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Il ruolo delle riviste nell’impegno politico dei cattolici democratici e popolari.

Egor Vikhrev Free to use under the Unsplash License

C’è un aspetto storico, tra i tanti, che ha caratterizzato ed accompagnato l’area cattolico democratica, popolare e sociale nel nostro paese: la presenza delle riviste politiche. Perchè attorno alle riviste sono nate correnti di pensiero, si sono formate aggregazioni politiche, sono cresciute intere classi dirigenti e, soprattutto, la politica era sempre protagonista. È stato proprio il direttore del Domani d’Italia, Lucio D’Ubaldo, a ricordarcelo indirettamente pubblicando una copertina della storica rivista di Carlo Donat-Cattin e della sinistra cattolica e progressista dell’epoca, stampata e venduta dal 1967 al 1974, “Settegiorni in Italia e nel mondo”, a proposito del golpe militare in Cile nel 1973. 

Certo, non si può vivere di nostalgia né, tantomeno, si può guardare avanti con lo sguardo rivolto all’indietro. Anche perché le stagioni storiche scorrono rapidamente e le stesse fasi politiche non sono mai uguali a quelle che le precedono. Tenendo presente, come ci ammoniva Guido Bodrato, che nella politica – soprattutto in quella contemporanea – esiste sempre la categoria della “imprevedibilità”, cioè fenomeni ed eventi che non sono pianificabili e che possono sconvolgere il corso stesso della politica e della vita democratica dei partiti. Ma le riviste, comunque sia, erano e restano strumenti di formazione e di approfondimento politico e culturale che non possono essere maldestramente storicizzate o archiviate come fenomeni del passato. Anche perché l’alternativa è il modello grillino: e cioè, la casualità e l’improvvisazione al potere. Che, nel caso specifico, significa l’affermazione del populismo anti politico, demagogico e qualunquista.

Ed è proprio dal mondo cattolico democratico e popolare che deve ripartire una fase di rinnovato impegno politico che non può, tuttavia, non essere accompagnato dalla presenza di riviste di formazione e di dibattito. Carta stampata o in versione online non fa alcuna differenza perchè sono i contenuti ad avere la priorità e non la forma grafica.

Ora, è di tutta evidenza che la stagione dove ogni corrente della Dc aveva la sua rivisita politica non è più riproponibile. E non solo perchè non esiste più la Democrazia Cristiana ma anche, e soprattutto, perchè la cultura politica del cattolicesimo politico italiano si è pericolosamente affievolita in questi ultimi tempi a vantaggio di una presenza politica ininfluente e del tutto evanescente. Ma, se si vuole ritornare ad essere protagonisti nella cittadella politica italiana, il capitolo delle riviste non può più essere eluso. Pena l’eclissi progressivo del pensiero e della cultura politica di riferimento. Riviste cattolico democratiche e popolari che avevano anche il merito di anticipare ciò che poi capitava concretamente nella politica italiana ed internazionale, come ci ha ricordato appunto lo stesso D’Ubaldo pubblicando un articolo di “Settegiorni” sul Cile scritto da Pino Di Salvo nel lontano 1973.

E questo perchè a volte dal passato si ricavano le ragioni e le lezioni per orientarsi anche nel presente. Come, per esempio, sull’importanza delle riviste per chi è impegnato in prima linea nella lotta politica quotidiana.

Altri morti a Lampedusa, come sempre la poesia ne sostiene il grido.

Con uno di quei barchini della fortuna o della mala sorte hanno tentato in 41 di giungere a Lampedusa. Uno più dei 40 ladroni, pronti a rubare la vita che gli spetta. Un’onda li ha ribaltati, si sono salvati solo in 4. Onda ha la sua radice sanscrita in “Ud” che rimanda al bagnato e quindi alla fecondità, questa volta solo di morte. Lì dove la cronaca non basta per dire di certi fatti, soccorre come sempre la poesia, la sola capace di scuotere dal torpore delle cose solite.

 

Nei versi di “Gli emigranti” di Edmondo De Amicis si leggono passi sempre attuali:

 

Cogli occhi spenti, con le guancie cave,

Pallidi, in atto addolorato e grave,

Sorreggendo le donne affrante e smorte,

Ascendono la nave

Come s’ascende il palco de la morte.

 

E ognun sul petto trepido si serra

Tutto quel che possiede su la terra,

Altri un misero involto, altri un patito

Bimbo, che gli s’afferra

Al collo, dalle immense acque atterrito.

 

Salgono in lunga fila, umili e muti,…

 

Ammonticchiati là come giumenti

Sulla gelida prua morsa dai venti,

Migrano a terre inospiti e lontane;

Laceri e macilenti,

Varcano i mari per cercar del pane.

 

Traditi da un mercante menzognero,

Vanno, oggetto di scherno allo straniero,

Bestie da soma, dispregiati iloti,

Carne da cimitero,

Vanno a campar d’angoscia in lidi ignoti.

Vanno, ignari di tutto, ove li porta

La fame, in terre ove altra gente è morta;

Come il pezzente cieco o vagabondo

Erra di porta in porta,

 

Essi così vanno di mondo in mondo…

 

Pur nell’angoscia di quell’ultim’ora

Il suol che li rifiuta amano ancora;

L’amano ancora il maledetto suolo

Che i figli suoi divora,

 

Dove sudano mille e campa un solo…

 

Gianni Rodari con maggiore leggerezza e uguale profondità ne “La camicia dell’emigrante” scrive:

 

Non è grossa, non è pesante

la valigia dell’emigrante…

 

C’è un po’ di terra del mio villaggio,

per non restare solo in viaggio…

 

Ma il cuore no, non l’ho portato:

nella valigia non c’è entrato.

Troppa pena aveva a partire,

oltre il mare non vuol venire.

Lui resta, fedele come un cane,

nella terra che non mi dà pane…

 

È a quel cuore e a quei sentimenti che si riferisce l’intenso Franco Costabile, poeta calabrese quando segna, per quella gente della sua terra in viaggio verso il Nord Italia, meta di nuova speranza:

 

Ce ne andiamo

con dieci centimetri

di terra secca sotto le scarpe

con mani dure con rabbia con niente…

 

Dai paesi

più vecchi più stanchi

in cima

al levante delle disgrazie…

 

Noi

vivi

e battezzati

dannati…

 

Noi

morti

ce ne andiamo

in piedi

sulla carretta…

 

Addio

terra.

Salutiamoci,

è ora.

 

È ancora Costabile a mettere su carta una poesia, “Avanzi di ossa” che sembra, in maniera impressionante, scritta per l’oggi e che merita di essere letta per intero:

 

Avanzi di ossa

corrose dal sale

di altri paralleli

stanotte

il mare risciacqua

sulla battima illune.

 

Lievita intorno

un sonno di annegati

e il vento

come un dio ferito

ai neri faraglioni

si rifugia.

 

Si perdono qui le mie notti.

E se a volte

quest’acqua mi chiama

non ho che remi d’ossa per andare.

 

A noi non resta che rimandarle con frequenza alla memoria del nostro cuore, perché, se interrogati, saremmo così in grado di rispondere senza incespicare come ancora, malgrado tutto, ci è d’uso.

Comunità di Sant’Egidio, pranzo dell’amicizia per anziani e senza dimora.

Per Sant’Egidio sarà un “Ferragosto della solidarietà”. “Il 15 agosto si moltiplicheranno quest’anno i momenti di incontro e i pranzi, coronati dalla tradizionale cocomerata – informa una nota della Comunità – a Roma e in altre città italiane, per gli amici di sempre: anziani soli, persone senza dimora, migranti, alcuni dei quali giunti con i corridoi umanitari e ormai integrati. Saranno, anzi, molti di loro ad aiutare i nuovi arrivati: tra i volontari anche alcuni afghani a due anni esatti dalla grande fuga di Kabul che cominciò proprio il 15 agosto del 2021”. 

Nella capitale l’appuntamento per il “pranzo dell’amicizia” è, a partire dalle 12, alla mensa di via Dandolo 10. Ma il “Ferragosto della solidarietà” sarà vissuto anche nei numerosi cohousing e convivenze realizzati da Sant’Egidio con anziani, persone con disabilità, ex senza fissa dimora. Grande festa, dalle 19, anche alla “Villetta della Misericordia”, all’interno dell’area del Policlinico Gemelli, con i residenti (ex senza dimora) e i loro amici.

Un evento particolarmente sentito sarà – a partire dalle 9.30 – la cocomerata nella Casa circondariale di Rebibbia Nuovo Complesso alla quale parteciperanno ben 2.500 detenuti, in un momento difficile per gli istituti penitenziari italiani, come testimoniano i due recenti drammi consumati nel carcere di Torino.

Feste, pranzi ed altri eventi di solidarietà si svolgeranno non solo a Roma ma anche a Milano (dalle 18 allo spazio Living Together, via dei Cinquecento 7), Genova (dalle 17.30 nel chiostro della Santissima Annunziata e alla mensa dei poveri), Padova (dalle 16.30 al patronato di Ognissanti, via Orus 4), Napoli (cocomerata itinerante per i senza dimora a partire dalle 17, da via Luigi Palmieri 19), e in altre città italiane.

AsiaNews | La Russia riscrive la sua storia per giustificare la guerra con l’Ucraina.

[…]

Il confronto con l’Ucraina viene spiegato a partire dal Battesimo della Rus’ di Kiev del 988, rinominata “Rus’ di Novgorod”, la città del nord nata nell’860 di cui Mosca sarebbe l’unica vera erede, percorrendo a partire da questa tesi tutto il millennio della storia comune e delle separazioni dei popoli slavi orientali. A questo argomento sono dedicati centinaia di discorsi di Putin e migliaia di omelie di Kirill, anche se il vero specialista può essere considerato il metropolita Tikhon (Ševkunov), chiamato il “padre spirituale di Putin”, che fin dagli anni Novanta insiste con film-documentari – la sua vera specialità, avendo studiato cinematografia – libri e articoli vari sul concetto fondamentale di tutta la vicenda storica: “la Russia può esistere soltanto come impero”. Il suo territorio e la varietà dei popoli eurasiatici che vi convivono spingono a “unificare” tutti a partire dalla superiorità spirituale dei russi, unici depositari della “vera fede”, l’Ortodossia tradita da latini e greci, europei e americani, insidiata da musulmani e orientali, che pure si fanno preferire agli apostati delle Chiese di Roma, Costantinopoli e oggi soprattutto di Washington e Kiev.

Per inculcare queste visioni di ortodossia patriottica nell’animo degli stessi cittadini russi, la politica del Cremlino prevede sostanzialmente tre approcci. Per le persone dai 50 anni in su, che hanno quindi memoria del passato sovietico, basta la martellante propaganda ufficiale delle televisioni e della stampa, sostenuta dalle istituzioni centrali e regionali, facendo scattare l’istinto di sottomissione, ancora ben radicato nell’animo dei “boomer” post-totalitari. Alla sfortunata generazione di mezzo, 30-50 anni, tocca il piatto più indigesto delle persecuzioni e repressioni di qualunque forma di dissenso, le mobilitazioni alla guerra con buone probabilità di non sopravvivere, la fuga in Paesi più ospitali o semplicemente la “politica dello struzzo”, sperando di passare la nottata

Lo sforzo maggiore è però richiesto per i giovani, che dovranno continuare a edificare il mondo russo cercando di non perdere la Russia stessa, consegnando l’utopia anti-globalista ad altri popoli e Paesi, a cominciare dalla Cina incombente, che proprio dalla guerra russa cerca di trarre i massimi vantaggi. Per i ragazzi la televisione non serve, ormai vivono in simbiosi con gli schermi digitali, dove la guerra diventa ben più complessa di quella sul fronte del Donbass. Da qui i tentativi isterici di controllare internet, creando il runet sovrano, chiudere e controllare tutte le reti social, i blog e i siti, bloccando gli accessi Vpn e qualunque forma di espressione libera che scorre tra i cavi malefici, che non si possono semplicemente tranciare, pena la scomparsa non soltanto geo-politica, ma anche tecnica e informativa dell’intera società. 

[…]

L’intervento statale sulla scuola era un classico anche del regime sovietico, e fu una delle prima preoccupazioni di Lenin dopo la rivoluzione d’ottobre. A febbraio del 1918 si tenne l’Assemblea costituente, che i bolscevichi persero clamorosamente rimanendo sotto il 20% dei voti, per cui il leader decise direttamente di sciogliere il parlamento e tutte le istituzioni statali, basando il nuovo regime soltanto su due “organi sacri”: il Partito e l’Armata Rossa. A marzo decise quindi di introdurre la legge che garantiva questo nuovo sistema, col titolo Separazione della chiesa dallo Stato e della scuola dalla chiesa, insistendo dunque non solo sulla “sostituzione spirituale” dell’Ortodossia con la nuova religione comunista, ma anche sull’egemonia educativa che cancellava la famiglia, le tradizioni e la cultura con la “versione ufficiale” da trasmettere agli “uomini nuovi” creati dalla rivoluzione.

[…]

Fin dall’inizio dell’invasione in Ucraina è stata introdotta in tutte le scuole una nuova “ora di religione”, chiamata “conversazione sulle cose importanti”, affiancando soldati e sacerdoti agli insegnanti spesso poco affidabili. All’inizio era facoltativa, ma in seguito i genitori che non mandavano i figli ad ascoltare le “cose importanti” hanno cominciato a subire pesanti conseguenze. E siccome appunto gli insegnanti sono a loro volta poco istruiti sulle cose che contano, si è cominciato a mettere mano agli strumenti didattici, riscrivendo i manuali di storia e geografia, ma anche di arte e letteratura, se necessario perfino quelli di chimica e fisica. La ginnastica è stata a sua volta sostituita dalla preparazione militare, moltiplicando gli spettacoli scolastici per esaltare la patria e le sue conquiste, e magari impegnando gli alunni in opere manuali di grande utilità, tessendo coperte e vestiti per gli eroi impegnati al fronte.

Per coordinare la grande revisione dei contenuti scolastici, Putin ha sollevato dal suo ormai inutile incarico il ministro della cultura Vladimir Medinskij, uno dei più attivi propagandisti della Russia degli ultimi anni, prendendolo come consigliere generale per le “cose importanti” da trasmettere ai giovani. Oltre a tante iniziative e pubblicazioni, ora Medinskij ha pubblicato il nuovo “vangelo del mondo russo”: il manuale di storia contemporanea per i ragazzi dell’ultimo anno di scuola media superiore, che si prepareranno alla maturità imparando a memoria la Storia della Russia dal 1945 agli inizi del XXI secolo. Nella riscrittura degli ultimi settant’anni, da quando lo stesso Putin era un ragazzo fino ad oggi, si compendiano tutti i mille anni della storia profetico-apocalittica del popolo missionario, impegnato oggi a salvare il mondo intero dall’assalto dell’Anticristo ucro-anglosassone.

Il 9 maggio del 1945, giorno della gloriosa Vittoria di Stalin sui nazisti (gli “alleati”, come mostra il manuale, non avrebbero mai potuto vincere), è la data che segna il “nuovo battesimo” della Russia, e che permette di assimilare tutta la retorica dell’ideologia sovietica nella visione attuale della sobornost, l’unione universale dei popoli guidati da Mosca. Il manuale di 450 pagine farà da guida alla nuova edizione di tutti i testi scolastici fin dalle elementari, un processo previsto entro il 2024, e si prevede anche di eliminare del tutto l’espressione “giogo tataro-mongolo”, oggi assai poco conveniente ai russi.

Per spiegare l’attuale revisione, Medinskij ha citato una frase dell’oberprokuror (ministro del culto) zarista di fine Ottocento, il “Torquemada russo” Konstantin Pobedonostsev (cognome fatale che significa “portatore di vittoria”): “la molteplicità dei manuali nelle scuole è la grande menzogna del nostro tempo”, in quanto produce una concorrenza inaccettabile nelle cose che veramente contano. Pobedonostsev era contrario alla libertà delle varie religioni, proteggendo il monopolio dell’Ortodossia, Medinskij è preoccupato dei sentimenti filo-occidentali o addirittura filo-ucraini, che ancora serpeggiano nelle menti di molti russi, soprattutto quelli che hanno parenti all’estero o a Kiev. Come egli ha spiegato, il nuovo testo modifica il precedente “al 70%, soprattutto nelle descrizioni biografiche, dei ruoli dei protagonisti e degli avvenimenti più recenti”. 

 

A partire dal 1945, contro tutte le “false interpretazioni” diffuse da tutte le parti, il manuale spiega che è iniziata l’era della “rivoluzione del benessere”: altro che terrore staliniano, disgelo chruscioviano e stagnazione brezneviana. La crisi finale dell’Unione Sovietica, provocata dalle “aggressioni occidentali” assecondate dall’inetto Gorbačev, ha costretto a superare i “torbidi eltsiniani” per giungere alla vera Russia putin-kirilliana, che ora si libera da ogni oppressione straniera, soprattutto quella del “diavolo Biden”, e apre il futuro luminoso di un mondo di libertà e comunione spirituale. Almeno sulla carta, quella dei manuali.

 

Titolo originale

La rilettura della storia per ritrovare la Russia scomparsa.

Per leggere il testo completo

https://www.asianews.it/notizie-it/La-rilettura-della-storia-per-ritrovare-la-Russia-scomparsa-58962.html

Sbarra (Cisl) difende la contrattazione e sollecita una nuova politica dei redditi

“Il confronto di oggi (ieri per chi legge, ndr) tra governo e opposizioni apre all’opportunità imperdibile di incardinare finalmente nel solco di una impostazione bipartisan i temi del lavoro povero, della precarietà lavorativa, di una questione salariale che richiede una nuova strategia condivisa tra politica, sindacati e imprese. Questioni determinanti, che non ammettono divisioni strumentali né demagogie e richiedono l’esercizio di una responsabilità comune tra tutti i partiti e le parti sociali. Per questo guardiamo con il massimo interesse all’avvio di un percorso-istruttoria al Cnel che porti anche a una norma capace di estendere e rafforzare la contrattazione, assicurando salari dignitosi e copertura dei contratti leader a tutti i lavoratori, senza alcuna eccezione”. È quanto sottolinea il segretario generale della Cisl Luigi Sbarra.

“È tempo di concretezza, di riformismo vero, nella consapevolezza che per fronteggiare working poors e salari bassi non è sufficiente qualche articolo sulla Gazzetta ufficiale: bisogna far applicare i contratti leader e maggiormente diffusi, contrastare i part-time involontari, aumentare le ispezioni per le false partite Iva e il parasubordinato, il sommerso e il lavoro nero, le cooperative spurie e i tanti fasulli tirocini extracurricolari. C`è da stimolare la leva della contrattazione aziendale e territoriale azzerando il peso del fisco sugli accordi decentrati per aumentare e redistribuire la produttività.

Va poi condotta in porto una grande riforma sulla partecipazione alla vita e agli utili delle imprese. È fondamentale che tutto questo entri nel dibattito e si collochi in modo organico nel quadro di una complessiva politica dei redditi partecipata da sindacati e imprese. La Cisl è pronta a raccogliere la sfida”.

Michela Murgia, voce del futuro, lascia un vuoto nella cultura italiana.

Michela Murgia ci ha lasciato. Ne riportano l’accaduto tutti i giornali e non solo per dare sapore alle notizie di questi giorni che rischiano di essere terribilmente banali man mano che si entra nella pienezza dell’estate con le consuete cronache dei Ferragosto da commentare. Della Murgia stanno in queste ore sottolineando le virtù anche coloro che non erano in accordo con le sue idee. Il sottoscritto ne ha criticato la proposta di una famiglia queer dove si privilegiano i sentimenti piuttosto che i ruoli, così ponendo una alternativa alla quale non si dovrebbe essere costretti, potendo essere la famiglia, nei suoi ruoli, un luogo ideale di affettività

In queste ore se ne stanno evidenziando il coraggio in ordine alla chiarezza di posizioni e all’impegno politico. Una donna che non si è di certo tirata indietro e non è mai caduta nel gioco delle convenienze e dell’opportunismo. Una donna che non si è mai celata nel modo italiota del detto e del non detto o che ha badato ad un suo tornaconto. Ancor di più è stata capace di smuovere le acque nel vuoto del pensiero e delle coscienze impigrite da un mondo che non vuole essere infastidito da ragionamenti in grado di mettere in discussione il suo andazzo corrente di finte proposte e finte contestazioni.

Era nata a Cabras in Sardegna, ma era tutt’altro ottusa, come Sgarbi pensa possa essere una capra. Non deve essere un caso che proprio in quella Regione c’è un formaggio che ha per nome “Testadura”. Così è stata la determinazione della Murgia che ha fatto nella vita sempre un passo avanti mai arretrando, sparigliando piuttosto che accomodando. La morte con lei ancora non si capacita. È stata donna dalle mille vite, impossibile sopprimerle tutte. Insegnante di religione, venditrice di multiproprietà, operatrice fiscale, dirigente amministrativa in una centrale termoelettrica e portiera notturna.

Anche qui è arduo voler trovare un filo che leghi queste esperienze se non la capacità di stare nel concreto, una con i piedi per terra, non smarrita nel mondo delle favole e dell’arte. Parliamo di una intellettuale che ha saputo tessere giorni diversi tra loro ricavandone il filo conduttore di un impegno da non sprecare. L’ultima sua lezione nei mesi ultimamente vissuti richiama nel titolo al lavoro di Garcia Màrquez “Cronaca di una morte annunciata”. Ciò che sfugge agli uomini d’oggi, infatti, non è soltanto la prospettiva della morte, ormai loro in grado di arrampicarsi solo nel presente. È piuttosto l’occasione unica ed irripetibile di saper vivere la propria fine, intuendone da principio la dimensione, poi sempre più nitida man mano che si avvicina e si rende ancor più riconoscibile.

All’opposto Michela Murgia ha avuto la forza, la sensibilità, il carattere e l’intelligenza di andarle incontro senza l’alterigia di una sfida ma facendola compagna di viaggio nel mentre il respiro ancora andava, trovando con essa una confidenza che i più desiderano unicamente sfuggire, conquistandone la ricchezza. Come non bastasse, da buona insegnante, ha educato o corrotto la morte portandola oltre il suo confine, facendole abitare un campo del tutto sconosciuto, quello degli uomini e donne ancora in piedi intenti a fare. Non ha sprecato un fiato nel suo tempo terminale che non fosse rivolto a vivere pienamente la sua morte come possibilità di un nuovo apprendimento da portare a mente anche in Paradiso.

Nel testo di Màrquez i due fratelli Vicario meditano di vendicare la sorella Angela, violata ad opera di Santiago Nasar, che per una serie di circostanze non viene a conoscenza del progetto ai suoi danni e quindi non appronta nessuna strategia a sua difesa, non scampando così al progetto dei Vicario. Il motivo di onore negato è presente anche ne “Il portiere di notte” della Cavani. La storia ci dice del protagonista Max, un militare nazista, che sotto mentite spoglie fa il custode nelle ore del buio in un albergo di Vienna. Accade che per casualità passì di là Lucia, una ebrea violata proprio da Max quando si era in campo di concentramento e tra i due nasca una relazione che mostra i sintomi di una perdizione e di una riparazione all’un tempo.

Michela Murgia ha fatto materialmente e pedagogicamente il portiere di notte alle nostre debolezze e contraddizioni. In più ci ha resi desti di giorno con le sue proposte e le sue provocazioni con la dignità e l’onore di chi ha finalmente un pensiero per il quale più volte ci ha chiamato al confronto. “Apparecchio alla morte” è il testo di S. Alfonso Maria de’ Liguori che insegna a disporci in vista della vita futura. Michela Murgia ha saputo come pochi apparecchiarsi alla morte centellinando i passaggi progressivi al suo approccio, misurandone la consistenza e l’incalzante procedere, tenendola sottobraccio fin quasi a destituirne la fisionomia. Ha marcato lei la morte non con lo spirito distaccato dell’asceta ma con la consapevolezza totale dell’evento.

La Morte forse avrebbe desiderato ritardare il suo compito così condotta da una “vate” per un cammino, d’improvviso forse irrinunciabile, che le ha insegnato come possa essere intenso il passaggio tra un prima e un dopo, tanto da volerne ritardare il più possibile il traguardo. A Michela Murgia va questo pieno riconoscimento e il nostro incondizionato grazie.

Il Sud Globale, nuovo attore nella geopolitica mondiale, sfida l’Occidente.

L’attenzione che pure i media generalisti stanno ponendo alle possibili conseguenze del golpe in Niger e più in generale a quanto sta accadendo nel Sahel dimostra quanto la guerra in Ucraina abbia accresciuto l’interesse dell’opinione pubblica informata (ovvero quella che legge qualche quotidiano e ascolta i telegiornali) verso l’evoluzione degli assetti geopolitici globali.

Si è finalmente compreso che quell’area geografica a sud del Sahara – il cui nome arabo si traduce col nostro “costa” – è decisiva per la gestione delle migrazioni provenienti dal sud e dirette a nord. Una volta era intesa, in senso metaforico, come, appunto, la “costa” ove si trovavano i porti (ovvero i centri abitati) di approdo dopo aver attraversato da settentrione a meridione l’oceano di sabbia. Oggi al contrario è divenuta la fascia di passaggio, al contrario, da sud a nord, che conduce ad un calvario dall’esito incerto e spesso più orientato verso il buio della morte che verso la luce di una nuova vita.

