosiddetta stampa progressista – e, sul fronte opposto seppur con altri metodi e modalità organizzative, Elly Schlein. Perché i leader non sono mai il prodotto di una auto investitura o di una nomina dall’alto ma, al contrario, sono il frutto di una selezione democratica dal basso. Certo, per centrare questo obiettivo devono ritornare alcuni ingredienti essenziali: dalla politica intesa come partecipazione e costruzione di idee e visione della società al protagonismo dei partiti come strumenti di collegamento e di mediazione tra la società e le istituzioni; dalle culture politiche indispensabili per dare nobiltà all’elaborazione politica ad una classe dirigente che non viene nominata attraverso il criterio della fedeltà al capo ma cresce nella battaglia concreta e sofferta nella società.

Ecco perchè, se si è fedeli alla cultura e alla prassi della democrazia, il “carisma del leader”, principio caro a Donat-Cattin e a molti leader della vecchia Dc, se c’è è destinato ad emergere in tutta la sua forza. Perché il carisma, al di là di ogni altra motivazione, è l’unico criterio naturale ed oggettivo che segna la differenza tra un leader politico e un militante politico. E questo capita a qualsiasi livello istituzionale e in qualsiasi contesto sociale.

Ma il tutto è piegato, comunque sia, al ritorno della politica e dei suoi strumenti costitutivi e qualificanti. Se dovesse continuare, malauguratamente, a persistere la deriva populista, qualunquista e demagogica dei 5 Stelle e tutto ciò che ha comportato concretamente per il nostro paese questa sub cultura, anche il “carisma del leader” rischierebbe di essere ancora una volta sacrificato sull’altare dell’anti politica.

Accade in Iran, rapper e giochi sul filo di una forca.

Il rapper è uno che bussa, che picchia, insomma uno che dice la sua senza troppi complimenti, non proprio un compostino che sta fermo sulla sua mattonella a far finta di agitarsi restando, compito, al posto suo.  

Sarà per questo che in Iran hanno condannato a morte Toomaj Salhei su cui pende un’accusa non del tutto indifferente all’umore di una Nazione. “Corrompe il cuore dei giovani”, è quello che il tribunale rivoluzionario di Isfahan gli imputa. È stato già arrestato tre volte negli ultimi tre anni, con una pena l’ultima volta di sei anni, scansando però la sentenza di morte per grazia della Corte Suprema. 

Altre accuse sono ora piovute addosso e tutte di impressionante anche geofisica dimensione. “La corruzione sulla Terra, sedizione, propaganda contro il sistema, incitamento alle rivolte”, sono le azioni che quel pazzo dalla rima baciata avrebbe posto in essere con le sue canzoni fuori da ogni ortodossia, uno che si permette di cantarle al prossimo per le rime.

Corrompere è una strana parola che può suonare anche come depravare, alterare, guastare spiritualmente i giovani, vittime innocenti delle sue note, che atterrano come bombe micidiali, incuneandosi proditoriamente nelle orecchie e nelle coscienze di generazioni prive di difese e di adeguate anticorpi. 

Ma il regime in Iran non può fermarsi ad una repressione così eterea come quella di una musica che aleggia come un condor in attesa che la rivoluzione prima o poi ci lasci le cuoia per sbranarne i resti.

I gesti sono l’allarme dal quale maggiorente guardarsi in ordine di tempo e di priorità. Hossein Hosseini, il portiere della squadra di calcio dell’Esteghal, ha abbracciato, davanti alla folla di uno stadio, una tifosa che, scavalcando barriere di protezione, era andata incontro al suo beniamino al termine della partita.

SI è trattato di un atteggiamento intollerabile e più grave ancora la sua giustificazione, che non aveva nulla di manifesta opposizione al potere o di belligerante.  Credeva semplicemente di placare gli animi. “Non ho agito per sfidare le autorità, tantomeno per ribellarmi alla legge in vigore. Pensavo solo fosse il modo migliore per calmare l’atmosfera e salvaguardare la ragazza dal caos che si era creato”. 

Secondo il ragionamento del folle sportivo, si sarebbe quindi trattato quindi di un comportamento che è venuto su naturalmente e pertanto del tutto giustificato dalla sua innocente istintualità. Si vorrebbe così far passare per naturale ciò che invece deve ripugnare e censurare ancor prima di ogni intenzione.

Per la cronaca, Sahar Khodayari, mesi prima, si era vestita da uomo per assistere ad una partita di calcio. Una volta smascherata, si è dato fuoco piuttosto che passare mesi nelle carceri accoglienti del suo paese.

Hossein non è un eroe come il nostro rapper ma è più pericoloso ancora, volendo far digerire come normale ciò che è invece da infamare per la indecenza dello scandalo posto in essere.

Qui si rischia che un gioco scappi di mano e questo non è consentito. Gioco par che in origine prenda piede dall’atto di gettare o scagliare un dardo. Se qualcuno crede di prendersi gioco del regime ha sbagliato di grosso. Non si gioca a nascondino con i guardiani della rivoluzione, tantomeno ci si può giustificare dicendo che si stava solo giocando, magari a scacchi, dando di matto al Governo. Se qualcuno immaginava di giocare un tiro al potere avrebbe dovuto sapere che sarebbe stato giocato da qualcuno più furbo e più fermo di lui.

Il gioco è uno scherzo o una burla ma non ce la si può cavare giustificandosi di aver fatto solo un innocente gioco di parole. Migliaia di occhi hanno visto l’inconcepibile abbraccio tra il portiere e la giovane donna. Lo “iocus” latino al plurale fa riferimento spesso ai giochi amorosi mentre il “ludus” va appuntato ai giochi d’azione. Ai vigili gendarmi è sembrato evidente come quest’ultimo sia stato soppiantato dal primo.

In greco, il gioco si traduce in “paignon” la cui radice “pais”, bambino, si combina con la stessa radice di “paizen”, scherzare, e di “paideia”, educazione. Ed è proprio di educazione che c’è bisogno per rimettere le cose a posto, evitando ogni inconcepibile trasgressione.

Del resto, in Russia anche il campione di scacchi Garry Kasparov, sei volte vincitore del titolo mondiale, è stato arrestato in contumacia con l’accusa di terrorismo. 

Tira una brutta aria per i giocatori di ogni parte del mondo e per i cantanti di certe rime e di una certa risma. A Teheran il terrore corre sul filo. It’s a family affair. Al resto del mondo tutto questo non importa.

Elaborare il male, il contributo della Psicoanalisi.

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C’è un modo per liberare gli uomini dalla fatalità della guerra? È la domanda che Albert Einstein pose a Freud, nel contesto del carteggio avviato tra il Giugno e il Settembre 1932, su  incarico del Comitato Permanente delle Lettere della Società delle Nazioni, allo scopo  di avviare un franco scambio di opinioni su di un problema divenuto  questione di vita o di morte per la civiltà: la guerra.

Einstein sostiene che sarebbe in grado di individuare una possibile soluzione sul piano organizzativo – la creazione di un’autorità legislativa e giudiziaria sovranazionale, con il mandato di comporre tutti i conflitti – e di essere nel contempo consapevole dei fattori psicologici contrari a tali sforzi, come la sete di potere della classe dominante e lo smodato desiderio di promuovere gli  interessi personali. Due in particolare sono le questioni sulle quali intende interpellare Freud, persona assorbita nella ricerca scientifica…capace di discernere gli oscuri recessi  della volontà e del sentimento umano:

-Perché l’uomo ha dentro di sé il piacere di odiare e di distruggere?

 E ancora:  

-Vi è una possibilità di dirigere l’evoluzione psichica degli uomini in modo che diventino capaci di resistere alle psicosi dell’odio e della distruzione? 

Nel primo stasimo dell’Antigone di Sofocle il coro recita: molte sono le cose deinon (termine che si può tradurre con “tremendo”, “terribile”, “mirabile”), ma niente lo è di più dell’essere umano.

Nella cultura greca si dice che è imperfetto, manchevole, in disarmonia con la natura; in Psicologia che nasce incompleto. Il suo sviluppo si realizza in un arco temporale lungo, durante il quale necessita di accudimento, di un’educazione. A differenza degli altri animali non è regolato da codici istintuali precisi, rigidi.

È l’unico animale che uccide i membri della sua specie, sostengono gli etologi.

Anche Freud aveva utilizzato nei suoi primi scritti la parola istinct, istinto, poi sostituita da trieb, tradotta con pulsione, che a differenza dell’istinto è una spinta a meta indeterminata. È dunque plastico, sottoposto a influenze di diversa natura. È una figura che si colloca a metà fra la possibilità del bene e quella del male. La risposta del fondatore della Psicoanalisi ai quesiti di Einstein è netta: non vi è speranza di sopprimere le tendenze aggressive degli uomini, si può solo cercare di deviarle. 

Lo scoppio della Prima guerra mondiale aveva suscitato in Freud un doloroso smarrimento, un’amara delusione, orientando il suo pensiero a un radicale pessimismo. Nella lettera espone in maniera sintetica le conclusioni alle quali è pervenuto circa la dinamica delle pulsioni: Noi presumiamo che le pulsioni dell’uomo siano soltanto di due specie, quelle  che tendono a conservare e a unire – da noi chiamate sia erotiche (esattamente nel senso di Eros  nel Convivio di Platone) sia sessuali – estendendo intenzionalmente il concetto popolare di sessualità – e quelle che tendono a distruggere e a uccidere; queste ultime le comprendiamo tutte nella denominazione di pulsione aggressiva o distruttiva…si tratta soltanto della dilucidazione teorica della contrapposizione tra amore e odio universalmente nota, e che forse è originariamente connessa con la polarità di attrazione e repulsione che interviene anche nel Suo campo di studi.

 

Per leggere il testo integrale

 

Riferimenti bibliografici
Perché la guerra? Carteggio Albert Einstein – Sigmund Freud (1932)

Arendt H. La banalità del male Feltrinelli, 1999
Jung C.G. Ricordi, sogni, riflessioni Bur Rizzoli, 2023

Elaborare il male GRAZIA MAZZOLA
Psicologa Psicoterapeuta
Psicoanalista CIPA – IAAP Istituto di Milano e dell’Italia Settentrionale
In precedenza Dirigente Psicologa I.P.A.S e Professore a Contratto- Università di Pavia

La Voce del Popolo | Mossa spiazzante sul tema dell’antifascismo?

Giorgia Meloni non è fascista. Ma non ama dirsi antifascista. E così l’argomento, che lei si illude di avere sotterrato, riaffiora in continuazione. Poiché non vi è dubbio sul fatto che la premier abbia preso le distanze dal suo album di famiglia. Ma è altrettanto indubbio che ella fa una certa fatica a riconoscere la cosa a chiare lettere. 

Forse perché quelle lettere non sono abbastanza chiare. Eppure occorre darle atto di aver rivisto tanta parte di sé fino ad archiviare nel volgere di pochissimi anni argomenti e sottintesi che facevano parte del suo lessico di intransigente oppositrice. Si pensi al blocco navale, scomparso dalla sua agenda. O ai troppi tentennamenti sull’euro. O anche al giudizio su Mario Draghi, con tutto quello che in quel giudizio è implicito. 

Lungo questo percorso di revisione di se stessa si è mossa con un certo coraggio e anche chi si trova alla sua opposizione deve dargliene atto. A maggior ragione ci si aspetterebbe una mossa spiazzante, risolutiva, definitiva sul tema dell’antifascismo.

Non per compiacere i suoi avversari. Ma per aiutare la sua stessa parte a fare quel salto che fin qui è mancato. E senza di cui il suo destino governativo resta in bilico, quali che siano i numeri elettorali. 

Lo scivolone della Rai sul monologo di Scurati dovrebbe aver ricordato alla premier di quali danni l’eccesso di zelo e di faziosità può produrre. Il fatto è che la democrazia è sempre un sistema complesso e delicato, laddove i tuoi avversari ti possono dare consigli giusti e i tuoi seguaci ti possono invece spingere verso strade sbagliate. Forse Meloni farebbe meglio a fare i suoi conti con questi paradossi.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 24 aprile 2024

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

Perché la Resistenza è un patrimonio comune

Brigate del popolo si chiamavano le formazioni democratiche cristiane operanti nel periodo della Resistenza. Ed era questo, tra gli altri, un modo di qualificare l’intendimento e lo spirito col quale i cattolici parteciparono alla lotta per la liberazione e al rinascimento della Patria. Non era, cioè, intendimento di monopolio o spirito di fazione, ma ricerca e qualificazione di quel fondo comune, largamente popolare, per cui la Resistenza non fu soltanto un movimento militare, ma uno stato d’animo, una ribellione morale del popolo italiano.  

A distanza di dieci anni dal compimento della vicenda resistenziale possiamo dire che va riaffermata, come la più valida, questa concezione della Resistenza alla quale hanno partecipato – con differente contributo dl azione, di sacrificio di sangue, di pena, ma con unanime tensione di spirito – tutti gli Italiani che non fossero accecati dal livore fazioso, illusi circa il modo di salvare la Patria dalla rovina già in atto, o egoisticamente indifferenti alla sorte comune. 

Questo è, per noi, il modo migliore e il più appropriato di celebrare la Resistenza rilevandone uno degli aspetti più originali ed espressivi tra i grandi fatti della nostra storia nazionale: l’essere stata, cioè, il moto risorgimentale che ha raccolto in tutti i ceti, fino ai più umili, fino al più disancorati dai grandi movimenti storici l’adesione alla lotta, al dolore, anche a costo della vita; senza distinzione di provenienza sociale, non solo nell’alone eroico della tortura e della morte, ma nella fatica, nel rischio dell’assalto e nel disagio dell’addiaccio e della macchia. 

Doveva essere così: la resistenza era nata carica delle esperienze tristi d’un regime che aveva monopolizzato e mortificato il senso della Patria come libera convergenza di solidali interessi popolari, che aveva trasferito ad una oligarchia come esclusivo di essa il diritto di interpretare la volontà dei cittadini, che aveva distorto lo sviluppo storico di un popolo giovane avviato alla naturale crescita della sua dignità civile e sociale, che aveva fatto della legge uno strumento di sopraffazione della libera discussione e che – nato dall’esercizio della violenza privata – con violenza esercitava i pubblici poteri per soffocare l’autonoma espressione della coscienza dei cittadini. Ma la Resistenza era nata – proprio per questa esperienza – piena di speranze: ed era la speranza che alimentava la ribellione e la attesa […]

[Prima parte dell’editoriale dell’allora vice segretario della Dc: Mariano Rumor, Un patrimonio comune – “Il Popolo”, 24 Aprile 1955]

De Gasperi, il 25 aprile e i tabù ideologici.

Attorno alla Festa del 25 aprile nel corso degli anni sono nate molte narrazioni. Il recente convegno organizzato da Tempi Nuovi a Roma sul magistero politico di Alcide De Gasperi in merito alla costruzione della Europa e al valore dell’europeismo, ha evidenziato alcuni di questi singolari aspetti. Ma forse vale la pena richiamare l’attenzione su alcuni tasselli che nel corso degli anni si sono sedimentati e curiosamente consolidati.

Innanzitutto il 25 aprile è diventata la Festa della sinistra nelle due diverse e molteplici espressioni. Una sorta di primogenitura e una auto investitura escludente che ha trasformato una delle date fondanti e storiche della nostra democrazia in una giornata profondamente divisiva. E anche quest’anno, come da copione, si è puntualmente verificata questa vulgata. Il “caso Scurati” non è nient’altro che la ciliegina sulla torta che cambia ogni anno i protagonisti ma non modifica affatto la sostanza.

In secondo luogo, e specularmente, per molti settori della destra italiana la data del 25 aprile è certamente importante ma non affatto decisiva e, men che meno, unitiva. Anche su questo versante si tratta di una prassi che si è venuta progressivamente affermando al punto che proprio sul 25 aprile – la Festa più rappresentativa per il profilo e la natura della nostra democrazia repubblicana – si registra una sorta di deriva degli “opposti estremismi” che resta uno degli

elementi più nefasti del nostro sistema politico.

In terzo luogo si registrano alcune singolari ed anacronistiche rimozioni. Tra queste ve n’è una di straordinaria gravità che non possiamo banalmente archiviare. E cioè, la Festa del 25 aprile è nata con Alcide de Gasperi. Il leader democristiano è stato un sincero, vero ed autentico antifascista ma il suo straordinario ed unico magistero politico con riferimento proprio all’antifascismo è stato semplicemente rimosso dal “politicamente corretto” nonchè del tutto dimenticato. Un elemento, questo, che rientra nei misteri della politica Italia e, soprattutto, della cultura politica democratica e antifascista del nostro paese.

In ultimo, ma non per ordine di importanza, non possiamo continuare a parlare dell’unità del paese quando persiste una virulenta divisione attorno al significato, alla pregnanza e alla natura della Festa della Liberazione. Non è lontanamente immaginabile sanare antiche e vecchie divisioni politiche, culturali e storiche quando permane una frattura quasi verticale sulla natura del 25 aprile.

Ecco perché, forse – e proprio cogliendo l’occasione della Festa della Liberazione del 2024 – è giunto anche il momento affinchè la cultura politica della sinistra e la cultura politica della destra prendano atto che senza un superamento definitivo dei rispettivi tic ideologici difficilmente si arriverà ad una vera e credibile condivisione sulle fondamenta civili ed ideali della nostra repubblica. E la Festa del 25 aprile è proprio una di quelle date attorno alle quali, adesso, non si può più tergiversare. Nè per pigrizia culturale, nè per rigidità ideologica e nè, tantomeno, per arroganza politica.

Dibattito | I democratici cristiani? Orfani…in libertà.

Alla fine, è accaduto ciò che era previsto: la nostra area sociale e culturale andrà divisa al voto con candidati sparsi qua e là in diverse liste, quasi tutte lontane dai nostri valori e principi ispiratori. All’impegnativa prova della raccolta delle firme, nelle diverse circoscrizioni elettorali del voto europeo, su una lista condivisa di centro dc e popolare, i vari capi e capetti della composita galassia della diaspora dc, hanno preferito la scorciatoia della presenza in liste collegate alla destra o alla sinistra della politica italiana.

Gli ex popolari del Pd li ritroveremo nelle liste di quel partito, come il caso intrigante dell’ex direttore di Avvenire, Marco Tarquinio, pronti a offrire il loro sostegno per il Partito socialista europeo. Altri, come gli amici di Tarolli, in lista Azione di Calenda, noto “azionista de noantri”, da sempre caratterizzato da un’irrefrenabile idiosincrasia democristiana, alla fine portatori d’acqua alla destra macroniana di Renew Europe. Idem gli amici di Tempi Nuovi, indecisi tra Calenda e Renzi, ma sempre orientati a sostegno del partito europeo di Macron, con la variabile campana di Mastella, la cui consorte confida di entrare nel parlamento europeo con la lista di Italia viva, con capolista l’on. Bonino, da sempre antagonista coerente e indefessa di tutti i nostri valori.

Restano quelli che, come l’Udc di Cesa sono da sempre vassalli della destra leghista e i Moderati di Lupi e Romano, accolti nella lista di Forza Italia che, invece, ha detto no alla Dc di Cuffaro e all’apertura di candidature d’area democratico cristiana, coscienti del vento favorevole che soffia a favore delle loro vele, come già dimostrato dal voto molisano, in diretta alternativa alla Lega in declino verticale.

Anch’io avevo sperato nella possibilità di una lista unitaria a sostegno del Ppe, dovendo constatare amaramente da un confronto avuto con alcuni esponenti dei vertici di Forza Italia, l’inagibilità di tale proposta.

Ecco, dunque, che al voto europeo di giugno saremo orfani di una nostra lista e forzatamente “liberi” di attribuire la nostra preferenza a quei candidati che, nei diversi schieramenti presenti nelle cinque circoscrizioni elettorali, saranno più vicini alle nostre idee. 

Questa è la reale condizione di impotenza politica dell’area frammentata dei cattolici italiani, da sempre caratterizzata dalle sue componenti essenziali: democratici, liberali e cristiano sociali.

Una cosa a me pare certa: fin quando durerà questa nostra impotenza non potrà nascere un centro politico in grado di porsi come elemento di equilibrio tra una destra sovranista e nazionalista, con molti residui revanscisti, e una sinistra definitivamente spostata sulle posizioni proprie del “partito radicale di massa” indicate a suo tempo per il Pci dal prof. Del Noce. Se, da un lato, vivo con inquietudine, una progressiva perdita della speranza, confermo intatta la fede nei valori sui quali ho orientato tutta la mia esperienza politica. 

So, per dolorosa verifica personale, che la Dc costituisce un fatto storico irripetibile, visti anche i molti tentativi fatti senza successo per la sua rinascita, nella lunga stagione della diaspora. So anche, però, che per costruire una reale alternativa alla destra nazionalista e sovranista guidata dall’on. Meloni, serve dar vita a un’alleanza ampia e plurale tra le culture politiche che hanno fatto grande l’Italia: popolare, liberale, repubblicana e riformista socialista. Tappe indispensabili: il superamento della legge maggioritaria e la difesa della Costituzione repubblicana. Ciò si potrà perseguire adottando insieme: il cancellierato, secondo il modello tedesco, con legge elettorale di tipo proporzionale, sbarramento al 4-5% e l’istituto della sfiducia costruttiva. I partiti di questa area dovrebbero ritrovarsi uniti su questo progetto e insieme concordare un programma economico e sociale all’altezza dei bisogni dei ceti medi produttivi e delle classi popolari dell’Italia. Spetta ancora a noi dc e popolari farci carico dell’avvio di questo percorso.

