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Europa 2024, il Manifesto del Partito Democratico Europeo.

Alla base delle nostre democrazie è presente un diritto fondamentale: il suffragio universale. E, dal 6 al 9 giugno 2024, le elezioni europee ci offrono un’opportunità senza precedenti per assolvere a questa vera e propria missione civica: votare.
Perché è così importante? In primo luogo, perché avere la possibilità di scegliere i nostri europarlamentari è qualcosa che ci distingue dal resto del mondo. Grazie al suffragio universale diretto partecipiamo attivamente all’elezione di un Parlamento continentale. In secondo luogo perché il voto per un Parlamento sovranazionale dà potere a ogni cittadino europeo. Consapevoli dell’importanza e dell’impatto significativo del voto, noi qui presentiamo un manifesto per illustrare con chiarezza le idee, priorità e azioni che proponiamo con l’obiettivo di difendere e promuovere l’espressione democratica, la rappresentanza dei cittadini e la diffusione delle idee politiche a livello europeo.

Il nostro obiettivo è quello di creare un’Europa più cosciente, inclusiva e prospera, in cui i cittadini siano al centro del processo decisionale.

In questa fase di grandi cambiamenti sociali, la nostra democrazia è chiamata a dare il meglio di sè. Vogliamo quindi un’Europa in cui i cittadini agiscano attivamente sulla vita politica. Siamo determinati ad avvicinare le istituzioni europee alle persone e ci battiamo affinché queste possano eleggere il presidente dell’Unione europea, così come eleggono il sindaco, e possano votare direttamente per i movimenti politici europei, così come fanno già a livello locale e nazionale. La questione di una nuova politica transnazionale è quindi inevitabile. Riteniamo che sia essenziale guardare oltre i confini nazionali quando si scelgono i nostri rappresentanti al Parlamento europeo. Invece di 27 dibattiti nazionali durante le elezioni europee, dobbiamo prediligere un dibattito e una politica di livello continentale. Questo ci permetterà di affrontare insieme le sfide più importanti, prendere decisioni collettive e plasmare il nostro futuro con maggiore legittimazione ed efficacia.

Siamo profondamente convinti del valore intrinseco di ogni individuo, ovunque esso sia. Il nostro obiettivo è quello di convincere tutti coloro che vogliono un’Europa umanista, più potente, più sovrana e più democratica e che desiderano superare le divisioni, le frammentazioni e le spaccature in cui populisti e sovranisti stanno cercando di sferrare colpi sempre più grandi per far implodere i nostri valori europei. L’Unione europea che immaginiamo è un territorio in cui ognuno possa esprimere tutto il suo potenziale e vivere appieno la cittadinanza europea, indipendentemente dal sesso, dall’orientamento sessuale e dall’identità o espressione di genere, dall’età e dalla generazione, dall’origine sociale ed etnica, dalla nazionalità, dalla religione o fede, nonché dalle capacità fisiche e mentali.

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Per accedere al testo integrale

https://2024.democrats.eu/it/the-manifesto/

Biden alla testa di un partito diviso in un’America divisa

Foto di Barbara da Pixabay
Foto di Barbara da Pixabay

I sondaggi stanno premiando Trump nel confronto, ormai certo, con Joe Biden. Entrambi hanno qualche problema col proprio partito; quelli del primo sono però minori, sostanzialmente limitati ai repubblicani che hanno votato alle Primarie l’ex governatrice del Sud Carolina Nikki Haley. Anche se non si deve mai dimenticare che una minoranza può sempre risultare decisiva in un sistema dove si vince, stato per stato, anche per solo un voto in più. Per il Presidente, invece, i guai appaiono oggi più severi e non è un caso se, nella sua ultima mail ai propri sostenitori, egli abbia dichiarato con toni assai preoccupati quale sia la posta in gioco.

Continueremo ad andare avanti? O consentiremo a Donald Trump di trascinarci nel caos, nella divisione, nelloscurità che caratterizzò il suo mandato?”. E proseguendo: “Quando ho lanciato la mia campagna per la rielezione ho detto che credo che ogni generazione ha un momento nel quale deve alzarsi in piedi (ovvero combattere) per la democrazia. Per le libertà fondamentali. (…) Sappiamo chi è Donald Trump, sappiamo cosa fa. Sappiamo che vuole sacrificare la NOSTRA democrazia per salire lui al potere. Noi non possiamo lasciarlo portarci indietro”.

Il tono è drammatizzante. Col tempo lo diverrà ancor di più. Lo si è già visto nell’efficace Discorso sullo Stato dell’Unione, affrontato con determinazione e passione, nel quale ha attaccato duramente il suo sfidante senza mai nominarlo, chiamandolo sempre “il mio predecessore” e accusandolo d’essere un vero pericolo per la democrazia americana. Un intervento tutto giocato in attacco, meno presidenziale e più da candidato, perché Biden deve convincere a ricredersi molti elettori democratici che per varie ragioni lo stanno abbandonando, come si è visto nelle Primarie, dal Michigan al Minnesota, dal Nord Carolina al Colorado. Il fenomeno del quale si sta parlando in questi giorni è quello degli uncommitted, letteralmente i “non impegnati”, ovvero elettori democratici che non vogliono esprimere alcuna preferenza, facendo così il gioco di Trump. Essi appartengono, prevalentemente, a tre diverse categorie di protestatari.

In primo luogo le comunità arabe o in genere mussulmane, che non approvano il sostegno degli Stati Uniti a Israele, particolarmente ora con quello che sta accadendo a Gaza. Per lo stesso motivo, in secondo luogo, molti giovani, soprattutto gli universitari, desiderano punire il Presidente preferendo in tal modo – in perfetta modalità estremista radicale – il ritorno al potere di Trump, contro il quale potranno poi beatamente manifestare il proprio inutile ma mediatico dissenso. In terzo luogo ci sono le comunità di colore che si sono raccolte intorno al Black Lives Matter, l’ala più aggressiva del declinante Black Power rinvigorita da qualche anno in seguito al terribile omicidio di George Floyd a Minneapolis ad opera di un poliziotto bianco e razzista. Questa comunità ha pure un candidato indipendente alla presidenza, Cornel West, che non prenderà certo molti voti causa la radicalità eccessiva dei suoi proclami ma che comunque quelli che prenderà li sottrarrà a Biden e non certo a Trump.

Ma non è tutto. C’è anche un’area indefinita di persone di area democratica che ritiene Biden davvero troppo anziano e per questo ormai palesemente inadatto al ruolo. In questo naturalmente il passo incerto del Presidente e le sue amnesie sui nomi giocano il loro peso. Trump ha solo tre anni in meno ma a colpo d’occhio pare più in forma, e inoltre gli elettori repubblicani si pongono meno problemi, consapevoli che il loro obiettivo è chiaro e l’ex Presidente può conseguirlo.

E c’è anche il figlio di Bob Kennedy, per non farsi mancare nulla, nel campo democratico. Un no-vax, ambientalista estremo, pacifista filo-putiniano che corre da indipendente con la piena consapevolezza di poter risultare decisivo ai fini della sconfitta di Biden, che di fatto è il suo principale obiettivo. La famiglia più famosa d’America ha preso le distanze da queste posizioni e anche da lui ma quel cognome suscita ancora emozioni nel campo democratico e dunque il candidato potrà conquistare voti emotivi e non razionali, ma pur sempre voti sottratti a Biden. E non pochi, se i sondaggi che lo collocano fra il 10 e il 15% risultassero veritieri.

Da ultimo, ma non ultimo, tutt’altro, il radicalismo interno al Partito Democratico è un’altra delle spine presidenziali. Biden, storico leader dell’anima moderata, diciamo “centrista” del partito ha durante questi quattro anni concesso molto all’ala interna più marcatamente liberal. La quale, trainata da parlamentari giovani quali Alexandra Ocasio-Cortez (la più nota e più mediaticamente presente), ha spostato il proprio asse su posizioni oltranziste in tema di diritti civili e in generale di quella filosofia cosiddetta woke” che esaspera il precedente e consolidato politically correctallargandolo alla successiva cancel culture” sino a giungere ad una sostanziale rivisitazione di tutta la storia e la cultura americana e occidentale.

Dall’ambientalismo esasperato che contrasta interi settori produttivi e i loro lavoratori; all’assolutizzazione dei diritti LGBTQ+ che azzera ogni pensiero legittimamente più tradizionalista sui temi della famiglia; all’antirazzismo a tratti violento di Black Lives Matter che spesso penalizza le altre minoranze, a cominciare da quella ispanica; all’antiamericanismo degli universitari sostenitori di Hamas prima ancora che del popolo palestinese e violentemente anti-israeliani: tutta una serie di posizioni dogmatiche e intolleranti che alla lunga stanno irritando quella maggioranza di popolazione non certo razzista né contraria alle minoranze che però giudica esagerate le spesso arroganti affermazioni woke. Una larga parte di elettorato popolare che vota democratico ma che non condivide affatto queste posizioni estreme e che considera Biden – anche per via della sua senescenza – ormai troppo debole per opporvisi. Considerazioni queste che vengono certamente condivise e colte dalla nuova generazione di amministratori locali che probabilmente costruiranno il nuovo asse centrale del partito ma che non hanno ancora, oggi, la forza per proporre un nome alternativo a quello del Presidente uscente. Che è così il candidato di un partito assai diviso in un’America molto divisa.

Balzarani, Di Cesare e i cattivi maestri.

Così diceva John Stuart Mill un po’ di tempo fa: “È vero che non condanniamo più a morte gli eretici, e che l’insieme delle sanzioni penali, che la sensibilità moderna probabilmente sarebbe in grado di tollerare anche contro le opinioni più pericolose, non è sufficiente a estirpare queste ultime. Ma non rallegriamoci di essere ormai liberi anche dalla macchia della persecuzione legale. Esistono ancora sanzioni legali contro le opinioni, o perlomeno contro la espressione di opinioni, e la loro applicazione, anche nel nostro tempo, non è così priva di esempi da rendere del tutto impensabile che un giorno tali sanzioni potranno essere ripristinate in tutta la loro forza’’.

Il conflitto tra la libertà di espressione e quella del reato di opinione si presta ad un dibattito eterno tra giuristi, specie in una società civile attenta a garantire la manifestazione di pensiero di ogni cittadino.

Qualche giorno fa è morta Barbara Balzerani, una leader delle Brigate Rosse dell’epoca, mai pentita per ciò che ha fatto. Alla notizia, Donatella Di Cesare, la docente di filosofia teoretica alla Università La Sapienza di Roma, ha commentato: “La tua rivoluzione è stata anche la mia. Le vie diverse non cancellano le idee. Con malinconia un addio alla compagna Luna”.

Alla prima avvisaglia delle critiche piombate a censura delle sue parole ha rimosso dal web il suo pensiero, motivandolo con un “moto di vicinanza generazionale”.

La Teoretica è quella disciplina indirizzata al senso della conoscenza e per tale una riflessione non meriterebbe di essere ritratta al primo vento di polemica. Quando si è maturato un convincimento è bene avere la coerenza di sostenerlo pagandone semplicemente il prezzo. Questa è la prima lezione che un docente dovrebbe dare anzitutto a se stesso oltre che ai propri studenti.

Quella della Di Cesare è la traduzione di una posizione che richiama una antica ambiguità. “Né con lo Stato né con le Brigate Rosse” era una terza posizione negli anni di piombo, rimproverando ai terroristi una via sbagliata per il successo di una idea, di fondo condivisa, a cui andrebbe contrapposta però una strada diversa sulla quale condursi. Insomma, questioni di tattica e strategia piuttosto che dissociazione dello spirito.

La compagna Luna non ha rinnegato il suo passato, ancorata ad una rivoluzione avente per compagna indissolubile una scia di morte che non ha prodotto nulla se non tragedie nelle famiglie delle vittime innocenti.

È stata costretta nel continuare a credere in quella impresa, trascurandone il totale insuccesso, per non riconoscere che la società non era con loro.

Il popolo non si è affatto sollevato contro il potere dell’epoca, ma si è invece mobilitato per arginare il bagno di sangue di cui lei è stata protagonista insieme ad altri visionari feroci, muniti della pretesa di conoscere, loro sì, la verità da propinare alla massa inconsapevole e dormiente.

È stata obbligata a cementare le gesta della sua vita ad una storia letta mai considerando la realtà dei fatti che dicevano altro.

Forse, a bruciare, l’incubo e il sospetto mai ammesso neanche nel loro intimo – alla faccia della loro libertà – che fossero stati solo carne di manovra di ben altri mondi che li gestivano da bravi burattinai.

Incaponirsi è stato il solo modo per non riconoscersi dei falliti. La sua non è stata una luna luminosa ma una macchia di dolore del nostro paese.

Il rettore dell’Università “La Sapienza” ha reso una dichiarazione molto netta dissociandosi dalle parole della Di Cesare ed anche il mondo politico non ha indugiato nel condannare l’accaduto. Viene però il dubbio che tutto questo non possa o non debba bastare.

Se il reato d’opinione, come si legge, “consiste nella manifestazione di un’opinione aggressiva dell’altrui sfera morale, ovvero non rispettosa dei parametri costituzionali previsti in tema di libertà di pensiero”, allora si dovrà fare un passo avanti oltre il ripudio di certe espressioni.

Di cattivi maestri ne abbiamo avuto fin troppi e non sempre rigorosi tra quanto proclamato ed il coraggio di assumersene le responsabilità. Tony Negri è un’altra stella che per questo non ha brillato. Siamo di fronte a delle conseguenze diverse da quelle dell’amore che hanno dato titolo a un film di qualche tempo fa.

Se, come ci auguriamo, la Di Cesare non ha commesso in senso stretto un reato, può darsi che ci sia un Codice Etico dell’Università che possa provvedere a separare il percorso della Docente da quello della struttura dove impartisce lezioni.

Ciò che resterebbe incomprensibile è far finta di nulla. La pagina del terrorismo e della sua ideologia proposta con armi in mano, non è una “vie en rose” sulla quale possono camminare insieme attivisti di allora e simpatizzanti di oggi che tacitamente si dicono nell’ultima strofa “Tu per me, ed io per te, Per la vita…. E dal momento che lo percepisco, Allora sento in me, Il cuore che batte”. Ai morti, per violenza brigatista, non batte più nulla.

La personalizzazione della politica e il leaderismo diffuso. Quale pluralismo?

Mi vado convincendo che sulle elezioni regionali stiamo prendendo sottogamba un fenomeno importante e centrale per le democrazie rappresentative moderne.  Non gli si dà, cioè, il rilievo dovuto perché, appunto, valore scontato o maturo delle società occidentali. Che in realtà facciamo bene a difendere e non a fraintendere trascinandolo spesso nel ridicolo e nella banalità. Mi riferisco al pluralismo. A quel pluralismo che nelle idee di Norberto Bobbio serve a limitare il potere centralistico dello Stato. E che nelle idee del cristianesimo sociale di del Codice di Malines (1927) “…si dispiega in un certo numero di società”. Ma oggi – tocca constatarlo – interpretato e realizzato politicamente solo con fotocopie e duplicati di partiti uguali. Quasi sempre con identici valori di base. Diversi solo per manie leaderistiche e tornaconti individuali. Forse anche per gelosie e invidiucce. E spesso ai giorni nostri, diciamola tutta, diversi solo per presunzioni narcisistiche e personali.

Un pluralismo sovente ridotto a valore finto e di facciata, che poi, quando si declina nella pratica della competizione elettorale, si trasforma nella sua parodia. Perde cioè quel valore centrale a tutela dei corpi intermedi e dell’associazionismo locale, precipuamente a  difesa della libertà di pensiero e di quelle “formazioni sociali” previste dalla nostra Costituzione. Quel pluralismo politico e partitico sano, che nel suo rovescio inflazionato,  abbandona il suo ruolo e la sua efficacia nel mercato della società politica, diventando anche motivo di confusione e di sbriciolamento, che non fa il bene della partecipazione democratica. E che arriva a preoccupare per l’effetto che produce in termini di  snaturamento sociale e culturale.

 

Per spiegarmi meglio, alludo a quel pluralismo che si è potuto verificare con i 25 partiti, partitini e liste, coalizzati o meno, presenti sulla scheda elettorale sarda, e ai 12 partiti, partitini e liste presenti in Abruzzo. In generale, nelle elezioni politiche del 2022, in Italia e ad eccezione della Val d’Aosta le liste sono state 23. Partiti, partitini e liste, i  quali più che legittime associazioni differenti nei valori di fondo e nei programmi, volendo con distinzioni operanti in qualche sfera civica locale, sono invece diversi solo nel leader o fondatore del partito (e nel relativo contrassegno sulla scheda). Ciò fa capire bene quale possa essere oggi la causa della nota crisi dei partiti e della democrazia.  Oggi, anche se si afferma il contrario, non si vota più per un partito, ahimé!, ma solo per la faccia del leader-segretario di quel momento, una volta rinforzato dai social e dai media, specie da quelli di proprietà, o da quelli pubblici lottizzati. Prima di Silvio Berlusconi era impensabile. Ma dopo di lui  si è fatto avanti un pericoloso bisogno diffuso dell’uomo forte. Un bisogno, scrive Marco Revelli su Millennium del giugno 2017, che “…non è un pio desiderio…ma purtroppo riflette la realtà dominata dalla pesante personalizzazione della politica”. 

È stato invece Aldo Moro che sin dai suoi giovanili 25 anni, nel suo “Corso di lezioni di filosofia del diritto” tenute nell’Università di Bari, scriveva sull’uomo altre e ben diverse  cose: “…Forse il destino dell’uomo non è di realizzare pienamente la giustizia, ma di avere perpetuamente della giustizia fame e sete” .

Un profluvio di partiti e partitini, insomma, nelle mani di un leader. Che alla fin fine, e tranne i rapporti di parentela, vicinato, amicizia, e con le lobby e gli interessi particolari in sottofondo, stanno a indicare un paradossale effetto contrario alle attese e alle previsioni: quello di allontanare ancor più dai seggi l’elettore, anziché incentivarlo a votare aumentando l’offerta e differenziandola. La frantumazione del messaggio politico non aiuta a distinguere le differenze: servirebbero piuttosto poche, fondamentali e chiare scelte, in primis quelle tra futuro e passato,  uguaglianza e disuguaglianza, tra bene comune e bene di pochi. In fondo, tra valori universali da difendere, e valori particolari e localistici da testimoniare.

Reinventare l’Europa, un compito arduo che richiede una volontà incrollabile.

Il mondo è ad un punto di svolta. Forse dalla fine della guerra fredda il futuro non è mai apparso così oscuro e pericoloso. Siamo di fronte al ritorno della guerra sul nostro continente, alla volontà dei grandi Paesi di controllare tecnologie ed economie, agli sconvolgimenti climatici, alla messa in discussione degli equilibri di potere e al rischio che il peggio si diffonda. L’organizzazione politica del nostro continente e una stretta alleanza delle potenze di media grandezza come sono i nostri Paesi, sono l’unica assicurazione possibile per i nostri concittadini e per le generazioni future.

L’Unione europea è stata costruita passo dopo passo dalle macerie della Seconda guerra mondiale, una catastrofe senza precedenti nei secoli della nostra storia, dalla quale il nostro continente non è realmente mai uscito.

Convinti che l’aiuto reciproco, la solidarietà e gli interessi comuni fossero più forti degli antagonismi del passato, spiriti pionieri e conquistatori hanno unito i popoli europei. I loro nomi sono Jean Monnet, Robert Schuman, Alcide De Gasperi, Konrad Adenauer, Paul-Henri Spaak e, più recentemente, Altiero Spinelli, Jacques Delors e Bronislaw Geremek. Siamo gli eredi e i promotori di questo patrimonio ed è nostro dovere dimostrare lo stesso senso della storia di quei pionieri nel progettare l’Europa di domani.

Ci troviamo di fronte a una successione di shock violenti che mettono in discussione il principio stesso delle nostre democrazie. La guerra della Russia contro l’Ucraina è un crimine contro la storia. Toccando il principio essenziale del diritto internazionale che è quello dell’inviolabilità delle frontiere, uno dei principi fondanti dell’Unione europea, Vladimir Putin, con il suo desiderio di sottomettere l’Ucraina, ha infranto un tabù e sta correndo il folle rischio di far allargare l’incendio. Allo stesso tempo, sta dispiegando nel suo Paese tutti gli elementi di una dittatura apertamente costruita sul cinico assassinio dei suoi oppositori. Col cinico attacco terroristico del 7 ottobre, Hamas ha raggiunto il suo obiettivo di incendiare il Medio Oriente e le ripercussioni, in termini di insicurezza generale e danni umani, sono notevoli. In Oriente, il crollo demografico della Cina fa da sfondo a una politica di eccesso di riarmo economico, tecnologico e commerciale e a disegni imperialisti che minacciano apertamente Taiwan. E gli Stati Uniti, nel mezzo di un confronto durissimo e polarizzato all’interno dell’opinione pubblica, minacciano di tornare a una politica di brutale dominio tecnologico e di disinteresse per la situazione dei loro alleati, in particolare quelli europei. In tutto il mondo, la democrazia è sotto attacco, minata da sovranismo e populismo.

 

Questa nuova era sta avendo un impatto sulle nostre società europee. La crisi inflazionistica derivante da questi problemi sta minando l’equilibrio sociale già indebolito. Alimentando le peggiori idee, l’estrema destra è vicina a prendere il potere in molti Paesi. I partiti tradizionali si stanno disgregando e i venti maligni del populismo si riversano sulle nostre democrazie, che si trovano ad affrontare una crisi di rappresentatività.

Da quando il nostro movimento è stato fondato, vent’anni fa, le sfide si sono accumulate. Siamo sempre stati abbastanza pragmatici da mettere in discussione alcune delle nostre abitudini di pensiero. Abbiamo imparato dalla crisi finanziaria globale, che ha colpito direttamente molti cittadini europei e ha evidenziato le crescenti disparità economiche. Allo stesso modo, abbiamo tratto insegnamento dalla pandemia e dai conflitti ai nostri confini, che hanno rivelato la nostra vulnerabilità in alcune situazioni, in particolare la nostra pericolosa dipendenza da centri di produzione fuori dal nostro controllo.

Il 2024 sarà quindi un anno cruciale. Per la prima volta, ci avviciniamo alle elezioni europee non sulla difensiva, ma con la certezza che nessuno può presentarsi davanti ai popoli europei senza riconoscere l’urgenza e la necessità di un’Unione europea che difenda la parte più preziosa di ciò che siamo.

Alla vigilia delle elezioni europee del 2024, è essenziale riaffermare la centralità del progetto politico europeo. Reinventare l’Europa è un compito arduo che richiede una volontà incrollabile. Noi abbiamo questa volontà. E dobbiamo costruire un futuro europeo in cui brillino la giustizia, l’unità e i valori comuni.

Noi Democratici siamo determinati a promuovere l’inclusione, la solidarietà, la prosperità e lo scambio con tutti i cittadini europei, ponendoli al centro della nostra azione, rispettati come veri interlocutori. La nostra voce umanista e profondamente europeista deve essere ascoltata da tutti coloro che condividono i nostri valori di democrazia, stato di diritto, rispetto dei diritti fondamentali, delle identità e delle diversità, promozione del progresso sociale, inclusione e solidarietà tra territori, popoli e generazioni.

Siamo una famiglia. Da Roma a Rotterdam, da Brno a Bilbao, da Lubiana a Larnaca, da Venezia a Vilnius, da Madeira a Monaco di Baviera, da Strasburgo a Santa Cruz de Tenerife, siamo spinti dalla ragione e dalla fede a costruire questa Europa la cui esistenza e i cui valori sono così gravemente minacciati. Sappiamo che l’Europa può sopravvivere e svilupparsi solo se è «unita nella diversità». Ecco, questo può e deve rappresentare, anche al di là dei suoi confini, un esempio di pace e determinazione per questo mondo così tormentato.

 

François Bayrou

Presidente del Partito Democratico Europeo

 

Per saperne di più

https://democrats.eu/it/le-nostre-idee/

Un nuovo movimento politico riconoscibile per i suoi valori

Il recente documento che sancisce una collaborazione rafforzata fra Tempi Nuovi e Insieme costituisce, come ricordava ieri da queste colonne Giorgio Merlo, un importante passo in avanti verso la ricomposizione dell’area popolare, cattolico democratica e sociale. Si avverte il bisogno di rafforzare il coordinamento, possibilmente di ridurre una frammentazione che non sia giustificata da diversità politiche e programmatiche.

Per questo, credo, forse converrebbe sviluppare innanzitutto all’interno di questa nostra area culturale e politica, ancora piuttosto divisa, quel modello Margherita che si intende proporre ai partiti che presidiano attualmente l’area di centro.  Una ricomposizione per quote, come fu a suo tempo nel partito guidato da Francesco Rutelli, potrebbe consentire di indirizzare le forze e i mezzi di ciascuna sigla su obiettivi comuni, e renderci a sua volta dotati di quella massa critica che possa giustificare l’obiettivo di rappresentare un soggetto con pari dignità in una auspicabile ricomposizione dell’area di centro con gli altri interlocutori come Italia Viva e Azione.

Riuscire a federare componenti del “mondo popolare” innanzitutto, come preludio a un analogo processo che conduca alla costruzione di un comune partito di centro, avrebbe anche un altro grande vantaggio. Quello di rendere il popolarismo contemporaneo riconoscibile e tangibile fra i ceti popolari e nei territori, cosa che è preclusa dalla attuale frammentazione la quale condanna le troppe sigle a un deficit di visibilità proprio fra quei ceti intermedi che si vorrebbero rappresentare, e con particolare attenzione e di quel municipalismo che si vorrebbe riattualizzare.

Inoltre, il suddetto passo in avanti consentirebbe a un soggetto politico di matrice popolare di divenire politicamente vivo, capace di una sua peculiare e riconoscibile iniziativa politica sulle questioni di attualità come sui grandi progetti strategici. Serve, a mio avviso, una qualche forma di coordinamento politico comune capace di intervenire e di fare sentire la propria voce sui temi caldi.

