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Il populismo contraddice malamente una potenziale alternativa di governo

L’alleanza con le forze populiste – e quindi demagogiche, anti politiche, qualunquiste e pauperiste – non è compatibile con i partiti e i movimenti politici che fanno della cifra riformista, democratica e di governo la loro ragion d’essere. Fuor di metafora, com’è possibile costruire nel nostro paese un’alleanza politica e di governo con il partito populista per eccellenza, cioè i 5 Stelle? Perché, al di là della propaganda e della logica del pallottoliere, c’è una sola ragione che può spiegare una prospettiva comune con il partito di Grillo e di Conte. Ovvero, la condivisione dei medesimi valori culturali ed ideali da un lato e la convergenza politica e programmatica dall’altro. E, del resto, il capo dei 5 Stelle Conte da un lato e la segretaria del Pd Schlein dall’altro sono accomunati da un universo valoriale sufficientemente omogeneo e, soprattutto, perseguono il medesimo disegno politico. E la conferma arriva puntuale da come affrontano i principali temi in cima all’agenda politica del paese.

Certo, esiste una differenza, più di metodo che di merito, però. Il partito populista per eccellenza, cioè i 5 Stelle, non avendo una cultura politica di fondo alle spalle perché vive, appunto, all’insegna della demolizione di tutto ciò che è anche solo vagamente riconducibile al passato, individua nel trasformismo politico e nell’opportunismo parlamentare i due caposaldi costitutivi attorno ai quali si muove con facilità e disinvoltura. Non esiste tema, infatti, dove i 5 Stelle possano assumere una posizione netta, e lungimirante. Soprattutto in politica estera ma anche sui temi più difficili e controversi come, ad esempio, la gestione concreta dell’immigrazione e dei relativi flussi. Per citare una bella ed efficace espressione di Sandro Fontana di molti anni fa, “sono capaci, capacissimi, capaci di tutto”.
Ora, è persin inutile fare polemiche gratuite con le forze populiste e anti politiche. Perché, del resto, politicamente vivono e sopravvivono solo se dispiegano sino in fondo la loro “ideologia” populista che, come tutti sanno, è semplicemente alternativa rispetto a qualsiasi canone riconducibile ai criteri tradizionali della politica italiana. Come sia possibile immaginare di costruire una solida e credibile prospettiva politica con una forza populista del tutto priva di qualsiasi cultura di governo e disciplinata da una prassi smaccatamente trasformistica, nonchè priva di un seppur minimo riferimento culturale, resta un mistero. Fuorchè la logica di fondo sia solo quella di ispirarsi alla sub cultura del pallottoliere. E cioè, costruire una “santa alleanza” contro il nemico giurato e da radere politicamente al suolo perché individuato, secondo la vulgata principale, come un costante pericolo per la nostra democrazia, per conservare lo stato di diritto, per conservare la libertà, contro ogni svolta autoritaria e amenità varie. Una tesi, questa, cara alla segretaria del Pd Schlein oltre, come ovvio, ad una sostanziale convergenza culturale con il partito di Grillo e di Conte.
Dopodichè, la natura populista caratterizza anche altre formazioni politiche sul versante opposto. Basti pensare alla Lega salviniana e al suo comportamento concreto per arrivare alla facile conclusione che questa deriva profondamente anti democratica e anti costituzionale continua ad essere, purtroppo, trasversale e presente in entrambi gli schieramenti maggioritari.

Ecco perché, di conseguenza, è compito di tutte le forze democratiche e, soprattutto, delle culture politiche storicamente alternative ad ogni deriva populista e qualunquista – a cominciare dalle forze centriste e dalla cultura cattolico popolare e sociale – arginare questo fenomeno e, al contempo, cerare le condizioni per un ritorno ad un confronto politico normale e fisiologico. E cioè, senza farsi condizionare e, tantomeno, senza stringere alleanze con forze populiste, qualunquiste e squisitamente anti politiche.

Inquietudine a destra: beata letargia e stupidità di ben pensanti.

Se avete tempo e volete dedicare un pomeriggio a voi stessi, prendete un po’ di coraggio e leggete Il trionfo della stupidità di Farrachi, qualche spunto per comprendere cosa passa nella testa di Cleopatra/Meloni e tutti i suoi lo trovate e vale i 12 euro che spenderete per acquistarlo. Non lasciatevi ingannare dal titolo, leggerlo richiede un certo impegno, ma se non altro capirete molto se siete tra coloro che entusiasti avete sperato in lei e ancora ci sperate, ma anche se siete delusi avrete motivi per ragionare sul fatto che la speranza era mal riposta o se forse ci potrà essere una ripresa. Se siete tra coloro che nutrivano una sfiducia profonda, avrete molti motivi per alimentare il vostro pessimismo sull’ascesa della Cleopatra/Meloni e sulla durata dell’incarico, ma soprattutto capirete quali circostanze hanno indotto il potente augusto Cesare ad affidargli la condotta di una parte dell’Impero. Ma mancherà la possibilità di entusiasmarsi per il nuovo, tutto era già scritto, nella beata letargia dei ben pensanti.

Dopo l’effetto sorpresa del salto mortale del lancio della riforma delle Istituzioni dell’Impero, i cittadini sono tornati quieti alle occupazioni di sempre, e la riforma è rimasta affare dei tecnici e con un generale “ce ne occuperemo quanto sarà il momento”, tutti sono precipitati nella beata letargia con la quale non ci si occupa del futuro prossimo: bisogna coltivare il disinteresse per il futuro e coltivare invece una sana attenzione per il presente. In parte questo disinteresse era uno degli effetti desiderati ovvero distrarre quel tanto sufficiente a non far scattare la molla dell’ira di piazza. Tuttavia Meloni/Cleopatra non ha considerato che l’effetto del disinteresse per il futuro può portare con sé anche che la riduzione dell’attenzione per le cose presenti a cui lei tanto tiene. Si affanna nella perigliosa navigazione a far sentire il suo impegno, il suo sforzo quotidiano per l’impresa di portare a casa soltanto risultati positivi (banditi quelli negativi che sono ascritti tutti alle precedenti gestioni), ma l’Impero sembra essere volto altrove e la solitudine al comando si fa sentire. E non aiutano i primi ufficiali di bordo interessati a distinguersi dal capo e intenti più alle proprie posizioni che al gioco di squadra del risultato condiviso. E così dopo tanto affanno i risultati sono modesti e non spendibili come esempi negli altri Stati dell’impero.
Partita un anno fa con speranze e stiva piena, si ritrova ora con la stiva dimezzata e le speranze diminuite. L’orizzonte del successo duraturo si fa sempre più lontano ma non irraggiungibile, serve metodo e disciplina, ma qui tra i suoi sulla barca e quelli a terra c’è il caos; sgomitate per visibilità, imbarazzanti uscite pubbliche, scarsa coesione con gli alleati, frenesia legislativa, gaffeur in libera uscita, famigli e famigliari in ogni dove, leadership in leggero costante scivolamento, logoramento della percettibilità della autorevolezza del governo in carica. Non un bel quadro. Ma la tenacia è una dote ed è possibile che si riveli anche una risorsa se non fosse accompagnata dalla stupidità diffusa nei tempi nostri di cui parla appunto Farrachi.

La stupidità, dice Farrachi, porta in evidenza quella parte di “bestialità” dell’essere umano che si manifesta nella “mancanza di intelligenza, di ragionamento, di logica, di senso critico e di umorismo, difficoltà a stabilire collegamenti, cogliere le sottigliezze e andare oltre i pregiudizi, assenza di riferimenti dovuta all’incultura all’ignoranza, incapacità di giudicare, riflettere, valutare una situazione e le sue conseguenze, propensione alla gaffe , alla confusione…”: un elenco che non solo scoraggia ma rende chiaro che molti dei nostri giovani stanno in questo coacervo di stupidità diffusa. E guardando meglio, e senza pregiudizio alcuno, buona parte della variegata e chiassosa compagine della Meloni. Ma ciò che stupisce non è tanto la stupidità individuale, sempre esistita quanto “l’istupidimento del mondo preso nella sua evoluzione globale, quello di una società un tempo più illuminata che a poco a poco scema nella confusione mentale come il giorno scema poco a poco verso la notte”.

Così, quando si governa una parte dell’Impero per investitura di Cesare, come nel caso nostro della Cleopatra/Meloni, per quanto possa piacere il viaggiare per l’Impero tutto, in rappresentanza di Cesare, non ci si può dimenticare della parte di territorio che è stata affidata. Della amata Patria, come la chiamano in Egitto e non solo lì, che è madre e matrigna severa. Cleopatra lo sa ma lo dimentica perché della Patria non è riuscita a diventare madre. Non si identificano in lei e nel suo modo di governare le donne, anche quelle a lei più vicine, anzi c’è un senso di attesa, non proprio stile femminil/solidale, per vedere se c’è la fa davvero a superare i due anni di governo, che logorerebbe anche le nervature più robuste. Neanche per la parte uomini è diventata l’angelo del focolare da mostrare alle compagne come possibile esempio; anzi vuoi proprio per colpa del genere maschile quella potenzialità di angelo del focolare è virata nella single con prole a cui appartengono moltissime donne. Però il primo vero giro di boa si fa sempre più vicino e non è tanto l’appuntamento pre-estivo della consultazione in Europa della prossima assemblea comune, quanto la borsa davvero magra e un progetto di crescita di là da venire e tutto da fare che, nonostante le cifre roboanti, sconterà la fatica durissima di realizzarlo. Per non impegnarsi più di tanto, da fine politico, Cleopatra/Meloni ha cambiato sottilmente il lessico: per la borsa abbiamo messo e per il progetto di crescita l’uguale abbiamo messo; il verbo fare diventa sottilmente un “farete” non detto.

E tra i pretoriani di Cesare che hanno sostenuto Cleopatra/Meloni si annoverano i “ben pensanti” coloro che hanno idee giuste, generose e moderate, e sostengono il potere esercitando una critica moderata. E con loro Farrachi diventa feroce: “Si definiscono di sinistra perché sono generosi e di ampie vedute, ma al minimo rischio votano a destra, perché sono realisti, con la scusa di lottare contro il fascismo con niente di meno che un fronte repubblicano moderato e preferiscono essere eroi piuttosto che vigliacchi. Mettono in pratica il voto utile”. Ma tra costoro inizia a comparire qualche malumore, tanta fatica per investire nella moderazione non sta dando i risultati sperati. La gente non è attratta da loro e quelli con cui si sono imbarcati cominciano a guardarli con occhio storto pronti a gettarli dalla barca alla prima occasione. Non faranno in tempo a scendere di loro volontà, stavolta troppo vigliacchi per dire apertamente che si sono illusi che la regina Cleopatra poteva regnare con saggezza e pieno consenso, ma banalmente molti di loro non sanno nuotare e il mare mosso fa paura a molti. E l’immensa massa dei “non pensanti, dei “poco parlanti”, degli “zero-criticanti”, dei “non allineati” o dei “meno comprendenti”, stanno qui tutti a dimostrare che esistono correnti in tutti gli oceani, compreso quello della stupidità.

Holodomor, una tragedia che si ripete nel progetto imperialista di Putin.

[…] L’azione coercitiva dell’Unione Sovietica per espropriare l’Ucraina dei propri beni fu attuata in due periodi: dal 1929 al 1932 con le cosiddette “misure di dekulakizzazione”, atte a deprivare i kulaki dei propri appezzamenti terrieri seguendo il principio di “collettivizzazione” previsto dalla dottrina comunista e dal 1932 al 1933, imponendo misure tanto drastiche da piegare la popolazione sterminandola per fame e stenti.
I kulaki ucraini opposero una resistenza estrema, arrivando perfino a uccidere il proprio bestiame e dar fuoco alle proprie case piuttosto di cederle a Mosca. Chi non morì per fame o ucciso dalla polizia comunista venne deportato nei gulag siberiani.
Secondo una dichiarazione congiunta alle Nazioni Unite firmata nel 2003 da 25 Paesi, a causa di quella carestia artificiale imposta dal regime comunista sovietico morirono da 7 a 10 milioni di ucraini. Dichiarandoli “nemici dello Stato”, Stalin ne fece internare altri 2 milioni nei gulag.

Riconosciuto in quanto genocidio dalle principali organizzazioni internazionali (Assemblea generale delle Nazioni Unite, Consiglio d’Europa, Osce, Parlamento Europeo e Unesco) e da una ventina di singoli Stati (fra cui, da quest’anno, anche l’Italia), l’holodomor rappresenta in Ucraina una tragedia nazionale di drammatica attualità. Quasi un secolo dopo la firma di Stalin su una delle pagine più infamanti della storia dell’umanità, Putin – che ama definirsene erede, tanto da aver ordinato la costruzione di 110 monumenti in sua memoria – prova ancora a piegare con la fame e col freddo i discendenti di chi novant’anni prima Mosca non riuscì a uccidere, azzannando ancora una volta alla gola l’Ucraina per deprivarla delle sue ricchezze.
6 milioni di tonnellate di grano da Odesa, 200.000 tonnellate di carbone dalle miniere di Luhansk e Donetsk, oltre all’acciaio di Mariupol’ e le preziosissime “terre rare”, già protagoniste della transizione energetica e presenti in gran quantità nel Donbas.
Come ricorda Giuseppe Sabella, oltre a essere la seconda riserva di gas naturale del vecchio continente, in termini di risorse minerarie lo “scudo ucraino” non ha eguali in Europa e nel mondo.

Ancor peggio, lo Stato terrorista guidato da Putin ha rubato l’infanzia a 19.500 bambini, deportati illegalmente dall’Ucraina per essere “russificati”. I carnefici marchiati con la “Z” rascista ne hanno violentato le madri, ucciso i padri e distrutto le case. Ai milioni di libri ucraini che Putin ha ordinato di far bruciare per cancellare l’identità, la cultura e l’esistenza stessa d’un popolo, ne ha sostituiti altri con una Storia riscritta in modo da cancellare anche l’esistenza dell’holodomor.

90 anni dopo la dekulakizzazione imposta dal regime comunista di Stalin, la “denazificazione” ordinata da quello rascista di Putin cambia nel nome ma non nella sostanza […] Anche oggi, la Russia, erede legale del totalitarismo sovietico, non abbandona la sua retorica genocida e i tentativi, attraverso fame e freddo, di distruggere la Nazione ucraina. Un comportamento che deve essere risolutamente condannato dalla comunità internazionale, col perseguimento di tutte le persone responsabili».

Il premierato sotto le lenti dell’Associazione ex Parlamentari della Repubblica

Il nostro interesse per le questioni istituzionali deve essere più forte e deve caratterizzare un lavoro davvero collegiale.

Come sapete l’incontro del 12 dicembre, con gli ex Presidenti del Parlamento e con i costituzionalisti, serve per segnare una nostra presenza e per difendere la “rappresentanza”, la democrazia rappresentativa, e indicare un metodo di lavoro per una possibile revisione costituzionale. Serve per mettere a confronto le posizioni dei Presidenti del Parlamento e appunto dei costituzionalisti, ma non è un seminario: non dobbiamo trarre conclusioni ma mettere a punto le rispettive esperienze. All’incontro del 12 dicembre nell’Auletta dei Gruppi Parlamentari parteciperanno molti giovani che fanno parte di una Associazione legata alla tutela della Costituzione, “Alfieri della Repubblica”, e ho pensato di invitare alcune classi liceali di Roma per avere la presenza di giovanissimi, per dare loro una visione della democrazia del futuro: la Costituzione italiana deve essere ancora una speranza!.

Ci troviamo di fronte ad un fatto nuovo: la proposta del governo sul cosiddetto premierato, e interpretando il complessivo giudizio espresso da tutti voi e le vostre valutazioni, fatte anche nelle precedenti riunioni, ritengo che sia necessario porre le seguenti questioni.

Nel convegno dobbiamo rappresentare la nostra posizione, le nostre idee che sono radicate nelle nostre esperienze, magari con interrogativi retorici che debbono essere fatti proprio da noi, che abbiamo rappresentato e rappresentiamo il Parlamento: quello che era vigoroso e protagonista per i più vecchi di noi e quello meno protagonista degli ultimi anni quando la crisi cominciava ad essere più accentuata. Sono d’accordo nel preparare un documento per il convegno che dobbiamo scrivere insieme in pochi giorni con alcuni di voi che si impegneranno, per poter presentare una piattaforma di discussione appunto con tanti interrogativi.

Il nostro dibattito, ma anche quello più generale sulla stampa, che vi è stato in questi mesi ha messo in risalto la necessaria difesa del Parlamento che è la nostra stella polare, come presupposto di ogni riforma. L’incontro con gli ex presidenti del Parlamento ci farà registrare le loro valutazioni per capire l’evoluzione del Parlamento: come era prima e come è ora, ma ci fa concludere che qualsiasi riforma deve tener conto che il presidio principale in una Repubblica democratica è il Parlamento.

È per questo, che come ho fatto nelle precedenti riunioni, vi rappresento le mie idee che tengono conto dei vostri contributi per fare un quadro preciso delle problematiche che derivano dalla proposta presentata dal governo.

 

1) Ho sempre espresso perplessità e forti riserve sull’iniziativa del Governo sulla materia costituzionale.

Le questioni che attengono alle leggi delle leggi, cioè alla Costituzione, che interessano tutti i cittadini, hanno bisogno di un largo consenso: dovrebbe essere il Parlamento a fare proposte non il governo.

Il Governo ha la sua maggioranza che con gli attuali sistemi elettorali rappresenta una percentuale minima degli elettori e dei cittadini e quindi una sua proposta non può non essere di parte, dividendo il Parlamento e il Paese.

È un problema di metodo importante per lo sviluppo del dibattito dentro e fuori del Parlamento.

Nel 2016, il Presidente del Consiglio Matteo Renzi prese una iniziativa personale e propose una riforma “sua” più che del Governo, e oggi il presidente Giorgia Meloni presenta una proposta per far nascere la “terza Repubblica”, perché, nelle sue intenzioni, bisogna ribaltare la logica e soprattutto lo spirito della Costituzione del 48. In quel periodo l’arco costituzionale che dette vita alla Repubblica parlamentare escluse “il movimento sociale”, erede del fascismo, e il “Governo” ora non chiede né chiederà il confronto con l’opposizione presente in Parlamento per escludere appunto la “prima” e la “seconda Repubblica?!”.

Questa pregiudiziale deve essere tenuta presente, nel lungo periodo che ci sta davanti, per orientare la coscienza dei cittadini.

L’iniziativa del governo è quindi come nel 2016 una anomalia.

 

Per leggere il testo integrale

Forlani conobbe il potere ma si definiva un uomo normale.

Vorrei in primo luogo proporre una riflessione sul tema della memoria e del contesto storico-politico di una vita, una lunga vita al “servizio”: servizio, sì, è il caso di dire, senza quella  retorica, che  ha svuotato il migliore significato di questo termine.

1-Un servizio alla politica, quando era una questione molto seria (“Forlani ne è stato servitore e non se ne è servito” per esprimermi con la definizione utilizzata da Pier Ferdinando Casini in occasione della sua scomparsa)

2-Un servizio al partito, quando i partiti erano comunità di reali mediazioni con la società. Uomo di Partito prima che di corrente.

3-Un servizio alla società intesa come persone, istituzioni, realtà economiche produttive e di rappresentanza.

4- Infine – ed è la sintesi di questi tre aspetti – un servizio in primo luogo al Paese (definizione ancora più negletta e irrisa dalla polemica succeduta al crollo di tutti questi mondi). Identificazione della dc come “partito della nazione”, era l’identificazione con l’Italia.

“Preparazione, competenza e radicamento sul territorio” di questa politica ci sarebbe bisogno, lo facevano i grandi partiti di una volta, lo faceva la miglior Dc.

E questo giudizio è tanto più significativo se detto da chi, come me, non è mai stata democristiana e, anzi, ha simpatizzato per la sinistra.

Come storica però vorrei mettere in guardia dalle facili idealizzazioni. Noi  – e non mi riferisco solo agli storici,  e ai politici – ma proprio agli italiani, allo spirito del nostro genio nazionale oscilliamo spesso tra una idealizzazione del passato e delle figure che lo hanno attraversato da una parte e una rimozione dall’altra.

E questo lo facciamo nelle sue diverse varianti, spesso opposte alla idealizzazione, come la demonizzazione o l’insignificanza.

Dovremmo riflettere molto sull’uso della memoria, sul suo uso politico. Spesso deformante e deformato.

Perché dobbiamo imparare a “fare   memoria”, un esercizio di discernimento su ciò che rimane vivo e cosa no.

Ora lasciando a chi lo ha conosciuto o studiato una disamina ben più puntuale e più pertinente di quella che potrei fare io: mi chiedo chi era Arnaldo Forlani nel senso che dicevo prima?

Mi aveva colpito, una definizione di se stesso quando all’intervistatore (mi sembra di ricordare a Minoli) che gli chiedeva che tipo di uomo fosse rispose: “Mah io sono un uomo normale”. Il che oggi suonerebbe come una risposta ammiccante ma che in quel caso suonava sincera e approssimativamente persino reale.

Eppure Forlani fu un uomo di grande potere. Rivestendo le più alte cariche, eccetto la Presidenza ella Repubblica.  

Il Potere. Ecco un altro termine che da quella stagione ad oggi è cambiato profondamente. Assumendo via via accezioni sempre e solo negative.

Fu lui a coniare l’espressione “il potere discreto”, per una “consuetudine alla prudenza e alla collegialità”. E in che senso lo intendesse lo può spiegare meglio Agostino Giovagnoli.

Lungimiranza nelle questioni internazionali, sempre cartina di tornasole di visione e solidità storico-politica, di cui solo nei tornanti fondamentali della storia ci si rende conto: e lo vediamo ora. Primo governante europeo a visitare la Cina dopo la scomparsa di Mao. Il suo atlantismo volto ad una attenzione alle relazioni multilaterali, alla cooperazione e all’europeismo era animato alla pace e allo sviluppo.

Autentico ammiratore di La Pira di cui diceva che “era sempre presente il disegno biblico finalizzato alla pace e un nuovo ordine: le spade convertite in vomeri”. Ne parlò con intensità l’Arcivescovo Vincenzo Paglia nell’omelia ai suoi funerali. Testimonianza di rigore e abnegazione personale quando, come disse, volle “bere la cicuta fino in fondo” e accettò tra i pochi di scontare la gogna di tangentopoli, non sottraendosi all’azione della magistratura. Il senso del dovere, ecco un’altra parola dopo servizio, e potere, negletta e misconosciuta oggi eppure sempre più fondamentale. Che oggi manca molto.

Per finire solo alcune considerazioni sulle radici etiche che affondavano nella formazione di quella classe dirigente, avvenuta nell’Azione cattolica e nella Fuci costruita sul connubio inscindibile tra laicità e testimonianza cristiana nella storia.

È questa la sorgente di una politica che ha gli attributi che ricordavo prima: temperanza insieme alla passione, diritti mai disgiunti dai doveri, fede vissuta sempre nella laicità, identità senza mai integralismi.

Come dicevo, io non ho mai conosciuto e neppure frequentato Arnaldo Forlani: lo ricordo quando nel suo risoluto e rigoroso riserbo dopo la sua definitiva uscita dalla scena politica veniva a qualche convegno all’Istituito Sturzo: e mi capitava di osservarlo, colpita dall’intensità della sua attenzione anche e soprattutto quando si parlava di temi lontani dalla politica, temi etici: ricordo come ascoltava interventi sulle nuove questioni aperte dalla biopolitica e dalla bioetica.

E in quei momenti mi venivano in mente gli studi di Pietro Scoppola sulla fine della Repubblica dei partiti.

Ebbene di tante analisi sulla fine della Dc, come le acute osservazioni sul rapimento Moro, come data periodizzante, ricordo quanto spesso soleva dire che nella fine di quel partito pesò maggiormente il Referendum sul divorzio e tutte le questioni legate alla svolta antropologica che non tangentopoli.

Occorreva, diceva, uscire dagli schemi politicistici, ritrovare le ragioni etiche della politica perché la politica finisce quando cominciava il suo distacco dalle persone, la sua estraneità dalla vita reale.

Prof.ssa Emma Fattorini, Docente Ordinaria di Storia Contemporanea (Sapienza – Università di Roma)

Forlani Ministro degli Esteri: negli anni cruciali della solidarietà nazionale

Siamo qui per ricordare l’on Arnaldo Forlani e l’azione politica da lui svolta nel partito, nel parlamento, nel governo. 

Farò brevemente riferimento al periodo 1976-1979 in cui ricoprì la carica di ministro degli affari esteri nel terzo, quarto e quinto governo Andreotti.

L’on. Arnaldo Forlani fu nominato agli esteri per la prima volta nel luglio 1976.

Come reggente dell’Ufficio del Gabinetto fui tra i primi ad accoglierlo alla Farnesina, insieme al Segretario Generale Amb. Raimondo Manzini.

Fin dai primi giorni ci colpì la sua personalità, l’eleganza del tratto, la cordialità. Oltre ai messaggi di felicitazioni gli erano giunti numerosi inviti. Il nuovo governo di solidarietà nazionale suscitava molto interesse negli ambienti politici internazionali.

Erano appena trascorse due settimane quando si aprì uno dei capitoli più drammatici delle vicende del popolo palestinese, una strage nel campo profughi di Tell al-Zatar in Libano. L’opinione pubblica assistette sbigottita all’eccidio di oltre 1500 vittime

Il Parlamento era chiuso per la pausa estiva ma il presidente della commissione esteri Carlo Russo, chiese l’audizione del ministro. Forlani aderì: fu questo il suo primo intervento da Ministro a Montecitorio.

