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IL PD SI APPRESTA A CELEBRARE UN CONGRESSO FARSA: LA CRITICA DI MORETTON.

Quando uno perde l’anima, difficilmente riesce a recuperarla mantenendo lo stesso stile di vita.

Se il Pd pensa di riacciuffare il senso ormai smarrito della sua collocazione in un quadro di centro sinistra credibile, con questi quattro candidati alla segreteria non ha, almeno secondo me, alcuna speranza di giungere a quel traguardo.

Dovevano rimodellare l’intero impianto politico, si erano proposti una nuova Costituente, sono invece rimasti schiacciati dalle candidature che anteponevano le persone ai propositi teorici del programma Costituente. 

Peggio di così non potevano fare. Forse con quella mossa avranno raccolto qualche transfuga, ma da quanto so, non tutti quelli che sono usciti cinque anni fa, stanno facendo il viaggio del ritorno. 

Le furbizie non pagano mai. 

Vincerà Stefano Bonaccini. Pensate che non sia così? Le debolezze di Paola De Micheli, Gianni Cuperlo e Elly Schlein, sono gigantesche. La De Micheli è sempre restata all’ombra di qualche ammiraglio emiliano; Cuperlo è il ritorno del perdente; Schlein è l’invenzione per tenere aperto uno spiraglio nella radicalità di quelli che si collocano da quella parte. Il Congresso Pd è bell’è fatto; le primarie sigillate a priori; il destino definito persino nei minimi particolari.

LA RUSSIA ETICHETTA LA FONDAZIONE SAKHAROV COME “INDESIDERABILE”

I pubblici ministeri russi lunedì hanno dichiarato “indesiderabile” la fondazione con sede negli Stati Uniti che preserva l’eredità del premio Nobel per la pace Andrei Sakharov.

La motivazione sarebbe: “le attività della Fondazione Andrei Sakharov costituiscono una minaccia all’ordine costituzionale e alla sicurezza della Russia”.

La legge russa, infatti punisce coloro che si ritiene abbiano collaborato con una ONG internazionale “indesiderabile” con multe salate e pene detentive.

Tra la metà del 2015 e l’inizio del 2023 le autorità russe hanno dichiarato “indesiderabili” più di 70 organizzazioni, compresi i media incentrati sulla denuncia di frodi e corruzione in Russia.

Ora è il turno della Fondazione Andrei Sakharov.

Sakharov, un tempo in Russia era celebrato come un eroe dell’industria della difesa sovietica per il suo ruolo nello sviluppo della bomba nucleare sovietica e divenne uno dei più importanti dissidenti dell’URSS dalla fine degli anni ’60. 

Ha ricevuto il premio Nobel per la pace nel 1975 per il suo lavoro contro la corsa agli armamenti nucleari.

Raggiunse la sua più grande popolarità nell’era della perestrojka, raggiungendo lo status di autorità morale nazionale.

Arrestato nel 1980 dopo aver denunciato la guerra sovietica in Afghanistan, Sakharov fu mandato in esilio nella città di Nizhny Novgorod, allora chiusa agli stranieri.

Ne uscì solo sei anni dopo.

L’organizzazione, ora, presieduta dal matematico Alexei Semyonov non ha ancora commentato la sentenza.

MALTEMPO: 5 BUFERE AL GIORNO, SOS FRUTTA E VERDURA

Il crollo delle temperature accompagnato da gelate e neve, dopo il caldo anomalo degli ultimi mesi, mette a rischio verdure e ortaggi coltivati all’aperto. E’ l’allarme lanciato dalla Coldiretti, per l’ondata di maltempo con una media di oltre 5 eventi estremi al giorno, sui dati dell’European Severe Weather Database (Eswd), tra bufere di vento, neve, grandine e violente precipitazioni che hanno provocato frane, smottamenti ed esondazioni con interi campi di frutteti, vigneti, serre e stalle allagati. L’arrivo del grande freddo – sottolinea la Coldiretti – colpisce le coltivazioni invernali in campo come cavoli, verze, cicorie, e broccoli. Questi ultimi reggono anche temperature di qualche grado sotto lo zero ma se la colonnina di mercurio scende repentinamente o se le gelate sono troppo lunghe si verificano danni.

A preoccupare – continua la Coldiretti – è anche il balzo dei costi per il riscaldamento delle serre per la coltivazione di ortaggi e fiori che risente dell’impennata della bolletta. Il brusco abbassamento della temperatura con gelo rischia peraltro di bruciare fiori e gemme di piante e alberi, con pesanti effetti sui prossimi raccolti dopo che – ricorda la Coldiretti – il caldo anomalo lungo tutta la Penisola ha favorito il risveglio anticipato delle varietà piu’ precoci di noccioli, pesche, ciliegie, albicocche, agrumi e mandorle.

Si sta verificando in Italia una evidente tendenza alla tropicalizzazione che – precisa la Coldiretti – si manifesta con una più elevata frequenza di eventi violenti, sfasamenti stagionali, precipitazioni brevi ed intense ed il rapido passaggio dal sole al maltempo, con sbalzi termici significativi. L’agricoltura – conclude la Coldiretti – è l’attività economica che più di tutte le altre vive quotidianamente le conseguenze dei cambiamenti climatici con i danni provocati dalla siccità e dal maltempo che hanno superato nel 2022 i 6 miliardi di euro.

NOVANTA ANNI FA NASCEVA L’ISTITUTO PER LA RICOSTRUZIONE INDUSTRIALE | ARCHIVIO STORICO DELL’IRI

La storia dell’IRI – Archivio storico dell’IRI

L’IRI – Istituto per la Ricostruzione Industriale è istituito nel 1933 come ente di diritto pubblico, con il fine di riorganizzare da un punto di vista tecnico, economico e finanziario, le attività industriali dell’Italia colpita, come il resto del mondo occidentale, da una crisi economica e finanziaria senza precedenti.

L’IRI nasce a ridosso dell’anno peggiore della crisi, il 1932, “in sordina” e con un carattere “transitorio”, appare come una soluzione tampone per far fronte ad “eccezionali vicende finanziarie”. Ed in questo senso, è articolato in due organismi autonomi: uno, la SEZIONE SMOBILIZZI, dedicato alla gestione delle rilevanti partecipazioni industriali provenienti dai portafogli azionari delle grandi “banche miste”, l’altro, la SEZIONE FINANZIAMENTI, destinato a provvedere le necessarie risorse finanziarie a quelle imprese industriali “orfane” del sostegno fino ad allora assicurato dall’indebitamento bancario a medio termine.

Le vicende immediatamente successive determineranno il superamento di questo modello organizzativo, per il quale l’IRI era espressione, per il carattere della sua temporaneità, della convinzione governativa che la crisi, che aveva colpito l’economia italiana, potesse essere superata attraverso la restituzione al capitale privato delle azioni delle imprese industriali che erano nel portafoglio delle banche di affari affidate all’Istituto, appositamente creato.

La soppressione della SEZIONE FINANZIAMENTI, con il passaggio delle sue competenze all’IMI, e la trasformazione nel 1937 dell’IRI da ente provvisorio a struttura permanente di gestione di partecipazioni industriali, sanciranno sia l’impossibilità di affidare nuovamente alle cure di imprenditori e investitori privati la sistemazione di patrimoni industriali bisognosi di interventi radicali di riorganizzazione, sia l’inadeguatezza dello strumento finanziario così come si era delineato all’origine.

L’IRI assunse la figura di una holding e le aziende che caddero sotto il suo controllo mantennero la forma giuridica della società per azioni, prevedendo una articolazione in tre

diversi stadi: alla base si trovavano le società che svolgevano l’attività produttiva propriamente detta. Queste società, in gruppi omogenei, facevano capo a società finanziare di settore, originariamente Stet (1934); Finmare (1934) e Finsider (1937), cui si aggiungeranno dopo la guerra, Finmeccanica (1948) e Finelettrica (1952) che, a loro volta, erano controllate dall’IRI:

“Questo organismo –sottolinea Pasquale Saraceno, uno dei protagonisti di primo piano della vita dell’ente, artefice delle scelte strategiche – è dotato di propria personalità giuridica e di propri organi direttivi. E’ separato sai dal punto di vista giuridico che da quello funzionale, dall’amministrazione dello Stato. L’ente e le finanziarie non svolgono attività industriale: questa è riservata alle aziende controllate. Queste ultime sono organizzate in società per azioni sulla base del diritto privato. Una simile “formula” permette a privati risparmiatori di partecipare come azionisti al capitale e quindi ai rischi di aziende controllate dallo Stato: una forma di cooperazione tra capitale pubblico e capitale privato”.

Emerge così l’attribuzione all’IRI della missione di gestire imprenditorialmente un gruppo industriale formato da società per azioni regolate dal diritto privato e strategicamente orientate al mercato attraverso la guida di una holding capogruppo sotto il controllo di una holding di settore.

Si tratta di una struttura che, sia pure attraverso la mediazione di un ente pubblico, riprende i caratteri delle grandi holding che si andavano affermando, ancorché in forme embrionali, a livello internazionale: in esse si affiancava, al controllo sui costi di produzione, la possibilità di diversificare la presenza settoriale delle società controllate, adattando la struttura dei gruppi all’evoluzione delle tecnologie ed all’emergere di nuovi settori2.

Con il 1937, l’Istituto assumendo stabilmente la forma e la funzione di holding industriale, consolida il carattere imprenditoriale, oltreché finanziario, della propria gestione, anche se un’azione del genere era stata già avviata nel primo quadriennio di vita dell’istituto (tra il 1933 ed il 1937).

Per leggere il testo integrale

http://www.maas.ccr.it/archivioiri/archivio/TestoIRI.pdf

PER COSTRUIRE UN NUOVO PATTO POLITICO EUROPEO NEL PAESE | DOCUMENTO DI ARGOMENTI2000

L’inizio di questo terzo decennio del secolo vede emergere un quadro storico e politico in profonda evoluzione. L’intrecciarsi della crisi pandemica, della crisi economico-sociale, della crisi ambientale e di quella dell’equilibrio planetaria, segnano il venir meno di strutture e istituzioni, visioni del mondo e paradigmi di lettura. 

Più che una crisi della politica, quello che la realtà restituisce è il bisogno di un di più di politica, che sappia però prendere le mosse dal confronto con le cose e la loro verità. La prospettiva che vogliamo proporre è quella della costruzione di un nuovo patto politico europeo radicato nel paese e per questo occorre lavorare su una visione rinnovata di politica, di democrazia e di partito. Si tratta di pensare queste parole nella pratica di una cultura politica che ha le sue radici nella realtà del Paese e che ha i suoi punti di riferimento nel principio di fraternità, nel senso profondo della cittadinanza europea, nella equità ed equanimità come regolatrici dei rapporti economici, sociali e ambientali, nella pace come progetto politico. 

I punti che seguono sono la traccia su cui sviluppare questa iniziativa politica. A fondamento di questo nostro approccio vi è la convinzione che, in questo inizio di millennio, la politica abbia il compito di riconoscere la realtà umana, con le sue criticità, certo, ma anche con le sue dinamiche vitale e le sue risorse. Siamo convinti che tutta questa ricchezza debba essere sapientemente governata e ordinata ma e non costretta e crediamo che la democrazia, pensata per questo nostro tempo – il tempo della transizione ecologica, il tempo dell’era digitale, il tempo della fine della globalizzazione e dell’inizio di una prospettiva planetaria –, sia il patrimonio politico che come europei possiamo spendere a beneficio di tutti. La nostra proposta è quella di delineare la prospettiva di una cultura politica nuova che si radica nella storia del cattolicesimo politico. La lucida coscienza del valore storico delle tante ramificazioni espresse da quella esperienza non può tradursi in un vincolarsi ad uno schema memoriale che rischia di non far cogliere l’urgenza di elaborare una cultura politica per questo tempo: il tempo di una umanità planetaria. 

La politica come intelligenza delle cose. La politica non è solo gestione del potere, ma è prima di tutto capacità di interpretare le istanze che emergono dalla storia e dalla vita delle persone e dare loro un ordine e una composizione possibili. La politica ha l’esigenza di emergere da un confronto con le grandi istanze che i contesti sociali, economici e culturali pongono. Per questo inizio di XXI secolo la dignità del lavoro, la cura dell’ambiente, il ruolo delle generazioni più giovani, la lotta contro la povertà nelle sue diverse forme sono i grandi nodi su cui edificare una visione politica e proposte programmatiche conseguenti.

Per leggere il testo completo

https://www.argomenti2000.it/content/costruire-un-nuovo-patto-politico-europeo-nel-paese

EXPO 2030. DIMITRI KERKENTZES, SEGRETARIO GENERALE DEL BIE, IN VISITA A ROMA: A NOVEMBRE LA SCELTA | AGI

È una visita molto importante, non sarà l’unica quest’anno. A novembre l’assemblea generale del Bureau International des Expositions (Bie) sarà chiamata a scegliere la sede della rassegna in programma nel 2030. La competizione è serrata, negli ultimi mesi il funzionario del Bie ha già visitato Riyadh in Arabia Saudita e Busan in Corea, le candidate concorrenti assieme ad Odessa in Ucraina.

Il funzionario del Bie è atteso da una serie di incontri strettamente riservati, dal sindaco Roberto Gualtieri al presidente del Comitato promotore Roma Expo 2030 Giampiero Massolo passando per ministri ed imprenditori. In programma ci sarebbe anche la vista a Tor Vergata, la location proposta per sviluppare i padiglioni della rassegna romana, pensata con il titolo “Persone e territori: rigenerazione, inclusione e innovazione”

La partita è aperta. Le variabili nella geopolitica dei grandi eventi sono numerose. Negli ultimi anni i Paesi del Golfo persico hanno ottenuto molto, anche per la capacità di mobilitare risorse ingenti: tra la fine del 2021 e l’inizio del 2022 si è svolta a Dubai Expo 2020 – in ritardo a causa della pandemia di Covid – mentre il mese scorso sono stati disputati i mondiali di calcio in Qatar. Non stupirebbe, dunque, il tris con una nova Expo. Da settimane, però, l’inchiesta giudiziaria Qatargate aperta a Bruxelles, che al momento coinvolge diversi europarlamentari in carica o passati, ha fatto balenare l’ipotesi di una presunta filiera di corruzione per accreditare l’emirato di Doha in Europa in vista di grandi eventi.

L’oriente invece ospiterà la prossima edizione di Expo, nel 2025 ad Osaka in Giappone. Forse un appuntamento troppo ravvicinato per poter bissare subito dopo con una rassegna in Corea. Discorso a parte per Odessa, con l’Ucraina da quasi un anno alle prese con l’invasione delle truppe russe. La futura ricostruzione tramite fondi internazionali potrebbe passare anche dai grandi eventi ma l’incertezza sulla durata del conflitto pone un grande punto interrogativo sulla reale fattibilità dell’evento. 

Poi c’è Roma, con la sua storia e il fascino delle bellezze archeologiche e architettoniche millenarie. Ma anche con le tante contraddizioni di una Capitale che fatica a vincere la sfida della modernizzazione, dove gli ultimi grandi eventi hanno lasciato più ferite urbanistiche che progetti compiuti.  Il lavoro diplomatico a sostegno della candidatura è fitto. Il tempo stringe. Il sindaco Gualtieri, così come la Farnesina, è al lavoro per tessere la rete di alleanze internazionali necessarie in vista del voto di novembre. Da mesi l’ambasciatore Massolo ripete che si tratta di “una sfida nazionale” dove “è l’Italia che si candida, non una città”. La scorsa settimana intato la Conferenza dei rettori delle università italiane ha sottoscritto un documento a sostegno della candidatura. 

Il masterplan romano, curato dall’archistar Carlo Ratti assieme all’architetto Italo Rota e all’urbanista Richard Burdett Burdett, è ambizioso. L’idea è quella di rigenerare l’area di Tor Vergata, dove si dovevano svolgere i mondiali di nuoto del 2009, a partire dello scheletro della Vela di Calatrava, rimasta incompiuta dal 2011, con un boulevard urbano che passando attraverso una serie di parchi giunga fino in centro storico. Una rassegna dunque all’insegna della riconversione urbana che guarda alla smart city per rinnovare un quadrante difficile della periferia cittadina. Tra i punti di forza del progetto il più grande parco solare urbano del mondo.  

“Da italiana e da romana credo che Expo 2030 a Roma sarebbe una grande opportunità. Ce la mettiamo tutta”, ha sostenuto nelle scorse settimane la premier Giorgia Meloni. Gualtieri chiosa: “Il nostro progetto è molto ambizioso e di straordinaria qualità. Questa è una sfida di tutto il Paese, può essere vinta con un incessante impegno comune”. Domani parte la visita del Bie, ad aprile è attesa una seconda ispezione. 

Fonte: Agenzia Italia (AGI)

IL LAVACRO RUSSO DELLA GELIDA APOCALISSE | ASIANEWS

Stefano Caprio

Con la festa del Battesimo del Signore, che secondo il calendario ortodosso si celebra il 19 gennaio, anche la Russia ha concluso l’itinerario liturgico natalizio, preparandosi ad affrontare la parte più rigida dell’inverno. I Kreščenskye Morozi, le “gelate del Battesimo”, sono la porta che si spalanca sull’ignoto, in quanto il freddo potrebbe rivelarsi così intenso da impedire l’arrivo della primavera, e il rinascere della vita. In molte regioni della Russia e dell’Asia centrale, in effetti, questi giorni stanno segnando temperature record in negativo, con medie di 20 gradi sotto lo zero e picchi sotto i 40, creando enormi problemi di approvvigionamento ed efficienza energetica a grandi masse di persone.

Le condizioni atmosferiche, pur con tutti gli imprevisti dei cambiamenti climatici, mantengono alte le motivazioni che fanno del Battesimo quasi la più grande festa della devozione ortodossa russa, superiore perfino ai riti pasquali. Il bagno nell’acqua gelata, nel kupel (fonte battesimale) con l’apertura a croce sul ghiaccio dei laghi, è un rito quasi esclusivo dei russi, rievocando certo tante tradizioni paganeggianti e apotropaiche, ma mantenendo una sua dimensione di “spiritualità apocalittica”: se si sopravvive alla triplice immersione nell’acqua della gelida morte, allora si potrà sperare davvero in una vita nuova.

Se nella Pasqua russa in pochi assistono alle lunghe liturgie, ma moltissimi fanno la fila intorno alle chiese per benedire uova e dolciumi, al Battesimo russo la meta del pellegrinaggio non è neppure la chiesa, ma il kupel nei boschi. Secondo i dati del ministero degli Interni, sono state allestite quest’anno quasi diecimila “manifestazioni battesimali” all’aperto, dove si sono immerse un milione e mezzo di persone. Il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, ha tranquillizzato la popolazione assicurando che il presidente Putin si è immerso “in provincia di Mosca, secondo la sua tradizione”, anche se qualche perplessità è rimasta per l’assenza di video e foto del leader nel ghiaccio, che negli anni passati attestavano l’integrità fisica e morale dello zar. Il perfido Zelenskyj ne ha approfittato per dileggiare il suo rivale russo, parlando al gotha politico e finanziario di Davos, per dire che “non sono neanche sicuro che Putin sia vivo”.

In passato il bagno putiniano ha sollevato in effetti diverse domande, in quanto le mosse del capo sembravano a volte incoerenti e diversificate, in particolare nelle incertezze sul segno della croce, una volta addirittura fatto alla maniera latina. Del resto le supposizioni sui tanti sosia del presidente si sono moltiplicate negli anni del Covid, quando le poche uscite di Putin dal bunker fuori Mosca suggerivano l’uso degli “avatar” per evitare rischi d’infezione. Ora il Battesimo inaugura la stagione della possibile “fine del regime”, per i grandi rischi delle operazioni militari e degli scontri politici neanche tanto sotterranei intorno al Cremlino. Già la liturgia del Natale ha mostrato la solitudine del capo in corpetto antiproiettile e sguardo da funerale nella cappella dell’Annunciazione del Cremlino, facendo pensare che ormai “Putin riesce a parlare solo con Dio”, secondo l’espressione di Leonid Gozman su Novaja Gazeta.

Le apparizioni pubbliche del leader, al netto delle possibili sostituzioni, sono divenute via via più grottesche, con le conferenze stampa (ormai sempre più rare) in cui i giornalisti stanno a “tre fermate di tram di distanza”, secondo un’espressione diffusa, i tavoli lunghi un chilometro, gli auguri di buon anno sullo sfondo di soldati immobili (forse un video-montaggio). Già alcuni anni fa lo scrittore satirico Vladimir Vojnovič, morto nel 2018, presupponeva che “Putin sia già stato assunto in cielo, e da lì comunica con il popolo a lui affidato”. Altri lo considerano l’incarnazione dei romanzi di Gabriel Garcia Marquez, come “L’autunno del patriarca” o “Cent’anni di solitudine”. La sua permanenza nel “bunker” è diventata una sigla abituale durante la pandemia, e la guerra in corso ha ulteriormente rafforzato questa similitudine con l’ultimo Hitler, o ancor di più con la condotta tremebonda di Stalin durante l’invasione nazista.

Le tante supposizioni sulla sua salute cagionevole, o la morte con successiva trasfigurazione, o la possibile degradazione psichica, non aiutano certo a comprendere che futuro attende la Russia, al di là delle sensazioni rovinose. Il superamento del gelo già si prevede come una grandiosa nuova mobilitazione bellica della popolazione, anche solo estendendo la leva militare obbligatoria ad almeno la metà dei maschi adulti che non sono ancora fuggiti dal Paese. Il terrore di Putin si trasmette a tutti i russi, al punto da creare una consapevolezza della fine imminente, ribadendo in discorsi ed esortazioni che il vero scopo della vita è “morire per la Patria”. Un messaggio apocalittico ribadito, del resto, anche nelle omelie dei gerarchi ortodossi.

Il patriarca Kirill ha ribadito questa prospettiva “finale” durante la celebrazione del Battesimo del Signore, nella liturgia da lui presieduta non nella grande cattedrale del Salvatore, ma nella più piccola chiesa dell’Epifania a Elokhovo, in un quartiere meno centrale di Mosca, che fungeva da sede patriarcale ai tempi sovietici. Egli ha proclamato che “il Signore è apparso nel mondo per rinnovare la coscienza degli uomini, aiutandoli a formare un nuovo sistema di valori, morali e spirituali, grazie al quale l’umanità ha raggiunto grandi obiettivi”. Questo percorso non è stato “progressivo”, ma pieno di ostacoli da superare, ma “noi qui oggi, nella Mosca del XXI secolo, sentiamo la forza della grazia divina”. Senza l’energia divina “l’umanità non esisterebbe più da tempo”, ammonisce il patriarca, “e oggi noi sappiamo che vi sono nuove minacce al mondo e al nostro Paese, che mettono in pericolo l’umanità intera”.

Secondo il capo degli ortodossi russi “degli uomini folli hanno pensato che la grande potenza della Russia, che possiede armi straordinarie, abitata da uomini forti, motivati alla vittoria di generazione in generazione e che non si sono mai arresi ad alcun nemico, ma sono sempre usciti vittoriosi, che sia possibile sconfiggere questo popolo, o come alcuni affermano, si possa riformattarlo”, nel senso di imporre valori estranei che “neanche si possono chiamare valori”, perché diventino come tutti gli altri e si sottomettano a chi pensa di controllare il mondo intero. Quindi oggi “bisogna pregare il Signore che illumini questi folli, perché ogni desiderio di annientare la Russia comporta la fine del mondo”.

Serve quindi una nuova consapevolezza, esorta Kirill, quella della “dipendenza reciproca” che tiene conto della fragilità del mondo in cui viviamo, e unisca tutti nel riconoscimento dei “valori autentici”, quelli rappresentati dalla fede ortodossa. In conclusione, il patriarca si dice certo che “il Signore non abbandonerà la terra russa, sarà al fianco delle sue guide e del nostro presidente ortodosso, del nostro esercito”. Se non sarà necessario “risolvere definitivamente le divergenze e i conflitti”, alla fine tutti potranno riconciliarsi e tranquillizzarsi, e “il mondo sarà migliore”.

Anche i ritornelli della propaganda incessante – sui media di Stato e tutte le strutture sociali russe, a cominciare dalla scuola – si stanno sempre più uniformando alle note apocalittiche del presidente e del patriarca, insieme agli altri dirigenti dello Stato e della Chiesa. Il periodo natalizio ha segnato una frattura della coscienza, esaltata proprio dalla festa conclusiva del Battesimo e dall’incognita sulla imminente “offensiva finale” di primavera. La ritirata da Kherson e dalla regione di Khar’kov a novembre ha portato a immaginare non più veramente la conquista dell’Ucraina e la sua “purificazione”, ma una trasformazione della guerra nella nascita di una “nuova civiltà” in cui alla Russia si affiancano l’Indocina, l’Africa e l’America latina. Un “non-Occidente”, il nie-Zapad che sempre più viene ribadito ad ogni occasione: non una contrapposizione geografica, ma spirituale e globale, la Russia è il vero Oriente e il vero Occidente allo stesso tempo. E questa nuova civiltà si crea distruggendo i falsi valori, anche a costo della propria stessa scomparsa.

Per leggere il testo integrale

https://www.asianews.it/notizie-it/Il-lavacro-russo-della-gelida-Apocalisse-57572.html

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LA QUESTIONE DEL SEMIPRESIDENZIALISMO INVESTE LA RESPONSABILITÀ DELLA CLASSE DIRIGENTE: È UNA RIFORMA UTILE?

Con una certa regolarità in Italia si torna a parlare di presidenzialismo o semipresidenzialismo. Dal fronte di Fratelli d’Italia fu avanzata nel 2018 una proposta di legge di revisione costituzionale e ora ancor più autorevolmente da parte della presidente del Consiglio si ripete che il presidenzialismo (ma forse si vorrebbe dire semipresidenzialismo?) sarebbe l’opzione da adottare. Trattandosi di una riforma costituzionale di notevole portata le domande da porsi sono: 1. Quale è il problema che si vuole risolvere; 2. Lo strumento ipotizzato è quello più adatto? 3. Questo strumento potrebbe avere controindicazioni significative?

Quale è il problema? Quali ragioni vengono portate per chiedere l’elezione diretta del capo dello stato e il semipresidenzialismo? Come ha detto con chiarezza Meloni nella sua conferenza stampa di fine anno le ragioni sono: 1. assicurare stabilità ai governi e 2. avere governi che siano frutto della indicazione popolare. Due ragioni non banali, avanzate negli ultimi anni da molte parti e alle quali si è cercato di rispondere senza grande successo con riforme del sistema elettorale. Non viene menzionata invece la qualità del capo dello stato, forse anche perché questo aspetto non sembra così rilevante poiché con il sistema attuale l’Italia è riuscita negli ultimi decenni a dotarsi di capi dello stato di notevole prestigio e capacità di fronteggiare con autorevolezza le crisi.

Lo strumento ipotizzato. Prima di tutto chiariamo la differenza tra presidenzialismo e cosiddetto vice-presidenzialismo. Entrambi comportano l’elezione diretta del capo dello stato, ma nel caso del primo il presidente è anche il solo vertice dell’esecutivo, cioè è contemporaneamente capo dello stato e capo del governo. Nel secondo invece è presente anche un presidente del consiglio dei ministri che deve contare sulla fiducia del parlamento. Aggiungiamo che il primo modello, esemplificato dagli Stati Uniti, ma anche da gran parte dei paesi dell’America latina, toglie al parlamento il potere di sfiduciare il capo dello stato (se non per via giudiziaria, o impeachment) e al capo dello stato di sciogliere il parlamento, realizzando così una netta separazione tra i due poteri. A coloro che parlano di questo modello ricordiamo che, come insegna il caso statunitense, il potere del presidente è poi fortemente limitato (in sede legislativa) da un Congresso (il parlamento) nettamente autonomo e che può esprimere maggioranze opposte (e lo fa spesso). Nei fatti il presidente è tutt’altro che onnipotente.

Poiché mi sembra si voglia parlare di semipresidenzialismo diamo uno sguardo intorno a noi. Limitandoci agli stati europei l’elezione diretta del presidente non è certo una rarità, anzi è in via di netta crescita. Ben diciannove paesi lo adottano oggi, mentre in un numero più limitato (9) il capo dello stato è eletto dal parlamento. Poi naturalmente ci sono i paesi monarchici (8) che si basano sulla successione ereditaria di un monarca fortemente depoliticizzato. Solo Cipro adotta un modello di presidenzialismo pieno. Oltre alla Francia, l’Austria, la Bosnia Erzegovina (ma con una presidenza a tre), la Bulgaria, la Croazia, la Finlandia, l’Irlanda, l’Islanda, la Lituania, il Montenegro, la Macedonia del Nord, la Polonia, il Portogallo, la Repubblica ceca, la Romania, la Serbia, la Slovenia, la Slovacchia e l’Ucraina adottano il primo modello.

Ebbene, tra tutti questi paesi in pratica solo la Francia funziona veramente secondo il modello che in Italia ci si immagina, cioè con un presidente della repubblica che è anche la guida politica del paese e al quale il governo è subordinato. Dunque la Francia è l’eccezione più che la norma! Negli altri paesi troviamo un presidente eletto popolarmente ma il governo si forma sulla base dei risultati delle elezioni parlamentari e delle maggioranze che si formano in parlamento. I leader di partito puntano ad affermarsi come primi ministri attraverso le elezioni parlamentari, piuttosto che candidarsi come presidenti.

Prima conseguenza, il ruolo politico del governo non è subordinato a quello del presidente, seconda conseguenza la configurazione politica del governo potrà essere diversa da quella del presidente. E in più sotto uno stesso presidente si possono avere diverse formazioni di governo a seconda delle coalizioni che si formano o disfano in parlamento. Dunque i due obiettivi per i quali Meloni propone il semipresidenzialismo non dipendono dall’elezione diretta del presidente ma dal sistema dei partiti. A seconda dei casi ci potrà essere stabilità o instabilità; quanto a “governi frutto dell’indicazione popolare” avverrà esattamente quello che avviene nei sistemi parlamentari. In alcuni casi l’indicazione popolare sarà chiara, in altri saranno le trattative tra i partiti in parlamento a decidere.