Ma non si tratta solo di questo. È il possibile nuovo assetto geopolitico dell’area che interessa gli osservatori e gli analisti. Ne abbiamo già parlato qui. La torsione in direzione russa degli stati saheliani è parte di un più vasto movimento che pare voler unire o quanto meno avvicinare la più parte delle nazioni del sud del mondo in un composito fronte anti-occidentale o comunque alternativo all’Occidente e ai suoi organi istituzionali di guida dell’economa mondiale. Nazioni le più diverse che si unirebbero su una base quasi ideologica e non semplicemente geografica (anche se di esse ormai si parla in termini di Global South) guidate da Cina e Russia: ed è qui che sta il problema. È evidente che ciò non può essere accettabile dagli occidentali, che dunque proveranno a reagire. Vedremo in futuro come. Certo è che questi ultimi devono comprendere che i Paesi del Sud Globale considerano – non proprio a torto – il sistema finanziario internazionale imperniato su Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale ruotante introno ai dollari USA e quello commerciale della World Trade Organization responsabili primari della povertà e del mancato sviluppo proprio dei Paesi del Sud del mondo.

L’idea del “Sud Globale” è una derivata del fenomeno dei c.d. BRICS, acronimo del quale si parlò molto qualche anno fa, ai tempi del massimo fulgore della “globalizzazione”. Cinque stati (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa) che, per quanto diversi e di diverso peso, simboleggiavano la crescita, innanzitutto e prioritariamente, economica che li aveva contraddistinti negli anni del nuovo millennio proiettandoli verso nuovi e più ambiziosi traguardi. Poi per qualche tempo, il tempo della crisi del concetto di globalizzazione (difeso a Davos, si ricorderà dal solo Xi Jinping l’anno precedente il Covid) non se ne è più parlato. Oggi invece è tutto un fiorire di articoli, saggi e quant’altro intesi a riprendere e sviluppare l’acronimo, che andrebbe aggiornato con un “+” omnicomprensivo dei tanti paesi che vi aderirebbero e che in un qualche modo sono identificabili nel voto di astensione all’ONU sulla condanna dell’invasione russa dell’Ucraina. Un evento che, come si vede, ogni volta ritorna e si pone al centro di ogni questione.

Il movimento del Sud Globale, in realtà, più che ai BRICS parrebbe rifarsi allo storico Movimento dei Paesi Non Allineati che ai tempi della Guerra Fredda tentò di costruire una Terza Via fra Ovest ed Est. E infatti il “Gruppo 77” (sorto in quegli anni con quel numero di nazioni aderenti) oggi è stato rianimato soprattutto in seguito all’iniziativa cinese, che ha coinvolto nella sua Belt & Road Initiative molti di questi paesi; che ha istituito un gruppo informale alle Nazioni Unite denominato G77+Cina; che tra questi (nel frattempo lievitati sino a 130 e a questo punto rappresentanti la maggioranza della popolazione mondiale) ne ha invitati alcuni fra i più rilevanti alle riunioni della Shangai Cooperation Organization (SCO), l’iniziativa antesignana di tutte le altre con la quale Pechino sin dal 2001 ha messo nello stesso Forum dapprima la Russia e le Repubbliche asiatiche nate dopo la fine dell’Unione Sovietica e successivamente paesi anche avversari fra loro quali India e Pakistan oppure Turchia e Arabia Saudita. Questo iperattivismo cinese ha prodotto in tempi recenti un clamoroso e inatteso accordo parziale fra due acerrimi rivali come Iran e Arabia su uno dei terreni di scontro degli ultimi anni, lo Yemen.

Non tutto, naturalmente, è così chiaro. Né lineare. Ad esempio, ed è più che un esempio visto che si parla della prima nazione al mondo per numero di abitanti, l’India è certo aderente al G77, è certo partecipante alla SCO, ma è al tempo stesso facente parte del QUAD, l’intesa strategica con Stati Uniti, Australia e Giappone il cui palese obiettivo è limitare le ambizioni marittime di Pechino nell’Oceano Pacifico oltre che rinsaldare la collaborazione delle due principali democrazie asiatiche con quelle occidentali e soprattutto con gli USA.

Molto dunque si sta muovendo nella geopolitica mondiale. Come abbiamo scritto in un precedente articolo citando il prof. Prodi, sarebbe bene che pure l’Unione Europea – ad oggi non pervenuta – fosse parte attiva di queste evoluzioni, prima di trovarsi di fronte a sgradite sorprese.

Farmaci, Agcp e Aifa auspicano più concorrenza per ridurre i prezzi.

Assorted pills

La mspesa farmaceutica nazionale totale (pubblica e privata) continua a crescere: nel 2022 è stata di 34,1 miliardi di euro, in aumento del 6,0% rispetto al 2021. È quanto emerge dal recente rapporto dell’Agenzia Italiana del farmaco (Aifa), che rileva anche una bassa incidenza della spesa per i farmaci equivalenti rispetto agli altri paesi europei: l’Italia è terzultima in Europa con un’incidenza del 43,4%. In testa alla lista ci sono Polonia, Portogallo, Gran Bretagna, Francia, Svezia, Germania e Spagna. Queste informazioni fornite dall’Aifa sono utili per definire alcune importanti decisioni che il governo dovrà necessariamente prendere per finanziare adeguatamente il Servizio Sanitario Nazionale.

Per spiegare perché il tema del costo dei farmaci è strettamente connesso alla tutela del SSN, è necessaria qualche informazione preliminare. Esistono due tipi di farmaci: i tradizionali, prodotti per mezzo di processi di sintesi chimico-industriale e i biotecnologici, che vengono sintetizzati a partire da organismi viventi, mediante tecniche d’ingegneria genetica. Tutti i farmaci hanno un brevetto, ossia il marchio di esclusiva dell’azienda che dura 25 anni. Sviluppare un nuovo farmaco è un percorso lungo e costoso per gli investimenti nella ricerca: dal rilascio del brevetto alla commercializzazione occorrono mediamente 10-12 anni prima della commercializzazione perché occorrono apposite analisi cliniche. Alla scadenza del brevetto altre aziende potranno produrre lo stesso farmaco come ‘equivalente’ al farmaco tradizionale o ‘biosimilare’ nel caso di farmaco biotecnologico a un prezzo più basso perché i produttori non dovranno sostenere i costi della ricerca. Nel nostro Paese è credenza diffusa che i farmaci equivalenti, impropriamente definiti generici, siano meno efficaci di quelli di marca perché costano di meno: convinzione errata perché hanno la stessa composizione qualitativa e quantitativa in sostanze attive. I farmaci biosimilari sono invece ‘simili’ per qualità, efficacia e sicurezza ai farmaci biotecnologi di riferimento, per questo non sono automaticamente intercambiabili a meno che l’AIFA non dichiari per ogni singolo farmaco l’equivalenza terapeutica.

Ciò premesso, è evidente che un maggiore utilizzo di farmaci equivalenti e biosimilari riduce la spesa farmaceutica e quindi libera risorse da impegnare all’interno del SSN. Se inoltre le aziende farmaceutiche che producono farmaci equivalenti e biosimilari vengono messe in concorrenza tra di loro, sempre mettendo al centro le evidenze scientifiche a tutela del paziente, attraverso gare di appalto organizzate da regioni singole e associate si ottengono considerevoli risparmi.  È  ciò che ha chiesto il 10 luglio l’Autorità garante della concorrenza e del mercato (Agcm) al governo sul disegno di legge della concorrenza, evidenziando che non contiene nessuna norma rivolta a promuovere la concorrenza tra le imprese farmaceutiche. Identica sollecitazione al governo è stata fatta il 3 luglio dall’Aifa sostenendo che “l’introduzione di farmaci a brevetto scaduto rappresenta un’importante occasione di efficientamento economico della spesa sanitaria senza compromettere le garanzie di efficacia e sicurezza che rimangono il cardine dell’assistenza farmaceutica”.

Di quanto si ridurrebbe in questo modo la spesa farmaceutica? È difficile quantificarlo, posso soltanto riportare qualche informazione utile a dimostrare che i risparmi sarebbero notevoli. Sulla base della mia esperienza di assessore alla sanità in Piemonte (2014-2019) posso dire che nel 2018 sono stati risparmiati 41 milioni di euro con una riduzione media del prezzo dei farmaci del 67%:  in alcuni casi sono state ottenute riduzioni del prezzo fino al 99%,  come nel caso del Bosental e dell’Imatinib il cui costo unitario è sceso rispettivamente da 2.210 a 27 euro e da 1.907 a 24 euro. Per avere un’idea più complessiva è sufficiente l’esame del ‘Monitoraggio dei farmaci non biologici a brevetto scaduto’, pubblicato recentemente da Aifa, del quale consiglio la lettura se ancora non lo hanno fatto, al ministro D’Urso (imprese) e Schillaci (sanità). Emerge che sono numerosi i farmaci a brevetto scaduto negli ultimi 3-4 anni, dove gli equivalenti hanno un’incidenza di consumo inferiore al 50%;  gran parte ha addirittura un’incidenza intorno al 15/20% mentre il restante  consumo continua a essere coperto dai costosi farmaci originator.  Sarebbe necessaria a questo proposito una norma che vincoli le Regioni a procedere alle gare d’appalto in concomitanza delle scadenze dei brevetti. Sarebbe anche utile che le Regioni si coordinassero tra di loro riducendo il numero delle stazioni appaltanti per una migliore contrattazione basata su un principio  classico della concorrenza:  volume/prezzo.

Non resta che aspettare per vedere se le indicazioni dell’Agcm e dell’Aifa per garantire  la promozione della concorrenza nel settore farmaceutico  saranno accolte o considerate, come è già successo in questi mesi su altri temi, soltanto fastidiose opinioni che disturbano il manovratore. Purtroppo non c’è da essere fiduciosi considerata l’allergia dimostrata finora dal governo verso la concorrenza, a partire dalle concessioni balneari.

Cile, l’accordo possibile. Articolo di Settegiorni a un mese dal golpe del 1973.

Dalle notizie che giungono dal Cile non è ancora possibile conoscere i risvolti della vicenda delle dimissioni – annunciate e ritirate nel giro di 24 ore – dell’intero governo, nel vortice di una crisi economica e sociale sempre più grave (a causa dello sciopero degli autotrasportatori manca l’approvvigionamento dei beni di prima necessità e del carburante per le auto e per il riscaldamento) e all’indomani della pausa intervenuta nel dialogo tra Unitad popular e la democrazia cristiana. Un significativo rimpasto ministeriale era stato chiesto dalla Dc, come una delle condizioni per avviare un diverso rapporto tra governo e opposizione. Allende, però, ha solo ritardato i tempi del rimpasto: avverrà “quando le circostanze politiche saranno opportune“, ha detto.

Contrario nei giorni scorsi a un inserimento dei militari nel gabinetto, potrebbe essere indotto a cambiare opinione sia per far fronte allo “stato di necessità” (cioè, per intervenire con maggiore energia contro la paralisi economica provocata dagli autotrasportatori, come già fece nell’autunno scorso), sia per favorire e accelerare un compromesso con il partito democristiano. 

La Dc aveva chiesto, infatti, che la presenza dei militari fosse massiccia ma potrebbe, infine, ridurre le proprie pretese al riguardo, qualora gli fossero accordate alcune garanzie politiche. Il rischio di un condizionamento delle forze politiche da parte di militari è, del resto, presente anche in un paese come il Cile dove pure le forze armate hanno una lunga tradizione democratica e ancora di recente hanno dato prova di fedeltà ai doveri che la costituzione loro impone.

Il dialogo tra la Dc e il governo si è sviluppato nel corso di due giornate: 30 e 31 luglio. Alla vigilia, il presidente democristiano Patricio Aylwin aveva illustrato, a grandi linee, la piattaforma del partito mostrandosi fiducioso nei confronti di un compromesso che avrebbe potuto portare anche un inserimento della Dc nel governo. Il clima era disteso tra le parti malgrado il partito socialista – diviso nel suo interno, dove tuttavia prevale la linea radicale e intransigente – avesse, attraverso suoi qualificati esponenti, manifestato perplessità, critiche e anche aperte ostilità al dialogo. Aveva detto il segretario generale socialista Altamirano il 12 luglio: non accetteremo mai la conciliazione con “i nemici del Cile, del governo popolare, dei lavoratori”; “in questo momento qualsiasi accordo con la democrazia cristiana servirebbe soltanto favorire i gruppi faziosi che operano nel suo seno e nelle alte sfere reazionarie, il cui unico immutabile obiettivo consiste nel recupero del potere e dei suoi privilegi”.

Era dovuto intervenire il segretario del partito comunista Louis Corvalan, che in un discorso al comitato centrale avvertiva che “il dialogo non è né sarà facile“, tuttavia, abbattuti i primi ostacoli, non ci si sarebbe dovuti tirare indietro; bisognava invece fare di tutto per “unire la maggioranza dei cittadini contro coloro che si sono lanciati sul cammino della situazione: la maggioranza del paese – proseguiva – indipendentemente se abbia o no simpatia per il governo, non ne vuole il rovesciamento e ne riconosce la legittimità”.

Un dialogo franco è stato quello tra Allende e Aylwin. Sulla sua interruzione – provocata certo da difficoltà nel trovare l’intesa e quindi dalla necessità di un riesame delle posizioni – non sono mancate le speculazioni di chi, per ragioni diverse, aveva interesse a farlo naufragare: sia da parte della destra democristiana e del partito nazionale che teme un suo isolamento all’opposizione, sia da parte di alcune componenti di Unitad popolar, in special modo dei socialisti. Ma il filo del confronto non si è spezzato. “sostanzialmente positiva”, è stata definita da Aylwin la risposta che Allende ha dato il 3 agosto alle richieste che la Dc gli aveva consegnato in dossier, al termine della prima fase di incontri.

Questa dossier conteneva alcune precise condizioni per un modo diverso di stare all’opposizione della Dc. Le principali sono: assicurare l’ordine costituzionale e la piena applicazione dello stato di diritto; far rispettare il mandato costituzionale secondo cui le forze armate e i corpi di polizia sono “i soli depositari della forza”: ciò significa che devono essere sciolti e dichiarati illegali tutti i gruppi armati paramilitari; mettere fine a tutte le forme di occupazione delle fabbriche o di altre proprietà da parte di “gruppi minoritari che si ergono a rappresentanti del popolo e dei lavoratori per imporre i loro voleri con la forza”; definire una volta per tutte il regime di proprietà dell’imprese, delimitando logicamente il settore sociale, quello misto e quello privato, e regolamentando la partecipazione dei lavoratori; infine, la formazione di un di un ministero con la partecipazione delle forze armate, “dotato di sufficienti poteri”.

La risposta di Allende è sembrata soddisfacente al partito democristiano. Allende, in sostanza, ha detto che avrebbe potuto accettare il progetto di riforma costituzionale democristiano, già approvato dal parlamento ma bloccato dal veto presidenziale, a patto, però, che la Camera e il Senato si impegnassero (e quindi si impegnasse anche la Dc) a varare una serie di disegni di legge che consoliderebbero alcune riforme di struttura e offrirebbero al governo adeguati poteri nel settore industriale e commerciale. Queste misure prevedono, tra l’altro: l’esclusività dei poteri dello Stato nei settori strategici della economia; la definizione dei poteri del governo nella requisizione di aziende industriali e commerciali; la delimitazione delle tre aree economiche (sociale, privata e mista); garanzie per la piccola e media industria; definizione della “autogestione“ dei lavoratori in alcune aziende requisite; maggiori poteri al governo per la repressione dei diritti economici, quali il mercato nero e le speculazioni, che tanta parte hanno avuto nell’aggravamento della crisi sociale ed economica del paese.

È  sui contenuti concreti di queste misure che il dialogo tra Dc e Allende dovrebbe proseguire e concludere positivamente nei prossimi giorni. Se non avverranno impennate della destra, ma anche della sinistra radicale del partito socialista preoccupata soprattutto di tenere relegata la Dc all’opposizione.

 

N.B. Il titolo dell’articolo, pubblicato sul numero 319 di “Settegiorni” (12 agosto 1973) era il seguente: “Cile. L’accordo possibile”. La sigla P.d.S., apposta alla fine del pezzo, lascia intendere che l’autore fosse Pino di Salvo, uno dei principali redattori della rivista. La rilettura di questo resoconto accurato è importante anche in vista delle iniziative – in primo luogo quella annunciata dall’Istituto Sturzo – per l’inquadramento storico e il riesame critico, a cinquant’anni di distanza, delle tragiche vicende cilene. Come è noto, i militari di Pinochet presero il potere l’11 settembre del 1973 a seguito di una cruenta operazione che portò all’assalto della Moneda, sede ufficiale del Presidente della Repubblica, e al suicidio di Salvador Allende. Il colpo di stato indusse il segretario del Pci, Enrico Berlinguer, a scrivere per “Rinascita” – il settimanale ufficiale delle Botteghe Oscure – tre fondamentali articoli,  raccolti poi nel saggio “Riflessioni sull’Italia dopo i fatti del Cile”, da cui scaturì la proposta del compromesso storico.

Etiopia, una nuova guerra minerebbe la stabilità dell’intera Africa.

L’Etiopia rischia di precipitare nuovamente nella guerra civile. A pochi mesi dagli accordi di pace di Pretoria nel novembre scorso sul Tigray, in un altro dei 9 stati regionali (detti kililoch, più le 2 città autonome di Addis Abeba e Dire Daua ) di cui si compone la repubblica federale etiope, è scoppiato un nuovo conflitto che vede contrapposti le forze armate federali, Forze di Difesa Nazionale Etiopi (ENDF), e la milizia Fano dello stato regionale centrosettentrionale dell’Amhara, che pure era stata alleata all’esercito di Addis Abeba nella guerra contro Fronte Popolare di Liberazione del Tigray (Tpfl). 

La decisione dello scorso aprile del governo centrale di voler smantellare le unità paramilitari create da molti Stati regionali negli ultimi quindici anni per integrarle all’interno delle forze di sicurezza federali, aveva spinto la milizia amharana a ribellarsi. L’intensità degli scontri nella regione dell’Amhara, la seconda più popolosa del Paese dopo quella di  Oromia, è aumentata all’inizio del mese, tanto che il 4 agosto scorso il governo centrale  aveva dichiarato lo stato di emergenza che però non è servito ad evitare aspri combattimenti tra martedì e mercoledì scorsi con utilizzo di artiglieria e mezzi corazzati, che secondo testimonianze, riportate da Al Jazeera, di medici di Bahir Dar, la capitale dell’Amhara, hanno causato la morte o il ferimento di molti civili.

Ieri la Direzione generale dello stato di emergenza, un ente governativo federale, ha  affermato che in sei delle principali città amharane la ribellione è stata sedata.

“Siano stati tutti molto contenti che la pace sia stata raggiunta attraverso il dialogo” “Tuttavia, siamo addolorati nell’apprendere che un’altra guerra è iniziata prima ancora di assaporarne i risultati”. Così afferma la Conferenza episcopale cattolica dell’Etiopia, che lo scorso 7 agosto ha lanciato un forte appello alle parti ad un immediato cessate il fuoco. Sebbene i cattolici rappresentino appena l’1% della popolazione, l’Etiopia è un paese a maggioranza cristiana per la forte presenza della Chiesa Chiesa ortodossa etiopica dell’unità,  “tewahedo” in lingua ge῾ez, riferito alla natura di Cristo.

Tutta l’Africa rimane ancora interessata da fenomeni, che non paiono scoordinati o casuali, di destabilizzazione, ottenuti fomentando divisioni e scontri etnici e religiosi, con una presenza del cosiddetto fondamentalismo jihadista che appare sempre dove più è utile a creare un caos che fa ritardare lo sviluppo del continente e permette a interessi esterni di mantenere rapporti economici di tipo predatorio o neocoloniali. Per inciso, il governo talebano dell’Afghanistan ha proibito ai suoi cittadini di recarsi all’estero per la “guerra santa”, e l’Iran il cui ministro degli esteri Hossein Amir-Abdollahian ieri ha visitato il Sudafrica, non è certo ritenuto una minaccia per l’Africa. C’è qualcun altro che finanzia e pianifica l’azione di tali gruppi terroristici.

Il Corno d’Africa è una delle aree di maggior interesse strategico globale ed è stata interessata da continui conflitti, dalla Somalia, all’Etiopia, all’Eritrea. Stessa sorte di guerra è toccata allo Yemen che sta sulla sponda asiatica del Golfo di Aden.

L’Etiopia che un mese fa ha fatto richiesta di adesione ai BRICS, non è solo il gigante di quest’area, con un popolazione di 120 milioni e un pil che prima della guerra in Tigray cresceva mediamente dell’8% annuo, ma per storia, cultura posizione geografica aspira a  divenire una nazione centrale per l’Africa. Ospita la sede dell’Unione Africana ad Addis Abeba. Fomentare la guerra tra etnie in Etiopia significa dunque inceppare lo sviluppo di tutta l’Africa. Gli Stati Uniti avevano sostenuto l’uomo forte dell’Etiopia, solo formalmente multipartitica, l’attuale premier Abiy Ahmed Ali, premio Nobel 2019 per la definitiva pace con l’Eritrea, finendo poi per avvicinarsi alla causa delle milizie del Tigray. Ciò ha agevolato l’avvicinamento dell’Etiopia a Cina e Russia. Nell’aprile scorso il presidente del consiglio italiano è stata la prima leader di un governo occidentale in visita ad Addis Abeba dopo la guerra in Tigray e in un vertice trilaterale esteso al presidente somalo Hassan Sheikh Mohamud, si è parlato di come ristabilire la sicurezza, di ricostruzione, infrastrutture, sviluppo. Perché gli sviluppi della situazione in Etiopia hanno enormi ripercussioni per tutta l’Africa e per l’Europa. Per questo è interesse comune fare in modo che siano sviluppi positivi.

Onorato contro Alfonsina: battaglia al Circo Massimo, tutta colpa di Travis Scott.

È contesa estiva, svanirà insieme al vento ponentino abituato a portare via gli strafalcioni del clima di questo tempo. Travis Scott, un cantante di grido e che quanto a grida sembra non essere inferiore a nessuno, si è esibito nell’arena del Circo Massimo a Roma. Si è andati su di decibel. Molti, da quelle parti, hanno temuto fosse in corso un terremoto, c’è stato qualche allarme e c’è chi ha chiamato i Vigili del Fuoco. Era invece solo il fragore della musica insieme a sessantamila ragazzi che pressoché all’unisono saltavano a ritmo incalzante accompagnando lo spettacolo in corso.

Il giorno dopo Alfonsina Russo, Direttrice del Parco Archeologico del Colosseo, ha commentato il fatto suggerendo la necessità di individuare spazi alternativi per eventi del genere in modo da non compromettere i monumenti, beni e reperti vari che hanno fatto della Capitale la città tra le più belle al mondo. Si trattasse di balletti o di opera non ci sarebbe alcun problema, avrebbe detto la Russo. Ma lì dove gli amplificatori sparano a tutto volume, fino ad annichilire le note che vagano moribonde nell’aria, sarebbe opportuno trovare una soluzione logistica più adatta alla bisogna.

Le avrebbe controbattuto lestamente Alessandro Onorato, Responsabile dei Grandi Eventi di Roma Capitale, sottolineando come tutto sia andato liscio come l’olio mentre al contrario, a voler essere precisi, un ragazzo è rimasto ferito proprio nell’area di competenza della Russo, che non avrebbe evidentemente vigilato come si sarebbe dovuto. Tradotto in linguaggio della strada “pensa alle corna tue che alle mie ci penso io”.

Ora ragionando serenamente, senza cadere nel giochino del lanciare la palla in tribuna, la questione non è di una lamentata invasione di campo, di interferenze inaccettabili e di competenze da rispettare. Si tratta semplicemente di un richiamo, per logica, ad una capacità di visione che metta in primo piano l’individuazione di aree idonee per un certo tipo di manifestazioni.

Archeologia si traduce in un discorso sul passato o se si preferisce sulle cose antiche. È stato detto che è un modo di leggere il mondo, di leggere le tracce lasciate anche dagli uomini. Si potrebbe aggiungere anche di registrare i decibel che con nessun riguardo già da anni investono la storia di una città. Onorato sarà degno per certo di ogni stima e tributo ma questa volta sembra non abbia colto il segno, sfuggendogli il cuore della questione che non è mettere i paletti, rivendicando in ordine a chi spetti decidere cosa. Avrebbe dovuto essere meno reattivo, ricordando che Alfonsina significa persona valorosa in battaglia e che un certo S. Alfonso ha scritto un testo che insegna come ci si debba apparecchiare alla morte con umiltà e adeguata consapevolezza del senso della vita, evitando di scaldarsi troppo per le cose di questo mondo.

Honoré de Balzac scrisse un interessante lavoro a titolo “La commedia umana” prendendosela con la modernità in grado di compromettere la morale e individuando nel dio denaro la causa della corruzione della società. Per molti sarà stato esagerato ma non è del tutto fuori luogo sostenere che la modernità deve vivere e conoscere libertà espressive con l’accortezza di esprimersi in ambiti adeguati che possano darle ancor più ogni forma di legittimo sfogo. Mercedes Sosa ha reso celebre la canzone “Alfonsina y el mar” dove un passaggio può tradursi in “ se lui chiama non dirgli che sono qui, dì che Alfonsina non torna, e se lui chiama non dirgli che sono qui, digli che me ne sono andata”.

