Home Blog Pagina 590

Europa Europa.

 

Le novità sono sotto gli occhi di tutti. I cittadini hanno sentito e visto l’Europa un po’ diversa da certa narrazione degli euroscettici, sovranisti e populisti. Nonostante le ricorrenti crisi, il processo d’integrazione è andato avanti. Ora tocca a noi con grandi e piccoli passi ma senza interruzione, anzi accelerando.

 

Mariapia Garavaglia

 

Maggio è un mese di date da ricordare perché senza memoria non c’è modo di educare all’impegno civile. Si ricordano eventi legati alle nostre vite e quelli che segnano la storia d’Italia e dell’Europa.

 

La pandemia prima e la guerra ai confini dell’Europa ci hanno risvegliato dal letargo di anni di pace e di relativo benessere, anche se non per tutti, facendo cogliere come il pianeta è piccolo e quanto siamo interconnessi. Il reticolo di social e le notizie, comprese le ‘fakes’, in qualsiasi momento ci rendono presenti eventi, persone e parole: si suol dire in tempo reale. E la realtà ci insegue e ci rende incerti.

 

Accade che anche la politica si assume gravi responsabilità nella incertezza generale e sta dimostrando di saper dare risposte sia pure con le fibrillazioni dei partiti che hanno orecchie e occhi sulle scadenze elettorali piuttosto che “il fiuto della gente” (Papa Francesco).

 

I cittadini hanno sentito e visto l’Europa un po’ diversa da certa narrazione degli euroscettici, sovranisti e populisti.

 

Ad ogni grave crisi l’Europa ha risposto con passi avanti nella cooperazione fra gli Stati.

 

Ai traumi della Seconda Guerra Mondiale, l’Europa ha risposto con la creazione delle prime istituzioni per la cooperazione economica. L’Unione Europea dei pagamenti favorì il ritorno alla stabilità delle monete e la ripresa degli scambi commerciali. La Comunità Economica del Carbone e dell’Acciaio abolì le barriere doganali e altri impedimenti alla libera circolazione delle merci in settori cruciali dell’economia. Le tensioni geopolitiche nate con la crisi di Suez nel ‘56 contribuirono ad accelerare il percorso verso i Trattati di Roma. Di fronte al crollo del sistema di Bretton Woods nel ‘71, i Paesi europei reagirono con l’istituzione del serpente monetario e poi del Sistema Monetario Europeo. Al crescente euroscetticismo degli anni ‘80, si rispose con i programmi di interventi mirati proposti dalla Commissione Delors e con l’Atto Unico del 1986. Alla fine dell’Unione Sovietica e alla riunificazione della Germania, l’Europa fece seguire la firma del Trattato di Maastricht, la creazione dell’Unione monetaria e, infine, l’allargamento a Est dell’Unione Europea. La crisi dell’eurozona nei primi anni dello scorso decennio ha portato a un rafforzamento e a una modernizzazione delle istituzioni economiche, a partire dalla Banca Centrale Europea. La pandemia ha portato alla creazione del Next Generation EU.

 

Questo lungo cammino di integrazione ha cambiato le nostre vite per il meglio.

 

Un risultato costruito “pezzo per pezzo, settore per settore”, per citare Robert Schuman, perché l’Unione Europea non poteva nascere “di getto, come città ideale”. La lungimiranza dei Padri fondatori fece iniziare il cammino nel mettere insieme quegli interessi economici che avevano causato le guerre (come ora).

 

Ora tocca a noi con grandi e piccoli passi ma senza interruzione, anzi accelerando.

 

Come il naufrago grida terra terra quando vede apparire la salvezza, dopo lo scoppio della guerra di aggressione alla Ucraina si sente invocare, da più parti, Europa Europa!

E questo ci condurrà – speriamo presto – a recuperare le falle del percorso a partire dalla assenza di una difesa comune. Nonostante la consapevolezza sembra ancora timido l’iter verso la meta.

 

Purtroppo sono molte le differenze anche organizzative e gestionali nelle nostre abitudini e nelle scelte politiche. L’armonizzazione che conduca alla totale integrazione passa dalla condivisione delle ‘best pratices’ la’ dove sono insediate da tempo e di cui ammiriamo i risultati. Si potrebbero elencare molti esempi: perché non imitare sistemi universitari che consentano a tutti giovani europei pari occasioni; oppure perché non imitare lo smaltimento dei rifiuti, ecc. Copiando gli esempi virtuosi si risparmierebbero soldi e tempo: è incredibile che a Roma si litighi per il termovalorizzatore. Se non vogliamo ispirarci alle capitali nordeuropee basta studiare il sistema Brescia che funziona da circa cinquanta anni! La guerra in Ucraina ci ha fatto riflettere in merito ai risultati negativi ottenuti per anni di mancanza di visione e di strategie. Serpeggia il malcontento contro l’Ucraina perché aumentano i prezzi di molti prodotti di cui si è ridotta la produzione per colpevole miopia (affronteremo sacrifici ma non siamo sotto le bombe!). Si pensi alla agricoltura: quanto terreno destinato a pannelli solari, a cementificazione, ecc. Le scelte urbanistiche influiscono sulla vita delle città e quindi degli abitanti, sull’equilibrio bioambientale, ecc. recuperare implica grande determinazione nelle scelte politiche, nel consenso popolare, ma soprattutto tempo!

 

Per programmare le scelte e creare cultura e consenso occorre lavorare coi dati, il sistema nervoso della organizzazione sociale. Non è sorprendente che in questo momento nel nostro bel Paese mancano medici e infermieri? Le associazioni imprenditoriali non trovano tecnici, panettieri, camerieri… il ministro Massimo Garavaglia, per aiutare il turismo, settore nel quale manca moltissimo personale, chiede di attivare flussi di immigrati… Abbiamo bisogno non di divenire ma di essere Europa, secondo gli auspici di un indimenticabile europeista, David Sassoli, che definiva l’Europa “un nuovo progetto di speranza, che innova, che protegge, che illumina”.

Raccontare il dolore per affrontarlo ed elaborarlo. Breve recensione di “Storia del dolore” scritto da Vittorino Andreoli.

Il libro è denso, carico di significati e di esplicitazioni per favorire un approccio narrativo e quindi una più agevole comprensione delle trame paradigmatiche in cui riconoscere una parte di sé e rispettare la sofferenza altrui, con la dignità che merita. L’immediatezza del racconto ci immerge in questa lunga, interminabile storia del dolore.

“Tutti gli uomini sanno dare consigli e conforto al dolore che non provano” [William Shakespeare]

Ho sempre pensato al ‘dentro’ e al ‘fuori’ come a due categorie che sostanziano e – a volerle approfondire – spiegano la nostra esistenza. Sono luoghi fisici, innanzitutto, corporei e ci appartengono come persone, ma anche entità immateriali che non sempre riusciamo a cogliere e a leggere nella loro complessità. Riguardano i pensieri e le azioni che ne derivano, i sentimenti che sono generati nei meandri reconditi della nostra intimità e si traducono in comportamenti: amore, odio, comprensione, indifferenza, empatia, rancore inevitabilmente interrelati in una dimensione relazionale con gli altri.

C’è un dentro e un fuori in noi ma anche nei contesti della nostra quotidianità: ad esempio basta aprire o chiudersi alle spalle una porta di casa per rendersi conto di quanto complessa e sovente inimmaginabile sia la molteplicità della realtà che ci pertiene. Molto spesso celata dalle apparenze, nascosta ai più, indescrivibile, insospettabile, indossa le molte maschere delle alterne vicende della vita, è sfuggente, interessante, non di rado inesprimibile ove non addirittura lungamente inespressa. Chi per professione deve gestire e guidare questa realtà per conoscerla, capirla, aiutarla ad emergere dai coni d’ombra impenetrabili se non attraverso scandagli interiori, dialoghi maieutici, ascolto, metabolizzazione e condivisione degli aspetti problematici di quella condizione di precarietà che avvolge le fragilità della dimensione umana dell’essere e dell’esistere, si prende cura di stati d’animo che procurano distonie e sofferenze.

Ci vuole preparazione professionale, intuizione, pazienza, disponibilità, capacità narrativa e di convincimento, abilità nel saper affrontare in modo condiviso il senso di inadeguatezza e le difficoltà della vita e poi una dote antica, un dono che da secoli chiamiamo ‘sapientia cordis’ che io traduco come benevolenza, ricchezza smisurata di umana comprensione, bontà dell’anima.

Il Prof. Vittorino Andreoli ha svolto questo compito come psichiatra di fama internazionale da molti decenni e ci ha lasciato in dono una enorme produzione bibliografica, si può dire che abbia voluto raccogliere e condividere nei suoi libri le esperienze umane e professionali realizzate con sapienza, competenza, scienza e coscienza, come in una sorta di compendio sulla vita. Un vero dono di entità e valore incommensurabili.

Se dovessi esprimere – in tutta umiltà –  con due parole le qualità personali e scientifiche che più mi hanno colpito della figura carismatica del Professore userei questi due termini: serietà e dedizione.

Ricordo un’interessante e per suo merito profonda e affascinante intervista che mi aveva concesso che si concludeva (dopo aver considerato le paure, lo stress, l’ansia, la depressione, le psicopatologie del quotidiano, le sofferenze dell’esistenza, persino la follia) con una valutazione del concetto di ironia come modo per alleggerire le difficoltà della vita e guardare ad essa con ottimismo, quasi per bypassare i problemi nei quali sovente finiamo per impantanarci come in una sorta di eccesso di zelo nell’ascolto. Non dimentico la sua risposta, quasi severa, sulla quale spesso torno ad interrogarmi: “Io non ne posso più della ‘ironia’, adesso sono tutti spettacoli dove si deve fare ironia, satira: è tutta grande ignoranza. Invece la serenità è una cosa molto seria che si fonda sul rispetto dell’altro, sul saper vedere la  positività nell’altro, sul sapergli sorridere invece di scappare. E’ ora di finirla di dire che l’ironia salva il mondo: è una idiozia. Ciò che salva il mondo è il rispetto dell’altro, fino a riuscire ad amarlo”.

Questo richiamo alla serietà con cui affrontare con dedizione e ‘amore’ i marosi della vita è per me il modo migliore per introdurre l’ultimo libro del Professor Andreoli: “Storia del dolore”.

Un tema che non vorremmo mai affrontare, considerando il dolore un accidente della cronaca e della storia della vita, un argomento da evitare per la sofferenza fisica o mentale che procura. Andreoli ne tratta in quasi 500 pagine e affronta un tema così difficile da metabolizzare ed elaborare, usando il metodo espositivo della narrazione: racconta 5 storie in cui in modo diverso e soggettivamente interiorizzato ed espresso il dolore è il protagonista delle trame di vissuti che esprimono stati di sofferenza diversi tra loro ma egualmente connotativi e denotativi della condizione umana nella sua dimensione ontologica e storicizzata: l’essere e l’esistere.

Forse un testo di saggistica di analoghe dimensioni sarebbe stato inevitabilmente destinato ad un pubblico più ristretto di lettori, attrezzati in quanto a codici semantici, simbolici ed espressivi strettamente clinici.

In questo modo invece, l’autore si rivolge a tutti e il suo libro diventa una sorta di romanzo sul dolore, le vicende narrate riprendono casi di cui il Professore si è occupato che diventano paradigmatici per esprimere e approfondire diversi aspetti della vita come luogo di transito e di sosta di situazioni umane e (inevitabilmente) relazionali in cui le condizioni del dolore e della sofferenza si intrecciano con le storie dei protagonisti ed offrono uno spaccato intelligibile dove potersi riconoscere, pur nella specificità dei contesti.

Il racconto è a un tempo il modo per esprimere, descrivendolo, il proprio dolore e la terapia per elaborarlo.

Trovo fondamentale l’approccio metodologico: considerare il dolore nella sua caleidoscopica rappresentazione come una parte essenziale del vivere, direi ineludibile, inevitabile, consustanziale.

Un gesto umano e professionale di coraggio quello intrapreso dal Professor Andreoli poiché la realtà oggi è intesa come una sorta di luogo dell’effimero e transeunte, la vita stessa assume un valore relativo, dobbiamo fuggire le situazioni che ci allontanano dalla fruizione del godimento, affrontare con spavalderia i pericoli, affermare se stessi anche soverchiando il nostro prossimo.

Ed espungere il dolore come un fastidioso accidente temporale, eluderlo inebriandosi con ogni mezzo che ci consenta di superarlo. Vita e morte sono categorie del meramente possibile, notiamo come spesso i giovani attribuiscano un valore riduttivo all’una e all’altra condizione, basti pensare ai giochi pericolosi, al consumo del corpo, alle sfide con il destino, al carpe diem inteso in senso estensivo come “ora, qui e tutto”.

Educare a metabolizzare il dolore è un dovere professionale per uno psichiatra, vincere resistenze, chiusure, stati d’animo volti al peggio, sofferenze indicibili.

Oggi il termine “sofferenza” è considerato una malattia, terrorizza e l’imperativo è di eliminare il dolore, anche quello fisico…Ma l’uomo senza dolore non lo riconoscerei, l’uomo che non sa amare e dunque che manca del desiderio di legarsi e farsi parte dell’altro, non mi attrae. L’uomo che non desidera, perché ritiene di essere e di avere tutto mi spaventa”.

Ricordo ciò che mi disse il Maestro Pupi Avati in esordio di intervista: “Io penso che attraverso le dichiarazioni di inadeguatezza, che sono una costante dei miei protagonisti  – sono tutti personaggi portatori di disistima, di ingenuità , di complessi di inferiorità, incapaci di vivere all’altezza del contesto e delle aspettative sociali, – alla fine del racconto quelli che sembravano i più fragili e i soccombenti diventano nelle mie trame in fondo degli eroi. Per rendersi reciprocamente attendibili io debbo esordire con lei confessando una mia debolezza, se esprimo fin da subito quello che è un mio limite lei si fida di me e mi ascolta con maggiore attenzione”.

Sta dunque qui la chiave per superare i limiti e le difficoltà della vita: aprirsi agli altri, raccontarsi, lasciarsi penetrare dalle vicende umane altrui, considerare la sofferenza, la disistima, l’inadeguatezza e il dolore stesso come passaggi obbligati per riappropriarsi di una autenticità che è ‘valore’ potenziale, punto di partenza per compiere il nostro viaggio carichi di sentimenti e di consapevolezze.

Il Professor Andreoli ci propone di attraversare la storia del dolore (come attore, soggetto, non oggetto di studio) cercando di conoscerlo, per affrontarlo come un aspetto, certamente il più faticoso e difficile dell’esistenza.

Il suo libro è denso, carico di significati e di esplicitazioni per favorire un approccio narrativo e quindi una più agevole comprensione delle trame paradigmatiche in cui riconoscere una parte di sé e rispettare la sofferenza altrui, con la dignità che merita.

Nulla è tralasciato al caso o abbandonato all’oblio, l’immediatezza del racconto ci immerge in questa lunga, interminabile storia del dolore, perdervisi è un’apparenza perché l’impianto del libro è – ad ogni pagina – un invito a ritrovare se stessi. Da leggere.

 

 

Vittorino Andreoli

Psichiatra di fama mondiale, è stato direttore del Dipartimento di Psichiatria di Verona – Soave ed è membro della New York Academy of Sciences. È presidente del Section Committee on Psychopathology of Expression della World Psychiatric Association. Si oppone fermamente alla concezione lombrosiana del delitto secondo cui il crimine veniva commesso necessariamente da un malato di mente, e sostiene la compatibilità della normalità con gli omicidi più efferati.  È autore di libri che spaziano dalla medicina, alla letteratura alla poesia, e collabora con la rivista Mente e Cervello e con il giornale Avvenire. Ha realizzato alcune serie di programmi, con puntate della durata di circa 30 minuti, dedicati agli adolescenti (Adolescente TVB), alle persone anziane (W i nonni) e alla famiglia (Una sfida chiamata famiglia).
Tra le sue opere, pubblicate con Rizzoli, ricordiamo Elogio dell’errore (2012, con Giancarlo Provasi), Il denaro in testa (2012), Le nostre paure (2011), Il rumore delle parole (2019) e Il futuro del mondo (2019). Nel 2014 esce L’educazione (im)possibile. Orientarsi in una società senza padri e l’anno successivo Ma siamo matti. Un paese sospeso tra normalità e follia. Nel 2016 esce La mia corsa nel tempo, nel 2017 La gioia di pensare. Elogio di un’arte dimenticata (Rizzoli), Uomini di Dio. Un’indagine sui preti e il sacro (Piemme). Nel 2018 esce Il silenzio delle pietre (Rizzoli), Beata solitudine. Il potere del silenzio (Piemme) e Homo stupidus stupidus. L’agonia di una civiltà (Rizzoli).Con Solferino , L’uomo col cervello in tasca (2019), Una certa età (2020), Fare la pace (2020), La famiglia digitale 2021, L’origine della coscienza (2021), Storia del dolore (2022).

Roma caput cyber. Numeri e temi di Cybertech Europe 2022 nell’analisi di “formiche.net”.

 

Si è conclusa a Roma ledizione 2022 di Cybertech Europe, la due giorni dedicata al settore cyber. Tra i numerosi ospiti lamministratore delegato di Leonardo, Profumo, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con la delega alla sicurezza, Gabrielli, il direttore generale dellAgenzia per la cyber sicurezza nazionale, Baldoni e il sottosegretario alla Difesa, Mulè.

 

Marco Battaglia

 

Roma “capitale” cyber per due giorni. Si è infatti concluso Cybertech Europe 2022, il più grande evento dedicato al settore della cyber-security organizzato in collaborazione con Leonardo. Numeri importanti per questa quinta edizione, che riprende i lavori dopo la pandemia: migliaia di visitatori e più di 90 aziende e start up hanno partecipato alla convention, provenienti da oltre 50 Paesi. Alla Nuvola di Roma, esperti e società hanno avuto modo di confrontarsi e aggiornarsi sullo scenario attuale della sicurezza informatica, ora più che mai prioritario e discusso in tutti gli ambienti, dalla politica all’economia, ai social. La pandemia, infatti, ha cambiato radicalmente il modo di vivere in generale, e questo ha portato a un moltiplicarsi delle sfide, facendo emergere la necessità per Stati, aziende, organizzazioni e cittadini di mettere in atto nuovi modi per proteggere le proprie reti.

Un approccio globale alla cyber-security

Ad aprire i lavori è stato proprio l’amministratore delegato della società, Alessandro Profumo, che ha registrato come si continui a investire in modo significativo nel settore della cyber-security in diverse aree, dalle comunicazioni sicure all’Internet of things (IoT). “Sviluppare un approccio globale alla sicurezza che includa sia la dimensione fisica che quella digitale è fondamentale per proteggere i nostri sistemi economici, politici e sociali” ha commentato il ceo del gruppo di piazza Monte Grappa, ricordando come la cyber security sia un lavoro di squadra: “Aziende private, governi nazionali e istituzioni europee devono unirsi in un quadro di collaborazione, per promuovere la resilienza informatica, salvaguardare le comunicazioni e i dati, mettere in sicurezza la società e l’economia europee”. Profumo ha anche ricordato il ruolo di Leonardo quale “punto di riferimento della sicurezza nazionale”. L’azienda, infatti, investe circa il 13% del suo fatturato in ricerca e sviluppo nel settore “siamo intorno a 1,8 miliardi di euro, e sono tanti soldi”, ha aggiunto Profumo.

 

Un tragitto ancora lungo

 

Insieme a lui il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con la delega alla sicurezza della Repubblica, Franco Gabrielli: “Sul fronte della cybersecurity l’Italia ha imboccato la strada giusta, pur avendo davanti un percorso lungo e problematico”. Il prefetto Gabrielli ha anche annunciato la prossima comunicazione sulla composizione del comitato tecnico-scientifico dell’Agenzia per la cyber sicurezza nazionale, che sarà resa nota subito dopo la presentazione della strategia nazionale sulla cybersicurezza 2022-2026, attualmente al vaglio del presidente del Consiglio Mario Draghi. Il comitato “sarà composto da un numero selezionatissimo di persone e non avrà nulla di pletorico”, ha specificato ancora Gabrielli.

 

Serve più formazione

 

L’Agenzia che vuole essere “un punto di riferimento per il Paese, per il settore pubblico e privato, che definisce la strada che dobbiamo percorrere per essere un Paese più consapevole dal punto di vista della resilienza”, come ha dichiarato il suo direttore generale, Roberto Baldoni, intervenuto a Cybertech. “Il fatto di aver posto l’Agenzia sotto il presidente del Consiglio è garanzia di una uniformità sulle politiche che saranno portate avanti”, ha spiegato ancora Baldoni. Particolarmente cruciale, secondo il direttore, sarà il piano della formazione: “tutti sono rimasti indietro perché tutti i settori hanno avuto una trasformazione forte e profonda”. Per questo, ha ricordato ancora Baldoni: “Serve un cambiamento culturale, che deve entrare in ognuno di noi come cittadini, manager di azienda, impiegati, direttori delle Pa”.

 

Continua a leggere

https://formiche.net/2022/05/cybertech-europe-2022/

Giorgio Pasetto ci ha lasciato, ma non ci lascia la sua fedeltà a un’idea di politica buona, nel solco del cattolicesimo democratico.

Fonte: Affariitaliani.it
Fonte: Affariitaliani.it

Ricordo di un amico, di un politico dotato di volontà e passione, di un uomo capace di esprimersi con affetto, al riparo da ogni spregiudicatezza.

 

Lucio D’Ubaldo

 

Giorgio Pasetto era l’immagine del rabdomante che avanza fiducioso e prudente con la bacchetta in mano. Esplorava, prima di andare diritto alla meta. Le incognite della politica non lo spaventavano, ma nemmeno lo spingevano all’avventura. Poiché amava il mare, non si fidava di uscire al largo come che sia, spensieratamente, non curando del tempo. Curiosità e diffidenza ponevano capo al suo stile gioviale, benché si celasse, dietro quell’apparenza di facile approccio, una difesa istintiva rispetto alle insidie della politica: non poche, in verità, specie nella Dc della sua gioventù. E la politica era la sua missione, per la quale nutriva un sentimento di genuina ed intima appartenenza.

 

È stato sindaco, consigliere provinciale, poi consigliere e assessore e Presidente di Regione, quindi deputato e infine senatore; ha percorso tutti i gradini del cursus honorum di antica memoria, affermando le sue qualità lungo un percorso impegnativo; si è speso molto nella vita di partito, ricoprendo ruoli apicali nelle diverse configurazioni che l’aderenza al patrimonio cattolico democratico gli ha suggerito e imposto, prima appunto nella Dc, poi lungo l’asse Ppi-Margherita-Pd. È stato per molti, soprattutto in anni difficili, un punto di riferimento essenziale in città, a Roma, ma sempre con i piedi e la testa nel contesto della provincia, conservando un legame speciale con la sua Anzio.

 

Nelle Acli aveva fatto il suo apprendistato. Il periodo è quello di Labor e dei suoi eredi, con i furori e le contraddizioni della cosiddetta “opzione socialista” che l’Associazione andava affermando sulla scia della contestazione studentesca e operaia del biennio ‘68-‘69. Viene perciò catapultato nell’agone della politica democristiana finendo per incrociare l’esperienza della Base, la sinistra politica della Dc, quando perlopiù gli aclisti tendevano invece a confluire nell’altra sinistra, quella sociale, rappresentata da Forze Nuove.

 

Ebbe con Giovanni Galloni, leader della Base a Roma e nel Lazio, un legame che gli vietava di partecipare al “mugugno” di cui si nutrivano spesso le relazioni umane e politiche, specie all’interno delle correnti. Grazie alla scuola basista, se così si può dire, aveva affinato una sensibilità speciale, quasi un culto, per le alleanze: senza, in effetti, non c’è politica. O non c’è nei termini che la visione democratica più matura e corretta esige provvidenzialmente dai partiti o dai movimenti. Sta qui, in ultimo, una radice di tolleranza che rende umana e civile la lotta per il potere nel contesto delle società libere.

 

Bisogna riconoscere che nel travaglio in morte della Dc seppe conservare una encomiabile dirittura di pensiero e di azione. Visse con entusiasmo la stagione del nuovo Partito popolare e fu, al congresso di scioglimento, protagonista insieme a pochi di una resistenza che appariva dettata dal senso di fedeltà alla vicenda storica del cattolicesimo democratico. Poi venne il tempo dell’ibridazione, più tentata che realizzata, almeno positivamente, nel modello di partito plurale. Vi si adattò con intelligenza e riuscì a costituirsi interlocutore degli “ex” diversi da lui, dimostrando come fosse essenziale per un uomo della sua formazione sposare la causa di una politica di largo respiro, aliena da qualsiasi tentazione settaria e gruppuscolare.

 

Ebbe sempre cura di non cedere alla routine di partito e all’angustia di una politica autoreferenziale. A chi spetterà più avanti, nella calma di un ricordo meno intriso di commozione, ricordarne le amicizie e le frequentazioni che attestavano il desiderio di mantenere vivo un retaggio di motivazioni ideali, non potrà sfuggire l’importanza di alcuni legami duraturi, sempre vissuti con sufficiente discrezione, come accadde ad esempio con don Luigi Di Liegro.

 

A Giorgio si poteva pure rimproverare qualcosa, data l’incontrovertibiile natura belluina della politica, ma in fondo gli si perdonava tutto in virtù della sua buona fede, della sua passione sincera, del suo modo di concepire e coltivare i beni dell’amicizia. Con lui se ne va un tempo che abbiamo amato, ma non la speranza che da quel tempo possa nascere una politica ancora più autentica e generosa, la stessa che Giorgio saluterebbe con l’espressione sorniona dei giorni della sua buona battaglia, al servizio di un ideale democratico e cristiano, per un’affermazione di umana giustizia.

Perché serve di nuovo la “sinistra sociale”. La versione del popolarismo che Merlo predilige e sostiene, con forza argomentativa.

 

Di fronte a nuove emergenze produttrici di ineguaglianze e sofferenze, chi proviene dalla storia e dalla cultura cattolico sociale e cattolico popolare ha quasi il dovere morale di riprendere la tradizione di una sinistra sociale di ispirazione cristiana e, al contempo, di saperla inverare nei partiti in cui milita o si riconosce.

 

Giorgio Merlo

 

L’esperienza politica e culturale della “sinistra sociale” è stata per molti anni un elemento costitutivo nella politica italiana. Una esperienza presente in molti partiti. Ma indubbiamente quella che ha fatto più notizia, perché meglio organizzata e politicamente più visibile, è stata la sinistra sociale di ispirazione cristiana. Ovvero, la corrente della Dc di Forze Nuove guidata da Carlo Donat-Cattin. E prima ancora Forze Sociali e Rinnovamento. Ma, comunque sia, la “sinistra sociale” era presente anche in altri partiti. Certo non nel Pci che era caratterizzato dal centralismo democratico di ispirazione leninista e dove non potevano esserci correnti organizzate che si confrontavano attraverso il classico e fisiologico metodo democratico, visto che il partito doveva apparire all’esterno come un “monolite” granitico e compatto. Mentre nel Psi e in molti altri partiti minori la “sinistra sociale” era presente ma meno espressiva, meno visibile e politicamente meno significativa.

 

Ecco perchè quando ancora oggi si parla di “sinistra sociale” il pensiero corre immediatamente alla cultura politica dei cattolici italiani. Nello specifico, alla tradizione del cattolicesimo sociale che storicamente ha svolto un ruolo di grande importanza perchè rappresentava pubblicamente uno spezzone di società e, al contempo, sapeva dare attraverso la classe politica di riferimento risposte concrete – politiche e legislative – alle domande e alle istanze che provenivano da quei mondi vitali.

 

Ora, per tornare all’oggi, è indubbio che l’esplosione di una nuova, drammatica ed inedita “questione sociale” merita e richiede, da parte della politica nel suo complesso, una risposta efficace e tempestiva. Certo, senza riproporre i modelli del passato. Perchè i tempi scorrono e, detto tra di noi, anche perchè il livello, la qualità e l’autorevolezza di quella classe dirigente la possiamo solo più leggere sui libri di storia e negli archivi di partito. Ma è indubbio che di una “sinistra sociale” oggi c’è bisogno. Incardinata nei partiti, come ovvio, ma che sia capace di saper interpretare il profondo disagio dei ceti popolari e di dare risposte tangibili. Del resto, non potevamo chiedere ai tecnocrati di ieri o ai tecnocrati di oggi di sapere interpretare politicamente quel disagio. Avevano e hanno un’altra cultura, un altro approccio, un’altra visione della società e delle stesse relazioni politiche.

 

Ma il disagio è sempre quello, aggravato oggi dalla pandemia sociale e dalle conseguenze di una guerra assurda e lacerante. Dalla crescente povertà alla crisi irreversibile del ceto medio; dall’aumento massiccio e spropositato delle materie prime alla potenziale chiusura di centinaia e centinaia di piccole e medie aziende; dall’esplosione di una nuova e drammatica disoccupazione alla crescita esponenziale delle disuguaglianze sociali; dalla perdita secca del potere d’acquisto dei lavoratori e delle famiglie alla emarginazione crescente di porzioni di società sempre più escluse da ogni ipotesi di crescita e di sviluppo economico e sociale.

 

 

Di fronte ad un quadro del genere, chi proviene dalla storia e dalla cultura cattolico sociale e cattolico popolare ha quasi il dovere morale di riprendere la tradizione di una sinistra sociale di ispirazione cristiana e, al contempo, di saperla inverare nei partiti in cui milita o si riconosce. Certo, oggi più che di partiti si parla prevalentemente di cartelli elettorali e di strumenti in mano a dei capi, ma tutto ciò non deve limitare od offuscare l’eredità pesante e ricca di contenuti, di esempi, di testimonianza e di impegno concreto che abbiamo ricevuto dai nostri “maestri”. Se, per fare un solo esempio, al posto delle molteplici correnti di tessere subentrassero quelle che un tempo si chiamavano “correnti di idee” e se, nello stesso momento, nei partiti centristi e riformisti fosse presente questo richiamo e questo marcato anelito di giustizia sociale, probabilmente ne uscirebbe arricchita la stessa politica. Non dimentichiamoci mai di un particolare, seppur al netto della profonda diversità rispetto ad un passato recente e meno recente. I contenuti, l’azione e il peso della “sinistra sociale” di ispirazione cristiana e popolare è stata condotta e guidata per molti decenni a livello nazionale da una componente/corrente all’interno di un grande partito come la Dc che contava a malapena – in quel partito – il 6-7% della intera rappresentanza politica. Contavano però i contenuti che sapeva dispiegare, al di là del numero delle tessere e dei blocchi di potere.

 

Ecco, oggi, seppur con la comprensibile differenza storica, politica e culturale, si deve riprendere quell’esempio. Sono necessari alcuni ingredienti, però: buona volontà, coraggio, coerenza con la propria cultura e determinazione. Se si vuole si può, basta volerlo.

Libia, caos continuo. Ed è una minaccia per l’Italia.

 

L’annullamento delle elezioni ha portato ad un nuovo aggrovigliamento della situazione nel martoriato paese che si affaccia sull’altra sponda del mediterraneo. La difficile mediazione dell’Onu.

 

Enrico Farinone

 

Non solo Ucraina. La situazione in Libia continua a preoccupare, sia in relazione all’approvvigionamento di fonti energetiche sia soprattutto con riguardo al dramma migratorio con le conseguenti tragedie nel Mar Mediterraneo. Siamo a un punto morto. Fallite, e non poteva essere diversamente, le improbabili elezioni presidenziali annunciate per lo scorso dicembre e poi non tenute, la Libia resta uno Stato fallito diviso in due entità ostili l’una all’altra. Ciascuna con un suo governo, un suo premier, un suo Parlamento (Tripoli e Tobruk), una sua amministrazione, un suo esercito (in realtà un insieme di milizie di origine tribale quando non, in diversi casi, di natura mercenaria).

 

Ogni entità ritiene d’essere la legittima espressione del volere del popolo libico. Senza esserlo, naturalmente. Fino allo scorso dicembre la comunità internazionale, o meglio dire una sua parte consistente, riconosceva il governo insediato a Tripoli, guidato da Abdul Hamid Mohammed Dbeibeh. Per la verità già si trattava di un sostegno meno convinto di quello del quale aveva goduto – peraltro senza ottenere alcun risultato concreto – il precedente premier, Fayez al-Serraj. Un governo molto indebolito dalla guerra portatagli dal dominus dell’est del Paese, il generale Khalifa Haftar sostenuto dai russi ma incapace di assestare un colpo definitivo all’avversario della Tripolitania quando tentò di occuparla, senza successo, nel 2019.

 

L’annullamento delle elezioni ha portato ad un nuovo aggrovigliamento della situazione. Il generale Haftar non ha più riconosciuto Dbeibeh quale premier in quanto dimessosi a dicembre per candidarsi alle elezioni presidenziali che poi, come detto, non si sono celebrate. Ha così fatto nominare dal Parlamento di Tobruk, che egli controlla strettamente, un nuovo premier, l’ex ministro dell’interno del governo Dbeibeh. Fathi Bashega, questo il suo nome, naturalmente non è stato riconosciuto da Tripoli, ove Dbeibeh è rimasto primo ministro, di fatto solo per la Tripolitania.

 

Quindi oggi ci sono due premier, o almeno due persone che tali si definiscono. Con due governi. Una situazione paradossale. Quasi comica, se non fosse tragica per il Paese e la sua popolazione. Che è quella che soffre il disastro economico prodotto da questo caos, oltre ai migranti provenienti dal Sahel e poi detenuti nei campi di concentramento libici.

 

Dbeibeh a questo punto vorrebbe organizzare elezioni per giugno, ma palesemente anche stavolta i tempi non sono realistici e soprattutto la situazione generale, come si è visto, non è ideale, per usare un eufemismo. L’ONU sta tentando una mediazione il cui obiettivo sarebbe la definizione di un percorso che conduca finalmente alle elezioni. Ma sinora lo sforzo non ha portato risultati.

 

Il caos libico continua. Come sappiamo, esso è una sicura minaccia anche per noi.

Europa religiosa, Europa politica. Una intervista a Olivier Roy proposta dalla newsletter de “Il Mulino”.

 

«Parlare di identità europea è diventato possibile perché non abbiamo più una definizione di Europa in termini valoriali: quando non si condividono più dei valori, si ricomincia dallidentità».

 

Antonio Ballarò

 

Antonio Ballarò Professore, parlare di Europa è diventato complicato. La crisi dellUnione, emersa in tutta la sua evidenza dopo il 2008, ha messo in questione limmaginazione politica, culturale e religiosa da cui era nata.

 

Olivier Roy In effetti è così. L’Europa si è costituita politicamente dopo la Seconda guerra mondiale, sulla base di valori come la democrazia, lo Stato di diritto, i diritti umani, nonché sull’idea che ci fosse una storia comune, almeno per l’Europa occidentale. E poi dopo la Cortina di ferro. Questo spazio era sostanzialmente quello del cristianesimo latino fino alla Riforma, per cui si può dire che nella visione europea ci sia una tradizione cattolica. È la Chiesa che ha inventato un sistema di istituzioni per così dire sovranazionale: non c’erano nazioni all’epoca, ma quel sistema era al di sopra dei re, dei sovrani, del feudalesimo… La Chiesa, il clero, ha inventato una burocrazia, nello specifico una burocrazia organizzata e con una libertà di movimento transnazionale: i chierici potevano muoversi e insegnare in Francia, in Italia, in Germania. C’era una gerarchia e il papato aveva pretese di carattere temporale; il che offriva, in fondo, una risposta alla frammentazione feudale. Peraltro, tra i padri fondatori dell’Europa c’erano dei cattolici ‑ Adenauer, De Gasperi, Schuman ‑ alleatisi con dei socialdemocratici. L’alleanza tra i democristiani e i socialdemocratici metteva in comune una visione sociale dello Stato, che comprendeva la Chiesa cattolica con la sua dottrina sociale, e l’idea che la politica dovesse fondarsi su valori di solidarietà e condivisione. C’era una coerenza. Ma a partire dagli anni Settanta questa visione comincia a diradarsi.

 

AB Il tema diventa lidentità europea.

 

OR Sì. Anzitutto con la crisi della Dc dopo gli anni Ottanta. Poi con la crisi della socialdemocrazia, che accetta il neoliberalismo, il mercato: Mitterrand, più in là Blair, Schröder… Si rinuncia a una visione sociale e viene meno un’idea dello Stato, visto non più positivamente ma come burocrazia. Si assiste a una crisi dei valori tanto a destra quanto a sinistra, nella Dc come tra i socialdemocratici. E si va verso una riconfigurazione: una nuova destra che non si preoccupa di valori, con esponenti come Berlusconi o Sarkozy, e una sinistra che perde il suo senso del sociale. Una crisi che tocca valori condivisi da un lato all’altro dello spettro politico.

 

AB Parla di valori condivisi per evitare letture identitarie?

 

OR L’Europa non è un’identità, è un progetto politico. Un progetto politico fondato su quei valori, certo. Ma si tratta di valori condivisi. Il concetto di identità nel dibattito politico è recente, lo si vede arrivare negli anni Novanta, in particolare rispetto all’immigrazione. Prima di allora non se ne parlava. Si discuteva di un progetto politico, ci si chiedeva se l’Europa avesse un’anima, si utilizzava un vocabolario più spirituale. Non per caso in seguito si verificano una crisi dei valori condivisi e una crisi spirituale.

