Home Blog Pagina 429

Orgoglio e responsabilità degli Italici presenti in ogni parte del mondo

L’Italia è riconosciuta come la prima potenza culturale al mondo da tutti i principali centri di ricerca internazionali. Questo primato è dovuto alla ricchezza e alla diversità del suo patrimonio culturale, che comprende arte, letteratura, architettura, musica, cinema, gastronomia e stile di vita.

A contribuire alla difesa e all’accrescimento di questo patrimonio non sono solo gli italiani, ma anche gli “italici”, ovvero tutti coloro che, sparsi in tutto il mondo, si riconoscono nei valori e nelle tradizioni italiani.

Gli italici sono una comunità globale che comprende italo-discendenti, italofili e neo-italiani. Sono persone che, per passione o per lavoro, fanno riferimento a prassi e valori tipicamente italiani.

Questa comunità globale può dare vita a un importante “soft power” culturale, ovvero a un’influenza esercitata attraverso la cultura, che può essere un potente strumento per promuovere la cooperazione internazionale e la pace.

In particolare, l’Italia può utilizzare il suo soft power culturale per promuovere l’unità europea. L’Europa è un continente ricco di culture diverse, ma l’Italia può essere un elemento di coesione e di integrazione.

Per farlo, l’Italia deve investire nella promozione della sua cultura all’estero, attraverso gli istituti di cultura, le ambasciate e le rappresentanze diplomatiche. Deve inoltre sostenere la diffusione della lingua italiana, che è una lingua franca in tutto il mondo.

L’Italia ha il potenziale per diventare un leader culturale globale. Per farlo, deve puntare sulla cooperazione con gli italici di tutto il mondo e sulla promozione dei valori e delle tradizioni italiani. 

“Davvero poche sono state le occasioni che hanno offerto spunti di riflessione e proposta, ad eccezione delle prese di posizione, autorevoli ed apprezzate all’estero ma inascoltate dai politici nostrani, dei presidenti Mattarella, Sassoli e Draghi, a favore di una trasformazione dell’Unione in senso federale. Ecco perché abbiamo pensato utile organizzare una occasione di approfondimento e dibattito, per cercare di introdurre tematiche e proposte, in vista delle elezioni europee dell’8 e 9 giugno, convinti come siamo che “giocarsi” il rinnovo del Parlamento europeo parlando, come purtroppo i partiti italiani stanno facendo, solo di argomenti “domestici”, per lo più affrontati con toni da pettegolezzo e linguaggi da bega paesana, non aiuta di certo la consapevolezza e la soluzione dei grandi temi, spesso drammatici, che il futuro immediato imporrà all’Europa di affrontare, ed allontana ulteriormente la maturazione delle scelte innovative di cui l’Europa ha bisogno”. Così Umberto Laurenti, vicepresidente ASVIT nel suo articolo pubblicato recentemente su “Il Domani d’Italia”.

“Il Convegno – precisa sempre Laurenti – organizzato dall’Associazione Svegliamoci Italici (Asvit), in collaborazione con la Fondazione Giannino Bassetti, Schola Italica-impresa sociale, e Associazione Globus et Locus, programmato per la mattinata del 26 gennaio, affronterà tematiche europeistiche per così dire trasversali, propedeutiche alle enunciazioni di programmi, di schieramenti e di alleanze, che ci auguriamo i Partiti italiani vorranno farci conoscere”. 

“Ciò indica – conclude Laurenti – una nostra particolare visuale della realtà politica italiana ed europea, che è il riferimento alla civiltà italica, con le sue radici culturali, di comune sentire, di modo di vivere e convivere, di capacità creative ed innovative, che tutta Europa apprezza e da sempre considera elemento fondante della storia del nostro Continente, sia passata che futura”. 

Informazioni sul programma

Il convegno, nella Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani, dalle ore 9,30 alle 13,30 di venerdì 26 gennaio, sarà introdotto e presieduto dal senatore Pier Ferdinando Casini.
La relazione introduttiva sarà di Piero Bassetti, a cui – come sottolineato varie volte dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella – si deve l’intuizione dell’esistenza e della importanza degli italici.
Interverranno: Francesco Rutelli, presidente del Soft Power Club; Silvia Costa, già Presidente della Commissione Cultura del Parlamento Europeo; Francesco Samorè, Segretario Generale della Fondazione Giannino Bassetti; Giuseppe Terranova, docente di Geografia politica ed economica, Università della Tuscia; Andrea Vento, presidente Schola Italica-impresa sociale; Maria Chiara Prodi, del Consiglio Generale degli italiani all’estero.

Le conclusioni spetteranno ad Umberto Laurenti, vicepresidente ASVIT.
Coordinerà i lavori il giornalista Marco Giudici.
Uno spazio della mattinata sarà dedicato al ricordo di David Maria Sassoli nel secondo anniversario della sua prematura scomparsa.
I lavori potranno essere seguiti sul portale Tv del Senato: https://webtv.senato.it/webtv_live e sul canale YouTube: https://youtube.com/user/SenatoItaliano
Sarà distribuita ai presenti una Brochure contenente altri interventi, in forma scritta, al Convegno, nonché documentazione della ASVIT ed una rassegna stampa di articoli sul tema del Convegno. 

Presidente della Cei, Card. Zuppi: non confondiamo il pessimismo con il realismo.

