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L’Osservatore Romano | I colpi della globalizzazione e la crisi della post-modernità.

Giuseppe Bonvegna

 

È ancora possibile parlare di persona, come individuo umano in relazione con Dio e con gli altri, dopo la “morte di Dio”, cioè dopo fine della metafisica classica e cristiana e della grande narrazione idealistica moderna hegeliana? Siamo infatti entrati, da alcuni decenni, in quello che Francis Fukuyama nel 1992, all’indomani della caduta del Muro di Berlino e della dissoluzione dell’Urss, chiamava La fine della storia, cioè di quella storia intesa come grande narrazione relazionale che aveva caratterizzato la cultura occidentale almeno a partire dall’inizio dell’era cristiana: al suo posto, sullo scorcio del Novecento, iniziava la «modernità liquida» (per usare le parole di Zygmunt Baumann), consistente nella elevazione del disimpegno razionale a supremo fine.

Il convegno dell’Adif (Associazione Docenti Italiani di Filosofia), dedicato al tema della persona in occasione del cinquantesimo dalla fondazione, dal 13 al 15 aprile presso l’Università di Roma Tre (Dipartimento di scienze della formazione), si è interrogata sul nesso che, nella persona, tiene unite identità e relazione.

La tre giorni romana, patrocinata anche dalle Università di Tor Vergata e Lumsa e da diverse Associazioni filosofiche e culturali, aperta, nel pomeriggio del 13 dalla relazione del cardinale José Tolentino de Mendonça (Prefetto del Dicastero Pontificio per la Cultura e l’Educazione) si è orientata nelle giornate di venerdì e sabato (con interventi di Andrea Monda, Marco Tarquinio e di circa quaranta relatori distribuiti anche in sessioni parallele), verso una messa a fuoco dei principali e attuali approcci filosofici e teologici alla persona: nella consapevolezza che psicologia, sociologia, pedagogia, comunicazione, letteratura e arte, nel momento in cui, domandandosi chi è l’essere umano, vogliano trattare il tema della persona, non possano fare a meno di una antropologia filosofica fondata teologicamente, dal momento che la riflessione sulla persona ha proprio origine nella riflessione teologica.

Il termine “persona”, infatti, affonda le sue radici nel teatro etrusco, passa attraverso il linguaggio giuridico romano ed è utilizzato nella teologia cristiana per denominare le persone della Trinità e indicare che, nell’uomo, accanto alle dimensioni corporea e psichica, c’è una dimensione spirituale.

Oggi però la persona sembra sempre più scomparire sotto i colpi di una globalizzazione che, nei suoi due momenti tecnologici (3.0 e 4.0), ha decretato la condanna senza appello della relazione a tutto vantaggio di una identità autoreferenziale e materialisticamente intesa.

Si tratta di un riduzionismo che nemmeno la stagione delle ideologie dell’illuminismo e del post-illuminismo ottocentesco e del Novecento totalitario era riuscita a dispiegare per intero, dal momento che la Seconda Modernità viveva ancora del retaggio del finalismo cristiano (seppur nascostamente e non interamente), come hanno messo in luce, nella seconda metà del Novecento, Karl Löwith e Hannah Arendt.

Laddove quindi l’uomo moderno, dall’Encyclopédie in poi, era un individuo che, pur avendo perso la relazione con Dio, conservava ancora quella con gli altri, l’uomo post-moderno perde anche la relazione con gli altri (e non recupera quella con Dio). La post-modernità, infatti, nonostante una sbandierata promessa di nuova relazionalità offerta dagli strumenti della tecnologia del web e dei telefoni cellulari prima e del digitale e dell’intelligenza artificiale poi (e adesso), risulta, alla prova dei fatti, una delle principali responsabili della attuale eclissi della relazionalità umana e quindi della persona (che è individuo in relazione): e questa eclissi della persona si realizza proprio attraverso quegli strumenti comunicativi che formalmente sarebbero destinati a favorire la relazione.

Dopo l’annuncio di Steve Jobs, che a inizio anni Duemila, presentando l’iPod, affermava trattarsi di una tecnologia che sarebbe arrivata al cuore delle persone, vent’anni dopo possiamo affermare che la previsione del fondatore della Terza e della Quarta Rivoluzione Industriale si è realizzata non certo nella sua forma liberatoria, ma in quella più inquietante, dato che, nel frattempo (attraverso l’iPhone e i Social) risulta persino molto discutibile che i loro fruitori sanno ancora di avere un cuore.

Fonte: L’Osservatore Romano – 15 aprile 2023

Intervista a Poletti: Ucraina, arbitrato internazionale per una pace stabile.

Proponiamo questa intervista di Alberto Mattioli ad Ugo Poletti, imprenditore milanese e residente da anni a Odessa dopo avere passato tempo anche in Russia per studiare la lingua. Sposato con una cittadina ucraina ha fondato il “The Odessa Journal” (in lingua inglese). Ha pubblicato lo scorso anno “Nel cuore di Odessa”, un libro che ripercorre la storia del paese e segnatamente di questa citta’ cosmopolita snodo cruciale tra est ed ovest, voluta dalla zarina Caterina e fondata da un nobile napoletano.

Bakhmut è rasa al suolo ma si continua a combattere ferocemente metro per metro e lo squadrone mercenario Wagner non può ancora cantare vittoria dopo avere subito ingenti perdite. Il suo strano comandante Prigozhin alterna dichiarazioni di successo ad altre ambigue ove sembra invitare Putin a cercare soluzioni per evitare che si prolonghi lo strazio del campo di battaglia. Si combatte anche a Sloviansk, colpita forte dai raid russi che hanno sventrato un palazzo. Altri cinque civili uccisi. La diplomazia occidentale, in assenza di spiragli di dialogo, resta in pressing sulla Cina perché rafforzi l’impegno per una mediazione, ma l’annunciata telefonata di Xi a Zelensky per ora non arriva. Intanto il presidente russo Vladimir Putin ha firmato una legge per la creazione di un sistema di leva digitale che faciliterà notevolmente la mobilitazione dei russi nell’esercito. Per l’Intelligence militare britannica questo è un segnale di prolungamento del conflitto. L’Ucraina ha ricevuto carri armato e jet ma per ora non pare in grado di sferrare una forte controffensiva.

Perché questa resistenza accanita a Bakhmut, cosa rappresenta questa città?

La città ha due caratteristiche che l’hanno messa al centro delle operazioni militari: 1) si trova vicino alla maggiore fonte di rifornimento russa: la ferrovia che collega il fronte a Rostov sul Don. Per attaccare hai bisogno di un flusso costante di munizioni e il settore di Bakhmut è il piú facile da rifornire; 2) si trova sulla linea piú diretta per raggiungere la cittá di Kramatorsk, centro amministrativo del Donbas controllato dagli Ucraini, che la strategia russa prevede di conquistare.

Andrebbe ricordato che la conquista di una cittá di 70.000 abitanti (oggi ne sono rimasti appena 5.000) non determina la vittoria in una guerra. Una conquista territoriale ha valore se crea un grande vantaggio per chi l’ha presa e un grave danno per chi l’ha persa. Per esempio questo succede quando si conquistano grandi cittá o ponti su fiumi importanti. Ma non basta. Nella seconda guerra mondiale i Tedeschi avevano quasi completato la conquista di Stalingrado, ma poi hanno perso la guerra.

Come vedi la situazione militare e politica russa?

I vertici militari russi hanno dovuto incassare grandi umiliazioni sul campo di battaglia da parte degli Ucraini e dopo piú di un anno di guerra si trovano con un esercito di qualitá inferiore rispetto a quello con cui hanno attaccato, per le enormi perdite tra i soldati professionisti e gli ufficiali di carriera. Oggi l’esercito russo è largamente composto da civili reclutati e senza esperienza di combattimento. Inoltre, ci sono da mesi lotte intestine tra l’esercito regolare e le formazioni di mercenari ceceni e della agenzia Wagner, che penalizzano l’efficienza e il morale.

La Russia è sempre stata molto temibile per le sue dimensioni e per la sua storia. Tuttavia, non vanno dimenticati alcuni dati economici: il PIL russo è,pari a quello della Spagna, con spese militari simili a quelle della Gran Bretagna, ma con un esercito 20 volte piú grande. Inoltre, le spese militari sono per metà assorbite dalla manutenzione dell’immenso arsenale nucleare. Si tratta quindi di un sistema economico non abbastanza ricco da sostenere un conflitto lungo, senza impoverire tutta la societá. In poche parole, la Russia abbonda di uomini da reclutare, ma giá oggi non riesce a produrre abbastanza uniformi con lo stesso colore per vestire le reclute. La risorsa piú forte della Federazione è lo spirito di sacrificio dei Russi. Ma questa dote non è eterna, e anche i soldati russi hanno smesso di combattere dopo grandi sacrifici nella prima guerra mondiale e nella guerra russo-giapponese.

Come mai Prigozhin, una delle facce piú inquietanti della leadership militare russa, ha fatto strane proposte di pace?

In effetti Yevgheny Prigozhin, il fondatore dell’agenzia di mercenari Wagner che si è distinta nella battaglia di Bakhmut, ha cominciato con grande sorpresa a parlare di pace. Dopo aver gareggiato con il capo delle milizie cecene Kadyrov nelle esternazioni piú guerrafondaie, oggi afferma che sarebbe il caso di iniziare trattative di pace. La sua milizia privata ha subito perdite enormi e non è riuscita a portare a Putin quella vittoria smagliante che aveva promesso. Queste dichiarazioni in favore della cessazione delle ostilitá sono un segnale di sfiducia verso la vittoria finale, che si sta diffondendo presso l’élite russa. Prigozhin sta costruendo l’alibi in caso di sconfitta, per non essere messo al banco dei perdenti e dimostrare che, a un certo punto, non era d’accordo nel continuare la guerra.

Il tentativo di mediazione di Xi Jinping è credibile? Ci sarà un incontro con Zelensky?

La Cina ha la possibilitá di svolgere un ruolo importante nella risoluzione del conflitto, perché non è solo il principale alleato politico della Russia, ma anche il maggior partner commerciale dell’Ucraina. Quindi nessuno dei due stati in conflitto puó ignorare la sua voce. Inoltre, la Cina è favorevole alla cessazione della guerra, perché la sua economia e la sua pace sociale dipendono dal commercio con gli USA e l’Europa. Questa guerra ha danneggiato i traffici della Cina con l’Occidente e ha bloccato l’ambizioso piano delle “vie della seta”. Ecco perché Pechino, dopo un anno di attesa, ha cominciato a parlare di pace. E se Xi Jimping avrá un incontro diretto con Zelensky, sará un notevole passo avanti, perché infrangerá il veto russo a riconoscere il Presidente ucraino come interlocutore. Potrebbe essere una svolta per mettere una data di scadenza al conflitto.

La situazione sul campo appare bloccata, la Russia non sfonda e l’Ucraina non pare poter effettuare una forte controffensiva. È plausibile che possa riprendersi tutti i territori, Crimea inclusa? Quale può essere la soluzione per ritrovare la Pace?

La situazione è in stallo ed è difficile fare previsioni, anche se il trend è positivo per gli Ucraini, grazie all’appoggio dei Paesi occidentali. Certamente gli Ucraini hanno bisogno di portare a casa un altro successo militare e si oppongono a qualsiasi cessate il fuoco senza la restituzione dei territori occupati. Quindi dobbiamo aspettarci operazioni militari di grande intensità per quest’estate. Quando i contendenti decideranno di sedersi al tavolo per negoziare, la Crimea sarà un bel nodo da sciogliere, perché è una questione esistenziale per entrambi i contendenti. Sarà necessario un arbitrato internazionale dove proprio la Cina potrebbe essere garante, se gli USA lo permetteranno. Credo che l’amministrazione della Penisola da parte di un paese terzo per 5 anni, così da preparare un referendum con monitoraggio internazionale, sia una soluzione percorribile.

Cosa possiamo aspettarci dalla prossima conferenza Italia-Ucraina del 26 aprile a Roma dedicata alla ricostruzione del paese?

Si tratta di una iniziativa importante per offrire alle aziende italiane la possibilitá di lavorare alla ricostruzione dell’Ucraina dopo la guerra. Noi Italiani sappiamo cosa puó rappresentare per un paese un processo di ricostruzione ben organizzato e con un uso efficace dei fondi a disposizione. Tutti i grandi paesi europei stanno preparandosi a partecipare a questo grande processo ed è essenziale che il governo italiano stringa accordi con il governo ucraino per definire in quali settori l’Italia puó contribuire con le proprie eccellenze.

La vitalità miracolosa dell’Italia democratica del 18 aprile 1948

Ci troviamo nella Quadreria della Venerabile Arciconfraternita dei Santi Bartolomeo e Alessandro della Nazione dei Bergamaschi, una delle Arciconfraternite più antiche di Roma eretta nel 1539, che possiede la Chiesa di Santa Maria della Pietà e dei Santi Bartolomeo e Alessandro. Più precisamente, ci troviamo negli ambienti retrostanti alla sagrestia di questa Chiesa, che ospita la Confraternita dal 1725. Attiro la vostra attenzione sul nucleo di importanti dipinti provenienti dalla chiesa e sagrestia di San Macuto, sede originaria della Confraternita stessa. Le tele esposte formano un insieme unitario, patrimonio artistico-culturale unico. Quanto resta del nucleo più antico delle opere commissionate dal Sodalizio per decorare la chiesa.  Sono state eseguite tutte in un arco cronologico compreso tra il tardo Cinquecento ed il Settecento.

In qualità di Vice Presidente dell’Associazione Nazionale Democratici Cristiani (ANDC) e a nome del Presidente Senatore Lucio D’Ubaldo e del Direttivo, saluto tutti i partecipanti a questo convegno (realizzato con il prezioso contributo dell’Istituto degli studi politici San Pio V) focalizzato su Gedda, Dossetti e De Gasperi, protagonisti assoluti delle elezioni spartiacque del 18 aprile 1948, anno in cui iniziò una importante fase storica della vita politica italiana e dell’intero Paese. Si concludeva, praticamente, l’opera della Resistenza contro il nazi-fascismo e cominciava con un nuovo governo, espressione della volontà popolare liberamente espressa, la ripresa morale, politica ed economica dell’Italia. Il Paese entrava a pieno diritto nella Comunità Internazionale, iniziando un percorso virtuoso destinato a conseguire in pochi anni brillanti risultati in tutti i campi. Questo incontro s’inserisce nell’attività della nostra Associazione volta a studiare ed approfondire l’azione condotta dai partiti democratici cristiani in Italia, in Europa e nel mondo nel corso del secolo Ventesimo. Esso vuole rappresentare un motivo di ulteriore approfondimento dello stesso tema che l’Istituto San Pio V già aveva iniziato a trattare nel 2018, col desiderio di apportare nuovi contributi di analisi e valutazione storica. 

Nel far ciò, siamo guidati dalla consapevolezza e convinzione che tale ordine di riflessioni siano in grado di influire positivamente anche nel presente, favorendo il consolidamento nella società di uno stato democratico in seno al quale la cultura, la sensibilità sociale ed un profondo senso civico e cristiano conservino sempre un altissimo grado di priorità. Ed a tale riguardo, proprio Gedda, Dossetti e De Gasperi riteniamo possano rappresentare una formidabile fonte di ispirazione. Infatti, ciascuno di loro, seppur in modi diversi e con la propria personalità e visione morale, etica e politica, agì nella stessa direzione di marcia ossia dare all’Italia e agli italiani la possibilità di sprigionare una vitalità che Gaetano Salvemini (tornato nel 1947 in Italia dopo il lungo esilio) non esitava a definire “miracolosa” e rivelatasi poi fondamentale per la definitiva rinascita del Paese (in modo significativo ancora oggi ricordata come “miracolo economico”).

In un’Italia ancora alla ricerca di una connotazione ben definita ed oscillante tra una non semplice scelta di campo il pragmatico Gedda, con il suo appassionato rigore nella creazione e gestione dei Comitati civici elettorali, l’intellettuale Dossetti, con la sua chiara ed illuminante visione di una società democratica e cristiana ed, infine, il saggio De Gasperi, impareggiabile messianico statista in pectore fin dai primi giorni del dopoguerra e, successivamente, grande artefice e pilota dell’enorme trasformazione politica, economica e sociale dell’Italia, possono indubbiamente essere ancora oggi considerati un autentico faro per tutti coloro che coltivano principi e nutrono visioni ispirati dalla loro condotta.

 

Abbiamo qui con noi il prof. Giulio Alfano, il dott. Luigi Giorgi ed il dott. Giuseppe Sangiorgi che, con le loro relazioni, aiuteranno a capire e a mettere meglio a fuoco il ruolo che i tre menzionati autentici protagonisti del loro tempo, e virtualmente del nostro, ebbero prima, durante e dopo le elezioni del 18 aprile 1948. A questo punto non mi resta che dara la parola al caro collega e amico Gabriele Papini, Vice presidente dell’Associazione, per presentare i relatori e condurre il dibattito che seguirà.

Perché noi europei dobbiamo continuare a sostenere l’Ucraina?

Elena Mozhvilo Licenza Unsplash

Da molto tempo illustri politologi, tuttologi del web e opinionisti di vario genere ci pongono questa domanda. Cercano, con modi via via più convincenti, di screditare un popolo che lotta per la sua libertà. Una lotta iniziata ormai da molti anni contro un nemico famelico. Un nemico che si beffa delle regole internazionali e che non capisce che è dovere dei paesi più potenti proteggere i più deboli. Un nemico che vuole imporre la sua visione del mondo con ogni mezzo. Anche il nostro Capo dello Stato si dice “inorridito” da alcuni “comportamenti disumani” messi in campo dalle Forze armate russe che colpiscono abitazioni e infrastrutture civili. Ecco perché, secondo lui, è indispensabile la coesione dell’Ue “contro ogni impulso imperialista frutto di esasperazioni nazionalistiche”. Ma questo non è il solo motivo di un nostro coinvolgimento sempre più permeante nel conflitto. La verità è che l’Europa non sta supportando l’Ucraina per poter acquisire una dominazione sul mondo o per un rientro economico. Il nostro scopo non è l’aggressione o la riduzione di una nazione a livello di stato satellite.

Quello è un privilegio che lasciamo volentieri ai russi. Lo scontro tra civiltà non rientra nelle nostre tradizioni. Libertà, democrazia, uguaglianza e Stato di diritto, promozione della pace e della stabilità è il sogno che ha spinto i padri fondatori a realizzare l’Europa. Proprio per questo non possiamo permettere che i nostri sogni, la nostra cultura vengano sconvolti da un nemico barbaro e brutale. Le libertà individuali, quali il rispetto della vita privata, la libertà di pensiero, di religione, di riunione, di espressione e di informazione, sono tutelate dalla Carta dei diritti fondamentali dell’UE.

Abbiamo sempre ripudiato la guerra e ci siamo dati come regola quella di prevenire i conflitti, costruire la pace e rafforzare la sicurezza internazionale. Contribuire alla solidarietà e al rispetto reciproco tra i popoli non è per noi europei solo un modo di dire. Siamo riusciti a creare un equilibrio tra società e individuo, solidarietà collettiva e responsabilità individuale e non siamo disposti a negoziare i nostri principi. Nel corso della nostra breve storia abbiamo sempre unito i popoli, avvicinato le nazioni e sviluppato il loro senso di appartenenza ad una comunità più ampia. Abbiamo lottato per estirpare le diseguaglianze e fornire pari diritti a tutti. E tutto questo senza mai sparare un colpo.

Ragion per cui con la Decisione 2021/509, il Consiglio Europeo ha istituito lo strumento europeo per la pace (EPF – European Peace Facility); si tratta di un istituto volto al finanziamento, da parte degli Stati membri, delle azioni comuni dell’Unione nell’ambito della politica estera e di sicurezza comune (PESC) per preservare la pace, prevenire i conflitti e rafforzare la sicurezza internazionale.

Pace che, al momento, può essere raggiunta solo replicando alle idee maligne e guerrafondaie provenienti da chi si vuole erigere a despota di un popolo libero e democratico.

Eppure in Sicilia qualcosa si muove e incrocia la riscoperta del Mediterraneo

 

L’ultimo schiaffone è stato la decisione della Federazione italiana gioco calcio (Figc) di escludere lo stadio “Renzo Barbera” di Palermo, per inadeguatezza tecnica, dalle dieci sedi di gioco indicate per lo svolgimento degli ‘Europei’ di calcio del 2032, nell’ipotesi che il campionato venisse dall’Uefa assegnato all’Italia e non alla Turchia. Il malrovescio è stato ancora più sonoro di quel che emerge a primo acchito perché maturato negli stessi giorni in cui organi istituzionali ed opinione pubblica espressa dai “giornaloni” difendevano e giustificavano la scelta dei comuni di Firenze e Venezia di inserire i loro stadi nel PNRR affinché con i soldi europei fosse finanziato il loro ammodernamento ed adeguamento agli standard. Cosa che, naturalmente, tenuto conto dei circa dieci anni di distanza dall’evento europeo, si sarebbe potuta fare benissimo, con fondi nazionali, anche per l’impianto della capitale siciliana e così inserirlo tra le sedi prescelte e non mortificare l’amor proprio siciliano. Ma le solite logiche nord-centriche dei poteri decisionali lo hanno sbrigativamente escluso. Convinti che, come sempre, i siciliani avrebbero sì strepitato un poco ma alla fine si sarebbero facilmente acquetati. Ed, invece, sorpresa! Peraltro, con riferimento anche a quistioni molto più rilevanti che hanno indotto il popolo siciliano a dare finalmente un segnale forte e qualificato nel senso di non volere stare più a questo gioco del “partito unico del Nord”. E così, quasi contemporaneamente, sono stati prodotti due eventi che per spessore e contenuti possono costituire delle pietre miliari per un futuro di riscatto della Sicilia dalla condizione di marginalità cui finora è stata costantemente costretta.

 

Come vedremo subito, si tratta di avvenimenti completamente diversi: uno popolare, l’altro culturale che danno entrambi, però, la sensazione che la Sicilia abbia cominciato a svegliarsi dal suo atavico torpore e voglia farsi sentire nel contesto nel quale si decidono  le politiche  che la riguardano e si definiscono  gli indirizzi  con i quali si governa l’intero Paese.

 

Contro una di queste: l’autonomia differenziata, considerata “l’ultimo scippo che intende perpetrare il ministro Calderoli nei confronti del Mezzogiorno”, il popolo siciliano – guidato da un comitato composto da Cgil e Uil Sicilia, Legacoop, Anpi, Ali Autonomie, Arci e Uisp – si è mobilitato scendendo, nel fine settimana, in piazza a Caltanissetta per protestare contro un provvedimento che, se approvato, isolerà ancora di più la Sicilia, allontanandola dal resto del Paese e dall’Europa. “Diritti fondamentali come quelli alla salute, all’istruzione, alla mobilità – hanno sottolineato gli organizzatori – rischiano di essere pesantemente compromessi”, poiché come già mostrano i numeri della migrazione sanitaria o quelli del tempo pieno nella scuola primaria si registrano notevoli ritardi rispetto alle equivalenti condizioni del Centro-Nord. Basti pensare che dalla Sicilia si trasferiscono ogni anno per spesa sanitaria alle strutture del Nord 250 milioni di euro e che del tempo pieno nella scuola primaria ne fruisce solo il 10% dei bambini siciliani contro il 50% di quelli del Nord. Non solo: ma si accrescerà anche il divario fra i territori. Contravvenendo così in modo clamoroso alle stesse prescrizioni dell’Unione Europea che con il finanziamento del PNRR ha anche indicato in modo inequivoco all’Italia  di colmare i profondi divari già esistenti tra le diverse aree geografiche del Paese. 

 

Il governo, invece, hanno evidenziato i manifestanti, di tutto ciò non tiene minimamente conto e, muovendosi in direzione opposta, provocherà alla fine “l’allentamento dei vincoli di solidarietà nazionale” e “la nascita di un circuito vizioso di cui pagheranno alto il prezzo le regioni meridionali ma anche lo Stato nel suo complesso”. Per queste motivate ragioni, poi, con una decisione addirittura più significativa della stessa indizione della partecipatissima manifestazione di protesta di Caltanissetta, la Cgil ha lanciato una campagna di raccolta-firme per chiedere al presidente della Regione di ritirare la propria adesione, espressa in sede di Conferenza Unificata, al progetto di autonomia differenziata del governo. Come prevedibile il presidente Renato Schifani ha risposto con un invito “ad andare oltre la demagogia”. Il fatto però che finora non abbia accettato un confronto pubblico con le forze sociali sulle ragioni che lo hanno spinto a dare il proprio assenso al disegno di legge Calderoli la dice lunga sulla mancanza di motivazioni sostenibili che stanno alla base della sua scelta ed anzi confermano implicitamente anche il sostegno all’ultima idea dell’ineffabile ministro leghista di finanziare i Livelli essenziali delle prestazioni (Lep) con le risorse residue del Fondo di sviluppo e coesione così penalizzando due volte il Mezzogiorno e le sue Autonomie locali che si vedrebbero private del principale finanziamento destinato a ridurne il divario con il resto d’Italia. Insomma, una subalternità sconcertante al diktat della maggioranza nordista che guida il Paese che, però, questa volta finalmente ha suscitato un rigurgito di bile nel popolo siciliano e lo ha indotto a prendere l’iniziativa.

 

Così come, venendo al secondo episodio che segnala questa ritrovata reattività siciliana, ha  fatto un gruppo di intellettuali e studiosi della storia dello sviluppo del Paese che, accanto alle analisi di tipo “qualitativo”, ha introdotto da qualche tempo un approccio “quantitativo” alle problematiche del Mezzogiorno e si è sforzato di delinearne le politiche di sviluppo in termini di “sistema” e non di interessi e di territori isolati. Il Sud, infatti, è stato giustamente sottolineato, o si salverà tutto insieme o singolarmente le varie regioni e territori che lo costituiscono vedranno aggravarsi la loro  condizione di disagio e di ritardo.

