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Un aspirapolvere per chi ha inventato la Guantanamo dell’Albania

Il primo maggio di quest’anno, dopo che alzandomi non mi ero accorta di nulla, torno in camera da letto a metà mattina e le vedo. Centinaia, migliaia di formiche che si aggirano alla base della porta-finestra che dà su un balcone che dà a sua volta sul nostro giardinetto. Apro, e ti scorgo una colonna di esserini neri neri che a partire dal basso sale al nostro piano inerpicandosi su un filo esterno attiguo al tubo di scarico dell’acqua piovana.

La colonna si stacca poi dal filo e procedendo sul muro in orizzontale arriva al balcone e da lì alla camera. Che cosa faccio? Prendo la scopa e poi? Mi decido per l’aspirapolvere, lo attacco, e comincio ad aspirare le formichine che si aggirano dappertutto. Continuo per un’ora, sentendomi come Erode (non a caso mi chiamo Francesca) e intanto penso e penso.

Penso che le formiche non hanno chiesto di venire (come avrebbero potuto del resto?) ma non sono convinta. E se fossero umani? Se fossero persone dalla pelle scura che vengono “in casa mia” senza aver chiesto il permesso? Avrei il diritto di respingerle o, cosa che si fa oggi sotto gli occhi compiacenti di tanti, cattolici e no, deportarle?

Deportarle in Ruanda, come fa il primo ministro inglese, o in Albania, come fa la prima ministra italiana? Si tratta di paesi rispettosi dei diritti umani, si afferma da ambo le parti. Come no?! Basta controllare l’indice di corruzione di Transparency International, dove almeno il Ruanda sta al 49 posto (l’Italia al 42) mentre l’Albania si piazza nella 98° (novantottesima) posizione.

L’astuzia del contratto stabilito con un radioso sorriso sulle labbra da Giorgia Meloni e dal suo collega albanese Edi Rama è che nei centri di accoglienza italiani in Albania i migranti in attesa di selezione non potranno allontanarsi perché all’esterno essi saranno presidiati dalla seria e efficiente polizia albanese che li arresterebbe, dal momento che appena ne uscissero entrerebbero illegalmente nel territorio dell’Albania che non è membro dell’Unione Europea.

Capito l’inghippo? E poi in 28 giorni, dice l’accordo, si procederà alla selezione dei migranti stabilendo chi ha diritto all’asilo o all’immigrazione e chi no. I primi verranno avviati in Italia, e gli altri rispediti nei paesi d’origine (!). Credo che sia più facile credere a Babbo Natale, alla Befana e agli Ufo tutti insieme che a questa dichiarazione. E mi viene voglia di usare l’aspirapolvere, distogliendolo dalle formiche, verso le persone che hanno immaginato e realizzato questo piano perverso stile Guantanamo (luogo dove non vigono i diritti dell’uomo), e che invece tanti votano entusiasticamente.

 

Francesca Rigotti, filosofa e saggista, ha pubblicato di recente un saggio sull’ultimo discorso di Giacomo Matteotti (Il consenso e la forza. L’ultimo discorso del 30 maggio 1924 https://amzn.eu/d/6A4OrAQ)

Il principe e il povero: mito, destino e rinascita di Senna.

Roland e Ayrton insieme nel commiato

“…Il giorno dopo, il dottor Piana ed io ci eravamo recati presso la Medicina Legale di Bologna. Ancora oggi mi riesce impossibile descrivere e raccontare l’emozione, l’angoscia e il dolore che mi pervase alla vista di Roland e Ayrton. Erano là, ognuno su una barella, distesi uno di fianco all’altro, in un pallore mortale, surreale. Il grande campione e il pilota che inseguiva la gloria, accomunati dalla stessa passione, quasi in un abbraccio fraterno prima di dividersi per raggiungere i lontani luoghi del loro riposo eterno”.

Così racconta il dottor Domenico Salcito. Leader del team medico di primo intervento all’Autodromo di Imola nel 1994, sfilò il casco ad Ayrton Senna e vistolo senza coscienza, con il sangue che usciva da bocca, naso e orecchi, decise per una estrazione immediata – che fu fatta a braccia – del pilota dall’abitacolo.

Il Sabato 30 Aprile di trent’anni fa, dopo l’incidente e la morte (sul colpo, anche se poi fu fatto dichiarare deceduto all’ospedale per evitare il sequestro dell’autodromo) dell’austriaco Roland Ratzenberger, vedendo Senna cupo più del solito, Sid Watkins, il neurologo chirurgo inglese capo dello staff medico della FIA per i Gran Premi, lo consigliò: “…Ayrton, sei stato tre volte campione del mondo, sei il pilota più veloce, cos’altro vuoi fare? Lascia tutto e andiamo a pescare…”.

Cosa ci fanno tre Ministri degli Esteri ad una curva di un autodromo chiuso nella Festa del 1° Maggio? 

Istituzioni e politica hanno da sempre avuto un nesso con lo sport (da Olimpia): atleti – soprattutto se vincenti – vengono presto ricevuti a palazzo; la Camera il 1° Agosto 2021 fa partire una standing ovation per gli ori di Jacobs e Tamberi; Nixon nel 1972 è ufficialmente il primo americano a mettere piede in Cina dopo la rivoluzione di Mao del ’49 grazie alla ping pong diplomacy, e via di questo passo.

Ma nel caso del Primo Maggio di quest’anno c’era qualcosa di diverso, fuori dall’ordinario: si celebrava il Trentennale della scomparsa, in modo drammatico, di un grande campione della Formula 1, il brasiliano Ayrton Senna da Silva.

Come chi non segue il ciclismo sa chi sono Coppi o Merckx, così anche chi non segue l’automobilsmo sa chi sono Nuvolari, Lauda, Villeneuve, Schumacher e soprattutto lui, Ayrton Senna. Nell’inflazione di classifiche che ci sommerge per qualsiasi cosa, Senna, soprannominato Magic, viene collocato al primo posto come il più grande di tutti. Eppure a turno, al primo posto, dove adesso c’è Lewis Hamilton, ci sono stati Schumacher, detto il cannibale – 7 volte campione del mondo e dal 2000 al 2004 cinque volte di fila con la Ferrari -, Lauda, detto il computer, Jim Clark, il mito degli Anni ’60, e ovviamente Nuvolari, Varzi, Ascari, Castellotti e Fangio, quando l’Italia non era al top solo per le macchine – Alfa, Ferrari, Maserati, Lancia – ma anche per le sue leve di piloti (da un pezzo esaurite, da noi troppo costoso per un ragazzo cominciare a impratichirsi).

 

Ricordo di Senna

Giro-E, l’Anci al seguito dei ciclisti su e-bike.

Anche l’Anci (Associazione Nazionale Comuni d’Italia), quest’anno è partita insieme alla carovana del Giro d’Italia con l’iniziativa Giro-E. Il Giro-E si svolge con biciclette da corsa a pedalata assistita omologate e con motori da 250W per una velocità massima limitata a 25 km/h, fornite dal proprio Team di appartenenza.

L’arrivo della tappa avviene sotto allo stesso Arco e la premiazione è sullo stesso podio dei professionisti.

L’edizione 2024 prevede 20 tappe, con una percorrenza giornaliera compresa tra i 30 e i 85 chilometri. In tutto sono 1.165 chilometri totali per una media di 58,28 chilometri per tappa e 19.850 metri di dislivello.

L’obiettivo della manifestazione è quello di migliorare il grado di ingaggio della popolazione giovanile nel grande evento sportivo, di valorizzazione le risorse ed eccellenze culturali, naturalistiche, enogastronomiche del territorio come driver di sviluppo locale sostenibile, e di sensibilizzare il pubblico alla mobilità sostenibile e a tutte le tematiche legate alla sostenibilità ambientale.

Le tappe del Giro-E, la e-bike experience che si svolge nei giorni e sulle strade del Giro d’Italia, vedono coinvolte come sedi di partenza o arrivo ben 38 città italiane. Il team Anci sarà composto ogni giorno da Amministratori e Ambassador del territorio attraversato dal Giro.

A latere della corsa saranno organizzati  Workshop che si svolgeranno nelle aree Hospitality dei Green Fun Village allestiti in tutti i Comuni di partenza del Giro.

L’appuntamento di oggi 7 maggio è a Savona (candidata a Capitale italiana della Cultura per il 2027), alle ore 12.05, dove il Giro-E partirà alla volta di Andora. Un percorso di 84 km che vedrà coinvolto anche il team Anci, capitanato dall’ex sciatore Giorgio Rocca e composto da Amministratori locali e ambassador del territorio.

Oltre agli amministratori locali, alla partenza di Savona si potranno incontrare grandi campioni del passato come Bugno, Chiappucci, Tafi e Cunego, tutti impegnati nella competizione a pedalata assistita.

 

Per maggiori informazioni su tappe e calendario del Giro-E clicca su:

https://www.giroe.it/

La svolta sul job act mette all’angolo i riformisti del Pd

Era nell’aria ma nel partito circolavano previsioni contrastanti. I riformisti confidavano in un atteggiamento di prudenza. Invece, nel pomeriggio di ieri, è giunta la dichiarazione che ha stroncato le incertezze. “Molti del Pd firmeranno così come altri legittimamente non lo faranno: io mi metto tra quelli che firmeranno, non potrei fare diversamente visto che era un punto qualificante della mozione con cui ho vinto le primarie l’anno scorso. Ero in piazza con la Cgil nel 2015, è il secondo referendum che firmo per l’articolo 18”. Lo ha detto la segretaria del Pd, Elly Schlein, a Forlì, interpellata sul referendum promosso dalla Cgil sul Jobs act.

In pratica, per non lasciare campo libero a Conte, la segretaria sceglie di collocarsi sulla stessa linea dei Cinque Stelle. Il messaggio è chiaro anche se concede all’ala riformista la legittimità di esprimere un orientamento diverso o meglio di praticare una sorta di astensione: chi non vuole, può anche non firmare. Il che formalmente garantisce il pluralismo, ma a prezzo dell’ennesima baraonda all’interno e all’esterno del partito.

Non sono mancate le reazioni. Puntualmente è intervenuto Carlo Calenda: “È un gravissimo errore da parte della Schlein firmare contro il Jobs act – ha detto il leader di Azione – e appiattirsi sulle battaglie ideologiche e politiche di Landini. Aspettiamo piuttosto un incisivo intervento sulla questione Stellantis che sembra scomparsa dal radar della sinistra e di Landini”.

Adesso la parola passa ai riformisti, per la precisione a Lorenzo Guerini e i suoi amici di corrente, obbligati a muoversi sulla striscia sottile che la segretaria ha disegnato per loro. Sul piano mediatico non passa la libertà di scelta bensì la scelta di firmare, ovvero passa l’affermazione, che mette a terra una precisa linea politica, della Schlein in veste di paladina referendaria. Far finta che l’operazione non cambi i rapporti al Nazareno, equivale a trasmettere alla pubblica opinione un’idea oscillante tra la debolezza e la furbizia, a tutto danno dell’area che si proclama fedele, malgrado tutto, alla consegna di un sano riformismo, come era nei principi ispiratori del Pd.

Di quei principi cosa è rimasto?

Tornano i girotondi con attori impegnati nella pièce di sempre

Eccoli lì. Sono ritornati. O almeno così pare. Chi sono? Gli stessi da svariati lustri. Certo, adesso sono un po’ invecchiati ma sempre sicuri delle loro certezze ideologiche, dei giudizi sprezzanti sugli avversari/nemici e, soprattutto, fieri della loro superiorità morale e della loro granitica verità.

Sono i girotondini, o il popolo viola o le truppe arcobaleno o le sardine o i “chattisti antifascisti” come vengono chiamati oggi. Insomma, per farla breve, sono sempre loro. Ovvero, gli intramontabili esponenti della sinistra salottiera, arisrtocratica, alto borghese e talvolta anche milionaria del nostro paese. Molti sono diventati, a colpi di contratti ultra milionari, “martiri dell’informazione” o le “vittime” dell’ennesimo “regime dispotico” di cui non se ne accorge nessuno tranne loro.

Dove, però e per fortuna per loro, nel frattempo il patrimonio personale aumenta. Sono tutti coloro che, periodicamente, denunciano l’arrivo del solito e ormai noiosissimo regime fascista, la possibile restrizione delle libertà e l’inossidabile torsione autoritaria e antidemocratica. La parola d’ordine, ieri come oggi, è sempre la stessa: e cioè, “ora e sempre 25 aprile”.

Ora, pare che l’ultimo alfiere di questa battaglia a difesa delle democrazia e della libertà – salvo nei giorni festivi o nei cosiddetti “ponti” delle vacanze – sia l’ex direttore della Stampa Massimo Giannini. Chi legge i suoi editoriali, ieri sulla Stampa e oggi di nuovo su Repubblica, prova anche un po’ di nostalgia perchè, mutatis mutandis, sembra di rivedere i sermoni del Manifesto o di Lotta Continua contro il “sistema di potere della Democrazia Cristiana” con i macabri slogan che accompagnavano quella campagna stampa. Certo, i tempi sono radicalmente cambiati e anche il linguaggio è un po’ meno truculento e selvaggio di quell’epoca. Ma il nemico è sempre quello: il ritorno del regime. Nelle sue diverse espressioni accusando personaggi e partiti che lambiscono sempre quella sub cultura autoritaria, illiberale e squisitamente anti democratica.

Ora, e per tornare all’oggi, pare che all’orizzonte siano già in programma due iniziative dei nuovi “resistenti” dell’aristocrazia della sinistra italiana. Cioè quelli che si preoccupano della salute della nostra democrazia e delle condizioni drammatiche delle condizioni di vita dei ceti popolari. E questo lo fanno dall’alto dei loro contratti milionari e che, guarda caso, detestano profondamente quando qualcuno lo ricorda a tutti. Ceti popolari compresi.  Ma, per non infierire eccessivamente e senza dare una importanza oltremisura a queste future e possibili nonché simpatiche scampagnate in giro per l’Italia, credo sia importante richiamare un solo aspetto. E cioè, nel pieno rispetto di questi esponenti della borghesia italiana che votano convintamente e legittimamente a sinistra, vorremmo fare un solo invito affinchè l’iniziativa dei neo girotondini possa essere presa in seria considerazione.

Insomma, prima o poi occorrerà inventarsi un nemico irriducibile che esista per davvero senza sempre denunciarne l’arrivo imminente e che poi puntualmente scompare dall’orizzonte. Perché prima, e per lunghi 50 anni, c’era la Dc, poi Berlusconi, poi Salvini, poi Renzi, poi Meloni e poi chissà ancora. Per cui, mentre il portafoglio si ingrossa per meriti indubitabili, forse sarebbe opportuno – sempre per rendere più convincente la ‘resistenza al nuovo

regime’ – che il nemico ci fosse veramente. E che, soprattutto, non cambi così rapidamente.

Perchè, altrimenti, più che una protesta a difesa della libertà degli altri, rischia di apparire solo come una armata di reduci a difesa dei propri privilegi, del proprio potere e della propria e comprensibile visibilità mediatica.

Zelensky alle prese con l’avanzata dell’esercito di Putin

Anche in Ucraina termina il lungo inverno e arriva la primavera. Ma questa potrebbe essere una pessima notizia per la popolazione di quel Paese. Perché quest’anno l’offensiva contro gli avversari, se ci sarà, saranno i russi ad avviarla e non gli ucraini. Che l’anno passato l’annunciarono in pompa magna e però la fallirono.

Da allora molte cose sono cambiate. All’insegna della disillusione, anticamera della depressione. Lo sconforto che si propaga giungendo a indebolire lo spirito più indomito, generando il dubbio fatale: che non si possa vincere, che ogni sforzo risulterà vano.

È questo lo spirito col quale gli ucraini rischiano di affrontare la nuova primavera e la calda estate. Dopo aver martellato con missili mirati sulle città e in particolare sui luoghi ove i militari ucraini si addestrano, e dopo aver conquistato una cittadina dall’alto significato simbolico – Audiivka, “porta d’accesso” al Donbass – i russi potrebbero ora aver programmato una offensiva su vasta scala forti della loro superiorità numerica e nell’approvvigionamento di munizioni, droni, missili.

Per lunghi mesi europei e americani al di là delle parole sempre di sostegno hanno lesinato gli aiuti invocati con sempre maggior insistenza e sempre minor risultato dal Volodymyr Zelensky, dal 2022 per gli occidentali icona quasi pop con la sua perenne maglietta verde militare e ora invece quasi caduto in disgrazia dopo il fallimento dell’operazione di riconquista tentata la scorsa estate. Nel frattempo l’invasore si è riorganizzato, ha ridefinito la propria strategia, si è rinforzato logisticamente ed ha avviato una pervasiva guerra di logoramento.

Puntando sui due punti più deboli di Kyiv, peraltro ammessi ai quattro venti dalle stesse autorità ucraine: la carenza di munizioni e, più grave ancora, la mancanza di uomini da inviare al fronte. Quelli che lì vi sono, lo sono da oltre due anni e sono esausti. Comprensibilmente.

Solo nelle ultime settimane si sono registrati due eventi nuovi. Da un lato il Parlamento USA ha finalmente sbloccato i 61 miliardi di dollari promessi da Biden ma tenuti bloccati per mesi dai repubblicani a Washington; e dall’altro Zelensky ha – con difficoltà e solo perché consapevole del dramma profilantesi – abbassato il limite minimo d’età per la leva obbligatoria, aumentato quello temporale della ferma e bloccato i passaporti per tutti gli uomini di età inferiore ai 60 anni. Una sorta di generale chiamata alle armi seguita alla sostituzione del popolare capo delle Forze Armate Valerij Zaluznyj con Oleksandr Syrski, assai meno noto e popolare e per di più di etnia russa.

L’insieme di tutti questi elementi ha prodotto a livello interno un netto calo del consenso per il Presidente, al quale qualcuno comincia a imputare il fallimento della lotta alla corruzione, da sempre endemica nel Paese e che infatti era stata il cavallo di battaglia di Zelensky durante la sua vincente campagna elettorale, e al quale qualcuno sta inoltre domandando di rivedere la decisione di rinviare le elezioni presidenziali che avrebbero dovuto tenersi quest’anno ma che per evidenti motivi sono state rinviate a data da destinarsi.

Il fronte interno, dunque, anche quello politico e non solo quello militare, non è più così solido. Un ulteriore punto a vantaggio del Cremlino. Che venne di fatto sconfitto, nel 2022, dalla determinazione, dal senso di appartenenza, dall’andrenalina degli ucraini tutti: una vera sorpresa, inaspettata, per i russi. Ma se il morale viene meno, se l’unità nazionale mostra delle crepe, se i capi politici e militari vengono più o meno velatamente posti in discussione allora il rischio del crollo diviene reale. E con esso, forse, la necessaria riconsiderazione della situazione per quella che è.

Potrebbe anche accadere che dopo l’estate un fronte diplomatico orientato alla trattativa si possa aprire. Ma nel caso, a quel punto, il vincitore delle elezioni americane sarebbe decisivo. E i due competitor non sono per nulla la stessa cosa. Anche per Kijv. E per Putin.

SuccedeOggi | Napoli, riecheggia con la Cilento il mare della Ortese.

Giuliano Capecelatro
«Occhi, occhi e ancora occhi». Questione di occhi. Di sguardo. Di visione; cioè di occhi della mente. E allora Napoli può squadernare davanti a chi la osserva il famigerato paradiso abitato da diavoli come può configurarsi ammaliante sirena folle d’amore. Può far storcere il naso alla sensibilità erotizzata del lombardo Alberto Arbasino o conquistare il veneto Guido Piovene, che nel Viaggio in Italia la esalta per il tramite della sua cucina: «semplice e mitologica»; e chiosa con acume: «L’archeologia a Napoli ha segreti con la mensa». Può offrire l’amorfo presepe congelato intorno ad alcune figure stereotipate – la pappetta precotta da ammannire al turismo di massa – o sgomentare chi ne percepisca il crudo, inestricabile sodalizio con la morte.

Nelle mille Napoli del quotidiano e dell’immaginario si inoltra, e ci porta per mano, con passo agile e sicuro Antonella Cilento, scrittrice napoletana, fervida organizzatrice di eventi culturali, animatrice dei laboratori di scrittura creativa Lalineascritta. L’ultimo lavoro, Il sole non bagna Napoli (Bottega Errante Edizioni, pagg. 184, euro 17), è un prezioso baedeker per chi intenda sfrondare la rappresentazione della metropoli da mille perniciose incrostazioni.

Riecheggia esplicitamente il mare di Anna Maria Ortese, il titolo. Non a caso. Perché Il sole è un libro contro. Non contro la città, tutt’altro; ma contro quell’occhio neghittoso che accetta immagini prefabbricate, prive di vita. Un testo che non ha toni e linguaggio massimalista da pamphlet, ma poggia, oltre che su una conoscenza quasi simbiotica della città, su una sapienza letteraria e una scrittura raffinata, incisiva, puntuale, che rende gradevole ogni pagina. Perché quasi ogni pagina è una scoperta, anche per chi si nutre di Napoli da sempre.

 

Per continuare a leggere

https://www.succedeoggi.it/2024/04/antonella-cilento-occhi-su-napoli/

Perché Forza Italia merita di essere sconfitta dalle urne  

È probabile che Licia Ronzulli non avesse letto il comunicato dei socialisti europei quando, intervenendo ieri in un comizio elettorale per il rinnovo del comune di Pescara, ha rilanciato la centralità del suo partito. Invece di rispondere del perché Forza Italia sia alleata della destra nazionalista e sovranista, rivendica una funzione che neppure i numeri possono giustificare. Un tempo, per il peso dei voti raccolti nei momenti d’oro del berlusconismo, valeva sostenere che “nell’area di centro l’unico voto utile è quello dato a Forza Italia”. Oggi francamente, questa affermazione della Ronzulli, sembra fuori luogo o meglio fuori misura.

Un partito debole, almeno nei confronti del principale alleato di governo, non è in condizione di garantire un equilibrio incardinato su una posizione di centro. Ma non basta. Forza Italia partecipa o dovrebbe partecipare alla battaglia portata avanti anche dal Partito Popolare Europeo contro il pericolo di una destra radicale, fondamentalmente euroscettica. Al tempo stesso, però, condivide l’azione di governo con partiti nazionalisti (FdI) o antieuropeisti (Lega), costituendo un’anomalia rispetto alla visione e alla condotta delle forze di matrice moderata aderenti al PPE.

Cosa hanno detto nel frattempo i socialisti europei? “Non coopereremo mai, né formeremo mai una coalizione con l’estrema destra…Allo stesso modo – si legge nella dichiarazione resa appunto nella giornata di ieri – invitiamo tutti i partiti democratici europei a respingere con fermezza qualsiasi normalizzazione, cooperazione o alleanza con l’estrema destra e ci aspettiamo che questo impegno venga incluso formalmente e inequivocabilmente nei rispettivi manifesti e programmi elettorali, così come abbiamo fatto nel manifesto del PSE”.

Parole molto chiare. Da ciò deriva che dopo le elezioni non ci potrà essere, pena l’ingovernabilità dell’Unione Europea, un assestamento come quello auspicato da Forza Italia, ovvero l’apertura ai conservatori dell’ECR (di cui la Meloni è leader indiscussa). E quesot rende implausibile l’ambiguo equilibrismo che la Ronzulli “neo centrista” propone agli elettori italiani. È vero il contrario: per rendere credibile una prospettiva in cui l’area di centro possa pesare a Bruxelles e a Strasburgo, non bisogna votare Forza Italia, ovvero non bisogna consentire che parta dall’Italia il messaggio per il quale si proietta sull’Europa l’alleanza sigillata attorno alla Meloni, in perfetta antitesi con quanto emerge nel contesto del dibattito europeo.

Le elezioni si fanno per scegliere una politica, non per imbrogliare gli elettori.

Simona Monti, inaugurata una “farfalla” nella sua Magliano Sabina.  

Simona lavorava come responsabile del controllo qualità per una ditta tessile italiana con sede nella capitale bengalese. Quella sera, si trovava al Holey Artisan Bakery, un ristorante frequentato da stranieri, insieme ad amici e colleghi per una cena di saluto prima di tornare in Italia.Alle 21:30 circa, un commando di 5 terroristi affiliati all’ISIS fece irruzione nel locale, prendendo in ostaggio le persone presenti. Seguì un’estenuante assedio durato 10 ore, al termine del quale le forze speciali bengalesi uccisero i terroristi liberando gli ostaggi sopravvissuti.