Infine, ma non per ultimo – anzi potrebbe essere il principale requisito – un maggior coordinamento dell’area popolare è auspicabile che sia capace di misurarsi con la sfida di esprimere una sensibilità politica più adatta ai tempi. Perché in questa fase di rapidissimi ed epocali cambiamenti, ciò di cui si avverte più la mancanza in tutte le principali culture politiche europee è la capacità di guardare al Resto del Mondo da pari a pari e non più con quella spocchia da primi della classe che ci porta a utilizzare come parametro di giudizio universale aspetti che invece afferiscono solo a una particolare forma di civiltà, quella occidentale. Si tratta di concorrere ad interpretare un cambio di mentalità che all’opposto di ogni forma di estremismo della cultura woke, a ben vedere funzionale allo status quo, vada invece al cuore del problema. Assumere come bussola, nel modo di ragionare nelle piccole e nelle grandi cose, nella politica locale come in quella internazionale, il fatto che nel mondo in questo secolo si stanno realizzando percorsi diversi, tutti da rispettare, nessuno, chi più chi meno, esente da limiti o contraddizioni, per realizzare nel concreto e nei diversi livelli di sviluppo e di sicurezza in cui si trovano i popoli, quei valori universali che sono sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite. Non si può continuare a dare pagelle agli altri, a utilizzare con disinvoltura un doppio standard di giudizio, a considerare l’esistenza stessa di altri sistemi e blocchi regionali come una minaccia per il solo fatto che esistono e che pretendono pure di essere autonomi. Occorre dare il nostro contributo perché si faccia strada nell’area politica di centro la consapevolezza di un nuovo multilateralismo, un multilateralismo mite, che preferisca cooperare anziché giudicare, che preferisca il rispetto di altre civiltà e culture allo scontro di civiltà. In questa sfida, a mio modo di vedere, un’area popolare più unità e coordinata, potrebbe offrire un contributo assai utile. Anche, fra l’altro, rimettendosi, nella chiara e rigorosa distinzione degli ambiti, al passo con la Chiesa, intesa come Gerarchia, che già dimostra con il pensiero e con i fatti di vivere e operare nei tempi nuovi.

La strana libertà di stampa all’italiana

Ci sono due libertà di stampa nel nostro paese. L’una è quella scolpita nella Costituzione repubblicana che rappresenta una pietra miliare della democrazia italiana. L’altra, meno nobile ma purtroppo molto praticata, va sotto il nome – seppur un po’ volgare e me ne scuso – di “libertà di sputtanamento”.

L’una, la prima, è un elemento costitutivo, decisivo ed essenziale che misura l’ancoraggio di un paese ad una cultura democratica, liberale e costituzionale. L’altra, la seconda, è un metodo che persegue scientificamente – seppur dietro a nobili principi – la demolizione della persona, la sua criminalizzazione politica e culturale, e di norma, la espone al pubblico ludibrio con sentenze inappellabili e giudizi sommari del tutto arbitrari.

Ora, il “verminaio” – per usare le parole del procuratore di Perugia Cantone – che è emerso in questi ultimi giorni e riconducibile all’ormai noto spionaggio di molti vip e non solo vip, ripropone nuovamente il tema di che cosa significa concretamente nel nostro paese la cosiddetta libertà di informazione. Perché un conto è dar notizia di ciò che capita realmente accompagnato, anche dalla ormai nota partigianeria e faziosità che caratterizzano gli organi di informazione nel nostro paese, sia della carta stampata e sia, e soprattutto, dei vari talk televisivi sempre più settari e di parte; altra cosa, e radicalmente diversa, è l’attacco sistematico e permanente alle persone, alla loro dignità, alla loro storia e al loro profilo. Il tutto condito da un giustizialismo senza limiti e senza confini.

E allora sorge spontanea una semplice domanda. E cioè, quale dei due metodi oggi prevale? Al riguardo, non c’è alcun dubbio. Il secondo, cioè quello che fa dell’attacco violento e pretestuoso alle persone la sua ragion d’essere costitutiva. Il tutto, come da copione, sempre corroborato da nobili principi e solenni proclami riconducibili al dogma laico che il giornalista deve “pubblicare tutto ciò che sa” a prescindere da qualsiasi regola deontologica e professionale. E quindi, e di conseguenza, considerando del tutto irrilevanti le intoccabili “fonti” da cui proviene la notizia o il fango.

Un malcostume, questo, che ormai accomuna la stampa nazionale e, per emulazione, anche quella locale dove la demolizione delle persone è diventato quasi uno sport e una prassi intoccabili. È sempre e solo perché, e giustamente, la “libertà di informazione è sacra”. Ecco perché siamo ormai arrivati ad un bivio. Ovvero, o proseguiamo con le prediche periodiche sulla libertà di informazione che non trovano, però, un oggettivo riscontro nella realtà concreta nei racconti quotidiani fatti prevalentemente di attacchi alle persone e alla loro dignità; oppure si inverte decisamente la rotta e chi dovrebbe presiedere – si fa per dire – ad una corretta e trasparente libertà di informazione nel rispetto delle regole e delle stesse norme deontologiche si fa sentire con maggior vigore e forza senza obbedire solo e soltanto a disegni politici talmente noti e collaudati che non fanno neanche più notizia.

‘Tertium non datur’ si potrebbe dire. Saranno soltanto i fatti, quindi, a dirci quale delle due linee prevarrà. Tutto il resto appartiene solo allo scontro permanente tra opposte tifoserie politiche e culturali con tanti saluti allo sbandierato, e sempre più ipocrita e fazioso, “giornalismo di inchiesta”.

La politica non può essere un campo di battaglia continua

La politica non può essere un campo di battaglia

Partiamo da alcuni dati. Il primo è rappresentato dallo straordinario successo della fiction ispirata alla storia di Goffredo Mameli, autore del testo del Canto degli Italiani, andata in onda su Rai uno il 12 e il 13 febbraio. La prima delle due puntate ha espugnato la roccaforte televisiva del Grande Fratello (Avvenire, 13 febbraio 2024) e la seconda ha vinto la competizione con la partita di Champions League. In un momento in cui l’Italia sta attraversando un periodo di difficoltà, la miniserie ha offerto al pubblico un bel momento di riflessione, portando sul piccolo schermo la storia di una fase cruciale del nostro Risorgimento culminata con la proclamazione della Repubblica Romana.

Un’altra buona notizia è rappresentata dalla riuscita della mostra su Enrico Berlinguer, che si è conclusa domenica 25 febbraio con un’ultima giornata di alta affluenza. L’esposizione, ricca di materiali d’archivio, filmati d’epoca, fotografie, video e oggetti personali che offrono una visione completa della figura di Berlinguer, si è tenuta nei locali romani dell’ex-Mattatoio di Testaccio e alla fine, nei poco più di due mesi di apertura, ha registrato la presenza di 65mila visitatori, tra questi anche tanti giovani (Internazionale, 5 marzo 2024). Ci sono passato anche io e devo dire che l’allestimento è stato curato nei minimi dettagli ed è stata davvero un’occasione significativa per immergersi in un periodo storico decisivo della nostra Repubblica. C’è chi ha scritto nel grande libro delle firme della mostra che «oggi manca un partito e un’idea della politica come ricerca, ascolto e partecipazione». Come dargli torto.

Per la nostra riflessione, il terzo dato di una certa rilevanza è quello relativo all’inatteso risultato in termini di share di pubblico per la trasmissione La torre di Babele, condotta da Corrado Augias su la7 e, in particolare, per la puntata dello scorso 4 marzo dal titolo “Cosa resta di Berlinguer?”. Un risultato che dimostra che c’è ancora un grande bisogno di uno stile, di un «linguaggio politico al quale non siamo più abituati» e di figure autorevoli e competenti in grado di interpretare la complessità del presente. Discutendone nella trasmissione di Giovanni Floris, Corrado Augias ha offerto una lucida analisi, tra i tanti spunti, sul ruolo degli intellettuali nella società contemporanea, soffermandosi in particolare sul loro ridotto potere di influenza e sulla loro ristretta capacità di intervento nel dibattito pubblico. In questa prospettiva, a seguito dei cambiamenti sociali degli ultimi decenni e della diffusione di una narrazione “mainstream” e omologata, occorre interrogarsi se la cultura abbia qualche responsabilità nell’essersi allontanata dagli italiani. Prova ne è il consenso e il successo riscossi da messaggi, personaggi e da libri che «[vendono] molto di più di quelli della sinistra». Significativo è il ragionamento di Augias, soprattutto quando lascia intendere come la retorica semplice e diretta che si nasconde dietro queste scorciatoie ha lo scopo di rivolgersi alle emozioni del pubblico e «allo strato più debole e indifeso della popolazione che ci si identifica». Facendo un pizzico di autocritica ammette in qualche modo, quanto sia facile difendersi da questa “offensiva” populista per quelli che un tempo si sarebbero definiti come cittadini culturalmente avvertiti. Lo sforzo degli intellettuali, oggi, «dovrebbe essere [invece] quello di correggere quel tipo di mentalità», rafforzando gli anticorpi delle fasce più fragili e lavorando, per esempio, sulla scuola e sull’istruzione in generale. Dunque, investendo in cultura.

Allora torna attuale una riflessione di Maurizio Ridolfi quando, già da tempo, ha evidenziato l’emergere di un curioso paradosso: rispetto a un indebolimento nella società del discorso storico prodotto e verificato dagli studiosi di professione, si registra invece una ricchezza di storia e di storie nello spazio pubblico che rivela un disagio comunicativo di fronte a una domanda di storia crescente (Officina della Storia). L’obiettivo, di conseguenza, è quello di “accorciare le distanze” fra gli intellettuali e la società, auspicando un rinnovamento di linguaggi e di pratiche che la società della comunicazione ormai richiede.

Uno dei caratteri fondanti della “democrazia del leader” (Mauro Calise), è rappresentato dall’invenzione del nemico e, di conseguenza, dalla sua demonizzazione. Moro e Berlinguer furono a lungo avversari, tra la Dc e il Pci si vissero scontri durissimi, ma poi c’era rispetto, non si arrivava mai all’oltraggio. Si trattava di comunità politiche e di leader capaci di intercettare il disagio e la voglia di cambiamento che serpeggiavano nella società italiana e che, con strategie diverse, erano aperti al dialogo con le altre culture e sensibilità.

Oggi, viceversa, con vittorie elettorali spesso di misura e in un contesto di forte astensionismo, chi vince si arroga il diritto di appropriarsi totalmente del potere. Questa pretesa non fa altro che aggravare la sfiducia del corpo elettorale verso le istituzioni. La cultura dello scontro in politica è diventata un ostacolo al progresso e al benessere comune.

È tempo di unire, con il dialogo e il senso di responsabilità, per affrontare le sfide che ci attendono in questa società sempre più complessa. Le persone tenderanno ad allontanarsi sempre più dalla politica fino a quando la percepiranno come un campo di battaglia, dove non c’è spazio per la moderazione e per la capacità di trovare soluzioni che funzionino per tutti.

Se la storia è «sempre storia contemporanea», come affermava Benedetto Croce, allora lasciamoci guidare dal passato che ci aiuta a chiarire le idee e a leggere meglio il presente (Luciano Canfora), senza trascurare l’importanza offerta da questi segnali positivi che fanno emergere, nonostante tutto, il forte interesse per il dibattito pubblico su temi di grande rilevanza storica e politica.

Meloni, la contesa è un istinto: a chi giova?

Probabilmente vincerà, alla fine, la Meloni in Abruzzo. E se vincerà si sentirà in pieno diritto di insistere su quel tono così battagliero, ma anche così divisivo, che fa parte ormai della sua recita pubblica. E però non si capisce, davvero non si capisce, per quale diavolo di ragione un capo di governo debba parlare come se fosse sempre il capo di una fazione.

C’è sempre in lei un tono sopra le righe, un eccesso di vittimismo e di converso un eccesso di trionfalismo che mescola spirito di setta e postura di leader in modi e dosi che alla fine fatalmente si rivelano controproducenti. Meloni è una leader capace che crede molto in quello che fa e che finisce col suscitare una certa simpatia anche presso chi non la vota e probabilmente non la voterà mai (piccola nota autobiografica).

È “arrivata”, per così dire. Ha compiuto una scalata politica che merita considerazione anche da parte degli avversari. Ma appunto per questo risulta assai difficile comprendere perché si ostini a recitare una parte così divisiva e così poco istituzionale perfino quando tutto sembra arriderle. Il governo di un paese così vario e complicato suggerisce modi più felpati, meno abrasivi di condurre le battaglie politiche. Soprattutto da parte di chi si trova a godere del consenso momentaneamente più ampio.

Guardare oltre lo steccato non è una furbizia, è un dovere. Ma può diventare anche una convenienza. Soprattutto in tempi nel quali una larga fetta di opinione pubblica non sa più – politicamente – a che santo votarsi. Si dirà che per Meloni la contesa è un istinto. Seguendo il quale però lei rischia di essere lo scorpione di se stessa.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 7 marzo

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

I Ferragnez, la politica e un garante della beneficienza.

“Moleste ferre”, sopportare a malincuore, è il mood dei Ferragnez che oggi si lamentano per una eccessiva esposizione mediatica sulle loro vicende di vita che non si sa bene a chi possano interessare. Sembra vogliano, per altro verso, apparire del tutto sguarniti rispetto alla complessità del circuito della comunicazione ed agli effetti che inevitabilmente ne derivano.

“Chi di mano ferisce di mano perisce” è un detto che ricorda il ritorcersi di uno strumento contro chi lo ha usato, ora scoprirebbero, con troppa faciloneria

Un influencer è un agitatore di continue proposte verso un pubblico da ispirare a tutto spiano. Oggi quel pubblico, con la stessa passività con cui a seguito quei santoni della moda e di uno stile di vita, gli ha girato crudelmente le spalle. Il pubblico non ha sentimenti, è indifferente ai destini, si muove con una logica spietata, pari a quella di chi lo usa.

Ci sarebbe da ricordare un vecchio film americano, in bianco e nero, come la vicenda che racconta, in cui il protagonista è un insuperabile imbonitore televisivo fino ad arrivare anche a condizionare la politica e diventare un riferimento assoluta della massa dei cittadini. Scoperto il suo cinismo, si renderà conto che il suo è un potere di carta, conoscendone l’abbandono di tutti i suoi seguaci.

La vicenda dei Ferragni ha il solito merito di aver alzato una coperta sotto la quale si muovono interessi senza regole ben definite e non proprio condivisibili. Gli influencer sono caduti proprio loro in un difetto di comunicazione voluto o non voluto che sia. Hanno incassato troppi soldi rispetto ai proventi destinati alla struttura ospedaliera sostenuta con l’acquisto di un panettone.

L’azienda dolciaria avrebbe dovuto riportare un messaggio più chiaro sul prodotto in vendita senza che si potesse in alcun modo credere ad una devoluzione in beneficenza proporzionata alla dimensione delle vendite.

Infine, anche l’ospedale non avrebbe dovuto accettare il valore di briciole a fronte di una operazione commerciale di ben diversa consistenza. Mance in queste circostanze non sono da considerare, la tutela della salute non è materia da barattare in questa maniera.

La politica si dovrebbe interrogare sul da farsi e prendere provvedimenti. Sarebbe da avanzare una proposta non del tutto disprezzabile. Non sarebbe male l’istituzione di un Garante della Beneficenza che avesse poteri di monitoraggio sul flusso del denaro destinato alle tante realtà che chiedono sostegno per i loro scopi di bene.

Senza interferire nelle autonome scelte dei diversi soggetti che ricevono donazioni, il Garante potrebbe assicurare un carattere di trasparenza e di pubblicità dell’utilizzo dei fondi, ad esempio dando conto ai benefattori verso quali specifici progetti sia stata destinata la loro generosità ed a quale grado di loro realizzazione si sia giunti ad un dato momento. Si tratterebbe di una rendicontazione che farebbe cadere eventuali sospetti e pregiudizi e favorirebbe ulteriori elargizioni.

Il nostro Paese si distingue per avere un cuore attento al prossimo bisognoso, supportando le organizzazioni di assistenza che si preoccupano per ogni condizione di sofferenza e disagio.

Sembra che, ad esempio, gli ospedali pediatrici in particolare possano confidare sempre su un adeguato contributo da parte di tante persone sensibili alla cura dei più piccoli. Questo è certamente un motivo di plauso e di orgoglio per la nostra comunità nazionale.

Come per altre realtà, sarebbe sempre però importante conoscere se i fondi ricevuti siano impiegati strettamente per l’attività di cura o per iniziative collaterali di diverso impatto sulla salute dei pazienti. In agguato poi è sempre il pericolo di soldi destinati maggiormente alla sopravvivenza, pur necessaria, dell’apparato organizzativo che invece ad un ausilio dei più deboli.

Un paradosso potrebbe suggerire una riflessione: se, in un determinato tempo, una organizzazione non avesse più necessità di spendere, potrebbe dichiarare pubblicamente la provvisoria sospensione della raccolta di fondi ad essa indirizzata. Al maturarsi di nuove esigenze potrebbe poi sollecitare, nuovamente, l’attenzione delle anime buone.

Se questo avvenisse, dal punto di vista comunicativo si avrebbe peraltro un ritorno di immagine formidabile per l’onestà messa in campo.

Una richiesta fine a se stessa è poco giustificata; inventarsi modi per spendere ad ogni costo non è comprensibile. Un Garante della beneficenza per ogni Regione d’Italia potrebbe mettere tutto in chiaro, dando con chiarezza le informazioni agli eventuali interessati circa l’effettivo andamento in merito al raggiungimento di un certo traguardo per il quale è stata chiesta una donazione. Potrebbe insomma mettere ordine in un settore che non merita alcuna opacità e che al contrario va puntellato ad ogni costo.

Dalla questione Ferragni e relative ferite occorre prendere un insegnamento. La politica si dia da fare.

La pace? Una cenerentola tra gli arsenali atomici.

La pace? Una cenerentola tra gli arsenali atomici.

 

È  un“anelito profondo degli esseri umani” (Giovanni XXIII). Bisogna ritrovare quello spirito di pace  riproposto, appena due anni fa, dal discorso di Mattarella a Strasburgo davanti all’assemblea del Consiglio d’Europa.

 

Luigi Rapisarda

 

La pace è un bene supremo che si pone come base e fondamento per la comune convivenza dei popoli ed è condizione precipua di sviluppo e progresso delle civiltà. Nell’Enciclica giovannea Pacem in terris pubblicata nel 1963, dopo che per la prima volta il mondo fu ad un passo dal conflitto nucleare e conobbe il sentimento di terrore provocato dalla terribile e apocalittica minaccia di risolvere la crisi cubana, anche a costo di far uso delle armi nucleari, Papa Giovanni XXIII definisce la pace come ”anelito profondo degli esseri umani di tutti i tempi”.

Mentre sullo sfondo, nel richiamare l’imprescindibilità di valori comuni nel segno del rispetto dei diritti dell’Uomo, il perseguimento del bene comune, la tutela delle minoranze nazionali, il rispetto tra le nazioni, si coglie tutto la faticosa e ininterrotta opera che richiede il mantenimento di comuni condizioni di pace, mai disgiunta da un opera di perseguimento costante a partire dalle politiche nazionali di ogni paese.

Oggi il mondo, con una globalizzazione da cui è molto difficile divincolarsi, nonostante le recenti disillusioni scoperchiate dalla pandemia da covid 19, ha una interdipendenza inestricabile tra i diversi paesi che permette altre forme dissuasive.

Tuttavia le recenti pressioni economiche messe in atto attraverso un intricato ventaglio tra sanzioni e interdizioni commerciali(embargo) mirate, non hanno prodotto i risultati sperati nel conflitto Russo-Ucraino. Anzi hanno finito per dare la stura ad una sempre più strutturata forma di blocchi contrapposti: da una parte Nato-Occidente, dall’altra Russia e alleati asiatici Cina e Corea del Nord, mentre l’India per ora sta a guardare.

Scenario che è stato ritenuto da parte di attenti osservatori: non proprio una bella prova di sagacia politica e lungimiranza. Soprattutto per non aver dato il giusto peso all’intreccio di esigenze e di rapporti, da quelli secolari, alle strette consanguineità dei popoli contigui, alla giusta tutela delle minoranze linguistiche, in quella estrema parte dei territori dell’Est europeo, con gli inevitabili effetti: tra divisioni, timori, pretese e contrapposizioni, anche in termini di rafforzamento delle dotazioni militari, che un’estensione della sfera di influenza, avrebbe prodotto, in un quadro di nuovo ordine mondiale  che non si prefigurava lontano.

Tanta disinvoltura nello spostare sempre più in avanti le frontiere di difesa atlantica, senza la previsione di zone cuscinetto, ha spinto persino il più autorevole dei Ministri degli Esteri degli Usa, Henry Kissinger, a esprimere, qualche anno fa, grosse perplessità e riserve su questo procedere da parte degli Stati Uniti e della Nato, ed a proposito dell’Ucraina ne consigliava la neutralità e un sistema federale per controbilanciare la forte presenza di ampie minoranze russofone, sulla falsariga della Finlandia.

E in esito a quegli eventi Romano Prodi sostenne, in una intervista al Corriere della Sera (26 maggio 2015): “Isolare la Russia è un danno. Il problema è avere chiara l’idea di dove devi arrivare. Se vuoi che l’Ucraina non sia membro della Nato e della Ue, ma sia un Paese amico dell’Europa e un ponte con la Russia, devi avere una politica coerente con questo obbiettivo. Se l’obiettivo è portare l’Ucraina nella Nato, allora crei tensioni irreversibili”.

Mentre Sergio Romano, già ambasciatore italiano presso la Nato e poi a Mosca nel 1985-1989, non mancò di sottolineare così tutte le sue perplessità: “La collocazione che intravedevo come desiderabile per l’Ucraina era quella della neutralità, il paese doveva diventare neutrale. È stato completamente irragionevole prospettare la possibilità dell’ingresso dell’Ucraina nella Nato. Perché la Nato è un’organizzazione politico-militare congegnata per fare la guerra”.

Questa indifferenza strategica, o se vogliamo disattenzione, ha finito per acuire un rapporto già teso da anni, subendo poi un’accelerazione da quando Putin ha messo in atto la unilaterale annessione della Crimea e prima ancora la guerra in Georgia, nella pretesa idea di una naturale appartenenza alla propria sfera di influenza. Insomma non si può negare che ci sia stata una miope strategia del nostro comune sistema difensivo e un pressappochismo nelle relazioni di politica estera e qualche ambiguità che ne ha dato talora un senso distorto delle tante “mission militari”.

Oltre al fatto che il non essere riusciti a prevenire, con opportune iniziative negoziali, le giuste esigenze di sicurezza delle linee di demarcazione del fianco euroasiatico, ha finito per lasciare spazio a irrazionali disegni di nuovo revanscismo imperialista.

Un vulnus di strategia che un autocrate come Putin, fuori da ogni conformità allo Stato di diritto e da ogni pur labile modello democratico delle proprie istituzioni, ha saputo cogliere, incuneandosi nelle pieghe di questa imprudente strategia, per perseguire, al costo anche di un conflitto nucleare, i suoi obiettivi espansionistici.

Questo mi pare un punto essenziale che in questa vicenda non può essere ignorato. Così come non può non intravedersi, dietro l’aggressione all’Ucraina, un chiarissimo scontro di civiltà e di modelli di organizzazione politica sui territori. Da una parte le democrazie e tutta la complessità dei loro processi decisionali. Dall’altra una nazione immensa ed il suo modello autocratico, guidata da un despota che oppone ai sistemi democratici, ai suoi valori di libertà, di pluralismo e di rispetto dei fondamentali diritti della persona, un potere assoluto, dai processi decisionali rapidi e senza contrappesi o limiti e senza un minimo rispetto delle Convenzioni internazionali.

In questo quadro, ogni decisione appare assai difficile mentre sui tetti delle città piovono tonnellate di bombe, con sempre più elevate perdite di vite umane tra la popolazione, composta soprattutto di donne, vecchi e bambini. E, non appare di certo rassicurante che il tutto avvenga mentre si susseguono risoluzioni dell’Onu che continuano a valere solo come petizioni di principio, senza esito concreto, come senza esito sono risultati a tutt’oggi i diversi moniti e gli incontri del suo segretario generale, Gutierrez, con il presidente Putin.

E la stessa Ue non si distingue per grande attivismo, tra veti e contorsioni da parte di alcuni dei suoi membri. Mentre l’adozione di una linea di sostegno, senza condizioni, di ogni tipo di armi, le ha fatto perdere quel carattere di terzietà, indispensabile per un ruolo credibile di mediazione.

Anche se è vero che poco si è colta una reale volontà di sedersi ad un tavolo. Così a poco è servito il particolare filo rosso che Macron ha tenuto attivo con Putin. Giunto persino a un capovolgimento stupefacente, complice la presa d’atto del suo fallimento, tanto da indursi a proporre un coinvolgimento diretto di paesi affiliati alla Nato. Un’imprudenza che, per fortuna,ha trovato il fermo no da parte degli Usa e degli altri paesi Nato, attenti ad evitare occasioni di ulteriori pretesti che darebbero davvero la stura allo scoppio di una apocalittica terza guerra mondiale.

Sicuramente altri sbocchi potrebbe prendere la controversia tra Russia e Ucraina se la Cina (che, a sua volta, trascina la controversia con Taiwan) si decidesse di esercitare un ruolo di mediazione. Unica, in questo momento, capace di far ragionare Putin, in un quadro di comuni intenti con gli Usa, potrebbe dare fattiva soluzione in un tavolo negoziale per un nuovo assetto geopolitico.

Il fatto è che al momento preferisce non coinvolgersi direttamente nella soluzione di questo conflitto. Ma il suo stare a guardare non fa che aggiungere nuova inquietudine sui possibili sbocchi futuri di questo conflitto. Ecco perché non possiamo permetterci di sottovalutare le altissime probabilità di una escalation senza fine.

Per questo appare necessaria una “nuova” Helsinki, sotto l’egida dell’Onu, assicurando, da una parte, una zona cuscinetto tra Russia e l’area continentale di quelli che possono essere i confini di massima espansione dell’Unione Europea e, dall’altra, dare soluzione alla questione aperta di Taiwan ed alla questione mediorientale, arroventatasi ulteriormente dopo il brutale attacco di Hamas del 7 ottobre scorso con sequestro di oltre un centinaio di ostaggi) e la risposta altrettanto dura (talune cancellerie, a cominciare dal presidente Biden, non hanno mancato di definirla esagerata) di Netanyahu, che non fa prevedere una imminente soluzione.

