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Giornata Europea della Cultura Ebraica 2023: la bellezza come fil rouge della manifestazione.

Torna, domenica 10 settembre prossimo, lappuntamento con la Giornata Europea della Cultura Ebraica, giunta alla sua ventiquattresima edizione.

La manifestazione che apre alla cittadinanza le porte di Sinagoghe, musei e altri siti ebraici, invitando ad approfondire la conoscenza di ebrei ed ebraismo, si svolgerà questanno in Italia in ben 101 località, distribuite in sedici regioni, da nord a sud alle isole.

L’iniziativa, alla quale partecipano trenta Paesi europei, è coordinata e promossa nel nostro Paese dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. Con un tema inedito, “La bellezza”, a fare da “fil rouge” tra le centinaia di eventi che saranno organizzati in tutto il Paese. Un’occasione per far conoscere e valorizzare il patrimonio storico, architettonico, artistico e archeologico ebraico in Italia, e per riflettere sulle peculiari declinazioni del “bello” da un punto di vista ebraico.

Le antiche e storiche sinagoghe e i tanti siti ebraici italiani; il pensiero, la filosofia e la tradizione ebraica; la musica, l’arte, la letteratura, le specialità culinarie; e ancora, lo Stato d`Israele, che sarà raccontato sotto i più diversi aspetti. Sono tante le declinazioni del tema di quest’anno, che i visitatori potranno “toccare con mano” partecipando ai tanti appuntamenti.

A partire da Firenze, prescelta per questa edizione (e non a caso) quale Città Capofila: patria del Rinascimento e da secoli simbolo di bellezza, il capoluogo toscano offrirà ai visitatori un programma fitto di eventi, che animeranno l’incantevoleSinagoga in stile moresco e altri luoghi della città.

Proprio nel giardino della Sinagoga di Firenze (via Farini, 6) si terrà l’inaugurazione ufficiale e nazionale della manifestazione, domenica 10 settembre 2023 alle 10.30, alla presenza di Autorità nazionali e locali.

La Giornata Europea della Cultura Ebraica è un appuntamento culturale ormai consolidato, che nel nostro Paese, come sostenuto dallAEPJ, l’associazione europea per la preservazione del patrimonio ebraico e organizzazione “ombrello” della Giornata, vanta il primato di edizione più ampia e riuscita in Europa.

Grazie alla collaborazione tra Comunità Ebraiche, Comuni, Enti locali e Associazioni attive sul territorio, e a un patrimonio storico-culturale di sicuro interesse, ogni anno si dà vita a una manifestazione diffusa in modo capillare in gran parte della penisola, che accoglie decine di migliaia di visitatori.

Se la politica si polarizza, il centro può conquistare un grande spazio.

La Repubblica oggi [ieri per chi legge, ndr] dà conto di uno dei due fenomeni nuovi del quadro politico italiano. Si tratta della progressiva sovrapposizione tra il Pd ed il Movimento 5 Stelle, ormai in fase avanzata di trasformazione nei partiti personali di Elly Schlein e di Giuseppe Conte.

Spiega lautore della ricerca, Antonio Noto, che “è cambiato un pezzo del dna del Pd(confermando la personale lettura data dal sottoscritto nelle sue scelte, ma questo non rileva ai fini del  ragionamento politico): rispetto alle elezioni del 2022, un quarto degli elettori che allora si espressero a favore dei Dem oggi non conferma più quella preferenza causa la svolta a sinistra del partito (evidentemente proprio da solo non sono). Defezione compensata da un ritorno di elettorato da 5 stelle e sinistra radicale, che riporta il Pd a quota periscopiospostandone però significativamente lasse politico.

Infatti, dallanalisi di Noto c’è una parte di elettorato (6/7% del Pd, 5/6% dei 5 stelle) che potrebbe votare sia luno che laltro.

Siamo quindi ai prodromi del sogno di un certo milieupolitico, culturale, mediatico e finanziario: la progressiva sovrapposizione e integrazione dei due partiti, premessa per una loro fusione in prospettiva. Una deriva che riapre la questione al centro. Quanto potranno resistere in queste condizioni i riformisti del Pd è un tema loro  -su cui ho già dato- ma è certo che il loro destino è quello di trasformarsi da elementi strutturali a mosche cocchiere e spettatori del duello finale per la leadership della nuova izquierda unidaitaliana tra la Schlein, Conte e – forse – Landini.

Ma appare sempre più evidente che a fronte di questa prospettiva, il lavoro per ridare uno spazio di rappresentanza a centristi, riformisti e innovatori in Italia è indispensabile. A cominciare dalle prossime elezioni europee. Perché ed è il secondo elemento strutturale – lera della cosiddetta Seconda Repubblicadove i centristi si sparpagliavano tra destra e sinistra per assumerne egemonia e leadership è finita.

Oggi non esistono più né il centrodestra né il centrosinistra.

C’è la destra di Giorgia Meloni, insediata nella leadership da un Salvini che punta a scavalcarla ancora più a destra. E c’è la futura crasi a sinistra tra Pd e 5 Stelle, in omaggio alla cancel cultureche pretende di archiviare le stagioni del riformismo italiano come ammuffite anticaglie del passato.

In mezzo, c’è una domanda di rappresentanza. Che dobbiamo cogliere e dobbiamo ricostruire.

[Il testo è tratto dal profilo Fb dellautore]

L’Africa e l’eredità di Mattei

Uno sguardo sullattualità, come quello sulla prospettiva, ci dice che lAfrica è al centro delle strategie nella politica globale. Un continente ricchissimo di risorse naturali, con una popolazione giovane e in crescita, ormai consapevole del ruolo che gli spetta nel mondo, dopo secoli di umiliazioni e di ingiustizie perpetrate in gran parte dal colonialismo (Nord)europeo, sembra aver intrapreso in modo inarrestabile il percorso verso lo sviluppo. E se è purtroppo vero, come ci ricorda padre Alex Zanotelli nel suo appello ai giornalisti italiani, che tuttora in Africa permane una umanità sofferente, è altrettanto vero che i problemi umanitari meritano adeguate risposte allinterno di una strategia politica complessiva necessaria per il riscatto dellAfrica, che deve vedere i Paesi africani, chi più, chi meno conforme agli standard di democrazia occidentali, come artefici del loro futuro. Avendo la stagione dell’ ”esportazione della democraziae delle primavere arabefatto il suo tempo e lasciatoci in eredità i disastri che ben conosciamo, tra cui quello in Libia.

LAfrica è stato uno dei temi al centro dellincontro della premier Meloni con il presidente americano Biden alla Casa Bianca. E poco importa stabilire chi indica la linea a chi, il fatto incontrovertibile è che la linea Matteiper lAfrica, quella del rapporto paritario ed equo, ottiene il sostegno di entrambi. Una rivincita postuma per quello che può essere considerato uno dei padri della Patria, forse il leader che ha saputo meglio interpretare la missione dellItalia repubblicana nel mondo. Lattuale premier beneficia del lavoro svolto dal precedente governo verso lAfrica, che, insieme al ruolo del presidente Mattarella che in questi anni molto si è speso per rafforzare le relazioni dellItalia con vari Paesi appartenenti a regioni diverse dellAfrica, ha aperto allItalia non solo nuove possibilità di stipulare contratti energetici ma soprattutto di contribuire insieme ad altri partners extraeuropei presenti in Africa, alla realizzazione di interventi ritenuti necessari dai governi locali per lo sviluppo dei loro Paesi. Appare del tutto coerente con questa impostazione lintento manifestato dallItalia, di caratterizzare la sua presidenza di turno del G7 nel 2024 sullAfrica.

Ed è sempre lAfrica a tenere banco nei grandi eventi della politica mondiale. Sarebbe contro i nostri interessi mettere la testa sotto la sabbia per non vedere quello che è successo a San Pietroburgo il 27-28 luglio scorsi. Il secondo summit Russia Africa ha messo attorno al tavolo i rappresentati di quasi tutti gli oltre 50 stati africani, 17 dei quali rappresentati al livello di capi di stato e 32 di capi di governo. Che il Cremlino sfrutti levento per fini propagandistici, è ovvio. Ma si deve guardare a ciò che a noi interessa, capire come ragionano i leaders africani. Nellex capitale della Russia si è discusso di come plasmare il destino dellAfrica nel nuovo assetto multipolare del mondo.

I Paesi africani sono uniti, come afferma la dichiarazione finale congiunta, nel chiedere un sistema economico più equo e inclusivo e la riforma delle attuali istituzioni finanziarie globali. Non vogliono lelemosina (nemmeno il grano gratis di Putin, e il presidente del Sudafrica Ramaphosa non glielo ha mandato a dire) né vivere di aiuti umanitari che garantiscono una condizione di perenne sottosviluppo. Appaiono determinati nellutilizzare per lo sviluppo dellAfrica le ricchezze naturali di cui dispongono, cercando di accrescere la quota di valore aggiunto che rimane nei loro Paesi attraverso laumento della lavorazione in loco dei beni estratti o coltivati. Valga da esempio il caso del caffè, portato da uno dei presidenti africani. Il mercato globale del caffè vale 460 miliardi di Dollari, solo 25 vanno ai Paesi produttori, e di questi solo 2,4 miliardi a quelli africani.

LAfrica è al centro anche della politica estera della Cina. È diventata una consuetudine il fatto che la prima visita allestero dellanno del ministro degli esteri cinese avvenga in Africa. LAfrica detiene con il Sudafrica la presidenza di turno dei BRICS e i temi della sua crescita saranno al centro del prossimo vertice di Johannesburg del 22-24 agosto prossimi.

Ecco perché lAfrica non può che stare al centro anche della politica italiana, ben al di là dellemergenza immigrazione. Le relazioni con i Paesi africani vanno impostate sulla base dellinterdipendenza che lega lItalia, e lEuropa, all’Africa, e sulla base di unidea di ordine internazionale condivisa, della quale Enrico Mattei fu sostenitore ante litteram. Se è positivo che il governo di destra sia impegnato su quella linea, vi dovrebbe essere una ben maggiore e corale convinzione nel rivendicarla e sostenerla da parte di chi rappresenta leredità culturale di Mattei, da parte delle forze di centro. Ma per fare questo serve la consapevolezza che il nostro futuro si gioca in Africa (molto più che in una guerra di logoramento nellEst Europa, che più passa il tempo e più rischia di concludersi a condizioni sempre meno favorevoli), nella capacità di inserirsi nelle dinamiche del suo sviluppo, nelle catene di approvvigionamento indispensabili alla manifattura europea e alla transizione ecologica su un piano di parità e di rispetto, senza doppi standard, degli stati e dei popoli africani.

La palpa della mamma, un’ode alla lentezza e alla cura.

Dice mia mamma che ogni cosa al mondo deve fare la palpa. Ci si esprime così, in dialetto lombardo, per spiegare che tutto ha bisogno di una sua sedimentazione, che si tratti di cucinare un piatto lasciando riposare gli ingredienti o di prendere una decisione, che devessere quindi sempre preceduta da una fase di riflessione.Facciamo lesempio del risotto, piatto notoriamente rinomato nella cucina milanese.

Come fa il risotto lei non lo fa nessuno: le ho chiesto mille volte la ricetta ma, per quella malignità puntigliosa che caratterizza i nati nella sua terra, non me lha mai scritta.Vuole conservare il segreto, ne fa una ragione di orgoglio e di sudditanza: sapendo che mi piace mi obbliga ad andare a trovarla più spesso, per potermelo gustare. Dice però che la fretta è la nemica numero uno di chi cucina il riso: tutto deve essere preparato con calma, la sua specialità è quello con lo zafferano e i funghi, una cosa da svenire dalla bontà.

Ha una teoria generale che applica alle situazioni particolari: in questo caso la regola principale è il dosaggio degli ingredienti e lei comincia col contare i chicchi quasi uno ad uno.

Il riso va amato – mi dice – accarezzato: deve sentire che gli vuoi bene, che lo tratti con cura. Va rimestato con calma, per non fargli del male. E infatti, prodigiosamente ogni chicco resta separato dagli altri, anche a fine cottura, quando lo scodella nel piatto e profuma così tanto e si scioglie così bene in bocca che se ci fosse lì il mitico Giuanin Brera lo degusterebbe con religioso silenzio, accompagnandolo con una buona bottiglia di Bonarda del suo Oltrepo Pavese. Forse lui saprebbe dargli la soddisfazione che merita, cosa che io non riesco a fare essendo invece impastato di fretta e di ansia dalla testa ai piedi.

Di ogni piatto che lei cucina arrivo però quasi sempre a grattare il fondo della pentola, per non perdere i rurgli, cioè la parte più saporita. Ma per quanto riguarda il risotto personalmente non sono in grado, per incompetenza e premura, ad andare oltre le buste precotte. Il principio della palpa è quasi un dogma da applicare a tutte le vicende importanti e semiserie della vita: non bisogna avere premura, le cose vanno ragionate, meglio passarci su la notte, dormirci sopra, la fretta è sempre cattiva consigliera.Avendo fatto linsegnante lei lo utilizzava anche in didattica, con successo, abituando i suoi alunni allesercizio del pensaci bene. Debbo dire che quando ero supplente ci provavo anchio a fare come mi diceva lei ma poi ho perduto la pazienza strada facendo e in un certo senso lambiente di lavoro della suaMilano non mi ha certo aiutato a conservare quella saggia flemma.

Ma questa è una virtù trasversale: un saggio ispettore scolastico, dal quale ho appreso labc del mio mestiere e la maggior parte delle cose professionali veramente importanti e che ora mi tornano utili – è piemontese ma vive a Genova da sempre – mi ripeteva questo grande insegnamento: ricordati, Francesco, che leccesso di zelo è più pericoloso del rinvio, dellattesa, della meditazione, a volte persino della dimenticanza e del tralasciamento. La vera saggezza consiste nel dosaggio sapiente del buon senso comune, una virtù che non conosce frontiere ma la cui pianta sembra purtroppo non metter più radici. A modo suo, mia madre è una no-global, nel senso che non attribuisce alcun valore a tutte le diavolerie moderne che ci mettono in contatto simultaneo con il mondo ma che ci fanno ragionare spesso con le idee altrui, come tanti burattini.

Ha i piedi ben piantati per terra, quel gusto per la concretezza tipico dei padani: vuole maneggiare, vedere, usmare(odorare), è quindi al contrario- una strenua fautrice del local. Non va certo in corteo e non sventola bandiere e cartelloni ma è fermamente convinta che la maggior parte di ciò che ci viene detto e raccontato sia tutta una finzione, immagina che nei palazzi della politica, delleconomia e delle istituzioni ci siano dei retrobottega dove i potenti – non visti si sfregano le mani pensando compiaciuti a come fottere la gente. E qui siamo già ad un argomento che va oltre la buona tavola ma che fa salva la regola della palpa. Limportante dice lei – è non farsi soggiogare dallimpeto subitaneo: di ogni cosa fatta in fretta e furia, in modo subitaneo appunto, prima o poi facilmente ci si pente.

Ogni desiderio, progetto, pensiero deve fare la sua palpa.Solo così si prosmanole cose, ci si può andar vicino, si studiano, si osservano per poter ragionevolmente presagire, si fiutano gli eventi, si annusa il futuro. Perché la palpa funzioni bene si devono metter giù tutte le pedine, ad una ad una, per disporre di tutti i possibili elementi di valutazione: ogni particolare può costituire infatti una variabile determinante. Quando i dettagli si manifestano anche le possibilità si esprimono meglio: a poco a poco nel dosaggio sapiente degli ingredienti, a cominciare dai pro e dai contro messi sul piatto della bilancia- tutto lentamente prende forma e si chiarisce. Bisogna però vagliare le situazioni, ponderarle, soppesarle affinchè la realtà possa quagliare, coagularsi e finalmente apparire, disvelarsi, palesarsi nella sua possibile evidenza.

Naturalmente non tutto accade per caso né i problemi si risolvono da soli: bisogna usare capacità critica, discernimento, raziocinio ma anche cuore e sentimento, agire sempre con un intimo e sincero sentire. Usare la regola della palpa serve quindi ad arrivare ad una personale verità, che ci rasserena e ci rende persuasi: è quello il momento in cui ci rendiamo veramente conto che la cosa che stiamo per fare è quella giusta. Questo vale per noi e per gli altri: ciascuno deve avere il tempo e il modo di fare le sue valutazioni, di maturare certe scelte con avvedutezza: è anche un modo per rispettare tutti.

Si può pertanto concludere che la palpa serve per sentirci più decisi e convinti, direi quasi liberi e indipendenti, specie dai luoghi comuni e dal pregiudizio. Ho avuto più volte occasione di riscontrare di persona che questo modo pragmatico di pensare fa parte della mentalità lombarda ma dato che il buon senso che lispira non conosce cittadinanza e frontiere lho ritrovato con piacere spesso anche altrove. A cominciare proprio tra i genovesi doc dai quali ho imparato di buon grado che l’è megio mette a testa a coxe primma de parlà” (‘è preferibile metter la testa a cuocere prima di parlare). Voce del verbo riflettere. E ho capito che questo è davvero un concetto interculturale, almeno a livello ligure-lombardo, ma penso sicuramente anche da tante altre parti.

Cautela, prudenza e temperanza non hanno confini e vanno bene ovunque, in ogni contesto esistenziale. Purtroppo lantico detto latino festina lente(affrettati piano), il procedi con cautela, lentamente, mal si concilia con il fast food contemporaneo e non mi riferisco solo alla cucina ma al modo di affrontare i problemi, piccoli o grandi che siano: sempre di corsa, sempre di fretta, trascurando le cose davvero importanti della vita la prima delle quali siamo noi stessi e insieme a noi i nostri affetti. Pensando e parlando con la testa degli altri finiamo col rinnegare il nostro modo di essere, le nostre radici da cui potremmo invece attingere insegnamenti utili e buon senso pratico, a cominciare dalla saggezza delle persone anziane, spesso più eloquente di molti manuali e trattati difficili e complicati.

Dovremmo saper andare verso il futuro con la nostra storia, per dar valore a entrambi: il passato e ciò che deve ancora venire, essere noi stessi per imparare a migliorarci.

Ha scritto Enzo Biagi che di tutte le cose che sentiamo dire nella vita possono tornarci veramente utili soprattutto quei tre o quattro insegnamenti ricevuti in famiglia. Come dice il mio amico Giulli, prima edicolante e ora pensionato nonché genovese doc al cento per cento, siamo davvero tutti spersonalizzatie trovo questa definizione più calzante e più efficace di quella che potrebbe inventare lantropologo culturale più famoso che ci sia sulla faccia della terra.

[Il testo del racconto, scritto da Francesco Provinciali, è un paragrafo del libro Ligurelombardo, non più in libreria].  

Centro ovvero luogo e metafora di un cambiamento di rotta politica

Insomma, il bipolarismo selvaggio o gli opposti estremismi o lendemica radicalizzazione della lotta politica non durano a lungo. Certo, per un arco di tempo anche queste derive possono risultare vincenti e addirittura permanentiì ma è indubbio che, soprattutto in un paese come lItalia, non possono consolidarsi come la regola per eccellenza che disciplina il nostro sistema politico. E questo per la semplice ragione che nel nostro paese, dal secondo dopoguerra in poi, si è sempre governato dal centroe al centro. E la conferma, da ultimo, arriva anche dal comportamento politico concreto dellattuale Premier, Giorgia Meloni, che appena è arrivata a palazzo Chigi si è immediatamente caratterizzata come un leader che governa attraverso le tradizionali categorie che sono riconducibili alla politica di centro.

Ora, però, resta un nodo politico di fondo da sciogliere. E cioè, come può essere possibile che partiti e movimenti che storicamente e culturalmente sono esterni ed estranei a tutto ciò che è riconducibile alla politica di centrosi fanno paladini esclusivi ed interpreti centrali di questa prassi politica? Possono, cioè, un leader o un partito che fanno della radicalizzazione politica la loro ragion dessere e, soprattutto, che individuano nellavversario politico un nemico implacabile da delegittimare prima sotto il profilo morale e poi da distruggere sotto il versante politico essere credibili? Perché, per limitarsi a due soli esempi concreti, come possono lattuale segretaria del Pd Elly Schlein da un lato e Matteo Salvini dallaltro ergersi ad interpreti esclusivi e credibili di una politica di centronel nostro paese? Unoperazione semplicemente impossibile perchè innaturale a livello politico, culturale, programmatico e forse anche sotto il versante etico.

Ecco perché, se gli equilibri politici, soprattutto in vista dellormai prossima consultazione europea, dovessero cambiare a detrimento di chi coltiva alacremente il prosieguo della radicalizzazione della lotta politica, tocca a tutti coloro che si riconoscono in una cultura di centro fare un passo in avanti. Non in modo isolato o puramente volontaristico. Ma, al contrario, attraverso un processo politico e culturale finalizzato ad una profonda condivisione tra tutti coloro che respingono pregiudizialmente la pericolosa e nefasta tesi degli opposti estremismi. È di tutta evidenza che tocca a quei partiti e a quelle culture politiche che fanno della politica di centrola stella polare della propria presenza politica giocare un ruolo da protagonisti. Al di là di ridicoli personalismi e rivalità da cortile. Certo, sarà necessario individuare un leader unificante e aggregante di tutte queste forze e movimenti che oggi, purtroppo, sono ancora dispersi e che continuano ad essere subalterni e gregari rispetto a partiti che coltivano un altro progetto politico e unaltra prospettiva di governo. Ed è altresì evidente che sarà compito di quelle culture che storicamente si sono caratterizzate per aver predicato e praticato una cultura e una politica di centro, giocare ancora una volta in prima linea. Seppur con lapporto di altri filoni ideali e altre sensibilità culturali che non si rassegnano a fare i chierichetti della Schlein da un lato o i burattini di Salvini dallaltro. E la cultura cattolico popolare e cattolico sociale, al riguardo, può rivestire una importanza decisiva come lo è stata per tutta la prima repubblica e in alcuni sprazzi, purtroppo brevi e circoscritti, della fase politica che è seguita.

In ultimo, ma non per ordine di importanza, si tratta di un progetto che deve partire dalle forze politiche in campo e dai leader che interpretano questa potenziale prospettiva. E cioè, per fare alcuni esempi, da Matteo Renzi ai Popolari, dal civismo presente nelle amministrazioni comunali alla rete di gruppi e movimenti che rifiutano la divisione secca e inappellabile della politica in due faide contrapposte e in tutti coloro che non si sono più recati alle urne perchè nauseati da un conflitto che è solo di potere e che non risponde più alle domande, alle esigenze e alle istanze di crescenti segmenti sociali, culturali e politici del nostro paese.

Con la guerra in Ucraina sono cresciute le spese militari nel mondo

Elena Mozhvilo Licenza Unsplash

La guerra avviata da Putin in Ucraina è lontana da una sua conclusione. Realisticamente non è possibile immaginare, allo stato dei fatti, quando si concluderà. Molti osservatori sostengono che proseguirà a lungo, con fasi per così dire a bassa intensità” che si alterneranno a periodi nei quali i combattimenti, i bombardamenti delle città saranno più intensi. È improbabile, nel breve tempo, che qualsiasi mediazione ora è in atto il generoso e autorevole tentativo del Vaticano possa condurre anche solo ad una tregua. Al momento, anzi, anche lunico spiraglio di saggezza e umanità che si era aperto un anno fa (laccordo sullesportazione del grano ucraino) è stato chiuso dal Presidente russo.

In un contesto tanto negativo è forse utile affondare ulteriormente il coltello nella piaga, evidenziando i danni collaterali gravissimi in quanto destinati a influenzare e cambiare in peggio il futuro del pianeta che questa guerra incistata nel cuore dEuropa provocherà, sta già provocando. Parliamo delle spese militari, ad esempio. Che sono aumentate del 4% nel 2022 arrivando su scala globale a oltre 2200 miliardi di dollari (dati forniti dallultimo rapporto SIPRI, lo Stockholm International Peace Research Institute, da ormai qualche decennio la fonte più autorevole in argomento).

Il riarmo della NATO, legato sia alla necessità di rinforzarne lapparato complessivo sia alla decisione di supportare in misura crescente la resistenza ucraina, ha avuto un peso rilevante in questo incremento (il 55% della spesa totale è appunto imputabile allAlleanza Atlantica); ma un ruolo decisamente importante in questa negativa classifica lo interpreta ogni anno di più la Cina, a conferma del suo obiettivo nel settore militare delineato per il 2049: divenire anche in questo ambito la prima potenza mondiale. Ovviamente è aumentato limpegno russo e una nazione come quella tedesca ha deciso di ammodernare le proprie Forze Armate dotandole di sistemi darma imponenti per modernità tecnologica e dimensioni come mai era stato, per i noti motivi, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. E analoga novità vale per il Giappone, che ha deciso di incrementare il proprio bilancio militare sino a renderlo entro pochi anni il terzo più imponente al mondo (come reazione alla sempre maggiore assertività cinese nellarea geopolitica di interesse comune). La Polonia ha deciso di raddoppiare gli effettivi e gli armamenti delle proprie Forze Armate. LArabia Saudita investe spiccioli(dal suo punto di vista) negli ingaggi folli dei calciatori e cifre ben più consistenti (oltre il 3% della spesa planetaria) in armamenti. LIndia anche in questo campo si prepara a divenire la potenza globale che si addice al paese più popoloso della Terra, e per reazione leterno nemico pakistano, insensibile alla povertà nella quale vive la maggioranza dei suoi cittadini, ha incrementato il proprio impegno di bilancio bellico addirittura del 50% nellultimo decennio.

E si potrebbe continuare. Ma ci fermiamo qui. Solo per ricordare, come se tutto ciò non bastasse, il continuo ricorso al ricatto nucleare accennato in maniera soffusa e distante da Putin ma in maniera diretta e minacciosa dal suo megafono Medvedev. E che ora nel conflitto faranno la loro comparsa le famigerate bombe a grappolo, i cui effetti si avvertiranno anche a guerra finita, come le esperienze passate hanno drammaticamente dimostrato negli anni. Ce n’è abbastanza per maledire questa dannata guerra, e anche per preoccuparsi non poco.

Pastasciutta e antifascismo, gourmet politico per palati poco raffinati.

La pastasciutta non è nulla di particolarmente complicato a farsi. Basta agire con una schiumarola per portare la pasta fuori dalla acqua in ebollizione. Tanto semplice da scatenare polemiche.

In un paesino dal nome delicato, Rosà, è nata una polemica con più spine che petali profumati. Anche da quelle parti, in provincia di Vicenza, il 25 luglio, ricorre di solito la pastasciutta antifascista.

La tradizione in questo caso ha il sapore di qualcosa da tenere lì, perennemente minacciata da un desiderio incombente di rimozione di muffe del passato per il dare il benvenuto ad un podi aria fresca.

Ogni tradizione prima poi deve cedere il passo a qualcosa di nuovo che si farà tradizione cadendo nel suo stesso baratro di vecchiume e di valori.

La storia in sé è semplice. In quel giorno destate del 1943, fu arrestato Benito Mussolini. Da parte di alcuni, ci furono festeggiamenti. In particolare, nella piazza di Campegine, i fratelli Cervi pensarono bene di offrire pasta per tutti, cucinandone 380 chili, condita con burro e parmigiano.

Perché ci sia bellezza non occorre necessariamente un atto di eroismo. I Cervi, sgombrando però il campo dai soliti commenti dei critici di circostanza del troppo comodo, troppo facile e troppo semplice, si unirono ai partigiani. Finì che furono torturati e trucidati il 28 dicembre dello stesso anno, così chiudendo la bocca dei malpensanti contro le facilonerie delle grandi abbuffate inopportune in tempi di guerra.

La sindaca di Rosà ha detto che questanno non ci sarebbe stata nessuna grande scorpacciata per ragioni, a suo dire, di ordine pubblico. Tanto più se si trattasse di spaghetti, la pasta fatalmente si aggroviglierebbe componendo un caleidoscopio di forme tutte simili e tutte diverse e di difficile controllo, cementando sediziose adunate di spaghetti che ammassandosi in figure imprevedibili potrebbero compromettere la quiete del paese. È tema di assembramenti di grani irrequieti, di saporiti filamenti e gustose micce dorate sempre sul momento di poter esplodere.