 

[…] Tempo di crisi?
Non facciamoci intimidire da letture solo sociologiche della Chiesa! Ben altre sono le letture della realtà e del mistero della Chiesa! Non facciamoci intimidire da una cultura per cui la fede è al tramonto! È la prepotenza del pessimismo, che pare realismo. Il pessimismo diventa una specie di sicurezza e motiva la pigrizia e l’abitudine. Non facciamoci intimidire da letture della Chiesa che interpretano la nostra azione come politica. Siamo aperti al dialogo, ma non ci lasceremo dire da altri quale sia il contenuto dell’azione caritativa o della missione, che non sono mai di parte, perché l’unica parte della Chiesa è Cristo e la difesa della persona, della vita, dall’inizio alla fine. Certe letture vogliono dividere Vescovi e cristiani, mentre invece sento tanto viva la comunione tra Vescovi e popolo e questo vale più dei like dei social.
Ci sono stati anni difficili anche in passato per le Chiese in Italia. Dopo il Vaticano II, quando la comunità pareva spezzarsi nella contrapposizione tra gruppi, Vescovi e contestazione, la Chiesa praticò con fiducia una comunione inclusiva nell’ascolto mutuo. Iniziò il card. Poletti, Vicario di Roma, grande pastore, con un convegno sulle attese di carità e giustizia a Roma, chiamando in assemblea i romani nel febbraio 1974, proprio cinquant’anni fa. Fu un grande concorso di popolo. Il Vicario pose i cristiani di fronte alla povertà di Roma. Un gesto di sapienza pastorale e un messaggio: invece di dividervi e ignorarvi, parlate (e si tennero affollate assemblee di fedeli in cui tutti potevano prendere la parola), ma soprattutto ascoltate il grido dei poveri e delle periferie! Ci si preparava al Giubileo del 1975, che molti sconsigliavano di indire, considerandolo trionfalistico, ma che Paolo VI volle e fu un grande evento di fede.
Furono i primordi di un coraggioso metodo sinodale, seguito poi nel Convegno nazionale del 1976, il primo, “Evangelizzazione e Promozione Umana”, preparato da un documento curato dal segretario CEI, il Servo di Dio Enrico Bartoletti, che enunciava la forte affermazione: «Non sembra, perciò, eccessivo dire che l’Italia è un Paese da evangelizzare». Tale visione ha ispirato anni di programmi, azioni, scelte pastorali, nonostante il senso di crisi e di sconcerto di allora. Ricordo quei momenti difficili, che ho vissuto un poco quand’ero giovane e, oggi, comprendo come illuminati Pastori, a partire da San Paolo VI, non ebbero timore di predicare il Vangelo, di far parlare, di ascoltare, di convocare, consapevoli di essere un unico popolo di Dio, che aveva e ha una missione in Italia. Quei Vescovi ebbero coraggio, perché, in quegli anni, si scriveva che il cristianesimo stava per finire. Nello smarrimento, c’era contrapposizione di ricette per il futuro e forte incomunicabilità. Quei Vescovi, la cui memoria è benedizione, ebbero fiducia nello Spirito che anima, raccoglie, ispira la Chiesa.
Pastori, in comunione con il Papa, sentirono di dover camminare avanti nella comunione, convinti della missione delle Chiese in Italia e della Chiesa italiana nel mondo. Ascoltarono e vollero che i cristiani parlassero. Progressivamente, con San Giovanni Paolo II, il popolo cristiano sentì che c’era futuro per la missione della Chiesa. Non dimentichiamo la storia! Siamo in un tempo in cui si cancellano passato e tradizione, quasi quanto è avvenuto prima di noi sia sbagliato o irrilevante; invece la storia, di cui siamo eredi, ci conforta.

