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Il Domani d’Italia: il cambiamento che serve per dare più spazio e più voce al cattolicesimo democratico e popolare.

Il blog lo vogliamo vivo, possibilmente attrattivo, serio ma “colorato”. Con la responsabilità di cui sentiamo il peso, essendo “ll Domani d’Italia” una testata di nobili origini, ormai ben oltre i 120 anni da quando Romolo Murri ne fece la bandiera del giovane movimento dei democratici cristiani, abbiamo sempre immaginato che fosse centrale nel nostro lavoro l’attenzione alle novità, cercando per questa via di migliorare la formula editoriale. Non abbiamo goduto di appoggi finanziari, ci siamo impegnati a fare tutto il possibile con mezzi poveri e in spirito di volontariato, dando spazio alla intelligenza e generosità di tanti amici. Siamo orgogliosi del fatto che dal 2013, quando l’edizione online ha preso il via, sia stato confermato ogni giorno l’appuntamento con i nostri lettori.

Orbene, siamo felici di poter presentare un’ulteriore evoluzione del sito-giornale, per la quale siamo davvero grati all’editore di AskaNews, e in particolare al suo direttore Gianni Todini. Inizia infatti con la qualificata agenzia di stampa una collaborazione impegnativa, anche sotto l’aspetto eminentemente tecnico, che permette a “Il Domani d’Italia” di aggiungere alle proprie note di commento, di solito concentrate al mattino, anche le notizie principali della giornata, senza soluzione di continuità. Da oggi, come si vede viaggiando sul sito, cambia la struttura della comunicazione e la stessa veste grafica del sito – il cosiddetto layout. Questo ci obbliga ad andare oltre con lo sguardo, e quindi a tenere presente le aspettative connesse a questo salto di qualità, per entrare in una dimensione inevitabilmente più complessa.

Abbiamo accennato agli aspetti tecnici. Di questi tempi occorre alzare, ad esempio, la soglia di sicurezza e protezione, per bloccare gli assalti degli hacker. Va da sé, poi, che il “collegamento” con AskaNews richiede standard adeguati. E potremmo continuare. Tuttavia, a conclusione di questa breve presentazione, conta mettere in evidenza l’impatto che l’innovazione strumentale può determinare sul lavoro di comunicazione, essendo necessario a questo punto ampliare e rafforzare l’organizzazione dei contenuti. L’ambizione è rompere il soffitto di vetro che trattiene lo slancio verso il cielo di una maggiore interazione con un mondo interessato al dibattito sul futuro del cattolicesimo democratico.

Don Milani, il maestro giunto alla fine del mondo per farne lo spicchio di un mondo nuovo.

Nell’anno in cui ricorre il 50° anniversario delle “150 ore, grande conquista sindacale che riconosceva il diritto allo studio per i lavoratori, si celebra il Centenario della nascita di don Lorenzo Milani. Sono molti gli elementi che si intrecciano in questa fase di transizione tra gli anni ‘60 e gli anni ‘70, dove emergere per altro una rinnovata cultura dei diritti ispirata al legame tra istruzione e lavoro. L’impegno di don Milani – sacerdote e maestro che a Barbiana realizzò la sua scuola popolare per le persone più povere, aperta a giovani, operai e contadini – contribuì, insieme a quello di altre personalità come Aldo Capitini, Danilo Dolci, don Roberto Sardelli ad aprire vasti dibattiti che trovarono una grande cassa di risonanza nelle rivendicazioni di piazza. 

La questione centrale è rappresentata dal processo di alfabetizzazione, avviato dalle istituzioni subito dopo il secondo dopoguerra e, di conseguenza, dallo sviluppo della scolarizzazione nel nostro paese. Nell’Italia repubblicana, con la Dc che avrà a lungo la guida del governo e del dicastero della Pubblica Istruzione, il tema della partecipazione alla nuova vita democratica emergerà come una delle questioni dominanti, soprattutto quando, a partire dalla fine degli anni ‘60, sulla scena pubblica entrano in gioco nuovi attori: tra questi i giovani, gli operai e le donne che mettono al centro nuovi bisogni e la rivendicazione di nuovi diritti.

Per favorire la scolarizzazione furono messe in atto diverse iniziative. Tra queste vale la pena ricordare quelle promosse dalla RAI in sinergia con il Ministero della Pubblica Istruzione, che si rivelarono uno strumento fondamentale nella lotta all’analfabetismo. Si parlerà, infatti, di “televisione pedagogica” nel momento in cui sugli schermi degli italiani, dal 1958 al 1968, fecero il loro esordio “Telescuola” e “Non è mai troppo tardi”, programma quest’ultimo guidato dalla celebre figura del maestro Alberto Manzi, destinato a uno straordinario successo.

È in questo fervido contesto pedagogico che si sviluppa l’opera di don Milani, forma di un teatro che agisce lontano dai riflettori ma decisiva per pensare una società più giusta. Cresciuto in una famiglia colta, facoltosa e agnostica, don Lorenzo è un uomo illuminato e persuaso innanzitutto dall’idea che sia dovere della Chiesa occuparsi dell’istruzione dei suoi fedeli, sognando una scuola che non escluda i ragazzi meno fortunati. La sua è una pedagogia rivoluzionaria che vuole educare alla vita, partendo da tre pilastri: l’istruzione, il Vangelo e la Costituzione. Dopo alcuni passaggi controversi, il 7 dicembre 1954 arriva quasi da esiliato, come priore, a Barbiana, nella Chiesa di Sant’Andrea. Il piccolo borgo è situato nella valle del Mugello, in provincia di Firenze, e qui don Lorenzo abiterà fino alla fine dei suoi giorni in compagnia di poche decine di famiglie che gli affidano i figli. Il motto della sua scuola è “I care”, che vuol dire “mi riguarda”, “mi prendo cura”. Seguendo questa regola don Lorenzo realizza un’esperienza a ciclo unico nella quale il maestro e i suoi allievi fanno vita comune; un’esperienza che costituirà un esempio per qualsiasi insegnante. La sua “officina popolare” attirerà sull’Appennino toscano tantissima gente, in particolare educatori e personaggi del mondo delle istituzioni e della cultura. «Chi sale a Barbiana non può non tornare indietro senza un significativo insegnamento: il no all’indifferenza». Lo affermò, alla sua prima uscita pubblica, Giuseppe Fioroni, ministro della Pubblica Istruzione, partecipando alla tradizionale marcia di Barbiana nel maggio del 2006.

Personalità scomoda, soprattutto agli occhi delle gerarchie ecclesiastiche, non arretra nel suo pensiero, anzi nel 1967, mentre nel paese si sta esaurendo la prima esperienza riformista tra Dc e Psi, esce Lettera a una professoressa, a tutti gli effetti una provocazione, un testamento spirituale e, insieme, una proposta educativa. Il testo, scritto con i suoi allievi, si traduce in un atto d’accusa verso l’intero sistema scolastico italiano, tanto da suscitare un vivace dibattito e a provocare aspre polemiche. Succede, in effetti, che certi libri travalichino il loro tempo e diventino un mito. Si può dire che è quanto accaduto a don Milani. In realtà le sue riflessioni rischiarono di diventare anche altro, soprattutto quando la Lettera diventò l’epicentro della contesa tra la protesta studentesca e l’ideologia comunista e cattolica, finendo per scuotere molte coscienze nella società italiana del tempo. Come scrisse Italo Montini nel suo “Ricordo di don Milani” sulle pagine de “Il Popolo” del 28 giugno 1967, egli dovette difendersi dal «tentativo di agganciamento da parte dei comunisti che […] respinse vigorosamente». Si tratta di una tesi che verrà ripresa anche dallo storico Gianpaolo Romanato quando, nel decennale della scomparsa del sacerdote, scriverà sempre sul quotidiano della Dc un articolo dal titolo “Il primato della fede nella vita di don Milani”. Sembra utile ai fini delle nostre osservazioni evidenziarne uno stralcio: «La sua preoccupazione era la progressiva defezione dei poveri dalla Chiesa e la necessità, per recuperarli, di condividere la loro miseria e la loro sofferenza. Il primato, diceva, non spetta alla giustizia, ma alla fede; tuttavia per recuperare il popolo alla fede bisogna prima fargli giustizia. Solo interessate deformazioni dei fatti hanno potuto farlo apparire un prete rosso; al contrario egli giudicò il comunismo una dottrina che “non vale nulla, una dottrina senza amore, non degna di un cuore di un giovane”».

Oggi si può che anche lui come altri profeti non ascoltati nel loro tempo condivida il singolare destino di essere stato “rivalutato” solo molti anni dopo la morte, essendo finalmente riconosciuto come l’artefice di una delle più importanti esperienze educative del nostro paese, sicuramente densa di forti implicazioni pedagogiche e didattiche.

Ripercorrere la sua biografia, a partire dalle opere più signifivative, ci permetterebbe di recuperare idee e valori che non sono più moneta corrente nel dibattito pubblico di questi ultimi anni. Potrebbe offrirci, inoltre, l’occasione per riflettere soprattutto su un sistema scolastico inclusivo, che non lasci indietro nessuno, perché – sono le sue parole – «se non riesce a recuperare gli alunni più svantaggiati, la scuola diventa come un ospedale che cura i sani e respinge i malati». In questa prospettiva, una buona notizia arriva dalla Rai che proprio in questi giorni sta trasmettendo “Barbiana ´65”, l’unico documento esistente, inedito e restaurato, con don Milani in scena.

Il priore di Barbiana ha vissuto tra gli ultimi, offrendo gli strumenti di riscatto sociale e culturale. La sua è una pedagogia dell’emancipazione, riformista e progressista, incardinata in una visione ideale e religiosa ancora viva ai nostri giorni. Da tempo alle prese con una grave malattia, si spense a soli 44 anni. Era il 26 giugno del 1967. Le sue spoglie riposano nel piccolo cimitero del borgo, a Barbiana, una scelta che aveva maturato fin dai primi giorni del suo arrivo in quel «niente» alla fine del mondo. Nella sua ultima lettera scrive: «Cari ragazzi […] ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto. Un abbraccio, vostro Lorenzo».

Il Centro non è la riedizione del Partito liberale o del Partito repubblicano

L’importante e suggestiva riflessione di Enrico Borghi sulle colonne di questo giornale offre l’occasione per chiarire almeno 3 aspetti decisivi. Sul versante di come si possa, oggi, rideclinare una nuova e rinnovata “politica di centro” nel nostro paese dopo la doppia deriva identitaria della sinistra massimalista e radicale della Schlein da un lato e di molti settori della destra di governo dall’altro.

Innanzitutto il futuro Centro dinamico, riformista e di governo non può ridursi ad essere una banale e quasi ridicola riedizione, seppur in forma aggiornata e rivista, della presenza del vecchio PLI o dell’antico PRI. Detto in altri termini, se il tutto si riduce – come pare sia l’obiettivo di Calenda – ad una strategia politica e culturale liberista sul terreno economico, laicista su quello valoriale e classista su quello sociale, è di tutta evidenza che si tratta di una prospettiva politicamente monca e oserei dire quasi ininfluente ed irrilevante ai fini di un rinnovato protagonismo di una ricetta riformista, democratica e autenticamente innovativa e moderna. Non a caso, si tratta di un orizzonte, questo, che non sarebbe destinato ad incidere negli equilibri politici complessivi del nostro paese.

In secondo luogo il progetto di “Renew Europe”, richiamato da Borghi, non può essere la semplice e banale riedizione del convegno che si è svolto recentemente a Roma al Teatro Eliseo. Detto con tutto il rispetto, quella è una importante esperienza liberista, radicale e laicista dove la presenza della cultura e della tradizione del cattolicesimo democratico, popolare e sociale è del tutto assente se non addirittura estranea. Non può essere quello il modello a cui ispirarsi se si vuol giocare un ruolo determinante a livello nazionale e anche a livello europeo. Perchè delle due l’una. O c’è la capacità e la volontà, di aprirsi a mondi vitali, a interessi sociali, a gruppi, a movimenti e a forze popolari della società che continuano a riconoscersi in una cultura centrista e riformista distinti e distanti dalla destra identitaria e dalla sinistra estremista e radicale dando vita ad un vero soggetto dove la componente e l’area cattolico popolare e sociale siano visibili e protagonisti, oppure questo mondo culturale, sociale e politico inesorabilmente scivolerà in larga parte nel conglomerato conservatore o si rifugerà massicciamente nell’astensione. E il capitolo dei valori, al riguardo, non può essere una variabile indipendente ai fini stessi dell’elaborazione del progetto politico complessivo. Perchè non ci si può limitare ad una rivendicazione persin ossessiva della cultura dei diritti individuali senza porre al centro della nostra strategia politica la centralità della persona. E quindi i suoi bisogni, le sue ansie, le sue preoccupazioni e i suoi drammi. Sociali, esistenziali e culturali. Non c’è alternativa a questo dilemma. E, su questo versante, saranno solo e soltanto i fatti concreti e tangibili a dirci se persistono questa volontà politica e questa sensibilità culturale.

In ultimo, come giustamente richiama Borghi a proposito del “nuovo corso” del Pd della Schlein, non si può costruire e consolidare questo luogo politico e progettuale “parlando anche con i cattolici”. Che, per evitare confusioni clericali o confessionali, sarebbero poi i cattolici popolari e sociali perchè i cattolici, in sè, sono una categoria universale e pertanto non banalmente classificabile o riconducibile ad un gruppo politico o, peggio ancora, partitico. Ma, se si vuole centrare questo obiettivo, anche in un contesto dove questa cultura politica non può ancora dar vita ad un soggetto/partito autonomo ed organizzato, è di tutta evidenza che il nuovo contenitore/partito centrista e riformista deve essere autenticamente e visibilmente plurale. Nella sua classe dirigente, nel suo profilo politico, nella sua natura culturale e nella sua elaborazione programmatica. Senza questi tasselli, che sono e restano costitutivi, è l’intero mosaico che rischia di scricchiolare o di essere l’ennesimo tentativo per dar vita ad un cartello elettorale privo, però, di un necessario ed adeguato respiro culturale e politico/progettuale.

Ecco perché siamo arrivati ad un punto di svolta anche, e soprattutto, per qualificare e irrobustire una prospettiva centrista, innovativa, moderna e riformista nel nostro paese. Senza passi falsi ma con la comune consapevolezza che è giunto il momento per far vincere la politica contro i soliti organigrammi interni destinati a sciogliersi come neve al sole nell’arco di poco tempo.

La Voce del Popolo | Servizio civile: proposta che dovrebbe unire.

Ci sono temi sui quali la destra e la sinistra, perfino nelle loro versioni più radicali, potrebbero collaborare senza dover ricorrere a mediazioni centriste e senza rischiare di incorrere nell’accusa di spirito consociativo. Per esempio, potrebbero mettersi al lavoro per istituire un servizio civile. Una struttura che desse solidità e prospettive allo slancio ammirevole di tutti quei ragazzi che in questi giorni si so- no dedicati a spalare fango e soccorrere gli alluvionati. 

Non si tratta di edulcorare il conflitto politico – che in un regime di libertà ci sta tutto. E neppure di insistere più del dovuto sul valore di certe collaborazioni trasversali che pure non dovrebbero essere vissute con troppo scandalo. È ovvio che ci sia dialettica e competizione tra parti politiche che si contendono la guida del paese. È ovvio anche che talvolta dialettica e competizione passino il segno, anche se a chi scrive la cosa desta quasi sempre un moto quasi di raccapriccio. 

Ma al margine di tutto questo vi sono circostanze e situazioni in cui il conflitto può essere sospeso e da cui magari possono scaturire iniziative che accomunano momentaneamente i contendenti del giorno prima e del giorno dopo. 

Offrire ai giovani che finiscono gli studi qualche mese da dedicare a una forma di volontariato civile, imparando a misurarsi con le asprezze della vita, a rendersi utili, ad apprendere sul campo qualcosa in più degli insegnamenti maturati sui banchi di scuola, tutto questo potrebbe far parte di un progetto a cui le parti politiche potrebbero dedicare un lavoro a più mani. Per una volta, una sola.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 25 maggio 2023

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

Il Fondo Monetario Internazionale prevede un 2024 a rischio di recessione negli USA

“La resilienza dell’economia Usa e la solidità dei mercati del lavoro sono buone notizie. Tuttavia, è possibile che l’ampio e rapido aumento dei tassi di interesse che è già stato introdotto non sia sufficiente per riportare rapidamente l’inflazione all’obiettivo”. 

 

Lo sottolinea il Fondo monetario internazionale al termine della missione ‘Article IV’ sugli Stati Uniti. Nel report l’Fmi afferma che c’è “un rischio materiale che la Federal Reserve dovrà alzare il tasso ufficiale molto più di quanto attualmente previsto per riportare l’inflazione all’obiettivo del 2%” e ciò “significherebbe che l’economia rallenterebbe più bruscamente in una fase successiva (forse nel 2024), creando una recessione man mano che la politica monetaria più restrittiva prende piede”. 

 

Inoltre, “la combinazione di tassi di interesse più elevati, un dollaro più forte e un rallentamento più marcato dell’attività negli Stati Uniti avrebbe significative ricadute macrofinanziarie negative sul resto del mondo”. 

Fonte: Agenzia Italia (AGI) – 26 maggio 2023

L’esempio di don Milani al centro della politica per la scuola del governo Prodi II

Considero una circostanza davvero felice la partecipazione a questa marcia di Barbiana nella veste di nuovo ministro della Pubblica Istruzione. È la mia prima uscita pubblica e farla qui nei luoghi di don Lorenzo Milani, mi sembra davvero beneaugurante e soprattutto impegnativo. La mia generazione non ha un ricordo diretto di don Milani, come non lo ha del Concilio e di tutto quel movimento che accelerò il passaggio degli anni “sessanta”. Quel tratto di storia, però, costituisce per tutti, e quindi anche per me, un “luogo” dalle fortissime valenze simboliche. E certo non mi sfugge che proprio qui a Barbiana, siamo nel cuore di quel decisivo passaggio di una storia che ha caratteri di universalità e che il tempo non scalfisce, ma continua ad avvalorare.

Di don Milani e, soprattutto, di “Lettera a una professoressa” si è scritto moltissimo. Siamo, infatti, di fronte a quei giacimenti di memoria storica che non invecchiano mai, anche se a non pochi fa comodo fare finta di non avvedersene. Ed è la prova vera della vitalità di queste memorie, come del resto i lavori del concorso bene hanno testimoniato. Noi non siamo di fronte ad un cimelio nel quale i ricordi si racchiudono dopo avere perduto gran parte della propria energia iniziale. Ricordi, insomma, non più capaci di suscitare interesse per il futuro, ma solo o al massimo, utili per scrivere una storia che si risolve negli eventi che l’hanno costituita, e che ormai è incapace di rigenerarsi. Noi oggi siamo di fronte ad un insegnamento che pur segnato dal tempo, conserva tutta intera la propria carica di profezia; e certo non è retorico affermare che oggi il messaggio di Barbiana fa pensare e conserva integra quella inquietudine che, quaranta anni fa, la propose laicamente all’attenzione di tutti.

Alla metà degli anni sessanta l’Italia viveva il culmine di quello che allora fu chiamato il “boom economico”. Tra il 1950 e il 1964, il nostro Paese aveva raddoppiato il reddito netto per abitante in termini reali. Un risultato che prima si era potuto realizzare solo in novanta anni, in pratica dall’unità d’Italia del 1861. Eppure nel pieno di quel processo di evoluzione, il benessere non veniva equamente ridistribuito. Insieme all’accrescimento economico e finanziario, si accompagnavano fenomeni di sofferenza e di esclusione. Nacquero e si accrebbero in quegli anni i disagi delle periferie metropolitane invase dagli immigrati del sud, e nelle campagne restarono ampie zone non raggiunte dal miracolo economico, dove la fatica delle opere agricole e dell’allevamento, non garantiva alle famiglie un futuro di grandi speranze. Barbiana era, appunto, uno di quei luoghi di fatica e di vita difficile. Un contesto che oggi facciamo qualche fatica a immaginare, ma che – come vedremo – poneva problemi che seppure per strade diverse, stanno tornando nel mondo di oggi.

Ed ecco il primo insegnamento di don Milani: guardare alle cose nascoste; andare oltre la banalità dell’evidenza. E chi avesse voglia di rileggersi (o leggere per la prima volta) le 160 pagine della lettera dei ragazzi di Barbiana, potrà agevolmente capire questo atteggiamento di svelamento della realtà. Gli esempi sono moltissimi e nella trama del libro appaiono con limpida evidenza, denunciando la perpetuazione di quei percorsi di esclusione sociale che per tanti decenni hanno attraversato la scuola e il mondo della formazione e che dopo un certo accanimento controriformatore degli ultimi anni, si ripropongono in forme antiche e nuove. 

Ancora oggi, nel nostro Paese, decine di migliaia di ragazzi ogni anno escono dalla scuola media senza aver conseguito il titolo finale, esclusi quindi da ogni possibile proseguimento formativo. Mentre oltre un quarto dei giovani continua a non conseguire né diplomi né qualifiche professionali. Un fenomeno dimenticato anche a causa delle sofferenze umane e sociali spesso connesse ai processi dell’immigrazione. Ed è un punto sul quale è mio fermo proposito intervenire con politiche adeguate perché in nessun modo la scuola sia un luogo di esclusione. La scuola è di tutti e per tutti e a questo principio fondamentale non è possibile derogare.  

E siamo ad un secondo decisivo insegnamento che viene dall’esperienza di Barbiana: non lasciare indietro nessuno. E non solo per quella pietà che in una società segnata per tanti aspetti dall’empietà è certamente una laica e nobile virtù. Ma per un interesse reale che comprende, ma supera i sentimenti. Parlo dell’interesse della Repubblica a formare il maggior numero possibile di giovani ad impegni di vita e di lavoro degni di essere vissuti, e tali da costituire una base di certezze umane e produttive per il futuro del nostro Paese. I ragazzi che i borghesi non volevano, così si legge nella “Lettera”, invece devono trovare i motivi e godere dei privilegi necessari per restare e realizzare il successo formativo superando le difficoltà. 

“L’abbiamo visto anche noi – dicevano i ragazzi di don Lorenzo – che con loro la scuola diventa più difficile. Qualche volta viene la tentazione di levarseli di torno. Ma se si perde loro, la scuola non è più scuola. È un ospedale che cura i sani e respinge i malati. Diventa uno strumento di differenziazione sempre più irrimediabile”. Questo dovrà essere anche il nostro approccio per favorire l’inserimento dei diversamente abili.

E qui l’indicazione è chiarissima e vincolante certamente per chi ha la responsabilità generale della scuola. Non solo per ridurre il fenomeno della mortalità scolastica, secondo una pura logica di numeri, ma nel senso più sostanziale di dare davvero a tutti quella formazione che è indispensabile per un pieno inserimento sociale, per il quale è altrettanto evidente che occorrono sinergie nuove tra i vari organi di governo centrale e locali, e, soprattutto, un rimotivato coinvolgimento tra pubblico e privato per creare le possibilità di incontro tra il sapere e la produzione della ricchezza e dei servizi. Un coinvolgimento che dovrà vedere il sistema educativo protagonista attivo e senza incertezze.

Chi sale a Barbiana, poi, non può non tornare senza un altro importante insegnamento: il no all’indifferenza. Si è scritto direi fino alla noia del significato di quell’I care che campeggia nel locale della scuola. È vero, la vera cifra che tante volte distingue tra loro le persone, è proprio questa caratteristica immateriale, capace di trasformare un gesto qualsiasi in una azione significativa. Possiamo anche nutrire dissapori tra di noi, pensarla diversamente su una o più questioni, anche decisive; ma se le scelte “ci interessano”, potremmo sempre trovare un terreno di confronto che dia senso alle parole e alla volontà che dietro di esse si manifesta. Come accennavo prima, l’indifferenza dei borghesi cui alludono tante pagine della “Lettera”, è diversa da quella indifferenza che noi oggi sperimentiamo. Se prima l’indifferenza nascondeva in sé stessa una forma di insofferente spregio per le classi inferiori (sentimento ingenuo oltre che scellerato); oggi essa, oltre a quello, si colloca in tutti quei territori dove per tante ragioni l’uomo tende a ridurre i propri comportamenti ad una banalità opaca sulla quale la luce dell’etica civile non riesce più a filtrare per illuminare le coscienze. Ed ecco allora che a quella citazione inglese i care, possiamo dare oggi un significato più pieno. Essa, infatti, è la formula di un invito ad essere pienamente uomini. Essa, in definitiva, indica la necessità di un “nuovo umanesimo”. 

Le culture del “Novecento” hanno prodotto tante dottrine politiche e, quindi, forme di umanesimi contraddittori, come ha ben detto il filosofo De Lubac il quale ammoniva che: “L’umanesimo esclusivo è un umanesimo inumano”. E la storia del “secolo breve” con le sue stragi ne ha dato tragiche testimonianze. Ma attenzione, la fine delle ideologie non ha avuto meccanicamente come conseguenza la fine della disumanità. Le nuove povertà dei paesi industrializzati, le crescenti divisioni tra i paesi ricchi e paesi poveri, le oltre centoquaranta guerre che ancora si stanno combattendo nel mondo anche con l’empio impiego dei bambini-soldato, la crisi ambientale e tanti altri fenomeni tutti preoccupanti, ci dicono che gli esiti della modernità da soli non sono in grado di garantire un futuro di pace degno di una umanità riscattata dalle guerre e dalle ingiustizie. Ci dicono cioè che dobbiamo incontrarci per riscrivere insieme le tavole di un’etica condivisa che ridia ragioni di speranza e di crescita all’umanità. Tanti fatti, oltre a quelli appena segnalati, ci dicono pure che la costruzione di un umanesimo vero e di pace è impegno difficilissimo. Ma non impossibile. E per costruirlo don Lorenzo ci aiuta con il suo generoso e intelligente esempio, a partire da quella scuola che attraverso il suo impegno ha dato la parola ad una povertà che ne era priva, afona. E anche oggi dobbiamo ridare la parola a chi l’ha perduta insieme alla voglia di comunicare, di parlare; a chi, nella frammentazione del presente, ha perso la fiducia di poter divenire protagonista della propria vita. E su questi valori, ve lo assicuro di cuore, orienterò il mio impegno di governo, come ministro dalla scuola di tutti, perché questo e non altro vuol dire l’espressione “pubblica istruzione”.

Con un’ultima notazione che qui a Barbiana è necessaria: c’è una terra di mezzo tra i grandi apostoli della solidarietà e quella variegata della politica. C’è uno spazio dei profeti ed è una patria senza confini. Bene, noi sappiamo che don Milani l’abita ancora e ci aiuta sempre con l’esempio della sua missione religiosa, ma anche e soprattutto civile.

Dibattito | I cattolici democratici protagonisti di una nuova fase politica.

Tifenn Degornet

Le suggestioni e le riflessioni pubblicate su questo blog  esigono un ragionamento, dentro una volontà di confronto, che non può né deve essere eluso. E se costruire una proposta politica significa inverare, sul piano della Storia, principi e valori in un quadro di proposta progettuale, può essere utile far precedere la riflessione da un analisi della contingenza storica che stiamo vivendo. In Europa, alla vigilia di elezioni importantissime, stiamo vivendo una fase nuova. Dalla frustrazione e nostalgia, e dalla sfiducia e risentimento degli anni Dieci, siamo entrati in una fase di risacca. I movimenti sorti come risposta alla crisi dei debiti sovrani e dei provvedimenti di austerità, imperniati da una retorica anti-sistema e da un tratto di contestazione profonda, sono diventati improduttivi sul piano elettorale.