 

Oggi i risultati di questo innovativo metodo di studio e di approfondimento cominciano ad essere  sempre più ampiamente condivisi. Lo dimostra il bel volume dell’economista palermitano Pietro Massimo Busetta, La rana e lo scorpione. Ripensare il Sud per non essere né emigranti né briganti (Rubbettino, 18€), anch’esso presentato a Caltanissetta a cura della Fondazione “Sicana” della SicilBanca nelle stesse ore in cui si svolgeva la manifestazione sindacale di cui dicevamo, che costituisce una sorta di appello alla mobilitazione civile e democratica proprio a partire dal rilevato divario quantitativo che si registra nel Paese tra Sud e Nord. Ma non è su questo gap economico che Busetta pone principalmente la sua attenzione. Piuttosto egli fa riferimento alla circostanza che il Mezzogiorno costituisce il 40% del territorio nazionale ed i suoi più di 20 milioni di abitanti sono oltre 33% dell’intera popolazione italiana. Elementi questi che ne cambiano la connotazione. Infatti, se il Mezzogiorno fosse uno Stato, sarebbe il sesto Paese dell’Unione, per dimensione demografica, dopo Germania, Francia e Italia del Nord, che sarebbe ridimensionata ovviamente a 40 milioni e diventerebbe quarta dopo la Spagna. Poi verrebbe la Polonia che sarebbe con i suoi 38 milioni la quinta nazione e quindi il Mezzogiorno che sarebbe il sesto Paese con 20 milioni di abitanti prima della Romania con 19 milioni ed i Paesi Bassi con 17,5. A seguire tutti gli altri 19 Paesi europei, molti dei quali più piccoli della sola Sicilia. 

 

In altri termini, sulla base di questi dati, Busetta fa emergere chiaramente quale sia il deficit identitario e politico di quest’area che, pur così rilevante, non riesce ad avere adeguata attenzione all’interno dello Stato italiano mentre potrebbe essere facilmente collegata in via diretta all’Unione europea e spuntare condizioni più vantaggiose per tutte le sue comunità  trattando direttamente con gli organi europei e quelli internazionali. Ma non è in questa prospettiva ultimamente secessionista che il nuovo meridionalismo intende utilizzare i significativi dati quantitativi cui abbiamo fatto cenno. Esso vuole solo evidenziare che questa realtà così connotata costituisce una piattaforma naturale nel mar Mediterraneo ritornato ad essere, dopo diversi secoli, centrale rispetto allo sviluppo economico del mondo. Basti pensare che in esso  oggi si svolge un volume di  traffico-merci tra i più importanti del Pianeta. Come evidenzia sempre Busetta “il 20 per cento del commercio mondiale passa da questo mare”. “Per andare in Cina o in India, in Corea o a Taiwan, in Giappone o in Israele, negli Emirati o in Arabia Saudita devi passare attraverso questo mare”. Non solo. Ma le sue sponde costituiscono inoltre una sede privilegiata di scambi, di trasferimento di culture, di orizzonti nuovi di vita non solo per gli emigranti dai Paesi medio-orientali ed africani ma anche per noi europei alla ricerca di spazi logistici e fonti energetiche per sostenere uno sviluppo che o diventa sostenibile o finirà per fare implodere l’Europa. 

 

Ma non è solo circoscrivibile a questi profili la prospettiva politica della riscoperta del Mediterraneo! Essa riguarda anche e soprattutto la funzione di pace che esso può assumere se il suo equilibrio ritorna ad essere dipendente dai Paesi che vi si affacciano e le grandi potenze ‘straniere’ che in atto vi dettano legge sono indotte a rispettarne le volontà di solidarietà e cooperazione. Aiutate e supportate in questa direzione da un ritrovato ruolo mediterraneo dell’Europa che ancora però deve essere costruito e che necessita in maniera indispensabile di una ricercata ed urgente via  unitaria che ne sappia  ascoltare la sua vocazione ed interpretare la sua volontà effettiva. E questa sarebbe la novità più rilevante che il riscatto del Mezzogiorno porta con sé. Bene ha fatto, allora, Pietro Busetta a collocarla al centro della sua fatica meridionalistica perché non è più una partita domestica quella che si gioca in Sicilia e al Sud ma un sfida nazionale ed europea. Sta tutto qui, insomma, il valore delle analisi che opportunamente non si attardano più a rivendicare provvedimenti, atti, azioni, programmi e quant’altro di solito accompagna formalmente finanziamenti ed interventi statali vuoti di reali contenuti innovativi e piuttosto si sforzano di delineare le politiche necessarie al cambiamento con i relativi tempi di  implementazione. Sapendo che il problema centrale resta comunque sempre quello dei soggetti che dovranno guidare questo cambiamento per cui è più che valido l’appello lanciato da Busetta “ai liberi e forti” di sturziana memoria. In conclusione, come ha scritto Massimo Villone nella sua Prefazione, questo non è un libro nato per una rilassante lettura sotto l’ombrellone in riva al mare. Ma una vera e propria chiamata alle armi per una nuova classe dirigente che si impegni per  una vera battaglia meridionalistica. 

Ecco perché esso, assieme con il primo ‘sciopero’ popolare contro il regionalismo differenziato in Sicilia,  costituisce un evento degno di essere segnalato all’attenzione dei nostri lettori.

Suggestione Severino per i macigni del nostro tempo che rotolano disgregandosi

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Ai piedi del gigantesco costrutto pluri-ideologico eretto fino alla fine del 900 siede un’umanità stanca e confusa: la globalizzazione ha come avvolto in un limbo polveroso i frantumi dei colossali macigni culturali che lottando tra loro rotolano a valle disgregandosi. A tre anni dalla sua scomparsa possiamo spiegare il presente utilizzando la potente metafora del filosofo Emanuele Severino: cristianesimo, islam, capitalismo, comunismo, democrazia sono i massi giganteschi in perenne conflitto, attirati a scontrarsi come in un cumulo di macerie dalla forza di gravità che ne annulla la forza reciprocamente dirompente. Un gioco di ruolo e di compresenze – si badi bene – deprivato da tassonomie etiche.

Il dominio della tecnica sulla filosofia è in grado di dissolvere tutte le ideologie: secondo Severino la tecnica “è un gigante capace di toccare il cielo con un dito”, mentre i suoi cascami penetrano la dimensione antropologica fino al suo midollo ontologico, l’essere si confonde con l’esistere, l’attendismo del rimando e il nichilismo di una condizione esistenziale svuotata da motivazioni forti ci rendono angosciati e insoddisfatti, sotto il peso di pericoli incombenti, fino al nulla estremo di un indefinibile ‘cupio dissolvi’.

L’attimo è la nuova dimensione temporale prevalente: in un attimo premendo un pulsante si può polverizzare il pianeta con la distruzione nucleare, in un istante – per incoscienza o lucida follia- si può disporre della vita propria e altrui, in un nanosecondo i virus mutanti ci rendono vulnerabili alle pandemie inarrestabili. La sostenibilità tra uomo e natura, quella demografica e generazionale e l’equilibrio che, tra le mille difficoltà che stanno nelle cose e le resistenze e le inquietudini interiori, potrebbero condurci bene o male ad un approdo stabile stanno lentamente dissolvendo le rassicuranti certezze che abbiamo faticosamente conquistato. Da qualunque visuale prospettica si osservi il pianeta e la sua umanità in costante e incontrollata crescita si percepiscono, in prevalenza, i conflitti e le diaspore che il relativismo etico non ricompone ad unità: la tecnica ha preso il sopravvento sulle idee, al massimo le ha sostituite con effimere opinioni ma si avverte l’assenza di una razionalità estesa che restituisca all’uomo e al suo pensiero il possesso e il sicuro dominio delle vie da imboccare e la consapevolezza del bene comune da preservare: sono questi  i valori che nobilitano l’uomo e la vita.

Con malcelato eufemismo si discetta di intercultura e convivenza ben sapendo che esse si riducono ad assumere una valenza sommativa: non esiste una dimensione unanimemente condivisa poiché essa si realizzerebbe solo sotto il controllo ferreo di una sola superpotenza economica e militare, ciò che esprime il contrario della libertà e delle soggettività dilaganti. Si tratta dunque piuttosto di una dimensione multi-culturale compresente storicamente ma in perenne conflitto.

Per questo le dittature hanno mire espansive illimitate ed è per tale motivo – come mi ha evidenziato il Prof. Vittorio E. Parsi – che “la difesa della democrazia domestica passa attraverso la leadership delle democrazie nel mondo”.

Ciò che sta accadendo in questo primo quarto di secolo può diventare la radicale, totalitaria, irreversibile negazione di un percorso storico iniziato a fine settecento e conclusosi dopo l’ultimo dopoguerra: il progressivo, lento, configurarsi di un ordine mondiale fondato sulla pluralità delle culture e delle loro differenti radici storiche, successivamente sul consolidarsi del principio dell’identità nazionale e delle relazioni internazionali in un quadro di rassicuranti certezze e di rispetto del principio dell’autodeterminazione dei popoli che solo il delirio di onnipotenza e la violazione delle libertà individuai e sociali possono comprimere fino alla distruzione.

La soccombenza dell’individuo si realizza attraverso la negazione dei diritti soggettivi inalienabili, l’umiliazione delle diversità, le identità di genere, mentre la soccombenza di un popolo – con la disponibilità di armi distruttive che annientano le domestiche, inoffensive quotidianità- ha le sembianze di un rinnovato Olocausto che riporta indietro le lancette di quella Storia che ci eravamo ripromessi di non rivivere ma che si ripresenta sotto mentite spoglie – tempora mutantur et nos mutamur in illis– con rinnovato e mutevole delirio e inaccettabile oblio, in una coscienza collettiva ora consapevole e partecipe, ora preclusa e indifferente.

A Udine vince il centro sinistra a dispetto del Pd targato Schlein

La vittoria di Alberto Felice De Toni a Udine confuta in maniera clamorosa l’assunto della politica di Elly Schlein. Invece della radicalizzazione, s’impone infatti la buona prassi della mediazione. Tutto l’inverso di ciò che la svolta delle primarie ha messo in evidenza, con l’enfasi riposta ad arte sulla rottura rispetto a un passato senza mordente, anche senza cuore, sostanzialmente perché infarcito di moderazione. È chiaro però che un Pd così inghiottito nella retorica di questa nuova sinistra, più che mai coacervo di varie minoranze combattive, ora festose e ora pretenziose, non avrebbe avuto possibilità di successo. In Regione, appena 15 giorni fa, quel Pd “à la Schlein” ha perso indecorosamente.  

Il miracolo l’ha fatto De Toni e soprattutto, a ben vedere, l’ha imposto una comunità desiderosa di unire tutto ciò che muove da un’aspettativa di buona amministrazione, fuori da schematismi vecchio stampo. Ha vinto il partito trasversale della sana convergenza civica, per garantire a una città di solide tradizioni autonomistiche quella “libertà locale” – tanto da Roma quanto da Trieste – che funge da volano allo sviluppo. Evidentemente Udine non era rassegnata alla continuità amministrativa sotto l’egida di un leghismo anche garbato, ma sostanzialmente arido. Ha scelto una diversa qualità di rappresentanza e direzione politica.

Dunque, è un’elezione che riporta in auge la verità nascosta nella funzione aggregante della politica di centro. Il peso della lista civica – 12 per cento – ne è la plastica conferma. Poi, naturalmente, il candidato sindaco ha fatto la differenza. La sua rivendicata indipendenza vale come certificazione di una distanza dal frastuono delle appartenenze gridate. Vale come ulteriore garanzia di equilibrio, per impostare correttamente il lavoro che attende i nuovi amministratori locali. E vale, infine, come messaggio da recepire attentamente in chiave nazionale: non si vince a colpi di radicalismo.

Per essere più chiari, non si vince dando retta alla Schlein, ovvero al carico di suggestioni aggressive e provocatorie, se non elegantemente faziose.

Pecorelli ha lasciato memoria dell’Italia di Moro Berlinguer e Yalta

Carmine Pecorelli, detto Mino, nasce a Sessano del Molise il 14 giugno 1928 ed è ucciso a Roma il 20 marzo 1979. Giornalista ed avvocato, si occupa di grandi indagini politiche diffuse tramite Osservatore Politico (OP), agenzia giornalistica da lui fondata nel 1968. La riapertura delle indagini sul suo omicidio, fortemente voluta dalla sorella Rosilde, il programma di Andrea Purgatori Atlantide su La 7 ed il libro della giornalista tarantina Raffaella Fanelli (“La strage continua”) sui misteri dell’omicidio, portano all’attenzione dell’opinione pubblica un evento tragico avvenuto a Roma, in via Orazio, sul quale manca il nome del colpevole. 

 

Pecorelli tratta di politica, in particolare di scandali e retroscena e di chi ha il potere in Italia. Diffusa solo su abbonamento, OP fornisce ai giornali notizie in anteprima, raccolte da Pecorelli grazie alle sue numerosissime aderenze in molti ambienti dello Stato. Le notizie sono accompagnate da analisi piccanti, firmate dal giornalista. OP diventa presto molto nota ed ha centralità in ambiti politici, militari e dei Servizi Segreti costituendo una privilegiata fonte di informazione specializzata. OP è letta dalle alte sfere militari, dai politici, dagli uomini dei servizi, dai boss della criminalità. Scandali pubblicati su OP sono quello dell’Italpetroli, della Lockheed, il caso Sindona, il dossier Mi.Fo.Biali con il coinvolgimento del generale Vito Miceli, capo dei servizi segreti, lo scoop dei cardinali iscritti alla Loggia Massonica P2.

 

Sul mio sito www.gerograssi.it, nella sezione Commissione Moro-2, sono pubblicati tutti gli atti del processo Pecorelli connessi alla morte di Aldo Moro e gli articoli di OP. Sono tantissimi e riguardano personaggi politici come Giulio Andreotti, Vittorio Sbardella, Salvo Lima, Vito Ciancimino, Claudio Vitalone, i mafiosi Tano Badalamenti, Pippo Calò, Stefano Bontade, i fratelli Salvo, l’intera Banda della Magliana, il camorrista Raffaele Cutolo, i finanzieri Angelo Rovelli e Michele Sindona, il capo della P2 Licio Gelli. Molti di questi sono assolti dall’accusa di essere mandanti o esecutori dell’omicidio Pecorelli.

 

Quando Pecorelli è ucciso, la stampa, in gran parte nelle mani della P2, lo presenta come un volgare ricattatore ed anche nelle foto è tratteggiato volgarmente. L’analisi dei conti bancari di Percorelli dimostra che non ha una lira perché spende tutto per OP. Negli anni settanta, a Palermo, presenti Moro e Piersanti Mattarella, si svolge un convegno, organizzato da OP, su un tema raffinato: “I giornali scolastici”. Se Pecorelli fosse stato quello descritto dopo la morte, Moro e Mattarella non sarebbero mai stati i protagonisti del convegno. Ed infine: il 2 maggio 1978, una settimana prima dell’omicidio di Aldo Moro, Pecorelli su OP pubblica un articolo dal titolo: “Yalta in via Mario Fani”. 

 

Tra l’altro scrive: “L’agguato di via Fani porta il segno di un lucido superpotere. L’obiettivo primario è quello di allontanare il partito comunista dall’area del potere nel momento in cui si accinge all’ultimo balzo, alla diretta partecipazione al Governo del Paese. Perché è comune interesse delle due superpotenze mondiali mortificare l’ascesa del PCI, cioè del leader dell’eurocomunismo, del comunismo che aspira a diventare democratico e democraticamente guidare un paese industriale” (riferimento esplicito ad Enrico Berlinguer e alla democrazia compiuta di Moro).

 

Pecorelli continua: “Ciò non è gradito agli americani, perché una partecipazione diretta del PCI al Governo altererebbe non solo gli equilibri del potere economico nazionale, ma ancor più i suoi riflessi nel sistema multinazionale”. E poi: “Nella sua più avanzata voce euro comunista (Napolitano), il PCI è un partito moderatamente filo americano, pieno di diffidenze e resistenze, che in nome di un ritrovato diritto di sovranità nazionale respinge il protettorato della potenza egemone”. Per la storia va detto che il primo esponente comunista a recarsi negli USA è stato l’on. Giorgio Napolitano, e ciò avviene proprio nei 55 giorni del rapimento Moro, dal 4 al 19 aprile 1978. Chi si fa garante del primo comunista in USA? Giulio Andreotti, capo del Governo. 

 

Conclude Pecorelli nel suo articolo, continuando sulla democrazia compiuta di Moro e sulla evoluzione di Berlinguer: “Ancor meno è gradito ai sovietici. Con Berlinguer a Palazzo Chigi, Mosca correrebbe rischi maggiori di Washington. La dimostrazione storica che un comunismo democratico può arrivare al potere grazie al consenso popolare, rappresenterebbe non soltanto il crollo del primato ideologico del PCUS sulla III Internazionale, ma la fine dello stesso sistema Imperiale moscovita. Ancora una volta la logica di Yalta è passata sulla testa delle potenze minori. È Yalta che ha deciso via Mario Fani”. 

 

Almeno la lettura odierna, dopo 45 anni, dovrebbe indurre tutti a considerare Pecorelli una testa lucida del giornalismo d’inchiesta e un interprete sano della politica del tempo.

Gero Grassi, Deputato per più legislature, è stato membro della Commissione bicamerale d’inchiesta “Moro 2”.

Sul Centro piovono i detriti della collisione tra Italia Viva e Azione

I clamorosi errori degli avversari aiutano Giorgia Meloni, che può così concentrarsi sulla sua attività di governo senza doversi preoccupare troppo delle opposizioni. Semmai dell’alleato leghista, un po’. Sempre meno di quello berlusconiano, alla luce degli ultimi assestamenti interni a Forza Italia. Non bastava infatti lo spostamento a sinistra del Pd, e per di più verso una sinistra radicaleggiante palesemente ostile ai sentimenti dei cattolici, deciso dall’indefinito “popolo” delle primarie. 

 

Ora il litigio davvero penoso fra Calenda e Renzi ha demolito quella ipotesi di nuovo partito di Centro che pure aveva avuto, lo scorso 25 settembre, una cauta ma non indifferente apertura di credito da parte di un elettorato non amante dei radicalismi di destra o di sinistra. Il danno prodotto è enorme, perché ora sarà difficile per chiunque riproporre una credibile forza politica di Centro, che già di per sé deve combattere contro un sentire comune orientato in senso maggioritario dalla legge elettorale nazionale.

 

È evidente, ad esempio, che pure la parte più moderata e meno “destrorsa” dell’elettorato di Forza Italia o, meglio, di Silvio Berlusconi nel momento in cui quest’ultimo non dovesse trovarsi più in grado di presentarsi alle elezioni virerà verso Meloni, in assenza di una proposta credibile al centro dello schieramento politico. È ovviamente inimmaginabile che si sposti verso il nuovo Pd. Mentre invece – sia detto per inciso – l’obiettivo del Pd “a vocazione maggioritaria” era divenire interessante e votabile anche da questa parte dell’elettorato.

 

In effetti, quello che forse a sinistra e al centro non si è ancora compreso è che alle prossime elezioni europee è in gioco il futuro dell’Unione Europea. Se infatti dovesse consolidarsi il prospettato asse fra Conservatori e Popolari e se questo dovesse risultare maggioritario a livello continentale si determinerebbe un cambiamento invero notevole nelle istituzioni europee. Che diverrebbero ulteriormente imbrigliate da un nazionalismo prevalente non più solo in alcuni paesi ma addirittura nel Parlamento di Strasburgo.

 

La partita dunque è di rilievo assoluto. Non considerarla, rimanendo ad un livello periferico nazionale privo di alcun collegamento col mondo reale al di fuori di noi, sarebbe un errore gravissimo da parte di quanti vorrebbero costituire una nuova forza politica non asservita ai partiti principali dei due poli. Sarebbe un errore anche da parte del Pd, che rischia di trovarsi in una condizione minoritaria – tramite il PSE – in Europa. Un errore che la componente sconfitta alle primarie, che ha una consistenza rilevante dentro al partito, avrebbe il dovere di segnalare alla segretaria nazionale e alla segreteria tutta, composta peraltro in misura largamente punitiva nei confronti delle minoranze interne.

 

Mancano 12 mesi all’avvio della campagna elettorale europea. Un tempo breve, ma volendo ancora sufficiente per costruire qualcosa che possa rivelarsi interessante per l’elettorato, a cominciare da quella parte di esso sempre più sfiduciata e dunque sempre più lontana dal sistema istituzionale, come si verifica con il crollo dei votanti ad ogni nuova elezione. Lo spazio è ristretto, il tempo è poco, le difficoltà sono notevoli. Ma con una forte volontà, una determinata convinzione, una genuina spinta ideale assolutamente scevra da qualsiasi ambizione leaderistica personale di sorta, la scommessa potrebbe essere giocata e alla fine magari anche vinta. 

 

E di fronte alle enormi difficoltà con le quali dobbiamo confrontarci, dalla guerra in Europa al cambiamento climatico per dirne solo due, forse richiamare tutti alla rinnovata necessità di quel moroteo “senso del dovere” che esprime solidarietà collettiva nel tempo in cui paiono importare solo i diritti individuali potrebbe essere – come ci ha ricordato Guido Bodrato qualche giorno fa – un modo alternativo, e innovativo, per destare l’interesse dei cittadini verso una politica capace di tornare ad affrontare i problemi della condizione umana.

Dibattito | La complessità dei rapporti tra politica etica e diritti.

La riflessione che ci apprestiamo a svolgere merita delle premesse per chiarire che i temi in questione non sono risolvibili con una nota o un convegno, per quanto seri e rigorosi possano essere. Quando si parla di questioni eticamente sensibili che attengono alla vita delle persone e delle famiglie, si svolge un’attività non semplice e non semplificabile; chi pensa di avere soluzioni semplici per problemi complessi commette un peccato di presunzione o – come diceva un noto ed acuto dirigente democratico cristiano – semplicemente non ha capito il problema.

 

Normare la vita delle persone, irrompendo con la forza della legge (quando non addirittura con la violenza dell’ideologia) tra le mura domestiche, è sempre un’operazione delicatissima con l’alta probabilità di ledere i diritti di qualche parte in causa, soprattutto se sono coinvolti dei minori. Ciò nondimeno, la politica e le istituzioni non possono ignorare la crescente complessità ed i cambiamenti che – segnatamente nelle società di cultura occidentale – stanno interessando quel modello familiare tradizionale che resta comunque di gran lunga prevalente nel nostro tessuto sociale italiano ed europeo.

 

La decisione della Prefettura di Milano di bloccare la registrazione anagrafica dei genitori non biologici ha il solo merito di aver squarciato il velo su una realtà che esiste e che in molti evitavano accuratamente di vedere; per il resto è abbastanza chiaro (sicuramente anche alla stessa Prefettura milanese) che la soluzione non risiede certo nel vietare il riconoscimento di una condizione, seppure con le sue peculiarità. 

 

Va anzi detto che la politica non può limitarsi ad applicare le leggi vigenti; per fare quello bastano degli efficienti funzionari pubblici e le autorità preposte al controllo ed all’applicazione di eventuali sanzioni. La politica è chiamata a fare altro e a fare qualcosa in più. La politica deve avere la capacità (e soprattutto il coraggio!) di andare non contro le norme, ma oltre delle normative che magari necessitano di aggiornamenti e rivisitazioni suggerite o rese opportune dal cambiamento degli stili di vita, dall’evoluzione dei processi di sviluppo o dal mutare delle condizioni socio-economiche nelle quali si svolge la vita quotidiana di una comunità.

 

Questo può accadere in tanti casi, ma in particolar modo per le materie che risultano condizionate dalla ricerca scientifica e dal progresso tecnologico (si pensi a titolo esemplificativo, ma non esaustivo, alle diverse modalità di lavoro, produzione e commercio). Una politica che ignorasse i cambiamenti anziché cercare di regolamentarli e governarli, sarebbe assolutamente insufficiente e non svolgerebbe dignitosamente la propria funzione. Ovviamente le questioni che sollevano i dibattiti più coinvolgenti sono quelle che vengono convenzionalmente definite “eticamente sensibili”, perché riferite direttamente alla vita delle persone dall’inizio alla fine, nonostante si possa parlare di “etica” per ogni attività umana. È su questi temi che si registra il maggior “tasso ideologico” nel confronto tra le diverse idee in campo; e l’ideologia – definita come “il complesso di credenze, opinioni, rappresentazioni e valori che orientano un determinato gruppo sociale” – piega la realtà secondo l’idea che si vuole affermare, generando dei veri e propri pregiudizi (meglio ancora pre-giudizi) che poi impediscono una riflessione obiettiva sulle situazioni prese in esame.

 

Il riconoscimento anagrafico dei genitori adottivi non biologici viene peraltro spesso impropriamente accomunato alla cosiddetta GPA (la gestazione per altri), creando ulteriore confusione in un dibattito che ha assunto toni strumentali e che rischia di svilupparsi prescindendo dal merito della questione. Invece siamo chiamati tutti – anche come cattolici democratici – a ragionare con obiettività intorno ad un’operazione di carattere burocratico-anagrafico che può aggiungere dei diritti ad una condizione di vita (in questo caso del minore) senza che alcun diritto sia sottratto ad altri soggetti già titolari delle stesse garanzie di tipo giuridico, economico e sociale. 

 

In questo caso l’ideologizzazione del dibattito serve a taluni per legittimare su un piano più elevato il passaggio di un modello di società e di famiglia dall’attuale condizione di prevalenza nel nostro tessuto sociale ad una condizione di esclusività. Una simile impostazione, ben lungi da una logica di inclusione, tende ad escludere dei cittadini dal godimento di alcuni diritti. Il risultato è quello di mettere al centro delle scelte politiche dei modelli di società – che come tali standardizzano e non di rado massificano – anziché la persona con le sue diverse sensibilità, emozioni e sentimenti, che richiedono non già l’applicazione di moduli, ma risposte diverse per condizioni diverse. Questo è necessario per mettere al centro delle scelte politiche la persona umana, con tutta la sua unicità ed irripetibilità.

 

Con ciò non si vuole certo disconoscere la legittimità di azioni – svolte in modo corretto e rispettoso – tese ad orientare i comportamenti individuali e collettivi secondo impostazioni valoriali di tipo religioso o morale (questi ultimi però, spesso scarsamente oggettivi). 