Simona Monti, purtroppo, non ce la fece. Si trovava al sesto piano dell’edificio, dove i terroristi uccisero la maggior parte delle vittime. Era incinta di cinque mesi e portava in grembo il suo primo figlio, che avrebbe chiamato Michelangelo.

La sua morte, insieme a quella degli altri connazionali e delle altre vittime innocenti, sconvolse l’Italia e il mondo intero. Simona viene ricordata come una donna solare, altruista e piena di vita, con un grande amore per il suo lavoro e per il Bangladesh, paese che l’aveva accolta a braccia aperte.

A Magliano Sabina, il suo paese natale, ieri le è stato dedicato un monumento che raffigura una farfalla, scelta come simbolo della sua voglia di volare leggera, per capire ed essere capita.

Di seguito riportiamo le parole pronunciate dal sindaco Giulio Falcetta

Prima di essere una Comunità ferita, sofferente…la  Comunità che l’ha persa…siamo…chi l’ha conosciuta, cresciuta: ne ha apprezzato le doti e capito le fragilità, chi ne ha condiviso le gioie, le amicizie e apprezzato il coraggio e la voglia di vivere.

Oggi celebriamo chi è Simona, non lasciamo spazio a chi ce ne ha privato. Io non so se Le piacerebbe una istallazione in suo nome, ma so per certo che a noi piace averla qui, accanto…ancora una volta.

Ci piace pensare di poter sedere con Lei e ascoltarla mentre racconta di persone conosciute sulle Ande, in Australia, in Cina, in tutta Europa e poi in Bangladesh…l’ultimo viaggio…l’ultimo lavoro.

Stava tornando e già si preparava ad una nuova avventura, forse la più grande, sicuramente la più bella…la maternità. Tante le amicizie incontrate lungo il cammino, tanti i sogni.

Uno spirito libero Simona, una di quelle persone che non riesci a catalogare, a imbrigliare a fermare. Ma che quando capita di starle accanto ti spinge ad alzarti, a oltrepassare limiti immaginari, a vivere…e questo susciterà a chi qui siederà.

Questo luogo è un posto del cuore…orientato verso l’alba, verso un nuovo giorno, un nuovo viaggio, una nuova avventura, un nuovo volo…ed è così che consegnamo Simona all’eternità. Come una farfalla che alza le ali, tra sogno e realtà.

Libertà di stampa, verità e finzione nello scontro di potere sull’editoria.

Dunque, quando si parla di libertà di stampa, di rispetto dell’articolo 21 della Costituzione e della libertà di espressione c’è qualcosa che non quadra nel nostro paese. Secondo una classifica di un tribunale alquanto discutibile, ‘Reporters sans frontieres’, la libertà di stampa e di espressione in Italia sarebbero scesi dalla 41° alla 46° posizione. Un arretramento che sarebbe dovuto, secondo questo studio, dalla vicenda legata alla vendita dell’agenzia Agi, appartenente all’Eni, al gruppo Angelucci che è già l’editore di alcuni quotidiani nonché senatore della Lega.

Ora, seppur nel massimo rispetto di questi organismi che sfornano classifiche sulla libertà di stampa a seconda della maggioranza politica che governa momentaneamente quel paese, credo che qualche riflessione prima o poi andrà pur fatta. Certo, anche i sassi conoscono nel nostro paese il solito ritornello propagandistico. Riassumendo, Mediaset è amica del governo di centro destra. Il Governo in carica, o la maggioranza politica parlamentare, sono gli editori di riferimento del servizio pubblico radiotelevisivo. Oltre alla presenza di alcuni quotidiani che, del tutto legittimamente, appoggiano l’esecutivo di centro destra. E sin qui ci siamo. Al riguardo, sarebbe anche curioso sapere dove sono il settarismo o la faziosità in programmi come quelli condotti da Bianca Berlinguer su Mediaset che, semmai e al contrario, rappresentano un modello di pluralismo e di imparzialità del giornalismo televisivo.

Dopodiché, di grazia, visto che parliamo di censura, di possibile ritorno del regime, di torsione autoritaria, di soppressione delle libertà – e quindi, e di conseguenza, anche di quella di espressione e di stampa – forse sarebbe anche il caso di porsi qualche seppur rapida domanda visto che parliamo di dittatura imminente e di “regime orbaniano”. E cioè, chi anche solo casualmente si sintonizza con i talk televisivi di Gruber, Formigli e Floris – a proposito, non saprei chi dei tre svetta per faziosità politica – o con gli altri talk de La 7; chi guarda i talk della Bortone o

di Report sulla Rai; chi segue i programmi di intrattenimento e politici della Nove; chi legge i quotidiani del gruppo Gedi – Stampa e Repubblica in testa – cosa pensa di questa singolare ed anacronistica classifica che condanna e paragona il nostro paese ad una nazione dove la democrazia è sostanzialmente a rischio perché, di fatto, la libertà si riduce progressivamente ed irreversibilmente?

Francamente avrei qualche difficoltà a fornire una risposta convincente e seria al riguardo. Ma, sin quando prendiamo lucciole per lanterne e confondiamo, ancora e sempre, artisti, conduttori, comici e furbastri milionari con i ‘martiri e le vittime della libertà’ non riusciremo mai a diventare adulti. O meglio, continuiamo a vivere in una bolla virtuale dove si chiede a segmenti dell’opinione pubblica – sempre la stessa, per la verità – di scendere in piazza e di difendere la libertà di espressione e di stampa quando, com’è ovvio, si tratta solo del destino personale, professionale e contrattuale di professionisti dello spettacolo e dell’informazione. Che hanno tutto il diritto, come scontato, di consolidare il loro patrimonio milionario senza confonderlo, però, con i sacrosanti ed indiscutibili valori costituzionali.

Ecco perché, soprattutto quando si parla di temi importanti e decisivi come quelli legati alla democrazia e alla libertà e non dei contratti milionari dei soliti noti, dobbiamo avere l’intelligenza e la capacità di saper distinguere la fisiologica e normale propaganda politica e di partito dalla concreta e del tutto verificabile ed oggettiva realtà dei fatti. Ne va anche della serietà e della maturità della politica italiana e dei suoi rappresentanti.

Vp Plus | Tutto è immagine, perciò comunicare non è semplice.

Foto di OsloMetX da Pixabay
Foto di OsloMetX da Pixabay

Gigio Rancilio

 

…Un aspetto importante e delicato riguardo il fatto che il mondo cattolico produce soprattutto testi. Ma il mondo digitale per come è fatto e per il modo con il quale ci approcciamo, sta pian piano emarginando questo tipo di contenuti. Fateci caso: sempre più spesso quando leggiamo un contenuto sul telefonino dopo qualche riga scrolliamo lo schermo al blocco successivo finendo col fare quella che gli esperti chiamano la lettura a canguro. Se poi ci troviamo davanti a un testo lungo, sempre più spesso non lo affrontiamo, un po’ perché abbiamo paura che ci faccia perdere troppo tempo e un po’ perché leggerlo ci appare una fatica fisica che non ci interessa più fare.

Da tempo i contenuti digitali di maggiore successo sono i video. Con una caratteristica in particolare: i video sottotitolati. La maggior parte di chi li guarda infatti lo fa con l’audio spento perché magari è sull’autobus o in una riunione. E così siamo al paradosso che per leggere abbiamo bisogno di frasi semplici e costruite come parliamo. Non è un caso che una delle ultime mode di questi anni siano i podcast. Che non sono più soltanto contenuti audio ma che diventano video con i protagonisti su un palco con un microfono in mano o una specie di studio di registrazione con cuffie in testa e microfoni davanti. È il trionfo della cosiddetta radiovisione, e cioè di un modello che fino a qualche anno fa sembrava inutile.

Eppure oggi tutto ha bisogno dell’immagine, anche una chiacchierata audio. Può non piacerci ma uno dei problemi che abbiamo come mondo cattolico è che non riusciamo a trasformare in video e podcast di successo le nostre interviste, i nostri commenti, le nostre riflessioni e le nostre idee. E questo anche per un altro problema non meno importante: abbiamo un modo di esprimerci che fatica ad arrivare alla maggior parte delle persone. Non solo perché usiamo vocaboli e costruzioni che di fatto ci rendono elitari, ma anche e soprattutto perché il nostro modo di ragionare e persino i nostri riferimenti e le nostre citazioni spesso tradiscono la nostra età anagrafica e così non vengono colti da chi ha meno di quarant’anni. Col risultato di apparire lontani ed escludenti. Se ci sono due lezioni che possiamo imparare dagli influencer e che la semplicità ha un grande valore e che si può essere semplici senza essere banali.

Quando pensiamo al digitale facciamo un altro errore: non teniamo conto delle differenze, del fatto che ogni luogo, ogni piattaforma, ogni mezzo ha le sue regole e il suo linguaggio. E che – a parte Facebook anche se lo è sempre meno – non esiste di fatto un social che premi la parola scritta. Ci sono le newsletter, che da qualche tempo vanno molto bene anche da noi in Italia, ma anche in questo caso per funzionare occorre essere costanti nella creazione dei contenuti, originali, credibili e soprattutto utili. Ciò che invece non dovremmo mai imparare dagli influencer sono tutte quelle strategie, quelle scorciatoie e quelle “tecniche” che molti di loro adottano. Dal comprarsi il pubblico ad avere una serie di profili comandati magari dall’intelligenza artificiale che subito commentano ciò che viene pubblicato o mettono un like.

Se avete avuto la bontà di arrivare fino a questo punto, avrete intuito che chi vuole realizzare contenuti digitali deve fare una grande fatica. Ma a ben vedere comunicare non è mai stato semplice; tanto più ora che tutto è misurabile e che se quello che diciamo non interessa si scopre molto facilmente.

 

Per leggere il testo completo

https://rivista.vitaepensiero.it/news-vp-plus-i-cattolici-a-lezione-dagli-influencer-6491.html

Le proteste nei campus universitari annunciano un nuovo ‘68?

Le notizie che arrivano dagli Stati Uniti sul massiccio fermento giovanile attorno al conflitto in Medio Oriente non può e non dev’essere liquidato banalmente. Perchè si tratta di un fenomeno, quello della difesa del popolo palestinese contro le cosiddette violenze perpetrate dal governo israeliano, che possono trasformarsi in un gigantesco movimento di opinione a livello internazionale. Che parte da un tema specifico, seppur fortemente strumentalizzato, ma che può estendersi a molti altri aspetti della vita pubblica.

Ora, occorre sempre essere molto cauti quando si formano i movimenti di opinione di massa. Perché l’oggetto della contestazione cambia di volta in volta, come ovvio e scontato, ma può facilmente attecchire in molti contesti nazionali mischiando elementi diversi e a volte addirittura

contrapposti ma che comunque contribuiscono ad aggredire gli equilibri consolidati. Certo, quando il perno attorno al quale si può aggregare una intera generazione è ben visibile e sufficientemente sentito e vissuto a livello trasversale nei diversi paesi, la stessa organizzazione della protesta mondiale è persino più facile da pianificare. Perché i temi legati alla politica estera, da sempre, sono quelli su cui la mobilitazione e l’organizzazione politica sono più semplici da trasformare in bandiere ideologiche di combattimento, di violenza e di iniziativa politica nei diversi

contesti territoriali e geopolitici.

E di fronte ad un quadro del genere che può espandersi a macchia d’olio anche nel nostro paese – dove già il tema specifico è oggetto di forte contestazioni accompagnate dai soliti e collaudati comportamenti violenti di molti mondi riconducibili all’universo della sinistra estremista, massimalista e radicale – la politica, i partiti e le rispettive culture politiche, semprechè esistano ancora, non possono più tacere. Anzi, quello che semmai va colto con intelligenza e capacità è la ricaduta concreta che simili atteggiamenti possono avere nell’attuale contesto politico purtroppo caratterizzato da un forte astensionismo elettorale e da un progressivo allontanamento dalla vita concreta dei partiti politici. Certo, nessuna pensa alle parole d’ordine che hanno caratterizzato l’ormai lontano e storicizzato ‘68 ma è indubbio che alcune costanti ideologiche, cariche di odio e di violenza, possono riproporsi nella loro interezza ed organicità. Con la differenza che mentre alcuni decenni fa esistevano gli strumenti della mediazione politica, ovvero i partiti e altre organizzazioni di massa e democratiche, oggi tutto ciò è semplicemente scomparso perché sacrificato sull’altare della velocità della rete e delle interconnessioni.

Ma se non si vuole rinunciare a leggere e ad interpretare ciò che capita nella società contemporanea cercando, seppur con difficoltà, di affrontarlo con le lenti della politica e della

cultura politica, è sempre più indispensabile mettere in campo una iniziativa che sia in grado di percepire i sommovimenti che attraversano il nostro vivere civile.

“Tempi nuovi si annunciano ed avanzano in fretta come non mai… Nel profondo è una nuova nuova umanità che vuole farsi, è il moto irresistibile della storia”. Certo le parole di Aldo Moro pronunciate nel novembre del ‘68 risuonano forse antiche e fuori tempo. Ma oggi, come allora, la capacità di saper leggere ciò che si muove nella società è il compito prioritario e principale di chi vuole fare politica. E, questa, è la semplice differenza tra chi vuole capire per poter cercare di governare ed interpretare una società e chi, al contrario, si limita a cavalcare strumentalmente e cinicamente ciò che capita per poi rischiare puntualmente di esserne travolto. È la differenza, in fondo, che divide il politico dal populista.

Puntiamo con coraggio a investire nel campo della solidarietà sociale

…Le prove che ci attendono, le trasformazioni che stiamo vivendo – veri e propri snodi di una storia nuova che muove i suoi primi passi – hanno bisogno che si rianimi un sentimento di amicizia sociale, un moto di condivisione e di solidarietà, tale per cui la collettività si riscatti dalla “massa”, dalla genericità della “gente” e diventi “comunità”. Del resto, la dimensione “popolare”, in quanto trae origine dalle esperienze originarie che segnano la vita di ognuno, crea un sentire comune che sottende e precede anche le differenti opzioni politiche di coloro che in essa di riconoscono.

Si tratta di un dato che, anche nella nostra storia, ha sviluppato una capacità di lettura e di modulazione della controversia politica che ha sicuramente concorso a consolidare le democrazia e la fiducia nelle istituzioni repubblicane. Non a caso, quando viene meno la coscienza di appartenere ad un destino comune, la consapevolezza di una sostanziale corresponsabilità di fronte alla storia ed ai suoi eventi, il sentimento di un reciprocità costitutiva del legame sociale, compaiono forme di populismo, di omologazione acritica a mode, costumi, stili di vita, modalità di pensiero unico e prevale l’ attrazione per il “capo carismatico”, l’illusione di un rapporto diretto con tale incarnazione del potere che conduce all’ atomizzazione della società, all’ impoverimento esiziale dei cosiddetti “corpi intermedi”.

Si tratta di processi che, in una direzione o nell’altra, sono mossi da una forza intrinseca che ha una sua inappellabile valenza antropologica e culturale, ma con i quali, peraltro, la politica può interferire. Purché abbia una visione chiara del contesto e la volontà di esprimere un orientamento che favorisca la ricomposizione di una forte coesione sociale.

È necessario insistere su politiche di forte investimento – non solo finanziario – in ordine a casa e lavoro, salute, educazione e cultura, sostegno alla natalità, attenzione alle età estreme della vita, vivibilità dell’ ambiente e del contesto urbano. In sostanza, ad una forte politica orientata ai “diritti sociali”, dobbiamo affidare il compito di rispondere alle esigenze di fondo delle famiglie, primo aggregato necessario a riannodare le fila della coscienza popolare del Paese.

 

Per leggere il testo integrale

https://www.politicainsieme.com/famiglia-popoli-e-diritti-sociali-di-domenico-galbiati/

Atlante Treccani | Gli europei dinanzi al rischio di scontro globale.

[…] gli accordi di Minsk sembravano rappresentare un compromesso tra le aspirazioni imperialiste della Russia e l’esigenza dell’Ucraina di preservare la propria integrità territoriale. Il 5 settembre 2014 fu sottoscritto il primo Trattato di Minsk, articolato in 12 punti, dove Ucraina e Russia si impegnavano a garantire l’immediato cessate il fuoco bilaterale, ad agevolare la decentralizzazione del potere riconoscendo il temporaneo autogoverno locale delle regioni del Donbass e a consentire all’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) il controllo dello stato dei confini tra Ucraina e Federazione Russa.

In seguito a ripetute violazioni reciproche del cessate il fuoco, nel novembre 2014 fu avviata una seconda fase di trattative, sempre supervisionate dall’OSCE, che portò, l’11 febbraio 2015, alla firma del Trattato di Minsk II, siglato dai capi di Stato di Ucraina, Russia, Francia e Germania. Oltre a confermare quanto già espresso nella prima intesa, in esso si sollecitava una riforma della Costituzione dell’Ucraina che consentisse margini di autonomia alle regioni separatiste, e riconoscendo inoltre il pieno controllo ucraino del confine di Stato lungo la zona di conflitto e il ritiro di formazioni armate e veicoli militari stranieri. Tali accordi furono sottoscritti dai rappresentanti della Russia, dell’Ucraina e dell’OSCE, come gruppo di contatto trilaterale sull’Ucraina, e dai due rappresentanti delle regioni separatiste. Alla sottoscrizione degli accordi partecipò il Gruppo Normandia, composto dai rappresentanti di Ucraina, Russia, Germania e Francia, che sottoscrissero una dichiarazione congiunta, inserita nell’allegato n. 2 alla risoluzione n. 2202/2015 del Consiglio di sicurezza che recepisce altresì il secondo accordo di Minsk, rendendo peraltro l’organo delle Nazioni Unite un ulteriore garante per la buona riuscita dei due accordi.

Oggi il perseguimento della pace dovrà tenere conto di quegli accordi e dell’evoluzione della situazione che si è venuta a creare. Nella conferenza che si dovrà tenere per giungere in tempi brevi ad un armistizio, il ruolo di garanti dovrebbe spettare a un rappresentante degli Stati Uniti, ad uno per i Paesi appartenenti al gruppo dei BRICS, ad uno per l’Unione Europea, ad uno per la Turchia, ad uno per la Lega Araba. Al tavolo non potranno non essere presenti i rappresentanti dell’Ucraina e della Russia. Il primo punto dovrà riguardare l’immediato cessate il fuoco e il ritiro delle truppe russe dal territorio occupato dopo il 24 febbraio 2022 a cui dovrà seguire un’azione di peacekeeping affidata all’OSCE.

I punti ulteriori dovranno poi concentrarsi sulle seguenti questioni:

  1. a) impegno di Ucraina e Russia a rispettare gli esiti di un referendum per le regioni separatiste, da realizzare dopo 12 mesi dalla sottoscrizione dell’armistizio, indetto e verificato da osservatori dell’ONU e dell’OSCE;
  2. b) impegno russo a rispettare i territori della Transnistria e di tutti i Paesi confinanti, in base ai principi adottati nella Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa (CSCE) di Helsinki. In particolare, Russia e Ucraina dovranno considerare inviolabili le loro rispettive frontiere e, pertanto, astenersi dal violarle;
  3. c) impegno dell’Ucraina a non entrare a far parte della Nato e impegno dell’Europa a costituire il primo nucleo di difesa europea che dovrà garantire i confini e la sovranità di ogni Paese appartenente all’Unione Europea;
  4. d) infine, la Federazione Russa dovrà destinare una parte degli asset finanziari congelati per la ricostruzione dell’

Di fronte al panorama delle macerie materiali e spirituali dell’Ucraina, il sogno dei padri fondatori ‒ Adenauer, De Gasperi, Monnet, Shuman, Spaak, Spinelli ‒ ci impone di perseguire questo obiettivo, di rendere attuali i loro valori di un’Europa riunificata e pacificata. È difficile immaginare di proseguire in questo modo e non impegnarsi ad individuare una soluzione che consenta di giungere ad un armistizio, che ci consenta di giungere alla pace.

 

[Il testo qui riproposto è la seconda parte dell’articolo pubblicato sull’Atlante di geopolitica della Treccani]

 

Per leggere il testo integrale

https://www.treccani.it/magazine/atlante/geopolitica/rilanciare-l-europa-costruire-la-pace.html

Roma, a Montemigliore un esempio di rigenerazione del territorio.

A Roma la rigenerazione del territorio dal basso è possibile e le iniziative della cittadinanza romana spesso si rivelano le più efficaci. L’esempio della zona Monte migliore, nel quadrante Sud della Capitale lo dimostra.

Una settimana fa si è svolta la cerimonia di inaugurazione per celebrare la piantumazione di 31 nuovi alberi nel parco di Via Vivenza. Tutti i bambini (0-12 anni) delle Cinque Colline sono invitati alla festa. Con un contributo di 5 euro i ragazzi hanno avuto la possibilità di adottare un albero, scrivendo il proprio nome su una medaglia appesa all’albero scelto.

“Ho sempre pensato che il rifiuto può diventare una risorsa” racconta Anna Maria Secchi, promotrice dell’iniziativa. Ed è per questo che quando sono stata eletta presidente del comitato di quartiere Montemigliore ho scritto il progetto ‘Da rifiuto a risorsa”.

Montemigliore è un piccolo quartiere a Roma Sud nel territorio delle Cinque Colline, così chiamato perché ci sono 5 quartieri con circa 10mila abitanti. L’iniziativa consiste nel raccogliere tappi di plastica e plastica i cui codici corrispondono a PP-02-05-HDPE. Il ricavato di questo progetto, insieme al contributo dei cittadini, viene investito nella manutenzione dell’unico parco comunale nel quartiere.

“Questo parco è dato al Comitato di quartiere per custodia e migliorie” spiega Secchi. “Purtroppo il nostro territorio, che ricade nel Municipio IX, è stato preso di mira con interventi invasivi. A 6 km in linea d’aria è in progetto l’inceneritore, a 1 km dai nostri quartieri un impianto di Biogas. Oltre a 7 discariche già esistenti. Dal 2018, anno in cui è stato avviato il progetto, ho raccolto da questo territorio 9 tonnellate di plastica”.

Quest’anno l’associazione è giunta a raccoglierne 1 tonnellata e mezza e ha provveduto ad acquistare 25 alberi, già messi a dimora nel parco. All’inaugurazione dei nuovi alberi ha partecipato anche la presidente dell’assemblea capitolina Svetlana Celli e il vice presidente del municipio Augusto Gregori.

La Voce del Popolo | Leader poco solenni e inclini alla confidenza.

Raccontava a suo tempo Francesco Cossiga di quando una sera in Sardegna invitò a cena Carlo e Diana d’Inghilterra, in vacanza da quelle parti. Una volta seduti a tavola si rivolse alla principessa chiedendole come avrebbe dovuto chia- marla, con che titolo. Al che lei gli rispose pronta: “Call me Diana”.

A suo modo Giorgia Meloni deve aver pensato qualcosa del genere. La trovata di farsi votare scrivendo sulla scheda solo il nome di battesimo sembra voler offrire al suo elettorato un’occasione di confidenza, quasi di intimità. Nulla a che vedere con l’ufficialità e la solennità tipica dei leader d’antan. Un gesto che per un verso evoca vicinanza e per un altro tradisce un eccesso di astuzia.

Chi come me viene dal passato ha qualche difficoltà ad apprezzare la trovata meloniana. Sono abituato a leader più solenni, mai troppo inclini alla confidenza. È il retaggio di un’altra epoca, forse. Che rivela però anche un’istintiva diffidenza verso tutte quelle forme così alla mano da suscitare il sospetto di una certa demagogia. Tanto più mentre pende la discussione parlamentare sul “premierato”. Resto convinto che l’eccessiva personificazione della po- litica sia quasi sempre un’arma a doppio taglio. Forse anche per quanti la fanno propria con tutta la disinvoltura del caso. Detto questo, è probabile che invece la scelta della premier le possa portare una certa fortuna elettorale. Cosa che dovrebbe indurre i suoi avversari a evitare di demonizzarla in nome e per conto di un galateo che suona piuttosto desueto. Ancorché quel galateo rimandi a tempi politici migliori di questo.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 2 maggio 2024

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

Al Paese serve un piano per la formazione e l’innovazione tecnologica

Contro le previsioni fatte negli anni settanta/ottanta, un punto fermo delle economie più avanzate è il persistere di un’industria manifatturiera. Ciò vale anche per l’Italia, che, tuttavia, rischia di perdere colpi anche in questo settore, in futuro. L’attuale carente politica industriale italiana, infatti, può favorire solo un processo di deindustrializzazione, soprattutto nella fascia dei settori a più alto contenuto tecnologico.