Bisogna ritrovare quello spirito di pace fortemente riproposto, appena due anni fa, dal discorso di Mattarella a Strasburgo davanti all’assemblea del Consiglio d’Europa. Eccone alcuni fondamentali passaggi: “…occorre prospettare una sede internazionale che rinnovi radici alla pace, che restituisca dignità a un quadro di sicurezza e di cooperazione, sull’esempio di quella Conferenza di Helsinki che portò, nel 1975, a un Atto finale foriero di sviluppi positivi. E di cui fu figlia l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa”. E poi continuava: “…La guerra è un mostro vorace, mai sazio. La tentazione di moltiplicare i conflitti è sullo sfondo dell’avventura bellicista intrapresa da Mosca. La devastazione apportata alle regole della comunità internazionale potrebbe propagare i suoi effetti se non si riuscisse a fermare subito questa deriva. Dobbiamo saper scongiurare il pericolo dell’accrescersi di avventure belliche di cui, l’esperienza insegna, sarebbe poi difficile contenere i confini”. Ed infine: “..Occorre fermare in ogni modo una escalation che rischia di portare drammaticamente a un terzo conflitto mondiale”.

Auspichiamo che anche il nostro governo, nel quadro di un più autonomo posizionamento che la tendenza più isolazionista degli Usa, e con un interesse mirato soprattutto sul versante indo-cinese, ci impone (cosa che anche l’Ue dovrà seriamente considerare), trovi una linea comune con le opposizioni, come si è già sperimentato in questi giorni a proposito della strategia difensiva contro le aggressioni degli Houthi alle nostre navi commerciali nel mar rosso, affinché si prodighi concretamente per una soluzione pacifica a breve.

E ciò in un quadro di maggiore autorevolezza e pragmaticità da parte dell’Ue per contribuire a dare soluzione alle questioni controverse. Un contesto negoziale che ben potrebbe essere organizzato attorno alle due parti in causa, e la presenza delle grandi potenze, affidando all’Onu la promozione, sul modello della Conferenza di Helsinki, magari nel solco di una visione universalistica e ideale delle relazioni internazionali, come vagheggiato da Woodrow Wilson, in quella chiave di lettura che fu di Henry Kissinger, come mezzo a fine per costruire un mondo di pace perpetua garantito dalle istituzioni internazionali.

Prima intesa tra forze omogenee dell’area popolare d’ispirazione cristiana

L’abbiamo definita una “collaborazione rafforzata” quella tra Tempi Nuovi e Insieme, cioè tra due movimenti politici e culturali dell’area cattolica italiana che hanno un obiettivo comune. Ovvero, quello di favorire una vera e propria ricomposizione politica, culturale ed organizzativa dell’area

cattolico popolare e sociale del nostro paese.

Un progetto che parte da lontano e che purtroppo, in questi ultimi anni, ha dovuto fare i conti con un progressivo indebolimento della presenza politica della cultura, dei valori e della tradizione del cattolicesimo popolare, sociale e democratico nella citta della politica italiana. E, al contempo, una cultura politica che sostanzialmente è scomparsa all’interno dei vari partiti. O perchè ridotta ad un ruolo puramente ornamentale e protocollare o perchè limitata e circoscritta ad una presenza puramente personale

e del tutto testimoniale. In entrambi i casi, comunque sia, politicamente irrilevante e culturalmente ininfluente ai fini della costruzione del progetto politico complessivo del partito e della relativa coalizione.

Ed è in questo che si inserisce l’iniziativa concreta, e politica, di Tempi Nuovi e di Insieme. Due movimenti che sono accomunati dall’idea di riaccendere la speranza di una ricomposizione dell’area popolare nel nostro nostro paese, pur riconoscendo sino in fondo il profondo e radicato pluralismo delle varie opzioni politiche dei cattolici italiani.  Una iniziativa, però, che si allarga anche ad altre culture politiche per ricreare un luogo politico di matrice centrista che non si limita a vivere di una potenziale rendita di posizione o ad una equidistanza dagli schieramenti maggioritari.

Un progetto che richiede, comunque sia, un rinnovato protagonismo della cultura e della tradizione cattolica popolare e sociale che continua ad avere una straordinaria modernità anche nella stagione politica contemporanea. E i due movimenti, radicati in tutto il paese e nello specifico in settori significativi dell’area cattolica popolare e sociale, non può non prestare una forte e qualificata attenzione al cosiddetto “civismo” di matrice centrista e cattolica che proprio nelle comunità locali trova il suo terreno più fertile e significativo. Un civismo che, il più delle volte, è rappresentato da uomini e donne che ricavano le ragioni del loro impegno dalla cultura e dalla tradizione del cattolicesimo popolare e sociale.

Di qui, cioè dalle rete delle comunità locali – comuni e regioni – riparte l’iniziativa politica di questi due movimenti. E l’esperienza, la storia e il profilo dei due promotori, Beppe Fioroni e Stefano Zamagni, accompagnati dai rispettivi gruppi, può rappresentare una vera ed autentica novità nel panorama e nella galassia della ricca, complessa ed articolata area cattolica italiana.

L’imprevedibile scompagina la politica, la forza del progetto la dirige.

Guido Bodrato amava sempre ripetere che nella politica esiste una categoria con cui occorre fare sempre i conti. E la categoria è quella della “imprevedibilità”. Perché, il più delle volte, è proprio l’imprevedibilità a cambiare profondamente i processi politici e le stesse strategie dei singoli partiti. Certo, non si può fare politica, anche in una società fluida e liquida come quella contemporanea, senza avere un obiettivo ed un progetto di medio/lungo periodo da perseguire.

Elementi indubbiamente difficili da percorrere oggi perché ci troviamo di fronte a partiti personali e del capo dove, di fatto, il progetto e la stessa strategia sono piegati ai voleri e agli umori del capo partito. Ora, però, c’è un dato che non può essere sottovalutato, anche in un contesto politico alquanto confuso e contraddittorio. E cioè, la politica – e di conseguenza i partiti – è credibile e qualificata nella misura in cui riesce a guidare i processi politici ed a governarli. Perché è proprio su questo versante che si gioca anche e soprattutto la qualità e l’autorevolezza della classe dirigente

politica.

Ma questo obiettivo – e questa finalità – è possibile perseguirlo solo se i partiti riescono a dispiegare sino in fondo la loro vocazione originaria e prioritaria, che era e resta quella di costruire un progetto politico funzionale alla vittoria alle elezioni e quindi di conquistare il governo. E la stessa categoria della imprevedibilità, sempre presente nelle società democratiche e rette da regole trasparenti può e deve essere gestita e governata. Del resto, è altrettanto indubbio che la credibilità della politica, della sua classe dirigente e delle rispettive culture politiche risiedono sempre nella capacità di indicare una rotta e poi di saperla perseguire sino fondo.

Ed è proprio su questo versante che emerge la debolezza della politica contemporanea. Perché quando il progetto è debole, quando il trasformismo e l’opportunismo sono sempre in agguato e, soprattutto, quando il comportamento prevalente della classe politica è quello di rincorrere ciò che la pancia del paese chiede e non, al contrario, di guidare i processi politici, si corre il serio rischio di cadere prigionieri proprio della imprevedibilità che può sempre capitare e di non essere poi più in grado di uscirne.

Ecco perché, e ancora una volta, la politica nel suo complesso è chiamata a svolgere il suo ruolo con intelligenza, senso di responsabilità e trasparenza. E, ancora una volta, sarà decisivo e determinante avere una classe dirigente all’altezza della situazione. Le comparse, gli improvvisati, gli imbucati e le goliardate non sono più ammessi. Nel senso che la stagione “dell’uno vale uno” di grillina memoria va definitivamente ed irreversibilmente archiviata. Per il bene della democrazia, per la credibilità della politica e per la tenuta delle stesse istituzioni democratiche.

Democratici senza popolo? Biden rischia la sconfitta.

Foto di Barbara da Pixabay
Foto di Barbara da Pixabay

Nonostante una situazione economica in generale assai migliorata dopo la crisi dovuta alla pandemia, la sensazione diffusa fra gli americani non è esattamente quella di chi vede roseo il proprio futuro. In questo contesto, il dato più preoccupante per il Partito Democratico e per il Presidente-candidato Joe Biden è che questa visione pessimistica è presente soprattutto presso i ceti popolari, quelli che in teoria – e molto spesso in pratica, anche nel 2020 – votano per loro.

Le comunità afro-americane (non più, però, influenti come una volta) e latino-americane (al contrario, queste ultime in vertiginosa ascesa numerica) che tradizionalmente votano democratico e che furono decisive per la vittoria di Biden quattro anni fa, oggi appaiono maggiormente orientate verso Donald Trump, nonostante il divario assoluto esistente, sotto ogni punto di vista, fra loro e il discusso tycoon miliardario e WASP (white anglo-saxon protestant).

Le motivazioni di questo disincanto delle minoranze verso il potere che dovrebbe tutelarle sono diverse. Di quelle non strettamente economiche si parlerà nel prossimo articolo, perché ora merita di evidenziare queste ultime. Non è bello a dirsi, ma la verità, anche quando è amara, anzi soprattutto se è amara e lontano dai propri convincimenti, va sempre ammessa, se si vuole comprendere davvero le ragioni di determinati eventi.

La ragione nello specifico fa rima con immigrazione. Non è un caso se nell’anno elettorale il Governatore repubblicano del Texas ha irrigidito ulteriormente le politiche di chiusura al costante flusso proveniente dal Messico, alimentato da migliaia di centroamericani che vogliono entrare illegalmente negli States, giungendo addirittura ad un conflitto sul controllo del confine con le autorità federali, che ne hanno la competenza. Ponendo così in ulteriore difficoltà un’amministrazione centrale già in difficoltà di suo sul tema specifico.

L’immigrazione di masse disperate disponibili per qualsiasi lavoro di manovalanza a qualsiasi prezzo (e in taluni casi, anche questo va detto, pronte a delinquere pur di sopravvivere e spesso andando a colpire proprio i ceti meno abbienti) inevitabilmente riduce la forza contrattuale dei salariati già presenti nelle fabbriche e nelle aziende di servizi operanti sul territorio americano. Su questo fronte, ovvero quello del controllo dell’immigrazione illegale, Trump appare più deciso e “duro” di Biden, anche perché non deve tenere in conto quell’anima sociale che al contrario è ben presente nel Partito Democratico. E siccome il problema tocca proprio i latinos ecco che questi – anche se ciò può apparire paradossale, essendo stati immigrati a loro volta in un tempo passato – svoltano verso i più securitari repubblicani.

Poi c’è la questione cinese. Ma non nel campo della geopolitica, ambito riservato alle élite, bensì in quello più “terra-terra” della concorrenza commerciale, tema assai concreto che interessa alle aziende statunitensi e ai loro dipendenti. I dazi imposti a suo tempo da Trump ai prodotti provenienti dalla Cina si sono rivelati abbastanza efficaci, tanto che questa forma di protezionismo è stata confermata da Biden. Ergo, fu una scelta giusta del precedente presidente, ragiona il lavoratore americano, e poiché quel presidente, che ebbe l’idea vincente e la pose in pratica, torna in campo perché non premiarlo?

Insomma, esiste un divario netto fra quanti sono in possesso di tutti gli strumenti culturali necessari per comprendere e interpretare le complessità del mondo globalizzato del XXI° secolo e quanti non li posseggono perché non hanno avuto la possibilità di studiare e dunque le proprie analisi le fanno sul campo, in maniera semplice e immediata nella vita di tutti i giorni. Vedono il prodotto made in China che sostituisce quello made in USA e temono per il proprio posto di lavoro. Vedono l’immigrato pagato il minimo e capiscono che il loro salario non crescerà. E questa sindrome colpisce anche i bianchi, i blue collar, operai che dal Texas al Michigan ancora sono numerosi e sempre più preoccupati di un futuro che si presenta minaccioso e richiede protezione. Tutti costoro sono pertanto facile preda del populismo più triviale, arte (si fa per dire) nella quale Trump è maestro.

Se questa popolazione, che fu alla base dell’imprevista vittoria di Trump nel 2016 ma che poi in larga misura lo abbandonò quattro anni più tardi, dovesse tornare a premiarlo – come i sondaggi paiono lasciar intendere – le possibilità di vittoria di Biden diminuirebbero significativamente. Eppure il vecchio Joe è costretto da fasce importanti del suo stesso partito a concentrarsi su altre questioni. Col rischio di non affrontare adeguatamente questa, che è basilare. It’s the economy, stupid.

Meloni | Cleopatra passa dalla tiara del Faraone all’elmetto di Sturmtruppen.

La Regina Cleopatra si sa, non avendo un carattere morbido e conciliante, è facile andare alla guerra quando ritiene di avere subito un torto di lesa maestà. E tale le deve essere sembrata la rivolta dei Sardi che, perfidi, hanno boicottato per pochi voti il suo prescelto e l’hanno costretta ad ammettere pubblicamente la sconfitta.

E dunque “alla pugna”, c’è necessità. Il nostromo della barca di Cesare (concessa per questa impresa) ha avvertito la regina Cleopatra/Meloni che il vento ha cambiato direzione e che bisogna anche cambiare, allora, le vele mezze strappate per ritrovare il vento e continuare la navigazione.

Qualcuno s’aspettava un saggio discorso alla truppa, una reprimenda con i fiocchi e qualche sonora punizione, persino qualche calcio sul sedere per buttare a riva i malcapitati. Ed invece no, la Regina trasforma la sua barca in un galeone di pirati e, alta sul ponte di comando, sprona i suoi alla battaglia. E i suoi che certo sono fiacchi e provati dalla lunga navigazione, e non vedono modo di scendere a terra a riposare un po’, anche per consumare un pasto degno di questo nome, la vedono di umore nero come la fuliggine, pronta a deporre a terra la tiara da Faraone e a indossare l’elmetto da Sturmtruppem. Alla ciurma, perplessa, non resta che osservarla.

Eh sì, perché sa un po’ di ridicolo, nell’Impero di Cesare, indossare l’elmetto degli odiati Germani e non affidarsi ai cimieri piumati dei legionari e dei centurioni. Che la Regina immagini uno sbarco e pronte ci siano magari le sue truppe egiziane, con i famigerati carri, a preparare il campo della battaglia? A terra truppe egizie non se ne vedono, e così anche i due luogotenenti si mostrano perplessi. Cercano di capire l’insondabile pensiero della Regina; ma null’altro, al di là dell’ira, sembra condividere con i suoi ufficiali. I quali romanamente sembrano dire: “E vabbé, fa’ un pò come te pare”. Guardano e pensano ai fatti loro.

Intanto quelli che stavano a riva sotto l’effetto del miracolo sardo si sono riuniti quel tanto che basta per dare addosso a Cleopatra/Meloni, con poca forza ma anche molta fortuna (ma si sa che la fortuna premia gli audaci). Ed ora che potrebbero guadagnare un altro punto sulla odiata, restano comunque incerti e prudenti.

Cesare di fronte alla sconfitta della sua Cleopatra ha tirato giù un bestemmione chiamando in causa gli dei patrii: amaramente si è accorto di come la rimonta gli sarebbe costata altri sesterzi visto che lei, presa dall’ira e dal livore della rivincita, non avrebbe badato a spese. Così monta perplesso per la chiamata alle armi della Regina perché il nemico non si è ancora visto all’orizzonte o meglio le spie di Cesare non hanno riportato notizia che alla frontiera si ammassino truppe nemiche. Per questo l’imperatore è prudente e lento a sprecare uomini, sebbene la Regina potrebbe aver aver avuto una dritta dai potenti sacerdoti di Tebe — e questo è pressoché insondabile.

Tuttavia, la vera preoccupazione del Senato romano è che Cleopatra/Meloni paventi una battaglia fatta con le proprie truppe e secondo le regole egizie in terra dell’Impero. Però non essendo lei Alessandro Magno – nato conquistatore – rischia di prendere un grosso abbaglio, che questa volta trascinerà i suoi, nonché i poveri pretoriani messi da Cesare a sostegno dell’impresa, in una sconfitta davvero straziante.

Dibattito | L’Occidente di fronte al male dell’aborto.

Dibattito | L’Occidente di fronte al male dell’aborto.

 

In questo commento, pubblicato su “CR – Corrispondenza romana”, sito di orientamento cattolico ultra conservatore, si pone l’accento sul carattere distruttivo della filosofia abortista. Di seguito la parte finale dell’articolo.

 

Fabio Fuiano

 

[…] Il corpo dell’Occidente, di quell’Occidente un tempo plasmato dalla Civiltà cristiana, sembra oggi arrancare, fa fatica a reagire davanti ai suoi aggressori interni ed esterni. Ciononostante, il processo rivoluzionario, pur essendo una malattia che momentaneamente affligge questo corpo, è tanto più vicino al suo fallimento, quanto più si avvicina al perseguimento del suo obiettivo: infatti, la malattia può esistere soltanto finché c’è un corpo da aggredire. Morto questo corpo, essa cesserebbe inevitabilmente. Osserva perspicacemente san Dionigi Aeropagita: «Se il disordine fosse completo, non ci sarebbe nemmeno la malattia. Rimane e c’è la malattia in quanto ha come sostanza l’ordine minimo e in esso sussiste» (De Divinis Nominibus, IV, 20, 720c).

Se la Francia, come anche l’Occidente, non torneranno sui propri passi, ciò che non rendono volontariamente per giustizia a Dio, dovranno renderlo in altro modo: questo male reclama infatti un castigo che ha lo scopo di soddisfare la giustizia, ma allo stesso tempo è un medicinale. Sant’Agostino osservava: «Colui che non rende a Dio ciò che gli deve, glielo rende soffrendo quel che deve. Non vi è altra via di mezzo […]. La bellezza dell’ordine universale è tale che non può tollerare nemmeno un istante di essere macchiata dalla bruttezza del peccato, senza essere ripassata dalla bellezza della vendetta» (S. Agostino, De libero arbitrio, 3, 44).

Tuttavia, la reazione a questo male può venire anche dagli uomini di buona volontà, a patto che si spendano unicamente per un bene integrale, senza compromessi. Bisogna ricordare a pieni polmoni che qui non si tratta meramente di “diritti umani” violati, ma soprattutto di una contrapposizione al sovrano dominio che solo Dio ha sulla vita umana. L’uomo non riceve dai genitori il diritto alla vita, né dalla società, ma direttamente da Dio, creatore immediato dell’anima, principio vitale del corpo. La vita umana innocente è pertanto intangibile e nessuno ha titoli giuridici per disporne direttamente. Se l’autorità comanda in tale senso non può e non deve essere obbedita. In modo magistrale si rivolgeva il Sommo Pontefice Pio XII alle Ostetriche cattoliche in un discorso a loro indirizzato il 29 ottobre 1951, meritevole d’esser letto nella sua interezza: «ogni essere umano, anche il bambino nel seno materno, ha il diritto alla vita immediatamente da Dio, non dai genitori, né da qualsiasi società o autorità umana. Quindi non vi è nessun uomo, nessuna autorità umana, nessuna scienza, nessuna “indicazione” medica, eugenica, sociale, economica, morale, che possa esibire o dare un valido titolo giuridico per una diretta deliberata disposizione sopra una vita umana innocente, vale a dire una disposizione, che miri alla sua distruzione, sia come a scopo, sia come a mezzo per un altro scopo, per sé forse in nessun modo illecito».

E conchiudeva: «La vita di un innocente è intangibile, e qualunque diretto attentato o aggressione contro di essa è violazione di una delle leggi fondamentali, senza le quali non è possibile una sicura convivenza umana. — Non abbiamo bisogno d’insegnare a voi nei particolari il significato e la portata, nella vostra professione, di questa legge fondamentale. Ma non dimenticate: al di sopra di qualsiasi legge umana, al disopra di qualsiasi “indicazione”, si leva, indefettibile, la legge di Dio». Custodiamo e meditiamo queste parole, frutto di profonda sapienza. Solo così potremo sperare in un ritorno a quei principi della Civiltà cristiana che hanno fatto grande l’Occidente.

 

Per leggere il testo integrale

https://www.corrispondenzaromana.it/la-francia-vuole-auto-distruggersi-con-laborto-nella-costituzione/

Scomparse a Cutro umanità e memoria di antichi costumi

Tornando a Crotone un anno dopo il naufragio di Cutro, in occasione della presentazione del rapporto Migrantes, Mons. Francesco Savino, Vice Presidente della CEI, riferendosi al decreto “Piantedosi-Salvini-Meloni” ha testualmente affermato: “Il decreto Cutro è non solo un’offesa ai morti nel naufragio di Steccato di Cutro ma è il

fallimento della politica e la morte della Ragione. A Cutro è morta l’Umanità”.

Le parole di Mons. Savino, direbbe l’illustre grecista Laura Pepe, sono alate: “Tagliano l’aria per andare diritto alla meta per far breccia nel cuore di chi le ascolta”.

Il messaggio di Mons. Savino ci spinge a fare qualche riflessione. È proprio vero che il naufragio di Cutro, con le tante storie di vite spezzate che forse potevano essere salvate, quindi con i provvedimenti conseguenti, rappresenta la “morte della Ragione”. Parafrasando, infatti, il titolo di una famosa incisione di Francisco Goya (“Il sonno

della ragione genera mostri”), si può senza dubbio ritenere che la fantasia dei nostri governanti, abbandonata dalla ragione morta o sopita, ha generato un provvedimento di emergenza, ovvero un autentico mostro giuridico che addirittura mutua, offendendolo, un nome evocativo di un luogo della Magna Grecia ove lo straniero era accolto ed ospitato in quanto protetto dalla divinità.

Ma i luoghi talvolta si incaricano di dimostrare che nell’uomo, forse nell’uomo più semplice, non scompare mai l’umanità! Vincenzo Luciano, pescatore di Cutro, uno dei simboli del naufragio è, senza volerlo, il testimone di questa forza dell’umano nell’uomo. La notte del 26 febbraio 2023 è stato il primo a dare l’allarme e a prestare i primi soccorsi e quindi a recuperare i corpi senza vita di bambini e di naufraghi. Da quel giorno ritorna sempre sulla spiaggia. Le sue parole, in un’intervista video, danno conto della sua profonda umanità: “Non è facile dimenticare quello che è successo. I ricordi restano. Non ho fatto più i bagni a mare perché ricordo i bambini morti. Non vado più a pesca… Non si può morire a 40 metri dalla spiaggia”. E aggiunge: “Domani, per ricordare un anno dalla tragedia, chiedo scusa ai parenti. Mi inginocchio per terra. Della politica e delle istituzioni non mi interessa nulla!”.

Vincenzo Luciano è altro rispetto alla politica perché con le sue parole, con il suo gesto, riesce a sentire il dolore degli altri e per questo esprime una profonda umanità.

Concludendo vorrei richiamare alla memoria un mito dell’antica Grecia, il Mito di Frisso ed Elle tornato di attualità perché un affresco che li ritrae è venuto di recente alla luce nel Parco Archeologico di Pompei all’interno dell’ormai famosa Casa di Leda. Nonostante i due millenni trascorsi, l’affresco, di notevole fattura, mostra Friso che tenta inutilmente di salvare la sorella che sta per affogare in mare. Gabriel Zuchtriegel, direttore degli Scavi di Pompei, ha così commentato l’evento eccezionale: “Quello di Frisso ed Elle è un mito diffuso a Pompei ma anche attuale. Sono due profughi in mare, fratello e sorella costretti a scappare perché la matrigna li vuole cacciare di casa, e lo fa con inganno e corruzione”.

Questo affresco ci racconta che le migrazioni non sono un fenomeno recente, frutto del malessere di vaste terre del nostro Pianeta, ma esse hanno radici molto più antiche. La mitologia greca è ricca di migranti, di morti e di naufraghi. Ma l’antica Grecia aveva elaborato una legge non scritta, una legge del mare, la cosiddetta filoxenia (accoglienza, ospitalità). Quando i naufraghi arrivavano sulle coste greche venivano accolti nel migliore dei modi. Si preparava per loro un banchetto, al termine del quale si poteva chiedere il nome dello straniero e da dove provenisse.

Vincenzo Luciano e i tanti cittadini Calabresi che si sono prodigati nel prestare assistenza ai migranti sbarcati sulle nostre coste sono i testimoni di questa legge non scritta. Le Istituzioni invece hanno scritto una legge ben diversa, che pretenderebbe di erigere in mare, nel Mediterraneo, un muro difficile da valicare.

La spallata di Navalny al regime autoritario del Cremlino

Perseguita con nevrotico accanimento la distruzione fisica del suo oppositore Navalny, nonostante la somma di tutti poteri nelle sue mani, Putin ha il chiaro intento di dare una lezione a chi volesse opporsi. Un’altra opposta lezione è quella di Navalny che dà in pasto al dittatore il bene supremo della vita perché si sappia che non c’è alternativa alla riconquista della libertà contro il  tiranno.  La sfida della popolazione in massa alle esequie è equivalso all’affermazione “Era uno dei nostri!”, e quindi dall’altra parte del potere costituito!

La resa alla madre del corpo del figlio, pur rendendo impossibile un’autopsia per l’accertamento delle ragioni del decesso, testimonia che la ferita non sarà risanata senza un cambiamento radicale di scelte politiche tra le quali un nuovo rapporto con l’Europa e con il fronte democratico occidentale.

È di conforto la posizione assunta da Papa Francesco in ordine alla distinzione tra popoli e rispettivi governi. Sono i primi a soffrirne con il prezzo più alto di vite umane, come in Ucraina, e con i sacrifici imposti dalle sanzioni, come in Russia. La spallata morale e politica di Navalny alla feroce tracotanza del Cremlino ridà slancio a quelle voci che vorrebbero un nuovo rapporto con l’Europa. Ma condizione di un mutamento radicale è che Putin non vinca in Ucraina e che gli aiuti richiesti arrivino in tempo, vincendo la resistenza opposta dai repubblicani, su ordine di Trump, al Congresso degli Stati Uniti.

Non è un caso che in una situazione così complicata il presidente Macron ipotizzi persino la possibilità di un intervento diretto dell’Unione europea, subito bloccato però da chi ritiene che ciò costituirebbe un ostacolo ulteriore verso la ricerca di una possibile pace.

Su questa linea Papa Francesco si è attestato con una netta distinzione di responsabilità, non confondendo i popoli da salvare e i governi da condannare, essendo spinti da volontà di dominio. Pur nella sua generosa ma poco coesa testimonianza, il mondo cattolico non riesce a rilanciare un’iniziativa sull’esempio di Giorgio La Pira, il quale seppe offrire opportunità di dialogo fra le nazioni, specialmente attraverso le loro comunità locali e nonostante i vincoli della guerra fredda. Ricordiamolo bene: questa delle autonomie è la strada maestra che ha fatto sempre dell’Europa il grande polo attrattivo, specie nei confronti dei monoliti autoritari.