Ma se si realizzasse il modello francese? La domanda è allora come si riesca a riprodurre questa eccezionalità. Il punto merita di essere chiarito per i nostri aspiranti riformatori. Qualcuno dirà che tutto sta nei poteri stabiliti nelle rispettive costituzioni. In realtà il ruolo politico forte del presidente francese deriva da come il modello “è partito” all’inizio e poi si è sviluppato e dalla conformazione del sistema politico-partitico. La “trazione presidenziale” del sistema è stata costruita all’origine grazie alla figura politicamente dominante di De Gaulle, alla grave crisi dei partiti francesi della IV repubblica e al fatto che i nuovi partiti della V Repubblica sono stati nel tempo costruiti e ricostruiti intorno alle ambizioni e prospettive presidenzialiste di una serie di leader politici. Da De Gaulle a Macron, i leader con aspirazioni presidenziali hanno plasmato i partiti piuttosto che il contrario. In altri paesi invece i partiti, più solidi, e i loro leader hanno preferito giocare la loro partita (spesso anche per esigenze di coalizione) in parlamento e quindi hanno lasciato le elezioni presidenziali a figure politiche meno importanti. Per realizzare il semipresidenzialismo alla francese non basta dunque riscrivere le norme della costituzione.

Conviene inoltre ricordare che anche il caso francese ha presentato in passato situazioni nelle quali il presidente si è trovato a dover coesistere con una maggioranza parlamentare di colore opposto, oppure con un una maggioranza che non dominava completamente. La saggezza dei presidenti Mitterrand e Chirac e la loro disponibilità a lasciare spazio ai primi ministri hanno consentito coabitazioni relativamente tranquille con un governo di diverso orientamento politico (che ha assunto pienamente la guida politica). In altri paesi europei presidenti con ambizioni politiche meno controllate si sono trovati impegnati in conflitti istituzionali con governi che si rifacevano a maggioranze parlamentari antagoniste. Con risultati non proprio positivi.

In sintesi dunque e pensando anche ai nostri “riformatori” possiamo fissare questi punti: a. introdurre l’elezione diretta del presidente non garantisce un “semipresidenzialismo alla francese” se non ci sono le stesse peculiari condizioni favorevoli; b. nella maggior parte dei casi il “semipresidenzialismo” funziona come un parlamentarismo classico con l’unica differenza (poco rilevante) che il presidente è eletto dai cittadini e non dal parlamento; c. esiste la possibilità tutt’altro che remota che tra un presidente eletto direttamente e un capo del governo espresso dalle elezioni parlamentari si inneschino tensioni e conflitti se le due parti non hanno la saggezza di accettare una convivenza politica concordata.

Le ragioni per intraprendere la sempre complicata e spesso conflittuale strada di una riforma costituzionale sembrano quindi molto ridotte, tanto più che in Italia la Presidenza della Repubblica, anche se eletta indirettamente, ha svolto un ruolo non irrilevante e generalmente positivo nella vita politica utilizzando semplicemente i principali poteri riconosciuti dalla Costituzione, cioè il potere di nomina del capo del governo, quello di nomina dei ministri e quello di rinvio al parlamento delle leggi. Soprattutto occorre notare che se questi poteri sono rimasti formalmente invariati nel tempo è variata invece a seconda delle situazioni la pregnanza politica del loro impiego. Parliamo soprattutto dei poteri del Presidente a riguardo del governo, tema che oggi assume una importanza particolare. L’esperienza di questi ultimi anni ha mostrato che tutte le volte che i partiti del parlamento non sono stati in grado di costruire una maggioranza di governo capace di affrontare una situazione di grave crisi e hanno avuto timore di affrontare elezioni anticipate è stato il Presidente della Repubblica ad assicurare una supplenza e a pilotare una soluzione di forte caratura attraverso l’incarico ad una figura indipendente di alto prestigio capace di costruire una larga maggioranza. E’ stato così con i governi Ciampi, Monti e infine Draghi. Ma i capi dello stato sono intervenuti anche in maniera meno clamorosa scartando alcune nomine di ministri ritenute poco affidabili e garantendo la fedeltà del paese ai suoi impegni internazionali.

C’è da chiedersi allora se l’iniziativa sul semipresidenzialismo sia una bandiera da sventolare piuttosto che un meditato progetto volto a migliorare il funzionamento del sistema istituzionale italiano

Appendice. La proposta di FDI del 2018

In attesa del progetto che verrà presentato, guardiamo intanto la proposta di legge di Fratelli d’Italia dell’11 giugno 2018 per capire se le questioni qui sollevate siano chiare ai proponenti (tra i quali anche il presidente del consiglio Meloni).

In vari articoli si afferma il ruolo di guida del governo del Presidente della Repubblica (art 83: il “Presidente rappresenta l’Italia in sede internazionale ed europea; art. 92: “il Presidente presiede il Consiglio dei Ministri; art. 95 “il Presidente dirige la politica generale del governo e ne è responsabile [ma come?]. Mantiene l’unità di indirizzo politico e amministrativo promuovendo e coordinando l’attività dei ministri con il concorso del primo Ministro”). Si vuole quindi un Presidente governante.

Poco o nulla cambia invece sullo scioglimento del Parlamento e su presidenza del Consiglio di Difesa e dichiarazione di Guerra (art. 87 e 88 riformati); si aggiunge solo il Consiglio supremo per la Politica Estera.

E veniamo all’altra componente del governo del paese, cioè il Consiglio di ministri. Qui l’innovazione non è nella nomina del Primo Ministro o dei ministri, che ricalcano l’attuale costituzione, ma nel rapporto tra governo e parlamento. Seguendo il modello francese (ma non solo…) non è considerata obbligatoria la fiducia espressa del parlamento, basta quella implicita cioè l’assenza di una mozione di sfiducia. Sarebbe quindi più facile avere governi di minoranza (soprattutto se le opposizioni sono divise e bilaterali), che però dovranno poi ottenersi una maggioranza nei normali voti in parlamento. Circa la sfiducia si introduce stranamente la cosiddetta sfiducia costruttiva (usata in un sistema parlamentare come Germania). In base a questa chi presenta la mozione deve indicare il nome del prossimo capo del governo. Non sembra che gli estensori del progetto si siano accorti che se la mozione passa il Presidente sarà quindi spogliato del potere di scegliere il capo del governo!

In ogni caso, sia dopo normali elezioni che diano una maggioranza diversa dal colore del Presidente della Repubblica che in caso di sfiducia costruttiva, nulla potrebbe impedire che si prospetti un governo di diverso orientamento politico del Presidente. Vorrà sempre il Presidente sciogliere le camere o invece la coabitazione sarà una possibilità concreta e allora il ruolo intrusivo assegnato al Presidente nella gestione del governo costituirà più una fonte di conflitto che uno strumento per dare chiarezza di governo al paese?

In conclusione per ora la progettazione del semipresidenzialismo appare alquanto confusa.

CATTOLICI E POPOLARI ALLA ‘CHIAMA’ DEI PARTITI: SI MOLTIPLICANO GLI APPELLI, MA SENZA UNITÀ È TUTTO MOLTO FRAGILE.

L’iniziativa promossa da Pier Luigi Castagnetti tempo fa all’Istituto Sturzo a Roma ha avuto indubbiamente il merito di innescare un forte dibattito attorno al ruolo, alla funzione e alla stessa ‘mission’ dei cattolici popolari e sociali nella cittadella politica italiana. Un confronto politico e culturale e un’onda mediatica che sono andati ben oltre la costruzione di una micro corrente all’interno del Pd a sostegno di qualche candidato alla segreteria nazionale del partito. Al contrario, il mondo e l’area Popolare, almeno questa è l’opinione della stragrande maggioranza di chi si riconosce in quest’area culturale, sente oggi il bisogno e la necessità di ritornare ad essere protagonisti, pur senza alcuna presunzione od arroganza. Si è chiusa, cioè, al netto di chi continua a ripararsi in qualche partito in cambio di una manciata di seggi parlamentari, la fase di una presenza politica puramente ornamentale e di contorno. Per dirla con un riferimento politico e storico autorevole e di qualità, l’esperienza dei ‘cattolici indipendenti di sinistra’ è giunta al capolinea, almeno per il momento. Si apre, cioè, un nuovo cammino e una nuova stagione per una cultura politica che storicamente ha caratterizzato il cammino della democrazia italiana dal secondo dopoguerra in poi.

Ed è proprio lungo questo solco che si inserisce un tema curioso che campeggia in questi ultimi tempi nel dibattito politico del nostro paese. E cioè, si moltiplicano gli ‘appelli’ dei vertici di alcuni partiti ai cattolici, o meglio ai Popolari, per qualificare e per arricchire il progetto politico complessivo dei rispettivi partiti. Un aspetto sicuramente importante ed incoraggiante non solo per il riconoscimento della qualità, dell’autorevolezza e della modernità di questo filone ideale ma anche, e soprattutto, per il ruolo politico che può ancora giocare nella concreta dialettica politica italiana. Certo, ad oggi non è ancora praticabile, e soprattutto realistica, l’idea di dar vita ad un partito politico organizzato ed autonomo che sia in grado di replicare, seppur in chiave aggiornata e rivista, le esperienze di un passato recente e meno recente. Ma è altrettanto indubbio che, e non solo per gli ‘appelli’ rivolti ai cattolici e ai Popolari, cresce la domanda per una rinnovata presenza politica ed istituzionale. Il tutto, però, deve avvenire ad una condizione ben precisa. Ovvero, non è più credibile, almeno questa è l’opinione maggioritaria e ricorrente, garantire una presenza di solo potere all’interno dei partiti esistenti o limitarsi, ancor peggio, a giocare un ruolo del tutto laterale e periferico ai fini della costruzione del progetto politico dei partiti di riferimento. E quindi ‘no’ ai partiti schiettamente e rigorosamente “personali” e ‘no’ ai partiti che hanno una ‘mission’ politica, del tutto legittima, ma radicalmente estranea ed esterna alle domande, alla cultura, all’esperienza e alla storia dei cattolici popolari e sociali.

Ecco perchè, se da un lato è importante che si moltiplichino gli ‘appelli’, anche se un po’ vaghi, ai cattolici e ai Popolari affinchè siano più presenti in alcuni partiti, dall’altro è consigliabile che questa cultura e questa storia – cioè gli uomini e le donne che continuano a riconoscersi in questo patrimonio di idee e di valori – siano il più uniti possibile. E questo non in chiave nostalgica ma per riaffermare in modo più forte e più convincente le ‘ragioni’ politiche, culturali e programmatici dei cattolici popolari e dei cattolici sociali nel nostro paese.

SULLE ORME DI STURZO DOBBIAMO COSTRUIRE UN PROGRAMMA DI RIFORME, SAPENDO CHE LA DESTRA NON LE FARÀ.

Da Sindaco DC di un paese altopolesano, agli inizi degli anni’70, profilandosi i decreti Stammati, che avrebbero introdotto il finanziamento diretto dello Stato agli enti locali sulla base della spesa storica, essendo aperto un forte dibattito tra gli amministratori DC, in maggioranza in quasi tutti i comuni del Veneto,  decisi di chiamare i capifamiglia del mio paese in Comune per verificare le situazioni reali economico patrimoniali di ciascuno. Realizzai la più importante e analitica revisione dell’imposta di famiglia, ultimo strumento nelle mani degli enti locali, grazie alla quale negli anni successivi il mio comune poté contare sul finanziamento statale correlato all’ultima entrata che da quel censimento era stato fatta, con piena adesione, seppur con qualche mugugno, dei cittadini.

L’introduzione del welfare state alla fine degli anni ’60, che è stata una delle grandi conquiste della DC e del centro-sinistra, si è accompagnata alla riforma fiscale del 1974 voluta dall’allora ministro Visentini, con le conseguenze che derivarono da quella scelta da lui fortemente perseguita e attuata: la scissione tra il momento dell’autonomia ed il momento delle responsabilità, ossia il venir meno di uno dei capisaldi fondamentali di tutto l’insegnamento sturziano, con l’instaurarsi di una pericolosissima prassi fondata su un unico sportello centralizzato delle entrate ed oltre 30.000 sportelli incontrollati ed incontrollabili della spesa, con le conseguenze ben note sul piano del deficit pubblico. Da un punto di vista strutturale, con la trattenuta fiscale alla fonte dei redditi da lavoro dipendente (con i datori di lavoro, pubblici e privati, in funzione di esattori fiscali per conto dello Stato) si realizzava una condizione assurda e iniqua, per cui il peso prevalente del welfare state veniva pressoché totalmente sostenuto dalle categorie a reddito di lavoro accertabile, mentre largo spazio alla accumulazione veniva lasciato ai detentori di capitali finanziari destinati a sostenere con l’acquisto dei titoli il debito pubblico e, dunque, con un sistema vizioso in cui si drenano i capitali dai redditi di lavoro e di impresa e si pompano gli interessi del debito pubblico che, nel 2022, a fine Dicembre, ha raggiunto la cifra enorme di circa 2750 miliardi di €. 

Estensione progressiva del welfare state ed enorme sperequazione a livello fiscale in cui evasione, erosione ed elusione lasciano pressoché fuori controllo oltre un terzo del reddito nazionale prodotto: sono queste le situazioni da cui partire per impostare seriamente un programma di risanamento e di rilancio della nostra economia. Dobbiamo tornare a Sturzo, se vogliamo conservare intatti i caratteri di un partito popolare, ma ciò significa: da un lato ricomporre la frattura tra il momento dell’autonomia e quello delle responsabilità e, dunque, ri-attribuire una concreta capacità impositiva agli enti locali che dovranno concorrere con lo Stato, sin dal momento dell’accertamento, alla determinazione della politica delle entrate, insieme all’assunzione in presa diretta delle responsabilità nella politica delle uscite; dall’altro a por mano, senza più rinvii ed esitazioni, ad una rigorosa riforma fiscale che annulli le attuali insopportabili ingiustizie e sperequazioni. Due grandi obiettivi,dunque, politico programmatici: la riforma della finanza nazionale e locale e la riforma fiscale.

E’ evidente, infatti, come mi scrive l’amico On. Bruno Tabacci, che “ con un 20 per cento di Pil nero e un 6-7 per cento di malavitoso un Paese non regge, perché produce troppe distorsioni e disuguaglianze”. E non regge nemmeno un Paese in cui il terzo stato produttivo sostiene il sistema a favore della “casta”, dei “diversamente tutelati” e del “quarto non Stato”, di cui da tempo scrivo con la mia teoria euristica dei quattro stati, in cui suddivido, “ ai fini del ragionamento”, la società italiana. Non possiamo più continuare con un sistema nel quale larga parte dello  scambio di beni e servizi si regge sul dilemma: con o senza fattura? Si tratta, come l’amico Tabacci sostiene da molti anni, di introdurre il conflitto di interesse tra le due parti, autorizzando la possibilità di produrre nella dichiarazione dei redditi i titoli certficati delle spese effettuate per una serie di beni e servizi ammessi, eliminando così l’interesse reciproco delle parti a sottrarre il dovuto fiscale allo Stato e alle sue necessità.

Serve una nuova politica economica e un ripensamento organico della costruzione europea giunta a un punto morto inferiore e che, distrutta la sovranità popolare nazionale, non ha saputo garantirla a un livello più elevato e partecipato, quello europeo. Di fatto abbiamo costruito un ircocervo iper-burocratico che ci ha spogliato del potere fondamentale sulla moneta senza offrirci contropartite adeguate, che non siano i gravi costi sociali conseguenti alle politiche del rigore basate sulle illegittime prescrizioni dei fiscal compact (denunciate a suo tempo dal prof Guarino) e del pareggio di bilancio vigilate a BXL con una Banca centrale priva del potere di emissione della moneta proprio di ogni istituto con quelle competenze e funzioni.

In Italia, poi, servirà una tosatura a zero della spesa pubblica: dalle 20 Regioni e società derivate si potrebbe/dovrebbe passare a 5-6 macroregioni con competenze esclusivamente legislative di programmazione e controllo, con totale dismissione di tutte le partecipate et similia; un’analoga tosatura nelle spese dello Stato a livello ministeriale e negli enti derivati. Idem ai livelli territoriali regionali e locali.

Se le caste economiche, politiche e burocratiche tenteranno ancora una volta di opporsi, insieme ai nodi scorsoi impostoci dalle assurde e illegittime norme europee ( Guarino docet) e dai poteri finanziari internazionali che hanno sovvertito il NOMA ( Non Overlapping Magisteria)  stabilendo il primato della finanza sull’ economia e la politica ridotte a ruoli ancillari, stavolta non sarà la ghigliottina, ma una  nuova “ assemblea della pallacorda”   destinata a compiere una rivoluzione politico istituzionale levatrice della nuova repubblica o una drammatica rottura di tipo autoritario. Per adesso la sfiducia e la delusione degli elettori sono state raccolte dalla destra a guida di Fratelli d’Italia, con una maggioranza ibrida che, io credo difficilmente saprà e/o vorrà affrontare questi nodi gordiani dal caso italiano.

Spero di sbagliarmi, ma naso-metricamente non vedo orizzonti diversi. Di questo, credo, invece, che noi DC e Popolari dovremo seriamente discutere, dai comitati civico popolari territoriali all’assemblea costituente del nuovo partito di centro, da organizzarsi quanto prima per il bene dell’Italia.

LA STORIA DELL’ANGELUS DOMENICALE: CHI INVENTÒ QUESTA PRATICA? | DAL SITO DELL’ISTITUTO EMMANUEL MOUNIER.

La storia dell’Angelus, che il Pontefice recita ogni domenica con i fedeli in piazza S. Pietro, si collega alla particolare devozione per Maria SS. Assunta che animava Pio XII. Ancora prima di iniziare le pratiche per la definizione del dogma, Pio XII manifestò questa Sua speciale devozione suggerendo alla Madre Luigia Tincani (1889/1976), Serva di Dio e fondatrice delle Missionarie della Scuola, di intitolare all’Assunta l’Istituto Universitario Pareggiato che esse intendevano promuovere e del quale il 26 ottobre 1939 avvenne l’inaugurazione.

Il 1 maggio 1946 Pio XII interpellava i vescovi scrivendo loro di esprimere un parere circa la possibile proposizione dell’Assunzione corporea della beatissima Vergine come dogma di fede e se essi lo desideravano realmente; facendo seguito a questa adesione, Pio XII il 18 agosto 1950 annunciava la definizione dogmatica e il 1 novembre di quello stesso Anno Santo firmava e pubblicava la Bolla Dogmatica per la definizione dell’Assunzione in corpo ed anima di Maria SS. Assunta in Cielo.

Il 1954 fu un anno molto doloroso per Pio XII perché iniziò a soffrire di una malattia gastrica e anche per i gravi problemi che affliggevano l’Azione Cattolica Italiana, percorsa da tensioni molto forti dopo il fallimento dell’operazione Sturzo. Malgrado ciò, concesse un’udienza al prof. Luigi Gedda (1902-2000), Presidente Generale dell’Azione Cattolica, il 10 marzo del 1954, che gli propose di recitare l’Angelus ai microfoni della Radio Vaticana affinchè tutti i fedeli potessero unirsi al Romano Pontefice nell’invocare l’aiuto di Maria SS. Assunta. Il Pontefice, tuttavia, non condivise la proposta di Gedda e in un primo momento la reputò non efficace. In una successiva udienza privata svoltasi il 26 giugno, essendo in corso l’Anno Mariano, il professore si permise il coraggio di rinnovare la medesima domanda di recitare l’Angelus il 15 agosto ai microfoni della Radio Vaticana, dalla residenza estiva di Castelgandolfo; anche perché in quella giornata, allora come oggi, il Papa ha l’usanza di celebrare la festa dell’Assunta con un pontificale nella vicina chiesa pontificia di S. Tommaso da Villanova percorrendo a piedi il tragitto dal palazzo apostolico alla Chiesa e viceversa, sempre lambito da entusiastico fervore dei fedeli. Pio XII acconsentì benevolmente alla richiesta di Gedda, presentatagli anche a nome dell’Azione Cattolica Italiana. Di conseguenza il 14 agosto 1954 l’”Osservatore Romano” informò che “…l’Angelus recitato dal Santo Padre nella festività dell’Assunta sarà radiodiffuso”; e successivamente, sempre  l’“Osservatore Romano”, comunicò il 16/17 dello stesso mese che “…alle ore 12 di ieri domenica, festività di Maria SS. Assunta, il Santo Padre ha benevolmente acconsentito che la Sua recita dell’Angelus domini venisse radiodiffusa dalla stazione radio del Vaticano a cui era collegata la rete nazionale della Radiotelevisione Italiana. In tal modo l’Augisto Pontefice, aderendo al filiale desiderio dell’Azione Cattolica Italiana, ha dato modo nella solennissima ricorrenza dell’insigne gloria della Vergine Santa, in questo radioso Anno Mariano, agli ascritti e a tutti gli altri fedeli di unirsi devotamente a lui, nel pio saluto alla Madre di Dio”.

Da allora per opera di Luigi Gedda ebbe inizio la recita dell’Angelus domenicale di Pio XI; al suo ritorno in Vaticano,  onde evitare di affaticarLo con un udienza collettiva, Gedda Lo pregò di recitare l’Angelus affacciandosi alla finestra del Suo studio privato, quella famosa finestra illuminata fino a tarda notte che appare anche nel film, scritto da Luigi Gedda stesso nel 1942, sulla vita quotidiana di un papa:  “Pastor Angelicus”, diretto da Romolo Marcellini e prodotto da una società cinematografica (Orbis Film), creata dallo stesso Gedda e che avrebbe prodotto capolavori come  “La porta del cielo” che consentì al regista Vittorio De Sica di sottrarsi alle pressioni dei nazifascisti per trasferirsi nella Repubblica Sociale.

La recita dell’angelus domenicale da quel lontano 1954, dalla finestra affacciata su piazza S. Pietro, sarebbe proseguita con Giovanni XXIII, da Paolo VI, da Giovanni Paolo I nel suo brevissimo pontificato, da Giovanni Paolo II, Benedetto XVI fino all’attuale pontefice Francesco. Nel 1977 Gedda pensò di promuovere un’emittente televisiva cattolica (Teleradiosole), diretta da Cesare Ardini, la quale trasmetteva regolarmente gli Angelus domenicali. Successivamente Teleradiosole ha potuto trasmettere via satellite l’Angelus in Argentina attraverso la televisione di Stato, Canale 7, favorita dalla collaborazione della Presidente dell’Associazione Argentina di Cultura, prof.ssa Lila Blanco. Ebbene, Canale 7 ritrasmetteva l’Angelus ad altre ben 28 emittenti locali argentine. Questa trasmissione durò soltanto un anno, ma il suo servizio fu profetico perché d’allora migliaia di stazioni televisive di molte nazioni ne danno notizia ogni settimana, diffondendo attraverso la parola del Papa il messaggio di Cristo agli uomini d’oggi. Tutto questo da un idea del genetista Luigi Gedda, il medico che parlava di Dio!

Giulio Alfano

Docente di Filosofia Politica presso la Pontificia Università Lateranense e Presidente dell’Istituto Emmanuel Mounier.

Per informazioni sull’Istituto Emmanuel Mounier

https://www.istitutomounier.

RIFLETTENDO SUL FUTURO POSSIBILE PARTITO DEMOCRATICO | DAL BLOG DI C3DEM

Dopo anni di vagabondaggio politico e sono approdato al Pd ritenendola l’unica forza in grado di competere con  le forze di destra. Il Pd non soddisfa appieno la mia visione politica, ma non ci sono oggi alternative in grado di instaurare un rapporto di forza con queste destre. Le elezioni e il sistema elettorale hanno consegnato l’Italia alla coalizione delle destre ma non il Paese. Debbo però riscontrare che il risultato elettorale è stato profondamente traumatico per il Partito Democratico. Nel tentativo di definire le cause della sconfitta e della apertura del congresso si è introdotta una sorta di accanimento terapeutico nei confronti del Pd che rischia di indebolirlo più che la presenza di un governo di destra. Si scatenata una ricerca di capri espiatori e l’emergere di vecchi risentimenti che stanno a mio parere inibendo i necessari ragionamenti più pacati. Ho l’impressione che lo sguardo si stia volgendo all’indietro più che in avanti. Sicuramente le sconfitte vanno analizzate con estremo rigore tenendo conto dei percorsi compiuti, degli errori e delle sfide che si devono affrontare.

Da montanaro penso che per salire  una montagna come quella che il Pd ha da scalare prima di partecipare alle prossime elezioni serve un buon allenamento capace di  rafforzare le gambe e il cuore. Le sue gambe sono gli iscritti e i militanti da rimotivare e ampliare, il cuore le idee, le proposte e quel tanto di utopia che rappresenta un ingrediente indispensabile  per  dare il tono ideale  a una proposta politica dei tempi lunghi. L’utopia è stata ridotta a sogno mentre rimane una visione di lungo termine della partita che si intende giocare. Nella realtà di oggi che appare raffreddata dall’avanzare della ideologia tecnocratica, serve introdurre una proposta e una visione calda in grado di  emozionare il cuore degli italiani per navigare nel periodo turbolento in cui stiamo vivendo e che vivremo nei prossimi anni.

Ci si deve rendere conto che abbiamo un partito che manca di identità e che non si è dato una proposta sui tempi lunghi e che rimane nonostante l’avvio della stagione congressuale impigliato nella visione puramente  elettoralistica dei tempi brevi. Non è un caso che si continui a discutere di alleanze quando invece servono prioritariamente nuove risorse intellettuali e politiche. Sono stupito che di fronte al configurarsi di una  crisi esistenziale si tenda  a dare  priorità alle candidature a segretario e al puro contrasto congiunturale con il Governo Meloni  di cui non si è analizzata la novità che questo rappresenta nello scenario politico e sociale italiano. Si è preferito ricorrere a raffigurazioni superate e non cogliere che la pratica di settant’anni di democrazia ha ucciso le nostalgie verso i modelli totalitari e che ci consegna una nuova dialettica nella quale si deve essere in grado di giocare la partita da centroavanti e non in difesa. Senza una nuova narrazione politica e senza una strategia il Pd è oggetto degli interessi parziali e personali delle vecchie leaderships che avrebbero oggi, prima del congresso, dovere di mettersi da parte essendo statei sconfitte dall’elettorato. Perché se il Pd ha preso pochi voti la responsabilità è di chi in questi anni lo ha guidato. Per questo ho apprezzato le dimissioni di Enrico Letta, ma non può essere l’unico che si assume la responsabilità .

Si è ora aperta una scaramuccia congressuale che manca di respiro, di entusiasmo e che rischia di spingere  il partito ancora più fuori rotta. I cattolici democratici devono smettere di svolgere un ruolo subalterno, quando invece  hanno un ruolo da giocare nella ricostruzione del Pd, non si tratta di fare una corrente ma di immettere una linea di tendenza e di proposta capace di proporre innovazione e di recuperare il voto dei molti cattolici che, delusi e non catturati dalle destre, hanno scelto di astenersi. Ho apprezzato e mi sono ritrovato nell’intervento e nell’incontro dei Popolari organizzato da Castagnetti. Ma quello che mi lascia perplesso è che questo incontro non abbia generato una raccolta di quanto emerso e non abbia spinto verso la proposta di una specifica candidatura congressuale, estremamente necessaria non per conquistare la Segreteria ma per segnare il Pd come partito plurale.

C’è una responsabilità culturale prima che politica di una nostra presenza di cattolici democratici  ed è nel renderci chiaramente visibili e stimolanti, soprattutto oggi che le forze della destra governativa  stanno  strumentalizzando i segni e il linguaggio religioso in un modo che offende la nostra sensibilità di fede e la nostra laicità positiva . Inoltre, sono turbato nel vedere emergere una sorta di nostalgia verso una sinistra che non è mai esistita e che rischia di rendere comunque il tono e il linguaggio della comunicazione congressuale  prevedibile e poco brillante. Sono convinto che al paese serve la presenza di una sinistra riformatrice in grado di porsi come alternativa alle destre conservatrici e di delineare i contenuti del nuovo riformismo progressista, solidale e federalista. In questa riformulazione della Sinistra il pensiero dei cattolici democratici è indispensabile, anche perché in questi ultimi anni è stato arricchito dal magistero di Benedetto XVI e di Papa Francesco.

L’Italia ha bisogno di una sinistra che abbandoni i miti del passato e che cerchi con forza e intelligenza di delineare le forme e i mezzi della nuova emancipazione sociale degli strati più deboli della società, ma che sia anche in grado di disegnare le nuove forme di un patriottismo non nazionalista, europeista, con uno sguardo attento ai paesi poveri, alla questione della guerra e del pacifismo. Nello stesso tempo capace di valorizzare le culture che attraverso l’immigrazione s’impiantano nel nostro paese e che lo stanno già rendendo multiculturale, multireligioso e sempre più ibrido; e che ne costituiscono la nuova struttura unitaria che il patriottismo sovranista minerebbe.

Si deve tenere presente che ad  accentuare  le difficoltà del riformismo progressista, le destre – più agili e maggiormente concentrate sul mantenimento del potere – stanno assumendo molti dei titoli dei temi riformisti per poi piegarli alle loro istanze come: il salario minimo, la rivoluzione industriale verde, l’abbassamento delle tasse, le politiche famigliari, la politica demografica , la sanità, la scuola. Attraverso questa operazione mistificante e trasformista  già stanno penetrando nelle aree tradizionalmente rappresentate , socialmente e politicamente, dal Pd. Sono temi  che esigono declinazioni concrete e non ci si può accontentare nel dire che il Pd le farebbe meglio.

Per leggere il testo integrale

https://www.c3dem.it/riflettendo

Il “FASCISMO ETERNO” DI UMBERTO ECO PUÒ GUIDARE LA CRITICA ALL’USCITA DI SANGIULIANO SU DANTE PENSATORE DI DESTRA.

Dunque, Dante Alighieri uomo di destra? E la Divina Commedia capolavoro letterario di destra? Secondo l’attuale Ministro della Cultura, come è noto, e anche dopo i suoi chiarimenti con una lettera al “Corriere della Sera”, non ci sono dubbi. Se così stanno le cose, penso che sia utile non abbandonare la discussione emersa dopo la sua bizzarra tesi.  E questo  per un motivo molto semplice. Non si tratta di affrontare un tema culturalmente balordo e insensato, come hanno chiarito studiosi, editorialisti e commentatori, bensì di esaminare con rigore gli effetti ideologici che ha avuto una sparata del genere sulla vasta opinione  pubblica italiana. Oggi distratta, assente dalle urne e quant’altro, ma disponibile a inghiottire tutto grazie all’eco mediatica di questo Dante che ha preso la tessera e si è iscritto a FdI in una sezione di Firenze. Il messaggio apparentemente innocuo, fatto circolare e valutato come una insulsa polemica che interessa solo gli intellettuali e i letterati italiani, è a ben vedere innocuo solo apparentemente. È infatti servito a diffondere forti simboli e storici miti. Dimostrando una precisa scelta di campo, sul piano politico, tesa a fare Ri-nascere o a rinforzare un nazionalismo italiano sovranista, conservatore e patriottico, la cui ideologia di fondo è stata sperimentata in Italia sotto un regime e una dittatura, per venti lunghi anni del secolo passato. E, come si sa, i simboli e i  miti nella società emotiva della comunicazione, delle immagini, dellapolitica spettacolo, delle fakes news, ecc…contano molto. 