Al giorno d’oggi l’Europa presenta due sistemi produttivi dominanti: la Germania e la Francia, con i quali le piccole-medie imprese italiane hanno intensi scambi produttivi e commerciali, che hanno favorito il formarsi di aree a maggiore valore aggiunto in Lombardia, Veneto e Emilia Romagna, con un conseguente incremento del divario Nord-Sud. Tuttavia, il sistema produttivo italiano rimane caratterizzato da produzioni a basso valore aggiunto, e dal modesto volume di investimenti tecnologici, con un andamento della produttività del lavoro nettamente inferiore a quello tedesco e francese. Da qui, la debolezza con cui l’industria italiana affronta una fase di radicali trasformazioni a livello mondiale.

Nel periodo 1995/2022, l’Italia presenta una produttività del lavoro inferiore a quella media dell’UE (-1,2%, dati Istat 2023). Nel 2023, l’Italia, nella graduatoria dei paesi “innovators” dell’UE, era al 15° posto su 27 paesi innovativi, la Germania stava al 7° posto. (fonte UE).

I dati riportati, dunque, indicano una produttività e una capacità di innovare che testimoniano la scarsa competitività dell’industria italiana e il modesto dinamismo tecnologico, che ha determinato ritardi strutturali rispetto ai competitors europei. Uno degli effetti più evidenti è che molte delle imprese del Nord-Italia sono diventate fornitrici al servizio dell’industria tedesca, operazione che ha consentito di far quadrare i conti economici, perdendo, però, l’autonomia strategica.

Ulteriore incremento della debolezza del sistema Italia è l’elevato debito pubblico, che comporta l’esborso, da parte dello Stato, di enormi somme di denaro, che vengono sottratte agli investimenti strategici nel sistema delle imprese.

Il problema di fondo, quindi, è l’incremento della produttività ai livelli tedeschi e francesi, indispensabili per una strategia di sviluppo, non solo dei processi di accumulazione nell’industria, ma anche del sistema produttivo nel suo complesso, compresi i servizi.

La via da percorrere, come già indicato in questo magazine, è quella di un incisivo piano di formazione professionale, necessario sia per colmare la carenza di figure professionali indispensabili nel sistema della produzione, sia per creare le condizioni di un positivo impiego del know-how derivante dagli sviluppi tecnologici futuri; nonché, da un piano decennale di innovazione tecnologica. Piano che dovrebbe avere, alla sua base, poche e vincolanti linee di ricerca, con al primo posto l’intelligenza artificiale, nell’ottica di una UE che accetta la sfida Usa/Cina.

L’investimento in nuova tecnologia deve coinvolgere Università, Centri di ricerca, imprese pubbliche e private; soggetti da organizzare in reti decentrate territorialmente e autonome, inserite in una ripotenziata R&S europea.

Servono, quindi, politiche nuove e coraggiose per riformare il capitalismo italiano, che oggi è fragile e troppo dipendente dagli interessi della finanza internazionale. Diversamente, la rinuncia a riprendere il percorso di crescita, che l’Italia ha saputo perseguire negli anni del miracolo economico, diventando la quarta/quinta potenza economica al mondo, porterà ad accettare la prospettiva di una integrazione nella piattaforma industriale tedesca delle aree industriali più competitive del nord-est, premessa per un’Italia succube degli interessi tedeschi.

 

Fonte: “Italia Informa” (Magazine economico, n. 2, marzo-aprile 2024).

Movimento per la vita, un’azione comune per l’accoglienza alla vita.

La polemica delle ultime settimane sulla “possibilità dei consultori di collaborare con realtà territoriali di volontariato, che hanno una consolidata esperienza nel prendersi cura della maternità e dunque anche del figlio che vive nel grembo della mamma, ha fatto emergere purtroppo molti pregiudizi nei confronti di chi, come il Movimento per la vita – realtà strutturalmente e metodologicamente diversa da Provita e Famiglia onlus con cui troppo spesso è confusa –, svolge da decenni un’opera di servizio accanto a donne in situazioni particolarmente difficili per una gravidanza imprevista e osteggiata, spesso dagli stessi partner, dai datori di lavoro, dalle famiglie”. Si apre così una nota diffusa il 1° maggio dal Mpv che nel suo servizio, reso attraverso i Centri di aiuto alla vita, le Case di accoglienza, Sos Vita e Progetto Gemma, dal 1975 ad oggi ha accolto, sostenuto ed accompagnato 856mila donne nel nostro Paese.
“Inspiegabile in particolare – prosegue la nota – è sembrato il clima di aperta ostilità con cui è stato espresso, sui media e da parte di esponenti della politica, il dissenso verso l’operato dei volontari dei Centri di aiuto alla vita, mostrando spesso di non avere la minima idea di cosa facciano realmente ogni giorno da anni, di come operino, dello stile di accoglienza – sempre con e per le donne, accanto alle donne –, della gratitudine che proprio le donne manifestano apertamente per il sostegno e la disponibilità ricevuti in un momento di difficoltà”. Chi sta “accanto alle donne, ai nascituri, ai neonati, ai bambini, alle famiglie  – si legge ancora nel testo – sente ora il dovere di chiedere che i toni si abbassino e si torni ad ascoltarsi, nell’interesse di tutti, e in particolare delle persone che vivono situazioni difficili della propria vita”.

Un saggio di Preziosi su passato e futuro del cattolicesimo democratico

Il saggio (Da Camaldoli a Trieste, Vita e Pensiero, 2024) offre una rapida panoramica del per­corso compiuto dai cattolici italiani nel rap­porto con la democrazia. A partire dal contri­buto dato già dalla visione personalista di Antonio Rosmini, dal pensiero di Giuseppe Toniolo, Romolo Murri e Luigi Sturzo cui si deve la fondazione del Partito Popolare.

Un contributo qualificato al pensiero sociale e po­litico dei cattolici viene offerto dalle Settimane sociali che, fin dal loro sorgere nel 1907, trat­tando temi di attualità politica, hanno accom­pagnato la loro presenza nella società. Il lungo percorso, che si dipana attraverso il XX secolo, porta i cattolici italiani a conoscere, accettare e praticare la democrazia non solo come sem­plice meccanismo istituzionale, ma come me­todo. E in questo modo di intendere il processo di costruzione del consenso, legandolo alla pratica di relazioni sociali, economiche, cultu­rali e politiche fondate sulla persona, sulla sua dignità e sulla sua cura, ha una centralità sim­bolica l’incontro del luglio 1943 nel monastero di Camaldoli.

È anche a partire da quell’appun­tamento, come dalla partecipazione alla Resistenza e dalla Settimana sociale di Firenze (1945) su Costituzione e Costituente, che istanze, aspirazioni, idee maturate per decenni o emerse dall’urgenza drammatica della guer­ra diventano vero e proprio progetto di uma­nizzazione, rifluito poi nella Costituzione e divenuto parte costitutiva dell’identità politica del Paese. Si apre così la fase della ricostruzione nazio­nale, in cui l’intensa opera di alfabetizzazione democratica svolta dai cattolici vede la pre­senza inedita delle donne che votano per la prima volta.

Ciò contribuisce non poco, con l’apporto di più generazioni, da De Gasperi a Moro, a dare forma e stabilità, pur tra fatiche e resistenze, alla partecipazione democratica. Un percorso che oggi, in uno scenario in cui la forma democratica presenta segnali di crisi e corre rischi di involuzione, chiede di essere proseguito. La 50a Settimana sociale (Trieste 3-7 luglio 2024), che ha per tema Al cuore della democrazia, è un’occasione per guardare al lascito di questo lungo cammino senza nostalgie, per contribuire a pensare la democrazia in un mondo profondamente mutato e in cerca di nuove chiavi di lettura.

 

Biografia dell’autore

Ernesto Preziosi è direttore del Centro di Ricerca e Studi Storici e Sociali (CERSES). Tra le sue pubblica­zioni: Giuseppe Toniolo. Alle origini dellimpegno so­ciale e politico dei cattolici (Milano 2012); Piccola storia di una grande associazione. LAzione cattolica in Italia (Roma 2013); Una sola è la città. Argomenti per un rinnovato impegno politico dei credenti (Roma 2014); Cattolici e presenza politica. La storia, lattualità, la spinta morale dellAppello ai liberi e forti” (Brescia 2020); Ci vorrebbe un pensiero. In ri­sposta a una lettera di mons. Mario Delpini a 100 anni dalla nascita dellUniversità Cattolica (Milano 2021); Armida Barelli. Il lungo viaggio delle donne verso la partecipazione democratica (Roma 2023).

 

Nika Shakarami, in Iran la morte sale a bordo di una camionetta.

C’è una canzone di Bennato che non può essere bannata da alcun regime e che indica di “una seconda strada a destra, questo è il cammino, e poi dritto fino al cammino, poi la strada la trovi da te, porta all’isola che non c’è”.

Vale per i cuori innocenti ma non ha avuto senso per la camionetta che ha caricato a bordo Nika Shakarami catturata dalle guardie iraniane mentre in quel di settembre gridava la sua opposizione alla morte di Mahsa Amini.

Il mezzo evidentemente ha smarrito la via maestra a causa della cliente che aveva a bordo ed ha fatto un percorso alternativo al dovuto. Le carceri erano già zeppe di protestatari e restava solo la strada per una accoglienza con i fiocchi.

Le guardie hanno sopportato dai loro colleghi l’onta del rifiuto di ingresso di quella testa calda nelle carceri già ripiene all’inverosimile di altri giovani dissennati. Così, il cammin facendo, è diventato la terra definitiva d’approdo. Nika, scartata via da altri scarti di miglior merito.

La versione ufficiale racconta che si è uccisa precipitandosi dall’alto di un palazzo ma la verità è venuta alla luce per mano di una inchiesta della Bbc. Qualcosa non è andata per il verso giusto o forse, il giorno dell’esecuzione, è mancato il giusto verso poetico e hanno dovuto sbrigarsi in fretta per chiudere la faccenda senza tirarla troppo per le lunghe.

Si legge che nei tempi antichi era stimato come razionale il suicidio del saggio, una manifestazione di una scelta di libertà e di libera scelta. Socrate, Seneca e qualcun altro potrebbero confermarlo.

Il regime avrebbe detto una bugia, in qualche modo tradendosi ma anche guadagnando punti nella considerazione internazionale. Avrebbe concesso generosamente la libertà alla ragazza di suicidarsi, senza interferire, non impedendole di farla finita.

Sta emergendo invece che le regole sono regole e la vita può togliertela solo chi comanda. Nika non ha avuto come luogo di esecuzione la dignità delle mura di una prigione, una cella che l’abbia ospitata prima del patibolo.  Nel mentre la conducevano su una camionetta, in giro senza più una meta, hanno creduto bene di violentarla. È stata coerentemente trattata come una donna di strada. I particolari dicono che nell’approccio un gendarme si è seduto sopra di lei per eccitarsi e perché la donna deve imparare a sottoporsi.

A bordo, mentre il motore andava, hanno proceduto al da farsi, meno ancora che sul canapè come donna da reggimento. L’hanno palpeggiata e così via. Al dimenarsi di Nika per opporre resistenza, l’hanno massacrata di calci e randellate, una camionata di botte, per poi scaricarla in mezzo alla strada, proprio come si fa nei film del terrore. La giovane ha resistito come una furia, è stato tutto inutile. Lotta e lutto sono amici.

Prima di abbandonarla, le puliscono però il sangue dalla testa che non si presentava più in buone condizioni. Non un gesto di pietà: chi vigila sulla pulizia morale di uomini e donne non può consentire nessuna forma di pubblico imbrattamento e di sporcizia. La verità ora sta venendo a galla. Stando al dizionario la galla è una escrescenza, un tipo di eruzione, una malattia delle piante ma anche qualcosa che sta sull’epidermide e che affiora malgrado tutto.

Dice il Giusti, “che i più tirano i meno è verità”. In Iran può darsi che sia così o che invece una minoranza di feroci dettino legge su una maggioranza impaurita.

Maat è la dea egiziana dell’ordine cosmico, della verità e della giustizia, rappresentata come donna con una piuma dritta sul capo. Si legge nel Libro dei morti che dopo la confessione negativa, di non avere colpe e peccati a carico, il cuore del defunto è pesato sul piatto di una bilancia. Sull’altro piatto è la piuma di Maat. Se i piatti restano in equilibrio, è il segno che non si è mentito.

Per Nika i suoi aguzzini devono aver pensato che “la donna è mobile, qual piuma al vento” e che la sua verità e la sua giustizia non meritava di essere comunque misurata. Sono loro a dettare le leggi dell’ordine e nessun altro. Nika aveva solo sedici anni. Una vecchia canzone dice che è l’età in cui “Non devi pianger mai così, Hai l’età del sorriso, Non intristire gli occhi tuoi….”. Nika aveva solo sedici anni. A farle compagnia ora è la morte, che per non sfigurare non rivela mai la sua età.

La Meloni con il premierato mostra i muscoli, anche verso Bruxelles.

Eccoli i Soloni di turno, pronti a denunciare l’ennesima anomalia italiana: “Che figuraccia facciamo in Europa? Ci accingiamo ad eleggere personalità che non possono o non vogliono lasciare il Parlamento, luogo di continuità e sopravvivenza politica per eccellenza”. È una polemica artefatta, anche un po’ strumentale, dal momento che sorvola su un problema ben presente nella testa di ogni leader di partito, vale a dire l’esigenza di consolidare attorno al proprio nome il rapporto con l’elettorato.

In questa rincorsa all’investitura, la più giustificata di tutti è la Meloni perché ha in mano l’asso pigliatutto per l’oggi e per il domani: il premierato, formula che agli occhi degli avversari diventa polemicamente il “premierato assoluto”. Con tutti i rischi che sappiamo. La Meloni si bene che col proporzionale puro viene a mancare il premio di maggioranza ed è necessario fare incursione in altri campi, tra i suoi alleati, rilanciando l’immagine di chi possiede gli strumenti per valorizzare il proprio ruolo, del resto già fortificato nello scontro (nascosto?) con Mattarella.

Giocare la carta del premierato significa per la Meloni un di più di coraggio e determinazione da esibire davanti alla nazione. Un vero e proprio salto triplo per essere percepita come la leader più impegnata, con piglio autarchico, a contrastare le supponenze europee in ordine ai parametri di bilancio da rispettare. Per questo ha bisogno di irrompere anche nel campo dei suoi alleati, per fare il pieno di voti e presentarsi forte al confronto con Bruxelles. Non solo destra, dunque, ma anche centro. se con questo s’intende aprire ai tanti elettori che attendono il governo alla prova della concretezza.

Il disegno può riuscire, specie con la Lega, visto che Salvini danza con l’estrema destra europea ed alleva quella interna con l’impronta doc del Generalissimo Vannacci. Il capo della Lega teme l’emoraggia di voti verso la Meloni ed in piccola parte verso Forza Italia, anche se gli Azzurri hanno perso un’occasione storica per non vivere più delle glorie del passato. In effetti, perché non è venuta da Tajani la proposta in grado di spiazzare la Meloni, quella cioè di elezione diretta sì, ma sul modello francese? Avrebbe dato dimostrazione di saggezza. La democrazia è più forte, e al tempo stesso più matura, se si adotta un sistema che altrove funziona. La tendenza a umiliare il Parlamento è profondamente sbagliata, dato che rappresenta l’altra fonte autonoma del potere e quindi il pilastro di un ordinamento flessibile ed equilibrato.

Questa prospettiva è mancata anche al Pd e alla sua segretaria che, per inciso, avrebbe dovuto insistere a candidarsi in tutte le circoscrizioni. I Soloni che affollano il Pd dimenticano che la competizione elettorale si gioca molto sulla riconoscibilità delle leadership. Sarebbe stato un colpo fortunato se Elly Schlein avesse tirato dritto, ponendosi alla guida delle liste, alzando la bandiera dell’alternativa, ma di un’alternativa credibile, come quella di una riforma ricalcata sul semipresidenzialismo alla francese.

Infine, un pensiero proprio sull’Europa: dovrebbe essere in testa ai discorsi di questa campagna elettorale che con il deposito delle liste prende formalmente il via. Chi potrà assumere le vesti di nuovo Delors nel contesto di trasformazioni ineludibili, a partire dalla difesa comune? Almeno su questo dovremmo avere le idee chiare. Inutile dire che l’indicazione più appetibile dentro e fuori Italia sarebbe quella di Draghi. Ebbene, cari Soloni, m’aspetto che all’ultimo la Meloni se ne voglia appropriare…pur di non avere Super Mario contro in Italia.

Candidature, l’inaffidabilità di molti capi partito.

È una considerazione che ormai non fa neanche più notizia. E cioè, quello che un capo partito dice il giorno prima – o la settimana prima, al massimo – viene sistematicamente rinnegato il giorno dopo o la settimana successiva. E, per fermarsi all’ultimo capitolo, quello della composizione delle liste, questo assunto è stato persin platealmente confermato.

Dunque, c’è chi ha detto sin dall’inizio – senza la solita insopportabile ipocrisia – che si candidava per trainare il partito alle prossime elezioni europee. Anche perché, come tutti sanno, nei partiti personali o del capo l’elettorato si riconosce prevalentemente nel messaggio e nel progetto incarnato dal leader stesso. Un atteggiamento, questo, però onesto e trasparente perchè ci ha risparmiato quella grassa ipocrisia dei soliti moralisti da baraccone. E non possiamo, al riguardo, non ricordare invece la coerenza e la trasparenza di Giorgia Meloni, di Antonio Tajani e anche di Elly Schlein. Certo, non andranno a Strasburgo, se eletti, ma visto che la personalizzazione resta una costante della dialettica politica contemporanea la loro candidatura serve come traino elettorale per identificare con la loro persona il progetto e l’identità del rispettivo partito.

Altra cosa, tutt’altra cosa, sono quei capi partito che sbraitano contro Meloni, Tajani e Schlein e poi si comportano nello stesso modo. La solita “doppia morale” ormai collaudatissima nella politica italiana. E non possiamo non citare in questa ultima categoria quei capi partito che decidono all’ultimo la loro presenza nelle liste, dopo aver tutto e il contrario di tutto, facendo saltare equilibri e candidature di persone che avevano già dato la loro concreta disponibilità. Un atteggiamento, questo, disgustoso e che si commenta da solo senza ulteriori commenti.

Ora, non resta che prendere atto di un progressivo e consolidato malcostume della politica italiana. Un malcostume che è il frutto e la conseguenza di una crescente e sempre più insopportabile inaffidabilità di quei capi partito espressione di partiti personali dove qualsiasi scelta si può fare perchè avviene senza consultare nessuno. Men che meno gli organi di partito che, di fatto, sono semplici orpelli del tutto inutili e pertanto ininfluenti. E questo, purtroppo, è uno di quei tasselli che contribuiscono in modo potente ad allontanare i cittadini dai partiti e, soprattutto, dalle urne. Perché quando buona parte della politica si riduce ad essere espressione di realtà autoreferenziali legate esclusivamente al capo attraverso il criterio della fedeltà assoluta, è di tutta evidenza che saltano tutti i tasselli che qualificano e sorreggono la democrazia nel nostro paese. Mai come in questo caso la forma è sostanza. Perchè senza alcuna regola democratica interna ai partiti è gioco forza che poi questo meccanismo, e quindi questo costume, si trasferiscano meccanicamente anche nelle istituzioni. E, questo, forse, è l’aspetto che maggiormente squalifica la politica e la riduce ad un affare per pochi.

Per questi motivi, semplici ma essenziali, è sempre più indispensabile recuperare il vecchio monito di Pietro Scoppola di saper legare per i politici la “cultura del comportamento” con la “cultura del progetto”. Perchè, al di là di ogni deriva moralistica, senza il ritorno di un comportamento esemplare, trasparente e corretto, sarà la stessa politica ad essere sacrificata sull’altare della immoralità, della superficialità e della sola spregiudicatezza.

L’economia toglie valore al lavoro, la politica glielo deve restituire.

Il lavoro ha perso appeal diventando un mero strumento utile a soddisfare bisogni materiali o semplice argomento di dibattito per specialisti: economisti, sociologi, fiscalisti. La manifesta frammentazione del lavoro e delle aspettative non si è rivelato un liquido amniotico protettivo per i lavoratori sempre più differenziati fra garantiti e non garantiti, inclusi ed esclusi, soddisfatti e alienati.

Dentro un ingranaggio che sembra stritolarci sono sempre più evidenti i rischi che questa situazione sta già generando con un aumento considerevole delle disuguaglianze nel nostro Paese dove la forbice sembra sempre più divaricarsi tra lavoro senza diritti e lavoro povero.

Lo scenario internazionale con il quale il mercato del lavoro dovrà confrontarsi prevede che il 2% dell’attuale occupazione globale, pari a 14 milioni di posti di lavoro, è a rischio distruzione nei prossimi anni, a causa delle tendenze globali in atto dovute a: la transizione ecologica, le guerre che accerchiamo l’Europa, la trasformazione delle catene d’approvvigionamento e, non ultima, l’innovazione tecnologica.

Si è diffusa l’idea che quando il lavoro manca o è a rischio si possa accettare qualsiasi cosa. E la deroga rispetto ai diritti sanciti dai contratti collettivi è stata usata per mantenere i livelli occupazionali o mitigare i costi sociali delle ristrutturazioni aziendali. Tale situazione ha aperto la strada all’idea, ormai largamente diffusa nel nostro Paese, che il lavoro abbia sempre meno punti fermi e tutto può essere oggetto di contrattazione, revisione e adeguamento. Il contatto che con esso ha un giovane nato agli inizi di questo millennio è di grande preoccupazione.

In questa fase di transizione è tempo di un dialogo serio tra le generazioni. Perché sono proprio le nuove generazioni che stanno pagando un prezzo altissimo, in termini di accresciuto senso di inutilità e di esclusione, a causa della prolungata congiuntura economica negativa, dello sbilanciamento demografico verso età mature, della permanente difficoltà nell’inserimento lavorativo, dell’enorme incertezza rispetto ai percorsi professionali e alla possibilità di costruire una famiglia.

È una sfida importante sulla quale ricadono altri fattori che concorrono a cambiare profondamente il lavoro, come: la tecnologia, i nuovi mercati, la demografia, la crisi economica e, non ultime, le guerre che si delineano all’orizzonte.  Solo alcuni elementi di questa realtà che da tempo caratterizzano il mercato del lavoro nel nostro Paese è il suo essere sempre meno accogliente nei confronti dei giovani rispetto agli altri Paesi europei. Come dire che la questione giovanile è da noi molto più grave che in altri paesi.

Stiamo vivendo uno dei periodi più pericolosi degli ultimi decenni, immersi tra processi di deindustrializzazione e nascita di una nuova economia dalla quale dipenderà la formazione del nostro PIL in futuro, con un debito pubblico elevato e tensioni nel mondo del lavoro; siamo anche il Paese con il più grande deficit fiscale in tempo di pace, con tassi d’interesse in aumento alle prese con gli effetti che le guerre avranno sugli alimenti, il commercio e le relazioni internazionali.

Di fronte a questo quadro, occorre porsi il tema del lavoro se si vuole ricostruire questo Paese, declinandolo in tutte le sue sfaccettature, interrogandosi se non sia giunto il tempo per avviare anche nuovi modelli organizzativi puntando sulla formazione, senza rinviare quello della sicurezza e dello sviluppo, che dovranno essere affrontati con grande realismo nella consapevolezza che il nostro, e solo, futuro sicuro è fuori dalle patrie: in Europa, inteso non più solo come orizzonte bensì come spazio politico.

 

Il testo è una sintesi dell’intervento tenuto da Rita Padovano al secondo incontro (18 ottobre 2023) nell’ambito del Forum da lei stessa promosso. Di seguito il LINK per leggere la relazione completa.