Assai di più di una polemica tra i detrattori o sostenitori della pasta lunga o corta, tifoserie innocue prive di rilevanza.

Quando c’è di mezzo un mezzole cose assumono consistenza di ilarità e di serietà. Mezzacapo” è il nome del protagonista vittima degli scherzi di Totò e Peppino prima della avventura a Milano; Mezzalira” è il nome del Sindaco che ha mandato allaria la tradizione festaiola. In questa situazione impossibile scommettere una lira su un eventuale ripensamento.

Già allepoca di guerra il Manifesto della cucina futuristadel grande Marinetti ammoniva come la pastasciutta sarebbe causa di fiacchezza, pessimismo, inattività nostalgica e neutralismo tipici del popolo italiano. Il ricorso al riso, oltra che al buon umore, ci avrebbe al contrario affrancato dalla dipendenza del grano straniero e restituito la libertà.

Fu forse per sfregio o per dispetto o su sua esplicita richiesta che proprio al Duce lultima notte prima della sua esecuzione sembra sia stato dato un piatto di pasta in bianco.

Tra qualche giorno di tutto questo ci dimenticheremo. La nostra natura ci induce a rimuovere ben presto gli indispettimenti anche su fatti che fondano su logiche del tutto singolari. Soprattutto viene sempre il momento di aprire la bocca ma finalmente solo per mangiare.

C’è un motto che Guiccardini coniò a metà del 1500 nella certezza avrebbe avuto la forza di perdurare oltre il crollo di qualsiasi tradizione. Franza o Spagna purché se magna.

Sul territorio italiano si fronteggiavano le potenze europee di allora. In questo contesto al popolo italiano non restava di volta in volta che appoggiare luna o laltro contendente, essendo primario sopravvivere chiunque fosse il vincitore del momento.

A Rosà la pacificazione da pasta suona come qualcosa di strano e di impossibile a credersi. Del resto anche a Vicenza, in ContraBurci si stava apprestando unaltra pastasciutta antifascista. A mortificare liniziativa è venuto fuori uno striscione con sopra stampata la scritta «Se manca olio, lo portiamo noi». Dicono si tratti di una raffinata vergata per mano del Movimento Italia Sociale.

No. Come al solito siamo nella ignoranza. La pastasciutta si fa con il burro e parmigiano e non con lolio. Quello di ricino semmai servirebbe per svuotarsi le viscere dopo la scorpacciata, ma non prima.

La pasta in bianco o se si preferisce burro e parmigiano è del resto soprannominata la pasta dei cornuti per via della sua semplice esecuzione che consente alla moglie infedele di apprestare in fretta e furia qualcosa da mangiare al marito di ritorno a casa, ignaro di tutto.

Si deve essere cornuti per apprezzare la pastasciutta. Sarà forse questo che ne ha impedito questanno la celebrazione. Occorre salvare la dignità e lonore della persona. Eppure diceva Alcide Cervi: Ho sentito tanti discorsi sulla fine del fascismo, ma la più bella parlata è stata quella della pastasciutta in bollore.

Ricordo di Raniero Benedetto, un democristiano autentico e diverso.

Pietro Giubilo

Annuncio la dipartita di Raniero al dottor Lorenzo Palma, un amico comune, il quale mi dice di non essere sorpreso della notizia in quanto, andandolo a trovare, nuovamente, qualche ora prima di spirare, laveva trovato in agonia e lunica cosa di comprensibile, a me, era che ogni tanto faceva il segno della Croce. Solo tre giorni prima, pur tra i dolori, anche per girarsi nel letto doveva essere aiutato lucidissimo, lo aveva accolto ricordando la bella famigliae qualche cena insieme. Ed alla constatazione che alla sofferenza, con la sua paziente sopportazione, opponesse una resistenza civile, rispondeva: In fondo è quello che ho fatto in tutta la mia vita.

È questo lultimo Raniero Benedetto, ma, in un certo senso, il vero Raniero Benedetto.

La sua è stata una vita senza una sua famiglia, dedicata innanzitutto allo studio. Un monachesimo intellettuale che percorreva i classici della letteratura e della filosofia, ricercava le radici etimologiche nel greco e nellebraico antico, nel sanscrito o nel cinese mandarino, per interpretare correttamente ogni sfumatura concettuale. Anche nei testi sacri cristiani, ebraici o indù. Che amava la musica sinfonica, ordinava libri fino a qualche giorno prima del ricovero fatale –  e regalava affettuosità ai suoi gatti allultimo affidati e non abbandonati –  cui perdonava anche la rottura di qualche vaso importante, nelle loro scorribande per casa.

La sua vicenda umana e politica ha attraversato e segnato la storia della Dc romana dagli anni sessanta, fino al suo esaurimento. Anche se molti democristiani, verrebbe da dire sopravvissuti al partito, ancora continuavano a consultare e scambiare con Raniero valutazioni, progetti o solo informazioni. In una sorta di confronto interno al partito; una Dc sui generis, dispersa dentro altri partiti, ma attenta e capace di riconoscersi nel linguaggio.

È doveroso ricordare i suoi ruoli istituzionali: da assessore tra i più giovani al Comune di Roma, partecipando negli anni 60 a quelle legislature che videro una ripresa di iniziative urbanistiche ad analoghi incarichi nella Regione Lazio. Anche da capogruppo nelle stesse assemblee elettive.

Nellepisodio che lo riguardò, nel 1976, per una inchiesta sullUfficio Casa del Campidoglio, la durezza dellintervento fu pari al sentore di un uso politico della giustizia che si affacciò allora, ma che ebbe altri e ancor più clamorosi eventi. Lurbanistica romana gli deve la fine degli ecomostri di edilizia economica e popolare, edificati dalle giunte di sinistra a Roma, in gran parte a cavallo tra gli anni 70 e 80, ma le cui massificanti previsioni, dagli uffici di via Cristoforo Colombo, vennero ridimensionate nel secondo Peep per intervento dellassessore Benedetto. Con lui il Lazio, a dicembre del 1991, sotto la direzione di Piero Samperi, avviò la redazione del Quadro di Riferimento Territoriale (QRT), per riunire in un unico strumento gli indirizzi dellassetto regionale. Nella Sanità, con specifica competenza, seppe difendere una corretta offerta qualificata e pluralistica delle strutture nosocomiali nella Regione.

Ma è al partito che dedicò le sue migliori energie culturali e politiche. Non solo nei ruoli di rilievo: dal Comitato Romano a quello Regionale, di cui divenne anche Segretario, fino al Consiglio nazionale della Dc. Emergeva, infatti, sempre la sua capacità di arricchire il dibattito interno, di contribuire ad affinare le strategie del partito per svolgere quel ruolo unificante e di guida che lui riteneva e certamente lo era lessenza della politica democristiana. Il cardine su cui ruotava la sua azione e partecipazione nel partito era lessenzialità del confrontoe con questo nome propose agli amici più vicini, recentemente, di organizzare un sito informatico per contribuire a riprendere un dibattito su temi politici di ispirazione democristiana.

La sua collocazione nella geografia interna è stata, dopo una breve adesione giovanile al centrismo, nella linea culturale e politica di Aldo Moro. Potremmo dire, naturalmente, non solo in quanto intese sempre distinguersi, rispetto alle posizioni di sinistra più marcate o a quelle moderate, ma soprattutto perché ad ogni passaggio interno corrispondesse il senso di un percorso politico valido e non di mero assetto correntizio. Tentava, a livello locale, limitazione di quella forza politica che consisteva nella lucidità, con la quale il leader nazionale interpretava il meccanismo politico italiano.

Con il leader ucciso dalle Brigate Rosse aveva avuto una costante consuetudine di rapporti. Amava raccontare che, avendo avuto lopportunità di incontrarlo prima della costituzione del governo Andreotti, in corrispondenza con ilsuo rapimento, ebbe da lui la spiegazione che laccordo con il Pci di Berlinguer, per quanto politicamente importante, non rappresentasse una soluzione permanente della politica italiana, ma, una volta superate le ragioni di tenuta a fronte dei gravi problemi del Paese, ci si dovesse avviare su una strada di costruzione istituzionale e politica nella quale fossero chiari i ruoli e le collocazioni dei partiti. Lobbiettivo necessario era il consolidamento delle istituzioni dinanzi al ricatto terroristico, un passaggio decisivo, cioè, ma non il compromesso storico, come si è tentato di affermare a sinistra, dimostrato anche dalle articolate argomentazioni che il leader espose ai gruppi parlamentari prima del suo rapimento. In fondo, per la verità, poco si è riflettuto sullessenza del disegno moroteo – la cosiddetta Terza faseche non nasceva a supporto del progetto berlingueriano, ma si affermava per un carismariconosciuto anche a sinistra.  

Il tempo successivo alla scomparsa dei partiti storici aveva sottratto Raniero ad un convinto impegno nelle nuove forze politiche. Certo non aveva fatto mancare, spesso per pura amicizia, il suo consiglio e lo stesso sostegno a chi intendeva proseguire nel lavoro di salvaguardia o recupero dei valori culturali e politici derivanti dalla esperienza democristiana.

È così suo sarcasmo, che si era espresso nei riguardi di talune manchevolezze di uomini e vicende nel tempo della grande politica, avrebbe avuto modo di colpire con maggiore asprezza. Tuttavia, rispetto al generale spaesamento politico, riusciva a cogliere ciò che di positivo poteva ritrovarsi in un centro destra che non cadesse in una visione solo di contrapposizione e nella sinistra per ciò che di nuovo poteva emergere, rispetto ad un frontismo o relativismo storicamente sbagliati. Nelle ultime elezioni regionali aveva riunito i non pochi amici, sempre attratti dalla sua capacità di analisi politica, per far votare chi oggi presiede la Regione Lazio, Francesco Rocca, il quale non a caso, dando commosso la notizia della morte, ha rivolto ai Consiglio regionale linvito alla sospensione dei lavori per un minuto di raccoglimento.

Gli ultimi anni, depurati delle prassi interne che spesso richiedevano a tutti un eccesso di cinismo e di tolleranza verso qualche spregiudicatezza, hanno fatto emergere lo spessore umano di Raniero Benedetto. Una volta disse a chi scrive: Io non ho una mia famiglia ed allora cerco di aiutare gli amici, come se fossero la mia famiglia. Ed era vero. In molti, anche su problemi strettamente personali,hanno usufruito dei suoi suggerimenti, con i contatti giusti e il dovuto sostegno morale. Altro che freddo e insensibile, come talora si è cercato di descriverlo.    

Nella autenticità dellessere democristiano recava una sua propria impronta intellettuale, umana, politica e, aggiungiamo, anche spirituale. E tutto questo, nel panorama del partito, lo rendeva davvero unico.  

Amiamo pensare, e la testimonianza appena riportata lo confermerebbe, che negli ultimi difficili momenti fosse già vicino al Signore. Lasciata la capacità di esprimersi e corrispondere con la Ragione, ha avuto la Fede a sostenerlo e a custodirlo, accompagnandolo in quella Terra Promessa che il suo sguardo mondano, forse, aveva sempre intravisto.

P.S. I funerali di Raniero Benedetto, spentosi alletà di 83 anni, si svolgeranno stamane a Roma, alle ore 10.00, presso la chiesa di Santa Rosa da Viterbo, in via di Santa Giovanna Elisabetta.

Centro e destra restano due mondi diversi?

 

L’esito a sorpresa del voto di domenica scorsa ha risparmiato ai popolari spagnoli l’ardua scelta tra fare maggioranza con la destra franchista o tentare una grande coalizione con i socialisti. Ma quel dilemma, quasi lo stesso, si porrà per i popolari europei all’indomani delle elezioni dell’anno prossimo. Divisi anch’essi tra chi immagina uno schieramento alleato dei conservatori e chi invece scommette sulla continuità della maggioranza Ursula, socialisti compresi.

 

A occhio e croce saranno i numeri a decidere. E probabilmente a suggerire formule di grande coalizione più o meno abilmente mascherate.

 

Ma il vero problema resta quello identitario e dovrà pur essere sviscerato, un giorno o l’altro. Il problema cioè è quello dei confini che si pongono alla destra di una formazione di centro. Questione che all’epoca la Dc italiana risolse sbarrando il passo a ogni forma di collaborazione (salvo qualche eccezione sottobanco). E che oggi tende piuttosto ad essere interpretato nella chiave opposta. Se non altro per comodità numerica.

 

Eppure centro e destra restano due mondi assai diversi. E quella loro distinzione andrebbe protetta a garanzia delle identità di entrambi. Si aggiunga che quando queste due forze si mescolano succede il più delle volte che sia la destra a guidare la danza. Non fosse altro perché la radicalizzazione porta sempre acqua al suo mulino. Il centro infatti vive di movimenti, di sfumature, di articolazioni. Se la logica è invece quella del blocco d’ordine, può solo trovarsi a ubbidire. Cosa che sommessamente – ma non troppo – si consiglia di evitare.

 

 

[Fonte: La Voce del Popolo – 27 luglio 2023. Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

La lezione di laicità del cattolico e comunista Franco Rodano.

 

È stato un interlocutore ricercato e apprezzato di tanti politici, da Togliatti e Berlinguer a Malagodi, La Malfa, Moro, ma anche di grandi personalità ecclesiastiche, da don Giuseppe De Luca al card. Achille Silvestrini.

 

Ricorre oggi (ieri per chi legge, ndr) il 40° della scomparsa di Franco Rodano, l’intellettuale – politico cattolico e comunista che con i suoi scritti e con i suoi “colloqui”, ha letto, interpretato e anche indirizzato la politica italiana per
molti decenni, impegnato sempre a fondare teoricamente il superamento del capitalismo, per la costruzione di una società pienamente democratica e solidale in Italia e nel mondo.

 

Dopo la conclusione dell’esperienza giovanile del Movimento dei Cattolici comunisti e del Partito della Sinistra cristiana, scelse di non fare politica attiva, differentemente dalla moglie Marisa.

È stato un interlocutore ricercato e apprezzato di tanti politici, da Togliatti e Berlinguer a Malagodi, La Malfa, Moro, ma anche di grandi personalità ecclesiastiche, da don Giuseppe De Luca al card. Achille Silvestrini.

Nella SISPE (Scuola italiana di scienze politiche e economiche), da lui fondata e animata assieme a Claudio Napoleoni, una generazione di giovani militanti del Movimento studentesco – io tra questi – l’ha apprezzato come “maestro” attento e rigoroso nel tentare sempre di cogliere, laicamente, le “verità interne” di ogni discorso politico-sociale, senza ideologismi ed estremismi.

 

Ancora oggi vivo come un dono l’aver goduto della sua amicizia e della sua stima e riconosco il mio perdurante debito intellettuale e morale per i suoi preziosi insegnamenti, acquisiti nei tanti incontri, nei quali maieuticamente mi sollecitava a decifrare problemi personali, politici e religiosi e progetti professionali.

 

Tra i suoi scritti, ricordo solo, anche per la raffinata scrittura e per la profondità anche teologica, “Lezioni di storia possibile: lettere di San Paolo e la crisi del sistema signorile”, a cura di V. Tranquilli e G. Tassani (Marietti 1986).

 

[Il testo appare sul profilo Fb dell’autore]

Riforma fiscale, il no di Ragioneria generale dello Stato e FMI.

 

 

 

 

Gli amministratori locali sanno perfettamente che se vogliono realizzare un’opera pubblica devono avere a disposizione nel bilancio le risorse necessarie, risorse che derivano dalle imposte pagate dai cittadini. Se non sono sufficienti, possono ricorrere a un mutuo, ma devono dimostrare alla banca che il Comune è in grado di pagare le rate per tutta la durata del mutuo, cioè che nei bilanci successivi ci saranno le risorse occorrenti. Se non riescono a dimostrarlo le possibilità sono tre: o si procurano le risorse con l’aumento delle aliquote delle imposte o eliminano gli sprechi o riducono l’evasione fiscale locale. Se nessuno di questi casi è fattibile, rinunciano all’opera.

 

In sostanza gli amministratori locali si comportano come fa ciascuno di noi quando pensa di fare una spesa, né più né meno; l’unica differenza sta nel fatto che gli amministratori pubblici amministrano i soldi di tutti i cittadini. Per questo motivo, a tutela degli amministrati, ogni decisione del potere politico è soggetta a verifiche tecniche obbligatorie di compatibilità finanziaria da parte del ragioniere capo e di legittimità da parte del segretario generale. Questa procedura è basata sui principi dell’ordinamento amministrativo nazionale e valgono per tutte le amministrazioni pubbliche, quindi anche per lo Stato.

 

Questa premessa è per evidenziare un preoccupante comportamento del governo, non coerente con i principi richiamati, a proposito del disegno di legge, approvato dal Consiglio dei Ministri 4 mesi fa e ora all’esame del Senato, sulla riforma fiscale. La Presidente del Consiglio sostiene che grazie a questa riforma “abbassiamo le tasse, aumentiamo la crescita e l’equità, favoriamo occupazione e investimenti” e che sarà premiata “la lealtà e la responsabilità del contribuente” (si ridurrà l’evasione).

 

Non entro nel merito delle singole proposte, anche se personalmente sono fortemente critico, rilevo soltanto che nella proposta governativa non sono indicate le risorse necessarie per finanziare questo progetto. Quindi il governo pensa a una riduzione delle imposte che manterranno inalterate le entrate nazionali, poiché non penso che voglia ridurre il finanziamento dei servizi pubblici. Pensa cioè a un imminente miracolo che però non ha convinto la ragioneria dello Stato che ha il compito per legge di verificare se i ddl hanno la necessaria copertura finanziaria. Il ragioniere capo dello Stato ha infatti già depositato al Senato puntuali osservazioni critiche: senza risorse le misure previste sono semplici dichiarazioni d’intenti, alcune misure determinano una perdita di gettito fiscale, etc. Il governo, anziché entrare nel merito dei problemi sollevati, ha fatto intendere che ha intenzione di sostituire l’attuale ragioniere dello Stato con qualcuno che sia, probabilmente, accondiscendente verso le politiche governative. È come se un amministratore comunale decidesse di licenziare il ragioniere capo del comune perché si rifiuta di dare un parere positivo sulla compatibilità finanziaria di una delibera in assenza di risorse. A nessuno verrebbe in mente di farlo.

 

Così giorno dopo giorno è sempre più evidente una preoccupante allergia del governo Meloni verso i controlli previsti dalle leggi e dalla Costituzione, sottintendendo una sindrome complottista e una logica padronale della politica; si pensi, ad esempio, alle critiche mosse alla Corte dei Conti o al presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione.

Le osservazioni del ragioniere dello Stato sulla delega fiscale non sono molto diverse da quelle formulate a maggio dalla Banca d’Italia: “Il modello prefigurato dalla delega fiscale come punto di arrivo – un sistema ad aliquota unica insieme a una riduzione del carico fiscale – potrebbe risultare poco realistico per un paese con un ampio sistema di welfare, soprattutto alla luce dei vincoli di finanza pubblica. La redistribuzione del prelievo deve principalmente avvenire attraverso il contrasto all’evasione; questo fenomeno, oltre che inaccettabilmente iniquo, distorce la concorrenza tra imprese e sottrae risorse che potrebbero essere utili anche ad alleggerire il carico tributario dei contribuenti in regola”. Osservazioni che provocarono una dura reazione dei ministri.

 

Le osservazione del ragioniere dello Stato sono le stesse formulate ieri dal Fondo Monetario Internazionale: una flat tax sul reddito potrebbe avere delle implicazioni avverse e portare a un significativo calo delle entrate e dell’equità. Continuare a rafforzare la compliance fiscale è necessario, aumentare la soglia delle transazioni cash e introdurre sanatorie sui debiti fiscali non è d’aiuto”. Per adesso il governo ha incassato il giudizio negativo del FMI e non poteva essere diversamente visto che ieri Giorgia Meloni è stata ricevuta da Joe Biden. È molto probabile però che nei prossimi giorni inizino gli attacchi al FMI da parte di qualche sottosegretario o ministro e si ritorni presto a parlare delle imposte come “pizzo di Stato”, che gli “italiani sono ostaggio dell’Agenzia delle entrate” e si riproponga la “pace fiscale” del ministro Salvini per i debiti dei cittadini verso il fisco sino a 30 mila euro pagando solo una parte del debito accertato.

 

C’è da chiedersi quando esploderà la rabbia di chi paga correttamente le proprie imposte, magari prelevate direttamente alla fonte, e deve anche pagare per conto degli evasori che fanno mancare 100 miliardi di euro alle entrate dello Stato? Quando smetterà il governo di diffondere la convinzione che evadere è estremamente conveniente perché prima o poi si pagherà qualcosa o addirittura nulla?

I rapporti tra Usa e Cina nella distensione necessaria al mondo

 

 

La rimozione del ministro degli esteri cinese Qin Gang, che era scomparso dalla scena pubblica nell’ultimo mese, da parte del Comitato permanente dell’Assemblea Nazionale del Popolo e la sua sostituzione con il responsabile Esteri del Partito  Comunista Cinese Wang Yi, rese note con uno scarno comunicato l’altro ieri da Pechino, hanno molto a che fare con gli equilibri di potere interni al partito-stato cinese e alle relazioni tra Cina e Stati Uniti, le quali possono esser considerate le relazioni bilaterali più importanti al mondo nel XXI secolo. Le diverse visioni del rapporto con l’America dopo la storica ammissione della Cina nell’Omc del 2001 hanno determinato più di ogni altra cosa le divisioni, anche profonde, che esistono, pur ovattate e dissimulate, nella politica cinese.

 

Due luoghi-chiave in cui si è consumato questo scontro sono il ministero degli esteri cinese e l’ambasciata cinese a Washington. Dal lato cinese uno dei principali artefici del nuovo corso nelle relazioni sino-americane in questo secolo è stato senza dubbio l’ex ambasciatore cinese a Washington, ex ministro degli esteri, ex responsabile esteri del Pcc, nonché amico della famiglia Bush, Yang Jiechi, la cui impronta sul ministero degli esteri cinese si è mantenuta almeno fino al XX Congresso del Pcc dello scorso anno.

 

La nomina a ministro degli esteri di Qin Gang nel dicembre  dello scorso anno, a sua volta già ambasciatore cinese a Washington dal luglio 2021, poteva esser vista come un compromesso tra le due fazioni del Pcc, quella mercantilista di  Yang Jiechi e quella “centrista”, nazional-popolare del presidente Xi Jinping che, pur essendo al potere dal 2012 e pur avendo avviato dal 2017 una massiccia campagna di epurazioni all’interno del Pcc, non ha consolidato il suo potere che dopo il Congresso del Pcc dell’ottobre 2022 e dopo le Due sessioni (liǎnghuì in cinese), le sedute plenarie dell’Assemblea nazionale del popolo, della scorsa primavera che, tra l’altro, hanno promosso lo stesso ministro, Qin Gang, nel Consiglio di Stato (Guówùyuàn), a dispetto del nome, massimo organo esecutivo della Cina, carica che egli mantiene nonostante la sostituzione da ministro degli esteri.

 

Quali che siano le ragioni formali della destituzione del ministro degli esteri cinese Qin Gang, (corrono voci di una relazione sentimentale con una giornalista di Hong Kong, ritenuta un agente di servizi stranieri), appare chiaro che i fatti che hanno portato ad una tale misura, hanno a che fare con le relazioni tra Stati Uniti e Cina, al punto che proprio durante la sparizione dalla scena pubblica di Qin Gang, si sono materializzati a Pechino due pesi massimi della politica americana come Kerry e Kissinger.

 

In discussione sono le relazioni tra Pechino e Washington dopo che la Cina, con la definitiva affermazione al potere di Xi Jinping, non sembra più disponibile ad accettare un modello, quello degli ultimi vent’anni, che ha da un lato approfittato oltre i giusti limiti della forza lavoro cinese e che nel contempo ha prodotto la desertificazione industriale dell’America e la stampa oltre il dovuto di moneta da parte americana per prolungare un sistema che si è rivelato insostenibile per entrambe le parti.

 

Da questa crisi, dunque, può nascere una svolta nelle relazioni bilaterali, ben espressa da Xi Jinping nelle parole, riportate dall’agenzia cinese Xinhua, con cui ha accolto Henry Kissinger nella sua recente visita a Pechino: “la Cina e gli Stati Uniti possono raggiungere risultati reciproci e prosperità comune, con l’obiettivo fondamentale di seguire i principi del rispetto reciproco, della coesistenza pacifica e della cooperazione vantaggiosa per tutti”.

 

Insomma, un caloroso  invito all’ingresso degli Stati Uniti nel mondo multipolare, in cui alla ricerca di nuove e continue minacce da combattere viene sostituita la collaborazione tra sistemi diversi ma non per questo nemici.

Il ruolo dei cattolici nella proposta di Murri all’alba del Novecento

 

Discorso del Segretario della Dc Arnaldo Forlani in occasione del convegno su Romolo Murri (Fermo, 9-11 ottobre 1970).

Il testo, pubblicato su “Il Popolo” del 10 ottobre 1970 con il titolo “La democrazia reale è lincontro tra forze popolari e istituzioni”, qui viene riproposto pressoché integralmente.

I tagli hanno riguardato le parti collegate alla stretta attualità (disegno di legge sul divorzio e istituzione delle Regioni). Sono state anche apportate piccole correzioni perlopiù legate a evidenti refusi.

Si osservi, in ogni caso, che l’intervento rispecchia largamente un impianto discorsivo. 

Il testo completo è leggibile grazie al link posto a fine pagina.

[…]

Lasciatemi rilevare che non è senza significato che noi dopo la visita alla tomba di Murri, siamo qui ora, nei luoghi che lo videro animatore appassionato e contrastato di tante giovani energie.

Nell’anno centenario della sua nascita veniamo qui, nei luoghi della sua esperienza, dove vivo è ancora il ricordo della sua persona in chi lo conobbe; il ricordo di un uomo aperto ai fermenti del suo tempo, che seppe rappresentarli, esprimerli, con tutta la forza di un impegno per tanti versi anticipatore e proprio per questo destinato a suscitare così vivi contrasti, polemiche aspre, incomprensioni, anche, ma certo capace di muovere tante conoscenze e di inserirle nel vivo della vicenda del suo tempo.

Quando si ritorni indietro negli anni per cercarvi le ragioni storiche dell’oggi, la figura di Romolo Murri, il suo impegno civile sociale, la sua presenza politica, i modi della sua stessa religiosità ci appaiono subito al centro dei fermenti e delle speranze del giovane movimento dei cattolici democratici e ci danno il senso e la misura di una sua attualità, del perché siamo qui oggi a ricordarle, come democratici cristiani, nel centenario della nascita e quindi per rendergli omaggio, per riscoprire il significato della sua battaglia di allora, e per cogliere quanto può venire a noi in ordine a temi di fondo, che sono rimasti e rimangono al centro del nostro stesso impegno.

Il rapporto tra Cristianesimo e democrazia, la fede nell’uno come nell’altro termine, lo condusse ad immaginare in un reciproco apporto la condizione di un vero e profondo rinnovamento di tutta intera la società.

 

Un punto di orientamento

 

La Democrazia Cristiana, la giovane Democrazia Cristiana (come allora si diceva) collegava i termini di questa proposta nello stesso nome e con una grande forza di suggestione: portare avanti i cattolici democratici fuori dei limiti del vecchio intransigentismo e porli al riparo del richiamo conservatore.

Ma, insieme, quel nome poneva il grande tema dell’autonomia di un movimento politico di cattolici e del loro rapporto con la gerarchia in un momento in cui, con l’Opera dei Congressi, più diretta e immediata era la presenza confessionale dei cattolici nella società.

In quella sua proposta di rinnovamento, che muovesse dall’apporto decisivo di una componente cristiana moderna, al passo con i tempi, era centrale l’accettazione della democrazia come superamento di impostazioni paternalistiche e di suggestioni corporative.