Forza nella debolezza
Le crisi presentano una Chiesa infragilita. Non ci spaventino fragilità e piccolezza! Non sono solo indici problematici, ma anche la quotidiana realtà in cui la Chiesa da sempre vive. Il profeta Samuele, ascoltando il Signore, va alla ricerca di chi è destinato alla missione regale nella famiglia di Iesse: incontra ben sette suoi figli. Nessuno è il prescelto. «Non guardare al suo aspetto né all’imponenza della sua statura: io l’ho scartato perché non guardo ciò che guarda l’uomo. L’uomo guarda all’apparenza, il Signore guarda al cuore» (1 Sam 16,7), disse il Signore sui candidati migliori. Restava Davide, piccolo, improponibile tanto che l’avevano lasciato con le greggi in campagna: «Alzati e ungilo: è lui!», dice il Signore a Samuele (ivi, 13). Era piccolo, ma con begli occhi e di gentile aspetto. Giovanni Crisostomo riflette su Davide, sulla sua piccolezza e bellezza, in rapporto a re Saul, aggressivo e potente. Davide non considera Saul un nemico, eppure lo è. Crisostomo esalta Davide: la sua forza è la mitezza e la benignità. Scrive, parlando di Davide come modello di mitezza: «Nulla è più potente della benignità». Il genio di Davide è, per Crisostomo, cercare di aver la meglio sulla crudeltà del nemico con mitezza e benignità.
Davide, fragile, diventa l’uomo della parola e della benignità, il cantore e l’uomo della preghiera. Così lo vede Crisostomo. La debolezza di Davide è un approccio, diverso da quello comune, forte e arrogante, tipico di Saul. Del resto, l’apostolo Paolo, in una stagione di grande vitalità missionaria e passione evangelizzatrice, afferma: «Quando sono debole, è allora che sono forte» (2 Cor 12,9). La debolezza è la nostra forza, ma dobbiamo usarla con intelligenza e libertà. Partire dalla debolezza, partire da Colui che è stato crocifisso, fa sì che la carità, la mitezza, la benignità siano la cifra delle nostre relazioni e delle nostre azioni, in una società in cui invece la cifra dei rapporti è l’interesse o si esprime nella conflittualità.
Papa Benedetto XVI l’ha insegnato nell’enciclica Deus Caritas est: «Amore di Dio e amore del prossimo si fondono insieme: nel più piccolo incontriamo Gesù stesso e in Gesù incontriamo Dio». Con la carità, «la forza del cristianesimo – aggiunge il Papa – si espande ben oltre le frontiere della fede cristiana». Nonostante le letture pessimistiche o politiche sulla Chiesa, ben oltre le frontiere del popolo di Dio ci si accorge della forza della carità, della limpidezza attrattiva della predicazione del Vangelo, che è comunicare Gesù, della preghiera rasserenante pure in momenti dolorosi, della disponibilità dei cristiani e dei sacerdoti a tutti senza preclusione. Questa è una realtà viva nella società italiana. Questa visione ci sostiene di fronte ai problemi quotidiani, che non possono essere il nostro orizzonte. Il nostro non è un pessimismo di una vecchia istituzione, ma il sentimento di Nicodemo, che comprende dalla parola di Gesù che vuol dire rinascere dall’alto.
La questione sociale è sempre anche una questione morale e – oserei dire – spirituale. Nella nostra società si assiste a una divaricazione sempre più ampia tra chi è povero e chi è benestante, le disuguaglianze sono aumentate e c’è come una cronicizzazione della povertà. Lo si nota dall’accesso ai beni fondamentali come il cibo, i servizi sanitari e le medicine, l’istruzione soprattutto quella superiore. Il malessere dei poveri, che crea sacche di pericolosa depressione, deriva anche dalla consapevolezza che non c’è più un ascensore sociale che consenta di sognare un miglioramento. Consentire a tutti pari opportunità significa anche operare per eliminare la disuguaglianza di genere: non è ammissibile che le donne mediamente guadagnino meno degli uomini per le medesime mansioni. In generale, esiste nel nostro Paese un problema di riconoscimento della dignità delle persone e del loro lavoro, mal retribuito a causa di contratti precari e di lavoratori sfruttati. Se vogliamo essere profeti di speranza nella nostra terra dobbiamo assumere il peso delle sofferenze degli ultimi, aiutando, nel vicendevole rispetto dei ruoli ma anche nella necessaria collaborazione, anche chi governa a riconoscere le priorità nelle decisioni che riguardano il bene di tutti.

A sostegno dell’educazione scolastica
Della vicenda di Samuele riprendo ancora un’ultima immagine. Quella di lui ancora giovinetto, che vive presso il santuario di Silo dove riceve un’istruzione religiosa e sicuramente anche umana dal sacerdote Eli. Il Primo libro di Samuele dà ampio rilievo a questo tempo di formazione, che si conclude con questa affermazione: «Samuele crebbe e il Signore fu con lui» (1Sam 3,19). Non credo che sottolineeremo mai abbastanza l’importanza di una formazione integrale della persona, sin dalla più tenera età, che tenga conto della storia della nostra cultura segnata dal fattore religioso e apra la mente e il cuore al trascendente. È in questo quadro di riferimento che saluto con piacere la firma lo scorso 9 gennaio dell’accordo tra CEI e Ministero dell’Istruzione e del Merito per il prossimo concorso degli Insegnanti di Religione Cattolica. Questi insegnanti – la stragrande maggioranza dei quali sono laici – comunicano a scuola i valori dell’Umanesimo cristiano. Sono i formatori delle prossime generazioni. A loro il compito ecclesiale e civile di educare alla pace, di educare alla legalità, di educare alla cultura, mostrando come il Cristianesimo ha contribuito a fondare i valori di libertà e rispetto dell’altro, che sono alla base della nostra società. L’attenzione verso le nuove generazioni è un tema cruciale per il futuro della Chiesa e della società. I giovani sono il presente delle nostre comunità. È un tema al centro del Cammino sinodale su cui avremo modo di tornare in futuro.

Conclusione
Ho voluto aprire questa nostra riunione con alcune riflessioni, perché credo che dallo scambio di opinioni, sentimenti ed esperienze può maturare una visione più aperta alla speranza della nostra realtà. Non ho da insegnare, ma credo che il comune discorso debba partire da un punto, sicuramente per superarlo. Lo scambio è un anello della struttura di comunione della CEI, che andrà rivisitato nel decisivo Cammino sinodale, per un suo migliore funzionamento che consideri anche lo snodo decisivo delle Conferenze regionali e delle Commissioni episcopali.
Di fronte al popolo italiano, alle istituzioni locali o nazionali, alle componenti della vita culturale, sociale e politica, la Chiesa si presenta qual è, senza alterigia, ma consapevole di avere una missione unica. Faccio mie le parole di un sacerdote romano, don Andrea Santoro, ucciso mentre pregava a Trebisonda, in Turchia, nel 2006: «La via più alta della superiorità è quella dell’amore e della giustizia che si china sul diritto e sul bisogno dell’altro, che non si lascia vincere dal male, ma vince il male con il bene, che si apre al perdono perché non vuole giudicare ma salvare, che non ha altro motivo di vanto se non nella gioia e nella vita dell’altro».

 

Per leggere il testo integrale

https://www.chiesacattolica.it/card-zuppi-e-il-tempo-della-chiesa/

Cosa ci tramandano il pensiero e l’opera di Luigi Sturzo?

