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La Palestina chiede all’Onu il riconoscimento di membro ufficiale

L’adesione della Palestina alle Nazioni Unite deve essere decisa dagli stati membri dell’organizzazione. Lo ha dichiarato il portavoce delle Nazioni Unite, Stephane Dujarric.

“Per quanto riguarda la particolare adesione alle Nazioni Unite, è una questione che deve essere decisa in conformità con la carta, che è nelle mani degli stati membri”, ha detto Dujarric durante un briefing con i giornalisti.

La maggior parte delle modifiche all’attuale struttura delle Nazioni Unite che coinvolgono gli Stati membri devono essere decise da questi ultimi, mentre il segretariato delle Nazioni Unite svolge solo un ruolo limitato, se non addirittura nullo. La Palestina ha inviato ieri una lettera al segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres per chiedere di prendere nuovamente in considerazione la sua richiesta di adesione, presentata per la prima volta il 23 settembre 2011, secondo quanto riportato in un post su X.

“Ho l’onore di chiedere che il Consiglio di Sicurezza prenda nuovamente in considerazione questa richiesta nell’aprile 2024. Le sarei grato se volesse trasmettere questa richiesta al Consiglio di Sicurezza il prima possibile”, ha scritto Mansour nella lettera.

Ieri, separatamente, anche il gruppo arabo, l’Oci e il Movimento dei non allineati hanno inviato una lettera a Guterres per esprimere il loro sostegno alla richiesta della Palestina di ottenere lo status di membro ufficiale. Al documento è allegato un elenco di 140 Paesi che hanno riconosciuto lo stato della Palestina.

L’approvazione della candidatura della Palestina richiederebbe almeno nove voti nel Consiglio di Sicurezza e l’assenza di veti da parte dei membri permanenti Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti.

Il problema della classe dirigente e del suo penoso reclutamento

Da quando uscì nel 2007 suscitando molto scalpore, il libro LA CASTA di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella. ha raggiunto negli anni un indice di gradimento del 66% tra i lettori. Il successo editoriale va attributo al merito degli autori, capaci di sintetizzare una deriva negativa di immagine e accreditamento della classe politica nel nostro Paese, descrivendone i difetti più radicati e ricorrenti, dall’incompetenza all’autoreferenzialità, dai cambi di casacca dei voltagabbana ai privilegi, alle immunità, alle prebende, ai vitalizi. Se fosse riscritto oggi quel libro dovrebbe volgere al plurale il suo titolo poichè nel frattempo di sono accreditate  altre categorie un tempo in sordina ma negli anni via via emergenti e sempre più spesso al centro della cronaca, in una dimensione di spettacolarizzazione di ruoli e funzioni, a cominciare dalla magistratura, per proseguire nel mondo dell’informazione fino ai cenacoli sindacali che trovo svuotati di indipendenza e autonomia e collocati in una sorta di collateralismo ai partiti a livello centrale-nazionale, pur residuando in periferia l’importante ruolo dell’assistenza dei patronati.

Innovazione e sviluppo economico hanno creato una differenziazione nel mondo del lavoro ma le crisi aziendali e le chiusure delle piccole e medie imprese sono all’ordine del giorno, presto si aggiungeranno l’intelligenza artificiale, la digitalizzazione e la diffusione delle tecnologie e la specializzazione delle mansioni sarà compensata in negativo da una drastica riduzione degli organici: uno studio del Centres for European Policy Network (Cep) ha ipotizzato una perdita secca di 20 milioni di posti di lavoro nel breve termine in Europa.

Dopo Enrico Berlinguer non ho più sentito altri politici di rango parlare di “masse lavoratrici”, la deriva ora è elitaria e favorisce la differenziazione e la selezione.  Forse perché le masse lavoratrici non esistono più nemmeno in una dimensione iconografica, cresce la generazione dei giovani NEET (che non studiano e non lavorano), mentre la borghesia e il ceto medio sono polverizzati in una sorta di dissolvimento identitario: tutto viene compattato verso il basso e compresso a far la coda per salire su quel famoso “ascensore sociale” da anni fermo al piano zero.

Più volte il CENSIS e il suo Presidente Giuseppe De Rita hanno posto il problema della progressiva disintermediazione sociale in una società senza centro e periferia. La società dei desideri minimi che sogna e aspira a nicchie di conservazione di buone abitudini, in un mondo privo di slanci vitali e terrorizzato da guerre e genocidi: il terrore più percepito è verso la dilagante e montante violenza, familiare, di genere, tra i giovanissimi.

Nel frattempo – lo scrivo per tutti coloro che in questi anni hanno demonizzato la famigerata “prima Repubblica” – cresce il divario che separa la gente dalle istituzioni. Reciproca indifferenza con cause diverse. Le istituzioni sono lontane anni luce dai problemi del popolo, non posso dimenticare quell’espressione felicissima (nella descrizione e tristissima nella sua iconografia) del Direttore Generale del CENSIS, Massimiliano Valeri, quando afferma che assistiamo alla “ritrazione silenziosa dei cittadini dimenticati dalla Repubblica”. C’è stato un risultato positivo dal quasi dimezzamento dei parlamentari? Senz’altro nessuno, vista la crescita dell’astensionismo ormai vicina al 50% dell’elettorato. Questo dato dovrebbe far riflettere, specialmente per un ricambio della classe dirigente che viene sempre rimandato. La politica non recluta i migliori perché vuole degli yes-man, mentre i partiti sono diventati congreghe proprietarie di capi e capetti che non mollano l’osso: politici a vita. Francamente uno spettacolo squallido e paralizzato nell’inazione. I siparietti televisivi serali dei soliti noti che recitano giaculatorie mandate a memoria la dicono lunga sulla capacità progettuale e la lungimiranza che nessuno possiede.                                         

L’attualità della Nato, da 75 anni garanzia di sicurezza.

Il 4 aprile la Nato compie 75 anni. Il trattato di Washington, infatti, venne firmato il 4 aprile 1949, e entrò in vigore, dopo la ratifica dei parlamenti dei Paesi fondatori, il 24 agosto di quello stesso anno.

Costituita come alleanza politica e militare fra Stati Uniti e Paesi dell’Europa dell’Ovest per contrastare la minaccia del blocco di Paesi guidato dall’Unione Sovietica, la Nato ha garantito per trent’anni la sicurezza del blocco occidentale.

Dopo la caduta del Muro di Berlino, lo scioglimento del Patto di Varsavia e la dissoluzione dell’Unione Sovietica, iniziò una fase nuova caratterizzata da quello che è stato definito il “momento unipolare”, nella quale gli Stati Uniti si ritrovarono come unica superpotenza rimasta al mondo. Ciò ha avuto ripercussioni profonde sulla Nato, sia riguardo al suo allargamento verso l’Est europeo sia riguardo all’assunzione di nuovi compiti e responsabilità anche al di fuori della regione dell’Atlantico del Nord.

Negli ultimi quindici anni, dopo la crisi finanziaria del 2008, si sono manifestate ulteriori, profonde e rapide trasformazioni nel panorama internazionale, dovute in particolare al maggior peso economico acquisito dai Paesi di più recente industrializzazione, che si stanno esprimendo sia attraverso il rilancio del ruolo delle numerose organizzazioni regionali esistenti (fra le quali la SCO, Shanghai  Cooperation. Organisation, è quella che più di tutte si occupa anche di cooperazione per la sicurezza), sia attraverso nuove organizzazioni, come i Brics.

Il prossimo vertice Nato del 9 – 11 luglio prossimi a Washington sarà l’occasione anche per proseguire a ridefinire il ruolo dell’Alleanza in un XXI secolo che sembra evolversi in un modo diverso da come era stato immaginato al suo inizio.

La Nato appare dotata delle caratteristiche necessarie ad affrontare una tale sfida: per l’esperienza maturata durante la sua storia, per gli strumenti politici, organizzativi e militari di cui dispone, per la capacità di iniziativa politica delle democrazie dei Paesi membri in un comune impegno di rinnovamento, che trae la sua linfa anche dal periodico ricorso a libere elezioni, come quelle che stanno interessando nel corso del 2024 le due sponde dell’Atlantico.

Si profila, dunque, la necessità di interpretare e rispondere a questi nuovi scenari strategici in continuità con i valori per i quali è sorta e si è sviluppata nel tempo l’Alleanza atlantica e nel contempo vi è l’esigenza di cogliere la novità, il carattere per certi aspetti inedito dell’attuale fase che può aprire una nuova era nelle relazioni internazionali, se si riuscirà a superare le attuali e crescenti tensioni, nel quadro di un multilateralismo condiviso da tradizionali e nuovi attori sulla scena globale e inscritto nella cornice delle Nazioni Unite.

Un compito, addirittura un’impresa, che riguarda in primo luogo il livello politico dei Paesi membri dell’Alleanza atlantica, agevolato e non ostacolato dai fisiologici dibattiti sulle due rive dell’oceano, da una parte sul ruolo degli Stati Uniti nel “nuovo mondo” che sta emergendo, e, dall’altra, su una non più rinviabile maggiore assunzione di responsabilità politica, e di difesa, dell’Unione Europea sulla scena globale, che fa avanzare l’integrazione europea e insieme rinsalda il Patto atlantico. Gli europei, come ha osservato Mario Draghi, in questa mutata realtà globale hanno solo nella via di una loro maggiore integrazione l’alternativa alla paralisi.

C’è da attendersi che questi dibattiti si ripercuotano positivamente anche sui compiti specifici della Nato che a 75 anni dalla sua istituzione, appare adeguata sotto ogni punto di vista ad affrontare le sfide future. Non solo riguardo alla deterrenza e alla difesa ma pure rispetto ai compiti di prevenzione e gestione delle crisi e di perseguimento della sicurezza anche attraverso la cooperazione.

In particolare la Nato risulta opportunamente attrezzata ad affrontare le sfide attuali sotto due aspetti che sono quelli che decretano anche la grande attualità di questa organizzazione. Il primo aspetto è quello della sua articolata struttura, al cui centro vi è il Consiglio Nord Atlantico, che garantisce una profonda interazione tra la componente civile e quella militare. Il livello politico orienta quello militare, tenendo conto della consulenza tecnica di quest’ultimo, e in ogni caso prendendo sempre decisioni condivise da tutti i 32 (con la Svezia appena entrata) Paesi membri attraverso il principio del consenso. Il secondo aspetto di attualità consiste nell’imponente lavoro svolto dalla Nato, soprattutto dopo la fine della cortina di ferro, per lo sviluppo di reti di cooperazione con Paesi partner secondo uno schema improntato alla flessibilità. Esperienza che vede moltiplicato il suo valore ora che il cosiddetto multi-allineamento viene praticato da molti Paesi extra-occidentali (emblematici i casi di Egitto ed Emirati Arabi Uniti, Paesi partner Nato e nel contempo divenuti membri BRICS).

A ben vedere, l’adattamento della NATO alle nuove sfide trae alimento anche dalla sua consolidata esperienza e ha come suo fondamento lo spirito delle origini del Patto Atlantico, più che mai attuale in un mondo alla ricerca di un nuovo equilibrio da costruire insieme attraverso la comune “fede negli scopi e nei principi dello Statuto delle Nazioni Unite”, come proclama il preambolo del Trattato di Washington del 1949.

Venti di guerra sul Suwalki gap: un’altra sfida di Putin?

Sono solo 65 km, ma potrebbero fare la differenza. Fra la pace armata di oggi e la guerra ritenuta impossibile fino a ieri e assurdamente ipotizzata possibile domani. È l’ormai noto Suwalki gap, sconosciuto ai più ma non a quanti si interessano alla geopolitica (ne abbiamo parlato qui sin dal 2020), ovvero quel tratto di terra un po’ foresta – un po’ rurale – che separa Polonia e Lituania da nord a sud, nonché Bielorussia e Kaliningrad (cioè Russia) da est a ovest.

L’ipotesi di una sua occupazione manu militari ad opera dell’esercito bielorusso supportato da quello alleato di Mosca, blitz attuabile in poche ore che isolerebbe i tre stati baltici già parte dell’URSS e ora membri della NATO, è stata rilanciata nelle ultime settimane sulla base di tre eventi e del clima generale prodotto dalla persistente guerra in Ucraina.

Dapprima la visita di Putin a Kaliningrad, l’enclave russa sul Baltico. Nessuna delle mosse del presidente russo è da considerarsi casuale, di questi tempi. Andarci ora ha significato ricordare alla NATO, che pur accerchia la città di Immanuel Kant, che la Russia in loco dispone di un arsenale militare non indifferente e pronto all’uso.

Dopo qualche tempo ha voluto dire la sua anche Alexander Lukashenko, il dittatore bielorusso che di Putin non è amico ma, piuttosto, suddito. Insediato a Minsk e lì rimasto non certo per volontà popolare. Ha minacciato l’invasione del “corridoio” di Suwalki, appunto. Difficile immaginare che abbia fatto una simile affermazione senza averla concordata con il capo del Cremlino. Un altro messaggio inviato all’Alleanza Atlantica, ovviamente.

Infine c’è stato l’intercettamento (da parte di caccia dell’aeronautica militare italiana di stanza nella base aerea polacca di Malbork) di un aereo militare russo che volava nello spazio aereo internazionale sopra il Mar Baltico: e questa non si sa se sia stata una ulteriore provocazione, ma dagli occidentali è stata interpretata – visti i tempi – come tale.

È terrificante dirlo, ma la piega che stanno prendendo gli avvenimenti sta conducendo i vertici militari a ipotizzare gli scenari peggiori. E così la NATO, oltre ad aver costituito sul “fronte est” ben otto battaglioni pienamente addestrati ed equipaggiati che si aggiungono al personale militare nazionale dei paesi interessati (i tre baltici, Polonia, Slovacchia, Ungheria, Romania e Bulgaria), ritiene necessario schierare in loco ben 300.000 soldati (cioè molti di più di quelli attuali), mentre gli USA hanno già riportato i loro effettivi sul suolo europeo intorno alle centomila unità (al Pentagono non considerano realistiche le squilibrate affermazioni del “candidato” Trump circa il disimpegno americano dall’Alleanza).

Ma anche i politici, e questo è più preoccupante, cominciano a ipotizzare scenari di guerra. Non solo Macron. A Berlino – per rimanere al citato e ormai strategico Suwalki gap – ritengono non impossibile il blitz russo-bielorusso in un arco temporale non superiore agli otto anni. A Vilnius, dove la minaccia è avvertita con maggiore ansia per evidenti motivi, temono che la cosa possa verificarsi entro un quadriennio. Le conseguenze potrebbero essere devastanti. Per tutti.

Dibattito | Dopo le europee ritessiamo la tela del popolarismo.

Giorgio Merlo con i suoi ultimi articoli pubblicati su “Il domani d’Italia” evidenzia alcuni fatti indiscutibili: alle europee il centro della politica italiana sarà rappresentato da tre formazioni principali: Forza Italia, guidata da Tajani inserita stabilmente nel Ppe, il raggruppamento Bonino-Renzi-Cuffaro (?!) collegato al partito Renew Europe di Macron e Azione di Calenda, espressione autonoma di una linea liberale neo-azionista anti Dc, anch’essa collegata al partito macroniano.

All’alleanza guidata dalla Bonino si attribuisce una funzione meramente tecnico-tattica, funzionale al superamento della soglia del 4% previsto dalla legge elettorale, con libertà dei singoli contraenti di ritrovarsi sulle posizioni politiche proprie dopo il voto.

Trattasi di una situazione paradossale in grado di favorire quel trasformismo che è la condizione permanente scaturita nella politica italiana dopo la fine dei partiti della cosiddetta prima repubblica. Con l’amico Merlo e con molti amici di Tempi Nuovi condividiamo l’idea che al nostro Paese serva la nascita di un centro politico nuovo, ampio e plurale, nel quale possano trovare cittadinanza le culture politiche di ispirazione popolare, liberale, repubblicana e socialista, accomunate dalla volontà di difendere e attuare integralmente la Costituzione e di perseguire in politica estera la tradizionale politica italiana euro atlantica che il Paese ha scelto sotto la guida della Democrazia Cristiana.

Avremmo dovuto avere più coraggio e impegnarci alla raccolta delle firme per una lista unitaria di ispirazione Dc e popolare, alternativa alla destra nazionalista e sovranista e distinta e distante da una sinistra sempre più lontana dalla sua cultura originaria. Non l’abbiamo fatto e, quindi, alle europee, privi di una lista di riferimento, ci limiteremo ad appoggiare quel candidato o candidata a noi più vicina/o presente in alcune delle tre liste del centro in costruzione.

Da tempo sostengo che per noi democristiani e popolari la scelta più coerente dovrebbe essere quella di ritrovarci uniti a sostegno del Ppe, partito di cui la Dc è stata cofondatrice, erede dei grandi padri Dc dell’Europa: De Gasperi, Adenauer, Monnet e Schuman.

Tajani, alla guida del partito italiano inserito a pieno titolo nel Ppe, grazie alla scelta che Berlusconi fece a suo tempo su sollecitazione di Sandro Fontana e don Gianni Baget Bozzo, avrebbe dovuto guardare più in là della sua immediata convenienza e rispondere positivamente all’offerta di collaborazione fatta dalla Dc di Cuffaro e Grassi. Ha preferito non rispondere, convinto della buona sorte che Forza Italia sta sperimentando, anche per le confuse politiche del suo partner di governo e competitore elettorale, Matteo Salvini.

A Forza Italia basterà aprire le liste nei diversi collegi a qualche candidato democristiano e popolare, per assicurarsi il voto di molti elettori della nostra area politica. Ritengo che sarà molto più difficile che elettori cattolici italiani possano sostenere una lista guidata dalla radicale Bonino, le cui idee valoriali sono alternative e incompatibili con le nostre ispirate dai principi della dottrina sociale cristiana. Ci auguriamo che, alla fine, dal centro oggi tripolare, qualche deputato della nostra area venga eletto al Parlamento europeo, e che, soprattutto, ciò che non siamo riusciti a compiere prima del voto di giugno, si possa, anzi si debba riprendere subito dopo.

Dovremo ritessere con pazienza la tela della nostra ricomposizione politica insieme alla costruzione del centro nuovo della politica italiana, essenziale al superamento di un bipolarismo forzato che, solo una legge elettorale iniqua e da cambiare, ha potuto sin qui facilitare.

Anno degasperiano, un convegno a 70 anni dalla scomparsa dello statista.

A dispetto della dispersione nel grande vuoto organizzativo che è seguito alla scomparsa della Democrazia cristiana, con la conseguente difficoltà a mantenere viva la memoria di una tradizione di politica e cultura, non mancano le occasioni dedicate al ricordo del leader della “ricostruzione” post bellica. La Fondazione De Gasperi di Roma – da non confondersi con l’analoga istituzione che opera a Trento sotto il patrocinio della Provincia autonoma – ha inteso organizzare un incontro che si inserisce nel contesto dell’Anno degasperiano dedicato alle celebrazioni del settantesimo anniversario della scomparsa dello statista dc.

 

Di seguito il comunicato della Fondazione.

Profondamente radicato nei valori cristiani, Alcide De Gasperi ha incarnato un modello di leadership che ha saputo vivere quei valori pur non proponendo un modello di politica confessionale. La sua opera ha cercato di conciliare principi morali con l’azione di governo, guidando l’Italia nel difficile periodo del secondo dopoguerra e contribuendo alla fondazione della Comunità Europea.

Durante la mattinata si avvicenderanno gli interventi di S.E. Card. Matteo M. Zuppi, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, dell’Avv. Angelino Alfano Presidente, Fondazione De Gasperi, del Sen. Pier Ferdinando Casini, Presidente del gruppo italiano, Unione interparlamentare, del Prof. Agostino Giovagnoli, Professore emerito di Storia contemporanea e della Prof.ssa Daniela Preda Direttore del Dipartimento di Scienze politiche e internazionali dell’Università di Genova.

L’incontro sarà introdotto dall’On. Paolo Alli e moderato dal

giornalista Antonio Polito.

A questo link è disponibile il programma completo dell’iniziativa.

In ragione del numero limitato di posti in sala, la partecipazione è subordinata all’iscrizione a questo link, su sito www.fondazionedegasperi.org.

Dove sono voti e sensibilità che la Dc sapeva intercettare?

Anche se la Dc è stata consegnata alla storia all’inizio del 1993, è indubbio che il cosiddetto “voto democristiano” esiste ancora. O meglio, esiste ancora – eccome se esiste – quel voto moderato, liberale, tardo cattolico, conservatore/riformista e di governo che storicamente si è riconosciuto nella Dc e che continua ad essere decisivo nel condizionare l’esito finale del voto nella politica contemporanea.

Ora, al di là di tutti coloro – soprattutto gli storici detrattori della sinistra ex e post comunista – che addirittura rimpiangono la presenza, il ruolo, il progetto e financo lo stile della Dc e soprattutto dei democristiani, è indubbio che persista una costante e insieme una scommessa del nostro sistema politico. Ovvero, la capacità di saper interpretare e farsi carico di un elettorato che fisiologicamente cambia e muta, ma che continua ad essere una componente fondamentale per decidere chi potrà e dovrà governare.

Certo, si tratta di uno scenario costante quando non ci sono eventi imprevisti ed imprevedibili. Come quello, ad esempio, rappresentato dalla temporanea e violenta irruzione del populismo grillino che ha raso al suolo i partiti, le culture politiche, la qualità delle classi dirigenti e la stessa credibilità delle istituzioni democratiche.

Ma, per restare a quell’elettorato potenzialmente centrista, di governo e conservatore/liberale, è altrettanto indubbio che non può essere intercettato da chi fa del sovranismo, dell’estremismo, del massimalismo e del radicalismo la sua vera carta di identità. Perché si tratta, appunto, di un elettorato sensibile alla cultura di governo e di buon senso che rifugge da qualsiasi radicalizzazione e da una concezione della politica all’insegna della polemica permanente e strutturale.

Ed è proprio lungo questo crinale che si possono inserire partiti e movimenti che sono ispirati e caratterizzati da una cultura di centro e, soprattutto, interpreti di una vera e credibile “politica di centro”. Certo, anche altri partiti possono intercettare questo elettorato. Basti pensare, per fermarsi all’oggi, al consenso dei Fratelli d’Italia nell’area centrista e moderata del nostro paese.

Ma, su questo versante, sarà sempre più decisiva l’iniziativa politica dei cosiddetti partiti centristi purchè superino la dimensione pre politica dell’insulto reciproco e della altrettanto ridicola delegittimazione reciproca. E, all’interno di questo contesto, si deve oggettivamente irrobustire il ruolo e l’iniziativa di quell’area culturale cattolico popolare e sociale che storicamente ha saputo declinare un ruolo politico centrista, democratico, di governo e autenticamente riformista.

E questo perchè si parla di un elettorato, o meglio di una tendenza e di una sensibilità, che continuano ad essere presenti nelle dinamiche politiche e culturali del nostro paese. E non li si può lasciare ancora a lungo al campo dell’improvvisazione, della casualità e della superficialità. Ne va anche, e soprattutto, della qualità della nostra democrazia, della credibilità delle nostre istituzioni e della stessa efficacia dell’azione di governo.

Mafia Capitale, Buzzi attacca e Zingaretti non risponde.

Quando parla un condannato, sottomesso a pena detentiva a seguito di regolare processo, accade solitamente che la pubblica opinione osservi un certo grado di prudenza, a meno che non ricorrano gli estremi di un clamoroso scoop giornalistico. Salvatore Buzzi, noto alle cronache per gli affari delle sue cooperative al Comune di Roma e alla Regione Lazio, non ha modo di farsi ascoltare. È probabile che pesi il dubbio sulla consistenza di presunte rivelazioni, dopo che le sentenze si sono incaricate di definire il quadro delle responsabilità – le sue in particolare – in ordine a note vicende di corruzione.

Il fatto però che insista, nei termini in cui gli è possibile, suscita una legittima curiosità. Lo fa solo per “incastrare” qualcuno? Per mandare un messaggio o ricercare vendette? O vuole togliersi un peso dalla coscienza per contribuire all’accertamento della verità tutta intera, colmando lacune o incertezze? Per la verità, le sue uscite non sono circondate da piccole o grandi nebulose, quel che dice non ha nulla di oscuro o allusivo. Anzi, è finanche troppo esplicito.

In una intervista a “Il Tempo” del 28 marzo scorso, arriva a definirsi un prigioniero politico e ritorna sulla sua versione della gara per il CUP (Centro unico di prenotazione), che a suo dire vedrebbe implicato, almeno indirettamente, l’allora Presidente della Regione Nicola Zingaretti. “Insieme al giornalista Umberto Baccolo – riferisce all’intervistatore – ho scritto il libro “Mafia Capitale. La gara CUP del Pd di Zingaretti” per la “Bussola edizioni”, l’unico editore che ha avuto il coraggio di pubblicare la nostra opera. Qui racconto tutto su quella gara”. E aggiunge: “Siamo dieci imputati, in otto ci dichiariamo colpevoli di turbativa d’asta e il procuratore generale Catalani sposa in pieno la mia ricostruzione dei fatti. Diddi, il mio avvocato si spinge oltre e parla di tangenti promesse verso esponenti vicini al presidente della Regione, come si evince dalle intercettazioni telefoniche. Eppure il giudice Picazio ci assolve tutti”.

Ora, può darsi benissimo che Buzzi esageri nel vedere ombre dove tutto è chiaro, puntando il dito dell’accusa quando invece dovrebbe dedicarsi rispettosamente a scontare la sua pena, ma la coltre di silenzio che ricopre le gravi affermazioni, di cui ostenta con sicurezza la bontà, di certo non è rassicurante. C’è un bisogno di verità che va oltre l’esito giudiziario di Mafia Capitale. Se la politica ha il dovere di guardare anche laddove i tribunali non arrivano, spetta innanzi tutto a Zingaretti dissipare le nubi di sospetto che mettono in cattiva luce, proprio per gli addebiti di Buzzi, il lavoro da lui svolto alla guida della Regione.

Germania, introdotta la liberalizzazione della cannabis. Contraria la Cdu.