 

Ma se si crede nella laicità della politica e delle istituzioni pubbliche è necessario che le scelte che ciascuno compie o propone, per motivi di fede o di morale individuale (e quindi soggettiva), non vengano necessariamente imposte né vietate “erga omnes” con la forza della legge, perché spesso nella storia dell’umanità le stagioni dei divieti hanno preceduto le stagioni delle imposizioni, con gravi e irreparabili danni per le malcapitate comunità. Le scelte in contrasto con fede o morale personale non possono essere sempre recepite come reati nell’ordinamento giuridico di uno stato laico; il punto di discrimine che può far coincidere il peccato con il reato è determinato dalla possibilità che l’atto in questione possa creare danni o ledere diritti ad altri soggetti. 

 

Le leggi dello stato devono avere l’obiettivo di promuovere il bene comune, ponendosi come punto alto di mediazione tra idee e interessi diversi, come luogo nel quale tutte le sensibilità e i valori presenti in una comunità vengono rappresentati, contemperati e ricompresi in una sintesi di livello superiore; fuori da questa logica di composizione sociale e riconoscimento di legittimità per le altrui convinzioni c’è solo il conflitto, che può degenerare nello scontro. Alla politica è affidato il compito di ricercare il punto di mediazione più inclusivo ed aggregante possibile.

 

È su questo piano che le istituzioni pubbliche sono chiamate a svolgere la loro funzione rispettando in modo etico, ma anche laico e democratico, quel perimetro di libertà individuale che è un principio fondamentale per una civile convivenza e coesistenza tra persone, storie e culture diverse.

Perché studiare il caso di successo rappresentato dalle elezioni del 18 aprile 1948

È noto che le elezioni del 18 aprile 1948 hanno rappresentato nella storia repubblicana il trionfo della Democrazia Cristiana. In realtà fu il trionfo dell’alleanza tra lo Scudo Crociato e i partiti laici e socialisti (PLI-PSDI-PRI), uniti attorno a un progetto di rinascita economica e civile che contrastava nettamente il ”disegno rivoluzionario” del Blocco popolare (PCI e PSI).

La vittoria aveva alle spalle la decisione che portò quasi un anno prima, nel maggio del 1947, alla rottura del Tripartito (DC-PCI-PSI) e alla nascita del primo governo monocolore democristiano. Poco prima i comunisti avevano votato l’articolo 7 della Costituzione, vale a dire la conferma dei Patti Lateranensi; in più avevano contribuito, sempre in quel frangente, al sostegno politico e parlamentare per l’approvazione del Trattato di pace (contro cui votarono personalità come Benedetto Croce, Vittorio Emanuele Orlando, Francesco Saverio Nitti).

Alla estromissione dal governo i comunisti reagirono con durezza. Luigi Longo, alcuni mesi dopo, attaccò a testa bassa parlando di colpo di Stato in un articolo sul quotidiano di partito (Il colpo di Stato di De Gasperi, “L’Unità”, 2 dicembre 1947). Tuttavia il quadro internazionale rendeva pressoché obbligata la rottura tra democratici filoatlantici e socialcomunisti filosovietici. La Guerra fredda stabiliva la divisione dell’Europa lungo quella che fu chiamata la Cortina di ferro.

A fine 1947 De Gasperi trasformò la maggioranza di quadripartito in formula di governo. Su queste basi si andò alle elezioni. Nel mondo cattolico fu determinante l’azione dei Comitati Civici di Gedda; nella Dc si manifestò  l’impegno prezioso di Giuseppe Dossetti, il giovane leader della sinistra di partito. De Gasperi, in quella circostanza, non fu solo. Ciascuno fu protagonista a modo suo, avendo in testa un percorso, anche dopo la vittoria, che mostrava specifici caratteri di originalità. 

La DC raccolse un voto che non s’identificava in termini esclusivi con lo schieramento cattolico. Raggiunse alla Camera la maggioranza assoluta grazie all’apporto di ampi settori di ceto medio, fuori da uno schema confessionale, ovvero per l’adesione (molto laica) a un programma di libertà e democrazia. In effetti alla società nel suo complesso, bisognosa di nuovi equilibri e nuove prospettive, servì l’espressione di una delega straordinaria alle forze del cattolicesimo politico.

Quel voto poteva essere impiegato a tutela di equilibri che nell’immediato dopoguerra tendevano a ricomporsi attorno a una sostanziale continuità dei rapporti economici e sociali dell’Italia liberale e poi fascista. Fu invece convogliato verso un disegno di riforme ad ampio raggio, con un impatto straordinario sull’economia di un Paese ancora agricolo, privo di materie prime, senza mercati di sbocco garantiti. Con il 18 aprile nacque la nuova Italia. Nacque per l’intraprendenza e la generosità dei cattolici, per l’azione solidale di forze democratiche diverse, per la qualità di una classe dirigente radicata nel tessuto popolare del Paese. 

Allora, studiare questo caso di successo, ovviamente dal lato dei vincitori, può aiutare a capire dove oggi possa orientarsi l’iniziativa dei democratici, anche di matrice cristiana, per ricreare le condizioni di un progresso stabile e durutaro, improntato ad equità, “amico” della  transizione climatica globale. In fondo, il futuro si nutre di buone esperienze che la storia ripropone a beneficio delle nuove generazioni.

Il popolarismo si specchia nel sogno europeo ed esige una presenza nuova a Strasburgo

Mi piace ricordare ogni tanto quello che disse Etienne Borne, intellettuale francese che visse nel giro di pochi anni  l’alba e il tramonto dell’MRP (1944-1967), il Movimento Repubblicano Popolare, formazione politica di matrice cristiana: “Il sogno europeo è il contributo della politica democristiana a questo secolo”. Si riferiva al Novecento, il secolo di due guerre mondiali e dei totalitarismi, ma anche il secolo che ha visto sorgere la Comunità Europea (oggi chiamata, con inclinazione più burocratica, Unione Europea). Abbiamo titolo, allora, per guardare alla scadenza delle prossime elezioni per il Parlamento di Strasburgo con lo spirito di chi sente di dover custodire la memoria di questo sogno, facendo riferimento alla lezione dei grandi Padri fondatori: Adenauer, Schuman, De Gasperi, tre statisti che onorarono la visione democratico cristiana.

Non credo sia giusto archiviare questa esperienza. A forza di pensare che nuove forme d’impegno politico potessero inverare la nostra tradizione, ci siamo ritrovati a constatare che poco o nulla resta di quella intuizione generosa: abbiamo contribuito a edificare nuove case e, passaggio dopo passaggio, ne siamo diventati semplicemente ospiti, non sempre graditi. I cattolici democratici sono ridotti a comparse nel Pd, mentre gli altri, cattolici di destra, faticano persino a farsi riconoscere. Ogni rimedio sembra ridursi a episodici gesti di riguardo che le leadership di destra e di sinistra riservano ciclicamente a un mondo in via di sparizione. All’occorrenza piovono anche gentili apprezzamenti, come se di gentilezze si dovesse accontentare una grande tradizione d’impegno politico.

Penso che dobbiamo mettere all’ordine del giorno una riflessione su noi stessi. In passato, quando Renzi propose l’adesione del PD al Partito Socialista Europeo, mi opposi. Non mi sembrava una soluzione giusta. Ora, in condizioni molto diverse, serve nuovamente coerenza nella ricerca o costruzione di una “casa europea” in linea con i valori di libertà e democrazia. 

Allora, perché non possiamo tentare di rianimare la posizione cattolico democratica e popolare? È vietato immaginare che nel 2024 si presentino liste che segnino la ripresa di una battaglia politica? Nel 1994 il Partito Popolare, erede della DC, raccolse alle europee il 10 per cento. Eppure fu una campagna elettorale condotta “alla disperata”, con un gruppo dirigente messo alle corde per le dimissioni di Mino Martinazzoli a seguito delle politiche di pochi mesi prima (dove comunque il PPI e il Patto Segni, insieme, presero il 15 per cento). Oggi sarebbero numeri importanti, non importa se legati a una stagione politica lontana. Nessuno insegue la chimera di una riedizione, quando in effetti s’avverte l’esigenza di una reinvenzione. Per questo ci vuole coraggio e buona volontà, così da non disperdere il sogno che indicava, appunto, la saggezza di Etienne Borne.      

Il Centro di ieri e di oggi per un programma riformista e democratico

Il Centro, checchè se ne dica, continua ad essere molto gettonato nel dibattito politico. Nazionale ed addirittura europeo. Se fosse una categoria così astratta, virtuale ed effimera, difficilmente sarebbe così oggetto di attenzione politica e mediatica. Perché al di là dello spettacolo poco edificante – per usare un eufemismo – offerto dall’ex “terzo polo” in questi ultimi giorni, è indubbio che il Centro e la “politica di centro” continuano ad essere elementi distintivi e qualificanti della politica e, soprattutto, momenti cruciali per la stessa efficacia ed efficienza dell’azione di governo. Non a caso, uno dei pregi maggiori dell’azione di governo di Giorgia Meloni è proprio quello di saper governare “dal centro” e “al centro”, seguendo la miglior tradizione politica italiana.

 

Ora, però, se si vuole riqualificare sotto il profilo politico, culturale e anche programmatico il Centro non si può non guardare alle esperienze del passato. Non per replicarle, come ovvio, ma per prenderle ad esempio nel momento in cui c’è, ancora una volta, la necessità di declinare “la politica di centro” nel nostro paese. Dalla lunga stagione democristiana alla significativa esperienza del Partito Popolare Italiano alla fase, altrettanto importante, della Margherita. E, sul versante del centro destra, dal CCD all’Udc alla stessa fase caratterizzata da Forza Italia, anche se era già espressione di una stagione dominata dalla personalizzazione della politica e dalla concreta esperienza dei “partiti personali”. Comunque sia, si trattava di partiti riconducibili ad un Centro politico, moderato, riformista e dinamico che avevano, seppur tenendo conto delle diverse condizioni storiche, politiche e culturali, un filo rosso comune: e cioè, una cultura politica alle spalle e soprattutto un posizionamento politico chiaro ed inequivocabile nella geografia pubblica italiana.

 

Per questi semplici motivi chi, oggi, vuole giustamente riproporre una ‘politica di centro’ nel nostro paese non può non tener conto di quelle coordinate storiche e politiche. Altrochè gli insulti di Calenda e le sue piroette trasformistiche e del tutto inaffidabili nonchè volgari. Il nodo cruciale da sciogliere resta quello di dare una sostanza politica a questo progetto. Un progetto che si articola lungo tre caratteristiche di fondo: una cultura politica che renda credibile e riconoscibile un partito di centro e una ‘politica di centro’; un programma riformista e democratico che lo differenzi dalla radicalizzazione politica e dalla polarizzazione ideologica di chi individua nel “bipolarismo selvaggio” la soluzione di tutti i problemi; e, infine, una classe dirigente che sia qualificata e soprattutto credibile agli occhi della pubblica opinione e della galassia politica nella sua interezza.

 

Ovvero, l’esatto contrario di ciò che, ad esempio, dice e fa Calenda. Detto in altri termini, un Centro credibile nel nostro paese non è la semplice e banale riedizione, seppur in forma aggiornata e rivista, della storica esperienza del partito liberale o repubblicano o tardo azionista; non può essere un luogo politico che si riconosce esclusivamente nel suo “capo” partito e, infine, non può avere come stella polare politica una prassi trasformistica ed opportunistica. Cioè alleanze intercambiabili che cambiano a seconda delle giornate e delle considerazioni mutevoli che si hanno delle singole persone.

 

Insomma, oggi, e domani, il Centro ritorna credibile solo se recupera alcuni tasselli costitutivi e qualificanti che hanno caratterizzato le migliori stagioni centriste del passato e, nello specifico, di quei partiti centristi che hanno saputo interpretare le singole fasi storiche con categorie politiche e culturali e non con gli sbalzi umorali o con un narcisismo trasformista ed impolitico.

Violante parla dei doveri pensando a Moro e chiamando in causa il Pd

Luciano Violante riprende oggi (su La Verità) una riflessione da lui accennata ieri sulla necessità di parlare anche di doveri quando si vogliono rivendicare diritti. Per Violante è la rimembranza di un pensiero di Aldo Moro (da lui incontrato come professore all’Università) che era diventato anche il testo di un manifesto della Dc, quando ero responsabile della Spes, in ormai lontane competizioni elezioni.

Queste erano le parole di Moro: “La stagione dei diritti risulterà effimera, se non sapremo ritrovare un nuovo senso del dovere”. Avevo aggiunto a “del dovere”, per rafforzarne l’efficacia propagandistica, “e della libertà”.

Comunque, per quanto si può capire, la riflessione sulla crisi della democrazia liberale lo avvicina al pensiero di papa Francesco e lo allontana dalla interpretazione prevalente a sinistra, in chi riteneva coerente con “il difficile cammino verso la democrazia compiuta” anche la dittatura del proletariato. L’intervista di oggi mi farà leggere il libro cui fa riferimento.

Per ora e per la questione politica che si sta aprendo, mi è sufficiente l’intervista per capire che l’attenzione inizialmente dedicata da Violante alla crisi della democrazia americana e al populismo reazionario di Trump, è (in questo caso) “un discorso alla suocera perchè nuora intenda”. Ed infatti l’intervista si conclude con un riferimento alla situazione del Pd e al disagio dei cattolici per la linea radical-movimentista della Schlein che, ignorando i diritti e gli squilibri sociali che caratterizzano la società tardo-capitalista (per qualcuno post-democratica) in cui viviamo, forse inconsapevolmente finisce con lo scavare un solco che minaccia il futuro del riformismo. 

A favore di chi, tra due contendenti (nel “gioco” definiti destra e sinistra) che vogliono la stessa cosa, cioè il potere?

 

Nota editoriale

Il testo qui pubblicato riporta integralmente ciò che l’autore ha scritto ieri sulla sua pagina Fb. I riferimenti temporali – oggi, ieri…ecc. – sono da intendersi in maniera corretta.

È compito dei cattolici democratici organizzare una nuova rappresentanza politica

Discuto da tempo con gli amici e con tutti siamo d’accordo su un punto: il tempo dei partiti a “identità plurale” è finito. Anche quando si pretende di risolvere il problema con l’identificazione di un posizionamento – la scelta del “centro” corrisponde a questa esigenza – ci si accorge che le composizioni troppo variegate sono destinate a non durare. Mettere insieme sensibilità diverse è ciò che serve a una coalizione, non a un soggetto politico che rivendichi le sue buone ragioni e si batta per affermarle democraticamente. Forza Italia, salvo il carisma di Berlusconi, non conserva nulla di attrattivo. Eppure ha rappresentato con successo, nel tumultuoso passaggio degli anni ‘92-‘94, la novità per eccellenza: un partito moderno in grazia della sua poliedricità e del suo impasto leaderistico. 

Non è più così. Oggi gli elettori cercano l’ancoraggio a qualcosa di solido e rassicurante. Cercano, in pratica, un luogo di appartenenza. L’avanzata di Fratelli d’Italia, con una progressione elettorale a dir poco inaspettata in un arco temporale relativamente stretto, è la dimostrazione di questa domanda di stabilità. Quanto più aumenta la percezione della complessità, tento più s’impone un codice di semplificazione. Il partito, dunque, torna ad essere la “casa” in cui ci si ritrova e ci si riconosce, il luogo dove poter comporre interessi e bisogni secondo un principio di solidarietà, lo strumento per essere se stessi nel  confronto democratico.

Si comprende, allora, come a destra e a sinistra emergano visioni che potremmo definire più compatte, dal momento che dopo la Meloni anche la Schlein agita la bandiera dell’identità. È una dialettica che nell’interpretazione corrente porta a celebrare la nascita di un nuovo bipolarismo. Si tratta di un errore. Non ci avvede, infatti, che tutto questo rimette in moto la logica di un autentico pluralismo. La destra nazional-popolare e la sinistra social-radicale non occupano l’intero campo della lotta politica. Grande è lo spazio di una Terza Forza che, a ben vedere, nell’esperienza del secondo Novecento si è incarnata in quella maggioranza robusta e duratura, di cui la Dc è stata ampiamente l’architrave. 

È possibile che alle europee, da qui a un anno, prenda forma una proposta politica in grado di corrispondere a questa latente ricerca di riaggregazione dell’area intermedia dell’elettorato? Molto dipende dalla costanza delle nostre azioni. E molto anche dalla generosità con la quale sapremo accompagnare la ripresa di un pensiero, forte nelle sue radici storiche, attorno a quella che Aldo Moro amava definire una “politica umana”.    

A 30 anni dalle monetine contro Craxi al Raphael. La testimonianza di un protagonista.

Di questi tempi, trent’anni fa, un eterogeneo gruppo di manifestanti composto prevalentemente da gente del Pds e del Msi si riversa davanti all’Hotel Raphael, residenza romana di Bettino Craxi, per protestare contro il sistema. Per la Prima Repubblica è l’inizio della fine. Cercherò di raccontare quell’evento avvalendomi anche della testimonianza diretta (rilasciatami in una recente intervista) di Umberto Cicconi, fotografo personale e fedelissimo di Craxi, che quella sera era lì accanto al suo amico davanti ad un’incessante pioggia di monetine. Ma andiamo con ordine.

Il 29 aprile 1993 si dovevano votare in Parlamento sei autorizzazioni a procedere chieste dai magistrati contro Craxi. Ben quattro su sei furono respinte. Per molti quella era la prova che il sistema politico stava arrivando a tutto pur di autopreservarsi dall’inchiesta di Mani pulite. Gran parte della stampa reagì con fortissima indignazione contro il risultato di tale voto, prendendo nettamente posizione. I partiti di opposizione prepararono manifestazioni di protesta per il giorno seguente, in primis il Pds e il suo segretario Achille Occhetto, che organizzò una protesta proprio a piazza Navona, a due passi dalla residenza di Craxi. 

La tensione stava crescendo sempre di più. Era la sera del 30 aprile quando gruppi sparsi di facinorosi si ammassarono davanti all’Hotel Raphael, aspettando che l’ex segretario del Psi uscisse. Intonavano cori da stadio e lanciavano insulti e minacce di ogni genere. Umberto Cicconi, che quel giorno si trovava là in Hotel come d’abitudine, ricorda che poco prima dell’arrivo dei manifestanti al Raphael i servizi segreti avvertirono Craxi del pericolo imminente e gli suggerirono di lasciare la sua residenza quanto prima. Il leader socialista infatti si sarebbe dovuto recare comunque di lì a poco da Giuliano Ferrara per rilasciare un’intervista al programma L’istruttoria (cfr. Radio Radicale, archivio, intervista 30/04/93). 

Nel frattempo però si riversano rapidamente presso Largo Febo davanti all’Hotel sempre più persone, che agitano con le mani banconote e monetine intonando a squarciagola “Bettino vuoi pure queste, vuoi pure queste?”. Intanto Craxi dal suo appartamento al quinto piano scende nella hall al piano terra. Arrivato il momento di uscire – ricorda Cicconi – si avvicinano a Craxi degli uomini addetti alla sua sicurezza, che gli consigliano di uscire del retro, da una porta di servizio. Lui con tono offeso e adirato risponde: “Io non scappo!”. A tutti coloro che gli propongono una via di fuga alternativa egli ribatte sdegnosamente: “Qui, a casa mia, nessuno mi può impedire di uscire dalla porta principale”. Così si precipita velocemente verso l’ingresso principale per uscire fisicamente dall’Hotel e politicamente di scena. 

Sono le 20,05. “La macchina è pronta?”, chiede lui. Gli rispondono affermativamente. “Bene, allora andiamo!”. Non appena esce fuori, una grandine di monetine e oggetti di ogni genere si riversa come una valanga pronta a schiacciare un uomo politico, il suo partito e l’intera Prima Repubblica. Subito gli viene aperta la porta e sale in auto. Un istante dopo anche Cicconi entra in macchina seduto rispettivamente davanti a lui e accanto al conducente. Nell’auto blindata entrano in quattro: Nicola Mansi (l’autista), Umberto Cicconi a fianco, dietro a destra Craxi e a sinistra Luca Josi. Cicconi mi racconta che la valanga di monetine e oggetti vari che gli arrivò addosso fu tale da procurargli anche una piccola ferita in testa. Dei quattro infatti lui era quello più esposto al gettito. Interessante notare anche la figura di un anonimo poliziotto a fianco a Cicconi che cercava di fare da scudo umano con il suo corpo. Una persona che non c’entrava niente con il cosiddetto establishment, ma che quel giorno stava semplicemente cercando di fare il proprio lavoro. Nell’arco di un minuto si crea il caos più totale. Giornalisti che provano a fotografare e a riprendere. Poliziotti che cercano di respingere l’onda d’urto dei manifestanti che vogliono farsi largo sempre di più sfondando il cordone di sicurezza. Manifestanti che lanciano di tutto e si fanno avanti. “Tiratori di rubli”, commenta con aria sprezzante Craxi in macchina. 

L’auto blindata si fa così avanti tra i manifestanti; alcuni di essi si mettono a rincorrerla per un po’, poi vengono seminati. Poco dopo Cicconi si gira dietro e, osservando Craxi, nota come egli sia rimasto “imbalsamato, imbambolato, fermo”. Vige un silenzio di tomba lungo il tragitto. All’altezza di piazza Venezia Cicconi si volta ancora dietro e nota come Craxi sia rimasto sempre di stucco, immobile e pensieroso; gli rivolge così la parola per rompere un po’ il ghiaccio: “Ma era una scena di un film?”. Craxi volge lo sguardo verso di lui, lo fissa in modo serio e dopo un po’ gli dice: “Io questo non me lo sarei mai aspettato”. Cicconi ricorda che “in quel momento Bettino era di una serietà enorme; nessuna lacrima, ma dentro di sé piangeva dalla vergogna, glielo leggevo in faccia”.

Alle 20,18 giunsero così presso il Centro Safa Palatino a piazza Santi Giovanni e Paolo. Quella sera Craxi con tono molto pacato, dovuto probabilmente all’afflizione provata, rilasciò una lunga intervista a Giuliano Ferrara. Quest’ultimo ricorda di aver trovato Craxi “molto avvilito, molto cupo” quel giorno. Il giornalista fece ascoltare qualche intervista presa a campione tra la gente che si trovava lì a piazza Navona quella sera e poi gli chiese di commentare l’accaduto. “Dei ragazzi confesso che non riesco ad avere un sentimento diverso dall’affetto indipendentemente da quello che dicono nei miei confronti. Altri vedo che sono vecchi militanti comunisti molto ligi alla parola d’ordine del partito. Quello che parlava al microfono invece era un grande bugiardo (riferendosi all’intervento di Occhetto durante la manifestazione). Perché lui era perfettamente consapevole del funzionamento illegale del sistema di finanziamento dei partiti, del suo compreso, e non ha nessun diritto in questa materia di ergersi a giudice mio o di altri. Questa è una cosa che profondamente mi ripugna”. L’intervista prosegue e, come anche lui stesso dice più avanti, è ormai sempre più inevitabile che un’intera classe politica esca di scena per far posto al nuovo; si domanda però da chi e soprattutto da che cosa sia rappresentato il nuovo.

Sono passati ormai trent’anni da quel 30 aprile 1993 e da quell’episodio di piena sfiducia da parte dei cittadini nei confronti delle istituzioni. Episodio che a buon diritto è stato definito l’atto che ha segnato la fine della Prima Repubblica. C’è da dire che il sistema di corruzione sviluppatosi in quei decenni risultava ormai sempre più immorale e insostenibile ed è ovvio che presto o tardi i nodi sarebbero venuti al pettine. Tuttavia, secondo quanto affermato da quasi tutti gli storici e i politologi, il crollo del sistema partitico ha portato ad una crescente deriva populista che si è fatta sempre più largo in Italia e che attualmente è ancora presente sotto altre forme. Il sentimento di “sfasciare tutto”, come disse ai giornalisti una signora lì presente quella sera, era infatti diventato più forte del ricostruire qualcosa. Ebbene credo che proprio quell’espressione ben esemplifichi sia il gesto delle monetine, sia le intimidazioni, sia in generale il clima che si respirava in quei mesi. La voglia di abbattere ma soprattutto di semplificare la complessità si era rivelata, come spesso accade nella storia, più forte del costruire qualcosa che fungesse da modello alternativo a quello che si stava distruggendo. Abbattendo quei partiti che per molti anni avevano guidato l’Italia, si stava contemporaneamente demolendo anche quell’insieme di ideali, ideologie e valori caratterizzanti del sistema partitico. Da Tangentopoli in poi è come se i cittadini avessero progressivamente smesso di credere in qualcosa. E’ ovvio che la sfiducia nei confronti dei partiti non nasce solo dal clima generato da Mani pulite, ma è innegabile notare un certo stacco relativo specificatamente a quegli anni. A trent’anni da quei fatti, c’è da chiedersi se la politica italiana sia qualitativamente migliorata o peggiorata, ma questa è un’altra storia.

Vorrei concludere così con le parole che Francesco Saverio Borrelli, alla guida del pool di Mani Pulite, ha pronunciato qualche anno dopo la fine di Tangentopoli: “se fossi un uomo pubblico di qualche Paese asiatico, dove come in Giappone è costume chiedere scusa per i propri sbagli, vi chiederei scusa: scusa per il disastro seguito a Mani Pulite. Non valeva la pena di buttare all’aria il mondo precedente per cascare poi in quello attuale”.

 

Le donne nella società contemporanea secondo le parole di Papa Francesco

Se leggessimo con maggior attenzione le parole di Papa Francesco sul ruolo e il profilo delle donne nella nostra società potremmo formarci un altro giudizio in ordine al rapporto tra Chiesa cattolica e questione femminile. Ultimamente mi ha colpito sentir dire che “la donna ha la capacità di avere tre linguaggi insieme: quello della mente, quello del cuore e quello delle mani. E pensa quello che sente, sente quello che pensa e fa quello che sente e pensa. Non dico che tutte le donne lo facciano, ma hanno quella capacità, ce l’hanno. Questo è grandioso”. 