Da una società frantumata erompe l’istanza dell’uomo solo al comando

Sembra che una nuova era della democrazia bussi inesorabilmente alle nostre porte. Stiamo perdendo per strada alcune idee di fondo, largamente condivise, che abbiamo coltivato sin dalla Rivoluzione Francese.  Possiamo definirla l’era dell’incontro e del camminare insieme tra cristianesimo e modernità, tra liberalismo e socialismo, tra mondialismo e nazionalismi: da tutto ciò i diritti della donna e dell’uomo, con il complesso di principi democratici e rispetto etico, prendevano linfa vitale.

Subentra questa nuova era che in quasi tutto il mondo consacra la solitaria personalizzazione della democrazia politica e la totale delega depositata interamente sul nome del leader. Qui da noi istituzionalizzata con la nuova legge sul premierato e con il narcisismo di Giorgia trasferito sulla scheda – cosa che secondo alcuni analisti genera consenso e voti, a prescindere dalla presa in giro di chi vota.

Un premier-leader che annulla il partito e disintermedia gli stessi corpi intermedi. Ormai in diretto rapporto con l’elettorato, lui e solo lui, come dice qualche studioso, grazie soprattutto al sostegno dei media vecchi e nuovi. Qui da noi includendo anche i tre canali televisivi del servizio pubblico, al giorno d’oggi altoparlanti monocordi del governo e della Presidente del Consiglio, come mai prima si era visto. Tutto questo succede proprio mentre noi siamo sbadati e supeficiali: distratti, come ci ricorda il Censis. Accontentandoci delle fakes news, degli influencer, delle facce televisive dei leader, della loro politica spettacolo, delle loro posture e …dei loro nomi sulla scheda. Che poi questi stessi nomi siano una presa in giro, nessuno ci fa più caso.

La palla è stata ormai passata ad una comunicazione- spettacolo imbrogliona, polverizzata e orizzontale, sempre più nelle mani del web e dei social; ma facendo per questo ingranare la marcia indietro a quel partito politico che con tutti i suoi difetti abbiamo conosciuto per anni. Facendolo liquefare e retrocedere sino alla Roma dei Cesari: solitari uomini forti e rapidi nelle decisioni – vedi appunto il premierato -, autonomi risolutori della complessità storica in quanto predestinati e unti dal Signore. Rinchiudendolo a chiave – il vecchio partito – su un premier e su un leader. Sul suo volto, sul suo abbigliamento, sul suo modo di parlare, e.…sul suo nome!

Esagero? Se esagero dobbiamo però constatare che di  tutto il resto non si parla più. Stampa quotidiana e giornalismo televisivo, rincorrendo ogni santo giorno la polemica quotidiana fra leader, abbandonano il loro ruolo di sana, obiettiva e imparziale formazione di opinione pubblica, preferendo, una volta schierati, di concentrarsi sulla disputa frontale fra i solitari segretari di partito. Fenomeno ultraventennale iniziato a suo tempo con Berlusconi e le sue reti televisive private, lasciandoci in eredità il totem dell’uomo solo al comando, che oggi trova la sua consacrazione istituzionale nel premierato, specchio di quel presidenzialismo proposto a suo tempo da Giorgio Almirante.

Aggiungo solo un cenno alla frammentazione personalizzata delle tornate elettorali. Per le prossime elezioni europee sono state presentati ben 42 contrassegni differenti, che in attesa della loro accettazione sono stati definiti “simboli della discordia”. Tra questi 42 contrassegni, di cui alcuni contenitori di altri simboli, ne troviamo ben 8 fortemente personalizzati, con tanto di nome del leader in bella evidenza (Meloni, Salvini, Calenda, e persino Berlusconi…ad memoriam).

Allora, anche se la democrazia ha sempre riconosciuto l’importanza di una buona leadership, intesa come autorevole, intelligente e sapiente guida, oggi tuttavia e dopo l’era berlusconiana, abbiamo a che fare con il leader-capo. O meglio, con una marea di leader e di conseguenza con una marea di partiti che confortano una mia opinione, e non solo mia – quella secondo la quale, appunto, sono proprio i tanti partiti che confondono l’elettore e lo lasciano a casa. Ma è proprio con i tanti partiti che si snatura la vera essenza del pluralismo, che secondo Norberto Bobbio…accanto al beneficio che può derivare dalla frantumazione del potere, c’è il maleficio della disgregazione (…)”; e che secondo Benigno Zaccagnini si può trasformare in stimolo pericoloso “…della disgregazione e delle tentazioni centrifughe (…)”. Forse gli Usa con il loro bipartitismo e il diffuso associazionismo sociale, insegnano qualcosa.

Mi sono sempre chiesto se non è proprio con un pluralismo finto, a misura personale, che si confonde e disperde l’elettorato. Quello che però oggi diventa pericoloso è la leaderpatia diffusa a macchia d’olio; una tragica malattia psichica dovuta al diffuso individualismo narcisista e alla diversità di soli nomi – a prescindere persino dai programmi – che avanza a passi veloci, aiutata e sorretta da un’etica protestante dimentica della fraternità e dell’uguaglianza. E dimentica soprattutto della metafora marinara di Papa Francesco, e cioè che in questo periodo della storia ci troviamo tutti “…sulla stessa barca, e dobbiamo remare tutti insieme.

Insomma, dobbiamo abituarci o addirittura rassegnarci? O possiamo scommettere piuttosto sul bisogno urgente di metterci insieme, di camminare il più possibile insieme, prendendo le distanze dal pensiero unico e quindi confrontandoci con le idee diverse dalle nostre, cercando mediazioni e compromessi? Francesca Rigotti nel suo “L’era del Singolo” racconta i dilemmi di una società frantumata per effetto di un individualismo esasperato. Ne dobbiamo far tesoro, è una lezione importante se vogliamo andare oltre le ideologie del Novecento, fortemente divisive, mirando però a scansare con tutte le nostre forze questa avvolgente e lesiva seduzione del leaderismo.

Ecco i partiti ridotti a megafono del Capo

 Chiamatemi Giorgia. Votate Giorgia. Più confidenziale, tra amici. A questo siamo arrivati. Il trionfo del leaderismo, del “personal branding” insegnato nelle scuole di marketing. E la fine ormai decretata dei partiti. Ridotti a mero supporto organizzativo dei propri capi, divenuti l’unico prodotto offerto al pubblico. Al punto che questi ultimi si candidano per istituzioni che poi nemmeno frequenteranno, e lo dicono ai loro elettori con la sfrontatezza di chi li considera meri recettori di un messaggio verticale proveniente dall’alto e veicolato tramite social media. Chiedono loro un like, prima ancora che un voto.

Non solo Meloni. Si candidano quasi tutti capi-partito, quasi sempre in tutte le circoscrizioni elettorali. Così alla fine scende in lizza pure Calenda, che non pareva intenzionato. Come Tajani, che aveva negato l’ipotesi, non essendo mica Berlusconi…E come Schlein, che si è dovuta limitare a due sole circoscrizioni perché il suo è un partito ancora un po’ complicato, un po’ refrattario nei confronti del leaderismo, ma comunque ormai la direzione è presa, e il prof. Prodi dovrà farsene una ragione. Infine ha deciso di candidarsi (quasi ovunque) anche Renzi, un altro che di sé stesso ha un’ottima opinione.

E invece chi non si candida (in genere perché i sondaggi non dicono bene) si trova nella necessità assoluta di individuare una bandierina momentanea, alimentata da un buon vento (se poi è temporaneo non fa nulla, anzi forse meglio, l’importante è che colga il momentum).

Conte ha rinunciato perché è troppo furbo e sa bene che le carte vere il suo partito le può giocare solo nella contesa nazionale E dunque non conviene enfatizzare oltre modo una votazione non facile per il Movimento 5 Stelle, maggiormente attrezzato per le polemiche anticasta che per le politiche europee. Salvini è invece terrorizzato dal possibile esito negativo del voto e allora ha pensato bene di sfruttare il fenomeno del momento, appunto (col rischio, però, che il “momento” sia già passato, in quanto la velocità internettiana crea e disfa alla velocità della luce). Stessa operazione (arricchita dal ricorso ai buoni sentimenti, intesi a liberare una nostra compatriota da un carcere odioso) che prova il duo Fratoianni-Bonelli con Ilaria Salis (una seconda chance per loro di affidarsi a un nome divenuto noto dopo il disastroso esperimento fatto con il difensore dei migranti Aboubakar Soumahoro).

E le direzioni dei partiti, e i loro militanti che fanno, cosa dicono? Niente. Non che oggi non vi siano contrasti interni e dispute personali e politiche ma mentre nel passato le discussioni erano accese e alla luce del sole, codificate negli organismi di governo democratico interni ai partiti, il sistema attuale non prevede più nulla di tutto ciò: tutto è nascosto, ridotto a (eventuale) trattativa privata. Al punto che qualche impuntatura, come quelle che Schlein ha dovuto affrontare nel Pd o adesso i mugugni che si avvertono nella Lega vengono rubricati alla voce dissenso laddove una volta non sarebbero stati neppure avvertiti, abituati a ben altro livello di scontro.

Il risultato è quello che vediamo: partiti personali, simboli di partito sovrastati dal nome del leader, che poi spesso è un capo più che un leader, inaridimento del processo di selezione di nuova classe dirigente politica perché ora si cercano figurine esterne o vassalli interni in luogo di carisma e capacità. Dipendenti dal capo in tutto e per tutto e dunque muti o semplici ripetitori dei suoi slogan. Dirigenti politici che devono seguire il Numero Uno, il Capolista Unico, come l’intendenza di Napoleone. Senza neppure avere la certezza che il proprio Napoleone sia davvero un Napoleone. E, comunque, alla fine Napoleone è finito a Sant’Elena.

Primo maggio a Hong Kong, giochi pirotecnici ma senza cortei.

foto di carloyuen px
foto di carloyuen px

Spettacolari fuochi d’artificio (tempo permettendo) con combinazioni di luci create coi droni sul cielo di Hong Kong maggio. Ma nelle sue strade ben poco spazio per i cortei per i diritti dei lavoratori. È il 1 maggio che Hong Kong si appresta a vivere domani, nel clima imposto dalla Legge sulla sicurezza nazionale.

Fino al 2019 i partiti politici e i gruppi per i diritti dei lavoratori di tutto lo spettro politico organizzavano eventi nella metropoli per la Festa del lavoro per difendere i diritti dei lavoratori. Poi è arrivato lo stop forzato imposto ufficialmente per la pandemia. Ma anche in questo 1 maggio – il primo in cui a Hong Kong non vi sono più in vigore regole anti-Covid contro gli assembramenti – non vi sarà alcun corteo per i diritti dei lavoratori. Con i sindacalisti del movimento democratico in carcere e la Confederazione dei sindacati di Hong Kong costretta a sciogliersi per non finire nelle maglie della repressione, persino le organizzazioni dei lavoratori del fronte pro-Pechino hanno rinunciato alla loro manifestazione.

Una di loro – la Federazione dei sindacati del lavoro di Hong Kong e Kowloon – inizialmente aveva presentato la richiesta per un corteo, necessaria per tutti i raduni di più di 30 persone. Ma prima ancora di ottenere la risposta “ufficiale” l’ha ritirata, sostenendo che solo una dozzina di persone avevano espresso interesse a partecipare. Anche Kingsley Won, il presidente della Federazione dei sindacati di Hong Kong (altro organismo pro-Pechino), ha dichiarato a una testata locale: “In passato avevamo circa 3.000-4.000 persone che hanno partecipato alle nostre marce per la Festa del Lavoro. Con una partecipazione così ampia, è possibile garantire la sicurezza?”.

In questo clima a riempire il vuoto è l’attenzione spasmodica ai turisti attesi dalla Cina continentale per la Labor Day Golden Week, il lungo ponte di cinque giorni che durerà fino a domenica 5 maggio. Il dipartimento dell’Immigrazione prevede che vi saranno 5,7 milioni di viaggiatori in entrata e in uscita da Hong Kong tra oggi e il 5 maggio. E proprio per il 1 maggio – quando è previsto il picco dei visitatori – sono state ridotte al minimo le ferie del personale ai posti di frontiera e facilitato il “lavoro flessibile” per agevolare i flussi di passeggeri e veicoli, con un potenziamento del 40% anche dei bus navetta per il centro della città.

Nello sforzo di promozione turistica si inserisce anche l’avvio proprio il 1 maggio del nuovo spettacolo serale di fuochi d’artificio al Victoria Harbour che d’ora in poi dovrebbe ripetersi in tutte le principali festività e che costituisce il fiore all’occhiello di un investimento da 1 miliardi di dollari di Hong Kong (130 milioni di dollari Usa ndr) stanziato dal governo locale per attrarre nuovi visitatori soprattutto dalla Cina continentale. Anche se fino all’ultimo il debutto resta incerto perché per la sera del 1 maggio Hong Kong le previsioni meteo danno cattivo tempo.

I dati dell’Hong Kong Tourism Board mostrano che il numero di turisti continentali nell’ultimo trimestre del 2023 ha recuperato circa l’80% della media registrata nel quinquennio 2015-2019. I turisti internazionali, invece, hanno registrato una ripresa di circa il 60%. Tra questi, i visitatori provenienti dall’Asia meridionale e sudorientale hanno registrato la crescita più rapida, mentre continuano rimanere indietro quelli provenienti dall’Europa e dagli Stati Uniti.

Il rabdomante De Rita alla scoperta dell’autopropulsione sociale

Per chi cerca di dare un senso alla propria vita ripercorrendo un viaggio a ritroso e riannodando i fili delle esperienze che via via si sono sovrapposte alla ricerca di una traccia di coerenza è necessario svincolarsi dal coinvolgente “circostante” che abbraccia nel presente ogni forma di comunicazione prevalente, fatta di opinioni, suggestioni e contingenze che sovente prescindono dai necessari approfondimenti e tutto riducono ad una frettolosa diagnosi di complessità, un limbo che avvolge ma deresponsabilizza dal pensare. Ciò è vero soprattutto per chi – svolgendo un’attività intellettuale – necessita di poter fare sintesi tra memoria del passato e immaginazione del futuro. Ove ciò non fosse, si resterebbe impantanati nell’oggi senza un ancoraggio alle radici esistenziali individuali e collettive, privi di una matita che ci consenta di tratteggiare modelli di sviluppo.

Per Giuseppe De Rita, fine osservatore dell’evoluzione delle dinamiche socio-economiche e culturali dal dopoguerra ai giorni nostri, fondatore e Presidente del più autorevole Istituto di ricerca sociale, possedere questa capacità di scandagliare nelle intersezioni degli epifenomeni sociali considerati, ha costituito una sorta di lunga, coerente parabola professionale. È lui stesso che spiega un’avvertita esigenza e la confessa: “Mi è venuta incontro la necessità di capire se tutto il lavoro svolto per decenni con curiosità e meraviglia, dappertutto e rasoterra, facendo fenomenologia dei tanti minuti soggetti e processi di evoluzione della società italiana (la piccola impresa, le economie locali, le città intermedie), avesse un significato al di là dell’impegno professionale. Se fosse in qualche modo ricollegato al mio iniziale innamoramento per il concetto di sviluppo. Ho ripercorso così decenni di lavoro e ne sono uscite queste pagine”. 

Ne esce invero un saggio pregevolissimo ed esplicativo, direi una sorta di ricapitolazione di un cammino il cui primo passo (ricordo Goethe: “Il primo passo è libero, al secondo siamo tutti obbligati”) era stata l’intuizione – assunta come incipit di un iter lungo ed articolato – del valore dello sviluppo come fattore propulsivo condiviso in una dimensione sociale.

Il titolo e il sottotitolo di questo saggio spiegano il senso di questo scandaglio retrospettivo: “Lo sviluppo e il divenire. Nota sull’autopropulsione sociale”. In questo titolo sono molti gli impliciti sottesi: le elaborazioni soggettive, le dinamiche collettive, il tentativo di una guida razionale, l’intuizione, la traditio e la ratio (o, come preferisce De Rita, “fides et ratio”), le emergenze rilevanti e percepibili, ciò che resta sottotraccia e va fatto riaffiorare, lo sforzo di comprensione della realtà lungo il suo divenire.

Nel cogliere le spinte di autopropulsione sociale, De Rita sembra interrogarsi, rivisitando il proprio lungo percorso di ricerca ermeneutico-interpretativa, sul suo “innamoramento” per il concetto di sviluppo: una indagine retrospettiva che gli restituisce conferme di cui ad un certo punto sembra essere – a un tempo – rassicurato e sorpreso. Per uno come De Rita che si è trovato a cogliere e   interpretare la tensione autopropulsiva della società italiana nella crescita tumultuosa del secondo dopoguerra, prima dall’osservatorio dello Svimez e poi da quello del Censis, curiosità e meraviglia sono stati due fantastici sentimenti che hanno accompagnato e assecondato la naturale propensione ad utilizzare lo sviluppo come chiave di lettura “dappertutto e rasoterra”, entrando nei meandri più reconditi della dimensione economica, culturale, istituzionale del Paese. 

Una vocazione ed una scelta che sono stati insieme strumento di conoscenza e tensione immaginativa del futuro perché, crescendo, la società si fa mondo, cadono le barriere e i retaggi e diventa traente la forza di andare continuamente oltre, che si fa potenza del ‘non ancora’. Anche se oggi il concetto di sviluppo si è slegato dalla iniziale spinta propulsiva, poiché si tratta di un’idea messa in crisi da una molteplicità di fattori che lo comprimono fino ad arrestarlo: dalla sostenibilità ambientale a quella generazionale, dal ritorno delle tensioni internazionali, alle crisi economiche, alle pandemie ricorrenti, alle guerre distruttive e generatrici di regressi storici.

Sarebbe miope non prenderne atto: forse lo sviluppo non sempre è stato progresso, forse sono emersi limiti e condizionamenti soggettivi e collettivi, nella corsa all’emulazione e nella pseudo-panacea risolutiva e fintamente palingenetica della globalizzazione. Lo stesso De Rita, in altri saggi si interroga sui processi di transizione e digitalizzazione e sui tempi della loro metabolizzazione.

C’è tuttavia una dimensione individuale e soggettiva in questa tensione allo sviluppo e una naturale dimensione collettiva autopropulsiva su cui vale la pena soffermarsi: in questa consapevolezza ‘esperta’ De Rita introduce una chiave di lettura di cui sono stato personalmente sorpreso, non in senso deteriore ma per la spiegazione inattesa anche se alla fine convincente.

Lo afferma egli stesso in un passaggio decisivo di questo suo excursus retrospettivo alla ricerca di una coerenza che è riuscito a mantenere nel tempo: “Nella fenomenologia concreta della società opera, infatti, una spinta parallela, anche se non convergente, fra la componente di fede religiosa e quella di primato della ragione, in un misterioso coabitare del cacciariano “lavoro dello spirito” (di ricerca, innovazione, sviluppo) e del religioso, silenzioso operare dello Spirito. Due cammini non alternativi, che si vanno configurando come i due paralleli assi di progressione dello sviluppo moderno”. Ricordo nitidamente i passaggi più significativi di questa descrizione nell’intervista che realizzai con Massimo Cacciari sul suo libro “Il lavoro dello spirito” e ne trovo piena conferma.

Si tratta di un silente lavorio sottotraccia che non è prerogativa della categoria degli intellettuali perché l’anima di una società complessa si forma nelle interrelazioni sociali palesi e nascoste, tra i fili d’erba di un grande prato dove brulica la vita, nelle consegne e nelle fratture generazionali, nelle incomprensioni latenti tra ‘paese legale’ e ‘paese reale’. Il De Rita che ci parla di “valorizzazione del quotidiano svolgimento della vita dei sempre più numerosi e consistenti soggetti sociali” è la stessa persona che – riannodando i fili di un’esistenza dedicata alla conoscenza, alla lettura e all’interpretazione di tutto ciò che ci circonda e ogni volta genera stupore e meraviglia, – tra localismi nascosti e derive plebiscitarie – descrive come tutto sia accompagnato dal “cammino dello spirito” che ci porta a scoprire la presenza di Dio nel mondo.

Le candidature non s’improvvisano, ecco il tarlo dei partiti personali.

Quando c’erano i partiti, e lo dico senza alcuna tentazione nostalgica – cioè quei luoghi politici dove si definivano i progetti programmatici e di governo, si elaborava cultura e si contribuiva a costruire classi dirigenti – le candidature ai vari livelli istituzionali venivano pianificate con intelligenza, equilibrio, prudenza e rispetto. Insomma, con le categorie che all’interno dei partiti erano dei criteri naturali per valutare e studiare insieme le migliori candidature per le varie consultazioni elettorali.

Ma, con l’avvento dei ‘partiti personali’ e ‘del capo’ quel percorso è stato semplicemente sostituito dalla improvvisazione, dalla casualità e dall’avventurismo. Ovvero, sul versante della Camera e del Senato le candidature si risolvono facilmente, complice un sistema elettorale che prevede solo la “nomina” anzichè l’elezione. E quindi, e di conseguenza, l’unico ed esclusivo criterio è quello della “fedeltà” al capo o al proprietario del partito. Nessun altro criterio è ammesso, come conferma in modo persin plateale l’esperienza concreta delle ultime elezioni politiche nazionali.

Altro discorso, invece, riguarda le consultazioni elettorali disciplinate dal ricorso alle preferenze multiple. Penso, nello specifico, alle prossime elezioni europee. Su questo versante, con l’incognita sino all’ultimo della prospettiva politica – quindi della concreta organizzazione della lista con cui ci si presenta di fronte agli elettori – che viene decisa scientificamente dal capo del partito, il criterio che viene seguito è quello della cosiddetta “pesca a strascico”. 

O meglio, prima si definiscono a tavolino chi deve essere eletto in quelle mega circoscrizioni – frutto di un mix di risorse finanziarie stanziate, conoscenza e pubblicità del candidato ed equilibrio politico all’interno della lista – e poi si passa a riempire la medesima lista chiedendo a destra e a manca le eventuali disponibilità. Il tutto attraverso il criterio del “chi c’è c’è” senza badare a nessuna valutazione politica, culturale, territoriale o meritocratica. Non a caso, la richiesta di candidature avviene all’ultimo senza alcuna pianificazione e, purtroppo, senza tenere conto della specificità, della valenza e della qualità del singolo candidato/candidata.

Ecco perché anche nella preparazione di questa tornata elettorale per il rinnovo del Parlamento Europeo abbiamo assistito a questo triste ed avvilente spettacolo. Certo, va dato atto che nei partiti non personali – o non eccessivamente personali – come il Pd, Forza Italia e gli stessi Fratelli d’Italia, la formazione delle liste è avvenuto attraverso una seppur timida consultazione della base del partito e dei rispettivi territori. 

Per quanto riguarda il resto dello scacchiere politico italiano, il tutto è avvenuto attraverso il solito metodo. Ovvero, e lo ripeto, designazione dei potenziali eletti e poi la corte dei miracoli che deve completare la lista con strabilianti ed alquanto fragili, se non ridicole e grottesche, promesse future. Perché questa, appunto, è la prassi concreta ed usuale dei partiti personali e del capo che erano, sono e restano il tarlo che corrode le fondamenta della nostra democrazia, che indebolisce la politica e incrina la stessa credibilità delle varie istituzioni democratiche.

Talento al femminile, un libro ricorda il ruolo delle donne.

Muse, sì, ma non solo: molte sono le artiste donne che nel mondo della musica, dall’inizio del secolo scorso ad oggi, hanno influenzato intere generazioni, orientato correnti culturali, stravolto le regole per poi riscriverle attraverso il linguaggio più universale che esista. Le loro carriere, anche quando gloriose, sono da sempre in salita: tra vecchi pregiudizi e nuove discriminazioni, com’è oggi la situazione del “gender gap” nell’industria musicale?

Se a livello internazionale alcuni dati di Spotify appaiono incoraggianti rispetto al passato (Taylor Swift è in testa alle classifiche mondiali, “Flowers” di Miley Cyrus è stata la canzone più ascoltata del 2023 e artiste come Dua Lipa, Rihanna e Billie Eilish riescono a viaggiare alle più alte latitudini dello show business), in Italia il divario è ancora tutto da colmare. Tra gli artisti più ascoltati dello scorso anno non c’è nemmeno una donna, la Top 10 è dominata da uomini. Per ciascuna traccia di un’artista donna in classifica singoli, se ne rilevano 6 di artisti uomini. 

