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De Gasperi e Maritain al crocevia dell’Italia democratica

A cinquant’anni dalla morte, Jacques Maritain vive ancora nei discorsi di una comunità di pensiero, non insensibile al richiamo della politica, che va con affanno alla ricerca di una risposta alla sfida del transumanesimo. Certo, il ricorso alla memoria e alla  di Umanesimo integrale, il libro che alla fine degli anni ‘30 del secolo scorso dette grande notorietà al pensatore francese, potrebbe apparire un azzardo.

Contro questa ipotesi, soccorre la suggestione di un fatto decisivo. Nella modernità del Novecento, iniziata con il positivismo e poi avviata all’ateismo, Maritain riuscì a guadagnare uno spazio di comunicazione degno di rispetto. Il suo Umanesimo integrale fece epoca, cambiò la mentalità dei cristiani, innnescò adesioni e reazioni sulla scena pubblica: i concetti divulgati spiegavano le obiezioni della filosofia neotomista al razionalismo e al laicismo, ponendo le basi di una filosofia politica in grado di orientare la formazione di una nuova cristianità, congiuntamente a una nuova democrazia.

Nacque così la terza via tra fascismo e comunismo. Ad essa, in Italia, si ispirò la giovane classe dirigente del secondo dopoguerra, alla quale, più che ai vecchi popolari stretti attorno a De Gasperi, spettò il compito di dotare il “partito cristiano” di idee e programmi per una grande missione riformatrice. Proprio la lettura di Maritain, specialmente tra gli anni ‘40 e ‘50 del secolo scorso, dette luogo a una immediata traduzione operativa, anche forzosa, sicché più tardi Achille Ardigò credette di riconoscere in quella esperienza iridescente il “consumo politico” del maritainismo.

Se tutto però si concentrasse nel riesame dell’influenza esercitata da Umanesimo integrale sull’ala dossettiana della Dc e quindi sulla sinistra cattolica, si farebbe torto alla verità di un fenomeno più ampio, forse anche più complesso; un fenomeno che riporta al felice contraccolpo, per gli antifascisti cattolici emarginati dal Regime, di una originale lezione sulla democrazia in nome dei valori evangelici e della filosofia neo-scolastica, adeguatamente aggiornata.

Ecco dunque perché il recente convegno all’Istituto Sturzo – promosso dall’Associazione ex Parlamentari, dall’Istituto Internazionale Jacques Maritain e dall’Associazione Nazionale Democratici Cristiani (ANDC) – ha voluto contribuire a divulgare gli elementi di conoscenza a riguardo del rapporto che ebbe, ancora in pieno regime dittatoriale, il bibliotecario vaticano De Gasperi con la figura più rappresentativa della corrente filosofica personalista.

Molti i motivi d’interesse per questa “inquadratura” che bene ha fatto Luciano Cardinali, con la sua tesi di dottorato, a scegliere e a proporre, per nostra utilità. È un tentativo, il suo, di entrare nel vivo dell’impresa “ideale” di De Gasperi, ovvero di un grande protagonista della nuova Italia, impegnato fino all’ultimo a difendere un concetto di Risorgimento ormai lontano dalla contrapposizione tra guelfi e ghibellini.

Anche questo studio, fedele a uno sforzo di accurata ricognizione, può far da stimolo a spingere lo sguardo oltre la fredda rappresentazione dei fatti, per leggere e comprendere ciò che si nasconde dentro i percorsi della storia.

L’articolo apre il numero unico (2023) di “DemocraticiCristiani”, organo dell’ANDC. Di seguito il link per accedere al pdf della pubblicazione.
ANDC 2023

Enzo Carra, il ricordo dell’Associazione Ex Parlamentari.  

Si terrà oggi, a un anno dalla scomparsa, la cerimonia pubblica per ricordare l’impegno politico e la figura storica dell’allora portavoce di Arnaldo Forlani. Saranno presenti: l’Onorevole Giuseppe Gargani, il giornalista e editorialista Paolo Franchi, l’Onorevole Enzo Scotti, il giornalista e saggista Marco Damilano, l’ex magistrato del pool di Milano Gherardo Colombo e il giornalista e figlio dell’autore Giorgio Carra.

“Siamo orgogliosi – spiega Giuseppe Gargani, Presidente dell’Associazione Ex Parlamentari della Repubblica – di ricordare l’amico e collega Enzo Carra, personaggio importante per il nostro Paese. È per noi importante ricordarlo proprio qui, nel luogo delle istituzioni italiane, dove Carra ha svolto per lunghi anni il ruolo di giornalista parlamentare e ha conosciuto bene la Prima Repubblica, quella che oggi nel suo libro lui stesso definisce Ultima. Il suo è un esempio che dobbiamo ricordare e portare avanti con orgoglio”.

La Commemorazione sarà anche l’occasione, appunto, per presentare il libro di Carra

uscito postumo. In una pagina de “L’Ultima Repubblica” si legge che “trent’anni fa gli italiani hanno assistito al crollo del sistema dei partiti che avevano scritto la Costituzione della Repubblica. Con lo stesso atteggiamento seguono, trent’anni dopo, gli sviluppi della crisi in cui si dibattono politica e giustizia. Tra la fine del ‘secolo breve’ e i primi vent’anni del Duemila sono stati celebrati processi ed emesse condanne, ma il tribunale della Storia è ancora alle prime udienze. Occorre fare memoria di quanto è accaduto: un periodo che per valore storico non è inferiore alle fasi precedenti della vita della Repubblica”.

“L’Ultima Repubblica” è un’opera che rispecchia l’occhio acuto e deciso del suo stesso autore. In modo lucido e privo di rancore l’ex editorialista per Il Tempo e autore di interviste per la Rai da Gheddafi, durante l’embargo alla Libia, a Madre Teresa di Calcutta, e di un reportage su Cuba dopo la visita di Giovanni Paolo II, analizza la storia politica italiana recente, quella che lui stesso ha conosciuto e che ha visto trasformarsi.

Parlare con serietà agli elettori, sostenere la buona comunicazione.

Il linguaggio e il metodo social propongono una comunicazione sloganistica. Invece della spiegazione di un programma con la precisazione delle singole parti da attuare – con che mezzi, in quanto tempo, ecc. – gli elettori dovrebbero decifrare metafore e richiami a vicende non allineate con i loro problemi, in primis l’aumento dei prezzi e delle tasse (basta pensare alla benzina e all’IVA su generi di prima necessità igienica,ecc.).

Anche la precedente campagna elettorale aveva troppo sintetizzato in slogan i messaggi essenziali. Soprattutto l’opposizione deve farsi capire con la precisione di proposte alternative, capaci di mostrare chiarezza di visione e coerenza. L’elettorato si confonde.

È accaduto, per esempio, che il Pd sia scivolato su due leggi costituzionali: nel 2001 ha modificato le competenze delle Regioni di fatto avendo preparato la base per la autonomia differenziata; ancora più grave, se possibile, la svolta a U per la legge costituzionale di riduzione del numero dei parlamentari e, non bastasse, adesso seguirebbe ancora il M5S nel mutamento di impostazione, addirittura in politica estera, con riguardo all’invio di armi in aiuto alla Ucraina.

Nell’attuale sistema bipolare, un po’ sghembo, si impongono alleanze, ma se queste snaturano il profilo della propria parte di appartenenza, sarà difficile farsi capire dai propri elettori. È interesse delle opposizioni contrastare e far emergere le incongruenze e le mancate promesse della “maggioranza regnante!, ma anche contribuire alle eventuali scelte del governo utili al Paese, collaborando in Parlamento per riempire le ‘scatole vuote’, intestandosi eventualmente il successo del proprio intervento.

La politica è costruzione, non già demolizione per interessi contingenti; se la democrazia è alternanza, non giova a chi succederà alla provvisoria maggioranza trovare un Paese in difficoltà. Né si addice alle opposizioni imitare i flashmob che infastidiscono i cittadini laboriosi. Che dire invece della poca affezione a vigilare perché gli eletti interpretino la loro alta funzione “con disciplina e onore?” La spartizione dei posti con l’aumento delle poltrone grida vendetta: si sprecano soldi pubblici in cellulari, segreterie, auto di servizio aggiuntivi, frutto di mediazioni vergognose. Invece mancano i fondi per le leggi sulla disabilità e per gli anziani non autosufficienti.

Moro esortava a riflettere “sulle conseguenze delle conseguenze”. La politica è prevedere e prevenire il futuro. Sarà sempre più attraversata da problematiche etiche, ambito in cui le ideologie devono ritirarsi e lasciar spazio alle coscienze. La disciplina di partito in ambito della libertà più alta, quella della coscienza, in materie non negoziabili, uccide la politica, perché annulla le appartenenze.

Nonostante i social, le relazioni personali, l’incontro con i cittadini, l’ascolto degli enti intermedi crea cultura e appartenenza. Senza fidelizzare gli elettori, i sondaggi hanno poco senso, perché interpretano semmai la volubilità emotiva del momento. L’emergenza educativa riassume come causa e insieme conseguenza tutte le incapacità dei cittadini “a farsi un’idea” di ciò che accade intorno a loro: le guerre, l’Europa, la incertezza del futuro.

Un popolo informato ha meno paura, sa interpretare i fenomeni. Serve una scuola aperta al mondo, una stampa davvero libera per consentire e allenare alla capacità critica. Se per giorni intere pagine di quotidiani replicano le medesime notizie più o meno ‘curiose’, invece di ricordare gli interessi dei cittadini, non fanno un gran servizio nemmeno ai loro editori, vista la perdita di tiratura. Alla emergenza della povertà culturale segue la conseguenza di non possedere competenze che consentano di rivendicare correttamente i propri diritti, come ad esempio in sanità. Creare serenità, invece di insicurezze e diseguaglianze, è il compito fondamentale che deve assumersi la classe dirigente. Anche le emergenze, in conclusione, troverebbero sbocchi nella solidarietà e coesione sociale, perché la complessità’sarebbe compresa e condivisa.

Con ‘Pomeriggi Popolari’ un contributo alla buona politica

“Pomeriggi Popolari a Montecitorio”. Si intitola così, con un taglio ed un approccio particolarmente efficaci, una iniziativa che ha l’ambizione di approfondire temi ed argomenti di particolare importanza per la società contemporanea. L’iniziativa è promossa dall’Associazione ‘Parole guerriere’ con l’obiettivo di organizzare eventi culturali e politico/filosofici che attraversano, e preoccupano, il comune sentire dei cittadini e dell’intera opinione pubblica in questa particolare fase storica del nostro paese.

Il primo evento ha un titolo particolarmente accattivante e affronta un tema che era, e purtroppo resta, al centro del dibattito politico, culturale e sociale italiano. Ovvero, “Pieni di paure, demografia e femminicidio”.

L’iniziativa si terrà dopodomani, giovedì 8 febbraio a partire dalle 17,15 nell’Aula dei gruppi parlamentari della Camera dei Deputati. Si confronteranno esperti del settore con esponenti politici appartenenti a diverse culture politiche. Dibattiti che coltivano la finalità di alimentare la partecipazione civica e lo stesso dialogo politico incoraggiando, al contempo, l’ascolto e il confronto.

Il primo appuntamento è di particolare interesse anche perchè affronta temi che solo apparentemente sono distanti tra di loro. Perchè la questione demografica e i femminicidi vanno affrontati e contestualizzati nell’epoca in cui viviamo, caratterizzata da profonde sofferenze interiori e da una mai sopita ricerca della propria identità. E sono proprie le molteplici e radicate paure che bloccano le relazioni umane e sociali e che contribuiscono, al contempo, a comportamenti sempre meno razionali. E la caduta di natalità, segno di una sfiducia progressiva ed esponenziale nei confronti del futuro da parte delle nuove generazioni, e non solo, resta un fenomeno che non può non preoccupare e che va approfondito. Come, del resto, il femminicidio, pur manifestandosi come fenomeno culturale patologico e criminale, ci consegna la cifra di un problema profondo riconducibile alla stessa educazione emotiva, spirituale e civica.

Comunque sia, con “Pomeriggi Popolari a Montecitorio” si apre una nuova opportunità per approfondire temi ed argomenti che sono e restano al centro del dibattito politico, culturale, sociale ed etico del nostro paese.

Terzo mandato dei sindaci, perché dico no.

L’elezione diretta del sindaco, che prima era scelto fra i consiglieri comunali, fu introdotta nel 1993. Fu, questa, una modifica che portò stabilità di governo nei Comuni e allo stesso tempo valorizzò una nuova classe dirigente di amministratori, forti di una legittimazione popolare e con grande efficacia decisionale.

Venne però posto, e giustamente, il limite dei due mandati consecutivi (che all’inizio erano di quattro anni ciascuno, poi portati a cinque) per equilibrare il rapporto fra potere e consenso.

A distanza di un trentennio, i sindaci sono il vero punto di riferimento per la cittadinanza. Ciò anche a fronte della scomparsa o indebolimento di altri livelli istituzionali (circoscrizioni, Comunità Montane e Province). E davanti a una forte disaffezione della gente comune nei confronti dei partiti politici.

Con il tempo sono stati introdotte alcuni aggiustamenti per aiutare i territori più in difficoltà. Il limite dei mandati fu aumentato a tre solo per i piccoli Comuni (3.000 abitanti, poi 5.000): cioè dove, a fronte dello spopolamento e di una minima indennità di carica (non sufficiente a svolgere il ruolo a tempo pieno), si stava dimostrando davvero difficile riuscire a trovare candidati, e di questo ne ho anche esperienza personale.

Di recente, su iniziativa bipartisan di Anci (Associazione Nazionale Comuni Italiani), la Legge di Bilancio 2022 ha previsto un progressivo incremento dei compensi di tutti i sindaci italiani. Tali indennità sono state legate, in relazione alla popolazione del proprio Comune, alla retribuzione dei presidenti di Regione. Si è dunque arrivati a un sostanziale raddoppio della cifra, adeguandola alle grandi responsabilità del ruolo.

Da notare che anche i presidenti delle Regioni hanno, giustamente, il limite dei due mandati (anche se alcuni – tutti ricordiamo il caso lombardo di Formigoni – sono riusciti a introdurre modifiche ad personam).

Ciò premesso non bisogna dimenticare che in Italia ogni potere è sempre soggetto al giusto principio del bilanciamento. In altre parole: quando un potere esecutivo è eletto con mandato popolare forte e diretto, allora è necessario e comprensibile un limite temporale. A maggior ragione se, come nel caso dei sindaci italiani, i livelli delle indennità sono stati, in pochi anni, aumentati in modo così forte.

Di recente però si assiste a un susseguirsi di sindaci, soprattutto di grandi città, e presidenti di Regioni che chiedono di eliminare qualsiasi vincolo temporale di mandato o di aumentare il limite da due a tre o forse pure a quattro mandati.

Giusto chiedersi il motivo di tali richieste da parte di chi ricopre una carica pubblica ormai da molti anni e in prossimità di doverla lasciare. Spesso – dobbiamo riconoscerlo – le giustificazioni sono molto generiche e afferenti più alla sfera privata del singolo che a un dirimente beneficio per la comunità.

Ma la vera motivazione, che il mondo politico cerca di nascondere, è palese: sta nella diminuzione del numero dei parlamentari che implica un sostanziale blocco di molti, legittimi, percorsi di crescita dei tanti, capaci, amministratori locali (sindaci, consiglieri e assessori regionali). A fronte di pochi posti in Parlamento si cerca dunque di aumentare la durata dei mandati nei rami più bassi, ma non meno rilevanti, delle istituzioni. Ecco il vero motivo che muove quel tipo di richiesta.

Ma la politica alta, quella davvero preoccupata per il forte astensionismo degli italiani e per la tenuta delle istituzioni, non deve cedere a interessi di parte. Alla giusta domanda su come non disperdere un patrimonio di esperienza amministrativa e conoscenza del territorio si deve rispondere in modo diverso. Trattenere forzatamente in loco l’esperienza del potere esecutivo locale, finisce non per valorizzarlo ma per spegnerlo con il rischio di difendere rendite di posizioni e di fermare il giusto ricambio. Si dovrebbe sempre ricordare che per “far politica” non è necessario avere un incarico pubblico retribuito. Il politico è ancora più libero e aperto al bene comune quando si sostiene col proprio lavoro e, con dispiacere, lo mette da parte per dedicarsi temporaneamente, se gli elettori lo vorranno, alla gestione della cosa pubblica.

Europee, Calenda sbarra la strada all’accordo con Renzi.

(askanews) – “Quello che non succederà è che Azione si presenti con Italia Viva. Non succede, perché non sarebbe credibile per gli elettori, perché non sarebbe credibile per me e perché non faccio politica con chi ha come unico obiettivo quello di fregarti, non faccio politica con chi ha contemporaneamente una quantità di conflitti di interesse per cui non potrebbe sedere né avere un dossier nel Parlamento europeo”. Lo ha detto il leader di Azione, Carlo Calenda, nel corso della presentazione del suo libro `Il Patto` stasera (ieri per chi legge, ndr) a Parma, con Federico Pizzarotti di Più Europa.

“Non lo faccio. Vero, l’ho fatto ed è stato un errore mio: ho ammesso l’errore, ho provato con tutto me stesso, non rivado dagli elettori in nessuna forma di alleanza con Italia Viva e Matteo Renzi. Più Europa può scegliere quello che vuole fare. È libera di fare quello che vuole, io le garantisco il massimo rispetto.

“Tanto per essere chiaro, non definirò mai la scelta di andare con Italia Viva come truffaldina, ma come una cosa del tutto legittima. Penso che Più Europa abbia commissionato dei sondaggi che spiegano che il 93,5% dei loro iscritti non vuole andare con Italia Viva, però se quella sarà la scelta è totalmente rispettabile. Quello che vorrei chiarire, e lo dico al mio amico Federico Pizzarotti, a Emma Bonino, a Benedetto della Vedova, a Riccardo Magi, è che noi non andremo in una lista “Stati Uniti d’Europa” che contenga anche Italia Viva, perché non sarebbe credibile per nessuno”.

“Non sarebbe credibile per me, perché siccome la prima battaglia che ho fatto nel Parlamento europeo era contro le interferenze esterne, chiedendo una commissione contro le interferenze esterne, non succederà che io ricada nell’errore di fare una lista con chi ha un milione, anzi tre milioni e due, di interferenze esterne”, ha sottolineato Calenda. “Noi siamo estremamente favorevoli a fare una lista con Più Europa, con cui ci ha diviso l’ultima scelta alle elezioni politiche. Siamo pronti a farlo, integrando personalità di livello: penso a Carlo Cottarelli che si è offerto. Credo invece di non dovermi ricandidare, perchè non posso prendere per i fondelli gli elettori. Quindi penso che sarebbe giusto avere anche un front runner di questa coalizione, che potrebbe essere appunto Cottarelli, del resto vicino a tutti”.

“Questo siamo pronti a farlo subito, aprendo le liste – ha concluso Calenda – anche ad altri soggetti, tipo Volt o Nos, nonché a tanti altri movimenti che si sono affacciati”.

Certezze dei Popolari? Restano al di qua delle nuove generazioni.

Al carissimo amico Giorgio Merlo che nel suo articolo di ieri su questo giornale – “Le tre certezze dei popolari” – individua le caratteristiche principali e fondamentali dell’essere popolari (quasi più simile ad una essenza dell’animo che una propensione morale) rispondo con il disincanto di chi vede e misura la distanza tra il Paese reale e quella cultura cattolica frutto delle visioni profetiche di Sturzo.

Ora il Paese reale, come molti altri Paesi, non è molto interessato ad esercitare il diritto di voto, che significa dover scegliere esercitando così la democrazia. Il dato dell’assenteismo nelle urne ha oltrepassato il 50% e si avvia a crescere. Il fenomeno non è solo del nostro Paese poiché attraversa il momento storico della cultura del XXI secolo, che non ama questo esercizio della democrazia ma sembra privilegiare la soluzione dell’accentramento del potere in una figura o in un gruppo ben identificato, riservandosi il diritto, democratico, di rovesciarlo se non più di gradimento.

In questo gioco del “preferisco buttarti giù dalla torre” piuttosto che perdere tempo aprendoti la porta ed invitandoti ad uscire, la democrazia elettiva non ha spazio o meglio diritto di esistenza. Tutto il ragionamento storico sulla cultura espressa dai cattolici popolari aveva il suo punto di ancoraggio nell’esercizio della democrazia elettiva, caduto questo ogni riferimento culturale diventa mero esercizio storico.

A ciò aggiungerei poi che questa cultura è stata espressione di più generazioni, ivi compresa quella dei boomers a cui io e Merlo apparteniamo; ora tuttavia la cultura dei giovani, ovvero di quelli che abiteranno il futuro –  non certo nostro ma loro – ha altri punti di ancoraggio. Una riflessione amara ed impietosa e però molto vicina alla realtà e misurata sulla partecipazione al voto dei diciottenni. Una realtà per la quale votare, oltre ad apparire un rito al quale ci si può sottrarre e a cui si è legati per il solo fatto di avere la cittadinanza, non esprime null’altro di significativo.

Concludere che i giovani sono senza una cultura e una morale di fondo non è giusto. Occorre solo registrare che i parametri di misurazione non sono più i nostri; e non essere più capaci di parlare ai giovani e giovanissimi dovrebbe farci disperare sul serio, se fossimo la classe politica che meniamo di essere, invece di perdere tempo con le molte, troppe coniugazioni dei popolari italiani.

Sturzo ci si sarebbe arrovellato le meningi per trovare il modo di parlare ai giovani del suo tempo. Allora noi, memori di Catone, prima di diventare come i personaggi di un film distopico, dovremmo lasciare ad essi lo spazio necessario, provando semmai ad ascoltare la loro voce per imparare quello che dicono, a modo loro.

Alla scoperta delle regole di comportamento nella P.A.

A lungo chiuso nei cassetti degli interessati, il Codice di cui al Dpr 13/06/2023 n.° 81, pubblicato sulla G.U. 150 del 29/6/2023, è diventato oggetto di grande attenzione per i dipendenti pubblici. Ad esempio nelle scuole, a cui è stato solo recentemente trasmesso a cura dei Dirigenti di Istituto, potrebbe significare la necessità di un richiamo ai doveri deontologici di docenti e personale ATA, data la delicatezza dei dati trattati: non sempre la legiferazione ordinaria recente tiene in debito conto e attribuisce il dovuto risalto alla tutela dei dati personali, che deve rispettare le linee di indirizzo, i ruoli, le responsabilità stabilite da Regolamento Europeo n.° 679/2016.

Firmato dal Ministro Zangrillo, dalla Presidente Meloni e dal Capo dello Stato Mattarella, il testo normativo elenca con puntuale e lodevole descrizione alcune norme essenziali di comportamento per un ‘corretto utilizzo delle tecnologie informatiche e dei mezzi di informazione e social media da parte dei dipendenti pubblici, anche al fine di tutelare l’immagine della pubblica amministrazione’. Un atto regolamentare necessario ed utile, considerato il diffuso ed esponenzialmente crescente utilizzo delle nuove tecnologie che – di fatto – costituiscono un potenziale canale di esternalizzazione di atti, documenti e procedure che inglobano “l’ubi consistam” dell’attività lavorativa dei dipendenti fino a integrare la fattispecie della tutela del segreto d’ufficio.