Syriza in Grecia (che era stato salutato da chi oggi guida il Pd come il sol dell’avvenire europeo del Duemila), Podemos in Spagna, il Movimento 5 Stelle in Italia, ma anche l’UKIP di Nigel Farage, che fu la reazione a destra contro la globalizzazione e l’Unione Europea, mostrano tutti la corda. I populismi di destra e di sinistra hanno infiammato piazze e folle, ma non hanno saputo farsi proposta di governo. Di fronte a questo gli elettori rifluiscono o nell’astensione o nella restaurazione. Viviamo una specie di Termidoro europeo, che mette fine alla stagione dei giacobini per aprire la strada al ritorno della restaurazione. Guardiamo cosa succede in Grecia o in Italia, o cosa sta per accadere in Spagna. Il punto è – per rimanere alla metafora storica – che questa restaurazione non funzionerà. Lo vediamo oggi in italia: Pnnr al palo, sbarchi aumentati, legislazione mediatica e populismo giudiziario, bulimia di potere senza uno straccio di proposta modernizzatrice per il Paese, cristallizzazione di un sistema di rendite e corporativismi che inchiodano la nostra economia da decenni. 

Qui sta il cuore dello spazio politico del centrismo riformista e democratico: creare le condizioni per le quali un elettorato moderato, riformatore e pragmatico non venga “arruolato” per assenza di alternative nelle file di una destra antimoderna e illiberale, e offrire una proposta politica un grado di assicurare che i moderati non rifluiscano nel conservatorismo e i riformisti non vengano risucchiati e silenziati dentro il massimalismo radicale. A tale proposito, preoccupa – e non poco – la deriva assunta da Pd all’indomani della vittoria della Schlein: da un lato si sposano le tesi dell’individualismo dei diritti, lasciando sullo sfondo il fondamentale richiamo ai doveri della solidarietà sociale, dall’altro si manifesta una tendenziale subalternità nei confronti della deriva culturale di matrice “travagliesca” del Movimento 5 Stelle che sulla giustizia, sulle riforme, sulla politica estera sembra essere impegnata ad una sfida continua al Pd dentro la consueta logica del “più uno”, che dai tempi di Bertinotti connota a sinistra ogni tentativo del massimalismo di soffocare le culture riformiste e di governo.

Ci troviamo così in uno schema opposto a quello della Prima Repubblica. Mentre la Dc raccoglieva voti moderati per orientarli politicamente verso il centrosinistra e le riforme di struttura, per fare avanzare la società, oggi la Destra raccoglie i voti moderati per attuare politiche identitarie e nazionaliste che faranno arretrare la società. E questo avviene perchè davanti all’offerta politica secca bipolare, il voto dei “non schierati” viene attratto dalla Meloni e non dalla Schlein, il cui partito ha perso ogni appeal per l’elettorato non schierato ideologicamente.

E, ancora una volta, qui sta il cuore politico dello spazio di un centrismo riformista. Che come tale, lo vorrei dire senza infingimenti, non può prescindere dal contributo e dalla presenza della cultura cattolico democratica. Non per una banale logica di captatio benevolentiae. Quanto, invece, per un basilare riconoscimento di un dato storico, che è inaggirabile: l’affermazione della democrazia, nel nostro Paese, è avvenuta con il contributo decisivo e profondo del cattolicesimo democratico, unito al riformismo liberaldemocratico e liberalsocialista, e grazie all’ intreccio di queste culture culturali e politiche si è assicurata l’evoluzione dei filoni politici della sinistra comunista e della destra missina, che nel corso della Prima Repubblica sposavano piattaforme regressive sotto il profilo dei valori democratici.

E come ci ha insegnato Pietro Scoppola, quello che è avvenuto in Francia, in Spagna o nel Regno Unito, con figure del cattolicesimo politico riformista di grande prestigio annegate dentro formazioni politiche di ceppo tradizionale socialista o liberale, non può avvenire in Italia per tre ragioni che si riassumono in tre parole: per la forza maggiore nel nostro Paese della tradizione politica cattolico democratica, per la debolezza della tradizione socialdemocratica e per il peso dell’eredità comunista nella nostra storia. Peso, inteso in termini di condizionamento culturale, che oggi riemerge in tutta la sua forza nel Pd, e che porta a concepire i riformisti cattolici del Nazareno non più come portatori di una cultura organica (oltre che fondativa del partito), ma come interlocutori occasionali con i quali aprire una dialettica dentro una dimensione di riconoscimento che assegna ai cattolici una funzione quasi lobbystica. (“Sì, ci sono anche i cattolici, parleremo anche con loro”, ha avuto modo di dire a Repubblica un influente membro della nuova segreteria, dando voce a un sentimento ampiamente diffuso a quelle latitudini, e affidando sostanzialmente alla cultura del riformismo cattolico una funzione di alterità rispetto alla riscoperta dell’originario filone dell’ ortodossia di sinistra). 

Mentre il Nazareno torna al Patto Gentiloni, al centro si riparte con il confronto e la discussione. Che deve condurre alla costruzione di una soggettività italiana che sia figlia della Storia, della cultura politica e della tradizione riformista italiana. In questa accezione, l’esperienza di “Renew Europe” non va letta, e non deve essere vissuta, come un recinto nel quale entrare, quanto invece come un tessuto connettivo che può allargarsi ed espandersi dentro un terreno più ampio nel quale le culture sappiano farsi sintesi ed innervarsi dentro un reciproco ascolto e confronto. Va anche in questa direzione il documento approvato dai gruppi parlamentari nei giorni scorsi, che immagina la auspicata lista unitaria per le elezioni del prossimo anno da costruirsi “a partire” dall’esperienza di Renew Europe e del Partito Democratico Europeo. In fondo, è questo il lascito della grande stagione della laicità della politica, che richiede assunzione di responsabilità e capacità di mediazione alta. Davanti ai grandi temi della vita di oggi (dalla messa in discussione dei modelli democratici sul piano globale al futuro del personalismo davanti ad un progresso tecnologico che sfugge alla possibilità di ogni controllo, per dire le cose più grandi) c’è bisogno di un grande lavoro culturale e valoriale. C’è bisogno di un retroterra etico e politico. C’è bisogno di riserve alle quali attingere per evitare la deriva dell’Italia e dell’Europa. Insomma, c’è bisogno della sintesi delle migliori culture politiche riformiste d’Italia, con la capacità di fare politica. Esattamente quello che i cattolici democratici hanno saputo fare nella loro storia in Italia. 

Ciriaco De Mita, una volta, ebbe a ricordarmi che nel primo dopoguerra Alcide De Gasperi seppe tenere insieme i democristiani che erano cattolici, i socialdemocratici che erano marxisti, i repubblicani che erano massoni e i liberali che erano anticlericali. E questo perchè mise al centro un pensiero politico di fondo forte e coerente su valori portanti come l’idea della democrazia e della libertà per la ricostruzione del Paese, l’atlantismo leale, l’europeismo come traiettoria identitaria, la politica economica fondata sulla crescita e la solidarietà. Questi valori li abbiamo tutti nelle nostre corde. È il momento storico di tornare a trafficare questi talenti. Insieme.

 

 

Dibattito | Al voto europeo uniti attorno alla bandiera del Partito popolare europeo

Dopo l’infausta fine della prima repubblica, il centro era stato rappresentato dal “partito di plastica” del Cavaliere che, in alternativa alla gloriosa macchina da guerra occhettiana, conquistò la maggioranza del voto alle elezioni del 1994, sfruttando l’immagine di uomo nuovo della politica italiana e i voti dei reduci del Psi e di molta parte degli ex Dc.

Berlusconi, grazie alle sollecitazioni di Sandro Fontana e di don Gianni Baget Bozzo, suo intelligente mentore ideologico, scelse di allearsi a livello europeo con il Ppe, di cui divenne uno dei più autorevoli leader per consenso elettorale e ruolo istituzionale. Oggi, dopo il voto di Settembre 2022, quella situazione è totalmente mutata e quello che un tempo era il centro destra a dominanza del partito di Forza Italia, è diventata un’alleanza di destra-centro egemonizzata dal partito di estrema destra di Giorgia Meloni, nel quale, nonostante le chiare scelte euro atlantiche compiute dalla Presidente del consiglio, convivono molti esponenti di culture nazionaliste e sovraniste di nostalgici post e neo fascisti.

Ipotizzare alleanze a destra dei Dc e Popolari legati alla cultura originaria democratico cristiana e popolare con tale maggioranza, a me pare solo possibile come scelta tattica, forse comprensibile a livello locale, ma assolutamente incompatibile in quello nazionale, considerate le distanze esistenti tra gli ideali e i valori che ispirano la destra meloniana da quelli propri della nostra tradizione sturziana, degasperiana e morotea.

Anche a sinistra, con un Pd a dominanza della neo segretaria Elly Schlein, ridotto al ruolo di un “partito radicale di massa”, la nostra incompatibilità è evidente. Una incompatibilità confermata dalle decisioni che amici Popolari ex Margherita hanno compiuto, come Fioroni e altri, uscendo da un partito i cui valori, alla fine, sono risultati incompatibili con quelli fondanti della nostra cultura politica.

Qualcuno si era illuso sul terzo polo del duo Calenda-Renzi, ma proprio in questi giorni si è potuto vedere quanto le divisioni tra di loro siano profonde e che solo l’esigenza di conservare il supporto finanziario del gruppo parlamentare unificato, abbia rappresentato la condizione utilizzata e imposta da Renzi per il varo di una lista unitaria alle prossime europee.

Giorgio Merlo nella sua ultima nota su “Il Domani d’Italia” (Il Centro è credibile se è credibile chi lo rappresenta), sulla base di un sondaggio di Lorenzo Pregliasco, confermerebbe la profezia di uno spazio elettorale attorno al 10 % a un centro che fosse equidistante dai due poli della destra e della sinistra, con personalità credibili alla sua guida. Gli è che, da un lato, i cosiddetti cattolici della morale, flirtano con la destra già da molti votata, e, dall’altra, quelli del sociale, o sono coerentemente fermi al centro, come il sottoscritto e molti altri, o ripensano nostalgicamente a una nuova Margherita in formato 4.0, sempre con lo sguardo rivolto a quella sinistra da cui sono appena fuggiti, dopo la vittoria congressuale della leader statunitense nazionalizzata svizzera.

Ecco, se veramente fossimo tutti interessati, come affermato sia al Convegno del Parco dei Principi del 25 Febbraio che a quello del 13 maggio al teatro parrocchiale di San Lorenzo in Lucina, alla ricomposizione politica dell’area popolare: cattolico democratica, liberale e cristiano sociale, è evidente che, utilizzando finalmente alle prossime elezioni europee il sistema elettorale proporzionale con preferenze, l’unica scelta che dovremmo compiere è quella della formazione di una lista unitaria di tutte le componenti della nostra area, tanto quelle che fanno capo agli amici di Tempi Nuovi – Popolari uniti, che a quelle di Insieme e, infine, ma non meno decisivi, di Iniziativa Popolare, con tutti gli amici a diverso titolo democratici cristiani e con tutte le diverse associazioni e movimenti che sottoscrissero il patto della Federazione Dc e Popolari.

Ogni altra scelta che puntasse di andare ciascuno per proprio conto sarebbe miope e contro producente, giacché da sola nessuna delle diverse formazioni potrebbe superare realisticamente la soglia minima obbligatoria prevista dalla legge elettorale europea per l’assegnazione dei seggi. Unica discriminante per il voto europeo dovrebbe esser la comuna volontà di far parte della più ampia squadra del Partito Popolare Europeo, poiché tutti eredi del partito che, con De Gasperi fu, con Adenauer, Monnet e Schuman, tra i fondatori della compagine popolare europea, lasciando a un futuro congresso nazionale la decisione delle scelte politico programmatiche e delle alleanze sul piano interno italiano. Ecco perché mi sento di rivolgere l’ennesimo appello a tutti gli amici delle diverse realtà politico culturali citate affinché si rinviino le decisioni sulle alleanze e ci si impegni tutti uniti per dar vita a una lista unitaria dei Dc e Popolari alle prossime elezioni europee, con l’obiettivo di riportare finalmente nel Parlamento a Strasburgo e a Bruxelles alcuni deputati rappresentativi della nostra cultura politica.

Una buona legge elettorale può riconciliare il cittadino con la politica

La progressiva riduzione della partecipazione al voto può ragionevolmente creare un problema di legittimazione del risultato per chi, di volta in volta, vince le diverse competizioni elettorali? In termini formali ovviamente no. Ma in termini politici si impone una riflessione se chi prevale nelle elezioni (soprattutto nelle competizioni a turno unico) non può dire di rappresentare la maggioranza dei cittadini, ma a volte solo una esigua parte di elettori rispetto all’intera platea degli aventi diritto di voto. Infatti, in presenza di percentuali di partecipazione al voto inferiori al cinquanta per cento, il risultato ottenuto da ciascuna lista indica un livello di consenso realmente presente nel tessuto sociale che è pari alla metà della percentuale di voti ottenuti o a volte anche meno. In altre parole una lista che raggiunga una pur lusinghiera percentuale di voti (ad esempio del 28-30%) sta in effetti rappresentando un percentuale dell’intera cittadinanza che è molto inferiore a quel numero.

Nelle recenti competizioni elettorali regionali del febbraio 2023, il caso limite è stato quello del Lazio, dove la percentuale di votanti ha raggiunto il minimo storico del 37,2%. In casi di questo tipo, una lista che raggiunge il 30% è in effetti stata votata dall’11% degli elettori. Lo stesso Presidente della Regione Lazio, legittimamente eletto lo scorso febbraio con il 53,9% dei voti, è stato effettivamente votato da non più del 20% dei cittadini del Lazio. Anche nelle elezioni politiche del settembre 2022 il “primo partito” è stato quello dei non votanti (circa 20 milioni); si consideri inoltre che il centrodestra vince con 12,6 milioni di voti, mentre tutte le altre forze politiche (oggi all’opposizione) non vincono perché divise tra loro, ma raccolgono complessivamente oltre 16,4 milioni di voti. Il paradosso espresso da questi numeri è che oltre tre quarti degli elettori non trova rappresentazione nella maggioranza che governa attualmente il Paese.

Il ragionamento si potrebbe concludere dicendo semplicemente che gli assenti hanno sempre torto. E in parte è così, perché poi i governi e le amministrazioni elette operano e decidono in nome e per conto di tutti. Ma oltre questo non si può sottovalutare che la bassa affluenza al voto e un simile meccanismo elettorale non creano – tra le altre cose – quell’afflato tra elettori ed eletti che poi diventa anche vettore delle scelte politiche di amministrazioni e governi. Una condizione dalla quale derivano poi conflitti e sfiducia generalizzata nelle istituzioni e in chi le rappresenta. Con il progressivo calo della partecipazione dei cittadini alle scelte delle amministrazioni manca sempre più quel coinvolgimento popolare che crea un senso civico diffuso e con esso anche le condizioni per amministrare al meglio una comunità organizzata, specialmente quando si tratta di grandi agglomerati urbani.

Probabilmente un errore fatto in modo sistematico nel corso degli anni è stato anche quello di definire il voto sempre e soltanto come un diritto. La nostra Costituzione invece, all’articolo 48, definisce il voto come “personale ed eguale, libero e segreto” aggiungendo che “il suo esercizio è un dovere civico”. I costituenti hanno voluto sottolineare il concetto di “dovere” aggettivandolo come “civico” per evitare che il legislatore ordinario potesse in seguito prevedere delle sanzioni a carico di chi non vota. Oggi è più che mai necessario recuperare quel concetto di “dovere civico” per ristabilire un rapporto fiduciario meno effimero e più duraturo tra cittadini e rappresentanti eletti nelle istituzioni; ne deriverebbe un vantaggio complessivo per tutti, grazie alla crescita di un comune senso civico di appartenenza ad una comunità in grado di confrontarsi in modo costruttivo intorno a problemi e possibili soluzioni.

Sono riflessioni che dovrebbero guidare ogni proposta di modifica dei sistemi elettorali a livello sia nazionale che locale. In questo senso va spezzata una lancia a favore dei sistemi elettorali che prevedono un doppio turno e che hanno la caratteristica di riuscire a tenere insieme i vantaggi della logica proporzionalistica che tutela le diversità politiche con l’esigenza di stabilità di amministrazioni e governi. Il modello elettorale dei comuni, anche detto del “sindaco d’Italia”, consente infatti di salvaguardare ogni singola forza politica nel primo turno, individuando con nettezza nel secondo turno di ballottaggio chi dovrà guidare l’amministrazione o il governo; è un sistema inclusivo, che può risultare incentivante per la partecipazione al voto consentendo ad ognuno di fare una scelta che tenga insieme la voglia di identità con la necessità di sintesi. Ritrovare una sana partecipazione significherebbe anche che chi è chiamato a governare può rappresentare realmente la maggioranza dei cittadini e non solo una parte dei pochi che si recano a votare. Le leggi elettorali devono essere rivolte agli elettori con l’obiettivo di riavvicinarli alla politica e al voto. Altre finalità possono interessare solo gli “addetti ai lavori” con grande nocumento per la qualità della nostra democrazia.

Renew Europe, finta unità tra Calenda e Renzi senza i cattolici democratici.

All’incontro romano di Renew Europe, il raggruppamento che vede come leader Emmanuel Macron, può essere attribuito tutto il valore che merita uno sforzo di lodevole apertura. Si è trattato però di una sorta di processo endogeno, sviluppato all’interno del contenitore dei liberal-democratici europei e quindi legato alla prospettiva di una lista unitaria tra Azione, Italia Viva e Più Europa, ovvero tra i partiti italiani iscritti attualmente a Renew Europe. In sostanza, l’apertura nel significato pieno del termine non c‘è stata a motivo della mancanza del benché minimo accenno, durante e dopo il convegno, ad altre forze politiche e sociali. 

Questa volta è stato Calenda a dire con più chiarezza quale sia realisticamente il perimetro dell’iniziativa alla quale si dispongono i suoi protagonisti. “Con Renzi si ferma ogni polemica, non si discute più su questioni di merito, questo sia per quanto riguarda i gruppi che i leader politici. Si valuterà la possibilità di costruire una lista di Renew Europe nei tempi giusti. Non deve essere matrimonio di interesse, ma un processo. Oggi siamo tre partiti distinti che devono collaborare per ottenere i voti. Mi richiamerei, per questo, allo spirito repubblicano di Draghi”. 

Orbene, ammesso che la tregua tra Azione e Italia Viva regga, non sembra scontato realizzare l’obiettivo di una saldatura più completa, vista la prudenza, se non la freddezza, della componente che fa capo a Maggi e Della Vedova, ma in ultima istanza alla Bonino per la sua storia e il suo potenziale di fascinazione sul mondo “radicale”. Da questo lato del triangolo viene infatti la sollecitazione a riguardo di un più esplicito ancoraggio alla “cultura dei diritti”, come d’altronde asserito dallo stesso Macron quando mesi fa ha  lanciato la proposta diretta a far sì che il diritto all’aborto diventi parte integrante della legislazione europea, sottraendo la materia alla competenza dei singoli Stati.

L’appuntamento dei liberal-democratici serviva ad allargare il campo, invece lo ha praticamente cintato senza risolvere o alleggerire il contenzioso interno. Sta qui la delusione. In un tempo che richiede la ricerca di nuove convergenze tra forze popolari e riformatrici, secondo un disegno che si vorrebbe improntare a un umanesimo rispettoso del contributo delle fedi, l’approccio dell’agglomerato italiano di Renew Europe esibisce una vocazione all’irrigidimento lungo l’asse del liberismo etico (essendo quello economico acquisito acriticamente). Su queste basi il confronto con i cattolici democratici parte male o non parte affatto, non valendo in politica il criterio per il quale, alla Totò maniera, “la somma fa il totale”: si rischia, mettendo insieme tutto e il contrario di tutto, di generare ulteriore confusione nell’elettorato.

Manzoni precursore del Risorgimento nel ricordo di Fanfani al Senato

Amintore Fanfani

Il 22 maggio 1873 si spegneva a Milano Alessandro Manzoni. Il Senato, che lo annoverava da 13 anni tra i suoi membri, partecipò ai funerali, svoltisi con grande solennità il 29 dello stesso mese. Il 3 giugno il presidente Fardella di Torrearsa rievocò in Aula l’illustre scomparso. E, in esecuzione del voto unanime espresso in quel giorno, un busto di marmo fu posto poi in biblioteca, quasi a sottolineare il ricordo di un senatore insigne nelle lettere, ma schivo della politica. 

Ricorrendo in questi giorni il centesimo anniversario della morte di Manzoni, non poteva il Senato della Repubblica non partecipare al ricordo di Milano e dell’Italia, promuovendo sue proprie onoranze. 

Per Palazzo Madama, con l’assenso del Ministro per pubblica istruzione ed il consenso del Centro di studi manzoniani, della Biblioteca nazionale Braidense e del comune di Milano, si è ottenuto di poter collocare in una delle sale senatoriali un quadro del secolo scorso. In esso il pittore Giuseppe Molteni ritrae lo scrittore al centro di un noto paesaggio lariano, attribuito al pennello di Massimo d’Azeglio. Il pregio dell’opera è accresciuto, quindi, dalle circostanze che, a compirla, abbia dato mano lo statista-pittore che l’8 giugno 1860 fu invitato, insieme al collega Casati, ad introdurre in Aula il neo-senatore Alessandro Manzoni per prestare giuramento. 

Da una sala contigua a quest’Aula, meno riservata di quella della biblioteca, la pittorica effigie meglio ricorderà ai senatori un predecessore tra i più illustri, non solo per gli indiscussi meriti letterari, ma anche per certi meriti politici, attorno alla natura dei quali le polemiche, in verità, non sono del tutto sopite. 

E, rivolgendo, in quest’occasione, la parola agli onorevoli colleghi, non posso non prendere avvio proprio da ciò che disse il presidente Fardella di Torrearsa sottolineando che “la lunga intemerata vita di Alessandro Manzoni non fu spesa nell’adoperarsi attivamente nelle pubbliche faccende”. A ciò dire l’antico Presidente fu portato forse anche dal ricordo della rinunzia, fatta pervenire dal Manzoni agli elettori di Arona, quando lo avevano prescelto come deputato, allegando il motivo che tale lezione, per lui, suonava come l’invito rivolto ad “uno zoppo per una festa da ballo”.

Certo, la ritrosia del ‘48 ad accettare il mandato degli elettori, come la discrezione con la quale nel febbraio del 1860 accolse la nomina a senatore e la parca partecipazione alle sedute del Senato in tempi di accese lotte, che non lasciavano inosservata l’assenza da esse di  italiani ricchi di grandi doti e di distinta personalità, han dato risalto alla modesta presenza di Alessandro Manzoni nella vita politica.

Il problema, che sembrò senza importanza per chi decise la nomina di Manzoni a senatore per avere “con servizi  e meriti eminenti illustrato la Patria”, non sfuggì a quanti, a ciclo concluso di una esistenza certamente preclara, cercarono di spiegare di essa le luci e le ombre.

Appena morto il Manzoni, Giosuè Carducci esprimendo “alcuni giudizi“ su di lui, fondava il proprio invito a non presentarlo quale banditore e partecipe dei moti risorgimentali, sul silenzio che il poeta, dopo il ’21, aveva mantenuto verso la Patria; e quasi spiegava quel lamentato silenzio, e l’inerzia che lo accompagnò, con la morale – secondo lui – deducibile dai “Promessi Sposi”, quella cioè “che a pigliar parte alle sommosse l’uomo rischia di essere impiccato; e torna meglio a badare in pace alle cose sue facendo quel po’ di bene che si può”. Deduzione – questa – non certo elogiativa per il nostro commemorato, che però da se stesso, in certo modo, aveva anticipato simile spiegazione del suo restare appartato dall’azione, allorché il 7 ottobre 1848, da Lesa, aveva scritto a Giorgio Briano: “Tutto mi si fa dubbioso, oscuro, complicato, quando le parole possono condurre ad una deliberazione… il fattibile, le più volte non mi piace, e, dirò, anzi mi ripugna; e ciò che mi piace non solo parrebbe fuori di proposito e fuor di tempo agli altri, ma sgomenterebbe  me medesimo, quando si trattasse non di vagheggiarlo o di lodarlo semplicemente, ma di promuoverlo, e d’aver poi sulla coscienza una parte qualunque delle sue conseguenze”.

E aldilà di questa soggettiva spiegazione, Arturo Carlo Jemolo, proprio in opera nuova, di questi giorni, spiega la scarna presenza del Manzoni nella vita politica italiana col fatto che egli “sente la nazione, non lo Stato, non crede alla possibilità delle leggi, di amministrazioni buone, non vede dietro di sé tempi migliori da risuscitare, e ben poco spera dall’avvenire”.

Ai sottolineatori della riservatezza politica manzoniana un dotto membro della nostra Assemblea giustamente, tuttavia, ricorda – bene anticipando il sentimento diffuso oggi in quest’Aula – che accanto al Manzoni che “sta per conto suo”, c’è anche un Manzoni “che compie senza sacrificio, senza sforzo tutti gli atti necessari a congiungere la fede del credente con la dignità del cittadino; un Manzoni che non sbaglia nel ‘48, nell’adesione alle cinque giornate, che non sbaglia nel decennio della lunga snervante attesa, che non ha esitazioni o incertezze di fronte alla svolta del ‘59, che riceve dalle mani del Rattazzi, all’indomani di Villafranca, l’assegno Regio di riconoscenza, ma ringrazia Cavour;… un Manzoni che si reca a votare nel dicembre del 1864 a Torino per il trasferimento della capitale a Firenze, primo sicuro passo sulla via di Roma, resistendo a tutte le pressioni anche familiari;… di un Manzoni che plaude all’impresa garibaldina dei Mille, senza aspettare il corso degli eventi;… un Manzoni che non ha nessuna incertezza o esitazione, una volta compiuta la parabola dell’unità, a incontrarsi con Mazzini, asserendo che con Mazzini egli aveva avuto sempre fede nell’indipendenza d’Italia, compiuta e assicurata con l’unità”.

Né sembrino di poco conto questi atti, anche se confrontati con quelli dei massimi protagonisti del Risorgimento. Infatti, per l’ambiente in cui viveva Manzoni, essi risultarono tanto significativi da non risparmiargli contrarietà in vita e perduranti  critiche anche in morte, quando la sua memoria fu biasimata proprio per avere egli “detto troppi sì alla signora rivoluzione”.

L’aver pronunziato questi sì concorse a meritargli il laticlavio: ed anche il ricordo di questi si gli merita la celebrazione che a cent’anni dalla morte ne facciamo, sia per aver egli, con la sua non dimenticata opera di scrittore sommo, onorato le lettere in Patria e nel mondo, sia per avere egli con ferme decisioni, in momenti salienti, anticipato e stimolato la convinta adesione di ampia parte della popolazione italiana di profondo sentire cattolico allo sforzo lungimirante per superare storici steccati, per concorrere a prendere le decisioni capaci di consolidare l’unità raggiunta e, sulla base di essa, promuovere necessari progressi nel senso della libertà.

In questo spirito possiamo riallacciarci, dopo cent’anni, alla celebrazione che di Alessandro Manzoni fu fatta in quest’Aula dal Presidente d’allora, elogiando in Manzoni il sommo letterato, il precursore del Risorgimento, il cantore dell’unità nell’ora del periglio, il senatore che, col suo giuramento, confermava e rinnovava le sue libere aspirazioni, il vegliardo che, quasi nonagenario, a quanti circondavano il suo letto di morte rivolgeva “parole che è bello ripetere – così concluse il Fardella di Torrearsa –  anco  in quest’Aula: pregate così pure, come io ho fatto quotidianamente, per la Patria”.