Speriamo che Onorato, semmai chiamasse Alfonsina Russo, possa avere maggiore fortuna. Ad Onorato diamo gratuitamente un consiglio. Anni fa, settembre 1997, l’Aeroporto dell’Urbe ospitò il concerto famoso gruppo degli U2 con una partecipazione di oltre settantamila appassionati del genere. Sarebbe il caso di valorizzare nuovamente quel sedime, peraltro sconosciuto a molti romani, e che merita invece di essere interpretato non solo come un presidio della attività di volo nel cuore della città ma anche come spazio polifunzionale al suo servizio. Lì sicuramente, data la vocazione del posto, non mancherebbe una visione dall’alto. Si dibatte sui danni che il granchio blu sta provocando nei nostri mari. Si stia dunque attenti anche fuori dall’acqua e soprattutto in politica a non prendere un granchio estraneo alla nostra cultura ed al nostro palato. Potrebbe risultare indigesto.

Il Governo entra in Tim assicurandosi un ruolo decisivo nelle scelte strategiche

Il governo entra come azionista della Rete Tim con una quota fino al 20% di NetCo, la società costituita dalla rete primaria, dalla rete secondaria (FiberCop) e dai cavi sottomarini di Sparkle. L’esecutivo si assicura però un ruolo “decisivo nella definizione delle scelte strategiche”.

Il Mef ha reso noti ieri i termini del memorandum di intesa “siglato tra Kkr” e il Governo, dopo giorni di rialzo del titolo con rumors insistenti su una accelerazione nel dossier. Il governo dunque entra nella partita della cessione della rete Tim al fondo americano Kkr che dovrà presentare un’offerta vincolante entro il 30 settembre e che a questo punto non è escluso arrivi prima. Si tratta del fondo la cui offerta da 21-22 miliardi è stata preferita dal cda di Tim a quella di Cdp-Macquarie.

“L`accordo – ha spiegato il Mef – prevede la formulazione di un`offerta vincolante che stabilisce, tra l`altro, l`ingresso del Mef nella Netco nella percentuale fino al 20%”. “I termini dell`offerta dal punto di vista dei rapporti tra le parti prevedono un ruolo decisivo del governo nella definizione delle scelte strategiche. I prossimi passaggi saranno relativi all`adozione di un Dpcm per completare l`iter procedurale”, ha chiarito il Mef. Il primo consiglio dei ministri utile potrebbe essere il 28 agosto.

Il coinvolgimento del governo, essendo la rete un asset strategico, rende più agevole l’esercizio dei poteri speciali della Golden Power a tutela degli assetti proprietari delle società operanti in settori reputati strategici e di interesse nazionale. Dopo l’intesa tra Kkr e Mef, l’operazione sarà meglio delineata successivamente alla presentazione da parte di Kkr della sua offerta vincolante e dopo il Dpcm. Secondo rumors di mercato anche il fondo infrastrutturale F2i potrebbe essere della partita con una quota di minoranza arrivando a un 30% circa in mani italiane e rafforzando tale fronte ora che la Cdp è fuori.

Tuttavia un possibile coinvolgimento della Cassa resta sullo sfondo e non è da escludere visto Cdp è azionista di Tim con il 5% e di Open Fiber con il 60%, la società della fibra all’ingrosso che di fatto opera in concorrenza con Tim. L’ad Dario Scannapieco non ha escluso nei giorni scorsi che ci possano essere forme di cooperazione evidenziando ‘lo spreco’ derivante dall’impiego di risorse per 2 reti, quella di Tim e quella di Open Fiber, che in alcune aree più onerose per gli investimenti andrebbero a sovrapporsi.

Il caso Fassino evidenzia la fragilità della politica dinanzi al populismo

Il recente intervento dell’On.le Piero Fassino che alzandosi nell’emiciclo parlamentare di Montecitorio ha esibito il cedolino del proprio stipendio da Deputato della Repubblica (4718 euro mensili netti) a voler puntualizzare che non si tratta di un emolumento “d’oro” (termine già in uso per le pensioni) ha suscitato più di un commento sulla stampa, attraverso i media e nelle discussioni da bar dei soliti bene informati. In realtà l’On.le Fassino, deputato dal 1994 e più precisamente nelle legislature XIIXIIIXIVXVXVIXVIIIXIX, sapeva bene pronunciando il suo discorso che il totale mensile percepito comprende altre indennità che sono prerogativa dei parlamentari e che non trovano riscontro nelle altre categorie dei dipendenti del pubblico impiego: tra fondi, diarie, compensi, rimborsi ecc pare – per non saper né leggere ne scrivere al pari dei molti lettori di quotidiani che il conto totale l’hanno fatto – che si raggiunga la somma di  oltre 11500 euro al mese.

L’on.le Fassino ha una impeccabile ed esemplare carriera politica alle spalle, vanta un alto numero di presenze in aula, è persona proba e integerrima, ha ricoperto numerosi incarichi di Governo e sinceramente credo che quella retribuzione sia per lui meritata. 

Il fatto di aver citato solo il cedolino e non tutto il resto può tuttavia aver provocato qualche comprensibile risentimento in chi può contare solo sugli emolumenti risultanti in busta paga e non su altre voci che ne alzano notevolmente l’importo. Tra questi ci sono lavoratori che faticano ad arrivare a fine mese e penso che si siano sentiti umiliati confrontando il proprio stipendio come unica fonte di mantenimento con quello di un onorevole. Per non parlare dei titolari delle cd. “pensioni” sociali e di quelle di invalidità: sono situazioni che hanno giusto attraversato sei o sette legislature registrando molte promesse ma nessun risultato. Viene da chiedersi perché l’On.le Fassino abbia preso la parola per difendere la propria categoria e non  – proprio in tema di stipendi, pensioni e in un periodo in cui si discetta intorno all’importo del salario minimo (che gli esperti politici e sindacali quantificano in 9 euro all’ora) e alla sua opportunità – per proporre una commissione d’indagine parlamentare sulla crescente povertà in Italia, anche semplicemente basandosi sui dati del 21° Rapporto della Caritas che presentano i molteplici aspetti di questa condizione di marginalizzazione sociale che interessano e coinvolgono 1 milione 960 mila famiglie, pari a 5.571.000 persone (il 9,4% della popolazione). In piena sintonia con le risultanze delle indagini Istat e Censis.

Sia ben chiaro, su questo tema non si deve fare demagogia o lasciarsi tentare dal populismo: un parlamentare deve poter contare su una retribuzione adeguata che gli consenta di esercitare la propria funzione in modo indipendente da qualsiasi condizionamento esterno, rispondendo alla propria coscienza e al mandato popolare ricevuto. Senza bisogno di presentare pubbliche scuse. Ma – ad esempio – l’aver diminuito il numero dei parlamentari (da 945 a 600) non ha affatto migliorato la qualità dell’azione politica degli organi legislativi ed il risparmio a conti fatti è stato irrisorio. Non si doveva cedere alla demagogia della rappresentanza parlamentare, non cambiare Camera o Senato ma deputati e senatori lasciando che venissero eletti liberamente dal popolo attraverso l’esercizio del voto di preferenza, cosa che non è più consentita da anni perché i posti in Parlamento sono blindati dai capi-partito e non vengono votati i migliori ma nominati i più fedeli.

Questo è un grande vulnus per la democrazia e lo è ancora di più per chi – al centro, a destra e a sinistra- da sempre si è autoproclamato paladino delle istanze popolari e degli interessi dei cittadini che ormai sono ridotti a vivere ai margini della società, non potendo partecipare alla designazione dei propri rappresentanti. Se mai, dunque, questo sarebbe stato un tema da sollevare: il gap tra paese legale e paese reale non consiste (solo) su un dato retributivo ma di rappresentanza, di ascolto, di dialogo e di selezione della classe dirigente. Se questo discorso non l’ha fatto ancora nessuno c’è sempre tempo: a cominciare dalle elezioni europee del 2024, fondamentali per capire i destini del vecchio continente nel quadro di relazioni e prove di forza a livello internazionale sempre più complicate e difficili.   

Denunciare l’antipolitiica e corteggiare i populisti è il vicolo cieco della sinistra

C’è una domanda che il circo politico mediatico misteriosamente non ha affrontato commentando l’ormai conosciutissimo intervento del sempreverde Fassino alla Camera sullo stipendio dei parlamentari. Perché la vera notizia politica, come ovvio, non risiede nella dimenticanza – voluta o meno che sia non ha alcuna importanza – delle altre voci che completano le entrate dei deputati oltre al celebre ‘cedolino’. Ma, semmai, denunciare politicamente e pubblicamente chi da anni campa sul più brutale e virulento populismo anti politico, demagogico e qualunquista e poi lavorare alacremente per creare una coalizione tra il suo partito, il Pd appunto, e proprio quel partito populista per eccellenza, cioè i 5 stelle di Grillo e di Conte.

Ovvero, parla un esponente di un partito, il Pd, che ha approvato – pur di conservare e inseguire l’alleanza con i populisti – la riduzione anti politica e demagogica dei parlamentari; che ha azzerato il finanziamento pubblico dei partiti; che ha criminalizzato politicamente il ruolo e la funzione gli ex parlamentari addirittura attraverso l’introduzione del calcolo retroattivo con il metodo contributivo dei vitalizi; che ha approvato qualunque scelta tesa ad indebolire la democrazia dei partiti, la classe dirigente politica e lo stesso retroterra ideale del passato e che poi, altrettanto misteriosamente, individua in quel partito l’alleato più fedele e più utile per costruire un vero progetto di governo alternativo al centro destra. Un qualsiasi osservatore, né servile, né fazioso e nè distratto, si chiederebbe semplicemente se siamo o meno su “Scherzi a parte”.

Perché il vero tema politico, culturale, programmatico e forse anche etico da affrontare, dopo la polemica seguita all’intervento di Fassino alla Camera sui costi della politica e sul ruolo dei parlamentari, è l’aver colpevolmente sottaciuto che tutto ciò che lui considera nefasto per la qualità della nostra democrazia e la credibilità delle nostre istituzioni erano, sono e restano i grandi cavalli di battaglia del populismo anti politico, demagogico e qualunquista del mondo grillino. Che, non a caso, registrano una straordinaria convergenza politica e culturale con la strategia e il progetto del ‘nuovo corso’ del Pd guidato da Elly Schlein. In quanto denunciare le malefatte dell’anti politica virulenta ed anti istituzionale da un lato e coltivare, al contempo, un’alleanza politica e strategica con chi si fa paladino ed alfiere di quei temi segna un punto di non ritorno. Detto in altri termini, non si è politicamente credibili. E, non a caso, è stata proprio il numero 1 del Pd, Elly Schlein, a farsi carico pubblicamente e tempestivamente – addirittura in un dibattito ad una Festa dell’Unità – che sui costi della politica e su tutto ciò che l’anti politica ha cavalcato in questi ultimi anni sono temi su cui il Pd era e resta in prima linea. E quindi, e come da copione, piena e totale consonanza e convergenza culturale con la strategia e l’anti politica grillina.

Diventa quindi sostanzialmente inutile, se non addirittura grottesco, porre in Parlamento certi temi e poi allearsi con chi sostiene scientificamente e volgarmente quelle tesi pseudo politiche. Ma questo avviene semplicemente perché, come recita un vecchio proverbio, di norma “chi si somiglia si piglia”. Al di là e al di fuori degli sterili e furbeschi interventi parlamentari.

Dibattito | Se cambiano sinistra e destra, allora anche il centro deve cambiare.

Corro qualche rischio di essere frainteso. Capisco. Anche perché dopo il caso romano di De Angelis, con tutte le feroci polemiche registrate, i distinguo, gli inviti alle dimissioni, mi sembrava inopportuno affrontare un argomento che seguo da molti anni, e che ho collocato fra le questioni centrali per gli anni che ci attendono. 

L’ultimo cross con un buon passaggio laterale me lo ha però fatto in questi ultimi giorni la stessa maggioranza (di destra) che ci sta governando, e che ha suggerito al De Angelis (di destra) di correggere il suo disinvolto giudizio sulla strage di Bologna. A questa presa di distanza fra uguali, ha fatto seguito anche se una tantum, un decreto approvato dal Consiglio dei ministri (di destra: la tassa sugli  extraprofitti delle banche. Un  palese stop alla totale libertà del capitalismo finanziario bancario che è sempre stato un punto forte e centrale della sinistra storica, operaia e proletaria, ma che in questo particolare caso è gestito e portato avanti proprio dalla destra. 

Entro nel merito perché è  ormai da tempo che giro attorno alla utilità o inutilità delle categorie politiche orizzontali – sinistra e destra. Su cui, per chi avesse tempo da perdere, rimando agli archivi digitali di questo  blog (Il Domani d’Italia). Al netto dei giganti Bobbio e Sartori, ho avuto però il piacere di incrociare nel tempo diversi studiosi e studiose, politici ed editorialisti, opinionisti, che si sono interessati e hanno approfondito e trattato l’argomento della validità od obsolescenza della diade, con le  loro più pazienti lenti di ingrandimento conoscitive. Il che, devo dire la verità, mi  confortava, e spesso  rinforzava le mie intuizioni.

Nel solitario cantuccio dove spesso mi ritrovavo, avevo infatti da molto tempo iniziato a dubitare di queste categorie orizzontali. Per il modo in cui le avevamo adoperate per circa 200 anni e sino ai nostri giorni, solo perché Clero, Nobiltà e Terzo Stato si sono seduti diversamente nella ‘Sala della Pallacorda’. Categorie che mi sembravano  obsolete e forse addirittura inutili, pur se ripetutamente utilizzate dalla stampa quotidiana e dai media. Cominciavo insomma a maturare l’idea che confondevano e distraevano il cittadino, anziché aiutarlo. E lo bloccavano sul passato invece di spingerlo verso le analisi sui segni dei tempi, e  a chiarirgli le idee sul presente. In  particolare sul futuro che ci attende. Questo superamento  andava naturalmente  accompagnato da una robusta formazione attorno a una realistica coscienza critica della storia, che non  bisogna mai rimuovere e dimenticare, tesa a non demonizzare per niente la distinzione storica tra destra e sinistra, pur nelle sue contraddizioni e paradossi; ma che con gli occhi sempre fissi sulla sfida dell’uguaglianza che ci attende, convincesse che programmi e proposte – welfare, salario minimo garantito o universale, fisco e tasse, scuola, Mezzogiorno, salute e Servizio sanitario nazionale, etc. per non parlare delle sfide ecologiche, delle immigrazioni, e della rivoluzione digitale  compreso lo stop alla fornitura di armi alla Ucraina – possono oggi trovare spazi di disponibile comprensione e difesa sia nella (nuova) destra, quanto nella (nuova) sinistra. 

E questo non dovrebbe (più) scandalizzare. Anche quando Giorgia Meloni dice di voler fare di FdI un partito conservatore (di destra), e anche quando alcuni suoi tifosi, estremisti nostalgici del fascismo, smentiscono le origini e tutte le indagini sulla strage di Bologna e vanno a Predappio non per deporre un fiore e fare una preghiera, ma con altre intenzioni; ecco noi, come dicevo, dobbiamo fare lo sforzo di collocare  storicamente le forti differenze tra la destra (storica), e la sinistra (storica) che  indicavano altre, ma davvero altre cose, e che oggi neanche una distinzione tra  conservatori e progressisti riesce a chiarire bene.

Per questo continuo a sostenere che agli albori del Terzo millennio, le vecchie categorie  destra e sinistra, ci distolgano dal responsabile  compito sociologico di interpretare e  definire bene la struttura sociale, culturale e antropologica che viviamo, a partire dalla disparità fra ricchi e poveri, tra  paesi ricchi e paesi poveri – come pure dal  multiculturalismo che ci attende. E accantonano la necessità  di capire le persone nei loro (nuovi) mondi vitali e comunitari, perfino nella loro stessa democrazia politica  partecipativa, pronta da un momento all’altro ad essere partecipata “a distanza”  grazie agli sviluppi dell’informatica. 

In ogni caso, non ho mai scartato una polarizzazione di vedute, pur con l’idea che occorresse urgentemente  abbandonare destra e sinistra, ri-definendole totalmente alla luce dei “…cambiamenti d’epoca, e delle metamorfosi” strutturali (Bergoglio) in corso da tempo.

Il centro

Dal momento che appartiene al mio passato, e che ho cari e stimati amici che lo attendono, ho anche sostenuto che sulla base  della crisi della diade storica destra e sinistra, bisognava essere molto cauti e attenti nel reclamare (oggi)  l’urgenza di un nuovo centro politico, assieme alla sua indispensabile importanza sociale e culturale. 

Il libriccino “Centrismo vocazione o condanna”, pubblicato da Reset circa 30 anni fa, ripropone un dialogo a distanza tra Norberto Bobbio e Augusto Del Noce, con quest’ultimo che in un suo articolo del lontano 1945,  chiariva  molto bene per quali contingenti e particolari motivi sono nati il centrismo e la “politica di centro” della Dc. Un centro, a ben vedere, oggi fotocopiato sino alla moltiplicazione di centrini irrilevanti e personalizzati. E che, da quello che si legge,  sembra tornato d’attualità solo perché si è man mano alzato il tasso di assenteismo,  fenomeno non solo italiano; solo perché siamo di fronte ad una legge elettorale che non rispetta in pieno le proporzioni dei voti presi in quanto  sbilanciata sul maggioritario che guarda più alla governabilità che alla rappresentatività; e solo perché avanza sempre più un tragico e pericoloso bipolarismo. 

 

Ho fatto spesso presente a chi è alla ricerca di questo centro che tutto appare superfluo per molti italiani e specialmente per l’elettore in carne e ossa, con le sue nuove attese, e le sue volatili e sorprendenti scelte elettorali, variabili da un anno all’altro; un elettore stracolmo di antipolitica e di ingiustificata perdita di fiducia nella classe politica e nel luogo più sacro della democrazia, che è il Parlamento. In questo disinteresse centrista, è sorprendemente compreso anche quell’elettore che andando a votare dichiara nei sondaggi di essere un cattolico praticante, e di cui  nelle ultime elezioni politiche il 26% ha  votato per FdI, il 14% per la Lega e il 10% per FI;  il rimanente 50% ha diviso le sue preferenza a metà fra Pd (25%) e M5s (25%). 

 

Ma sembra di capire che il centro è ora necessario in quanto è per definizione moderato. E in giro non c’è più moderazione, proprio  quando i comportamenti  moderati e le proposte moderate li possiamo trovare da tutte le parti. Ma il centro è oggi indispensabile, in quanto deve recuperare una borghesia moderata trascurata (da tempo tuttavia scomparsa dalla scena sociale!), e un  ceto medio moderato (da tempo salito sul discensore!). Perché opera una mediazione tra una sinistra massimalista, radicale e populista – questi sono gli aggettivi che spesso si leggono – nonché forse  atea e proletaria; contro la  proprietà privata pronta a pianificare tutto, con in testa  una rivoluzione di “Novembre”, togliendo la libertà del mercato e le sovrastrutture etiche e religiose. E una destra  clerico fascista, che difende la  sovranità della Patria, che ama le dittature, che rivuole le colonie, che odia l’Europa e il libero mercato senza Stato di mezzo. Che desidera  insomma  ridurre il Parlamento in un…bivacco, e tutta legata alla proprietà privata dei vecchi nobili latifondisti. 

 

E amenità varie su destra e sinistra proseguendo. Sono certo che i miei amici centristi non credono a queste banalità. Ed 

ho sempre considerata politicamente legittima la loro ricerca verso cui ho sempre fatto i miei auguri. Raccomandando solo di essere attenti alle nuove stratificazioni sociali, culturali e religiose, e di tenere gli occhi  ben aperti sulla società concreta – come raccomandava don Luigi Sturzo vestito da sociologo –  sulle chiese e i seminari vuoti, sull’associazionismo storico cattolico in forte crisi di iscritti, e sulla sottile guerra interna alla chiesa contro quel Bergoglio…teologo della liberazione, anch’egli con la tessera del Pci in tasca e cattocomunista, così come sono stati recentemente definiti con la massima superficialità Prodi e Delrio. Ai quali non è azzardato pensare che si sarebbero affiancati, Dossetti e La Pira, tutti i cattolici democratici, tutta la sinistra Dc, il cattolico Pietro Scoppola quando assieme al “comunista” Alfredo Reichlin preparò il Manifesto dei Valori del Pd, sino al nostro attuale Presidente della Repubblica Mattarella, tifoso di  Greta. 

 

Concludo ricordando che sul centro politico ho da sempre  sostenuto  che  non vedo (oggi) le premesse sociologiche e culturali, necessarie e  disponibili,  per queste “paludi” (i marais), come sono stati definiti i centristi politici nel corso della rivoluzione francese. Coloro i quali cioè, non stavano né da una parte né dall’altra, senza mai prendere posizione. E che, come succedeva una volta, cercavano una mediazione tra posizioni divergenti, anche estreme. Una riposante poltrona dove oggi accomodarsi insomma, che se non studiata per bene, avrebbe addirittura  suggerito la via di mezzo tra i negazionisti no vax e i favorevoli al vaccino, tra i complottisti e i realisti. E forse suggerirebbe l’equidistanza anche nei confronti dell’Ucraina e della Russia, con la loro tragica guerra imperialista e neozarista.

Spagna, pronti i Popolari a formare un governo di minoranza.

Il Partito Popolare spagnolo ha confermato la disponibilità a formare un governo se il capo dello Stato, ovvero Felipe VI, affiderà l’incarico al leader del PP, Alberto Núñez Feijóo, “vincitore” del generale elezioni del 23 luglio. La segretaria generale del PP, Cuca Gamarra ha indicato che il partito sta già lavorando per formare un “governo di minoranza con ampio sostegno parlamentare”.

La segretaria generale ha parlato al termine della riunione del Comitato di gestione tenutasi ieri mattina a Madrid. Gamarra ha insistito sul fatto che il suo partito sta lavorando alacremente per raggiungere accordi “ampi e costituzionali”, con l’obiettivo di formare un governo di minoranza ed evitare una ripetizione del voto, “che non conviene alla Spagna”.

In vista della convocazione delle nuove camere parlamentari, il 17 agosto, il Partito Popolare continua a denunciare il rischio di “un governo Frankenstein” composto dal Partito socialista, dal cartello di sinistra Sumar e dai partiti indipendentisti.

La portavoce ha nuovamente esortato i socialisti a riconoscere la vittoria del Partito Popolare alle elezioni del 23 luglio e ad accettare la loro sconfitta. “Il Psoe non si è ancora congratulato con il Partito popolare, cosa mai vista nella nostra democrazia”, ha detto.

Dietro la sortita di Gamarra si scorge l’accordo raggiunto tra Partito Popolare, Vox e Unione del Popolo Navarro: in tutto 171 seggi. A giorni dovrebbe sciogliere la riserva la deputata di Coalizione Canaria, sicché il leader del Partito Popolare, Alberto Núñez Feijóo, a quel punto sarebbe a meno 4 voti dalla maggioranza assoluta. L’ipotesi su cui si lavora a Calle de Génova (sede del PP) è quella di un appoggio esterno degli alleati, e quindi anche di Vox, malgrado il rifiuto a fare la ruota di scorta espresso da questo partito – si tratta della destra più radicale – all’indomani delle elezioni del giugno scorso. D’altronde, nel corso delle ultime settimane si è aperto uno scontro duro all’interno di Vox e pare che l’ala più oltranzista sia stata messa alle corde. Si vedrà nelle prossime giornate, sempre che il Re decida di conferire l’incarico a Feijóo.

Francesco, “La Chiesa deve essere un segno di speranza e di compassione”.

Il 5 agosto è una data simbolica nella tradizione della Chiesa di Roma per il ricordo del miracolo della neve ed in particolare per la dedicazione della Basilica di Santa Maria di Maggiore. In occasione di questa ricorrenza, Papa Francesco ha indirizzato ai sacerdoti della Diocesi di Roma una lunga lettera, articolata su riflessioni di condivisione ed esortazione spirituale, anche in continuità con le linee guida di riordino del Vicariato di Roma, avviate lo scorso gennaio con la Costituzione Apostolica “In Ecclesiarum communione”. 

La lettera nella parte introduttiva, trova una sua collocazione temporale specifica in questo periodo dedicato al riposo, a cui il Papa attribuisce una sua dimensione umana “Penso a voi, in questo momento in cui ci può essere, insieme alle attività estive, anche un po’ di riposo dopo le fatiche pastorali dei mesi scorsi”; pensiero accompagnato da un attento e sentito senso di gratitudine del Vescovo di Roma verso la costante presenza pastorale del clero romano nella complessità del territorio della Capitale,  “E vorrei anzitutto rinnovarvi il mio grazie: «Grazie per la vostra testimonianza, grazie per il vostro servizio; grazie per tanto bene nascosto che fate, grazie per il perdono e la consolazione che regalate in nome di Dio […]; grazie per il vostro ministero, che spesso si svolge tra tante fatiche, incomprensioni e pochi riconoscimenti» (Omelia per la Messa del Crisma, 6 aprile 2023)”.