E questo rimarrà uno degli apporti di permanente valore, destinato a non disperdersi ed a costituire il punto di orientamento di tante energie del movimento sociale cristiano nella sua evoluzione e nel suo sviluppo. Qui sta già nella prima maniera di porre in termini moderni le ragioni e i modi di una politica di cattolici che parta dal vivo stesso dei rapporti sociali; utilizzando a questo fine, in tutta la sua forza, il concetto di democrazia, che proceda da una partecipazione popolare autentica come condizione per il superamento dello Stato liberale, minoritario e borghese.

 

Per leggere il testo integrale

Camaldoli porta allo scoperto l’esigenza di una nuova politica d’ispirazione cristiana.

 

 

La tre giorni di Camaldoli ha suscitato un interesse superiore alle attese. Molti gli spunti, le suggestioni, gli approfondimenti: il Codice, pensato in occasione di un incontro nel luglio del 1943 e poi pubblicato nel 1945, rappresenta un documento fondamentale per capire la formazione della classe dirigente cattolica e il ruolo da essa esercitato nel secondo dopoguerra. Influì sulle scelte dei costituenti, ma impresse il suo sigillo anche sull’ordinamento civile ed economico.

 

De Gasperi, dopo la vittoria del 18 aprile, imboccò decisamente le strada delle riforme. Lo aveva promesso in campagna elettorale e ne fece oggetto d’impegno all’indomani della vittoria. Con coerenza. E dentro questa coerenza possiamo cogliere il nesso che lega fin dall’inizio, attraverso Sergio Paronetto, il leader della Dc e i giovani intellettuali di Camaldoli. Il 16 settembre del 1948, in Consiglio dei ministri, Ezio Vanoni illustrava la bozza della sua riforma tributaria e De Gasperi confesserà, in quella circostanza, di aver ritrovato “la coerenza con il Vanoni del Gruppo di Camaldoli cinque anni fa” (v. G. Andreotti, 1948. L’anno dello scampato pericolo, Rizzoli 2005, p. 69). Dunque, il contributo offerto dal Codice non rimase lettera morta. Soprattutto innervò lo sforzo della generazione cattolica post fascista nella ricerca di una via autonoma sul terreno della trasformazione della società e dell’economia, per affrontare i problemi che, a detta di Karl Polanyi, il liberalismo e il socialismo avevano lasciato insoluti.

 

La Terza via dei cattolici si sviluppò in un quadro di apertura, anche internazionale, senza indugiare nella  supponenza di un certo provincialismo quale ultimo retaggio dell’autarchia mussoliniana. Ebbe, grazie appunto a Paronetto, ma anche a Vanoni e Saraceno, come pure a Ferrari Aggradi, la capacità di concepire il nuovo profilo della politica d’ispirazione cristiana dentro lo scenario del progressismo anglo-americano, così come intravisto nel welfare state del Regno Unito o nel New Deal dell’America rooseveltiana. Notoriamente l’esperienza della Tennessee Valley Authority (TVA) fornì le premesse per la creazione della Cassa del Mezzogiorno.

 

D’altronde il Codice di Camaldoli non volle rappresentare propriamente un codice, come fu quello di Malines scritto nel 1927, ma un testo che fosse…pretesto per ulteriori apporti, al di fuori di rigidi schemi ideologici. Doveva contare lo spirito e non la lettera di Camaldoli, tanto che Moro ne fece cenno in un Consiglio nazionale del partito, a ridosso della formazione del suo primo governo, per dare robustezza teorica all’operazione di rinnovamento che il centro-sinistra aveva in animo di promuovere. Pertanto, nel discorso di Moro l’incontro storico tra socialisti e cattolici implicava per la Dc il recupero della visione di Camaldoli. Poi sembrò meno evidente il debito con la suggerestione camaldolina. Tuttavia, anche la stagione della solidarietà nazionale riportò alla luce un’idea di cambiamento che in fondo si nutriva del concetto di “terza via” presente nel Codice.

 

Veniamo ai giorni nostri. Finora siamo stati obbligati a maneggiare i temi di Camaldoli con l’avvertenza di non poterli incarnare, per effetto della dispersione susseguente alla fine della Dc, nella cornice di una determinata “forma partito”. E però, va detto, stiamo largamente registrando l’usura di tale condizione psicologica e materiale.  Il Card. Zuppi ha citato De Rita per descrivere l’illusione di essere forti, specialmente in politica, senza avere una forza alle spalle. Ma spetta ai laici – ha fatto intendere – assumere un’iniziativa e una responsabilità, fermo restando che la Chiesa saprà valutare quanto di buono o di vacuo verrà eventualmente alla luce. La cultura di Camaldoli non può, ad ogni buon conto, esaurirsi in un respiro cosmico di ingenuità e rassegnazione, come se oramai il destino del cattolicesimo democratico appartenesse ai custodi di buone parole. Nella società c’è un carico di estremismo – politico, culturale, etico – che va depotenziato, recuperando e aggiornando l’insegnamento della migliore tradizione democratica, intessuta di principi e valori cristiani.

 

Giova ancora sottolineare che nella relazione del Card. Zuppi campeggia il termine “depolarizzante” per attestare, evidentemente, l’inclinazione naturale del cristiano nel suo rapporto con la complessità della politica. In effetti la malattia di questo tempo è proprio la polarizzazione della vita civile e democratica. Quando si rifiuta la dialettica tra destra e sinistra, anche arrivando a disertare le urne, è segno che una pubblica opinione matura considera forzata la classificazione entro questo schema predefinito. È vero, progresso e conservazione non sono la medesima cosa; ma il confine tra l’uno e l’altra non è rigido, essendo piuttosto dubbia, ad esempio, l’attribuzione del carattere di “progresso” a un trans-umanesimo senza più rispetto per l’uomo o di “conservazione” a un neocorporativismo economico-sociale implicante la rottura di una solidarietà a più ampio raggio. Dunque, che fare per essere depolarizzanti? Dobbiamo ragionare attorno alla necessità di un nuovo partito? Non è una risposta facile, lo sappiamo. Ma se scartiamo un’opzione, abbiamo anche il dovere di indicare un’alternativa. E oggi, stare fermi non è più un’alternativa. Si rischia solo di coprire il quieto vivere delle nostre coscienze.

 

 

 

N.B. Ieri il quotidiano “Avvenire”, nella pagina di cronaca politica, ha pubblicato il testo in una versione ridotta [Titolo – Fioroni: “La cultura di Camaldoli non è morta, ma i cattolici indichino l’alternativa alla polarizzazione”].

Pragelato, una piazza dedicata a Piersanti Mattarella.

 

 

 

 

Domenica 30 luglio Pragelato, nel torinese, dedicherà una piazza a Piersanti Mattarella. Detta così potrebbe apparire quasi una non notizia, considerando i numerosissimi luoghi pubblici dedicati nel tempo ad un grande servitore dello Stato e ad un raffinato, colto e coraggioso leader politico della Democrazia Cristiana barbaramente ucciso dalla mafia nel gennaio del 1980 quando era Presidente della Regione Sicilia.

 

Certo, la motivazione è riconducibile al sacrificio e alla vita negata a Piersanti Mattarella, ma è legata anche ad un episodio specifico e che riguarda e coinvolge proprio Pragelato, il Comune di cui sono momentaneamente Sindaco. E il motivo è semplice e al tempo stesso importante per la comunità di questo Comune “olimpico”. E cioè, per venire alla cronaca, alla fine degli anni ‘50 Piersanti e Sergio Mattarella, con molti altri giovani dell’Azione Cattolica di Palermo, si recavano a Casa Alpina don Giovanni Barra per i corsi di formazione culturale e spirituale. Giovani provenienti da tutta Italia. Ed è proprio il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a confermare tempo fa a don Giorgio Grietti – un sacerdote pinerolese recentemente scomparso – , autore di un libro sulla figura di don Giovanni Barra, il suo ricordo di Pragelato, di Casa Alpina e di don Barra in particolare. E, proprio parlando di don Barra, Sergio Mattarella lo definisce “una splendida figura che cresce nel ricordo e nell’ammirazione con il trascorrere del tempo”.

 

Ecco il legame stretto tra Piersanti e Sergio Mattarella con Pragelato. Nello specifico, con Casa Alpina e con il magistero prezioso, fecondo e ricco di don Giovanni Barra. Perchè Casa Alpina, e le stesse parole di Sergio Mattarella lo confermano, ha svolto un ruolo importante e decisivo nella formazione di moltissimi giovani cattolici italiani in quella fase storica. Un centro di formazione culturale e spirituale indubbiamente legato alla figura carismatica di don Giovanni Barra che grazie alla sua azione pastorale da un lato e alla sua sterminata produzione editoriale e di libri dall’altro, era in quegli anni un importante e qualificato interlocutore del mondo cattolico italiano. E la sua amicizia, ad esempio, con Don Primo Mazzolari, con il futuro cardinale di Torino Michele Pellegrino e con molti altri intellettuali ed esponenti di primo piano dell’area cattolica italiana, ha fatto proprio di Casa Alpina negli anni ‘50, ‘60 e ‘70 un punto di riferimento e di aggregazione importante e qualificato per l’intera galassia cattolica italiana. E non solo per la formazione spirituale e culturale dei giovani cattolici – anche se quella era la vera “ragione sociale” di Casa Alpina – ma anche, e soprattutto, perchè Casa Alpina in quegli anni era un luogo di confronto, di dialogo e di approfondimento tra molti esponenti di primo piano del cattolicesimo democratico, popolare e sociale del nostro paese.

 

È appena sufficiente citare esponenti come Carlo Donat-Cattin, Guido Bodrato e moltissimi dirigenti della Cisl, delle Acli e della sinistra democristiana dell’epoca. Cioè quel mondo politico, sindacale e culturale che era più sensibile alle istanze e alle domande che provenivano dall’area del cattolicesimo sociale, popolare e democratico. Insomma, Casa Alpina di Pragelato, grazie al magistero prezioso di Don Giovanni Barra e, appena dopo, di Don Vittorio Morero – intellettuale cattolico, sacerdote e giornalista in qualità di futuro Direttore del settimanale locale Eco del Chisone – ha rappresentato un tassello importante nello scacchiere del mondo cattolico italiano. E per molti anni.

 

Ed è per noi importante, al riguardo, riconoscere questo ruolo pubblicamente e legarlo ad una personalità – Piersanti Mattarella, appunto – attraverso l’intestazione di una piazza, che ha incrociato Pragelato nei suoi anni giovanili e prima di dedicare la sua vita per una politica sana, trasparente, rinnovata e coraggiosa. Vita che gli è stata negata in modo violento e terroristico proprio perchè ha declinato concretamente e coerentemente nel suo territorio quei valori cristiani, cattolici, democratici e laici che ha acquisito e fatto propri in luoghi come la Casa Alpina di Pragelato attraverso l’insegnamento e la testimonianza di sacerdoti e pastori come Don Giovanni Barra.

I militari prendono il potere in Niger

 

 

I militari hanno annunciato in televisione la presa del potere in Niger, paese dell’Africa occidentale confinante a nord con l’Algeria. Il presidente, Mohamed Bazoum, è stato sequestrato per ore nel suo Palazzo a Niamey, la capitale del Paese, prima che i soldati annunciassero la sua destituzione.

Le istituzioni della Repubblica sono state sciolte, le frontiere aeree e nazionali chiuse e ordinato il coprifuoco a livello nazionale (dalle 22.00 alle 5.00 ora locale). Il colonnello Amadaou Abdramane ha dichiarato che il potere è ora nelle mani di un fantomatico “Consiglio nazionale per la salvezza della Patria”.

Molte le reazioni a livello internazionale. Il segretario di Stato americano Antony Blinken ha reagito duramente, difendendo il presidente in carica dal 2021. “Chiediamo il suo rilascio immediato, condanniamo qualsiasi tentativo di prendere il potere con la forza”, ha detto ai giornalisti durante una visita alla capitale neozelandese Wellington. Ha poi aggiunto che gli Stati Uniti sono in contatto con il governo del Niger e i partner della regione. Ci sono sforzi per risolvere la situazione in modo pacifico.

Anche il governo francese si è pronunciato con analoga fermezza. Il ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian ha detto che il colpo di stato è “un grave atto di instabilità” e che la Francia “non accetterà alcun cambiamento di regime che non sia il risultato di libere elezioni”.

Il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani ha espresso la sua “preoccupazione” e ha chiesto un “immediato ritorno alla normalità democratica”. Tajani ha anche affermato che l’Italia è “pronta a collaborare con i paesi della regione per riportare la pace e la stabilità nel Sahel”.

Il colpo di stato in Niger è un duro colpo per la democrazia in Africa. È il terzo colpo di stato in un paese africano in pochi mesi, dopo quelli in Mali e Burkina Faso. La situazione in Africa centrale è preoccupante e il rischio di ulteriori golpe è alto. Appare quanto mai urgente che la comunità internazionale agisca per sostenere la democrazia in Africa e per prevenire ulteriori crisi.

Anche nel quartier generale di Google esplode la preoccupazione per l’IA

C’è fermento in casa Google. Le dimissioni di Geoffrey Hinton dalla gigantesca azienda americana di servizi informatici possono aver indotto il management ad un ripensamento sulla politica industriale del gruppo, i progetti in divenire, gli ambiti applicativi e la stessa mission della casaper accreditarne unimmagine più rassicurante presso il vasto e variegato pubblico di utenti.                Settantacinque anni, psicologo cognitivo e scienziato informatico, considerato il padrino dellintelligenza artificiale, pioniere della ricerca sulle reti neurali e sul deep learning, vincitore nel 2018 del prestigioso premio Turing Award, Hinton ha lasciato con una motivazione che fa riflettere: I programmi di IA hanno fatto passi da gigante e ora sono piuttosto spaventosi. Al momento i robot non sono più intelligenti di noi ma presto potrebbero esserlo, ha affermato alla BBC prefigurando scenari distopici impensati persino dalla fantascienza.

Il chatbot potrebbe presto superare il livello di informazioni di un cervello umano, mentre cosecome GPT-4 oscurano una persona nella quantità di conoscenza generale. Un ripensamento così radicale per uno scienziato ha quasi il significato etico di una riconversione: il messaggio lanciato è che attori cattivipotrebbero usare lIA per cose cattive. Intanto Kepios società di consulenza strategica che si occupa di identificare i cambiamenti nel comportamento digitale e tradurre intuizioni e tendenze fornisce dati significativi sul mondo dei social: il numero di utenti attivi è di 4,88 miliardi pari al 60.6% della popolazione mondiale (che ha superato gli 8 miliardi di persone). Un numero di navigatori social che si avvicina ai 5,19 miliardi di utenti internet, pari al 64,5 % degli abitanti del pianeta. Il tempo medio trascorso sulle piattaforme social è di 2 ore e 26 minuti al giorno, tenendo conto dellintensità nelle diverse aree del mondo: di questi il 53,6% sono uomini, pur considerando gli account automatizzati e le registrazioni simulate con identità diverse. Le piattaforme più seguite sono META (che possiede Instagram, Facebook e Whatsapp), poi Twitter, Messenger e Telegram mentre in Cina Tik Tok domina su WeChat e laffiliata Douyin (ma si espande nel resto del mondo ad una velocità impressionante).

I dati sugli utenti del web e i frequentatori dei social rendono una pallida idea delle dimensioni gigantesche e inarrestabili degli ingressi nella navigazione online. Uno degli aspetti impliciti che ne derivano riguarda la protezione dei dati personali, la tutela della privacy e le ingerenze della cosiddettamafia digitalee di tutti gli agenti che si interfacciano o entrano a gamba tesa nei contatti ai fini di orientare opinioni e contenuti. Il fenomeno dellhackeraggio è talmente pervasivo da costringere i gestori e le autorità a continue azioni di blocco e di controllo. Non c’è sito, utenza o account che siano esenti da queste infiltrazioni fraudolente. Ciò dovrebbe indurre i decisori politici e i servizi particolarmente sovraesposti come la pubblica sicurezza, la giustizia, la sanità e soprattutto la scuola a rallentare cum grano salisladesione acritica e pervasiva alla deriva della digitalizzazione ovunque e comunqueessa si esprima.

Per questo motivo la Google ha intrapreso un progetto per il quale un nucleo di dipendenti volontari aderiscono ad una iniziativa che prevede luso di PC e dispositivi di scrittura preliminarmente disattivati dallaccesso ad internet, fatta eccezione per luso della posta elettronica e del cloud rigorosamente targati Google, impedendo che vengano installati altri software o frequentati siti esterni. Una mossa sperimentale significativa circa i pericoli di infiltrazioni degli hacker e potenzialmente applicabile ad esempio nella Pubblica amministrazione: tant’è che viene da ribadire limportanza di iniziative di protezione nel mondo della scuola, anche per gli stessi insegnanti. Non è infatti necessario per lavorare con le tecnologie restare sempre connessi e questo dovrebbero capirlo autorità ministeriali e dirigenti scolastici decisi a salvaguardare una modalità intelligente di autotutela. Ciò agevolerebbe chi lavora in presenza o in smart working e preserverebbe i terminali da infiltrazioni perniciose, proteggendo i dati riservati, in linea con la direttiva europea di cui al Regolamento GDPR 679/2016.

Ma Google non gioca solo in difesa: è infatti in arrivo Gemini, un progetto che mira a creare unintelligenza artificiale allavanguardia, una risposta a ChatGpt che aveva sollevato interrogativi etici tanto da essere inizialmente bloccatodal Garante per la tutela dei dati sensibili e personali. Lintenzione del team che ha creato Gemini (guidato dal CEO di DeepMind, Dmis Hassabis) è di offrire unesperienza di fruizione più naturale e coinvolgente, creando una IA in grado di osservare il mondo e giudicarlo con criteri simili a quelli umani, a cominciare dal linguaggio. Gemini vorrebbe essere il chatbot in grado di interagire con lambiente, affiancando luomo come strumento per conoscere e gestire la realtà.

Vedremo se alla presentazione del progetto il portato innovativo di questa applicazione dellIA sarà in grado di rispettare le aspettative attese che dal mio punto di vista provo a riassumere così: luomo da una parte e lo strumento dallaltra, con ampia facoltà di avvalersene conservando identità, autonomia decisionale, capacità di discernimento, possibilità di abbandonoe uso del pensiero critico.

La commemorazione di Forlani, alfiere del potere discreto,mette d’accordo Montecitorio

Il suo ruolo di costruttore, ma soprattutto lo stilee la dignità” con cui ha affrontato lultima fase della sua vita politica. La commemorazione di Arnaldo Forlani alla Camera (aperta dalle parole del presidente di Montecitorio Lorenzo Fontana, che ne ha ricordato la capacità di dialogoe la sua grande apertura al confrontoche hanno caratterizzato tutta la sua azione politica) si è dipanata lungo questi aggettivi ricorrenti.

Gianfranco Rotondi, a lungo nella Dc e oggi deputato di Fratelli dItalia, ha voluto innanzitutto ringraziare il governo che ha voluto il lutto nazionale perché con questo gesto ha spiegato abbiamo restituito Forlani allo Stato. Lo statista che è stato è stato riconosciuto tale con sentimento unanime del Paese.

Per Ettore Rosato, esponente di Italia Viva, Forlani era un costruttore, un politico prudente e preparatoche dopo le inchieste di Tangentopoli accettò la condanna e le critiche con decoroso silenzio, assumendosi una responsabilità oggettiva che non va confusa con la responsabilità penale. Secondo Bruno Tabacci (Pd), Forlani è “stato il leader Dc che meglio ha interpretato i cromosomi del suo partito, aderendovi anche nello stile, nella postura. Con linchiesta di Tangentopoli, ha ricordato Tabacci, Forlani pagò il prezzo del suo ruolo ma affrontò la drammatica situazione con la dignità di un uomo che sceglie di difendersi nei processi e non dai processi.

Un tributo allo stile di Forlani è arrivato anche da Luana Zanella (Avs): Con i suoi silenzi prolungati, assurti quasi a metodo per non dire ciò che poteva essere imbarazzante per alleati e amici, guidò la Dc in anni tormentati per la Repubblica. Riconosciamo a Forlani ha detto la capogruppo dellAlleanza Verdi e Sinistra alla Camera lonore di essersi assunto le responsabilità anche in quella sua ultima fase politica, uscendo di scena con sofferenza e grande dignità. Una differenza di stilerispetto ad altri protagonisti politici, che noi onoriamo.

Per Maurizio Lupi, leader di Noi Moderati, Forlani fu un protagonista assoluto non della Prima Repubblica, ma della nostra Repubblica, senza aggettivazione numerica. Lo è stato e lo è ancora oggi per lo stile che lo ha contraddistinto. Ha mostrato con la sua vita politica che moderazione è una posizione forte, che non ha bisogno di alzare i toni. Forlani è stato un grande interprete di questa tradizione culturale e politica di cui abbiamo ancora oggi bisogno, ha concluso Lupi.

La Spagna prigioniera della crescente radicalizzazione politica

La Spagna è oggi una nazione divisa, drammaticamente divisa. Le elezioni politiche svoltesi domenica lo hanno confermato. È difficile dire se questa condizione è il frutto di quel bipolarismo che sostanzialmente ha contraddistinto il paese iberico dal ritorno della democrazia o se invece è lesito di un percorso culturale che ha nel tempo corroso i cardini della società, una volta imperniati sulla Chiesa cattolica ma ora certamente non più.

Il fatto è che sarà difficilissimo costituire un governo e se qualcuno vi riuscisse avrebbe uno o due voti al massimo di maggioranza in Parlamento, con le conseguenze facili da prevedere in termini di ricatto perenne al premier su qualsiasi votazione. Il ritorno alle urne entro lanno è in questo momento più che unipotesi. Che solo una inedita Grosse Koalition in salsa spagnola, peraltro assai improbabile, potrebbe evitare. Un percorso, quello di ripetute elezioni anticipate, che il sistema politico spagnolo ha già sperimentato, e neppure tanti anni orsono.

La spaccatura è profonda. Non riguarda solo i partiti, ma interessa proprio tutta la società spagnola. Emerge una frattura culturale, esasperata da ambo le parti contendenti. Da un lato un laicismo progressista radicale, dallaltro un tradizionalismo confessionale altrettanto radicale. A livello politico, il primo si è incistato nella sinistra e ne costituisce ormai la ragione fondativa. Una deriva che contraddistinse il Psoe del nuovo millennio, quello del dopo Gonzales guidato da Zapatero e che non ha più abbandonato un partito che se nel nome mantiene orgogliosamente la matrice operaista nella pratica si è caratterizzato innanzitutto per la radicalizzazione del suo impegno per i diritti civili molto più che per quelli sociali. Questo mix non è stato però sufficiente per impedire una radicalizzazione ulteriore, a sinistra, che ha dato luogo dapprima al movimento-partito protestatario di Podemos e ora alla coalizione Sumar, connotata molto a sinistra e imperniata sui temi del femminismo più radicale

La reazione a destra a questa caratterizzazione della Sinistra è stata duplice: da un lato lulteriore spinta conservatrice di un Partido Popular che fin dai suoi albori optò per una visione per lo più cattolico-conservatrice nellinterpretazione della società e sostanzialmente liberale in quella economica. Dallaltro una radicalizzazione imperniata sui classici temi della Destra più estrema (facilmente definibile in Spagna come franchismo, ma in realtà una declinazione radicale, appunto, di posizioni opposte a quelle della Sinistra, o come dicono loro dello zapaterismoieri, del sanchismooggi). Il nuovo leader popolare è riuscito, forte di un consenso personale in crescita, a recuperare voti perduti in favore dellestrema destra di Vox quattro anni fa, ma naturalmente per riuscire ha dovuto forzarele proprie posizioni in quella direzione. Così come Sanchez, leader che ha dimostrato grande lucidità nel portare il paese al voto anticipato invece di rimanere a rosolare a fuoco lento dopo la sconfitta nelle elezioni amministrative, magari con la scusa degli impegni dovuti alla Presidenza di turno della UE, ha invocato limpegno della sinistra tutta per evitare il pericolo fascista e oscurantista.

Come se tutto ciò non bastasse, la società spagnola rimane pervasa da spinte secessioniste che seppurminoritarie (anche in Catalogna) mantengono un consenso locale diffuso e producono tensioni continue col governo centrale, portando in Parlamento partiti che con i loro seggi riescono a influenzare la Moncloa, talvolta non poco (come è stato con lultimo gabinetto Sanchez), e aggravando così lirritazione delle regioni che non hanno ancora prodotto formazioni politiche indipendentiste.

Ora, un ulteriore turno elettorale produrrà linevitabile ulteriore radicalizzazione del conflitto. Sarebbe necessario un lungo periodo di decantazione che solo forse una inedita coalizione Pp-Psoe potrebbe garantire. Ma è quasi impossibile che ciò accada, realisticamente. Eppure se solo ci pensassero sia Feijòo sia Sanchez dovrebbero sapere che chiunque vincerà lo scontro si troverà allopposizione, dura, metà non solo del Parlamento, ma del Paese. Non certo lideale, per governare una realtà tanto complessa.

Contratto della scuola, Bombardieri (Uil Rua): “Perché abbiamo detto no”.

Antonio Derinaldis

In questi giorni il mondo sindacale della scuola e delluniversità, dopo una serie di incontri con lAran, ha sottoscritto lipotesi di contratto collettivo. Non tutti i sindacati hanno manifestato soddisfazione. Il settore scuola e università, ricerca e afam della UIL ha evidenziato il suo dissenso non sottoscrivendolo. Ne parliamo direttamente con uno dei protagonisti, Attilio Bombardieri, Segretario Generale della UIL Rua.

Segretario quali sono le motivazioni che vi hanno indotto a non firmare?

Abbiamo riscontrato pochi benefici e una serie innumerevole di svantaggi per il sistema Scuola, Università, Ricerca e Afam. Non c’è mai stata una contrattazione reale, troppo spesso la discussione era un prendere o lasciare.

Oltre un milione di dipendenti attendevano questo contratto.  Che cosa non vi ha convinto fino in fondo? 

La UIL ha fatto una scelta chiara e trasparente. Quella di non firmare. Lo abbiamo definito un contratto farsa(scaduto già da 18 mesi) dove tutte le problematiche che coinvolgevano il personale e gli enti sono state – come già sostenuto in altre occasioni –  a sequenza contrattuale. Le poche cose normate non fanno altro che mortificare il personale.

Abbiamo sostenuto con vigore, a seguito delle risorse erogate a novembre, di proseguire la trattativa con continuità (anche ad agosto) in maniera tale da poter raggiungere gli obbiettivi di un buon contratto, che valorizzasse il personale di tutti i settori coinvolti.  Come già sostenuto sui media, dottorandi e assegnisti risultano mortificati per il rinvio del tanto atteso contratto di ricerca. E ricercatori, tecnologi e personale T/A non avranno un nuovo ordinamento, benché da troppo tempo atteso, con laggravante di veder sfumare le risorse destinate per la modifica ordinamentale.

Un passaggio delicato per il prossimo futuro, in particolare per un sindacato riformista come la UIL. Pronti alla sfida?

La UIL rappresenta le persone e tutela le lavoratrici e i lavoratori. È un sindacato riformista e plurale che intende impegnarsi per superare le disuguaglianze e valorizzare la persona. Come già detto, per questi motivi non si può sottoscrivere il contratto. Restiamo aperti a ogni tipologia di confronto con lAran e con la politica al fine di raggiungere obiettivi che mettano sempre al centro le lavoratrici e i lavoratori, salvaguardando la loro dignità. Ma se ciò non dovesse accadere siamo pronti alla mobilitazione.