Con De Gasperi per l’Europa di domani

Cari amici, l’Europa non può essere il terreno di conquista degli anti europeisti. Non è un ideale decaduto bensì un progetto che sempre si rinnova. L’Europa siamo noi perché noi crediamo nell’Europa – e per questo abbiamo scelto il Partito Democrtico Europeo. Noi che intendiamo lavorare insieme, con culture diverse, al futuro dell’Europa; noi che rendiamo omaggio, nel solco di una tradizione ancora viva, agli artefici di un’idea di unità e solidarietà, nel segno dell’umanesimo civile; noi che ricordiamo, insomma, quanto si debba ai democratici cristiani la nascita e la crescita della nostra Europa. 

È importante che ci siamo ritrovati qui, a ridosso della Nuvola di Fuksas, in questo nuovo e grande albergo che insiste – guarda caso – proprio su “Viale Europa”. Potevamo indovinare uno scenario più adeguato? Credo di no. E c’è di più, visto che la toponomastica della Città assegna all’Eur, questo straordinario esempio di urbanistica e architettura, la denominazione di “Quartiere Europa”. La scelta – ovviamente Rutelli ne sa più di me – fu operata nel 1965, a 8 anni dal Trattato di Roma, da un’amministrazione (Sindaco Amerigo Petrucci)  a guida democristiana. È tutta una simbologia, in fondo, che ci aiuta a rafforzare il messaggio attuale dell’europeismo.

 

Cari amici,

il convegno, fuori campagna elettorale ma con il “timbro politico” del Partito Democratico Europeo, lo abbiamo dunque immaginato come un fervido tributo a chi l’Europa l’ha fatta realmente – quindi non l’ha soltanto pensata o discussa  – e l’ha fatta a dispetto degli ostacoli, anche numerosi, posti dalla storia. Dobbiamo essere grati ai nostri Padri Fondatori. Grandi leader, formati alla scuola del cristianesimo sociale e democratico, seppero imprimere una svolta ai rapporti tra le nazioni europee uscite da una guerra devastante. Schumann e Adenauer rimossero l’antica ostilità tra Francia e Germania, De Gasperi rese l’Italia co-protagonista di questo sogno di riconciliazione. Con intelligenza e tenacia, portò avanti un’operazione che aveva tante incognite, guidando il Paese fuori dal labirinto del patriottismo autarchico. Con ciò si aprì una nuova prospettiva per la quale l’essere cittadini d’Europa non fu più un’astrazione o una speranza vaga, sempre a rischio di frustrazione e sempre in qualche modo revocabile. Dunque, grazie a questa prova di coraggio e lungimiranza, siamo diventitati cittadini d’Europa. E oggi, l’Europa è una realtà che abbraccia la nostra vita quotidiana, anche quando ce ne lamentiamo. 

È stato un percorso impegnativo. Già sul finire dell’altro conflitto mondiale, la Grande guerra del ‘15-‘18, si manifestò l’aspirazione a comporre un nuovo status del Vecchio Continente. Tuttavia, solo dopo l’immane tragedia del secondo conflitto mondiale e la sconfitta del nazi-fascismo s’imboccò la strada giusta, quella della prima unità rappresentata dalla Ceca (la Comunità del Carbone e dell’Acciaio). De Gasperi, come sappiamo, in questo progetto riversò la passione di un italiano che aveva mosso i primi passi in politica nell’ambiente multinazionale e multiculturale dell’Impero Austro-Ungarico, entrando molto giovane nel Parlamento di Vienna come deputato popolare trentino.

L’esperienza di una vasta comunità di popoli, con tante lingue ufficiali, lasciò in lui un segno indelebile. Gli venne da lì, con tutta probabilità, la convinzione che federare l’Europa – vale a dire l’Europa della libertà e della democrazia – fosse il motivo più valido per salvaguardare lo spirito delle nazioni e la peculiare vocazione dei popoli, senza ricadere nel vortice dell’etno-nazionalismo. Fu tra i più accesi sostenitori della Difesa comune (la CED) e negli ultimi giorni della sua vita terrena ne pianse l’abbandono, proprio a causa di un voto inaspettato e fatale dell’Assemblea parlamentare di Parigi.  

Fu il primo blocco, ma poi si riprese a camminare: dal Trattato di Roma (1957) al Trattato di Maastricht (1992), dalla guerra fredda alla caduta del Muro di Berlino, dalla Comunità dei 6 membri iniziali all’Unione dei 27 attuali (per la contrazione dovuta alla Brexit): un tragitto non facile che ci ha portato alla moneta unica e di recente, sotto i colpi della pandemia, alla definizione di un piano comune d’investimenti (Pnrr) mai prima adottato. Ci possiamo sentire soddisfatti? Sicuramente avremmo preferito che ci fosse un più alto grado di solidarietà e una maggiore spinta verso l’integrazione. Tuttavia non dobbiamo trascurare i traguardi raggiunti, né dobbiamo ingessare il discorso sulle difficoltà e le inadempienze. Un conto però è la critica per quel che manca e si desidera, per obiettivi più ambiziosi, altro è il pretesto che si usa, ad opera di populisti e sovranisti, per diminuire o contrastare la dinamico virtuosa dell’europeismo.

 

Cari amici,    

noi crediamo nella forza dell’Europa. Ci crediamo anche se vediamo molto bene le ombre di una decrescita che ha tra le sue cause innanzi tutto il crollo demografico. L’Unione europea rappresenta comunque un esperimento positivo – l’unico veramente riuscito, a livello politico istituzionale, nel panorama internazionale del secondo Novecento – per il quale si è composta e definita una vera entità sovranazionale. Dentro i suoi confini è cresciuto un modello sociale e si è articolato, pur con i limiti ben noti, un mercato economico europeo. Il 50 per cento della spesa mondiale destinata al welfare si consuma in questo nostro Continente, che oggi raccoglie poco più del 5 per cento della popolazione del pianeta. Ne siamo orgogliosi, ma ne avvertiamo il peso per le responsabilità che comporta di fronte alle nuove generazioni. E non basta: l’industria, l’agricoltura, il commercio, i servizi raggiungono livelli che ne fanno un pilastro dell’economia globale, con ricadute importanti sulle singole economie nazionali. Questo è ciò che abbiamo ereditato e costruito, ma questo è anche ciò che dobbiamo promuovere e sviluppare ulteriormente, con il coraggio di grandi riforme. 

Non è il tempo della pigra contemplazione dei risultati raggiunti. I dati del problema li conosciamo, serviranno per un tratto non breve almeno 500 miliardi l’anno da destinare alla trasformazione del sistema produttivo europeo. Paradossalmente siamo diventitati noi – parliamo dell’occidente evoluto e più in particolare dell’Europa – il mondo che un tempo chiamavamo “in via di sviluppo”: molti settori, specie nel terziario, dovranno cambiare profondamente. Avremo, anzi abbiamo bisogno di reinventare un modello di sviluppo – un modello, come abitualmente si dice, più verde e sostenibile. Da ciò consegue che la transizione economica richiederà più programmazione e direzione politic, non per “mettere le braghe” alle innovazioni, ma per gestirne l’impatto sulla società, e in primo luogo sull’occupazione: anche passare per un lavoratore da un impiego a un altro implicherà un’azione di accompagnamento da parte dei pubblici poteri, con adeguati strumenti per la riqualificazione professionale. Se non avremo ingegno e visione nel “riformare” il capitalismo, cosa mai dovremo aspettarci? Ci sono troppe ombre all’orizzonte. In effetti, una razionalizzazione diretta a moltiplicare l’efficenza finirà per dare all’economia una curvatura iper-meccanicistica, specie perché imposta dagli apporti fantastici e allarmanti della Data technology, con uno scenario disumanizzante a motivo della perdita di valore e dignità del lavoro. Potremo, in questo caso, tornere a fare i conti con la minaccia di una nuova alienazione e quindi ci dovrà soccorrere un appello, di radice antica e nobile, all’umanizzazione dell’economia. 

Certo, con tutti i rischi immaginabili, bisogna comunque mettere in moto l’Europa per non perdere le sfide della globalizzazione. Vedremo meglio il modo in cui sarà necessario farlo non appena arriveranno sul tavolo, ufficialmente, i rapporti che Mario Draghi ed Enrico Letta hanno avuto incarico di redigere. Le linee fondamentali sono state anticipate, dall’uno e dall’altro, con fredde e allarmate ricognizioni sul rischio di declino nel caso di blocco o ritardo grave nell’azione di riforma.

 

Cari amici,

è importante che si disegnino nuovi scenari, facendo però attenzione a non assecondare formule velleitarie o smaccatamente propagandistiche, come quando si evoca il superamento dell’unanimità negli atti deliberativi dell’Unione Europea o l’elezione diretta del presidente della Commissione, chissà se con la formula – mi si consentirà di dirlo a mo’ di battuta – del “sindaco d’Europa”. Ci sono riforme che incidono molto e non entrano invece nel dibattito politico corrente. È strano che si rinunci, per dirne una, a correggere il funzionamento della BCE, laddove nessuna norma impedisce di attribuire o meglio riattribuire alla competenza delle singole Banche centrali – Paese per Paese – le funzioni di vigilanza sui rispettivi sistemi bancari, lasciando a Francoforte il controllo su pochi e grandi istituti finanziari. 

Mentre continuiamo a impostare programmi specifici, per i quali è necessario in ogni caso l’incremento di risorse su basi condivise, trascuriamo deliberatamente l’argomento più spinoso, vale a dire l’argomento del debito comune. È un tabù che impedisce di cogliere la dinamica soggiacente a una progressiva “federalizzazione” del debito, essendo questa, come insegna la storia degli Stati Uiti d’America, la combinazione più potente di solidarietà e responsabilità per spingere verso una convergenza politica necessaria.   

Nelle sue memorie, Jacques Delors racconta che al suo esordio alla guida della Commissione aveva preso in considerazione l’idea di fare della difesa comune l’obiettivo prioritario, sfidando le resistenze soprattutto di Francia e Gran Bretagna. Vi dovette rinunciare, per realismo, scegliendo in alternativa la battaglia per la moneta unica. Con l’euro si è realizzato un enorme passo in avanti, ma non siamo ancora giunti al traguardo di una vera integrazione politica. Sta di fatto però che dopo un lungo ciclo di pace, in Europa e ai suoi confini, il “ritorno della guerra” ci obbliga a confrontarci sull’urgenza di un esercito europeo.

In questa cornice è alquanto illogico che la Gran Bretagna non riveda almeno alcuni tratti della sua auto esclusione dal concerto europeo. Dovremmo assecondare un cambio di sensibilità. Ricordo che Aldo Moro si dimostrò uno strenuo sostenitore dell’ingresso della Gran Bretagna nella Comunità europea. Auspicabilmente, si tratta di riavvolgere il filo di una storia, per trovare le possibili sintesi future.   D’altronde, quale difesa comune può esserci in Europa senza il concorso a pieno titolo di Londra? Non basta la Nato, se essa non trova, dirimpetto a sé, la sagoma istituzionale di un’Europa coesa e determinata, capace di organizzare con più razionalità ed efficenza il suo potenziale difensivo.

Il discorso non riguarda un protocollo di riarmo a fini di aggressione. Il ripudio della guerra appartiene all’eredità del nostro Novecento e certamente ci qualifica nei rapporti internazionali, assegnando a noi europei un incontestabile ruolo di pace. Ciò nondimeno, di fronte allo scatto imperialistico della Russia, non potevamo rifugiarci nell’indifferenza, ammantando di pacifismo, come amano fare i populisti, la rinuncia a far valere il rispetto del diritto internazionale come fondamento e garanzia di pacifiche relazioni tra tutte le nazioni. 

Abbiamo dato prova di grande vicinanza attiva, senza fornire alibi al bellicismo di Mosca. Per questo l’appoggio al popolo ucraino, dato fin dall’inizio della guerra, non può venire meno oggi, né d’altra parte verrà meno domani, quando a giugno eleggeremo il nuovo Parlamento di Strasburgo. Non intendiamo ammainare la bandiera della fedeltà ai valori della nostra Europa.

 

Cari amici,

è proprio sui valori che occorre accendere i riflettori della politica e della cultura. Vogliamo lasciarci alle spalle il lungo dibattito sulle radici giudeo-cristiane dell’Europa, preferendo a questo punto concentrarci sulla questione della laicità – ma quale laicità? – che s’intreccia con i grandi temi della bioetica e della biopolitica. Come europeisti di autentica matrice cristiana, condividiamo la preoccupazione circa il pericolo rappresentato dalla crescita dei fondamentalismi. Volteggiano sulle nostre teste le profezie a buon mercato sulla caduta dell’Europa in mano agli islamisti. I profeti di sventura non mancano mai. Erigere la barriera dei diritti è una risposta, in qualche modo preventiva, alla minaccia fondamentalista. 

Fin qui va bene, non ci sono obiezioni. Tuttavia scorgiamo segni di fondamentalismo anche nella politica che muove da premesse di laicità, quando in nome della neutralità delle istituzioni, posta a specchio dell’autonomia e libertà degli individui, si scivola verso una “laicità normativa” che desertifica il terreno dei valori. Scatta un tipo di radicalismo etico che fagocita e riproduce, in senso opposto, un motivo di estremizzazione: un altro tipo, se vogliamo, di fondamentalismo per il quale s’appiattisce ogni dubbio e si mortifica ogni dialettica, sicché l’aborto o il fine vita, la transizione di genere o la gravidanza per procura, l’equiparazione dei matrimoni o la condizione “liquida” delle convivenze, tutto rientra nella unilateralità di un pensiero distaccato dalla misura dell’umanesimo    

È il problema attuale dell’Occidente, ovvero il problema del cosiddetto transumanesimo. Alla libertà assoluta dell’individuo si associa l’astrazione di un diritto che non ha più l’umano come regola, ma il desiderio e la felicità, a qualunque costo. Adesso più che mai, l’Europa dei Lumi sperimenta l’effetto del presagio di Horkheimer e Adorno, quando scrissero lucidamente: “L’illuminismo, nel senso più ampio di pensiero in continuo progresso, ha perseguito l’obiettivo di togliere agli uomini la paura e di renderli padroni. Ma la terra interamente illuminata splende all’insegna di trionfale sventura”. 

È questo il futuro dell’Europa? Noi abbiamo una riserva di ottimismo, pertanto guardiamo avanti con fiducia. Certo, il progresso non può deragliare in direzione del vuoto di principi e di valori. Abbiamo necessità di condividere un’orizzonte di morale, sia pure di una morale che operi lungo l’asse della tolleranza. Per questo, in parallelo, la politica deve ritrovare in sé o fuori di sé qualcosa che ne elevi la dignità e la funzione. Non possiamo fermarci al momento di spiritualità che aleggia sulle note dell’Inno alla gioia, per poi negarci, da quello stesso momento, a ogni suggestione che evochi una politica più ambiziosa, più fedele al servizio della comunità, e quindi semplicemente più umana.

 

Cari amici,

permettermi di concludere così: l’Europa che vogliamo deve farci appassionare. Fu un’emozione per chi ne gettò le basi, deve esserlo per noi che ci disponiamo a renderla più forte. De Gasperi diceva che l’Europa era il crogiolo di culture fondative, alcune di matrice cristiana, altre di matrice socialista e liberale: ognuna con la propria identità, ma tutte unite da una visione politica umanista. Questa unità deve essere preservata, altrimenti l’Europa avrà difficoltà a compiere l’impresa che ha davanti, per il bene delle nuove generazioni. Sarà importante scegliere le persone giuste, sarà decisivo avere persone preparate nel futuro Parlamento. Le elezioni di giugno rappresentano uno spartiacque. Nel 1948, in Italia, vinsero i democratici e un uomo intelligente, Attilio Piccioni, disse che non era stata una vittoria della paura ma sulla paura. Adesso tocca a noi: dovremo vincere, contro populismi e sovranismi, non agitando la paura ma offrendo una limpida alternativa alla paura. Così porteremo più in alto la speranza nell’Europa di domani.

 

Il testo qui riportato è la base dell’intervento che Fioroni ha tenuto a conclusione dell’evento.

 

I link per accedere alla registrazione su YouTube 

https://www.youtube.com/live/a4uM_KTqB9s?si=M1GqmGNBYD4EECjm

 

https://www.youtube.com/live/DebOPNcDIeM?si=Xdcwg8IA1hGJ8VlN

25 Aprile, l’appello dell’Associazione dei partigiani cristiani.

25 aprile 2024: mai avremmo pensato di celebrare gli 80 anni della Liberazione nel pieno di crisi internazionali di così grave pericolo per l’umanità. La guerra di aggressione della Russia all’Ucraina, l’attentato terroristico a Israele del 7 ottobre, la guerra a Gaza e l’incendio scatenato nel Medio Oriente dall’Iran e dalle milizie ad esso collegate, hanno modificato gli assetti geopolitici e violato le Convenzioni di protezione umanitaria internazionale e stanno portando il mondo sull’orlo della catastrofe.

Anpc, fortemente ancorata ai diritti dei popoli ad avere una propria Patria e dei cittadini a non essere usati come scudi umani nei conflitti, ma titolari del diritto alla libertà e al riconoscimento della propria inviolabile dignità, festeggia una ricorrenza che tutti gli Italiani hanno l’obbligo di ricordare per riconoscere il successo della lotta di liberazione che ci ha conquistato una patria libera, indipendente, repubblicana.

La Resistenza ha fondato la Costituzione, baluardo di diritti e di doveri per una nazione capace di autodeterminarsi e dedicare la propria sovranità per ripudiare la guerra e ogni discriminazione.

L’Associazione Nazionale Partigiani Cristiani è ancora qui e sempre ci sarà per continuare una battaglia pacifica a difesa dei valori della libertà e della democrazia e quindi contro ogni forma di razzismo, antisemitismo e apologia di regimi illiberali e criminali.

Esprimiamo solidarietà agli ebrei italiani e in particolare agli ebrei romani che continuano a essere offesi dopo le atrocità subite dal regime fascista delle leggi razziali.

La “Resistenza ora è sempre” è il manifesto di un impegno che non potrà mai venire meno e al quale educare le giovani generazioni che, lontane dai fatti storici, devono sentirsi protagoniste di un futuro costruito per dire mai più alla guerra.

Il 25 aprile 2024 è alla vigilia di una importante convocazione elettorale per eleggere il Parlamento europeo. I nostri martiri hanno combattuto e sognato patrie in pace in una Europa in pace: a loro forti del loro esempio e della loro eredità tocca il destino di essere non pacifisti ma operatori di pace.

L’appello a una forte partecipazione al voto potrà essere un importante messaggio a sostegno della Resistenza Ucraina contro nuove mire imperialistiche. Il popolo ucraino è l’avanposto per la difesa di tutti i liberi e democratici cittadini europei.

Come pure ANPC, sollecita ogni istanza – colpevolmente e per troppo tempo latitante – a costruire concrete vie pacifiche verso un assetto mediorientale che finalmente doni patria e Stato, sicuri, a Israele e Palestina

Il Pd tra Schlein e Prodi

Eta Beta è un personaggio dei fumetti che si esprime mettendo la lettera “p” davanti alle parole. Ha la capacità di fiutare i pericoli e di prevedere il futuro. Nel mondo dei cartoni, nei ballon, la nuvoletta dove sono scritti i pensieri dei personaggi, si legge di tanto in tanto un “pfui pfui”, un’espressione che indica disprezzo, scherno o derisione.

Tutto questo richiama il commento di Prodi all’annuncio di Elly Schlein di candidarsi alle prossime elezioni europee. Il Grande Vecchio del Pd ha detto con dispiacere o con irritazione che “non gli dà retta nessuno” aggiungendo che chiedere il voto, senza poi andare a scaldare effettivamente il seggio europeo, provoca ferite alla democrazia che scavano un fosso. 

“Shemà Pd” è un grido caduto nel vuoto. Il suo popolo rischia di insabbiarsi nelle secche di una sconfitta dolorosa, forse buona per una eventuale futura purificazione. Così dicendo intuisce un futuro non roseo per il Pd e per la politica nazionale e, bofonchiando, è possibile gli sarà scappato anche qualche “pfui”, qui e là.

Della antica locuzione “(ar)recta aure”, stare cioè con l’orecchio drizzato, a noi è restato solo il “recta” ed è così che Prodi si lamenta di non avere ascolti e di girare a vuoto nella speranza di trovare qualcuno che gli dia seguito. 

“Cercare Maria per Roma” è una espressione che trova origine alla difficoltà di trovare l’icona della Madonna della Provvidenza nella Chiesa di Santa Maria in Grottapinta, nella zona di Campo de Fiori, vicino peraltro ai palazzi del potere della Capitale.

La Chiesa oggi sconsacrata e abbandonata è il simbolo del disagio di Prodi a non intercettare interlocutori che gli prestino attenzione. L’ex Premier forse è stato anche lui sconsacrato e abbandonato dai suoi antichi sostenitori.  Vedremo che accadrà.