Le lezioni che il pensiero e l’opera di Sturzo ci tramandano sono tutt’altro che l’espressione di un passato che non c’è più: rappresentano una pietra miliare per l’impegno dei cattolici in politica, un cammino ancora incompleto sul quale abbiamo il compito di riflettere profondamente, per non disperdere il patrimonio di vita democratica che i cattolici italiani hanno contribuito ad edificare e per individuare un nuovo modo di fare politica, guidati da quella concezione cristiana dell’agire da cui nacque anche un senso profondo di europeismo.

Siamo alle porte dei più importanti avvenimenti politici del 2024, dalle elezioni europee alla nuova tornata di elezioni amministrative che interesserà diversi Comuni e Regioni chiamando milioni di cittadini alle urne. 

Non dimentichiamo, poi, che il 2024 è l’anno che il quotidiano britannico “The Guardian” ha definito il Super bowl della democrazia, con la metà della popolazione mondiale – si parla di circa 4 miliardi di persone – che andrà a votare in numerosi in numerosi Paesi. Ci sono Russia e Stati Uniti ma anche Bangladesh, Brasile, India, Indonesia, Messico, Pakistan, e in molte nazioni coinvolte il processo democratico sarà tutt’altro che libero e trasparente. Tutti saremo condizionati dai risultati elettorali, che potranno determinare un mondo più libero o, diversamente, un peggioramento delle democrazie.

In questo complesso scenario globale ricordare Don Luigi Sturzo significa ricordare che la politica non è ricerca di potere, ma servizio. Questo lo spinse ad andare controcorrente chiamando a raccolta tutti gli uomini liberi e forti per dare vita a un partito riformista composto da cattolici, non un partito cattolico; un partito di centro, una terza via oltre ogni forza conservatrice ed antidemocratica del fascismo, da non confondere con un progressismo quasi sinonimo di “modernismo”.  

Nel suo saggio Luigi Sturzo: un pensatore incompreso perché in anticipo sui tempi Stefano Zamagni afferma: “È accaduto così che se per il tradizionalismo cattolico del primo Novecento Sturzo è un inquietante progressista dal quale è bene prendere le distanze, per i cattolici dell’altra sponda, per i seguaci cioè di Romolo Murri, il sacerdote di Caltagirone è poco più che un conservatore illuminato. D’altro canto, fuori dal mondo cattolico, il pensiero sturziano è visto come un insignificante riformismo per il movimento socialista e come un pericolo incombente per il regime fascista – pericoloso a tal punto che Sturzo dovrà partire per l’esilio il 24 ottobre 1924 dapprima in Gran Bretagna e poi negli Stati Uniti”. 

Nel popolarismo di Don Luigi Sturzo convivono la dimensione religiosa, la necessaria ispirazione trascendente che garantisce il presupposto di una buona politica, perché garanzia dei diritti civili e delle libertà fondamentali, e la laicità che dà voce a credenti e non credenti che si riconoscono in un programma di cose da fare, ispirato ai valori di un umanesimo trascendente ma mediato in scelte laiche in vista del bene politico comune. Questo connubio è realizzato nella Costituzione repubblicana dove convivono i valori ispiratori – chiaramente laici – e i principi fondamentali della dottrina sociale della Chiesa quali il primato della persona, la solidarietà, la sussidiarietà, il bene comune. A me sembra che oggi, con un tessuto sociale sempre più frammentato e la Costituzione presa di mira da più parti, tutto ciò sia decisamente da recuperare.

Il popolarismo è poi territorialità, nella convinzione che la società viene prima dello Stato. Nel tentativo di combattere la concezione di uno Stato unitario accentrato, Sturzo si fa artefice di un riformismo coraggioso che mette al centro la persona e le cellule primarie della società – la famiglia prima di tutto, poi il Comune e così via – che, pur nella loro autonomia, agiscono in sussidiarietà in vista di un bene comune. Oggi, nell’era della globalizzazione, l’Italia si caratterizza per la ricchezza di una società civile ricca di associazioni, movimenti, reti sociali che rappresentano una straordinaria forza prepolitica capace di riaffermare ideali e valori e di tradurli in buone azioni. È, questo, un patrimonio da preservare e valorizzare in nome di una sussidiarietà in grado di contrastare il centralismo esasperato verso il quale sta andando il nostro Paese, mettendo a rischio la sopravvivenza dei corpi intermedi. 

Ed abbiamo il compito di preservare anche il senso di un’intuizione che non nasce da una elaborazione dottrinale formulata a tavolino, ma dalla consapevolezza della necessità di tradurre la fede e l’azione politica quotidiana nella concretezza storica dell’azione sociale. Il popolarismo di Sturzo nasce dal basso, ovvero dell’attività amministrativa, dal contatto diretto con le lotte contadine, dalla difesa dei ceti medio-bassi, ed è sostenuto da un programma concreto costruito sulla base di un’idea di futuro, del Paese e del mondo.

Attenzione alla politica interna, dunque, espressa ad esempio nella promozione per l’integrità della famiglia, nel voto alle donne, nell’assistenza e nella protezione dell’infanzia, nella soluzione del problema del mezzogiorno, al decentramento amministrativo e alla libertà d’insegnamento. 