Per questo motivo il Dpr 81/2023 specifica in modo dettagliato come le dotazioni tecnologiche d’ufficio non possano essere utilizzate per motivi personali (salvo casi eccezionali che non costituiscano pregiudizio per i compiti istituzionali). L’uso di hardware e software, di password e username e del protocollo delle procedure prassiche deve garantire la necessaria riservatezza, un requisito che è consustanziale ai doveri d’ufficio di ogni dipendente.

Risulta perciò legittimo e doveroso un monitoraggio della correttezza dei comportamenti professionali – specie in relazione alla gestione dei mezzi tecnologici – in modo tale che il loro utilizzo non possa nuocere al prestigio, al decoro o all’immagine dell’amministrazione di appartenenza o della pubblica amministrazione in generale. La P.A. troppo spesso assimilata nell’immaginario collettivo ad una sorta di caravanserraglio caratterizzato da approssimazione, confusione, lentezza, burocrazia ostativa, lungaggine delle pratiche e incompetenza degli addetti ai lavori deve recuperare un’immagine di efficienza-efficacia che renda soddisfazione alle necessità dell’utenza e ad un livello qualitativamente elevato nell’espletamento del pubblico servizio.

Un comportamento esemplare si sostanzia di alcune doti imprescindibili: integrità, imparzialità, buona fede e correttezza, parità di trattamento, equità, inclusione e ragionevolezza.

Qualcuno potrebbe forse eccepire su queste indicazioni che qualificano il dipendente e l’ufficio di cui fa parte? Certamente no, tuttavia alcuni passaggi del Dpr adombrano una sorta di vincoli restrittivi imposti al lavoratore. Ad es. l’art. 11/ter raccomanda che…“nell’utilizzo dei propri account di social media, il dipendente utilizza ogni cautela affinche’ le proprie opinioni o i propri giudizi su eventi, cose o persone, non siano in alcun modo attribuibili direttamente alla pubblica amministrazione di appartenenza… In ogni caso il dipendente e’ tenuto ad astenersi da qualsiasi intervento o commento che possa nuocere al prestigio, al decoro o all’immagine dell’amministrazione di appartenenza o della pubblica amministrazione in generale”.

Qui siamo in una sfera che riguarda l’utilizzo di account personali, ovvero l’espressione di sentimenti o di riserve su trattamenti ricevuti dall’amministrazione o ad essa riconducibili, anche su un piano generale e non personale. Scrivere un articolo o una lettera ad un quotidiano è una libertà costituzionalmente garantita. Persino rivolgersi ad un Sindacato per essere tutelati in una procedura ritenuta ingiusta potrebbe essere considerato un esempio di esternalizzazione censurabile. Anche manifestazioni di dissenso pubblico rispetto a disparità di trattamento di cui si subisce l’ingiustizia sono lecite espressioni di autotutela. Non tutto può passare attraverso la gerarchia interna, specie se si chiedono lumi e applicazione di previsioni normative ma non si ottiene risposta.

A chi deve rivolgersi chi ritiene di subire un danno? Proprio in questo periodo è montata la protesta dei docenti lavoratori fragili esclusi dallo smart working dalla legge di bilancio e per i quali non è stata applicata la tutela riparativa prevista dalla Direttiva Zangrillo del 29/12/2023. Non si può sempre stare zitti e far passare sotto silenzio ciò che – come in questo caso – appare una discriminazione persino di fronte alla Costituzione e all’uguaglianza di trattamento che cittadini e lavoratori devono pretendere, specie in tema di salute.

Stupisce il silenzio degli interpellati: inaccettabile.

Il Dpr 81 e la Direttiva 29/12/2023 della P.A. sono firmati dal Ministro Zangrillo: lodevoli entrambi i provvedimenti ma a chi deve rivolgersi colui che dovendo ubbidire al primo, non riceve risposta alcuna dall’Amministrazione per la seconda? Possibile che tutto debba essere sempre fonte di contenzioso? Perché tutto tace di fronte a diritti che dovrebbero essere rispettati poiché previsti dalla Direttiva e dal senso di responsabilità? Tutto scivola, non adempiuto, in un silenzio assordante. Allora uno cosa fa: deve tacere e subire? Il rispetto è dovuto ma può essere anche reclamato.

Dunque a chi subisce un torto palese non è permesso di esprimere il proprio malessere? Un’Amministrazione che non dà risposte costringe i dipendenti ad azioni legali, a meno che non si vogliano cazziare come non ortodosse anche queste.

Scuola e merito, una (ri)connessione necessaria.

Di promozione del merito il nostro Paese ha un bisogno primario, in tutti gli ambiti, ma la sfida si affronta a partire dalla scuola. Eppure, troppo spesso il merito suona come una parolaccia elitista, o tutt’al più come una parola di destra, mentre dovrebbe essere un vocabolo chiave della vita civile, dell’ordinamento democratico. Per questo, ho apprezzato molto l’intervento di Francesco Provinciali. Abbiamo vissuto finora in un clima culturale che ha confuso merito e meritocrazia (leggi “dittatura del merito”). Promuovere il merito non significa lasciare indietro coloro che si trovano in condizione di minorità (minor preparazione, minor abilità), ma dare opportunità di crescere e buone motivazioni per impegnarsi a che ha voglia di farlo.

La rinuncia della scuola a premiare porta a esiti disfunzionali, sia dal punto di vista della valorizzazione delle capacità, sia dal punto di vista dell’equa distribuzione delle opportunità. Come scrive Provinciali, il merito “non è solo dote intellettuale, ma riguarda anche l’impegno, l’applicazione, il sacrificio per conseguire competenze”. È un prodotto alchemico, il merito, di cui è difficile separare le componenti. Quando le madri e i padri costituenti pensarono all’articolo 34 della Costituzione avevano in mente obiettivi di mobilità sociale, una norma che facesse giustizia ai “capaci e ai meritevoli”, a svantaggio dei figli del privilegio. Vero è che gli appartenenti a classi sociali agiate si trovano a disposizione per nascita risorse maggiori per eccellere, ma come si può rendere contendibili le posizioni più ambite se non fornendo a coloro che vogliono impegnarsi la possibilità di venire valorizzati, gli strumenti per competere con i più dotati per nascita? La scuola del merito ha il compito di fornire questi strumenti. La fuga dei cervelli si spiega anche così: ragazze e ragazzi che non vedono riconosciuto il proprio merito in patria scoprono ottime ragioni per andare altrove. A rimetterci è il Paese.

Dovremmo chiederci: se la società non distribuisce occasioni sulla base del merito individuale a partire dalla scuola, come verranno distribuite tali occasioni? Non restano altri criteri che le diverse forme di privilegio. La famiglia, le conoscenze personali, i “giri” informali che troppo contano nei percorsi di carriera individuali.

Ecco perché osteggiare il merito ci porta a esiti di estremo conservatorismo, attraverso i quali si finisce non solo per sottrarre opportunità a chi ne avrebbe il diritto, ma anche per ingessare la società, limitarne le potenzialità di sviluppo. Dovremmo per questo disinteressarci di coloro che per le ragioni più varie si trovano in difficoltà nel percorso scolastico? Certo che no. L’articolo 3 della Costituzione incarica la Repubblica di rimuove gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona. Ma questo non vuol dire che davanti alle difficoltà a scuola la soluzione sia abbassare gli standard di preparazione.

Davanti alle difficoltà dobbiamo moltiplicare gli sforzi e gli investimenti. Non c’è nessun aut aut tra scuola che premia il merito e scuola capace di includere e farsi carico delle fragilità. C’è invece un’alternativa necessaria tra la rinuncia a valorizzare i meritevoli e la scelta di distribuire opportunità di mobilità sociale. Da rappresentante del mondo dell’impresa immagino i riflessi immediati nei contesti aziendali. Una scuola che riconosce il talento fa emergere personalità più motivate, consapevoli del proprio talento e capaci di riconoscere il talento altrui. Nuova classe dirigente, migliore di quella precedente, spesso mal selezionata, con criteri che troppo spesso hanno finito per ricalcare diseguaglianze conclamate.

Ma non è solo questione di imprese. Calamandrei portava molto oltre il pensiero, dicendo che la scuola alla lunga è più importante del Parlamento, della magistratura, della Corte costituzionale, perché è a scuola che si pongono le basi per la formazione della classe dirigente. Non è questione di efficienza della produzione, ma di giustizia sociale e in fondo di democrazia.

Perché allora il merito sì e la meritocrazia no? Lo spiega bene il sociologo Luca Ricolfi, nella sua recente pubblicazione, “La rivoluzione del merito”. Con la parola meritocrazia si è inteso un sistema basato su strumenti di misurazione del merito, presuntamente oggettivi, spesso incapaci di cogliere l’essenza della preparazione scolastica e universitaria. Il dispositivo meritocratico tende a trasformarsi in un meccanismo di giustificazione delle diseguaglianze sociali, più utile a mantenere gli assetti esistenti che non a contraddirli, a sottoporli alla tensione competitiva del merito. Se seleziono e distinguo fin dai primi anni di età i “migliori”, sulla base di test oggettivi e solo ai selezionati riservo opportunità di istruzione di qualità, è facile cadere nella trappola meritocratica, che avvantaggia chi ha tutti gli strumenti per eccellere fin da subito.

I figli delle famiglie più dotate di risorse economiche e culturali finiranno per aggiudicarsi le occasioni migliori, mentre agli altri passerà presto ogni desiderio di impegnarsi. Una nuova forma di familismo amorale, nulla di più lontano dagli scopi dell’istruzione pubblica. Tutt’altra cosa è la valorizzazione del merito, che non può distaccarsi da un investimento importante nella costruzione di pari opportunità per tutte e tutti.

 

Gian Luca Galletti

Presidente dell’Unione Cristiana Imprenditori e Dirigenti (UCID), già Ministro dell’Ambiente.

Le tre certezze dei Popolari

Nella confusione che, purtroppo, continua ancora a serpeggiare nell’area del cattolicesimo popolare e sociale del nostro paese permangono almeno tre certezze oggettive. Tra le molte che si potrebbero citare. Innanzitutto la eccessiva frammentazione e polverizzazione dell’area cattolico popolare e sociale non giova al ruolo e alla funzione di questa importante e ancora decisiva cultura politica italiana.

Una cultura e una tradizione che continuano ad avere una straordinaria attualità e modernità anche nell’attuale contesto politico italiano. Ma questa oggettiva considerazione può avere uno sbocco politico solo se questo filone ideale recupera una sua sostanziale unità. Pur nel rispetto dell’altrettanto oggettivo pluralismo delle varie opzioni politiche. Ma all’obiettivo di una vera, intelligente ed equilibrata unità adesso non si può più rinunciare. Sempre chè non si voglia ridurre questa storica e nobile tradizione culturale ad una banale ed insignificante appendice della cittadella politica italiana.

In secondo luogo è ormai abbastanza evidente, nonché acclarato, che questa esperienza politico e culturale è del tutto ornamentale all’interno della sinistra radicale, massimalista e libertaria della Schlein e dell’attuale Partito democratico. Come, e specularmente, anche sul versante della destra sovranista e marcatamente clericale ed estremista della Lega salviniana, il ruolo dell’area popolare è del tutto esterna ed estranea rispetto al progetto politico di quei partiti e di quei movimenti politici. È inutile parlare del partito populista ed anti politico per eccellenza, cioè il partito di Grillo e di Conte, perchè è quasi antropologicamente alternativo alle ragioni, ai valori e alla cultura del cattolicesimo popolare e sociale del nostro paese. E, di conseguenza, il mondo cattolico popolare e sociale non può che dispiegare tutta la sua potenzialità all’interno di una area centrista. Un’area, quella centrista, che non può che essere riformista, dinamica, creativa, di governo, plurale e autenticamente democratica. Insomma, l’esatto contrario di un Centro statico ed equidistante rispetto agli schieramenti maggioritari e che si limita a vivere solo di una grigia ed indistinta rendita di posizione.

In ultimo, ma non per ordine di importanza, è arrivato il momento che l’intera area cattolico popolare e sociale faccia un salto di qualità. E cioè, la stagione della testimonianza, del solo impegno pre politico o, in ultimo, della sola presenza nel sociale deve cedere il passo ad una

rinnovata ed esigente presenza politica. Perchè nella storia ci sono dei momenti in cui le circostanze richiedono di essere in prima linea. Cioè, di rendersi disponibili ed attivi per un protagonismo politico, culturale e programmatico che purtroppo in questi ultimi anni si è andato progressivamente disperdendo. E dobbiamo prendere atto che l’intera cultura cattolico democratica, popolare e sociale, dopo il tramonto della doppia esperienza del Ppi e dell’Udc – e anche della Margherita e della prima fase del Pd – è precipitata in un vicolo cieco dove la stessa presenza politica si è ridotta ad un fatto puramente ornamentale e del tutto periferico. Cioè incapace di incidere concretamente e costruttivamente nelle concrete dinamiche della politica italiana.

Ecco perchè, partendo da queste tre considerazioni, sufficientemente oggettive per non prenderle in seria considerazione, anche per l’intera area cattolico popolare, sociale e democratica non si può non aprire una nuova fase di impegno politico diretto. Sarebbe inutile attardarsi ancora su altre considerazioni o, peggio ancora, sulla necessità di continuare un percorso che si è rilevato fallimentare e sterile. Occorre voltare pagina. E, come ci hanno insegnato più volte i nostri ‘maestri’ del passato, serve il recupero di alcuni ingredienti di fondo. Ovvero, coraggio, coerenza, intelligenza e determinazione. Qualità che non sono mancate a donne e uomini del passato che non erano solo esponenti cattolici impegnati in politica ma che, grazie al loro magistero, al loro coraggio e alla loro esperienza, sono diventati anche e soprattutto autentici leader politici nonché statisti.

Allarme rosso in Medioriente

A quattro mesi dalla carneficina del 7 ottobre e a tre mesi, giorno più giorno meno, dall’avvio della distruzione di Gaza da parte dell’esercito israeliano stiamo entrando nella fase, quanto mai delicata e rischiosa, durante la quale l’evoluzione degli avvenimenti può condurre nella direzione, temuta, di un effettivo allargamento del conflitto a tutta la regione mediorientale oppure in quella, auspicata, di un cessate-il-fuoco che favorirebbe la possibilità della ricerca di una soluzione al conflitto, peraltro difficilissima se non quasi irrealizzabile.

Il tentativo da parte degli alleati territoriali dell’Iran di trascinare gli Stati Uniti dentro la guerra è evidente. E sta sortendo alcuni risultati, dal momento che arriveranno a Washington le bare coperte dalla bandiera a stelle e strisce di tre soldati americani. Bare che ovviamente esigono una risposta, e una prima risposta militare c’è già stata. La tensione è ai massimi livelli in tutta l’area: attacchi con droni e missili alle basi militari USA in Siria e Iraq da parte delle milizie filo-israeliane operanti su quei territori e conseguente protesta dei governi locali (con supporto russo in sede ONU) contro la permanenza di quelle basi; conseguente reazione statunitense, come detto, e immediata minaccia di Hamas, che accusa Washington di “aggiungere benzina sul fuoco”; frizione a media intensità ai confini fra Israele e Libano ove opera Hezbollah con i suoi lanci missilistici; attacchi droni alla navigazione commerciale nel Mar Rosso portati a compimento dai ribelli Houthy alleati di Teheran.

Le attenzioni e le preoccupazioni degli europei si sono concentrate su quest’ultimo pericolo e hanno portato alla decisione di approntare una operazione navale di protezione delle navi che solcano il Mar Rosso, in aggiunta al sostegno di alcuni paesi, fra i quali l’Italia, all’operazione “Prosperity Guardian” avviata da USA e Regno Unito con bombardamenti sulle basi Houthy nello Yemen. Del resto, l’importanza di quel transito è troppo rilevante: lo stretto di Bab-el-Mandeb che collega Mar Rosso e Golfo di Aden è uno dei “colli di bottiglia” principali al mondo ove transita (transitava, bisogna dire in questo momento) il 12% del commercio (soprattutto di petrolio e gas naturale) globale e ben il 25% di quello europeo. Costi di trasporto che si innalzano di molto, poiché gli armatori devono decidere se aggirare l’intero continente africano o se sopportare l’aumento esponenziale dei costi assicurativi nel caso decidano di solcare lo stesso le acque del Mar Rosso. Conseguenza inevitabile per i mercati a cominciare da quello europeo è una minacciosa ripresa inflattiva.Per gli Stati Uniti, però, contano molto anche gli altri fronti, oltre a questo. Come gli avvenimenti degli ultimi giorni hanno dimostrato. Un’accentuazione delle risposte militari, però, comporta il rischio, reale, che, improvvisamente, per un qualsiasi motivo, il livello dello scontro si innalzi e oltrepassi il punto di non ritorno. E questo è un pericolo che la Casa Bianca non può correre. A maggior ragione nell’anno delle elezioni presidenziali. Ecco allora che Biden ha da un lato minacciato Netanyahu, aiutando di fatto chi in Israele vuole sostituirlo al più presto, e dall’altro ha intensificato gli sforzi negoziali con quanti, dal Qatar all’Egitto, stanno attivandosi per raggiungere un compromesso fra le parti in causa.

Le prossime settimane saranno decisive. Ma è evidente che la soluzione che maggiormente la comunità internazionale auspica, ovvero l’avvio di negoziati fra Israele e Autorità Nazionale Palestinese per la definizione concreta del famoso quanto irrealizzato mantra “due popoli, due stati”, transita attraverso la fine del governo di Benjamin Netanyahu e del suo intransigentismo e la fine del dominio di Hamas sulla disgraziata popolazione della Striscia di Gaza. Ed è facile supporre che né l’uno, con i suoi sodali, né gli altri, con i loro, si lasceranno sacrificare tanto facilmente. L’allarme è ancora rosso, da quelle parti.

Sanità cattolica, dalla cura dei più fragili alla sfida dell’equità.

La sanità cattolica in Italia è una realtà importante nel SSN del nostro Paese, basti pensare a strutture come il Policlinico Gemelli, la Casa Sollievo della Sofferenza, il Campus Biomedico o l’Istituto Auxologico: sono solo alcune delle eccellenze che ne testimoniano l’importanza assistenziale, scientifica e strategica.

L’evoluzione di questi ospedali ha seguito un percorso di trasformazione significativo. Nati con la missione di curare i poveri e gli emarginati, hanno adattato le proprie pratiche e strutture per rispondere alle mutate esigenze della società.

Negli ultimi decenni si è assistito a un’espansione delle attività e dei servizi offerti, abbracciando specializzazioni mediche sempre più complesse. Nondimeno, si è cercato di garantire una gestione efficiente delle risorse e una maggiore collaborazione con il SSN. Ciò ha permesso alla sanità cattolica di continuare a svolgere un ruolo fondamentale nella cura e nell’assistenza, mantenendo intatto l’impegno originario verso i più bisognosi.

Ora, benché l’accessibilità alle cure mediche sia un diritto fondamentale per ogni individuo, in Italia non sempre lo si rispetta. Invece bisogna garantire a tutti l’accesso alle cure, indipendentemente dalla condizione economica o sociale delle persone. Spesso, infatti, la cura è un privilegio per pochi e non un diritto universale. Ciò accade soprattutto nelle regioni del sud Italia, dove la povertà e la disoccupazione sono più diffuse. Quante volte assistiamo a famiglie meridionali con scarse risorse economiche, costrette a viaggi lunghissimi, soggiorni costosi per una visita o una prestazione sanitaria?

Dunque, in un mondo sempre più secolarizzato, i centri sanitari cattolici si trovano di fronte alla esigenza di riscoprire e ripensare il proprio ruolo ispirato alla fede. Non è sufficiente offrire la qualità, giaccché serve anche promuovere un ambiente che rifletta i valori cristiani di compassione, umanità e solidarietà. Da qui l’urgenza di una revisione delle pratiche e delle politiche interne, per garantire che i medici e tutti gli operatori sanitari e non, siano formati non solo in termini di conoscenze, e quindi competenze tecniche, ma anche di valori etici.

Un’ultima riflessione sicuramente la merita l’espressione “sfida dell’equità”. Si tratta della lotta per garantire che tutte le persone, indipendentemente da origine, genere, razza, classe sociale o altra identità abbiano pari opportunità e accesso alle risorse e servizi. Questo ovviamente, oltre all’istruzione, all’occupazione e ad altri fattori che influenzano la qualità della vita, comprende la salute. La sfida si basa sull’idea che ogni individuo merita di essere rispettato e trattato con dignità ed uguaglianza. Ecco, proprio quest’ultima riflessione non andrebbe mai disattesa dalla sanità cattolica che può contribuire, in una fase di “ricostruzione” anche politica del nostro Paese, a ridare vita al termine “solidarietà” che, nel Dizionario di Sociologia, indica la capacità dei membri di una collettività ad agire nei confronti di altri come un soggetto unitario.

 

Castagnetti tra Buttiglione e Schlein: il fantasma dell’integralismo.

Caro direttore, non sia stupito dell’apparente bizzarria che mi porta ad accostare la Schlein a Buttiglione, né le sia pregiudizialmente ostica la sollecitazione che ne deriva per la figura di Castagnetti. È un intreccio che esige fantasia – forse troppa – ma sommersi come siamo da un mare di oggettività, per dirla con lo scrittore siciliano Andrea Apollonio, il fattore sorpresa ci attrae.

Da quando Elly Schlein ha preso le redini del Pd, un’inquietudine incontrollabile ha pervaso l’animo dei cattolici – meglio se definiti democratici per diversità dai cattolici conservatori – che ancora militano nel partito. Ed è Castagnetti, in primis, che si fa portavoce di questo sentimento che la stampa di opinione collega a un disagio pervasivo.

Eppure, sempre Castagnetti esorta a non cedere alla tentazione della rottura. Uscire dal Pd, come ha fatto il più sanguigno Fioroni all’indomani dell’investitura della Schlein, non sarebbe la soluzione. La sfida è quella di combattere – ripete ad ogni intervista – la “giusta battaglia” all’interno del partito, anche se gli spazi di manovra, a detta di tutti, si sono notevolmente ristretti.

Nel frattempo, costretta a parlare, la Schlein si destreggia tra garbo e fermezza. Da un lato rassicura, riconoscendo il valore e la storia dei cattolici all’interno del Pd; dall’altro ribadisce con forza la necessità di un ritorno alle radici della sinistra, per recuperare quell’anima “radicale” che si è persa negli anni.

In un certo senso, la Schlein sta compiendo nel Pd un’operazione paragonabile nelle forme e nelle intenzioni – non certo nell’oggetto – a quella che Buttiglione tentò di realizzare nel Ppi: e cioè, una riforma del partito in nome della fedeltà a valori che la prassi avrebbe offuscato. Pur nella differenza di circostanze e prospettive, prima l’uno poi l’altra hanno imboccato la strada dell’integralismo come ultima risorsa dell’ideologia. Il cattolico ciellino, come si sa, dovette cedere, mentre la “radicale” Schlein, per quanto è dato di capire, a cedere non ci pensa affatto. Appare tuttora con la spada di luce di un integralismo che gli eredi di Togliatti potrebbero riconoscere come vocazione estremistica ed infantile.