Non è mancata poi la polemica se mettere o no il nome della Elly nel simbolo di partito. Alla fine la segretaria ha rinunciato. Con la raffinatezza che gli è propria, Cuperlo aveva fatto ricorso alla tecnica di una definizione residuale negativa: “Elly…tu non sei Giorgia Meloni, non sei Matteo Salvini, non sei Tajani, non sei Renzi, non sei Calenda…” Con ciò invitandola a non cadere nella tentazione di ammirarsi in grande e grosso sui manifesti elettorali.

Comunque, Elly ha dichiarato che con la sua personale scesa in campo intende “dare una mano con spirito di servizio. Mi candido a dare una spinta a questa meravigliosa squadra e a un progetto di cambiamento del Pd e del Paese”. 

Un po’ di anni fa al Festival dello Zecchino d’Oro girava una simpatica canzoncina che nelle prime strofe recitava: “Il caro nonno Asdrubale lasciò un’eredità, a noi toccò una macchina di sessant’anni fa. Un tipo di automobile che ridere può far, ma ridere per ridere papà ci volle andar. E dopo dieci, venti, trenta scoppi del motor, la gente tutta intorno gli gridava con calor: dai, dai, dai, dagli una spinta, dagli una spinta vedrai che partirà!”.

Vedremo se la potente macchina da guerra del Pd terrà la strada arrivando magari prima in dirittura di arrivo. Ma prima ancora, occorre che intanto si accenda, senza ingolfarsi già in partenza.

India al voto in un clima di crescente nazionalismo

È iniziata la maratona che in poco meno di due mesi condurrà quasi un miliardo di elettori al voto per il rinnovo della Lok Sabha, la Camera bassa del Parlamento indiano, che consta di 543 seggi. L’esercizio di democrazia elettorale più vasto del pianeta.

Eppure anche lì pare spirare un sottile vento autocratico, se – come tutto lascia prevedere – il Bharatiya janata party (Bjp) del primo ministro Narendra Modi vincerà con buon margine assicurandosi così altri cinque anni di potere.

Le critiche e le preoccupazioni si fondano su alcuni dati di fatto che si sono consolidati nel tempo nel corso dei dieci anni di governo del carismatico e popolare leader induista. Giorno dopo giorno, costantemente, è andato consolidandosi un senso di identità nazionale imperniato sull’induismo (nel quale si riconosce l’80% della popolazione) che ha progressivamente superato l’eredità britannica laico-occidentale ancora ben percepibile nei lunghi anni del gandhismo e del Partito del Congresso (dal padre della nazione Nehru fino a Sonia Gandhi passando per Indira Gandhi) per approdare a una sorta di integralismo religioso che favorisce tratti illiberali nella gestione politico-sociale del potere.

Del resto il nazionalismo indù è un po’ la cifra del governo Modi, che ha proprio in esso il fulcro del suo consenso. Il simbolo di questa influenza è forse stata, poche settimane fa, l’inaugurazione di un nuovo tempio indù edificato sul sito – in località Ayodhya, nello stato nord orientale dell’Uttar Pradesh, famoso per la presenza sul suo territorio del mitico Taj Mahal – ove estremisti indù nel 1992 demolirono una moschea. Le varie confessioni religiose sono sempre più chiaramente emarginate e combattute, in India. Ma la più avversata è quella musulmana, che è praticata da circa il 15% della popolazione ed è maggioritaria negli stati himalayani di Jammu e Kashmir, non per nulla zone in perenne tensione interna.

Ora il governo ha annunciato una nuova legge per la quale i fedeli di ogni religione tranne quella islamica potranno richiedere e ottenere la cittadinanza indiana se fuggiti dai paesi vicini a maggioranza musulmana (e per converso, anche se non è esplicitato, potrebbe accadere che i musulmani residenti nel paese possano venire deportati, quali immigrati illegali). Un ulteriore passo sulla via della radicalizzazione del potere indù, con la compressione degli spazi per chi appartiene alle minoranze, religiose e laiche.

Per quanto riguarda l’economia, invece, ovviamente uno dei temi più importanti in una campagna elettorale, la situazione è discreta, ma non esaltante. Sono ancora milioni i giovani disoccupati e i tassi di crescita roboanti, a due cifre, promessi dal Bjp sin dal 2014 non si sono mai concretizzati, anche se occorre riconoscere che negli ultimi anni l’India è comunque cresciuta più delle altre grandi nazioni con le quali ormai desidera confrontarsi, e non solo in ragione della sua enorme dimensione in termini di popolazione. La crescita avrebbe potuto essere maggiore – sostengono i critici del governo – se si fosse lasciato più spazio alla concorrenza internazionale invece di proteggere dalla medesima i grandi conglomerati nazionali, perdendo così opportunità di investimenti, soprattutto nella manifattura, che avrebbero potuto generare nuova occupazione. Ma al di là di queste giuste osservazioni l’opposizione, fragile e divisa, non ha saputo creare o individuare una reale alternativa a Modi.

L’India è destinata a divenire uno dei principali player mondiali e a tal fine Modi si è mosso con qualche ambiguità nel complicato ginepraio della nuova geopolitica. Anche qui la bussola è il nazionalismo, gli interessi dell’India prima di tutto. Le alleanze sono plurime e a rischio di contraddizione. Così quella con gli Stati Uniti viene confermata e allargata attraverso il QUAD, accordo che include anche Giappone e Australia e che è finalizzato a contrastare militarmente la crescente volontà di dominio sul Pacifico da parte della Cina.

Al tempo stesso vengono confermati i buoni rapporti con la Russia, dalla quale acquista petrolio e gas a prezzi divenuti più convenienti in seguito alla guerra in Ucraina e alle conseguenti sanzioni occidentali nei confronti di Mosca. Non solo. 

L’India è partecipe del BRICS, ora BRICS+, l’alleanza del Sud Globale, come viene definita. Qualcosa che si muove in un ambito sostanzialmente anti-occidentale. Ove la Cina punta a esercitare un ruolo preminente. Quella stessa Cina che storicamente è un avversario continentale dell’India. L’ambizione di Modi è di rappresentare in questo forum l’alternativa alla Cina o quantomeno il suo contrappeso. Un punto di contatto per l’occidente, probabilmente. Ma soprattutto l’obiettivo di Modi – se il suo partito vincerà le elezioni, come previsto – è di porre l’India al centro di un sistema di relazioni internazionali diversificate dal quale ottenere il massimo rendimento possibile.

Dobbiamo interrogarci sul lento declino dell’Occidente

Lo scorrere del tempo nasconde mutamenti e trasformazioni che percepiamo nella loro dimensione globale ma anche attraverso i segni che leggiamo nelle piccole cose. Ci sono – in questa epoca travagliata e sempre minacciata dall’incipiente pericolo del baratro – guerre devastanti e genocidi che coinvolgono gli Stati e i popoli, le etnie, le culture, le religioni: non c’è limite al peggio nè spazio per una civile resipiscenza. Sono fatti che ci raccontano l’inquietudine umana, la bramosia del potere, l’assenza della memoria, i pericoli del fondamentalismo, la messa al bando di ogni limite: è una minaccia continua che si espande a macchia d’olio e dimostra quanto sia insieme crudele e stupido il genere umano. 

Le buone notizie non si trovano più neanche nel mercatino dell’usato, mi aveva detto Maurizio Belpietro, e se da qualche parte narrano una dimensione umana che semina gesti di bontà e desiderio di pace, restano occultate nella vorticosa e mistificante narrazione dei social media. Ci sono anche- dicevo – segni che intercettiamo nella quotidianità e durano un battito di ciglia ma – sedimentandosi e ripetendosi – finiscono per lasciare traccia. Gli uni e gli altri fenomeni – quelli grandi e incontenibili come le guerre, i conflitti, la sostenibilità ambientale e quelli dentro o poco oltre l’uscio di casa – ci dicono che il mondo sta cambiando: tempora mutantur et nos mutamur in illis. 

La Storia dell’umanità è sempre stata caratterizzata da un ora lento ora accelerato processo di trasformazione. Leggendo e recensendo in questi giorni un saggio di Giuseppe De Rita sul concetto di sviluppo legato all’autopropulsione sociale, ho radicato il convincimento che i cambiamenti intorno a noi non sempre si sostanziano nell’idea di progresso. Ci sono state epoche talmente caratterizzate da radicamenti culturali identitari da esserne denominati: pensiamo al Rinascimento, all’Illuminismo, al Romanticismo. L’avvento del dominio tecnologico ha impresso una forte dinamica evolutiva che non siamo riusciti a connotare oltre il concetto di complessità: rileggere Heidegger, Habermas, Benjamin e Bauman. Trovo che da alcuni decenni si sia acuìto il tema della sostenibilità generazionale, in ambito culturale, nel contesto lavorativo, nella comunicazione e nelle relazioni umane. 

La democrazia resta una chimera inagibile, il relativismo etico e culturale la sovvertono e la mettono continuamente in discussione. Siamo circondati da feticci che diventano orpelli e luoghi comuni: privacy e trasparenza anziché emancipare, facilitare e semplificare mettono le manette ai polsi delle relazioni umane. Si parla tanto ma non ci si comprende, il soggettivismo radicato nei comportamenti umani – ammantato da nobili ideali come la libertà di espressione e la dignità del singolo crea situazioni di incomprensione e monadi vaganti e incomunicabili. Ci si affida allora ai luoghi comuni, alle opinioni degli influencer, alle derive miste tra minimalismo e nichilismo, delirio parossistico, effetti speciali e rigurgiti di volontà di potenza. La conflittualità sociale dilagante ne è prova tangibile.

Paradossalmente le culture tradizionali si conservano nei contesti istituzionali e sociali delle tirannie e delle dittature. Ancor più eclatante il fatto che ciò avvenga laddove il fondamentalismo religioso si mescola alla secolarizzazione delle sue regole: si taglia la testa alle donne che non indossano il velo, si lapidano quelle che hanno abbassato il copricapo mostrando gli occhi. Incredibile che l’Occidente che fa una bandiera dell’emancipazione femminile si presti ad essere così benevolo e indulgente verso coloro che trovano accoglienza e rivendicano diritti umani senza accettare le regole che la tradizione culturale del Paese che li ospita impone. 

Dobbiamo fare quadrato attorno alle nostre democrazie, come mi ha detto Vittorio E. Parsi “la difesa della democrazia domestica passa attraverso la leadership delle democrazie nel mondo”. È in atto da anni in Occidente una deriva minimalista (v. cancel culture), ciò che non accade dove le tradizioni e le radici identitarie sono inamovibili e rafforzano la sedimentazione del potere. In Russia il Patriarca Kirill parla di guerra santa in nome della nazione, da noi Papa Francesco si rivolge al mondo intero e invoca la pace universale: non sono la stessa cosa. Lo stesso dicasi per ciò che predica l’islamismo: shari’a, fondamentalismo, sottomissione della donna, distruzione di tutto ciò che l’occidente rappresenta.  

Nel caravanserraglio sociale in cui viviamo c’è di tutto e di più: salvaguardare le identità nazionali, conservare e custodire la cultura tramandata sono diventati peccati di lesa maestà. Non credo che scegliere la democrazia come modello di convivenza sociale imponga di assumere una sorta di ‘pensiero debole’ e acefalo, egualitario, rinunciando ai valori ereditati. 

Eppure da tempo stiamo rinunciando alla nostra identità e rinneghiamo la storia, i valori fondativi dell’essere italiani o europei, in nome di un’intercultura che non esiste perché troppo profonde sono adesso le radici che ci caratterizzano. Dio, Patria e famiglia hanno costruito un modello sociale perfettibile e con declinazioni magari non condivisibili e forse ora obsolete ma la loro rimozione in tutti i gangli e i meandri del vivere sociale non è stata sostituita da riferimenti più convincenti. Non erano e non sono una bestemmia.  

Il pensiero debole dilaga e non dobbiamo confondere il senso di appartenenza all’idea di un ‘continuismo’ identitario (come lo chiamerebbe De Rita) con le derive negative dei nazionalismi e dei populismi. In una società aperta c’è spazio per l’inclusione, la convivenza pacifica, il dialogo: ma sempre nel rispetto delle regole.

In questi giorni Sunak ha stabilito che gli stranieri per abitare nel Regno Unito devono possedere un reddito di 45 mila euro, noi non siamo arrivati a tanto ma ad esempio le banlieue francesi sono un grattacapo non da poco per Macron: un mix etnico ormai radicato e potenzialmente esplosivo. Ora, ascoltare in TV che la statua di Vera Amodeo dedicata alla maternità (una donna che allatta un neonato) non trova né pace di critica né sistemazione logistica in una via o piazza di Milano, perché giudicata anacronistica e non espressione di valori universalmente condivisi, lascia di stucco. È una delle tante negazioni che stanno smantellando pezzo a pezzo la nostra Storia e la nostra cultura mentre hanno ancora diritto di cittadinanza in tutto il pianeta. Ci sono Paesi modelli di democrazia dove queste cose non succedono: tutto il mondo ci guarda e ride delle nostre stupide malinconie, dei nostri crucci, delle nostre remore, del nostro – mi sia consentito – paraculismo salottiero.  

Così come la vicenda dei presepi che “offenderebbero” le altrui sensibilità, le scuole chiuse nei giorni del Ramadan, la rimozione dei Crocifissi dalle aule. Ha fatto bene Valditara a mettere paletti che spettano a un Ministro. Chi visita un Paese del Nord Africa non riceve uguale trattamento: perché allora il pensiero debole, quel senso di colpa atavica di essere gli eredi di una civiltà che ha espresso valori positivi si insinuano nel pensiero condiviso fino a dover chiedere scusa e vergognarci di ciò che siamo e siamo stati?

Non esiste una civiltà senza radici: tutte vanno rispettate ma questa dilagante abdicazione ai nostri riferimenti culturali e identitari può portare solo ad una società amorfa e defedata. Aspettiamo ora l’intelligenza artificiale per rimuovere il resto che rimane.

Schlein candidata, Prodi dice no e Borghi alza il tiro.

È stata la condanna di Prodi a suscitare maggiore scalpore. In via di principio, secondo il Professore, la candidatura alle europee deve corrispondere a un preciso impegno, essendo un gesto inammissibile entrare in lista con la prospettiva di una rinuncia subito dopo all’esercizio del mandato. Anche Elly Schlein, dunque, ha ceduto alle lusinghe di un leaderismo che mette a dura prova la trasparenza e la qualità della proposta politica. La conclusione è semplice, anche al di là della reazione prodiana: a sinistra, dove poggia il baricentro dell’opposizione, si consuma una manovra di deteriore opportunismo.    

C’è però da osservare che il vulnus alla democrazia – perché di questo si tratta in ragione dell’inganno verso gli elettori – va di pari passo con l’ennesima torsione del profilo identitario del Partito democratico. È stato Enrico Borghi, capogruppo di Italia Viva al Senato, a mettere in rilievo il carattere politicamente scorretto di una decisione che  fuoriesce dal canone della battaglia, senza se e senza ma, contro la destra populista e autoritaria. Il motivo è presto detto.    

“Non so se le teste d’uovo del Nazareno – ha scritto Borghi sui social – lo abbiano realizzato, ma la decisione di mettere il nome di Schlein nel simbolo e sulla scheda elettorale sposa nei fatti l`idea dell’elezione diretta del premier, e archivia di un botto tutta la retorica sulla deriva bonapartista del premierato. Perché se mette il suo nome per elezioni europee (dove ha già annunciato di desistere dall’elezione), Elly Schlein non potrà che confermare questa impostazione alle prossime elezioni politiche. E quindi come la mettiamo con la melassa sulla deriva antidemocratica del premierato? O forse, ora che sta realizzando il nuovo PDS (Partito di Schlein), Elly recupera il programma istituzionale del PDS originale e della tesi numero 1 dell`Ulivo? In ogni caso portate i sali alla sinistra Dem, e gli ex di Articolo 1, che pensavano di tornare alla Ditta e si ritrovano nel wokismo individualista”.

Dunque, l’appello a una dialettica – Schlein vs Meloni – fortemente radicalizzata, con la conseguente riduzione di spazio per i partiti intermedi, avanza nelle nebbie dell’ambivalenza. Arriva a un punto in cui lo scontro non è più sul “modello” di democrazia, bensì su chi e come lo gestisce, quel modello; come quando, per l’appunto, si punta ad assumere l’identifica postura leaderistica in funzione dell’alternativa (di potere). 

Ecco spiegata allora la diffidenza di una vasta area dell’elettorato, priva al momento di adeguata rappresentanza: il gioco degli specchi tra sinistra e destra non convince perché ripropone l’immagine di una scambievole applicazione “ad usum Delphini” della democrazia. In definitiva l’antagonismo riguarda le persone, non il metodo. E questo, per molti, non va bene.

La contesa sull’antifascismo di Scurati rivela la crisi della Rai

La polemica innescata dalla sinistra e dai populisti sul breve ma durissimo comizio di Antonio Scurati non trasmesso dalla Rai – ma comunque letto in diretta dalla conduttrice del programma – contro Giorgia Meloni arriva puntuale come le stagioni meteorologiche. Del resto, il 25 aprile si avvicina e, come da copione, va radicalizzato il dibattito politico sul possibile “ritorno del regime”, sul fascismo ormai alle porte, sulla inesorabile restrizione di tutte le libertà democratiche e via scioccheggiando.

Ora, al di là di queste baggianate e con la speranza che arrivi al più presto il 26 aprile per ritornare semplicemente alla realtà, alcune cose vanno pur dette. Certo, chi legge la Stampa di Torino o la Repubblica in questi ultimi giorni – cioè i quotidiani più scatenati e più faziosi contro Giorgia Meloni e il centro destra – sembra di essere veramente alla vigilia di una ormai inesorabile svolta autoritaria dove l’unica possibilità di sopravvivenza per i sinceri democratici come noi è quella di scappare al più presto in montagna per iniziare la battaglia contro l’invasore. Ma, ripeto, è tutto un copione che finirà, come sempre, il 26 aprile.

Detto questo e dando per scontato l’ennesimo dibattito surreale e del tutto virtuale, torniamo al documento di Scurati – che ormai tutti conosciamo – per fissare alcuni brevi paletti.

Innanzitutto il documento andava letto in Rai dall’autore e senza alcuna polemica. Certo, al di là della sottolineatura e del richiamo di alcuni fatti storici ormai noti a tutta Italia, si tratta di un piccolo e violento comizio politico lanciato frontalmente contro Giorgia Meloni. E sin qui tutto normale e persin scontato.

In secondo luogo, e come sempre, la furbizia e la rapidità di movimento di Giorgia Meloni ancora una volta hanno breccia. E cioè, pubblicando il documento di Scurati sulla sua pagina Fb a conferma che non si deve nascondere nulla. Anche i comizi politici più settari e più faziosi.

In terzo luogo, essendo cambiati in profondità la qualità e la funzione del servizio pubblico radiotelevisivo, oggi la salvaguardia del pluralismo significa semplicemente la garanzia della faziosità politica. E il documento di Scurati rientra perfettamente e quasi ontologicamente in questa classificazione. Si tratta, cioè, di un piccolo manuale utile per tutti i militanti della sinistra in vista delle manifestazioni del 25 aprile contro Giorgia Meloni e il suo Governo.

In ultimo, ma non per ordine di importanza, una corretta ed oggettiva lettura e ricostruzione del passato non può essere sempre confusa ed impastata con una irriducibile e strutturale faziosità politica e culturale. Un solo esempio e confronto con il passato della Rai, certo non paragonabile con gli attori, i giornalisti e e gli artisti contemporanei a conferma di questo assunto. E cioè, la “notte della Repubblica”, uno dei tanti capolavori televisivi del “gigante” e “maestro” Sergio Zavoli, è mai stato sfiorato da una polemica faziosa o settaria o partigiana del programma sotto il profilo politico e culturale? Per non parlare di moltissimi altri programmi televisivi di approfondimento politico, culturale e sociale. 

È ancora possibile far sì che una corretta, oggettiva – per quel che è possibile – e trasparente informazione del servizio pubblico radiotelevisivo italiano non sconfini sistematicamente nell’attacco personale, nella faziosità politica più becera e nella demolizione sistematica di tutto ciò che non rientra nella ideologia del “politicamente corretto”?

Questa era, e resta, la vera sfida del futuro della Rai, del suo pluralismo, della sua imparzialità e, soprattutto, della sua professionalità e del suo ruolo nella società italiana. Se il tutto si limita al business, ai contratti milionari, alla faziosità permanente e al settarismo più sfacciato, tanto vale privatizzarla e chiudere definitivamente una pagina, seppur gloriosa e nobile, della storia italiana ed europea legati all’informazione, alla cultura, alla storia e al giornalismo.

L’equivalenza dei sessi scombina l’antropologia

Sylviane Agacinski

 

[…] Lévi-Strauss osserva che, in numerose società, i legami naturali possono sussistere e coesistere con le relazioni di filiazione istituite. Fornisce diversi esempi di casi in cui lo statuto sociale di un figlio si determina in funzione del padre legale, ma aggiunge che «il bambino conosce comunque l’identità del suo genitore biologico ed esistono legami affettivi che li uniscono». Contrariamente alle nostre, quelle società ignorano l’angosciosa alternativa tra legami naturali e legami sociali. Invece di drammatizzare l’opposizione, esse giustappongono i due tipi di legami, ma in modo trasparente, e la trasparenza sembra loro essenziale.