C’è tanta attualità in questa visione. Penso, ad esempio, ad un ripensamento complessivo del sistema del welfare in un’ottica realmente sussidiaria che, a partire dai bisogni delle famiglie, sia capace di estendere le tutele essenziali a tutti i cittadini accompagnandoli nell’intero arco della vita; penso poi alla necessità di ricreare un’economia che guarda con maggiore attenzione ai territori,  a un sistema di lavoro che risponda alle aspirazioni e ai diritti delle persone, piuttosto che a logiche prettamente economiciste e a regole di mercato; penso alla difficoltà delle donne nel mondo del lavoro, alla disoccupazione giovanile o agli indicatori che vedono alcune regioni del Nord vicine all’Europa ed altre del Sud, anche se non tutte, sempre più distanti

Ecco, sì, dobbiamo pensare all’Europa. La prima parte dell’Appello di don Luigi Sturzo è evidentemente proiettata su un livello globale quando parla della necessità di evitare nuove guerre, della Società delle Nazioni, dei 14 punti di Wilson. Nelle sue parole c’è già la visione di un progetto di Europa Unita in nome della pace e dello sviluppo, come poi è avvenuto con la nascita dell’Unione europea. Purtroppo, è sotto gli occhi di tutti che negli anni gli stati piuttosto che camminare sulla strada dell’integrazione si sono indirizzati verso una maggiore autonomia, acuita dalla teorizzazione del sovranismo e dai nazionalismi. Ancora oggi, con l’aggravamento dei conflitti che si stanno drammaticamente susseguendo su scala mondiale, stiamo assistendo ad una risposta dell’Europa essenzialmente di natura economico-finanziaria, non politica. Di fronte alle numerose sfide che ormai sono di carattere internazionale – dall’immigrazione alla povertà, dal clima ai mercati alla finanza – i fondamenti del progetto Sturziano possono essere la base dalla quale i cattolici possono riprendere il cammino, promuovendo un’idea di Europa intesa non come una matrigna che nega la sovranità dei singoli Paesi, ma come una comunità coesa in cui le persone e le merci possono circolare liberamente garantendo il maggior benessere delle persone. 

Certo è che i cittadini devono assumersi la responsabilità di scegliere alle urne il destino dell’Europa, e non solo dell’Europa ovviamente. E certamente chi fa politica non si può “rassegnare” di fronte ad una crisi ormai strutturale, etica e culturale che ha portato al crollo dei grandi partiti del Novecento e al diffondersi allarmante di un populismo che, insieme all’antipolitica, sta mettendo in crisi gli organismi stessi della democrazia rappresentativa. Se l’elettorato è sempre più disorientato e spinto verso la disaffezione e al non voto, non è soltanto a causa dell’esasperazione sociale dovuta al perdurare della crisi economica, ma anche del fatto che la formazione politica è sempre più debole e spesso avulsa dalla storia. Torniamo a riflettere seriamente:  le libere elezioni di per sé non selezionano né tantomeno formano una classe politica competente, questo è compito dei partiti farlo.  

Infine, nonostante le difficoltà siano evidenti, sono convinta dell’urgenza di rigenerare una proposta condivisa che, superando ogni estremismo e radicalizzazione, si riposizioni al centro puntando sulla convergenza dei contenuti, prima che dei contenitori, unendo i percorsi e le persone che guardano ad un futuro fatto di democrazia, uguaglianza, cittadinanza, Europa. La stessa “rivoluzione” di papa Francesco richiama all’autenticità della fede ed apre orizzonti nuovi anche all’impegno sociale e politico dei cristiani, quando afferma che “la politica, tanto denigrata è una vocazione altissima, è una delle forme più preziose della carità, perché cerca il bene comune”,

Se è vero, come lo è, che la creatività è stato un elemento di forza dell’esperienza sturziana, allora la sua storia ci insegna che dobbiamo tornare ad essere creativi.

Il testo qui pubblicato ha fatto da traccia all’intervento di Donatella Porzio al convegno di Tempi Nuovi su “Luigi Sturzo tra progressisti e conservatori” svoltosi a Viterbo giovedì 18 gennaio u.s. Il video che riporta l’intero dibattito è disponibile sul canale su YouTube de “Il Domani d’Italia” (https://www.youtube.com/live/G4_jH5N7j_E?feature=shared)

Luigi Sturzo e Maria Montessori, la storia di un’amicizia tra visionari.

Il 6 maggio 1952, nella cittadina olandese di Noordwijk, si spegneva Maria Montessori. A distanza di alcuni giorni dalla morte, don Luigi Sturzo affidava alle pagine del periodico “La Via”, una sua devota commemorazione dal titolo “Ricordando Maria Montessori”.

Ci si riferisce ad un tempo in cui la scuola doveva affrontare sfide e problemi importanti. In questo scenario, il pensiero visionario e travolgente della Montessori rappresentava una bussola fondamentale che solo una personalità scomoda e coraggiosa come Sturzo poteva cogliere e trasformare in un’opportunità per orientarsi nell’agire pedagogico. Dalla sua riflessione emergevano, dunque, le affinità tra sua la pedagogia e il metodo della Montessori volto a favorire la libertà di diventare se stessi (Lucangeli, 2022). In effetti, don Sturzo ebbe una certa sensibilità per le questioni dell’educazione e dell’istruzione, contemplati come principi costituenti dello sviluppo della personalità e della cultura di un popolo che aspirava a essere veramente libero e forte.