Il problema è che i “cattolici del Pd” non si dimostrano capaci di rimettere in campo la fermezza dei gesti con cui, in passato, lo stesso Castagnetti e altri popolari illustri (i Bianco, i Bodrato, i Marini, ecc.) si opposero a Buttiglione. Prevale un dissenso sdegnoso ma garbato, che non riesce ad incidere realmente sulla poltica del Nazareno.

Castagnetti, in particolare, sembra aver perso la  combattività di un tempo. Incapace di riconoscere nella Schlein l’errore integralistico che fece deragliare il Ppi, si limita a deprecare l’esaurimento della linfa vitale del fu “partito unico dei riformisti”.

Caro direttore, in questo scenario incerto il futuro dei cattolici democratici, fedeli tout malgré al Pd, rimane alquanto nebuloso. In periferia l’uscita dai ranghi è già in atto, silenziosa e inesorabile. Forse è giunto il momento di ammettere che la “crisi” non si risolve aspettando che la Schlein cada, perché la novità introdotta dalla sua gestione, ovvero il mito di un ritorno alla purezza della sinistra, difficilmente potrà cadere. Chi può fermare questa deriva?

Mi congedo, direttore, con questo interrogativo ringraziandola anticipatamente per l’ospitalità sul suo giornale, sponda preziosa, devo dire, per tutti noi indomiti popolari.

Il Senato Usa costringe alle scuse Mark Zuckerberg

La Commissione Giustizia del Senato USA ha convocato e audito i potenti dell’hi tech, coloro che detengono il primato dei social media americani: in quella sede è andata in scena una sorta di messa in stato d’accusa della comunicazione e dell’informazione via web, per le conseguenze drammatiche provocate in danno di minori e adolescenti caduti nelle “rete”: erano infatti presenti molti genitori di ragazzini vittime di adescamenti sessuali, giochi pericolosi, istigazione al suicidio.

Sul banco degli invitati-imputati i Ceo dei cinque principali network USA (ma con influenza e penetrazioni planetarie), da Mark Zuckerberg (Meta) a Linda Yaccarino (X), Shou Chew (Tik Tok) Evan Spiegel (Snap) e Jason Citron (Discord). Da quanto diffuso dai media americani non si è trattato di una messinscena, vista la durezza delle accuse peraltro debordate anche sul cotè della politica: di fatto la campagna elettorale per le presidenziali è virtualmente aperta, pur nell’attesa di presentare i due contendenti, ma l’argomento era troppo ghiotto per trasformare la conferenza in una burletta di simulazioni e domande concordate.

Da alcuni anni a questa parte la diffusione delle tecnologie, la dilagante digitalizzazione, gli scenari aperti dal metaverso e dagli iniziali esperimenti di intelligenza artificiale hanno imposto un’area tematica che sta rivoluzionando il mondo delle comunicazioni e prelude a scenari persino sconvolgenti negli stili di vita degli “umani” che ne saranno inevitabilmente coinvolti. Fermare questa deriva equivarrebbe a tentare di arrestare uno tsunami con l’uso delle mani, ma certamente la facilità con cui hardware e software si sono diffusi, algoritmi e stilemi linguistici hanno sostituito gli alfabeti tradizionali, il fatto che questo universo in gran parte inesplorato e sconosciuto ai più, ma gestito con disinvoltura e poco senso etico e della misura da poche mani sapienti per finalità commerciali e con profitti stellari, sia frequentato in prevalenza da giovani o giovanissimi, senza una guida orientativa e senza confini tematici, ha costituito una vera e propria rivoluzione culturale che la scuola non è riuscita a controllare, per sdoganare e limitarne gli effetti distorsivi.

Da anni ci si interroga sull’uso dei social che diventano “dissocial” poiché, lungi dal favorire un supporto all’impegno educativo delle famiglie e più specificatamente didattico e pedagogico dei sistemi formativi, hanno favorito da un lato una diffusione massiva incontrollata, dall’altro non hanno posto tutele e ripari alla fruizione solipsistica e fuorviante delle tecnologie.

Navigare senza rete non ha quasi mai favorito approdi rassicuranti, Itaca è scomparsa dagli orizzonti degli esploratori. Ai genitori presenti all’audizione – in genere muniti di cartelloni di protesta e foto di figli rovinati dall’uso incontrollato dei social media fino a diventarne vittime sacrificali, Zuckerberg si è rivolto direttamente per chiedere scusa, eludendo le domande più tecniche poste dai senatori. Negli USA il fenomeno delle devianze prodotte dalla tecnologia incontrollata nell’uso fino a normalizzare una serie infinita di abusi e comportamenti distorsivi è presente da molto tempo: ma la globalizzazione ha rapidamente esportato tutti gli aspetti più deleteri e deteriori di questa dilagante deriva.

Dobbiamo porci anche qui, in Italia e in Europa, più di un interrogativo sul da farsi ricordando il ‘non fatto’: sono innumerevoli gli episodi che già da diversi anni si sono verificati con crescente intensità e perniciosa creatività: l’emulazione, l’indifferenza degli adulti ammantata da un’assenza di regole e norme di comportamento che rasenta l’incoscienza hanno consentito una sovraesposizione al pericolo nella frequentazione dei social, fino a farli diventare una sorta di cloaca maxima dove affogare senza tornare a galla. Per questo il senso di questa iniziativa del Senato americano dovrebbe avere il valore di un incipit per la politica a livello planetario.

Troppi episodi archiviati come errori, infortuni o fatalità vanno invece ricondotti alle politiche diseducative che i grandi network hanno favorito, anteponendo la contesa tra loro di una primazia di diffusione e ‘potentato’ senza interrogarsi sugli esiti disastrosi possibili. Poiché ovunque è ormai così: ricordo come grazie all’ospitalità di Barbara Stefanelli molti anni fa potevo segnalare su ‘La 27ª ora’ i casi di cyberbullismo, di violenze agite attraverso le tecnologie, le fide assurde alla morte, seguendo video diffusi in rete, le prove di impiccagione, l’attraversare i binari del treno all’ultimo secondo.

E insieme a questo la diffusione della pornografia, della prostituzione minorile agganciata in rete e tutte le raffinate distorsioni che ne sono via via derivate, a cominciare dal revenge porn, la trasgressione più odiosa, la “vendetta” realizzata attraverso la diffusione di immagini intime carpite a insaputa delle vittime. Perciò quanto accaduto al Senato USA dovrebbe valere – come fatto eclatante che scuote le coscienze – ovunque. Il reporter del New York Times, David McCabe, ha raccontato di non aver mai visto nulla di simile in un’audizione.

I Ceo dei network più potenti messi alla sbarra, anche sotto il profilo della liceità di accordi commerciali con Paesi competitor degli USA e rappresentanti dell’altra faccia del pianeta, quella delle dittature e delle mire espansionistiche. Tema che ci riguarda da vicino poiché attraverso questi interessi commerciali delle grandi aziende può essere favorita l’infiltrazione di ideologie che combattono le democrazie del mondo, a partire dalla disgregazione delle singole democrazie (come spesso mi ricorda il Prof. Vittorio Emanuele Parsi). Né va dimenticato come i social siano spesso i megafoni dell’omologazione culturale: la negazione della loro essenza poiché falsificano e distorcono la comunicazione fino a diventare la causa più diffusa delle solitudini siderali e spesso disperate del nostro tempo.

Giornata della Memoria, non vale solo per gli ebrei.

Come abbiamo celebrato la Giornata della Memoria nel 27 gennaio 2024? L’anno scorso la senatrice Segre lanciava l’allarme sulla possibile dimenticanza della Shoah, quest’anno avremmo dovuto porci una domanda ancora più urgente: come fermare questo rialzarsi del fascismo e dell’antisemitismo che stiamo vivendo? Non possiamo rimanere indifferenti di fronte all’immagine vergognosa dei saluti romani. Abbiamo fatto un lungo percorso memoriale, abbiamo insegnato, ricordato, ammonito, ma sembra che ci sia una fitta nebbia che sta avvolgendo la nostra società e rischia di cancellare tutto ciò che abbiamo costruito. Non possiamo permettere che i valori della lotta contro il razzismo, l’antisemitismo, l’odio, diventino un patrimonio comune solo sulla carta. Dobbiamo agire con fermezza, dobbiamo parlare forte e chiaro, dobbiamo ricordare la storia per non ripeterla mai più. Non c’è spazio per la moderazione in questo momento cruciale, dobbiamo essere audaci, coraggiosi, e fermare chiunque tenti di cancellare la memoria e i valori dell’umanità.

Le risposte sono complesse ma la verità è semplice. L’esaltazione del fascismo ha radici ben salde nella storia italiana, una storia che ha visto il fascismo come un fenomeno innocuo e folkloristico per troppi anni. Ma non possiamo continuare a chiudere gli occhi di fronte alla verità. Le leggi antisemite del 1938 sono state messe in sordina, presentate come un errore, ma la storia ricorderà sempre la loro crudeltà. E quanto alla complicità della Repubblica di Salò nella deportazione degli ebrei, troppo spesso viene ignorata o dimenticata. Ma noi non dimentichiamo. Non possiamo permettere che l’esaltazione del fascismo continui senza conseguenze. Le manifestazioni fasciste non possono essere tollerate, né possono essere scusate o giustificate. L’antisemitismo non è mai accettabile, non importa in quale forma si manifesti. È tempo di parlare la verità e di agire con fermezza contro ogni forma di odio e discriminazione. Non possiamo permetterci di essere indifferenti. La storia ci insegna che questo non è mai stato accettabile, non lo è ora e non lo sarà mai.

Il fenomeno antisemita che sta aumentando vertiginosamente è legato alla guerra tra Israele e Hamas e ai bombardamenti su Gaza che hanno causato un numero sterminato di vittime civili. Non possiamo rimanere indifferenti di fronte a questa situazione, ma è importante ricordare che la guerra è iniziata con il massacro di mille civili israeliani, tra cui non solo ebrei. L’antisemitismo della sinistra terzomondista è radicato e si basa su un antisionismo che ha origini antiche, ma che oggi si è ampliato enormemente, soprattutto in Francia e negli Stati Uniti. Non è un fenomeno facile da fermare, poiché i suoi sostenitori credono di lottare per la giustizia e per i più oppressi, ma si tratta solo di una giustificazione malriposta per seminare odio e discriminazione. Non basta infatti attribuire le responsabilità ad Hamas, che è noto per le atrocità che commette, ma dobbiamo anche guardare alle responsabilità del governo di Netanyahu, dei coloni religiosi e della mancanza di un riconoscimento dello Stato Palestinese. Non possiamo far tutt’uno tra i palestinesi e Hamas, altrimenti rischiamo di spingere i palestinesi moderati dalla parte dei terroristi. È arrivato il momento di fermare l’antisemitismo e di lottare per la pace in Medio Oriente.

Dobbiamo osare di più, metterci personalmente in discussione. La Giornata della Memoria, stabilita dall’Unione Europea e dall’ONU, non è solo per gli ebrei: è per noi tutti. Non si tratta di risarcimento per l’impossibile: come possiamo risarcire la Shoah? L’obiettivo è combattere i genocidi, passati e futuri, e di promuovere valori come il rifiuto del razzismo, dell’antisemitismo e del nazionalismo. Vogliamo abbattere muri, non erigerli. Vogliamo offrire valori, non ritrovarci su posizioni difensive. Chiaramente, questo non è facile con le guerre in atto – non dimentichiamo l’Ucraina – e con le accuse contro Israele per genocidio. Se vogliamo salvare il nostro futuro, dobbiamo salvare ciò che si può della nostra memoria. Non siamo qui solo per celebrare, ma anche per agire.

Dibattito | Bigon e la coscienza (quale?).

La domanda essenziale: se una comunità locale intende farsi carico del vuoto di potere creato da un Parlamento che non risponde dopo cinque anni ad una sentenza che lo sollecita a disciplinare per tutti il fin di vita, senza che si creino disparità tra chi può e chi non può permettersi di andare all’estero, a chi provoca problemi di coscienza?

Dovrebbe provocarli a chi non fa nulla nemmeno quando non sono disponibili le cure palliative a carico del servizio sanitario nazionale e si riempie la bocca di suicidio assistito, decidendo perfino con enfasi di non decidere. E se per sua responsabilità con il voto contrario ignora che in quel momento un’anima immortale vive drammaticamente la realtà accertata dalla scienza (e sennò da chi?) di un corpo destinato a morire, straziando fino alla disperazione estrema la sua anima immortale infusa al momento della nascita!

È noto ciò che il beato J.H. Newman scrisse nella sua Lettera al Duca di Norfolk: “La coscienza è il messaggero di colui che, sia nel mondo della natura che in quello della grazia, attraverso un velo ci parla, ci istruisce e ci governa. La coscienza è il primo dei vicari di Cristo!”. Non sorge il dubbio, allora,  che essa appartenga all’anima immortale e che si ricongiungerà con il corpo quando verrà il Risorto?

C’è un problema di coscienza per chi non ha rispetto per un anima immortale sacrificata allo strazio di un corpo destinato a spegnersi! In conclusione, la Bigon ci tiene a far sapere d’essere un esperta nella difesa della vita e come tale sa che un esame approfondito e una decisione può venire solo dal Parlamento; e che nel frattempo la sentenza, prima d’essere una misura giuridica è una misura urgente e temporanea, è un gesto di carità giuridica, una sorta di samaritano in soccorso di chi soffre.

E la Bigon che fa? Alla sua Regione che agisce nello spirito del samaritano oppone il suo “Vade retro Satana!”. Ecco, avesse proposto una iniziativa unitaria delle Regioni per sollecitare il Parlamento! E la gente, la più povera, ne paga il prezzo! L’angoscia è che possa essere prevalsa, come in tutti quelli che si sono opposti, un miserabile calcolo politico: quello di rischiare la perdita di consensi!

Treccani | Paparazzo, una parola italiana che non conosce confini.

Il web dà conto della diffusione del termine. Paparazzo sembra meglio correlarsi all’invenzione di un soprannome che non alla replicazione di un cognome. Di seguito uno stralcio del testo proposto dalla Treccani.
Il web dà conto della diffusione del termine. Paparazzo sembra meglio correlarsi all’invenzione di un soprannome che non alla replicazione di un cognome. Di seguito uno stralcio del testo proposto dalla Treccani.

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Un ulteriore passaggio semantico ha caratterizzato la parola: da fotoreporter a simbolo di mondanità in generale – nomi di ristoranti, alberghi, sale vip, ecc. – e di italianità in particolare. La voce paparazzo ha dunque compiuto un percorso originale, diventando uno dei simboli dello spettacolo italiano e dell’Italia tutta, un nome che, grazie alla sua allusività e capacità evocativa, ha assunto un valore identificativo dell’italianità, specie nel commercio e in particolare nella ristorazione.

La Rete è piena di voci con base paparazz-, tra i quali possono citarsi i sostantivi: paparazzismo, paparazzume, paparazzaggine, paparazzata, paparazzeria, paparazzità, paparazzitudine, paparazzofobia, superpaparazzo, protopaparazzo, il femminile paparazza, paparazzetto, paparazzaccio; le voci verbali: paparazzava, paparazzerei, paparazzeggio, paparazzando, paparazziamo; e poi gli aggettivi e i participi: paparazzabile, paparazzevole, paparazzato e ultrapaparazzato… Se poi desideriamo ampliare la lista, spulciando nelle lingue straniere, iperpaparazzi e paparazzino sono documentati solo in inglese, paparazzista in finlandese, postpaparazzismo in spagnolo, paparazzese in portoghese brasiliano, paparazzita in varie lingue tutte diverse da quella italiana.

Si veda anche il titolo di un articolo che è quasi uno scioglilingua: Paparazzo paparazzato mentre paparazzava. Non è una novità. Certo è che Paparazzo ha superato per popolarità e diffusione, in Italia e ancor più all’estero, tutti gli altri nomi comuni e aggettivi derivanti da protagonisti di film.

 

Ma Paparazzo è un cognome o un soprannome?

 

All’origine, dunque, certo un cognome: ma in bocca a Fellini e a Mastroianni non sarà diventato forse un soprannome? Che cosa ce lo fa pensare? Vari particolari. Primo, nel film del 1960 i personaggi con cognome si contano sulle dita di una mano: il protagonista Marcello (Rubini nel film, peraltro appena citato), gli appartenenti alla famiglia Steiner e una figura trascurabile come Totò Scalise. Adriano Celentano è indicato come “il cantante”, Enzo Cerusico come “il fotografo”, Alfredo Rizzo come “il regista televisivo”, Umberto Orsini come “il giovane”, Jacques Sernas come “il divo” e poi Sylvia (Anita Ekberg), Maddalena (Anouk Aimée), Emma, Fanny, Robert, Nadia, Laura, Irene, Nico, Paola, Riccardo, senza mai un cognome.

Secondo: come detto, già nelle riprese Fellini si rivolgeva al gruppo dei fotografi appellandoli “paparazzi”. Il che, oltre ad aver accelerato il processo deonimico, sembra un’operazione onomastica più verosimile e condivisibile se si parte da un soprannome per sua stessa natura è attribuile a chiunque, che non da un nome di famiglia. Terzo: il significato di Paparazzo (discusso anche tra i linguisti) è stato spiegato in vari modi dai protagonisti, come se ci si divertisse a rispondere in modo sempre diverso alle domande di giornalisti e di curiosi, dando fondo alla propria fantasia etimologica. Anche questo aspetto sembra meglio correlarsi all’invenzione di un soprannome che non alla replicazione di un cognome.

Ma accontentiamoci della vulgata. Altrimenti dovrebbe cambiare anche il titolo di questo articolo.

 

Per saperne di più

https://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/articoli/parole/cognomi_paparazzo.html

L’intervista di Zuppi alla Civiltà Cattolica interpella i cattolici in politica.

L’ampia intervista del presidente della Cei, card. Matteo Zuppi, sul nuovo numero (4167) della Civiltà Cattolica affronta le principali questioni di attualità da una prospettiva di Chiesa dialogante e accogliente, che preferisce costruire canali di comunicazione con tutti piuttosto che tracciare rigidi confini identitari nella consapevolezza che la Chiesa “è più di quel che sembra”.

Una prospettiva che abbraccia anche l’ambito della politica, segnatamente quella italiana. Infatti, nell’intervista concessa al direttore della rivista dei Gesuiti, padre Nuno da Silva Goncalves, e a Simone Sereni, il presidente dei vescovi italiani afferma che “da una parte i cattolici sono assenti, ma dall’altra sono presenti e in tante compagini. Nelle forze politiche sono presenti quasi dappertutto, o comunque c’è sempre una parte in dialogo con la Chiesa”.

Una prospettiva, quella delineata dal card. Zuppi che credo possa servire da stimolo alla riflessione anche per quanti, nel quadro consolidato del pluralismo politico dei cattolici, coltivano legittimamente propositi di presenza organizzata in politica all’insegna di una tradizione e di una cultura politica come quella cattolico-democratica, cattolico-sociale e popolare, che tanto ha inciso nella storia del Paese.

Penso che l’approccio al tema cattolici e politica, del presidente della Cei possa aiutarci nel definire meglio anche le caratteristiche di una iniziativa politica nel presente, dichiaratamente ispirata al popolarismo. Vi si può trarre un invito a esser più sturziani, a qualificarsi più e principalmente per il programma e per la visione delle questioni della nostra epoca, che per un richiamo nostalgico ai tempi che furono, non di rado funzionale a obiettivi contingenti non propriamente dello stesso tenore di quel glorioso passato.

Perché in un cambio di epoca come quello che stiamo attraversando il vero nodo, come ci ricorda l’arcivescovo di Bologna, “è intendersi su cosa significhi fare politica e fare delle politiche ispirate alla Dottrina sociale della Chiesa”.

Sull’esigenza di un modo di fare politica ispirato all’insegnamento sociale della Chiesa, se prendiamo ad esempio, due fra i nodi cruciali del presente, la transizione geopolitica e la transizione ecologica, scopriamo che molta strada c’è ancora da fare per i cattolici in qualunque parte politica stiano. I nodi irrisolti relativi a un nuovo modello di governance globale, più giusto e inclusivo anche degli Stati di più recente industrializzazione e di quelli in via di sviluppo, hanno generato quella che Papa Francesco ha definito la guerra mondiale “a pezzi”. Senza un reale dibattito si sta scivolando in un clima di riconversione bellica dell’industria, di accettazione del ricorso alla guerra in Europa come se fosse senza alternative. Su un tema come questo i cattolici in politica hanno davanti un margine di iniziativa molto ampio, senza semplificazioni populiste e nel rispetto degli impegni assunti dal nostro Paese a livello internazionale. Ma né l’Unione Europea né l’Onu (e neanche la Nato, a ben vedere) sono una caserma. Sono organismi democratici che riflettono le posizioni degli stati membri. E se le opinioni pubbliche nazionali non sono in letargo, si possono costruire dei percorsi diplomatici alternativi al clima di guerra che è sceso sulla nostra parte di mondo. Ciò è vero specie in un anno elettorale per molti Paesi come il 2024. Ma bisogna trovare il coraggio di incarnare l’ispirazione che a parole si dice di voler seguire.

Anche nel caso della transizione ecologica si ha spesso l’impressione che i principi che la Chiesa indica siano poi privi di adeguate mediazioni storiche da parte dei cattolici impegnati in politica. L’ “ecologia integrale” di cui parla la Laudato Si’ richiede un grande impegno per la ricerca di un equilibrio fra gli aspetti sociali e quelli ambientali, in mancanza del quale si innescano situazioni come ad esempio quelle della protesta degli agricoltori europei, che poi rischiano di venire cavalcate da varie forme di estremismi.

Ecco allora che la visione del card.Zuppi di una Chiesa che è consapevole di esser più di quello che appare, si può trasmettere proficuamente anche all’impegno politico dei cattolici. Ognuno porta avanti i propri progetti, in modo organizzato o meno, ma con la consapevolezza di fare parte di un onda, che si estende oltre gli strumenti organizzativi in cui si milita, e che sulle questioni dirimenti sa emergere per incidere nel dibattito politico e nelle scelte.

La Voce del Popolo | Rompere la spirale della faziosità

Sarebbe quasi apprezzabile la denuncia rivolta da Giorgia Meloni verso l’“amichettismo”, quella diffusa attitudine a scegliere i propri cari per gli incarichi pubblici. Dico quasi perché poi questo governo ha fatto del suo meglio per ripetere e perfezionare quelle stesse pratiche di occupazione del potere che costituiscono a quanto pare un destino inesorabile della nostra vita repubblicana.

S’intende che in questa cattiva abitudine Meloni non è certo la prima e probabilmente non sarà l’ultima. La sinistra che ora l’accusa ha fatto quel che poteva per imitarla anzitempo. E anche noi “democristiani” abbiamo pagato al clientelismo un obolo più che cospicuo. È la natura della politica, si dirà. Che nasconde spesso la sua anima predatoria dietro la cortina fumogena di parole d’ordine più nobili e non del tutto sincere.