Tornato in ufficio, trovai tra le carte di Forlani un biglietto di Giorgio La Pira: “Grazie, Arnaldo. Le tue parole mi hanno ricordato la profezia di Isaia: “il dolore e il gemito scompariranno, le acque sgorgheranno nel deserto, la terra arida gioirà e fiorirà come la rosa. Le sarà data la gloria del Libano”

Per i 3 anni della sua permanenza alla Farnesina il tema della pace in Medio Oriente sarà per Forlani una preoccupazione constante.

Nei giorni successivi si passò in esame l’agenda internazionale.

Forlani trovò un Ministero consapevole delle proprie capacità, sicuro di saper mettere in pratica le proprie idee e di raggiungere i traguardi che si prefissava. Un anno prima l’Italia aveva conseguito il più rilevante successo diplomatico dal dopoguerra fino a quei giorni.

Nonostante il tentativo di promuovere senza di noi l’instaurazione di un direttorio economico del mondo industrializzato composto da cinque paesi (riunione di Rambouillet), l’Amb. Manzini aprì il primo varco nello schieramento che ci negava l’ingresso e portò a termine la missione affidatagli dal Presidente Moro: l’italia entrava nel club più esclusivo del mondo, il G6.

Poche settimane prima dell’arrivo di Forlani alla Farnesina, ero stato insieme al Segretario Generale Manzini a Portorico dove si era svolta la seconda riunione del G6, trasformatosi in G.7 con l’aggiunta del Canada.

Con il Ministro esaminammo gli impegni futuri. Tra questi assumevano priorità quelli attinenti ai tre quadri entro i quali si svolgeva la nostra politica estera: la Comunità europea, l’Alleanza Atlantica, le Nazioni Unite.

Rispetto al passato, ci trovavamo in una situazione nuova. L’esecutivo monocolore poteva contare su un vasto sostegno delle forze politiche che tuttavia non facevano parte della compagine governativa.

Ne derivava la necessità di informare frequentemente Camera e Senato.

Forlani intendeva farlo e in maniera non sommaria.

Questo spiega perché agli atti del Parlamento sono così numerose le comunicazioni del Ministro degli esteri in quegli anni.

Non occorre perciò che io illustri in dettaglio quali furono le linee della politica estera

Mi soffermerò soltanto su alcuni punti salienti:

 

– con i partners europei Forlani volle avviare un rapporto stretto e costruttivo. Sapeva che si era talvolta cercato da parte di taluni grandi paesi di dare vita a direttori. Intendeva esercitare a questo riguardo una costante vigilanza.

Prendeva cum grano salis certe effusioni amichevoli. Sapeva bene che per tutti valeva il principio al quale era affezionato De Gaulle “In politica estera la Francia non ha amici, ma interessi”.

 

– dedicò molta attenzione ai rapporti con gli Stati Uniti e con l’Unione sovietica, i due protagonisti del negoziato militare. Non esitò a sottolineare con il Segretario di Stato Vance e con il Ministro degli Esteri Gromyko l’urgenza di arrestare la corsa agli armamenti, di negoziare la loro riduzione e di bandire gli esperimenti nucleari. Eravamo allora assillati dai missili di teatro in Europa. Forlani ne parlò a Mosca. Vidi l’attenzione con cui l’anziano leader sovietico ascoltava le sue argomentazioni. Il nostro ministro fece appello a una maggiore collaborazione in seno alle Nazioni Unite per allentare le tensioni internazionali e richiamò l’attenzione sulla puntuale attuazione dell’Atto finale di Helsinki in tutte le sue parti, inclusa quella riguardante i diritti dell’uomo e le libertà fondamentali.

 

– Forlani si trovò poi ad affrontare problemi di fondamentale importanza nell’ambito dell’allora Comunità europea. Occorreva riaffermare che l’Europa non costituiva un’area geografica a sé stante ma doveva trovare nel Mediterraneo un naturale complemento. E accentuare la proiezione mediterranea della Comunità, prendendo iniziative non solo in campo economico ma anche politico. 

 

Mantenne infatti un ampio ventaglio di rapporti con i rappresentanti dei paesi del Mediterraneo oltre che con gli emergenti, Cina e India.

Fu proprio la preoccupazione di rafforzare l’azione italiana in queste aree che indusse Forlani ad affidare a una commissione lo studio di una ristrutturazione del ministero al fine di istituire punti di riferimento essenziali per ciascuna area geografica.

Ma questo è un tema che fu affrontato dalla Farnesina in modo organico vent’anni dopo, allorché si mise mano a una riforma generale del Ministero con l’introduzione di cinque Direzioni geografiche.

Vorrei concludere con un ricordo che purtroppo fa ancora male: la mattina del 16 marzo 1978.

Ero con Forlani a Palazzo Chigi quando ci raggiunse la notizia del rapimento dell’on. Moro. Non dimentico l’incredulità, lo sgomento, la costernazione dei presenti.

Anch’io avvertivo un grande dolore: avevo visto Aldo Moro come Ministro degli Esteri tante volte a Bruxelles dove mi recavo da Londra per informarlo sulle reali esigenze della Gran Bretagna nel negoziato con i Sei.

Accompagnai Forlani a Montecitorio. Lo smarrimento, l’angoscia avevano invaso un’aula buia, inquieta, ansiosa di notizie.

Il presidente Andreotti iniziò a leggere, con un nodo alla gola, le dichiarazioni programmatiche del suo quinto governo.

 

Amb. Umberto Vattani, Presidente della Venice International University

Per una liturgia di qualità: il fenomeno delle parrocchie di elezione.

[…] c’è un altro fenomeno che conferma la tesi del diffondersi nel nostro paese della domanda di una liturgia di qualità: l’appeal oggi esercitato (presso pubblici selezionati, ma non solo su di essi) dalle cosiddette «parrocchie di elezione», da luoghi o comunità perlopiù incentrate – anche a livello liturgico– su esperienze religiose arricchenti e significative.

Si tratta di un fenomeno (le «parrocchie di elezione») che non nasce oggi, già presente ben prima della pandemia e descritto nella mia ultima ricerca sulla religiosità degli italiani (5); ma che deve la sua espansione alle dinamiche che si sono innescate durante il lockdown.

Un periodo in cui molti credenti/cattolici impegnati, attraverso la pratica dello zapping spirituale, hanno ampliato i loro orizzonti sono entrati in contatto con le realtà religiose più diverse, maturando nuovi punti di riferimento, scoprendo la varietà dell’espressione religiosa sia dentro che fuori dal proprio mondo.

È a fronte di queste esperienze che un buon numero di persone si è orientato a vivere in modo più flessibile la propria presenza e appartenenza ecclesiale. Di qui la propensione – tra i fedeli più convinti e attivi – a convergere più in una «parrocchia di elezione» che a riconoscersi nella parrocchia territoriale, in linea con quella mobilità geografica che può manifestarsi anche in campo religioso.

O meglio, si valorizza – pure a livello liturgico – la parrocchia del luogo di residenza se essa è ricca di stimoli, se risponde ai criteri della rilevanza umana e spirituale; altrimenti ci si rapporta ad essa per le esigenze ordinarie, aprendosi ad altre appartenenze per un maggior nutrimento spirituale.

Dietro questa propensione non c’è tanto la ricerca di una chiesa o di preti più accomodanti, quanto la voglia di un cristianesimo più connesso alle attuali condizioni di vita, più in grado di rapportarsi alla coscienza moderna. 

 

Per saperne di più 

https://www.alzogliocchiversoilcielo.com/2023/07/franco-garelli-una-liturgia-che-non.html?m=1

Jacques Maritain 50 anni dopo: oggi e domani il convegno di studi.

Ricorre quest’anno il cinquantenario della morte del filosofo francese Jacques Maritain (Parigi, 18 novembre 1882 – Tolosa, 28 aprile 1973), uno dei più grandi pensatori del Novecento, uomo di profonda passione religiosa, filosofica e civile, e testimone attivo degli eventi e sfide del suo tempo. Il suo apporto nei vari ambiti del sapere filosofico mostra ancora oggi tutta la sua fecondità e attualità. Il suo impegno accademico, politico, ecclesiastico, la sua unione coniugale, spirituale intellettuale con la moglie Raïssa, restano un esempio ineguagliato di vita.

L’Istituto Internazionale Jacques Maritain, fondato nel 1974 per approfondire, diffondere e tramandare il suo insegnamento, trae ispirazione dalla ricchezza e varietà del suo pensiero in continua ricerca della bellezza e della dignità dell’umano. In questa significativa ricorrenza, l’Istituto promuove il Convegno internazionale Jacques Maritain 50 anni dopo – il 24 e 25 novembre all’Ambasciata di Francia presso la Santa Sede e al Centre Saint-Louis de France – che invita a riflettere sull’attualità del lascito di Maritain, sull’importanza di riscoprire e rileggere la sua opera anche alla luce delle esigenze e delle emergenze del nostro tempo.

Maritain ci ha lasciato riflessioni ricche di suggestioni sulla persona come fulcro essenziale della società, sull’idea di un umanesimo integrale tra fede e ragione, che ci offrono ancora oggi una proposta innovativa capace di ispirare la ricerca di nuove forme oggi necessarie del vivere insieme in una società di persone animate dall’aspirazione al bene comune.
I lavori, articolati in quattro sessioni, ripercorrono i temi centrali del suo Personalismo, in particolare le questioni della persona, dell’umanesimo, dei diritti umani, della pace, grazie ai contributi dei relatori volti a far emergere i tratti di una visione ancora oggi, a cinquanta anni di distanza, feconda e utile a orientare la nostra società verso il bello, il buono, il vero nelle difficili scelte che è chiamata a fare di fronte alle sfide del presente.

Nella cornice dell’Ambasciata di Francia presso la Santa Sede (Villa Bonaparte) dopo i saluti istituzionali dell’Ambasciatrice Florence Mangin e del Presidente dell’Istituto, Prof. Francesco Miano, la prolusione del Convegno sarà tenuta dal cardinale Dominique Mamberti, Presidente del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica (Città del Vaticano). Modera l’incontro il Vice Presidente Vicario dell’Istituto, Prof. Giuseppe Schlitzer.
Nel pomeriggio del 24 novembre, i lavori proseguiranno al Centre Saint-Louis de France con interventi articolati in varie sessioni tematiche: Jacques Maritain e la riflessione filosofica (interventi di Stefano Zamagni, Luigi Alici, Giovanni Grandi e Vittorio Possenti) Jacques Maritain e le vicende storiche (interventi di Francesco Bonini, Philippe Chenaux e Julio Plaza).

Nella mattina del 25 novembre, si terranno le sessioni finali dedicate a Jacques Maritain e l’impegno politico (interventi di Paolo Nepi, Jean Dominique Durand, Umberto Lodovici e Michele Nicoletti) Jacques Maritain domani (interventi di Marco Ivaldo e Francesco Miano).

La Voce del Popolo, Milei in Argentina, una figura caricaturale?

C’è qualcosa di tragico, e forse anche di involontariamente comico, nel tipo di destra che si va affermando nel mondo. Javier Milei, il nuovo presidente appena eletto in Argentina. Donald Trump, dato in testa in molti sondaggi negli Usa. Figure che appaiono per qualche verso caricaturali.
Eppure insidiose, ben oltre il limite del sovvertimento delle nostre regole democratiche e liberali. In Europa, per nostra fortuna, non siamo messi così male. Qualche volta vince la sinistra. Qualche altra volta vince una destra meno minacciosa. Ma nell’insieme regge ancora una tradizione politica più civile, che lascia aperti i giochi. È un’alternanza, non una deriva. Almeno per ora.

Quello che colpisce è lo spaesamento che queste tendenze evidenziano. Come se non ci fosse sufficiente consapevolezza del fatto che una democrazia ha bisogno di pazienza, di rispetto, di misura, di civiltà, per poter reggere la sfida dei tempi che si annunciano. In tutto il mondo il modello liberal-democratico ha perso la fascinazione di un tempo. Dittature brutali e altre più blande rivendicano di saper decidere più in fretta, evitando la confusione e il disordine che la dialettica delle forze in competizione recano sempre con sé.
Sembra quasi che il paradigma del nostro lungo dopoguerra, culminato simbolicamente nella caduta del muro di Berlino, stia cominciando a declinare. Per lasciare il posto a un’inquietudine che si diffonde da un paese all’altro, da una contesa all’altra. Al suo posto si intravede la sagoma della motosega brandita dal nuovo presidente argentino. Un pessimo, inquietante segnale.

Fonte: La Voce del Popolo – 23 novembre 2023
[Testo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della diocesi di Brescia]

I metalmeccanici Cisl apprezzano lo sforzo di innovazione di Stellantis

L’economia circolare prende piede con questo importante investimento nel sito di Mirafiori. Come sindacato abbiamo sempre spinto per soluzioni che abbiano la possibilità di rendere sostenibile socialmente le scelte di miglioramento ambientale. L’investimento di Stellantis a Mirafiori consentirà di impiegare circa 550 lavoratori nel comprensorio entro il 2025. Lo hanno dichiarato il Segretario Generale Fim Cisl Roberto Benaglia e il Segretario nazionale Fim Cisl Ferdinando Uliano.
Questo consentirà di dare risposte alle difficoltà occupazionale che abbiamo riscontrato in questi ultimi anni. Gli investimenti sull’economia circolare contribuiranno a migliorare l’ambiente, ma anche a creare nuove opportunità di sviluppo nel settore dell’auto. Rimangono centrali le scelte di assegnazione di nuovi modelli e di incremento dei volumi per saturare le capacità produttive e mettere in sicurezza gli impianti. Abbiamo colto positivamente l’approfondimento che è seguito a margine dell’incontro, con la visita nel Centro Stile, dove abbiamo potuto visionare i nuovi modelli assegnati allo stabilimento di Melfi, nello specifico i marchi Ds, Lancia e Jeep confrontandoci con i responsabili di Stellantis.

È stata anche l’occasione per visionare i modelli Alfa Romeo, Stelvio e Giulia, che verranno sviluppati sulla piattaforma Stla-Large, anche nelle versioni elettriche. Sempre su Cassino ci è stato comunicato il lancio della versione elettrica della Maserati Grecale ad inizio 2024.
Abbiamo apprezzato gli importanti investimenti in innovazione, tecnologia che dovrebbero garantire il successo di questi modelli, in termini di volumi e occupazione. Abbiamo ribadito l’importanza nello specifico per lo stabilimento di Cassino la necessità che al completamento dei lavori in corso sull’impianto, si proceda in tempi brevi ai lanci produttivi.
Per lo stabilimento di Mirafiori ci è stato comunicato per i primi mesi del 2024 il lancio della versione Folgore di Maserati Gran Turismo e successivamente di Gran Cabrio, che potrebbe incrementare gli attuali volumi di Maserati. La situazione su Maserati a Mirafiori oggi è molto critica anche per l’uscita di produzione a fine anno dei modelli Quattroporte e Ghibli. Riteniamo importante la conferma del lancio di 500e sul mercato nord americano, che dovrebbe dare una risposta maggiore sui volumi. Vengono confermati gli stati di avanzamento sulla produzione dei nuovi cambi elettrici per le meccaniche in collaborazione con Punch.

La situazione dello stabilimento di Pomigliano d’Arco è di forte incremento produttivo, tanto da aver raggiunto il record produttivo giornaliero di 1066 auto prodotte, nei modelli Tonale, Hornet e Panda. Sempre su Pomigliano il gruppo Stellantis ha confermato che la Panda rimane fino al 2026 e comunque successivamente ci sarà un nuovo modello, a conferma degli investimenti sul sito campano.
Per lo stabilimento di Sevel si continuano positivamente le produzioni dei diversi marchi nei veicoli commerciali, a fine anno si stima di raggiungere le 230 mila unità. Per quanto riguarda le motorizzazioni di Pratola Serra si conferma che lo stabilimento sarà l’unico a motorizzare i veicoli commerciali del gruppo, mentre Verrone lo sarà sul fronte delle trasmissioni.

Infine per lo stabilimento di Modena viene confermato la partenza dell’Atelier con le relative personalizzazioni a partire da settembre 2024 e la versione Folgore nel 2025.
L’appuntamento che abbiamo in sede Governativa con il gruppo Stellantis, insieme ad Anfia, le istituzioni sarà un’occasione per verificare in ogni dettaglio gli aspetti di sviluppo necessari per raggiungere una crescita dei volumi e una tenuta occupazionale, per tutti gli stabilimenti Stellantis e dell’indotto. È inoltre fondamentale che si proceda a definire in maniera concreta incentivi ed investimenti nel settore.

La scoperta di verità convergenti nel messaggio evangelico e nell’illuminazione buddista

L’ultimo libro edito da Gabrielli, che inaugura la Collana “Il Giardino del Silenzio” diretta da Paolo Scquizzato, permette di scoprire nello stesso tempo i maestri spirituali Gesù e Gotama. Gesù il Cristo e Gotama il Buddha – ognuno per vie proprie e all’interno della propria cultura di appartenenza – hanno vissuto una tale esperienza trasformatrice al punto da spingerli successivamente a comunicarla ad altri tramite i loro insegnamenti.
Il libro sui maestri spirituali: Fratelli spirituali di Raffaella Arrobbio si sviluppa tramite una lettura parallela dei testi evangelici e del canone buddhista. Si potrà scoprire che le due voci di Gesù e di Buddha, e i loro insegnamenti, sono affini perché indicano una stessa Realtà, una medesima possibilità di esperienza interiore: un’unica esperienza spirituale che è primordiale rispetto a qualunque codifica successiva. Ed è per questo che è possibile indicarli come fratelli spirituali.
Le parole di Gesù e di Buddha emergono con cristallina semplicità mostrando la via d’uscita dai conflitti e dalla sofferenza individuale e collettiva. La via d’uscita – la buona novella – consiste nella scoperta dell’immenso potenziale di gioia, amore, compassione, equanimità, coraggio, che pulsa al fondo di ogni essere umano.

Si legge nella Prefazione di Paolo Scquizzato: “Dalla lettura attenta e sapienziale delle due tradizioni emerge con adamantina chiarezza che Gesù di Nazareth e il principe Gotama non sono due personaggi celesti fiondatisi sulla terra per compiere un’opera di salvezza per volontà di un dio. Cristo non è il cognome di Gesù di Nazareth, come Buddha non è il cognome di Siddhārtha Gotama. Cristo e Buddha rappresentano piuttosto la pienezza dell’umano, il simbolo dell’uomo giunto al suo compimento”.

 

Raffaella Arrobbio, Fratelli spirituali. Gotama il Buddha, Gesù il Cristo: due voci, un’unica esperienza spirituale, prefazione di Paolo Scquizzato, Gabrielli editore, 2023.

 

[Il testo costituisce la presentazione del libro]

 

Per saperne di più

https://www.gabriellieditori.it/shop/spiritualita/il-giardino-del-silenzio/raffaella-arrobbio-fratelli-spirituali-gotama-il-buddha-gesu-il-cristo/

Il lavoro cambia e dunque cambiano le prospettive dei giovani

[…] Immersi nelle trasformazioni che negli ultimi decenni hanno investito gli assetti sociali, economici e produttivi del nostro Paese, riscontriamo come il lavoro sia radicalmente mutato e la flessibilità, così tanto decantata, si sia trasformata ben presto in precarietà e perdita dei diritti. Perdendo drasticamente la sua centralità, il lavoro ha perso appeal diventando un mero strumento utile a soddisfare bisogni materiali o semplice argomento di dibattito per specialisti: economisti, sociologi, fiscalisti.

La manifesta frammentazione del lavoro e delle aspettative non si è rivelato un liquido amniotico protettivo per i lavoratori sempre più differenziati fra garantiti e non garantiti, inclusi ed esclusi, soddisfatti e alienati. Dentro quest’ingranaggio che sembra stritolarci sono sempre più evidenti i rischi che questa situazione sta già generando con un aumento considerevole delle disuguaglianze nel nostro Paese dove la forbice sembra sempre più divaricarsi tra lavoro senza diritti e lavoro povero.
Ma di quale tipo di lavoro parliamo? Un lavoro “decente”, che Benedetto XVI, nella Lettera Enciclica Caritas in Veritate, così definisce: “scelto liberamente, che associ efficacemente i lavoratori, uomini e donne, allo sviluppo della loro comunità; un lavoro che, in questo modo, permetta ai lavoratori di essere rispettati al di fuori di ogni discriminazione; un lavoro che consenta di soddisfare le necessità delle famiglie e di scolarizzare i figli; un lavoro che permetta ai lavoratori di organizzarsi liberamente e di far sentire la loro voce; un lavoro che lasci uno spazio sufficiente per ritrovare le proprie radici a livello personale, familiare e spirituale; un lavoro che assicuri ai lavoratori giunti alla pensione una condizione dignitosa”.

Come fare per assicurare ciò? E qual è lo scenario internazionale che abbiamo di fronte?
Un dato da analizzare lo troviamo negli effetti creati dalla globalizzazione che hanno determinato una riorganizzazione nei processi produttivi con conseguenti riflessi sulla domanda di lavoro, la necessità della presenza sempre maggiore di stranieri che sopperisce alla tendenza all’invecchiamento della popolazione, la richiesta di aumento della partecipazione femminile al mondo del lavoro, che ha attivato cambiamenti sociali diretti all’affermazione di un’effettiva uguaglianza di genere e di salario, l’avanzamento del processo di automazione e robotizzazione, l’incremento dello sviluppo di forme di lavoro flessibile, sono parte e agenti dei cambiamenti sociali e organizzativi che stanno impegnando la società attuale.

Lo scenario internazionale con il quale il mercato del lavoro dovrà confrontarsi prevede che il 2% dell’attuale occupazione globale, pari a 14 milioni di posti di lavoro, è a rischio distruzione nei prossimi anni, a causa delle tendenze globali in atto dovute a: la transizione ecologica, le guerre che accerchiamo l’Europa, la trasformazione delle catene d’approvvigionamento e, non ultima, l’innovazione tecnologica.
Ora di tutto questo dobbiamo occuparci perché sono queste le trasformazioni che cambieranno la società e che saranno sempre più al centro dell’attenzione dell’analisi socioeconomica.
[…] Si è diffusa l’idea che quando il lavoro manca o è a rischio si possa accettare qualsiasi cosa. E la deroga rispetto ai diritti sanciti dai contratti collettivi è stata usata per mantenere i livelli occupazionali o mitigare i costi sociali delle ristrutturazioni aziendali, tema che aimè incrocia la sicurezza, con un impatto negativo rispetto alla fiducia di lavoratori e lavoratrici nella contrattazione collettiva e, più in generale, nel ruolo delle organizzazioni sindacali.
Questa situazione ha aperto la strada all’idea, ormai largamente diffusa nel nostro Paese, che il lavoro abbia sempre meno punti fermi e tutto può essere oggetto di contrattazione, revisione e adeguamento.

[…] In questa fase di transizione è tempo di un dialogo serio tra le generazioni! Perché sono proprio le nuove generazioni che stanno pagando un prezzo altissimo, in termini di accresciuto senso di inutilità e di esclusione, a causa della prolungata congiuntura economica negativa, dello sbilanciamento demografico verso età mature, della permanente difficoltà nell’inserimento lavorativo, dell’enorme incertezza rispetto ai percorsi professionali e alla possibilità di costruire una famiglia.
Ma come arginare questa progressiva precarizzazione delle certezze? Se far politica è ragionare di sistemi, il nostro obiettivo è quello di far funzionare il nostro, che ci è stato regalato, prim’ancora di incardinarne un altro che sembra poi non esserci, bruciando per questo un tempo prezioso che è l’unico bene che abbiamo. Quando la politica non investe sul potenziale di sviluppo che si apre, e qui il capitolo della formazione si aggancia inesorabilmente, è destinata a pagare un prezzo molto alto.

Per questo non è retorico chiedersi quale sia la società dei prossimi anni e quali le scelte da fare o come attrezzarsi per il futuro sapendo che la Costituzione, nell’art.1, fissa la nascita della Repubblica democratica sul lavoro.
…Di fronte a questo quadro, occorre porsi il tema del lavoro se si vuole ricostruire questo Paese, declinandolo in tutte le sue sfaccettature, interrogandosi se non sia giunto il tempo per avviare anche nuovi modelli organizzativi puntando sulla formazione, senza rinviare quello della sicurezza e dello sviluppo, che dovranno essere affrontati con grande realismo nella consapevolezza che il nostro, e solo, futuro sicuro è fuori dalle patrie: in Europa, inteso non più solo come orizzonte bensì come spazio politico.

[Roma, 18 ottobre 2023]

Sandro Fontana, l’intellettuale della sinistra sociale nella cornice della Dc.

Fra pochi giorni ricorderemo nella sua Brescia il decimo anniversario della scomparsa di Sandro Fontana. Non è facile tracciare in poche righe il ricco e variegato magistero civile di Sandro Fontana. E cioè, per ricordare solo i titoli: storico, docente universitario, amministratore regionale, parlamentare nazionale ed europeo, Ministro, scrittore, direttore del Popolo ma, soprattutto, un “intellettuale prestato alla politica” e all’impegno pubblico.