Se anche l’Ostpolitik diventa un problema

Unfinished European Union Flag puzzle

Il dibattito internazionale suscitato dalla rivelazione da parte dell’intelligence russa di una conversazione riservata di alti ufficiali tedeschi circa l’invio di missili Taurus all’Ucraina ha assunto una piega che rivela il grado di avanzamento del clima di guerra, o di pre-grande guerra, in cui l’Europa rischia di precipitare. È infatti divenuto un’occasione per mettere sotto processo politico non solo la prudenza di un primo ministro, il cancelliere Scholz, volta a tutelare la sicurezza del proprio Paese, ma addirittura decenni di Ostpolitik che tanti benefici ha arrecato all’Europa prima e ancor più dopo lo smantellamento della cortina di ferro.

È un fatto da registrare con preoccupazione perché denso di ripercussioni. Nell’immediato perché mira a oltrepassare la distinzione fra armi che servono per la liberazione dei territori occupati e armi capaci di portare la guerra nel cuore della Russia con le immaginabili conseguenze per l’intera Europa. Più in generale, poi, perché  viene usato per ribadire che l’unica via da seguire per la soluzione del conflitto ucraino rimane quella dell’escalation militare.

E allora tutto, anche i progetti di buon senso, come quello di una maggiore integrazione tra gli apparati di difesa nazionali dei Paesi Ue, anche in considerazione del fatto, come ricorda Draghi, che l’Europa non potrà contare sempre sull’ombrello difensivo americano, rischia di venire deformato sotto la lente di un bellicismo europeo che sembra esser rinato dalle ceneri della distruzione a cui aveva condotto l’Europa nel Novecento.

Così la necessità di una autonoma deterrenza che renda l’Unione Europea una potenza politica, economica e militare di rango mondiale, viene soppiantata dalla frenesia del riarmo. E così, a tre mesi dalle prossime elezioni europee, sembra farsi sempre più stridente il contrasto fra l’Europa delle origini, nata per rendere non più possibile la guerra fra popoli europei, e l’enfasi sulla soluzione militare come unica risposta possibile al conflitto ucraino.

Rischiando in questo modo di compiere due grandi errori. Il primo è quello di mettere la diplomazia europea in un angolo, consegnando l’iniziativa diplomatica alla destra, estrema, americana, che, in caso di un non impossibile ritorno di Trump alla Casa Bianca, rafforzato anche dal Super Tuesday di ieri, non avrebbe particolari scrupoli a porre fine alla guerra attraverso un accordo sulle reciproche sfere di influenza fra Stati Uniti e Russia, che umilierebbe ancora una volta un’Europa incapace di uscire dal suo nanismo politico.

Ma l’aria neo-militarista che si respira fra certe élites dell’Europa attuale, in chiave storica rischia di riproporre l’inadeguatezza della politica, che fu tra le cause scatenanti della Prima Guerra Mondiale.

Allora una classe dirigente elitaria e impreparata a gestire politicamente l’ingresso in società delle masse popolari, cercò nella guerra (peraltro solo tardivamente percepita nelle sue reali dimensioni di guerra mondiale) le risposte che invece solo le riforme sociali avrebbero potuto dare. Adesso una classe dirigente, colta di sorpresa dal rapidissimo sviluppo di molte regioni del mondo e dalla contestuale nascita di un mondo multipolare, é tentata di cercare nella guerra una risposta che solo il riconoscimento degli altri protagonisti sulla scena globale (Russia compresa) può dare nel definire un nuovo ordine globale più giusto e inclusivo, con un rapporto più equilibrato fra Occidente e Resto del Mondo.

Va pure osservato come sia sempre più la Chiesa, intesa soprattutto come Gerarchia e diplomazia vaticana, piuttosto  che come laici impegnati in politica, a cercare di dare qualche chance alla diplomazia, un’operazione necessaria per superare quel clima di guerra che si sta sempre più impossessando delle narrazioni e degli animi, e che rischia, al di là delle buone intenzioni, di tranciare i residui fili diplomatici che ancora frenano una possibile escalation.

Una preoccupazione che credo necessiti di trovare anche una qualche forma di rappresentazione nel dibattito politico soprattutto al centro, anche per non lasciare il complesso tema della transizione geopolitica ai populisti, ma per arricchire il dibattito politico con argomenti seri che lo aiutino ad allargare i propri orizzonti.

Effetto Covid, il tuffo involontario nella nebbia cognitiva.

Una ricerca pubblicata sul “New England Journal” ha avvalorato alcune evidenze cliniche postume riscontrate in chi è stato affetto una o più volte da Covid 19: oltre all’insonnia, la depressione, la sofferenza cardiaca, i disturbi alimentari e intestinali, questa pubblicazione si è soffermata su una sensazione diffusamente percepita e fatta oggetto di approfondimenti anche in termini comparativi tra soggetti che ne manifestano i sintomi. Mi riferisco al cosiddetto “brain fog” – in italiano “nebbia cognitiva” — i cui epifenomeni sono in prevalenza stati confusivi, perdita di memoria, disturbi di concentrazione, disorientamento, difficoltà e fatica a connettere discorsi o azioni, anche recentissimi, della vita quotidiana.

Per chi è no-vax o negazionista preconcetto si tratta di fantasticherie e suggestioni: la ricerca inglese ha testato un campione di circa 113 mila pazienti, scandagliando nel prima e nel dopo Covid e riscontrando addirittura una ‘diminutio’ cognitiva fino a 6 punti nel quoziente di intelligenza, che diventano addirittura 9 nei pazienti ospedalizzati in terapia intensiva.

Che il Sars-Cov2 fosse una brutta bestia lo abbiamo ampiamente e scientificamente riscontrato in questi quattro anni di emergenza pandemica: il Coronavirus compare, scompare, ritorna sotto mentite spoglie poiché uno dei fenomeni più evidenti è dato dalla sua cangianza e dalle mutazioni genetiche, le cosiddette “varianti” che fanno tirare sospiri di sollievo, quando sono intercettate dai vaccini, e poi ritornano a terrorizzare con nuove e diversificate epidemie.

Vaccini e mascherine sono stati utili deterrenti ma la vita comunitaria, di lavoro e scolastica ha reso vani e praticamente nulli i distanziamenti. Chi ha preso sul serio la diffusione planetaria del Covid, il teorema delle varianti, le precauzioni igienico-sanitarie, non faticherà certo a riconoscere per veri i risultati di questa ricerca. Sullo sfondo restano insoluti i problemi dell’eziopatogenesi (ricordo una bonaria ma intensa discussione via whatsapp con Paolo Liguori sulla creazione del virus in laboratorio o la sua insorgenza nel mercato di Wuhan, dove si vedevano tagliare serpenti o vendere come commestibili animali di ogni specie).

L’aveva preconizzata David Quammen nel suo Spillover e gli avevano dato del visionario. E l’aveva rimarcata Edward Osborne Wilson mettendo il dito sulla piaga della sostenibilità ambientale e l’esplosione demografica: la lotta ormai è tra l’uomo (che consuma e devasta) e la natura (che resiste e si ribella). Di fatto, da quando il Coronavirus ha invaso il mondo non siamo più quelli di prima. Ad esempio – ma è un dato empirico che va preso come suggestione – trovo che chi lo ha contratto, ed aveva gravi malattie, ha subìto un’accelerazione verso la morte.

Bisogna ammettere che il Covid ci ha cambiati ed è una spada di Damocle sulla testa dei malati fragili e immunodepressi. Solo questo Governo ha fatto lo gnorri distinguendo tra lavoratori privati e pubblici: ai primi il rinnovo delle tutele, ai secondi un Decreto riparatore mai applicato, ad esempio nella scuola: un ambientino niente male per favorire i contagi. Ma anche questa forse è una manifestazione di nebbia cognitiva. Va dato però atto al Presidente Meloni di aver disdettato il Memorandum della Via della Seta, altrimenti sarebbe stata un’autostrada aperta all’importazione di tutte le varianti virali possibili. Oddio, la globalizzazione ci sovraespone, ma almeno quel transito ora è chiuso.

Se dunque avvertiamo una certa confusione nei nostri pensieri, se perdiamo la memoria dell’ieri, se dormiamo poco e male, se manifestiamo disturbi di comprensione, se confondiamo la destra con la sinistra (la mano, non la politica) possiamo considerarci vittime della nebbia cognitiva, eredità del Covid.

Dicono che duri un paio di anni. Consoliamoci, l’ottusità dei mentecatti può durare tutta la vita. E pare non ci siano vaccini.

Liberté? Per i vescovi la difesa della vita non è un’ideologia

“Proprio nell’epoca dei diritti umani universali, non può esserci un ‘diritto’ a sopprimere una vita umana”. La Pontificia Accademia per la Vita (PAV) sostiene attraverso una nota la posizione della Conferenza Episcopale francese che si è pronunciata in merito alla proposta di inserire nella Costituzione la garanzia della libertà per le donne di ricorrere all’aborto, approvata oggi pomeriggio, 4 marzo, in grande maggioranza dal Congresso riunito a Versailles.

La proposta era stata approvata dal Senato in prima lettura e senza modifiche (267 i voti a favore, 50 contro) lo scorso 29 febbraio. Per l’approvazione definitiva necessitava il voto di tre quinti dei parlamentari che si sono riuniti in seduta plenaria nel Congresso. Questa sera 780 deputati e senatori hanno approvato l’inserimento nell’articolo 34 del testo fondamentale della frase: “La legge determina le condizioni in cui si esercita la liberta’ garantita alla donna di ricorrere all’interruzione volontaria della gravidanza”. Solo 72 deputati hanno votato contro.

 

Paglia: tutti insieme dobbiamo tutelare ogni vita

Interpellato dai media vaticani, il presidente della Pontificia Accademia per la Vita, monsignor Vincenzo Paglia ribadisce la vicinanza “ai vescovi francesi che dichiarano la loro tristezza”. “Io – afferma – credo che non sia questo il metodo o queste le parole con le quali possiamo tutelare e difendere le donne e i loro bambini. Davanti a vite segnate da dolori e fatiche, dobbiamo lavorare tutti insieme perché la vita sia sempre custodita e preservata, la vita di tutti, particolarmente quella dei più deboli”. “È in questo senso – aggiunge l’arcivescovo – che la Pontificia Accademia per la Vita – continua a sostenere l’impegno di tutti perché sia tutelata in ogni tempo, momento e situazione. In questo la vicinanza ai vescovi francesi mi sembra doverosa”.

 

Tutela della vita, primo obiettivo dell’umanità

Nel pomeriggio di oggi (ieri per chi legge, ndr) la stessa Accademia per la Vita  – organismo a cui spetta il “compito di studiare, informare e formare circa i principali problemi di biomedicina e di diritto, relativi alla promozione e alla difesa della vita” – si diceva vicino ai vescovi che in un comunicato diffuso nei giorni scorsi ribadivano che “l’aborto, che rimane un attentato alla vita fin dall’inizio, non può essere visto esclusivamente nella prospettiva dei diritti delle donne”, rammaricandosi per il fatto “che il dibattito avviato non abbia menzionato le misure di sostegno per coloro che vorrebbero tenere il proprio figlio”.

L’Accademia pontificia nella sua dichiarazione rimarca il sostegno all’episcopato della Francia e “si rivolge a tutti i governi e a tutte le tradizioni religiose” perché diano il meglio, “affinché in questa fase della storia, la tutela della vita diventi una priorità assoluta, con passi concreti a favore della pace e della giustizia sociale, con misure effettive per un universale accesso alle risorse, all’educazione, alla salute”. “Le particolari situazioni di vita e i contesti difficili e drammatici del nostro tempo, vanno affrontate con gli strumenti di una civiltà giuridica che guarda prima di tutto alla tutela dei più deboli e vulnerabili”, sostiene la PAV, aggiungendo che “la tutela della vita umana è il primo obiettivo dell’umanità e può svilupparsi soltanto in un mondo privo di conflitti e lacerazioni, con una scienza, una tecnologia, un’industria a servizio della persona umana e della fraternità”.

 

No ideologia, ma realtà che coinvolge tutti

Nella nota, la Pontificia Accademia per la Vita rimarca, poi, che per la Chiesa cattolica, “la difesa della vita non è un’ideologia”, come ha sottolineato Papa Francesco all’udienza generale del 25 marzo 2020, ma “una realtà umana che coinvolge tutti i cristiani, proprio perché cristiani e perché umani” e che “si tratta di agire sul piano culturale ed educativo per trasmettere alle generazioni future l’attitudine alla solidarietà, alla cura, all’accoglienza”, nella consapevolezza “che la cultura della vita non è patrimonio esclusivo dei cristiani, ma appartiene a tutti coloro che, adoperandosi per la costruzione di relazioni fraterne, riconoscono il valore proprio di ogni persona, anche quando è fragile e sofferente”.

Elezioni europee, molte insidie e poche certezze.

Il 2024 sarà probabilmente un anno decisivo nel processo di configurazione di un nuovo ordine mondiale. Il primo appuntamento, tra due settimane, sancirà per la quinta volta la leadership incontrastata di Vladimir Putin: l’ultimo ostacolo interno che poteva essere rappresentato dall’oppositore Alexei Navalny è stato rimosso secondo i metodi spicci di Putin. La vedova Navalnaya, parlando al Parlamento europeo ha chiaramente ribadito il profilo di autarchia assoluta del Cremlino e la caratterizzazione definita “criminale e mafiosa” dello Zar. Siamo di fronte, dopo le tragedie delle dittature del XX secolo, ad un regime altrettanto autoritario e privo di remore morali: la devastazione dell’Ucraina iniziata due anni fa sembra arrivata ad un punto di non ritorno.

Nel discorso annuale sullo stato della nazione, durato oltre due ore, Putin ha adombrato ancora una volta il ricorso all’uso di armi nucleari qualora l’Occidente e la Nato, come ipotizzato da Macron, inviassero truppe ed armi pesanti nel territorio Ucraino. Un discorso duro e sferzante che va letto anche come programma legato alla campagna elettorale e accreditamento personale: una competizione peraltro senza rivali, ricordiamo la fine di Evgenij Prigožin, quella spietata di Navalny che è l’ultimo anello di una lunga catena di eliminazione fisica degli oppositori.

Si aggiunge ora l’arresto di Serghei Sokolov, direttore di Novaya Gazeta, accusato di «discredito» delle forze armate. Sokolov era stato nominato ufficialmente direttore di Novaya Gazeta nel settembre del 2023, dopo le dimissioni del Premio Nobel per la pace Dmitry Muratov, definito “agente straniero” dalle autorità russe.

Di questa situazione che non lascia spazio a qualsivoglia congettura di cambiamento si è resa conto la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen che a Strasburgo, rivolgendosi ai Paesi dell’U.E. ha detto che una guerra non è imminente ma non è neppure impossibile, invitando l’Europa ad armarsi per tempo. La minaccia di un coinvolgimento dell’Europa nella fase di allargamento del conflitto ucraino va considerata, viste le mire espansionistiche e le provocazioni del Cremlino a cui si aggiunge una situazione mondiale sempre più complicata, tenendo conto della situazione in Medio Oriente che vede aggiungersi e schierarsi nuovi soggetti, mentre la Cina, ma la stessa Corea, l’India, la Nigeria non resterebbero estranee al disegno di riposizionamento degli Stati nel quadro di un nuovo ordine mondiale.

Sono molto forti, preoccupanti e dense di incognite le notizie che arrivano dagli USA in vista delle presidenziali di novembre. Due leader anziani, a cui i rispettivi partiti non hanno saputo trovare per tempo un successore giovane e preparato, si contendono una primazia da cui non saranno esclusi i nuovi equilibri internazionali, oltre agli indirizzi politici interni decisamente divergenti. Preoccupa non poco il disimpegno adombrato da Trump nei confronti dell’Europa e della NATO, mentre appare critica l’ipotesi che un malfermo Biden possa reggere gli eventi in caso di successo dei democratici. Il mito della “supervisione” americana sugli affari del mondo, in stile Kissinger, sembra imboccare non la via del tramonto ma certamente un ridimensionamento, in parte per scelta voluta, in parte per l’emergenza di nuove potenze in grado di competere o comunque di procurare non pochi fastidi.

Tutte queste problematiche non sono state affrontate finora con la dovuta attenzione in questa lunga campagna elettorale che vede ai nastri di partenza i partiti italiani in vista dell’appuntamento del voto del 9 giugno. Il dibattito politico finora non ha espresso una attenta conoscenza e una progettualità chiara, restando impelagato nelle solite diatribe di primazie ed alleanze, di sondaggi percentuali, riposizionamenti tattici senza strategie convincenti. Si ripete il giochino delle candidature, prima vera preoccupazione di tutti e legato ad esso la personalizzazione che affigge come un male inguaribile i singoli partiti, un vulnus che si ripeterà: anche perché di solito in Europa non mandiamo i migliori, attingendo nomi e accreditamenti dalla società civile, al contrario di altri Paesi che hanno compreso come il futuro dell’Europa e la sua credibilità internazionale ma la stessa sicurezza territoriale, lo sviluppo economico e la competitività necessitano di rappresentanti competenti e di alto profilo tecnico e morale.

Già ora ma ancor più in riflesso e conseguenza dell’interazione con i fattori qui sopra sommariamente descritti, l’Europa potrebbe trovarsi impreparata al confronto e alla competizione internazionale. Se la guerra è alle porte – come molti temono – per l’infiltrazione del Cremlino nelle questioni vitali del nostro continente come la sicurezza, l’informazione, la digitalizzazione, l’intelligenza artificiale, le tecnologie, la sostenibilità ambientale, l’immigrazione e tutti gli aspetti legati alla dimensione economica e sociale della vita dei suoi abitanti, occorre attrezzarsi per tempo ma ancor prima avere consapevolezza della posta in gioco.

Oltre gli aspetti citati e, come si dice, a monte di essi ci stanno questioni basilari e dirimenti come la libertà, l’indipendenza, la democrazia, la tutela della pace: tutti valori primari che i padri costituenti nonché architetti del disegno europeo avevano bene in mente ma che ora sembrano passare in secondo piano rispetto ai soliti giochi di potere e ai personalismi che nulla rappresentano se non la propria inutile ed effimera autoreferenzialità.

Don Vincenzo Sorce e un villino bruciato

Qualche volta ti si gela il sangue addosso, che va ancor più in contrasto con la vita che continua a scorrere. Siamo a Gela. Da quelle parti i traffici non sono del tutto tranquilli e non basta di tanto in tanto un gel riparatore dello Stato per riparare al male compiuto. Per questo devono intervenire sempre figure fuori dalla norma che possano indicare la via da seguire. La persona in questione è Don Vincenzo Sorce, morto nel 2019, uno di quei preti dalla testa dura che si è mosso sempre come se non ci fosse un circondario del quale tenere conto.

Anche Papa Gelasio ebbe il suo da fare per vedersela contro la dottrina del patriarca costantinopolitano Acacio e contro l’imperatore Anastasio I.

Ad una persona appartenente alla Stidda, Salvatore Murana, anni fa lo Stato ha sequestrato il villino che, a seguito del definitivo sgombero, è stato assegnato alla onlus “Casa Famiglia Rosetta”, da adibire ad un centro destinato ad ospitare ragazzi autistici. Giorni fa l’immobile è andato improvvisamente a fuoco ed è rimasto devastato da cima a fondo. In conclusione, almeno per adesso, addio villino a tre livelli con corredo di piscina e quant’altro ancora.

La Stidda è una organizzazione di stampo mafioso. Par che in siciliano voglia dire “stella” ma anche “sfortuna”. C’è qualcosa che ha brillato e sono state le fiamme che hanno consumato voracemente e per cattiva sorte la struttura. Le indagini accerteranno la verità, se ci sia o no lo zampino della vendetta per un bene che, si ipotizza, è stato tolto dal piatto della Stidda, stizzita per come sono andate le cose.

“Mia e di nessun altro” è il titolo di un film che lascia in sospetto. Don Vincenzo ha iniziato la sua opera impressionato da un incontro con un giovane affetto da sclerosi multipla. Da quella volta, nel 1981, ha aperto la prima casa per disabili. Oggi sono più di un migliaio ed ospita chi ha avuto una vita difficile con problemi di droga, alcol, aids, gioco d’azzardo, ex detenuti, insomma quelli che sono ritenuti gli scarti dell’umanità. Don Vincenzo ha accolto, riabilitato e formato uomini e donne finalmente rigenerati allargando la sua azione anche nell’Est dell’Europa. Per il nostro sacerdote contemplazione e preghiera, senza servizio, sono soltanto una inutile parata e lui è stato un uomo di concretezza.

È singolare il nome di Casa Famiglia Rosetta. Potrebbe far pensare alla forma di pane da offrire ad ogni indigente così da sfamarlo. Meglio ancora si potrebbe pensare come un richiamo alla Stele di Rosetta che, come la casa andata al disfacimento, ha avuto ugualmente un destino travagliato. Da anni la Stele è rivendicata dall’Egitto che ne rivendica la proprietà e la restituzione dal British Museum che ancora non se ne avvede.

La Stele è stata fondamentale per decrittare gli scritti antichi. La Rosetta di Gela, dal suo canto, è stata temuta perché potesse spifferare che contro il crimine è possibile lottare e vincere.

Famiglia deriva da “famuls”, cioè da servitore o domestico, in buon ordine si tratta di un sottoposto che si spende per altri. La verità è meno tortuosa di quanto si immagini. Rosetta, affetta da sclerosi multipla, è stata una delle prime ospiti della casa messa in piedi da Don Vincenzo. Alla sua scomparsa, il nostro sacerdote pensò bene di dare alla Associazione il nome della donna, tra le prime a cui si era prestato cura.

Solo per far capire di cosa si tratta, l’Associazione è convenzionata con un numero nutrito di Università italiane e nel mondo per lo svolgimento di attività di tirocinio degli psicologi e psicoterapeuti ed ha collaborato con l’ONU per la formazione di operatori contro la droga provenienti dai paesi dell’Est europeo. Dal 2005 opera anche in Brasile e in Tanzania con la “Casa delle speranze Mons. Cataldo Naro” e il “Club della Gioia”.

L’elenco delle realtà messe in piedi da Don Vincenzo richiederebbe oltre ad una boccetta intera di inchiostro anche una dose di stupore che scopriremmo venir fuori per come sia possibile fare tanto, armati soltanto dalla attenzione verso gli ultimi.

Quando si gioca, si dà via la carta che non serve, quella che si considera inutile, da togliere subito di mezzo. Don Vincenzo ha dato valore ad ogni scarto, recuperando ciò che sembra senz’altro da eliminare, vincendo invece puntualmente ogni partita.

Scartare è separare, squartare ciò meriterebbe sempre pietà e attenzione. A Gela è bruciata una casa ma non la determinazione ad andare avanti nel progetto a cuore di un uomo che è stato una luce nel gelo di uomini che non hanno da appuntarsi sul petto alcuna stella. Nessuno incarterà il sogno di Don Vincenzo. Parola di Rosetta.

Giappone, si avvia l’edizione online del settimanale cattolico.

La Chiesa cattolica giapponese aveva celebrato lo scorso anno il suo centenario, fiera di una storia che nemmeno l’esperienza terribile della Seconda guerra mondiale aveva interrotto. E grata per il sostegno costante offerto fin dal 1923 da lettori e inserzionisti. Adesso, però, con le trasformazioni in atto nel mondo dell’editoria e i conti diventati insostenibili, il Settimanale cattolico giapponese si avvia verso la fine delle sue pubblicazioni. Ad annunciarlo con una lettera pubblicata sull’ultimo numero di febbraio della testata è stato l’arcivescovo di Tokyo, mons. Tarcisio Isao Kikuchi, che è anche presidente della Conferenza episcopale giapponese. Si tratta in realtà di un preavviso ampio: il Settimanale cattolico verrà infatti stampato ancora per un anno fino alla fine del mese di marzo 2025. Questo per rispettare l’impegno preso con chi si è abbonato, ma anche – spiega l’arcivescovo Kikuchi – per preparare al meglio le nuove forme di comunicazione che contestualmente la Chiesa cattolica del Giappone andrà a promuovere.

“In quasi un quarto di secolo dall’inizio del XXI secolo, i mezzi di informazione sono entrati in un’era di grandi cambiamenti – spiega nella lettera mons. Kikuchi – e internet sta diventando la principale fonte di informazione. Naturalmente, anche noi vescovi comprendiamo che l’informazione stampata è un mezzo per approfondire la comprensione offrendo la possibilità di ritornarvi ripetutamente e, allo stesso tempo, i giornali restano un importante mezzo di comunicazione per i lettori generali che possono esprimere le loro opinioni alla società attraverso i loro contributi e altri mezzi. Allo stesso tempo, però, considerando l’attuale situazione commerciale del settore dei giornali e la velocità di diffusione delle notizie su internet, da diversi anni stiamo valutando come diffondere le informazioni sulla Chiesa cattolica in Giappone”.

Di qui il progetto di integrare meglio tra loro le diverse voci attraverso cui la Chiesa cattolica in Giappone comunica in un nuovo progetto complessivo. “Il giornale cattolico sospenderà la sua forma attuale, cioè la stampa settimanale – spiega mons. Kikuchi – e passerà a diffondere le informazioni su Internet. Tuttavia, poiché per alcune persone resta difficile connettersi alla rete, continueremo a pubblicare anche un giornale cartaceo una volta al mese. Questo giornale sarà distribuito come rivista gratuita di pubbliche relazioni e distribuito a ogni parrocchia, convento e struttura collegata alla Chiesa. La politica editoriale è una questione che deve essere ancora considerata – aggiunge l’arcivescovo di Tokyo – ma penso che le notizie dettagliate e quelle più legate all’attualità troveranno spazio su internet, mentre il cammino della Chiesa nel suo complesso troverò spazio anche sulla carta”.

“Ci dispiace molto deludere le aspettative di molti che ci hanno letto e sostenuto finora – conclude mons. Kikuchi -. Ma come Chiesa in Giappone, lavoreremo con più impegno che mai per diffondere le informazioni. Grazie per la vostra comprensione”.

 

Fonte: https://www.asianews.it/notizie-it/Verso-la-chiusura-il-settimanale-cattolico-giapponese,-nuovo-progetto-on-line-60272.html

Biden contro Trump: l’ultima battaglia per l’anima dell’America.