Papa Francesco si è rivolto così alla redazione di “Donne Chiesa Mondo” nel corso di un’udienza nella sala dei Papi del Palazzo Apostolico. “Le donne – ha aggiunto – hanno una capacità di gestire e di pensare totalmente differente da noi e anche, io direi, superiore a noi. Un altro modo. Lo vediamo in Vaticano, anche: dove abbiamo messo donne, subito la cosa cambia, va avanti. Lo vediamo nella vita quotidiana, tanto volte io lo vedevo quando passavo con il bus, facendo la coda per visitare nel carcere i loro figli e le donne lì: la donna che mai lascia il figlio, mai”. 

Insomma, siamo di fronte a una concezione realistica e concreta della donna, che non lascia dubbi e non genera equivoci. Su questo versante la Chiesa ha fatto enormi passi in avanti e le parole semplici ma incisive di Francesco sono destinate a lasciare il segno. Non è un linguaggio gesuitico, troppo complesso se non sofisticato, ma un approccio comunicativo che parte sempre dalle condizioni oggettive delle donne per approdare ad una concezione più ampia ed organica. In questo modo, indubbiamente originale, si declina la novità “al femminile” che pervade il pontificato. Certo, non mancano neppure le ‘battute’ per cui, secondo Francesco, “le donne sono brave, coraggiose, generose e anche un po’ nevrotiche”. 

Tuttavia, al di là della ‘battuta’, risulta evidente che l’intero magistero di Francesco è ispirato ad una grande considerazione della presenza femminile. La donna “è colei che fa il mondo bello” e “fa rinascere l’umanità”. E ancora: “Le donne sono fantastiche lottatrici”, ma anche “prime testimoni delle resurrezione”. In definitiva, con la sua predicazione semplice e persino commovente Papa Francesco è destinato ad incidere profondamente sul linguaggio teologico e pastorale, nonché sui codici della Chiesa. Partendo, appunto, sempre e soltanto dalla realtà. E su questo la sua lezione appare straordinariamente moderna ed attuale. In effetti, la sentiamo profondamente legata alla contemporaneità.

La Voce del Popolo | L’emotività civile e le misure da prendere.

I sondaggi registrano un certo calo nei numeri di Fratelli d’Italia, primo partito del paese. Un calo piccolo, a dire il vero. Che non ne mette in questione il primato. Ma che forse non merita di essere sottovalutato. Di contro, intorno al ricovero di Berlusconi si avverte un sentore di partecipazione popolare. Un tributo di affetto che viene dai suoi sostenitori di sempre ma perfino da molti dei suoi critici e avversari. 

Verrebbe quasi la tentazione di mettere in relazione le due cose e trarne la conclusione che mentre riaffiora una certa diffidenza verso il potere che si instaura e che subito si trova ad affrontare una certa difficoltà a insediarsi nel cuore del paese, di contro si tende a omaggiare un potente che diventa più fragile e che a quel punto smette quasi di animare una controversia politica. 

Nulla di definitivo, per carità. Il partito della Meloni resta primo, con largo margine. E l’istinto di una parte del paese a premiare il più forte non può certo dirsi archiviato. Quanto a Berlusconi anche chi gli vuol bene deve augurarsi che la controversia intorno alle sue gesta resti aperta, così da dar voce ai suoi tifosi ma anche ai suoi critici più intransigenti. Resta il fatto che noi tutti non riusciamo mai a calibrare il giusto rapporto tra il sentimento critico verso il potere e il suo successivo rimpianto. Come se fossimo capaci solo di andare agli estremi. Da un lato la sana diffidenza verso chi esercita il potere, dall’altro una certa nostalgia verso il potere e i potenti di prima. 

Grazie a tutte le cose che alludono a una sorta di emotività civile di cui non abbiamo ancora preso bene le misure.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 13 aprile 2023

(Articolo qui riproposto per gentile concessione del settimanale della diocesi di Brescia)

Popolari in castigo secondo le pagelle di Carlo Calenda

Al di là delle polemiche, violente e aggressive, che hanno coinvolto l’ormai ex “terzo polo”, quello che incuriosisce sono i giudizi tranchant che il capo di Azione, Carlo Calenda, continua a distribuire a destra e a manca. L’ultimo della lista è l’amico Beppe Fioroni, storico esponente della cultura popolare che, per motivi misteriosi, pare non rientri nel genere “popolare” preferito e più gettonato dall’ex esponente di Scelta Civica.

 

Ora, al di fuori dei giudizi personali – che di per sè sono sempre sgradevoli e in politica addirittura singolari e grotteschi – quello che colpisce è che il capo di Azione continua ad individuare anche nei Popolari una cultura e una tradizione che dovrebbe contribuire a costruire il progetto del suo partito. È evidente a tutti, però, che il profilo politico e culturale di Calenda non solo è estraneo ed esterno ma è addirittura alternativo rispetto alla tradizione, alla cultura e al progetto politico, culturale e valoriale del popolarismo di ispirazione cristiana. Una cultura che mal si concilia, del resto, con l’approccio liberista, elitario e tendenzialmente aristocratico di Calenda.

Ma l’elemento che ancor più colpisce è che Calenda non prende in considerazione le culture politiche e i filoni ideali che possono essere, seppur coerentemente, funzionali al suo progetto politico. 

 

No, al contrario, Calenda si sofferma sulle persone, sui singoli, sul profilo degli esponenti politici e, sulla base dei suoi giudizi e della sua valutazione, li licenzia o li assume. Insomma, una sorta di piccola azienda senza la presenza sindacale che contratta e negozia.

 

Ecco perchè, tutto sommato e al di là delle polemiche che sono tuttavia sempre negative e spiacevoli, forse non tutto vien per nuocere, come si suol dire. Ovvero, adesso è più chiaro per i Popolari individuare i compagni di viaggio con cui costruire un partito di centro che sappia declinare, al contempo, una autentica “politica di centro”. Dinamica, innovativa, moderna e riformista. Non è possibile, del resto, dar vita ad un progetto politico e di governo di lunga prospettiva con chi individua nella tua cultura e nella tua tradizione ideale solo un peso o un inciampo da rimuovere al più presto. Al di là delle dichiarazioni pubbliche e dei solenni pronunciamenti. E i Popolari, oggi, sono una componente fondamentale – con altri filoni ideali, com’è ovvio e scontato – per declinare un progetto centrista, riformista e democratico. 

 

Lo vorrei ricordare per chi l’avesse dimenticato con troppa disinvoltura, il Centro nel nostro paese non può essere una riedizione – seppur in forma aggiornata e rivista – dell’esperienza del partito liberale, del partito repubblicano o di un maldestro partito tardo azionista. Quella, seppur legittima, sarebbe una esperienza politica elitaria, aristocratica e radicalmente alternativa ad un centro popolare e realmente di governo. E per centrare quell’obiettivo è indispensabile l’apporto e il contributo di una cultura, di una tradizione e di una storia che risponde al nome di popolarismo di ispirazione cristiana. Una tradizione che nel nostro paese ha contribuito, dal secondo dopoguerra in poi, a costruire le migliori stagioni politiche e di governo.

 

E soffermarsi a giudicare i singoli esponenti, peraltro autorevoli e significativi di quella storia come Beppe Fioroni, oltrechè essere sgradevole, è anche un esercizio per nulla edificante e costruttivo sotto il profilo politico, culturale e valoriale.

 

L’onda lunga del populismo ha travolto anche le Province

Nel 2014 con la legge n. 56, nota come legge Delrio, il Parlamento ridimensionò le funzioni della Provincia e la sua rappresentanza democratica impedendo ai cittadini,  per la prima volta nella storia repubblicana, di eleggere il Presidente e i Consiglieri. Il legislatore preferì in alternativa un’elezione da parte dei Sindaci. Tentativi simili erano stati già compiuti nel 2011 dal governo Berlusconi e nel 2012 dal governo Monti nell’ottica della spending review; non ebbero però successo perché la Corte Costituzionale rilevò che tali provvedimenti erano incostituzionali essendola la Provincia un ente locale garantito dalla Costituzione. Sarebbe toccata la stessa sorte anche alla legge Delrio, cosa che non avvenne soltanto perché era in corso la procedura di riforma costituzionale del governo Renzi che prevedeva l’abolizione delle Province. Tale riforma fu però bocciata con il referendum del 2016 e nel 2021 la Corte Costituzionale è ritornata sul tema riaffermando le stesse osservazioni fatte ai provvedimenti Berlusconi/Monti. 

 

In questa lunga incertezza normativa le Province sono state svuotate nell’assetto istituzionale, nel ruolo e nelle competenze e indebolite nei rapporti tra i diversi livelli di governo. Ciò ha causato incertezze e criticità sul governo dei territori provinciali: gli interventi riduttivi su funzioni, personale e risorse hanno inciso negativamente sui servizi essenziali.  Oggi esistono 76 Province ordinarie e 10 Città metropolitane (Bari, Bologna, Cagliari, Catania, Firenze, Genova, Messina, Milano, Napoli, Palermo, Reggio Calabria, Roma, Torino e Venezia) che una volta si chiamavano Province, che da nove anni sono regolate da una legge transitoria e incostituzionale.

 

Questo breve excursus per evidenziare un’ostinata volontà dei governi che si sono succeduti per eliminare le Province.  Sono certo che i consulenti giuridici del governo abbiano spiegato ai Ministri che per raggiungere quell’ obiettivo fosse necessario modificare la Costituzione, come ripetutamente affermato dalla Corte Costituzionale. Ciò nonostante i governi hanno preferito, per debolezza o per convenienza, assumere provvedimenti che alla fine si sarebbero sicuramente scontrati con la Costituzione. C’è da chiedersene il perché. Le Province sono state le prime vittime sacrificali offerte al populismo crescente (che ha fatto la fortuna di non pochi leader) dando così ragione all’idea di fondo  secondo la quale “per il solo fatto di essere eletti in qualsiasi organo amministrativo o legislativo, locale o nazionale, i rappresentanti godano di privilegi eccessivi e siano per definizione corrotti e facilmente corruttibili”. Si è iniziato in questo modo ad alimentare la propaganda populista su altre istituzioni fino a quando l’anticasta si è fatta essa stessa ‘casta’ con la conseguente disaffezione degli elettori che negli anni si sono andati sempre  più riducendo .

 

Il populismo contro le Province è stato costruito su due fake news purtroppo non sempre verificate da autorevoli commentatori politici. La prima: un ente intermedio come le Province esiste solo in Italia. In realtà in tutti gli Stati europei con popolazione superiore ai 10 milioni di abitanti c’è un livello di governo intermedio simile alle Province italiane. Seconda fake: con l’abolizione delle Province ci sarebbe stato un risparmio straordinario della spesa pubblica.  Sembrava ad un tratto come se non fosse stato più necessario, ad esempio, occuparsi della manutenzione delle strade e delle scuole superiori; in realtà il trasferimento di funzioni dalle Province alle Regioni  e ad altri Enti ha provocato per la Corte dei Conti “una dispersione dell’esercizio delle funzioni in enti di ambito territoriale, enti strumentali o società e organismi partecipati, con sovrapposizione di competenze e ulteriori costi” (gennaio 2023).

 

Finalmente il Parlamento sta mettendo mano a una modifica della legge Delrio. Al Senato sono in discussione otto disegni di legge finalizzati a reintrodurre l’elezione diretta da parte dei cittadini del Presidente della Provincia, del Consiglio Provinciale, del Sindaco e del Consiglio Metropolitano, e l’indennità per gli amministratori provinciali e metropolitani.  Una scelta condivisibile perché, come ha evidenziato con efficacia la Corte dei Conti, attraverso “l’elezione diretta si ottiene una maggiore legittimazione degli enti di area vasta che rafforza la loro posizione nell’ambito di un sistema multilivello. Al tempo stesso gli organi di vertice, al pari dei sindaci o dei presidenti delle Regioni, sono chiamati a rendere conto delle azioni pubbliche nei confronti del corpo elettorale (accountability pubblica) ”.

 

La previsione del ritorno all’elezione diretta deve però essere necessariamente accompagnata dal rafforzamento delle funzioni fondamentali e dall’assegnazione di nuove funzioni affinché le Province diventino anche, come sostiene con lungimiranza l’Unione delle Province “istituzioni di semplificazione del governo locale per ricomporre a livello territoriale le funzioni di area vasta, con particolare attenzione alla gestione degli investimenti strategici, consolidando così anche il ruolo di supporto ai Comuni.  La Provincia dovrà cioè essere sempre di più  un ente che pianifica la strategia dello sviluppo del territorio, attraverso agende di sviluppo sostenibili a livello locale e che coordina le iniziative dei diversi attori pubblici e privati che operano nel territorio”. In sostanza Provincia e Città metropolitana avranno un futuro soltanto se saranno messe nella condizione di dare rappresentanza politica e risposte concrete alle esigenze dei Comuni delle aree interne e delle aree di mezzo a diffusa urbanizzazione, territori che sono oggi poco rappresentati e in gran parte esclusi dall’agenda politica nazionale. 

 

Antonio Saitta è stato Presidente della Provincia di Torino, Presidente nazionale dell’Upi (Unione delle Province Italiane) e assessore della Regione Piemonte.

La rottura tra Renzi e Calenda apre la strada a una politica di centro

La rottura tra Italia Viva e Azione può consentire un salutare chiarimento politico circa il ruolo che deve svolgere una autentica forza di centro. Che non è tanto quello di alimentare un improbabile terzo polo quanto quello di costruire una forza capace di esprimere politiche di centro,  al fine di contribuire a colmare, come osserva Giorgio Merlo, quel deficit di offerta politica che contribuisce ad alimentare l’astensione.

Un simile percorso implica innanzitutto la continuazione della costruzione di un soggetto politico unitario per quanti avvertono la necessità di rimettere in gioco nell’attualità la cultura politica del popolarismo. Un soggetto che poi potrà interloquire con altre realtà di centro come Italia Viva e non solo. Il tutto in funzione di un programma capace di intercettare le ansie e le attese dei ceti intermedi sia sulle principali macro-questioni (come la guerra, i cambiamenti dovuti alla transizione digitale e energetica) che sui temi che riguardano la quotidianità del vivere delle persone (come il lavoro, la casa, il welfare).

Credo che anche le decisioni adottate dal governo negli ultimi giorni (tra cui quelle sul Def, sulla strategica raffineria di Priolo, sui nomi scelti per le principali partecipate pubbliche), che paiono per lo più dettate dall’equilibrio e dal buonsenso, debbano costituire un ulteriore stimolo a uscire da un dibattito solipsistico sul centro che rischia di risolversi in una sterile consunzione dei suoi autori.

Il fatto che il governo Meloni, pur in mezzo a sbandate non infrequenti nella maggioranza che lo sostiene, sulle questioni fondamentali sembra muoversi in continuità con il quadro definito da Draghi, è un bene per il Paese soprattutto in una fase in cui stanno cambiando gli equilibri globali.

Può essere un problema per quanti perseguono il progetto di una forza di centro solo nel caso in cui tale forza si perda nelle anguste cerchie dei personalismi che contrassegnano una concezione della politica ispirata al bipolarismo, ma diviene invece una motivazione in più per una forza che intende tradurre in scelte concrete e puntuali, e in precise strategie una politica di centro.

La Terza Forza che accolga sensibilità e tradizione del cattolicesimo democratico è un invito a sormontare il fallimento del Terzo Polo

L’epilogo mantiene ancora una zona d’ombra. Tutto finito dalle parti di Calenda e Renzi, sebbene incomba sulle dichiarazioni ultimative la forza delle circostanze. Calenda è sembrato da stamane il più determinato a mettere la parola fine sulla esperienza del Terzo Polo. Non ha sentito ragioni, soprattutto perché, quelle di Renzi, sono state esemplari per ambiguità e circospezione: difficili da ingoiare anche per stomaci robusti. In questi casi, nel mezzo di un balletto di frasi a doppio senso, basta un nonnulla per far scattare la voglia di mandare tutto a carte quarantotto.      

Infatti Calenda ha reagito a muso duro: “Matteo Renzi farà il suo percorso: fine. Rimarremo, io spero, negli stessi gruppi parlamentari a fare l’ottimo lavoro che stiamo facendo. Però sono due partiti distinti, fanno una alleanza sui temi se è il caso, ma non sono lo stesso partito. Rimangono due partiti separati di cui uno ha la mia leadership ed uno ha la leadership di Matteo Renzi”. Tutto chiaro? Fino a un certo punto. È che la forza delle circostanze, come detto prima, impone una soluzione che lascia frastornati. Ci si divide, ma per restare uniti in Parlamento. Non è il massimo della chiarezza.

Dare voce all’elettorato intermedio, sempre più sofferente dentro lo schema bipolare e perciò riottoso a mettere piede nel campo della sinistra o della destra, implica che sia adottta una felice combinazione di coraggio e generosità: da un lato, infatti, chiunque se ne faccia interprete, deve togliere all’impresa il carattere di un avventura solitaria, essendo necessario un coraggioso investimento sulla coralità di voci e contributi; dall’altro, proprio perché l’elettorato attende il salto di qualità di una politica fatta di valori e scelte concrete, occorre mostrarsi quanto più possibile aperti e generosi, senza pretendere in contraccambio una qualsiasi gratificazione che non sia quella di sentirsi a casa propria.

Se mancano questi requisiti, la proposta politica fatica a prendere forma. Si affloscia e cade, come un aquilone senza vento. E il vento non c’è, fuor di metafora, perché i personalismi pretendono di occupare tutta la scena pubblica, tutto il mondo della comunicazione, tutti gli spazi del confronto politico. Bisogna prendere atto che l’orizzonte della nostra “Terza Forza” – dicitura, questa, più consona alla sensibilità e tradizione del cattolicesimo democratico – evidenzia l’urgenza di un soprassalto di volontà e di aspirazioni, con metodo decisamente nuovo. Siamo chiamati a uno sforzo di rigenerazione ideale e politica, lasciando da parte le illusioni e le fantasmagorie degli individualismi. La scadenza delle elezioni europee del prossimo anno presenta il conto fin d’adesso, perché arrivare impreparati alla meta sarebbe una sciagurata dimostrazione d’irresponsabilità.

Gualtieri sotto assedio scruta le insidie provenienti dal Pd

Ci sono ragioni tecniche e ragioni politiche che spiegano l’intoppo nell’azione della Giunta Gualtieri. Incide, da un lato, il sovraccarico di impegni dell’Assemblea capitolina, con molti provvedimenti urgenti che faticano ad essere canalizzati nel lavoro d’Aula. E questa è la spiegazione tecnica, non priva di fondamento. Ma non basta. Ripetute tensioni nella maggioranza, tutte collegate alle turbolenze post congressuali del Pd, mettono un freno all’attività amministrativa. Entrambe le difficoltà fanno intravedere uno scenario di crescente malessere

L’incontro svoltosi ieri stasera tra il sindaco e i consiglieri di maggioranza mirava a sciogliere i nodi riguardanti il progetto dello Stadio della Roma a Pietralata. L’esigenza era e rimane quella di mettere nero su bianco il contenuto delle garanzie cui la As Roma, nel progetto definitivo, dovrà attenersi rigorosamente per rispondere alle preoccupazioni circa parcheggi, viabilità, gestione degli eventi (e quindi contenimento del rumore) espresse dai comitati e dai Municipi interessati. Come è finita? In pratica Gualtieri ha dovuto accettare la richiesta di rinvio. Entro dieci giorni sarà presentato un maxi-emendamento per il quale si prevede l’approvazione entro fine maggio.

Dallo stadio si potrebbe passare al termovalorizzatore, per fare il punto anche su altre questioni spinose. L’elenco si allunga e ogni giorno, come dice la Bibbia, ha la sua pena. Una pena particolare per un sindaco che finora non ha fatto bene i conti con la politica. L’elezione diretta crea l’illusione di un potere senza limiti, salvo quelli dettati dai vincoli di spesa nel quadro di un bilancio sempre in debito di ossigeno. Gualtieri è sotto pressione avendo di fronte un Pd che gli è sfuggito di mano. Ora gli equilibri interni vedono Zingaretti come punto di riferimento di tutta l’area che si riconosce nella nuova gestione della Schlein.

Si parla di Enzo Foschi, figlio incanutito del movimentismo originariamente ai margini dello stesso Pci, come nuovo segretario della Federazione romana. Se la scelta del Nazareno fosse questa, allora Gualtieri avrebbe un bel daffare, certamente più di quanto finora si è percepito e visto, dato il prevedibile rialzo delle quotazioni di una politica a indirizzo più “de sinistra”. Altro che riformismo in salsa capitolina! L’avvento di Foschi alla guida del Pd di Roma dovrebbe riportare alle orecchie del Sindaco le parole di un vecchio adagio popolare: “Dagli amici mi guardi Iddio, ché dai nemici mi guardo io”

Prodi solleva la questione dei moderati mentre nel Terzo Polo si litiga smoderatamente

Il Terzo Polo è in subbuglio e l’effervescenza dei riformisti dentro il Partito Democratico si placa. Un caso, forse. Ma tra i parlamentari dem viene considerato anche come la dimostrazione che “extra ecclesia nulla salus”. Non c’è salvezza fuori dal Pd, insomma. O, per usare i versi di Ivano Fossati, “non c’è più terra dove andare”. Lo dimostrerebbe l’intervista di Andrea Marcucci che, dopo aver annunciato la sua uscita dal partito, ha parlato come se la decisione fosse ancora aperta.

Il tema della tenuta degli esponenti e, soprattutto, degli elettori “moderati” è reale ed è sollevato da una voce che nel partito fa sempre rumore. “I moderati vanno recuperati”, dice Romano Prodi. E lo dice su Avvenire. La scelta del vettore del messaggio, in questo caso, è il messaggio stesso. Il Professore parla dalla casa dei cattolici, una parte importante dei moderati, per dire loro che nel Pd si possono sentire a casa. E per dire ad Elly Schlein che va bene il rinnovamento, va bene anche il radicalismo su alcuni temi. Ma su altro serve “il compromesso. Anzi serve un compromesso alto. E serve la forza di discutere sul futuro. Di dire basta alla politica del giorno per giorno. Di progettare. Di fare scelte guardando a un orizzonte lungo”. I temi su cui confrontarsi non mancano, d’altra parte: l’Ucraina, la diplomazia europea, i migranti, il welfare, l’agenda sociale. 

Gli smottamenti del Terzo Polo, tuttavia, sono osservati anche da Schlein. Con un interesse duplice e con un misto di speranza e preoccupazione. La segretaria, infatti, ha messo nel mirino le europee del 2024, vero test per saggiare l’efficacia delle scelte compiute sul partito. Da questo punto di vista, i sommovimenti del Terzo Polo rappresentano un rischio e una opportunità, viene spiegato da un alto dirigente dem. 

Da una parte, infatti, il Partito Democratico può accreditarsi sempre più come unica alternativa alla destra di governo e puntare a piazzarsi alle europee intorno al 25-30 per cento – obiettivo indicato da una fonte di primo piano del Pd – confidando anche nella fine della “luna di miele” dell’esecutivo Meloni con gli italiani. Dall’altra, però, c’è da considerare che dopo le europee andranno al voto alcune regioni importanti come Puglia ed Emilia-Romagna. E lì le alleanze serviranno, eccome. Questo il timing. Sempre che i presidenti uscenti di Puglia ed Emilia-Romagna non vogliano candidarsi a Bruxelles.

Fonte: Agenzia Italia (AGI) – 12 aprile 2023

Il verticalismo inganna sugli effetti di accelerazione a riguardo dell’unità del Centro

Per superare il bi-populismo, basterà mettere insieme le classi dirigenti dei partiti di Centro? A questa domanda, personalmente, risponderò sempre in modo negativo. Basta anteporre il “nuovo” a parole del Novecento? Non credo (la domanda è stata posta in più occasioni da D’Ubaldo).

Il neonato progetto politico “centrale” necessita di un pensiero politico solido e condiviso. Ci vorrà tempo e tanta pazienza, ma i percorsi condivisi dal basso sono sempre a medio-lungo termine. Quello di cui non abbiamo bisogno è l’ennesima operazione verticale, mettere insieme il leader dei liberali, quello dei riformisti e quello dei popolari, ha senso per una competizione elettorale inaspettata, ma per un solido progetto culturale e politico serve altro.

Abbiamo bisogno di trovare il modo, la forma e un nuovo pensiero culturale e politico, per unire le tre culture politiche del “Centro”: il liberalismo, il popolarismo e il riformismo. Un esempio di mediazione, citato da Giuseppe Sangiorgi in un recente dibattito pubblico, è l’articolo 3 della Costituzione: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

In questo mio breve articolo vorrei avanzare una proposta di lavoro condiviso. Avviamo il percorso partendo da cinque parole e da quattro riferimenti ideali:

-Libertà, emancipazione, solidarietà, responsabilità e partecipazione; -Europerismo, Costituzione, persona e ambiente, economia sociale di mercato e dottrina sociale cristiana. 5 concetti e 4 riferimenti da sviluppare e promuovere insieme, all’interno di un nuovo pensiero culturale e politico: l’Umanesimo Civile 5.0.

Definizioni:

Umanesimo (dizionario online) è qualsiasi concezione che riconosce la centralità dell’uomo nella realtà, o che intende rivendicarne i diritti, l’esigenza di libertà e la dignità individuale.

Civile (Oxford Languages and Google) concerne la comunità organizzata, specialmente sul piano dei rapporti tra i membri che la compongono. Rivolto a coltivare o illustrare le virtù che formano il vero cittadino e conquistano o mantengono il buon governo.

5.0 (UniverseIT) e quindi Società 5.0 cerca di bilanciare lo sviluppo economico con la risoluzione di problemi sociali e ambientali. Non si limita al settore manifatturiero, ma affronta sfide sociali più ampie basate sullintegrazione di spazi fisici e virtuali.

Dobbiamo, con umiltà ma tanta determinazione, approfondire e attualizzare il pensiero dell’Umanesimo Civile, rendendolo 5.0. Un pensiero culturale capace di coniugare l’umanesimo cristiano e laico, un metodo di lavoro che sia uno strumento di miglioramento della vita civile, con lo scopo di mettere la propria cultura, i talenti di ognuno e le competenze acquisite, a disposizione della comunità, con la consapevolezza che il saperese non condiviso con gli altri e per il bene comune, può solo soddisfare il proprio ego.

Camminiamo insieme

L’Osservatore Romano | Crociate e Comuni al tempo di Papa Urbano II.