Una personalità apparentemente complessa ma, al contempo, caratterizzata da un filo rosso che lega in modo armonioso e coerente l’intera sua esperienza politica e culturale: ovvero, la strenua e lungimirante difesa e promozione dei ceti popolari; la perdurante fedeltà al cattolicesimo sociale e popolare e, in ultimo, l’amore per un “partito di liberi e forti” come strumento decisivo ed essenziale per la presenza dei cattolici nella cittadella politica italiana. Un triplice obiettivo che, appunto, ha sempre accompagnato Fontana nei suoi impegni molteplici a livello politico, istituzionale ed editoriale.
Ed è proprio all’interno di questa cornice che emerge il ruolo specifico assolto da Sandro Fontana nel corso degli anni. E, soprattutto – diciamocelo con franchezza – quel ruolo di intellettuale e uomo di pensiero che sapeva dare legittimità culturale ed ideale alle grandi intuizioni e ai progetti politici che di volta in volta venivano messi in campo.

Su questo versante, non si può non ricordare la strettissima collaborazione con Carlo Donat-Cattin, leader politico nazionale e statista nonchè punto di riferimento per eccellenza della sinistra sociale di ispirazione cristiana. Una collaborazione iniziata alla metà degli anni ‘70 e che è proseguita sino alla scomparsa del leader piemontese avvenuta nel marzo del 1991. E, forse, è anche opportuno ricordare che proprio in questo arco di tempo e all’interno di questo preciso contesto politico ed istituzionale, Fontana è riuscito a dispiegare con grande efficacia, coerenza e rara intelligenza il suo impegno politico, intellettuale e giornalistico. Ma la fedeltà di Fontana alle ragioni e alla cultura della sinistra sociale cattolica è proseguita anche dopo il tramonto della Democrazia cristiana. Lo confermano i suoi scritti, la sua ostinata convinzione a continuare ad organizzare i tradizionali convegni di Saint Vincent della sinistra sociale Forze Nuove – anche se con un taglio necessariamente più culturale e politico e meno partitico – e il richiamo, incessante e testardo, alle ragioni e alle speranze presenti nella ricca e feconda tradizione del cattolicesimo sociale e popolare italiano.

Certo, la cosiddetta seconda repubblica ha sconvolto i connotati strutturali e costitutivi del sistema politico italiano riconducibile alla lunga esperienza che ha visto protagonista per quasi 50 anni la Democrazia Cristiana e tutto ciò che ruotava attorno a quel partito. Ma è indubbio, al di là del profondo cambiamento che ha investito la politica italiana, che uomini come Sandro Fontana hanno saputo conservare, seppur in partiti e movimenti politici molto diversi rispetto alla loro esperienza originaria, quella coerenza e quella fedeltà alle radici che poi la sub cultura populista, qualunquista e demagogica ha cancellato. E, su questo versante, Fontana – anche grazie alla sua copiosa produzione di libri, documenti, saggi e articoli – è rimasto un punto di riferimento incancellabile per tutti coloro che credono nelle ragioni, nei principi e nella cultura della tradizione del cattolicesimo sociale e popolare del nostro paese.

E, infine, il magistero civile, politico e istituzionale di esponenti cattolici come Sandro Fontana continua ad essere importante e decisivo per tutti coloro che in questa precisa fase storica intendono riproporre nella cittadella politica italiana la cultura e il progetto politico riconducibile alla tradizione e al pensiero del cattolicesimo sociale e popolare. Perchè dai “maestri” del pensiero si deve continuare a trarre quegli stimoli e quelle intuizioni che erano, sono e restano, pietre miliari per il nostro cammino politico, culturale, sociale ed organizzativo.

Nel vuoto di affettività s’aggira il fantasma del patriarcato

Marcello Veneziani ha scritto ieri su “La Verità” un articolo di domande sull’esplosione di colpe del cosiddetto patriarcato, termine desueto assai giacché per dire forma invasiva di pensiero dominante si parlava fino a ieri di ‘maschilismo’, di ‘machismo’, di sciovinismo maschile. “Come intendete rimediare – chiede in conclusione Veneziani -, con i campi di rieducazione sul modello della rivoluzione culturale cinese? Innalzando barriere di sospetto tra maschi e femmine, suggerendo che i maschi devono andare con i maschi e le femmine con le femmine? E se provaste a dubitare dei vostri anatemi e delle vostre ricette?”.
Qualche considerazione a riguardo. Secondo una versione imperante c’è ‘patriarcato’ dappertutto, e sarebbe per questo che si ammazzano le donne. Insomma, tutto dipenderebbe da un ordine ancestrale basato sul governo dei padri più anziani (i ‘patriarchi’). Ma se tutti nel 2013 si sdilinguavano per Recalcati che diceva – ed è vero – che i padri non ci sono più da un pezzo (ricordo che nel 2010 aveva già introdotto il tema con un saggio intitolato Cosa resta del padre). E ancor prima Franco Ferrarotti, parlando dell’adolescenza di quelli che poi diventarono Br, non si domandava forse ‘Dov’era il padre?’.

L’interrogativo è stringente: ci sono questi denunciati imperi dei patriarchi o, forse e più probabilmente, non c’è più un adulto (non tanto come educatore ma, prima, come amico fidato) nella vita dei nostri ragazzi? Servono davvero nuove leggi per corsi di tecniche di affettività nelle scuole? Ma dove, mi chiedo, se è proprio nelle famiglie che s’aggira un fantasma, quello dell’Affettività?! Meglio lasciar perdere. Aveva ragione Alain Finkielkraut: “In un mondo dove non ci sono più adulti bisogna ricorrere agli esperti”.
Facciamo uno sforzo ulteriore. La cornice generale che sviluppa l’inesorabile percorso dalla paura dell’impotenza alla sua trasformazione in prepotenza viene prima e va oltre la violenza di genere, il cyberbullismo, lo stalking, le discriminazioni, i rancori. Sta in definitiva prima di patriarcati e matriarcati, ecc ecc. La grande cornice dell’Accidia Generale che infesta tutto e che rifiuta ogni mediazione – la quale. come dice Padre Occhetta, è ri-conciliazione, as-sociazione contro dis-sociazione – è quella del pervasivo potere del Tecno-Nichilismo, della sua forza ‘seduttiva’. Che si è messo in moto da tempo. Un fenomeno, a dire il vero, ben delineato da Mauro Magatti soprattutto nei suoi due lavori: Libertà immaginaria. Le illusioni del capitalismo tecno-nichilista (2009) e Supersocietà. Ha ancora senso scommetere sulla libertà? (2022).

Dunque il vero fantasma che s’aggira nella società non è il patriarcato, ma il nichilismo elevato a potenza. Tanto potente da non essere affatto un fantasma.

Il Pp spagnolo tira in ballo l’UE a proposito dell’amnistia di Sánchez

L’Unione Europea è preoccupata per lo stato di diritto in Spagna, a causa della futura legge di amnistia per i separatisti catalani. Lo ha denunciato sui social network il Partito Popolare spagnolo.
“L’Ue è preoccupata per lo stato di diritto in Spagna. Il patto del rieletto primo ministro spagnolo, il leader Pedro Sánchez, significa l’amnistia per i reati di terrorismo e corruzione, l’annullamento dei tribunali spagnoli, la sottomissione della magistratura al governo e l’assunzione dell’esistenza di una persecuzione giudiziaria”, si legge nella dichiarazione del Pp pubblicata sul social network X.

Inoltre, il partito ha diffuso informazioni su una campagna di raccolta firme condotta dalla “società civile” per indurre Bruxelles ad agire contro la legge sull’amnistia prima che sia “troppo tardi”.
Gli autori dell’iniziativa hanno inviato una lettera agli eurodeputati chiedendo loro di firmare la petizione.
Il 16 novembre, Sáanchez ha prestato giuramento come primo ministro della Spagna con 179 voti a favore e 171 contrari.

Alle elezioni del 23 luglio, il Pp (opposizione) ha ottenuto 136 dei 350 seggi parlamentari, contro i 122 del Psoe (Partito Socialista Operaio Spagnolo), che ha dovuto assicurarsi il sostegno di altre forze per raggiungere la maggioranza assoluta (176) e rieleggere Sanchez come capo del governo.
Per ottenere l’investitura, il leader socialista ha chiuso accordi con diverse formazioni che prevedevano, in particolare, una legge di amnistia per i politici catalani perseguiti dalla giustizia spagnola per il processo di indipendenza del 2017.
L’amnistia concordata ha scatenato manifestazioni di massa che sono proseguite in Spagna dall’inizio di novembre, raccogliendo migliaia di persone.

[Fonte: Askanews-Servimedia]

Gaza, i BRICS a 11 per il cessate il fuoco

Mentre sono in corso le trattative per la liberazione degli ostaggi israeliani, sale la pressione internazionale per la fine delle ostilità a Gaza e per l’avvio di negoziati per la soluzione a due stati del conflitto israelo-palestinese. Ieri è stata la volta dei BRICS, già nel loro nuovo impegnativo formato a 11 Stati, che al termine di un vertice straordinario online, convocato dal presidente di turno del Coordinamento, il sudafricano Cyril Ramaphosa, hanno emanato un documento riassuntivo congiunto nel quale si condannano le violenze contro i civili di entrambe le parti e viene condannato il trasferimento forzato di cittadini palestinesi sia all’interno di Gaza che nei paesi vicini.

I BRICS11 chiedono “una tregua umanitaria immediata, duratura e prolungata che porti alla cessazione delle ostilità” e hanno ribadito il loro “sostegno agli sforzi regionali e internazionali volti a raggiungere una cessazione immediata delle ostilità, garantendo la protezione dei civili e la fornitura di aiuti umanitari”.
Il vertice che ha visto la partecipazione anche del segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, si è svolto nella forma di riunione straordinaria congiunta dei leaders dei Paesi BRICS (i cinque membri storici: India, Russia, Cina, Brasile e Sudafrica) e dei leaders dei membri BRICS invitati (i 6 membri che entreranno nel Coordinamento dal prossimo primo gennaio: Arabia Saudita, Argentina, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia e Iran).
Si è trattato di un debutto sulla scena internazionale dei nuovi BRICS allargati a 11, nel formato BRICS+, deciso lo scorso agosto nel vertice di Johannesburg.

I Paesi che compongono il Coordinamento sono assai diversi fra loro, e questo primo allargamento (mentre decine di altri Stati sono in fila per entrare) ne ha aumentato l’eterogeneità. Il legame che da 14 anni tiene insieme i BRICS assomiglia al volo del calabrone, impossibile in teoria perché sfida tutte le leggi della geopolitica, ma nei fatti capace di resistere e di consolidarsi nonostante le innumerevoli e importanti divergenze.
Lo si è visto anche nel vertice straordinario su Gaza. Mentre, come ha osservato Steven Gruzd esperto del South African Institute of International Affairs (SAIIA), la sintesi finale unitaria è sembrata “moderata e in qualche modo equilibrata”, le posizioni dei singoli stati sono molto diverse, addirittura appaiono in alcuni casi antitetiche.

Si va dalla posizione del Sudafrica che risente dall’aver sperimentato per oltre quarant’anni un regime di apartheid, e che più insiste per un cessate il fuoco. Il Sudafrica, insieme a Bangladesh, Bolivia, Comore e Gibuti, la settimana scorsa ha chiesto alla Corte penale internazionale (CPI) di indagare se a Gaza siano stati commessi crimini di guerra. Il presidente brasiliano Lula da Silva ha definito come “atti barbarici” gli attacchi di Hamas e la presa di ostaggi e ha affermato che tali atrocità “non giustificano l’uso della forza indiscriminato e sproporzionato contro i civili”.

L’India invece, che al vertice di ieri era rappresentata (unico tra i Paesi 5 fondatori) non dal proprio numero 1, il presidente Narendra Modi, bensì dal ministro degli Esteri Subrahmanyam Jaishankar, pur sottolineando la necessità di un sostegno umanitario immediato, ha espresso una posizione più morbida verso Israele. Aiutata in ciò anche dall’Argentina del presidente eletto Javier Milei, in attesa di capire se una volta insediato alla Casa Rosada confermerà l’invito del proprio Paese ad aderire al Coordinamento BRICS.
La Cina invece, che già è stata mediatrice del riavvicinamento fra Arabia Saudita e Iran, per bocca del presidente Xi Jinping è sembrata molto determinata nell’indicare la necessità di una soluzione diplomatica a lungo termine al conflitto israelo-palestinese, avanzando la richiesta di una conferenza internazionale di pace che porti alla soluzione a due Stati. Posizione condivisa sia dal principe ereditario saudita e primo ministro Mohammed bin Salman (che ha controbilanciato i soliti toni estremisti usati dall’Iran), che dal presidente russo Vladimir Putin il quale ritiene fondamentale un “cessate il fuoco sostenibile e a lungo termine” per “evitare che altri Stati vengano coinvolti nella guerra”.

Dopo molte iniziative dedicate a questioni prevalentemente economiche i BRICS hanno dato prova, anche nel loro formato a 11, di avere una parte importante da recitare pure sulle questioni della sicurezza e della pace in Medio Oriente e nel mondo.

Dibattito. Chi può mettere mano alla realtà frantumata dei democratici cristiani?

Ci sono innumerevoli ragioni per non fare inaridire la spinta e creare i migliori presupposti per una riunificazione dell’area democristiana. La principale è la politica di questo governo Meloni che ci nasconde sempre meno l’idea di fondo che sottende al disegno che vuole mettere in campo in questa legislatura. È un’idea che non ha nulla a che fare con un modello di destra moderna. Anzi, man mano che si dipanano i tanti provvedimenti securitari che si mettono in campo in risposta ad una orchestrata  scenografia della paura, che le destre, in una perenne campagna elettorale, continuano a montare, viene a disvelarsi la natura reazionaria e autoritaria di questo esecutivo che sta totalmente esautorando il Parlamento dalla naturale e concreta funzione normativa.

Così, mentre lo spazio di manovra si restringe per le tante categorie che da qualche anno annaspano, scivolando sempre più verso soglie di povertà che si ingrossano a dismisura, c’è tutto un florilegio di provvedimenti indulgenti e ultra garantisti verso i ceti alti, le tante lobby (sanità privata, balneari, tassisti) e le rendite finanziarie (fa scuola il recente dietrofront del decreto che imponeva alle banche una tassazione aggiuntiva sugli extra profitti) mentre, tra rimodulazioni e diatribe con i commissari europei, il Pnrr stenta a rispettare i tempi di attuazione programmati, acuendo impietosamente il divario tra i ceti sociali, 

Ora, in così sconcertante scenario che fa rabbrividire per le tante incognite circa il futuro di questo paese, ove nulla di ciò che risulta essere il progetto governativo sa andare al cuore dei problemi per dare concreta e credibile soluzione alle tante emergenze emerse –  clima, casa, lavoro, sanità, scuola, giustizia,  salvaguardia degli assi portanti della Costituzione – si susseguono gli appelli, da parte di esponenti cristiano democratici e popolari, ad unire le forze per una lista unitaria dell’area democristiana, popolare e riformista in vista delle prossime elezioni europee. Appelli in linea di massima condivisibili, ma con non poche criticità rispetto al percorso su cui ci si intende inerpicarsi.

Non possiamo nasconderci però che l’occasione è di quelle straordinarie. Sicuramente una grande opportunità per riportare stili e metodi che mancano da circa trent’anni, e che si espressero in quella virtuosa mediazione capace di offrire, nel bilanciamento degli interessi contrapposti, appropriate soluzioni al paese creando sviluppo, lavoro e crescita sociale. Tutto l’opposto delle soluzioni di questo governo improntate ad un mix di liberismo sfrenato e di dirigismo parolaio fatto di slogan e annunci senza alcuna concretezza di visione (emblematico il piano Mattei) con ponti d’oro per multinazionali, grandi aziende e banche, oltre ad un chiaro disegno demolitorio del nostro impianto costituzionale, teso a scardinarne i delicati equilibri.

Appare perciò naturale fare leva sulla pregnanza di quelle comuni matrici culturali dei cattolici in politica, che agli albori della Repubblica guidarono, in perfetta sintesi con le altre matrici, liberali e social comuniste, il sapiente lavoro di elaborazione e scrittura della nostra Carta costituzionale. Una ragione in più perché popolari e cristiano democratici, uniti, si schierino con forza in difesa della nostra Carta fondamentale per contrastare il progetto di legge costituzionale che intende introdurre nel nostro sistema istituzionale una disinvolta idea di premierato.

Ma non meno importante appare la questione di come costruire una lista unitaria per le prossime elezioni europee e preparare un terreno comune guardando alle future elezioni politiche, capace di aggregare le diverse componenti che presero forma e direzioni diverse con l’apparente scioglimento della Democrazia cristiana. 

Ma se guardiamo alle dinamiche e agli intendimenti che traiamo dalle recenti affermazioni dei diversi dirigenti di queste forze, l’impresa sembra quasi impossibile. Intanto la Dc vorrà essere presente ed accreditarsi con il proprio simbolo. Ma va ben valutato il consistente sbarramento del 4 per cento che c’è da superare. Così come non sarà di minore importanza la valutazione del rischio cui ci si espone nell’ipotesi di lista unitaria, con più di un simbolo, che di solito non ha trovato mai grande fortuna.

Di poi, e non per questa sola ragione, non potrà essere nella partita un’ipotesi di alleanza di lista con Forza Italia. Sia perché congiungere il simbolo con il partito fondato da Berlusconi significa esporre la propria identità al doppio giudizio degli elettori, condizionandolo al peso che eserciterà l’idea positiva o negativa che ciascun elettore avrà di FI. Sia perché appaiono pregiudizialmente prevaricanti, oltre che supponenti, le affermazioni di Tajani secondo cui sarebbe Forza Italia il partito di centro di questo sistema politico. Affermazione tanto improvvisata quanto risibile. Basta guardare alla palese funzione ancillare e gregaria che Forza Italia sta svolgendo nella coalizione guidata da una destra reazionaria e lontana dai principi dell’umanesimo solidale, per convincersi dell’infondatezza di questa velleitaria tesi.

Sull’altro versante dei popolari, principalmente rappresentati da Tempi Nuovi, poco convince l’appello, autolesionista, che si coglie nel Manifesto di questa recente aggregazione e in alcuni articoli su questo giornale di Fioroni, rivolto a Renzi e Calenda, per guidare una inedita formazione di centro. Se è utopico pensare ad un revival della pregressa liaison tra Renzi e Calenda, troppo funambolici, imprevedibili ed individualisti appaiono l’uno e l’altro, in aperta antitesi allo stile collegiale e misurato che ha sempre caratterizzato la politica democristiana e popolare. 

Non possono ignorarsi infine i coup de théâtre cui ci ha abituati Gianfranco Rotondi, il quale continua a muoversi dentro un terreno irto di contraddizioni e irragionevolezze quando, in seno alla recente convention di Saint Vincent, nelle vesti  di deputato di FdI, afferma di essere, pur in quella diversa rappresentanza di partito, l’erede della DC e in sostanza rivendicando di essere l’unico titolato a poterle ridare potestà politica.

Quello che invece non può lasciarci indifferenti è il forte sentimento di attesa di tanti elettori sconcertati da una classe politica sempre più ingabbiata negli schemi di una retorica populista e fidelizzata al leader di turno. Ciò fa apparire incomprensibile il voler mantenere distinte identità, mentre talora impercettibili appaiono le sfumature tra le diverse entità rappresentative dei cattolici democratici e dell’area popolare.

Ora mentre il contesto geopolitico ed interno va verso prospettive inquietanti, non si può continuare nella proliferazione di personalismi e di enclave politiche mentre il paese attende un nuovo protagonismo politico da parte dell’area cattolico popolare per infondere linfa vitale nel processo di ridefinizione di un credibile progetto di paese e per un rinnovato modello di identità europea.                                                                                                                   

La sfida è di quelle epocali. E l’ampiezza delle questioni con cui misurarsi è quasi incommensurabile. Non c’è un campo, a ben guardare, ove non si stiano portando grandi novità tecnologiche e organizzative: dal lavoro umano alla produzione, dal consumo alla diagnostica e alle cure in medicina, e ai tanti altri settori, segno di quanto i confini del progresso siano labili.    

Così non sono irrilevanti i tanti interrogativi, talora inquietanti, (come a proposito del ricorso sempre più massiccio all’Intelligenza artificiale) che stanno attraversando trasversalmente, comunità e popoli, e soprattutto su che tipo di progetto di convivenza tra i popoli ogni forza politica strutturerà il consorzio umano per assicurare a ogni continente le condizioni di pieno sviluppo e di benessere di ogni persona. In questo scenario non appaiono appropriate ai tanti elettori delusi le politiche strillate, e dal fiato corto, che il governo sta mettendo in campo, illudendo gli elettori con il rimandare l’attuazione delle promesse non mantenute (già è la seconda volta) alla prossima legge di bilancio, mentre il paese arretra e sprofonda in una spirale recessiva che sta impoverendo anche il ceto medio.            

Occorre allora favorire subito la ricomposizione della diaspora democristiana e di quanti si richiamano ai principi e ai valori del popolarismo e della dottrina sociale della Chiesa.  Un compito che precipuamente dovrà, a questo punto, assumere la rinata Democrazia cristiana, il cui crescente consenso nei territori le sta consentendo di uscire dall’iniziale autoreferenzialità di cui sono affetti i partiti di nuovo conio.                                                   Proprio alla Dc – cui non può negarsi di avere formalmente (a partire dal primo provvedimento del Tribunale di Roma del 2016 con cui si è autorizzato, nel rispetto delle norme di legge e dello Statuto, la legittimità della convocazione  per procedere al XIX Congresso) tutte le carte in regola per affermarne legittimamente la continuità con il partito storico dello scudo crociato – va in primo luogo l’onere di questo lavoro per ricomporre quel virtuoso e plurale contesto culturale, come è stato nei cinquant’anni di vita politica.                                       Si tratta perciò di creare le condizioni politiche per una convivenza dei diversi filoni dell’area cattolica: liberale, democratica e sociale, nei quali diversamente sono declinati i punti cardine che ispirano l’azione politica dei cattolici.               

Più problematica appare essere, invece, la costruzione di un rassemblement tra l’area democristiana e popolare e l’area dei riformisti che sconterebbe una competizione interna sulle diverse visioni di paese e di Europa, con il rischio di esporsi a contrapposizioni profonde su temi cruciali e il prevedibile effetto di fare inaridire l’ambizioso progetto. C’è chi ancora su questo giornale continua infatti a vagheggiare l’esperienza della Margherita, virtuosa nel portare Prodi a spuntarla su Berlusconi, nel 2006, ma foriera delle future tensioni, una volta chiusa quell’esperienza politica con la confluenza nel Pd, forse alla base della progressiva perdita di identità sofferta dal partito e di tutte le conseguenti disavventure elettorali.                                                                      

In questo groviglio, che al momento appare senza un facile sbocco, mentre la Federazione dei democratici cristiani, che per questo scopo era stata costituita, giusto quattro anni fa, nel centenario dell’Appello ai liberi e forti di Don Luigi Sturzo, segna il passo, e non fa intravedere iniziative credibili; e i popolari di Tempi Nuovi continuano a riproporre leadership politiche logorate, caratterizzate da disinvolti funambolismi, confidiamo nel fatto che la Nuova Dv, di cui oggi è segretario politico Totò Cuffaro, sappia promuovere e guidare, senza indugio, il processo di riunificazione della galassia Dc.

Un processo di ricomposizione che dovrà ricondursi alla sua naturale identità, distinta e distante da ogni velleitarismo populista, sovranista, giustizialista, radicale e anti sistema. E al contempo metta in moto, in piena continuità storica, un rinnovato percorso politico, nell’intento di recuperare tutte le potenzialità di quest’area culturale che, con la Democrazia cristiana, fu mirabile interprete nei tanti profili di governo che seppe assicurare per dare le risposte più appropriate. Nello stesso tempo occorre guardare sempre in una prospettiva di lungo termine, costruendo risposte mai improvvisate o disorganiche, come sembrano connotarsi le misure prevalentemente repressive con cui questo governo risponde ad istanze che invece avrebbero bisogno di interventi ad ampio raggio, soprattutto sul piano preventivo, strutturale e formativo.

I dettagli sullo strazio di Giulia Cecchettin nascondono lo scandalo della morte

Sopportare è un portare sotto, trasportare sulle proprie spalle le afflizioni del giorno. Insopportabili sono i commenti di questi giorni sulla morte di Giulia Cecchettin, compreso quello che state leggendo. Certamente insopportabili e forse necessari, ciascuno si regoli per come crede.
Questo sembra essere l’inevitabile conflitto che produce un evento tragico come l’omicidio di una ragazza per mano di un ex fidanzato che non tollerava l’abbandono.
La notizia è ghiotta per i palinsesti dei giornali e delle rubriche televisive. Insopportabile è il microfono messo sotto al naso del parente o dell’amico della vittima con la domanda demenziale del tipo “Cosa si prova in momenti del genere”.

Insopportabile e ancor più stucchevole è la rituale ripresa di un funerale con gli immancabili palloncini bianchi liberati verso il cielo con la scritta “Non ti dimenticheremo mai”. Insopportabili le interviste e i commenti degli esperti che si fronteggiano per mostrare chi ha più acume.
Giuristi, criminologi, psicologi, sociologi, pedagoghi, un esercito di scienziati hanno occasione per dare il meglio della propria sapienza, una insopportabile esibizione di pensieri che non hanno nulla di originale, detti e ridetti per tanti misfatti precedenti.
Sembra maledicano una morte sempre uguale che non offre micce da far brillare per un soffio di novità.