Premessa d’obbligo. Chi scrive queste note è da sempre un sostenitore del Partito Democratico americano, in particolare della sua componente centrale, della quale negli ultimi anni il principale esponente è il Presidente Joe Biden. E’ anche un sincero amico degli Stati Uniti, dunque inflessibile innanzi ai loro errori – dalla mancanza di una legislazione adeguata in tema di possesso delle armi da fuoco alle menzogne inventate per giustificare la guerra all’Iraq, per dire – ma assolutamente convinto che essi rimangano comunque un punto di riferimento per le democrazie dell’occidente e un alleato indispensabile per l’Europa. Conseguentemente, la preoccupazione per la deriva radicale ed estremista nella quale è precipitato il Partito Repubblicano, quel Grand Old Party che ha segnato momenti importanti e autorevoli della storia di quel Paese, è notevole. La preoccupazione per una eventuale – e stando ai sondaggi attuali più che possibile – vittoria di Donald Trump alle elezioni di novembre è ancor più notevole, se posso esprimermi così. Per le cose che dice, per le minacce che proferisce, per quello che rappresenta.

Si tratta allora, nei mesi che ci separano dal martedì elettorale, di capire bene perché questo rischio – che per l’Europa è addirittura un pericolo – è reale, quali sono le sue motivazioni più profonde. Per vedere se c’è modo di porvi almeno parziale rimedio, nel tempo che resta. E questo è un esercizio che, auspicabilmente, i democratici americani dovranno svolgere. Anzi è sperabile che lo stiano svolgendo, ora, in queste settimane.

Come sempre, si comincia dall’economia. Il motto vincente di Clinton è sempre valido. It’s the economy, stupid”. Lo sarà pure questa volta anche se, come vedremo in un prossimo articolo, non sarà più quello decisivo o quantomeno non sarà l’unico a risultare decisivo. E l’economia negli USA non sta andando affatto male. Eppure la percezione che ne ha l’opinione pubblica è diversa. Perché?

Da un lato vi sono alcuni risultati, testimoniati dai numeri, che l’amministrazione Biden può legittimamente rivendicare: l’occupazione lavorativa è cresciuta ed è a livelli più che buoni, sia pure con le strutturali condizioni di sempre possibile precarietà che caratterizza il mercato del lavoro statunitense; gli stipendi e i salari sono comunque pure essi cresciuti; l’inflazione, il nemico più acerrimo ereditato dalla ripresa post-pandemica, è scesa in modo quasi drastico; l’economia in generale è in buona salute e gli indici di Borsa lo confermano. Eppure il Consumer Sentiment Index pubblicato dall’Università del Michigan rimane su livelli bassi, simili a quelli che si registrarono durante la crisi dei mutui subprime quindici anni fa.

Vi sono alcune spiegazioni, secondo gli analisti, e riguardano più gli aspetti psicologici e politici che quelli economici. Fra i primi bisogna riconoscere che presso gli americani resta impresso il calo dei redditi effettivi e più ancora di quelli percepiti dovuto all’inflazione esplosa nel post-pandemia, in particolare nel 2022, che ha intaccato il valore dei sussidi che l’anno precedente l’amministrazione, al suo primo anno di governo, aveva deciso per favorire il rilancio dell’economia nazionale dopo la crisi dovuta al Covid-19. Inoltre – e questa è invece una considerazione di natura più tecnica – l’aumento dei tassi di interesse voluto dalla Federal Reserve per contrastare proprio l’inflazione ha reso più onerosi mutui e prestiti per famiglie e aziende, col risultato di rendere più difficile l’acquisto di una casa, o a volte anche solo di un’automobile. I prezzi oggi che l’inflazione si è ridotta e stabilizzata sono comunque maggiori di circa il 20 per cento rispetto al 2021, quando iniziò la presidenza Biden. E questo evidentemente incide sulla fiducia nel futuro della gente.

Ma vi sono due ulteriori elementi, politico-sociali, che a loro volta incidono pesantemente sui giudizi e le aspettative degli americani. Da un lato, meno rilevante ma comunque presente, il tono drammatizzante con il quale i media (e non solo quelli orientati a destra) presentano la situazione economica. Dall’altro, purtroppo sempre più presente e decisivo, la spaccatura verticale della nazione americana che si traduce in avversione se non addirittura odio verso l’avversario politico. Dunque, a prescindere dai dati reali tutto quello che è fatto dall’altra parte politica è negativo, è responsabile di ogni problema. Uno dei portati negativi del bipolarismo estremo, oggi amplificato dalla logica binaria dei social – sì/no, uno/zero, bianco/nero, amico/nemico.

Con un solo risultato, assai negativo per il futuro della democrazia: intolleranza in crescita esponenziale.

Avevamo una classe dirigente, è tempo d’inventarne una nuova.

Fonte Lapresse
©LaPresse Archivio Storico Politica 03-05-1977 Roma Nella foto: Luigi Berlinguer e Aldo Moro

Gira e rigira il dibattito ritorna sempre lì. Ovvero, l’azione di governo, la qualità della democrazia, la credibilità dei partiti e la stessa autorevolezza delle istituzioni democratiche dipendono prevalentemente, se non quasi esclusivamente, dalla statura della classe dirigente. Perché la caduta di credibilità e di prestigio della classe dirigente politica, purtroppo, evidenzia un deficit democratico che rischia di avere pesanti ricadute negative sulle stesse istituzioni.

Ora, il capitolo della qualità della classe dirigente è un argomento vecchio ed antico che risente, inevitabilmente, delle peculiarità delle diverse fasi storiche e politiche vissute dal nostro paese. Ma, al di là di questa ovvia considerazione, è innegabile che oggi assistiamo ad una continua esaltazione della classe dirigente della intera prima repubblica e dell’inizio della cosiddetta “seconda repubblica” – cioè dopo l’uragano di tangentopoli e la criminalizzazione di una intera classe politica da parte della magistratura – e che risponde ad alcuni requisiti di fondo. Tasselli che, come ovvio, prescindono dal profilo delle singole personalità ma che, al contempo, evidenziano alcuni elementi comuni che caratterizzavano quelle classi dirigenti. Al di là dello scorrere del tempo e del profondo cambiamento culturale e storico della nostra società.

E gli elementi distintivi si possono tranquillamente riassumere con alcuni titoli. La cultura politica che ispirava la concreta azione pubblica; un forte insediamento territoriale; una concreta e tangibile rappresentanza sociale; una forte disponibilità al dialogo e al confronto; una spiccata cultura di governo; il rifiuto di una maldestra radicalizzazione del conflitto politico; una continua e perdurante elaborazione politica e culturale e, in ultimo, la politica non vissuta come una parentesi momentanea della vita ma come una sorta di “vocazione” che segnava l’intero percorso esistenziale.

Sia chiaro, nessun processo di ‘santificazione’ o di semplice ‘beatificazione’ di quella classe dirigente che ha vissuto tra oggettivi alti e bassi, ma è indubbio che proprio quella classe dirigente ha lasciato un segno profondo nella politica italiana. E questo non per una casualità o una variabile indipendente ma per la semplice ragione che quelle classi dirigenti rispondevano a requisiti precisi, percepiti e ben identificabili. Ed è perfettamente comprensibile, nonchè scontato, che anche i detrattori più incalliti della esperienza dei partiti e delle classi dirigenti della prima repubblica – in particolare da parte della cultura e dell’area della sinistra ex e post comunista – oggi riscoprano la valenza e la qualità di quel personale politico.

Del resto, se dobbiamo recuperare un aspetto del passato, pur senza alcuna regressione nostalgica, il capitolo principale resta quello della qualità e della autorevolezza della classe dirigente politica. Certo, molto dipende anche, e soprattutto, dal lento superamento dei partiti personali e dei partiti del capo dove, di fatto, non può crescere una raffinata e qualificata classe dirigente perchè l’unico criterio che conta resta quello della “fedeltà”e della subalternità nei confronti di chi guida temporaneamente quel partito.

Ecco perché quando si parla di ridare qualità ed autorevolezza alla classe dirigente politica non si intende riproporre quei modelli organizzativi ormai storicizzati ed improponibili ma, molto più semplicemente, rendersi conto che senza quei tasselli che hanno contraddistinto il ceto dirigente di un tempo difficilmente la politica contemporanea può riprendere quota e credibilità.

Democrazie mature, elettori stanchi: effetto astensione sulle europee.

Circola da tempo la teoria che le democrazie mature subiscano il declino fisiologico della rappresentanza politica, per cui i cittadini non trovano più una valida motivazione per andare a votare. A vedere l’andamento in picchiata del voto negli ultimi anni nelle elezioni nazionali dei singoli Stati membri dell’Unione Europea sembrerebbe che la teoria abbia la sua validità: siamo ad una stima del 56% dei non votanti, e con la minoranza che vota che cambia orientamento ad ogni consultazione determinando l’incertezza dei risultati.

Le prossime elezioni europee di giugno potrebbero essere condizionate da questa teoria. I 28 Stati membri incarnano democrazie mature, benché diversificate per storia, e quindi i loro elettori dovrebbero comportarsi in questa consultazione con un ampio astensionismo. Il fenomeno è noto da tempo nel complesso degli Stati fondatori dell’Unione europea nei quali votare per una rappresentanza percepita molto lontana dalle questioni più immediate, ha contributo a consolidare nei cittadini l’idea del rito elettorale come di un impegno a perdere.

Le stesse istruzioni europee hanno incentivato questa reazione mettendo in campo un eccesso di burocrazia  e trasformando lo spirito di servizio ai cittadini in tirannia delle norme e delle Istituzioni. In questa quadro le democrazie mature sembrerebbero votarsi al silenzio. Senza più proteste dirette e senza più dibattito, l’assenteismo rappresenta una condanna – ed è una condanna voluta, non casuale –  al silenzio come forma di dissenso. Spariscono i diritti generali e restano le questioni di specifici settori economici e finanziari per i quali i cittadini degli Stati si mobilitano trasversalmente; ottenuti i risultati, quali che siano, sembra quasi che i cittadini si inabissino nel silenzio della non presenza. Che è diventato uno spazio sempre più ampio ed affollato, trasversale per tutti i partiti e per tutte le identità culturali europee.

Le nostre città, allora, le dovremmo cominciare a chiamare le città dei silenzi e dei bisbigli sussurrati, tanto il dissenso si manifesta sotto traccia; un mormorio di fondo al quale per ora non si presta attenzione, ma che può salire di tono, per qualche verso annunciando il rischio di una deriva autoritaria.

Non è facile immaginare che di per sé l’appuntamento elettorale possa innescare un fenomeno di interesse e coinvolgimento, rompendo il cerchio della diffidenza o dell’indifferenza. Ci vorrebbe una spinta poderosa perché si vinca la stanchezza della pubblica opinione.

Anche la possibile riforma delle Istituzioni europee per alleggerire il peso della burocrazia lascia freddi gli elettori; i quali, senza dirlo espressamente, ambirebbero a qualcosa di più grande, forse alla costruzione di una differente realtà europea, magari una federazione alla quale conferire, seppur gradualmente, ulteriori poteri e responsabilità. Il timore, insomma, è che a giugno la teoria delle democrazie mature non verrà smentita dalle urne, sicché quelli che verranno inevitabilmente eletti da una minoranza avranno l’ingrato compito di far funzionare le Istituzioni e di pensare, al tempo stesso, alla correzione da imprimere alla loro politica, con la speranza di contenere il silenzio dei cittadini del non voto.

Dibattito | La nuova frontiera del meridionalismo autonomista

La fine della seconda guerra mondiale ci consegnò un mondo diviso in due blocchi militari  ed un Paese diviso in due realtà economiche/sociali.

In questo contesto i grandi leader europei immaginarono di contribuire alla pace e allo sviluppo economico promuovendo un processo di costruzione di una nuova entità, che superasse la dimensione nazionale: l’Europa.

In Italia tale  strategia fu accompagnata dalla comune convinzione di tutti i grandi partiti di massa che l’unità del Paese esigesse l’unificazione economica attraverso una politica di stampo keynesiano. In particolare per la Sicilia fu adottato uno statuto che  riconosceva alla regione non solo la titolarità delle entrate fiscali ma anche un vero e proprio rilevante “indennizzo” annuale attraverso l’articolo 38 dello statuto.

Il lungo periodo di pace ed il miracolo economico degli anni 70, in uno con un benessere diffuso anche al Sud, sono i portati più significativi di tali lungimiranti strategie.

 

Senonché proprio tali successi determinavano la crisi del blocco antagonista che culminava nella caduta del muro di Berlino ( 1989) per effetto del quale, da un lato, l”Europa ampliava i suoi confini geopolitici e, dall’altro, il sentimento unitario di alcune nazioni, in particolare l’Italia si indeboliva e sfociava nella nascita di un grande partito nordista (La Lega Nord) al quale il meridionalismo autonomistico cercava di rispondere rifugiandosi nei grandi partiti di massa in una ottica ascara, fatta eccezione per l’esperienza di “noi siciliani” che nel 1996 eleggeva per la prima volta un autonomista all’assemblea Regionale.

L’inizio del nuovo millennio ha visto così la velocizzazione del processo di unificazione europea progressivamente sempre più influenzato dalle lobby globali che hanno contribuito ad indebolire le politiche sociali e territoriali dei paesi europei nonostante la crescita e la nascita di movimenti significati come il partito catalano e l’MPA siciliano.

Il risultato di questo lungo processo è sotto gli occhi di tutti: ci siamo mangiati la natura, abbiamo distrutto lo stato sociale innescando processi di concentrazione della ricchezza mai registrati in passato, abbiamo desertificato intere regioni facendo esplodere l’emigrazione interna all’Europa, con il risultato ultimo di indurre un processo di invecchiamento della popolazione che appare letale perché irreversibile..

Non solo.

Come classe politica nel suo complesso abbiamo commesso un madornale errore di visione geopolitica, laddove abbiamo immaginato di lasciare alle armi americane la salvaguardia della pace mentre “noi” passavamo il tempo a fare affari con la Russia e la Cina, tanto da sottoscrivere accordi strategici come la “via della seta”.

Le guerre in atto, ci riportano alla realtà della storia che ci dice che non possono esistere potenze economiche che non siano anche potenze militari. Di fronte a questa dura evidenza, mentre i grandi  paesi europei “balbettano” consapevoli delle drammatiche decisioni che bisognerebbe assumere, l’Italia dell’attuale Primo Ministro si erge a vassallo fedele senza se e senza ma degli Stati Uniti ed ad un tempo immagina di imprimere al Paese una svolta autoritaria che faccia del Premier il centro della politica, seppellendo il meridionalismo sotto la scure dell’autonomia differenziata, potendo contare sul blocco nordista e dei grandi interessi.

Chi dunque può fermare questo suicidio a partire dalla visione di una Europa dei popoli, militarmente autonoma ma per sua intima costituzione pacifica, democratica ed egualitaria, capace di fermare veramente la distruzione della natura, ricostruire lo stato sociale, promuovere l’economia di mercato contro gli interessi oligopolistici?

Ecco la nuova inedita frontiera del meridionalismo autonomista: tuffarsi nel mare della storia attuale per creare le premesse per un nuovo soggetto politico che superando l’attuale mostro dell’Europa degli oligopoli costruisca quella dei popoli.

Infatti chi può meglio del Sud garantire una svolta europeista, pacifista, egualitaria e autenticamente ambientalista al Paese?

Con questa consapevolezza non può non guardarsi con grande interesse all’iniziativa di “Sud chiama Nord” di Cateno De Luca che da sindaco di ben quattro comuni e della Città metropolitana di Messina ha ottenuto il secondo posto per la presidenza della Regione Siciliana ed è riuscito a piazzare 2 parlamentari nazionali.

Democristiano di origine, culturalmente sturziano impegnato nella organizzazione di un partito democratico a vocazione popolare  ed, ad un tempo,  a portare nel Parlamento Europeo  una rappresentanza del Sud libero e popolare.

 

Giacomo Matteotti ai fascisti: “Noi siamo per il Parlamento”.

 

L’ultimo articolo di concetto che l’on. Matteotti pubblicò prima di cadere vittima del ferro assassino, è il seguente da lui inserito sotto il titolo Parlamento e governo nella rivista “Echi e commenti” del 5 giugno scorso.

 

Vi è un contrasto tra Parlamento e Governo.

La maggioranza è veramente pronta a obliterare sé stessa di fronte al Governo; ma poiché esiste una minoranza la quale rivendica i diritti del Parlamento, il dissidio è profondo.

Il Governo fascista intende che la Camera serva soltanto ad approvare quel ch’esso fa. Anzi, ritiene esso, così come ritiene il nuovo Presidente della Camera, che il Parlamento può vivere solo a condizione di non mettersi mai contro il Governo. E come i fascisti hanno dichiarato che il Governo è al disopra del responso elettorale, così esso si ritiene al disopra di ogni voto della Camera.

D’altra parte nessuna dichiarazione fascista concepisce o riconosce una funzione di controllo da parte della Camera sul potere esecutivo. Questo sta troppo in alto e al disopra dell’Assemblea legislativa, per potere neppure ammettere di essere controllato e criticato. La maggioranza è a disposizione del Governo; essa non può riunirsi in Gruppo nè in sottogruppi; accetta da esso il Comitato che la dirige; e non potrebbe ammettere che la minoranza — composta, secondo il comune linguaggio fascista, di antinazionali — eserciti essa il controllo.

Le prime manifestazioni pratiche di tali concetti, oltrechè nei discorsi delle alte personalità fasciste, si sono già avute nelle annunciate modifiche al Regolamento; nell’impedimento delle costituzioni di gruppi, anche materiale con la negata concessione di locali; nella scheda girante per sottrarre posti alla minoranza nella Giunta del Bilancio; nella dichiarazione del Direttorio fascista che «non potrebbero essere tollerati nè disconoscimenti dell’opera del Governo» nè obiezioni alla legittimità dei risultati elettorali; e nella presentazione dei decreti legge da approvare in blocco, fatta eccezione per i due o tre, di cui la mentalità giornalistica del Presidente del Consiglio ha ricordato l’ultima eco scandalosa (petroli, bische).

Quale rimarrebbe quindi la funzione del Parlamento? Probabilmente una funzione puramente decorativa. Nelle forme esteriori una funzione simile a quella che compivano certi Consigli di Stato del vecchio regime. Ma nella essenza ancor meno di tanto, poiché almeno quei Consigli, nel loro piccolo numero e nella loro specifica competenza, curavano la forma e i particolari tecnici delle leggi, mentre a questo assai meno si presta una Camera numerosa ed eterogeneamente composta.

Il Parlamento, così ridotto, dovrebbe espiare alcune colpe del passato: la sua scarsa attitudine a legiferare su tante materie, gli eccessi nella spesa, gli intrighi di corridoio, ecc.

Sulla scarsa attitudine del Parlamento a legiferare perfino sulle piccole cose, e fino agli ultimi articoli e dettagli delle numerosissime leggi emanate nei tempi moderni, si può essere tutti d’accordo. Ma il rimedio non è né il decreto-legge, né la soppressione della preminente funzione legislativa. In tal modo si sostituisce la burocrazia o quegli altri organi, che proprio dal 1914 in qua hanno dato prova della altrettanto loro scarsa attitudine, con tutta quella congerie di decreti, spesso contradittori, confusi, mal fatti, che ci è venuta deliziando negli ultimi anni.

Il problema può essere qui appena accennato; ma certo la soluzione non può essere quella di un ritorno all’antico, già superato e dimostrato dannoso; sebbene in una progressione che affidi al Parlamento la deliberazione sulle grandi linee direttive delle leggi, e a speciali Commissioni o corpi tecnici la loro perfezione e redazione, da ritenersi senz’altro approvata quando non vi sia espressa e specifica obiezione.

La seconda accusa fatta al Parlamento di non avere freno nelle spese, è una favola. In Italia, negli ultimi dieci anni, le spese votate di iniziativa del Parlamento, si possono ridurre a pochissime decine di milioni. Ricordo le pensioni ai mutilati di guerra o ai maestri, votate sotto l’incubo di specialissime situazioni. Tutti i Governi invece, compreso quello fascista, hanno decretato maggiori spese a centinaia e a migliaia di milioni; impegnando non solo il bilancio in corso, ma anche i futuri, fino al 1924. La Commissione parlamentare del Bilancio o delle Finanze, sola, ha resistito a molte proposte di spesa che i Governi presentavano.

La terza accusa non riflette che lo stato di timore dei beati possidentes del potere, i quali, in ogni colloquio di due uomini politici, vedono il complotto per abbatterli e sostituirli.

In verità il Parlamento sembra avere molti difetti solamente perché tutti i suoi difetti sono manifesti, pubblici e controllabili; anzi ingranditi dalla stampa, che è più pronta a raccogliere l’epiteto ingiurioso di un deputato, che non una argomentazione, o meno ancora una cifra. Se un deputato alla Camera propone una piccola spesa, esso si espone sicuramente ai dubbi e al controllo di tutti: mentre i Governi depositano tacitamente sulle colonne della Gazzetta Ufficiale i loro decreti che investono enormi interessi della Nazione, e che non raramente furono preparati nei Gabinetti dietro la richiesta o sotto la pressione, mai pubblicamente controllata, dei gruppi o delle persone interessate, anche a danno della collettività.

Perciò noi siamo per il Parlamento; e ne difendiamo la funzione legislativa e di controllo.

La maggioranza sembra poco disposta a consentirlo; organi estranei all’assemblea aggiungono minacce alla opposizione che esercita o rivendica il suo diritto; il Capo del Governo parla di «ultimo esperimento parlamentare» che esso permette, come se la Costituzione fosse mutata, e non più il Ministero uscisse o dipendesse dalla Camera, ma l’esistenza di un Parlamento fosse la concessione graziosa e condizionata del Governo.

Gli italiani guardano esterrefatti a tale contrasto fondamentale, di cui la risoluzione sembra affidata all’arbitrio di un uomo o di un Partito, che solo dispone di una forza armata al proprio servizio.

 

 

Fonte: Civitas, Antologia degli scritti più significativi apparsi dal 1919 al 1925 sulla rivista «Civitas» fondata e diretta da Filippo Meda, a cura di Bruno Malinvern, Edizioni Cinque Lune s.r.l., 1963, pp. 487-491.

Titolo originale: Parlamento e governo. L’ultimo articolo dell’on. Matteotti, “Civitas”, n.13, 1 luglio 1924.

Salvini sbatte dove il dente duole

Il dente di Salvini che duole è quello che ha cercato finora di azzannare la Meloni per strapparle la leadership dell’estrema destra in Europa. Ma qui l’ambiguità della Meloni sta diventando una sorta di harakiri. L’ambiguità nasce dal voler tenere aperte due prospettive: quella di un ribaltamento di maggioranza in accordo con il Ppe e tutto il resto della destra (della quale la premier italiana sarebbe la leader naturale in una versione più moderata); e quella, altalenante e confusa, che resistendo alla contaminazione con la destra estrema propende verso l’alleanza in primis con i socialisti e quindi con le altre forze europeiste.

Gli avvenimenti in Ucraina stanno facendo luce su questa ambiguità – nei fatti prima che nelle intenzioni – accentuando ogni giorno che passa l’esposizione filorussa di Salvini. Ciò rende debole in Europa la nostra posizione: stiamo tornando a grandi passi all’immagine di un’Italia come osservata speciale. Ora, a modo suo, la Meloni cerca di scrollarsi di dosso l’imgombro dell’irriquieto ministro del Papete, ridimensionandolo e se possibile favorendo un ricambio nella Lega. Nasce di qui, anche per fare spazio alla concorrenza ai danni di Salvini, l’opposizione al terzo mandato. Infatti, svincolato dagli affari regionali, Zaia sarebbe il candidato più accreditato alla successione in Via Bellerio.

Ora, l’attenzione guadagnata dal governatore veneto si accompagna allo scontento della base per la scelta di fare della Lega un soggetto nazionale, a sfondo radicale e populista, lontano dall’impronta “padana” delle origini. Ciò nondimeno, l’opposizione anti-salviniana si nutre anche di quel sentimento antifascista per il quale Bossi arrivò nel ‘96 allo scontro con lo stesso Berlusconi.

Insomma, per la Meloni le insidie sono molte. La sveglia sarda non evidenzia solo l’errore nella scelta del candidato alla presidenza della Regione, un sindaco (Paolo Truzzu) tanto poco amato, come s’è visto, dai suoi concittadini cagliaritani; ma pone, ben più seriamente e gravemente, la questione di come una destra così segnata da contraddizioni sia in grado di salvaguardare il ruolo dell’Italia nel contesto dell’Unione europea. La Meloni è forte, ma Salvini resiste: quanto può durare questo strano equilibrio da trapezisti? Non basta rassicurare l’elettorato con la declamata solidità della compagine di governo se poi, in concreto, questa si riduce al solo cemento del potere.

Il rigurgito degli opposti estremismi

Non passa giorno che i cantori quotidiani del “politicamente corretto” che, come noto, abbondano sulla stampa di sinistra e nei rispettivi studi televisivi, impartiscono lezioni su come ci dobbiamo comportare con la “destra estrema” al governo. Una destra che, sempre secondo questi predicatori e moralisti – di norma alto borghesi, milionari ed espressione della storica e vera casta di potere – va combattuta senza tregua perché era e resta il nemico mortale da battere e da annientare. Ad essere sinceri ed intellettualmente onesti, il nemico da battere e politicamente da annientare è sempre quello che, di volta in volta, è in maggioranza ed alternativo alla sinistra. A partire dalla Democrazia Cristiana nel secondo dopoguerra per arrivare al governo guidato di Giorgia Meloni.

Ma, al di là di questa riflessione persino scontata, è abbastanza facile richiamare l’attenzione attorno ad un aspetto che rischia di minare alla radice la nostra sempre fragile democrazia. E cioè, se persiste e addirittura si rafforza la convinzione di continuare a criminalizzare politicamente l’avversario/nemico dispensando, come al solito, consigli su come aggredirlo e lanciando ultimatum sulla ormai imminente fine della democrazia e l’avvento di una nuova dittatura o regime autoritario e baggianate simili, è del tutto normale che la cornice degli “opposti estremismi” diventa la regola e non una eccezione del sistema politico italiano. E, non a caso, uno dei tasselli decisivi che segna l’avvio di questa deriva profondamente anti democratica, è sempre rappresentata dalla considerazione e dal giudizio concreti che si hanno delle forze di polizia nel nostro paese. Cioè di quell’organo dello Stato che deve conservare e garantire l’ordine pubblico dell’intero paese.