 

AB Il Sessantotto…

 

OR Se prendiamo ad esempio la Chiesa cattolica è chiaro. Una certa questione valoriale viene posta abbastanza tardi dalla Chiesa, dato che il progetto politico europeo attingeva molto dalla Dottrina sociale. È a partire dal Sessantotto che essa pone dei valori normativi intorno alla vita o alla sessualità e non più dei valori collettivi, dunque si ha una morale sessuale che si rivolge essenzialmente agli individui. Il processo culmina con due papi molto europei, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, che hanno definito l’Europa sulla base di tali valori normativi. Ed è interessante come Wojtyla proponga delle norme ma non difenda la Democrazia cristiana: il senso è che la difesa dei valori sia di competenza della Chiesa.

 

AB Resta il fatto che la Chiesa sostiene lEuropa.

 

OR La Chiesa è europeista: ha un progetto per l’Europa, ma questo progetto non è sempre stato percepito allo stesso modo. La Chiesa ha constatato che la cultura europea era cambiata dopo gli anni Sessanta, il che era vero. I valori di oggi sono più individualisti, mirano alla riuscita, al successo personale. Non c’è più un progetto collettivo. Perfino la storia di gran parte dei partiti populisti mostra come agli inizi avessero una declinazione regionalista, non nazionalista: a eccezione della Francia, è stato così in Italia, in Belgio, nel Regno Unito con la Brexit. La differenza rispetto ai piccoli Paesi è la percezione della nazione in senso etnico: è il caso della Danimarca, dei Paesi Bassi…

 

AB Vorrei tornare al ruolo di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. In che modo interagiscono spiritualità e politica riguardo allaccento sui valori?

 

OR Il quadro è quello di una crisi generale. I valori della Chiesa sono valori normativi: i papi chiedono ai Parlamenti di votare o non votare delle leggi. Di fatto non si difende soltanto una spiritualità, ma si è impegnati in una lotta normativa: il caso dei valori non negoziabili. La Chiesa rientra non in conflitto, ma in tensione con gli Stati poiché non ha più legami politici come in passato, quando c’era la Dc o una destra conservatrice ispirata alla morale cristiana. Dopo il Sessantotto anche la destra accetta del tutto il paradigma dell’individualismo del piacere, se posso dire così: il successo personale, il profitto, la libertà sessuale. Pertanto, non avendo più contatti immediati, la Chiesa si confronta direttamente con la classe politica. Al punto da sembrare dissidente più che una forza propulsiva.

 

AB A pensarci bene lEuropa sta attraversando una fase della sua storia in cui il dissenso è esercitato da più parti e in modo piuttosto vocale.

 

OR La scena politica europea resta una scena nazionale, che rende possibile la comparsa di movimenti populisti che contestano i valori europei. Così è possibile che la Polonia o l’Ungheria si sentano europee ma rifiutino il liberalismo. Il consenso su questi valori è scomparso. Perché la destra populista non è una destra cristiana, tanto che il rapporto con il cattolicesimo non è uguale ovunque: c’è il sostegno di alcuni episcopati, almeno in parte, ma ci sono Paesi in cui ciò non avviene, come l’Italia, la Francia, la Spagna e la Germania. Parlare di identità europea è diventato possibile perché non abbiamo più una definizione di Europa in termini valoriali: quando non si condividono più dei valori, si ricomincia dall’identità.

 

Continua a leggere

https://www.rivistailmulino.it/a/intervista-a-oliver-roy?&utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Strada+Maggiore+37+%7C+3+-12+maggio+%5B8513%5D

Bene Usa-Italia a Washington. Ma a Roma, cosa succede adesso? Le elezioni del 2023 non possono prescindere da Draghi.

Il viaggio del Presidente del Consiglio ha permesso di rinsaldare i rapporti con l’America di Biden nell’ottica di una consolidata e vitale cooperazione transatlantica. Si profila un ruolo più marcato dell’Italia nella ricerca della pace in Ucraina. Ora, la domanda che attanaglia la pubblica opinione è la seguente: il Paese si può permettere di fare a meno di Draghi? Deve essere lui, insieme ai partiti che intenderanno seguirlo, a guidare le elezioni del 2023.

Gli esiti della globalizzazione hanno creato le premesse per un nuovo ordine mondiale: ne era ben consapevole Federico Rampini quando teorizzava che il 70° anniversario della NATO aveva più le sembianze di un funerale annunciato che di una ricorrenza che avrebbe rinsaldato i legami tra i Paesi membri.

L’incontro tra Biden e Draghi a Washington ha assunto dunque un significato simbolico persino necessario: era ora di uscire dalle secche dell’equidistanza tra Italia ed Europa da un lato e USA e Russia dall’altro, deriva in atto da diversi anni e suffragata da rapporti di amicizia e sintonia tra diversi rappresentanti della politica del nostro Paese e Putin in persona; viaggi a Mosca equivoci, nessuna avvertita consapevolezza di un mutamento di scenari a livello internazionale né di una lunga e silenziosa campagna di disinformazione dell’opinione pubblica attraverso una infiltrazione sottotraccia nei network giornalistici e televisivi (ci sono state in occasione dell’aggressione russa alla nazione ucraina delle conversioni di orientamento politico nei mezzi di comunicazione che stanno facendo impallidire la metafora della via di Damasco.

Se ne sta occupando il Copasir e speriamo che l’indagine venga assunta in proprio da qualche Procura della Repubblica perché sull’informazione pubblica non ci devono essere coperture di segreti di Stato, non si scherza perchè ci sono enormi interessi di condizionamento e suggestione in gioco)   senza dimenticare l’ossessione della terzietà dell’U.E. non sostanziata da una precisa connotazione identitaria.

Per anni e anni l’Europa ha rinnegato le proprie radici storiche e di civiltà, sovraesponendosi al fondamentalismo di matrice islamica, cedendo alle lusinghe della Turchia, aprendosi ai flussi culturali ed economici di Paesi autarchici e con spese militari in crescendo mentre da noi la par condicio, il pacifismo ecumenico e la fobia dell’inclusione tout court erano i temi dominanti.

Non abbiamo maturato convincimenti saldi sul valore delle nostre millenarie tradizioni, siamo diventati terra di conquista per potentati economici delle multinazionali mascherate sotto l’egida nobile della cooperazione internazionale. Ma le aggressioni si fermano solo se si è attrezzati, con un solido ordinamento istituzionale, organizzativo e militare, pur nell’ambito – sia chiaro – di clausole difensive che (tuttavia) devono essere ostentate e dimostrate con dotazioni di mezzi.

Ma appena lo Zar ha mostrato le proprie intenzioni aggressive, radendo al suolo un intera nazione, negandole il principio dell’indipendenza, della sovranità e dell’autodeterminazione, distruggendo città e uccidendo civili inermi, ecco che materializzandosi inimmaginate minacce da “cupio dissolvi”, Paesi neutrali da sempre come Finlandia, Svezia e la stessa Svizzera hanno chiesto asilo politico nell’alleanza atlantica. Per decenni il vecchio continente e il nostro Paese non hanno fatto i conti ad esempio con la questione delle fonti energetiche, con gli approvvigionamenti di materie prime, immaginando incautamente e colpevolmente che gli equilibri geopolitici e geoeconomici rimanessero stabili e non creassero problemi futuri. Come acutamente osserva Giuseppe Sabella nel suo paper sulle cause economiche che hanno indotto Putin a muovere alla conquista dell’Ucraina, c’è la straordinaria ricchezza che questo Paese vanta a livello mondiale nei giacimenti di metalli preziosi. Nello scudo ucraino si estraggono uranio (tra i primi tre esportatori al mondo), titanio (decimo esportatore), minerali di ferro e manganese (secondo esportatore): tutte materie prime fondamentali per le leghe leggere (titanio) e anche per acciaio e acciaio inossidabile (minerali di ferro e manganese). Inoltre nel suo territorio si trovano giacimenti di litio, chiamato “oro bianco”, fondamentale per la produzione di batterie.

E a monte o a valle di questo c’è la mira di diventare il più grande bacino produttivo di materie prime, alleato con il più grande Paese manifatturiero del mondo, con un potenziale di esportazioni planetario ed egemone: la Cina. L’intuizione di Draghi, ma anche di Macron e di Schulz riguarda proprio il consolidamento dell’alleanza atlantica e la difesa dei valori e della storia dell’Occidente. In questo senso se le sanzioni stanno avendo un effetto disgregativo nei confronti dell’economia russa (pur con gli inevitabili ritorni negativi che si ritorcono contro chi le emana), ed è proprio stata un’idea di Draghi quella di congelare gli asset della Banca Centrale Russa all’estero.

Da parte sua l’atteggiamento sornione della Cina ricorda quel tale seduto sulla riva del fiume mentre aspettava che passasse il cadavere del suo nemico. Vedremo se e quanto durano intese e simpatie. Ma il pregio principale della missione negli USA di Draghi è che egli è andato a illustrare a Biden i pericoli che corre l’Europa, ad evidenziarne le potenziali conseguenze rovinose per l’America stessa e soprattutto a parlare di pace, della necessità di focalizzare ogni impegno diplomatico e l’orientamento dell’ONU e della NATO verso questa prospettiva da realizzarsi in tempi brevi.

Draghi è ovviamente preoccupato delle ricadute economiche negative di lungo periodo per l’Ue, ne vengono condizionati i PNRR nazionali degli Stati membri, oltre il dato della minaccia politica che il 9 maggio Putin sembra aver ridimensionato ad una ipotesi di impegno diretto dell’alleanza atlantica nel conflitto. In linea con il Presidente Mattarella, il nostro premier non ha mai smentito la necessità di sostenere con mezzi, dotazioni e armamenti l’Ucraina.

Da uomo di Stato sa che – come sosteneva Henry Kissinger – gli Stati non hanno pregiudiziali nemici ma cogenti e impellenti interessi. Ma intanto incassa il prestigioso Distinguished Leadership Award 2022, consegnato dalla Segretaria al Tesoro USA Janet Yellen. Il nostro Presidente del Consiglio ha di fatto autorevolmente imposto una linea senza se e senza ma al Governo che presiede, forte del fatto che a parte qualche pugno sul tavolo di chi “pretende” spiegazioni, “cane che abbaia non morde” specie avvicinandosi le elezioni del 2023 (ove non anticipate per qualche sciagurato colpo di testa del mentecatto di turno).

Le argomentazioni dei cogitanti e dubbiosi, nichilisti e negazionisti sono speciose, vere e proprie figure retoriche di stile (deteriore). Nonostante il fatto che l’Italia sia all’atto pratico l’unico Paese dell’Ue che esprima un 37,4% di  cittadini filorussi, grazie ad una campagna di disinformazione pretestuosa, mistificata e autolesionista.

La storia dell’accerchiamento della NATO verso la Russia è davvero insostenibile: meno accettabili sono le posizioni negazioniste di fior di opinionisti sulla matrice militare delle stragi di Bucha e Kramatorsk, sulla distruzione di Marìupol, sulle mire espansionistiche dello Zar con la benedizione della Chiesa Ortodossa e del suo Patriarca Kirill che – come ha ricordato Caprarica – vanta un patrimonio personale di svariati miliardi di dollari e gira con un orologio al polso da 30 mila dollari: anche per i buonisti-pacifinti teorici della cultura interreligiosa basterebbe il confronto con il Crocifisso di acciaio di Papa Francesco (che ha rinunciato ad incontrare proprio Kirill a Gerusalemme). Kirill benedice la guerra, Francesco la pace.

Draghi ha dunque fatto ciò che gli competeva come capo di Governo di un Paese dell’Alleanza atlantica: non mi risulta che si sia inginocchiato di fronte a Biden, semmai gli ha esposto le ragioni della fine del conflitto e della necessità di una pace stabile e duratura. Ha anzi parlato apertamente di pace. Come ebbe a dire il politologo e sociologo americano Charles Tilly ”…gli Stati fanno le guerre e le guerre fanno gli Stati”. Ne ha consapevolezza Mario Draghi che sa bene come geopolitica e geoeconomia non sempre siano sovrapponibili in quanto spesso finiscono per prefigurare interessi e scenari non esattamente coincidenti.

Tuttavia l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia è stato certamente un fatto epocale, denso di significati e purtroppo suscettibile di polarizzazioni interpretative. Ora io credo che il realismo politico del nostro Presidente del Consiglio lo abbia indotto a compiere delle scelte e a prendere delle posizioni nette e necessarie, oserei dire non solo per l’Italia ma con una assunzione di responsabilità che l’Europa intera deve condividere poiché, nella fase apicale del conflitto, sono stati messi in discussione il suo ruolo e i suoi destini, in termini drammatici e quasi ultimativi. Per questo la visita a Washington del premier italiano non è stata una gita di circostanza. Infatti, da un lato ha caratterizzato l’orientamento prevalente nel Governo italiano, espresso dalla sua guida politica; dall’altro ha contribuito a rafforzare i legami tra Italia e USA, evidenziando una favorevole reciprocità di interessi che giova all’Europa nel suo complesso.

I commenti negli Stati Uniti e in Italia sono stati pressoché unanimi: la missione di Draghi è andata bene. Emerge però la preoccupazione, a questo punto, che in vista delle elezioni del prossimo anno il quadro politico italiano possa fibrillare pericolosamente, mettendo a repentaglio i risultati raggiunti dal governo di solidarietà nazionale. L’agenzia Bloomberg ha segnalato laconicamente che nel 2023 “Draghi non sarà tra i candidati”: è una prospettiva che evidentemente non tranquillizza. Occorre far crescere una corrente di opinione che abbia la forza di mettere al centro il ruolo, insostituibile anche dopo il 2023, del Presidente del Consiglio in carica.

Peraltro ci sono altri scenari aperti e non ancora chiariti, determinati da un orientamento generale politicamente addebitabile al Governo Conte: dal Memorandum della via della seta, agli accordi economici con la Cina per la fornitura di mascherine, monopattini e cellulari (famosi quelli acquistati dall’esercito e poi mandati al macero perché risultati taroccati per captare informazioni militari: una notizia del novembre 2019 durata lo sbadiglio di un cane). C’è da sperare che Draghi chiarisca anche questi aspetti prima delle elezioni.

Sperando che nel frattempo si rafforzi il fronte moderato e si costituisca un centro politico capace di dare una stabilità e una linea di indirizzo senza cedimenti al prossimo esecutivo. Confidando che i partiti comprendano una volta per tutte ogni significato palese e recondito di un aforisma non scritto che gira in politica: “indietro non si torna”.

Idee per la ricomposizione dell’area democristiana. Come si dovrebbe procedere? Il nodo della legge elettorale esiste.

 

Sarebbe inefficace e inopportuno partire dalle alleanze. Il nuovo progetto unitario dovrebbe essere, semmai, il risultato di una verifica di compatibilità politiche e programmatiche conseguenti anche al tipo di legge elettorale che, alla fine, sarà adottato per le prossime elezioni politiche. Intanto varrebbe la pena lavorare alla proposta di un’Assemblea costituente.

Ettore Bonalberti

 

C’è una gran voglia di un centro nuovo e diverso da quello sin qui espresso dopo la fine della prima repubblica (1948-1993) e sino ai nostri giorni. Ho raccolto nella mia cartella elettronica oltre settanta interventi di esponenti di diversi partiti, associazioni e movimenti politici che fanno riferimento, sia all’area cattolico democratica e cristiano sociale, che a quella liberal democratica e riformista socialista, tutti inneggianti all’avvio di un nuovo centro. Ho più volte sostenuto che per far decollare il nuovo centro serve, innanzi tutto, ricomporre politicamente la nostra area di riferimento democristiana e popolare sin qui frammentata e vittima di una diaspora (1993-2022) che continua tuttora. Una diaspora, molta parte della quale collegata alle diverse modeste ambizioni di personaggi interessati, soprattutto, alla loro sopravvivenza politica personale. Quella garantita sin qui dalla sistemazione nei poli di destra o di sinistra, favoriti dal bipolarismo forzato conseguente alle diverse leggi elettorali in larga misura maggioritarie: mattarellum, porcellum e rosatellum.

 

La nostra ricomposizione d’area può e deve favorire una più ampia federazione con parti politiche d’ispirazione liberal democratica e riformistico sociale, alternativa alla destra nazionalista e populista e alla sinistra senza identità. Il problema è come realizzare detta ricomposizione. Credo, come ho ripetuto ad abundatiam, che sarebbe inefficace e inopportuno partire dalle alleanze, ossia da una decisione che, inevitabilmente divisiva, dovrebbe, semmai, essere il risultato di una verifica di compatibilità politiche e programmatiche conseguenti anche al tipo di legge elettorale che, alla fine, sarà adottato per le prossime elezioni politiche.

 

Non condivido quanto sostenuto dall’amico Giorgio Merlo (vedi il suo recente articolo su Il domani dItalia: “Centro sì, al di là della riforma elettorale” – 10 Maggio 2022) secondo cui il centro nuovo potrà e dovrà nascere anche nel caso in cui permanesse l’attuale legge elettorale prevalentemente maggioritaria. Credo, infatti, che nell’ipotesi di un bipolarismo ancora una volta riproposto e che potrebbe avere il carattere di uno scontro tra una destra guidata dalla Meloni e una sinistra dal Pd, i nostri potenziali elettori si tripartirebbero tra destra, sinistra e astensione.

 

Ecco perché ho scritto le ragioni della nostra scelta per una legge proporzionale alla tedesca (vedi www.ilpopolo.cloud – 9 Maggio 2022) che, last but non least, favorirebbe certamente la nostra ricomposizione, ma, soprattutto, permetterebbe di superare una situazione nella quale, col rosatellum, possono nascere certamente delle coalizioni elettorali, ma non è affatto garantita la governabilità, come verificatosi nei lunghi anni della nostra lunga e dolorosa Demodissea. Aggiungo che con questo sistema, abbiamo sin qui portato in Parlamento dei “nominati”, ligi solo ai poteri dei capi partito, e, spesso, senza alcun legame con gli elettori del loro territorio.

 

Se la proporzionale è, almeno secondo me, la premessa per la ricomposizione, confermo che per procedere serve definire un programma politico organizzativo all’altezza dei valori e degli interessi degli elettori che intendiamo rappresentare. Un modesto contributo al riguardo è stato da me offerto nei giorni scorsi, con la speranza che possa aprire un costruttivo confronto. Ciò che ha impedito sin qui la nostra ricomposizione è l’appartenenza alle diverse realtà politiche e associative, nelle quali alcuni ritengono di poter meglio garantirsi la sopravvivenza politica. Ora è tempo di dichiarare espressamente se siamo disponibili a un salto di qualità e a passare dall’attuale frammentazione alla ricomposizione politica e organizzativa. Abbiamo già e sin troppo accertato che con le nostre divisioni, sul piano elettorale, proporzionale o maggioritario, non si garantisce alcuno, tranne “i soliti noti”, pronti ad accasarsi nel polo più disponibile all’accoglienza, per svolgere, alla fine un ruolo subordinato e irrilevante.

 

Suggerirei allora di condividere un appello per un’assemblea costituente di ricomposizione politica dell’area cattolico democratica e cristiano sociale italiana; documento che potrebbe essere redatto da alcune delle personalità più autorevoli di questa vasta e complessa realtà e di aprire l’adesione a tutte le cittadine e i cittadini italiani interessati al progetto. Un sistema condiviso per l’elezione di delegati provinciali e/o regionali all’assemblea costituente nazionale da parte di coloro che avessero sottoscritto il documento appello e aderito col versamento di una quota simbolica ( 5 o 10 €), favorirebbe la convocazione dell’assemblea costituente nazionale nella quale decidere insieme: programma e scelta della classe dirigente del nuovo partito. Nessuna leadership precostituita, consapevoli che molti di noi, figli della prima repubblica, hanno consumato le proprie energie e logorato la propria capacità di consenso specie tra le nuove generazioni, ma certi, che solo dal confronto libero e democratico che si potrà svolgere ai livelli territoriali provinciali e regionali, potranno emergere i nuovi leaders per l’assemblea costituente.

 

Solo dopo aver condiviso una proposta di programma, sarà l’assemblea costituente a decidere le possibili e più opportune alleanze che dovranno, in ogni caso, garantire la difesa e piena attuazione della Costituzione, nel rispetto dei principi essenziali della solidarietà e sussidiarietà propri dell’umanesimo cristiano.

Le figure di Piersanti Mattarella e Pio La Torre: un convegno della Società San Paolo ne ha celebrato il ricordo.

 

Liniziativa ha avuto un carattere eminentemente culturale, ma si è distinta altresì per una volontà di testimonianza nella lotta contro la mafia, presente sul territorio agrigentino, in passato anche colpito duramente dalle organizzazioni criminali.

 

Vincenzo Martorana

 

Lo scorso 7 maggio in Bivona (AG), su impulso del Centro Culturale della Società San Paolo, si è tenuto il convegno: “Piersanti Mattarella e Pio La Torre: la politica come vocazione”. Sono intervenuti il sindaco Milko Cinà e l’assessore alla cultura Angela Cannizzaro (coorganizzatori dell’evento), Vito Lo Monaco (presidente del Centro Studi Pio La Torre), Pierluigi Basile (autore del libro su Persanti Mattarella: “Le carte in regola”), Francesco D’Onofrio (emerito all’Università La Sapienza di Roma, già ministro della Repubblica) che aveva collaborato con Piersanti neo eletto presidente della Regione Sicilia. Ha coordinato i lavori Vincenzo Martorana, per il Centro Culturale San Paolo. Presente in sala una delegazione degli studenti degli istituti scolastici superiori con la preside Giusy Gugliotta, anche lei intervenuta.

 

Dal dibattito è emersa la statura gigantesca e la natura testimoniale dei due uomini politici siciliani; l’assunzione di responsabilità per il bene comune e il senso del dovere che li avevano consapevolmente condotti all’estremo dono di sè, pur provenendo da diverse esperienze formative e di partito.

 

Piersanti Mattarella, il più grande presidente della Regione Sicilia. Nato il 24 maggio 1935 a Castellammare del Golfo, formatosi da giovane nell’Azione Cattolica, ne porterà avanti gli insegnamenti maturati negli anni a venire. Il suo impegno politico e culturale, infatti, riverbera la centralità del Vangelo nelle scelte ispirate alla giustizia e alla correttezza istituzionale. Egli spende tutti i suoi giorni dedito al lavoro finalizzato a servire fedelmente la Polis.

 

Sin da giovane: carismatico, incline all’ascolto, punto di riferimento per il bene, coraggioso, leale, generoso, autenticamente religioso. Martire della Politica. Egli tocca, infatti, gli interessi economici della mafia a Palermo e in Sicilia, con la sua visione controcorrente di una Regione “con le carte in regola” e orientando la propria azione legislativa per mettere ordine dove regnava il caos del “sacco di Palermo”, di una presenza mafiosa all’interno della DC siciliana, nonché delle tante storture burocratiche e amministrative da cui la mafia traeva linfa e finanze ingenti. Viene ucciso il 6 gennaio 1980 a Palermo, mentre con la propria famiglia si recava in automobile alla Messa dell’Epifania.

 

Pio La Torre nasce il 24 dicembre 1927 a Palermo. Egli inizia il suo cimento socio-politico con la Federterra e poi con la CGIL, attraverso cui difende con abnegazione i braccianti sfruttati dai “capibastone”, già mettendosi di traverso agli interessi dei mafiosi. Si iscrive successivamente al Partito Comunista Italiano, vicino ad Enrico Berlinguer (come Piersanti era vicino ad Aldo Moro), indirizza la proprie scelte politiche efficacemente al contrasto della mafia: a lui si deve (postuma) la legge Rognoni-La Torre che colpisce i patrimoni dei mafiosi, oltre che la sanzione del reato di associazione di tipo mafioso. Il suo slancio caritatevole a favore dei diritti dei braccianti lo accomuna a Giuseppe Di Vittorio, a Giacomo Matteotti, al giovane Don Luigi Sturzo. Viene ucciso il 30 aprile 1982 a Palermo insieme al compagno di partito Rosario Di Salvo.

 

L’iniziativa culturale si è distinta per la presa di posizione contro la mafia, presente sul territorio agrigentino, in passato anche colpito duramente dalle organizzazioni criminali. Dunque la cultura e l’educazione come strumenti di emancipazione territoriale dei contesti insidiati dal malaffare, dalla corruzione, dalla prevaricazione e dal prepotere della mafia.

 

Lo scopo è servire le nostre comunità e non servirsene per spadroneggiare: è anche l’insegnamento di Don Luigi Sturzo, nonché, in fondo, del Buon Pastore che cura il gregge, cerca chi rimane indietro e offre con responsabilità la propria vita per proteggere e salvare la collettività insidiata dalla efferatezza dei briganti di turno.

 

 

*Vincenzo Martorana

Cooperatore Paolino, Centro Culturale – Società San Paolo

Hong Kong, arrestato il card. Zen. La nota di AsiaNews.

 

Il fermo avvenuto nellambito di una indagine sul Fondo 612, che aiutava i cittadini coinvolti nelle proteste del 2019. Rilasciato su cauzione alle 23 locali. Fermati altri amministratori fiduciari dellorganizzazione benefica. Laccusa è quella di collusione con forze straniere, punita dalla legge sulla sicurezza nazionale.

 

AsiaNews

 

 

La polizia ha arrestato oggi (ieri per chi legge, ndr) il 90enne card. Joseph Zen Ze-kiun, vescovo emerito della città e noto sostenitore del movimento democratico. Lo affermano fonti locali e diversi media cittadini, secondo cui il fermo è legato alla gestione del Fondo 612, che fino alla sua chiusura ha assistito migliaia di manifestanti pro-democrazia coinvolti nelle proteste del 2019. Alle 23 ora locale il porporato è stato rilasciato su cauzione: l’agenzia on line Hong Kong Free Press ha diffuso le immagini che lo ritraggono mentre esce dalla stazione di polizia di Chai Wan. Ma la liberazione su cauzione lascia comunque aperto il procedimento contro di lui.

 

Il card. Zen era uno degli amministratori fiduciari dell’organizzazione benefica, che ha smesso di operare nell’ottobre scorso. Le autorità lo hanno arrestato insieme ad altri promotori del Fondo, tra cui la nota avvocatessa Margaret Ng, l’accademico Hui Po-keung e la cantautrice Denise Ho. Anche loro in serata hanno ottenuto la libertà su cauzione.

 

Da quanto si apprende, l’indagine delle Forze dell’ordine si concentra sull’eventuale “collusione” del Fondo 612 con forze straniere, in violazione della draconiana legge sulla sicurezza nazionale imposta da Pechino nell’estate 2020.

 

Il card. Zen è da tempo nel mirino del governo cinese. A gennaio la stampa pro-establishment ha pubblicato quattro articoli in cui lo si accusava di aver incitato gli studenti a rivoltarsi nel 2019 contro una serie di misure governative.

 

Il porporato è inviso a Pechino per le sue critiche al controllo esercitato dal Partito comunista cinese sulle comunità religiose. Egli ha condannato la rimozione delle croci dall’esterno delle chiese in Cina e ha celebrato negli anni messe in ricordo dei martiri di Tiananmen a Pechino: i giovani massacrati dalle autorità il 4 giugno del 1989 per aver chiesto libertà e democrazia. Il cardinale è anche contrario all’accordo tra il Vaticano e la Cina sulla nomina dei vescovi.

 

Un aperto difensore dei diritti civili a Hong Kong e nella Cina continentale, il card. Zen ha spesso assistito alle udienze che vedono imputati politici e attivisti filo-democratici, finiti alla sbarra con l’accusa di aver violato il provvedimento sulla sicurezza nazionale.

 

Rispondendo alle domande dei giornalisti, il direttore della Sala stampa della Santa Sede, Matteo Bruni, ha affermato quanto segue: “La Santa Sede ha appreso con preoccupazione la notizia dell’arresto del cardinale Zen e segue con estrema attenzione l’evolversi della situazione”.

Con la guerra nasce un nuovo panorama politico in Italia.

 

Il pericolo per gli italiani è di andare a votare, la prossima primavera, per due coalizioni divise profondamente al loro interno su una questione di sicurezza nazionale, ovvero la politica estera dell’Italia.

 

Enrico Farinone

 

La guerra in Ucraina sta determinando un nuovo panorama politico in Italia. Al momento ancora in fase di definizione ma le linee di fondo sono ormai abbastanza chiare. Il problema è che esso va in contrasto, forse addirittura frontale, con il sistema di alleanze delineatosi da tempo (a destra) e più di recente (a sinistra) secondo lo schema forzatamente bipolare voluto dal legislatore, da ultimo con la assai imperfetta legge elettorale votata nel 2017.

 

La questione non è di poco conto. Perché è determinata da un evento esterno di inaudita violenza che inevitabilmente pone tutti gli attori politici, nei singoli paesi e nella UE nel suo insieme, di fronte a scelte molto significative, decisive per il futuro. Non siamo, insomma, in presenza di uno dei tanti atti del teatrino politico nazionale. Siamo nel territorio della politica estera, dunque siamo in pieno dentro la politica.

 

Ciò che sta emergendo è alquanto facile da illustrare, nella sua schematicità, quanto al contrario estremamente complicato da decrittare se non si ha il coraggio (per un qualsiasi motivo: errato calcolo elettorale, assolutizzazione delle alleanze immaginate, miopia politica) di osservare e valutare freddamente le cose per quello che effettivamente sono.

 

Dunque, da un lato c’è un sostegno convinto alla NATO e alle iniziative assunte per aiutare militarmente l’Ucraina. In questo ambito c’è pure l’aspirazione – finalmente! – ad un ruolo più attivo e autonomo dell’Unione Europea, ancor oggi mancante di una politica estera e di difesa comune. Strumentalmente qualcuno, a destra come a sinistra, cerca di utilizzare quest’ultimo come un cuneo per separare paesi europei e Stati Uniti, ma questo è un tema ulteriore che andrà affrontato a parte. Contrapporre atlantismo ed europeismo significa deviare dalla linea, coerentemente europeista e atlantista, sempre perseguita dall’Italia democratica così come delineata da Alcide De Gasperi.

 

Dall’altro c’è un dissenso, ancorché parzialmente dissimulato, verso questa linea. Le parole, le modalità, la convinzione attraverso le quali questi due opposti atteggiamenti si manifestano sono diverse ma volendo ridurre la questione all’osso le due posizioni principali sono quelle.

 

Il problema è che esse penetrano come una lama acuminata dentro le alleanze elettorali esistenti. I due principali partiti, stando ai sondaggi, ovvero Fratelli d’Italia e Partito Democratico, hanno assunto una postura atlantista confermando senza sottintesi l’alleanza con gli Stati Uniti. Certo, il primo dialoga con chi oggi a Washington è all’opposizione mentre il secondo è simpatetico col partito del Presidente Biden. Le differenze sono evidenti, e grandi. Anche in considerazione delle forti divaricazioni perfino valoriali esistenti nell’America di questi anni. Ciò detto, entrambi i partiti non mostrano tentennamenti sul tema. Per la verità nel Pd esiste una sorda perplessità rispetto alla netta linea imposta dal segretario Letta ma non ha ancora avuto la forza (e il coraggio: fra poco si compileranno le liste elettorali) per manifestarsi.

 

Questa posizione atlantista è propria anche di tutti i vari spezzoni centristi presenti in Parlamento e fuori. Un collage di sigle e di aspiranti generali che potrebbe acquisire una certa potenza elettorale se solo sapesse superare le ridicole animosità e gli umanamente comprensibili ma inaccettabili personalismi che lo contraddistinguono. Nell’area atlantista è associabile anche Forza Italia, pur se con qualche prudenza dovuta da un lato alle scorie lasciate su quel simbolo dalle altisonanti esternazioni pro-Putin di Silvio Berlusconi e dall’altro dalla volontà di saldatura di un asse con la Lega tale da indebolire o almeno contenere la poderosa avanzata di Giorgia Meloni, alleata sempre più aggressiva (come si è visto con la convention da lei organizzata provocatoriamente a Milano).

 

L’area atlantista sostiene Draghi e il suo governo. Ma anche no (Fratelli d’Italia, come noto). Non proprio un dato secondario.

 

Poi, come detto, c’è lo schieramento formalmente dubbioso, quando non esplicitamente contrario alla linea atlantista. A destra, la Lega di un Matteo Salvini ormai in chiara difficoltà e confusione, incapace di scegliere una strada sola per percorrerla con coerenza e invece – questo il difetto di chi segue l’umore social – quasi disperatamente, di certo grottescamente, proteso a ricercare supposte riserve di facile consenso. Oggi sul fronte pacifista, senza rendersi conto di quanto si renda ridicolo dopo aver in passato assunto posizioni securitarie di tutt’altro verso. E cercando di limitare l’opposizione – col no all’armamento degli ucraini – al regime putiniano, col quale i rapporti sono stati, pare proprio, alquanto stretti sino a non troppo tempo fa.

 

A sinistra, alle posizioni tradizionalmente pacifiste ma in primo luogo anti-americane della sinistra d’opposizione si aggiungono quelle dubitative del partito di Speranza e Bersani, sostenitore del Governo Draghi ma soprattutto desideroso di ri-unirsi col Pd e ora in difficoltà di fronte alla postura atlantista di Letta.

 

E poi ci sono i 5 Stelle. Al governo, e addirittura col Ministro degli Esteri. Il quale è fedele alla linea Draghi, atlantista e sostenitrice senza dubbi dell’Ucraina e degli aiuti ad essa. E al tempo stesso sempre più critico verso Draghi e il suo gabinetto, con il capo-politico Giuseppe Conte, ex Presidente del Consiglio di due governi dal colore politico opposto. E’ intuibile il disegno dell’avvocato del popolo: costruirsi una linea che in qualche modo riprenda alcuni spunti anti-sistema del grillismo originario e darsi così un profilo in grado potenzialmente di (ri)catturare elettori “contro”. Come quelli che costruirono le fortune pentastellate alle urne del 2013 e poi del 2018.

 

Un profilo che, allontanandosi sempre più da un governo ormai a termine, possa riavvicinare anche i descamisados alla Di Battista evitando così un pericoloso potenziale (io credo certo) competitor elettorale. E che ponga in serie difficoltà il competitor interno, quel Di Maio impeccabilmente vestito e pettinato al pari dell’azzimato avvocato ma ormai sempre più espressione d’una logica di sistema lontana dallo spirito delle origini. Questa linea, dettata a Conte dal Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, va dritta-dritta a confliggere con il Pd. E per chi non lo avesse ancora inteso, l’opposizione romana all’inceneritore voluto dal sindaco Gualtieri (unica speranza di avvio a soluzione del terribile “problema-monnezza” che infesta la capitale) è la prova del nove dello schema studiato.

 

Ora, il pericolo per gli italiani è di andare a votare, la prossima primavera, per due coalizioni divise profondamente al loro interno su una questione di sicurezza nazionale, ovvero la politica estera dell’Italia. E allora, con la stessa determinazione con la quale sta tenendo il punto sulle alleanze internazionali Enrico Letta dovrebbe valutare la possibilità di fare un discorso chiaro agli italiani provando a tradurre la comune visione internazionale oggi a sostegno di Draghi in una proposta di governo per il futuro. L’elettorato potrebbe anche premiarla, questa coerenza. Innanzitutto perché rispettosa dei cittadini, ai quali si proporrebbe un disegno chiaro sostenuto senza ambiguità o furbizie a buon mercato. Lasciando i 5 Stelle al loro destino. Qualunque esso sia.

 

Non dimentichino, Letta e il Pd, che dall’altra parte Giorgia Meloni è premiata proprio perché ha dimostrato coerenza con le sue posizioni. L’alternativa a quelle posizioni deve mostrare pari coerenza. Tatticismi, opportunismi e calcoli elettorali incerti (quanto valgono davvero i 5 Stelle, posto che al Nord praticamente non esistono?) non aiuterebbero di sicuro.

Da Bergamo a Roma, con il cuore all’America latina: il percorso politico di Bonalumi nella Dc dei grandi leader.

 

Intervista a Gilberto Bonalumi, classe 1941, leader dei giovani Dc dal 1967 al 1971, poi Parlamentare sia alla Camera che al Senato, dal 1972 al 1992, sottosegretario agli Esteri nei governi Goria e De Mita, poi presidente dell’Ipalmo, promotore di Rial e Ial, associazioni per lo sviluppo delle relazioni con l’America Latina.

 

Maurizio Eufemi

 

Caro Gilberto, gettiamo anzitutto uno sguardo sugli esordi. Quale ricordo conservi dell’approccio alla politica?

 

Ho iniziato quando i partiti erano importanti e i gruppi giovanili altrettanto. Sono stato delegato dei giovani democristiani del mio comune, poi delegato provinciale di Bergamo, infine delegato nazionale dal 1967-1971. Ho percorso tutte le tappe ed è stata un’esperienza molto formativa.

 

Quindi sei arrivato al vertice del Movimento giovanile nella fase calda del ‘68, in piena contestazione?

 

Esattamente. Ricordo bene la grande protesta universitaria, a Valle Giulia, con gli scontri violenti tra manifestanti e polizia. Moro era Presidente del Consiglio e chiamò i dirigenti delle organizzazioni giovanili dei maggiori partiti. Ci trovammo allo stesso tavolo io, in rappresentanza del Mgdc, e Claudio Petruccioli, all’epoca segretario della Fgci.

 

 

Che fece in quella circostanza Moro?