Da ieri è entrata in vigore la legge che in Germania consente il possesso fino a 20 grammi di cannabis per uso personale nonché la sua coltivazione in casa, limitata però a sole tre piante.

Karl Lauterbach, Ministro della Salute, ha dichiarato in proposito che si tratta di una questione di libertà individuale e di salute pubblica. “Con questa legge – ha detto –  usciamo dalla criminalizzazione e ci concentriamo sulla protezione dei consumatori e sulla regolamentazione del mercato”. A sua volta Marco Buschmann, Ministro della Giustizia, ha fornito una spiegazione ancora più stringente: “Questa legge è un passo avanti importante per una politica sulle droghe più moderna e responsabile. La criminalizzazione del possesso di piccole quantità di cannabis non ha funzionato e ha solo creato un mercato nero”.

Diversa la posizione dei cristiano democratica. Il principale partito di opposizione, infatti, si è detto fermamente contrario alla legalizzazione. La Cdu sostiene che ciò invierà un messaggio sbagliato, soprattutto ai giovani, banalizzando il consumo di una droga che può avere effetti negativi sulla salute. In sostanza, il partito teme che la legalizzazione possa portare ad un aumento del consumo di cannabis e, di conseguenza, a problemi di dipendenza e criminalità.

Dunque, esiste per l’opposizione il rischio di riprodurre per altre ragioni e in altri modi il traffico illegale di quella che pure è considerata una “droga leggera”. La critica si appunta anche sulla circostanza che la legge non preveda sufficienti misure di prevenzione e di educazione sui rischi legati al consumo.

Alcuni esponenti di spicco della Cdu hanno espresso la loro contrarietà in termini molto forti. Alexander Dobrindt, vicepresidente del gruppo parlamentare, ha definito la legge “irresponsabile” e ha affermato che “porterà a un aumento del consumo di cannabis e a tutti i problemi che ne conseguono”. Anche il leader del partito, Friedrich Merz, ha puntato il dito sula fatto che “la cannabis è una droga che può avere effetti negativi sulla salute”.

Questa dura presa di posizione della Cdu potrebbe avere un peso in vista delle future elezioni federali. Una parte della pubblica opinione si dimostra sensibile al richiamo sui pericoli connessi alla introduzione di una normativa che finora molti altri Paesi europei hanno preferito escludere. Anche questo potrebbe incidere sulle sorti della coalizione guidata dal cancelliere socialdemocratico, Olaf Scolz, travagliata da divisioni interne e in forte caduta di consensi.

La guerra, ammonisce Papa Francesco, è sempre una sconfitta.

“Faccio nuovamente appello a che sia garantita la possibilità di accesso agli aiuti umanitari a Gaza, esortando nuovamente a un pronto rilascio degli ostaggi rapiti il 7 ottobre scorso e a un immediato cessate il fuoco nella Striscia”. Così Papa Francesco nel messaggio pasquale prima della benedizione Urbi et Orbi. Il Pontefice è tornato anche sul conflitto Russia-Ucraina: “Ci sia scambio di tutti i prigionieri”, ha chiesto.

“In questo giorno in cui celebriamo la vita che ci è donata nella risurrezione del Figlio, ricordiamoci dell’amore infinito di Dio per ciascuno di noi: un amore che supera ogni limite e ogni debolezza”. Così Papa Francesco nel messaggio pasquale prima della benedizione Urbi et Orbi. “Eppure – ha sottolineato il Pontefice – come è tanto spesso disprezzato il prezioso dono della vita. Quanti bambini non possono nemmeno vedere la luce? Quanti muoiono di fame o sono privi di cure essenziali o sono vittime di abusi e violenze? Quante vite sono fatte oggetto di mercimonio per il crescente commercio di essere umani?”.

Il pensiero del Papa si è altresì rivolto a tutte le terre in guerra. “Apra vie di pace nel continente africano, specialmente per le popolazioni provate in Sudan e nell’intera regione del Sahel, nel Corno d’Africa, nella Regione del Kivu nella Repubblica Democratica del Congo e nella Provincia di Capo Delgado in Mozambico, e faccia cessare la prolungata situazione di siccità che interessa vaste aree e provoca carestia e fame”. 

“Non permettiamo che le ostilità in atto continuino ad avere gravi ripercussioni sulla popolazione civile, ormai stremata, e soprattutto sui bambini. Quanta sofferenza vediamo nei loro occhi. hanno dimenticato di sorridere…con il loro sguardo ci chiedono: perché? Perché tanta morte? Perché tanta distruzione?”. Infine il tono di Francesco, apparso comunque meno stanco del previsto, si è fatto particolarmente accorato: “La guerra è sempre un’assurdità e una sconfitta! Non lasciamo che venti di guerra sempre più forti spirino sull’Europa e sul Mediterraneo…Non si ceda alla logica delle armi e del riarmo. La pace non si costruisce mai con le armi, ma tendendo le mani e aprendo i cuori”. 

Caso Tarquinio, ovvero l’indole della sinistra a chiudersi in se stessa.

La candidatura dell’ex direttore di “Avvenire”, Marco Tarquinio, nelle liste del Partito democratico della Schlein per le prossime elezioni europee non poteva che scatenare polemiche. E così è stato puntualmente. Le motivazioni sono le più svariate: si spazia dalla chiarezza sulla politica estera del partito alla gerarchia dei valori del nuovo corso del Pd; dal profilo culturale del partito al riconoscimento e alla valorizzazione del pluralismo. Ma questo non è un caso isolato. Non possiamo dimenticare, per fare un altro esempio concreto e recente, alla richiesta del capo del Popolari che sono rimasti nel Pd, Pier Luigi Castagnetti, di avere almeno “un posto nella segreteria del partito”. Cioè nell’unico organismo che detiene un po’ di potere al fine della costruzione del progetto politico del partito e, soprattutto, della distribuzione degli incarichi e nella individuazione delle varie candidature. 

Certo, pensando alla personalità politica di Franco Marini –

uno dei maggiori artefici del progetto politico e della scommessa politica del Pd – fa un po’ tenerezza passare da essere una componente essenziale e costitutiva del partito, quella del cattolicesimo popolare e sociale, a mendicare un posto nella segreteria nazionale per ricordare a tutti che nel Pd ci sono ancora i Popolari e i cattolici democratici.

Gli esempi potrebbero continuare all’infinito, a livello nazionale come a livello locale, ma credo siano sufficienti questi due elementi per arrivare alla facile conclusione che l’esperienza e il profilo di quel partito – e del tutto legittimamente – sono cambiati radicalmente e forse irreversibilmente rispetto alla sua intuizione originaria. Del resto, è altrettanto evidente che la storia scorre velocemente e anche l’identità di un partito è piegata alle circostanze del momento. Sempre imprevedibili e cariche di incognite. 

E così è stato anche per il Partito democratico che dopo alterne vicende ha trovato una leadership fortemente innovativa che ha segnato una vera e netta discontinuità politico e culturale rispetto ad un passato recente e meno recente. Certo, chiunque sia il segretario del Pd, il consenso per il principale partito della sinistra Italiana batte quasi sempre attorno al 20%. È lo storico zoccolo duro della sinistra ex e post comunista. Tuttavia, se si vuol superare quella percentuale è altrettanto evidente che non può non aprirsi ad altre culture, ad altre esperienze, ad altri mondi vitali e sociali che non sono strettamente ed organicamente riconducibili alla storia della sinistra italiana. Ma questo è un altro discorso. 

Semmai quello che si può tranquillamente rilevare è che il nuovo corso del Pd non è granché compatibile, o meglio non è per nulla allineato, alle ragioni culturali, etiche e programmatiche del pensiero e della tradizione del popolarismo di ispirazione cristiana. Ed è anche una operazione strana, nonchè singolare, pretendere dalla Schelin una brusca inversione di rotta rispetto al suo progetto politico ritornando alla intuizione originaria del Partito democratico.

Per queste semplici ragioni non stupiscono le polemiche che affiorano attorno alla candidatura/non candidatura di Tarquinio per le prossime elezioni europee. Al netto delle ambizioni personali, e del tutto legittime, dei singoli, è abbastanza noto che ogniqualvolta i cattolici – seppur nelle più svariate sfaccettature che li caratterizzano – devono ricoprire un ruolo politico significativo nel Pd ci sono polemiche, divisioni e veti. Lo sanno quasi tutti, ormai. Stupisce, al riguardo, che non lo sappiano ancora i Popolari che sono rimasti nel Pd.

Tajani faccia leggere a Salvini le proposte dei Popolari europei

[…]

La nostra Europa migliora il tenore di vita in ogni regione 

Vogliamo trasformare la fuga di cervelli in un afflusso di cervelli. Creeremo opportunità per i giovani per consentire alle famiglie di rimanere uniti. Talvolta gli europei non hanno altra scelta se non quella di lasciare il proprio paese e i loro cari per trovare buone opportunità. In Europa nessuna famiglia dovrebbe essere costretta a essere divisa: dobbiamo porre fine alla fuga di cervelli offrendo buone opportunità in ogni regione attraverso la nostra politica di coesione, economica e di innovazione. Vogliamo istituire un piano d’azione “Brain Gain” per tutta l’Europa che offra ai giovani la possibilità di tornare nel loro paese d’origine dall’estero e all’interno dell’Europa. L’Europa è la nostra casa e l’Europa si preoccupa delle nostre case.

L’Europa sarà unita solo se le città e le zone rurali agiranno come un’unica autorità e se i loro interessi saranno presi in considerazione allo stesso modo. E la nostra famiglia politica lo fa già: il PPE non solo è la forza politica più rappresentata in seno alla Commissione europea e al Consiglio europeo, ma è anche ampiamente rappresentato sul campo, a livello locale e regionale, più di qualsiasi altro partito in Europa. Attraverso le politiche strutturali e di coesione, ad esempio, ci concentreremo sulla riduzione del divario tra le zone rurali e quelle urbane. Non dovrebbero esserci cittadini di prima e seconda classe. Vogliamo colmare le disparità economiche, sociali e territoriali.

I bilanci regionali e locali svolgono un ruolo importante nel sostenere i contributi nazionali al bilancio dell’UE e nel cofinanziare i progetti dell’UE attuati nelle regioni e nelle città. Dobbiamo pertanto migliorare le esigenze delle nostre regioni e comunità locali quando si discute del bilancio dell’UE. La politica di coesione ha un impatto molto positivo sul mercato unico. Dovrebbe continuare a sostenere con forza il bilancio dell’UE, ma con norme semplificate e con il coinvolgimento diretto degli enti regionali e locali nella progettazione e nell’attuazione dei programmi. Vogliamo migliorare il controllo della sussidiarietà anche valutando l’impatto territoriale di tutta la nuova legislazione dell’UE. Promuoveremo un piano europeo per le zone rurali, comprese le zone vulnerabili in prossimità delle frontiere esterne dell’UE che hanno risentito delle conseguenze delle aggressioni russe, e per rafforzare la strategia dell’UE per le regioni ultraperiferiche. Allo stesso tempo, dobbiamo sviluppare infrastrutture moderne affinché le persone possano connettersi facilmente e affinché i dati e i prodotti siano accessibili ovunque in Europa. A tal fine vogliamo accelerare gli investimenti nella R &Se nelle infrastrutture digitali, in linea con la nostra politica industriale. Dobbiamo accelerare le procedure di finanziamento per la prossima generazione di innovatori, studenti e società civile in tutta Europa. Vogliamo garantire che le capacità di innovazione, l’accesso alla connettività, gli strumenti e le tecnologie online a sostegno dell’istruzione, della ricerca e delle imprese siano a disposizione di tutti i cittadini, anche nelle zone rurali e remote, tenendo conto in particolare delle sfide cui devono far fronte le regioni ultraperiferiche. Una buona politica regionale, soprattutto in termini economici, è la risposta migliore ai cambiamenti demografici. Vogliamo un nuovo patto per l’equità intergenerazionale, che garantisca che le nostre scelte non gravino sulle generazioni di domani, compreso un controllo a prova di tutta la legislazione dell’UE da parte dei giovani e degli anziani. Al tempo stesso, la mobilità dei lavoratori rimane una pietra angolare di un mercato interno funzionante e di una crescita a lungo termine che stimola l’occupazione e le carriere delle persone.

 

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AsiaNews | L’Isis-k ha profanato un tempio della nuova Mosca.

Il Krokus City Hall della periferia di Mosca, crollato sotto i colpi dei terroristi islamici dell’Asia centrale e della totale assenza di cura e sorveglianza degli stessi russi, era un tempio della Russia rinata dopo il comunismo sovietico, e anche dopo i primi conflitti del periodo successivo, tra le bande di oligarchi assetati di soldi e le turbe dei popoli dell’impero desiderosi di indipendenza. Gli uni e gli altri erano stati messi a tacere negli anni Duemila dal nuovo-vecchio regime di Vladimir Putin, tanto simile al grigiore sovietico nell’ideologia auto-celebrativa, quanto maestoso nello sfoggio di una grandezza ritrovata, che si mostrava soprattutto nell’enfasi urbanistica e architettonica della sua capitale, da sempre il centro di ogni espressione di “tutte le Russie”.

Negli anni Novanta c’era stata una prima perestrojka, una “ricostruzione” della Russia vagheggiata da Mikhail Gorbačev, il cui programma era miseramente fallito, e realizzata in modo piuttosto caotico dal primo presidente post-sovietico Boris Eltsin. Le riforme gorbacioviane non erano di fatto neanche iniziate, mancando un’idea precisa di come dovesse cambiare la Russia dopo oltre mezzo secolo di economia statale pianificata, che di fatto si interruppe bruscamente, lasciando i russi in piena depressione e carenza di beni di consumo. Alla fine degli anni Ottanta i grandiosi supermercati di stile sovietico, gli Univermag, erano una distesa di scaffali vuoti, e se andava bene una volta al giorno arrivava una partita striminzita di alette di pollo; soprattutto mancava la vodka, la cui produzione era stata bloccata da Gorbačev nel patetico tentativo di risanare il Paese dall’alcolismo diffuso. Quegli anni sono rimasti nella memoria dei russi come gli anni della vergogna, dopo che nel ventennio brezneviano le provviste erano state sempre garantite e sempre agli stessi prezzi; non c’era abbondanza, ma era un sistema che sembrava perfetto per i russi, desiderosi di non dover pensare al domani.

Il brusco passaggio all’economia privata, con le liberalizzazioni eltsiniane del 1992, fu peraltro ancora più sconvolgente, perché al nulla venne sostituito il miraggio di ogni possibilità e di ogni bene materiale, che apparve improvvisamente sulle bancarelle di tutte le strade. Cibi e bevande, indumenti e utensili venivano offerti a prezzi astronomici, con marche di produzione occidentale mai viste prima né in Russia né in Occidente, oppure di produzione propria e improvvisata, costringendo tutti a lasciare il lavoro onorevole e qualificato per ridursi al ruolo di ambulanti e venditori di tutto e di niente. Il libero mercato apparve come un mostro che annulla ogni identità e ogni ideologia, provocando nell’anima dei russi un sentimento di umiliazione ancora più profondo di quello del crollo del precedente regime.

Ancora una volta, come alle sue origini durante il giogo tartaro, fu la grande Mosca a mostrare la via per ritrovare la Russia. A guidare la rinascita non fu nemmeno il presidente Eltsin, ma il sindaco della capitale, Jurij Lužkov. Dopo i primi anni di totale disorientamento, egli fu capace di mettere d’accordo coloro che intendevano partecipare alla divisione della torta che si stava cuocendo, senza bisogno di ammazzarsi e distruggersi a vicenda come capitava quasi quotidianamente, giungendo alla pax oligarchica che egli seppe governare per diversi anni, prima di essere definitivamente esautorato da Putin nel 2010. Iniziò un grandioso lavoro di ristrutturazione della metropoli, dei suoi palazzi e delle sue strade, sfruttando i capitali che si accumulavano nelle mille banche dei “nuovi russi”, e soprattutto i generosi finanziamenti che giungevano dai Paesi occidentali, visti come i modelli a cui ispirarsi: il termine più usato allora per definire il cambiamento in corso era evroremont, la “ricostruzione all’europea”, per rendere la Russia un Paese “civile e moderno” simile alla Germania o agli Stati Uniti.

Diversi furono i cambiamenti simbolici, come l’abbattimento del tetro albergo Inturist, che dominava la ulitsa Gorkovo, il grande viale che parte dal Cremlino per dirigersi verso Leningrado, intitolato al vate staliniano Maksim Gorkij. La ulitsa ritrovò il suo nome originario di Tverskoj Prospekt, la via verso Tver, l’antica avversaria di Mosca sulla tratta settentrionale durante il dominio tartaro, poi sottomessa dal primo gran principe che sognò Mosca come la Terza Roma, Ivan il Grande, il nonno di Ivan il Terribile. Anche Leningrado riprese il titolo occidentalista di “Sankt-Petersburg”, la “città di San Pietro” come l’aveva chiamata il suo fondatore Pietro il Grande, che l’aveva pensata come nuova Roma e “finestra sull’Europa”. Il grande piazzale del Maneggio, che dal viale porta alla piazza Rossa del Cremlino, fu scavato per ospitare un grandioso centro commerciale del tipo delle città nordamericane, dove anche al gelo si può andare a divertirsi e a fare shopping.

Il principale simbolo della rinascita fu però un altro edificio, dalla parte opposta del Cremlino, sulle rive della Moscova. Il fiume in realtà si chiama come la città, Moskva, anzi è la città che prende il nome dal fiume: Mosca era un “incrocio” (questo il significato del nome) tra le vie fluviali per il commercio che si estendeva da nord a sud, l’antica “Via dai Variaghi ai Greci”, la vera ragione economica della nascita della Rus’ di Kiev. Anche il nome della prima capitale, del resto, significa “il ponte di Kyj”, il commerciante variago che pensò di unire le due rive del Dnepr, creando il primo grande legame tra l’Europa e il nord scandinavo e asiatico. E così accanto al Cremlino rinacque la cattedrale di Cristo Salvatore, la grande chiesa costruita lungo i decenni successivi alla vittoria su Napoleone, per celebrare la grandezza della Russia imperiale. Stalin l’aveva fatta saltare in aria per dimostrare la superiorità del comunismo sull’oscurantismo del cristianesimo ortodosso, e infatti al suo posto sarebbe dovuto sorgere il grande palazzo del Partito, sormontato da una suprema statua di Lenin, il nuovo dio della Russia ateista.

Solo che le fondamenta non reggevano accanto al fiume, e al posto della chiesa venne allestita la grande piscina all’aperto Moskva, dove si andava a nuotare con venti gradi sottozero all’aria, e venti sopra lo zero nell’acqua. Era il luogo della spensierata vita sovietica, e l’austera cattedrale ritornò infine a imporre la sottomissione al potere patriarcale. Negli anni di Lužkov, peraltro, il patriarca ortodosso Aleksij II era una figura ieratica, ma assai poco imponente, essendo la Chiesa ortodossa ancora depressa per la scomparsa del suo principale sponsor, il partito comunista. E così la consacrazione venne piuttosto dedicata al sindaco e al presidente, che si professavano “atei ortodossi”, e fu inaugurata nel 1997, anno del solenne giubileo degli 850 anni dalla fondazione della città di Mosca. Il 1147 era stato in effetti l’anno in cui uno dei principi di Kiev e Vladimir, Jurij Dolgorukij (“Giorgio dalla lunga mano”) aprì la stazione di posta all’incrocio dei fiumi, che non sarebbe mai potuta diventare la “città-madre” della Russia senza il florido commercio sostenuto dagli accordi con i Khan tataro-mongoli, i veri padri fondatori della capitale dell’impero eurasiatico.

Quando poi giunse al potere il leningradese Vladimir Putin, l’ansia di gloria fu trasferita alla capitale del nord, e i primi anni putiniani furono dedicati all’evroremont di San Pietroburgo, celebrati nel 2003, a trecento anni dalla fondazione. Solo che Piter (come la chiamano i russi, ricordando la prima variante olandese del nome, Sant Piterburch) è già per sua natura molto occidentale, e non riusciva a rivaleggiare degnamente con il grande miscuglio moscovita di Oriente e Occidente. E così nel 2010, quando già scaricava le prime bombe sulla Georgia, Putin decise di cambiare stile: non più “imitazione” dell’Occidente, ma superamento e “vittoria” sull’Occidente, come ai gloriosi tempi di Stalin, che aveva costruito i palazzi più alti, più minacciosi e più sgradevoli della storia dell’architettura. Al posto del re delle mafie Lužkov, non più necessario di fronte al dominio dell’unica mafia putiniana, venne portato dall’Estremo oriente il fidato Sergej Sobjanin, rieletto sindaco in eterno anche nell’unica competizione in cui si permise la partecipazione dell’ultimo eroe del dissenso, Aleksej Naval’nyj. Il sindaco realizzò il sogno di Putin: una Mosca splendente e ripulita in ogni angolo, con centri commerciali e sale da concerto immensamente più grandi e sontuose (in realtà piuttosto grottesche), dove il popolo russo potesse sentirsi felice di vivere nel Paese più straordinario del mondo, nel Mondo Russo.

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La Pasqua ci restituisca il dono della fede e della speranza

La luce sfolgorante del Cristo risorto dovrebbe inondare il mondo di pace ma una parte dell’umanità sembra resisterle. Non basta il tempo vissuto nel dolore, nell’immane catastrofe delle guerre, la distruzione dei territori, la sofferenza inaudita di bambini, persone inermi, donne, anziani.Lo spettacolo della morte, lo sfacelo dei corpi, la violenza, il terrore, la miseria, la fame, la sete, la perdita della casa, la devastazione delle famiglie falcidiate dal destino cinico nei propri legami: chi resta piange il dolore di coloro che non ci sono più ma il cuore e la mente di chi sopravvive porterà cicatrici indelebili e la desolazione di ciò che rimane: spesso il nulla assoluto. Non sempre si ha la forza, il desiderio, la volontà di ripartire. 

Dopo l’Olocausto, i lager, i milioni di morti del 900 questo secolo sembra perpetuare l’istinto devastante dell’odio: etnico, religioso, politico, i suoi retaggi e le sue vendette. Viviamo di proclami e invocazioni ma ne constatiamo il fallimento di fronte alle immani tragedie che devastano il pianeta e alla crudeltà che rende impenetrabile il cuore di chi ordina la morte del prossimo: eppure ogni singola esistenza dovrebbe valere tutti i tesori della terra, chi ha fede (qualunque fede) sa che verrà il giorno del giudizio di Dio.

Non riusciamo a radicare la consuetudine alla pace nelle nostre vite. Le vittime innocenti pagano la prevalenza di sentimenti deprecabili, negativi, colpevoli: è agghiacciante l’indifferenza delle persone crudeli che in nome del potere agito con la forza annientano la convivenza pacifica dei popoli come valore condivisibile di civiltà.

I mezzi di comunicazione ci pongono davanti a scenari di annientamento di ogni minima parvenza di sostenibilità esistenziale: città e villaggi distrutti, la gente che vaga senza una meta tra le macerie, lunghe file di cadaveri a cui è difficile trovare sepoltura, esseri umani spogliati di tutto, senza cibo, sotto la minaccia dei bombardamenti, dei missili, dei droni, senza energia elettrica, medicinali.

Eppure anche in questi contesti c’è chi si adopera par fare del bene, per rimarginare le ferite del corpo e dell’anima. Questi volontari e operatori di pace affrontano rischi imprevedibili ma danno un senso di onore e dignità alla propria vita. Si fronteggiano giovani militari mandati al macello per uccidere un nemico di cui, nonostante la propaganda e l’indottrinamento ideologico non sanno nulla oltre al diverso colore della divisa e della bandiera, le loro famiglie vivono l’angoscia dell’incerto ritorno. 

Un sacco di patate e cipolle per ricompensare le vite perdute al fronte. Stiamo vivendo una nuova era di barbarie e inciviltà, per un pezzo di terra, per una primazia di potere, in nome delle ideologie mistificate e delle religioni che diventano fonte di divisioni e di laceranti conflitti, che propongono l’immagine di un Dio che istiga all’odio e predica la morte degli altri per aver salva la propria anima: essere innocenti non basta per salvarsi, in guerra si spara nel mucchio.

Chi ha il dono della fede sa che Cristo risorge per portare un messaggio di pace e di perdono. Ce lo ricorda Papa Francesco quando incessantemente ripete: “Dio perdona sempre”. Noi uomini siamo troppo avvinghiati agli interessi del dio denaro e dovremmo veramente affidarci al Cristo Redentore, per riconquistare valori come la solidarietà, il perdono, la pace.

Purtroppo anche il cristianesimo è spesso nel mondo un nemico da combattere e annientare. Possono le religioni predicare l’odio, la violenza, la sottomissione delle donne? Proprio in questi giorni la TV ricordava che ci sono Stati come l’Afghanistan dove le donne sommariamente giudicate infedeli sono condannate alla lapidazione, alla flagellazione, alla decapitazione. La frammentazione insanabile dei credi e delle religioni, le dittature, la privazione di ogni libertà personale e civile rendono impossibile una ricomposizione in nome di una convivenza pacifica. 

Le guerre non vedono l’orizzonte di una tregua, le diplomazie soccombono alle proprie debolezze intrinseche. Girano troppe armi sulla faccia della Terra: di questo passo non ci sarà mai la parola fine. Siamo tutti chiamati ad un atto di contrizione e a un gesto di bontà: anche la preghiera serve a dare una speranza. Se non ci resta altro da fare, preghiamo dunque per invocare la pace.

Centro unito, Tempi Nuovi mette nel conto tempi…più lunghi.

Il movimento politico e culturale Tempi Nuovi, guidato da Beppe Fioroni, è nato per due ragioni di fondo. Innanzitutto favorire una ricomposizione dell’area cattolico popolare e sociale dopo la sua progressiva dispersione organizzativa da un lato e la conseguente, e del tutto fisiologica, irrilevanza politica dall’altro. Un obiettivo, questo, che quasi si impone dopo l’irruzione del verbo populista e anti politico che ha raso al suolo il valore e l’importanza delle culture politiche nel dibattito pubblico.