La Spagna conferma la polarizzazione in Europa. Una sfida per i Popolari

Le elezioni di domenica scorsa in Spagna, che hanno sancito la sconfitta dell’ultradestra di Vox, alleata in Europa della Meloni, insieme alla vittoria del Partito Popolare, sebbene senza i seggi necessari per governare, possono esser viste come la conferma del ritorno a una forte polarizzazione nelle competizioni elettorali dei Paesi membri dell’Unione Europea, dopo la stagione dei populismi. Una polarizzazione – attestata anche da una buona percentuale di partecipazione al voto, il 68 % – con contenuti però in parte diversi dal passato, in cui i temi connessi alla definizione di un’idea di civiltà europea e del ruolo dell’Europa nel mondo finiscono per contare di più dei temi propriamente economici e sociali interni. Una tendenza che pare interessare anche il percorso verso le prossime elezioni europee e che potrebbe di fatto trasformare il voto per il parlamento europeo in una sana occasione di dibattito sul nuovo profilo dell’Ue, sulle riforme improcrastinabili per stare al passo della nuova realtà globale multipolare che si sta affermando.

 

Questa contesa sembra svolgersi principalmente attorno a quattro filoni-chiave, capaci di catalizzare i consensi in direzioni divergenti: immigrazione, famiglia, ambiente, pace. Dove sotto la voce immigrazione, passano i temi connessi al rapporto fra l’Europa, composta anche da stati con storia e cultura da colonialisti, con l’Africa, con il Mediterraneo, con lo spazio euroasiatico e con l’America Latina. E dove si fronteggiano la prospettiva “sans frontières”, senza frontiere ma solo perché si presuppone un unico centro di governo mondiale di fatto nel quale i Paesi d’origine dei flussi migratori non hanno voce in capitolo, e la prospettiva della collaborazione con pari dignità fra Ue, Paesi membri e nazioni del Sud Globale.

 

Un’altra divergenza di prospettive, che si è fatta più netta negli anni, riguarda la famiglia, fra sostenitori della famiglia naturale, senza per questo negare alcun diritto ad altre scelte di vita, e i fautori della imposizione attiva della teoria gender come modello che pretende di non tollerare critiche. Una divergenza via via crescente nell’opinione pubblica europea si riscontra anche sulla questione ambientale e vede fronteggiarsi i fautori di una ecologia integrale, che coniuga le istanze sociali con quelle ambientali in una logica di sviluppo sostenibile, con i fautori di una visione radicale, un po’ snob e non antropocentrica dei problemi ambientali, orientata alla decrescita.

 

Un quarto punto di diversità dei giudizi tra gli europei si sta rivelando quello della guerra. Perché se è pur vero che i governi, senza eccezione alcuna, sostengono l’attuale linea di subordinazione degli interessi dell’Unione Europea a quelli della Nato, è altrettanto vero che ciò alla lunga potrebbe risultare insostenibile (oltreché non vincente sul piano militare, con conseguenze enormi sul piano internazionale) sia sotto l’aspetto economico che sotto l’aspetto del consenso popolare, e potrebbe fare da detonatore ad una positiva evoluzione dell’Ue che diventi capace di affermare che non è sempre detto che gli interessi degli Stati Uniti siano coincidenti con quelli europei. Affermazione che porterebbe reciproci vantaggi, aiutando anche gli Stati Uniti a concepirsi come superpotenza in un quadro globale multipolare.

 

Questa oggettiva tendenza alla polarizzazione del dibattito politico europeo costituisce ad un tempo un problema e una sfida per la cultura cattolico-democratica e popolare. Perché rivela l’insufficienza di mere posizioni tattiche, e la necessità di definire una autonoma e chiara piattaforma popolare in vista delle prossime elezioni europee. In ambito nazionale e con i più coerenti collegamenti intereuropei e internazionali. Infatti, a un elettorato così polarizzato sui contenuti come in poche altre stagioni precedenti si era visto, vanno indicati con chiarezza i termini e le ragioni delle mediazioni di cui ci si fa interpreti. Ma si tratta di una sfida possibile se la si affronta con la spirito giusto, come lo è lo spirito che animò il Codice di Camaldoli, quello di assumere l’iniziativa di una riflessione audace e adeguata ai problemi che pongono i nostri tempi.

Lo chiamavano Sorriso, il barbone di Roma morto a Villa Gordiani.

 

Giovanni Federico

 

È morto un barbone a Roma. Non sarà il primo e non sarà l’ultimo. Di solito il fatto fa più notizia sotto il Natale quando il senso di colpa di una società felice si ferma su una nota di giornale che macchia l’allegria di quei giorni.

 

È accaduto a Roma. L’uomo, da tutti chiamato “Sorriso”, è stato trovato su una panchina in zona Villa Gordiani da un passante. Chiamato così per via di una bocca senza denti a cui non era concesso neppure di masticare amaro per come gli erano andate male le cose della vita.

 

Aveva gioco forza un sorriso per tutti e ne strappava a quelli che lo guardavano. Quando si è a corto di dentatura non può essere altrimenti.

 

Chissà se è morto con il sorriso sulla bocca o alla fine ha perduto anche il suo tratto distintivo, il suo piccolo patrimonio. Comunque “Sorriso” ha avuto una sua coerenza, ostinato ad abitare quei paraggi. L’hanno trovato nella Villa che prende il nome dalla famiglia imperiale dei Gordiani del III secolo.

 

A ridosso del nobile edificio, negli anni 30 del secolo scorso fu costruita una borgata ufficiale ad un solo piano priva di luce e acqua corrente. Erano ad abitarla circa 5000 persone. Si trattava di costruzioni di materiali scadenti che non dovevano svettare e farsi vedere dal resto del mondo, restare nascoste agli occhi del fasto fascista, ma in ogni caso privilegiata rispetto alle borgate abusive che si erano sviluppate poi in altre parti della città. Del resto, “baraccati, sfrattati disoccupati, lavoratori saltuari, immigrati” da qualche parte dovevano pure andare.

 

Certi agglomerati desolati non passano indifferenti agli occhi dei poeti. Così Pasolini scrisse che “dietro alla borgata Gordiani, in una prateria dove si vedeva tutta la periferia con le borgate da Centocelle a Tiburtino, in fondo ad un orto zuppo di guazza, ci stavano dei grossi bidoni arruzzoniti, abbandonati lì insieme a altri ferrivecchi…”.

 

“Sorriso” aveva perso il lavoro e poi la casa che aveva in via Anagni. Ma al contrario di Bonifacio VIII non ha fatto più ritorno tra le sue mura domestiche. Il caldo di questi giorni che picchia a martello ci ha messo del suo.

 

“Ecco il sol che ritorna. Ecco sorride Per li poggi e le ville” commenterebbe Leopardi. Questa volta il sole ha superato se stesso facendo secco l’uomo steso su una panchina. Non poteva accadere che ha un panchinaro, uno di quelli condannati a fare sempre da riserva in attesa che la vita gli restituisse la vita che gli era stata sottratta.

 

La panca non è uno scranno regale come quello dei Gordiani, ma è un sedile dalle forme semplici e rustiche in piena coerenza con lo stile necessariamente scarno del nostro “Sorriso”.

 

Si dice “ Far ridere le panche” quando si proferiscono sciocchezze a sproposito. Il nostro uomo non ne aveva bisogno, capace di far muovere naturalmente un sorriso solo che lo si osservasse.

 

“Sopra la panca la capra campa” ma il nostro barbone ha sovvertito la tradizione del detto e ci ha lasciato la pelle. La temperatura portata in questo tempo da Caronte è stata inclemente, con i suoi raggi di brace non ha risparmiato chi ne è rimasto per forza esposto.

 

Solo una sottolineatura. Il Caronte dei Greci e dei Romani aveva il compito di traghettare oltre il fiume Acheronte le anime dei morti. Si era soliti ripagarlo per questo lavoro ponendo un obolo nella sua bocca.

 

Chissà se Sorriso abbia almeno avuto questa volta un po’ di fortuna e non gli sia stato negato un passaggio gratis.

Spagna, le elezioni frustrano i sogni della destra nazionalista

Un cambio di maggioranza ed equilibri diversi in Europa sono a portata di mano dopo il voto della Spagna. La dichiarazione a scrutinio in corso di Fulvio Martusciello, capogruppo di Forza Italia a Bruxelles, è una brutta scivolata che nasce dalla fretta di dire qualcosa di destra. Se avesse atteso lesito finale del voto, leurodeputato azzurro si sarebbe risparmiata la brutta figura. In realtà, la vittoria del Partito popolare di Spagna non porta alla formazione del paventato o auspicato accordo con i nazionalisti di Vox. I numeri non ci sono, ammesso che ci fosse la volontà del leader popolare Alberto Núñez Feijóo di tradurre lipotetica risorsa aritmetica in una effettiva soluzione politica.

I dati sono chiari. Le urne hanno decretato la vittoria dei Popolari, la tenuta dei socialisti e, sostanzialmente, il crollo di Vox. La partecipazione elettorale è aumentata di quattro punti rispetto alle elezioni del 2019, segno che neppure londata di calore ha frenato linteresse degli spagnoli a dire la loro in queste tesissime elezioni anticipate. Adesso non sarà facile formare il governo, a meno che Pedro Sánchez, il Premier socialista uscente, non si acconci a rimettere in piedi unalleanza a sinistra con lappoggio determinante dei partiti indipendentisti (a riguardo, però, il catalano Carles Puigdemont ha fatto presente che leventuale appoggio non sarà in cambio di nulla”). Sta di fatto che lincarico per formare il governo andrà, almeno in prima battuta, al partito di maggioranza relativa.

Feijóo lascia già intendere che chiederà ai socialisti di consentire il varo di un esecutivo di minoranza. Una soluzione che due grandi scrittori della Catalogna, Javier Cercas e Ildefonso Falcones, hanno suggerito alla vigilia del voto per dare una svolta in chiave anti populista alla politica spagnola. Io penso che il Pp – aveva detto ieri Falcones  al Corriere della Sera – non dovrebbe essere obbligato a stringere alcuna alleanza con Vox. Stiamo vivendo in un Paese che torna alla guerra civile, a dividersi. Lesercizio della politica è viscerale, si tirano linee rosseinvalicabili, a volte assurde. Lopzione più logica, che poi è quella proposta da Feijóo, è che i due grandi partiti si mettano daccordo per governare questo Paese senza la necessità di rivolgersi a Vox o ai separatisti catalani. E Cercas su Repubblica, il 20 luglio, si era espresso in maniera analoga: “…se il Pp dovesse riportare una vittoria netta, chiederei a Sánchez di stringere con Feijóo un accordo di legislatura che, poste le dovute condizioni, possa permettere al Pp di rappresentare la minoranza al governo, senza Vox. Sicché a tifare per le soluzioni luminescenti e improbabili, sempre appese alla liturgia del nemico da battere, rimangono in giro per il mondo i devoti della democrazia escludente, per la quale non esiste né mediazione né tregua, ma solo il vincitore di turno.

Le teste più riflessive invitano dunque a concentrarsi sui mali del populismo e del radicalismo. In un certo senso, la Spagna può farsi laboratorio di questo mutamento di sensibilità. Se popolari e socialisti troveranno un modus vivendi, per stabilire in via pratica che il bene della nazione viene prima delle pretese di fazione, un riflesso positivo si avrà anche fuori dalla Penisola iberica. Chi sogna in Europa di costruire un blocco di destra non ha da gioire per quello che si staglia allorizzonte della politica spagnola. Comunque la si giri, Vox rimane fuori dal governo e il Pp è obbligato a ragionare con i socialisti (se questi avranno cura di nonsragionare). È una buona notizia per molti, non certo però per Giorgia Meloni che resta, nel quadro europeo, la principale alleata di Vox. Per chi suona la campana?

Cattolici, uscire dall’anonimato: ce lo ricorda Camaldoli.

Se c’è una lezione che i nostri grandi leader e maestri del passato ci hanno trasmesso è che i cattolici – democratici, popolari e sociali – non possono mai ridursi in politica a giocare un ruolo da comprimari o da semplici spettatori. Ma ve li immaginate, per fare un solo esempio, uomini come Carlo Donat-Cattin o Guido Bodrato o Ciriaco De Mita o Luigi Granelli e donne come Tina Anselmi e Maria Eletta Martini applaudire il capo di turno o ritagliarsi un ruolo politico del tutto marginale ed insignificante allinterno del partito di appartenenza? Certo, la risposta può anche essere semplice e diretta: ma erano altri tempi…. No, anche quei tempierano difficili e carichi di contraddizioni e di difficoltà e dove, soprattutto, la lotta politica era ancora più cruenta rispetto alla stagione contemporanea. E allora la risposta più calzante e coerente è una sola: ma quelli erano semplicemente leader politici e non avrebbero mai accettato ruoli testimoniali, laterali o, peggio ancora, del tutto succubi ed accondiscendenti rispetto ad altre culture e filoni ideali. Soprattutto quando hanno lindole e lobiettivo di ridicolizzare o di emarginare la cultura e la tradizione del cattolicesimo politico e popolare del nostro paese.

Ora, abbiamo ascoltato in questi giorni le importanti ed autorevoli sollecitazioni, e riflessioni, attorno al ricordo del Codice di Camaldoli. Al di là della ricostruzione storica, politica e culturale di quel documento decisivo per il futuro stesso della nostra democrazia e del nostro sistema politico, è indubbio che i gruppi dirigenti dei cattolici di quel tempo furono semplicemente determinanti nel saper orientare e condizionare la guida politica, economica e civile del paese. Un ruolo che nessuno può svilire o ridurre ad un banale contributo programmatico o valoriale. E le riflessioni ad alta voce di questi giorni pronunciate dal cardinal Zuppi, dal Presidente Sergio Mattarella, dai vari studiosi di quel Codice e da alcuni esponenti politici, lo hanno giustamente e coerentemente ricordato e sottolineato. Ma, ed è la lezione che dobbiamo recuperare da questa rilettura storica e culturale, oggi non possiamo assistere passivamente a questo ricordo senza porsi il problema che un rinnovato protagonismo politico, culturale e programmatico dei cattolici italiani – e senza alcuna arroganza o presunzione – è semplicemente e nuovamente necessario ed indispensabile per la qualità della democrazia italiana, per la credibilità delle nostre istituzioni democratiche e per la stessa efficacia dellazione di governo. Un ruolo che, ieri come oggi, non può limitarsi a guardare la partita dagli spalti.

E se questo è vero, com’è vero, vanno assecondati adesso tutti gli sforzi politici ed organizzativi tesi e finalizzati a ridare spazio e cittadinanza attiva alla cultura e ai valori del cattolicesimo popolare e sociale nella cittadella politica contemporanea. Un ruolo che coincide, oggi più che mai, con un protagonismo politico, culturale, programmatico e forse anche organizzativo dellarea popolare e cattolico democratica. Certo, il tutto non passa attraverso la riscoperta, aggiornata e rivista, della tradizione catto comunistadei Prodi e dei Delrio di turno o, peggio ancora, con la riproposizione dellennesima e vecchia corrente allinterno del Pd a guida Schlein. Quelle, come ovvio a quasi tutti, sono semplici operazioni di potere che rispondono ad organigrammi di potere allinterno di un partito e che sono del tutto estranee ed esterne ad un rinnovato protagonismo dellarea popolare e cattolico sociale nel nostro paese. Come, del resto, le operazioni tese a fare dei Fratelli dItalia la nuova casa di matrice e di radice democristiana. La vera sfida, semmai e al contrario, resta quella di uscire da questa cronica ed oggettiva subalternità politica e culturale e di intraprendere, al contempo, un cammino di autonomia progettuale e di elaborazione politica.

E dove i valori cristiani e democratici non erano meri ornamenti da salotto ma la leva decisiva e qualificante per declinare un vero e proprio progetto di società”. Ieri, come oggi, si tratta semplicemente di recuperare quella coerenza, quel coraggio e quella intelligenza politica, culturale e progettuale. E forse anche organizzativa.

SIFI, azienda farmaceutica italiana, conquista i mercati esteri.

Redazione

Ha duplicato il fatturato estero nel primo quadrimestre del 2023. Si tratta di SIFI, gruppo farmaceutico italiano leader nel settore oftalmico. L’azienda, che sviluppa, produce e commercializza soluzioni terapeutiche innovative per il trattamento delle patologie oculari, è stata fondata nel 1935 e ha sede a Catania, in Sicilia. Oggi SIFI è presente in più di 40 paesi nel mondo, con una presenza diretta in Italia, Spagna, Francia, Romania, Messico e Turchia.

Il successo di SIFI è dovuto alla sua tecnologia innovativa e alla sua capacità di rispondere alle esigenze dei pazienti. L’azienda ha sviluppato una serie di prodotti e soluzioni innovative per il trattamento di patologie oculari come il glaucoma, la cataratta e la presbiopia. Questi prodotti sono distribuiti in tutto il mondo e hanno aiutato milioni di pazienti a migliorare la loro vista.

L’azienda investe costantemente in ricerca e sviluppo per sviluppare nuovi prodotti e soluzioni innovative. SIFI è anche impegnata a promuovere la prevenzione delle patologie oculari e a sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza della salute degli occhi.

Vediamo nello specifico. Ampia la gamma di soluzioni terapeutiche di SIFI, inclusi farmaci innovativi, dispositivi medici e nutraceutici, con lo sviluppo e produzione di dispositivi medico chirurgici conformi ai più elevati standard qualitativi internazionali ed un portfolio chirurgico vanta unampia gamma di lenti intraoculari innovative.

Pioniera nello sviluppo delle lenti intraoculari EDOF (Extended Depth of Focus), prodotte nello stabilimento ad alta tecnologia alle pendici dellEtna, SIFI la prima azienda italiana a raggiungere, con le sue IOL dal design ottico unico e brevettato, mercati dallArgentina al Giappone, alla Nuova Zelanda, passando per la Georgia, lAzerbaijan, il Vietnam e molti altri. Nel primo quadrimestre 2023 SIFI ha confermato la sua strategia di sviluppo, concretizzando una celere espansione in ambito internazionale.

SIFI unazienda basata in Italia, che partendo dalla Sicilia dove stata fondata, ha maturato una vocazione internazionale che le ha consentito in pochi anni di rendere disponibili in un crescente numero di pazienti con patologie oculari, le più innovative soluzioni tecnologiche e terapeutiche.ha dichiarato Antonio Roldan, Executive Director Export Markets SIFI, Oggi possiamo attestare di aver raggiunto anche le aree geografiche più lontane, a conferma della qualità e delle caratteristiche particolari e innovative delle nostre tecnologie, con vendite che hanno registrato un aumento a doppia cifra rispetto allo stessoperiodo dello scorso anno.

Di recente ha reso disponibili nuove terapie per i pazienti con glaucoma, sviluppate tramite una tecnologia unica nel settore che consente una somministrazione senza conservanti. Questi prodotti vengono realizzati grazie ad una linea produttiva interamente progettata e realizzata allinterno dellimpianto di Aci SantAntonio a Catania.

Fortemente orientata al futuro e al benessere dei pazienti, recentissimo laccordo Preparation for Human needssiglato in Iraq, per la distribuzione di farmaci e dispositivi medici comprese le lenti intraoculari, anche in cliniche e ospedali che accolgono i pazienti pi disagiati. In Europa ha siglato un accordo di partnership particolarmente strategico con il colosso francese Cristalens che ha scommesso sulla ricerca e sviluppo SIFI in ambito chirurgico e distribuisce da giugno 2023 le lenti intraoculari in territorio francese. E nel 2023 continua lespansione internazionale con il lancio di una serie di nuovi prodotti come ad esempio la lente intraoculare Evolux, unica nel suo genere per prestazioni e che porta ad un altissimo livello il miglioramento della vista dei pazienti a cui verrà impiantata in sostituzione del cristallino naturale.

Anche Prodi torna in pista per rianimare un Pd a vocazione ulivista

Stefano Bonaccini ha cercato di smentire le voci di divisioni all’interno del Pd, ma la kermesse di “Energia popolare” a Cesena ha dimostrato che le divergenze di vedute politiche con la segreteria Elly Schlein rimangono e sono forti. I malumori si concentrano sulle idee riformiste, che in molti sentono minacciate dal nuovo corso del partito.

Ieri lintervento più “duronei confronti della nuova gestione è stato quello del presidente del Copasir Lorenzo Guerini: Io la dannazione della memoria ha detto Guerini riferendosi agli strali incessanti della nuova segreteria contro lex segretario ed ex premier Matteo Renzi non riesco più a tollerarla, non porta il partito a guardare il futuro. Sono daccordo sul dire, come fa Stefano Bonaccini, che non bisogna segare il ramo su cui siamo seduti, ma io ho preoccupazione per lalbero, a partire delle sue radici, perché se alcune radici col tempo nuovosi ritiene che possano essere tagliate, allora rischiamo di far cadere lalbero.

Più “concilianteDelrio, anchegli di provenienza renziana, che ha usato una metafora alpinistica: Siamo tutti attaccati alla stessa corda, non si taglia la corda al capo cordata, ma spesso da sotto vedi se il capo cordata sta prendendo la via sbagliata, se si sta mettendo sotto un tetto e dobbiamo avere la libertà di dirlo perché se va sotto un tetto precipita lui e ci trascina tutti giù”.

Ma posizioni più “estremistiche, e probabilmente più indicative dello stato danimo di molti dirigenti e militanti del Pd, erano state espresse ieri, da esponenti minori. Tra tutti, lex sindaco di Lodi Simone Uggetti, assolto dopo sette anni dalla Cassazione per il reato di turbativa dasta, il quale aveva denunciato tra gli applausi scroscianti, e alla presenza della Schlein, una subalternità culturale sulla giustizia che proprio non mi va giù”, e sul tema del giustizialismo era arrivato ad evocare nientepopodimeno che Bettino Craxi (Quando un magistrato si mette a dare la caccia ad una persona e non ad un reato, è un grave errore, e lo dico pensando alla vicenda di Craxi), mentre da imprenditore aveva invitato a riflettere sulla bontà del Job Act renziano (Se non ci fosse stato avrei fatto fatica ad assumere), sottolineando infine, senza giri di parole, linfantilismo post-renzianoche sembra aver colpito la nuova dirigenza.

Parole dirompenti, tanto che oggi il senatore Alessandro Alfieri, membro della segreteria e componente di Energia popolare, ha voluto precisare che gli applausi di ieri a Uggetti non erano, come ha scritto un giornale, applausi a Craxi ma a una persona che ha subìto per sette anni quello che ha subìto.

Poi con Romano Prodi, fondatore dellUlivo e padre nobile del Partito democratico, che ha toccato soprattutto temi di geopolitica, si è volato alto. Il professore ha parlato della necessità del riformismo, indispensabile nella situazione attualeitaliana e mondiale, accompagnato da una certa necessità di un radicalismo che in famiglia, fino a poche settimane fa ha detto riferendosi con tutta probabilità alla scomparsa dellamata moglie Flavia -, avremmo definito radicalismo dolce. Il Pd ha ancora la possibilità di essere perno di questa trasformazione, ma può farlo secondo Prodi solo con uno spirito unitario, condizione affinché possa ritornare a essere guida della nostra Italia.

E così Bonaccini, nelle sue conclusioni, ha avuto strada facile per evocare un ritorno alla vocazione maggioritaria di veltroniana memoria. Abbiamo bisogno che il nostro riformismo torni a essere popolare e di popolo, ma anche che la nostra radicalità non diventi settarismo, elitarismo e massimalismo, perché – ha spiegato il presidente del Pd un grande partito sa riconoscere tutte le minoranze e difende strenuamente i loro diritti, ma lo fa parlando, convincendo e provando a rappresentare, però, la maggioranza dei cittadini. È la differenza che separa la testimonianza e il movimentismo dalla vocazione maggioritaria che io non intendo abbandonare e vorrei riscoprissimo. Non che da solo possiamo bastare ha precisato ma dobbiamo rappresentare il paese per tornare a governare. Il successo del Pd dipende anche da noi perché – ha scandito questo Paese non potrà mai avere unalternativa praticabile se si spegne il motore riformista del Partito democratico. Come a dire: il riformismo è nel Pd e continuerà ad esserci.

Cultura |  Il magazine della Cisl indaga il confine tra sfera privata e pubblica.

[] la modernità pone come prioritario rispetto a ogni altra preoccupazione di carattere morale e sociale: il confine invalicabile tra la sfera privata e la sfera pubblica.

Alla definizione di questo confine partecipa tutta la cultura liberale, da John Locke a Voltaire a Stuart Mill, ma nessuno meglio di uno studioso svizzero poco conosciuto (Losanna 1767- Parigi 1830) riesce a descrivere spazi, finalità, bisogni del singolo a fronte dellinterferenza, più o meno pesante, dello Stato. Scrive Isaiah Berlin in Il potere delle idee: Nel mondo moderno emerge unidea nuova, formulata con la massima chiarezza da Benjamin Constant: ossia che c’è una sfera della vita la vita privata nella quale lintromissione dellautorità pubblica è ritenuta indesiderabile, salvo circostanze eccezionali. La domanda centrale posta dal mondo antico è: chi mi governerà?Nel mondo moderno, una domanda non meno importante è la seguente: Quanto governo deve esserci?.

E infatti Constant riflette sulle grandi conquiste delletà moderna a partire da una distinzione teorica che diverrà sacra nella cultura di ispirazione liberale: il discorso sulla libertà di, che chiamiamo positiva, non può essere separato da quello sulla libertà da, che chiamiamo negativa. Esse indicano rispettivamente la libertà di essere quello che si vuole essere e la libertà da un potere che ostacola, in modi più o meno plateali, quello che si vuole essere. Per gli antichi lindividuo era attivo in tutti gli ambiti della politica, decideva più o meno direttamente su una quantità infinita di questioni interne ed esterne, il che implicava, pur con le limitazioni di una democrazia ristretta, che egli partecipasse alla formazione delle leggi.

Tuttavia, non accettando che fossero fatte da altri per lui, doveva poi convenire che quelle leggi potessero entrare nella sua sfera dazione e comandargli come doveva vivere: se obbediva alle leggi, era a sé stesso che, in fondo obbediva. Nel mondo moderno, in virtù del riconoscimento di diritti naturali (la vita, la libertà, la salute, la proprietà), che quindi precedono le leggi positive, la sfera personale si erge davanti allo Stato con tutta la sua potenza ontologica. C’è qualcosa, la natura, appunto, che non accetta linterferenza dello Stato, si tratti di quello democratico o di quello assoluto. Può venire a patti con lo Stato, persino barattare una parte di territorio di influenza, ma non oltre una soglia fisiologica.

(21 luglio 2023)

Dibattito | Può essere il centro moderato la collocazione giusta dei cattolici democratici?

Ci sono personaggi importanti di quel piccolo mondo antico del cattolicesimo democratico e popolare – atomizzato e  disperso da anni – che hanno deciso di trasferirsi dalla vecchia residenza, e stanno  cercando casa al centro della città politica. Dove peraltro già esistono diverse realtà  “cattoliche”, tra cui è giusto ricordare quella di “Insieme“, associazione-partito fondata solo pochi anni fa con un Manifesto e con un robusto percorso territoriale, dal professore Stefano Zamagni, noto ed emerito economista. Alcuni stimati rappresentanti di questo particolare cattolicesimo politico democratico e popolare,  come Fioroni, hanno  recentemente  abbandonato il Pd con queste intenzioni: formare un partito di centro.  E bisognava trasferirsi di zona,  perché  le relazioni e i rapporti con la Schlein, non promettevano buone cose. Soprattutto per i  valori in cui  si credeva.

Da quello che si è capito, la ricerca è solo per fare al più  presto e, anche in questo caso, la sede di un partito  politico. Con più precisione, come dicevo,  di un  ennesimo partito di centro. Ricordo en passant che in questo spazio geometrico c’era già stato il trasferimento con analoghe motivazioni di Renzi, il posizionamento  di  Calenda e si era collocata da poco anche la Moratti. E potrei proseguire. Dunque ennesimo  partito politico di centro anche quello di Fioroni. E non centro studi, o centro di formazione. Non iniziale luogo di incontri prepolitici. Di convegni e dibattiti  culturali per discernere bene i segni dei nuovi tempi con l’intento di costruire qualcosa di nuovo, e non di ri-costruirequalcosa di vecchio – come ripete spesso Mattarella. Tuttavia e nonostante i miei dubbi e le mie perplessità, comprendo e giustifico questa ricerca.  Perché ha certamente una sua radice valoriale precisa e identitaria; perché ha una nobile storia alle spalle; perché oggi, questo particolare cattolicesimo politico avanzato, non ha a ben vedere una sua casa; e perché nonostante coabiti in condomini con altri, viene trascurato e abbandonato al suo destino di irrilevanza. Non sapendo bene dove andare ad abitare, si trova quindi la soluzione del centro città come la migliore. Specie dopo che Berlusconi avrebbe lasciato liberi diversi suoi  appartamenti e molti suoi inquilini.