«La conoscenza del passato ha scritto Marc Bloch — è una cosa in evoluzione, che senza posa si trasforma e si perfeziona». Sulla scia di questa affermazione, contenuta nellApologie pour lhistoire, si pone Antonio Musarra, docente di Storia medievale allUniversità di Roma La Sapienza, nel suo recente Urbano II e lItalia delle città. Riforma, crociata e spazi politici alla fine dellXI secolo (Bologna, Il Mulino, 2023, pagine 320, euro 28). Mettendo in dialogo gli studi sulla riforma della Chiesa con le ricerche sul fenomeno crociato e con le indagini sullavvio dellesperienza comunale, il libro riesce a gettare nuova luce sul pontificato di Urbano II (1088-1099), chiarendo così una fase cruciale sia per la storia della Chiesa, sia più in generale per il futuro dellEuropa e dei suoi rapporti con lOriente.

Una delle tesi del libro di Musarra è che linteresse da parte dellOccidente latino per la conquista della costa siro-palestinese non sia riconducibile unicamente a moventi economici, ossia alla volontà di acquisire nuovi mercati e nuovi monopoli in Terrasanta, ma debba essere compreso nel quadro della sperimentazione di forme di autogoverno che si andava compiendo nelle città dellItalia centro-settentrionale alla fine dellXI secolo. Con questo Musarra non intende affatto sostenere che la crociata innescò la nascita dei comuni. In modo più raffinato, lo studioso vorrebbe dimostrare che la crociata anche grazie alla canalizzazione della violenza dei milites verso lesterno svolse un ruolo non trascurabile nel favorire un clima di concordia interno alle realtà urbane e che, viceversa, il tentativo di pacificazione fu un elemento importante per incoraggiare la partenza dei cittadini-pellegriniverso Gerusalemme.

In tal senso, il programma di Urbano II basato sulla difesa della libertas ecclesiae rispetto alle istanze imperiali, sulla riforma del clero e del laicato, così come su una visione universalistica del papato si rivelò decisivo.

Nato tra il 1035 e il 1040 a Châtillon, Eudes aveva frequentato la scuola della cattedrale di Reims retta da Bruno di Colonia, divenendo arcidiacono. Non è chiaro quando entrò a Cluny, ma è documentato che, intorno al 1070, riuscì a raggiungere il grado di priore maggiore, vicario dellabate Ugo di Semur. Lapprendistato cluniacense fu fondamentale nella sua successiva opera di riforma, anche amministrativa, della Chiesa. Il suo trasferimento a Roma si deve far risalire al 1078 o al 1079, quando fu nominato cardinale vescovo di Ostia da Gregorio VII; nel 1085, poi, in un periodo caratterizzato dal conflitto tra papato e impero, divenne legato in Germania. A Quedlinburg, in Sassonia, partecipò a un concilio in cui si condannò Guiberto, arcivescovo di Ravenna, che nel 1080, per volontà di Enrico IV, era stato scelto come papa in funzione anti-gregoriana con il nome di Clemente III. Nel marzo 1088 dopo il breve pontificato di Vittore III, già abate di Montecassino egli stesso fu eletto Papa, assumendo appunto il nome di Urbano. La scelta non fu causale: forse fu compiuta proprio in onore di Gregorio VII, che era morto nel giorno della festa di santUrbano (il 25 maggio 1085) e che laveva indicato come uno dei suoi possibili successori; o forse in ricordo di Urbano I, a cui era in quel tempo attribuita una falsa decretale sulla vita comune del clero.

Dedicandosi con meticolosità alla lettura delle fonti, Musarra ricostruisce i cinque viaggi compiuti da Urbano II nel Meridione tra il 1089 e il 1097, prende in esame il concilio da lui convocato a Piacenza (marzo 1095), quindi quello di Clermont (novembre 1095), noto soprattutto per linvito che il Papa avrebbe rivolto in conclusione dellassise a partecipare a un iter armato ad liberandam ecclesiam Dei Ierusalem. Del discorso papale non rimangono resoconti ufficiali, ma soltanto testimonianze posteriori, che devono essere opportunamente ponderate perché molto orientate in senso ideologico. Ed è soprattutto sullinterpretazione di questo discorso che Musarra si sofferma lungamente, sostenendo che, nellottica urbaniana, in gioco non vi era soltanto la liberazione di Gerusalemme o quella della Chiesa dOriente, ma anche un progetto di restaurazione della cattolicità in Sicilia e nella penisola iberica e di opposizione a Guiberto, e dunque allimpero. Si tratta di un aspetto centrale: la crociata fu usata da Urbano II come occasione per deporre i vescovi fedeli al suo rivale e per sostituirli con figure a lui vicine, che potessero fungere da raccordo tra il centro e le turbolente periferie. La questione della lotta contro il dominio islamicosi intrecciava così al problema dellaffrancamento dalle ingerenze laiche negli affari ecclesiastici.

In breve, lindizione delle crociate, la necessità del rinnovamento della Chiesa e lorigine dei comuni sarebbero processi più legati tra loro di quanto si possa pensare. Solo il dialogo tra indirizzi storiografici diversi consente di cogliere questo nesso e di garantire così quellavanzamento nella conoscenza del passato di cui parlava Marc Bloch.

Fonte: LOsservatore Romano – 12 aprile 2023

(Il testo è qui riproposto per gentile concessione del direttore del quotidiano pubblicato nella Città del Vaticano. Titolo originale: «Urbano II e lItalia delle città» di Antonio Musarra. Strenua difesa della «libertas ecclesiae»).

Dossetti difensore della Costituzione e partigiano del Concilio | Intervista a Luigi Giorgi a cura di Lucio D’Udaldo

Gigi non è un conversatore fluente, di quelli che che ti prendono a braccetto con le parole e ti portano lontano, specie se al centro della chiacchierata possono mettere se stessi. È uomo di scrittura, questo sì; preciso ed essenziale, senza molta retorica; uomo abituato a maneggiare documenti, vecchie carte d’archivio, anche ritagli di giornali scomparsi dalla circolazione. Il suo lavoro, all’Istituto Sturzo, lo porta a indagare innanzi tutto quelle vicende e quei personaggi che hanno segnato il percorso del cattolicesimo politico. C’eravamo incontrati due mesi fa a un convegno nella sede della vecchia Provincia di Roma,  amabilmente ribattezzata Città metropolitana dalla “riforma Delrio”,  e abbiamo provato a discutere durante una pausa dei lavori sul suo ultimo lavoro su Dossetti. In realtà, avevo appena sbirciato le pagine del libro e credevo di poter mettere a segno un’intervista. Invece mi sono ricreduto, ho scelto di prendere tempo e di leggere il testo con attenzione, cercando infine di integrare le parole con lo scritto. Meno spontanea e più meditata, l’intervista non vuole disperdere il carattere di relativa immediatezza.

“Se esiste un protagonista della storia italiana…questo è, senza dubbio, Giuseppe Dossetti”. Il tuo incipit dice già molto del perché hai rivolto nuovamente l’attenzione al leader carismaico di quella sinistra dc cresciuta attorno a lui nell’immediato secondo dopoguerra, dopo che già nel 2005 avevi esaminato il suo contributo alla politica estera italiana.  Dossetti ti affascina.

Non solo me, naturalmente. Dossetti ha lasciato un segno indelebile nella storia della Dc e dell’Italia del secolo scorso e ha dato fino all’ultimo, anche quando dalla scena pubblica mancava da decenni, una testimonianza preziosa del suo attaccamento alla vita civile e politica. Sempre originale, profondo, stimolante: la sua capacità di analisi storica ha accompagnato quella di azione, a volte superandola, senza cancellarne però l’intelligenza di analisi del reale.

Il suo nome è associato a quello di De Gasperi. Hai messo a fuoco la dialettica tra i due, la loro diversità di approccio alla politica. Tuttavia, a scorrere il tuo libro si resta colpiti dalla complessità di sentimenti che non permette di ridurre l’opposizione di Dossetti a questione personale.

De Gasperi faticava a capire Dossetti. Gli sfuggiva la ragione intima – la definisce psicologica – di alcune sue scelte politiche e partitiche. Lo avrebbe voluto al governo, ma non trovò la sua disponibilità. Probabilmente dubitava di poter incidere come avrebbe voluto. Tuttavia, un rapporto così complicato non cancellò il legame fatto di stima e rispetto personale. Alla signora Francesca, moglie di De Gasperi, il 31 dicembre del 1958 scrisse un biglietto per annunciare la sua ordinazione sacerdotale. Usò un’espressione di particolare intensità e delicatezza: “Penso che se il Presidente fosse con noi goderebbe, vedendo così chiarita la mia strada e certo ne goderà dal Paradiso”. Poteva dir di più?

Come mai non ti sei soffermato più di tanto sulla decisione che Dossetti assume negli incontri di agosto e settembre del 1951, nel castello di Rossena, quando comunica la volontà di ritirarsi dalla politica?

È un episodio cruciale nella vita di Dossetti. Se ne è discusso molto, più volte, in varie sedi: è una vicenda troppo nota per essere ulteriormente sviscerata, per altro senza avere elementi aggiuntivi di conoscenza e interpretazione. Che altro dire? Quella scelta rientra nel piano di una vocazione alla vita consacrata che evidentemente matura ed esplode nel periodo di massima esposizione politica. A Rossena si consuma l’idea di un limite intrinseco alla politica e alla Chiesa. Senza una riforma di quest’ultima (il Concilio era ben lungi dall’apparire all’orizzonte) e senza una condizione di agibilità politica per le riforme (la Guerra fredda non autorizzava esperimenti oltre un certo limite di tenuta del sistema), l’azione concepita da Dossetti diventava sempre più complicata. Da qui la rinuncia e la decisione di spostare la sua vicenda dal campo politico, riconoscendo a De Gasperi una continuità costruttiva nella gestione del Paese, verso un più complesso e complessivo spazio di formazione, culturale e storico, e di impegno a favore dei più bisognosi.

La sua “reformatio” svanisce dunque come operazione possibile nel contesto politico degli anni 50. Eppure, su invito del card. Lercaro e poi della Dc, nel 1956 tornerà a impegnarsi nelle elezioni comunali di Bologna.

Lo farà per spirito di obbedienza al card. Lercaro cui riconoscerà una paternità spirituale molto profonda e significativa. Alla Dc chiederà di sottoporre al voto degli iscritti l’indicazione a capolista. In sostanza, inventerà le primarie quando ancora nessuno ne parlava. Perse contro il sindaco uscente, il comunista Dozza, ma fece una campagna elettorale di rara incisività e intelligenza. Il “libro bianco” su Bologna, con il primato assegnato alla partecipazione popolare e l’idea di una riorganizzazione amministrativa basata sul decentramento urbano, formerà un esempio di innovazione democratica. È un metodo nuovo che s’impone, assunto che per Dossetti il metodo è sostanza della politica, ovvero la sua interna forza creativa e propulsiva.

Poi inizia la sua vita religiosa…

Il 6 gennaio 1959 viene ordinato sacerdote. Mi sono soffermato molto su questo aspetto cruciale della sua vicenda terrena…

Anche se, a dispetto di chi ha visto una continuità tra il Dossetti politico e il Dossetti monaco, non hai accennato allipotesi che lesperienza condotta al fianco di Lercaro nei lavori del Concilio lo avesse trasformato in un possibile “papabile”. E nemmeno rimarchi, di conseguenza, l’episodio della mancata successione a Lercaro alla guida della diocesi di Bologna: per questa via, si è detto, l’elezione al soglio poteva essere più che probabile, considerato il prestigio da lui conquistato presso gli ambienti riformatori della Chiesa.

Mi sembra, per quello che è dato sapere, uno scenario che non rientra nella corretta evidenza dell’esame storico. Può darsi che attorno alla sua figura potesse coagularsi un largo consenso negli ambienti più aperti al rinnovamento conciliare. Il card. Suenens, all’epoca riferimento autorevole dell’ala progressista della Chiesa, gli si rivolgerà una volta con una battuta felicemente allusiva: “Ma lei è un partigiano del Concilio”. Certo è che Dossetti non cercava ruoli, coltivando semmai la sua propensione al ritiro e alla meditazione, per essere in grado di capire maggiormente il mondo e andare più in profondità rispetto alle vicende della storia e più vicino alle difficoltà dei poveri. Sta di fatto che si dividerà, dalla “svolta del ‘68” fino tutti agli anni 80, tra Monteveglio e Gerico in Terra Santa, rafforzando la dimensione a lui molto cara del raccoglimento e della preghiera. Sono poco incline a credere che, nel farsi sempre più forte la sua adesione a una prassi di fede non attivistica, lontana perciò dalla contaminazione semi-pelagiana, ci fosse in un angolo riposto della mente l’idea di una chiamata alla guida della barca di Pietro.

Infine, a riprova che l’orizzonte della politica non gli fosse sfuggito nemmeno dopo la scelta propriamente religiosa, ci sono gli anni delle ultime battaglie: a presidio della pace e per il no alla guerra contro l’Iraq, in difesa della Costituzione, contro la “coreografia medicea” rappresentata dal berlusconismo, a sostegno della speranza di uno scatto in avanti dell’Italia, per un nuovo ideale di democrazia…Dunque, Dossetti lascia socchiusa la porta all’impegno politico dei cattolici?

Lo dirà espressamente nell’incontro con la redazione della rivista Baillame, nel 1993: “…nonostante tutto dico: non c’è incompatibilità di principio tra fede e politica. Può accadere che a volte siamo chiamati a fare politica, in una circostanza, in un determinato momento, per un certo breve periodo, episodicamente”. In una fase di emergenza, quando la storia richiede la loro responsabilità, gli uomini di fede hanno il dovere d’impegnarsi. Ciò non toglie che la politica abbia un suo statuto di costante aderenza alla vita associata dell’umanità; che sia pertanto una dimensione nobile o, come ricorda l’insegnamento della Chiesa, una “forma superiore di carità”; che giovi praticarla con serietà e preparazione, senza cedimenti alla demagogia e al populismo, per dirla con le categorie a noi più prossime.

In fondo Dossetti ha un’unica, fondamentale premura, e cioè che l’ansia del fare – e quindi del fare politica – non segni la cancellazione del giusto confine con la fede. In altri termini, e ancora una volta, la sua sollecitazione concerne l’esigenza di purificare i mezzi, oltre che i fini. La politica non deve perdere il carattere della sua laicità.

Luigi Giorgi, Giuseppe Dossetti. La politica come missione”, Carocci, 2023

Troppe regole e troppe norme quando spesso basterebbe il buon senso

Dato che in genere ci si lamenta perchè le cose vanno male viene spontaneo chiedere leggi e norme più severe, senza renderci conto che questa è un’esplicita ammissione di debolezza collettiva: il fatto che sia un’invocazione generalizzata ci rende tutti reciprocamente debitori di giustificazioni e ammende. O mores o tempora, serve sempre un giro di vite su tutto. Eppure di regole e di norme ce ne sono fin troppe: si vede che non sono quelle giuste oppure che sono male applicate.

Personalmente propendo per la seconda ipotesi e non posso che far mio il celebre detto di Dante Alighieri “le leggi son ma chi pon man ad esse?”. La nostra verbosità mediterranea ci porta a discettare sui massimi sistemi, in genere c’è sempre qualcosa da aggiungere e altrettanto da chiarire. Arriva l’ordine e, prima di agire, bisogna aspettare il contrordine. Tra commi, articoli, paragrafi, codici, codicilli, lacci e laccioli siamo impaludati in un mare magnum di previsioni normative, di veti incrociati, di diritti, interessi che favoriscono la proliferazione dei “ma”, dei “se” e dei “distinguo”: “sarebbe così ” ma…bisogna vedere”, “questo mi spetta”, “questo non è compito mio”.

E non parlo solo di legiferazione nazionale o di atti amministrativi, di lentezze processuali o di impantanamenti procedurali: è un fatto di costume che genera l’abito mentale della burocrazia e del pregiudizio, un abdicare continuo alla logica e alla razionalità. A volte perdiamo di vista il “senso” di una norma, il suo scopo finale, il più importante e ci areniamo nell’analisi minuziosa dei dettagli e del suo “articolato”. Basta che uno eccepisca su un aspetto, un passaggio, che evidenzi una possibile lesione di diritti, che invochi l’applicazione letterale di un termine per paralizzare una procedura, per bloccare il funzionamento di un servizio, per rinviare a un futuro chiarimento: “non c’è scritto, quindi non lo faccio” o viceversa “la legge parla chiaro: sono dalla parte della ragione”.

A volte la difficoltà è un’evidenza oggettiva, infatti molta normativa sembra fatta apposta per ingarbugliare le situazioni, altre volte i cavilli abitano nella mente delle persone, c’è poca attitudine alla ragionevolezza, alla mediazione, alla comprensione. Bisognerebbe capire che l’intenzione dell’estensore di una legge, di una norma, di un regolamento (a cominciare ad esempio proprio da quello condominiale che è una “prova generale” che riguarda quasi tutti) è quella di semplificare, chiarire, indicare, suggerire, regolamentare: ma sempre tenendo presente che è richiesto all’interlocutore uno sforzo interpretativo ispirato all’interesse generale e al buon senso comune. Eppure è sotto gli occhi di tutti questa frequente evidenza: che se davvero si vuole concludere una procedura, se si vuole arrivare ad un risultato, trovare una soluzione, risolvere un problema la risposta non ci viene data in modo esaustivo dalla norma che regola quella situazione ma che questo compito lo svolge solo in via generale, perché la parte più importante è affidata alla capacità di lettura e di interpretazione di chi la deve gestire ed applicare.

Allo stesso modo chi, a qualunque titolo, ha compiti di regolamentazione della nostra vita individuale e sociale dovrebbe innanzitutto capire che non è possibile prevedere la gamma infinita delle situazioni e dei comportamenti: sarebbe sufficiente metter mano a poche norme chiare da affidare all’antico ma sempre efficace buon senso comune.

Purtroppo questo auspicio lo condividiamo prevalentemente quando il buon senso ci torna comodo per aggirare l’ostacolo di vincoli limitativi o vessatori, quando ci riguarda personalmente, mentre ne facciamo volentieri a meno e invochiamo la formale e letterale applicazione delle regole ogni qual volta si tratta invece della tutela dei nostri diritti oppure degli obblighi e dei doveri altrui.

Bodrato indica la necessità politica di una Terza Forza

Guido Bodrato, con la consueta intelligenza e lucidità, ha scritto un rapido tweet – anche i leader storici della Dc sono presenti attivamente sulla rete – che merita di essere ripreso per intero. Scrive Bodrato: “Schlein ha cancellato i cattolici democratici dal Pd… Non perdete tempo con chi non vi ama…Saranno gli elettori a pensarci. Chi ha passione per l’identità della Terza Forza dedichi il suo tempo alla guerra culturale già iniziata, per una presenza ‘democratica’! Il resto verrà”. Sin qui il “cinguettio” rapido ma incisivo di Guido Bodrato.

Ora, è noto ai cattolici democratici e popolari del nostro paese che quando parla Guido Bodrato – uno degli ultimi grandi leader e statisti della Democrazia Cristiana – è sempre consigliabile prestare ascolto perchè le sue riflessioni sulla politica, sulla democrazia, sulle istituzioni e sul ruolo dei cattolici nella società italiana sono particolarmente attuali e pertinenti. Certo, quando si parla di “terza forza” si pensa ai grandi snodi storici della politica italiana ed europea. Dal progetto all’inizio del ‘900 intrapreso da Luigi Sturzo che diede vita alla straordinaria presenza politica, culturale e programmatica dei Popolari rispetto – e contro – alle forze liberali e socialiste alla cosiddetta “terza forza” in Francia dopo la seconda guerra mondiale che si opponeva sia al Partito comunista francese che al movimento gollista. Una “terza forza” che governò la Francia dal 1947 al 1951.

Ma, per restare all’attualità italiana, seppur in perenne evoluzione e in rapido cambiamento, è indubbio che una “terza forza” quasi si impone di fronte ad un “bipolarismo selvaggio” che rischia di degenerare in modo sempre più convulso in una deriva riconducibile alla logica degli “opposti estremismi”. Una stagione tristemente nota e conosciuta nel nostro paese. Non a caso, Bodrato ha sempre insistito nella sua lunga e ricca esperienza pubblica per una “politica di centro” utile ed indispensabile per battere la radicalizzazione della lotta politica da un lato e contro l’eccessiva polarizzazione ideologica dall’altro. Una “politica di centro” che non sempre coincide con un partito di centro ma che, sicuramente, è una categoria decisiva per ridare qualità alla democrazia, centralità alla democrazia rappresentativa, valenza all’economia sociale di mercato, difesa delle politiche legate al welfare e allo Stato di diritto e, in ultimo ma non per ordine di importanza, per ridare un giusto ruolo ai partiti e alle rispettive culture politiche.

Insomma, diciamocelo apertamente senza equivoci e retro pensieri. Oggi è necessaria una “terza forza” nello scacchiere politico contemporaneo. Di fronte ad una destra democratica e di governo – ma pur sempre destra – e ad una sinistra con un marcato accento radicale, libertario, estremista e anche massimalista, è del tutto naturale che all’orizzonte si profili una sorta di “terza forza”. Certo, mi pare sia abbastanza evidente che non si tratta di dar vita ad una forza politica che riproponga, seppur in forma aggiornata e contemporanea, l’esperienza del partito liberale o del partito repubblicano o di un partito tardo azionista. Quello sarebbe un partito destinato a giocare un ruolo del tutto periferico e marginale nella geografia politica italiana. E questo perchè una potenziale e possibile “terza forza” non può fare a meno dell’unica cultura politica che storicamente ha saputo qualificare una offerta politica centrista, dinamica, innovativa e profondamente democratica. E cioè, la cultura del cattolicesimo popolare e sociale. Senza quella presenza e quell’approccio qualsiasi operazione politica centrista è destinata a fallire. Come sta puntualmente capitando in queste ultime settimane nella politica italiana sul fronte cosiddetto centrista.

Ecco perchè la riflessione di Bodrato – via tweet – ci interroga e interpella i cattolici democratici e popolari del nostro paese. Perchè l’unica cosa certa è che l’attuale ingessatura politica italiana non può durare a lungo per la semplice ragione che contribuisce ad allontanare i cittadini dalle urne e a ridurre la stessa partecipazione democratica. Tocca a noi, cattolici popolari e sociali, raccogliere adesso la sfida lanciata sul futuro di una ‘terza forza’ nello scenario politico italiano. Ben sapendo che non si tratta solo di una mera operazione politica ma, come scriveva giustamente Guido Bodrato, di una ‘guerra culturale che è già iniziata’. Cioè, per dare sostanza ad un nuovo progetto politico è indispensabile anche e soprattutto mettere in campo una forte attrezzatura culturale, ideale e valoriale.

In arrivo la Medaglia d’oro al merito per la sanità pubblica

Il prossimo 27 aprile al Quirinale il presidente della Repubblica dovrebbe consegnare a tutte le Professioni sanitarie la Medaglia d’oro al merito per la sanità pubblica per l’impegno dimostrato durante la pandemia. Il decreto è alla firma a quanto si apprende.

Il conferimento delle ricompense sanitarie ricordiamo ha luogo con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del Ministro della Salute, sentito il parere della Commissione Centrale Permanente.

 

Il futuro esige la ricostruzione di una presenza democratica e popolare

Quest’anno la Via Crucis, assente purtroppo Papa Francesco per i postumi dovuti al ricovero ospedaliero, ha dato ai fedeli di tutto il mondo il segno di come la Chiesa si pieghi con amore evangelico sulle sofferenze dell’umanità, invitando a guardare in faccia le grandi emergenze dell’oggi: il fattore climatico fuori controllo, il dramma della guerra, la sorte dei migranti, l’emarginazione dei più deboli, le diseguaglianze economiche e sociali. Abbiamo ascoltato testimonianze toccanti, ci siamo ricordati che la Pasqua non si racchiude in formule augurali un po’ scontate. E soprattutto che la gioia e la speranza dei cristiani assegnano alla Festa il valore di un impegno più intenso e generoso, oltre la sfera del privato.

La politica, pur nella sua autonomia, non perde il contatto con la vita. Lo sforzo dei credenti esige una costante distinzione tra la sfera del naturale e la sfera del soprannaturale, ma non fino al punto di contrapporre l’una all’altra. È stata la lezione di Jacques Maritain, di cui quest’anno ricorre il cinquantesimo della scomparsa, quando asseriva appunto la necessità di ‘distinguere per unire’. Questo vale anche ai giorni nostri, sebbene la ‘nuova cristianità’ di cui parlava il filosofo francese abbia smarrito da tempo i suoi connotati più significativi. Viviamo in un’epoca di secolarizzazione accentuata, specialmente in Europa, con la caduta degli indici di partecipazione alla pratica religiosa. L’enorme pervasività della tecnica e della scienza, verso cui si sconta un sentimento d’impotenza, travolge quel concetto di umanesimo che appariva come il ‘bene rifugio’ della cultura progressista di radice cristiana.

Dobbiamo ricostruire i valori fondativi della nostra politica. Ieri, prendendo spunto dalle vicende del Pd, Guido Bodrato l’ha detto con chiarezza. Il suo messaggio, ancorché ridotto a un ‘cinguettio’ sulla rete, suona come un monito per tutti noi: “Schlein ha cancellato i cattolici democratici dal Pd…Non perdete tempo con chi non vi ama…saranno gli elettori a pensarci! Chi ha passione per l’identità della Terza Forza dedichi il suo tempo alla guerra culturale già iniziata, per una presenza ‘democratica’! Il resto verrà”. Sono parole da meditare con grande scrupolo: in effetti vanno oltre la questione del Pd perché toccano alla radice il discorso sul futuro del cattolicesimo democratico. Il cambiamento investe la Chiesa e il mondo, pertanto investe anche le ragioni del nostro impegno politico.

Non ci possiamo adattare a una rimasticatura del passato. C’è un’eredità che va rispettata, senza farne però un uso consolatorio, tanto per scansare la fatica di un pensiero nuovo. È una guerra culturale, quella che si materializza di fronte a noi? Penso che Bodrato colga nel segno e dunque, a questo punto, rompere gli indugi diventi un’esigenza. Non ci sono alternative già pronte o soluzioni prevedibili, sicché la fatica maggiore consiste proprio nel rimettere a nuovo il disegno di un umanesimo confacente alla post-modernità. La politica aperta al futuro ha dentro di sé questa complessa suggestione.