In secondo luogo la riscoperta e il rilancio di un Centro politico dinamico, riformista, plurale e di governo. E, accanto al recupero del Centro, riscoprire quella prassi che i grandi leader e statisti democratico cristiani chiamavano ‘politica di centro’. 

Insomma due grandi obiettivi politici che restano sul tappeto e che, oggettivamente, non possono essere rimossi banalmente e qualunquisticamente dalla concreta dialettica politica contemporanea. Soprattutto di fronte al sostanziale fallimento di questo bipolarismo sempre più selvaggio e muscolare. Certo, si tratta di due obiettivi che non possono essere perseguiti negli attuali partiti. Sicuramente non nel Pd della Schelin dove prevale un profilo politico, e del tutto legittimamente, che esalta una sinistra radicale, massimalista e libertaria. Con buona pace di Delrio e di tutti quei ‘cattolici adulti’ che pensano ancora che l’attuale Pd è quello delle origini. E cioè, un partito dove l’area cattolico popolare, sociale e democratica era una componente essenziale, se non addirittura decisiva, per la costruzione di un progetto politico democratico, riformista e di governo dell’intero partito. Una cultura, inoltre, che difficilmente trova un adeguato spazio negli attuali partiti di centro destra, per non parlare dei partiti e dei movimenti populisti – penso ai grillini dei 5 stelle e alla Lega salviniana – dove siamo, sotto il profilo politico e culturale, antropologicamente alternativi. 

Ed è proprio sul versante degli attuali partiti centristi che si deve avviare una iniziativa politica che sia in grado di rendere credibile e competitiva quest’area culturale nella cittadella politica italiana. E quindi superare definitivamente ed irreversibilmente tutto ciò che appartiene al campo dell’anti politica populista. Ovvero, i rancori, i pregiudizi personali, i veti, le vendette e via discorrendo che hanno frenato, sino oggi, una seria e credibile ricomposizione del campo centrista. Un ciarpame che non può mai assurgere ad una dimensione politica perchè, appunto, si ferma ad una concezione adolescenziale della politica. 

Ora, se alle prossime elezioni europee i partiti centristi in campo saranno sostanzialmente tre – e cioè Forza Italia, Azione e la ‘lista di scopo’ di Renzi con i radicali della Bonino – il compito di chi lavora per una vera e propria ricomposizione del Centro e, al suo interno, dell’area cattolico popolare e sociale, non potrà che scegliere i candidati al Parlamento di Strasburgo espressione di quest’area all’interno dei rispettivi partiti. Anche perché, al di là delle candidature nei vari partiti, è del tutto evidente che si tratta di persone – donne e uomini – che sono politicamente alternativi al sovranismo e al populismo. Cioè delle due sub culture che restano i veri avversari politici, culturali, sociali e programmatici di un Centro politico, riformista, democratico e di governo. 

Dopodiché, come ovvio, appena dopo il voto europeo – dove capiremo anche il consenso delle varie liste centriste – partirà necessariamente il processo della ricomposizione di quest’area in vista delle prossime elezioni politiche. E dove, almeno speriamo, saranno archiviati i gesti e gli atteggiamenti adolescenziali a vantaggio, invece, del ritorno della politica con la P maiuscola.

Tarquinio e Cuffaro, due candidati alla prova dei veti.

Due casi diversi, due storie diverse, due prospettive politiche diverse: sulle candidature di Tarquinio e Cuffaro, entrambe divenute simbolo di divisione e nondimeno unite, per una specie di sortilegio, dal filo rosso della discriminazione, si gioca una partita complessa, rispettivamente nel Pd e nella lista pot-pourri confezopnata da Renzi e Bonino. Non li vogliono in lista.

A difesa dell’ex direttore di “Avvenire” è intervenuto ieri Graziano Delrio “Sarebbe un errore gravissimo – ha detto in una intervista a “Repubblica” – non candidare Marco Tarquinio. È un personaggio di assoluto livello, rappresentante di una sensibilità diffusa del mondo cattolico, sempre impegnato dalla parte degli ultimi, a partire degli immigrati. È davvero un valore aggiunto per le nostre liste, al pari di altri candidati civici. Una ricchezza. Sento l’esigenza di difenderlo da alcuni attacchi che non condivido”. 

Invece su Salvatore Cuffaro, per tutti semplicemente Totò, è piovuto un pesante silenzio di imbarazzo, interrotto da smentite e dinieghi a riguardo del suo possibile coinvolgimento elettorale. In verità, il siciliano Faraone ha precisato nei giorni scorsi, a nome di Italia Viva, che Cufffaro “non si candiderà e la Dc non è e non sarà al Tavolo della Lista Stati Uniti d’Europa”. Ciò però non toglie che un accordo con il suo mondo si voglia trovare, per evitare che il bacino di voti dell’ex presidente di Palazzo dei Normanni, tornato alla politica attiva dopo aver saldato il conto con la giustizia, possa rifluire verso altri lidi politici. 

Ebbene, se l’ora del populismo è scaduta, almeno secondo gli auspici dei più, una riflessione serena dovrebbe aiutare tanto il Pd quanto gli Stati Uniti d’Europa a rimuovere i veti sulle due candidature oggetto di contestazione. Il Pd ha l’esigenza di coprire il vuoto lasciato da David Sassoli, anche se l’ex presidente dell’Europarlamento ebbe nei confronti di Putin quell’atteggiamento di fermezza invocato oggi dai “riformisti” proprio contro Tarquinio; e tuttavia, per molti versi, questi ha il profilo idoneo a rappresentare alla maniera di Sassoli il filone del solidarismo (e dunque del pacifismo) di matrice cristiana. 

Dall’altro lato, invece, si va per le spicce: Cuffaro è ritenuto un ingombro, sebbene in privato lo si vezzeggi. La sua storia costituisce un problema. Che dire? Forse la peculiare tradizione garantista dei radicali, di cui la Bonino è l’ultima autorevole interprete, dovrebbe indurre a considerare che un cittadino restituito alla pienezza dei suoi diritti civili e politici, con pieno ristoro della sua dignità personale dopo il lavacro della sanzione penale, non può e non deve essere sacrificato sull’altare di un moralismo fazioso che serve principalmente a bloccare la sua voglia di misurarsi con l’elettorato.

La politica ha bisogno di uscire da una bolla d’infinita pretestuosità e ipocrisia. Se è vero che le scelte dei partiti o dei cartelli elettorali rispondono sempre a logiche molto stringenti, di cui sono responsabili i gruppi dirigenti nella loro autonomia, in ultimo spetta però agli elettori formulare il giudizio che più conta ai fini del consenso. Non c’è motivo, dunque, per temere che siano proprio gli elettori ad apprezzare la validità di candidature – quelle appunto di Tarquinio e Cuffaro – per le quali parrebbe applicarsi al momento un pregiudizio aspro e finanche odioso.  

La destra sovranista si combatte con il rigore della politica

Perso nel suo delirio sovranista Matteo Salvini sta sospingendo la Lega nei territori aridi della Destra estrema alla ricerca di un consenso che egli vede allargarsi in tutta Europa e che immagina di poter intercettare anche qui in Italia sottraendolo a Giorgia Meloni e a una parte del sempre più marcato fenomeno astensionista. Probabilmente si illude, per una serie di ragioni: dalla vocazione storica della Lega, assai diversa, come ricorda sempre il suo fondatore Umberto Bossi, alla oggettiva difficoltà insita nell’operazione, che dovrebbe sostanzialmente sfilare voti alla premier in carica, detentrice in questa fase di potere e immagine, ma anche di un’aurea carismatica (che sia carisma vero è però ancora da dimostrare) nel mondo conservatore che non è stata ancora scalfita nonostante i numerosi errori compiuti da molti suoi colleghi di partito e di governo.

Ma non è di tutto ciò che si vuole parlare qui. Interessa piuttosto il trend nel quale Salvini desidera inserirsi. Che elezioni recenti e sondaggi frequenti stanno alimentando, all’insegna di un nazionalismo estremo i cui cardini propagandistici sono costituiti dall’antieuropeismo, dall’islamofobia, dalla lotta ai migranti e alle ONG che se ne occupano e da ultimo pure da un qual certo anti-occidentalismo venato di comprensione, quando non di vera e propria simpatia, per la Russia putiniana. Partiti con queste caratteristiche esistono in tutti i paesi dell’Unione e paiono in crescita ovunque, come si è visto da ultimo in Portogallo dopo i successi ottenuti in Slovacchia e Olanda, oltre che in Ungheria. Questi movimenti, per lo più raccolti a Strasburgo nel gruppo “Identità e Democrazia”, potrebbero conquistare alle prossime elezioni di giugno qualcosa come una novantina di seggi, con un incremento del 33% rispetto a cinque anni fa.

E se la sconfitta patita in Polonia e il non brillante risultato ottenuto in Spagna ne ha in parte attenuato la corsa, i sondaggi hanno ripreso il segno “più” subito dopo, inquietando non poco laddove confermano una presenza consolidata, come in Francia, o rilanciano un pericolo che pareva superato, come in Germania dove AfD (Alternative fur Deutschland), partito che ha accenti nazisti nella sua postura ideologica, potrebbe infrangere la barriera del 20%. È dunque in quella direzione che guarda Salvini, costringendo così Giorgia Meloni a mantenere il suo profilo double face esibito quasi quotidianamente: donna di governo all’estero, militante di destra all’interno del proprio Paese, pardon “Nazione”, come ostentatamente continua a ripetere per marcare il proprio territorio e salvaguardarlo dal tentativo – però troppo sfacciato – di invasione salviniana.

La competizione a destra fa scivolare verso quei lidi una parte del PPE, non più presidiato al centro da un gigante come Angela Merkel, ove l’ambiziosa Ursula von der Leyen pare disposta a (quasi) ogni compromesso pur di conservare il ruolo detenuto a Bruxelles. Ciò comporta da un lato un minor impegno sul fronte della lotta al cambiamento climatico e dall’altro – ancor più – un irrigidimento nelle politiche di contrasto alle migrazioni, anche attraverso costosi e dubbi accordi con gli autocrati che governano i paesi nordafricani (ultimo caso, l’Egitto). 

Perché è ancora l’immigrazione, soprattutto quella irregolare, la principale fonte di consenso alla quale si abbevera la Destra sovranista. Un fattore che pur senza la potenza raggiunta alla metà degli anni Dieci continua a destare forti preoccupazioni in frange non residuali dell’elettorato europeo. Preoccupazioni che alimentano insicurezza sociale ed economica, oltre che disagio culturale che spesso assume i contorni dell’islamofobia a fronte dell’aumento numerico dei giovani musulmani in corrispondenza della costante diminuzione di quelli cristiani, dovuto sia al crollo demografico sia al crescente laicismo sconfinante nell’ateismo. 

Le soluzioni proposte dalla Destra nazionalista (blocchi navali e quant’altro) tanto sono impraticabili per diverse ragioni anche epocali quanto sono facilmente “vendibili” a moltitudini di cittadini desiderosi di adottare soluzioni semplici e banali per risolvere problemi che essi non ritengono, come invece sono, estremamente complessi. Fra l’altro nel paradosso per cui l’economia dei paesi europei necessita di immigrati giovani per coprire quei vuoti professionali e operativi determinati dall’invecchiamento della popolazione attiva e dal calo demografico accentuatosi a partire dagli anni Novanta del secolo scorso. Ovvero, la conferma che la politica semplificata a cui attingono da sempre i populisti non risolve i problemi ma al contrario li accentua. 

Ma per convincere le masse di questo dato di verità occorre una classe politica all’altezza, convinta e convincente nel merito della propria proposta, ed è esattamente qui che si osserva la carenza maggiore del progetto europeista: troppo spesso oscurato da venature nazionaliste anche da chi dovrebbe esserne il campione. La questione, ora forse ineludibile, della difesa comune ne è il principale esempio, ancorché non l’unico. Ne parleremo.  

 

 

Via Crucis, l’Invocazione conclusiva di Papa Francesco al Colosseo.

Sangia

[…] 

Signore, ti preghiamo come i bisognosi, i fragili e gli ammalati del Vangelo, che ti supplicavano con le parole più semplici e familiari: invocando il tuo nome.

Gesù, il tuo nome salva, perché tu sei la nostra salvezza.

Gesù, tu sei la mia vita e per non perdermi lungo il cammino ho bisogno di te, che perdoni e sollevi, che guarisci il mio cuore e dai un senso al mio dolore.

Gesù, hai preso su di te la mia malvagità e dalla croce non mi punti il dito contro, ma mi abbracci; tu, mite e umile di cuore, mi guarisci dall’amarezza e dal risentimento, mi liberi dal pregiudizio e dalla diffidenza.

Gesù, ti guardo sulla croce e vedo dispiegarsi davanti ai miei occhi l’amore, che dà senso al mio essere ed è la meta del mio cammino. Aiutami ad amare e a perdonare, a superare l’intolleranza e l’indifferenza, a non lamentarmi.

Gesù, sulla croce hai sete, hai sete del mio amore e della mia preghiera; ne hai bisogno per realizzare i tuoi progetti di bene e di pace.

Gesù, ti ringrazio per coloro che rispondono al tuo invito e hanno la perseveranza di pregare, il coraggio di credere e la costanza di andare avanti nonostante le difficoltà.

Gesù, ti raccomando i pastori del tuo popolo santo: che la loro preghiera sostenga il gregge; che trovino il tempo di stare davanti a te e di rendere il loro cuore simile al tuo.

Gesù, ti benedico per i contemplativi, la cui preghiera, nascosta al mondo, ti è gradita. Proteggi la Chiesa e l’umanità.

Gesù, porto davanti a te le famiglie e le persone che hanno pregato questa sera dalle loro case; gli anziani, specialmente quelli che sono soli; i malati, gemme della Chiesa che uniscono le loro sofferenze alle tue.

Gesù, fa’ che questa preghiera di intercessione abbracci i fratelli e le sorelle che in tante parti del mondo subiscono persecuzioni per amore del tuo nome, quelli che soffrono la tragedia della guerra e quelli che, attingendo forza da te, portano pesanti croci.

Gesù, con la tua croce ci hai fatto diventare una cosa sola: riunisci i credenti nella comunione, donaci sentimenti fraterni e pazienti, aiutaci a cooperare e a camminare insieme; mantieni la Chiesa e il mondo nella pace.

Gesù, giudice santo che mi chiami per nome, liberami dai giudizi avventati, dai pettegolezzi e dalle parole violente e offensive.

Gesù, prima di morire, hai detto “tutto si è compiuto”. Io, nella mia miseria, non potrò mai dirlo. Ma confido in te, perché sei la mia speranza, la speranza della Chiesa e del mondo.

Gesù, un’altra parola voglio dirti e continuare a ripeterti: grazie! Grazie, mio Signore e mio Dio.

 

Per leggere il Libretto della Via Crucis

Il clown entra nel Palazzo e lo riduce a circo

Sandy Millar

Se un clown si trasferisce in un palazzo, non diventa il Re, è il palazzo che diventa un circo. Antico proverbio turco. Questo proverbio attribuito alla saggezza popolare dei turchi di Costantinopoli che di Re ne avevano visti passare molti e forse anche qualche clown, ci conduce per mano a riflettere sulla gestualità del corpo con la quale noi italiani da sempre accompagniamo le parole. E non ci aiuta l’IA che con le emoticon e i gif ha codificato le emozioni dandoci molte scelte, togliendoci dall’imbarazzo di essere gli unici a rendere pubbliche le proprie emozioni e smarcandone anche il significato interiore. Quando il tempo lo passiamo a testa china sullo smartphone a compulsare sui tasti “faccine/emoticons”, il nostro strumento di comunicazione è cambiato; chiunque può fare l’esercizio al contrario è provare a descrivere con le parole l’emozione rappresentata da una faccina e sperimenterà la difficoltà di trovare nel suo vocabolario le parole perché non le usa da tempo preferendo le immagini. 

I nostri costumi sono cambiati di molto e in fretta senza che noi stessi ne avessimo il controllo, così ora non sappiamo più bene se le emozioni siano veramente le nostre o se le emozioni già vivono senza di noi. Persa la bussola di come ci si comporta in pubblico, dove era chiaro fino a qualche decennio fa che il privato era casa tua e il pubblico era quello fuori di casa tua, tutto è diventato pubblico e il privato è scomparso. Quindi ci comportiamo conoscendo un solo luogo quello pubblico, fisico e virtuale, poco cambia, e l’educazione e la disciplina sono inutili orpelli. 

E il Palazzo, specchio della Nazione, si è adeguato da tempo. Non che nel tempo non si sia mai gesticolato per qualche tiro mancino, oppure qualche ironica frase ad effetto o uno sberleffo, ma al di là delle occasioni pubbliche delle assemblee rappresentative dove il lazzo era ammesso da tempo, nelle Istituzioni vigeva un certo rigore nella forma pubblica perché era ammesso il sorriso ma non la risata sguaiata ed eccessiva, vietato gesticolare o fare versi gutturali o gridolini, o movimenti del corpo di accompagnamento alle frasi dell’interlocutore. Galateo istituzionale è chiamato, ma è una vuota definizione se non è accompagnata dalla disciplina nell’esercizio del ruolo e nello svolgimento delle funzioni che nessuno ti insegna ma che trovi nell’ esempio degli altri. 

E questo ci riporta al proverbio turco. Il clown figura principe della parodia, erede di quel giullare medievale intrattenitore di Corte, è colui che ti fa ridere con il suo comportamento grottesco, con la mancanza di modi e maniere (da cui lo scandinavo clown per indicare il rozzo campagnolo), che dal surreale trae la sua arte comica. Se costui entra in un palazzo non ne diventa il Re. Ma se il palazzo è già pieno di clown? E già! Il costume è cambiato dai tempi dei turchi di Costantinopoli, i quali avevano una loro etichetta di Corte, che dobbiamo supporre rigida, per cui il palazzo era il Palazzo del Re, centro di governo e di autorità della Nazione turca. Ma noi da tempo ormai assistiamo ad un costume diverso dove lazzi, schiamazzi, grida e gesticolazione sfrenata, sono diventati tanto comuni che ne siamo indifferenti. L’indifferenza al Palazzo ci ha portato alla non-indignazione quando il costume diventa ridicolo, clownesco, perché ormai ci sono sconosciuti anche i più semplici strumenti della riprovazione. 

Assistiamo annoiati all’ennesimo esempio di clownesca gestualità e la archiviamo come nota caratteriale personale, qualunque sia la persona che occupa la carica istituzionale. Siamo dunque  colpevoli, se vogliamo darci una colpa , della nostra indifferenza annoiata e superficiale, poiché non abbiamo colto il fondo della questione: se le Istituzioni ci rappresentano tutti, quelli che ridono e quelli che non ridono, allora esse non dovrebbero essere colpite dalla malia del clown per cui di ogni cosa si può fare scherno, se invece riteniamo che Palazzo non è il Palazzo ma è solo un edificio, allora chiunque lo abiti ha licenza di modi clowneschi, e a noi se ci va di ridere riflettendo se ci piace il circo o se ci convenga rapidamente uscire all’aperto fuori dal tendone.

Cambio di paradigma: tutto è politica? No, tutto è consenso.

 

Profluvi di inviti a ‘non politicizzare’ ci sommergono in continuazione. Non politicizzare il caso Salis (Tajani, Matone, Donzelli & Co), non politicizzare l’Ucraina (Salvini), non politicizzare il dramma umanitario di Gaza, non politicizzare gli scontri tra studenti e polizia (Piantedosi), non politicizzare i suicidi nelle carceri, non politicizzare i naufragi dei barconi, non politicizzare la scuola, il lavoro, gli scioperi, la Chiesa, l’ambiente: insomma…tutto.

Qual è il messaggio che passa? Che la politica è una tossina, che va fuggita come una pestilenza, che se entra in gioco complica e allontana le soluzioni, e via di questo passo. Si è affermato il pensiero di Reagan il giorno del suo insediamento: “Lo stato non è la soluzione dei problemi, lo stato è il problema” (dopo venti anni l’opposto di John Kennedy).

La politica era ‘senso’ ma le funzioni hanno divorziato dal senso. Che bisogno abbiamo di complicarci la vita con la politica – e con quell’altra madre di tutte le rottamazioni, che commmina l’ergastolo sociale a chiunque gli sfugga la parola ‘ideologia’ (non ideologizzare ecc ecc) – se l’assistenza funzionalista di scienza e tecnica ci garantisce tutto e soprattutto subito? È l’im-mediatezza che scaccia ogni mediazione. Ma la politica cos’è, se non ‘mediazione’? Gestione di un’altra parola anch’essa scandalosa: interesse. ‘Inter-esse’, ovvero ciò che sta nel mezzo, prender parte alle cose di qualcuno e di lui con gli altri.

‘Non politicizziamo, per favore’ è negare che il trascinamento in catene mani e piedi di uno in un tribunale (di una democrazia europea) abbia una valenza politica, e che quindi debba avere una lettura e comprensione ‘politica’. È dire pertanto che se ci si risparmia una riprovazione, che per sua natura è lettura etica, sociale, culturale – ergo ‘politica’ -, si farebbe il bene dell’interessato. Sdegnarsi sarà nobile, ci dice il tecno-nichilismo, ma non è funzionale. 

Così si impara che i significati non significano più nulla, anzi sono un inciampo. Ai significati dell’espansione nazista ci penseremo dopo, intanto nel ’38 a Monaco si firma.

Così, con il differimento ad altro momento del ‘senso’, arriva il tempo in cui non si è più a tempo. Disdegnare, anzi non ammettere o espellere ogni interpretazione ‘politica’ delle cose, manda in esilio la politica dalla realtà. La quale viene spogliata di ogni senso, e valutata solo sotto l’unica dittatura che oggi ha in mano il mondo, la dittatura dei risultati.

Rendere inviso l”essere politico’ ai cittadini, e per di più agìto addirittura da uomini delle istituzioni, che al contrario dovrebbero farsi partigiani di una rianimazione della partecipazione politica (ad associazioni, enti, sindacati, partiti, pubbliche amministrazioni…una partecipazione alla proprie idee), non può che provocare, dopo l’assenza in tutti i primi quattro anni, lo star fuori della gente anche il quinto anno, quello del voto. 

Perché votare una ‘mediazione politica’ quando l’esperto di cui ho bisogno sembra far proprio al mio caso, disintermediandomi e liberandomi da  ogni perditempo e da ogni costrizione ad una riflessività più profonda (ma più soddisfacente)?

Abbiamo vissuto la riscoperta collettiva, e che per un po’ fu pure felice, della politica del ’68, quando vigeva lo slogan: ‘tutto è politica’. Esattamente il contrario di oggi.  La lettura della guerra del Vietnam fu eminentemente ‘politica’, quella delle guerre di oggi esclusivamente militare (= funzionale). Come qualcuno ha osservato, si è passati da ‘tutto è politica’ a ‘tutto è consenso’. E ancora ci si logora con le domande sul ‘misterioso’ successo dei populisti?

Dallo scudo crociato allo scudo in croce

Ci si perdoni la metafora! Certi accadimenti talvolta sono talmente crudeli che ci costringono a qualche libertà che, in questa coincidenza con il calendario liturgico, può suonare blasfema. La notizia che in queste ore sta passando da una redazione all’altra è di quelle che ti fanno impallidire per lo shock traumatico che ha con sé. Viene dato per certo l’accordo tra M.atteo Renzi ed Emma Bonino. Già questa non ci pare una notizia così da poco, stante le non poche differenze di visione che qualifica il leader di Iv e i Radicali.

Quello che appare ancora più sconvolgente è il fatto che in questo cartello elettorale ci si sia infilato anche Cuffaro (così sembra), portando in dote il partito che egli oggi rappresenta, ossia la Dc. L’intesa sembra trovare qualche veto, proprio sullo scudo crociato (paradossalmente è di un 5 stelle, o ex tale, mentre sarebbe dovuto essere il contrario) ma alla fine l’istinto di sopravvivenza di ciascuno di essi farà ragionare tutti i capi cordata.

Inizialmente la mia reazione è stata di mettermi in guardia, tentando di convincermi che sono solo prove di illusionismo elettorale, alla maniera del famoso prestigiatore, David Copperfield. A pensarci meglio, non so ancora se ringraziare o biasimare Totò Cuffaro per l’opera magistrale (?), da moderno de Talleyrand, che sta cercando di portare in porto. Chissà! Forse ci sono le premesse per costruire un centro, con una nuova classe dirigente – anche se al momento non si vede traccia che dei soliti noti – che ci liberi, tra le altre, dal familismo meloniano?

Ciò attenua il dubbio, convincendomi, che la colpa dell’incapacità di saper cogliere il nuovo non è, in questo caso, che mia. Non tutti abbiamo l’avvedutezza di saper intravedere nel politico di turno, tutta la generosità intrinseca di chi agisce sempre, così ce la raccontano, soprattutto nei regimi totalitari, a beneficio del Popolo: come avvenuto, dagli anni venti del secolo scorso, a destra, come a sinistra, ma anche in tutti gli ambiti dove c’è o c’è stata una comunità organizzata.

Così l’autocritica può portarci sulle sponde del pensiero unico, soprattutto quando fa diventare il dissenso una zavorra, anche per te stesso, perché ti fa sentire solo. Un’insidia, non solo semantica, che le democrazie hanno sempre più dietro l’angolo.  Quello che, allora, più proficuamente conviene fare non è altro che mettersi, come al solito, in silenzio, e lasciare fare a chi comanda. È un monito che si ripete sempre più spesso, anche in talune nostre istituzioni. Quando si guida, non si disturba mai il conductor. Oh! Scusate, il conducente!

 

Avendo scarse notizie dal quartier generale del partito, l’ho raccontata, stamane, in un mix di tristezza e stupore, ad una mia cara amica, Amarilli. Lei, con la dolcezza e la saggezza di sempre, ha colto subito la quintessenza di questa strana apparente ibridazione. Appassionata delle teorie di Karl Popper, non poco le sono valsi, per discernere, gli strumenti di indagine gnoseologica che portarono Immanuel Kant a cogliere il dualismo tra fenomeno e noumeno.