Sono tante le giovani cantanti che stanno guadagnando terreno, eppure, le artiste italiane rappresentano ancora solo il 14,1% nel totale del panorama musicale: non vendono semplicemente meno, sono meno e meno visibili. Fino ad oggi solo una donna, (Laura Pausini), ha cantato allo stadio di San Siro ed il numero di vincitori del Festival di Sanremo supera di oltre tre volte quello delle vincitrici. Per non parlare delle figure che lavorano dietro le quinte: le donne sono il 12,5% tra i compositori e solo il 2,6% nella produzione (Equaly Italia 2023).

Chi occupa posizioni di potere condiziona i modelli e gli standard di riferimento e se la leadership del settore è composta per lo più da uomini tra i 50 e i 60 anni, con una mentalità spesso figlia delle epoche precedenti, possiamo presto immaginare come mai sia tanto difficile accorciare le distanze.

Il talento al femminile fatica ad essere riconosciuto: le donne sul palco sono definite per lo più performer, anche quando sono cantautrici, produttrici e arrangiatrici.

E gli algoritmi non aiutano: partendo da una predominanza maschile,  l’“effetto eco” induce all’ascolto di altri uomini. L’algoritmo tende infatti a suggerire musica in base ai “gusti dell’utente”, cioè cantanti molto ascoltati dello stesso genere (musicale) e brani che non vengono saltati ma riprodotti fino in fondo. Le piattaforme, quindi, non sarebbero solo uno specchio del mondo discografico, ma tenderebbero ad aumentare la disparità. 

Per fortuna il problema, per quanto non risolto, è diventato molto più evidente e da tempo diverse realtà puntano ad amplificare le voci femminili. La stessa Spotify dal 2021 con il programma Equal supporta la parità di genere promuovendo playlist di sole artiste da tutto il mondo.

Qualche cambiamento anche nel nostro Paese sta avvenendo: rispetto al 2022, nel 2023 gli ascolti di artiste italiane sono cresciuti del 18% e la percentuale sale a oltre il 190% se rapportata agli ascolti del 2018. Finalmente!

Nel libro intitolato “She’s a woman” il giornalista e critico musicale Ezio Guaitamacchi ricorda il ruolo chiave delle donne nella scena internazionale dell’ultimo secolo e mezzo e lo fa raccontando le vite di alcune tra le più straordinarie e iconiche Regine della Musica, in un viaggio appassionante tra trionfi, cadute e battaglie portate avanti ad ogni costo. 

33 ritratti (come i giri di un vecchio vinile) a tinte forti accompagnati da immagini, fotografie, ricostruzioni biografiche, didascalie, curiosità, aneddoti e QR code per ascoltare brani che hanno scosso governi, coscienze e convenzioni. Carismi eccezionali in grado di tracciare nuove traiettorie stilistiche e sviluppare un approccio originale ai mille risvolti della femminilità, facendo da eco alle istanze di tante altre (e altri) nel mondo.

Non necessariamente le più “brave” spiega l’autore nella sua introduzione, quanto le più coraggiose in termini di emancipazione, impegno sociopolitico e orgoglio culturale.

Dalla vicenda travagliata dell’Imperatrice del Blues, Bessie Smith, alla prima canzone femminista della storia (Single Girl, Married Girl) di Sara Carter, dalla tenace decisione di Billie Holiday di voler interpretare un brano anti razzista (Strange Fruit) a quella di Aretha Franklin di chiedere “rispetto” per tutte le donne di colore. Dalle battaglie per i diritti civili di Joan Baez sino all’ecologismo ante litteram di Joni Mitchell passando dall’intraprendenza delle prime rocker come Janis Joplin, Nico o Patti Smith, in grado di misurarsi alla pari in un territorio “machista” come il rock and roll, al songwriting introspettivo di Amy Winehouse che cantava l’amore, ma quello “in cui si perde sempre”.

C’è Sarah McLachlan la quale rivelò che nelle radio americane non passavano mai due brani di voci femminili in sequenza o che non c’erano mai due artiste sullo stesso palco. Ci sono la ribelle Sinéad O’Connor e l’enigmatica Yoko Ono. E poi Édith Piaf che ha dato voce alla Vie en rose, ma anche Lady Gaga, costretta a un rapporto sessuale con un produttore musicale perché lui ascoltasse le sue canzoni, e molte altre.

Le pagine più significative dei loro successi, e talvolta dei loro insuccessi, sono descritte con cura grazie anche al contatto diretto dell’autore con molte di loro, intervistate nel corso della sua carriera. 

Nella prefazione Gianna Nannini ripercorre, tra le vicende raccontate, quelle che più hanno segnato la sua identità artistica ed invita ad un ascolto profondo di queste esistenze. Storie spesso crudeli e violente ma anche foriere di riscatto e autodeterminazione. 

Non resta allora che leggere queste pagine … e aggiornare le nostre playlist. Jim Morrison scriveva: “un giorno anche la guerra si inchinerà al suono di una chitarra”. Magari sarà una donna a suonarla.

Con il Giubileo, il terziario Frassati salirà all’onore degli altari.

Il 28 maggio 1922 nella chiesa di San Domenico in Torino Pier Giorgio Frassati diventava terziario domenicano assumendo il nome di Fra’ Girolamo, in onore e in memoria del grande domenicano del XV secolo Girolamo Savonarola.

Tutti quelli che hanno conosciuto bene Pier Giorgio hanno testimoniato che da quel momento prese uno slancio ancora più deciso verso la santità. Con i suoi confratelli terziari amava firmarsi fra Girolamo. La sua decisione di entrare nell’Ordine domenicano come terziario nacque dalla frequentazione con un grande predicatore domenicano, Padre Filippo Robotti, che fu tra i pionieri del partito popolare in Torino.

Pier Giorgio andava a prelevarlo in convento e lo accompagnava nell’itinerario che doveva compiere per recarsi a parlare agli operai del Lingotto e poi lo riaccompagnava. A quei tempi i “rossi” volevano avere il monopolio del mondo operaio e non sopportavano che padre Robotti andasse ad istruirli sulla dottrina sociale della Chiesa. In quegli anni postbellici, particolarmente caldi, era pericoloso per padre Robotti andare da solo a San Domenico fino al Lingotto.

Pier Giorgio si sentiva onorato di fargli da guardia del corpo e per questa sua fedeltà lo chiamavano “il robottiano”. Il suo desiderio di farsi terziario crebbe quando Benedetto XV pubblicò un’enciclica in onore di San Domenico nel settimo centenario della sua morte ed esortava i laici ad entrare nelle file del terz’Ordine domenicano per ricevere una robusta e sana formazione cristiana. Pier Giorgio si fece consegnare la regola. La meditò per un anno. Poi insieme ad altri giovani prese la decisione.

Era già legato alla famiglia domenicana per un doppio titolo: nel 1918 (aveva 17 anni) si iscrisse alla Confraternita del Santissimo Rosario. E nel 1921 era entrato nella Milizia Angelica per mettere la propria purezza sotto il patronato di San Tommaso d’Aquino.

Il giorno della sua vestizione, oggi si chiama rito di accoglienza, fu memorando. Qualcuno in seguito scrisse: “Fui colpito dalla compostezza, serietà e devozione di un giovane alto, robusto, elegantemente vestito, bello, che prese il nome di “fra Girolamo”. Ricordo anche l’allegria, la gioia di quel giovanotto, gioia che trapelava tra poro a poro. Ricordo anche il fracasso fatto in sacrestia coi compagni, terminate le funzioni: sembrava dovesse ruinare chiesa e sagrestia e convento».

Un altro testimoniò: “Ricordo che terminata la funzione, fui sorpreso di dare il rituale abbraccio a un giovane che aveva il volto segnato dalle lacrime!». Far parte dell’Ordine domenicano, essere per sempre figlio di San Domenico, confratello di San Tommaso e di Santa Caterina da Siena e di uno stuolo immenso di Santi e di Sante è stata una grazia così grande che meritava ben quelle lacrime.

Padre Enrico Ibertis, che fu poi provinciale dei domenicani, disse di lui: “Frate, Pier Giorgio pensava, pregava, sperava da frate. Conosceva perfettamente la regola del Terz’Ordine, era assiduo all’adunanza mensile, al santo Rosario, recitava quotidianamente il Piccolo Ufficio Madonna, glorioso di portarlo sempre nel taschino. “Che fai, Pier Giorgio?”, gli fu chiesto un giorno, viaggiando in tram. ‘Recito l’Ufficio”, rispose sorridendo”.

Disse anche che tra Pier Giorgio e un frate domenicano passava solo questa differenza: il primo stava nel mondo, il secondo in convento. Ma per il resto (spiritualità, vita di preghiera, ardore apostolico) erano identici. Pier Giorgio era un domenicano perfetto.

Battista sull’oblio della Dc in fondo ha ragione

Sul Foglio di sabato scorso, Pierluigi Battista ha pensato bene di lanciare un imprevisto j’accuse sulla morte della Dc. Non la morte in quanto partito presente sulla scena pubblica, essendo questa una realtà oggettiva e perciò incontrovertibile, legata giuridicamente all’assemblea del 18 gennaio 1994. Lì si consumò infatti, nella splendida sala Perin del Vaga dell’Istituto Sturzo, la chiusura di un lungo ciclo politico con la trasfigurazione del partito fondato da De Gasperi alla caduta del fascismo. Si scelse di tornare alle origini e di recuperare il nome antico di Partito popolare.

Il problema è che alla scomparsa materiale della Dc è seguita l’estinzione, senza apparente disagio, della sua memoria nel dibattito pubblico italiano. È questo ciò che spiace a Battista, non tanto il fatto in sé della scomparsa dello scudo crociato, quanto la vacanza intellettuale che ne ingoia la portata storica, riducendo a scaramucce indignitose le lotte sull’eredità. Non basta. Al di là delle piccole beghe, irrilevanti sulla scena della vita democratica, conta il silenzio o l’amnesia di chi avrebbe il dovere di muoversi a difesa di un’enorme lascito politico. Non ci sono più democristiani e se anche ci sono tacciono, si nascondono, al più preferiscono camuffarsi.

Sembra la desertificazione morale di un vasto territorio un tempo fertile e rigoglioso. Come mai tanto abbandono?

Forse è sbrigativo parlare di fuga o diserzione dei pochi riservisti – per anagrafe o adesione volontaria – ancora collegati all’armata scudocrociata. Una ricognizione più serena permette di osservare fattori immateriali di speranza. Infatti, centri culturali di prim’ordine (Fondazione De Gasperi, Istituto Sturzo, ecc.), case editrici riviste e blog, gruppi sui social, associazioni di vario tipo, alcune particolarmente attive; un insieme di soggetti, insomma, svolgono pur sempre un eccellente lavoro di ricerca e approfondimento. Sono la grande risorsa che si rispecchia, tuttavia, in un disabitato universo civile. È allora nella società che si consuma una sorta di kenosis della Dc in quanto corpo storico visibile. 

Eppure, andrebbe ricordato anche a Battista, se non altro a conforto della sua denuncia, che fanno rifletttere i risultati di certi sondaggi quando evidenziano l’esistenza di un terzo e più d’italiani desiderosi di riavere un “partito cattolico”. Cosa significhi, non è facile stabilirlo. Potrebbe essere l’indice di quella “voglia di centro” che trova riscontro in analoghe rilevazioni demoscopiche; come pure la speranza di un riassestamento del bipolarismo, magari con la percezione di quanto la cultura della mediazione, tipica del cattolicesimo politico, possa donare al Paese la mitigazione di un sistema maggioritario troppo infarcito di estremismi e populismi.

Battista ha preso di petto una questione, indubbiamente con l’acume del giornalista abituato a sviscerare i fatti e le notizie, ma s’è arrestato sulla soglia della recriminazione in bello stile. Ha scosso l’albero, non s’è curato dei frutti: non è andato cioè alla sostanza del problema, laddove s’annida la pregiudiziale circa l’inutilità della nostalgia, per cui si salta piacevolmente l’incombenza dell’analisi su “ciò che è vivo e ciò che è morto” dell’esperienza democristiana, aprendo in questo modo le ali al cielo della episodicità. Ogni tanto s’accende una luce e ogni tanto si spegne, con uno strascico di insofferenza e malinconia tra un intervallo e l’altro. Dunque, sta più nel pensiero la caduta delle passioni, come pure la volontà di riscatto dell’homo demochristianus, ancora non rassegnato alla sua estinzione. In fondo ha ragione Battista a richiamare all’ordine le coscienze smarrite.

La rivoluzione della conoscenza è la sfida di questo tempo

Il nostro Forum è un cammino nel solco della Costituzione  intesa come strumento di riferimento e guida per affrontare il futuro. Un futuro che non ci spaventa ma che ci pone davanti a grandi e seri problemi, per disegnare il mondo nuovo che è già qui. Quello generato, infatti, alla fine dell’Ottocento e che prefigurava nel suo divenire il compimento della modernità, si sta sbriciolando ogni giorno di più e con esso l’articolazione sociale e politica che ne era l’espressione.

Basti pensare solo ad alcuni aspetti che lo identificavano e che oggi stanno mutando rapidamente, come l’organizzazione mercantile, la nascita e il consolidamento della borghesia, il fenomeno dell’urbanizzazione delle nostre città, tutti elementi espansivi di una nuova età storicamente definita “contemporanea” e ora identificata come “età dei diritti”.

Tutti i cittadini, tutti insieme, sono stati chiamati a concorrere a un disegno di progresso, cioè all’espansione dei diritti e del benessere.

L’insieme di questi elementi segnò, anche, l’inizio di un rinnovamento istituzionale e politico di enorme portata, insieme all’elaborazione delle grandi idee politiche, che resistono ancora all’usura del nostro tempo, e che hanno ispirato il cuore delle Costituzioni di molti paesi europei.

Ora, questo patrimonio di grande valore sembra essere minacciato da una enorme trasformazione, di cui abbiamo ancora poca consapevolezza, ma che stiamo già vivendo. La disponibilità di tecnologie sempre più fruibili alimenta la destrutturazione delle fonti della conoscenza, finora organizzate in forma gerarchica, per andare verso un sistema reticolare.

Il nuovo millennio, iniziato solo da due decenni, si è aperto con questa sfida posta dal passaggio della conoscenza dalla forma binaria a quella digitale. Come assolvono a questo compito le Istituzioni, a partire da quelle europee, visto l’impatto che l’evoluzione e la diffusione delle nuove tecnologie per l’informazione e la comunicazione hanno determinato su tutti i settori delle attività umane, favorendo il fenomeno dell’information overload, cioè dell’enorme sviluppo dell’offerta informativa?

La progressiva smaterializzazione delle risorse informative a favore del digitale sta facendo emergere modelli strutturali e culturali legati all’immaterialità dei valori, delle idee e dei simboli, che si traducono nel ridimensionamento delle fattezze materiali delle organizzazioni, mettendo anche a rischio la possibilità di esercitare il proprio diritto di cittadinanza: ci sono troppe conoscenze, ovvero troppe fonti dalle quali apprendere, per poterlo esercitare.

E qui i rischi e i pericoli per la democrazia, se non tutti almeno in parte, sono evidenti mentre all’orizzonte si addensano quelli di carattere etico alla cui soluzione siamo chiamati a rispondere in presenza di un difficile quadro internazionale. Prende forma una nuova situazione geopolitica, caratterizzata da forte instabilità, che fa disperdere l’aspettativa di quanti ritenevano momentaneo questo “disordine”.

Gli effetti della “società dell’informazione” in ambito socio economico, con inevitabili ripercussioni sul valore stesso del lavoro, è già stato approfondito nell’ultimo nostro incontro dal prof. Paolo De Nardis, sociologo del lavoro. Questi ha messo in evidenza come la società dell’informazione sta definitivamente sostituendo quella industriale di stampo otto-novecento, posponendo alla centralità della macchina, la centralità dell’intelligenza. Ma chi sarà protagonista di questo tempo nuovo?

De Nardis ci ha fornito le caratteristiche: sarà un individuo autonomo, in grado di aggiornarsi costantemente, capace di utilizzare saperi e tecnologie, elementi che sono alla base del processo di individualizzazione dei meccanismi di apprendimento, necessari per la propria sfera personale o pubblica, utili per acquisire nuove competenze di lavoro più volte nel corso della propria vita e grazie ai quali solo chi non avrà mai smesso di imparare sarà in grado di competere. Nel definire queste caratteristiche evidenziava che siamo di fronte ad una rivoluzione antropologica di vaste dimensioni, di cui è bene occuparsi.

Con il Forum, vogliamo dare vita ad un “nuovo inizio” e offrire uno spazio di riflessione e di analisi attorno alle tematiche più urgenti che ci impegnano, in modo aperto ma anche senza sconti, per dare un utile contributo al cambiamento delle leggi, delle istituzioni, della politica.

L’avventura di Salvini nel mare magnum dell’ultra destra

Matteo Salvini si gioca tutto e evidentemente ritiene che la candidatura del generale Vannacci possa aiutarlo. Uno spostamento all’estrema destra che radicalizza ulteriormente un partito che ha condotto su posizioni sempre più anti-europeiste, filo-putiniane, trumpiane e quant’altro. Un partito, però, che sta andando in ebollizione. Una pentola a pressione destinata ad esplodere: subito nel caso di un modesto risultato elettorale a giugno, il prossimo autunno nel caso di un esito appena sufficiente alle urne europee. 

Certo, Salvini punta ad un successo e ha immaginato di poterlo conseguire ai danni di Fratelli d’Italia, sottraendogli consenso reazionario divenuto scettico nei confronti di Giorgia Meloni durante questi mesi di sua attività di governo. Ma è una scommessa tutta da verificare alla prova dei fatti: anche perché la premier sul piano interno ha da tempo capito l’antifona, bloccando di conseguenza ogni possibile scivolamento “moderato” del suo partito (vista la cui composizione, peraltro, senza troppe difficoltà!) che invece destina al suo profilo internazionale quale Presidente del Consiglio. Una scommessa da verificare, inoltre, perché nella stessa base leghista, soprattutto al nord dove essa è più forte, crescono le perplessità quando non lo scetticismo acuto, e questi sentimenti non favoriranno di sicuro un impegno entusiasta e inesauribile nel corso delle prossime settimane.

Dopo la scomunica bossiana (perché di questo si è trattato) e le valutazioni critiche verso Salvini di altri esponenti della vecchia guardia stanno ora arrivando i distinguo e le prese di distanza da parte di importanti esponenti della Lega nei confronti dell’operazione Vannacci (dal ministro Giorgetti al governatore del Friuli Fedriga ad altri ancora). Segnali inequivocabili del declino di Salvini, la cui segreteria decennale ha ormai stancato molti, anche nella base popolare del partito, a maggior ragione ora che non ci sono più gli eccellenti risultati elettorali di qualche anno fa.

Salvini però ritiene in un qualche modo esaurita la “spinta propulsiva” del primo Carroccio, limitato territorialmente e non in grado di intercettare quel voto un po’ reazionario un po’ populista che il suo fiuto politico tutto immediatezza e niente strategia ha annusato in Europa e pure in Italia (dove un anno e mezzo fa ha premiato Meloni). E dunque cerca di inseguirlo.

Ma c’è pure un altro motivo. Salvini si gioca tutto perché la sua ambizione è rimasta (anche se oggi appare totalmente infondata) la scalata a Palazzo Chigi, non volendo rimanere un semplice vassallo del Premier pro-tempore. Non voleva esserlo di Conte, e infatti – sbagliando clamorosamente i conti – gli tolse la fiducia senza aver compreso quanto quello fosse vendicativo e soprattutto attaccato al potere. E ora non vuole esserlo di Meloni e sa bene che la posizione “nordista” dei suoi governatori, da Zaia a Fedriga, allo stesso Fontana, è inevitabilmente destinata a un ruolo ancillare (ma decisivo nella logica della “Lega Nord”, cosa ben differente dalla “Lega per Salvini premier”) di rappresentante degli interessi del settentrione in un governo nazionale.

Del resto, fu così anche per Bossi, che dovette piegarsi a Berlusconi e giungere a un compromesso che però gli consentiva di gestire un po’ di potere ma soprattutto di conservare intatta tutta la mitologia e la coreografia imperniate sul Grande Nord oppositore di “Roma ladrona”, anche se poi nella realtà ogni ipotesi para-secessionistica era stata accantonata. Ma per lo meno il Cavaliere era anch’egli un “uomo del Nord”, un “uomo del fare”, e alla sua maniera era pure populista, antistatalista, antipolitico. Mentre al contrario Giorgia Meloni col suo partito è l’emblema del nazionalismo, della romanità, della politica professionale. Tutta un’altra storia.

Laddove Bossi si era, magari a malincuore, ritagliato uno spazio se si vuole limitato rispetto alle ambizioni originarie e ai proclami celtici ma in ogni caso vitale, Salvini deve invece conquistarsene uno più ampio in competizione con la Premier, pena la decadenza e l’oblio. Questa è dunque la sua sfida. Molto difficile da vincere e quindi imponente un qualche azzardo. Ma il rischio, elevato, è di perdere (quasi) tutto. A cominciare dal suo partito.

La nostra Cleopatra e la grandeur da regina

Nella Roma avvolta in un inverno che tardava ad andarsene e in questo aprile dal dolce dormire, Cesare stava assorto nei pensieri suoi, centrati su come riportare a casa la regina Meloni-Cleopatra senza danni e senza far rivoltare mezzo Impero che gli avrebbe chiesto conto della scelta e dei sesterzi profusi senza limiti, quando la regina stessa dà segno di esser tale.

Deve presiedere per turno un noioso consesso tra gli alleati dell’Impero, nel quale il suo ruolo di capo è di molto ridotto ed ecco che agile e scaltra ritaglia per sé stessa la parte di capo indiscusso; la prima e l’unica volta che un capo di governo porta un altro capo di governo, che è pure leader religioso. a partecipare ai lavori: Il Papa. Sissignori, il Papa in persona farà omaggio alla regina Meloni-Cleopatra della sua presenza e pure della sua indubbia saggezza. Annuncio pubblico della stessa regina con doveroso orgoglio mostrato e grandeur da impero in pompa magna. Touchét! Gli altri partecipanti di certo saranno rimasti a bocca aperta ma pure a corto di seconde linee per conversare quanto meno decentemente con il livello di tanto ospite illustre. Si dice “alzare la palla” nel volley e in gioventù la regina Meloni-Cleopatra ci ha pure giocato…

Appena il tempo di godere dell’«ohhh» di meraviglia di tutti che la regina prepara il secondo colpo, sbaragliando Cesare e i suoi fumosi pensieri. C’è una competizione in questa parte dell’Impero per rinnovare l’assemblea: bene, ci partecipa. Non ne avrebbe bisogno, fa il capo del governo e il capo dei suoi “egiziani”, ha già sperimentato per lungo tempo le assemblee dell’Impero a Roma, a che serve andare anche a quella più grande dell’Impero?
Ricordate la partita a dama con la Helvetica Schlein, la prossima mossa spettava alla Helvetica che senza tanta sorpresa si candida all’assemblea grande in qualità di capo partito di “quelli della sponda che guardano”, ma con un piccolo particolare: la faccia sua sullo scudo non la può mettere. La nostra regina Meloni-Cleopatra sullo scudo dei suoi “egiziani” ci mette la faccia e pure il nome bello grande, e non poteva che essere altrimenti.
È un capo ed è riconosciuta regina dai suoi, quindi non vi è alcun dubbio che l’effige della regina vada esposto sugli scudi. L’Helvetica ha la fronda interna che sobilla e mormora ad ogni passo, cercando la sega per tagliare la gamba (almeno una) della sedia da capo dove è seduta; lei lo sa e fa finta di ignorare ma sotto…chissà? Per ora ha perso un’altra pedina e la partita a dama si avvia alla conclusione.