Un simbolo e un mito, quello di Dante di destra, che se vogliamo è anche un simbolo antieuropeista, e che in questi “cambiamenti epocali” – come Papa Bergoglio chiama le trasformazioni in atto – si riveste larvatamente di un’aura di Stato autoritario e centralista, precisamente sotto forma di quel Presidenzialismo che nell’agenda di Giorgia Meloni occupa grande rilievo. Non deve apparire fuorviante ma, a proposito di simboli e miti, sembra che Putin abbia fatto collocare nel suo studio il ritratto dello Zar Pietro il Grande e quello della Regina Caterina II di Russia. Entrambi,  come narrano  gli storici, icone  del potente imperialismo della Russia dispotica, oggi rimpianto…tragicamente dal novello Zar che abita il Cremlino.

Su Dante Alighieri e sul suo essere di destra se ne è dunque  parlato e scritto molto, anche su questo blog, con diversi  interventi interessanti, a partire dagli stimoli originali espressi da Martinazzoli nel corso di un dibattito in una scuola di Brescia. Ma le scelte culturali e ideologiche di Sangiuliano, i suoi “…modi di pensare e sentire”, e le  sue “…insondabili pulsioni”, mi hanno anche ricordato una sua costante voglia di presenzialismo ed esibizionismo, persino incontrollata. Subito dopo il suo arrivo in RAI, voluto dalla coppia Meloni-Salvini come direttore del Tg2, è stato richiamato dai Vertici aziendali per aver partecipato a una Convention di Fratelli d’Italia non come moderatore di dibattito, ma come battitore libero e uomo di partito. Sin d’allora ho pensato che la riservatezza defilata e silenziosa, la modestia, sono virtù che il nuovo Ministro della cultura non ha mai conosciuto. Anche nelle vesti di direttore di Tg, Sangiuliano non faceva altro che esibirsi e comparire, usurpando spazio ai giornalisti della testata e sfoggiare la presenza in quasi tutti i dibattiti negli studi televisivi del “suo” telegiornale. Non mancava mai: sempre lì, seduto accanto ai…suoi dipendenti, conduttrici o conduttori delle interviste. C’è sempre stato, insomma, dietro ai suoi comportamenti, il bisogno di apparire e di ostentare un presenzialismo che possiamo osservare anche nel suo nuovo ruolo di Ministro, e che, se dobbiamo essere onesti. faceva a pugni con il buon curriculum di studioso che aveva alle spalle saggi e riflessioni su personaggi storici e attente ricerche sulle comunicazione di massa.

Proprio per tutto questo mi sono incuriosito della sua lettera di precisazioni al “Corriere della Sera”, attraverso la quale ricorrendo e aggrappandosi, tanto per cambiare, a decine di citazioni,  ha  tentato di addolcire la sua boutade, di rimuovere la sua formazione nel Msi e di trascurare la sua appartenenza alla cultura della destra tradizionalista e patriottica, chiarendo che la sbalorditiva uscita su Dante “fascista” è stata solo una voluta “provocazione”. D’accordo, ma arrivati a questo punto è lecito chiedersi: è possibile, e in che senso, collegare Sangiuliano a Umberto Eco? Ecco, sono andato a riprendere e a consultare il libriccino su “Fascismo Eterno”, frutto di una conferenza tenuta proprio da Eco alla Columbia University nell’aprile del 1995. Ebbene, mentre in quella sede, con coraggio intellettuale e molto spirito democratico, egli affermava che “…sarebbe difficile” vedere di nuovo ritornare governi totalitari e fascisti “…nella stessa forma ma in circostanze storiche diverse”; nel medesimo tempo precisava di non credere al fatto che Alleanza Nazionale dei suoi tempi – ex Msi e futura Fratelli d’Italia – fosse un partito fascista, perché “…certamente (è) un partito di destra…che ha però poco a che fare col vecchio fascismo storico”. Dunque, una volta liquidato il pericolo di un ritorno del fascismo storico, Eco chiariva bene il significato attribuito alla destra moderna non fascista, spesso assimilata ancora oggi, assieme a sinistra comunista e centro cattolico moderato, a categorie  superate, senza dubbio da ridefinire totalmente. 

In sostanza, accantonate le paure, Eco metteva bene in guardia e  sollecitava attenzioni ai “…modi di pensare e di sentire…a una serie di abitudini culturali, istinti oscuri e insondabili pulsioni…”che nascondevano atteggiamenti fascisti e autoritari, antidemocratici e pericolosi, spesso presenti ancora ai nostri giorni, se ci facciamo caso, nel dibattito pubblico, nelle posture e nel linguaggio della attuale nostra classe politica. Qualche commentatore li ha definiti “caratteristiche utili per disegnare l’identikit del fascismo eterno”. Di quel fascismo cioè che sotto forma di pulsioni e atteggiamenti non muore mai. E li ha elencati mettendo al primo posto il culto della tradizione – di cui Dante è per noi italiani l’esempio laico piu evidente. Seguito dal rifiuto del dubbio e della critica; dal gusto di difendere la nazione e la razza; e dal grave “errore di dissentire dall’unico Capo forte”. Sangiuliano scrive a tale proposito che Dante Alighieri  crede “…che lo Stato abbia un fondamento razionale e naturale, basato su legami gerarchici in grado di dare stabilità e ordine”; e conseguentemente a una patria legata al solitario leader per grazia calvinista ricevuta, in stretto rapporto col suo popolo, quest’ultimo inteso come unità solida e compatta, senza nessun pluralismo culturale, religioso e sociale. Ora, con tutti i distinguo e le scuse del paragone, mi aspetto solo che qualcuno dopo aver letto le “Beatitudini” trascritte nel Vangelo di Matteo, sostenga che esse sono le radici del marxismo, del comunismo e della sinistra politica. O persino che la triade rivoluzionaria francese “Liberté, Egalité, Fraternité”, sia d’origine cristiana. 

Tutto è possibile! Ma occorre sempre  dimostrarlo.

IRAN, UNA DEMOCRAZIA A SECCO.

La questione scalpita senza provocare più particolare scalpore, a tutto ci si abitua, anche a fare a meno dell’acqua. La regione del Khuzestan è sempre stata turbolenta, abitata prevalentemente da arabi sciiti. Da quelle parti un movimento separatista non manca di farsi sentire, questa volta gli argomenti non mancano. La siccità irrita la gola e le menti, rende incandescente il cuore dei rivoltosi che invocano acqua e giustizia. 

Il Khuzestan anticamente si chiamava Elmas. Il nome deriva dal figlio maggiore di Sem e nipote di Noè. Quest’ultimo era destro a gestire l’alluvione che dovette fronteggiare, ma nulla potrebbe contro il deserto su cui oggi si incaglierebbe la sua barca. Per difendersi dalle sanzioni internazionali l’Iran ha concentrato le sue risorse idriche sull’agricoltura, deviando fiumi, scavando pozzi e mettendo su un sistema di 192 dighe che hanno prosciugato le falde acquifere del territorio. Occorre erigere dighe contro i rivoltosi, le loro strilla presto evaporeranno come l’acqua nei bacini idrici che con il sole battente vanificano il loro riempimento. Sembra proprio che le disgrazie colpiscano sempre al meridione di ogni paese. 

I Khuzestan è appunto a Sud del potere di Teheran. Altre vittime ci sono state perché il regime reprime quelle che sarebbero i sobillatori aizzati dai paesi confinanti. In particolar modo lo Stato carogna sarebbe l’Arabia Saudita che anni fa provocò un’invasione di cavallette provenienti dalla penisola araba che avevano saccheggiato i raccolti di barbabietole e pistacchi. Le piaghe d’Egitto hanno evidentemente una loro perenne attualità.Nel 2019, per combattere la siccità, quel dannato vicino di casa ricorse alla semina delle nuvole con fiocchi di sale facendo piovere copiosamente e anche in Iran se ne avvertirono, di sponda, gli effetti devastanti dovute a pesanti inondazioni.

Oggi, si protesta non solo in piazza ma lungo il letto dei fiumi inariditi, così i facinorosi sperano di avere vie spianate per le loro grida e lamentazioni e forse per avere pietre a disposizione da tirare contro le forze di polizia, mandate a ripristinare l’ordine costituito. Scoppierà la guerra tra i contadini e i centri urbani per chi abbia ragione ad avere la priorità degli approvvigionamenti. Sta di fatto che il 97% del paese è in difficoltà.  A questo si aggiunge anche una grave crisi sanitaria mentre il 70% della popolazione a mano di 40 anni, non ha memoria della rivoluzione del 1979 ed ha arsura di diritti e libertà, reclamando contro le disuguaglianze sociali e la grave carenza di servizi del paese.

Se le autorità hanno accusato “criminali e nemici del sistema” per le violenze, sia la guida suprema Ali Khamenei che il presidente uscente Hassan Rouhani hanno, ad onor del vero, sostenuto il diritto dei manifestanti a protestare. Forse anche loro hanno sete e non solo di bastonate da dare al prossimo. Il presidente eletto Ebrahim Raisi ha però un’altra opinione della faccenda. Il regime ha trovato un capro espiatorio. Il potere in questi anni ha fatto in qualche modo barricate contro la precedente carestia di pane e la costante crisi energetica, dovuta ad una incredibile filiera di corruzione lungo tutta la sua linea di gestione. 

Ora, contro la mancanza d’acqua, la colpa sarebbe delle donne che non portano il velo. Dio punisce chi non osserva comandamenti e precetti. L’imam Mohammad-Mehdi Hosseini Hamedani, rappresentante della Guida Suprema nella città di Karaj ha tuonato contro le donne che non indossano il l’hijab. Fulmini e saette che non hanno mosso comunque un filo di pioggia. Già in passato, un procuratore generale, Mohammad Jafar Montazeri, aveva sentenziato che il mancato rispetto delle regole ha come conseguenza inevitabili una serie di disastri naturali. A ruota altri religiosi si sono espressi sulla stessa linea.  In quella logica, non viene il sospetto che forse dall’Alto la sete di democrazia potrebbe essere punita con la sete d’acqua. Un Dio vindice prosciuga la gola e la cattiveria dei governanti e la terra diventa lo specchio bruciato della politica. La siccità incrosterà la saliva del Potere che non potrà più disporre comandi di morte e renderà secchi i suoi passi fino a paralizzarli, mandando al macero la stagnazione morale delle sue gesta.

Siamo all’opposto di “piove, governo ladro”. In una benedizione Apache si legge: “Possa la pioggia lavare le tue preoccupazioni” ed ancora in un canto: “Il Vento è la mia medicina che spazza via le pietre dalla mia mente. La pioggia è la mia medicina che lava le mie ossa stanche”. Così anche San Paolo VI che in un Angelus del 1976 pregò: “Tu, Padre buono, fa’ scendere dal cielo sopra la terra arida la pioggia sospirata, perché rinascano i frutti…Tu, Padre buono, che su tutti fai brillare il tuo sole e cadere la pioggia, abbi compassione di quanti soffrono duramente per la siccità che ci ha colpito in questi giorni….Fa’ scendere dal cielo sopra la terra arida la pioggia sospirata…Che la pioggia sia per noi il segno della tua grazia e benedizione…”. Se le cose non cambieranno, in Iran resteranno preoccupazioni ed ossa stanche e probabilmente qualche cosa di assai più. Non scorreranno speranze, non nuoterà, gioiosa, la felicità di un popolo, non galleggerà, leggera, la pace.

DA ROMA NORD A SUD: IL VIAGGIO PIÙ LUNGO DI GIORGIA | ESTRATTO DA MAG1861

A Roma esistono soltanto due punti cardinali: Nord e Sud. Nella narrativa degli eredi di Romolo e Remo, per cui la semplificazione assurge a indiscutibile chiave interpretativa, la città eterna è spaccata. Da una parte ci sono i quartieri ricchi, i palazzi signorili, le vie eleganti, i locali chic e i residenti snob. Dall’altra quelli poveri, ordinari, quasi grezzi, in cui i cittadini sono più spontanei, a volte ‘coatti’. Due modalità dell’Essere. Invece la Capitale, come ogni metropoli contemporanea, ha zone eterogenee, in cui si mischiano storie e aspirazioni diverse. Contraddizioni. In cui le differenze s’intrecciano. Ma la schematizzazione, sostenuta da una spiccata ironia, è un’ossessione per gli abitanti della città eterna e dipinge un quadro nitido in cui le due metà si specchiano in un’unica grande, indolente, metropoli che è sempre rimasta, al tempo stesso, una città di provincia.


Giorgia Meloni sembra riconciliare le due anime. Le ricuce in un’unica trama, da cui traspare una ‘poligamia di luoghi’. Da Roma Nord a Sud, passando per Est e Ovest. La leader di Fratelli d’Italia sfiora tutti i punti cardinali, gli stessi in cui si riorganizzò la destra negli anni Ottanta. Erano i tempi della ricostruzione di un’area politica che usciva a pezzi dalle lotte del decennio precedente. Per lei, classe ’77, giovanissima militante sbarcata presto nelle istituzioni, i quartieri s’innervano con la politica. Non potrebbe essere diversamente. La sua vita sconfina da ogni scontata toponomastica. Il suo legame con la Garbatella, popolare zona a Sud della città eterna, è il più noto. Giorgia ne ha fatto un piccolo brand. I suoi avversari ne lamentano l’approccio sanguigno, sostenuto da impennate di decibel. Lei lo rivendica. “Io ci provo a essere più posata, pacata, ma ogni tanto… Sono della Garbatella, ragazzi, e ogni tanto l’anima esce, che dobbiamo fare?!”. La Garbatella. Nei progetti degli Anni Venti doveva ospitare i lavoratori del porto commerciale a cui avrebbe dovuto condurre un canale navigabile parallelo al Tevere (dove oggi c’è Via del Porto Fluviale). Il re Vittorio Emanuele III posò la prima pietra. Rimase solo quella. Il quartiere, però, fu costruito secondo il modello delle città giardino all’inglese. Lotti con case basse e spazi verdi, con orti coltivabili, collegati al centro della città. Un quartiere lontano dalla destra. Quello preferito dal regista cult di una certa sinistra, Nanni Moretti, che gli ha dedicato un giro in Vespa nel suo ‘Caro Diario’: “Me ne vado in giro per i lotti popolari. Ma non mi piace solo vedere le case dall’esterno, ogni tanto mi piace vedere anche come sono fatte dentro e allora suono al citofono e faccio finta di fare un sopralluogo. Dico che sto preparando un film, il padrone di casa mi chiede di cosa parla questo film e io non so che dire. Cos’è questo film? E’ la storia di un pasticcere, trotzkista… Un pasticcere trotzkista nell’Italia degli anni Cinquanta. E’ un film musicale. Un musical”. Anche Giorgia non avrebbe difficoltà a citofonare in un condominio della Garbatella. La ricordano, e la vedono ancora tanti residenti, visto che la madre Anna è rimasta ad abitare qui. Da bambina giocava in giardino con la sorella Arianna.


Eppure la Meloni è nata in un luogo che si trova agli antipodi, proprio in quella Roma che nella retorica toponomastica è benestante e sofisticata: la Camilluccia, un quartiere verde e silenzioso sotto Monte Mario con negozi raffinati e viali per passeggiare. Non era ancora alle Elementari (la sorella frequentava la prima) quando si trasferirono nella piccola casa alla Garbatella – 45 metri quadrati – dove vivevano nonna Maria, nonno Gianni e la bisnonna Nena. Ma l’appartamento a Roma Nord lo ricorda per una vicenda che nella storia familiare ha avuto sempre uno spazio centrale: andò a fuoco. “Io e mia sorella facevamo dei giochi un po’ così…” ha raccontato. “Io mi sono presa la colpa”. Avevano quattro anni lei e sei Arianna. “Accendemmo una candela per organizzare una festa nella nostra camera. Mia sorella trovò la candela e il fiammifero, io lo accesi. Per tutta la vita sono stata la responsabile di questa cosa”.


Poi ci sono stati gli anni al liceo linguistico ‘Amerigo Vespucci’, in via dell’Olmata, a Santa Maria Maggiore, all’Esquilino. All’epoca era uno dei pochissimi linguistici pubblici. Era all’avanguardia, aveva anche un’aula di informatica. Giorgia fu eletta rappresentante di istituto. A cinquecento metri c’è Colle Oppio. Lei si era iscritta al circolo Msi in via Guendalina Borghese alla Garbatella. Aveva scelto di impegnarsi nel partito subito dopo la Strage di Via D’Amelio a Palermo, in cui persero la vita il giudice Borsellino e cinque agenti della sua scorta. La sezione del suo quartiere dipendeva proprio da quella di Colle Oppio. Lei divenne leader di ‘Fare Fronte per il contropotere studentesco’, sigla parallela del Fronte della Gioventù.

Fonte: MAG1861, nuovo mensile dell’Agenzia di stampa AGI, https://www.mag1861.it

Questo ampio stralcio dell’articolo è qui riprodotto per gentile concessione dell’autore.

Per leggere il testo integrale

MILANO 1918: I DIFFICILI PROBLEMI DEL DOPOGUERRA. LA CONFERENZA DI STURZO CHE APRE ALLA FONDAZIONE DEL PPI.

… Farà meraviglia certo, a spiriti superficiali e ai liberali dello stampo classico, sentire che oggi il problema più significativo e l’elemento di contrasto si basa sopra una ragione di libertà. E non è certo di una libertà formale ed esteriore che intendo parlare, ma di una libertà intima e sostanziale, che pervade e informa tutto il corpo sociale.

Col crollo della Germania si è rivelato nella sua profonda crisi l’assurdo pratico della concezione panteistica dello stato, che tutto sottopone alla sua forza il mondo interno ed esterno, l’uomo e la sua ragione d’essere, le forze sociali e i rapporti umani; nella deificazione di una forza e di un potere assoluto, sostituito alle grandi ragioni di giustizia e alle grandi finalità dello spirito.

Tale concezione panteistica è penetrata, dove più dove meno, in tutte le nazioni civili a base liberale e democratica e nel pensiero prevalente della filosofia del diritto pubblico; e quelle che hanno maggiormente contrastato le finalità religiose della chiesa, hanno sostituito, nella negazione di ogni problema spirituale collettivo, una nuova religione laica, quella dello stato sovrano assoluto, forza dominatrice e vincolatrice, norma e legge morale, potere incoercibile, sintesi unica di volontà collettiva.

È evidente che doveva trovarsi una ragione ultima di questo potere dello stato; e mancando al laicismo politico la visione di Dio, ha trovato nella parola popolo la giustificazione di un potere, che oggi il popolo rivendica, poiché ne sente i vincoli, che in gran parte addebita al dominio della classe borghese; confondendo così quel che natura pone da quel che è attuazione pratica attraverso la realtà della vita, e quel che è elemento di elaborazione e di specificazione del dinamismo sociale.

Certo, il complesso della vita economica e politica di una nazione moderna è così denso di relazioni e di sviluppi, ha tali enormi compiti nel progredire delle ragioni sociali, che nuovi vincoli crea, mentre nuovi utili servizi presta; onde nuovi organismi e più sviluppati si impongono, leggi più complicate e ordinamenti molteplici si creano, pari al ritmo della vita moltiplicantesi come onde che si accavallano e si dissolvono nella tempesta dell’attività collettiva. Però, mentre ogni nuovo sviluppo di vita crea vincoli di relazione, tende per questo alla liberazione di miserie e di deficienze morali o intellettuali, politiche o economiche, secondo la natura specifica di ciascun movimento; così è nel giusto ritmo della vita sociale mantenere l’equilibrio tra lo sviluppo della personalità individuale e quello della ragione collettiva, perché ogni vincolo porti una elevazione, e ogni elevazione conquisti una libertà. Non vorrei essere oscuro: l’elemento familiare dà il più luminoso esempio al mio dire: l’uomo che si unisce ad una donna nel sacro vincolo della società matrimoniale perde una parte della sua libertà individuale e accetta le leggi e i patti coniugali ai fini specifici: ma insieme passa in una condizione di liberazione dalle ragioni di inferiorità quale era per lui la vita del celibe (nel senso naturale della parola, a parte ogni concezione di abnegazione cristiana), ottenendo l’aiuto della donna ai fini naturali, nel mutuo amore, nella filiazione, per la continuità della specie. E tale liberazione ed insieme elevazione determina in lui, con i nuovi doveri e diritti, l’acquisto di libertà sociali, cioè la possibilità di conquistare i fini della nuova società con atti di propria volontà e sotto la propria ragione personale.

Della stessa libertà, in ordine spiritualmente più elevato parlava san Paolo quando, predicando il cristianesimo, mentre annunziava la legge di Cristo, che è abnegazione e mortificazione di sensi, che è giustizia e rispetto all’altrui personalità, proclamava la liberazione da una società inferiore, la società del peccato, e annunziava la libertà dei figliuoli di Dio: una libertà psicologica rinnovatrice e vivificatrice, nel vincolo di nuova società cui si appartiene liberamente, la società cristiana. Così è in tutto lo sviluppo della vita sociale, da quella domestica a quella nazionale, da queste a tutte le forme di libere unioni: la ragione sociale è insita all’uomo, come ragione specifica della sua esistenza; e ogni novello vincolo che egli accetta o persegue per la sua elevazione e il suo miglioramento (e perciò rispondente alle sue finalità naturali) è nuovo ausilio a superare se stesso e le proprie deficienze, e nuovo mezzo per la liberazione da mali che si fuggono per beni che si vogliono raggiungere: è insomma un elemento di libertà organica.

Ma quando l’organismo, perdendo le sue finalità liberatrici, si trasmuta in tirannia personale e collettiva, in forza di inerzia, in elemento di contrasti ai più elevati sviluppi, in ragione di predominio, in mezzo di sopraffazione: in una parola quando è rotto l’equilibrio tra la ragione sociale, che è vincolo, e la liberazione subbiettiva, che è il raggiungimento del bene personale inteso e goduto: allora alla libertà diviene antagonistico il vincolo sociale, che per ciò stesso deve essere ridotto allo equilibrio ovvero spezzato e infranto.

Ebbene, questo disquilibrio fra il vincolo statale e la libertà individuale, nel godimento e raggiungimento dei beni comuni, oggi c’è ed è grande; ed è acuito da tutte le crisi che son precedute, ed è reso visibile e forte dai fenomeni della guerra, ed ha la sua ragion d’essere nella concezione statale assoluta e panteistica. C’è l’inversione dei termini: mentre il vincolo sociale deve servire alla elevazione personale di ciascun associato, nella concezione statale liberale lo Stato diviene come fine ultimo di ogni attività degli associati, legge a se stesso, principio di ogni altra ragione collettiva…

[Il testo è tratto da AA.VV., Il Partito Popolare Italiano nel cinquantesimo anniversario della sua fondazione, Edizioni Cinque Lune, 1970]

LA COMUNICAZIONE E LA GIUSTA MISURA

Sia detto senza pregiudizio, Giorgia Meloni sta diventando il limite di se stessa. E la sua comunicazione sta diventando il limite della sua politica. 

Di fronte alla difficoltà la presidente del consiglio si dà molto da fare con i media. Troppo. Se c’è da giustificare l’aumento delle accise pubblica due, tre video, uno dopo l’altro, per cercare di giustificare la giravolta rispetto ai proclami di qualche tempo prima. Se c’è da parlare agli alleati si precipita in televisione e per dar l’idea di quanto il momento sia cruciale scomoda le frasi di Garibaldi alla vigilia delle grandi battaglie. Se c’è da celebrare (giustamente) l’arresto di Matteo Messina Denaro si catapulta a Palermo con tutte le tele-camere al seguito. 

Ora, ognuna di queste scelte di comunicazione ha un suo perché. Ma tutte insieme finiscono per dare un’altra idea. E cioè che la premier confidi di affrontare ogni difficoltà poli- tica a suon di comunicati stampa. Si dirà che questa è la chiave della modernità, e un po’ è vero. Ma ci dovrebbe sempre essere una misura nelle cose. E quando la misura mediatica supera di troppo la misura della politica è evidente che c’è un problema. Nessuno chiede a Meloni di ispirarsi alla riservatezza dei leader di una volta, a cui capitava di esagerare in discrezione, ritrosia e qualche volta perfino opacità. 

Erano altri tempi, e non è il caso di evocarli troppo. Ma la sensazione di questi giorni è che si stia instaurando un rapporto un po’ bulimico con i media. E che quel rapporto non sia tanto la celebrazione di una forza ma semmai la rivelazione di un problema.

Fonte: “La Voce del Popolo” – 19 gennaio 2023

[L’articolo è qui riproposto per gentile concessione del settimanale della Diocesi di Brescia] 

LA SINISTRA DC NON VA IN ARCHIVIO, ANZI ILLUMINA CON LA SUA STORIA LA POLITICA ODIERNA.

Ho letto che alcuni amici cattolici democratici lamentano che i grandi leader della sinistra dc del passato vengono oggi anche ricordati e celebrati da esponenti autorevoli e qualificati del centro destra. Ora, che la lezione, il magistero e l’attività politica e di governo dei maggiori leader della sinistra dc siano riconosciuti e ricordati dalla politica a livello trasversale non è affatto negativo. Anzi, è un significativo passo in avanti sulla strada del rafforzamento della democrazia contro ogni tentativo teso a radicalizzare il confronto politico e culturale.

Ora, va pur detto con chiarezza, la sinistra italiana non è così abituale a riconoscere l’esperienza politica e di governo dei leader della sinistra dc. E, aggiungo, anche legittimamente e comprensibilmente. Al di là dei fisiologici riconoscimenti formali se non addirittura protocollari, è appena sufficiente ricordare la personalità di Carlo Donat-Cattin, il più prestigioso leader della sinistra sociale democristiana per rendersi conto che la lettura storica e politica della sinistra italiana non è particolarmente elogiativa. Per usare un eufemismo. E, probabilmente, la stessa valutazione vale anche per altri grandi esponenti del filone del cattolicesimo popolare e democratico italiano. È di tutta evidenza, quindi, che anche altre grandi correnti culturali del nostro paese possano rileggere, e condividere, la testimonianza politica e culturale di questi grandi uomini e donne che hanno caratterizzato per molti anni l’evoluzione della politica del nostro paese. Ma, comunque sia, quello che conta ai fini della concreta esperienza vissuta dai maggiori esponenti della sinistra dc nel partito di riferimento, nelle istituzioni e nella politica in generale, è evidenziare, in termini sempre più oggettivi e trasparenti, quello che ha rappresentato la sinistra dc nel suo complesso nel nostro paese.

L’elemento determinante, però, è un altro. E cioè, se si rilegge la storia della sinistra dc ci si rende conto che si tratta di una pagina politica che non è banalmente storicizzabile o, peggio ancora, da archiviare. E questo lo si evince direttamente da ciò che questi leader hanno rappresentato nel corso della storia democratica del nostro paese. Sia in termini di azione politica e sia, soprattutto, sul versante della concreta azione di governo. Al netto, come ovvio e scontato, del profondo cambiamento del contesto politico ed istituzionale che è intervenuto. Tocca, però, a tutti coloro che continuano ad individuare in quella esperienza politica, culturale e di governo una fonte importante anche per orientarsi nella complessa situazione politica contemporanea non ritrarsi, sacrificando cioè sull’altare delle singole convenienze personali la rinuncia alle proprie origini. È ciò che capita oggi, ad esempio, all’interno del Pd dove la definizione e il rilancio della cultura e della storia della sinistra italiana sono radicalmente estranei a tutto ciò che è riconducibile al filone del cattolicesimo politico e sociale del nostro paese.

Perché la sinistra dc, più “politica” o più “sociale”, continua ad essere un faro che può illuminare il concreto comportamento di chi si impegna nella cittadella politica italiana. E non solo sotto il profilo culturale ma anche, e soprattutto, su quello più propriamente politico. Dopodichè, che sia la sinistra o il centro destra a sottolineare la “contemporaneità” o la “modernità” politica e culturale di alcuni grandi esponenti della sinistra dc poco importa. Quello che conta è non dimenticare le proprie radici. Soprattutto da parte di coloro che hanno concretamente militato in quelle straordinarie comunità politiche ed umane.

SALVATORE LA ROCCA NELL’ANNIVERSARIO DELLA SUA SCOMPARSA: RILEGGIAMO IL RICORDO DEGLI AMICI SU “IL POPOLO”.

Salvatore La Rocca, consigliere nazionale del partito, si è spento nella sua casa romana di via Pio Foà 23, la sera di mercoledì scorso. I funerali si svolgeranno nella mattinata odierna, alle ore 11,30, presso la Parrocchia di Santa Maria Madre della Provvidenza, via Donna Olimpia 35. Giorgio Pasetto, Elio Mensurati, Federico Fauttilli e Lucio D’Ubaldo tracciano qui, con un breve ricordo, il profilo umano e politico dell’amico Salvatore. A tutti i suoi cari, in particolare alla moglie e ai figli, le condoglianze della redazione de “Il Popolo”. 

In questi ultimi anni, Salvatore La Rocca era tornato a svolgere con la semplicità, l’abnegazione e l’intelligenza che lo contraddistinguevano un lavoro umile, impegnandosi a fianco degli amici popolari di Monteverde, nella realtà della XVI circoscrizione. Aveva iniziato così, da giovanissimo, accompagnando e vivendo la nascita della esperienza romana della sinistra democristiana. Quando la Sezione di Montesacro, dove egli sul finire degli anni ‘50 svolgeva la sua attività militante, registrò il formarsi di una nuova maggioranza attorno ai giovani della componente di “Base“, anche per opera della sua prese corpo l’idea di affidare a Giovanni Galloni la Segreteria sezionale, come segnale simbolo di una battaglia politica di rinnovamento della linea politica democristiana.