 

Ci interrogò. Voleva capire da noi cosa stesse accadendo. Non gli sfuggiva la novità e, insieme, la complessità degli eventi. Fu l’occasione, diretta o indiretta, per mettere a fuoco una iniziativa del partito. Ciò si tradusse in una grande manifestazione, al Palazzo dello Sport di Bologna, in apertura della campagna elettorale del 1968. Riuscimmo a coinvolgere 30.000 ragazzi provenienti da tutta l’Italia, raccogliemmo l’entusiasmo che trasondava dal mondo studentesco, mettemmo i paletti giusti tra contestazione e mobilitazione violenta. Noi proponevamo il mito della Nuova Frontiera e guardavamo a Robert Kennedy e George McGovern, quindi all’ala progressista e pacifista – pesava la guerra del Vietnam – all’interno del Partito democratico americano. Comunque stava finendo un ciclo, anche in seno alla Dc: Moro si apprestava a lasciare la Presidenza del Consiglio e si profilava all’orizzonte l’arrivo del segretario Rumor, l’uomo più rappresentativo del gruppone doroteo, destinato dopo le elezioni a traslocare da Piazza del Gesù a Palazzo Chigi.

 

Cosa avvenne subito dopo? Intendo dire, quale sviluppo ebbe l’iniziativa di Bologna?

 

Ecco, Moro mi chiamò per ringraziarmi e venne fuori tutto un discorso…Si capiva che dentro di sé maturava il pensiero di una inevitabile modifica del quadro politico, con il rischio di uno smarrimento della Dc. A un certo punto del colloquio si lasciò sfuggire una frase: “…dobbiamo prepararci a lasciare la mano…”. Avvertiva la spinta di un sommovimento che si ripercuoteva sul governo, mettendo in crisi la sua stessa leadership.

 

Nella geografia democristiana non appartenevi alla corrente di Moro, eppure avevi un rapporto di vicinanza con lui.

 

Una cosa che non è mai apparsa in nessun libro o in nessuna intervista accadde in occasione della riunione del 28 febbraio 1978 ai gruppi parlamentari con il discorso di Moro per varare il governo della solidarietà nazionale. Pochi sanno che se la proposta contenuta in quel discorso fosse stata messa in votazione secondo me, probabilmente, sarebbe stato bocciata. Perché passò? Perché l’on. Franco Salvi, che era il vero “confessore”, il vero amico del cuore di Moro – quando si parla degli amici di Moro si parla di tutti, meno che di Franco Salvi! – quando Moro iniziò a parlare mi disse: “Qui sento aria brutta, intanto che Moro parla, tu raccogli le firme”.

Sto cercando il documento tra le mie carte d’archivio. Diedi a Zaccagnini, che presiedeva la riunione, le 286 firme raccolte. Quando Moro finì di parlare, Zaccagnini disse: “Il collega Bonalumi ha consegnato 286 firme, quindi ritengo la proposta di Moro approvata”. E chiuse la riunione.

Chi più si agitò fu Donat Cattin, che voleva invece discuterne in ragione dei suoi timori a riguardo di un’ulteriore apertura al Pci. Non era scontato l’appoggio della maggioranza dei Gruppi parlamentari. Senza l’operazione suggerita da Franco Salvi, avremmo corso dei rischi altissimi. Se si fosse aperta la discussione, potevamo benissimo finire sotto.

 

Ero presente in quella riunione notturna, ne respiravo la tensione. Della raccolta di firme che Salvi ti chiese di organizzare non conservo memoria. Seguivo passo passo il discorso di Moro, la profondità dei suoi ragionamenti, l’esigenza dell’unità di partito. A un certo punto l’apertura fece un’apertura a Scalfaro:  evidentemente intendeva tranquillizzare la destra della Dc.

 

Sono frammenti di una storia che gli eventi hanno travolto. Pochi giorni dopo, infatti, ci fu il rapimento di Moro. Votammo in tutta fretta la fiducia al governo Andreotti nel clima di allarme e sconcerto determinato dall’eccedio di Via Fani. Il Paese era sotto assedio.

 

 

Torniamo alle tue vicende. Prima di diventare segretario nazionale dei giovani democristiani già frequentavi l’ambiente di partito?

 

Sì, mi sono lasciato prendere dalla politica molto presto. Non ancora maggiorenne, frequentando l’oratorio del mio paese, ho iniziato a capire, a contatto con gli altri, che i nostri ideali giovanili avevano bisogno di strumenti. Sicuramente il partito rappresentava il veicolo più efficace per mettere in pratica le aspirazioni che guidavano la nostra ansia d’impegno.

 

I tuoi riferimenti chi erano, sia locali che nazionali?

 

L’ambiente giovanile bergamasco era formato da leader naturali, destinati ad esercitare ruoli importanti nel partito e nelle istituzioni. Granelli, ad esempio, ben presto si trasferì da Bergamo a Milano, trovandosi sotto l’ala protettiva di Marcora. Altri invece entrarono nel Pci e tra questi, successivamente, alcuni fecero la scelta del Manifesto. Mi riferisco a Giuseppe Chiarante, che non viene associato normalmente alla realtà giovanile della Dc bergamasca; così come pure Lucio Magri, cugino in seconda di Luigi Magri, oggi direttore dell’ISPI, la cui parabola politica coincise con l’animazione delle battaglie a sinistra del Pci, lungo l’asse della critica al burocratismo di un apparato vecchio, anche ideologicamente, e prigioniero del suo rapporto con Mosca.

Andrebbero anche menzionati quei personaggi che non ebbero la ventura di “sfondare” sul piano nazionale: per tutti Gian Pietro Galizzi, figlio del più grande grande latinista, divenuto negli anni ‘90 sindaco di San Pellegrino.

Nella direzione nazionale del Movimento giovanile Dc trovai Gianfranco Astori, responsabile del settore scuola, poi Pierluigi Castagnetti, Mario Tassone, Elio Fontana di Brescia, Renato Grassi di Messina, Michelangelo Agrusti di Pordenone, Adriano Paglietti e Paolo Cabras di Roma, Rodolfo Brancoli, poi corrispondente Rai.

 

Qual era tua collocazione all’interno della Dc?

 

Per le ragioni che ti ho detto, sono sempre stato nella sinistra di Base. Qual era l’impianto teorico di questa corrente? La Base si definiva una sinistra “laica”, volendo con ciò significare che prediligeva l’esame dei problemi politici al di fuori di qualsiasi approccio di tipo integralistico. Bisognava rompere le gabbie ideologiche per aprirsi alla modernizzazione del Paese. Ecco, basterebbe che “Gingio” Rognoni recuperasse gli unici due numeri de “Il Ribelle e il Conformista”, un periodico a forte impianto culturale che il nucleo bergamasco, valorizzato intelligentemente da Albertino Marcora, immaginava come sua carta d’identità politica. Aveva spunti di grande interesse. In ogni caso, non si avvertiva l’angustia del provincialismo. I contatti con altre realtà in giro per l’Italia davano slancio alla nostra azione: non eravamo isolati. Uno scambio costante avveniva con i nostri amici di Milano, Avellino, Novara, Firenze…Qui Nicola Pistelli aveva fondato la rivista “Politica”. Lo abbiamo perso ancora giovane, per un incidente stradale, ma ha lasciato un segno indelebile nella esperienza della sinistra dc. Mi piace ricordare che a Bergamo il mio circolo era intitolato proprio a lui, Nicola Pistelli.

 

Anche Vincenzo Gagliardi di Venezia faceva parte di questa rete?

 

Sì, anche lui. Era tutto un filone di personalità emergenti nei vari contesti locali. A Venezia c’era anche Wladimiro Dorigo – una mente eclettica – con la sua rivista “Questitalia”: si leggeva con enorme interesse, per quanto era fatta bene. E visto che mi solleciti, mi permetto di accennare alla presenza femminile all’interno della nostra area politica. Come non parlare, dunque, di Lidia Brisca Menapace? Anche lei, dopo tante battaglie nella Dc, finì per approdare nei ranghi della sinistra…più a sinistra del Pci.

 

Tu scrivevi su “Per l’Azione”, il periodico dei giovani dc?

 

Chi seguiva da tempo il settore stampa a livello nazionale era Francesco Mattioli, finito poi a Bruxelles come corrispondente della Rai. Dalle ceneri di “Per l’Azione” nacque poi, come organo ufficiale del Movimento giovanile, “Italia Cronache”. Io sono arrivato dopo questa stagione.

 

Allora è meglio andare nuovamente alle vicende di Bergamo. Con Filippo Maria Pandolfi come erano i tuoi e vostri rapporti? Lui non era un dossettiano?

 

Discreti. Quella radice, il dossettismo, non aveva più la valenza di una volta. Erano intervenuti cambiamenti di un certo rilievo nella struttura del partito. La Dc a Bergamo aveva tre gruppi fondamentali: i dorotei, i fanfaniani e i basisti. Pandolfi, uomo d’intelligenza notevole, rappresentava il filone che potremmo definire “doroteo-moroteo”. Invece i fanfaniani erano guidati da Enzo Berlanda, parlamentare di lungo corso e poi Presidente della Consob.

 

Ho ben presente Berlanda: fece la riforma dell’Autorità sul risparmio e intervenne sull’ordinamento della Borsa con l’obiettivo di potenziarla, modernizzarla e adeguarla ai tempi nuovi…

 

Insieme a Pandolfi, a capo dei “moro-dorotei” operava Giovanni Battista Scaglia. Di noi, ovvero della sinistra di Base, ti ho già detto abbastanza. Questi erano, appunto, i tre gruppi più forti. In Lombardia, in particolare a Bergamo e Milano, contava meno la sinistra sociale di Carlo Donat-Cattin. Non aveva il peso che in altre regioni la rendevano più incisiva. Nulla a confronto della nostra ramificazione estesa e robusta: a Como Lecco e Varese operava corposamente quella sinistra di Base che annoverava, oltre il fondatore Aristide Marchetti, figure di grande spessore come Cesare Golfari e Giuseppe Guzzetti. E a Brescia avevamo Mino Martinazzoli, espressione colta del mondo cattolico e democristiano locale. Questa fioritura di classe dirigente, molto apprezzata anche all’esterno della Dc, la si deve per molti aspetti a Marcora, il cui prestigio rimontava alla periodo della Resistenza, quando operò nella brigata dei partigiani cristiani guidata da Alfredo Di Dio.

 

Hai toccato il tasto della Resistenza e mi vengono in mente le polemiche esplose in occasione dell’ultimo 25 aprile. Ora, ti chiedo, come vedi la vicenda del pacifismo?

 

L’uomo che su questi temi mise più in difficoltà De Gasperi fu certamente Giovanni Gronchi, futuro Presidente della Repubblica. Come sai, proprio sulla scelta atlantica si manifestarono opinioni contrarie nella Dc (non solo da parte dei dossettiani). Gronchi non era estraneo alle iniziative, nascoste o palesi, che miravano a infrenare la politica euro-atlantica di De Gasperi. Con il senno di poi, dobbiamo riconoscere che se fosse nata la Comunità Europea di Difesa (CED), cruccio dello statista trentino fino alle ultime ore della sua esistenza terrena, molte preoccupazioni sarebbero rientrate, dando una curvatura diversa al confronto politico dei decenni successivi.

Noi giovani, comunque, non ci tirammo indietro. Anche a costo di censura dei vertici di partito, alzammo la voce sulla guerra del Vietnam. Clamoroso fu l’episodio che segnò – dietro le quinte – il grande convegno di Milano, da me organizzato nel 1969 come Delegato nazionale, dal titolo emblematico: “Per fare la pace cambiare la NATO”. Mariano Rumor, allora segretario del partito, inviò in missione il brillante sottosegretario alla Difesa, Francesco Cossiga, con l’incarico di visionare il discorso che avrei pronunciato a chiusura del convegno

 

Ti volevano controllare?!

 

Beh… certo!

 

Che volevate? Qual era il significato dell’iniziativa?

 

Uscì un libro della Dc di Firenze, devo dire un libro che fece molto scalpore. La tesi fondamentale era questa: certamente la NATO poteva rimanere in piedi, come struttura militare, ma era necessario recuperare il disegno europeista della CED. Ecco, noi giovani eravamo su questa linea.

 

Ma il dissenso interno alla Dc sul patto Atlantico – peraltro riassorbito da De Gasperi con il metodo democratico – era anche di ordine economico per non far mancare risorse alla economia, alla ricostruzione e allo sviluppo. Forse una preoccupazione eccessiva alla luce del successivo miracolo economico…

 

Anche adesso la battaglia sul 2 per cento del Pil è ridicola. Se avessimo davvero la forza di riattualizzare la CED, non ci sarebbe spazio per queste preoccupazioni di ordine economico. Con l’esercito unico europeo si può anche risparmiare. Il nocciolo del problema è tutto qui.

 

Alle volte si ha l’impressione che le forze politiche che conosciamo oggi non siano in grado di gestire processi così impegnativi. Perché l’europeismo non va avanti? Perché le posizioni sono così differenziate?

 

La tua non è un’impressione fuori luogo. Ci dovrebbe essere più determinazione e lungimiranza, invece ci si perde in polemiche anguste. Per questo siamo in panne. La questione la si può risolvere se interviene una scelta analoga a quella immaginata per la CED e soprattutto se la Francia, con Macron appena reinsediato all’Eliseo, avesse il coraggio di rinunciare al seggio permanente dell’Onu a favore dell’Europa. Tanta incertezza su questo, aggravata per altro dalla sciagurata operazione della Brexit, non fa che appesantire e talvolta vanificare l’iniziativa della Ue.

 

In effetti è così! Vado ancora avanti. M’incuriosisce il percorso che hai seguito una volta uscito dal circuito politico in senso stretto. Ad esempio, finito l’impegno parlamentare, ti sei dedicato all’Ipalmo. Immagino che le relazioni internazionali accumulate nel tempo ti siano tornate particolarmente utili.

 

Lo confermo. All’Ipalmo ho potuto dare seguito a tante idee  che la conoscenza di uomini e situazioni legavano a una prospettiva di sviluppo concreto. Ma mi sono dedicato anche ad altro. Ho lavorato allo sviluppo di una struttura chiamata Rial, fondata da Fanfani nel 1954, che vedeva in origine la presenza della Camera di commercio di Milano, dello stesso Comune Milano, della Regione Lombardia e del Ministero degli Esteri. Il lavoro sull’America Latina, in particolare, ha determinato due grandi risultati: il primo si riferisce all’istituzione a quella conferenza biennale che oramai, tramite un’apposita legge, è stabilmente organizzata dal Ministero degli Esteri; l’altro, a seguire,  indica il fatto che Milano, senza questo lavoro, l’Expo del 2015 non l’avrebbe vinta. La Merkel, infatti, aveva dirottato i voti su Smirme e questa, tra i paesi dell’Unione Europea, in effetti prese più voti. Noi ribaltammo l’esito grazie al rapporto da noi lungamente coltivato con l’America Latina. Abbiamo potuto accertare che l’ago della bilancia a favore di Milano fu spostato grazie ai voti di 29 Paesi su 30 dell’area latinoamericana.

 

Un tuo grande successo personale, non c’è dubbio. Ti sei avvalso della preparazione che negli anni avevi maturato nella vita politica e nelle stituzioni. Parlamentare, sottosegretario, dirigente di partito… insomma, un curriculum invidiabile. Ecco, lasciami fare allora una domanda a chiusura di questa nostra conversazione, forse dettata da una affinità di pensiero e quindi di sensibilità, per cui azzerderei una tua battuta finanche prevedibile: cosa pensi della classe politica attuale?

 

Magari ti deludo, ma avendo fatto tutto quello che hai voluto amabilmente ricordare, mi picco di non dare nessun giudizio. Penso tuttavia che sia più avanti la società civile che i partiti. Ai nostri tempi, al contrario, erano i partiti che guidavano i processi e stavano più avanti.

Martelli ricorda la sua amicizia con Falcone a 30 anni da Capaci.

 

Chi era il giudice che la mafia volle eliminare con fredda determinazione? Leonardo Sciascia fa dire a un personaggio alla fine di uno dei suoi più celebri romanzi: “che aggettivo e aggettivo: l’uomo non ha bisogno di aggettivo”.

Francesco Marcelli

Erano le 17:57 del 23 maggio 1992 quando un’esplosione apocalittica fece saltare in aria un pezzo dell’autostrada A29 in prossimità dello svincolo di Capaci insieme a Giovanni Falcone, la moglie e gli uomini di scorta. Assieme a quell’autostrada anche lo Stato italiano era in frantumi quel giorno. Come ricorda Salvatore Lupo, “in quel tragico momento la storia della mafia andò a intrecciarsi con la storia d’Italia in maniera indistricabile, come mai era successo”.

 

Ad oggi sono trent’anni esatti da quella terribile strage. Ma andiamo con ordine. Non voglio in questo articolo raccontare cose già dette tante volte. Parlerò invece di un aspetto più originale e poco conosciuto, e cioè della storia di collaborazione e amicizia tra Giovanni Falcone e Claudio Martelli, come mi è stata raccontata da quest’ultimo in un’intervista rilasciatami di recente nella sua abitazione a Roma.

 

Nella primavera del 1987 i due si incontrarono per la prima volta. Martelli, desideroso di conoscere “il giudice più famoso al mondo”, andò a trovare Falcone nel suo ufficio a Palermo. Ebbero una lunga discussione durata dalle 16.00 alle 20.00 circa. Fu quella, come ricorda Martelli, “una lunga e interessantissima lezione di mafia; rimasi molto colpito da quel primo incontro con Falcone, persona che mi ha comunicato una grande, grandissima serietà. Si dedicò a istruirmi, in quanto avevo un’idea convenzionale, non attuale della mafia”. Tanto che alla prima domanda che gli pose, subito Falcone lo interruppe dicendogli che quella che viene definita genericamente mafia, lui preferiva chiamarla con il suo vero nome: Cosa Nostra. Questo loro incontro fu il primo di una lunga serie. Solo quattro anni dopo infatti, si ritrovarono a Roma per lavorare insieme.

 

Infatti nel febbraio del 1991, Giuliano Vassalli, giurista di grande valore, lasciò l’incarico di ministro di grazia e giustizia, ruolo che sarà appunto ricoperto da Claudio Martelli a partire dallo stesso mese. Tra le prime decisioni che prese, ci fu appunto quella di chiamare Falcone a lavorare a Roma, assegnandogli la carica di direttore dell’ufficio affari penali presso il ministero di grazia e giustizia. Come ha sottolineato l’onorevole Martelli, “lo chiamai al ministero perché a Palermo non poteva più lavorare. Era letteralmente perseguitato dai suoi colleghi”. Infatti Falcone, come ricordano tutti quelli che gli furono vicini, in primis Paolo Borsellino, fu spesse volte vittima di invidie e giochi di potere interni a quello che è stato definito “il palazzo dei veleni”.

 

All’estero era il giudice più famoso al mondo, in Italia un uomo non compreso o, ancor peggio, attaccato pubblicamente sui giornali e in televisione. Falcone era consapevole della pericolosità dell’azione volta a screditarlo e a isolarlo, ed è per questo che, quando il ministro di giustizia lo chiamò a lavorare al ministero, intravide in quella possibilità un’importante opportunità per debellare più efficacemente Cosa Nostra. Come afferma infatti anche lo storico Salvatore Lupo, “Falcone aveva deciso che non voleva essere un profeta disarmato. Sceglieva un alleato potente come Martelli sapendolo interessato a qualificarsi davanti all’opinione pubblica come avversario della mafia. E non aveva remore a puntare su Roma, tirandosi fuori dagli incancreniti conflitti del ‘palazzo dei veleni’ palermitano, per ottenere i risultati generali di politica giudiziaria che considerava ineludibili”.

 

Falcone e Martelli iniziarono quindi a lavorare insieme, ognuno insegnando all’altro qualcosa del proprio mestiere. “Che cosa fosse la mafia e quali fossero i mezzi opportuni per combatterla lui ne sapeva cento volte più di me; di come fare le leggi e farle approvare dal Parlamento e rendere la lotta alla mafia una priorità di governo glielo dovevo insegnare io”, ricorda Martelli. Iniziò a stabilirsi così tra loro un vero rapporto di amicizia, essendo tra l’altro accomunati da molte cose. “Avevamo due madri siciliane; entrambi da ragazzi eravamo stati influenzati dalla lettura dei Doveri dell’uomo di Giuseppe Mazzini; avevamo un amor di patria molto forte, che derivava in parte dall’educazione letteraria, in parte da quella familiare. Un tratto comune della nostra educazione era sia un forte senso del dovere, che si manifesta nel fare il proprio lavoro nel modo migliore possibile, sia un sentimento di amor di patria che si manifesta nell’idea che si deve servire la patria con il proprio impiego pubblico”.

 

Martelli ricorda inoltre quanto Falcone fosse un grande appassionato dell’Illuminismo e come questo suo essere “laico, repubblicano e illuminista”, li avvicinasse molto. I due parlavano per gran parte del tempo di lavoro, essendo entrambi individui abbastanza riservati, ma ogni tanto discorrevano anche “di politica, di costumi siciliani, della disorganizzazione dello Stato”. Avevano inoltre dei “piaceri comuni, come la buona tavola, il buon vino, il whisky”. Qualche volta, sottraendosi alle proprie scorte, andarono insieme al ristorante, a comprare qualche regalo e addirittura una volta anche al cinema. Per ragioni di lavoro capitò loro anche di fare viaggi insieme molto lunghi di dieci o dodici ore, persino negli Stati Uniti.

 

A tal proposito Martelli racconta un aneddoto interessante. Ricorda che una volta, essendosi mezzo addormentato sulla poltrona dell’aereo durante un tragitto molto lungo, fu svegliato dal respiro affannoso e ansimante di Falcone che sedeva accanto. Subito gli chiese cosa stesse accadendo e Falcone senza scomporsi rispose che stava facendo degli esercizi di contrazione dei muscoli, trattenendo il respiro per allenarsi e mantenersi in forma. Potrebbe apparire questo come un particolare insignificante, ma a mio parere credo che dica molto sul conto di un uomo che da giovane aveva fatto molto sport e che ora era costretto a vivere sempre blindato nel suo ufficio e che quindi non aveva grandi possibilità di mantenersi in esercizio all’aria aperta come fanno tutti coloro che godono di piena libertà. Falcone aveva imparato ad allenarsi in questo modo, come un recluso in carcere.

 

Nel frattempo la lotta alla mafia procedeva in maniera sempre più celere e certo non mancarono gli avvertimenti di Cosa Nostra nei confronti di chi si stava dimostrando troppo determinato a sconfiggere la criminalità organizzata. La sera del tre marzo 1991 due pregiudicati per associazione mafiosa esplosero colpi di arma da fuoco contro la scorta che presidiava la villa sull’Appia dell’onorevole Martelli. Il messaggio era chiaro: mandare un segnale al ministro di giustizia che qualche giorno prima era riuscito attraverso un “artificio giudiziario” a procrastinare la scadenza dei termini di carcerazione preventiva di una quarantina di boss mafiosi, che altrimenti sarebbero stati definitivamente messi in libertà da un giorno a un altro. Il giorno dopo Falcone stesso si recò sul luogo e definì l’accaduto non un attentato, bensì un “avvertimento”.

 

Guardando un attimo dopo negli occhi Martelli e scorgendo quasi una certa delusione da parte sua per questa definizione riduttiva, gli disse poi “tranquillo però Claudio, se continui così l’attentato te lo fanno”. Cosa che di fatto la cupola mafiosa cercò di realizzare nel gennaio del 1993 a Messina. Secondo quanto affermato anni dopo dal capo della polizia Manganelli, Cosa Nostra aveva deciso di far saltare in aria il ministro di giustizia che avrebbe dovuto presiedere a un comizio a Messina. All’ultimo però Martelli decise di disertare quel comizio, perché preferì evitare alla vigilia dell’assemblea nazionale del Psi di andare a una manifestazione troppo faziosa che poteva lacerare ulteriormente i rapporti tra le varie correnti interne al partito. Così per puro caso scampò all’attentato che Cosa Nostra aveva organizzato piazzando un po’ di tritolo sotto al palco dove egli avrebbe dovuto parlare. “Un colpo di fortuna”, come lo ha definito il diretto interessato.

 

Il 23 maggio del 1992 Giovanni Falcone non ebbe la stessa fortuna. Tra l’altro sarebbe andata forse diversamente, se egli quel giorno non avesse deciso di guidare personalmente l’auto. Infatti dopo l’esplosione e lo schianto dell’autovettura lui e la moglie che erano seduti davanti persero la vita, mentre al contrario l’uomo di scorta seduto dietro riuscì a sopravvivere. Martelli ha spesso ripetuto come Falcone avesse questa mania di guidare spesso lui l’auto, cosa che per la sua sicurezza gli rimproverava sempre, così come anche il fatto di andare troppo a Palermo. “Io lo rimproveravo perché andava sempre tutte le settimane a Palermo. Lui mi rassicurò, anche se ero perplesso”. Purtroppo il destino gioca ogni giorno con la sorte degli uomini ed è senz’altro impossibile prevedere tutto. Falcone fu così barbaramente ucciso da Cosa Nostra presso Capaci con un attentato di proporzioni apocalittiche mai viste prima. Un attentato volto a eliminare il “nemico numero 1 della mafia”, per usare un’espressione di Marcelle Padovani, e a ripristinare la pax mafiosa; davanti a un’azione del genere però non possono non venire alla mente le parole di Tacito: “ubi solitudinem faciunt, pacem appellant” (dove fanno il deserto, lo chiamano pace).

 

Credo infatti che quelle macerie causate dall’esplosione ben rappresentino il vero significato di pax mafiosa. Non appena saputa la notizia dell’attentato, Martelli salì a bordo di un aereo della presidenza del consiglio (essendo anche vicepresidente del consiglio) e si recò sul posto quanto prima. Ricevette in viaggio la notizia della morte di Falcone. Così egli commenta oggi l’accaduto: “Fu come se mi fosse venuto addosso un pezzo di quell’autostrada; quello fu il giorno più brutto della mia vita. Non vollero farmi vedere il cadavere, perché era in condizioni pessime. Nell’arco di qualche ora sul dolore si impose poi la rabbia e il dovere di reagire”. Reazione dello Stato che in effetti non si fece attendere e anzi, come dice anche Salvatore Lupo, fu “serratissima.

 

Il Parlamento varò i provvedimenti lungamente richiesti da Falcone, un regime carcerario speciale per i detenuti di mafia (articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario). Il giorno stesso della morte di Borsellino, Martelli decretò il trasferimento di centinaia di loro, destinazione le isolette di Pianosa e dell’Asinara, le ‘carceri speciali’ in cui erano stati rinchiusi i brigatisti: il blitz fu realizzato alle tre di mattina del 20 luglio, con uno spettacolare spiegamento di forze. Un paio di giorni dopo, Amato ordinò la cosiddetta ‘operazione Vespri siciliani’, cioè il dispiegamento di reparti dell’esercito nelle strade siciliane, a difesa di obiettivi sensibili”.

 

Il 15 gennaio del ’93 si arrivò addirittura all’arresto del capo dei capi, Totò Riina. “Dimostreremo che con questo assassinio la mafia ha fatto il peggiore affare della sua vita”, disse il ministro di giustizia il giorno della strage di Capaci. Ebbene, al di là della reazione del governo che può essere giudicata più o meno efficace, è innegabile il fatto che da quel momento la popolarità e il consenso che ruotava intorno a Cosa Nostra ha iniziato a vacillare sempre più. Quell’eccidio segna infatti una cesura fondamentale nella storia della lotta dello Stato italiano a Cosa Nostra; beninteso, la mafia non è stata sconfitta e c’è tutt’ora, ma nel sentire comune della popolazione locale non si può non scorgere un certo mutamento dal ’92 in poi, seppur ancora non determinante.

 

Riflettendo sulla tragica sorte del suo amico, Martelli parla dell’esistenza di “un’azione parallela contro Falcone volta a isolarlo e a depotenziarlo”: da una parte Cosa Nostra, dall’altra alcuni suoi colleghi del Csm e della Corte di cassazione. Come ha affermato infatti anche Borsellino qualche giorno dopo la morte di Falcone, “la magistratura, che forse ha più colpe di ogni altro, cominciò proprio a farlo morire il primo gennaio del 1988”, quando appunto il Csm, nonostante tutto, nominò Meli al posto di Falcone come successore di Antonino Caponnetto. Era quella un’inequivocabile azione atta a isolare Falcone e, come egli stesso ha anche ripetuto, l’isolamento è il preludio della morte in Sicilia: “si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno”.

 

Non credo dunque sia sbagliato parlare di “azione parallela” contro Falcone, secondo cui egli era preso fra due fuochi: da una parte Cosa Nostra pronta a ucciderlo fisicamente, dall’altra una certa magistratura pronta a ucciderlo professionalmente. “Le parallele sono due rette che in geometria non si incontrano mai, ma questo è vero solo in geometria, nella vita si incontrano”, sostiene Martelli a tal proposito.

 

Dovendo scegliere una parola per descrivere il suo amico Falcone, Martelli ha utilizzato il termine probitas, con tutte le varie sfumature di significato che esso contiene. Parola indicante un uomo onesto, retto, ma specialmente tutto di un pezzo. Se ne sono usati tanti di vocaboli per descrivere positivamente Falcone, e non solo da parte di chi Cosa Nostra l’ha sempre combattuta; penso ad esempio al pentito di mafia Antonino Calderone che una volta disse: “ho collaborato con Falcone perché è uomo d’onore”, intendendo il vero senso dell’onore e non quello falso e ipocrita dei boss mafiosi.

 

Ho riflettuto anche io su quale parola o espressione fosse più adatta per descrivere una personalità come Giovanni Falcone, ma alla fine non ci sono riuscito; in risposta a tale quesito le uniche parole che mi sono venute in soccorso sono quelle che Leonardo Sciascia fa dire a un personaggio alla fine di uno dei suoi più celebri romanzi: “che aggettivo e aggettivo: l’uomo non ha bisogno di aggettivo”. Così come in quel romanzo, anche nella realtà credo che Falcone non necessiti di aggettivi, egli era un uomo, e basta.

Charles de Foucauld, profeta dell’esilio.

Fonte Jean-Louis Zimmermann
fonte Jean-Louis Zimmermann

 

Secondo le parole di Antoine Chatelard, uno dei più grandi studiosi del santo, «non andò nel deserto per stare più vicino a Dio ma per essere più vicino alla gente che il deserto tiene lontano dal mondo». L’articolo è qui riprodotto per gentile concessione dell’Osservatore Romano.

 

Rosario Capomasi

 

«Charles de Foucauld mi appare come uno dei profeti dell’esilio meno chiassosi e più incisivi che siano stati destinati da Dio alla nostra contemporaneità ecclesiale». Questa frase del teologo milanese Pierangelo Sequeri descrive meglio di qualsiasi altra l’essenza del monaco francese, beatificato da Benedetto XVI nel 2005 e in procinto di essere proclamato santo il 15 maggio. Alla figura del “fratello universale”, che spese la vita fra i tuareg del deserto algerino difendendoli fino all’estremo sacrificio, è dedicato il libro Charles de Foucauld. Il Vangelo viene da Nazareth (Vita e Pensiero, Milano, 2022, pagine 18, euro 14), in cui Sequeri rivela il profondo interesse per l’esistenza di un uomo in gioventù lontano dalla fede ma folgorato da un viaggio in Palestina, dove comprese di essere chiamato a vivere «come viveva la Santa Famiglia di Nazareth».

 

E fu proprio nel Sahara algerino che il proposito venne realizzato, nel silenzio, nella preghiera, nel lavoro e nell’assistenza ai poveri. Il tutto, pur vivendo in mezzo agli abitanti del deserto, senza lasciare un discepolo o proseliti. Una vita apparentemente inutile ma proprio quando essa è venuta drammaticamente meno, a Tamanrasset, dove aveva fondato un eremo, si è irradiato in tutto il mondo lo splendore del mistero di Nazareth che frère Charles sperimentò quotidianamente, sottolinea l’autore, e che ha portato poi alla nascita dei Piccoli fratelli e Piccole sorelle di Gesù.

 

L’esistenza nascosta e silenziosa che Gesù vi passò per trent’anni prima del suo ministero pubblico ha un senso radicale e significativo: Nazareth è il lavoro, la prossimità domestica, la condivisione della vita ordinaria da parte del Figlio di Dio. In questo modo Gesù manifesta la comunione del Padre con «l’umanità dell’uomo», annullando ogni distanza: nessuno, neppure il più lontano, è escluso dall’ospitalità di Dio: qui è già Vangelo, è già «buona notizia» dove si intravedono anche la Passione e la Gloria del Signore. In sostanza, puntualizza Sequeri, de Foucauld «ha “riscattato” lo spessore teologale del mistero di Nazareth» restituendolo alla sua centralità «nell’economia dell’incarnazione redentrice». Questo perché Nazareth non è il prologo della vita di Gesù ma “è” la vita di Gesù, trionfante nel cuore del religioso: la presenza eucaristica del Cristo, il “vivente” con cui il piccolo fratello convive («a mezzo metro da me!») ne è la dimostrazione.

 

E frère Charles lo ha fatto conoscere in quei luoghi anche a quanti non lo conoscono ma che hanno imparato a percepirlo attraverso la preghiera che stabilisce “fra i due” un legame fondamentale. Egli infatti, puntualizza l’autore usando le parole di Antoine Chatelard, uno dei più grandi studiosi del santo, «non andò nel deserto per stare più vicino a Dio ma per essere più vicino alla gente che il deserto tiene lontano dal mondo». Con i suoi limiti e con le sue certezze: nei suoi scritti, infatti, si legge delle sue paure e inadeguatezze ma anche del suo «incessante senso di Dio, della sottilissima trama dei suoi affetti teologali, dell’instancabile vitalità della comparazione evangelica dei suoi pensieri e dei suoi atti». Dove emerge pian piano l’integrazione tra imitazione evangelica di tipo eremitico e insediamento domestico nella condizione umana, da lui definita «un piccolo focolare monastico».

 

Da questa tensione spirituale unita a maniere affabili era avvolto il religioso francese, il cui stile l’autore pone come esempio da seguire e riproporre nella Chiesa di fronte ai tanti deserti di questo tempo per una evangelizzazione che incarni i suoi insegnamenti. L’interesse per una meditazione sulla condizione attuale della fede cristiana ispirata alla testimonianza di Charles de Foucauld è divenuta di nuovo attuale in vista della sua imminente canonizzazione, che ha spinto a nuove riflessioni che lo dipingono specificamente icona spirituale della consacrazione religiosa cristiana. La sua testimonianza «cosi devotamente osservante e così perfettamente anomala rispetto alla teologia e alla pastorale della sua epoca», è una forza trainante, secondo Sequeri, rappresentata da tre “vettori”: l’abitare del Figlio tra gli uomini, l’adorare l’Altissimo in spirito e verità, e il fraternizzare. Frère Charles si fa così, come Gesù fra la gente, “seminatore” della buona novella, intendendo la sua missione non come una pre-evangelizzazione ma pienamente sovrapposta a quella del Verbo e alla «sequela del Signore che si fa nostro fratello e ci rende suoi fratelli», manifestando tutto il suo amore verso Dio: un’adorazione in cui «il tempo dedicato a parlare con Dio deve essere infinitamente più lungo del tempo dedicato a parlare di Dio». Quello che impegnò il religioso francese in tutta la sua vita, proclamando alla comunità umana, unita fraternamente, l’opera di redenzione divina che trionfa nella storia.

 

 

Fonte: L’Osservatore Romano – 10 Maggio 2022

Centro sì, al di là della riforma elettorale.

C’è un ritornello, del tutto fuori luogo – dice Merlo – che si può sintetizzare con uno slogan: ovvero, senza un sistema rigorosamente proporzionale non ci potrà essere una forza di centro. Un’affermazione certamente legittima ma del tutto priva di fondamento.

Il “centro” sarà presente nella ormai prossima consultazione elettorale. O attraverso la “federazione” di tutti quei movimenti, soggetti politici e partiti che non si riconoscono nell’attuale bipolarismo selvaggio, o con una forza politica che sia in grado di superare tranquillamente lo sbarramento che ci sarà. Su quest’ultimo punto è persin inutile soffermarsi perchè è un semplice dettaglio tecnico/procedurale, anche se appassiona i dietrologi e i ricercatori di scoop giornalisti. Quello che conta rilevare è, al contrario, il progetto politico e la necessità di riavere una formazione di centro nella cittadella pubblica italiana. Che è ormai nei fatti.

Sotto questo versante c’è un ritornello, del tutto fuori luogo a mio parere, che si può sintetizzare con uno slogan: ovvero, senza un sistema rigorosamente proporzionale non ci potrà essere una forza di centro. Un’affermazione certamente legittima ma del tutto priva di fondamento. Almeno nell’attuale contesto politico italiano. E questo per una semplice ragione. E cioè, in un sistema strutturalmente proporzionale sarebbero proprio le forze di centro ad uscirne più malconce perchè il voto inesorabilmente si polarizzerebbe attorno alle forze politiche più forti, più strutturate e più visibili. E, di conseguenza, anche se dovesse restare questo singolare ed anacronistico sistema elettorale denominato ‘rosatellum’, le forze di centro sarebbero ugualmente decisive. Almeno per quanto riguarda la quota maggioritaria potendo, di conseguenza, correre tranquillamente nella quota proporzionale che rappresenta i 2/3 della intera rappresentanza parlamentare.

Ho voluto ricordare questa semplice e banale considerazione per rimuovere una preoccupazione che, oggi e non ieri, è del tutto infondata. Perchè oggi – come ovvio e scontato – non ci troviamo nè nella condizione di inizio ‘900 dove la forza di un partito di centro era attesa da larghi strati del popolo italiano; nè dopo la seconda guerra mondiale che ha visto la presenza di un partito di centro massiccio, radicato nei territori e con una straordinaria classe dirigente e nè, tantomeno, in un contesto come quello che ha segnato l’avvio della cosiddetta seconda repubblica. Oggi, di fronte ad un “bipolarismo selvaggio” ma comunque ancora imperante, la forza di una proposta di centro è sempre più necessaria ed indispensabile ma non è legata esclusivamente ad un sistema elettorale. Quello è certamente importante ma è del tutto secondario ai fini del successo stesso di una “politica di centro”.

