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Come la Germania tornò unita: il ruolo di Andreotti e Kohl. Lezioni per l’oggi? L’ambasciatore Vattani propone la sua analisi.

Si è svolto a Urbino il 28-29 ottobre dello scorso anno un convegno su “Giulio Andreotti ed Helmut Kohl: la riunificazione della Germania, lezioni per l’oggi”. Le considerazioni svolte in quella sede costituiscono, in generale, materia di riflessione per le forze politiche e la pubblica opinione, specialmente in questa dura circostanza di guerra tra Ucraina e Russia. Umberto Vattani, ambasciatore di grande esperienza e prestigio, impegnato al fianco prima di De Mita e poi di Andreotti a Palazzo Chigi,  attualmente Presidente della Venice International University (VIU), suggerisce di leggere le vicende dell’oggi con le lenti di ieri, per capire cosa significhi il governo di eventi che in pace e, purtroppo, anche in guerra non si manifestano mai per caso. Di seguito riportiamo – per gentile concessione – un ampio stralcio della parte introduttiva della relazione da lui svolta ad Urbino, dando comunque modo ai lettori di leggere il testo per intero mediante il link posto in fondo alla  pagina.

 

 

Umberto Vattani

 

 

[…] la visuale dalla quale intendiamo partire [è] quella dell’amicizia tra i due statisti, Giulio Andreotti e Helmut Kohl. Appartenevano entrambi a partiti che affondavano le loro radici nei valori cristiani. Alla fine della seconda guerra mondiale avevano fatto le medesime scelte per l’Europa e per la collocazione internazionale dei loro Paesi accanto alle grandi democrazie occidentali. Avevano anche vissuto esperienze drammatiche: Kohl non aveva dimenticato la disperazione e la sofferenza patite dalla popolazione, aveva un ricordo vivido delle macerie, delle città distrutte; disse a Andreotti di essere stato arruolato in un campo di addestramento militare a 14 anni.

 

Andreotti, nato nel 1919, era stato testimone della crisi economica e sociale dell’Europa, dell’assurdità delle ideologie degli stati totalitari e delle politiche autarchiche. Entrambi condividevano il sogno di un’Europa senza guerre, da realizzare attraverso lo sviluppo e la crescita basati sui principi della democrazia, sul riconoscimento degli inviolabili e inalienabili diritti della persona umana, su una economia di mercato capace di assicurare l’equità sociale.

 

Avevano la profonda convinzione che la progressiva integrazione europea e il graduale rafforzamento della NATO avrebbero assicurato ai loro Paesi l’auspicata stabilità e sicurezza. La NATO non doveva però essere una minaccia per nessuno, ma un elemento di dissuasione, e a tal fine occorreva mantenere il dialogo e i contatti con l’Unione Sovietica e i paesi del Patto di Varsavia per giungere a una vera distensione e agevolare i negoziati per la riduzione degli armamenti tra i due blocchi in cui era divisa l’Europa.

 

A tutto questo aggiungerei una nota. Alla condivisione di una visione politica si sommava, tra Andreotti e Kohl, un forte rapporto umano. Il Cancelliere non ha mai dimenticato la premura e l’aiuto straordinario prestato da Andreotti al figlio Peter, vittima di un gravissimo incidente nei pressi di Verona, per assicurarne il ricovero in un ospedale specializzato dove fu salvato dai medici.

 

[…]

 

Per Andreotti, come per un’intera generazione di politici democristiani, l’impegno per l’Unione europea era una missione. Il punto d’arrivo doveva essere la progressiva integrazione tra Stati per giungere poi all’unità federale dell’Europa. Questa concezione era strettamente connessa all’atlantismo: la permanenza degli Stati Uniti in Europa non avrebbe dovuto soltanto assicurare la stabilità del continente ma anche rafforzare la cooperazione in altri campi: l’alleanza atlantica era perciò ben più di un patto militare. Nell’azione del leader democristiano sono evidenti questi due principi di fondo che avrebbero orientato la politica estera italiana alla ricerca di un ordine europeo diverso.

 

Il Cancelliere aveva nel suo programma un obiettivo specifico – la missione della sua vita dirà poi – : la riunificazione tedesca. Era consapevole che sarebbe stata raggiungibile, da un lato, dopo l’avvio di nuova fase di distensione con l’Unione Sovietica, dall’altro, dopo aver rassicurato i partner sulla sincerità dell’impegno tedesco per l’integrazione europea.

 

Una diversità, nell’azione condotta a livello internazionale dai due statisti era evidente nel modo di procedere: più impetuoso e dirompente Kohl, più prudente e riflessivo Andreotti. La rapidità con cui si realizzò il processo della riunificazione rivelò una virtù politica essenziale del Cancelliere: il suo tempismo e la sua capacità di curare con la medesima attenzione i rapporti con interlocutori diversissimi, dal presidente degli Stati Uniti a quello Sovietico. In un incontro con Andreotti, il Cancelliere citò Bismarck, perché non trovava immagine migliore per illustrare la situazione in cui venne a trovarsi in quegli anni: “Quando senti i passi di Dio rimbombare attraverso gli eventi, devi saltare su e afferrare il lembo del suo mantello”.

 

Andreotti, anche se più felpato nello stile e sempre attento al contesto internazionale, diede prova anche lui di possedere altrettanta capacità politica. Un esempio per tutti: usando con acume nel 1990 la presidenza di turno della Comunità europea seppe creare in pochi mesi occasioni favorevoli per la conclusione in tempi brevissimi del grande progetto della moneta unica.

 

Relazione dell’Ambasciatore Umberto Vattani 28-29 ottobre 2021

 

 

 

Dopo questa guerra, comunque finisca, nulla sarà come prima in Europa e nel Mondo.

 

Nessuna efficace sanzione contro questa” Russia è priva di pesanti conseguenze per leconomia occidentale ed europea in particolare. In ogni caso, fuori dai principi della democrazia occidentale non esiste futuro per la libertà e la sicurezza. Occorre discutere, riflettere, fare coscienza personale e collettiva su questi scenari che riguardano il futuro di tutti noi e dei nostri figli e nipoti.

Lorenzo Dellai

 

Comunque vadano le cose (speriamo con tutto il cuore che si arrivi presto al cessate il fuoco), stavolta non può finire “a tarallucci e vodka”. Putin ha cinicamente sovvertito ogni regola internazionale, senza giustificazione alcuna. Come si può immaginare di ritenerlo ancora interlocutore credibile. Ha invaso un paese sovrano; bombardato città e villaggi; provocato una drammatica crisi umanitaria; esortato l’esercito ucraino al golpe contro un governo democraticamente eletto; minacciato chiunque avesse osato difendere gli aggrediti. Aveva già impartito gli ordini di invasione prima di ricevere i molti leader europei in pellegrinaggio a Mosca.

 

Ha evocato perfino lo spettro della guerra nucleare. Esattamente come Hitler con i Sudeti nel 1938 ha preso a pretesto la condizione della minoranza russa del Donbass per dare corso al sogno di ricostruzione di un nuovo impero. Ha evocato una presunta minaccia alla sicurezza della Russia: menzogna facilmente smascherabile se solo si osserva l’equilibrio delle forze militari – convenzionali e nucleari – nella regione. Il vero obiettivo di Putin, invece, è demolire pezzo per pezzo le democrazie di ispirazione occidentale costituite (pur tra molte contraddizioni) ai confini occidentali della Russia dopo la fine dell’Unione Sovietica. E l’Ucraina è solo il primo passo.

 

Putin si gioca – e si giocherà – il tutto per tutto, anche per mantenere il dominio di un regime illiberale non certo coeso attorno a lui e a questa avventura, come dimostrano il coraggio dei giovani russi in piazza e l’imbarazzo ipocrita degli oligarchi che fin qui lo hanno sostenuto, essendone lautamente beneficiati. Mentre i vertici della Chiesa Ortodossa Russa – diversamente da molti preti di base – non hanno aperto bocca sulla guerra. Anzi, benedicono le truppe inviate al fronte. Vedremo fino a quando il regime, così, reggerà. La storia insegna che la sopraffazione, la droga nazionalistica e sovranista e la corruzione non sono garanzie perenni.

 

L’Occidente democratico non poteva e non potrà che reagire con lucidità, coraggio, autorevolezza e tempestività.

Lo ha fatto nella misura richiesta dalla gravità degli eventi? La risposta non è facile. Tocca certo all’Occidente la responsabilità di reagire senza pavidità. È ridicolo – e sappiamo anche perché – Salvini: plaude ai privati cittadini italiani che sparano ai ladri entrati in casa loro e contesta l’invio, ad un Paese amico, degli aiuti militari necessari per la “resistenza” contro un brutale invasore.

 

Ma l’Occidente ha – nel contempo e diversamente da Putin – la responsabilità di non concorrere alla tragica prospettiva di una guerra globale. Fatto sta che lo spiraglio dei colloqui avviati tra Russia e Ucraina (mentre Mosca prosegue le operazioni militari con inaudita violenza) diventa ogni giorno più labile. A meno che, per “accordo” non si intenda una resa incondizionata alle pretese di Putin. Cosa che avrebbe conseguenze inimmaginabili per l’Ucraina e per i tanti altri paesi della regione che hanno sperato trovare – ad occidente – una prospettiva di sicurezza e di libertà. Resa alla violenza, alla spregiudicatezza, alla arroganza, all’imperialismo nazionalista del regime russo.

 

Dopo questa guerra, comunque finisca, nulla sarà come prima in Europa e nel Mondo. La vera domanda è: quanto è disposto a pagare oggi l’Occidente democratico per far valere la forza e l’universalità dei principi di umanità e libertà? Nessuna vera, efficace sanzione contro “questa” Russia è priva – almeno nel breve periodo – di pesanti conseguenze per l’economia occidentale ed europea in particolare. E, infatti, Gazprombank è per ora esclusa dall’elenco delle banche oggetto delle sanzioni. Si può capire, ma la difesa della Libertà e della Democrazia ha sempre un costo. E siamo in una situazione tutt’altro che di forza.

 

L’Europa è ancora priva di vere strutture unitarie di Sicurezza Energetica, di Intelligence, di politica Estera e di Difesa; gli Stati Uniti sono in grave crisi di leadership mondiale; la Cina segue sorniona l’evolversi delle cose (strizza l’occhio a Putin – pensando a Taiwan – ma di fatto si candida a mediatrice e garante di un nuovo patto con l’Occidente basato sul suo ruolo di nuovo, vero leader globale). La crisi dell’Occidente – già resa evidente sul piano militare e geo politico con la poco onorevole “fuga” da Kabul e misurabile, sul fronte interno, nella caduta del “carisma della democrazia” tra molti suoi cittadini – rischia di vivere, in questa vicenda, un nuovo grave capitolo nel quadro del “disordine mondiale”. Dobbiamo esserne tutti consapevoli, evitando il rischio di posizioni opportunistiche o “di equidistanza”.

 

La locuzione “né con Putin, né con la Nato” assomiglia sinistramente a quella “né con lo Stato, né con le BR” in uso alla fine degli anni settanta. Sappiamo bene che anche l’Occidente democratico porta con se grandi contraddizioni. E che tocca anche alle democrazie occidentali coniugare i propri valori in termini aperti e nuovi, difronte alle sfide del nostro tempo. E tuttavia, fuori dai principi della democrazia occidentale non esiste futuro per la libertà e la sicurezza. Putin da tempo teorizza che “gli interessi della Russia non sono negoziabili” (ma la Pace è invece proprio il frutto faticoso della negoziazione degli interessi nazionali) e da tempo sostiene e finanzia tutti i movimenti – anche, si dice, europei ed italiani – che puntano a mettere in discussione il senso stesso della democrazia liberale.

 

Qualche mese fa ha dichiarato che essa è ormai morta e sepolta: la cosa è passata quasi inosservata, ma oggi forse la si capisce meglio. Il tema riguarda in primo piano l’Europa e la sua capacita di rianimare vocazione e valori; attivare rapidamente comuni strutture militari; elaborare una “visione” credibile verso Est e verso l’Africa oggi colonizzata dalla Cina e penetrata dal fondamentalismo islamico. E tocca ancora a Bruxelles rispondere senza eccessivi formalismi di procedura alla richiesta di Kiev di entrare a far parte dell’UE, sperabilmente prima che l’esercito russo la demolisca totalmente sul piano fisico ed istituzionale.

 

Oggi capiamo forse meglio il senso di due scommesse che molti avevano all’epoca contestato: l’Euro e l’allargamento ad Est dell’Unione Europea. Certo, sono state scommesse difficili e non prive di contraddizioni: ma come saremmo oggi senza di esse? Quale sarebbe lo stato della nostra libertà e della nostra sicurezza? Al di là delle emozioni e della commozione di questi giorni – che hanno scosso le opinioni pubbliche – occorre discutere, riflettere, fare coscienza personale e collettiva su questi scenari che riguardano il futuro di tutti noi e dei nostri figli e nipoti.

Il nuovo imperialismo.

 

Il vero problema per Putin è costituito da quel vento di democrazia che investe tutta la popolazione dell’Ucraina. La guerra è giustificata con pretesti falsi. Tutto poteva essere accettato meno un contagio tanto pericoloso: una vera minaccia per la Russia degli oligarchi e dell’autocrate del Cremlino.

 

 

 

Paolo Frascatore

 

Giuseppe Dossetti amava dire che “il cristiano è un testimone della parola, anche in politica deve essere un testimone della parola”. Guardando alla drammaticità degli accadimenti degli ultimi giorni, forse per molti questa affermazione è fuori luogo, ma a ben guardare essa racchiude in sé la profondità di un pensiero legato alle idee e dunque all’azione. La parola come prodotto finale di ideali non è qualcosa di staccato dai comportamenti e dagli atteggiamenti pratici; anzi, essa è la premessa di azioni coerenti e giuste che riguardano interessi complessi e non individuali, ossia interessi popolari.

 

Il comportamento e le dichiarazioni di Vladimir Putin nei giorni precedenti l’invasione dell’Ucraina erano tutte in funzione di una sorta di negazione di quello che poi è successo soltanto pochi giorni dopo. Tutto ciò per dire che spesso in alcuni ambienti politici l’uomo usa la parola in funzione ingannatoria, discostandosi dalla verità di quella che costituisce la politica reale (realpolitik). A questa regola non sfugge un uomo come Putin. Del resto, basta guardare la sua ascesa al potere, la sua politica di riforme costituzionali tesa ad assicurarsi la rielezione anche dopo i famosi due mandati.

 

Basta guardare alle finte elezioni che si svolgono in Russia (così come avveniva nella ex URSS), dove brogli ed interessi forti primeggiano sulla coscienza e sul pensiero dei cittadini comuni. Molti commentatori politici negli ultimi tempi hanno sostenuto, in piena sintonia con quanto sta sostenendo proprio Putin, che l’iniziativa guerrafondaia del Cremlino in Ucraina è dettata dalla volontà della Nato di espandersi ad Est minacciando a livello nucleare la Russia.

 

Si tratta, a ben riflettere, di un falso problema: la Russia ha già testate nucleari puntate contro negli ex Paesi sovietici. Semmai questa è solo la scusa per l’autocrate russo nella sua azione armata contro l’Ucraina. Il vero problema per Putin è costituito, invece, da quel vento di democrazia che investe tutta la popolazione dell’Ucraina. E l’Ucraina non è paragonabile alle ex Repubbliche sovietiche. Per giunta si tratta di un popolo fratello, con le stesse caratteristiche di quello russo, spesso con legami anche di parentela.

 

Il problema per questa Russia putiniana è costituito dall’espandersi della democrazia. Come in passato nel sistema comunista dell’URSS, la politica dei magnati e dei burocrati di quel falso comunismo, di cui nessuno ha avuto il coraggio di ammettere, si basava sul ripudio della democrazia e dei sistemi politici pluralisti in quanto (a loro dire) corruttori del sistema sociale, anche oggi gli autocrati che costeggiano Putin in funzione degli affari economici guardano alle restrizioni delle libertà politiche e civili.

 

Un esempio appare ancora oggi illuminante a distanza di tanti anni: la primavera di Praga e l’iniziativa politica di Alexander Dubcek. Anche allora i carri armati di Mosca invasero la capitale della Cecoslovacchia (Praga) per mettere fine alla politica che Dubcek stava portando avanti nel solco di un’autentica realizzazione della società socialista, fondata sul pluralismo, sulla reale partecipazione agli utili dell’impresa da parte dei lavoratori e su quello che possiamo definire comunismo dal volto umano, distante e distinto da quello moscovita di Breznev.

Il caso Schroeder e i molti legami dell’ex cancelliere tedesco con Mosca (AGI).

 

L’esponente dell’Spd è nella bufera: da più parti gli viene chiesto di lasciare subito tutti gli incarichi nei colossi russi dellenergia Rosneft e Nord Stream.

 

Roberto Brunelleschi

I vertici dell’Spd hanno inviato una lettera aperta all’ex cancelliere Gerhard Schroeder per chiedergli di lasciare subito tutti gli incarichi nei colossi russi dell’energia Rosneft e Nord Stream. È stato uno dei due leader socialdemocratici tedeschi, Lars Klingbeil, a renderlo noto, aggiungendo che in merito vi è una “maggioranza schiacciante” nella presidenza del partito. “Non è conciliabile con la posizione della socialdemocrazia che Schroeder mantenga incarichi in aziende di Stato della Russia”, ha rincarato la dose il capo dell’Spd.

 

Il predecessore di Angela Merkel è da tempo al centro di furibonde polemiche in Germania, in quanto presidente di Rosneft, colosso russo operante nel settore petrolifero e del gas naturale, nonché capo del consiglio di sorveglianza delle pipeline Nord Stream 1 e 2, mentre nel frattempo è pure candidato in un incarico di vertice alla Gazprom. Le critiche sono aumentate quando aveva definito un “tintinnar di sciabole” la richiesta dell’Ucraina di forniture di armamenti da parte della Germania, ma soprattutto per il mancato ed esplicito distanziamento da Vladimir Putin dopo l’attacco della Russia all’Ucraina: molti ricordano in questi giorni come in diverse occasioni Schroeder si fosse definito “amico personale” del capo del Cremlino.

La settimana scorsa – pur chiedendo alla Russia di “mettere fine al conflitto” – l’ex cancelliere aveva scritto sulla sua pagina LinkedIn che sarebbe “un errore interrompere del tutto i legami dell’Europa con Mosca”, in nome di un “un dialogo su pace e sicurezza nel nostro continente”, mentre ci sarebbero stati “molti errori, da ambo le parti”. La polemica non si è placata, anzi: due giorni fa ha fatto il giro del mondo la notizia delle dimissioni in massa di tutti i collaboratori dell’ex cancelliere nel suo ufficio al Bundestag, proprio per le sue prese di posizione dopo l’invasione dell’Ucraina e per le (finora) mancate dimissioni dai board di Rosneft e Nord Stream.

Un crescendo, insomma. Con l’effeto che nell’Spd (partito a cui appartengono sia Olaf Scholz che Schroeder) ci sia molta tensione (nonché imbarazzo) per le posizioni pro-russe dell’ex cancelliere, che in passato ha avuto modo di definire Putin “un democratico purissimo”.  L’ex cancelliere “è completamente isolato” nel partito, ribadisce oggi Klingbeil, ai vertici dell’Spd “non c’è nessuno” che giustifichi neanche “alla lontana” l’atteggiamento dell’ex cancelliere. Mercoledì anche l’altra co-leader dei socialdemocratici, Saskia Esken, aveva chiesto a Schroeder di abbandonare le posizioni ai vertici di Rosneft e Nord Stream (il secondo gasdotto russo-tedesco è stato ‘congelato’ pochi giorni fa dal governo tedesco), ma finora la risposta dell’ex cancelliere si è fatta attendere. Peraltro, è lo stesso Klingbeil a ricordare che diverse realtà dell’Spd hanno avviato procedure disciplinari contro Schroeder, una di queste è arrivata alla commissione arbitrale di Hannover: si tratta di procedure interne che possono comportare varie sanzioni, compresa l’espulsione.

Nel frattempo si stanno facendo più rumorose le voci di chi chiede se sia opportuno che l’ufficio al Bundestag dell’ex cancelliere venga ancora pagato con i soldi dei contribuenti: nell’anno scorso il costo è stato di oltre 400 mila euro, come emerge da un’interrogazione presentata dalla Linke. Ma forse la tegola più dolorosa finita sulla testa dell’uomo che governò la Germania fino al 2005 è arrivata dal Borussia Dortmund, la sua squadra del cuore: la società ha revocato la sua tessera di membro onorario. Con effetto immediato.

Dopo la guerra, un’Europa diversa. Forse.

 

La guerra non è ancora finita e neppure immaginiamo quanto durerà. Il dramma ucraino forse genererà una Unione più compatta e solidale. E questo sarà senz’altro un bene. Il “forse” però è d’obbligo, perché occorrerà vedere nei momenti più duri, che ci saranno, quanto gli spiriti nazionalistici torneranno a inquinare le società

Enrico Farinone

 

La cautela è d’obbligo. Ma forse la guerra in Ucraina determinerà un ulteriore passo in avanti del progetto unionista europeo. Così come è già accaduto con le misure economiche di contrasto alle difficoltà generate dalla pandemia.

La crisi – solo pochi giorni fa, a pensarci bene – ha presentato ai suoi inizi e nei suoi vagiti finali immediatamente precedenti la terribile decisione bellica del Cremlino, il volto debole e ininfluente della UE. Prima Macron, poi Scholz sono andati da Putin e da quest’ultimo ascoltati a distanza – quel lungo tavolo, simbolica rappresentazione fisica di una distanza tale da generare incomunicabilità – e con distacco: esponenti di un’Europa debole politicamente perché divisa (ed infatti ognuno dei due leader era lì anche e forse soprattutto in quanto capo dell’Esecutivo del proprio Paese); inesistente militarmente e quindi dipendente in toto dalla NATO e dunque dagli americani; ricattabile economicamente a causa del deficit energetico, colmato in grande misura proprio dalla Russia. Tanto è vero che l’autocrate di Mosca li ha presi entrambi in giro, fingendo di ascoltarli nel loro assicurare la certa non adesione – neppure futura – dell’Ucraina alla NATO. L’avvio della guerra ha risparmiato analogo trattamento al nostro Presidente del Consiglio, previsto nella capitale russa qualche giorno dopo.

Con la sua arrogante e truculenta decisione Putin intendeva, fra le altre cose, dimostrare l’assoluta marginalità dell’Unione Europea. La sua vera interlocuzione, sulle questioni geopolitiche e su quelle militari, rimaneva ai suoi occhi solo quella con gli Stati Uniti, per quanto riguarda l’occidente. Nella sua logica – come ormai è accertato – il tempo del dopo guerra fredda è concluso: il mondo torna ad essere multipolare, con la presenza forte anche della Russia, e l’Europa torna ad essere divisa in due sfere di influenza, a ovest americana, a est russa, per l’appunto. L’obiettivo immediato – da trattare con gli USA – è il veto all’ingresso dell’Ucraina nella NATO, oltre che il suo smembramento; quello di più lungo periodo è il ritiro dell’Alleanza Atlantica dai paesi che facevano parte del sistema sovietico (o almeno di alcuni fra questi, i baltici, la Polonia, la Romania…).  Idee ovviamente respinte, ma senza chiudere al dialogo. Un dialogo che però l’Europa abbozzava con il peso della propria debolezza, come detto. E che Putin pensava di gestire da una posizione di forza, a cominciare da quella derivante dal ricatto energetico.

Poi, il tragico errore dell’autocrate. Si sentiva forte, anche di fronte ad un Presidente americano che dopo la scelta fatta a Kabul appariva debole, transitorio. Ma la guerra portata nelle città dell’Ucraina ha cambiato tutto. Anche l’atteggiamento europeo.

Bruxelles ha compreso che questa volta avevano ragione gli americani, che da settimane avvertivano circa i reali intenti di Putin. E ha compreso, altresì, che questa volta erano, e sono, in gioco i valori fondanti dell’Europa sorta dalle macerie del secondo conflitto mondiale. Aiutata, in questo, dall’eroica resistenza del Presidente Zelensky e del suo popolo così come dalle imponenti manifestazioni pacifiste che in tutto il continente hanno contraddistinto lo scorso fine settimana.

Il livello di intensità e incisività delle sanzioni previste nei confronti dell’aggressore russo si è alzato, sino a prevederne alcune assai pesanti nel settore finanziario quale ad esempio l’esclusione di alcune banche russe dalla rete interbancaria mondiale; l’Alleanza Atlantica, come scrivevamo in un precedente articolo, si è rinvigorita e addirittura Svezia e Finlandia hanno mostrato interesse per una loro futura partecipazione; l’Unione Europea con una decisione storica (ancorché triste, perché quando si parla di armamenti la storia è sempre triste e tragica) ha deciso di inviare all’Ucraina armi difensive per 500 milioni di euro e non solo derrate alimentari e indumenti; ha inoltre chiuso lo spazio aereo europeo ai velivoli russi; ha, ancora, bandìto la rete televisiva Russia Today e il sito informativo Sputnik; la Germania – e questa è una notizia che meriterà, a mente fredda, qualche riflessione supplementare – aumenterà del 2% del suo PIL (il maggiore d’Europa) le proprie spese militari.

Infine c’è la decisione forse più rilevante, almeno la più significativa dal punto di vista umanitario: per consentire l’accoglienza dei profughi ucraini viene riesumata una direttiva del 2001 mai applicata, nemmeno durante la crisi migratoria del 2015, nata ai tempi della guerra nella ex Jugoslavia e definita di “protezione temporanea”. Serve ad aiutare i paesi di “prima accoglienza” dei profughi, secondo i dettami dei non ancora abbandonati accordi di Dublino. Stiamo parlando soprattutto della Polonia, come stiamo vedendo dalle immagini dei telegiornali. Polonia che poi  chiederà una loro riallocazione su scala continentale. Sarà giusto. Ma sarà bene che il governo polacco, e quelli degli altri paesi del famigerato Gruppo di Visegrad se ne ricordino anche quando, magari già la prossima estate, vi saranno nuove ondate di migranti africani nel Mar Mediterraneo, sostituendo con la generosità il loro egoistico atteggiamento di chiusura tenuto sin qui ai danni soprattutto di Italia, Grecia, Spagna. Chissà che questa drammatica crisi possa far riconsiderare l’idea d’Europa anche a questi Paesi. Sarebbe un bel passo in avanti, per i Ventisette.

Insomma, la guerra non è ancora finita e neppure immaginiamo quanto durerà. Il dramma ucraino forse genererà una Unione più compatta e solidale. E questo sarà senz’altro un bene. Il “forse” però è d’obbligo, perché occorrerà vedere nei momenti più duri, che ci saranno, quanto gli spiriti nazionalistici torneranno a inquinare le società e di conseguenza le posizioni delle varie forze politiche nei diversi Paesi europei.

Una nota d’ottimismo in un momento di buio della ragione che non deve farci trascurare il fatto che quanto sta accadendo produrrà anche uno sviluppo e una crescita dei sistemi d’arma e degli investimenti economici in essi. E questo è senz’altro un male. Necessario, per difendersi da dittatori che stanno dalla parte sbagliata della Storia. Dalla quale però, purtroppo, il genere umano continua a non voler imparare alcunché.

Ogni guerra è guerra contro il proprio fratello

 

Riportiamo, per gentile concessione, il seguente articolo che è apparso sull’Osservatore Romano di ieri 2 marzo 2022. “Si chiama guerra – scrive Scandurra -, oppure mantenimento dellordine liberale mondiale; nessuno vince e tutti perdono. No, mi sbaglio, qualcuno vince, magari fa soldi con i cadaveri dei morti, con la vendita di armi; i nostri costruttori di armi e i loro complici governanti”.


Enzo Scandurra

 

Si può dire basta, senza se e senza ma, alla guerra, a tutte le guerre e non passare per “anime belle”? Come facciamo a sopportare questo dolore dell’umano? Puoi immaginare di sederti, a cena, davanti la tv e mangiare e bere vino davanti a questo spettacolo di distruzione? Tu mangi, loro patiscono la fame, tu bevi vino, loro non hanno acqua. E i cani, i gatti, perfino gli uccellini chiusi nella loro gabbia che fine faranno?

 

Corpi distesi nella strada come un mucchio di cenci, cadaveri sotto le macerie, bambini che urlano a ogni scoppio di bombe. E i Grandi della Terra, con le loro cravatte e i colletti inamidati, che dissertano su come stanno andando le cose. Quali cose? Le morti; dovrebbero parlare dei morti; perché sono morti? Di quali colpe si sono macchiati per meritare questa sorte? Hanno combattuto contro fratelli e hanno ucciso i fratelli, le loro mogli e i loro bambini. Non avrebbero voluto farlo; ce li hanno costretti i loro mandanti assassini, chiusi nelle loro case dorate, al caldo; vanno a dormire con pigiami di seta. Magari hanno paura di prendere il raffreddore; la mattina si alzano e chiedono quanti sono stati i morti nella notte e fanno macabri bilanci: quanti armi servono ancora? Quanti altri morti ci vorranno per finire questa disgraziata guerra? Profitti che, a ogni morto, salgono per i distruttori di pace.

 

Alla fine qualcuno griderà: abbiamo vinto! Vinto che cosa? Lo diciamo ai morti che sono rimasti sul campo? Quale vittoria e contro chi? E coloro che perderanno avranno per anni da pensare ai loro morti, morti per niente, per i capricci dei loro governanti e dei fabbricanti di armi.

 

Si chiama guerra, oppure mantenimento dell’ordine liberale mondiale; nessuno vince e tutti perdono. No, mi sbaglio, qualcuno vince, magari fa soldi con i cadaveri dei morti, con la vendita di armi; i nostri costruttori di armi e i loro complici governanti.

 

Muovono le persone come fossero birilli pronti a cadere: andate e combattete per la Patria, è il grido. La Patria di chi? La loro Patria non la nostra, quella dei poveri, dei miserabili, di coloro che erano già stati scartati dal mondo. Bisognerebbe disubbidire agli ordini dei nostri governanti, non prendere il fucile davanti il proprio fratello; semmai guardarlo negli occhi e scorgervi la nostra paura. Paura giusta, questa sì, perché la guerra è solo distruzione, sovvertimento del senso comune, libertà di uccidere il fratello senza provare senso di colpa alcuno.

 

E dei morti che ne facciamo? Cosa diciamo loro? Possiamo solo ringraziarli per essere a loro sopravvissuti, noi al loro posto. Non potremo neppure piangere sulle loro tombe, forse non ne avranno, sono solo dispersi in qualche pozzanghera, sotto qualche carro, in terre non loro, come è sempre successo ai soldati. Faremo manifestazioni per la pace, diranno che siamo anime belle, che non capiamo, che non abbiamo mai capito niente; noi, il popolo, carne da macello, inviato al fronte per difendere i nostri governanti e per ingrassare i venditori di armi.

 

Basta con le guerre, almeno digiuniamo per un giorno come ha chiesto il Papa, appendiamo le nostre bandiere arcobaleno ai balconi di casa, per sentirci più vicini a loro che patiscono la fame e altri tormenti, dimostriamo noi di essere i più forti, senza armi, indifesi ma convinti che ogni guerra è guerra civile, guerra contro il proprio fratello.

Giovani cinesi muoiono per superlavoro: le colpe dei giganti del web (AsiaNews)

 


I decessi hanno sollevato preoccupazioni sulla censura di internet e sulla protezione dei diritti dei lavoratori. I colossi hi-tech in Cina si trovano di fronte alla doppia sfida della rigida regolamentazione del governo e della crescita stagnante dell
economia. 

 

 

 

 

John Ai

 

La morte per superlavoro di due giovani cinesi che lavoravano per due giganti cinesi di internet ha attirato l’attenzione pubblica sulla protezione dei diritti del lavoratori di fronte al potere delle grandi compagnie e dello Stato. Nonostante la censura di Stato, i due casi hanno infiammato la blogosfera.

A inizio febbraio il responsabile dell’unità di censura a Wuhan (Hubei) del colosso di video sharing Bilibili è morto per una emorragia cerebrale. Guan (il suo soprannome) è deceduto nella sua abitazione dopo diversi giorni di lavoro straordinario durante le vacanze Capodanno lunare. Un post sul web racconta che Guan ha lavorato 12 ore al giorno per cinque giorni consecutivi, per di più coprendo di solito i turni notturni.