Per i suoi indubbi meriti fu via via sollecitato ad assumere incarichi e responsabilità a vari livelli: dirigente locale del partito, Vice Segretario regionale, Presidente dell’ACEA, Deputato, Segretario romano, Consigliere comunale, Amministratore in aziende pubbliche di rilievo nazionale e romano.

Ma tutto questo, che pure descrive lo sviluppo di un pregevole curriculum vitae, non dà conto della personalità di Salvatore.  

Colpì nella sua azione la capacità di vivere con distacco l’esercizio democratico del potere. Aveva invece la consapevolezza di dover stabilire, con se stesso e con gli altri, un modulo d’impegno che fosse aperto costantemente alla necessaria assunzione – se del caso – dell’onere e delle responsabilità di stare in minoranza, di essere opposizione.

Senza tuttavia cadere nella tentazione inversa dell’isolamento moralistico e strumentale.

Ha potuto perciò trasmettere un insegnamento prezioso che dovrebbe aiutare a capire quanto sia importante nella vita di partito concorrere sempre alla formazione di una linea e di un indirizzo politico, anche se le circostanze dovessero imporre di distinguere le proprie responsabilità dalle occasionali maggioranze. Ecco perché il gusto, la scelta, il desiderio di organizzare la proposta attraverso il dialogo con tutti gli interlocutori possibili, nella intima convinzione che nessuna scelta in politica abbia valore e sostanza al di fuori di una cultura delle alleanze e del consenso. 

“Parlare con Salvatore“ era nella Democrazia Cristiana di Roma, il ricorrente e in un certo senso obbligato passaggio a cui sembrava giusto ricorrere, allorché vi fosse il problema di chiarire e di spiegare le ragioni di un determinato processo politico. 

Ha saputo parlare, discutere, comprendere ciò che gli uomini e le cose disponevano sul tavolo della politica, intrecciando così un legame complesso e fecondo con leve successive di militanti democristiani. La sua mitezza ha contenuto e nascosto, in fondo, un legittimo motivo di orgoglio: quello di aver rappresentato in ultima istanza la coscienza critica, per così dire, dei gruppi dirigenti della DC romana. Fino a quando, non ha incontrato l’opacità e il degrado della vita di un partito sempre più svuotato dei suoi valori originari e sempre più dominato da nuove, deprecabili regole. Non si è arreso, ma ha preferito accompagnare con il consiglio e la discrezione le battaglie di altri uomini e di altre generazioni. Il PPI era la sua casa, l’orizzonte entro cui poteva ridisegnare i motivi della sua prima esperienza di giovane aclista, l’altra Democrazia Cristiana che aveva a modo suo immaginato e difeso, talvolta con incomprensioni e con difficoltà, forse anche sbagliando, ma avendo dalla sua quell’impareggiabile lucidità, quell’incredibile distacco emotivo e intellettuale dalle vicende particolari. Tutto questo, di lui, ci mancherà.

Fonte: “Il Popolo” – 22 gennaio 1999.

PERCHĖ SECONDO I SONDAGGI GLI ITALIANI APPREZZANO L’IDEA DELL’UOMO FORTE AL COMANDO?

Un’occhiata ai soliti sondaggi ci segnala che 6 Italiani su 10 apprezzano un uomo forte. Perché? Il dato e la domanda dovrebbero inquietare. Ci sono cause evidenti che si possono elencare anche con una certa superficialità, di cui mi scuso. Mi chiedo se i politici sperimentano cosa significhi stare ore ad un call o conctat center per avere risposte in merito a diritti esigibili o a necessarie informazioni per accedervi. Le persone più sprovvedute e incapaci sono abbandonate. Nei giorni prefestivi, festivi, la notte i cittadini non possono contare sul proprio medico e la guardia medica li indirizza al pronto soccorso, con i guai seguenti (per costo e inappropriatezza), ecc. Bisognerebbe stare ‘dentro’ le difficoltà della gente e non solo parlarne con dati e commenti sociologici. 

È ora di rivedere il rapporto con i cittadini che è ascolto e poi soluzione. La democrazia che non decide causa il desiderio dell’uomo o della donna forte. I partiti possono evitare tale ‘nostalgia’ se fanno il loro lavoro e riconquistano la fiducia e sconfiggono sfiducia e assenteismo (quando non rancore). Alla ricerca di un lavoro degno e ben rimunerato abbiamo ridotto i posti di lavoro: tolti i bigliettai sui mezzi di trasporto pubblico (minor sicurezza e più evasori del biglietto); affidati a call center incarichi per cui sarebbe ben più efficace e gradito un operatore interno all’entecheloconosceesisentepartedellaimpresa; cooperative che sostituiscono servizi essenziali, cucina, assistenza, pulizia, ecc. invece di contare su personale professionalizzato, affezionato al ‘brand’ della istituzione; gli esempi sarebbero moltissimi e chi legge potrebbe elencarli. Purtroppo l’esempio viene dall’alto. Basti ricordare i ritardi e le difficoltà frapposte da farraginose procedure burocratiche in ogni ambito della vita comunitaria. 

I ritardi dei decreti applicativi di leggi importanti nuocciono ai cittadini: si facciano leggi immediatamente autoattuative! I concerti fra ministeri per approvare una norma abbiano un tempo di scadenza, senza possibili proroghe, per cui scaduti i giorni, si proceda per silenzio assenzio. Si misurerebbe la efficienza degli uffici. Il governo emani decreti rigorosamente aderenti al dettato costituzionale. Soprattutto a condizioni cambiate si abbia il coraggio di abrogare leggi che risultano inefficaci, perché tocca alla politica rispondere ai cittadini delle scelte. La legge Bassanini impedisce la riconoscibilità delle responsabilità e rallenta le decisioni insinuando il tarlo che la burocrazia è la sola responsabile di ritardi, rinvii e procedure, per far lavorare i diversi “azzecca garbugli“. È accelerata la vita quotidiana di tutti, anche delle persone disagiate, per cui la classe dirigente politica non può esimersi dal ‘correre’ per risolvere i problemi; apprezzerebbero anche quelli che hanno meno bisogno.

La realtà ancora una volta è stata delineata in controluce dalle parole di Mattarella nel discorso di fine anno. Non abbiamo bisogno di uno Stato assistenziale – che distribuisce bonus, condoni, detrazioni, anticipi di imposte – ma che controlli con rigore, che applichi la giustizia sociale, in una parola che attui scrupolosamente la Costituzione. Si costruisce il futuro facendo forse anche sognare i cittadini, se viene proposta una visione di cittadinanza per cui la Repubblica siamo noi, ciascuno. “La Repubblica è nel senso civico di chi paga le imposte perché questo serve a far funzionare l’Italia e quindi al bene comune“, affermazione impegnativa del Presidente. La lotta senza quartiere alla evasione è dovere dello Stato. Da qui potrebbe ripartire la reputazione della democrazia decidente e equa.

INTERVENTO SU FORMICHE | NEL SOLCO DI STURZO, IDENTITÀ E CONTINUITÀ DEL CATTOLICESIMO POLITICO. E OGGI? 

Finita la Grande guerra, l’Italia della Vittoria iniziava presto a misurare la distanza tra sentimenti di palingenesi sociale e  insufficenze delle istituzioni, con grave disagio dei ceti popolari. Tra l’armistizio con l’Impero Austro-Ungarico (novembre 1918) e l’apertura della Conferenza di pace di Parigi (gennaio 1919) il Paese visse in uno stato di generale eccitazione. I liberali, rimasti al potere, non seppero dare risposta a questo moto collettivo di speranza e insieme d’inquietudine. Si deteriorò in poco tempo il mito della “guerra vinta” e iniziò la scomposizione del vecchio blocco di potere, fino alle tormentate vicende che aprirono le porte all’avvento del fascismo nell’ottobre del 1922.

Luigi Sturzo colse con lucidità l’elemento rivoluzionario che contrassegnava, all’indomani dell’armistizio, il passaggio ad un nuovo assetto dell’Europa e del mondo. Per capire fino in fondo la genesi del Partito popolare occorre riflettere sulla conferenza da lui tenuta proprio a novembre del 1918, quando l’entusiasmo a tutti i livelli impediva di guardare ai grandi problemi emergenti dalla guerra. In quella sede, Sturzo richiamò l’attenzione sulla definitiva chiusura di un ciclo storico, iniziato con la Rivoluzione francese, e mise l’accento sulle prospettive dell’avvenire democratico dell’Italia.  

Ecco, allora, che l’appello “ai liberi e forti” del 18-19 gennaio 1919 si configura come un intreccio virtuoso di passato e futuro: da un lato eredita e riassume le ragioni di una lunga traversata nel deserto, con l’astensione polemica dei cattolici dalla vita politica nazionale (Non expedit) a causa della “ferita” di Porta Pia; dall’altro, invece, prefigura uno scenario di profondo cambiamento, con l’ingresso a pieno titolo dei partiti popolari – tra cui, appunto, il partito dei cattolici democratici (non conservatori) – nella vita politico parlamentare, nonché il necessario e conseguente ricambio di classe dirigente.

A Sturzo spetta il merito di questa sintesi propulsiva, in sostanza unificante la tradizione con il progresso, di cui si avrà pienezza di riscontro successivamente nella esperienza della Dc proposta da De Gasperi all’indomani della seconda guerra mondiale. Anche lui, pensando con originalità a un partito di centro “in cammino verso sinistra”, elabora una visione aperta del cattolicesimo politico, senza rinunciare alla forza dell’identità. Partito di governo più che di testimonianza, la Dc è “nuova” rispetto al Ppi, ma continua ad operare nel solco tracciato da Sturzo.

La continuità è un tratto che distingue l’azione dei cattolici in politica. Quando il 18 gennaio del 1994 si “chiude” la Dc e si rifonda il Ppi, l’idea di una esperienza che continua e si rinnova emerge con tutta la forza possibile. Sergio Mattarella, allora direttore de “Il Popolo”, scriverà quel giorno un editoriale per dire che la Dc “chiude formalmente la propria storia perché possa continuare una storia più ampia”. Si ritorna a Sturzo senza timore di andare, per così dire, anche oltre Sturzo.

Questo modo di pensare e di agire resta nella memoria collettiva del mondo cattolico democratico e popolare. Poco importa, al limite, se oggi tale concetto di continuità, inteso nel suo dinamismo, sconta il limite di un oscuramento che il rifiuto del “partito identitario” ha reso pressoché indiscutibile. Sta di fatto che l’Italia di oggi, con l’avvento al potere di una destra fortemente identitaria, registra semmai la fine del “partito pluridenitario”, come dimostra in parallelo la crisi del Pd e di Forza Italia. Che può accadere, dunque, alla dispersa compagine dei popolari? Nulla indica che si ritorni alla vecchia forma partito, ma nulla vieta di pensare, anche alla luce delle ultime esternazioni, che una certa consapevolezza dell’essere necessari a stessi, prima che ad altri, porti a declinare un nuovo modo di ragionare sul futuro del popolarismo, in continuità con la lezione di Luigi Sturzo.

A CASA DI SANTA PRISCA. PROSEGUONO GLI STUDI ATTORNO ALL’ANTICO EDIFICIO CRISTIANO ALL’AVENTINO.

Rocco Ronzani

Alla storia plurisecolare dell’antico edificio cristiano dell’Urbe che porta il nome di Santa Prisca, sul colle Aventino, sono stati dedicati molti e approfonditi studi e, tuttavia, meriterebbe ancora una rilettura, sotto l’aspetto archeologico e architettonico, ma anche storico e artistico. Sono state studiate ampiamente le preesistenze classiche, specialmente dopo la scoperta del mitreo del III secolo negli ambienti ipogei della chiesa. Molto resta da indagare sulla storia del monumento e delle istituzioni religiose che nel corso dei secoli si sono avvicendate nella custodia. Si rende necessaria anche la rilettura della vicenda della santa titolare che, inizialmente identificata con la martire del III secolo, fu retrodatata dallo storico della Chiesa cardinale Cesare Baronio al I secolo. Si avvalorava così la tradizione del suo battesimo da parte di Pietro e si completava la “memoria apostolica”: Paolo vi avrebbe dimorato, in alternativa alla domus alla Regola, e Pietro avrebbe svolto qui il suo ministero, celebrando l’eucaristia per una delle più antiche comunità cristiane di Roma e battezzandovi Prisca. Alla valorizzazione della memoria apostolica dell’Aventino è collegata anche la più cospicua presenza di testimonianze araldiche presenti nell’edificio sacro e nella sua cripta, realizzata e affrescata per permettere ai pellegrini di giungere più da vicino al sottosuolo che, agli occhi degli ecclesiastici deputati alla custodia, conservava verosimilmente le memorie cristiane tra le più antiche dell’Urbe.

Proprio l’episodio del battesimo è stato uno dei più valorizzati in occasione del giubileo del 1600. Committente dei lavori di restauro fu Benedetto Giustiniani, cardinale del titolo presbitoriale tra il 1599 e il 1611. La riscoperta e la promozione delle memorie paleocristiane dell’Urbe, centro della cattolicità, assumeva un ruolo nella polemica antiprotestante. Tra le grandi sintesi storico-erudite di quegli anni vanno segnalati in particolare proprio gli Annales del cardinale oratoriano Baronio, in rapporto con il Giustiniani.

È merito di Daniela Gallavotti Cavallero aver illustrato la centralità della figura di san Pietro nel ciclo di affreschi commissionati da Giustiniani a Santa Prisca. A completamento dei riferimenti iconografici petrini, già puntualmente rilevati dalla studiosa, vorrei richiamare l’attenzione sul catino absidale dove l’affresco che rappresenta attualmente sant’Agostino, frutto di una maldestra ripittura collocabile tra XIX e inizi del XX secolo, soppianta certamente l’immagine originale di un san Pietro in cattedra al quale rinviano chiaramente i simboli papali retti da angeli: la tiara, la ferula pontificale e le chiavi petrine.

Restano da indagare i motivi della presenza di due santi identificati dalla studiosa con san Benedetto e sant’Antonio abate. Il primo sarebbe stato «scelto in quanto santo eponimo del committente», il cardinale Benedetto Giustiniani; per il secondo Gavallotti Cavallero non trova motivazioni abbastanza ovvie. In realtà, il secondo santo non è identificabile con Antonio, bensì con il riformatore benedettino Giovanni Gualberto (995-1073), santo fondatore della riforma di Vallombrosa. La figura, infatti, è rappresentata con l’abito monastico vallombrosano, recante in mano il bastone a forma di tau con due manici terminanti nelle caratteristiche protomi leonine, che è poi la ferula araldica rappresentata anche nell’arme dei Vallombrosani. Il richiamo è al primitivo progetto del cardinale Giustiniani di insediare a Santa Prisca una comunità di Vallombrosani. Naufragato tale progetto, Giustiniani chiamò a risiedere a Santa Prisca gli Agostiniani della congregazione osservante di Lombardia, presenti a Roma dal XV secolo in Santa Maria del Popolo. Dopo l’impegnativo lavoro di restauro del luogo sacro, era naturale che il cardinale Giustiniani assicurasse, ai fedeli e ai pellegrini dell’anno giubilare, la cura del culto divino attraverso una presenza stabile, monastica ovvero religiosa, che garantisse il decoro del luogo sacro.

Fonte: L’Osservatore Romano – 18 gennaio 2023

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del quotidiano edito dalla Santa Sede]

LACUNE LEGISLATIVE SULLE TUTELE DEI LAVORATORI FRAGILI. QUALI PROSPETTIVE? NE PARLIAMO CON l’ON. DE TOMA.

On. De Toma, dall’inizio della pandemia fino ad oggi e prevedibilmente per un certo periodo (viste le varianti del virus in arrivo) parlamento e governi hanno affrontato e affronteranno la questione delle tutele sanitarie per i cosiddetti “lavoratori fragili”. Lei si è occupato intensamente di questa materia, con interventi in aula, emendamenti e proposte normative: intanto vuole precisare che cosa si intende per “lavoratori fragili”?

Indubbiamente occorre riferirsi ai lavoratori indicati del decreto interministeriale del 4 febbraio 2022 con il quale sono state indicate le patologie croniche con scarso compenso clinico e con particolare connotazione di gravità, in presenza delle quali la prestazione lavorativa è normalmente svolta in modalità agile. Tuttavia, alla luce delle criticità emerse in sede di attuazione del decreto rispetto alle patologie che, sebbene gravi, non sono state incluse in quelle che danno diritto a svolgere la prestazione in modalità agile, sarebbe auspicabile quanto prima una revisione della lista delle patologie richiamate nel decreto, anche in relazione agli effetti avversi sulla salute umana delle numerose varianti. Importante, inoltre, sarà tenere in considerazione tutti coloro che non possono svolgere l’attività lavorativa da remoto e non posso essere ricollocati. 

I primi provvedimenti legislativi a partire dal D.L. 17/3/2020 n.° 18 – art. 26, comma 2 e 2-bis avevano previsto una duplice tutela: l’accesso allo smart working e l’’equiparazione della malattia dei fragili al ricovero ospedaliero. Ciò si è protratto fino al 31 marzo 2022 (eccetto alcune brevi parentesi) e poi dal 24/5/2022 fino al 30/6/2022. A partire dal cd. “decreto aiuti-bis voluto dal Ministro del Lavoro Orlando è stata mantenuta la sola tutela dell’accesso al lavoro agile a domicilio mentre non è stata rinnovata la protezione per i lavoratori fragili dell’equiparazione dello stato di malattia al ricovero ospedaliero. Inoltre non si è considerato che lo smart working non è accessibile a tutti i lavoratori (ad es. i docenti ne sono esclusi) a motivo del loro profilo professionale, non declinabile a domicilio. Che conseguenze ha comportato questa scelta?

Le conseguenze sono note e una vasta platea di lavoratori che non possono svolgere la prestazione da remoto, soprattutto nel pubblico impiego, ha subito una compressione in termini di diritto alla tutela della propria salute. Quella dell’allora ministro del lavoro è stata una scelta assai infelice che potrebbe mettere a rischio la salute di questi lavoratori fragili. Dunque, ribadisco la necessità di tutelare tutta la categoria di persone, istituendo per loro una soluzione mirata e duratura.

Alla scadenza del decreto aiuti-bis (31/12/2022) e con la nuova legge di bilancio questa disparità di trattamento tra chi può fare il lavoro in smart working e chi ne è escluso, è rimasta. Pertanto si profila una discriminazione tra lavoratori di serie A e di serie B, con un profilo di incostituzionalità della normativa rinnovata fino al 31/3/2023. Inoltre è stata esclusa la tutela dell’equiparazione della malattia al ricovero ospedaliero. In questo modo un chemioterapico, un immunodepresso, un malato compreso nella categoria dei fragili di cui al D.M. Salute del 4/2/2022, per curarsi deve ricorrere al congedo contrattuale o alle ferie. Lei si è battuto a lungo contro questo vulnus normativo, purtroppo inascoltato. Quali sono le sue proposte in questa fase di stallo in cui si cercano i fondi per dare copertura ad una legge che preveda un trattamento equo e commisurato alla gravità dei casi?

Il governo oggi in carica pur nell’emergenza dettata dal pochissimo tempo a disposizione per predisporre una legge di bilancio complessa sotto il profilo degli equilibri della finanza pubblica ha, purtroppo, confermato quanto già fatto dal passato governo  prorogando tuttavia le tutele al 31 marzo prossimo. Sono tuttavia consapevole che ciò non basta e mi adopererò affinche da un lato siano posti in campo entro quella data gli opportuni correttivi atti ad una maggiore tutela diffusa e dall’altro mi lascia ben sperare la volontà annunciata dal Ministro del Lavoro Marina Calderone di rivedere la legge sul lavoro agile, che oggi peraltro è divenuto una realtà lavorativa diffusa e consolidata sia nel privato che nel pubblico impiego. La revisione annunciata dal Ministro Calderone saprà certamente dare forma strutturale alle positive esperienze di lavoro agile e di Smart working attivate e che, indiscutibilmente hanno confermato un miglioramento in termini di produttività della prestazione lavorativa e, senza dubbio, della qualità della vita di milioni di lavoratori. Soprattutto quelli che svolgono pesanti attività di cura familiare nei confronti dei figli o di altri congiunti con disabilità grave con loro conviventi e parlo in particolar modo dei caregiver familiari che oramai dal 2017 attendono incolpevolmente il completamento della normativa di riferimento. Cosa peraltro inserita a chiarissime lettere nel programma di Fratelli d’Italia e che mi auspico possa esser presa in considerazione nei prossimi provvedimenti, passata questa prima fase di governo, caotica e soprattutto “con la coperta ereditata che è abbastanza corta”.

Un’ultima domanda che è anche una constatazione sul grado di civiltà del Paese. In considerazione della delicatezza della materia (parliamo di malati di tumore, soggetti immunodepressi, affetti da patologie degenerative come l’artrite reumatoide, invalidi ex legge 104/92…che vengono invitati ad accedere alla 4° e finanche alla 5° dose di vaccino) ritiene urgente che si assumano provvedimenti anche sui luoghi di lavoro e si prevedano tutele altamente cautelative verso i soggetti più esposti al contagio? David Quammen scrisse che viviamo in un mondo di virus: quello del Covid 19 e delle sue molteplici varianti non va forse combattuto sul piano della prevenzione, innanzitutto? Correre ai ripari inseguendo la pandemia con decisioni postume non sembra una buona strategia. Che cosa ne pensa?

Lei ha utilizzato una parola che ho molto a cuore: “civiltà”. Ecco, amo sempre ricordare, come ho fatto nei miei interventi in Aula nella passata Legislatura, che questa che sto conducendo è una vera e propria battaglia di civiltà a sostegno dei lavoratori fragili.

Detto ciò, Le rispondo con una frase che dovrebbe essere il must to do di ogni buon cittadino “la mia libertà finisce dove inizia quella dell’altro”. In ragione di ciò credo che non possano esservi più costrizioni e privazioni dei diritti fondamentali come avvenuto nel recente passato, perché il danno potrebbe rivelarsi maggiore del beneficio ma che debba prevalere il senso di rispetto e di tutela della propria salute e di quella dell’altro adottando i più consoni comportamenti. Dunque la mascherina ad esempio, indossata nei luoghi di lavoro o, per dirne una, sui mezzi pubblici, non deve essere una imposizione ma un dovere sentito con responsabilità del bravo cittadino che protegge se stesso e chi gli sta vicino. È tutta una questione di educazione civica. 

Infine, la pandemia, ci ha fatto conoscere un nuovo “modo di lavorare”, già presente in passato in alcuni settori ma indubbiamente accentuato durante il periodo del lockdown dovuto alla pandemia da Covid Sars 2, ovvero lo smart working. Questo nuovo modo di intendere il lavoro, secondo me, è importante sia sfruttato laddove possa rappresentare un concreto miglioramento/necessità del lavoratore, rendendo appunto il lavoro “agile”, senza però azzerare completamente (per coloro che ne hanno la possibilità ovviamente, ovvero coloro che non rischiano per la propria salute), le relazioni sociali. In conclusione credo che un giusto bilanciamento tra smart working e lavoro in presenza possa solamente giovare al lavoratore, fermo restando il dovere di istituirlo in maniera quotidiana e dunque fissa, per tutti quei fragili che per motivi di salute, “devono poter esser protetti dal contatto con il mondo esterno”.

18 GENNAIO 1994: A 75 ANNI DALL’APPELLO DI STURZO, RINASCEVA IL PPI. PER MATTARELLA, CHIUSA LA DC, S’APRIVA UNA “UNA STORIA PIÙ AMPIA”.

Settantacinque anni separano il 18 gennaio del 1919 da quello di oggi. Oggi però la DC non rievoca quella data. Non celebra un avvenimento, lo pronuncia di nuovo. In un Paese immensamente cambiato rispetto alle sue condizioni di inizio del secolo, la Democrazia Cristiana chiude formalmente la propria storia perché possa continuare una storia più ampia: quella dell’impegno dei cattolici nella politica italiana. Altri partiti l’hanno fatto per rompere con il proprio passato, noi lo facciamo per ricollegarci al nostro passato e, sulla base di una straordinaria esperienza, dare vita a un nuovo soggetto della politica.

Che cosa pronunciamo nuovamente oggi? Innanzitutto una identità. Una vocazione laica, cristianamente ispirata. Una vocazione in nessun modo integralista, che darà vita non al partito dei cattolici ma a un partito di cattolici democratici che cercherà di vincere sulla base delle proprie proposte e di una propria, ritrovata coerenza tra fini e comportamenti, ciò che si era andato deteriorando e dissolvendo. Poi pronunciamo un impegno e un metodo di lavoro.

Perché la nostra proposta sia credibile, occorre far si che nel partito popolare non ci siano “padroni di casa“ e “ospiti“ e più o meno graditi. In altre parole è necessario intendere la costruzione del nuovo partito come un lavoro comune, che nasce dal basso, dal tessuto civile.

Che impegna le realtà vive di mondi diversi, e non solo di ispirazione cristiana, pronti a condividere un medesimo progetto di solidarietà, di progresso, di libertà e di giustizia, di sviluppo dell’unità nazionale nel solco della migliore tradizione del cattolicesimo democratico.Il Partito popolare vuole essere strumento politico della società civile, delle donne e degli uomini che credono nel valore della partecipazione politica, della responsabilità personale, dell’impegno diretto.

Non esistono scorciatoie che evitino la fatica, ma anche la passione di questa operazione politica. E a quella fatica sono chiamati tutti coloro che hanno a cuore il futuro della presenza politica dei cattolici.

VERSO LE ELEZIONI EUROPEE. CHE RUOLO AVRANNO I POPOLARI NEL 2024?

Tutto lascia prevedere che saranno le elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo, nel giugno del 2024, il vero test elettorale sul quale verrà valutato il nuovo governo di Destra ma soprattutto verranno testati i nuovi assetti politici che stanno iniziando a delinearsi in questi mesi ma che sono ancora in via di definizione. È questa una condizione anche di altri Paesi dell’Unione, ragion per cui davvero la prova elettorale continentale del prossimo anno potrebbe assumere un rilievo molto importante per il futuro della politica europea. Quanto ciò sia vero lo dimostrano, al momento, le iniziative che alcuni attori politici stanno cominciando ad avviare.

La premier, nella sua versione di leader dei Conservatori europei, sta prudentemente avviando colloqui e sondaggi con i Popolari europei, rappresentati in Italia da Berlusconi e Tajani ma ben consapevoli che oggi le carte del centrodestra italiano le dà Giorgia Meloni. Favorita dallo spostamento a destra del PPE, ora orfano della leadership incontrastata e centrista con sguardo a sinistra di Angela Merkel e timoroso di perdere ulteriori consensi sul fronte più conservatore. Quella che però potrebbe diventare una dura competizione su quella parte dello scacchiere è al tempo stesso una opportunità per costruire un fronte comune e vincente da contrapporre alle socialdemocrazie continentali, attualmente non tutte in buona salute. Scardinando così alla radice l’asse politico, quello fra socialisti e popolari, che ha da sempre retto l’organizzazione e l’impostazione politica generali della UE. La tentazione nella quale sta cadendo la CDU guidata da Friedrich Merz (da sempre acerrimo avversario della Merkel, collocato su posizioni di destra) è un’eccellente opportunità per la Destra europea, che potrebbe in questo modo uscire dal ghetto nel quale è confinata da sempre. Certo, l’operazione non è semplice, presenta margini di rischio per tutti ma ha un suo fascino e una sua logica. Si tratterà di vedere se Giorgia Meloni vorrà non solo esplorarla ma poi anche attuarla. Un tema sul quale tornare.

Poi ci sono le manovre sul fronte liberaldemocratico, che si pone al centro degli schieramenti europei, anche se tradizionalmente più prossimo ai socialisti che ai popolari. Ma tutto è in movimento, anche qui. La guida delle operazioni è del Presidente francese Emmanuel Macron. Non è un caso se l’altro giorno in una sala affollata la presentazione a Milano del progetto Renew Europe è stata fatta, alla presenza di Calenda e Renzi, da Sandro Gozi, già deputato del Pd ma attualmente parlamentare europeo eletto in Francia nel partito di Macron, del quale è amico personale. Renew Europe si propone di fatto come lo sviluppo della vecchia ALDE, l’alleanza democratica guidata anche allora da un francese, Francois Bayrou, della quale al Parlamento Europeo era parte un ventennio fa la Margherita di Francesco Rutelli e dei Popolari.

Infine, la socialdemocrazia oggi orfana dei laburisti inglesi e oscillante fra impennate elettorali e severe cadute a seconda dei paesi e dei momenti storici ma in generale non proprio in eccellenti condizioni, oggi a forte rischio d’essere peggiorate se lo scandalo che ha coinvolto alcuni suoi esponenti dovesse allargarsi e consolidarsi in quel campo e solo in esso (cosa però che, allo stato, non può essere ipotizzata a priori).

Bene. In questo quadro qui sommariamente tratteggiato quale è il poto, lo spazio, il ruolo dei Popolari italiani, dei cattolici democratici italiani? Forse però la prima domanda da farsi è se c’è ancora un popolarismo attivo e consapevole di sé, in Italia. Un tema che è affiorato nella bella e interessante iniziativa di un mese fa voluta dall’Associazione Popolari, ma che ora richiede un approfondimento e uno sviluppo. In effetti, osservando con occhio disincantato e però critico la situazione, si può notare che i Popolari (almeno: quelli che sono ancora nell’agone politico richiamandosi, in un qualche modo, alla loro nobile tradizione) sono sparsi un po’ qua un po’ là senza essere davvero incisivi ovunque. Non certo lo sono quelli che sin dall’inizio della diaspora sono andati a destra, capaci di cogliere qualche postazione un tempo grazie a Forza Italia ma oggi in difficoltà a fronte del prevalere della Destra. Ma questo si sapeva.

Il problema sono quelli – ad esempio chi scrive – che hanno convintamente sposato la causa del Pd e che poi negli anni si sono ritrovati in un partito sempre più lontano valorialmente, e oggi persino inetto politicamente, condizione quest’ultima che i cattolici democratici non avevano mai conosciuto, in Italia. A livello continentale, per sovrappiù, essi sono addirittura rinchiusi nell’alveo del socialismo (la dicitura del Gruppo al Parlamento di Strasburgo, Socialisti & Democratici, non essendo certo sufficiente a negare il dato oggettivo, facilmente certificabile leggendo qualsiasi organo di stampa). Ma pure, al momento, assenti dal citato nuovo progetto liberaldemocratico, che è imperniato sul macronismo e che qui in Italia è rappresentato da Calenda, con Renzi che vi partecipa certo non in qualità di Popolare. Insomma, se come tutto lascia prevedere saranno le elezioni europee del prossimo anno il crocevia dei nuovi assetti politici nazionali e probabilmente pure europei, i Popolari devono capire e decidere se affrontarle con un piglio certo più combattivo di quanto dimostrato sinora. Se vorranno ancora avere un ruolo. Appunto, se.