Momenti di approfondimento e di ricarica da vivere però non nell’isolamento, ma in un contesto comunitario e di incontro che aiuta a sostenere l’impegno e le sfide del ministero sacerdotale.

Una visione pastorale, quella di Francesco, di una comunità ecclesiale come “casa che accoglie”, che vive e presiede la carità e che “coltivi il prezioso dono della comunione anzitutto in sé stessa, facendolo germogliare nelle diverse realtà e sensibilità che la compongono”. 

Un impegno e una considerazione che coniuga la libertà interiore con il dovere di sentire costantemente il senso della comunità, proprio dell’essere Chiesa.

Citando poi il teologo gesuita canadese, Henri de Lubac, il Papa ribadisce un concetto già più volte citato, la lotta alla mondanità spirituale. «Il pericolo più grande per la Chiesa – per noi, che siamo Chiesa – la tentazione più perfida, quella che sempre rinasce, insidiosamente, allorché le altre sono vinte». E ancora: «Se questa mondanità spirituale dovesse invadere la Chiesa e lavorare a corromperla intaccando il suo principio stesso, sarebbe infinitamente più disastrosa di ogni mondanità semplicemente morale» (Meditazione sulla Chiesa, Milano 1965, 470, Henry De Lubac). 

Un pensiero programmatico che contrasta apertamente la condizione dell’“apparire” o dell’operare secondo un mestiere, rischio che può insinuarsi e, a volte, si insinua nella quotidianità della comunità cristiana. Un monito chiaro quello di Francesco che invita a contrastare il fascino delle seduzioni dell’effimero, delle mediocrità, delle tentazioni del potere e dell’influenza sociale sino a vanagloria, narcisismo e soprattutto “intransigenze dottrinali ed estetismi liturgici, forme e modi in cui la mondanità «si nasconde dietro apparenze di religiosità e persino di amore alla Chiesa», ma in realtà «consiste nel cercare, al posto della gloria del Signore, la gloria umana e il benessere personale» (Evangelii gaudium, 93).

Altra conseguenza della mondanità spirituale evidenziata nella lettera, è il cosiddetto clericalismo, aspetto più volte denunciato da Francesco nel suo insegnamento. Un pastore non può e non deve collocarsi in “alto” o sentirsi superiore al popolo di Dio, ma deve condividerne le difficoltà, aiutare a superare le contraddizioni della vita, accogliere le marginalità sociali e spirituali. Un’intera comunità in cammino, segno di speranza e di compassione e con i suoi pastori sempre “pronti e disponibili a elargire il perdono di Dio, come canali di misericordia che dissetano le aridità dell’uomo d’oggi”.

Molto belle, inoltre, le citazioni in tal senso del profeta Ezechiele, di sant’Agostino e san Paolo, che Papa Francesco richiama nella lettera e che lo portano ad affermare questo è lo spirito sacerdotale: farci servi del Popolo di Dio e non padroni, lavare i piedi ai fratelli e non schiacciarli sotto i nostri piedi”. Un indirizzo deciso avverso a stili di vita ecclesiale elitari e distaccati dalla realtà e dalle profonde ferite della società, a partire da quelle della nostra città di Roma, con l’invito a non scoraggiarsi, a riconoscere fragilità e inadeguatezze, per poi ripartire nel lavoro con un rinnovato spirito di servizio verso il prossimo, che cerca un approdo nella consolazione del Signore. 

Infine, la citazione della preghiera davanti all’immagine della Salus Popoli Romani e il ringraziamento rivolto ai sacerdoti “per quello che fate e quello che siete”. Un legame del Papa con Roma, con le sua storia e con la sua comunità ecclesiale, da sempre “laboratorio” di idee, di solidarietà vissuta e di viva spiritualità.

Il caso De Angelis mostra tutte le contraddizioni della destra

Per Giorgia Meloni il “caso De Angelis” non è stato solo uno scivolone comunicativo di uno degli esponenti del sottobosco dell’estrema destra a cui, per riconoscenza elettorale, ha dovuto assicurare un posto di rilievo (in questo caso alla Regione Lazio) Purtroppo per la Presidente del Consiglio questa vicenda rischia di essere molto più deleteria, se non si affretterà a correggere drasticamente la rotta.

In particolare, due sono gli aspetti su cui la leader di FdI è stata messa alla prova. Prova che, ad oggi, non si può definire superata.

Primo aspetto: si parte dal presupposto – si spera pacifico in un Paese democratico – che non sia in alcun modo accettabile che una persona chiamata a ricoprire un qualsivoglia ruolo nelle istitutizioni rilasci pubblicamente dichiarazioni gravemente lesive delle prerogative non solo della Magistratura, ma anche dell’intero sistema istituzionale. Ciò è inaccettabile, ovviamente, a prescindere dalla specifica provenienza del singolo esponente: in passato anche ex brigatisti hanno trasceso ogni decenza in dichiarazioni intollerabili.

Oggi il vero punto di attenzione, tuttavia, è la reazione che un sistema politico, se sostanzialmente sano, deve saper porre in essere rimanendo sul piano dell’opportunità politica. Una reazione da esercitarsi con la massima compostezza istituzionale, ma non per questo in modo meno rigoroso e determinato. Se infatti l’esponente in questione non compie autonomamente l’unica e sola azione adeguata in questi casi, ovvero non presenta le dimissioni (e ciò, si sa, accade raramente), è responsabilità diretta del suo partito intervenire. Purtroppo, in assenza di una pronta e adeguata azione in tal senso o, ancor peggio, in caso di accondiscendenza e coperture rispetto all’interessato, non si potrà che rilevare quanta strada ancora il partito in questione (FdI) debba percorrere in termini di maturazione democratica e rispetto istituzionale.

Secondo aspetto: di fronte a questa chiara e concreta verifica sul grado di leadership realmente esercitato sulle varie ed eterogenee anime che popolano e costituiscono la propria base di consenso, la Presidente ha dimostrato ancora una volta di non riuscire a prendere le distanze proprio da quella componente che, probabilmente, perfino lei stessa reputa ormai un ostacolo per il suo affrancamento da influenze “squalificanti” e per la sua evoluzione verso una immagine più istituzionale. Anime nere che sono quindi consapevoli del loro attuale potere condizionante e ben decise a non essere relegate a taxi elettorale.

Da tutto questo, ovvero dagli (insufficienti) tentativi dietro le quinte della Premier per salvare sia l’immagine pubblica sia certi tipi di relazioni, ne esce una figura alquanto affannata a tenere il più  possibile lontano da sé un problema, invece che risolverlo. Ne esce una figura ammaccata nella propria immagine di condottiera. Ne esce, infine, e questo è quello che dovrebbe più preoccupare qualsiasi cittadino italiano, una Presidente del Consiglio molto meno libera da condizionamenti esterni di quanto lei stessa cerchi di far credere.

Benedetto XVI, un nuovo ordine mondiale secondo principi di sussidiarietà e solidarietà.

[…] La prospettiva economica di Benedetto XVI si inserisce nella cornice di un nuovo ordine mondiale ispirato ai principi di sussidiarietà, solidarietà e poliarchia. Nella Caritas in veritate fa il suo ingresso nel lessico del Magistero sociale pontificio il termine “poliarchico”. Il fatto che tale concetto sia entrato in una enciclica sociale e sia stato investito dell’alto rango di  principio,  credo  che  meriti  attenzione  sia  per  la  novità  in  sé,  sia  per  la  funzione  cruciale  che  l’enciclica  gli  assegna  e  le  inevitabili possibili ricadute in termini di policy globali. 

Il termine in questione è collocato all’inizio della IV parte dell’enciclica, nel paragrafo 57, lì dove si avanzano alcune istanze piuttosto concrete e, tra queste, quella di una riforma della governance globale sia in ambito politico sia in ambito economico: il sistema di poteri che può aiutare a cogliere l’opportunità costituita dalla globalizzazione, afferma Benedetto XVI, deve essere strutturato in modo sussidiario e poliarchico, «per non dar vita a un pericoloso potere universale di tipo monocratico». Quanto di più distante dall’idea di un’autorità politica a competenza universale che facilmente si converte in Leviatano globale.  

Purtroppo,  non  sono  mancate  interpretazioni  del  documento che sono andate proprio in questa direzione, soprattutto a causa della  traduzione  della  versione  italiana;  lì  dove  nel  testo  latino  appariva la locuzione moderamen globalizationis la versione italiana ha adottato la formula “governo della globalizzazione”, a differenza delle versioni inglese e  francese  che,  più  correttamente,  hanno  tradotto  con  “governance  della globalizzazione”,  distinguendo  la  nozione  di  governo  (gubernaculum)  da  quella di governance (moderamen).

L’insegnamento che possiamo trarre dalla ricca analisi di Papa Benedetto ci dice che le istituzioni economiche e politiche, sempre in competizione tra loro, irriducibili ad alcuna autorità monocratica, al pari di qualsiasi altra dimensione dell’agire umano, non operano mai in uno vuoto morale o in un mondo virtuale, ma all’interno di un concreto contesto culturale, le cui matrici possono essere riconosciute e apprezzate ovvero trascurate e disprezzate. Quando un sistema sociale nega il valore della persona umana, a partire dal diritto a nascere e a vivere partecipando alla dimensione economica e politica, si rivela disumano, e merita di essere criticato: 

non può “avere solide basi una società che […] si contraddice radicalmente  accettando  e  tollerando  le  più  diverse  forme  di  disistima  e  violazione della vita umana, soprattutto se debole ed emarginata”. 

In questa prospettiva, una economia di mercato regolata affinché non favorisca o assecondi pretese monopolistiche e un sistema democratico che promuova il pluralismo dell’offerta politica e impedisca la cristallizzazione del potere mediante la riscossione di rendite di posizione, sono sempre limitati da un ordine giuridico che li regola e da istituzioni morali che interagiscono con essi e li influenzano, essendone esse stesse influenzate.

 

Per leggere il testo integrale

Shantaram, un racconto di amore, droga, violenza e spiritualità

Se vi piace l’avventura, fisica o intellettuale, non vi resta che leggere Shantaram di Gregory D. Roberts. Il libro si configura come un’autobiografia dal carattere sensazionale, in cui l’autore narra della sua parabola esistenziale come fuggitivo da un carcere in Australia sino ad approdare nella magica India, dove tutto ciò che vive sotto il sole è fatto di amore, magia, ma anche tradimenti, trame complesse, ruberie, assassini, droghe, lampi di misticismo, spiritualità e narcotraffico. 

Roberts è un tossicodipendente, il suo mostro è l’eroina. Arriva persino a imbracciare le armi e ad affiliarsi a un clan mafioso pur di ottenere i soldi che gli servono per la dose. Poi succede la cosa più prevedibile: la polizia australiana riesce a catturarlo, Roberts finisce in carcere. I suoi anni come anarchico lo portano ad un “interessantissimo” soggiorno in prigione. E qui stringe rapporti di amicizia con altri carcerati, finché non si dispone ad orchestrare la fuga – in realtà  complessa ed azzardata – in cui rischia la morte. Riesce comunque  nel suo intento e quindi scappa in India con un passaporto falso. Ad accoglierlo ci sarà l’eclettico Prabaker, per gli amici Prabu, che organizzerà per lui le prime fasi di soggiorno nella calda città di Bombay. Qui Gregory D. Roberts farà conoscenza di vari guitti e criminali, persone che vivono la propria vita barcamenandosi tra atti di grande amore e operazioni fraudolente. 

Non mancherà molto prima che il nostro incontri l’europea Karla, una donna con un passato difficile che nasconde molti misteri, ma emana una grande aura di fascino e potere. Tra un’azione sconsiderata e l’altra, nel vortice della pericolosissima Bombay, il fuggitivo comincerà a nutrire un amore sempre più profondo per quella che vorrebbe diventasse la donna della sua vita, ma anche per i tanti amici e conoscenti che incontrerà lungo le sue peregrinazioni. 

Derubato dei suoi soldi pochi mesi dopo il suo arrivo in India, Gregory, per tutti ormai “Lin” (che significa “pene” in hindi), comincerà a fare il medico in uno slum, vivendo sostanzialmente alla ventura. In seguito diverrà parte della mafia di Khaderbai, un criminale filosofo temutissimo che gli farà addirittura da padre. Interessanti le discussioni che tra una fumata di hashish e l’altra gli eroi del romanzo/autobiografia faranno riguardo i più disparati argomenti, toccando motivi come l’amore, ma anche come il dolore, con estrema acutezza e grande ingegno. 

Dicevamo all’inizio che la nota dominante è l’avventura. Si tratta di un’avventura intellettuale prima di tutto, sebbene quasi “fisica”, perché Shantaram è capace di portarti talmente in media res da lasciarti senza fiato. C’è tutto, amore, droga, violenza, pericolo, amicizia, spiritualità, gioia e rimorso. Per giunta, l’autore non vi lascerà venti pagine senza considerazioni filosofiche sulla vita, sull’amore, sulla sofferenza, su quel che si perde e quel che si guadagna in un’esistenza votata alla ricerca della libertà e dell’amore. Chiunque leggerà il libro, riscoprirà parti di sé morte e sepolte, e forse  avrà desiderio di compiere gesta fuori dall’ordinario. Avrà voglia di lottare, anche accettano di scivolare nei recessi negletti della vita, sempre con intelligenza e amore per la propria condizione esistenziale.

 

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Niger, l’ultimatum prolungato è una chance per il dialogo

Dopo che è scaduto domenica scorsa l’ultimatum verso gli autori del golpe militare in Niger del 26 luglio scorso, l’Organizzazione degli Stati dell’Africa Occidentale, l’Ecowas, ieri ha indetto un nuovo vertice straordinario sul Niger per giovedì prossimo 10 agosto ad Abuja, capitale della Nigeria. Una decisione che di fatto accoglie le richieste internazionali di prolungamento dell’ultimatum, avanzate tra gli altri, da Stati Uniti e Italia, come dichiarato dal nostro ministro degli esteri Antonio Tajani, utile a non spezzare il sottile filo del dialogo fra le parti per scongiurare una guerra che rischierebbe di assumere contorni molto ampi. Infatti, dei 15 stati che compongono la Comunità economica degli Stati dell’Africa dell’Ovest, quattro sono stati sospesi – il Niger più gli altri 3 stati, Mali, Burkina Faso e Guinea Conakry che negli ultimi anni sono usciti dall’orbita francese – e solo 3 degli altri 11 stati – Senegal, Costa d’Avorio e Benin – si sono dichiarati sinora disponibili ad affiancare la Nigeria, che è lo stato-guida nell’area del Golfo di Guinea, in un intervento militare in Niger.

C’è da sperare che possa prevalere la prudenza, sia tra i Paesi africani che tra quelli in modi diversi legati Niger. In primo luogo la Francia cui il generale Abdurahmane Tchani, a capo del governo golpista, ha concesso 30 giorni per ritirare il proprio contingente militare dal Niger. E poi i Paesi come Cina, Russia e Turchia che stanno approfittando, concorrendo ad accelerarlo, del disimpegno francese dall’Africa. Come osservava l’altro ieri su queste colonne Enrico Farinone, è tutta la fascia del Sahel, ormai battezzata “coup belt”, ad essere soggetta ad una crescente instabilità. E una eventuale guerra che al momento vedrebbe coinvolte 7 nazioni (4 a supporto dell’intervento militare Ecowas in Niger e 3 contro perché Burkina Faso e Mali in caso di guerra hanno annunciato il loro sostegno ai golpisti di Niamey), con Algeria ed Egitto, già in preallerta, potrebbe avere conseguenze di portata inimmaginabile e ben al di là degli equilibri dell’area. In primo luogo la guerra accrescerebbe l’instabilità anche in Paesi come Nigeria e Senegal, mettendone in discussione la loro collocazione, perché farebbe sentire ancor più al loro  interno il forte vento che soffia sull’intero continente, di riscatto e di protagonismo dell’Africa. 

L’elemento nuovo che fa da molla a queste speranze, anche in Paesi poverissimi come il Niger, è che negli ultimi anni tali legittime aspirazioni hanno trovato un elemento catalizzatore nella crescita della capacità di organizzarsi sul piano internazionale dei Paesi emergenti, in particolare  dei BRICS, i quali non si pongono in alternativa all’Occidente ma mirano al riconoscimento della parità dignità fra le diverse aree del mondo, dando il loro contributo, come ha ribadito ieri la ministra degli esteri del Sudafrica, Naledi Pandor, a “una crescita globale reciprocamente vantaggiosa e a uno sviluppo sostenibile che risponda ai bisogni e alle richieste di tutto il mondo e non solo di pochi privilegiati”. Concetti assai simili sono stati espressi quasi in contemporanea dal ministro degli esteri Tajani a La Stampa – e questo dà l’idea al di là dei colori dei governi di turno, di quanto sia avanzata la politica estera italiana. “Dobbiamo trovare soluzioni in Africa – ha detto il titolare della Farnesina – che non arricchiscono solo noi Occidentali, rendendo poveri loro, ma soluzioni che diano benefici ad entrambi”.

Una seconda temibile conseguenza di un grande conflitto internazionale sul Niger sarebbe l’aumento incontrollato dei flussi migratori verso l’Europa e del ruolo degli spietati gruppi jihadisti in gran parte dell’Africa. Questi pericoli ci devono far riflettere. Per quanto enorme sia il dramma dell’immigrazione, è strutturalmente sbagliato mettere a fondamento delle politiche per l’Africa l’immigrazione anziché i rapporti equi, paritari e di reciproco vantaggio. E sui sanguinari gruppi jihadisti che infestano non solo l’Africa, non è mai troppo tardi per riflettere sugli errori compiuti in una strategia occidentale che in questo secolo ha fatto irresponsabilmente leva sulla destabilizzazione dell’Africa e del Medio Oriente, anche fomentando il fondamentalismo pseudo-religioso. Forse non è un caso che si ha notizia dei primi scontri in Niger al confine con il Mali proprio tra milizie jihadiste e mercenari Wagner, insieme alla prova che gli uomini di Prigozin già sono entrati in Niger.

Una terza grande ragione per cui va evitato lo scoppio di un grande conflitto militare nell’Africa occidentale, risiede nelle conseguenze sulle politiche energetiche europee e in particolare italiane. L’Italia infatti è il Paese che più ha puntato sull’Africa come alternativa alla dipendenza energetica dalla Russia. Dal Niger passa il progetto del gasdotto trans sahariano che dovrebbe unire la Nigeria alle coste mediterranee con principale sbocco verso l’Italia e che verrebbe indefinitamente ritardato da una guerra che già nell’immediato potrebbe provocare una grande crisi energetica in un’Europa già afflitta dall’inflazione e dalla guerra ucraina, che non può più permettersi di aprire altri fronti.

La risposta da dare alla crisi del Niger non può che essere politica e sarà tanto più efficace se comporterà anche un cambio di mentalità nel nostro approccio, soprattutto come Ue, perché come Italia siamo sulla strada giusta, verso l’Africa e in una politica estera dei Paesi membri dell’Ue più attenta agli interessi comuni che alla sola affermazione di singole, ormai decadenti, visioni geopolitiche.

Prossimo campionato di calcio e prossimo razzismo

Tra pochi giorni ricomincerà il campionato di calcio e gli appassionati del genere potranno godere tra partite ancora da consumare insieme alle vacanze per molti ancora in corso. Sembra siano previste norme più rigorose in caso di episodi di tifoserie razziste. Prepariamoci al solito scenario di polemiche sul tema. Se a freddo ci fosse chiesto la esatta differenza tra le parole razza, stirpe, etnia e specie ne verrebbero fuori delle belle. Il termine “razza” ha scatenato tra gli esperti un dibattito non da poco. Fino alla metà del secolo scorso c’è chi avrebbe giurato derivasse dal latino “generatio” richiamando il significato di ‘stirpe’ o di ‘ragione’, qualcosa di alto e spirituale della natura umana. Fece seguito un ravvedimento, anche per via del significato xenofobo che il termine aveva assunto nella Germania nazista. 

Fu un certo Contini a fare i conti con la storia riducendone il significato e riconducendo l’origine della parola all’antico francese “haraz”, che indica un allevamento di cavalli, una mandria, un branco, ascrivendo la questione ad «una nascita zoologica, veterinaria, equina. Eppure sulla Treccani si legge ancora come razza è “ In biologia, popolazione o insieme di popolazioni di una specie che condividono caratteristiche morfologiche, genetiche, ecologiche o fisiologiche differenti da quelle di altre popolazioni della stessa specie: l’esistenza di razze in una specie è indice della presenza di fenomeni di divergenza intraspecifica, spesso determinati da isolamento geografico prolungato nel tempo”.

Parrebbe poi, per i più interessati, che morfologicamente si individuerebbero sei differenti “tipi” umani: hausa, asiatico, yali, sciamano amazzonico, islandese, boscimano. Per mettere un pizzico di confusione in materia la razza è anche un genere di pesce che va a contendere agli equini la bandiera della parola, nonché un “elemento radiale che collega il mozzo alla corona…”. La partita circa l’opportunità del termine, riferito agli uomini, non sembra chiusa definitivamente., ma i sinonimi e contrari hanno da tempo aggirato il problema senza darsene più affanno e svuotando il dibattito dei soliti impeti. Giusto per la memoria, durante la cronaca di una partita dello scorso mondiale di calcio, un povero telecronista, nel commento concitato di una azione di gioco, per dire di una incertezza del giudice di gara, ha motivato dicendo che la incertezza della cd. terna arbitrale poteva essere stata causata dal fatto di essere composta da più razze diverse con difficoltà ad intendersi. 

Apriti cielo! Utenti pronti alla protesta contro la RAI e le immediate scuse del povero giornalista Alberto Rimedio che, a conferma del suo cognome, ha dovuto prontamente rimediare alla sua infelice espressione, subito medicando il cuore di quanti si sono sentiti offesi per non essere stata chiamata a soccorso piuttosto la “nazionalità”. Per l’intanto c’è stata grande attenzione alla fascia “One Love”, indossata al braccio dei giocatori di calcio ed introdotta nel 2020 dalla federazione olandese come segno di ripudio di ogni forma di discriminazione contro “eredità, razza, identità di genere e orientamento sessuale”.

La fascia è stata approvata dalla UEFA ( Union of European Football Associations) ma invece vietata dalla FIFA (Fédération Internationale de Football Association) che ha minacciato sanzioni per i disobbedienti. Del resto, se i vertici di quella organizzazione hanno fifa non è lecito attendersi alcun atto di eroismo! Questa benedetta razza è sempre origine di contrasti, persino nel calcio. Per trovare, tra tutti, conclusiva pacificazione potremmo sempre richiamare il detto popolare “Ammazza, ammazza, son tutti una razza”!

Marcello Gallo, stimato giurista e uomo delle istituzioni, ha onorato la Dc.

La scomparsa di Marcello Gallo è una notizia che impoverisce il diritto, la politica, le istituzioni e la professionalità. Sì, la professionalità di una persona che si è contraddistinta nel suo lungo e fecondo magistero per la sua immutata rettitudine morale ma anche, e soprattutto, per il suo profilo e la sua ricca e straordinaria preparazione. Marcello Gallo è morto a 99 anni. 

Allievo di Francesco Antolisei, Gallo è stato professore ordinario di Diritto Penale a 28 anni all’Università di Urbino – e in seguito a Torino e alla Sapienza di Roma -. Era il decano dei giuristi italiani, nonché Accademico dei Lincei. Nato a Roma ma torinese di adozione dove ha ricoperto il ruolo di assessore per ben due volte, è stato anche Senatore della Dc eletto nel collegio di Pinerolo nel 1987. 

Una elezione difficile e complessa perché seguiva la consultazione del 1983 che registrò la sconfitta storica in quel collegio di Carlo Donat-Cattin per mano democristiana…Ma Gallo riuscì, con la sua affabilità, la sua serietà e la sua riconosciuta ed indiscussa professionalità e correttezza, a convincere la stragrande maggioranza dei pinerolesi a votarlo. Lo ricordo perché, ancora molto giovane, fui chiamato dai suoi collaboratori – e poi dallo stesso Gallo – a seguire la sua campagna elettorale in molti paesi di quell’articolato e composito territorio della seconda cintura della Provincia di Torino.

La sua attività come avvocato è proseguita ben oltre i 90 anni. Famoso per le sue lezioni e per come declinava il suo insegnamento con le giovani generazioni, con Gallo perdiamo un uomo che ha rappresentato, con coerenza e grande senso dello Stato, le istituzioni nonché il ruolo e la funzione dei giuristi nel nostro paese. Lo potremmo definire un “uomo di altri tempi”. Invece Marcello Gallo resta un uomo da cui dobbiamo solo imparare.

Mario Tronti, grande intellettuale comunista che rifuggiva dal settarismo.

Non posso dire di essergli stato amico ma in questi ultimi anni ho avuto l’occasione e la fortuna di conoscerlo e di incontrarlo diverse volte. Personalmente. Nella biblioteca della Camera dei Deputati. 92 anni passati a studiare, a cercare la verità e la giustizia. Mario Tronti è stato un grande intellettuale italiano. Un comunista senza doppiezza. Un comunista realista, senza velleitarismi. Un comunista cosmico, senza settarismi. Una delle migliori figure, insieme ad Antonio Gramsci, della tradizione marxista italiana.  