Ed accogliendo, dopo cent’anni, questo invito, nelle nuove condizioni dell’Italia, non possiamo non proporci di mettere al sommo dei nostri pensieri e della nostra opera il fermo proposito di fare quello che da noi dipende, affinché l’Italia, delle conquiste sinora raggiunte sulla via dell’indipendenza, dell’unità, della libertà, faccia solida base per accrescere le altre cui attende di progresso, di giustizia, di pace.

Il Centro è credibile se è credibile chi lo rappresenta

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Recentemente, alla presentazione del mio ultimo libro sul “Centro. Dopo il populismo” a Torino, Lorenzo Pregliasco – autorevole e qualificato sondaggista – ci ha spiegato in modo molto semplice ma schietto che esiste un elettorato centrista nel nostro paese. Soprattutto dopo la ripartenza di una forte e massiccia radicalizzazione della lotta politica, frutto e conseguenza del voto del 25 settembre scorso ma, soprattutto, grazie alla vittoria della Schlein alle primarie del Partito democratico. Una radicalizzazione che va di pari passo con una altrettanto nociva e pericolosa polarizzazione ideologica. Il tutto, come ovvio ed evidente, crea una miscela esplosiva che può mettere in discussione la stessa tenuta della nostra democrazia e la qualità del sistema democratico.

Ma, per tornare a Pregliasco, è interessante la tesi che ha presentato a Torino. E cioè, esiste 1 elettore su 10 che oggi in Italia si riconosce in un’area centrista. Un 10% di elettorato che potrebbe, però, anche crescere ulteriormente purchè, ecco la novità, si tratti di una offerta politica credibile da un lato e che, soprattutto, sia rappresentata in modo credibile da chi la guida dall’altro. Insomma, torniamo all’antico. Non quello usato e nostalgico ma, al contrario, quello serio e collaudato. Ovvero, con un progetto politico coerente e aderente alla società contemporanea e con una classe dirigente altrettanto credibile, quello spazio politico può riavere un ruolo decisivo e determinante per gli stessi equilibri politici complessivi. Sin qui Pregliasco, pur senza esercitarsi, come ovvio, nello stilare nomi e cognomi.

Ora, è di tutta evidenza che – e lo dico senza alcuna polemica politica e men che meno di carattere personale – difficilmente un esponente con il profilo politico di Calenda può interpretare quel ruolo o farsi carico di quella domanda politica, culturale e sociale che attraversa la nostra società. Non può essere un politico aggressivo, divisivo, strutturalmente impulsivo e poco incline, per non dire nulla, alla cultura della mediazione, del confronto, del rispetto dell’avversario e della composizione degli inevitabili contrasti che nascono nella lotta politica quotidiana, la figura più idonea per interpretare e tradurre concretamente la “politica di centro” nel nostro paese. Oltre, ma questo è ancora un altro aspetto, essere radicalmente estraneo ed esterno alla cultura cattolico popolare, democratica e sociale che, come tuti sanno, è stata nel nostro paese decisiva per dare forma e sostanza al Centro e alla “politica di centro”.

E l’elemento decisivo, quindi, per rilanciare e soprattutto per rappresentare il Centro oggi nel nostro paese risiede proprio in questa sfida. E cioè, senza rincorrere la più spietata personalizzazione della politica – un tassello, questo, storicamente estraneo alla cultura e alla politica di un Centro democratico, dinamico, riformista e di governo – è indispensabile avere una leadership credibile che incarni anche “fisicamente” quel profilo. Che è sì di natura politica, culturale e programmatica ma che, soprattutto, lo confermi anche e soprattutto nella cosiddetta “cultura del comportamento”, come amava definirla il grande storico cattolico Pietro Scoppola quindi parlava di autorevolezza e di credibilità della classe dirigente politica.

Ecco perchè l’osservazione di Lorenzo Pregliasco, ancora una volta, coglie nel segno.

Eurispes, la sfida dei tempi nuovi per una Italia consapevole del suo ruolo.

Il messaggio del 35° Rapporto Italia dell’Eurispes, presentato ieri a Roma, che fotografa un Paese che oscilla tra inseguire l’illusione di una nuova normalità e l’apertura ai tempi nuovi, è quello di non mettere la testa nella sabbia come gli struzzi bensì di attrezzarsi ad affrontare, come ha affermato Gian Maria Fara, Presidente dell’Eurispes, «le novità e la portata dei cambiamenti in atto, a livello globale e nelle nostre comunità nazionali e locali», quelli che l’Eurispes definisce i “megatrend”, i grandi processi legati, ad esempio, alla rivoluzione digitale, agli andamenti demografici, ai cambiamenti climatici, ai flussi migratori, alle disuguaglianze economiche, agli squilibri sociali diffusi.

Tra i molteplici aspetti del Paese messi in luce dal Rapporto Italia spiccano i dati rilevati dell’indagine dell’Eurispes per il 2023, il 53,8% dei cittadini indica che l’andamento della economica del Paese nel corso dell’ultimo anno è peggiorato. La pandemia ha portato pessimismo: fino al 2020 prevaleva infatti l’opinione secondo cui la situazione fosse sostanzialmente stabile. Mentre riguardo al futuro economico dell’Italia nei prossimi 12 mesi, secondo il 31,2% degli italiani la situazione resterà stabile, mentre per circa il 30% peggiorerà, solo per l’8,5% ci sarà un miglioramento e ben il 30,2% non sa o non risponde. Nonostante la percezione di un peggioramento della situazione economica del Paese, il 42% dei cittadini afferma che la propria situazione economica personale/familiare negli ultimi 12 mesi è rimasta stabile.

La spesa che più spesso mette in difficoltà le famiglie è il pagamento del canone d’affitto (48,4%), seguita dalle bollette e utenze (37,9%; +3,5% rispetto al 2022) e dalla rata del mutuo (37,5%), mentre tre italiani su dieci hanno difficoltà a pagare le spese mediche (30,1%; +5,6%).

La maggioranza degli italiani (75,1%), nel corso dell’ultimo anno, ha sperimentato l’effetto dell’inflazione, avvertendo l’aumento dei prezzi in Italia. Gli aumenti più significativi si riscontrano per le bollette, i generi alimentari e la benzina (con oltre il 90% delle indicazioni). 

Parecchi altri sono gli aspetti della vita nazionale analizzati nella ricerca, una sintesi della quale è scaricabile sul sito dell’Eurispes.

Di grande interesse rispetto al tentativo dell’Italia di affrontare le sfide di questo cambio di epoca in corso, risultano anche i dati forniti riguardo all’evoluzione dei rapporti commerciali tra Italia e Africa, un continente che secondo la Banca Africana per lo Sviluppo (AfDB) nel 2022 ha conosciuto un incremento del PIL del 3,8%, che lo pone al secondo posto nel mondo dopo l’Asia per crescita economica.

Nel 2022 l’interscambio commerciale dell’Italia con l’Africa ha fatto registrare per la prima volta dal 2011 un saldo negativo. Si è infatti avuta una vertiginosa crescita delle importazioni dall’Africa (+36,5%) a cui ha contribuito l’aumento delle importazioni di gas e di petrolio da Algeria e Libia,  in sostituzione di quelli russi. Una dimostrazione del fatto che il Piano Mattei per l’Africa comincia a dare i suoi frutti a vantaggio sia dei Paesi africani che dell’Italia, con la prospettiva per l’Italia di poter ampliare con l’Africa le opportunità di sviluppo di partnership eque, solide e diversificate.

Il Manzoni di Papa Montini

1967-03-26 Paolo VI celebra la Messa di Pasqua in Piazza San Pietro

Paolo VI

 

Signor Cardinale,

Apprendiamo dalla sua lettera che la Città di Milano sta per celebrare, in maniera degna delle sue tradizioni di spiritualità e di cultura, il 1° Centenario della morte di Alessandro Manzoni. Nel compiacerci di cuore per questo avvenimento, che raccoglierà l’adesione di personalità e di studiosi italiani ed esteri, desideriamo in qualche modo partecipare a quanto è stato predisposto per onorare noi pure l’insigne Uomo, che ha dato alla fede cattolica una così alta testimonianza con la convinzione vissuta del credente e col sommo magistero letterario dell’incomparabile artista.

Il Manzoni si trovò in un momento decisivo della storia: di fronte alla ideologia dell’illuminismo razionalistico. Egli prospettò con «La morale cattolica», una visione teologica della vita umana e affermò l’inscindibilità del fatto morale da quello dottrinale; di fronte al laicismo della rivoluzione sostenne, con accenti squisitamente religiosi negli «Inni sacri» specialmente, i valori del culto cattolico e la commossa partecipazione del popolo alle festività liturgiche; in mezzo al dramma umano delle guerre di allora celebrò il soccorso della fede con le sue composizioni liriche sul risorgimento italiano e sul declino napoleonico. Le sue tragedie portarono sulla scena le vicende dei condottieri e la storia franco-longobarda, penetrandole del respiro di umanissimi sentimenti e inserendole nel quadro più vasto di un’esperienza vitale, dove accanto ai grandi anche ai semplici è assegnato un posto degno di rispetto e di umana pietà. Egli pertanto sentì che la letteratura è strettamente congiunta alla vita e la vita alla verità religiosa, e che non si può dare una risposta al segreto dell’arte se prima non sia intuita la risposta al senso della vita. Per questo volle riproporre, nella visione di un tempo storico quale è il Seicento, i ricorrenti problemi che l’uomo incontra nelle sue diverse età.

I «Promessi Sposi», che sono il naturale sbocco di questa cristiana meditazione sull’esistenza, vivono in uno spazio sociale e spirituale senza confini, non circoscritto alle terre, pur così suggestive, a specchio del lago di Como, e generazioni di uomini, ormai da più decenni, si sono soffermate su quelle pagine, e vi hanno trovato riflesso un aspetto della loro propria vita, o, diciamo meglio, la risposta animata a tanti loro problemi.

Per la città di Milano, che sempre noi ricordiamo con partecipe affetto, quei personaggi sembrano di casa: essi conservano una fisionomia simbolica che ha preso il carattere dei luoghi, e nonostante la metamorfosi indotta dai nuovi tempi, essi posseggono ancora un accento che si adatta mirabilmente al cielo e al lavoro della città e delle campagne lombarde. In questa rappresentazione tutti i personaggi di scena assurgono a figure tipiche di perenne eloquenza; ed Ella può ben comprendere come sia per noi motivo di vera commozione il ricordo del Cardinale Federigo Borromeo, che lasciò nell’Arcidiocesi ambrosiana, tanto legata al veneratissimo San Carlo, fondazioni e memorie giunte vive sino a noi. Un Padre Cristoforo che si pone a contrastare con i potenti e che, a prima vista, sembra l’uomo sconfitto, i protagonisti che devono lasciare il paesello, dopo l’addio ai monti, in cerca di rifugio in un mondo sconosciuto, e tutto l’insieme dei fatti tra la carestia, i disordini e la peste, sono continui richiami a situazioni storiche passate, ma non trascorse, diremmo col Manzoni, e che si ripetono nella storia dei popoli, anche di recente.

Guardare più in alto per trovare i legami della vita umana con un disegno della Provvidenza è un dovere trasparente dalle pagine semplici e sublimi dell’immortale romanzo, dovere che ciascuno ha verso se stesso e verso il prossimo, proprio in ordine alla legge di Dio e ai precetti della carità. Questo, a noi pare, è il grandissimo merito che ha avuto il Manzoni, riproponendo, con la pacata suggestività dell’arte, il significato più profondo della umana esistenza. Se volessimo rievocare le cose innumerevoli che lo scrittore ha voluto dire, non dovremmo passare sotto silenzio le circostanze, quasi marginali, e spesso inosservate, che sono la lezione segreta e persistente del Manzoni più intimo; si pensi, ad esempio, alla predica di Padre Felice al lazzaretto: c’è in quella invocazione alle Beatitudini del Vangelo un cristianesimo puro e semplice, una verità sofferta tra una popolazione di derelitti e di consacrati alla morte; quando la Croce s’inalbera e ha inizio la processione, ci vien fatto di pensare a questo cammino del mondo e dell’età presente, che ha bisogno, per avanzare, che la Croce apra il cammino e sia sempre di guida. Nel Manzoni, a noi sembra, non esistono zone morte, né pagine di ripiego. Ci sembra di scorgere, nel gran teatro del mondo che là si riflette, un richiamo continuo e insistente alle leggi umane, alle leggi divine, a quelle infine della Chiesa, per cui, coerentemente, lo Scrittore stesso confidò al P. Cesari: «Colla Chiesa voglio sentire, esplicitamente dove conosco le sue decisioni, implicitamente dove non le conosco: sono e voglio essere colla Chiesa fin dove lo so, fin dove veggo e oltre».

In tale luce, la conclusione del romanzo è, effettivamente, il succo di tutta la storia: i dolori vengono e vanno; così le sofferenze si succedono negli individui, nelle famiglie e nei popoli, ma la fiducia in Dio raddolcisce tante pene e «le rende utili per una vita migliore». Al termine della «Pentecoste», il più ispirato dei suoi Inni, il Poeta si sofferma a guardare la fede che brilla nello sguardo di chi muore, sperando: così ci par di vedere il Manzoni nelle giornate ultime della sua vita, accanto alla sua cara Chiesa di San Fedele.

Il romanzo è una «consolazione per l’umanità», e così lo giudicò il Verdi, che celebrò degnamente il transito del grande artista con la «Messa da Requiem». Crediamo che di questa consolazione anche la società odierna abbia un sincero bisogno. Si discuteva tanto, nell’età manzoniana, del terzo stato: lo Scrittore lo pose al centro dei «Promessi Sposi», e mostrò un interesse singolarissimo per la vita degli umili, che sembrano destinati a restar fuori dalla storia, mentre per la loro fede e la loro sanità morale ne sono la base e il fermento. In questo Centenario, in cui gli studiosi più qualificati interverranno con nuove esegesi, sembra perciò opportuno che sia stabilito un contatto tra la dottrina dei critici e il popolo, quello per primo pastoralmente affidato alle Sue sollecite cure. Le iniziative prese in tale circostanza, dalle Autorità civiche come dall’arcidiocesi, ne sono un segno consolante.

Il Manzoni tornerà così tra la sua gente ambrosiana, che lo conobbe e lo amò in ogni tempo, e che prosegue a vedere in Lui, con affettuosa stima, l’uomo, lo scrittore, il cristiano. Auspichiamo altresì che l’occasione celebrativa ne richiami e riproponga più universalmente il messaggio consolatore, il quale indica nella fitta e confusa trama degli eventi umani l’azione segreta, di cui dicevamo, della Provvidenza di Dio, la quale tutto guida, alla fine, per il bene dei suoi figli.

Con questi voti a Lei e alle Autorità che promuovono le solenni celebrazioni nella diletta Arcidiocesi, giunga l’augurale saluto della nostra Benedizione Apostolica.

 

N.B. Il messaggio al Cardinale Giovanni Colombo, Arcivescovo di Milano, fu divulgato il 19 maggio 1973, ma vergato dal Papa il 14 aprile.

 

Fonte: Vaticano

https://www.vatican.va/content/paul-vi/it/speeches/1973/may/documents/hf_p-vi_spe_19730519_centenario-manzoni.html

In Italia bisogna ragionare sulla espansione dei Brics nel bacino mediterraneo

Sono diciannove i Paesi che, per il momento, hanno chiesto di aderire al Coordinamento dei Brics. Lo ha reso noto Anil Sooklal, ambasciatore presso i Brics, del Sudafrica che detiene la presidenza di turno, specificando che fra questi Paesi tredici hanno avanzato una formale richiesta di adesione e sei hanno espresso la volontà politica di farlo. Il tema dell’allargamento e delle modalità con cui sarà fatto, verrà discusso al vertice dei ministri degli esteri dei Paesi Brics che si terrà a Città del Capo il prossimo primo giugno, in vista del XV vertice dei leaders Brics che si terrà a Durban dal 22 al 24 agosto prossimo.

 

L’allargamento dei Brics costituisce un processo di rilievo per gli equilibri globali. Diventa importante, e urgente data la rapidità con cui sta avvenendo, definire l’atteggiamento e la strategia da tenere verso i Brics allargati, o Brics Plus, come potrebbero decidere di chiamarsi dopo le nuove adesioni.

 

L’Italia è lo stato occidentale più interessato poiché quasi tutta la sponda Sud del Mediterraneo (Algeria, Tunisia, Egitto, Siria, Turchia) nei prossimi anni potrebbe ritrovarsi nei nuovi Brics. Se la sappiamo cogliere, questa è una opportunità straordinaria per l’Italia che può rendere il nostro Paese un laboratorio di dialogo e di partenariato tra il nostro sistema di alleanze e quello che si sta consolidando fra un numero rilevante di stati emergenti, e rendere l’Italia il centro dell’incontro tra questi due mondi.

 

L’apertura di un nuovo ciclo di relazioni improntate all’interdipendenza e alla collaborazione tra Est e Ovest (significativa è anche la scelta del governo italiano di ospitare a Otranto, porta verso l’Oriente, il prossimo G7) appare favorita anche da processi di pacificazione che stanno avvenendo con impressionante velocità fra Paesi che hanno richiesto l’adesione ai Brics. Ex nemici di un passato recente, che hanno combattuto guerre devastanti, innescate e sostenute perlopiù da soggetti esterni, ora hanno normalizzato le relazioni diplomatiche e si ritrovano addirittura alleati.

 

Qualche significativo esempio.Turchia e Siria, con Damasco riammessa con tutti gli onori nella Lega Araba; Arabia Saudita e Iran, che sono tornati a parlarsi grazie alla mediazione di Pechino, e nonostante la loro guerra per procura in corso nello Yemen, che adesso non sembra aver più ragion d’essere.

 

Pakistan e Afghanistan, che, in aggiunta alla loro comune prospettiva nei Brics Plus, hanno deciso, insieme alla Cina, lo scorso aprile, di estendere il Corridoio Economico Cino-Pakistano (CPEC) al disastrato Afghanistan. Dopo 20 anni di occupazione occidentale, seguita a quella sovietica, un Paese da 40 anni in guerra vede, per la prima volta, a portata di mano un processo di enorme sviluppo perché, nonostante tutto, con la Cina arriva lo sviluppo, interessato quanto si vuole (Pechino vede l’Afghanistan come hub commerciale strategico per la Belt and Road Initiative, la nuova Via della Seta), ma le infrastrutture per lo sviluppo i cinesi le hanno realizzate in Africa, nel vicino Pakistan e tutto lascia presagire che le faranno anche in Afghanistan.

 

Dal punto di vista geopolitico sembra assumere una particolare rilevanza il fatto che quasi tutta l’Asia Meridionale e Indo-Pacifica, dall’Iran all’Indonesia, intenda aderire ai Brics. Noi europei riteniamo l’Europa il principale teatro in cui si definiscono gli equilibri mondiali (purtroppo in questa fase anche attraverso il ricorso alla guerra, scaturita dall’invasione russa dell’Ucraina). Ma l’Asia Meridionale, da cui passa il controllo dei mari, necessario per contenere l’Eurasia, non è da meno per importanza.

Ora, di fronte al processo di allargamento dei Brics, non è pensabile che l’Occidente possa isolarsi e barricarsi dietro i suoi confini.

 

Forse è arrivato il momento di pensare a come starci nel mondo multipolare. Sia come nazione, sfruttando adeguatamente l’invidiabile collocazione geografica della Penisola che ci permette più di altri di cogliere le opportunità offerte dall’allargamento dei Brics nel Mediterraneo, sia come Europa, sia come Occidente.

 

Una missione e un servizio che gravano innanzitutto sugli Stati Uniti per il ruolo guida che a loro compete e che, senz’altro e dopo gli opportuni chiarimenti all’interno dei loro gruppi dirigenti, saranno in grado di assolvere nel modo più idoneo a definire a nome di tutto l’Occidente un accordo vantaggioso di collaborazione con i Brics e con il Resto del Mondo per la gestione della politica mondiale, che riduca al minimo e possibilmente disinneschi dal loro interno le occasioni e i teatri di conflitto e rafforzi la stabilità e la pace nella giustizia nel mondo intero.

Al Brennero, tra Italia e Austria, non c’è pietà per i migranti.

Facendo un ripasso di geografia il passo del Brennero separa le Alpi retiche da quelle Noriche e funge di divisorio fra la Sill e l’Isarco, due affluenti rispettivamente del fiume Inn e dell’ Adige, “segnando così il limite fra il bacino imbrifero dell’Adriatico al sud e del Mar Nero col Danubio al nord”.

 

Ci si potrebbe giocare la propria testa che gli emigranti che affluiscono da quelle parti tutto questo non lo sanno. Tanto meno sono interessati alla notizia che in quella terra tutto nascerebbe dal Fondatore di una Corte dal nome altisonante, un certo Chunradus Prenner de Mittenwalde. Si sa soltanto che vengono sballottati tra l’Italia e l’Austria. Sembrerebbe che i gendarmi addetti ai respingimenti abbiano una procedura efficace per far desistere quei pellegrini dal proseguire nella marcia verso una terra promessa. L’espediente è semplice ed all’un tempo fruttuoso. 

 

Pescati in fragranza di transito viene loro comminata una multa che non sono in grado di pagare. A quel punto si passa alla seconda fase che prevede il sequestro del cellulare dei malcapitati. Cellula proviene da piccola cella, un nome che uno scienziato volle così dare alla sua scoperta giocando con il microscopio qualche secolo fa.

 

Quei disperati che quotidianamente cercano fortuna in Europa non possono essere messi in galera, occorrerebbero un numero infinite di celle per contenerli tutti. Secondo le regole dell’arte della guerra, al nemico è bene sempre tagliare i riferimenti ed i rifornimenti. Con un semplice gesto, la requisizione di un cellulare, si ottiene uno scopo che darà frutti preziosi.

 

Senza possibilità di comunicare con i parenti già presenti nel continente, gli emigranti sono privati di contatto sia con la terra d’origine che quella agognata d’approdo. Non viene loro strappata la lingua ma è come lo si fosse fatto. Non viene loro cancellata la memoria ma i dati da conservare. Le foto delle persone a te care e i loro messaggi, ti sono sottratte recidendo i ponti a cui aggrapparti per non precipitare nel vuoto.

 

Con mossa astuta stracciano la mappa dei loro sentimenti che si perdono, rinchiusi nel posto dove stanno senza poter respirare aria di nuove patrie. Nel “Re Lear” ci si chiede se sia un furto giustificabile sottrarre se stessi di dove non c’è più pietà.

Futurus è il participio futuro del verbo esse, essere. Il futuro ti è negato ma anche il passato non ti spetta, così che tu non possa prendere un nuovo slancio e riprovarci. Si tratta di uno stratagemma che ha una sua tremenda funzionalità. Del resto si deve fronteggiare in ogni modo la carica di ben oltre 101 emigranti. Alla domanda: “Tu come stai?”, “Miseramente cara, come al solito. Superbamente a pezzi” risponderebbe Crudelia De Mon. Al Brennero non piacciono i cartoni animati. Quanto a crudeltà, fanno sul serio.

 

Parodiando Iannacci potremmo cantare: Brennero e nuvole, la faccia triste dell’Europa. Che voglia di piangere ho.

Elezioni in Turchia, lo sfidante di Erdogan non si arrende

Nonostante i sondaggi che danno Erdogan vincente il candidato dell’opposizione turca, Kemal Kilicdaroglu, non intende arrendersi. E, in vista del ballottaggio di domenica 28 maggio, ha alzato i toni per conquistare indecisi, giovani e nazionalisti. Il politico turco ha ulteriormente spinto su una delle sue promesse elettorali, il rimpatrio dei rifugiati siriani.

 

“Siamo pronti a rimandare tutti i rifugiati nei loro paesi d’origine senza alcun razzismo. Noi, i leader della coalizione, abbiamo preso una decisione: li rimanderemo tutti nei loro paesi d’origine entro due anni al massimo”, ha dichiarato a un comizio ad Antiochia.

 

“Quelli al governo hanno fatto un accordo di riammissione. Hanno trasformato la Turchia in un deposito di migranti”, ha tuonato ancora.

 

Dichiarazioni che cozzano con l’immagine mite del candidato dei sei partiti d’opposizione, portata avanti nella prima fase della campagna nel corso della quale Kilicdaroglu ha più volte trasmesso video dalla sua cucina o dallo studio di Ankara con le maniche della camicia tirate su. Ma questa immagine ha lasciato il posto a quella di “leader duro”, in particolare sulla questione migranti.

Fonte: Askanews- 23 maggio 2023

Nessuna dimenticanza a 31 anni dalla strage di Capaci

Strana lingua il siciliano, bellissima e puntuale anche quando piega l’italiano alle sue forme espressive. “Mi sono fatto persuaso” ed ancor meglio quando sibila: “Mi sono fatto capace” indicando, così, la forza di poter tutto comprendere, assorbire e sopportare. 

Tempo fa, lungo una strada, alla altezza di un paese dal nome profetico, Capaci, ci fu più luce del solito. Il Paradiso aveva bisogno di un bagliore per un cambio di marcia, annichilito dal ritmo costante dell’eternità. In quel punto la terra ebbe un ventre capace di tutto ingoiare, digerendo in anticipo la dimenticanza degli anni a seguire.

Ancor prima un poeta scrisse: “Fan le capaci volte echeggiar sempre / Di giovanili strida…”. Il cielo contenne lo scoppio del tritolo, il lamento delle sirene e di quelli che si rattristarono, anche vecchi tra loro, quando gente di Stato ci rimise le penne.

Capace fa rima con rapace: richiama subito la sfida ad essere in grado di superare il proprio limite. Capaci rimanda alla competizione a chi, tra i vari, alza sempre di più il tiro. È andata come vi ho detto. 

Prima o poi ce ne faremo capaci.

Manzoni visto con gli occhi di uno studioso originario della Corea

Deug-Su I

Sebbene cristiano, non riuscivo a liberarmi da categorie di giudizio che discendevano da uno sfondo culturale di rilevante connotazione buddhista. L’azione di Dio nella storia, ossia la nota caratteristica del messaggio manzoniano, sfumava in una pacata atmosfera di religiosità, in un pessimismo raccolto e contemplativo. Nella visione pessimistica del mondo come dolore, coglievo i fatti umani prevalentemente nella loro negatività e dimensione effimera ed esistentiva; non si rivelavano quindi capaci di illuminare, se non per via dell’opposto, un piano provvidenziale.

Tale atteggiamento mi portava a cogliere nel cristianesimo stesso una vaga religiosità e quindi, in fondo, a privarlo del puntuale rilievo dei suoi eventi storici e del suo pellegrinaggio nel secolo. All’occhio, dunque, ovvero a sorvolare l’immediatezza significativa della vita umana per incentrarsi nella meditazione su una verità solipsistica, anche una storia così armonicamente articolata e così sapientemente significativa come quella del romanzo del Manzoni, stentava a configurarsi in me in tutto il suo rilievo concreto. L’approdo era sempre una realtà ideale intuita in modo indeterminato. Tale situazione dipendeva forse, oltre che dalla caratteristica della mia formazione, anche dal fatto di non aver considerato più attentamente l’iter del dramma interiore del Manzoni. 