Con post pubblicati in forma anonima, i lavoratori di Bilibili lamentano che gli addetti al controllo della censura sono costretti a lavorare fino a 12 ore giornaliere, con turni di giorno e di notte per garantire che ci siano controlli 24 ore al giorno. I commenti accusano l’azienda di aver censurato le informazioni sulla morte di Guan: Bilibili vieta al proprio personale di pubblicare informazioni che la mettono in cattiva luce.

La società ha negato che Guan lavorasse più di otto ore al giorno. I familiari del lavoratore hanno rivelato che Bilibili non ha fatto neanche le condoglianze. In risposta alle critiche, la compagnia ha presentato poi le proprie scuse e annunciato di voler assumere altri 1.000 addetti alla censura per alleviare la pressione del lavoro.

In Cina, i servizi di condivisione video sul web sono tenuti dalle autorità a controllare i contenuti prima che siano visibili online. I colossi cinesi di internet stanno sviluppando una tecnologia di intelligenza artificiale per filtrare in modo automatico i contenuti politicamente sensibili, così come la violenza e la pornografia. Per evitare errori di valutazione e omissioni dell’intelligenza artificiale, la maggior parte dei compiti di censura sono fatti però da lavoratori in carne e ossa.

Di solito, ogni addetto alla censura deve guardare migliaia di video o post al giorno. Il mancato riconoscimento di contenuti sensibili può portare al licenziamento. I controllori appena assunti sono sottoposti a una formazione rigorosa. Sono anche obbligati a firmare un contratto di non divulgazione. A causa dello stipendio relativamente basso e dei severi requisiti per il lavoro, il tasso di ricambio dei dipendenti è alto.

La maggior parte delle grandi compagnie cinesi del web è concentrata a Pechino. Per reclutare esaminatori e abbassare i costi, esse di solito esternalizzano l’attività di censura o collocano il team di controllori in città come Jinan (Shandong) e Wuhan, dove gli stipendi sono più bassi e ci sono università.

L’altra morte per eccesso di lavoro ha riguardato un ingegnere informatico di ByteDance, la compagnia che possiede il popolare socialTikTok. Il 28enne è deceduto dopo oltre 40 ore di soccorso in ospedale, lasciando una moglie incinta di due mesi. Wu è crollato nella palestra della società il 21 febbraio. La moglie ha detto che lui faceva molti straordinari e ha incolpato l’azienda di non aver aiutato il suo salvataggio. La vedova non ha reddito e lavoro, ma un mutuo per la casa da pagare; vuole restituire l’abitazione per ottenere un rimborso.

In un primo momento, la rapida espansione dell’industria di internet ha attirato i giovani laureati dalle migliori università del Paese. Cercavano un buon reddito, vedendo i pesanti turni di lavoro e l’intensa pressione come accettabili. Una regola non scritta è che i dipendenti sono licenziati prima dei 35 anni. Le aziende hi-tech cinesi si vantano della giovane età media dei propri lavoratori, spesso sotto i 30 anni.

Il Partito comunista cinese sta rafforzando però il controllo e la sorveglianza sui giganti del web. Società controllate dallo Stato o agenzie governative detengono azioni di questi gruppi e prendono decisioni. Ad esempio, dato che TikTok sta diventando virale a livello globale, le autorità cinesi svantaggiano le aziende estere che intendono lanciare offerte pubbliche per il suo acquisto. Il regime vuole garantirsi il controllo dei dati degli utenti e soprattutto l’obbedienza delle elite hi-tech.

Di fronte alla crescente regolamentazione statale e alla contrazione dei consumi interni per la pandemia, le compagnie del web licenziano in massa i dipendenti per risparmiare sui costi.

D’altro canto, con un livello di istruzione più alto, le proteste dei giovani che lavorano per le aziende tecnologiche hanno un maggiore ascolto, e l’orario di lavoro “996” (dalle 9 alle 21, sei giorni alla settimana) viene boicottato. Le autorità e i media ufficiali dicono che il turno 996 sia illegale; però le aziende sono punite di rado e molti giovani scelgono ancora di sopportare questa situazione di sfruttamento.

I nuovi bisogni di salute. L’analisi de “Il Mulino”

 

Il Covid ha mostrato l’urgenza di potenziare il ruolo dei medici di medicina generale e del territorio. Un modello, tuttavia, che oggi deve fare i conti con una visione ospedalocentrica della sanità e con una sempre maggiore specializzazione della medicina.

Alessandra Ferretti

«La disponibilità di una buona assistenza medica tende a variare inversamente al bisogno della popolazione servita»: questo concetto venne illustrato su «The Lancet» nel 1971 da Julian T. Hart, medico di base che per trent’anni curò 2.100 persone di Glyncorrwg, villaggio di miniere di carbone nel Galles meridionale.

 

Hart elaborò la teoria dell’inverse care law (legge dell’assistenza inversa), che anni dopo si tradusse nella pratica nell’Anticipatory Health Care (sanità d’iniziativa), un modello assistenziale per la gestione delle cronicità che consisteva nell’identificare precocemente i problemi di salute trattabili nei pazienti in un sistema gestito dai medici di medicina generale, con ausilio di infermieri preventivamente formati, in un tempo minimo prestabilito di visita/ascolto, includendo l’assistenza a quei pazienti che di prassi non si sottoponevano ai controlli e grazie all’organizzazione di gruppi di persone con patologie croniche comuni.

 

Lo studio, che arruolò 1.800 pazienti e che venne effettuato nel pieno delle riforme liberiste del governo Thatcher, dimostrò una riduzione della mortalità (30%), un abbassamento della pressione media dei pazienti ipertesi e un calo della percentuale dei fumatori (dal 56 al 20%).

Il modello di Hart si basava sul potenziamento del ruolo dei medici di medicina generale e del territorio. L’esperienza del Covid-19 ha infuso forza a questo modello, che tuttavia oggi deve fare i conti con una visione ospedalocentrica della sanità e con una sempre maggiore specializzazione della medicina.

 

Se è vero che non dovremmo «mai sprecare una buona crisi», come sentenziò una volta Winston Churchill, allora dovremmo guardare alla pandemia come a un’opportunità: quella di aver acutizzato la forbice tra i nuovi bisogni di salute della popolazione e la risposta che il nostro modello assistenziale può offrire a tali bisogni.

 

Secondo il Rapporto Osservasalute 2019, in Italia gli ultra 65enni passeranno dai 14 milioni di oggi a oltre 19 milioni nel 2040. Egualmente, nel 2030 i malati cronici (diabete, ipertensione, obesità…) diventeranno 26,5 milioni e i multipatologici saranno 14,6. Sono questi ultimi a destare maggiore preoccupazione, essendo la plurimorbosità associata, oltre a prognosi peggiore, a un elevato incremento dei ricoveri. Per affrontare il problema, diverse realtà del territorio italiano stanno implementando il modello made in Usa del Chronic care model, basato sul passaggio dalla «medicina d’attesa» alla «sanità d’iniziativa», processo che per la sua complessità non sarà così immediato.

 

Legata all’aumento del numero di anziani, ma anche ai progressi diagnostico-terapeutici è l’incidenza dei tumori, che ogni anno in Italia vedono 377 mila nuove diagnosi e che richiedono assistenza continua, pena un impatto negativo sull’adeguatezza delle cure, sulla compliance del paziente e sulla sua sopravvivenza.

 

Oltre ciò si pone poi l’annosa questione del long term care, nonché dell’assistenza dopo la dimissione e della necessità di una forte integrazione tra componente sanitaria e sociale, soprattutto se i pazienti sono anziani soli, persone fragili o con disabilità.

 

A peggiorare la situazione giunge inoltre il cospicuo pensionamento di medici di medicina generale, quest’anno circa 3.900, secondo le stime della Federazione medici di medicina generale e del Sindacato dei medici dirigenti, che non saranno bilanciati da altrettante nuove assunzioni. A restare spesso prive di copertura medica sono le zone montane, dove il problema si acutizza proporzionalmente all’aumentare della distanza dalla città e dove i posti vacanti sono notoriamente meno appetibili per i professionisti della sanità.

 

Diversi studi scientifici hanno dimostrato come, laddove le cure primarie siano più forti, è garantita una più equa distribuzione della salute nella popolazione e i costi a carico del Servizio sanitario nazionale tendono a diminuire.

 

Secondo l’Ocse, l’Italia si colloca al quindicesimo posto fra i 30 Paesi più sviluppati al mondo per spesa in cure e medicinali, su cui investe il 9% del Pil. Se poi guardiamo ai posti letto prima del Covid, che ne ha aggravato la scarsità, l’Italia ne contava 3,2 ogni 1.000 abitanti, quando la media Ue era di 5 ogni 1.000 abitanti.

 

Grazie alla condizione di emergenza, tuttavia, nonostante la non sufficienza dei fondi, abbiamo potuto mettere in pratica alcuni strumenti e processi che hanno dato prova di efficacia.

 

In termini di integrazione tra ospedale e territorio, l’organizzazione delle Unità speciali di continuità assistenziale (Usca), costituite da medici di medicina generale, pediatri di libera scelta e altri professionisti, ha creato un importante presupposto, (ri-)portando alla luce una visione proattiva della prestazione medica. A controbilanciare la prospettiva di una maggiore territorialità rimangono tuttavia i problemi relativi al reperimento di professionisti dedicati, alla loro imprescindibile formazione, nonché alla loro equa distribuzione sul territorio.

 

Le necessità di isolamento durante il lockdown hanno spinto i centri di cura a praticare la telemedicina. Secondo il Rapporto Osservasalute 2020, tra il 1° marzo e il 30 giugno 2020 sono state avviate in Italia oltre 170 iniziative digitali per facilitare la gestione dei pazienti: oltre la metà era basata sull’uso del web (38%) e del telefono (20%), per il resto l’offerta avveniva su piattaforme (29%) o app (13%). Oltre il 60% delle televisite era dedicato a pazienti non-Covid.

 

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Draghi, l’Italia farà la sua parte. “È un attacco alla nostra concezione dei rapporti tra Stati basata sulle regole e sui diritti”.

 

Il Presidente del Consiglio ha concluso ieri il suo intervento alla Camera asserendo che il nostro Paese, “come disse Alcide De Gasperi, è pronto ad associare la propria opera a quella di altri Paesi, per costruire un mondo più giusto e più umano”. Di seguito il discorso integrale.

Redazione

 

L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia segna una svolta decisiva nella storia europea. Negli ultimi decenni, molti si erano illusi che la guerra non avrebbe più trovato spazio in Europa. Che gli orrori che avevano caratterizzato il Novecento fossero mostruosità irripetibili. Che l’integrazione economica e politica che avevamo perseguito con la creazione dell’Unione Europea ci mettesse a riparo dalla violenza. Che le istituzioni multilaterali create dopo la Seconda Guerra Mondiale fossero destinate a proteggerci per sempre. In altre parole, che potessimo dare per scontate le conquiste di pace, di sicurezza, di benessere che le generazioni che ci hanno preceduto avevano ottenuto con enormi sacrifici.

 

Le immagini che ci arrivano da Kiev, da Kharkiv, da Maripol e dalle altre città dell’Ucraina in lotta per la libertà dell’Europa segnano la fine di queste illusioni. L’eroica resistenza del popolo ucraino, del suo presidente Zelensky, ci mettono davanti una nuova realtà e ci obbligano a compiere scelte fino a pochi mesi fa impensabili. Voglio ribadire, ancora una volta, tutta la mia solidarietà, quella del Governo e degli italiani al Presidente Zelensky, al Governo ucraino e a tutte le cittadine e cittadini dell’Ucraina. Voglio inoltre esprimere vicinanza alle 236mila persone di nazionalità ucraina presenti in Italia che vivono giorni drammatici per il destino dei propri cari. L’Italia vi è riconoscente per il contributo che date ogni giorno alla vita del nostro Paese. Siamo al vostro fianco – nel dolore che avvertiamo di fronte alla guerra, nell’attaccamento alla pace e nella determinazione comune ad aiutare l’Ucraina a difendersi.

 

L’aggressione – premeditata e immotivata – della Russia verso un Paese vicino ci riporta indietro di oltre ottant’anni.
Non si tratta soltanto di un attacco a un Paese libero e sovrano, ma di un attacco ai nostri valori di libertà e democrazi, di un attacco all’ordine internazionale che abbiamo costruito insieme. Come aveva osservato lo storico Robert Kagan – questi giorni molto citato -, la giungla della storia è tornata, e le sue liane vogliono avvolgere il giardino di pace in cui eravamo convinti di abitare. Ora tocca a noi tutti decidere come reagire. E l’Italia non intende voltarsi dall’altra parte. Il disegno del Presidente Putin si rivela oggi con contorni nitidi, nelle sue parole e nei suoi atti. Nel 2014 la Russia ha annesso la Crimea con un referendum illegale e ha incominciato a sostenere dal punto di vista finanziario e militare le forze separatiste nel Donbass.

 

La settimana scorsa ha riconosciuto le due cosiddette repubbliche di Donetsk e Lugansk. Subito dopo, in seguito a settimane di disinformazione, ha invaso l’Ucraina con il pretesto di “un’operazione militare speciale”. Le minacce di far pagare con “conseguenze mai sperimentate prima nella storia” chi osa essere d’intralcio all’invasione dell’Ucraina, e il ricatto estremo del ricorso alle armi nucleari, ci impongono una reazione rapida, ferma e soprattutto unitaria. Tollerare una guerra d’aggressione nei confronti di uno Stato sovrano europeo vorrebbe dire mettere a rischio, in maniera forse irreversibile, la pace e la sicurezza in Europa. Non possiamo lasciare che questo accada.

 

Mentre condanniamo la posizione di Putin, dobbiamo ricordarci che questo non è uno scontro contro la nazione e i cittadini russi, molti dei quali non approvano le azioni del loro Governo. Dall’inizio dell’invasione, sono circa 6.000 le persone arrestate in Russia per aver manifestato contro l’invasione dell’Ucraina – 2.700 solo nella giornata di domenica. Ammiro il coraggio di chi vi prende parte.

 

Il Cremlino dovrebbe ascoltare queste voci e abbandonare i suoi piani di guerra. Sinora i piani di Mosca per un’invasione rapida e una conquista di ampie fasce del territorio ucraino sembrano fallire, anche grazie all’opposizione coraggiosa dell’esercito e dei cittadini e all’unità dimostrata dall’Unione Europea e dai suoi alleati. Ma le truppe russe proseguono però la loro avanzata per prendere possesso delle principali città. Una colonna di mezzi militari lunga – secondo le prime notizie – oltre sessanta chilometri è alle porte di Kiev, dove nella notte si sono registrati raid missilistici, anche a danno di quartieri residenziali, ed esplosioni. Nella giornata di oggi, le stesse notizie ci danno come previsto un nuovo attacco alla città. Aumentano le vittime civili di questo conflitto ora che l’azione bellica, dopo aver preso di mira le installazioni militari, si è spostato nei centri urbani.

 

A fronte del rafforzamento delle misure difensive sul fianco est della NATO, il Presidente Putin ha messo in allerta le forze di deterrenza russe, incluso il dispositivo difensivo nucleare. È un gesto grave che però dimostra quanto la resistenza degli ucraini e le sanzioni inflitte alla Russia siano efficaci. Un altro segnale preoccupante proviene dalla vicina Bielorussia, i cui cittadini domenica hanno votato a favore di alcune rilevanti modifiche della Costituzione ed eliminato lo status di Paese “denuclearizzato”. Questo potrebbe implicare la volontà di dispiegare sul proprio suolo armi nucleari provenienti da altri Paesi.

 

In Ucraina sono presenti circa 2.300 nostri connazionali, di cui oltre 1.600 residenti. Dal 12 febbraio la Farnesina ha raccomandato agli italiani presenti nel Paese di lasciare l’Ucraina con i mezzi commerciali disponibili. A partire dal 24 febbraio, in seguito agli attacchi da parte russa, l’avviso è stato modificato. Ai connazionali ancora presenti nella capitale ucraina e dintorni abbiamo raccomandato di utilizzare i mezzi tuttora disponibili, inclusi i treni, per lasciare la città, negli orari in cui non c’è il coprifuoco. In queste ore non vige il coprifuoco, ma la situazione potrebbe cambiare in conseguenza dell’andamento delle operazioni militari. Raccomandiamo la massima cautela.

Tutto personale dell’Ambasciata a Kiev, insieme a un gruppo di connazionali, inclusi minori e neonati, che avevano trovato rifugio in Residenza nei giorni scorsi, si sta adesso spostando a Leopoli dove si concentrano le Ambasciate dei nostri principali partner. Voglio ringraziare l’Ambasciatore in Ucraina, Pier Francesco Zazo, il personale dell’Ambasciata per lo spirito di servizio, la dedizione, il coraggio mostrati in questi giorni drammatici. L’Unità di Crisi mantiene regolari contatti telefonici con i nostri connazionali in Ucraina e con i rispettivi familiari in Italia. Voglio ringraziare anche il Ministro Di Maio e i diplomatici della Farnesina per l’incessante lavoro a sostegno dei nostri cittadini. L’Italia è impegnata in prima linea per sostenere l’Ucraina dal punto di vista umanitario e migratorio, in stretto coordinamento con i partner europei e internazionali. La situazione umanitaria nel Paese è sempre più grave.

 

L’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari ha stimato in 18 milioni il numero di persone che potrebbe necessitare di aiuti umanitari nei prossimi mesi. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) stima che gli sfollati interni potrebbero raggiungere cifre tra i 6 e i 7,5 milioni e i rifugiati in generale fra i 3 e i 4 milioni. Sono stimate in circa 400.000 le persone che hanno lasciato l’Ucraina, in direzione principalmente dei Paesi vicini. Nella recente teleconferenza del G7, alla presenza anche di Polonia e Romania, ho detto che l’Italia farà di tutto per aiutare i Paesi vicini gestire l’impatto di questa gigantesca migrazione. Ho ribadito che possono contare su di noi. L’Italia ha già contribuito in modo considerevole all’emergenza con un finanziamento di 110 milioni di euro a favore di Kiev come sostegno al bilancio generale dello Stato.

Abbiamo stanziato un primo contributo del valore di un milione di euro al Comitato Internazionale della Croce Rossa, donato oltre 4 tonnellate di materiale sanitario, e offerto tende familiari e brandine. Abbiamo in programma l’invio di beni per l’assistenza alla popolazione, di farmaci e dispositivi sanitari e il dispiegamento di assetti sanitari da campo. Voglio ringraziare la Croce Rossa Italiana, la Protezione Civile e tutti i volontari per il loro costante impegno a favore dei più deboli. L’Italia è pronta a fare di più, sia attraverso le principali organizzazioni umanitarie attive sul luogo, sia con donazioni materiali.

 

Nel Consiglio dei Ministri di ieri abbiamo stanziato 10 milioni di euro, a carico del Fondo per le emergenze nazionali, per assicurare soccorso e assistenza alla popolazione ucraina.  Per farlo è stato dichiarato uno stato di emergenza umanitaria, che durerà fino al 31 dicembre e che ha esclusivamente lo scopo di assicurare il massimo aiuto dell’Italia all’Ucraina. È un impegno di solidarietà, che non avrà conseguenze per gli italiani, e che non cambia la decisione di porre fine il 31 marzo allo stato di emergenza per il Covid-19. Per quanto riguarda i rifugiati siamo impegnati nell’attivazione di corridoi speciali per i minori orfani, perché possano raggiungere il nostro Paese al più presto e in sicurezza.

Domenica, nel Consiglio straordinario dei Ministri dell’Interno dell’Unione europea è stata valutata la possibilità, che l’Italia sostiene, di applicare per la prima volta la Direttiva sulla protezione temporanea, prevista in caso di afflusso massiccio di sfollati. Questa Direttiva garantirebbe agli Ucraini in fuga di soggiornare nell’Unione europea per un periodo di un anno rinnovabile ed eviterebbe di dover attivare onerose procedure di asilo dopo i 90 giorni di soggiorno senza visto. La Direttiva porterebbe inoltre gli Stati membri a indicare la propria capacità di accoglienza e a cooperare tra loro per il trasferimento della residenza delle persone da uno Stato all’altro. Il Ministero dell’Interno sta lavorando alla predisposizione di apposite norme sull’accoglienza degli sfollati ucraini nelle strutture nazionali. Faremo la nostra parte, senza riserve, per garantire la massima solidarietà. Abbiamo già instaurato un dialogo con le Agenzie delle Nazioni Unite competenti per individuare le priorità di intervento e procedere con l’elaborazione di progetti di assistenza ai rifugiati nei Paesi vicini all’Ucraina Intendiamo rendere più facile l’esame delle domande di protezione internazionale che verranno presentate.

 

In seguito all’intensificarsi dell’offensiva russa, abbiamo adottato una risposta sempre più dura e punitiva nei confronti di Mosca. Sul piano militare, il Comandante Supremo Alleato in Europa ha emanato l’ordine di attivazione per tutti e 5 i piani di risposta graduale che ho illustrato la settimana scorsa. Questo consente di mettere in atto direttamente la prima parte dei piani e incrementare la postura di deterrenza sul confine orientale dell’Alleanza con le forze già a disposizione.

 

Mi riferisco al passaggio dell’unità attualmente schierata in Lettonia, alla quale l’Italia contribuisce con 239 unità. Per quanto riguarda le forze navali, sono già in navigazione sotto il comando NATO. Le nostre forze aeree schierate in Romania saranno raddoppiate in modo da garantire copertura continuativa, insieme agli alleati. Sono in stato di pre-allerta ulteriori forze già offerte dai singoli Paesi Membri all’Alleanza: l’Italia è pronta con un primo gruppo di 1.400 militari e un secondo di 2.000 unità. Ringrazio il Ministro Guerini e tutte le forze armate per il loro impegno e la loro preparazione. Dopo il ruolo centrale che le forze armate hanno avuto durante la pandemia, voglio esprimere di nuovo il riconoscimento del Paese.

 

L’Italia ha risposto all’appello del Presidente Zelensky che aveva chiesto equipaggiamenti, armamenti e veicoli militari per proteggersi dall’aggressione russa. È necessario che il Governo democraticamente eletto sia in grado di resistere all’invasione e difendere l’indipendenza del Paese. A un popolo che si difende da un attacco militare e chiede aiuto alle nostre democrazie, non è possibile rispondere soltanto con incoraggiamenti e atti di deterrenza. Questa è la posizione italiana, la posizione dell’Unione europea, la posizione dei nostri alleati.

 

Questa convergenza è il frutto di un’intensissima attività diplomatica. Venerdì ho preso parte a un vertice dei Capi di Stato e di Governo della NATO in cui ho ribadito che l’Italia è pronta a fare la propria parte e a mettere a disposizione le forze necessarie. Il giorno successivo, ho avuto un colloquio telefonico con il Presidente ucraino Zelensky, al quale ho confermato il pieno sostegno dell’Italia. Gli ho anticipato la nostra intenzione di aiutare l’Ucraina a difendersi dalla Russia e gli ho ribadito il nostro convinto sostegno alla posizione dell’Unione europea sulle sanzioni. Lunedì pomeriggio, ho partecipato a una videoconferenza – di cui vi dicevo prima – con i leader del G7, della Polonia, della Romania, i Presidenti della Commissione europea e del Consiglio europeo e con il Segretario Generale della NATO.

In questi incontri, l’Unione Europea e gli alleati hanno dato costantemente prova di fermezza e di unità. Abbiamo adottato tempestivamente sanzioni senza precedenti, che colpiscono molti settori e un numero importante di entità e individui, inclusi il presidente Putin e il ministro Lavrov. Sul piano finanziario le misure restrittive adottate impediranno alla Banca centrale russa di utilizzare le sue riserve internazionali per ridurre l’impatto delle nostre sanzioni.

In ambito UE si sta lavorando a misure volte alla rimozione dal sistema SWIFT di alcune banche russe. Questo pacchetto ha inflitto già costi molto elevati a Mosca. Nella sola giornata di lunedì, il rublo ha perso circa il 30% del suo valore rispetto al dollaro. La Borsa di Mosca è chiusa da ieri e la Banca centrale russa ha più che raddoppiato i tassi di interesse, passati dal 9,5% al 20%, per provare a limitare il rischio di fughe di capitali. Stiamo approvando forti misure restrittive anche nei confronti della Bielorussia, visto il suo crescente coinvolgimento nel conflitto. La Russia ha subito anche un durissimo boicottaggio sportivo, con l’annullamento di tutte le competizioni con squadre russe in ogni disciplina.

 

L’Italia è pronta a ulteriori misure restrittive, ove fossero necessarie. In particolare, ho proposto di prendere ulteriori misure mirate contro gli oligarchi. L’ipotesi è quella di creare un registro internazionale pubblico di quegli oligarchi con un patrimonio superiore ai 10 milioni di euro. Ho poi proposto di intensificare ulteriormente la pressione sulla Banca centrale russa e di chiedere alla Banca dei Regolamenti Internazionali, che ha sede in Svizzera, di partecipare alle sanzioni. Allo stesso tempo, è essenziale mantenere aperta la via del dialogo con Mosca. Ieri, delegazioni russe e ucraine si sono incontrate in Bielorussia, al confine con l’Ucraina.

 

Auspichiamo il successo di questo negoziato, anche se siamo realistici sulle sue prospettive. Ai cittadini italiani, che sono preoccupati per le conseguenze di questo conflitto, voglio dire che il Governo è al lavoro incessantemente per contrastare le possibili ricadute per il Paese. Il Ministero dell’Interno ha emanato le direttive in merito alle misure di vigilanza, a protezione degli obiettivi sensibili. Per gli aspetti legati ai controlli di sicurezza e dei rifugiati, il Governo ha attivato tutti i meccanismi nazionali e di coordinamento internazionale per monitorare le potenziali minacce. Il deterioramento delle relazioni tra la Russia e l’Unione europea e la NATO ha reso ancora più aggressiva la postura di Mosca verso l’Occidente in ambito cibernetico e di disinformazione. La Russia infatti ha accentuato le sue attività ostili nei confronti dei Paesi dell’Unione europea e della NATO, con l’intento di minare la nostra coesione e capacità di risposta. È stato attivato un apposito Nucleo per la Cybersicurezza per condividere le informazioni raccolte e al suo interno è stato istituito un tavolo permanente dedicato alla crisi in atto. Voglio ringraziare il Ministro dell’Interno Lamorgese, il Sottosegretario Gabrielli e tutte le forze dell’ordine per il loro lavoro a difesa dei cittadini.

 

Il governo è inoltre impegnato per mitigare l’impatto di eventuali problemi per quanto riguarda le forniture energetiche. Al momento non ci sono segnali di un’interruzione delle forniture di gas. Tuttavia è importante valutare ogni evenienza, visto il rischio di ritorsioni e di un possibile inasprimento delle sanzioni. L’Italia importa circa il 95% del gas che consuma e oltre il 40% /43 o 45%) proviene dalla Russia. Nel breve termine, anche una completa interruzione dei flussi di gas dalla Russia a partire dalla prossima settimana non dovrebbe di per sé comportare seri problemi.  L’Italia ha ancora 2,5 miliardi di metri cubi di gas negli stoccaggi e l’arrivo di temperature più miti dovrebbe comportare una significativa riduzione dei consumi da parte delle famiglie.

 

La nostra previsione è che saremo in grado di assorbire eventuali picchi di domanda attraverso i volumi in stoccaggio e altre capacità di importazione. Tuttavia, in assenza di forniture dalla Russia, la situazione per i prossimi inverni, e nel prossimo futuro più immediato, rischia di essere più complicata. Il Governo ha allo studio una serie di misure per ridurre la dipendenza italiana dalla Russia. Voglio ringraziare il Ministro Cingolani per il grande impegno su questo tema. Le opzioni al vaglio, perfettamente compatibili con i nostri obiettivi climatici, riguardano prima di tutto le importazioni di gas da altre fornitori – come l’Algeria o l’Azerbaijan; un maggiore utilizzo dei terminali di gas naturale liquido a disposizione; eventuali incrementi temporanei nella produzione termoelettrica a carbone o petrolio, che non prevedrebbero comunque l’apertura di nuovi impianti. Se necessario, sarà opportuno adottare una maggiore flessibilità sui consumi di gas, in particolare nel settore industriale e quello termoelettrico.

 

La diversificazione delle fonti di approvvigionamento energetico è un obiettivo da perseguire indipendentemente da quello che accadrà alle forniture di gas russo nell’immediato. Non possiamo essere così dipendenti dalle decisioni di un solo Paese. Ne va anche della nostra libertà, non solo della nostra prosperità. Per questo, dobbiamo prima di tutto puntare su un aumento deciso della produzione di energie rinnovabili – come facciamo ad esempio nell’ambito del programma “Next Generation EU”.
Ma il gas rimane un utile mezzo per affrontare la transizione. Dobbiamo ragionare su un aumento della nostra capacità di rigassificazione e su un possibile raddoppio della capacità del gasdotto TAP.

 

L’Unione europea ha dimostrato enorme determinazione nel sostenere il popolo ucraino. Nel farlo, ha assunto decisioni senza precedenti nella sua storia – come quella di acquistare e rifornire di armi un Paese in guerra. Come è accaduto altre volte nella storia europea, l’Unione ha accelerato nel suo percorso di integrazione di fronte a una crisi. Ora è essenziale che le lezioni di questa emergenza non vadano sprecate. In particolare, è necessario procedere spediti sul cammino della difesa comune, per acquisire una vera autonomia strategica, che sia complementare all’Alleanza Atlantica. La minaccia portata oggi dalla Russia è una spinta a investire nella difesa più di quanto abbiamo mai fatto finora. Possiamo scegliere se farlo a livello nazionale, oppure europeo. Il mio auspicio è che tutti i Paesi scelgano di adottare sempre più un approccio comune. Un investimento nella difesa europea è anche un impegno a essere alleati.

 

Lo straordinario afflusso di rifugiati che ha già incominciato ad arrivare dall’Ucraina, ci obbliga poi a rivedere le politiche d’immigrazione che ci siamo dati come Unione europea. In passato, l’Unione si è dimostrata miope nell’applicare regolamenti datati. L’Italia è pronta a fare la sua parte per ospitare chi fugge dalla guerra e per aiutarlo a integrarsi nella società. I valori europei dell’accoglienza e della fratellanza devono valere oggi più che mai. In caso di interruzioni nelle forniture di gas dalla Russia, l’Italia avrebbe più da perdere rispetto ad altri Paesi europei che fanno affidamento su fonti diverse. Questo non diminuisce la nostra determinazione a sostenere sanzioni che riteniamo giustificate e necessarie. È però importante muoverci nella direzione di un approccio comune per lo stoccaggio e l’approvvigionamento di gas. Farlo permetterebbe di ottenere prezzi più bassi dai Paesi produttori e assicurarci vicendevolmente in caso di shock isolati.

 

La guerra avrà conseguenze sul prezzo dell’energia, che dovremo affrontare con nuove misure a sostegno delle imprese e delle famiglie. È opportuno che l’Unione europea le agevoli, per evitare contraccolpi eccessivi sulla ripresa.
Nel lungo periodo, questa crisi ci ricorda l’importanza di avere una visione davvero strategica nella discussione sulle nuove regole di bilancio in Europa. A dicembre, insieme al Presidente francese Macron, abbiamo proposto di favorire con le nuove regole gli investimenti nelle aree di maggiore importanza per il futuro dell’Europa, come la sicurezza e la difesa dell’ambiente. Il disegno esatto di queste regole deve essere discusso con gli Stati membri. Tuttavia, questa crisi, come anche la transizione ecologica, e altri impegni che ci siamo trovati a dover affrontare dopo la pandemia, rafforza la necessità di scrivere regole compatibili con le ambizioni che abbiamo per l’Europa.

 

L’invasione da parte della Russia non riguarda soltanto l’Ucraina. È un attacco alla nostra concezione dei rapporti tra Stati basata sulle regole e sui diritti. Non possiamo lasciare che in Europa si torni a un sistema dove i confini sono disegnati con la forza. E dove la guerra è un modo accettabile per espandere la propria area di influenza. Il rispetto della sovranità democratica è la condizione per una pace duratura. Ed è nel cuore del popolo italiano che, come disse Alcide De Gasperi, è pronto ad associare la propria opera a quella di altri Paesi, “per costruire un mondo più giusto e più umano”. La lotta che appoggiamo oggi, i sacrifici che compiremo domani sono una difesa dei nostri principi e del nostro futuro. Ed è per questo che oggi chiedo al Parlamento il suo sostegno.