 

Tronti partiva da Marx ma non disdegnava pensatori “borghesi” come Max Weber e Carl Schmitt. Riconosceva l’autonomia del “politico” e rifiutava, come il pensatore e politico sardo prima di lui, ogni forma di determinismo. Aveva capito, già nel 1992, che dopo “la caduta del muro” il mondo sarebbe stato più incerto, più instabile e più insicuro, che non ci sarebbe stata la “fine della storia”. Eppure prevedeva e temeva una specie di “occidentalizzazione del mondo” alla quale si doveva contrapporre un pensiero alternativo, forse radicale, ma certo non un pensiero “orientale”. 

 

Il suo operaismo non aveva nulla a che vedere con le declinazioni vittimistiche e sindacalistiche. Era una filosofia esigente. Forse troppo. Chiedeva all’operaio di diventare classe dirigente mentre stava diventando classe…consumante. Chiedeva alla sinistra di non rassegnarsi all’antropologia individualistico libertaria perché sapeva che quella sarebbe stata solo funzionale a una più completa affermazione del capitalismo. 

 

Certo, Tronti era un anticapitalista ma lo era perché antimaterialista. Aveva una teoria e una pratica della trascendenza sconosciuta a molti credenti o sedicenti tali. La decisione di passare il compleanno dei 90 anni nel monastero camaldolese in mezzo alle lodi, ai vespri, ai boschi e ai monti dice più di 100 saggi. Dice di un’anima che riconosce insieme la dignità e il mistero della vita umana e fa di quel riconoscimento una ragione di ricerca e di vita. Un destino. “Forse il destino dell’uomo – scriveva il giovane Aldo Moro nel 1943 – non è di realizzare pienamente la giustizia, ma di avere perpetuamente della giustizia fame e sete. Ma è sempre un grande destino”. Ecco, Mario Tronti quella fame e quella sete non le ha mai appagate. Questo è stato il suo destino. Questa la sua testimonianza. Questa la sua più grande eredità per noi.  

 

Buon viaggio Mario!

 

[Ripreso dal profilo Fb dell’autore]

La Giornata mondiale della gioventù nasconde l’insidia della papolatria

Qualcosa non mi convince. Le Giornate mondiali della gioventù s’inquadrano in fenomeno sempre massivo di “papolatria” iniziato (con evidenti ragioni di simpatia sia pure mediatica) con Giovanni Paolo II e poi proseguito con Benedetto e adesso Francesco. Non si celebra null’altro che il Papa (naturalmente con i mass media – mai così acritici – come potenti corifei). Null’altro che richiami pubblicamente, nel circuito della pubblica opinione, motivi di fede e spirituali. 

Non lo capisco, forse perché sono cresciuto nel clima culturale ostile nei confronti delle adunate (i baschi verdi di Gedda) per Pio XII e poi quella stessa area culturale (sinistra e laici) da quattro decenni almeno non hanno nulla da dire nei confronti di queste adunate il cui significato principale sembra essere, non potendo trovarne altri, una prova di forza di un papato sempre più in favore dei media e sempre più influenzato dalle mode culturali e politiche. 

Naturalmente non giudico chi in buona fede prende parte a tali eventi, ma resto convinto che la comunità dei credenti oggi abbia bisogno di altro. Tanto più considerando la crescente crisi di fede nel nostro mondo occidentale per la quale questi eventi di massa sono per lo più una cortina fumogena che la nasconde. 

Insomma l’attuale “papolatria” per me non è la via virtuosa per rievangelizzare l’Europa e, in più, non aiuta neppure quell’ecumenismo che non ha bisogno di leader mondiali (per forza di cose portatori di messaggi generici, se non superficiali), ma di un di più di conoscenza e di consapevolezza scritturale e anche di storia della Chiesa. In tanti luoghi del mondo esistono spianate deserte e magari ancora qualche croce abbandonate nell’oblio di una fede ridotta per necessità mediatica all’effimero. I credenti nel Cristo liberatore della morte, non possono essere ridotti a un formicaio osannante.

E soprattutto serve (e lo dico per primo a me stesso) la preghiera, quella semplice che nssce nel silenzio e magari nel dolore, dal profondo del cuore. Quella è la vera forza del cristianesimo. Tutte le grandi adunate alla fine si sciolgono e lasciano spazi incolmabili di solitudine nel cuore.

I giovani di Lisbona e la presenza politica dei cattolici

La GMG di Lisbona ha confermato, ancora una volta, anche se non è affatto una notizia, il giacimento di valori, di impegno, di altruismo e di cultura che accompagnano le giovani generazioni cattoliche provenienti da tutto il mondo. E quindi anche dal nostro paese, l’Italia. Un momento di straordinaria importanza che si ripete periodicamente e che conferma, anche con il magistero di Papa Francesco, il ruolo che possono avere nella società contemporanea, seppur molto secolarizzata e laicizzata, i valori cristiani e cattolici.

Detto questo, che non è nient’altro che una fotografia oggettiva e persin scontata, è altrettanto indubbio che oltre alla testimonianza straordinaria di questi giovani, resta ancora inevasa una domanda che, almeno per il nostro paese, merita di avere prima o poi una risposta adeguata e pertinente. Ovvero, quando sarà possibile che questo giacimento di valori, di impegno, di generosità e di cultura oltrepassano la dimensione testimoniale – peraltro importante e sempre significativa – e accettano la scommessa e la durezza anche dell’impegno politico diretto? Detto in altri termini, quando sarà possibile immettere queste “forze nuove” nella concreta dialettica politica italiana? Certo, forse la domanda è troppo cruda e magari anche mal posta. Ma sarebbe semplicemente da irresponsabili che una forza del genere, prorompente e carica di valori e di impegno concreto, si arrestasse di fronte alla politica e alle sue dinamiche perchè ancora vissute come distinte e distanti dal proprio percorso formativo ed ideale. Comunque, non mi nascondo dietro ad un dito. Partiti personali, partiti senza una cultura politica precisa e definita, partiti fatti da classi dirigenti improvvisate e rigorosamente ubbidienti e servili non rappresentano un viatico così entusiasta ed allettante per intraprendere un cammino di impegno politico diretto e militante.

Qualcuno dirà, e anche giustamente, che non è affatto necessario legare l’impegno politico alla presenza sistematica ed organica all’interno dei partiti. Anche perché, com’è evidente, si tratta di partiti che tutto hanno tranne che un profilo politico e culturale accattivante o che siano particolarmente ospitanti. Perché o si tratta, il più dei casi, di partiti personali o del capo dove il filtro è l’adesione totale ed incondizionata ai diktat e ai tic del padre/padrone del partito, oppure sono articolati in rigide ed impenetrabili correnti organizzate dove l’unico esercizio possibile è quello di applaudire il verbo o il dogma recitato dal capo corrente di turno.

Però, e proprio di fronte ad un quadro così desolante ed ossificato, forse è giunto anche il momento per alzare il tiro. O meglio, per fare uno scatto in avanti e un vero salto di qualità. Ben sapendo che, prima o poi, occorre pur affrontare il nodo della partecipazione e della presenza nella politica organizzata e nei partiti che restano, bene o male, gli strumenti decisivi ed essenziali della stessa politica. Anche perché, ed è appena sufficiente scorrere le diverse fasi storiche del nostro paese per rendersene conto, il ruolo dei cattolici è decisivo e determinante nella sfera pubblica quando si accettano sino in fondo, e si fanno i conti, con le dinamiche concrete che caratterizzano e disciplinano la politica. Sapendo di uscire da una dimensione puramente testimoniale ma con la consapevolezza e la convinzione di intraprendere un nuovo cammino, o una nuova missione, per cambiare e migliorare la società con cui occorre pur convivere. E l’intero magistero dei grandi leader, statisti e testimoni cattolici democratici, cattolici popolari e cattolici sociali del passato ci spinge a porci questa domanda cercando, al contempo, di dare una risposta concreta e convincente per oggi. Certo, una risposta adeguata ai tempi e che non sia meramente nostalgica o passatista. Ma, comunque sia, una risposta che accetti sino in fondo le sfide e le domande, a volte scomode e a volte complicate e difficili, che la politica pone di fronte a noi di volta in volta.

Perché, come diceva un grande leader cattolico popolare a noi giovani negli anni ‘80 durante lunghi e qualificati corsi di formazione alla politica, “solo quando si passa dalla presunzione della testimonianza alla crudezza della politica si misura la nostra capacità di saper dare risposte generali e convincenti ai bisogni e alle domande dei cittadini di una comunità e di un paese”. Quel leader si chiamava Carlo Donat-Cattin. Ma, ieri come oggi, la sfida è sempre quella. E oggi tocca ai giovani cattolici saper dimostrare, concretamente, che a quella sfida e a quella domanda, prima o poi, occorre pur dare una risposta concreta, credibile e convincente.

La reazione ai peggiori delitti oscilla tra paura ed emozione collettiva

Quando sento parlare della nostalgia del passato, dei tempi di una volta, sempre migliori e più rassicuranti e vivibili mi sovvengono le periferie delle città in crescita demografica, polverose e buie, le strade non asfaltate e piene di pozzanghere, i malandrini nascosti nei luoghi dello squallore e del degrado, stanziali o itineranti nelle campagne, dediti al brigantaggio, alle violenze, ai furti, agli omicidi e agli occultamenti dei cadaveri. Ogni tanto si scoprono fosse comuni di infanti e minori violentati e uccisi negli orfanotrofi o negli educandati, anche negli Stati ora definiti più evoluti e civili. Si può risalire alla notte dei tempi o girare l’urbe terracqueo alla ricerca di un posto o di un tempo felice ma si scopre che essendo la malvagità e la cattiveria una componente dell’animo umano la storia è sempre stata un mix altalenante di fatti e misfatti. 

Certo, seguendo i media e frequentando i social si ha in questo periodo – manco a dirlo – impastato di criticità di ogni tipo (guerre, pandemia, catastrofi climatiche, migrazioni disperate ecc.) l’impressione di una montante escalation della violenza, trasversale ai target sociali, sempre più emergente tra i giovani, in special modo perpetrata verso le donne, con azioni criminali che si superano per efferatezza e crudeltà. Non passa giorno che la cronaca non ci renda conto di delitti mostruosi, spesso messi in atto con agghiacciante premeditazione, la distruzione dei corpi spolpati a coltellate, freddati a colpi di revolver, mutilati della testa e degli arti, messi in valigia per essere dispersi e disintegrati con una disinibita scaltrezza che lascia sbigottiti.

Non vorrei trovarmi nei panni di un avvocato difensore di un assassino colto in flagranza di reato o immortalato dalle telecamere: bisogna arrampicarsi sugli specchi per trovare attenuanti o trucchi procedurali che rallentino il corso della giustizia. O invocare il rituale dell’incapacità di intendere e di volere, un alibi sovente inesistente ma inevitabilmente da verificare: siamo tutti potenzialmente portatori sani di latenti pazzie. Per non parlare della possibilità di avvalersi della ‘facoltà di non rispondere’: tutto questo accresce il già diffuso senso di impunità e la quasi certezza di cavarsela con una pena irrisoria. Ho l’impressione che sia stia passando un solco che può separarci per sempre dalla conquistata civiltà per farci ripiombare alla truculenza della vita nelle caverne. L’ho già scritto e lo ripeto: certe indecisioni della giustizia sull’applicazione delle misure cautelari trasmettono un segnale di debolezza strutturale, non solo nella magistratura ma nella società intera. Ormai il fatto che delitti orribili facciano parte del quotidiano ci sta portando a credere che si tratti di una deriva inevitabile, infatti la violenza montante si trasforma in delirio distruttivo e si espande di caso in caso fino a diventare un fenomeno sociale diffusivamente emergente, come il rialzo dei prezzi e dei mutui, le code in autostrada, le liti condominiali, il declino della scuola, la scomparsa della famiglia.

Nell’epoca del negazionismo e del relativo la vita stessa diventa uno scherzo con cui giocare d’azzardo o un accidente biologico succube delle tecnologie, un trastullo dei social, un challenge estremo immortalato come diritto a provare tutto il possibile per non cedere alle regole dei doveri individuali e collettivi. Ma poiché quel solco che separa la vita e la morte diventa sempre più uno strumento nelle mani dell’uomo, più dipendente dalla libera scelta e dalla crudele, spietata determinazione che dal caso fortuito, in pratica un esercizio di volontà, sono convinto che sarà sempre più sottile e opinabile la scelta tra il bene e il male. Alcuni criminali avevano precedenti eloquenti che sono stati colpevolmente tollerati, altri erano solo “brave persone” che si sono trasformate in efferati assassini. Gente della porta accanto, che suscitano stupore quando si rendono protagonisti di azioni delittuose. Ma nessuno di costoro, nessuno di noi viene da un altro pianeta, siamo tutti impastati in un vortice di incontri, amicizie, relazioni, infatuazioni, amori che ci rendono potenzialmente virtuosi o terribilmente capaci del peggio. Nessuno scende di notte da Marte per trasformarsi in un killer spietato. Per questo il rituale delle fiaccolate e dei palloncini liberati al cielo dopo i delitti nasconde una intrinseca ipocrisia. Il male, l’istinto criminale serpeggia nel corpo sociale ed è difficile distinguere prima chi sarà Caino e chi sarà Abele.

Tunisia, tempo d’estate: una madre e la sua bambina morte nel deserto.

C’è poco da dire e da fare. Ci sono immagini che si passano per dovere ma che in realtà suonano monche per la loro mancanza di fracasso, dal detonatore consunto, ripetizioni di altri episodi già accaduti, al meglio capaci di portare un dolore che castra ogni lamento, destinate a stare a cuccia, opportunamente riposte perché oggi si fa così. “Stabat mater dolorosa iuxta crucem lacrimosa”, la Madre addolorata stava in lacrime presso la croce su cui pendeva il Figlio, è la preghiera attribuita a Jacopone da Todi, scritta per l’uccisione di Cristo, il Figlio di Dio. Giovanni Battista Pergolesi ci ha messo vicino una musica nota al mondo.

La scena si è ripetuta qualche giorno fa con qualche aggiustamento, adattamento acconcio ai tempi attuali. Non siamo in Palestina ma in Tunisia, un paese che fa fatica a trovare l’etimologia del suo nome e che comunque riesce a far parlare di sé. Si rimpalla i migranti subsahariani, gli africani dalla pelle nera, con la Libia, paese che invece prende nome da un geografo italiano, tal Minutilli, e prima ancora da una delle antiche popolazioni della Cirenaica. Che dietro ci sia qualche secolo di storia o meno è indifferente. C’è sabbia da una parte e dall’altra ed altrettanta a dividere i due paesi. Chi voglia andare a piedi da quelle parti è destinato ad un bagno di sabbia con il rischio di restarne insabbiato al pari dello scarso clamore che seguirà se ci si lascia la pelle.

Non che ci sia una gran volontà di fare quella passeggiata, ma se ti deportano ai confini della Libia c’é poco da fare. Non si tratta comunque di perdersi gioiosamente nei souk celebri della Tunisia. Lo scenario è il deserto e non la schiamazzante Gerusalemme della morte di Gesù. Non ci sono donne che urlano e soldati che frustano e attenti a mantenere un minimo di ordine per dar corso alla crocefissione. In Tunisia si va al risparmio, di tutta questa scenografia si può fare volentieri a meno. Basta lasciare una madre con la sua bambina ai margini del deserto intimando che indietro non si può tornare, anche se al confine libico, semmai raggiunto, si viene respinti. E’ una rotta di annientamento.

Qualcosa di simile quando gli oppositori del regime in Argentina erano fatti fuori, lanciati da un aereo in mare aperto, i voli della morte per intenderci. Sempre con un occhio alla casse pubbliche si evita di sprecare benzina, semplicemente abbandonando i migranti a se stessi in un viaggio senza ritorno. Rommel, la volpe del deserto, si compiacerebbe per una soluzione così a portata di mano. Madre e figlia le hanno trovate morte abbracciate con la faccia riversa nella sabbia del deserto, deposte entrambe dalla vita che le ha scaricate appena è aumentata la temperatura delle ambizioni.

Alla scena manca la croce e c’è un in più di pietà. Che sotto il sole cocente sia morta prima la figlia o la madre è certo che nessuna è rimasta per troppo tempo a contemplare la fine dell’altra. È solo questione di giorni o di ore. Senza acqua non c’è speranza di cavarsela. Deserto sta per abbandonato, un posto che non è frequentato, così tosto che lo Spirito pensò bene di portarci Gesù per metterlo alla prova di fronte alle tentazioni del diavolo. È quella una terra dove, per il sole che picchia, i pensieri ti ribollono fino alla insurrezione, al punto di traslocare lasciandoti da solo con il tuo corpo di cui non sai più che fartene. Vorresti liberartene ma non dipende da te, puoi solo augurarti che il caldo non sia a corto di forze e si spicci a farti secco.

Per la sete la lingua si attacca al palato, la incolla in modo che tu non possa neppure inveire contro Dio, il cuore ha battiti che si appiccicano l’un l’altro e non ti resta che ingoiare aria che ha il peso di sassi. “Ak” è la radice indoeuropea di acqua, indica ciò che si piega, prendendo per magia la forma di ciò che la contiene. Quella madre, con la sua bimba vicina, si è piegata agli eventi, adattandosi per come poteva al potere di uomini cattivi che l’hanno invitata ad un pellegrinaggio privo di meta.

Nel mare i migranti scompaiono dissolti dalle onde e forse anche sbranati dai pesci. Non ve ne resta traccia. Nel deserto è probabile che restino scheletri a fare da contorno e da monito a chi vi si voglia addentrare. Un padre ha dichiarato che avevano intrapreso il viaggio nella speranza di poter mandare a scuola la propria bimba. DI nuovo uno che non ha imparato che anche i sogni non devono essere presuntuosi e stare al posto loro. Un decennio fa la Tunisia ha conosciuto la rivoluzione dei Gelsomini, emblema floreale della Tunisia, così da non sfigurare a fronte delle precedenti rivoluzioni delle Rose in Georgia e dei Tulipani in kirghizistan

Kais Saied è il nome del presidente attuale della Tunisia. Kais vorrebbe dire abile, creativo e soprattutto saggio, tanto da aver sospeso il Parlamento, mandato a casa il Primo Ministro ed accentrato i poteri nelle sue mani. Le donne non si toccano neanche con un fiore. Questa volta è ammessa una eccezione. Speriamo che vicino ai corpi di quella mamma con la sua figlioletta nasca una rosa del deserto e che nessuno di potere la recida.

Francesco a Lisbona si rivolge a Maria come Nostra Signora che ha fretta

[…] Al termine della recita del rosario il Papa ha riflettuto su Maria che va in tutta fretta dalla cugina Elisabetta. È questo peraltro il tema scelto come “titolo” della Gmg di Lisbona. E ha sottolineato la fretta buona, sana, di Maria che con urgenza e premura va incontro a chi ha bisogno e se ne prende cura, al punto da proporre un nuovo “titolo” per Maria: “Nostra Signora che ha fretta”. 

È l’amore che chiede questa fretta, «affrettiamoci ad amare» (come recita la bella poesia di Jan Twardowski), è l’esortazione che oggi è emersa da Fátima, dalle parole e dai silenzi del Papa che sente tutta l’urgenza di Maria, la fa sua, e la propone con forza. 

Maria dunque icona della Chiesa, Maria madre che ha fretta, apressada ha detto il Papa in portoghese, a sottolinearne l’ansia premurosa; icona di una Chiesa senza porte come il santuario di Fátima che abbraccia con la sua struttura architettonica i pellegrini provenienti da tutto il mondo. Abbracciare tutti, todos, e uno per uno, chiamandoli per nome. Questa è la  via che Maria ci indica, che è la via di Cristo perché Maria non mostra se stessa ma il Figlio. Senza protagonismi, con umiltà. Il gesto di Maria infatti è duplice, ha detto il Papa, da una parte si mette in movimento con fretta verso gli altri, dall’altra indica agli altri Gesù.  

Un amore premuroso, delicato, che chiama per nome uno per uno, e al tempo stesso discreto. Che opera, come la preghiera, nel silenzio […] e il momento più intenso della visita del Papa è stato proprio questo, la preghiera silenziosa del Papa davanti alla piccola statua di Maria di fronte alla cappellina delle apparizioni. Una piccola cappella sobria e semplice, senza porte.

Il calvario di Navalny aggiunge discredito alla condotta di Putin

Arrestato nel 2021 al rientro a Mosca da Berlino, dove s’era rifugiato (come dichiarato ufficialmente dal Governo tedesco guidato da Angela Merkel) per curarsi presso l’ospedale della Charitè dai postumi d’un tentativo d’avvelenamento da gas nervino Novichok subìto a Tomsk (Siberia) l’anno precedente, Alexey Navalny subisce in quanto dissidente politico del regime un calvario giudiziario e processuale a dir poco kafkiano. A marzo 2022 viene condannato a nove anni di reclusione per frode e oltraggio alla Corte, con un giudizio sommario a porte chiuse emesso non in un tribunale ordinario ma nella colonia penale di Melekhovo, a 260 km dalla Capitale. Sottoposto ad un nuovo procedimento penale, venerdì scorso subisce un’ulteriore condanna ad altri 19 anni per ‘estremismo’ – teorema penale retto sul fatto che Navalny non ha mai taciuto la propria opposizione al regime dittatoriale instaurato da Vladimir Putin e retto dalla stretta cerchia dei suoi oligarchi.

Un sistema di governo cleptocratico e criminale, fondato sull’intimidazione e sulla limitazione delle libertà individuali e sociali, orientato agli stili ereditati prima dalla NKVD, poi dal KGB e infine dal FSB di cui Putin stesso e il Patriarca Kirill sono tuttora i frontman più rappresentativi.

Un processo sommario di cui si racconta che per visionare i capi di imputazione- raccolti in 196 volumi dell’indagine a carico suo e della sua Fondazione, svolta in larga parte nel periodo in cui Navalny era già recluso – sono stati concessi dieci giorni di tempo ai suoi legali. Viene inoltre riferito che la lettura della sentenza -durata pochi minuti- è stata resa nota ai giornalisti -confinati in una stanza collegata in videoconferenza- soltanto tramite un collegamento video di pessima qualità, in cui non si capiva chiaramente neppure la misura della nuova pena detentiva comminata all’oppositore del Cremlino.

 

«L’ultimo verdetto dell’ennesimo processo farsa contro Navalny è inaccettabile. Questa condanna arbitraria è la risposta al suo coraggio di parlare criticamente contro il regime del Cremlino. Ribadisco l’appello dell’Ue per il rilascio immediato e incondizionato di Navalny» – ha subito commentato con un tweet il presidente del Consiglio Ue, Charles Michel. L’Onu ha già chiesto il rilascio immediato dell’oppositore russo, mentre tutto il mondo libero sta reagendo in modo indignato a questa seconda condanna che praticamente chiude la vicenda umana e politica dell’ultimo coraggioso oppositore al regime di Putin. Questi lo ha sempre considerato un acerrimo, fastidioso nemico sul piano personale, e un potenziale sovvertitore dell’ordine politico rigidamente costituito secondo gli stili di comando propri della dittatura. Se nulla cambierà, se la sentenza non avrà appello, si può ritenere conclusa la possibilità per Navalny di proseguire l’opposizione dal carcere da cui dovrebbe uscire a 74 anni (come spiegato da Washington Post), quando Putin ne compirebbe 89: si può dire che lo Zar s’è liberato per sempre dell’ingombrante oppositore che sarà rinchiuso in una colonia penale che gli imporrà condizioni di vita al limite dell’umana sopportazione. Il clangore del portone di ferro che si chiuderà alle spalle di Navalny sarà il suggello d’una parabola restrittiva delle più elementari libertà personali, con un regime rigidissimo, in un contesto in cui sono confinati – esclusi da ogni contatto esterno – i criminali più efferati, i maniaci sessuali, i cannibali e i terroristi.

 

Le restrizioni prevedono la sistemazione in una cella di isolamento, condivisa al massimo da 2/4 persone, con luce sempre accesa, sbarre supplementari alle finestre e alla porta, senza la possibilità di parlare con gli altri detenuti del carcere. Per dieci anni sarà interdetta a Navalny la corrispondenza esterna e il diritto alle visite. I carcerati della colonia penale (che ricorda dalla descrizione l’ambientazione di quella di Jean Valjean de i Miserabili, del Castello d’If del Conte di Montecristo o la più recente, terrificante, fortezza di Alcatraz) potranno passeggiare secondo un rigido orario solo in un cortile dallo spazio limitato, mentre negli spostamenti all’interno della prigione dovranno muoversi in posizione piegata in avanti e con le manette che fermano i polsi dietro la schiena.

Questa condanna inflitta al più tenace oppositore di Putin è la conferma delle restrizioni liberticide sul piano politico interno, imposte dal regime. Un vulnus grave, che s’aggiunge a una guerra devastante in corso da troppo tempo. Tutto ciò deve rafforzare i convincimenti del mondo libero sui rituali già scritti delle dittature, memori del passato. Facciamo voti affinchè il calvario di Navalny e del popolo ucraino finisca presto, senza cedimenti, come un passaggio doloroso ma decisivo per il ripristino delle libertà delle persone e dei popoli.

La Russia nel Sahel: una nuova guerra fredda?