A Cesare proprio non va giù di vedere Meloni-Cleopatra ancora in giro a tenere banco nell’assemblea di questa parte dell’Impero, anzi per lei aveva disegnato un indolore e lento uscire di scena, tra qualche mese, con l’autunno. Poi il colpo basso del Papa al consesso dei “grandi” dell’Impero, lo mette in una posizione defilata, da chi è stato relegato dietro la porta ad origliare quello che dicono in sala. La sua immagine ne esce ridimensionata e ogni cosa che adesso dirà agli alleati sarà esaminata, per capire se in linea con quello che avrà “consigliato” l’illustre autorevole ospite e appresso la regina Meloni-Cleopatra.
Non che avrà gli occhi di brace, quando la vedrà dopo il Papa, ahimè! L’orgoglio imperiale è ferito, ma la sua “Cleo” ha mostrato di avere tempra, con la certezza che nel desiderio di grandeur non è seconda a nessuno. Figuriamoci a Cesare!

Vannacci irrompe sulla scena e la politica inscena povertà

Pur avendo le sue origini ed il suo fortino al Nord, si è svelato il segreto di Pulcinella, maschera che, secondo la tradizione, ha casa alle pendici del Vesuvio e che ha la franchezza di chi è incapace a mantenere la consegna del silenzio. Se a via Bellerio ci fosse un camino, dal comignolo ora uscirebbe finalmente una fumata bianca. In ogni caso il dado è tratto è il generale Vannacci ha passato il Rubicone con il proposito di occupare uno scranno al Parlamento europeo sotto le insegne della Lega. Per questo, il partito di Salvini non corre il rischio di slegarsi ma di perdere almeno compattezza.

Può darsi che Salvini e Vannacci richiamino, in caso di flop, quell’antica gag di un Carosello in cui la coppia Franchi e Ingrassia si annunciavano con il ritornello: ”Come sempre Franco e Ciccio son finiti in un pasticcio”. Vannacci è uno che muove le acque dicendo quello che pensano non sparute persone su omosessuali, sulla caratura di statista di Mussolini, sulle classi separate per i disabili, sull’aborto e qualche altro tema per sua natura divisivo nell’Italia di oggi. 

La Chiesa è in allarme e non c’è da darle torto. Ci sono materie che vanno trattate con la delicatezza ed una prudenza che sembra mancare nell’impeto d’assalto del nostro militare. Le sue idee corrono sempre sul crinale di giudizi in parte ovvi e radicati nel campo di alcuni. Nel suo dire trapela una quota di eventuale sensatezza, pronta a portarsi di risulta forse un più vero, abietto intendimento di leggere il prossimo e il mondo circostante in una certa maniera. Le sue parole sono insieme un negativo e un positivo, un connubio di immagine sfocata ed una messa a fuoco che lascia sempre dubbi sulla sua verità.

Esprime un parere e all’un tempo pare voglia alludere per compiacimento soprattutto ad altro. Dà miccia ai suoi nemici e buone argomentazioni a quanti, al contrario, gli prestano fede ritenendolo inattaccabile, perseguitato solo da malevoli sospetti di avversari che vedono il male anche quando non c’è.

Quello del Vannacci pubblico è un perenne stare in bilico tra un detto ed un inconfessato, tra un appostarsi in prima fila fieramente in trincea e un acquattarsi invece in retroguardia per non rendersi del tutto riconoscibile.

Il bilico militare è un trattore stradale che traina veicoli privi di motore a cui si aggiunge un semirimorchio. È un primo che trascina un secondo. Il destino della Lega e del Generale Vannacci sembra essere a sua volta in bilico pur non essendo chiaro chi ha il compito di tirare e chi invece si muove a ricasco.

Così ha sciolto la riserva e si candida per la Lega al Parlamento europeo nella Circoscrizione dell’Italia centrale come capolista ed in altre quattro circoscrizioni in posizioni di minor vantaggio. Non mancano le polemiche. Vannacci non ha la tessera della Lega e non è chiaro se il suo nome apporterà consensi ulteriori a quel partito o se invece semplicemente ne approfitterà per essere eletto. Chi è il trattore e chi il rimorchio, chi è il gregario e chi il campione, chi tira la volata e chi ne approfitta si vedrà solo al risultato finale del 9 giugno.

Gli è stata data un possibile diritto di tribuna pur non vantando una storia con la Lega, è un militare ma non è un militante.

Il tribuno è una figura di potere che prende piede da una tribù di origine. Su Vannacci pende come per altri una questione di identità. L’Urbe nacque dalla felice convergenza di tre tribù: la latina, la sabina ed infine quella etrusca. Fu un capolavoro di sintesi. Occorre vedere se la Lega e Vannacci sapranno fare altrettanto o se un giorno chiameranno i distinguo per poi abbandonarsi a distinti destini. Chi pagherà un tributo a chi, è l’enigma da risolvere prima che sia troppo tardi senza cadere nella trappola di una politica primitiva.

C’è ancora di che preoccuparsi. Vannacci ha il merito di distogliere l’elettorato da un vizio italico che non può lasciare indifferenti. Siamo in presenza di una ridda di candidati che abbandonano le poltrone di Consigliere regionale e del Parlamento Nazionale per ambire alla patria europea.  C’è da chiedersi con severità perché abbiano chiesto il voto al tempo della loro ultima elezione se l’ambizione era piuttosto un’altra. Peggio ancora, in caso di fallimento, cadranno comunque in piedi, avendo già intanto una poltrona assicurata, anche se non più amata.

È una questione di stile e di rispetto di un elettorato già fin troppo abituato a cambi di casacche anche da un polo all’altro dell’agone politico.

In attesa di una legge elettorale che abbia tratti di decenza, sarebbe bello immaginare una sorta di vincolo per il quale sia impossibile candidarsi da altra parte, se prima non abbia avuto termine la legislatura per la quale si è intanto stati eletti. Il popolo votante, a sua volta, con una dignità da difendere, dovrebbe saper vigilare e sanzionare. La politica non è un lascia e raddoppia ed i partiti, o la loro parvenza, in occasione della prossima competizione per Strasburgo dovrebbero ancor più fare a meno di lanciare, come esche da richiamo, i propri leaders, che peraltro non metteranno mai piede da quelle parti. 

Tanto meno, per un candidato, dovrebbero ammettersi una stessa candidatura in più Circoscrizioni, in modo da garantirgli maggiore opportunità di vittoria.

Così non fosse, soccorre ad utile ricordo il nostro Albertone nazionale quando ci ha allietato con quella sua predittiva canzoncina che recitava: “Te c’hanno mai mannato a quel paese, sapessi quanta gente che ce sta…”. Un paese, per tutta chiarezza, più facilmente raggiungibile della agognata terra europea.

 

Bettini rilancia l’alleanza con Conte accerchiando i riformisti del Pd

Nell’intervista marxiana di Bettini, sull’Unità di ieri, il modello del futuro per la sinistra italiana è molto chiaro: la fusione tra Pd e 5 Stelle, per rifare un conglomerato stile Pci, con una spruzzata di cattolicesimo alla Tarquinio subalterno allo schema e totalmente ininfluente sul piano politico. 

Bettini si ferma nel dire quello che è inevitabile: il leader di questo disegno è Giuseppe Conte, cui il sinedrio interno sacrificherà la leadership di una Schlein funzionale al disegno. Se poi da lì riusciranno a dare l’assalto al capitalismo, come si propone, si vedrà. Ma tutto questo non fa che confermare un dato ormai strutturale: per i riformisti del Pd (che siano cattolici democratici o di ispirazione liberal repubblicana) non c’è più spazio. 

Non sono più utili alla bisogna, perché il loro spazio viene soppiantato da operazioni maquillage e la loro cultura istituzionale e organica viene rigettata da una “nouvelle vague” che fa del movimentismo, del sincretismo e del wokismo il perno di una presunta modernità che in realtà – come denotano le parole di Bettini – è nei fatti una restaurazione sotto mentite spoglie.

E, in fondo, è anche giusto così: la sinistra italiana sceglie di rifondarsi con la critica al capitalismo, un radicalismo massimalista e Giuseppe Conte leader. Auguri.

Resta il tema di cosa accadrà al centro riformista: e anche su questo, il successo della lista Stati Uniti d’Europa a giugno potrebbe far comprendere a tanti amici rimasti “prigionieri politici” al Nazareno che il loro destino è inevitabilmente altrove rispetto al bettinismo in salsa contiana.

 

[Testo pubblicato dall’autore su X]

 

Per leggere l’intervista di Bettini

https://www.unita.it/2024/04/27/intervista-a-goffredo-bettini-schlein-si-faccia-aiutare-dai-nostri-dirigenti/

La finanza senza limiti mette a dura prova la democrazia

Ci siamo. E abbiamo saputo. La riforma del premierato è passata in Commissione ed è attesa in aula al Senato. Arrivati a questo punto quello che sicuramente si aggiunge alle serie preoccupazioni di questa svolta costituzionale riguarda la qualità dell’attuale classe politica con cui il premierato e i cittadini devono fare i conti. E riguarda gli annesi criteri casuali della sua selezione. Una “élite” priva di cultura civica e scelta senza alcun “test attitudinale”; con i partiti ormai nelle solitarie mani del segretario; con il prepolitico e le scuole interne di formazione svaniti nel nulla;  e con le nobili sezioni di partito territoriali diradate, se non chiuse. 

Insomma con tutto questo alle spalle, non si sbaglia di molto ad attendersi una vera e profonda crisi della nostra democrazia partecipata. Gravano su tali timori un paio di questioni su cui si fa poca attenzione, per una diffusa sindrome del comando solitario: la cosiddetta “leaderpatia” e una spinta incomprensibile a  camminare da soli e a distinguersi dagli altri, anche se si pensa allo stesso modo . 

La riforma sul premierato – è stato detto – ridà potere ai cittadini e blocca i giochi di Palazzo”. Ove per giochi di palazzo c’è sicuramente da intendere il confronto di idee e la discussione democratica aperta, per ricercare possibili mediazioni e compromessi. Forse anche storici, oggi  necessari più di quanto lo fossero ai tempi di Aldo Moro. 

Cambiamenti profondi, dunque. Anche perché non sarà sfuggito che lo stesso Governo ha approvato pochi giorni prima del Premierato un ddl concernente l’IA. Giunto molto in ritardo, e in attesa del G7 con la presenza del Papa, il testo regola l’uso di una tecnologia che avanza ancora sconosciuta in tutte le sue sfaccettature  antropologiche ed esistenziali, comprese le ricadute sulla partecipazione democratica. 

Queste novità, unitamente alla retromarcia della Schlein sull’aggiunta del suo nome nella scheda elettorale, in pratica dopo le reprimende di Romano Prodi, hanno stimolato un mio vecchio pallino sul futuro del partito politico, quello che ormai da tempo si presenta monocratico, o benevolmente centralizzato – tutto insomma nelle mani del leader. Altre volte mi ci sono soffermato (v. https://ildomaniditalia.eu/la-personalizzazione-della-politica-e-il-leaderismo-diffuso-quale-pluralismo).

È necessario però aggiungere che ora questi mutamenti accadono nel momento in cui il Censis ci definisce tutti “Sonnambuli”. Una società, la nostra, di addormentati e disattenti, che si estranea dalla politica disertando ormai le urne in misura preoccupante; una società innamorata dell’influencer di turno, sino a comprare ad occhi chiusi i “suoi” panettoni; una società che odia lo stare insieme agli altri e il “Camminare Insieme” – come titola il bel libro, riferito al Sinodo della Chiesa, del mio caro amico Enzo Romeo, Capo Redattore e Vaticanista del tg2.  

Dobbiamo allora dire come stanno i fatti: i cambiamenti si incrociano con le “Cose Nuove” (Rerum Novarum) che scuotono il mondo intero, a cominciare dal clima e per finire alle migrazioni di massa. Tutte novità che Bergoglio  definisce “metamorfosi”. Accadono nel momento in cui il mondo è governato da un capitalismo finanziario che appare senza regole, di stampo liberista e, nel suo globalismo, sovrano di se stesso. Senza che lo Stato o gli Stati riescano ad arginarne lo strapotere. E qui da noi accadono, infine, con un’Europa ancora disunita politicamente e con la bella ma ancora lontana utopia degli Stati Uniti d’Europa. Accadono mentre assistiamo impauriti al tragico risveglio di pulsioni neozariste imperiali e identitarie. E accadono quando sgomenti osserviamo i risvolti drammatici di una “terza guerra mondiale a pezzi”, con il riemergere di catastrofici odi religiosi ed etnici, che pensavamo consegnati al passato. 

C’è allora da chiedersi se, una volta messe nella stessa pentola le stravolgenti novità, non si rischi di fare entrare in crisi alcuni capisaldi della nostra democrazia liberale, con la scusa della decisione rimessa nelle mani del solo premier, velocizzata quanto basta per non perdere tempo inutilmente, e non restare prigionieri, secondo la retorica corrente, di Parlamenti giudicati superflui?

Il Premierato, benché addolcito e limato, nasconde e rimanda a tutto questo. E noi dobbiamo avere la forza e la voglia di svegliarci dal torpore e dalla disattenzione, curando di fare nostra l’analisi impietosa Censis.

La nuova Russia volta le spalle all’Occidente

Con la guerra della Russia in Ucraina siamo entrati nell’era della de-trazione o de-clinazione, in quanto la de-finizione dell’identità dei popoli e delle nazioni sembra di-pendere dal prefisso, più che dal contenuto. La Russia si è sentita in dovere di di-fendere l’Ucraina assalita dalla de-gradazione occidentale, per raggiungere la sua de-militarizzazione e de-nazificazione; in tutta risposta, l’Ucraina sente ora il bisogno della de-russificazione e de-colonizzazione, indicando in questo la strada agli altri popoli ex-sovietici, già da 30 anni impegnati appunto nella de-sovietizzazione dei loro Paesi.

La negazione e la presa di distanza dal “nemico”, dall’estraneo o “traditore”, è la via maestra per affermare la propria “ortodossia” spirituale, morale, politica ed economica. Il termine più dogmatico e risolutivo di questo dramma dell’identità negata per la Russia è ormai la de-occidentalizzazione, annunciata con il neologismo della de-westernizatsija. La propaganda russa, soprattutto in questi giorni di preparazione alla Pasqua di liberazione e alla Vittoria di de-nazificazione, insiste sul concetto che “la Russia non ha mai fatto parte dell’Occidente”, una realtà demoniaca e russofobica, che cerca di imporre al mondo un dominio globale che staglia la sua ombra su tutti i continenti, facendo brillare sempre più la luce della Santa Eurasia.

La de-occidentalizzazione o “purificazione dall’influsso occidentale” è il vero contenuto delle leggi contro gli “agenti stranieri”, gli inoagenty che non possono essere altro che occidentali, in quanto gli influssi della Cina, dell’India o della Turchia sono invece da considerarsi “amichevoli”. Per questo i russi fanno pressioni sulla Georgia, sul Kirghizistan e su tutti i territori ancora poco de-colonizzati per far approvare leggi analoghe, anche a costo di provocare rivolte di piazza come sta avvenendo in questi giorni per le vie di Tbilisi. La “svolta verso Oriente” non è specificamente “pro” Oriente, ma è principalmente “anti” e “de” Occidente. I sociologi filo-putiniani affermano che “più della metà dei russi non vede alcuna utilità nella civilizzazione e nella cultura occidentale, in quanto è sempre stata estranea alla Russia e ha un carattere distruttivo”, come riportato dalla rubrica Signal di Meduza.

Tali affermazioni del resto non sono una novità per la Russia, anzi attraversano tutta la sua storia e le oscillazioni della sua autocoscienza. Nell’Ottocento, dopo la grande vittoria su Napoleone e la sua Grande Armée dell’intera Europa occidentale, si è sviluppato in Russia per decenni un grande dibattito tra “slavofili” e “occidentalisti”: i primi ritenevano che la Russia avesse una propria “idea” da esprimere nel mondo, i secondi che non ci fosse nei russi nulla di originale, e tutto era dovuto alle culture provenienti dall’Occidente. La storia in effetti ha dato ragione ai secondi, imponendo nel Novecento un sistema pensato dagli occidentali, quello del comunismo marxista, pur reinterpretato come “leninismo” e “stalinismo”, le varianti russe del “socialismo reale” imposto al mondo intero.

Il dibattito ottocentesco era a sua volta frutto della precedente occidentalizzazione dell’Impero di San Pietroburgo, voluta da Pietro il grande per fare della Russia una “finestra sull’Europa”, e conclusa da Caterina la grande come spartizione dell’Europa orientale insieme ad Austria e Prussia, con la de-portazione di massa dei polacchi nei territori siberiani. Lo stesso Pietro aveva voluto disfarsi degli eccessi di torbidi conflitti interni generati dalle scorribande nei territori “ucraini” di confine, ma anche dal fanatismo degli ortodossi “vecchio-credenti” che non volevano accettare la superiorità nei riti e nelle devozioni da parte dei greci, anch’essi da considerare “agenti stranieri” occidentali. Il Battesimo bizantino, che ha dato origine alla storia antica della Rus’, è in effetti l’importazione dall’Occidente di una tradizione che viene considerata del “cristianesimo orientale” rispetto a quello latino occidentale, a riprova che l’identità non corrisponde alla realtà neppure geografica, quando serve un de- per affermarla. La stessa ideologia cinquecentesca di “Mosca-Terza Roma”, la principale definizione della missione della Russia nella storia, si basa sull’eliminazione delle due Rome precedenti, e la profezia si conclude precisando che “una Quarta non ci sarà”.

 

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https://www.asianews.it/notizie-it/Mosca-e-‘de-occidentalizzazione’:-nella-‘svolta’-a-Oriente-il-futuro-incerto-della-Russia-60625.html

Sulla festa della Liberazione il macigno di un risorgente estremismo

La politica, come ben sappiamo, non è mai astrazione. È pur sempre legata, seppur con modalità e metodi diversi, alla quotidianità e alla vita concreta delle persone. E anche la celebrazione delle date storiche per il nostro paese, e gli eventi che vengono organizzati di conseguenza, offrono l’occasione per misurare la qualità e la maturità del dibattito politico. È il caso, nello specifico, delle manifestazioni legate alla Festa del 25 aprile. Il 25 aprile del 2024.

Ora, al di là del giudizio che ognuno di noi può e deve dare sulle mille manifestazioni che sono state organizzate in tutto il paese, è indubbio che emergono almeno due elementi sufficientemente oggettivi che difficilmente possono essere messi in discussione. Sempreché, come ovvio, non prevalgano la tifoseria e il settarismo. Da un lato la difficile, in alcuni settori della destra – seppur minoritari – a pronunciare parole chiare e definitive sull’antifascismo, sulle radici culturali e politiche di quella nefasta e drammatica esperienza e, soprattutto, sulla necessità di recidere definitivamente i legami, anche solo simbolici ed emotivi, con il ventennio.

Sul versante opposto, però, emerge un dato molto più preoccupante ed inquietante. Perché è la sinistra, nelle sue multiformi e diverse espressioni, ad avere subito un processo di radicalizzazione politica tale da averla portata nella sua interezza a giocare un ruolo sempre più massimalista ed estremista nel declinare la sua concreta iniziativa politica. E questo al di là e al di fuori della violenza – verbale e fisica – emersa in molte manifestazioni di piazza contro la destra, il centro destra e l’attuale Governo Meloni. Del resto, è appena sufficiente ascoltare e prendere atto delle parole d’ordine dei nuovi “guru” e dei simpatici ”martiri” della sinistra creati per l’occasione – dallo scrittore Scurati alla giornalista Bortone, dal sempreverde Saviano all’estremista Montanari – per arrivare alla persin troppo facile conclusione che ormai la linea prevalente è quella di estremizzare sempre di più il messaggio politico frutto di un percorso culturale fatto di anatemi ideologici, pregiudizi personali e attacchi politici frontali contro chiunque non sia riconducibile a quel campo politico. 

Tradotto in termini politici, è una regressione nostalgica – anche se nel sottosuolo della sinistra ex e post comunista questo tarlo non è mai scomparso del tutto – ad una stagione dove prevaleva la sub cultura degli “opposti estremismi”. E la celebrazione di questo 25 aprile – anche se si tratta di una pagina che viene prontamente archiviata perché puramente propagandistica – ne è stata la prova plateale che conferma, ancora una volta, quella deriva.

Ed è in un quadro del genere che la spinta a creare una sinistra riformista e di governo priva di pregiudiziali ideologiche e di criminalizzazione politica nei confronti degli avversari, cede il passo ad una deriva massimalista e radicale. Perché se i “vate” del nuovo corso del Pd e dintorni ritornano ad essere i pifferai dell’attacco ideologico, della criminalizzazione politica degli avversari/nemici, della esaltazione della “superiorità morale” e della sistematica denigrazione di tutto ciò che non è riconducibile al campo della sinistra ex e post comunista – seppur benedetti e supportati da tutti i circoli radical chic milionari televisivi, artistici, cinematografici, accademici e giornalistici – la cultura e la prassi riformista sono destinati a giocare un ruolo del tutto marginale nel prosieguo di quella esperienza. Insomma, ci sono tutte le premesse, mutatis mutandis, di un salto all’indietro di 40 anni e oltre quando le parole d’ordine dei comunisti erano quelle di liquidare e abbattere definitivamente “il sistema di potere della Democrazia Cristiana”.

Sono passati molti decenni ma il copione resta sempre lo stesso. E il 25 aprile 2024, e tutto quello che l’ha preceduto, ci consegna una pagina ancora una volta poco incoraggiante e molto nostalgica. Peccato, abbiamo di nuovo perso una ghiotta occasione per far crescere una vera democrazia dell’alternanza e, soprattutto, per ricercare e consolidare quella “riconciliazione” politica che era la vera mission della Festa del 25 aprile promossa e ideata da Alcide De Gasperi.

Ad Assisi la “Cattedra della Pace” ha celebrato i Costruttori di Pace

Nella splendida cornice del Piccolo Teatro degli Instabili, nel cuore di Assisi, si è svolta il 21 aprile 2024, la prima edizione del Premio Nazionale “Segni di Pace”, iniziativa ideata dalla Cattedra della Pace. L’iniziativa si è pregiata del sostegno della Città di Assisi, della Provincia di Perugia, dalla Regione Umbria e dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy, inclusa, pertanto dal Governo Italiano nel calendario ufficiale della Giornata Nazionale del Made in Italy, qualificandola come Eccellenza d’Italia.

Il Premio ispirato alla definizione di “segno” di S. Agostino e S. Tommaso d’Aquino, ricorda che ogni uomo può essere un “Segno di Pace” attraverso le azioni quotidiane e si determina a segnalare personalità nei diversi ambiti professionali che hanno segnato, con il loro percorso di vita, un cammino di pace, di senso del giusto e di umanità. L’iniziativa è promossa da organizzazioni riunite ne “La Cattedra della Pace” presieduta dal dott. Renato Ongania, che ha il privilegio di indicare e suggerire persone meritevoli per il Premio Nobel per la Pace, su approvazione del Norwegian Nobel Institute. Segni di Pace accoglie, riconosce e celebra l’impegno, l’attivismo e la dedizione di tutti coloro che in campo culturale e sociale, o anche individuale si sono distinti nella promozione della pace, della verità, della giustizia. Si dà modo così di valorizzare l’impegno valoriale e morale di quanti dedicano la propria vita a edificare, ognuno nel proprio ambito, un mondo migliore, al servizio della costruzione di una cultura della pace, di giustizia, di valori democratici, attraverso la promozione del dialogo. Ha trovato naturale ospitalità ad Assisi, città della pace, luogo in cui si respira la portentosa opera spirituale di San Francesco, Patrono d’Italia. 

A curare la programmazione dell’evento e l’organizzazione della cerimonia, il dott. Renato Ongania, unitamente al dott. Rocco Lanatà. A fare gli onori di casa sono stati il sindaco di Assisi e presidente della Provincia di Perugia, Ing. Stefania Proietti e il Custode del Sacro Convento di Assisi, fra’ Marco Moroni, i quali nel loro saluto hanno rimarcato il valore irrinunciabile della pace e della giustizia per tutta l’umanità. A completare il comitato d’onore, il prefetto di Perugia, S.E. dott. Armando Gradone, e la Presidente della Regione Umbria, On.le Avv. Donatella Tesei, di cui è stato letto messaggio augurale.