Dibattito | Casini, ovvero la forza dell’evanescenza politica.

Dai Sacri Sepolcri ai sepolcri imbiancati il passo è breve, ma sembra che Pierferdinando Casini ci abbia preso gusto o, forse, vorrebbe sentirsi a casa sua nel Molise.

Dopo Isernia, il presidente della Repubblica mancato si sposta sulla costa adriatica molisana, a Termoli, per presentare il suo libro “C’era una volta la politica. Parla l’ultimo democristiano.”

Ma a Termoli, rispetto ad Isernia, oltre a non essere accolto in pompa magna, la sua presenza è avvertita come fastidiosa da una parte non secondaria di persone che sino al 2006 si erano riconosciute nella linea dell’allora suo Partito: quella UDC finita miseramente a livello nazionale nelle mani di Lorenzo Cesa (catapultato nel Molise alle scorse elezioni politiche della Camera dei deputati) e del meno noto montenerese Teresio Di Pietro rispetto al magistrato di mani pulite (o mani sporche?).

Infatti, se ad Isernia il parlamentare eletto nelle fila del PD (per una vita militante e co-fondatore del centrodestra berlusconiano) soltanto qualche settimana fa è stato ricevuto in pompa magna dai vertici Rai regionali, dallo stesso Lorenzo Cesa e da politici ancora in voga gravitanti in quel che resta dell’UDC, sulla costa la sorte del parlamentare piddino suscita malumori crescenti ed avversione aperta per i suoi comportamenti avuti nel non troppo lontano 2006, quando rifiutò addirittura di ricevere una delegazione dell’UDC proprio di Termoli, ossia la più rappresentativa del Molise in termini di forza elettorale ed ideale.

All’epoca il neo saggista motivò la sua decisione con l’esigenza di quel senso di moralità che a suo giudizio era venuta meno nella cittadina molisana a seguito di alcune vicende giudiziarie (finite poi in una bolla di sapone).

Ad innalzare un profondo malumore nei riguardi di Casini è Nicola Felice, che nel 2006 abbandona l’UDC per dedicarsi totalmente a problemi di carattere sociale attraverso la costituzione del Comitato “San Timoteo” (di cui è presidente) per la difesa del nosocomio termolese e della sanità pubblica molisana. Una posizione assunta da Felice proprio per quella idea di moralità pubblica e privata delle quali il neo acquisto piddino non risulta essere certamente un campione.

Vi è poi tutta una storia politica personale che non si può né cancellare, ma neanche ripudiare per fini prettamente elettorali o, peggio ancora, personali legati all’acquisizione di nuovi posti di potere.

Nella vita, soprattutto in quella politica, occorre essere non soltanto seri, ma soprattutto coerenti. Il trasformismo non appartiene a quei democristiani seri dei quali Casini si sente l’ultimo interprete, anzi l’ultimo rappresentante, perché proprio i democristiani seri sono stati i protagonisti delle varie fasi politiche più importanti: Dossetti, Moro, Zaccagnini, Granelli, Galloni, Tina Anselmi, Leopoldo Elia, Martinazzoli. Cioè democristiani che pur militando nello stesso Partito di Casini erano distanti anni luce dal politico bolognese non soltanto per cultura politica, ma anche per comportamenti politici personali.

Piuttosto, in questa nuova veste di saggista, l’ex leader dell’UDC palesa soltanto la sua evanescenza politica: una sorta di solitudine politica e personale che si ostina a voler accettare, ma che avanza giorno dopo giorno come tutte le cose mortali che hanno un principio ed una fine.

Il binomio cattolici e politica richiede uno sforzo di attualizzazione

Non è semplice nè corretto definire la “coerenza” dei cattolici nell’attuale contesto politico italiano. Innanzitutto perchè il pluralismo politico dei cattolici è un dato storicamente e culturalmente acquisito. E, in secondo luogo, perchè mancando un partito che riconduce la sua azione politica alla ispirazione cristiana, o meglio, alla cultura cattolico popolare e sociale, è di tutta evidenza che nessuno può rivendicare o richiamare in modo esclusivo la benchè minima coerenza nelle concrete scelte politiche dei cattolici italiani.

Certo, assistiamo nella politica italiana ad un susseguirsi così rapido degli avvenimenti che prescindono anche una necessaria ed indispensabile elaborazione politica e progettuale. E gli avvenimenti capitati, frutto della libera scelta degli elettori e non della pianificazione a tavolino di un gruppo di illuminati in questi ultimi mesi, lo confermano in modo persin plateale. È appena il caso di ricordare alcuni di questi tasselli: dalla straripante vittoria della destra democratica e di governo alle elezioni dello scorso 25 settembre alla torsione radicale, libertaria, estremista e massimalista del Partito democratico a guida Elly Schlein; dal sostanziale crollo della scommessa politica ed elettorale del ‘terzo polo’ nella sua versione originaria alla ‘ricomposizione’ politica e organizzativa dell’area cattolico popolare e cattolico sociale del nostro paese; dalla irrilevanza ormai consolidata degli ex popolari all’interno del nuovo corso del Pd alla difficoltà di quest’area a ritagliarsi uno spazio reale e significativo all’interno della destra con un ruolo sempre più marginale della componente centrista in quel campo politico.

Inoltre, la radicalizzazione della politica accompagnata da una sempre più marcata polarizzazione tra la destra e la sinistra non può durare a lungo come una regola normale nel concreto confronto democratico nel nostro paese. Come, del resto, è impensabile che l’area plurale, riformista e di governo riconducibile ad un centro politico dinamico e democratico possa essere ancora escluso a lungo dalle dinamiche concrete della politica italiana.

Certo, si tratta, questo, di un ‘cantiere’ in gestazione che adesso può essere tranquillamente ricostruito non solo perchè esiste uno spazio politico ma anche, e soprattutto, perchè cresce in modo esponenziale l’astensionismo elettorale frutto e conseguenza di una mancata offerta politica, culturale e programmatica. Una assenza costante e progressiva dei cittadini dalle urne che ci porta ad una semplice conclusione: e cioè, settori crescenti, e maggioritari, dell’elettorato non si ritrovano più nella camicia di forza di questo anacronistico “bipolarismo selvaggio”. Un bipolarismo che non rappresenta più la maggioranza dell’elettorato italiano e che, di conseguenza, crea le condizioni per la formazione di un soggetto politico – o meglio di un ‘campo politico’ – che vuole intercettare invece una domanda di politica riformista, non urlata, democratica e portatrice di una vera cultura di governo.

E, forse, proprio all’interno di questo “campo” troverà sempre sempre più spazio e ruolo la cultura cattolico popolare e cattolico sociale che, comunque sia, resta una componente fondamentale per la storia democratica ed istituzionale del nostro paese. Perchè, al di là di stabilire astratte e ridicole coerenze rispetto ai valori e ai principi della tradizione del cattolicesimo popolare e sociale, è indubbio che in un contesto caratterizzato da una sempre più sfacciata radicalizzazione politica e polarizzazione ideologica, il ruolo e la funzione dei cattolici non può che essere estranea ed esterna rispetto a quella degenerazione. Certo, esiste ormai, come ho ricordato poc’anzi, un forte pluralismo politico e culturale dei cattolici italiani. Ma è altrettanto indubbio che è necessario ricostruire una iniziativa politica, un campo politico e un progetto di governo dove il ruolo, la cultura e la sensibilità ideale dei cattolici popolari e sociali italiani possano nuovamente poter declinare un’azione che ormai da troppi anni è ai margini della cittadella politica nostrana. Per non parlare della concreta azione che può svolgere una classe dirigente che oggi è presente nella periferia del nostro paese ma che stenta ad affermarsi a livello nazionale per l’assenza di uno strumento organizzativo di rappresentanza politica, culturale e programmatica.

Per questi semplici motivi, i cattolici che guardano al centro non può essere il titolo di un auspicio astratto e velleitario ma, forse, una concreta possibilità per ridare cittadinanza ad una nobile tradizione di pensiero e, al contempo, per riqualificare la qualità della democrazia italiana.

La novità di quel mattino di Pasqua

In questi giorni, che sono di riflessione per tutti, ho riletto qualche pagina de La scienza come professione, soffermandomi sul passaggio in cui Max Weber considera debolezza “non riuscire a guardare negli occhi il destino del proprio tempo” e mi sono sorpreso a pensare se Aldo Moro, quando ammoniva tutti “a vivere il tempo che ci è dato, con tutte le sue difficoltà”, avesse presente alla mente quelle pagine dell’economista e sociologo tedesco.
Forse sì, e in ogni caso resta interessante la consonanza delle due riflessioni.
Mi chiedo a quale fonte ricorrere per motivare le due esortazioni (una implicita, l’altra esplicita).

La fonte è proprio la novità di quel mattino di Pasqua in una sperduta terra dell’impero di allora: quando tutto sembra finire nella tristezza e nella rassegnazione, è un nuovo inizio quello che ci attende, in cui il principio speranza si raccorda con il principio responsabilità.
Noi siamo da anni abituati a utilizzare, come una delle chiavi per comprendere tanti profili del nostro tempo, quella della transizione, al cui proposito vale sempre la chiosa, ironica e profonda, di Hans Jonas, per cui “tutto è transizione, alla luce del dopo”. Non sarà che la vera “transizione”, il vero passaggio, stia proprio nella Pasqua di Resurrezione?

Se è così, dirci “buona Pasqua” è qualche cosa di più e di diverso da una buona abitudine sociale: è l’impegno a ricominciare sempre e comunque, nonostante le difficoltà e
il destino del proprio tempo.

Inedito – Pasqua con Martini: la storia necessita di un “correttivo di misericordia”.

È già  ormai da quasi un secolo che si celebra questa festa di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo. Questo tema è quanto mai attuale, anche se sembrerebbe il contrario, perché i re oggi sono quasi scomparsi dalla faccia della terra. E tuttavia c’è sempre sulla terra chi governa, chi comanda, chi ha il potere. E spesso chi ha il potere non è colui che è il titolare ufficiale del potere, del governo, anche se lo è certamente in parte. Ma in una realtà  ormai globalizzata, mondializzata vi sono più grandi poteri che reggono il mondo. Ne menziono almeno tre, tra i tanti possibili.

Anzitutto il potere economico che regge gran parte dell’universo, in particolare, nel mondo occidentale il libero mercato, la competizione globale con tutte le sue conseguenze, positive e negative. Nessun governo può sottrarsi a questo potere che è quello che, in realtà, modella il nostro stile di vita.

Ma ci sono anche altri poteri che governano il mondo, in particolare alcune nazioni. Ci sono luoghi, situazioni del mondo in cui il primato è la sicurezza dello stato, una ragione di stato che non guarda in faccia a nessuno. Altri luoghi di questo mondo il cui il potere è detenuto da una cultura rispetto ad altre, da una razza rispetto ad altre.

È’ dunque valida la mappa dei poteri, la mappa delle sovranità. Queste sovranità pervadono e qualificano spesso in maniera negativa la vita della gente. Ed è proprio in questo sfondo che la Chiesa ci fa celebrare la festa di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo. Re dell’Universo non perché la Sua sovranità  sia concorrente con questi poteri, ma perché è alternativa, è altra, è di altro genere.

E così ce la descrivono le tre letture che abbiamo ascoltato in questa Eucaristia. La prima lettura dal libro del profeta Ezechiele descrive la regalità  di Dio sul mondo come quella di un pastore che non pasce se stesso ma che prende cura del suo gregge. Così Dio si prende cura di noi, non cerca il proprio tornaconto, il proprio vantaggio, ma se ci chiede qualcosa è per il nostro bene e tutto opera perché noi siamo felici, perché arriviamo alla pienezza della nostra realizzazione profonda. Questa è la regalità di Dio e di Cristo. E ancora, l’altra caratteristica di questa regalità  è espressa nella terza lettura, dal Vangelo secondo San Matteo. Gesù è un re che si identifica con i più deboli, con i più poveri, con i più sofferenti, con i più abbandonati. Gesù si identifica con le vittime del terrorismo ma anche con le vittime della prepotenza, si identifica con tutti coloro che sono in qualche maniera privi del necessario, bisognosi di aiuto, di accoglienza, di sostegno. E di qui nasce tutta la vita caritativa della Chiesa, di qui nasce l’imperativo che ci invita a vedere il volto di Cristo nel volto di chi ci sta accanto. Ecco la regalità  di Gesù: Gesù Re si nasconde dietro il volto delle persone deboli, malate, sofferenti, oppresse, incarcerate, sole, disperate. E chiede il nostro aiuto, la nostra attenzione.

E allora c’è una terza caratteristica della regalità  di Gesù che ci viene espressa dalla seconda lettura, dalla Lettera di San Paolo ai Corinzi. Gesù è quel re che vince la morte, che supera il tempo, che non ci lascia guardare soltanto agli orizzonti di questa vita, dopo i quali non ci sarebbe altro che la tomba, ma ci fa vedere anche nella tomba il segno di una vita che continua, di una vita che raggiunge la sua pienezza, nel mistero dell’amore del Padre. Dio è, dunque, il pastore che si prende cura di noi, che ci chiede di lasciarci amare. Dio è il re che si identifica con i più deboli e ci chiede di riconoscerLo nel volto dei fratelli. Questo Re e Signore che vince la morte e supera il tempo e ci permette di sperare.

Celebriamo, dunque, in questa Eucaristia, la regalità  di Gesù, che è quella che non si contrappone necessariamente per far concorrenza agli altri poteri umani, ma introduce nella storia quel correttivo misericordioso che permette alla storia di non andare verso la rovina totale, ma aiuta gli uomini e le donne, e soprattutto i responsabili delle nazioni, a prendersi a cuore il futuro dell’umanità . Anche per questo dobbiamo pregare, perché il Signore doni ai responsabili delle nazioni, soprattutto ai responsabili della pace, pensieri e gesti di pace. Ma il Signore è soprattutto colui che vince la morte e supera il tempo. E a Lui ci affidiamo e affidiamo i nostri cari per il tempo e per l’eternità

Fedeltà alla pace, riflessione per una buona Pasqua.

Nel mondo ci sono 59 conflitti armati, alcuni dei quali molto gravi, come l’invasione russa in Ucraina. Sono un dramma continuo. E lo sono anche perché se dovessimo ipotizzare cosa ci lascia in eredità il Novecento, forse non sarebbe remoto affermare come l’eredità più positiva consegnataci nei suoi anni finali sia la forte attenzione alla pace. Il XX secolo, il secolo breve, il secolo dei nazionalismi e dei totalitarismi termina con la nascita di un movimento mondiale per la pace, che parte dagli anni Sessanta e arriva alle reti new global degli anni Novanta: un secolo di grandi rivolgimenti così come di grandi idealità, di grandi figure e movimenti che, di fronte alla minaccia nucleare o di qualche forma più o meno velata di imperialismo, si difendono con la non violenza.

Anche la Chiesa cattolica dà un contributo essenziale alla cultura della pace, dal magistero di Giovanni XXIII alle Giornate mondiali istituite da Paolo VI. Tutto concorre a spiegare che la pace – per i cristiani – non è una semplice assenza di guerre ma un patto fondato nella verità, nella giustizia, nell’amore, nella libertà. Forse a tutti noi basterà ricordare il Salmo 85, dove si afferma che “giustizia e pace si baceranno”: un binomio indissolubile.

Anche rileggendo Emmanuel Mounier ci pare di cogliere lo stesso spunto: la pace non è una cosa fantastica o idealistica, ma è presenza, fatica, impegno che non chiude gli occhi sul male, sul conflitto. D’altra parte per non essere astratti bisogna essere concreti, vedere la realtà. La pace non è un  un ordine esteriore, estraneo alla vita personale di coloro che unisce, e neppure una migrazione all’interno del proprio io o del proprio mondo. La forza esiste e plasma le istituzioni, il diritto, le relazioni. È nostro compito allentare a poco a poco, dall’interno, questa servitù della forza – scrive Mounier – inserendovi progressivamente una giustizia limitativa grossolana, poi una giustizia di reciprocità e infine la dismisura e la sovrabbondanza della carità, della legge dell’amore. Dunque la pace non è una tattica ma una strategia, è lenta. Ogni passaggio in avanti è come una pasqua: come una resurrezione.

La società civile può fare molto, dall’affermare un’economia rispettosa della persona e del bene comune a forme di comunità fondate sull’amicizia civile fino a creare forme di diplomazia popolare, di collegamenti con le comunità presenti nelle nazioni. Anche la società politica può fare moltissimo, a partire da un’attenzione riformista verso le grandi alleanze internazionali: l’Unione europea e l’Onu hanno tutte bisogno di riforma. La politica estera è essenziale per definire ogni politica, anche quella locale. Serve un riformismo internazionale fondato sul rispetto dei popoli e del diritto: la cultura della pace iniziata negli anni Sessanta si sposa bene con un’idea di riformismo internazionale. Serve un’intelligente etica dell’intenzione coniugata a a un’etica della responsabilità: verrebbe da dire, intenzione e responsabilità si baceranno. Le cose stanno cambiando, molto velocemente: le idee politiche si stanno trasformando. Scegliamo un cammino di riformismo ispirato all’unità, alla composizione delle differenze. Con pazienza e sguardo lungo.

Pasqua è anche sorpresa, è anche credere all’impossibile. Si esce dal cenacolo, si attraversa un dramma, si soffre, si va a visitare una tomba: ma senza escludere la possibilità di trovare un sepolcro vuoto e sapere che qualcosa è risorto.

Elly Schlein cambia il profilo del Partito democratico

Finalmente la neo segretaria del Partito democratico, Elly Schlein, ha presentato la sua squadra di ‘governo’ del partito. Una squadra giovane, anche esterna al partito, preparata e che sicuramente è caratterizzata da una voglia di fare e da una grande passione ideale. Detto questo, però, è sul versante politico e culturale che si può e si deve valutare la qualità e la consistenza di un gruppo dirigente. Anche se, come ovvio e scontato, sarà la concreta iniziativa politica che darà la risposta a questa domanda. Ma, come da copione, il neo gruppo dirigente del Partito democratico non poteva non rispondere al profilo netto, trasparente ed inequivocabile impresso dalla Schlein sin dall’inizio della sua segreteria. E quindi un partito con una chiara e netta identità: radicale e libertaria sotto il versante valoriale e culturale ed estremista e massimalista su quello politico e progettuale. Nulla a che vedere, quindi, con la prima esperienza del Partito democratico che vedeva nella convergenza tra la cultura cattolico popolare e sociale con la tradizione post comunista, socialista e liberal democratica la ragion d’essere di quel progetto politico, culturale e di governo. Oggi, anche per lo scorrere del tempo e il naturale e fisiologico cambiamento delle stagioni storiche, il quadro politico è radicalmente cambiato e, di conseguenza, ne risente anche il profilo e l’identità del nuovo Partito democratico. E, per tornare alla squadra di governo del partito annunciata dalla segretaria Schlein, riflette appunto il cambiamento profondo della sua identità post primarie.

Certo, e senza alcuna polemica pretestuosa o pregiudiziale, di fronte a queste nomine – peraltro scontate e anche coerenti con il nuovo profilo del partito – sarà sempre più curioso ascoltare le motivazioni politico e culturali che spingono i cattolici popolari rimasti in quel partito a cercare le ragioni della profonda convergenza ideale con il “nuovo corso” interpretato dalla Schlein e dal suo gruppo dirigente. Dal ‘cattolico professionista’ Delrio a tutti coloro che avevano solennemente annunciato che senza un “cambiamento profondo” del modo d’essere del partito era a rischio la stessa presenza degli ex popolari all’interno del Pd. Ora, dopo la composizione della segreteria del partito e la radicale assenza, com’era del resto facilmente prevedibile, di esponenti riconducibili all’esperienza cattolico popolare e sociale, occorrerà trovare altre motivazioni che spiegano le ragioni profonde dell’adesione al progetto politico e culturale della Schlein.

E, alla luce anche di queste peraltro scontate considerazioni, si rende sempre più necessaria la costruzione di un soggetto politico dove la presenza culturale, ideale e squisitamente politica dei cattolici popolari e sociali sia incisiva, visibile e determinante. E questo spazio politico non può che essere “al centro” e per un “centro dinamico, riformista, democratico, di governo e plurale”. Con il rispetto dovuto, come ovvio, per tutti quei cattolici popolari che vengono ‘gentilmente ospitati” in partiti che ormai hanno un’altra ragione sociale, un’altra identità culturale e un’altra prospettiva politica.

L’ Autonomia differenziata può danneggiare anche il sistema produttivo del Nord

Ora si chiama ‘autonomia differenziata’ delle Regioni. Una volta si chiamava ‘federalismo’ e poi ‘devolution’. Definizioni diverse legate esclusivamente alle tattiche adottate dalla Lega in funzione dei cambiamenti nei rapporti di forza tra le forze politiche degli ultimi 30 anni. Pensando a questo lungo periodo riaffiorano immagini ingiallite e parole d’ordine superate: secessione, repubblica del Nord, rivolta fiscale, folklore dei raduni del Monviso con l’acqua del Po nell’ampolla e quelli di Pontida con partecipanti agghindati da celti, dichiarazione d’indipendenza della Padania, ricorso alle armi, autodeterminazione di un popolo, giudizi negativi sui meridionali, ecc. Dal punto di vista esclusivamente statutario, la ‘Lega per Salvini premier’ (nata nel 2018), è un movimento politico che “vuole la trasformazione dello Stato italiano in un moderno Stato federale”, a differenza della ‘Lega Nord’ (che continua ad esistere) che vuole come in passato “il conseguimento dell’indipendenza della Padania attraverso metodi democratici e il suo riconoscimento internazionale quale Repubblica Federale indipendente e sovrana”. Chi ritiene che la Repubblica debba essere una e indivisibile (articolo 8 della Costituzione) può ritenere sincera questa conversione leghista dal secessionismo al sovranismo? La risposta è nel ddl sull’autonomia differenziata a trazione leghista approvato recentemente nel Consiglio dei Ministri. Risponde positivamente alle richieste di maggiore autonomia già presentate da Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna e consente a tutte le altre Regioni di mettersi in coda per avere ancora altre competenze. Le materie oggetto di potenziale trasferimento dallo Stato sono: istruzione, sanità, strade, autostrade, porti, aeroporti, ferrovie, ambiente, beni culturali, governo del territorio, lavoro, previdenza integrativa e demanio statale. Di fatto lo Stato sarebbe svuotato. Secondo Calderoli “l’autonomia differenziata è una riforma necessaria per rinnovare e modernizzare l’Italia, nel segno dell’efficienza, dello sviluppo e della responsabilità. L’Italia è un treno che può correre se ci sono Regioni che fanno da traino e altre che aumentano la propria velocità, in una prospettiva di coesione…”. Dichiarazione generica e un po’ equivoca, coerente con le richieste del Veneto e della Lombardia che durante la campagna referendaria per avere più autonomia, hanno chiesto di trattenere sul proprio territorio quello che resta dei tributi versati allo Stato ma non utilizzati per finanziare servizi e investimenti forniti nella singola regione. “Lavoriamo insieme – ha aggiunto il Ministro – a Regioni ed Enti locali con l’obiettivo di far crescere tutto il Paese e ridurre i divari territoriali”. Obiettivo condivisibile, ma in che modo? La risposta è contenuta nell’art. 8 (clausole finanziarie) del ddl Calderoli: “Dall’applicazione della presente legge e di ciascuna intesa non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”. Equivale a dire che le diseguaglianze tra Nord e Sud si perpetueranno, che lo Stato sta decidendo di abbandonare l’obiettivo di un paese unito in cui il divario strutturale va combattuto e sanato. In sostanza sta emergendo la rottura dei principi fondamentali di eguaglianza e solidarietà su cui si fonda lo Stato italiano. I danni che l’autonomia differenziata alle Regioni provocherà al Sud sono evidenti. Non può essere ignorata la diffusa preoccupazione per la disgregazione del sistema scolastico e del servizio sanitario nazionale in netto contrasto con la Costituzione che richiede “la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, prescindendo dai confini territoriali dei governi locali” (articolo 120). Inoltre, siamo sicuri che questo progetto non desti preoccupazione anche al sistema produttivo delle regioni più ricche? I timori non sono pochi. Un sistema di regioni con competenze differenziate, e quindi con un ulteriore potere autonomo di decidere procedure amministrative, aumenterà sicuramente la burocrazia pubblica, fonte del giusto lamento degli imprenditori che già oggi sono costretti a seguire, ad esempio, procedure autorizzative diverse se operano in una Regione o in un’altra. L’Italia ha giustamente l’ambizione di essere la piattaforma logistica dell’Europa verso il Mediterraneo e l’Africa. Se le competenze dello Stato in materia di logistica e porti passeranno alle regioni è probabile che nasca una competizione tra di loro che creerà veti, prevalenza di visioni localistiche e non lungimiranti e tempi più lunghi per assumere decisioni. Alcuni presidenti delle Regioni del Nord sono spesso convinti che ottenendo nuove competenze statali in materia di infrastrutture e di politiche industriali, ambientali ed energetiche diventeranno interlocutori con l’Europa, riuscendo ad ottenere più risultati del governo nazionale. E’ evidente che questa è un’illusione. Queste preoccupazioni sono confermate dalle osservazioni della Confindustria. Come sostiene il presidente Carlo Bonomi “Serve attenzione sui settori strategici del Paese, come le reti di trasporto. Si può pensare di ridurli a micro gestioni o bisogna, ed è la linea della Confindustria, tenere la gestione a livello nazionale”. Concordo con il prof. Viesti (Università di Bari) quando, chiedendosi se la Città di Milano con l’autonomia differenziata della Lombardia sarà più forte in Europa, risponde che sarà più debole perché farebbe parte di uno stato con poche competenze e quindi ‘ridicolo’ quando dovrà confrontarsi con gli altri stati europei. D’altronde con quale autorevolezza la Presidente Meloni potrà discutere con gli altri capi di governo europei ad esempio del ‘Piano Mattei’ se le competenze in materia energetica non saranno più dello Stato ma frammentate tra le diverse regioni?