In Italia, ho avuto modo di accostarmi alla chiarezza mediterranea che dà un timbro singolare al costume cattolico di questa terra e che mi aiuta a comprendere meglio la spiritualità del Manzoni. Ora il Manzoni mi persuade e la sua testimonianza morale soprattutto religiosa diviene motivo per me di chiarimento e di consenso. Un primo momento di questa convergenza di giudizio e di vita è un intenso senso di simpatia verso le creature manzoniane, simpatia che non si ferma ai familiari personaggi dei Promessi sposi, ma raggiunge vicende e figure più complesse e drammatiche in cui il Manzoni ha forse raffigurato qualche elemento del suo itinerario. 

Gli equilibri dell’universo poetico dei Promessi sposi sono l’esito finale di un processo di tensione e di tentativi che altre opere manzoniane, specie le tragedie, mettono in luce. Nel mio itinerario di chiarimento, sono idealmente passato attraverso le inquiete figure delle tragedie alla serenità del romanzo. La conversione manzoniana dal mondo del dolore a quello dell’amore sembra, dunque, emblematica di quella liberazione cui ogni uomo, senza alcuna distinzione, tende e consegue, talvolta anche nel fallimento della propria vicenda empirica.

 

Fonte: Il Popolo (22 maggio 1973)

Titolo originale: La Provvidenza nella storia. Testimonianza dall’oriente.

Autore: Il dottor Deug-Su I, autore di questo scritto, è coreano. E’ stato un insigne medievista e coreanista dell’Università di Siena, premiato dal Presidente della Repubblica di Corea nel 2003 come miglior umanista coreano all’estero. Aveva studiato a Perugia con Claudio Leonardi, insegnando poi alle università di Lecce, Siena e Arezzo. Visiting professor in Belgio e a Berlino, dirigeva per il Centro di Studi Comparati dell’Università di Siena-Arezzo una collana di studi e testi poetici coreani, in traduzione inglese e tedesca, che rappresenta l’unica impresa editoriale destinata specificamente alla conoscenza della cultura coreana in Occidente.
I suoi studi in italiano, coreano e tedesco riguardano argomenti specialistici come l’agiografia altomedievale, il rapporto fra ideologia e cultura religiosa in età carolingia, o la mistica cisterciense, ma anche temi interculturali come la comparazione fra estetica orientale e occidentale o la canonizzazione “occidentalizzata” dei martiri coreani, che I Deug-Su esplorava sui microfilms dell’Archivio Segreto vaticano.
E’ venuto a mancare nel 2004

Il governo Meloni è vittima della sua sindrome complottista

Il governo di destra soffre di una sindrome complottista. Ogni volta che una sua proposta politica è criticata, si affretta a spiegare che esistono trame occulte nei suoi confronti ad opera di giornalisti, magistrati, tecnici, finanza internazionale, etc.. Ciò non stupisce più di tanto perché l’elettorato affascinato dai complotti è stato in questi anni corteggiato dalla destra, è sufficiente ripensare alla sponda che Lega e FdI ha dato alla galassia negazionista dei vaccini.  

Gli esempi della sindrome complottista non sono pochi, mi soffermo però sugli ultimi tre riguardanti il codice degli appalti, il disegno di legge sull’autonomia differenziata e l’audizione alla Camera della Banca d’Italia sulla delega fiscale.

Il 29 marzo il presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC), Giuseppe Busia, è intervenuto sul disegno di legge del nuovo codice degli appalti (codice Salvini) rilevando gli aspetti positivi del provvedimento ed esprimendo nel contempo dubbi “per la riduzione della trasparenza e della pubblicità delle procedure, principi posti a garanzia di una migliore partecipazione delle imprese”e per l’innalzamento troppo elevato del valore dei lavori che si possono affidare direttamente o con procedure negoziali, cioè senza gare d’appalto, modalità “che rendono meno contendibili e meno controllabili gli appalti di minori dimensioni, che sono quelli numericamente più significativi. Tutto questo col rischio di ridurre concorrenza e trasparenza nei contratti pubblici”. Osservazioni ragionevoli che avrebbero meritato perlomeno un approfondimento, poiché l’ANAC è l’autorità amministrativa indipendente, istituita con legge statale, la cui missione istituzionale è la prevenzione della corruzione in tutti gli ambiti dell’attività amministrativa; inoltre perché dispone di competenze di elevata professionalità che hanno maturato un patrimonio di conoscenza ed esperienza nella gestione degli appalti. Invece la reazione del governo è stata di lesa maestà e ha chiesto le dimissioni del presidente di ANAC.

Il 17 maggio viene reso pubblico, sul sito del Senato, un documento del Servizio Bilancio che stronca il disegno di legge leghista sull’autonomia differenziata per dare più potere alle regioni. La reazione immediata dei ministri Salvini e Calderoli è stata durissima: i tecnici sono accusati  di essere incompetenti e servili verso FdI, tiepida verso questa riforma. Che cosa hanno detto di così grave i tecnici del Servizio del Bilancio che ha il compito istituzionale di tutelare l’equilibrio del bilancio cosi come prevede l’art.81 della Costituzione? Semplicemente che il ddl Calderoli, non prevedendo nuovi e maggior oneri a carico  della finanza pubblica, non è credibile e che le “regioni più povere ovvero quelle con bassi livelli di tributi erariali maturati nel territorio regionale potrebbero avere maggiori difficoltà ad acquisire le funzioni aggiuntive”.  

Arriviamo al 18 maggio. Alla Commissione finanze della Camera è audito il Capo del Servizio Assistenza e consulenza fiscale della Banca d’Italia Giacomo Ricotti sulla delega al Governo per la riforma del sistema tributario. L’intervento suscita molto scalpore perché vengono messi in discussione i ‘totem’ del centro destra. La flax tax è criticata: “Il modello prefigurato dalla delega fiscale come punto di arrivo – un sistema ad aliquota unica insieme a una riduzione del carico fiscale – potrebbe risultare poco realistico per un paese con un ampio sistema di welfare, soprattutto alla luce dei vincoli di finanza pubblica”. La redistribuzione del prelievo deve principalmente avvenire “attraverso il contrasto all’evasione; questo fenomeno, oltre che inaccettabilmente iniquo, distorce la concorrenza tra imprese e sottrae risorse che potrebbero essere utili anche ad alleggerire il carico tributario dei contribuenti in regola”. Anche qui il governo, lancia in resta, è andato all’attacco di Bankitalia accusandola di essere vicina alla sinistra e dileggiando i suoi tecnici: “Molti di questi – ha sostenuto il sottosegretario alle imprese – sono solo bravi a scrivere libri e hanno competenze universitarie, ma non conoscono il fisco reale. Mai fatta una dichiarazione dei redditi, etc.”.

Da queste ultime tre vicende, e delle tante altre che le hanno precedute, emergono i tratti  autoritari del governo di destra: non bisogna disturbare il manovratore, i tecnici dovrebbero rinunciare alla loro autonomia ed essere servili al ministro o sottosegretario di turno oltre a un’insofferenza diffusa verso gli organismi pubblici di controllo.

Nelle democrazie bisogna avere però il senso del limite. “La verità è che non possiamo funzionare – ha scritto Tom Nichols  – se non ammettiamo i limiti del nostro sapere e non ci fidiamo delle competenze altrui. A volte ci opponiamo a questa conclusione perché sconvolge il nostro senso d’indipendenza e autonomia. Vogliamo credere di essere in grado di prendere tutte le decisioni e ci irritiamo se qualcuno ci corregge, ci dice stiamo sbagliando o ci dà spiegazioni su argomenti che non capiamo”.

Il monumento che manca è quello alla normalità della vita vissuta

Un monumento serve a immortalare una prodezza, un gesto, un personaggio. Chi passa, osserva, inquadra l’epoca, scruta la lapide, cerca lo sguardo fiero di chi ha meritato tanta gloria, ricostruisce gli eventi e se non ci riesce da solo si fa aiutare da qualche bene informato di passaggio: tutto si spiega in una posa, sintesi di una vita da consegnare ai posteri. Pochi busti, molti cavalli con relativi fantini: si vede che il cavaliere è un genere che non passa mai di moda. Una volta se ne vedevano di più nei cortili, nelle piazze, ai crocevia, ora bisogna proprio andarseli a cercare.

Una spiegazione c’è: se servono ad esaltare le virtù umane il sillogismo è presto fatto, si vede che stiamo vivendo tempi di recessione morale. Meno virtù, meno monumenti. Si tratta infatti di un repertorio legato al passato, quando si avvertiva il senso e il peso di un gesto, di una prodezza, di una parola. Chi erigerebbe oggi un simile tripudio di marmo a chi avesse anche solo il coraggio di dire “obbedisco”? Quei pochi che restano, in genere, sono proporzionati al contesto: piazza grande, personaggio grande, monumento grande e il contrario per tutto il resto.

Adesso l’umanità non ha più tempo per fermare la posa, serve spazio per il traffico e le rotonde evitano anche le soste e i semafori. A parte qualche lapide smunta e sbiadita ai ‘militi ignoti’, trovo che il monumento celebri soprattutto il genius loci, con le dovute eccezioni come da tradizione nazionale, essendo stato quello italiano notoriamente un popolo di santi, poeti, navigatori ed eroi. Essersi fermati qui è anche un segno di pudore: potremmo erigere monumenti a opinionisti, politicanti e influencer? Trattandosi di riconoscimenti postumi forse, un domani, qualcuno ci ripenserà.

Ma i simboli di oggi hanno significati a volte indecifrabili: vedi tre cerchi al centro di un’aiuola e pensi “che cosa vorrà dire?”, poi qualcuno ti spiega che è un elogio perenne all’intercultura e all’amicizia tra i popoli, un valore oggi in disuso e in riarmo. Mi pare che i simboli e le allegorie dei nuovi monumenti replichino i significati imperscrutabili del nostro tempo: ognuno ci può vedere quello che crede, salvo che non venga pietosamente dettagliato a margine. Trovo inoltre che i monumenti servano a immortalare un gesto, un attimo, un’azione, un avvenimento, per cui legano il tempo breve di una sola cosa alla memoria dell’eternità.

Mi pare che manchino invece monumenti alla vita della gente normale, l’elegia dell’uomo qualunque, ma non per questo del qualunquismo. Eppure dovremmo ricordarci reciprocamente più spesso che oltre il gesto, il clamore, dell’evento, l’episodio, la battaglia è la santa e paziente quotidianità, spesso sommersa e ignota ai più, che spinge avanti i destini del mondo. So di gente che ha lavorato una vita compiendo sempre il proprio dovere senza ricevere neppure il ’grazie’ del commiato, padri e madri che hanno cresciuto con grande sacrificio i propri figli per esserne -da vecchi- abbandonati, uomini che per il lavoro hanno chinato il capo di fronte a soprusi ed  angherie dei prepotenti, donne umiliate nella violenza e rese silenti dalla vergogna, giovani che hanno studiato onestamente e con impegno sperando che il rispetto verso la scuola e il sapere li avrebbe prima o poi ricompensati, malati sopportare con rassegnazione il destino della sofferenza e del dolore, bambini abbandonati e senza nome, un’umanità variegata e composita che ha saputo attendere tutta la vita un’improbabile occasione di riscatto.

Persone che hanno ammantato di normalità la loro sofferenza per renderla pudicamente impercettibile, che hanno combattuto l’ingiustizia e la solitudine continuando ad amare la vita e a rispettare il prossimo. Gente di cui non si parlerà mai, confusa nel grigiore di una massa privata di eclatanti identità. Nessuno ha mai eretto monumenti alla normalità, come se fosse una cosa mediocre e senza valore, dimenticando che la fatica di vivere i gesti della quotidianità è la vera epopea dell’esistenza, senza cavalli, mostrine, stellette e feluche.

Ecco a me piacerebbe – non so a voi – che almeno in qualche parte del mondo, in un posto qualunque, nella banalità di una piazza senza storia e senza epoca qualcuno erigesse un monumento alla memoria di quanti hanno vissuto onesti e dimenticati. Non per celebrare l’anonimato come valore ma per far capire a chi passasse di lì e osservando chiedesse – “chi sarà mai?”- che a volte il vero eroismo non si celebra nel singolo gesto ma nella lunga, silente rassegnazione di chi è stato capace di vivere fino in fondo senza mai ribellarsi al destino di una consapevole soccombenza. 

La riammissione della Siria nella Lega Araba non è una buona notizia

Bashar al-Assad è il dittatore responsabile della morte di oltre mezzo milione di suoi connazionali, della incarcerazione di oltre 100.000 oppositori del regime, della scomparsa di decine di migliaia di loro, dell’utilizzo di armi chimiche contro persone inermi, della devastazione del suo Paese, di milioni di sfollati senza più un luogo dove andare. E di molte altre nefandezze. Ebbene, la Siria di Bashar al-Assad è stata riammessa – 12 anni dopo esserne stata espulsa – nell’organizzazione della Lega Araba, unico voto contrario quello del Qatar, sette gli astenuti, tredici i favorevoli. Una notizia che è passata velocemente sui quotidiani e che ha interessato solo le (poche) persone interessate agli avvenimenti della politica internazionale. Una notizia, però, che è di una gravità estrema.

 

Non solo per l’aspetto etico della vicenda. Il dittatore siriano in tutti questi anni non ha mai, mai, mostrato un minimo segno di pentimento o anche solo di riflessione su quanto compiuto in questi lunghi anni di guerra civile. Ma anche per gli aspetti più propriamente politici. Ufficialmente o, meglio, informalmente, si dice che vi sia stato – pare – un qualche impegno di Damasco al contrasto dell’esportazione di questa nuova potente droga, un’anfetamina denominata Captagon, che sta infestando il Medio Oriente della quale la Siria è divenuta il luogo di smistamento principale. Un impegno che il dittatore avrebbe potuto assumere dal momento che, si mormora, il commercio della sostanza stupefacente ruoterebbe intorno a suo fratello, Maher al-Assad, che con questo “business” avrebbe fatto miliardi di dollari.

 

La realtà, però, è che – al di là di questa pur credibile motivazione – i paesi dell’area hanno probabilmente realizzato che non si può prescindere da Assad nel rapporto con la Siria, un paese la cui guerra interna ha comportato enormi problemi per tutte le nazioni vicine, non solo quelle confinanti. Disperati emigrati che si sono rifugiati in Libano, Giordania, Turchia (per non dire di quelli già da anni arrivati in Germania) determinando tensioni sia economiche sia sociali in nazioni già in difficoltà per conto loro. Una presenza non solo logistica (con i porti militarizzati di Latakia e Tartus) della Russia non a tutti gradita; il rischio di nuovi insediamenti jihadisti in un territorio non completamente governato; e ora pure la devastazione indotta dalla “droga dei combattenti”, come viene chiamato il Captagon.

 

Inoltre, è bene dirlo, il grande attivismo nell’area in questi ultimi mesi (a cominciare dalla ripresa dei rapporti fra Arabia e Iran favorita dalla mediazione cinese) è un ulteriore segnale di voluto allontanamento dall’occidente: l’Unione Europea non esiste da quelle parti, e quando è presente lo è con alcuni singoli stati nazionali; ma soprattutto sono assenti gli Stati Uniti, assenti di fatto dalla vicenda siriana sin da quando Obama decise di non intervenire nonostante l’accertato utilizzo di armi chimiche contro la popolazione civile utilizzate dall’esercito di Assad. 

 

La Lega Araba non è un organismo con molti poteri, tanto che la riammissione di Damasco nel suo seno non significa automaticamente la ripresa dei rapporti diplomatici con la Siria da parte di tutti i paesi che ne fanno parte, ognuno decidendo autonomamente cosa fare. La Lega è però importante almeno sul piano simbolico, e forse non solo, naturalmente: questo significa per Assad un riconoscimento importante, decisivo. Ha vinto lui. Al prezzo di un paese distrutto, ora anche dal devastante terremoto di pochi mesi fa, e soprattutto violentato nella sua anima interiore, laddove un barlume di giustizia si vorrebbe preservare e invece si deve amaramente riconoscere che per essa non c’è posto.

Prima Roccella e poi Viola vittime del clima di intolleranza al Salone del libro.

Nella politica contemporanea ne vediamo di tutti i colori, come si suol dire. Intendendo che l’inaffidabilità e il trasformismo sono le categorie più gettonate nella cittadella politica italiana e che non hanno sostanzialmente avversari. Ma la vicenda concreta legata al “non intervento” del Ministro Roccella al Salone del Libro di Torino non l’avevamo ancora mai vista. E che supera, purtroppo, di gran lunga la pur sgradevole contestazione di un no vax all’immunologa Antonella Viola che si è verificata ieri sempre al Salone nel Linbro durante la presentazione di un suo libro.

Ricapitolando. Dunque, un Ministro, con altri autorevoli interlocutori, sta per presentare un suo libro “Una famiglia radicale” al Salone di Torino. Un folto gruppo di contestatori a nome e per conto di sigle difficili persin da pronunciare e di ispirazione “femminista”, impedisce sistematicamente al Ministro di parlare. Urla, insulti, invettive e ogni sorta di attacchi personali ai relatori. Fa da sfondo, come da copione, l’accusa generica di essere fascisti. Di fronte a questo spettacolo, che non finisce, il Ministro invita i contestatori sul palco a spiegare le loro ragioni. Dopo la lettura di un documento, peraltro un po’ sgrammaticato, di una portavoce di quei gruppi, la stessa Roccella invita gli stessi ad un dialogo sul merito. Niente da fare, il confronto non lo accettano perchè l’ obiettivo dichiarato e perseguito è solo quello di non far parlare il Ministro. Interviene anche il Direttore del Salone Lagioia che non si capisce bene se è felice di questa contestazione o se cerca, al contrario, di far intervenire il Ministro.

Conclusione di questa vicenda. Roccella non parla, vengono individuate e denunciate alcune persone per “violenza privata” dalla Digos e poi parte, come sempre, la polemica politica. E qui arriva il divertimento. Inizia la solita Schlein che, noiosamente e stancamente, attacca a testa bassa la destra fascista di governo che non tollera più il dissenso democratico e che vuole creare un clima sempre più intimidatorio nei confronti delle minoranze. Fanno da grancassa gli ormai noti organi di informazione di sinistra – a cominciare da Stampa e Repubblica e la solita emittente televisiva – che si scatenano contro il Governo e la deriva autoritaria di questo esecutivo per spiegare e giustificare ciò che è accaduto al Salone. Al contempo, alcuni esponenti di Fratelli d’Italia contestano il povero Lagioia che, ripeto, non si capisce se è felice ed appagato di questa inedita e gravissima contestazione o se lavorava seriamente e realmente per risolverla.

Insomma, credo sia la prima volta in Italia che ad un Ministro viene negato il diritto di parlare in un luogo culturale e di confronto tra idee – e sin qui non è affatto una novità – ma che la responsabilità politica di questa intolleranza antidemocratica e di stampo neo fascista viene scaricata sul Ministro stesso. Una sorta di eterogenesi dei fini che, d’ora in poi, grazie alle strane e singolari teorie della Schlein e della sua corte mediatica, permetterà a chiunque di bloccare e di impedire a qualche esponente politico “nemico” di intervenire e poi, curiosamente, di montare una polemica violenta e aggressiva contro chi non ha potuto parlare.

Morale della favola. La contestazione è sempre legittima in un paese democratico. In qualsiasi momento e in qualsiasi occasione. Ma, con altrettanta chiarezza, impedire scientificamente di parlare all’avversario/nemico resta un atto di marca fascista. O comunista, a seconda dei punti di vista. La democrazia, al contrario, abita altrove. Nel rispetto, sempre e rigoroso, delle opinioni altrui e del pensiero dei propri avversari. Punto. Il resto sono chiacchiere da bar e pura propaganda.

Manzoni e la libertà su “Il Popolo” di Giuseppe Donati

Giuseppe Ellero 

 

[…]

Pensavo a tutto ciò rileggendo questi giorni La rivoluzione francese, il bel frammento che Alessandro Manzoni lasciò disgraziatamente incompiuto. Mi parve che il grande scrittore parlasse oggi o risorgesse oggi, spirito ammonitore ai posteri suoi ammiratori.

 

È noto come il frammento manzoniano ponga a confronto la rivoluzione francese dell’89 con la rivoluzione italiana del ’59 e dalle differenze degli effetti ne induca la differenza delle cause. Una di queste differenze egli trova nell’oppressione del paese sotto il nome di libertà che caratterizzò la rivoluzione francese dell’89 e la distinse nettamente dall’italiana del ’59. Quest’oppressione è riassunta nel nome di terrore che fu dato a una fase non breve di essa. E qui il Manzoni ha una pittura di questa oppressione che noi sentiamo certo oggi più vivamente che ieri. «La ragione (egli dice) per cui un tal nome di terrore fu dato a quella sola fase, fu perché in essa la cosa era arrivata al colmo. Ma com’è chiaro per chiunque voglia dare un’occhiata ai fatti, il sopravvento di forze arbitrarie e violente era già principiato, quasi a un tratto con la Rivoluzione, a rattenere col mezzo di attentati sansuinosi e impuniti sulle persone, una quantità di pacifici cittadini dal manifestare, non che dal sostenere i loro sentimenti, e a imporre a molti, più onesti che risoluti membri dei Corpi o legislativi o amministrativi e altri, creati, o lasciati formarsi dalla Rivoluzione medesima, l’assenza o il silenzio, per arrivar poi a imporre con un successo più indegno, la parola e il voto».

 

Come si vede, queste parole sembrano scritte oggi.

 

Ma di fronte a questa rivolta opprimitrice il Manzoni evoca la rivoluzione italiana che non fu terroristica. Ecco le sue parole che definiscono chiaramente la libertà. «Qui la libertà lungi dall’essere oppressa dalla Rivoluzione, nacque dalla Rivoluzione medesima: non la libertà di nome, fatta consistere da alcuni nell’esclusione di una forma di Governo, cioè in un concetto meramente negativo, e che per conseguenza si risolve in un incognito: ma la libertà davvero, che consiste nell’essere il cittadino per mezzo di giuste leggi e di stabili istituzioni, assicurato, e contro violenze private e contro ordini tirannici del potere, e nell’essere il potere stesso immune dal predominio di società oligarchiche, e non sopraffatto dalla pressura di turbe sia avventizie sia arruolate: tirannia e servitù del potere, che furono a vicenda e qualche volta insieme, due modi dell’oppressione esercitata in Francia nei vari momenti di quella Rivoluzione, uno in maschera d’autorità legale, l’altro in maschera di volontà popolare ».

 

«È il mio caso – diceva Renzo al dottore – pare che abbian fatta la grida apposta per me».

 

Dato così il concetto di libertà, il Manzoni, riflettendo a questi due effetti così diversi delle due Rivoluzioni: oppressione in Francia, libertà in Italia, ne trova le cause nell’origine stessa dei due grandi avvenimenti. La Rivoluzione francese, egli dice in sostanza, non era necessaria.

 

E in lunghe pagine si adopera a provare come le riforme imperiose che dovevano togliere i mali dell’antico regime erano nel pensiero di tutti, del terzo stato come dei nobili e del re, e bastava la ferma e onesta volontà di tutti nell’applicarle. Non così in Italia. Oui, secondo il Manzoni, era necessaria la sostituzione di uno Stato forte ai molti, giacché i mali e la vergogna d’Italia derivavano non tanto dall’assolutismo dei principi, quanto dall’essere essi in molti, e perciò deboli e perciò impotenti a creare una nazione veramente libera. La Rivoluzione italiana dunque scoppiata su da una necessità di vita, fu perciò stesso, dice il Manzoni, aliena da ogni volontà di sopraffazione e di oppressione della libertà civile. Ecco le sue parole, piene anche qui per noi d’immediata e sentita verità:

 

«Fu infatti il sentimento del loro diritto che produsse negl’Italiani quella generale concordia, la quale prevenne anche l’occasione e la tentazione di opprimere. Non dico la necessità, perché questa non può mai essere altro che un pretesto, o d’uno o d’alcuni, ai quali sia necessario, per conto loro, d’opprimere una popolazione che non voglia fare ciò ch’essi vogliono: necessità tanto allegata dagli autori dei fatti più atroci della Rivoluzione francese e dai loro apologisti, e ch’era stata così bene chiamata dal Voltaire: la scusa dei tiranni.

 

Qu’il impute, s’il veut, des désastres si grands à la necessité, l’excuse des tirans ».

 

Non è chi non vede come queste parole, in tutto ciò che riguardano la libertà civile di un popolo, siano un frutto dello spirito del Cristianesimo. Fra i tumulti delle Rivoluzioni, tra i mali ch’esse portano, matura sempre per trionfare, un progresso provvidenziale guidato dall’alto. E quando qualche macigno enorme vien gettato contro questo frume irresistibile, noi ci rinfranchiamo udendo le voci che segnarono le tappe del suo corso e ne affermarono la insopprimibile vitalità.

 

Titolo originale: La libertà nel pensiero di A. Manzoni

[Il Popolo – 19 ottobre 1924]

 

Giuseppe Ellero (1866-1925) sacerdote friulano, storico e poeta. Insieme al suo correligionario Pio Paschini aveva partecipato al rinnovamento culturale durante il modernismo. Organizzatore del Partito Popolare nell’udinese.

Agenzia cinese per la sicurezza informatica blocca l’azienda statunitense Micron

Il gigante statunitense dei semiconduttori Micron ha fallito una revisione della sicurezza nazionale. Lo ha annunciato domenica l’agenzia cinese per la sicurezza informatica, invitando gli operatori di “infrastrutture informative critiche” a smettere di acquistare i suoi prodotti. L’episodio segna l’ultima escalation nell’aspra guerra dei chip tra Stati Uniti e Cina, con Washington che cerca di bloccare l’accesso di Pechino ai semiconduttori all’avanguardia.

 

Le autorità cinesi hanno lanciato a marzo una revisione dei prodotti venduti nel paese da Micron, uno dei maggiori produttori mondiali di chip. I prodotti Micron “hanno potenziali problemi di sicurezza della rete relativamente seri, che rappresentano un grave rischio per la sicurezza della catena di approvvigionamento delle infrastrutture informatiche critiche della Cina e influenzano la sicurezza nazionale cinese”, ha affermato in una nota l’amministrazione della sicurezza informatica (CAC) aggiungendo che “gli operatori di infrastrutture informatiche critiche in Cina dovrebbero smettere di acquistare prodotti Micron”.

 

L’ampia definizione cinese di infrastruttura informativa critica comprende settori che vanno dai trasporti all’assistenza sanitaria. “Abbiamo ricevuto dal CAC l’avviso di conclusione della sua revisione dei prodotti Micron venduti in Cina”, ha dichiarato Micron in una nota. “Stiamo valutando la conclusione e valutando i nostri prossimi passi”. Alla domanda se la società presenterà ricorso contro la decisione, una portavoce di Micron ha dichiarato: “Non vediamo l’ora di continuare a impegnarci nelle discussioni con le autorità cinesi”.

 

Circa il 10 percento del fatturato annuo di 30,8 miliardi di dollari di Micron lo scorso anno proveniva dalla Cina, secondo i dati dell’azienda. Ma gran parte dei prodotti Micron venduti nel paese sono stati acquistati da produttori stranieri, avevano affermato in precedenza gli analisti, e non è chiaro se la decisione dell’agenzia della sicurezza informatica influirà sulle vendite ad acquirenti stranieri. La Cina nel 2021 ha annunciato regole per proteggere le infrastrutture informative critiche con requisiti di sicurezza dei dati più sensibili. Recentemente ha anche rafforzato l’applicazione delle sue leggi sulla sicurezza dei dati e contro lo spionaggio.

 

La guerra dei chip tra Pechino e Washington si è intensificata lo scorso anno quando gli Stati Uniti hanno imposto restrizioni all’accesso della Cina a chip di fascia alta, apparecchiature per la produzione di chip e software utilizzati per progettare semiconduttori.