“Caro Luigi”, mi ha detto, “ ti assicuro che portare dalle secche di una palude, da tempo desertizzata, alle fulgide e vitali acque di una fonte rigeneratrice, quale è questa innovativa idea di centro, non più sclerotizzato in una visione statica e datata della politica, ma movimentista, pluri identitario, e prevedibilmente balcanizzato, per l’immaginabile dialettica forte che di incrocerà tra i blasonati comprimari (che certamente non farebbe gioire N. Bobbio e la sua idea di dissenso come sale delle democrazie), non è impresa da poco.

Lanciarsi in un’ammucchiata, senza le potenzialità sceniche dell’armata Brancaleone, che tuttavia non mancherà di galvanizzare un elettorato sempre più attratto dai colpi di scena, è opera che può manipolare solo una mente machiavellica.

Ma questa è, vuoi o non vuoi, la nuova frontiera della politica! Mentre programmi e progetti di lungo periodo divengono inezie. Quale altra migliore occasione per poter finalmente ridare – senza necessità di ricorrere ad alcuna trasfigurazione plastica – linfa e vitalità ad un partito, orgoglioso, a questo punto, di essere espressione di una visione nuova (non a caso i media hanno ribattezzato il partito come Nuova DC).

Una visione improntata alla libertà, come laissez faire, al liberismo sfrenato, ad una idea di laicismo, non tenero con principi non negoziabili, come la tutela della vita sin dal suo concepimento e della famiglia, alla più sconfinata estensione dei diritti civili, anche a costo di un individualismo senza confini, compresa la liberalizzazione delle droghe e dell’eutanasia, a tutto danno di una visione solidaristica? Non ti pare un’impresa da guinness? Cosa vuoi di più? Ci vuole coraggio e visione pirandelliana! E poi oggi tutto è in transizione! Vuoi mettere che anche la DC non lo sia? Suvvia, non essere ingenuo!”.

La risposta non mi ha fatto trattenere dal chiedere, sempre con la medesima ingenuità: “Ma come possono andare a braccetto, la dottrina sociale della Chiesa, i canoni dell’Umanesimo solidale e la tutela della vita, della famiglia, un pacifismo operoso, un Europeismo solidale ed accogliente, insomma un bagaglio culturale che affonda le radici nel patrimonio e nell’esperienza politica della Democrazia cristiana con la visione ed il progetto politico non solo di Renzi che non si è mai fatto scrupoli nel caratterizzare il suo percorso politico intriso di giravolte e funambolismi tra un versante e l’altro dell’arco politico parlamentare, oltre ad industriarsi in consulenze formative tese, a suo dire, a promuovere un “Rinascimento culturale” nel regno saudita, dove i canoni che caratterizzano le democrazie e i diritti umani, si possono leggere solo di nascosto – ma ancor più con la visione ultra liberista e paladina dell’individualismo sfrenato, comprese le campagne di liberalizzazione delle droghe e dell’eutanasia dei radicali?”.

E Amarilli, a suo modo, olimpicamente mi ha risposto: “È entusiasmante questo avvicendarsi frenetico delle notizie, tanto imprevedibili quanto provvidenziali, perché accreditano un partito – che farà ricredere quanti osano sostenere che non c’è – mentre come vedi è vivo e vegeto in tutta la sua identità, dall’esito del XX Congresso, quando si decretò, nel solco di quella visione gattopardesca (che ebbe la sua massima ribalta proprio nei rutilanti luccichii dell’aristocrazia siciliana) – ma qui alla rovescia – di affidarsi al disegno ingannevole della continuità, ossia non cambiare natura ed identità, per cambiare tutto, linfa e anima.

Così non si può dire che non ci sia in questa Dc qualcuno che, nella sua mirabile visione movimentista, non si preoccupi realmente del concreto futuro di tutti noi, affinché non si resti preda dell’agnosticismo, così che anche la crescente mestizia sociale ci appaia meno contagiosa.

Visto che in questo mondo, oramai, non succede più niente di davvero interessante, e nessuno sembra accorgersi, tranne gli angosciosi appelli, quotidiani, di Papa Francesco, degli spezzoni di guerra di un nuovo minaccioso conflitto mondiale che, in un crescendo di crudeltà, su un teatro sempre più ampio, sta impazzando tra il fianco est dell’Europa ed il Medio oriente”.

Mentre mi chiedevo a quale futuro alludesse la mia amica, se delle comunità territoriali o di lobby sempre più influenti, Amarilli aggiungeva inopinatamente: “Quello che finora abbiamo visto, nel processo di tessitura negoziale con i leader suddetti, non ha mai prodotto grandi risultati (Terzo polo, Renzi, Calenda, Popolari) restando solo funzionali a propaganda e lotta politica, così da accentuarne la radicalizzazione nel nostro paese (qualcuno si industria a chiamarlo Nazione: il concetto è lo stesso, non così le sfumature semantiche, anche per qualche residuo nostalgico del secolo breve)”.

Sbigottito nel mio tormento le rispondo con tutta franchezza: “Cara Amarilli, non è che forse c’è un po’ di invidia in queste nostre critiche?”. E lei lapidariamente: “Dante colloca gli invidiosi nel secondo girone dell’Inferno, obbligati nell’eterna cucitura delle palpebre a muoversi a tentoni, tanto in vita si stava a guardare sempre cose e vicende degli altri”.

Non è una bella prospettiva!

Non so se in questo momento così frenetico Totò Cuffaro trovi un ritaglio di tempo per recapitarci, anche un piccolo brandello di risposta, giusto per spiegarci qual è l’idea comune di Europa che dovrà innervare il velleitario progetto, allo stato delle cose, degli Stati Uniti d’Europa e rassicurarci che noi lo facciamo soprattutto per carità cristiana. Così non si dica che solo Tabacci sa essere accogliente e prodigo di generosità in tempi di elezioni! Diciamo apertamente, allora, che vogliamo aiutare Renzi e la Bonino a raggiungere il quorum del 4%, e non fargli le scarpe?

E se il risultato, come tra le righe prevede Amarilli, dovesse risultare oltre le attese fino a soverchiare i loro candidati? Ce ne faremo, ciascuno per la propria parte, una ragione. E metteremo pure nel conto un prevedibile rimbrotto con cui potrebbero rinfacciare al segretario il fatto di non aver detto di avere una portaerei travestita da barchetta.

Sarà vera la previsione di Amarilli? Aspettiamo per conferma un cenno, anche laconico da parte del segretario. Persino Giulio Cesare trovò il tempo, durante una delle tante campagne militari, per annunciare, nel 47 a.C. con il suo:”Veni, vidi, vici” la vittoria su Farnace, re del Ponto. Ci aiuterebbe anche, in attesa di notizie più radiose, a ricusare, senza remore, il tortuoso opinamento ed accogliere con più rilassatezza le sagge considerazioni della sapiente e lungimirante Amarilli.

Mentre restiamo in attesa degli ultimi, più aggiornati, report, notiamo sul finire di questo conciliabolo un anziano signore scrutare, palmo a palmo, con una lanterna in mano, alla maniera di Diogene, l’ambiente circostante. Ci viene naturale chiedergli cosa stesse cercando. “Cerco la DC, ma quella vera! Sapete dove posso trovarla?”. Restiamo di stucco, ma ci imponiamo di mantenerci vaghi: “Noi non l’abbiamo più vista!”.

La Voce del Popolo | Al centro con una posizione europeista

Forse è arrivato il momento in cui Bonino, Calenda e Renzi (ordine rigorosamente alfabetico) dovrebbero seppellire le loro grandi, piccole e piccolissime differenze per cercare di mettere insieme una lista comune per le elezioni europee. Obiettivo: unire le forze che temono lo scivolamento dei due maggiori schieramenti verso derive che possono lasciare qualche dubbio sul posizionamento internazionale del nostro paese. 

Non si vogliono seminare sospetti troppo maliziosi e neppure allarmi troppo esagerati. Ma non c’è dubbio che Salvini a destra e Conte a sinistra coltivano al riguardo idee tutte loro. Il primo tifando apertamente per l’antieuropeismo e per la Russia di Putin. Il secondo rompendo le righe sulla solidarietà verso l’Ucraina e nascondendo a malapena la sua preferenza per Trump. 

Si dirà che non è questa l’idea né della Schlein né della Meloni. Le quali però si guardano bene dal rischio (e dal dovere) di sconfessare i loro stessi alleati. Ora, il valore del centro di questi tempi non è tanto quello della sua buona educazione. Semmai deve essere quello della sua posizione atlantista e soprattutto europeista. E per quanti difetti si possano attribuire loro, tutti e tre hanno il merito di aver sempre coltivato a questo riguardo una coerenza adamantina. 

Dunque, non dovrebbe essere così difficile venire a capo delle loro dispute e offrire un punto di riferimento comune a quella larga parte del paese che vorrebbe essere rassicurata sul punto più cruciale dell’agenda politica. E cioè la nostra collocazione nel solco delle alleanze geopolitiche di sempre. Il resto, tutto il resto, conta assai meno.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 28 marzo 2024

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

Alla domanda di centro non si risponde moltiplicando le liste

Se abbiamo ben capito, Emma Bonino ha posto alcuni paletti per far decollare la cosiddetta ”lista di scopo” in vista del voto per il rinnovo del Parlamento Europeo. E le tre condizioni sono molto semplici ma nette. E cioè, la lista di scopo non è nè un progetto politico, nè una federazione e nè, tantomeno, una prospettiva a medio/lungo termine. Il tutto finisce il 9 giugno sera. Contati gli eurodeputati europei ognuno torna a casa sua. Cioè nel suo campo politico tradizionale. Punto. In secondo luogo la lista di scopo non c’entra nulla con la ricostruzione del progetto politico del Centro a livello nazionale. È solo un escamotage per superare lo sbarramento del 4%. In ultimo, c’è una sorta di simpatico veto su eventuali candidati ex democristiani nelle liste.

Ecco perchè, e soprattutto dopo questo accordo tecnico/elettorale, se dovessimo fare un rapido censimento per capire quante sono le aggregazioni o i partiti centristi in vista del voto dell’8-9 giugno, ne contiamo sostanzialmente tre.

Innanzitutto Forza Italia che, sotto la guida di Antonio Tajani, ha assunto un ruolo politico e programmatico di tutto rispetto riscuotendo maggiori consensi, e soprattutto stima e rispetto, nell’area moderata e riformista italiana. Una lista che, almeno stando ai sondaggi, si dovrebbe avvicinare alla doppia cifra. Vedremo, ma è indubbio che il ‘nuovo corso’ di Forza Italia, e paradossalmente dopo la pesante e storica leadership di Berlusconi, ha segnato un significativo ‘valore aggiunto’ sul versante politico e dell’immagine complessiva del partito.

A seguire, come già ricordato all’inizio, la ‘lista di scopo’ tra il partito di Renzi, Italia Viva, i radicali dell’intramontabile Emma Bonino e qualche altro cespuglio. Con veti e pregiudiziali continui e ripetuti – come sentenziano ad ogni ora i vari referenti radicali – nei confronti di tutti quegli esponenti centristi o ex democristiani o popolari che non sono graditi in questa neo formazione. È di tutta evidenza che si tratta di una operazione elettorale, del tutto scontata e legittima, che punta solo ed esclusivamente a superare lo sbarramento del 4% ma che non coltiva nessuna ambizione politica futura.

In ultimo, almeno così pare sino ad oggi, la presenza autonoma di Azione, il partito di Carlo Calenda. Se non capitano ribaltamenti dell’ultima ora, sempre possibili nella politica fluida e liquida italiana, Azione andrà per conto suo con la sua ricetta politica, programmatica ed organizzativa sfidando con un pizzico di terrore sino alla fine della campagna elettorale la tagliola del 4%.

Ora, e di fronte a questa concreta situazione, è abbastanza facile arrivare alla conclusione che il peso elettorale delle tre liste sarà l’elemento decisivo ed essenziale per cercare di costruire – o ricomporre – il Centro politico, riformista e plurale nel nostro paese dopo il voto europeo. È altrettanto evidente che non può essere un Centro diviso, frammentato e polverizzato l’orizzonte entro il quale si costruisce, si rafforza e si consolida un progetto centrista, riformista e di governo.

Al contrario, questa rischia di essere la premessa per la sua dissoluzione o, meglio ancora, il non decollo. Eppure la domanda di Centro esiste e lo confermano quotidianamente i vari sondaggsiti. Ma per tradursi in una vera e credibile offerta politica è altrettanto evidente che si dovranno superare definitivamente ed irreversibilmente i personalismi, i veti, i rancori e le pregiudiziali – ovviamente di carattere personale e non affatto politiche o programmatiche – che nel tempo si sono infiltrati ed ossificati nella galassia centrista del nostro paese.

Infine, forse è ancora bene sottolineare che nel processo di ricomposizione della vasta e plurale area centrista sarà sempre più necessario ed indispensabile garantire la piena cittadinanza di quelle culture che storicamente hanno saputo costruire e rafforzare una ‘politica di centro’ e, al contempo, un progetto politico con un forte profilo centrista, riformista e di governo. Tra queste, la cultura del cattolicesimo popolare e sociale, senza la quale qualsiasi progetto centrista sarebbe destinato a sbattere contro gli scogli dell’improvvisazione, del pressappochismo e della superficialità.

Mons. Gallagher invita a guardare oltre la logica della guerra

Le due recenti interviste di monsignor Paul Richard Gallagher, Segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni Internazionali, il ministro degli Esteri della Santa Sede, al Tg1 e alla rivista dei gesuiti americani, “America”, contribuiscono a orientare il dibattito internazionale in questa fase delicatissima. Tre in particolare sono i punti, della posizione del Vaticano, ribaditi dal presule inglese, con specifico riferimento alle due maggiori guerre in corso: quella russo-ucraina e quella israelo-palestinese. La situazione in cui siamo attualmente, è una situazione “lose-lose”, in cui tutti perdono. La guerra non risolve i problemi, li aggrava e poi, comunque vadano, “tutte le guerre finiscono con una qualche forma di negoziazione”. Il terzo punto è la consapevolezza che la transizione geopolitica in corso è in ogni caso irreversibile, non saranno le armi a fermarla, e dunque per monsignor Gallagher appare “inevitabile” che quando la guerra finirà “ci sarà un nuovo ordine mondiale” caratterizzato da “più gruppi alleati nel mondo “, non solo Est e Ovest.

Credo che questa visione degli attuali problemi internazionali ci aiuti a considerarli da un’altra prospettiva. E anche in Italia le due suddette interviste  possono costituire uno stimolo per tutti, compresi i cattolici impegnati in politica e nelle varie forze politiche di maggioranza e di opposizione, a coniugare la lealtà e la solidarietà dell’Italia con il sistema di alleanze in cui è inserita con la necessità nel dibattito culturale, politico e mediatico di non alimentare delle narrazioni che invece concorrono a fare andare le cose nel senso opposto a quello auspicato da tutti.

Fermo restando, dunque, il contributo del nostro Paese alla linea decisa di comune accordo dalla Nato e dalla Ue, va nel contempo tenuta in considerazione la prospettiva generale in cui gli eventi bellici si collocano. Si deve considerare che comunque la guerra in Europa, anche nel caso malaugurato che si dovesse ulteriormente inasprire ed estendere, non garantirà la continuazione dell’egemonia occidentale sul mondo, ma anzi otterrà, come sta già succedendo da un decennio, una clamorosa eteogenesi dei fini. La Russia, che dal 1997 al 2014 è stata addirittura membro del club dei maggiori Paesi occidentali, il G8, è stata progressivamente spinta a stringere legami più stretti con Cina, India e Sud del Mondo, a causa di interventi destabilizzanti operati in Ucraina da gruppi di interessi privati, al di là della stessa volontà del governo americano di fare scoppiare la polveriera ucraina. 

Ora si deve raffreddare la situazione, aggravata dalla brutale invasione dell’Ucraina da parte della Russia  nel 2022, e sarà molto più difficile rimettere insieme i cocci, tentando di tornare possibilmente alla situazione iniziale, di una Ucraina reintegrata di tutti i suoi territori e nel contempo neutrale, non nella sfera di influenza russa e neanche in quella americana e inserita in un nuovo ordine internazionale dove non uno solo, ma più sistemi di alleanze concorrono a definire la politica globale.

Se invece si insiste nella narrazione della guerra come unica via da continuare a percorrere, e non si danno nuove chance alla diplomazia, si rischia di produrre qualcosa che assomiglia al fratricida e annoso scontro franco-tedesco del secolo scorso. Mentre tra Otto e Novecento francesi e tedeschi si scannavano per l’egemonia in Europa, a vincere alla lunga furono il Regno Unito e gli Stati Uniti. Nello scenario multilaterale attuale anche la guerra russo-ucraina-europea può esse vista come una guerra fratricida. E mentre Europa e Russia si combattono, il resto del mondo, guidato da Cina, India, Brasile prende il sopravvento. 

Vi è per questo l’urgenza che anche l’Occidente (per l’esattezza ormai solo più alcuni ristretti circoli ancora arroccati a difesa dei loro privilegi derivanti dall’unilateralismo e capaci di tutto per non rinunciarvi) si convinca che occorre contribuire al passaggio da una situazione “lose-lose” provocata dalla guerra a un sistema improntato alla logica “win-win”, di comune vantaggio per tutti. Non farlo, e crogiolarsi in narrazioni autoreferenziali, che non reggono al di fuori dell’Occidente, come sta succedendo ad esempio per la narrazione sull’Isis, può solo contribuire ad accelerare il declino anziché giovare alla rinascita dell’Occidente in un mondo sempre più multicentrico.

Via crucis, Pilato lascia spazio al peccato che incombe.

Malgrado l’iniziale esitazione di Pilato, la sentenza fu di condanna. C’era da accontentare il potere dei sacerdoti e dare soddisfazione al popolo appositamente sobillato per chiedere la giustizia che a loro piaceva secondo le convenienze della tasca. 

La guerra sparge ovunque i mattoni deturpati dalle schegge delle bombe, palazzi collassati dalla paura di altri colpi definitivi a condurli a morte, un continuo via vai di sfollati, strade desolate, d senza più spina dorsale, spezzate dalla polvere da sparo che ne intossica la tenuta. Tutta intorno, più vasta delle nuvole, la fame che ammanta gli spazi, mordendo per prima la pancia dei bambini. È questa la grazia che invocano gli adulti venendone sempre esauditi. Se piangono per la fame, non hanno lacrime per gli spari che piovono da ogni parte, così difendendosi dalla paura.

È venerdì. Pilato si è fatto da parte lasciando spazio al peccato di cattiveria che incombe. Da allora sono passati oltre duemila anni ma il quadro è del tutto attuale. Si dà inizio alla flagellazione, diversa da quella che conosciamo. Si intuisce appena un barcollante scheletro della casa di Pilato, ad occhio umano non si vedono soldati né ombra di altri presenti. C’è un vuoto assoluto, anche l’aria si è fatta da parte. Solo Cristo a ricevere colpi a più non posso da una mano ed una frusta invisibile. Manca persino la colonna a cui legare il suo corpo. Lo scenografo divino ha deciso così.

C’è un silenzio che fa inorridire un dolore che geme per non riuscire a dare spettacolo, a digiuno di condivisioni con uomini e donne a fare contorno alla esecuzione. Non sa su chi abbattersi e come eccitare i cuori dei carnivori che adorano vedere il sangue schizzare dalla schiena del condannato.

Il dolore si sente solo; forse urla ma non ha chi possa sentirlo, si sgola all’impazzata almeno per far in modo che egli stesso sia uno spettatore a cui arrivare. La schiena di Cristo è il crocevia delle parole dette nei secoli da uomini contro che se le dicono di santa ragione, da un tempo senza tappe. Ogni sillaba è una frustata che approda con la presunzione di essere quella definitiva e chiudere la partita, dicendo agli altri della vittoria. Un istante dopo, la replica di altre lettere e altre scudisciate di quelli che non si arrendono ed hanno ancora da dire la loro.

Il corpo di Cristo è un alfabeto scomposto di urla lacerate, accumulate nei millenni, che non trattengono più l’ordine della grammatica. Un giorno le tonsille si riposeranno ma il figlio di Dio è ormai segnato per sempre. Anche a Lui è stata tolta di imperio la parola. Gli hanno lasciato dei rantoli incomprensibili che suonano alle orecchie dei violenti come di provocazione, dal suono di vendetta ed allora ancora giù botte e colpi fino allo sfinimento.

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Putin alza il tiro e punta all’Europa

Fonti vicine alla Casa Bianca, al Pentagono e al Dipartimento di Stato avanzano l’ipotesi che Putin, intensificando per numero e potenza di fuoco l’aggressione militare all’Ucraina, punti a giocare allo scoperto, avvalendosi di minacce e provocazioni: non più ‘operazione militare speciale’ ma dichiaratamente “guerra” vera e propria, estesa “oltre”, a cominciare dai Paesi Baltici, in primis l’Estonia. Come se il mondo che osservava cosa stava accadendo in questi due anni fosse stato composto da un’accozzaglia di minchioni disposti a credere al teorema della denazificazione e della riconquista delle sole regioni orientali dell’Ucraina. 

Non bastano le blasfeme benedizioni del Patriarca Kirill (ex KGB) a convincere il popolo russo sull’apertura delle porte del Paradiso per coloro che si immolano per la Patria. Aver perso più di 300 mila uomini sui campi di battaglia non ha indotto lo Zar a ripensamenti: la strategia era stata elaborata da tempo e puntava lontano. Le elezioni plebiscitarie-farsa al quinto mandato (inframmezzato dalla parentesi puramente formale del rincalzo Medvedev) con l’87% dei consensi, l’omicidio di Navalny e Prigozin e gli arresti di altri oppositori al regime stanno rinsaldando Vladimir Vladimirovic nel convincimento che nulla gli è precluso : un delirio di onnipotenza che va fermato senza permettergli di alzare l’asticella dei suoi ricatti. 

La violenza crescente con cui si sono intensificati i bombardamenti, il lancio ininterrotto di missili e droni non lascia spazio a possibili negoziati: ciò che chiede la comunità internazionale e ciò che il popolo stesso vorrebbe sono elusi dai progetti incendiari del Cremlino. Ormai l’asservimento dell’establishment interno è (apparentemente) totale e paradossalmente giova alla causa belligerante di Putin la strage terroristica alla Crocus City Hall di Mosca in cui hanno perso la vita almeno 139 persone mentre il numero dei feriti ha superato le 300 unità. 

La reazione dello Zar è apparsa calcolata e sequenziata: dopo il silenzio iniziale, l’ammissione che l’attacco terroristico è stato realizzato da un commando dell’ISIS, che peraltro ne ha rivendicato per due volte la paternità. Subito dopo la distinzione tra esecutori e mandanti del gesto criminoso in danno di innocenti cittadini, ha preso subito corpo la pista della matrice ucraina, con l’appoggio strategico degli USA e del Regno Unito (che simbolicamente, nell’immaginario collettivo rappresentano l’icona del mondo occidentale e della NATO). Dopo l’arresto sotto tortura dei 4 esecutori materiali della strage e di altri complici, la loro confessione non è bastata per identificare la fonte islamica dell’attacco. Dopo il discorso esplicito dello Zar sono intervenuti Nikolai Patrushev, segretario del consiglio di sicurezza, Alexsandr Bortnikov capo del servizio segreto FSB e Dimitri Peskov, portavoce del Cremlino per chiudere il cerchio: “gli attentatori sono stati addestrati in Medio Oriente sotto la guida di Kyiv, tanto è vero che dopo la strage al Crocus Cyti Hall sono fuggiti – -sulla stessa auto con cui erano arrivati – in direzione dell’Ucraina”. 

Peccato che proprio il Presidente della Bielorussia e fedele alleato di Putin, Aljaksandr Lukasenko, abbia smentito questa via di fuga e di “reimpatrio” affermando che gli attentatori integralisti islamici fossero diretti a Minsk, proprio per evitare il controllo al confine ucraino, il più militarizzato e presidiato del territorio. Ma il teorema della matrice ucraina con il supporto di USA e G.Bretagna era stato studiato a tavolino per giocare il risiko dell’escalation e coinvolgere in un colpo solo Kyiv e l’Occidente. Intanto l’agenzia Bloomberg scrive che “secondo quattro fonti vicine al Cremlino non ci sono prove del coinvolgimento di Kyiv nell’attacco terroristico” mentre gossip anonimi di Mosca confermano che Putin stesso era presente quando i suoi funzionari politici erano giunti a questa conclusione. 

Ciò nonostante TV e stampa – a cominciare da Vladimir Solovev – hanno martellato l’opinione pubblica russa – “fresca di elezioni plebiscitarie” – con un crescendo accusatorio contro Kyiv e “l’Occidente intero”. Girano intanto dei filmati degli oppositori interni russi secondo cui agenti dell’FSB erano fisicamente presenti nel teatro per allontanarsene chiudendo le vie di fuga prima delle raffiche di mitra che hanno falcidiato gli spettatori. Il teorema del coinvolgimento, di più, della matrice ucraina dell’attentato consente tuttavia a Putin, appena riconfermato Presidente di calare le sue carte, barando come ha sempre fatto secondo un teorema criminale che non riconosce il diritto di autodeterminazione dei popoli, eliminando fisicamente l’ opposizione interna e giocando sporco quando afferma di essere sempre stato disposto al negoziato mentre la distruzione dell’Ucraina è stata un crescendo impressionante di attacchi di ogni tipo, da Bucha a Mariupol, da Kharkiv a Zaporizhzhia, da Odesa a Kyiv, diurni, notturni, senza un solo giorno di tregua. 

L’Ucraina è il chiodo fisso di Putin, già dal momento in cui è salito al potere per volere di Eltsin; con la sua invasione tuttavia si sta dipanando un piano più ambizioso che mira all’Europa, all’Occidente e allo scontro con la NATO. Le strategie di lungo periodo dello Zar sono ambiziose e giocano anche sul sostegno diretto o indiretto di Cina e India: il suo piano dovrebbe in teoria concludersi entro questo quinto mandato presidenziale. 