 

Grazie.

Ruggero Orfei e “Settegiorni”, un modello di giornalismo politico e di coerenza culturale.

 

La rivista era nata nel 1967 e ha chiuso i battenti nel 1974 dopo il referendum perso dalla Democrazia Cristiana e dai cattolici sul divorzio. I “pezzi” di Ruggero Orfei e del suo condirettore, Piero Pratesi – accanto alle cento firme – erano appuntamenti imperdibili per qualsiasi osservatore politico dell’epoca.

 

Giorgio Merlo

Ho fatto la tesi di laurea sulla rivista “Settegiorni in Italia e nel mondo”. Una rivista nata nel 1967 e che ha chiuso i battenti nel 1974 dopo il referendum perso dalla Democrazia Cristiana e dai cattolici sul divorzio. Ora, non voglio rileggere — come ovvio e scontato — l’esperienza di un settimanale che ha contribuito a segnare il cammino politico, culturale e sociale dei cattolici italiani e che, al contempo, ha scosso l’evoluzione e il percorso della stessa politica italiana. E la scomparsa recente del suo storico direttore, l’amico Ruggero Orfei, mi spinge a fare qualche rapida considerazione attorno ad un foglio che resta unico per la sua dimensione e per il ruolo che ha avuto nello scenario pubblico italiano in una fase storica decisiva per le sorti della nostra democrazia. Anche per il giornalismo italiano. Perchè “Settegiorni in Italia e nel mondo” non solo è stata una rivista politica e culturale vicina alle posizioni della sinistra sociale della Dc di Carlo Donat-Cattin, ma è stata anche e soprattutto una rivista che ha fatto del giornalismo di inchiesta – quello vero, però, senza alcun paragone e confronto per come è ridotto oggi quel settore – la sua ragion d’essere.

 

Certo, l’approfondimento politico e culturale era la vera priorità di questa scommessa editoriale guidata da Donat-Cattin – quella di maggior successo insieme alla rivista “Terza Fase” degli anni ‘80 – e con l’elaborazione puntuale ed intelligente di molti e qualificati collaboratori, “Settegiorni” era diventata un punto di riferimento da cui non si poteva prescindere. Sia all’interno della Dc e del mondo cattolico italiano dell’epoca e sia per gli altri partiti. In particolare per i partiti della sinistra storica e non solo. E i “pezzi” di Ruggero Orfei e del suo condirettore, Piero Pratesi – accanto alle cento firme – erano appuntamenti imperdibili per qualsiasi osservatore politico dell’epoca.

 

È indubbio, al riguardo, che Ruggero Orfei, anche se dopo l’esperienza di “Settegiorni” cambiarono i rapporti, ma non l’amicizia, tra la direzione della testata e i suoi finanziatori politici, condivideva sino in fondo l’idea di una presenza politica di ispirazione cristiana, popolare, autonoma e fortemente rappresentativa delle istanze dei ceti sociali popolari e cattolici. Un partito che non poteva e non doveva diventare un semplice e banale “polo conservatore” funzionale ad una alleanza con l’altro grande blocco, il Pci, con un probabile se non addirittura scontato cedimento culturale ed ideale nei confronti del più grande partito comunista occidentale. Una presenza politica, certamente di ispirazione cristiana, ma con un forte insediamento territoriale e una chiara opzione sociale. Per questo Orfei, all’epoca, dissentiva da tutte le interpretazioni che volevano una Dc conservatrice se non addirittura reazionaria, ripiegata su posizioni clericali o confessionali che appaltava la rappresentanza dei ceti popolari e socialmente più avanzati alla sinistra comunista e marxista.

 

Ecco perchè c’era una profonda simbiosi tra il Direttore di “Settegiorni” Orfei e l’editore politico Donat-Cattin. Perchè al centro della discussione c’era sempre e solo la necessità di salvaguardare una tradizione, quella cattolico popolare, cattolico sociale e cattolico democratica che individuava nella Dc di sinistra un baluardo centrale ed insostituibile. E quando parliamo di Ruggero Orfei, oltre alla sua vasta, ricca e feconda pubblicazione politica, culturale e religiosa, non possiamo e non dobbiamo dimenticare l’esperienza di “Settegiorni in Italia e nel mondo” che, ripeto, ha segnato la storia del giornalismo politico nel nostro paese.

Democrazie, dittature e autodeterminazione dei popoli.

 

In Ucraina il principio dell’autodeterminazione del popolo muove verso la democrazia e il mondo occidentale. Il nuovo ordine mondiale vede il forte radicamento di spinte egemoni. Ora, quando si dice che siamo ai margini di un possibile ribaltamento dell’ordine mondiale si intende esprimere preoccupazioni e angosce legate al pericolo di veder cancellati secoli di storia.

 

 

Francesco Provinciali

 

Dello studio della storia – materia che langue nei programmi delle scuole di ogni ordine e grado fino alla soppressione della traccia storica nel tema di maturità (ove non si  elimini del tutto il tema stesso) – mi ha sempre affascinato il fatto che essa possa essere rievocata, scritta e narrata in modi diversi a seconda dei contesti geografici e dei sistemi scolastici dei Paesi di riferimento. Un’osservazione persino banale, non fosse che a seconda di come e di dove si riavvolge il nastro degli eventi umani, essi possono assumere interpretazioni, spiegazioni e narrazioni del tutto differenti tra loro, ove non apertamente antitetiche ed opposte. Senza andare troppo lontano si consideri quanto divergano le retrospettive dei fatti e delle vicende nei libri di storia “italiani” e in quelli “sudtirolesi”, rispetto al Risorgimento, al ‘900, in particolare alle due guerre mondiali, alla lotta di liberazione: due visioni metabolizzate da punti di osservazione e di interessi diversi, persino reciprocamente antitetici, entrambi però legittimi.

 

Una breve riflessione per evidenziare quanto sia difficile prospettare in modo univoco e condivisibile una narrazione degli eventi che hanno dato costrutto alla storia dell’umanità. Ciò può esser utile per capire come – oltre ai fenomeni demografici di stanzialità, crescita e radicamenti dei popoli, oltre le migrazioni di varia natura, non si possa immaginare una configurazione “dell’ordine mondiale” senza tener conto dei continui sommovimenti che i conflitti bellici hanno da sempre provocato. Il principio di autodeterminazione dei popoli è una aspirazione che resta latente o si esprime e si realizza a seconda dei contesti geografici e soprattutto dei modelli strutturati di esercizio del potere costituito.

 

In una democrazia questo principio si manifesta nell’ordine delle cose in modo che il concetto di nazione sia il più aderente possibile a quello di Stato. In una dittatura o in un regime dove le oligarchie sono stratificate il principio stesso di rappresentanza viene fortemente condizionato, la stratificazione del potere assomiglia ad una piramide ad acuta verticalizzazione. Gli eventi di questi giorni ci raccontano di un popolo – quello ucraino – che ambisce a esser parte di un contesto geopolitico dove poter esprimere autonomia e indipendenza. L’invasione ordinata da Putin è il tentativo – manu militari — di riappropriarsi di un territorio che un tempo le apparteneva: sono esigenze contrapposte, la prima legittima la seconda autoritaria e colonizzatrice.  In un bellissimo saggio del 2020 di Furio Ferraresi sulle peripezie della democrazia negli intrinseci rapporti tra potere e rappresentatività, forme dirette e indirette della partecipazione popolare sul discrimine che corre tra politica e società si coglie come lo stesso Max Weber pensasse alla democrazia come ordinamento statuale perfettibile, esprimendo un’oscillazione tra rivendicazione di diritti e regole di ingaggio e funzionamento degli apparati.  Si dice che la peggior democrazia sia preferibile alla migliore dittatura e i fatti di questi giorni lo stanno confermando. In Ucraina il principio dell’autodeterminazione del popolo muove verso la democrazia e il mondo occidentale come affrancamento dall’inglobamento in un potere eterodiretto, inoltre esprime un forte radicamento territoriale, un legame con tradizioni diverse e non sovrapponibili ad altre. Geopolitica e geoeconomia costituiscono oggi due chiavi di lettura interrelate che spiegano come ai concetti di popolo e nazione si contrappongano mire espansionistiche proiettate – senza tante remore – alla conquista del mondo. “Non abbiamo nemici ma solo interessi” diceva Henry Kissinger e questo spiegava allora la strategia della più grande potenza mondiale: tenere aperte le porte del dialogo e del confronto, del commercio e dell’interscambio da una posizione di primazia, ora perduta.

 

Il nuovo ordine mondiale vede il forte radicamento di spinte egemoni: Russia e Cina si stanno muovendo alla conquista del pianeta, sono cambiati gli equilibri di forza, la disinvoltura che usa la forza come arma di convincimento ci riporta al secolo scorso dove i totalitarismi e l’uso della violenza volevano popoli sottomessi, annientati e nazioni cancellate. Perché c’è differenza e non poca tra populismi e nazionalismi da un lato e legittime aspirazioni al radicamento territoriale come espressione di libera autodeterminazione. Unirsi attorno ad una bandiera, difendere i confini, battersi contro l’azzeramento delle proprie tradizioni e della propria storia sono la parte positiva e non negoziabile dei diritti civili che sottendono la democrazia e con essa le proprie libertà, sedimentate nella storia e risultato di avvenimenti e di scelte che costituiscono il “genius loci” di una comunità. Quando si dice che siamo ai margini di un possibile ribaltamento dell’ordine mondiale si intende esprimere preoccupazioni e angosce legate al pericolo di veder cancellati secoli di storia e con essi l’icona stessa, condivisa, pacifica, motivata e irrinunciabile della propria identità.

 

Ecco, in un mondo che dimentica il passato e le sue non remote tragedie, l’umanità rischia di soccombere e rimuovere i simboli della propria appartenenza: la bandiera, la Patria, le radici della propria storia.

Quale rimedio per la democrazia malata? Bisogna che essa riesca a trasformarsi da statale in comunitaria.

 

Contro la tendenza, ormai debordante, a incentivare il potere personale del leader, la battaglia democratica deve spingere in direzione di un cambiamento di fondo, così da mettere in relazione il principio di rappresentanza con quello di responsabilità. Dunque, una riforma della democrazia in grado di assicurare la sopravvivenza degli stessi partiti politici. Serve una nuova legge elettorale di tipo proporzionale.

 

 

Andrea Piraino

 

In un interessante e partecipato convegno, organizzato dalla rete delle Agorà democratiche, si è discusso ieri a Palermo di “democrazia malata”. Dalle analisi svolte nei vari interventi dei numerosi partecipanti  — tra i quali Manlio Mele che ha introdotto i lavori, Nicolò Oddati e Nicola Zingaretti che li hanno conclusi — è emerso con una certa consonanza di toni che la democrazia oggi si presenta sempre più in evoluzione verso forme di organizzazione ‘diretta’ che strutturano, cioè, il potere politico senza intermediazione o, addirittura, contro il parlamento e le istituzioni rappresentative.

 

Questa tendenza si è accentuata a seguito del mancato completamento di sistema della riforma della governance locale che era stata introdotta all’inizio degli anni ‘90 del secolo scorso come risposta alternativa alla crisi della democrazia dei partiti colpiti dallo tzunami di tangentopoli con l’elezione diretta, prima, dei sindaci (e dei presidenti di Provincia) e, poi, dei presidenti delle Regioni. La non riuscita riforma del sistema di organizzazione delle funzioni di governo a tutti i livelli, dal Comune allo Stato, ha determinato infatti un pasticcio istituzionale inestricabile, dove alla fine l’unica novità emersa è stata il potere personale degli eletti a cariche monocratiche o, comunque, apicali.

 

Invece della modifica del sistema politico-istituzionale con l’introduzione del principio di responsabilità, insomma, l’elezione diretta degli organi monocratici di governo ha determinato solo il collegamento diretto, senza mediazione alcuna cioè, dei cosiddetti leader con gli elettori, i cittadini, l’opinione pubblica ed ha lasciato del tutto immodificato il modello di governo delle varie istituzioni pubbliche incentrato sul presunto principio di rappresentatività.

 

Affermatosi questo paradigma di base, secondo il quale il circuito democratico consiste nel rapporto diretto tra il leader e l’opinione pubblica, risulta evidente come tutta l’organizzazione politica della Repubblica si sia via via trasformata introducendo un rapporto politico-elettore non solo immediato, diretto ma anche personale. Nel quale, però, la relazione non è paritaria ma sbilanciata tutta a favore dei politici, con i cittadini che sono trasformati in  “pubblico” e, quindi, con l’unico potere di “cambiare canale televisivo” o di sfogare la propria frustrazione con sproloqui  postati su i vari social network.

 

A tutto questo vanno poi aggiunti gli effetti dello sviluppo tecnologico che con l’introduzione della rete ha consentito ai politici di intervenire in modo permanente nel rapporto con i singoli cittadini e quindi di determinare una sorta di democrazia live per mezzo della quale l’opinione pubblica ha l’illusione di partecipare al processo decisionale della politica mentre, in realtà, dietro questo vero e proprio schermo populistico, si nasconde il potere personale (e, spesso, autoritario) di un capo politico che ha la pretesa di rappresentare la volontà generale del Popolo e, dunque, di essere l’unico e incontestabile decisore.

 

Ma se questa è con larga approssimazione la diagnosi, venuta fuori da più di tre ore di dibattito intenso ed anche appassionato, della malattia di cui soffre la democrazia nel nostro Paese, vediamo allora brevissimamente quale potrebbe essere una efficace terapia che sia in grado di restituirle la sua piena funzionalità e capacità di garantire ai fondamentali valori di libertà ed eguaglianza che la costituiscono una effettività che da tempo è andata perduta. In questa prospettiva terapeutica, però, non farò riferimento alle varie tesi enunciate (naturalmente, per cenni) dai molti intervenuti nel corso del dibattito svoltosi nella bellissima cappella sconsacrata dell’Oratorio di Sant’Elena e Costantino, quanto piuttosto alle mie personali convinzioni che, in estrema sintesi, si possono ricondurre alla seguente tesi.

 

È necessario riprendere, per così dire, la strada della responsabilità che, negli anni ‘90 del secolo scorso, era già stata individuata come capace di intervenire a correggere il sistema politico-istituzionale. Ma non solo nei meccanismi della governance locale quanto in una nuova prospettiva che riguardi innanzi tutto le istituzioni centrali del sistema repubblicano (Governo e Parlamento) per trasformare la nostra democrazia da statale in comunitaria.

 

Per intuire l’elemento caratterizzante di questo cambiamento è sufficiente sottolineare che si tratterebbe di un sistema organizzativo non più improntato alla logica monista dell’esercizio della medesima funzione sovrana da parte di entrambi i due poteri costituzionali del Parlamento e del Governo ma di un organismo strutturato in modo da valorizzare il dualismo delle funzioni che i due organi esercitano. Non per lasciarlo, però, alla deriva di una separazione senza fine, ma per collegare le due funzioni tra di loro connettendole in un circolo virtuoso fondato sull’interazione dell’attività di controllo con quella di governo. In altri termini, per mettere in relazione il principio di rappresentanza con quello di responsabilità.

 

Circostanza, quest’ultima, che costituirebbe il fondamento di una vera riforma della democrazia in grado di assicurare la sopravvivenza degli stessi partiti politici, restituiti al loro pluralismo, e la valorizzazione dello stesso ordinamento istituzionale in cui non sarebbe solo l’organo collegiale del Parlamento ad essere eletto direttamente dal corpo elettorale ma anche quello monocratico del Premier. Fermo restando il ruolo di unità e garanzia del Presidente della Repubblica.

 

In sostanza, un rapporto nuovo tra Popolo ed Istituzioni e, soprattutto, la possibilità di fare subito una riforma per l’elezione del Parlamento in senso proporzionale, superando d’emblée tutte le alchimie che finora ci hanno costretto a passare da un porcellum all’altro (in verità, rosatellum o italicum) senza riuscire a cavare un ragno dal buco.

Questa guerra non ha ancora vincitori ma ha un solo sconfitto: Putin.

Ha perso tutto. La credibilità internazionale e quel poco di consenso interno che non fosse comprato o preso con la forza. Ha perso la sua stessa faccia.

Putin è riuscito a passare, in appena cinque giorni, da uomo più potente del mondo al più odiato, isolato. È rimasto solo, ha mandato un esercito di ragazzini a sparare contro qualsiasi cosa si muovesse e gliene sono tornati quasi seimila dentro una bara. Ora, potrà arrestarne cinquemila nelle sue piazze in tre giorni ma dovrà arrestarne ancora e ancora, fino ad avere più gente in carcere che nelle case e dovrà dare a seimila famiglie russe spiegazioni più che valide sulla morte dei loro cari.

Ha fatto di tutto per imporre il potere con la paura e la forza, ma in realtà ha rinforzato il sentimento popolare di unità. Anche un contadino disarmato può fermare un carroarmato. Questo, il messaggio al mondo che ha dato. Ha distrutto un Paese libero, provocato danni incalcolabili che dovrà pagare la sua Nazione insieme ai crimini di guerra. Voleva un’Ucraina disarmata e ha ottenuto il Paese più armato del mondo, alle porte e con il supporto di tutta la NATO, pur non facendone ancora parte.

Voleva un’Ucraina fuori dall’Europa, ha ottenuto un invito dalla UE a farne parte per aver dimostrato il suo popolo un onore e un valore unici, europei, libertari, dimostrati sul campo, combattendo soli contro uno degli eserciti più forti del mondo. Ha detto di andare a combattere i nazisti ma a dimostrato di essere lui, il nazista. Voleva un’UE divisa, ha pagato partiti e corrotto poteri, interferito nelle elezioni e ha ottenuto forse la prima volta nella Storia in cui la UE si è dimostrata veramente unita.

È riuscito a far rompere la storica neutralità anche alla Svizzera. Nessuno, mai era riuscito a tanto. Il mondo della cultura, dello Sport, ogni personalità di spicco ha preso le distanze da lui. Ha fatto vergognare in un silenzio epocale chiunque in passato si fosse accostato a lui. Ha fatto di tutto per dare un’immagine di sé forte e ha perso dinnanzi a Zelensky, che ha saputo entrare nei cuori di quaranta milioni di persone disposte a morire con lui e altrettanti nel mondo. Zelensky, ebreo, giovane, diventato politico e ora leader combattente vero e autentico, icona per le generazioni future.

E, se Zelensky morirà, sotto i colpi dei sicari mercenari che aveva già pagato per entrare in Ucraina molto, molto prima di invadere, avrà anche completato il capolavoro di aver creato un’icona, immortale nei cuori e negli animi della gente. Non c’è una sola cosa su cui non solo non abbia portato a casa un risultato ma non sia riuscito a contenere i danni subiti. Putin ha perso tutto ed è rimasto solo.

Il “caso Kiev” e la politica estera europea. Lo tsunami della crisi ucraina può rafforzare il protagonismo dell’UE.

Il gioco è cambiato, diversamente dal passato il giusto e l’utile tendono a coincidere. Ora, contribuire da parte nostra alla stabilità in Ucraina è coerente sia con i nostri valori che con i nostri interessi.

Tra le molte cose che sappiamo sulle democrazie c’è senz’altro il fatto che difficilmente si fanno la guerra tra di loro. Naturalmente non sono sempre più pacifiche dei regimi autoritari. Sappiamo solo che raramente si aggrediscono tra loro. Da qui l’idea secondo cui, in un mondo composto esclusivamente di democrazie stabili, la guerra scomparirebbe in automatico. Questa corrente di pensiero non è rimasta relegata nel chiuso delle discussioni accademiche, ha ispirato spesso l’azione di molti osservatori e leader politici mondiali.

In realtà, come si vede in questi giorni, la situazione è un po’ più complessa. Ci sono almeno due precisazioni da fare. La prima è che se le democrazie tendono a instaurare tra loro rapporti pacifici, la regola non vale per i regimi autoritari. Anzi, esistono prove del fatto che i regimi illiberali possono essere molto aggressivi verso i vicini democratici. In questi casi, è alto il rischio che le loro élite possano incanalare verso un nemico esterno le tensioni sempre presenti al loro interno.

La seconda precisazione è che i processi di democratizzazione non sfociano necessariamente in democrazie compiute. Anzi, spesso generano “democrature” che mettono insieme elementi liberali (elezioni più o meno libere) e altri illiberali (regole emergenziali finalizzate alla repressione degli oppositori). Una democrazia illiberale può essere molto aggressiva verso l’esterno, talvolta più di certi regimi autoritari.

Inoltre in politica c’è spesso un divario tra ciò che è “giusto” e ciò che è “utile”, in altre parole tra ciò che pensiamo sarebbe giusto fare alla luce dei principi che professiamo e ciò che sappiamo essere utile per i nostri interessi. In politica internazionale, poi, quel divario spesso è la regola. Ciò contribuisce a spiegare il tasso di ipocrisia che spesso circonda i rapporti interstatali. Si finge di fare ciò che è giusto, ma si opera per realizzare ciò che è utile. Soltanto in rare circostanze il giusto e l’utile coincidono.

Adesso però il gioco è cambiato, nel senso che il giusto e l’utile tendono a coincidere: contribuire, da parte nostra, alla stabilità in Ucraina è coerente sia con i nostri valori che con i nostri interessi. Le sanzioni già decise dalla comunità internazionale sono un importante primo passo. In realtà, c’è un problema italiano in rapporto alla Russia e c’è un problema europeo in rapporto all’Est del continente nel suo insieme. La crisi ucraina ha posto il nostro Paese in prima linea. Ciò che accade a Kiev è per noi una emergenza nazionale che andrebbe affrontata con il massimo di coesione da parte della classe dirigente. 

Siamo tra i più esposti per gli intensi rapporti che abbiamo sempre coltivato con la Russia, per gli approvvigionamenti energetici, per il volume dei nostri interessi e scambi commerciali con Mosca, per le questioni di sicurezza coinvolte. E siamo tra i più esposti anche perché vari competitors potrebbero tra poco farsi avanti per subentrare alle molte imprese italiane che hanno fino a oggi operato attivamente in Russia. Se come “sistema Paese” non avremo un ruolo da protagonisti in questa fase, non potremo sperare di averne uno a guerra conclusa.

C’è poi l’Europa. I suoi interessi strategici sono troppo importanti perché essa possa permettersi il lusso di non adottare, sia pure in accordo con l’alleato americano, una posizione al tempo stesso energica e lungimirante. I primi segnali non sono positivi. Scegliere lo “scaricabarile”, rifiutare anche in via ipotetica l’idea di una “gestione europea” della crisi, la dice lunga sulla condizione e sullo stato di salute in cui versa l’UE. Lo tsunami della crisi ucraina può essere quella “sfida esterna” ai più vitali interessi di sicurezza dell’Unione in grado di far fare un definitivo salto di qualità alla politica estera comune. Oppure, può essere lo scoglio che può farla naufragare definitivamente. La relazione è nei due sensi: la sfida potrebbe indurre più coesione in Europa e più coesione le sarebbe necessaria per influenzare, magari ponendo mano a un piano straordinario di aiuti, il futuro dell’Ucraina. Anche al fine di impedire che la regione venga sconvolta, tra qualche tempo, da nuove guerre.

Il fallimento dell’autocrate di Mosca nello scacchiere euroasiatico.

L’Europa, con una difesa comune, potrebbe disinnescare piuttosto facilmente il pericolo russo, ma il progetto di difesa comune è ancora fermo. Il sospetto è che dietro l guerra in Ucraina si nasconda un problema interno. La mossa di invadere l’Ucraina, dove prima la Russia reperiva anche risorse umane, potrebbe essere l’ultima mossa di un dittatore in difficoltà.

 Antonio La Rocchia

Il 24 febbraio, dopo lunghe tensioni, Putin da l’ordine di invadere l’Ucraina. Lo sgomento è tanto, i leader di tutto il mondo annunciano ai propri cittadini l’inizio di una guerra. Il Cancelliere Federale Olaf Scholz, la annuncia dicendo che: “Lui solo, non il popolo russo, ha deciso di fare la guerra. Lui solo ha la responsabilità. Questa guerra è la guerra di Putin.”. È un susseguirsi di notizie, con il timore che questa possa essere la scintilla che faccia scoppiare la terza guerra mondiale. Gli interrogativi sono tanti e il pensiero va al popolo russo.

Sono disposti ad uccidere e farsi uccidere per la guerra sovranista di Putin?

A differenza del popolo ucraino che sta lottando per la liberta, vittima dell’attacco di un uomo folle, solo al comando, i russi sembrano tentennare, protestano. Emblematica è la foto simbolo che circola in rete con l’immagine di un cittadino russo con un cartello con scritto: ”I’m Russian. Sorry for that.”. Agghiaccianti le immagini degli arresti di manifestanti pacifici e inermi a San Pietroburgo.

Chi è nato negli anni settanta e ha fatto il servizio obbligatorio di leva, può raccontare che in quegli anni si respirava un’aria particolare: la caduta del muro di Berlino; la fine della guerra fredda. C’era una spinta verso la pace che si respirava in tutto il mondo, che ha portato anche in Italia all’abolizione dell’obbligo di leva.

La leva obbligatoria, simbolo dei nazionalismi, si è indebolita ovunque. Si è trasformata in leva volontaria, come negli Stati Uniti, con risorse umane sempre più difficili da reperire. Se il governo prova a proporre il reinserimento della leva obbligatoria, i giovani protestano. In Russia, dove la leva obbligatoria è già stata dimezzata da due ad un anno, una delle promesse fatte da Putin ai giovani per essere eletto è stata proprio l’abolizione della leva obbligatoria, non appena le condizioni lo avessero consentito.

Oggi Putin sta richiamando i riservisti.

Perché? Perché sono vecchi! Perché siamo Vecchi! In quanti oggi saremmo abili ad un eventuale arruolamento? Il nord del mondo è vecchio. All’incirca l’età media in Italia è di 46 anni, in Europa di 44 anni. E in Russia? L’età media è di 47 anni. Non credo che alcolisti, cardiopatici e diabetici possano andare al fronte, con l’insulina e la flebo attaccata.

Per questo l’Europa, con una difesa comune, potrebbe disinnescare piuttosto facilmente il pericolo russo, ma il progetto di difesa comune è ancora fermo.

La guerra non ha mai un senso, ma questa volta appare veramente una follia, soprattutto se approfondiamo anche il contesto generazionale. Le generazioni non sono solo un insieme di persone appartenenti allo stesso periodo temporale, le generazioni hanno in comune le stesse esperienze, che formano e portano ad avere affinità sociologiche. Le ultime “pietre miliari” di portata globale sono state: il collasso dell’Unione Sovietica nel 1991; gli attacchi dell’11 Settembre; la crisi finanziaria del 2008; il Coronavirus del 2020.

I giovani di oggi, ma non solo i più giovani, condividono più di quanto condividevano in passato, soprattutto la connettività, la mobilità e la sostenibilità. Oggi il problema non sembra essere tra nord e sud del mondo, tra est e ovest, il problema è tra giovani e vecchi. I salari, per esempio, sono stagnanti negli Stati Uniti più o meno come in tutto il mondo, i prezzi delle case sono aumentati ed il costo della sanità insostenibile. Le giovani generazioni si trovano ad affrontare sfide analoghe anche se sono di paesi differenti e ovunque si sentono schiacciati dalla gig economy. Hanno in comune delle coordinate culturali: vogliono lavorare per vivere e non vivere per lavorare; essere felici ed agire per il bene comune; evitare la povertà. 

In Russia Putin ha abbandonato milioni di persone dell’est del paese. Una bomba ad orologeria che unisce una classe media schiacciata dalla corruzione e giovani sottoccupati ma sovraistruiti con la laurea in tasca ed un lavoro non qualificato. Il fenomeno è ampiamente dimostrato dall’emigrazione intellettuale, che purtroppo noi italiani a differenza di altri paesi non riusciamo ad intercettare. A questo malcontento e svuotamento di risorse, possiamo sommare le risorse spostate in tutto il mondo dalla “multinazionale delle colf”.

Il sospetto è che dietro questa guerra si nasconda un problema interno. Le difficoltà di Putin, un uomo vecchio, stanco, solo al comando, potrebbero essere tutte interne. La mossa di invadere l’Ucraina, dove prima la Russia reperiva anche risorse umane, potrebbe essere l’ultima mossa di un dittatore in difficoltà.

Se spostiamo lo sguardo su Tblisi, registriamo che anche se la Georgia è occupata per il 20% del suo territorio dai russi, sta vivendo un momento di grande fermento, nell’edilizia, nell’architettura, nei festival culturali che attraggono europei. La Georgia sta subendo dei cambiamenti che ricordano quelli visti a Berlino Est.

Il problema della Russia è che non ha uomini per affrontare le sfide dei cambiamenti. Anche se oggi sembra impossibile, la Russia dovrà costruire ponti se in futuro vorrà mantenere un ruolo nello scacchiere euroasiatico.

È venuto a mancare Ruggero Orfei, un maestro della libertà di pensiero. Nella fine della Dc aveva visto una “liquidazione sotto costo”.

Protagonista di spicco del movimento cattolico italiano e del suo rinnovamento sulla scia del Concilio Vaticano II, è morto l’altra notte in ospedale a Roma all’età di 91 anni dopo una lunga malattia. I funerali si svolgeranno oggi, martedì 1° marzo, alle ore 11, nella chiesa romana della parrocchia della Nostra Signora de la Salette.

Nato a Perugia il 20 luglio 1930, Orfei si era laureato in filosofia teoretica nel 1955 con il professore Gustavo Bontadini all’Università Cattolica di Milano, dove iniziò a lavorare nella Biblioteca dell’Ateneo e ne divenne direttore, svolgendo questo ruolo fino al 1968. In quegli anni fu anche il direttore di “Vita e Pensiero”, rivista mensile dell’Università Cattolica. È stato anche collaboratore di “Relazioni sociali” e “L’Italia”. 

 

Appena due anni dopo la fine del Concilio Vaticano II, nel 1967 Ruggero Orfei fu tra i fondatori del settimanale “Settegiorni”, che diresse fino al 1974. Espressione di un’area di rinnovamento politico-culturale del movimento cattolico che faceva riferimento alla corrente della sinistra Dc “Forze Nuove” di Carlo Donat-Cattin, la rivista fu luogo di dialogo tra cattolici e socialisti e mondo progressista in genere. Dopo la chiusura di “Settegiorni”, Orfei diresse “Il Mensile” e poi il settimanale nazionale delle Acli “Azione sociale”. Membro della Direzione e della Presidenza delle Acli, fu dirigente responsabile dell’Ufficio studi dal 1978 al 1982. Con una serie di saggi e articoli, Orfei ha approfondito i temi della struttura politica italiana in relazione alla crescita delle società civile, della vita internazionale, delle prospettive teoriche e pratiche della pace, lo sviluppo e le nuove tecnologie. Dopo aver lasciato le Acli, per la Stet si occupò delle nuove forme di comunicazione. Nella seconda metà degli Ottanta collaborò per la politica internazionale con il segretario della Dc e poi presidente del Consiglio Ciriaco De Mita, di cui fu consigliere diplomatico.

 

Orfei è stato il primo autore di una biografia dedicata a Giulio Andreotti, pubblicata nel 1975 da Feltrinelli con il titolo di “Andreotti“. Tra i suoi libri: “Antonio Gramsci coscienza critica del marxismo” (Relazioni sociali, 1965); “Marxismo e umanesimo” (Coines Edizioni, 1970); “I tabù della dottrina sociale cristiana“(Coines edizioni, 1974); “L’occupazione del potere. I democristiani 1945-75” (Longanesi, 1976); “Fede e politica. Il cristiano di fronte al potere” (Longanesi, 1977); “Pace tra missili e fame” (Edizioni Dehoniane, 1983); “Gli anni di latta. Osservazioni sull’epilogo della Dc” (Marietti, 1998); “L’uomo di Nazaret. Inchiestà sulla vita di Gesù Cristo” (Marietti , 2002); “Il Gioco dell’Oca. Rapporto sul movimento cattolico” (Edizioni Diabasis, 2008).