Il fatto è che l’unico modo per uscire da questo circolo vizioso consiste nel cercare di rompere la spirale della faziosità. Che invece ci avvolge e ci illude quasi di proteggerci. Una classe dirigente non troppo sicura del fatto suo cerca il più delle volte di puntellarsi premiando i propri “amici” e fustigando i propri avversari. Mentre dovrebbe imparare ad avere abbastanza fiducia in se stessa da governare facendo propri i suggerimenti altrui e coltivando competenze fuori dal proprio orticello.

È la faziosità che ci induce all’errore. Suggerendo di privilegiare sempre i propri cari e finendo così per preferire un mediocre fedele a un talento fuori controllo. Peccato che a furia di preferire i mediocri fedeli si finisca per scoprire che essi si rivelano infine mediocri anche nella fedeltà.

 

Fonte –  La Voce del popolo, 1 febbraio 2024

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

Centro…solo dopo le Europee?

C’è una regola, persino troppo banale da ricordare, che si può sintetizzare con queste poche parole. Ovvero, una presenza centrista, riformista e plurale in vista delle ormai prossime elezioni europee, può esserci solo nella misura in cui le suddette forze si uniscono nella medesima lista e poi, com’è naturale, in un partito organizzato e democratico, con un progetto politico definito e una prospettiva politica altrettanto chiara e direttamente percepibile dai cittadini/elettori.

Questa era, e resta, la regola aurea che disciplina e nobilita un percorso politico chiaro e trasparente. Dopodichè, tutti sappiamo in quale contesto politico si inserisce il capitolo della ricostruzione del Centro e di una ‘politica di centro’ nel nostro paese. Ma, anche su questo versante, non si può prescindere da un elemento che diventa quasi discriminante in vista degli equilibri politici che scaturiranno dal voto europeo. E cioè, non sarebbe corretto, nonchè credibile, un percorso politico che prescinde radicalmente dalla consultazione europea. E questo per la semplice motivazione che non ci si può dividere in più liste alla vigilia del voto per il rinnovo del Parlamento Europeo e poi, allegramente, convergere tutti – semprechè si superi il fatidico quorum del 4% – nel medesimo gruppo europeo. Per carità, la politica contemporanea, e da tempo, convive purtroppo con gli accorgimenti, le furbizie e vari opportunismi.

Ma c’è un aspetto, che non è un dettaglio irrilevante, con cui si deve fare necessariamente i conti. Ovvero, il giudizio concreto degli elettori. E, su questo versante, forse è bene essere chiari, e per l’ennesima volta, sin dall’inizio. Il Centro, e una credibile e conseguente ‘politica di centro’, non possono ridursi ad un banale cartello elettorale o, peggio ancora, ad una sommatoria grigia ed indistinta di sigle, movimenti, partiti e gruppi vari.

Si tratta, al contrario, di un progetto politico che si rende sempre più necessario ed indispensabile dopo il ritorno, piaccia o non piaccia è così, di un centro destra di governo, di una destra sovranista e conservatrice, di una sinistra radicale e massimalista e di un populismo anti politico, demagogico e qualunquista. E il ritorno di un progetto centrista, riformista, democratico e di governo non può essere sacrificato sull’altare delle vendette trasversali, delle pregiudiziali ad personam, dei veti sui singoli e della rivendicazione del proprio egocentrismo. E questo perchè un progetto politico centrista non può che essere realmente democratico e, soprattutto, inclusivo. Aperto, cioè, a tutte quelle culture politiche che respingono alla radice la deriva di un bipolarismo sempre più selvaggio e sempre più inadeguato per il rinnovamento e il buon funzionamento del sistema politico italiano. Perchè la logica degli “opposti estremismi” non può diventare la regola aurea della politica italiana ma, semmai, una parentesi da cui occorre liberarsi al più presto.

Per queste motivazioni, semplici ma oggettive, il percorso costituente per una nuova prospettiva di Centro deve partire da subito e non solo dopo il voto europeo.

Certo, il responso delle urne sarà, al riguardo, fondamentale. Ma per evitare che il dopo si riduca, e per l’ennesima volta, ad un grigio assemblaggio degli sconfitti e di chi non ha registrato un discreto successo elettorale,

occorre attrezzarsi prima del voto. Ecco perchè è giunto il momento per assumere una iniziativa politica, certamente coraggiosa, che sappia riaffermare con forza le ragioni della politica, della progettualità politica e dell’interesse generale. Al di là e al di fuori di qualsiasi personalismo, di qualunque pregiudizio e della strategia dei veti. Che, detto fra di noi, appartengono alla fase adolescenziale della politica.

L’Italia più bella, a Montecatini Anci Giovani.

Questa XIII Assemblea ha un titolo evocativo: “L’Italia più bella”. Alla due giorni, che sarà aperta dalla relazione di Luca Baroncini, sindaco di Montecatini Terme e coordinatore nazionale Anci Giovani, parteciperanno il presidente dell`Anci nazionale e sindaco di Bari Antonio Decaro e il vicepresidente vicario e sindaco di Valdengo Roberto Pella. Con loro, tra gli altri, i sindaci Matteo Biffoni (Prato), presidente di Anci Toscana, Dario Nardella (Firenze), Luca Vecchi (Reggio Emilia), delegato Anci Welfare e politiche sociali, Alessandro Tomasi (Pistoia), Matteo Lepore (Bologna), Alessandro Canelli (Novara), delegato Anci Finanza locale, Mario Conte (Treviso) e Maria Aida Episcopo (Foggia).

Di rilievo la presenza del governo, con i ministri Andrea Abodi (Sport e Giovani), Alessandra Locatelli (Disabilità), Daniela Santanchè (Turismo), Antonio Tajani (Esteri) e Paolo Zangrillo (Pubblica amministrazione) e con il sottosegretario all`Agricoltura Patrizio Giacomo La Pietra.

Per il presidente dell`Anci Antonio Decaro “l`assemblea di Anci Giovani è un grande momento di speranza e fiducia, in cui centinaia di giovani amministratrici e amministratori mettono in circolo le loro energie e le loro passioni che ogni giorno fanno grandi le comunità che amministrano”.

“Come sindaco di Montecatini Terme – dichiara il coordinatore nazionale di Anci Giovani Luca Baroncini – sono felice che un evento importante come l`Assemblea di Anci Giovani si svolga nella mia città, che amo e ho l`onore di rappresentare. Come coordinatore nazionale di Anci Giovani sono soddisfatto per essere riuscito ad organizzare un evento così importante, frutto di un anno di impegno del Coordinamento nazionale, che ringrazio”.

La sessione di apertura sarà focalizzata su “Sport come infrastruttura sociale”, a seguire quattro tavoli tematici divisi nelle due giornate di lavori. Il giorno 8 febbraio: “Infrastrutture e servizi tra Pnrr e Fondi Europei: ruolo e opportunità per i Comuni italiani” e “Agricoltura: filiera agroalimentare, servizi ecosistemici e salute pubblica”. Il giorno 9 febbraio: “L`Italia più bella: sviluppo locale e vocazioni turistiche del territorio” e “Ambiente e territorio: sviluppo sostenibile tra opportunità e criticità”. Novità della XIII Assemblea annuale di Anci Giovani sarà un panel di confronto con i giovani amministratori dove i protagonisti del dibattito saranno proprio i sindaci, gli assessori e i consiglieri comunali under 36 ospiti a Montecatini Terme.

Premierato? Non va bene nemmeno il sindaco d’Italia.

[…]

Il “premierato” viene reclamizzato come l’occasione per rendere al cittadino l’autorevolezza del suo voto, ma è, invece, vero esattamente il contrario.

La delega quinquennale all’ “uomo solo al comando” rappresenta l’umiliazione dell’elettore, un palese atto di sfiducia nei confronti del popolo italiano, la concessione di una delega che, per quanto venga espressa anche sulla scorta di un programma, costituisce una concessione di credito unilaterale ad un “capo” che, di fatto, assorbe sostanzialmente in sé quella sovranità che la Costituzione assegna al popolo e, dunque, appartiene a ciascun cittadino e va esercitata entro un sistema bilanciato di pesi e contrappesi, secondo una logica di separazione dei poteri incardinata sulla centralità del Parlamento e sul ruolo di arbitro e garante del Presidente della Repubblica.

Ovviamente la nostra opposizione alla riforma costituzionale proposta dal governo Meloni è riferita al merito sistemico ed istituzionale della questione e, cioè, vale di per sé, a prescindere dall’appartenenza politica di chi avanza la proposta o di chi, eventualmente, ne incarni il ruolo, fosse oggi la destra o domani la sinistra. Va, peraltro, osservato come sia del tutto illusoria la pretesa di governare contesti sociali fortemente integrati attraverso processi di centralizzazione del potere.

In altri termini, il premierato, come il cosiddetto “Sindaco d’ Italia” sono oggi soluzioni disfunzionali che pagano dazio ad una sostanziale incultura politica. Ma su questo si renderà necessario tornare.

 

Per leggere il testo integrale

https://www.politicainsieme.com/la-madre-di-tutte-le-battaglie-di-domenico-galbiati/

Una nuova Camaldoli per dare risposte agli italiani

Dal surplace all’eliminatoria a squadre, sperando di risultare vincenti. Seguo la metafora del ciclismo su pista, tenuto presente che, alla fase di immobilismo-surplace di qualche tempo fa, ora si è ingrossata la fila dei concorrenti al progetto di ricomposizione politica dell’area cattolica: democratica, liberale e cristiano sociale. Dopo Iniziativa Popolare, Tempi Nuovi, Insieme, Piattaforma 2024, si è aggiunta la squadra di Base Popolare, mentre dall’area liberal-repubblicana, Carlo Calenda, che al tempo delle ultime elezioni per il consiglio comunale di Roma, aveva respinto l’offerta per una lista con i Dc romani, ora intende offrire una casa ai Popolari “per continuare a esistere insieme”. In questa ottica si spiega l’ingresso in Azione, a vele spiegate, di Ettore Rosato ed Elena Bonetti.

Da parte mia ripeterò che è bene tutto ciò che va nella direzione della nostra ricomposizione politica, ma, a questo punto, è indispensabile trovare un ubi consistam non solo per il nostro stare insieme, ma, soprattutto per offrire all’Italia delle risposte politiche adeguate alle attese della nostra gente.

Lo fecero i nostri padri con le “Idee ricostruttive” della Dc di Demofilo (De Gasperi), proprio nello stesso mese di Luglio del 1943 in cui si svolse l’incontro nel quale si profilò il Codice di Camaldoli, che poi la Dc assunse a base della sua iniziativa.

Dopo il surplace non serve più la gara affannosa tra chi è ancora scettico sul fare una lista unitaria alle elezioni europee e chi, invece, spinge per questo obiettivo; o, peggio, il ruolo di qualche improvvido amico alla ricerca della sola affermazione personale.

Intellettuali di fede cattolica a Camaldoli discussero di  tutti i temi della vita sociale: dalla famiglia al lavoro, dall’attività economica al rapporto cittadino-stato. Lo scopo fu quello di fornire alle forze sociali cattoliche una base unitaria che ne guidasse l’azione nell’Italia liberata. Il Codice funse da ispirazione e linea guida per l’azione della Democrazia Cristiana e, come ha ben scritto Bruno Di Giacomo Russo, “Il Codice di Camaldoli, intrinseco di valori e principi, corrisponde al diretto precedente culturale della Costituzione italiana”.

Ciò costituisce il motivo per cui ancora oggi, nella nostra azione politica, intendiamo continuare a ispirarci ai principi fondamentali della Carta costituzionale che, insieme a quelli della dottrina sociale cristiana, calata nel tempo della globalizzazione, sono stati indicati dai Papi San Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Papa Francesco.

Con queste due stelle polari, dottrina sociale cristiana e Costituzione repubblicana, ci si dovrà incontrare nella Camaldoli 2024 con gli esponenti più importanti della cultura e delle realtà sociali e politiche cattoliche, per discutere delle attese degli italiani nella realtà odierna e con ciò che ci attende a medio e lungo termine.

Alla gara inopportuna e inefficace dell’eliminatoria a squadre deve, dunque, subentrare il confronto e il dialogo con le diverse realtà di mondo cattolico per definire il programma che i Dc e Popolari intendono offrire al Paese. Un programma che dovrà essere coerente con i nostri valori e in relazioni agli interessi dei ceti medi e delle classi popolari, cui intendiamo dar voce a livello politico e istituzionale. Ridare voce a quella maggioranza di elettrici e di elettori che da molto, troppo tempo, sono renitenti al voto, indifferenti all’offerta politica di un bipartitismo forzato e da una legge elettorale iniqua e schizoide che permette il governo del Paese a una finta maggioranza, non espressione della realtà sociale e culturale reale dell’Italia.

Quali sono le attese degli italiani oggi? Secondo lo studio realizzato da Brunswick e Hokuto, presentato al Convegno “L’economia che fa il bene: cosa significa per gli italiani?” di Avvenire (Milano, 15 Novembre 2023) lo sviluppo, il clima e l’integrazione sono i temi risultanti prioritari. Al primo posto, dunque, lo sviluppo economico e l’occupazione lavorativa, seguiti dalla gestione dell’immigrazione. Segue la questione ambientale, poi la tutela del territorio e la lotta all’inquinamento, il cambiamento climatico e la transizione energetica insieme al tema delle fonti e del costo dell’energie. Solo in coda ai risultati del campione si collocano i temi dell’opportunità dei giovani e della parità di genere. La risposta più importante per affrontare e dare soluzione a questi temi è stata individuata nell’economia civile, intesa come nuova forma di economia che mira al benessere comune; un’economia come quella che i proff. Bruni e Zamagni da molto tempo propongono, alternativa a quella dominante nell’età della finanza globalista, nella quale trionfa il principio del NOMA (Non Overlapping Magisteria) posto alla base dell’economia politica –  mentre, per l’economia civile, l’economia non può essere staccata dai principi dell’etica e della politica.

Se oltre a questi temi discuteremo di quello drammatico dei rischi della terza guerra mondiale, oggi vissuta “a pezzi”, come l’ha egregiamente connotata Papa Francesco, e  pertanto dell’esigenza di avviare progetti di pace che tengano conto della nuova realtà multipolare della geopolitica, ritengo che ancora una volta i cattolici italiani, dalla Camaldoli 2024, potranno offrire risposte coerenti alle “attese della povera gente” e a quel ceto medio i cui interessi e valori devono essere rappresentati in asse ed equilibrio con quelli delle classi popolari. Questo è il compito che, a mio parere, spetta a tutti noi eredi della cultura politica del popolarismo sturziano e della Democrazia cristiana, il partito che ha rappresentato per quasi cinquant’anni la maggioranza degli italiani.

Salute, la presa della pastiglia.

Recentemente ospite di TgCom24, il noto farmacologo, fondatore e già Direttore dell’Istituto Mario Negri, prof. Silvio Garattini ha fatto il punto sul settore sanitario e medicale, evidenziando la necessità di una vera e propria “rivoluzione culturale” nelle abitudini degli italiani, troppo spesso inclini ad applicare il nesso malattia-farmaco negli stili di vita più radicati e diffusi. Poche persone in Italia possono vantare un know how di così lunga esperienza e di competenza come il prof. Garattini. Per altro, il suo osservatorio è decisamente supportato da dati e analisi tecniche sempre aggiornate e approfondite che rendono conto in modo oggettivo e documentato dei comportamenti sociali prevalenti. “La medicina ha fatto grandi progressi ma è anche diventata un grande mercato. Molte malattie sono assolutamente evitabili, ci sono 3 milioni e 700 mila diabetici adulti e questa è una malattia evitabile, così come il 40% dei tumori lo è”, ha affermato Garattini, mettendo il dito sulla piaga della carenza di prevenzione mediante accertamenti strumentali ed evidenziando – di converso – come l’abuso farmacologico in itinere o a posteriori rispetto al corso di una malattia non sempre costituisce la soluzione più efficace in quanto c’è uno scostamento tra loro implementazione ed esiti risolutivi. La prevenzione è l’approccio più sensato ed efficace ed esso ingloba la scelta di stili di vita sani, centrati ad esempio sull’alimentazione e l’attività fisica.

Normalmente il paziente tende ad aumentare il consumo dei farmaci, immaginando un nesso quantità-soluzione: non sempre – o quasi mai – è così. “Ogni anno muoiono 180mila persone in Italia. C’è bisogno di una grande rivoluzione culturale che metta al centro la prevenzione e che richiede una volontà anche di tipo politico, in questo modo il servizio sanitario nazionale non spenderebbe più 3 miliardi e mezzo di farmaci all’anno, ma molti di meno che potrebbero servire a migliorare altre cose molto urgenti come le lunghe attese per le prestazioni e i servizi”.

Esiste anche, secondo il farmacologo-oncologo, un eccesso di prescrizioni di farmaci: “Molti anziani usano anche 15 farmaci contemporaneamente ma nessuno ha mai stabilito se 15 siano davvero meglio di 10. Quello che sappiamo è che ci sono molte interazioni tra i farmaci e alla fine possono esserci tanti effetti collaterali. Ancora più grave è la condizione delle donne che sono ‘condannate’ a usare farmaci che vengono testati su maschi adulti. I primi studi clinici vengono svolti solo sugli uomini nelle prime due fasi. Solo nella terza vengono inserite le donne ma non è sufficiente a stabilire se un farmaco sia più attivo su un uomo o una donna. Dovrebbero esserci due distinti protocolli perché sia i sintomi sia la frequenza che gli esiti della stessa malattia sono diversi tra uomo e donna ma questo ha costi maggiori. Condanniamo metà del mondo a non avere i farmaci adeguati e le donne, come sappiamo, sono più soggette a effetti collaterali”. Sono affermazioni impegnative che dovrebbero far riflettere i medici prescrittori dei farmaci e i loro pazienti, voraci consumatori di medicine all’insorgere di un primo sintomo. L’eccessiva medicalizzazione può determinare risultati opposti alle aspettative. Sono convinto che se l’Istat sul piano demografico, il Censis su quello delle derive sociali e l’Agenzia italiana del farmaco o lo stesso Istituto Superiore di Sanità, su quello strettamente medicale, avviassero una indagine che prevedesse il costante monitoraggio sull’uso e sull’abuso dei farmaci, avremmo risultati sorprendenti ma non positivi.

In tasca, nella ventiquattrore, in borsetta, nello zaino, in cartella quasi ognuno di noi porta con sé una quantità variabile e tendenzialmente implementabile di medicine, da quelle ad “effetto placebo”, ai generici farmaci antidolorifici, a pastiglie, gocce, pasticche ecc. come una sorta di scudo utile e rassicurante all’insorgere di un malessere. Altri non escono di casa se non hanno deglutito una manciata di pillole. Ci sono poi le vere e proprie degenerazioni: si pensi alla diffusione massiva e all’incremento verticale dell’uso degli psicofarmaci: ansiolitici, calmanti, antidepressivi, integratori che si ingurgitano a casa, per strada, al lavoro contando su un effetto sintomatico e stabilizzatore dell’umore e di controllo delle emozioni.

Purtroppo la frontiera più nefasta e dannosa, che sta diventando una deriva inarrestabile specie tra i giovani, è l’uso di pasticche ad effetto allucinogeno, con varianti sul tema: come sostitutivi delle droghe tradizionali, come micce che accendono lo sballo fino alle date rape drugs, chimica al 100%, la cosiddetta “droga dello stupro”, veri inibitori della volontà. Inghiottire una di queste sostanze dagli effetti incontrollabili e distruttivi della mente e delle facoltà del controllo di sé è questione di un attimo e purtroppo il mercimonio che se ne fa con prezzi concorrenziali lo rende accessibile anche ai giovani in tenera età. Ma qui il discorso si fa più ampio ed ingloba i comportamenti malavitosi e delinquenziali come fenomeni prodromici o collaterali alla diffusione e al commercio delle droghe e alle devianze vere e proprie.

Soffermandoci a considerare il consumo esponenzialmente crescente dei farmaci possiamo attribuirne le cause ai mutati ritmi sempre più intensi e stressanti della vita quotidiana: il nesso causa-effetto-cura che ne deriva non dovrebbe esser lasciato alla discrezionalità del consumatore ma essere sempre guidato ed autorizzato (anche in tema di posologia) dal servizio sanitario, in particolare dal medico di base con cui abbiamo un contatto più frequente di quello ospedaliero o specialistico. Insomma questa deriva del “tanto più, tanto meglio” che applichiamo alla cura di noi stessi produce danni e non sempre cura il male. Il consumo di psicofarmaci aumenta dal 2017 ad oggi con un trend superiore al 2% annuo. Secondo il Rapporto Osmed di Aifa il consumo si assesta sul 44.6% di dosi giornaliere ogni mille abitanti rispetto al 39% del 2014. Né ci può consolare che questo incremento interessi quasi tutta Europa: in 18 Paesi si è passati dalle 30,5 dosi giornaliere/1000 del 2000 alle 75,3/1000 del 2020. Il fenomeno è globale, direi pervasivo nei Paesi ad alto tasso di industrializzazione, che esprimono tutti i mali della globalizzazione, le caratteristiche della società dei consumi (annesse le loro crisi economico finanziarie), e tutto il coté negativo delle frizioni legate alla sostenibilità ambientale e climatica, ai ritmi di vita logoranti e iperconnessi.

Insomma, viviamo una stagione in cui siamo vincolati al consumo esponenziale di medicamenti chimici che assimiliamo per autoregolamentarci e nello stesso tempo siamo sovraesposti ai condizionamenti e agli algoritmi della tecnologica che esprime un’azione spesso logorante e costrittiva nella massiva digitalizzazione che sta radicalmente cambiando il nostro modo di vivere.

Credo che i due fenomeni – uno interno e l’altro esterno – vadano studiati insieme per affrontare cambiamenti che spesso non siamo in grado di governare da soli.

Per semplificare e concludere, il cervello all’ammasso lo possiamo portare con le droghe sintetiche o imbottendoci di mix micidiali di pastiglie oppure con l’affidamento totale alle dinamiche mostruose e devastanti dei social che portano all’imbarbarimento collettivo: in mezzo ci sta l’uomo e non dobbiamo permettere che rimanga stritolato in questa delirante alienazione della propria identità.

Wu Yishun diventa a Minbei il terzo vescovo della Cina

Foto di GuangWu YANG da Pixabay
Foto di GuangWu YANG da Pixabay

Questa mattina (ieri per chi legge, ndr) a Nanping nella chiesa dedicata alla Natività di Maria nel distretto di Jianyang, nella provincia del Fujian, si è svolta la terza delle tre ordinazioni episcopali ai sensi dell’Accordo tra la Santa Sede e Pechino per la nomina dei vescovi, che erano state annunciate per questi giorni. P. Pietro Wu Yishun, sacerdote di 59 anni, è stato ordinato vescovo della prefettura apostolica di Shaowu (Minbei), dove quello tra parentesi è il nome che nella geografia di Pechino sta a indicare la zona settentrionale del Fujian.

Questa terza cerimonia segue quelle tenutosi a Zhengzhou nell’Henan il 25 gennaio e a Weifang nello Shandong il 29 gennaio, dopo i più di due anni di blocco nel periodo a cavallo del secondo rinnovo dell’Accordo. La nuova ordinazione è particolarmente rilevante anche per la provincia interessata, quella del Fujian, che è una di quelle dove storicamente in Cina si concentra in maniera più significativa la presenza delle comunità cattoliche.