 

Washington ha citato preoccupazioni per la sicurezza nazionale e ha affermato di voler impedire che la tecnologia che potrebbe aiutare a sviluppare attrezzature militari avanzate venga acquisita dalle forze armate e dai servizi di intelligence cinesi.

 

Nel 2021, la Cina ha importato semiconduttori per un valore di 430 miliardi di dollari, più di quanto ha speso per il petrolio.

Fonte: AskNews (21 maggio 2023)

Herald Catholic | Denatality afflicts the West but Israel goes against the trend.

Laura Perrins

[…]

To see the contrast in this approach you have to go to Israel, the only western type of nation that has above replacement fertility rates. It is not all down to ultra-orthodox Jewish families who do indeed have 5 or 6 children, but also due to the fact that secular Jews have the same number of children as Europeans used to have in the 60s and 70s. 

 

In this piece comparing Israel to Canada, the author explains, “Israeli women work at almost the same rates as they do here, with 59 per cent workforce participation compared to 61 per cent in Canada. But they get far less time off when they have babies — around three months compared to 18 in Canada. Similar to us, they have a strong social safety net with subsidized day-care and public health care. But they also share some of Canada’s struggles — their housing and grocery prices are extremely high, for example.

 

“The real secret to Israel’s fertility rates appears to be cultural. The family is at the absolute centre of Israeli life. Getting married and having kids is the highest cultural value. (Any Jewish person in either Israel or the diaspora will attest to the immense pressure to marry — it’s as if a great tragedy has befallen you if you have the ‘misfortune’ of remaining single past 26)”.

 

In fact, in Judaism most religious festivities are celebrated first and foremost in the home rather than the synagogue. Perhaps this also sends a message of just how important the family is in Jewish culture. 

 

And then of course there is the Shoah. “Holocaust generational trauma is also part of the story. The global population of Jews is still lower than what it was before the Second World War and there is a sense among Israelis that they have a duty to replenish those numbers.” 

 

The author [by The Economist] concludes, “But most importantly, children are seen as a blessing instead of a burden.” Indeed, “to many Israelis, children represent life — and only life brings hope”.

[…]

 

Find out more

https://catholicherald.co.uk/as-fertility-rate-plummets-in-catholic-italy-what-hope-is-left-for-west/

Chiamata ultima per il Centro alle elezioni europee del prossimo anno

Qualche giorno fa Massimo Gramellini lo ha scritto alla sua maniera esilarante ma il problema che ha posto è reale: quegli elettori, pochi o tanti che siano, che non si riconoscono né nelle posizioni di Giorgia Meloni né in quelle di Elly Schlein quale alternativa hanno, dopo la lite esplosa fra i due galli nel pollaio dell’ipotetico Terzo Polo? Per pura coincidenza lo stesso giorno su questo giornale è apparso un onesto pezzo di Ettore Bonalberti nel quale finalmente si riconosce che il “guazzabuglio di sigle” post-democristiane sorte in questi anni, tutte all’insegna di un comprensibile e nobile richiamo al valore del cattolicesimo politico ma anche dell’autoreferenzialità, non hanno prodotto alcun risultato se non – aggiungo io – di aggiungere confusione e sconforto nella testa di quei pochi o molti italiani che sono rimasti delusi dal bipolarismo bislacco che si è andato affermando nel nostro Paese. 

 

Elettori, o ex elettori, vista la crescente disaffezione nei confronti delle urne, che magari erano stati sedotti da Berlusconi, da un lato, ma che ora non apprezzano la svolta decisamente destrorsa dell’ex centrodestra o che, dall’altro, avevano dato fiducia al Pd ma che ora decisamente non condividono la sua svolta radicaleggiante e massimalista impostole dalla nuova segreteria.

Quindi il problema posto da Gramellini effettivamente c’è. Ora, io voglio qui limitarmi a porre la questione. A sottolinearla. Dal punto di vista del cittadino semplice, quello che segue solo parzialmente le vicende politiche, o per nulla, saltando piè pari sui giornali – quando ancora li legge – o sui siti on line le notizie sui partiti, i retroscena e quant’altro. Segue i telegiornali e un po’ di talk show, quanto basta. Vive però la vita di qualsiasi altro italiano con i suoi problemi e anche le sue amenità, gioie, dolori, difficoltà, momenti di felicità. Gente normale, ordinary people come dicono gli americani.

 

Non proseguo. Ci siamo capiti. Questo popolo, come con vocabolo nobile lo si sarebbe chiamato una volta, oggi come oggi ha di fatto – elettoralmente – solo tre opzioni: o votare la leadership dell’attuale Presidente del Consiglio e quindi andare nella direzione di un consistente partito conservatore (questo, almeno, pare essere l’obiettivo finale di Giorgia Meloni); o sostenere la spinta a sinistra del nuovo Pd, con le venature radicali note, assai ostili nei confronti dei cattolici; o non votare affatto, una scelta che sta crescendo nel sentiment diffuso dei nostri concittadini. Rimangono per il resto opzioni minori e ininfluenti, oppure quella degli ex grillini ora istituzionalizzati da Conte in una formazione di pseudo-sinistra, in realtà assai confusa e solo vagamente assimilabile al progetto antipartitico e antipolitico delle origini.

 

Si dice che uno spazio “al centro” esiste, a maggior ragione dopo l’esito dell’ultimo congresso del Pd. Uno spazio che il Partito democratico originario, quello della “vocazione maggioritaria”, aveva in parte conquistato ma che oggi ha perduto, pare con grande piacere, visto che gli esponenti della sua attuale maggioranza si vantano con orgoglio di essere “di sinistra” e cercano di allontanare in tutti i modi da sé il ricordo della lunga presenza del partito nei governi dell’ultima decade con il loro carico di responsabilità istituzionale seguita alla chiamata in condizioni di emergenza da parte di due Presidenti della Repubblica. 

 

Lo spazio esiste e c’è una occasione – una sola ormai – per dimostrarlo: le prossime elezioni europee. Importantissime per il futuro dell’Unione, ma anche per il futuro del sistema politico nazionale. Sistema proporzionale, nessuna necessità di alleanze. Voto d’appartenenza, dunque. Non dico altro. Anche un bambino capisce che il Centro, se vuole creare le condizioni per darsi un futuro, dovrà presentarsi unito, con una sola lista, senza personalismi e con un programma coerente con la propria vocazione europeista, con quel che ne consegue. Ultima chiamata.

I Popolari e la costruzione di una prospettiva di pace

Di fronte all’aggressione della Russia all’Ucraina ci si è chiesti più volte come possano verificarsi ancora guerre, invasioni, occupazioni nel XXI secolo. Si è trattato purtroppo solo dell’ultima aggressione in ordine di tempo in questo secolo. E ogni volta che la via delle armi sembra soppiantare la diplomazia molte coscienze individuali, realtà significative della società civile, anche del mondo cattolico, si pongono delle domande.

 

Domande alle quali credo che i Popolari non possano dare risposte né populiste da un lato, né di convinzione che la guerra costituisca la soluzione ai problemi, dall’altro.

Un conto è il piano della coscienza individuale, un altro quello della società civile, dove ogni soggetto è libero di interrogarsi su quale sia la logica da seguire o da respingere di fronte allo scontro che si sta consumando nell’Europa orientale.

 

Un altro conto ancora è quello della politica e delle istituzioni dove ci sono degli impegni e delle responsabilità nei confronti del sistema di alleanze nel quale il nostro Paese ha scelto di collocarsi. E soprattutto nei confronti di una amicizia storica, salda e centrale, dell’Italia con gli Stati Uniti.

 

Per questo credo che sia largamente condivisa tra i Popolari la necessità di prendere le distanze, al di là del merito, da iniziative e dichiarazioni che in modo speculare cercano di fare passare o come colpe del governo di turno quelle che sono necessità imposte da una complicata situazione internazionale, o, viceversa, che cercano di mettere in dubbio l’atlantismo dei partiti di opposizione. Le decisioni derivanti dal sostegno, anche militare, all’Ucraina sono responsabilità del Paese intero, unito sulla linea indicata e tenuta dalle massime autorità competenti.

 

Ciò detto, in modo chiaro e inequivocabile, rimane aperta la questione di come accompagnare la necessaria solidarietà atlantica, anche con una discussione sulla definizione di ciò che seguirà alla guerra, su quale idea di ordine internazionale si intende perseguire. Credo che i Popolari possano e debbano cercare di qualificarsi maggiormente in questo tipo di dibattito. Un dibattito tutt’altro che velleitario in quanto giorno dopo giorno si impone più nitida la constatazione che il conflitto ucraino non può esser risolto con le armi, se non con avventure senza ritorno, e che la ricerca di un largo consenso fra le nazioni sul nuovo ordine globale multilaterale è condizione imprescindibile per la pace. Una volta rotto il ghiaccio su questo tema poi si creano le condizioni per disinnescare i conflitti regionali, come insegna il depotenziamento della guerra nello Yemen seguìto ai recenti accordi, propiziati dalla Cina, fra Arabia Saudita e Iran.

 

Perché l’ostacolo principale alla pace in questo lungo travaglio verso il mondo multipolare rimane quello costituito da quegli ambienti che a oriente come a occidente coltivano disegni imperiali. 

 

Nella nostra parte di mondo questi gruppi di interesse (ideologici come i neocons, economico-finanziari) sembrano riuscire ancora a condizionare l’informazione e la politica americana, e dunque dell’intero Occidente, nel tentativo di mantenere una loro anacronistica influenza sulle questioni e sulle istituzioni globali.

 

Per tale motivo spingono i governi occidentali a sanzionare, espellere, fare guerra a chiunque si opponga a un tale disegno e rivendichi il riconoscimento di una strutturale multipolarità e diversità come sistema di governance globale. Ma per quanto tempo potremmo continuare a combattere contro il resto del mondo che è sette volte più grande dell’Occidente per popolazione?

 

Dobbiamo discutere allora anche di un cambio di mentalità richiestoci dal mondo attuale. L’Occidente non è più la misura di tutto, ci si deve abituare al confronto, al rispetto delle diversità, a rinunciare al doppiopesismo, al fatto che nel mondo ci siano centri concorrenti, non per questo nemici, con i quali è possibile raggiungere accordi ragionevoli, di reciproco vantaggio. Emblematico in tal senso il caso della Tunisia, sollevato opportunamente al G7 di Hiroshima dal premier Giorgia Meloni. Essendoci ormai un sistema monetario distinto e complementare a quello occidentale, la Tunisia, bisognosa di un ingente prestito internazionale, può ora scegliere tra Fmi e Ndb (Nuova Banca di Sviluppo di cui oltre ai Brics fanno parte anche altri stati come Uruguay, Egitto, Bangladesh). Impuntarsi nel subordinare all’accettazione di condizioni capestro l’ottenimento del prestito Fmi, non farà altro che spingere il Paese nordafricano verso i Brics.

 

Dunque, si può agire per illuminare l’altra faccia per la pace, che è quella costituita da un necessario aggiornamento di visione.

 

E nel contempo dobbiamo confidare nel fatto che nella politica americana verrà il tempo nel quale a chi ha fatto adottare agli Stati Uniti le rovinose strategie degli ultimi trent’anni, verrà presentato il conto. Il bilancio è pesantissimo per gli Stati Uniti, sia in Europa che nel Medio Oriente, che in Africa.

 

Dobbiamo scommettere sul fatto che gli Stati Uniti sapranno stupire ancora il mondo e che saranno loro a guidare l’Occidente a ritagliarsi un ruolo da protagonista nel nuovo ordine mondiale multipolare.

 

Ma nel frattempo, in attesa che si compia questa svolta nella politica americana, la guerra in Ucraina purtroppo pare destinata a continuare, imponendo a tutti almeno una responsabile e concreta ricerca della riduzione dei danni, preparando nel contempo le condizioni attraverso cui il conflitto in corso non possa più avere ragion d’essere.

 

Essenziale la verità sulla fine della Dc per riprendere a fare politica

Ci sono molte iniziative di associazioni, movimenti, partiti, interessati alla costruzione di un nuovo centro politico dell’Italia, con particolare attività nella vasta e complessa area culturale e sociale cattolico popolare: democratica, liberale e cristiano sociale.

 

È prioritario il tema della ricomposizione politica di quest’area, considerata quanto mai necessaria per sviluppare un più ampio movimento politico alternativo alla destra nazionalista e sovranista, egemonizzata da Fratelli d’Italia, e al populismo grillino, distinto e distante dalla sinistra alla ricerca affannosa della propria identità che, con la segreteria Schlein, ha assunto sempre più distintamente quella di un “ partito radicale di massa”.

 

Non saranno certo gli eredi della quarta e ultima generazione democratico cristiana, come la mia, che potranno assumere un ruolo da protagonisti, considerata l’età avanzata di noi tutti, consapevoli che possiamo solo fornire dei buoni consigli, visto che non siamo nemmeno più in grado, fortunatamente, di offrire dei cattivi esempi. Il nostro ruolo, e dovremmo esserne tutti realisticamente consapevoli, può solo essere quello dei traghettatori, capaci di consegnare il testimone a una nuova generazione di donne e di giovani interessati a portare avanti gli interessi e i valori ispirati dai principi della dottrina sociale cristiana e della carta costituzionale repubblicana.

 

Se per la nostra generazione la nostalgia è in larga parte il sentimento che ha animato e sostiene la volontà di continuare a batterci, ai giovani delle nuove generazioni che si sono succedute, dopo la fine della Dc, molti dei quali testimoni dei disastri della nostra diaspora politica (1993-2023), è invece indispensabile spiegare a loro che cosa sia veramente successo negli anni che portarono alla fine ingloriosa della prima repubblica.

 

Ho sintetizzato in questi punti le ragioni della fine della Dc: la Dc è finita per aver raggiunto il suo scopo sociale: la fine dei totalitarismi di destra e di sinistra contro cui si era battuto il movimento dei cattolici in un secolo di storia; la Dc è finita per il venir meno di molte delle ragioni ideali che ne avevano determinato l’origine, sopraffatta dai particolarismi egoistici di alcuni che, con i loro deteriori comportamenti, hanno coinvolto nel baratro un’intera esperienza politica; la Dc è finita per il combinato disposto mediatico giudiziario che l’ha travolta insieme agli altri partiti democratici e di governo della Prima Repubblica; la Dc è finita quando sciaguratamente scelse la strada del maggioritario, per l’iniziativa improvvida di Mariotto Segni, auspice De Mita in odio a Craxi e Forlani, abbandonando il tradizionale sistema proporzionale che le garantiva il ruolo centrale dello schieramento politico italiano.

 

E, soprattutto, ed è la cosa più grave e incomprensibile, la Dc è finita senza combattere. Con una parte, quella anticomunista, messa alla gogna giudiziaria, e quella di sinistra demitiana succube e imbelle, alla mercé dei ricatti della sinistra giustizialista. E finivo affermando che “la Dc è finita e nessuno sarà più in grado di rifondarla”, consapevole che la nostalgia, nobile sentimento romantico, ma regressivo sul piano politico, culturale ed esistenziale, può rappresentare un fattore servente, forse necessario, ma, certo, non sufficiente per ricostruire alcunché.

 

Alla fine della Dc concorsero pure alcune nostre gravi colpe e inadempienze:

  • la mancanza di una vera trasmissione della fede e dei valori nel costruire la città dell’uomo ( scarsa applicazione laica della Dottrina sociale della Chiesa);
  • la mancanza di sostegno forte alla famiglia specie a quelle con più figli;
  • la mancanza di riconoscimento sociale alle casalinghe;
  • la mancanza di formazione dei giovani nella fede religiosa, nella passione e fede politica;
  • la quiescenza nei confronti della criminalità organizzata;
  • la tiepida lotta alla corruzione dei politici e dei burocrati, nella quale concorsero, ahimè, anche molti amici del nostro partito;
  • la tiepida lotta all’evasione fiscale;
  • la scarsa cultura per la responsabilità, per la meritocrazia e le difficoltà nel ricambio del ceto politico;
  • l’eccesso di sprechi per creazione di enti inutili;
  • il cumulo esagerato di incarichi pubblichi;
  • la poca attenzione a sostenere programmi per la ricerca e l’innovazione, ma solo finanziamenti a pioggia per progetti talora fasulli e opere mai completate;
  • i pochi o nessun investimento su risorse della PA da mandare all’UE;
  • lo scarso utilizzo dei fondi europei senza follow up sui finanziamenti ottenuti dai progetti italiani;
  • gli enormi investimenti senza controllo nella Cassa del Mezzogiorno;
  • l’eccesso di appiattimento nell’accettare e condividere le richieste dei comunisti con gravi oneri per le finanze pubbliche

 

Insomma abbiamo consapevolezza delle nostre colpe, dei nostri errori e dei nostri limiti e, non a caso, dopo quell’esperienza è arrivata la diaspora e la frantumazione dei democratici cristiani nelle piccole formazioni a diverso titolo ispirate alla Dc.

 

Sono, però, convinto che sia indispensabile approfondire le ragioni più profonde geo politiche e economico-finanziarie internazionali che concorsero a determinare quella fine. È necessario compiere quello che non abbiamo saputo o non abbiamo voluto fare; un processo alla storia di quegli anni tormentati e drammatici, cercando di ricostruire i passaggi più dolorosi, chiedendoci: chi ha ucciso Aldo Moro? Chi ha ucciso politicamente amici autorevoli come Giulio Andreotti e Calogero Mannino? Perché Martinazzoli fece la scissione, sbagliando persino i modi giuridici del passaggio da Dc a Ppi? Perché alcuni dei nostri amici, come Casini e Mastella corsero in fretta alla casa di Berlusconi?

 

Quanto al caso Moro, non v’è dubbio che alle tante ragioni messe in evidenza seppur non in maniera esaustiva dalle tante commissioni d’indagine parlamentari, furono alcune scelte di politica economica e finanziaria, destinate a  indebolire il ruolo dominante dei poteri finanziari internazionali, le concause che spinsero il progetto di eliminazione del leader della Dc italiana.  Aldo Moro, infatti, stava ledendo con la sua zione politica gli interessi delle grandi famiglie luterane di origine tedesco orientali (Rothshild/ Rockfeller/J.P. Morgan) di cui Kissinger è membro e rappresentante, dato che intendeva:

-cancellare con un colpo di penna, senza pagarlo, il debito di guerra del Tesoro italiano verso le banche (Casse di Risparmio) controllate dai Rothshild/ Rockfeller (J.P. Morgan).  Alla sua morte infatti il debito del Tesoro verso le Casse  di Risparmio non fu più cancellato con un colpo di penna e produce tuttora interessi; 

-stampare con le BIN (banche d’interesse nazionale che erano pubbliche) una prima tranche di 5 miliardi di euro di banconote cartacee da 500 lire per finanziare le opere pubbliche. Alla sua morte infatti le 500 lire in banconote cartacee non furono stampate dalle BIN;  

-non voleva inoltre che Banca d’Italia fosse estromessa dall’acquisto dei titoli di Stato che rimanevano venduti . Alla sua morte, infatti, Banca d’Italia fu estromessa dall’acquisto dei BTP rimasti invenduti, l’Italia cedette al ricatto dei Rothshild/ Rockfeller “se vuoi  che ti compri i titoli di stato rimasti invenduti, pagami interessi”. 

 

E, sempre sul piano della geopolitica, andrebbe meglio studiato, quanto accadde nel 1992 sul panfilo Britannia. Scrisse al riguardo il compianto Marcello Di Tondo: Il modello di un capitalismo finanziario dominante, da importare in Italia sulla base di un accordo tra la sinistra post comunista e la massoneria internazionale, con il contributo di una serie di personaggi riconducibili alla cultura catto-comunista, fu definito, nel 1992, nel corso della poco conosciuta crociera che si svolse, appena al di fuori delle acque territoriali italiane, a bordo del Panfilo Britannia, di proprietà della regina Elisabetta II, cugina del Duca di Kent, Gran Maestro della Massoneria inglese. In quell’occasione (sapientemente ed intelligentemente tratteggiata da una intervista che Giulio Tremonti rilasciò al Corriere della Sera il 23 luglio 2005) fu stabilito un accordo tra i poteri massonici nazionali ed internazionali ed i post comunisti, eredi diretti del Pci, sulla base del quale alla sinistra sarebbe andato il controllo economico e politico del Paese e alla massoneria il controllo economico e finanziario.

 

Si mise così in moto un processo, conosciuto come “Mani Pulite” che spazzò via  in pochi mesi la Dc e i suoi alleati (Psi, Psdi,  Pri e Pli) che avevano governato il Paese sino ad allora, pur con evidenti limiti a partire dalla seconda metà degli anni 80, riuscendo nell’incredibile impresa di portare l’Italia, dalla desolazione di una nazione sconfitta e distrutta dell’immediato dopo guerra, al 5° posto tra le maggiori economie mondiali. Ma quei Partiti rappresentavano, in quel momento, l’ostacolo politico e istituzionale per la realizzazione di quel progetto.

 

Contemporaneamente, fu accelerato il percorso di privatizzazione di banche e di società a controllo pubblico per oltre 100.000 miliardi di vecchie lire, processo preparato ed avviato, nei primi anni ‘90, dai Governi Ciampi e Amato. La variabile non previstafu l’entrata in campo politico, alle elezioni del 1994, di Silvio Berlusconi che, rompendo gli schemi e gli accordi che erano stati siglati, sconvolse il quadro generale ed introdusse una forte ed imprevedibile variabile allo schema prospettato sul Britannia. Da quel momento, iniziò la sconvolgente persecuzione giudiziaria di Silvio Berlusconi.

 

La storia vale la pena di essere conosciuta anche attraverso i tanti “dietro le quinte” del grande teatro mediatico che, in  tutto il mondo viene propinato all’opinione pubblica. Partire da questi fatti e spiegarli alle nuove generazioni credo sia l’impegno prioritario se si intendono cambiare le cose. Non c’è più tempo, in ogni caso, per restare nel ruolo di reggicoda della destra o della sinistra, ma di impegnarci sin dalle prossime elezioni europee e regionali, per liste unitarie dell’area Dc e Popolare. Se De Gasperi con la Dc seppe porsi come argine al populismo e al qualunquismo di quel tempo, oggi spetta ancora ai cattolici democratici, liberali e cristiano sociali, concorrere alla costruzione del nuovo centro politico in grado di riconquistare la fiducia dei ceti medi produttivi e delle classi popolari che, in larga parte, stanno disertando le urne a tutti i livelli istituzionali.

Accordo Nasa e Bezos per portare sulla Luna la missione Artemis V

Dopo la Starship di Space X la Nasa, l’agenzia spaziale americana, ha annunciato di aver affidato alla compagnia spaziale privata Blue Origin che fa capo al miliardario Jeff Bezos, patron di Amazon, il contratto per proseguire nello sviluppo di un secondo lander lunare, il “Blue Moon” che servirà per trasportare sulla Luna gli astronauti del programma Artemis a partire – se tutto andrà bene – dalla missione Artemis V, prevista per il 2029.

Il team guidato da Blue Origin – che comprende Lockheed Martin, Boeing, Draper, Astrobotic e Honeybee Robotics –investirà oltre 7 miliardi nel progetto.

Il veicolo “sostenibile”, con combustibile a idrogeno e ossigeno liquidi (LOX-LH2), scelto dalla Nasa e costruito dalla Blue Origin dovrà fare la spola tra la stazione Gateway, la base spaziale in orbita cislunare e la Luna, più o meno ogni 30 giorni, per la costruzione del primo avamposto lunare della storia; una base permanente al Polo Sud del nostro satellite naturale, dove sono presenti depositi di ghiaccio d’acqua che, in futuro, potrebbe essere utilizzati anche per produrre il propellente per le astronavi, direttamente sulla Luna.

Questa scelta della Nasa arriva dopo quella della Starship della SpaceX di Elon Musk nel 2021 e che ora è in fase di test non senza qualche “normale” difficoltà iniziale ma con continui e incoraggianti progressi.

Anche il Blue Moon dovrà dare prova di affidabilità con una serie di test, compresa una discesa reale sul suolo lunare senza equipaggio.

“Con l’annuncio di oggi stiamo facendo un ulteriore investimento nell’infrastruttura che aprirà la strada allo sbarco dei primi esseri umani su Marte”, ha dichiarato l’amministratore della Nasa Bill Nelson, mentre Jeff Bezos ha detto su Twitter: “Onorato di essere in questo viaggio con la NASA per far atterrare gli astronauti sulla Luna, questa volta per restare. Risolveremo i problemi e renderemo l’LOX-LH2 una combinazione di propellente immagazzinabile, per tutte le missioni nello spazio profondo”.

 

Fonte: AskaNews, 20 maggio 2023

Ceccanti chiede agibilità per i riformisti ma dentro un Pd autoreferenziale

Di seguito riportiamo l’intervista concessa ieri all’Agenzia Italia (AGI) da Stefano Ceccanti. 

In sostanza, egli tiene fermo il punto: nessun ripiegamento aventiniano e nessuna tentazione scissionistica. La minoranza deve incalzare la segreteria rafforzando i punti qualificanti della politica riformista. In un partito contendibile è legittimo lavorare per l’alternativa. 

Il punto debole, però, è che non emerge un contributo innovativo rispetto all’analisi sulla crisi del Pd. In più, conservando l’impianto del cosiddetto partito a vocazione maggioritaria, 

Ceccanti evita il discorso sulle alleanze. In questo modo vince un approccio “programmistico” che alla lunga, per il suo stesso limite, inclina fatalmente verso la riedizione di un integralismo tutto politico.

La domanda di fondo sarebbe quella che molti si pongono, ovvero se è un dato secondario il declino di consensi che vede il Pd arrancare poco sopra o poco sotto – ma nelle elezioni politiche di settembre è valso il poco sotto –  la linea del 20 per cento. Dal 2008 ad oggi, più di un terzo dell’elettorato si è allontanato dal “partito unico del riformismo”.

Invece di approfondire le ragioni di questo crollo strutturale, i riformisti di Ceccanti si avvinghiano al dibattito sulle “tecniche di convivenza”. Troppo poco.  

 

***

 

Intervista

 

Dare spazio e agibilità politica a chi non è convinto dalla posizione della segreteria del Partito democratico, senza per questo arrivare a ‘strappi’ traumatici o a forme ancora più diffuse di disimpegno, rifluendo solo verso la vita privata e professionale. Verso questa necessità muove l’iniziativa di tre esponenti dell’area riformista del Pd: Stefano Ceccanti, Enrico Morando e Giorgio Tonini. Insieme hanno firmato un appello che parte dalla tentazione aventiniana registrata dentro il Partito democratico nelle ore precedenti all’incontro di Elly Schlein con Giorgia Meloni sulle riforme. 

 

Una tentazione respinta dalla segreteria Pd, ma che ha allarmato l’ala riformista del partito. “Ci sono diversi temi su cui la posizione della segreteria non convince tutti. È legittimo”, spiega Ceccanti all’AGI: “Schlein ha vinto il congresso e ha diritto a portare avanti la propria proposta”. Tuttavia, aggiunge l’esponente dem, “durante il congresso è emersa una proposta politica e culturale che ha piena cittadinanza dentro il Pd e che, in modo aggiornato, deve vivere”. Questa proposta è quella rappresentata dalla ex mozione Bonaccini. “Il presidente Bonaccini ha giustamente altre priorità, tanto più oggi, glielo chiedono i cittadini che governa”, spiega Ceccanti riferendosi all’emergenza in Emilia-Romagna che vede il governatore e presidente del Pd in prima linea. E, tuttavia, “bisogna dare spazio a chi non condivide questa impostazione. C’è la richiesta di fare vivere un altro paradigma culturale e politico…Noi riteniamo che il Pd sia un partito contendibile. E che sia un bene che nel Pd vivano permanentemente proposte alternative a quelle della segreteria pro tempore”. 