 

Nel 2001 era intervenuto sulla rivisita “Enne Effe” (n. 5 – settembre/ottobre) con una introduzione (La presenza temporale dei cattolici in politica) a un vecchio testo pubblicato sulla rivista “Civitas” ((Sturzo e il partito dei cattolici, aprile/maggio 1960) da Piero Pratesi, l’amico deceduto appena l’anno prima. L’occasione gli permetteva di riprendere il confronto sui grandi temi del cattolicesimo politico, inquadrandoli nel periodo delle grandi trasformazioni, sociali e politiche, da cui sarebbe emersa la nuova formula di governo del centro-sinistra. Orfei osservava all’inizio del suo commento come quelle trasformazioni, da cui partiva l’analisi di Pratesi, “cominciavano a manifestarsi nella società, con l’avvio di un consumismo che in pochi anni si sarebbe rivelato sconvolgente e travolgente, gli antichi modelli che parevano acquisiti per sempre”. In quel tempo, soprattutto da destra, veniva emergendo la critica alla unità politica dei cattolici. Il dialogo con Pratesi, allora,  si sviluppava con dovizia di appunti e precisazioni, fino a ricapitolare le ragioni che avevano segnato il dissenso tra loro nel periodo della condivisa direzione di “Settegiorni”. 

Il punto era molto preciso. Orfei non era d’accordo sul compromesso storico perché temeva che il suo massimo teorico, Franco Rodano, avesse in mente la pura conservazione del blocco democristiano a condizione che si disponesse, come che sia, alla collaborazione organica con il PCI. Quella unità posticcia della DC, garantita dalla convergenza dei cattolici in sede politica ed elettorale, non lo convinceva minimamente. E ancora residuava nel suo scritto su “Enne Effe” la convinzione che la machiavellica  legittimazione di questa unità – guai per Rodano inseguire il ‘dissenso’ cattolico in funzione anti DC – fosse implicitamente una lontana ma decisiva causa, almeno sotto il profilo culturale, di quella successiva “liquidazione sottocosto e senza inventario” della DC. 

 

Dato il valore di questo dibattito, pur a distanza di molti anni, riteniamo opportuno mettere a disposizione dei nostri lettori entrambi i testi che “Enne Effe” aveva affiancato nella ricorrenza, all’epoca, della scomparsa di Pratesi. 

 

Link

Piero Pratesi Sturzo e il partito dei cattolici

R. Orfei La presenza temporale dei cattolici in politica (1)

Vladimir Putin un leader ormai stanco

L’assalto immotivato del presidente russo Vladimir Putin all’Ucraina sta rapidamente trasformando l’Europa e la NATO in maniera significativa
La NATO si è unita dietro le sanzioni economiche contro Mosca. Finlandia e Svezia, dopo decenni di neutralità, hanno segnalato un nuovo interesse ad aderire all’alleanza.

E nel tentativo di rafforzare le difese dell’Ucraina, l’Unione europea per la prima volta finanzierà l’acquisto e la consegna di armi.

In breve tempo, le principali potenze europee si sono spostate verso una posizione comune anti russa.

Domenica a Berlino, il nuovo cancelliere tedesco Olaf Scholz, ha pronunciato un discorso travolgente al parlamento dichiarando che il paese avrebbe speso più del 2% del suo PIL per la difesa.

Insomma, Putin ha realizzato ciò che l’ex presidente Trump e il presidente Obama prima di lui non erano riusciti a realizzare.

E’ riuscito a far scrollare di dosso la timidezza del secondo dopoguerra alla Germania e a far affermare a Josep Borrell, capo della politica estera dell’UE: “Stiamo fornendo le armi più importanti per andare in guerra”. (gli aiuti alla difesa potrebbe includere anche aerei da combattimento)

Anche la neutrale Svizzera si appresta a colpire la Russia con una serie di sanzioni, adeguandosi a quelle decise dalla Ue .

E poche ore fa gli Stati Uniti hanno attivato nuove sanzioni che impediscono alla banca centrale russa di accedere a qualsiasi asset sia negli Stati Uniti che in dollari USA. Il divieto riguarda anche il Ministero delle Finanze e il Fondo nazionale per la ricchezza della Russia.

Ora, sperando che i colloqui di pace possano darci buone notizie non resta che chiederci come, dopo la fine delle ostilità, la Russia affronterà il problema della successione di un leader ormai stanco.

 

Il rilancio della NATO

Sembrava uno strumento inservibile, senza più futuro. Invece…La minaccia putiniana, attuata con i mezzi militari e anticipata con parole dure espresse con un tono ed un volto ancora più duri, ha condotto anche paesi neutrali come Svezia e Finlandia a ragionare su una propria richiesta di adesione alla NATO. Inizia una nuova fase.

“Obsoleta” per Trump solo pochi anni fa; in “morte cerebrale” per Macron solo un paio d’anni fa: quasi dimenticata dagli europei occidentali e posta in secondo piano dagli stessi americani, la NATO al contrario negli stessi anni era ambìta dai paesi centro-orientali e orientali del continente europeo per quello che essa era ai loro occhi, ovvero una protezione dall’orso russo, i cui artigli avevano in un recente passato avuto la sfortuna di conoscere, con gravi e pesanti sofferenze.

La guerra scatenata da Putin ha rivitalizzato l’Alleanza, mai come in queste terribili giornate evocata e invocata. Il suo carattere difensivo ne fa uno strumento che può essere visto sotto una luce meno cupa di quanto istintivamente viene considerato un organo che in ogni caso prevede il possibile utilizzo degli armamenti. E d’altro canto resta, per la sicurezza psicologica degli europei divisi in tante piccole nazioni, un efficace deterrente per chiunque immaginasse di attaccarli. Ecco, quest’ultimo pensiero è quello che ha mosso a richiederne l’adesione tutti i Paesi che avevano fatto parte del Patto di Varsavia e pure quelli che erano inclusi nell’Unione Sovietica.

Si dice che sarebbe stato meglio procedere con cautela, perché inevitabilmente la Russia si sarebbe sentita progressivamente minacciata e prima o poi avrebbe reagito. Così facendo si sarebbe di fatto aizzato quel nazionalismo che pervade almeno in superficie ogni popolo, e quindi anche quello russo che in questi anni ha “percepito” il proprio Paese retrocesso da grande potenza mondiale a modesta potenza regionale (ancorché dotata di un sistema nucleare imponente).

È una riflessione che merita più di un pensiero. Non è da escludere, inoltre, che qualche generale e qualche politico statunitense abbia in effetti colto al volo l’occasione per sferrare un colpo definitivo agli odiati russi intesi ancora come sovietici. Lavorando intensamente per allargare la NATO quanto più velocemente possibile.

Epperò. Epperò non era semplice dire “no” a nazioni che dopo decenni di occupazione militare e di costrizioni dittatoriali chiedevano a gran voce una difesa certa per un futuro mai predittibile con assoluta certezza e dunque sempre, per definizione, avvolto nell’incognito. Non era semplice e non sarebbe stato giusto. Non possiamo dimenticare cosa è stato il comunismo sovietico, lo scorso secolo. Un sistema totalitario che ha privato della e delle libertà milioni di persone. Quindi la voglia di evitarne ogni possibile replica era ed è ben comprensibile.

La minaccia putiniana, attuata con i mezzi militari e anticipata con parole dure espresse con un tono ed un volto ancora più duri ha condotto anche paesi neutrali come Svezia e Finlandia a ragionare su una propria richiesta di adesione alla NATO. E per ciò stesso immediatamente minacciate da Putin. Il quale deve evidentemente aver perduto la propria tante volte esibita lucidità, se non si rende conto che dar seguito a tale minaccia significherebbe davvero scatenare una reazione militare dell’occidente, con risultati disastrosi per l’intera umanità e certamente anche per lui e per il popolo russo. 

Un dubbio che viene pure pensando all’osservazione più frequente fatta dall’uomo del Cremlino, ovvero che l’Ucraina non può far parte della NATO in quanto confinante con la Russia. Ma questo vale già oggi per Polonia e Lituania rispetto all’énclave di Kaliningrad, e per la stessa Turchia che è sul Mar Nero. In realtà io credo che il motivo principale dell’efferata iniziativa militare decisa da Putin sia un altro, ovvero l’idea di tenere in ambito russo popolazioni e territori estesi che egli ritiene “russi”: così l’Ucraina, così la Bielorussia. Erano russi ai tempi dell’URSS e pure nei secoli precedenti e devono tornare ad esserlo oggi. Questa la perversa logica.

Fatto sta che quanto sta avvenendo ha in una settimana rivitalizzato e ridato un senso alla NATO. Ciò comporterà per gli europei molte riflessioni ma anche, concretamente, un maggior loro contributo economico alle spese. Il centro principale degli interessi USA rimarrà il Pacifico e la loro richiesta agli europei di un esborso maggiore per garantire l’efficienza NATO verrà rinnovata. Con due punti di forza sino a ieri dimenticati: che l’Alleanza è tuttora indispensabile, oltre che ambìta. E che l’intelligence statunitense funziona, avendo anticipato per settimane – inascoltata – quello che Putin aveva deciso di fare. Ci aveva preso in pieno. I cantori, non sempre disinteressati, della “decadenza” americana farebbero meglio a mostrare maggior cautela, in futuro.

Quando il pacifismo era solo di sinistra.

È importante oggi cogliere un dato politico. E cioè, la voglia e la domanda di pace, il rifiuto della guerra come soluzione dei problemi tra gli Stati, il ricorso costante e convinto al dialogo e al confronto tra le varie parti in causa, la necessità di rispettare le sovranità dei singoli paesi, non è più riconducibile solo ed esclusivamente al mondo della sinistra

Per moltissimi anni nella politica italiana quando si parlava di pace si pensava immediatamente alla sinistra. Alla sinistra parlamentare e, quando ancora esisteva, alla sinistra extraparlamentare. Era un film quasi scontato. 

Scoppiava una guerra in un angolo del mondo e, immediatamente, partiva la mobilitazione politica ed organizzativa della sinistra. Nello specifico, attraverso la rete capillare del Partito comunista italiano. Une scenario che, per motivi quasi misteriosi, è proseguita per molti decenni nel nostro paese. Accanto, va pur detto, a settori del mondo cattolico e di molti associazioni del laicato cattolico organizzato. Finita la prima repubblica e archiviata la storia del Pci, la musica non è cambiata granchè. Sono cambiate certamente le sigle ma non è cambiata la modalità concreta nella trasmissione del messaggio che la pace è difesa sostanzialmente solo dalla sinistra. Ovvero, è sempre e solo la sinistra – seppur nelle sue multiformi e variegate espressioni – a scendere in campo e ad egemonizzare, di fatto, il tema importante e decisivo della pace. Decisivo non solo come valore da inverare e da coltivare ma anche, e soprattutto, come leva per costruire una strategia di politica internazionale. Pace che, come ovvio e scontato, deve sempre essere coniugata e strettamente intrecciata con una altrettanto adeguata e pertinente politica della sicurezza.

Ma, al di là di questa necessità, quello che si può e si deve rilevare oggi è che è cambiata la sensibilità e la stessa partecipazione concreta alla richiesta di una seria e credibile “politica della pace”. Si è di molto affievolita la pregiudiziale anti americana – anche se non è del tutto scomparsa – da un lato e si è indebolita la tesi che è patrimonio esclusivo delle forze della sinistra di egemonizzare il tema della pace dall’altro. Certo, questa area politica continua e rivendicarne l’egemonia ma, rispetto anche solo ad un passato recente, si è progressivamente ridotta la pregiudiziale che il “resto del mondo” non ha titolo e merito per organizzare manifestazioni di protesta a difesa della pace nel mondo. 

Un peso rilevante, al riguardo, lo ha certamente avuto la Chiesa nelle sue multiformi espressioni grazie ad una elaborazione ecclesiale, culturale e sociale che ha contribuito a sensibilizzare moltissimi cattolici nella difesa e nella promozione concreta dei temi legati alla conservazione e alla salvaguardia della pace privilegiando la politica del dialogo, del confronto, del negoziato e della trattativa democratica tra i vari stati. Pur sapendo che ogni paese è frutto e conseguenza della sua storia e del suo passato. E difficilmente questo viene scalfito del tutto. Come sta accadendo, puntualmente, in questo drammatico e violento conflitto tra la Russia e l’Ucraina.

Ecco perchè è importante oggi cogliere un dato politico. E cioè, la voglia e la domanda di pace, il rifiuto della guerra come soluzione dei problemi tra gli Stati, il ricorso costante e convinto al dialogo e al confronto tra le varie parti in causa, la necessità di rispettare le sovranità dei singoli paesi seppur senza alterare gli storici equilibri geopolitici mondiali non è più riconducibile solo ed esclusivamente al mondo della sinistra. Sinistra ideologica o post ideologica che sia. E questo è certamente un passo in avanti perchè mette in discussione la tradizionale ed atavica, nonchè del tutto presunta, “superiorità morale” della sinistra da un lato e, dall’altro, la concezione sempre più fuori luogo e fuori tempo che il valore della pace appartenga al solo patrimonio della sinistra ex comunista e post comunista. Le dichiarazioni, le manifestazioni, le mobilitazioni, gli appelli di questi giorni confermano che la pace è sempre più un valore universale, corale, collegiale, plurale e sempre meno ancorato ad una logica di partito, ad un sistema ideologico e ad una sola appartenenza culturale. 

Certo, non mancano i rigurgiti e le tentazioni di chi, soprattutto nella periferia italiana, identificano ancora la pace con la piazza e con la sinistra. Elementi che fanno parte di un vecchio retaggio ideologico e politico. Ma quello che oggi si può e si deve cogliere è che su questo versante c’è stato un forte salto di qualità. A livello politico, culturale, sociale, intellettuale ed anche etico. La difesa della pace, cioè, appartiene a tutti. Nessuno, tantomeno la sinistra culturale e politica, può rivendicarne l’egemonia. Finalmente.

 

I Lincei si associano alla condanna dell’invasione russa lanciata dalla Federazione Europea delle Accademie di Scienze e Lettere. 

Riceviamo e volentieri pubblichiamo la lettera pervenuta ieri, per il tramite dell’amico Francesco Provinciali, riferita all’adesione dei Lincei alla recente dichiarazione dell’ALLEA (Federazione Europea delle Accademie di Scienze e Lettere) contro la guerra d’aggressione della Russia ai danni del popolo ucraino. La comunicazione reca la firma della dr.ssa Mariella Di Donna, Segreteria della Presidenza. A seguire alleghiamo il comunicato dell’ALLEA e sopratutto la lettera sottoscritta da numerosi Accademici russi con la quale si deplora fermamente l’intervento militare.

Comunicato dell’Accademia Nazionale dei Lincei

L’Accademia Nazionale dei Lincei, di fronte alla tragedia in corso in Ucraina, condivide la dichiarazione formulata dall’ALLEA (European Federation of Academies of Sciences and Humanities) e invita a sottoscriverla, impegnandosi a favorire ogni iniziativa volta al ripristino della pace e delle possibilità di studio e ricerca per gli amici, le amiche e i colleghi e colleghe ucraini, ai quali l’Accademia esprime la sua piena e più vicina solidarietà. 

La stessa che riserva ai tanti – finora oltre 600, ma il numero continua a crescere – scienziati e divulgatori scientifici russi che hanno firmato un vibrante appello di condanna dell’invasione russa dell’Ucraina. 

Dichiarazione della Presidenza ALLEA a sostegno dell’Ucraina, dei suoi cittadini e delle istituzioni Accademiche.

La Federazione Europea delle Accademie di Scienze e Lettere, reagisce con shock e profondo rammarico all’incursione militare della Russia in Ucraina. Chiediamo al governo russo di rispettare le convenzioni internazionali sulla protezione dei civili e dei beni culturali ed esprimiamo la nostra profonda preoccupazione per la sicurezza dei nostri colleghi accademici. 

ALLEA prende atto del pericolo che ciò rappresenta per le istituzioni scientifiche ucraine, gli accademici e la collaborazione internazionale di ricerca e ha espresso la sua piena solidarietà e sostegno al nostro membro ucraino, l’Accademia Nazionale delle Scienze dell’Ucraina. Riconosciamo anche che i membri della comunità scientifica russa, che si sono espressi contro le attuali aggressioni, potrebbero essere ugualmente minacciati. 

Nell’interesse di salvaguardare la libertà accademica e l’autonomia della scienza e della ricerca, seguiremo attentamente la situazione e contempleremo la possibilità di prendere ulteriori appropriate misure a sostegno del nostro membro dell’Accademia Ucraina, dei suoi soci e di tutta la comunità accademica.

Non c’è alcuna legittimità nelle azioni intraprese per sabotare la pace, la stabilità e l’autonomia della nazione ucraina. In questi tempi difficili, ci opponiamo agli spudorati attacchi del governo russo contro uno stato sovrano, contro la democrazia e contro persone innocenti.

[25 febbraio 2022]

Informazioni su ALLEA

ALLEA è la Federazione Europea delle Accademie di Scienze e Lettere, che rappresenta più di 50 accademie di oltre 40 paesi in Europa. 

Dalla sua fondazione nel 1994, ALLEA parla a nome dei suoi membri sulla scena europea e internazionale, promuove la scienza come un bene pubblico globale, e facilita la collaborazione scientifica attraverso i confini e le discipline. 

Unitamente alle Accademie che ne fanno parte, ALLEA lavora per migliorare le condizioni per la ricerca, fornendo la migliore consulenza scientifica indipendente e interdisciplinare, e rafforzando il ruolo della scienza nella società. 

A tal fine incanala l’eccellenza intellettuale e l’esperienza delle accademie europee a beneficio della comunità di ricerca, dei decisori e del pubblico.

Lettera aperta di studiosi, scienziati ed esponenti del giornalismo scientifico russi contro la guerra con l’Ucraina

[“Troickij variant”, 24.02.2022]

Noi, studiosi, scienziati ed esponenti del giornalismo scientifico russi, esprimiamo una decisa protesta contro le azioni di guerra intraprese dalle forze armate del nostro paese contro i territori dell’Ucraina. Questo passo fatale comporta innumerevoli vite umane e mina le basi del sistema consolidato della sicurezza internazionale. La responsabilità dell’avere scatenato una nuova guerra in Europa è tutta della Russia.

Per questa guerra non ci sono giustificazioni. I tentativi di sfruttare la situazione del Donbass come occasione per aprire un teatro di guerra non sono per niente credibili. È del tutto evidente che l’Ucraina non rappresenta una minaccia per la sicurezza del nostro paese. La guerra contro di essa è ingiusta e manifestamente priva di senso.

L’Ucraina è stata e continua ad essere un paese a noi vicino. Molti di noi hanno parenti, amici e colleghi che condividono le nostre ricerche scientifiche. I nostri padri, nonni e bisnonni hanno combattuto assieme contro il nazismo. L’atto di scatenare una guerra per le ambizioni geopolitiche del governo della Federazione Russa – mosso da dubbie fantasie storiche – rappresenta un cinico tradimento perpetrato alla loro memoria. Noi rispettiamo l’autonomia statale dell’Ucraina che si regge su valide istituzioni democratiche. Capiamo la scelta europea dei nostri vicini. Siamo convinti che tutti i problemi che riguardano i nostri due paesi possono essere risolti pacificamente.

Scatenando questa guerra la Russia si è autocondannata a un isolamento internazionale, allo status di paese- maledetto Questo significa che noi, studiosi e scienziati, non potremo più svolgere il nostro lavoro come abbiamo fatto finora in quanto la ricerca scientifica è impensabile senza la collaborazione con colleghi stranieri. L’isolamento della Russia dal mondo comporta un ulteriore degrado, culturale e tecnologico, del nostro paese e una totale mancanza di prospettive positive. La guerra con l’Ucraina è un salto nel buio.

Fa male riconoscere che il nostro paese, che ha portato un contributo fondamentale alla vittoria sul nazismo, è ora diventato la miccia di una nuova guerra nel continente europeo. Chiediamo l’immediata sospensione di tutte le azioni militari condotte contro l’Ucraina. Chiediamo il rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale dello stato ucraino. Chiediamo la pace per i nostri due paesi!

Le firme continuano ad arrivare e vengono aggiunte per quanto possibile (in questo momento sono più di 370):

  • Aleksandr Anikin, linguista, membro dell’Accademia Russa delle Scienze
  • Jurij Apresjan, linguista, membro dell’Accademia Russa delle Scienze
  • Aleksandr Bondar’, membro dell’Accademia Russa delle Scienze
  • Viktor Vasil’ev, matematico, membro dell’Accademia Russa delle Scienze
  • Michail Danilov, fisico, membro dell’Accademia Russa delle Scienze
  • Jurij Kosticyn, geologo e mineralogista, membro dell’Accademia Russa delle Scienze
  • Aleksandr Moldovan, filologo, membro dell’Accademia Russa delle Scienze
  • Sergej Nikolaev, filologo, membro dell’Accademia Russa delle Scienze
  • Valerij Rubakov, fisico, membro dell’Accademia Russa delle Scienze
  • Roal’d Sagdeev, fisico, membro dell’Accademia Russa delle Scienze
  • ecc.

 

Olivetti e la nascita del Computer.

62 anni fa ci lasciava un grande imprenditore italiano. Natalia Ginzburg disse di lui: “Lo incontrai a Roma per la strada, un giorno, durante l’occupazione tedesca. Era a piedi; andava solo, con il suo passo randagio; gli occhi perduti tra i suoi sogni perenni, che li velavano di nebbie azzurre. Era vestito come tutti gli altri, ma sembrava, nella folla, un mendicante; e sembrava, nel tempo stesso, anche un re. Un re in esilio, sembrava”.

Quante volte abbiamo sentito dire che bisogna saper seguire il proprio cammino e che quando questo non ci piace bisogna disegnarlo il più vicino possibile alle nostre aspettative? Un modo di dire per molti. Una realtà per qualcuno. Un modo di essere per Adriano Olivetti.

Spesso, in questi tempi, dimentichiamo la sua figura a vantaggio di personaggi più contemporanei. Un errore. Infatti, quindici anni prima di Steve Jobs e Bill Gates, Olivetti, con il Programma 101, ha aperto la strada alla rivoluzione del nostro tempo. All’epoca, l’idea di un personal computer era poco più che una visione e servì tempo e passione per poter arrivare, il 14 ottobre 1965 a New York, alla presentazione del primo computer.

Un successo clamoroso.

I primi acquisti furono fatti dalla Nasa, che li usò per compilare le mappe lunari ed elaborare le traiettorie dell’Apollo 11, che nel 1969 portò l’uomo sulla luna. La macchina, che dall’aspetto sembrava una calcolatrice tecnologica, era dotata in realtà della possibilità di effettuare salti condizionati e incondizionati, istruzioni di output, registri e possibilità di salvare dati e programmi su un supporto magnetico esterno. Operava su registri numerici (con spostamenti tra di essi). Insomma, un vero e proprio calcolatore.

Ma in quegli anni non fu il solo progetto del Sognatore Olivetti. Nel 1957 l’Olivetti sviluppò l’Elea 9003. Il primo computer a transistor commerciale prodotto in Italia e uno dei primi del mondo. La potenza di calcolo (di circa 8-10 000 istruzioni al secondo) fu per alcuni anni superiore a quella dei concorrenti. L’Olivetti Elea 9003 non fu però soltanto il primo calcolatore elettronico italiano e nel mondo, ma presentò soluzioni d’avanguardia anche dal punto di vista logico e funzionale, quali la possibilità di operare in multiprogrammazione e la capacità di gestire un’ampia gamma di unità periferiche. Un’altra peculiarità dell’Elea consistette nell’attenzione data al design, perché Adriano Olivetti ripeteva che “il design è l’anima di un prodotto”.

Cosa che oggi ci fa venire in mente la famosa frase di Steve Jobs: “Noi vogliamo dare un pezzo di design che migliori il lavoro delle persone”.

Ma come riuscì Olivetti ad arrivare a tanto? Il successo venne raggiunto con una strategia ben precisa. Quella di pensare sempre prima alle persone. L’attenzione per le condizioni del lavoratore divennero, ad Ivrea, fondamentali. La continua ricerca per migliorare i salari, gli ambienti di lavoro e servizi sociali, la costruzione di quartieri per le abitazioni dei dipendenti dotati di tutti i servizi necessari come biblioteche, mense e asili, pose il lavoratore al centro del sistema industriale e la sua efficienza non venne più ottenuta con l’ iper-utilizzo ma mettendolo nella condizione di rendere al meglio, di sentirsi parte di un progetto comune.

Egli ridusse l’orario di lavoro prima che questo fosse stabilito per legge, introdusse il sabato festivo, tutelò il periodo di maternità e offrì assistenza medica alle operaie, alle mogli dei dipendenti e ai loro bambini, che vennero vaccinati contro la poliomelite. Olivetti, insomma, aveva capito che un lavoratore soddisfatto è un lavoratore migliore. Fu così che la fabbrica di Ivrea divenne un modello di successo; in poco più di un decennio la produttività aumentò del 500% e il volume delle vendite del 1300%. 

Non dovremmo fare tesoro di questa lezione?

 

A Kiev convergono il dramma e la speranza. Contro la guerra il Papa invita al digiuno, arma spirituale e poi politica.

Mentre si parla di un conflitto prolungato, sale la pressione della pubblica opinione a favore della pace. Forse il negoziato si può aprire. Occorre rinunciare a una prova di forza inevitabilmente disastrosa. D’altronde il senso del digiuno proposto da Francesco sta proprio nella rinuncia consapevole e motivata. Bisogna comunque metttere in campo le ragioni – ecco la politica – di un sano compromesso.

Dicono gli esperti che sarà una guerra lunga, sebbene uno spiraglio sia stato aperto proprio nelle ultime ore. Noi vorremmo, in realtà, che la guerra terminasse subito, che fossero risparmiate altre vittime e altre sofferenze, che la ragione ripristinasse i suoi diritti contro l’arbitrio della forza, il ritorno della logica imperiale, la messa a terra di una nuova cortina di ferro a presidio della rinascente  geopolitica dei nazionalismi.

Che possiamo fare? I margini sono stretti, lo sappiamo. Biden ha messo in guardia l’opinione pubblica americana, sapendo di parlare al mondo intero: un passo in avanti, ovvero un intervento militare fuori dal mandato politico della Nato e senza una risoluzione (impossibile) dell’Onu, significa mettere piede nell’inferno della terza guerra mondiale. Il resto è digressione, appassionata ed esigente, ma nell’insieme assai poco perspicua.

Ora, i fatti positivi consistono essenzialmente nella reiterazione di messaggi forti e chiari del mondo occidentale, mai così unito come in questa circostanza. Alla derminazione si è unito il bilanciamento delle prime reazioni. La Nato ha deciso di rafforzare il suo dispositivo di difesa ad est, l’Unione europea si è mossa con sollecitudine e concretezza, tanto per le sanzioni economiche – siamo giunti al terzo pacchetto – che per l’apertura ai rifugiati ucraini, gli Stati Uniti hanno “dettato la linea” nell’opera d’isolamento della Russia, come si è visto nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu dove non era scontata l’astensione della Cina. Tutto questo comprime lo spazio di manovra del Cremlino.

Non è da trascurare, per quanto ci riguarda, l’annunciata convergenza sulla mozione che va in votazione la settimana prossima alle Camere. L’Italia può giocare un ruolo importante sul piano politico e diplomatico, specie se il governo dovesse incassare, come appunto si profila, il sostegno pressoché unanime del Parlamento. Siamo dipendenti dal gas di Mosca, con tutte le conseguenze ampiamente rappresentate negli ultimi giorni, ma non deriva perciò da questo vincolo materiale la rinuncia alla ferma condanna dell’invasione. La politica, in sostanza, non è baratto.

La pressione della pubblica opinione serve ad arginare la rassegnazione. Anche nel fragore del momento, con l’assedio di Kiev elevato a monito delle coscienze, urge la speranza di una prospettiva di disarmo. A breve, non chissà quando e chissà come, quasi per disperazione. E il digiuno proposto da Papa Francesco assume, allora, il valore di generosa arma spirituale che restituisce onore all’umanità, la feconda di coraggio a dispetto del pessimismo e dell’ignavia, la sollecita a un impegno ancora più solerte in direzione della pace. È un digiuno che aiuta a immaginare, anche in extremis, la rinuncia a una fatidica prova di forza. Sullo sfondo di questa pratica cristiana non c’è l’irenismo di una labile mentalità impolitica, bensì la pazienza e la saggezza del compromesso.

C’è, in definitiva, la virtù della politica.

 

Una risposta forte all’aggressione dell’Ucraina. Ogni incertezza potrebbe determinare problemi ancor più gravi.

Il boccone ghiotto per le mire di conquista di Russia e Cina siamo noi e con noi la fine dell’Occidente e il suo saccheggio materiale e culturale. Sono in ballo i destini del mondo.

Presentando il 26 gennaio (un mese fa) l’intervista a Giorgio Cella sul suo libro “Storia e geopolitica  della crisi ucraina”, avevo evidenziato come secondo il “Corriere della Sera“, l’invasione di quel Paese da parte della Russia fosse l’evento più probabile del 2022. Ciò che appariva fantapolitica si è realizzato: come sottolinea Lucio Caracciolo…Putin non ha voluto passare alla Storia come ‘l’ultimo Zar che perse l’Ucraina’. 

Certe decisioni sembrano improvvise ma sono preparate da tempo, sul piano politico e militare.

In ogni caso vanno viste con un grandangolo che inglobi una visione mondialistica a livello geopolitico e geoeconomico. In questo caso un pull di fattori ha convinto Putin a stringere i tempi. Innanzitutto la spinta separatista delle due autoproclamate Repubbliche filorusse di Donetsk e Luhansk nel Donbass (spinta che sui libri di storia studiavamo come “causa occasionale”), poi la debolezza degli USA dovuta alle diaspore interne paralizzanti, all’abbandono dell’Afghanistan e alle prevalenti preoccupazioni sul fronte del Pacifico per le una possibile azione cinese di forza su Taiwan. Questo insieme di fattori  ha reso non solo l’Ucraina ma pure l’Europa più lontane dagli interessi americani. Le stesse mire espansionistiche di Xi Jinping (illustrate magnificamente da Federico Rampini nel suo libro “Fermare Pechino, una lettura imprescindibile per capire il mondo“) smentiscono con evidenza cristallina chi teorizza una azione “regionalistica” della Cina. A tutto ciò si aggiunga la debolezza insieme della NATO e dell’Europa frazionata e attendista; debolezze che fanno il paio con l’inconsistenza dell’ONU, ormai ridotta a un’entità simbolica più che ad un arbitro terzo e capace di azioni sanzionatorie militari.

La rapidità dell’aggressione militare della Russia è risultata sanguinosa e feroce, Kiev è stata presto raggiunta anche se la reazione dell’esercito ucraino si è mostrata speculare, mentre la popolazione del Paese organizza la Resistenza armata. Obiettivo di Putin, che descrive non senza alterigia e disprezzo il popolo ucraino, è di sostituire il Presidente Volodymyr Zelens’kyj con un governo fantoccio. Con angoscia e con il fiato sospeso il mondo segue la tragedia ucraina che, a motivo dell’esodo in corso, rischia di diventare ben presto una tragedia umanitaria. Non credo che Putin intenda risolvere l’invasione dell’Ucraina ripetendo gli errori americani compiuti in Vietnam e Afghanistan. Dietro le quinte si ipotizzano – almeno si spera – incontri al vertice tra lui e Zelens’kyi per una tregua in vista di un accordo politico. Troppi anche gli interessi economici in gioco: la geopolitica genera sempre un effetto domino di tipo geoeconomico. Il fatto che il giorno dell’invasione la Borsa di Mosca abbia perduto il 45% del suo valore e che il colosso Gazprom abbia aperto con una capitalizzazione di 6,6 miliardi di rubli per chiudere a meno 55% (3,1 miliardi) non credo abbia lasciato indifferente il Cremlino.

Con un’Europa reattiva e decisa sul fronte della condanna immediata dell’azione di guerra, ma debole in quanto ad incisività, non coordinata sul piano militare, incerta sull’uso delle armi; e con gli USA minacciosi ma lontani, con lo sguardo volto a Taiwan, la soluzione della via diplomatica è parsa subito la più ragionevole. Un allargamento del conflitto, un intervento militare della NATO, una discesa in campo degli USA porterebbero alla terza guerra mondiale. Non sono bastate le esperienze del ‘900 né la conoscenza della Storia circa la fine certa dei dittatori. Putin ha dimostrato disprezzo e tracotanza, sicché non basta dire “gliela faremo pagare”, né a conti fatti la via delle sanzioni sortirebbe effetti immediati, provocando anzi un ritorno negativo sul piano finanziario, commerciale, economico. Il blocco dello swift bancario non ferma carri armati e kalashnikov. 