La cerimonia condotta brillantemente da Edoardo Claudio Olivieri, della Fondazione degli Amici, è stata aperta dall’esibizione del Coro della Cappella Musicale della Basilica Papale di San Francesco in Assisi, diretto da P. Peter. Si sono poi susseguite le voci di diverse diplomazie estere in Italia che hanno voluto rendersi presenti con messaggi e riflessioni sulla pace. Dal messaggio augurale letto da S. Ecc.za Mons. Paolo Cartolari, di S. Em.za Card. Michael Czerny, S. J., Prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale presso la Santa Sede, al Console Generale del Senegal a Milano Mamadou Lamine Diouf, all’Ambasciatore della Nuova Zelanda Jackie Frizelle, alle parole del Console Gen. On. d’Islanda Olga Clausen che ha sottolineato come fosse stata molto fortunata ad essere nata e cresciuta in un Paese che non ho mai visto dei soldati perché l’Islanda non ha mai avuto un esercito. Perfino gli agenti di polizia tuttora non portano armi. 

A chiusura degli interventi istituzionali l’incaricato delle relazioni con il mondo diplomatico di “Poeti per la Pace”, Vincenzo De Lucia ha esortato a continuare a lavorare insieme per costruire un mondo di pace, un mondo in cui i ‘Segni di Pace’ si moltiplicano e si diffondono in ogni angolo del pianeta.

Una poltrona nel Teatro è stata riservata simbolicamente in onore dell’attivista iraniana Narges Mohammadi, che ha ricevuto il Nobel per la Pace nel 2023 ed è ancora nelle carceri dell’Iran.

Dopo i saluti istituzionali, la cerimonia è proseguita con la premiazione dei tre vincitori del Premio di Poesia della Repubblica dei Poeti, quindi, si è proceduto all’assegnazione ai presenti selezionati del Diploma Onorifico “Segni di Pace” e di una spilla d’argento raffigurante una colomba con ramoscello d’ulivo prodotto del prestigioso Laboratorio dei Maestri Orafi di Napoli De Maria. L’elenco delle personalità premiate, eccellenze provenienti da tutta Italia, persone meritevoli, religiosi, insegnanti, letterati, poeti e scrittori, giornalisti, avvocati, imprenditori, ma anche figure rappresentative del terzo settore impegnate nella salvaguardia dell’ambiente, nel volontariato sociale e anche nella cooperazione internazionale, è consultabile sul sito della Cattedra della Pace: www.cattedradellapace.it

 

Unde malum? Una domanda che da sempre interpella l’uomo.

Questa riflessione va collocata nell’ambito della storia delle religioni non nell’ambito di teologie confessionali, dipendenti cioè da una fede confessionale.

L’ambito possibile della riflessione riguarda l’“unde malum” e non il “cur malum”, sebbene i due linguaggi possono essere correlati; nella storia del pensiero filosofico-religioso-teologico i due quesiti vengono distinti e separati. Di fronte all’interrogazione del “perché” (cur malum) si arrende il pensiero di ogni genere in quanto coinvolge il Pd di tutta la realtà esistente, che a nessuno è dato di sapere. 

Secondo la letteratura evangelica anche Gesù ha de-legittimato la domanda sul “perché” del male (nel caso specifico della sofferenza): “Abbà, Padre! Ogni cosa ti è possibile; allontana da me questo calice! Ma pure, non quello che io voglio, ma quello che tu vuoi”. In altri termini: non so il perché del soffrire, ma lo accetto in nome di Chi ne sa il senso (Dio Padre). Ed anche: Gesù gridò a gran voce: Eloì, Eloì, lemà sabactàni?, che significa: Dio mio,. Dio mio, perché mi hai abbandonato? In altri termini, Gesù accetta di soffrire nella solitudine, senza la comprensione del perché del soffrire, custodita da Dio Padre.

La interrogazione da “dove” il male (unde malum), sebbene difficile ed in qualche modo insolubile, interpella continuamente l’uomo dentro il bisogno di comporre “armoniosamente” ogni esperienza storica ed individuale segnata dal malum. Preferisco usare il termine latino malum in quanto categoria onnicomprensiva di tante forme di “pathos antropologico”, onde evitare la sovrapposizione con la categoria della sofferenza fisica e psicologica. 

Questa interrogazione su “da dove” (unde malum) è presente in tante culture “religiose” sebbene dentro un vocabolario diverso e mediante categorie linguistico-culturali diverse, linguaggi apparentemente simili ma in realtà iscritti dentro percorsi epistemologici differenti. 

Questa è la ragione di far precedere un breve excursus storico alla elaborazione del tema.

 

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GIUSEPPE RIZZARDI
già Docente di Storia e Teologia delle Religioni alla Facoltà Teologica di Milano e alla Università Cattolica di Brescia, ora all’ ISSR di Crema, Cremona, Pavia

L’astensionismo ha battuto il voto…nel silenzio della politica.

Ci sarà un motivo per cui oltre il 50% degli elettori non si sono recati ai seggi per le elezioni del Consiglio regionale della Basilicata, ma non credo che sia legato alla Regione. Da tempo, da molti anni il trend degli astensionisti è in costante ascesa e non accenna ad invertire la rotta: sul piano pratico ciò significa che solo una parte dei cittadini del Paese avverte la motivazione di esercitare il diritto-dovere di esprimersi. Pertanto i risultati e le percentuali dei partiti votati vanno sempre commisurati al numero dei votanti: se la metà si astiene vuol dire che quei risultati rappresentano una democrazia minoritaria. C’è molta, palpabile sfiducia ma non sembra che le forze politiche ne tengano conto. Non manca il senso civico ai cittadini, manca una proposta politica credibile e rappresentata da candidature convincenti, manca un’idea di società e di Stato, manca la consapevolezza di cosa siano le istituzioni elettive. 

Lo stiamo notando anche in vista dalle Europee: non so cosa stia accadendo negli altri Paesi dell’U.E., ma lo spettacolo nostrano è indecoroso ed esprime i guai di sempre: con il tramonto delle ideologie si sono perduti per strada anche gli ideali. I partiti si sono lestamente impadroniti della politica e in questi giorni che precedono le candidature si è parlato molto di capilista e quasi niente di programmi. Che Europa andremo a rappresentare? Chi manderemo in nome del popolo italiano? Tra i cosiddetti leader di partito ci sono quelli che vogliono il nome nel simbolo, altri pudicamente rinunciano. Ma il panorama è davvero sconsolante. 

La confusione regna sovrana e il non andare a votare potrebbe essere letto persino come un atto di difesa, un prendere le distanze da persone che non meritano fiducia. Eppure i nomi dei candidati e quelli dei capilista sono stati gli argomenti prevalenti. Abbiamo i missili che solcano i cieli non lontano da noi, il mondo è in ebollizione, le vittime sommano numeri da carneficina: bambini, anziani, donne. Per le guerre, per le religioni fondamentaliste, per l’odio e la vendetta che non si fermano. Per i rigurgiti delle dittature e dei totalitarismi. Poi ci sono le stesse condizioni dell’Europa che alimentano incertezze: mai decisioni unanimi, tutto è labile ed incerto: ne abbiamo avuto prova dal voto sul Patto di stabilità. 

Sembrava che la GB si ricredesse sulla Brexit ma Sunak sta blindando il Paese. La politica nostrana è un palcoscenico indecoroso: i cittadini non votano perché si sentono abbandonati, non protetti, la violenza dilaga nelle strade, nelle case, nelle scuole, negli ospedali. L’ingiustizia sociale è una piaga insanabile, la digitalizzazione complica e accresce una concezione burocratica e asfissiante della vita che è una tara tipicamente italiana. I ricchi si arricchiscono e i poveri impoveriscono. Molti giovani sono allo sbando, circolano tra loro droghe e armi, poca voglia di studiare e di lavorare, inebetiti da influencer e social, gli anziani soli e depredati da lestofanti, i disabili umiliati e marginalizzati, le culle restano vuote. C’è il problema della casa: affitti altissimi e mutui insostenibili. 

Come si può pensare che la gente si infervori per campagne elettorali ripetitive e banali, con temi poco convincenti? E quel riproporre il mantra dei soliti nomi significa che in politica non c’è spazio per i capaci e i meritevoli attinti dalla società civile: ci sono persone che hanno occupato tutte le poltrone più ambite e per questo sono complici dello sfascio generale: morale, economico, del senso civico. Gente senza pudore che si ripropone ancora, candidati che si mettono in cima alla lista solo per attirare consensi pur sapendo che poi rinunceranno ad elezioni avvenute. O peggio chi vorrà stare un po’ qui e un po’ a Strasburgo: sono persone che hanno perso il senso del limite e sono convinte che non ci sia qualcuno migliore di loro. 

Non parliamo delle alleanze: amici-nemici, in Italia a un modo, in Europa vedremo. Diciamo che la gente è anche stufa di essere presa per i fondelli: la politica non è una vocazione, il “beruf” come direbbe Max Weber, ma occasione di lucro e di carriere fulminanti. Si attinge anche dalla cronaca, tra vittime e vittimisti. Tutti hanno ragione ma pochi dicono qualcosa di sensato. Si dispensano molte pacche sulle spalle, si stringono molte mani ma il vero obiettivo non è la condivisione di un ideale o la benevolenza verso condizioni di vita sempre più difficili, la certezza del diritto è una chimera scritta nei codici e le promesse dilagano ripetendo squallidi spartiti già andati in scena. 

Dopo il voto, che Dio ci aiuti, si spera che l’Europa si ricompatti nella difesa delle istituzioni, dei valori condivisibili e nella memoria della civiltà un tempo espressa. Ma non aspettiamoci risposte dalla politica, tutto sarà casuale perché tutto già ora è indecifrabile. Questa è una politica che si avvale della facoltà di non rispondere.

Il carisma del leader nella politica

Diceva molti anni fa Carlo Donat-Cattin che “nella politica il carisma o c’è o non c’è. È inutile darselo per decreto”. Una riflessione che conserva una straordinaria attualità ancora oggi. Cioè in un contesto politico dove aumentano i capi ma scarseggiano i leader, per dirla con una felice espressione di Mino Martinazzoli pronunciata a metà degli anni duemila. Una deriva che, purtroppo, è cresciuta nel corso degli anni dopo il tramonto dei partiti democratici e collegiali e l’irrompere dei partiti personali e del capo. In questi ultimi casi più che non l’autorevolezza del leader ha preso il sopravvento l’autoritarismo del capo. E il carisma del leader, nel frattempo, si è progressivamente eclissato sino a scomparire del tutto. Questo è uno dei punti di maggior debolezza e difficoltà della politica contemporanea. E, di conseguenza, dei partiti che sono la

naturale espressione e traduzione della democrazia.

Ora, è di tutta evidenza che anche oggi ci sono ancora dei leader. Persone, cioè, che si sono affermate nella battaglia concreta nella società e nel dibattito pubblico. Donne e uomini che, nel rispetto delle regole democratiche e del confronto vivo nella società, sono emersi naturalmente come leader di un partito o di un movimento. Lo sono stati, per fare un solo esempio, Giorgia Meloni – checchè ne dicano i radical chic della sinistra italiana nei vari salotti televisivi e negli editoriali della cosiddetta stampa progressista – e, sul fronte opposto seppur con altri metodi e modalità organizzative, Elly Schlein. Perché i leader non sono mai il prodotto di una auto investitura o di una nomina dall’alto ma, al contrario, sono il frutto di una selezione democratica dal basso. Certo, per centrare questo obiettivo devono ritornare alcuni ingredienti essenziali: dalla politica intesa come partecipazione e costruzione di idee e visione della società al protagonismo dei partiti come strumenti di collegamento e di mediazione tra la società e le istituzioni; dalle culture politiche indispensabili per dare nobiltà all’elaborazione politica ad una classe dirigente che non viene nominata attraverso il criterio della fedeltà al capo ma cresce nella battaglia concreta e sofferta nella società.

Ecco perchè, se si è fedeli alla cultura e alla prassi della democrazia, il “carisma del leader”, principio caro a Donat-Cattin e a molti leader della vecchia Dc, se c’è è destinato ad emergere in tutta la sua forza. Perché il carisma, al di là di ogni altra motivazione, è l’unico criterio naturale ed oggettivo che segna la differenza tra un leader politico e un militante politico. E questo capita a qualsiasi livello istituzionale e in qualsiasi contesto sociale.

Ma il tutto è piegato, comunque sia, al ritorno della politica e dei suoi strumenti costitutivi e qualificanti. Se dovesse continuare, malauguratamente, a persistere la deriva populista, qualunquista e demagogica dei 5 Stelle e tutto ciò che ha comportato concretamente per il nostro paese questa sub cultura, anche il “carisma del leader” rischierebbe di essere ancora una volta sacrificato sull’altare dell’anti politica.

Accade in Iran, rapper e giochi sul filo di una forca.

Il rapper è uno che bussa, che picchia, insomma uno che dice la sua senza troppi complimenti, non proprio un compostino che sta fermo sulla sua mattonella a far finta di agitarsi restando, compito, al posto suo.  

Sarà per questo che in Iran hanno condannato a morte Toomaj Salhei su cui pende un’accusa non del tutto indifferente all’umore di una Nazione. “Corrompe il cuore dei giovani”, è quello che il tribunale rivoluzionario di Isfahan gli imputa. È stato già arrestato tre volte negli ultimi tre anni, con una pena l’ultima volta di sei anni, scansando però la sentenza di morte per grazia della Corte Suprema. 

Altre accuse sono ora piovute addosso e tutte di impressionante anche geofisica dimensione. “La corruzione sulla Terra, sedizione, propaganda contro il sistema, incitamento alle rivolte”, sono le azioni che quel pazzo dalla rima baciata avrebbe posto in essere con le sue canzoni fuori da ogni ortodossia, uno che si permette di cantarle al prossimo per le rime.

Corrompere è una strana parola che può suonare anche come depravare, alterare, guastare spiritualmente i giovani, vittime innocenti delle sue note, che atterrano come bombe micidiali, incuneandosi proditoriamente nelle orecchie e nelle coscienze di generazioni prive di difese e di adeguate anticorpi. 

Ma il regime in Iran non può fermarsi ad una repressione così eterea come quella di una musica che aleggia come un condor in attesa che la rivoluzione prima o poi ci lasci le cuoia per sbranarne i resti.

I gesti sono l’allarme dal quale maggiorente guardarsi in ordine di tempo e di priorità. Hossein Hosseini, il portiere della squadra di calcio dell’Esteghal, ha abbracciato, davanti alla folla di uno stadio, una tifosa che, scavalcando barriere di protezione, era andata incontro al suo beniamino al termine della partita.

SI è trattato di un atteggiamento intollerabile e più grave ancora la sua giustificazione, che non aveva nulla di manifesta opposizione al potere o di belligerante.  Credeva semplicemente di placare gli animi. “Non ho agito per sfidare le autorità, tantomeno per ribellarmi alla legge in vigore. Pensavo solo fosse il modo migliore per calmare l’atmosfera e salvaguardare la ragazza dal caos che si era creato”. 

Secondo il ragionamento del folle sportivo, si sarebbe quindi trattato quindi di un comportamento che è venuto su naturalmente e pertanto del tutto giustificato dalla sua innocente istintualità. Si vorrebbe così far passare per naturale ciò che invece deve ripugnare e censurare ancor prima di ogni intenzione.

Per la cronaca, Sahar Khodayari, mesi prima, si era vestita da uomo per assistere ad una partita di calcio. Una volta smascherata, si è dato fuoco piuttosto che passare mesi nelle carceri accoglienti del suo paese.

Hossein non è un eroe come il nostro rapper ma è più pericoloso ancora, volendo far digerire come normale ciò che è invece da infamare per la indecenza dello scandalo posto in essere.

Qui si rischia che un gioco scappi di mano e questo non è consentito. Gioco par che in origine prenda piede dall’atto di gettare o scagliare un dardo. Se qualcuno crede di prendersi gioco del regime ha sbagliato di grosso. Non si gioca a nascondino con i guardiani della rivoluzione, tantomeno ci si può giustificare dicendo che si stava solo giocando, magari a scacchi, dando di matto al Governo. Se qualcuno immaginava di giocare un tiro al potere avrebbe dovuto sapere che sarebbe stato giocato da qualcuno più furbo e più fermo di lui.

Il gioco è uno scherzo o una burla ma non ce la si può cavare giustificandosi di aver fatto solo un innocente gioco di parole. Migliaia di occhi hanno visto l’inconcepibile abbraccio tra il portiere e la giovane donna. Lo “iocus” latino al plurale fa riferimento spesso ai giochi amorosi mentre il “ludus” va appuntato ai giochi d’azione. Ai vigili gendarmi è sembrato evidente come quest’ultimo sia stato soppiantato dal primo.

In greco, il gioco si traduce in “paignon” la cui radice “pais”, bambino, si combina con la stessa radice di “paizen”, scherzare, e di “paideia”, educazione. Ed è proprio di educazione che c’è bisogno per rimettere le cose a posto, evitando ogni inconcepibile trasgressione.

Del resto, in Russia anche il campione di scacchi Garry Kasparov, sei volte vincitore del titolo mondiale, è stato arrestato in contumacia con l’accusa di terrorismo. 

Tira una brutta aria per i giocatori di ogni parte del mondo e per i cantanti di certe rime e di una certa risma. A Teheran il terrore corre sul filo. It’s a family affair. Al resto del mondo tutto questo non importa.

Elaborare il male, il contributo della Psicoanalisi.

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C’è un modo per liberare gli uomini dalla fatalità della guerra? È la domanda che Albert Einstein pose a Freud, nel contesto del carteggio avviato tra il Giugno e il Settembre 1932, su  incarico del Comitato Permanente delle Lettere della Società delle Nazioni, allo scopo  di avviare un franco scambio di opinioni su di un problema divenuto  questione di vita o di morte per la civiltà: la guerra.

Einstein sostiene che sarebbe in grado di individuare una possibile soluzione sul piano organizzativo – la creazione di un’autorità legislativa e giudiziaria sovranazionale, con il mandato di comporre tutti i conflitti – e di essere nel contempo consapevole dei fattori psicologici contrari a tali sforzi, come la sete di potere della classe dominante e lo smodato desiderio di promuovere gli  interessi personali. Due in particolare sono le questioni sulle quali intende interpellare Freud, persona assorbita nella ricerca scientifica…capace di discernere gli oscuri recessi  della volontà e del sentimento umano:

-Perché l’uomo ha dentro di sé il piacere di odiare e di distruggere?

 E ancora:  

-Vi è una possibilità di dirigere l’evoluzione psichica degli uomini in modo che diventino capaci di resistere alle psicosi dell’odio e della distruzione? 

Nel primo stasimo dell’Antigone di Sofocle il coro recita: molte sono le cose deinon (termine che si può tradurre con “tremendo”, “terribile”, “mirabile”), ma niente lo è di più dell’essere umano.

Nella cultura greca si dice che è imperfetto, manchevole, in disarmonia con la natura; in Psicologia che nasce incompleto. Il suo sviluppo si realizza in un arco temporale lungo, durante il quale necessita di accudimento, di un’educazione. A differenza degli altri animali non è regolato da codici istintuali precisi, rigidi.

È l’unico animale che uccide i membri della sua specie, sostengono gli etologi.

Anche Freud aveva utilizzato nei suoi primi scritti la parola istinct, istinto, poi sostituita da trieb, tradotta con pulsione, che a differenza dell’istinto è una spinta a meta indeterminata. È dunque plastico, sottoposto a influenze di diversa natura. È una figura che si colloca a metà fra la possibilità del bene e quella del male. La risposta del fondatore della Psicoanalisi ai quesiti di Einstein è netta: non vi è speranza di sopprimere le tendenze aggressive degli uomini, si può solo cercare di deviarle. 

Lo scoppio della Prima guerra mondiale aveva suscitato in Freud un doloroso smarrimento, un’amara delusione, orientando il suo pensiero a un radicale pessimismo. Nella lettera espone in maniera sintetica le conclusioni alle quali è pervenuto circa la dinamica delle pulsioni: Noi presumiamo che le pulsioni dell’uomo siano soltanto di due specie, quelle  che tendono a conservare e a unire – da noi chiamate sia erotiche (esattamente nel senso di Eros  nel Convivio di Platone) sia sessuali – estendendo intenzionalmente il concetto popolare di sessualità – e quelle che tendono a distruggere e a uccidere; queste ultime le comprendiamo tutte nella denominazione di pulsione aggressiva o distruttiva…si tratta soltanto della dilucidazione teorica della contrapposizione tra amore e odio universalmente nota, e che forse è originariamente connessa con la polarità di attrazione e repulsione che interviene anche nel Suo campo di studi.

 

Per leggere il testo integrale

 

Riferimenti bibliografici
Perché la guerra? Carteggio Albert Einstein – Sigmund Freud (1932)

Arendt H. La banalità del male Feltrinelli, 1999
Jung C.G. Ricordi, sogni, riflessioni Bur Rizzoli, 2023

Elaborare il male GRAZIA MAZZOLA
Psicologa Psicoterapeuta
Psicoanalista CIPA – IAAP Istituto di Milano e dell’Italia Settentrionale
In precedenza Dirigente Psicologa I.P.A.S e Professore a Contratto- Università di Pavia

La Voce del Popolo | Mossa spiazzante sul tema dell’antifascismo?

Giorgia Meloni non è fascista. Ma non ama dirsi antifascista. E così l’argomento, che lei si illude di avere sotterrato, riaffiora in continuazione. Poiché non vi è dubbio sul fatto che la premier abbia preso le distanze dal suo album di famiglia. Ma è altrettanto indubbio che ella fa una certa fatica a riconoscere la cosa a chiare lettere. 

Forse perché quelle lettere non sono abbastanza chiare. Eppure occorre darle atto di aver rivisto tanta parte di sé fino ad archiviare nel volgere di pochissimi anni argomenti e sottintesi che facevano parte del suo lessico di intransigente oppositrice. Si pensi al blocco navale, scomparso dalla sua agenda. O ai troppi tentennamenti sull’euro. O anche al giudizio su Mario Draghi, con tutto quello che in quel giudizio è implicito. 

Lungo questo percorso di revisione di se stessa si è mossa con un certo coraggio e anche chi si trova alla sua opposizione deve dargliene atto. A maggior ragione ci si aspetterebbe una mossa spiazzante, risolutiva, definitiva sul tema dell’antifascismo.

Non per compiacere i suoi avversari. Ma per aiutare la sua stessa parte a fare quel salto che fin qui è mancato. E senza di cui il suo destino governativo resta in bilico, quali che siano i numeri elettorali. 

Lo scivolone della Rai sul monologo di Scurati dovrebbe aver ricordato alla premier di quali danni l’eccesso di zelo e di faziosità può produrre. Il fatto è che la democrazia è sempre un sistema complesso e delicato, laddove i tuoi avversari ti possono dare consigli giusti e i tuoi seguaci ti possono invece spingere verso strade sbagliate. Forse Meloni farebbe meglio a fare i suoi conti con questi paradossi.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 24 aprile 2024

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

Perché la Resistenza è un patrimonio comune

Brigate del popolo si chiamavano le formazioni democratiche cristiane operanti nel periodo della Resistenza. Ed era questo, tra gli altri, un modo di qualificare l’intendimento e lo spirito col quale i cattolici parteciparono alla lotta per la liberazione e al rinascimento della Patria. Non era, cioè, intendimento di monopolio o spirito di fazione, ma ricerca e qualificazione di quel fondo comune, largamente popolare, per cui la Resistenza non fu soltanto un movimento militare, ma uno stato d’animo, una ribellione morale del popolo italiano.  

A distanza di dieci anni dal compimento della vicenda resistenziale possiamo dire che va riaffermata, come la più valida, questa concezione della Resistenza alla quale hanno partecipato – con differente contributo dl azione, di sacrificio di sangue, di pena, ma con unanime tensione di spirito – tutti gli Italiani che non fossero accecati dal livore fazioso, illusi circa il modo di salvare la Patria dalla rovina già in atto, o egoisticamente indifferenti alla sorte comune. 

Questo è, per noi, il modo migliore e il più appropriato di celebrare la Resistenza rilevandone uno degli aspetti più originali ed espressivi tra i grandi fatti della nostra storia nazionale: l’essere stata, cioè, il moto risorgimentale che ha raccolto in tutti i ceti, fino ai più umili, fino al più disancorati dai grandi movimenti storici l’adesione alla lotta, al dolore, anche a costo della vita; senza distinzione di provenienza sociale, non solo nell’alone eroico della tortura e della morte, ma nella fatica, nel rischio dell’assalto e nel disagio dell’addiaccio e della macchia. 