Questo non significa che debbano arrivare ‘strappi’ nei passaggi parlamentari o, peggio, fuoriuscite. Al contrario, “si può anzi si deve votare in Parlamento in linea con le indicazioni della segreteria, salvaguardando la discussione interna. I partiti a vocazione maggioritaria sono fatti di disciplina nel voto, ma di libertà nelle espressioni interne. Anche Corbyn, nel Labour, veniva criticato dall’area che faceva riferimento a Keir Starmer, ma poi tutti votavano insieme in Parlamento”. 

 

Il Keir Starmer del Pd, mutatis mutandi, chi porrebbe essere?. “Non è una questione attuale, né di preservare correnti precedenti”, ribatte Ceccanti: “Oggi Bonaccini ha le sue esigenze, anche immediate. Ma un partito grande come ha osservato Arturo Parisi non pone i propri aderenti ed elettori tra un congresso e l’altro di fronte all’alternativa tra l’unanimismo o il nulla, vuoi come scissioni vuoi come abbandoni. Disciplina intorno a chi ha vinto e vitalità anche spregiudicata di dibattito devono andare insieme “, conclude Ceccanti.

Riflessioni sul merito alla luce delle condizioni reali della scuola

Tema veramente complesso quello del merito…Da diversi anni non si fa che parlarne, come elemento imprescindibile per la valorizzazione della persona, nella scuola, nel mondo del lavoro, in tutte le attività che possono manifestare le “doti” di ciascuno. Il merito dovrebbe essere il criterio in base al quale si assegnano incarichi di lavoro pubblico e privato, si investono risorse per borse di studio, ricerche e altro, si votano i propri rappresentanti…Si tratta cioè, come cita lo Zingarelli, del “diritto alla lode, alla stima, alla ricompensa, dovuto alle qualità intrinseche della persona, o da essa conseguita con le opere” e anche, per estensione, “valore, pregio”.

Fin qui niente da eccepire, se il criterio fosse veramente rispettato e utilizzato in modo corretto, salvo il fatto che porta con sé anche il principio della competitività, non sempre positivo se spinto agli eccessi per poter primeggiare in un mondo difficile come il nostro attuale. Si sta parlando del mondo adulto, ma che cosa succede se trattiamo di “merito” nella scuola? Oggi abbiamo addirittura un ”Ministero dell’istruzione e del merito”, espressione seducente per promettere un cambio di rotta nel processo pedagogico didattico, teso a valorizzare le doti di ciascuno studente, invece che a confonderli tutti in una diffusa mediocrità. 

Si vuole cioè sottolineare il criterio della “meritorietà”, come dice qualcuno con un nuovo eufemismo, per far emergere le eccellenze e preparare i giovani ad una società e ad un mondo del lavoro sempre più esigenti, senza però che sia chiaro quali ne siano i valori fondanti, se non il successo individuale e il conseguente appagamento personale. E in questo emerge una prima contraddizione. Ciascuno studente ha forme di intelligenza diverse, talenti diversi, per qualità e quantità, ma non sempre di natura tale da soddisfare gli obiettivi di apprendimento fissati per le varie discipline dai programmi scolastici o dai criteri di valutazione dei singoli Collegi Docenti, quando non dai singoli insegnanti. In questi casi, in cui il “merito scolastico” non riesce ad emergere secondo i criteri ufficiali di cui sopra, quale è la sorte di questi ragazzi? Se la scuola è quella del “merito”, rimarrebbero fuori dalla competizione e per loro non ci sarebbe opportunità di sviluppare i talenti che possiedono.

La seconda contraddizione si fonda su un falso problema pedagogico, addirittura fuorviante, se si guarda alla realtà della scuola nel suo svolgersi quotidiano. Esso è fatto di conoscenze da apprendere e di competenze da sviluppare, ma anche e soprattutto di rapporti formativi, tra compagni e con i docenti, che servono a far crescere dal punto di vista umano, sociale e civile, a formare cioè una persona integrale, non solo una macchina per produrre. Questa sì è una realtà inclusiva, che promuove i talenti. È proprio nel rapporto formativo tra docente e studente, attraverso un’osservazione attenta ed empatica, che si possono individuare le caratteristiche peculiari di ciascun alunno, il tipo di intelligenza, le attitudini specifiche, e si riescono a mettere in atto le forme di didattica più adeguate ad ”educare”, cioè a tirar fuori, a sviluppare le potenzialità del singolo soggetto.

In questo processo anche la valutazione non può che essere formativa, deve portare l’allievo a rendersi conto dei suoi livelli di apprendimento, delle motivazioni di eventuali insuccessi e delle modalità per migliorare le sue prestazioni. Deve sviluppare la fiducia in se stesso e nelle proprie possibilità, di qualunque misura e qualità esse siano.  Non ci possono essere perciò giudizi di valore prestabiliti cui tendere, che potrebbero demotivare o fissare in un’immagine definita un risultato provvisorio. Eccellenza, mediocrità sono quindi categorie inadatte a definire un processo che si sviluppa a partire dalla scuola per l’infanzia, alla scuola superiore, fino all’università.

La contraddizione sta proprio in questo: far emergere le potenzialità di ciascuno, di qualunque tipo esse siano (vero obiettivo di una pedagogia attenta alla persona), non vuol dire ragionare in termini di “merito”, che invece fa riferimento ad una scala di valutazione degli apprendimenti e dei risultati stabilito a priori come soddisfacente. Considerare “meritorio” o meno un risultato induce cioè a pensare che questo possa dipendere solo dalle qualità e dall’impegno del soggetto, generando scoraggiamento in chi non riesce altrettanto bene. Il concetto di “merito” crea dunque una distinzione tra studenti, tra “chi ce la fa e chi no”, senza tener conto dei livelli di partenza, delle facilitazioni che un contesto famigliare benestante e istruito può fornire e di altri stimoli esterni. Invece la scuola è deputata a dare di più a chi ha di meno, rimuovendo per quanto possibile, a livello di processo didattico ed educativo, gli ostacoli che impediscono il dispiegarsi delle potenzialità di ciascuno. E’ un preciso dettato della Costituzione, di cui sembra non si tenga adeguatamente conto.

Sarebbe inoltre diseducante favorire un clima di emulazione e di rincorsa tra gli studenti, additando traguardi “meritori”, quando la nostra società avrebbe bisogno di rapporti solidali, collaborativi, sereni, senza dimenticare che i giovani sono fragili, spesso non sopportano il peso dei confronti e delle pressioni, soprattutto famigliari, a dare risultati sempre migliori. Sono sotto gli occhi di tutti i suicidi di studenti che non si sono sentiti in grado di affrontare gli obblighi scolastici ed evidentemente non hanno trovato nessuno in grado o disposto ad aiutarli.

Fortunatamente la scuola, nonostante tanti problemi di preparazione e di soddisfazione economica e professionale degli insegnanti, di strutture, attrezzature, di valorizzazione sociale, presenta molti casi di eccellenza, che assolvono in modo puntuale alle necessità educative dei loro studenti, con progetti di recupero e di sviluppo, di inclusione, di orientamento, di preparazione al lavoro. Il tutor o l’incaricato per l’orientamento non sono una novità, ma funzioni svolte da diversi anni a cura di docenti interni esperti e disponibili, con sacrificio proprio di tempo e di formazione, per precisa delibera di parecchi Collegi docenti. Chi ha vissuto la scuola, gestendo questi progetti e partecipando alle attività INVALSI di valutazione dei POF e poi degli istituti scolastici nelle varie versioni, può rendere testimonianza di persona circa queste realtà, che non sono poche, ma sono ignorate nel clima generale di denigrazione del servizio pubblico statale, per ignoranza, per ripetizione di luoghi comuni o, peggio, per interessi di parte. Ben venga quindi un riconoscimento economico di queste attività, ma non si pensi così di aver risolto tutti i problemi di scarso successo scolastico o di abbandono.

Quella del “merito” in ambito scolastico è dunque una propaganda fuorviante, che si intesta falsi obiettivi di miglioramento. Non si tiene in considerazione, invece, che parecchi istituti del Paese mancano di condizioni di sicurezza, attrezzature adeguate, spazi e fondi, senza i quali non solo è difficile svolgere una didattica inclusiva e contenere gli abbandoni, con un orientamento serio e con attività extracurricolari idonee ai diversi talenti e bisogni della persona degli studenti, ma anche sviluppare le tanto sbandierate eccellenze. Bisogna dire allora che il “merito” vero, in questi moltissimi casi di difficoltà, va agli insegnanti quando riescono ad essere, per i loro alunni, modello di coerenza, di impegno, di equità e di coscienza civile e sociale.

 

Angela Colombo, ex ispettrice tecnica presso l’Ufficio Scolastico Regionale della Lombardia.

Identità e partito plurale devono interagire nella prospettiva di nuovi approdi

Dunque, diciamocelo con chiarezza e senza equivoci. La stagione dei partiti rigorosamente identitari è ancora dietro alle nostre spalle. Certo, e senza alcuna tentazione nostalgica, è indubbio che i partiti identitari sono sempre la strada migliore perchè sommano tutti coloro che provengono dalla stessa cultura politica, perseguono lo stesso progetto politico con maggior facilità e, soprattutto, non devono condividere la vita di partito con persone o movimenti e gruppi che arrivano da altre tradizioni ideali e che, di conseguenza, sono portatori di altre sensibilità ideali. Ma è evidente che, almeno a quelli che non vivono con la testa rivolta all’indietro, che i partiti identitari al momento sono semplicemente impraticabili. Quello che, invece, sono ritornate attuali dopo la stagione caratterizzata dal populismo e dall’antipolitica grillina, sono le tradizionali categorie della politica italiana. E cioè, la destra moderata e di governo, la sinistra massimalista e radicale e un rinnovato populismo di marca pentastellato. Meno aggressivo e violento sotto il profilo del linguaggio ma altrettanto pericoloso per la sua deriva trasformistica ed opportunistica.

Ed è proprio lungo questo percorso che le culture politiche possono e devono ritornare centrali e determinanti nell’orientare e nel condizionare l’evoluzione della politica italiana. E, di conseguenza, le identità politico e culturali non sono affatto superate e non vanno rinchiuse in una torre d’avorio per spenderle in ridicole operazioni elettoralmente irrilevanti e politicamente fallimentari. Ma proprio quelle identità politico e culturali – a cominciare dalla nostra, quella cattolico popolare e sociale – possono e devono saper fecondare i nuovi progetti politici.

E il progetto di dar vita ad una rinnovata ed aggiornata Margherita – non come replica di un partito che ha vissuto in un’altra fase storica, come ovvio e scontato, ma come modello organizzativo di partito – può essere una risposta politica credibile e pertinente in questa nuova fase politica. Una fase, cioè, che può ricostruire, dopo la destra e la sinistra, anche una “politica di centro” e di conseguenza un partito di centro. Dinamico, riformista, democratico e di governo. Una “politica di centro” che non può non contemplare la presenza, attiva e forse determinante, della cultura e della tradizione cattolico popolare e sociale.

Ecco perchè siamo arrivati ad un bivio: e cioè, anche noi Popolari abbiamo il dovere di ritornare protagonisti – attraverso l’intelligenza della politica, la coerenza culturale e un maggior coraggio civico – nella cittadella politica contemporanea. Non riproponendo movimenti e partiti a batteria puramente virtuali e quindi insignificanti ma, al contrario, battersi per un progetto politico percorribile e collaborando attivamente con tutti coloro che perseguono il medesimo progetto. E, proprio attraverso il celebre monito moroteo “la coscienza di sè e l’apertura verso gli altri” è possibile ricostruire un progetto politico credibile e anche fortemente attuale e contemporaneo.

Recensione | Hegel visto da Kaube appare nella sua dimensione di vita vissuta

Bisogna subito dire che il libro ha una sua originalità. Non rimane nell’empireo delle idee, ma si cala nella dimensione quotidiana della vita reale. In effetti, Jürgen Kaube ne Il Mondo di Hegel delinea la parabola esistenziale di uno dei giganti della filosofia moderna: Georg Wilhelm Friedrich Hegel. Nel racconto emerge come questi fosse al tempo stesso un uomo di mondo, col quale risultava piacevole discorrere, e un austero professore non disposto a facile concessioni sul piano filosofico. 

Accadde per esempio che Schleiermacher osasse affermare che oramai, nell’epoca del post-illuminismo, si era giunti ad un punto per cui la vita di tutti i giorni era talmente interessante da rendere superfluo qualsiasi anelito religioso. Hegel gli rispose che l’afflato spirituale permette di congiungersi con l’infinito ed è pertanto assurdo considerarlo inservibile nel vissuto ordinario. Sarebbe una mutilazione della coscienza. Dal che fece anche discendere l’attacco a Kant, Fichte e Jacobi perché, colpevolmente, avevano ridotto la religione a qualcosa da cogliere unicamente col cuore,  non con le mente e la ragione.

Hegel, d’altra parte, ebbe sempre qualche difficoltà espositiva. Nelle lezioni universitarie che tenne a Jena, Berlino o Bamberg il suo eloquio era solitamente complesso e sofisticato, difficile da comprendere. Il paradosso era che sulle cose semplici si arenava, mentre in quelle complesse si muoveva con scioltezza – “come fossero il suo mondo”, annota puntualmente Kaube. 

Non va trascurato un elemento curioso, ovvero la simpatia che Goethe nutriva per Hegel, tanto da essergli accanto come sprone  nella fatica di una promettente ricerca intellettuale, senza manco omettere, però, l’aspetto eminentemente pratico: grazie alle sue premure, a Bamberg Hegel ottenne uno stipendio. Fino a quel momento, il filosofo destinato a universale ammirazione era vissuto in ristrettezze economiche.

Nella Fenomenologia dello Spirito, opera di rara complessità che molti studenti ebbero modo nel secondo Novecento di “decodificare” attraverso l’analisi critica di Alexandre Kojève, Hegel arrivò alla conclusione che l’uomo è “dentro” un sistema di relazioni mistico-razionale: egli è autocoscienza e si riconosce tale insieme ad altre autocoscienze, realizzando  così“l’Io che è Noi, e il Noi che è Io”. Fenomenologia è, per Hegel, “l’illustrazione del sapere nel suo divenire”. 

Il concetto di amore costituisce l’oggetto di una progressiva armonizzazione. Inizialmente gli era sembrato “prossimo” alla ragione, poi diviene paradigma della conoscenza, poi ancora viene sostituito col concetto di “vita”, e infine fa il suo ingresso lo “spirito”. L’amore significa incontro, quello che muove dalla mancanza e porta all’unione di uomo e donna, con la centralità  della famiglia a garantire la pienezza del singolo. Hegel rimprovera chi non è sposato affermando che il matrimonio è un dovere. Tuttavia, serve anche ricordare che nella famiglia del filosofo una donna rimase nubile e un bambino fu concepito fuori dal legame matrimoniale: la sorella Christiane e il figlio illegittimo Ludwig. 

Nel complesso, il libro di Kaube illumina l’uomo Hegel che non vive nella sfera ristretta dei problemi degli specialisti, restando patrimonio esclusivo dei cultori di filosofia, ma si muove e cambia, con lo scorrere delle pagine, nel circuito della condizione umana, partecipe delle vicende del suo tempo. Hegel ci viene restituito, pertanto, in una trama di relazioni pubbliche e private, nulla togliendo al suo essere protagonista formidabile della costruzione di un sistema di pensiero che tanto ha influito sull’autocoscienza e la mentalità dell’Occidente.  

 

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La battaglia di don Minzoni nell’orizzonte della democrazia cristiana e del popolarismo

Il ricordo di don Minzoni obbliga a riflettere sulle nostre radici politiche, ma più ancora culturali e religiose. Abbiamo bisogno di scavare fino in fondo. Non veniamo da una storia qualunque e non siamo autorizzati, pertanto, a misconoscerne il valore e le implicazioni. L’agguato mortale al parroco di Argenta, il 5 agosto del 1923, mise a nudo l’odio dei fascisti contro i popolari. Pochi mesi prima, al congresso di Torino, Sturzo aveva compiuto l’ultimo strappo che gli costerà l’esilio per vent’anni: il partito usciva dall’incertezza e rompeva con il governo Mussolini. Da quel momento i popolari  entravano nell’occhio del ciclone e iniziavano a pagare il prezzo, sempre più duro, della loro intransigenza.

Don Minzoni, per giunta, conobbe fin da giovane la morsa dell’anticlericalismo come “griglia” della rossa Romagna. In occasione del cinquantenario della sua morte, Mario Scelba ne seppe dare conto con limpida descrizione davanti al Consiglio nazionale che il segretario della Dc, Amintore Fanfani, aveva convocato solennemente a Ravenna. “Don Minzoni – disse Scelba – seguì la vocazione di sacerdote, sapendo di dover operare in una regione ove, per ragioni storiche, il prete – a quel tempo – era letteralmente odiato, e ove la politica, infeudata, anche per l’assenza dei cattolici, ai partiti cosiddetti «laici», non si fermava dinanzi all’altare, ma anzi era protesa attivamente a distruggere gli altari; in una regione in cui, per le misere condizioni del proletariato agricolo e l’indole dei cittadini, le lotte sociali si svolgevano con una asprezza tale da richiamare su di esse l’attenzione preoccupata della Nazione e quella degli stranieri”.

E proprio in Romagna, di fronte al radicalismo dei mangiapreti, venne alla luce fortemente la testimonianza dei giovani democratici cristiani. Avevano Romolo Murri come alfiere di una originale seminagione di pensiero e di azione, per dare gambe al messaggio di giustizia sociale divulgato dalla Rerum novarum. Dobbiamo capire quegli anni di tensione e di fervore, quando le nuove leve dell’intransigentismo cattolico presero a misurarsi con l’urgenza di una mobilitazione sulle stesso terreno dei socialisti, senza complessi di inferiorità, anche in contrasto con essi. Il linguaggio non era modulato sulle note della moderazione. Alla luce del murrismo, don Minzoni indicherà l’orizzonte di quella che per lui era la “santa democrazia cristiana”. Indubbiamente, un’espressione ardita.

Che dire oggi? Certo, con i suoi simboli e le sue passioni quel tempo appare confuso e annebbiato, perso nei rigagnoli di un Novecento secolarizzato e dunque lontano, a maggior ragione, dalla sensibilità odierna. Ciò non toglie che fare memoria significa comprendere e interpretare, cercando per questa via di rintracciare il filo di una tradizione che innanzi tutto merita rispetto e nondimeno merita, anche in una visione politica progressiva, di essere riletta e approfondita. Il martirio di don Minzoni interroga le nostre coscienze perché s’inscrive nella rappresentazione viva e concreta del cattolicesimo sociale e democratico. Era un prete coraggioso ed era anche un popolare, non solo idealmente. visto che aveva in tasca la tessera del partito. E lo uccisero, i fascisti, perché stava in mezzo al popolo, accanto alla sua gente, vicino ai più poveri. Lo uccisero perché dava fastidio ai facinorosi del regime nascente.

 

Il testo della relazione di Mario Scelba

https://ildomaniditalia.eu/wp-content/uploads/2021/08/Don-Giovanni-Minzoni-Martire-per-la-libertà_compressed.pdf

 

Si svolgerà oggi pomeriggio a Roma, per iniziativa del senatore Lorenzo Basso e con il sostegno di varie sigle dello scoutismo, il convegno dedicato a don Minzoni.

 

La Voce del Popolo | La lottizzazione Rai deve cedere al senso della misura.

Il cambio dei vertici della Rai fa parte, diciamo così, delle umane cose. Una pratica disdicevole, eppure trasmessa di padre in figlio, da una maggioranza all’altra, scambiandosi le parti e le accuse ma restando poi tutti affezionati alla possibilità di spartirsi a vicenda i posti di comando in quel di viale Mazzini. 

Ora, chi scrive è stato a suo tempo in Rai come consigliere di amministrazione designato dalla Dc, e dunque temo di essere l’ultimo che può menare scandalo e rivolgere prediche agli altri. E tuttavia mi permetto ugualmente di suggerire ai protagonisti di questa nuova stagione una maggior misura da quella che le schermaglie di questi primi giorni lasciano intravedere. Dato che per l’appunto l’occupazione delle caselle televisive non porta quasi mai i frutti che si sperano. E il più delle volte la lottizzazione si rivela alla stregua di un’illusione. 

C’è insomma una misura da rispettare. Per virtù, e perfino per astuzia. Così, mi permetto di consigliare ai nuovi lottizzatori di non strafare, di non aspettarsi fedeltà improbabili, di non pretendere obbedienza inutili. La televisione di Stato conta molto, anche se forse non conta più come un tempo. Ma probabilmente non conta quanto si crede. E non fino al punto di tradurre nella moneta sonante dei voti l’abnegazione dei professionisti chiamati a suscitarli. 

Insomma vale la pena ribadire quello che ci insegnavano i parroci nel metterci in guardia da certe tentazioni. “Nisi caste, autem caute”. Vale anche in questo campo. Laddove l’eccesso non è mai foriero di risultati così strabilianti come ci si aspetta.

Fonte: La Voce del Popolo – 18 maggio 2023.

Titolo originale: Una maggior misura… per virtù e per astuzia.

[Articolo qui riproposto per gentile concessione della direzione del settimanale]

Riflessioni sulle elezioni amministrative e le contraddizioni del Partito democratico

Nello scorso fine settimana si è votato il primo turno delle elezioni amministrative, in alcune importanti città italiane. C’è attesa febbrile per i ballottaggi: si dice che (ad esempio) Ancona potrebbe andare per la prima volta a un sindaco di centro-destra.

Il Partito democratico, cioè l’unico aggregato politico che in Italia somiglia (o potrebbe somigliare) a un partito propriamente detto, si ritrova nella condizione di impotenza che affligge chi non è in grado né di fare da solo né di coalizzare e di unificare (su un candidato sindaco, una squadra, un’idea) un blocco di forze. Diverse, sì, ma convinte di avere in comune qualcosa di più della semplice avversione alla destra. 

Il discorso vale naturalmente per il governo del Paese, ma anche, eccome, per le città. E in particolare per quelle dalle quali partì – trent’anni fa – la «rivoluzione dei sindaci». Nel 1993, Francesco Rutelli era un ex radicale approdato temporaneamente in casa dei Verdi, dal peso specifico elettorale paragonabile a quello di un medio politico di oggi.

Eppure vinse per due volte le elezioni e governò bene, nel complesso, la (difficile) situazione della Capitale. Grazie alle sue capacità, naturalmente: ogni tanto capita che l’abito faccia il monaco. Ma anche grazie al fatto che attorno a lui si erano radunate diverse forze politiche, sociali, intellettuali, personalità della cultura (basti pensare alla scena di Nanni Moretti in vespa nel film Caro Diario), tenute insieme dalla volontà comune di organizzare e governare il cambiamento, indicandone gli obiettivi e individuando gli strumenti più adatti per realizzarli. Va detto, in una situazione economica, diversa dall’attuale, in cui i Comuni avevano (ampie) possibilità di spesa.

Questo “laboratorio politico” cominciò a perdere pezzi, o almeno a reclamare seri lavori di manutenzione (che però non vennero mai effettuati), già sul finire degli anni Novanta del secolo scorso. 

Ma è negli anni Duemila che se ne sono smarrite o, per meglio dire, che il Pd ne ha smarrito totalmente le tracce, senza che a nessuno venisse in mente di provare a rintracciarle. Forse perché nella “fusione a freddo” (tra i Ds e la Margherita) fin dall’inizio il vecchio ha trascinato il nuovo e il partito della conclamata «vocazione maggioritaria» delineato al momento della nascita, nell’ormai lontano 2007, ha cominciato a morire prima ancora di nascere davvero. Forse perché di un partito così non ce n’era bisogno.

Sono polemiche antiche, sulle quali non vale la pena tornare. In ogni caso, il Pd ha dismesso da tempo l’abito del partito politico (tradizionale o di tipo nuovo, liquido o gassoso poco importa) per prendere la forma di un comitato elettorale, nel quale ogni gruppo o sotto-gruppo bada soltanto, secondo una logica di pura sopravvivenza, a marcare stretto tutti gli altri per mantenere salde le proprie posizioni. Intendiamoci, tutto questo, nella politica italiana, c’è sempre stato.

Ma, se c’è soltanto questo, di politica “vera” (non quella dei social) non se ne fa più.

Anzitutto moralità per costruire un partito di centro al riparo dal trasformismo

Non ho mai amato il termine “ricomposizione”, soprattutto in ambito politico, perché oltre a far intendere qualcosa che si è rotto per poi essere reincollato, riaggregato o, per l’appunto, ricomposto, dà anche il senso di qualcosa di vecchio e di passato che si vuol rispolverare. Alla luce di questa riflessione, allora, le iniziative volte a “ricomporre” l’area cattolico-democratica e popolare vanno portate avanti non nell’accezione di questo termine, che sa di passato, ma guardando al presente e al futuro.

Se si guarda al presente, infatti, vi è una larga fascia della popolazione italiana che non solo rifiuta il diritto-dovere di recarsi alle urne, ma che vive in situazioni economiche non certo rosee (per non dire misere). A questo va aggiunto anche quella che alcuni sondaggi hanno rilevato essere la volontà di una cospicua parte di cittadini italiani: circa il venticinque per cento, infatti, non vota perché non solo non si riconosce negli attuali Partiti o Movimenti politici, ma fa esplicita richiesta di una nuova forza politica di centro che sappia reincarnare i valori cristiani nell’organizzazione e poi nella gestione della città terrena.

Se ne parla ormai da oltre tre lustri, ma le varie iniziative tutte personalistiche e, spesso, rancorose hanno portato a chiudersi a riccio nella esclusiva rivendicazione dei valori e della rappresentanza del popolarismo alla stregua quasi di un patrimonio privato; mentre le iniziative concrete sul campo registrano sino ad oggi un eccesso di personalismo che non ha nulla a che vedere proprio con i valori del popolarismo e, in generale, dei cattolici democratici.

Dunque, quale la bussola? Sicuramente, rispetto alla situazione di qualche decennio fa, quando una buona fetta di cattolici si erano schierati con il centrodestra  o con il Pd sul versante del centrosinistra, la situazione attuale è radicalmente diversa.

Il governo delle destre, da un lato, e l’ormai completa estremizzazione del Partito democratico targato Elly Schlein, dall’altro, costituiscono una sponda politica perfetta per portare avanti un progetto politico di natura popolare, democratica, sociale e ad ispirazione cristiana. Sì, certo ad ispirazione cristiana! Non bisogna aver alcun timore nel saper affermare questo come se fosse qualcosa che riguarda il passato e che le nuove generazioni ripugnano in forza di un sentimento religioso che non coinvolge più.

Eppure, il magistero di questo Papa ci sta insegnando che non solo i valori del cristianesimo rappresentano l’unica novità nell’attuale realtà mondiale grigia, se non funerea, riguardo ai valori della persona umana, della solidarietà sociale, dell’ambiente, della redistrubuzione della ricchezza, dei processi democratici da conquistare, dell’emancipazione dei popoli che soffrono la fame e l’oppressione; ma proprio i valori cristiani possono costituire, se tradotti laicamente, sul piano politico quella moralizzazione nella gestione della cosa pubblica che  le nuove generazioni avvertono come condizione preliminare per il loro impegno civile.