Dichiararsi pronti ad accogliere i profughi è piuttosto rassicurante per chi è in fuga dal Paese, ma è una soluzione umanitaria necessaria che non satura tuttavia le questioni che riguarderanno la futura guida dell’Ucraina e il suo destino. L’Europa è pronta ad accogliere, ma occorre tenere conto dei preesistenti flussi migratori. Certamente Russia e Cina hanno da tempo puntato gli occhi sull’Europa, perché il vero obiettivo per entrambe è il vecchio, amato continente. E ancora una volta ci tocca ribadire quanto sia stato improvvido il Memorandum della via della Seta siglato nel marzo 2019 tra Italia e Cina, che apre una sontuosa via di ingresso a Xi Jinping nel ventre molle dell’Europa. E ancora quanto resti inspiegabile – sic stantibus rebus – che nessuno accenni ad una rimozione di quell’infausto accordo.

Il boccone ghiotto per le mire di conquista di Russia e Cina siamo noi e con noi la fine dell’Occidente e il suo saccheggio materiale e culturale. Come sempre la diplomazia – si dice – è la via maestra e tuttavia non bisogna confonderla con la retorica di Stato e i discorsi autorevoli ma senza esiti tangibili. La via del conflitto bellico sposterebbe gli asset su scala planetaria con esiti disastrosi.  Scontiamo errori di debolezza e indecisioni del passato. Ma isolare con una azione corale la Russia che aggredisce e tenere a debita distanza la Cina, sorniona e asso pigliatutto, sono qualcosa di più di una reazione istintiva. 

Qui sono in ballo i destini del mondo

Il Pd calabrese è assimilabile alla figura del “Partito dei Signori”? Un’analisi amara e senza illusioni.

Possiamo ancora definire la comunità dei democratici della Calabria come partito “democratico”? Questo è l’interrogativo che attraversa l’articolo. L’autore, già parlamentare della Dc e sindaco di Cassano allo Ionio, affronta con realismo la crisi del Pd in una regione che stenta a riconoscersi in una nuova e robusta classe dirigente.

Giuseppe Aloise

Sul retro della copertina dell’ultimo pregevolissimo lavoro del prof. Luciano Canfora dal titolo “La democrazia dei signori” si legge testualmente: “Un assetto politico resta democratico anche quando il “demo” se n’è andato? o si trasforma in una democrazia dei signori?”. Restringendo l’osservazione al Partito democratico calabrese, anche alla luce delle ultime vicende congressuali vissute all’insegna dell’“andiamo al congresso” come prospettiva liberatoria e rigeneratrice, possiamo ancora definire la comunità dei democratici della Calabria come partito “democratico”? oppure siamo in presenza di una profonda trasformazione/mutazione in un “Partito dei Signori”, anche se non nella perfetta accezione dell’emerito professore barese ?

Per capire se il “demo”, ovvero se il popolo degli elettori abbia cospicuamente abbandonato il Pd basta far riferimento alle ultime tornate elettorali. Alle politiche del 2018 il Pd registrò a livello nazionale un pesante calo di consensi, ma in Calabria il crollo fu ancora più significativo, portando al 14,34% la percentuale elettorale. Fu un voto razionale di protesta, che pure il gruppo dirigente rimosse come se non investisse un sistema di governo; ossia, un sistema che aveva prodotto la lacerazione del tessuto sociale della nostra regione e allargato le diseguaglianze. Le elezioni regionali successive del 2020 e del 2021 confermarono il crollo del Pd che nel 2020 si attestò sul 15% circa e nel 2021 sul 13 % circa.

La frattura con l’elettorato tradizionale è abbastanza evidente e non è colmata dagli scarsi consensi raccolti dalle liste collegate. Avrebbe meritato una riflessione il 16% raccolto dalla coalizione di De Magistris, ma si è preferito discutere di altro senza affrontare con lucidità e responsabilità la rottura sentimentale con il proprio elettorato. Dunque il “demo” se n’è andato e l’entità dei voti raccolti a fatica non giustifica la pretesa di essere un partito centrale nello schieramento politico locale. In Calabria residua ancora, nonostante l’assenza del “demo”, l’illusoria pretesa di essere il partito a vocazione maggioritaria, pensando così di realizzare la cosiddetta alleanza “larga” avente come architrave “questo” Pd.

Fra l’altro, il termine “largo” dilaga nell’illusione che il “civismo”, evocato da un partito regionale impermeabile a pratiche partecipative, possa tuttavia allargare l’area del consenso elettorale. È un errore, la risposta alla domanda di “civismo” richiede ben altro!

Ora, quali sono le condizioni interne al PD? La rappresentazione è facile scovarla nello svolgimento della fase congressuale, quando in realtà si sono evidenziati tutti i limiti di una struttura politico-organizzativa che lascia molto perplessi sulle modalità delle appartenenze e sulla formazione del consenso interno. Alla perdita di voti fa riscontro non tanto e non solo il calo degli iscritti, quanto la scomparsa della cosiddetta militanza. Alla fine, la votazione per la lista dei delegati al congresso regionale ha segnato il momento simbolico della caduta della partecipazione e dell’interesse della cosiddetta base militante.

È innegabile quanto un lungo periodo di commissariamento abbia inciso sulla vita interna del partito, dato che allo stato esso non registra una dimensione associativa ed organizzativa adeguata, come quella che normalmente legittima, per intenderci, l’elezione di chi ne è chiamato a reggere le sorti. Appare del tutto evidente che in fase congressuale si è pensato di realizzare una sorta di legittimazione diretta che avrebbe dovuto legare la leadership proposta e quel che resta della base. Un tentativo di investitura carismatica ma in assenza oggettiva dei presupposti che avrebbero potuto legittimarla effettivamente, vale a dire al di là delle stesse qualità del candidato. Tutto è stato vissuto, perciò, alla stregua di uno sforzo burocratico, senza confronto e senza entusiasmo.

In conclusione, lo stato attuale del partito in Calabria evidenzia una oggettiva mutazione che trova riscontro, in negativo, nella penuria di consensi elettorali e nella caduta di partecipazione organizzata, tanto da giustificare la definizione del prof. Canfora: il Pd come “Partito dei Signori”. Ecco, una volta poteva immaginarsi il partito dei “Signori delle tessere” o delle correnti organizzate, adesso anche l’accezione “dei Signori” risulta imperfetta. I nostri “Signori” forse sono stati individuati dallo stesso Segretario regionale quando pochi mesi addietro fece riferimento a feudi e feudatari “che giocano a fare gli strateghi per garantirsi una poltrona”.

Credo, però, che il Segretario sia stato eccessivamente benevolo nei confronti di chi controllava e/o controlla pezzi di partito: la storiografia più attenta ha rivalutato il medio evo e le organizzazioni feudali. I feudi del Pd sono, invece, ridotti a fortilizi mal governati e in preda al caos. Il problema vero, a questo punto, consiste nello smantellamento di una struttura pietrificata che non permette aperture vere ai bisogni della realtà calabrese. I prossimi mesi saranno decisivi per capire se il congresso, come Mosca per le Sorelle di Cechov, sia stato solo un’illusione per fuggire la cocente quotidianità o, viceversa, abbia prodotto una reale inversione di rotta.

 

Carta di Firenze: “Il Mediterraneo non può e non vuole essere luogo di conflitto tra forze esterne”.

Firmata a Firenze la Carta con cui i vescovi e i sindaci del Mediterraneo, per la prima volta riuniti insieme, individuano le questioni più urgenti da affrontare – a partire dalla necessità di fermare i venti di guerra – e “disegnano” gli scenari del futuro.

“Inizino immediatamente i negoziati per ristabilire la pace”. È l’auspicio espresso dai 60 vescovi e dai 65 sindaci del Mediterraneo, nella Carta di Firenze firmata oggi a Palazzo Vecchio a conclusione dell’incontro “Mediterraneo frontiera di pace”.

“Consegnando alla storia queste giornate, traiamo un impegno a proseguire in un processo, non semplicemente ideale, di fratellanza e di conoscenza delle diversità che sono una grande ricchezza”, ha detto il card. Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e presidente della Cei: “La bellezza del mosaico di tradizioni e culture, violata dai drammi che vivono molti nostri popoli, è imperativo perché il Mare Nostrum torni ad essere crocevia di storie e tradizioni e non più doloroso cimitero”. 

Il sindaco di Firenze, Dario Nardella, ha definito la Carta di Firenze “una conquista storica, un punto di arrivo e di partenza. Perché nostro desiderio non è solo portare questa dichiarazione al Santo Padre, a cui auguriamo ogni bene, ma lo vogliamo portare ai leader internazionali, ai capi di stato e di governo. Inizieremo questo pellegrinaggio perché questa dichiarazione, firmata dai sindaci e dai vescovi, inizi a vivere da oggi”. 

Auspicando che “ulteriori incontri possano aver luogo”, i vescovi cattolici e i sindaci delle città mediterranee, riuniti a Firenze, ispirandosi all’eredità di Giorgio La Pira, i firmatari della Carta ribadiscono la convinzione che “il Mediterraneo non può e non vuole essere luogo di conflitto tra forze esterne”.

Di qui la necessità di “porre la persona umana al centro dell’agenda internazionale perseguendo la pace, proteggendo il pianeta, garantendo prosperità, promuovendo il rispetto e la dignità dei diritti fondamentali di ogni individuo, anche attraverso la promozione di obiettivi di sviluppo sostenibile e l’accordo di Parigi sul clima”.

 I firmatari della Carta hanno infine ribadito la convinzione che “il Mediterraneo non può e non vuole essere luogo di conflitto tra forze esterne”.

Per leggere il testo integrale della Carta di Firenze 

https://www.anci.it/il-testo-della-carta-di-firenze/

 

Una lezione di coraggio da dentro un bunker

Un articolo nato dopo una video chiamata con Alla. Una ragazza ucraina che al momento si trova a Chernivtsi.

“Mai più avrei creduto che avrei trascorso la notte del nostro anniversario spiegando alla mia fidanzata come trasformare una molotov in una mini-napalm. E lei, attenta, faceva domande, mi diceva che in TV stanno dando istruzioni simili ma soprattutto faceva coraggio a me.

Le lezioni di coraggio, da dentro un bunker, vanno a chi, come tutti noi, è ben protetto da quello scudo NATO che se in questo momento proteggesse l’Ucraina non avrebbe consentito neppure l’inizio di tutto questo delirio folle di un pazzo criminale, che ha portato il suo stesso popolo a scrivere “sono russo, perdonatemi”.

Questa notte un aereo russo carico di mezzi pesanti è stato abbattuto da un caccia ucraino, proprio sopra Kiev. Fino alle 15.00 di ieri, la Russia ha perso 2.800 soldati, 80 carri armati, 516 veicoli blindati, 10 aeroplani e 7 elicotteri nella sua invasione dell’Ucraina: numeri confermati dal viceministro della difesa. Nelle 12 ore successive, altri 800 soldati russi e 137 ucraini hanno perso la vita.

Stanno combattendo da eroi per la loro terra, per la sovranità dei propri confini, per la loro identità, libertà e forse anche la nostra.

Di sicuro stiamo ricevendo una lezione.

Questa è gente che in un’era di TikTokers e cogitanti sull’identità di genere sa ancora cosa sono l’onore e la forza.

Per quattro generazioni hanno accumulato. È nel DNA ucraino, ormai.

Non si cede un solo centimetro della propria terra.

Putin non ha giustificazioni, non può essere compreso in nessun modo, forse da un esorcista, essendo il demonio fatto persona. È completamente folle e il suo delirio sta mettendo il mondo intero in una situazione che non vedeva da 80 anni.
Putin in questo momento è la MINACCIA peggiore al nostro mondo libero ma la nostra risposta, di mondo libero, TARDA AD ARRIVARE.
Lasciando il popolo ucraino solo al proprio destino, contro uno degli eserciti meglio armati del mondo. L’esercito dell’Impero del Male, guidato da Satana in persona.

Il nome di ciascuno dei politici che siedono attorno al tavolo dei potenti, oggi, verrà ricordato su tutti i libri di Storia.
Forse, pochi ci pensano.
Ma sta ancora a loro scegliere come esser ricordati:
se inermi spettatori di un genocidio, timorosi di loro stessi, o se come protagonisti dello scontro tra il Bene e il Male.

È un carico di responsabilità enorme.

Ieri mi sono vergognato per aver letto italiani scrivere “non è la mia guerra”, “volto le spalle”, “me ne frego”, “guardo al mio”.

Mi vergogno profondamente e provo pena per la memoria persa.

Proprio noi italiani, che certe cicatrici i cui lembi non combaciano mai le portiamo ancora sulla pelle.

In Ucraina questa è forse la notte più difficile: mentre sono al telefono, a Kiev gli altoparlanti stanno suonando l’inno ucraino in piena notte.

L’ex presidente Poroshenko è in piazza lui stesso con un fucile. L’attuale presidente Zelensky imbraccia un mitragliatore ed è pronto a morire per le sue scelte.
Putin chiama nazista lui, che è ebreo e la sua famiglia lo ha patito davvero, il nazismo.
Vitali Klitscho, ex Campione del Mondo dei Pesi Massimi e ora sindaco di Kiev è in mimetica e combatte.

Magari i nostri politici avessero questo sentimento.
Invece indossavano l’altro ieri la felpa ancora sporca di sugo con la faccia di Putin e oggi urlano alla dittatura per una mascherina.

“Tieni in tasca dei fiori di girasole, così nel momento in cui morirai fioriranno fiori sulla mia terra”. Queste le parole di un’anziana ucraina, ieri, sfidando un soldato Russo davanti a casa sua a Kiev.

Io ho soltanto una penna in mano. Cerco di usarla come se fosse la mia arma migliore.
Lei, nel bunker, una molotov. E tanta paura.
Ma qualcun altro, accidenti, può e deve fare qualcosa.

Vis et honor usque ad mortem.

Dovremmo essere noi ad insegnarlo, siamo noi ad impararlo”.

La libertà vincerà sempre sull’oppressione. Duro il comunicato varato a conclusione del vertice della NATO.

Un cyberattacco contro infrastrutture di un Paese alleato “può far scattare l’articolo 5 (sulla difesa collettiva, ndr) della NATO”, ha affermato il Segretario generale Jens Stoltenberg in conferenza stampa a Bruxelles, senza voler precisare “a che punto esatto (dell’attacco, ndr) questo avverrebbe”. Pubblichiamo di seguito il comunicato finale della riunione tenuta ieri dai membri della NATO (con la partecipazione anche di Finlandia, Svezia e Unione Europea).

Ci siamo incontrati oggi per discutere della più grave minaccia alla sicurezza euro-atlantica degli ultimi decenni.  Condanniamo con la massima fermezza l’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia, con l’assenso della Bielorussia. Chiediamo alla Russia di porre fine immediatamente all’offensiva militare, di ritirare tutte le sue forze dall’Ucraina e di tornare indietro dal percorso di aggressione che ha scelto. Questo attacco pianificato da tempo contro l’Ucraina, un paese indipendente, pacifico e democratico, è brutale, del tutto immotivato e ingiustificato.  Deploriamo la tragica perdita di vite umane, l’enorme sofferenza umana e le devastazioni causate dalle azioni della Russia. La pace nel continente europeo è stata fondamentalmente infranta.  Il mondo riterrà la Russia, così come la Bielorussia, responsabili delle loro azioni.  Chiediamo a tutti gli stati di condannare senza riserve questo attacco irragionevole. Nessuno dovrebbe farsi ingannare dalla raffica di bugie del governo russo.

Sulla Russia grava la piena responsabilità di questo conflitto. Ha rifiutato il percorso della diplomazia e del dialogo più volte offertogli dalla NATO e dagli Alleati. Ha sostanzialmente violato il diritto internazionale, inclusa la Carta delle Nazioni Unite. Le azioni della Russia sono anche un flagrante rifiuto dei principi sanciti dall’Atto Costitutivo NATO-Russia. È la Russia che si è allontanata dai suoi impegni ai sensi dell’Atto. La decisione del presidente Putin di attaccare l’Ucraina è un terribile errore strategico, per il quale la Russia pagherà prezzi elevati, sia economicamente che politicamente, negli anni a venire. Sanzioni massicce e senza precedenti sono già state imposte alla Russia. La NATO continuerà a coordinarsi strettamente con le parti interessate e con altre organizzazioni internazionali, compresa l’UE. Su invito del Segretario generale, oggi hanno preso parte alla riunione la Finlandia, la Svezia e l’Unione Europea.

È piena la nostra solidarietà con il presidente, il parlamento e il governo dell’Ucraina democraticamente eletti e con il coraggioso popolo ucraino che difende in questo momento la propria patria. I nostri pensieri si rivolgono a tutti coloro che sono stati uccisi, ai feriti e agli sfollati a causa dell’aggressione russa, nonché alle loro famiglie. La NATO rimane impegnata a rispettare tutti i principi fondamentali che sono alla base della sicurezza europea, compreso quello che attesta come ogni nazione abbia il diritto di scegliere i propri sistemi di sicurezza. Continueremo a fornire supporto politico e pratico all’Ucraina, mentre essa continua a difendersi, invitando altri a fare lo stesso. Riaffermiamo il nostro fermo sostegno all’indipendenza, alla sovranità e all’integrità territoriale dell’Ucraina entro i suoi confini internazionalmente riconosciuti, comprese le sue acque territoriali. Questa posizione di principio non cambierà mai.

Alla luce delle azioni della Russia, trarremo tutte le necessarie conseguenze in ordine alla postura di deterrenza e difesa della NATO.  Gli alleati hanno tenuto consultazioni ai sensi dell’articolo 4 del Trattato di Washington.  Continueremo a prendere tutte le misure e le decisioni necessarie per garantire la sicurezza e la difesa di tutti gli alleati. Abbiamo dispiegato forze aeree e terrestri difensive nella parte orientale dell’Alleanza e mezzi marittimi in tutta l’area della NATO. Abbiamo attivato i piani di difesa della NATO per prepararci a rispondere a varie emergenze e proteggere il territorio dell’Alleanza, anche ricorrendo alle nostre forze d’intervento. Stiamo ora allestendo nella parte orientale dell’Alleanza importanti ulteriori istallazioni difensive. Dispiegheremo tutte le forze necessarie per garantire una deterrenza e una difesa forti e credibili per l’intera l’Alleanza, ora e in futuro. Le nostre misure sono e restano preventive, proporzionate e non finalizzate ad escalation.

Ferreo è il nostro impegno a riguardo dell’articolo 5 del Trattato di Washington. Siamo uniti per proteggere e difendere tutti gli alleati. La libertà vincerà sempre sull’oppressione.

 

[Traduzione a cura della redazione de “Il Domani d’Italia]

Draghi al Parlamento: “Per essere uniti con l’Ucraina e con i nostri alleati dobbiamo prima di tutto restare uniti fra noi”.

Pubblichiamo il testo integrale della informativa che ieri mattina il Presidente del Consiglio ha reso prima alla Camera e poi al Senato.

Nella notte tra mercoledì e giovedì la Federazione Russa ha lanciato un’offensiva imponente nei confronti dell’Ucraina. 
L’aggressione è avvenuta subito dopo un messaggio con cui il Presidente Putin ha annunciato un’“operazione speciale mirata” in Ucraina orientale, ed è stata preceduta da un attacco cibernetico capillare che ha paralizzato i siti governativi ucraini.
L’invasione ha assunto subito una scala ampia e crescente. 
Le forze terrestri russe sono entrate in territorio ucraino da nord-est, nord, sudest e dalla costa sud, ed è stato chiuso alla navigazione il Mar d’Azov, isolando i porti di Mariupol e Berdiansk.

Abbiamo registrato esplosioni diffuse, anche nella regione di Leopoli, la più vicina alla frontiera con l’Unione Europea.
Forze anfibie russe sono sbarcate a Odessa, la principale città portuale, dove vi sono notizie di almeno una ventina di vittime.
L’esercito russo prosegue con lanci di missili sulle principali città, anche quelle dell’Ucraina centro-occidentale.
Una pioggia di missili è caduta la scorsa notte su Kiev, mentre l’esercito ha assediato varie città lungo la strada tra il confine e la città.
L’esercito russo ha preso il controllo della zona della centrale nucleare di Chernobyl.
L’Ucraina conta finora 137 soldati uccisi e 316 feriti dall’inizio dell’attacco e parla di 800 uomini persi dalle forze russe, che invece non hanno ancora fornito dati sulle vittime dell’invasione.

L’offensiva ha già colpito in modo tragico la popolazione ucraina: il Ministero dell’Interno ucraino registra vittime civili.
Le immagini a cui assistiamo – di cittadini inermi costretti a nascondersi nei bunker e nelle metropolitane – sono terribili e ci riportano ai giorni più bui della storia europea.
Si registrano lunghe file di auto in uscita da Kiev e da altre città ucraine, soprattutto verso il confine con l’UE.
È possibile immaginare un ingente afflusso di profughi verso i Paesi europei limitrofi.

Il Presidente ucraino Zelensky ha affermato la determinazione delle autorità ucraine a resistere e a rispondere al fuoco russo, e a rompere le relazioni diplomatiche con Mosca.
Ieri sera ha emanato un decreto che dispone una “mobilitazione generale” di tutti gli uomini tra i 18 e i 60 anni di età, ai quali è stato fatto divieto di lasciare il Paese. 
Le operazioni rischiano di prolungarsi fino alla distruzione del sistema difensivo ucraino. 
Il governo russo ha avanzato la proposta di trattative dirette con il governo ucraino, e confermato che l’obiettivo è neutralizzare e demilitarizzare l’Ucraina.
Non risulta al momento un riscontro ucraino.

L’Ambasciata italiana a Kiev è aperta, pienamente operativa, e mantiene i rapporti con le autorità ucraine, in coordinamento con le altre ambasciate, anche a tutela degli italiani residenti. 
L’Ambasciata resta in massima allerta ed è pronta a qualsiasi decisione.
Abbiamo già provveduto a spostare il personale in un luogo più sicuro.
Ai circa 2000 connazionali presenti è stato raccomandato di seguire le indicazioni delle Autorità locali e di valutare con estrema cautela gli spostamenti via terra dentro e fuori il Paese.
Alla luce della chiusura dello spazio aereo e della situazione critica sul terreno, stiamo pianificando in coordinamento con le principali ambasciate dell’Unione Europea un’evacuazione in condizioni di sicurezza. 
Voglio ringraziare l’Ambasciatore Pier Francesco Zazo e tutto il personale dell’Ambasciata per la professionalità, la dedizione, il coraggio che stanno dimostrando in queste ore. 
E voglio ringraziare il Ministro Di Maio, i diplomatici e tutto lo staff della Farnesina, per il loro incessante impegno.

L’Italia condanna con assoluta fermezza l’invasione, che giudichiamo inaccettabile. 
L’attacco è una gravissima violazione della sovranità di uno stato libero e democratico, dei trattati internazionali, e dei più fondamentali valori europei.
Voglio esprimere ancora una volta la solidarietà del popolo e del Governo italiano alla popolazione ucraina e al Presidente Zelensky.
Il ritorno della guerra in Europa non può essere tollerato. 
L’Italia ha reagito subito, e ha convocato già nella mattinata di ieri al Ministero degli Affari Esteri l’Ambasciatore della Federazione Russa.
Abbiamo richiamato Mosca a cessare l’offensiva, a ritirare le forze in modo incondizionato, e abbiamo ribadito il pieno sostegno italiano all’integrità territoriale e alla sovranità dell’Ucraina
Sempre nella mattinata di ieri, ho parlato con il Presidente francese Macron, il Cancelliere tedesco Scholz, il Presidente del Consiglio Europeo Michel, la Presidente della Commissione Europea von der Leyen.
Con loro ho condiviso la ferma condanna di un attacco “ingiustificato e non provocato” ai danni dell’Ucraina.

Nel primo pomeriggio, ci siamo riuniti insieme agli altri leader del G7, e abbiamo adottato una Dichiarazione di ferma condanna dell’aggressione russa e di richiamo alla cessazione delle ostilità e di ritorno alle trattative.
Ieri, in serata, ho partecipato a un Consiglio europeo straordinario, a cui ha preso parte anche il Presidente Zelensky, in cui l’Unione Europea ha espresso la sua condanna nei confronti della Russia e della Bielorussia. È stato un momento veramente drammatico quello della connessione con il Presidente Zelensky. E’ nascosto in qualche parte di Kiev. Ha detto che lui non ha più tempo, che l’Ucraina non ha più tempo, che lui e la sua famiglia sono l’obiettivo delle forze di invasione russa. E’ stato un momento drammatico che ha colpito tutti i partecipanti al Consiglio europeo. Oggi, stamattina prima di venire qua, mi ha cercato prima di venire qua, abbiamo fissato   un appuntamento telefonico, per le 9.30, ma non è stato possibile poi fare la telefonata perché il Presidente Zelensky non era più disponibile.
Nel pomeriggio di oggi parteciperò a un Vertice della NATO per coordinare il rafforzamento del fianco orientale e ribadire i principi alla base della nostra posizione. 
Per quanto riguarda il piano bilaterale, stiamo definendo un pacchetto da 110 milioni di euro di aiuti finanziari all’Ucraina a scopi umanitari e di stabilizzazione macro-finanziaria. 
Nell’ambito della Difesa, si stanno predisponendo misure di assistenza, in particolare nel settore dello sminamento e della fornitura di equipaggiamento di protezione. 
Il Governo italiano ha sempre auspicato, insieme ai suoi partner internazionali, di risolvere la crisi in modo pacifico e attraverso la diplomazia. 
Qualsiasi dialogo, però, deve essere sincero e soprattutto utile.
Le violenze di questa settimana da parte della Russia rendono un dialogo di questo tipo nei fatti impossibile.
La nostra priorità oggi deve essere rafforzare la sicurezza del nostro continente e applicare la massima pressione sulla Russia perché ritiri le truppe e ritorni al tavolo dei negoziati.
Dal punto di vista militare, la NATO si è già attivata. 
Ieri si è riunito il Consiglio Nord-Atlantico sulla base di quanto previsto dall’articolo 4 del trattato di Washington e ha approvato cinque piani di risposta graduale che, in questa prima fase puntano a consolidare la postura di deterrenza a est. 
Le fasi successive, vincolate ad un’evoluzione dello scenario, prevedono l’assunzione di una postura di “difesa” e, in seguito di “ristabilimento della sicurezza”. 
I piani prevedono due aspetti fondamentali: l’incremento delle forze dispiegate in territorio alleato, con il transito delle unità militari sotto la catena di comando e controllo del Comandante Supremo Alleato in Europa;
e l’utilizzo di regole d’ingaggio predisposte per un impegno immediato. 
Le forze italiane che prevediamo essere impiegate dalla NATO sono costituite da unità già schierate in zona di operazioni – circa 240 uomini attualmente schierati in Lettonia, insieme a forze navali, e a velivoli in Romania;
e da altre che saranno attivate su richiesta del Comando Alleato. 
Per queste, siamo pronti a contribuire con circa 1400 uomini e donne dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica, e con ulteriori 2000 militari disponibili.
Le forze saranno impiegate nell’area di responsabilità della NATO e non c’è nessuna autorizzazione implicita dell’attraversamento dei confini.
L’Italia e la NATO vogliono trasmettere un messaggio di unità e solidarietà alla causa ucraina e di difesa dell’architettura di sicurezza europea.
Voglio ringraziare il ministro Guerini e le nostre forze armate per la loro prontezza e la loro preparazione.

Per quanto riguarda le sanzioni, l’Italia è perfettamente in linea con gli altri Paesi dell’Unione Europea, primi tra tutti Francia e Germania. 
Le misure sono state coordinate insieme ai nostri partner del G7, con i quali condividiamo pienamente strategia e obiettivi.

Mercoledì sono state formalmente approvate le prime misure restrittive verso la Russia, in relazione alla decisione di riconoscere l’indipendenza dei territori di Donetsk e Lugansk.
Queste misure consistono nel bando alle importazioni e alle esportazioni da entità separatiste, sul modello di quanto fatto nel 2014 in risposta all’annessione illegale della Crimea; 
in sanzioni economiche e finanziarie alla Russia, come il divieto di rifinanziamento del debito sovrano sul mercato secondario e il congelamento di asset di tre istituti bancari; 
sanzioni mirate nei confronti di individui e entità, come gli oltre 300 membri della Duma che hanno proposto il riconoscimento dei territori separatisti e che hanno votato a favore.

In seguito all’invasione russa degli scorsi giorni, nel Consiglio Europeo di ieri abbiamo approvato misure molto più stringenti e incisive, che erano in preparazione da settimane.
I relativi atti legislativi sono discussi in queste ore a Bruxelles, e per questo non posso renderne conto in modo esaustivo.
Saranno finalizzati e adottati in tempi rapidissimi. 
Martedì ritornerò sul tema.
Queste sanzioni includono misure finanziarie, come il divieto di rifinanziamento per banche e imprese pubbliche in Russia, e il blocco di nuovi depositi bancari dalla Russia verso istituti di credito dell’Unione Europea;
misure sul settore dell’energia, mirate a impedire il trasferimento di tecnologie avanzate, usate soprattutto per la raffinazione del petrolio;
misure sul settore dei trasporti, come il divieto di esportazione esteso a tutti i beni, le tecnologie, i servizi destinati al settore aereo;
un blocco dei finanziamenti per nuovi investimenti in Russia e altre misure di controllo delle esportazioni; 
la sospensione degli accordi di facilitazione dei visti per passaporti diplomatici e di servizio russi.
Prevediamo inoltre un secondo “pacchetto” che includa membri della Duma non ancora sanzionati.

In questi giorni, l’Unione Europea ha dato prova della sua determinazione e compattezza.
Siamo pronti a misure ancora più dure se queste non dovessero dimostrarsi sufficienti.

Le sanzioni che abbiamo approvato, e quelle che potremmo approvare in futuro, ci impongono di considerare con grande attenzione l’impatto sulla nostra economia. 
La maggiore preoccupazione riguarda il settore energetico, che è già stato colpito dai rincari di questi mesi: circa il 45% del gas che importiamo proviene infatti dalla Russia, in aumento dal 27% di dieci anni fa.
Le vicende di questi giorni dimostrano l’imprudenza di non aver diversificato maggiormente le nostre fonti di energia e i nostri fornitori negli ultimi decenni.
In Italia, abbiamo ridotto la produzione di gas da 17 miliardi di metri cubi all’anno nel 2000 a circa 3 miliardi di metri cubi nel 2020 – a fronte di un consumo nazionale che è rimasto costante tra i 70 e i 90 miliardi circa di metri cubi. 
Dobbiamo procedere spediti sul fronte della diversificazione, per superare quanto prima la nostra vulnerabilità e evitare il rischio di crisi future. 
Il Governo monitora in modo costante i flussi di gas, in stretto coordinamento con le istituzioni europee.
Abbiamo riunito diverse volte il Comitato di emergenza gas, per regolamentare e analizzare i dati operativi e gli scenari possibili. 
Gli stoccaggi italiani beneficiano dell’aver avuto, a inizio inverno, una situazione migliore rispetto a quello di altri Paesi europei, anche grazie alla qualità delle nostre infrastrutture. 
Il livello di riempimento aveva raggiunto il 90% alla fine del mese di ottobre, mentre gli altri Paesi europei erano intorno al 75%. 
Gli stoccaggi sono stati poi utilizzati a pieno ritmo e nel mese di febbraio hanno già raggiunto il livello che hanno generalmente a fine marzo.
Questa situazione, che sarebbe stata più grave in assenza di infrastrutture e politiche adeguate, è simile a quella che vivono altri Paesi europei tra cui la Germania. 
La fine dell’inverno e l’arrivo delle temperature più miti ci permettono di guardare con maggiore fiducia ai prossimi mesi, ma dobbiamo intervenire per migliorare ulteriormente la nostra capacità di stoccaggio per i prossimi anni. 
L’Italia è impegnata inoltre a spingere l’Unione Europea nella direzione di meccanismi di stoccaggio comune, che aiutino tutti i Paesi a fronteggiare momenti di riduzione temporanea delle forniture. 
Ci auguriamo che questa crisi possa accelerare finalmente una risposta positiva sul tema.

Il Governo è comunque al lavoro per approntare tutte le misure necessarie per gestire al meglio una possibile crisi energetica. 
Ci auguriamo che questi piani non siano necessari, ma non possiamo farci trovare impreparati.
Le misure di emergenza includono una maggiore flessibilità dei consumi di gas, sospensioni nel settore industriale, e regole sui consumi di gas nel settore termoelettrico, dove pure esistono misure di riduzione del carico.