In queste pagine, Sturzo rileggeva in qualche modo il suo impegno sociale e politico che aveva indirizzato al mondo della scuola, a partire dal 1907 quando già da due anni era Prosindaco di Caltagirone (1905-1920) sostenendo che «la scuola mi interessava più di ogni altro ramo dell’amministrazione: non invano avevo insegnato per dodici anni al seminario vescovile, ed avevo già fatto le prime battaglie per la libertà della scuola». In questa prospettiva, occorre ricordare l’esperienza che fece tra il 1912 e il 1917 a capo della Federazione regionale siciliana dell’Associazione magistrale “Nicolò Tommaseo”, un’organizzazione che si inseriva nel solco della più ampia storia del movimento cattolico novecentesco e che per il sacerdote calatino rappresentò una sorta di apprendistato per conoscere e approfondire i problemi e le opportunità dell’istituzione scolastica. Nel ruolo di primo cittadino del suo comune «fece introdurre nella scuola primaria l’educazione artistica, il canto, la recitazione e la ginnastica, evidentemente attento alle idee nuove della pedagogia del tempo […]», anche nel rispetto, verosimilmente, del pensiero del suo conterraneo Giuseppe Lombardo Radice (Dessardo, 2022).

Don Sturzo conosceva Roma, si era trasferito da Caltagirone per studiare Teologia all’Università Gregoriana (si laureò nel 1898) ed era entrato in contatto con personalità importanti dell’associazionismo cattolico come don Romolo Murri e Giuseppe Toniolo. In seguito, riprese a frequentare con maggiore assiduità la capitale, in virtù del suo ruolo di amministratore locale e del suo impegno nell’associazione nazionale dei comuni. Nell’articolo si può rintracciare la testimonianza dell’incontro con Maria Montessori che sopraggiunse proprio in quella fase della sua vita, dopo aver ricevuto l’invito a visitare la “casa dei bambini” realizzata nel quartiere San Lorenzo: pur essendo consapevole che «sospetti di naturalismo ne avevano ostacolato l’iniziativa», decise di visitare le scuole per rendersi conto «del tipo di scuola e delle ragioni del metodo». Si recò più volte in quel luogo e il suo «interessamento si accrebbe di volta in volta; e Maria Montessori non dimenticò mai il piccolo prete che per il primo aveva preso diretto interesse alla sua iniziativa, l’aveva incoraggiata, ed aveva affermato che nessuna pregiudiziale anticristiana fosse alla base di quell’insegnamento; cosa che poteva essere introdotta in questo ed altri metodi da maestri non credenti». Tra i due non ci furono altre occasioni di ritrovo dopo quel periodo iniziale, se non durante il primo dopoguerra, sempre a Roma «per conoscere i progressi delle sue molteplici iniziative». Nel frattempo arrivò il fascismo e così l’incontro si rinnovò nel giugno del 1925 a Londra dove Sturzo, in quel tempo, trascorreva il suo esilio ospite presso i padri serviti in Fulham Road. Durante quella visita tanto piacevole quanto inattesa si parlò «soprattutto dell’Italia, e delle vicende nostre e dello sviluppo del metodo Montessori nel mondo, e dei piani del futuro e ricordammo la visita del prete caltagironese alla scoletta di S. Lorenzo […]».

Nella stessa disamina si chiedeva anche del perché «da quarantacinque anni ad oggi, il metodo Montessori non sia stato diffuso nelle scuole italiane» e il suo riscontro appariva piuttosto amaro: «Allora come oggi, debbo dare la stessa risposta: si tratta di vizio organico del nostro insegnamento: manca la libertà; si vuole l’uniformità; quella imposta da burocrati e sanzionata da politici. Manca anche l’interessamento pubblico ai problemi scolastici; alla loro tecnica, all’adeguamento dei metodi alle moderne esigenze». Per concludere affermando che forse c’era di più: «Una diffidenza verso lo spirito di libertà e di autonomia della persona umana che è alla base del metodo Montessori. Si parla tanto di libertà e di difesa della libertà, ma si è addirittura soffocati dallo spirito vincolistico di ogni attività associata dove mette la mano lo Stato; dalla economia che precipita nel dirigismo, alla politica, che marcia verso la partitocrazia, alla scuola che è monopolizzata dallo Stato e di conseguenza burocratizzata». 

Ciò che di Sturzo ci interessa ancor oggi e che vale la pena ricordare, ha sostenuto don Massimo Naro, «si può rappresentare con la metafora della luce delle stelle morte. Questo paradossale fenomeno astrofisico consiste nel fatto che la luce delle stelle – che vediamo di notte accendersi nel cielo e che da sempre aiuta chi sa leggere la mappa celeste a orientarsi nel proprio cammino – ci raggiunge da un luogo così lontano da equivalere pure a un passato temporale distante da noi miliardi di anni: le stelle che la emanano (meglio: che la emanarono) non esistono più, sono implose, sono morte appunto. Ma la loro luce ci raggiunge qui e ora». E ci illumina e ci guida nel comprendere meglio l’attualità della riflessione politica di don Sturzo, proprio come affermato da don Naro nel corso del suo intervento di apertura dei lavori dell’iniziativa organizzata dagli amici Beppe Fioroni e Lucio D’Ubaldo che si è tenuta a Viterbo lo scorso 18 gennaio, in occasione del 105° anniversario dell’Appello ai liberi e forti.

Nel suo “testamento pedagogico”, don Lorenzo Milani raccomandava ai suoi ragazzi: «[…] tutti sapete cosa vi ho raccontato sempre: fate scuola, fate scuola; ma non come me, fatela come vi richiederanno le circostanze. Guai se vi diranno: il Priore avrebbe fatto in un altro modo. Non date retta, fateli star zitti, voi dovrete agire come vi suggerirà l’ambiente e l’epoca in cui vivrete. Essere fedeli a un morto è la peggiore infedeltà».

L’errore di Elly. La dama di Cleopatra e la scacchiera degli Italici.