Ecco, succede però che sono sempre stato convinto del fatto che il vero e sacrosanto pluralismo non si legittima  con l’aiuto di spazi geometrici. E non è la fotocopia ripetuta di valori, idee, partiti e programmi. Tranne le facce dei leader, queste si diverse e plurali. Vale forse la pena di ricordare che il bipolarismo Usa non viene mai messo in discussione, in quanto si sostiene che riduce il – già alto – tasso di assenteismo: più partiti ci sono sulla scheda, più confusione si crea nella testa dell’elettore, e tanto più si  finisceper non andare a votare.  Ma detto ciò la mossa di Fioroni la considero legittima. Con una sola riserva di principio. Quella cioè che fa a pugni con lo sforzo di  essere ai nostri giorni il più possibile uniti anche con i diversi e i lontani, e perfino con quelli che consideriamo nemici. Uniti  su una  sola e unica barca dove saremo costretti a navigare nei  giorni che ci attendono, remando insieme agli altri  per affrontare le ancora sconosciute sfide dei “cambiamenti epocali” dietro l’angolo, anche se già da tempo sotto i nostri occhi, come recita l’utopia di Bergoglio. Non esagero, perché l’ho sempre pensata come suggerito da Luigi Sturzo, che nelle vesti di sociologo raccomandava di rivolgere sempre lo sguardo alla “… società concreta, e non a quella che immaginiamo o desideriamo.

Dati i tempi, mi tocca allora dire che ormai viviamo solo nel presente. Al giorno dopo giorno. Senza però studiare la concretezza della società che ci sta di fronte. Il passato e soprattutto il futuro non ci interessano. E la storia di questo particolare e avanzato cattolicesimo politico è forse nota solo agli over 60. Forse! Dalla Rerum Novarum sono passati oltre 130 anni, dai “Liberi e Forti” di Sturzo, ne sono passati oltre 100, e da “Camaldoli” e dalla Dc storica di De Gasperi oltre 75.  E le abitazioni si cercano al centro forse perché si pensa a questo passato sconosciuto. Ma forse anche perché le periferie della città oggi le consideriamo conservatrici, nazionaliste, patriottiche e sovraniste a destra-città, e rivoluzionarie, europeiste, rivoluzionarie, mondialiste e progressiste a sinistra-città” Quando non fasciste e comuniste, frammiste ai radicalismi, massimalismi e populismi ormai sulla bocca dei tanti ismi  che semplificano le invettive evitando di spiegare  se si tifa per un minimo elitario di superficie.

Categorie geometriche e ideologiche, sinistra e destra, che oggi sarebbe bene ridefinire. O abbandonare  completamente sostituendole con uguaglianza da una parte e disuguaglianza dall’altra, come suggeritva anni fa Norberto Bobbio. All’interno di questa più comprensibile e più attuale alternativa, ho allora sempre pensato che una via di mezzo cattolica centrale e cosiddetta moderata – specie se cattolico democratica –  non avesse molto senso. Questo nobile pensiero cattolico democratico e popolare o è per l’uguaglianza, come  è stato da sempre, osemplicemente non è! 

Bisogna scegliere.  Mi risulta infatti difficile pensare ad una uguaglianza mediata con la disuguaglianza. Il centro… moderato che si vuole costruire vuole invece essere un centro proteso alla ricerca della mediazione, avendo di fronte idee “…comuniste”, da un lato, e “…fasciste” dall’altro. Ma evocando con l’aggettivo moderato un qualcosa che, a ben vedere, nella stessa storia della sinistra democristiana e del cattolicesimo democratico e popolare non e mai esistita, sia nelle proposte che nella concreta dialettica parlamentare. Questo moderatismo è  esistito solo nei comportamenti e nel linguaggio  della sua composta ed educata classe politica che oggi rimpiangiamo.

Se vogliamo proseguire con la metafora, quel centro città che anche oggi si cerca, non è più abitato e frequentato da  molta gente. Infatti la gente si è da tempo polarizzata. Quella borghesia e quel ceto medio moderato che lo abitavano, si sono liquefatti e trasferiti. E la zona è una Ztl. Quei pochi cittadini che sono rimasti preferiscono rimanere chiusi nei propri appartamenti e, pur dichiarandosi nei sondaggi credenti praticanti, una volta aggrediti da una galoppante secolarizzazione, scelgono di non andare neanche più alla messa domenicale, lasciando le chiese senza più sacerdoti e parroci, completamente vuote. Un assenteismo, questo, che si registra e si esporta  parimenti anche negli appuntamenti elettorali.

Termino con questi doppi sensi, e concludo con tre sole domande.  1) È  ragionevole  pensare ai giorni nostri di RI-organizzare un partito di centro cattolico democratico e popolare che guarda ( suppongo) a sinistra, come fu la sinistra dc, essendo peraltro in compagnia di una crisi totale dell’associazionismo cattolico storico (Fuci, Ac, Meic, ecc.) e con un clero spaccato tra bergogliani e antibergogliani? 2) Siamo proprio certi che l’assenteismo al voto più robusto è quello della cosiddetta classe media di segno cattolico democratico, che si può  risolvere e riparare con un partito di centro? 3) E siamo proprio sicuri che una legge proporzionale potrebbe favorire la sua RI-nascita politica e culturale? 

Una risposta ai tre quesiti è riassunta nella considerazione di alcuni studiosi che sostengono, da tempo, che il cittadino non va più a votare non tanto e non solo per la fine della guerra fredda e delle ideologie connesse; non per la crisi dei partiti politici, ora in mano ai solitari leader; non perché non trova l’offerta del partito che risponda ai propri valori e alle proprie attese; e non perché si trovi di fronte alla rigida scelta binaria, partito A o partito B e non può dunque selezionare in piena libertà sulla base dei propri individuali ed egoistici desideri. Ma non va a votare perché si è creata una spaccatura totale tra eletti e elettori. Questi  ultimi abbandonati a loro stessi e chiusi in casa, appunto, senza poter incontrare e dialogare con qualcuno. Tranne qualche rara sceneggiata domenicale nei mercati rionali, oppure qualche passeggiata nei lidi alla Papeete. E non hanno (più) interessi al voto anche perché non hanno (più) fiducia nella politica e nei politici, vivendo in una costante incertezza sul futuro loro e dei pochissimi figli, e vedendo crescere le diseguaglianze. 

Il loro starsene a casa spesso nasconde questa protesta e queste preoccupazioni. Ancora più spesso è indice del  ripiegamento individualistico e autosufficiente, di sfiducia nella comunità e di drammatico isolamento sociale, favorito paradossalmente dai social. Ma nonostante i miei tanti dubbi, gli auguri a questo centro, e a  questi  centri invocati e attesi come soluzioni di tutti i problemi sul tappeto, non posso non farli e trattenerli. L’assenteismo crescente al voto, è un dato ormai strutturale delle democrazie politiche rappresentative avanzate. Vale però la pena ricordare che i tanti frammenti partitici, e il loro quotidiano  proliferare con la moltitudine di partiti fotocopie, rischiano di mandare in crisi l’intera democrazia politica rappresentativa. Essendo lacerata e impoverita, alcune anime pie la vogliono riparare e ricucire con una repubblica presidenziale dell’uomo fortee questo si...centrale! Spero si sia capito che su un centro cattolico democratico e popolare rimango molto scettico e critico. Ma nonostante le mie perplessità, non mi vieto di pensare che tali valutazioni possano benissimo risultareprecipitose. 

L’invito di Zuppi ai cattolici: una  Camaldoli per l’Europa e la pace.

 

La prolusione del Card. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI, tenuta ieri al convegno sul Codice di Camaldoli nell’80°anniversario dell’incontro del 1943, ha indicato e riproposto lo spirito che deve animare i cattolici in politica anche nel contesto attuale, in modo simile a quanto seppero fare coloro che elaborarono quel documento, che tanta influenza ebbe nella rinascita del Paese, mossi dalla consapevolezza che “siamo, come allora, travolti dalla tempesta della guerra”.

 

Un documento che quindi ci è di stimolo a ritrovare un metodo nella politica, che ripristina l’importanza del collegamento tra cultura e politica come presupposto della serietà e della credibilità della politica.

 

Un compito reso più difficile, ci ha ricordato il presidente della Cei, dall’affermarsi ai nostri giorni di “una politica epidermica”, “del giorno per giorno, con poche visioni”, rispetto alla quale lo spirito che animò la stesura del Codice di Camaldoli, ci chiede di “non essere prigionieri del presente”.

 

Questo naturalmente non significa non riconoscere che la politica è condizionata in gran parte dal giorno per giorno, dalla tattica, dai tanti  tecnicismi usati nella vita delle assemblee parlamentari come nelle pubbliche amministrazioni. Ma significa affermare che la politica non può limitarsi a questo. Soprattutto in tempi di passaggi epocali, come quelli di 80 anni or sono e quelli attuali.

 

Occorre anche riconoscere che l’indebolimento della dimensione progettuale nella classe politica è stato favorito in questi anni anche da un preponderante atteggiamento dei mezzi di informazione, di chiusura al pluralismo delle opinioni e di appiattimento dei giudizi sull’immediato. Sui temi dirimenti – come la pace, l’ambiente, la questione demografica e altri – si assiste quasi a un’inversione delle parti, per cui spesso non è più il giornalista che pone delle domande al politico per ottenere un suo giudizio ma al contrario è la stampa che valuta il grado di uniformità del politico alla linea editoriale, e in ultima analisi, al giudizio politico stabilito dall’editore, e da chi controlla la proprietà dei media. Una stampa che, forse non rendendosene pienamente  conto, finisce per ostracizzare ogni giudizio ritenuto non ritenuto conforme. Ciò ha fatto scattare tra i politici ma anche tra gli intellettuali, un meccanismo chiamiamolo di prudenza, in base al quale prima di “rischiare” una valutazione di visione ampia che si discosti dal quotidiano, occorre aspettare che le idee vengano “sdoganate” da qualche autorità che si ritiene superiore. Un capovolgimento anche del principio democratico, che si coniuga perfettamente con la personalizzazione della politica, dove contano i cerchi magici del capo di turno più che la qualità del dibattito politico.

 

Se questa è la situazione in cui versa oggi la politica, appare ancor più opportuno l’invio del cardinal Zuppi a “saper guardare lontano”, a non andare al traino degli eventi ma di saper gestirli con saggezza e lungimiranza, guardando oltre l’immediato.

 

Un invito in particolare ad affrontare due questioni cruciali: il futuro dell’Europa e il ristabilimento della condizioni che assicurino la pace.

 

 

Appare quanto mai opportuna la proposta lanciata dal cardinal Zuppi di una “Camaldoli europea”, come strumento attraverso cui i cristiani europei, come i padri fondatori dell’Europa, siano nuovamente capaci di elaborare idee per il futuro dell’Europa, perché possa affrontare riforme necessarie e non più rinviabili, senza finire paralizzata, come recentemente ha ammonito l’ex premier Mario Draghi.

 

“Oggi siamo in una stagione – ha ricordato  il cardinal Zuppi – in cui si sente il bisogno di una responsabilità civile maggiore. Per l’Italia, per l’Europa, per il mondo: tutto è incredibilmente connesso”. Credo sia possibile intravvedere in queste parole anche un invito alla definizione delle condizioni che assicurino la pace in Europa e nel mondo. Una politica che guarda al futuro non può prescindere dalla consapevolezza che la guerra in Ucraina non può avere una soluzione militare. Occorre interrogarsi su cosa succederà dopo che  le armi saranno.messe a tacere, dibattere sul tema di un futuro di coesistenza, di sicurezza e di pace in Europa e nel mondo. Occorrerà discutere del ruolo dell’Unione Europea e dell’Europa intera, in un mondo divenuto multipolare.

 

La memoria del Codice di Camaldoli, sembra suggerire l’intervento del cardinal Zuppi, ricorda che il ruolo dei cristiani nel ravvivare la democrazia e rafforzare la pace in questa fase storica, si misurerà soprattutto dalla capacità di esprimere una riflessione e un orientamento che risultino “audaci e innovativi”, diremmo adeguati a ciò che i tempi richiedono, più che dalle sole forme, pur importanti, attraverso cui organizzare l’impegno politico.

Leggi la relazione introduttiva del Cardinal Zuppi

La lezione di Camaldoli è che il futuro scrive su fogli bianchi

Ora, come si spiega il fascino di questo testo eterogeneo, provvisorio, perfettibile?

 

Sul Codice di Camaldoli si è ridestata, a partire dagli anni Ottanta, un’attenzione motivata più dall’interesse politico che da autentiche ragioni storiografiche, dall’esigenza di riprendere un discorso sui fondamenti morali dell’impegno politico e sulle origini del movimento democristiano, che attraversava un momento molto delicato. In questo modo, di anniversario in anniversario, si può affermare che il Codice, citato più che studiato, ha assunto un carattere quasi mitologico.

 

Oggi è al lavoro una nuova generazione di studiosi e di studiose impegnata nell’analisi della storia del movimento cattolico. Una serie di grandi iniziative scientifiche, come l’imponente opera, in corso, dell’Edizione nazionale dell’Epistolario di Alcide De Gasperi, consegnano agli storici una messe di documenti indispensabili per la corretta comprensione del passato. Si può insomma guardare a vicende, idee e personalità con meno pregiudizi, con la necessaria distanza e con la dovuta sapienza storiografica. È quello che intende fare questo convegno

Distanza non comporta un neutrale distacco dagli eventi. Comporta sottrarli dal fuoco della controversia, dalla litania del rimpianto o dalla lusinga di improvvisati revival. Ci viene restituito ciò che davvero conta.

 

Perché, allora, un testo eterogeneo, provvisorio, perfettibile come il Codice di Camaldoli continua ad affascinare? Perché frutto di una sfida del pensiero che non ha avuto paura della storia.

 

Perché ha posto al centro la competenza, la libertà e la responsabilità di una generazione che seppe fare onore alla propria fede e alla propria intelligenza, non almanaccando su una identità da difendere o su una irrilevanza da commiserare, ma condividendo in un documento aperto a tutti le proprie proposte per una società migliore e plurale.

 

Perché ha dimostrato che i valori cristiani, siano pure non negoziabili, impastati con la viva materia della storia, dei suoi drammi, delle sue gioie e delle sue speranze, possono essere arricchiti e precisati.

 

Perché ha coinvolto – come si legge nell’avvertenza – «gli spiriti più attenti, gli animi più appassionati, fra i quali fermentano i germi del rivolgimento sociale che batte alle porte dei tempi nuovi». I tempi nuovi di un’Italia libera e democratica. Un impegno, una rivolta morale, una scelta di campo che ha il buon profumo della Resistenza.

 

Quando l’opera era ancora agli albori Sergio Paronetto scrisse: «A latere di discussioni e programmi per l’avvenire che impegnano tutta la nostra attenzione c’è una distinzione tra le parole e il fare, tra le chiacchiere e la vita. E mi par nettissima la nostra posizione, la nostra vocazione: è dalla parte del fare, con la croce, se vogliamo, dell’azione, non con la irresponsabilità e la comodità mentale di chi sta a guardare. Saremo dalla parte della barricata, dove si opera sugli uomini. Saremo fra quelli che verranno discussi e giudicati perché faranno, non fra quelli che giudicheranno e discuteranno. Saremo con quelli che sbaglieranno, non con quelli che troveranno a ridire, perché si è sbagliato; con quelli che avranno sempre torto, perché ci sarà sempre qualcuno che potrà dire: “così bisognava fare, così io avrei fatto”. Posizione scomoda, forse. Ma guai a fuggire: bisogna impegnarsi, finché si può».

 

Ritornare, ricominciare, ripartire da Camaldoli senza consapevolezza della storia significa contraddirne lo spirito.

 

Perché se una lezione si può trarre da quelle vicende è che in esse i cattolici italiani, come in altre, decisive svolte nella storia del Paese, hanno saputo inventare qualcosa di nuovo e di grande perché hanno avuto il coraggio di guardare avanti, non indietro. Non come epigoni dell’ieri ma come pionieri del domani. A chi vagheggiava ritorni al passato, De Gasperi, già nel 1935, rispondeva che è «una legge storica che una esperienza troppo fatta non possa essere ricominciata».

 

Non molti sanno che fu solo la difficoltà del rifornimento della carta a impedire l’inserzione di un foglio bianco a fronte di ogni pagina del Codice di Camaldoli, così da facilitare la stesura di nuove annotazioni e commenti. È sui fogli bianchi che scrive il futuro.

 

Leggi il testo integrale della relazione

 

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[Il convegno prosegue oggi e si conclude domenica con l’intervento del Card. Pietro Parolin]

La Voce del Popolo |   Meloni costretta ad accentrare la comunicazione.

 

I problemi di casa Meloni non sono pochi e non sono lievi. C’è un presidente del Senato che non conosce la virtù del silenzio, né quella della misura. C’è un ministro che ha debiti con lo Stato di cui si dovrebbe prendere cura. C’è un sottosegretario accusato di aver rivelato al suo inquilino notizie che avrebbero dovuto rimanere riservate. C’è un altro ministro, di gran peso, che ha dovuto accettare con buona grazie di essere smentito su tutta la linea. C’è un portavoce che pare destinato ad andar via da un giorno all’altro.

 

L’elenco, per ora, finisce qui. Ma rivela un gran problema. E cioè che la Presidente del consiglio deve ormai accentrare su di sé ogni forma di comunicazione, poiché ogni volta che i riflettori si appuntano sui suoi collaboratori affiora sempre un motivo di distonia rispetto allo stile e al modo della sua leadership. Che continua ad essere premiata dai sondaggi, questo sì. Ma che a lungo andare non potrà non fare i conti con gli altri giocatori della sua stessa squadra.

 

Si aggiunga a tutto questo la variabile Salvini, che alterna canoniche dichiarazioni di lealtà e distinzioni fin troppo evidenti, qualche volta quasi minacciose. In attesa che il progetto di autonomia differenziata faccia il suo corso. E soprattutto in vista delle elezioni europee, laddove la regola proporzionale indurrà gli alleati alla maggiore distinzione. Si vedrà come Meloni intende gestire tutti questi problemi.

 

Per ora, la sua scelta appare quella di non curarsene troppo, confidando nella sua abilità personale. Salvo il fatto che un giorno o l’altro questa sua abilità avrà bisogno di qualcosa in più.

 

 

[Fonte: La Voce del Popolo – 20 luglio 2023 – Titolo originale: Ecco tutti i problemi di casa Meloni – Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

Codice di Camaldoli, riferimento per un nuovo umanesimo e protagonismo dei cattolici.

Era il luglio del 1943 quando un nutrito gruppo di intellettuali cattolici antifascisti, in particolare dell’ala sociale, si ritrovarono a Camaldoli: Vittorino Veronesi, Pasquale Saraceno, Giorgio La Pira, Ezio Vanoni, Sergio Paronetto e altri ancora misero a punto le linee programmatiche per la ricostruzione del Paese ispirando anche la Costituzione che segui a breve. In quel tempo cupo, uomini profetici pensavano oltre la disperazione della guerra e della povertà. Il Codice di Camaldoli in questi anni è stato spesso evocato nella consapevolezza che, pur con le dovute differenze, la complessa situazione culturale, politica ed economica di questo terzo millennio necessita di un maggiore protagonismo dei cattolici al fine di una ridefinizione valoriale e progettuale dell’Europa e del nostro paese. Ma il protagonismo c’è se ci sono idee suggerite da coraggiosi spiriti liberi e profetici…sennò, no. L’attualità chiede di collocare oggi quei valori e principi ispiratori in un tempo in cui difficili sono di nuovo diventate le vie della pace.

La rievocazione si colloca in un contesto della dottrina sociale della Chiesa che in questi anni ha portato i grandi interventi di Papa Francesco con le encicliche “Laudato sii” e “Fratelli tutti”. Il riferimento al Codice di Camaldoli trova nuovo impulso dalle indicazioni dei documenti del magistero pontificio (ecologia umana integrale in primis) che sollecita a riscoprire le radici cristiane e nuove proposte sociali su cui rilanciare l’impegno civile. Oggi, è in atto una rivoluzione che sta toccando i nodi essenziali dell’esistenza umana. Stanno mutando strutturalmente le modalità di intendere il generare, il nascere e il morire. È messa in discussione la specificità dell’essere umano nell’insieme del creato, la sua unicità nei confronti degli altri animali, e persino la sua relazione con le macchine e l’intelligenza artificiale.

 

Papa Francesco sottolinea che nel mondo liquido di oggi c’è bisogno di un nuovo umanesimo. Di fronte alla rivoluzione che investe “i nodi essenziali dell’esistenza umana”, occorre compiere uno sforzo per ripensare la presenza dell’essere umano nel mondo. L’Italia arranca, tanti nodi disattesi vengono al pettine e urgono idee nuove. Mentre nell’immediato si cerca di turare le falle del paese, urge iniziare un fecondo lavoro di messa a fuoco di valori e idee che alimentino l’entusiasmo per la costruzione del futuro. Tanto c’è da dire e fare, gli argomenti non mancano a partire dai temi antropologici sfidati dalle intelligenze artificiali e dai rischi di manipolazione genetica; e poi il ruolo dell’Europa minacciata da populismi e nazionalismi, la gestione solidale del fenomeno migratorio, la riforma delle istituzioni a fronte della disaffezione democratica, lo sviluppo eco-sostenibile, la contribuzione fiscale e nuovi modelli di Welfare rispetto all’invecchiamento delle popolazioni, la disoccupazione e il precariato; ecco, sono solo titoli di complesse ridefinizioni che richiedono l’impegno di scienze e coscienze.

 

Questioni profonde che non possono esaurirsi in qualche breve workshop, piuttosto necessitano dell’impegno di politici che non abbiano a mente sondaggi e scadenze elettorali ma le future generazioni. Questo è il lavoro da svolgere all’inizio del terzo millennio, doveri faticosi ma anche entusiasmanti che ci provocano. Una responsabilità civile che tocca a tutti, ma in particolare – se è vero che il nostro modello di società reca l’impronta dell’ispirazione cattolica – interpella il cattolicesimo democratico che di quell’area sociale è erede. Osare è meglio che tirare a campare.

I dilemmi del governo Meloni nello scenario futuro dell’Europa

Nei primi mesi del suo governo Meloni ha chiaramente privilegiato la scena europea e internazionale a quella interna. La scelta è stata razionale e sembra aver avuto risultati positivi. La leader italiana si è accreditata per le posizioni chiare sul conflitto ucraino e per unazione propositiva ma attenta alla costruzione di alleanze vincenti su alcuni importanti dossier europei (come le migrazioni). Laccreditamento internazionale di una leader inizialmente vista con sospetto avrà con la visita a Washington il suo sigillo.

Nellanno che precede le elezioni europee la politica nellUnione sta però assumendo nuove complessità che porranno qualche non piccolo problema a Meloni. Le interazioni tra le politiche dei governi e le politiche dei partiti europei che dovranno affrontare gli elettori nel 2024 sono destinate a creare qualche cortocircuito. Sul fronte dei governi, che si gioca nel Consiglio Europeo, Meloni, capo del governo di uno dei grandi paesi europei, ha seguito una linea di avvicinamento al centro europeo e alla leadership della Commissione, distinguendosi dove necessario anche dai governi che per composizione partitica sono suoi compagni nel gruppo europeo dei conservatori (è stato così per la Polonia sulla questione migranti). E lo ha fatto anche silenziando uno dei suoi alleati nazionali di governo, la Lega, che aderisce al gruppo europeo ancora più estremo. Tuttavia lavvio non ufficiale certo ma reale della campagna per le elezioni europee, importante per gli assetti comunitari ma anche molto per quelli nazionali, spinge in una direzione diversa.

Meloni presidente dei Conservatori europei è chiamata a mostrare solidarietà con gli altri partiti del gruppo che su temi importanti inseguono posizioni ben diverse da quelle della Commissione. Tutto sarebbe per lei più facile se si delineasse in sede europea un asse tra Partito Popolare e partiti della destra europea. Questasse è stato tentato, non si sa bene se in prospettiva strategica o piuttosto nellottica di un ammiccamento a strati dellopinione pubblica spaventati dai costi di nuove rigide regolazioni ambientali, nel voto al parlamento europeo sulla Legge per il ripristino della Natura. Il tentativo è però fallito e ha consentito ad una maggioranza di centro più sinistra di vincere. In ogni caso rispetto ad un voto parlamentare ben altra cosa sarà costruire una maggioranza per la prossima Commissione. Sembra veramente difficile immaginare a livello europeo una maggioranza anche risicata di centro e destra (e viceversa). Sulla base delle previsioni elettorali attuali (che potranno certo cambiare, ma non enormemente) si dovrà andare ancora una volta a una maggioranza larga che comprenda le due grandi forze politiche (Popolari e Socialisti) e tagli fuori le ali estremiste.

Sempre più nei prossimi mesi Meloni si troverà quindi a dover affrontare il dilemma: privilegiare i rapporti identitari con i propri partiti fratelli e restare ai margini della coalizione di governo europea, oppure cercare di entrare più organicamente in questa allentando invece i legami con il suo gruppo partitico europeo. E in questo dilemma si troverà a dover fare i conti anche con i due partiti della sua coalizione di governo nazionale che spingeranno in direzioni opposte (la Lega nella prima e Forza Italia nella seconda). La premier dovrà dedicare molta più attenzione di quanto non abbia fatto sino ad oggi alla politica interna che sarà decisiva per i risultati elettorali e sulla quale sinora i suoi ministri non hanno mostrato performance esaltanti.

[Dalla Lettera mensile – n. 6 / Luglio 2023 – inviata dallautore]

La vecchia guerra di Crimea cambiò il mondo, la nuova può cambiarlo ancora.

Partendo da quello che ha detto Xi a Putin nel loro ultimo incontro i cambiamenti stanno arrivando, cambiamenti su una scala che non vedevamo da cento anni, facciamo unanalisi che ci aiuti a ragionare dopo lavanzata di Prigozhin verso Mosca. Come a metà del XIX secolo, la Crimea è al centro di ostilità che si estendono ben oltre la penisola. Nel 1853, le truppe russe invasero l’Impero Ottomano, provocando la reazione di un’alleanza guidata da Gran Bretagna, Francia e Regno di Sardegna per attaccare la Crimea. La guerra finì quando la Russia implorò” la pace nel 1856.

Allepoca il problema era labolizione della schiavitù, oggi la fine dei combustibili fossili. In entrambi i casi la Russia viene colta in un periodo di decadimento, con armi obsolete, corruzione, morale basso, capi politici anziani e distanti dai soldati (oggi prevalentemente mercenari). Entrambe le guerre di Crimea hanno creato una sfida alle strutture interne dellautocrazia russa.

A metà del XIX secolo la guerra di Crimea portò una rapida transizione del potere da Nicola I, che morì o si tolse la vita, e suo figlio Alessandro II. Pochi anni dopo la guerra di Crimea le potenze occidentali fecero di nuovo guerra, in Cina. Le ostilità, che duravano da decenni affinché lImpero Celeste aprisse i suoi porti all’oppio, finirono con un trattato di pace che ancora oggi è considerato a Pechino come uno dei “trattati ineguali” impostig dagli stranieri. Teatro degli accordi fu la Manciuria, che ricoprì un ruolo importante anche durante la Seconda Guerra Mondiale. Mosca donò parte della Manciuria alla Cina comunista nel 1952, un paio di anni prima di cedere la Crimea all’Ucraina. Nel 2014 la Russia si è ripresa la Crimea, dando inizio al conflitto a cui assistiamo oggi.