DIO PATRIA E FAMIGLIA? DANTE NON È IL POETA DELLA DESTRA.

Domenica Nicola Tuzzabanchi – ma chi si nasconde dietro questo pseudonimo? – ha avuto il merito con la sua garbata ironia di farci pendere con tenerezza verso il grande padre Dante, tirato per la giacchetta dal Ministro della cultura della Repubblica italiana. Questi appare in tutta la sua pastosa iattanza culturale nel desiderare un’Italia assoggettata ad una dimensione piccola, se non minuscola, di una destra custode della tradizione. Una tradizione che si traduce nei valori ritenuti fondanti per questo tipo di riferimento: Dio, Patria e Famiglia (con le iniziali maiuscole). Valori che creano un imbarazzo strisciante anche nella compagine di governo, non perché di per sé siano superati, ma perché nella loro rigidità precludono quello della solidarietà, che è il cardine del cristianesimo rivendicato quale credo fondante riconosciuto.

Se volessimo portare all’estremo il ragionamento, i tre valori così come sono citati andrebbero bene per un bel numero di credo (o credi, l’Accademia della Crusca lascia a noi decidere) religiosi. In realtà, chiudere la cultura cristiana espressa da padre Dante nel quadrato politico guelfo/ghibellino significa riportare in auge uno scontro tra fazioni per le quali, alcuni secoli fa, ci siamo scannati come capretti tra cristiani, cedendo anche incosciamente all’affermazione di sé attraverso lo scontro. E anche questo è un segno poco cristiano, se il comandamento primo è amatevi gli uni e gli altri.

Peggio andò, come sappiamo, tra i guelfi bianchi e i guelfi neri, divisi dal rapporto con il Papa regnante, sicché lo scontro fu ancora più aspro, tanto da portare Dante all’esilio. Certo Tuzzabanchi non si osa al dispregio dell’esibita cultura ministeriale, tanto di letteratura che di storia e finaco di catechismo, e gliene siamo grati; ciò nondimeno noi lettori, che non siamo disincantati, sappiamo che la cultura di destra ha una rappresentanza degna di attenzione, sebbene non veda (o vedeva) il ministro nostrano tra i suoi portavoce. Umilmente segnaliamo però l’incombenza di un silenzio assordante, proprio di quanti invece di quella destra, per l’appunto degna, ne sono o ne vogliono essere testimoni. Con il rischio, a forza di silenzi, di trovarsi essi stessi a misurare l’onta del ridicolo, magari per un’eventuale, non del tutto improbabile, campagna di propaganda popolare per la revisione dei testi scolastici.

IUS PACIS. LA MINACCIA DELL’OLOCAUSTO NUCLEARE ESIGE CHE SI DIVENTI OPERATORI DI PACE.

Il periodo storico che stiamo vivendo è caratterizzato, come ha ben spiegato Papa Francesco, dalla terza guerra mondiale a pezzi. Una guerra che viene ferocemente combattuta in spregio alla gente che soffre e che muore, e in spregio alle idee e ai valori incentrati sul “ripudio della guerra”. Il ripudio della guerra, com’è noto, è stato stabilito nella Costituzione italiana, che ha appena compiuto 75 anni di vita. L’umanità sta rischiando di perire a causa del probabile olocausto nucleare. Pertanto è da considerare importante la possibilità di mettere a frutto ogni idea a favore della pace, che non può essere, quest’ultima, una tregua tra due guerre ricorrenti.

Non possiamo, non dobbiamo perire senza nulla dire; non possiamo, non dobbiamo lasciare al “Fato”, senza nemmeno reagire, la facoltà di decidere i passi decisivi verso l’apocalisse; non possiamo non provare a renderci operatori di pace; non possiamo essere neutrali tra coloro che fanno le guerre e coloro, gli esseri umani con o senza divisa, che le guerre le subiscono. È esigito, quindi, un impegno diffuso e corale rivolto a realizzare una vera rivoluzione culturale che porti all’affermazione di un nuovo diritto inviolabile dell’uomo, un diritto universale e fondamentale delle umane genti: lo ius pacis.

Lo ius pacis, prima ancora di essere recepito dagli ordinamenti giuridici, dovrebbe entrare nella coscienza dei singoli esseri umani e dei popoli attraverso: 1) l’elaborazione di concetti e parole chiave capaci di disseminare la consapevolezza sulla urgente necessità di abbandonare definitivamente l’epoca primordiale e barbarica della guerra fra esseri umani (guerra che ai nostri tempi è anche guerra distruttiva di dimensione planetaria); 2) l’acquisizione della consapevolezza, da parte di tutti i popoli del Pianeta, che il comandamento “non uccidere” dev’essere composto di due sole parole, senza altre aggiunte o locuzioni di qualsiasi specie, come sono i casi, entrambi tribali, del “non uccidere un uomo della tua tribù” e del “non uccidere un uomo della tua nazione o della tua religione”; 3) la consapevolezza generalizzata delle conseguenze irreparabili e funeste dell’olocausto nucleare.

Quanto alla guerra fra esseri umani e natura, non bisogna tenere conto solamente del selvaggio uso del territorio e del clima, ma anche delle conseguenze dannose e irrimediabili sull’ambiente delle guerre “moderne”. Infatti la scienza e la tecnologia hanno approntato letali armamenti idonei a porre fine all’esistenza della vita nel Pianeta Terra, mentre la cultura umanistica segna il passo e nulla fa per indirizzare a fin di bene lo sviluppo della ricerca e del sapere scientifico.

Si potrebbe obiettare che il pensiero rivolto ad una nuova era senza guerre sia un’utopia. Me ne rendo conto. Ma non mi pare azzardato osservare che l’utopia sia stata e possa ancora essere il motore del progresso. Al riguardo, le idee sullo ius pacis coincidono totalmente con i contenuti e le finalità indicate dal Papa Francesco e con quanto ha scritto Albert Einstein. Significative sono, ad esempio, le affermazioni del Papa secondo cui la guerra è una pazzia e il suo riferimento allo ius pacis lanciato in occasione dell’incontro di preghiera innanzi al Colosseo con i leader Cristiani e delle altre religioni. Le parole del Papa, pronunciate il 22 settembre 2022 dalla sua finestra, sono particolarmente significative: “Per favore, facciamo respirare alle giovani generazioni l’aria sana della pace, non quella inquinata della guerra, che è una pazzia!”

Ricordo perfettamente il “clima” di paura vissuto nel secolo scorso dall’intera umanità durante la crisi di Cuba. E ricordo la soluzione che fu trovata, per impedire l’olocausto nucleare, dai leader politici e religiosi di quel tempo. La Pacem in Terris di Giovanni XXIII è un documento importante anche perché maturato in quel contesto di reale pericolo per l’umanità.

In questi ultimi tempi, nei quali la terza guerra mondiale è già scoppiata a pezzi, c’è una situazione gravida di pericoli maggiori di quelli che abbiamo conosciuto durante la crisi di Cuba. Ecco perché, a mio avviso, necessita divulgare e illustrare idee a favore della pace.
Grandi uomini hanno elaborato pensieri di pace. Ma quasi sempre i loro pensieri sono cancellati dalla memoria umana. Basta citarne uno per tutti: Albert Einstein. Le sue riflessioni e le sue indicazioni contro la guerra e a favore della pace dovrebbero diventare oggetto di insegnamento nelle scuole. Cito alcuni passi di un suo libro dove, a proposito della guerra, ha testualmente scritto: “Bisogna sopprimere questa vergogna della civiltà il più rapidamente possibile”…“i giornali di un paese possono, in due settimane, portare la folla cieca e ignorante ad un tale stato di esasperazione da indurre gli uomini ad indossare l’abito militare per uccidere e farsi uccidere…” … ”nonostante tutto, io stimo tanto l’umanità da essere persuaso che questo fantasma malefico sarebbe da lungo tempo scomparso se il buonsenso dei popoli non fosse sistematicamente corrotto, per mezzo della scuola e della stampa, dagli speculatori del mondo politico e del mondo degli affari” .

Quanto alla pace, le parole di Albert Einstein, sono particolarmente significative: “Gli uomini veramente superiori delle generazioni passate hanno riconosciuto l’importanza degli sforzi per assicurare la pace internazionale. Ma ai nostri tempi lo sviluppo della tecnica ha fatto di questo postulato etico una questione di esistenza per l’umanità civilizzata di oggi e la partecipazione attiva alla soluzione del problema della pace è considerata una questione di coscienza che nessun uomo coscienzioso può ignorare”.

D’altronde, le iniziative e le parole del Papa, che ha preso il nome del Santo di Assisi, stanno aprendo la strada verso una sperabile svolta epocale. Non basta il pacifismo che puntualmente soccombe innanzi al bellicismo, il bellicismo che, per sua natura, è sordo, cieco e portatore di “valori” alternativi ai bisogni di buona salute, di buona educazione e di buon lavoro degli umani.

Non basta la pace diventata una pausa temporale tra una guerra e quella successiva. Non basta la cultura consolatoria e assolutoria, spesso di natura religiosa, dopo ogni guerra. Non basta essere neutrali, ma bisogna essere contro le guerre, come ha insegnato Gino Strada, con comportamenti concreti.

Dobbiamo alzare forte e chiara, da donne e uomini liberi e forti, la nostra voce a favore dello ius pacis, che deve diventare uno dei diritti inviolabili dell’uomo, alla stregua del diritto alla vita e del diritto alla libertà. Del diritto, cioè, alla libertà di vivere ripudiando la guerra, ovvero ripudiando il “diritto” a causare morte e distruzione. Lo ius pacis dovrebbe diventare un diritto azionabile con relative responsabilità, cioè un diritto correlato a specifici doveri dei singoli individui, delle comunità e, soprattutto, dei decisori politici.
Sotto quest’ultimo aspetto, quello dei doveri, l’etica della responsabilità dovrebbe totalmente ispirare e regolare ogni atto dovuto. Il concetto di responsabilità dovrebbe essere seriamente incardinato nell’idea di un nuovo umanesimo.

Può, il 2023, diventare un anno veramente nuovo, un anno ri-generativo di un nuovo umanesimo caratterizzato dalla responsabilità di tutti e di ciascuno nella cura del futuro dell’umanità e nella cura della “casa comune”?.

LA CINA INVECCHIA A UN RITMO PREOCCUPANTE PER LE AUTORITÀ. E ANCHE L’ECONOMIA PERDE COLPI.

La Cina invecchia troppo in fretta. La popolazione cinese è scesa nel 2022 a 1,411 miliardi, in calo di circa 850.000 persone rispetto all’anno precedente. Gli analisti hanno affermato che il declino è stato il primo dal 1961. Anche il tasso di natalità è sceso al minimo storico 6,77 nati per 1.000 abitanti, in calo rispetto ai 7,52 di un anno prima e al livello più basso dalla fondazione della Cina comunista nel 1949. Sono nati circa 9,56 milioni di bambini, rispetto ai 10,62 milioni del 2021, nonostante la spinta da parte del governo per incoraggiare più coppie sposate ad avere figli.

I nuovi dati hanno accompagnato anche l’annuncio di una delle peggiori performance economiche annuali della Cina in quasi mezzo secolo, con l’economia in espansione di appena il 3%. La crisi demografica della Cina, che dovrebbe avere un impatto crescente sulla crescita negli anni a venire, sta diventando un vero e proprio allarme per la società cinese. Pechino ha già abbandonato nel 2015 la sua decennale e molto controversa politica del “figlio unico”, ma questo non ha risolto il problema di una società sempre più formata da anziani.

Molti giovani scelgono di sposarsi più tardi o decidono di non avere figli del tutto. Si sentono compressi tra la preoccupazione di doversi occupare della cura dei genitori anziani – in quanto figli unici- e la preoccupazione di crescere bambini piccoli.

Ma insieme all’inquietudine per l’invecchiamento, si prevede che il calo della popolazione, in particolare del numero di lavoratori, avrà un profondo impatto sull’economia cinese per diversi decenni. Si prevede che il costo del lavoro aumenterà, erodendo la competitività della forza lavoro cinese, e la pressione sui lavoratori per fornire assistenza agli anziani aumenterà drasticamente. Un allarme che si può riassumere nella nota frase “La Cina rischia di invecchiare prima di diventare ricca”.

Consumi: la Dieta Mediterranea vince la sfida mondiale delle diete nel 2023

La dieta mediterranea si è classificata come migliore dieta al mondo del 2023 davanti alla dash e alla flexariana ma è sotto attacco degli effetti del cambiamento climatico, dell’esplosione dei costi di produzione e delle scelte dell’Unione Europea che boccia il vino con etichette allarmistiche e promuove i grilli a tavola. Lo rende noto la Coldiretti sulla base del best diets ranking elaborato dal media statunitense U.S. News & World’s Report’s, noto a livello globale per la redazione di classifiche e consigli per i consumatori.

La dieta mediterranea – sottolinea la Coldiretti – ha vinto la sfida tra 24 diverse alternative con un punteggio di 4,6 su 5 grazie agli effetti positivi sulla salute ed è anche fra le più facili da seguire, adatta alle famiglie, semplice da organizzare con alimenti di base, incoraggia un consumo moderato di grassi sani, come l’olio d’oliva, e scoraggia i grassi malsani, come i grassi saturi, con meno del 30% circa delle calorie totali provenienti dai grassi ed è adatta a chi segue prescrizioni religiose halal o kosher. La dieta mediterranea – continua la Coldiretti – è salutare per il cuore ed è stata associata a una riduzione della pressione sanguigna, del colesterolo e del peso corporeo, nonché a migliori risultati di salute cardiovascolare e tassi inferiori di malattie cardiache e ictus. L’abbondanza di frutti di mare ricchi di nutrienti, noci, semi, olio extravergine, fagioli, verdure a foglia verde e cereali integrali nella dieta mediterranea vanta anche molti benefici per il cervello. Gli antociani in bacche, vino e cavolo rosso sono considerati particolarmente benefici per la salute.

Un ruolo importante per la salute che – precisa la Coldiretti – è stato riconosciuto ad oltre un decennio dall’iscrizione della dieta mediterranea nella lista del patrimonio culturale immateriale dell’umanità dell’Unesco avvenuta il 16 novembre 2010. L’apprezzamento mondiale per la dieta mediterranea fondata principalmente su pane, pasta, frutta, verdura, carne, olio extravergine e il tradizionale bicchiere di vino consumati a tavola in pasti regolari – continua la Coldiretti – si deve agli studi dello scienziato americano Ancel Keys che per primo ne ha evidenziato gli effetti benefici dopo aver vissuto per oltre 40 anni ad Acciaroli in provincia di Salerno.

La dieta mediterranea – sottolinea Coldiretti – conquista il primo posto, seguita sul podio da quella dash contro l’ipertensione che si classifica seconda e la flexariana, un modo flessibile di alimentarsi, che è terza. Al quarto posto la dieta mind che previene e riduce il declino cognitivo e quinta classificata la dieta TLC (Therapeutic Lifestyle Changes) creata dal National Cholesterol Education Program del National Institutes of Health con l’obiettivo di ridurre il colesterolo come parte di un regime alimentare salutare per il cuore con molta verdura, frutta, pane, cereali, pasta e carni magre.

Si tratta di un tesoro del Made in Italy che ha consentito all’Italia livelli di longevità fra più alti al mondo, ma è sotto attacco – denuncia Coldiretti – su più fronti: climatico, economico e politico europeo. I cambiamenti climatici con i danni provocati dalla siccità e dal maltempo in Italia hanno tagliato le produzioni degli alimenti base della dieta mediterranea con il crollo del 30% per l’extravergine di oliva, del 10% per passate, polpe e salse di pomodoro fino al meno 5% per il grano duro destinato alla produzione di pasta tricolore. Con l’esplosione dei costi causata dalla guerra in Ucraina più di 1 azienda agricola su 10 (13%) è in una situazione così critica da portare alla cessazione dell’attività – evidenzia Coldiretti – ma ben oltre 1/3 del totale nazionale (34%) si trova comunque costretta in questo momento a lavorare in una condizione di reddito negativo per effetto dei rincari spinti dalla guerra in Ucraina.

Ma sulla dieta mediterranea pesano anche altre minacce come il via libera dell’Unione Europea all’immissione sul mercato degli insetti come nuovi alimenti o l’autorizzazione Ue concessa all’Irlanda che potrà adottare un’etichetta per vino, birra e liquori con avvertenze terroristiche, che non tengono conto delle quantità, come “il consumo di alcol provoca malattie del fegato” e “alcol e tumori mortali sono direttamente collegati” nonostante i pareri contrari di Italia. Francia e Spagna e altri sei Stati Ue. Un pericoloso precedente che – afferma la Coldiretti – rischia di aprire le porte a una normativa comunitaria allarmistica e ingiustificata, capace di influenzare negativamente le scelte dei consumatori nei confronti di un alimento che fa parte a pieno titolo della dieta mediterranea e conta diecimila anni di storia e le cui tracce nel mondo sono state individuate nel Caucaso mentre in Italia si hanno riscontri in Sicilia già a partire dal 4100 a.c. Un approccio semplicistico e fuorviante che si concretizza anche con lo scontro sulle etichette a semaforo tipo nutriscore che si stanno diffondendo in molti Paesi dell’Unione Europea.

“Si rischia di promuovere cibi spazzatura con edulcoranti al posto dello zucchero e di sfavorire elisir di lunga vita come l’olio extravergine di oliva considerato il simbolo della dieta mediterranea, ma anche specialità come il Grana Padano, il Parmigiano Reggiano ed il prosciutto di Parma le cui semplici ricette non possono essere certo modificate” afferma il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che “è inaccettabile spacciare per tutela del consumatore un sistema che cerca invece di influenzarlo nei suoi comportamenti orientandolo a preferire prodotti di minore qualità anche perché – conclude Prandini – l’equilibrio nutrizionale va ricercato tra i diversi cibi consumati nella dieta giornaliera come nel sistema di etichettatura a batteria, e non certo sullo specifico prodotto”.

 
LA CLASSIFICA DELLE DIETE NEL MONDO NEL 2023

1)    Mediterranea

2)    Dash contro l’ipertensione

3)    Flexariana, un modo flessibile di alimentarsi

4)    Mind che previene e riduce il declino cognitivo

5)    TLC, anti colesterolo
Fonte: Elaborazioni Coldiretti su U.S. News & World’s Report’s

Progetto Cabin Art, inaugurato in Via Petroselli

È stata inaugurata in via Petroselli, angolo Via Vico Jugario la prima opera site specific di Cabin art, il progetto pilota di rigenerazione urbana promosso dal Gabinetto del Sindaco – Ufficio di Scopo Politiche Giovanili in collaborazione con Zètema Progetto Cultura, finalizzato a recuperare e valorizzare 6 gabbiotti dismessi della Polizia Locale, attraverso interventi di arte figurativa e di street art realizzati da giovani artisti.

“Cabin art è un’azione di rigenerazione urbana creativa e innovativa. Oggi con l’inaugurazione della prima opera ridiamo vita a strutture dismesse e isolate dal contesto urbano, trasformandole in un elemento artistico che dialoga con la grande ed eterna bellezza di Roma. Desidero ringraziare i giovani artisti che stanno portando la loro grande passione in un’operazione innovativa al servizio della città, l’assessore alla Cultura Miguel Gotor, la Sovrintendenza Capitolina e Zètema Progetto Cultura per l’organizzazione e per la collaborazione. Dare spazio al talento significa costruire una città più inclusiva e più bella” ha dichiarato il delegato del Sindaco alle Politiche giovanili, Lorenzo Marinone.

All’iniziativa, insieme al delegato Marinone, sono intervenuti Miguel Gotor, assessore alla Cultura di Roma Capitale, Francesco Spano, segretario generale del MAXXI, Eleonora Farina, curatrice di MAXXI Arte e componente della commissione esaminatrice, e i giovani artisti vincitori dell’avviso pubblico Cabin Art.

Gli artisti vincitori sono stati selezionati dall’apposita commissione di Roma Capitale – composta da esperti del Maxxi, della Sovrintendenza Capitolina e di Zètema Progetto Cultura – che ha valutato le migliori 6 proposte tra le 68 presentate.

L’opera inaugurata oggi si intitola IANUS ed è stata realizzata da ADR (Andrea Piccinno).

L’intervento artistico realizzato si snoda sui quattro lati del gabbiotto come una narrazione continua che partendo dal volto del Giano in ombra, prosegue con la rappresentazione della Natura che avvolge la Terra, rappresentata come un’enorme sfera arancione, che viene poi rivelata e “scoperta” allo sguardo del Giano illuminato. La lettura ciclica dell’opera fa sì che, per osservarla interamente, lo spettatore debba girarle tutto intorno.

La scelta di raffigurare Giano, il famoso dio bifronte, è legata al luogo in cui si trova la garitta: l’area archeologica del Foro Olitorio, dove sorgevano i templi di età repubblicana dedicati a Spes, a Giunone Sospita e appunto a Giano, dei quali sono visibili alcuni resti e le colonne inglobate nella chiesa di San Nicola in Carcere. La raffigurazione di Giano si pone quindi in relazione con il territorio, con l’intento di valorizzarne il patrimonio culturale, storico e artistico. Per la raffigurazione dell’antica divinità, l’artista si è ispirato alla celebre scultura fittile del II secolo a.C. nota come Testa di Giano bifronte, da Vulci.

L’opera pone inoltre l’attenzione sulle tematiche ambientali, mettendo in evidenza la natura e la sostenibilità, necessarie per la sopravvivenza della Terra.

Nei prossimi giorni verranno conclusi anche gli altri 5 interventi artistici sulle rispettive cabine dismesse: sulla Cabina 1 in Piazza Vittorio Emanuele II (Municipio I) l’opera Up to You di BiceLuna (Federica Mancini); sulla Cabina 3 in Via Casilina/Via di Tor Pignattara (Municipio V) il lavoro Rifiorire di NIAN (Eugenia Chiasserini); sulla Cabina 4 in Piazzale Labicano (Municipio VII) l’opera Al suono di Roma di Leonardo Crudi; sulla Cabina 5 in Circonvallazione Gianicolense/Via Ottavio Gasparri (Municipio XII) l’intervento The Pinkish Box di Vittorio Pannozzo; sulla Cabina 6 in Piazza di Villa Carpegna (Municipio XIII) l’opera Pattern Geometrico di MOTOREFISICO (il duo Lorenzo Pagliara e Gianmaria Zonfrillo).

BETTINI INSISTE, SI MUOVE NELLA TRADIZIONE COMUNISTA CON LA FATICA DI “ANDARE OLTRE” IL PROPRIO CAMPO.

La riflessione di Goffredo Bettini su Repubblica di ieri, 16 gennaio, ha come quasi sempre tre fasi: un punto di partenza, un’aspettativa di riflessione alta e una ricaduta concreta. Il punto di partenza è la matrice di curiosità, direi ingraiana d’origine, verso ciò che è “oltre” i confini. Questo, per altro, Bettini lo ha praticato tutta la vita passando alla storia anche per aver “cercato”…a Roma (non certo periferia del mondo), fuori dalla cittadella comunista, per esempio i Francesco Rutelli e molti (ma non tutti) coloro che da allora hanno partecipato alla lotta politica a sinistra e nel centrosinistra; con lo spirito, evidentemente, di allargare i confini della cittadella, troppo angusti anche culturalmente. E poi, cadute le mura e forse la stessa cittadella rossa, per salvare una storia ed un cammino che aveva dovuto fare i conti con sconfitte e delusioni. Non è una novità della storia sia strategica che tattica del Pci e dei suoi uomini migliori, adeguatisi ai tempi .E tuttavia con distinzioni culturali ed ideologiche forti, che nel Novecento avevano sembianze molto distanti le une dalle altre. Gli “indipendenti di sinistra” per esempio, erano un gruppo (anche parlamentare) prestigioso e di altissimo livello e culturalmente libero: certamente molti di loro, pur votando Pci, mai avrebbero aderito al comunismo come ideologia.

Franco Rodano, dal suo canto, pensava ad una palingenesi ideologica e morale col suo comunismo non marxista, capace di cooperare con la lezione del cattolicesimo politico, inverandola. Potremmo dire che lui si occupava di “teologia comunista”. Mentre in molti erano autorizzati (per esempio gli indipendenti di sinistra o i segretari di federazione più avveduti e capaci) a tessere contatti e relazioni più che altro sulla base di una condotta pratica…una sorta di “pastorale” comunista. Ingrao invece era…il “protestante” e quindi tendente all’ eresia. E Goffredo Bettini in realtà parte da lì (anche se la sua lettura delle “larghe intese” di Ingrao, con dentro Conte, sembra più una parodia francamente, e non rende giustizia al politico-poeta di Lenola). Però Io non ci vedo influenze teologiche rodaniane perchè negli anni Bettini è stato uno degli interpreti migliori della “pastorale” post comunista: aperto, curioso, creativo, concreto quel che serve (a volte serve tanto e non se lo è fatto dire due volte).

Stupisce qualcuno il volo pindarico verso Maritain (dedotto da un libro sulla relazione con Alinsky però, non certo da Umanesimo Integrale) ma ciò fa parte della riflessione alta e del suo naturale sporgersi verso gli “altri”, in questo caso i cattolici democratici co-fondatori del Partito democratico in cui – ricordo – Bettini ha svolto compiti di Coordinatore della Segreteria Nazionale alla sua nascita e nel momento del discorso del Lingotto di Walter Veltroni….non esattamente un’arringa per la presa del Palazzo d’Inverno. Dunque, Bettini alzando il livello di un dibattito davvero rarefatto coglie un tema, istintivamente più che scientificamente: Castagnetti e molti popolari che hanno scelto il Pd, contestano non la loro personale precarietà, ma il fatto che in gioco ci sia l’essenza dell’incontro di culture nel Pd, dunque l’origine del Pd stesso. E qui Goffredo arriva al terzo punto, alla ricaduta concreta: chi viene dalla cultura comunista e socialista e i cattolici democratici, debbono tornare ad incontrarsi politicamente al più presto. Segue però, a breve, presentazione dell’ultimo libro – come si sa – A sinistra. Da capo, con parte della ex sinistra Pd, che appoggia Elly Schlein (quella meno manovriera in realtà continua ad appoggiare Cuperlo).

L’impressione è che Goffredo si sia accorto che qualcosa non va: i rappresentanti di altre culture politiche hanno capacità ed orgoglio e non si fanno “spacchettare” facilmente; e soprattutto che quando spiega le cose i suoi vecchi amici (tipo Nicola Zingaretti) non ci arrivano o non ci tengono…e quindi ha bisogno di riallargare la platea. Il problema è che l’eccesso di pastorale in realtà consuma le soluzioni, che da soluzioni diventano scappatoie; e anche gli incontri, un tempo così moderni, poi sanno di stantio se non si accetta di mettere in gioco – una volta tanto – la propria capacità di egemonia culturale, che non può esistere, né in politica e né nella storia, una volta e per sempre.

SÌ AL CENTRO, MA DA POPOLARI: GUAI A METTERE IN OMBRA L’IDENTITÀ POLITICA E CULTURALE DI CATTOLICI DEMOCRATICI.

Lo diciamo da tempo e, del resto, risponde ad una prassi consolidata e ad una costante della storia politica italiana dal secondo dopoguerra in poi. E cioè, il Centro è quasi la casa naturale per la cultura del cattolicesimo politico italiano. Sia nella versione del cattolicesimo popolare e sia per quella del cattolicesimo sociale. Certo, l’evoluzione politica italiana è rapida e a volte anche tumultuosa. Soprattutto dopo l’irruzione nella cittadella politica italiana della sub cultura populista con il suo carico di demagogia, anti politica, qualunquismo e giustizialismo. Ma, con il ritorno – seppur tenue e complesso – della politica coinciso con le elezioni del 25 settembre scorso, forse è possibile che ritornino in campo i partiti politici – popolari e democratici – e anche, e soprattutto, le rispettive culture politiche. Non a caso, dopo l’affermazione politica, culturale ed elettorale della destra, è del tutto comprensibile e legittimo che rinasca anche la sinistra italiana lungo la filiera storica e politica del Pci/Pds/Ds/Pd.

Ed è proprio lungo questo percorso che si inserisce il ruolo, la funzione e la nuova “mission” dei Popolari nella fase politica contemporanea dopo la sostanziale chiusura di quella esperienza nel nuovo e futuro Partito democratico. E il processo di ricomposizione politico ed organizzativo, dal basso, che si sta costruendo da alcuni mesi a livello nazionale dell’area Popolare e che culminerà in una ‘convention’ nazionale nelle prossime settimane a Roma, conferma la scommessa di intraprendere il cammino per ricostruire, seppur con altre culture politiche, una ‘politica di Centro’ nel nostro paese. Ricostruire, cioè, un Centro dinamico, moderno, riformista e di governo recuperando, al contempo, quei tasselli che sono e restano decisivi anche per declinare una vera e credibile cultura di governo. Elemento, questo, che continua ad essere importante per la stessa qualità della nostra democrazia.

Ed è per questi motivi che il progetto politico centrista, democratico e riformista deve vedere anche e soprattutto i Popolari in prima linea. Nè in ordine sparso e nè in quanto singole “personalità”. Perché, per dirla con Donat-Cattin, la “democrazia delle persone è incompatibile con la democrazia dei partiti”. E questo perché con la “democrazia dei partiti” popolari vince la partecipazione, la libertà e la democrazia. Mentre con i singoli, o con le personalità o con i notabili, vince semplicemente l’oligarchia, l’arroganza e la sola personalizzazione della politica. Oltre alla degenerazione dei partiti in cartelli elettorali e in meri e grigi partiti “personali”.

Ecco perché attorno alla ricostruzione del Centro, di una ‘politica di Centro’ e di una ricetta programmatica riformista e democratica nel nostro paese, si gioca anche la capacità dei Popolari di ritornare protagonisti nello scenario politico nazionale attraverso la riscoperta di quei tasselli che storicamente hanno caratterizzato le migliori stagioni della democrazia italiana.

DANTE PROPONE UNA VISIONE UNIVERSALE, RIDURLA A VISIONE ITALIANA È UN ERRORE. MA COS’È IN FONDO L’ITALIA?