In questo scenario la politica non sa purtroppo tirarsi indietro. Subito proposte di modifiche alle leggi che regolano la materia della violenza contro le donne. Non sapendo più che inventarsi fanno sfoggio di fantasia per proporre qualcosa che dia un ulteriore segno di partecipazione alla vicenda.
Così si genera il rischio di una rivendicazione di quei morti di ieri e di domani, per mano efferata, che non hanno avuto e non avranno la stessa rilevanza. In ogni caso, i Partiti anche su questo trovano modo di contrapporsi perché è sempre bene non appiattirsi sulle posizioni del nemico.
Se tutta questa manifestazione di pensieri ci fosse risparmiata, il silenzio sarebbe parimenti altrettanto insopportabile dandosi l’impressione di una trascuratezza verso un dolore che non può lasciare indifferenti.

È la tragedia del “male” che da sempre fa sbandare gli uomini. Di fronte ad esso non sanno come orientarsi, reazioni che comunque non possono essere che scomposte quanto inevitabili, inutili ed opportune.
Per la cronaca hanno trovato il corpo della ragazza in un canalone, un solco erosivo che ha intagliato il cuore della povera ragazza, alla base di un dirupo che è un rompere in più parti, spezzando la sua resistenza alle coltellate che l’assassino le ha inferto. Fendenti per abbattere il muro divisorio che la ragazza aveva eretto idealmente a sua protezione con mattoni disposti, come si dice in gergo, a “coltello”.

L’efferatezza si è consumata a ridosso del lago di Barcis che per alcuni storici della materia vuol dire “capanna”. Due cuori e una capanna era l’ossessione dell’omicida che ha posto fine ad una vita che pure diceva di amare. Del resto, “fine” sta per fendere, la divisione tra ciò che era e ciò che non deve essere più.
Si dice che le scolaresche portate in gita, meglio ancora in visita ai campi di concentramento degli eccidi nazisti escano con la consapevolezza dell’orrore che l’uomo può provocare sulla pelle di altri uomini.
Siamo pieni di fiction con scene di violenza più spesso con un bel finale dove gli eroi la spuntano sui cattivi. Così la morte sembra solo un frame, una singola immagine cui ne seguiranno altre con altri sviluppi che si raccontano. La morte come un incidente scontato e poco significativo di tutto un episodio.

Forse sarebbe bene far prendere alle nuove generazioni e non solo la confidenza con la morte. Portarli al cimitero, nelle camere mortuarie dove chi è nella bara non si rialza e non torna indietro, dove c’è un corpo gelido che finisce sottoterra o tumulato dietro una lapide di pietra.
Scappare dalla morte o renderla insignificante è il delitto inconcepibile di questa società. Non è un fatto tra i mille del giorno che cede il passo ad un cappuccino od una cena.
Alla morte va riconosciuta la sua dimensione di pienezza e di angoscia, di una definitività che cozza con la provvisorietà ed il succedersi delle nostre azioni quotidiane. Un morto si decompone; del cadavere non restano che ossa, non è una figura che resta intatta nella veste dell’ultimo respiro.

Raramente, soprattutto tra i giovani, si è vicino a un moribondo che soffre, che sgrana gli occhi per cercare un altro possibile respiro o per fissare un’ultima immagine che tra poco non gli spetterà più.
Se c’è un morto in famiglia si tende erroneamente ad allontanare i bambini e i giovani da quella visione di tristezza.
Ecco, forse più che campi di rieducazione, di un servizio di leva che dia regole di disciplina, più che corsi che insegnino una sana affettività nelle scuole, occorrerebbe mettere gli occhi in pasta della morte che non è un gioco dove si possono ricaricare le pile e cominciare da capo. Dalla morte non si riemerge in questa vita.
La prima poesia che si dovrebbe mandare a memoria a scuola è quella troppo nota di Pavese dove se ne conosce il titolo ma non il testo, “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”.
Forse già a scuola, e non solo, della morte se ne dovrebbe parlare assai di più, prestando attenzione a disgiungerla dagli odiosi fatti di cronaca di criminalità, come qualcosa da ricondurre solo a quelle ipotesi traumatiche.

Si parla di Giulia e del suo assassino facendo le pulci alla dinamica dell’accaduto, si sottolineano con insistenza, fino alla nausea, dettagli e particolari sanguinolenti che andrebbero risparmiati innanzitutto alla famiglia della vittima, utili a farci diventare prima investigatori provetti e poi giudici. Della morte però non si parla, se non come un elemento trascurabile della vicenda, continuando a sfuggirla perché di scarso appeal.
Anche queste righe sono insopportabili e per come possibile tenteremo di farcene una ragione e di chiedere scusa al lettore.

Dall’iniziativa dei Focolari nasce il gruppo interparlamentare sui problemi della scuola

Promosso dalla rivista Città Nuova e dal Movimento politico per l’unità (rete di quanti nel Movimento dei Focolari sono impegnati in politica), è stato costituito già dal 2021 un Tavolo di lavoro sui problemi della scuola con varie associazioni di docenti, dirigenti, giovani, famiglie. lI Tavolo ha organizzato diversi laboratori coinvolgendo i parlamentari delle commissioni competenti di ogni schieramento politico. Gli stessi parlamentari hanno poi dato vita ad un Intergruppo sulla lotta alle povertà educative.

Ultimo laboratorio è stato proprio quello sull’educazione all’affettività e al rispetto delle differenze, il 9 novembre scorso alla Camera, nel quale era emersa la volontà di tutte le forze politiche di lavorare ad un testo condiviso.

Di seguito riportiamo il documento conclusivo.

 

***

Per fronteggiare in modo adeguato le situazioni di povertà educativa che coinvolgono in diverse forme un’ampia platea di giovani in età evolutiva (collocabili nella fascia di età compresa tra i 12 e i 18 anni) e che riguardano in modo particolare la sfera dell’educazione socio-affettiva e relazionale e alla parità di genere, tutte le realtà associative e le rappresentanze coinvolte nel presente Tavolo parlamentare sostengono in modo convinto e condiviso i seguenti punti:

– Non introdurre una specifica disciplina scolastica (Educazione alla sessualità o affettività), ma sollecitare interventi specifici di educazione socio-affettiva, sessuale e relazionale nell’alveo delle discipline curricolari e in particolare dell’Educazione civica, evidenziandone il valore formativo.

– Prevedere l’integrazione di obiettivi specifici di apprendimento e traguardi di competenze legate all’educazione socio-affettiva, relazionale ed emotiva nell’ambito delle vigenti Linee guida e nelle Indicazioni nazionali per il curricolo, in modo da rendere chiaro, prescrittivo, omogeneo e monitorabile l’intervento delle scuole su tutto il territorio nazionale.

– Coordinare gli interventi educativi in materia nei vari cicli di Istruzione, garantendone la necessaria continuità.

– Definire le Linee guida per l’educazione affettiva, sessuale e socio-relazionale nell’ambito di uno specifico tavolo di consultazione con mondo della scuola e famiglie tramite le rispettive associazioni rappresentative, nel rispetto dell’Autonomia scolastica e del ruolo specifico delle famiglie stesse in un’ottica di coinvolgimento degli attori del processo e di creazione di alleanze educative strategiche.

– Adottare sapientemente come prospettiva-cardine delle Linee guida, scevra da ideologismi controproducenti e divisivi, il tema dell’educazione al RISPETTO per sé stessi e per l’altro, in un’ottica di riconoscimento e accettazione del sé e delle diversità.

– Il compito educativo spetta in modo primario alla famiglia, come istituto a ciò deputato secondo il dettato costituzionale (artt. 30 e 31). Aiutare e supportare le famiglie attraverso eventi di formazione ad esse rivolti, più capillarmente proposti a livello territoriale.

– Tale compito è condiviso con altre agenzie educative come la scuola, nel cui ambito esso è primariamente in carico agli insegnanti e al personale scolastico, ossia alle figure impegnate in prima linea nella relazione con gli alunni. Per tale ragione, piuttosto che delegare l’educazione all’affettività ad esperti esterni o relegarla ad iniziative formative estemporanee, occorre agire in modo prioritario sulla Formazione in ingresso e sull’Aggiornamento professionale in itinere del personale docente ed educativo, perché sia realmente accertato il possesso di specifiche competenze di carattere psico-pedagogico.

– Garantire all’educazione socio-affettiva, relazionale e sessuale i caratteri dell’inclusività e della centralità della dimensione dell’ascolto dei bambini e dei giovani, con un’attenzione particolare alle situazioni di maggiore fragilità e di rischio emarginazione.

  • Definire in modo chiaro il ruolo delle altre agenzie educative presenti sul territorio (associazioni, enti, Servizi sociali, professionisti) incentivando i Patti di Comunità.

 

L’ennesimo femminicidio commesso nel nostro Paese – la terribile uccisione di Giulia Cecchettin, studentessa universitaria di 22 anni -, sollecita tutte le forze politiche e civili ad un’azione congiunta a favore dell’educazione affettiva e al rispetto delle differenze dei ragazzi e delle ragazze.

Il Tavolo parlamentare contro la dispersione scolastica e le povertà educative, promosso dal Movimento politico per l’unità Italia e dalla rivista Città Nuova e composto da associazioni professionali della scuola e da rappresentanti degli studenti e delle famiglie, ha presentato alle forze politiche di maggioranza e di opposizione un documento condiviso per chiedere l’introduzione nelle scuole dell’educazione all’affettività e al rispetto delle differenze.

La bozza del documento, è stata presentata il 9 novembre scorso nella sala Colletti del Palazzo dei Gruppi parlamentari, alla sottosegretaria all’Istruzione e al Merito Paola Frassinetti (Fratelli d’Italia) e alle rappresentanti dell’Intergruppo parlamentare su dispersione scolastica e povertà educative: la presidente Irene Manzi (Pd), Stefania Tassinari (Forza Italia), Stefania Ascari (M5S), Francesca Ghirra (Alleanza Verdi Sinistra), Valentina Grippo (Azione), Giovanna Miele (Lega). Presenti anche le onorevoli Laura Ravetto (Lega) e Sara Ferrari (Pd) della Commissione parlamentare d’inchiesta sul Femminicidio.

Promotori del documento sulla necessità di un intervento educativo su queste tematiche così delicate e importanti le associazioni: Adi, Aimc, Andis, Anp, Cidi, Diesse, Edu, Fism, Ius Sophia, Mce, Rete insegnanti Italia, Uciim, Movimento studenti di Azione cattolica, Giovani di Forza Italia, Giovani del Pd, Forum delle Associazioni familiari, insieme a Mppu Italia e alla rivista Città Nuova. I firmatari della bozza sono partiti dall’esame delle proposte di legge presentate dalle deputate Ascari,Manzo,Ravetto.

Alle forze politiche si chiede di mettere da parte le ideologie per il bene prioritario delle bambine e dei bambini, delle ragazze e dei ragazzi. Si sollecita di conseguenza l’urgente calendarizzazione di una delle proposte di legge presentate dalle diverse forze politiche, al fine di discuterne rapidamente nel confronto parlamentare e approvare una legge necessaria e condivisa.

Dolore per Giulia, una morte che esige un cambio di atteggiamento.

Giulia è solo l’ennesima vittima delle oltre cento che dall’inizio di questo anno sono state uccise per il fatto stesso di essere donne. Uccise in un mondo che sembra quasi voler rispondere all’inevitabile progresso tecnologico con un regresso di tipo sociale e culturale; una barbarie che si concilia più con i tempi della pietra – quando la forza prevaleva sulla ragione – che non con l’epoca della cosiddetta intelligenza artificiale.
È un tragico moto di sopraffazione che parte da un’insana e falsa idea di superiorità che porta un uomo a concepire e realizzare l’uccisione di una donna per la sua diversità rispetto ad un mondo e a dei canoni di vita coniugati ancora prevalentemente al maschile. Il potere, il risultato, il successo e il possesso sono dei sostantivi maschili, ma evidentemente per troppi maschi è ancora una questione che non attiene esclusivamente alla grammatica italiana, mentre invece è proprio dagli uomini che deve partire un’azione di riconversione culturale.
Ma si deve intervenire! Non si può più assistere inermi a questa ignobile mattanza di donne, ripetendo i soliti riti di indignazione e di buone intenzioni. Si devono insegnare, a partire dalle scuole, innanzitutto le regole di convivenza e di rispetto nel rapporto tra uomini e donne, ma prima alle famiglie e poi agli studenti; le famiglie devono essere aiutate perché non sempre sono “attrezzate” per capire, affrontare e gestire situazioni di disagio sociale e psicologico che possono sfociare in gravi episodi di cronaca nera.
Almeno su questo argomento è bene che si mettano da parte le differenze di genere e di colore politico, che si abbandonino le posizioni identitarie per costruire dei luoghi di confronto e di educazione al rispetto di ogni persona umana, con una particolare attenzione alle donne. La strada è una sola. Rispettarsi reciprocamente senza se e senza ma. Sempre e in ogni situazione! Il resto sono chiacchiere, ovvero inutili parole che lasciano il tempo che trovano, che diventano retoriche e stancanti.
Per fortuna nella “categoria” maschile esistono anche uomini degni di questo nome, come il papà di Giulia che pur immerso nel suo indicibile dolore non si è abbandonato a parole di odio, ma ha espresso un pensiero di vicinanza alla famiglia dell’omicida, anch’essa dilaniata da questa tragedia. Gino Cecchettin rivolgendosi alle donne e alle ragazze affinché non sottovalutino, ma anzi denuncino ogni episodio di violenza e di sopraffazione ha detto “l’amore vero non umilia, non picchia, non uccide”. Ecco l’indispensabile premessa per ritrovare un senso di nuova umanità che parta dal riconoscere e rispettare tutte le persone con le quali Dio ci ha chiamato a condividere l’esperienza della vita terrena.

Seminario di studio su Sassoli di Roma Tre e Istituto Sturzo

Sono trascorsi ormai quasi due anni da quando si spegneva il sorriso gentile di David Sassoli in una fredda giornata del gennaio 2022. L’Europa stava appena uscendo dall’incubo della pandemia per avviarsi, inconsapevolmente, verso un altro oscuro scenario, quello della guerra alle porte del continente lungo il confine russo-ucraino. La figura di David Sassoli, tanto amata dagli italiani e altrettanto apprezzata dai nostri partner europei che avevano imparato a conoscerlo dallo scranno di presidente del Parlamento di Strasburgo, ci ha accompagnato in uno dei momenti più difficili dell’intera storia europea del secondo dopoguerra, offrendo il contributo di un pensiero critico e al tempo stesso costruttivo, mai disgiunto dall’esempio di un impegno politico efficace e coerente.

Affrontando a viso aperto la sfida del populismo e del sovranismo, durante lo svolgimento del suo mandato di presidente del Parlamento europeo, Sassoli è intervenuto concretamente – specialmente in sede di negoziato sul Multiannual Financial framework 2021-2027 legato al Recovery fund – in difesa delle libertà fondamentali e dei diritti umani, in crisi nei paesi di Visegrád, come anche in favore di un bilancio europeo solidale attento alle domande di giustizia sociale delle persone più vulnerabili ed emarginate, senza dimenticare la sfida migratoria e il dovere dell’accoglienza, lo sviluppo economico sostenibile, le opportunità per i giovani e per le donne, il contrasto al cambiamento climatico, la difesa del lavoro, la cooperazione internazionale.

Il 23 novembre, presso la Sala Giacomo Matteotti della Camera dei Deputati, con il patrocino della rappresentanza in Italia del Parlamento europeo, si terrà il seminario Il Presidente del Parlamento Europeo David Sassoli: l’unità dell’Europa, la dignità della persona, organizzato dall’Università degli Studi Roma Tre e dall’Istituto Luigi Sturzo, che si propone di contribuire a una ricostruzione ad ampio spettro del suo lascito umano e politico.

A partire da una riflessione storica sui valori del progetto europeo e sull’eredità delle culture politiche cattolico-democratica e socialista confluite nell’esperienza di Sassoli, il seminario, che s’inscrive nell’ambito delle iniziative del CRUL (Comitato Regionale di Coordinamento delle Università del Lazio), s’interroga sulle problematiche al centro dell’azione della sua Presidenza, individuate, secondo le sue parole, come architravi di una «Europa leale con i suoi cittadini»: il Green Deal, la transizione ecologica e digitale, la riforma del Patto di stabilità e crescita, il rafforzamento della difesa e della sicurezza comune, la gestione integrata delle migrazioni e delle frontiere esterne.

Marialuisa Lucia Sergio
Università Roma Tre

Cisl ancora attrattiva per la sua storia di forza sindacale moderna

Lo sciopero indetto dalla Cgil e dalla Uil ha innescato un forte e positivo dibattito attorno al ruolo del sindacato nella società contemporanea. Un confronto utile perché ha evidenziato, ancora una volta, alcuni tasselli che denotano una profonda diversità attorno alla concezione che il sindacato può e deve ancora svolgere nel nostro paese. Sottolineando, a scanso di equivoci, che un sindacato debole o scarsamente rappresentativo segnerebbe una indubbia crisi della democrazia e delle stesse istituzioni democratiche. E questo perché la forza, l’autorevolezza e il prestigio dei corpi intermedi e delle forze sociali restano un potente antidoto ad una potenziale svolta autoritaria del paese, da qualunque colore politico derivi questo rischio.

Fatta questa premessa, è altrettanto importante sottolineare le ragioni di una perdurante diversità tra le diverse organizzazioni sindacali. È appena il caso di rilevare che il potente “sindacato rosso”, cioè la Cgil di Landini ha riprodotto, seppur in termini rinnovati e contemporanei, la vecchia concezione della “cinghia di trasmissione” tra il sindacato e il partito. Con l’unica eccezione che oggi non si sa bene se sia il sindacato che detta l’agenda al partito, cioè al Pd; o se sia il partito della Schlein a concordare l’azione con il sindacato. Nell’un caso come nell’altro non cambia la sostanza: ovvero, c’è una perfetta convergenza politica tra i due campi con il rischio più che concreto che il passato ritorna in tutta la sua interezza ed organicità. Del resto, non poteva non esserci una perfetta identità di vedute tra il radicalismo massimalista della Schlein e l’estremismo parolaio e demagogico del segretario generale della Cgil Landini.

Ed è proprio di fronte a questo scenario concreto che emerge in modo netto ed inequivocabile il ruolo della Cisl. Cioè di un sindacato che non ha mai rinunciato, e non rinuncia, ai due caposaldi costitutivi della sua lunga storia, a partire dalla sua fondazione nel 1950. E cioè, una rigorosa “autonomia” dai partiti e dalla politica nella sua varietà e complessità e, dall’altro, la centralità della “contrattazione”. A livello locale come a livello nazionale. Due tasselli centrali e decisivi che hanno accompagnato da sempre la Cisl esponendola anche a momentanee contestazioni e polemiche con alcune categorie di lavoratori.

Ma il sindacato di Pastore, di Carniti, di Marini e di tanti altri leader, oggi autorevolmente e responsabilmente guidato da Luigi Sbarra, conferma la sua modernità e la sua straordinaria attualità coltivando quei due caposaldi storici della sua storia. E le polemiche e i contrasti, tutti di natura squisitamente politica e partitica, di queste ultime settimane tra la Cgil e il Pd da un lato e il Governo di centro destra dall’altro ha persin platealmente confermato la bontà e la saggezza della proposta della Cisl. Un modello organizzativo che continua ad avere come bussola di riferimento la cultura riformata. E, al contempo, un impianto che permette di difendere gli interessi e le istanze dei lavoratori, dei ceti popolari e meno abbienti e dei pensionati senza rincorrere disegni e prospettive politiche che esulano radicalmente da questi mondi sociali.
Per questi motivi, molto semplicemente, la Cisl è moderna, attuale e contemporanea.

Frammenti dell’ora più buia d’America, quando Kennedy doveva incontrare la morte

60° di Dallas: Venerdì 22 Novembre 1963, ore 20 in Italia [2:38 EST, CBS], Walter Cronkite senza giacca appare in tv: “Da Dallas, Texas, ultim’ora, apparentemente ufficiale: il Presidente Kennedy è morto all’1.00 p.m. [CST, 2.00 EST], circa 38 minuti fa”.
Dovrebbe continuare, ma non ce la fa, si volta altrove per comprimere il pianto.
[Un frammento a posteriori, ancora suggestivo: “The York Times International”, November 22th 2013, A bullet exposed America’s darkness, by Tanenhaus, Sam. “The anniversary reverie of John F. Kennedy’s death has obscured the fact that by 1963, America had become a divided, dangerous place…”].

“Signor Presidente, grazie a Dio è uscito vivo da Dallas…”. Questo era l’inizio del discorso che Lyndon Johnson aveva preparato per la successiva visita di Kennedy ad Austin.
Comunque, il Senatore Democratico Fulbright si era raccomandato con Kennedy qualche giorno prima: “Dallas è un luogo estremamente pericoloso…Io non ci andrei. Presidente, lei non ci deve andare”.
Ma Kennedy non poteva non andarci. Lui del colto New England doveva pur rischiare qualcosa per rafforzare il bacino elettorale del suo Vice, Johnson.

Al ristorante dove pranzava, Averell Harriman, che rappresentava Kennedy a Saigon, Sottosegretario, già Governatore di New York, e che faceva parte di coloro che invano avevano cercato di dissuadere il Presidente dalla missione in Texas (una schiera di dissuasori che negli ultimi giorni era andata aumentando perché si era venuti a conoscenza di troppi dati pericolosi), vede Cronkite in tv. Allora quasi affoga, balza in piedi, rovescia la sedia e schiaffa il tovagliolo per terra: “Shit! Glielo avevo detto di non andare a Dallas!”.
60° di Dallas: Venerdì 22 Novembre 1963, ore 20 in Italia, [2:38 EST, CBS], Walter Cronkite senza giacca appare in tv: “Da Dallas, Texas, ultim’ora, apparentemente ufficiale: il Presidente Kennedy è morto all’1.00 p.m.  circa 38 minuti fa”.
Dovrebbe continuare, ma non ce la fa, si volta altrove per comprimere il pianto.

Schlein apre, Calenda chiude: rapporti tesi dopo lo sciopero della Cgil.

Le aperture di Elly Schlein si ripetono con insistenza, ma negli ultimi tempi Calenda ha preso a irrigidire le sue posizioni. Ne è riprova la diversa caratura degli interventi di ieri.
“Con il leader M5s Conte certamente ci sentiamo, e anche con Carlo Calenda, è naturale abbiamo fatto insieme un lavoro sul salario minimo”, ha confidato la leader del Pd a In Mezz’ora su Rai3, aggiungendo: “Spero che si riesca a trovare un accordo anche sulla sanità pubblica, su cui i punti di critica delle opposizioni sono simili”, ovvero “la mancanza di risorse e la necessità di sbloccare i tetti sulle assunzioni perché i reparti si stanno svuotando e le liste d’attesa si stanno allungando”.

“Io credo che non si costruisca nelle formule astratte l’alleanza o nei grandi proclami o nelle sfide lessicali per il nome del campo, non mi interessa questo aspetto. Mi interessa che su alcuni temi concreti riusciamo a unire i nostri sforzi”, ha detto Schlein, ricordando anche: “Le cose che abbiamo portato in piazza sono possibili terreni comuni perché quando parliamo di clima, di casa, di scuola, di lavoro, di Costituzione, io penso che ci siano i presupposti per provare a essere più efficaci insieme contro questo governo”.
Per parte sua, prendendo spunto dalle posizioni della Cgil, Calenda è andato giù con l’accetta. Lo ha fatto, come spesso succede, sfruttando lo spazio dei social. “Che autorevolezza può avere un sindacato che proclama uno sciopero contro la manovra (prima di averla letta) e poi presenta una proposta di manovra da 87 miliardi praticamente priva di coperture? Una manovra che se approvata porterebbe al default immediato dell’Italia. La linea di politica economica della CGIL di Landini, che il Pd sembra avallare, è populismo puro”.

Di qui il messaggio conclusivo, per nulla conciliante, del leader di Azione. “Martedì spiegheremo la nostra proposta di contromanovra con coperture e scelte precise. Combattere il populismo di destra con uno uguale e contrario di sinistra produce solo rumore e discredito. Se il Pd intende assumere questa linea Azione prenderà atto che intese, anche solo di merito, sono oggi impossibili”.

Una credibile alternativa alla destra esige realismo politico e visione ideale

Impegnati a concorrere alla costruzione di un’alternativa credibile al governo della destra nel nostro Paese, è necessario partire dai dati concreti della realtà effettuale, per non cadere in velleità ideologiche senza riscontro nei fatti.
In questi giorni l’ultima valutazione del rating ha visto Moody’s confermare la sostanziale stabilità dell’Italia e un aumento dell’outlook, dimostrazione di un giudizio positivo dei poteri finanziari sulle scelte moderate del ministro Giorgetti, in attesa di ciò che potrà accadere a breve in merito al voto sul Mes, cartina di tornasole non più rinviabile dei rapporti tra governo Meloni e Unione Europea.