Ci si può allora chiedere se non sarebbe più saggio anche per noi accogliere tale trasparenza, anche in materia di procreazione assistita. Essa permetterebbe, infatti, di ripersonalizzare i legami tra ascendenti e discendenti, evitando al tempo stesso la spersonalizzazione degli ascendenti e la desessualizzazione della procreazione. Vediamo bene infatti che, ad esempio, l’inseminazione anonima, usata da una donna sola o da una coppia di donne, fa completamente sparire la parte dell’altro sesso nella nascita di un figlio. Crea la finzione di un atto generativo monosessuato, che non è verosimile. Possiamo chiederci in nome di cosa e di chi una società possa imporre a un bambino la finzione di una nascita desessualizzata, che rischia inoltre di compromettere la costruzione della sua identità sessuata. La stessa questione si pone per stabilire la parentela. Istituire due genitori dello stesso sesso significa rompere con il modello strutturale dissimmetrico dei legami biologici, che si mantiene anche in laboratorio. L’istituzione della parentela deve forse abbandonare ogni rapporto, sia pure analogico, con l’ordine reale della generazione sessuata degli esseri umani?

La legittimità dei legami omosessuali non è in discussione. È riconosciuta dalle unioni civili in Francia e in altri Paesi. Potrebbe essere rafforzata da un matrimonio civile, se il significato di tale istituzione venisse cambiato. Ma il desiderio individuale di unirsi civilmente, di stipulare un contratto coniugale con una persona dello stesso sesso, giustifica il progetto di scartare l’altro sesso dalla procreazione e dalla filiazione dei bambini? Giustifica una ricostruzione della parentela basata sull’equivalenza dei sessi? Questo meriterebbe almeno di essere oggetto di riflessione e di dibattito, tanto più che una tale ricostruzione creerebbe una disuguaglianza tra i figli futuri, compresi i figli adottati: gli uni, iscritti in una filiazione bilaterale non simmetrica, con una madre e un padre; gli altri, privi sia di un padre sia di una madre.

Il problema dei bambini a venire, cioè delle future generazioni, è che nessuno li rappresenta sulla scena politica democratica: non possono manifestare, né essere ricevuti né essere ascoltati. Non costituiscono alcuna forza. Il legislatore deve però preoccuparsi delle condizioni della loro venuta. Ed è per questo che, prima di prendere decisioni precipitose in materia di procreazione e di parentela, egli dovrebbe svolgere una riflessione antropologica ed etica, approfondita e condivisa, sullo statuto dei figli, sui loro diritti e sulla nostra responsabilità nei loro confronti.

(Traduzione di Mario Porro)

 

Sylviane Agacinski

Sylviane Agacinski è una scrittrice, giornalista e filosofa francese. Negli anni Settanta ha partecipato alla fondazione del Collège international de philosophie, al fianco di Jacques Derrida. Ha scritto numerosi libri, incentrati soprattutto sul rapporto fra i sessi.

 

Per leggere il testo integrale

https://rivista.vitaepensiero.it//news-vp-plus-la-metamorfosi-della-differenza-sessuale-6484.html

Quale futuro per Roma? Riflessioni alla vigilia del Giubileo.

La città eterna ha una molteplice e straordinaria pluralità di valenze interconnesse: possiede un valore per l’umanità religiosa, ma è anche una delle principali capitali europee ed un centro di riferimento anche  per tutti i paesi del bacino del Mediterraneo In un momento emergenziale come l’attuale assume pertanto un ruolo fondamentale per realizzare una cooperazione autentica tra energie culturali, politiche ed umane in grado di contribuire a realizzare un percorso di pace e di convivenza armonica e democratica.

Sede di numerose strutture accademiche e di ricerche, Roma possiede un ricco tessuto di realtà produttive e tecnologiche di sicuro spessore. La “cittadinanza globale”, come si usa dire oggi, è composta da una comunità di “utenti”, anche solo temporalmente presenti sul territorio di Roma, che hanno diritto a prestazioni pubbliche di livello, erogati come nelle altre capitali, in prospettiva di un accoglienza responsabile. Non si tratta di due “missioni” in competizione, essendo in realtà  sinergiche, che richiedono servizi funzionali e fortemente coincidenti.

In particolare, l’attuale assetto delle autonomie locali sul nostro territorio, con la Città metropolitiana e Roma Capitale, dovrebbe essere maggiormente focalizzato sui bisogni di una città di rilievo non solo nazionale, in quanto capitale, ma al tempo stesso di valenza mondiale. Le funzioni e le risorse attribuite a queste strutture, ad esempio, dovrebbero consentire di riconoscere la specificità della città e del suo territorio metropolitano, per ribadire la centralità politica e la cifra universale che viene riconosciuta a Roma da un punto di vista artistico, religioso e culturale.

Si tratta di prendere atto della complessità di governo, ma anche amministrativa e strutturale, che segue alla vocazione internazionale di Roma. Occorre una vera autonomia e a ciò si aggiunge  che l’attuale modello di governo locale del nostro territorio, di per sé messo alla prova delle nuove emergenze di mobilità, risulta indebolito dalla circostanza che le previsioni della legge n.42 del 2009 in materia  di federalismo fiscale proprio per lo sviluppo di Roma Capitale, necessita di un’ulteriore accellerazione allo scopo di reperire le necessarie risorse finanziarie

Serve quindi  un cambio di prospettiva che sviluppi un progetto alternativo per poter attribuire alla città di Roma, mediante i suoi enti territoriali, i poteri e le funzioni che consentano il vero esercizio di un autonomia amministrativa, così da poter  affrontare le grandi emergenze lasciate senza risposta. Certamente la fonte giuridica indicata nella legge di attuazione dell’art. 114 cost., comma 3, sembra andare in questa direzione offrendo sul piano giuridico e specialmente tecnico un utile spazio per l’adozione di un vero “progetto-Roma” per i prossimi anni.

Una calibrata riflessione ci porta verso una sollecitazione al riconoscimento di “Roma Capitale” attraverso una speciale autonomia che del resto appare presente nella carta costituzionale nell’art.116 e in conformità, appunto, alla legge n.42 del 2009 in materia di federalismo fiscale. Le attività inerenti a un vero rilancio della città  devono superare le più delicate criticità per dare consistenza alla visione di una città moderna in grado di competere con le altre capitali europee.

Si potrebbe pensare ad un “master plan” aggiornato ogni anno per poter indicare gli obiettivi, le risorse e i soggetti, verificando i progressi compiuti ed individuando gli aggiustamenti necessari da compiere. Sarebbe uno strumento utile per tutte le interlocuzioni istituzionali, razionalizzando le localizzazioni e le interazioni decisive con le grandi imprese pubbliche che hanno la loro sede a Roma, superando l’aleatorialità dei tempi; come pure ciò varrebbe per le infrastruttire che escono da un periodo pandemico emergenziale, sovraccariche di rinnovate esigenze da parte dei cittadini, ad esempio in ordine a edifici scolastici, strutture universitarie ed ospedaliere.

Occorre superare gli ostacoli che frenano i processi prtecipativi miranti alla concertazione tra i diversi soggetti, pubblici e privati. Proprio la fase postpandemica può essere una grande occasione per interventi integrati a vantaggio delle periferie, laddove si sono venuti configurando negli ultimi tempi agglomerati legati a un pendolarismo verso il centro, con ulteriori aggravamenti del problema della mobilità. Per questo sarà decisivo l’aggiornamento di strumenti urbanistici per la delocalizzazione delle strutture centrali e periferiche dello stato (e del comune stesso) per liberare nuovi spazi verde, in una logica di urbanizzazione integrata, includendo scuole, servizi e spazi di socializzazione.

Fondamentale, in prospettiva dell’imminente Giubileo, sembra essere il rilancio della vocazione internazionale della città. In questo senso sarebbe utile la creazione di un ufficio per la promozione culturale di Roma nel mondo. Del resto, le università statali o private, pontificie o internazionali che hanno sede a Roma vantano una tradizione consolidata e un patrimonio di conoscenze che potrebbero attrarre studiosi da tutto il mondo, con ricadute positive sul tessuto metropolitano e regionale.

Nuove opportunità di sviluppo possono contribuire a rafforzare le reti di solidarietà verso le persone più isolate o fragili; e in ciò può rivelarsi efficace anche il ruolo delle parrocchie, delle organizzazioni di volontariato, degli enti del terzo settore.

Proprio per venire incontro ad un ordinamento nuovo della capitale si potrebbe prendere in considerazione la costituzione di un centro studi sulla promozione sociale, riunificando e mettendo a confronto le esperienze di fondazioni, associazioni e – perché no – strutture amministrative che operano nella città, per arrivare a competenze mirate allo sviluppo urbanistico armonico, realizzando così una sinergia tra innovazione e sostenibilità: una sorta di “innovability”.

Roma ormai da tempo patisce il deterioramento dei parametri relativi alle condizioni di benessere economico e alla qualità delle relazioni sociali, con un invecchiamento progressivo della popolazione, la contrazione della capacità di acquisto da parte dei redditi da lavoro e il disagio abitativo, soprattutto nelle periferie. Insomma, c’è urgenza di immaginare e costruire una risposta strutturale alle “sofferenze” che si addensano in ogni segmento sociale.

Roma quindi non potrà ignorare le competenze tecnico scientifiche delle istituzioni universitarie e degli enti di ricerca per organizzare una più moderna e proficua gestione del territorio metropolitano e delle sue risorse. In ciò appare faconda l’iniziativa delle università romane di costituire un associazione, recentemente formatasi sotto la sigla di AURORA (Alleanza tra le università romane per la ricerca applicata), per innervare l’azione dei pubblici poteri in questa opera necessaria di rilancio e promozione della Capitale. Esiste un giacimento di risorse culturali e tecniche, spesso celate, da cui ricavare un impulso straordinario per un’equilibrata politica di modernizzazione.

 

Prof. Giulio Alfano

Presidente dell’Istituto “Emmanuel Mounier”

Scurati, aborto e strilli: una società dal pensiero in gola?

C’è come sempre qualcosa che non va soprattutto in tempo di elezioni. Si alza una canizza sulla presunta censura di Scurati con il suo testo antifascista. Si sarebbe oscurata la democrazia sulla quale è caduta la scure del potere. Così protesta una parte, mentre l’altra parte replica con motivazioni di onere economico per la RAI. Intanto la Giorgia nazionale ha pubblicato lei il testo frutto di contestazione. 

Altra diatriba è a difesa del diritto dell’aborto, minacciato da un emendamento al decreto “Pnrr–quater” che, per come si teme e si comprende, vorrebbe far entrare nei consultori, associazioni anche di stampo antiabortista. C’è chi lancia un allarme per l’aggressione al diritto di aborto e chi invece rivendica che la legge debba essere applicata nella sua interezza. L’emendamento è a firma del deputato Malagola che per molti avrebbe fatto bene a ricacciarsi nelle fauci il pensiero che, sempre secondo alcuni, ha maldestramente tradotto in atto parlamentare perché approvato ed inserito nel disegno di legge all’articolo 44–quinquies.

Mala tempora currunt sed peiora parantur. Se si continua così andremo sempre peggio.

La legge 194 stabilisce che in caso di gravidanza una donna può essere assistita da consultori familiari che attuano direttamente o indirettamente speciali interventi quando la gravidanza o maternità creino problemi per risolvere i quali risultino inadeguati i normali interventi. I consultori “possono avvalersi della collaborazione volontaria di idonee formazioni sociali di base e di associazioni di volontariato, che possono anche aiutare la maternità difficile dopo la gravidanza”.

Da qui dibattiti a tutto spiano su chi sia idoneo e chi meno, chi sia intruso o chi no in una vicenda che ha comunque il tenore di un dramma. È questo un tema che non richiederebbe infatti neanche un rigo di scrittura. Il fatto che se ne parli e si commenti e si scriva al riguardo è un segno di grave sconcerto.

Si invoca con allarmi di strada la tutela di un diritto delle donne pronte alla barricata se qualcuno volesse immaginare di mettere i bastoni tra le ruote alla applicazione di una legge dello Stato.

Giungono persino bacchettate dalla Francia e dalla Spagna per il pericolo di una eventuale inversione di tendenza in ordine alla possibilità di non portare avanti una gravidanza. Ci è andato di mezzo anche Bruno Vespa che non ha trovato testimonianze femminili sul tema durante il suo “Porta a Porta”.

Su questo tema si registra un approccio ideologico che rende deprimente ogni discussione. C’è chi è a favore e chi contro e ciascuno, come è giusto, difende il suo pensiero.  La logica dello scontro è il macroscopico difetto di cecità delle parti in causa. Così la contrapposizione si carica di un livore e di una forza che perde di vista la tragedia del fatto, che perde di ogni rilevanza, prevalendo solo il desiderio di affermare la propria ragione.

Non sembra che esista al mondo una donna che abbia vissuto quella esperienza e che possa aver interrotto la gravidanza a cuor leggero. È una piaga che si porta appresso probabilmente per sempre e che richiederebbe una assistenza assoluta dello Stato per curare il dolore che ti accompagna, non solo nella memoria, nel corso degli anni di vita. 

È sempre lo Stato che concretamente potrebbe offrire l’occasione di un ripensamento sulla scelta di abortire, almeno lì dove si trattasse di dover affrontare una maternità in condizioni economiche impossibili, magari offrendo un ingresso al lavoro con quote riservate a chi non disponga di mezzi per sostenersi.

È lo Stato che deve assumersi le sue responsabilità e dare in un caso o in un altro un sostegno vero alle donne di fronte alla scelta di abortire. Stiamo parlando di una esperienza che lascia segni profondi in chi la vive e che non può essere oltraggiata, riducendola ad una avvilente rissa barricadera tra diritti e doveri.

In questi giorni una donna, Azzurra Carnelos, è morta avendo interrotto le cure chemioterapiche per non pregiudicare il prossimo parto del figlio che aveva in grembo. Il marito racconta che Azzurra stringeva i denti e sorrideva. E nato il bambino ma il cancro si è tolto la sua soddisfazione, uccidendola. Azzurra forse un giorno sarà proclamata santa, comunque resterà un esempio di dedizione di generosità e di amore.

A nessuna donna si può chiedere il sacrificio della propria vita per darne alla luce un’altra. Neppure si possono chiedere atti di eroismo diventando mamme quando nessuno alza un dito per darti una mano o se non ti senti pronta per un passo così impegnativo.

Azzurra insegna a tutti che il baccano dei diritti e dei doveri è comunque un modo distorto di approcciare il tema della maternità e le sue conseguenze. Allo Stato si deve chiedere molto di più, pretendere una assistenza vera, per tutto il tempo che occorre, che si scelga in un modo o nell’altro, per la vita o per l’aborto. Di questo non sembra invece levarsi alcuna voce.

A proposito del libro «La sinistra sociale» di Giorgio Merlo

Talvolta le riflessioni conclusive di un percorso mentale e di vita si rivelano essere in realtà (in qualche caso troppo tardi) la necessaria premessa, addirittura l’obiettivo sino ad allora nascosto. Scriveva per esempio Carlo Donat-Cattin: «Senza il recupero civile di vessilli morali e trascinanti (…) costruiremmo ogni giorno un fantasma nel vuoto».

Parole che il leader della corrente della Democrazia Cristiana “Forze Nuove” espresse in occasione di un libro intervista del 1980, intitolato “La mia Dc”. A ricordarle è in questo caso Giorgio Merlo, suo libro “La sinistra sociale” (Marcianum, Venezia, pagine 224, curo 19), che include anche una prefazione dell’arcivescovo Vincenzo Paglia.

Fantasmi, dunque. La dimensione dell’impalpabile parrebbe, in effetti, quella che meglio si addice al dibattito sull’impegno dei cattolici in politica, tanto in riferimento alle proposte per il futuro quanto all’effettiva capacita di incidere di questi ultimi, a partire dalla fine della Democrazia Cristiana fino nostri giorni.

Eppure, scrive il presule nelle pagine iniziali del libro, oggi, quando ci troviamo «in un passaggio della storia analogo a quello del dopoguerrа», le condizioni per una nuova presenza dei cattolici in politica, ci sarebbero. A patto di riscoprire e di valorizzare, sostiene

Merlo, gia deputato del Partito Democratico e attualmente sindaco di Pragelato (TO) l’esperienza della “sinistra sociale” di ispirazione cristiana, di cui l’autore del libro ripercorre la storia anche attraverso l’azione dei suoi esponenti, dal già citato Do-nat-Cattin a Franco Marini, passando per Guido Bodrato , Sandro Fontana, Ermanno Gorrieri. Un’azione inquadrata a sua volta in un contesto storico particolare, che non ne fa però una semplice vestigia del passato ma anzi un modello da recuperare, per ispirazione e metodo. Si parla dunque di una “sinistra sociale” che si era costruita intorno a tre elementi fondamentali: «una forte e vissuta ispirazione cristiana che per un verso arricchisce di significato etico e trascendente ogni azione politica e dall’altro la collega alla dottrina sociale»; un «radicamento nel mondo sociale e nel mondo del lavoro, ricavando dalle esigenze dei più deboli un progetto per l’intero paese»;

«l’irriducibile fedeltà al metodo democratico».

Un’esperienza importante e meritoria, con molti risultati di cui andare fieri e che, secondo

Merlo, va recuperata. Per evitare di parlare di fantasmi, bisogna però scendere nel concreto, a partire dalle persone. Scrive giustamente

Paglia:«Vanno bene le scuole di formazione socio-politica, ma non bastano. Va suscitato un movimento largo e plurale di riflessioni sul presente e sul futuro del Paese, dell’Europa e del pianeta». Merlo va più nello specifico: «Senza le munizioni che arrivano dal retroterra cattolico difficilmente un’esperienza come quella della “sinistra sociale” d’ispirazione cristiana può ridecollare nella cittadella politica italiana». Con una avvertenza: «Il solo impegno nel prepolitico, seppure importante e mai da sottovalutare, non può esaurire tutti gli spazi, le energie e la volontà dei cattolici che credono nell’impegno pubblico dei credenti». Secondo Merlo, in sintesi, c’è bisogno di un “par-

tito nazionale”, un «luogo politico con una cifra autenticamente riformista, un partito culturalmente plurale, una gestione interna ispirata a criteri rigorosamente democratici e una leadership diffusa». Accanto alla struttura, una nuova concezione dello Stato liberale, la riforma elettorale (in senso proporzionale), un programma innovativo di politica economico-sociale e di solidarietà internazionale.

Tutte cose non inedite, si potrebbe osservare. Legge elettorale a parte, sulla quale le opinioni si dividono con buone ragioni da una parte e dall’altra, alzi la mano chi non ha mai sentito un esponente di un partito di qualsiasi area dire che serve un nuovo programma economico e sociale, un nuovo Stato liberale, visto che le vecchie edizioni sono evidentemente superate, di una solidarictà internazionale anche come risposta alle emergenze sempre più di carattere globale. Merlo lo sa bene, e per questo chiude con la citata intervista di Donat-Cattin. Pa-rafrasando: senza valori, condivisi, non si va da nessuna parte.

E qui la questione diventa più complicata. E lo è sin dalle premesse, perché se l’ispirazione cattolica è l’assunto fondamentale, viene naturale chiedersi di quale cattolicesimo si parli, se di quello compiacente e organico al liberismo spudorato che ha caratterizzato la politica italiana della seconda Repubblica o di quello delle periferie, dei preti di strada, di quello che interloquisce sul piano etico con le domande di senso che vengono poste dalla società in maniera complessa e che richiedono risposte cristianamente adulte, articolate ed equilibrate, che anela a praticare, per dire, l’economia circolare di Francesco. Occorre, in buona sostanza, la presa di coscienza, senza sconti, del fatto che l’esperienza del cattolicesimo in politica, come lo conosciamo, non può prescindere dalle condizioni storiche in cui si è presentato, come pure lo stesso Merlo riconosce per poi superare il problema con un salto concettuale che forse andrebbe ulteriormente chiarito.

Il tema di una politica cattolica non può prescindere dal tema della crisi della Chiesa e del cattolicesimo. La politica italiana, dalla fine della Democrazia Cristiana in poi, ha trovato sponde plurime nel mondo cattolico perché il mondo cattolico si è rivelato, con giustificazioni a volte difficili da accettare, diviso, nella pratica pastorale, anche sui suoi stessi valori, a partire dalla declinazione concreta della sua dottrina sociale. Insomma, quando si parla di una nuova politica dei cattolici si deve necessariamente parlare di una nuova Chiesa e anche dell’influenza della politica al suo interno, tema ovviamente di una complessità tale da renderlo, qui, quasi proibitivo.

E a ben vedere non sarebbe sufficiente ncanche questo. Perché, se è chiaro il riferimento alla necessità del ritorno ad una politica sociale, l’analisi anche socio-cconomica del mondo di oggi è indispensabile per un discorso che sia realmente innovativo e praticabile. Le categorie non sono quelle di un tempo: nuove povertà non significa solo persone povere che prima non lo erano ma concetti del tutto nuovi di povertà in un mondo che nel giro di pochi anni può diventare irriconoscibile. Non è una differenza da poco: la destra e la sinistra (e condivisibile, per esempio, è l’affermazione di Merlo, solo in apparenza trascurabile, secondo cui Fratelli d’Italia è da considerare sotto l’aspetto sociale più a sinistra di Lega e Forza Italia) diventano anch’esse categorie vuote e con esse inadeguata la distinzione fra ciò che è sociale e ciò che non lo è.