E il recente dibattito parlamentare ne è stato, al riguardo, un modello esemplare. Da un lato la difesa intransigente di tutto il centro destra delle forze di polizia – tutti gli organi di polizia, nessuno escluso – senza soffermarsi granché sulle vicende della manifestazione studentesca di Pisa e, dall’altro – cioè da parte della sinistra e dei populisti – del legittimo diritto di manifestare e di dissenso senza alcun riferimento, se non pur ragioni propagandistiche e del tutto protocollari e burocratiche, del ruolo delle forze di polizia. Un classico della letteratura degli “opposti estremismi” che continua a caratterizzare le fasi di crisi della nostra democrazia, al di là dello scorrere delle stagioni storiche e delle conseguenti fasi politiche. Poche, anzi pochissime, le voci che difendono la sacrosanta libertà di manifestare, da un lato, e la funzione fondamentale delle forze di polizia, dall’altro.

Ecco, ho voluto ricordare solo un episodio, l’ultimo in ordine di cronaca, per sottolineare che di fronte ad un quadro politico che individua nella radicalizzazione dello scontro e nella volontà di distruggere politicamente l’odiato nemico le due regole auree da perseguire, la deriva degli “opposti estremismi” da eccezione diventa la regola aurea da osservare e da praticare. Per questi semplici motivi questa destra sovranista e questa sinistra radicale e populista non sono le ricette da copiare e da diffondere. E questo perchè gli “opposti estremismi”, ultima versione del “bipolarismo selvaggio”, non sono nient’altro che una spia che denuncia la crisi della democrazia, la sfiducia nelle istituzioni e la caduta di credibilità e di autorevolezza dei partiti e delle rispettive pseudo classi dirigenti.

La normalità di Auschwitz a duecento metri dal campo

I campi erano un puntino in una zona di circa 40 km quadri, riservata, che i nazisti allestivano come di pertinenza del campo vero e proprio. Il Comandante di Auschwitz fa il suo mestiere, deve smaltire i carichi che Aldof Eichmann gli invia con i vagoni. La figura di Rudolf Höss è tratteggiata in una consonanza impressionante con lo scritto autobiografico che lui buttò giù mentre era prigioniero e portato a testimoniare a Norimberga (prima di essere impiccato dai Polacchi nell’Aprile del 1947).

“Comandante ad Auschwitz”, di Rudolf Höss, Einaudi, 1961. Un racconto che non ha uguali, ma non per chissà quali truculenze (i sadici veri e propri nelle SS sono stimati in meno del 2%) ma per il modo con cui Höss elabora le sue considerazioni – e non ri-flessioni, perché non aveva sfide interiori significative – nel racconto.

Rileggere bene ancora quanto annota Moravia nella postfazione di “Comandante ad Auschwitz”: “La mostruosità di Höss, tutta culturale e storica, deriva dal fatto che ai nostri tempi, per la prima volta forse, all’uomo medio sono stati proposti idoli e idee mediocri, in cui credere e per cui morire; ossia, in altri termini, se stesso e le proprie idee. Höss, uomo medio, che avesse creduto nelle sublimità del cristianesimo, non sarebbe mai diventato comandante ad Auschwitz. Ma Höss, uomo medio che ebbe per idolo il ‘mediocre’ Hitler e per ideologia il ‘mediocre’ razzismo, diventò facilmente un mostro”. Così Alberto Moravia nel 1960.

Il geniale regista britannico Jonathan Glazer ha tratto da questo scritto autobiografico, più che dal romanzo omonimo di Martin Amis, il film. Nessuna scena è nel campo, i cui suoni però – urla, gridi, pianti, spari, latrare di cani – si spargono in aria e scavalcano il muro di cinta portando l’Inferno dappertutto. In un tempo sottomesso alle immagini, qui i suoni, e i silenzi e anche i rumori di casa Höss, valgono più di tutto.

Lui, Rudolf, era un irrealizzato fin da piccolo, cercava un ‘sistema’ che lo mettesse al riparo da un sé di cui aveva paura. Più malinconico che infervorato, sbriga cose che il meccanismo cui s’è consegnato gli ordina.  La mattina esce di casa e va in ufficio, come chiunque al mattino nell’abituale ripetitività dei giorni va al lavoro. La sera legge fiabe alla piccola, non insulta nessuno, va a pesca con i figli e s’indispettisce assai se le sue SS trattano male il verde dei boschi.

Un facile e diffuso pensiero comune vuole Auschwitz e lo sterminio come un unicum irripetibile. La straordinaria forza dell’opera di Jonathan Glazer sta proprio in questo: i camini dalle lingue di fuoco infernali saranno anche un unicum, ma un modo di convivere e di abituarsi al male, poco o tanto, visibile o subdolo, è assai più a portata di mano di quel che si possa ritenere.

E la possibilità di rimanerne contagiati, anche inconsapevolmente, è molto alta. E proprio tra persone ‘comuni’ come ciascuno crede se stesso. Come Höss e la sua famigliola, a duecento metri dai rumori dello sterminio. Ma in fondo anche noi,  come bene mi ha detto un amico, prendiamo il sole in costiera, tranquilli, mentre davanti a noi, a un tiro di sasso, migliaia di disperati vanno giù in quell’acqua dove noi ci facciamo le vacanze.

Come la Storia ci dimostra, non c’è bisogno delle forme di Auschwitz o di Treblinka per continuare gli stermini degli altri. E per abituarcisi.

Il discorso di Papa Francesco sulla “brutta ideologia del gender”.

Parole del Santo Padre prima del discorso

[…] è molto importante che ci sia questo incontro, questo incontro fra uomini e donne, perché oggi il pericolo più brutto è l’ideologia del gender, che annulla le differenze. Ho chiesto di fare studi a proposito di questa brutta ideologia del nostro tempo, che cancella le differenze e rende tutto uguale; cancellare la differenza è cancellare l’umanità. Uomo e donna, invece, stanno in una feconda “tensione”. Io ricordo di aver letto un romanzo dell’inizio del Novecento, scritto dal figlio dell’Arcivescovo di Canterbury: The Lord of the World. Il romanzo parla del futuribile ed è profetico, perché fa vedere questa tendenza di cancellare tutte le differenze. È interessante leggerlo, se avete tempo leggetelo, perché lì ci sono questi problemi di oggi; è stato un profeta, quell’uomo.

 

Fratelli e sorelle!

Sono felice di partecipare a questo Convegno promosso dal Centro di Ricerca e Antropologia delle Vocazioni, durante il quale studiosi di varie parti del mondo, ciascuno a partire dalla propria competenza, si confronteranno sul tema «Uomo-donna immagine di Dio. Per un’antropologia delle vocazioni». Saluto tutti i partecipanti e ringrazio il Cardinale Ouellet per le sue parole: ancora non siamo santi, ma speriamo di restare sempre in cammino per diventarlo, questa è la prima vocazione che abbiamo ricevuto! E grazie soprattutto perché, qualche anno fa, insieme ad altre persone autorevoli e cercando l’alleanza tra i saperi ha dato vita a questo Centro, per avviare una ricerca accademica internazionale mirata a comprendere sempre meglio il significato e l’importanza delle vocazioni, nella Chiesa e nella società.

Lo scopo del presente Convegno è anzitutto quello di considerare e valorizzare la dimensione antropologica di ogni vocazione. Questo ci rimanda a una verità elementare e fondamentale, che oggi abbiamo bisogno di riscoprire in tutta la sua bellezza: la vita dell’essere umano è vocazione. Non dimentichiamolo: la dimensione antropologica, che soggiace ad ogni chiamata nell’ambito della comunità, ha a che fare con una caratteristica essenziale dell’essere umano in quanto tale: quella, cioè, che l’uomo stesso è vocazione. Ciascuno di noi, sia nelle grandi scelte che riguardano uno stato di vita, sia nelle numerose occasioni e situazioni in cui esse si incarnano e prendono forma, scopre ed esprime sé stesso come chiamato, come chiamata, come persona che si realizza nell’ascolto e nella risposta, condividendo il proprio essere e i propri doni con gli altri per il bene comune.

Questa scoperta ci fa uscire dall’isolamento di un io autoreferenziale e ci fa guardare a noi stessi come a una identità in relazione: io esisto e vivo in relazione a chi mi ha generato, alla realtà che mi trascende, agli altri e al mondo che mi circonda, rispetto al quale sono chiamato ad abbracciare con gioia e responsabilità una missione specifica e personale.

Tale verità antropologica è fondamentale perché risponde pienamente al desiderio di realizzazione umana e di felicità che abita nel nostro cuore. Nell’odierno contesto culturale talvolta si tende a dimenticare oppure a oscurare questa realtà, col rischio di ridurre l’essere umano ai suoi soli bisogni materiali o alle sue esigenze primarie, come fosse un oggetto senza coscienza e senza volontà, semplicemente trascinato dalla vita come parte di un ingranaggio meccanico. E invece l’uomo e la donna sono creati da Dio e sono immagine del Creatore; essi, cioè, si portano dentro un desiderio di eternità e di felicità che Dio stesso ha seminato nel loro cuore e che sono chiamati a realizzare attraverso una vocazione specifica. Per questo in noi abita una sana tensione interiore che mai dobbiamo soffocare: siamo chiamati alla felicità, alla pienezza della vita, a qualcosa di grande a cui Dio ci ha destinato. La vita di ognuno di noi, nessuno escluso, non è un incidente di percorso; il nostro stare al mondo non è un mero frutto del caso, ma facciamo parte di un disegno d’amore e siamo invitati ad uscire da noi stessi e a realizzarlo, per noi e per gli altri.

Per questo motivo, se è vero che ciascuno di noi ha una missione, cioè è chiamato a offrire il proprio contributo per migliorare il mondo e forgiare la società, a me piace sempre ricordare che non si tratta di un compito esterno affidato alla nostra vita, ma di una dimensione che coinvolge la nostra stessa natura, la struttura del nostro essere uomo-donna a immagine e somiglianza di Dio. Non soltanto ci è stata affidata una missione, ma ciascuno e ciascuna di noi è una missione: «io sono sempre una missione; tu sei sempre una missione; ogni battezzata e battezzato è una missione. Chi ama si mette in movimento, è spinto fuori da sé stesso, è attratto e attrae, si dona all’altro e tesse relazioni che generano vita. Nessuno è inutile e insignificante per l’amore di Dio» (Messaggio per la Giornata Missionaria Mondiale 2019).

Una eminente figura intellettuale e spirituale, il Cardinale Newman, ha parole illuminanti su questo. Ne cito alcune: «Io sono creato per fare e per essere qualcuno per cui nessun altro è creato. Io occupo un posto mio nei consigli di Dio, nel mondo di Dio: un posto da nessun altro occupato. Poco importa che io sia ricco o povero, disprezzato o stimato dagli uomini: Dio mi conosce e mi chiama per nome. Egli mi ha affidato un lavoro che non ha affidato a nessun altro. Io ho la mia missione. In qualche modo sono necessario ai suoi intenti». E prosegue: «[Dio] non ha creato me inutilmente. Io farò del bene, farò il suo lavoro. Sarò un angelo di pace, un predicatore della verità nel posto che egli mi ha assegnato anche senza che io lo sappia, purché io segua i suoi comandamenti e lo serva nella mia vocazione» (J.H. Newman, Meditazioni e preghiere, Milano 2002, 38-39).

Fratelli e sorelle,

le vostre ricerche, i vostri studi e in modo speciale queste occasioni di confronto sono tanto necessarie e importanti, perché si diffonda la consapevolezza della vocazione a cui ogni essere umano è chiamato da Dio, in diversi stati di vita e grazie ai suoi molteplici carismi. Sono utili altresì per interrogarsi sulle sfide odierne, sulla crisi antropologica in atto e sulla necessaria promozione delle vocazioni umane e cristiane. Ed è importante che si sviluppi, anche grazie al vostro contributo, una sempre più efficace circolarità tra le diverse vocazioni, perché le opere che sgorgano dallo stato di vita laicale al servizio della società e della Chiesa, insieme al dono del ministero ordinato e della vita consacrata, possano contribuire a generare la speranza in un mondo sul quale incombono pesanti esperienze di morte.

[…]

 

Vaticano, Aula del Sinodo, 1 marzo 2024

 

Per saperne di più

https://www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2024/march/documents/20240301-convegno-uomo-donna.html

Centro, ricomposizione prima o dopo le europee?

Sì, lo sappiamo benissimo e da molto tempo. Il centro non è solo un partito ma è molto di più. È un’area politica, è un progetto politico, è un linguaggio politico, è un metodo politico e, soprattutto, è un luogo dove si governa un paese. Perché un paese democratico, di norma, si governa “dal centro” e “al centro”. Al di là e al di fuori di ogni estremismo. Sia, per parlare dell’oggi, rispetto al populismo demagogico e anti politico 5 Stelle, sia del massimalismo radicaleggiante della Schlein e sia del sovranismo nazionalista di molti settori della destra.

Ora, è altrettanto evidente che questo luogo o area o partito può giocare un ruolo protagonistico e forse anche decisivo nello scacchiere politico nazionale solo se riesce a garantire un minimo di unità al suo interno. Perché altrimenti si corre il serio rischio di diventare politicamente irrilevanti nonchè del tutto velleitari. Come sta capitando, per fare un solo esempio, alla vicenda dei Popolari e degli ex democristiani che suddivisi su tutto l’arco costituzionale – come si diceva un tempo – si sono ridotti ad avere un ruolo puramente ornamentale e del tutto pleonastico nella vita pubblica italiana. Certo, neanche le prossime elezioni europee, seppur caratterizzate da un sistema elettorale di matrice proporzionale, riesce a garantire una sorta di unità tra tutti coloro che evidenziano, quasi quotidianamente, la necessità di superare un sempre più insopportabile “bipolarismo selvaggio” a vantaggio di una concreta e pragmatica “politica di centro”.

Se sul versante dell’area di governo Forza Italia può tranquillamente ricoprire quello spazio senza alcuna concorrenza politica ed elettorale, nell’area dell’opposizione questo spazio politico è frammentato e non riesce a trovare un punto di sintesi e di convergenza in vista dell’ormai prossimo appuntamento elettorale. Tutto ciò per svariate motivazioni su cui è bene non infierire.

Comunque sia, un dato è abbastanza evidente. Molto dipenderà dal concreto esito elettorale e dal peso reale delle varie liste. Ma un processo di ricomposizione politica, culturale e anche e soprattutto di natura organizzativa subito dopo le europee si imporrà quasi naturalmente. E questo per la semplice ragione che le culture politiche di centro e le varie sensibilità centriste

sono esterne, se non addirittura alternative, rispetto alla deriva estremistica, massimalista e populista. Un processo di ricomposizione politica che, se realizzato con intelligenza e senso di responsabilità, potrà essere la vera novità per il futuro della cittadella politica italiana.

Un centro che, come ovvio e forse persin scontato, non potrà fare a meno della sua vera anima storica. Cioè la cultura e la tradizione del cattolicesimo popolare e sociale. E, al riguardo, un movimento come Tempi Nuovi-Popolari uniti può svolgere un ruolo determinante. Sia per favorire e consolidare questo processo di ricomposizione da un lato e sia, dall’altro, per renderlo un luogo politico plurale, democratico riformista e di governo. Senza derive personalistiche e alieno da qualsiasi semplificazione innaturale e fuorviante.

1976, i giovani con Zaccagnini per ricordare don Mazzolari.

A fine novembre 1975 fui chiamato a piazza del Gesù per un colloquio con il segretario Zaccagnini. Entrai nella sua stanza provando a immaginare il motivo della convocazione: forse, avendo saputo che Aldo Moro mi aveva chiesto pochi giorni prima di prepararmi per andare il 19 dicembre a Genova al congresso nazionale della Fgci e svolgere in quella sede, cosa mai successa nella storia politica italiana, un intervento a nome del Movimento Giovanile dc, mi voleva parlare di quella importante scadenza.

Invece nella stanza trovai Zaccagnini in compagnia dei quattro del “Sinedrio” (Galloni, Bodrato, Salvi e Belci), più Beppe Pisanu. Zaccagnini disse poche parole, in compenso gli altri mi parlarono a lungo, spiegandomi che Zaccagnini era stato eletto Segretario nazionale ma gli italiani ancora non lo conoscevano: toccava al Movimento Giovanile organizzare una occasione pubblica che lo facesse apprezzare dall’opinione pubblica.

Presi con loro impegno a definire una proposta entro una settimana, poi scendendo le scale di piazza del Gesù incontrai Tonino Zaniboni al quale confidai la cosa; e Tonino immediatamente mi dette il consiglio di puntare ad una riscoperta di don Primo Mazzolari, del quale fortunatamente avevo a casa alcuni scritti che subito mi rilessi. Chiamai il giorno dopo Pietro Scoppola che era stato mio professore all’Università e lo convinsi, con molta fatica, a svolgere la relazione di base in un Convegno che nel frattempo andava prendendo forma e che fu programmato per l’inizio del 1976.

Dunque, il 7 gennaio andai alla Stazione Termini per recarmi in treno a Bozzolo, dove si sarebbe svolta la prima giornata di lavoro del nostro convegno sulla figura di don Mazzolari, cui avrebbe fatto seguito, la mattina di domenica

10 gennaio, un discorso di Benigno Zaccagnini al Palazzo dello Sport di Mantova. La nota qui allegata, con un’ampia rassegna stampa, dà modo di approfondire quanto fu detto in quella occasione.

In termini di comunicazione possiamo tranquillamente affermare che Zaccagnini esistette nell’opinione pubblica italiana a partire dai resoconti giornalistici di quei due giorni. Un annotazione finale. Mentre quella mattina del 7 gennaio mi dirigevo al binario per prendere il treno, mi sentii chiamare: era Domenico Sassoli il quale mi disse che per motivi personali non poteva lasciare Roma, ma avrebbe seguito comunque i nostri lavori di Bozzolo ed avrebbe scritto per Il Popolo, ma con l’occasione mi faceva conoscere e mi  affidava il figlio diciannovenne David, il quale per la prima volta avrebbe partecipato ad una iniziativa politica nazionale.

Nota sul convegno e Rassegna stampa

Romanelli, parroco di Gaza, invoca il cessate il fuoco.

L’assalto al convoglio di aiuti, la “strage del pane” figlia della fame che si vive ogni giorno a Gaza, è lo specchio della guerra lanciata da Israele ad Hamas in risposta all’attacco del 7 ottobre scorso da parte dei miliziani che controllano la Striscia. Un conflitto in cui la mancanza di cibo uccide come le bombe e che ieri (l’altroieri per chi legge, ndr) ha fatto registrare l’ennesimo capitolo di una tragedia che finisce per colpire soprattutto la popolazione civile: secondo le Nazioni Unite almeno 576mila persone, pari a un quarto della popolazione, deve affrontare livelli “catastrofici” di insicurezza alimentare. Le 112 vittime e gli oltre 760 feriti riferiti da fonti palestinesi nel massacro che si è consumato attorno al convoglio Onu che trasportava beni di prima necessità, col consueto scambio di accuse fra Stato ebraico e Hamas, sono la conseguenza di una realtà che si fa sempre più drammatica. Il ministero palestinese della Sanità riferisce del decesso, in questi giorni, di 10 bambini per “disidratazione e malnutrizione” negli ospedali del nord.

“Le vittime dei bombardamenti sono numerose ogni giorno, e continuano a salire, ma è altrettanto vero che la fame è molta, ed è generalizzata, una condizione comune nella Striscia ma soprattutto a nord, perché dall’inizio della guerra faticano ad entrare aiuti”. P. Gabriel Romanelli, parroco della Sacra Famiglia a Gaza, bloccato a Gerusalemme (prima ancora a Betlemme) e impossibilitato a tornare nella Striscia dell’inizio del conflitto per la chiusura delle frontiere imposta da Israele, definisce sempre più “urgente” il cessate il fuoco. Interrompere il ricorso alle armi, sottolinea ad AsiaNews il sacerdote argentino del Verbo incarnato, e al tempo stesso inviare aiuti: “Le persone muoiono – racconta – perché hanno estremo bisogno di cibo, acqua, medicinali” e quanto è successo ieri “è il segnale che la situazione è davvero grave”.

Nel 145mo giorno di guerra nella Striscia il bilancio aggiornato parla di oltre 30mila morti e più di 70mila feriti sul versante palestinese, che seguono le 1200 vittime circa dell’attacco terrorista di Hamas nel sud di Israele del 7 ottobre scorso, che ha scatenato la risposta militare dello Stato ebraico. A questo si aggiungono i decessi per la fame e la disperazione, come avvenuto ieri quando – secondo Hamas – l’esercito israeliano (Idf) ha aperto il fuoco ad altezza uomo sulla folla in cerca di assistenza alimentare in un caotico corpo a corpo. Nel mirino un convoglio di 30 camion con aiuti e preso d’assalto all’alba, in un quadro di crescente disperazione che aveva spinto le Nazioni Unite a sospendere le distribuzioni proprio per il timore di un incidente. Diversa la versione di Israele su quanto accaduto a nord di Gaza: i militari avrebbero esploso colpi di avvertimento in aria per disperdere la folla, ma nella confusione generale diverse persone sarebbero state travolte e uccise.

Fonti rilanciate da Associated Press (Ap) riferiscono che le truppe israeliane hanno aperto il fuoco sui civili, che cercavano di prelevare dai camion sacchi di farina e scatolame. In un primo momento gli assalitori si sono nascosti, per poi tornare ai mezzi; al nuovo tentativo i militari con la stella di David hanno risposto sparando nuovamente sulla folla e provocando la carneficina. Generale e unanime la condanna dei Paesi arabi per quanto è avvenuto, mentre il presidente degli Stati Unti Joe Biden teme che possa ostacolare – se non affossare – il margine di trattativa sui negoziati finalizzati alla liberazione degli ostaggi israeliani e un cessate il fuoco. Una priorità, anche perché un quarto dei 2,3 milioni di palestinesi della Striscia rischia di morire di fame, mentre l’80% circa ha dovuto abbandonare le proprie case, molte delle quali ormai distrutte in un quadro di caos generale.

Intanto nella parrocchia della Sacra Famiglia, come nel resto della Striscia, “si cerca di andare avanti e di resistere” riprende p. Romanelli, ma “la situazione è grave perché dopo qualche settimana di calma nei bombardamenti sono tornate a cadere le bombe”. In particolare, prosegue, “nel nostro quartiere di al-Zeitun” dove le persone “vivono in uno stato di angoscia. Si era parlato di tregua, di un cessate il fuoco con scambio di ostaggi, ma sembra che le parole e gli appelli siano destinati a cadere nel vuoto. Invece di fermarsi – afferma il parroco – l’impressione è che vogliano andare avanti con la guerra” in un’escalation che fa paura, mentre le persone soffrono la fame.

“A Rafah è urgente fermare i bombardamenti – spiega p. Romanelli – ma al tempo stesso è importante garantire cibo e aiuti, anche nel nord, nella stessa città di Gaza dove vi sono almeno 400mila persone in condizione di estremo bisogno”. “Viviamo in un clima, e in un mondo, polarizzato – afferma – in cui appare sempre più difficile il dialogo. Ma proprio per questo la prima cosa è il cessate il fuoco, ogni giorno in più di guerra è la continuazione di un massacro. Ma se tante porte restano chiuse, le persone innocenti muoiono e poi vi sono gli oltre 70mila feriti, dei quali sono una manciata ha ricevuto cure”. Infine un pensiero, e un ringraziamento, a papa Francesco che ogni giorno chiama il vice-parroco, p. Jusuf Asad, come “ha fatto anche ieri: lo ha chiamato – conclude p. Romanelli – per dirgli che aveva letto la lettera del padre di famiglia al figlio e di averli benedetti entrambi… [il pontefice] prega per tutti loro”.

Il voto sardo, un invito a modificare la rotta.

Il voto sardo contiene un verdetto e un monito. Avvisa la Meloni che non è mai bene esagerare e che tutte le forzature di una maggioranza che si sente troppo padrona del suo destino vanno incontro prima o poi a una smentita pressoché inesorabile. 

È un invito, insomma, per quanto si può, a modificare la rotta. Aggiornando la mappa di una navigazione che si andava facendo troppo disinvolta e perigliosa. Naturalmente, occorrerà aspettare la controprova (Abruzzo, poi Basilicata, infine le europee). E non è affatto detto che il centrosinistra sia uscito dalle sue difficoltà e dalla sua confusione. Tutt’altro. Ma è pur vero che si è riaperta la contesa, che il gioco si è fatto più incerto per tutti e che l’esito non può più essere dato per scontato. 

Una buona notizia per chi ama la politica e ne segue con passione civile le infinite variazioni. Ora si tratterà di vedere se e come cambierà lo spartito di Palazzo Chigi. Laddove Meloni si trova davanti a un singolare crocevia. Infatti la sua popolarità resta piuttosto alta. Ma a condizione di tenere in precario equilibrio quel che appartiene a lei e alla sua storia e quel che invece le viene suggerito dalle più ampie e più varie necessità del paese. 

In altre parole Meloni può riuscire nell’impresa solo a patto di convincere almeno una parte del paese che non l’ha votata. E che può condividerla, almeno un po’, solo a patto che si liberi dal fardello della sua parzialità. Detto altrimenti, Meloni ha bisogno di un briciolo di incoerenza se vuole essere apprezzata. Soprattutto in Europa, laddove dovrà svincolarsi da molte delle sue vecchie amicizie.

 

Fonte: La Voce del Popolo – Giovedì 9 febbraio 2024.

Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia.

Il partito da costruire guardi ai bisogni dell’Italia

Sono trent’anni che il nostro sistema politico è alla ricerca della “normalità” perduta. Decenni che, guarda caso, coincidono con la cancellazione forzata dei partiti di centro. Ci avevano “promesso” che il maggioritario avrebbe garantito stabilità e alternanza, che i collegi uninominali avrebbero garantito la rappresentanza e che i partiti non avevano più ragione di esistere. Dopo trent’anni il bilancio negativo è un dato oggettivo.

I promotori della seconda repubblica, non contenti del fallimento politico del bipolarismo, continuano a proporre correttivi con la solita logica della personalizzazione della politica, che annienta valori e idee.