A presiedere l’ordinazione episcopale di oggi (ieri per chi legge, ndr) è stato il vescovo di Pechino mons. Giuseppe Li Shan, insieme agli altri vescovi del Fujian mons. Vincenzo Zhan Silu, vescovo di Mindong e mons. Giuseppe Cai Bingrui, vescovo di Xiamen e a mons. Francesco Saverio Jin Yangke, vescovo di Ningbo nella provincia di Zhejiang. A differenza di quanto accaduto qualche giorno con l’erezione della diocesi della nuova diocesi di Waifeng, nel comunicato in cui la Santa Sede ha dato notizia dell’ordinazione si dice che mons. Wu Yishun diventa vescovo di quella che resta una prefettura apostolica, associando solo la nuova denominazione di Minbei – data dalle autorità cinesi a questa Chiesa locale – a quello di Shaowu con cui fu istituita nel 1938 e affidata ai missionari Salvatoriani.

Va segnalato che questa circoscrizione ecclesiastica non aveva più avuto un vescovo da quando negli anni Cinquanta l’allora prefetto mons. Maximilian König fu costretto a lasciare la Cina come tutti gli altri missionari (sarebbe poi morto in esilio nel 1964). E p. Wu Yishun, originario della diocesi di Xiamen, è il sacerdote a cui già dal 1999 gli organismi ecclesiali “ufficiali” controllati dal Partito avevano affidato la responsabilità di quella che per loro è la “diocesi di Minbei”. Secondo quanto riferisce il sito chinacathiolic.cn l’elezione a vescovo sarebbe avvenuta il 18 gennaio 2022. La Santa Sede data invece l’approvazione della nomina da parte di papa Francesco al 16 dicembre 2023.

Vertice Italia-Africa, prove di nuovo multilateralismo.

Probabilmente il modo in cui il recente vertice Italia – Africa, svoltosi nell’aula del Senato, è stato trattato nel dibattito politico interno, non aiuta a valutare il senso e gli scopi di una iniziativa politica internazionale, dietro la quale vi sono invece anni di concorde lavoro (iniziato prima del governo Meloni) delle istituzioni in uno sforzo diplomatico che proietta l’Italia in prima linea nella ricerca di quel nuovo equilibrio globale la cui necessità è dimostrata anche dalla perdurante mancanza di soluzione dei conflitti in corso. Un percorso che va al di là dei pur pressanti problemi contingenti, come il governo dei flussi migratori, o la gestione dell’instabilità seguita al collasso della statualità della Libia, e alle cosiddette “primavere arabe”, sulla sponda Sud del Mediterraneo. E che intende fare da apripista, innanzitutto per l’Unione Europea, a un nuovo modello di relazioni internazionali per il quale al nostro Paese viene riconosciuta in genere dagli interlocutori africani una credibilità che altri stati non hanno. E questo grazie anche alla traccia indelebile lasciata dall’Italia di Enrico Mattei.

Le effettive risorse messe in campo per le relazioni italo-africane sono certo un aspetto rilevante, e per ora critico, che rivela anche la necessità di un impegno più ampio dell’Unione Europea. Ma la cooperazione si nutre innanzitutto di un metodo, che è quello del Piano Mattei, proposto dal governo italiano, su basi di equità e di paritarietà attorno a cinque direttrici costituite da istruzione, salute, agricoltura, acqua e energia, con accordi che coinvolgono gli apparati amministrativi, le aziende, le istituzioni del sapere. La logica è quella del reciproco vantaggio e della concretezza che si traduce nel fare ciò di cui c’è effettivamente bisogno nelle assai diverse situazioni di stabilità e di sviluppo che convivono nella vastità del continente africano, riconoscendo a ogni contesto la facoltà di trovare una propria via, unica, nel perseguimento di traguardi condivisi che incarnano valori universalmente riconosciuti, dei quali nessuno può vantare la primogenitura, e senza voler calare ricette precostituite in modo univoco. Un modo di procedere che assomiglia molto al modo in cui sta crescendo la cooperazione tra i Paesi al di fuori dell’Occidente, e nel quale l’Italia si inserisce con le capacità di cui dispone.

Ma il valore forse maggiore di questa iniziativa diplomatica di cui il vertice italo-africano è insieme il coronamento e il punto di partenza, consiste probabilmente nella presa di coscienza che le relazioni amichevoli e reciprocamente proficue italo-euro – africane risultano possibili solo accettando, anziché subendolo, lo schema del multi-allineamento adottato da molti Paesi in Africa come nel resto del Sud Globale. Ciò che a questi Paesi interessa, è raggiungere gli obiettivi di sviluppo che si sono dati, collaborando senza pregiudizi con chiunque sia ritenuto un partner utile allo scopo. Un caso emblematico è quello dell’Egitto, Paese partner della Nato e nel contempo divenuto membro del Coordinamento BRICS. Anche il coinvolgimento di altri due Paesi BRICS, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, come Paesi donatori nel supporto finanziario agli obiettivi del Piano Mattei, sembra andare in questa direzione.

I suddetti cinque punti del Piano Mattei risulteranno realizzabili solo se, come già si sta facendo in campo energetico, si contempla la possibilità anche di lavorare a contatto con uno o più fra gli altri soggetti che sono in diversi campi partner dei Paesi africani, come la Cina, la Russia, l’India, la Turchia, il Brasile, insieme naturalmente agli Stati Uniti. In questa prospettiva, l’impegno per un salto di qualità nelle relazioni con l’Africa può rivelarsi assai prezioso intanto per cambiare la narrativa su questo continente, come ha affermato il presidente del Kenya, William Ruto, al vertice romano: “la narrativa sull’Africa era quella del conflitto, della malattia, della guerra. Ora sta cambiando. È opportunità, investimento, mercato e soluzioni”.

E poi anche per fare di questo nuovo modello di cooperazione con l’Africa un banco di prova per un nuovo sistema di relazioni internazionali improntate a un multilateralismo condiviso, basato sui valori e sui principi della Carta delle Nazioni Unite, unica via praticabile per fermare l’estensione dei conflitti e trovare soluzione a quelli in corso.

Conservatorismo e progressismo, rischio guazzabuglio?

Diceva François-René de Chateaubriand, scrittore e politico francese: «Io non credo nella società europea. Fra cinquant’anni non ci sarà più un solo sovrano legittimo, dalla Russia alla Sicilia, non prevedo che dispotismi militari. E tra cent’anni…può darsi che noi stiamo vivendo non solo nella decrepitezza dell’Europa, ma in quella del mondo». 

L’esperienza del mondo lo aveva reso un disincantato. Commentava spietatamente rispetto ai fatti non così dissimili da oggi: «Nella società democratica, basta che voi sproloquiate sulla libertà, la marcia del genere umano e l’avvenire delle cose, aggiungendo ai vostri discorsi qualche croce d’onore, e sarete sicuri del vostro posto; nella società aristocratica, giocate al whist, spacciate con aria grave e profonda luoghi comuni e frasi eleganti preparate prima, e la forma del vostro genio è assicurata».

Siamo in vista delle elezioni europee ed incominciano a scaldarsi i muscoli contro le parti politiche avverse. Per l’elettore non sarà così facile orientarsi. 

A prima vista i blocchi ideologici di più immediato riferimento sono i conservatori e i progressisti. Di mezzo e di lato altre formazioni con una varietà di nomi più o meno attrattivi e giustificati.

Eppure a ragionarci un attimo sopra le cose sono appena più complicate. Senza fare un ripasso di storia, il conservatorismo, come è noto, nasce in opposizione alla rivoluzione francese, opponendosi ai progetti utopistici di società perfette, difendendo il diritto di libertà individuale e del mercato, intransigente in tema di ordine sociale e legalità. Infine, come tratto distintivo, aveva a cuore i temi della tradizione, della famiglia e della proprietà privata. Tutto ciò senza però degradare nel reazionarismo che contrastava invece ogni forma di innovazione rispetto allo status quo.

Per la cronaca il fondatore del conservatorismo inglese fu Edmund Burke, che singolarmente era un Whig, cioè un liberale. Burke propugnò un conservatorismo meno integralista di quello di Chateubriand sostenendo, ad esempio, la rivoluzione americana e disconoscendo al contrario quella francese. 

Da quelle primordiali esperienze nacquero, negli Stati Uniti e nel Regno Unito, una serie di posizioni politiche ricche di distinguo e di commistioni di idee tra il fronte conservatore e quello di matrice democratica.  

Per farla breve, il XIX secolo vide i conservatori riluttanti ai temi sociali ma propensi al libero mercato; ciò in opposizione ai liberali che erano maggiormente progressisti sui temi sociali e protezionisti. Per dire della evoluzione di quella esperienza, durante il XX secolo i conservatori allentarono il loro ostracismo sui temi sociali, orientandosi verso un maggior protezionismo.

Nel tempo contiamo una serie di declinazioni del conservatorismo che lasciano riflettere.

È possibile grossolanamente rammentare i conservatori più aperti ai temi sociali (chiamati “compassionevoli”), quindi il conservatorismo liberale (alla “sinistra” del panorama conservatore) e a seguire il conservatorismo libertario, tipicamente presente negli Stati Uniti e nel Regno Unito, che rivendica posizioni libertarie in economia e generalmente conservatrici sui temi etici.

L’elenco non è finito. Ancora è possibile chiamare all’appello il conservatorismo nazionale, a “destra” del movimento conservatore, ribattezzato negli Stati Uniti come “paleo-conservatorismo”. Vanno citati anche il neo-conservatorismo statunitense, il conservatorismo uninazionale propriamente britannico, il teo-conservatorismo, il conservatorismo verde, il conservatorismo fiscale, culturale, tradizionalista, sociale e chi più ne ha più ne metta.

Quanto al progressismo, trova invece iniziale originaria ispirazione dal positivismo, dall’illuminismo, dall’evoluzionismo e da una lettura razionale della realtà.    Fa scuola la puntuale definizione di Tullio De Mauro: «Un partito progressista sostiene la possibilità del progresso e dell’evoluzione della società, ed è fautore di riforme che facilitino tale processo, in ambito politico-istituzionale, sociale, economico e civile».

“Progressus” significa fare un “passo avanti”, procedendo in modo coerente ai propri ideali. Sta di fatto che la corrente di pensiero progressista a sua volta si è dispersa i numerosi rivoli. Ne sono testimonianza il socialismo liberale, il riformismo, il liberalismo sociale, il socialismo democratico, la “terza via” e avanti fino all’inverosimile.

Nel corso della storia ogni schieramento ha attinto a questo o a quel tema del fronte opposto strizzando l’occhio alle categorie che ne potessero essere coinvolte innanzitutto elettoralmente.

C’è da credere che in vista delle elezioni europee ci sarà un fiorire di “aggettivi” che scorteranno il sostantivo di ogni “partito”, così che ciascuno sia tutto e il contrario di tutto. Al meglio avremo dichiarazioni identitarie del tipo “siamo questo…ma siamo anche quest’altro”, in modo da raccattare il consenso il più possibile alla faccia di ogni eventuale incompatibilità. L’uso acconcio degli aggettivi salverà il matrimonio tra capra e cavoli.

Si sente aria di annunci da vecchie serate di sabato sera in televisione, con lo strillo del presentatore che lanciava enfaticamente la sigla della trasmissione.

Sentiremmo di fare solo una raccomandazione di stile e di sostanza. Si va in Europa per stare. I leaders di partito, che si candidano in più circoscrizioni per “tirare” voti in virtù della loro immagine, lasciando poi il posto ad altri, non sono un bello spettacolo. Tra i tanti “ismi” finali di ogni posizione politica, risparmiateci l’isterismo insano di una competizione elettorale ai danni di una politica già da tempo in pessima salute.

Siate compassionevoli.

La classe dirigente che sul territorio non c’è

Mentre siamo tutti protesi a vedere chi saranno i candidati che i partiti schiereranno alle prossime elezioni per il Parlamento europeo, le elezioni amministrative che si svolgono in piccoli e medi comuni (3.500) mostrano con evidenza come la classe dirigente politica nel paese sia completamente scomparsa. 

La colpa di questo deserto va ricercata in una norma elettorale nata per contrastare il predominio indiscusso dei partiti politici nella scelta dei candidati tra i funzionari interni, amici e conoscenti, e per dare voce a quella base della cittadinanza che per 40 anni era stata esclusa nel governo della propria città. Cosi sono nate le liste civiche composte da cittadini che portarono la loro esperienza professionale nella vita politica delle città. 

A questa scelta fu dato il nome di “partecipazione attiva”, intendendo che il travaso dalla vita professionale alla vita pubblica fosse un arricchimento per quest’ultima pensando, erroneamente, che governare la vita pubblica di una città fosse per analogia lo stesso che governare una azienda. L’errore metodologico è nel ritenere che nella città valgono le stesse regole dell’azienda, ma basta un solo sostantivo per differenziarle di molto: la democrazia. 

Nella vita aziendale non c’è, invece nella vita pubblica la democrazia c’è e si fa sentire molto forte. Tanto forte che nonostante i tentativi di moltissimi volenterosi che si sono prestati alla vita pubblica, poi gli stessi hanno dovuto mestamente constatare che la democrazia è l’essenza stessa della vita pubblica e ad essa soggiacciono molte decisioni. 

Nel frattempo però, il continuo travaso dal privato al pubblico, proprio perché composto dalla spontaneità e volontà dei singoli e non da una formazione guidata sul governo della cosa pubblica, ha determinato il deserto della classe dirigente locale, fatta di molti singoli ma incapace di diventare qualcosa di più definito di un insieme variegato.

La situazione che avremo di fronte nei piccoli-medi comuni sarà quella che si ripete da 10 anni; il candidato sindaco della civica, pronto per un secondo mandato, con una lista sua di conoscenti che lo supportano, provenienti in massima parte dal mondo delle professioni; e un gruppo di liste di partito, al tempo stesso, che lo appoggiano o lo avversano a seconda dell’orientamento politico presunto (che è un controsenso essendo le civiche a-partitiche). 

Nessuna nuova dirigenza all’orizzonte perché le liste civiche, per loro stessa natura, non possono determinare il movimento che può dare origine ad una vera classe dirigente con le competenze e le conoscenze giuste per guidare una città; dall’altro, poi, perché i partiti non ci investono come dovrebbero, preferendo premiare le persone solo in base al numero di voti di cui sono o potrebbero essere portatori. E le città restano, nel bene e nel male, in balia della sorte già conosciuta – la sciagura della ricandidatura dell’uscente – o del nuovo che vuole provare a se stesso di essere capace. Quella classe dirigente a cui affidare il proprio futuro non c’è e non si vede arrivare all’orizzonte.

Giovanni Palladino, il dono della vita di un uomo libero.

Eravamo in qualche modo preparati, ma non eravamo pronti ad accogliere la notizia del congedo terreno di Giovanni Palladino, avvenuto il 20 gennaio scorso, proprio nei giorni commemorativi dell’Appello ai liberi e forti.  Ora che tutto è compiuto, a breve tempo di distanza dal momento conclusivo e definitivo della sua vita fra noi, abbiamo il dovere di dire bene e di dire grazie per la sua esistenza, per la verità e la forza delle sue opere e dei suoi giorni, per la libertà della sua missione sturziana donata a tutti. 

Non è facile usare il tempo della memoria per Giovanni, uomo di pensiero e di azione, di vitalità e di coraggio, di intraprendenza e di speranza: resta vivissima la sua immagine, come per un colloquio ininterrotto, con una presenza spirituale e intellettuale che non viene assolutamente meno. Oggi facciamo presente del passato, e nel ricordare il segretario generale di Servire l’Italia, con tanti ruoli e incarichi prestigiosi rivestiti nella sua lunga esperienza professionale e di impegno culturale, mettiamo al centro proprio la dimensione del cuore richiamata dalla radice latina del “ricordare”. Un cuore entusiasta e generoso, il suo, che non ha mai conosciuto stanchezze o pause, e che ha saputo sempre vincere le inevitabili fatiche e delusioni della quotidianità. 

Nel segno della straordinaria testimonianza di don Luigi Sturzo, Giovanni ha attraversato l’Italia con presenza e altruismo, intessuto relazioni importanti e significative, costruito imprese associative e sguardi di futuro, servito con amore e fedeltà la Chiesa e il Paese. E’stato uomo di sentimenti profondi e di parola scritta sapiente ed elegante, condensata in una vasta serie pubblicazioni e volumi che raccontano fede, cultura e politica in un’ottica unitaria di bene comune, davvero bene di tutti e di ciascuno. 

Era alfiere appassionato della dottrina sociale cristiana: a riguardo, possiamo testimoniare la sua ammirazione per il beato Giuseppe Toniolo anche riferita al suo legame con Sturzo, per la visione di democrazia sociale, sussidiarietà e cooperazione del grande economista cattolico trevigiano, per la terra veneta che ha visitato in più momenti e sinceramente apprezzato per la sua bellezza e laboriosità. Giovanni Palladino è stato tutto questo insieme, uomo di speciale levatura intellettuale e di un moderno dinamismo aperto alle novità e alle sfide del cambiamento. 

Gli diciamo grazie per la sua lezione di vita esemplare, cristiano laico protagonista di questo tempo “magnifico e drammatico” che ha amato la verità e la libertà, e rimarrà come perla preziosa, fecondo chicco di grano che ha già portato, e porterà ancora, molto frutto. Riconoscenti, custodiremo la sua memoria, che non andrà perduta.

 

                                                                                               

 Marco Zabotti, direttore scientifico e vice presidente dell’Istituto diocesano “Beato Toniolo. Le vie dei Santi”,  già consigliere regionale del Veneto. 

Un campione tra Rosso Malpelo e Pel di Carota

Le facce da bravo ragazzo sono quelle che ti fregano. Così è stato con Jannik Sinner, rosso di capelli, che con quella espressione innocente ti entra dentro riscuotendo il plauso non solo in Italia. Del resto, non poteva essere diversamente.

È nato, da predestinato, a San Candido. Difficile che con i natali di quel posto ci sia qualcuno dallo sguardo torvo. 

Nel nostro campione c’è un formidabile misto di competenza ed innocenza, un senso di equilibrio e misura che lo rende vincente non solo per i colpi che assegna ma anche per ciò che dice. 

Non a caso nella immediata dichiarazione, dopo aver vinto il suo primo Slam a Melbourne, ha augurato al mondo di poter avere dei genitori pari a quelli che ha avuto in dono dalla natura. Si può non essere tifosi di un tipo del genere?

Il nome Jannik sembra avere una curiosa origine. Si tratterebbe della variante di lingua danese e tedesca del nome Jan, proveniente da John, a sua volta da Giovanni, che significa “dono del Signore”. 

Effettivamente è un esempio non solo per il nostro Paese, essendo un modello che possiamo esportare con orgoglio senza tema si possa essere contestati. 

Il diavolo, si sa, ci mette sempre lo zampino. Così al nome ricco di spiritualità si accompagna un cognome che in inglese si traduce invece come “Peccatore”. Due singolari facce di una stessa medaglia dove quella che indicherebbe un ragazzo impenitente sembra una farsa rispetto a quello di buone maniere che abbiamo ancor più apprezzato in queste ore.

Certo un pizzico di monelleria non guasta: così ci ha fatto soffrire per i primi due set della decisiva finale contro Medvedev inducendoci allo sconforto, perché il bel finale è solo nelle fiabe e raramente nella realtà. 

Poi, proprio di chi piace fare gli scherzetti, ha pensato bene di fare una esaltante “Remontada”, ingranando una marcia spedita verso la vittoria. Gli sarà così sembrata più avvincente la partita. 

Consapevole che ogni bel gioco dura poco, ha preso a muovere la sua racchetta come fosse la bacchetta di un maestro d’orchestra ed ha portato a termine l’esecuzione della musica, impallinando le speranze del suo avversario.

Rimontare viene da “Monte” da una scalata che s’ha da farsi per arrivare alla vetta, una faticaccia che non risparmia nessun campione. 

Sinner si è mondato dalle sue iniziali incertezze e nel contempo non si è montato la testa. Ha cominciato a macinare i suoi colpi con la gentilezza che gli è propria e la determinazione di chi non può fare sconti al destino che ha tentato per qualche minuto di appannarlo. 

“Pel di carota” è la storia scritta da Jules Renard che dice di un ragazzo che malgrado una serie di difficoltà riesce sempre a spuntarla con il coraggio che richiedono le circostanze. 

“Rosso Malpelo” è un racconto di Verga in cui il protagonista, con una vita non poco travagliata, si addentra, per lavoro, in un cunicolo per esplorarlo non uscendone più vivo. 

Ne risulta che i suoi compagni resteranno con il perenne timore di vederselo sbucare, nella cava, simile ad un fantasma con i suoi “capelli rossi e gli occhiacci grigi”. 

È l’immagine che d’oggi in poi dovranno temere i suoi avversari quando lo vedranno scendere in campo per un confronto che si presenterà a dir poco arduo.

Il nostro Sinner ha vinto uno Slam che è il suono di una porta che sbatte in faccia a chi l’avrebbe voluto contrastare, sportivamente sbatacchiandolo fino alla resa.

A Sinner va riconosciuto anche un altro merito di questi tempi particolarmente da apprezzare. Non ha nulla da vendere, non ha da compiacere e non gioca da imbonitore influenzando verso un prodotto od un altro il prossimo sguarnito di autonomia. 

Malgrado questi handicaps ha dimostrato di poter avere comunque dei fans che dichiarano di seguirlo e sostenerlo ad ogni suo match. Ha una genuina capacità di attrazione naturale che mette all’angolo influencers di ogni razza e religione con le loro pratiche di mestieranti di mercato.

I suoi genitori non si sono scatenati in interviste all’intero mondo. La sua ragazza non sbandiera sui social il loro amore. C’è una discrezione che riassegna agli uomini il valore dell’intelligenza e dello stile.

Rosso di sera…

Ognuno ha i suoi cattolici, come dimostra Calenda.

Non passa giorno, e per fortuna, che qualcuno non organizzi all’interno del suo partito una ‘riserva’ di cattolici. Un fatto indubbiamente positivo perchè da un lato conferma un sano e legittimo pluralismo politico dei cattolici italiani e, dall’altro, evidenzia la potenziale importanza di una cultura politica che non solo continua ad essere moderna e contemporanea ma, soprattutto, che non se ne può fare a meno se si vuole declinare una vera cultura di governo nel nostro paese.

L’ultimo annuncio, in ordine temporale, di questa storica e gloriosa componente all’interno di un partito è stato quello fatto dal leader di Azione Carlo Calenda.

Ora, al di là della cronaca quotidiana e delle singole vicende all’interno dei vari partiti, un fatto è oggettivo e forse anche incontestabile. Ovvero, l’area cattolico democratica, cattolico popolare e cattolico sociale – o meglio, i singoli cattolici democratici, popolari e sociali – ha un ruolo specifico e può declinare la sua originalità nella politica italiana solo se non si riduce ad una funzione puramente ancillare o meramente protocollare e burocratica. Per dirla con termini ancora più chiari, se i cattolici si riducono ad essere uno specchietto per allodole, come si suol dire, la loro funzione è culturalmente ininfluente nonché politicamente irrilevante. 