Così come va analizzata, anche a costo di rivelare la propria provvisoria inadeguatezza, la questione del ruolo di intermediazione politica svolto dai partiti nell’epoca del “voto continuo”, quello cioè espresso dagli elettori quotidianamente con i loro comportamenti sulla rete, che non sfuggono ai sondaggi. Il concetto di “democrazia diretta”, che esiste ormai nei fatti, pure nelle sue storture, non può essere liquidata solo come l’argomento bislacco di populisti e di politici improvvisati: è un dato. E fa tutta la differenza del mondo. Contenuti, si dirà, di cui si potrà parlare, tra persone sensate. I cattolici (quasi sempre) lo sono. Ma si ritorna, fatalmente, all’inizio: viene prima la classe dirigente o vengono prima i “vessilli” (meglio i valori) morali? Pnma un partito o prima i contenuti (concreti, tangibili, non generici)? Soccorre un’altra considerazione, espressa da Paglia nella prefazione: “(oggi) la política è senza pensiero”. Trovarne uno, come esorta anche questo libro, è prioritario.

Roma inaugura l’illuminazione rinnovata della Villa di Massenzio

Nell`ambito delle celebrazioni per il 2777° compleanno di Roma, è stato inaugurato il nuovo impianto di illuminazione artistica della Villa di Massenzio sull`Appia Antica, uno dei più importanti siti archeologici della città. 

I resti di alcuni luoghi simbolo della Roma antica come il Palazzo Imperiale, il Circo e il Mausoleo di Romolo, sono così ulteriormente valorizzati e il pubblico potrà, d`ora in poi, godere della loro bellezza anche di sera. 

Il complesso massenziano, una delle aree archeologiche più suggestive della campagna romana, si estende tra il II ed il III miglio della via Appia Antica ed è costituito da tre edifici principali: il palazzo, il circo ed un mausoleo dinastico, progettati come una sola unità architettonica per celebrare l`imperatore Massenzio, lo sfortunato avversario di Costantino il Grande nella battaglia di Ponte Milvio del 312 d.C.

Lo schema del circo abbinato al palazzo imperiale, già noto in altre residenze, è qui arricchito dalla presenza di un mausoleo dinastico, più noto come Tomba di Romolo, dal nome del giovanissimo figlio di Massenzio che fu qui quasi certamente sepolto.

Il circo, ancora ben conservato in tutte le sue componenti architettoniche, poteva ospitare oltre 10.000 spettatori e al suo centro era collocato l`Obelisco di Domiziano che secoli dopo sarà riutilizzato da Gian Lorenzo Bernini nella Fontana dei Fiumi.

Il nucleo centrale dell`intero complesso era il mausoleo dinastico. Il grandioso edificio, probabilmente a due piani, doveva avere l`aspetto di un piccolo Pantheon ed era circondato da un imponente quadriportico che lo metteva in comunicazione con il palazzo costruito sulla collina retrostante. Della sua costruzione originaria si conservano solo il basamento a pianta circolare e la cripta, con un grosso pilastro centrale e un corridoio anulare nei quali si aprivano le nicchie per la deposizione dei sarcofagi. Dal corridoio anulare è possibile entrare in un ampio vestibolo quadrangolare, che probabilmente serviva a raggiungere il piano superiore.

Si suppone che l`area, già parte integrante del Triopio di Erode Attico, fosse stata inglobata, come altre zone del suburbio, nel demanio imperiale. Con la sconfitta di Massenzio è verosimile che le costruzioni massenziane passassero alla Chiesa di Roma e che quindi, almeno a partire dal VI secolo, facessero parte del Patrimonium Appiae.

Per secoli le informazioni sull`area risultano lacunose e i monumenti suddivisi tra proprietari diversi. Nell`Ottocento tutto il complesso fu acquisito dai Torlonia, duchi di Bracciano. Nel 1825 il principe Giovanni Torlonia diede avvio, con l`aiuto dell`archeologo Antonio Nibby, alle campagne di scavo dell`area, trasferendo le numerose opere d`arte rinvenute nella collezione privata del palazzo di Borgo e trasformando la tenuta in azienda agricola, destinazione che perdurò fino al momento dell`esproprio avvenuto nel 1943.

Rinascita Popolare | Markus Krienke parla dei mali della Germania

[…] Krienke ha sottolineato come «il sistema politico tedesco soffra di una diffusa instabilità provocata dal crescere di Alternative fur Deutchsland (Afd), formazione di estrema destra con alcune propaggini a carattere neonazista. Su scala nazionale si colloca attorno al 20 per cento. Cifra che sale notevolmente nei lander dell’Est, soprattutto in Sassonia, Turingia e Brandeburgo, dove entro l’anno si svolgeranno le elezioni regionali e dove sfiora il 30 per cento. Uno dei temi forti dell’Afd è quello della cosiddetta reimmigrazione, cioè il ritorno a casa degli immigrati. Questione dirompente per la stessa democrazia tedesca e che ha dato origine a grandi manifestazioni di piazza contro questa destra che pure non si può liquidare solo come un rigurgito neonazista».

Afd nasce in realtà come reazione sovranista contraria all’euro e poi pesca nel malcontento dell’est, regioni dove riscuote i suoi maggiori consensi. All’est molti pensano che l’unificazione sia avvenuta con una sorta di colonizzazione dell’ovest che ha fatto tabula rasa del passato. Ad esempio, distruggendo il precedente apparato produttivo. Emerge quindi un crescente risentimento che l’Afd cavalca a gran voce e che porta a votare a destra ampie fette di elettori un tempo legati al vecchio Partito comunista.

In definitiva l’Afd è ormai in grado di condizionare il quadro politico. «Sinora – evidenzia Krieke – i cristiano-democratici hanno respinto qualsiasi accordo ma c’è da chiedersi cosa accadrà se il peso della destra radicale dovesse aumentare ancora. Magari accompagnato da una nuova flessione della Cdu, che sta perdendo fasce di elettorato conservatore avverse alla svolta centrista di Angela Merkel: rifiuto del nucleare, matrimoni gay ed accoglienza di un milione di immigrati. Certo, la Cdu punta soprattutto sui liberali della Fpd, ma i due partiti, sondaggi alla mano, non dispongono, da soli, della maggioranza necessaria a governare. Il coinvolgimento dei Verdi potrebbe essere un’ipotesi da esplorare ma certe impuntature ecologiste non collimano con l’elettorato liberale e democristiano. Resta la Grande coalizione tra Cdu ed Spd col rischio di far perdere consensi ad entrambi i partiti».

A livello europeo la Germania cerca il proprio spazio, differenziandosi su alcuni temi dalla Francia, come si è visto sulle truppe Nato nello scenario ucraino. Il rafforzamento dell’Unione europea è visto come un obiettivo necessario. Cdu, Fdp e Spd – pur con sfumature diverse sul debito o una più o meno accentuata venatura sociale – sono sostanzialmente d’accordo con un maggiore impegno verso l’unità del continente.

Secondo Krienke, il punto decisivo per comprendere meglio l’attitudine tedesca verso l’Europa è il rigore di bilancio. Una “frugalità” condivisa dal blocco dei Paesi nordici, in antitesi alla “prodigalità” dell’Europa mediterranea. La composizione di questo divergenza è un po’ la chiave con cui l’integrazione europea su fisco, bilancio e politica economica comune potrà ripartire con rinnovato vigore.

«Tutti comprendono che una maggior integrazione è indispensabile ma tutto è complicato dalle divisioni presenti tra i singoli Stati, per di più timorosi di perdere pezzi di sovranità. Eppure il minor peso economico e demografico dell’Europa nel mondo mostra che lo Stato nazionale non è più la soluzione. C’è peraltro bisogno di un nuovo assetto perché è difficile governare un sistema a 27 Stati le cui regole sono state concepite per un Europa a sei. Per rafforzare il cammino verso una più stretta unità politica serve un’intesa dei tre grandi Paesi dell’Unione: Francia, Germania ed Italia, in grado di far da battistrada per gli Stati più piccoli e superare l’attuale fase di stallo nella quale siamo impantanati».

L’orizzonte internazionale, e in particolare quello europeo, è oggi oscurato dalla guerra in Ucraina. Difficile uscirne fuori, ritiene Krienke, senza un deciso supporto dell’Europa a Kiev. «Si tratta di bloccare definitivamente le mire egemoniche di Putin che potrebbero avere altri obiettivi. Anche oltre i territori contesi del Donbass. Sotto questo profilo, per difendere una prospettiva di pace futura, sarebbe un vero disastro abbandonare l’Ucraina al proprio destino».

 

Per leggere il testo integrale

https://www.associazionepopolari.it/2024/04/14/markus-krienke-germania-in-difficolta/#post-

 

Leggi anche il precedente articolo di Giuseppe Davicino

https://ildomaniditalia.eu/germania-e-italia-un-dialogo-essenziale-alleuropa/

La cinquantesima Settimana Sociale e l’incompresa crisi della partecipazione

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Confartigianato è main sponsor di tutta la 50ma Settimana Sociale che si svolgerà a Trieste dal 3 al 7 Luglio prossimi.

La maggiore fra le organizzazioni dell’artigianato, delle piccole imprese e di chi è intraprenditore di sé, patrocina gli eventi generali della sera di Venerdì 5 – incontro con Paul Batthi, fratello del politico pachistano Shahbaz, un martire della libertà – e della sera di Sabato 6 – lo spettacolo di Giovanni Scifoni su San Francesco Superstar del Medioevo.

Al mattino dal 4 al 6 Luglio, 10-12,30, Confartigianato sta allestendo tre incontri su: giustizia tra generazioni, libertà e delusione (Mauro Magatti); vocazione-talenti-skills-lavori (Stefano Micelli); ri-abitare i Luoghi e avervi un posto esclusivo, perciò inclusivo (Johnny Dotti). Poi stand di presentazione ‘buone pratiche’ ed esperimenti progettuali, tutto in un grande spazio in una piazza di Trieste.

Nella prefazione del Card. Zuppi al suo nuovo importante lavoro, “Da Camaldoli a Trieste – Cattolici e democrazia” (Vita e Pensiero), che l’amico Ernesto Preziosi segnala giustamente, delle tre questioni che il Presidente della CEI indica, la terza – le forme di organizzazione del potere – è la più ammalata, per vari aspetti inguaribile senza una trasmutazione totale. Anche se, in ogni caso, similmente alla tematica ambientale, si è fuori tempo massimo.

Lo spiegò bene la prof.ssa Granata il 15 Settembre 2023 in Università Cattolica nel motivare la scelta del tema della cinquantesima edizione della Settimana Sociale, “democrazia”e “partecipazione”. Non è con retoriche sui valori e le nobiltà dell’impegno che si riacquisiscono attenzione e disponibilità, anzi si suscita l’effetto contrario. Lo sa bene chi vive in una associazione sindacale di categoria, come in una parrocchia o qualsiasi aggregato umano: non è questione di disimpegno, siamo già oltre. C’è la sparizione.

Come fu evidenziato nella presentazione della Settimana, oggi tutti sono ‘senza’: partiti ‘senza’ iscritti, PA ‘senza’ cittadini, associazioni ‘senza’ soci, chiese ‘senza’ fedeli, famiglie ‘senza’ bambini, e soprattuto ‘senza’ adulti.

La gente non è che sia lontana, è accampata fuori. Ma, appunto, fuori. Dentro non ci sta più. 

E questo è il punto: sono i format in crisi, non tanto il desiderio di poter dire la propria, di partecipare, di contare, di aver peso.

Perché? Ma perché in ‘quelle forme’, storiche, che ci si ostina a reiterare e puntellare con stratagemmi, rilanci e servizi di tutti i tipi la gente non ci sta più, sta fuori.

Come annota Diotallevi (“Fine corsa”, EDB, 2017) il sacro interessa ancora, c’è anzi un religious booming ma non ne beneficiano le chiese, le quali anzi continuano a perdere.

Il ‘partecipare’, quindi, non si rigenererà con un po’ di marketing politico, per quanto innovativo lo si possa osare, ma con una rifondazione su Forme Nuove, in cui si possa incontrare, fare esperienze vitali, essere a casa.

Casa: cioè ri-abitare le istituzioni.

Per chi volesse andare a rivedere l’Angelus del 4 Novembre del 2018, trova questo suggerimento di Papa Francesco: “…I bisogni del prossimo richiedono certamente risposte efficaci, ma prima ancora domandano condivisione […] Questo interpella le nostre comunità cristiane: si tratta di *evitare il rischio di essere comunità che vivono di molte iniziative ma di poche relazioni*; il rischio di comunità *“stazioni di servizio” ma di poca compagnia*, nel senso pieno e cristiano di questo termine”.

Anche facendo giustamente un ragionamento puramente laico (non bisogno di essere religiosi per sposare una tesi di questo genere), questo pensiero, questa Logica con la maiuscola di Papa Francesco sono portanti.

Notare che ‘compagnìa’ è più  dell’abusatissimo  ‘accompagnamento’ con cui spesso anche le associazioni di categoria si illudono di far percepire una personalizzazione. Declamata in patinate brochures, rinviata a mai nella realtà. E non vi può essere ‘compagnia’ senza che essa si basi sulla Relazione.

E infine: la Compagnia, come l’Amicizia, per essere tale deve essere gratis.  La si trova in luoghi dove è possibile fare esperienza di incontri. Autentici.

Dibattito | Lo scontro sul premierato deve mutarsi in confronto costruttivo

Bisogna avere ben chiara una premessa: l’ambiguità della Meloni le si ritorce contro politicamente e vanifica gli innegabili passi avanti, fatti con lei, da un’Italia che può tornare protagonista tra gli Stati promotori di una nuova Europa. La stessa sua politica di alleanza con Ursula von der Lyen, già di per sé in bilico, rischia di rivelarsi  controproducente. 

il punto debole della nostra Premier si manifesta nel posizionamento in Europa. La sua vulnerabilità, infatti, va ben oltre quella di Salvini, impegnato a inseguere l’estrema destra europea ed internazionale, Trump compreso. Lei è tutta presa da quella “madre di tutte le battaglie”, vale a dire il premierato elettivo, che lascia intravedere la logica di una sola persona al comando, espressione plastica di un potere accentrato ed autoritario.

È una “innovazione” che, se tollerata in Europa, sarebbe seguita da altri paesi, a partire dall’Ungheria di Orbán. La Meloni deve riflettere bene:  più dei suoi legami con forze di estrema destra è la sua proposta costituzionale a fare dell’Italia – altro che madre costituente – un’osservata speciale. 

Il modo di venirne fuori con dignità c’è e consiste nell’impegno a perseguire un rafforzamento istituzionale nel solco dei modelli già sperimentati in Europa, ad esempio quello francese. In verità, ci sarebbero le premesse di una possibile convergenza. All’atto dell’insediamento del governo, fu dichiarata la disponibilità a recepire il modello francese: personalmente ne fui molto confortato. Per giunta, anche nel centro-sinistra emerse un’analoga disponibilità, pur prevedendo qualche aggiustamento rispetto al semi-presidenzialismo.  Sembrava che emergesse, a destra e a sinistra, la volontà di evitare il referendum confermativo.

In breve tempo, quel che prima rientrava nella logica di un confronto rispettoso e costruttivo, si è poi mutato in ringhioso e inappellabile contrasto. Non va affatto bene. Siamo in piena emergenza istituzionale sicché un gruppo di personalità, in piena autonomia, potrebbe tentare di dissuadere i contendenti, magari facendo leva sulla moral suasion del Presidente della Repubblica. Le barricate sul premierato non giovano alla Meloni e nemmeno aiutano le opposizioni. Dopo le elezioni europee sarà inevitabile riprendere il filo del dialogo.

Un uomo in bilico: autonomia senza limiti e decremento dell’autostima.

[…] Stiamo passando da un ciclo della storia che ha portato a maturazione, con il tempo della “modernità”, un percorso plurisecolare, ad un altro di cui appena decifriamo alcuni possibili caratteri, senza che possiamo presumere quale proiezione temporale avranno – e, dunque, quale incidenza sulla vicenda umana – scelte ed indirizzi che compete a noi che viviamo questa stagione, dover definire, almeno in embrione. Su di noi incombe, infatti, una responsabilità grave: siamo la generazione che, muovendo i primi passi verso un mondo nuovo, ne può consolidare la prospettiva oppure comprometterne, fin d’ora, il cammino. Basti pensare, ad esempio – ma non è il solo versante – alla questione ambientale.

Cosi, ad esempio, per l’enorme lavoro di decrittazione, in primo luogo, e poi soprattutto di discernimento etico che dovremmo compiere – ed, invece, trascuriamo – a fronte di tutto ciò che sta avvenendo nel campo delle neuroscienze e, più in generale, della genetica e delle biotecnologie. Ci affanniamo attorno ad una lettura di questi temi che si possano sventolare come vessilli di parte ed abbiano il pregio di prestarsi a contese ideologiche funzionali all’immediatezza del confronto politico. E non ci avvediamo del fatto che, invece, è in gioco la stessa comprensione di sé che l’umanità va elaborando e rielaborando. Siamo dentro, cioè, una sfida tematica necessariamente comune all’intero genere umano, che va oltre le stesse classiche categorie di destra e sinistra e non può essere derubricata ad argomento da circoscrivere dentro l’occasionalità di un confronto elettorale.

La politica rischia di considerare questi argomenti alla stregua di fastidiose beghe di cortile e non comprende che, senza volerlo e forse senza saperlo, è costretta a giocare la sua partita su un terreno che scotta. Ad esempio, “costituzionalizzare” l’aborto come diritto insindacabile della donna, vuol dire sospingere, la generalità della pubblica opinione, sia pure progressivamente, verso una curvatura entropica che porta ad una pericolosa banalizzazione del significato della vita. E da qui, si inanellano, a cascata, una serie di derive oggi impossibili da prefigurare, sia pure con una certa approssimazione. È come se facessimo correre su un rettilineo, contromano l’una all’altra, due correnti di pensiero, apparentemente simpatetiche, in effetti contrapposte, antitetiche. Per un verso – vedi, ad esempio, l’intero campo del cosiddetto “transumano” – si diffonde sempre più l’idea che l’uomo sia orgogliosamente sufficiente a sé stesso, anzi fondamento di sé e non a caso, infatti, la libertà si dissolve nell’autodeterminazione.

Per altro verso, tutto ciò, al di là delle apparenze, porta ad un decremento della considerazione che l’uomo ha di sé stesso e questo, prima o poi – più prima che poi – finirà per avere conseguenze devastanti, dato che l’autostima per ciascuno di noi – e così per le collettività – è l’architrave che regge e modula ogni nostro possibile comportamento.
La stessa capacità di “de-coincidere” da noi stessi, da abiti mentali che vestiamo da troppo tempo, sagomati dall’uso prolungato sulle nostre forme e sulle nostre posture e, dunque, vestiti volentieri, è richiesta da altri imponenti fenomeni sociali, dalle migrazione, dalla crescita esponenziale dell’informazione e della comunicazione, dalla generalità dei profili toccati dalla globalizzazione.

 

Per leggere il testo integrale

https://www.politicainsieme.com/verso-il-partito-di-programma-4-transizione-e-trasformazione-di-domenico-galbiati/

 

La favola dell’Atalanta e del provinciale Gasperini

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Era un’estate calda e afosa quella del 2016. L’Atalanta, reduce da stagioni di sofferenza e lotte per la salvezza, si trovava in una fase di transizione e si apprestava ad affrontare un altro campionato con un nuovo timoniere alla guida: Gian Piero Gasperini. Un allenatore dal piglio deciso, famoso per il suo calcio offensivo e spettacolare. Nessuno poteva immaginare che era solo l’inizio di una rivoluzione calcistica costruita sul pressing alto e sul gioco corale. L’impatto di Gasperini fu immediato, anche se non partì proprio alla grande: in cinque giornate l’Atalanta aveva conquistato solo una vittoria e dopo la sconfitta casalinga con il Palermo il tecnico era già sulla graticola. Gli orobici abbandonarono il tradizionale catenaccio italiano per abbracciare un calcio dinamico e propositivo. I tifosi, inizialmente sorpresi dal nuovo corso, ben presto si sono innamorati di questo stile di gioco spumeggiante e ricco di reti. 

La partita della svolta si gioca il primo ottobre contro il Napoli di Sarri: risultato 1-0 per la Dea, con la novità di vedere in campo diversi ventenni come Caldara, Gagliardini, Conti (tutti e tre provenienti dal settore giovanile) e Petagna, autore del gol. Da allora in poi si inanellarono una serie di risultati positivi che hanno portato i neroblu a scalare la classifica di serie A e a salire sul tetto del calcio europeo. Tanti record nel frattempo sono stati battuti. Gasperini non si è limitato a cambiare il modo di giocare dell’Atalanta, ma ha avuto anche il merito di valorizzare giovani come Bastoni, Kessiè, Mancini, Kulusevski, Højlund, solo per fare qualche esempio, fino a Marco Carnesecchi e Giorgio Scalvini, pilastri della rosa attuale. Tante scoperte dunque, ma anche tanti talenti rispolverati e portati alla ribalta: su tutti Marten de Roon, Papu Gomez, Duván Zapata, Luis Muriel e Josip Ilicic, il più estroso giocatore della storia atalantina. I suoi 4 gol al Valencia in Champions League resteranno per sempre nei ricordi dei tifosi, nel silenzio degli stadi vuoti per la pandemia: il nemico invisibile che lo ha reso sempre più fragile e “umano”, l’unico avversario che è riuscito a fermarlo. Sotto la guida tecnica di Gasperini, questi giocatori sono esplosi, diventando colonne della squadra e protagonisti di stagioni memorabili.