Quanto il continente africano sia ritenuto strategico da Cina e Russia lo testimoniano l’impegno e i mezzi che quei due paesi hanno lì investito negli ultimi dieci/quindici anni. La prima prevalentemente sul terreno economico e infrastrutturale (ma non solo: a Gibuti, luogo strategico sullo stretto di Bab al-Mandab fra il Mar Rosso e il Golfo di Aden, uno dei “colli di bottiglia” più importanti del mondo, è presente con una base navale sita a poche miglia da quella americana). La seconda (ed è sulla Russia che ora ci concentreremo) su quello dell’assistenza militare e di intelligence offerta a diversi governi, per lo più militari e (semi)dittatoriali, con particolare riguardo all’area subsahariana, come noto divenuta strategica nella gestione delle migrazioni che muovono verso il Mediterraneo e i paesi europei.

 

La mappa degli interventi è variegata, ma il comune denominatore del ritorno dell’investimento per Mosca è duplice: la possibilità di sfruttare con vantaggiose concessioni le miniere di risorse naturali presenti in quei paesi (dal petrolio all’oro, ai diamanti e, oggi ancor più importanti, al litio e all’uranio) dal punto di vista strettamente materiale; da quello del c.d. “soft power”, invece, un sostegno diplomatico al Cremlino in sede di Nazioni Unite e ora il progressivo tentativo di allargare l’area BRICS (come scritto qui l’altro giorno da Giuseppe Davicino), cui Putin sta dedicando molte energie (come si è visto anche nel recente incontro di San Pietroburgo con una ventina di Capi di Stato/di Governo africani, peraltro non risoltosi in un trionfale successo) nel tentativo dichiarato di costruire un asse mondiale ostile all’occidente, o comunque ad esso non succube.

 

In effetti la serie innumerevole di colpi di stato nei paesi dell’Africa subsahariana pare muovere verso un’unica direzione, quella voluta da Mosca. Il golpe in Niger è solo l’ultimo di questi eventi, e anche se formalmente il Cremlino non lo ha salutato calorosamente, i suoi esiti al momento rafforzano l’impressione che il lavoro sporco del Gruppo Wagner (anche se in questa fase non è ben chiaro quale sia il suo rapporto con il governo russo) sia stato rilevante ai fini della soluzione raggiunta. 

 

Il primo risultato prodotto a Niamey, la capitale del Niger, è stata l’apertura di una grave crisi con la Francia che potrà avere impatti importanti sull’insieme delle nazioni europee, in quanto il Niger era l’unico stato dell’area rimasto a fianco degli occidentali, che ora invece una grezza campagna propagandistica ha individuato come responsabili di ogni problema nazionale arrivando a incitare Putin e la Russia e a minacciare i francesi ivi presenti. Un film già visto nei vicini Burkina Faso (due golpe nel 2022) e Mali (un golpe nel 2020 e un altro nel 2021) ove l’ostilità popolare ha portato Parigi alla decisione di ritirare i propri militari ivi presenti in funzione antijihad. Ed infatti le giunte militari di questi due paesi hanno immediatamente riconosciuto quella nigerina avvertendo altresì la comunità internazionale della loro determinazione a difendere il Niger da ogni eventuale attentato alla sua sovranità e indipendenza. Affrontando in questo modo a muso duro la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS), colpevole a loro dire di aver condannato il golpe del generale Tchiani chiedendo al contempo il reinsediamento entro un mese del deposto Presidente Mohamed Bazoum eletto democraticamente solo due anni fa.

 

Il Sahel centrale però non si limita a queste sole tre nazioni. Ve ne sono altre due, entrambe rilevanti per dimensioni territoriali e risorse minerarie. Ebbene, pochi mesi fa in Sudan la rivolta contro la giunta militare insediatasi nel 2021 avviata dalla milizia RSF (dietro la quale non è difficile scorgere il profilo del Gruppo Wagner) ha avviato una specie di guerra civile il cui sviluppo è ancora tutto da delineare. Mentre in Ciad, ove gli Stati Uniti hanno posto le proprie basi operative di contrasto alla jihad imperversante nel Sahel, la guerriglia antigovernativa è supportata dai mercenari Wagner allo scopo di detronizzare il Presidente Mahamet Idriss Deby (succeduto nel 2021 al padre, ucciso da un gruppo guerrigliero) e insediare un governo ostile agli occidentali e collegato con Mosca, come certificano gli appelli per ottenere un aiuto a tal fine rivolti alla Repubblica Centrafricana, che nonostante sia uno dei paesi più poveri al mondo si consente il lusso di cedere a Wagner e per questo tramite ai russi le proprie risorse minerarie e diamantifere in cambio di sostegno politico e militare.

Ecco allora che la progressiva espulsione degli occidentali dai territori saheliani non può venire valutata singolarmente, paese per paese. E’ tutta una zona, da ovest a est, che si sposta geopoliticamente. Verso una Russia in piena espansione. Non può essere un caso. Una regione a forte penetrazione jihadista, oltre che di transito per le onde migratorie che poi approdano a nord, in Libia, Algeria, Tunisia, Marocco. Dunque una regione strategica per l’Europa su due delle sue partite più rilevanti e pericolose: terrorismo e migrazioni. Ce n’è a sufficienza, come ha osservato il prof. Prodi in un articolo su il Messaggero, per organizzare un summit con gli africani. Come Unione Europea, non come singoli stati.

Sono un ragazzo di strada: i Corvi tra rock e questione sociale

“Io sono quel sono, Non faccio la vita che fai, Io vivo ai margini della città, Non vivo come te” . Con questo testo dirompente la band beat rock de I Corvi nel 1966 entra nel dibattito  del nuovo umanesimo, delle aree urbane, dei  fili “interconnessi” che abitano le nostre comunità. “Un ragazzo di strada” arriva in anni stravolti da diversi accadimenti nel Mondo ed in Italia.  L’attualità di un testo di questa portata rievoca riflessioni, pensieri, sofferenze, ma soprattutto la questione delle “diseguaglianze sociali”. 

Oggi come allora. “Io sono quel che sono” è l’evidenza errata della propria percezione, dell’identità urbana alla quale si appartiene, è mettere a nudo i labirinti dell’anima. “Io vivo ai margini della città”, è comunicare dove abita la rabbia, la voglia di riscatto, la ricerca continua della nornalità come diritto umano,  non solo acquisito ma anche conquistato. L’impatto post rock che ne deriva è il messaggio della “canzone impegnata” . I Corvi, nella voce delicata ma graffiante di Angelo Ravasini,  esplorano in comunione i sentieri della speranza,  in particolare nelle parole “non faccio la vita che fai” e “non vivo come te”. Il desiderio di esserci, di provare a cambiare le cose ma al contempo scagliarsi contro la società, che non include e non ti accoglie. È riconoscersi nel diritto alla città di Lefebvre che sogni quotidianamente e che sembra ancora oggi inarrivabile. “Io sono un poco di buono, Lasciami in pace perchè, Sono un ragazzo di strada, E tu ti prendi gioco di me”. I suoni e gli arrangiamenti si incontrano, si intrecciano, si allineano e al canto “Io sono un ragazzo di strada” la voce della band “si rende aspra, dura, ostile, di lotta e di protesta”. 

Qui tra parole, chitarra, batteria, melodia e voci ci si incammina sulle vie dell’ecologia integrale di Papa Francesco, dove la cura della casa comune è prendersi cura della persona “ai margini della città”. I Corvi hanno il dono di averci offerto in epoca beat una delle primissime “canzoni rock di impegno sociale” nel quale hanno sottolineato già nel 1966 che una nuova crisi stava avanzando,  quella “centrata sulla persona”. “Hai tutto quello che vuoi, Conosco quello che vale, Una ragazza come te”.  E’ il racconto di un mondo urbano “altro da noi”.  Un testo questo dei Corvi che aiuta a riflettere sull’uguaglianza negata e la speranza del “diritto delle persone” come comunità inclusive. Il tema trattato da I Corvi ci proietta nella sfera sociale dell’originalità, ma che come dicono i critici musicali non venne significativamente sviluppato e particolarmente approfondito. 

Le cover rock successive di Vasco Rossi, dei RATS, dei Calibro 35 feat. Manuel Agnelli, dei The Bastard Sons of Dioniso o dei Santi Francesi riscoprono la preghiera e l’appello “urlato” di quel testo che ieri come oggi è un grido di speranza e di futuro per una società costruita con al centro la persona ed organizzata per il superamento delle diseguaglianze. “Io sono un poco di buono, Lasciami in pace perché,  Sono un ragazzo di Strada”.

Aspettando un inverno che si preannuncia caldo

Si annuncia caldo, l’inverno che ci aspetta. Un po’ perché si va verso le elezioni europee, banco di prova cruciale per il governo e per le opposizioni. Un po’ perché il clima sociale non potrà non risentire delle ultime decisioni prese a Palazzo Chigi (reddito di cittadinanza, soprattutto). E un po’ perché la Bce dovrà decidere in autunno se la lot- ta all’inflazione avrà bisogno di manovre ancora più dolorosamente restrittive sul fronte del costo del denaro. 

Dunque, si può facilmente prevedere che saranno caldi, fin troppo, anche i rapporti politici. Infatti, l’illusione che si potesse trovare una forma di collaborazione sul salario mi- nino è durata lo spazio di un mattino. E la carovana delle riforme istituzionali, con il suo pesante carico di controversie (presidenzialismo, autonomia differenziata), si è messa sia pure lentamente in moto.

Il bollettino, insomma, sembra annunciare altre tempeste. È pur vero però che spesso la lotta politica prende poi pieghe inaspettate. La riforma della giustizia, che sembrava dar fuoco alle polveri politiche e istituzionali, appare ormai sgonfiata di ogni proposito polemico. E alla Rai la nuova dirigenza meloniana si è potuta insediare grazie alla complicità del consigliere di amministrazione nominato dal M5S. Come a dire che spesso nel quadro a tinte fosche della contrapposizione politica si aprono squarci che non si sa bene come definire. Discutibili complicità sotto-banco? Sorprendenti forme di inopinata ragionevolezza? Difficile dire. Forse perché assai spesso capita che le due cose in qualche modo stiano insieme.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 3 agosto 2023.

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

L’inclinazione a delegittimare gli avversari è dannosa per la democrazia

Ci sono delle costanti che nella politica italiana non vengono rimosse. Anzi, paradossalmente si rafforzano con il trascorrere del tempo. Una di queste è di pessimo conio e va sotto il nome di “delegittimazione morale” dell’avversario politico. Che, nel caso specifico, si tratta di un vero e proprio nemico politico da abbattere e da annientare. È un vizio, o un tic, che è riconducibile storicamente all’universo valoriale, culturale e politico della sinistra italiana. E, purtroppo, è un filo rosso che attraversa l’intero percorso della sinistra italiana, almeno a partire dal secondo dopoguerra. 

Gli esempi, al riguardo, sono migliaia ed è del tutto inutile anche solo ricordarli o citarli. Perché la “delegittimazione morale” dell’avversario/nemico non è una delle componenti ma è “la” componente decisiva ed essenziale che porta la sinistra italiana, nelle sue multiformi espressioni – le ormai famose cento sfumature di rosso – a bollare come inadatto, o inadeguato, o incapace, o ignorante, o inesperto, o maldestro il suo avversario di turno. Il tutto, però, è sempre riconducibile ad un vizio d’origine: ovvero, gli avversari/nemici sono di norma moralmente squalificati per governare un paese o amministrare una comunità. Perchè, appunto, gli avversari sono moralmente non all’altezza. 

Certo, sarebbe persin imbarazzante ricordare questo ‘dogma laico’ durante gli anni della prima repubblica e gli attacchi violenti e senza sconti lanciati dai comunisti per quasi 50 anni contro “il sistema di potere democristiano” e contro i singoli leader e statisti democratici cristiani. Al punto che lo stesso Berlinguer parlò all’inizio degli anni ‘80 di una “alternativa morale” al cosiddetto “sistema di potere democristiano”. Un metodo che si è semplicemente e banalmente ripetuto negli anni a venire con forme e modalità diverse ed aggiornate, al di là dell’avversario/nemico di turno.

Un vizio, questo, e lo ripeto, che ha accomunato tutte le versioni della sinistra italiana per finire a convergere addirittura con la sinistra populista, demagogica e anti politica dei 5 stelle. Del resto, non c’è commento negativo o tranchant nei confronti degli avversari/nemici politici che non parta da quell’assunto. E, come logica conseguenza, persiste la “delegittimazione morale” dell’avversario perchè è insito un altro principio indiscutibile per l’universo valoriale della sinistra italiana: la propria “superiorità morale” nei confronti di chicchessia. Un tassello, questo, che emerge in modo persin sfacciato quando vengono intaccate le cosiddette “casematte” del potere e dell’insediamento storico della sinistra, sempre intesa nelle sue multiformi espressioni: ovvero, la cultura, l’informazione, il cinema, il teatro, l’università, l’editoria e via discorrendo.

Certo, si tratta di un impasto complesso e curioso. Si parte dalla scontata superiorità morale propria e quindi della delegittimazione morale altrui per finire, però, alla contestazione politica virulenta di chiunque metta in discussione questo primato. E il nuovo corso del Pd, sotto questo aspetto, e anche paradossalmente perchè la Schlein non è riconducibile direttamente alla storia e alla esperienza dei comunisti e dei post comunisti, ne è la plastica conferma. Perchè, appunto, si tratta di una cultura politica storica che ha nel suo dna quel vizio, o quel tic, che la porta ad essere intollerante nei confronti di chiunque metta in discussione quel primato.

Al riguardo, ne sanno qualcosa tutti quei leader democristiani che coraggiosamente, nel corso degli anni, contestarono quel “dogma laico”. Un nome per tutti, Carlo Donat-Cattin, che pagò ripetutamente nella sua lunga e feconda attività politica ed istituzionale l’aver messo in discussione quella cosiddetta purezza morale ed ideologica della sinistra comunista. Per non parlare di ciò che è capitato concretamente, e puntualmente, nella seconda repubblica a molti altri leader politici e di ciò che capita, e a maggior ragione – per motivi politici, culturali e anche storici – con questo Governo.

Ecco perché, seguendo la miglior tradizione cattolico popolare e l’intera storia del cattolicesimo politico italiano, abbiamo anche, e ancora, il compito di far sì che il confronto e la dialettica politica nel nostro paese vengano ricondotte sempre e soltanto alle regole della laicità dell’azione politica. E sempre e solo sul merito delle singole proposte politiche senza accampare ridicole e persin grottesche superiorità morali. Che poi, come l’esperienza concreta conferma, mirano sempre e solo a delegittimare moralmente l’avversario/nemico per un disegno di mero potere. Un malcostume, questo sì, che va combattuto con le armi della democrazia, del rispetto delle persone e delle rispettive culture politiche.

Cravatta e sneakers a Montecitorio: una storia tutta da scrivere.

L’impressione è che la politica d’estate sia caduta sconsideratamente in un ginepraio. Per uscirne fuori resteranno segni di graffi e cicatrici per un tempo indefinito. Il caldo di questi tempi gioca brutti scherzi annebbiando la lucidità delle cose da fare e soprattutto di come farle.  Da certe situazioni si crede se ne possa venire sempre fuori con quella quota di autorità che può essere decisiva per rimettere il giusto ordine. Parliamo dell’outfit che deve essere osservato per essere frequentatori del Parlamento ed in particolare della Camera dei Deputati. Non è questione che si può risolvere in camera caritatis e così ne sono stati incaricati della questione l’Ufficio di Presidenza ed il Collegio dei Questori.

Tutta colpa di un ordine del giorno che impegna la Camera dei Deputati a valutare l’opportunità di introdurre puntuali disposizioni volte a prevedere che l’abbigliamento dei deputati sia “consono alle esigenze di rispetto della dignità e del decoro dell’istituzione”. Occorrerebbe quindi una consonanza di voci che stimino in modo univoco ciò che è conveniente o meno indossare quando si va da quelle parti. In quell’organo costituzionale, talvolta e soprattutto in un recente passato, luogo di risse, non sarà facile. Il pantano ha qualcosa a che fare con il tragico tranello di quando si voglia disciplinare cosa sia morale o meno dovendosi indicare tutti i casi per cui se ne possa trasgredire l’osservanza.

Quale saranno i colori ammessi o meno ad un giusto dress code? Quanto potrà essere corta una gonna o slacciata e trasparente una camicia per le donne? Quali disegni a fantasia saranno ammessi e quanto sbottonata la camicia degli uomini? Saranno ammesse mantelle bisex e cappelli dalle forme singolari? E così via più si proverà a disciplinare la casistica e più si cadrà in inciampi continui e continue contestazioni. Per adesso si è evitato sia l’impegnativo obbligo della cravatta che il divieto delle calzature sneakers rimandando la palla in tribuna o meglio ai due uffici costretti da oggi ad un lavoraccio infame. Essendo la questione di alta politica è bene saper mantenere un punto di equilibrio strizzando, ci risiamo, un occhio all’elettorato. Pertanto non è mancato il commento di quel deputato che sembra abbia detto che possa accettarsi la cravatta ma escludendosi “scelte anacronistiche” senza specificare nel dettaglio quale possano essere.

La cravatta è affar serio. In Senato, ad esempio, come fosse tutt’altra cosa, è richiesta senza sconti di sorta. Non così alla Camera dei Deputati che singolarmente ne prevede però l’obbligo solo per tutti i visitatori ammessi in tribuna nel mentre assistono alle sedute parlamentari. Un cappio o meglio ancora una diffidenza, un triste pregiudizio per il gusto solo verso gli estranei al palazzo. Cravatta deriva dal francese “cravate” che a sua volta rimanda al croato “hrvat”. Croata era la sciarpa che nel sec. 17° portavano al collo i cavalieri croati. Nella Guerra dei Trent’anni, qualche secolo fa, i mercenari croati in servizio in Francia, usavano dei foulard annodati, che richiamarono appunto l’attenzione degli uomini parigini. È bene rassegnarsi, anche i mercenari possono dettare una moda lì dove si conta. L’importante è non essere troppo azzimati e farsi passare per “Don Ciccillo incravattato”, di quando cioè un fagiolo resta imprigionato in un tubetto di pasta. Prima ancora dei croati, i legionari romani usavano invece il focale, o sudario, una stoffa che serviva a salvaguardare le vie respiratorie durante le marce o il collo dallo sfregamento della corazza. Oggi in Parlamento si guerreggia ma senza eccedere fino a compromettersi la salute.

Quanto alle sneakers la faccenda è tremendamente seria. C’è chi le inquadra in una calzatura assimilabile, ma non identica ad una scarpa da ginnastica, da indossare per il tempo libero. Dunque si aprirebbe la discussione se sia libero il tempo passato durante il gravoso impegno parlamentare. Altra scuola di pensiero tende ad affermare che le scarpe da ginnastica siano un’evoluzione delle sneakers. La storia della contesa se sia nato prima l’uovo e la gallina ha evidentemente dei suoi emuli. Si presti attenzione: le sneakers propongono uno stile casual, ma non sportivo. Hanno colorazioni e rifiniture diverse dalle scarpe da ginnastica che vantano però sistemi di ammortizzazione decisamente superiori. 

Non è chiaro però se lo stile casual, quello cioè comodo e disinvolto che si indossa nel tempo libero, sia ammissibile alla Camera dei Deputati posto che non è quella la sede di una scampagnata. Diversamente il verbo “sneak” si traduce in muoversi in silenzio, furtivamente, intrufolandosi non dandolo a vedere, procedendo in modo felpato, senza che un eventuale nemico se ne accorga, nulla di più adatto per l’agone politico. Gli Uffici della Camera dei Deputati si rassegnino. Risolta questa bega dovranno affrontare se siano ammissibili lo streetwear, il normocore e il grind -shoes e quant’altro ancora. Buona fortuna!

La Supermedia di YouTrend non registra scosse negli orientamenti elettorali

Ultima Supermedia prima della pausa estiva. FDI è sempre il primo partito con il 29% e il PD in seconda posizione appena sopra il 20%. Tutte le forze politiche sono sostanzialmente stabili, ma le ultime notizie sui (nuovi) dissapori tra Italia Viva e Azione pongono un serio problema per questi soggetti in vista delle Europee 2024, visti i loro numeri attuali.

SUPERMEDIA LISTE


FDI 29,0% (+0,2)
PD 20,1 (=)
M5S 16,0 (+0,2)
Lega 9,2 (-0,2)
Forza Italia 7,4 (-0,2)
Azione 3,7 (=)
Verdi/Sinistra 3,2 (=)
Italia Viva 2,9 (-0,1)
+Europa 2,3 (-0,1)
Italexit 1,9 (=)
Unione Popolare 1,4 (-0,3)

Noi Moderati 0,8 (+0,1) 

 

SUPERMEDIA COALIZIONI 2022


Centrodestra 46,4 (-0,1)
Centrosinistra 25,6 (-0,1)
M5S 16,0 (+0,2)
Terzo Polo 6,6 (-0,1)
Italexit 1,9 (=)
Altri 3,5 (+0,1)

NB: Le variazioni tra parentesi indicano lo scostamento rispetto alla Supermedia di due settimane fa (20 luglio 2023)

La Supermedia YouTrend/Agi è una media ponderata dei sondaggi nazionali sulle intenzioni di voto. La ponderazione odierna, che include sondaggi realizzati dal 20 luglio al 2 agosto, è stata effettuata il giorno 3 agosto sulla base della consistenza campionaria, della data di realizzazione e del metodo di raccolta dei dati.

I sondaggi considerati sono stati realizzati dagli istituti Demopolis (data di pubblicazione: 2 agosto), Euromedia (30 luglio), Ipsos (29 luglio), SWG (24 e 31 luglio) e Tecné (22 e 29 luglio). La nota metodologica dettagliata di ciascun sondaggio considerato e’ disponibile sul sito ufficiale www.sondaggipoliticoelettorali.it.

Fonte: Agenzia Italia (AGI)

Oltre il G7, i Brics prefigurano un nuovo ordine mondiale.

Mancano diciotto giorni al XV vertice BRICS che si terrà presso il centro congressi Sandton a Johannesburg in Sudafrica. Un evento che darà un’adeguata rappresentazione, anche formale e mediatica, a quel cambiamento significativo nell’ordine globale che sta avvenendo a partire dai primi anni di questo secolo e che sembra stia subendo un’accelerazione nel decennio in corso.

 

Il prof. Anil Sooklal, ambasciatore e sherpa per il Sudafrica nell’équipe di diplomatici e tecnici che stanno preparando il summit del 22-24 agosto prossimi, l’altro ieri ha fornito gli ultimi aggiornamenti nel suo intervento alla conferenza organizzata dall’università del KwaZulu-Natal a Durban – la terza città del Paese, che si affaccia sull’Oceano Indiano – sul ruolo dei BRICS nel plasmare l’evoluzione dell’architettura geopolitica, della sicurezza, economica e finanziaria in un mondo multipolare.

 

L’alto diplomatico ha svelato che gli stati che sinora hanno presentato formale domanda di adesione ai BRICS sono 22 e altri 20 lo hanno fatto in modo informale. Tra le ultime richieste di adesione ai BRICS figurano quelle dell’Etiopia e della Bolivia che si aggiungono a quelle di grandi Paesi asiatici, come Indonesia, Iran, Bangladesh, Arabia Saudita; africani e nostri vicini, come Algeria ed Egitto; latinoamericani come Messico e Argentina. 

 

L’ambasciatore Sooklal ha indicato come esempio di allargamento i percorsi seguiti da Unione Europea e SCO (l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai), le quali partite da un nucleo di Paesi fondatori hanno finito per coinvolgere gran parte dell’Europa, la prima, e una parte maggioritaria dell’Asia, la seconda. Con l’allargamento i BRICS, che già ora superano il Pil dei Paesi del G7, si apprestano a rappresentare la maggioranza della popolazione globale e a rafforzare il loro ruolo economico e geopolitico. Il Coordinamento Brics, ha sottolineato il prof. Sooklal, ha fatto da catalizzatore a un processo che era nelle cose. E per questo appare inarrestabile nel far avanzare un sistema economico più inclusivo per il mondo intero e nello sviluppare un ordine internazionale che metta il Sud Globale nella posizione che gli spetta, come ha osservato la prof.ssa Nirmana Gopal del Sabtt, il Centro Studi Sudafricano sui BRICS. Obiettivo per  il quale l’intera Africa si sta impegnando. Il tema scelto per il prossimo vertice è proprio “BRICS e Africa: partenariato per una crescita reciprocamente accelerata, uno sviluppo sostenibile e un multilateralismo inclusivo”. 

 

L’amb. Anil Sooklal ha rilevato che per mezzo della Nuova Banca di Sviluppo (NDB), fondata dai BRICS nel 2014 (a cui hanno aderito già Bangladesh, Emirati Arabi e Egitto, mentre l’entrata dell’Uruguay è in corso e sono state accolte le richieste di Argentina, Arabia Saudita e Zimbabwe) ora in Africa, come nel resto del Sud Globale, nessuno ha più bisogno di contrarre prestiti o di commerciare in valuta straniera.