Il Governo è al lavoro inoltre per aumentare le forniture alternative.
Intendiamo incrementare il gas naturale liquefatto importato da altre rotte, come gli Stati Uniti.
Il Presidente americano, Joe Biden, ha offerto la sua disponibilità a sostenere gli alleati con maggiori rifornimenti, e voglio ringraziarlo per questo. 

Tuttavia, la nostra capacità di utilizzo è limitata dal numero ridotto di rigassificatori in funzione.
Per il futuro, è quanto mai opportuna una riflessione anche su queste infrastrutture.

Il Governo intende poi lavorare per incrementare i flussi da gasdotti non a pieno carico – come il TAP dall’Azerbaijan, il TransMed dall’Algeria e dalla Tunisia, il GreenStream dalla Libia.  
Potrebbe essere necessaria la riapertura delle centrali a carbone, per colmare eventuali mancanze nell’immediato.

Il Governo è pronto a intervenire per calmierare ulteriormente il prezzo dell’energia, ove questo fosse necessario. Sì, è necessario.

Per il futuro, la crisi ci obbliga a prestare maggiore attenzione ai rischi geopolitici che pesano sulla nostra politica energetica, e a ridurre la vulnerabilità delle nostre forniture.
Voglio ringraziare il Ministro Cingolani per il lavoro che svolge quotidianamente su questo tema così importante per il nostro futuro.

Ho parlato del gas, ma la risposta più valida nel lungo periodo sta nel procedere spediti, come stiamo facendo, nella direzione di un maggiore sviluppo delle fonti rinnovabili, anche e soprattutto con una maggiore semplificazione delle procedure per l’installazione degli impianti.
A questo proposito vorrei notare che gli ostacoli a una maggiore speditezza su questo percorso non sono tecnici, non sono tecnologici, ma sono solo burocratici.
Ma il gas resta essenziale come combustibile di transizione.
Dobbiamo rafforzare il corridoio sud, migliorare la nostra capacità di rigassificazione e aumentare la produzione nazionale a scapito delle importazioni.
Perché il gas prodotto nel proprio Paese è più gestibile e può essere meno caro.
La crisi di portata storica che l’Italia e l’Europa hanno davanti potrebbe essere lunga e difficile da ricomporre, anche perché sta confermando l’esistenza di profonde divergenze sulla visione dell’ordine internazionale mondiale che non sarà facile superare.
Il Governo intende lavorare senza tregua, in stretto coordinamento con gli alleati, per dare ai cittadini le risposte che cercano in questo momento di grave incertezza.
Per farlo, è essenziale il vostro appoggio – della maggioranza e dell’opposizione.
In queste ore mi sono arrivate dichiarazioni di sostegno da tutti i gruppi politici e dai loro leader.
Vorrei ringraziarli tutti.
Vi sono sinceramente grato, perché il Parlamento è il centro della nostra democrazia, la casa di tutti gli Italiani e la sua vicinanza esprime la vicinanza del Paese. 
Davanti alle terribili minacce che abbiamo davanti, per essere uniti con l’Ucraina e con i nostri alleati dobbiamo prima di tutto restare uniti fra noi.

Putin è figlio di un’idea distorta della Storia

Ventotto minuti di discorso e quattro o cinque concetti. A rileggere il discorso di Putin – quello che annunciava l’aggressione alla Ucraina – si scopre il carattere propagandistico delle sue argomentazioni.

Poche parole, per confermare quella che è l’evidenza sotto gli occhi di tutti: Vladimir Putin è figlio di una visione distorta della Storia che egli stesso alimenta e di cui resta vittima. I minuti del discorso con cui ha annunciato l’aggressione all’Ucraina sono ventotto, i concetti molti meno: quattro o cinque, a voler essere generosi. Tre, a voler essere esatti. Tutti sbagliati, tutta propaganda, ad iniziare dalla premessa storica più volte citata: il 1941 e l’Operazione Barbarossa. Di lì conviene iniziare.

“Non ci faranno quello che ci hanno fatto nel 1941” ripete almeno tre volte Putin parlando dei tentativi russi di prevenire con l’esposizione delle buone ragioni del Cremlino l’attacco a sorpresa dei nazisti. Il quale attacco fu per l’appunto a sorpresa, quindi non c’era stato alcun precedente tentativo di dissuasione. C’era stato, semmai, un protocollo segreto al patto di non aggressione firmato da Berlino e Mosca, ma questo Putin si guarda bene dal rievocarlo perché rappresenta la prova di una duplice, scomodissima realtà, e cioè che il Cremlino era stato complice dei nazisti e carnefice di un Paese vicino, slavo anch’esso nonché già parte del suo Impero. E che ha le sue responsabilità nello scoppio del più tremendo conflitto di tutti i tempi, quello che adesso a Mosca si chiama “Grande guerra patriottica”. Alludiamo al Patto Ribbentrop-Molotov per la spartizione della Polonia, siglato nell’agosto del 1939 mentre si cannoneggiava Danzica e tenuto nascosto per interi decenni. Putin evoca la lotta ai nazisti, che effettivamente costò la vita a venti milioni di russi e permise la sconfitta di Hitler grazie ad una guerra su due fronti, ma si guarda bene da spiegarne tutte le cause.

Per quattro volte il presidente russo ha equiparato gli ucraini a dei nazisti. Lo ha fatto per toccare le corde profonde dell’opinione pubblica interna: la Guerra Fredda è stata persa, quella in Afganistan è servita da prologo all’analoga figuraccia degli americani. Il ’45 è un ricordo molto più piacevole, il nemico di allora resta oggi nell’immaginario collettivo come una giustificatissima rappresentazione del Male Assoluto. È vero, poi, che quando la Wehrmacht penetrò nelle pianure ucraine ci furono in tanti a vedere negli invasori dei liberatori, e senza pensare alle conseguenze si misero a collaborare. Ma attenzione: questo non portò alla nazificazione dell’Ucraina, perché gli ucraini slavi erano e slavi restavano agli occhi dei malintesi amici: razza subumana con tutte le conseguenze del caso. Quando Putin pala di nazisti, insomma, indica gli indipendentisti. Tra le due cose c‘è una bella differenza. Tanto più che l’Ucraina aveva vissuto nel decennio precedente lo sterminio dei kulaki ordinato a sangue freddo dal Cremlino, e se Mosca ha la memoria lunga la cosa vale anche per Kiev. Una decina di milioni di morti, quasi quanto l’Olocausto. Uno storico tedesco di rango, Ernst Nolte, non a caso si richiamava a questo precedente per accomunare Stalin a Hitler e Mussolini in quelli che chiamava i Tre Volti del Fascismo.

I nazisti richiamano la memoria dell’Olocausto e del genocidio, concetti che Putin applica alla politica seguita da Kiev nei confronti della forte minoranza russofona. Scorriamo gli ultimi rapporti annuali di Amnesty International: di genocidio nessuna denuncia; semmai di violenze perpetrate dopo la ribellione del Donbass numerose, e da entrambi le parti. I diritti dell’uomo sono stati vilipesi a causa proprio della secessione, il rapporto causa-effetto va quindi rovesciato. Aggiungiamo, ricordando che questa crisi tremenda inizia quando l’Ucraina nel 2013 tenta di associarsi non alla Nato, ma all’Unione Europea, che in Estonia vigevano una volta leggi discriminatorie contro la locale minoranza russa. Tallin chiese l’ingresso nell’Ue e le fu risposto che i nostri parametri di democrazia sono stringenti, quindi delle due l’una: via quelle leggi o addio ingresso nel club più esclusivo del mondo. Le leggi sparirono d’incanto. Se Putin avesse lasciato fare gli europei, lui che giustamente si ritiene europeo fino al midollo, oggi avremmo la pace ed una minoranza russofona trattata con tutti i dovuti e legittimi riguardi.

In conclusione, però, dobbiamo ammettere che su una cosa, nel suo discorso dell’altro giorno, Putin ha perfettamente ragione (e lo facciamo senza problemi: la verità non deve far paura). Ha ragione quando dice che la guerra del 2003 in Iraq fu un atto d’aggressione compiuto sulla base di una bugia. Tutto vero: fa male, ma è così. E allora ci si ricordi che, quando si è una democrazia, certi standard politici, etici e morali vanno rispettati. Sennò si rischia di perdere se stessi, o almeno di preparare qualche freccia per l’arco del più grande bugiardo del XXI Secolo.

Quando la politica estera contava…

Dobbiamo cercare, partendo da questa fase drammatica, di invertire la rotta a livello politico. Ovvero, riportare la politica estera al centro delle nostre riflessioni politiche, culturali e programmatiche.

A volte si ironizza, altre volte si finge di non dirlo. Ma tutti sanno che la politica di un paese conta – e soprattutto conta quel paese – quando esiste una vera e riconosciuta politica estera. Non a caso i partiti di un tempo, parlo soprattutto dei grandi partiti come dei piccoli partiti, facevano della politica estera il centro della loro azione politica, culturale programmatica. E la cosiddetta non alternanza al governo per i primi 50 anni della prima repubblica italiana affondava le sue radici proprio nelle conseguenze che derivavano dal dibattito e dal confronto sulla politica estera. Per non parlare delle analisi e delle riflessioni dei singoli partiti. 

Lo si ricorda non per una inguaribile regressione nostalgica ma per rispetto della storia politica del nostro paese. Lo sguardo “sul mondo”, cioè capire quali erano le dinamiche politico, culturali e strategiche che caratterizzavano l’Europa e i grandi blocchi mondiali non poteva mai mancare nella riflessione iniziale di un partito e dei suoi gruppi dirigenti. Senza capire queste dinamiche era persin inutile avviare una riflessione politica sul ruolo, sulla funzione e sulla “mission” del nostro paese a livello europeo ed internazionale.

Poi i tempi sono radicalmente cambiati. Certo, i Ministri degli Esteri sono quasi sempre stati grandi personalità: da Andreotti a De Michelis, da D’Alema a Lamberto Dini ed altri leader politici e non politici ma riconosciuti sempre a livello nazionale ed europeo se non addirittura a livello mondiale. Poi, certo, i tempi sono cambiati e ora abbiamo Di Maio.

Ora, però, al di là dei nomi e dei cognomi, è, indubbio che una fase politica è cambiata. Radicalmente cambiata. E occorre prenderne atto senza inutili rimpianti per un passato che ormai è storicizzato e archiviato. Ma sono proprio le condizioni e gli eventi drammatici che arrivano dal fronte orientale e dalla Russia che impongono una inversione di rotta anche per la politica italiana. Non sulla collocazione strategica del nostro paese, come ovvio e scontato. Ma, semmai, per la sua capacità di elaborazione, di studio, di riflessione e di azione politica concreta. In sostanza, la politica estera deve ridiventare il centro della strategia politica del paese e, di conseguenza, di ogni partito. Non possiamo continuare ad appaltare la politica estera al battutismo televisivo o ad uscite estemporanee e del tutto casuali di presunti ed improvvisati leader politici. 

Tutti conosciamo le uscite, più o meno recenti, di molti esponenti politici nazionali che sulla politica estera si limitano, appunto, a distillare battute, a rivendicare storiche amicizie personali o alla convenienza momentanea. Certo, le amicizie e le relazioni personali contano ma su questo versante quello che conta maggiormente è la strategia e la prospettiva politica che si perseguono. E questi elementi erano, sono e restano decisivi per caratterizzare e per segnare la credibilità di un paese nello scacchiere europeo ed internazionale. E proprio la vicenda dell’invasione russa dell’Ucraina rappresenta uno snodo fondamentale per riprendere una riflessione e un’azione politica che possano e debbano ridare credibilità al nostro paese e, soprattutto, alla nostra politica.

Certo, la stagione del populismo ha cancellato se non addirittura ridicolizzato la politica – non a caso c’è stata la vittoria dell’antipolitica, della demagogia, del qualunquismo e della improvvisazione e della casualità della classe dirigente – e quindi la stessa politica estera è diventata la conseguenza di un impoverimento e di una progressiva decadenza della politica nella sua complessità. Dobbiamo prenderne atto e cercare, a partire da questa fase drammatica che stiamo tutti vivendo, di invertire la rotta a livello politico. Ovvero, riportare la politica estera al centro delle nostre riflessioni politiche, culturali e programmatiche. Ne va della credibilità del nostro paese, del ruolo della nostra politica e dell’ autorevolezza della nostra classe dirigente. Occorre, cioè, imparare dal passato senza limitarsi a copiare il passato.

 

Speciale Ucraina: verso la presa di Kiev. La nota dell’Istituto di Studi per la Politica Internazionale.

Zelensky chiede a Putin di trattare, ma Mosca detta precondizioni. Bombardamenti e scontri in varie città, mentre Kiev si prepara alla battaglia.

ISPI

Prosegue l’offensiva russa in Ucraina dove mezzi corazzati e truppe di terra avanzano in una morsa verso le principali città e centri abitati, già sottoposti a massicci bombardamenti aerei. Il ministero della Difesa russo ha annunciato di avere il controllo totale dello spazio aereo ucraino affermando che le sue forze armate hanno distrutto più di 70 obiettivi militari, inclusi 11 aeroporti, un elicottero e quattro droni. Le truppe di Mosca hanno anche preso il controllo dell’ex centrale nucleare di Chernobyl, luogo del disastro nucleare del 1986. Mariupol, Odessa, Kiev, Kharkiv e altre città sono bersaglio dell’aviazione mentre colonne di blindati russi avanzano da nord-ovest e nord-est verso la capitale. Secondo diverse fonti di intelligence, Kiev sarebbe prossima alla caduta. Almeno 137 ucraini sono stati uccisi finora – ha detto il presidente Volodymyr Zelensky – mentre gli sfollati sono oltre 100mila. I residenti nelle grandi città stanno cercando rifugio nei bunker o nelle stazioni delle metropolitane mentre le riprese dall’alto di lunghe colonne di auto restituiscono l’immagine del panico diffuso tra gli abitanti. L’attacco su larga scala di quello che nei suoi discorsi Vladimir Putin ha sempre definito un paese e un popolo “fratello” ha avuto un forte impatto sull’opinione pubblica russa. Ieri, per la seconda volta dall’inizio dell’attacco, il presidente russo è comparso davanti alle telecamere per spiegare che la Russia “non aveva altra scelta”, definendo il conflitto “causato dall’Occidente”. Ciononostante, in oltre 50 città del paese, tra cui San Pietroburgo, diverse migliaia di persone hanno sfidato i divieti e sono scese in strada per dire “no alla guerra”. Almeno 1800 persone sarebbero state arrestate, secondo la Ong Ovd-Info, in alcune delle manifestazioni più partecipate e diffuse che si siano tenute in Russia dal ritorno e successivo arresto dell’oppositore Aleksei Navalnyj, mentre sui social network si moltiplicano gli appelli di personaggi pubblici, scrittori e artisti russi che chiedono la fine del conflitto.

Spiragli di dialogo?

Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha reso noto che la Russia è pronta a dei colloqui con l’Ucraina a Minsk, in Bielorussia. Lo riferisce l’agenzia di stampa russa RIA Novosti secondo cui Peskov ha detto che i colloqui dovrebbero riguardare uno “status di neutralità” dell’Ucraina che includerebbe la sua totale “smilitarizzazione”. Poco prima il presidente Zelensky si era detto pronto a trattare con Mosca ma non vi è alcuna indicazione che accetterà i colloqui su questi presupposti. L’indicazione di Minsk è importante perché è nella capitale bielorussa che erano stati firmati gli accordi del 2015 tra Kiev e Mosca. In precedenza il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov aveva affermato che non si potranno tenere colloqui “fino a quando l’esercito ucraino non deporrà le armi”.

A cosa mira Putin?

Intanto, a poco più di 24 ore dall’inizio dell’offensiva è chiaro che quello sferrato da Mosca non è un attacco limitato ad assicurarsi il controllo delle sole regioni contese dell’Ucraina orientale. Ma il numero delle truppe dislocate sul terreno e i costi che imporrebbe in termini economici e materiali inducono gli analisti ad allontanare l’ipotesi di un’occupazione militare dell’intero territorio ucraino. A cosa punta allora la strategia del Cremlino? Secondo fonti di intelligence ucraine la strategia a breve termine del presidente russo prevedrebbe di costringere alla resa il governo di Volodymyr Zelensky. Quanto al lungo periodo le cose si fanno più complicate, ma c’è chi avanza un’ipotesi: Putin e i suoi generali potrebbero avere come obiettivo quello di mantenere il controllo dell’Ucraina orientale, la parte a est del fiume Dnepr. “L’obiettivo – spiegano fonti di intelligence al quotidiano Ukrainska Pravda – potrebbe essere di dividere l’Ucraina in est e ovest, lungo il corso del Dnieper, come era un tempo la Germania”. A quel punto Mosca avrebbe ottenuto di instaurare una zona ‘cuscinetto’ tra la Russia e i paesi occidentali, utile a garantire la propria sicurezza, oltre ad assicurarsi che, con un territorio smembrato e sotto occupazione, l’Ucraina non possa mai ottenere lo status di adesione alla Nato. Siamo ancora nel campo delle ipotesi, però, e non è chiaro cosa fermerà l’avanzata delle truppe russe.

Ucraina: attacco coordinato……e cosa lo fermerà?

Quello che appare più probabile, al momento, è che a fermare il presidente russo Putin non saranno le contromisure occidentali ed europee. Le sanzioni adottate nella serata di ieri dai 27 contro Mosca interessano cinque settori: la finanza, l’energia (ma non il gas diretto all’Europa), i trasporti, le esportazioni e il sistema dei visti. “Questo pacchetto include sanzioni finanziarie che tagliano l’accesso della Russia ai più importanti mercati finanziari. Stiamo colpendo il 70% del sistema bancario russo, ma anche aziende statali cruciali, incluse quelle del settore della difesa”, ha detto la Presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen. Nel pacchetto manca però l’esclusione della Russia dal SWIFT (Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication) che collega le banche di oltre 200 paesi del mondo. Escludere la Russia da questo sistema di pagamenti globale, infatti, comprometterebbe gravemente la sua economia ma avrebbe conseguenze soprattutto per il settore energetico di gas e petrolio, e quindi ne risentirebbero anche gli acquirenti europei. A frenare su SWIFT sarebbero stati, nello specifico, Germania, Italia, Austria, Lussemburgo e Cipro, nel timore che l’impossibilità di effettuare i pagamenti provochi un taglio delle forniture di gas dalla Russia.

Soli contro Mosca?

Anche il presidente USA Joe Biden ha annunciato “nuove forti sanzioni” decise insieme agli alleati contro Mosca. In particolare, è in arrivo il bando dell’export tecnologico e l’iscrizione nella blacklist di banche statali e grosse società russe, con un impatto stimato in 3mila miliardi di dollari. Biden ha anche confermato che le forze statunitensi “non combatteranno in Ucraina”, ma che ulteriori truppe saranno dispiegate in Germania e sul fianco orientale della NATO. “Questa è la guerra di Putin, l’ha scelta, l’ha voluta”, ha detto Biden, promettendo si fare del presidente russo “un pariah della comunità internazionale”. Parole forti, a cui non corrisponde una risposta internazionale altrettanto stentorea. Mentre i carri armati avanzano su Kiev, la sensazione è quella di un Occidente sgomento ma impotente di fronte all’avanzata russa. Mentre per i 44 milioni di ucraini sotto attacco, l’unico baluardo in queste ore sembra essere il presidente Zelensky, un ex comico che la storia ha messo in una posizione scomoda quanto anomala e che oggi si ritrova a bacchettare i ‘grandi’ del mondo: “Secondo le nostre informazioni, il nemico ha contrassegnato me come obiettivo numero 1 e la mia famiglia come obiettivo numero 2. Vogliono distruggere politicamente l’Ucraina distruggendo il capo dello stato. Ma io resto qui”, ha detto in un discorso alla nazione dai toni drammatici pronunciato all’alba di oggi. “Questa mattina difendiamo il nostro paese da soli. Come ieri, le forze più potenti del mondo guardano da lontano. Le sanzioni di ieri hanno convinto la Russia? Sentiamo nel nostro cielo e vediamo sulla nostra terra che no, non è stato abbastanza”.

 

Per saperne di più

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-ucraina-verso-la-presa-di-kiev-33737#g1

 

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Guerra in Ucraina, il Papa all’Ambasciata russa per esprimere preoccupazione

Francesco, questa mattina, nella sede in via della Conciliazione per oltre mezz’ora. Il Pontefice segue con attenzione l’evolversi della situazione nel Paese est europeo, sotto attacco dal 24 febbraio, dove si contano numerosi morti e feriti. Ieri l’appello del cardinale Parolin a dare ancora spazio al negoziato.

Il Papa ha voluto manifestare la sua preoccupazione per la guerra in Ucraina recandosi personalmente questa mattina, intorno a mezzogiorno, nella sede dell’Ambasciata della Federazione russa presso la Santa Sede, guidata dall’ambasciatore Alexander Avdeev. Giunto in un’utilitaria bianca, il Papa è rimasto nell’edificio in via della Conciliazione numero 10 per oltre mezz’ora, come confermato dal direttore della Sala Stampa vaticana, Matteo Bruni.

Francesco segue con attenzione l’evolversi della situazione nel Paese est europeo, sotto attacco dalla notte del 24 febbraio, dove già si contano numerosi morti e feriti. Il Pontefice stesso aveva espresso il suo “grande dolore nel cuore” per il peggioramento della situazione nel Paese lo scorso mercoledì 23 febbraio, al termine dell’udienza generale, quando ancora non erano deflagrate le violenze. Il Papa si appellava “a quanti hanno responsabilità politiche perché facciano un serio esame di coscienza davanti a Dio, che è il Dio della pace e non della guerra”. E si rivolgeva a credenti e non credenti ad unirsi in una supplica corale per la pace il prossimo 2 marzo, Mercoledì delle Ceneri, pregando e digiunando: “Gesù ci ha insegnato che alla insensatezza diabolica della violenza, si risponde con le armi di Dio, con la preghiera e il digiuno”, diceva il Pontefice. “Invito tutti a fare il prossimo 2 marzo, Mercoledì delle Ceneri, una giornata di digiuno per la pace. Incoraggio in modo speciale i credenti perché in quel giorno si dedichino intensamente alla preghiera e al digiuno. La Regina della Pace preservi il mondo dalla follia della guerra”.

È di ieri, invece, “nell’ora più buia” per l’Ucraina, la dichiarazione del cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin. Ricordando l’appello del Papa drammaticamente urgente dopo l’inizio delle operazioni militari russe in territorio ucraino, il porporato ha osservato che “i tragici scenari che tutti temevano stanno diventando purtroppo realtà”, ma che “c’è ancora tempo per la buona volontà, c’è ancora spazio per il negoziato, c’è ancora posto per l’esercizio di una saggezza che impedisca il prevalere degli interessi di parte, tuteli le legittime aspirazioni di ognuno e risparmi il mondo dalla follia e dagli orrori della guerra”. “Noi credenti – ha detto Parolin – non perdiamo la speranza su un barlume di coscienza di coloro che hanno in mano i destini del mondo”.

È pronto l’Occidente ad affrontare il peso della crisi ucraina? Non è economia, ma politica: si tratta di tenere fermi i principi.

La crisi dell’Occidente – già resa evidente sul piano militare e geo politico dalla recente fuga da Kabul – vive in questi giorni un capitolo drammatico.

Di fronte alla guerra aperta dalla Russia in Ucraina – che hanno sovvertito le fondamenta stesse del sistema di relazioni internazionali – temo che gli appelli alla “soluzione diplomatica” servano assai poco. Così come a poco sono serviti di fronte all’invasione tedesca dei Sudeti nel 1938. Anche allora – mutatis mutandis – le regole furono sovvertite, con una diabolica capacità di “narrazione” interna ed esterna. E anche allora  furono usate quasi le stesse parole usate da Putin: la Germania Nazista intervenne “a tutela dei cittadini tedeschi” residenti nella Cecoslovacchia e bisognosi di protezione da parte della “nazione madre”.

Sappiamo che l’iniziale pavidità delle altre Nazioni Europee lasciò campo libero per ciò che sarebbe poi successo. La vera domanda è: quanto è disposto a pagare oggi l’Occidente democratico per far valere i suoi principi? Nessuna vera, efficace e non simbolica sanzione contro la Russia è priva di pesanti conseguenze per l’economia occidentale ed europea in particolare. Ora, la difesa della Democrazia ha sempre un costo: con Putin può essere solo – speriamolo – un costo economico. Ma non esiste una soluzione a costo zero.

Siamo disposti (governi e cittadini) a pagarlo? E ancora, quanto è penetrata in Europa ed in America la tentazione della “ammirazione” verso un dittatore “geniale” (dice Trump) e “con le palle” (si dice nei bar) come Putin? E quanto è diffusa la pia illusione che, alla fine, tutto questo pasticcio “riguarda l’Ucraina” e basta? Siamo consapevoli di ciò che la guerra di Putin può comportare sul piano globale, con l’Europa ancora priva di sue strutture unitarie di politica estera e di difesa; con gli Stati Uniti in crisi drammatica di leadership mondiale; con la Cina che segue sorniona l’evolversi degli eventi, in attesa che l’Occidente sia costretto a cederle lo scettro del comando?

La crisi dell’Occidente – già resa evidente sul piano militare e geo politico dalla recente fuga da Kabul – vive in questi giorni un capitolo drammatico. E lo vive dovendo fare i conti con una pericolosa caduta del “carisma della democrazia” all’interno di larga parte delle proprie opinioni pubbliche. Una situazione di pericolosità inaudita. Siamone tutti consapevoli. 

Ucraina, Prodi: la guerra si poteva evitare. La pace si costruisce con la cultura (Radio Vaticana).

L’ex presidente della Commissione europea sarà domani [oggi per chi legge, ndr] a Firenze per il Forum dei sindaci del Mediterraneo che si chiuderà domenica alla presenza del Papa. Nell’intervista a Vatican News, illustra il suo progetto di ‘università del Mediterraneo’ dove le nuove generazioni potranno alimentare il terreno per una autentica convivenza tra i popoli. Alla luce della crisi russo-ucraina, aggiunge: la democrazia ha lo sguardo sempre più corto.

Antonella Palermo

“È vero che l’Ucraina non è direttamente sul Mediterraneo, ma lo è attraverso il Mar Nero, e La Pira diceva che fino agli Urali è tutto Mediterraneo, perché questo mare abbraccia tre continenti e più di venti nazioni”, è quanto ha detto ieri [l’altro ieri per chi legge, ndr] il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, aprendo a Firenze i lavori dell’incontro “Mediterraneo, frontiera di pace” che vede riuniti una sessantina di vescovi e che domenica prossima si concluderà con la presenza di Papa Francesco nel capuologo toscano.

La cultura come strumento di convivenza pacifica

“Siamo in un momento di profonda crisi, anche per quello che sta succedendo in Ucraina: dal punto di vista della provvidenza di Dio diventa ancora più necessaria questa nostra azione di pace”, ha ancora dichiarato Bassetti, che ha inoltre evidenziato il beneficio che potrà nascere dal complementare Forum dei sindaci del Mediterraneo che si ritrovano, da domani [oggi per chi legge, ndr] sempre a Firenze, per confrontarsi e firmare – insieme ai presuli – una Carta comune di intenti per il bacino del mare nostrum. “I vescovi porteranno quelli che sono gli effetti dell’annuncio del Vangelo – ha aggiunto Bassetti – i sindaci ci mostreranno la situazione concreta dei popoli che essi rappresentano. Il confronto tra vescovi e sindaci, nella sintesi che farà il Papa, credo che sia un momento provvidenziale che va al di là di Firenze e del Mediterraneo”. 

Oggi i vescovi si confrontano sul tema: “Quali diritti per le comunità religiose nella città?”, mentre all’apertura dei lavori tra i sindaci si approfondirà il tema della crescita culturale e della cooperazione tra le città del Mediterraneo. In particolare, si farà il punto su come favorire progetti in ambito culturale tra città e Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, per una cultura che sia veicolo di crescita economica e sociale e quindi strumento di stabilità e convivenza pacifica. Tra i relatori, il professore Romano Prodi, già presidente della Commissione Europea, che abbiamo intervistato: 

Come non parlare della crisi ucraina…Lei come vede, la situazione? Si poteva evitare di arrivare a questo punto?

Non si poteva, si doveva! Io sono rimasto assolutamente sconvolto dall’evoluzione dei fatti perché erano in programma, alcuni in modo certo, altri in modo indefinito, incontri diplomatici che io pensavo avrebbero potuto trovare un compromesso. Quindi, la mia risposta è molto semplice: si poteva e si doveva evitare. Questo dà il via a tensioni, sanzioni, sofferenze. Ecco, è il peggio che ci si poteva aspettare in questa fase. 

 

Come vede oggi il ruolo dell’Europa e dell’Onu di fronte a questa crisi?

 

Trovo l’Onu particolarmente debole in questa fase storica, mi auguro solo che sia un po’ meno debole. Non ho elementi…Ormai nell’Onu è tutto passato al Consiglio di Sicurezza dove la Russia ha diritto di veto. In una situazione di questo genere farà ben poco. In base alla mia esperienza, l’Onu ha fatto cose bellissime soprattutto nei piccoli conflitti, ha evitato certamente stragi e sofferenze. Quando il conflitto tocca qualcuno dei ‘grandi’, l’Onu non esiste più. L’Unione Europea ha una solidarietà maggiore di quanto non abbia avuto in passato, ma ha situazioni diverse da Paese a Paese. Ha Paesi che dipendono totalmente dal gas russo, Paesi che ne sono quasi totalmente indipendenti. C’è un comune sdegno riguardo all’azione compiuta dal presidente russo, ci sarà una notevole differenziazione quando si parlerà di sanzioni. La guerra generale, a mio parere, non verrà perché nessuno ha interesse a farla. Intanto è partita la guerra parziale. 

 

A Firenze si parla di dialogo culturale e cooperazione tra le città del Mediterraneo. Quale è la sua proposta?

 

L’idea è semplicissima, io la esposi vent’anni fa in Commissione europea ma fu bocciata. Parto da una constatazione semplice: il Mediterraneo è una tragedia. Tensioni all’interno di Paesi, tra Paesi, interferenza di potenze straniere, tensioni di tipo religioso e politico… Il Mediterraneo in passato ha avuto momenti di tensione e momenti di pacifica convivenza. Noi dobbiamo passare proprio da momenti di tensione a momenti di pacifica convivenza che in passato era fatta tanto dal mescolamento di persone.

Decine di migliaia di italiani vivevano ad Alessandria d’Egitto, Aleppo, Tripoli… Nello stesso impero ottomano avevamo ebrei, cristiani, musulmani che giocavano assieme… Oggi questa unità si ricostruisce soltanto se noi abbiamo il coraggio di mettere insieme le nuove generazioni. Il modo non è fare un’associazione di piccoli commercianti o di pescatori, utilissime. Ma non cambiano il mondo. Il mondo cambia se i ragazzi studiano assieme. E allora, il progetto all’epoca era molto semplice: creiamo 20-30 università miste: una sede a Catania, una a Tripoli, una a Barcellona, una a Rabat… Miste vuol dire non, per esempio, una università di Napoli con la sede a Tripoli, ma vuol dire con due sedi di pari autorità, con tanti professori del nord e tanti del sud, tanti allievi del nord e tanti del sud, tanti anni di studi al nord e tanti anni al sud. Con un centinaio di migliaia che frequentano queste università cominceremo a costruire la comunità del Mediterraneo. È una idea molto semplice, costosa, ma molto meglio dei pattugliamenti.

È chiaro che a questo punto ci vuole una responsabilità dell’Unione europea. Ci vuole una unione di tutti i Paesi interessati a esser sede di queste università. Naturalmente, nel bilancio europeo questo incide niente. Quando la proposi io, i Paesi del nord non erano interessati, mi dissero che era denaro buttato. Oggi c’è una coscienza diversa, dopo le migrazioni, dopo la Libia, la coscienza è che il Mediterraneo è casa nostra, è casa di tutti. C’è davvero un mutamento radicale, e quindi secondo me è possibile, bisogna che ci lavoriamo tutti. 

 

Presidente, il Papa più volte ha invocato la convivenza pacifica tra popoli e culture, ha implorato sforzi per favorire il dialogo tra le nazioni. Perché il suo appello fa così fatica a entrare nelle volontà e nell’azione politica dei governanti?