Il colpo di coda del bipopulismo lo vediamo nel taglio dei seggi parlamentari, nel terzo mandato per i Presidenti delle regioni (che loro chiamano Governatori), nel premierato e nei listini bloccati. Il tutto senza rendersi conto della disaffezione crescente dei cittadini verso la politica. Vota un italiano su due? A loro non importa. Questo sistema di scontro perenne sta facendo scivolare l’Italia verso il declino culturale, sociale, politico ed economico. Abbiamo la volontà di superarlo? Con quali mezzi?

Con il Partito da costruire, non quello dei sogni che ognuno ha nella propria mente. Il “partito da costruire” è quello che si può costruire. I sogni portano a continue divisioni tra chi è stato a destra e chi a sinistra, con la gara tra chi è più cattolico e chi più libertario. Non abbiamo bisogno di etichette o medaglie, abbiamo bisogno di volenterosi impegnati e umili, donne e uomini consapevoli che, senza la nostra unità, in Italia continuerà a crescere il populismo e l’astensionismo.

Dobbiamo essere credibili e concreti. Non abbiamo bisogno di comitati elettorali, abbiamo bisogno di un grande partito. Il partito è l’unico “mezzo”, riconosciuto dalla Costituzione (art, 49), in grado di garantire il “diritto dei cittadini di associarsi liberamente (in partiti) per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Un partito che sia il mezzo per raggiungere il nostro fine supremo, che è quello di migliorare le condizioni di vita di ogni persona: essere indipendenti per essere liberi. La differenza tra uno Stato totalitario e uno democratico sta proprio nel fine della società politica. È una elezione che abbiamo ereditato da Jacques Maritain. Nel suo libro “L’uomo e lo stato” indicava in modo chiaro perfino i “mezzi del popolo”: “Il programma del popolo non dovrebbe essere offerto al popolo dall’alto, e poi da questo accettato; dovrebbe essere opera del popolo”.

Quali caratteristiche dovrà avere? Proverò a individuarne alcune:

  • Un partito che duri nel tempo, organizzato, federale, partecipato e democratico; 
  • Un partito che abbia solide radici nelle culture riformatrici di centro del ‘900, dunque ispirato ai valori e all’orizzonte dell’umanesimo civile* del XXI secolo;
  • Un partito capace di garantire la partecipazione attiva degli iscritti, coniugando spazi virtuali e fisici; 
  • Un partito che rispetti e garantisca, sempre, la libertà di coscienza su temi eticamente sensibili;
  • Un partito che valorizzi il talento e le competenze di ognuno, promuovendo attività di formazione politica e meritocrazia.

Dobbiamo trasformare i sonnambuli in cittadini impegnati per rinnovare e difendere “Libertà e Democrazia”.

Sarà un percorso lungo e faticoso, ma sono sicuro che è l’unica strada in grado di garantire le caratteristiche sopra esposte. Un cammino che potrebbe prendere forma con l’istituzione di una “federazione delle idee”, per l’individuazione di 5-6 proposte condivise. Un’aggregazione di partiti, movimenti, associazioni, liste civiche e singoli cittadini; un metodo di lavoro condiviso, che abbia come fine la costruzione di un “grande Partito” di governo, non un nuovo “partitino” per la sopravvivenza di qualcuno o per la mera testimonianza di un’ideologia novecentesca.

 

*Cos’è l’umanesimo civile 5.0? 

https://medium.com/@ArmandoDicone/umanesimo-civile-5-0-992531b44730

Non è più tempo di galleggianti seriali

La sua lista alle regionali sarde ha ottenuto lo 0,3 %, poco più di duemila voti e l’Udc di Cesa il 2,8%, 19.056 voti. Passi per Cesa, organico da tempo della destra leghista col suo alter ego padovano De Poli, ma ciò che lascia interdetti è la lettera post voto di Gianfranco Rotondi alla Meloni: “Cara Giorgia, convoca subito un vertice con Maurizio Lupi, Lorenzo Cesa, me e Cuffaro. Facciamo sì che questa nostra area di confine sia ricondotta a una sintesi unitaria, in coordinazione con FdI”. 

Spiace che una persona intelligente come Rotondi, allievo della scuola politica avellinese di Gerardo Bianco, con il quale abbiamo condotto molte iniziative nella Dc, e più precisamente nella corrente di Forze Nuove, si sia ridotta al galleggiamento permanente; prima con il Cavaliere e, adesso, con Fratelli d’Italia. In poco tempo da “miglior fico del bigoncio”, Rotondi si è ridotto al ruolo di consulente turiferario e inutile supporto della destra. Altro che “area di confine”, semplicemente guardia confinaria in attesa degli ordini della “capa”.

È ormai chiaro che l’appello lanciato a un’area di destra come quella di Lupi, Cesa e Cuffaro, alla vigilia di altre scadenze elettorali regionali, come quelle dell’Abruzzo e della Basilicata e in attesa di quelle prossime europee, ponga anche a tutti noi, che continuiamo a credere nel progetto di ricomposizione dell’area politica cattolica, la necessità di scelte da farsi nella chiarezza senza infingimenti.

Apparteniamo a quell’area politica cattolico democratica, liberale e cristiano sociale che si considera alternativa alla destra nazionalista e sovranista, oggi dominata dal partito di Fratelli d’Italia, distinta e distante da una sinistra tuttora alla ricerca di una sua più forte e certa identità.

Siamo convinti che al Paese, che vive una condizione di anomia sociale, culturale e politica, caratterizzata dalla divisione sempre più marcata tra interessi e valori dei ceti medi produttivi e delle classi popolari, serva la nascita di un centro politico nuovo ampio e plurale, espressione delle culture essenziali della nostra Repubblica: popolare, liberale, repubblicana, socialista.

Come ha insegnato il voto della Sardegna, servirà un’ampia alleanza con quanti credono nei valori dell’umanesimo cristiano e nei principi della nostra Costituzione repubblicana. Premessa indispensabile per tale alleanza resta quella di favorire la più vasta ricomposizione politica possibile dell’area cattolica, se non ci si vuole ridurre a ruoli subalterni e ininfluenti delle componenti più attrezzate.

Sono vari i cantieri che stanno lavorando in tale direzione e, finalmente, funziona anche un tavolo di coordinamento che favorisce il dialogo. Si tratta di non indugiare, tenendo presente che alle regionali sarà inevitabile scegliere tra blocchi alternativi, mentre alle europee varrà la legge proporzionale. Per entrambe le scadenze, in ogni caso, sarà indispensabile definire una nostra piattaforma di programma ispirata ai nostri valori di riferimento, in base alla quale decidere con chi schierarci alle regionali, preparandoci a dar vita a una nostra lista per le elezioni europee, con l’obiettivo di presentarci ancor più forti alle politiche, che potrebbero svolgersi prima della loro scadenza naturale. Non è più tempo per i galleggianti seriali e degli opportunisti che da troppo tempo vivono di rendita. È tempo di ridare voce alla nostra base e ai tanti liberi e forti che si riconoscono ancora nelle culture politiche sturziana e degasperiana, che costituiscono tuttora una delle eredità più preziose della storia repubblicana nazionale.

Dibattito | Centrosinistra, Sardegna docet.

Il voto sardo induce a qualche riflessione di carattere politico e metodologico a partire dal superamento dei tabù sulla presunta imbattibilità del centrodestra a trazione meloniana e sull’impossibilità che il centrosinistra possa vincere delle competizioni elettorali a turno unico. 

La costruzione di proposte di governo e amministrazione è sempre più agevole nelle aree centrali dello schieramento politico dove si possono generare spazi di mediazione, anziché in altre aree più estreme e ideologizzate

Ciò detto, se la Todde non avesse superato Truzzu (Trux per i suoi amici!) per quei pochi decimali di punto, oggi Meloni e la destra avrebbero dovuto senza dubbio ringraziare il “polo del rancore” ovvero quel polo che in modo confuso e velleitario ha messo insieme cose tra loro molto diverse (Azione e Italia Viva con Rifondazione Comunista) tenute insieme probabilmente solo da un risentimento verso ex compagni di strada, anziché da un’idea di governo e di amministrazione. Il risultato dell’improvvisato “polo” è stato fallimentare e solo per un soffio non ha causato gravi danni al centrosinistra ed alla Sardegna. Calenda plaude giustamente per il successo della Todde e per la frenata della destra omettendo però di dire che questo risultato non è stato raggiunto con il suo contributo, ma che anzi è stato messo fortemente a rischio proprio dalla scelta fatta da lui e dagli altri aspiranti “terzopolisti”.

La vicenda sarda dimostra per l’ennesima vota che non si può prescindere dalle regole del gioco immaginando che la scelta delle alleanze possa prescindere dai sistemi elettorali, ma ancor di più da una forma mentis bipolarizzata che si è consolidata nell’opinione pubblica e in un elettorato che ormai da trent’anni vota con sistemi maggioritari.

Se poi si osserva il risultato da un’altra angolazione si vedrà che questo esito è stato una sorpresa fino ad un certo punto. Basti pensare infatti che – nonostante l’insuccesso di Truzzu – il centrodestra ha aumentato la percentuale di consensi rispetto alle elezioni politiche del 2022, ma ha vinto il centrosinistra perché questa volta non si è presentato in modo frammentato; sempre nelle stesse elezioni politiche del 2022 la somma dei voti delle liste PD e Cinque Stelle arrivò al 48,8% (e addirittura al 53,4% sommando anche la lista Azione-Italia Viva) rispetto al 40,6% della coalizione di destra.

Il primo chiarimento che va fatto è quello di capire chi si ritrova nel perimetro del centrosinistra per poi convincersi che non si può giocare a calcio pensando di poter seguire le regole del basket, ovvero lavorare alla costruzione di un terzo polo in presenza di un sistema elettorale bipolarizzato che incentiva il cosiddetto “voto utile” polarizzando i consensi sulle due principali coalizioni. Nella competizione sarda le due prime coalizioni hanno infatti raccolto complessivamente circa il novanta per cento dei voti espressi, lasciando alla concorrenza ben poco da dividersi.

Il clima che si sta generando nel paese e che costringe il Presidente Mattarella ad intervenire sul Viminale per il disinvolto uso dei manganelli nelle strade, il tentativo di stravolgere l’impianto costituzionale con il premierato e l’appiattimento dell’informazione sugli slogan della compagine governativa, non consentono distrazioni con inutili e pericolosi personalismi. Quando si candida un personaggio con tanto di tatuaggio “TRUX” (che peraltro proprio a Cagliari dove è sindaco in carica prende circa il 20% in meno della Todde) il centrosinistra deve capire che è il momento di rinviare a tempi migliori il dibattito su alcune divergenze che non mettono però in discussione la condivisione dei riferimenti costituzionali.

Non va mai dimenticato che l’attuale compagine governativa, in considerazione della bassa percentuale di votanti, non è maggioritaria nel paese ed ha ottenuto la maggioranza dei parlamentari solo grazie ad un discutibile meccanismo elettorale ed alla divisione delle forze di opposizione. La Sardegna ci ha fatto vedere che il centrosinistra può tornare a vincere e che si può fare, a condizione che ci sia la capacità e soprattutto la maturità per recepire il messaggio.

Putin disegna il futuro della Russia ignorando l’Europa

Due ore e mezza di discorso ininterrotto e nemmeno la pausa per un bicchiere d’acqua, con la voce che si incrina solo negli ultimi cinque minuti: così si presenta Putin alla Duma. Per seguire il discorso in diretta non c’è che il web con il collegamento al live del canale ufficiale e il traduttore simultaneo sullo smartphone. Con difficoltà, ma si segue. Dritto al suo obiettivo e con in testa il voto presidenziale di marzo, il presidente parla ai deputati e alla nazione con voce ferma e con qualche concessione colloquiale, in partitcolare quando legge una decina di pagine, quasi senza pausa. 

La Federazione Russa che ha in mente è spostata ad Est, oltre gli Urali e verso il Pacifico. Infrastrutture stradali, ferroviarie ad alta velocità, potenziamento dei porti mercantili e militari, infrastrutture tecnologiche di nuova generazione, accompagnano questo progetto di sviluppo territoriale che interessa un’area vasta come mezza Europa, con un ordine temporale: entro il 2050. La Russia ha necessità di essere presente in quel vasto mondo deserto, anche oltre la Siberia, contando sul fatto che il cambiamento climatico in atto rende il clima meno ostile e l’accesso alle risorse più facile (prima di tutto il gas e poi i minerali rari). 

Tutto il Paese è chiamato a condividere questo obiettivo, portando con sé la cultura russa e il recupero del patrimonio culturale locale. Anche se non lo si dice apertamente, questo progetto fa di Putin il novello zar Ivan il Grande che portò la sua Russia europea verso i territori al di là degli Urali, a contatto con le popolazioni nomade dei mongoli e con i cinesi. 

L’Europa in questa prospettiva non c’è più, poco e nulla valgono le sanzioni imposte. I miliardi di rubli evocati con puntigliosa precisione danno la misura della grandezza dell’intervento statale centrale e, più in generale, della autonomia finanziaria di un Paese che decide di investire i proventi derivanti dalle risorse naturali anzitutto per il mercato interno, e in modo chiuso, non aperto alle altre economie. 

Putin disegna una Russia per i russi e fatta dai russi, prendendo ad ogni passaggio applausi a scena aperta. Ha anche un orizzonte più breve, tutto elettorale, i sei anni da qui al 2030. I problemi più impellenti sono la povertà della popolazione, in gran parte urbanizzata, quindi con salari bassi; le famiglie numerose a cui dedica un programma speciale di sovvenzione statale; il recupero e il rilancio del patrimonio culturale locale, specie siberiano, che vuol dire miliardi di rubli in arrivo per gli insediamenti lungo i confini con la Mongolia e la Cina; il turismo interno (“Russi, visitate la Russia” è lo slogan) e il reinserimento nel tessuto produttivo dei giovani militari che hanno combattuto “l’operazione speciale”. 

La guerra in Ucraina non si chiama guerra, ma operazione speciale, e i suoi reduci sono eroi. A questi eroi è offerto lavoro e studi universitari, segno che la truppa era composta da giovanissimi arruolatisi con l’obiettivo di inviare denaro alle famiglie a casa e che ora – spiantati erano e spiantati sono tornati – debbono essere integrati in un programma pubblico, per non costituire un problema sociale. 

Applausi a scena aperta, anche in questo caso, ma Putin glissa sulla durata dell’operazione speciale e su tutta la politica estera, dunque sul ruolo che la Russia vuole giocare nello scacchiere mondiale. La Tv di Stato riprende i volti dei parlamentari e degli ospiti, sono in buona parte russi della parte europea; invece, i destinatari del programma 2050 dell’era Putin, sono pochi e vengono inquadrati raramente, segno che saranno i russi europei a fare gli affari nella vasta Siberia. Ed è ciò che la Duma vuole sentire, perché ciò vuol dire spazio per il rinnovo delle cariche e per un seggio sicuro. 

Noi europei in questo breve programma 2030 non ci siamo, quasi che la Russia avesse il capo rivoltato ad Est come un Giano bifronte a cui però hanno tolto uno dei volti. Nemmeno nel potenziamento del turismo siamo indicati, benché sia una leva per attrarre valuta estera con cui fare politiche nazionali. E un po’ ce ne dovremmo dispiacere perché il Paese indubbiamente ha bellezze naturali incontaminate e un ricchissimo patrimonio culturale locale. Soprattutto ce ne dovremmo dispiacere noi italiani, per istintiva vicinanza e razionale distacco, dal momento che non siamo secondi a nessuno quanto a patrimonio culturale. Ed invece i media europei saranno tutti concentrati giustamente su quanto Putin ha detto sull’Ucraina – sui diritti civili e le libertà nemmeno una parola, che sia una -, probabilmente inaspriremo le sanzioni commerciali e finanziarie, ma dal punto di vista di Putin noi costituiremo a breve, se non lo siamo già, il fronte occidentale su cui impegnarsi sempre meno. Putin l’astuto ci lascerà con il cerino in mano della ricostruzione dell’Ucraina.

Non è il campo largo il pericolo principale per il centro

Dal punto di vista della strategia politica le elezioni sarde hanno ribadito un dato già ampiamente noto, almeno sin dall’inizio della segreteria Schlein nel PD. Ovvero la prospettiva di un’alleanza tra PD e M5S per una coalizione di centrosinistra costruita con l’apporto determinante dei populisti grillini.

Ora, di fronte a questo dato, destinato a consolidarsi almeno fin quando il partito di Grillo e di Conte manterrà l’attuale percentuale di consenso, ci sono solo due risposte possibili. Quella dettata dalle geometrie politiche che consente o di fare spettacolari inversioni ad U, come quella fatta dopo il voto sardo da Calenda, oppure di rivendicare l’imperturbabilità di uno spazio politico di centro, che potrebbe trarre addirittura giovamento dallo spostamento a sinistra della coalizione riformatrice.

In entrambi i casi si tratta, a mio avviso, di una reazione a un processo in corso che non allarga nei fatti l’offerta politica ma punta, a somiglianza dei sostenitori del bipolarismo, a una sorta di eterno ritorno fra schieramenti a prescindere da una prospettiva di programma e di progetto. Confidando magari sul fatto, come è successo in Sardegna, che alla fine sarà il populismo grillino ad assumere la guida della coalizione e presupponendo che l’attuale segretaria del PD sia subalterna a questa deriva. Invece, così non è, almeno perché  Elly Schlein non è assimilabile al populismo, essendo per estrazione sociale un’eminente espressione dell’establishment internazionale che governa l’Occidente e avendo, tra le altre, questa dimensione territoriale emiliana che la colloca nella scuola politica di Andreatta e di Prodi.

Piuttosto, dunque, che scommettere su una incerta deriva massimalista della sinistra, della quale peraltro non mancano i segnali, mi pare invece che possa esistere un altro tipo di risposta da parte dell’area di centro di fronte all’orientamento che pare inarrestabile, a costruire il campo largo della sinistra. Serve una risposta capace di innescare una sfida virtuosa sul piano programmatico attorno alle questioni chiave della nostra epoca. In assenza della quale la critica al campo largo rischia di divenire solo un modo attraverso cui si cerca di nascondere la debolezza del centro sul piano della proposta politica.

Si tratta di un obiettivo non facile anche alla luce di come ora è rappresentato il centro, prevalentemente da due partiti personali, composti a loro volta di individualità senza una adeguata comunanza di sensibilità sulle principali questioni. Basti pensare ai temi istituzionali dove è nettissima la diversità di opinioni al centro, al ruolo dei corpi intermedi e delle autonomie locali, alle politiche sociali ed economiche. Se poi nel centro attuale si volesse includere anche i radicali di Più Europa, non ci sarebbe più limite all’eterogeneità.

Eppure, un’iniziativa programmatica adeguata ai tempi credo dovrebbe costituire la prima e maggiore preoccupazione per tutti coloro che in una fantastica varietà delle forme organizzative, che va oltre ogni immaginazione, si richiamano al Popolarismo. Tenendo ben presente che nel centro che c’è, i Popolari, nelle loro varie declinazioni, si collocano nel retrobottega, nel back office, del Centro in quanto non risultano ancora visibili alla massa dell’elettorato.

Solo sulla base di una significativa elaborazione progettuale e di una iniziativa politica condotta sulle priorità del nostro tempo si potrà ambire a rendere il centro un interlocutore significativo ancorché scomodo per i poli opposti di destra e di sinistra. E in particolare contrastare con precise ragioni nel merito l’avventurosa alleanza tra PD e Movimento Cinque Stelle, rilanciata dalle regionali sarde. Il futuro, il complicato futuro che attende l’Europa sarà di chi lo interpreta, cercando di gestirlo anziché lasciarsi trascinare verso sviluppi considerati da troppi ormai inevitabili.

Il premierato non è la risposta al malessere della democrazia

foto IPP/spgr roma 19-09-2023 cerimonia per il 75° anniversario dell'entrata in vigore della Costituzione nella foto un momento della cerimonia nell'Aula di Montecitorio - camera dei deputati

Il premierato in versione italiana potrebbe portarci a una versione – ristretta – della democrazia e potenzialmente illiberale se non si affrontano e risolvono altre questioni strettamente connesse. Innanzitutto occorre considerare che la partecipazione al voto è sempre più ridotta e che quindi i vincitori elettorali hanno margini di consenso reale nel paese sempre più marginali. I motivi della disaffezione sono vari e vanno affrontati prima di attribuire ai vincenti di turno ancor più poteri. In queste considerazioni occorre includere che il tasso di democraticità dei partiti è scarso. I vertici sono in mano a poche persone difficilmente scalzabili in quanto veri congressi elettivi sono ormai fattori rari, in genere la leadership è determinata da rapporti di forza correntizi avallati poi da convention plebiscitarie (il Pd fa ancora eccezione). A questo va aggiunto che con questo sistema elettorale (con liste bloccate) i parlamentari non sono eletti dai cittadini ma imposti dai segretari che dispongono delle liste usualmente in base a criteri di fedeltà e spartizione correntizia. 

Se non si cambia il sistema tornando alle possibilità di preferenza, nella bieca sostanza i vertici di partito scelgono i parlamentari i quali più che al bene del paese vengono vincolati al bene del partito e capo. Se quindi dovessimo aggiungere l’elezione diretta del premier il quale e’ anche a capo di un partito avremmo, per somma delle condizioni fin qui esposte, poche persone (i leader di partito) con in mano il parlamento e i poteri di governo. Checché si cerchi di negare è poi innegabile che l’elezione diretta del premier tolga peso sostanziale al Presidente della Repubblica e al parlamento. È questo il vero grave vulnus della riforma, chiunque abbia un minimo di cognizione politica non può ignorare il punto centrale: una istituzione che deriva la sua legittimazione dal Parlamento posta a confronto con un’altra istituzione legittimata dal corpo elettorale è paragonabile a un pallone sgonfiato.

Questa riforma va a minare proprio l’autorevolezza di cui finora ha goduto il Presidente della Repubblica in quella funzione di equilibrio e garanzia che esercita attraverso atti formali e informali. Al primo scontro il premier addurrebbe a proprio vantaggio il peso politico che gli viene attribuito direttamente dal popolo, lo sappiamo, ed è ipocrita cercare di smentirlo. Si vuole poi eliminare la possibilità che in caso di crisi il capo dello stato possa suggerire alle camere un governo “tecnico” (norma antiribaltone), una grave limitazione dei poteri di manovra del presidente ma soprattutto una grave limitazione del bene del paese in contesti di crisi. Ad esempio con norme del genere non avremmo potuto avere un governo Draghi che invece e’ stato provvidenziale in un momento di grave crisi. 

Un governo deve essere al servizio del paese, certamente un paese non deve essere a disposizione di un governo.

In generale occorre avvertire che quando personaggi politici propongono la formula “date più potere a me per averlo voi” c’è il rischio – dell’inganno – per il popolo perché, chi si prende più potere, poi non è detto che lo restituisca. Il potere del popolo è al sicuro se consegnato al parlamento che lo rappresenta e se questo è libero con poteri e margini di manovra. Il potere del popolo è garantito se può scegliere i suoi rappresentanti. A dir la verità poi pare che molti esponenti politici più che ad ampliare il consenso elettorale siano più interessati a mantenere e aumentare il potere acquisito modificando le regole, ma questo è un altro discorso che ci rimanda alla qualità della classe dirigente. Occorre inoltre considerare che ogni paese, ogni popolo, ha la sua storia e cultura democratica e in questo senso sono inutili scopiazzamenti di altre nazioni. Certamente si possono introdurre correttivi per garantire maggiore stabilità e poteri dell’esecutivo. Il cancelleriato tedesco offe validi spunti. Occorre affrontare in primis la democraticità dei partiti, magari con una legge auspicata già nella costituente, e del sistema elettorale. I ruolo e poteri del presidente del consiglio saranno quindi meglio definibili se compensati nel sistema di poteri e contropoteri della sistema istituzionale. Siamo un paese democratico, cerchiamo di restarlo.

Manganelli e sacerdoti, qualcosa non va: un mondo alla rovescia?

I fatti di cronaca corrono via per dare spazio a ciò che di altro accadrà. Le manganellate di qualche giorno fa della Polizia contro un gruppo di studenti, che protestavano per la guerra in Palestina, perderanno presto campo. 

Se n’è avuto un sussulto per l’intervento del Presidente della Repubblica durante il passaggio elettorale in Sardegna, ma siamo già all’ormai passato.

Ciò malgrado, della repressione se ne è parlato in lungo e in largo come un episodio clamoroso, tale da suscitare scalpore. Qualche manifestante si è preso delle bastonate in testa e ne è rimasto ferito. Ciò è male. 

Eppure, per dare giusta dimensione all’episodio, non vanno dimenticate le proteste studentesche dal ’68 in poi. In quel tempo ogni giorno correvano cariche dei “Celerini” e cortei da ogni parte del nostro Paese. 

Scontri di tutt’altro rilievo contro studenti e operai, i lacrimogeni erano più numerosi dei segnali stradali; catene, bastoni, fionde, sassi e quant’altro ancora erano ogni giorno strumenti di un confronto continuo tra i rappresentanti delle forze dell’ordine e quelli che si opponevano ad un mondo che volevano cambiare. Si è andati avanti così per anni.

Questa volta si ha l’impressione che i giornali, a corto di effettivo sgomento per quanto accade a Gaza e dintorni, abbiano marcato l’attenzione per un fatto che non presenta alcun motivo di particolare stupore. 

Scaramucce e botte in questi casi ce ne sono spesso stati e non se ne vede la meraviglia e la mobilitazione, l’indignazione ed ancora i sentimenti di condanna, quasi che fosse la prima volta un fatto del genere.

Una storia di divertente fantasia, forse con una punta di piede nella realtà – c’è da diffidare quasi del tutto – racconta che il manganello sia stato inventato diversi secoli fa dal comandante della polizia borbonica tal Gennarino Pio Esposito, chiamato appunto “Manganello”, che avrebbe ottenuto un posto di lavoro, sviando furbescamente da un altro parte il vero vincitore del concorso, un certo Nello. Dicendo che “Manga Nello”, Esposito avrebbe avuto partita vinta.

Più seriamente, il manganello porta subito alla memoria il bastone usato dalle squadre fasciste e giocando con i contrari avrebbe come suo opposto l’accarezzio. 