Nel frattempo l’Europa inizia forse a capacitarsi di un pericolo imminente che va oltre le forniture di gas e il commercio di grano, oltre le stesse sanzioni doverosamente implementate, giacché appare all’orizzonte la catastrofe di un possibile attacco ai Paesi Baltici e ai confini occidentali dell’Ucraina. Fa specie, per quanto ci riguarda una certa superficialità con cui l’Italia si prepara alle elezioni europee: il refrain è sempre lo stesso: candidature, capilista, alleanze, manuale Cencelli, dominio dei partiti che non tengono conto dei problemi della società civile che ad onor del vero – parliamo delle tasche e degli interessi dei cittadini – guarda con sospetto e indifferenza l’appuntamento elettorale. Proprio nel momento in cui si addensano all’orizzonte nubi fosche e tristi presagi e qualcuno comincia a pensare all’utilità di un esercito europeo e – in primis – ad una coesione e compattezza necessarie. Finora l’Europa ha lanciato a Putin segnali di diffidenza ma anche di intrinseca debolezza. Dai talk show dopo i TG italiani emerge ad esempio quanto il filoputinismo sia infiltrato, riuscendo a mistificare e falsare le informazioni, e quindi alimentando lo sconcerto.

PoliticaInsieme | La democrazia d’investitura costituisce una brutale semplificazione.

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Si è ripetuto in questi ultimi tempi che la proposta Meloni si porrebbe in un punto di mediazione tra eccessi del parlamentarismo e governabilità, ma essa risulta invece più estremista rispetto a quella del Presidenzialismo elettivo americano, perché ivi è rispettata rigorosamente la separazione dei poteri [Lo si vede attualmente, ogni giorno, dalla difficoltà che ha il Presidente Biden a far approvare dal Congresso – che alla Camera dei Rappresentanti ha una sia pur piccola maggioranza repubblicana – gli aiuti in armi all’Ucraina].

Infatti «il ddl. in esame si colloca al di fuori dei canoni ordinari che il costituzionalismo contemporaneo ha individuato come essenziali per la garanzia di democraticità del sistema e dei principi dello Stato di diritto» (ASTRID, Paper n. 93, Costituzione quale riforma? La proposta del Governo e la possibile alternativa, Passagli, ed. 2024).

Lo aveva espresso con icastica arguzia fiorentina il politologo prof. Sartori quando, scrivendo di Ingegneria costituzionale comparata, aveva sentenziato: «L’inserimento in un sistema parlamentare di un premier non rimuovibile eletto direttamente, è come mettere una pietra in un motore» [op. cit. VI ed. 2013, p. 131].

Detto ciò bastano adesso poche osservazioni sul tentativo della ultravolontaristica mediazione portata avanti da Libertà Eguale (Morando, Tonini e Ceccanti) e dalla Fondazione Magna Carta (Calderisi, Quagliariello e altri) che mira ad ottenere un testo condiviso, in quanto approvato dai 2/3 dei parlamentari, così da evitare il referendum costituzionale.

Su di esso, però, non tanto sul tentativo ma sulle premesse di queste avances, si è resa protagonista anche la ministra Casellati, che è andata al recente Seminario dove si discuteva sul da farsi, per ribadire che «dopo avere fatto tante concessioni all’altra parte [supposte concessioni dico io] resta però un punto ineludibile e non negoziabile, cioè l’elezione diretta del premier».

Ebbene se le cose stanno così, se il cuore della madre di tutte le riforme sta nell’elezione diretta della signora Meloni, allora il tavolo del negoziato non si apre neppure. Invece, se venisse rimossa questa pregiudiziale, si potrebbe intervenire a latere con poche modifiche mirate della Costituzione, che peraltro potrebbero essere veramente in numero minimo, anche perché gli elementi prevalenti sono senz’altro quelli di modifiche dell’assetto istituzionale con leggi ordinarie, a costituzione invariata.

Ma, insieme a ciò, si dovrebbe fare ben altro, mi riferisco a una profonda riscrittura della legge elettorale, vigente – il cosiddetto Rosatellum – così da eliminare tante storture presenti in questo momento: dalle liste bloccate alle pluricandidature. Penso all’opzione possibile per un maggioritario a doppio turno oppure per un proporzionale corretto, così da ottenere quanto è indispensabile per la governabilità, ma non di più, non eccessivamente su questo piano. A tale proposito sia la legge elettorale tedesca e la connessa sfiducia costruttiva, sia la legge elettorale spagnola potrebbero andare bene per il nostro caso.

Si tratterebbe poi di intervenire, finalmente, con una legge sui partiti politici, di attuazione dell’articolo 49 Costituzione, compresa la loro democratizzazione interna ed incluso il finanziamento pubblico, possibilmente contribuendo alle loro spese di funzionamento. Sarebbe un sostegno, neppure troppo indiretto, alla vita democratica.

Si potrebbe, anzi si dovrebbe intervenire e si deve intervenire sul bicameralismo perfetto e paritario, non nel modo incerto e confusionario del progetto Renzi, ma in altro e diverso e modo, tenuto conto anche di una necessaria rivitalizzazione delle autonomie regionali e locali e di una effettiva crescita dei principi di sussidiarietà e di solidarietà, ridando slancio anche al Terzo Settore e al protagonismo dei corpi sociali intermedi.

Si dovrebbe intervenire sui Regolamenti parlamentari, sullo statuto di garanzia per l’Opposizione, così come sulla disciplina dei decreti legge, maxi emendamenti e quant’altro. Ecco tutto questo si può fare con la legislazione ordinaria senza toccare la Costituzione e ricavando un beneficio di democraticità e di efficienza delle nostre istituzioni.

Da ultimo voglio terminare con due citazioni. La prima di Leopoldo Elia, nel testo prima citato, che dice così: «La nostra forma di governo può certo essere razionalizzata, ma non pervertita passando dalla delega ai vertici dei partiti, quale purtroppo c’è oggi, a quella illimitata ad un uomo o/a una donna soli; al contrario è necessario che la politica non sia sospesa, ma continui e perché con essa nessuno possa sottrarsi al principio di responsabilità» [Costituzione, una riforma sbagliata, cit., p. 367].

Da ultimo termino davvero con alcune riflessioni di una personalità importante, il cui nome vi dirò alla fine, e questo riguarda anche il punto toccato precedentemente del tentativo in corso di migliorare il testo e di addolcirlo in una seconda lettura. Ci ammonisce così questa autorità: «Alcuni esponenti della maggioranza parlamentare hanno affermato che il testo in via di approvazione verrà corretto o almeno migliorato, ma si tratta di un testo non migliorabile, che neppure si può correggere salvo una completa riscrittura estremamente difficile. I caratteri di fondo, il DNA, di questo testo sono identificabili in questi punti: un sistema di governo impraticabile, con forti rischi di paralisi istituzionale; un Primo ministro über alles; un significativo affievolimento del ruolo di arbitraggio del Presidente della Repubblica. Si tratta di caratteri che rendono il testo irrecuperabile, salvo a cancellare ogni cosa e a scriverlo daccapo, per intero.

Arrivo alla conclusione e che è questa: il testo così come oggi è, non è suscettibile di miglioramento. Si tratta di un testo il cui impianto è assolutamente da respingere. Va pertanto accolto il suggerimento di Leopoldo Elia volto a rappresentare alla pubblica opinione la gravità delle conseguenze di approvazione di questo testo. Non si tratta di un intento strumentale, perché realmente disastrosi sarebbero gli effetti di queste dissennate modifiche della Costituzione».

Adesso avrete la curiosità di sapere chi ha scritto parole così chiare e nette, tali da essere intitolate “Un testo dissennato e irrecuperabile”. L’autore che è stato da me fedelmente riportato si chiama Sergio Mattarella, (op. cit., pp. 213-215).

Concluderei dunque così: è opportuno – equum et salutare – restare nell’alveo della forma di governo parlamentare opportunamente razionalizzata e fondata sull’equilibrio tra i poteri, facendo tesoro delle migliori esperienze parlamentari dei Paesi europei, che non prevedono né l’elezione popolare né l’indicazione obbligatoria del Primo ministro.

 

Per saperne di più

https://www.politicainsieme.com/no-alla-democrazia-dinvestitura-di-enzo-balboni/

Dibattito | Il tentativo di Renzi di rifare il centro.

È condivisa l’idea che da soli e divisi non si va da nessuna parte, nel migliore dei casi, come è accaduto in questi anni, ci si riduce al ruolo di subalterni ininfluenti a destra o a sinistra. Il ruolo di esponenti dell’area ex Dc o popolari svolto in partiti di destra o di sinistra, come ben ci ammoniva Donat Cattin riferendosi ai cosiddetti “indipendenti di sinistra” (ma vale anche per quelli di destra), alla fine, è quella di coloro che si ridurranno a sperimentare come sia sempre “il cane che muove la coda”. 

Il tema della ripresa di un ruolo politico dei cattolici in Italia, già sottolineato dall’insegnamento degli ultimi papi, è stato recentemente evidenziato dai vescovi lombardi e non dovrebbe risultare estraneo nemmeno alle più alte gerarchie della Chiesa italiana. 

E l’altro tema, quello di un rinnovato soggetto politico che intenda assumere, nella totale autonomia e responsabilità laicale, l’ispirazione dall’umanesimo cristiano e dai principi della dottrina sociale cristiana, appare vieppiù cruciale; e cruciale se si vuole concorrere alla nascita di un centro nuovo della politica italiana, alternativo alla destra nazionalista e sovranista e alla sinistra alla ricerca affannosa della propria identità, attualmente condizionata da orientamenti di stampo radicale lontani dalla sua storica tradizione. Un centro ampio e plurale in cui possano ritrovarsi le migliori tradizioni repubblicane, unite dalla volontà di difendere e attuare integralmente la Costituzione. 

Ciò, per quanto ci riguarda, presuppone la ricomposizione della nostra area politica, sociale e culturale, vittima della suicida diaspora post-democristiana, per troppo tempo alla mercè di divisioni dettate da egoistiche logiche personalistiche, tuttora in atto. Le elezioni europee, regolate da una legge di tipo proporzionale, avrebbero dovuto essere l’occasione speciale per superare le vecchie casematte e per dar vita a una lista unitaria dei Democratici cristiani e Popolari. 

In realtà non abbiamo avuto la determinazione di impegnarci nella raccolta delle firme e, adesso, per quella strada non ci sarebbe più tempo. Divisi sulle prospettive di appartenenza alle diverse famiglie politiche europee, come conseguenza più delle scelte compiute e che si intendono consolidare in campo nazionale, tutte foriere di ruoli subalterni come su indicato, ciascuna di queste diverse realtà si sono orientate verso liste di amici di destra o di sinistra.

Conseguenza di tutto questo, il rischio di incrementare le fratture e le difficoltà di ricomposizione. Avendo come obiettivo strategico la nascita del nuovo centro della politica italiana, noi Democratici cristiani e Popolari, impossibilitati a costruire una lista da soli, dovremmo cercare di concorrere alla costruzione di una lista compatibile con i nostri valori e tale da porsi come strumento di ulteriore aggregazione al centro. Se non ora,  successivamente. Non mancano tentativi in questa direzione, volti a organizzare una lista di area centrale di Democratici cristiani e Popolari con Matteo Renzi e il partito di Italia Viva, non solo per eleggere qualche deputato al parlamento europeo, ma, soprattutto, per avviare il progetto del nuovo centro politico che sarebbe quanto mai prezioso per l’Italia.

Un’iniziativa che dovrebbe essere favorita dalla più ampia realtà del mondo cattolico italiano, se non vogliamo disperdere quanto di positivo la cultura politica dei cattolici democratici, liberali e cristiano sociali hanno saputo esprimere nella lunga storia dell’unità nazionale, drammaticamente interrotta con l’uccisione di Aldo Moro, la fine della prima repubblica e la successiva diaspora democratico cristiana. Spero che possa prevalere il buon senso e la disponibilità di quanti, al di là degli interessi personali dei singoli, sapranno operare per favorire la riuscita di questo progetto.

Condizioni geopolitiche internazionali e le difficoltà istituzionali interne rappresentate dall’ormai permanente astensione elettorale e conseguente rottura dell’equilibro tra gli interessi e i valori dei ceti medi produttivi e delle classi popolari, con un perdurante patologico bipolarismo forzato da una legge elettorale da cambiare; ecco,  condizioni come queste, importanti e gravi, reclamano la nascita di un centro politico nuovo che con molti amici Democratici cristiani e Popolari andiamo invocando da tempo. Un progetto che non può più essere rinviato.

AsiaNews | Mosca nell’occhio del mirino dei terroristi dell’Isis-K.

Vladimir Rozanskij

 

La cellula dell’Isis legata all’Afghanistan, il Vilayat Khorasan noto come “Isis-K”, ha rivendicato da subito la paternità dell’assalto alla Krokus City Hall in periferia di Mosca con la strage di 137 persone e centinaia di feriti. E l’autenticità di queste dichiarazioni è supportata anche dai video girati dagli stessi terroristi, nonostante i tentativi di Putin e dei russi di indirizzare i sospetti sui “nazisti ucraini” che addestrerebbero i terroristi contro la Russia per conto degli americani e dell’intero Occidente.

L’Isis-K è apparso per la prima volta nel 2014, come gruppo fiancheggiatore dell’Isis in Iraq, e il nome “Khorasan” richiama una regione poi scomparsa che si estendeva sui territori di Afghanistan, Iran e altre zone dell’Asia centrale. I suoi aderenti agivano nelle zone settentrionali e orientali dell’Afghanistan, ma nel 2019 furono sopraffatti nei combattimenti sia contro i talebani, sia contro la coalizione occidentale ancora presente nel Paese. In un rapporto del Consiglio di sicurezza dell’Onu del 2023 si parlava però di una crescita del movimento, che aveva superato i 6 mila miliziani, raccogliendo cittadini di Afghanistan, Azerbaigian, Iran, Russia, Turchia, Tagikistan e Uzbekistan.

Secondo l’analista di questioni militari, e ufficiale della polizia israeliana Sergej Migdal, l’attentato di Mosca è stato molto probabilmente organizzato dall’ala afghano-tagica dell’Isis-K. A suo parere, “la vergognosa ritirata degli americani del 2021 ha poi permesso al governo dei talebani di Kabul di mostrarsi come amici della Russia, e i suoi membri dalle lunghe barbe che passeggiano liberamente al Forum economico di San Pietroburgo, presto parteciperanno a concorsi musicali o sportivi insieme ai bielorussi e ai cinesi”. Il Khorasan in realtà reagirebbe a questa situazione, rimanendo storicamente avversario dei talebani, ritenuti “troppo morbidi” nel perseguire la vera purezza dell’Islam radicale.

L’Isis si mostra contrario anche al regime islamico iraniano, diventato a sua volta uno dei principali partner della Russia in Medio Oriente. Questo sarebbe il motivo dell’attentato compiuto a gennaio durante la cerimonia per l’anniversario dell’uccisione del generale Qasem Soleimani, dove oltre cento persone sono morte in seguito alle esplosioni provocate dal Vilayat Khorasan. “La Russia appoggia i talebani e gli iraniani perché sono contro l’America, non certo per amore delle pratiche islamiche – osserva Migdal – e l’Isis con la sua sezione afghana vede la Russia come principale sostegno ai suoi due peggiori nemici, i regimi di Kabul e Teheran”. Alcuni mesi fa ci fu anche un attentato proprio contro l’ambasciata russa in Afghanistan.

A soffrire particolarmente di questo intreccio di ostilità è poi proprio il Tagikistan, che vede molti suoi cittadini unirsi alle truppe afghane dell’Isis, vista l’impossibilità di esprimere posizioni islamiche radicali all’interno del Paese. Secondo il presidente Emomali Rakhmon, soltanto negli ultimi tre anni sono stati compiuti attentati in 10 Stati diversi con la partecipazione di 24 cittadini tagichi, che vengono spesso arruolati anche solo per soldi, sfruttando la vicinanza etnica e le tendenze religiose. Questo certo non giova alla reputazione di un Paese già considerato una delle peggiori dittature dell’Asia centrale, che deve subire anche lo smacco di essere associato al terrorismo e all’estremismo.

[…]

 

Per saperne di più

https://www.asianews.it/notizie-it/Il-Vilayat-Khorasan-tra-Russia-e-Tagikistan-60426.html

Per una politica umana: la riscoperta del cattolicesimo democratico.

La comunità italiana è profondamente smarrita, meglio angosciata. Da una parte la guerra “parziale” in uno con un crescente clima di odio, dall’altra un profondo dualismo tra la “narrazione” economica dell’ultimo ventennio e la realtà vissuta da decine di milioni di italiani, ha creato un quadro di grave rottura del principio di rappresentanza (democratica) come può evincersi dalla netta caduta dell’esercizio del diritto di voto (alle ultime politiche affluenza alle urne del 64%).

Tralasciando, per ora, gli effetti dei nuovi drammatici scenari geopolitici appare fondamentale indagare il malessere italiano dalla parte del dualismo tra narrazione economica e realtà vissuta dai cittadini.

Il cuore della narrazione economica è rappresentato dall’andamento del PIL nazionale nell’ultimo ventennio pari all’1,8% (equivalente ad una sostanziale stagnazione reale) sapientemente prospettato (TG dopo TG) come l’indice significativo di un andamento positivo dell’economia. Una fake news colossale che, non corrispondendo alla vita reale delle persone, disorienta e allontana dalla politica.

Ma perché si tratta di una fake? Procediamo con ordine. Un PIL reale stagnante non è mai un buon indicatore tranne che sia in atto una profonda modifica strutturale dell’economia come la dismissione di un settore bellico o la conversione di un altro (dalle automobili alle bici). Dunque il PIL reale italiano è già di per sé un indicatore della crisi italiana. E ciò senza considerare tre elementi che nel tempo hanno modificato profondamente il suo stesso “valore”.

Intendiamo riferirci alla “monetizzazione” dei prodotti servizi del PIL, alla sua patologizzazione e all’inedita concentrazione dello stesso (in termini di quota percentuale del reddito e del “patrimonio” detenuto dall’1% della popolazione).

All’inizio del terzo millennio abbiamo assistito ad una accelerazione del processo di monetizzazione, inteso come attribuzione di valore a beni definibili comuni. Si pensi all’esternalizzazione dei servizi familiari (una casalinga non produce reddito ma se decide di lavorare crea un doppio reddito: il suo e quello della donna di servizio che dovrà assumere per le faccende familiari). L’acqua pubblica non ha un valore monetario, quella privata cresce ogni giorno di più. Venti anni fa una partita di coppa dei campioni trasmessa dalla RAI valeva zero PIL, oggi i diritti televisivi del calcio e di tutti gli altri sport valgono intorno al 2% del PIL.

Parallelamente il PIL ha assorbito la valorizzazione di prodotti/servizi umanamente patologici, senza per questo volere esprimere giudizi morali. Si pensi all’inedito PIL prodotto dalle scommesse di gioco, dal consumo di alcool, dal fumo, dalla pornografia, dal cibo spazzatura. Come se ciò non bastasse il PIL (nella sua veste reddituale) ha subito una profonda redistribuzione a favore dell’1% della popolazione che ai nostri giorni detiene il 40% del patrimonio e guadagna il 25% del reddito nazionale.

L’effetto combinato di queste tre inedite tendenze porta ad una stima di un’effettiva diminuzione del PIL “buono” (come direbbe Draghi) per il 99% della popolazione italiana nell’ordine del 50%!

Ecco spiegato il profondo malessere nazionale: mentre “l’oligarchia” racconta di una sostanziale tenuta del Paese, il 99% della popolazione subisce sulla propria pelle il dimezzamento del “PIL buono” pro capite.

Da qui, dunque, bisogna ripartire, per creare le premesse di una nuova politica economica nazionale nella consapevolezza che in questa manipolazione sta la diabolica capacità dell’1% di governare il 99%, pur essendo in una democrazia dove 1 vale 1 in termini di voti!

In altri termini, il Paese e quindi la politica democratica hanno bisogno di un nuovo indicatore di sintesi del benessere economico: il PILb99. Ovvero il prodotto interno lordo decurtato dei beni e servizi patologici (secondo una commissione nazionale di assoluto rigore scientifico) percepito dal 99% della popolazione.

Una riforma che non costa nulla ma ridarebbe un fondamento economico oggettivo alla rappresentanza democratica.

In questo contesto, e solo in questo contesto assumerebbero valore e incisività specifiche politiche tese alla riconnessione comunitaria del tessuto sociale del Paese.

 

La politica fiscale

La progressiva riduzione delle aliquote ad una è semplicemente scandalosa. Il fondamento originario degli scaglioni fiscali era la progressività contributiva delle diverse classi sociali individuate dagli stessi. Ridurre ad una aliquota significa affermare che davanti al fisco siamo tutti uguali. Di contro proprio per incidere sul PILb99 le aliquote vanno estese introducendone almeno 2 nuove: da 100.000 a 500.000 euro; ed oltre 500.000 euro. Così come le percentuali IVA andrebbero modificate in funzione del valore sociale dei prodotti/servizi.  In un paese demograficamente vecchio è scandaloso che i pannolini per bambini hanno un’aliquota come quella di una Ferrari. Ne è tollerabile il regime fiscale successorio per i patrimoni superiori a 10 milioni di euro.

 

La politica industriale

È ampiamente condivisa l’opinione che l’industria nazionale nell’ultimo ventennio non abbia brillato per innovazione ed efficienza. Di contro sono a tutti noti gli utili conseguiti. E’ lecito quindi dedurre che essi sono il risultato dell’evoluzione oligopolistica dei mercati dei diversi settori che vanno riformati per ritornare ad una vera concorrenza nella consapevolezza che la nuova “lotta di classe” non è più tra operai e capitalisti ma tra multinazionali e imprese territoriali. Si pensi al settore delle energie rinnovabili la cui “natura” frazionabile è stata mortificata da barriere all’entrata volute dai grandi colossi, con il risultato, già evidente ma non del tutto esplicito, di avere regalato al capitale internazionale un settore che in sinergia con l’agricoltura e l’edilizia pubblica avrebbe potuto produrre  nuova diffusa ricchezza: un potenziale grande asset strategico del Paese. 

In questa prospettiva assumono rilevanza tematiche specifiche di civiltà, quali una nuova regolamentazione degli allevamenti intensivi che andrebbero semplicemente eliminati, riportando gli animali alla terra; ripristinare il regime pubblico dell’acqua; avviare una profonda riflessione sull’obsolescenza programmata con particolare riguardo a quella di origine pubblica in specie nei settori della mobilità, nell’edilizia e delle nuove tecnologie.

 

La politica bancaria

Trent’anni or sono il sistema bancario nazionale registrava una originale composizione tra pubblico e privato, tra piccole e grandi realtà, tutte comunque in mano nazionali con una adeguata capacità di soddisfare la variegata domanda, nonché di veicolare il debito pubblico verso i portafogli italiani. Oggi assistiamo all’operare di un regime oligopolistico a controllo estero che registra rilevanti profitti con un debito pubblico prevalentemente in mani extra nazionali. Forse sarebbe il caso di una riflessione anche solo per riprendere in considerazione un processo di separazione tra banca commerciale e banca di affari. Anche se è evidente che la BCE non lo permetterà mai, almeno sino alla prossima crisi sistemica, che potrebbe essere indotta da un allargamento degli conflitti geopolitici, atteso che oggi non c’è rapporto tra il PIL mondiale e l’enorme quantità di ricchezza finanziaria.

 

La politica sociale

Un mondo sempre più complesso e dinamico riducendo  le relazioni e le certezze familiari, in uno con la instabilità lavorativa, accresce la domanda di protezione pubblica. Con questa consapevolezza occorre una nuova e ambiziosa politica sanitaria e formativa invertendo i trend privatistici. Ma non basta. Finita la polemica strumentale sul reddito di cittadinanza, occorre ripensare ad una misura che non lasci nessuno senza cibo, servizi essenziali e casa.

Tra Renzi e la Bonino un patto di sopravvivenza

Costituisce senz’altro un fatto da registrare positivamente l’accordo dato per raggiunto dai media fra Italia Viva e Più Europa per la presentazione di una lista comune alle prossime Europee. Un’intesa che dovrebbe consentire a due forze facenti parte della stessa famiglia europea di Renew Europe sotto la cui insegna questa volta corrono anche Pde e Alde, di superare agevolmente lo sbarramento. I partiti di Renzi e Magi infatti, sono a forte rischio quorum e questa decisione potrebbe aiutare entrambi a superare la soglia del 4%. E un non impossibile allargamento di tale accordo al partito di Calenda potrebbe fare addirittura sperare in un risultato a due cifre, anche se alle elezioni le somme aritmetiche valgono meno della proposta politica che sarà percepita dall’elettorato.

Altro dato importante da sottolineare di questa intesa è il probabile nome della lista per gli “Stati Uniti d’Europa”. Un segno distintivo che deve rimandare alla necessità per l’Europa di compiere quel salto di qualità indispensabile a poter stare nel gruppo delle  potenze di questa epoca post-unipolare. Viene spontaneo il collegamento con l’agenda delle priorità per la riforma dell’Unione Europea delineato da Mario Draghi con autorevolezza nel dibattito internazionale. Un riferimento che dovrà trovare una giusta misura, da un lato per evidenziare con chiarezza il sostegno della nascente lista per l’unità europea alle proposte dell’ex presidente del Consiglio e della Bce, e dall’altro per evitare di politicizzare quella che rimane una figura “tecnica”, una grande risorsa al servizio dell’Ue e di tutti.

Credo non si possa nascondere nel contempo neanche che si tratta di un accordo che manifesta qualche limite, e bisognerà lavorare per superarlo. Il limite maggiore per responsabilità di tutti coloro, nessuno escluso, che in questi anni hanno rilanciato la necessità di una ricomposizione del centro, è lo stato di necessità, dovuto  al superamento del quorum, che ha consigliato l’intesa. Si tratta di un passo avanti, non di una proposta organica. Questo passo avrebbe dovuto essere, invece, il risultato di una politica, e lo dovrà essere comunque, se si vorrà apparire credibili alle elezioni. Scontiamo ora il fatto che non si è avviato ancora alcun significativo percorso di partecipazione per aprire una fase costituente di un partito di centro. Si è restati nella frammentazione e di ciò sinora, chi più ne ha tratto vantaggio, è sembrato essere il partito di Antonio Tajani.