 

Perché si pensa sempre solo ai problemi di oggi. E allora si fa il pattugliamento perché ci sono oggi gli emigranti, non si pensa al cambiamento della società. La politica ha lo sguardo corto, la democrazia lo sguardo sempre più corto. 

 

Fonte: Radio Vaticana – 24 febbraio 2022, 10:35.

Mosca, Sturzo e la concezione elitaria della politica. Con un accenno ai giorni nostri.

Alla sostanziale staticità proposta dal sociologo siciliano, anche Sturzo non dimenticava di cogliere – lui parimenti sociologo e siciliano – un’altra legge costante, alla cui luce quella individuata appunto da Mosca viene meno o, comunque, risulta fortemente ridimensionata. Si tratta della legge della dinamicità della storia.

«È in questo contesto che si pone, pertanto, l’esigenza di dare alcune risposte fondamentali. Una di esse riguarda la natura popolare del partito […]. Si coglie infatti, in questo periodo, una tentazione, non troppo nascosta, di ridurre il tasso di popolarismo nella politica del nostro paese, perseguendo una concezione elitaria della politica, volta ad ampliare l’influenza dei circuiti privilegiati, non sempre visibili e comunque finanziariamente forti». 

Sono le parole che il vice segretario della Democrazia cristiana, Sergio Mattarella, pronunziò alla conferenza nazionale organizzativa che si tenne ad Assago dal 28 novembre all’1 dicembre 1991. Da lì a due anni il partito sarebbe stato sciolto, travolto dagli scandali emersi dall’inchiesta “tangentepoli”. Ci interessa, soprattutto, quell’accenno fatto da Mattarella alla concezione elitaria della politica. Tema centrale della discussione di Assago era stata, infatti, la riforma organizzativa del partito, allo scopo di renderlo maggiormente capace di raccogliere le domande provenienti dalla società. 

Si poneva, quindi, tra le questioni prioritarie di questo auspicato cambiamento, quella riguardante la selezione della classe dirigente. Gaetano Mosca, di cui l’editore Nino Aragno ha da poco ripubblicato “Elementi di scienza politica”, aveva visto nell’elitismo una legge costante della storia politica dell’umanità, quella, detta sinteticamente, di una minoranza organizzata che comanda una maggioranza disorganizzata. 

Ma cosa accade quando una maggioranza si organizza? Vuol dire, ed è l’interpretazione fornitaci da Luigi Sturzo, elevare quel tasso di popolarismo nella politica, ricordato anche da Mattarella. Alla sostanziale staticità proposta dal sociologo siciliano, Sturzo, anch’egli sociologo e siciliano, non dimenticava di cogliere un’altra legge costante, alla cui luce quella individuata da Mosca viene meno o, comunque, risulta fortemente ridimensionata. Si tratta della legge della dinamicità della storia, della spontaneità dell’essere umano, di quella quota parte di imprevedibilità: «Coloro che non vedono alcun bene se non nell’uniformità e nella costanza dei regimi politici, non hanno né senso storico né immaginazione». 

A Mosca non era certo mancato il senso storico; gli aveva fatto difetto, ci sembra, l’immaginazione e, anche, un po’ di ottimismo. Il popolarismo, la teoria politica elaborata dal sacerdote di Caltagirone, si muove su un altro piano. A Sturzo non interessava tanto il problema di come organizzare il consenso, quanto piuttosto, quello di mobilitare e di organizzare le forze sociali: «In democrazia l’opinione e la decisione politica appartengono agli organi teorici e responsabili; ma il giudizio di valore è un giudizio popolare». 

A tale proposito, ci dispiace che la Consulta abbia bocciato il referendum sull’eutanasia. Sarebbe stato utile conoscere il giudizio popolare su una tematica così delicata e complessa. Forse, chissà, avremmo visto anche una massiccia partecipazione. L’astensionismo che colpisce anche l’Italia non ci pare debba essere interpretato come disaffezione verso la politica; casomai deve essere letto come un messaggio indirizzato ai partiti. Tenere vivo, ma anche tener conto di questo giudizio popolare ci sembra essere sempre, al di là del particolare momento storico, la regola di una buona politica.

Tutti contro tutti. Essere sempre inquieti fa parte della natura umana, ma da tempo viviamo con l’ansia dell’insicurezza.

Viviamo in un mondo dove viene premiata più la simulazione della realtà, una sorta di “grande fratello globale” dove tutti siamo quello che vogliamo apparire. E la gestione dell’invidia sociale ci rende tutti preoccupati nel misurare ricchezze, benessere, carriere, fortune…Mala tempora currunt?

Forse è vero ciò che mi disse recentemente Pietrangelo Buttafuoco: “in fondo non ce la siamo mai passata così bene”. Personalmente ho qualche dubbio, qualunque parametro si voglia usare: il mero benessere va rapportato ai target sociali e alle aree del mondo, la serenità e la qualità delle relazioni umane le misuriamo anche aprendo o chiudendo la porta di casa.

In realtà la storia ha dei cicli che si ripetono , quasi impietosamente. Se non sbaglio già Voltaire in “Candide ou l’optimisme” scriveva: “Tutto è bene, tutto va bene, tutto va per il meglio possibile”. Correva l’anno 1759. Forse fa parte della natura umana essere sempre eternamente inquieti e insoddisfatti. In effetti c’è una parola che si usa sempre meno: accontentarsi. Forse ci aiuterebbe ad affrontare meglio le alterne vicende della vita. Dobbiamo difenderci dagli altri, dalle invidie, dalla violenza, dalle intercettazioni, dall’invadenza, dai soprusi, dalle angherie, dalle negligenze, dall’indifferenza, dall’odio, dal rancore.

Ma che mondo è questo?

Mi capita ogni tanto di pensare agli anni della mia infanzia e mi pare di ricordare che ci fossero meno “tutele scritte” ma più ”rispetto praticato” nelle relazioni sociali. Rivisitare il passato personale e del mondo intorno mi concede almeno qualche nicchia di appagamento mentale. È la vita stessa che ci rende nostalgici, visto che di buone notizie non ne arrivano mai. Dobbiamo guardare inevitabilmente in avanti e questo – lo sappiamo – è un obbligo e forse anche un dovere ma non possiamo nasconderci che tutto sta diventando maledettamente complicato.

Aspettiamo che qualcuno faccia un passo prima di noi, per essere certi di non sbagliare, per non subire delusioni, per non essere disattesi nella nostra speranza, ma non sempre ci rendiamo conto che anche le piccole cose, a cominciare dalle nostre azioni, hanno un peso sociale. Viviamo in un mondo dove viene premiata più la simulazione della realtà, una sorta di “grande fratello globale” dove tutti siamo quello che vogliamo apparire. Pirandello aveva acutamente osservato che c’è una maschera per ogni occasione ma qui – francamente – sembra carnevale tutto l’anno.

Non possiamo separarci facilmente dalla difesa di una generica e istintiva diffidenza, non perché siamo fautori di una cultura del sospetto ma perché l’ultima pacca sulla spalla che abbiamo ricevuto ha lasciato il segno. Mia nonna mi raccontava sempre di quando si usciva con la chiave di casa infilata nella toppa: se percorresse oggi le vie delle nostre città blindate, dove anche i balconi sono chiusi da cancelletti  forse penserebbe di essere capitata in un altro pianeta. Ma non è solo questione di conflitto generazionale. Ricordo le parole di Alda Merini, raccolte al capezzale del letto di casa sua, nell’ultima intervista della sua vita: “Se uno vuole crescere la gente glielo impedisce e se lo divora come un implume”.

La gestione dell’invidia sociale ci rende tutti preoccupati nel misurare ricchezze, benessere, carriere, fortune: persino sull’altrui salute a volte abbiamo qualcosa da dire. Vediamo orchi, mostri, iene, ladri, disonesti, imbroglioni: eppure abbiamo sempre pensato che fossero persone per bene.“Mala tempora currunt sed peiora parantur” ovvero…corrono brutti tempi, ma se ne preparano di peggiori. Visto che è un antico detto latino si vede che è così da sempre: una buona consolazione.

 

Guerra in Ucraina: Le reazioni della NATO

Civili in fuga dalla capitale. Zelensky chiama i cittadini alle armi e rompe le relazioni diplomatiche con Mosca. 

“Nei prossimi giorni invieremo ulteriori forze sul fianco Est dove già sono state inviate migliaia di truppe. Dopo l’invasione della Russia di un Paese non alleato abbiamo attivato oggi il piano di difesa della Nato, che dà maggior autorità ai comandanti in campo. Noi siamo pronti, ma la nostra è un Alleanza preventiva, non vogliamo un conflitto”, dice Stoltenberg segretario generale della Nato.

Ma questa mattina anche le istituzioni Ue sono entrate in uno stato di massima allerta ben prima dell’alba, appena si è avuta la certezza che la Russia aveva lanciato il suo attacco contro l’Ucraina.

L’Ue sidovrebbe varare, già nella riunione di oggi, nuove sanzioni contro Mosca.

Sul fronte italiano Mario Draghi rilascia una stringata ma dura dichiarazione: “Il governo italiano condanna l’attacco della Russia all’Ucraina. E’ ingiustificato e ingiustificabile. L’Italia è vicina al popolo e alle istituzioni ucraine in questo momento drammatico. Siamo al lavoro con gli alleati europei e della Nato per rispondere immediatamente con unità e determinazione”.

 

Invasa l’Ucraina, la Russia scatena la guerra. L’irreparabile che si voleva scongiurare prende la sua drammatica forma.

L’Italia con Draghi al fianco di Kiev. L’occidente è unito di fronte alla esplosiva ingerenza di Putin ai danni del popolo ucraino.

Tutto è precipitato nella notte. Invece di procedere in direzione della pace, Putin ha scatenato l’invasione dell’Ucraina. Siamo di fronte a un atto gravissimo, con la minaccia di Mosca che parla di ostilità di fronte a qualsiasi interferenza. L’occidente non può farsi intimidire. 

“Siamo al lavoro con gli alleati europei e della NATO – ha dichiarato Draghi in una nota – per rispondere immediatamente, con unità e determinazione. Il Governo italiano condanna l’attacco della Russia all’Ucraina. È ingiustificato e ingiustificabile. L’Italia è vicina al popolo e alle istituzioni ucraine in questo momento drammatico. Siamo al lavoro con gli alleati europei e della NATO per rispondere immediatamente, con unità e determinazione”.

A questo punto la NATO ha la responsabilità di alzare il livello della propria determinazione alla difesa dei confini orientali dell’Europa. Sono ore decisive.

 

Ucraina, Papa Francesco: ho un grande dolore, il 2 marzo preghiera e digiuno per la pace (VaticanNews).

“La Regina della Pace preservi il mondo dalla follia della guerra”: è l’invocazione accorata del Papa al termine dell’udienza generale in cui chiama a raccolta soprattutto i credenti perché dedichino la prima giornata di Quaresima al raccoglimento per il Paese europeo: Dio è il Padre di tutti non solo di qualcuno, ci vuole fratelli e non nemici.

Adriana Masotti – Città del Vaticano

“Ho un grande dolore nel cuore per il peggioramento della situazione in Ucraina”. Papa Francesco esordisce così al termine della catechesi all’udienza generale di oggi. Poco prima dei saluti ai fedeli di lingua italiana, il suo ampio appello alla pace che non nasconde forte preoccupazione e rammarico per l’esito, per ora negativo, registrato dai negoziati internazionali. “Nonostante gli sforzi diplomatici delle ultime settimane – osserva – si stanno aprendo scenari sempre più allarmanti. Come me tanta gente nel mondo sta provando angoscia e preoccupazione. Ancora una volta la pace di tutti è minacciata da interessi di parte”. Francesco prosegue:

Vorrei appellarmi a quanti hanno responsabilità politiche perché facciano un serio esame di coscienza davanti a Dio, che è il Dio della pace e non della guerra, il Padre di tutti non solo di qualcuno che ci vuole fratelli e non nemici. Prego tutte le parti coinvolte perché si astengano da ogni azione che provochi ancora più sofferenza alle popolazioni, destabilizzando la convivenza tra le nazioni e screditando il diritto internazionale.

L’appello a credenti e non credenti

Francesco sa che la politica non basta a cambiare i cuori, solo Dio può farlo, si rivolge quindi a tutti invitando credenti e non credenti ad unirsi in una supplica corale per la pace:

Gesù ci ha insegnato che alla insensatezza diabolica della violenza, si risponde con le armi di Dio, con la preghiera e il digiuno. Invito tutti a fare il prossimo 2 marzo, Mercoledì delle Ceneri, una giornata di digiuno per la pace. Incoraggio in modo speciale i credenti perché in quel giorno si dedichino intensamente alla preghiera e al digiuno. La Regina della Pace preservi il mondo dalla follia della guerra.

 

Venti gelidi di guerra sulla ripresa. L’analisi della Fondazione Tarantelli.

La nuova ondata del Covid-19 frena l’economia italiana nei mesi ultimi del 2021. Ora dobbiamo fare i conti con la crisi politico-militare in Ucraina. La ripresa appare segnata dalla precarietà e dalle diseguaglianze.

Il rimbalzo perentorio dell’economia italiana nel primo semestre 2021 viene, puntualmente, registrato, nel terzo trimestre 2021, dalla tendenza al rialzo di tutti gli indici sintetici dei domini, ad eccezione del dominio Istruzione che resta stabile. L’indice dell’Attività economica sale a 95, appena sopra il valore del medesimo nel terzo trimestre 2019. L’indice del dominio Lavoro aumenta ad 83, ancora lontano dal valore 89 del terzo trimestre 2019. L’indice Istruzione resta stabile nel confronto con il terzo trimestre 2020, ma sfiora il valore 130, oltre il valore 125 del 2019 e l’unico ad aver superato, stabilmente, il valore 100 del 2007 (pur permanendo un differenziale elevato con l’UE). L’indice del dominio Redditi, torna al valore 95 del terzo trimestre 2019. L’indice relativo alla Coesione sociale aumenta a 103, oltre il valore 99 dell’analogo periodo 2019.

L’indice generale di benessere-disagio sociale delle famiglie italiane torna, conseguentemente, a 95,4, lo stesso valore del terzo trimestre 2019. Il tasso di crescita del Pil chiude l’anno al 6,5%, quantunque da fine novembre il ritmo di crescita rallenti per la nuova ondata pandemica, associata alla variante Omicron, per l’aumento dei prezzi delle materie prime ed energetiche (esponenziale l’aumento del gas naturale ormai regolato dai mercati spot), per la speculazione sui derivati dell’energia, per la grave instabilità geopolitica globale.

Il differenziale fra inflazione core (1,5% al netto dell’energia e dell’alimentare non trasformato) e l’inflazione totale (5%) ha raggiunto valori elevati. Le incognite sulla natura transitoria o duratura della ripresa inflativa restano irrisolte. Ne consegue la necessità di ripensare (nell’ambito di una nuova politica dei redditi) il meccanismo di adeguamento dei salari all’inflazione (oggi al netto dell’inflazione importata), disaggregandone e ponderandone le componenti ai fini di una più rigorosa definizione e misurazione delle ricadute sul recupero inflativo dei salari. 

Il Governo stima, infatti, nel primo semestre 2022 un aggravio dell’esplosione della bolletta energetica (gas + energia elettrica) sulle famiglie e sulle imprese pari, rispettivamente, a 16 mld e a10 mld, al netto dei sostegni pubblici, con pesanti ricadute sull’equilibrio economico delle imprese e perdite rilevanti del potere di acquisto di salari e pensioni. Il mercato del lavoro registra un recupero assai più quantitativo che qualitativo, concentrato sui rapporti di lavoro a tempo determinato e segnala la lentezza e la precarietà della trasmissione della ripresa economica alla crescita occupazionale. Il Mezzogiorno del Paese manifesta una relativa tenuta occupazionale, misurata dal ritorno del tasso di occupazione al 44,6% (stesso valore medio del 2019), mentre il Nord, al 66,1%, resta al di sotto di 1,8 punti percentuali ed il Centro, al 62,1%, resta inferiore di 1,6 punti percentuali.

Resta enorme il differenziale fra il tasso di occupazione delle Regioni meridionali ed il tasso di occupazione del resto del Paese. Modesto recupero dell’occupazione femminile (+0,9% al 49,3%) e giovanile (+ 1,5% al 40,9%), i soggetti più duramente colpiti dalle ricadute occupazionali della pandemia. Il dominio coesione sociale registra gli efficaci effetti di mitigazione sociale derivati dai provvedimenti, perentoriamente, richiesti dalla Cisl e dal Sindacato Confederale al Governo (cassa integrazione Covid 19, blocco dei licenziamenti, reddito di emergenza, sostegni generalizzati).

La ripresa resta, tuttavia, segnata dalla precarietà e dalle diseguaglianze.

Il Presidente Mattarella non ha esitato e ricordarlo nel Discorso inaugurale del suo secondo mandato: “Le diseguaglianze non sono il prezzo da pagare alla crescita. Sono, piuttosto, il freno per ogni prospettiva reale di crescita”. Restano aperte le incognite sulla natura transitoria o duratura della ripresa inflativa. Permane decisivo il rapporto strutturale fra PNRR e modello di sviluppo socialmente ed ambientalmente sostenibile. Mentre scriviamo Putin riconosce le Repubbliche separatiste del Donbass, dileggia gli Accordi di Minsk ed invia le truppe nella regione, di fatto annessa alla Russia.  Ai fattori di instabilità, in estrema sintesi citati, si aggiunge il rischio di guerra in Europa, la maledizione infernale nella quale la crisi Ucraina può precipitare.

Si tratta della negazione assoluta dei valori di fratellanza, di eguaglianza, di solidarietà, di pace universali sui quali è nato il movimento dei lavoratori, per i quali vive, sui quali ha conquistato diritti, tutele, dignità della persona. Questo ritorno all’inferno del “bellum omnium contra omnes” può e dev’essere ancora evitato con la mobilitazione dei lavoratori e dei popoli, con la volontà del confronto e della convergenza, con la forza dei valori e delle conquiste di civiltà che solo la pace può assicurare.

Giuseppe Gallo, Presidente della Fondazione Tarantelli (Cisl)

 

Una giusta battaglia è andata in porto. Novità per i lavoratori fragili: le ultime modifiche al Decreto Cura Italia.

L’insistenza ha portato a un esito positivo. Su queste colonne la questione è stata più volte sollevata: con soddisfazione registriamo la convergenza maturata in sede parlamentare, in ultimo con il consenso del governo. Di seguito riportiamo l’estratto e il testo integrale della legge 11 del 18/2/2021 pubblicata sulla GU n.° 41 serie generale, in pari data.

Non abbiamo voluto infiocchettare per gli amici un commento a caldo, per metterci in mostra, per dire “siamo stati noi”. Quello che dovevamo fare, lo abbiamo fatto con pazienza d determinazione. Possiamo compiacerci, adesso, del coro di esultanza che accompagna il varo delle nuove norme. L’importante era raggiungere l’obiettivo e, con piena soddisfazione, lo abbiamo raggiunto.

Possiamo dunque ricapitolare.

Con le ultime modifiche al Decreto Cura Italia, arrivano novità per i lavoratori fragili: anche per il mese di febbraio e il mese di marzo 2022 è possibile richiedere lo stato di malattia per l’assenza da lavoro. La decisione arriva dopo un periodo di sospensione della misura. Dato il prorogarsi dello stato di emergenza fino alla fine dei marzo 2022, torna nuovamente disponibile l’opzione per i lavoratori fragili, tramite un nuovo stanziamento di fondi.

È stato convertito in legge l’emendamento di proroga dello smart working fino al 31/3/2022 e quello di equiparazione dello stato di malattia al ricovero ospedaliero, sempre fino al 31/3/2022 dei lavoratori con certificazione medica di fragilità. La legge è la n.11 del 18 febbraio 2022, l’articolo che integra l’originaria disposizione normativa di cui alla legge 24/12/2021 n.° 221, prorogando i commi 2 e 2 bis dell’art. 26 del DL 17/3/2020 n° 18 è  il 17 – commi 3/bis e 3/ter.

Le nostre richieste contenute nell’emendamento depositato al Senato (e poi approvato dai due rami del Parlamento) sono state accolte. Non ci sono commenti da aggiungere : pare solo utile evidenziare che il comma 3ter dell. Art 17 legge 11/2022, prevede che la validità della tutela dell’’equiparazione al ricovero ospedaliero della malattia ddl lavoratore certificato fragile ha decorrenza retroattiva a partire dal 1 gennaio 2022, fino al 31 marzo 2022.
Più opportuno riportare uno stralcio del testo comparato tra la legge 11/2022 appena approvata e il DL 221/2021 emendato.

ESTRATTO

GAZZETTA UFFICIALE della REPUBBLICA ITALIANA

18-2-2022 GAZZETTA UFFICIALE DELLA REPUBBLICA ITALIANA Serie generale – n. 41
LEGGE 18 febbraio 2022 , n. 11 .
Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge
24 dicembre 2021, n. 221, recante proroga dello stato di
emergenza nazionale e ulteriori misure per il contenimento
della diffusione dell’epidemia da COVID-19.
La Camera dei deputati ed il Senato della Repubblica
hanno approvato;
IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
PROMULGA
la seguente legge:
– Omissis –
Pagina 65 della G.U  n.° 41 del 18/02/2022
TESTI COORDINATI E AGGIORNATI
Testo del decreto-legge 24 dicembre 2021, n. 221 (in Gazzetta
Ufficiale – Serie generale – n. 305 del 24 dicembre 2021) ,
coordinato con la legge di conversione 18 febbraio 2022,
n. 11 (in questa stessa Gazzetta Ufficiale alla pag. 44) , recante:
«Proroga dello stato di emergenza nazionale e ulteriori
misure per il contenimento della diffusione dell’epidemia
da COVID 19.».
pagine 73 e 74 della G.U. n°41 del 18/02/2022
pagina 73
Art. 17. – Commi 3-bis e 3-ter
Prestazione lavorativa dei soggetti fragili
e congedi parentali
1. Sono prorogate le disposizioni di cui all’articolo 26,
comma 2 -bis , del decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18,
convertito, con modificazioni, dalla legge 24 aprile 2020,
n. 27, fino al 31 marzo 2022 . Al fine di garantire la sostituzione
del personale docente, educativo, amministrativo,
tecnico ed ausiliario delle istituzioni scolastiche che usufruisce
dei benefici di cui al primo periodo è autorizzata
la spesa di 68,7 milioni di euro per l’anno 2022 .
2. Fermi restando quanto previsto al comma 1 nonché
il limite di spesa previsto dal presente articolo, con decreto
del Ministro della salute, di concerto con i Ministri
del lavoro e delle politiche sociali e per la pubblica amministrazione,
da adottare entro trenta giorni dalla data
segue a pagina 74 —
18-2-2022 GAZZETTA UFFICIALE DELLA REPUBBLICA ITALIANA Serie generale – n. 41
di entrata in vigore del presente decreto, sono individuate
le patologie croniche con scarso compenso clinico e con
particolare connotazione di gravità, in presenza delle
quali ricorre la condizione di fragilità.
3. Le misure di cui all’articolo 9 del decreto-legge
21 ottobre 2021, n. 146, convertito, con modificazioni,
dalla legge 17 dicembre 2021, n. 215, si applicano fino al
31 marzo 2022. I benefici di cui al primo periodo del presente
comma sono riconosciuti nel limite di spesa di 29,7
milioni di euro per l’anno 2022. Sulla base delle domande
pervenute, l’INPS provvede al monitoraggio del rispetto
del limite di spesa di cui al secondo periodo del presente
comma comunicandone le risultanze al Ministero del lavoro
e delle politiche sociali e al Ministero dell’economia
e delle finanze. Qualora dal predetto monitoraggio emerga
il raggiungimento, anche in via prospettica, del predetto
limite di spesa, l’INPS non prende in considerazione
ulteriori domande. Al fine di garantire la sostituzione del
personale docente, educativo, amministrativo, tecnico ed
ausiliario delle istituzioni scolastiche che usufruisce dei
benefici di cui al primo periodo del presente comma, è
autorizzata la spesa di 7,6 milioni di euro per l’anno 2022.
3 -bis . Sono prorogate le disposizioni di cui all’articolo
26, comma 2, del decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18,
convertito, con modificazioni, dalla legge 24 aprile 2020,
n. 27, fino al 31 marzo 2022. Dal 1° gennaio 2022 fino al
31 marzo 2022 gli oneri a carico dell’INPS connessi con
le tutele di cui al presente comma sono finanziati dallo
Stato nel limite massimo di spesa di 16,4 milioni di euro
per l’anno 2022, dando priorità agli eventi cronologicamente
anteriori, di cui 1,5 milioni di euro per l’anno 2022
ai sensi di quanto previsto dall’articolo 26, comma 7 -bis ,
del decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18, convertito, con
modificazioni, dalla legge 24 aprile 2020, n. 27, per i
lavoratori di cui al comma 2 del medesimo articolo 26
non aventi diritto all’assicurazione economica di malattia
presso l’INPS. L’INPS provvede al monitoraggio
del limite di spesa di cui al secondo periodo del presente
comma. Qualora dal predetto monitoraggio emerga che è
stato raggiunto anche in via prospettica il limite di spesa,
l’INPS non prende in considerazione ulteriori domande.
3 -ter . Le disposizioni di cui ai commi 1 e 3 -bis si applicano
anche nel periodo dal 1° gennaio 2022 alla data di entrata
in vigore della legge di conversione del presente decreto.

Ucraina, la presa di posizione dell’Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani.

Pubblichiamo il seguente ordine del giorno approvato ieri dall’ANDC su proposta del suo Presidente Lucio D’Ubaldo, per altro direttore de “Il Domani d’Italia”.

Ordine del giorno 

Il Consiglio Direttivo dell’ANDC, riunitosi a Roma, ha approvato il seguente ordine del giorno.

L’Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani 

Condivide ed apprezza 

la posizione assunta dal Presidente del Consiglio Mario Draghi sulla escalation militare nelle regioni orientali dell’Ucraina, anzitutto per il richiamo alla necessità del dialogo pur nella ferma condanna – tradotta in sede Ue  nel primo pacchetto di sanzioni – di un’operazione che segna il ritorno della Russia a una logica di tipo imperiale, con gravi rischi per la pace in Europa e nel mondo.

Sottolinea

l’importanza di una risposta dell’Occidente e della NATO correttamente graduata a misura dell’offensiva in corso, con la speranza che il voto della Duma della Repubblica russa, laddove fissa il proposito di mantenere l’esercito di Mosca entro e non oltre i confini delle “Province indipendenti” riconosciute dal Cremlino, un segnale insufficiente e tuttavia suscettibile di evoluzioni nel segno di una reale volontà di pace.

Ricorda

la consistenza ideale e politica del Trattato di Helsinki, sottoscritto all’epoca dall’URSS e tuttora vigente, che lega gli Stati al rispetto della sicurezza e della cooperazione nel più ampio spazio europeo, non limitato pertanto alle nazioni appartenenti all’Unione europea e al Patto Atlantico.  

Auspica

che l’iniziativa diplomatica del governo italiano nelle diverse sedi istituzionali, sia a livello comunitario che internazionale, quindi anche nell’ambito per esempio del Consiglio d’Europa, possa avvalersi della piena concordia delle forze politiche italiane, essendo quanto mai essenziale garantire nella delicata fase attuale la piena condivisione di uno spirito di concordia nazionale a presidio della capacità di intelligenza e governo degli avvenimenti;

Augura 

infine che anche nel dialogo promosso a Firenze (23-27 febbraio) tra Vescovi e Sindaci del Mediterraneo possa risuonare una parola convincente di pace, sulla scia della testimonianza di La Pira, così da riverberare la forza sempre attiva della speranza cristiana per un mondo senza guerra (“Jamais plus la guerre”, come ebbe a dire il 4 ottobre del 1965 Paolo VI davanti all’Assemblea dell’Onu).

Perché il Nord Stream 2  è l’arma dell’Ue contro Mosca

 Se l’Europa è molto dipendente dal gas che viene inviato da Gazprom, l’economia russa si basa quasi esclusivamente sulla vendita di idrocarburi, e l’Europa, in questo senso, è sicuramente il miglior cliente di Mosca 

Giandomenico Serrao

Nel braccio di ferro tra Russia da una parte, e Ucraina, Unione europea e Nato dall’altra il Nord Stream 2 rappresenta l’asso nella manica dell’Occidente. A dimostrazione di ciò, c’è – il giorno dopo la dichiarazione di indipendenza da parte del presidente russo Vladimir Putin delle due repubbliche del Donbass, Donetsk e Luhansk – lo stop del cancelliere Olaf Scholz alla certificazione della pipeline.”Alla luce delle ultime azioni della Russia la certificazione per l’avvio della pipeline Nord Stream 2 non potrà essere data”, ha sottolineato il cancelliere.

Il conflitto in Ucraina non si combatte solo militarmente. Se l’Europa è molto dipendente dal gas che viene inviato da Gazprom, l’economia russa si basa quasi esclusivamente sulla vendita di idrocarburi. E l’Europa, in questo senso, è sicuramente il miglior cliente di Mosca.  Il Nord Stream 2, che la Germania ha voluto in questi anni nonostante l’ostilità degli Stati Uniti e dell’Europa orientale, è stato completato lo scorso anno ma richiede ancora dell’ultimo via libera. Il nuovo governo tedesco ha tuttavia cambiato atteggiamento nei confronti dell’opera rispetto al precedente guidato da Angela Merkel.

Già a fine gennaio la ministra degli Esteri Annalena Baerbock ha lanciato un chiaro avvertimento che il Nord Stream 2 non inizierà a pompare gas se la Russia invaderà l’Ucraina, nonostante la grave crisi energetica che ha fatto salire alle stelle i prezzi del gas in Europa. In caso di aggressione, ha affermato Baerbock, “prepareremo un pacchetto di sanzioni forti”, che includono “anche Nord Stream 2″. Secondo gli osservatori l’infrastruttura aumentera’ la dipendenza dell’Europa dal gas russo mentre l’Ucraina l’ha definita come un'”arma geopolitica”. L’esatto contrario di quello che disse, lo scorso mese di luglio, l’allora Cancelliera Merkel al presidente Usa Joe Biden: “Non sara’ usata per scopi politici”.

Le caratteristiche della pipeline

Il Nord Stream 2, lungo 1.200 chilometri (745 miglia) sottomarino, che va dalla costa baltica russa alla Germania nord-orientale, è costato 12 miliardi di dollari e segue lo stesso percorso del Nord Stream 1, completato più di dieci anni fa. Come il suo gemello, Nord Stream 2 sara’ in grado di portare 55 miliardi di metri cubi di gas all’anno dalla Russia all’Europa, aumentando le forniture di gas a un prezzo relativamente economico. Il gruppo russo Gazprom ha una partecipazione di maggioranza nel progetto da 10 miliardi di euro (12 miliardi di dollari). Nell’azionariato della societa’ che lo gestisce ci sono anche le compagnie tedesche Uniper e Wintershall, la francese Engie, l’anglo-olandese Shell e l’austriaca Omv.

Il gasdotto è stato completato a settembre 2021, ma le autorita’ tedesche a novembre hanno sospeso il processo di approvazione, affermando che bisognava aspettare la conformita’ alla legge tedesca. La società operativa dietro il progetto, la svizzera Nord Stream 2 AG, ha dichiarato questa settimana di aver creato una filiale tedesca nonostante le crescenti tensioni diplomatiche.

Perché è un progetto controverso

Il Nord Stream 2 aggira l’Ucraina, togliendo al paese circa un miliardo di euro all’anno di introiti da tariffe di transito e, è il timore di Kiev, rimuovendo un ostacolo a una potenziale aggressione russa. L’Ucraina, in conflitto con la Russia dall’annessione della Crimea da parte di Mosca nel 2014, ritiene che il Nord Stream 2 sarà utilizzato dalla Russia per esercitare pressioni politiche. Negli anni scorsi, ci sono state diverse controversie tra Kiev e Mosca che hanno lasciato l’Ucraina senza gas.

Gli Stati Uniti condividono queste preoccupazioni. Così come diverse nazioni europee, in particolare Polonia e i paesi dell’Europa orientale, temono di diventare troppo dipendenti da Mosca per la sicurezza energetica. Inoltre, molti analisti non sono d’accordo sui vantaggi economici e ambientali di Nord Stream. Un rapporto del 2018 del think tank tedesco Diw ha affermato che il progetto non era necessario e si basava su previsioni che “sopravvalutano significativamente la domanda di gas naturale in Germania e in Europa”.