E, per fare alcuni esempiconcreti, è ciò che capita concretamente nel partito della sinistra massimalista, radicale e libertaria della Schlein. Avviene nella Lega dove si tratta di una presenza vagamente clericale e del tutto avulsa dalla storia e dalla tradizione del cattolicesimo politico italiano. Si verifica anche negli stessi Fratelli d’Italia dove la ragione d’essere e il progetto politico del partito prescindono radicalmente dalla cultura e dai valori di quel filone ideale. Per non parlare del partito populista per eccellenza, il movimento di Conte e di Grillo, dove la dimensione anti politica, qualunquista e demagogica era, e resta, agli antipodi della storia secolare del cattolicesimo democratico, popolare e sociale del nostro paese.

Certo, la casa naturale, e storica, per eccellenza dei cattolici italiani – almeno della loro maggioranza – continua ad essere un luogo politico che comunemente viene definito centrista, democratico e riformista. Ma anche su questo versante, ahimè, non c’è ad oggi una reale ed adeguata rappresentanza politica, culturale ed anche, e soprattutto, di natura organizzativa.

Ecco perchè, come ricordava in tempi non sospetti Mino Martinazzoli, “se l’unità politica dei cattolici non è mai stata un dogma non lo può diventare neanche la diaspora dei cattolici stessi”.

Una riflessione di molti anni fa che conserva, tuttavia, una sua coerenza anche nella stagione politica contemporanea. Perchè continua ad essere perfettamente inutile invocare ed evocare la necessità di una rinnovata presenza dei cattolici nella cittadella politica italiana e poi, di fatto, ridursi a rivendicare ognuno la propria “quota” di cattolici. Un modo come un altro per confermare, e in modo persin plateale, la sostanziale irrilevanza della cultura, della storia, della esperienza, della tradizione, dei valori e anche del progetto politico dei cattolici italiani nel sistema politico del nostro paese.

Ed è proprio per questi motivi, semplici ma oggettivi, che forse è giunto il momento per fare un salto di qualità per invertire rapidamente una rotta che se viene perseguita attraverso i metodi a cui assistiamo ogni giorno corre il serio rischio non di rilanciare la presenza pubblica dei cattolici ma, al contrario, di ridurli ad una banale ed insignificante appendice della storia. Che, guarda caso, è l’obiettivo di tutti coloro che li ospitano gentilmente nei rispettivi partiti ad una sola condizione. E cioè, che non contino assolutamente nulla. E non mi pare, in tutta franchezza, che questo sia l’obiettivo storico, politico e culturale della presenza secolare del cattolicesimo politico

italiano.

Caso Unrwa, il governo intervenga a sostegno.

In merito alla questione dei finanziamenti all’Agenzia delle Nazioni Unite UNRWA, è urgente che ogni coscienza libera e responsabile manifesti il più ampio e determinato dissenso rispetto alla gravissima scelta di sospensione annunciata dal governo italiano 

In una fase così drammatica dove è sempre più evidente, da un lato, la necessità di lavorare a una de-escalation e, dall’altro, l’urgenza di soccorrere e mettere in sicurezza la popolazione civile di Gaza, è assolutamente inaccettabile che venga meno il supporto dell’Italia proprio a quella struttura che ricopre un ruolo fondamentale per alleviare le indicibili sofferenze quotidiane di uomini, donne e bambini martoriati ormai da oltre cento giorni di bombardamenti indiscriminati.

Le doverose verifiche, peraltro ancora in corso, sulle segnalazioni presentate dallo stato di Israele sui singoli comportamenti online di dodici dipendenti di una organizzazione che conta in loco oltre 13.000 operatori, non possono certamente incidere sulla valutazione della preziosissima opera umanitaria che l’UNRWA porta avanti da anni.

Un’opera che è divenuta letteralmente indispensabile in una situazione in cui i bombardamenti hanno distrutto gran parte delle infrastrutture civili e delle risorse per il sostentamento di più di 2 milioni di palestinesi.

Il governo italiano deve immediatamente ripristinare ed ampliare i finanziamenti italiani all’UNRWA e, nel contempo, attivarsi a livello internazionale nei confronti dei paesi amici affichè non venga meno dall’intera comunità internazionale il pieno supporto all’organizzazione delle Nazioni Unite, in ogni sua articolazione, ovvero l’ultimo baluardo e riferimento a garanzia del diritto internazionale.

Le forze politiche e sociali che non si mobiliteranno con concreta determinazione su questa richiesta di civiltà e di umanità non avranno giustificazioni, al di là di qualsiasi dichiarazione di comodo o di facciata.

Jannick, the day after.

Dopo aver passato una domenica inebriante con la vittoria
di Jannick Sinner, nel primo slam della stagione tennistica
2024 e primo in carriera per il giocatore altoatesino, il giorno
dopo lo è ancor di più.
Tralasciamo che l’intera penisola italica è diventata
professionista del tennis, conoscendo vita, morte e miracoli
dello sport con la racchetta, cultori dello slice, dell’ace e
dello smash.
Infatti, tutte le trasmissioni televisive e tutti i giornali aprono
con il trionfo Sinner e giovedì, quando la squadra della
Davis sarà ricevuta al Quirinale dal Presidente Mattarella
per festeggiare la coppa, sarà ancor di più eclatante e
raggiungerà la massima amplificazione con la
partecipazione del nostro Jannick al festival di Sanremo.
Supererà anche il clamore di Tomba, la bomba. Colui che
fece innamorare una marea di persone della montagna.
Rimane l’impresa sportiva di un ragazzo che ha vinto una
partita della finale di uno slam che è stata considerata
epica. In realtà, la vittoria non bisogna accostarla all’epica,
come stanno facendo da ore i dotti della parola che affollano
le platee televisive, è semplicemente e banalmente la
peculiarità principale di questo tennis. In questo sport la
testa è la conditio sine qua non.
Allenare la testa significa fare una partita nella partita. Fino
a quando l’arbitro non decreta il classico “gioco, partita
incontro” non si è certi di portarla in sacco. Troppe partite
sono state date per perse, quando all’ultimo il soccombente

ha preso fiato ed ha ribaltato la situazione. Come Sinner
che, sotto 2 set a zero, nel terzo set dichiarava al suo fido
allenatore di essere morto, il quale rispondeva con un più
“pressure” che ridava linfa vitale al nostro portandolo alla già
citata vittoria epica.
Talmente epica, evidentemente, che oggi anche il pontefice
è intervenuto in udienza citando Sinner e l’importanza
sociale dello sport. Papa Francesco, riferendosi al tennis, si
è soffermato su “come nella vita, non possiamo vincere
sempre, ma sarà una sfida che arricchisce se, giocando in
modo educato e secondo le regole, impareremo che non è
una lotta ma un dialogo che implica il nostro sforzo e ci
consente di migliorarci. Concepire un po' lo sport non solo
come combattimento ma anche come dialogo. C'è un
dialogo che, nel caso del tennis, spesso diventa
artistico". Ecco, le parole del Santo Padre richiamano ad
una condizione, spesso dimenticata, di come lo sport è
lezione di vita. La speranza è che molti giovani inseguano lo
sport con questi valori piuttosto che l’effimero
dell’intangibilità dei social che rende il futuro con una
nebulosa. E allora viva lo sport, viva Sinner!

Calenda arruola Bonetti e Rosato…ma per fare cosa?

Carlo Calenda ha annunciato stamane in conferenza stampa a Montecitorio che il rapporto di Azione con i cattolici, finora andato avanti a fasi intermittenti, assume un connotato più preciso e impegnativo. L’accordo con Elena Bonetti ed Ettore Rosato, protagonisti non molto tempo fa della scissione da Italia Viva, segna il passaggio a una  politica di maggiore apertura. In passato, alcune dichiarazioni di Giulia Pastorella, attuale vice presidente del partito, avevano invece espresso la volontà di restringere alle sole forze liberali l’ipotesi di collaborazione in vista di una possibile lista allargata (Il Foglio, 27 giugno 2023). 

 “Proporrò alla prossima assemblea di Azione – ha detto Calenda – la nomina di Elena Bonetti a vicepresidente con la delega alla costruzione di quello che sarà per noi il fatto fondamentale dopo le Europee: dare vita a un grande partito con tutti i soggetti che non si  riconoscono nel bipolarismo. Stiamo lavorando a un accordo con il Partito repubblicano italiano, lo abbiamo fatto con i socialisti liberali. Per noi importante è raccogliere il patrimonio dei costituenti che oggi appare disperso”. Ed ha poi aggiunto: “Ettore Rosato sarà invece da subito, perché la nomina spetta a me, vice segretario, con delega all’organizzazione e agli enti locali e si occuperà delle elezioni europee”.

Più in generale, sulle alleanze per le elezioni europee, il leader di Azione ha precisato: “Dipende da Più Europa, noi non vogliamo un’alleanza indistinta. Abbiamo aderito al manifesto di Emma Bonino ‘Stati Uniti d’Europa’, c’è sintonia, siamo insieme nell’Alde: su questo possiamo lavorare bene, ma non faremo una lista indistinta che accolga anche Italia Viva. Non sarebbe credibile per gli elettori”.  Parole che evidentemente chiudono le porte a un progetto di ampia aggregazione che dovrebbe riguardare l’area politica intermedia tra la destra nazional-sovranista e la sinistra social-radicale. 

Nessuno nega il valore del contributo che gli ex dirigenti di Italia Viva potranno dare al rafforzamento di Azione, ma indubbiamente poco o nulla potranno fare – date le premesse – in rapporto alla pur necessaria e urgente ricomposizione di un blocco democratico e popolare. Il problema non è l’accoglienza riservata a uomini e donne di matrice moderata o cattolico sociale – ieri la Gelmini e la Carfagna, oggi Rosato e la Bonetti –  ma la linea politica che Azione intende portare avanti. Abbiamo avuto prova di come in altre circostanze storiche l’integralismo di partito si sia tradotto in velleitarismo, fallendo gli obiettivi. Capitava alla ‘grande’ Dc di Fanfani, può capitare a maggior ragione alla ‘piccola’ Azione di Calenda.

Un cambiamento adeguato ai tempi nuovi.

[…] Non confondiamoci le idee, non lasciamoci irretire dal clamore degli improvvisati moralizzatori e degli immancabili profeti di prossime sciagure. Le emozioni, gli scontenti, le rabbie che si manifestano qui e lì nel corpo elettorale vanno sempre rilette nell’ambito proprio: grosso modo, ci sono le reàzioni che nascono dalle povertà antiche e nuove, povertà che più facilmente si comprendono alla luce della cultura dello Stato sociale; ci sono poi le reazioni che sono da benessere e da ricchezza che mi richiamano alla mente qualcosa dei conflitti patrimoniali delle famiglie ricche del XVIII secolo: élites della finanza e dei grandi affari, che coltivano il rifiuto della politica ovvero il culto alla moda di un ritornante apoliticismo, di un altro non expedit, praticato con misura e sufficienza verso i cosiddetti partiti del Palazzo.

Tutte reazioni che possono diventare pericolose, quando si rivestono di motivazioni che appaiono di senso comune. Ci sono anche le reazioni delle piccole e grandi arroganze di chi ritiene di disporre come che sia del potere e di tutelarsi all’ombra del partito.

Resto fermo nel convincimento che è ancora nei grandi partiti della tradizione democratica repubblicana nazionale la capacità di leggere, interpretare e tradurre nella positività di un nuovo grande disegno politico i segnali per un cambiamento giusto, appropriato, adeguato ai tempi nuovi. A mio avviso, come non è più visibile il Nemico del vecchio e sfinito Comunismo di ieri, così non è visibile alle porte nessun Fascismo. Primitività istintive, orgogli e intemperanze localistici, ribellioni di senso comune, non richiedono per essere capiti la rievocazione di chiavi interpretative legate agli schemi della letteratura antifascista.

Guai se i partiti tradizionali mancassero al loro ufficio storico di riformare lo Stato, guai se, per la loro interna inerzia, cedessero al ricatto delle nuove Signorie corporative che albeggiano nel suolo cedevole e paludoso di false ideologie produttivistiche.

Non c’è tempo per nessuna autocontemplazione, dobbiamo camminare guardando un po’ più in alto delle nostre misure quotidiane, così come seppero fare uomini come Sturzo, De Gasperi, Ferrati, Dossetti, Piccioni, Vanoni, Scelba, Rumor, Saraceno e altri che sono ancora fra noi, la cui nobiltà e generosità politica e civile fo ed è indiscussa; dobbiamo attrezzare il partito in modo meno burocratizzato, meno legato all’esercizio quotidiano del potere, per farne uno strumento di ascolto più diretto e sensibile dei problemi e delle esigenze nuove che, in questa fase ciclica di transizione, sono al fondo della tumultuosa richiesta di più autonomie, di più verità, di più autenticità, una richiesta che sale dalle viscere di questa nuova storia, che non vediamo ancora, ma che sentiamo vicina. 

 

Per leggere il testo integrale

https://rivista.vitaepensiero.it//news-dallarchivio-storia-di-un-partito-popolare-la-democrazia-cristiana-dal-dopoguerra-ad-oggi-6403.html

thedotcultura | Per capire La Pira

[…] La Pira ha dedicato una buona parte dei propri sforzi alla politica, ricoprendo posizioni e cariche ai massimi livelli, come anche Giovanni Spinoso e Claudio Turrini non mancano di notare: membro dell’Assemblea costituente, deputato nella prima Legislatura, sottosegretario al Ministero del Lavoro e sindaco di Firenze. Non solo, ma è stato un uomo che dietro ad una presunta ingenuità politica in realtà possedeva la forza di rompere astutamente gli schemi guidato dalla profezia, messo in evidenza da padre Gianni Festa, più che dalle mere logiche di partito, con le quali non a caso si scontrerà più volte. Si presenta come un dilettante dell’economia, mostrando noncuranza per l’assenza di un pedigree riconosciutogli e arrivando a questa disciplina piuttosto attraverso strade eteronome come le letture evangeliche, ma privo di velleità teorizzatrici e forte soltanto della conoscenza della dottrina sociale.

In tal modo è in grado di offrire un’interpretazione libera di teorie complicate, delle quali seleziona pragmaticamente quanto gli serve per i suoi scopi concreti immediati. Il lungo saggio riportato nel volume L’attesa della povera gente, pubblicato nel 1950, è quanto mai rivelatore della progressiva maturazione di La Pira lettore di Beveridge. Appariva chiaramente a La Pira come le soluzioni prospettate dallo studioso britannico si adattassero perfettamente anche al caso italiano, che si prestava, nel frangente particolare della Ricostruzione, a funzionare da ideale terreno di sperimentazione. La Pira fra il 1948 e il 1950, anni passati al Ministero del Lavoro sottosegretario con Fanfani, assume la consapevolezza della centralità assoluta del problema della disoccupazione anche in un’ottica caritativa, vissuta concretamente con la presidenza dell’Ente Comunale di Assistenza fiorentino.
L’adozione del keynesismo segna il passaggio da un’idea di assistenza ad una di piena occupazione, dando forma più precisa e dai contorni più nitidi alla propria visione economica, “misurata sull’uomo” come scrisse Ernesto Balducci e di cui Piero Meucci e Mario Primicerio colgono nel libro il valore, soffermandosi sulle scelte politiche di La Pira vuoi come sindaco di Firenze vuoi nella vicenda emblematica del Pignone. Travolta da un cattivo progetto di avvio verso la produzione tessile e priva di un indirizzo strategico, nel 1948 la grande impresa fiorentina veniva messa in liquidazione e si apriva a quel punto un periodo di crisi drammaticamente turbolento, che elevava il livello della conflittualità delle relazioni industriali. La conseguente occupazione operaia testimonia la radicalità assunta dallo scontro di classe, che chiamò la città ad un intenso coinvolgimento. L’esito della vicenda giungerà, com’è noto, solo nel 1954, con il passaggio in ambito Eni, fortemente voluto da La Pira e facilitato dall’intervento di Enrico Mattei. La soluzione era stata caldeggiata a lungo anche dai sindacati e venne accolta con grande favore. Il Pignone rappresentò, per La Pira ormai sindaco, un momento di rottura vigorosa con il mondo delle imprese e degli imprenditori, dai quali, per bocca di Costa, fu duramente attaccato; ma anche lo stesso don Sturzo duellò con La Pira, accusandolo di statalismo come viene rammentato nel libro.

Ci sono buoni motivi, questo in conclusione potrebbe rappresentare il messaggio del volume curato da Alberto Mattioli, per proseguire a studiare La Pira e, questione ancora più di peso, per ascoltarlo. In un XXI secolo dominato dalle guerre e per nulla emendato dalla povertà, la sua voce ha il potere ancora di smuovere le nostre coscienze. Le emergenze dell’umanità non sono finite, la lucidità della sua testimonianza non si è appannata.

 

Fede, politica e profezia. L’attualità di Giorgio la Pira in un mondo in cerca di pace, a cura di Alberto Mattioli, Milano, ITL, 2023.

 

Per leggere il testo integrale della recensione

https://www.thedotcultura.it/lat

Dibattito | Caso Bigon e laicità della politica.

Il caso Bigon merita una riflessione aggiuntiva in una comunità politica plurale fortemente impegnata nella definizione di una nuova stagione di diritti civili. Sono volate espressioni sproporzionate da una parte e dall’altra, con una difesa pregiudiziale e con attacchi sommari. Tutto questo non sembra appropriato alla peculiare intensità umana del tema in questione (regolazione del fine vita) e neanche alla serietà della consigliera Anna Maria Bigon.

La Corte Costituzionale si è autorevolmente espressa invitando il legislatore ad intervenire per regolare un vuoto che aumenta la sofferenza di chi già vive condizioni drammatiche e provoca una molteplicità di casi “fai da te” non meno inquietanti. La prima domanda da porsi è se sia corretto che ciascuna regione si muova per conto proprio con il rischio di disegnare una Italia diseguale anche in questo delicatissimo campo. L’iniziativa del Presidente della regione Veneto Zaia, volta ad appoggiare una proposta di legge popolare con tanto di raccolta di firme, tendeva certamente a creare uno stato di fatto, nel nome di una autonomia differenziata che, per diverse ragioni fermamente combattiamo. Il fatto che il centro-destra si sia sgretolato nel seguire la linea Zaia è di fronte agli occhi di tutti, e che il Partito democratico ha rischiato di fare la stampella politica in una situazione non priva di forti ambiguità. È evidente come la lotta nel centro destra sia portata avanti soprattutto dal partito della premier per indebolire Zaia e scoraggiarne le ambizioni di un terzo mandato.

Lo spettacolo che ne è emerso è dunque davvero miserabile sul piano umano e politico: giochi di potere dietro le quinte su di una delle tematiche più dure e sconvolgenti della nostra convivenza.

Se questo è in sintesi il dato politico principale della vicenda si deve però riflettere di più sul comportamento di un membro del Partito democratico, rappresentante eletto in una assemblea legislativa. Oggi è il caso della consigliera Bigon, domani possono essere altri. Oggi vengono addotte le ragioni dei democratici di ispirazione cristiana, domani si possono manifestare altre ragioni ideali e spirituali in un partito plurale. La riflessione da sviluppare non può riguardare questo caso specifico, del quale peraltro non si conoscono bene tutti i risvolti: attraverso quali passaggi e decisioni collegiali il Partito democratico veneto ha maturato la posizione poi espressa in aula? La consigliera Bigon si era espressa adeguatamente in un dibattito interno? Vi è stato un voto nel gruppo e/o nel partito che ha fatto maturare la posizione politica da sostenere in Consiglio regionale? Queste ed altre domande meriterebbero attente e circostanziate risposte e, quindi, analisi e valutazioni proporzionate sulla base dei fatti reali avvenuti.

Il tema più generale, per chi ritiene che la democrazia italiana ed europea sia più forte e intensa se animata da una ispirazione cristiana o comunque da valori spirituali che si rifanno a quell’umanesimo laico che anche nel mondo contemporaneo apprezza e rispetta la profondità umana del messaggio cristiano, è sempre quello della laicità della politica e dell’esigenza di non sfuggire a scelte normative difficili ma comunque necessarie in società sempre più complesse.

Aldo Moro, nell’ultimo discorso che fece ai Gruppi parlamentari prima della sua tragica fine, ebbe a dire che se pure “la testimonianza è la cosa più pulita e quindi più adatta a una coscienza cristiana”, tuttavia la via della testimonianza non è sufficiente a difendere e a promuovere gli interessi di quella vasta società civile che ha votato e vota per il partito democratico. Un partito che, poi, ha una intensa vocazione di governo del Paese non può fermarsi a testimoniare coscienze personali, né può inseguire per tattiche di sopravvivenza iniziative strumentali di soggetti terzi. La Corte Costituzionale ha già indicato al legislatore la strada da perseguire: garantire in tutto il Paese l’effettività delle cure palliative e l’accesso alle terapie del dolore, valorizzare sempre l’autodeterminazione della persona nella malattia, non punibilità di chi, nel rispetto assoluto di questa autodeterminazione, aiuta compassionevolmente il trapasso.

Il caso Bigon è serio perché marca il grave ritardo di una posizione forte e chiara, elaborata condivisa nel partito, ed espressa in Parlamento. I rappresentanti democratici di ispirazione cristiana non possono fermarsi alla testimonianza personale di una grande difficoltà, ma devono attivarsi più di altri per elaborare quelle poche regole essenziali idonee a tutelare la dignità della persona anche nella fase della sua fine, nel quadro di un potenziamento del Servizio sanitario nazionale. Nella società italiana è matura e ampia una sensibilità per accogliere con attenzione una proposta seria sul piano umano e della convivenza civile.

Congresso di Bari (1944), il discorso di Rodinò in rappresentanza della Dc.

In questa magnifica riunione, prima riunione dell’Italia, della Italia nostra, dell’Italia libera, ho domandato la parola per rendere omaggio, sicuro di interpretare il pensiero non solo di quanti siamo qui riuniti, ma il pensiero di tutti gli italiani, a questo magnifico vecchio il quale onora l’Italia, onora l’Europa, e la cui fama durerà anche al di là della sua vita mortale; il quale ha visto la sua casa, centro di amore e di bontà, centro di studi, l’ha vista devastata, ha visto i libri nei quali stava tutta la sua dottrina e tutta la sua meditazione, li ha visti dispersi da una masnada in camicia nera, e nel suo discorso magnifico, che risponde al sentimento di noi tutti, ci ha fatto rivivere in un ampio panorama tutte le infamie passate. 

Nel nome sacro della storia, nel nome sacro della immortalità, io credente – che credo che Giovanni Amendola, Matteotti, don Minzoni, uomini di fede religiosa e di fede politica, sono ora nella pace di Dio – e voi tutti, siamo unanimi nel tributare a loro ed a tante altre vittime della tirannide infame tutta la espressione del nostro compianto, tutta l’espressione della nostra ammirazione. 