Gran parte della Manciuria appartiene ancora alla Russia. LOblast’ dell’Amur e Oblast’ autonoma ebraica ha un grande valore strategico, abbondanti risorse naturali ed un enorme potenziale, ma in mano Russa rimangono sottopopolate e sottosviluppate. Nel 2016, poco dopo l’annessione della Crimea, il governo russo ha emanato una legge che incoraggiava l’insediamento in Estremo Oriente, inclusa la Manciuria, promettendo a ogni migrante un ettaro di terra, gratuitamente. Il programma è stato un fallimento, Putin ha poi abbandonato milioni di persone dellest del paese.

Molti cinesi nel frattempo sono emigrati, legalmente e illegalmente, in Manciuria. Non si conoscono i numeri, ma il governo russo si è apertamente dichiarato molto preoccupato. Da quando è iniziata la guerra in Ucraina, Putin è stato costretto a spostare gli armamenti dal confine con la Cina al confine con lUcraina, scoprendo il confine con una delle più grandi concentrazioni di armamenti al mondo.  

Chissà se una diplomazia creativa riuscirà a far capire ai cinesi, come fece Kissinger nel 1971, che uninvasione pacifica della Siberia, porterebbe a riscrivere in positivo gli equilibri di tutto lo scacchiere euroasiatico. E chissà se Kissinger, che oggi ha 100 anni e che ha visitato la Cina più di 100 volte, accolto ieri con gli onori di un vecchio amico del popolo cinese, stia tessendo le fila per una nuova giusta decisione per la cooperazione sino-americana” che porti alla “pace mondiale e al progresso della società umana”. Come ha detto Xi a Putin: i cambiamenti stanno arrivando, cambiamenti su una scala che non vedevamo da cento anni.

Il multipolarismo inarrestabile esige un cambio di strategia dell’Occidente

Durante la sua recente, e sorprendente, visita a Pechino il centenario ex segretario di stato Henry Kissinger si è sentito ricordare dal responsabile della politica estera cinese Wang Yi, una cosa di cui egli è profondamente consapevole, che la Cina non è contenibile, accerchiabile. Più in generale appare inarrestabile l’evoluzione degli equilibri internazionali verso un ordine multipolare.

La parte dell’élite occidentale, che ha nell’anziano ed esperto politico americano il massimo riferimento ad un approccio realista al mondo divenuto multipolare, ha forse lanciato la sua sfida nei confronti dell’altra fazione, quella riconducibile ai neoconservatori, che invece negli ultimi decenni si è imposta, e che ha posto la narrazione del “nuovo secolo americano” a fondamento del suo interventismo, e che ora propone una visione non conciliante rispetto al nuovo assetto verso cui naturalmente sta andando il mondo, sempre che prima o poi non si verifichino eventi tali da interrompere il normale corso della storia.

Per definire quale strategia l’Occidente debba seguire nei confronti dell’emergere di nuovi protagonisti sulla scena globale, appare quindi ineludibile la questione di quale bilancio si possa fare delle politiche di contenimento dell’influenza delle potenze extra occidentali negli ultimi trent’anni. Politiche che per la nostra porzione di mondo afferiscono alla parte orientale dell’Europa e al Grande Medio Oriente.

Nel primo caso i successi conseguiti dall’espansione della Nato ad Est non sembrano essersi tradotti in una maggiore sicurezza ma anzi potrebbero aver fatto da concausa al determinarsi della attuale situazione di guerra per procura sul suolo ucraino.

Neanche in Medio Oriente nonostante un colossale sforzo bellico sembrano esser stati raggiunti gli obiettivi che prometteva la strategia dei neocons (ben radicati nei posti chiave delle amministrazioni americane, repubblicane e democratiche, che si sono alternate da Bush padre fino a Biden).

In Siria il presidente Bashar al-Assad, a capo di un regime laico a garanzia dell’equilibrio multireligioso e multietnico del Paese, ha resistito alla destabilizzazione straniera anche nelle sue forme più spregiudicate, come la creazione dell’Isis. L’ Iraq che era un regime laico con Saddam, e con un grado di istruzione della popolazione e di classe media superiori al resto dell’area, è passato sotto la sfera d’influenza iraniana. Anche l’attuale premier iracheno, Mohamed Shia’ Al Sudani, è sciita.

In Afghanistan dopo neanche due anni dal ritiro delle truppe Nato, si respira aria di ricostruzione. E se è vero che la condizione della donna non è paragonabile a quella occidentale, non vanno sottovalutate le misure sociali del governo talebano come quella contro i matrimoni combinati, o quelle per l’accesso delle donne alle attività economiche, culturali, sportive nei modi consoni alla loro cultura. Ma in un Paese distrutto da circa 40 anni di guerra le priorità sono innanzitutto l’ordine pubblico, anche contro i tentativi stranieri di destabilizzazione, come quello operato attraverso l’Isis-K della provincia di Khorasan, le infrastrutture, la sicurezza alimentare ed energetica, dopo che il governo, come certifica un’agenzia indipendente britannica, la Alcis Geo, ha quasi del tutto stroncato la coltivazione del papavero da oppio. Le speranze di riscatto e di sviluppo di Kabul passano in gran parte dall’agganciare il sistema di collaborazione tra la Cina e il confinante Pakistan, per estenderlo nel proprio Paese.

Dunque i fatti sembrano attestare  che la strategia di contenimento delle potenze asiatiche per via militare si è rivelata non vincente anche nel Grande Medio Oriente. E le popolazioni che hanno dovuto subirla in genere non conservano un’opinione esaltante dell’Occidente.

Alla luce di questi fatti quale credito possiamo dare a una strategia che prevede l’Occidente impegnato in una guerra senza fine alle minacce che proverrebbero da un resto del mondo (si fa per dire perché costituisce quasi il 90% dell’umanità) la cui colpa è solo quella di cercare una propria via allo sviluppo?

Solo prendendo coscienza che lo sviluppo di tali Paesi è inarrestabile, si possono creare le premesse per un futuro di sicurezza e di pace. Ma perché questo possa avvenire, sia gli Stati Uniti che l’Europa devono saper esprimere una strategia diversa, non di ostilità al multipolarismo, ma di partecipazione collaborativa e competitiva al nuovo ordine globale. Gli Stati Uniti, riconciliandosi con la loro vera natura di stato affrancatosi – saranno 250 anni nel 2026 – dal colonialismo. L’Unione Europea affrontando le necessarie riforme che la aiutino a trasformarsi da appendice degli Stati Uniti per ciò che concerne la capacità militare, a soggetto autonomo sullo scacchiere globale.

Perché, alla fine, dall’affermazione di un multipolarismo, accettato e non subito dall’Occidente, l’Alleanza Atlantica, gli stati e i popoli occidentali, l’Unione Europea hanno tutto da guadagnare. Come pure il resto del mondo.

Dibattito | La sofferta Odissea dei popolari tra orgoglio e indifferenza.

C’è in questi giorni un gran da fare, soprattutto, sui giornali di area. Si colgono quotidianamente commenti e considerazioni assai positive attorno alla coraggiosa iniziativa di Fioroni diventato lalfiere di un autonomo cammino dei popolari, a partire dalle prossime scadenze elettorali, tra cui ci pare di cogliere un particolare focus sul rinnovo del parlamento europeo nel 2024.

Non mancano a tal proposito incoraggiamenti e tanti consigli, ma nessuno fa alcun accenno al fatto che quel cammino diviene incompleto se non si affronta in radice il problema della ricomposizione dellarea democristiana.

In un mio articolo del 3 marzo scorso così scrivevo: La scommessa sembra di quelle destinate a lasciare il segno dopo trentanni di dispersione nei tanti lidi del sistema bipolare che ancora oggi costringe nelle diverse realtà istituzionali a scegliere tra poli contrapposti. Non potendosinegare minimamente che con la segreteria di Elly Schlein sono destinati a nuove strutturazioni tutti i vecchi rapporti politici in quel versante. Ma è soprattutto nellalveo della componente cattolico democratica e popolare che il dirompente smarcarsi da un più che decennale tentativo di ibrida fusione progettuale, sovente sbilanciato, ora su un versante ora su un altro, impone un nuovo modello di visione politica e progettuale sulle orme di un patrimonio identitario nella consapevolezza di riempire finalmente un vuoto politico e di metodi che da tempo molti elettori attendono, financo a disertare massicciamente le urne.

Certo, il tutto avviene ancora tra diffidenze e preconcetti. E le avvisaglie non sono state poche. Già in un articolo del 9 aprile del 2021, Giorgio Merlo così scriveva: Ma è del tutto evidente che, seppur di fronte ad un quadro politico confuso, frastagliato e in continua evoluzione, un partito di centroo una politica di centroche veda anche lapporto decisivo della nostracultura popolare e cattolico sociale, non si intravede ancora allorizzonte. E, malgrado ciò, molti amici continuano simpaticamente a riproporre le proprie sigle o ad avanzarne di nuove come se nulla fosse. Pensando che così facendo, prima o poi tutti gli altri confluiscano passivamente e silenziosamente nella propria.

Considerazioni che partendo dalla persistente difficile convivenza tra le fila del Pd, davano il segno di una presa datto di una non più tollerabile frammentazione dellarea cattolica e popolare e di una perniciosa tendenza a esiziali superfetazioni personalistiche, a dir poco surreali.

Quello che stupisce è che non si è accompagnato a ciò il riconoscimento di quelliniziativa, seria e responsabile che vecchi iscritti alla Dc avevano messo in campo per ridare vita e azione ad un partito storico mai sciolto.

E questo osservare con supponenza i tanti eventi, che stanno attorno a questo obiettivo, non aiuta una causa comune, mentre andrebbe guardata con fiducia liniziativa con cui si è assicurata credibile prosecuzione allesperienza democristiana, nel solco di una sentenza che ha statuito il mai avvenuto scioglimento a norma di Statuto.

Mentre il fatto che non siamo più allanno zero, avendo il partito ritrovato condivisione e consensi nei territori, soprattutto della Sicilia, dove ha avuto il suo primo esordio elettorale con consistente ingresso nelle istituzioni (Regione siciliana, ove siedono 5 deputati, e tanti consiglieri comunali, a Palermo, Catania e in diversi Municipi dellIsola) non meriterebbe tanta indifferenza.

C’è da chiedersi allora quanto sia a tutto campo questa iniziativa di Fioroni nel più ampio e comune obiettivo (che ad onor del vero ci sembra una mission quasi naturale) se si vuole ripristinare tutto il caleidoscopio culturale, espressione dei diversi filoni di pensiero di cui un partito che si colloca al centro deve possedere nel suo dna, senza mai svendere la propria identità.

Peraltro quel richiamo al pluralismo interno mi pare non manchi ad ogni piè sospinto. Anzi non c’è commentatore adesivo alla coraggiosa iniziativa di cui si è reso protagonista Fioroni che non richiami il pluralismo a volano per una proposta politica di centro sotto legida di quel patrimonio di principi e ideali che diedero spinta e forza alla Democrazia Cristiana, sia nella visione di governo del paese, sia come coprotagonista di scelte cruciali nellambito di obiettivi comuni che unissero in politiche di pace, convivenza e sviluppo i diversi paesi del continente europeo, CEE, Ceca, Euratom, Ue. Ecco perché se Fioroni si fermasse a metà del guado esporrebbe questa valorosa iniziativa allinconcludenza.

A tal proposito significativo mi pare quanto scrive Giuseppe Davicino su Il Domani d’Italia di ieri: Dal convegno di Tempi Nuovi di venerdì scorso, che ha sancito la ripresa di iniziativa politica dei Popolari, sono emerse, tra le altre cose, due indicazioni strategiche che dovranno modellare il percorso intrapreso: quella dellimpegno per la riforma dellEuropa e quella del contrasto alla crisi dei ceti medi. La necessaria attenzione alle alleanze con un centro che si oppone a future intese fra Ppe e partiti di estrema destra, costituisce unindicazione importante, da concretizzare a suo tempo, alla luce di quelli che saranno i risultati delle elezioni del 2024. E tuttavia ancora più importante appare la consapevolezza che lUnione Europea necessita di urgenti e strutturali riforme per renderla adeguata alle sfide del mondo attuale. Questo credo sia essenzialmente il dato da cui partire per impostare una proposta elettorale unitaria dei Popolari italiani per le prossime Europee. Si parla ancora di ripristino del patto di stabilità come se nulla fosse cambiato, quando i grandi eventi dei primi anni venti hanno mutato in modo irreversibile gli equilibri europei. La guida tedesca ormai appare un lontano ricordo, sostituita dalla guida Nato a trazione angloamericana.

Se da una parte mi pare importante e condivisibile la raccomandazione che Davicino fa affinché chi propone uno scenario fondato sulla sussidiarietà raccolga lappello di Draghi ad affrontare con una politica fiscale comune europea, le nuove istanze e con esse le nuove problematiche di fronte ai quali oggi uno stato nazionale si dimostra inadeguato: dai temi dellambiente, alle migrazioni, dalla sicurezza europea, alle catene di approvvigionamento, dellenergia, non di minore efficacia persuasiva appare essere il progetto di paese e di Europa che il nostro filone culturale, interno alla Dc, come può leggersi per intero dalla fonte qui appresso citata, al momento critico verso eventuali scelte di altra direzione, intende perseguire a proposito delle dinamiche di future intese intraprese dal Ppe con i partiti di estrema destra.

Ecco quanto, appena pochi giorni fa, ho scritto in un mio articolo dal titolo: Le seduzioni trasformiste dei partiti della XIX legislatura, sul mensile Il Laboratorio di giugno....con la collocazione nei posti chiave, di personalità così identitariamente connotate, si rafforza limpressione che stia prevalendo una visione personalistica del partito (si allude alla Dc, di cui oggi è segretario politico Totò Cuffaro,n.d.a.), che rischia di trasformarsi in mero comitato elettorale, puntando sempre meno sulle occasioni di dibattito interno, volto invece più alla ricerca di qualche scranno nelle istituzioni (a cominciare dal parlamento europeo) anziché costruire un partito a lungo respiro che riporti equilibrio e coerenza nel sistema politico interno e non crei ambivalenza di linea nel quadro europeo del popolarismo, dove si sta giocando una partita difficile, in vista del rinnovo della legislatura del prossimo maggio, soprattutto per lidea ardita del presidente del Ppe, Manfred Weber di voler abbandonare lattuale alleanza con i socialisti e portare i conservatori di G. Meloni e ovviamente tutto lo schieramento di M. Le Pen e la Lega di Salvini a sostenere un nuovo esecutivo, spostando il baricentro politico, nettamente a destra.

Per fortuna il suo temerario tentativo [] nei primi assaggi di voto, in occasione dellapprovazione della legge di ripristino dei suoli naturali e dellecosistema, non è andato in porto. La legge è stata approvata dal parlamento europeo con il voto di sostegno di 21 deputati del Ppe in dissenso dalla indicazione del loro presidente M. Weber.Speriamo che il presidente Weber sappia cogliere il chiaro segnale che lobiettivo di una coalizione tra Popolari e Conservatori, è per natura e storia del Ppe, impraticabile.

Come è indubbio il fatto che lidea di spostare a destra lattuale baricentro politico implichi necessariamente la consapevolezza di accettare il rischio di trovarsi nella prossima legislatura europea accanto ai rappresentanti dellAfd (gruppo di estrema destra tedesco) come possibili sostenitori del nuovo esecutivo (se davvero dovesse passare questoperazione) e dei tanti piccoli gruppi di estrema destra che pullulano in questo momento in diversi stati dellUnione. Così come è deprimente immaginare leffetto consequenziale di un Europa sotto la tenaglia dei nazionalismi. Sarebbe come dare consapevolmente la stura ad uno sgretolamento dellUnione, vanificando per sempre il sogno di un’Europa unita, come la immaginarono i padri costituenti: K.Adenauer, A. Spinelli,A. De Gasperi, J. Monet e R. Schuman. Di certo quel voto [] dei 21 eurodeputati del Ppe in dissenso dallindicazione del loro capogruppo ha reso evidente che questa strategia politica è non solo temeraria, ma assai  divisiva.

Un chiaro esempio di concordanza in vari punti di una visione politica che si snoda nella comune matrice di cultura e di pensiero e espressione di quellautentico pluralismo di idee e posizioni che si è incardinato, nel solco di una storica continuità nella Dc, che in questi frangenti, unitamente ad altri amici, mi vede in posizione critica nei confronti della linea del segretario Cuffaro. Eppure non ho mai avuto, nonostante diversi tentativi di dialogo da me lanciati attraverso questa valorosa testata giornalistica, una sia pur frettolosa risposta o momenti di confronto sugli obiettivi comuni. Mentre come si vede, c’è la prova che anche nella Dcnuovaalberghi lespressione più autentica di un pluralismo di valori e di visione politica che può essere il naturale quadro per assicurare credibilità al doveroso processo di ricomposizione di una originaria comune identità, unico strumento per ridare forza e peso ad un ruolo di mediazione e di lungimiranza che la polarizzazione del sistema ha totalmente polverizzati.

Via della Seta, prima sì e poi no, ma sempre senza strategia.

Nelle ultime settimane si è ritornato a parlare della decisione che il nostro Paese dovrà prendere in ordine al rinnovo del Memorandum che dal 2019 ci lega alla Via della Seta, il grande progetto da 900 miliardi di dollari di investimenti lanciato verso il resto del mondo dalla Cina, a seguito di un discorso pronunciato dal leader cinese XI Jinping a Samarcanda nel settembre 2013. Ladesione dellItalia al piano del Governo di Pechino era avvenuta a seguito della sua firma da parte del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, durante la visita di stato che il leader cinese aveva fatto a Roma nel marzo del 2019, che così aveva fatto diventare il nostro Paese lunico aderente al G7 a sottoscrivere il Patto dintesa sulla Belt and Road Iniziative (Nuova Via della Seta). Conte, che  aveva firmato il patto nella sua qualità di capo del Governo giallo-verde, ne ha poi rivendicato la validità anche  allorché si è trovato a guidare il Governo giallo-rosso. Erano i tempi, infatti, in cui il leader dei 5S assieme ad altri esponenti politici teorizzava e tentava di sperimentare un cambio della tradizionale linea di politica estera dellItalia, spostandola dallo storico atlantismo ed europeismo ad una innovativa equi-vicinanza di Roma a Washington e Pechino. E ciò anche a seguito della cd. dottrinadi Massimo DAlema che da tempo insisteva sullidea che lOccidente stesse vivendo una vecchiaia rancorosa.

Ora, dopo lo scoppio della pandemia e soprattutto della guerra da parte della Russia contro lUcraina, ci si è improvvisamente ricordati che, comunque, i rapporti del mondo occidentale con luniverso cinese restano sempre molto tesie, soprattutto, che gli Stati Uniti non hanno smesso mai di insistere con tutti i propri alleati ed in particolare con lItalia per un atteggiamento meno ambiguonei confronti della Cina. Con la conseguenza che, in ambito europeo, i Paesi dellEst – con il testa lEstonia che ha già fatto sapere di volere abbandonare la Via della Seta – hanno  manifestato una linea dura e quelli capitanati da Francia e Germania, pur temendo un pesante contraccolpo economico, hanno ribadito il loro no alladesione al Protocollo cinese. Insomma, lItalia è rimasta abbastanza isolata dai propri storici alleati ed anche, in qualche modo, è stata rimproveratadal suo maggiore partner: gli Stati Uniti dAmerica. Al punto tale che il nuovo Governo della Meloni avrebbe deciso, seppure senza creare strappi con la Cina, di rompere lintesa non rinnovandone a fine anno la sottoscrizione. Naturalmente, cercando di salvare gli scambi commerciali e magari costruendo nuovi accordi, come hanno fatto Parigi e Berlino. Altrimenti potremmo essere chiamati a pagare costi enormi che leconomia del Paese difficilmente sarebbe in grado di sopportare. Quindi sarà necessaria una grande abilità diplomatica per riuscire nellintento di spiegare a XI Jinping che non si tratta di un volgare e rozzo voltafaccia ma di un inevitabile atto politico frutto della evoluzione delle strategie che lItalia condivide, in quanto Paese membro, con lUnione Europea e che comunque, seppure diverse, non sono certo ostili a quelle portate avanti dal Paese asiatico con il suo progetto della Via della Seta.

Ma è proprio qui, nelle motivazioni di fondo che la linea del Governo Meloni intende seguire per comunicare e motivare il  No! al rinnovo del Patto con la Cina – come, del resto, a suo tempo per il frettoloso e superficiale sì – che emerge tutta la debolezza della sua giustificazione, affidata  ad un pragmatismo che dipende esclusivamente dai rapporti di forza (commerciali) in campo e rinuncia ad ogni logica (di alta?) politica. Basti pensare che per motivare labbandono della Via della Seta si evocano comportamenti cauti, misurati, avveduti, controllati ma si dimenticano le ragioni di una grande visionecome la strategia Global Gateway elaborata dallUnione Europea proprio in risposta alla Via della Seta cinese e annunciata dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen in occasione del discorso sullo stato dellUnionepronunciato al Parlamento europeo il 15 settembre 2021.

La Global Gateway è, infatti, unofferta positiva dellUE nei confronti dei molti Paesi nei quali è in gioco un confronto di narrazioni e offerte di cooperazione diverse. Come ha scritto (sul n. 191/2023 di Formiche) il Commissario europeo per i partenariati internazionali, Jutta Urpilainen, essa è una strategia ambiziosa per sostenere la ripresa economica globale collegando persone e luoghi in modo sostenibile secondo un nuovo e reale partenariato internazionale che crei legamie non dipendenze. Un partenariato globale basato su valori reciproci e obbiettivi comuni per raggiungere connessioni sostenibili ed affidabili che si distinguano da quelle dirette ed unidirezionali della Belt and Road con la potenza asiatica. Nella sostanza, una vera e propria iniziativa di portata globale che si rivolge principalmente al continente africano, a quello asiatico, allAmerica latina  e ad alcuni Paesi viciniori europei sulla base di un piano che riguarda cinque ambiti di intervento: tecnologie digitali, clima ed energia, trasporto, sanità, istruzione e ricerca.

Per queste azioni la Commissione europea ha fissato alcuni principi fondamentali individuandoli nellalta qualità dei progetti e degli standard, nel rispetto dei valori democratici, nella buona governance dei progetti e della sua trasparenza, nella paritarietà dei partenariati, negli investimenti verdi ed in un approccio basato sulla sicurezza. Il tutto organizzato in un programma che punta a mobilitare, entro il 2027, fino a 300 miliardi di euro di investimenti di fondi pubblici e privati con un approccio Team Europeche nel concreto vuol dire impostare un lavoro a stretto contatto tra gli Stati membri e le istituzioni per finanziare lo sviluppo e ottenere il maggior impatto possibile. Nella prospettiva, è utile ribadire, di instaurare un rapporto di cooperazione paritario tra lUnione e i Paesi beneficiari nel quale unattenta costruzione dei meccanismi di finanziamento crei legami sostenibili e non dipendenze che vincolino i partners con il debito. In particolare, nellarea del Mediterraneo che, come sostiene proprio lItalia, a causa della guerra ucraina ha risentito, per un verso, maggiormente della destrutturazione delle catene di fornitura e dei meccanismi di approvvigionamento di beni essenziali ma, per altro verso, offre opportunità di connessione in settori strategici come lenergia, fondamentali per sviluppare progetti infrastrutturali necessari a sostenere la ripresa economica.

Ora, a fronte di questa prospettiva strategica europea di grande respiro alla quale oltre tutto siamo vincolati, il nostro Paese, dovendosi affrancare da una poco opportuna intesa con la Cina – rivale sistemicodellOccidente – non solo se ne dimentica, avanzando motivazioni per non rinnovare il Patto della Seta francamente ridicole e traboccanti di fastidioso opportunismo, ma finisce anche per operare nel concreto contro il recente riconoscimento di componente del Digital 4 development hubche dovrebbe promuovere inclusione, sostenibilità e trasformazione digitale e verde nei Paesi partners. In sostanza, abbandonando il proprio ruolo di leader del Mediterraneo nel cui spazio bifrontedeve giocare la sua partita decisiva soprattutto in questi tempi inevitabilmente caratterizzati da venti di crisi che soffiano a poche miglia dalle coste nazionali.

Ma così, ricadendo ancora una volta nellerrore di sottovalutare una politica attiva e strutturata per  rifugiarsi in quellapproccio occasionale e frastagliato che troppo spesso ha caratterizzato le nostre linee dazione concentrate esclusivamente, come da ultimo ha evidenziato anche Stefania Craxi (nel n. di Formiche, cit.), sul versante difensivo e securitario, senza guardare invece alle potenzialità di sviluppo che le condizioni geo-politiche offrono e che, se sapute cogliere, comporterebbero certamente un rilancio del ruolo comunitario dellItalia e dellintera Europa non solo nel mare nostrum ma anche nel più ampio scenario dei rapporti ormai globalizzati.

Riflessioni sul cattolicesimo democratico nel tempo delle novità per il centro

In una stagione di potenziali novità per il Centro, si ripresentano interrogativi sul ruolo dei cattolici nellattuale dibattito pubblico. Interrogativi nei quali si sovrappongono livelli diversi di analisi: culturale, politico, sociologico.

Culturalmente prosegue (seppur in forma più blanda rispetto al passato) la divaricazione tra linterpretazione delleredità conciliare tesa a riaffermare una continuità con la dottrina e una lettura progressista del Concilio, dove ciò che più conta è non contrapporre pensiero cattolico e modernità. Una divaricazione che, venuta meno legemonia cattolica in una società pluralista, sta sempre più sbiadendo.

Dal punto di vista politico, c’è la contrapposizione tra cattolicesimo conservatore e cattolicesimo democratico. Se, a livello nazionale, si continua a registrare una sostanziale irrilevanza dei cattolici nei rispettivi schieramenti, a livello locale ogni tanto qualcosa si muove. Ogni riferimento al nuovo sindaco di Udine, Alberto Felice De Toni, è puramente casuale.

Dal punto di vista sociologico, è significativa la vitalità di una parte importante dellassociazionismo di ispirazione cattolica: dallaccoglienza dei migranti allassistenza delle nuove povertà, a quella straordinaria forma di Welfare Stateche sono diventati gli oratori, soprattutto destate. Nel contempo, appare inevitabile il declino della presadottrinale della liturgia cattolica nella vita quotidiana di molti credenti: escludendo i matrimoni, la partecipazione ecclesiale si concentra soprattutto sui momenti estremi della vita, la nascita e la morte. Battesimi e funerali. Come se stesse lentamente avanzando una figura inedita, che però rischia di diventare maggioritaria: il cattolico anonimo.

Cattolico perché – di fronte alle situazioni limite dellesistenza si riconosce ancora nellabbraccio e nellofferta di senso propria delle «parole eterne» del Cristianesimo; anonimo perché sostanzialmente indifferente ai contenuti della tradizione, al punto di essere egli stesso un esempio di post-modernità nel coniugare unetica individualista con una fede ridotta a puro sentimento religioso.

Una molteplicità di volti che da un lato invitano al disincanto, dallaltro sollecitano un approccio teologico che punti più sulla libertà della coscienza che sul rispetto della dottrina. In questo Papa Montini (e una parte importante del cattolicesimo bresciano), rappresenta un buon punto di sintesi: la fedeltà nella libertà” che è leredità di una delle stagioni migliori del cattolicesimo democratico.

 

Post Scriptum

Il 14 luglio scorso si è tenuta a Roma la riunione fondativa di Tempi Nuovi, il rassemblement che vorrebbe riunire le diverse anime dei Popolari, in vista delle elezioni europee.

Alla casa Bonus Pastor, lungo le mura vaticane, si è svolta una Lectio introduttiva sul valore del tempo: la tesi della giovane relatrice è interessante, ma forse poco adatta a un Convegno di natura politica.

A seguire una chiacchierata a tu per tutra lex ministro dellIstruzione e fondatore di Tempi Nuovi Giuseppe Fioroni e il notista politico del Corriere della Sera, Francesco Verderami. Peccato che lintervista non sia stata ripresa (se non in minima parte) sul quotidiano di Via Solferino.