La Visione Universale di Dante ha avuto successo non perché fosse di destra, ma perché trascendeva le interminabili dispute sui labili successi del frazionismo italiano. In questo senso non è italiana. Dopo aver attribuito al Poeta il pensiero di destra italiano, si viaggia verso l’individuazione del prototipo di italiano, come fa pensare l’articolo su Libero di ieri, 16 gennaio, a firma della ballerina di “Ballando con le stelle” Hoara Borselli, “Dante patriota – Fu lui il primo italiano vero” (Sgarbi dixit). Per altro, a scanso di equivoci, l’unico O’Hara cui finora attribuivo dignità era il Sergente Biff di “Rin Tin Tin”, ma era la TV dei Ragazzi.

Ebbene, Leonardo da Vinci era italiano? Rimase al servizio di tizio e caio tutta la vita, alla fine si stabilì in Francia, la sua tomba (1519) e la Gioconda sono lì. Per capire qualcosa di più (Cesare Ottaviano, o Traiano, o Marco Aurelio, erano italiani?) è utile non solo tenere sul comodino Gli italiani (1964) di Luigi Barzini – un prontuario sul vizio della messinscena – ma soprattutto qualcosa sul tempo in cui l’Italia era la padrona dello sviluppo e del progresso nel mondo: basta leggere Quando l’Italia era una superpotenza. Il ferro di Roma e l’oro dei mercanti, Einaudi, 2004, un’insuperabile affresco di Giorgio Ruffolo che chiarisce molte cose. O anche L’Italiano. Il carattere nazionale come storia e come invenzione, di Giulio Bollati, 1983.

Il tempo longobardo, secondo Ruffolo, determina la “fatale spaccatura fra il Nord e il Sud del Paese, eredità oggettiva di quell’invasione”. Poi si fa strada una seconda eredità: della frammentazione, del privatismo politico, dell’indifferenza e diffidenza verso lo Stato; un sentimento che diventerà una radice avvelenata del carattere nazionale…”. E la stagione dei liberi Comuni? In ogni conflitto si doveva usare fino in fondo la forza, addirittura sino al terrore. L’obiettivo di ogni lotta era la rovina completa di uno dei contendenti: “La vita civile delle Città italiane diventava così un terribile gioco a somma zero”. Con l’incapacità di trasformare la politica in un gioco a somma positiva, dove, grazie all’accettazione del compromesso, “tutti, accettando una perdita immediata, realizzano nel tempo un superiore guadagno…”. Che sia da allora che il termine compromesso porta con sé un senso non di matura accettazione della realtà, ma di svilimento dell’immagine?

Insomma ci dimentichiamo, come dice Ruffolo, dell’essenza del miracolo italiano: “L’aver creato una ricchezza che non si trasformò in potenza ma si trasfigurò in bellezza”. Tanto che, come dice Fernand Braudel, “quando sull’Italia cadde la notte, tutta l’Europa ne fu illuminata”. Ecco i due più gloriosi e cruciali momenti della storia italiana analizzati attraverso coordinate concettuali dei nostri giorni. Dell’antica Roma l’autore analizza le ragioni del rapido sviluppo, il modello economico imperiale e il sistema agrario-mercantile a base schiavistica, le spese opulente degli imperatori, i dati della svalutazione durante la decadenza fino a giungere al momento della “rivelazione” cristiana. Dalla Roma in decadenza, l’analisi converge verso le capacità tecniche e politiche di Venezia, Genova e Pisa, la conquista dei mercati orientali che definiscono l’economia-mondo rinascimentale con al centro la penisola e le sue Città Stato. Tale primato industriale e mercantile è osservato fino al momento del nuovo lungo tramonto.

L’Italia diventa ‘universale’ oltre le sue vicende quando dopo il Quattrocento gli italiani sono protagonisti delle rotte oceaniche e del Nuovo Mondo (che è battezzata con un nome italiano: terre di Amerigo) per l’unicità delle loro personalità eclettiche. Senza Invincibili Armate alle spalle. E poi c’è l‘Italia dei riscatti, l’Italia del Risorgimento, l’Italia della Ricostruzione, l’Italia dei suoi agganci – vedi l’invenzione del PC con cui gli Americani andranno sulla Luna – con la modernità perduta nelle dispute delle Città Stato. Un miracolo permanente, con luci e ombre, dove l’universalismo del Sommo Poeta spinge a guardare sempre oltre la linea dell’orizzonte, per non dissipare un’identità caleidoscopica e perciò stesso aliena dalla sterile contemplazione di sé medesima. Lontana soprattutto dalla retorica che graffia l’immagine migliore del Paese.

PARISI, “A SCUOLA ANDAVO BENE MA MIO PADRE MI CHIEDEVA PERCHĖ…NON BENISSIMO”. IL PREMIO NOBEL SI RACCONTA – RECENSIONE


Già dalle prime pagine del suo libro o meglio, dai primi gradini della scala della sua vita, si colgono due aspetti in apparente bisticcio tra loro – se considerati separatamente – ma in realtà complementari e connotativi dell’uomo Giorgio Parisi: la normalità e l’originalità. Ho sempre pensato (in ciò confermato dalla personale conoscenza di alcuni di loro) che i veri ‘grandi’ sono persone semplici: nascoste e appartate, riflessive, amanti del silenzio, non ostentano, si pongono domande, vivono le inquietudini dell’esistenza, parlando di sé esprimono la quotidianità e le molte consuetudini in cui ci ritroviamo. Di ciascuno di loro si potrebbe dire: “È uno di noi”. Ma sotto questa coltre che li accomuna al genere umano, sono depositari di una sorta di curiosità cosmica, di una visione olistica, totale della vita, sanno cogliere l’universale nel particolare, accendono lampadine dove altri si perdono nel buio, in quella indescritta normalità che ci rende tutti uguali sanno trovare l’eureka, l’illuminazione, l’idea risolutiva, anche coltivando l’arte del dubbio e la virtù dell’umiltà senza mai perdere la spinta formidabile della motivazione, sanno andare oltre le apparenze, non si fermano al primo ostacolo, dall’errore colgono l’opportunità per ripartire e correggersi, coltivano il dovere della fatica e dell’impegno come passaggi obbligati al perseguimento di un traguardo.

In questo senso i “gradini” (con cui Parisi e Paterlini – in un libro avvincente che incede passo dopo passo nel meraviglioso mistero dell’esistenza – descrivono l’iconografia e la metafora della salita), non sono solo lo scorrere del tempo, la sequenza degli episodi, la descrizione dei contesti ambientali e delle relazioni umane, le tappe di una vita, l’essere bambini e poi adolescenti e infine adulti, poiché l’ascesa – per quanto visibile o tracciata – ha soste, ritorni e ripartenze, non è mai lineare ma conserva il fascino recondito della smentita o della sorpresa. L’aveva scritto Albert Einstein – ‘la fantasia è più importante della conoscenza’- e l’aveva spiegato Karl Popper nella sua epistemologia, basata sul criterio di demarcazione, che fa coincidere la scientificità delle teorie con la loro falsificabilità. Ho anche avuto l’onore di ascoltarlo da Rita Levi Montalcini quando mi spiegava che le teorie codificate, il pensiero pensato, le conquiste della scienza sono il traguardo di una ricerca, diventano patrimonio della conoscenza acquisita, ma non ci esimono dal coltivare il dovere e la passione dell’incessante immaginazione, poichè il pensiero e la riflessione devono sempre precedere la parola.

Senza tuttavia dimenticare che ogni gradino, essendo conquista anche faticosa, implica studio, applicazione, congetture, ipotesi, verifiche – specie nel campo delle Scienze e tra esse della Fisica di cui Parisi è diventato Premio Nobel – non per un improvviso abbaglio, una sorta di ‘carpe diem’ in cui si coglie l’attimo per farne teoria codificata. Ce lo spiega egli stesso: “La folgorazione la puoi avere sull’intuizione iniziale – a me è capitato varie volte – ma poi il risultato lo ottieni con mesi o anni di calcolo”. È questa la scala che sale – di gradino in gradino – uno scienziato e il prof. Parisi ci tiene a ribadirlo, anche per dare un senso pedagogico di questa spiegazione e l’indicazione di un metodo per i suoi stessi allievi, la consapevolezza che la lettura scientifica della realtà e dei suoi reconditi misteri comporta l’onere dell’impegno e la concentrazione sull’ipotesi intuita come vie obbligate per raggiungere un risultato inizialmente ipotizzato prima di essere validato come ‘scoperta’.

I ‘gradini che non finiscono mai’ sono la traccia a ritroso della vita di Parisi, dall’infanzia (il primo ricordo nitido a cinque anni) all’età adulta: in questa sequenza persino dettagliata e interminabile (come vuole la scienza poiché ciò che si lascia va oltre la stessa esistenza), normalità, quotidianità, interessi, originalità si intrecciano e scorrono veloci: la scelta di dispiegare il racconto in cento capitoli brevi non frammenta la continuità della narrazione in cui prende corpo una precisa identità che ha reso il nostro scienziato una persona speciale. Ci stanno la famiglia, le parentele, le prime (eloquenti, per scelta) letture, la scuola (‘andavo bene ma mio padre mi chiedeva… perché non benissimo?’), le case di abitazione, le vacanze, gli affetti (Daniella per tutta la vita…), la politica, le scelte universitarie, la ricerca scientifica, l’amore smisurato per la fisica, il metodo della ricerca.

Ma tutto questo non prende le sembianze di un banale, inevitabile scorrere del tempo, non è la cronaca per aneddoti o ricordi, anche le soste sui dettagli e i particolari apparentemente marginali o meramente descrittivi delineano i tratti del carattere, la fisionomia dell’identità, gli interessi e la vocazione. Ho imparato dal grande Maestro del cinema Pupi Avati che non basta la passione, per spiccare il volo verso la creatività del genio, che appunto si esprime in ogni contesto di applicazione elettiva e vocazionale: serve il talento che è “l’hic Rhodus, hic salta” di ogni vero genio.

Ma raccontare per tappe, episodi, circostanze, situazioni la propria salita sulla scala della vita e della missione che le si assegna e farlo gradino per gradino è un gesto di umiltà che spiega perché, come detto in esordio, normalità e originalità convivono come sintesi più alta in ogni mente critica e riflessiva, sempre protesa a lla ricerca di una spiegazione, di una risposta ad ogni ‘perché’. La lettura e il racconto sotteso diventano avvincenti poiché descrivono, gradino dopo gradino, le alterne vicende della vita, in forma quasi romanzata e certamente accessibile: qui si legge forse un atto di volontà, quello di proporsi con semplicità, quasi con sottesa ironia, con un approccio critico e non sempre indulgente verso l’io narrante. Anche l’umiltà, lo si è detto, è componente nascosta della genialità come valore soggettivo, personale, diverso.

Questa consapevolezza dovrebbe suggerire al lettore accorto una prudente conclusione, al temine del libro, in cima alla scala dove il Prof. Parisi ha legittimato una salita fatta di mille gradini: la capacità di fermarsi al di qua della soglia, la benevolenza di astenersi da ogni incauta congettura. Non tutto, infatti, può essere spiegato perché non tutto può essere capito. Lassù, in cima alla salita che la mente geniale raggiunge ci sono le risposte che quel percorso ha acquisito e che sono messe al servizio della scienza e del bene comune. Oltre resta l’imperscrutabile, intimo segreto di ogni ineguale, affascinante identità.


Breve bio-bibliografia degli autori del libro Gradini che non finiscono mai – Editrice La Nave di Teseo.

Giorgio Parisi
Giorgio Parisi (1948) è professore ordinario di Fisica teorica all’Università La Sapienza di Roma dal 1981. Ha ricevuto la medaglia Boltzmann, la medaglia Max Planck, il Premio Nonino, il Premio Wolf e il Premio Nobel per la Fisica nel 2021. È stato presidente dell’Accademia dei Lincei ed è membro di molte accademie, tra cui l’American Philosophical Society. Si è occupato principalmente di fisica teorica, in campi molto diversi come la fisica delle particelle, la meccanica statistica, la dinamica dei fluidi, i sistemi complessi, le costruzioni di computer scientifici, la teoria dell’ottimizzazione. Ha realizzato anche studi sulle reti neurali, sul sistema immunitario, sulle glaciazioni e sul movimento di gruppi di animali. Tra i suoi saggi divulgativi, ha pubblicato La chiave, la luce e l’ubriaco. Come si muove una ricerca scientifica (2006) e In un volo di storni. Le meraviglie dei sistemi complessi (2021), quest’ultimo tradotto in una ventina di paesi.

Piergiorgio Paterlini
Piergiorgio Paterlini (1954) ha pubblicato, fra gli altri, Non essere Dio. Un’autobiografia a quattro mani (con Gianni Vattimo, 2015), Bambinate (2017), Il mio amore non può farti male. Vita (e morte) di Harvey Milk (2018), Profughi (2021). Dal 1991 il suo long seller è Ragazzi che amano ragazzi e i suoi libri sono tradotti in una decina di paesi. Ha sceneggiato il film Niente paura (2010), scritto testi per la radio, la televisione, il teatro. Con Michele Serra e Andrea Aloi ha fondato il settimanale “Cuore”. Cura la rubrica Testo a fronte su “Robinson – la Repubblica”.

La promessa a San Francesco, nel libro di Luigi Antonio Greco una testimonianza di fede e di speranza

Roma, Novembre 2020. Luigi Antonio Greco, 43 anni, carabiniere, scopre di essere positivo al Covid. Non teme per sé: è giovane, in salute e guarirà rapidamente. Teme per i figli e soprattutto per la moglie Caterina, affetta da sclerosi multipla. Tutta la famiglia è contagiata. Caterina si aggrava e viene ricoverata in ospedale. Sono giorni drammatici. Il marito, isolato in casa con i figli, è in preda allo sconforto, ai sensi di colpa e ai pensieri più funesti. L’Italia è in lockdown, il Covid è un’incognita e avere notizie dei propri cari in ospedale è quasi impossibile. Luigi Antonio, cattolico praticante, si aggrappa alla preghiera.

“Era il mio modo di dire che Dio ci sarebbe stato – scrive – che avrebbe pensato lui a tutto e che, anche se io non ero fisicamente in ospedale, c’era Lui, accanto a lei”. Un giorno, mentre prepara un borsone per la moglie in ospedale, trova in un cassetto un’immagine di San Francesco. È una piccola lastra intagliata a forma di pergamena, proveniente da Assisi. “Presi in mano l’immagine, la rigirai, e pregai San Francesco di proteggere mia moglie e di farla guarire. Gli feci anche un voto: se Caterina fosse tornata a casa e fosse stata bene, avrei fatto un pellegrinaggio per ringraziarlo e onorarlo. Poi, misi la piccola immagine nel borsone per l’ospedale”. Dopo quasi un mese di cure, Caterina torna a casa guarita. Per Luigi Antonio è tempo di mantenere la promessa.

Si tratta di coprire a piedi i 296 km che separano Assisi da Roma, camminando tra i sentieri impervi degli Appennini umbri e laziali, in mezzo a una natura selvaggia e incontaminata, con ogni condizione meteo-climatica, ripercorrendo il cammino compiuto da San Francesco otto secoli fa per recarsi da papa Innocenzo III. L’impresa richiede una preparazione e una pianificazione meticolose.

La preparazione fisica, mentale e spirituale di Luigi Antonio dura quasi un anno. Durante il quale deve superare i postumi del Covid, un intervento chirurgico e dire addio al padre, mancato mentre lui è ancora convalescente. Allena ogni giorno il corpo, con l’attività fisica. E lo spirito, con letture, preghiere e meditazioni. Dedica molta cura alla selezione dell’equipaggiamento: la scelta di cosa mettere nello zaino è già di per sé la metafora di un viaggio spirituale che chiede di spogliarsi del superfluo, alleggerire l’animo dalle scorie della quotidianità e puntare all’essenziale. Proprio come il poverello di Assisi.

Luigi Antonio parte il 1° maggio 2022 in treno per Assisi. Da lì, dalla Basilica Superiore, farà ritorno a Roma il 10 maggio, dopo aver percorso dieci tappe tra borghi storici e paesaggi mozzafiato, immerso nella solitudine e nel silenzio della natura, col sole o sotto la pioggia, dormendo e rifocillandosi poche ore al giorno nei rifugi, negli ostelli e nei conventi. Sulla via, piccoli accadimenti, incontri casuali e prove da superare conducono il pellegrino lungo un itinerario di spiritualità francescana, a meditare e riflettere sulla pace dei popoli, sull’attenzione verso chi vive nella solitudine, sull’esigenza di un nuovo stile di vita più rispettoso del prossimo e della Natura. Quando Luigi torna a casa è una persona diversa, con una nuova consapevolezza della vita, in pace con se stessa e con gli altri, pronto a farsi testimone di fede e di speranza nella vita di tutti i giorni. E anche questo, in fondo, è un piccolo grande miracolo.

Il 30 % del ricavato delle vendite sarà devoluto in beneficenza per le mense dei poveri.

DANTE SECONDO MARTINAZZOLI: CRISTO SI È FATTO UOMO, PER QUESTO LA DIVINA COMMEDIA È STATA POSSIBILE.

Un autore interessante, tradotto in Italia tardivamente — ma ci sono delle intempestività utili — , professore cattolico di Storia medioevale, che insegna alla Sorbona e anche a Monaco alla cattedra che fu di Romano Guardini, Rémi Brague, ha indagato recentemente questo aspetto e ha parlato per l’Europa di una sorta di secondarietà culturale. Spiega: “Se dite che l’Europa nasce da Greci ed Ebrei, dite una cosa che ha senso, ma che non si risolve, perché sono due matrici incompatibili”. 

Il Cristianesimo, ed è così anche per Dante, non è tanto il contenuto, ma la forma dell’identità europea, perché a sua volta il Cristianesimo non afferma la sua originalità di nascita: a differenza dell’Islam che riconosce tutti i profeti di prima, ma alla fine, dopo Maometto, li distrugge tutti, il Nuovo Testamento riconosce l’Antico come luogo di nascita vera. Voglio dire che se si segue questo percorso, si scopre che l’identità europea sta fuori di sé e che tutte le letture che noi potremmo fare di una gretta difesa di ciò che è nostro, sarebbero probabilmente una scelta sbagliata. La secondarietà di Roma rispetto a Troia la dice Virgilio così che il compito di Roma trova riscontro nell’originalità che è alla base della predicazione cristiana. In questo senso l’autore che vi citavo prima ci invita a considerare l’identità europea come un’identità romana, non con il recupero delle vestigie, ma in questo modo: i Romani sapevano di non aver inventato niente rispetto ai Greci, né la politica, né la filosofia, né la poesia, né la tecnica (inventare la filosofia vuol dire inventare la tecnica). 

I Romani sapevano di aver inventato solo il diritto che è, per sua natura, l’ordine del compromesso e della transazione. Non dicevano niente in sé di originale, ma con il diritto riuscivano ad inglobare le culture e le invenzioni degli altri. Dall’altro lato il Cristianesimo, rispetto alle altre religioni, si pone con una straordinaria differenza, perché divide ciò che nelle altre religioni è unito, cioè Dio e il potere. È proprio questa identificazione che fa nascere i fondamentalismi. Cristo, invece, dice: “Date a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio”. Per concludere queste discussioni, che a volte infastidiscono, non dovremmo, quindi, aver dubbi: se possiamo parlare di laicità dello Stato, questo si deve al Cristianesimo. Il concetto di laicità dello Stato è contenuto in questa divisione tra la politica e la fede. 

Ma il Cristianesimo, sotto altri aspetti, unisce ciò che le altre religioni dividono: l’Islam divide l’uomo e Dio, il Cristianesimo li unisce perché Gesù Cristo si è incarnato e s’è fatto uomo. Questa contaminazione consente da un lato di superare il tempo greco dell’eterno ritorno facendo diventare storia il tempo, e dall’altro consente di coinvolgere anche Dio nell’avventura umana. È perché Cristo si è fatto uomo che Dante ha potuto scrivere la Divina Commedia

Qui il link per leggere il testo completo della conferenza

LA CORRENTI DC COME LE STAGIONI DI UNA VOLTA: NON ESISTONO PIÙ. INUTILE TROVARE ANOLOGIE CON IL PD.

A volte, per la verità molto spesso, si ripete la solita tesi della somiglianza dell’attuale Pd con la Dc. Almeno sotto il profilo dell’assetto organizzativo, cioè della presenza e del ruolo delle ‘correnti’. Ora, per evitare di continuare a fare paragoni impropri da un lato e di cadere in spiacevoli equivoci dall’altro, forse è arrivato anche il momento di chiarire definitivamente la questione.

Insomma, per dirlo con parole semplici e chiare, le tanto declamate ‘correnti’ della Democrazia cristiana, oltre ad essere luoghi di elaborazione politica e di crescita culturale, erano anche e soprattutto dei pezzi di società che si riconoscevano nel progetto politico della Democrazia cristiana. Non a caso, uno storico e autorevole dirigente della Dc, Guido Bodrato, ripete spesso che “la storia della Dc è la storia delle sue correnti”. E questo perchè, come ho detto poc’anzi, la Dc era un partito che rappresentava realmente un pezzo consistente della società italiana. Una rappresentanza politica, sociale, culturale, categoriale, professionale ed economica che conferma come quel partito fosse realmente “un partito di popolo” accomunato da una cultura politica omogenea che affondava le sue radici, seppur articolate e plurali, nella tradizione del cattolicesimo politico e sociale italiano.

E le ‘correnti’, appunto, non erano nient’altro che segmenti politici, culturali ed organizzativi che si facevano carico di quegli interessi sociali e politici attraverso la costruzione del progetto politico complessivo del partito. Di qui le riviste di corrente, i convegni di corrente, i grandi confronti nelle correnti prima degli appuntamento di partito, la crescita di una classe dirigente attraverso il dibattito7 e, in ultimo, l’identificazione delle ‘correnti’ con gli interessi sociali e culturali di un pezzo definito e circoscritto della società italiana. Sì, erano altri tempi ma il ‘metodo’ individuato e perseguito erano il frutto e la conseguenza di un modo d’essere in politica e nella politica. Una esperienza che ha segnato il cammino e il percorso storico della Democrazia Cristiana e, al contempo, la sua specificità nel contesto politico italiano.

Che cosa c’entri tutto ciò con le molteplici e variegate ‘correnti’ del Partito democratico resta sostanzialmente un mistero. Perchè in questo caso si tratta non di ‘correnti’ ma di gruppi o bande, a seconda dei casi, che crescono e si moltiplicano all’infinito a prescindere dalla politica, dalla sua rappresentanza sociale, culturale e categoriale. Ovvero, per dirla in termini ancora più chiari, sono luoghi di aggregazione estranei alla rappresentanza di pezzi della società italiana. Ed è proprio questo meccanismo, e anche questo malcostume, che portano le ‘correnti’ del Pd ad essere dei gruppi esclusivamente e schiettamente di potere utili per dividersi il potere interno e la rappresentanza nelle istituzioni. Cioè, gli organigrammi di partito e le candidature nei vari livelli di governo. Al punto che assistiamo – è notizia di questi ultimi giorni – a spettacoli ridicoli come il decollo di una ennesima corrente chiamata addirittura “Iniziativa democratica” come la storica corrente di Aldo Moro e di Amintore Fanfani dei primi anni ‘50 che teorizzò la nascita del primo centro sinistra nel nostro paese.

L’elemento comico, e anche patetico, è che il protagonista di questa nuova corrente è addirittura Piero Fassino, storico esponente della “casta politica”, ex comunista e a lungo turbo renziano. Un solo esempio – tra i moltissimi che si potrebbero fare – che evidenzia in modo plastico come le correnti del Pd sono strumenti di mero potere che possono moltiplicarsi all’infinito. E, non a caso, ci vorrebbe una severa e lunga inchiesta giornalistica per capire e, soprattutto, per quantificare il numero delle correnti e delle truppe che ci sono oggi nel Pd a livello nazionale e a livello regionale e locale. E questo perchè quando le ‘correnti’ prescindono dall’elaborazione politica, dalla rappresentanza sociale e dall’essere pezzi di società viva si riducono ad essere, come ormai è evidente a qualsiasi osservatore che non sia accecato dalla faziosità e dal settarismo, a meri strumenti di occupazione del potere. ‘Correnti’ e truppe che si moltiplicano a livello locale con una rapidità impressionante, soprattutto alla vigilia di appuntamenti elettorali e congressuali. Come sta puntualmente avvenendo in queste ultime settimane nel partito che aspira ad essere il “principale partito della sinistra italiana” della storica filiera Pci/Pds /Ds/Pd.

Ecco perchè, e non per pignoleria, è bene rimarcare la diversità quasi antropologica tra i modelli organizzativi di questi due partiti. Perchè, in fondo, quando prevale la politica le ‘correnti’ sono tasselli della politica. Quando, al contrario, vince solo il potere, le ‘correnti’ sono solo strumenti di occupazione del potere medesimo. E questa, del resto, è la differenza più vera tra la Democrazia ristiana e l’attuale Pd.

DIBATTITO APERTO. CAPRIOLI (RETE BIANCA) CREDE NELL’ALLEANZA PD-M5S, CARDINE DEL NUOVO CENTRO-SINISTRA.

Finalmente, dopo quasi quattro mesi di profondo travaglio, a tratti anche farsesco, nel Partito Democratico, si sta avvicinando il momento in cui si potrà disporre dei primi punti fermi (per quanto possano essere fermi i punti in politica) per provare a ipotizzare la nuova geografia dell’intera area di opposizione.

Anche noi, cattolici democratici e popolari, possiamo e dobbiamo reagire all’urgenza e iniziare a sciogliere i nodi su come vorremo porci concretamente, e con quali azioni, davanti a questo stravolgimento di scenario. La probabile, ad oggi, vittoria di Stefano Bonaccini lascia immaginare una conseguente caratterizzazione del Partito Democratico come soggetto sì collocato nel centro-sinistra ma, al di là dei proclami che potranno essere fatti dal nuovo segretario, con una vocazione alla prosecuzione del presidio delle stesse fasce e istanze economico-sociali a cui si è progressivamente dedicato, in via quasi esclusiva, negli ultimi anni. Per la collocazione che, si presume, potrebbe quindi assumere il Pd bonacciniano, si può prevedere facilmente una competizione diretta con il Terzo Polo, il cui esito potrebbe finalmente fare emergere in maniera plastica la completa estraneità dei fondamentali politici di quest’ultimo soggetto, leaderistico e liberista, rispetto alla natura politica tipica di un centro-sinistra progressista e solidarista. Una competizione il cui esito positivo dipenderà anche da quanto gli esponenti, storici e non, del cattolicesimo democratico e popolare all’interno del Pd saranno risoluti a portare avanti autentiche battaglie politiche interne, non accontentandosi di sventolare una bandierina dietro elargizione di qualche strapuntino personale in segreteria o in direzione.

Anche il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte, a sua volta nel pieno di una profonda evoluzione di contenuti e metodi, sarà inevitabilmente impattato. Una evoluzione, quella avviata dal leader pentastellato, il cui andamento in questi mesi sembra evidenziare e confermare come il presidio di alcune reali e diffuse istanze sociali delle fasce più bisognose della popolazione, la rivendicazione del valore sociale di misure solidaristiche concrete e una posizione europeista rivolta a sviluppo e pace, abbia pagato e stia ancora pagando. Un’evoluzione che però a questo punto necessita obbligatoriamente di colmare la principale lacuna che a tutt’oggi caratterizza il Movimento e che lo costringe ancora a limitarsi a proposte sulle “contingenze”: il completamento di una vera cultura politica, da porre a basamento di un pensiero politico più strutturato e indispensabile per la definizione di una propria visione organica del futuro della società.

Un Movimento che sembra quindi incamminato a diventare qualcosa di radicalmente differente dal populismo grillino del primo “Vaffa” e che pertanto sarebbe da parte nostra miope, oltre che sbagliato, continuare a giudicare frettolosamente come un soggetto con cui non si può collaborare o addirittura permeare con la nostra presenza e cultura politica. Il contributo di Roberto Di Giovan Paolo del 5 dicembre scorso sulle pagine de Il Domani d’Italia (https://ildomaniditalia.eu/un-ppi-radicale-proviamo-a-portare-scompiglio-con-le-nostre-idee-rilanciando-il-popolarismo/) ha, a mio avviso, centrato pienamente metodo e modalità con cui noi popolari dobbiamo tornare ad essere protagonisti: “non mi porrei il problema di andare alle elezioni. Anzi. Proprio per garantire di far cambiare l’agenda politica dobbiamo evitarlo. E dobbiamo portare “scompiglio” politico ed ideale, in tutte le parti politiche, permettendo la “doppia tessera”.”

D’altra parte, come ha correttamente sottolineato anche Giorgio Merlo nel suo recente contributo del 14 gennaio (https://ildomaniditalia.eu/popolari-e-lessere-contemporanei-da-bodrato-una-lezione-di-politica/), riprendendo una tesi del saggio Guido Bodrato, “un progetto politico è credibile, e soprattutto è realistico e percorribile, solo quanto è in grado di collocarsi concretamente nel tempo in cui deve operare”. Senza farsi condizionare da eventuali retaggi e pregiudizi derivanti propria personale esperienza vissuta, oso, molto indegnamente, aggiungere io.

Le due forze, Pd e “nuovo” Movimento 5 Stelle, chiaramente costituirebbero l’alleanza per il centro-sinistra alle prossime politiche. Alleanza di cui popolari e cattolici democratici, presenti e attivi in entrambe, svolgerebbero un fondamentale ruolo di collante e sintesi. Ma occorre attivarsi immediatamente: le prossime politiche potrebbero non essere il primo tra i prossimi banchi di prova a cui potremmo essere chiamati. Non è infatti implausibile che possa essere necessaria una mobilitazione massiccia sulla paventata riforma presidenzialista che la destra, grazie alla collaborazione “rivelatrice” del Terzo Polo, sta preparando in modo sempre più evidente.

Nulla come una battaglia politica combattuta “fianco a fianco” su una aspetto così importante, come il rigetto del tentativo di riforma presidenzialista, potrebbe realizzare in concreto proprio quella saldatura virtuosa tra le culture politiche, popolare e sinistra sociale, che il fallimento del progetto originario del PD ha ritardato per troppo tempo, aprendo per di più la strada nel nostro Paese all’egemonia dei promotori della “terza via” blairiana. Un’egemonia che ha provocato danni economici e politici che stiamo ancora pagando.