Vi è poi da capire come sarà definita e riconosciuta la partecipazione alla lista per gli Stati Uniti d’Europa di quelle sigle che fanno riferimento al popolarismo, e che si dimostrassero interessate ad aderirvi. Alla spicciolata, in forma anonima di adesioni personali o con il riconoscimento di una specificità di un’area culturale e di una relativa quota nel progetto? Si tratta, a mio avviso, non solo e non tanto di una questione di spazi ma soprattutto di definire la possibilità per offrire un contributo specifico che non potrà che arricchire nel suo insieme la proposta della lista.

La concorrenza è molto agguerrita. Candidature come quelle, per citarne un paio,  di Marco Tarquinio o di Fabio Pizzul, nel Partito Democratico appaiono fortemente attrattive a un elettorato cattolico e popolare che vuole che l’Europa torni a essere una potenza di pace, riconciliandosi con le sue ragioni fondative. Anche il mondo delle PMI, delle straordinarie filiere produttive italiane non è entusiasta dei muri che si stanno costruendo nell’Est Europa e verso l’Estremo Oriente. L’economia ormai globalizzata e interdipendente non la si può più disaccoppiare a piacimento senza creare problemi al tessuto produttivo.

Ecco allora la necessità di collegare il traguardo degli Stati Uniti d’Europa, e della lista che lo sostiene, a una nuova visione del mondo. Non si può rimanere intrappolati nella difesa di un ordine basato sull’egemonia occidentale, che non esiste più nei fatti, e tentare con tutti i mezzi, come cercano di fare alcuni – compresa una guerra senza fine, che dura ormai, nei suoi vari pezzi, da oltre trent’anni – di tenerlo in piedi anche rispetto a chi è più titubante. Il prezzo per l’Europa sarebbe altissimo, e un azzardo sarebbe non cambiare strategia.

Se si saprà, proprio attraverso l’arricchimento di diversi filoni culturali, tra cui quello cattolico-democratico e popolare, rendere la lista frutto dell’intesa tra Italia Viva e Più Europa, plurale e partecipata, si farà un servizio alla democrazia, motivando magari anche qualcuno in più a uscire dall’area di un astensionismo causato da un lungo deficit di offerta politica, che si è trascinato e accresciuto negli anni.

Se all’Onu qualcosa si muove, dall’Europa venga un’iniziativa di pace.

Storica rinuncia, nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, al diritto di veto spettante a una grande potenza. Non è un caso che per primi siano gli USA a rompere la prassi dei veti incrociati. L’amara consapevolezza della crescita esponenziale in tutto il mondo dell’antiebraismo, con riflessi inquietanti sugli equilibri mondiali, ha costretto l’America a porre un limite alla solidarietà con Israele. Hanno prevalso ragioni umanitarie incontestabili, visti i rischi per la sopravvivenza stessa delle popolazioni “intrappolate” a Gaza. 

Si tratta di una decisione che apre la strada ad un confronto a tutto campo, dove a questo punto il senso di responsabilità impone che non via più una tolleranza indiscriminata verso i propri amici da parte delle grandi potenze. S’affaccia la consapevolezza che la cooperazione internazionale debba andare incontro alla difesa di comuni interessi di sopravvivenza. Certo che la moratoria condivisa dagli USA è a termine, giusto il tempo, cioè, per una soluzione politica stabile e duratura con il riconoscimento di due stati sovrani: la Palestina ed Israele. 

È a questo punto che si prospetta un’occasione storica ad un’Europa sempre più sola, per l’oggi e per in futuro, specie se a novembre dovesse vincere Trump. Non valgono le prove muscolari alla Macron, se non altro perché gli alleati europei non sono pronti a seguire la Francia in questa direzione. Serve un’azione più corale per mettere la pace all’ordine del giorno.

I nemici si annidano nella recrudescenza del terrorismo islamista, ma anche nella perdurante offensiva della Russia, adesso impegnata a confezionare accuse improbabili sul coinvolgimento dell’Ucraina nell’attentato al centro commerciale di Mosca. Non importa se ciò significa derubricare la pericolosità dell’Isis e sancire l’obnubilamento della dirigenza moscovita.

È giunto il momento che l’Europa si renda protagonista della richiesta di sospensione delle ostilità al fine di accertare, con il concorso attivo dell’Onu, quali siano state le dinamiche dell’azione terroristica e quali i mandanti della strage alla periferia della capitale russa. Putin, in ogni caso, non può gettare arbitrariamente le colpe sull’Ucraina. Si deve sapere la verità dei fatti come premessa di una tregua e possibilmente di una pace, mettendo fine a costi umani e sociali intollerabili per ambedue i contendenti.

Potere assoluto e repressione: la falsa democrazia di Putin.

La vicenda elettorale russa con l’esito plebiscitario che ha confermato Putin alla guida del governo di Mosca è la dimostrazione plastica di quanto le elezioni non siano nulla di più che un indizio di democrazia, a volte un indizio anche molto debole. 

Per definire “democratico” uno stato, non è affatto sufficiente che i cittadini siano periodicamente chiamati a votare, se non esiste una reale libertà e le garanzie per un suo effettivo esercizio nelle diverse forme di espressione di idee e pensieri, soprattutto di idee e pensieri in contrasto con il governo e il potere dominante. Perché si possa parlare di vera democrazia è inoltre necessario che ci sia una effettiva divisione tra i poteri dello stato, con un efficiente sistema di controlli che non lasci nell’apparato statale alcuna zona franca con profili di “intoccabilità”, ovvero un’architettura istituzionale che è agli antipodi dell’organizzazione statale russa, tutta accentrata sulla persona di Putin, con il conseguente annullamento di ogni spazio di confronto e di manifestazione del dissenso. 

Una vera democrazia deve poter contare anche sull’indipendenza della magistratura e sull’autonomia delle autorità inquirenti e di polizia; sono due condizioni che – come dimostrato dalla vicenda di Navalnyj e degli altri oppositori e giornalisti scomparsi – non esistono neanche lontanamente nell’organizzazione del regime autoritario russo. 

L’orrendo e inaccettabile attentato di Mosca evidenzia peraltro una fragilità che contrasta con l’immagine di forza che viene quotidianamente ostentata da Putin, con attacchi e bombardamenti contro “la martoriata Ucraina” come la chiama Papa Francesco da due anni a questa parte. Ma come sappiamo, l’ostentazione della forza militare e poliziesca diventa inevitabilmente il tratto caratteristico di ogni regime autoritario o dittatoriale che dir si voglia. Il sangue di persone innocenti, morte per il solo fatto di voler assistere ad uno spettacolo, non cancella il tanto sangue ucraino e russo generato dal conflitto e soprattutto non cancella le responsabilità politiche di chi ha scatenato quel conflitto, del regime del Cremlino e del suo principale e imbarazzante inquilino. La solidarietà per il vile attentato va data al popolo russo, ma non allo scellerato regime che rischia di insanguinare ulteriormente l’Europa.

E lasciamo la semplificazione “elezioni uguale democrazia” a chi della democrazia non sa nulla e probabilmente non è neanche attrezzato culturalmente per i ragionamenti necessari.

La figura di Einaudi è quella di un maestro

[…] Voglio infine toccare un tema su cui Einaudi si soffermò ripetutamente, con preveggenza: quello di una federazione a cui gli Stati membri conferiscono, nel loro interesse, poteri vincolanti. Egli avrebbe probabilmente sostenuto il progetto di Unione economica e monetaria. Lo stesso Manifesto di Ventotene che ha segnato la strada verso l’integrazione europea fu anche ispirato, secondo il suo primo estensore Altiero Spinelli, dagli scritti di Einaudi – in particolare, dalle lettere pubblicate con lo pseudonimo di Junius sul “Corriere della sera” a ridosso della fine del primo conflitto mondiale. 

Einaudi contrappone al mito della sovranità assoluta la necessità della cooperazione imposta dalla crescente interdipendenza: «La verità è il vincolo, non la sovranità degli stati. La verità è la interdipendenza dei popoli liberi, non la loro indipendenza assoluta». 

Nel discorso solennemente pronunciato nel luglio del 1947 davanti all’Assemblea costituente, Einaudi rifiuta le barriere – che «giovano soltanto ad impoverire i popoli, ad inferocirli gli uni contro gli altri» – a favore della libertà e della cooperazione: «L’Europa che l’Italia auspica, per la cui attuazione essa deve lottare, […] è un’Europa aperta […] nella quale gli uomini possano liberamente far valere i loro contrastanti ideali e nella quale le maggioranze rispettino le minoranze […]. Alla creazione di quest’Europa, l’Italia deve essere pronta a fare sacrificio di una parte della sua sovranità».

Da Presidente della Repubblica, nel marzo del 1954 richiamava i rischi di un’unione incompleta: «La necessità di unificare l’Europa è evidente. Gli Stati esistenti sono polvere senza sostanza. Nessuno di essi è in grado di sopportare il costo di una difesa autonoma. Solo l’unione può farli durare. Il problema non è fra l’indipendenza e l’unione; è fra l’esistere uniti e lo scomparire». 

È superfluo sottolineare l’attualità di queste analisi nel presente contesto globale di frammentazione geopolitica ed economica in cui le opportunità e i rischi connessi con il cambiamento climatico, le nuove tecnologie, la demografia e le migrazioni, l’esigenza di preservare la pace, richiedono azioni congiunte a livello internazionale.

Favorire una concorrenza priva di eccessi; gestire con prudenza le finanze pubbliche, impegnandosi per stimolare la crescita e ridurre il debito; preservare la stabilità monetaria; spostare il concetto di sovranità dal livello nazionale in favore di un’Europa più forte, aperta e solidale, che conti nel mondo. 

Ho menzionato oggi solo alcuni degli insegnamenti di Luigi Einaudi. Insegnamenti ancora attuali che guidano tuttora la Banca d’Italia nella sua attività quotidiana al servizio del nostro paese.

Questi pochi ricordi tratti da un’opera immensa mostrano l’intensità con cui Einaudi dedicò la propria vita, il proprio lavoro, la propria produzione intellettuale al bene comune. Dal suo esempio discende un insegnamento chiaro, orientato al futuro, da tramandare nel tempo. 

Per queste ragioni la Banca d’Italia è lieta di partecipare alle celebrazioni dei 150 anni dalla nascita del Presidente e del Governatore Luigi Einaudi. Con questo convegno e con l’opera del Comitato nazionale si rinnova oggi l’impegno di trasmettere alle nuove generazioni gli insegnamenti del Maestro.

 

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https://www.bancaditalia.it/media/notizia/fabio-panetta-al-convegno-per-i-150-anni-dalla-nascita-di-luigi-einaudi/

L’uscita dal tunnel del populismo

Il populismo è stato il principale vulnus per rafforzare la qualità della nostra democrazia, la credibilità delle nostre istituzioni e la salute dello stesso sistema politico. E questo perchè il populismo è la negazione stessa della politica e dei suoi istituti principali: dal ruolo dei partiti politici al valore delle culture politiche di riferimento; dall’autorevolezza delle classi dirigenti alla centralità dei progetti politici. E, soprattutto, il rischio – come è puntualmente capitato – che con la vulgata populista prevalgono il trasformismo politico e l’opportunismo parlamentare.

Ora, di fronte ad un quadro politico che, malgrado il permanere di difficoltà oggettive, punta a recuperare i suoi “fondamentali”, è di tutta evidenza che il populismo va sempre più isolato. E questo non solo perchè il populismo nuoce alla “buona politica” e alla credibilità stessa della politica ma per la semplice ragione che l’alternativa alla decadenza e all’impoverimento della politica passa solo ed esclusivamente attraverso la negazione radicale di quella sub cultura e di quella deriva.

Certo, le alleanze con i partiti populisti non sono affatto una variabile indipendente. Chi si allea con i populisti ha due sole strade di fronte: o riesce a rendere marginale e del tutto ininfluente il ruolo e la presenza dei partiti populisti oppure, e al contrario, lo cavalca e il populismo continua ad incidere nel cammino concreto della coalizione.

Ecco perché, adesso, si tratta di capire come le singole ed attuali coalizioni riescono a rendere ininfluente quella malapianta. Se nel centro destra la leadership politica forte e visibile di Giorgia Meloni rende, di fatto, sempre più marginale il peso e il ruolo della Lega salviniana – vista anche la crescente difficoltà del capo del Carroccio all’interno del suo stesso partito – nel campo della sinistra il processo è, purtroppo, inverso. Ovvero, la quasi totale sintonia culturale e valoriale – usando un termine un po’ forte – tra il partito della Schlein e quello di Conte e di Grillo rende, di fatto, centrale la sub cultura populista, anti politica e demagogica nella costruzione del progetto politico del cosiddetto “campo largo”. 

Si tratta, dunque, di fare una scelta politica precisa e alquanto netta. Anche perchè tutti sanno, adesso, quali sono stati i danni concreti della deriva populista per la politica italiana. Se si intende perseverare su questo versante il rischio concreto che si corre è che siano proprio le cosiddette “estreme” – cioè i partiti e i gruppi populisti e demagogici – che condizioneranno l’elaborazione del progetto complessivo della rispettiva coalizione. E se la politica vuole ritrovare, e soprattutto riscoprire, la sua vera “mission” nella nuova stagione che si è aperta dopo l’esplosione prima del grillismo e poi del leghismo salviniano, diventa sempre più necessario ed indispensabile isolare in modo irreversibile quella malapianta.

Certo, sarebbe ottimale che le rispettive coalizioni non avessero più al loro interno partiti e movimenti populisti. Semprechè non ci siano partiti che continuano ancora ad individuare nel populismo un ‘valore aggiunto’ per una moderna e credibile politica.

L’uomo inconsapevole e colpevole: il paradosso del Processo di Kafka.

“Qualcuno doveva aver calunniato Josef K., perché senza che avesse fatto niente di male, una mattina fu arrestato”.

(F. Kafka, Il processo)

Franz Kafka, nato a Praga nel 1883 e morto di tubercolosi nella stessa città nel 1924, scrisse “Il processo” tra il 1914 e il 1915 e, anche se l’opera rimase incompiuta, la prima edizione fu pubblicata postuma nel 1925. Uscì a cura del suo amico ed esecutore testamentario Max Brod, uno scrittore boemo che aveva ricevuto in consegna il manoscritto nel 1920. Questi ebbe il merito di salvare l’intero archivio delle opere incompiute di Kafka, il quale aveva invece manifestato il desiderio che fossero bruciate alla sua morte. Come scrisse Bruno Schulz nella prefazione dell’edizione del 1936: «Il romanzo, che Max Brod ricevette nel 1920 dall’autore sotto forma di manoscritto, è incompiuto. Alcuni capitoli frammentari, che avrebbero dovuto trovare la loro collocazione prima del capitolo conclusivo, vennero da lui separati dal romanzo, basandosi su quanto dichiarato da Kafka, e cioè che questo processo in idea è a dire il vero incompiuto e che le sue ulteriori peripezie non avrebbero apportato più nulla di essenziale al senso fondamentale della questione.»  La prefazione di Schulz viene riportata dall’edizione Feltrinelli come introduzione. Fu grazie a questo provvido salvataggio dei suoi scritti da parte dell’amico Brod che Franz Kafka,” sconosciuto in vita divenne famoso subito dopo la sua morte. Lasciandoci in eredità, anche contro la sua stessa volontà, tra i vari scritti uno dei capolavori assoluti della letteratura mondiale del ‘900, un romanzo distopico che costituisce l’allegoria dell’angoscia esistenziale (in questo Kafka stesso riconosceva in Kleist e Dostoevskij ‘una parentela di consanguineità” mentre Thomas Mann vi leggeva una ispirazione metafisica e la ricerca di Dio. Tanto che l’espressione “situazione kafkiana” è entrata nell’uso comune per riferirsi a condizioni esistenziali assurde, paradossali, razionalmente inspiegabili, angoscianti appunto. Anche la persona più metodica, ordinata, abitudinaria, priva di eccessi – e l’impiegato di banca Joseph K. non era dissimile da questa sommaria descrizione – improvvisamente una mattina (il giorno del suo 30° compleanno) può ricevere la visita di personaggi sconosciuti che gli comunicano un ordine di arresto, pur consentendogli  di continuare da casa l’attesa del processo e di  recarsi al lavoro: una soluzione narrativa sui generis che ricorda la condizione degli arresti domiciliari, ma non c’è una notifica formale, un capo di imputazione, tutto resta sospeso in una delirante  e continua attesa di un motivo, di una esplicitazione degli addebiti, soprattutto di quale sia il reato di cui viene accusato. Quella sera stessa, al ritorno dal lavoro parla di quanto accadutogli con la sua affittuaria, la signora Grubach. La padrona di casa lo rassicura circa l’arresto: «Lei non deve prendersela troppo a cuore. Che cosa non capita nel mondo!».

La descrizione del tribunale ove Josef si reca come da convocazione, la miriade infinita di stanze, aule, porte, scale, sottotetti comunicanti che si estendono a dismisura fin oltre la pianta del palazzo e di personaggi (figure torbide, inquietanti, ammiccanti, elusive, formali, severe, untuose, grottesche), che si incardinano alla perfezione in questo contesto ambientale, istituzionale e simbolico dove Josef K. pur chiedendola con insistenza non riesce ad avere una spiegazione al suo arresto, una motivazione al suo preannunciato processo, tratteggia un sistema giudiziario sordo e ottuso, in cui la burocrazia è tanto impietosa quanto cieca, pervicace e imprevedibile. Durante la prima udienza, molto affollata, il giovane K. tenta di difendersi spiegando l’illogicità manifesta della situazione: si trova lì, davanti a giudici e ad un folto pubblico senza conoscere i motivi della sua imputazione. La platea gli è ostile ed ogni sua argomentazione viene confutata o respinta ma senza spiegazione alcuna. L’ambiente è decisamente opprimente, come potrebbe esserlo ogni sede giudiziaria, ma l’intrico di dedali, scale, solai, sottotetti, aule, uffici e la presenza di altri numerosi imputati, tutti in attesa del “loro processo”, rende il contesto incomprensibile, non esiste un nesso tra atto di costituzione di K. e accusa, mai chiarita, tutto rende quel luogo assurdo e soffocante, tanto che uno di quei giorni Josef si sente male e viene portato fuori da quegli stambugi, nelle scale. 

Sono altresì presenti figure e azioni che nulla hanno a che vedere con il decoro di aule giudiziarie e che Josef incontra: una donna che fa il bucato e dice a K. che è atteso in udienza, un uomo e una donna appartati in atti sessuali, (lei è la moglie compiacente di un usciere), un pittore ritrattista per il tribunale che gli anticipa tre esiti possibili del processo. Sono dunque evidenti in modo stridente ed ambiguo i temi dell’incomunicabilità, del turbamento e della tentazione sessuale in una promiscuità fuori luogo e forse lasciva, della solitudine, dell’inquietudine e dei sensi di inadeguatezza e di colpa dell’uomo di fronte al mistero della vita, della sua impotenza a trovare la risposta al problema della precarietà esistenziale, che manda in frantumi ogni tentativo di darle un ordine emotivamente rassicurante. 

 

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India, un Paese che non rispetta il pluralismo religioso.

L’Alta Corte di Allahabad nell’Uttar Pradesh (India) venerdì scorso ha dichiarato incostituzionale il Madrasa Act del 2004 e ha ordinato al governo statale di spostare gli studenti iscritti al “sistema islamico” nelle scuole tradizionali.

Il distretto in questione è governato dal partito nazionalista indù Bharatiya Janata Party (BJP) del primo ministro Narendra Modi e negli ultimi dieci anni ha fatto notizia per aver approvato alcune delle leggi più controverse del Paese, leggi che discriminerebbero i musulmani  emarginandoli nella repubblica laica.

Le madrase, attualmente, forniscono un sistema educativo in cui agli studenti vengono insegnati il ​​Corano e la storia islamica insieme a materie generali come matematica e scienze. Esiste anche a un sistema equivalente per gli indù, noto come Gurukuls, istituti di istruzione residenziale in cui gli studenti imparano le antiche scritture vediche insieme a materie generali sotto la guida di un “guru” o insegnante.

Non è la prima normativa controversa in India.
Nel 2019, tra violenti scontri di piazza, il Parlamento ha approvato una normativa che esclude di fatto i fedeli di religione islamica dalle regolarizzazioni concesse ad altri migranti illegali. Il cosidetto Citizenship Amendment Act che lunedì 11 marzo il Governo indiano ha deciso di attuare e che di fatto accelera le richieste di cittadinanza indiana di indù, parsi, sikh, buddisti, giainisti e cristiani fuggiti in India dalle persecuzioni religiose in Afghanistan, Bangladesh e Pakistan, rendendoli idonei a compiere la loro richiesta di documenti a cinque anni dal loro arrivo nel Paese. Prima della sua applicazione, la religione non rappresentava un fattore determinante per permettere ai migranti di ottenere un passaporto indiano e tutti coloro che lo richiedevano dovevano attendere undici anni prima di avviare le pratiche.

Quando nel 2002 una serie di disordini tra comunità religiose sconvolse lo Stato del Gujarat, l’allora governatore Modi non si mosse mentre più di mille musulmani venivano uccisi da orde di indù inferociti.

Il centro di ricerca India Hate Lab ha documentato una media di due eventi di incitamento all’odio nei confronti dei musulmani al giorno in tutto il Paese. Il 75% di essi si è verificato negli Stati federali governati dal partito del premier Modi.

Ma non solo i mussulmani vivono con la paura della repressione. A Settembre dello scorso anno il governo canadese ha accusato “agenti del governo dell’India” di un coinvolgimento nell’omicidio a giugno di Hardeep Singh Nijjar, leader sikh canadese. Nijjar era uno dei principali sostenitori del movimento separatista sikh per la fondazione del Khalistan come stato sovrano che secondo il movimento dovrebbe sorgere nel Punjab, regione indiana al confine col Pakistan (secondo una parte del movimento lo stato dovrebbe includere anche il Punjab pakistano).

Inoltre, si registrano in India centinaia di attacchi ai danni dei cristiani, senza alcuna reazione da parte delle forze di polizia. Ora il BJP nega di discriminare i musulmani, o chiunque altro, e afferma di trattare tutti i cittadini allo stesso modo. Anche se già nel nome il partito politico di Modi, Bharatiya Janata Party (BJP), il Partito del Popolo di Bharat, altro non è che il Partito del Popolo Indù. Nulla a che vedere con gli insegnamenti di Gandhi che disse: “Nessuna cultura può vivere se cerca di essere esclusiva”

Einaudi fu in ogni tempo un’alta cattedra morale

Luigi Einaudi, già prima di entrare nell’agone politico per l’alto valore scientifico e morale del suo insegnamento, la probità della vita, fiero distacco da ogni compromissione col fascismo, costituiva uno dei più solidi punti di riferimento della cultura e della vita morale italiana.

Quando, nella ripresa della vita democratica del nostro Paese, egli entrò, con modestia pari all’imponenza della sua personalità, nella vita politica, determinò intorno a sé simpatia, rispetto, consensi ed aspettative.

La sua attiva partecipazione all’Assemblea Costituente con interventi sui problemi fondamentali dello Stato ispirati sempre a grande indipendenza di pensiero e linearità di visione, la successiva chiamata, in uno dei momenti più delicati della vita politica del Paese, al governo della Banca d’Italia ed alla direzione di uno dei Ministeri più impegnativi, la convinta fede europeistica, avevano dato la misura della costruttiva importanza del suo contributo.

Chiamato nel 1948 – anzi tratto con viva insistenza da una posizione di ritrosia – alla Presidenza della Repubblica, inaugurò uno stile di attiva, ma riservata e sobria, presenza in tutte le articolazioni dello Stato repubblicano, con indicazioni, consigli, mediazione e sovratutto con l’alta autorità che gli proveniva dal suo luminoso passato e dalla sua sperimentata e indiscussa imparzialità. La lealtà con la quale egli si presentò al Parlamento col messaggio di giuramento testimonia ancora una volta la sua personalità.

E tuttavia Einaudi non aveva mai reciso i legami col mondo degli studi e della cultura: la sua partecipazione anche da Presidente della Repubblica ai lavori dell’Accademia dei Lincei, la ripresa dell’insegnamento universitario (che gli fu conferito per legge a vita), la pubblicazione di severi e sereni ammonimenti contenuti in scritti che costituiscono anche un incomparabile esempio di prosa limpida e vigorosa e i contatti fecondi che egli mantenne col mondo politico costituirono un’ulteriore esplicazione della sua personalità, tutta tesa al servizio esclusivo del Paese. Fu in ogni tempo un’alta cattedra morale.

Non si può meglio scolpire la sua figura che con le parole con le quali il decano della Facoltà di Giurisprudenza della Sorbona, traendole da un suo scritto, lo salutò al momento del conferimento della laurea honoris causa: “l’idea della libertà contro l’intolleranza, della cooperazione contro la forza brutale, ecco la buona novella che occorre predicare agli uomini di buona volontà”.

 

Quirinale, 24 marzo 1974

Lezione su Sturzo: il rapporto tra spiritualità e vocazione politica.

[…] Sturzo fu eletto nel 1899 consigliere comunale di Caltagirone e poi nel 1905 pro-sindaco, e ancora nel 1915 vice-presidente nazionale dell’Anci), confluiva peraltro un’altra istanza di rinnovamento del cattolicesimo italiano. Nella seconda metà dell’Ottocento erano sorte nuove congregazioni religiose di vita attiva. Dentro il perimetro urbano, questi nuovi religiosi si spingevano ancora a questuare, ma non più per portare in convento l’elemosina ricevuta, bensì per ridistribuirla in città, ai poveri nei sobborghi e nelle periferie. Anche nella Sicilia di Sturzo era così: il beato Giacomo Cusmano a Palermo, padre Annibale Maria Di Francia a Messina, il cappuccino Angelico Lipani a Caltanissetta erano esponenti di quel rinnovamento. Sturzo, a sua volta, recuperava quella spinta caritativa, rivolta alla città, ma la ammodernava, cioè la coniugava con «le cose nuove», con le nuove realtà di cui parlava Leone XIII nella sua enciclica: così fondò a Caltagirone una cassa rurale e artigiana per combattere la piaga dell’usura, promosse le cooperative operaie (la sughereta nel bosco di Santo Pietro), istituì una delle prime scuole di formazione agraria in Sicilia, costituì associazioni di mutuo soccorso. Insomma, mise le mani in pasta, come si suol dire: e quelle mani erano le stesse che sgranavano il rosario e sfogliavano il breviario.