Ecco perchè, allora, è fondamentale nonchè decisivo soffermarsi adesso attorno al progetto di un “centro” politico, riformista, democratico, plurale e di governo. Tutto il resto è secondario, anche lo stesso sistema elettorale. Che, detto fra di noi, quasi sicuramente resterà quello attuale per comprensibili e svariate motivazioni dettate esclusivamente da ragioni tattiche e di mera convenienza politica ed elettorale. Anche perchè le varie proposte di modifica in campo non hanno nulla a che vedere con le ragioni profonde del nostro sistema politico e democratico ma solo e soltanto per motivazioni di pura convenienza di partito. E in un clima come quello contemporaneo, dominato dalla inaffidabilità reciproca tra le varie forze politiche in campo e senza una strategia che vada oltre una manciata di mesi, è praticamente impossibile modificare le regole del gioco.

Per questa semplice ragione è bene, adesso, non fare confusione e non alimentare facili illusioni del tutto prive di fondamento.

La lunga strada per Helsinki. Domenico Sassoli ne dava, a ridosso della firma degli Accordi, un inquadramento storico. 

L’articolo che qui riproponiamo integralmente fu pubblicato su “Il Popolo” e firmato da uno dei giornalisti più autorevoli del quotidiano ufficiale della Dc: Domenico Sassoli, padre di David.

Domenico Sassoli

Presentazione

Il vertice a cui partecipano 36 paesi è uno dei più importanti eventi diplomatici da un secolo e mezzo ad oggi, anche se non ha mai avuto una risonanza adeguata – dopo la spartizione del mondo in blocchi, non si erano mai visti tanti governanti riuniti intorno allo stesso tavolo per discutere problemi comuni – La curiosa nascita dei “panieri”- Obiettivo dei lavori seppellire il passato e costruire un nuovo avvenire per i popoli.

I sovietici rivendicano il merito di aver messo in moto il processo della Conferenza per la sicurezza e la cooperazione in Europa. Il vertice di Helsinki è stato annunciato il 15 luglio dalla Tass in tono trionfale. E in realtà furono i sovietici, nel 1954,ad avanzare per la prima volta nel dopoguerra, l’idea della Conferenza. Tuttavia bisogna pur sottolineare che il suo contenuto ed i suoi obiettivi hanno variato continuamente negli anni successivi con il variare delle situazioni e l’insorgere di nuove preoccupazioni. Prima che l’idea della Conferenza apparisse realizzabile, dovettero trascorrere ben 18 anni. Nel 1954 il mondo era in piena guerra fredda. Fu all’indomani della conferenza quadripartita su Berlino (inverno 1954) che l’allora ministro degli Esteri sovietico, Molotov, propose la stipulazione di un trattato di sicurezza collettiva. Sulla proposta, sempre da parte sovietica, si ritornò nell’estate, con la richiesta di convocare, sullo stesso argomento della sicurezza collettiva, una conferenza “pan-europea”.

La risposta occidentale fu un secco “no”. Appariva fin troppo chiaro che i russi avevano in vista due obiettivi precisi: da una parte ottenere dall’occidente una specie di sanzione al sistema degli Stati satelliti, stabilito con la forza delle armi nell’Europa orientale; dall’altra, creare degli ostacoli al progetto, allora in discussione, della Comunità  europea di difesa. Il rifiuto occidentale non disarmò il Cremlino, il quale non trascurò l’occasione per rilanciare la richiesta. Allora, era la “questione tedesca” ad offrire le occasioni più frequenti e talora spettacolari come, ad esempio nel 1954,quando il ministro degli esteri polacco Rapacki, avanzò il progetto di una riunione pan-europea per la demilitarizzazione dell’Europa centrale. Il “no” occidentale si giustificò con gli obiettivi fin troppo chiari della diplomazia dell’est tesa ad ottenere dall’occidente un riconoscimento dello “statu quo” dell’Europa orientale e, in primo luogo,della divisione della Germania.

Un fatto nuovo si verificò quando nel 1970, gli accordi firmati da Willy Brandt a Mosca e gli accordi quadripartiti per Berlino, sembrarono il terreno dei rapporti Est-Ovest dall’ipoteca tedesca. Questi avvenimenti, registratisi sulla scia della “Ostpolitik” tedesca, ammorbidirono il no pregiudiziale dell’occidente alla proposta sovietica. Non si trattava più soltanto di riconoscere, a 25 anni dalla fine della seconda guerra mondiale, la realtà della situazione determinatasi in seguito alle conquiste militari russe, ma anche di individuare le possibilità e le condizioni di una distensione tra le due europe, quella dell’Est e quella dell’Ovest. L’URSS si era trovata nella urgente necessità di ottenere investimenti e tecnologie occidentali per accelerare lo sviluppo economico interno. Ecco quindi, al termine “sicurezza”, aggiungersi quello di “cooperazione”. Verificata l’esistenza fra i due campi, di una convergenza di volontà politiche e di interessi, occorreva esplorare la possibilità di individuare delle linee di compromesso fra due concezioni opposte dell’Europa.

Fu il compito della “preconferenza” che si aprì ad Helsinki il 22 novembre 1972, fra 34 ambasciatori accreditati presso il governo finlandese.

Presero parte a quelle conversazioni multilaterali, i rappresentanti di tutti i Paesi dell’Europa dell’Est e dell’Ovest, compresi Stati minuscoli, come Santa Sede, S. Marino e Malta; e ad eccezione dell’Albania filo-cinese.

Inoltre gli Stati Uniti e il Canada, i quali mantengono dalla fine della seconda guerra mondiale delle truppe nel vecchio continente, parteciparono alle conversazioni a fianco delle potenze propriamente europee.

La pre-conferenza durò sette mesi, sino al giugno del 1973. 

Nel luglio seguente, i ministri degli Esteri dei Paesi interessati,  si riunirono nella capitale finlandese per inaugurare solennemente la Conferenza per la sicurezza e la cooperazione in Europa.

Nel frattempo, gli Stati partecipanti da 34 erano diventati 35, perché Monaco, ancora incerto nel novembre 1972, aveva domandato ed ottenuto di essere ammesso alla Conferenza.

Nell’autunno dello stesso anno, il negoziato lasciò la Finlandia e si trasferì a Ginevra, di nuovo a livello di funzionari, con la promessa di tornare ad Helsinki per la solenne chiusura. Ma il negoziato, nei suoi due anni di vita, non è rimasto chiuso nel forum finlandese o elvetico. Esso è stato invece costantemente al centro degli  innumerevoli contatti diplomatici fra i responsabili dei destini dell’Europa.

Questi contatti hanno pesato in modo determinante sul destino della conferenza, decidendo volta a volta il “blocco” e lo “sblocco” delle varie materie in discussione. In fondo, alle delegazioni presenti a Helsinki o a Ginevra, non è stato concesso che di dibattere problemi di dettaglio. Si è individuato un po’ uno dei paradossi della conferenza. Si era cominciato con l’assicurare che tutti i paesi rappresentanti, dal più grande al più piccolo si sarebbero trovati, in quella che era stata inizialmente definita la conferenza più democratica finora riunitasi, in condizioni di assoluta eguaglianza e con eguali possibilità di udienza; ma verso la fine, le piccole potenze hanno dovuto rassegnarsi ad assistere all’intreccio del dialogo fra blocchi che passava al di sopra delle loro teste. La Svizzera, per esempio, che non aveva partecipato direttamente ad alcuna grande conferenza internazionale dall’epoca napoleonica, ha più volte, spalleggiata da altre piccole potenze, espresso il suo malcontento nei confronti di questa situazione.

Fin dall’inizio delle trattative, i problemi della cooperazione non presentarono, in generale, delle gravi difficoltà, finché i sovietici non pretesero di usufruire, nei commerci con l’ovest, della clausola cosiddetta della “nazione più favorita”. Sul piano della politica, invece, alla formula sovietica della “inviolabilità delle frontiere”, che implicava il riconoscimento dello “statu quo” e dei confini imposti con le armi nel 1944-45, si oppose il desiderio occidentale di perforare in qualche modo gli argini che proteggono il monolitico sistema sovietico.

Su questi punti, il dibattito è sempre stato oltremodo aspro e difficile. Soprattutto nella fase ginevrina, dove la resistenza russa alla volontà occidentale di raggiungere dei risultati concreti in materia di liberalizzazione degli scambi di persone e di idee, portò a momenti il negoziato al limite di rottura. Le posizioni apparivano inconciliabili: al principio occidentale del rapporto “uomo a uomo”, mirante a favorire sempre più intensi scambi fra gli individui dei due campi, l’URSS ed i satelliti opponevano il principio dei contatti fra organizzazioni.

La disputa su questo delicato e importante argomento rientrava nel cosiddetto “terzo  paniere”; le questioni relative allo “statu quo”, nel primo; la cooperazione economica, nel secondo; l’eventuale istituzionalizzazione della conferenza, nel quarto.

Come si è arrivati ad introdurre un vocabolo così curioso nel linguaggio diplomatico? Ci si rese conto all’epoca della pre-conferenza di Helsinki, della impossibilità di sintetizzare in un ordine del giorno le richieste dei due campi e che occorreva classificare le proposte. Ne fu incaricato il delegato svizzero Samuel Campiche, il quale sistemò, davanti ai rappresentanti dei 24 Paesi, una serie di panieri, chiedendo loro di deporvi le  proposte. Dopo lo spoglio ed il raggruppamento dei suggerimenti, il diplomatico svizzero constatò che essi potevano essere riuniti in quattro gruppi, e ciascun gruppo conservò il nome di “paniere”.

Evento diplomatico fra i più importanti da un secolo e mezzo, cioè dall’epoca del congresso di Vienna, la conferenza per la sicurezza e la cooperazione non ha avuto una risonanza pari alla sua importanza. Dopo la spartizione del mondo in blocchi di Stati antagonisti, con sistemi politici e sociali differenti, non si erano mai visti 35 Paesi riunirsi ad uno stesso tavolo per discutere problemi comuni. Tuttavia, bisogna riconoscerlo, questo aspetto spettacolare dell’evento non ha colpito l’opinione pubblica mondiale; esso è stato fin dall’inizio eclissato dal suo carattere di negoziato tra le quinte.

Ha contribuito a tenerla distante dall’interesse del grande pubblico, anche la terminologia poco esplicita, inaccessibile.

Abbiamo appena rammentato i “panieri”; bisognerebbe  parlare anche del termine “consensus”che, pur essendo l’equivalente latino di “consenso”, significa qualcosa di più sfumato, incerto, non privo di remore e di riserve. La stessa struttura della Conferenza, barricata in un labirinto di commissioni  e sottocommissioni, ha scoraggiato spesso ogni tentativo di approccio e di comprensione. In altre parole, come del resto è già stato rilevato, la Conferenza, dietro il mistero delle porte chiuse,  è apparsa come una specie di società segreta tagliata fuori dalla vita quotidiana. Fare il punto sui suoi lavori è sempre apparso compito di sottili esegeti.

Non ci si può tuttavia fermare alla parte visibile dell’iceberg, vale a dire agli aspetti devianti, alle formule arcane, alle sottigliezze delle disquisizioni giuridiche. Non si può negare tuttavia che la Conferenza ed il suo destino, interessi in modo vitale tutti i cittadini d’Europa. Essa si è data l’obiettivo ambizioso di seppellire il loro comune passato e di dare un certo indirizzo al loro avvenire. Da 30 anni non si fa che ripetere che l’Europa prevale ancora un rapporto di forze stabilito dalle armi e non dal diritto e dal comune sentire europeo. Il contenzioso ereditato dalla seconda guerra mondiale attende ancora di essere regolato. Come è possibile, in queste condizioni, vivere in Europa, da europei?

In fondo, è questo il motivo che ha guidato la Conferenza.

Presto sapremo se due anni di aspre discussioni non saranno state una vana logorrea, e se veramente, come ha scritto di recente Renaud Rosset  sul Figaro,  la Conferenza sarà l’espressione europea della distensione.

 

(Fonte: Il Popolo – 30 luglio 1975)

ISPI Speciale Ucraina. Il discorso del re.

Nel giorno della Vittoria contro la Germania nazista Putin accusa la Nato: “Ci minacciava”. Da Strasburgo per la giornata dell’Europa, Macron risponde: “Non siamo in guerra contro Mosca”.

Molta retorica e nessun annuncio: si potrebbe riassumere così il discorso pronunciato oggi da Vladimir Putin sulla piazza Rossa nel giorno in cui la Russia celebra la vittoria dell’allora Unione Sovietica sulla Germania nazista nella Seconda guerra mondiale. Il presidente russo Vladimir Putin ha dichiarato che truppe e volontari russi nella regione del Donbass ucraino stanno “combattendo per la madrepatria, come i loro padri e i loro nonni prima di loro” e ha accusato l’Occidente di preparare “un’invasione della Crimea e della nostra terra”. Putin ha definito la Nato “un’evidente minaccia” per la Russia e affermato che la sua “operazione militare speciale” si è resa necessaria di fronte alle minacce e che è stata “una decisione giusta”. 

Dopo 74 giorni di guerra, e contrariamente alle attese, il leader del Cremlino non ha annunciato la coscrizione obbligatoria né dichiarato una ‘guerra totale’. Ha invece affermato che lo stato farà “di tutto” per prendersi cura delle famiglie che soffrono i lutti causati dalla guerra in Ucraina e che “la morte di ogni soldato e ufficiale è dolorosa per noi”. Poi ha ammonito che “l’orrore di una guerra globale non si deve ripetere”. Un intervento che ha spiazzato gli osservatori, che nei giorni scorsi si erano interrogati su quali annunci il presidente russo avrebbe fatto in una data intorno a cui la stessa propaganda russa aveva amplificato le aspettative. Poco o nulla di nuovo, invece, si è registrato nell’intervento che sembrava finalizzato a proiettare incertezza negli interlocutori sulle prossime mosse del Cremlino.

Un V Day senza vittoria?

È stato un discorso, quello del presidente russo, più indirizzato al pubblico interno che a quello esterno, e un’occasione per giustificare la guerra contro l’Ucraina. Putin “deve legittimare la sua aggressione e sta cercando di presentarla al mondo e ai russi come una sorta di lotta per la giustizia storica”, spiega al Washington Post Tatiana Stanovaya, capo dell’organismo di consulenza politica con sede a Parigi R.Politik, aggiungendo che “il problema strategico che la Russia deve affrontare oggi è che la società russa non era preparata per una guerra lunga e costosa. Si aspettava una vittoria veloce e decisiva, ma Putin non può dargliela”. 

Per ovviare al controsenso di un giorno della vittoria senza una vittoria da poter presentare, il leader del Cremlino ha offerto al suo pubblico un discorso denso di risentimento nazionalistico e retorica neoimperialista. Secondo diversi osservatori, tuttavia, l’assenza più significativa registrata alla parata sulla Piazza Rossa sarebbe quella di Valery Gerasimov, capo di Stato maggiore russo che voci non confermate riferiscono essere stato ferito a Izium, in Ucraina. Secondo il Kyiv Post, il generale sarebbe rimasto ferito in un bombardamento di una base russa messo a segno dall’esercito ucraino nella regione di Kharkiv alla fine di aprile.

Un altro 9 maggio?

“Abbiamo vinto allora, e vinceremo adesso”: lo ha detto in un video pubblicato oggi il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, ribadendo che il suo paese “non cederà un metro quadro della sua terra” alla Russia. E mentre sulla piazza Rossa si teneva la parata delle forze armate russe, a Strasburgo si festeggiava la giornata dell’Unione europea. Oggi, infatti, i 27 celebrano il progetto di integrazione comunitario, nell’anniversario del discorso pronunciato il 9 maggio del 1959 dall’ allora ministro degli Esteri francese, Robert Schuman. Un evento previsto da tempo, dunque, e che coincide con la conclusione dei lavori della Conferenza sul Futuro dell’Europa, ma che la guerra in Ucraina ha trasformato di fatto in una risposta indiretta alla Russia di Vladimir Putin. Così mentre a Mosca sfilavano soldati e mezzi militari, a Strasburgo il presidente francese Emmanuel Macron precisava che se l’Europa aiuta Kiev ciò non significa che sia in guerra con la Russia. “Oggi – ha detto Macron – la libertà e la speranza per il futuro hanno il volto dell’Unione europea. È in nome di questa libertà e di questa speranza che continueremo a sostenere l’Ucraina, il suo presidente e tutto il popolo ucraino”. A Strasburgo il presidente francese, come pure Ursula von der Leyen, ha aperto anche alla riforma dei trattati Ue, in particolare per introdurre il voto a maggioranza qualificata in politica estera e in materia fiscale. Un tema che incontra la resistenza di molti, ma riportato in primo piano dal veto ungherese che impedisce l’adozione del sesto pacchetto di sanzioni dell’Ue contro la Russia.

 

Continua a leggere

https://ispo.campaign-view.eu/ua/viewinbrowser?od=3zfa5fd7b18d05b90a8ca9d41981ba8bf3&rd=166050ccf9fd33c&sd=166050ccf9e00e4&n=11699e4be54b6cc&mrd=166050ccf9e00cc&m=1

Una lingua morigerata. Lo stile di Enrico Berlinguer. A cent’anni dalla nascita. La newsletter della Treccani.

Nella lingua di Berlinguer prevale ancora – sostiene l’autore – un forte senso di appartenenza a un partito: una dimensione collettiva e comunitaria, oltre che filosofico-ideale.

Edoardo Buroni

Protagonista della politica italiana del secondo dopoguerra, Enrico Berlinguer rappresentò per oltre un decennio – quando ricoprì la carica di segretario del PCI, dal marzo 1972 al giugno del 1984 – il punto di riferimento principale della sinistra del nostro Paese. Voce autorevole e stimata, anche dagli avversari, in anni durante i quali il dibattito civile e i fermenti sociali erano molto vivi, Berlinguer si distinse anche per il suo stile comunicativo (e caratteriale) sobrio, a tratti severo, assai più incline all’argomentazione che all’invettiva; uno stile comunicativo che si rifletteva nella lingua da lui impiegata: misurata, meditata, improntata al confronto dialettico, ideologicamente marcata, caratterizzata da un forte carisma personale che però non sfociava nell’egocentrismo leaderistico.

A lui, più o meno direttamente, si devono anche parole o espressioni che hanno segnato la vita politica di quegli anni: si pensi all’eurocomunismo elaborato d’intesa con gli omologhi partiti spagnolo e francese, o, più ancora, alla proposta di «quello che può essere definito il nuovo grande “compromesso storico” tra le forze che raccolgono e rappresentano la grande maggioranza del popolo italiano» (come si leggeva su «Rinascita» il 12 ottobre 1973). Una di queste formule, forse la più longeva anche perché purtroppo sempre attuale, è questione morale: rileggendo la storica intervista Dove va il PCI? rilasciata a Eugenio Scalfari per «la Repubblica» nel luglio del 1981 si possono rintracciare molti tratti dello stile linguistico e comunicativo di Berlinguer di cui si è fatto cenno.

Metafore e lessico figurato

L’esposizione si serve spesso di parole ed espressioni che presentano i concetti trasponendoli da un piano denotativo a uno più evocativo e suggestivo. Gli ambiti semantici a cui Berlinguer ricorre non presentano però particolare originalità o arditezza rispetto alla consolidata prassi della comunicazione politica (e giornalistica): ecco allora, ad esempio, i rimandi al mondo della medicina o della biologia come «i partiti hanno degenerato e questa è l’origine dei mali d’Italia», «col nostro ingresso [nel governo] si pone fine a una stortura e a una amputazione della nostra democrazia», «ciò ha accentuato il malessere della Dc», «il principale malanno delle società occidentali è la disoccupazione», o «Infine, la spesa pubblica: un cancro che divora le risorse del Paese in mille modi».

Sono rare le immagini forti come «È la questione morale che oggi divora la Dc, come divora le istituzioni. E, andando più al fondo, è la insuperata discriminazione contro di noi […] che oggi si sgretola» o quella con cui si chiudeva l’intervista: «non è venuto il momento di cambiare e di costruire una società che non sia un immondezzaio?»; prevalgono infatti più semplici parole ed espressioni figurate, talvolta proprie anche del lessico quotidiano e informale, quali «Non voglio dar giudizi e mettere il piede in casa altrui», «I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni», «[i partiti] sono macchine di potere che si muovono soltanto quando è in gioco il potere», «ci hanno scongiurato in tutti i modi […] di partecipare anche noi al banchetto», «tener bordone», «pirati della salute», «sotto la cappa di piombo del sistema imperniato sulla Dc», «noi non abbiamo mai chiesto l’elemosina d’esser “ammessi”» o «Direi che abbiamo girato la boa e siamo di nuovo in ripresa».

Una retorica semplice

Analoga misura si ritrova a proposito delle altre strategie che rendono più espressiva ed elaborata l’argomentazione; tra queste si può menzionare giusto qualche caso di accumulo, efficace per rendere il discorso più concitato ed enfatico, e spesso, anche per questo, associato a una sintassi in stile nominale o a ripetizioni anaforiche: «Grandi dibattiti, grandi scontri di idee, certo, scontri di interessi corposi, ma illuminati da prospettive chiare, anche se diverse, e dal proposito di assicurare il bene comune. Che passione c’era allora, quanto entusiasmo, quante rabbie sacrosante!», «Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai tv, alcuni grandi giornali», «La questione morale, nell’Italia di oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello Stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati».

La sintassi viene poi interessata da casi di focalizzazione che, sfruttando alcuni costrutti marcati (certo in parte riconducibili anche all’origine orale dell’intervista), consentono a Berlinguer di mettere in risalto gli elementi logico-argomentativi su cui si vuole concentrare l’attenzione: si va da un più semplice «Ebbene, non sono io che la penso così, sono i fatti a dircelo» a un più elaborato esempio, ancora in accumulo, quale «In galera con gli operai ci siamo stati noi; sui monti con i partigiani ci siamo stati noi; nelle borgate con i disoccupati ci siamo stati noi; con le donne, con il proletariato emarginato, con i giovani ci siamo stati noi; alla direzione di certi comuni, di certe regioni, amministrate con onestà, ci siamo stati noi».

Le parole tra ideologia e realtà

Com’è naturale, il livello del lessico è particolarmente sfaccettato e mostra la compresenza di vocaboli che afferiscono a categorie differenti. Non può mancare quella più strettamente legata alla matrice marxista e progressista del segretario del PCI, da cui vengono attinti parole e sintagmi come borghesi, borghesia produttiva, capitalismo (insieme a sviluppo capitalistico, occidente capitalistico, forme capitalistiche), classe operaia, compagni socialisti, comunisti, laburismo, lotta di classe, masse lavoratrici, modelli di socialismo, movimento operaio, movimento sindacale, operai, organizzazioni sindacali, partiti operai, privilegio, progresso, socialdemocrazia, sottoproletari, voti operai, a cui si aggiungono altre voci o formule più ampiamente e genericamente proprie del lessico politico quali assistenzialismo, azione eversiva, bene comune, ceti medi, congressi, cosa pubblica, costo del lavoro, crisi, democrazia, inflazione, legislatura, maggioranza, riformismo, politica fiscale e politica previdenziale.

Vi sono poi le parole e le espressioni che riflettono il momento storico e politico di quell’intervista, prima fra tutte, appunto, la più volte ripetuta questione morale; ma a tale riguardo si possono ricordare anche alternativa democratica (altra formula, in quel contesto, di recente conio berlingueriano), Br, governi di unità nazionale, maggioranza di solidarietà nazionale, pregiudiziale anticomunista, scala mobile e soprattutto quelle voci impiegate dall’allora segretario comunista per denunciare il sistema di gestione della cosa pubblica e della vita interna ai partiti: baronie, “boss” e “sottoboss” (da intendersi in senso figurato, come segnalano le stesse virgolette del testo), burocratismo, camarille, clientele, correnti, famigerato manuale Cencelli, lottizzazione, mercimonio che si fa dello Stato, opportunismo, P2, tradizionale tutela democristiana, verticismo.

 

Continua a leggere

https://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/articoli/scritto_e_parlato/Berlinguer.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=pem

 

Il 9 maggio dell’Italia e quello dell’Europa.

 

A Mosca si celebra la vittoria sul nazismo. L’Europa ricorda invece il “discorso fondativo” di Schuman. In Italia, dal 1978, la data ha significato la costante rievocazione di una politica di superamento dei muri e delle cortine di ferro. In ogni caso, la ricorrenza del martirio di Aldo Moro non deve essere inutile. Mario Draghi, nei colloqui americani, non deve avere incertezze a far valere il peso anche storico del grande Paese che siamo. Intanto c’è un messaggio che vale per Bruxelles: occorre cambiare i trattati europei.

 

Andrea Piraino

 

Improvvisamente il 9 maggio è diventato il giorno topico dell’Europa e del suo futuro! In questo giorno, la Russia celebra il ricordo del “Giorno della Vittoria” contro il nazifascismo dopo la resa tedesca del 1945, firmata a Berlino dal generale Wilhelm Keitel. Da quando Putin ha scatenato la guerra contro l’Ucraina, però, il ricordo della vittoria ha assunto un altro significato. Come recita infatti il coro che verrà intonato durante la grandiosa manifestazione di uomini e mezzi militari che si svolgerà oggi sulla piazza Rossa, il nuovo senso della celebrazione è che “(lo) possiamo fare ancora”. Vale a dire che i soldati ed, a milioni, i cittadini russi sono impegnati a ripetere quel passato glorioso nel presente e nel futuro, contro chiunque (oggi, Ucraina; domani, qualunque altro Paese europeo) si dovesse frapporre alle mire del neo zar Vladimir Putin di affermare il suo progetto imperiale di nuovo status di potenza mondiale della Russia. Insomma, siamo di fronte  alla sovrapposizione di un passato onorato ad un presente scellerato che si tenta di connotare, con ogni sorta di propaganda e di fake news, come opposto a quello che la dura realtà proclama.

 

Ma il 9 maggio è anche il giorno in cui si ricorda un altro momento storico. Per l’Unione Europea è, infatti, la data nella quale nel 1950 l’allora ministro degli esteri francese, Robert Schuman, nella Sala dell’Orologio del Quai d’Orsay pronunciava il famoso discorso con il quale prospettava per la prima volta la necessità che Francia e Germania si impegnassero a mettere in comune la produzione di carbone ed acciaio e quindi a costruire (assieme all’Italia) un’unione economica dell’Europa. Era il primo passo per la realizzazione della CECA. Il primo organismo comunitario che avrebbe reso la guerra “non solo impensabile ma materialmente impossibile”. Oggi, questa data la ricorderà e celebrerà (dal 1985 è la giornata della Festa dell’Europa) Emmanuel Macron con il suo primo discorso sulle quistioni europee da quando la Russia ha invaso l’Ucraina ed il presidente francese è stato riconfermato all’Eliseo. L’evento, che peraltro coincide con la chiusura della “Conferenza sul futuro dell’Europa”, ha finito così per assumere il significato di una sorte di contro-manifestazione da opporre alla celebrazione putiniana. Per fare emergere che il conflitto in atto è tra due modelli di società e due visioni del mondo. “La nostra ambizione è mostrare l’attualità della democrazia liberale, con ciò che può portare in termini di libertà ma anche di efficienza”.

 

In poche parole, due 9 maggio. In cui andranno sugli altari, come ha sottolineato un consigliere dell’Eliseo, a Mosca il revisionismo storico di Putin che oggi sta insanguinando e distruggendo il suolo ucraino ed a Strasburgo “la forza delle democrazie liberali e della libertà di espressione”.

 

Entrambi, però, narrazioni lontane anni-luce dal terzo 9 maggio. Quello italiano del 1978. Giorno in cui si celebra il  ritrovamento, a Roma in via Caetani vicino alle sedi del Pci e della Dc, del corpo senza vita del Presidente Aldo Moro trucidato dalle Brigate Rosse dopo l’agguato del 16 marzo in via Fani, che ne aveva reso possibile il sequestro. Si tratta – in questo caso, del brutale assassinio di Moro – come ha scritto proprio ieri su formiche.net Giuseppe Fioroni, presidente nella scorsa legislatura della specifica Commissione parlamentare d’indagine, dell’atto apicale di una strategia eversiva barbara e spietata. “Troppo potente e ramificata per essere solo domestica” e tale, quindi, da non poter non avere connessione con i riflessi di natura internazionale.

 

La politica di elaborazione della nuova forma di democrazia (“compiuta”), impostata da Moro dopo la vittoria dei sì al referendum sul divorzio del 1974, portava con sé imprescindibili  conseguenze riformistiche che si sarebbero rese necessarie sul piano interno degli equilibri politici dello Stato. Naturalmente, questo tragico evento  determinò nella coscienza comune del Paese un duro contraccolpo che si è riverberato immediatamente sull’evoluzione della politica di “solidarietà nazionale” e soprattutto ha posto fine al tentativo moroteo di fare evolvere la democrazia liberale verso forme di comunitarismo in grado di contenere anche il protagonismo del Pci in una normale dialettica di partiti politici legittimati dal reciproco riconoscimento.

 

Da quella data, allora, il 9 maggio in Italia ha significato – oltre il ricordo struggente per l’uomo, il cattolico, il giurista e teorico dello Stato, il politico Aldo Moro – anche la costante rievocazione di una politica di superamento dei muri e delle cortine di ferro coraggiosamente iniziata, ma presto  ferocemente stroncata e completamente abbandonata. Con l’aggiunta che la memoria di questa lungimirante iniziativa morotea ha carsicamente alimentato una coscienza popolare secondo cui il ruolo dell’Italia in Europa e nel mondo è soprattutto quello di costruire con pazienza il dialogo tra i popoli e le nazioni, soprattutto quando gli stati cui ci si riferisce sono europei o legati a noi da storiche amicizie o trattati e da comuni partecipazioni ad organizzazioni internazionali.

 

Ora, se questo è vero, lo spirito con il quale Russia ed Unione Europea stanno celebrando in queste ore le ricorrenze dei rispettivi 9 maggio non è assolutamente quello adeguato al drammatico momento storico che stiamo vivendo. Non si tratta, infatti, di cogliere l’occasione per cimentarsi in un algido e rancoroso confronto di civilizzazioni ma piuttosto di intuire l’opportunità per far qualche gesto di reciproca apertura che possa portare verso l’inizio di un nuovo dialogo in grado  di ripristinare, in prospettiva, rapporti di reciproca fiducia.

 

In ogni caso, la ricorrenza del martirio di Aldo Moro non deve essere inutile per noi italiani. A cominciare dal presidente del Consiglio che, nei prossimi incontri americani con il governo degli USA e all’interno del G7, non deve avere incertezze a far valere il peso anche storico del grande Paese che siamo e soprattutto della volontà e capacità di dialogo che caratterizzano il nostro Popolo. Successivamente e su queste basi, come proprio Mario Draghi ha detto parlando al Parlamento europeo, ci sarà spazio e tempo per lavorare ad un “federalismo pragmatico” e superare, finalmente, in seno al Consiglio Europeo il principio di unanimità. Non facendosi bloccare neppure dai Trattati il cui cambiamento è sicuramente indispensabile.

Perché Moro ci manca. Conversazione tra Provinciali e D’Ubaldo.

Nel giorno in cui se ne ricorda il sacrificio, vale la pena domandarsi in che senso e in che misura Moro ci manca. Ovvero manca alla politica nel suo complesso, non solo alle ristrette cerchie del cattolicesimo democratico. Per fare questo pubblichiamo un piccolo estratto  (troverete a fine pagina il pdf completo) del colloquio tra Provinciali e D’Ubaldo.

 Rimasta in sospeso e poi ripresa, questa nostra conversazione su Aldo Moro, a ridosso della fatidica data del 9 maggio, ha assunto una forma più precisa alla luce del “grande trauma” che stiamo attraversando. Ci battiamo ancora con la pandemia, piegata dai vaccini ma non ancora debellata. Nel contempo, alle porte dell’Unione europea, è scoppiata una guerra inimmaginabile fino a quella che mese prima. Aggiungiamo due novità importanti sul piano della politica interna: l’esperienza del governo Draghi, con il suo tratto di eccezionalità in virtù di un sostegno di maggioranza quanto mai esteso, a riprova del bisogno di unità nazionale in questa contingenza critica; l’inattesa splendida conferma al Quirinale di Sergio Mattarella per un altro settennato. In questo contesto si articola la presente riflessione su Moro, il suo ambiente, la sua storia; su quello che ha rappresentato e ancora, in altre condizioni e forme, può rappresentare.

N: B: Nel dialogo la parte dell’intervistatorre è svolta da Francesco Provinciali. I suoi interventi sono tutti in grassetto.

Il momento è difficile perchè, da un lato, il Covid ha travolto gli argini di una relativa sicurezza sociale, dall’altro la guerra ha infranto il modello condiviso tra le classi dirigenti dell’Occidente riferito a un mondo felicemente globalizzato dopo la caduta dell’impero sovietico. In questa cornice, è comprensibile che la curiosità induca a porsi l’interrogativo su cosa avrebbe potuto dire Moro di fronte a questo eccezionale mutamento di quadro, sia a livello nazionale che internazionale. Come possiamo cominciare? Chi era Aldo Moro?

Gli studi sulla figura di Moro sono cresciuti abbondamente negli ultimi anni. Alcune biografie – penso a quella “monumentale” di Guido Formigoni – si presentano come un esempio di accuratezza e capacità di approfondimento. L’elenco tuttavia sarebbe lungo e lascerebbe fuori, senza volerlo, preziosi lavori specialistici, magari confinati in cenacoli per addetti ai lavori. Il nipote, Renato Moro, ha svolto un’opera meticolosa, basata su una documentazione di prima mano, che ha permesso di conoscere la formazione intellettuale e politica dello statista pugliese. Proprio in queste settimane ha pubblicato Una maestra del Sud che fu la madre di Aldo Moro (Bompiani, 2022), un testo prezioso anche per capire la sensibilità umana e religiosa che unisce il giovane alla figura materna. Ormai possiamo inquadrare sempre più correttamente l’impegno di Moro nell’ambiente universitario ed ecclesiale del periodo a cavallo della seconda guerra mondiale. È noto il suo percorso nella Fuci, essendo stato il Presidente della federazione di Bari e poi della organizzazione nazionale: sbaglieremmo, dunque, a sottovalutare il rapporto con la Chiesa locale, specie con il suo Vescovo, Marcello Mimmi. Il biennio ‘43-‘45 rappresenta per lui un momento di vita tormentato. Dopo aver perso la mamma, a cui era particolarmente legato, perde anche il fratello.

Prendiamo spunto dal dramma della guerra, dall’elemento in fondo sempre uguale della devastazione materiale e morale che essa inevitabilmente produce. Moro ha conosciuto la guerra, i suoi scritti giovanili, di cui hai curato una ricca antologia (La vanità della forza, Eurilink, 2017), si misurano con i problemi della caduta del fascismo e della faticosa rinascita del Paese. Il suo è un osservatorio privilegiato, vivendo e operando a Bari, la città che condivide con Brindisi la proiezione in chiave di difesa nazionale della monarchia e del governo Badoglio. Dopo il 20 settembre, l’Italia meridionale e la Sardegna (seguirà nel febbraio del 1944 la Sicilia) sono in mano agli Alleati. Moro in quel momento, tra alti e bassi, incomincia a fare politica.

Dici bene: fra alti e bassi. Moro, a parte le resistenze locali che gli oppongono i vecchi popolari, perlopiù infastiditi dinanzi alla sua figura di giovane intellettuale di raffinata formazione cattolica, non è sicuro di doversi impegnare sul terreno strettamente politico. Negli articoli sulla “Rassegna” di Bari torna a più riprese sul perché possa o debba preferirsi all’impegno di partito la dedizione a compiti di studio e formazione. Sì, la scelta della politica matura in fretta ma non senza titubanze, essendo abbastanza diffuso nei ranghi della Fuci e dell’Azione cattolica dell’epoca un sentimento di distacco da una opzione di militanza esplicita e diretta. Basta leggere l’ultimo bel lavoro di Tiziano Torresi (La scure alla radice, Studium, 2022) per rendersi conto del travaglio di una generazione alle prese con un cambiamento di fase epocale. La seminagione di un papato, quello di Pio XI,  più attento alla vita pastorale che non alla vita politica, aveva lasciato tracce profonde. Nei giovani emerge certamente la consapevolezza della funzione rigeneratrice, in chiave popolare e nazionale, del cattolicesimo organizzato; ma nel dibattito che segna il passaggio dalla dittatura alla democrazia questa consapevolezza non si traduce in una immediata volontà d’ingaggio nel campo della politica.