I risultati non tardarono ad arrivare. L’Atalanta si è subito imposta come una delle realtà più brillanti del calcio, conquistando piazzamenti in Champions League e raggiungendo due finali di Coppa Italia (una delle quali persa ingiustamente contro la Lazio per una clamorosa svista del Var). Con il Gasp alla guida, la Dea è diventata una mina vagante per le big, capace di mettere in difficoltà chiunque con il suo calcio effervescente e imprevedibile. Basti pensare alle parole di Guardiola, tecnico del Manchester City, che soddisfatto dopo aver pareggiato contro la Dea, disse: “Affrontarla è come andare dal dentista, si soffre sempre”.

Oltre ai successi in campo, molti dei quali storici, Gasperini e la sua Atalanta hanno assunto un ruolo fondamentale per la città di Bergamo, dove è talmente tanta la passione per la Dea che non si dice “vado allo stadio”, ma “vado all’Atalanta”. La squadra è diventata un simbolo di orgoglio e identità, unificando la comunità e portando il nome della città sui palcoscenici più prestigiosi d’Europa, sempre seguita da un tifo straordinario. Nonostante in tutte queste sue stagioni siano cambiati molto interpreti, il Gasp è sempre riuscito nell’impresa di rinnovarsi e di trasformare il gruppo in una infernale macchina da gol.

L’era Gasperini all’Atalanta è tutt’ora in corso, e la storia continua a scriversi. L’ultima pagina di questo romanzo è stata l’impresa contro il Liverpool. Con il tecnico bergamasco alla guida, la Dea è destinata a inseguire nuovi traguardi, sempre fedele al suo stile di gioco unico e inimitabile. La sua creatura è un inno al calcio offensivo, al coraggio e alla determinazione, un esempio di come una piccola realtà possa raggiungere grandi risultati con passione, lavoro e un pizzico di follia. La maglia sudata sempre, si urla allo stadio.

Quella del tecnico di Grugliasco è un’avventura fatta di passione, talento e successi. È la favola moderna di una piccola squadra che ha sfidato le grandi e ha conquistato il cuore dei tifosi di tutto il mondo. È la storia affascinante della vittoria del terzo stato sul clero e nobiltà. È la dimostrazione di un calcio che fa sognare e che ci ricorda che, con la giusta umiltà, tutto è possibile, come il 3-0 all’Anfield Stadium e la qualificazione in semifinale di Europa League. Una semifinale che mancava dal 1988, quando l’Atalanta di Stromberg, una vera leggenda che ha lasciato un segno indelebile, venne fermata dal Malines. Anche quella è diventata storia: la Dea in quella stagione giocava nel campionato di B, eppure mancò per poco la finale di quella che allora si chiamava la Coppa delle Coppe. In panchina sedeva un certo Emiliano Mondonico.

Proprio Glenn Peter Stromberg, qualche giorno fa ha dichiarato: “Oramai l’Atalanta ha una sua dimensione europea. Sanno cosa significa giocare contro la Dea e cosa significa venire a giocare a Bergamo. Se la società e la squadra esistono sulla mappa del calcio internazionale lo si deve alla famiglia Percassi e a Gasperini. Entrambi hanno dato mentalità e la struttura per competere a questi livelli”. Sono parole d’amore, ma anche la sintesi di questi anni bellissimi che hanno trasformato l’Atalanta di Gasperini e dei Percassi in un modello di riferimento per il calcio italiano e internazionale, un esempio di come il bel gioco e la lungimiranza possano portare al successo. Grandi operazioni di mercato, uno dei migliori vivai al mondo, strutture sportive di altissimo livello, bilanci sempre in ordine e stadio di proprietà, sono tutti fattori che esaltano un progetto che parte dal basso. Ha detto il Gasp: “Mi davano del provinciale e invece io ero solo in anticipo sugli altri”. 

Il posto migliore dove andare è il futuro e con Gasperini è stato emozionante iniziare a esplorarlo, in un viaggio calcistico entusiasmante che invita a celebrare il potere dello sport che unisce e la bellezza del gioco che ci appassiona.

Pd e Cinque Stelle tra litigi veri e finte condivisioni

Se sia più costruttivo un litigio vero oppure una condivisione finta è argomento controverso. Tanto più in politica. Ma è questo, ormai, il dilemma che attanaglia Pd e M5S all’indomani della loro querelle pugliese. Poiché la reciproca insofferenza è ormai evidente e le frasi di circostanza e le necessità numeriche con cui si cerca di mascherare le cose lasciano il tempo che trovano. 

Il fatto però è che le due opinioni a questo riguardo attraversano e dividono almeno uno dei due contendenti. Il Pd, ovviamente. Laddove una parte fatica a proseguire la strana alleanza del campo largo e un’altra parte ritiene invece che solo quel campo, il più largo possibile, possa competere con la destra meloniana. 

Posizioni comprensibili, entrambe. Tra le quali però prima o poi toccherà scegliere. La segretaria Schlein sta cercando con fatica di tenere tutto insieme. La sua convinzione è che la contesa con Conte vada condotta con molta prudenza. E che solo abbracciandolo, o almeno stringendolo dentro il recito di una sorta di coalizione, se ne possa venire a capo. 

Il punto però è che questa strategia avrebbe bisogno di trovare una sponda più amichevole e collaborativa dentro il partito di Conte. Sponda di cui, almeno al momento, non si vede traccia. Così la contesa finisce per essere sempre più asimmetrica. Tra un partito, il Pd, nobilmente diviso. E un’altra forza, quella dei cinque stelle, compatta come un sol’uomo dietro gli argomenti e le modalità del suo leader. Illudersi che questa asimmetria porti vantaggio alle opposizioni appare sempre più difficile da credere.

 

Titolo originale: Tra litigi veri e finte condivisioni.

Fonte: La Voce del Popolo – 18 aprile 2024

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

Lo smarrimento a sinistra passa per Giuseppi. La politica? Moritificata.

Dal Piemonte alla Puglia, dal Manzanarre al Reno, nella Sinistra qualcosa non va. C’è notizia di scandali quasi quotidiani nelle amministrazioni regionali e comunali per compravendita di voti, intrecci con ambienti malavitosi, truffa e forse quant’altro ancora. 

La magistratura si è messa all’opera e vedremo alla fine quali saranno le effettive conseguenze. È saltata l’alleanza tra il Pd e Giuseppi a cui non pare vero di poter chiamare un distinguo per sbandierarsi come leader di quelli duri e puri. 

Potrebbe chiedersi dove erano le sue truppe nel mentre governavano in una giunta con politici “discutibili”. Pare improbabile che, muovendosi quotidianamente in ambito locale, non sia mai arrivato loro una voce sospetta su condotte in qualche modo dubbie. 

In politica, angeli sordi e ciechi non soltanto non servono, ma corrono il rischio di essere persino dannosi. Sono sentinelle prive di voce per dare un allarme. A meno che anche loro abbiano veduto ma, al contrario di Tommaso, non abbiano creduto per eventuali ragioni di comodo o di sopravvivenza.

Oggi, per rimediare, si tenta di ritrovare linee di intesa, scovando candidati di immagine, estranei al mondo politico, che possano dire all’elettorato che si è imboccato un nuovo corso, una rottura netta con il passato. La politica alza dunque la bandiera di resa per manifesta incapacità, non proprio un fatto da nulla.

Con l’acqua alla gola ci sono poi candidati che danno una idea di disponibilità per poi fare un passo indietro ricominciando un tragico gioco dell’oca. Un imperterrito elettore di sinistra potrebbe cantare “Che confusione, sarà perché ti amo…”.

La Schlein, sul modello Misiani in Campania, par che proceda con un nuovo codice etico sotto il controllo di Franco Roberti già Procuratore Nazionale Antimafia ed eurodeputato Dem.

In Campania si sperimenta un nuovo Codice di autoregolamentazione per i candidati che richiede ad un candidato un obbligo di trasparenza e moralità. La magistratura dentro e fuori dalla Sinistra è la lavatrice dove purificare comportamenti inaccettabili, l’ancora di salvezza a cui aggrapparsi.

Il bosco ha una sua indubbia bellezza dove primeggiano alberi di alto fusto ma anche arbusti e piante selvatiche, come a dire piante nobili insieme a plebaglia senza nulla da vantare. Nel bosco si muovono personaggi luminosi e di rango, nel sottobosco si agitano invece quelli dal passo furtivo, capaci, per la loro abilità di traffici, di essere uccelli di bosco piuttosto che uccel di gabbia, uomini da bosco e da riviera, flessibili ad ogni ambiente. La sterpaglia è casa loro. 

L’humus del sottobosco è essenziale perché tragga forza la crescita delle piante di rango. È, per facile traslato, il quadro della politica. 

Ogni certo tempo il detersivo di marca si rilancia con nuova formula per un bianco irripetibile, smentendo la veridicità di quanto spacciato appena pochi mesi prima. Un nuovo Codice subentra a quello precedente in attesa di essere soppiantato da un prossimo Codice ancora più efficace e insuperabile.

Cacicchi e capibastone ci sono sempre stati e sempre ci saranno. Sono, letta in positivo, l’essenza del consenso e per qualche verso necessari al fermento e alla partecipazione democratica. 

I caicchi erano barche dei pirati, spesso armate a prua di un cannoncino per il successo delle loro imprese nel Mediterraneo. Può darsi che siano stati un motivo di ispirazione per i nostri cacicchi, intenti a rastrellare voti anche sotto le mattonelle. 

I caicchi erano anche le lance per salvare i passeggeri, stavolta invece per affondare una Sinistra purtroppo moribonda. È davanti ad un crocicchio e non sa orientarsi nella scelta.

Senza ipocrisie, i 5 Stelle lo sanno meglio di tutti e non saranno le loro grida pretestuose a cambiare lo scenario, come se un vestito non debba essere fatto da tessuti di qualche tipo.

Gli “attivisti” politici sono un segnale di dinamismo in una società annichilita dal web, il richiamo ad un impegno che la società non avverte più di accettare. Che si tracimi nella illegalità è certamente grave, da censurare e da condannare con ogni fermezza, ma la politica ha una sua composizione che non va tutta demonizzata.

Quanto ai rapporti tra il PD e Giuseppi aspettiamo che quest’ultimo si offra al maggior vendente.

Quousque tandem…lo spettacolo di martiri televisivi milionari?

Sì, lo sappiamo anche noi. I conduttori e gli artisti televisivi si comportano seguendo le regole del mercato in quel particolare settore, e più sono bravi – cioè se fanno molti ascolti con le loro trasmissioni e raccolgono, di conseguenza, molta pubblicità – più sono pagati. Non c’è alcun limite o problema etico in tutto ciò. È il mercato, bellezza, verrebbe da dire.

Però, e per fermarsi al caso italiano – perché di questo si tratta – adesso forse è anche arrivato il momento per dirci una semplice, persino banale verità. Ovvero, smettiamola di trasformare in martiri della democrazia e della libertà conduttori e artisti televisivi milionari oggi – e miliardari ieri –

che fanno del business quasi l’unica ragione di vita. E forse anche giustamente, dal loro punto di vista.

Ora, tutti sappiamo che il caravanserraglio della sinistra politica, editoriale, artistica ed accademica italiana fa del “martirio” dei conduttori ed artisti televisivi quasi una ragion d’essere della loro battaglia politica e culturale. È appena sufficiente ascoltare i talk quotidiani e settimanali dei conduttori più faziosi della sinistra televisiva per rendersene conto. Quasi che la condizione professionale di questi milionari fosse in cima alle preoccupazioni dei ceti popolari e più marginali nel nostro paese. E poi ci si chiede il perché il consenso della sinistra ex e post comunista – cioè del principale partito della sinistra italiana – è ormai stabilmente al di sotto del 20% dell’elettorato. Perché le battaglie che hanno più visibilità, condotte con maggior insistenza ed evidenziando l’ormai grottesca attesa del “regime” prende, di norma, spunto dalla situazione concreta di questo gruppo di milionari e della loro concreta presenza sulle reti televisive.

Certo, possiamo dirlo apertamente e senza tema di essere smentiti. Fa un po’ impressione quando si apprendono, al di là della propaganda – questa sì da regime – gli incassi di questi neo martiri della democrazia italiana. Fanno impressione perché la vulgata propagandistica dell’attuale ed indomita sinistra italiana è quella di far credere che con lo spostamento di questi milionari da una emittente televisiva all’altra si rischia di indebolire definitivamente la democrazia italiana, di mettere in discussione la garanzia e il mantenimento della libertà nel nostro paese e, soprattutto, di cancellare quel pluralismo di cui questi milionari sono paladini da sempre. E questo anche grazie ai compensi che percepiscono. Se la cosa non fosse vera ci sarebbe da ridere per settimane. Eppure la narrazione continua. Senza sosta e senza pietà alcuna.

Ecco perché, scoperto il giochetto seppur un po’ in ritardo, questa polemica non porta consensi. Perché sin quando il cittadino comune non legge i compensi forse cade nella trappola. Ma quando percepisce che si parla di milioni e milioni di euro, la solidarietà per questi neo martiri della libertà, della democrazia, del pluralismo e della Costituzione “tradita” comincia ad incrinarsi sino a scomparire del tutto. Purtroppo, però, il gioco dura poco. Perché all’orizzonte c’è sempre un martire che spunta con il relativo compenso milionario. Così va il mondo della sinistra italiana contemporanea.

Difesa comune, prospettiva o miraggio dell’Europa?

Da quando è scoppiata la guerra in Ucraina il tema della possibile realizzazione di un sistema militare di difesa comune dei paesi UE è divenuto d’attualità. Nel senso che se ne scrive sui giornali, se ne parla (talvolta) nei talk show e naturalmente se ne occupa più intensamente quella ristretta schiera di politici e di analisti internazionali che da sempre ne fanno oggetto delle proprie riflessioni. La questione è divenuta più nota al grosso pubblico dopo le recenti esternazioni di Donald Trump circa il possibile ritiro degli USA dall’Alleanza Atlantica nel malaugurato caso costui dovesse tornare, l’anno prossimo, alla Casa Bianca. Per parte sua la Presidente della Commissione Europea, Ursula von Der Leyen, in cerca di una ricandidatura ha posto il tema in cima alle priorità da affrontare, come aveva fatto cinque anni fa con la lotta al cambiamento climatico.

Oltre i discorsi, al solito, non c’è nulla. In attesa di conoscere gli esiti elettorali di giugno, per i quali si teme un risultato nell’insieme non così positivo per gli europeisti o tale da poter consentire una forte iniziativa in senso unionista. Si vedrà. Due o tre punti fermi sull’argomento, ad ogni modo, li si può elencare in termini oggettivi in quanto plasticamente evidenti e dunque evasi solo da quanti in materia assumono atteggiamenti, favorevoli o più spesso contrari, di natura ideologica e quindi fuorvianti.

Innanzitutto, e con questo punto si potrebbe anche chiudere subito il discorso, una Difesa unica europea presuppone una politica estera comune, che a sua volta deriva da una comune volontà politica sorta presso il corpo elettorale continentale, dunque rappresentata nel Parlamento Europeo e poi implementata da un governo dell’Unione non succube – come oggi è la Commissione – dei governi nazionali. Ovvero, senza unione politica e istituzionale non c’è difesa unica. Quindi già sappiamo che tutti i partiti nazionalisti o sovranisti che dir si voglia e tutti i governi da questi ultimi diretti o influenzati sono e saranno contrari a una ipotesi del genere, anche nel caso di una presidenza statunitense ostile (che peraltro alcuni di essi auspicano).

Secondariamente, gli interessi economici dei grandi gruppi industriali che operano nel settore militare sono talmente forti (e in crescita, dato l’aumento esponenziale del business derivato dal clima guerresco instauratosi nel mondo in questi ultimi due anni) che i governi nazionali si sentono in dovere di proteggerli e garantirli. I campioni europei del settore, ad esempio, restano in accesa competizione fra loro per aggiudicarsi le sempre più numerose e ricche commesse internazionali: i francesi Airbus, Thales, Safran e l’italiano Leonardo ai quali si aggiungono i britannici (fuori dalla UE ma pur sempre europei) Bae Systems e Rolls Royce.

Poi c’è la questione più strettamente militare. Ogni Paese membro ha le proprie Forze Armate e vuole preservarne l’autonomia. I primi a volerla mantenere sono ovviamente i militari stessi: 27 eserciti e 27 catene di comando garantiscono posizioni di prestigio e di potere che verrebbero di molto ridotte nel numero da un comando unificato. Perché Difesa unica significa unificazione delle strutture decisionali, dei finanziamenti e di tutto l’apparato che ruota intorno alle Forze Armate.

E dunque ci vorrebbe una forte volontà politica, sostenuta dal consenso popolare, per anche solo affrontare in maniera efficace la questione. Cosa che oggi non c’è. Purtroppo, occorre aggiungere. E non solo perché priva di una politica estera comune e di una conseguente difesa comune l’UE rimane a livello planetario un modesto attore politico, come si vede in ogni circostanza. Anche per ragioni freddamente economiche.

Quella che l’ex ministro Cingolani, ora AD di Leonardo, ha definito in una recente intervista al Financial Times “segmentazione industriale” genera duplicazioni e impedisce sinergie che produrrebbero efficienze tali da rendere molto efficaci – molto più di quanti sono oggi, così frammentati – i soldi investiti complessivamente nel settore degli Stati nazionali.

Senza voler qui entrare nei dettagli basti dire che la spesa complessiva dei 27 per i loro apparati militari è intorno ai 230 miliardi di dollari, poco meno di quella cinese, oltre tre volte di più di quella russa (che pure è in crescita esponenziale) e certo inferiore (di altre tre volte) a quella americana: il problema però è che è frazionata e quindi poco efficiente, duplicativa invece che sinergica. Un solo esempio: gli Stati Uniti hanno un solo modello di carro armato, gli europei ben venti! Hanno due modelli di veicoli da combattimento della fanteria, gli europei ben diciassette. E si potrebbe continuare, citando dati relativi alla marina piuttosto che all’aereonautica. Utilissimo, a tal fine, consultare il sito dell’Istituto Internazionale per le Ricerche sulla Pace, di Stoccolma (www.sipri.org).

È evidente che eliminazione dei doppioni, diminuzione degli sprechi, unificazione della ricerca, centralizzazione degli acquisti sarebbero tutti interventi naturali per una Forza Armata Europea, che potrebbe – con gli attuali impegni di spesa – raggiungere elevati livelli di efficienza e un conseguente alto livello di capacità difensiva.

Ma qui tutto si ferma, perché non c’è, ancora, quella volontà politica necessaria per tradurre in scelte operative quella consapevolezza che ormai dovrebbe essere abbastanza acquisita, ovvero che nell’attuale contesto internazionale gli Stati dell’Unione dovrebbero ragionare su scala europea e non più razionale. Per intanto il punto più alto di questa presunta consapevolezza ha prodotto il piano per migliorare l’efficienza del sistema, in attesa di una più ambiziosa e annunciata European Defence Industrial Strategy. Lo ha elaborato Thierry Breton, il commissario UE al mercato interno, e prevede un sistema centralizzato per la gestione degli acquisti (e delle vendite ai paesi terzi, perché naturalmente si invoca la pace ma poi si guarda al business, as usual): meglio che niente, ma un po’ poco, francamente.

Ora il rapporto Letta, “Much more than a market”, discusso ieri al Consiglio Europeo, rilancia: “è indispensabile un mercato comune per l’industria della sicurezza e della difesa”. Vedremo se come tanti altri, ironizza l’estensore, “finirà in un cassetto”. Vista la situazione, il rischio è alto.

Un’Europa da Draghi?

Mario Draghi ha completato il lavoro cui l’aveva incaricato Ursula von der Leyen per prospettare un possibile percorso di riforma dell’Unione europea. Draghi ha parlato di riforme “radicali” e subito è nata la sua candidatura a guidare la Commissione di Bruxelles.

Persino Ignazio La Russa, ma solo perché interrogato al riguardo, ha riconosciuto che il nostro “Super Mario” ha i “titoli per ambire a ogni ruolo” per poi aggiungere prudentemente: ” Sulla ipotesi concreta non so dire niente e su quello che ha detto men che meno perché non ho letto il suo discorso”.

La prudenza è più che scontata nel caso di La Russa perché Giorgia Meloni sta sgomitando da mesi per porsi come possibile sostenitrice della riconferma di Ursula von der Leyen sognando addirittura, magari, di porsi con i suoi conservatori europei come il valore aggiunto necessario perché la tedesca resti alla guida della Commissione. Ma le cose potrebbero cambiare in fretta ed è necessario seguire il vento sul campo di regata.