La spiritualità civica manteneva un marcato profilo evangelico. Per questo, il 17 dicembre del 1918, in una delle ultime riunioni preparatorie prima della fondazione ufficiale del Partito Popolare, a Roma, Sturzo disse ai suoi collaboratori che dovevano scendere nell’agone politico non con stendardi e con gonfaloni, ma con «il vangelo nascosto in petto». Riecheggiava, in questa affermazione, la lezione dell’anonimo autore della Lettera a Diogneto, secondo cui i cristiani sono l’anima del mondo. Ma come l’anima nel corpo, essi rimangono invisibili ancorché uniti al corpo stesso, cioè al resto dell’umanità.

È da questo orizzonte che deriva l’idea di aconfessionalità del Partito Popolare: un’idea che non coincideva con l’odierna nostra concezione della laicità (alla francese: come contrapposizione alla fede), perché con l’aconfessionalità Sturzo non chiedeva ai sodali del suo partito di rinunciare alla loro fede cristiana, ma semmai di fare politica per il bene di tutti, anche di chi cattolico non era. Gabriele De Rosa ha definito questa opzione come «l’utopia di Luigi Sturzo». Era la maniera sturziana, non clericale e nemmeno teocratica, di interpretare il motto di Pio X : instaurare omnia in Christo. Instaurare, appunto. Non restaurare. Non c’era, in Sturzo, nessuna inclinazione reazionaria, così come non ce n’era nessuna rivoluzionaria. Non si trattava, per lui, di lanciare la riconquista cattolica della società, ma di ridestare l’attitudine sociale e civica del cattolicesimo, la sua indole storica e “secolare”, la sua capacità di stare nel mondo per svolgervi un compito evangelico.

Molti dubitano che oggi una tale spiritualità possa essere riproposta a chi vive l’impegno politico. Eppure dal vangelo emerge un criterio d’azione che il credente può praticare anche in ambito politico. Lo si può formulare con una polarità apparentemente tautologica: portarsi dentro l’altro e portarsi l’altro dentro, cioè tentare di entrare in rapporto dialogico con un orizzonte valoriale e culturale diverso dal proprio e nondimeno dischiudere agli altri il proprio patrimonio di idee e di ideali. Sturzo, a mio parere, viveva questo tipo di attitudine evangelica, che è la stessa che veniva rilanciata nella Lettera a Diogneto, secondo cui non è lecito ai cristiani «disertare il posto che Dio ha loro assegnato» nella storia, dentro la città.

Sturzo visse quella sua passione civile interpretando laicamente ma non laicisticamente l’insegnamento di Gesù: «Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio». Come ha ben intuito Gustavo Zagrebelsky (in Scambiarsi la veste), questa frase non può essere considerata un manifesto della laicità moderna, pena il rischio di scivolare nell’anacronismo. Gesù non parlava ai politologi dei nostri giorni, ma ai teologi del suo tempo. I quali sapevano che solo Dio è Dio e Cesare è, semmai, solamente e semplicemente un cesare. Se le cose stanno così, allora la laicità intesa alla francese, come divaricazione tra fede e politica, non è l’ermeneutica più corretta della frase di Gesù. Che, difatti, crea un certo disagio al credente più che all’agnostico. È il disagio interiore che persino Sturzo provò quando, pur essendo prete, cominciò a occuparsi direttamente di politica e di amministrazione pubblica, facendo il pro-sindaco di Caltagirone dal 1905 al 1920. Non si trattò, per lui, semplicemente del disagio di non essere in regola con il non expedit pontificio, che vietava ai cattolici di fare politica nella nuova Italia unificata (per questo egli era non sindaco, ma pro-sindaco). Si trattò, per lui, di fare i conti con l’apparente inconciliabilità di due misure parimenti radicali, dotate entrambe del profilo alto della vocazione: da un lato esser “sacerdote” e perciò delegato a gestire il sacro (a mettersi in disparte, a fuggire dal mondo), d’altro lato esser “politico” e perciò deputato a gestire il mondo. In realtà, mentre andava vivendo quel suo interiore travaglio, Sturzo ripensava pure il rapporto — nella concretezza della sua stessa vicenda — tra spiritualità e politica, accorgendosi che esse sono due dimensioni differenti che però possono e debbono innestarsi a vicenda.

Questo crocevia tra vocazione alla santità e professione politica ci può apparire più chiaro se ricorriamo alla lingua tedesca. In tedesco — già a partire dalla traduzione che Lutero fece del termine paolino klḗsis (da kaléō, chiamare) — vocazione e professione sono due parole strettamente apparentate: Berufung (vocazione) e Beruf (professione, mestiere fatto ad arte). Sturzo ha testimoniato efficacemente che anche la professione politica — vissuta con competenza culturale e dirittura etica — può e anzi deve avere i connotati di una vera e propria vocazione.

Bari…centro d’Italia, dove s’infrange una pretesa classe dirigente.

Quel maestro delle telecronache sportive di Bruno Pizzul usava spesso una frase, quando a fine partita doveva descrivere la situazione di due squadre avversarie ormai prive di mordente e di energie che si affidavano all’improvvisazione per cercare di guadagnare la vittoria: “Sono saltati tutti gli schemi”.

Niente più coordinate precise, confusione in mezzo al campo, disordine tattico e tecnico per affidare al caso e all’invenzione del momento la soluzione del match. È quello che si potrebbe dire per descrivere, in brutale sintesi, la pessima vicenda di Bari che ha tenuto banco questa settimana.

Proviamo a far tornare indietro il film.

Il ministro Piantedosi (quello che si è autobattezzato con vanto “questurino” in pieno Parlamento) tiene una riunione con un viceministro della giustizia in carica, con un sottosegretario in piena funzione e con uno stuolo di parlamentari di destra che gli sottopongono l’esigenza di avviare lo scioglimento ai sensi della legge antimafia di uno dei più importanti Comuni d’Italia, quello di Bari (retto da uno dei principali esponenti della sinistra italiana, Antonio Decaro, presidente in carica dell’Anci, probabile candidato alle elezioni europee e possibile successore di Elly Schlein alla guida del Nazareno in caso di rovesci elettorali del Pd).

Il fatto, già in sè, rappresenta un unicum di proporzioni inaudite. Non si era mai visto, nella storia della Repubblica, che un ministro dell’interno prendesse ordini su materie di propria ed esclusiva competenza da parlamentari della sua area politica. Nella prima Repubblica, se un manipolo di deputati e senatori Dc avessero richiesto al ministro dell’interno un incontro per chiedere a gran voce lo scioglimento per mafia di un comune capoluogo retto da un avversario politico, qualunque ministro dell’interno (democristiano per tutta la durata di quella esperienza storica) li avrebbe rispediti al mittente rifiutandosi di sottoporsi a un incontro simile. Come mi ha detto un antico frequentatore del Viminale: “Non solo Taviani, o Scelba, o Rognoni o Mancino non li avrebbero neanche fatti entrare, ma anche un qualunque sottosegretario li avrebbe fatti parlare con gli uscieri avendo saputo il tenore della richiesta”.

Così funzionava, quando c’era la politica. Ma oggi ci sono i “questurini”. E quindi avviene che una parte politica che fa sempre professione di garantismo, con tanto di viceministro alla giustizia all’assalto, si trasforma in novelli Robespierre che invocano lo scioglimento per mafia (un’onta tremenda, dal danno di immagine quasi inemendabile) di un comune che – peraltro – tra neanche 3 mesi è chiamato al voto per naturale conclusione della consiliatura.

E a quel punto, secondo un copione che sembra scritto da Ionesco, le parti immediatamente si rovesciano. Una sinistra tradizionalmente pronta agli impulsi giacobini e giustizialisti, si impalca immediatamente a garantista urlando al complotto. Chiamando inevitabilmente ad una domanda: ma cosa sarebbe accaduto se, anzichè a Bari, la procedura di scioglimento per infiltrazioni mafiose fosse avvenuta in un comune retto dalla destra – chessò, Palermo? Facile immaginarlo: da sinistra sarebbero arrivati pronunciamenti e concioni anti-corruzione, inviti a procedere alla richiesta di scoglimento del Comune senza indugi, fino alla inevitabile fiaccolata della legalità.

Gli schemi di gioco saltano, fino al punto da arrivare – dentro una escalation emotiva che sembra avere una regia comunicativa non banale – a sfiorare le vette del paradosso.

Mentre da destra si soffia sul fuoco giustizialista, da sinistra parte una campagna di beatificazione del buon Decaro, con i suoi laudatores che dicono che in questi anni ha combattuto per bonificare il Comune dalla mafia! Dimenticandosi di dire chi c’era prima di Decaro in Comune, ovvero il prode Michele Emiliano, il vero regista delle operazioni di trasformismo e di andirivieni politico degli ultimi vent’anni in Puglia, che improvvisamente oggi balzano agli occhi della sinistra evidentemente distratta nelle esigenze di magnificazione della “primavera pugliese” di Emiliano e Vendola (altro passante di questi anni baresi, pugliesi e italiani).

E gli schemi, lungo questo teatro dell’assurdo, saltano completamente in un incredibile comizio nel quale Michele Emiliano si vanta di avere “portato Decaro dalla sorella del boss”. Gli schemi sono saltati, le parti si sono invertite, il gioco dell’assurdo si è sviluppato.

Di tutta questa brutta pagina della politica italiana dovrebbe rimanere impressa a ciascuno di noi l’assoluta inadeguatezza, la sfrontatezza spregiudicata e la vacuità impalpabile di una pretesa classe dirigente che – da destra a sinistra – ha semplicemente dato prova di cosa significhi non essere attrezzati per la guida di un Paese.

 

[Tratto dal profilo Fb dell’autore, capogruppo di Italia Viva al Senato]

La dissoluzione delle regole spalanca le porte all’incognita del virtuale

Piccoli e grandi segni ci rappresentano una crescente accelerazione nel processo di transizione tra la realtà consolidata dei comportamenti prevedibili e delle abitudini che ci conservano, verso le incognite del virtuale, che in modo più onesto e ortodosso potremmo definire il luogo dove tutto è possibile. 

Ci sono contrasti stridenti che vanno come schegge impazzite in direzione opposta. Siamo stati affascinati e poi subito impauriti dalla digitalizzazione pervasiva che guida i processi di transizione: oggi tutto è transeunte, il valore della vita, l’autocontrollo, il senso del limite, l’identità.

Tempo fa ragionavamo con il Prof. Vittorino Andreoli sul concetto di “realtà aumentata”: l’incipit era l’avvento del Metaverso e ci si chiedeva se non fosse sufficiente fermarsi a conoscere e rispettare la realtà “normale”, il concetto stesso di normalità. Perché – ci si domandava – dobbiamo creare un mondo esterno a quello in cui viviamo ed accreditarlo come frontiera della futura esistenza? Perché rinunciare alla ragionevolezza, alle regole, all’uso del pensiero critico e- con esso- della stessa coscienza, intesa come consapevole certezza ad un tempo razionale e morale?

In quei giorni Geoffrey Hinton – considerato il padrino dell’intelligenza artificiale – pioniere della ricerca sulle reti neurali e sul “deep learning”, lasciava Google con una motivazione che faceva riflettere: “I programmi di IA hanno fatto passi da gigante e ora sono piuttosto spaventosi. Al momento i robot non sono più intelligenti di noi ma presto potrebbero esserlo”, aveva affermato alla BBC prefigurando scenari distopici impensati persino dalla fantascienza. “Il chatbot potrebbe presto superare il livello di informazioni di un cervello umano, mentre ‘cose’ come GPT-4 oscurano una persona nella quantità di conoscenza generale”.

Una rappresentazione immaginata alle soglie di un baratro ormai prossimo. 

Si cercano perciò regole che ci consentano un approccio ed un uso strumentale dell’intelligenza artificiale, conservando la nostra dimensione umana: le macchine al servizio della persona e non il contrario. Questo è il tema del momento ma trovo mistificazioni e incertezze nel dibattito in atto. Se ne parla come se si trattasse di merce da scegliere negli scaffali dei supermercati, come se tutti fossero esperti venditori per fiduciosi e superficiali clienti.

Contemporaneamente molti segni di impazzimento collettivo nelle azioni di vita quotidiana ci convincono che qualcosa sta cambiando, dentro e fuori di noi. Assistiamo ad uno sgretolamento di valori, in nome della tolleranza ammettiamo tutto, rinculiamo sulle tradizioni, perdiamo il senso della ragionevolezza, il relativismo etico privo di ancoraggi ci conduce all’omologazione culturale e all’imbecillità collettiva. Osserviamo dunque intorno a noi: a forza di mettere in discussione principi e riferimenti ideali, ci fermiamo all’apparenza delle cose, guidati dalla cancel culture e dal politically correct, idolatriamo privacy e trasparenza mettendo le manette ai polsi delle relazioni sociali. Facili all’indignazione e sempre alla ricerca delle colpe degli altri, commossi alle fiaccolate ma pronti ad impugnare il coltello per aggredire e vendicare. 

Gli studenti che picchiano gli insegnanti, le bande di minorenni che compiono atti delittuosi: sentivo al Tg di una gamba tagliata col machete, di una bici fatta piombare addosso ad un ragazzo dall’alto di un muro, inchiodandolo per questo sulla sedia a rotelle. Senza contare i quotidiani femminicidi, gli abusi sessuali in danno dei minori, le storie di violenza aberrante che giungono dalla cronaca. Vien da pensare quanto ciò dipenda dalla caduta di freni inibitori, quanto dall’emulazione (i modelli televisivi sono eloquenti: armi, coltelli, sgozzamenti, sangue a fiotti), quanto dal senso di impunità e quanto, infine, dal valore effimero che stiamo attribuendo alla vita. 

Qui il virtuale e i social tracciano percorsi devastanti, aprono scenari senza confini. Cosa ci sta succedendo? Che cosa consapevolmente o inconsapevolmente facciamo per rendere sempre più disinibita e conflittuale la vita? La violenza è palpabile ovunque: le guerre – ormai possiamo parlare di terza guerra mondiale – ne sono l’irrefrenabile espansione. Se non sappiamo gestire la democrazia, la libera convivenza, le relazioni umane, il confronto delle culture, la nostra stessa più intima identità come possiamo pensare che tutto improvvisamente si ricomponga, che ci si fermi sulla soglia del cupio dissolvi? 

Aveva ragione Vico quando parlava di “corsi e ricorsi storici”. Con il 900 non si è fermato l’orrore degli olocausti e dei genocidi, tutto si ripete, la civiltà conseguita e le norme stabilite non ci hanno convinto. Putin ripete Stalin e Hitlter quanto ad efferatezza, in Israele e in Palestina si perpetua la tragedia dell’orrore perenne. Quanti bambini sono stati uccisi dalla scelleratezza umana?  Non c’è luogo del mondo dove si viva in pace: quella senz’armi e quella interiore.

E insieme a questa carneficina della violenza fisica, dentro e fuori di casa, nelle trincee o nei paesi rasi al suolo, nell’ecatombe della polvere e dell’odore della morte, c’è la violenza simbolica, ingannevole e silente sua sorella del male. La sensazione è che qualcosa di irreparabile possa accadere: nella vita quotidiana saltano i limiti del rispetto e della dignità, l’onestà è conculcata nell’umiliazione, la famiglia si va disgregando e con essa la scuola, un tempo il tabernacolo dei valori che contano nella vita.

Qualcuno le ha rovinate entrambe, ribaltando a poco a poco e rendendo inutile lo scopo stesso della loro sussistenza. Siamo tutti colpevoli, “ciechi e supponenti” come mi ha scritto Paolo Crepet, indifferenti e soli, incapaci di gestire un rapporto d’amore, di esprimere una relazione di empatia, tra incompetenza, insensibilità, approssimazione, ignavia: tutti vittime disorientate e incerte nel nebuloso limbo dell’effimero, incapaci a distinguere tra il valore della vita e la sua dissoluzione.

 

Dopo Mosca, unità contro il terrorismo non guerra delle narrazioni.

I fatti politicamente più rilevanti del giorno successivo alla strage al Crocus City Hall di Mosca sono stati essenzialmente quattro: il quadro completo delle reazioni internazionali di condanna dell’atto terroristico, la tempestiva cattura di tutti e quattro i presunti terroristi autori della carneficina, il messaggio di Putin alla nazione, la diversità fra la Russia e l’opinione pubblica occidentale nel tenere in conto la rivendicazione dell’attentato da parte dell’Isis-K.

Va registrata l’unanimità della comunità internazionale nel condannare l’attacco a Mosca e nel ribadire la condanna del terrorismo, visto in tutto il mondo come un nemico degli stati e delle organizzazioni internazionali, che cerca di condizionare l’agenda politica regionale e globale per conto di forze che operano dietro, o al di fuori, delle istituzioni. Oltre le divisioni che sussistono fra Occidente e Russia, e Sud del mondo, l’attentato a Mosca ha fatto emergere un comune posizionamento della comunità internazionale nel combattere la minaccia per i singoli stati e per il mondo costituita dal terrorismo.

Sul fronte delle indagini, l’Fsb, i servizi russi, ha reso noto che sono state arrestate undici persone, fra cui tutti e quattro i presunti terroristi autori della sparatoria e dell’incendio alla sala concerti moscovita, mentre tentavano di fuggire in auto verso il confine ucraino.

E ieri vi è stato anche il messaggio del presidente russo Vladimir Putin alla nazione. Un discorso duro ma equilibrato, senza riferimenti alle due rivendicazioni targate Isis, ma anche senza, almeno per ora, puntare il dito sui suoi nemici interni o esterni come il governo ucraino, limitandosi a specificare il confine dove erano diretti i presunti attentatori arrestati. Il leader del Cremlino ha posto l’accento sul fatto che la Russia conta sulla cooperazione “con tutti gli Stati che condividono sinceramente il nostro dolore”, facendo appello a una comune lotta che interessa gli stati, compresi quelli occidentali, contro un fattore destabilizzante e incontrollabile come il terrorismo, che, almeno per le sue azioni più eclatanti, necessità di complicità e di appoggi possibili solo con il coinvolgimento di pezzi di apparati deviati. Forse a questo ha alluso Putin parlando delle responsabilità di “tutti coloro che stanno dietro i terroristi” e della necessità di non permettere a costoro, “chiunque siano, chiunque li guidi” di compiere nuovi crimini. Da questo passaggio si potrebbe evincere che ciò che più interessa al governo russo sia reagire rispetto a quelle forze che, non da oggi, mirano alla destabilizzazione della Federazione Russa, più che cercare di strumentalizzare l’attentato in funzione della guerra di invasione in Ucraina.

In ogni caso, si rafforza l’impressione che i tempi successivi a questo attentato saranno caratterizzati da una guerra delle narrazioni, sia in Russia che in Occidente. Contesa che, com’era prevedibile, le due rivendicazioni dell’attentato a Mosca di venerdì sera da parte dell’Isis della provincia afghana di Khorasan, hanno già innescato. Le istituzioni russe non hanno sinora fatto riferimento a un marchio come quello dello Stato Islamico caratterizzato da un alto tasso di ambiguità, di indefinitezza, di mutevolezza, di sorprendente tempismo, tanto più nella sua versione afghana che è riuscita a suon di attentati e di provocazioni persino ad avvicinare, anziché far accentuare i loro contrasti, i governi di Teheran e di Kabul, facendo loro mettere in secondo piano vari contenziosi.

La speranza è che non si impongano quelle narrazioni, di opposto segno, capaci di aggravare ulteriormente la tensione internazionale, perché significherebbe assecondare ciò a cui il terrorismo mira, l’estensione del caos e dell’instabilità, riducendo le possibilità che la transizione geopolitica in corso, di ridefinizione di un nuovo assetto globale più adeguato ai tempi e più partecipato e inclusivo, possa avvenire con i mezzi della politica in modo il più incruento possibile.

Erano giovani e li hanno visti arrivare: Maiori 40 anni dopo.

L’idea è stata di Dario Franceschini. Semplice ma essenziale. E cioè, i delegati che si sono trovati a Maiori per il Congresso Nazionale del Movimento Giovanile della Dc del 1984 si sono ritrovatidopo 40 anni. Per fare un partito? Per avviare una riflessione dopo 40 anni di impegno politico e di militanza politica? O per fare una corrente – parlando con il linguaggio comune della prima repubblica – all’interno di qualche partito? Nulla di tutto ciò. 

La ragione di fondo dell’incontro sulla costiera amalfitana rispondeva solo ed esclusivamente ad una motivazione dettata dal ricordo e dall’amicizia. Quella vera, però e non quella dettata da ragioni burocratiche e protocollare. Certo, a differenza del ritrovo di qualche settimana fa a Firenze della vecchia FGCI con la presenza dei “sacerdoti” del solito caravanserraglio della sinistra ex e post comunista italiana,

quello di Maiori – com’era nella migliore consuetudine dei democristiani – è stato un incontro fra vecchi e giovani amici per ricordare i fasti di quella generazione approdata all’impegno politico negli anni ‘80 e che poi, almeno per alcuni di quelli, si è dispiegata lungo l’impervio e complesso

cammino della cosiddetta seconda repubblica. Un cammino che ha visto proprio quella generazione, ovviamente ancora unita a Maiori nella casa madre della Dc seppur spalmata nelle tradizionali correnti di quel partito, dividersi nella nuova e per certi aspetti singolare ed anacronistica offerta politica.

Ma, per restare all’incontro promosso da Franceschini a Maiori, quello che non si può non rilevare è che anche da una iniziativa che non prevedeva una riflessione politica ed organizzativa immediata, è emersa una precisa consapevolezza. E cioè, anche da un incontro semi conviviale e tra molti piccoli ma significativi conciliaboli, si può innescare la scintilla di un nuovo e certamente diverso impegno politico. È altrettanto ovvio che è del tutto inutile infilarsi in questi dettagli ma è altrettanto evidente che da una comune cultura politica, e storica, può ripartire un cammino di ricerca, di riflessione, di critica e quindi anche di azione che solo gli accadimenti concreti e la storia degli avvenimenti ci dirà dove collocarli politicamente. 

Perché a volte, come ci ricordava spesso l’indimenticabile Guido Bodrato, uno dei “maestri” della nostra generazione, “è la categoria della imprevedibilità a determinare gli accadimenti politici”. E l’incontro di Maiori con quasi 200 persone, al di là della volontà o dei desideri degli stessi partecipanti, rientra a pieno titolo proprio nel monito, severo ma realistico e sempre contemporaneo, di Guido Bodrato.

Ricordare Einaudi ricordando De Gasperi: siamo tutti loro debitori.

Ricorrono oggi 24 marzo, 150 anni dalla nascita di Luigi Einaudi, l’economista, il governatore della Banca d’Italia, il presidente della Repubblica nato a Carrù nel 1874, ma anche il grande intellettuale pubblico che tanto ha contribuito al progresso civile, oltre che economico, del paese. È l’occasione per ricordarlo. E, tuttavia, tutte le volte che ricordiamo Luigi Einaudi dovremmo ricordare Alcide De Gasperi, e viceversa. È infatti dalla loro convergenza, dal loro incontro, dalla loro intesa che venne tanta parte della ricostruzione materiale e morale del paese dopo la guerra. Ebbero accanto negli anni della guerra giovani di grande valore, come Guido Carli e Sergio Paronetto. “Forse per prudenza, forse per caso, De Gasperi ed Einaudi – ha scritto Carli nelle sue memorie – avevano costruito in pochi mesi una sorta di ‘costituzione economica’ che avevano però posto al sicuro, al di fuori della discussione in sede di Assemblea costituente”. In che cosa consisteva quella loro “costituzione economica”? In due pilastri: l’economia aperta e l’economia mista come fattori indispensabili per lo sviluppo del paese. 

La prima scelta, quella a favore dell’economia aperta, consisteva anzitutto nell’impulso da entrambi dato all’adesione alle istituzioni di Bretton Woods, cioè la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale, segno forte della collocazione geopolitica dell’Italia nel campo occidentale e della ritrovata immissione dell’Italia nell’economia internazionale; nonché nell’eguale impulso dato al processo di integrazione europea, nel quale entrambi sostennero con forza che occorresse partire dalla politica, e non dall’economia: e che la difesa europea avrebbe indotto ad avere un bilancio europeo, e il bilancio un parlamento. La seconda, quella relativa all’economia mista, consisteva nell’accettazione, sia pure a certe condizioni, della nuova economia pubblica, a cominciare dal mantenimento in vita dell’IRI e successivamente dalla creazione della Cassa per il Mezzogiorno. Istituzioni accettate e sostenute anche per la fiducia riposta in personalità straordinarie per integrità morale e competenza tecnica, su tutti Donato Menichella, che Einaudi definì un “tecnico insigne”. De Gasperi, Einaudi, Menichella: sono loro i grandi ricostruttori, e ad essi va aggiunto Ezio Vanoni. 