Se non erro Andreotti è più determinato. La sua presidenza, in effetti, sposta la Fuci sul terreno della battaglia politica. Giunge anche a rimproverare i suoi amici…

Diciamo che nel caso del giovane Andreotti l’incertezza sfuma molto presto dinanzi alle responsabilità che incombono sulle forze antifasciste e quindi anche sui popolari raccolti attorno a De Gasperi. Dopo il 25 aprile avanza nella capitale l’opera di riorganizzazione dei partiti nazionali. Pesa l’occupazione tedesca, ma nulla frena l’iniziativa delle forze democratiche che si ritrovano a collaborare nel CLN. L’antifascismo a Roma si declina nella identificazione di una prospettiva politico-istituzionale che aveva le radici nella battaglia aventiniana, sfortunatamente combattuta all’indomani delle elezioni del 1924 dagli strenui oppositori di Mussolini. De Gasperi su questo punto è intransigente. E Andreotti, come sappiamo, ha la fortuna di entrare subito in contatto con De Gasperi e di condividere sul nascere la formazione della Democrazia Cristiana. Invece Moro a Bari respira un altro clima e conosce, nel biennio 1943-1945, l’impatto dei processi di potere (non sempre limpidi) nel brusco passaggio dalla dittatura alla democrazia. Bisogna considerare che inizialmente resta fuori dal quadro politico romano, non può contare sul sostegno del partito, non ha altri “amici” in grado di proteggerlo, se non il suo vescovo. Spesso si trascura che a differenza di Andreotti o di Dossetti non avrà l’onore di essere designato alla Consulta.

 

Moro P.D.

Ancora molti i misteri che avvolgono il più terribile omicidio politico della storia contemporanea del nostro paese.

 

Oggi 9 maggio, in occasione della Festa dell’Europa e dell’anniversario della morte di Aldo Moro, un invito a seguire la presentazione del libro di Pino Nazio che si svolgerà a Rignano Flaminio alle ore 18:30 presso la biblioteca comunale (e in diretta sulla pagina Facebook Flaminia Radio Tv). Dopo i saluti del Sindaco Vincenzo Marcorelli, l’autore dialoga con Raffaella Rojatti (Consigliere delegato alla Cultura del Comune di Rignano Flaminio) e Nicola Rinaldi (Consigliere delegato alla Cultura del Comune di Faleria).

 

Francesco Marcorelli

 

Esiste un filo sottile, invisibile come un fiume sotterraneo, che lega tanti avvenimenti oscuri del dopoguerra, dalla strage di Portella della Ginestra all’attentato a Togliatti, dai tentativi di colpo di Stato alle stragi, fino all’uccisione di Aldo Moro. Sono passati oltre 40 anni dall’agguato di via Fani, ma i misteri che avvolgono il più terribile omicidio politico della storia contemporanea del nostro paese sono ancora molti.

 

Moro non è stato protetto con una macchina blindata che sarebbe bastata a evitare la tragedia nonostante da un mese si sapesse che a Roma era in preparazione un’azione clamorosa; le armi usate nell’attentato di via Fani sono state nascoste in una palazzina della banca Vaticana alla Balduina che ha ospitato estremisti tedeschi, società che lavoravano per la Nato, finanzieri libici e il discusso monsignor Paul Marcinkus; il presidente della Dc non è stato ucciso sul pianale della Renault 4 rossa dove venne fatto ritrovare in via Caetani, proprio tra le sedi della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista…

 

Oltre all’impeccabile ricostruzione degli eventi, è estremamente interessante l’analisi che l’autore fa degli equilibri politici che si sono sgretolati nel nostro Paese in seguito a questo fatto di sangue che è ben più di un caso di cronaca nera come gli altri. Infatti, dopo essersi occupato con successo di molti casi ancora alla ribalta, come quello di Emanuela Orlandi, di Serena Mollicone, di Yara Gambirasio e di Giuseppe Di Matteo, Pino Nazio, muovendosi dal rapimento di Moro, dipinge con mano sicura il quadro storico-politico che ha caratterizzato il clima della Guerra Fredda in Italia, facendo collegamenti e confrontando episodi e testimonianze fondamentali per comprendere anche l’attualità di oggi solo apparentemente lontana da certe dinamiche.

 

Una lettura imperdibile, tra sociologia e giornalismo, per chi ama studiare la Storia per capire e vivere il presente con consapevolezza e dignità. Il libro contiene anche una originale analisi grafologica delle lettere che Moro ha scritto durante i giorni della sua prigionia.

 

Il libro

Aldo Moro. La guerra fredda in Italia, Pino Nazio, prefazione di David Sassoli, edizioni Ponte Sisto, 2018.

 

Note sull’autore

Pino Nazio è nato a Roma nel 1958. Giornalista professionista e sociologo della comunicazione, lavora in Rai dal 1992 come autore, regista e inviato. Per 13 anni ha lavorato a “Chi l’ha visto?”, ha firmato oltre mille servizi, spot, documentari e programmi tv. Ha scritto una dozzina di libri, alcuni basati su storie di cronaca nera raccontate in chiave di romanzo.

L’Europa si faccia costruttrice di pace. L’editoriale di “Comunità di connessioni”.

 

LUnione deve riscoprire il proprio ruolo e fare di più sul fronte diplomatico. Infatti la diplomazia deve essere rimessa al centro, sullesempio di Papa Francesco che non si arrende di fronte ad un portone ancora chiuso. Per dare corso a questa volontà, bisogna cambiare il linguaggio utilizzato dai leader, optando per la scelta di parole più miti e moderate che favoriscano lapertura. Al netto di una condanna ferma alle brutalità, i toni devono stemperarsi. Serve ricostruire un terreno comune di dialogo trattando linterlocutore alla pari e riconoscendogli quellimportanza strategica che ancora può avere sullo scenario globale. Il testo è pubblicato con il consenso dell’autrice.

Rosalba Famà

Pace Ponte Avente Comuni Estremi” con questo acrostico, l’italiana Elena Garbujo di soli 16 anni vinceva il concorso “Pace, Europa, Futuro” indetto dall’Unione Europea nel 2012, con cui si chiedeva ai giovani europei cosa significasse per loro la pace in Europa. Nel 2012, per la prima volta, il premio Nobel per la pace veniva assegnato a una non persona fisica. Infatti, a ricevere l’onorificenza sul palco del municipio di Oslo c’era una rappresentanza delle istituzioni europee. L’Unione Europea, sin dalla sua fondazione, come recita il comunicato stampa, ha «contribuito a trasformare la maggior parte dell’Europa da un continente di guerra in un continente di pace». Anche destre e sinistre convergono nell’individuare, tra gli achievements dell’Unione, proprio l’aver assicurato oltre sei decenni di pace e prosperità ai propri cittadini, sostituendo alle armi tavoli negoziali democratici permanenti in cui gli Stati Membri possono confrontarsi.

Dal 24 febbraio 2022, la guerra si è nuovamente affacciata sul nostro continente, spazzando via la prima delle nostre certezze: la pace, «Pace in terra, anelito degli esseri umani di tutti i tempi». In un momento delicato, quando stavamo iniziando a rialzarci dal dramma della pandemia, la guerra ci ha riportato un nuovo stato di ansia e incertezza. Allo stesso tempo, però, la nostra identità europea si è rafforzata. A fronte dell’attacco russo a un paese inerme come l’Ucraina, la risposta dell’Unione Europea è stata unanime.

LUE ha subito condannato linvasione, coerentemente con il diritto internazionale che considerava già linvasione della Crimea del 2014 una violazione sia del divieto dell’uso della forza sancita dalla Carta delle Nazioni Unite, sia del Memorandum di Budapest del 1994, sottoscritto da Russia, USA, UK, in cui gli stessi riconoscono e garantiscono l’indipendenza, la sovranità e i confini territoriali dell’Ucraina, che includono la Crimea e il Donbass. Al tempo stesso, l’Unione e i suoi cittadini hanno messo in campo una rete di solidarietà e di accoglienza dei profughi, mutando repentinamente il proprio approccio rispetto ai migranti: sono ad oggi oltre 5 milioni gli ucraini che hanno trovato rifugio in UE dall’inizio del conflitto.

Più complesso è il profilo relativo alle azioni da intraprendere a livello UE in risposta all’attacco russo. Già nel 2014 l’UE aveva adottato sanzioni economiche nei confronti della Russia, che tuttavia non sono riuscite a fermare l’escalation. Sono legittimi, pertanto, i dubbi di coloro che si interrogano sull’efficacia delle nuove sanzioni europee, che mirano ad indebolire il Paese destinatario dall’interno, spingendo i vari stakeholder che sostengono il governo russo a esercitare la propria influenza nella direzione della fine del conflitto per tutelare i propri interessi.

Le sanzioni, come spiega la prof.ssa Maria Paola Mariani, sono lunica via pacifica per rispondere agli illeciti e portare le parti a un tavolo negoziale. Al tempo stesso comportano un costo per chi le impone, con gravi ripercussioni in termini economici, che verosimilmente si andranno a scaricare sulle fasce più deboli della popolazione, ingenerando sofferenza sociale che influirà sul voto delle prossime tornate elettorali. Ma vi è di più, il grande quantitativo di gas russo che l’UE importa ogni giorno e la sua possibile riduzione preannunciano la più grave crisi energetica degli ultimi cento anni e spaventano il sistema produttivo. LUnione Europea si sta dunque confrontando con grossi temi, pagando lassenza di visione strategica degli ultimi ventanni.

Nel suo discorso del 3 maggio al Parlamento Europeo, il premier Draghi ha individuato i temi centrali della Conferenza sul futuro dell’Europa che si chiuderà il 9 maggio: l’autonomia energetica europea, l’autonomia della filiera produttiva e la difesa comune. Il Presidente Draghi è ben consapevole dei meccanismi decisionali dell’Unione che in alcune aree ancora richiedono l’unanimità, come le questioni relative alla Politica estera e alla sicurezza. Lunanimità alimenta un sistema di veti incrociati”, bloccando lassunzione delle scelte più ambiziose. Per questo Draghi ha parlato di «federalismo pragmatico» e della necessità di rivedere i trattati istitutivi.Tuttavia, la revisione dei trattati è un processo politicamente difficile, che richiede la ratifica a livello nazionale dei 27 stati membri, in alcuni casi anche attraverso referendum popolari dall’esito spesso incerto (cfr. Brexit). Sul tema è intervenuto anche il Presidente Mattarella con un autorevole intervento all’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa il 27 aprile 2022 a Strasburgo quando ha ricordato il ruolo decisivo della comunità internazionale e la distensione, la coesistenza e il ripudio della guerra rilanciando il metodo di Helsinki e non di Jalta.

 

Continua a leggere

https://comunitadiconnessioni.org/editoriale/leuropa-si-faccia-costruttrice-di-pace/

Non è Stoltenberg che può dettare la linea della Nato.

 

La Nato consideri di più i risvolti socioeconomici in Europa della guerra. Criticare la strategia di afghanizzazione dell’Ucraina, non solo è legittimo ma significa aiutarla a non compiere errori che potrebbero mettere a rischio, e pure in un tempo non remoto, la tenuta sistemica dell’Europa. La via è quella indicata da Papa Francesco, far tacere le armi.

 

Giuseppe Davicino

 

Anche se il segretario del Pd Enrico Letta trova ignominioso parlare di guerra per procura in Ucraina, il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg continua a fare dichiarazioni che sembrerebbero non solo confermarlo ma addirittura, come ha osservato Pierluigi Castagnetti, a inserirsi su aspetti su cui non ha titolo, come la valutazione del futuro della Crimea, che spetta non a lui ma all’Ucraina decidere.

 

Forse più ancora delle dichiarazioni, fa riflettere il curriculum di Stoltenberg Un curriculum che appare rivelativo di chi stia gestendo l’Occidente: ex direttore generale Gavi, l’alleanza mondiale di Bill Gates sui vaccini, ora Nato e al termine della scadenza che è stata prorogata, già designato governatore della banca centrale della Norvegia. Uno schema di porte girevoli dove sanità, guerra e economia paiono innanzitutto faccende private gestite per raggiungere obiettivi che solo si può sperare siano volti sempre al bene comune. Per questo la situazione risulta molto delicata e si fatica tuttora a capire come da parte “occidentale” possa lasciare spazio a soluzioni diplomatiche.

 

Resterà da vedere, anche se temo lo potremmo vedere assai presto, se il piano di afghanizzazione dell’Ucraina del segretario generale della Nato possa esplicarsi nel corso di decenni. In questa sua previsione non si considera l’effetto dello tsunami inflattivo da sanzioni e da interruzione della catena globale degli approvvigionamenti che sta per abbattersi sull’Europa.

 

Perché in ultima analisi, mentre la forza economica del “nuovo mondo” si basa sull’economia reale (hanno le “cose”, le materie prime, la demografia, la tecnologia, costituiscono oltre l’80% del mondo), la forza dei Signori dell’Occidente è il larga parte virtuale, si basa su una montagna di debito, parte del quale hanno deciso di riversare sui cittadini attraverso l’inflazione che va ad erodere la ricchezza reale della gente.

 

Ma se i cittadini europei si dovessero impoverire troppo e all’improvviso, il gioco potrebbe non riuscire, creando una situazione socioeconomica molto instabile, mentre per il resto del mondo non sarebbe un problema perché compenserebbero in gran parte l’inflazione con alti tassi di crescita, o perlomeno di non recessione. E vi è ormai un sistema di valute indipendenti dal Dollaro, di fatto ancorate all’oro e ad alcune materie prime, che attutirebbe fuori dall’Occidente gli effetti di una nuova crisi finanziaria globale. La stagflazione sarebbe, come già è, tutta per l’Europa.

 

E dunque, alla fine credo occorrerà interrogarsi, con lo spirito di una discussione franca fra alleati (come avvenne a proposito dell’invasione dell’Iraq, dove la storia poi dimostrò la validità della posizione italiana) su  quanto ci conviene proseguire per il persorso tracciato, forse con eccessiva sicurezza, dalla Nato con il rischio di trovarsi presto in una situazione senza possibili vie d’uscita che non contemplino il ricorso alla forza.

 

Sappiamo che esiste un’alternativa, che è quella che può risparmiare ulteriori tragedie. La indica Papa Francesco, la persegue con autorevolezza e realismo il presidente del consiglio, la vuole la ragione: è quella di mettere un limite al conflitto, far tacere le armi e riportare lo scontro e le opposte rivendicazioni inerenti l’Ucraina, i problemi irrisolti di governance mondiale su un piano diplomatico.

Zazo da Kiev: “Un negoziato è possibile, ma si aspetta Putin e il 9 maggio”. Intervista all’Agenzia Giornalistica  Italia.

fonte: Agi
fonte: Agi

 

Intervista all’ambasciatore italiano in Ucraina, in un colloquio dal suo ufficio a Kiev. “Non chiudere l’ambasciata fu una scelta importante”.

 

Francesco Venturi

 

L’Italia è uno dei Paesi che “crede in una possibile soluzione diplomatica” alla guerra in Ucraina, e anche se “siamo ancora nel pieno del conflitto, potrebbero aprirsi finestre di opportunità e noi potremmo cercare di dare un nostro contributo per cercare di riavviare il percorso negoziale”. Lo ha spiegato all’AGI, in un colloquio dal suo ufficio all’ambasciata italiana a Kiev, l’ambasciatore Pierfrancesco Zazo, uno dei primi rappresentanti diplomatici a fare ritorno nella capitale dopo il ritiro dei russi e dopo che, all’inizio del conflitto, era stato fra gli ultimi a lasciarla.

 

Il primo passo, ha osservato, “dovrebbe essere il cessate il fuoco, e poi un possibile accordo di pace, come più volte evidenziato dal ministro Di Maio”.  L’Italia – ha ricordato – è uno dei Paesi, con Usa, Regno Unito, Francia, Germania, Polonia e Turchia, che ha dato la sua disponibilità a fungere da garante se ci dovesse essere l’accordo”.

 

Grazie alle buone relazioni bilaterali che Roma aveva prima della guerra sia con Kiev che con Mosca, l’Italia è stata da subito candidata a un ruolo diplomatico nella crisi: “E’ stato riconosciuto all’Italia di avere la predisposizione di capire i diversi punti di vista e la capacità di trovare un punto di contatto. Quando è iniziata la guerra, il ministro era appena stato a Kiev e Mosca. Ci chiesero di farci portavoce con il Cremlino delle conseguenze catastrofiche che avrebbe avuto una escalation”, ha spiegato l’ambasciatore.

 

L’apertura del presidente Zelensky, che ha ipotizzato un ritiro russo alle posizioni precedenti il 24 febbraio, secondo Zazo “è importante e indicativa del suo desiderio di fermare la guerra” anche se “è difficile per gli ucraini cedere sul Donbass”.

 

Sul tema della neutralità rispetto all’Alleanza atlantica, dovrà andare di pari passo con una prospettiva concreta di ingresso nell’Unione europea, ma la questione delle garanzie si è invece fatta “particolarmente complessa” e, ha spiegato Zazo, “gli ucraini vorrebbero che fra i Paesi garanti ci fosse anche la Cina”, che invece per ora ha mantenuto toni prudenti.

 

Il primo obiettivo è il cessate il fuoco

 

“È una sfida molto importante in questo contesto, ma noi crediamo veramente in una soluzione negoziale, nonostante le obiettive condizioni di difficoltà e il fatto che più si va avanti e più la situazione si incancrenisce. Per ora prevale una componente emotiva, e molto dipenderà da che cosa succederà nei prossimi giorni in Russia”.

 

“Dobbiamo evitare l’escalation, e il primo obiettivo è il cessate il fuoco”. L’Onu, che ieri ha adottato all’unanimità dei Paesi del Consiglio di sicurezza il primo documento in cui auspica una soluzione pacifica alla crisi, “ha incontrato qui difficoltà enormi per riuscire a realizzare i corridoi umanitari. Ho incontrato l’inviato speciale per la crisi,  Amin Awad, che ha avuto lo stesso ruolo in Siria e ha detto che i problemi nel riuscire a organizzare i corridoi sono gli stessi, al di là degli aspetti politici”.

 

Si attende il 9 maggio

 

Ora però gli occhi sono tutti puntati sul 9 maggio e su quello che la Russia sta preparando in vista del  Den’Pobedy o giorno della vittoria (sul nazismo alla fine della Seconda guerra mondiale ndr): “E’ difficile fare previsioni – ha spiegato Zazo – al momento siamo nel pieno dell’intensificazione del conflitto, i russi cercano di impadronirsi dell’intero Donbass e della fascia costiera sul Mar Nero. Ma vediamo una forte resistenza ucraina, e alla vigilia del 9 maggio possiamo dire che quegli obiettivi minimi che Mosca puntava a raggiungere probabilmente non verranno conseguiti”. Ora “gli Ucraini parlano solo di resistenza armata, perché, pensano ‘più resistiamo e più siamo in posizione di forza’”.

 

Ma il Paese è in attesa “della prossima mossa di Putin: per il 9, gli scenari sono vari, una mobilitazione generale o il proseguimento delle attività militari in modo meno intenso”. I negoziatori ucraini, ha spiegato ancora Zazo, “hanno riferito della sensazione che le controparti russe non avessero mandati precisi dal presidente. L’unico progresso può venire da un colloquio diretto fra i presidenti, come ha proposto Zelensky in diverse occasioni”.

 

Una iniezione di fiducia all’Ucraina è derivata dal “fatto di essere riusciti a salvare Kiev” oltre che “dal grande sostegno dei Paesi occidentali”.

 

Continua a leggere

https://www.agi.it/estero/news/2022-05-07/ucraina-russia-ambasciatore-zazo-16648810/

Il sacrificio di Moro.

 

Lo statista democristiano viene eleminato perché dilaga, negli anni ‘70, la lotta violenta contro l’ordinamento dello Stato. Il disegno sovvertitore mira al cuore del sistema e incrocia di necessità la presenza della Dc, cardine delle istituzioni democratiche. Il terrorismo, prima versione, è stato combattuto e vinto; ora alza nuovamente la testa, in modo più subdolo, un altro tipo di terrorismo. Contro cui bisogna combattere con eguale determinazione.

 

Mario Tassone

 

Il 9 maggio del 1978 la tragedia umana di Aldo Moro, cominciata il 16 marzo con la barbara esecuzione della scorta e il Suo sequestro, si concludeva. Iniziava la sofferenza del Paese che si era trovato impreparato, distratto a non cogliere nei molti assassini delle Brigate Rosse i segnali di un disegno destabilizzante, la cifra italiana della guerra fredda e della rivoluzione.

 

Quella rivoluzione mancata dopo la fine del secondo conflitto bellico anche se i granai erano pieni di armi e moltitudini di partigiani comunisti volevano “menar le mani” per imporre il sol dell’avvenire. Stalin era collocato in una icona luminosa come l’artefice principale della sconfitta del nazifascismo che si celebra proprio il 9 maggio (1945). Passò la linea di Togliatti, moderato per convenienza perché aveva visto e convissuto con gli orrori stalinisti, che indicava la conquista del potere da parte del fronte della sinistra con le elezioni. Il successo della Dc di De Gasperi nelle elezioni del 18 aprile del 1948 fece evaporare quel progetto incompatibile con le ritrovate libertà democratiche suggellate nella Carta Costituzionale.

 

Ma la lotta per sovvertire lo stato continuò sotto altre forme. L’attivismo della estrema sinistra, il suo organizzarsi nelle brigate rosse e in una miriade di altre formazioni si trasformava in lotta armata: il terrorismo. Vittime innocenti, magistrati, servitori dello stato, uomini di cultura furono eliminati. La guerra alle istituzioni democratiche, ai valori di libertà entrava in una fase acuta. Complicità diffuse domestiche ed estere sono state diverse di cui non si è voluto andare fino in fondo nell’accertare la verità. Solo riferimenti a brandelli di episodi, ad errori macroscopici che è arduo imputare a semplice indolenza e inadeguatezza.

 

Moro doveva essere eliminato perché la sua filosofia sterilizzava il comunismo, allargava l’area della democrazia e distruggeva un velleitarismo rivoluzionario mai estinto. Il ricordo dell’eccidio del 16 marzo e del 9 maggio del 1978 perseguita il Paese. Ha reso fragili le istituzioni democratiche, ha compresso l’area dei diritti, della democrazia e della libertà.

 

Lo vediamo in questi giorni nei molti fiancheggiatori di Putin, una complicità a una lunga scia di sangue in violazione della sovranità delle nazioni e dei diritti dei popoli. Si applaude alle aggressioni. Questa è una versione di terrorismo apparentemente incruento che sostiene la violenza. La formazione dei 5 stelle e dei sovranisti sono in testa in una lotta contro lo Stato e la scelta atlantica del Paese. Il terrorismo della prima fase, è stato sconfitto. Oggi bisogna sconfiggere un terrorismo di ritorno incruento ma violento. Bisogna contrapporsi a seminatori di odi, eversori per modestie di idee e di morale politica.

 

Prendiamo coscienza che ci sono tante risorse non utilizzate. Onoriamo il sacrificio di Moro e di tanti servitori dello Stato trovando volontà e forza per rimettere il Paese lungo una traiettoria in cui non latitano compostezza, razionalità e amore per la libertà!

 

 

[Il resto è tratto dalla pagina Fb dell’autore]

La storia infinita delle tutele per i lavoratori fragili: l’ultimo vulnus.

 

La mancata retroattività delle tutele al 1° aprile, senza oneri per lo Stato, lascia un paio di mesi “scoperta” questa sfortunata e dimenticata categoria di lavoratori. Il Parlamento ha respinto l’ordine del giorno che prevedeva il ripristino retroattivo e il Governo nel suo testo si è dimenticato di inserire questo passaggio “cruciale”. Una grave dimenticanza.

 

Francesco Provinciali

 

Se dovessimo accorpare in una sorta di monografia la serie innumerevole di articoli che – singolarmente o insieme – abbiamo scritto su quotidiani, magazine, agenzie sindacali o di associazioni dei disabili sul tema delle “tutele normative e sanitarie per i lavoratori fragili” in questi due anni e più di pandemia, ivi comprese le dichiarazioni e le proroghe di stato di emergenza e ora oltre, ne uscirebbe un tomo ponderoso, una sorta di summa di tutte le situazioni possibili: da quelle garantite a quelle dimenticate, dai distinguo incomprensibili ai più, tra commi, articoli, decreti legge e loro conversione, periodi di previsione normativa e altri di latenza, per dimenticanza, calcoli sbagliati, forse persino per noncuranza o indifferenza.

 

Abbiamo scritto al Governo e in ispecie ai singoli Ministri interessati (Salute, Lavoro, Disabilità) e alla Presidenza del Consiglio, con lettere dedicate o aperte, senza mai ricevere una risposta. “Mai”, nelle Conferenze stampa governative successive ai provvedimenti di volta involta assunti, qualche collega ha avanzato domande in proposito, “mai” i talk show televisivi che discettavano di mascherine, vaccini, ordini, veti, divieti, deroghe, green pass, prescrizioni, DaD, banchi a rotelle ecc. hanno accennato a questo tema specifico, come se la categoria dei lavoratori fragili e il tema delle disabilità sui posti di lavoro non esistessero: come se si trattasse del solito corollario che non fa testo, come se riguardasse i furbetti del certificato facile, specie quando il problema non ci tocca di persona e alla fine la gente si arrangia come può.

 

Noi non abbiamo mai dimenticato l’esistenza di questo grave problema, segnalando una situazione di incertezza, disagio, persino angoscia che ha attraversato questo lasso temporale tra conferme, smentite, imprecisioni negli atti legislativi, richiami, rimandi con quel linguaggio oscuro della burocrazia che mortifica i cittadini e divarica il gap che li separa dalla umana comprensione e spesso dall’incompetenza di chi dovrebbe rappresentare le istituzioni. Stiamo parlando di quei lavoratori che a motivo delle loro precarie condizioni di salute (chemioterapici, cardiopatici, immunodepressi, affetti a artrite reumatoide, invalidi ex legge 104/92), sono stati in questi due anni  – e lo sono ancora – potenzialmente sovraesposti al rischio di contrarre il Covid. Riassumere il tutto- si è trattato di una battaglia epica, da una parte diritti sanciti dalle carte degli organismi internazionali e da fonti normative specifiche, malati dichiarati “inidonei” perché come tali certificati dal medico competente o dalle autorità sanitarie ad hoc,  a svolgere le normali mansioni lavorative, nel settore pubblico e in quello privato – sarebbe impossibile e forse ansiogeno.

Umiliati spesso in un tiramolla elemosiniere con i datori di lavoro, a fronte di leggi, decreti e circolari di difficile interpretazione, quasi mai chiari e perentori, spesso sibillini, che si prestavano a diverse interpretazioni per un comma, una postilla, un codicillo, o per inapplicabilità stigmatizzata con un formulario lessicale che aveva la pretesa di regolamentare tutto e sistematicamente li dimenticava.

 

Veniamo all’oggi. Dopo il termine dello stato di emergenza ma perdurando il contagio epidemiologico, dal 1° aprile u.s. si doveva procedere al rinnovo delle tutele di volta in volta (spesso tardivamente, in un paio di occasioni del tutto inesistenti) rinnovate: faceva testo l’attestazione medica di inidoneità rilasciata alle autorità sanitarie. In sede di audizione presso la Commissione parlamentare per la “semplificazione” il Ministro Brunetta – smentendo le previsioni di spesa contabilizzate in circa 60 milioni di euro dalla Ragioneria dello Stato, quale “copertura” finanziaria ai costi derivanti dal rinnovo delle tutele scadute il 31/3 – aveva assunto l’impegno a presentare un proprio emendamento al DL 24/3/2022 n.° 24 che nel frattempo aveva rinnovato solo la tutela del “lavoro agile” e non anche quella dell’equiparazione dello stato di malattia del fragile al ricovero ospedaliero, al fine di evitargli di dover attingere al congedo per salute del periodo di comporto contrattuale o, peggio, di dover ricorrere alle ferie per evitare situazioni di contagio sul luogo di lavoro. Addirittura per quanto riguarda lo smart working la normativa prevedeva da subito un periodo di fruizione inferiore a quello dei lavoratori non-fragili, fino al 28/2 anziché al 31/3 come per tutti gli altri. Un paradosso che spiega con quale leggerezza si sia affrontata la materia. Insomma il DL 24/2022 – per dirla in burocratese- aveva rinnovato l’art. 26 al comma 2/bis del DL 18 del 17/3/2020 e non anche al comma 2, che riguardava la seconda fattispecie sopra considerata.

 

Correttamente e con lodevole, personale impegno il Ministro Brunetta – in dissenso dalle previsioni di spesa della Ragioneria – aveva promesso che avrebbe rimediato.

L’On.le Massimiliano De Toma che da tempo con il collega sen Lucio Malan (insieme avevano rimediato ad analogo pasticcio verificatosi nel primo trimestre 2022) seguiva la vicenda dei fragili aveva predisposto un ordine del giorno (al quale avevamo peraltro ‘tecnicamente’ contribuito) al fine di offrire al Ministro Brunetta il supporto normativo necessario per inglobare nel provvedimento in fieri le dovute correzioni, nonostante il Governo avesse posto il voto di fiducia sull’intero testo.

 

Inoltre per consentire al Parlamento di inserire specificamente in sede di conversione in legge del citato D.L.24 due precise e specifiche integrazioni e modifiche. La prima riguardava la proroga del comma 2 dell’art. 26 (come sopra specificato: leggasi equiparazione della eventuale malattia al ricovero ospedaliero).

 

La seconda, la retrodatazione di entrambe le proroghe (comma 2 e comma 2/bis) a decorrere dal 1° aprile, giorno successivo al termine dello stato di emergenza. Nonostante un accorato appello dell’On.le De Toma nel suo intervento (il video è diventato virale e impazza sul web) il suo emendamento è stato respinto (stessa sorte per uno analogo della Lega), mentre nel testo governativo predisposto dal Ministro Brunetta e approvato, è rientrato il comma 2 accanto al 2/bis ma non è stata contemplata la decorrenza di entrambe le tutele dal 1° aprile u.s. Con la conseguenza che – essendo prevista la conversione del DL 24 entro il 23 maggio p.v. e prevedendo una validità delle due citate tutele fino al 30 giugno p.v., i lavoratori fragili potranno fruirne per poco più di un mese. Lasciando scoperto il periodo dal 1° aprile alla data di conversione in legge. “Inspiegabile”, visto che – come avvalorato da Brunetta – la decorrenza retroattiva non comportava oneri: viceversa lascia “scoperti” i lavoratori fragili (che paradossalmente con il D.M del Ministro della Salute del 4/2/2022 avevano visto “legittimate ed elencate pedissequamente le patologie che danno titolo e luogo alla condizione di fragilità) per tutto aprile e quasi tutto maggio. Come dire :il testo convertito in legge smentisce in fatto e in diritto il D.M del Ministro Speranza, poiché “vanifica” per quasi due mesi lo status patologico di fragilità sancita dal D.M. stesso.

 

C’è da augurarsi che nessuno dei fragili  si ammali nel frattempo di Covid dovendo rientrare in servizio.

Oppure che chi dovesse far ricorso alla malattia non abbia esaurito il proprio congedo contrattuale e non debba prendersi dei gg di  ferie per tutelarsi. Già: veramente inspiegabile questa scelta restrittiva e punitiva. O meglio: forse spiegabile in due modi. 1) la bocciatura dell’emendamento De Toma ha un sapore politico, poiché – nonostante fosse pieno di buon senso, logica e autotutela per le istituzioni – proveniva dall’opposizione. 2) una disattenzione ingiustificabile da parte del Governo e una sottostima del problema da parte del Parlamento. Non ci hanno pensato a questo vulnus palese il Ministro del Lavoro Orlando, quello della Salute Speranza e quella delle Disabilità Stefani? Eppure pochi gg fa a tempo di record il Ministro Orlando di concerto con i Sindacati (ma non potevano “concertarsi’ anche per le tutele dei lavoratori fragili?  Su questo punto il loro silenzio è stato assordante, nessuna iniziativa, nessuna protesta) ha prorogato di 4 mesi il contratto ai navigator, che scadeva il 30/4 u.s.

 

Qui non ci sono state questioni, eppure tutta la materia del reddito di cittadinanza e dell’impiego dei navigator meriterebbe a consuntivo, per come sono andate finora le cose, una commissione parlamentare d’inchiesta.

 

Ci abbiamo messo la faccia e la firma per due anni, per spiegare e perorare le necessità di tutele per i lavoratori fragili e non ci rassegniamo a questa dimenticanza o svista finale, il disappunto è marcato. Quasi due mesi di totale scopertura per loro è un fatto davvero grave, non certo un segnale di attenzione, cura, protezione. Speriamo che il Governo sia ancora in tempo a rimediare ‘motu proprio’ a questa solenne ingiustizia : nel frattempo i lavoratori malati fragili, lasciati in balia di se stessi, comincino a riflettere sul voto contrario di certa parte politica alla piena copertura temporale delle loro tutele. Dalla Costituzione in giù e per tutte le leggi che si approvano queste consistono in “diritti” e prima ancora in certezze di civiltà.

Putin vuole costruire un nuovo polo mondiale, magari con la Cina. Intanto la data simbolo del 9 maggio si avvicina.

 

La diplomazia langue mentre il conflitto in Ucraina si radicalizza e rischia di allargarsi. Si delineano nuovi futuri scenari geopolitici. Un serio negoziato è l’ultima cosa che il Supremo Capo del Cremlino possa al momento accettare.

 

Giorgio Radicati

 

Il recente vertice di Ramstein ha accentuato la preoccupante frattura tra l’Occidente, guidato con grande determinazione da Stati Uniti e Gran Bretagna e sempre più impegnato nella fornitura di armi all’Ucraina, ed una Russia che le mire imperialiste di Putin hanno trasformato in una potenza antagonista e militarista, intenzionata a ripristinare l’antico dominio (zarista prima e comunista dopo) sui paesi satelliti. Per cui, se qualche minoranza linguistica oltre confine manifesta sentimenti nostalgici per i tempi andati e la volontà di ricongiungersi alla “madre patria”, ciò diventa subito per Mosca motivo sufficiente per intervenire, portando indietro l’orologio della storia ed ignorando i più elementari principi del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite,  ossia invadere un paese confinante e scatenare un grave conflitto senza curarsi delle imprevedibili rischiose conseguenze, non ultima l’impiego dell’arma nucleare nelle diverse gradualità di implementazione, tattica e strategica.

 

L’acuirsi e protrarsi della guerra e il parallelo progressivo peggioramento delle relazioni fra Mosca e Washington (giunte ormai ai minimi storici) sono tuttavia suscettibili di provocare anche una serie di mutamenti nella geo-politica planetaria inimmaginabili fino a soltanto poche settimane orsono, destinati a consolidarsi nel tempo e a ripercuotersi sulla vita quotidiana e sulle aspettative di milioni e milioni di persone.

 

Infatti, di fronte alla netta contrarietà dell’Occidente al suo disegno, Putin ha espresso l’intenzione di costruire un nuovo polo mondiale, possibilmente d’intesa con la Cina, ossia una scelta, all’apparenza irreversibile, per liberarsi definitivamente dalla insopportabile pressione dei rivali occidentali membri della NATO (in primis, gli Stati Uniti), cui contrapporre un blocco asiatico.

 

Come si evince, adattata alle attuali esigenze strategiche, questa nuova visione putiniana del mondo sembrerebbe escludere ogni tentativo di comporre negozialmente l’attuale conflitto, inserito probabilmente in un piano strategico di medio e lungo periodo, la cui realizzazione passerebbe cioè proprio attraverso il controllo dell’Ucraina. Il fatto che essa si stia rivelando molto più difficile di quanto ipotizzato rischia pertanto di trasformarsi in una grave sconfitta per Putin e non soltanto militare, ma anche e soprattutto politica, che lo obbligherebbe a riporre nel cassetto, per chissà quanto tempo ancora, i sogni a lungo coltivati e vedere fortemente intaccato il suo prestigio.

 

Ecco perché forse un serio negoziato è l’ultima cosa che il Supremo Capo del Cremlino possa al momento accettare. Molto più conveniente per lui portare avanti le ostilità e trasformare la discesa in campo dell’Occidente a sostegno militare dell’Ucraina in un ulteriore valido pretesto del conflitto. In tal senso, egli potrebbe addirittura cinicamente presentare la Russia, ad uso interno ed internazionale, da paese aggressore a paese aggredito (sic!). In altri termini, l’aiuto militare occidentale all’Ucraina – autentica spina nel fianco di Mosca, che le ha reso la guerra più difficile e costosa in termini di perdite di vite umane e impiego di armamenti militari – si trasformerebbe in “casus belli” (ora per allora…), dando modo alla Russia di continuare imperterrita la sua offensiva. E allora perché negoziare, tenuto anche conto che il consenso popolare interno di cui egli gode – secondo stime attendibili – sarebbe passato dall’inizio del conflitto dal 69 all’82%?

 

Non a caso, si moltiplicano le voci secondo le quali Putin sarebbe pronto ad effettuare un consistente cambio di passo, definendo finalmente (“apertis verbis”) come guerra la sua “operazione militare speciale” e decretando, al tempo stesso, una mobilitazione generale. Del resto, Mosca continua sistematicamente a respingere i sempre più numerosi ed autorevoli appelli provenienti da più parti per un “cessate il fuoco”, tra i quali spiccano quello, più volte ripetuto, del Sommo Pontefice e l’ultimo, in ordine di tempo, del rieletto presidente Macron.

 

Al tempo stesso, in alcuni paesi europei (tra cui, soprattutto, l’Italia) e negli Stati Uniti cresce il dissenso dei partiti politici e di una parte consistente dell’opinione pubblica circa la fornitura di aiuti militari all’Ucraina, fattore questo sul quale Putin ha sempre dato l’impressione di puntare fortemente, anche sull’onda dell’ “effetto boomerang” delle sanzioni europee imposte alla Russia già previsto dagli economisti e di cui costituisce un sintomo eloquente il veto posto dall’Ungheria al sesto pacchetto di sanzioni (che comprende il blocco di importazioni di petrolio dalla Russia) varato dalla Commissione a Bruxelles.