Da queste esigenze occorre ripartire, ma nel concreto dell’attuale situazione politica italiana, abbandonando tutti quei personalismi che sino ad oggi hanno solo danneggiato una posizione politica limpida, disinteressata, che si fa interprete di quei valori che vengono dal basso. E nell’essere consapevoli di questo, occorre anche ripudiare preliminarmente coloro che hanno svenduto un patrimonio ideale collocandosi addirittura a destra (Fratelli d’Italia) o, invece, consegnando un simbolo glorioso (qual è stato lo scudocrociato) nelle mani della Lega di Salvini. Entrambe le posizioni in funzione del mantenimento di qualche sparuto seggio parlamentare.

Non dovrà esserci posto nel nuovo Partito di centro per i trasformisti, gli arrivisti, i venditori di fumo, i nullafacenti che vivono di politica, i colonizzatori di collegi sicuri.

La moralità prima di tutto.

Maltempo: danni incalcolabili nelle campagne

Danni incalcolabili alle attività agricole e dalle infrastrutture rurali in Romagna e nelle Marche dove sono finiti sott’acqua migliaia di ettari di terreno coltivato a kiwi, susine, pere e mele ma anche cereali, vivai, ortaggi, allevamenti, macchinari di lavorazione ed infrastrutture. E’ quanto emerge dal monitoraggio della Coldiretti sugli effetti dell’alluvione in occasione del vertice con i ministri Nordio, Lollobrigida, Calderone, e i viceministri Bignami e Leo per concordare provvedimenti di sospensione degli obblighi in materia fiscale e contributiva e per i procedimenti giudiziari in aiuto alla Regione Emilia-Romagna.

Gli allagamenti hanno devastato terreni a destinazione agricola di pregio con il lento deflusso dell’acqua rimasta nei frutteti che “soffoca” le radici degli alberi fino a farle marcire e il rischio di far scomparire intere piantagioni che impiegheranno anni prima di tornare produttive.  La situazione è drammatica nelle aree rurali dove – sottolinea la Coldiretti – più difficile è l’arrivo dei soccorsi nelle aziende isolate da alluvioni, frane e smottamenti con coltivazioni devastaste ed animali in pericolo.

Adesso la priorità è mettere in salvo le vite umane ma da subito occorre partire con la ricostruzione di un sistema produttivo ed economico devastato dalla calamità” ha affermato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel chiedere al Governo un intervento urgente per mettere in campo ogni azione utile finalizzata alla ripresa economica e produttiva poiché è in gioco la sopravvivenza stessa di centinaia di imprese e delle lavoratrici e lavoratori che da esse dipendono.

“Stante la situazione straordinaria, riteniamo necessario un Decreto Legge Speciale del Governo e il relativo stanziamento di risorse congrue ad affrontare i danni subiti che crescono di ora in ora per le attività agricole” evidenzia Prandini nel precisare che “gli strumenti ordinari di intervento vanno attivati quanto prima, ma non sono sufficienti a garantire il salvataggio o la continuità delle filiere agricole del territorio colpito”.

Il contributo dei Popolari per dare al centro un nuovo significato

Il percorso di riaggregazione di realtà che attingono alla cultura del popolarismo e del cattolicesimo democratico e sociale, come risposta al deficit di rappresentanza e di progettualità politica delle forze che cavalcano il bipolarismo, dopo aver mobilitato molte energie, sottraendole alla dispersione e all’irrilevanza, si trova ora di fronte a un ulteriore compito (che non può mai essere disgiunto dall’impegno organizzativo): quello della ridefinizione della propria proposta politica e programmatica in un duplice senso. Come assunzione di responsabilità per un accreditamento istituzionale interno e internazionale, cosa di cui i Popolari non hanno mai difettato per la loro storia e per la loro coltura politica di governo. E serve una seconda assunzione di responsabilità nel senso della definizione di una visione di società e di futuro che risulti significativa e comprensibile non solo agli addetti ai lavori ma anche e specialmente a tutti gli elettori, ai ceti sociali intermedi e popolari.

 

Credo che in questa fase, ancora relativamente distante dalle elezioni europee del prossimo anno, l’attenzione vada posta in particolare su quest’ultimo obiettivo. Ci sono ampie fasce di elettorato – considerando anche la metà di questo che diserta le urne – che rifiutano la polarizzazione destra-sinistra, che faticano a riconoscersi nei partiti attuali ma che, nel contempo, trovano il modo in cui attualmente è organizzato il centro, inadeguato alle loro attese e spesso indefinito e amorfo nella proposta. Credo che i Popolari possano esercitare un ruolo importante allo scopo di rendere l’area di centro, ora fluttuante in base agli umori dei leaders di due partiti personali, maggiormente identificabile dalla classe media per la posizione espressa sui temi cruciali posti da questo tempo di cambio di epoca nel quale stiamo vivendo.

 

Un ruolo che possiamo avere se prima di tutto proviamo a fare tra di noi popolari di diverse realtà e provenienze, questo lavoro, che per certi versi richiama quello degasperiano delle “idee ricostruttive”, per il mondo attuale in funzione di quella che Lucio D’Ubaldo ha definito una risignificazione  del centro. Anche utilizzando allo scopo nuovi strumenti, come lo è una testata on line quale Il Domani d’Italia, insieme ad altri strumenti che favoriscono il ragionamento e il dibattito, offerti dalle nuove tecnologie.

 

In tal modo il contributo dei Popolari alla costruzione del centro non si limiterà ad aggiungersi in termini numerici a una coalizione, cosa pur importante laddove se ne ravvisino le condizioni, ma potrà concorrere, col bagaglio della propria cultura politica declinata nel presente, a definire l’equilibrio di una strategia di governo. E ciò su tutte le principali direttrici. I Popolari hanno davanti a loro la straordinaria opportunità di dimostrare in modo peculiare e ben identificabile da tutti i cittadini, una loro capacità di visione, basata su un’antropologia e su una idea di società, che rassicura la classe media e che suscita fiducia e speranza, su tutte le principali questioni (dalla pace, al lavoro, all’economia, alla famiglia, all’ambiente, alla rivoluzione digitale, ecc.).

 

In un mondo che sta cambiando rapidamente e in modo inedito e sorprendente (un esempio per tutti che rende l’idea: il presidente del Sudafrica Cyril Ramaphosa ha annunciato che una delegazione di sei stati africani sta tentando una iniziativa di pace per l’Ucraina, in Europa) la classe media è alla ricerca di solidi punti di riferimento, non solo come argine a sempre possibili nuovi estremismi ma anche come guida verso un futuro nel quale ambisce a rimanere protagonista piuttosto che essere risucchiata nella subalternità da debordanti poteri oligarchici che sembrano non lontani dal veder esaurire il loro ciclo.

 

A ben vedere chi meglio di una tradizione politica come il popolarismo, che ha fatto del riscatto dei ceti popolari e lavoratori che erano ai margini della vita sociale e politica, la propria missione storica, ha  la possibilità di interpretare meglio le vicende del mondo attuale che vedono, oltre ai Brics, una schiera numerosa di altri stati con popolazione e forza economica enorme, ambire a entrare a pieno titolo nella società e nella politica globale con pari dignità con quell’aristocrazia di stati che per secoli ha fatto, anche sulla loro pelle, il bello o cattivo tempo?

Presidenzialismo, premieriato e autonomia differenziata: il mercato delle riforme istituzionali.

Ci risiamo con gli annunci di miracolose riforme istituzionali che dovrebbero rendere il Paese più efficiente e consentire ai cittadini di scegliere ‘i governanti’, come se finora la scelta dei governi repubblicani fosse avvenuta in modo antidemocratico, cioè contro la volontà dei cittadini. Per il governo di destra la soluzione è una “riforma costituzionale in senso presidenziale” (dichiarazioni programmatiche del governo Meloni al Parlamento, 25 ottobre).

 

Per rispolverare il tema ho cercato tra i miei libri quelli sulle riforme istituzionali, che ovviamente non sono pochi perché se ne parla in Italia da almeno 30 anni; così è riemerso l’elenco delle ipotesi di riforma dell’attuale parlamentarismo italiano: sistema presidenziale, sistema semi-presidenziale, sistema semi-presidenziale francese, Sindaco d’Italia, sistema premierato forte, sistema Westminster e tante altre numerose combinazioni di questi sulle quali, nel tempo, tanti si sono esercitati. Elenco che è destinato ad allungarsi: è nuova di zecca la proposta del “governatorato” del ministro Calderoli.

 

Questa volta, a differenza del passato, la proposta di riforma è stata avanzata in un contesto politico diverso perché la destra che governa è il Paese è populista e demagogica non solo nel linguaggio, ma anche nelle scelte politiche. Il suo tratto caratterizzante è tipico di tutte le destre populiste,dall’Europa alle Americhe, l’autoritarismo e l’etnicismo.

 

Sul campo c’è anche la proposta leghista di autonomia differenziata (ovvero più poteri) delle regioni, nata sulla base dei soli due referendum sull’autonomia del 2017 del Veneto (partecipanti al voto 57,2%) e Lombardia (partecipanti 39,3%) e che adesso si vuole imporre attraverso semplici accordi tra il ministro Calderoli e i singoli presidenti delle Regioni senza che il Parlamento possa di fatto interferire più di tanto. Sì, l’altro tratto distintivo della destra è quello di provare fastidio nei confronti del Parlamento che infatti perderebbe la sua centralità con la riforma presidenziale annunciata sia nel caso di elezione diretta del Capo dello Stato, sia nel caso di elezione diretta del Capo del Governo.

 

Dalle dichiarazioni della presidente del Consiglio e dei ministri si ha la sensazione che sia stato aperto dal governo un ‘suk’ sulle riforme di cui è apprezzabile soltanto l’assenza d’ipocrisia. La Lega vuole che entro l’anno si avvii l’autonomia differenziata alle Regioni e per raggiungere tale fine è disponibile a fare di tutto, teme però di essere turlupinata con qualche rinvio. Fratelli d’Italia sa che per ottenere il presidenzialismo ha bisogno del sostegno determinante della Lega, ma dubita della sua lealtà e teme il sabotaggio. Si susseguono così prese di posizioni, punzecchiature e accuse reciproche da parte dei pretoriani di Meloni e di Salvini. Edoardo Rixi (Lega) ha affermato in modo esplicito: “No al premierato”.  Per il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giovanbattista Fazzolari (FdI) invece, “autonomia differenziata e riforme costituzionali sono due percorsi complessi che cercheremo di portare avanti nel minor tempo possibile”. La tensione massima  è stata raggiunta ieri quando è stato reso pubblico un documento tecnico del servizio bilancio del Senato che stronca la proposta leghista di autonomia differenziata. Apriti cielo: il ministro Calderoli si infuria e chiama il presidente del Senato Ignazio La Russa accusandolo di essere la ‘manina’ del contenuto del documento; il ministro Salvini telefona immediatamente a Georgia Meloni chiedendo  “a che gioco stiamo giocando?”. Dopo qualche ora il documento viene ritirato: il servizio tecnico del Senato dichiara che la pubblicazione è avvenuta per errore e che il documento deve ancora essere verificato!

 

Conciliare queste diverse posizioni prima  delle elezioni europee (primavera prossima), come sperano le forze politiche al governo, sarà un’impresa ardua. Qualche spiraglio forse si aprirà quando, al grido di ‘liberalizziamo le elezioni’, sarà molto probabilmente presentata la proposta per consentire ai presidenti delle Regioni il terzo o quarto mandato, dimenticando così che il limite non era posto per un dispetto verso qualcuno, ma una modalità democratica che aveva l’obiettivo di contenere il maggiore potere assegnato ai presidenti dall’elezione diretta. Modalità di elezione che tra l’altro ha determinato un’eccessiva personalizzazione della politica e il dilagare, soprattutto durante la pandemia, di un insensato ‘sovranismo regionale’ che ha obbligato l’ex presidente Draghi ad affidare al generale Figliuolo il compito di coordinamento delle misure di contrasto al Covid.

 

Trattare temi così delicati con questa leggerezza e con questa modalità è da irresponsabili. Pensare di mettere mano a una modifica rilevante della Costituzione, frutto di un grande approfondito lavoro politico e culturale dei nostri padri costituenti, con un baratto tra i partiti della destra e una semplice consultazione delle opposizioni a Palazzo Chigi, finalizzato esclusivamente a dimostrare che regista della riforma è una persona sola al comando, ossia il capo del governo, è di una gravità istituzionale che non ha precedenti.  

Trascurare o ignorare che le proposte di riforma della destra avrebbero un effetto anche sul ruolo del Presidente della Repubblica è altrettanto grave. Ora il Capo dello  Stato ha un’importante e indispensabile ruolo di garanzia  costituzionale che gli consente di intervenire a tutela della Costituzione e dell’unità del paese; ruolo che la destra di fatto non condivide, ritenendola un’invasione di campo. La dimostrazione è nei mugugni delle seconde e terze file della destra (qualche volta anche tra le prime) che dopo ogni doveroso intervento del Capo dello Stato riescono a tacere per qualche giorno e poi si lanciano in spericolate acrobazie dialettiche per dissentire (gli esempi sono tanti). Penso, al contrario, che questi interventi siano, come sosteneva con grande efficacia Mino Martinazzoli nel 1982 nei  confronti del Presidente Pertini “una corretta e utile pedagogia verso i partiti. Non una confisca, non una mortificazione, ma una sollecitazione alle virtù dei partiti. Un’autorevolezza, piuttosto che una dilatazione delle prerogative presidenziali”. Se per ipotesi questa riconosciuta e consolidata autorevolezza del Capo dello Stato fosse intaccata si aprirebbe un’irriducibile conflittualità istituzionale.

 

Un osservatore attento come Marco Follini, ha osservato su questo quotidiano di essere stato colpito dall’insistenza con cui “ il governo reclama poteri maggiori, pur disponendo di un’ampia maggioranza parlamentare, di un consenso popolare ancora assai forte e di altri quattro anni e mezzo di tempo per realizzare le sue buone intenzioni”. Penso che il presidente del Consiglio abbia voluto anticipare una sorta di giustificazione per la difficoltà ad attuare un programma elettorale che probabilmente non tiene conto di problemi economici e finanziari del nostro Paese che erano più che noti. Così, anziché fare quest’ammissione, ha deciso di incolpare le regole costituzionali attuali che le impediscono di assumere decisioni veloci.

 

Giustificazione infondata: con queste regole il nostro Paese è cresciuto socialmente ed economicamente fino a diventare una potenza economica mondiale. In sostanza nel governo della cosa pubblica conta la qualità della proposta politica e la capacità di compiere scelte coraggiose anziché la demagogia degli annunci.  Chi ha responsabilità politiche dovrebbe sapere che ogni promessa elettorale suona falsa se non è accompagnata da gesti risoluti, e dunque non indolori, capaci di ridurre l’inflazione, il sovraccarico della spesa pubblica, l’eccesso di pretese di tutti verso lo Stato. E’ nella riduzione dei troppi privilegi, infatti, che si ridà spazio alle attese dei più deboli, spesso silenti, altrimenti si diffonderà sempre più lo scetticismo, non del tutto immotivato, sulla sincerità delle intenzioni e delle parole elargite dalla politica, che è la causa della crescente disaffezione alla partecipazione elettorale.

Don Giovanni Minzoni martire antifascista e apostolo della “santa democrazia cristiana”.

La sera del 23 agosto 1923 don Giovanni era stanco perché aveva dovuto tutto il giorno occuparsi di una misera famiglia il cui padre era rimasto vittima di un incidente. Si era assunto la responsabilità del mantenimento dei tre orfani.

Andava verso il circolo cattolico accompagnato da uno dei suoi giovani e parlava di un progetto di cooperativa operaia per la produzione di conserve, iniziativa che avrebbe dato lavoro a molti disoccupati. Sbucarono all’improvviso dall’ombra di un vicolo, due uomini: si udì un colpo secco ed il sacerdote stramazzò a terra. Il giovane, anch’egli colpito, si rinvenne subito.

I due erano spariti. Aiutò don Giovanni a trascinarsi verso la canonica, corse a chiamare aiuto. Poco dopo don Minzoni giaceva esanime sul suo povero lettuccio di ferro: una bastonata gli aveva fracassato il cranio. Le onoranze alla salma, ad Argenta ed a Ravenna, furono grandiose, mentre la notizia si diffondeva in un baleno in tutta Italia, e l’opinione pubblica qualificava ed individuava senza difficoltà gli assassini.

Estremamente facile sarebbe stato alla polizia mettere subito le mani sui colpevoli, ma c’era l’On. Balbo a pensare a tutto.

Disse al suo solito amico perchè lo riferisse a chi di dovere: «Il questore lo mando a Girgenti se non fila in gamba: ed il prefetto sa già che ho pronto il suo sostituto». Scrisse anche: – Sarà bene che il Prefetto faccia capire al Procuratore del Re che non si desiderano imbastire processi.

Il tenente dei Carabinieri fu ugualmente consigliato a non essere troppo zelante. Così le indagini furono insabbiate, l’istruttoria archiviata e gli indiziati rimessi in libertà.

Nel frattempo aumentavano in tutta Italia le aggressioni e le violenze. Il 10 giugno del 1924, veniva assassinato anche il socialista On. Matteotti.

«Il Popolo» diretto dal coraggiosissimo Giuseppe Donati, e la «Voce Repubblicana» pubblicarono allora esplicite formulazioni di responsabilità. Amerigo Dumini – autore confesso dell’assassinio di Matteotti – fu accusato anche dell’omicidio di don Minzoni come esecutore materiale; si fece il nome di Italo Balbo come mandante; e si additò apertamente la responsabilità del gen. De Bono capo della Polizia.

Balbo fu allora costretto a querelare il giornale repubbli-cano: ma le prove e le testimonianze addotte dal giornale furono così chiare e schiaccianti, che la Magistratura fu costretta a emettere sentenza di assoluzione e la sera stessa Balbo dovette dare le dimissioni da Generalissimo della Milizia.

Dopo pochi giorni si riaprì il processo per il delitto Minzoni. Ma la Magistratura era ormai addomesticata. Nonostante che la verità balzasse evidente da tutte le prove, gli accusati furono assolti.

Solo 24 anni dopo, nel 20-6-47, la Corte di Assise di Fer-rara, riaperto il processo, riconobbe tutti i fatti e le responsabilità. Purtroppo i protagonisti non erano presenti. Balbo era stato abbattuto dalla contraerea italiana nel cielo della Libia; il Console della Milizia era miseramente finito durante la guerra di li-berazione; uno dei due sicari era morto sotto il treno e l’altro era stato ucciso durante una rissa; il fiduciario fascista della provincia era morto in un incidente d’auto ed il gerarca che scelse a Casumaro i due assassini era rimasto vittima di una imboscata politica pochi mesi dopo la morte di don Giovanni Minzoni.

Restava il contadino che aveva custodito le biciclette dei due sicari, sulla strada, fuori del paese: costui, quando nel 1947 si riaprì la istruttoria ed i carabinieri lo mandarono a chiamare, fuggì nei campi e s’impiccò ad un’albero.

[Tratto dall’opuscolo, con testi vari, intitolato Don Giovanni Minzoni martire della libertà, a cura della Dc – Ufficio Propaganda, 1973(?). Lo stralcio riportato è attribuito a Lorenzo Bedeschi (con presumibile riferimento al suo libro Don Minzoni, il prete ucciso dai fascisti, Bompiani 1973].

È meglio avere figli anche se ti fanno sanguinare il cuore

Al centro del riformismo vi è il recupero di questo valore di solidarietà, che passa attraverso il riconoscimento della partecipazione, delle autonomie, dell’autogoverno, della valorizzazione delle società intermedie, la prima delle quali è la famiglia. Badate che le curve attuariali dicono che nel 2070 l’etnia italiana sarà di poco più di 20 milioni di persone in una penisola abitabile da 100 milioni. 

Noi costituiamo un ministero dei Beni Culturali per dissotterrare le statue, per tenere in piedi gli “atrii muscosi”, i “fori cadenti” e abbiamo timore di essere tacciati di fascisti per propaganda demografica, ma non si tratta di propaganda demografica. Quello che l’Italia ha dato alla storia del mondo non può farci trovare cancellati, di modo che di qui a due o trecento anni la gente, i ragazzi che vanno a scuola ascolterebbero: “Ecco, c’erano i Sumeri nella pianura del Tigri e dell’Eufrate e c’erano gli Italiani tra gli Appennini e le Alpi”. E lo dico con tutta l’anima anche a tanti che sono qui: è meglio avere figli, anche se ti fanno sanguinare il cuore. Perché questa è la vita, questo è il contributo nel sacrificio, nell’amore, nella pena e nella gioia di vivere, che offre la continuità che dobbiamo dare al mondo, ai doni che da Dio abbiamo ricevuto. Se rinunciamo, come democratici cristiani, a qualificare la politica, se abbiamo timore, se abbiamo timore di parentele ideologiche con concetto della famiglia, allora siamo verso la fine. La famiglia non è ideologia, la famiglia è realtà della vita, che viene richiesta ogni giorno di più da giovani abbandonati, che fanno parte della civiltà della solitudine, quella che noi abbiamo costruito per i vecchi, per le donne appena sfiorisce la bellezza, per i ragazzi che si trovano privi dei genitori veri e ne hanno tre o quattro, azzannati da tutti gli sfruttatori e seminatori di odio e di morte; noi rinunciamo a un dato fondamentale del rilancio di una società più vivibile, di una vita che veda la partecipazione civile al lavoro, alla pace, alla libertà attraverso il volontario sviluppo delle associazioni, comprese quelle politiche, che rischiano il ruolo delle caste.

 

[Il testo completo fu pubblicato sul numero di ottobre del 1985 della rivista “Terza Fase”]

La fermezza di Mariano Rumor di fronte alla strage del 17 maggio1973 alla Questura di Milano.

Era in corso la cerimonia in memoria del commissario Calabresi ucciso un anno prima, alla presenza del ministro dell’Interno Mariano Rumor, vero obiettivo dell’attentato. Per i neofasciti era considerato “responsabile” per non aver dichiarato lo stato d’assedio dopo la bomba di piazza Fontana. 

Rumor a quel tempo era presidente del Consiglio. Il piano sovversivo era in linea con quella che poi sarà identificata dai processi e dagli storici come la “strategia della tensione” che mirava a “destabilizzare il paese per stabilizzare l’ordine politico”, con l’intento di spostare a destra l’opinione pubblica per costituire le basi di una possibile svolta autoritaria e comprimere l’ordine democratico costituzionale. 

Divenuto Presidente del Consiglio, Rumor sarà inflessibile contro l’ondata nera stragista. Ordine Nuovo, il gruppo neo-fascista al centro del movimento eversivo, nel novembre del 1973 sarà messo fuori legge. Erano passati sei mesi dall’attentato di Milano.

La bomba provocò 4 morti e oltre 50 feriti. Di quelle “vite strappate” oggi ne traccia un ricordo sul “Corriere della Sera” Mario Calabresi. Della vicenda si é occupata di recente Stefania Limiti con il libro “L’estate del golpe” (Chiarelettere, 2023). Un bel romanzo di Valerio Aiolli “Nero Ananas” (Voland, 2019), racconta queste storie, racchiuse nei tormentati 4 anni che partono proprio da piazza Fontana per finire con l’attentato alla Questura a Milano.

Qui riportiamo in allegato, per gentile concessione dell’editore Tassotti, uno stralcio della biografia (2005) di Mariano Rumor curata da Orazio Carrubba e Piero Piccoli.

Leggi il Testo 

Presidenzialismo o Sindaco d’Italia sono slogan e con gli slogan si perde tempo.

Nei Palazzi di Roma si discute di Riforme Costituzionali. Qualcuno dice che non è esattamente ciò di cui discutono le famiglie italiane a tavola. Altri parlano di una iniziativa di “distrazione di massa” rispetto ai problemi del Paese. Sarà anche vero. E tuttavia il tema di una Democrazia più efficiente esiste da decenni. E non si può non affrontarlo. Anche su questo tema, in Italia, recentemente, si vince con proposte populiste e si prova poi a governare cambiando registro.

La Destra ha sbandierato in campagna elettorale lo slogan dell’elezione diretta del Presidente della Repubblica. Una pratica presente in tanti Paesi democratici, certo, ma palesemente incongrua nel nostro impianto costituzionale e nella nostra esperienza storica. Ed infatti, oggi pare archiviata. Si prova a ripiegare sull’idea del “Sindaco d’Italia”: vale a dire, l’elezione diretta del Capo del Governo.

Anche questa subordinata, però, punta a risolvere il problema della Democrazia e della sua efficienza con soluzioni semplificatorie e nient’affatto coerenti con le dinamiche istituzionali di uno Stato (che non è un Comune e neppure una Regione).

Penso comunque che sarebbe un male se – per l’ennesima volta – questa discussione finisse nel nulla. Però occorrerebbe lavorare su un quadro organico capace di dare risposte ai tre problemi strutturali della democrazia italiana degli ultimi decenni: la rappresentanza; la stabilità dei governi; l’efficienza della Pubblica Amministrazione. Sono tre problemi reali che non si risolvono con “soluzioni ad effetto”, ma con una iniziativa coerente e sistematica. Insomma, più con la precisione di un cacciavite che con la grossolana rumorosità di una ruspa, il cui guidatore peraltro non pare saper bene dove scavare.

Primo. La rappresentanza. Occorre prendere atto della crisi profonda che attanaglia lo strumento a ciò preposto dalla Costituzione: i partiti politici. Negli ultimi tempi ci si era illusi che la Democrazia potesse funzionare senza partiti, oppure con un loro mero simulacro. Da ultimo, si è pensato che bastasse un leader più o meno carismatico, accompagnato da una massa indefinita ed impersonale di tifosi. Ma così le cose non funzionano affatto. E il professor Giuseppe De Rita, con la sua lucidità, lo ha ricordato recentemente in una bella intervista al Corriere della Sera: senza partiti “veri”, la Democrazia diventa effimera contabilità di “solitudini” in continua transumanza da una illusione politica all’altra – salvo poi ripiegare sul non voto – proprio in una fase storica che mette a dura prova il concetto stesso di “comunità” e la tenuta dei legami sociali.

Per questa ragione, diventa prioritario – da un lato – ricomporre e rigenerare le culture politiche (sono la vera benzina della buona politica) e – dall’altro – dare finalmente attuazione all’art. 49 della Costituzione, con una Legge che preveda una disciplina democratica dei partiti. Nello stesso tempo occorre ormai immaginare nuove “forme partito”, a partire da un diverso protagonismo della società civile e dei territori.

Secondo. La stabilità dei governi. Nella cosiddetta Prima Repubblica, finché quel sistema funzionava, i governi cambiavano spesso, anche dopo pochi mesi, ma non cambiavano le politiche: esse erano garantite da cicli politici che sopravvivevano ai governi via via modificati, spesso per ragioni di equilibri interni ai partiti. Nell’epoca più vicina ai nostri giorni, la caduta dei governi – senza che ci sia una alternativa in campo – comporta invece la paralisi delle strategie, con conseguenti pesanti effetti sulle prospettive del Paese e sulla sua credibilità politica ed economica a livello europeo ed internazionale. Ed infatti, quando proprio l’acqua arrivava alla gola, è toccato al Capo dello Stato (per fortuna) imporre un governo “tecnico”. Il problema, dunque, esiste e va affrontato. 