 

I lavori del 15° summit BRICS si apriranno martedì 22 agosto con il Business Forum, proseguiranno il giorno successivo con il vertice dei capi di stato e di governo dei Cinque fondatori, e si concluderanno giovedì 24 agosto con il vertice BRICS Outreach, con i Paesi che hanno stipulato accordi bilaterali con i BRICS, e BRICS Plus, con i Paesi che hanno chiesto di aderire al Coordinamento. Sono stati invitati una settantina di Paesi, tra cui leaders di tutti gli stati africani. La foto di gruppo che uscirà dagli incontri dell’ultima giornata darà l’idea della portata del cambiamento in atto.

 

Per questo è vivamente auspicabile che il tema del mutamento geopolitico in corso, di cui BRICS sono protagonisti – anche se non è riducibile solo a loro – costituisca uno dei temi da seguire con più attenzione. Credo occorra assumere la consapevolezza che il fatto che se ne parli poco nel dibattito pubblico nazionale, nulla toglie all’oggettiva portata storica di un processo in corso che dobbiamo evitare che ci colga di sorpresa impreparati. Mentre con la conoscenza degli obiettivi degli altri interlocutori globali, e con il dialogo si possono superare reciproci pregiudizi e diffidenze, e sostituire il clima di sfiducia e guerra persistente che questi alimentano, con la costruzione di quei cantieri di speranza dei quali Papa Francesco ci ha di recente ricordato la necessità.

Il pensiero mite è la virtù dei forti

Siate indulgenti nelle cose della vita.
(William Shakespeare – La tempesta)

Un tempo i genitori consigliavano ai propri figli di ascoltare le parole dei loro insegnanti: era l’epoca in cui si andava a scuola per imparare, accompagnati dall’umiltà che derivava dal rispetto verso l’istituzione e le persone che dovevano occuparsi dei nostri apprendimenti ma soprattutto della nostra buona educazione. C’era una condivisione di fondo sul compito da realizzare e quel suggerimento sembrava soprattutto una conseguenza ovvia rispetto all’ordine delle cose: c’era chi insegnava e c’era chi imparava. Poi – sembra facile e riduttivo semplificare in modo sbrigativo quel pò di sconquasso etico e sociale che c’è stato in questi lunghi anni di rovesciamento e confusione di ruoli – tutto a poco a poco è diventato difficile, complesso, ingarbugliato.

 

Curando e dettagliando i particolari, sfumando le identità e ribaltando i ruoli si è perso di vista lo sfondo, si è problematizzata la realtà, si sono cercati alibi e attenuanti, tutele e diritti, qualcuno è sembrato un po’ troppo in alto e qualcun altro un po’ troppo in basso: bisognava correggere, equilibrare, compensare, sostenere, proteggere. Adesso è più facile che un padre e una madre raccomandino al proprio figlio: “Fatti valere!”, “Non farti mettere i piedi addosso da nessuno”, “Se qualcuno ti dice qualcosa, rispondi!” e via dicendo. Tanto vale per la scuola quanto vale per la vita.La percezione è questa: già in casa le cose non vanno un gran che, riesce difficile creare e mantenere un clima di pacifica coesistenza, un’armonia, un’identità, conservare una nicchia di confidenziale complicità e di intima condivisione.

 

Figuriamoci fuori. Ogni mattina usciamo corazzati di tutto punto per difenderci e armati quel che basta per aggredire, sapendo che qualcuno prima o poi ci attaccherà. Vale proprio la metafora della lancia e dello scudo. Mi è capitato per professione ma anche per scelta, per intenzionale disponibilità all’ascolto, di raccogliere sentimenti, confessioni, sfoghi, turbamenti, emozioni, ansie, timori della gente: genitori, ragazzi, educatori, operatori sociali o semplicemente dei vicini di casa. C’è un disagio emotivo forte, un disorientamento che deriva dalla concomitanza di molti fattori. La sfiducia nelle istituzioni, innanzitutto: inutile affondare il coltello in una piaga aperta. Il senso di insicurezza personale, che si manifesta con una crescente incapacità strutturale – sul piano caratteriologico, emotivo e mentale – di affrontare le difficoltà della vita e la complessità delle relazioni con gli altri e poi il senso di insicurezza sociale, che avvertiamo vivendo in un mondo sovraesposto ai pericoli della violenza e della sopraffazione.

La solitudine, che ci sorprende ogni volta che cerchiamo un incoraggiamento e che si impadronisce di noi a margine dell’ennesima delusione.

Cerco una definizione che spieghi lo stato d’animo oggi prevalente nel sentire comune e la trovo nel dizionario alla voce timore: “sentimento di ansia, di sgomento, di incertezza che si prova davanti a un pericolo o a un danno vero o supposto”. Provo a rintracciare nella mente e nell’anima, per la sensibilità che a ciascuno di noi deriva dagli apprendimenti di ogni esperienza, una possibile via d’uscita a questa angoscia così diffusa e condivisa. Azzardo una risposta che ritengo convincente, a condizione che non sia legata ad un obbligo degli altri e non nostro: mitezza, che traduco con pazienza, indulgenza, moderazione, temperanza. In un mondo di ragioni urlate e di chiassose, ostentate rivendicazioni la mitezza può essere la vera virtù dei forti. Il pensiero mite a volte è un dono, altre volte è una conquista che consiste nell’espressione della propria identità e delle proprie idee attraverso il dialogo e che deriva dalla capacità di esercitare il dominio di sé nel rispetto degli altri.

A Chiavari il delitto di una strana coppia

Ed Leszczynskl Free to use under the Unsplash License

 

Sestri Levante è nota per il suo mare ed in particolare, tra le altre, per la Baia del Silenzio e la Baia delle Favole. È appunto nel silenzio di qualche giorno fa che si è consumata l’uccisione di un ragazzo egiziano che sembra fosse particolarmente dotato nel mestiere di barbiere. Doveva essere uno dei pochi a saper tagliare anche in punta di forbice con l’accuratezza che si richiede per quella pratica in via di estinzione.

 

SI chiamava Mohamed, non un nome originale tra quelli del suo paese. Forse doveva ancora subire il fascino dell’Occidente per darsi di fantasia un riconoscimento diverso. Tempo prima, il titolare del negozio dove lavorava è stato più bravo, facendosi chiamare umilmente Tito, un nome molto diffuso al tempo dei Romani, di uso comune un po’ come Mohamed. Aveva comunque già influenzato l’altro dipendente che a sua volta si è ribattezzato come Bob. Solo il nostro Mohamed, appena diciottenne, un tipo evidentemente ostinato, ancora manteneva orgoglioso il suo nome.

 

Ci sono coppie celebri che si spendono per la giustizia, Starsky ed Utch ne sono un esempio, personaggi televisivi di qualche anno or sono. Tito e Bob, al prima impatto come nomi hanno suonato comunque bene, sia pur impegnati nel far fuori il barbiere rampante, colpevole di voler passare a lavorare da un potenziale concorrente.  Quella era una favola proibita perché l’hanno ucciso a coltellate in un appartamento di via Vado. Non doveva andare da nessuna parte Mohamed, inammissibile il suo tradimento che ambiva a muoversi libero per come gli conveniva.

 

Uccidere è qualcosa tutto sommato di facile. Si tirano tre coltellate ben piazzate ed il gioco è fatto. Un fendente al cuore per punirne i sentimenti di libertà, un altro al fegato per mortificare il coraggio che aveva avuto nel dichiarare il suo progetto, un ultimo allo stomaco perché non potesse ruminare oltre il suo sogno, Il genio vero è in quello che ne è seguito. Hanno messo Mohamed in una valigia e portato a Chiavari. “Abbellirono la vita con le arti”, questo è il motto riportato nel gonfalone della città. Sarà per questo che Tito e Bob, da validi artigiani, sono andati proprio là sulla foce dell’Entella, forse in omaggio al Purgatorio di Dante quando dice riguardo quel fiume che “Intra Sïestri e Chiaveri s’adima, Una fiumana bella,…” o più semplicemente perché è un luogo tranquillo e ci si possono lavare colpe e pene in pace. 

 

I due sono entrati invece in confusione. Forse per un istante hanno creduto e sperato di essere sulla rocca di Entella in Sicilia dove, ad affacciarsi, sul suo versante meridionale si vedono importanti tombe a fossa della necropoli eventualmente utili a nascondere il misfatto. Cambiare scenario gli avrebbe risparmiato un bel po’ di fatica. Forse in preda al panico, invece di mondarsi, hanno continuato nel delitto confondendo la perizia del barbiere con quella del macellaio. Del resto non si usa forse dire che per mettere ordine in quel certo ambiente ci vorrebbe la mannaia?! 

 

Tito e Bob, contro ogni insubordinazione, hanno tagliato a pezzi il corpo del nostro rampante barbiere, senza perdere nell’occasione un filo di logica. Le autorità di polizia hanno trovato le mani del poveretto separate l’una dall’altra ad una distanza di un centinaio di metri, in modo che non potessero tra loro ritrovarsi e stringere una nuova alleanza e riprendere i buoni sospirati propositi. La testa risulta ancora scomparsa, forse portata via dal mare in modo che ci si tolga di mente una volta e per tutte di certe ambizioni.

Il corpo squartato, per quanto si apprende, in mare, in modo che i pesci possano fare ripulisti e pulizia. 

 

Mohamed voleva andare a Pegli sotto altro padrone più umano di dove fosse finito. SI era incaponito così tanto che non erano bastate neppure le minacce di Tito e Bob al nuovo datore di lavoro per farlo recedere dai propositi. Lo facevano per il suo bene. Tito par che sia riconducibile nel suo significato a “difensore” è così coerentemente si è comportato. Un paio di secoli prima certe commistioni non avevano avuto successo. Pegliesi trasferiti sull’isola di Tabarca, zona Tunisia, dopo un po’ dovettero trasferirsi in Sardegna e rinunciare alla pesca del corallo. Da buoni Egiziani volevano evitare che Mohamed andasse anche lui incontro a qualche cocente delusione a causa di inutili vagabondaggi.

 

Sussi e Biribissi sono due personaggi di un libro per bambini che programmano un viaggio al centro della terra partendo dalle fogne di Firenze. Tito e Bob per spiccata attitudine avranno per anni invece maggiore dimestichezza con i cunicoli del carcere che con il campo aperto dove Mohamed ora taglia da maestro le ali alla cattiveria del mondo, sfogliando a giusto ritmo il calendario dell’infinito.

No alla cravatta, anche Elly Schlein con i descamisados della Camera.

Il dibattito alla Camera sull’abbigliamento dei deputati e dei loro collaboratori ha messo in evidenza il perdurante “limite culturale” che appanna la politica della sinistra, Pd e M5S in testa. Che vi sia un motivo serio per chiedere agli eletti di adattarsi a una regola minima di decoro è fuor di dubbio: che poi sia opportuno per l’opposizione, qualora una proposta ad hoc venga dalla maggioranza, interloquire positivamente e senza pregiudizi di comodo, è altrettanto fuor di dubbio. Invece anche la Schlein, nota per la cura degli abiti che impone la sua armocromista, ha dato copertura a una specie di rivolta dei descamisados (nel mentre bacchettava Piero Fassino per aver tentato di difendere l’onore suo e dei suoi colleghi contro le polemiche qualunquistiche sugli stipendi o i vitalizi dei parlamentari).

Ha fatto bene allora Simonetta Matone, ex magistrato e deputata della Lega, a replicare duramente alle critiche irragionevoli : “Il rispetto per chi ci ha eletto passa anche attraverso l’abbigliamento che è come un codice di comportamento. Ritengo non rispettoso che si venga qui in abbigliamento da spiaggia o vestiti sportivi con le scarpe da ginnastica. Non stiamo facendo footing”. È un’osservazione ineccepibile, tanto da essere acquisita da sempre dall’altro ramo del Parlamento, il Senato della Repubblica. A Palazzo Madama non si entra senza cravatta, sebbene l’ineffabile ministro Calderoli (ancora a proposito di Lega)   sia ancora celebrato per lo sfoggio in Aula di abiti e scarpe all’altezza di un improbabile stile padano.

In ogni caso, a riprova di quanto sia scesa di livello la Camera dei Deputati, eminentemente a seguito delle scorribande grilline anti casta, sta il fatto che nella sede più alta della rappresentanza istituzionale della Repubblica, ovvero il Quirinale, l’idea di consentire l’accesso fuori da parametri ordinari di decoro non è stata mai considerata, neppure lontanamente, un tema da mettere all’ordine del giorno. Un cittadino e quindi pure un deputato, se ricevuti dal Capo dello Stato, non possono varcare la soglia del  magnifico Palazzo presidenziale se non in abiti conformi alla dignità del luogo e della sede. Anche in questo caso, modesto ma significativo, la moral suasion di Mattarella potrebbe aiutare a rendere meno sciatto il discorso sul “come” ci si debba condurre nel lavoro di rappresentanza del popolo italiano, innanzitutto nelle sedi istituzionali. 

Il dibattito a Montecitorio non è stato edificante. Alla fine s’è votato un ordine del giorno (181 voti a favore, 100 contro) che rinvia di fatto ad altra sede – ma quale? – il compito di definire il cosiddetto “dress code”. Il testo approvato impegna la Camera “a valutare l’opportunità di introdurre specifiche disposizioni volte a prevedere che l’abbigliamento dei deputati, dei dipendenti e di tutti gli altri frequentatori delle sedi della Camera sia consono alle esigenze di rispetto della dignità e del decoro dell’istituzione”. 

Ora, in conclusione, c’è da rimanere attoniti di fronte allo spettacolo offerto ieri dall’opposizione demo-grillina. È davvero un’impresa difficile comprendere i motivi che hanno portato al voto contrario, a meno che non s’intenda il ruolo di opposizione come un esercizio a se stante, fuori da uno schema di ragionevolezza, solo con la premura di essere “altrove”. 

Ambiente futuro fraternità: tre cantieri della speranza secondo Papa Francesco.

La Giornata Mondiale della Gioventù deve essere occasione per il “vecchio continente, o anziano continente [detto a braccio]” di “apertura universale”, perché “di vera Europa, il mondo ha bisogno”. È quanto ha auspicato papa Francesco, nell’incontro con le autorità portoghesi presso il Centro Cultural de Belém di Lisbona, primo appuntamento dei numerosi eventi in programma in questi giorni per la Giornata mondiale della gioventù. Un discorso che, partendo dall’evento globale coi giovani in terra lusitana posticipato di un anno a causa della pandemia di Covid-19, richiama molti dei temi cari a Francesco: l’ambiente, la cura del creato “casa comune”, l’apertura e l’accoglienza capaci di abbattere muri e confini che devono essere “zone di contatto”, investire sui figli e non sulle armi, e “tre cantieri di speranza in cui possiamo lavorare tutti uniti: l’ambiente, il futuro, la fraternità”.

 

A Lisbona, ad attenderlo per la XXXVII Giornata Mondiale della Gioventù in programma dal 2 al 6 agosto e che rappresenta il 42mo viaggio internazionale del pontefice argentino, vi sono oltre un milione di giovani provenienti dai cinque continenti. Prima della partenza, il papa ha salutato – come è ormai consuetudine da qualche tempo – un gruppo di persone nella residenza di Casa Santa Marta, accompagnate dall’elemosiniere card. Konrad Krajewski. Fra queste vi erano anche ragazzi e ragazze, spiega una nota vaticana, che “stanno vivendo un periodo in una comunità di recupero, e che quindi sono impossibilitati a partecipare alla Giornata Mondiale della Gioventù”. 

 

Nel discorso alle autorità, il papa ha detto di essere “felice” del viaggio a Lisbona, città del trattato Ue del 2007, e che definisce “città dell’incontro che abbraccia vari popoli e culture” e ”diventa ancora più universale; diventa, in un certo senso, la capitale del mondo e rivela il tratto cosmopolita del Portogallo, che affonda le radici nel desiderio di aprirsi al mondo e di esplorarlo, navigando verso orizzonti nuovi e più vasti”. Dall’estrema periferia occidentale, il pontefice vuole dunque sottolineare il ruolo dell’Europa di cui il mondo ha bisogno, ovvero “di pontiere e di paciere nella sua parte orientale, nel Mediterraneo, in Africa e in Medio oriente”. “Così l’Europa – ha proseguito – potrà apportare, all’interno dello scenario internazionale, la sua specifica originalità, delineatasi nel secolo scorso quando, dal crogiuolo dei conflitti mondiali, fece scoccare la scintilla della riconciliazione, inverando il sogno di costruire il domani con il nemico di ieri, di avviare percorsi di dialogo e di inclusione, sviluppando una diplomazia di pace che spenga i conflitti [il papa ricorda a braccio la guerra in Ucraina] e allenti le tensioni, capace di cogliere i segnali di distensione più flebili e di leggere tra le righe più storte”.

 

Francesco ricorda poi “con preoccupazione” i tanti luoghi in cui “si investono continuamente fondi sulle armi anziché sul futuro dei figli”. “Io – sottolinea – sogno un’Europa, cuore d’Occidente, che metta a frutto il suo ingegno per spegnere focolai di guerra e accendere luci di speranza” e sappia “ritrovare il suo animo giovane […] un’Europa che includa popoli e persone, senza rincorrere teorie e colonizzazioni ideologiche” e che sappia rifarsi “ai padri fondatori”. Vi è poi un richiamo all’oceano “immensa distesa d’acqua” che ricorda “le origini della vita. Nel mondo evoluto di oggi – afferma – è divenuto paradossalmente prioritario difendere la vita umana, messa a rischio da derive utilitariste, che la usano e la scartano. Penso a tanti bambini non nati e anziani abbandonati a sé stessi, alla fatica di accogliere, proteggere, promuovere e integrare chi viene da lontano e bussa alle porte, alla solitudine di molte famiglie in difficoltà nel mettere al mondo e crescere dei figli”. Una critica che investe anche le “leggi sofisticate sull’eutanasia”, come “il facile accesso alla morte, soluzione di comodo che appare dolce, ma in realtà è più amara delle acque del mare”.

 

Il pontefice si rivolge quindi direttamente ai “giovani provenienti da tutto il mondo, che coltivano i desideri dell’unità, della pace e della fraternità” e che “ci provocano a realizzare i loro sogni di bene”. A differenza di quanti invadono le strade a “gridare rabbia”, i ragazzi e le ragazze che partecipano alla Gmg rappresentano un invito a “condividere la speranza del Vangelo. E se da molte parti oggi si respira un clima di protesta e insoddisfazione, terreno fertile per populismi e complottismi, la Giornata Mondiale della Gioventù – aggiunge – è occasione per costruire insieme […] e navigare insieme verso il futuro”.

 

L’appuntamento di Lisbona, all’insegna del motto “Maria si alzò e andò in fretta” nella terra cara per le apparizioni della Madonna a Fatima, è al contempo occasione che spinge a immaginare “tre cantieri di speranza in cui possiamo lavorare tutti uniti: l’ambiente, il futuro, la fraternità”. Il tema dell’ambiente richiama “gli oceani che si surriscaldano e i loro fondali” che “portano a galla la bruttezza con cui abbiamo inquinato la casa comune. Stiamo trasformando le grandi riserve di vita in discariche di plastica”. Il secondo cantiere, il futuro, è quello dei giovani che devono affrontare i “tanti fattori” che li scoraggiano: mancanza di lavoro, ritmi frenetici, aumento del costo della vita, la fatica a trovare un’abitazione e la paura di formare famiglie e mettere al mondo dei figli. “In Europa e, più in generale, in Occidente, si assiste – avverte il papa – a una triste fase discendente della curva demografica”. Di fronte a questo elemento di crisi serve “la buona politica” capace di “essere generatrice di speranza. Essa, infatti, non è chiamata a detenere il potere, ma a dare alla gente il potere di sperare. È chiamata, oggi più che mai, a correggere gli squilibri economici di un mercato che produce ricchezze, ma non le distribuisce”. Terzo e ultimo il cantiere quello “della fraternità”, tema caro a Francesco e che “noi cristiani impariamo dal Signore Gesù Cristo. Perché, come notò Saramago, ‘ciò che dà il vero senso all’incontro è la ricerca, e bisogna fare molta strada per raggiungere ciò che è vicino’ (Todos os nomes, 1997)”. “Anche qui – conclude il papa – ci sono d’esempio i giovani che, con il loro grido di pace e la loro voglia di vita, ci portano ad abbattere i rigidi steccati di appartenenza eretti in nome di opinioni e credo diversi. Ho saputo di tanti giovani che qui coltivano il desiderio di farsi prossimi; penso all’iniziativa Missão País, che porta migliaia di ragazzi a vivere nello spirito del Vangelo esperienze di solidarietà missionaria nelle zone periferiche, specialmente nei villaggi all’interno del Paese, andando a trovare molti anziani soli”.

 

Il viaggio ricorre quasi in concomitanza col decimo anniversario del primo appuntamento internazionale di Francesco, anche in quel caso una Gmg (Rio de Janeiro del luglio 2013), cui sono seguite le giornate mondiali della gioventù di Cracovia nel 2016 e Panama nel 2019. Intenso il programma di queste giornate iniziate col saluto e il discorso alle autorità lusitane nel Centro Culturale de Belém, e che per oggi si concludono – archiviati gli incontri ufficiali – con i vespri recitati assieme a clero locale al Monastero Reale di Santa Maria di Belém. Domani l’appuntamento coi giovani universitari e la benedizione della prima pietra del  Campus Veritatis e, nel pomeriggio, il primo dei grandi appuntamenti coi ragazzi e ragazze al parco Eduardo VII. Il 4 agosto la confessione dei giovani al Giardino Vasco da Gama, ribattezzato per la Gmg “Parco del Perdono” e la via crucis alle 18. Fatima sarà il cuore della mattinata del 5 agosto, con la visita alla Cappella delle Apparizioni, mentre alla sera l’evento più atteso: la veglia di preghiera coi giovani in tre momenti al Parco Tejo, cui seguirà un discorso, l’esposizione dell’Eucaristia e la benedizione. Il 6 agosto, giornata conclusiva, la messa sempre al Parco Tejo con la consegna delle croci e l’annuncio di luogo e anno della prossima Gmg.

 

Fonte: AsiaNews

Appello di Sbarra: la transizione richiede lo sforzo congiunto di Governo, Regioni e Comuni.

“Serve tanta responsabilità. Governo, Regioni e Comuni devono collaborare per assicurare una gestione adeguata di questa transizione”. Lo ha detto ai microfoni del Tg1 delle 20.00 il leader della Cisl Luigi Sbarra. “Bisogna rafforzare servizi e risorse per le famiglie povere, le persone fragili, gli occupabili. Occorre fare un grande investimento sulle politiche attive per accompagnare chi può lavorare da logiche di sussidio ad una occupazione dignitosa. Dobbiamo rilanciare i servizi per l’impiego collegandoli alle Agenzie per il Lavoro, al sistema delle imprese, alla scuola, al territorio”.

 

“La grande sfida del nostro tempo si gioca sulle competenze. Per non lasciare nessuno indietro vanno garantiti ad ogni persona lavoro, sostegno al reddito, formazione continua, crescita delle competenze”, ha specificato Sbarra che commentando gli ultimi dati sull’occupazione li ha definiti “sicuramente incoraggianti” e un grado di mettere “in evidenza la capacità di reazione delle nostre comunità lavorative e produttive”.

 

“Perché diventi vera ripresa, per dare stabilità e intensità a questo ciclo occupazionale positivo- ha sottolineato-bisogna dare gambe solide a investimenti pubblici e privati e riforme partecipate. Ci sono da affrontare criticità sedimentate del lavoro giovanile e femminile- ha aggiunto- e da contrastare il lavoro povero e la precarietà, incentivando l’occupazione stabile. E poi va affrontato il tema di una nuova politica dei redditi, con un Accordo trilaterale su alcuni obiettivi: meno tasse sul lavoro, lotta alla speculazione e controllo di prezzi e tariffe, rinnovo di tutti i contratti pubblici e privati, partecipazione dei lavoratori alla gestione e agli utili delle aziende”, ha concluso.

 

Fonte: AskaNews

Il centro riformista deve corrispondere a una nuova speranza per l’Italia

Dunque, ormai è un ‘sentiment’ comune. Il centro, o meglio un luogo politico centrista, riformista, democratico e di governo è sempre più gettonato. E questo perchè l’attuale radicalizzazione tra la sinistra massimalista e radicale della Schlein e la destra di Salvini e di alcuni settori di Fratelli d’Italia non possono essere la risposta più idonea per confermare e consolidare un sistema democratico. È noto quasi a tutti che l’area popolare e cattolico democratica, almeno quella che non si è rassegnata a giocare un ruolo marginale e ancillare all’interno della sinistra di Schlein, scommette molto in questo progetto. E il processo di ricomposizione politico, culturale ed organizzativo avviato da “Tempi Nuovi-Popolari uniti” coordinata dall’amico Beppe Fioroni e con la presenza attiva e militante di molti amici presenti in tutta Italia, è uno dei tasselli più qualificanti che contribuisce a costruire questo nuovo soggetto politico.

Ora, un luogo politico di centro, dinamico, riformista e democratico non può che essere plurale al suo interno. E per plurale intendo che saranno più correnti culturali ed ideali a riconoscersi in questo progetto politico. L’esatto contrario, quindi, della banale e semplice riedizione del Pri o del Pli o del Partito d’Azione a cui, almeno così pare, intende rifarsi Calenda nella sua altalenante ed approssimativa prospettiva politica. No, un Centro riformista e di governo non potrà che essere popolare e fortemente plurale nella sua accezione più organica. Un soggetto, cioè, che sia in grado di giocare un ruolo decisivo e dinamico nella cittadella politica italiana senza subalternità nei confronti di nessuno e che, soprattutto, riesca ad essere determinante nella costruzione degli stessi equilibri politici.