Doveva essere così: la resistenza era nata carica delle esperienze tristi d’un regime che aveva monopolizzato e mortificato il senso della Patria come libera convergenza di solidali interessi popolari, che aveva trasferito ad una oligarchia come esclusivo di essa il diritto di interpretare la volontà dei cittadini, che aveva distorto lo sviluppo storico di un popolo giovane avviato alla naturale crescita della sua dignità civile e sociale, che aveva fatto della legge uno strumento di sopraffazione della libera discussione e che – nato dall’esercizio della violenza privata – con violenza esercitava i pubblici poteri per soffocare l’autonoma espressione della coscienza dei cittadini. Ma la Resistenza era nata – proprio per questa esperienza – piena di speranze: ed era la speranza che alimentava la ribellione e la attesa […]

[Prima parte dell’editoriale dell’allora vice segretario della Dc: Mariano Rumor, Un patrimonio comune – “Il Popolo”, 24 Aprile 1955]

De Gasperi, il 25 aprile e i tabù ideologici.

Attorno alla Festa del 25 aprile nel corso degli anni sono nate molte narrazioni. Il recente convegno organizzato da Tempi Nuovi a Roma sul magistero politico di Alcide De Gasperi in merito alla costruzione della Europa e al valore dell’europeismo, ha evidenziato alcuni di questi singolari aspetti. Ma forse vale la pena richiamare l’attenzione su alcuni tasselli che nel corso degli anni si sono sedimentati e curiosamente consolidati.

Innanzitutto il 25 aprile è diventata la Festa della sinistra nelle due diverse e molteplici espressioni. Una sorta di primogenitura e una auto investitura escludente che ha trasformato una delle date fondanti e storiche della nostra democrazia in una giornata profondamente divisiva. E anche quest’anno, come da copione, si è puntualmente verificata questa vulgata. Il “caso Scurati” non è nient’altro che la ciliegina sulla torta che cambia ogni anno i protagonisti ma non modifica affatto la sostanza.

In secondo luogo, e specularmente, per molti settori della destra italiana la data del 25 aprile è certamente importante ma non affatto decisiva e, men che meno, unitiva. Anche su questo versante si tratta di una prassi che si è venuta progressivamente affermando al punto che proprio sul 25 aprile – la Festa più rappresentativa per il profilo e la natura della nostra democrazia repubblicana – si registra una sorta di deriva degli “opposti estremismi” che resta uno degli

elementi più nefasti del nostro sistema politico.

In terzo luogo si registrano alcune singolari ed anacronistiche rimozioni. Tra queste ve n’è una di straordinaria gravità che non possiamo banalmente archiviare. E cioè, la Festa del 25 aprile è nata con Alcide de Gasperi. Il leader democristiano è stato un sincero, vero ed autentico antifascista ma il suo straordinario ed unico magistero politico con riferimento proprio all’antifascismo è stato semplicemente rimosso dal “politicamente corretto” nonchè del tutto dimenticato. Un elemento, questo, che rientra nei misteri della politica Italia e, soprattutto, della cultura politica democratica e antifascista del nostro paese.

In ultimo, ma non per ordine di importanza, non possiamo continuare a parlare dell’unità del paese quando persiste una virulenta divisione attorno al significato, alla pregnanza e alla natura della Festa della Liberazione. Non è lontanamente immaginabile sanare antiche e vecchie divisioni politiche, culturali e storiche quando permane una frattura quasi verticale sulla natura del 25 aprile.

Ecco perché, forse – e proprio cogliendo l’occasione della Festa della Liberazione del 2024 – è giunto anche il momento affinchè la cultura politica della sinistra e la cultura politica della destra prendano atto che senza un superamento definitivo dei rispettivi tic ideologici difficilmente si arriverà ad una vera e credibile condivisione sulle fondamenta civili ed ideali della nostra repubblica. E la Festa del 25 aprile è proprio una di quelle date attorno alle quali, adesso, non si può più tergiversare. Nè per pigrizia culturale, nè per rigidità ideologica e nè, tantomeno, per arroganza politica.

Dibattito | I democratici cristiani? Orfani…in libertà.

Alla fine, è accaduto ciò che era previsto: la nostra area sociale e culturale andrà divisa al voto con candidati sparsi qua e là in diverse liste, quasi tutte lontane dai nostri valori e principi ispiratori. All’impegnativa prova della raccolta delle firme, nelle diverse circoscrizioni elettorali del voto europeo, su una lista condivisa di centro dc e popolare, i vari capi e capetti della composita galassia della diaspora dc, hanno preferito la scorciatoia della presenza in liste collegate alla destra o alla sinistra della politica italiana.

Gli ex popolari del Pd li ritroveremo nelle liste di quel partito, come il caso intrigante dell’ex direttore di Avvenire, Marco Tarquinio, pronti a offrire il loro sostegno per il Partito socialista europeo. Altri, come gli amici di Tarolli, in lista Azione di Calenda, noto “azionista de noantri”, da sempre caratterizzato da un’irrefrenabile idiosincrasia democristiana, alla fine portatori d’acqua alla destra macroniana di Renew Europe. Idem gli amici di Tempi Nuovi, indecisi tra Calenda e Renzi, ma sempre orientati a sostegno del partito europeo di Macron, con la variabile campana di Mastella, la cui consorte confida di entrare nel parlamento europeo con la lista di Italia viva, con capolista l’on. Bonino, da sempre antagonista coerente e indefessa di tutti i nostri valori.

Restano quelli che, come l’Udc di Cesa sono da sempre vassalli della destra leghista e i Moderati di Lupi e Romano, accolti nella lista di Forza Italia che, invece, ha detto no alla Dc di Cuffaro e all’apertura di candidature d’area democratico cristiana, coscienti del vento favorevole che soffia a favore delle loro vele, come già dimostrato dal voto molisano, in diretta alternativa alla Lega in declino verticale.

Anch’io avevo sperato nella possibilità di una lista unitaria a sostegno del Ppe, dovendo constatare amaramente da un confronto avuto con alcuni esponenti dei vertici di Forza Italia, l’inagibilità di tale proposta.

Ecco, dunque, che al voto europeo di giugno saremo orfani di una nostra lista e forzatamente “liberi” di attribuire la nostra preferenza a quei candidati che, nei diversi schieramenti presenti nelle cinque circoscrizioni elettorali, saranno più vicini alle nostre idee. 

Questa è la reale condizione di impotenza politica dell’area frammentata dei cattolici italiani, da sempre caratterizzata dalle sue componenti essenziali: democratici, liberali e cristiano sociali.

Una cosa a me pare certa: fin quando durerà questa nostra impotenza non potrà nascere un centro politico in grado di porsi come elemento di equilibrio tra una destra sovranista e nazionalista, con molti residui revanscisti, e una sinistra definitivamente spostata sulle posizioni proprie del “partito radicale di massa” indicate a suo tempo per il Pci dal prof. Del Noce. Se, da un lato, vivo con inquietudine, una progressiva perdita della speranza, confermo intatta la fede nei valori sui quali ho orientato tutta la mia esperienza politica. 

So, per dolorosa verifica personale, che la Dc costituisce un fatto storico irripetibile, visti anche i molti tentativi fatti senza successo per la sua rinascita, nella lunga stagione della diaspora. So anche, però, che per costruire una reale alternativa alla destra nazionalista e sovranista guidata dall’on. Meloni, serve dar vita a un’alleanza ampia e plurale tra le culture politiche che hanno fatto grande l’Italia: popolare, liberale, repubblicana e riformista socialista. Tappe indispensabili: il superamento della legge maggioritaria e la difesa della Costituzione repubblicana. Ciò si potrà perseguire adottando insieme: il cancellierato, secondo il modello tedesco, con legge elettorale di tipo proporzionale, sbarramento al 4-5% e l’istituto della sfiducia costruttiva. I partiti di questa area dovrebbero ritrovarsi uniti su questo progetto e insieme concordare un programma economico e sociale all’altezza dei bisogni dei ceti medi produttivi e delle classi popolari dell’Italia. Spetta ancora a noi dc e popolari farci carico dell’avvio di questo percorso.

Con De Gasperi per l’Europa di domani

Cari amici, l’Europa non può essere il terreno di conquista degli anti europeisti. Non è un ideale decaduto bensì un progetto che sempre si rinnova. L’Europa siamo noi perché noi crediamo nell’Europa – e per questo abbiamo scelto il Partito Democrtico Europeo. Noi che intendiamo lavorare insieme, con culture diverse, al futuro dell’Europa; noi che rendiamo omaggio, nel solco di una tradizione ancora viva, agli artefici di un’idea di unità e solidarietà, nel segno dell’umanesimo civile; noi che ricordiamo, insomma, quanto si debba ai democratici cristiani la nascita e la crescita della nostra Europa. 

È importante che ci siamo ritrovati qui, a ridosso della Nuvola di Fuksas, in questo nuovo e grande albergo che insiste – guarda caso – proprio su “Viale Europa”. Potevamo indovinare uno scenario più adeguato? Credo di no. E c’è di più, visto che la toponomastica della Città assegna all’Eur, questo straordinario esempio di urbanistica e architettura, la denominazione di “Quartiere Europa”. La scelta – ovviamente Rutelli ne sa più di me – fu operata nel 1965, a 8 anni dal Trattato di Roma, da un’amministrazione (Sindaco Amerigo Petrucci)  a guida democristiana. È tutta una simbologia, in fondo, che ci aiuta a rafforzare il messaggio attuale dell’europeismo.

 

Cari amici,

il convegno, fuori campagna elettorale ma con il “timbro politico” del Partito Democratico Europeo, lo abbiamo dunque immaginato come un fervido tributo a chi l’Europa l’ha fatta realmente – quindi non l’ha soltanto pensata o discussa  – e l’ha fatta a dispetto degli ostacoli, anche numerosi, posti dalla storia. Dobbiamo essere grati ai nostri Padri Fondatori. Grandi leader, formati alla scuola del cristianesimo sociale e democratico, seppero imprimere una svolta ai rapporti tra le nazioni europee uscite da una guerra devastante. Schumann e Adenauer rimossero l’antica ostilità tra Francia e Germania, De Gasperi rese l’Italia co-protagonista di questo sogno di riconciliazione. Con intelligenza e tenacia, portò avanti un’operazione che aveva tante incognite, guidando il Paese fuori dal labirinto del patriottismo autarchico. Con ciò si aprì una nuova prospettiva per la quale l’essere cittadini d’Europa non fu più un’astrazione o una speranza vaga, sempre a rischio di frustrazione e sempre in qualche modo revocabile. Dunque, grazie a questa prova di coraggio e lungimiranza, siamo diventitati cittadini d’Europa. E oggi, l’Europa è una realtà che abbraccia la nostra vita quotidiana, anche quando ce ne lamentiamo. 

È stato un percorso impegnativo. Già sul finire dell’altro conflitto mondiale, la Grande guerra del ‘15-‘18, si manifestò l’aspirazione a comporre un nuovo status del Vecchio Continente. Tuttavia, solo dopo l’immane tragedia del secondo conflitto mondiale e la sconfitta del nazi-fascismo s’imboccò la strada giusta, quella della prima unità rappresentata dalla Ceca (la Comunità del Carbone e dell’Acciaio). De Gasperi, come sappiamo, in questo progetto riversò la passione di un italiano che aveva mosso i primi passi in politica nell’ambiente multinazionale e multiculturale dell’Impero Austro-Ungarico, entrando molto giovane nel Parlamento di Vienna come deputato popolare trentino.

L’esperienza di una vasta comunità di popoli, con tante lingue ufficiali, lasciò in lui un segno indelebile. Gli venne da lì, con tutta probabilità, la convinzione che federare l’Europa – vale a dire l’Europa della libertà e della democrazia – fosse il motivo più valido per salvaguardare lo spirito delle nazioni e la peculiare vocazione dei popoli, senza ricadere nel vortice dell’etno-nazionalismo. Fu tra i più accesi sostenitori della Difesa comune (la CED) e negli ultimi giorni della sua vita terrena ne pianse l’abbandono, proprio a causa di un voto inaspettato e fatale dell’Assemblea parlamentare di Parigi.  

Fu il primo blocco, ma poi si riprese a camminare: dal Trattato di Roma (1957) al Trattato di Maastricht (1992), dalla guerra fredda alla caduta del Muro di Berlino, dalla Comunità dei 6 membri iniziali all’Unione dei 27 attuali (per la contrazione dovuta alla Brexit): un tragitto non facile che ci ha portato alla moneta unica e di recente, sotto i colpi della pandemia, alla definizione di un piano comune d’investimenti (Pnrr) mai prima adottato. Ci possiamo sentire soddisfatti? Sicuramente avremmo preferito che ci fosse un più alto grado di solidarietà e una maggiore spinta verso l’integrazione. Tuttavia non dobbiamo trascurare i traguardi raggiunti, né dobbiamo ingessare il discorso sulle difficoltà e le inadempienze. Un conto però è la critica per quel che manca e si desidera, per obiettivi più ambiziosi, altro è il pretesto che si usa, ad opera di populisti e sovranisti, per diminuire o contrastare la dinamico virtuosa dell’europeismo.

 

Cari amici,    

noi crediamo nella forza dell’Europa. Ci crediamo anche se vediamo molto bene le ombre di una decrescita che ha tra le sue cause innanzi tutto il crollo demografico. L’Unione europea rappresenta comunque un esperimento positivo – l’unico veramente riuscito, a livello politico istituzionale, nel panorama internazionale del secondo Novecento – per il quale si è composta e definita una vera entità sovranazionale. Dentro i suoi confini è cresciuto un modello sociale e si è articolato, pur con i limiti ben noti, un mercato economico europeo. Il 50 per cento della spesa mondiale destinata al welfare si consuma in questo nostro Continente, che oggi raccoglie poco più del 5 per cento della popolazione del pianeta. Ne siamo orgogliosi, ma ne avvertiamo il peso per le responsabilità che comporta di fronte alle nuove generazioni. E non basta: l’industria, l’agricoltura, il commercio, i servizi raggiungono livelli che ne fanno un pilastro dell’economia globale, con ricadute importanti sulle singole economie nazionali. Questo è ciò che abbiamo ereditato e costruito, ma questo è anche ciò che dobbiamo promuovere e sviluppare ulteriormente, con il coraggio di grandi riforme. 

Non è il tempo della pigra contemplazione dei risultati raggiunti. I dati del problema li conosciamo, serviranno per un tratto non breve almeno 500 miliardi l’anno da destinare alla trasformazione del sistema produttivo europeo. Paradossalmente siamo diventitati noi – parliamo dell’occidente evoluto e più in particolare dell’Europa – il mondo che un tempo chiamavamo “in via di sviluppo”: molti settori, specie nel terziario, dovranno cambiare profondamente. Avremo, anzi abbiamo bisogno di reinventare un modello di sviluppo – un modello, come abitualmente si dice, più verde e sostenibile. Da ciò consegue che la transizione economica richiederà più programmazione e direzione politic, non per “mettere le braghe” alle innovazioni, ma per gestirne l’impatto sulla società, e in primo luogo sull’occupazione: anche passare per un lavoratore da un impiego a un altro implicherà un’azione di accompagnamento da parte dei pubblici poteri, con adeguati strumenti per la riqualificazione professionale. Se non avremo ingegno e visione nel “riformare” il capitalismo, cosa mai dovremo aspettarci? Ci sono troppe ombre all’orizzonte. In effetti, una razionalizzazione diretta a moltiplicare l’efficenza finirà per dare all’economia una curvatura iper-meccanicistica, specie perché imposta dagli apporti fantastici e allarmanti della Data technology, con uno scenario disumanizzante a motivo della perdita di valore e dignità del lavoro. Potremo, in questo caso, tornere a fare i conti con la minaccia di una nuova alienazione e quindi ci dovrà soccorrere un appello, di radice antica e nobile, all’umanizzazione dell’economia. 

Certo, con tutti i rischi immaginabili, bisogna comunque mettere in moto l’Europa per non perdere le sfide della globalizzazione. Vedremo meglio il modo in cui sarà necessario farlo non appena arriveranno sul tavolo, ufficialmente, i rapporti che Mario Draghi ed Enrico Letta hanno avuto incarico di redigere. Le linee fondamentali sono state anticipate, dall’uno e dall’altro, con fredde e allarmate ricognizioni sul rischio di declino nel caso di blocco o ritardo grave nell’azione di riforma.

 

Cari amici,

è importante che si disegnino nuovi scenari, facendo però attenzione a non assecondare formule velleitarie o smaccatamente propagandistiche, come quando si evoca il superamento dell’unanimità negli atti deliberativi dell’Unione Europea o l’elezione diretta del presidente della Commissione, chissà se con la formula – mi si consentirà di dirlo a mo’ di battuta – del “sindaco d’Europa”. Ci sono riforme che incidono molto e non entrano invece nel dibattito politico corrente. È strano che si rinunci, per dirne una, a correggere il funzionamento della BCE, laddove nessuna norma impedisce di attribuire o meglio riattribuire alla competenza delle singole Banche centrali – Paese per Paese – le funzioni di vigilanza sui rispettivi sistemi bancari, lasciando a Francoforte il controllo su pochi e grandi istituti finanziari. 

Mentre continuiamo a impostare programmi specifici, per i quali è necessario in ogni caso l’incremento di risorse su basi condivise, trascuriamo deliberatamente l’argomento più spinoso, vale a dire l’argomento del debito comune. È un tabù che impedisce di cogliere la dinamica soggiacente a una progressiva “federalizzazione” del debito, essendo questa, come insegna la storia degli Stati Uiti d’America, la combinazione più potente di solidarietà e responsabilità per spingere verso una convergenza politica necessaria.   

Nelle sue memorie, Jacques Delors racconta che al suo esordio alla guida della Commissione aveva preso in considerazione l’idea di fare della difesa comune l’obiettivo prioritario, sfidando le resistenze soprattutto di Francia e Gran Bretagna. Vi dovette rinunciare, per realismo, scegliendo in alternativa la battaglia per la moneta unica. Con l’euro si è realizzato un enorme passo in avanti, ma non siamo ancora giunti al traguardo di una vera integrazione politica. Sta di fatto però che dopo un lungo ciclo di pace, in Europa e ai suoi confini, il “ritorno della guerra” ci obbliga a confrontarci sull’urgenza di un esercito europeo.

In questa cornice è alquanto illogico che la Gran Bretagna non riveda almeno alcuni tratti della sua auto esclusione dal concerto europeo. Dovremmo assecondare un cambio di sensibilità. Ricordo che Aldo Moro si dimostrò uno strenuo sostenitore dell’ingresso della Gran Bretagna nella Comunità europea. Auspicabilmente, si tratta di riavvolgere il filo di una storia, per trovare le possibili sintesi future.   D’altronde, quale difesa comune può esserci in Europa senza il concorso a pieno titolo di Londra? Non basta la Nato, se essa non trova, dirimpetto a sé, la sagoma istituzionale di un’Europa coesa e determinata, capace di organizzare con più razionalità ed efficenza il suo potenziale difensivo.

Il discorso non riguarda un protocollo di riarmo a fini di aggressione. Il ripudio della guerra appartiene all’eredità del nostro Novecento e certamente ci qualifica nei rapporti internazionali, assegnando a noi europei un incontestabile ruolo di pace. Ciò nondimeno, di fronte allo scatto imperialistico della Russia, non potevamo rifugiarci nell’indifferenza, ammantando di pacifismo, come amano fare i populisti, la rinuncia a far valere il rispetto del diritto internazionale come fondamento e garanzia di pacifiche relazioni tra tutte le nazioni. 

Abbiamo dato prova di grande vicinanza attiva, senza fornire alibi al bellicismo di Mosca. Per questo l’appoggio al popolo ucraino, dato fin dall’inizio della guerra, non può venire meno oggi, né d’altra parte verrà meno domani, quando a giugno eleggeremo il nuovo Parlamento di Strasburgo. Non intendiamo ammainare la bandiera della fedeltà ai valori della nostra Europa.

 

Cari amici,

è proprio sui valori che occorre accendere i riflettori della politica e della cultura. Vogliamo lasciarci alle spalle il lungo dibattito sulle radici giudeo-cristiane dell’Europa, preferendo a questo punto concentrarci sulla questione della laicità – ma quale laicità? – che s’intreccia con i grandi temi della bioetica e della biopolitica. Come europeisti di autentica matrice cristiana, condividiamo la preoccupazione circa il pericolo rappresentato dalla crescita dei fondamentalismi. Volteggiano sulle nostre teste le profezie a buon mercato sulla caduta dell’Europa in mano agli islamisti. I profeti di sventura non mancano mai. Erigere la barriera dei diritti è una risposta, in qualche modo preventiva, alla minaccia fondamentalista. 

Fin qui va bene, non ci sono obiezioni. Tuttavia scorgiamo segni di fondamentalismo anche nella politica che muove da premesse di laicità, quando in nome della neutralità delle istituzioni, posta a specchio dell’autonomia e libertà degli individui, si scivola verso una “laicità normativa” che desertifica il terreno dei valori. Scatta un tipo di radicalismo etico che fagocita e riproduce, in senso opposto, un motivo di estremizzazione: un altro tipo, se vogliamo, di fondamentalismo per il quale s’appiattisce ogni dubbio e si mortifica ogni dialettica, sicché l’aborto o il fine vita, la transizione di genere o la gravidanza per procura, l’equiparazione dei matrimoni o la condizione “liquida” delle convivenze, tutto rientra nella unilateralità di un pensiero distaccato dalla misura dell’umanesimo    

È il problema attuale dell’Occidente, ovvero il problema del cosiddetto transumanesimo. Alla libertà assoluta dell’individuo si associa l’astrazione di un diritto che non ha più l’umano come regola, ma il desiderio e la felicità, a qualunque costo. Adesso più che mai, l’Europa dei Lumi sperimenta l’effetto del presagio di Horkheimer e Adorno, quando scrissero lucidamente: “L’illuminismo, nel senso più ampio di pensiero in continuo progresso, ha perseguito l’obiettivo di togliere agli uomini la paura e di renderli padroni. Ma la terra interamente illuminata splende all’insegna di trionfale sventura”. 

È questo il futuro dell’Europa? Noi abbiamo una riserva di ottimismo, pertanto guardiamo avanti con fiducia. Certo, il progresso non può deragliare in direzione del vuoto di principi e di valori. Abbiamo necessità di condividere un’orizzonte di morale, sia pure di una morale che operi lungo l’asse della tolleranza. Per questo, in parallelo, la politica deve ritrovare in sé o fuori di sé qualcosa che ne elevi la dignità e la funzione. Non possiamo fermarci al momento di spiritualità che aleggia sulle note dell’Inno alla gioia, per poi negarci, da quello stesso momento, a ogni suggestione che evochi una politica più ambiziosa, più fedele al servizio della comunità, e quindi semplicemente più umana.

 

Cari amici,

permettermi di concludere così: l’Europa che vogliamo deve farci appassionare. Fu un’emozione per chi ne gettò le basi, deve esserlo per noi che ci disponiamo a renderla più forte. De Gasperi diceva che l’Europa era il crogiolo di culture fondative, alcune di matrice cristiana, altre di matrice socialista e liberale: ognuna con la propria identità, ma tutte unite da una visione politica umanista. Questa unità deve essere preservata, altrimenti l’Europa avrà difficoltà a compiere l’impresa che ha davanti, per il bene delle nuove generazioni. Sarà importante scegliere le persone giuste, sarà decisivo avere persone preparate nel futuro Parlamento. Le elezioni di giugno rappresentano uno spartiacque. Nel 1948, in Italia, vinsero i democratici e un uomo intelligente, Attilio Piccioni, disse che non era stata una vittoria della paura ma sulla paura. Adesso tocca a noi: dovremo vincere, contro populismi e sovranismi, non agitando la paura ma offrendo una limpida alternativa alla paura. Così porteremo più in alto la speranza nell’Europa di domani.

 

Il testo qui riportato è la base dell’intervento che Fioroni ha tenuto a conclusione dell’evento.

 

I link per accedere alla registrazione su YouTube 

https://www.youtube.com/live/a4uM_KTqB9s?si=M1GqmGNBYD4EECjm

 

https://www.youtube.com/live/DebOPNcDIeM?si=Xdcwg8IA1hGJ8VlN