Infine, il solito dibattito tra i soliti noti

Alle elezioni europee Popolari uniti ma sulle cose da fare

Dal convegno di Tempi Nuovi di venerdì scorso, che ha sancito la ripresa di iniziativa politica dei Popolari, sono emerse, tra le altre cose, due indicazioni strategiche che dovranno modellare il percorso intrapreso: quella dell’impegno per la riforma dell’Europa e quella del contrasto alla crisi dei ceti medi.

La necessaria attenzione alle alleanze con un centro che si oppone a future intese fra Ppe e partiti di estrema destra, costituisce un’indicazione importante, da concretizzare a suo tempo, alla luce di quelli che saranno i risultati delle elezioni del 2024. E tuttavia ancora più importante appare la consapevolezza che l’Unione Europea necessita di urgenti e strutturali riforme per renderla adeguata alle sfide del mondo attuale. Questo credo sia essenzialmente il dato da cui partire per impostare una proposta elettorale unitaria dei Popolari italiani per le prossime Europee. Si parla ancora di ripristino del patto di stabilità come se nulla fosse cambiato, quando i grandi eventi dei primi anni venti hanno mutato in modo irreversibile gli equilibri europei. La guida tedesca ormai appare un lontano ricordo, sostituita dalla guida Nato a trazione angloamericana.

Nel quadro della durata della guerra ucraina “for as long as it takes” a mantenere la capacità difensiva del Paese invaso dalla Russia, l’Europa dovrà affrontare scelte imposte dagli eventi, e non più rinviabili sul suo futuro. Come ha affermato Mario Draghi nella sua conferenza del 12 luglio scorso in Massachusetts, l’Ue attuale ha davanti solo tre opzioni: paralisi, uscita o integrazione. Le prime due opzioni, con annesso aumento delle formazioni populiste di estrema destra, rischiano di realizzarsi, se si insiste ad affrontare con metodi del passato problemi nuovi. La terza è l’unica opzione praticabile. Ma occorre che qualcuno raccolga l’appello di Draghi ad affrontare secondo il principio di sussidiarietà, con una politica fiscale comune europea, i problemi nuovi per i quali il livello dello stato nazionale si dimostra inadeguato. In particolare riguardo ai temi dell’ambiente, delle migrazioni, della sicurezza europea, delle catene di approvvigionamento, dell’energia.

Sfide che testimoniano l’urgenza di intervenire per migliorare la capacità di agire dellEuropa al suo interno e nel mondo come uno dei poli in cui si articola la politica mondiale, in spirito di collaborazione/competizione con tutti – tutti – gli altri poli.

L’altra priorità emersa dal convegno di Tempi Nuovi è quella di cercare risposte alla crisi della classe media. Anche questa sfida va affrontata in una dimensione insieme territoriale, nazionale, comunitaria e internazionale. Occorre saper cogliere il cambio di paradigma in corso nel sistema economico internazionale nel quale vi sarà molto meno spazio per la speculazione finanziaria e conteranno di più il lavoro, l’economia reale, la convertibilità della moneta in beni reali. I ceti medi, colpiti da una globalizzazione sbilanciata a favore degli interessi di pochi, hanno tutto da guadagnare dall’affermazione del multilateralismo e di un ordine economico più equo ed umano.

La sfida della sussidiarietà da cui dipende il futuro stesso dell’Ue, e la sfida di una minore disuguaglianza, di ridare centralità economica e ruolo politico adeguato ai ceti medi, sono ragioni più che sufficienti per motivare una lista unitaria dei Popolari italiani alle Europee. Partire dai problemi, per cambiare l’Europa. Un messaggio concreto che può fare breccia anche in un elettorato disilluso ma capace benissimo di cogliere la differenza tra stallo per autoreferenzialità e vera progettualità politica. Un’operazione che, se riuscisse, a 80 anni dal Codice di Camaldoli darebbe il senso concreto della fecondità e dell’attualità della cultura politica del popolarismo.

Il centro non si dà in appalto a Forza Italia

Una lista di centro alle ormai prossime elezioni europee. È questa, forse, lunica novità degna di nota in vista di un appuntamento elettorale che sarà decisivo non solo per i nuovi e futuri equilibri del vecchio continente ma anche, e soprattutto, per le dinamiche politiche interne al nostro paese. E questo per la semplice ragione che di fronte ad una progressiva radicalizzazione del conflitto politico accompagnata da un crescente astensionismo elettorale, è di tutta evidenza che ciò che si muove al centro questa volta, come si suol dire, è destinato ad incidere profondamente anche a livello nazionale.

Ora, per evitare di essere fraintesi o troppo generici, è bene ricordare che attualmente nel nostro paese nessuno può intestarsi in chiave esclusiva la rappresentanza del centro e di ciò che ancora rappresenta a livello politico, culturale e sociale. Nessuno lo può fare per la semplice ragione che nessun partito o soggetto politico riesce a a far convergere attorno alla propria formazione politica le varie sensibilità culturali ed ideali che lo caratterizzano. Non lo può fare, come ovvio e persino scontato, Forza Italia che, oltre ad avere poco in comune con la storia e la concreta esperienza politica, culturale ed istituzionale della Democrazia Cristiana, non ha certamente la classe dirigente e un progetto capace di rappresentare o di replicare, seppur in miniatura, quella straordinaria e nobile avventura politica nel nostro paese. Non lo può fare in modo esclusivo lex terzo polo che, purtroppo, è imploso di fronte ad incomprensioni e a conflitti politici e personali ormai difficilmente componibili. E non lo possono ancora fare le varie sigle e movimenti politici che, seppur maggiormente titolati sotto il profilo politico e culturale, sono decollati ultimamente o che sono già presenti da tempo nello scenario pubblico italiano perché manca quella capacità di aggregazione trasversale necessaria per far decollare in chiave di autosufficienza lintero progetto.

Ecco perché la proposta e il progetto lanciati da Tempi nuovi-Popolari unitivenerdì scorso a Roma in un affollato convegno per una lista di centro, riformista e democraticaalle prossime elezioni europee coglie nel segno. Una proposta che parte da una precisa e condivisibile premessa: e cioè, far convergere in questa lista tutte quelle sensibilità politiche, culturali e sociali riconducibili ad un centro politico, riformista e di governo. Un centro autenticamente e credibilmente pluralema capace, al contempo, di dispiegare un progetto che non è riconducibile solo a quel perimetro ma che ha lambizione di espandersi ad altri soggetti e ad altri interessi sociali e culturali. E la provocazione di Beppe Fioroni, al riguardo, è destinata a smuovere le acque di tutta questa galassia. Anche perchè se qualcuno pensa, come ricordavo pocanzi, di procedere in modo autonomo ed esclusivo è destinato a sbattere rapidamente contro il muro della confusione e della inesorabile sconfitta politica ed elettorale.

E, al riguardo, è persin inutile ricordare che lapporto della cultura politica popolare, cattolico democratica e cattolico sociale è decisivo non solo per la sua specificità ed originalità ma per la semplice ragione che il centro storicamente nel nostro paese è coinciso in larga parte con questa nobile tradizione politica e culturale. Il centro, detto in altre parole e con tutto il rispetto del caso, non può essere la semplice replica – seppur in forme diverse ed aggiornate – della esperienza del Pli o del Pri e del partito dAzione. Al nostro paese serve un centro popolare, democratico, riformista e di governo. Un centro aristocratico, alto borghese e salottiero non appartiene alla storia democratica del nostro paese.

Il sindaco De Toni rilancia l’idea del riformismo democratico comunitario

 

 

Il Domani d’Italia

 

[…] oltre alla sinistra è andato in crisi in Italia anche il Popolarismo che è stato risucchiato a destra in Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia e sta diventando subalterno e marginale a sinistra anche all’interno del Partito Democratico.

 

Eppure il popolarismo è un filone politico che tanto ha dato all’Italia e che ancora può dare, come succede del resto in Germania e nello stesso Parlamento Europeo, dove esprime la guida della Commissione con Ursula von der Leyen, esponente dei cristiano-democratici tedeschi.

 

Padre Bartolomeo Sorge – nel suo libro del 2019 intitolato Perché il populismo fa male al popolo. Le deviazioni della democrazia e l’antidoto del «popolarismo» – denuncia la superficialità con cui l’attuale politica affronta problemi complessi come l’immigrazione, la povertà e la disoccupazione. Sostiene che: “L’equivoco di fondo del populismo sta nel ritenere che la maggioranza parlamentare si identifichi con il popolo tutto intero, legittimando il comportamento trasgressivo dei leader eletti”. Secondo Sorge l’antidoto al populismo è un “popolarismo” moderno, certamente ancora ispirato all’Appello ai liberi e forti di don Sturzo del 1919 – che con straordinaria lungimiranza aveva posto i fondamenti di una “buona politica” e di una “laicità positiva” –, ma capace di declinarsi oggi nelle nostre società multiculturali e multireligiose.

 

Nell’introduzione al libro del 2020 Liberi non si nasce ma si diventa. Attualità del pensiero di Luigi Sturzo di Maria Chiara Mattesini, Giovanni Dessì scrive nell’introduzione che il popolarismo «dà voce alle diversità dei cittadini, dei gruppi sociali», mentre il populismo «antiistituzionale e antipolitico», resta collocato «in una prospettiva fortemente identitaria». È l’eterna lotta fra realismo e astrazione. Buono per convogliare consensi dalla protesta popolare, il populismo si rivela, specie nei momenti di difficoltà, inadeguato e forse nemmeno interessato a superare i conflitti e i problemi che l’hanno prodotto e lo alimentano.

 

Mentre il «realismo» sturziano «non cade nell’errore di contrapporre popolo e istituzioni» e il popolarismo diventa un «metodo di partecipazione alla vita civile». Il suo rilancio, però, deve far tesoro della lezione venuta dalla ventata antipolitica. La Mattesini individua degli «elementi sani del populismo» presenti già in Sturzo: «Questo ‘stare in mezzo alla gente’ ha una valenza negativa, vuol dire omologazione, massificazione e, a uso di alcuni politici, significa assecondare le passioni più basse in nome del consenso. Ma ha anche una valenza positiva», che impone di evitare un «isolamento elitario». Vengono in soccorso i concetti sturziani di ‘corpi intermedi’, ‘autonomie locali’, ‘pluralismo’ alla base della nostra democrazia parlamentare, in cui ogni parte ha una sua dignità, ma nel quadro di una comune cittadinanza.

 

Per i settori del mondo cattolico non impaurito e non ripiegato, urge un momento di riflessione e un sereno esame di coscienza. Certamente la storia sociale e culturale del Paese riserverà nuovi snodi delicati, ma i cattolici saranno pronti ad essere protagonisti? Un solido e realistico processo di riaggregazione richiede la presenza di generosi federatori e di coraggiose guide spirituali.

 

Fortuna vuole che – anche in questo difficile contesto – il cattolicesimo sociale italiano sia ancora in discreta salute. Farne uno dei soggetti per la fondazione, a partire dai territori, di un riformismo democratico comunitario insieme a forze laiche e progressiste è una prospettiva di lavoro intrigante e impegnativa.

 

 

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Jesse Jackson, un’icona dei diritti civili che ora passa il testimone.

Luca Bedoni

 

Jesse Jackson, figura di spicco nella lotta per i diritti civili degli afroamericani, ha preso la difficile decisione di lasciare dopo oltre 50 anni di impegno la guida della sua organizzazione (Chicago Rainbow PUSH Coalition). L’età e la salute malferma alla base di una scelta comprensibilmente sofferta.

 

Erede spirituale e politico di Martin Luther King, nel corso di molti anni ha sostenuto progetti di grande impatto sociale, come ad esempio l’accesso all’istruzione e all’assistenza sanitaria per tutti, dando uno spessore etico alle infuocate battaglie di stampo progressista. Ciò nondimeno, ha mantenuto ferme alcune posizioni ispirate a un chiaro motivo religioso, essendo egli ministro di culto evangelico battista. Sicché, sull’aborto e il matrimonio tra persone dello stesso sesso non ha nascosto la sua contrarietà, suscitando critiche da parte dei settori più radicali del movimento per i diritti civili.

 

A riguardo, merita attenzione quanto ebbe a dichiarare una volta: “Credo che tutte le persone siano uguali di fronte a Dio e che meritino gli stessi diritti e le stesse opportunità, indipendentemente dalla loro razza, dalla loro religione o dal loro orientamento sessuale. Tuttavia, credo anche che la vita umana sia sacra e che l’aborto sia una questione complessa e controversa. Riguardo al matrimonio tra persone dello stesso sesso, credo che occorra ricordare come il matrimonio implichi la fede e che debba essere riservato a un’unione tra un uomo e una donna”.

 

Leader carismatico, gli si riconosce l’abilità con la quale ha saputo trasferire nella lotta politica lo stile del predicatore. Un suo discorso, specie davanti a migliaia di persone, non è mai passato sotto silenzio. Certo, gli è stato rimproverato, come capita ai trascinatori di masse, un che di populistico e demagogico. In ogni caso non ha giocato necessariamente fuori campo, visto che nel 1984 partecipò alle primarie del Partito Democratico. In quella circostanza ottenne il 15% dei voti, primo candidato afroamericano nella storia del partito a ricevere un sostegno così alto. A vincere fu Walter Mondale, poi battuto alle elezioni da Ronald Reagan,  già in carica da quattro anni, ma indubbiamente la campagna di Jackson contribuì a far avanzare la causa dei diritti civili negli Stati Uniti.

 

Non mancano i paradossi. Un carattere non facile lo ha portato a criticare il primo Presidente afroamericano. Con Obama, infatti, i suoi rapporti non sono stati idilliaci. Jackson gli rimproverava, in sostanza, di non fare tutto quello che serviva per trasformare le promesse in politiche conseguenti, lasciando perciò nel limbo le speranze degli afroamericani. Un pungolo severo, il suo, che ha costretto più volte Obama sulla difensiva, anche se ciò non ha rappresentato un motivo di rottura irreversibile tra i due.

 

L’uscita di scena non cancella una lunga stagione di lotte all’insegna degli ideali di giustizia. Jackson ha guadagnato presto e a lungo le luci della ribalta, sapendo interpretare il ruolo di combattente generoso, con tutta l’irruenza della sua personalità e con tutte le sue contraddizioni. È stata un’icona e tale resterà per milioni di americani. E non solo per essi, pensando a quanti nel mondo lo hanno seguito con interesse.

Intervista | Roberto Pesce racconta il mistero dell’universo e i progressi della scienza.

Francesco Provinciali

 

Caro Prof. Pesce con il suo autorevole aiuto stiamo approfondendo lesplorazione dello Spazio e i misteri dellUniverso.

Dopo la contemplazione del Cosmo e della volta celeste, dalle foto pervenute dallUltima Thule alle ipotesi di vita altrove, la scoperta di Sagittaris A il buco nero della nostra galassia— e il viaggio immaginifico al centro della Terra per capire i misteri dei movimenti rotatori interni, oggi è la volta delle onde gravitazionali come causa di quello che è stato definito il respiro dellUniverso”.

Dobbiamo ad una intuizione di Einstein (nel 1916) lesistenza delle onde gravitazionali ma solo recentemente esattamente nel settembre 2015 venivano rilevate come risultato della collisione di due buchi neri. Esse sono state definite la più importante scoperta del secolo.

Per quale motivo? In che cosa consistono? Esistono onde gravitazionali ad alta frequenza e a bassa frequenza. Ce ne vuole parlare?

 

Cercherò di fare una sintesi sul concetto di onda gravitazionale, sperando di essere comprensibile anche a chi non ha conoscenze in materia. Nel 1916 Albert Einstein pubblica la sua teoria della relatività generale, che tratta in sostanza della forza di gravità e della sua interazione con la struttura spazio-temporale dell’Universo. Cuore di questa teoria sono dieci equazioni, dette “equazioni di campo”, che fanno ricorso a modelli e strumenti matematici molto complessi.

Come tutte le equazioni “complicate”, anche quelle di Einstein sono estremamente difficili da risolvere e molte soluzioni sono ottenibili solo grazie a semplificazioni e approssimazioni. È appunto utilizzando alcune approssimazioni che si può trovare che tra le possibili soluzioni delle equazioni di Einstein ce ne sono alcune di tipo ondulatorio, ovvero delle perturbazioni che attraversano la struttura spazio-temporale del cosmo e la fanno oscillare attorno ad una posizione di equilibrio. In pratica, al passaggio di un’onda gravitazionale, la distanza tra due oggetti oscilla tra un valore minimo e un valore massimo.

Ovviamente questo effetto è estremamente piccolo ed è impossibile accorgersene senza la opportuna strumentazione. Attenzione a non confondere le onde gravitazionali con quelle sismiche. Nel secondo caso le oscillazioni sono molto più evidenti ed è la terra a vibrare e a far vibrare gli oggetti posati su di essa; nel caso di onda gravitazionale è proprio lo spazio-tempo stesso a oscillare.

Pochi decenni prima di Einstein, intorno al 1860, James Clerk Maxwell, aveva sintetizzato in quattro equazioni le proprietà dei campi elettrici e magnetici, e anche in quel caso si era trovato che tali equazioni prevedevano delle soluzioni “oscillanti”, chiamate onde elettromagnetiche, che in pratica descrivono tutta la radiazione elettromagnetica che ci circonda, dalla luce visibile alle onde radio ai raggi X. La scoperta sperimentale delle onde elettromagnetiche risale al 1888 da parte di Heinrich Hertz e nel 1895 Marconi e Roentgen rispettivamente inventarono la radio e la macchina per produrre raggi X.

Già nel 1893 Oliver Heaviside e nel 1905 Henri Poincaré avevano immaginato l’esistenza di un analogo gravitazionale delle onde elettromagnetiche, senza partire da una teoria fisico-matematica adeguata, ma soltanto perché in questo modo la descrizione delle forze elettromagnetiche e di quelle gravitazionali sarebbe stata somigliante in tutto e per tutto. Quando dieci anni dopo Einstein costruisce una teoria con cui si può prevedere l’esistenza delle onde gravitazionali in un certo senso molti intravedono un’allettante possibilità di confermare questa idea.

Il problema è che, a differenza delle onde elettromagnetiche, il segnale di un’onda gravitazionale è estremamente debole e pertanto difficilissimo da rivelare, impossibile con i mezzi dell’epoca. Infatti la loro scoperta diretta risale a fine 2015 (con annuncio pubblico a inizio 2016), cent’anni dopo la pubblicazione della teoria della relatività. Le prime onde che sono state osservate sono state create dall’urto di due buchi neri massicci (con masse pari a 29 e 36 masse solari), un evento raro e catastrofico.

Precedentemente a questa scoperta, c’erano state solo degli indizi indiretti sull’esistenza delle onde gravitazionali, grazie alle osservazioni delle pulsar, stelle di neutroni dotate di un forte campo magnetico, con emissioni nelle onde radio. Si tratta quindi di una scoperta molto importante che permette di chiudere il cerchio aperto da Einstein e fornisce delle conferme sulle teorie fisiche fondamentali, aprendo al tempo stesso nuovi orizzonti di ricerca.

Per capire cosa succede quando si produce un’onda gravitazionale, pensiamo al classico sassolino gettato nello stagno, vediamo l’acqua che si solleva e si abbassa, formando tanti cerchi concentrici che si espandono. La fusione dei due buchi neri è il nostro sassolino; lo stagno invece è lo spazio-tempo. Per produrre delle increspature osservabili a milioni di anni luce di distanza, servono appunto eventi “apocalittici” per generare un segnale rilevabile. Infatti per poter captare le oscillazioni dello spazio-tempo servono apparecchi molto sensibili collocati in modo opportuno per schermare tutte le possibili fonti di “rumore” che potrebbero cancellare il segnale (bastano banalmente le vibrazioni di un treno che passa).

Fisicamente, le onde sono descritte da due parametri molto importanti: la frequenza, ovvero quante volte al secondo si produce la perturbazione (pensando allo stagno, quante volte sale e scende l’acqua in un punto ogni secondo) e la lunghezza d’onda, ovvero la distanza tra due punti in cui contemporaneamente la perturbazione è al massimo o al minimo (vedere figura, modificata da Wikimedia Commons).

Il prodotto della frequenza per la lunghezza d’onda restituisce la velocità di propagazione dell’onda. Nel caso delle onde gravitazionali, come per quelle elettromagnetiche, si ottiene la velocità della luce, ovvero trecentomila km al secondo. Pertanto onde ad alta frequenza hanno una piccola lunghezza d’onda e viceversa. Nel caso delle onde elettromagnetiche, ovvero della luce che vediamo, ogni lunghezza d’onda corrisponde a un colore diverso; per le onde sonore corrisponde a una nota diversa.

Per le onde gravitazionali il discorso è più complicato. Mentre le cosiddette “alte frequenze”, ovvero oscillazioni che avvengono al ritmo di qualche decina o centinaia di volte al secondo, sono originate da eventi come esplosioni stellari o fusione di buchi neri con piccola massa, la fusione di buchi neri supermassicci (vale a dire con una massa pari a milioni di masse solari) darebbe origine a onde gravitazionali di frequenza molto più bassa. Tanto per avere un’idea dell’ordine di grandezza, possiamo immaginare che per compiere un ciclo completo occorra circa un miliardo di secondi, ovvero un periodo di tempo pari a quasi 32 anni. In pratica la frequenza di oscillazione delle onde diminuisce con l’aumentare della massa coinvolta.

Potrebbero anche esistere onde con frequenza “molto alta”, dell’ordine di decine di migliaia di volte al secondo, che segnalerebbero la presenza di fenomeni molto particolari, che metterebbero in campo particelle teorizzate ma non ancora osservate. La ricerca sta iniziando a muovere i primi passi anche in questa direzione.

Link intervista integrale

Con Tajani segretario di Forza Italia si apre l’era post Cav (con la benedizione dei figli)

Roma, 15 lug. (askanews) – Ci sono due lettere. Una è quella che Antonio Tajani condivide con tutta la platea e nella quale i figli di Silvio Berlusconi chiedono a Forza Italia di “continuare a far vivere gli ideali di libertà, di progresso e di democrazia” del padre. L’altra è quella che hanno inviato personalmente al ministro degli Esteri. Non è dato sapere se in quella missiva ci sia alcun cenno ai 90 milioni di debiti del partito nei confronti del fondatore che sono finiti nell’asse ereditario insieme al resto del patrimonio. Il contenuto – si limiterà a dire Tajani- era di “incoraggiamento” ma resta “riservato”. Tanto basta però a suonare come una benedizione della ‘famiglia’ verso colui che il destino ha reso il successore del leader che successori non ha mai voluto.

Dunque, il primo giorno ufficiale dell’era post Cavaliere è questo rovente 15 luglio, al Parco dei Principi di Roma, in cui il Consiglio nazionale mette in mano ad Antonio Tajani le redini di Forza Italia. Non presidente perché di quello – dice – ce n’è e ce ne sarà sempre e solo uno, piuttosto segretario con tanto di modifica dello statuto. “E’ una decisione che ho preso io e che oggi ho condiviso con gli altri dirigenti”, racconta.

E’ l’inizio della strada che porterà a quel congresso che ha deciso di far celebrare prima delle elezioni Europee anche per “rinforzare le idee e chiamare alla mobilitazione”. Insomma, per cercare di tenere alta l’attenzione su un partito che senza colui che l’ha creato deve andarsi a cercare tutti i voti necessari a raggiungere quella soglia del 4% che nelle elezioni per Strasburgo vuol dire sopravvivenza. Di fatto, la dote che Marina si è impegnata a lasciare a Giorgia Meloni per aiutare la stabilità del suo esecutivo. Per questo il vice premier non esclude la possibilità di presentarsi capolista. “Non mi sono mai tirato indietro”, risponde.

Il rischio di celebrare un congresso prima del voto di giugno prossimo, ovviamente, è che Forza Italia ci arrivi in balia di una lotta intestina che al momento si nasconde dietro una opportunistica unità di facciata ma che potrebbe sfociare in una sfida tra candidati per la guida del partito. Una possibilità che la minoranza interna ha già cominciato a ventilare ma verso la quale Tajani non mostra alcuna preoccupazione: benvengano – dice – anche perché il problema non sono i “pennacchi” ma “prendere voti”.

Non è però questo il giorno delle incognite e delle frizioni, chi avrebbe qualcosa da ridire sceglie il silenzio anche perché Tajani si impegna formalmente a tenere conto del contributo di tutti e a dare spazio alle idee.

Nessuno scontro ma nemmeno enfasi, con l’eccezione delle sincere lacrime del neo segretario alla fine del suo intervento. Anzi, la liturgia si consuma rapidamente nel giro di un paio d’ore con evidenti inciampi di percorso dovuti alla scarsa confidenza nei confronti delle regole scritte per un partito abituato a decisioni prese con la semplice imposizione della mano del leader. Succede ad esempio che l’inno di Forza Italia, lo stesso che per prassi annunciava l’arrivo di Berlusconi, parta a caso senza sancire nemmeno l’inizio della riunione. O che i venti e passa interventi previsti dopo quello del segretario vengano rapidamente cancellati perché tanto “ci ritroviamo nel bellissimo discorso di Antonio”.

Non ci saranno vice, perché nessuna regola lo prevede e il comitato di presidenza diventerà segreteria nazionale. “Ora dobbiamo stare attenti ad attenerci rigorosamente allo statuto, non voglio mica finire come Conte…” confida ai giornalisti Tajani.

Insieme alla benedizione della famiglia, il ministro degli Esteri si porta a casa anche quella del presidente del Ppe, Manfred Weber. “Il leader – dice – è qualcuno che capisce i problemi, che parla con tutti e poi prende le decisioni e per me Antonio Tajani è questo leader”. Grande assente annunciata, l’ultima compagna di Silvio Berlusconi, Marta Fascina, che, a differenza di altre occasioni, non viene mai pubblicamente nominata né ringraziata. “In politica contano i voti, non i ruoli”, dice il neo segretario.

Vienna è la città più vivibile del mondo in graduatoria Economist

Roma, 16 lug. (askanews) – Vienna è tornata al primo posto come la migliore città in cui vivere a livello globale, secondo un rapporto dell’Economist Intelligence Unit (EIU). Il Global Liveability Index 2023 ha attribuito il successo di Vienna alla sua “combinazione vincente” di stabilità, buona cultura e intrattenimento, infrastrutture affidabili, istruzione e servizi sanitari esemplari.

Secondo lo studio la capitale austriaca “ha occupato questa posizione regolarmente negli ultimi anni, e solo la pandemia di Covid-19 che ha fatto sì che la città lasciasse il suo primato”

Nella parte alta della classifica anche Copenaghen, che mantiene la sua posizione di seconda città più vivibile al mondo, mentre le città australiane Sydney e Melbourne sono entrate nella top five.

Il rapporto annuale dell’Economist ha preso in considerazione 172 città analizzando alcune categorie che definiscono la vivibilità: stabilità, assistenza sanitaria, cultura e ambiente, istruzione e infrastrutture. L’indice è salito lo scorso anno per raggiungere il massimo da 15 anni mentre il mondo si riprendeva dalla pandemia, ha affermato l’EIU. Il punteggio medio dell’indice è ora di 76,2 su 100, rispetto al 73,2 di un anno fa.

Ecco la lista delle 10 migliori città in cui vivere

1 Vienna, (Austria) 2 Copenhagen, (Danimarca) 3 Melbourne, (Australia) 4 Sydney, (Australia) 5 Vancouver (Canada) 6 Zurigo, (Svizzera) 7 Calgary (Canada) 8 Ginevra, (Svizzera) 9 Toronto (Canada) 10 Osaka (Giappone), Auckland (Nuova Zelanda) — Pari merito

Fonte: Economist Intelligence Unit (Eiu)

La Voce del Popolo | L’inflazione in Europa: chi è il colpevole?

Carmine Trecroci

Un recentissimo studio del Fondo Monetario Internazionale documenta l’importanza relativa delle principali componenti dell’inflazione nell’area dell’euro. Nel periodo tra l’inizio del 2022 e la prima parte di quest’anno, ad incrementi dei prezzi dei beni importati è imputabile circa il 40% della fiammata inflattiva, ai profitti il 45%. L’aumento di questi ultimi è stato più alto nei settori che hanno visto i maggiori incrementi nei prezzi internazionali dell’energia e delle materie prime.