Ed è proprio lungo questo percorso che si inserisce l’iniziativa politica e il movimentismo dinamico messo in campo da Matteo Renzi. E Renzi, come ovvio, può piacere o non piacere. Regola che vale, del resto, per tutti i leader politici. Parlo di leader, però, e non di improvvisatori o aspiranti capi o semplici comparse. Perché i leader, di norma, sono quelli che fiutano ciò che capita nella società e poi, però, hanno anche la capacità politica e culturale di saperne guidare i processi. L’esatto contrario dei capi e degli improvvisatori populisti che si limitano, com’è evidente a tutti, a cavalcare e a strumentalizzare tutto ciò che la “pancia” del paese chiede e impone. Quelli, non a caso, non sono leader politici ma, per dirla con Totò, semplici “quaquaraquà”.

Ecco purché, al riguardo, il ruolo che può giocare Matteo Renzi, con altri leader politici, come ovvio, può ancora una volta essere decisivo nel costruire un luogo politico che sia in grado di mettere in discussione un anacronistico bipolarismo sempre più rissoso e conflittuale da un lato e, dall’altro, costruire un progetto di governo che risponda a criteri riformisti e con una spiccata cultura di governo. È persin ovvio ricordare che in questo processo che possiamo tranquillamente definire “costituente”, il ruolo della tradizione e della cultura cattolico popolare, cattolico sociale e cattolico democratica sarà decisivo nel definire il profilo di questa nuova e suggestiva offerta politica, culturale e programmatica. E proprio il ruolo di Renzi, anche per la sua cultura e per la sua provenienza formativa, può rappresentare un “valore aggiunto” per l’intero progetto. Non in un cammino solitario ma condividendo e costruendo insieme ciò che ormai da troppo tempo è colpevolmente assente dall’orizzonte politico italiano.

Banca d’Italia | La richiesta di credito delle imprese diminuisce nel secondo semestre 2022.

La pubblicazione riporta i risultati dell’indagine Regional Bank Lending Survey, condotta dalle Filiali regionali della Banca d’Italia su un campione di 244 banche e relativa al secondo semestre del 2022.

Dopo l’espansione osservata nella prima metà del 2022, nel secondo semestre la domanda di credito delle imprese si è ridotta in tutte le aree del Paese, con un calo più marcato nel Mezzogiorno. La contrazione ha riguardato il settore manifatturiero e il terziario in tutte le ripartizioni territoriali; la domanda delle imprese edili si è invece ridotta soltanto nel Nord Est. Sulla riduzione hanno inciso le minori esigenze di finanziamento degli investimenti e, al Centro, anche quelle di ristrutturazione delle posizioni debitorie pregresse. Il fabbisogno per la copertura del capitale circolante, connesso con l’aumento dei costi di produzione e con l’espansione dell’attività economica, ha continuato a fornire un contributo espansivo alla domanda di prestiti, seppure in misura minore rispetto al semestre precedente.

Nello stesso periodo le politiche di offerta di credito alle imprese sono state moderatamente irrigidite, in particolare nei confronti delle aziende centro-settentrionali e di quelle edili. Le banche hanno segnalato un incremento degli spread applicati ai finanziamenti alle imprese, soprattutto per le aziende giudicate maggiormente rischiose, in connessione con un aumento della rischiosità percepita e dei costi di provvista.

Nel secondo semestre del 2022 la domanda di mutui per l’acquisto di abitazioni e di crediti per finalità di consumo da parte delle famiglie è diminuita fortemente in tutte le aree del Paese, dopo l’espansione osservata nella prima parte dell’anno.

I criteri di offerta dei mutui per l’acquisto di abitazioni sono stati irrigiditi in tutte le macroaree, riflettendo sia l’aumento del costo della provvista sia il maggior rischio percepito. Anche le condizioni praticate sui prestiti finalizzati al consumo sono peggiorate in tutte le ripartizioni territoriali. Per le nuove erogazioni di mutui sono aumentati in misura marcata sia il rapporto tra il valore del finanziamento e quello dell’immobile (loan to value ratio at origination) sia la durata media dei prestiti.

Nel secondo semestre del 2022 i risparmiatori hanno fortemente aumentato la domanda di titoli di Stato e, in misura minore, di obbligazioni bancarie e di depositi (anche diversi dai conti correnti); si è invece ridotta la richiesta di prodotti del risparmio gestito e di titoli azionari.

 

[Esfratto della presentazione – v. sito ufficiale della Banca d’Italia]

Roma Capitale ricorda gli agenti uccisi dalle Br a Piazza Nicosia

Finalmente una targa in piazza Nicosia per ricordare i poliziotti Antonio Mea e Pietro Ollanu, uccisi dalle Brigate Rosse il 3 maggio 1979. La targa in marmo sarà collocata vicino all’altra in bronzo, opera che l’artista Benedetto Robazza realizzò su commissione della segreteria romana della Dc nel primo anniversario del tragico evento.

Lo ha reso noto il presidente della Commissione capitolina per il Turismo, Mariano Angelucci, primo firmatario della mozione con la quale era proceduto a formalizzare la proposta. “Abbiamo il dovere di ricordare chi ha sacrificato la propria vita per difendere le Istituzioni democratiche in uno dei periodi più bui del nostro Paese – ha affermato Angelucci. “Per questo ringrazio il Sindaco Gualtieri e l’assessore alla Cultura Gotor per aver compreso l’importanza dell’iniziativa, dando seguito alla mozione dell’Assemblea Capitolina votata all’unanimità ad aprile scorso. La memoria è un valore comune e ci aiuta a guardare con più fiducia al presente, affinché gli orrori del passato non si verifichino mai più. A breve sarà anche installata la segnaletica che intitola ai due poliziotti un viale dentro il Parco di Villa Gordiani”.

L’attacco delle Brigate Rosse alla sede del Comitato Romano della Dc fu l’ennesimo passaggio cruento negli Anni di Piombo, che rafforzò ulteriormente l’allarme per l’escalation terroristica: per la prima volta si tentava una irruzione, armi in pugno, negli uffici di un partito. I due poliziotti, Antonio Mea e Pietro Ollanu, furono uccisi mentre cercavano di proteggere l’ingresso del palazzo dc adiacente alla Piazza (precisamente in Via dei Somaschi). La loro morte fu un atto vile e barbaro, ma il sacrificio cui andarono incontro è ancora vivo. Non è stato dimenticato.

Dunque, la targa in piazza Nicosia è un simbolo di rispetto e gratitudine per due giovani vite stroncate dal furore di chi mirava a sovvertire lo Stato democratico, con particolare accanimento contro la Dc, a un anno di distanza dalla strage di Via Fani e l’omicidio di Aldo Moro. Oltre a ricordare l’esemplare condotta degli agenti, l’iniziativa del Comune di Roma intende rinnovare in questo modo l’impegno a costruire una società più giusta e democratica.

Cile, quanto è difficile cambiare la Costituzione di Pinochet.

La vittoria alle elezioni presidenziali del 2022 di Gabriel Boric, giovane leader della sinistra cilena, aveva fatto gioire il fronte progressista mondiale, sia per il valore simbolico che da ormai 50 anni riveste quel lontano Paese che accompagna l’Oceano Pacifico giù sin quasi all’Antartide sia per la prospettiva futura che la vittoria del trentacinquenne neo-presidente pareva spalancare. E invece lo scorso 7 maggio una doccia fredda, anzi gelata, ha raffreddato ogni entusiasmo.

E’ successo che le elezioni per la formazione dell’assemblea che dovrà scrivere la nuova Costituzione siano state inopinatamente vinte dal Partito Repubblicano, il partito di estrema destra che si è sempre opposto alla necessità di modificare la Costituzione del 1980, quella dell’éra Pinochet. E così sarà la Destra (considerando anche l’apporto di quella più tradizionale, rappresentata da ben tre partiti in Cile) ad avere i due terzi dei seggi dell’assemblea costituente e con essi la possibilità – se dovesse prevalere un atteggiamento arrogante e non inclusivo al contrario di quello che invece dovrebbe mostrarsi in contesti di quel tipo – di scrivere una Carta Costituzione assolutamente di parte.

E sarebbe un paradosso, perché se non venisse approvata dagli elettori, in dicembre quando si voterà, rimarrà in vigore quella del 1980 scritta dal regime dittatoriale.

La sconfitta subìta dalla Sinistra è dunque gravissima. E segue quella già patita l’anno scorso allorquando il 60% dei cileni bocciò la proposta di riforma costituzionale elaborata dal nuovo Presidente. Una sconfitta arrivata mentre nella vicina Argentina i sondaggi indicano, pure lì, la Destra estrema come l’area politica più accreditata a vincere le elezioni generali che si terranno il prossimo ottobre. Speriamo che, come avvenuto nella madre patria spagnola, si sbaglino.

Per un centro realista, non conservatore.

Al di là degli aspetti organizzativi e tattici, pur essenziali, il percorso per far tornare il centro ad essere significativo in quello che percepiscono gli elettori, e nel merito delle questioni cruciali della politica, passa dalla capacità di leggere i tempi e di definire una visione politica adeguata. Se si rinuncia a un tale compito, andando a rimorchio della cultura radicale, si rischia di rendere insipide e sostanzialmente superflue – una copia sbiadita del Partito Democratico – le varie iniziative che tendono a rivitalizzare il centro, e in esso la cultura politica popolare e cattolico-democratica, soprattutto in vista di un voto europeo mai così importante per il futuro dell’Unione Europea.

Il cambiamento di epoca in corso sta mettendo a dura prova tutte le culture politiche. Le varie espressioni della sinistra stanno dando una risposta ai cambiamenti che appare  conservatrice sul piano sociale, economico e su quello geopolitico, e rivoluzionaria sul piano culturale e antropologico. La sinistra in quasi tutto l’Occidente, con poche eccezioni, come il Portogallo, si è collocata su una posizione di difesa ad oltranza dell’ancien régime, difendendo un unipolarismo non tanto degli Stati Uniti quanto di certe oligarchie economiche in gran parte responsabili della criticità dell’attuale sistema finanziario internazionale e del conseguente clima di guerra, che esso alimenta.

Nel contempo però la sinistra mantiene la sua indole aperta al cambiamento sul piano culturale, sostenendo le campagne ideologiche volte a ribaltare i costumi, i modelli di relazioni, di famiglia in un modo inedito e che non ha eguali in nessuna altra parte del mondo, finendo per contraddire anche il suo tradizionale impegno in favore dell’emancipazione della donna. E talvolta arriva, nelle sue frange estreme, a farsi paladina di un ecologismo dissociato dalle ragioni dell’uomo, che alla fine si traduce solo in una concreta forma elitaria di nuovo classismo e di attacco alla classe media.

La destra, invece, rischia di rimanere intrappolata nel suo stesso pragmatismo, nel solo perseguimento del potere per il potere senza trovare risposte adeguate alle sfide del nostro tempo, e di definirsi solo in modo speculare agli avversari sulla strada di una polarizzazione di facciata, sempre più sterile e vuota e mal sopportata dall’elettorato.

Il centro ha una grande occasione davanti, quella di non mancare l’appuntamento con la storia. In un’Europa che voglia ritornare ad essere artefice del proprio destino la missione del centro appare quella di concorrere a guidare questo passaggio nel modo meno traumatico possibile. Innanzitutto cambiando mentalità. Serve un approccio pragmatico e improntato alla sussidiarietà, delle politiche europee anziché perdersi in soli tecnicismi economici e istituzionali che ne paralizzano l’azione. E per poter entrare nel mondo multipolare l’Unione Europea deve innanzitutto riconoscere di costituire lei stessa uno di questi poli, anziché un’appendice degli Stati Uniti senza per questo metterne in discussione l’alleanza, anzi aiutando l’altra sponda dell’Atlantico a uscire da un unilateralismo ormai anacronistico e contrario alla storia anticolonialista degli Stati Uniti. 

Serve un centro realista, che si adoperi per convincere gli alleati della necessità di un cessate il fuoco e di una soluzione diplomatica della crisi ucraina. E che sappia impostare i rapporti dell’Italia con i Paesi extraeuropei, a cominciare da quelli mediterranei e da quelli dell’Africa, su un piano di parità, di rispetto e di non ingerenza, consapevole che le relazioni bilaterali dell’Italia con i Paesi africani possono arrivare, in questa fase di storici cambiamenti, dove altri Paesi (la Francia in primis) non possono arrivare. Un centro che segua le orme di Enrico Mattei. E che sappia vedere i nessi che intercorrono tra relazioni internazionali improntate all’equità e questione sociale. Ciò che molti elettori insoddisfatti dall’attuale offerta politica si attendono, in definitiva è un centro che sappia rappresentare il fatto che la nostra classe media e i Paesi in via di sviluppo stanno dalla stessa parte della barricata, avendo entrambi molto da guadagnare dalla affermazione di un modello di sviluppo più giusto e inclusivo.

 

La vita e la morte di Purgatori iscritte nel suo nome Andrea

Ci sono segni che ti sono impressi dalla nascita e uno di questi è il nome, la prima cosa che nella vita non ti è dato scegliere. Andrea indica l’uomo e la sua mascolinità, un uomo cazzuto, dotato di forza e di coraggio.

 

Deve essere per questo che Sant’Andrea apostolo se ne è andato il lungo e in largo per il mondo professando il Vangelo dalla Scozia alla Russia, dall’Asia minore e lungo le terre del mar Nero. Morì a Patrasso in Acaia, Grecia, crocefisso ma, per sua volontà, con le assi disposte a forma di “X” non sentendosi degno di poter scopiazzare il suo Maestro. Così anche la sua morte in quell’incrocio di legni diede subito motivi di confusione all’occhio ed alla interpretazione degli spettatori.

 

Anche il nostro Andrea ha spaziato senza timidezze, non sottraendosi al destino che gli era toccato. Intelligente come era, ha giocato sempre d’anticipo rincarando la dose della sorte in dote, continuamente rilanciando la scommessa a chi sa spingersi oltre il prevedibile.

 

Per questo decideva di fare il giornalista, non di quelli da velina o da imbratta carte, ma di smuovere fogli, parole e fatti in modo che avessero sempre un verso di movimento, sfiorando all’occorrenza la tempesta. Era uno che insomma muoveva le acque. L’opposto di quel “quieta non movere e mota quietare” che chissà quante volte gli sarà stato rimproverato e che gli avrà fatto venire incontenibile orticaria.

 

E se non bastasse il nome a dirti come condurti, si deve aggiungere anche il cognome per ingabbiarti in un corso dal quale non ti è possibile venir fuori. Se ti chiami Andrea Purgatori sai che andrai incontro a prove impegnative non solo in vita ma anche dopo di essa. Anche la morte non ti deve essere semplice o scontata, alla stregua degli uomini comuni. Così dovrai sudarti la verità che ambisci legittimamente anche per te stesso, non essendo chiaro quale sia stata la malattia che ti ha portato alla fine e se i medici ci abbiano visto giusto nel tentativo di curarti.

 

Andrea Purgatori era un giornalista di inchiesta, di quelli che incedono incuranti degli ostacoli che gli erano infrapposti. A dire tutta era uno specializzato a fare le “contro-inchieste”. Appena ne veniva fuori una ufficiale, iniziava a farle le pulci, scuoiando ciò che era comodo per andare a mettere spilli su un cammino spianato di utile e funzionale. Le cronache lo hanno portato alla fama per la strage di Ustica, l’abbattimento di un volo Itavia che da Bologna era diretto a Palermo con la conseguente morte di 81 passeggeri. Del resto Ustica viene dal latino ustum, “bruciato”; c’era puzza di bruciato in quella storia e Andrea Purgatori non era uno da tirarsi indietro nel voler comprendere i responsabili della faccenda.

 

Sant’Andrea fu un santo miroblita, il cui corpo cioè fu in grado di emanare profumi. Andrea Purgatori aveva al contrario il dono di sentire il puzzo di trame e di marcio e di andarci dentro senza timore o riguardo per nessuno. L’isola per i Greci era invece chiamata Osteodes, “ossario”. Sarà forse per questo che non poteva essere che quello un luogo adatto ad una carneficina. Ustica ha conosciuto nei secoli l’invasione di corsari barbareschi e fu luogo di confino per i prigionieri politici. Una terra abituata ad essere saccheggiata dai forti di turno e ad ingabbiare chi ha un pensiero diverso da quello dominante.

 

La Nemesi rappresenta la giustizia distributiva, nel contempo indica anche un fatto negativo in grado di spezzare una catena fortunata di avvenimenti, una specie di vendetta del fato che ti ritorce contro quello che ti ha portato alla gloria, la tua capacità di scavare oltre le cortine di ferro.

 

Dovremo attendere sembra settembre per sapere se i medici abbiano imbroccato o meno la giusta terapia per la malattia del nostro giornalista. Per quel tempo la notizia non interesserà più nessuno se non la famiglia. Stavolta è una inchiesta che non potrà condurre in prima persona. In caso di errori qualcuno dovrà purgarsi per una vita eventualmente “bruciata”. Diversamente Andrea Purgatori ha già vissuto la sua morte come forse non poteva essere altrimenti, con quel timbro intricante di grigio in cui mettere le mani per trovare, abile com’era, la luce che gli spetta.

Mondoperaio | Dopo Berlusconi, amico di Craxi, quale futuro per i socialisti?

Tra il 1983 e il 1987, Craxi seppe utilizzare il ruolo di capo del governo con profitto ed autorevolezza per introdurre rapporti di forza e nuove regole di governabilità nel “Sistema Italia”, capaci di favorire una effettiva capacità di governo, utile a sgombrare la fitta rete di ostacoli che all’interno ne impedivano lo sviluppo e la modernizzazione. Tra l’altro rendendo così possibile e praticabile una grande politica estera, né marginale né subalterna ma fondata costantemente su di una grande autorevolezza.

 

Quel Presidente del Consiglio socialista era allora, nel decennio degli anni ’80, portatore di un consenso misero, appena superiore all’11%. E doveva fare i conti tutti i giorni con due formidabili castelli turriti, protetti e sostenuti da una pluralità di alleati, che dominavano tutta la politica. Il fatto è che quel personaggio, non solo aveva una grande fantasia politica, aiutata da una testa ben dura, da un coraggio adamantino e da un entusiasmo trascinatore; era anche un socialista figlio del partito, connaturato nella sua storia, espressione della sua cultura migliore, che aveva piegato anche il sano decisionismo che era parte della sua natura al confronto e alla partecipazione di molti. 

 

Per queste ragioni, e forse anche per la sua stanchezza, Craxi non fu in grado di rovesciare il tavolo della politica quando una trappola tutta partitocratica come il “patto della staffetta” gli sbarrò la via alla ratifica popolare del suo operato di statista, che un giornale nemico stimò allora, nella primavera del 1987, essere oltre il 65%. A buttare all’aria tutto ci voleva un populista e questo non poteva “purtroppo” essere il socialista Craxi, qualsiasi cosa ne pensassero De Mita, Berlinguer e successivamente i loro eredi che, opponendosi al suo disegno, contribuirono di fatto a costruire quella passerella che fece arrivare al potere Berlusconi passeggiando sul crollo dei partiti. Alla fin fine, ciascuno raccoglie quello che ha seminato: vale per Berlusconi, vale per Craxi. 

 

La questione che oggi è davanti a noi, anche in ragione della ridondanza non usuale che si è voluto assegnare alla vicenda di questi giorni, e cioè mettendo nel conto anche le conseguenze politico-propagandistiche del dopo-morte di Berlusconi, è se questa storia possa essere raccontata e vissuta senza sotterfugi e quindi tornare a dare buoni frutti. La crisi del sistema politico che stiamo attraversando da quasi trent’anni ha cambiato l’Italia nel profondo, come pur- troppo siamo costretti a constatare ogni momento. Forse anche da noi la nascita di un cosiddetto partito dei moderati, addirittura sulle ceneri di una esperienza che puzza di postfascismo, potrebbe essere un segnale di stabilizzazione, capace, almeno potenzialmente, di esprimere un governo in grado di fare e di realizzare, magari mettendo in campo una discreta gestione dell’ordinarietà. 

 

Come, sulle ceneri di quello che è stata la sinistra in questi tre decenni – con tutte le sue vaghezze, forzature ed al netto delle ingiuste e colpevoli esclusioni – può crearsi lo spazio, ma anche le condizioni pratiche, per ricostruire una forza di socialismo democratico e riformista, moderna e plurale, capace di entusiasmare anche i meno vecchi di noi, vivere il presente e forse anche prepararsi a governare il futuro. Ma sono necessari comportamenti limpidi e vanno dette parole di verità: soprattutto da parte di quelli che furono un tempo democristiani e comunisti in particolare. Per tutte queste ragioni, anche alla luce dell’interpretazione che mi sono permesso di avanzare sulle vicende connesse con la morte di Berlusconi, io mi confermo nella opinione che il giudizio e l’utilizzo dell’esperienza dei socialisti di Craxi, lo si voglia o no, è uno spartiacque ineludibile ed insieme una grande risorsa.

 

Fonte: Mondoperaio (6-7/2023).

 

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Euclid scatta le prime immagini, osserverà miliardi di galassie.

Sono arrivate sulla Terra le prime immagini del telescopio spaziale europeo Euclid. Talmente incredibili per la loro nitidezza che alcuni scienziati le hanno definite “immagini ipnotizzanti”. A riprenderle sono stati i due strumenti, con forte contributo italiano, appena accesi: Vis (VISible Instrument) e Nisp (Near Infrared Spectrometer Photometer) che sono ancora in fase di calibrazione. Alla loro realizzazione hanno giocato un ruolo importante a livello continentale, l’Agenzia Spaziale Italiana (Asi), l’Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf) e l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn).

 

Anche se mancano un paio di mesi prima che Euclid cominci a fornire la sua vera nuova visione del cosmo, il raggiungimento di questo traguardo mostra che gli scienziati e gli ingegneri sono fiduciosi che il telescopio ed i suoi strumenti funzionino bene. Gli ottimi risultati fin qui ottenuti, indicano che il telescopio spaziale raggiungerà gli obiettivi scientifici per cui è stato progettato, e forse molto di più.

 

“Dopo più di 11 anni di progettazione e sviluppo di Euclid, è esaltante ed estremamente emozionante vedere queste prime immagini – afferma Giuseppe Racca, project manager di Euclid per l’AgenziaSpaziale Europea (Esa) – È ancora più incredibile se pensiamo di vedere solo poche galassie qui, prodotte con una messa a punto minima del sistema. Euclid, una volta calibrato completamente, osserverà miliardi di galassie per creare la più grande mappa 3D del cielo mai vista prima”.

 

“Le immagini degli strumenti Vis e Nisp diffuse oggi dimostrano la bontà della catena di acquisizione della luce raccolta nel campo di vista del telescopio di Euclid. – riferisce Mario Salatti, responsabile per Asi della realizzazione del contributo italiano agli strumenti scientifici a bordo del satellite Euclid – Il team industriale coinvolto nella costruzione del cuore delle unità elettroniche dei due strumenti Vis e Nisp e il team scientifico che ne ha sviluppato il software guardano con grande soddisfazione alla qualità di queste immagini da cui viene confermato il raggiungimento delle specifiche di progetto”.

 

Lo strumento VISible di Euclid (Vis) scatterà immagini super nitide di miliardi di galassie per misurarne le forme. Già dalla prima immagine si intravede la capacità che avrà il Vis; mentre alcune galassie sono molto facili da individuare, molte altre sono macchie sfocate nascoste tra le stelle, in attesa di essere svelate da Euclid in futuro. Sebbene l’immagine sia ricca di dettagli, l’area di cielo che copre è in realtà solo circa un quarto della larghezza e dell’altezza della Luna piena.

 

“Accendere uno strumento spaziale è un’esperienza unica: quando tutto era pronto, abbiamo inviato al satellite il comando di power-on e letteralmente abbiamo smesso di respirare fino a che, qualche secondo dopo, non abbiamo visto i primi dati di telemetria scorrere sullo schermo, riportando lo stato dello strumento in funzione. L’emozione è stata tanta e tra applausi e abbracci, ci siamo rimessi subito tutti al lavoro, consapevoli che questo è solo l’inizio dell’avventura – racconta Anna Di Giorgio dell’Inaf, che coordina le attività italiane per la missione Euclid finanziate dall’Asi e ha partecipato, insieme ad altri ricercatori Inaf e Infn, al collaudo dei due strumenti presso il centro di controllo dell’Esa -. Altro momento critico è stato quello dell’accensione dei rivelatori e l’acquisizione dei primi dati, seguito dalla meraviglia di poter finalmente vedere delle immagini vere e non simulate. Certo ci sono stati degli imprevisti (senza i quali che avventura sarebbe?), come la scoperta di un fondo inaspettato di luce diffusa, che alla fine hanno dato all’intera squadra l’opportunità di lavorare se possibile in modo ancora più coeso e motivato. Anche in questi casi la professionalità del personale italiano, sia i ricercatori che il team industriale, ha contribuito in modo decisivo a tenere la situazione sotto controllo e a definire possibili strategie risolutive”.