La possibile candidatura di Draghi potrebbe diventare concreta se dalle urne il prossimo giugno uscisse un responso in grado di dare alle sinistre e al centro la forza per chiedere una diversa guida della Commissione, anche perché si tratterebbe di una grossa novità la riconferma dello stesso Presidente, e per di più germanico.

Vista l’aria che tira, e cioè del  tirare tutti a pensare ai propri affari, forse noi italiani dovremmo auspicare una soluzione del genere. E questo nonostante l’imbarazzo della Meloni che resta radicata nel suo conservatorismo intriso anche di posizioni estreme. Però, al dunque come giustificherebbe il sabotaggio di una eventuale possibilità per Mario Draghi che molto già fece per l’Italia alla guida della Bce quando tutti ci davano contro?

 

L’articolo è apparso sul sito di “Insieme”, il partito fondato da Stefano Zamagni.

https://www.politicainsieme.com/se-arriva-super-mario/

Senza competenze e formazione non c’è buona politica

Si dice che la crisi della democrazia, su cui gli studiosi e gli editorialisti discutono ormai quotidianamente, abbia  diverse cause. La tecnologia, la finanza, il clima, l’IA con i suoi sconosciuti e allarmanti algoritmi,  il mercato globale in perfetta sintonia con una concezione liberista, o ultraliberista, della società e dello stato, ecc. Non  dimenticando il disinteresse sopraggiunto e la disistima verso la classe politica. Assieme alla non per ultima chiusura individualistica, che detta ormai le leggi ai nuovi rapporti tra persone e al nostro vivere civile. Covid o non Covid, ci stiamo  abituando al fatto che a votare ci vada solo il 50% degli aventi diritto.

Alla base di questa crisi della democrazia, se non addirittura come causa prima scatenante, troviamo un’altra crisi. Piu preoccupante e pericolosa perché riguarda il cittadino e l’essenza della democrazia partecipata: quella del partito politico. Una sorta di utilissima associazione “preistorica”, che però ha dimenticato il meglio del suo passato, anche di quello recente. E che sopravvive per forza d’inerzia solo e grazie ad un “influencer” leader. E solo e grazie al sopraggiungere della comunicazione orizzontale polverizzata e data in appalto – quella dei social e dei  media vecchi e nuovi. Una associazione ormai personalizzata e tutta nelle mani del suo segretario. Tante associazioni, tanti partiti, e altrettanti segretari-leader che si moltiplicano come i funghi, sulla base di personale protagonismo e di rivalse narcisistiche. Ma che, ahimè, distruggono il vero significato e la vera essenza del pluralismo, ai giorni nostri trasformato in pluralismo di facce e di visi, e non di idee e valori.

Tanti leader insomma, che vivono solo nella cronaca quotidiana – televisiva possibilmente. E nella costante polemica dell’oggi col supposto o creato leader avversario. Ma disinteressati completamente  sul futuro e su quello che ci attende appena domani, non dico fra 10 anni. Un atteggiamento che diventa pericoloso  quando si ripercuote sulla base dei votanti e sopratutto su quella degli iscritti. Questi ultimi ormai abbandonati a se stessi, e nelle mani di quel poco che rimane delle sezioni territoriali, e soprattutto  del web. E verso i quali – specie se si ha a che fare con  giovani –  si è perso il gusto della formazione permanente. Degli approfondimenti culturali. Dei dibattiti che volano alto su quello che passa il convento della storia e della geografia, sulle “rivoluzioni epocali” – guerre  comprese –  e sui nuovi  equlibri mondiali da tempo iniziati.

Sulla importanza della formazione, è stato il lungimirante Sergio Fabbrini a soffermarsi sulle pagine domenicali del Sole 24 Ore. Convinto europeista, accanito e colto sostenitore di una unità politica della Ue, guarda sempre al futuro del nostro Continente e mai al passato. Partito di scopo o non scopo, e insistendo sempre su una Europa più integrata, secondo me è stato anche contento, come chi scrive, della proposta di una lista – ancorché di scopo – denominata “Stati Uniti d’Europa”. Ma proprio in  attesa delle prossime elezioni, ci ha fatto però capire che “…per i candidati europei occorrono competenze”. Con ciò sottintendendo il fatto che  la classe politica in circolazione è incompetente. E che occorre  formazione. A tutti i livelli.  Che occorre prepolitica formativa, prima dell’impegno politico. Che occorre insomma cultura, ancor  prima della notizia quotidiana, e dell’attacco quotidiano al leader avversario. Figuriamoci quello che pensa sulle competenze degli iscritti ai partiti e su quelle dei pochissimi giovani attivisti rimasti. 

Ma è stato Giuseppe De Rita ad essere ancora più chiaro. A proposito di competenze, di formazione e di corpi intermedi, nel corso di una intervista di qualche mese fa ad  Avvenire, in verità incentrata sull’ipotesi di un partito cattolico, ha chiarito che: “...sarà per inclinazione professionale, ma preferisco parlare di pre-politica”. E forse se la  prende con tutte le sparpagliate e solitarie iniziative cattoliche sul tappeto, tutte personalizzate ma  tutte senza un minimo cenno all’importanza del prepolitico formativo e culturale. Oggi necessario in quanto, a suo giudizio, siamo in presenza di “..cattolici sonnambuli“, motivo per cui, aggiunge, occorre ripartire dalle parrocchie e dai corpi intermedi per formare e preparare.

Sullo stesso tema della formazione e del prepolitico, si è soffermato giorni fa su questo blog, anche Marco Follini. Spronando i partiti, tutti, sulla “…urgenza di aprire scuole di formazione politiche ancor prima dei partiti...”, dal momento che per dare una certa identità al partito politico, significa promuovre e alimentare cultura politica. Perché la politica dei giorni nostri ha perso la prudenza e l’equilibrio, ed “… è diventata un…rifugio di persone spregiudicate“.   

Insomma, come fa capire anche Giuseppe Fioroni a proposito delle prossime elezioni, occorrono incontri culturali e prepolitici con una auspicabile “Camaldoli Europea“,  tempo fa  proposta dal Cardinale Zuppi, e poi  caduta  nel dimenticatoio.  E forse – aggiungo io –  occorre ri-aprire le scuole di formazione, comprese quelle benemerite diocesane, orientate all’impegno sociale e politico  dei cristiani. Una attività, quest’ultima, pensata per fornire una base culturale e tecnica, permeata di dottrina sociale della Chiesa e di valori cristiani che nel 1987 – subito dopo l’apertura della prima esperienza presso l’Istituto palermitano di padre Arrupe e padre Sorge – contava  ben duecento scuole sparse nelle varie diocesi italiane, mentre oggi ce ne sono meno di quaranta. 

Tutto questo mi ha fatto anche ricordare l’amico Giorgio Merlo. Tenace difensore di un “qualcosa” che sa  di centro cattolico. Da creare tuttavia sul nulla culturale e sulle incompetenze, come direbbe Fabbrini. Senza storicizzarlo, ma sganciandolo dalla società concreta (Luigi Sturzo), dalla diminuita partecipazione religiosa, e dai sopraggiunti ripensamenti sul significato di destra, sinistra e centro dei nostri giorni. Un centro, insomma, secondo l’estroverso Giorgio Merlo necessario, dal momento che ci troviamo di fronte ad una sinistra marxista, atea e proletaria da una parte, e di un fascismo gentiliano, borghese e clericale dall’altra. Oltre naturalmente ad un populismo tragico,  presente solo nel M5s. 

È stato proprio lui però, che tempo fa e con molta leggerezza ha deriso il prepolitico. Considerandolo  come un’accademica e inutile perdita di tempo. Inutile soprattutto per i partiti politici. Spero tanto che di fronte alle incompetenze in circolazione denunciate da Sergio Fabbrini,  una volta preso atto delle  debolezze formative e  culturali dei nostri parlamentari (attuali), e verificata la loro selezione casuale, Merlo si sia reso conto della sua precipitosa presa di distanza dal prepolitico. Ne ha le capacità.

Intesa e collaborazione nelle parole di Mattarella tra Bulgaria e Italia

[…] la Bulgaria per l’Italia è un partner imprescindibile. Sul piano bilaterale e come membro dell’Unione europea. Poi, anche come membro dell’Alleanza atlantica, siamo legati da questa comune appartenenza, comune sforzo di sicurezza e di pace –  insieme – che l’Alleanza atlantica interpreta.

E quindi intendiamo collaborare in pieno. Siamo lietissimi di collaborare, come stiamo facendo,  nella base di Novo Selo, che sono contento di visitare domani con il Presidente Radev, per occuparci –  insieme – della sicurezza, che è comune a tutti i Paesi dell’Europa, nell’Alleanza atlantica, dove le esigenze di ciascun Paese sono fatte proprie da tutti gli altri.

Così noi avvertiamo, come la Bulgaria, il vincolo di alleanza, e intendiamo svolgerlo ed esercitarlo.

È una condizione che sottolinea come, sul piano della sicurezza, le nostre collaborazioni siano intense, pienamente sviluppate e crescenti. Ma lo sono anche in altri settori.

Cortesemente il Presidente Radev ha ricordato come sia cresciuta la nostra collaborazione economica; il nostro interscambio va verso i sette miliardi, nell’anno passato. E speriamo che cresca velocemente, ulteriormente, perché tendiamo a sviluppare la collaborazione economica tra Bulgaria e Italia. Anche attraverso la presenza in Bulgaria di numerose imprese italiane, che sono il perno anche di questa collaborazione intensa tra i nostri Paesi sul piano economico e commerciale.

Abbiamo parlato, come il Presidente poc’anzi ricordava, del futuro dell’Unione europea, delle scelte che dovrà compiere per diventare sempre più coesa, con un’Unione sempre più solida e più capace di svolgere nel mondo un ruolo protagonista. E quindi con l’esigenza di compiere scelte importanti che le consentono di svolgere questo ruolo.

Nel Consiglio europeo che nelle prossime ore si svilupperà, e a cui parteciperà il Presidente Radev, si parla già di alcuni argomenti importanti come la competitività nell’Unione, elemento che consente – sviluppandolo adeguatamente – di offrire possibilità e opportunità maggiori per il futuro  dei nostri giovani.

Abbiamo condiviso la soddisfazione per la nuova intesa intervenuta nell’Unione, approvata definitivamente dal Parlamento europeo poche settimane addietro, per quanto riguarda l’asilo e la migrazione. È un accordo, un’intesa che supera quella ormai datata – e del tutto inattuale – di Dublino di tanto tempo addietro, e apre la porta ad una collaborazione più intensa dell’Unione per governare un fenomeno crescente che richiede di essere affrontato dall’Unione in quanto tale.

Bulgaria e Italia sono interessate dal fenomeno. La Bulgaria, con la rotta balcanica, l’Italia per quella mediterranea. E siamo convinti entrambi che questo fenomeno possa essere governato con ordine, non in maniera scomposta e disordinata come avviene oggi, se viene fatto proprio e assunto come proprio il compito dall’Unione europea.

Abbiamo parlato molto dell’allargamento. Siamo, come in ogni aspetto importante, pienamente d’accordo – Bulgaria e Italia – sull’esigenza di allargamento dell’Unione europea. Naturalmente per Ucraina, Moldova, Georgia, ma soprattutto per i Balcani occidentali.

Tengo a sottolinearlo soprattutto perché i Balcani occidentali, da quasi 20 anni, sono in itinere, sono in strada per l’ingresso nell’Unione, ed è il momento di accelerare velocemente questo percorso di ingresso per completare l’Unione. Ed è importante che questo avvenga in tempi veloci. Siamo, in questo, pienamente consenzienti e d’accordo. 

Del resto, la Bulgaria, per i Paesi che sono in attesa di entrare nell’Unione europea, rappresenta un esempio importante di come ci si adopera e ci si muove per un ingresso efficace nell’Unione europea.

Vi è una quantità di argomenti che abbiamo toccato con il Presidente. Tra questi abbiamo parlato, naturalmente, anche delle crisi che tristemente contrassegnano, in questo momento, l’Europa al suo interno, con la gravissima aggressione della Russia all’Ucraina ai confini dell’Europa e nell’area mediterranea, con quel che avviene in Medio Oriente.

Riteniamo che si debba continuare a dare il massimo sostegno all’Ucraina per riaffermare il principio della pari dignità di ogni Stato. E che non è ammissibile che uno Stato più grande e più forte possa pretendere di imporre con le armi la sua volontà a uno Stato meno forte e meno grande.

Questo sovverte i principi della civiltà, che nel mondo sono cresciuti nel corso dei secoli, e che sono stati alla base della nascita delle Nazioni Unite nel ’45. 

Quindi, riaffermando tutto ciò e difendendo l’Ucraina, aiutandola, riaffermiamo questo principio.

Naturalmente abbiamo detto, insieme – con il Presidente Radev, cercando in ogni modo con grande impegno e ostinazione – qualunque strada possibile per giungere alla fine del conflitto e a una pace giusta.

Abbiamo parlato del Medio Oriente, dell’orribile pagina disumana del 7 ottobre contro Israele da parte di Hamas, e della condizione drammatica, dal punto di vista umanitario, che si registra a Gaza con la reazione di Israele e con le tante vittime della popolazione civile di Gaza.

Il rischio che si allarghi il conflitto è drammaticamente presente per il mondo. Anche lì va fatto ogni sforzo – come si sta facendo – perché si trovi una strada per giungere alla soluzione unica possibile di due Stati per due popoli.

Questo è stato l’argomento anche della Riunione straordinaria del G7 di tre giorni addietro, che ha esortato al ‘cessate il fuoco’ e a trovare una strada per definire finalmente una condizione stabile di pace. […]

 

Per leggere il testo integrale

https://www.quirinale.it/elementi/110819

I docenti fragili davanti alle commissioni di verifica Inps

Ora che lo smart working è stato rimosso dalle tutele dei docenti lavoratori fragili si possono trarre alcune conclusioni su una vicenda tormentata che resta una delle pagine più vergognose della storia repubblicana. Il lavoro agile preesisteva alla normativa introdotta dal primo Governo Conte e via via rinnovata a singhiozzo, in ritardo, con limitazioni (solo i privati, non i pubblici fino alla Direttiva Zangrillo del 29/12/2023 che intendeva porre rimedio nel pubblico impiego ad una disparità di trattamento di profilo costituzionale).  

Applicata in tutti i Ministeri meno che in quello dell’Istruzione e del Merito, ma limitatamente al personale docente: non c’erano soldi per pagare i supplenti, eppure so che ci sono Dirigenti amministrativi che lo smart working lo fanno anche ora, con contratti ad personam. So anche di qualcuno che ha scritto al Ministro Valditara e al Presidente Mattarella senza ottenere risposta. Preesisteva – dicevo – la legge 81/2017 che affermava che il Dirigente Scolastico “può” organizzare modalità flessibili di lavoro e di formazione del personale: qualcuno ha chiesto di applicarla ma si è sentito rispondere “può” ma non “deve”: una grande prova di comprensione e umanità verso malati le cui patologie sono state poi certificate “fragili” dal D.M. Salute del 4/2/2022. 

In piena emergenza pandemica i docenti sono stati sottoposti a controllo – anche su loro richiesta – del “medico competente “di istituto: chi è stato valutato idoneo a riprendere l’attività di insegnamento, chi messo in malattia equiparata al ricovero ospedaliero, con codice nosologico V07, chi non idoneo fino alla fine dell’emergenza sanitaria e utilizzato in smart working. Controlli esperiti più volte nella fase emergenziale e successivamente: situazioni di organizzazione del lavoro agile rigorosamente rispettose e applicative della normativa vigente. So di una docente alla quale il Dirigente ha chiesto due volte il certificato con l’indicazione della diagnosi, non fidandosi di ciò che il medico competente o – su sua indicazione – il medico di base o lo specialista avevano certificato. Un reato penale da segnalare al Garante della privacy e all’A.G.: cosa non fatta per obbedienza alla richiesta ricevuta. 

Nella molteplicità delle situazioni verificatesi sul territorio ho riscontrato – seguendo la vicenda dei fragili con decine e decine di articoli pubblicati- modalità applicative differenti: i Dirigenti scolastici, oggettivamente in difficoltà per una normativa in continua evoluzione, hanno dimostrato grande buon senso e comprensione verso situazioni di reale criticità e difficoltà applicativa: parliamo di docenti con tumori, affetti da patologie immunodepressive che li sovraesponevano al contagio, da artrite reumatoide. L’elenco delle patologie fragili si trova come è scritto nel D.M. “Speranza” del 4/2/2022. 

Qualcuno si è immedesimato preside sceriffo o capitano della nave come i Ministri pro-tempore della P.I. li avevano definiti? Linguaggio inopportuno che forse ha fatto sentire qualcuno tanto autoritario da dimenticare che la normativa che regolava (e regola tuttora, a prescindere) la materia della fragilità aveva come scopo principale la “tutela” dei lavoratori – loro malgrado ammalati. Come il caso di quella docente che in tre mesi di smart working (a volte concesso con resistenza, come fosse una regalia) ha scaricato 200 attestati di corsi di formazione, che doveva ogni settimana presentare alla segreteria di istituto, trascorrendo giornate intere al computer nonostante avesse rappresentato al medico competente la disarticolazione delle dita di una mano: niente da fare, il Dirigente non ammetteva autoformazione o lettura di libri con successivi report: nonostante il Ministro Valditara al Convegno della Fondazione Einaudi nel luglio 2023 avesse raccomandato il mix della formazione digitale e di quella libraria. Una scelta dell’et-et, l’aveva definita, non dell’aut-aut. 

Avendo svolto il ruolo di ispettore per oltre 20 anni non ricordo che mi fossero stati segnalati casi di stakanovismo da guinness dei primati: 200 attestati non mi risulta che qualcuno li abbia conseguiti nell’intera carriera. Si aggiunga che questa modalità di organizzazione dello smart working per i docenti aveva totalmente e disinvoltamente disatteso l’art.8 del D.L. 29/9/2023 n° 132 che prevedeva il loro utilizzo nel Piano triennale dell’offerta formativa di istituto: un utilizzo più flessibile e utile alla scuola stessa. Mi domando quale vantaggio abbia tratto quella docente dallo smanettare ‘quotidie’ la tastiera e dal seguire corsi con argomenti diversi tra loro, in media 5 al giorno. 

Adesso che questo palcoscenico dell’italica burocrazia tradizionale e digitale ha chiuso i battenti, mi viene spontaneo chiedere ai Ministri per le Disabilità avvicendatisi in questi ultimi tre–quattro anni quale tipo di interventi abbiano realizzato per garantire le tutele costituzionali dei lavoratori malati. La scuola brilla per pluralità di situazioni disparate e disperate. Ora che cala il sipario – in cauda  venenum – emergono alcune perle che inanellano la sequenza di tre anni sofferti e per taluni umilianti. Giunge notizia di docenti fragili che – esaurito lo smart working ma non il congedo del comporto contrattuale – vengono inviati a controllo delle commissioni provinciali di verifica. Come se sopportare la disgrazia di una grave malattia fosse una colpa di cui render conto, come se i tre, quattro, cinque certificati del medico competente via via racimolati strada facendo fossero carta straccia. 

E qui subentra un ulteriore aspetto di criticità valutativa. Fino ad un anno fa le commissioni di verifica per l’idoneità professionale avevano sede presso gli uffici territoriali del MEF. Accadeva, se non sbaglio, che il soggetto sottoposto a visita veniva visitato e valutato, insieme alla documentazione che presentava, da un collegio medico al completo. Mentre risulta che ora che la competenza valutativa è passata in capo agli uffici decentrati dell’INPS il soggetto venga valutato da un medico “monocratico” il quale solo in un secondo tempo riunisce una commissione alla quale riferisce l’esito della visita. Quindi questa Commissione di cui fa parte anche un rappresentante del Ministero istruzione e Merito (MIM) prende in considerazione il caso e decide. Conoscendo uno di questi componenti del MIM ho avuto conferma di questa valutazione “differita” del caso. 

Ora io credo che potrebbe definirsi collegiale una Commissione che visiti “ictu oculi” e “de visu”, cioè in presenza il soggetto di cui valutare l’idoneità ovvero la non- idoneità alla mansione ordinariamente svolta. Sommessamente esprimo questo parere: la valutazione del caso è adeguata se tutti i componenti della Commissione sono presenti e si esprimono, raccogliendo anche le deduzioni del chiamato a visita. “Tres faciunt collegium” ci insegna la giurisprudenza tramandata e consolidata e ciò vale non solo per la redazione di un verbale ma anche e soprattutto per la visita medica, che sola può offrire tutti gli elementi di valutazione ai componenti della commissione di verifica. 

Potrebbe forse definirsi “visita medico collegiale” quella che avviene in differita rispetto alla visita di un solo medico e che si pronuncia sulla base della relazione del valutatore monocratico, inoltre “per tabulas”, cioè prendendo visione del cartaceo ma senza vedere di persona, conoscere, valutare e perché no ‘ascoltare’ il soggetto su cui si deve assumere “in scienza e coscienza” una decisione che può condizionare la futura carriera, fino al licenziamento? Direi senza dubbio di no. Si tratta di esseri umani, ‘persone’ che hanno vissuto sofferenze e convivono con malattie serie. Mi pare una osservazione non peregrina o pretestuosa poiché a mio parere sussistono gli estremi per impugnare in ogni sede un verbale redatto “postumo” alla visita e sottofirmato da commissari non presenti alla visita stessa.  Sommessamente, in tutta umiltà, mi permetto evidenziare l’opportunità di una riflessione, al Governo e alla Presidenza dell’INPS. 