E questo per quelli che sono di là, nella pace di Dio. Ma pensate, o signori, o amici, o fratelli, a quanti sono ancora vivi fra noi: come l’on. Zaniboni, medaglia d’oro, rispettato alla Camera da tutti i partiti – dai conservatori, dai popolari, dai liberali – perchè ammiravano in lui la fede nelle sue idee. Amici, valga questo anche per il nostro lavoro, qui, dove le fedi non devono dividere, quando sono nobilmente sentite e quando non tendono ad interessi particolari, ma mirano unicamente con entusiasmo, alla realizzazione delle proprie idee.

È stato il discorso di Benedetto Croce un discorso magnifico, anche perché è stato un inno agli Alleati; egli ha detto una frase, che non so se sia da tutti compresa profondamente. Ma io, che ho vissuto nella mia città dove abbiamo avuto 130 bombardamenti, vorrei che invece della mia voce piccola e modesta, un’altra voce più grande giungesse alla libera America, alla libera Inghilterra ed alla Russia. E dicesse che in quei momenti terribili – tra il fragore delle bombe, col pensiero dei cari lontani, col pensiero che uscendo dai ricoveri avremmo visto le nostre case, il nostro santuario dove sono nati i figli nostri distrutto – dalle madri tremanti per i loro figli, dalle spose tremanti per i loro mariti non si levava un pensiero di odio e di vendetta contro coloro che per fatale necessità di guerra dovevano usare mezzi adatti a vincere la guerra; ma si levava un sentimento di odio represso contro quelli che ci opprimevano dimenticando il passato, dimenticando i martiri del Risorgimento, dimenticando i nostri soldati, quelli dell’altra guerra e quelli di questa guerra, più sventurati questi di quelli (perchè tu sai, o Zaniboni, che nell’altra guerra i soldati morivano, ma morivano per un ideale di libertà, morivano per vedere l’Italia ricongiunta alle terre irredente, di cui da Matteo Renato Imbriani a Barzilai i migliori italiani sostennero sempre le ragioni per le quali dovevano essere unite all’Italia nostra); ma questi poveri morti, questi poveri soldati sono dovuti morire giovani di anni, nell’entusiasmo della vita, nel rigoglio delle loro forze, e sono andati a morire per tentare di rafforzare due regimi, il tedesco e l’italiano del passato, due regimi fondati sulla frode e sulla violenza. 

A questi soldati, a questi poveri fanti che sono andati a morire nell’adempimento del loro dovere formale ma in contrasto col loro intimo sentimento vada il nostro pensiero grato e riconoscente. E vada pure il nostro pensiero alla marina italiana, la quale, se avesse ubbidito a certi rimasugli del fascismo, sarebbe andata ad ingrossare le forze dell’ormai cadente Germania ed avrebbe fatto irreparabile danno alla patria nostra. È con questi sentimenti, amici, che io mi auguro che il nostro Congresso riesca solenne affermazione di libertà, senza squilibri, senza violenze, essendo tutti uniti in un solo sentimento che superi qualunque idea di qualunque partito, per il bene e la salvezza della Patria. (Vivissime acclamazioni)

Per saperne di più sul Congresso di Bari

Sconfitto alle politiche, Martinazzoli definiva il berlusconismo come autobiografia della nazione.

Il popolo ha scelto e toccherà al popolo giudicare la sua scelta alla prova dei fatti. Noi non possiamo che rispettarne il responso rimanendo coerenti sulle nostre posizioni e dunque fedeli al consenso del nostri elettori cui dobbiamo gratitudine per un voto di coraggio e di ragionevolezza.

Un ringraziamento uguale va a tutti i nostri candidati o al tanti amici che si sono prodigati in una campagna elettorale cosi impervia. Sapevano che si trattava di una battaglia senza vittorie e tuttavia l’hanno combattuta nel segno di un ideale che non vogliono spento. Si sono manifestate lì, e sono maturate, energie, intelligenze, attitudini che costituiscono un patrimonio umano consistente e resistente per il lungo cammino che attende il nuovo Partito popolare. 

Ciò che conta, adesso, é che non si disperda questa forza, che l’unità degli intenti e l’amicizia del gesti alimentino il lavoro culturale, politico, organizzativo necessario a dare regole, forma e sostanza al partito.

È un’impresa di grande respiro che esclude impazienze o improvvisazioni. C’è una nuova classe dirigente da fare crescere, ci sono esperienze insieme fresche e collaudate che potranno accompagnare e orientare un processo di cre-scita.

Tutto dipendera, però, dal modo in cui i popolari reagiranno alla condizione politica che ora li riguarda e al giudizlo che vorranno dare intorno al senso del tentativo che abbiamo messo in atto. Questi sono i tempi e le strade del partito.

Quanto alla situazione politica generale, sappiamo che – allo stato – la nostra responsabilità si contiene nell’esigua forza parlamentare che ci è toccata, inferiore alla nostra forza numerica, certo, ma questa era la regola elettorale.

C’è un vincitore di queste elezioni e si chíama Berlusconi. Si deve a lui se una destra missina, certamente in crescita ma gravata dal peso della sua origine o della sua ideologia, e un movimento leghista in crisi di assestamento sono stati trascinati al ruolo di una “grande destra”. 

Il riconoscimento di questa demiurgia illumina, peraltro, i problemi che si trascina appresso. Riguardano, questi problemi, i nodi essenziali delle democrazie moderne e, specificamente, la qualità della vocazione politica Italiana. Se il “berlusconismo” ha potuto essere definito con la formula gobettiana dell’autobiografia della nazione, occorre andare ben al di sotto della superficie iridescente del fenomeno per tornare a leggere, là dove si colloca, la consistenza storica della questione.

Questa riflessione faranno bene ad alimentarla anche i mondi cattolici, cui tocca di uscire dalla letteratura del “do-ver essere” per prendere atto di una scelta — di resistenza o di insignificanza – che li riguarda nell’attualità e nella realtà della politica.

Bisognerà pure indagare il senso che si vuole attribuire alla immagine, ormai corrente, della “seconda repubblica” spesso dichiarata come ripudio del valori storicamente fondanti della prima repubblica. Stando cosi le cose, ciò che conviene è la chiarezza: chi ha vinto ha il dovere di governare, chi ha perso ha il dovere dell’opposizione. Solo cosi, e non per una mistificazione ma nel vivo della politica, potrà illimpidirsi questa stagione democratica e tornare a formarsi l’opinione e il giudizio degli italiani su questo presente piuttosto che su un passato da rimpiangere o da maledire. 

In questa condizione, il Partito popolare è chiamato ad una prova decisiva. La sua misura, pur breve ma accentuata nella prova elettorale, non gli nega una sorte ma gli impone decisioni lucide, continuità di scelte, un lavoro accanito ed intenso. Ma poiché gli insuccessi elettorali portano, inevitabilmente, all’indugio del processi sulle responsabilità è bene che queste siano riconosclute ed accettate. Cosi è avvenuto, serenamente avvenuto. Per fedeltà.

 

L’editoriale, pubblicato su “Il Popolo” del 31 marzo 1994, aveva per titolo “La strada dei Popolari”.

Non strattoniamo più il Centro, è il tempo della responsabilità.

Del Centro se ne parla ormai tutti i giorni. Quasi tutti i sondaggisti sostengono che lo spazio politico, e soprattutto elettorale, esiste. Uno spazio che va tranquillamente oltre la doppia cifra perché settori crescenti della pubblica opinione mal sopportano un bipolarismo sempre più maldestro e bislacco. E perchè cresce la volontà di riavere un Centro che sappia dispiegare nella concreta dialettica politica italiana un metodo, una politica e una prassi che da ultimo sono stati spazzati via con l’irrompere del populismo anti politico, demagogico e qualunquista dei 5 Stelle.

Ora, però, c’è un problema. Anzi, un nodo razionalmente e politicamente inspiegabile, eppure esiste. Ovvero, le forze che si collocano – o che si autocollocano – al Centro dello schieramento politico italiano ritengono che sia più conveniente presentarsi con più liste all’appuntamento delle

prossime elezioni europee. Anche quando poi si riconoscono nel medesimo gruppo politico europeo.

Ecco perchè, al di là delle giustificazioni, delle accuse e delle vendette personali, adesso siamo arrivati ad un bivio. E cioè, o si ritiene – serialmente e realisticamente – che il Centro, e ‘la politica di centro’ possono fare nuovamente capolino nella cittadella politica italiana con un progetto visibile e con un partito altrettanto credibile oppure, e al contrario, si compromette un disegno politico attraverso beghe interne e polemiche di bassa lega del tutto incomprensibili a quei settori della pubblica opinione che ritengono opportuno e necessario il ritorno di un progetto che storicamente ha caratterizzato le migliori stagioni della vita pubblica italiana.

Perché, ormai, è perfettamente inutile continuare a strattonare il Centro. Questo spazio politico è semplicemente credibile e serio solo se si presenta unito, coeso, compatto e unitario. Certamente si tratta di un luogo politico e culturale plurale ma, al contempo, uno spazio che è quantomai necessario ed indispensabile per il recupero di qualità della nostra democrazia e, soprattutto, per rispondere con una appropriata iniziativa politica dopo il ritorno della destra di governo, della destra sovranista, della sinistra radicale e massimalista e del populismo anti politico e qualunquista.

Sarebbe quantomai curioso, nonchè singolare, assistere passivamente alla ennesima liquidazione del Centro – oggi richiesto, dicono i sondaggisti, da oltre il 20% dell’elettorato italiano – perchè sacrificato sull’altare delle ambizioni dei singoli, dall’egocentrismo di alcuni leader di partito e dalla voglia di delegittimare politicamente e moralmente il proprio compagno di viaggio.

Forse sarebbe opportuno almeno conoscere – mutuare è quasi impossibile con l’attuale classe dirigente – il comportamento concreto che veniva intrapreso dai leader delle correnti della Democrazia Cristiana nel passato. Correnti di diverso orientamento con leader e statisti profondamente diversi tra di loro ma accomunati quando si trattava di perseguire un disegno politico e un progetto di governo. E l’area cattolico popolare e cattolico sociale, al riguardo, non si stanca di ripetere che senza un soprassalto di orgoglio e, soprattutto, un rinnovato senso di responsabilità, si corre il serio rischio di compromettere irreversibilmente un nobile ed utile, nonchè necessario, progetto politico.

Svolta filocinese a Tuvalu, stato polinesiano tra le isole Hawai e l’Australia.

 

(AsiaNews/Agenzie) – L’ormai ex primo ministro filo-Taiwan di Tuvalu, Kausea Natano, non è riuscito a confermarsi in uno dei due seggi in palio sull’isola principale di Funafuti, secondo i risultati elettorali definitivi pubblicati sabato. Questo alimenta i timori di Taipei e americani, secondo cui la micronazione del Pacifico potrebbe essere pronta a entrare nelle sfera di influenza di Pechino, pur essendo uno dei 12 Paesi al mondo che ha relazione diplomatiche ufficiali con Taiwan. Tuvalu, con una popolazione di circa 11.200 abitanti distribuiti su nove isole, è infatti uno dei tre alleati rimasti a Taiwan nel Pacifico, dopo che Nauru ha tagliato i legami con l’isola ed è passata nella sfera di influenza cinese, che le ha promesso maggiori aiuti allo sviluppo. 

Alle urne sono andati circa 6.000 tra gli abitanti aventi diritto: tra i candidati più votati – soprattutto sull’isola di Nukulaelae – c’è l’ex ministro delle Finanze di Natano, Seve Paeniu, che in campagna elettorale si era dichiarato a favore dell’idea di rivedere i rapporti con la Cina. Dopo il voto, Paeniu ha detto che cercherà di formare una coalizione tra i legislatori eletti candidandosi a diventarne il primo ministro.

Natano – diventato celebre a livello internazionale per la conferenza stampa di richiesta di “asilo climatico” per gli abitanti dell’arcipelago fatta con i pieni nell’oceano – si era impegnato a continuare a sostenere Taiwan, alleato diplomatico dell’arcipelago dal 1979. La lotta diplomatica tra Taiwan e Cina si inserisce in una più ampia competizione per l’influenza nel Pacifico tra Cina e Stati Uniti, con Washington che ha recentemente promesso la costruzione del primo cavo sottomarino per collegare Tuvalu alle telecomunicazioni globali. Alla fine della tornata elettorale, Enele Sopoaga ha mantenuto il suo seggio. Sopoaga si è sempre espresso in sostegno a Taiwan, ma vuole che l’accordo sulla sicurezza con l’Australia – in chiave anti-Pechino – firmato da Natano venga annullato.

Il commissario elettorale di Tuvalu, Tufoua Panapa, ha detto che i nuovi legislatori locali eletti si incontreranno la prossima settimana per scegliere il primo ministro: “Avremo un quadro più chiaro entro la prossima settimana, poiché dobbiamo dare il tempo ai parlamentari eletti di arrivare sull’isola della capitale, dalle isole esterne”, ha concluso, dato che il viaggio in barca può durare fino a 27 ore.

Mattarella nel Giorno della Memoria invita ad avere fiducia nel futuro.

[…] Assistiamo, nel mondo – ripeto -, a un ritorno di antisemitismo che ha assunto, recentemente, la forma della indicibile, feroce strage antisemita di innocenti nell’aggressione di terrorismo che, in quella pagina di vergogna per l’umanità, avvenuta il 7 ottobre, non ha risparmiato nemmeno ragazzi, bambini, persino neonati. Immagine di una raccapricciante replica degli orrori della Shoah.

Siamo convinti che i giacimenti di odio siano stati ingigantiti da parole e atti spietati, persino blasfemi. Il sogno di una pace, sancita dal reciproco riconoscimento e rispetto delle tre religioni monoteiste figlie di Abramo, appare lontano – forse come non è mai stato in tempi recenti – ma rimane l’orizzonte di un riscatto di questa parte del mondo, e non soltanto di questa.

Guardiamo a Israele come Paese a noi vicino e pienamente amico, oggi e in futuro, per condivisione di storia e di valori. Siamo e saremo sempre impegnati per la sua sicurezza.

Sentiamo crescere in noi, di giorno in giorno, l’angoscia per gli ostaggi nelle mani crudeli di Hamas.

L’angoscia sorge anche per le numerose vittime tra la popolazione civile palestinese nella striscia di Gaza.

Anzitutto per l’irrinunziabile rispetto dei diritti umani di ciascuno, ovunque. E anche perché una reazione con così drammatiche conseguenze sui civili, rischia di far sorgere nuove leve di risentimenti e di odio.

Può accrescere gli ostacoli per il raggiungimento di una soluzione capace di assicurare pace e prosperità in quella regione, così centrale nella storia dell’umanità e così martoriata.

Coloro che hanno sofferto il turpe tentativo di cancellare il proprio popolo dalla terra sanno che non si può negare a un altro popolo il diritto a uno Stato.

Ci ostiniamo a rimanere fiduciosi nel futuro dell’umanità. Nella convinzione profonda che un futuro intriso di intolleranza, di guerra e di violenza, non sia il desiderio iscritto nelle coscienze delle donne e degli uomini.

I Giusti, con il loro coraggio, con la loro speranza e il loro sacrificio ci indicano la direzione e ci esortano ad agire, con determinazione e a tutti i livelli, contro i predicatori di odio e contro i portatori di morte. 

I Giusti italiani sono tra le radici migliori della nostra Repubblica. Per questo li celebriamo e li onoriamo, tutti insieme, come popolo italiano e come comunità, oggi, nel Giorno della Memoria.

 

Per leggere il discorso integrale

https://www.quirinale.it/elementi/106132

La Voce del Popolo | Schlein e i presupposti identitari del partito.

Appare quasi come una missione impossibile il compito che s’è data Elly Schlein: quello di portare il Pd fuori dalle secche. E infatti per ognuno dei dossier che si accumulano sulla sua scrivania non ce n’è uno che sembri essere minimamente condiviso. 

Che si candidi alle europee oppure no, che faccia la faccia feroce con la Meloni o cerchi di ricalcare una postura più dialogante, che dia ascolto ai suoi critici o li sfidi in campo aperto, comunque sia grava sempre su di lei un’aria di disincanto che fa sembrare lontana, lontanissima l’incoronazione delle primarie, appena un anno fa. Si capisce che in questo contesto la via d’uscita possa esserle apparsa quella di andarsene al cinema. 

Ora, chi scrive non ha nessun titolo per dare consigli. Penso però che nei partiti, in tutti i partiti, esista sempre un momento della verità. Un attimo, anche solo un attimo, in cui ci si parla senza ambiguità e senza troppa diplomazia e si portano in superficie tutte le questioni che dividono. In quell’attimo non vige più la disciplina di partito, vige l’obbligo della reciproca verità. Tanto più se si tratta di una verità scabrosa. 

Portare il confronto sui fondamentali e discutere se i presupposti identitari del partito sono ancora quelli su cui a suo tempo venne fondato rappresenta un obbligo e forse anche un’opportunità. E Schlein a questo punto ha il dovere di prendere per le corna il toro del chiarimento, evitando per una volta indulgenze e diplomazie. Ne ha il dovere e magari anche l’interesse. Non sarà un film edul- corato, in questo caso. Ma il finale forse è ancora da scrivere.

[Articolo tratto, per gentile concessione del direttore, dal n. 4 (24 gennaio 2024) del settimanale della Diocesi di Brescia]

Charles Michel non si dimette e non si candida alle europee

Bruxelles, 26 gen. (askanews) – Il presidente del Consiglio europeo, Carles Michel, ha cambiato idea: non si candiderà più alle elezioni europee, come aveva detto a inizio gennaio. Michel ha annunciato la sua marcia indietro in un post pubblicato ieri sera sul suo account Facebook, in cui ha motivato la sua decisione.

L’annuncio che si sarebbe presentato alle europee aveva causato una situazione di incertezza istituzionale dovuta al fatto che, se eletto, avrebbe dovuto dimettersi entro luglio, ovvvero quattro mesi prima della fine naturale del suo mandato, a fine novembre. Questo avrebbe costretto i capi di Stato e di governo dell’Ue a eleggere il suo successore in anticipo o ad anticipare il suo mandato, o a nominare un nuovo presidente solo per quattro mesi, o ad affidare un mandato straordinario e provvisorio al premier ungherese Viktor Orbán, che si ritroverà dal primo luglio alla guida della presidenza semestrale di turno del Consiglio Ue, nelle sue formazioni ministeriali.

Nel suo post, in inglese, Michel ricorda che la sua scelta di presentarsi alle elezioni europee aveva suscitato “un’intensa attenzione e speculazioni da parte dei media”, e osserva: “In parte lo avevo previsto, data la natura senza precedenti, qualcuno direbbe audace, del mio approccio. Ciò ha portato anche a reazioni estreme, non all’interno del Consiglio europeo ma al di fuori di esso, riguardo alla prospettiva di candidarmi alle elezioni europee, abbreviando il mio mandato e anticipando di qualche mese quello del mio successore”.

Aggiornamenti Sociali | Radicati nel passato e protesi verso il futuro

[…] È vitale per il nostro tempo (re)imparare a fare memoria, perché in sua assenza il cammino diviene un vagare senza una meta e senza una logica riconosciuta. Quante volte, pensando soprattutto ai drammi del cosiddetto “secolo breve”, si è pronunciata con enfasi la frase «Mai più!»? Eppure, ancora una volta ci siamo trovati a fare i conti con la sventura di una guerra in Europa! 

La sfida di costruire il futuro non può prescindere dal recupero di questa capacità sapiente di fare memoria. Ma precisamente fare memoria di che cosa? Come ci ha ricordato papa Francesco, anzitutto del male, riconoscendolo, prendendo atto della sua gravità, ma anche sapendovi cogliere l’espressione della propria fragilità, come il popolo di Israele nel Deuteronomio. Quando si vive questo processo si è più attrezzati di fronte alle grandi possibilità del nostro tempo, che si accompagnano anche a grandi rischi, dei quali è necessario essere consapevoli e che in un recente passato sono divenuti realtà, sfigurando in un modo fino ad allora impensabile il volto dell’umanità. Gli sbagli possono essere evitati, soprattutto nel momento in cui ci si rende conto di averli già compiuti e di averne già assaggiato le amare conseguenze.

Ma per costruire il futuro non si può essere concentrati solo sul male, bisogna saper riconoscere e valorizzare anche il bene. La stessa Parola di Dio ci invita ad assumere una modalità a tutti gli effetti profetica di guardare alla realtà, che sappia intravvedervi in particolare i segni della presenza e dell’opera di Dio. Questo sguardo è ben diverso da quello dei grandi mezzi di informazione, tesi a considerare per ragioni di audience solo gli eventi che fanno più clamore, e, quindi, il più delle volte, gli eventi negativi. 

Fare memoria del bene è un atto di speranza, che si radica nella convinzione che la storia degli uomini agli occhi di Dio non è perduta, ma è destinata a essere redenta. La storia, pur in mezzo a mille contraddizioni e tensioni, resta comunque quel terreno fecondo nel quale lo Spirito di Dio sta portando a compimento il suo disegno di salvezza. Come sottolineava con acume il card. Martini nella lettera pastorale Tre racconti dello Spirito: «Lo Spirito c’è, anche oggi, come al tempo di Gesù e degli Apostoli: c’è e sta operando, arriva prima di noi, lavora più di noi e meglio di noi; a noi non tocca né seminarlo né svegliarlo, ma anzitutto riconoscerlo, accoglierlo, assecondarlo, fargli strada, andargli dietro. C’è e non si è mai perso d’animo rispetto al nostro tempo; al contrario sorride, danza, penetra, investe, avvolge, arriva anche là dove mai avremmo immaginato. Di fronte alla crisi nodale della nostra epoca che è la perdita del senso dell’invisibile e del Trascendente, la crisi del senso di Dio, lo Spirito sta giocando, nell’invisibilità e nella piccolezza, la sua partita vittoriosa».

 

[Questa è la parte finale dell’articolo pubblicato sul fascicolo n. 10 (ottobre 2023) della rivista dei gesuiti di Milano]

   

Caso Bigon, un’occasione mancata per la dignità della politica.

Raffreddati gli animi, c’è una vicenda di qualche giorno fa che invece non va archiviata all’istante e che può essere di utile memoria a chi si occupa della gestione della cosa pubblica.

Ne ha scritto, sconcertato, anche Pierluigi Castagnetti che nella sua vita politica ne ha viste tante e che ancora riesce a stupirsi per episodi estranei ad ogni canone della pur ruvida prassi politica.

Edmund Burke fu tra i padri del conservatorismo. Nel 1774 venne eletto a rappresentare Bristol, al tempo la seconda città dell’Inghilterra. Fu celebre un suo discorso durante il quale esaltò i valori della democrazia rappresentativa, rivendicando provocatoriamente la sua assoluta libertà di scelta in ordine alle questioni su cui esprimersi; cioè anche contro gli interessi dei suoi stessi sostenitori a cui in quel momento stava chiedendo il voto.

È accaduto che Anna Maria Bigon, consigliera regionale del Partito democratico in quel del Veneto, abbia votato giorni fa, secondo i dettami del suo cuore e della intelligenza, contro il provvedimento di “fine vita” su cui si misuravano le forze delle compagini di maggioranza e opposizione. E ciò malgrado l’indirizzo diverso del suo partito di appartenenza: per questo ieri è stata destituita dall’incarico di vice segretaria della federazione di Verona.