 

Nel frattempo, la propaganda, in tutte le sue forme, imperversa in ambedue gli schieramenti contrapposti. Infatti, mentre Biden continua ad accusare Putin di genocidio e registra l’impotenza russa a prevalere, Zelensky spande ottimismo intorno a sé, affermando che “il giorno della liberazione si sta avvicinando”. Per contro, varie fonti governative russe non si stancano di vantare la preparazione militare del paese, anche dal punto di vista nucleare, e manifestano l’intenzione di continuare il conflitto fino alla definitiva conclusione dell’“operazione speciale”, senza tuttavia precisarne troppo i contenuti.

 

Sul campo, l’offensiva russa non accenna a diminuire di intensità sia sul fronte orientale, dove continuano i tentativi, seppur frenati dalla strenua resistenza ucraina, di occupare l’intera regione del Donbass, sia su quello meridionale, dove lo scontro appare più aspro per qualche improvvisa controffensiva dell’esercito locale (come pure nell’area di Kharkiv) sia sull’intero territorio, a macchia di leopardo, con ininterrotti lanci di missili a lunga gittata, che non risparmiano né Kiev né Leopoli.

 

Infine, a Mariupol, ormai totalmente distrutta dalle bombe, continua la difesa del battaglione Azov barricato all’interno della grande acciaieria di Azovstal. Mosca ha appena annunciato un “cessate il fuoco” della durata di tre giorni per consentire lo sgombero delle centinaia di civili rinchiusi da ormai varie settimane in condizioni disumane nei sotterranei del grande complesso siderurgico, per dare poi inizio allo scontro finale per espugnare il presidio.

 

Ciò detto, gli obiettivi prioritari di Putin, almeno nel breve periodo, sembrerebbero essere l’occupazione dell’intera fascia costiera con la formazione di un corridoio che unisca il Donbass e la Crimea, la conquista di Odessa e la conseguente apertura territoriale verso la repubblica autonoma filo-russa della Transnistria (dove misteriosi anonimi “sabotaggi” hanno caratterizzato gli ultimi giorni, inquietando non poco le autorità moldave).

 

In conclusione, dai tradizionali festeggiamenti militari del prossimo 9 maggio sulla Piazza Rossa – anniversario della vittoria sul nazismo, ritenuta da numerosi analisti una data particolarmente significativa nell’economia del conflitto – ci si aspettano ulteriori elementi di giudizio per capire meglio cosa si agita davvero nella mente del nuovo Zar.

 

Giorgio Radicati – Ambasciatore

Siamo di fronte a una crisi che investe l’esistenza umana. L’individualismo e l’edonismo di massa non sono una risposta.

 

Il mondo globalizzato vive alla mercé quotidiana dell’economia e del denaro come fini di questa esistenza terrena. Allora, come ripartire? Anzitutto attraverso una nuova classe dirigente capace e culturalmente formata per operare nel sociale a vantaggio di tutti e non delle semplici lobby economiche.

 

Paolo Frascatore

 

 

Durante gli anni Ottanta chi non ricorda il famoso slogan di Comunione e Liberazione: “Più società meno stato”. Il riferimento è calzante se si considera l’attuale situazione politica ed economica mondiale; anzi, appare sempre più evidente come quello slogan ciellino abbia influito su tutta una serie di eventi storici che si sono verificati a cavallo tra il secondo ed il terzo millennio.

 

La crisi delle ideologie che avevano segnato quasi tutto il corso del secolo breve, la fine dei partiti di massa con le conseguenti lobby ad indirizzare i nuovi partiti ormai vuoti in ordine ai valori forti di riferimento. La crisi della sinistra storica, il crollo del muro di Berlino nel 1989 hanno palesato che il mondo non ha più un centro, condiviso più o meno da tutti, ma che è diventato un insieme di periferie, con l’aggiunta di contrasti e di guerre, nei quali la componente religiosa, sorprendentemente, ha ripreso importanza, ma contribuendo al conflitto, non alla ricomposizione dell’umanità.

 

Quello a cui si assiste oggi, ossia una componente religiosa che giustifica la guerra e la supremazia di un popolo su un altro non fanno altro che aggravare la situazione socio-economica della stragrande maggioranza degli individui. I richiami di Papa Francesco sembrano cadere nel nulla. Eppure, proprio da questi ultimi dovrebbe ripartire una iniziativa politica forte, capace di ridisegnare i contorni di un mondo globalizzato che vive alla mercé quotidiana dell’economia, del denaro come fini di questa esistenza terrena.

 

Si avverte anche l’insufficienza di una classe dirigente che, dismessi i panni del cattolicesimo democratico, arranca non sapendo più quale sia la vera bussola di un percorso politico legato a valori sempre validi: la solidarietà sociale, la fraternità, la giustizia sociale ed economica. Siamo di fronte, in altre parole, ad una crisi che è totale e che riguarda la stessa esistenza dell’uomo che non ha più motivi veri per portare avanti un percorso di vita consono con quella pace sociale che dovrebbe rappresentare il valore più alto dell’esistenza terrena. Una eticità privata e pubblica dovrebbe essere alla base di una nuova proposta politica (anche di ricomposizione di un’area che avrebbe senso e motivo di esistere), ma che si scontra però con un individualismo esasperato e privo di un programma adeguato e consono ai problemi del mondo contemporaneo.

 

Si dirà: sono pensieri che appartengono ormai ad una mentalità socio-politica del secolo scorso e che non possono trovare riscontro in questa società sempre più veloce e sempre più esigente. Ma se ci si ferma un attimo a riflettere non è difficile ipotizzare che con questa corsa continua verso un appagamento economico, verso un edonismo che cancella ogni sentimento di solidarietà tra gli uomini, con una classe politica che ormai non fa altro che ordinaria amministrazione; non solo non si intravvede un futuro roseo per l’intera umanità, anzi si prospetta una sua agonia mortale.

 

Ed allora, come ripartire? Anzitutto attraverso una nuova classe dirigente capace e culturalmente formata per operare nel sociale a vantaggio di tutti e non delle semplici lobby economiche che si spostano, di volta in volta, secondo convenienza, da destra a manca. In questo quadro non è fuori luogo richiamare i pensieri ed i programmi di un uomo, Aldo Moro, che ha saputo disegnare un progetto politico vasto, di ampio respiro, che, a ben guardare, ridisegnava l’allora divisione dei due blocchi secondo nuovi canoni non più legati all’imperialismo delle due super potenze, ma con nuove prospettive economiche e sociali per tutti gli Stati, avendo come fine supremo ed inderogabile di ogni azione politica quello del bene supremo di tutti i cittadini.

Gli Amici di Piazza Nicosia non coltivano l’apologia della Dc romana. Propongono semmai un confronto rispettoso della storia.

 

L’amministrazione civica democristiana si è snodata per lungo tempo e attraverso passaggi fondamentali, che hanno inciso in misura considerevole sulla realtà sociale e la struttura urbanistica di Roma. Nel corso del tempo sono avvenuti cambiamenti straordinari. Tuttavia, il bilancio di questo periodo storico non è stato oggetto di studio, rimanendo piuttosto impigliato, ieri come oggi, in un involucro di saltuarie reminiscenze, perlopiù afferenti alla “mitologia politica” elaborata e diffusa dalle forze di opposizione. Di seguito riportiamo l’introduzione del documento che il 3 maggio, data dell’assalto nel 1979 alla sede del Comitato romano della Dc, è stato diffuso dagli Amici di Piazza Nicosia. In fondo si può cliccare sul link per leggere il testo completo. 

 

Redazione

 

Con il crollo della Dc si è perso anche il gusto di conoscere le vicende caratterizzate a Roma dall’azione pubblica dei cattolici. Adesso il tempo è maturo per fare un bilancio, sebbene a grandi linee, avendo alle spalle un’esperienza che ha esaurito ampiamente il suo ciclo.

 

Bisogna farlo con discrezione, dal momento che la ricognizione del passato esige quella obiettività di cui si perde facilmente traccia non appena s’affacciano le passioni di sempre. Tuttavia, il problema è che a scarseggiare è proprio l’obiettività della critica elaborata a sinistra, posto che a destra è mancata persino la configurazione di una seria dialettica con la Dc. Il mondo comunista ha preteso di sopravvivere alla sua sconfitta in virtù della convinzione che comunque il passaggio alla cosiddetta seconda repubblica avrebbe consacrato la “verità” della lotta alla Dc, tanto da poter archiviare, molto semplicemente, la stessa realtà coincidente con la gestione politica e amministrativa dello Scudo crociato.

 

In realtà, l’amministrazione civica democristiana si è snodata per lungo tempo e attraverso passaggi fondamentali, che hanno inciso in misura considerevole sulla realtà sociale e la struttura urbanistica di Roma. Nel corso del tempo sono avvenuti cambiamenti straordinari. Tuttavia, il bilancio di questo periodo storico non è stato oggetto di studio, rimanendo piuttosto impigliato, ieri come oggi, in un involucro di saltuarie reminiscenze, perlopiù afferenti alla “mitologia politica” elaborata e diffusa dalle forze di opposizione.

 

Occorre anzitutto evitare che si cada nell’inganno delle semplificazioni. Al pari di altri Comuni, quello di Roma ha conosciuto la dinamica propria dell’alternativa di potere,  mentre notoriamente l’irrisolta “questione comunista” la rendeva impraticabile a livello centrale. Dunque, la logica della forzata continuità di direzione politica, anche a fronte di governi instabili, non ha riguardato la gestione amministrativa locale. Una più fluida dialettica tra maggioranza e opposizione si è tradotta nel rovesciamento delle alleanze, con formule amministrative diversificate, anche arricchite di attese e prospettive palingenetiche. Ciò ha significato più competizione e meno uniformità, tanto che si presentano agli studiosi linee più chiare di confronto per stabilire – volendo farlo con accuratezza –  se e come le alternative abbiano prodotto guadagni effettivi o svolte efficaci. Di questo, in fondo, dobbiamo occuparci, chiarendo subito come sia necessario espungere la pretesa di contrassegnare un prima e un dopo a piacimento, con una metaforica distinzione tra medioevo (a egemonia DC) ed evo moderno (a egemonia PCI) applicata ai cicli amministrativi romani.

 

Non è un problema del passato. Finita la Prima repubblica, quella pretesa si è fatta luogo comune e implicito dispositivo di rimozione, sicché non viene più percepito l’abuso che interviene laddove nel dibattito pubblico si dà per scontata la cesura con la vicenda democristiana. Certo, ogni tanto subentra qualche riconoscimento, ma sembra piuttosto il frutto, in generale, di una graziosa concessione. Ne deriva la vocazione a ricominciare sempre daccapo e sempre con l’idea falsificata di “fare nuove tutte le cose”, dando vita a un girotondo che si perde nei meandri della fantasia al potere. Roma è ferma perché, in definitiva, è ferma la politica.

 

Per altro, la fine dell’esperienza democristiana ha dato lustro a un racconto superficiale, specie nella descrizione dei rapporti tra partito e mondo cattolico, una volta perché si addebita (o addebitava) al gruppo dirigente democristiano la prolungata subalternità all’invadenza clericale; un’altra, viceversa, perché si proclama (o proclamava) la sua incapacità a cogliere in tempo gli aspetti profetici della Chiesa locale. È stato perciò un partito, secondo questa lettura, in perenne debito di coscienza e rappresentatività: una sorta di iceberg galleggiante senza nemmeno la parte immersa, dunque senza consistenza effettiva e autonomia reale. Quasi un partito ombra che ha fatto della sopravvivenza, assicurata dal potere, la sua specifica ragion d’essere.

 

Siamo distanti dalla realtà, anzi, in questo modo, ne travisiamo l’aspetto più autentico. La DC romana, in effetti, attende ancora di essere ricompresa in un discorso di verità, non per sancire l’assolutezza di condotte virtuose, mai riscontrabili nell’agire pratico dell’umanità, bensì per discernere quel tanto di bene e quel tanto di male compresenti nella natura di una vistosa e complessa esperienza. Serve a priori un’opera di riconciliazione intellettuale, per spiegare e per capire, a benefico di tutti. D’altronde la cosiddetta “quarta Roma” dei cattolici, identificabile concretamente nel vissuto democristiano, richiede una considerazione più serena e distaccata, fuori dalle passate polemiche e dal possibile revanscismo odierno.

Per altro, anche nella dimensione specificamente romana, la DC non è stata un monolite. La sua identità plurale, per dirla con linguaggio odierno, e quindi il suo impianto strutturalmente dialettico hanno dato luogo a impegnativi processi di trasformazione la cui trama è ascrivibile comunque a un disegno di più alta qualificazione di vita urbana. Basti ricordare, a riguardo, il passaggio dalle giunte centriste a quelle di centro-sinistra, come pure, sotto diverso orizzonte, il ritorno alla guida del Campidoglio nella seconda metà degli anni ‘80, con l’accordo di pentapartito che poi ha visto, per la prima e ultima volta nella storia della città, l’avvento di un sindaco socialista. In maniera imperfetta, eppure con aspirazioni legittime, si è dispiegato nell’arco di più decenni un progetto politico dai contorni mobili, a misura cioè della mobilità di una metropoli sui generis.

 

La formula democristiana è consistita nell’accompagnare l’evoluzione della comunità romana, sicché la ricerca del consenso, lungi dall’essere esclusivamente un mezzo di autoriproduzione elettorale, corrispondeva ben più alla visione di un governo a misura delle istanze di partecipazione. Infatti, pur essendo centrale nella gestione del potere, la DC non si è mai pensata al riparo da un dovere di condivisione. Finché è valso questo modello, la Città ne ha ricavato un indubbio beneficio. È vero, non sempre le scelte si sono dimostrate giuste o hanno rispettato le loro stesse premesse; e non sempre la qualità dell’amministrazione ha prevalso sull’indistinta e finanche caotica “voglia di fare”; ma nell’insieme ha tenuto un principio di orientamento, una consapevolezza politica e amministrativa circa le urgenze e le necessità dell’ora, un criterio direttivo in ordine alle soluzioni da mettere in campo.

 

Questo patrimonio non va disperso. L’impegno pubblico deve riscoprire, secondo il modello sperimentato dalla DC, l’importanza di una limpida e sapiente mediazione tra le diverse istanze sociali, per dare respiro alla domanda di coinvolgimento nell’approntare le decisioni più adeguate agli interessi della comunità. Con la DC la mediazione ha fluidificato il meccanismo della rappresentanza e ha innervato di potenzialità ideali la costruzione di una Città più moderna e più umana. Se una storia si è interrotta, non per questo ha cessato di fornire motivi di riflessione e di giudizio. Pertanto, lo  sforzo di riprendere il cammino si palesa come suggerimento e incitazione, specie per le nuove generazioni, essendo chiaro a tutti gli effetti il limite che accompagna un esercizio disinteressato, ma anche giustamente determinato di riscoperta e rivitalizzazione della memoria.

Per leggere il testo integrale del documento – La Dc e i cattolici a Roma nel secondo 900

Taxila, una nuova chiesa nel luogo dove predicò l’apostolo Tommaso (AsiaNews).

 

Inaugurata solennemente dall’arcivescovo mons. Joseph Arshad in quello che oggi è un distretto industriale nell’area di Rawalpindi, vicino al sito archeologico dell’antica Sirkab (Pakistan). Il parroco p. Shamaun: “Qui non c’è mai stata una chiesa, un miracolo vederla completata dopo 25 anni di battaglie”. Accoglierà la comunità locale ma anche pellegrini.

 

Shafique Khokhar

 

Il 2 maggio 2022, l’arcivescovo mons. Joseph Arshad insieme ai sacerdoti della diocesi di Islamabad-Rawalpindi, ha solennemente inaugurato e benedetto la nuova chiesa cattolica di San Tommaso Apostolo situata nel Taxila Cantonement, una località dove secondo la tradizione san Tommaso arrivò nel 33 d.C. e predicò il Vangelo ai poveri.

 

Taxila si trova nel distretto di Rawalpindi, nella provincia del Punjab, ed è nota per le sue industrie pesanti nel settore della difesa militare e dell’ingegneristica.

 

L’arcivescovo – dopo aver benedetto le porte e l’altare – ha presieduto la celebrazione eucaristica nella nuova chiesa, alla presenza di un gran numero di suore di diverse congregazioni, catechisti e fedeli.

 

Tommaso è considerato l’apostolo dell’Asia: secondo le fonti storiche dopo la resurrezione di Gesù avrebbe raggiunto l’area dell’attuale India e Pakistan come architetto e sarebbe stato molto ammirato per la sua abilità in questo campo. A quel tempo governava il re Gondophares che aveva un trono nella città di Sirkab, un sito archeologico che si trova sulla riva opposta alla città di Taxila, a 35 km da Islamabad.

 

Il parroco p. James Shamaun, racconta che il luogo dove è stata costruita la chiesa si trova vicino a quello  dove l’apostolo era solito predicare. “l’inaugurazione di questa bella chiesa – racconta – è un momento storico; prima non esisteva nessuna chiesa a Taxila. Tutti noi pregavamo e celebravamo la Messa all’aperto. È un vero miracolo che Dio ci abbia donato questo terreno e dopo più di 25 anni di battaglie abbiamo ottenuto l’approvazione del progetto”.

 

Ora la chiesa di San Tommaso è, dunque, completa.

 

Per saperne di più

https://www.asianews.it/notizie-it/Taxila,-una-nuova-chiesa-nel-luogo-dove-predicò-l’apostolo-Tommaso-55745.html

Il populismo di Conte è la conferma della natura profonda del M5S. L’Italia non può concedersi il lusso della demagogia.

 

I 5 stelle hanno sistematicamente e scientificamente rinnegato tutto ciò che hanno sbraitato, urlato e giurato in tutte le piazze italiane per svariati anni. Tuttavia lunico cemento unificante di tutta la comunità grillina resta il populismo. Orbene, come può il Partito democratico individuare nel partito oggi guidato da Conte un alleato strategico, se non addirittura storico, per dare una prospettiva riformista e democratica allintero paese?

 

Giorgio Merlo

 

 

Dunque, il partito dei 5 stelle è ancora un partito populista? Messa così, la risposta è addirittura scontata perchè, come tutti sanno, il partito populista per eccellenza, i 5 stelle appunto, difficilmente rinunciano ad essere quello che sono sempre stati. Dall’inizio della loro esperienza e e dal “vaffaday” in poi del padre/padrone/fondatore Grillo, il populismo è sempre stato la cifra distintiva ed originale di questa formazione politica.

 

Ora, è pur vero che il medesimo partito è quello che ha praticato e declinato concretamente la più sfacciata prassi trasformistica nel nostro paese dal secondo dopoguerra in poi. Un comportamento politico che tutti abbiamo potuto conoscere e sperimentare in questi anni di governo del paese. Detto in termini più semplici, hanno sistematicamente e scientificamente rinnegato tutto ciò che hanno sbraitato, urlato e giurato in tutte le piazze italiane per svariati anni. È persin inutile ricordare questi passaggi talmente sono noti e conosciuti.

 

Adesso, però, abbiamo la gestione politica di Conte. Un personaggio che pochi sino ad oggi hanno potuto capire chi realmente è l’avvocato di Volturara Appula. Sotto il profilo politico, come ovvio. Certo, è un esponente politico che cambia opinione così rapidamente che diventa anche imbarazzante tentare di comprendere qual’è il reale progetto politico che persegue. Per non parlare della cultura politica che lo ispira. Ovvero, della non cultura politica perchè quel partito resta sostanzialmente senza una cultura politica di riferimento. Il che lo giustifica di fronte ai suoi elettori a dire che sono un partito nè di centro, nè di sinistra e tantomeno di destra. Insomma, nessuno sa cosa sia realmente.

 

Ma c’è un elemento che continua a rappresentare una sorta di bussola di riferimento di questo singolare ed anacronistico partito. E la bussola, almeno così ci pare di capire, è la necessità di rideclinare e rifondare una politica e una prassi di matrice populista. È appena sufficiente verificare il comportamento concreto del nuovo capo dei 5 stelle per rendersi conto che in mancanza di un progetto politico definito, di una cultura politica di riferimento e di una classe dirigente preparata e radicata nel territorio, l’unico cemento unificante di tutta quella comunità resta il populismo. Ovvero la radice originaria di quel partito. Dopodichè, resta sempre più curioso capire quali siano le ragioni politiche, culturali e programmatiche che portano un partito storicamente di potere e governista come il Partito democratico ad individuare nei 5 stelle un alleato strategico se non addirittura storico per dare una prospettiva riformista e democratica all’intero paese.

 

E questo al di là delle battute sulla ennesima modifica del sistema elettorale perchè, come quasi tutti sanno, la legge elettorale per svariate motivazioni resterà quella attuale. Probabilmente questo irrigidimento affonda le sue radici nella solita e ormai anche un po’ noiosa e patetica motivazione dell’unità antifascista e del rischio della vittoria delle forze “sovversive ed illiberali”. E questo credo sia l’unico motivo che possa spiegare l’alleanza con un partito – o quel che resta di quel partito – che resta dichiaratamente ed esplicitamente populista. Al di fuori delle dichiarazioni ufficiali.

 

Ecco perchè non è poi così difficile decifrare il cosiddetto “nuovo corso” del partito di Grillo e di Conte. Si tratta, tutto sommato, di una reinvenzione e riproposizione della prassi populista seppur con un linguaggio leggermente diverso rispetto al passato. Almeno per ora. Ma quello che è importante evidenziare è che non cambia il modello e il profilo che caratterizza quel partito. L’abbandono, almeno per ora, del triviale e violento linguaggio del passato è solo una variabile indipendente ai fini del messaggio politico.

 

Insomma, i 5 stelle restano sempre quelli. Anche e soprattutto con Conte a capo. C’è, per il momento, meno violenza verbale ma più trasformismo politico. Del resto, la classe dirigente a livello nazionale come a livello locale è sempre quella. È difficile che ci sia, ad un certo punto, una conversione improvvisa, collettiva e condivisa di tutti quelli che si riconoscono in quel partito. Quella appartiene al mondo della propaganda, dei social e delle favole. Ma non della politica e, soprattutto, della serietà e della coerenza della politica stessa.

L’ultima intervista, curata da Eugenio Scalfari, di Aldo Moro in via Savoia:  “formiche.net” ne ripropone ampi stralci.

 

Quello che può essere considerato il resoconto dellultimo colloquio” tra Moro e un giornalista viene pubblicato solo dopo la morte del politico democristiano su la Repubblica, col titolo: Lultimo messaggio politico”. Accade il 14 ottobre del 1978 ed Eugenio Scalfari, che firmò gli appunti di quella intervista postuma”, lo intervistò a Via Savoia il 18 febbraio 1978, ventotto giorni prima del suo rapimento.

 

Antonello Di Mario

 

Quando mi trovo a passare per via Savoia alzo lo sguardo verso le finestre al primo piano di quello che è stato lo studio privato di Aldo Moro a Roma.

Via Savoia è anche il titolo dell’ultimo romanzo di Marco Follini, pubblicato il mese scorso ed edito da La nave di Teseo, dedicato alla vita dello statista. Quante persone sono passate in quell’appartamento. Anche Eugenio Scalfari che intervistò il presidente della Dc. Quello che può essere considerato il resoconto dell’ultimo “colloquio” tra Moro e un giornalista viene pubblicato solo dopo la morte del politico democristiano su la Repubblica, col titolo: “L’ultimo messaggio politico”. Accade il 14 ottobre del 1978 ed Eugenio Scalfari, che firmò gli appunti di quella “intervista postuma” racconta: “L’avevo incontrato – scrive il fondatore del quotidiano romano che aveva la propria sede in piazza Indipendenza – dopo molti anni di polemiche, seguite allo scandalo del Sifar e del generale De Lorenzo, il 18 febbraio del 1978, esattamente ventotto giorni prima del rapimento di via Fani. L’incontro era avvenuto nel suo ufficio privato, in via Savoia. Conversammo per due ore e Moro mi autorizzò a prendere appunti di quanto mi diceva. ‘Le serviranno prima, o poi, ma non subito; interviste in questo momento non sono opportune’‚ disse”.

Rispetto al riferimento che l’allora direttore di Repubblica fa al Sifar e a De Lorenzo, occorre ricordare che nel marzo 1968 Scalfari, a quel tempo direttore de l’Espresso e il giornalista Lino Iannuzzi furono condannati rispettivamente a un anno e cinque mesi e un anno e quattro mesi di reclusione (più una pena pecuniaria) nel processo intentato contro di loro da De Lorenzo in seguito alle rivelazioni sul presunto golpe del luglio 1964 e che aveva visto implicato, nel successivo scandalo provocato dall’inchiesta del settimanale romano, anche l’allora Presidente della repubblica Antonio Segni.

 

Un anno prima, in aprile, De Lorenzo era stato destituito da capo di Stato maggiore dell’esercito. Il 10 marzo 1968 l’Espresso pubblicò “Lettera di un condannato”, scritta da Scalfari indirizzata a Moro, responsabile degli omissis con i quali egli aveva coperto i documenti richiesti dal collegio di difesa dei due giornalisti. In quest’articolo s’addossava a Moro la responsabilità di aver fatto condannare i due giornalisti: “È stato – scrisse Scalfari – uno dei più gravi peccati che lei abbia commesso nel corso del lungo periodo di governo che porta il suo nome.

 

Nei passaggi trascritti da Scalfari, nel “pezzo” pubblicato solo nell’ottobre del 1978, compaiono i temi dominanti dell’intervento di Moro la sera del 28 febbraio a Roma, solo dopo dieci giorni da quell’incontro al civico 66 di via Savoia: la considerazione sul ruolo del Pci, quella sui rapporti che esso aveva con la Dc, con le istituzioni; l’ipotesi sul possibile passaggio nella maggioranza che avrebbe sostenuto il quarto governo Andreotti; la riflessione sulla fase ancor più avanzata di responsabilità dirette ed, infine, “dopo la fase dell’emergenza, quella dell’alternanza”. Moro sottolinea all’allora direttore di Repubblica: “Non è affatto un bene che il mio partito sia il pilastro essenziale di sostegno della democrazia italiana. Noi governiamo da trent’anni questo Paese. Lo governiamo in stato di necessità, perché non c’è mai stata la possibilità reale di un ricambio che non sconvolgesse gli assetti istituzionali ed internazionali”.

 

“Quando noi parliamo di spirito di servizio‚ so bene che molti dei nostri avversari non ci prendono sul serio. Pensano che sia una scusa comoda per non cedere nemmeno un grammo del potere che abbiamo. So anche che per molti del mio partito questo stato di necessità è diventato un alibi alla pigrizia e qualche volta all’uso personale del potere. Sono fenomeni gravi, ma marginali. Resta il fatto che la nostra democrazia è zoppa? No fino a quando lo stato di necessità durerà. Fino a quando la Democrazia cristiana sarà inchiodata al suo ruolo di unico partito di governo. Questo è il mio punto di partenza: dobbiamo operare in modo che ci siano alternative reali di governo alla Dc. Se non si è profondamente convinti di questa verità non si può capire il perché della mia politica di questi anni e di questi mesi”.

 

Moro individua l’interesse egoistico del suo partito premettendo che “se l’interesse egoistico c’è, quella è la garanzia di miglior sincerità”. Il presidente del consiglio nazionale dello scudo crociato si domanda e subito riflette rispondendosi: “E qual è l’interesse ‘egoistico’ della Dc a non essere più il pilastro essenziale di sostegno della democrazia italiana? Io lo vedo con chiarezza. Se continua così, questa società si sfascia, le tensioni sociali, non risolte politicamente, prendono la strada della rivolta anarchica, della disgregazione. Se questo avviene, noi continueremo a governare da soli, ma governeremo lo sfascio del paese. E affonderemo con esso. Ecco l’interesse ‘egoistico’ della Dc. Perciò ho il dovere di essere creduto se affermo che noi vogliamo preparare alternative reali alla Dc”.

 

Lo schema del ragionamento è proprio lo stesso con cui convincerà i democristiani riottosi dieci giorni dopo. I parlamentari che nicchiavano rispetto all’ingresso del Pci nella maggioranza che avrebbe sostenuto il nuovo governo, quelli che concretizzavano la loro opposizione firmando il documento presentato da Carlo Donat Cattin e fatto circolare dal suo fidato parlamentare Vito Napoli, verranno quasi presi per mano dalle argomentazioni morotee e condotti sul terreno dell’unità con le stesse criticità, con le stesse paure, con le stesse motivazioni che avrebbero voluto usare contro la strategia di Moro per stopparlo. Moro esorcizza i dubbi e dimostra che la Dc non può e non deve avere titubanze.

 

Sul Partito comunista l’intervistato è lapidario: “No, non credo che il Pci sia già un partito con tutte le carte in regola per governare da solo. Data la situazione internazionale non lo sarà ancora per un pezzo. Ma il Pci può fin d’ora essere associato al governo insieme a noi e alle altre forze democratiche. Questo è possibile. Questo è anzi necessario. Noi non siamo più in grado di tenere da soli un paese in queste condizioni. Occorre una grande solidarietà nazionale. So che Berlinguer pensa e dice che in questa fase della vita italiana è impossibile che una delle due maggiori forze politiche stia all’opposizione. Su questo punto il mio ed il suo pensiero sono assolutamente identici. Aggiungo: è impossibile anche che i socialisti stiano all’opposizione. Sono tre partiti legati alla stessa catena”.

 

Moro delinea a Scalfari quello che potrebbe essere il prossimo scenario politico: “La Dc marcerà sull’ingresso del Pci nella maggioranza subito. Ma poi credo che ci debba essere una seconda fase, non troppo in là, con l’ingresso nel Pci nel governo. So benissimo che sarà un momento ‘stretto’ da superare. Bisognerà superarlo”.

 

Poi, il riferimento alla terza fase: “Soltanto dopo che avremo governato insieme e ciascuno avrà dato al Paese le prove della propria responsabilità e della propria capacità, si potrà aprire la terza fase, quella delle alternanze al governo”. Nel finale del colloquio col direttore di Repubblica Moro si dichiara “assolutamente contrario” al progetto di compromesso storico sostenuto dal Pci, perché “la società consociativa non è un modello accettabile per un paese come il nostro”.

 

Continua a leggere

https://formiche.net/2022/05/moro-scalfari-intervista-via-savoia/

In cerca di una teoria del tutto. La portata della recente scoperta della Specola Vaticana nel commento dell’Osservatore Romano.

 

Ancora oggi la fisica rimane alla ricerca di una cosiddetta Teoria del Tutto”, che possa spiegare in modo formale la relazione fra le quattro forze fondamentali finora identificate, ossia: la forza di gravità, la forza elettromagnetica, la forza nucleare forte e la forza nucleare debole. Ha scritto Laurent Lafforgue: “La realtà è che la materia è sottomessa a leggi matematiche ma non si riduce a queste leggi. E questo è un mistero. In sé la relazione della matematica col mondo fisico resta un mistero”.

 

Carlo Maria Polvani

 

Ha creato un certo scalpore la notizia della pubblicazione, il 15 aprile scorso sulla prestigiosa rivista «Physical Review», di un articolo nel quale padre Gabriele Gionti e don Matteo Galaverni hanno proposto una nuova comprensione matematica del momento iniziale dell’universo. I media italiani, di solito, non danno molto rilievo ai lavori dei ricercatori della Specola Vaticana; si pensi che si è parlato poco delle recenti scoperte del padre Richard Boyle e del padre Richard D’Souza che aiuteranno la delucidazione dei meccanismi di formazione del Sistema Solare e della Via Lattea. Forse l’attenzione dei media nazionali è stata attratta dal fatto che i lavori di Gionti e di Galaverni hanno a vedere con la teoria del Big Bang, il cui padre fu una figura leggendaria della ricerca scientifica vaticana, monsignor Georges Lemaître. Ma per comprendere meglio la portata della loro scoperta — che si potrebbe riassumere nella loro frase «contrariamente a quanto gli scienziati credono, il riferimento di Jordan e quello di Einstein non sono sempre matematicamente equivalenti» — potrebbe essere utile una contestualizzazione.

 

La fisica è con la chimica e la biologia, una “scienza fondamentale”, in quanto studia la composizione dell’universo, il moto degli elementi che lo costituiscono in termini spaziali e temporali e, infine, le forze e l’energia connesse a tale moto. Tuttavia, la fisica, molto di più della biologia e anche della chimica, possiede la peculiare caratteristica di poter esprimere le sue leggi attraverso il linguaggio formale della matematica. Infatti, molte grandi scoperte della fisica sono state accompagnate dallo sviluppo di strumenti matematici specifici: un buon esempio è il calcolo infinitesimale sviluppato da Newton e Leibniz, nel Seicento, senza il quale non sarebbe stato possibile descrivere i principi della meccanica classica. Grazie a questa strettissima relazione fra la matematica e la fisica, quest’ultima ha potuto fregiarsi del titolo di “scienza esatta”. Ma, al contempo, questa intima connessione è stata anche fonte di dibattiti giacché una formalizzazione matematica ha obbligato i fisici ad armonizzare le loro varie scoperte non solo a livello sperimentale ma anche a livello formale: un esempio significativo al riguardo è il passo compiuto da Maxwell quando, a fine Ottocento, sulla base dei lavori di Faraday, disegnò le equazioni differenziali che illustrarono il collegamento fra il magnetismo e l’elettricità, dando fondamento alla teoria dell’elettromagnetismo.

 

Agli inizi del Novecento la fisica compì due passi da gigante: la teoria della relatività che riscrisse i segreti dell’immensamente grande (correlazione spazio-tempo, costante universale della velocità della luce, fenomeni gravitazionali) e la teoria quantistica che scoperchiò i segreti dell’immensamente piccolo (struttura degli atomi, interazioni e proprietà delle particelle subatomiche, natura dell’energia subatomica). I grandi scienziati che furono protagonisti di questi avanzamenti (Einstein, De Broglie, Dirac, Schrödinger, Curie, Bohr, Pauli, Heisenberg solo per citarne alcuni) nei loro famosi incontri alle Conferences Solvay, si resero presto conto della necessità di fornire una spiegazione matematica che coniugasse le formalizzazioni aritmetiche sulle osservazioni sulle galassie con quelle sulle particelle. Il compito, però, si rivelò difficilissimo.

 

Ancora oggi, infatti, la fisica rimane alla ricerca di una cosiddetta “Teoria del Tutto”, che possa spiegare in modo formale, la relazione fra le quattro forze fondamentali finora identificate, ossia: la forza di gravità (che si manifesta nell’attrazione fra due corpi sulla base della loro massa e distanza), la forza elettromagnetica (che si osserva nell’interazione fra due corpi dotati di cariche), la forza nucleare forte (che garantisce la coesione della struttura atomica) e la forza nucleare debole (che si rivela, invece, in caso di un suo decadimento). Varie strade sono state considerate, ad esempio: la supergravità, la teoria delle stringhe, la cosmologia ciclica uniforme e la gravità quantistica. La matematica dietro ognuna di queste teorie è estremamente complicata; talmente complicata da dover cercare delle convergenze complessissime fra le equazioni usate nei diversi settori. Nel caso della gravità quantistica, questo percorso è talmente arduo da necessitare la formulazione di modelli matematici d’approssimazione; uno di questi è conosciuto come la teoria di Jordan-Brans-Dicke. Gionti e Galaverni hanno dimostrato che, nel contesto delle fasi iniziali del nostro universo, tale avvicinamento matematico non è equivalente a quello della relatività generale di Einstein, aprendo quindi la strada alla ricerca soluzioni alternative e innovative.

 

Non sorprende che la cosmologia (che deve fare i conti con altre realtà nell’universo, spesso prima postulate e solo dopo confermate, quali i buchi neri) sia in questo senso un terreno fertile per testare le teorie che cercano di comprendere l’origine delle forze fisiche che oggi osserviamo come separate. Visto che il nostro universo è in espansione e in raffreddamento, la maggior parte degli scienziati si accordano nel supporre che esso sia sorto con una esplosione. Dopo questo momento iniziale brevissimo, caratterizzato da un calore intensissimo e da una densità altissima, la materia concentrata in uno spazio minuscolo, si sarebbe espansa rapidamente costituendo l’universo attuale e tutto quello che lo compone. Una delle difficoltà nella teoria del Big Bang, però, consiste nel spiegare come questo stato iniziale si sia trasformato per mezzo di un’espansione controllata, evitando così di collassare su sé stesso. Per giustificare questo successo sono state, anche in questo caso, proposte varie ipotesi, fra cui quella della “inflazione cosmica”.

 

Si pensi metaforicamente al lancio di un razzo: è relativamente facile fare esplodere del carburante, ma è estremamente difficile fare bruciare del combustibile in un razzo per lanciarlo su una traiettoria esatta. Molti ritengono che le probabilità di successo del Big Bang fossero molto basse e, soprattutto, che esso fu un momento di singolarità, durante il quale le leggi della fisica sull’infinitamente grande e sull’infinitamente piccolo erano tutte convergenti. Il Big Bang, quindi, sarebbe il punto di origine di tutte le forze fisiche che oggi caratterizzano il comportamento della materia su larga scala e su scala microscopiche, visto che, in quel brevissimo momento, esse non erano ancora differenziate.

 

Detto questo — e tenendo sempre presente che il concetto di Big Bang rimane scientifico e che quindi non andrebbe confuso con quello teologico di creazione — si intuisce perché per i credenti esso incarnerebbe un segno di un’intelligenza superiore, mentre per i non credenti costituirebbe semplicemente l’inizio plausibile dell’unico universo finora conosciuto. Ma per entrambi i credenti e i non credenti, i recenti lavori della Specola Vaticana possono essere meglio inquadrati nella frase del matematico cattolico laureato della Medaglia Fields del 2002, Laurent Lafforgue: «Da un certo punto di vista sarebbe tutto più semplice se il mondo fosse solo una struttura matematica o se la matematica non avesse nulla a che vedere con il mondo fisico. La realtà è che la materia è sottomessa a leggi matematiche ma non si riduce a queste leggi. E questo è un mistero. In sé la relazione della matematica col mondo fisico resta un mistero».