Nell’attesa non proprio spasmodica di un possibile incontro tra le due donne di Cesare, Elly della Helvetia da volenterosa contendente fa una mossa quando ancora non è iniziata la partita e non è stato fissato il luogo dell’incontro. E sbaglia tattica e strategia in un sol colpo.  

Primo si affida senza pensarci troppo agli Italici e non ai suoi prudenti Helvetici, che le illustrano le regole del gioco in una non modesta mansio dell’Impero. Costoro che hanno apparecchiato l’incontro al meglio, non si sa per quale ragione poi, sono pronti ad illustrare le regole del gioco degli scacchi! E sì perché essendo poco informati sulle preferenze della regina Cleopatra oppure convinti di conoscerla molto bene, hanno inteso con orecchio mal posto che si trattava di giocare su una scacchiera. 

Giusto, se non fosse che sulla scacchiera, come il popolo sovrano sa, si possono giocare due giochi diversi. Si sono fatti trovare con manuali e resoconti di partite giocate da loro negli scontri passati; belli e pronti per ogni possibile tattica per il giorno dell’incontro. Ed Elly, che di scacchiera è davvero poco esperta, ma non era tra i requisiti che le aveva chiesto Cesare per affidarle l’incarico, va a sentire gli Italici esperti di altro gioco, secondo errore. Cesare è astuto come una volpe e senza spingere troppo le circostanze, sapeva che prima o poi le due donne sarebbe venute in armi (seppure nel gioco) e che delle due la Regina Cleopatra partiva avvantaggiata. 

Se solo gli Italici avessero avuto orecchio pronto e meno supponenza, avrebbero scoperto che nel regno d’Egitto si è inventata la scacchiera e che la regina Cleopatra da par suo è nella dama una vera esperta, venendo dal popolo e seppure investita regina d’Egitto non ha dimenticato le origini e i piacevoli passatempi del suo regno. 

Tra i due giochi la dama ha meno regole e tutto sommato di più semplice strategia ma la sua forza è che è diffusa in ogni luogo dell’Impero e il popolo sovrano vi gioca volentieri passando il tempo che avanza dopo il lavoro. Gli scacchi sono pure un passatempo dopo il lavoro, ma avendo regole più complesse richiedono più tempo e possono anche diventare un lavoro per i grandi appassionati. Ed è meno diffuso nell’Impero di Cesare, mentre in altre Regioni del mondo vi giocano con passione anche gente semplice del popolo sovrano. 

Conviene che Elly ascolti gli Helvetici e che costoro si impegnino seriamente per trovare al più presto esperti in dama, quella che gioca il popolo,; e va bene anche un ragazzino che sbaraglia gli anziani non è necessario ringraziando l’umiltà della dama che vi siano tanta scienza per giocare. Tuttavia, vincere la partita non è semplice, occorre allenarsi con noiose ripetizioni di partite, vinte e perse, per imparare quasi come un automatismo, quali mosse fare da pedina in attesa della contromossa dell’avversario. E quando si è dama, correre veloci sui quadri della scacchiera per mangiare pedine e vincere la partita. 

Cesare, che gioca sulla scacchiera in entrambi i giochi, ha la sua preferita ovvio, sulla quale ha fatto la sua puntata. Il popolo sovrano invece, avendo pochi sesterzi da impegnare, si accontenta della possibile emozione che la partita potrebbe dare. Nel frattempo è intento a procurarsi il panem, secondo il vecchio motto panem et circenses.

Bologna 30 va nella direzione di una integrale qualità di vita

Ha acceso parecchio gli animi a vari livelli in territorio bolognese (oltre che più recentemente anche a livello nazionale grazie alla strumentalizzazione in ottica elettorale da parte del leader della Lega) la polemica sul provvedimento della giunta del Comune di Bologna di estendere a tutto il centro abitato del capoluogo emiliano il limite di circolazione ai 30Km/h già presente da anni in molte aree della città, mantenendo comunque la circolazione a 50Km/h sulle direttrici principali ad alto scorrimento e su altre strade con caratteristiche adeguate.

Personalmente dichiaro immediatamente, da cittadino di nascita e di residenza nel Comune in questione, di essere assolutamente a favore della norma in oggetto per una serie di motivi.

Motivi che sostanzialmente costituiscono il corollario di una riflessione sul quello che, credo, sarà l’ineluttabile evoluzione che presto o tardi dovranno compiere tutte quelle città che negli anni a venire vorranno porre attenzione e cura prioritaria alla qualità della vita della propria comunità.

E ciò, per forza di cose, dovrà essere una “qualità di vita integrale” ovvero da perseguirsi agendo anche su aspetti della quotidiana vita comune. Questi, fino ad oggi, sono stati lasciati in secondo piano o considerati addirittura come un fastidio e un ostacolo rispetto all’evolversi e all’estremizzarsi di un modello socio-economico iperindividualista, che ha mostrato invece tutto il suo fallimento e la sua non sostenibilità economica, ambientale e soprattutto sociale.

Una qualità integrale che richiede fin da oggi una decisa azione volta riequilibrare la distribuzione di tutti quegli “spazi” e “tempi” di vita che così profondamente sono stati stravolti nel corso degli ultimi decenni.

È lampante che tale azione di bilanciamento non possa prescindere da un profondo ripensamento della mobilità cittadina, potendo sfruttare il vantaggio, tra l’altro, di attingere alle esperienze di una sempre crescente schiera di città europee avanzate dove si è già realizzato tale cambiamento, con un diffuso e consolidato successo.