Perchè la Germania ci ha puntato

La principale economia europea importa circa il 40% del proprio gas dalla Russia e ritiene che il gasdotto abbia un ruolo nella transizione energetica da carbone e nucleare alle rinnovabili. L’ex cancelliere Gerhard Schroeder è presidente del comitato degli azionisti del Nord Stream. Il precedente governo tedesco guidato da Angela Merkel ha sempre ignorato le richieste di abbandonare il progetto anche se le tensioni con la Russia sono aumentate per le accuse di spionaggio e l’avvelenamento e l’incarcerazione dell’oppositore politico Alexei Navalny.

Oggi, con i prezzi dell’energia in aumento in tutta Europa e la Russia che come appare sta limitando le forniture di gas per esercitare pressioni sull’Occidente, fermare il Nord Stream 2 sembra un rischio per Berlino.

 

Continua a leggere

https://www.agi.it/estero/news/2022-02-22/ucraina-nord-stream-due-ue-contro-mosca-15730065/

Il Dizionario sociale di Dossetti: da Ammortamento ad Arbitrato.

Proponiamo quotidianamente la pubblicazione di alcune voci di questo dizionario – pensato come strumento a disposizione dei militanti – che Giuseppe Dossetti diede alle stampe nell’aprile del 1946 in qualità di Vice Segretario e responsabile dell’Ufficio Stampa, Propaganda e Studi (SPES) della Dc. Va precisato che i nomi degli autori sono trascritti per esteso, mentre nel testo originale apparivano in sigla. 

AMMORTAMENTO, v. Debito pubblico. 

ANABATTISTI (dal gr. = « ribattezzatori » ). Setta sorta nel sec. XVI sotto la suggestione della «libertà cristiana» predicata da Lutero: affermò come una norma l’ispirazione interiore dello Spirito Santo; respinse così non solo Papa e Vescovi e Tradizione e lettera della Bibbia, ma pure ogni autorità civile, sostituendovi la dittatura del proletariato, quale «regno degli eletti» che dovevano esser «ribattezzati» nello Spirito. Furono sterminati da una lega di principi cattolici e protestanti come empi e ribelli. (Mario Bendiscioli) 

ANGERS (Scuola di). Corrente liberistica in seno alla scuola sociale cristiana, diffidente dell’intervento dello Stato in economia e confidante nella riforma dei costumi e nella carità. Vi appartennero C. Jannet, mons. d’Hulst, J. Rambaud, ma dopo la «Rerum Novarum» andò attenuando la sua influenza. Si usa contrapporla alla Scuola di Liegi. (Amintore Fanfani) 

ANGLICANESIMO. Sistema della Chiesa di Stato instaurato in loghilterra da Enrico VIII collo scisma da Roma (1534), integrato con elementi calvinisti da Edoardo VI e concluso da Elisabetta Tudor. Esso costituisce una combinazione incoerente di elementi cattolici (gerarchia episcopale, liturgia dei sacramenti) e di elementi protestanti sopratutto calvinisti (la Bibbia unica fonte del dogma, carattere simbolico dell’Eucarestia, salvezza mediante la sola fede). Di qui la tensione persistente nell’a. tra tendenze cattolicizzanti conservatnci e movimenti radicali ( «Afta» e «Bassa» Chiesa), che ha condotto al suo progressivo indebolimento interno. L’ a. ora tende a rafforzare i suoi rapporti col mondo greco-ortodosso ed a farsi centro del moto per l’unione delle chiese. (Mario Bendiscioli) 

APPALTO. È il contratto col quale viene affidata l’esecuzione di un’opera o di una fornitura. Nei rapporti con gli enti pubblici gli appalti vengono di regola assegnati col sistema dell’asta pubblica (v)., alla quale possono intervenire tutti coloro che hanno i requisiti richiesti dal capitolato d’appalto. Quando si tratti di lavori o forniture che per le loro esigenze tecniche non possono essere affidati che ad imprese particolarmente qualificate si procede alla licitazione privata, che avviene ad invito. “‘Se per ragioni di riservatezza ( ad es. opere militari) o tecniche (ad es. perché una sola ditta possiede il brevetto o l’attrezzatura richiesta) si può assegnare l’a. a trattativa privata. (Ezio Vanoni)

APPALTO CONCORSO. Si ha quando le ditte partecipanti alla gara debbono presentare anche il progetto. dell’opera od il modello o campione dell’oggetto da fornire e la scelta tra le varie offerte avviene non solo in rapporto al prezzo, ma anche con riguardo alla bontà della soluzione tecnica prospettata. (Ezio Vanoni)

ARBITRATO. Storicamente, magistrato al quale nelle nostre antiche repubbliche, si dava l’ufficio di riformare leggi e statuti. Ora per arbitrato s’intende un modo di risoluzione delle controversie, consistente nella pronuncia della decisione («lodo arbitrale»), anziché da parte del giudice ordinario, da parte· di uno o più privati (arbitri), per deferimento ad essi di tale potere con atto concorde («compromesso»), dei soggetti delle controversie. Essi possono giudicare secondo diritto o secondo equità, a seconda che vogliono !e parti. Quando si parla di «arbitrati obbligator» di solito in realtà si tratta di giurisdizioni speciali amministrative, delle quali si hanno tuttora vari esempi, sebbene vi sia una spiccata tendenza politica per lo meno a ridurle,. se non pur a sopprimerle. Ad arbitrati si è ricorso e tuttora si ricorre largamente in alcuni paesi per comporre i contratti collettivi di lavoro. L’arbitrato è anche un mezzo di definizione di conflitti internazionali e talvolta costituisce l’oggetto di appositi trattati. (Ferruccio Pergolesi)

Empowerment femminile. Un dossier di “Aggiornamenti Sociali” sulla parità di genere nel quadro della Strategia 2022-2025 dell’ONU.

Pubblichiamo il testo dell’ultima newsletter (#hAShtag) della rivista dei gesuiti di Milano. La comunicazione aiuta ad approfondire, di volta in volta, un argomento di attualità. L’obiettivo è comprendere meglio la realtà scoprendo i legami tra passato e presente.

Tra febbraio e marzo numerose sono le occasioni per riflettere sul tema della parità di genere e sulle disuguaglianze ancora presenti fra uomini e donne. In questi mesi si susseguono, infatti, alcune importanti Giornate Internazionali indette dalle Nazioni Unite, che aiutano a meditare tanto sulle ingiuste discriminazioni cui le donne sono ancora soggette, quanto sull’opportunità che una reale integrazione fra i generi rappresenta per l’umanità intera.

Fra queste Giornate, troviamo quella contro le mutilazioni genitali femminili (6 febbraio), quella per le donne e le ragazze nella scienza (11 febbraio), quella contro la discriminazione (1 marzo), la Giornata Internazionale della Donna (8 marzo), e ancora quella delle donne giudici (10 marzo).

L’approccio che le Nazioni Unite adottano, oggi, per fronteggiare le disuguaglianze di genere consiste nel favorire l’empowerment femminile. Quest’ultimo è parte della Strategia 2022-2025 di “UN-Women (organizzazione internazionale delle Nazioni Unite per la parità di genere). L’obiettivo della strategia è quello di rimuovere gli ostacoli e le barriere che impediscono alle donne di godere dei propri diritti, esercitare le proprie capacità di leadership, prendere l’iniziativa e far fiorire appieno tutti i propri talenti, per metterli autonomamente a servizio della società.

L’empowerment è dunque un processo di crescita della consapevolezza di sé, delle proprie potenzialità e del proprio agire di cui beneficiano sia coloro lo vivono in prima persona, sia i gruppi sociali dove queste persone sono inserite.

Riflettere su questo fenomeno di cui ogni essere umano può fare esperienza, rappresenta «un’occasione preziosa per interpretare il senso simbolico della diversità», scrive Chiara Tintori nel primo articolo che consigliamo per approfondire questo tema, dove si troverà una sintesi dei contenuti del Dossier realizzato dalla nostra rivista nel 2018.A seguire, suggeriamo la lettura di tre articoli che affrontano i temi del divario di genere e dell’empowerment da alcuni punti di vista differenti: quello sociale, collegato alle sfide che le famiglie hanno incontrato durante la pandemia; quello spirituale che caratterizza le religioni monoteistiche; e infine quello della leadership e delle strutture interne alla Chiesa Cattolica.

La strategia di Putin travalica la questione ucraina. Il confronto in Consiglio di Sicurezza dell’ONU ne è la conferma.

Il riconoscimento russo delle autoproclamate repubbliche di Donetsk e Lugansk pone l’occidente di fronte al fatto compiuto. Il rischio è di trovarsi di fronte ad un’alternativa drammatica: abbandonare l’Ucraina al suo destino; oppure sostenerla in guerra attraverso la modalità delle sanzioni economiche, di fatto controproducenti per le economie europee.

Ora che Putin ha dato ufficialmente il proprio supporto agli indipendentisti ucraini del Donbass affinché si possa costituire uno stato cuscinetto, inclusivo della Crimea, fra la Russia e l’Ucraina (che rimane a suo dire parte integrante della Russia, affermazione ribadita a futura memoria) appare in tutta la sua concretezza la tesi di Mosca: a nessun costo la NATO può allargarsi ulteriormente ad est (e così pure la UE, implicitamente). Da qui le “linee rosse” tracciate e dichiarate non valicabili.

Il riconoscimento delle autoproclamate repubbliche di Donetsk e Lugansk pone l’occidente di fronte al fatto compiuto, diminuendo drasticamente i margini per una trattativa che comunque sarebbe stata molto difficile e complessa. Il rischio è di trovarsi di fronte ad un’alternativa drammatica: lasciar correre e quindi sostanzialmente abbandonare l’Ucraina al suo destino; oppure sostenerla in una guerra attraverso la modalità delle sanzioni economiche, assai drastiche e proprio per questo al tempo stesso controproducenti per le economie europee.

Un altro rischio – plasticamente evidenziato dalla non casuale presenza di Putin alla cerimonia inaugurale delle Olimpiadi di Pechino – è che la Russia stringa un’alleanza con la Cina. Il problema non sarebbe, per l’Occidente, l’improbabile rinascita di un “fronte rosso”, un novecentesco pericolo comunista ormai inverosimile. Bensì un fronte autocratico che non crede nel concetto stesso di democrazia e che è convinto che il sistema valoriale dell’occidente stia entrando in una crisi irreversibile che ne comprometterà anche lo sviluppo economico.

È questo il pericolo mortale che paventa Biden. Sul quale occorrerebbe una riflessione più profonda di quelle elaborate sin qui, a causa forse dell’indebolimento che presso gli occidentali, europei in primis, hanno palesato gli Stati Uniti dopo la cialtronesca presidenza Trump ma anche dopo la disastrosa ritirata afghana.

Una Russia che ambisce ad un ruolo strategico globale, non solo regionale (come ritenevamo tutti sino a non molto tempo fa): intesa dunque da un lato a rafforzare la propria presenza sul suolo europeo e dall’altro a costruire relazioni con il principale dominus asiatico. 

È il quadro generale, oltre la questione ucraina, che porta a considerare con più preoccupazione l’allarme del Presidente americano. E lo si nota meglio aprendo un atlante geografico, cosa che invito il lettore a fare. Del resto la geopolitica – disciplina una volta riservata agli iniziati e ora invece entrata nel linguaggio pubblicistico, a volte anche troppo semplicisticamente – richiede una consultazione attenta delle mappe geografiche.

Negli ultimi 20 anni la Russia di Putin ha con decisa determinazione operato per allargare il proprio spazio vitale, rifiutando di rimanere confinata al suo pur enorme territorio esteso su due continenti. Dapprima ha stroncato le ambizioni indipendentiste dei popoli caucasici, a iniziare dai ceceni. Poi ha invaso parzialmente la Georgia. Nel 2014 si è presa la Crimea (conquistata da Caterina II la Grande e ceduta agli ucraini due secoli dopo da Khruscev: ed infatti Putin, nell’ormai celebrato saggio pubblicato la scorsa estate ha rivendicato la comunanza di russi e ucraini, un unico popolo a suo dire).

L’area di azione – sempre militare e mai solo politica – si è allargata altresì al Mediterraneo, col sostegno decisivo in Siria a Bashar Assad che fra l’altro ha consentito il rafforzamento delle basi aeronavali già presenti in loco sin dai tempi dell’URSS. E successivamente col sostegno in Libia (in questo caso utilizzando i mercenari della Wagner, generosamente retribuiti) al generale Haftar, padrone della Cirenaica, marca orientale di quella nazione mai stata tale se non formalmente sotto la feroce dittatura di Gheddafi. Anche qui acquisendo un’area d’azione e un accesso al mare di sicuro interesse strategico. E pure al sud, verso il Sahel e i suoi disgraziati Paesi, dal Mali sino alla Repubblica Centrafricana, sempre tramite la Wagner, l’azione è volta ad acquisire qualche nuova base operativa oltre che influenza politica (e commerciale).

Non è finita. Perché negli ultimissimi anni si sono aggiunti il sostegno al dittatore bielorusso Lukashenko, in realtà mai troppo amato ma tenuto in piedi in quanto baluardo a ovest sempre storicamente essenziale ogni qualvolta qualcuno ha cercato di invadere la Russia. E ancora: il sostegno, recentissimo, al regime kazako insidiato da una protesta popolare soffocata grazie all’intervento di truppe russe appositamente inviate in loco. Anche in questo caso, un Paese enorme che fa da divisorio ad est, laddove si estende la Cina. Infine non si dimentichi l’intervento “pacificatorio” nell’infinita contesa nel Nagorno-Karabach, che ha dato a Mosca un ruolo decisivo in quella regione, cui peraltro ambisce anche la Turchia, altro attore che desidera ridarsi un profilo geopolitico regionale di una certa ambizione.

I 140.000 effettivi agli ordini del generale Gerasimov schierati ai confini ucraini sono dunque parte di un piano dilatatosi nel tempo e nello spazio, che ha un solo obiettivo: tornare a fare della Russia – come fu l’Unione Sovietica – un attore di primaria grandezza planetaria. Convinta, per di più, che le profonde divisioni interne agli Stati Uniti ne infiacchiranno le capacità espresse all’esterno, a cominciare proprio dalla loro presenza in Europa. Un’Europa a sua volta debole e divisa, che ha fame del gas che arriva da oriente.

Il Dizionario sociale di Dossetti: da Albertario ad Amministrazione.

Proponiamo quotidianamente la pubblicazione di alcune voci di questo dizionario – pensato come strumento a disposizione dei militanti – che Giuseppe Dossetti diede alle stampe nell’aprile del 1946 in qualità di Vice Segretario e responsabile dell’Ufficio Stampa, Propaganda e Studi (SPES) della Dc. Va precisato che i nomi degli autori sono trascritti per esteso, mentre nel testo originale apparivano in sigla.

ALBERTARIO Sac. Dott. DAVIDE (1846-1902). Giornalista e polemista insigne, la cui opera è intimamente legata alla storia del giornale l’Osservatore cattolico. Coinvolto dalla reazione nei processi politici del 1808, venne condannato a tre anni di detenzione. Dopo un anno l’amnistia gli ridiede la libertà. Il suo nome è particolarmente legato alla lotta contro il rosminianismo filosofico e contro il moderatismo politico. Lanciò la formula «Preparazione nell’astensione» che sostituì quella margottiana «Né eletti, né elettori». (Giuseppe Molteni).

ALBERTO MAGNO (1207-1280). Detto anche Alberto di Colonia, domenicano. La sua opera scientifica è vastissima (38 volumi) e varia. Rese accessibile al mondo latino medievale Aristotele, che egli si sforzò di interpretare genuinamente, e di integrare con conoscenze varie e dirette di scienze naturali. Iniziò ed educò all’aristotelismo Tomaso d’Aquino. (Umberto Antonio Padovani)

AMBROGIO (S.), v. Dottori della Chiesa.

AMERICANISMO. In senso ristretto è una tendenza affermatasi nel clero americano a riformare le consuetudini ecclesiastiche nel vestire, nel comportamento, nella predicazione, per adattare la Chiesa alle esigenze moderne e renderne più efficace l’azione specie presso gli eterodossi. Tale a. fu riprovato dalla S. Sede nel 1899. In senso lato a. indica gli atteggiamenti peculiari dell’uomo americano, la sua indipendenza da tradizioni, la sua intraprendenza ottimistica, il suo amore pel colossale e l’insuperato, la tendenza a commercializzare tutto e a valutare tutto in dollari. L’individualismo è quindi alla base dell’a., e, nonostante i grandi trusts, lo mantiene avverso al collettivismo. (Mario Bendiscioli)

 

AMMASSO. È il blocco, il vincolo (economico-giuridico) applicato dallo Stato ad un determinato prodotto agricolo, con obbligo della sua consegna ad un prestabilito centro di raccolta ad un prezzo prefissato. Sorto come atto di volontaria difesa degli agricoltori per sottrarsi a sfavorevoli congiunture, in sede di politica autarchica fascista venne trasformato in obbligatorio, dapprima per il grano (1936), poi, gradatamente, per molti altri prodotti, sino ad abbracciarli quasi tutti durante la guerra. Si può avere

un ammasso totale, quando l’obbligo di conferimento si estende a tutta la produzione eccedente le sole quote per i consumi familiari del conduttore e per i bisogni dell’azienda; si ha l’ammasso parziale o per contingente, quando l’obbligo è limitato ad una determinata frazione del prodotto. (Dario Perini)

AMMINISTRAZIONE. L’attività che lo Stato, e con esso gli enti pubblici, esplica per la realizzazione degli interessi concreti affidati alla sua gestione e alla sua tutela si chiama attività amministrativa e, sotto il nome di amministrazione, costituisce una delle tre fondamentali funzioni, in cui si estrinseca il pubblico potere. Accanto all’amministrazione sta la legislazione, che importa la elaborazione di norme giuridiche (leggi e regolamenti), e la giurisdizione per cui si rende effettivo, in caso di violazione e di contestazione, l’impero del diritto. Anche l’attività amministrativa è però sottoposta al diritto. In parte diversa dall’attività amministrativa è l’attività politica di governo; essa implica determinazioni per il bene unitario della comunità, compiute alla luce di determinati indirizzi generali e che può essere influenzata da criteri ideologici, ma non è gestione o tutela di interessi, beni (demanio: strade, porti ecc.) o complessi di servizi (ferrovie, poste, ecc.). (Antonio Amorth)

Incontro vescovi e sindaci del Mediterraneo. Card. Betori: “Vorrei che restasse un patrimonio della città”.

Alla vigilia dell’Incontro tra i vescovi e sindaci del Mediterraneo, il card. Betori “fa il punto” con il Sir sulla preparazione e le attese per l’evento, durante il quale Firenze diventerà per cinque giorni – dal 23 al 27 febbraio – la “capitale” del Mediterraneo, con la presenza di Papa Francesco nella giornata conclusiva.

  1. Michela Nicolais

“Vorrei che tutto ciò restasse un patrimonio anche per la città”. A rivelarlo al Sir, alla vigilia dell’incontro tra i vescovi e i sindaci del Mediterraneo, è il card. Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze, che non nasconde l’emozione per l’arrivo di Papa Francesco nella città di Giorgio La Pira, che per cinque giorni – dal 23 al 27 febbraio – diventerà la “capitale” del Mediterraneo. “Credo che, come fu per lo storico discorso del 2015 – la previsione – anche l’omelia di Papa Francesco a Santa Croce, e prima di essa il discorso che rivolgerà a Palazzo Vecchio ai vescovi e ai sindaci, sarà illuminante anche per il futuro delle nostre Chiese e dei nostri Paesi”.

 

Firenze si appresta a diventare per cinque giorni “capitale” del Mediterraneo. Come si sta preparando ad accogliere i delegati?

 

Abbiamo lavorato, e stiamo lavorando, su un triplice versante di impegno: organizzativo, spirituale e culturale. Per quanto riguarda l’aspetto organizzativo, è in atto una proficua collaborazione tra comunità ecclesiale e comunità civile, soprattutto con il Comune di Firenze, per preparare i due incontri che si svolgeranno in contemporanea: quello dei vescovi e quello dei sindaci, oltre naturalmente alla giornata conclusiva di domenica in cui accoglieremo il Santo Padre. 

Non è stato difficile, si tratta di una collaborazione che avevamo già collaudato in occasione del convegno ecclesiale della Chiesa italiana nel 2015: ancora una volta, abbiamo potuto fare affidamento sulla competenza e sulla dedizione dei nostri volontari. Per quanto riguarda la preparazione spirituale, cito come esempio solo gli ultimi incontri, a cui ho partecipato personalmente. La sera del 17 febbraio abbiamo fatto una veglia nella basilica di Santa Maria dell’Annunziata, rivolta in particolare ai giovani che hanno riempito la chiesa, nei limiti della capienza imposta dalle misure necessarie per l’emergenza sanitaria in corso. C’è stata una partecipazione molto intensa, che ha coinvolto tutti. 

La settimana scorsa, invece, abbiamo radunato tutte le realtà di ispirazione lapiriana presenti a Firenze: la rivista Argomenti 2000, grazie anche alla collaborazione della delegazione del Meic, ha prodotto un contributo qualificato sulla situazione del Mediterraneo, dal punto di vista storico, politico e religioso. Lo abbiamo inviato alla Cei come contributo previo al convegno.

 

Il Papa torna per la terza volta a Firenze, dove nel 2015 ha pronunciato uno storico discorso rivolto a tutta la Chiesa italiana. Quale significato assume la sua presenza oggi?

 

Io credo che il Santo Padre voglia mettersi sulla scia dell’intuizione di Giorgio La Pira sull’unità della famiglia umana, sottolineando il ruolo delle religioni abramitiche al servizio di questa unità e della pace. Ascolteremo cosa avrà da dirci, ma penso che il tema fondamentale sia l’appello alla fraternità, sulla scia della Fratelli tutti.

Credo che, come fu per lo storico discorso del 2015, anche l’omelia di Papa Francesco a Santa Croce, e prima di essa il discorso che rivolgerà a Palazzo Vecchio ai vescovi e ai sindaci, sarà illuminante anche per il futuro delle nostre Chiese e dei nostri Paesi.

 

Nella giornata di giovedì i delegati avranno la possibilità di entrare in contatto con cinque luoghi significativi della città. Se dovesse sintetizzare il “volto” della Chiesa fiorentina, quali parole userebbe?

 

I cinque luoghi di Firenze che i delegati visiteranno sono una sorta di “stazioni” in cui proporre ed entrare in contatto con il tessuto vivo della comunità ecclesiale fiorentina e la sua identità. La chiesa di Firenze è una chiesa che sa unire fede e arte, declinando la bellezza come espressione della fede; che vive di attenzione per i più poveri e marginali, attraverso la Caritas e le sue istituzioni caritative; che dialoga nella società con i credenti di tutte le fedi, attraverso un dialogo che si incarna in persone concrete, come dimostrano i due incontri dedicati a La Pira e ad altri testimoni della comunità fiorentina.

 

A Firenze, per la prima volta, vescovi e sindaci lavoreranno insieme allo stesso tavolo per confrontarsi sulla comune cittadinanza sulle sponde di quello che Giorgio La Pira definiva “il grande lago di Tiberiade”. Quali frutti si augura per questo inedito incontro?

 

Vescovi e sindaci lavoreranno insieme mezza giornata, sabato mattina a Palazzo vecchio, e al termine della mattinata si spera che troveranno alcuni punti di convergenza per stilare una sorta di Carta di intenti.

L’obiettivo è quello di approfondire i temi legati alla vita nelle nostre citta, ma anche di interrogarsi sui temi che oggi interpellano tutti noi: il cambiamento climatico, la povertà e le disuguaglianze sociali, l’emarginazione. Tutti temi, questi, oggetto del confronto sia tra i vescovi, sia tra i sindaci.

 

C’è un auspicio che nutre nel cuore e vuole rivelarci, alla vigilia delle cinque giornate fiorentine?

 

Ci sarà tempo per fare i bilanci, ma una cosa posso rivelarla fin da ora. Assisteremo a due incontri, tra i vescovi e tra i sindaci: vorrei che tutto ciò restasse un patrimonio anche per la città, che tutta la città di Firenze possa raccogliere i frutti di queste due diverse ma convergenti riflessioni sulla cittadinanza nel Mediterraneo, e in primo luogo di ciò che ci dirà il Santo Padre.

“Intercettare i Neet. Strategie di prossimità”. Pubblicato il report dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo.

Pubblichiamo l’introduzione (“Inquadramento generale e fasi del progetto”) del documento elaborato dall’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo. In fondo alla pagina è disponibile il link per accedere al testo integrale.

In Italia il fenomeno dei NEET ha assunto dimensioni preoccupanti (2 milioni e 100mila a fine 2020 tra i 15 e i 29 anni secondo l’aggiornamento Istat del 9 luglio 2021), sia a livello macro-economico che territoriale per i consistenti divari tra regioni. Al Sud è nella condizione di NEET quasi un giovane su tre tra i 15 e i 29 anni. Per comprendere quanto il fenomeno dei NEET sia impattante nel nostro Paese è utile partire dal confronto con gli altri Stati membri dell’Unione europea. L’ultimo dato Eurostat disponibile riguarda il 2020. L’Italia era il primo Paese europeo per numero di NEET1 sul totale della popolazione compresa tra 20 e 34 anni, superiore di circa 12 punti percentuali rispetto alla media europea.

 

Tra gli obiettivi dell’Agenda 2030 ci sono la piena occupazione e condizioni dignitose per tutti, compresa una drastica riduzione dei giovani che non studiano e non lavorano. Ridurre i tassi di NEET è una grande sfida per i governi, in Italia ancora più complessa anche in relazione ad alcune specificità del Paese (come il considerare normale una lunga dipendenza economica dalla famiglia di origine e il fenomeno del lavoro sommerso).

 

Tra le principali difficoltà, se non in assoluto la principale, c’è l’aggancio (outreach) dei giovani che non stu- diano e non lavorano. Questi giovani, specie quelli appartenenti alle fasce più svantaggiate, sono “hard to reach” e non facili da coinvolgere in progetti sia sociali sia lavorativi.

 

Nonostante la ricerca in questo campo sia ormai presente da un ventennio, sono ancora molto limitate le evidenze in merito alle strategie di aggancio più efficaci e durature, ciò in stretta connessione con la com- plessità del fenomeno stesso dei NEET che raggruppa sotto una medesima etichetta giovani con storie, competenze, condizioni psico-sociali spesso molto diverse tra loro.

 

Possiamo schematicamente individuare almeno tre diversi gruppi di NEET:

  1. Giovani che cercano (più o meno intensamente) lavoro: sono coloro che si sono diplomati o laureati da poco. Sono i più dinamici e occupabili. Una parte rilevante di essi ha elevato capitale uma- no e alte aspirazioni di collocazione che non sempre trovano immediata corrispondenza nel sistema produttivo.
  2. Ragazzi scivolati nell’area grigia tra precarietà e non lavoro: hanno basse competenze ma buona disponibilità a riqualificarsi.
  3. Giovani che oramai non ci credono più, bloccati da situazioni familiari problematiche o scorag- giati da esperienze negative che li hanno fatti precipitare in una spirale di depressione progressiva del- la propria condizione, non solo economica, ma anche emotiva e relazionale. Quest’ultima categoria è la più difficile da agganciare perché è anche quella meno visibile e risulta anche più difficile da coin- volgere, se non attraverso interventi di prossimità in grado di introdurre strumenti che, prima ancora dell’occupabilità, sappiano riaccendere la fiducia in se stessi e il desiderio di riprendere attivamente in mano la propria vita.

 

Per leggere il report

https://www.rapportogiovani.it//new/wp-content/uploads/2022/02/OSSG_REPORT-INTERCETTARE-I-NEET_v2.pdf

Calenda come Zingaretti? Anche il leader di “Azione” giura sul no al M5S, ma già si coglie la fragilità di questa affermazione.

Mai e poi ancora mai: ieri lo diceva Zingaretti, oggi lo ripete Calenda. L’alleanza con i grillini non s’ha da fare. Poi Zingaretti ha cambiato opinione e il Pd ha dato vita al Conte II. In congresso il neo-segretario di “Azione” ha proclamato la sua ferma opposizione all’incontro con il M5S, ricevendo in cambio da Letta una “formula di omissione” che suona come preventiva smentita. 

Quando sento un segretario di partito pronunciare solennemente e di fronte alla sua platea di fans l’avverbio “mai”, di norma c’è un trucco. Non voglio ripercorrere i più famosi “mai” pronunciati nel recente passato, e poi puntualmente rinnegati, perchè ci vorrebbe almeno un libello per ricordarli tutti. Trascuro quelli dei 5 stelle perchè da quelle parti prevale una sorta circo barnum permanente dove la coerenza politica è un termine sconosciuto e pertanto è inutile farne cenno. Mi fermo a quello urlato a squarciagola da Nicola Zingaretti tempo fa di fronte al suo partito quando sentenziava, con rabbia e senza appello, che “mai e poi ancora mai il Pd si sarebbe alleato con il partito di Grillo”. Il tutto accompagnato da urla da stadio e ovazioni sperticate simili, appunto, alla tradizionale curva sud. E spiegava questo giuramento solenne con argomentazioni politiche, culturali e soprattutto programmatiche inoppugnabili ed indiscutibili. Passano alcune settimane e sappiamo com’andata a finire. Ogni commento è persin superfluo.

Adesso è la volta, per fermarsi alle ultime ore, del simpatico Calenda. Dunque, riepilogando per i non addetti ai lavori. Calenda ha giurato, come Zingaretti, che “mai e poi ancora mai” l’alleanza con i 5 stelle. E, ha aggiunto per rafforzare e ridicolizzare un po’ la tesi, “mai e poi ancora mai con la Meloni”. Applausi scroscianti e ripetuti. Dopodiché, nella stessa assemblea, interviene il capo del Partito democratico che, dando per scontato e siglato l’accordo con il partito di Calenda, dice tranquillamente che “vinceremo insieme le elezioni del 2023”. Applausi scroscianti e ripetuti dalla platea. C’è solo un piccolo particolare, un dettaglio si potrebbe dire in gergo. Il partito di Letta individua proprio nei 5 stelle un alleato “strategico” e decisivo ed organico per battere la cosiddetta destra. Semprechè, come dice, auspica e sostiene il guru del Pd romano Goffredo Bettini, il Pd non faccia poi l’alleanza politica ed organica con la Lega per la prossima legislatura.

Ora, per evitare di continuare ad infilarsi in questi meandri che ti portano ad una sorta di vicolo cieco – o meglio, alla solita pratica trasformistica ed opportunistica ormai collaudatissima nella politica italiana – non resta che una banale e persin scontata conclusione. E cioè, tutto quello che si è detto alla convention di Calenda a Roma in materia di alleanze appartiene al cosiddetto cabaret della politica. Tutto è possibile e tutto, puntualmente, può essere smentito e rinnegato nell’arco di poche settimane o di pochi giorni. L’unica cosa certa è che quel “mai” appartiene già al passato. Ovvero, all’armamentario più o meno comico della politica italiana. Perchè, a differenza degli altri appuntamenti politici, questa volta il solenne giuramento è già stato smentito addirittura nello stesso convegno.

Ecco perchè, morale della favola, chi pensa oggi di costruire un “centro” politico in quanto portatore di una “politica di centro” riformista, democratica, plurale e di governo, non può più farsi incantare dalle sirene trasformistiche ed opportunistiche. Ma, almeno su questo versante, Calenda è stato chiaro e coerente. Dicendo nei giorni scorsi che “il centro gli fa schifo” e quindi, e di conseguenza, per lui sono schifosi chi coltiva e chi pratica una “politica di centro”, questo spazio politico molto auspicato e molto gettonato richiede ed invoca una rinnovata rappresentanza politica, culturale, programmatica ed organizzativa. Un vuoto che in questi ultimi mesi sta trovando, finalmente, una adeguata rappresentanza politica.

Però, almeno su un aspetto, occorrerà essere chiari: e cioè, aboliamo l’avverbio “mai” quando parliamo di alleanze. Perchè anche il più spregiudicato trasformismo deve avere un limite dettato dal buon senso. Almeno adesso che il populismo sta volgendo lentamente, ma irreversibilmente, al suo capolinea.