Se con il giudizio di Moody’s il governo può cantare legittimamente vittoria, molto diversa è la concreta realtà sociale ed economica del Paese.
Il recente rapporto della Caritas stima la povertà assoluta dell’Italia vicina al 10%, più di due milio di famiglie, con oltre un milione di giovani in una condizione di precarietà destinata a essere ereditata tra le generazioni. Scrive infatti il rapporto della Caritas: “Quasi il 45% di nuovi poveri nei centri Caritas. Uno su cinque tra gli assistiti, cresciuti del 12% in un anno, ha un lavoro. Continua lo scandalo di 1,3 milioni di minori in povertà educativa; aumentano poveri assoluti a quota 5,6 milioni; in 14 a rischio’”. Siamo al triplo rispetto a quindici anni fa. Da fenomeno “residuale” a fenomeno “ strutturale”.

A questa situazione si può porre rimedio soltanto con una politica orientata alla crescita economica che reclamerebbe, però, una politica fiscale e industriale o carente, come nel caso della seconda, o, addirittura rovesciata nei fini, per quanto attiene alla politica fiscale.
Ho più volte evidenziato che ogni politica di riforme serie in Italia e in Europa è difficile da attuare se non si supera la condizione di subordinazione dell’economia reale e della stessa politica alla finanza di un turbo capitalismo, che ha rovesciato i principi essenziale del NOMA (Non Overlapping Magisteria) di cui ha scritto pagine encomiabili il prof. Zamagni.
Ciò comporterebbe per l’Italia l’immediato ritorno alla legge bancaria del 1936, che stabiliva la netta separazione tra banche di prestito e banche di speculazione finanziaria. Una legge nata dopo la crisi del 1929, a imitazione di quella USA, Glass-Steagall, su iniziativa di Beneduce e conservata dalla Banca d’Italia guidata da Guido Carli sino all’infausto Decreto Amato-Ciampi che ha determinato l’attuale situazione.

La questione fiscale italiana è rappresentata dagli ultimi dati che vedono redditi dichiarati dal solo 44% e con il 14% (per lo più lavoratori e pensionati) che sostengono il carico prevalente Irpef nel nostro Paese. il 44 per cento dei contribuenti paga oltre il 92 per cento dell’imposta, con un gettito complessivo pari a 175,17 miliardi di euro nel 2021. Il restante 56 per cento contribuisce al gettito fiscale per il 7,38 per cento.
Una condizione, che nel Paese dei nostri cugini francesi riempirebbe le piazze di protesta, in Italia sollecita, invece, uno dei vice presidenti del consiglio a prendersela con i sindacati Cgil e Uil, ricevendo come risposta, quella di uno striscione dei manifestanti a Padova: “Salvini invece di precettare vai a lavorare”.

Questo scempio a ogni ragionevole condizione di rispetto dell’art 53 della Costituzione (Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività) deve essere superato, mentre il governo della Meloni continua a strizzare gli occhi agli evasori, con provvedimenti tesi a lisciare loro il pelo, alla ricerca di un facile consenso elettorale.
Sarà la situazione sociale ed economico fiscale concreta del Paese a creare le condizioni di una crisi, che si riverbererà sul piano politico istituzionale, per il venire meno di quell’equilibrio di interessi e di valori che sta alla base della tenuta del sistema. Ecco perché continuiamo a credere che serva all’Italia il ritorno in campo della cultura del popolarismo, ispirata ai principi della dottrina sociale cristiana e votata a difendere e attuare integralmente la Costituzione repubblicana. Insomma, è indispensabile batterci tutti insieme per la ricomposizione politica della nostra area. Altro che le deformazioni costituzionali indicate dalla Meloni, contro le quali dobbiamo mettere in campo subito il comitato dei Popolari per il NO.

Accade a Roma: morte in cenere e un’urna dimenticata.

Qualcosa ha covato sotto la cenere. Questo il sospetto della Polizia Locale di Roma Capitale che dal cartellino identificativo di un’urna cineraria abbandonata vicino ad un cassonetto di rifiuti sono risaliti alla famiglia del defunto. La vicenda mostra qualche punto critico non tanto nella ricostruzione dei fatti quanto nella sciatteria che li hanno distinti.
Una donna decide un ripulisti dentro casa dopo la morte della madre. Si parte dall’alto verso il basso, dagli scatoloni e altre varie cianfrusaglie trovate in soffitta a scendere fin verso i piani nobili, lasciandoli poi per strada nel punto di raccolta dei rifiuti.
Avrebbe quindi messo l’urna dentro uno scatolone senza indagare sul contenuto, malgrado la matrice a corredo che avrebbe dovuto suscitare curiosità.
Forse l’urna era già in origine nell’involucro, la cosa non fa molta differenza; comunque non ha provocato comunque alcuna azione di verifica; lasciata lì, trascurando di riconoscerne la forma e ancor più il contenuto.

Nulla in ogni caso che, durante le operazioni di riassetto e di riordino della casa, abbia, in simultanea, scosso la memoria della donna circa la sorte delle ceneri del padre morto anni addietro.
Per quanto si comprende, il pacco di cartone ha mosso invece l’attenzione di un passante che, alla sua vista, avrebbe tirato fuori l’urna dall’approssimativo imballaggio per metterlo in evidenza in modo da darle sorte migliore.
“Alle incolpate ceneri nessuno insulterà”, alla incolpata custode delle ceneri è seguita invece una denuncia per “dispersione di ceneri non autorizzata” anche se nel loro destino, al giorno d’oggi, sembra fatale un esito di volatilità.
Ci sono posti della casa dove si tiene ciò che non si usa più e che non si ha il coraggio di gettare una volta per tutte. Probabile si ripongano lì proprio per conservarle al meglio o per non averle più sotto al naso.

La soffitta è la stanza posta sotto al tetto, sub ficta, che può dare anche il senso di una falsità da nascondere sotto il timore che venga a galla l’indifferenza per ciò che ormai è superato, anche se la cenere con altre misture può essere destinata addirittura per affinare oro e argento.
“Quelli di dentro vedendo la mala parata scapparono in soffitta”, noterebbe Manzoni. Sarà forse per questo che, quando ancora in vita, la moglie del defunto, diffidando della superficialità del mondo, abbia deciso di nascondere il recipiente in un posto sicuro, ignoto persino agli altri familiari. Di loro ne avrebbe preconizzato lo scarso trasporto per quel recipiente. Del resto, recipiente sta per ricevere qualcosa, l’opposto di abbandono o trascuratezza.

È possibile che in omaggio al sentimento del grande amore tra i protagonisti della vicenda, lo stesso defunto si sarebbe deciso di optare al tempo per la cremazione.
“Se troverà un mucchietto di cenere dirà: “Per me si è consumato”! Sarà stata questa l’ultima volontà dell’uomo ricco d’amore per la propria consorte.
Ci sono urne di ogni tipo e fattura, a doppio tronco di cono, a capanna, a cassetta, di terracotta, di tufo di marmo e chi più ne ha più ne metta. Il piccolo orcio oggetto di cronaca deve aver avuto però una forma anonima per non richiamare l’immediata attenzione di chi fosse capitata a tiro.
La pratica del versamento delle ceneri, così oggi in voga e di romantica suggestione tra i parenti di un caro estinto, magari ispirandosi ad un luogo amato da quest’ultimo, presenta anche un potenziale risvolto di inquietudine.

Dispersione vuol dire tante cose. Stando al vocabolario suona come rovinare, dissipare, mandare in malora, cacciare in varie direzioni, disseminare qua e là.
Nulla che dia, almeno di primo acchito, il senso di un conforto che sostenga la conferma circa l’identità di un ricordo compatto del “disperso”.
Lanciando al vento o per mare le ceneri si potrebbe correre simbolicamente il rischio di disperderne la forza di una memoria da sigillare per mantenerne l’unità e la solidità.
Potrebbe incombere inavvertitamente il pericolo di sparpagliarne o annacquarne l’idea di ciò che sono stati. Conservare potrebbe forse aiutare a non cadere nel precipizio di un legame con raccordi sempre più sfumati.

Peggio, nella versione malvagia, potrebbe sottendere l’intenzione di buttarne all’aria, incenerirne ogni ricordo, non essendo quest’ultimo in alcun modo gradito. Dirsi, insomma, risolutivamente, che ormai sono andati e non ci sono più. Cremare non corrisponde sempre ed automaticamente ad un ardere per passione.
Non a caso nei cimiteri è oggi un’area apposita, di solito il giardino delle rimembranze, dove è prevista la dispersione delle ceneri nel tentativo di accoglierle su una parte di terra ben delimitata, in uno spazio definito dove concentrare i sentimenti, dove la preghiera è immediatamente provocata, dove non passi davanti alla morte insieme a mille altri oggetti di casa buoni per l’arredamento.

Può accadere che le ceneri siano affidate ad uno spargimento figlio di iniziali suggestioni ed emotività che potrebbero conoscere, in ipotesi, futuri ripensamenti o rimpianti per l’ormai compiuto, se non anche diatribe tra i familiari. A volte si ottempera semplicemente alla volontà e alle disposizioni del defunto che vanno del tutto rispettate.
Quanto al fatto di cronaca colpisce la distrazione su dove e come siano state riposti i resti di un defunto.
Sembra di essere di fronte ad un fatto che, per tutta onestà, potrebbe riguardare chiunque ne abbia avuto occasione di lettura sui giornali.
Una parola non corsa per tempo, una raccomandazione mancata, la morte che coglie il solo che sappia di una urna conservata in un angolo sperduto di casa è un pericolo a cui tutti sono esposti.
La morte può ingenerare un difetto di comunicazione, un silenzio che mette prima in sordina e poi in dimenticatoio anche l’urna di un parente.
Di sottofondo la minaccia costante di una mancanza di tensione che si traduce nel desiderio di lasciarsi quanto prima la morte alle spalle, far fuori lo sgombrabile, cancellare almeno le tracce visibili di un dolore che ti ha segnato. Nell’impeto, anche inavvertitamente, si getta via il corpo in polvere di un morto.

In materia non si deve generalizzare e non ci sono regole che valgano per tutti. Ciascuno ha una propria sensibilità che si esprime in scelte conformi al proprio approccio alla morte.
Per tutti resta fermo come quella specie di ampolla non sia la lampada di Aladino, che allo strofinio consente di avere un genio a disposizione pronto ad esaudire i desideri.
È solo un vaso con dentro le ceneri di un cadavere. Quanto basta perché oltre a un ripostiglio in ogni casa, di buon auspicio, corra sempre senza risparmio la parola. Non c’è fuoco che possa bruciarla.

L’editore Sellerio manda in libreria tre storie di Andrea Camilleri

Le storie di Camilleri sono sempre seducenti, anche quando tralasciano la fascinazione sonora del vigatese per scavare dentro il rimestìo, sommesso ed elusivo, di un italiano parlato tra torsioni e tocchi dialettali: come accade nei tre racconti di questo volume. Conta, nell’un caso e nell’altro, la straordinaria esattezza della scrittura dell’autore. Nella terna, che qui fa libro, trovano assetto componimenti di diversa configurazione narrativa, di uguale qualità inventiva, e di godibilissima lettura. Due dei racconti sono datati 2005, l’altro è del 2011.

Ora, dopo la dispersione, entrano nelle partizioni e nell’arcata di un libro unitario, collaborando vicendevolmente con i legami associativi suggeriti dagli ingegnosi giochi di quinte della regia di Camilleri. Sintomatico è il racconto Troppi segreti con la sua costruzione severamente cinematografica. Sullo schermo delle pagine scorrono le didascalie come in un film d’antan. E la narrazione intreccia due trame parallele di contrapposta colorazione: una luminosa; l’altra torbidamente fosca, marcata dal corsivo.
Bruno Costa, «tecnico della società dei telefoni», è portato da una «curiosità innata» a verificare le sue «supposizioni» partendo «da minimi indizi». È un dilettante dell’investigazione. Un futile scherzo telefonico, con conseguenti combinazioni di equivoci, fa precipitare lui e la donna di cui è innamorato nelle spire della trama oscura. La donna viene orrendamente uccisa. L’esercizio della «curiosità» consente a Bruno di venire a capo del giallo prima dello scrupoloso commissario Chimenti.

Un monile di onerosi ricordi dà il titolo a Il medaglione di Belcolle. Il maresciallo Antonio Brancato comanda in Sicilia la Stazione dei Carabinieri di un paesino di montagna. Più che altro è un consulente per famiglie, un paciere. Può capitargli di doversi scontrare con un pericoloso latitante di passaggio. Ma lui sa come regolarsi. Risolve tutto con una furbata teatrale (in stile Montalbano). Ed è con una stupefacente furberia che salva dall’attonita disperazione e dalla angosciata autoreclusione un vedovo che, nella cassa del medaglione regalato alla moglie, al posto della sua fotografia ha trovato il ritratto di uno sconosciuto.
Ambientato nell’immaginaria Montelusa nell’anno 1862, con propaggini nel biennio successivo, è Il giudice Surra di Montelusa. Il protagonista del racconto storico (un piemontese sceso in terra di Sicilia) è armato di un candore che disorienta la fratellanza, o mafia, e lo rende enigmatico, alieno all’intero paese; gli fa ignorare minacce, intimidazioni, e persino un attentato. È una corazza fantastica, l’innocenza, e una sfida, sostenuta com’è da un’integrità morale e da un combattivo senso della giustizia che consentono al giudice di rintuzzare e umiliare la mafia, consegnandola all’irrisione.

Fonte: Notiziario Askanews

Il lascito politico di David Sassoli irradia la città di Roma

foto IPP/imagostock bruxelles 31-01-2020 conferenza stampa delle principali carche istituzionali dell'unione europea nel giorno dell'uscita della gran bretagna dalla UE - brexit nella foto David Sassoli Presidente del parlamento europeo WARNING AVAILABLE ONLY FOR ITALIAN MARKET

Caro sindaco Gualtieri,

cara Sandra, cara Cecilia, cara Carlotta,

gentili consiglieri e partecipanti a questa cerimonia,

 

è per me un onore, e un’emozione, prendere la parola per ricordare David Sassoli, nel giorno in cui la Città metropolitana di Roma capitale dedica a lui una delle sale più prestigiose di Palazzo Valentini e istituisce due borse di studio in suo nome.

Credo che sia importante e giusto fissare solennemente il legame ideale tra Roma e la persona di David, tra Roma e il suo impegno professionale e politico, tra Roma e la cultura, la passione, le battaglie che lo hanno visto protagonista, dopo essersi formato in questa città e aver costruito qui tanta parte del suo percorso di vita.

David è stato presidente del Parlamento europeo in una stagione intensa e drammatica – come quella della pandemia e dei lockdown – che ha impresso un segno profondo nella storia politica del nostro Continente. Non un segno neutrale. Ma un segno di svolta. 

Nel tempo della presidenza Sassoli, grazie a un apporto determinante di David, sono stati violati tabù – come il debito comune – che parevano incrollabili. La spinta della solidarietà, della responsabilità comune europea, delle politiche espansive, della coesione sociale ha scardinato quel paradigma rigorista che molti ritenevano ormai parte organica, inscindibile dell’impalcatura stessa dell’Unione, benché avesse prodotto nelle crisi effetti economici recessivi, avesse accresciuto gli squilibri sociali e, non ultimo, avesse indebolito filiere strategiche, dove l’innovazione ha bisogno di investimenti pubblici coraggiosi e ben pensati.

L’Europa ha reagito alla pandemia dimostrando invece che, se vuole, può essere vicina ai cittadini, che può proteggerli, che può mettere insieme la forza dei suoi numeri e della sua civiltà, che, se vuole, può compiere balzi in avanti verso una maggiore e migliore integrazione, come è accaduto nell’organizzazione sanitaria e nella gestione dei vaccini, pur in un ambito in cui le competenze comunitarie erano sulla carta assai limitate.

Quella stagione ci ha lasciato in eredità il Next Generation EU, con un potenziale di risorse per investimenti che supera persino il mitico Piano Marshall. E non ci sarebbero state così tante risorse, non ci sarebbe stato un così chiaro indirizzo verso la sostenibilità ambientale e l’economia green, se Sassoli non fosse riuscito a tenere aperto il Parlamento nei mesi di più forte espansione del virus. 

Quella stagione ci ha indicato anche un senso di marcia. La transizione verde e digitale è premessa e condizione di un’Europa più sicura, più forte e credibile nel mondo. Ma la sfida della sostenibilità, del Green Deal europeo, ha un significato ulteriore che non può essere taciuto: è una sfida anche sociale, di uguaglianza, di coesione, di crescita comunitaria.

“Non ci sarà una svolta economica – disse David Sassoli ad Assisi nel gennaio del 2020 – senza porre la giusta attenzione alle diseguaglianze. La diseguaglianza è una questione ambientale, così come il degrado ambientale è una questione sociale”.

Sono i punti-cardine della Laudato Si’. Del messaggio più forte che Papa Francesco lancia al mondo.  E che David ha fatto suo, provando a cambiare la rotta del cammino futuro. 

Ora però il timone è nelle nostre mani. Nessuno dei risultati ottenuti durante la pandemia può infatti essere considerato come acquisito per sempre. Gli equilibri di domani – sul Patto di stabilità, sull’immigrazione, sulle regole dell’Unione – sono tutti in via di definizione. In democrazia nulla è scontato, neppure i suoi presupposti etici e sociali, come ci ha insegnato il grande giurista tedesco Böckenförde. Per questo considero particolarmente importante l’intitolazione di oggi. Vuol dire che Roma è consapevole del valore del lascito politico di Sassoli.

Certo, sono accaduti fatti nuovi e sconvolgenti dopo che David ci ha lasciati. L’aggressione russa in Ucraina, la crisi energetica, la crescita dell’inflazione, ora l’esplosione del conflitto in Medio Oriente.

Tante volte ci siamo domandati cosa avrebbe detto e fatto David di fronte alle guerre e alle crisi, che stanno mettendo a durissima prova la solidità dell’Europa e le nostre coscienze. David che ha difeso la libertà dei dissidenti russi e dell’opposizione bielorussa quando non pochi governi europei per opportunismo (e per interessi economici) attenuavano i toni della condanna. David che ha visto crescere e ha provato a contrastare l’aggressività russa ai confini orientali dell’Unione. Ma è lo stesso David che non ha mai smesso di pronunciare la parola pace, e le parole dialogo, rispetto, cooperazione, integrazione. David era consapevole che sulla promessa di pace, seguita alla guerra più devastante, sono state edificate le costituzioni europee della libertà, del diritto eguale, della giustizia sociale, della solidarietà.

Aveva un forte senso della storia. E credeva nella politica democratica come processo, non come una manichea giustapposizione tra il bene e il male.

Un processo da costruire nella partecipazione. Con alleati e avversari. Una strada da percorrere guidati da ideali, che sono una componente essenziale della politica, non meno della sua necessaria concretezza, ovvero della sua capacità di rispondere qui e ora al bisogno che si manifesta anzitutto in chi è più svantaggiato. Non c’è politica, non c’è avanzamento, senza l’ideale, senza la speranza, senza lo slancio di un’utopia, che lui biblicamente amava chiamare “profezia”. Giorgio La Pira era un suo maestro.

Raccogliendo in un libro i discorsi pronunciati da David Sassoli nella sua veste di presidente del Parlamento europeo ho cercato di poggiare a terra alcuni primi mattoni, e ora con gioia vedo le università e gli studenti, grazie anche al sostegno delle istituzioni, lavorare per sistemare altri mattoni e riflettere ancora sui pensieri, le idee, i progetti di David. 

E’ un tesoro che – in tutta evidenza – interroga e sfida anche la sua parte politica: viene naturale collocare David nella filiera di europeisti di matrice cattolica che va da Jacques Delors a Romano Prodi, divenuti leader tra i più significativi della sinistra europea. La sinistra è chiamata a un ripensamento, di sé stessa, del proprio insediamento sociale, del proprio orizzonte progettuale. Credo che abbia bisogno di aprire le porte, oltre il confronto con il liberalismo, a nuove culture che hanno fondamento nella persona, nell’umanesimo, nell’ecologia integrale.

David Sassoli non ostentava la fede cristiana. Eppure quelle sua fede generava valori e cultura, imponeva coerenza nell’azione. Aveva radici piantate in una storia antica, robusta, familiare, quell’esperienza del cattolicesimo democratico che aveva raggiunto il culmine creativo nella Costituzione. Ma lui era un ragazzo del Concilio. E le radici antiche si sono intrecciate con esperienze nuove di dialogo e solidarietà, con l’impegno sociale e professionale, con tanta passione civile condivisa con chiunque cercava maggiore giustizia. Associazioni e gruppi cattolici oggi vedono in David un esempio cui ispirarsi, proprio perché è stato capace di affrontare con efficacia il tema forse più difficile per gli eredi del cattolicesimo politico: cioè la consonanza con lo straordinario magistero di Papa Francesco, con la sua radicalità evangelica che sta scuotendo vecchie mediazioni e rendite di posizione.

David Sassoli, senza clericalismi, ha espresso una politica più prossima (o meno distante) dal richiamo civile, laico, universale del magistero di Francesco. 

Il suo ultimo messaggio – ricordiamolo – è stato un inno alla speranza. “La speranza siamo noi quando non chiudiamo gli occhi davanti a chi ha bisogno, quando non alziamo muri ai nostri confini, quando combattiamo contro tutte le ingiustizie”. 

Grazie sindaco. Ora è come se le sue parole fossero scritte su queste pareti.

Il Centro e il modello politico della Margherita.

Una delle novità che caratterizzeranno l’ormai prossima consultazione elettorale europea è indubbiamente rappresentata dalla presenza del Centro. Un Centro, come ovvio, nè statico e nè legato solo ad una passiva rendita di opzione equidistante tanto dalla sinistra radicale e massimalista della Schlein quanto dalla destra leghista e sovranista. Ma, al contrario, un luogo politico dinamico, moderno, innovativo e autenticamente riformista e di governo. Un Centro che si rende sempre più necessario ed indispensabile di fronte ad un bipolarismo politicamente inadeguato e, sul versante democratico, anche pericoloso.

Ecco perché, al di là delle beghe e delle ripicche personali, dei risentimenti caratteriali e delle incomprensioni politiche, questo luogo politico adesso può e deve decollare. Per riaffermare una efficace azione di governo e, soprattutto, per conservare la qualità della nostra democrazia.

Ora, è di tutta evidenza che a questa precisa domanda politica, culturale ed organizzativa, deve seguire un partito con una chiara piattaforma programmatica, un credibile profilo politico, un assetto democratico definito e una cultura politica adeguata. Insomma, dev’essere un luogo politico non affatto riconducibile all’esperienza dei partiti personali, dei partiti del capo o ai grigi ed insignificanti cartelli elettorali. E, al riguardo, preso atto del tramonto dei cosiddetti partiti identitari disciplinati da una organica e definita cultura politica, anche il futuro partito di centro non potrà che essere culturalmente “plurale”. Ed è altrettanto evidente che, pur senza alcuna regressione nostalgica o tentazione passatista, il pensiero corre immediatamente al “modello” della Margherita. Un partito nato all’inizio degli anni duemila, forse liquidato con eccessiva frettolosità dai suoi dirigenti, che ha rappresentato, comunque sia, uno dei primi autorevoli tentativi di “partito plurale”. Una formazione con una netta cifra riformista, una leadership politica diffusa che riuscì a riunificare sotto lo stesso tetto varie culture politiche riconducibili al Centro. Dal pensiero e dalla tradizione cattolico popolare e sociale al mondo ambientalista, dalla cultura liberal democratica e laico repubblicana al filone socialista alla stessa tradizione del civismo presente a livello municipale e localistico. Insomma, una esperienza politica e partitica che non è più replicabile meccanicamente perché sono cambiate, nel frattempo, le condizioni politiche di quella specifica stagione ma che, tuttavia, conserva un modello ed un metodo che non sono affatto da archiviare.

Ed è per questi motivi, semplici ma essenziali, che anche oggi si può tranquillamente rilanciare quel modello di partito accompagnato dal metodo che l’ha contraddistinto molti anni fa. Ad una condizione, però. E cioè, che deve essere aperto a tutti coloro che credono e si fanno carico di un progetto politico centrista e, soprattutto, a tutte le culture politiche lontane se non addirittura alternative ad ogni forma di massimalismo radicale, di populismo anti politico e di sovranismo anti europeo. E quindi, nessuna preclusione aprioristica e nessuna pregiudiziale politica, ideologica e, men che meno, di carattere personale verso chicchessia. Il tutto accompagnato da un percorso costituente rigorosamente democratico e partecipativo e con un metodo organizzativo che permetta a tutti di sentirsi a casa propria, senza fedeltà precostituite e senza servilismi grotteschi e ridicoli nei confronti del capo di turno.

Ecco perché la ricostruzione del Centro e di una “politica di centro” possono tranquillamente convivere con un partito che recuperi il modello e il metodo delle vecchia Margherita. Non per farci catturare dal passato ma per continuare a guardare avanti senza rinnegare le proprie radici e le proprie origini. Culturali, sociali, programmatiche e politiche.

Vita e Pensiero | JFK e il valore alto della politica

Cosa resta dell’operato di John Fitzgerald Kennedy? La domanda ricorre da decenni con regolarità in fondo sorprendente eppure già di per sé emblematica: come se ci si dovesse continuamente dar ragione di una presenza che col tempo si rafforza invece che affievolirsi.

Ricorre quest’anno il 60° anniversario della morte del più giovane presidente della storia statunitense e con largo anticipo sulla data sono ancora emerse nuove voci relative alla controversa vicenda del suo assassinio, che poco o nulla hanno in realtà aggiunto al desiderio di maggior chiarezza sui fatti accaduti a Dallas il 22 novembre del 1963. Paul Landis, un agente dei Servizi Segreti quel giorno al seguito della decapottabile del presidente, ha pubblicato il 10 ottobre scorso un libro di memorie dal titolo molto catching, The Final Witness (L’ultimo testimone) la cui anteprima era già stata data in pasto alla stampa di tutto il mondo a settembre per il lancio del volume.