 

Detto in maniera più prosaica, pertanto, fra il linguaggio della fede e quello della scienza, non va sottovalutato quello della matematica.

 

 

Fonte: L’Osservatore Romano, 4 maggio 2022.

Cerroni plaude agli Amici di Piazza Nicosia. Non parla di “monnezza” ma di “damnatio memoriae”. Eppure Gualtieri sappia…

 

Parole di elogio per il documento – La Dc e i cattolici a Roma nel secondo ‘900 – diffuso nei giorni scorsi (in fondo alla pagina il link per accedere al testo integrale). Cerroni distilla considerazioni da vecchio saggio. Sullo sfondo resta comunque la controversia sull’inceneritore da realizzare a Roma. È corretto il metodo che discende, almeno sembra, dall’affidamento di poteri speciali al Sindaco Gualtieri?

 

Romano Contromano

 

 

 

Manlio Cerroni, solitamente definito dalla stampa il Re di Malagrotta, non è citato nel documento diffuso martedì 3 maggio dagli Amici di Piazza Nicosia. Nel testo si fa solo un rapido cenno alla soluzione a suo tempo adottata dalle amministrazioni capitoline a guida Dc per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti. Per molto tempo ha rappresentato agli occhi della pubblica opinione un esempio di gestione appropriata ed efficiente.

 

 

Forse anche per questo richiamo del tutto implicito alla sua azione imprenditoriale, Cerroni ha voluto limitarsi a un elogio distaccato, con il probabile intento di non seminare inutili polemiche. Queste le sue parole: “Mi complimento con tutti i firmatari ed estensori del documento. Speriamo che la Vostra riflessione comune consegua l’obiettivo di combattere la “damnatio memoriae” così imperante di questi tempi e contribuisca a riportare l’attenzione su quella “voglia di fare” che ha contraddistinto tutti quegli anni e che ha fatto di Roma un modello riconosciuto e apprezzato in tutto il mondo e che oggi ci fa dire amaramente “come cadesti o quando da tanta altezza in così basso loco?”.

 

Cerroni ha tempra di combattente. Chapeau! In questo caso assume la veste del saggio, non entra nella disputa, fresca di battute e contro battute, sulla scelta dell’inceneritore. Si sa però che nella missiva indirizzata al Sindaco alcuni giorni fa messo i piedi nel piatto – o per meglio dire nella mondezza – per indicare la via di una soluzione tecnologica che azzera i rischi connessi all’incenerimento dei rifiuti. Per i cultori della materia si tratta nella sostanza di una modalità consistente nella gassificazione di tutto ciò che usualmente, in epoca precedente, veniva conferito in discarica.

 

Non entriamo nel merito. A questo stadio della discussione è lecito comunque sollevare un dubbio circa il criterio che sembra dominare lo scenario della controversia. Ammettiamo pure che sia valido – il che non significa negare che si tratti di un approccio quanto meno originale – attribuire al Sindaco il potere d’intervenire straordinariamente, in deroga alla legge regionale, per risolvere il problema della pulizia della città. Resta in ogni caso da decidere se sia giusto immaginare preventivamente, come si evince dal dibattito in corso, il ricorso a una tecnica di gestione.

 

Senza cadere nel tipico omaggio alla concorrenza dei liberisti ad oltranza, spetterebbe al mercato mettere a disposizione dei decisori politici le proposte più confacenti, secondo la logica di una sana e autentica competizione tra le imprese. Questo farebbe il bene della città. Invece si parte dall’assunto che sia l’inceneritore la panacea del disastro ambientale della capitale e si prefigura uno schema di gestione, ovvero l’affidamento a una newco che Acea ed Ama dovrebbero quanto prima costituire, proprio in funzione della preventiva opzione tecnologica. È questo il metodo per accertare quali siano le convenienze migliori, in primis per la salute di cittadini, che la Giunta Gualtieri è chiamata a individuare?

 

Insomma, si tratta di non eccedere in semplificazioni avvalendosi della presunta bacchetta magica dei poteri speciali. Gualtieri non deve cadere in questa trappola. È un uomo che nella sua sobrietà mostra il gusto del buon senso. Faccia in fretta, tenga a bada gli estremisti, scelga per il meglio: il tutto, però, nella cornice di una limpida e corretta procedura di governo.

La Dc e i cattolici a Roma nel secondo ‘900

La politica, i giovani e il primato della “libertà”.

 

La pandemia ha svelato una specie di “nuovo blocco” in embrione, la cui forza motrice sembra essere un popolo, soprattutto (ma non solo) giovanile, che pare accomunato in primo luogo dal primato dell’aperitivo. Niente passato, zero futuro. E la politica? Dovrebbe riflettere su stessa, per riprendere a tessere una trama, con l’ambizione di decifrare il cambiamento e poi riuscire magari ad orientarne il corso.                                                                                                             

 

Gabriele Papini

 

Maggio è il mese delle “grandi riaperture”, ma le divisioni pesano ancora, eccome, e non si lasciano derubricare al rango di politique politicienne. Anzitutto c’è da rilevare che destra e sinistra esistono ancora. Solo che i loro ruoli sembrano essersi quasi capovolti. La sinistra che voleva, se non proprio dare l’assalto al cielo, quanto meno cambiare il mondo, e che aveva l’assembramento (l’assemblea, la piazza, il corteo) nel suo codice genetico, adesso viene percepita come nostalgica del “tutti a casa”, dell’obbligo delle mascherine, oltre che, ovviamente, come paladina delle tasse: quasi la reincarnazione dello sceriffo di Nottingham. La destra conservatrice, che la piazza la detestava, adesso invece la solletica e la cavalca, in nome della caduta di norme e ordinanze che hanno regolato gli ultimi due anni della nostra vita.

 

In ballo non ci sono solo le riaperture, la patrimoniale, le tasse di successione, che pure sono, si capisce, aspetti importanti; c’è  anche, in forma decisamente inedita, quella che un tempo veniva considerata la questione delle questioni, e magari un po’ enfaticamente, veniva chiamata la “libertà”.

 

La sinistra, in materia, pare afflitta da afasia. La destra, al contrario, ne fa una bandiera. Non è la prima volta, nel lontano 1994 Berlusconi scese in campo e vinse le elezioni in nome della «libertà» insidiata dal «comunismo» (peraltro appena crollato). Ma dal 1994 il mondo è profondamente cambiato, neanche la «libertà» della destra è quella di una volta. Per dire. Qualche tempo fa è comparsa su un muro di Roma una frase che la dice lunga: «Alla mia salute ci penso da solo. Lo Stato stia lontano dalla mia libertà e dalla mia famiglia. Abbasso (in realtà l’espressione è più colorita) il comunismo».

 

Parole, appunto, in «libertà»? Certo. Ma forse c’è qualcosa di più profondo. Così profondo, così inquietante, che replicare indignati in nome dei valori e dei principi (il rispetto delle regole, la solidarietà tra le generazioni, la libertà e i diritti che hanno per limite la libertà e i diritti degli altri) è doveroso, ma non basta. Anche perché (lo sa benissimo chiunque ci abbia provato) nessuno di questi argomenti, da solo, ha molte possibilità di far breccia. Per trovarne di più convincenti, bisognerebbe provarsi a indagare (umilmente, ma impietosamente) su come, quando e perché una simile idea della «libertà» si sia diffusa fin quasi a divenire egemone.

 

E visto che, parlando di egemonia, molti sono portati a citare Gramsci (spesso a sproposito) bisognerebbe chiedersi come, quando e perché abbia cominciato a prendere corpo quella specie di “nuovo blocco” in embrione svelato dalla pandemia, la cui forza motrice sembra essere un popolo, soprattutto (ma non solo) giovanile, che pare a prima vista accomunato in primo luogo dal primato dell’aperitivo e della “birretta a Campo” (‘de Fiori, s’intende). Niente passato, zero futuro. Con tutto quello che ne consegue anche sul piano “ideologico”, nel senso di coltivare un’idea minima di Paese, e prima ancora della concezione di sé stessi e della vita sociale.

 

Ci sarebbe di che discutere, ma purtroppo è difficile, per non dire impossibile, che una simile riflessione prenda corpo, almeno sul piano sociale. Un po’ perché una politica disattenta purtroppo non dispone da un pezzo (e non se ne fa un cruccio) degli strumenti, intellettuali e non solo, utili a “poggiare l’orecchio alla terra” (come avrebbe fatto il rabdomante nel Contadino della Garonna di Jacques Maritain) cioè a cogliere quei cambiamenti della società che un tempo cercava di promuovere, di indirizzare e, nel caso, di contrastare sul campo, e che adesso invece si limita a subire almeno finché non le si ritorcono apertamente contro.

 

Molto perché, per avviarla, la politica dovrebbe (anche se la storia contemporanea non va più di moda) riflettere a fondo e dolorosamente su se stessa, sulla desertificazione che ha vissuto e sul deserto che ha prodotto. Alzi la mano chi intravede qualcuno che abbia la testa, il cuore e, perché no, lo stomaco necessari alla bisogna.

Esiste lo spazio per il “centro” a patto che si rompano gli schemi. Ci vuole intelligenza e coraggio.

Se prevale il tatticismo, ogni discorso rimane sospeso a metà. E il tatticismo, a ben vedere, consiste anche nel prefigurare comode scorciatoie, come quando si ipotizza la candidatura di Draghi nel 2023 in funzione di animatore e guida di uno schieramento neocentrista. Piuttosto servirebbe tradurre in una efficace “politica di centro” le scelte – non prive, il più delle volte, di lungimiranza – che Draghi offre al Paese con la sua azione di governo.

 

Giuseppe Davicino

 

Mi pare che la reiterata critica di Giorgio Merlo al bipolarismo selvaggio, colga bene tre elementi con cui, volenti o nolenti, si dovrà fare i conti: la disillusione profonda di una buona metà dell’elettorato, le dimensioni incommensurabili della crisi e la necessità che la politica esca dal cantuccio in cui è stata relegata. Se vogliamo evitare che la politica ritorni solo nel tempo in cui non resterà che ricostruire sulle macerie, allora credo che sì dovrebbe prendere molto sul serio la suddetta critica.

 

Una metà circa dell’elettorato disilluso, perché si è sentito ingannato, rappresenta una mina vagante, passibile di nuove manipolazioni da parte di chi dispone dei mezzi e della cattiva volontà per farlo, ma anche il rischio di un Aventino dai processi elettorali di metà dei cittadini, come peraltro già accaduto alle ultime Comunali. Come si parla a questo elettorato? In modo alternativo sia al populismo che ai progetti che lo hanno alimentato. Vale a dire ripristinando il dibattito, il pluralismo dei punti di vista, le mediazioni e la sintesi della politica. Perché a ben vedere il giudizio su questo bipolarismo che delegittima e distrugge l’avversario, appare, purtroppo, cogliere una caratteristica del clima generale del momento, oserei dire dello spirito del tempo. Dove impera un solo messaggio, una sola verità, una rigidissima selezione delle opinioni ammesse, si parli di guerra, di economia, di energia, di ambiente, di sanità, di tecnologie o di qualunque altro argomento fondamentale per definire il progetto di società.

 

L’auspicio allora qual è? Che il “centro” sappia interpretare questa enorme esigenza di confronto, di dibattito, di ponderazione, di giudizi non univoci, di mettere in egual risalto i pro e i contro di qualsiasi progetto in relazione alla complessità sistemica.

 

Anziché coltivare qualche residua speranza di candidare Draghi, le forze che si muovono per rinverdire il senso politico del centro, credo farebbero meglio a cogliere e imitare lo stile di Draghi. Che, ad esempio, gli permette di ricordare con pragmatismo e capacità di visione al Parlamento Europeo le cose da cambiare in Europa, proprio mentre la Germania subisce un duplice condizionamento, dagli anglo-americani che la vogliono più refrattaria alle prospettive di pace in Europa, e nel contempo dalla Bce dalle cui cure ormai dipende come fosse un’Italia qualsiasi. E gli permette nel contempo di osare politiche energetiche “africane” e “matteiane” secondo una precisa idea del ruolo dell’Italia nell’Europa e nel mondo multipolare che verranno dopo la guerra.

 

Con la stessa attenzione questo centro, come peraltro auspicato dallo stesso Giorgio Merlo relativamente alla sua componente cattolica, dovrebbe guardare al magistero e alla strategia diplomatica di Papa Francesco a partire dall’approccio alla guerra in Europa. Per fare ciò però occorre rompere col conformismo, relativizzare il clima di isteria, di intolleranza, di propaganda che spadroneggia sui media per dedicarsi ai nodi cruciali la cui soluzione non passa dal compiacere a priori chi ci ha spinto sull’orlo del baratro, ma da un paziente lavoro politico senza il quale si va a sbattere.

 

Manca poco alle elezioni, ma il tempo per qualificare il “centro” come luogo in cui si affrontano i problemi, si disinnescano le tensioni, si fissano le priorità anziché farsele dettare da chi ha più voce, c’è. E l’elettorato che più è sensibile a questo stile di serietà, lo percepisce allorquando ne vede dei segni di vita.

Il “benessere/disagio” delle famiglie: aggiornamento del IV trimestre 2021 del Barometro nazionale Cisl.

 

Lo studio, curato dalla Fondazione Ezio Tarantelli per conto della Cisl, si articola nei seguenti capitoli.

 1 – Il barometro delle famiglie: è terminata la ripresa, inizia una nuova fase di peggioramento? 2 – Le incertezze del quadro economico. 3 – L’evoluzione della pandemia e le strozzature d’offerta. 4 – L’aumento dei prezzi dell’ energia e l’aumento dell’inflazione. 5- La guerra in Ucraina e i prezzi dell’energia in Europa. 6 – Le prospettive per le famiglie italiane: gli effetti dell’aumento dell’inflazione sui salari. 7 – Le tendenze del mercato del lavoro. 8 – Le dinamiche territoriali dell’occupazione e della disoccupazione. 9 – Retribuzioni lorde, nette e prezzi.

Di seguito riportiamo i primi due capitoli, dando altresì la possibilità di accedere al testo completo attraverso il link a fondo pagina.

 

Redazione

 

1 – Barometro delle famiglie: è terminata la ripresa, inizia una nuova fase di peggioramento?

  

Nel corso del 2021 tutti i Paesi europei sono stati attraversati da una fase di rafforzamento dell’economia dopo la forte contrazione osservata nel 2020. Molte econo- mie hanno raggiunto, quindi, i livelli del Pil prevalenti prima della crisi, e altre, fra cui l’Italia, si sono portate poco al di sotto di tali livelli.

 

La ripresa del 2021 in Italia ha anche permesso di migliorare le condizioni di benessere delle famiglie. Il Barometro Cisl ha continuato a migliorare nel corso dell’anno, superando nel quarto trimestre i livelli pre-pandemia.

 

Tale miglioramento non investe in maniera uniforme le diverse componenti dell’indice. È prevalentemente trainato dall’indicatore del dominio “Attività economica”, che ha beneficiato del recupero dei livelli del Pil. Ha visto anche un rafforzamento del dominio della “Coesione sociale”, soprattutto a seguito di un andamento relativamente meno negativo delle regioni del Mezzogiorno rispetto al Centro-Nord, e della riduzione delle distanze fra giovani e adulti; ma soprattutto sembrano ridimensionarsi le distanze di genere in tutte le ripartizioni territoriali. Tuttavia, il miglioramento dell’economia ha sinora avuto effetti limitati sul dominio dei “Redditi”, dove si sono già avvertiti i primi effetti degli aumenti dell’inflazione, e dove in prospettiva la tendenza non potrà che peggiorare ulteriormente. Inoltre, il quadro del mercato del lavoro è ancora molto incerto: a fronte di evidenti miglioramenti nelle misure relative alla quantità di lavoro, soffrono tutti gli indicatori della qualità del lavoro, principalmente a causa dell’aumento dei contratti a termine e quindi dell’incidenza del lavoro precario.

 

2- Le incertezze del quadro economico

 

Dopo la fase di miglioramento osservata lo scorso anno, l’economia ha iniziato di nuovo a perdere terreno. In particolare, le prospettive, che già scontavano una elevata incertezza per effetto della pandemia, sono peggiorate a seguito dello scoppio della guerra in Ucraina. Gli straordinari elementi di incertezza che condizionano le prospettive aprono alla possibilità di diversi scenari, anche di estrema gravità se le cose dovessero evolvere nella direzione peggiore. È importante che la politica eco- nomica sappia affrontare questa nuova fase di crisi dotandosi di strumenti adeguati per scongiurare i rischi di una nuova recessione, che potrebbe avere conseguenze gravi sul tessuto socio-economico del Paese.

 

Le caratteristiche della crisi stanno, infatti, cambiando. Nel passato biennio le interruzioni della produzione sono state legate soprattutto alle misure di restrizione all’attività, introdotte allo scopo di limitare la diffusione del contagio. La politica economica è intervenuta soprattutto attraverso misure di ristoro a favore dei lavoratori e delle imprese dei settori bloccati dalle misure di distanziamento.

 

La fase attuale vede invece materializzarsi soprattutto uno shock energetico, che impatta sull’inflazione determinando una contrazione ampia del potere d’acquisto delle famiglie. Uno shock di questa natura richiede sforzi nella direzione della sostituzione delle fonti di approvvigionamento, in modo da ridimensionare la dipendenza energetica dalla Russia. Inoltre, come si sta già facendo, occorre rafforzare le misure di attenuazione dei rincari dei prezzi a carico delle famiglie, e di limitazione dei costi per le imprese, anche per spegnere sul nascere i rischi di una spirale inflazionistica.

 

Scarica il document integrale

 

Le “idee ricostruttive” della nuova Italia. Lo sforzo programmatico della Dc di De Gasperi all’alba della Repubblica.

 

Pubblichiamo la parte finale della relazione tenuta da Alessandro Forlani al convegno “Con le lenti di Alcide De Gasperi” (Viterbo, 1-3 Aprile 2022) promosso da “Il Domani d’Itsalia” e dal “Centro Studi Aldo Moro-Viterbo”. In fondo è possibile cliccare sul link per leggere il testo completo.

 

Alessandro Forlani

Con riferimento al nascente partito della Democrazia Cristiana, i contenuti delle Linee di ricostruzione furono ripresi e collegialmente rielaborati, tenendo conto dei documenti che erano nel frattempo pervenuti al gruppo dirigente centrale da diverse parti d’Italia e trovarono definitiva collocazione in un nuovo documento programmatico, ormai consegnato alla storia, l’opuscolo “Idee ricostruttive della Dc”, a firma Demofilo.  Il documento riprendeva le indicazioni espresse nelle Linee di ricostruzione, insistendo, in particolare, sulla necessità di difendere i princìpi e le norme costituzionali da tentativi di forzatura e stravolgimento – come era accaduto per lo Statuto Albertino, da parte del regime fascista – e quindi veniva sottolineato il valore del ruolo della futura Corte Costituzionale, proprio a presidio delle regole fondamentali che avrebbero ispirato la nuova democrazia italiana.  Rispetto alle “Linee di ricostruzione”, venivano maggiormente accentuati i temi inerenti alla giustizia sociale, con le proposte di estensione e semplificazione delle assicurazioni sociali, arrivando ad evocare, addirittura, la “soppressione” del proletariato.

 

Un’integrazione significativa si registrava anche sotto il profilo del sistema tributario, con la proposta di unificazione delle imposte e di semplificazione del sistema di accertamento. Il fondamento del sistema stesso avrebbe dovuto ravvisarsi nel principio di progressività, per favorire una più equa redistribuzione della ricchezza. Troviamo, inoltre, auspici particolarmente avanzati, come l’idea della successione dei lavoratori nella proprietà delle imprese o delle terre dagli stessi lavorate. Veniva proposta la creazione di istituti di credito specializzato e di banche regionali, ai fini di incentivare la capitalizzazione e lo sviluppo delle attività produttive di rilevanza locale che realizzassero nuova ricchezza nei rispettivi territori. Emergeva dal testo un chiaro monito verso una democrazia inclusiva, in grado di coinvolgere nella gestione della cosa pubblica le masse popolari e di consentire al Paese di riconquistare rispetto e prestigio nella comunità internazionale. Accanto a temi cari alle antiche battaglie di Murri e di Sturzo, si colgono anche suggestioni e indicazioni innovative, frutto di elaborazioni successive, maturate nella “lunga vigilia”.

 

Alla stesura dell’opuscolo, insieme a De Gasperi, che aveva concorso in larga misura, ai suoi consueti devotissimi amici degli anni difficili della dittatura, Scelba, Gonella e Spataro, ad altre figure del vecchio PPI e delle organizzazioni cattoliche, collaborarono giovani emergenti che si avvicinavano in quella fase al nascente partito (ricordiamo il futuro fondatore e Presidente della Coldiretti, Paolo Bonomi e il giurista napoletano Stefano Riccio). Alla definizione dei contenuti prese parte anche il professor Pasquale Saraceno, l’economista e meridionalista che era stato tra i principali promotori e ispiratori dell’iniziativa di Camaldoli, a testimonianza dello stretto legame intercorrente tra i programmi della Dc e il Codice scaturito dal seminario casentino che, peraltro, aveva avuto luogo proprio pochi giorni prima della diffusione delle Idee Ricostruttive.  Infatti, è in data 26 luglio 1943 – proprio il giorno successivo alla destituzione di Mussolini, sempre nel pieno di quella fase storica di “nuovo inizio”, così drammatica e così straordinaria – che l’infaticabile Giuseppe Spataro, l’avvocato abruzzese che aveva tenuto vivi, tra mille difficoltà, i contatti tra gli ex popolari, durante la dittatura e aveva poi ospitato, nella sua abitazione romana, le riunioni costitutive del nuovo partito, inviava in tipografia le “Idee ricostruttive”.

 

Il documento fu poi diffuso clandestinamente in tutta Italia, ne furono distribuite decine di migliaia di copie. De Gasperi inserì poi ulteriori integrazioni e, fin dal 1944, l’opuscolo fu considerato il programma ufficiale della Dc. Nel luglio di quell’anno si svolse il Congresso interregionale della Dc a Napoli, con i rappresentanti dell’Italia già liberata e, in quell’occasione, De Gasperi, investito, per acclamazione, della segreteria politica, riaffermò la natura popolare e personalista del partito. L’identità ideale e culturale, delineata a Napoli, in quella circostanza, dal leader trentino e le linee programmatiche verranno ulteriormente approfondite e rafforzate, in una formulazione ancor più organica e articolata, dopo la fine del conflitto mondiale e l’avvento di De Gasperi alla guida dell’Esecutivo, nel “discorso delle libertà”(o “Relazione Gonella”), pronunciato da Guido Gonella, su incarico dello stesso statista trentino, al primo Congresso Nazionale della Dc, alla fine di aprile del 1946.

 

 

Scarica il testo integrale

 

Terrorismo, ritorsione, legittima difesa, guerra e pace. Il discorso del card. Martini dopo i tragici eventi dell’11 settembre 2001.

 

Nellintervista al «Corriere della Sera» il Papa ha fatto riferimento al discorso rivolto il 6 dicembre 2001 alla città di Milano dallallora cardinale arcivescovo Carlo Maria Martini. Ne pubblichiamo di seguito uno stralcio – la parte conclusiva: Alcuni imperativi immediati – rinviando al link a fondo pagina per leggere il testo integrale.

 

 

Carlo Maria Martini

 

  1. Abbiamo anzitutto un grande bisogno di percepire dentro di noi una fontana zampillante di pace che ci apra alla fiducia nella possibilità di passi concreti e semplici verso un cambiamento di stile di vita e di criteri di giudizio, unica via a un cammino serio di pace. Evitiamo di lasciarci intorpidire da un clima consumistico prenatalizio che rischia di farci rimuovere le domande serie emerse da questi fatti drammatici.

 

  1. Per evitare di essere trascinati, anche non intenzionalmente, in uno scontro di civiltà, occorrerà esercitarsi nell’arte del dialogo, che parte da una chiara coscienza della propria identità e della ricchezza dei linguaggi con cui esprimerla e renderla accessibile smontando i pregiudizi, i cavilli e le false comprensioni.

 

  1. Per questo sarà importante imparare a conoscere le altre religioni, in particolare l’Ebraismo e l’Islam, scrutando di ciascuna la storia, letteratura, le ricchezze spirituali, le profondità mistiche, il pluralismo espressivo, anche quello sociale e politico.

 

  1. Ma soprattuto occorrerà educare a gesti, pensieri e parole di perdono, di comprensione e di pace, usando tolleranza zero per ogni azione che esprima sentimenti di xenofobia, di antisemitismo, di minor rispetto di qualunque sentimento e tradizione religiosa. Questo richiede che anche gli altri rispettino e apprezzino quei segni religiosi che sono stati e sono tuttora per noi la via e il simbolo che ci permette oggi di offrire a tutti ospitalità e pace.

 

  1. È superfluo ricordare quanto la scuola e l’università siano chiamate a educare al dialogo, al confronto sereno, per aiutare a riflettere motivatamente sui gravi problemi in discussione a livello internazionale ma anche nazionale e regionale (e non soltanto perciò sui temi della pace e della guerra, ma anche oggi su temi per noi gravi e urgenti come la giustizia e la sanità). Grande sarà in questo senso il compito e la responsabilità dell’autonomia scolastica.

 

Ci conforta e ci fa ben sperare l’anniversario che si ricorderà domani, quello dell’apertura, 80 anni fa, proprio a pochi metri da questa Basilica di Sant’Ambrogio, in via Sant’Agnese, dei corsi della neonata Università Cattolica del Sacro Cuore. Incominciò con 68 iscritti. Oggi sono oltre 40.000. Auguriamo ad essi e a tutti i giovani del mondo di essere, per il millennio che inizia, come le “sentinelle del mattino” che annunciano il giorno della tanto desiderata pace.

 

 

Fonte: L’Osservatore Romano – 3 Maggio 2022

 

 

Il testo integrale del Cardinal Martini

Pensiero cristiano e modernità. Torresi ricostruisce l’ambiente intellettuale da cui uscirà nel dopoguerra la classe dirigente cattolica.

 

Per gentile concessione pubblichiamo uno stralcio dell’introduzione a La scure alla radice. «Studium», la cultura cattolica e la guerra (1939-1945), Studium, 2022, ultimo lavoro d’indagine e ricostruzione storica di Tiziano Torresi. Alleghiamo al testo la foto che campeggia in copertina del volume (presente già sulle piattaforme digitali, in primis su Amazon).

 

Tiziano Torresi

Paolo VI, in un discorso rivolto alla «benemerita famiglia» di Studium, nel febbraio 1964, ne qualificava la storia con un ossimoro: modesta e gloriosa. Il ricordo della penuria di risorse degli intellettuali a lui vicini sin dalla giovinezza amplificava il loro merito agli occhi del Papa: aver contribuito a dare una cittadinanza al pensiero cattolico nella cultura italiana. Eppure, nonostante i protagonisti dell’impresa abbiano spesso vantato questo merito, la storia su Studium, al pari di quella sui movimenti intellettuali dell’Azione cattolica, resta oggi alquanto modesta e bisognosa di verificare in maniera neutrale, complessiva e documentata se la loro fu vera gloria.

 

Da un lato l’importanza dell’elaborazione culturale del gruppo di Studium, editrice e rivista, per la maturazione del laicato intellettuale in Italia e per la diffusione di un sapere cristiano qualificato è nota da tempo agli studiosi. Dall’altro nella storiografia sul movimento cattolico i riferimenti a Studium sono apparsi quasi sempre sullo sfondo di altre vicende, le voci parziali, i pochi contributi d’insieme segnati da una prospettiva autoreferenziale. Negli ultimi anni, anche con l’accrescersi dell’interesse per la storia dell’editoria italiana, il quadro si è però arricchito.

 

[…] La storiografia ha portato alla luce gli obiettivi di questo ambiente intellettuale: conciliare il pensiero cristiano con la modernità, coniugare fede e cultura, propiziare una maturazione teologicamente fondata dell’impegno morale del cristiano e della sua coscienza civile. Gli studi restituiscono l’immagine di un gruppo di redattori e di autori consapevole del valore pionieristico di questi obiettivi. Un gruppo determinato a evitare ogni preclusione settaria, aperto a nuove contaminazioni, a un approccio interdisciplinare agli argomenti, al contatto con personalità di altri circuiti ecclesiali, ma senza eclettismo.

 

L’attenzione riservata dalla storiografia al rapporto tra la cultura cattolica e il fascismo ha inoltre permesso di indagare il campo che questo gruppo coltivò con più fervore, complice il progressivo restringimento degli spazi di libertà: quello della moralità professionale. La formazione di un ceto intellettuale professionista aveva una potenziale proiezione nella vita pubblica che rappresentò uno dei motivi di maggiore tensione con il fascismo. Sebbene negli anni Trenta il significato politico della strategia degli intellettuali cattolici vicini a Studium restasse indeterminato, si delineò un’alternativa dentro il sistema dalla quale scaturì una ricerca di nuove prospettive per il cattolicesimo.

 

Conferme sul ruolo svolto da Studium nella cultura cattolica dell’epoca si ricavano anche dal recente volume di Renato Moro, Il mito dellItalia cattolica. Lo storico propone infatti una riconsiderazione globale e, per molti aspetti, sorprendente di come, nel gioco di riflessi tra fede nazionale, fede cattolica e fede fascista, si sia in larga misura plasmata l’identità stessa del popolo italiano. Egli spiega come l’uso politico della religione negli anni Trenta e l’identificazione tra nazione e cattolicesimo difesa dal fascismo e apparentemente trionfante con la Conciliazione, finì col ritardare la presa di coscienza della reale natura ideologica e sostanzialmente pagana del regime da parte dei cattolici e celò, sotto la maschera di una presunta etica collettiva cattolico-nazionale, diffusa a livello popolare, una drammatica, inesorabile scristianizzazione della società. Dal volume emerge in modo chiaro come, in tutto questo, il cenacolo di Studium abbia rappresentato una significativa area di minoranza all’interno del cattolicesimo italiano, nella quale si espresse ripetutamente la preoccupata consapevolezza del pericolo di un’involuzione totalitaria del regime. La rivista, in particolare, fu in prima linea nel denunciare i rischi delle nuove religioni politiche neo-pagane e dimostrò un’acuta sensibilità verso gli scarsi e talvolta controproducenti esiti della stessa politica concordataria.

 

Uno sguardo complessivo degli studi sulla prima fase della vita di Studium permette di cogliere anche un altro aspetto: rivista, editrice e Laureati, fino al 1939, non sono che gli strumenti diversi di un unico impegno alla mobilitazione di idee che si riassume in un nome solo. Quello di Igino Righetti. La sua personalità domina gli intellettuali dell’Ac, guida la redazione, determina lo stile dell’editrice; nel passaggio della rivista dalla Fuci ai Laureati, nonostante precarietà e incertezze, egli scommette su un progetto culturale non più affidato all’alternarsi delle generazioni studentesche ma proiettato nei tempi lunghi dell’impegno civile e professionale; intuisce che l’attenzione alla storia del movimento cattolico – si pensi alla determinazione con la quale a metà degli anni Trenta egli cerca la collaborazione di Stefano Jacini – è alimento per un nuovo protagonismo nella storia.

 

Cosa accadde a questa impresa culturale quando morì il suo giovane artefice e mutò il contesto ecclesiale in cui era cominciata? In che modo Studium, entrando nella sua «vita adulta», restò fedele alla missione originaria e durante la bufera della seconda guerra mondiale diventò una voce autorevole della cultura cattolica? E in che misura, in una lenta gestazione di idee, contribuì alla rinascita democratica e alla definizione delle coordinate della ricostruzione? È possibile illuminare, attraverso il prisma di Studium – editrice e rivista considerate come la duplice espressione di un medesimo gruppo, con una sensibilità, un orientamento e uno stile propri e riconoscibili – i connotati di un periodo del cattolicesimo italiano troppo spesso considerato come l’epilogo di una storia già nota o il preludio di nuovi sviluppi, e, dall’altro, a collocare la riflessione del gruppo nel contesto ecclesiale, politico e culturale in cui essa si svolse.

 

Anche su quest’ultimo si conta oggi un numero significativo di studi, in larga misura dedicati all’azione diplomatica della Santa Sede, ai pronunciamenti dell’episcopato, al sentimento verso la patria in armi, alla religiosità popolare. Sebbene la storiografia abbia chiarito la necessità di verificare la diversità delle posizioni rispetto a ciascuna fase del conflitto, da un quadro complessivo emerge che il mondo cattolico fu disciplinato nell’obbedire ai doveri della patria ma sostanzialmente tiepido, «agnostico» verso le parole d’ordine del regime, fu contrario al bellicismo fascista, rifiutò l’odio al nemico e la guerra come condizione normale della vita dei popoli, interpretandola piuttosto come il castigo rigeneratore di una civiltà in crisi […]. L’atteggiamento di Pio XII, il principale ispiratore di questa visione, è stato anch’esso analizzato e così lo sviluppo delle iniziative della cultura cattolica durante la guerra.

 

Dagli studi sul contributo dei cattolici alla rinascita democratica e civile del Paese e dalle ricerche, ancora lacunose, sulla storia degli intellettuali dell’Ac appare perciò promettente approfondire le posizioni di Studium per capire meglio come l’editrice e la rivista raccolsero energie, intuirono soluzioni alla crisi bellica, propiziarono contatti e feconde relazioni tra il mondo ecclesiale, politico ed economico, nell’arco di tempo in cui maturò il pensiero di autori e redattori destinati a partecipare da protagonisti alla successiva ricostruzione.

 

Resta sullo sfondo il «Codice di Camaldoli» che, a partire dagli anni Ottanta, ha invece primeggiato nella pubblicistica su questo milieu. è vero che nel volume Per la comunità cristiana vennero convogliate molte risorse del gruppo di Studium. Tuttavia, più per riprendere – in larga misura invano – un discorso comune sui fondamenti morali dell’impegno dei cristiani in politica che per rispondere ad autentici interessi storiografici, il «Codice» è stato un magnete che ha paradossalmente distolto lo sguardo proprio dal sostrato profondo e complesso di valori e di idee, dal fervore di iniziative programmate e realizzate nel lungo periodo, dall’intreccio di fatti e di personalità che lo ispirò e lo rese possibile.

 

Indagando la fase progettuale del lavoro su libri, su collane, su convegni ed articoli, cogliendo sintonie e dissonanze con la cultura del tempo, è possibile verificare come Studium fu capace di incidervi e di costituire un punto d’incontro di libere intelligenze cristiane nelle controverse questioni spirituali e materiali che impegnarono le sentinelle del mondo cattolico tra il crepuscolo del regime, la notte della guerra e l’aurora della liberazione.

Quel mattino di sangue a Piazza Nicosia. Giubilo, ex sindaco, ricorda l’azione terroristica delle BR contro la Dc romana.

 


Nell’attentato morirono gli agenti di PS Antonio Mea e Pierino Ollanu. Un terzo, Vincenzo Ammirata, sebbene gravemente ferito, si salvò. Il primo a recare alla Dc romana i sentimenti di vicinanza e  solidarietà fu il segretario del PSI Bettino Craxi. Poco dopo fu la volta di Benigno Zaccagnini, ancora segnato dal dolore per la vile uccisione del Presidente del partito, Aldo Moro, nella tragica primavera del 1978.

 

Pietro Giubilo

 

Come altre volte, anche quella mattina, in una stanza di Piazza Nicosia accanto a quella del segretario politico, mi attendeva la paziente attività di elaborazione delle tesi con le quali la Dc romana, per la prima volta e da tre anni all’opposizione in Campidoglio, si confrontava con la “giunta rossa” di Petroselli, che Elia Baffoni avrebbe definito un po’ di anni dopo, non senza amorevole enfasi, “il sindaco di Roma morto sul lavoro  come un edile”.

 

Il gruppo consiliare all’opposizione incalzava la nuova giunta con puntualità. L’Ufficio programma l’aveva voluto il segretario Aldo Corazzi, perché la vittoria delle sinistre nel 1976, con la sua ondata elettorale, era partita dalle periferie e si presentava con l’ambizione di una diversa, anche se poco chiara, proposta urbanistica. L’azione di Petroselli, da lì a poco sarebbe subentrato al “lento incedere” di Argan, intendeva, infatti,  misurarsi proprio sul terreno sul quale il partito aveva lavorato intensamente, con i sindaci Amerigo Petrucci e Clelio Darida, approvando il Nuovo Piano Regolatore Generale del 1965, ricco di una visione strategica ed avviando il Piano di Risanamento delle Borgate che, partendo dalla previsione e  realizzazione dei depuratori,  si irradiava a portare acqua, luce, collettori e servizi nelle tante zone spontanee di una Città cresciuta tumultuosamente non solo per demografia e immigrazione, fenomeni che il primo Piano di Edilizia Economica e Popolare, pur puntuale e di ampia previsione, non riusciva ad assorbire adeguatamente.

 

Poi era in corso la campagna elettorale delle politiche che si sarebbero svolte un mese dopo. Su Roma ci dovevamo impegnare per il necessario recupero del  “gap” di consensi rispetto al PCI;  ma l’appuntamento delle urne coinvolgeva soprattutto la struttura regionale, tanto è vero che in sede era presente, già al suo posto, il segretario Bruno Lazzaro. Invece, l’abitudine tutta romana di “prendersela comoda”, cioè di iniziare a lavorare non troppo presto e di fare qualche giro a piedi nei dintorni, insieme ai più vicini collaboratori – un amico consigliere municipale che poi ebbe un ruolo nell’ufficio sanità del partito nazionale e un altro di originale intellettualità che venne eletto parlamentare più di una decina di anni dopo – ci aveva portato a colloquiare, “facendo due passi”, dando un’occhiata alle bancarelle dei libri di Piazza Fontanella Borghese.