Personalmente credo ad un rafforzamento del ruolo del Premier ma non credo all’ipotesi di una sua diretta elezione popolare. Soluzione che peraltro non è affatto diffusa negli ordinamenti occidentali. Di sicuro, questa opzione indebolirebbe oltre misura il ruolo del Capo dello Stato così come previsto in Costituzione: un ruolo da tutti ritenuto essenziale in base anche all’esperienza concreta degli ultimi decenni, nei quali questa figura ha assicurato equilibrio e tenuta generale del sistema democratico. Se eleggerlo direttamente renderebbe automaticamente il Capo dello Stato “di parte” e non più “garante”, eleggere direttamente il Premier, lo renderebbe figura marginale e priva dei necessari poteri sia formali che sostanziali. Rafforzare i poteri del Premier senza scassare l’equilibrio costituzionale attuale è invece del tutto giusto e possibile. Proposte in tal senso ci sono state e ci sono. 

Aggiungo. C’è un tema che fa da filo rosso tra il punto della rappresentanza e quello della stabilità dei governi: è il sistema elettorale. Quello vigente è un pasticciato miscuglio tra proporzionale e maggioritario, ormai del tutto incapace di interpretare le dinamiche politiche del nostro tempo e assolutamente inadatto a garantire un rapporto tra elettore ed eletto.

Terzo. L’efficienza della Pubblica Amministrazione. Non tutto è “politica”. C’è anche l’Amministrazione, che deve mettere a terra le scelte politiche – quando ci sono – e deve garantire il buon funzionamento delle strutture pubbliche. Ed anche questo ha molto a che vedere con la vita democratica. Di tale aspetto non si discute seriamente. Le uniche scelte che spesso si fanno, in emergenza, riguardano la nomina di “commissari”, con più o meno poteri effettivi. Ma non può essere una soluzione. Personalmente credo che questo sia invece l’aspetto forse più impattante per la tenuta dell’ordine democratico. Perché ogni giorno rischia di demolire la credibilità delle Istituzioni e di far sorgere una domanda patologica di “qualcuno che comandi”, non che “governi”. Oppure la spinta a risolvere i propri problemi cercando benevolenze nel potere o – per chi può – soddisfazione nelle offerte di servizi privati.

Regole che si aggiungono a regole; strutture burocratiche che si aggiungono a strutture burocratiche; poteri locali, regionali e statali che non trovano una base comune di leale collaborazione; dirigenze apicali spesso definite con una interpretazione volgare dello spoil sistem; depotenziamento quantitativo e qualitativo del pubblico impiego, sovente mortificato nella sua dignità professionale; interferenze spesso irragionevoli tra procedure amministrative e procedure giudiziarie; indebolimento del principio di responsabilità come difesa rispetto al rischio generalizzato di sanzione da parte della magistratura contabile; inadeguata transizione al digitale della PA: sono tutti capitoli della grande questione che riguarda l’efficienza e la produttività della macchina pubblica del nostro Paese. Anche in questo caso, non si risolve nulla con gli slogan di forte impatto mediatico ma di breve momento.

In conclusione, ciò che serve è un faticoso e duraturo lavoro di ricostruzione della Politica, delle Istituzioni, del loro buon funzionamento, anche operativo. Non si vede traccia percepibile di tutto ciò, almeno per ora. Altro che slogan tipo Presidenzialismo o Sindaco d’Italia!

Valori alternativi e progetti di società diversi: lo spazio dei Popolari.

Se è vero, com’è vero, che lentamente sta ritornando la politica dopo il trionfo della sub cultura populista di marca grillina – e quindi anche il ritorno dei partiti e le tradizionali culture politiche, seppur aggiornate e riviste – è indubbio che i valori di riferimento saranno sempre più decisivi e determinanti nell’orientare e poi nel condizionare le stesse scelte politiche. Valori, principi, riferimenti ideali ed etici che, prima o poi, non potranno non essere centrali anche per dispiegare i progetti politici dei singoli partiti.

Detto questo, è abbastanza evidente, se non addirittura plateale, che un primo assaggio concreto l’abbiamo avuto proprio la settimana scorsa attorno a temi che non sono affatto secondari ai fini dell’elaborazione progettuale e squisitamente politica dei partiti. Di tutti i partiti. Mi riferisco, nello specifico, ai temi legati alla crisi demografica, alla caduta verticale della natalità, al ruolo della famiglia, alla crisi degli stessi istituti centrali del cosiddetto “stato sociale”. Insomma, temi e argomenti che, da soli, richiedono ed invocano scelte politiche, culturali e sociali precise, nette e chiare. Scelte e progetti che, semprechè si esca dall’ordinaria amministrazione e si passi alla progettualità della politica, segnano anche visioni diverse della società e del suo futuro.

E la doppia manifestazione, casualmente culminate nella stessa giornata, a Roma all’Auditorium della Conciliazione con Papa Francesco e con la presenza autorevole e significativa della Premier Giorgia Meloni e a Torino al Teatro Carignano con un folto gruppo di Sindaci provenienti da tutta Italia e con tutta l’area “LGBT” del nostro paese con relativi sponsor mediatici ed intellettuali, ha offerto anche plasticamente la presenza di due mondi che indubbiamente si confrontano ma che hanno al loro interno sensibilità e culture profondamente diverse, se non addirittura alternative. Una distanza culturale e valoriale che non può non avere anche una profonda ricaduta nel momento in cui si passa alla costruzione delle scelte politiche che siano in grado di affrontare e, possibilmente, di portare un contributo concreto per la soluzione di quei problemi.

E, per rifarsi ad una terminologia del passato ma sempre attuale e moderna, si può tranquillamente sostenere che ci troviamo di fronte – e finalmente – a “progetti di società” che difficilmente possono essere conciliabili. Certo, la politica, almeno la politica che concepiamo noi cattolici democratici e popolari, non è mai l’esaltazione della radicalizzazione e della polarizzazione ideologica tra le varie posizioni in campo. Tesi, questa, cara ai sostenitori del “bipolarismo selvaggio” e della sub cultura degli “opposti estremismi” sponsorizzata dal “nuovo corso” del Pd di Elly Schlein e da alcuni settori, seppur limitati, del centro destra. Ma anche la coltivazione della “cultura della mediazione” e la fecondità del metodo del dialogo e del confronto, non possono non prendere atto che ci troviamo di fronte a due universi valoriali che impongono scelte politiche e legislative alternative altrettanto chiare e nette.

Ora, respingendo fermamente qualsiasi tentazione confessionale o, peggio ancora, di natura clericale, è indubbio che il ruolo, la funzione e la stessa mission” – ispirati alla più rigorosa laicità dell’azione politica – dei cattolici popolari e democratici non possono continuare ad essere sacrificati sull’altare di un maldestro nuovismo o, come pare di capire in alcuni settori di questo mondo, rassegnarsi alla “ragion di partito” e, di conseguenza, accettare di giocare un ruolo del tutto marginale se non addirittura irrilevante e pertanto inutile nella cittadella politica italiana. Il caso del “nuovo corso” politico del Pd al riguardo, è persin troppo facile da evocare alla luce dei pronunciamenti pubblici – e del tutto legittimi, come ovvio e scontato – della sua segretaria nazionale.

E allora, c’è una domanda di fondo a cui prima o poi occorrerà dare una risposta politica coerente, coraggiosa e soprattutto chiara. E cioè, di fronte a due universi valoriali, a due approcci radicalmente alternativi, a due culture forse inconciliabili, cosa possono fare i cattolici popolari, democratici e sociali che non intendono svendere la propria identità pur di conservare il proprio piccolo tornaconto di potere nelle istituzioni o nel partito? La risposta, che indubbiamente è complessa e articolata, non può che essere una. Ovvero, contribuire ad elaborare un progetto politico – seppur con altre culture e sensibilità ideali – che non siano però in aperto contrasto con la propria identità. Culturale, politica, sociale e quindi storica. Perchè nel momento in cui si rinuncia definitivamente alla propria identità si corre solo il rischio, anzi la certezza, di diventare politicamente irrilevanti nonchè inaffidabili e culturalmente insignificanti. Un doppio rischio che, oggi, i cattolici popolari e democratici non possono più correre.

Il guazzabuglio di sigle non agevola il rilancio della proposta democratico cristiana.

Sembra di combattere contro i mulini a vento anche per un don Chisciotte come me che ha assunto questo pseudonimo dal 1993, anno della fine politica della Democrazia Cristiana. Dopo trent’anni di continue battaglie segnate dalla scomposizione progressiva del partito che aveva governato l’Italia per oltre quarant’anni (1948-1993) e la sua frantumazione nei mille rivoli della diaspora. Sono nate tante piccole casematte che hanno spezzettato anche ciò che rimaneva della Dc in periferia, alcune delle quali semplici aggregazioni di notabilati di alcune personalità interessate soprattutto a sopravvivere a destra o a sinistra nella lunga stagione di passaggio dalla Prima Repubblica e sino ai giorni nostri.

 

Un primo tentativo di ricomposizione era stato tentato con la Federazione Dc e Popolari presieduta dall’On. Peppino Gargani, che era stata avviata con un atto fondativo sottoscritto da una cinquantina di movimenti, associazioni, gruppi e partiti, con l’impegno di dar vita a un soggetto politico nuovo di centro alternativo alla destra nazionalista e sovranista e distinto e distante dalla sinistra alla ricerca della propria identità. Quel tentativo non ha potuto decollare per il NO degli amici Rotondi e Cesa e il debole appoggio di altri insieme ad alcuni errori di conduzione tattica mal digeriti da qualche autorevole sottoscrittore del patto.

 

Anche tra i presunti eredi della Dc, anziché raggiungere la ricomposizione,la platea si è andata via via ampliando di sigle e di sedicenti segretari nazionali; ferma restando le ragioni legali di continuità giuridica della Dc, nata dall’autoconvocazione del Consiglio nazionale del partito nel 2012, con l’elezione poi della segreteria di Gianni Fontana prima e di Renato Grassi dal 2018, al quale è succeduto al XX Congresso di quest’anno, Totò Cuffaro. Il permanere del sistema elettorale largamente maggioritario del rosatellum, ha favorito i tatticismi dei soliti noti, interessati a garantirsi il posto al sole nelle liste della destra o della sinistra, sino a verificare l’egemonia della destra alle politiche del settembre 2022. Una destra che ha assunto per la prima volta dal 1948 la guida del governo del Paese. Questa nuova e per certi versi inedita situazione politica si incrocia con la prossima scadenza elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo. Una scadenza nella quale, finalmente, sarà vigente la legge elettorale proporzionale con preferenze, ossia una condizione che libererà la nostra area sociale e culturale dalla necessità di scegliere l’alleanza a destra o a sinistra.

 

Ecco perché da molto tempo continuo a sostenere il progetto della ricomposizione politica dell’area popolare, avendo consapevolezza che essa è caratterizzata dai “cattolici della morale” e dai “cattolici del sociale” e, in definitiva, dalle tre culture che hanno segnato profondamente la sua storia: quella dei cattolici democratici, dei cattolici liberali e dei cristiano sociali. I primi, sulla base del documento approvato al Parco dei Principi, hanno dato vita al gruppo “Tempi Nuovi-Piattaforma Popolare” (mantenendo una qualche articolazione interna), così come è sorto il movimento di Iniziativa Popolare coordinato da Mario Tassone e ben strutturato è pure il movimento-partito “Insieme” guidato da Giancarlo Infante. Anche il Sen. Ivo Tarolli ha dato vita con alcuni amici al movimento “Piattaforma Popolare 2024”.

 

Iniziativa Popolare, poi, è sorta sulla base della condivisione di un documento politico Bonalberti-Fiori-Tassone-Tucciariello che si pone l’obiettivo della ricomposizione politica dell’area cattolica, come affermato nel convegno del 13 Maggio scorso a Roma al teatro parrocchiale di San Lorenzo in Lucina.  Sono subito emersi i primi distinguo e da qualcuno la volontà di proseguire in solitaria un’avventura che, in quelle condizioni, può solo votarsi all’ennesimo suicidio politico. Alle elezioni europee servirà raggiungere una soglia minima pari a quasi quattro milioni di voti. Un’ipotesi già difficilissima se condotta con una lista unitaria, ma che diventerebbe impossibile e del tutto velleitaria se fosse condotta con liste separate.

 

Se qualcuno pensasse di conservare le vecchie etichette o di ricostituire consumate esperienze (Margherita 2.0?!) sperando di essere attrattivi per l’intera area, temo sia fuori strada. Salvo che lo stesso non predichi bene e razzoli male, simulando l’unità e dissimulando la ricerca più sicura in qualche lista della destra o della sinistra, è evidente che l’unica strada ragionevole percorribile sia quella della formazione di una lista unitaria rappresentativa delle diverse anime dell’ampia, articolata e complessa realtà sociale e culturale cattolica popolare. Siamo chiamati tutti, comunque, a un grande senso di responsabilità e a usare pazienza e tolleranza, coerenti con l’insegnamento degasperiano dettato al Congresso Dc di Napoli (1954): “solo se siamo uniti, siamo forti, se siamo forti siamo liberi di agire…”.

La novità per difendere l’ambiente viene adesso dalle scatole nere

Non solo il corretto rilevamento della dinamica di un incidente stradale a fini assicurativi: le scatole nere, quei piccoli dispositivi dotati di Gps installati sulle auto assieme all’assicurazione Rc, possono svolgere anche un ruolo nella sicurezza pubblica e persino aiutare nella definizione di politiche ambientali atte a limitare le emissioni climalteranti. Se ne è parlato nel corso della tavola rotonda “Mobilità, sicurezza stradale, infrastrutture e ambiente. L’economia dei dati a servizio dell’individuo e della collettività”, organizzato dal Think Tank The Urban Mobility Council, promosso dal Gruppo Unipol, presso la Sala del Refettorio della Camera dei deputati.

 

Le scatole nere, è emerso nell’incontro, è un primato tecnologico italiano al servizio della collettività e dell’ambiente. “L’Italia – ha sottolineato in questo senso Enrico San Pietro, Insurance General Manager di UnipolSai – è il Paese europeo maggiormente all’avanguardia per la diffusione delle scatole nere”, si tratta di “un’eccellenza tecnologica che abilita l’offerta di servizi innovativi e che potenzialmente può generare importanti vantaggi per la collettività”.

 

Infatti, ha spiegato Sergio Savaresi, Direttore del Dipartimento Elettronica, Informazione e Bioingegneria del Politecnico di Milano, “le moderne tecnologie telematiche consentono di passare dal concetto di Black Box a quello di Green Box, ossia un nuovo strumento per definire e classificare l’impatto ambientale di ciascun veicolo, superando il tradizionale concetto di appartenenza alla classe Euro. È un approccio innovativo che consente alle amministrazioni pubbliche di pianificare politiche efficaci per la gestione del traffico veicolare e limitare l’inquinamento”. In sostanza, attraverso i dati delle scatole nere, le amministrazioni pubbliche potrebbero passare da politiche basate sui dati medi, come quelli sulla quantità di emissioni rilasciate da un certo tipo di motore, a politiche basate sui dati effettivi del singolo veicolo. Una rivoluzione, in particolare nella gestione degli accessi ai centri urbani, perché sarebbe basata non solo sull’auto che si possiede, ma sui km che si percorrono, sul suolo che si occupa, sullo stile di guida.

 

Secondo Mario Nobile, Direttore Generale dell’Agenzia per l’Italia Digitale, grazie alla tecnologia raggiunta in questo settore, i tempi sono ormai maturi per “un nuovo paradigma che renda efficiente e sostenibile l’utilizzo dei mezzi di trasporto, attraverso soluzioni che permettano la gestione dell’ecosistema mobility. L’approccio deve essere olistico e non solo data driven, basato sulle informazioni ricavabili dall’enorme mole di dati che vengono raccolti all’interno dei digital ecosystem dell’ambiente urbano. In quest’ottica, AgID sta guidando il mercato dell’innovazione verso la realizzazione di soluzioni che potranno rappresentare la risposta più coerente al bisogno di un Sistema Paese realmente sostenibile”.

 

Secondo Stefano Genovese, coordinatore del Think Tank The Urban Mobility Council, che ha moderato l’incontro, “le opportunità generate dall’economia dei dati hanno aperto nuove prospettive nell’ambito della mobilità con benefici indiscutibili per i singoli e la collettività. Solo un approccio decisionale non ideologico, ma basato sull’analisi oggettiva dei dati potrà consentire, tanto ai decisori pubblici nazionali e locali quanto ai privati cittadini, di fare le scelte più efficienti ed economiche per adottare una transizione nella mobilità che sia a misura di ciascuno e, proprio per questo, accettata da tutti”.

 

Fabio Sbianchi, presidente di Octo Telematics, l’azienda che ha sviluppato il sistema delle scatole nere, ha sottolineato con orgoglio come questa sia “un’industria che abbiano creato noi italiani. Dietro di noi sono venute centinaia di aziende di tutto il mondo”, per questo, ha aggiunto, è importante salvaguardarne il know how e gli investimenti fatti. 

 

(Fonte: AskaNews)

 

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https://askanews.it/2023/05/16/mobilita-presto-le-scatole-nere-difenderanno-anche-lambiente/

I risultati senza clamore delle elezioni amministrative

L’astensionismo non è stato così grave come pure si temeva al termine della prima giornata di queste elezioni amministrative e tuttavi la sua ulteriore crescita, anche solo di due punti e poco più, non deve essere sottovalutata. Indica comunque uno stato di malessere. Evidentemente, l’assenza di una proposta organica e strutturata dell’area di centro contribuisce alla espansione di questo fenomeno di sotterraneo logoramento dei rapporti tra istituzioni e cittadini. In questa tornata elettorale non ha neppure favorito una delle coalizioni in campo, essendo piuttosto un motivo di perturbazione che reca danno alla politica nel suo complesso.

L’analisi del voto non raccoglie segnali clamorosi. Come sempre, in ambito comunale, a far la differenza è il “fattore campo”, ovvero la specificità e la concretezza delle diverse sfide sui territori. Nell’insieme si può dire che a sinistra si tira un sospiro di sollievo per una sostanziale e diffusa tenuta elettorale; a destra, invece, si contempla il processo di assestamento che non esalta e non deprime, a prescindere da alcune dichiarazioni enfatiche degli uomini più vicini alla Presidente del Consiglio; il Terzo Polo, lacerato dalla lite tra Renzi e Calenda, si deve accontentare di una presenza a macchia di leopardo, con la speranza del suo rilancio futuro. I 5 Stelle, infine, gestiscono senza visione il loro malinconico declino, al solito più visibile nelle prove elettorale locali.    

Questo è il quadro dei risultati più significativi secondo una nota diramata a tarda sera dall’Agenzia AskaNews. Sondrio, Treviso, Latina, Imperia e Pisa al centrodestra, Brescia e Teramo al centrosinistra. Sono questi i capoluoghi di provincia al voto che al primo turno vanno verso un risultato definitivo sul nome del primo cittadino. Ad Imperia viene confermato il sindaco uscente, l’ex ministro Claudio Scajola, con il 61,69% dei voti, davanti al vicecommissario Ivan Bracco, espressione del centrosinistra, al 22,7%. La candidata del centrodestra, Matilde Celentano, ha fatto man bassa di voti a Latina, surclassando, con il 70% delle preferenze, Damiano Coletta, ex sindaco di centrosinistra. Non cambia l’inquilino al comune di Sondrio, Marco Scaramellini, sindaco uscente del centrodestra, è stato confermato con il 59,59% dei voti. Staccato il candidato del centrosinistra Simone Del Curto, che si è attestato al 37,02%.

Anche al comune di Treviso non cambia il primo cittadino: Marco Conte, sindaco uscente del centrodestra ha ottenuto il 64,91% dei voti. Distaccato di molto Giorgio De Nardi, del centrosinistra fermo al 27,9%. A Brescia, affermazione di Laura Castelletti, attuale vicesindaco, del centrosinistra, che con il 54,9% dei voti ha superato Fabio Rolfi (41,6%)del centrodestra e che per l’evento conclusivo della campagna elettorale aveva avuto il sostegno in presenza anche della premier Giorgia Meloni.

A Teramo la coalizione Pd-M5s ha portato a casa il successo del sindaco uscente, Gianguido D’Alberto, grazie al 53,5% dei voti, Carlo Antonetti del centrodestra si è fermato al 38%. Michele Conti, sindaco uscente di Pisa, è quasi certo della riconferma grazie al sostegno di una larga coalizione di centrodestra, con il 51,84% dei voti. Paolo Martinelli, del centrosinistra è al 40,1%.

Vanno al ballottaggio, in programma il 28 e 29 maggio, gli altri sette capoluoghi, a cominciare da Ancona, con il candidato del centrodestra, Daniele Silvetti in testa con il 45,87% delle preferenze, davanti alla sindaca uscente del centrosinistra, Ida Simonella, con il 40,89%. A Brindisi la lotta per la poltrona di primo cittadino sarà tra Giuseppe Marchionna del centrodestra al 45,42% e Roberto Fusco, espressione di Pd e M5s, al 32,25. A Siena, il duello vedrà la candidata sindaca del centrosinistra, Anna Ferretti, al 30,89% dei voti Nicoletta Fabio, sostenuta dalla coalizione del centrodestra, al 2,8%. A Massa, dove il centrodestra si è presentato diviso, sono stati premiati il candidato di Lega e Forza Italia, Francesco Persiani (33,7%), ed Enzo Ricci (30,4%), sostenuto dal centrosinistra. Fuori dal ballottaggio Marco Guidi (20,4%) con Fratelli d’Italia, Noi Moderati e Nuovo Psi.

Le urne di Terni hanno premiato Orlando Masselli del centrodestra con 34,34%, e Stefano Bandecchi, di Alternativa popolare. Il patron di Unicusano e della Ternana calcio ha ottenuto il 29,08%. Resta fuori dal ballottaggio, per la prima volta il centrosinistra che con Josè Maria Kenny si è fermato al 22,19%. A Vicenza il ballottaggio sarà tra Giacomo Possamai, capogruppo Pd alla Regione Veneto, sostenuto da quattro liste civiche, arrivato al 45,9% e Francesco Rucco, espressione dal centrodestra con il 44,1%.

È la solitudine che diventa pandemia la lebbra del XXI secolo

In una società multietnica e globalizzata i contagi si diffondono rapidamente: così è stato per il Covid-19, così pare che sia per una pandemia che non ha origine da un virus ma nasce e dilaga in modo esponenzialmente crescente, specie nei contesti umani più avanzati: si tratta dell’epidemia della solitudine. Tanto crescente e pervasiva che l’Economist l’ha definita “la lebbra del XXI secolo”.

Recentemente Vivek Murthy – la massima autorità sanitaria degli USA quale Surgeon general of the United States, cioè “Chirurgo generale”, nominato dal Presidente Biden, capo operativo del Public Health Service Commissioned Corps e quindi il principale portavoce in materia di sanità pubblica del governo federale degli Stati Uniti, infine rappresentante americano nell’OMS, ha messo in guardia sulla crescite e gli effetti del fenomeno negli stili di vita degli yankee, che condividono con gli abitanti del Regno Unito il triste primato di un 50% della popolazione affetto da questa condizione esistenziale epidemiologica di ‘solitudine e di isolamento’. Ma pare che Finlandia, Danimarca e Norvegia lamentino da tempo questa situazione che affligge i rispettivi abitanti mentre la ‘Fondation de France’ ha evidenziato come siano milioni i francesi che soffrono di isolamento, solitudine ed emarginazione sociale. Il fenomeno diventa a un tempo massivo ed apicale in Giappone, dove la solitudine esistenziale ha raggiunto livelli drammatici ed è ben descritta da allegorie estreme come il fenomeno del kodokushi, il morire in modo completamente solitario e spesso ignoto agli altri.

Pare che anche in casa nostra le cose non vadano meglio, tra sindromi depressive e vere e proprie patologie da chiusura e incomunicabilità. Ricordo peraltro ciò che mi disse Umberto Galimberti nel corso di una intervista sulle derive comportamentali del nostro tempo e sulle difficoltà relazionali: “Viviamo in una cultura che ha aumentato in modo esponenziale i livelli di comunicazione, accade però che non abbiamo più niente da dire. Una volta le persone per sapere qualcosa del mondo uscivano di casa, oggi rientrano in casa e si mettono davanti allo schermo, dove tutto è allestito per presentare le cose in un certo modo, da un certo punto di vista. Il dramma consiste nel fatto di non disporne di altri. I giovani vivono una cultura di riflesso, prevalentemente non elaborata su modelli dialogici e di ascolto ma preconfezionata e trasmessa dai social, omologata ma a prevalente fruizione solipsistica, mentre nei contesti metropolitani odierni vivere negli appartamenti significa ‘appartarsi’. Si tratta dunque di un fenomeno sociale di deriva e rilevanza psicologica ma sono gli effetti sugli stili di vita che preoccupano poiché riguardano le condizioni mentali ed emotive, gli stati d’animo, i sentimenti, una progettualità esistenziale asfittica, il decadimento cognitivo in assenza di rapporti con gli altri, le relazioni personali e sessuali, l’insonnia, la bulimia o l’anoressia, l’assenza di una misura di autostima, l’ansia, la depressione, le sindromi compulsive, l’assunzione di sostanze o di alcool fino al pensiero suicidario come unico mezzo di rimozione di uno stato di sofferenza insopportabile. 

Risuonano davvero emblematiche e paradossali le parole di Galimberti: pur disponendo come mai prima d’ora di ogni potenzialità comunicativa grazie alle nuove tecnologie finisce che viviamo in una sorta di “Fortezza Bastiani”, in attesa di un nemico che non esiste, non siamo in pace con noi stessi, siamo spesso sopraffatti da nostalgie per un tempo migliore che in realtà non è mai esistito e non siamo capaci di elaborare strategie relazionali stabili e rassicuranti per il presente e il futuro: abbiamo persino paura di amare e – come mi ha detto Vittorino Andreoli- le turbe identitarie e affettive che ne derivano sono il pane quotidiano di psicologi, psichiatri e psicoterapeuti. Inseguiamo una felicità che non raggiungeremo mai poiché dovrebbe coincidere con uno stato di grazia e di pienezza esistenziale incoerenti con il nostro malessere. La vita diventa un luogo di transito possibilmente ricercato e silenzioso, incolore e privo di utopie, la creatività si arresta sull’uscio di casa poiché abbiamo paura di incontrare il mondo. Colpisce la trasversalità dei target sociali di questo fenomeno e la sua distribuzione generazionale: qui si va oltre Tolstoj che parlava di famiglie infelici in modo diverso, poiché infelicità e solitudini sono rappresentazioni legate ad una dimensione personale e soggettiva. 

D’altra parte ilarità e pienezza di vivere, gioia e spensieratezza – che stanno agli antipodi della solitudine come malattia del nostro tempo – sono categorie esistenziali di difficile e incerta ricognizione, oggi. “Navigare necesse est, vivere non est necesse: è vero ma questo si scontra con le allegorie quotidiane dei naufragi e degli approdi. Più che essere soli conta il “sentirsi soli”: qualcosa di struggente, inspiegabile, insuperabile e che si finisce con il tacitare con la solita pastiglietta. Gottfried Wilhelm von Leibniz – filosofo vissuto tra la fine del 600 e i primi del 700 – è arcinoto per la sua teoria delle “monadi”: epistemologia della conoscenza della realtà ma anche condizione umana di isolamento. Le monadi non hanno porte né finestre, Hanno un’attività interna, ma non possono essere fisicamente influenzate da elementi esterni. In questo senso sono indipendenti, isolate tra loro. Non avrebbe certo immaginato a quel tempo – Leibniz – che la sua monadologia sarebbe diventata la più potente metafora esplicativa della solitudine nell’era della post-modernità.