Antonio Saitta è stato Presidente della Provincia di Torino e Assessore alla Sanità della Regione Piemonte.

L’ Osservatore Romano | Gesù non fugge e capovolge il mondo

La morte/risurrezione è un atto unico, il salto che spalanca l’orizzonte, travalica il tempo. Lo svettamento attraverso cui l’amore puro irrompe nella storia schiudendone i limiti. Cristo testimonia che l’amore è più forte della morte: «Sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte» (1 Giovanni 3,14). Lo strazio della croce porta sulla scena del mondo l’orrore da cui l’umanità rifugge, tutta la violenza occulta che grava sulla storia. Dà rappresentazione alla discesa agli inferi, all’aprirsi di un varco in quello stato chiuso alla luce in cui la coscienza si identifica con l’inganno della morte. Gli inferi costituiscono l’accumulo di emozioni nefaste che si agitano nel sotterraneo delle anime. Retroscena che non riguarda solo il tempo cronologico, ma anche quel tempo fermo che non scorre più e che non è l’eterno. Tempo doloroso che non si esaurisce quando il tempo donato è terminato, ma resta prigioniero dell’orrore che porta con sé e che non può in alcun modo consegnare per la determinazione accanita di una volontà che non vuole vedere.  Cristo vede e patisce tutto quello che vede. La croce rompe il muro, porta alla luce quello che si nasconde, mette a nudo il volto orribile dell’amore quando si trasforma in odio. Lo converte accogliendone la virulenza. Permette all’odio di conoscersi, di potersi guardare. L’odio cerca chi non lo teme per lasciarsi guardare. Solo chi non lo teme non si sottomette al suo falso potere. Non sottomettendosi lo depotenzia, lo smaschera, lo fa retrocedere. Il giusto crocifisso, che sembra sconfitto, vince la morte non sottostando al suo inganno. Gesù è stabile nella verità. Non fugge. Questo suo restare capovolge il mondo. Diviene il cardine della svolta salvifica. Stando, rompe la catena della maledizione che imprigiona la storia. Accettare la croce è percepire la forza salvifica di quel cardine irremovibile che fa conoscere insieme vita e morte come atto unico. Fa vivere il mistero della risurrezione qui e ora nella vita incarnata. Fa attraversare il buio rimanendo fedeli alla luce. La risurrezione non si identifica con le apparizioni di Gesù, queste però ratificano il dischiudersi della coscienza in coloro che lo amano. Lui è sempre lo stesso, come dimostra la trasfigurazione che precede la morte, cambia la potenzialità del vedere di coloro che lo amano. La risurrezione è una realtà dinamica sempre in atto che irradia amore puro, risveglia la coscienza alla prospettiva della vita eterna. «Se c’è un corpo animale, vi è anche un corpo spirituale, poiché sta scritto che il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente, ma l’ultimo Adamo divenne spirito datore di vita» ( 1 Corinzi 15, 44-45). L’evoluzione che spinge verso Cristo, quindi tutto l’itinerario della storia, culmina in quel passaggio che è la Pasqua. Non agisce sulla massa, come  le dottrine o le ideologie, per omologare. Trasforma dall’interno. Il contatto con l’amore puro, che è lo Spirito Santo, purifica, trasfigura. La risurrezione della carne equivale a quel processo di purificazione della struttura psicofisica che opera lo Spirito e che lentamente fa sorgere dal corpo carnale (psichico), un corpo spirituale. Richiede l’attraversamento della passione dal di dentro l’abbraccio dell’amore. Il grande passaggio può avvenire solo nell’ora in cui tutto è maturo, già pronto nell’invisibile per rendersi visibile nella vita incarnata. La risurrezione rivela la dimensione più evoluta della coscienza, il livello in cui tutte le informazioni potenzialmente presenti nell’energia sono acquisite. L’energia nello stato della risurrezione irradia amore puro. Ma c’è un pericolo che incombe. La risurrezione sta a Cristo, come la manipolazione e l’uso irresponsabile dell’energia nucleare sta all’Anticristo. L’umanità è a un bivio. Gesù è la risurrezione, ha la struttura psico-fisica idonea ad agire le più sottili potenzialità creatrici, opera miracoli, cose meravigliose. L’Anticristo usurpa queste potenzialità, se ne appropria in modo irresponsabile per le sue macchinazioni distruttrici. Risurrezione della carne (sarx) è uno stato dell’energia che la risurrezione di Cristo fa entrare nella creazione come suo stato permanente. «È necessario che questo corpo corruttibile si vesta di incorruttibilità e questo corpo mortale si vesta di immortalità» ( 1 Corinzi 15, 53). C’è un aprirsi di soglie, un espandersi di onde, che investe la coscienza. La risurrezione esprime l’ultima soglia, il cerchio di massima espansione che s’irradia dal nucleo più profondo. In quanto stato superiore essa non impedisce di ritornare a uno stato inferiore. Gesù si manifesta con il suo corpo risorto riprendendo le coordinate spaziotemporali. La continuità degli stati permette l’acquisizione permanente della memoria di ogni passaggio. Così nell’umanità rimangono impressi tutti gli stati dell’evoluzione che vanno a comporre il compimento. «Egli si mostrò ad essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, apparendo loro per quaranta giorni e parlando del regno di Dio» (Atti 1, 3). La risurrezione amplifica il fluire dell’amore. Chi ama Gesù partecipa l’esperienza della risurrezione attraverso il canale dell’amore. L’anima più è accesa d’amore puro, più ne partecipa, s’avvicina alla soglia che spalanca il nuovo stato. Cristo chiama ognuno per nome: «Maria!» (Giovanni 20, 16). L’anima accesa nell’amore è conosciuta in quanto acconsente di farsi amare e l’amore essendole intimo, non può più separarsi da lei. La risurrezione è accessibile attraverso l’amore. Se rimaniamo nell’amore, l’amore ci conforma sempre più intimamente a se stesso. «Non mi trattenere!» costituisce l’invito a entrare nello stato più luminoso dell’amore. Un amore non più legato al finito, possessivo, ma un amore infinito, capace di amare al di là dei limiti spaziotemporali, di creare corpo fra tutti i viventi.

Fonte: L’Osservatore Romano – 8 aprile 2023

[Articolo qui riproposto per gentile concessione della direzione del quotidiano edito nella Città del Vaticano]

Una veste per la Via Crucis

Ad un certo punto, non si sa bene quando, gli occhi la tradirono. La luce si stancò di racchiudersi nelle sue pupille, ingabbiata in orbite troppo piccole per mettersi comoda e pensò di abbandonare il campo. Non fu di colpo che accadde tutto questo. Dapprima incominciò a vedere in modo leggermente sfocato, poi via via la vista peggiorò fin quando il buio non mise termine allo strazio dell’ostinato tentativo di resistere alla cecità ormai imminente. Lei non era tipa di arrendersi e in apparenza non andò in escandescenze. Appena si chiusero per sempre le tende dal mondo, continuò a fare il suo lavoro. C’è chi giurerebbe che da quel giorno le sue mani fecero un salto di qualità insospettato. Dall’essere solo una delle diverse artigiane del posto, divenne poi la sarta più famosa della regione. Si sparse voce che avesse qualcosa di prodigioso nel fare il suo mestiere. La chiamarono la “Maga” e c’era chi giurasse senza esitazioni che fosse capace di parlare con i tessuti così da cullarli, facendone distendere le fibre, fino a quel momento irrigidite dal timore di essere tranciate da una forbice impassibile alle richieste di pietà. Lei era dunque così abile, da costruire tuniche, risparmiando al minimo i tagli per la loro confezione. Erano pezzi unici, un solo tessuto che non aveva cuciture ad assemblare più parti.  Ogni madre desidera qualcosa di speciale per un figlio. Si sarebbe trattato di mettere qualche soldo da parte, ma nulla che potesse far saltare il bilancio familiare. Maria andò da lei con l’entusiasmo di chi vorrebbe subito dare il regalo e gioirne per gli effetti. Invece dovette trattenersi, come ormai si era allenata da tempo a mettere la museruola alla speranza che tutto potesse volgere al meglio, contrariamente al dolore per quanto le avevano spifferato tanti anni prima senza nessuna creanza e senza che lei avesse chiesto alcun anticipo sul futuro. Il tempo volle che Maria e la “Maga” entrarono in buona confidenza. Si diffuse parola che Gesù facesse miracoli addirittura restituendo la vista ai ciechi. Ciò non influì sulla relazione tra le due donne. Maria non sbandierò i prodigi del figlio, tenendoli semmai in disparte. Amava Gesù per ciò che era e non per ciò che compiva di straordinario, che poteva solo confondere le acque sul giudizio che ne aveva. La Maga, a sua volta, era ritrosa nel parlare con tristezza della sua cecità, che invece per qualche verso le aveva portato considerazioni e riconoscimenti sconosciuti al tempo del sole che le faceva piegare gli occhi quando la puntava dritto per dritto nello sguardo. Ritrovare la vista avrebbe potuto compromettere la maestria acquisita nel maneggiare le stoffe e non le dispiaceva la fama che la circondava di saper fare tutto questo malgrado i suoi occhi fossero spenti. Finalmente Maria non ebbe più indugi e le commissionò espressamente la tunica migliore per suo figlio che aveva preso a muoversi da un villaggio all’altro a predicare circa il regno di Dio e cose altre del genere. La frenesia di dare lezioni a quanti lo seguivano gli faceva trascurare quelle piccole cose materiali che a lei, da madre giudiziosa, invece non sfuggivano. Alla fine la Maga non accettò di farsi pagare facendo omaggio della sua arte a Maria raccomandandole di portare a suo figlio le sue benedizioni ed anche di riceverne altrettante. Maria aveva la difficoltà che hanno tutti i genitori nel trovare il tempo giusto per avere un po’ di tempo da scambiare con i propri figli. Non era facile indovinare il momento giusto per avere un po’ di intimità e per dare quel dono a cui tanto teneva. Dopo tanto peregrinare si stava per fare l’ingresso a Gerusalemme, una tappa tanto attesa quanto temuta. Fino ad allora non erano mancati i consensi di una folla che si faceva di volta in volta più nutrita. Quel Gesù faceva correre la sua voce in giro per ogni parte anche quando stava zitto. Di lui se ne diceva per ogni dove un gran bene ma Gerusalemme era la sfida vera da affrontare. La provincia è sempre più generosa nei commenti, più indulgente e credulona verso chi si dicesse maestro di qualcosa. La città con la sua malizia e la sua perizia avrebbe smascherato eventuali raggiri e messo in mostra la vera consistenza di chi si dicesse ispirato da Dio.  Il giorno prima dell’ingresso in città, Maria fece appena in tempo a tirare in disparte il suo Gesù per dargli il regalo che ormai le bruciava in mano. Ne avvertì una grande soddisfazione. Ebbe persino il tempo di dire della sua frequentazione con la Maga, delle reciproche raccomandazioni che si erano fatte e del pregio di un capo privo di ogni minima cucitura. Gesù non stette tanto a pensarci sopra e l’indossò subito, ringraziando Maria raggiante per l’amore che il figlio le dimostrava in un forte abbraccio. Non lo disse in parole, ma stringerla a sé era un sottinteso che aveva più forza di ogni altra espressione. Con quella veste, sarebbe stato come se la pelle e le carezze della madre ora, ancor più, sarebbero sempre state su di lui senza mai abbandonarlo, accompagnandone ogni suo tutto. Nessuno mai avrebbe potuto separare il pensiero del figlio da quello della madre, nessuno mai avrebbe potuto dividerli, nessuno mai avrebbe potuto stracciare la stoffa del loro amore, forgiata con sapienza divina. L’ingresso in città fu a cavallo di un asino che era in una stalla e prelevato dagli apostoli. Quando un uomo ne rivendicò la proprietà gli fu opposto che serviva a Gesù e quello si arrese al destino non muovendo più opposizione. Si diceva che fosse il Messia e che facesse miracoli, meglio non sfidarlo, scaramanticamente, rischiando qualche forma di maledizione. La veste di Gesù era bianca, la più piccola imperfezione sarebbe venuta alla luce. Pilato liberò Barabba e spogliato Gesù lo fece frustare allo stremo. Ad un certo punto la fecero finita perché non c’era assai poco ancora da scarnare ed anche per tenerlo ancora in piedi per la crocifissione. Per terra, in un angolo, il suo panno era rannicchiato, inizialmente preservato dal quadro dell’orrore. Dovette conoscere l’onta della sostituzione, essere soppiantato da un manto rosso che richiamava la porpora delle vesti regali. Ne occorrevano di molluschi da spremere per tirar fuori quel colore che così bene era sfoggiato dalle persone di rango! Quello messo su Gesù era solo uno straccio, una volgare imitazione, quel tanto che bastava per prenderlo in giro mentre sul capo portava una corona di spine e nella mano una canna a fare da scettro. Può darsi fosse una forma di pietà verso i presenti. Quel rosso avrebbe in parte coperto il sangue che ne macchiava il tessuto, acquietandone le coscienze e il compiacimento. Può darsi invece che fosse il modo per mettere in concorrenza il colore rosso con se stesso, quello del sangue con la tinta del cencio, che non vedeva l’ora di togliersi di mezzo e non avere più nulla a che fare con le piaghe che doveva coprire. La presa in giro non durò molto. Giusto il tempo per scatenare l’eccitazione dei presenti che già rimandavano ad uno spettacolo ancor più avvincente. I soldati passarono alla seconda fase del programma. Spogliarono di nuovo Gesù e decisero che non era riguardoso fargli portare la croce sulla via del Calvario nudo come un verme. Non era una delicatezza verso il condannato.  Quel pullulare di sfregi sulla sua schiena potevano confondere gli occhi degli spettatori, mettendo in mostra la perdita del filo logico di una tortura che si era scatenata alla rinfusa, colpendo ovunque capitasse. Forse si sarebbero saziati già a quella vista e non si sarebbero spinti fin sotto al posto dove inchiodarlo ad un legno. Dunque gli rimposero la sua veste perché
potesse assaporare il ritorno ad una pace che era fino a poche ore prima del suo arresto. Fu l’ultima cosa terrena e amica che lo toccò prima della fine. Gli sarebbe stato assai più penoso quando sulla croce l’avrebbe per sempre abbandonata. Il bianco non fece in tempo ad accogliere quel corpo già moribondo che si inzaccherò come non mai di sangue, impiastrandosi di rigagnoli rossi e di trame disordinate, come cercassero una via di fuga qualsiasi pur di non stare lì. La veste si era fatta pesante come una corazza ma tutto conservava. Ciò che quel povero corpo cedeva dalle ferite, la veste raccoglieva senza che nulla andasse sprecato. Nulla si sarebbe perso della sua santità e del suo strazio. Agiva da incubatrice, un’ultima protezione prima della morte. Tanto fu quell’abbraccio, che la veste sembrò appiccicarsi sopra Gesù esausto, tenendolo in piedi per come poteva. Era lei a sostenerlo ed a tamponare le piaghe che non smettevano di eruttare liquidi di ogni genere confondendo sangue e acqua, brandelli di pelle, poltiglie di vene e schegge di ossa in una unica miscela.  Dove il tessuto trovasse tutta quella forza non è dato saperlo. Per quanto fosse sporco non aveva alcuna lacerazione e copriva il corpo in modo che non potesse avvilirsi e vedere in alcun modo la goduria dei suoi accusatori e del popolo che gli andava appresso, ma neanche la pena dei giusti che soffrivano per la sua fine. La veste era ricca di compassione e non cedeva di un passo. Non tentò la fuga e non si distaccò di un centimetro dalla carne che proteggeva con indicibile accanimento. Non si ritrasse e non si incrostò, indurendo il suo cuore indifferente al supplizio. Sembrava avesse una impossibile forza d’animo, il segno che la Maga sapesse il fatto suo ed avesse lavorato con scrupolo presagendo il futuro. Non era finita. C’era ancora un cammino da fare. In certi casi la morte uno se la deve guadagnare. Fu un sentiero ricco di soste che tendevano a spezzare la precipitazione dell’evento. Tra l’una e l’altra tappa, la possibilità di riprendere un fiato fatto ormai di solo sangue, una pausa che consentisse almeno di capire a che punto si fosse della strada. Tutto attorno un gran schiamazzare di gente. Chi disgustato dalla scena, altri in pieno orgasmo per la violenza in corso. Le urla di questi e quelli si confondevano in un unico vociare, stordendo ancor di più la veste che di bianco aveva mantenuto assai poco e che tendeva essa ora ad aggrapparsi al corpo, implorandolo di portarla via dal supplizio. Finalmente si arrivò sulla cima della salita del Calvario. Le esecuzioni si fanno fuori dalla città, non per riserbo ma per fare in modo che anche i viandanti di altre parti possano durante il percorso godersi lo spettacolo. Non mancava la gente. Ce n’era più del previsto. Difficile sottrarsi alla curiosità di vedere come muore un Dio od un uomo che crede di esserlo. Forse avrebbe urlato più di altri con voce possente del cielo o avrebbe trattenuto i lamenti all’inverosimile, gonfiando di muti spasimi le nuvole ferme sul posto, che si torcevano senza più ricomporsi insieme al loro Creatore. La veste era sfinita come Gesù che pietosamente l’aveva pietosamente fatta cadere ai suoi piedi, liberandola dall’ultimo destino. Era lì a terra accartocciata nella polvere sollevata dai piedi dei soldati, impegnati ad inchiodare quello che restava del suo Gesù ad una croce. Quindi se la giocarono a dadi come si fa come a chi per primo, nel turno, spetti andare con una prostituta. Morto Gesù, la contesa perse immediatamente di interesse e nessuno ne rivendicò la vincita. La veste altro non potette vedere. Qualcuno alla fine la raccolse, chiudendole gli occhi, e la strinse forte tra delle braccia, intanto che delle lacrime la bagnavano, levando l’arsura insopportabile che aveva seccato ogni suo filo. Le braccia parevano improvvisamente strizzarla e nel contempo interrogarla, soffocandola, come le chiedessero di restituire ad una madre il suo Gesù, integro come l’aveva conosciuto. Del Figlio, su di una croce di legni, troppo in alto per essere abbracciato, non le restava che quella stoffa tempestata di dolore a cui aggiungeva il suo di donna.  Quando lo tirarono giù, per schiodarne il corpo, subito agendo da maniscalchi, non le fu chiesto di tornare in campo. Rimase raggrinzita, costretta a Maria che non se ne separava un istante. Cosparsero Gesù di oli e profumi come si usava fare, rimettendo in sesto il cadavere per come possibile. Lo accolsero in un lenzuolo e portato nel luogo dei morti. Alla sua resurrezione, Pietro e Giovanni all’interno del sepolcro, videro il lenzuolo che avvolgeva la testa di Gesù ben piegato di tutto punto e per terra le bende della morte da cui si era sciolto, tornando a vedere per l‘eternità. Da un’altra parte, distante da lì, una veste non rimpiangeva il trattamento che le era stato invece riservato. Era serrata per sempre a Maria, questo le bastò. Dalla Palestina è’ tutto.

La vita nella Pasqua si mostra più forte della morte

Card. Carlo Maria Martini

Mentre il Natale suscita istintivamente limmagine di chi si slancia con gioia (e anche pieno di salute) nella vita, la Pasqua è collegata a rappresentazioni più complesse.

È la vicenda di una vita passata attraverso la sofferenza e la morte, di unesistenza ridonata a chi laveva perduta. Perciò, se il Natale suscita un poin tutte le latitudini (anche presso i non cristiani e i non credenti) unatmosfera di letizia e quasi di spensierata gaiezza, la Pasqua rimane un mistero più nascosto e difficile.

Ma tutta la nostra esistenza, al di là di una facile retorica, si gioca prevalentemente sul terreno delloscuro e del difficile. Penso soprattutto, in questo momento, ai malati, a coloro che soffrono sotto il peso di diagnosi infauste, a coloro che non sanno a chi comunicare la loro angoscia, e anche a tutti quelli per cui vale il detto antico, icastico e quasi intraducibile, senectus ipsa morbus, «la vecchiaia è per sua natura una malattia».

Penso insomma a tutti coloro che sentono nella carne, nella psiche o nello spirito lo stigma della debolezza e della fragilità umana: essi sono probabilmente la maggioranza degli uomini e delle donne di questo mondo. Per questo vorrei che la Pasqua fosse sentita soprattutto come un invito alla speranza anche per i sofferenti, per le persone anziane, per tutti coloro che sono curvi sotto i pesi della vita, per tutti gli esclusi dai circuiti della cultura predominante, che è (ingannevolmente) quella dello «star bene» come principio assoluto.

Per leggere il testo integrale

https://www.avvenire.it/agora/pagine/il-senso-della-pasqua-per-chi-non-crede_201104151051267800000

L’Africa diventa centrale per i Brics. Lo è anche per l’Italia?

Giuseppe Davicino

Il 4 e 5 aprile scorsi la provincia sudafricana di Mpumalanga che in lingua Zulu significa “il luogo dove sorge il Sole”, ha ospitato il primo Brics roadshow della presidenza annuale del Sud Africa in vista del XV Vertice dei Brics che si terrà dal 22 al 24 agosto prossimo a Johannesburg sul tema: BRICS e Africa: Partenariato per una crescita mutuamente accelerata, uno sviluppo sostenibile e un multilateralismo inclusivo. Si tratta del primo di una serie di eventi che coinvolgeranno diverse province dellimmenso territorio del Sud Africa, grande quattro volte lItalia, nei quali il Paese africano presenta alle delegazioni degli altri Paesi Brics delle opportunità commerciali e di investimento, che spaziano dallo sviluppo delle infrastrutture, allagricoltura, alle miniere, allenergia, al turismo.

Come si vede, i Brics accanto alla diplomazia di vertice, hanno saputo radicarsi nel tessuto sociale, economico e culturale dei popoli che li compongono. Nel 2023, complice anche la presidenza annuale di turno del Sud Africa, liniziativa dei Brics ha il suo punto focale proprio sullAfrica.

Un continente del quale in Europa si parla più per il fenomeno dellimmigrazione che per le sue enormi potenzialità di futuro legate alla demografia, allaffrancamento dai legami post-coloniali, allenergia e ai materiali rari di cui è ricchissima, al suo crescente ruolo nello scacchiere internazionale. La sfida per lItalia, e per lEuropa, consiste nel mettersi sulla stessa lunghezza donda dei popoli africani per poter essere competitiva e cooperativa con la strategia dei Brics per questo continente e, più in generale, saper ascoltare e interpretare politicamente nel nostro sistema di alleanze occidentali, le istanze di riforma dei meccanismi di governance internazionale che provengono dal Coordinamento dei Brics e da una rilevante fascia di Paesi che hanno manifestato la volontà di aderire a questa organizzazione internazionale, come i mediterranei Turchia, Egitto e Algeria e altri come Iran, Arabia Saudita, Indonesia, Argentina.

I Brics rappresentano oggi il 42% della popolazione mondiale, il 30% della superficie mondiale, il 23% del pil e il 18% del commercio mondiale. Nati nel 2009 come BRIC, Brasile, Russia, India e Cina, lanno successivo fu ammesso il Sudafrica. E da allora, come ha evidenziato il prof.Marco Ricceri, Coordinatore del Laboratorio BRICS dellEurispes, alla conferenza internazionale su La crescita dellAsiatenutasi a Le Havre nel febbraio scorso, non ha conosciuto soste la volontà di cooperazione interna ed esterna di questi Paesi in una logica di reciproco vantaggio, win-win, e di rispetto delle profonde diversità intercorrenti fra i Paesi membri. Una cooperazione interna che sembra aver ricevuto unaccelerazione anche dallaccentuarsi dellinstabilità internazionale e dai conflitti armati in corso, che hanno contribuito a intaccare il clima di fiducia sia nellambito delle relazioni internazionali che in quello economico. Ciò ha dato una spinta ulteriore ai progetti dei Brics in ambito finanziario e monetario, dopo che avevano già costituito nel 2014 la loro Nuova Banca di Sviluppo, a fronte di un processo di de-dollarizzazione delle transazioni internazionali che sembra essere inarrestabile. Al fondo, e al di là dei contrasti in corso, nella comunità internazionale si impone con urgenza la questione della modifica dellordine globale per renderlo più rappresentativo della mutata realtà demografica, economica, politica del XXI secolo. Un processo di riforma che sembra avere nellAfrica il suo principale banco di prova.

LItalia sia per gli storici legami con lAfrica Settentrionale, sia per uno stile, quello di Enrico Mattei, improntato alla giustizia e alla pari dignità nelle relazioni con i Paesi africani, adottato sin dalla seconda metà del secolo scorso, può esercitare un prezioso ruolo di ponte e di incontro tra le nuove istanze di giustizia, di sviluppo e di ruolo internazionale dellAfrica e le diverse strategie sviluppate dai Brics e dallOccidente verso quel continente. Sapendo che ne va non solo del futuro dellAfrica ma anche del futuro e dello sviluppo dellItalia e dellEuropa.

Capitan Meloni e la navigazione tra procelle e approdi incerti.

Elisabetta Campus

Avevamo lasciato la regina Cleopatra alias capitan Meloni allinizio di febbraio quando aveva preso il largo nel mare, con la barca armata da Cesare in persona, certa del buon risultato che i futuri approdi le avrebbero dato: le elezioni nel Lazio e nella Lombardia e a seguire il PNRR da portare a casa (la terza elargizione che per dimensioni sembra proprio un ricco bottino, se non fosse che lo devi restituire).

I primi due approdi nella Lombardia e nel Lazio hanno registrato poca partecipazione al passaggio della nave. Si sono visti i soliti plaudenti ed entusiasti fan al passaggio di Cleopatra, festeggiata come si deve dai suoi, ma senza alcun volto nuovo da conquistare o cuore da infrangere. Una possibile delusione per chi come lei fa un punto donore dellessere piacevole ed accattivante per la plebe (gioca sulla simpatia e sulla spontaneità meglio di molti del suo equipaggio, ma non sempre riesce a celare il coccodrillo del Nilo feroce e spietato che è in lei). La maggioranza del Paese è rimasta indifferente al suo sbarcare sulla costa per un saluto e un breve rifornimento; non che si sia girato dallaltra parte ma sostanzialmente è rimasto chino sulle proprie occupazioni quotidiane e distaccato alle promesse di un avvenire radioso.