Landis, ormai 88enne, dichiara di aver udito tre colpi e non due (come sostiene la versione ufficiale) e di aver raccolto personalmente sul sedile dell’auto presidenziale la “magic bullet”, la pallottola che, secondo le ricostruzioni ufficiali, avrebbe magicamente colpito con un astruso percorso sia Kennedy sia il governatore del Texas John Connelly fugando così i dubbi su come potessero corrispondere due soli colpi di fucile al numero di ferite causati. Landis avrebbe poi posato il proiettile in questione sulla barella di Kennedy e non su quella di Connelly dove, agli atti, risulta invece esser stata trovata: tutta una serie di conclusioni ne verrebbe messa in discussione.

Ora: a parte il fatto che molti commentatori si sono affrettati a mostrare come la nuova versione dell’anziano agente faccia acqua da non poche parti, risulta evidente che essa porta in gioco dettagli, magari non irrilevanti, ma che paiono lontani dal risultare particolarmente rivelatori.

Ciò che semmai rivela questa ennesima versione del Murder most foul (come lo chiama Bob Dylan, citando Shakespeare, in una sua struggente ballata del 2020) è il desiderio collettivo di rivivere continuativamente il mito della tragica parabola kennediana.

Questo, a mio parere, è il punto: il mito. Se i miti sono le grandi narrazioni che danno ragione della convivenza degli esseri umani all’interno di comunità che condividono una visione del mondo e il senso storico della propria cultura, ben si comprende perché JFK sia conficcato al centro di una costruzione mitica che contribuisce a fondare la politica occidentale contemporanea.

Si badi bene: niente di tutto questo dovrebbe restituire un’immagine ‘santificata’ del re della nuova Camelot (come venne definito – probabilmente sulla spinta di una intuizione della First Lady Jacqueline – il circolo di uomini politici e intellettuali che ruotava attorno ai due fratelli Kennedy, John e Bob). Non sono le qualità interiori e più profonde dell’uomo Kennedy a entrare in gioco: se ne può discutere, naturalmente, a favore o contro, ma non serve qui farlo.

Sono le sue doti politiche che rilevano, e una in particolare: la capacità di incarnare nella propria persona ma ancor più nelle proprie parole (e nel modo di pronunciarle) lo spirito del tempo.

John Kennedy seppe navigare destreggiandosi tra i forti venti che battevano il mare tempestoso eppur appassionante della politica del dopoguerra: giovanilismo, pacifismo, speranza di cambiamento, ricerca di “nuove frontiere” che dessero senso all’esistenza di una generazione nel suo complesso così come dei singoli individui che la componevano. Gli uomini del suo entourage (il fratello Bob avrebbe avuto in ciò un ruolo tutt’altro che irrilevante) seppero trovare le parole per dire quella temperie storica e lui seppe farle proprie in maniera credibile, incarnandole nel proprio personaggio: non importa granché, in questa sede, se le adottò anche nel proprio intimo e a guida del suo agire privato e personale. I suoi discorsi e la sua presenza pubblica rimangono indimenticabili e ci rammentano qualcosa che stiamo sempre più dimenticando: che in politica dovrebbe esistere un uso alto della parola, quello che gli antichi ritenevano innervato addirittura di sacralità.

Se è del valore storico dell’uomo politico che stiamo parlando, valore destinato a conservarsi pressoché inossidabile al trascorrere dei decenni, fu quindi soprattutto grazie a questo che Kennedy si fece simbolo, e mito, di un tempo a proprio modo irripetibile: saper dare corpo al valore alto ed emotivamente leggendario della politica. Né la sua morte improvvisa, violenta e sotto gli occhi di tutti, rituale anch’essa nei suoi toni tragici, fu irrilevante, avendo avuto la conseguenza di consegnarlo forever young, giovane per sempre, e assai più innocente di quel che realmente era (come avviene a tutti gli “agnelli sacrificali”, così lo definisce sempre Dylan) a una memoria planetaria commossa e dunque istintivamente disposta all’indulgenza.

Il più giovane presidente degli Stati Uniti.

Basta davvero poco per percepire la differenza abissale che si è scavata in un sessantennio fra il piglio con il quale il quarantenne John Fitzgerald Kennedy cavalcava la tigre dei ruggenti Sixties e i passettini incerti con i quali l’ottantenne Joe Biden sale insicuro la scaletta dell’Air Force One per arrancare dietro le incalzanti inquietudini dei nostri anni.

Vogliamo un’unità di misura per la nostalgia che finisce così frequentemente per ammantare la memoria della fiabesca Camelot kennediana? Pensiamo ai due anni di pandemia mondiale che abbiamo appena attraversato e cerchiamo di ricordare quale leader sia stato capace di trovare parole alte per accompagnare un’umanità disorientata e impaurita attraverso il dramma che si trovava di fronte: probabile che ci si affaccerà alla mente un vuoto desolante.

Nessuno ha saputo ricoprire il ruolo di guida, tutti hanno perso un’occasione epocale di passare alla storia (o anche solo di guadagnarsi un credito simbolico che si sarebbero potuti spendere per anni e anni).

Ricordiamolo, quel vuoto. Osserviamolo con attenzione: ha molto da dirci.

Paolo Colombo

Paolo Colombo è professore ordinario di Storia delle istituzioni politiche nella Facoltà di Scienze politiche e sociali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dove insegna anche Storia contemporanea. Da anni lavora sul rapporto tra Storia e narrazione e, insieme a Chiara Continisio, organizza in luoghi d’eccellenza milanesi (come la Basilica di Santa Maria delle Grazie, il Museo Diocesano, il Teatro Litta, il Teatro Ariberto, il Teatro Carcano, ecc.) «Storiaenarrazione», cicli di lezioni aperte al pubblico il cui successo è andato in continuo crescendo. Autore di numerosi saggi e monografie, collabora regolarmente con RaiStoria e Rai3, ha scritto articoli per «La Gazzetta dello Sport» e pubblicato romanzi per ragazzi per «Il Battello a Vapore» di Piemme Editore. Nel 2020 è uscito per Vita e Pensiero con “History Telling. Esperimenti di storia narrata”. 

Fonte: Vita e Pensiero Plus 149

Palestina, Biden conferma l’impegno degli Usa per la soluzione dei due Stati

Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha ribadito il suo sostegno a una soluzione a due stati al conflitto israelo-palestinese, confermando che Gaza e la Cisgiordania dovrebbero essere unite sotto una nuova Autorità Nazionale Palestinese fino al raggiungimento di tale obiettivo.

“Il popolo palestinese merita uno Stato proprio e una futura libertà da Hamas”, ha scritto Biden in un articolo pubblicato oggi dal Washington Post.
“Mentre lottiamo per la pace, Gaza e la Cisgiordania dovrebbero essere riunite sotto un‘unica struttura di governo, in definitiva sotto un‘Autorità Nazionale Palestinese rivitalizzata, nel mentre lavoriamo tutti verso una soluzione a due Stati”, ha continuato.
Per Biden soltanto questa soluzione potrebbe garantire la sicurezza a lungo termine sia del popolo israeliano sia di quello palestinese.
“Per raggiungerlo ci vorrà l’impegno di israeliani e palestinesi, così come degli Stati Uniti e dei nostri alleati e partner. Questo lavoro deve iniziare ora”, ha sottolineato.
Il presidente ha anche escluso lo spostamento forzato dei palestinesi da Gaza, la rioccupazione o la riduzione del territorio.

Un cessate-il-fuoco a Gaza non porterà la pace finché l‘autorità della Striscia, Hamas, continuerà a ricorrere alla violenza. “Finché Hamas si aggrappa alla sua ideologia di distruzione, un cessate-il-fuoco non è pace. Per i membri di Hamas, ogni cessate-il-fuoco è tempo da sfruttare per ricostruire le loro scorte di razzi, riposizionare i combattenti e riavviare le uccisioni attaccando nuovamente gli innocenti”, si legge sempre sul Washington Post.
In ogni caso, il presidente degli Stati Uniti ha chiarito che un esito della guerra israeliana a Gaza che lasciasse ad Hamas il controllo dell’enclave “perpetuerebbe ancora una volta il suo odio e negherebbe ai civili palestinesi la possibilità di costruire qualcosa di meglio per se stessi”.

Fonte: Notiziario Askanews

Lo spirito di collaborazione e amicizia fra Kohl e Andreotti

La caduta del Muro di Berlino, il 9 novembre 1989, provocò uno straordinario effetto domino politico e culturale dando il via a eventi che hanno inciso profondamente nella storia dell’Europa e del nostro Paese.
In quella fase delicata, l’Italia ha giocato un ruolo importante nella riunificazione della Germania, all’epoca per nulla scontata. Nel 1989 il governo italiano deteneva la presidenza di turno della Comunità economica europea e l’allora Primo Ministro Giulio Andreotti sfruttò la circostanza per ritagliarsi un ruolo da protagonista nella politica continentale e, in particolare, nella gestione della “questione tedesca”.

Ancora oggi quando si pensa alla politica di Giulio Andreotti sulla riunificazione della Germania è immediato riferimento alla famosa battuta che l’allora ministro degli Esteri avrebbe pronunciato nell’agosto del 1984 partecipando a una festa dell’Unità: “Amo tanto la Germania che preferisco ce ne siano due”.
In realtà, sembrerebbe che quella battuta non fosse di Andreotti ma, seppur declinata in maniera leggermente diversa, fosse stata pronunciata dallo scrittore francese François Mauriac ai tempi di De Gaulle.

Andreotti la fece propria e da allora quel motto gli rimase addosso conferendogli la fama di essere profondamente ostile all’idea di una Germania unita.
Che Andreotti in principio fosse contrario alla riunificazione tedesca è certamente vero, tuttavia quella battuta testimoniava uno stato d’animo generalizzato fra i governi occidentali dell’epoca.
Parlare di riunificazione della Germania significava non solo rievocare i fantasmi di un passato ancora troppo recente in una classe dirigente nata e cresciuta tra le macerie della seconda guerra mondiale, ma rischiava anche di mettere in discussione i precari equilibri fra Est e Ovest faticosamente raggiunti con gli accordi di Helsinki e frenare sul nascere il difficile processo di distensione fra i due blocchi.

Con il modificarsi della situazione internazionale, la posizione più conciliante del presidente francese Francois Mitterrand, il via libera dell’inquilino della Casa Bianca George Bush, il riformismo di Gorbaciov in Unione Sovietica e le aspirazioni unitarie sempre più nette del cancelliere della Repubblica federale tedesca Helmut Khol le cose cambiarono profondamente.
Fu allora che anche Andreotti divenne alfiere della causa tedesca, contribuendo a risolvere lo stallo e a rassicurare i vicini europei sul fatto che una Germania unita non sarebbe stata un potenziale pericolo per l’Europa.

Nel febbraio del 1990, dopo un incontro con Kohl, Andreotti pronunciò parole molto diverse e inequivocabili: “La situazione internazionale è cambiata, io sono favorevole alla riunificazione e fossi tedesco avrei pure ansia nel realizzarla”.
Gli atti che verranno presentati nel convegno di oggi sono dunque il risultato di indagine accurate, di autorevoli storici come Antonio Varsori, arricchiti dalle testimonianze dirette di molti protagonisti di quella fase storica: dall’Ambasciatore Vattani – allora consigliere diplomatico di Andreotti – all’ ex Presidente del Consiglio Massimo D’Alema e l’ex ministro Cirino Pomicino, all’epoca particolarmente vicini allo statista Dc.
Sono atti che servono non solo a fare luce su come si svolsero quei negoziati in quella stagione breve e convulsa, ma anche a ad allargare lo studio inserendo il processo della riunificazione tedesca in una cornice più ampia ed esaustiva.

È evidente infatti che quel risultato si raggiunse grazie anche ai rapporti interpersonali tra i grandi leader dell’epoca e allo spirito di collaborazione e amicizia che si andò consolidando in quegli anni fra Kohl e Andreotti, ponendo le premesse per un superamento definitivo delle lacerazioni politiche ed ideologiche dell’Europa
Helmut Kohl è stato indubbiamente tra i grandi statisti europei dell’ultimo ventennio del secolo scorso, quello che più di ogni altro ha incarnato nella propria esperienza politica l’aspirazione di un intero continente al superamento delle divisioni del Novecento. Lo ha fatto non solo guidando la riunificazione della Germania, ma anche agendo da protagonista sulla scena europea, nell’Europa e per l’Europa avendo compreso che gli interessi del popolo tedesco coincidevano con gli interessi di tutti i popoli europei, una convinzione che lo rese capace di compiere scelte forti e impopolari.

Andreotti intuì la necessità di integrare la Germania nel disegno europeo rendendo quel processo irreversibile e che il nuovo quadro di stabilità non si sarebbe potuto compiere senza un tracciato preciso di lungo periodo che avrebbe dovuto comprendere la moneta unica, il rafforzamento del rapporto atlantico, e la CSCE (la futura OSCE) con la prospettiva finale di una casa comune che includesse anche l’Unione Sovietica.
Senza l’impegno e la tenacia di questi grandi leader, la nostra storia sarebbe stata senz’altro diversa e non certo migliore.

Sánchez torna al governo, la Spagna trema per il peso degli indipendentisti.

Non v’è più dubbio alcuno sull’abilità politica di Pedro Sánchez, nuovamente capo del governo spagnolo, per la terza volta, a soli 51 anni. Anche stavolta con una maggioranza parlamentare risicata e dai contorni non chiarissimi. La sua scommessa estiva, andare subito alle urne e giocarsi il tutto per tutto dopo la sconfitta del suo partito alle amministrative, presa nonostante fosse divenuto da pochi giorni il presidente di turno semestrale della UE e in molti gli consigliassero di attendere la conclusione naturale della legislatura, è stata vinta.

Il suo Psoe non ha perso le elezioni, pur prendendo meno voti del Partido Popular; la sinistra radicale presentatasi col nuovo contenitore Sumar (inclusivo della vecchia Podemos), guidato dalla combattiva Ministra del Lavoro Yolanda Diaz ha conseguito un risultato più che discreto; il PP di Alberto Nunez Feijòo non ha ottenuto quella maggioranza parlamentare che sperava di conseguire tramite un’alleanza con l’estrema destra di Vox senza però esserne succube (e quindi aveva fatto una campagna elettorale intesa a togliere voti a quest’ultima, operazione però riuscita solo in parte, perché al tempo stesso ha provocato la probabile perdita di voti “centristi”, dirottatisi altrove e in particolare verso i partiti autonomisti presenti in Catalonia, Galizia, Paese Basco, Canarie); la destra franchista di Vox è stata sconfitta. Un quadro confortante per Sánchez, che a inizio estate non era forse neppure immaginabile. Ora egli ha aumentato il suo prestigio anche a livello continentale: per curriculum, età, capacità dimostrate e rilievo del paese che guida ha molti atout per divenire il leader dei socialisti europei, cosa che non può certo divenire lo scialbo cancelliere tedesco Olaf Scholz. Tutto bene, dunque? Nient’affatto.

Il prezzo che Sánchez ha dovuto pagare per vincere la sua arrischiata scommessa è molto alto. Radicale in tema di diritti civili, egli è assai più moderato in materia economica. Ora il ruolo protagonista che già nel precedente esecutivo la leader di Sumar aveva saputo ritagliarsi verrà ulteriormente accentuato: non v’è dubbio che l’ambizione del nuovo partito sia di spostare quanto più possibile a sinistra l’azione dell’esecutivo e con ciò porre in affanno una larga parte del mondo socialista tradizionale più attento sin dai lontani tempi di Gonzales alle ragioni non solo dei lavoratori (richiamo che orgogliosamente rimane nel simbolo del partito) ma anche a quelle della piccola e media imprenditoria e delle libere professioni. I voti di Sumar sono essenziali e questo a Sánchez è facile prevedere verrà ricordato spesso. Lo si è visto da subito, nel programma presentato dalla coalizione governativa, che prevede non solo la conferma del salario minimo ma pure una più discutibile e ardita riduzione dell’orario settimanale lavorativo sino a 37,5 ore a parità di salario.

Ma c’è un altro problema, ben maggiore in quanto pone a rischio l’unità della Spagna. Sánchez ha avuto luce verde in Parlamento grazie al voto degli indipendentisti catalani, oltre che a quello degli autonomisti del Paese Basco, della Galizia e delle isole Canarie: il prezzo pagato ai primi è stato l’impegno per garantire l’amnistia per tutti i reati contestati ai circa 1400 dirigenti e attivisti dei partiti indipendentisti catalani in occasione della autoproclamata secessione dalla Spagna in seguito al referendum incostituzionale tenuto nel 2017.
Ora, se da un lato si può sostenere, con Sánchez, che si tratta di un atto pacificatore utile per superare le tensioni esasperate del 2017, dall’altro è innegabile che la posta in gioco sia altissima in quanto l’obiettivo dei catalani – mai rinnegato – è rimasto quello originario: la secessione da Madrid. E questo è inaccettabile per Madrid, per lo stesso Sánchez. Che infatti sul tema è rimasto assolutamente muto nel discorso di investitura parlamentare e per ciò è stato criticato nel dibattito dai deputati autonomisti catalani.

La Destra, intenta da un lato a leccarsi le ferite e dall’altro a cominciare l’inevitabile regolamento di conti interno, ha immediatamente convocato la piazza denunciando il “golpe” intentato ai danni della sovranità della nazione. Una piazza che ha risposto numerosa, in verità. Anche in maniera scomposta e talvolta violenta. Criticata a ragione da Isabel Diaz Ayuso, presidente della comunità di Madrid. All’interno del PP la battaglia è appena iniziata. Ma molti segnali indicano proprio nella combattiva “presidenta” la prossima avversaria di Sánchez. Dotata di quel carisma che Alberto Nunez Feijòo, vincitore nominale delle elezioni ma sconfitto effettivo in Parlamento, evidentemente non possiede.

L’Uncem invita a ripensare cosa sono le aree rurali e montane

I territori hanno un loro Sinodo. La strada dove Camminare insieme è tracciata. ll nostro Sinodo da Treia con il Festival della Soft Economy promosso da Symbola e Uncem, prosegue a Santa Sofia con Oltre Terra la prossima settimana e si muove verso le Alpi e gli Appennini per tre anni di lavoro, sino al 2026. La piattaforma di lavoro, l’instrumentum laboris è già stato scritto da Fabio Renzi, alla guida con Ermete Realacci di Symbola, da Marco Bussone, Presidente Uncem, e da altre sigle che stanno lavorando in questo percorso sinodale. Verrà perfezionato nelle prossime settimane in tanti incontri. Tutti possono esserci. Molti sono già in cammino: da Legambiente a PEFC Italia, con Fondazione Montagne Italia e gli Economisti di CAIRE. Un Sinodo per ripensare cosa sono i territori, le aree rurali e montane, il 66% dell’Italia, insieme con le 100 grandi città e i 7900 Comuni italiani. Terra e territorio.

“Non è strano per noi parlare di Sinodo dei territori – afferma Marco Bussone, Presidente nazionale Uncem – Pensiamo al percorso che sta facendo la Chiesa Cattolica. Un totale ripensamento. Vale anche per noi. Non basta cambiare qualche legge, il testo unico degli enti locali, avere norme su montagna e comuni più efficaci, tantomeno soldi in più. Servono certo, più dei 200 milioni in campo per le montagne italiane. E serve una visione per stare nelle grandi transizioni. Ecologica ed energetica prima di tutto. La Laudato Si e la Laudate Deum sono due Encicliche che guidano anche il nostro Sinodo dei territori. Non solo approcci giuridici, economici, materiali, ma visioni e strategie sono necessarie”.

Ripensarsi è la parola d’ordine del Sinodo dei territori. Nasce da una serie di necessità che emergono rispetto al “come si sta insieme”, domanda che tocca i Comuni, le imprese, le gestioni delle terre, le metodologie e le visioni politiche. Comunità al centro, percorsi e processi da attivare. I Sindaci fanno la loro parte, ma non basta. Le scelte e le opportunità da comporre. “Per unire abbiamo una piattaforma nazionale che è un naturale strumento facile e agevole di lavoro per i territori – prosegue Bussone – È la Strategia delle Green Communities, che vede attivi già 197 aree omogenee italiane, oltre 800 Comuni in totale, 140 milioni di euro da investire, 1 milione di italiani coinvolti. Territori che si sono dati una strategia che dovrà essere attuata nei prossimi anni. 37 aree sono finanziate dal PNRR, altre avranno strumenti di sviluppo messi dalle Regioni con fondi e progettualità. Le Green Communities sono piattaforma di attuazione delle transizioni dei territori, dell’unità tra Comuni, delle sinergie istituzionali e degli Enti locali con imprese e terzo settore. Le Green Communities sono il ‘Camminare insieme’ che il Sinodo dei territori sancisce, piattaforma. Partiamo da Treia e proseguiamo con tre anni di lavoro alla quale tutti sono chiamati a partecipare, a partire da Oltre Terra a Santa Sofia e dall’Assemblea Uncem del 4 dicembre a Roma”.

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Marcel Proust su Rai Storia con Paolo Mieli e Lucio Villari

Figlio dell`alta borghesia parigina, Marcel Proust nasce il 10 luglio 1871 ad Auteuil, nella periferia di Parigi. Un grande della letteratura mondiale raccontato da Paolo Mieli e dal professor Lucio Villari a “Passato e Presente”, in onda questa sera alle 20.30 su Rai Storia.

Al liceo, il giovane Marcel scopre la vocazione letteraria e frequenta gli esclusivi salotti parigini. È qui che Proust impara a guardare con occhio critico la realtà sociale in cui è immerso, analizzando virtù e bassezze umane, in un periodo, quello di fine secolo, ricco di grandi cambiamenti culturali. È un Proust che vive profondamente il suo tempo, lacerato dallo scandalo dell`Affare Dreyfus e dallo scoppio della Prima guerra mondiale, un evento che influenzerà il suo monumentale romanzo: “Alla ricerca del tempo perduto”.

La Voce del Popolo | Grillo: la celebrazione di un fallimento politico.

C’era qualcosa di particolarmente mesto (uso un eufemismo gentile) nel triste riaffacciarsi di Beppe Grillo l’altra sera in televisione. Un monologo piuttosto ripetitivo, non particolarmente brillante, mai interrotto dal conduttore e condito da considerazioni pseudopolitiche che avrebbero magari meritato un minimo di controcanto. 

Niente di tutto questo. Solo la celebrazione di un fallimento politico privo di quel minimo di autocritica che l’avrebbe reso almeno dignitoso. E forse perfino interessante. Il fatto è che il M5S, la creatura politica a cui il comico ha dato vita a suo tempo, ha pensato di fare propri tutti i difetti dei partiti contro cui aveva levato le proprie insegne di sdegno e di protesta. 

Nessuna democrazia interna, nessuna coerenza di linea e di alleanze, nessuna trasparenza. Ora, di questi tempi non c’è partito che non debba fare i conti con le delusioni che suscita. Ma la politica, che è pur sempre un’arte nobile, avrebbe almeno il dovere di rivisitare se stessa e di fare i conti con i propri errori. Tanto più quando ha lungamente trattato gli errori degli altri con furore giacobino. 

Non che Grillo non sia consapevole di tutto questo. Certe sue ammissioni un po’ paradossali davano l’idea che a questo punto egli fosse perfino d’accordo con i suoi molti censori di oggi. Peccato che quel suo essere d’accordo venisse espresso quasi nella forma di uno sberleffo rivolto a quanti lo avevano votato. A suo modo è stata anche questa una lezione di politica. E cioè di quello che la politica non dovrebbe mai essere.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 16 novembre 2023

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

La grande ipocrisia della giornata mondiale dei diritti dell’infanzia

Lo so che non è giornalisticamente ortodosso cominciare un articolo con una domanda ma credo che questa volta si possa fare un’eccezione: con quale faccia, coscienza e coerenza ci accingiamo a celebrare il 20 novembre la Giornata mondiale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza?

Non c’è luogo del pianeta dove questa ricorrenza avrebbe un senso e una valenza di onestà intellettuale e morale. Guerre, catastrofi umanitarie, morte, distruzione, persino stupri e violenze, e…cosa dico, vilipendio dei cadaveri fanno inorridire il mondo, disperare le madri e i padri, spezzare il cuore di chi può chiamarsi ‘persona’: i social media ci mettono di fronte ad uno spettacolo terrificante e indegno, l’infanzia è violata e la vita negata persino sul nascere. Sono i bambini le vittime più innocenti dell’insensata crudeltà a cui i bombardamenti, i droni, i missili, le armi, le città e le case rase al suolo, le scuole e gli ospedali presi di mira e distrutti sottraggono il diritto di nascere e di crescere in un contesto familiare e sociale di amore, affetto e rispetto.

Un orrore senza fine che l’evidenza di ciò che accade in Ucraina, in Israele, a Gaza ci indigna e ci addolora profondamente, ci fa piangere e pregare che tutto finisca presto, che l’uomo non sia così spietato e insensato da estirpare la pianta della vita e fare scempio di una generazione che nulla sa, nulla può, nulla conosce di quanto cattivo, criminale e dissennato possa essere l’animo umano.