Aggiungo che a mio parere non ha senso sottoporre una persona “certificata fragile” a visita di verifica. Ci sono docenti immunodepressi e trapiantati che con cure adeguate svolgono il loro lavoro con dignità ed efficacia. Si può dichiarare non idoneo un fragile a motivo della sua patologia, disattendendo magari le diagnosi-prognosi delle strutture del SSN che lo hanno in cura? Credo proprio di no.

Sergio Mattarella: “Bachelet, uomo del dialogo”.

[…] Bachelet, anche quale Vicepresidente del Consiglio Superiore, è stato testimone autentico dei valori della nostra Costituzione. Si adoperava costantemente per la ricerca di prospettive condivise anche in considerazione delle fratture ideologiche che attraversavano il nostro Paese.

Essere “uomo del dialogo” è stata, sin dall’inizio, la caratteristica della sua attività politica e sociale. Già nel 1946, a vent’anni, da studente, dirigente della Fuci, ricercava sempre il confronto dialettico con le altre componenti universitarie in vista della ricostruzione dell’Italia democratica: “Con nessuno dei nostri simili – scriveva – abbiamo il diritto di rifiutarci o di essere pigri nel gettare il ponte”.

Il dialogo è stato sempre un tratto distintivo del suo impegno nella società profuso lungo l’intero arco della sua vita, nelle organizzazioni cattoliche, nell’insegnamento nelle aule dell’università, nel Consiglio superiore della magistratura, in ogni altra attività pubblica. Il dialogo rappresentava per lui, più che un metodo, l’essenza della democrazia.

La ricerca del confronto non era strada agevole e, talvolta, da taluno neppure apprezzata, in una stagione tra le più tormentate e conflittuali della storia repubblicana, dove non soltanto le parole e le ideologie si facevano più aspre, ma la violenza delle armi pretendeva di farsi strumento di lotta politica, elevando gruppi criminali a soggetto politico.

In quegli anni drammatici, Vittorio Bachelet esprimeva la convinzione che il rafforzamento delle istituzioni democratiche si realizzasse non attraverso lo scontro, ma con scelte – per quanto possibile condivise – di piena e coerente attuazione dei principi della nostra Costituzione.

La sera prima del brutale assassinio, accompagnando a casa l’amico Achille Ardigò, aveva con lui discusso della minaccia terroristica, giungendo alla conclusione, condivisa, che il terrorismo andasse combattuto senza rinunciare ai principi della legalità democratica, nel rispetto delle regole costituzionali, senza ricorrere all’arbitrio, in quanto la Repubblica dispone delle risorse capaci di far prevalere i valori della Costituzione anche nei momenti più critici.

Bachelet era convinto, inoltre, che la coerenza dei comportamenti fosse un efficace strumento di comunicazione e, in tempi di disorientamento, valesse più di una lezione dalla cattedra. È stata questa esemplare coerenza a segnarne l’impegno, sempre di grande valore, in ogni ambito.

Da Presidente dell’Azione cattolica, aveva vissuto intensamente gli anni del Concilio, le speranze e le aperture verso la società che cambiava e nei confronti di una generazione che sognava una società sempre migliore. È stato protagonista della scelta religiosa di quella organizzazione, che – come ripeteva – non fu mai intesa come una rinuncia, un abbandono dell’impegno pubblico, ma come un ritorno sincero e umile alle origini, una nuova e coinvolgente riproposizione dei valori essenziali.

Vittorio Bachelet non ha mai ostentato la sua fede, anche se ben nota a tutti, ma l’ha tradotta in un’autentica, laica, testimonianza umana e istituzionale in ogni ruolo in cui è stato chiamato a svolgere funzioni pubbliche di alta responsabilità.

I valori della collaborazione e della lealtà istituzionale erano evidenti nel suo stile di ascolto e nella sua visione autenticamente aperta al confronto, al punto di vista altrui.

Di questo costituisce, in qualche modo, testimonianza anche la votazione che lo portò alla vicepresidenza di questo Consiglio. Bachelet prevalse per un solo voto su Giovanni Conso, ma l’amicizia e la stima tra queste due personalità era alta e tale rimase.

In quel momento della storia repubblicana fu un segno di unità perché, senza rinunciare alle proprie convinzioni, il loro rapporto inalterato assunse un valore cruciale per la salvaguardia di questa istituzione, per il suo funzionamento, la sua credibilità.

Con questo spirito, Vittorio Bachelet ha guidato l’organo di governo autonomo della Magistratura, coniugando fermezza di principi e disponibilità al dialogo nella ricerca di convergenza tra prospettive diverse.

La composizione delle diversità – è ben chiaro a tutti – non si realizza ricorrendo a logiche di scambio, che assicurano l’interesse di singoli o di gruppi. Un metodo del genere rappresenterebbe la negazione del pluralismo democratico, che ispira le nostre istituzioni repubblicane e che Vittorio Bachelet ha sempre promosso.

Nella sua azione era guidato dalla convinzione che, nonostante tutte le difficoltà, fosse possibile ricomporre le divisioni, mettendo da parte gli interessi particolari e recuperando così il senso più alto della politica al servizio delle Istituzioni.

L’intitolazione della sede del CSM a Vittorio Bachelet assume, per questo, un grande significato: richiamare il valore del suo impegno e seguirne l’insegnamento.

Nella logica criminale dei suoi assassini, Bachelet rappresentava le istituzioni che contrastavano con determinazione la violenza terroristica utilizzando soltanto gli strumenti costituzionali e, insieme, esprimeva un profondo senso della comunità e della coesione sociale.

Questi due elementi – la Costituzione e il senso di comunità per la coesione sociale – hanno sempre sconfitto i tentativi di lacerazione della società e di disarticolazione delle sue istituzioni. […]

 

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https://www.quirinale.it/elementi/110752

Berlinguer ti voglio bene. La svolta della Schlein è una sorpresa?

Ritengo del tutto strumentale, nonchè scorretta, la polemica sul volto sorridente di Enrico Berlinguer nella tessera del Pd 2024. La ritengo strumentale e sbagliata per due ragioni di fondo.

Innanzitutto perchè Berlinguer è stato uno dei maggiori leader politici della prima repubblica. Ha guidato il più forte partito comunista dell’occidente per lunghi 12 anni e, soprattutto, è riuscito, seppur nel pieno rispetto dell’ortodossia sovietica dell’epoca, a ritagliare uno spazio e un ruolo autonomi per la storia e le vicende politiche del comunismo italiano. Un elemento, questo, che ha fatto proprio di Berlinguer uno dei principali leader della storia del comunismo internazionale.

In secondo luogo, e a prescindere dalla figura di Berlinguer, è noto a tutti – almeno credo – che il Partito democratico progressivamente è diventato il naturale erede della storia del Pci/Pds/Ds. L’intuizione originaria di unire le principali culture riformiste nello stesso partito contenitore elettorale si è esaurita abbastanza velocemente e oggi il Pd è un luogo politico radicalmente diverso rispetto ad un passato anche solo recente. E l’arrivo della Schlein al comando ha rappresentato la naturale e fisiologica chiusura di quella fase inaugurata con Veltroni nel lontano 2007. Perché oggi parliamo di un partito che esprime, e del tutto legittimamente, un profilo politico e culturale di una sinistra radicale, massimalista e libertaria che, non a caso, individua nei populisti dei 5 Stelle, nell’estrema sinistra di Fratoianni e nell’ambientalismo fondamentalista di Bonelli i naturali interlocutori ed alleati per costruire un progetto politico e di governo.

Detto questo, e per fermarsi a queste due sole ragioni, quello che invece stupisce ed incuriosisce è la tesi di coloro – a cominciare dai pochi Popolari rimasti in quel partito – che a loro volta si stupiscono della scelta della Schlein per la tessera Pd del 2024. Stupisce perché tutti sanno, ma questa volta veramente tutti, che quel partito non centra nulla con la storia, la cultura, i valori e la prassi del cattolicesimo popolare e sociale. Non c’entra nulla con le storiche, e del tutto legittime, battaglie dei comunisti italiani. Soprattutto sulla “questione morale”, oggi molto sbandierata, ricordando proprio la famosa intervista di Berlinguer ad Eugenio Scalfari del 1981 contro “il sistema di potere della Democrazia Cristiana”.

Ecco perché arriviamo persino a condividere l’iniziativa della Schlein di dedicare proprio a Berlinguer la tessera del Pd 2024. Per un fatto innanzitutto di coerenza, di coerenza, di trasparenza e di lungimiranza del nuovo corso del Pd. E la Schlein, checchè se ne dica o se ne pensi, è una leader politica e culturale coerente. Come lo dovrebbero essere, su un fronte alternativo, quelli che continuano a dichiararsi Popolari nel Pd.

Un contributo dell’Italia per una nuova agenda transatlantica

Un contributo italiano alla definizione di una nuova agenda transatlantica. Questo l’ambizioso scopo della conferenza organizzata dalla Sioi (Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale) e dalla Divisione diplomazia pubblica dell’Alleanza Atlantica in questi ultimi due giorni –  il 15 e 16 aprile – a Roma presso la caserma dell’Arma dei Carabinieri Salvo D’Acquisto, per i 75 anni della Nato.

Partendo dalla consapevolezza che va ricostruita una architettura di sicurezza e di cooperazione globale si è discusso di come “disegnare una nuova agenda transatlantica”, ha spiegato l’ambasciatore Riccardo Sessa, presidente della Sioi, in materia di sicurezza e di pace in un’epoca di trasformazioni globali.

La conferenza che ha reso per due giorni Roma capitale della Nato anche per la presenza di tutti i 32 ambasciatori rappresentanti permanenti presso la Nato dei rispettivi Paesi membri, insieme a molti esperti, diplomatici, politici e militari, è stata aperta dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il capo dello Stato ha sottolineato in particolare tre punti. Il primo: cosa ha rappresentato per l’Italia la scelta di essere nel gruppo dei Paesi fondatori della Nato nel 1949? Il superamento dell’esclusione da ogni circuito internazionale, “una scelta essenziale di reingresso nella politica internazionale”. Una decisione che fu anche oggetto di profondo dibattito, come si addice alle democrazie, ma che alla fine ha dimostrato la saggezza delle scelte guidate da De Gasperi e Sforza. Il Patto Atlantico, siglato 4 aprile del 1949 “avrebbe contribuito, infatti, alla identità politica della Repubblica”.

Gli altri due aspetti evidenziati da Mattarella riguardano l’attualità. “Non ci può essere separazione tra sicurezza del fianco nord e sicurezza del fianco sud dell’Alleanza” ha affermato il capo dello Stato, invitando a rivolgere maggiore attenzione all’area mediterranea e medio-orientale.

Per la Nato di tratta di continuare il dialogo già intrapreso con i Paesi delle suddette aree. Quest’anno, infatti, ricorrono anche gli anniversari di due partenariati della Nato con Paesi dell’area MENA (Middle East and  North Africa). Il Dialogo Mediterraneo, creato nel 1994, con sette Paesi della regione del Mediterraneo meridionale (Egitto, Giordania, Israele, Marocco, Mauritania, Tunisia e Algeria). E l’Iniziativa di Cooperazione di Istanbul avviata nel 2004, rivolta a quattro Paesi della regione del Golfo Persico (Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Qatar). 

Mattarella, infine, ha richiamato la necessità di dare compimento al progetto di una difesa comune europea che “consentirà alla Nato di essere più forte” in “un mondo irreversibilmente contrassegnato dal ruolo di grandi soggetti internazionali”. Un “cambiamento radicale”, che va nella stessa direzione di quelli invocati ieri a La Hulpe da Mario Draghi in ambito  economico per rendere l’Ue adatta al mondo di domani.

La conferenza si è articolata in vari panel su questioni – chiave: dal sostegno all’Ucraina, con l’intervento della premio Nobel per la Pace Oleksandra Matviichuk, al futuro della Russia, passando per la deterrenza, la difesa della democrazia e dello Stato di diritto, le sfide globali e le situazioni di instabilità regionali dai Balcani, al Mediterraneo al Golfo Persico.

Per l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, capo di Stato maggiore della Difesa e prossimo presidente del Comitato Militare della Nato, la ragione principale del successo dell’Alleanza  Atlantica è “la scelta politica” che “per la prima volta nella storia” ha visto “un trattato militare” collegare “la difesa della sicurezza esterna dei suoi membri ai valori della democrazia.”

In chiusura dei lavori il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha affermato che la Nato “deve avere il coraggio di adeguarsi ai tempi e la sfida sarà la velocità, il pragmatismo e la capacità di avere una vera visione e strategia comune”.

I contenuti e il metodo di questa conferenza hanno offerto alla politica una valida occasione per affrontare, evitando le sirene del populismo, le questioni della difesa, dimostrando che sono molto più efficaci alla causa della pace e della sicurezza i contributi sul merito e la consapevolezza che la voce dell’Italia è autorevole e influente in seno all’Alleanza. Un invito a credere nel ruolo della politica, che sta alla base del Patto Atlantico e che rende possibile  coniugare la compattezza necessaria con all’altrettanto necessario dialogo e confronto fra Paesi amici.

Pomeriggi popolari: si discute di Europa tra guerre e pace.

Nel cuore di Roma, presso la Sala della Lupa di Palazzo Montecitorio, il think tank “Parole Guerriere”, fondato da Diego e Dalila Nesci, torna ad animare il dibattito politico con un incontro di grande attualità. “Guerre e pace: Europa al bivio” è il titolo del 23esimo evento del ciclo “Pomeriggi popolari a Montecitorio. Dentro la politica: dialoghi sulle priorità del Paese”, un appuntamento che assume un’importanza cruciale alla luce del complesso scenario geopolitico attuale.

Con l’Europa al bivio tra conflitti e tensioni, l’incontro si propone di indagare le profonde conseguenze delle guerre in corso e il ruolo del continente europeo in questo contesto. A pochi mesi dalle elezioni per il Parlamento europeo, l’evento si configura come un’occasione preziosa per riflettere sulle sfide e le scelte di enorme portata che l’Europa si trova ad affrontare.

Relatori d’eccezione allieteranno il dibattito: Federico Petroni, coordinatore della scuola di Limes, il giornalista Tommaso Labate e lo scrittore Igor Sibaldi. A seguire, un vivace confronto tra gli onorevoli Licia Ronzulli (Vicepresidente del Senato di Forza Italia), Maria Stella Gelmini (Azione), Enrico Borghi (Italia Viva) e Giuseppe Fioroni (Tempi Nuovi). I lavori saranno moderati da Diego Antonio Nesci, fondatore ed organizzatore, insieme all’On. Dalila Nesci, del think tank “Parole Guerriere”.

“Siamo convinti che solo il confronto onesto e leale sulle sfide planetarie in cui siamo immersi, possa conferire un senso profondo all’agire politico, da troppo tempo orientato alle urgenze invece che alle priorità”, affermano i Nesci.

L’evento “Guerre e pace: Europa al bivio” si configura come un appuntamento da non perdere per tutti coloro che desiderano approfondire le tematiche relative al futuro dell’Europa e al suo ruolo nel mondo. Un’occasione per riflettere, confrontarsi e contribuire a costruire un futuro più sicuro e prospero per il nostro continente.

Per i giornalisti ed operatori è possibile accreditarsi all’indirizzo mail: eventi@paroleguerriere.info

L’arduo gioco iraniano: tante bombe per non fare la guerra?

Vi sono due aspetti, apparentemente contraddittori, che emergono dall’attacco sferrato dall’Iran a Israele nella notte fra sabato e domenica. Da un lato il lancio di centinaia di droni e missili effettuato direttamente dal territorio della Repubblica Islamica sembra essere stato studiato apposta per non produrre danni gravi: ampiamente preannunciato e facilmente contrastabile (considerando il noto scudo protettivo antimissile costruito da Israele e supportato nell’occasione dall’aviazione di Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e, dato da considerare con grande attenzione, Giordania) come in effetti è avvenuto. 

È la conferma di ciò che tutti gli analisti sostengono da quando è iniziata la crisi di Gaza, ossia che gli ayatollah non vogliono entrare in guerra con Israele consapevoli dei rischi che essa comporterebbe per il loro stesso regime. Dall’altro, però, la rete stesa dai pasdaran – i Guardiani della Rivoluzione – attraverso una politica estera parallela a quella ufficiale dello Stato, ha implicato la formazione di alleanze sul territorio con un solo obiettivo unificante: la distruzione di Israele. A questo poi se ne aggiunge un altro, specifico di Teheran: l’estensione dell’influenza sciita nella regione e il conseguente predominio geopolitico e dunque anche economico. Su questo secondo fronte l’avversario principale è certamente l’Arabia Saudita, terra sacra dell’Islam sunnita.

Siamo in Medio Oriente, e ciò che appare contradditorio agli occhi occidentali non necessariamente lo è davvero. Cerchiamo di spiegarci. 

Teheran ha finanziato, addestrato e armato movimenti locali impregnati di fanatismo religioso utili ai suoi obiettivi di medio-lungo periodo. Così ha aiutato Hezbollah in Libano, gruppo sciita che oltre a controllare militarmente ed economicamente il sud di quel paese, influendo politicamente in modo significativo sul debole governo di Beirut, costituisce altresì una permanente minaccia per il nord di Israele. 

Ha aiutato Hamas anche se sunnita, in quanto fazione palestinese ostile a qualsiasi accordo con lo Stato ebraico, tentazione che invece l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) ha più volte avuto (peraltro contrastata, sull’altro versante, dall’estremismo ebraico che ha utilizzato gli aggressivi coloni in Cisgiordania per bloccare ogni possibile sviluppo in tal senso). 

Ha aiutato le milizie sciite Houthi in Yemen sia nella guerra civile che insanguina quel disastrato paese da oltre dieci anni sia nella loro azione di sabotaggio delle vie marittime commerciali sul Mar Rosso, che rappresentano il fronte meridionale dell’accerchiamento di Israele oltre che un formidabile problema per l’Arabia. 

Ha aiutato lo sciita di fede alawita Bahar al-Assad nel massacro del suo popolo asservendo la Siria al progetto strategico della cosiddetta “Mezzaluna sciita”, il collegamento che senza soluzione di continuità collega l’oriente persiano col Mar Mediterraneo passando attraverso Iraq (ove l’influenza e il potere iraniano sono notevoli e ove, per non trascurare alcun dettaglio, in ogni caso viene sostenuto il gruppo terroristico sciita Kataib Hezbollah), ovvero attraverso Siria e Libano. Una rotta anche commerciale di grande interesse per chiunque voglia operare in quell’area e che dunque ostacola il predominio regionale dell’Arabia, come detto l’altro obiettivo strategico iraniano. La Siria, inoltre, costituisce un altro anello dell’accerchiamento di Israele, questa volta a est al confine con le alture del Golan occupate da quest’ultimo sin dal 1967.

Questa ragnatela distesa nel tempo rischiava però di venire distrutta dallo sviluppo degli “Accordi di Abramo”, che promettevano di allargare sino addirittura all’Arabia Saudita la rete statale sunnita di riconoscimento di Israele e di avvio di relazioni anche commerciali e non solo diplomatiche. A Egitto e Giordania che ormai da decadi riconoscono lo stato ebraico si erano così aggiunti Marocco, Emirati, Bahrein in attesa, appunto, dei sauditi e sotto l’egida americana.

Per gli ayatollah era di vitale importanza disinnescare questo pericolo, enorme dal loro punto di vista. E così hanno lavorato a un qualche riavvicinamento diplomatico con gli avversari religiosi e geopolitici di Riad, con l’aiuto non certo disinteressato della Cina e nell’ambito del nuovo sviluppo dei paesi “Brics plus”, alleanza dal carattere antioccidentale ancora tutta da decifrare. Poi qualcun altro, guarda caso protetto dall’Iran, il 7 ottobre ha provveduto a sabotare gli Accordi e soprattutto il loro temuto sviluppo, confidando nella reazione furiosa di Gerusalemme guidata da una maggioranza governativa nella quale prevalgono estremisti che vedono solo nella forza militare la risoluzione di ogni loro problema.

Il martirio di Gaza ha come previsto infiammato le piazze arabe, ponendo in difficoltà i regnanti che riconoscono Israele e rendendo impossibile un passo in quella medesima direzione da parte dei sauditi. Un successo, dunque, per Teheran (anche perché nessuno può provare che la carneficina compiuta da Hamas nel sud di Israele sia stata concordata o addirittura preparata con gli iraniani). Ma la decisione israeliana di attaccare una loro sede consolare ha costretto la teocrazia ad una reazione diretta che però avrebbe dovuto essere tanto eclatante quanto innocua. E così è stato.

Da un lato si è accontentata la folla e dall’altro, a conferma che una guerra ora non è nelle aspirazioni di Teheran, non si è andati oltre lo stretto necessario, affrettandosi anzi a dichiarare conclusa la reazione e lanciando la palla nello schieramento avversario. Che ora dibatte, fra l’ansia distruttiva degli oltranzisti ebrei e la ragionevolezza degli alleati occidentali di Israele. E qualcuno sostiene che il compromesso potrebbe consistere nella non-reazione verso Teheran e per converso nell’attaccare Rafah. Sulla pelle dei palestinesi. Come sempre.