Verrebbe più da pensare alla solitudine del capo, male che porta anche sovente alla depressione dello stesso, se non fosse che la solitudine è vista dalla regina come una certezza sul suo valore in confronto alla eterogeneità dellequipaggio (molte anime, molte teste calde) su cui fatica non poco a governare.  È il risultato perverso di aver imbarcato un equipaggio troppo assortito e con esperienze di navigazione molto diverse, e avere ununica bandiera non ha portato finora ad una unità nelle scelte del governo della nave.

Il terzo approdo, quello nel quale il bottino si sarebbe dovuto concretizzare in una pioggia di sesterzi (garantiti da Cesare in persona), al contrario si rivela una trappola paludosa. Le certe per garantire il bottino/prestito non vanno bene, sono troppe e caotiche. Gli ufficiali in plancia lavorano le carte ciascuno per proprio conto e il risultato è aver dato al capitano una serie di rotoli di carta improponibili e irrealizzabili. Il bottino si allontana. Bisognerà fare un taglio, qualcuno dellequipaggio sarà scontento. Ma anche a terra serpeggia il malumore dei sostenitori. Ci avevano creduto in molti sulla possibilità di portare a casa tutti quei sesterzi per mettere a posto progetti fermi da ventanni e più…la delusione sarà un problema per Cleopatra, abituata al consenso e al contrasto ma non allamarezza di un sogno infranto.

La piccola sosta per il rifornimento di piccole scorte in cambusa, nel Friuli Venezia Giulia, ha mostrato che lindifferenza alla fatica del governo di Cleopatra è diffusa più di quanto si pensasse. Sembra che lintero impero si stia dedicando solo alla quotidianità (come sbarcare il lunario) della famiglia e del lavoro e che della gestione del governo del Paese non si occupi proprio. Alla solitudine della navigazione si aggiunge quella dellapprodo vuoto come poche volte si è visto. Pochi sparuti in spiaggia ad agitare bandiere e festoni.

Ha ripreso il mare aperto ma oltre la linea dell’orizzonte si addensano nubi nere di venti impetuosi (le procelle tanto temute), venti di guerra ai quali non è affatto pronta. Vuoi perché la sua ascesa è tutta nel Paese natio ed è poco avvezza a ragionare in termini da impero allargato, vuoi pure che peso e carisma in quei consessi non si conquistano facilmente. Sarà il caso di ragionare ad imbarcare qualche valido timoniere perché alle procelle non potrà sfuggire. Ahi noi.

La Voce del Popolo | Welfare territoriale. Per uscire dalla povertà non può bastare un sussidio.

Roberto Rossini

Sei governi hanno prodotto cinque diverse misure di contrasto alla povertà. Il Sia (sostegno per linclusione attiva), il Rei (reddito di inclusione), il RdC (reddito di cittadinanza), il Rem (reddito di emergenza) e ora la Mia (misura di inclusione attiva). Non sono tutte uguali: non hanno tutte la stessa genesi, non tutte la stessa dotazione finanziaria e infatti gli esiti sono differenti.

In realtà non sarebbe difficile fare tesoro di tutti questi precedenti per disegnare la miglior misura possibile sostenibile: quella stabile, duratura. C’è anche una questione di metodo: molte organizzazioni della società civile si sono impegnate per studiare il miglior provvedimento possibile e renderlo universale ed efficace: citiamo ad esempio la Caritas e lAlleanza contro la povertà. Aprirsi a queste realtà significherebbe disporre di un patrimonio di competenze, di conoscenze, di esperienze particolarmente utili al Governo.

La misura che sarà promossa sembra essere una versione ridotta del Reddito di cittadinanza. Si riduce il requisito Isee da 9.360 euro annuali a 7.200 per accedere alla misura; si riduce lentità del sussidio mediamente del 25%; si ampliano le possibilità di accesso per gli stranieri; si distinguono gli occupabilidai non occupabiliin modo meccanico a seconda della presenza di minori, persone con disabilità od over-60. La riduzione del sussidio a una media mensile di 375 euro è molto più bassa della media precedente: ma come la precedente non si avvicina alla soglia che, per lIstat, distingue la povertà assoluta dalla povertà relativa.

Insomma meglio per gli stranieri che per gli italiani, ma lontani da ciò che veramente servirebbe, ossia una misura capace di offrire un reddito minimo reale, una misura flessibile. Il punto, infatti, è accompagnare i poveri nelle differenti traiettorie di vita sia con un sussidio adeguato alla vita vera sia con un welfare territoriale capace di intervenire nel modo giusto, integrando il sociale col sanitario, il previdenziale con leducativo, il lavorativo col tema della casa.

Non dobbiamo infatti dimenticare che per uscire dalla povertà non basta un sussidio peraltro insufficiente, secondo le bozze che girano perché più importanti sono i servizi di welfare territoriale, che consentono alla persona di essere seguita per fuoriuscire dai percorsi di povertà. Tocca alla politica esprimere una forte volontà di intervento perché è difficile che questa spinta provenga dai poveri. La povertà è una cartina di tornasole dellaltruismo politico.

Fonte: La Voce del Popolo – 6 aprile 2023

[Testo qui riproposto per gentile concessione del settimanale della Diocesi di Brescia]

Renzi per fare il riformatore può fare a meno del Riformista

 

Giuseppe Fioroni

Mi sono sforzato di apprezzare il gesto di Renzi, ma non ci sono riuscito. Forse farà crescere a breve le quotazioni de Il Riformista, per un certo trascinamento pubblicitario indotto dalla notizia. Tuttavia, lidea che un politico si metta a fare il direttore di un giornale, intrecciando le logiche di due mestieriche si specchiano e si confrontano, non mi pare convincente. Io non lascio ma raddoppio, ha detto  Renzi. Per poi aggiungere in conferenza stampa: Continuerò a fare il mio lavoro da parlamentare ma ci metto sopra il carico di unesperienza, per tentare di fare unoperazione che serve al Paese.

Ecco, questo carico appare a dir poco un sovraccarico, poiché produce confusione. La stampa è il luogo in cui si misura il rapporto tra pubblica opinione e politica, la distinzione è dunque necessaria per garantire lautonomia di entrambi questi mondi. Non è solo una questione di galateo.

Si dirà che abbiamo avuto esempi di bravi giornalisti passati alla politica. Spadolini dal Corriere della Sera arrivò a Palazzo Chigi passando per lincarico di segretario del Partito repubblicano. Ebbene, si è trattato in effetti di un passaggio da un ruolo a un altro, non di una commistione luno e laltro. Ora Renzi, allopposto, si proclama libero di calzare due cappelli immaginando, per giunta, di rendere un servizio al Paese.

Se penso alla perturbazioneche determina la consolidata prassi televisiva per la quale la politica (nazionale e internazionale) appartiene nel talk show ai giornalisti, annebbiando così le figure di parlamentari e uomini di governo, spesso chiamati a far da materassinei botta e risposta più burrascosi; ecco, se penso a questo spettacolo così poco entusiasmante, allora considero ancor più infelice la soluzione di giocare da politico e Renzi è certamente politico autorevole anche la partita di giornalista.

In ogni casoauguro buon lavoro.

Fonte: Tempi Nuovi-Piattafofma Popolare– 5 aprile 2023 – titolo originale: Non mi convince minimamente la scelta di Renzi come direttore di giornale.

La destra trionfa in Friuli ma il Pd resiste a Udine grazie all’accordo con il Terzo Polo

 

Luca Bedoni

Il voto nel Friuli-Venezia Giulia, alla prova del cosiddettoeffetto Schleinha tradito le aspettative di molti. A seguito della due giorni e permettetemi di dire che la doppia giornata di voto sfortunatamente non ha alleviato il crescente fenomeno dellastensionismo, che si attesta al 54,73% degli aventi diritto, smentendo la teoria di quelli che due giorni è meglio di uno” – viene riconsacrato il leghista Fedriga.

Lanalisi piu seria da fare non è però nelle percentuali di voto dei Presidenti (Fedriga passa dal 57,09% al 64,24%, mentre il candidato PD Moretuzzo incassa il 28,37% a fronte del 26,84% del suo predecessore Bolzonello), bensì nei voti assoluti dei due contendenti, se paragonati alla precedente sfida.

Se Fedriga, in uno schema di coalizione similare al 2018,con il solito triumvirato Lega-FdI-FI, e nonostante lastensione rampante, passa dai 307.118 voti del 2018 ai 314.824 del 2023, c’è da rilevare che Moretuzzo, sostenuto da uno schema di coalizione che vedeva la sinistra, il PD e pentastellati uniti, porta a casa un risultato a dir poco imbarazzante.

Imbarazzante perché, se si guarda alle elezioni dei 5 anni precedenti, una differenza strutturale esiste. Nel 2018 infatti, il PD presentava il candidato Bolzonello in risposta oltre che a Fedriga al grillino Morgera. Alla chiusura delle urne questultimo incassava 62.775 preferenze (11,67%), a fronte delle 144.361 (26,84%) del candidato PD. Considerando dunque che il più recente schema del 2023 vedeva uniti PD e M5S nella figura di Moretuzzo, i due partiti unitiperdono, a distanza di cinque anni, allincirca 68.000 preferenze.

Pertanto, se un fisiologico calo del centro-destra poteva rientrare nella previsioni, è invece lalleanza PDM5S aregistrare, oltre lattesa della vigilia, un forte spostamento di consensi verso il Presidente uscente, ora riconfermato.

Una giustificazione potrebbe riportare alleffetto trinante di FdI come motore del Governo, ma lo scostamento tra le politiche del 2022 (26,01%) e le regionali odierne (18,1%)negano decisamente tale ipotesi. Dunque il partito della Meloni perde l8% (che però si sposta in larga parte sulla Lega friulana, per un sistema di vasi comunicanti che elettoralmente funziona da sempre nel centrodestra).

Moretuzzo perde per lesistenza di un inespugnabile nord produttivoa trazione leghista? Non è proprio così, se appena sosserva ciò che è accaduto su un altro piano in regione. Udine, elezioni comunali del 2-3 Aprile 2023: luscente Fontanini, anchegli leghista e anchegli sostenuto da una coalizione di centrodestra, è sfidato dal candidato grillino Marchiol e dallingegner De Toni. Questultimo, presenta una schema che assieme al PD vede, oltre allalleanza Verdi e sinistra, la presenza di Azione/Italia Viva. Il risultato è sorprendente: De Toni sfiora il 40% e Fontanini, fermo al 46,2%, vede andare in pezzi il sogno della riconferma al primo turno.

Molti possono essere i motivi legati a questa mancata vittoria del centrodestra ad Udine. Va detto però che, se si osserva Azione/Iv a livello regionale, si scopre che il più grande risultato della compagine di Calenda e Renzi viene registrato proprio a Udine dove, con il 4,5% (rispetto al più modesto 2,75% ottenuto da Maran nella competizione regionale).

Unendo dunque tutti i puntini, la preziosa consolazione per la Schlein è dunque il risultato di Udine che però stride con il modello di alleanze intorno a cui Elly si muove. Udinerispecchia le potenzialità di un centrosinistra riformista che non insegue inutilmente il Movimento 5 stelle. E nel contempo lalleanza con il Terzo Polo fornisce segnali di speranza, riuscendo a raccogliere le spinte di un elettorato che sfugge ormai al controllo del PD. Non a caso Udine svetta in Friuli per numero di imprese (41,6%), in particolare nel settore del commercio e dei servizi, con una crescente presenza di Start-up (104 al 2020).  

Questo folto tessuto produttivo, in teoria riconducibile al perimentro di consenso della Lega, si presta iuxta modumal dialogo con larea riformista. Di questo bisogna far tesoro per reinventareun programma di centrosinistra allaltezza delle nuove aspettative della società. Orbene, al saluto dincoraggiamento per limpegno di De Toni al ballottaggio, deve seguire un invito alla Schlein affinché tragga insegnamento dalla esperienza friulana. Non si vince, insomma, senza mostrare capacità di ascolto di unarea sociale ed elettorale che sfugge sostanzialmente alla dialettica tra destra e sinistra. E qui si addensano domande e suggestioni che lapproccio della politica a una dimensione”  – tutta diritti e radicalità – finisce per ignorare o addirittura mortificare, determinando perciò lesaurimento della carica propulsiva e insieme aggregativa del Pd. Anche i sondaggi rilevano nelle ultime ore il blocco o persino larretramento del cosiddetto effetto Schlein. Vuo dire che qualcosa di serio compromette, come si evince delle vicende del Friuli, il percorso del nuovoPd.

Ora può veramente partire il cantiere del Centro

 

Giorgio Merlo

Il risultato emerso dalle urne – prima alle politiche e poi alle regionali del Lazio e Lombardia e recentemente nel Friuli – conferma, in modo persino plateale, che adesso può ripartire seriamente un nuovo e rinnovato cantiere del centro. Attenzione, anche se si dovesse affermare lo spazio politico del centro – e ci sono tutte le condizioni perchè ciò accada – il bipolarismo selvaggioche si è rafforzato dopo la vittoria della destra democratica e di governo alle elezioni del settembre scorso e il ritorno di una sinistra radicale ed estremista con laffermazione della Schlein alle primarie del Pd, non cessa di esistere e di resistere nella cittadella politica italiana. Anzi, purtroppo è diventata una costante ed è rafforzata dal circo mediatico che sulle sponde opposte quotidianamente lo incita e lo alimenta.

Ma, per tornare ad un Centro dinamico, innovativo e di governo, ci sono al momento due condizioni che adesso si impongono.

La prima è che chi oggi si colloca al centro non è più autosufficiente. Se lex terzo polo, così com’è attualmente configurato, è ormai ridotto ad una sorta di semplice e banale riedizione del partito liberaleo partito repubblicanoe la stessa esperienza di Forza Italia per motivazioni ormai del tutto comprensibili e che prescindono dalla concreta dialettica politica volge lentamente ma irreversibilmente al capolinea, il cantiere del nuovo Centro va realmente ricostruito. Senza pregiudiziali ideologiche e politiche nei confronti di nessuno. Nè dei partiti nè delle rispettive culture politiche. Semplicemente, adesso siamo ai nastri di partenza e, come recitava la miglior tradizione democratico cristiana, chi ha più filo da tessere tesserà. Detto in altre parole, la cosiddetta politica di centro, che era e resta storicamente lessenza della qualità della democrazia nel nostro paese, va ridefinita e ricostruita radicalmente.

E, secondo aspetto, è di tutta evidenza che la politica di centroe il nuovo cantiere del centro, possono essere affrontati e ricostruiti solo se la cultura e la miglior tradizione popolare e cattolico sociale ritornano protagonisti. Non per civetteria, per un richiamo nostalgico o per presunzione o arroganza culturale. Ma per la semplice ragione che senza la cultura politica dei cattolici popolari e sociali ogni ipotesi di un nuovo, moderno e rinnovato centro non può ridecollare. Ma questo obiettivo si può realmente centrare solo se questo movimento politico e culturale popolare si presenta unito e coeso rispetto ai nuovi appuntamenti. Se, al contrario, dovesse consolidarsi una ridicola e persin grottesca frammentazione politica ed organizzativa di questarea, non solo si contribuirebbe a rafforzare la deriva del bipolarismo selvaggionel nostro paese ma si rafforzerebbe, al contempo, quella radicalizzazione della lotta politica che non giova nè al consolidamento della nostra democrazia e nè, tantomeno, alla credibilità delle nostre istituzioni democratiche.

Ecco perché è giunto il momento di sciogliere definitivamente tutti i nodi. Di fronte ad una destra di governo, ma con punte di estremismo politico ed ideologico e ad una sinistra ormai stabilmente radicale e massimalista, il centro non può non ritornare. Ma ritorna solo con un progetto chiaro e definito e sospinto da una cultura politica altrettanto credibile e contemporanea. E questa cultura va sotto il nome di popolarismo di ispirazione cristiana. Senza altezzosità culturale ma con la consapevolezza che solo con il ritorno delle culture politiche è possibile fare decollare anche una nuova prospettiva politica e un altrettanto credibile progetto di governo. La stagione della sola personalizzazione e del solo leaderismo deve, adesso, cedere il passo alla politica e al pensiero politico.

Quando. Tra ricordi e nostalgia il senso veltroniano dell’esistenza.

 

Gabriele Papini

Scena Uno. Roma, 13 giugno 1984. In una piazza San Giovanni gremita (oltre un milione di persone) Giovanni assiste commosso ai funerali di Enrico Berlinguer. Giovane militante comunista (18 anni), la maturità classica alle porte e come si dice tutta la vita davanti. A un certo punto lasta di uno striscione gli cade in testa, Giovanni perde i sensi ed entra in coma.

Scena Due. Roma, autunno 2015. In una stanza buia dospedale, Giovanni (Neri Marcoré) apre gli occhi. Ad assisterlo è suor Giulia (Valeria Solarino) che lo accompagna nella lenta riabilitazione e nel graduale ritorno alla vita.

Giovanni deve affrontare non solo il delicato passaggio nelletà adulta, ma anche la trasformazione di un Paese in cui tutto, nel frattempo, è cambiato. Il Pci non esiste più (al posto della storica libreria Rinascita oggi c’è un supermercato), è caduto il muro di Berlino, non c’è più lUrss, Silvio Berlusconi (quello delle televisioni) è diventato presidente del Milan e poi addirittura presidente del Consiglio. Tutti i suoi cantautori preferiti (da Lucio Dalla a Pino Daniele) sono passati a miglior vita. Del suo film preferito (Non ci resta che piangere) è rimasto il solo Benigni.

Funziona lidea centrale del film di un ragazzo (imprigionato nel corpo di un cinquantenne) che deve imparare da capo a muovere i suoi passi in una dimensione nuova, aliena, senza più i punti di riferimento di un tempo (la lira, il televisore a valvole, ecc). Funziona anche perché, attraverso la messa in scena di un viaggio nel tempo sui generis, fa leva sulleffetto nostalgia, su quel come eravamotanto caro a una certa generazione, per scorgere dei lampi sullItalia dei primi anni80.

Loperazione cinematografica del regista Veltroni è fin troppo chiara: il risveglio di Giovanni è un pretesto, una metafora sulla condizione universale attuale (non solo italiana), che ha perso per strada i punti di riferimento. Ci sono i rimpianti per un tempo ideologico, forse più “giusto, senzaltro distante da una latente superficialità del presente. Affiora anche il rammarico per il senso di comunità smarrito: le bandiere rosse, le sezioni, lUnità. «Le ideologie erano sbagliate dice Giovanni ma le intenzioni erano giuste» (affermazione non scontata e spunto per un possibile dibattito mediatico: chissà cosa ne pensa Elly Schlein).

Quando è un film che parla anche di pause. Pause dalla storia, pause dalla realtà, pause da sé stessi e pause dalla vita. Un titolo che è un avverbio ma anche una congiunzione, indica un tempo astratto ma anche concreto. Il mooddel film (perfetto per una prima serata televisiva), alterna leggerezza e rimpianto, sorriso e dramma, per restituire con genuinità lo sguardo ora smarrito, ora incantato, di un ragazzo che si riaffaccia sul mondo. Il senso veltronianodellesistenza.

La domanda di centro esiste oltre le elezioni friulane

Giuseppe Davicino

Le ultime elezioni regionali friulane hanno confermato delle tendenze già note, con le quali tuttavia forse non si è ancora fatto i conti in modo adeguato.

La prima conferma riguarda l’alta astensione dentro la quale purtroppo non è difficile ravvisare un messaggio di sfiducia verso l’interno sistema politico, ormai considerato da una fetta rilevante di elettori quasi come un passacarte di decisioni cruciali per la vita dei cittadini, che vengono prese per lo più al di fuori e al di sopra di un controllo democratico. La seconda conferma è quella sui rapporti di forza all’interno del corpo elettorale che ha esercitato il diritto-dovere del voto: il centro destra continua a prevalere largamente sulla sinistra. Il Partito Democratico, si dice, non ha beneficiato dell’effetto Schlein. Ma, a ben vedere, ci si potrebbe domandare quale avrebbe mai dovuto essere un tale effetto, considerando che la nuova segretaria del Pd ha vinto le primarie più ricompattando la vecchia sinistra ideologica che presentando un progetto per Paese. In terzo luogo si conferma la debolezza del cosiddetto terzo polo, in mancanza di una forza politica più definita nel suo profilo culturale, programmatico e organizzativo, capace di andare oltre le due attuali, rappresentate da Renzi e Calenda.

In particolare credo che si debba fare i conti con questa terza conferma, dei limiti delle proposte riconducibili al centro proprio in una fase in cui, almeno in teoria, lo spazio politico del centro risulta molto ampio e assai poco presidiato dai partiti esistenti. Come uscire da questa impasse? Chi, come i Popolari, non si rassegna al fatto che circa la metà dei cittadini non partecipi più alle elezioni e non si rassegna a un bipolarismo delle ali estreme Meloni-Schlein, credo debba tentare di dare una risposta.Partendo, a mio avviso, dal chiedersi se il centro che si pensa di costruire, corrisponda del tutto a quello di cui avvertono la necessità molti singoli cittadini e mondi vitali.

Da dove ripartire, dunque? Innanzitutto, direi, da due parole chiave: formazione e pluralismo. La gran parte dei partiti, come pure degli altri corpi intermedi, pare aver rinunciato a esercitare il  controllo diretto su una formazione degli iscritti, dei giovani, dei propri quadri, lasciandoli in balia del supermercato delle idee e delle mode costituito dai media e dalla rete, dove si afferma la visione di chi ha più mezzi per fare propaganda. Il centro che intendono costruire i Popolari dovrà essere percepibile per lo spessore della sua proposta, capace di innescare dei concreti processi di formazione non solo tra gli addetti ai lavori ma principalmente nei territori e nei vari ambienti sociali.

L’altro modo per avvicinare l’idea di centro che abbiamo con quella richiesta nel Paese reale, credo consista nel contribuire a superare in modo mite, pertinente e costruttivo ma determinato, i limiti di un dibattito pubblico che, sulle note questioni che tengono banco nella nostra epoca , tende a estromettere il confronto dei differenti punti di vista. Ciò innesca dei meccanismi che allontanano i cittadini dalla politica, creano sfiducia e sconcerto tra la gente. Nel dibattito relativo ai grandi cambiamenti in corso, riguardanti la sfera geopolitica, l’ambiente e la rivoluzione tecnologica digitale, tra il dogmatismo salottiero della narrativa dominante, imposta da pochissime persone, e i deliri di certa cosiddetta controinformazione, esiste lo spazio concreto della gradualità, delle mille sfumature del buonsenso rispetto a una visione rigida, quando non manichea dei cambiamenti.

Il cantiere del centro, stimolato anche da risultati alle regionali di quest’anno non esaltanti, potrebbe assumere come sfida la capacità di dare risposte concrete e fattibili, a un sentire popolare che sembra non fidarsi troppo del modo in cui vengono gestite le grandi trasformazioni in corso, mostrando e sostenendo la linea del confronto, del dialogo, della partecipazione per arricchire, migliorare, emendare decisioni e scadenze definite senza un sufficiente consenso democratico. Se sapremo intraprendere la strada di una mediazione reale e puntuale sulle priorità che si presentano, allora forse potremo anche rendere il centro a trazione popolare una proposta significativa per molti cittadini che in questa fase faticano a trovare una loro rappresentanza.

Dibattito | Dove va il Partito democratico? Apriamo un confronto.

Massimo De Simoni

Le primariePd del 26 febbraio hanno incoronato Elly Schlein Segretaria del Partito democratico, confermando che il processo di scelta della segreteria non è una farsa o una semplice presa datto, ma un momento di partecipazione vera e trasparente che può sovvertire anche le previsioni che sembrano più accreditate alla vigilia del voto. È facile immaginare, qualora avesse vinto Bonaccini, quali e quante critiche si sarebbero levate circa un risultato già scritto e scontato; oggi invece, in presenza dellinatteso esito, c’è il rischio di qualche reazione che mal si concilierebbe con Iaver accettato la competizione e con essa le norme che la regolano.

È un sistema sul quale c’è già stata occasione di esprimere delle perplessità (vedi nota del 24 Febbraio 2023 Le Primarie del Partito Democratico. Opportunità e rischi del voto di domenica). Ma oggi quel risultato va rispettato per il solo fatto di essere stati dentro quella competizione, anche per non perseverare nella logica non necessaria dellautomatismo tra sconfitta congressuale e uscita dal partito.

Ma il tema che si pone oggi non è ovviamente legato a valutazioni sulle regole congressuali o a legittime scelte individuali, che magari prescindono anche dallesito delle stesse primariecongressuali. Da oggi, per evitare posizioni generate da pregiudizi, è necessario capire quale sarà leffettiva azione politica del Partito democratico uscito dal percorso congressuale; di tutto il Partito democratico e non solo della nuova Segretaria che avrà lonore e lonere di guidarlo per il prossimo quadriennio.

Per il momento c’è da registrare un ritorno di interesse intorno ad un partito che in molti davano per finito, con un discreto riavvicinamento anche di persone che da un ponon votavano più Pd o non votavano affatto. Questo è un segnale positivo, a patto che il Partito democratico non si snaturi rispetto allidea fondativa che sedici anni fa consentì di mettere insieme storie e culture politiche diverse per il raggiungimento di obiettivi comuni e condivisi.

Lidentità plurale rimane la cifra del Pd e ne motiva la sua esistenza.

Agire Politicamente, attraverso Agire Polis, nellottica di offrire un contributo al dibattito interno al centrosinistra in questa delicata fase politica, apre un confronto per ragionare insieme sulla funzione storico-politica del Partito Democratico e sul ruolo che i cattolici democratici possono svolgere per la (e nella) costruzione di una nuova visione di società che metta la persona umana e la sua dignità esistenziale al centro delle scelte politiche.

Invitiamo tutti a dare il loro contributo sul tema Dove va il Partito Democratico?inviando le loro riflessioni allindirizzo mail: agirepolis.redazione@gmail.com .

Ringraziamo coloro che vorranno fornire un contributo di idee a questa nostra riflessione e Il Domani dItaliaper la collaborazione e per lattenzione che ci dedica.

*Massimo De Simoni

Vice coordinatore di Agire Politicamente