La desolazione accompagna le immagini e i reportage che — per quanto spieghino e facciano vedere — non rendono ragione di un eccidio a cui la potenza e la capacità distruttiva delle armi conferiscono l’iconografia della distruzione totale. Migliaia di giovani creature vengono uccise senza alcuna pietà e ciò per un disegno politico delirante di conquista, annientamento e potere e — peggio ancora — in nome di Dio, di un Dio che nella nostra immaginazione non conosciamo perché spietato e vendicatore.  Quando la religione arma la mano di assassini efferati diventa dottrina dell’orrore, dello scempio dell’esistenza terrena, fomenta l’odio viscerale e non lascia certo spazio ad un dialogo possibile: non ci potrà mai essere redenzione per ciò che è premeditato omicidio ma viene chiamato martirio.

La Terra non ha pace, l’olocausto si rinnova e diventa dissoluzione e annientamento del genere umano: di quale dialogo interreligioso si va farneticando, fin dove arriva l’illusione delle diplomazie? In ogni angolo del pianeta i minori subiscono angherie e soprusi di ogni tipo, anche nei Paesi che chiamiamo civili ed evoluti sono vittime di abusi ancor più sofisticati: per strada, persino a scuola, nei luoghi di culto e in famiglia conoscono la doppiezza e l’umiliazione di essere violati da chi dovrebbe proteggerli.

Il quadro – sullo sfondo di una estinzione della vita sul Pianeta adombrato dall’ONU e dagli scienziati per la catastrofe ambientale già innervata in tutti i contesti e incombente senza preavviso – è da cupio dissolvi. E al centro dello sfascio ci sono i minori, vittime della ferocia umana. Deportati in Siberia, decapitati in Israele, resi ostaggi o massacrati a Gaza, caricati nei barconi dei naufragi, venduti al macello ovunque la miseria, la fame, la povertà, le deprivazioni li rendono merce nel commercio del sesso e della droga, mutilati dalle mine antiuomo, armati per combattere o per imparare a uccidere, analfabeti per restare sudditi, precocemente adultizzati, schiavi dominati dai social, deprivati dell’identità dalle tecnologie, a volte vittime dei carnefici a cui sono affidati per essere educati e cresciuti: che cosa dovremmo celebrare nella giornata dell’infanzia e dell’adolescenza? Diritti che sovente sono calpestati dall’egoismo degli adulti e che rendono questa età della vita il tempo dell’innocenza perduta. È una ricorrenza — se mai —  che mette l’umanità al cospetto di quella coscienza collettiva che chiamiamo civiltà.

Una naturale convergenza segna la prospettiva dei democratici popolari

Provare convergenze in politica è sempre difficile. Lo si fa più agevolmente su talune tematiche forti, divisive per il paese. Così è stato e continua ad essere in questa legislatura per il salario minimo, che ha unito le opposizioni, divise nelle tante altre questioni cruciali del paese, mentre il governo, mettendo in campo tattiche dilatorie e ingerenze poco convincenti nella dinamica  dell’attività legislativa, va in tutt’altra direzione.

Così è in confronto alla recente proposta di riforma costituzionale tesa ad introdurre una aberrante forma di premierato ad iniziativa del governo. Il termine convergenza in politica ci riporta agli albori della nostra storia politica del secondo dopoguerra. Soprattutto alla celebre frase “convergenze parallele” attribuita ad Aldo Moro nei primi anni ‘60 per anticipare gli snodi cruciali e i cambiamenti, che si preparavano di volta in volta all’orizzonte.

In realtà l’espressione pronunciata in un memorabile discorso del luglio 1960 dal grande statista democristiano, era lessicalmente diversa, ossia “convergenze democratiche”. La versione che è passata alla storia ed è rimasta nella memoria collettiva, ossia l’ossimoro “convergenze parallele”, sembra fare riferimento alla giornalistica interpretazione data da Eugenio Scalfari in un suo editoriale su L’Espresso di quel periodo.

Si alludeva ovviamente ad un percorso comune che la Dc vedeva come evoluzione inevitabile con le forze socialiste di Nenni (Psi), che pur in un quadro di significative differenze di visione e di prospettiva nella costruzione del futuro del paese, trovava un filo comune nella condivisione atlantista.

Questa breve premessa serve ad introdurre, in parallelo, ma in uno scenario opposto con un governo che tende a deprivare diritti e conquiste fondamentali, quanto di più avvertito appare oggi nel comune sentimento di popolari e democristiani, ossia l’idea di un’aggregazione politica sulla base di un programma che abbia quali suoi assi il contrasto alla deriva autocratica di questo governo, sempre più incapace ad affrontare e saper dare risposte ai temi cruciali di questo paese, dalla sanità, al mondo del lavoro, sempre più precarizzato e in affanno, ad un serio ed autorevole rapporto con le Istituzioni europee, non solo in materia di immigrazione, ad un fisco equo, ad una giustizia giusta, per citare le problematiche più evidenti.

Così non è certamente sbagliato partire dai tratti comuni di una opposizione netta al progetto di legge costituzionale che intende traghettare una bizzarra e disinvolta idea di premierato nel nostro sistema istituzionale.

Concordo perciò con l’auspicio, espresso ieri da Ettore Bonalberti su questo giornale, di dare subito corpo ai comitati per il No unendo tutte quelle forze che traggono linfa da quelle matrici culturali che furono artefici del sapiente lavoro di elaborazione e scrittura della nostra Carta costituzionale.

Peraltro l’occasione di misurarsi su un testo comune che metta in palese evidenza tutte le abnormità e le aberrazioni di un progetto, che non nasconde sin dalla prima lettura di far perdere prestigio e autorevolezza al Capo dello Stato, può favorire la convergenza su un comune programma di massima, premessa indispensabile per una aggregazione in unica lista delle diverse estrazioni in cui attualmente si collocano quanti provengono dalla unica matrice democristiana.

Di certo non sfugge quanto sia insidioso ed eversivo il proposito delle destre di Meloni e Salvini, sempre più insofferenti ai contrappesi che la nostra Costituzione interpone nell’esercizio delle attribuzioni istituzionali. Già da tempo non appare tanto celata la voglia irrefrenabile di smantellare la parte centrale della Carta dedicata agli assetti e alle funzioni delle varie istituzioni.

Questa sola ragione è già sufficiente a non farci perdere un solo minuto per organizzare una opposizione, assieme a tanti emeriti esponenti della società civile, a questo disegno costituzionale che vuole riscrivere la nostra Carta fondamentale in direzione di un diverso assetto e peso decisionale delle funzioni istituzionali, con consistente alterazione del virtuoso bilanciamento delineato dai nostri costituenti con cui riuscirono a realizzare una ineguagliabile sintesi nell’equilibrio dei poteri imperniato sul ruolo centrale delle Camere.

Ritengo perciò degno di rilievo quanto Bonalberti, sulla linea di un iniziale intesa comune per un comitato del No, ci metta in guardia: “…La sola indicazione di costituire una lista comune del centro alle prossime Europee, per quanto importante, rischia di apparire un mero espediente di sopravvivenza politica, se non sarà accompagnata – e siamo ancora in tempo a farlo – da una capacità progettuale adeguata alle sfide del nostro tempo. E anche dalla definizione di un percorso che faccia trasparire il coraggio di affidarsi alla forma partito nell’organizzare il centro, e di affidarsi al “rischio” della democrazia interna al partito”.

Non c’è che dire!

Ma se si va in profondità, prefigurando un tale processo di ricomposizione teso ad assumere le sembianze di un nuovo partito di centro, vien subito da chiedersi quali caratteristiche e quale identità dovrà avere? E quali saranno i limiti da non superare per mantenere vive le radici del popolarismo? Un problema serio, perché ne va della stessa riuscita dell’operazione, apparsa già da tempo molto difficile.

Assai predittivo di quanto sia arduo questo sentiero risulta essere l’esperimento in corso, da quattro anni, dell’attuale federazione dei democratici cristiani e dei popolari, organismo propedeutico ad un’aggregazione più strutturata che non è riuscita ad oggi a produrre un qualche risultato, condizionata pesantemente da pregiudiziali e riserve mentali su intoccabili rendite di posizione che poi, tradotte in fare politico, sono servite per taluni esclusivamente come presidio di sopravvivenze personali, sicché alla prova dei fatti hanno messo in stallo il tentativo di ricomposizione della diaspora democristiana.

Tuttavia sono sicuro che un quadro politico così fosco, giunto persino al tentativo di vanificare diritti sindacali costituzionalmente garantiti, farà da leva a un diverso approccio per un così importante obiettivo.

In questo quadro non minore importanza dovrà assumere l’elaborazione di un progetto per l’Europa capace di agevolare una transizione verso una visione dell’Unione che recuperi gli ideali e i propositi dei padri fondatori, De Gasperi, Adenauer e Schuman, in direzione di un percorso che abbia come nuova frontiera la formazione di una comunità politica europea, come da essi vagheggiata.

Quella comunità continentale, che era stata teatro di azioni abominevoli verso l’umanità, doveva riscattare la propria dignità facendosi protagonista di fratellanza, coesione e convivenza pacifica.

Con non minore ardore guardavano con speranza ad una Unione di popoli europei accomunati da radici cristiane le cui profondità e vitalità apparivano come la migliore linfa senza la quale ogni tentativo di ridefinire una nuova cornice di Europa sarebbe finita per cadere nel vuoto.

Oggi a nessun attento osservatore verrebbe in mente di identificare questa Europa con l’idea che di essa avevano in mente i tre padri fondatori.

Di certo non era nei loro obiettivi costruire un organismo comunitario che anteponesse, all’idea di un Umanesimo integrale, freddi, e talvolta cinici (emblematico il caso della Grecia), obiettivi turbo-finanziari e monetari, anche a costo di gravosi depauperamenti di interi ceti sociali, contando per converso poco il ricorso a forme di solidarismo, soprattutto perequativo.

Insomma un‘Europa sempre meno promotrice di reale miglioramento, di benessere delle comunità, di riduzione dei divari tra territori e del giusto riconoscimento delle peculiari vulnerabilità a cominciare dalla questione migranti che impatta soprattutto sulle coste italiane.

L’iniziativa che non troverà una Dc sorda, di certo non avrà facile supporto per il fatto che le tante frazioni politiche in cui è suddivisa l’area democristiana, non hanno identica affiliazione nel contesto delle grandi matrici culturali che costituiscono i contenitori comuni delle forze politiche espresse da ciascun paese membro dell’Ue.

Sono però convinto che se sapremo trovare lo stesso coraggio che ebbe Aldo Moro nell’affacciare scelte difficili ma necessarie per assicurare al paese un futuro più aperto alla pienezza dei diritti, come delineato dalla Costituzione, potremo porre le premesse per una solida difesa nel paese delle parti cruciali della nostra Carta fondamentale e costruire uno spazio politico capace di riequilibrare il sistema sempre più asfissiato da un bipolarismo malsano.

 

Asianews | A San Francisco torna il dialogo tra Biden e Xi Jinping.

John Ai

 

[…] È durato quattro ore l’atteso incontro tra il presidente degli Stati Uniti Joe Biden e il presidente cinese Xi Jinping, svoltosi a San Francisco durante il vertice della Cooperazione economica Asia-Pacifico (Apec). Entrambi stanno cercando di allentare le tensioni tra le due potenze, cresciute in maniera significativa nell’ultimo anno. Le questioni dei palloni spia cinesi, l’espansione dell’arsenale nucleare cinese e il divieto degli Stati Uniti sull’esportazione di microchip avanzati in Cina hanno diviso tra loro i due Paesi.

Le due parti hanno concordato di riprendere le comunicazioni militari e le telefonate ad alto livello per controllare la competizione tra le due potenze, interrotti dall’estate 2022. Hanno concordato l’istituzione di un gruppo di lavoro comune per affrontare la questione del traffico di stupefacenti. Come pure un’intesa è stata raggiunta tra i rispettivi inviati speciali per il clima sulla cooperazione per ridurre le emissioni causate dai combustibili fossili e sul sostegno agli sforzi globali per triplicare l’energia prodotta da fonti rinnovabili entro il 2030.

Il presidente statunitense Biden ha dichiarato che le discussioni sono state costruttive e produttive. Ha sottolineato che quando viene a mancare la comunicazione è “il modo in cui avvengono gli incidenti”. Tuttavia, incontrando i giornalisti dopo il vertice, Biden è tornato nuovamente a utilizzare la parola “dittatore” riferendosi a Xi, come già aveva fatto all’inizio dell’anno, irritando Pechino. Anche sul nodo di Taiwan le distanze restano profonde: Xi ha chiesto che Washington smetta di armare l’isola ribelle e sostenga la riunificazione pacifica della Cina. Biden, invece, ha affermato che gli Stati Uniti si oppongono a qualsiasi cambiamento unilaterale dello status quo da entrambe le parti e ha chiesto la moderazione da parte dell’Esercito popolare di liberazione.

L’incontro tra i due leader si è svolto nello storico resort Filoli Garden, a sud di San Francisco. Nel discorso di apertura, Biden ha affermato che gli incontri sono sempre stati franchi, diretti e utili. Ha aggiunto che “dobbiamo fare in modo che la competizione non sfoci in un conflitto.  E dobbiamo anche gestirla in modo responsabile”. Xi ha affermato che la competizione tra grandi Paesi non è la tendenza prevalente dei tempi attuali e non può risolvere i problemi che devono affrontare la Cina e gli Stati Uniti o il mondo in generale. Xi ha anche detto: “Credo fermamente nel futuro promettente delle relazioni bilaterali”.

Il colloquio tra i due leader ha riguardato temi di ampio respiro, tra cui le condizioni del commercio bilaterale, Taiwan, il Mar Cinese Meridionale, il controllo del fentanyl, il cambiamento climatico, la guerra a Gaza, l’intelligenza artificiale e i diritti umani. Raggiungere un consenso non è un compito facile, ma entrambi si aspettano di riprendere i normali canali di comunicazione, soprattutto i colloqui militari tra i due eserciti in un contesto di crescenti tensioni. 

In occasione del vertice la polizia di San Francisco ha rafforzato le misure di sicurezza e ha installato recinzioni lungo entrambi i lati delle strade. Le tende dei senzatetto nel centro della città sono state rimosse. Centinaia di sostenitori di Xi si sono schierati lungo le strade sventolando bandiere nazionali cinesi e suonando canzoni patriottiche con gli altoparlanti. Fonti locali sostengono che queste manifestazioni siano state organizzate dall’ambasciata cinese. Da parte loro i sostenitori di Xi hanno rifiutato di parlare con i media.

Sia le persone che hanno accolto con favore la visita di Xi sia i manifestanti per i diritti umani in Cina si sono riuniti vicino all’aeroporto di San Francisco, lungo l’autostrada dove è passato il corteo di Xi e fuori dall’hotel in cui alloggiava il presidente cinese. Il confronto tra i gruppi filo-governativi cinesi e i manifestanti è durato per ore e ci sono stati anche scontri tra le due parti. 

I dissidenti cinesi e i firmatari di petizioni che hanno perso le loro case e le loro terre nella loro città natale in Cina hanno protestato contro la visita di Xi. Anche gruppi provenienti dallo Xinjiang, dal Tibet e da Hong Kong si sono uniti alla protesta davanti al consolato cinese di San Francisco.

L’ultima visita di Xi Jinping negli Stati Uniti risaliva al 2017, quando l’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump ricevette Xi nella sua proprietà privata di Mar-a-Lago in Florida. Dopo sei anni, la competizione tra Stati Uniti e Cina si fa sempre più feroce, non solo per quanto riguarda il conflitto nel settore del commercio e degli scambi, ma anche per quanto riguarda la tecnologia d’avanguardia e la strategia geopolitica.

No al premierato e lista unitaria alle europee

I sondaggi politico elettorali sono profezie che si auto-adempiono o si auto-distruggono. La vulgata che si sta diffondendo, col sostegno del governo della destra e dei vari organi di stampa a esso vicini, sarebbe quella secondo cui “il popolo sarebbe favorevole al premierato”. È una tesi azzardata e  pericolosa, diffusa da una maggioranza fittizia che, alle ultime elezioni politiche, ha prevalso con un voto rappresentativo di metà dell’elettorato attivo italiano, ma che oggi controlla la quasi totalità dell’informazione radio televisiva.

Ora però, se si vuole contrastare questa pericolosa deriva, è necessario che i partiti e i movimenti delle culture che hanno contribuito al patto costituzionale, avvino senza indugi i comitati per il NO. Ciò è indispensabile anche per la vasta platea di partiti, movimenti, associazioni e gruppi dell’area cattolica: democratica, liberale e cristiano sociale. Abbiamo già svolto questa importante funzione al tempo del referendum renziano e, a maggior ragione, dobbiamo farlo ora, che si tenta di stravolgere la costruzione alla quale hanno contribuito i nostri padri fondatori: De Gasperi, Dossetti, La Pira, Mortati, Moro, Gonella…

Ecco perché rivolgiamo un pressante appello agli amici della Federazione Dc e Popolari che furono, con Gargani, Tassone e altri, i promotori di quel Comitato, affinché avviino immediatamente la costituzione del comitato dei Popolari per il NO, con gli amici della Dc, di Insieme, di Tempi Nuovi e delle tante altre realtà della galassia Dc e Popolare presenti in Italia. Non c’è più tempo da perdere, come non c’è più tempo per tergiversare sul progetto di una lista unitaria dei Dc e Popolari alle prossime elezioni europee. Sarà quella una tappa importante, necessaria, ancorché non sufficiente, per concorrere alla costruzione del “centro nuovo” della politica italiana: democratico, popolare, liberale, riformista, euro atlantista, alternativo alla destra nazionalista e sovranista e a una sinistra ridotta a partito radicale di massa. L’equilibrio democratico dell’Italia è sempre stato fondato sulla saldatura tra gli interessi e i valori del terzo stato produttivo e delle classi popolari. Un equilibrio che la Dc seppe garantire per oltre quarant’anni, insieme alle altre componenti di ispirazione laica, repubblicana, liberale e socialista. 

Ancora una volta il “centro nuovo” della politica italiana dovrà nascere dalla confluenza di queste culture sulla base dell’incontro dei valori di riferimento essenziali; quelli dell’umanesimo popolare, liberale e socialista.

Noi di Iniziativa Popolare siamo pronti per tale progetto, attendiamo la disponibilità di tutti.

Salvini e i suoi nemici, ovvero come distrarre l’opinione pubblica.

La decisione di intervenire con lo strumento della precettazione nella vicenda dello sciopero dichiarato da CGIL e UIL per venerdì apre degli scenari con possibili risvolti conflittuali sia sul piano sindacale che su quello politico.

Diciamo in premessa che non ha alcun senso aggettivare uno sciopero come “politico”, ovviamente in senso denigratorio; vi sono infatti poche cose che si possono definire “politiche” più di uno sciopero che mobilita i lavoratori e le loro organizzazioni intorno a questioni che attengono alle questioni economiche ed alle condizioni di lavoro.

Si aggiunga che questo sciopero in modo particolare è stato “politicizzato” proprio dalla decisione del ministro Salvini di intervenire con la precettazione, per motivi che vanno rintracciati nella competizione che è in corso all’interno alla maggioranza di governo e del clima pre-elettorale che la pervade.

La ricerca di visibilità crea la necessità di nemici e di avversari con i quali entrare in conflitto, meglio ancora se in modo permanente; e così il Salvini depotenziato sul “versante migranti” cerca di occupare un altro spazio politico tradizionalmente caro alla destra, quello dello scontro con il sindacato. Lo fa in un modo spericolato e maldestro creando probabilmente anche qualche imbarazzo tra i partner di maggioranza, che per il momento scelgono di tapparsi occhi e orecchi per allontanare lo spettro di una crisi politica.

C’è da rilevare che la legittima posizione della CISL di non aderire allo sciopero di venerdì 17 dovrebbe in questo momento – dopo la precettazione – essere accompagnata almeno da un flebile vagito in difesa del diritto di sciopero e di chi intende esercitarlo; si tratta infatti forse dell’unico diritto garantito dalla Costituzione (art. 40) che pesa in termini economici esclusivamente sulla tasca di chi decide di esercitarlo a differenza di altri (salute, sicurezza, istruzione) che gravano invece sulla fiscalità generale. E solo per questo motivo merita il rispetto anche di chi non ne condivide le motivazioni, posto che la valutazione di merito sulle ragioni di uno sciopero può competere solo a chi lo indice e a chi decide di aderirvi.

L’entrata a gamba tesa di Salvini prepara una stagione che sarà caratterizzata da una crescente conflittualità. In questo momento nel quale l’economia segna il passo con un PIL che si stacca a fatica dallo zero, con debito pubblico, tassi d’interesse e prezzi in aumento, con le risorse PNRR sempre più a rischio, con un governo che non riesce a mantenere gli impegni neanche con gli alluvionati dell’Emilia, questo clima non lascia sperare nulla di buono per il nostro futuro. Purtroppo questo clima viene e verrà percepito anche dagli operatori economici e dagli investitori, sia interni che esteri, con gli effetti che si possono facilmente immaginare.

La Ragione | In Russia criminali premiati se fedelissimi.

Qualche anno fa, a pochi passi dal ponte dove da lì a poco sarebbe stato freddato Boris Nemtsov, Matteo Salvini spiegava agli italiani che a Mosca «la polizia è discreta ma fa il suo lavoro e se sbagli, paghi».
Senza null’aggiungere a quanto già rammentatogli dal sindaco Wojciech Bukan in occasione dell’indimenticabile sortita polacca, appare doveroso ricordare oggi al Senatore che uno dei killer di Anna Politkovskaja -appena graziato con decreto presidenziale firmato da Putin in persona- è proprio un ex-agente di polizia di Mosca. Sergej Khadzhikurbanov è infatti uno dei 75mila criminali messi in libertà da «uno che ha le idee chiare per una società ordinata, pulita e laboriosa per i prossimi cinquant’anni», come il leader leghista amava definire il dittatore russo.
Più precisamente, Khadzhikurbanov è un ex-agente della Rubop, cioè il dipartimento regionale per la lotta alla criminalità organizzata gestito dal Ministero degli Affari Interni della Federazione Russa.
Quattro proiettili a una giornalista scomoda, quattro a un oppositore politico. E se ammazzi ancora, ti guadagni l’impunità.
La giustizia, in Russia, funziona così.
Non a caso, nella classifica globale sullo stato di diritto stilata ogni anno da “World Justice Project”, la Federazione Russa si trova al 113° posto su 142, cioè al livello dell’Africa. Nella graduatoria relativa ai poteri delle istituzioni governative è 132a, sotto Iran, Zimbabwe e Mauritania e appena sopra Myanmar e Sudan. Per non parlare dei sub-rating riguardanti giustizia penale, libertà d’espressione, d’informazione e grado d’indipendenza dei media, che vedono Mosca scavare oltre il fondo.

Giusto ricordare anche questo, a chi è stato pure giornalista.
Chiamare le cose col loro nome, in Russia, significa essere “agenti stranieri”. Il Ministero della Giustizia applica tale etichetta a qualsiasi Ong o media che tocchi delicate questioni politiche in maniera irritante per il Cremlino. Chi viene aggiunto al registro delle “organizzazioni indesiderabili” è obbligato ad aggiungere accanto a ogni pubblicazione (inclusi i post sui social network) la dicitura: «Questo mezzo di stampa/materiale è stato creato e/o diffuso da un mass media straniero, e/o una persona giuridica russa che svolge le funzioni d’un agente straniero».
Costretti a marchiarsi in maniera umiliante per essere riconoscibili, quattro volte l’anno gl’indesiderabili sono tenuti a inviare rapporti dettagliati con tutte le fonti di reddito e le spese sostenute.
Non adempiere a tali obblighi, cioè violare l’art.330.1/III del codice penale russo, comporta pene detentive fino a 5 anni, com’è accaduto lo scorso 18 ottobre alla giornalista russo-americana di “Radio Free Europe” Alsa Kumarsheva, che, pur risiedendo stabilmente a Praga, è stata arrestata a Kazan (Tatarstan) per non essersi auto-denunciata come “agente straniero”. Segnalarsi, significa invece rinunciare agli introiti degli inserzionisti e andare incontro alla chiusura, come “Novaja Gazeta” ai tempi della Politkovskaja. In un centro di custodia cautelare è finita lunedì anche Ksenia Fedeeva, stretta collaboratrice di Alexey Navalny. Condannata per “estremismo”, rischia 12 anni di carcere.

La situazione è così grave che, per la prima volta dal 1946, un rappresentante russo non è stato incluso nella Corte internazionale di giustizia. Il posto attualmente assegnato per l’Europa dell’Est al vicepresidente Kirill Gevorkyan passerà infatti al rumeno Bogdan Aurescu.

Putin è così apprezzato, caro Senatore Salvini, che solo lo scorso mese i russi hanno googlato 417.495 volte il suo nome per capire se sia morto.

 

Provinciali, G. (2023 November, 16th.). Criminali Premiati Se Fedelissimi. _La Ragione – LeAli alla libertà_, p.5

Con l’astensione degli Usa passa la risoluzione Onu su Gaza

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato la risoluzione che chiede delle pause umanitarie nei combattimenti in corso nella Striscia di Gaza, e maggiori sforzi per l’accesso degli aiuti umanitari nel Territorio costiero. Il documento – presentato da Malta – è stato approvato con dodici voti a favore e tre astensioni, tra le quali, appunto, quella degli Usa.