È comunque il diminutivo corrente di mangano, un torchio usato per stirare a caldo i tessuti e svaporarli. Con le teste calde ci sarebbe appunto bisogno di sbollentarne gli spiriti. È questo il timore che deve aver evidentemente attraversato i leader politici, soprattutto dell’opposizione, che paventano una inaccettabile repressione dei diritti civili.

Nel tumulto dei fatti recenti è sfuggita una notizia che avrebbe meritato davvero la ribalta e che avrebbe dovuto ribaltare la scaletta dei commenti sui media di maggiore spessore.

Don Maurizio Patriciello, il noto parroco di Caivano, ha denunciato l’abbandono della Chiesa e dell’oratorio da parte dei suoi fedeli. Gira la voce che sia lui il responsabile dei 254 appartamenti oggetto di sfratto nella nota zona 167, un bronx dove molte famiglie malavitose dettano legge e sono allarmate dai primi effetti del “decreto Caivano”, che prevede il recupero di quell’area epurandolo da presenze delinquenziali.

Dunque, si impedirebbe, con atti di intimidazione ai fedeli, di poter vivere la loro pratica di credenti; correrebbe, sottile, un monito a non accostarsi nella chiesa del nostro sacerdote, un passaparola volto a strangolare quella di un pulpito che irrita camorra e consimili. Siamo in Italia e non in El Salvador dove è stato ammazzato monsignor Romero.

A Roma, la capitale d’Italia, Don Antonio Coluccia è costretto a girare con scorta armata. Gira per le piazze della droga per indicare alle vittime un percorso di recupero. Così gliel’hanno giurata. 

A Don Pino Puglisi hanno già chiuso la bocca. In Calabria, Don Felice Palamara, il Parroco di Pennaconi, ha rischiato di bere della candeggina al posto del vino utilizzato per la celebrazione della Santa Messa. Qualcuno ha provveduto alla sostituzione sperando di lavare per sempre dalla bocca del sacerdote le parole di legalità, giustizia e libertà. Anche lui oggetto di attenzioni da parte della ‘Ndrangheta che si era limitata fino ad oggi a minacce e danneggiamenti della sua auto.

La sicurezza è la mancanza di cura, cioè di preoccupazioni. Ci sono priorità che non possono essere smentite dai giornali e dai notiziari. C’è da essere in ansia per una chiesa dove ad un sacerdote stanno fisicamente rubando la sua comunità, mentre altri rischiano la pelle per un abito che indossano e le parole che dicono.

“Sbatti il mostro in prima pagina” è il titolo di un film di tempo fa. Così, occorre badare noi per primi a non passare ad altre notizie, di secondo piano, trascurando quelle che devono allarmare costantemente le nostre coscienze. Al “Don” che precede il nome di ogni padrino di mafia, possiamo opporre altri “Don” che ogni giorno rischiano la pelle per svegliarci, con il “din don dan” delle loro campane, dalla nostra capacità di abitudine al male.

È tempo di Quaresima, l’ora di una riflessione.

L’aborto nella costituzione, la deriva del modello francese.

Libertà, libertà: quanti delitti si commettono in tuo nome!

Nel riflettere sul recente voto dell’Assemblée Nationale (la Camera dei deputati francese), a favore dell’introduzione del “diritto” all’aborto nella Costituzione, il pensiero torna inevitabilmente alla celebre frase pronunciata dalla girondina Madame Roland mentre veniva condotta alla ghigliottina.

Nel corso di meno di 50 anni, l’aborto volontario, catalogato come criminoso nei manuali di ostetricia e ginecologia allora in uso nelle università italiane, nella comunicazione corrente è stato progressivamente ridefinito come scelta sofferta da depenalizzare, libera scelta da sostenere e tutelare, diritto de facto con conseguenti censure dell’Europa verso gli Stati che ancora ponessero qualche limitazione, diritto scritto nelle leggi di molti Paesi. Nessuno, tuttavia, aveva ancora pensato di inserire l’aborto tra i diritti costituzionalmente garantiti.

Altre volte nella storia si era prodotto un disallineamento tra diritti degli esseri umani (non necessariamente considerati persone) e diritti civili dei cittadini. Basti pensare che ancora nel 1857 la Corte Suprema degli Stati Uniti poteva ribadire che gli esseri umani di pelle nera non erano persone e non godevano dei diritti dei cittadini.

Oggi la discriminazione torna a realizzarsi con l’aborto volontario per l’embrione e il feto, esseri umani in uno stadio di sviluppo che, se non interrotto nella sua continuità, lo porterà a diventare neonato, bambino, ragazzo, adulto, vecchio. Torna con l’eugenetica della selezione embrionaria. Torna drammaticamente con l’eutanasia post natale del protocollo di Groeningen. Torna con la negazione delle cure per i bambini inguaribili imposta dalle sentenze dei tribunali inglesi.

Ma può la morte del più debole essere addirittura inserita nella costituzione di un paese democratico? Non è questa la perversione ultima della libertà? Non è il crimine della libertà a cui faceva riferimento Madame Roland mentre veniva condotta al patibolo?

Non stupisce che l’aborto nella costituzione francese sia fortemente voluto dal presidente Macron, condizionato dall’ideologia “repubblicana” di derivazione rivoluzionaria e massonica, impegnato per di più nel tentativo di recupero (a costo zero) di consensi in forte calo.  Stupisce semmai l’ampiezza del voto a favore della modifica costituzionale: 493 sì e solo 30 no, un divario che segnala lo smarrimento di ogni buon senso, prima ancora che di ogni valore. Una maggioranza “bulgara” del 94 % a favore del provvedimento, testimonia in modo drammatico lo strapotere dei diritti civili sull’etica dei diritti umani, uno strapotere facilmente trasferibile in altri contesti e che segnala ancora una volta il prevalere allarmante di quella che Papa Francesco ha definito la cultura dello scarto.

In Francia la parola passa ora al Senato, anche se con scarse possibilità di un soprassalto di etica e di un ripensamento del buon senso.

Inutile nascondersi che in Italia andiamo purtroppo nella stessa direzione.

La ricostruzione dell’umano incomincia qui da noi dalla applicazione delle parti volutamente oscurate e nei fatti cancellate della legge 194/1978. Si tratta semplicemente di sostenere dalla violenza di un aborto non desiderato le tante donne che ne farebbero a volentieri a meno se sostenute economicamente, psicologicamente, socialmente, legalmente, spiritualmente. Si tratta di promuovere e proporre davvero le alternative all’aborto che la stessa 194 prevede, attivando una rete di solidarietà e di prevenzione che, se non un ideale di giustizia, almeno la bomba della denatalità dovrebbe suggerire di applicare ed estendere.

Per noi cristiani si tratta di non desistere dalla responsabilità per la costruzione di un nuovo umanesimo che grava sulle nostre spalle, annunciando che ogni vita umana, anche quella più fragile è un dono prezioso.

 

Gian Luigi Gigli

Deputato nella XVII Legislatura

Già direttore della Clinica neurologica universitaria di Udine

Già Direttore della Clinica Neurologica universitaria di UdineGià Direttore della Clinica Neurologica universitaria di Udine

Deputato nella XVII Legislatura

Già Direttore della Clinica Neurologica universitaria di UdineDeputato nella XVII Legislatura

Già Direttore della Clinica Neurologica universitaria di Udine

 

Novità? Renzi rilancia dopo il voto della Sardegna.

Nel giro di poche ore il dibattito politico ha preso una piega inaspettata. Si benedice da più parti l’ammucchiata per vincere contro la destra. Tuttavia, a differenza di Calenda, Renzi non enfatizza la necessità dell’alleanza a tutto campo – e poco importa che questo campo sia largo come dice il Pd o giusto come precisa il M5S – nelle elezioni regionali. Nel ragionamento di Calenda irrompe un’indizio di inutile sbrigatività, perché l’osservazione sul sistema maggioritario a turno unico, penalizzante le liste autonome rispetto ai due schieramenti contrapposti, si presta a una interpretazione spiacevole: dietro una semplice constatazione avanza lo spettro della resa alla ineluttabilità di un neo-frontismo riammodernato. In questo modo si favorisce lo scivolamento del Pd nella palude del sinistrismo e si regala spazio alla destra quale unico sbarramento all’avanzata dei barbari. Anche le aperture di Conte, per il quale si discute con tutti (v. Calenda) a patto di non incorrere in conflitti d’interesse (v. Renzi), allungano un’ombra di strumentalità a tutto danno del profilo antipopulista che il leader di Azione ha sempre tenuto a rivendicare.

Calenda, ancora una volta, ha agito d’istinto. Ebbene, proprio l’intempestività dell’uscita, unitamente alla sua implicità ambivalenza, accresce il rischio di una percezione negativa da parte della pubblica opinione. Con quali conseguenze in vista delle elezioni europee, è facile da prevedere.

Diversa, appunto, l’analisi di Renzi. Il risultato della Sardegna non deve spingere a conclusioni affrettate. “C’è una sconfitta clamorosa – dice l’ex premier – di una donna, Giorgia Meloni, che ha voluto umiliare i suoi alleati, scegliendo un candidato, Truzzu, arrivato con 18-19 punti sotto la Todde a Cagliari, città che lui amministra. Quindi, da questo punto di vista la sconfitta è chiara”. E poi ha aggiunto: “C’è una vittoria oggettiva dell’asse Pd-M5S che, credo, adesso si rafforzerà moltissimo. Questo per noi è un’ottima notizia perché apre uno spazio, molto difficile da gestire alle regionali dove si vota a turno secco, ma interessante per chi non vuole l’Italia dei manganelli della destra e non vuole l’Italia dei sussidi del Movimento 5 Stelle. Dunque, ha concluso, “il Pd si grillizza, la destra si estremizza, e ciò libera per le europee uno spazio straordinario al centro”.

Non si può negare come nel ristagno di argomenti viziosi emerga con questo discorso un’intenzione coraggiosa e impegnativa, per la quale ogni passaggio e ogni accortezza risulteranno decisivi, per non ridurre l’ambizione di quel che potremmo definire “progressismo di centro” una formula insipida, fatalmente erosa dal mero gioco di posizionamento. Un di più di passione e rigore è quanto serve, se si fa sul serio, per dare senso alla sfida. 

Decolla l’alleanza populista. Dov’è finito il Centro?

Il risultato della Sardegna è ormai abbastanza evidente. Al di là delle tifoserie partigiane, degli errori plateali della coalizione di centro destra e del sempreverde “fuoco amico” che ha puntualmente cecchinato il candidato imposto dalla Premier Meloni a Presidente, emergono almeno due dati politici che non possono essere sottovalutati o, peggio ancora, aggirati.

Innanzitutto la vittoria della pasdaran grillina Todde rilancia l’alleanza politica, organica e strutturale, tra il partito populista per eccellenza dei 5 Stelle e la sinistra massimalista e radicale della Schlein. Piaccia o non piaccia questo è un tassello politico che si impone a partire proprio

dal voto sardo. Del resto, questa era e resta la volontà concreta di quelle due leadership politiche.

Ovvero, una grande alleanza populista e radicale tra due sinistre massimaliste che coltivano l’obiettivo di radicalizzare lo scontro politico sino in fondo e senza alcun arretramento. Un disegno politico, del resto, perfettamente speculare al volgare sovranismo della Lega salviniana e di alcuni settori oltranzisti della destra di Fratelli d’Italia. Certo, si tratta di una prospettiva drammatica sotto il profilo democratico che rischia di esporre il nostro paese ad una prospettiva agghiacciante.

Basti pensare al confronto sul ruolo e la stessa “mission” della Polizia di Stato di questi ultimi giorni per rendersene conto. Sembra di essere tornati, anche nel lessico, alla metà degli anni ‘70 dove da un lato si sostiene ormai apertamente la presenza di un regime politico repressivo alla cilena simile ai paesi dittatoriali dell’America Latina e, dall’altro, si registra un modello che mal sopporta il dissenso. Una sorta, appunto, di sub cultura degli “opposti estremismi” che fa regredire la storia democratica del nostro paese ad una stagione che fosse ormai definitivamente archiviata.

In secondo luogo le forze centriste. Anche qui ci troviamo di fronte ad un sostanziale paradosso.

Ovvero, come si può, oggi, sostenere la tesi che il Centro nel nostro paese, sempre più utile ed indispensabile di fronte ad una violenta radicalizzazione del conflitto politico, non si unisca in un un patto federativo o in una alleanza compatta e visibile? Com’è pensabile di battere questo “bipopulismo” rirproponendo una divisione cronica ed improduttiva tra i vari attori politici principali?

Può, detto in altri termini, decollare una progetto politico quando i suoi principali protagonisti sono radicalmente contrapposti e l’un contro l’altro armati? Perché, forse, adesso è arrivato il momento per dire con chiarezza se un raggruppamento centrista, moderato, riformista e di governo può realmente decollare o meno. I numeri elettorali li conosciamo e vanno letti ed approfonditi sotto il profilo politico e non meramente, se non addirittura esclusivamente, umorale.

Del resto, sarebbe perfettamente inutile denunciare gli effetti nefasti di questo bipolarismo selvaggio e poi limitarsi, forse inconsapevolmente ed indirettamente, a favorire politicamente quella sub cultura e quella deriva.

Ecco perché dopo il voto sardo, soprattutto dopo il voto sardo, è indispensabile per l’intera area centrista attivare una iniziativa politica che sia in grado di ridare un ruolo protagonistico ad un progetto che non più tardare. Pena il consolidamento di un modello politico, del tutto estraneo alla storia democratica del nostro paese, ma che per motivazioni di insipienza, o di mancanza di coraggio o di assenza di coerenza politica, rischia di consolidarlo in vista delle prossime consultazioni elettorali. Regionali e nazionali.

Un anno elettorale decisivo per il futuro delle democrazie

All’inizio del nuovo anno gli articoli che sui diversi quotidiani presentavano, come da tradizione, i temi principali che sarebbero stati all’attenzione della politica internazionale nel 2024 evidenziavano il diffuso ricorso alle urne che lo avrebbe caratterizzato. E infatti così sarà, e in parte è già avvenuto, come nel caso di quell’estesissimo paese sparso fra l’oceano Indiano e il Pacifico che è l’Indonesia.

Ciò che inoltre si faceva notare – ed è questo il punto che preme sottolineare – era il non uguale tasso di effettiva democraticità, per usare un eufemismo, che tutte queste elezioni detengono.

L’Economist ha elaborato una mappa del globo con nove differenti gradazioni di colore a indicare – nei paesi interessati quest’anno da una consultazione elettorale – proprio questo tasso, andando dalle democrazie pure a quelle in difficoltà, da nazioni in una condizione “ibrida” ai regimi autoritari. Come purtroppo sappiamo (ma forse non ne siamo sufficientemente preoccupati) i paesi del primo tipo sono minoritari e sono quasi tutti parte della cultura occidentale.

Non è allora sbagliato, anche se il tono può apparire vagamente apocalittico, affermare che questo anno (bisestile, fra l’altro!) è un test assai rilevante per verificare lo stato di salute delle democrazie nel mondo. A cominciare dalla principale.

Le presidenziali americane, il primo martedì di novembre, chiuderanno l’anno elettorale e saranno il test più importante in assoluto, al riguardo. Occorre essere netti sul punto, perché nel mondo iper-tecnologico e iper-comunicativo odierno si fa presto a dimenticare gli eventi, anche quelli di un recente passato: ma il dato è che il leader – non pentito, tutt’altro! – che il 6 gennaio di soli tre anni fa tentò di fatto un colpo di stato o quantomeno non fece nulla per impedire l’oltraggio alle sacre istituzioni democratiche degli Stati Uniti d’America e che ancora adesso sostiene, mentendo palesemente, che il vero risultato delle votazioni del 2020 fu manipolato, è nuovamente in lizza per la presidenza ed ha buone possibilità di vittoria. Al di là di ogni altra considerazione sulle cose che dice Trump nei suoi comizi, il fatto che il Partito Repubblicano – storica pietra angolare della democrazia a stelle e strisce – sia precipitato nelle mani del tycoon newyorkese testimonia plasticamente l’affaticamento della democrazia in quel grande paese.

Fra pochi giorni, invece, la nazione più grande al mondo per estensione andrà pure essa al voto presidenziale. A Mosca però si sa già chi vincerà; non si sa solo con quale percentuale. Putin avrà deciso per un clamoroso 90% o opterà per un più contenuto 75 o 80 per cento? Più baldanzoso che mai, l’uomo del Cremlino è convinto non solo di avere quasi in tasca la vittoria in Ucraina ma anche di aver iniziato con pieno successo il processo di allargamento della sfera di influenza russa nel globo, inqualificabilmente perduta con la fine dell’Unione Sovietica, evento ai suoi occhi tragico al quale vuole porre rimedio.

La vittoria in Ucraina significherebbe intimorire, per ora, poi si vedrà, i paesi baltici, la Moldavia e in generale i paesi del fu Patto di Varsavia, a maggior ragione nell’ipotesi di una vittoria di Trump, come noto assai poco ben disposto verso le nazioni europee e la NATO. In Europa Putin conta inoltre di accrescere il ruolo russo nei Balcani, ove sostiene in ogni modo i gruppi panslavi e ove ha già qualche testa di ponte in Serbia e Bosnia-Erzegovina. Sul Mediterraneo ha conquistato spazi strategici sia a est, in Siria, sia al centro, in Libia, dove progetta di costruire una imponente base navale. In Africa sta acquisendo peso e spazi in tutta la fascia del Sahel, strategica per gestire il fenomeno migratorio che tanto assilla la UE. In Asia ha stretto legami militari con il regime della Corea del Nord, che lo rifornisce di munizioni da spendere in Ucraina, e con l’Iran, che lo alimenta di droni e missili. Con la Cina ha stabilito un rapporto di grande “amicizia” che maschera l’effettiva sudditanza al Dragone, un prezzo che però oggi deve pagare ma che gli assicura un sostegno politico importante, ancorché prudente, in sede ONU e non solo. E da ultimo anche nell’America Latina, più precisamente nel Venezuela ricco di petrolio, Putin ha instaurato un consolidato rapporto foriero di possibili sviluppi futuri, come la vicenda della Guyana, su cui Caracas ha posato gli occhi e non solo, potrebbe testimoniare a breve.

Fra il marzo russo e il novembre statunitense si collocheranno le elezioni indiane e quelle per il Parlamento europeo. Si usa dire che quella indiana è la più grande democrazia del mondo. Ed è vero, poiché si sta parlando del paese, un sub-continente addirittura, più popoloso del pianeta, avendo da poco superato la Cina. Le elezioni parlamentari indiane si celebrano però in un clima che non assicura al cento per cento un confronto perfettamente democratico. Qualche tendenza autocratica la lunga presidenza Modi e il dominio del suo partito la sta mostrando, ad esempio in tema di rispetto delle confessioni religiose estranee all’induismo dominante. Sono stati inoltre in questi anni accentuati i toni nazionalistici con modalità comunicative vagamente preoccupanti. 

L’India è fondamentale per i futuri assetti mondiali, e la sua contemporanea appartenenza al progetto BRICS plus del Global South a guida cinese, con la partecipazione russa, e all’accordo militare QUAD con Stati Uniti, Australia e Giappone per il controllo dell’Oceano Indiano e la sua protezione da possibili espansionismi cinesi già di fatto enunciati tramite la Belt & Road Initiative, lascia aperta ogni ipotesi per il futuro, con un grado di ambiguità che un po’ insospettisce gli occidentali.

Infine, il voto per Strasburgo. Sappiamo bene quali sono i limiti dell’Unione e la crescente importanza della geopolitica li dimostra tutti. La partita che si gioca è però esattamente questa: superarli, con una politica estera e di difesa comune ai Ventisette e in prospettiva a nuovi partner, dalla martoriata Ucraina, alla Moldavia, ai paesi balcanici. E con il passaggio al voto a maggioranza sui dossier più rilevanti, oggi perennemente a rischio di boicottaggio anche solo con un “no” di un qualsiasi paese. Ma per poter non dico procedere, ma anche solo decidere di procedere occorre un risultato elettorale che premi le forze politiche sia dello schieramento moderato sia di quello progressista aventi sincera vocazione europeista.

La vittoria dei partiti sovranisti o addirittura di estrema destra, o comunque un loro significativo successo in termini percentuali, segnerebbe un indebolimento forse definitivo del progetto federalista. Con grande soddisfazione di Putin. E di tutti gli altri autocrati sparsi per il globo.

Luca Attanasio, un martire italiano nell’Africa tormentata.

Il 21 febbraio del 2021, Luca Attanasio (Ambasciatore italiano presso la Repubblica Democratica del Congo), veniva ucciso durante una missione umanitaria all’interno del territorio congolese. 

Sino a quella drammatica giornata, Luca aveva vissuto la sua esperienza professionale fuori dalla notorietà e nell’ambito delle attribuzioni proprie della diplomazia del nostro Paese. La sua fine violenta ha fatto improvvisamente emergere due aspetti indelebili dell’esperienza dell’ambasciatore Attanasio: come un uomo delle Istituzioni possa essere esempio di dedizione al ruolo fuori dalla ribalta mediatica; come un servitore dello Stato scelga, attraverso il suo lavoro e le sue responsabilità, di essere al servizio degli ultimi, della pace e dell’Italia. 

Negli anni in cui alcune forme di retorica nazionalista e sovranista presentano un modo di affermare l’italianità attraverso comportamenti intolleranti ed emarginanti verso l’altro, la morte di un giovane ambasciatore della Repubblica Italiana, così come la mobilitazione della popolazione di Cutro e di altri territori a favore di migranti naufraghi, hanno mostrato a tutti un’altra immagine dell’essere italiani nei nostri confini e nel mondo. 

La stessa famiglia creata da Luca con sua moglie Zakia è stato ed è un modello di inclusione.

Tante sono state le iniziative di solidarietà, accoglienza e cura del prossimo, sorte in suo nome, a partire dalla Fondazione Mama Sofia. 

Una rete erede anche dell’esperienza cattolica di Luca Attanasio, dapprima vissuta nella comunità della cittadina di Limbiate, dove ha frequentato assiduamente la Parrocchia locale, e successivamente nella complessità dell’impegno di diplomatico.

Significativo è stato poi l’omaggio dello Speciale TG1 di domenica scorsa nel ricordo di quest’uomo, attraverso proprio la testimonianza della moglie nel documentario Broken Dream di Imma Vitelli. Adesso infatti è Zakia a garantire la continuità dell’idea della vita e dei valori espressi da Attanasio. Ritroviamo l’estensione di questa concezione della centralità della persona di Luca, proprio quando lo scorso anno, di fonte a una possibile sentenza estrema del Tribunale congolese nei confronti degli esecutori dell’uccisione del nostro ambasciatore, del carabiniere Iacovacci e dell’accompagnatore locale Milambo, la moglie fece un appello per evitare il ricorso alla pena capitale per gli imputati dell’omicidio del marito: “Luca non avrebbe mai voluto. Credo nelle istituzioni, vogliamo solo giustizia. La chiedono l’Italia, il Congo, il mondo. La verità arriverà“. Un appello che va oltre la pena di morte e guarda all’Africa come il grande continente che ha bisogno delle attenzioni della comunità internazionale per promuovere un suo sviluppo e non come terreno di scontro tra potenze e tra poteri.

A tre anni di distanza da quel 21 febbraio 2021, l’eredità spirituale e valoriale di Luca Attanasio dovrà essere punto di riferimento non solo per chi lo ha conosciuto e lo ha apprezzato nella quotidianità, ma di tutto il nostro Paese.

Il Presidente Mattarella, nel consegnare a dicembre 2021 l’onorificenza di Gran Croce d’Onore dell’Ordine della Stella d’Italia alla memoria dell’Ambasciatore Luca Attanasio, ha riferito al Paese il lascito del giovane Ambasciatore di Limbiate: “Ha messo l’italianità al servizio dell’umanità” e ancora “Mai come in questo caso è meritata, perché davvero rimane un punto di riferimento emblematico per quanto riguarda il modo in cui si interpreta il ruolo della diplomazia, delle Istituzioni, dell’azione pubblica”.

Starà al Paese e ai suoi cittadini non dimenticare la testimonianza di un giovane ambasciatore italiano di 43 anni, ucciso mentre si recava in missione umanitaria per assistere giovani bambini congolesi.

Sardegna, la regina Cleopatra delude Cesare.

La regina Meloni-Cleopatra s’è fermata al porto di Cagliari. Brutta vicenda, per lei. Com’è noto la Sardegna fa storia a sè nell’Impero di Cesare, ama scegliere i suoi governanti senza i suggerimenti dei suoi pretoriani e riserva sempre sorprese. Avendo capito troppo tardi che i suoi uomini stavano combinando un pasticciaccio, la regina è arrivata nell’isola e, per farla breve, ha detto: “Votate me che sto dietro a tutto ciò, garantisco io e questo basti”. 

Ma tant’è, i sardi sono andati a votare con il broncio e si sono comportati da par loro: quelli che hanno conosciuto il prescelto dalla ciurma (non una grande promessa della politica, ma certo un fedelissimo della regina) non lo hanno votato, assicurando il consenso al “gruppo” pur con incerta fedeltà. A votarlo sono rimasti quelli che non lo hanno conosciuto.

Però, siccome all’inizio il prescelto apparteneva al gruppo di uno dei due ufficiali di plancia di Cleopatra, quello meno diplomatico e in perenne ricerca di visibilità, il successivo cambio con un fedelissimo della regina ha portato ad un visibile rancore (stato dell’animo pericolosissimo in terra sarda), nonché ad una sottile e fredda vendetta. Che si è manifestata nel conteggio finale: più voti alla coalizione e meno voti al prescelto (tradotto: “non ci piace, punto e basta”). 

Gli altri, ovvero gli avversari, hanno goduto alla vista di una regina impegnata a passeggiare nervosamente in attesa di un risultato, certo non degno della “grande politica” che Cesare le ha affidato. Allora, le sono frullati in testa dei pensieri, e pensieri nient’affatto gentili: dovrà decidersi a buttare giù dalla barca quelli che sono divenuti zavorra e quelli saliti all’ultimo momento, senza carta d’imbarco. 

Quanto ai due ufficiali di plancia (il rissoso alla ricerca delle luci della ribalta e l’inconsistente diplomatico, prodigo di idee non richieste), beh… come si dice…non vorrei essere al loro posto. Li terrà per convenienza ancora nell’equipaggio, ma forse mediterà un’atroce punizione egiziana, mirando al cuore delle loro brame di potere e di conquista. La regina, si sa, non ha amici ma solo sudditi e nemici.