Ma c’è un’altra convergenza tra Einaudi e De Gasperi, che va al di là e che viene prima di quella pratica sulle concrete forme e opzioni della ricostruzione. Ed è la convergenza ideale di fondo, sia pure nella diversità dei loro percorsi intellettuali e politici. E la convergenza dice: la democrazia liberale si fonda sulle istituzioni e ha come fine la persona. Si legga il discorso di Einaudi in occasione del giuramento come presidente della Repubblica il 12 maggio 1948, in cui egli sostiene la necessità di “conservare della struttura sociale presente tutto ciò e soltanto ciò che è garanzia della persona umana contro l’onnipotenza dello stato e la prepotenza privata, e garantire a tutti, qualunque siano i casi fortuiti della nascita, la maggiore uguaglianza possibile nei punti di partenza”. Non possiamo, leggendolo, non rilevare l’affinità, l’idem sentire, il legame con il Testamento politico di De Gasperi (1942), in cui è forte la presenza di Paronetto: “la costituzione economica non si crea (…) con cieco automatismo delle forze libere in gara, come aveva sperato il liberalismo classico, ma si forma sotto il vigile controllo dello Stato che deve intervenire a disciplinare le forze libere e preservarle dagli uomini di preda”. In una lettera alla moglie, De Gasperi scrisse: “Ci sono uomini di preda, uomini di potere, uomini di fede. Io vorrei essere ricordato fra questi ultimi”. Einaudi e De Gasperi furono uomini di fede, capaci di quelli che Thomas Mann definì “investimenti di fede e di entusiasmo”, tipici dei costruttori e ricostruttori. Perciò, quando ricordiamo De Gasperi, ricordiamo Einaudi, e viceversa. Siamo tutti loro debitori.

 

Giovanni Farese

Giovanni Farese è professore associato di Storia dell’economia nell’Università Europea di Roma. É Managing Editor di The Journal of European Economic History e Marshall Memorial Fellow del German Marshall Fund of the United States. È autore di numerosi scritti sulle istituzioni e i protagonisti della ricostruzione, tra cui il volume Luigi Einaudi. Un economista nella vita pubblica (Rubbettino 2012).  

Roma, lunedì 25 marzo 2024, ore 11.00 – Sala della Protomoteca (Campidoglio). Il convegno, che si svolgerà alla presenza del presidente della Repubblica, ospiterà, dopo una prolusione del governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta, tre relazioni scientifiche di Giovanni Farese, Roberto Pertici e Angelo Maria Petroni. L’accesso alla sala è solo su invito. Sarà possibile seguire l’evento in diretta streaming su corriere.it

Un libro prezioso a ottant’anni dall’eccidio delle Fosse ardeatine

Il 24 marzo sono ottant’anni dalla strage delle Fosse Ardeatine. È difficile, forse impossibile, trovare uno studio o un libro sul massacro delle Fosse Ardeatine di cui si rendono responsabili i tedeschi – le SS di Herbert Kappler, Karl Hass, Erich Priebke, spietati criminali aguzzini – che non segua teoremi o ricostruzioni o montature succedutesi nel tempo, fin dai giorni immediatamente seguenti l’eccidio. Soprattutto è impossibile trovare uno storico che si interessi delle 335 vittime. Per i tre ufficiali delle SS sunnominati, le stesse vicende della cattura, della detenzione e, in un caso, dell’uscita dalla detenzione presentano regolarmente qualche lato apparentemente opaco, inspiegato, poco convincente. 

Si pensi alla grave rottura del patto di consultazione preventiva dei comunisti con le altre forze rappresentate nel CLN (nel cui comitato militare siedono Giuseppe Spataro per la DC è Giorgio Amendola per il PCI); oppure al sospetto di un preventivo accordo di massima tra Kappler e i comunisti per non mettere nel mirino una unità combattente operativa efficiente (vittime dell’attentato di via Rosella furono degli anziani ausiliari altoatesini: soggetti di serie B quanto a efficienza bellica); l’atteggiamento in quei frangenti altalenante e ambiguo di Giorgio Amendola, uno dei giovani capi militari comunisti, soprattutto nei momenti successivi all’attentato; l’ideazione tecnica dell’attentato da parte non di una figura di vertice, ma di un militante che aveva la ventura di abitare nei pressi del luogo dell’esplosione dell’ordigno; soprattutto, la circostanza che il 24 marzo precede di due-tre giorni il rientro in Italia di Palmiro Togliatti: in un certo senso, la situazione tragica creatasi con l’attentato e la successiva strage è il benvenuto riservato al capo (da notare che il coordinamento militare viene immediatamente dichiarato decaduto e lo stesso Comitato centrale del CLN rischia la rottura; per fortuna, Togliatti arriva appena in tempo – il 27 marzo -, sconfessa nella sostanza i suoi e rimette insieme i cocci del vaso infranto). 

Invece, con il nuovo libro di due valenti storici,Mario Avagliano e Marco Palmieri (Le vite spezzate delle Fosse Ardeatine, Einaudi) anche le vittime salgono agli onori della storia.

Un passo indietro. All’epoca, nel 1944, Giulio Einaudi ha da poco iniziato la sua attività di editore. Per la selezione dei titoli apparsi nell’editoria mondiale e da portare a stampa in Italia si avvale, nelle materie società ed economia, della consulenza di due giovani amici cattolici: Franco Rodano, il leader della Sinistra Cristiana fortemente legato a Palmiro Togliatti, e Sergio Paronetto (quest’ultimo amico anche di suo padre, il grande economista Luigi, di suo fratello, l’ingegnere siderurgico Roberto, che fa il commissario-presidente dell’IRI per le province liberate dell’Italia centrosettentrionale, e di un suo cugino di secondo grado, l’ingegnere dell’IRI Agostino Rocca che fa il patron di industrie importanti come la Finsider, la Dalmine, la SIAC e l’Ansaldo). 

Gli autori Avagliano e Palmieri hanno fatto una operazione di concezione semplice, giusta, necessaria; finora – guarda caso – trascurata: la raccolta delle biografie dei 335 caduti. Dalla lettura di queste si sprigionano una pluralità di significati e profili che fissano in qualche modo il significato di quella che fu la terribile denegazione dell’umanità perpetrata dai militari tedeschi, in preda alla barbarie nazista, con l’aiuto dei loro scherani italiani fedeli al regime di Salò. Gli autori pongono la questione di chi e cosa fosse l’Italia contro la quale si muove la distruttrice ex disumana macchina nazista. Viene ricostruito un complesso mosaico che però fornisce un’identità sufficientemente precisa a un gruppo: non si tratta di partigiani (soltanto), di ebrei  (soltanto), di oppositori del regime (soltanto), di ricchi  (soltanto) o di poveri (soltanto), di anziani o di giovani  (soltanto): è uno spaccato della popolazione; hanno in comune il fatto di formare l’Italia reale, comprese quelle poche unità di stranieri che vengono aggregati ai votati al massacro.

Il metodo con cui sono state messe insieme le biografie costituisce motivo di peculiare interesse: c’è naturalmente la ricostruzione personale di tipo narrativo; ma soprattutto c’è la spremitura di ogni possibile ragguaglio biografico proveniente dagli archivi pubblici: ad esempio, anche dalla lettura del casellario giudiziario e degli atti giudiziari. Nulla dunque che possa essere legato al mito. Nella letteratura storiografica legata agli eventi formativi della epopea antifascista si trovano spesso ricostruzioni che, pur non potendo negare loro validità in assoluto, hanno nascosto dietro appunto al mito molteplici aspetti nello stesso filone, ma distinti: ad esempio, l’azione militare anti-tedesca; l’azione anti-regime; l’azione di ripristino della libertà e della democrazia. L’uso apodittico e pervasivo della categoria dell’antifascismo può in più di un caso essere stato in tutti questi decenni ingannevole. Tale genere di scelta di precisazione produce effetti storiografici anche notevoli: per dire, chi ha mai messo in primo piano che tra i trucidati ci furono anche dei fascisti (ex)? Dei militari, dei poliziotti, dei carabinieri? Degli adolescenti? La categoria dell’antifascismo – forse effetto, più che causa, della strage delle Fosse Ardeatine – ha offuscato la speciale qualità plurale delle vittime, unificandola sotto un protocollo unitario eccessivamente sommario: che è andato a ricoprire anche le vittime quindicenni o i passanti sorpresi dalle parti di via Rasella subito dopo l’attentato. Addirittura, da parte degli illustri presentatori del libro a Palazzo di Firenze, sede della Società Nazionale Dante Alighieri, sono stati avanzati dubbi circa la validità del (complesso) concetto di guerra civile in Italia dal 1943 al 1945. Ora, con l’opera di Avagliano e Palmieri possiamo inforcare gli occhiali giusti per leggere la storia, quelli agostiniani del Vero e quelli della verità-realtà delle vittime (che, per non essere primariamente parte di una formazione in campo, sono tanto più nostri fratelli; e che, nella lettura del libro, avvertiamo come tali). 

Allora, quello che affascina nell’opera di Avagliano e Palmieri è un triplice elemento: la ricostruzione storiografica, che si uniforma alla freddezza solo apparente della ricerca negli archivi, è un dato da salutare positivamente (l’esame del libro riserva continuamente al lettore momenti di autentica commozione; il rigore del metodo non esclude affatto l’emotività di fronte alla restituzione degli avvenimenti); quindi, la fuoriuscita definitiva dall’ideologia – ideologia d’antan -, da salutare altrettanto positivamente; infine, il coraggio di fare la scelta di sottolineare l’importanza delle biografie, sia pure quando i coprotagonisti sono tanti e sono persone normali, senza un ruolo volontario decisivo. 

Non è dunque il racconto della realtà storica a dover inseguire il pensiero dello storico, ma è quest’ultimo a doversi adattare quanto più possibile alla molteplicità pluralistica delle risultanze della ricerca. Più molteplicità irriducibile di quando si fa storia biografica di persone invece che storia di idee, è difficile trovare; ed è ancora più difficile averne ragione elaborando il materiale trovato. Il libro, esemplare sotto il profilo metodologico, è augurabile che sia seguito da tanti altri saggi di storia in cui abbondino le biografie dei tanti coprotagonisti. Sarà così che riusciremo meglio a comprendere – e a utilizzare positivamente – fenomeni storici che ci hanno coinvolto e riguardato come collettività; ma che ci scoraggiano perché i protagonisti sono tanti e sconosciuti. Personalmente amerei che ci si esercitasse di più e meglio con un evento complesso come la ricostruzione postbellica italiana. Dovremo fare uno sforzo. Ma alla fine potremo sapere a chi dobbiamo essere riconoscenti.

L’attacco a Mosca unisce il mondo nella condanna del terrorismo

Di fronte all’attacco terroristicco avvenuto ieri sera a Mosca presso la sala da concerti più grande della città, la Crocus City Hall, con un bilancio di più di 60 morti e 140 feriti, la comunità internazionale si è dimostrata unita nel condannare questa strage di civili, che ne richiama alla memoria altre, avvenute in Europa, in particolare quella del 13 novembre 2015 al teatro Bataclan di Parigi. L’attentato di ieri però si inserisce in un contesto molto più delicato e incandescente di quello dello scorso decennio, nel bel mezzo del conflitto in corso in Ucraina. Il governo di Kiev si è detto subito totalmente estraneo e privo di responsabilità per quanto accaduto nella capitale russa. È giunta poi una rivendicazione dell’Isis, per la quale ancora a tarda sera si valatutava l’attendibilità.

La ferma condanna anche da parte dei Paesi occidentali, manifesta la volontà degli stati e delle organizzazioni internazionali come UE e Nato di mantenere il controllo della situazione a fronte dell’azione spregiudicata di forze oscure, in quanto al momento non ancora identificate, che invece stanno puntando a gettare benzina sul fuoco del conflitto russo ucraino. Insieme alle vittime che ha prodotto, è questo l’altro grande danno che l’attentato a Mosca tende a provocare. Quello di logorare ancor di più le relazioni e la fiducia fra gli stati, di fare sembrare ancora di più di quanto già molti dicano, la guerra come unica via da percorrere. Per questo, come ha ricordato l’ambasciatore Riccardo Sessa, presidente della Sioi, in un commento a caldo a Tg2 Post, la cosa più importante in queste ore è mantenere nervi saldi, lucidità, non giungere a conclusioni affrettate, non fare dietrologie che potrebbero condurre a sviluppi fuori controllo, ma attendere il procedere delle indagini e l’emergere di un quadro di valutazione con maggiori e più fondati elementi. 

Una prova di responsabilità che devono dare tutte le parti, in particolare lo stato colpito, la Russia, che dovrà dimostrare di saper evitare di strumentalizzare questa strage in relazione all’andamento della guerra di aggressione che conduce in Ucraina. Questo attentato mette a durissima prova la capacità degli stati di non lasciarsi travolgere dagli eventi, rafforzando la reciproca fiducia, e nel contempo sembra costituire un avvertimento, non difficile da interpretare quanto al fine che vorrebbe ottenere, circa il rischio che azioni mirate di forze e gruppi particolari possano tentare, in una fase così tesa come l’attuale a livello internazionale, al di là della volontà delle istituzioni, di forzare la mano o addirittura di fare deragliare la catena degli eventi verso direzioni che nessuno, ovvero nessun potere legalmente costituito intende imboccare.

L’impegno comune a tutta la comunità internazionale, come ha ricordato il presidente Sergio Mattarella, a combattere ogni forma di terrorismo, è la prima e migliore risposta che si possa dare a crimini come quello commesso nel teatro moscovita, facendo diventare un brutale atto terroristico un’occasione per ribadire i valori fondamentali alla base delle relazioni fra i popoli e i loro legittimi rappresentanti, anche in un mondo caratterizzato dalla presenza di molti conflitti in corso e da una non ancora lineare ricerca di un nuovo ordine globale che garantisca stabilità, pace, giustizia e inclusività per l’avvenire.

 

P.S. Molto ferma la condanna di Yulia Navalnaya: “Condoglianze alle famiglie delle vittime – ha scritto su X – e auguri di pronta guarigione ai feriti. Tutti coloro che sono coinvolti in questo crimine devono essere trovati e chiamati a rispondere delle loro responsabilità”.

La Voce del Popolo | Salvini e l’applauso all’elezione di Putin.

Non si capisce quale demone politico abbia spinto Salvini ad applaudire la rielezione di Putin. Se l’applauso sia figlio di una convinzione (che lo accomuna a una fitta schiera di dittatori in giro per il mondo). Oppure sia l’espressione di un legame che a questo punto non può più essere reciso. In ogni caso la sua voce appare agli antipodi del posizionamento internazionale del paese e del governo di cui fa parte. 

Resta da capire, appunto, il perché. E soprattutto da immaginare il dopo. È evidente che una posizione così lontana dal senso comune e dagli obblighi di coalizione presuppone una scommessa. Cioè che vi sia nel paese un dubbio tanto forte sulle nostre alleanze globali da spingere un partito come la Lega a schierarsi quasi agli antipodi della premier e del ministro degli esteri. Magari confidando di trovare spazio lungo quell’asse gialloverde che segnò l’inizio della scorsa legislatura (il Conte uno, per intenderci) e che pure non portò a lungo andare una così soverchia fortuna al Carroccio. 

A prenderlo alla lettera sembra quasi che Salvini stia scommettendo sulla fine dell’alleanza di cui fa parte. E che ancora una volta, come appunto nella scorsa legislatura, egli preferisca scommettere sullo scontento del paese piuttosto che sulla riuscita del governo di cui fa autorevolmente parte. 

Scelta umorale, di pancia si direbbe. Che va contro le consuetudini altrui e forse anche contro il proprio interesse. Si vedrà a questo punto se la Lega – il partito più antico sulla piazza – lo asseconderà o se invece da quelle parti si aprirà un confronto come accadeva un tempo nei partiti ancora più antichi.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 21 marzo 2024

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

La cartina di tornasole della politica estera

Verrebbe quasi da dire “c’era un tempo”… In effetti, quando la vita pubblica italiana non era ancora stata infestata dal populismo demagogico, qualunquista e anti politico, la politica estera era il crocevia decisivo e discriminante per la costruzione delle alleanze da un lato e per la stessa definizione del profilo politico dei partiti dall’altro. E proprio attorno alla politica estera, principalmente, si costruivano i governi e gli assetti. 

Erano altri tempi? Certamente sì, ma in ogni fase storica l’orientamento politico di un partito sulla politica estera non è mai stato una variabile indipendente ai fini del suo progetto e del sistema di alleanze che voleva costruire per concorrere al governo del paese.

Non stupisce, pertanto, che anche oggi – seppur in un contesto politico ancora fortemente caratterizzato dalla sub cultura populista di marca grillina e salviniana – sia proprio e ancora la politica estera ad essere un fattore decisivo per misurare la credibilità di una ricetta politica e, soprattutto, l’affidabilità democratica di un paese come il nostro. E, non a caso, la Premier Giorgia Meloni ha fortemente caratterizzato l’avvio del suo governo su questo versante dando l’impressione, e non solo l’impressione, di ancorare il nostro paese ad un quadro di alleanze chiare, nette e coerenti. Senza balbettamenti, reticenze ed ambiguità. 

Dopodiché, le singole scelte di politica interna saranno discutibili, e certamente opinabili, ma sulla collocazione del nostro paese nello scacchiere europeo e mondiale e, soprattutto, sulle concrete prese di posizione, l’Italia in questi ultimi mesi ha centrato gli obiettivi principali.

Altro che populismo giallo/verde! Se dovessimo avere come riferimento il populismo anti politico del partito di Conte e di Grillo da un lato o lo strampalato sovranismo della Lega salviniana dall’altro, il nostro paese sarebbe inesorabilmente esposto al vento dell’instabilità, del pressappochismo, dell’improvvisazione e di un pericoloso ed inquietante discostamento dalle storiche coordinate che hanno sempre caratterizzato la politica estera italiana. Ed è indubbio che questo è anche, e soprattutto, merito della Premier Meloni.

In ultimo, e non per ordine di importanza, va pur detto che il recupero di credibilità e di autorevolezza della politica, dei partiti e dei rispettivi progetti di governo passa anche, e soprattutto, attraverso la chiarezza sulle grandi scelte in politica estera. Non a caso, come ricordano tutti coloro che hanno ancora frequentato i grandi partiti popolari e di massa del passato, ogni riflessione locale e nazionale di un qualsiasi direttivo di partito partiva sempre da una ricognizione sul contesto europeo ed internazionale. 

E questo per la semplice ragione che quando ci sono incertezza ed ambiguità su questo fronte difficilmente si riesce poi a perseguire un progetto politico e di governo credibili anche sul versante nazionale. Ebbene, dopo la sbornia populista grillina e leghista, forse si intravedono all’orizzonte i segnali di una lenta, ma inarrestabile ripartenza della politica e dei suoi istituti principali.

Un quadro instabile a destra, un disegno tormentato a sinistra.

Il più mobile tra Salvini e la Meloni è certamente il primo. Infatti, s’intuisce come dei suoi piccoli e grandi ricatti ce ne sia uno che tiene di riserva (a meno che non esploda il caso Santanchè) per quando tutto sarà perduto: dissociarsi dal premierato, la proiezione dei sogni della Meloni, in verità con l’unico precedente in Israele ed in breve fallito. 

Ora, dopo aver tentato di aprirsi un varco a livello europeo, incalzando sull’estrema destra la Meloni, Salvini gioca in nome del miraggio della pace la carta di Putin, ieri colpito in casa da un grave attentato terroristico, con una singolare argomentazione: è stato votato e va rispettato. Non valgono le obiezioni circa il mancato rispetto delle normali regole di democrazia. È un atteggiamento spregiudicato che segnala il degrado di chi per il potere, senza nessuna riserva morale, è pronto a giocarsi tutto, anche il suo popolo – modello Putin, appunto. 

La frase usata per legittimare il nuovo Zar (“L’hanno votato ed è tutto in regola”) finirà per tornargli addosso come un boomerang: “Non hanno votato te, in Italia”. Si va delineando perciò un rischio molto serio. A meno che in Europa non dovessero risultare determinanti i populismi sovranisti, il destino di Savini è pressoché segnato. Emerge con chiarezza allora il perché la Lega abbia tutto l’interesse a un cambiamento di rotta prima delle elezioni europee, proprio per non perdere consensi a vantaggio di Fratelli d’Italia e Forza Italia.

I margini di manovra sono stretti e la Meloni, forte dell’abbraccio con Ursula von der Leyen, mostra di poter contenere l’offensiva salviniana. In questo quadro non fa meraviglia che il leader dei 5 Stelle, Giuseppe Conte, sia stregato da un ritorno della Lega alla sua vocazione movimentista, con l’evidente tentazione di far saltare il banco del governo. È però un’attesa carica di equivoci, oltretutto cedevole alla imprevedibilità di Salvini. Per questo la preoccupazione di Elly Schlein per una implicita sudditanza politica, tale da bloccare l’evoluzione faticosa del “grillismo”, riassume e descrive il disagio esistente nell’area progressista. A destra e a sinistra non mancano i problemi.

Con Paronetto nasce l’Italia a guida democratico cristiana

Il 20 marzo 1945 moriva a soli 34 anni un grande italiano, Sergio Paronetto. Vicedirettore generale dell’IRI, collaboratore strettissimo del direttore generale Donato Menichella, allievo e amico di Giovanni Battista Montini – per lui sempre “don Battista” -, colonna dell’associazionismo cristiano e cofondatore del Movimento Laureati Cattolici, caporedattore della rivista Studium. Il valtellinese Sergio Paronetto sarà il principale ispiratore di Alcide De Gasperi – nella profetica convinzione che il leader trentino fosse l’uomo destinato a tirare l’Italia fuori dalle distruzioni e dal sottosviluppo – provvedendo a trasferire al politico di trent’anni più anziano gli elementi di formazione, di competenza e di valutazione per porsi alla guida del processo di rinascita economica e civile del Paese distrutto. 

Il 20 marzo 2024 si sono ritrovati sulla tomba di Sergio Paronetto a Roma alcuni studiosi della sua figura, i quali hanno attorniato monsignor Vincenzo Paglia chiamato a celebrare una messa in suffragio per l’anima del funzionario spirato 79 anni fa. La prima lettura della messa del giorno, tratta dal libro del profeta Daniele, appare straordinariamente pertinente alla vicenda umana del giovane valtellinese. In essa si narra di un capo di Stato e di governo molto sicuro di sé e del proprio smisurato potere, che minaccia tre sudditi ebrei (vengono identificati chiamandoli con il loro nome) i quali si rifiutano di obbedire all’ordine di adorare un dio inventato dal tiranno, proposto e imposto a tutti. Al rifiuto, il tiranno al colmo dell’ira descrive il supplizio da lui pensato per i tre. Viene presentata una macchina che è una fornace regolabile, dove si può comandare l’intensità della fiamma e anche l’altezza cui possono giungere le lingue di fuoco (49 cubiti). 

Ostinati nel loro rifiuto, i tre vengono chiusi nella fornace ed esposti alle fiamme. Miracolosamente, il fuoco e le alte temperature non li aggrediscono. Invano viene comandato di alzare al massimo la potenza distruttiva dell’ordigno. Il tiranno vede che a restare integri nella fornace, oltre ai tre c’è anche un misterioso quarto uomo: ne rimane stupefatto ed essendo un politico e intendendo il significato dell’evento e la sconfitta del proprio potere, cambia rapidamente partito. Il quarto uomo è un angelo, inviato dal Dio dei tre. Il Dio dei tre ha prevalso. Tanto vale mettersi dalla sua parte. Per suo ordine i tre vengono liberati. Il passo di Daniele si conclude proprio con le parole del tiranno

“Nabucodònosor prese a dire: «Benedetto il Dio di Sadrac, Mesac e Abdènego, il quale ha mandato il suo angelo e ha liberato i servi che hanno confidato in lui; hanno trasgredito il comando del re e hanno esposto i loro corpi per non servire e per non adorare alcun altro dio all’infuori del loro Dio».

L’omelia di mons. Paglia ha proposto che la fornace sia la guerra, il periodo 1944-1945, i tre ebrei fedeli siano il popolo italiano, l’angelo-quarto uomo sia Sergio Paronetto, la dittatura sia quella del non pensare al “dopo” con le competenze necessarie, la desertificazione del pensiero umano, quasi la sua fuga invigliacchita davanti alle situazioni difficili che uccidono la speranza. Il messaggio del profeta Daniele è la conversione rispetto a ciò che ci tiranneggia. 

Qual è la competenza che Paronetto riesce a mettere in campo, convincendo De Gasperi, Montini e Pacelli? Lo studio serio dell’agire umano: l’agire sociale, l’agire economico, l’agire politico, ciascuno con le sue categorie; da qui la prospettiva – e l’urgenza – di fornire, in momenti storici particolari, i principi per i rispettivi ordinamenti di cui la società civile, quando è reduce da una catastrofe, ha assoluta necessità: l’ordinamento sociale, l’ordinamento economico, l’ordinamento politico. L’azzeramento prodotto dalla fornace della guerra esige che siano enunciati con coraggio i nuovi principi. I cardini irriducibili sono la libertà politica, la libertà economica, la democrazia politica, la democrazia economica. Nessuna delle quattro può sussistere senza le altre tre. 

Ma c’è un presupposto vitale per tutte, irrinunciabile: la pace. E la pace vuol dire scelta di collocazione internazionale e capacità di affrontare il vincolo esterno. Questo è quello che formerà la religione civile di De Gasperi nel porsi il problema della ricostruzione del Paese. Paronetto quasi impone al leader trentino di porsi un’unica pregiudiziale per la propria azione, la “pregiudiziale ricostruttiva”. La morte precoce, giovanissimo (34 anni), lo coglie alla fine del processo di trasferimento a De Gasperi e a Montini della sua opera di pensiero: sul suo letto di morte giacciono le bozze dei due scritti che sintetizzano le passioni della sua vita: quelle, liberate, del Codice di Camaldoli (vero titolo: Principi dell’ordinamento sociale) e quelle dello statuto riformato dell’IRI per la nuova Italia democratica. Per la quale Paronetto inventa il disegno della nuova economia pubblica. I suoi fraterni amici Giorgio La Pira, Ezio Vanoni, Meuccio Ruini svolgeranno in Assemblea Costituente l’azione che porterà agli articoli 11, 41, 47 e 99: articoli “paronettiani” della cosiddetta costituzione economica.

De Gasperi ripeterà più volte a Pietro Scoppola: “Io devo moltissimo, se non tutto, a Sergio Paronetto”. E l’amico nonché concittadino Ezio Vanoni, in un articolo per i dieci anni dalla scomparsa, ripeterà un concetto analogo e lo definirà “amico e maestro”.