L’indagine mostra pure che le imprese sono riuscite a trasferire ai prezzi dei beni più del 100% dell’aumento dei costi; i compensi dei lavoratori hanno avuto finora un peso molto più limitato nella dinamica inflattiva. Il ritardo relativo di salari e stipendi rispetto ai profitti è una tendenza ben nota. Le retribuzioni dei lavoratori europei nel 2022 hanno perso mediamente il 5% del potere d’acquisto (8% in Italia), e anche per questa ragione le loro richieste salariali si stanno facendo più ambiziose.

Se le imprese non sterilizzeranno con minori profitti questo ulteriore aumento dei costi, l’inflazione potrebbe restare elevata anche nel 2024-25. Avvicinarla a livelli più tollerabili potrebbe quindi diventare più costoso, cioè richiedere tassi di interesse ancora più elevati di quelli odierni, politiche fiscali restrittive e sacrifici notevoli in termini di mancata crescita della produzione e dell’occupazione. A medio-lungo termine, a causa della lentezza della transizione energetica e della fragilità delle filiere produttive globali, i rischi inflattivi potrebbero restare elevati.

Per il nostro Paese un problema in più: la crescita della produttività è ancora più blanda che nel resto d’Europa, il che rende più arduo recuperare il potere d’acquisto delle retribuzioni e contenere gli effetti delle recessioni. Le imprese europee sono riuscite meglio dei lavoratori a proteggersi dagli effetti degli shock di costo. In Italia questo divario è più accentuato, confermando come ci siano consistenti distorsioni anticoncorrenziali in diversi settori della nostra economia, a partire dalle forniture energetiche e dai servizi.

Per moderare le spinte inflattive il Governo potrebbe attuare veloci interventi per modernizzare questi settori, accelerare la transizione ecologica e migliorare la produttività. Diversamente, resterebbero solo i minacciati rialzi dei tassi di interesse da parte della BCE, che oggi vengono tanto stigmatizzati.

[L’autore è professore di economia, Università di Brescia]

Fonte: La Voce del Popolo – 13 luglio 2023

Titolo originale: Economia. Chi modera l’inflazione?

Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia.

Prendere coscienza del tempo per viverne anche la semplice pausa

Quando ho iniziato a preparare questo intervento sul controverso tema dell’accelerazione nella nostra società ho trovato (appunto) “immediatamente” una quantità esorbitante di articoli, saggi e analisi a riprova del fatto che la questione è aperta, sentita e dolorosa e che nonostante ciò ognuno ne trae all’occorrenza anche il suo beneficio. 

Ho letto con interesse una moltitudine di testi messi a disposizione online e consultato perfino un libro consigliatomi da un blog sulla materia…con il risultato che più riflettevo sugli effetti collaterali della vita ad alta velocità più lavoravo con estrema e ritrovata lentezza,  rischiando per altro di arrivare impreparata all’appuntamento.

Cosa ho appreso?

–  Stiamo andando troppo veloci senza sapere verso dove né tanto meno perché;

– Continuiamo a non aver capito un accidente del senso ultimo dell’esistenza, anzi possibilmente più corriamo e meno ne sappiamo;

– Abbiamo abbandonato le giovani generazioni in prima linea nella ridicola lotta contro il tempo (e lo spazio): la gen-Z è la fascia più appetibile del mercato ma anche la più martoriata dai ritmi incalzanti di una vita al massimo, lasciata per lo più priva di strumenti per difendersene.

Da docente di Lettere, dopo aver letto questa lunga serie di ottime dissertazioni scientifiche di cui sopra, sono tornata alla Letteratura che prima di tutti e spesso meglio di tutti racconta vizi e virtù della nostra fragile umanità. Ho deciso, allora, di cominciare da una frase: “Io, se avessi cinquantatré minuti da spendere, camminerei adagio adagio verso una fontana…”. Siamo al capitolo XXIII del Piccolo Principe e il nostro giovane protagonista con genuina e spiazzante saggezza si rivolge così al mercante di pillole che levano la sete e quindi fanno risparmiare un certo numero di minuti alla settimana. Con una semplice e genuina affermazione egli oppone alla logica acefala della velocità e del risparmio di secondi quella di una lentezza carica di senso. Ed è lui lo stesso Piccolo Principe a cui una simpatica volpe ha spiegato magistralmente, in un paio di capitoli precedenti, che è proprio il tempo perduto per accudire la sua rosa a renderla così speciale. 

Del resto, il senso è che la fiducia si conquista deponendo la fretta e prestando attenzione agli incontri, perché solo attraverso la pazienza, la gradualità e la fedeltà ci si può “addomesticare”. Ed “addomesticare” (e lasciarsi “addomesticare”) è innanzitutto una responsabilità emotiva, una delle responsabilità, forse la principale, che nella nostra epoca fatichiamo a prenderci. Ecco, comprendere questo assunto è forse il significato più interessante del viaggio del Piccolo Principe e più che mai oggi dovrebbe essere il significato anche del nostro di viaggio, così contaminato da quella che il sociologo Paul Virilio chiama la dromocrazia, ossia il potere consegnato alla rapidità.

Lo sapeva bene Collodi (anche senza aver letto Virilio) che del burattino toscano campione di velocità e frenesia, quel Pinocchio spasmodicamente affamato di novità e di esperienza, ne ha fatto una metaforica quanto impeccabile profezia dell’uomo contemporaneo, in balia degli eventi e intrappolato nel suo moto tanto continuo quanto ingannevole. E lo sappiamo bene anche noi insegnanti che come dice Rosseau nell’Emilé, facciamo “un mestiere in cui bisogna saper perdere tempo per guadagnarne”. L’apprendimento, l’assimilazione, la lettura, la riflessione, la ricerca, il discernimento, la rielaborazione sono attività cognitive per le quali valgono più o meno gli stessi domini temporali da secoli e secoli, non c’è progresso che tenga: quando si tratta di imparare bisogna riuscire a rallentare, il tempo del pensiero non sarà mai il tempo del motore.  Eppure, approfondire, scandagliare, sperimentare sembrano non essere più delle priorità nel nostro universo iper connesso e iper complesso dove restare in una dimensione orizzontale e quindi superficiale e quindi banale è di gran lunga più consigliato di addentrarsi nelle vertiginose profondità della nostra dimensione verticale.

Cosa può fare la scuola per le nuove generazioni immerse nella pervasiva onnipresenza della tecnologia, invorticate nella cronofagia, indotte a fagocitare tempo, prodotti, relazioni con il minor sforzo cerebrale possibile? La scuola può provare a salvare il salvabile con gli strumenti che ha, molto pochi, e con le risorse umane di cui dispone, per fortuna ancora generose. Com’è lo stato dell’arte? Pessimo: i nostri ragazzi sono ultra sollecitati da stimoli continui e contraddittori, incastrati in luoghi virtuali solo apparentemente illimitati che accorciano i loro orizzonti, comprimono le loro energie, ostacolano quotidianamente la loro immaginazione e li riducono a meri contenitori di dati commerciali rivendibili al miglior offerente. E ancora sono attanagliati dall’invidia e dalla mitizzazione, (i più grandi combustibili dei social network), sono invasi in ogni sfera, anche la più intima, dai tentacoli del web: insicuri, arrendevoli, pavidi, scoraggiati, disarmati e disarmanti.

Ma soprattutto frettolosi.

Eppure, se le attività di ogni giorno sono sempre “più facili e veloci” e se, come vogliamo far credere loro, “si può avere tutto e subito”, perché sembra non abbiano mai abbastanza tempo e perché sembra non riescano mai ad essere soddisfatti dei loro traguardi? E come mai se ci sono così tante imperdibili avventure da affrontare “al top”, due giovani su cinque tra i 25 e i 30 anni trascorrono le loro giornate senza né studiare né lavorare e perché la maggior parte dei miei studenti adolescenti dichiara di morire di noia ogni pomeriggio? E inoltre, se lo scopo dei potenti mezzi di comunicazione era connettere più persone possibile simultaneamente ed efficacemente, perché i ragazzi si sentono così terribilmente soli? …Perché ci sentiamo così terribilmente soli?

Del resto, ammettiamolo, i giovani sono solo più esposti e meno consapevoli, ma la realtà è che il loro disagio riguarda a livelli diversi noi tutti. Il sovraccarico di comunicazioni crea impasse e frustrazione, (prendiamo ad esempio la mole di mail che riceviamo ogni giorno sulle nostre caselle e la loro conseguente saturazione), così come il sovrannumero di macchine e persone nelle nostre aree urbane crea blocchi e intasamenti. Allo stesso modo, la foga di fare ingenera la nostra poca voglia di fare, perdiamo prezioso tempo a scrollare un telefono (come tra l’altro alcuni di voi staranno probabilmente facendo anche adesso per scarso interesse) poiché manca la percezione di investire opportunamente il tempo, fosse anche solo per ritrovare un vecchio ricordo. Manca la cura del tempo. La depressione non è mai stata così diffusa e, ahimè, sembrerebbe funzionare come la sclerotizzazione del movimento, un movimento eccessivo, dispersivo, febbricitante, disarticolato che porta in ultima istanza alla paralisi. 

Lo so, speravate che vi dessi buone notizie, ma non è questo il caso. Possiamo, tuttavia, consolarci ripercorrendo un po’ la storia di questa accelerazione che oggi ricasca così violentemente sulle spalle dei nostri nipoti, figli o studenti. Il progresso è un fenomeno che ha interessato l’intera umanità sin dai tempi più antichi, lo slancio verso il cambiamento ha caratterizzato da sempre la nostra specie, trovando forse la maggior espressione nell’ambizioso uomo europeo dell’età moderna. Le ore, i minuti, i secondi, gli istanti si sono messi a correre a partire dalla Rivoluzione Scientifica e Industriale, ma anche attraverso il mito americano della conquista del West, trasportati ad alto voltaggio dall’ampliamento della frontiera. Era il 1872 quando nel suo immaginifico “giro del mondo in ottanta giorni” Verne fantasticava sull’abbattimento dei tempi di percorrenza del Pianeta e sulla contrazione delle lunghe distanze attraverso efficientissimi mezzi di trasporto, qualche decennio dopo accadeva davvero. Nel primo Novecento i Futuristi italiani affermavano nel loro Manifesto che la magnificenza del mondo si era arricchita di una bellezza nuova, la bellezza della velocità. “Un automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia” scriveva Marinetti. Quanti ne ha fatti di danni poi quella “mitraglia”…

Dal cronometro di Taylor introdotto in fabbrica agli attuali sistemi di rilevazioni e tracciabilità, la cultura della sorveglianza non si è mai arrestata, solo affinata, come il resto dei brevetti, fino ad arrivare ai giorni nostri: nella realtà aumentata i battiti delle nostre palpebre possono perfino dare impercettibili comandi digitali, eserciti di algoritmi istantanei governano mercati finanziari ormai completamente scollati dall’effettiva produzione industriale, vorticose salite di titoli si alternano a fulminee cadute di interi sistemi economici, la precarietà del mondo al galoppo si allarga a macchia d’olio alle comunità umane dandoci l’impressione, attraverso i mezzi di informazione, di transitare di fatto da una catastrofe all’altra.

Pensate che, secondo il filosofo Andrea Colamedici, oggi il peggior competitor di un’azienda non è affatto un’altra azienda dello stesso settore, ma è l’uomo che dorme, poiché non consuma. E non corre. Le vite nostre e quelle dei nostri figli o studenti sono programmate in ogni dettaglio, perfino il relax o il piacere sono “schedulati” dentro rigide pianificazioni, e questo perché non stare al passo (svelto) “di tutti gli altri” vuol dire rischiare di diventare obsoleti, come un prodotto superato, nella china scivolosa di un anacronismo. Quando Pascal scriveva che tutta l’infelicità degli esseri umani derivava dal non saper restarsene tranquilli in una stanza, non immaginava proprio che di lì a poco l’uomo non sarebbe più riuscito a starsene tranquillo neanche in quella stanza: una stanza da cui a ben vedere oggi possiamo potenzialmente acquistare e raggiungere tutto…tranne la felicità.

E così i rapporti sono effimeri, l’ansia è  epidemica e si seda con rimedi farmacologici, la spiritualità va bene solo se è monetizzabile, lo studio serve solo se è sufficientemente specifico e spendibile nel mercato del lavoro, i messaggi vocali WhatsApp si alterano per velocizzarli, le attese (di una risposta, di un semaforo verde, dello smaltimento di una coda di traffico) diventano insopportabili. Per “fortuna”, i nostri schermi ammortizzano questi temuti interstizi di tempo, questi “vuoti d’aria”. Ma cos’è che non vogliamo sentire in quelle pause che non ci concediamo più? Con tutta probabilità quando non ci fermiamo è la morte che non vogliamo sentire, la grande rivale grazie alla quale abbiamo fatto tutto quello che abbiamo fatto, nel bene e nel male. Eppure, rimuoverla, rifuggirla, significa rifuggire anche dalla vita che le è indissolubilmente legata, in un rovescio della medaglia.

Sono cresciuta dentro un’Accademia, l’Accademia Nazionale di Danza. Nella musica e nella danza, come anche nella recitazione, le pause hanno esattamente lo stesso valore del suono, se non maggiore… dialogano con l’azione, esprimono una loro identità, danno tempo al tempo del recupero, della sedimentazione, del raccolto, tanto all’artista quanto allo spettatore. I tempi delle pause, i tempi lenti, o meglio sarebbe dire i tempi giusti, sono poi a ben vedere gli stessi della natura, della preghiera, della gravidanza, del battito del cuore, dei cambiamenti sociali. E se la pausa è invece percepita come pigrizia, come assenza di buona volontà e di operatività, allora l’agire senza tregua ci sottrae dall’ozio. Ma cos’è l’ozio se non quel concetto che gli Antichi Romani tanto amavano nella consapevolezza che esso servisse a creare bene e meglio. Nella gerarchia dei romani lo status sociale di un cittadino dipendeva da quanto tempo poteva dedicare allo svago. Gli sfortunati, invece, caterve di schiavi e simili, erano intenti a mandare materialmente avanti l’impero e non potevano che occuparsi del “nec otium”. Ossia della negazione dell’ozio.

Nella nostra società invece assistiamo al paradosso che solo chi è sempre a lavoro, produttivo e reperibile è lodevole e degno di stima.

Troppo occupati nel nostro agire fatichiamo alla fine a pensare autonomamente senza prima aver consultato quello che le nostre rassicuranti indicizzazioni ci consigliano nei feed. Il villaggio globale tanto auspicato non è stato mai veramente fondato, diciamolo una buona volta: abitiamo piuttosto micro enclave abbastanza smarrite nell’individualismo, nell’utilità, nella concorrenza, nel consumo, nell’iper personalizzazione, mentre l’umanità dovrebbe essere nutrita dalla comunità, dalla cooperazione e dalla condivisione. Il vero quesito, dunque, che mi e vi pongo è quale ruolo vogliamo dare al passato e al futuro, considerando che viviamo in un presente esteso e onnipresente, sempre più accentuato ed enfatizzato. Le visioni di breve termine non portano lontano perché sono le esperienze che richiedono una costruzione strutturata e progressiva quelle che gettano fondamenta stabili per il futuro, per la società e per la memoria collettiva.

Occorre riflettere sul fatto che il tempo prima ancora di essere una merce di scambio è, come spiega Sant’Agostino, “una dimensione interna che coinvolge l’essere umano integralmente”. Non solo quindi una dimensione consequenziale e lineare, ma anche trascendentale e intima. C’è una dimensione del tempo che non si può misurare, ma non per questo è meno reale. Invece, noi, dimenticandolo, avanziamo di corsa, a colpi di Post e di App, verso un futuro senza avvenire da osservare in mondovisione tra un incidente in diretta e una scoperta per procedere più veloci privi di meta. Atleti del nulla. Meglio le ali spiegate della Nike di Samotracia, l’automobile ruggente io la lascio ai piloti.

In conclusione, la cattiva notizia è che il tempo è diventato redditizio tanto quanto il petrolio, se non di più, perché la sua accelerazione è uno dei massimi paradigmi del nostro sistema sociale. Ma una buona notizia c’è ed è che in parte ne siamo ancora padroni e abbiamo il dovere di farlo capire ai nostri ragazzi. Non è eliminando lo sviluppo informatico che risolveremo il problema, piuttosto rimettendo in discussione il suo scopo. E chiudo con il capolavoro di Lewis Carroll: “Per quanto tempo è per sempre?” chiede Alice al Bianconiglio. E il Bianconiglio risponde: “Alle volte, solo un secondo”. Cerchiamo di sentirlo ancora scorrere questo infinito, infinito secondo.

Dal mondo dei Popolari uno scatto di orgoglio e passione politica

Il convegno organizzato da ‘Tempi nuovi-Popolari uniti’ che si è tenuto a Roma ha segnato, finalmente, l’avvio della stagione della ‘ricomposizione’ politica, culturale ed organizzativa dell’area Popolare, cattolico democratica e cattolico sociale nel nostro paese. Nel pieno rispetto del pluralismo che caratterizza questo mondo ma con la precisa consapevolezza che è finita la stagione della irrilevanza politica, della inconsistenza culturale e della dispersione organizzativa. Insomma, si dovrebbe chiudere – almeno questo è l’auspicio – la lunga stagione del letargo e dell’inerzia dei Popolari a vantaggio di un protagonismo politico capace di ridare un ruolo e una funzione specifica ai Popolari stessi. E questo per la semplice ragione che la presenza dei Popolari non può più limitarsi a giocare un ruolo puramente testimoniale e del tutto personale nel campo dell’attuale destra o, al contrario, ma specularmente, a declinare di nuovo il triste e decadente ruolo dei “cattolici indipendenti di sinistra” nel Pd come già avveniva nel nostro paese negli anni ‘70 con il Pci. Due modalità, queste, che hanno contribuito in modo determinante a ridurre il ruolo dei Popolari ad un semplice ornamento nello scacchiere politico italiano.

E quindi, ricomposizione politica, culturale ed organizzativa dell’area Popolare; rafforzamento dell’universo centrista e riformista nella geografia politica italiana; costruzione di una lista per le prossime elezioni europee con tutte le formazioni centriste, riformiste ed europeiste e, in ultimo, consolidamento organizzativo del movimento ‘Tempi nuovi-Popolari uniti’ in tutta la periferia italiana. Sono questi, in sintesi, gli elementi decisivi e centrali emersi dal convegno romano dei Popolari a cui hanno dato un contributo importante i parlamentari di Italia Viva Elena Bonetti e Enrico Borghi e molti altri ex parlamentari del Ppi, della Margherita e del Pd oltre a moltissimi amministratori locali e regionali provenienti da tutta Italia e presenti alla manifestazione. A sorpresa anche Elisabetta Trenta, ex Ministro della Difesa nel governo Conte I, ha portato il suo saluto.

Ecco perché, forse, siamo alla vigilia di una nuova fase anche per i Popolari italiani che provano ad uscire dall’irrilevanza politica e culturale di questi ultimi anni anche per non continuare a disperdere, irresponsabilmente, il magistero e l’azione dei grandi leader e statisti democratici cristiani e cattolici popolari che hanno caratterizzato e accompagnato l’impegno politico dei cattolici dal secondo dopoguerra in poi nella storia democratica e costituzionale del nostro paese.

Napoli, Venere a fuoco e teste coperte di cenere.

“Bacco, tabacco e venere riducono l’uomo in cenere” è un detto che rivendica ancora una sua attualità e sembra riaffermata proprio in queste ore a Napoli, allorquando si è dato fuoco alla “Venere degli stracci” che uno sbandato ha pensato bene di appiccare, trasformando in cenere l’opera dello scultore e pittore Michelangelo Pistoletto, da poco installata in una delle piazze principali della città.

Della struttura, che in totale cumulava un peso di 440 chilogrammi, non è rimasto che un telaio, uno scheletro a forma di cupola che sosteneva una massa di cenci disposti in forma d’arte. La statua di resina e gesso, ispirata alla precedente “Venere con la mela” del danese Thorvalsen, si è squagliata sotto i colpi delle fiamme e forse anche del sole di questi giorni. Si potrebbe rubare un commento a Leopardi del “disperato dolor che la stracciava”.

Nella versione di Pistoletto, in assenza della mela del peccato o di una sorta di pomo d’oro della discordia tenuto in mano dalla Dea, l’incendiario ha creduto di mettere un po’ di sale e di verità alla scena. Venere simboleggia il desiderio sessuale e della bellezza, assimilata ad Afrodite, un’altra che con l’amore aveva non poca dimestichezza. Può darsi che quelle forme intense e provocanti abbiano contraddetto il distruttore dell’opera, una inconsapevole contestazione di qualcosa che stride. Dalla fertile conchiglia vien fuori Venere, dagli stracci e dal loro fetore non può esserci rinascita secondo pur invece la migliore intenzione di Pistoletto.

Eppure Venere resta un faro ben visibile a guardare il cielo. Visibile al tramonto con il nome di Espero ed all’alba con il nome di Lucifero, sa essere doppia andando verso sera e portando poi la luce anche verso il giorno. Troppa confusione per il nostro vandalo che non capisce di certi accostamenti, di una Venere con un candido panno bianco tenuto dalla mano sinistra che intanto sembra frugare con l’altra mano nel covone di stoffe sbrindellate. Sul tema ce ne sarebbe ancora molto da dire. “Sono gli stracci che vanno all’aria” si dice a proposito degli indifesi che pagano per il resto del mondo gaudente. “il cane mozzica lo stracciato” è il destino di chi patisce disgrazie ulteriori, in aggiunta alla sua condizione di miseria. Così penserà probabilmente il vandalo che ha distrutto la Venere in mostra a Piazza Municipio.

“Prendi i tuoi stracci e vattene” è quello che ora noi tutti, di primo istinto, vorremmo urlare al responsabile dell’insano gesto di distruzione, non senza aver prima pagato per la sua responsabilità.

Naturalmente non possono mancare, puntuali, le polemiche, le baruffe e, ci risiamo, un po’ di immancabile discordia circa la mancata sorveglianza dell’opera d’arte.

“Volano gli stracci” era detto quando nel 1700 e nel 1800 si era usi, nei diverbi, darsi coltellate strappandosi gli abiti, segnati dai colpi di lame. CI saranno deatribe al riguardo per le colpe da attribuire a causa del fatto accaduto e intollerabile. Chissà, forse la grandezza dell’opera è proprio, al contrario, nel suo ciclo ormai compiuto di vita e di morte, della precarietà della bellezza e della naturale corruzione di ogni elemento, un’opera insomma necessariamente condannata ad un fatale movimento di vita e di morte. Al suo posto adesso una bruciacchiata struttura metallica che potrebbe essere lasciata lì a testimonianza non di un delitto commesso ma di una inevitabile storia che si è consumata, di una verità che non può essere smentita, di una realtà che ha la meglio sui sogni.

Gli stracci sono quello che sono e non altro. Le fiamme sono una fine prevista nei loro giorni.

Tralasciando per un attimo la responsabilità del piromane, siamo in presenza di un’opera d’arte a due facce, spietatamente in cammino, che nel rogo ha svelato con magia di faville il suo lato nascosto e cruento, dove gli stracci ricordano una miseria che porta in polvere ogni speranza di mantenere intatta ogni bellezza, scellerata nel credere di non contaminarsi a fianco degli stracci che le sono prossimi.

Venere, ora in cenere, è un’autentica stracciona, perfettamente a tono con l’altra parte della scultura che ha fatto la sua stessa fine. “E’ andata per stracci” direbbe qualcuno. Di queste ore in Francia il provvedimento del Governo che stanzia 154 milioni di euro per il “bonus rammendo” tentando di incentivare quelli che non rottamano le proprie vesti ma ne tentano il recupero. Per le strade ancora adesso, armato di megafono, ogni tanto urla, dicendo della sua presenza, uno “stracciarolo” a disposizione delle massaie che possono aver bisogno di lui. Ne saprà senz’altro più di tutti.

Tempi Nuovi, la forza delle idee per curare la debolezza della politica

Il presidente con fama di supertecnico, Draghi,  che da oltreoceano dà opportunissime e lucidissime lezioni di politica all’Ue e formula puntuali proposte per un futuro dell’Europa, deciso dalla politica e non dalla tecnocrazia. Il principe  degli editorialisti del Financial Times, Martin Wolf, che spiega le regole del “galateo” richiesto all’Occidente per partecipare al mondo multipolare: l’abbandono di una insindacabile pretesa di superiorità morale e dell’ipocrisia da doppio standard di giudizio.

Non sono che due degli esempi recenti che testimoniano il fatto che nelle democrazie occidentali, in Europa soprattutto, nessuna questione cruciale per il futuro viene più posta ormai dalla politica ma questa tende ad aspettare che le opinioni sulle grandi questioni vengano “sdoganate” sempre da un qualcuno che riconosce sopra di lei. E questo le fa perdere autorevolezza e credibilità nella sua capacità di guida. A forza di aspettare che le questioni ricevano  l’imprimatur da qualche guru per poterne parlare, si logora e si frantuma il meccanismo della rappresentanza.

In Italia siamo, purtroppo, a buon punto in questo processo di indebolimento della politica seppur in buona compagnia, basti pensare a cosa succede in Francia. Da noi non restano che parodie di ciò che furono i partiti, sostituiti da capi più o meno carismatici, aziende, interessi di gruppi editoriali o  di altra natura, convergenti tutti nell’addomesticare il dibattito politico nel tentativo di condizionarlo, salvo poi trovarsi esposti a ricorrenti ondate di populismo o, peggio ancora, a un crollo della partecipazione popolare al voto, a causa di un deficit di capacità di rappresentanza.

Ma questa è la situazione in cui si deve operare per ridare credibilità alla politica. Occorre continuare a credere alla forza delle idee anche in una condizione così sbilanciata della rappresentanza come quella attuale. In questo senso va l’iniziativa di oggi di Tempi Nuovi. Il processo di riaggregazione dei Popolari, pur nei limiti delle condizioni concretamente praticabili, può risultare molto utile allo scopo, non di aggiungere una sigla in più, ma di aprire le finestre delle asfittiche stanze di una politica divenuta anemica di idee, ai venti della Storia per utilizzarli a portarci nella direzione desiderata anziché subirli.

Se il radicamento sociale e territoriale di cui i Popolari sono portatori, è genuino, non si dovrà aver timore a porre nel dibattito politico i problemi che emergono dalla realtà delle cose anche se non ancora riconosciuti come tali. Ad occuparsi delle nuove fratture emerse nel mondo del lavoro, fra territori, fra classi sociali. A portare avanti un approccio equilibrato, realistico e con al centro l’uomo della questione ambientale. Ad affermare la necessità di un nuovo umanesimo per l’era digitale.

E visto che Mario Draghi – un riferimento  imprescindibile per il Centro, per non dire la guida morale – ha spianato la strada (chiunque al posto suo che avesse osato  porre il tema dell’inadeguatezza dell’attuale architettura europea di fronte alle nuove sfide sarebbe stato non contrastato sulle idee, ma delegittimato e distrutto con accostamenti infamanti da un sistema dei media che funziona talmente bene a senso unico da rischiare di stroncare sul nascere il pluralismo), sembra divenuto meno arduo per i Popolari anche il compito di elaborare un’idea di Europa adatta al mondo multipolare, attualizzando l’eredità di Mattei, De Gasperi, Moro. Che contempla anche un’attenzione costante al ristabilimento della pace in Europa, una condivisione delle preoccupazioni umanitarie della missione di pace della Santa Sede, e un apprezzamento delle motivazioni che animano gli altri tentativi di mediazione per porre fine al conflitto ucraino, da parte dell’Unione Africana, della Cina, della Turchia

Per queste ragioni il contributo dei Popolari alla politica, non alla spicciolata ma in forma organizzata, non tanto in termini di spazi ma di idee, appare utile e promettente nel curare la politica dalla propria debolezza.