Diamoci da fare.

FEMINA RIDENS, UN FILM NEL QUALE UNA DONNA LA SPUNTA SULL’UOMO IMPERANTE. NELLA VITA REALE È TRAGICAMENTE DIVERSO.

Per un femminicido o femmicidio ogni giorno è buono. Non c’è un calendario appositamente dedicato a questo delitto che, grazie a Diane Russel nella seconda metà del novecento fu definito di “genere”, sottraendolo alla iniziale collocazione di omicidi di donna. Si tratta di un omicidio di donna in quanto donna, con tanto di misoginia a supporto. Una buona parola la mise anche Marcela Lagarde, antropologa messicana, per cui l’iniziale inglese “femicide” si traduce oggi nella «forma estrema di violenza di genere contro la donna, prodotto della violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte che…. possono culminare con l’uccisione o in altre forme di sofferenze psichiche e fisiche….”. Si può arrivare al sangue, ma non è necessario.

Giorni fa una giovane avvocatessa è stata uccisa dal suo compagno, con sul collo il doppio degli anni della sua età, che evidentemente non ha comunque brillato di saggezza. L’uomo ha inaugurato il nuovo anno senza stare a guardare se calendario solare, lunario, gregoriano o giuliano con tanto di differenze e sapienti distinguo. Ciò che conta è che la donna abbia pagato il suo debito con l’assassino, che le cose ha fatto per benino fino all’ultimo. Del resto al tempo dei Romani per calendae si intendeva il libro di credito e di scadenze, perché gli interessi maturavano il primo del mese. Quando un amore giunge al termine qualcuno deve saldare i conti. L’uomo, pur lavorando nel trasporto aereo, non ha volato alto nei suoi sentimenti ed è andato giù con colpi di pistola ben piantati nel petto della sua compagna. Notizie di cronaca dicono che è stato professionalmente impegnato, con probabile ogni diligenza, nel mondo del controllo del volo, perdendo però il controllo sulla terra.

A quanto è dato sapere, nel suo lavoro si è occupato anche di sindacato ed ha sindacato che non c’era altro da fare che mettere fine in modo risoluto alla loro storia senza sedere oltre al tavolo delle trattative. Al ristorante dove erano seduti si è alzato dal tavolo, inveendo contro la donna che si è rifugiato nel bagno, temendo il peggio. Sembra, in una prima versione, che il gestore, preoccupato per la situazione venutasi a creare, abbia invitato i due a sgombrare il campo ed a sbrigarsela per fatti loro fuori dal suo locale. Se vero, forse sarebbe occorsa maggiore avvedutezza. Not In My Back Yard, non nel mio cortile, sarebbe stata la scelta di spingere i due litiganti in strada con le conseguenze del caso. Dal Bimby al Nimby il passo è breve.

Dal clamore suscitato, il gestore ha invero dichiarato di aver speso ogni forma di tutela ed accudimento verso la donna, chiamando le forze dell’ordine, invitandola a restare nel locale fino al loro arrivo. La vittima dell’omicidio, forse imbarazzata per il trambusto provocato o fiduciosa di poter ancora gestire la sua situazione, si è determinata in modo diverso. Il locale si chiama Brado. Ha il sapore di libertà. Brado, per dire anche lesto e agile, par che derivi dal latino “Rabidus”, rabbioso e selvaggio come i cavalli indomiti. Rabbioso e selvaggio è stato l’uomo che, allenato per passione al tiro con la pistola, ha colpito al cuore la poveretta, perché negli affari di cuore è così che si fa.

Si deve essere a volte risoluti e determinati. “Al cuore Ramon” era la sfida che nel celebre western “Per un pugno di dollari” il buono muoveva al cattivo per essere centrato da un tiro di fucile, se ne fosse stato capace. Sotto aveva una protezione di ferro che lo proteggeva. La giovane avvocatessa ha avuto a protezione solo la sua paura. Nel film “Femina ridens”, pur in una logica deviata, la protagonista alla fine la spunta sul maschio imperante. Come in un film, la donna è morta tra le braccia del fratello che era accorso a proteggerla, risparmiato per generosità dal balordo o forse perché ne ha disprezzato il genere maschile. Occupandosi di Diritto di Famiglia, la vittima sapeva bene in che guaio si era, suo malgrado, cacciata. Proprio a lei un destino brado e senza legge.

SANGIULIANO SOGNA UN DANTE «NERO», SEBBENE FOSSE GUELFO «BIANCO». PRESTO ANCHE IL SOLE SORGERÀ A DESTRA.

Gennaro Sangiuliano, passato dalla Rai al governo, coltiva l’ambizione di ridestare il culto dell’identità nazionale. Si sente votato, perciò, alla formazione di un nuovo palinsesto e lo vuole confacente al sogno di una destra adulta e orgogliosa, senza più complessi d’inferiorità. A lui sovviene,  in questo slancio creativo, tutta l’esuberanza del commentatore televisivo, più attento a suscitare audience che a promuovere ragionamenti. Ecco allora che nel suo canone ministeriale, vincolante come quello della Rai, è impressa la visione di un’Italia da rifare. E non importa se si scivola così nello spot, tirando in ballo addirittura Dante. In fondo De Gasperi e Togliatti, come è noto, si sfidavano a colpi di citazioni a memoria della Divina Commedia.

Non serve poi molto all’impresa del ministro, pronto a cambiare in nero l’immagine del Dante guelfo bianco. “La destra ha cultura – sosteneva ieri davanti a una platea milanese di Fratelli d’Italia – e ha una grandissima cultura: il fondatore del pensiero di destra nel nostro Paese è stato Dante Alighieri, per la sua visione dell’umano e delle relazioni interpersonali e anche per la sua costruzione politica profondamente di destra”. Certo, si è affrettato a riconoscere,  l’uscita suona come “un’affermazione forte”.  E perché tanto ardore? “Fare il ministro della Cultura – ha confessato – è un po’ il sogno della mia vita, anche per misurarmi e provare a cambiare quella corrente rispetto alla quale ho sempre remato controcorrente sia nella mia attività professionale di giornalista sia come saggista e cultore della Storia. La destra ha cultura, deve soltanto affermarla”.

Affermare, affermare, affermare: però, pigiato il piede sull’accelleratore, subito si passa al freno. Dice infatti Sangiuliano: “Non dobbiamo sostituire alla egemonia culturale gramsciana della sinistra una egemonia della destra: noi dobbiamo liberare la cultura, perché la cultura è tale se è libera e aperta dialetticamente”. E qui il ministro della Cultura prova a rassicurare la pubblica opinione: “Io non voglio sostituire l’egemonia di sinistra con l’egemonia di destra, ma voglio affermare l’egemonia italiana”. Nientepopodimeno! Dante iscritto d’ufficio al partito, il partito votato all’italica supremazia, la supremazia irrorata di talento ministeriale. Se ci fosse su piazza De Gaulle, non mancherebbe di ribattezzare il tutto con il suo icastico “vaste programme, monsieur”.

Tuttavia, la conclusione può essere un’altra – chiedendo venia al ministro per l’irriverenza – ed è merito di un amico, Antonio Payar, come sempre inventivo e sagace, averla deliziosamente tratteggiata: “Rassegnamoci, a breve i libri di geografia riporteranno che la terra è un pianeta di destra; in più si dirà che il sole sorge evidentemente a destra (e, guarda caso, con i comunisti va giù a sinistra); infine, la rosa dei venti non sarà più come un tempo, proponendo la nuova quadripartizione nord-sud-destra (già est) e ovest”. Insomma, il discorso su Dante è solo un assaggio.

IL SENSO DELLO STATO E LA DIFESA DELLA DEMOCRAZIA INNERVANO IL FUTURO DEL CATTOLICESIMO POPOLARE

Da tempo si assiste a decisioni solitarie, senza alcun confronto: il partito padronale ha modificato l’impalcatura della democrazia. È un errore trasformare la Repubblica rappresentativa in una Repubblica Presidenziale. Urge la ripresa del cattolicesimo popolare.

Domenico Cutrona

Con la nascita in Europa di assetti costituzionali che sono tipicamente accentratori e culturalmente nazionali, il concetto di Stato è passato a designare ogni ordinamento sociale di carattere coercitivo, ovvero quel sistema di norme che disciplina il mutuo comportamento degli individui predisponendo atti coercitivi come sanzioni per la condotta contraria alle norme medesime. Questo tipo di ordinamento si articola secondo lo schema classico della tripartizione di Montesquieu, in base a queste fondamentali funzioni:  legislativo, esecutivo e giudiziario.

A Machiavelli viene attribuito il merito di avere fornito, con il memorabile incipit del Principe, una rampa di lancio per il decollo dello Stato moderno. Lo Stato ha diverse forme, ognuna dipendente dallo specifico punto di osservazione, nonché dalla cultura politica dei soggetti che si fanno interpreti di tale visione. In sostanza, lo Stato assume una veste importante nei rapporti con i cittadini, sicché la democrazia risponde e si connette al tipo di organizzazione del singolo Stato.

Oggi per via dell’estinzione dei partiti, ci si trova davanti a un qualunquismo mascherato da un forte pragmatismo, che in ultima istanza congela le culture politiche, con tutti i risvolti negativi a cui stiamo assistendo in questo periodo storico. Il nostro Paese è ancorato e sorretto da una Costituzione che ha sancito la negazione alla Dittatura con l’applicazione delle democrazia. Da alcuni decenni, nel paese sono emersi “nani e ballerine”, che hanno prodotto solo confusione, perché le attuali forze politiche non hanno un progetto di visione del futuro politico e dello Stato. Continuamente assistiamo, dunque, a diversi tentativi di volere modificare la Costituzione, al fine di creare una Repubblica Presidenziale, in modo che chi governa possa prendere decisioni senza che il Parlamento approvi. Siamo davvero sorpresi di questa visione politica: senza volere scomodare Pareto e Mosca, le élite politiche non devono essere scelte tra gli amici da un organo oligarchico.

Sono scomparsi i dibattiti pubblici sulle questioni importanti dello Stato. Si assiste solo a decisioni prese dal singolo senza alcun confronto, perché la nascita del partito padronale ha modificato l’impalcatura della democrazia, con un plastico processo di decadimento e corrosione. La forma migliore della democrazia è quella rappresentativa, non quella dei nominati che devono obbedire al padrone del partito. Dunque, è necessaria una legge elettorale proporzionale. Oggi qualcuno, addirittura, propone di fare in Italia un partito repubblicano similare a quello americano, cosa del tutto errata perché la storia del nostro paese è diversa da quella americana; l’Italia è stata sempre frastagliata in quanto che la nascita dello Stato unitario è avvenuta solo da dentro il palazzo. I cittadini non hanno partecipato alla sua formazione.

In democrazia i principi democratici favoriscono l’educazione dei loro cittadini, così che una forza lavoro contribuisce all’innovazione e alla crescita economica. Inoltre, in democrazia, l’autorità della legge è più forte, perché i tribunali sono indipendenti; la democrazia richiede, dunque, alcuni diritti fondamentali, che rimandano a principi inderogabili per la salvaguardia e la tutela della democrazia.

I principi costituzionali della democrazia illuminano pertanto l’articolazione in Comuni, Province e Regioni, elementi strutturali fondamentali dello Stato democratico. Abbiamo dovuto subire dalla sinistra la cancellazione delle Province, è stato un errore e vanno ripristinate; si vuole introdurre il regionalismo differenziato, sarebbe un salto nel buio con la fine dello Stato unitario; si vuole trasformare la Repubblica rappresentativa in una Repubblica Presidenziale, con la spinta implicita che conosciamo, quella cioè che riduce a sordo concerto la voce del popolo libero. Tutti questi disegni e presupposti ci portano a valutare lo stato in forma dispotica e non democratica. Francamente non ne vediamo i benefici per il bene comune, quando il pericolo sta in un accentramento del potere decisionale in poche mani, che polverizza il volere dei cittadini. Puntualizziamo, ancora, che il nostro paese  ha una collocazione europea e atlantica ben definita, che non può significare il passepartout per trasformare il PPE in una forza politica conservatrice. In realtà, quanti mirano a questo obiettivo dovranno capire che l’operazione è indigeribile, se pensiamo che il PPE nacque come espressione dell’europeismo incarnato dalla cultura riformatrice dei Democratici cristiani.

La politica presuppone una mediazione di carattere culturale come strumento di legittimazione, cosa che non può accadere per una formazione politica composta da partiti di diversa cultura e diversa visione dello Stato. La democrazia si fonda sul rigetto dello statalismo, lo stato etico che crea la sua morale; lo Stato fonte del diritto, che crea la sua giustizia; lo stato dittatoriale, che impone la sua volontà; lo Stato collettivista, quale Stato totalitario. Queste sono tutte false concezioni, contrarie alla natura umana e alla democrazia. I cattolici democratici, dopo la pubblicazione della Enciclica di Papa Leone XIII, “Rerum Novarum”, hanno intrapreso un lungo cammino per dare un connotato umano alla democrazia, senza classismi conservatori o rivoluzionari, per cui i cattolici si differenziano tanto dai liberali quanto dai socialisti.

Oggi, invece, si insiste a volere considerare i cattolici come parte della sinistra o della destra. Ciò è contrario alla storia del cattolicesimo politico, nonché alla natura stessa popolare dei cattolici democratici. Queste argomentazioni ci riportano indietro nel tempo, senza che ci sia un fondamento culturale, ma solo un certo opportunismo di tipo personale: sembra di rivivere i conflitti che nel primo Novecento portarono alla fine dell’Opera dei Congressi. La vicenda del cattolicesimo politico è ben tracciata nella storia del paese, non permetteremo a nessuno che si possano appropriare di queste grandi idee che ancora possono orientare il futuro del nostro paese. Chi abbraccia la cultura socialista o della destra conservatrice esce fuori dall’appartenenza alla cultura cattolica e con essa non ha più alcun riferimento. Quelli che approdano a queste conclusioni sono politici poco illuminati che inficiano l’azione del cattolicesimo politico, il cui orientamento progressista frena ogni compromesso con la destra e argina, al tempo stesso, la tendenza a “sciogliersi” inopinatamente nella sinistra.

È di tutta evidenza il caos e il disontieramento creato da costoro nel panorama politico. Allora  sorge spontanea una domanda: cosa fare? La risposta a questa domanda è una sola. Serve creare un partito popolare, di radice  democratica e cristiana, che possa riprendere creativamente la concezione innovativa del cattolicesimo politico. Dunque, al bando tutti coloro che vogliono appropriarsi della nostra tradizione. Volere stravolgere la storia per interessi di parte è solo forviante e desta molta preoccupazione per i cittadini. Abbiamo la consapevolezza che la democrazia è  insostituibile, ma ancora di più la presenza in politica di un nuovo soggetto politico di cattolici democratici, che possa salvaguardare tutte le classi sociali; un partito aconfessionale, progressista, che abbia un serio progetto di sviluppo per la società. Lavoriamo alla sua nascita, guardando a tutti coloro che ritengono valido e costruttivo un percorso di rinnovamento, per il bene e il futuro del nostro Paese.

IL DIFENSORE CIVICO NEL NUOVO TEMPO DELLA COSCIENZA CIVICA GLOBALE.

Pixabay

La diffusione sempre più capillare del digitale produce la creazione di nuovi spazi online per l’esercizio dei diritti fondamentali quali la libertà di espressione, di riunione e di associazione con grande impatto soprattutto nei Paesi in cui i diritti sono repressi.

Marino Fardelli

Si è svolto ad Ankara nei giorni scorsi (Turchia, 11-12 gennaio 2023), promosso dal coordinamento internazionale dei Difensori civici, il IV° Simposio internazionale su “Il futuro dei diritti umani nel 21° secolo”. In particolare, il tema al centro della discussione concerneva gli “Effetti della digitalizzazione sui diritti umani”. Il testo qui riportato è un ampio stralcio dell’intervento di Marino Fardelli,Difensore Civico della Regione Lazio nonché Presidente del Coordinamento nazionale dei Difensori civici italiani.

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La partecipazione delle cittadine e dei cittadini alla vita democratica, l’inclusione sociale e l’esercizio dei diritti non possono prescindere dall’innovazione e dalla transizione digitale che produce effetti e distorsioni sul tema della digitalizzazione e sui servizi connessi. Pervengono sul tavolo dei Difensori civici delle regioni e delle province autonome italiane diverse istanze di cittadini lamentando questioni legate all’accesso ai servizi digitali, alla connessione, alle infrastrutture, alla capacità di accedere in regime di delega (a beneficio dei soggetti fragili), a tutto ciò che comporta insomma l’attivazione di una identità digitale per usufruire quindi di servizi legati al tema della Pubblica Amministrazione.

Questa “cittadinanza digitale” che ha l’obiettivo di semplificare il rapporto tra cittadini, imprese e pubblica amministrazione, tramite l’uso delle tecnologie digitali, non avviene sempre in maniera lineare e facile e il cittadino, in un’ottica di prossimità amministrativa, lo evidenzia presentando istanze dettagliate al Difensore civico di competenza mettendo in risalto vuoti normativi, vulnus interpretativi, questioni pratiche, deficit strutturali legati alla connessione con fibra o ancora con zone d’Italia sprovviste di accesso veloce, che di fatto alimentano problematiche in merito al rilascio della cittadinanza digitale.

Il Difensore civico vuole così essere attore protagonista di questo cambiamento.

Altro tema che vorrei affrontare con voi è quello che avviene e a cui assistiamo in tema di libertà di espressione mediante l’utilizzo dei sistemi digitali e anche dei social.

Nell’ultimo periodo si assiste in diverse parti del mondo a diversi movimenti di censura parziale, limitata o totale dove in alcuni Paesi appunto avviene una sorta di caccia alla persona che usa i nuovi sistemi di digitalizzazione e questa cittadinanza digitale mondiale viene messa a repentaglio da diversi Governi nazionali che di democratico non hanno assolutamente nulla anzi adottano una connotazione più di dittatura che di democrazia perché troppa democrazia generata dalla digitalizzazione può mettere in discussione gli stessi governi e la stessa politica che ad un certo punto non può più governare azione di controllo contro la cittadinanza.

L’italiana Alessia Piperno, “travel blogger”, qualche mese fa è stata arrestata in Iran perché in un post su Instagram ha liberamente espresso una propria opinione e quindi tacciata da Teheran come “agitatore di masse” utilizzando di fatto i canali digitali per denunciare ciò che aveva visto con i propri occhi durante le manifestazioni alle proteste per la libertà scoppiate nel paese iraniano dopo la morte di Mahsa Amina, la giovane uccisa per una ciocca di capelli che fuoriusciva dal velo. Assurdo. Altro esempio che abbiamo sotto i nostri occhi noi occidentali è quello che avviene a discapito del popolo ucraino da parte di un paese aggressore che non solo usa bombe e missili per colpire cittadini inermi (quindi dov’è la difesa dei diritti umani da parte degli aggressori?) ma manipola l’opinione pubblica interna ed internazionale con fake news che danno un’immagine distorta della realtà delle cose usando sistemi digitali che non contribuiscono al diffondersi dei diritti umani ma ad una vera e propria minaccia ad uso e consumo di una dittatura che deve essere condannata senza se e senza ma anche in questa sede.

Tecnologia e diritti umani sono un binomio “a doppia faccia”, se da una parte le innovazioni possono produrre forme di controllo sempre più capillari ed invasive nella sfera privata degli individui, mettendo in discussione consolidati diritti e libertà fondamentali, dall’altra possono diventare un formidabile strumento per rafforzare e proteggere meglio questi stessi diritti. Diversi studi e rapporti dell’Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) dimostrano come la diffusione sempre più capillare del digitale produce la creazione di nuovi spazi online per l’esercizio dei diritti fondamentali quali la libertà di espressione, di riunione e di associazione con grande impatto soprattutto nei Paesi in cui i diritti sono repressi.

La diffusione massiva di campagne di disinformazione su temi divisivi e di assoluto rilievo (quali la salute pubblica o, perfino, la vita democratica dei paesi o la guerra, l’utilizzo di mezzi informatici come armi di attacco verso il singolo e le comunità) sono solo alcune delle minacce perpetrate attraverso la rete, che rappresentano un mezzo sempre più potente di controllo e limitazione delle libertà dell’individuo.

 L’Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha evidenziato l’importanza di tale trasformazione: i social media, ad esempio, hanno dato voce ad una vera e propria “coscienza civica globale”, rafforzando e consolidando il ruolo svolto dai singoli attori in tutto il mondo; basti pensare all’effetto di movimenti come il #MeToo, che ha contribuito a sensibilizzare in maniera effettiva l’opinione pubblica sul tema delle molestie sessuali nei confronti delle donne oppure, o ad esempio alla campagna mondiale “Sii coraggioso come l’Ucraina” #BeBraveLikeUcraina con lo scopo di diffondere in rete gli atti di coraggio e le atrocità subite dal popolo ucraino.

Come anticipato, il conflitto russo-ucraino da ultimo ha mostrato, ancora una volta e con particolare evidenza, quali sono i rischi legati ad una cyberwar, scenario in cui si sta delineando anche quella che può essere definita una vera e propria social-war: una guerra combattuta con strategie di condizionamento del consenso realizzate soprattutto attraverso i social network, sulle quali potrebbe peraltro incidere il recente Codice di condotta sulla disinformazione della Commissione europea, adottato a giugno 2022 e sottoscritto da alcune grandi piattaforme digitali per combattere la disinformazione online.

Per tali paure la Russia ha censurato da circa un anno l’uso dei principali social come Facebook e Instragram a discapito dei cittadini russi che cosi non possono arrivare e cercare le informazioni sulla rete. Assurdo nel 2023 che accada una cosa simile.  Accenno velocemente ad un altro tema che il rapporto annuale sull’applicazione della Carta dei Diritti Fondamentali la Commissione europea ha tracciato in maniera efficiente le sfide della tutela dei diritti nella digital age, a cominciare da quelle poste dell’intelligenza artificiale e dal digital divide. Da dove bisogna partire? Investendo sulla formazione e la scuola a tutti i livelli ma anche supportando le imprese nel processo di innovazione digitale. Gli obiettivi di queste azioni devono essere duplici: formare i cittadini in grado di sfruttare le potenzialità del digitale e al contempo lavoratori “spendibili” in un mercato del lavoro in velocissima trasformazione.

In conclusione, propongo, sulla scorta di quanto emergerà da chi porterà il proprio contributo dopo di me e a conclusione di questo atteso e interessante evento, che possa essere apportato un documento finale che racchiuda in sintesi elementi utili per definire l’”Agenda di Ankara” al fine di portare all’attenzione internazionale le questioni sollevate con questo importante appuntamento e che riguardano tutti noi Difensori Civici a garanzia dei diritti dei cittadini.

STUPRI DI DONNA: VIOLENZA DELLA RIBALTA E VIOLENZA DEL SILENZIO.

Le donne sono malmesse. Di nuovo violenza, a Milano, un mesetto fa: la vittima si è limitata a chiudersi nella tomba del silenzio degli innocenti. Ora, fuori dal suo corpo, potrà urlare tutto il suo ribrezzo e bussare alle porte del Paradiso o della Giustizia.

Giovanni Federico

Le donne d’oggi sono malmesse. I cattivi fatti che le riguardano oscillano tra l’angolo del chiacchiericcio da strada e quello del rapido dimenticatoio, perché il dato è noto ed è inutile ricamarci su oltre tanto. Tanto, prima o poi, si ripeterà. È notizia corrente come nelle scuole di Cividale del Friuli sia stato appena diffuso un vademecum su come evitare occasioni di stupro. Una serie di accorgimenti che, al solito, hanno dato vita a polemica, mettendo a nudo l’animo guerresco e battagliero dell’italiota imperante. “Scusi lei è favorevole o contrario” è il titolo di un film che denuncia l’indole a discutere con buona veemenza su tutto.

Ognuno ha il suo pensiero e il suo ricettario, ognuno ha la formula antica e magica per risolvere il problema. Fatto sta che nessun suggerimento avrebbe potuto evitare una violenza consumata un mesetto fa, in pieno silenzio, lontano dagli schiamazzi di questi giorni sul tema che opprime.

Ogni volta che si parla di silenzio si precipita spesso in un ambiente tetro, dove il chiarore non ha accoglienza. Solo la preghiera va contro verso a questo anatema. Ci dice la scienza che si ha silenzio quando la pressione acustica è sotto i 20 decibel. Altra cosa è la pressione del cuore. Quella che si alzata oltre misura nelle arterie di una ragazza con fragilità psichiche, violentata da un uomo che di notte le aveva, in quel di Milano, dato un passaggio per accompagnarla verso casa. Il PM ha chiesto l’archiviazione del fatto mentre il GIP ha ordinato l’imputazione coatta dell’uomo. Il PM ha, per come si comprende, accertato che la ragazza non ha sferrato calci e pugni per resistere alla violenza. Non ha strepitato. Parcamente non ha proferito parola, mentre il maschio si è indaffarato su di lei. In quei minuti non c’è stata, però, musica romantica ad accompagnare i fatti, non il suono de “Il silenzio” suggestivo squillato dalla celebre tromba di Ninì Rosso.

Dice Pavese che “tacere è la nostra virtù” ma non sempre una regola vale per tutte le stagioni. Il GIP è andato al sodo, stabilendo che per certe cose occorre un consenso espresso, altrimenti si cade nel male. Non sarà la prima volta che si è consumata una violenza mentre la vittima si è limitata a chiudersi nella tomba del silenzio degli innocenti. Per qualche verso la vicenda ricorda due personaggi del film “Le grida del silenzio”. Sono Desirèe e Sophie, una coppia gay: la prima pratica e concreta, la seconda svanita e psichicamente debole. Si troveranno in un bosco, con altri, a fare i conti con le loro identità.

Anche la nostra ragazza di Milano è stata omosessuale e fragile. Ora tutto questo non conta più perché si è suicidata, togliendosi d’impaccio per i due schiaffi che ha subito. Abusata e, peggio, per mano di un uomo. Si legge in un commento al film “Sussurri e grida” che quando una donna muore, la sua anima si ribella e dal suo cadavere si levano lamenti strazianti. Ora, fuori dal suo corpo, potrà urlare tutto il suo ribrezzo e bussare alle porte del Paradiso o della Giustizia per dire che non in eterno le parole le si erano incastrate in gola. Sarebbe per noi, forse, la sola volta per cui restare ammutoliti avrebbe senso.

CALENDA ATTACCA E POI RITRATTA, MA RESTA IL DISAGIO PER IL ‘CASO GASPARI’: MAGARI AVESSIMO ANCORA LA CLASSE DIRIGENTE DC.

Attaccare simbolicamente Remo Gaspari – se oggi l’Abruzzo è una ragione sviluppata gran parte del merito spetta a lui – significa non solo spregiare ad arte e senza ragione un’intera esperienza politica, ma anche e soprattutto detestare un modo d’essere in politica.

Stefania Parisi

Le recenti parole di Carlo Calenda contro Remo Gaspari, uomo altamente rappresentativo della complessa vicenda democristiana, non solo hanno offeso ciò che egli ha rappresentato nella sua lunga e feconda attività politica ma, soprattutto, hanno inferto un colpo ingiustificato alla stessa narrazione attorno allo Scudo crociato. Insomma, potremmo dire che si è trattato di un’uscita inconsulta per chi si vuole inimicare un mondo politico, culturale, sociale – fortemente stratificato nella dimensione popolare – che continua ad individuare in figure come quelle di Remo Gaspari un esempio di coerenza e capacità politica, con esiti positivi nell’azione di governo.

Ora, si tratta semplicemente di capire se le parole di Calenda siano state studiate e pianificate a tavolino – come purtroppo noi crediamo – o se, invece, sono solo il frutto della compulsione da tweet e da post. Nell’uno e nell’altro caso si tratta di un grave e squallido infortunio che evidenzia come le leadership politiche contemporanee continuano ad essere legate più all’improvvisazione che a una seria e organica visione di futuro. Ma, per andare oltre le parole pronunciate da Calenda, pur senza dimenticarle, il punto che merita di essere sottolineato è che permane in alcuni circoli intellettuali, spesso sotto traccia, la volontà di continuare a demolire e a ridicolizzare l’esperienza cinquantennale della Democrazia cristiana. E ciò nonostante la consapevolezza che il personale politico di questi nostri anni non è paragonabile, neanche lontanamente, con quello del passato. E poi, diciamocelo con franchezza, permane anche la sottile perfidia – se non una vera e propria invidia – per il fatto di non poter imitare proprio l’esperienza della Dc, un partito capace perseguire nello stesso tempo un disegno politico, una visione di società e una straordinaria capacità di governo.

E ciò accadeva grazie ad uomini e donne dotati di grande levatura politica, di uno specifico spessore culturale e con una dirittura morale non indifferente. Senza dimenticare mai, per altro, l’attitudicne a rappresentare i vari territori, interpretando bisogni e istanze che da essi provenivano. Ed è proprio qui che incrociamo l’esempio e il magistero di uomini come Remo Gaspari. Un leader politico, e uno statista, che sapeva conciliare senza supponenza e senza alcuna arroganza, il duro lavoro quotidiano – politico e, spesso e a lungo, governativo – con una spiccata vocazione a “sentire” gli umori della base. E sempre in virtù di un atteggiamento che rivelava profonda sensibilità umana, unitamente a grande semplicità. Certo, Gaspari era anche un politico che rispondeva al telefono, parlava con le persone – con tutte le persone -, organizzava il consenso in base alle istanze e ai bisogni della società.

Elementi che oggi, come ovvio, sono del tutto estranei e sconosciuti ai cosiddetti leader politici. Ecco perchè attaccare simbolicamente Remo Gaspari – se oggi l’Abruzzo è una ragione sviluppata gran parte del merito spetta a lui – significa semplicemente non solo spregiare ad arte e senza ragione un’intera esperienza politica, ma anche e soprattutto detestare un modo d’essere in politica e nella stessa società. Per questo Calenda ha sbagliato profondamente bersaglio. E forse anche per questo si è scusato, seppur un po’ tardivamente, per affermazioni a dir poco esorbitanti.

LA ‘GIORGIA’ DI OPPOSIZIONE E LA ‘MELONI’ DELLE ACCISE. EVITATO LO SCIOPERO DEI BENZINAI, RESTA LA BRUTTA FIGURA.