L’ambasciatrice degli Stati Uniti all’Onu, Linda Thomas-Greenfield, ha ringraziato Malta e gli altri membri del Consiglio di sicurezza per aver guidato l’iniziativa finalizzata a questa risoluzione sulla guerra in Medio Oriente. Tuttavia, la diplomatica ha affermato che il suo Paese non poteva votare “sì” a un testo che non condanna Hamas o non riafferma il diritto di tutti gli Stati membri a proteggere i propri cittadini dagli attacchi terroristici.

La Thomas-Greenfield è rimasta infatti “inorridita” dal fatto che alcuni membri del Consiglio “ancora non riescano a convincersi” a condannare il barbaro attacco terroristico di Hamas contro Israele il 7 ottobre. Tuttavia, nelle sue parole risuona un importante riconoscimento: “Anche se il testo non include una condanna di Hamas, questa è la prima volta che adottiamo una risoluzione che menziona anche solo la parola ‘Hamas'”, ha dichiarato.

Molti i commenti alla decisione assunta al Palazzo di Vetro. In particolare, l’eurodeputato di Renew Europe e segretario generale del Partito Democratico Europeo, Sandro Gozi, ha dichiarato: “La risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è una luce nelle tenebre, dà speranza per la liberazione di tutti gli ostaggi, soprattutto dei bambini, e chiede una pausa umanitaria per proteggere i bambini a Gaza”. Ha poi aggiunto: “Restiamo umani anche nelle peggiori tragedie e salviamo i `nostri` bambini. Sconfiggeremo i barbari di Hamas con forza e nel rispetto del diritto internazionale umanitario”.

Fonte: Notiziario Askanews

Centro barcollante? Non rinunciamo a un progetto di ampio respiro.

Foto di Peter H da Pixabay
Foto di Peter H da Pixabay

Se c’è una regola universale per l’impegno politico, essa consiste nell’agire nelle condizioni date, qualunque siano: di democrazia, di dittatura, di guerra o di pace.

Per questo va respinta la tentazione di trovare sempre nuovi pretesti per rinviare a tempi migliori la ripresa di iniziativa politica del mondo del popolarismo. Per quei Popolari che hanno scelto la strada della ricostruzione del centro, non basterà invocare la frammentazione delle sigle e i personalismi che la alimentano, come motivi che giustificano un immobilismo che perdura da troppo tempo anche a causa del dissesto del sistema dei partiti. Il bipolarismo artificialmente scaturito dalle regole elettorali anziché da un faticoso ma più solido processo politico, insieme alla personalizzazione della politica, accentuata dall’introduzione dall’elezione diretta negli Enti Locali, hanno prodotto gli effetti che vediamo sui partiti e gli effetti, che speriamo di non vedere, sul sistema istituzionale con la proposta di riforma costituzionale della Meloni, a coronamento di una deriva presidenzialista trentennale.

La cultura del capo che decide senza ascoltare nessuno, dei cerchi magici, e non di rado nepotistici (che fungono da principale e ormai quasi unico serbatoio per la nomina dei parlamentari), che lo attorniano e che esautorano il ruolo delle minoranze e con esse la possibilità di un confronto democratico interno alla vita dei partiti, sono ormai prassi diffusa.

Nel generale dissesto del sistema dei partiti i danni più gravi si registrano al centro dilaniato dalla linea di faglia di un bipolarismo solo di facciata, che lo ha reso in eterna ricerca di allearsi con chi, anziché di cosa pensare e costruire per.

Dunque, non dobbiamo scoraggiarci a causa del modo precario in cui l’area di centro è articolata. Allo stesso tempo però si deve puntare a non permettere che l’attuale carenza progettuale e politica del centro diventi strutturale.

Lo richiedono i tempi. C’è una responsabilità storica da esercitare di fronte a sfide inedite. Il centro non può rinunciare in partenza, preso da beghe quotidiane e interminabili tra i suoi aspiranti leaders, a definire un progetto di ampio respiro. Un progetto di governo che abbracci i temi della riforma dell’Europa nei termini in cui la indica Mario Draghi, e nei termini richiesti dal nuovo ordine mondiale multipolare; di un nuovo umanesimo come faro rassicurante nell’introduzione delle nuove e incredibili tecnologie; di una transizione ecologica integrale, sociale e ambientale, e tecnologicamente neutra.

Se solo si ponesse maggiore attenzione alla velocità e alla profondità con cui il mondo sta cambiando anziché a piccole illusioni di immediata convenienza, la proposta politica del centro potrebbe rivelarsi molto più significativa agli occhi di un elettorato e di una classe media che avverte tempi di guerra e di drastici cambiamenti ma non con altrettanta chiarezza una guida politica all’altezza di tali processi epocali.

La sola indicazione di costituire una lista comune del centro alle prossime Europee, per quanto importante, rischia di apparire un mero espediente di sopravvivenza politica, se non sarà accompagnata – e siamo ancora in tempo a farlo – da una capacità progettuale adeguata alle sfide del nostro tempo. E anche dalla definizione di un percorso che faccia trasparire il coraggio di affidarsi alla forma partito nell’organizzare il centro, e di affidarsi al “rischio” della democrazia interna al partito.

Quest’ ultimo aspetto è forse quello che più potrebbe contribuire a caratterizzare in senso popolare il centro e attirare l’attenzione di tanti cittadini disponibili all’impegno in un partito che senza riproporre la sterilità di un assemblearismo d’altri tempi, sappia offrire effettivi percorsi di partecipazione e di confronto democratico al proprio interno.

Schlein vuole portare il Pd a riproporre il modello dell’Unione.

Ci sono due modi per costruire una coalizione politica: o si crea una alleanza “contro” l’avversario/nemico e quindi si tratta di una sommatoria di sigle, partiti e movimenti; oppure si lavora per una alleanza di governo, cioè basata su un programma attorno al quale si riconoscono i partiti e i movimenti. Sono due modalità profondamente diverse tra di loro e possiamo semplificare questa riflessione con due esempi concreti. E cioè, la logica del pallottoliere era quella dell’Unione messa in piedi nel 2006 contro il centro destra mentre la coalizione politica e di governo era l’Ulivo del 1996. Appunto, due modalità diverse che rispondono anche, e forse, a due concezioni politiche profondamente diverse su come si declina e si costruisce una coalizione politica nel nostro paese.

Ora, dopo la manifestazione di Piazza del Popolo a Roma organizzata dal Partito democratico, abbiamo la plastica conferma che il principale partito della sinistra italiana vuole ricostruire una sorta di Unione in vista dei prossimi appuntamenti elettorali. Ovvero, una sorta di ‘santa alleanza’ contro il nemico politico irriducibile. Una sorta di crociata ideologica che contempla, di conseguenza, la creazione di una coalizione dove il programma diventa del tutto secondario perchè l’unico elemento che conta diventa l’annientamento del nemico di turno. Certo, è una concezione politica che risente di un armamentario ideologico e politico del passato che prima di cerare un serio e qualificato programma di governo individua un nemico da abbattere. Un riflesso, questo, che risente del comportamento quasi cinquantennale del Pci contro la Democrazia Cristiana, la sua classe dirigente, le sue alleanze e il suo programma di governo. Del resto, com’è possibile costruire un’alleanza di governo credibile e seria con una forza populista, anti politica, demagogica e qualunquista come il partito dei 5 stelle? Solo con una prassi ispirata alla delegittimazione morale prima e all’abbattimento politico poi del nemico può giustificare una coalizione simile ispirata al pallottoliere. Una alternativa, per citare l’impegnativa affermazione della segretaria nazionale del Pd, che finirà inesorabilmente anche per essere una “alternativa morale” ed etica, per citare l’esperienza del vecchio Pci berlingueriano all’inizio degli anni ‘80.

Insomma, l’esatto opposto di quella democrazia dell’alternanza che dovrebbe essere la regola aurea di una sana e credibile democrazia. Com’era, appunto, l’Ulivo nel lontano ‘96 quando lo sforzo di elaborare un programma di governo annullava l’individuazione del nemico. Semmai, si trattava di un avversario politico da combattere sul terreno rigorosamente politico e programmatico perchè alternativo alle ricette che si mettevano in campo per governare l’intero paese.

Ma il nuovo corso del Pd, al di là della propaganda e della martellante campagna stampa contro il nemico da radere politicamente al suolo, non è nient’altro che una pesante regressione nostalgica. Debole sul profilo programmatico e balbettante sul versante politico. Non a caso, nel costruire la sua posizione guarda indietro e non avanti.

Sbarra spiega l’atteggiamento della Cisl su sciopero generale e manovra

Lo scontro col governo sullo sciopero “si poteva sicuramente evitare. La legislazione sulla regolazione del diritto di sciopero è molto chiara, non lascia molto all’immaginazione”, le deroghe per lo sciopero generale “richiedono una piena adesione di tutte le organizzazioni più rappresentative e di tutte le categorie”.

“La legge fissa vincoli precisi per contemperare il diritto costituzionale allo sciopero con quello delle persone a usufruire dei diritti essenziali” ha aggiunto il leader della Cisl “mi sembra che c’è una interpretazione della Commissione che non essendo uno sciopero convocato dalle tre grandi centrali confederali, le sigle più rappresentative, ed essendo spalmato su più giornate, quindi venerdì molte categorie sono esonerate dallo sciopero, non può vedervi applicate alcune regole”.

 

Cisl e Uil “non dico che sbagliano, hanno avviato una procedura.

Noi siamo sempre stati rispettosi come Cisl dei contenuti della legge, si tratta di rispettare le norme nella consapevolezza che le deroghe concesse per gli scioperi generali richiedono una piena adesione di tutte le organizzazioni più rappresentative e di tutte le categorie. Lo sciopero generale non si può proclamare a puntate”.

Lo ha detto stamane il segretario generale della Cisl, Luigi Sbarra, intervistato a Radio Anch’io su Rai Radio 1.

Sulle scelte di bilancio la Cisl evidenzia alcuni punti critici. “Vediamo scritte in manovra molte delle rivendicazioni che abbiamo fatto come sindacato unitario e come Cisl in particolare” ha detto. “È importante che ci siano quasi 11 miliardi per la proroga del taglio del cuneo contributivo a 14 milioni di lavoratori per il 2024, sono importanti gli 8 miliardi per aprire i rinnovi dei contratti nella pubblica amministrazione e nella sanità, c’è un intervento forte per la famiglia, c’è l’indicizzazione piena delle pensioni fino a 4 volte il minimo, c’è la proroga della detassazione del salario di produttività.

“Non ci piace la stretta sulle pensioni – ha aggiunto Sbarra – è sbagliata la penalizzazione su quota 103, non si possono modificare le aliquote e i rendimenti sull future pensioni dei medici, dei maestri, del personale degli enti locali, non ci piace la stretta su Ape sociale e opzione donna, non si dà un segnale sulla previdenza dei giovani”.

Insomma, ha concluso Sbarra, “vediamo molte luci che convivono con pesanti ombre”.

Premierato, il partito di Zamagni stronca la riforma costituzionale della Meloni.

DOCUMENTO

 

Il Consiglio nazionale di INSIEME ha approvato il seguente documento sulla proposta di riforma costituzionale del Governo Meloni, il cosiddetto premierato

INSIEME valuta con grave preoccupazione la proposta di riforma costituzionale presentata al Parlamento dal Governo Meloni sia per il metodo della sua presentazione sia per i contenuti che sollevano gravi perplessità.

Ritiene in primo luogo che mutamenti di parti importanti (come la forma di governo) della nostra Costituzione debbano essere maturati con grande attenzione e attraverso un dialogo leale e costruttivo tra forze di governo e di opposizione.

Ritiene in secondo luogo che le proposte di correzioni della forma di governo siano accettabili solo se rafforzano e non sacrificano la qualità complessiva della democrazia italiana.

Constata invece che l’attuale proposta di modifica è stata presentata dal Governo senza una adeguata interlocuzione con le opposizioni e le principali forze politiche e sociali del Paese, e sarà quindi destinata a dividere piuttosto che ad unire. La disponibilità della maggioranza ad andare a un eventuale referendum confermativo manifesta un orientamento antagonistico foriero di conseguenze negative.

Rileva che la proposta presenta vari aspetti suscettibili di ridurre seriamente la qualità della democrazia italiana. In particolare, il disegno di legge prevede: a) l’elezione diretta del capo del Governo, senza una elezione a doppio turno o una soglia minima sufficientemente elevata per una elezione a turno unico; b) un premio di maggioranza alla/e lista/e collegate che porta automaticamente ad ottenere il 55% dei seggi in ciascuna Camera. Le opposizioni e il principio di rappresentanza parlamentare sono seriamente indeboliti, così come il contrappeso che l’opposizione parlamentare può esercitare nei confronti del Governo.

Osserva inoltre che vengono gravemente ridotti i poteri di mediazione e di moral suasion della Presidenza della Repubblica nella fase di formazione del governo e nei confronti del governo in carica. Il Presidente della Repubblica viene così ridotto a un ruolo di mero spettatore del processo di formazione del Governo.

Nota ancora che la proposta di riforma introduce in Costituzione un vincolo sulla futura legge elettorale, togliendo di fatto ogni spazio al Parlamento per deliberare in materia. Il carattere maggioritario e bipolare della legge elettorale viene imposto a scapito di soluzioni maggiormente proporzionali e rispettose del pluralismo politico-culturale del nostro Paese, le uniche che possono favorire la partecipazione e contrastare l’astensionismo, fenomeno preoccupante che ormai coinvolge metà dell’elettorato.

Per tutti questi motivi INSIEME, nella convinzione che questa proposta non risponda ai veri problemi del Paese e contenga seri rischi per la qualità della democrazia in Italia, esprime un netto dissenso rispetto a questa riforma e si attiverà per contrastarla con proposte alternative e in raccordo con le altre forze politiche, sociali e culturali che condividano questa posizione.

Il sogno americano di John Kennedy nei gloriosi anni sessanta

Foto di WikiImages da Pixabay
Foto di WikiImages da Pixabay

Se alle 12:29 del 22 novembre 1963 la Lincoln Continental presidenzialedove JFK sedeva in seconda fila – entrando in Dealey Plaza a Dallas avesse proseguito diritto su Main Street, come inizialmente era previsto, anziché svoltare a destra su Houston Street ad una velocità di circa 18 km/h, passando lentamente di fronte al deposito di libri della Texas School dove il suo assassino si era strategicamente appostato, forse il Presidente Kennedy si sarebbe salvato da quel pericoloso viaggio elettorale in Texas, ricco di nefaste premonizioni e carico di un clima apertamente ostile a quella visita. Ma John Kennedy che era consapevole dei rischi che correva – tanto da averne premonizione la stessa mattina – decise di affrontare il suo incerto e rischioso destino.

La storia non attende i ‘ma’ e i ‘se’ e compie inesorabile la sua parabola: tutto era stato orchestrato affinché in quel momento esatto a poche decine di metri di distanza Lee Oswald prendesse la mira e colpisse al collo e alla testa il Presidente, il quale si accasciò tra le braccia di Jaqueline che gli sedeva accanto. La morte repentina al Parkland Memorial Hospital e ciò che avvenne quel giorno fatale – i dettagli macabri di quell’avvenimento, con i volantini listati ad un lutto annunciato, distribuiti alla folla lungo il tragitto che dall’Aeroporto di Dallas portava al luogo in cui Jack avrebbe tenuto il suo discorso, il rapido giuramento di Lyndon Johnson, le indagini, i depistaggi appartengono alla Storia di uno degli eventi più drammatici del ‘900. Compresa la successiva uccisione dell’unico indiziato – Lee Oswald – da parte di tale Jack Ruby.

La televisione, per la prima volta nella storia, seguì una diretta non-stop per quattro giorni. L’assassinio del presidente Kennedy fu la più lunga ininterrotta sequenza di notizie nella storia dell’informazione giornalistica televisiva, fino alle ore 9:00 dell’11 settembre 2001, quando i network trasmisero programmi in diretta per 72 ore consecutive, in seguito all’attacco terroristico al World Trade Center di New York e al Pentagono di Washington.

Sono stati scritti innumerevoli memoriali ufficiali e libri divulgativi (tra cui ‘L’America di Kennedy’ e ‘John F. Kennedy. Il nuovo sogno americano’ di Furio Colombo, che allora viveva negli USA e ne era profondo conoscitore) su quel terribile evento ma non tutte le zone d’ombra sono state illuminate dalla verità. Tutta la vicenda appare come avvolta in un gigantesco, orchestrato complotto che avvinghiava la politica, la malavita, gli interessi e i potentati economici, le grandi lobby. Il più importante documento di inchiesta per venire a capo di una verità che nonostante la mole di lavoro immensa  – le indagini dell’FBI fornirono oltre 25.000 interviste, 2.300 rapporti, 553 interrogatori – rimase successivamente velata da dubbi, incongruenze, coperture, connivenze e menzogne, fu quello elaborato dalla Commissione Warren che nel settembre 1964 presentò il suo rapporto finale: «Lee Harvey Oswald ha ucciso da solo il Presidente; Jack Ruby ha ucciso da solo Lee Oswald».

Ciò che John Fitzgerald rappresentava per gli USA e per il mondo intero, il suo carisma, il fascino del “grande sogno americano” (la fine della guerra fredda, l’apertura all’Unione Sovietica che passava attraverso gli incontri e gli scambi epistolari con Nikita Kruscev, l’inizio di un’era di pace duratura, l’attenzione alle minoranze etniche, la sintonia ideale con Martin Luther King, la fine della crisi dopo i missili di Cuba, l’idea di una democrazia partecipata ed estesa a tutte le fasce di popolazione, di fatto ancor oggi  un concetto di democrazia insuperato in ogni parte del mondo, al quale si è ispirato ad es. Tony Blair), una visione poi ereditata dal fratello Robert, anch’egli tragicamente scomparso in un attentato nel 1968 per mano dell’immigrato giordano-palestinese Shiran Shiran, sono transitati nella memoria collettiva di chi visse quegli anni e presso gli storici e cultori postumi come una stagione irripetibile che riguardava l’America certamente ma anche il mondo intero.

Perché – come diceva JFK . “parlare di pace deve essere l’unico scopo razionale di ogni uomo razionale: osservando oggi il nuovo ordine (dis-ordine?) mondiale che va configurandosi, la devastante guerra in Ucraina, l’aggressione di Hamas ad Israele e il terribile conflitto che ne è scaturito, la pendente minaccia su Taiwan, l’emergenza di nuove potenze economiche e nucleari come Cina e India, il fondamentalismo islamico, la bomba latente di un’Africa pronta ad esplodere, oggi come e più di allora, il tema della concordia e della convivenza pacifica dei popoli e delle Nazioni, si impone ancora una volta come cruciale.

Correvano i primi anni ‘60, chi li ha vissuti ricorda le speranze legate ai grandi temi dei diritti civili e sociali, all’apertura della Chiesa cattolica alla scienza e al dialogo delle diverse fedi, alla crescita economica, all’uguaglianza tra i popoli, alla messa in archivio dei residui ideologici post-bellici: ricorda Martin Luther King, John Kennedy, Nikita Kruscev, Papa Giovanni XXIII. Uno spicchio significativo e denso di storia compreso nel periodo considerato da Eric J. Hobsbawm nel suo libro “Il secolo breve 1914-1991”, che va dalla fine della prima guerra mondiale alla caduta del comunismo.

John Fitzgerald Kennedy fu l’uomo delle grandi speranze collettive, e segnò una presenza indelebile nella cornice di quel tempo, artefice di una “Nuova Frontiera” che aprì ma non riuscì a realizzare.

Consapevole delle barriere da abbattere, a partire dal suo Paese ma anche dai muri ideologici retaggio della seconda guerra mondiale, come quando il 26 giugno 1963 a Berlino in piena guerra fredda e con una città appena divisa dal muro, “Jack” pronunciava presso la Porta di Brandeburgo la storica frase: “Ich bin ein Berliner” («Io sono un berlinese»).

Ma già nel suo discorso d’insediamento del 20 gennaio 1961a Washington come 35° Presidente degli USA, quando rivolgendosi ai cittadini ebbe a dire «Non chiedete che cosa il vostro Paese può fare per voi; chiedete che cosa potete fare voi per il vostro Paese. Miei concittadini del mondo, non chiedete che cosa l’America vuole fare per voi, ma che cosa insieme possiamo fare per la libertà dell’uomo». Un invito al senso del dovere che la lunga stagione della tumultuosa cavalcata dei soli diritti pare abbia davvero dimenticato.

La Casa Bianca conferma l’impegno per la liberazione degli ostaggi

Foto di Welcome to All ! ツ da Pixabay
Foto di Welcome to All ! ツ da Pixabay

Il consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, Jake Sullivan, ha detto che l’amministrazione Biden sta lavorando “24 ore su 24” per garantire il rilascio dei quasi 240 ostaggi detenuti dai gruppi armati di Gaza e che incontrerà nuovamente i rappresentanti delle famiglie degli ostaggi in un prossimo futuro.

Come ha sottolineato la Casa Bianca nel comunicato seguito alla telefonata di ieri del presidente americano Joe Biden con l’emiro del Qatar e come ha ricordato Sullivan, tra gli ostaggi c’è Abigail Edan, una bambina di 3 anni, cittadina americana i cui genitori sono stati uccisi nell’attacco di Hamas del 7 ottobre.

Sullivan ha aggiunto che nove americani risultano attualmente dispersi. Ha rifiutato di fornire ulteriori informazioni sullo stato degli ostaggi, ma ha detto che gli Stati Uniti “hanno informazioni su alcuni degli ostaggi”.

“C’è un numero significativo di ostaggi che non solo sono vivi, ma che potrebbero potenzialmente partecipare al rilascio degli ostaggi”, ha continuato Sullivan. “Ma non posso dare un’idea esatta di quanti americani sarebbero inclusi in questo. È qualcosa su cui dovremo lavorare mentre proseguiamo i negoziati. Non lo sapremo con certezza finché non libereremo effettivamente questi ostaggi”, ha concluso.

Intanto soldati israeliani della Brigata Golani sono penetrati nel Parlamento di Gaza City prendendone il controllo. Virale sui social la foto delle truppe che espongono le bandiere israeliane dietro il banco della presidenza.

Lo scenario complessivo resta denso di minacce e di incognite. In serata è rimbalzata la notizia circa l’ipotesi che  Hezbollah possa entrare in guerra con Israele se Hamas dovesse subire una completa disfatta a Gaza. Lo riporta Nbc citando un membro di Hamas a Beirut. “Ora non è il momento. La linea rossa per Hezbollah è la totale distruzione della resistenza a Gaza”, ha detto Ahmed Abdul Hadi.

 

Fonte: Notiziario Askanews

Francesco richiama al dovere di cura e promozione del bene comune

Foto di Anemone123 da Pixabay
Foto di Anemone123 da Pixabay

A otto anni di distanza dalla pubblicazione della enciclica Laudato si’, Papa Francesco, con l’esortazione Laudate Deum, arricchisce e rilancia un pensiero alto e lungo sul destino del creato, casa comune di tutta l’umanità. I titoli ripetono un verbo che, nonostante la forma imperativa, suona come pacata esortazione perché contiene il suono della lode, Il cuore del messaggio è la responsabilità di ciascuno e di tutti nel scegliere comportamenti che siano favorevoli alla vita: dell’universo che è come dire della umanità. Non si tratta mai di un discorso irenico, ideologico ma programmatico, quindi da rendere efficace con scelte che diventano fatti.

Non si può dire che non mi tocca, non sono capace, ho paura, non tocca a me, non è colpa mia, ecc.; quanti capri espiatori sappiamo trovare per giustificare la nostra accidia!

Il momento è molto preoccupante. C’è davvero una guerra mondiale a pezzi. Eppure, se non vediamo i telegiornali o non seguiamo i media, riusciamo perfino a dimenticarcene. E la guerra in Ucraina così vicina rappresenta una crisi dalle conseguenze ben ricordate dal Presidente Mattarella, se subentrasse stanchezza o peggio disimpegno. Si è aggiunta una crisi ancora più grave con l’eccidio terroristico di Hamas contro Israele. Problemi tanto enormi coinvolgono anche la nostra partecipazione. Nei sistemi democratici la partecipazione è sovranità democratica. Questa è necessario che si esprima non solo col voto ma con attenzione ai fenomeni che creano il contesto in cui viviamo, sia in casa nostra che nel mondo.

[…]  Le encicliche Fratelli tutti e Laudato si, con l’ultima esortazione Laudate Deum – testi davvero laici -, richiamano a comportamenti virtuosi. Sono testi erga omnes perché la politica interna non può prescindere e dimenticare il contesto internazionale e per noi, in primis, l’Europa.

[…] C’è una interdipendenza che prescinde dal nostro volere: “Il mondo sta diventando multipolare e allo stesso modo così complesso che è necessario un quadro diverso per una cooperazione efficace. Non basta pensare agli equilibri di potere, ma anche alle necessità di rispondere alle nuove sfide (…) sanitarie, culturali sociali, soprattutto per consolidare il rispetto dei diritti umani più elementari …” (Francesco, L.D. n.42) Nella dimensione della complessità, l’armonia e il rispetto delle persone e delle regole dipendano sia da grandi che da piccoli gesti e comportamenti personali. Nella Laudato si il Papa suggerisce, in fondo, buona educazione: non sporcare la città, rispettare i beni comuni, ecc. È il richiamo alla responsabilità di ciascuno; non si possono imputare ad altri, alla politica, alla amministrazione pubblica, negligenze, se per primi non partecipiamo all’interesse collettivo.