A monte verrebbe da dubitare circa la correttezza di una legge formale del Parlamento a disporre sul suicidio assistito, sfuggendo il senso dell’iniziativa sul piano regionale.

Ora, soprattutto sulle questioni così dette di coscienza, la prassi corrente è sempre stata quella di lasciare libertà ai propri rappresentanti di esprimersi per come sentivano. 

Evidentemente anche questo modo di trattare la materia sta venendo meno perché si è alzato un fuoco ad alzo donna, con una serie di critiche che sembrano composte in modo da prestarsi peraltro facilmente all’effetto boomerang per chi le ha sollevate. 

La Bigon, in sede di votazione, si è “limitata” ad astenersi non accettando il suggerimento di uscire invece dall’Aula al momento del voto, il che avrebbe comportato un calcolo ed un esito diverso della votazione. 

Ha azzardato persino a dire la sua con parole scandalose: “Stiamo trattando uno degli aspetti più intimi della vita di un uomo, che ci grava di un grande responsabilità. Elemento indispensabile per garantire l’effettività dell’autodeterminazione di ogni persona è la disponibilità delle cure palliative, che vanno potenziate e che potrebbero ridurre le domande di suicidio medicalmente assistito”.

La reazione non si è fatta attendere. “La libertà di coscienza dovrebbe comprendere anche la leale collaborazione di un gruppo” avrebbe detto in sostanza la capogruppo Camani. 

Rincara la dose il Vice Capogruppo Montanariello che, a quanto si legge, avrebbe commentato: “Quella di martedì è stata una pagina brutta per il Consiglio regionale. Nel nostro gruppo non ho condiviso la scelta di concedere libertà di coscienza”.

Concedere sta per ritrarsi davanti a qualcuno, e quindi magnanimamente di lasciargli agio di fare come crede. 

Andrebbe osservato che in tema di libertà di coscienza non va data licenza di concessione al prossimo perché la coscienza è qualcosa che attiene connaturatamente ad ogni umano che ne dispone pertanto per come ritiene senza chiedere permessi a nessuno. 

C’è aria di mordacchia in quel partito che rispolvera la passione per la disciplina. Non a caso la mordacchia è detta anche la briglia dei muti, guai a chi proferisce parola in dissenso dal padrone. 

Non è così che si difende il consenso, anzi lo si impoverisce. 

Se il Pd avesse tirato fuori un comunicato dove si esprimeva comunque il rispetto se non l’apprezzamento verso la manifestazione di autonomia della Bigon ne avrebbe guadagnato in prestigio ed in voti per il centuplo, dando lezioni di politica alla politica.

Ha preferito la difesa del fortino, imbastendo intanto un imbarazzante processo mediatico – fino alla decisione presa dagli organi provinciali del partito – ai danni di una sua esponente, rimarcando come non ci sia spazio per “un approccio ideologico” nel suo campo. 

Parrebbe piuttosto che sia proprio questa censura ad avere un gretto sapore ideologico di chi giudica senza tener conto della bellezza delle diversità e delle sensibilità presenti in politica come altrove.

Il leitmotiv di lamentele è quello di aver perduto un’occasione per dare una lezione alla maggioranza alla guida della Regione. In tutti i commenti brucia miseramente assai più questo che la questione in sé, scaduta immediatamente in secondo piano, già nel dimenticatoio.

Al coro di critiche non è mancato il commento stereotipato e baldanzoso di Erika Baldin, 5 Stelle, che accusa la Bigon di avere “la responsabilità di dividere il fronte progressista delle opposizioni”. Tanto effetto con una sola astensione: c’è veramente da sorprendersi per il potere in mano ad una sola semplice consigliera. 

+Europa, figuriamoci, non ha voluto essere da meno con giudizi negativi così come la rappresentante de “Il Veneto”, (suona più come il nome di un giornale che quello di un gruppo politico), che ha valutato il fatto in centimetri, dicendo di una Bigon non all’altezza della situazione.

Il Pd non ha difeso la sua consigliera, anzi ha contribuito incoscientemente alla sua lapidazione aggiungendosi al tiro degli altri.

Albertino Bigon, detto “Bibi”, è stato un capacissimo centravanti ed attaccante di calcio, anche lui veneto. 

La nostra Anna Maria non deve preoccuparsi. Non ha fatto altro che dire la sua. Forse farà la fine del Soldatino di piombo. Priva di una gamba e di un partito a sostegno, annegherà da principio in un mare di critiche desolanti per essere poi ripescata e conoscere nuova vita. 

Burke, si starà spellando le mani riconoscendole forza e temperamento. Il bigotto Pd ha fatto un clamoroso autogol.

Si parla del futuro dell’ Europa o soltanto di possibili candidature?

Nel bombardamento quotidiano che accompagna il confronto politico in vista delle prossime elezioni europee, continua a mancare un tassello: ovvero, la prospettiva che vogliamo costruire per l’Europa e, soprattutto, quali progetti politici sono in campo sull’Europa. Perché i temi che attualmente caratterizzano il dibattito, e non c’è da dubitare che la deriva sarà sempre più forte e persistente nelle prossime settimane, sono sostanzialmente due: e cioè, chi si candida dei leader di partito per l’Europa e come si possono comporre le maggioranze politiche dopo il voto

europeo. E cioè, due temi radicalmente lontani, esterni ed estranei rispetto al sentire comune di qualsiasi cittadino italiano e che confermano, purtroppo, un fatto che i vari sondaggisti ricordano insistentemente: il rischio che vada al voto meno della metà degli aventi diritto.

Non a caso, non c’è talk televisivo, accompagnato dalla quasi totalità degli organi di informazione della carta stampata, che ogni giorno non richiamino l’attenzione su aspetti del tutto marginali. Nello specifico, la Schlein si candida nelle cinque circoscrizioni o solo in alcune delle cinque per evitare che le donne del Pd si lamentino della potenziale esclusione a vantaggio dei maschi del Pd? Ma, di grazia, il sistema elettorale per le europee non prevede il proporzionale con preferenze? E che cosa centra essere il numero 2, o 3 o 4 o 5 della lista quando puoi il cittadino/elettore deve scrivere il cognome del candidato? Qui, come ovvio, non c’è la lista dei designati, né quindi degli eletti, che si conoscono già quando vengono depositate le liste. 

Mi riferisco, come ovvio, a ciò che avviene per la Camera e il Senato. Ma nel Pd questo tema non fa breccia perché il tutto si limita a capire cosa farà la Schlein. E quindi paginate intere sulle intramontabili correnti interne, sul simpatico e sempreverde Prodi che dispensa consigli a giorni alterni sul tema e molteplici interviste sugli organigrammi interni. Stesso tema, anche se meno insistente, avviene per la Premier Meloni nel suo partito. Comunque sia, temi, argomenti e riflessioni strutturalmente

autoreferenziali e del tutto lontani da tutto ciò che interessa concretamente i cittadini/elettori.

E poi c’è il secondo tema dominante, quello della formazione delle future maggioranze. Elemento indubbiamente interessante perchè centrale e decisivo per sapere quali saranno anche le future politiche europee nei diversi settori di competenza, ma che evidenziano anche l’eterno richiamo degli organigrammi e dei soli equilibri di potere. Per concludere, come ricordavo poc’anzi, con la pesante lamentela sul fatto che ci sarà, tuttavia, un pesante e massiccio astensionismo che rischia di far precipitare il valore della partecipazione elettorale e quindi del valore e della qualità della democrazia.

Ecco perchè, come sostengono Renzi e pochi altri leader, forse è giunto il momento – se vogliamo invertire la rotta di questo squallido ed arido confronto pre-elettorale – per concentrare l’attenzione su ciò che ci aspetta dopo il voto del 9 giugno. E cioè, molto semplicemente, spiegare qual è la vera posta in gioco con il voto per una eventuale nuova Europa. Con quella che, con una giusta ed intelligente provocazione politica, culturale, programmatica e valoriale, viene chiamata come la frontiera dei “nuovi Stati Uniti d’Europa”. E se questo dibattito non dovesse decollare non lamentiamoci poi il giorno dopo il voto della progressiva ed irreversibile disaffezione dalla vita pubblica, e quindi dalla democrazia di quote consistenti di cittadini italiani.

Dibattito | Dc e Popolari insieme per fare migliore l’Italia

Il popolarismo sturziano è stata la cultura che ha favorito l’impegno politico dei cattolici all’inizio del secolo scorso, assicurando la partecipazione alla vita politica di vasti ceti popolari e intermedi ispirati dai valori della dottrina sociale della Chiesa espressi nella Rerum Novarum. Un’esperienza straordinaria avviata partendo dai comuni, attraverso la partecipazione attiva di realtà associative e culturali, consolidata grazie all’estensione giolittiana del diritto di voto, stroncata dalla violenza delle squadracce fasciste e, dopo il Concordato,  dall’esilio di don Luigi Sturzo.

Quell’eredità fu raccolta dalla prima generazione democratico cristiana che, con le “Idee ricostruttive della Democrazia Cristiana”(Demofilo, 26 Luglio 1943) e il “Codice di Camaldoli” (Luglio 1943) seppe organizzare la Dc e assumere la guida ininterrotta del governo del Paese per oltre quarant’anni.

La Dc è stata storicamente la più grande espressione dell’unità politica dei cattolici italiani (democratici, liberali e cristiano sociali) e, sul piano sociale, lo strumento capace di garantire a livello istituzionale, il punto di equilibrio degli interessi e dei valori delle genti del Nord e del Sud e quello dei ceti medi produttivi e delle classi popolari. Equilibrio senza il quale salta il sistema del nostro Paese.

Finita politicamente la Dc (1993), si interrompe l’unità tra Nord e Sud (esplode il fenomeno della Lega) e, dopo l’illusione liberale di Berlusconi e Forza Italia, irrompe il populismo qualunquista del M5S e la falsa supremazia della destra nazionalista e sovranista, espressione della maggioranza della minoranza degli elettori. La maggioranza oltre il 50%, infatti, nel 2022 si è astenuta dal voto. E l’On Meloni può guidare legittimamente il Paese solo grazie a una legge elettorale anacronistica e iniqua.

La condizione di anomia sociale e politica in cui versa l’Italia guidata da una pseudo maggioranza è il risultato del venir meno dell’equilibrio di cui sopra, minacciato dal progetto di autonomia differenziata, destinato ad aggravare il divario Nord-Sud, e dalla condizione di crisi economica, non solo delle classi popolari, evidenziata dai dati della povertà assoluta rilevati dall’ultimo rapporto della Caritas italiana, ma dello stesso terzo stato produttivo e dei ceti medi, come evidenziato, da un lato, dai sindacati e, dall’altro, dal presidente di Confindustria, Carlo Bonomi.

Venuto meno il ruolo di Forza Italia, dopo la scomparsa del Cavaliere, la condizione della maggioranza di governo è quella del dominio della destra degli eredi almirantiani, preoccupati di occupare tutti gli spazi di potere disponibili, portatori di una cultura in netto contrasto con i fondamentali costituzionali della Repubblica. 

Questo progetto, il primo della triade della destra ( premierato, autonomia differenziata, riforma della magistratura con la separazione delle carriere) è destinato, infatti, a mutare la natura stessa della nostra repubblica parlamentare. Contro tale disegno di “deforma costituzionale” è essenziale attivare i comitati per il NO, a partire da quello dell’area politica dei Dc e Popolari.

Questa nostra area è affollata di partiti, movimenti, associazioni e gruppi che, a diverso titolo, si richiamano ai valori del popolarismo sturziano e della Dc degasperiana, risultanti dalla suicida diaspora che ha caratterizzato la lunga stagione seguita alla fine della Dc e solo da poco tempo in via di ricomposizione.

I cattolici, che hanno l’obbligo di non disinteressarsi della politica e del servizio ai cittadini, è ora che escano allo scoperto e difendano pubblicamente i valori di riferimento del progetto di vita che non è confinato solo nelle scelte individuali, ma anzi deve raccordarsi anche nella società con gli altri nel contesto della propria fede, della dottrina sociale della Chiesa

Con i recenti incontri promossi da Iniziativa Popolare, Tempi Nuovi e Piattaforma 2024, sono emerse nettamente le volontà di impegnarsi per concorrere a ricostruire una presenza forte e unitaria dei cattolici nella politica italiana, aperti alla collaborazione con altre culture politiche liberali e riformiste interessate alla difesa e all’attuazione integrale della Costituzione.

Persistono alcune perplessità specie da parte di amici che antepongono al progetto unitario la scelta delle alleanze in vista delle elezioni europee. Una strategia sbagliata e inefficace, di fatto, contro producente rispetto al progetto di ricomposizione politica . 

Condivido pienamente l’appello pronunciato dall’On. Ivo Tarolli a conclusione dei lavori dell’incontro di Piattaforma 2024, con cui ha affermato come” lo stare uniti venga prima, stia sopra a qualsiasi decisione successiva ( liste, candidature e alleanze)” 

A coloro che mantengono ancora riserve evidenziamo che siamo giunti a un tempo in cui è obbligatorio imboccare la strada della nostra ricomposizione, passaggio politico decisivo per il bene dell’Italia. Un centro nuovo della politica italiana, infatti, non può nascere dall’incontro delle soli culture liberal democratiche e repubblicane,  perché da sole sarebbero sempre minoritarie senza la partecipazione di una forte componente politica organizzata dei cattolici. 

Dobbiamo avere più coraggio e meno rivalità negativa: “Insieme” possiamo dare una speranza e un futuro migliore a un popolo che si va rassegnando o che subisce i cupi scenari dei poteri forti, dobbiamo sostenere la fiducia nei giovani che numerosi invece si vanno addormentando con l’uso delle droghe e dello “sballo” del sabato sera. Abbiamo il dovere di attrarre un nuovo interesse ed entusiasmo perché ciascuno dia un progetto alla propria vita, con “i talenti ricevuti” e alla collettività che s’ispiri ai valori forti che sono nel Vangelo di Gesù e nell’insegnamento del Magistero della Chiesa e nei principi della nostra Costituzione repubblicana.

È tempo di respingere le facili scorciatoie, di adottare politiche in grado di  contrastare i dominio dei poteri forti del sistema finanziario nazionale e internazionale e  di altri poteri occulti, per attuare integralmente il dettato costituzionale. E’ tempo di procedere senza indugi e logoranti rinvii all’unità politica possibile dei Dc e Popolari presenti in Italia. Il futuro è ancora nelle nostre mani, ma vorremmo costruirlo insieme da cattolici e laici per il bene del popolo italiano e per il futuro delle giovani generazioni.

La speranza di un mondo nuovo malgrado tante circostanze avverse

È ancora possibile coltivare un barlume di speranza per un mondo nuovo? Il Terzo Millennio che doveva rappresentare una nuova era imperniata sui valori della solidarietà, della fratellanza, della giustizia sociale e della pace tra tutti i popoli assume sempre più i contorni di una barbarie che non ha precedenti nella storia dell’umanità. 

L’esplodere continuo di guerre che caratterizzano la “nuova civiltà” basata sull’odio, sulla violenza e non sull’amore e sul rispetto reciproco, impone una riflessione pacata, ma allo stesso tempo rivoluzionaria dal punto di vista umano, storico e, soprattutto, economico-politico.

Sì! Economico-politico. Perché di questo si tratta in fin dei conti.

Non è necessario tornare indietro nel tempo per disturbare quanti avevano teorizzato per questa scienza umana un alto valore in ordine alla organizzazione ed all’amministrazione della società, un continuo e costante riferimento ai valori della morale, dell’etica, ma anche ad una conseguente sorta di stile privato e pubblico che l’uomo politico doveva incarnare per essere, allo stesso tempo, vero e credibile agli occhi della pubblica opinione.

Gli esempi riferibili a quest’ultimo punto di vista certamente non mancano nel recente passato, ma forse è inutile anche la melina del girotondo dei nomi che, stante l’attuale situazione, a nulla valgono nel realismo politico di una classe dirigente che preferisce pestarli nel mortaio dell’oblio per essere libera dal punto di vista morale

Come si fa allora, essendo piccola goccia nel mare, a promuovere un cambiamento radicale non solo di stili di vita – gli stessi che stanno portando l’umanità alla sua rovina finale – ma anche, per essere concreti, di sistemi di sopraffazione di un popolo sull’altro?

Il realismo politico non è certamente quello legato all’attuale dimensione di una organizzazione sociale che, a livello mondiale, detiene la maggior parte delle risorse disponibili per tenere sottomessa la maggioranza dei popoli di questa terra.

A volte contano anche i numeri, soprattutto se riferiti ad una situazione sociale che, proprio perché viviamo nel Terzo Millennio, dovrebbe essere lontana da questa “inciviltà evoluta” che per i pochi benestanti rappresenta il contrario. Ed allora, solo per essere concreti, occorre dire che l’ottanta per cento della popolazione mondiale può usufruire solo del cinque per cento della ricchezza prodotta. Per cui il novantacinque per cento della ricchezza mondiale è nelle mani di un venti per cento. Una élite che certo ormai (grazie anche al cospicuo forziere finanziario) è in grado di controllare e, soprattutto di incanalare i corsi della politica nelle diverse situazioni mondiali.

Ormai, senza soldi non si fa politica! È questa la triste realtà di quanto sta avvenendo nel mondo contemporaneo. Non è difficile intravvedere questa sorta di tendenza a livello dell’Unione Europea: tutto dipende dall’alta finanza, dalla fedeltà ad alcune regole economiche secondo le quali il profitto è il motore dell’economia.

La speranza di un mondo nuovo non sarà una chimera se si prenderà coscienza di questo e se si saprà agire di conseguenza, ripudiando il canto delle sirene che da più parti tentano di continuare a relegare il cittadino suddito del potere economico.

Dc, un’eredità complessa: meriti e responsabilità della classe dirigente cattolica.

Ieri è stato presentato un volume importante sulla storia della Dc di tre storici di chiara fama. Non posso esprimere un giudizio puntuale non avendolo ancora letto. Lo farò. Intanto mi limito ad alcune osservazioni su quanto ascoltato dalla diretta streaming dall’istituto Sturzo da un panel quasi monocorde: Andrea Damilano, Rosy Bindi e Marco Follini. 

Intanto è riecheggiata nella sala per merito di Antonetti  la domanda di un uomo intelligente come Ciriaco De Mita “perché è morta la Dc”? 

Nessuno ha saputo dare risposte e forse sarà il tema di un nuovo volume. 

Poi seconda considerazione, vengono riscoperti i meriti, postumi e tardivi della DC anche da chi l’ha avversata, combattuta e apprezzata solo ora che non c’è più. 

Poi sono affiorate le tesi giustificazioniste sul fax di Martinazzoli. Come a dire la DC era già morta; nonostante avesse avuto nel 1992 ancora quasi il trenta per cento (29,9) dei voti di un popolo che partecipava al voto con percentuali considerevoli. 

Il giustificazionismo di Damilano e Rosy Bindi si è spinto ad assimilare una Assemblea con un Congresso o un consiglio Nazionale dimenticando il significato delle regole statutarie. Dietro questa dimenticanza c’è l’assenza totale  di riferimento al metodo democratico degasperiano che fin dai primi momenti di vita della Dc ne ha permeato l’esistenza fino appunto al momento del Fax. 

Poi sembra di avere assistito a scene di alieni venuti da Marte quando Rosy Bindi oltre le solite litanie su Tangentopoli, sulle responsabilità del CAF, sul debito pubblico, sulle degenerazioni ha affermato che il Suo passaggio al Partito Popolare lo ha fatto da DC. 

Una lettura più attenta delle vicende dal 1987 al 1994 dimostrerà con obiettività le riforme realizzate dalla DC sia sul piano sociale che fu quello economico e il coraggio nella tenuta del sistema anche rispetto alle scelte europeiste con Maastricht. La DC pagherà un conto elettorale a vantaggio della Lega proprio per avere perseguito politiche di risanamento finanziario.! 

Sembra quasi  che si assista ad una perdita di memoria sul sostegno ai governi Amato e Ciampi nell’opera di risanamento economico- finanziario. 

Il parlamento degli inquisiti, come li definivano i detrattori,  quelli della undicesima legislatura, avevano salvato l’Italia dal naufragio, lavorando sodo per raddrizzare il vascello, come scrisse ai deputati Dc Gerardo Bianco il 22 febbraio 1994 in chiusura di legislatura. 

Per non dimenticare poi che il riferimento alla assemblea degli esterni del 1981 a Formigoni è palesemente sbagliato. Quella grande mobilitazione intellettuale di apertura alla società, ai mondi vitali, alle pmi, alla impresa familiare piuttosto che alla grande impresa, era sia a destra che a sinistra. Formigoni era nei 15 della Commissione degli Esterni, ma aveva già fatto le sue battaglie con il Movimento  Popolare nelle Università e nella società. L’arretramento di 6 punti alle  elezioni del 1983 non fu di certo per responsabilità di Carli! C’era stata la Presidenza  Spadolini e la crescita del PRI. Potremmo  dire la stessa cosa per Scoppola eletto nel  1983? 

La appartenenza di Bindi alla DC era sempre poco convinta e desiderosa di un partito a sua immagine e somiglianza dimenticando che c’era un partito plurale con tutti i pregi e i difetti. E in partito che era territoriale mentre Ella fu eletta alle europee nella circoscrizione Veneta e non Toscana.  Dimentica di aggiungere che non perdeva occasione per affermare una discontinuità con il passato. V’era chi voleva una rigenerazione in chiave “penitenziale”, di riscatto dal peccato, che poteva venire solo da una sorta di  autoflagellazione e dalla separazione degli eletti ritenuti impuri come tentò di fare appunto Rosy Bindi nella prospettiva di un piccolo partito duro e puro. 

Avviare processi sommari di condanne di intere esperienze storiche significava solo favorire la distruzione di culture e di formazioni politiche e scatenare ondate di populismo e di antipolitica come scrisse Bianco inascoltato e come è appunto avvenuto. Si è spinta al punto di imputare a Donat  Cattin la responsabilità del Preambolo senza alcun apprezzamento per le politiche sociali e le conquiste per i lavoratori! Un Preambolo che ha assicurato stabilità e crescita della difficile alleanza, ma unica possibile con i socialisti. Ecco la differenza con Marco Follini è stata proprio su molti punti. Marco ha rivendicato con eleganza il passato del movimento giovanile e una storia, cosa che non fatto e non ha potuto fare Rosy Bindi. 

Molte cose sono state volutamente dimenticate. Non una parola sul PCI legato all’Urss, non una parola sul miracolo economico e sulle riforme, non una parola sul Terrorismo e sull’album di famiglia dei compagni, che ha insanguinato  l’Italia in una spirale di ricatti negli anni settanta e ottanta e che avevano l’unico obiettivo di colpire la DC. 

Ci sono riusciti! 

La letteratura brigatista è amplissima. È adesso è troppo tardi per i rimpianti. Tenetevi la destra – destra! E ricostruite se ne siete capaci! 

Voglio chiudere con una citazione di Carli: 

“In tutti i paesi industriali si è compiuta una rivoluzione nella distribuzione del reddito fra i gruppi sociali e si è compiuta pacificamente perché la funzione ridistribuiva è stata assunta dagli Stati”.