È stato sconcertante il tentativo di mettere sotto accusa gli esercenti dei distributori. Si riesce ad immaginare quali commenti avrebbe fatto la “Giorgia di opposizione” se un altro esecutivo avesse adottato oggi gli stessi provvedimenti della “Meloni di governo”?

Massimo De Simoni

Oltre lo sciopero, fortunatamente rientrato nelle ultime ore, la brutta figura dell’esecutivo non si cancella. La vicenda delle accise sui carburanti non è solo uno scivolone o una distrazione del nuovo esecutivo, ma è paradigmatica delle scelte che il governo Meloni sta facendo in tema di politiche economiche. L’aumento del prezzo della benzina ha infatti acceso i riflettori sulla manovra economica che – presentata dal governo come “rose e fiori” per l’Italia – sta invece evidenziando limiti ed errori che danneggiano il Paese ed in particolare le fasce più disagiate della popolazione.

Non regge il racconto fatto dalla Meloni sulla cosiddetta “coperta corta” che ha costretto il governo a fare delle scelte, non certo a favore dei più deboli. Infatti è proprio Il governo che ha scelto la misura della “coperta” decidendo di non tassare gli extra-profitti realizzati dagli operatori petroliferi e farmaceutici, allargando la fascia di sconto fiscale ai redditi fino ad 85.000 euro e facendo nuove sanatorie che diminuiscono (per il presente e per il futuro) il gettito nelle casse dello Stato. Sempre il governo – non contento delle misure adottate – ha poi deciso di favorire i percettori di redditi medio-alti a danno delle fasce di popolazione più bisognose di sostegno.

La Meloni, in cerca di giustificazioni, ha detto di non aver rinnovato gli sconti sulle accise perché tutto sommato la benzina è un bene di consumo per benestanti che possono utilizzare l’automobile privata; un “pieno” di sciocchezze, visto che parliamo di carburanti! L’auto è infatti utilizzata nell’ottanta per cento dei casi per motivi di lavoro e la quasi totalità delle merci è trasportata su gomma. Ciò significa che si colpiscono le tasche di lavoratrici e lavoratori che dovranno spendere più soldi per recarsi a lavoro, ma significa soprattutto che l’aumento del prezzo dei carburanti è destinato ad essere scaricato sul costo di tutti i beni di consumo, a partire dai generi alimentari e di largo consumo con le inevitabili e negative ripercussioni su inflazione e potere d’acquisto di stipendi e salari.

In questi giorni spopola su social e programmi televisivi il video della scenetta al distributore con la Meloni che urla contro “la vergogna delle accise”. Anche in questo caso la goffa difesa è stata quella di dire che si trattava di un messaggio di tre anni fa; un altro scivolone (o distrazione) perché infatti nel programma presentato per le ultime elezioni di settembre 2022 (a pagina 26) Fratelli d’Italia, per energia e carburanti, si era impegnata a realizzare una “automatica riduzione di Iva e accise”; come non detto!

Ma la cosa più sconcertante è stato il tentativo di scaricare la colpa di questi aumenti sugli esercenti dei distributori, ovvero sull’anello più debole della catena, bollandoli come “furbetti” che vogliono approfittare della situazione; peccato che poi i dati ufficiali degli organismi di controllo dei prezzi abbiano verificato che l’aumento medio è stato inferiore a quello sconto sulle accise che il governo non ha voluto rinnovare.

Un’ultima considerazione. Riuscite ad immaginare quali commenti avrebbe fatto la “Giorgia di opposizione” se un altro esecutivo avesse adottato oggi gli stessi provvedimenti della “Meloni di governo”? Se proprio non ci riuscite, aiutatevi dando un’occhiata al video “Meloni al distributore”.

FRATELLI D’ITALIA NON È LA NUOVA DC: PER CAPIRLO BASTA LEGGERE IL LIBRO DI GIORGIA MELONI.

I riferimenti culturali della Meloni, per quanto desumibili dalle dichiarazioni pubbliche o dalla lettura del suo libro autobiografico, non potranno mai essere le nostre. Dobbiamo rifuggire dalla tentazione di ridurci al ruolo di scorta della destra o della sinistra.

Ettore Bonalberti

Con sondaggi che danno il partito di Giorgia Meloni oltre il 30%, qualche amico, anche tra coloro che si dichiarano “Popolari” di questa o quella regione d’Italia e che hanno, verosimilmente, votato per FdI, si illudono di aver trovato la loro nuova Dc.

Il recente incontro romano con il leader tedesco del PPE, Weber, ha favorito tale convincimento. Stessa illusione già patita al tempo in cui Berlusconi, sollecitato da Sandro Fontana e da Don Gianni Baget Bozzo, decise di portare Forza Italia ad aderire al PPE, diventando il principale partito “moderato” italiano presente nel Partito Popolare Europeo. In realtà, strada ben diversa fu fatta nelle varie realtà regionali, a cominciare dal Veneto, dove i leader di Forza Italia, liberali e/o socialisti, iniziarono una sistematica battaglia contro i vecchi dc. Anche nella destra nazionalista e sovranista a guida meloniana, chi sta assumendo un ruolo dominante, non sono certo i supporter esterni ex dc, come Cesa e Rotondi, tranne l’ex governatore pugliese, Fitto da tempo del partito dei conservatori europei, ma il cognato “del Presidente”: l’On. Lollobrigida, deus ex machina di tutto ciò che oggi ruota attorno alle nomine del potere governativo.

Nella nostra secolare storia ci sono sempre state correnti e movimenti di pensiero e di azione conservatori, fin dall’Opera dei Congressi. Basterà ricordare il ruolo svolto dalla destra clericale e filo fascista dei Cavazzoni e Tovini, al tempo di Sturzo del congresso di Torino del 1923.

Certo, se una parte non indifferente di ex dc nelle ultime elezioni politiche ha scelto di votare a destra, qualche autocritica seria dovremo pur farla, specie noi che, dal 1993 e nella lunga stagione della diaspora Dc, abbiamo tentato, sin qui senza successo, di batterci per la ricomposizione politica dell’area cattolico democratica e cristiano sociale. L’assenza di un’alternativa credibile al centro della politica italiana, ispirata dai valori della dottrina sociale cristiana e dalla fedeltà ai principi costituzionali, ha favorito, da un lato, la grande astensione dal voto (quasi il 50% degli elettori) e, dall’altro, stante l’assenza di una reale e credibile alternativa a sinistra, dopo una lunga stagione di governo largamente insufficiente della stessa, la maggioranza relativa alla coalizione di destra centro, e al ruolo dominante del partito della Meloni.

Se, come ho scritto nelle mie ultime note, non si riesce a mettere in moto la macchina tra le diverse realtà di area in sede nazionale, è indispensabile partire dalla base, come ha anche scritto Armando Dicone su “Il Domani d’Italia” il 13 gennaio. Vanno promossi comitati civico-popolari per favorire una larga partecipazione democratica tra le diverse realtà di area cattolico democratica e cristiano sociale. Non si tratta, come ben ha scritto Dicone, di costruire l’unità politica dei cattolici (mai esistita, nemmeno al tempo della Dc storica), ma di favorire quella “dei Popolari di centro”.

Essenziale sarà chiarirci tra di noi sul caso di Fratelli d’Italia. Questo partito non è e non potrà mai essere una nuova Dc, dato che le sue radici etico culturali e politico organizzative sono distanti anni luce dalla nostra storia e tradizione etica, culturale, sociale e politica. I riferimenti culturali dell’On. Meloni, per quanto si è potuto sin qui comprendere dalle sue dichiarazioni pubbliche o dalla lettura del suo libro autobiografico: “Io sono Giorgia. Le mie radici, le mie idee”, non sono, né potranno mai essere le nostre. Difficile, se non impossibile, trovare elementi di omogeneità culturali tra chi si considera erede della tradizione sturziana e degasperiana, con una leader che a Julus Evola , così caro alla cultura neofascista almirantiana e missina, ha deciso di scegliere Roger Scruton, filosofo conservatore morto nel 2020 o lo scrittore della “Filosofia infinita”, Micheal Ende, inventore del protagonista, il piccolo Atreju,  nel riferimento al quale, Fratelli d’Italia ogni anno organizza il suo incontro di approfondimento formativo.

Gli eredi della Democrazia cristiana, lontani da queste ideologie, hanno come riferimenti essenziali, gli orientamenti pastorali della dottrina sociale cristiana, dalla Rerum novarum alle ultime encicliche sociali di Papa Francesco: Laudato si’ e Fratelli Tutti e i principi di solidarietà e sussidiarietà scritti dai nostri padri fondatori nella Costituzione repubblicana. Il nostro vero compito è e sarà proprio quello di tradurre nella città dell’uomo quei principi, adattandoli alle esigenze di questo difficilissimo tempo della globalizzazione dominante. Dobbiamo rifuggire da ogni facile tentazione di ridurci al ruolo di ruota di scorta della destra o della sinistra italiana, ma, semmai, impegnarci, a partire dalle nostre realtà locali, a favorire la ricomposizione al centro della nostra area cattolico democratica e cristiano sociale. Il tempo della diaspora e della nostra Demodissea finirà, se ciascuno di noi si farà portatore di questa necessità e sostenitore di questo impegno.

POPOLARI E L’ESSERE CONTEMPORANEI: DA BODRATO UNA LEZIONE DI POLITICA.

Come giustamente dice Guido Bodrato, i progetti politici sono percorribili e praticabili solo quando sono contemporanei. Altrimenti si corre il rischio di essere sì coerenti ma del tutto disancorati dalle dinamiche politiche rispetto al tempo in cui si vive.

Giorgio Merlo

Guido Bodrato, uno dei testimoni più autorevoli del cattolicesimo democratico e popolare del nostro paese, continua a sostenere una tesi difficilmente contestabile. Olttrchè essere attuale ed intelligente, come del resto Guido ci ha abituato da sempre. E cioè, un progetto politico è credibile, e soprattutto è realistico e percorribile, solo quanto è in grado “di collocarsi concretamente nel tempo in cui deve operare”. Detto in altre parole, un progetto, una proposta, una iniziativa politica possono anche essere molto serie e coerenti ma se non riescono ad attecchire nella società sono la conferma plastica della loro inattualità. Una osservazione, appunto, che difficilmente si può mettere in discussione perché semplicemente vera ed oggettiva.

Ora, almeno per noi cattolici popolari e sociali, non è complicato fare degli esempi concreti che confermano in modo persin plateale questa considerazione di Bodrato. Quanti amici, attraverso una straordinaria generosità ed una altrettanto innegabile passionalità, hanno cercato in questi ultimi 30 anni di ridar vita, seppur in miniatura, alla gloriosa e storica esperienza della Democrazia cristiana? E quanti amici, sempre accompagnati da una coerenza e da una tenacia encomiabili, hanno cercato in questi ultimi anni di ridare voce e consistenza ad un partito “di cattolici” nella società contemporanea dopo la fine, forse troppo frettolosa, dell’esperienza del Partito Popolare Italiano di Mino Martiunazzoli, Franco Marini e di Gerardo Bianco? È consigliabile non fare l’elenco degli uni e degli altri per non arrivare ad una banale e persin troppo facile e spietata conclusione: e cioè, forse si è perso troppo tempo attorno ad un progetto per il semplice motivo che non era contemporaneo né attuale. Appunto, come diceva con acutezza l’amico Guido.

Questo significa che la cultura popolare, il popolarismo di ispirazione e lo stesso cattolicesimo sociale sono fuori moda, fuori tempo o fuori luogo? La risposta è semplice: assolutamente no. Ma la risposta, ecco il nodo politico della questione, non era quella immaginata da moltissimi amici per la semplice ragione che se fosse stata contemporanea ed attuale quel progetto sarebbe sicuramente e quasi scientificamente decollato in tutta la sua pienezza. Certo nel momento in cui, grazie anche alla vittoria di una chiara e netta coalizione politica alle recenti elezioni del 25 settembre, ritorna la politica e con la politica auspichiamo anche i partiti e le rispettive culture politiche, anche la cultura popolare e l’esperienza del cattolicesimo sociale torneranno protagonisti. Per il semplice motivo che proprio questa cultura politica continua ad essere straordinariamente attuale, moderna e anche contemporanea. Soprattutto in una fase politica caratterizzata da una drammatica ed inedita “questione sociale”. Ma, molto semplicemente, saranno altre le modalità organizzative con cui declinare nella società contemporanea quella cultura e quella storica tradizione ideale. Alla fine, è tutto molto più semplice di quel che appare.

Ecco perché proprio noi Popolari siamo arrivati, adesso, ad un punto importante e decisivo della nostra secolare storia politica e culturale. Si tratta, cioè, di ritornare giustamente protagonisti nella cittadella politica italiana senza, però, mettere in campo iniziative destinate ad un insuccesso certo. Ed è proprio lungo questo cammino complesso ma sempre entusiasmante, che si misura la capacità creativa e anche, e soprattutto, l’intelligenza politica dei Popolari e dei cattolici sociali nel nostro paese.

Senza arroganza e senza presunzione ma solo e sempre accompagnati dalle armi della coerenza politica e della lungimiranza culturale.

PROF. BRUNO, “ROUSSEAU SBAGLIAVA: L’UOMO NASCE CATTIVO, IL MALE FA NOTIZIA PERCHÉ CE LO RICORDA” – INTERVISTA POSTUMA

È mancato nei giorni scorsi il Prof. Francesco Bruno, noto criminologo. L’intervista, realizzata alcuni anni fa, ci riconsegna il ricordo di una persona che faceva scuola nei casi più complicati di cronaca nera. Le sue riflessioni conservano il valore dell’attualità.

Francesco Provinciali

Prof. Bruno, sulla base della sua lunga esperienza clinica e di conoscenza dei casi ci spiega dove comincia il limite di confine tra normalità e patologia nei comportamenti umani?

La parola patologia riguarda il senso della malattia. Ogni volta che c’è una condizione fisica, un processo che non rispecchia la funzionalità del codice genetico dell’uomo, la sua normalità, si verifica questa variazione peggiorativa che chiamiamo ‘malattia’ o ‘patologia’.

Si tratta quindi della variazione di una regola biologica. Nel caso di una patologia mentale il discorso è diverso perché non c’è solo l’aspetto biologico delle malattie fisiche, con un loro decorso evidente ma – non essendo il nostro cervello soltanto un organo anatomico-funzionale ma anche la sede di produzione del pensiero, ciò che noi chiamiamo ‘mente’, che altro non è che il contenuto del cervello, e precisamente ciò che noi sviluppiamo attraverso le relazioni con il mondo, gli apprendimenti, le idee e le esperienze – non è detto che i disturbi che si manifestano riguardino strettamente l’organo, quanto invece siano dovuti a processi di distorsione di tipo psicologico, che concernono dunque la sfera della nostra personalità.

C’è poi un altro aspetto: la vita dell’uomo si svolge all’interno di una società ed ha che fare con le norme che regolano lo svolgimento della vita sociale.

Succede allora che ‘il potere’ – cioè la fonte di produzione e di rispetto delle norme – considera spesso patologico ciò che non rientra nei codici sociali stabiliti.

Il potere sceglie tra norma e norma per cui viene considerato un criminale chi contraddice un certo tipo di norme, matto colui che ne contravviene altre. Ci sono poi coloro che non contraddicono alcun tipo di regole sociali ma che sono considerati pericolosi dal potere dominante, come avviene nei paesi dittatoriali.

Discostarsi da una norma, che sia biologica, psicologica o sociale pone l’individuo tra coloro che hanno dei disturbi mentali: per patologie mentali o disturbi comportamentali oppure ancora per differenziazione rispetto al potere dominante.

Cosa ne pensa del fatto che siamo circondati dalle brutte notizie? Perché curiosità e mondo dell’informazione sono più attratti dal male che dal bene?

Vede, io mi occupo di fatti criminali e di negatività da una vita. Inizialmente credevo che gli uomini nascessero buoni e che poi la società li facesse diventare cattivi, come diceva Rousseau. Dopo trent’anni ho cambiato idea e adesso ho convincimenti opposti. L’uomo nasce ‘cattivo’, senza morale: il suo unico scopo vitale è di crescere, diventare adulto.

È poi la socializzazione che lo rende educato, che gli dà regole, le norme e modelli di comportamento. Secondo me il male fa notizia – e prevale quindi la cattiva notizia – perché ci ricorda questa prevalente verità.

Quando vedo la gente che va all’assalto in Commissariato per vedere lo stupratore e magari linciarlo, ebbene in quel momento vuole giustizia ma in realtà si comporta peggio di lui: “se noi linciamo quello rappresentiamo il bene”, senza renderci conto che in quell’atto siamo peggiori e più violenti di lui.

Credo che il male agisca così.

C’è molta solitudine nei rapporti tra le persone. La TV ed internet possono essere una nicchia di appagamento e di comunicazione oppure sono prevalentemente solo marchingegni che generano pulsioni perverse e che forniscono modelli comportamentali sbagliati, specie ai giovani?

Credo che siano utili, a volte delle vere panacee nei confronti della solitudine esistenziale.

Purtroppo sono persino ‘troppo utili’ perché finiscono per sostituire sia la famiglia che la scuola, naturalmente con modalità completamente diverse di apprendimento.

Stiamo andando verso un dominio di questi mezzi. La cosa che mi preoccupa di più di questo processo è la perdita della centralità dell’uomo che in questo periodo si estrinseca soprattutto attraverso l’uso indiscriminato dei telefonini, il terzo grande fattore tecnologico di condizionamento radicale dei comportamenti umani, insieme a internet e alla TV.

Siamo in una fase di transizione sempre più rapida e senza identità. Scuola e famiglia hanno perduto il loro primato formativo e non possono competere con questi agenti di cambiamento dei comportamenti umani che – come ho detto – snaturano la centralità della persona e la sua capacità decisionale. Noi finiamo non per fare ciò che vorremmo ma piuttosto quello che le tecnologie ci fanno fare.

Quanto pesano le informazioni, specie quelle relative a fatti di cronaca nera, sul nostro equilibrio interiore, come modificano i nostri comportamenti e quanto incidono sui nostri stili di vita? E’ solo cronaca o la sua deformazione? Quanto conta questo tambureggiante assalto quotidiano nella deriva dei comportamenti sociali prevalenti (rancore, timore, ansie, paure, bisogno di sicurezza)? La gente non ‘regge’ più le relazioni, gira con le pastigliette anti-stress…

Vede, io vengo dalla società degli anni cinquanta, quella dell’immediato dopoguerra.

Quella era forse una società più selvaggia e violenta della nostra, però nutriva grandi speranze, idealità, progetti e utopie.

Al nostro tempo manca – le abbiamo perdute – l’utopia, le ideologie, la speranza.

Che cosa succede allora? Che i giornali vendono perché tambureggiano sulle brutte notizie e non c’è più – nell’informazione e nella società – uno scopo ‘didascalico’, non c’è più né il bisogno, né la volontà, né la possibilità di sostituire i vecchi valori con nuovi valori.

Parlare oggi di patria e famiglia diventa quasi ridicolo, i valori della libertà dell’uguaglianza non contano più, non ci servono per vivere in una società dove il principio di essere uguali di fronte alla legge non vale perché c’è una miriade di leggi per ogni situazione.

Non c’è più compensazione – nei comportamenti – da un richiamo forte ai valori: prendiamo ad esempio il lavoro – che ai miei tempi trovavo come ‘valore forte’  a cominciare dai libri della scuola elementare, come principio di nobilitazione –  e che adesso è sostituito dal successo.

E il successo è tanto più forte quanto più si elude il lavoro, anzi è il suo contrario: ha successo chi riesce a non lavorare, il lavoro è una pena non un fatto positivo.

Non vedo valori condivisi dalla massa.

Non sappiamo dove vorremmo andare, neanche se avessimo la bacchetta magica.

Dagli episodi di bullismo alla cronaca nera: come si spiega un coinvolgimento sempre maggiore dei giovani, già a partire dall’adolescenza, in molta parte dei fatti criminali degli ultimi anni? Da cosa deriva questa forma di protagonismo negativo?

Sul comportamento negativo dei giovani io ho delle idee un po’ diverse da quelle ricorrenti.

C’è una sostanziale incapacità da parte degli adulti di guidare la società, mancano i ‘riti di iniziazione’ per i giovani, che vanno guidati. Chi è più maturo ha la responsabilità di evitare che i minori crescano in una sorta di anarchia valoriale, che diventino distruttivi anziché costruttivi.

I giovani vanno aiutati, protetti e dissuasi dalla negatività.

Ad esempio io sono assolutamente d’accordo sul sette in condotta e sulla bocciatura come deterrente e come valutazione che precede quella delle materie. Ci sono regole di comportamento che vanno curate prima degli apprendimenti in senso stretto.

Noi abbiamo ’lasciato fare’ per lungo tempo e i giovani sono stati abbandonati a se stessi o utilizzati per cose abbiette, poi messi in una sorta di nulla cosmico.

Il bullismo alla fin fine è sempre esistito…

Quindi agli adulti è mancata la capacità di essere di esempio…?

È andata assolutamente così. Dal bullismo verso i compagni si passa a quello verso gli adulti e gli anziani che non hanno saputo contenere e reagire.

Accade la stessa cosa per la violenza negli stadi. Anziché indirizzare i giovani verso comportamenti adeguati – ad esempio verso lo sport – ne abbiamo solo compresso l’aggressività.

Emerge il protagonismo che porta al vandalismo e gli stadi diventano zone di guerra, catini di violenza.

Studiando i fatti legati alla criminalità si cercano delle spiegazioni ai moventi. Quanto pesano i modelli comportamentali sbagliati – acquisiti nel corso della vita – e quanta importanza ha invece la ’matrice genetica’? Criminali si nasce o si diventa?

Secondo me in parte lo si nasce, c’è una tara genetica rispetto alla capacità di adeguarsi alle regole, però il resto lo si impara nella vita, attraverso comportamenti sbagliati.

Io credo che le strade che portano alla criminalità passino da punti diversi e poi conducano al terreno della scelta criminale dove conta la capacità di inibizione che si esercita attraverso il nostro cervello.

Ma se questa capacità di freno non è mai stata educata, ecco allora che è facile cadere nel rischio criminale.

Nel momento di premere il grilletto, quali sono i valori che contano di più: ad esempio per il rapinatore o il gioielliere rapinato, in quel momento cosa conta di più, reciprocamente?

Nell’aggressione e nella legittima difesa  il limite passa attraverso il sentire che tu hai dell’altro.

Sono molto poche le persone educate che vedono nell’altro un sé stesso. Per il 70 – 75 per cento delle persone (è un dato misurato in molte occasioni da ricerche cliniche) esiste un potenziale rischio criminale. Cioè a dire: che su cento persone, è statisticamente dimostrato che 70-75 di loro potrebbero delinquere facilmente.

Il tranquillo ragioniere tedesco si era reso capace dei crimini di Auschwitz solo perché gli era stato ordinato di farlo.

Nella stessa realtà di tutti i giorni ci sono pure persone capaci di commettere illeciti solo perché glielo ordina il capufficio.

Quando si scatenano certe pulsioni che portano a episodi di criminalità particolarmente gravi (omicidi, delitti a sfondo sessuale, atti vandalici o delinquenziali) quanto incide la sfera istintivo-emotiva e quanto quella razionale? Si “pensa” sempre mentre si agisce o subentrano dei fenomeni di rimozione inconscia della razionalità?

Guardi, c’entra la sfera razionale e pure quella istintiva, perché l’aggressore pensa che se una cosa gli serve se la deve prendere.

Quelli che invece vengono meno sono i freni inibitori dovuti alla conoscenza dell’altro.

Quando sento che c’è chi ce l’ha con i rumeni o gli abissini o con le persone di etnie diverse mi sento molto triste perché credo che – visto il nostro livello di civiltà – dovrebbe esserci comunione tra le razze.

Ancora oggi noi invece vediamo il diverso come potenziale assassino.

Dovremmo considerare l’altro, il diverso come ‘uno come noi’, cioè un uomo.

Per il recupero degli stupratori la terapia che funziona di più ed evita ricadute e recidive è la psicoterapia in cui si insegna – là dove è possibile – il rapporto di empatia con l’altro.

È dimostrata la marginalizzazione delle recidive in caso di terapie empatiche, di aiuto alla comprensione degli altri. 

Quindi professore, Lei sta dicendo che in tutti i comportamenti umani deviati vale sempre l’educazione e la responsabilità collettiva…

Lo è nella misura in cui dobbiamo capire che la nostra sofferenza è anche sofferenza degli altri, far leva sulla nostra solidarietà che è combattuta dal senso di potere, che ci fa cercare un nemico.

Lo vediamo anche da esempi recenti, basta pensare a cosa è successo tra serbi e croati, agli orrori degli stupri etnici.

Dovremmo sentirci un’unica famiglia, ridurre l’immagine distorta degli altri come responsabili dei mali del mondo. Occorre un grande rispetto per gli altri, saper convivere.

A quali temi possiamo dunque legare la speranza dell’umanità in un futuro migliore?

Rispettare gli altri uomini come se stessi, questa è la base dell’autonomia e della responsabilità.

Credo che ci saranno nuovi ideali per cui vale la pena di vivere. Conservare in questa fase di transizione la centralità dell’uomo, come valore universale.

Faccio sempre l’esempio di Romolo e Remo, cioè uso la metafora della fondazione di Roma, che è fondazione della civiltà. In origine tutto nasce da un crimine, l’uccisione di Remo permette a Romolo di fare il re, dà legittimità al suo potere.

Quando poi i Sabini invadono Roma, dopo il ratto delle loro donne, Romolo fa pace e alleanza con Tito Tazio e questo avviene perchè le donne erano diventate elemento di mediazione.

E questo costringe Romolo a governare in modo diverso da come era accaduto con l’uccisione di suo fratello.

Voglio dire che ne faccio anche una questione di genere, dal ‘maschile’ abbiamo solo lotta e supremazia, dalle donne noi possiamo avere il messaggio della solidarietà, della mediazione, del consenso e delle trattative. Ed è una lezione da utilizzare anche ai giorni nostri.

TOLTI I PANNI BARRICADERI SENZA UNA AUTOCRITICA

Finora non ha pagato dazio, per aver cambiato panni passando dall’opposizione al governo. Ora però, in mancanza di una qualche autocritica, Giorgia Meloni non appare convincente. Benché il presente sia generoso di consensi, il passato è lì che bussa alla porta.

Marco Follini

Giorgia Meloni, fin qui, non ha pagato dazio. O almeno, non più di tanto. Un po’ l’abilità, un po’ la fortuna, un po’ le circostanze le hanno consentito di traghettare se stessa dalla militanza al governo senza il peso di troppe domande insidiose e malevole.

Le è rimasto appiccicato addosso il fardello del passato del Movimento sociale italiano, questo sì. In compenso è quasi riuscita a far dimenticare i suoi pronunciamenti anti-europei e certe posture così poco istituzionali di appena pochi mesi fa. Tant’è che la sua sfera di consenso, a quanto pare, si è ingrandita ancora di più in queste prime settimane di governo. Nonostante qualche difficoltà e qualche errore.

Resta però un problema, suo e nostro. Ed è che quando un leader politico opera una così significativa trasformazione di se stesso il passato rischia sempre di bussare alle sue porte. E infatti molti non hanno dimenticato alcuni suoi tratti demagogici e protestatari che appaiono un po’ stridenti alla luce dei suoi più recenti pronunciamenti. Si dirà che la stessa sorte toccò al M5S appena cinque anni fa, transitato dalla iniziale richiesta di impeachment del presidente Mattarella alla trincea governista del penultimo Conte.

E infatti appare quasi un destino che le forze della protesta più estrema si disfino in quattro e quattr’otto dei loro panni barricadieri e indossino, appena possibile, divise ministeriali più confacenti ai loro successi numerici. Resta il fatto che se queste evoluzioni venissero accompagnate da una spiegazione – non dirò un’autocritica – sarebbero infine assai più convincenti.

(Articolo qui riproposto per gentile concessione dell’autore e del settimanale. Il titolo scelto differisce dall’originale).

NON È SOLO UN AUSPICIO, DOBBIAMO RISOLVERE LA QUESTIONE POPOLARE.

Si coglie nell’area popolare una voglia di protagonismo che negli anni scorsi non si riusciva a intravedere. Il fallimento dell’esperienza del Pd e la fine della stagione politica del “capo al governo”, potrai facilitare questo nuovo percorso dei Popolari.

Armando Dicone

Il 2023 sarà, a mio modesto avviso, l’anno in cui, finalmente, si potrà risolvere la “questione Popolare” in Italia. A sinistra si continua a rincorrere il M5S, a destra si parla di un partito unico dei conservatori, con il benestare del PPE. È evidente che in questo contesto, e soprattutto per affinità programmatiche e culturali con i liberali e i riformisti, non possiamo che contribuire attivamente alla costruzione del cosiddetto Terzo Polo.

La “ricomposizione” della nostra area culturale e politica, non l’unità dei cattolici ma dei Popolari di centro, coinciderà con le ultime primarie del Pd e con l’inizio della fine della luna di miele, tra la maggioranza degli elettori e il governo Meloni-Salvini. Si tratta non solo di un auspicio, ma di una valutazione che mi permetto di condividere con chi legge, perché finalmente noto una voglia di protagonismo che negli anni scorsi non si intravedeva. Il fallimento dell’esperienza del Pd e la fine della stagione politica del “capo al governo”, faciliterà questo nuovo percorso dei Popolari.

In più occasioni, anche qui, ho tentato di spiegare perché la nostra area culturale abbia il dovere di ricostruire il centro e di conseguenza l’Italia, ma in questi ultimi mesi lo spazio politico “disponibile” ha superato il sentimento del dovere che ispirava noi “volenterosi”. Lo spazio ora va soltanto occupato, altrimenti il centro che si sta costruendo, senza il contributo dei Popolari, non sarebbe un cantiere completo. Io non so se sarà necessario un nuovo partito Popolare o più realisticamente una presenza organizzata nella federazione già costituita, quello che mi sembra utile e scontato è che la nostra proposta politica debba essere in campo.

La stagione della “polverizzazione” della nostra area politica è chiusa e archiviata, andiamo oltre. Partiamo da un censimento dei singoli e delle tante realtà che condividono tale esigenza, incontriamoci per definire la cornice culturale, elaboriamo cinque punti programmatici e infine decidiamo la formula organizzativa della nostra nuova presenza politica. È arrivato il momento di convocare un incontro online, tra chi condivide l’idea che la casa dei Popolari è al centro. Nel mio piccolo e con grande umiltà, ci sarò.