 

Ad un tratto, sentimmo nettamente ripetuti colpi di arma da fuoco provenire dalla non lontana Piazza Nicosia. Sovrastavano il rumore dell’intenso e regolare traffico che si produceva per la confluenza di auto e mezzi pubblici, anche a rotatoria, tra via della Scrofa e via del Clementino e che poi si snodava, dopo la piazza, verso il lungotevere, con la breve via dei Somaschi o verso la storica Piazza Umberto I,  percorrendo via di Monte Brianzo. Perché il Comitato romano della Dc, insieme a quello regionale, occupava nella piazza, ove in altro edificio alloggiavano gli austeri uffici del  Tar del Lazio, due piani di un palazzo piacentiniano nel centro della città storica. Non erano lontani il Senato e la Camera, la sede della potente corrente dorotea di Piazza Cardelli e, a Fontanella Borghese, la facoltà di Economia e commercio della Sapienza dove insegnava il professor  Amintore Fanfani.

 

Insomma quella piazza era nel cuore della città con il suo intenso e caotico traffico. Più incuriositi e non ancora sgomenti ci affrettammo a raggiungerla ed assistemmo ai  drammatici, successivi momenti del conflitto a fuoco avvenuto tra alcuni brigatisti rossi e una pattuglia della Digos che era sopraggiunta sul posto a seguito dell’allarme lanciato per l’invasione della sede del partito. Colpendo gli agenti, parte del commando terrorista rimasta fuori dell’edificio in funzione di copertura aveva consentito agli altri brigatisti, infiltrati all’interno del palazzo, di scendere in strada e riuscire, nonostante il caos veicolare, a dileguarsi.

 

Il corpo dell’agente ucciso giaceva sul luogo dove era stato colpito, un altro, più lontano, ferito, morì qualche giorno dopo in ospedale: ambedue mostravano plasticamente  l’audacia di una azione condotta nel cuore della Città. Erano vicini all’angolo della piazza, dove, sul muro sovrastante, il partito volle affiggere qualche tempo dopo una targa in ricordo, sotto la quale ieri, dopo la cerimonia ufficiale della Polizia di Stato, con alcuni colleghi che sono stati amministratori e parlamentari, abbiamo deposto un mazzo di fiori bianchi con la scritta “Gli Amici di Piazza Nicosia”.

 

Aspettammo solo poco tempo prima che ci fosse consentito di raggiungere le stanze della sede per constatare il bilancio dell’azione brigatista: avevano  portato via qualche documento, tracciato scritte inneggiati alle Br e lasciato dei volantini che giustificavano l’assalto; gli impiegati erano scossi, ma non disperati. Mentre svolgevamo questo primo sopralluogo giunse inaspettato e per primo il segretario nazionale del PSI Bettino Craxi, avvertito e probabilmente già al lavoro nella non lontana sede del suo partito in via del Corso. L’uomo politico che più di ogni altro si era battuto per tentare la liberazione di Aldo Moro era teso, con lo sguardo di chi intravedeva il senso angosciante della continuità dell’azione terroristica. Poi intervennero gli esponenti nazionali del partito a cominciare da Benigno Zaccagnini, segnato da questa ulteriore  vicenda,  mentre ancora gli  si leggeva in viso  la desolazione per la fine, un anno prima, dello statista democristiano.

 

Fu un’azione seconda solo, per efferatezza e tecnica operativa, a quella militare di via Fani che ancora desta stupore e dubbi, cioè il rapimento di Aldo Moro e l’uccisione degli uomini della scorta.

 

Da tempo sezioni, militanti, esponenti del partito romano erano oggetto di attentati e di ferimenti, soprattutto nelle zone periferiche dove la Dc romana aveva una importante rete organizzativa e politica, attenta alle esigenze di una Città cresciuta negli anni ’50 e ’60 con rapidità, e in vaste zone, spontaneamente. Alcune di queste sezioni avevano subito vere e proprie devastazioni, ma non si  piegavano e continuavano l’impegno e il lavoro politico, di  quadri locali consapevoli di difendere una condizione di libertà.

 

L’attentato costituì un brusco innalzamento del livello “militare” delle azioni intimidatorie e devastanti fino a quel momento portate avanti contro le sedi democristiane. La Questura invitò i dirigenti del Comitato romano e gli esponenti locali “più in vista” ad usare cautela negli spostamenti e a tenere un costante, se pur non facile, collegamento con gli uffici, al fine di organizzare improbabili forme di protezione. Il segretario Corazzi fu invitato ad allontanarsi dalla sua residenza a Roma e per alcune settimane alloggiò in un appartamento sul litorale dove più di una volta lo raggiunsi alla sera per cenare insieme e rendere meno penosa la sua condizione di isolamento.

 

La cerimonia di ieri ci ha riportato al ricordo di quella lontana sofferenza e a confermare la grande, sempre viva,   riconoscenza per quei due eroici difensori dello Stato. Questi non esitarono, per impedire quell’azione proditoria dei brigatisti, ad agire con quell’alto senso del dovere che albergava nel loro animo generoso, umile e splendido. E ci sono tornate nelle mente le immagini di amici, luoghi, tragedie e smarrimenti di quegli anni difficili nei quali l’azione eversiva tentò di cancellare una realtà politica e organizzativa che, invece, dimostrò di non essere senza radici profonde, ritornando in maggioranza in Campidoglio sei anni dopo, con un ritrovato vasto consenso popolare, sentendo di avere ancora la fiducia dei cittadini romani e di voler compiere ancora la sua funzione rappresentativa.

No al bipolarismo selvaggio, sì alla formazione di un vero “centro”. S’annuncia, dice Merlo, una nuova fase politica.

 

È giunto il momento di voltare pagina. Certo, molto se non tutto dipende dal futuro sistema elettorale. In questo contesto s’impone la presenza di un “centro” politico, riformista, democratico e liberale. Bisogna restituire alla politica il suo ruolo, la sua funzione e la sua “mission” al di là dei populismi, dei sovranismi e del “nulla della politica” per dirla con l’indimenticabile Mino Martinazzoli.

 

 

Giorgio Merlo

 

L’attuale bipolarismo non può essere la prospettiva della politica italiana. Veniamo da una stagione contrassegnata da un bipolarismo che ha un solo ed esclusivo obiettivo: la sostanziale distruzione e delegittimazione dell’avversario/nemico. Una distruzione non solo politica ma soprattutto morale. Non a caso, soprattutto nel campo della sinistra, la coalizione del centro destra viene spesso e volutamente confusa ed interpretata come una sorta di coalizione sovversiva, illiberale e con una difficoltà a rinnegare un passato oscuro ed autoritario. Un ritornello ormai ridicolo e stantio che però, puntualmente, riemerge alla vigilia di ogni consultazione elettorale con l’altrettanto puntuale accompagnamento e sostegno dello stuolo di giornalisti e conduttori al servizio della “causa”. Un dèjà vu persin troppo collaudato per essere ulteriormente descritto ed approfondito. Sull’altro versante la solita solfa sul “ritorno della sinistra comunista” che, con l’avallo del populismo grillino, si presta ancor più a questa interpretazione. Ma anche questo è un tasto ormai noioso e ripetitivo che non offre alcunchè di costruttivo e di politicamente rilevante.

Insomma, si tratta di un impianto politico che non regge più alle sfide importanti ed inedite della politica contemporanea. Perchè è una risposta politica sbagliata e non più corrispondente alle dinamiche e alle attese della società italiana. Soprattutto dopo la pandemia sanitaria e quella sociale in pieno svolgimento e le ricadute pesantissime che ci saranno con la guerra russo-ucraina. Una situazione che non può più tollerare pregiudiziali ideologiche, contrasti dello scorso secolo e contrapposizioni frontali attorno a tematiche e temi ormai del tutto archiviati e già consegnati agli archivi. Sarebbe curioso, al riguardo, assistere dopo le vacanze natalizie – e puntualmente alla vigilia delle prossime elezioni generali – all’eterno duello tra gli intramontabili “post fascisti” e i tardo “ex comunisti”.

 

Ecco perchè è giunto il momento di voltare pagina. Certo, molto se non tutto dipende dal futuro sistema elettorale. Ma anche su questo versante – e alla luce della deriva trasformistica ed opportunistica di questa legislatura caratterizzata dalla presenza dei populisti – occorre essere chiari perchè le regole si possono sempre aggirare. Come, ripeto, ci hanno confermato le vicende politiche di questi ultimi quattro anni che dovevano “rivoluzionare” la politica italiana, archiviando definitivamente il passato e tutto ciò che lo aveva contraddistinto. Tutti sappiamo, invece, com’è finita questa cosiddetta e ridicola “rivoluzione” politica. Un sistematico e scientifico rinnegamento di tutto ciò che era stato solennemente promesso e giurato nelle piazze italiane. Ma, al di là di questa sceneggiata che, purtroppo, ha convinto ed affascinato quasi la metà di chi si era recato al voto nel marzo del 2108, forse è giunto il momento anche per cambiare il sistema elettorale prendendo atto che questo bipolarismo è ormai fuori luogo e fuori tempo e che, di conseguenza, l’unico elemento che può smuovere le acque – oltrechè essere utile e forse anche indispensabile – è il ritorno di un sistema proporzionale. Un sistema, cioè, che permetta a tutte le forze politiche di valorizzare la propria ricetta di governo da un lato e che, dall’altro, faccia decollare una coalizione che non è più imprigionata da regole astruse e coercitive estranee ed esterne a ogni riferimento politico, culturale e minimamente programmatico. Un sistema, detto in altri termini, che restituisca alla politica il suo ruolo, la sua funzione e la sua “mission” al di là dei populismi, dei sovranismi e del “nulla della politica” per dirla con l’indimenticabile Mino Martinazzoli.

 

Ed è proprio in questo contesto che si impone la presenza di un “centro” politico, riformista, democratico e liberale. Un partito e un progetto politico di “centro” che metta definitivamente in discussione quel “bipolarismo selvaggio” e ormai finto che resta all’origine del crisi della politica contemporanea, della scarsa credibilità dei partiti e dello stesso fallimento dell’azione di governo. Al punto che è stato necessario ricorrere ai “tecnocrati”, e quindi alla sostanziale sospensione della politica, per poter dare un governo degno di cronaca al nostro paese. Una situazione, comunque sia, che non può essere definita normale anche perchè, prima o poi, la politica deve riprendere il ruolo che le spetta. Cioè contribuire al governo del paese attraverso il ruolo e la funzione dei suoi attori principali, ovvero i partiti.

 

Per questi semplici motivi è giunto il momento di liquidare definitivamente ed irreversibilmente questo “bipolarismo selvaggio”. Con la precisa consapevolezza che siamo anche alla vigilia di una nuova fase della politica italiana. Che non va più affrontata con strumenti e metodologie vecchie, desuete e ormai inservibili.

Perché è necessario avviare una riflessione sui cinquant’anni di presenza organizzata dei cattolici a Roma.

 

Gli “Amici di Piazza Nicosia” hanno scelto di chiamare così la loro Associazione per dare un segno immediato – nella piazza era la sede del partito romano – della loro attenzione al grande fenomeno, ormai sedimentato storicamente, dell’impegno pubblico dei cattolici nella Capitale, specie sotto le insegne dello scudocrociato. Riportiamo di seguito il comunicato del gruppo promotore, mettendo a disposizione anche il documento elaborato a seguito di un lungo confronto interno.

 

Redazione

 

Il 3 Maggio, data scelta per il “battesimo” del documento da noi elaborato attraverso un confronto durato mesi, coincide con l’anniversario dell’attentato brigatista al Comitato romano. L’episodio sanguinoso risale al 1979. Lo scontro a fuoco sulla piazza coinvolse alcuni agenti della Polizia di Stato sopraggiunti in soccorso: Antonio Mea morì sul colpo, mentre Pierino Ollanu, ferito gravemente, ne seguì la sorte appena qualche giorno dopo, il 10 maggio. Un terzo agente, Vincenzo Ammirata, venne colpito dal fuoco dei terroristi ma fortunatamente si salvò.

Va ricordato che il Comitato romano della Dc si trasferisce da Via del Corso 337 (sede scelta all’indomani stesso della liberazione di Roma) a Piazza Nicosia 20 nella seconda metà del 1952, esattamente 70 anni fa. Poi gli uffici vennero spostati nell’adiacente immobile di Via dei Somaschi, ma nella memoria collettiva rimase impresso il riferimento a Piazza Nicosia. D’altronde le due unità immobiliari risultano accorpate grazie a una struttura ad arco che sormonta la stradina (Via dei Somaschi) di collegamento tra la Piazza e il Lungotevere Marzio.

Vogliamo anche memorizzare un dato altamente simbolico. Nel salone delle riunioni, al secondo piano del Comitato romano, faceva bella mostra un bassorilievo bronzeo in ricordo di Aldo Moro. L’opera, voluta dal segretario Aldo Corazzi e realizzata dall’artista Benedetto Robazza, per fortuna non è andata dispersa. Oggi, per effetto della donazione di chi ne aveva garantita fino a quel momento la tutela, è presente infatti all’ingresso dell’Aula Aldo Moro della sede di Bruxelles del Parlamemto europeo. La cerimonia ufficiale di scoprimento del bassorilievo si svolse il 24 febbraio 2016 alla presenza, oltre che di una folta e qualificata delegazione italiana, del Presidente del Parlamento Martin Schulz.

Dunque, a chiusura del documento (qui sotto in allegato) abbiamo scritto che intende essere l’invito a una ricerca di cui sono state tracciate solo le linee generali, con inevitabile approssimazione, tralasciando fatti e questioni che meritano più documentazione e più sforzo analitico.

La filosofia che anima lo scritto consiste essenzialmente nell’onesto tributo alla capacità di dialogo che la classe dirigente democristiana mise a disposizione di una politica inclusiva, volta a benefico della crescita e dello sviluppo della città.

Interi capitoli di questa ricerca dovranno riempire gli attuali vuoti, per adesso coperti dalla coltre di silenzi o censure.

La ricostruzione materiale della Roma uscita martoriata dalla guerra; il grande sforzo compiuto con le Olimpiadi del 1960, anche portando l’Eur a dignità di valido esempio di urbanizzazione; l’operazione del Piano Regolatore (1962-1965) per dare un assetto moderno alla realtà urbana; le trasformazioni che hanno interessato i servizi a rete, dagli ospedali alle scuole ai presidi sociali, dal risanamento delle Borgate all’allestimento di opere fondamentali, come i depuratori e la prima moderna gestione dei rifiuti; il modello (sobrio) di sostegno alla organizzazione dei Giubilei e gli interventi strategici per i Mondiali del ‘90, senza contraccolpi giudiziari (malgrado l’imminente di Tangemtopoli); il lavoro attorno al profilo internazionale di città «capitale europea e mondiale», a partire dal lontano gemellaggio esclusivo con Parigi; il profondo riassetto amministrativo, in specie con il decentramento circoscrizionale (oggi municipale); tutte cose, e non sono tutte, che possono e debbono perlomeno incuriosire, farsi materia di confronto culturale e politico, servire alla “lettura” dei problemi affrontati e alla formazione, indirettamente, di possibili strategie a venire.

L’unico impegno che prendono gli estensori del documento è aggiungere nel prosieguo del confronto, grazie all’auspicata disponibilità di interlocutori vicini e lontani, una più accurata verifica tematica, per grandi settori, al fine di stimolare un processo di chiarificazione sul ruolo svolto dalla classe dirigente cattolica.

Hanno elaborato e sottoscritto il documento

Franco Cioffarelli, Lucio D’Ubaldo, Pietro Giubilo, Elio Mensurati, Gabriele Mori, Massimo Palombi.

La Dc e i cattolici a Roma

Giornalismo e libertà d’informazione.

 

La rete spiazza il giornalismo “tradizionale”. E’ un problema. In effetti, leggere è una delle ultime frontiere della libertà individuale. Ma viviamo davvero – si chiede l’autore – la stagione della democrazia della parola? Oppure esistono regie occulte che sapientemente tessono ordito e trama di un gigantesco e incontrollato network dell’informazione?

 

Francesco Provinciali

 

Oggi il giornalismo subisce l’assalto della rete, è marginalizzato dalla rapidità di accesso all’informazione da parte dell’utenza, dalla simultaneità tra eventi e notizie, dalla diffusione planetaria dei nuovi media.

 

Non credo però che si tratti di una sfida persa in partenza, non è ancora venuto il momento di gettare la spugna. La lettura di un quotidiano, di una rivista, di un magazine conserva una sua specifica originalità, assolutamente ineguagliabile anche sotto il profilo della piacevole fruizione che origina da una misurata metabolizzazione dei suoi contenuti.

 

Leggere è una delle ultime frontiere della libertà individuale.

Ma viviamo davvero la stagione della democrazia della parola? Oppure esistono regie occulte che sapientemente tessono ordito e trama di un gigantesco e incontrollato network dell’informazione?

 

Non esiste solo un problema di qualità dell’informazione ma anche una enorme questione ad esso correlata, che è in primis etica, deontologica ed educativa, e che si esplicita nel concetto di  ‘controllo’ di questa qualità.

 

Come possono competere sul piano formativo famiglia e scuola, ad esempio, rispetto all’assalto della TV generalista, della pay-TV e dell’accesso indiscriminato ad internet? Negli anni ’60 M.Mc Luhan teorizzava sul villaggio globale e sui media ‘caldi’ e ‘freddi’ ed è stato proprio Z. Bauman a dimostrare che il melting-pot culturale della ‘società liquida’ deriva dalla fine della differenza tra culture alte e culture basse: una sorta di miscellanea informativo-formativa non sorretta da alcuna gerarchia valoriale.

 

Ma quando il negazionismo attacca i giornalisti per screditarli non rende un buon servigio alla democrazia.

Ecco che allora torna a riemergere la potenzialità straordinaria dell’informazione attraverso la quale un professionista esercita e garantisce il diritto-dovere della trasparenza sui fatti avendo la possibilità di valutarne gli esiti e l’impatto presso il grande pubblico.

 

Pensiamo a questa evidente contraddizione in termini: più si ramifica e si diffonde la maxi-rete di internet e della libera circolazione delle notizie e più si crea una sorta di mercato globalizzato dove la fruizione della notizia assume una forte connotazione individuale, carica di imprevedibili suggestioni.

 

Altrimenti non si spiegherebbe il paradosso per cui la rete viene utilizzata come strumento di catalizzazione del consenso o come camera di compensazione delle solitudini e dell’incomunicabilità tra le persone.

 

Viceversa una buona, seria informazione può anche svolgere un’importante funzione di socializzazione e aggregazione per favorire lo scambio delle idee e l’incontro, le relazioni umane. Ricordo gli insegnamenti del filosofo Pietro Prini: non rifiutare la modernità ma utilizzarla a piene mani per realizzare il bene. Credo che un buon giornale, sia esso cartaceo oppure on line, possa svolgere un ruolo informativo e formativo aperto a tutti gli apprendimenti della vita.

La guerra mette a nudo la dialettica tra stati e potenze finanziarie sovranazionali: l’occidente deve porsi il problema.

 

Esiste nel campo occidentale ed europeo un conflitto di priorità. Tra gli interessi dei cittadini e quindi degli stati, componibili con la definizione di un accordo di pace, e gli interessi di chi comanda nei fatti e che persegue finalità puramente di parte, incompatibili con una pace in verità né cercata né desiderata fino in fondo. La tesi dell’autore coincide solo in partire con quella della redazione, essendo quest’ultima più dura e severa circa le responsabilità della Russia, ma sollecitano comunque una riflessione sulla complessità dell’attuale crisi geopolitica.

 

Giuseppe Davicino

 

Nell’intervista di Fubini a Jeffrey Sachs, apparsa il Primo Maggio sul Corriere, l’economista americano ha affermato in modo chiaro ciò che non è consentito sostenere in sede politica, ovvero che è “l’America” a non volere una soluzione diplomatica alla guerra. Ove per “America” egli intende, con tanto di nomi e cognomi, i politici bipartisan che hanno seguito una determinata agenda, da Bush a Biden. E si può aggiungere, che ha trovato dei valenti collaboratori oltreché a Londra, anche tra Parigi e Bruxelles. Se questa analisi, di un insider oltretutto, è fondata, nel senso che ci porta sulla strada giusta da seguire pur nel grande aggrovigliamento della situazione reale, come credo che lo sia, ne derivano conseguenze politiche di primaria importanza.

 

La prima, esplicitando il riferimento del prof. Sachs, è quale sia l’agenda che segue l’Occidente e che diverge in modo così evidente dalle dichiarazioni pubbliche dei suoi leader. Perché questa intransigenza che ha portato negli anni a una presenza così rilevante e non sempre trasparente dell’Occidente in Ucraina? Uno stato ex sovietico che avrebbe avuto bisogno di stabilizzazione e non di disintegrazione della sua sovranità, condita pure da un colpo di stato nel 2014 che diede il via alla guerra civile. Perché aver rifiutato sempre, negli anni scorsi una soluzione pacifica che era a portata di mano, pur sapendo che un giorno la Russia, pur sbagliando enormemente, avrebbe perso la pazienza? Temo che se non ci si pone questo ordine di domande, poi non si riesca ad afferrare la ratio che guida la risposta occidentale all’invasione russa. Perché adottare sanzioni che hanno rafforzato la valuta russa come mai prima e che invece nuocciono pesantemente all’economia e alla stabilità in Europa? Perché esporre addirittura il Vecchio Continente al rischio di guerra totale?

 

E così, grattando sulla generica espressione “l’America”, viene fuori il volto dei poteri che la comandano. Che sono di natura privata, di circoli esclusivi di detentori del potere economico-finanziario, mediatico, tecnologico, auto-investitisi di un ruolo di embrione di governo mondiale. Solo riconoscendo che siano tali ambienti gli ispiratori delle scelte occidentali, si può riuscire a comprenderne la logica. Si può arrivare a capire come mai la Russia, come porta dell’Asia, e con essa i BRICS, rispetto a un programma già definito, e nelle sue linee essenziali reso anche pubblico, di gestione centralizzata, privata e tecnocratica, del potere mondiale attraverso una riformattazione dell’essere umano e dell’economia, sia considerata un nemico mortale.

 

Senza l’adesione di Mosca e dei giganti asiatici non sarà possibile instaurare un completo tracciamento bio-tecnologico su tutto il genere umano, abolire il contante sostituendolo col “marchio della Bestia”, attuare il tanto agognato, in questi ambienti, programma di depopolamento mondiale. Altrimenti non si potrebbe spiegare come mai Stati Uniti ed Europa, pur non avendo interessi sempre coincidenti, si ostinino in modo così miope a guastare le loro relazioni col resto del mondo che comprende oltre l’80% della popolazione globale, ad opporsi a un assetto multipolare che implica un reciproco riconoscimento fra le potenze.

 

Il dato politico appare dunque essere il riconoscimento che esiste nel campo occidentale ed europeo, un conflitto di priorità. Tra gli interessi dei cittadini, degli stati, componibili con la definizione di un accordo di pace, e gli interessi di chi comanda nei fatti e che persegue finalità puramente di parte, che sono inompatibili con una pace che non viene né cercata né desiderata. Non siamo dunque in presenza, come vuole la propaganda mediatica, di un conflitto fra democrazia e barbarie, bensì di una dialettica che sbrigativamente si può definire fra miliardari e bene comune dei cittadini e degli stati occidentali, dalla quale passa la via della pace. Ed anche la via per un riscatto della politica dal ruolo ancillare in cui è stata relegata in Occidente.

Anche i vigilantes in sciopero nazionale: oltre 10.000 lavoratori si sono radunati a Roma per protesta.

In centinaia di luoghi di lavoro, tra cui porti, aeroporti, banche, stazioni ferroviarie e metropolitane, si è sentita l’assenza di questi lavoratori, il cui apporto è stato più che necessario nei due anni di pandemia.

 

Danilo Campanella

 

Una fiumana di vigilantes, armati e non, si sono riversati ieri, 2 maggio, sulle strade del centro nella Capitale, per manifestare contro il mancato rinnovo del loro contratto collettivo nazionale. Da oltre sei anni, infatti, guardie giurate e operatori fiduciari (non armati) attendono il rinnovo del contratto; una speranza che sembra per il momento sfumare, complice il tavolo di contrattazione dei sindacati confederali “saltato” con le parti datoriali. Un colpo di arresto che ha reso necessario, da parte di Cigil, Cisl e Uil, proclamare un giorno di sciopero nazionale per la categoria della vigilanza privata e addetti alla sicurezza.

 

“Sono passati circa 2 anni dall’ultimo sciopero … e dopo 2 anni ci ritroviamo in una situazione peggiore rispetto all’ultima volta! Visto che il nostro salario non è aumentato, diversamente dal costo della vita. Siamo più volte scesi in piazza per rivendicare il rinnovo del contratto, e ora dobbiamo difendere il diritto ad averlo un contratto!” ha gridato la giovane guardia giurata Sabrina Ghignati, rappresentante sindacale Fisascat Cisl Roma Capitale e Rieti, dal palco della protesta collettiva, “Noi che con uno stipendio inadeguato, per le guardie giurate e soprattutto per la parte dei colleghi fiduciari, ogni mese con estrema difficoltà, a malapena riusciamo a far fronte agli aumenti del costo della vita!” ha continuato la lavoratrice, tra gli applausi e le grida di acclamazione dei presenti.

 

Le guardie si sono addensate in oltre diecimila, a Roma, giunti da tutta Italia, decisi a protestare, in questo giorno di sciopero. In centinaia di luoghi di lavoro, tra cui porti, aeroporti, banche, stazioni ferroviarie e metropolitane, si è sentita l’assenza di questi lavoratori, il cui apporto è stato più che necessario nei due anni di pandemia. Nonostante essi abbiano prestato sempre la loro opera, anche in condizioni di precaria sicurezza sul luogo di lavoro, persino con turni da dodici ore e più, non gli è stato riconosciuto un salario adeguato.

 

A peggiorare la loro situazione vi sono anche le stazioni appaltanti che, pur di risparmiare, acuiscono questa situazione di gravità. Per questi motivi gli addetti alla vigilanza sono costretti, loro malgrado, a concedersi in turni massacranti, fatti di ore infinite, per gonfiare, a colpi di ore straordinarie, uno stipendio insufficiente. Un’indulgenza a cui ora dicono: “basta!”.

La storia non può essere distorta o ignorata. Ricordare La Torre vuol dire anche riconoscere l’impegno della Dc contro la mafia.

 

Non è accettabile questa tendenza a cancellare il contributo determinante del mondo democristiano alla definizione di strumenti legislativi idonei a combattere i fenomeni di stampo mafioso. I fatti stanno a dimostrare che la Dc ebbe idee chiare e apprezzabile coraggio.

 

Maurizio Eufemi

Leggevo ieri sulla rassegna stampa un articolo di Giancarlo Caselli, commemorativo del compianto Pio La Torre, che merita qualche puntualizzazione.

 

È veramente curioso assistere a uno stravolgimento della storia. Mi limiterò ad alcune osservazioni elementari. Cominciamo dal titolo della legge, che Caselli assegna a La Torre; riscontriamo perfino la rimozione di Virginio Rognoni, Ministro dell’Interno, promotore della iniziativa governativa sottoscritta anche da Clelio Darida e Rino Forrmica, rispettivamente Ministri della Giustizia e delle Finanze.

 

Anche uno studente delle medie sa che senza l’avallo del governo quella legge non avrebbe fatto passi avanti. Al contrario, c’era la ferma volontà della Dc di portare rapidamente all’approvazione quel provvedimento in materia di legislazione antimafia. È sufficiente leggere gli atti parlamentari. La legge Rognoni-La Torre fu approvata in sede legislativa, quindi in commissione, sia alla Camera che al Senato.

 

Anche un bambino sa che basta il diniego di un gruppo parlamentare per non concedere la sede legislativa, determinando di conseguenza il passaggio “normale” in Aula (con allungamento dei tempi e incertezza sull’esito). Il gruppo Dc fu in prima fila e con tutto il suo peso parlamentare, avendo presentato una mozione di indirizzo firmata da tutto il Direttivo, con un ruolo determinante di Calogero Mannino nella stesura, al fine di sostenere e strutturare una strategia di lotta alla mafia dopo l’uccisione di Piersanti Mattarella.

 

Per capire il contesto è sufficiente leggere la relazione  Rognoni che accompagna il testo dell’articolato, compresi gli interventi nel processo penalistico. I relatori Dc furono Giovannino Fiori alla Camera e Learco Saporito e Mario Valiante al Senato. Nicola Mancino motivò la dichiarazione di voto Dc in Senato. Per la Dc intervennero nel dibattito La Penta, Agrimi, Coco, Vitalone, Calarco, La Russa e alla Camera Raffaele Russo, Zolla, Carlo Casini, De Cinque, Gitti, oltre ai Ministri anche i sottosegretari Giuseppe Gargani e Angelo Sanza.

 

Nelle commissioni riunite l’esame del testo inizia il 3 marzo 1982. Il 5 agosto viene esaminato in sede legislativa, poi subentra l’interruzione per la pausa estiva. A settembre sarà approvata. Dunque, molte congetture e scarsa adesione alla realtà: dobbiamo invece rendere omaggio all’impegno dei parlamentari Dc facendo ricorso correttamente, a dispetto di quanto detto o non detto da Caselli, a un atto di verità e di giustizia.

 

Semmai verrebbe da chiedersi, in questo frangente, dove sono gli amici di Virginio Rognoni. Perché non sentono il dovere di difendere la storia, prima ancora dell’ex Ministro? Per ora mi fermo più. Aggiungo solo che molti di questi avvenimenti li ho illustrati al Tribunale di Palermo sotto giuramento in un giorno particolarmente triste per me, il giorno successivo ai funerali di mio padre. E poi sono argomenti e rilievi che direttamente proposi, con precisione, al dott Caselli in un pubblico dibattito a Venaria Reale di fronte a centinaia di studenti. Troppo spesso, non potendo riconoscere i meriti della Dc, si tende a ignorare la storia.

3 maggio 1979. Assalto delle Br al Comitato romano della Dc, cadono nello scontro a fuoco due agenti di PS.

 

La cerimonia in memoria di Antonio Mea e Piero Ollanu si svolgerà domani mattina, alla ore 10.30, con la deposizione da parte della Polizia di Stato di una corona sotto la targa in marmo che ricorda il sacrificio degli agenti. Subito dopo l’associazione “Amici di Piazza Nicosia”, recentemente costituita sulla base di un ampio documento di analisi e considerazioni sulla esperienza democristiana a Roma, testimonierà egualmente la commossa riconoscenza per l’atto eroico compiuto 43 anni fa da servitori dello Stato in divisa.

 

Redazione

 

Tornare ai quei giorni di violenza, con il terrorismo brigatista apparentemente inarrestabile, è un duro esercizio di memoria. Dopo l’eliminazione di Moro si voleva colpire direttamente la Dc, le sue strutture fisiche, minando il rapporto che essa aveva con il tessuto civile della nazione e della città in particolare. Molti sono gli interrogativi ancora aperti sul “caso Moro” e quindi sull’episodio cruento del 1979 nel cuore della capitale. Forse l’agguato di Piazza Nicosia si sarebbe potuto evitare se fosse stato scoperto, in base a una segnalazione del generale Dalla Chiesa, emersa nei lavori della Commissione Moro 2 presieduta da Giuseppe Fioroni, il covo brigatista di via Montalcini, non tanto in quanto presunta prigione di Moro, ma in quanto appartamento in cui aveva vissuto il vertice della colonna romana delle Br già dal 1977 e fino al 1979, in particolare: Mario Moretti, Prospero Gallinari, Anna Laura Braghetti. La Braghetti comprò l’appartamento nel 1977, ospitò Gallinari anche la sera prima del sequestro di via Fani e un anno dopo, nel 1979 a Piazza Nicosia. La stessa brigatista fece fuoco per prima nel 1980 contro Vittorio Bachelet, uccidendolo.

 

 

Ecco cosa hanno scritto a riguardo Giuseppe Fioroni e Maria Antonietta Calabrò nel libro che ha sintetizzato le nuove scoperte della Commissione Moro 2.

 

 

 

  1. A. Calabrò – G. Fioroni, Moro. Il caso non è chiuso. La verità non è detta, Lindau, 2019, capitolo II – Il box, una scatola troppo piccola (pp. 37-38).

 

Tuttavia, se il covo vicino a Villa Bonelli fosse stato scoperto nell’estate del 1978, parte della successiva storia italiana sarebbe stata diversa. Altro sangue forse non sarebbe stato versato.

 

La Braghetti, diventata clandestina subito dopo la tragica conclusione del sequestro dello statista Dc, partecipò in prima persona ad alcune delle più cruenti azioni della colonna romana delle Br. In particolare, il 3 maggio 1979 durante l’irruzione in una sede della Dc, in Piazza Nicosia a Roma, aprì il fuoco contro la volante della Polizia di Stato accorsa dopo l’allarme. Nella sparatoria rimasero uccisi i due agenti Antonio Mea e Piero Ollanu.

 

E forse si sarebbe salvato Vittorio Bachelet. Iscritto alla Democrazia Cristiana, amico e ammiratore di Aldo Moro, Bachelet nell’immediato dopoguerra era stato redattore capo della rivista di studi politici «Civitas», diretta da Paolo Emilio Taviani, e dal 21 dicembre 1976 vice presidente Consiglio Superiore della Magistratura, del quale fece parte come membro «laico», cioè eletto dal Parlamento in seduta comune con un’amplissima maggioranza costituita praticamente da tutte le forze che componevano il cosiddetto «arco costituzionale».

 

Il 12 febbraio 1980, al termine di una lezione, mentre conversa con la sua assistente Rosy Bindi, viene assassinato da un nucleo armato delle Brigate Rosse, sul mezzanino della scalinata che porta alle aule professori della facoltà di Scienze politiche della Sapienza, colpiti con sette proiettili calibro Winchester.

 

A sparare per prima fu proprio la Braghetti.

Il fenomeno editoriale del giornalista-scrittore. Su “Vita e Pensiero” si prende in esame una tendenza sempre più forte.

Il fenomeno editoriale del giornalista-scrittore. Su “Vita e Pensiero” si prende in esame una tendenza sempre più forte.  

Non basta più il quotidiano nel quale si presta servizio con l’osservanza di un rapporto esclusivo e circoscritto con il proprio editore. In effetti, i giornalisti sempre più manifestano la volontà di estendere il loro impegno, ad esempio scrivendo saggi o instant book, anche a rischio di provocare un certo sovraffollamento nella produzione libraria.

 

Giuliano Vigini

 

La frammistione e linterazione fra giornali, gruppi editoriali e società pubblicitarie dello stesso gruppo, da qualche tempo stanno determinando una svolta nelleditoria di consumo. Prima i giornalisti di un determinato giornale scrivevano libri per gruppi diversi dal proprio; adesso, per convinzione, convenienza o per garbati suggerimenti, molti sono tornati a casa. Magari, quando scrivevano libri, erano dei best-seller anche prima; ma ora hanno la consapevolezza di una sicurezza e di una continuità maggiore (scrivere, ad esempio, su più giornali del gruppo, tenere rubriche, fare pubblicità, avere garantita una presenza frequente ai talk-show, condurre trasmissioni ecc.).

 

Non sono più semplici giornalisti, che più spazio di tanto non possono avere sui loro quotidiani o giornali dinformazione o nei loro programmi. C’è bisogno per loro di un libro ad hoc. Così i giornalisti-scrittori si moltiplicano, perché si aprono per loro nuove strade nel romanzo, nella saggistica, nell’inchiesta, e ci riescono bene, un po’ perché sono bravi (alcuni anche dei fuoriclasse), un po’ perché l’attualità li sollecita e il loro gruppo li “spinge”, li “propone” o li “impone” in modo adeguato. Basti pensare ai 56 libri che, nel giro di poche settimane, sono usciti sulla guerra in Ucraina, su Putin, gli oligarchi e via dicendo.

 

Naturalmente, niente di male né per scrittori né per editori. Fa parte di un’evoluzione naturale della concorrenza e delle convenienze personali dei singoli. Fatto sta che il giornalismo librario – ossia tutta quellofferta libraria prodotta da giornalisti – ha preso uno spazio rilevante in tutte le trasmissioni televisive e radiofoniche, secondo un meccanismo ormai ben collaudato. Tu fai gioco a me che ti ospito, perché sei conosciuto e parli bene di qualche argomento di attualità che sto trattando; io faccio gioco a te perché approfitto della tua presenza per presentare il tuo nuovo romanzo o saggio. Niente di sorprendente in questo, perché si tratta di un gioco di specchi, da cui tutti traggono vantaggio, senza particolari costi.

 

Continua a leggere

https://rivista.vitaepensiero.it//news-vp-plus-il-fenomeno-editoriale-del-giornalista-scrittore-5830.html

 

Chi è Giuliano Vigini
Autore di saggi sull’editoria ed esperto di editoria (disciplina che insegna all’Università Cattolica di Milano) e mercato del libro, è membro di vari premi e comitati editoriali. Ha pubblicato anche numerose opere sulla letteratura cristiana antica, moderna e contemporanea. Collabora con giornali e riviste, tra cui il «Corriere della Sera», «Avvenire», «Famiglia cristiana» e «Vita e Pensiero».