Bene ha fatto quindi la giunta Lepore a portare avanti questa misura che, al contrario di quanto affermato da alcuni detrattori, interessati e non, era ben nota alla cittadinanza in quanto pilastro del programma elettorale con cui il sindaco in carica nell’ottobre 2021 ha vinto al primo turno con oltre il 60%.

Meno bene, forse, l’amministrazione ha fatto in termini comunicativi e di coinvolgimento dei cittadini. Una misura che impatta sulle abitudini quotidiane in modo sicuramente massiccio avrebbe forse meritato un strategia comunicativa più visibile, più partecipativa e più coinvolgente. Inoltre il fatto che si stia parlando nella fattispecie di un limite di velocità (e quindi sostanzialmente di una norma coercitiva) non esclude però che si sarebbe potuto opportunamente studiare nei confronti di tutti gli utenti della strada qualche strumento di c.d. “nudge” (o spinta gentile) che avrebbero probabilmente reso meno “traumatico” tale passaggio.

Una maggiore attenzione su tale piano avrebbe inoltre evidenziato e valorizzato maggiormente agli occhi dell’opinione pubblica i dati scientifici e gli investimenti amministrativi collegati che corroborano e completano la bontà della misura.

L’investimento effettuato, per esempio, sulla nuova centrale di controllo semaforico (che sfrutta in tempo reale una nuova fitta rete di spire di rilevazione in un’ottica di Smart City) permetterà, nonostante questo possa sembrare controintuitivo, di fluidificare il flusso del traffico anche abbassando il limite di velocità in una città in cui comunque la media per spostamento urbano è stata fino ad oggi di 22 Km/h.

Probabilmente rimane fermo l’aspetto più importante ovvero l’abissale differenza, tra le due velocità massime, nel tasso di sopravvivenza di un pedone in caso di impatto (1 su 10 ai 50Km/h vs 9 su 10 ai 30Km/h), come rilevato da studi della World Health Organization.

Conforta in verità che sondaggi effettuati da istituti demoscopici con campionature statistiche ponderate (al contrario di quelli a votazione libera ed incontrollata che qualche testata locale ha proposto su proprio sito), come per esempio quello effettuato su un campione nazionale a luglio 2023 da Quorum/YouTrend per SkyTG24 in concomitanza con l’entrata in vigore del provvedimento bolognese, riportino un dato del 51% di favorevoli (40% contrari e 9% “non so”).

D’altra parte, se a guidare i detrattori da tastiera sono da una parte i leader della destra, i quali fanno finta di ignorare che anche diversi loro amministratori sono favorevoli alla misura, e dall’altra i (pochi) manifestanti, sotto al Municipio con la maschera di Milei, ovvero il nuovo vate mondiale dell’iperliberismo e del darwinismo sociale, allora l’ottimismo deve avere pieno diritto di cittadinanza.

Nuova Dc? Tarquinio su “Avvenire” annota e rilancia senza illusioni integraliste.

Le questioni poste dai lettori con i quali dialogo oggi mi spingono a tornare sul tema della qualità e delle modalità del contributo dei cristiani all’azione politica in Italia, in Europa e nella società globale.

Contermo di essere d’avviso opposto rispetto a quello espresso dal lettore Signorini – che mi dispiace di aver dispiaciuto – quando arriva a concludere che ai cristiani «non servono alleanze», ma solo «un partito nuovo che parli ai credenti e li rimetta al centro». Alleanze servono, eccome! Servono e sono servite sempre, anche quando si sono proposti e affermati partiti di raccolta di larga parte del voto cristianamente ispirato: dal 1948 in poi, per riferirci alla nostra storia nazionale, la Dc di De Gasperi e Dossetti – e poi di Moro e Fanfani, di Andreotti e Colombo, di Marcora e Donat Cattin, di Forlani e De Mita – scelse costantemente e a ragion veduta di far proprie le regole liberaldemocratiche, di costruire alleanze con partiti di ispirazione laica e socialista e di dialogare con le opposizioni. Quel soggetto era – parola di Alcide De Gasperi – un «partito di centro che guarda a sinistra».

La Dc italiana favorì questa impostazione anche sulla scena continentale, prima nella Cee e poi nella Ue. Mai da soli, mai soltanto autoreferenziali, mai schierati appena per testimonianza, mai destra illiberale, ma invece – in diversi leader e in molti militanti – “lievito” e, appunto, “sale”. E questo anche se gran parte dell’impasto era allora garantito dalla stessa farina dc macinata in abbondanza (e niente affatto libera dalla pula…) a ogni tornata elettorale.

Non tutti i pani sfornati in quella lunga stagione politica sono stati eccellenti, ma la qualità media è stata notevole. Questo almeno sino quando la capacità di autoriforma della Dc e il senso dello Stato, cioè del bene comune e del rigore personale e di gruppo, sono rimasti saldi e il correntismo non è degenerato nel frazionismo e infine nella stagione delle compagnie di ventura politico-elettorali. Sappiamo, infatti, com’è poi andata.

Torniamo, però, all’oggi, a questo tumultuoso, affascinante e rischioso «cambiamento d’epoca», per dirla con papa Francesco. Esso ha in sé la «necessità storica» di un ritorno alla Dc? Il lettore Carlo Bernini Carri s’interroga, forse propende per il sì, ma auspica comunque, proprio come me, un impegno incisivo ed efficace dei cattolici nelle condizioni date e nella geografia politica attuale segnata da processi di evoluzione e, purtroppo, anche di involuzione sottolineati dal crescente non-voto e dal brusco sorgere e declinare delle leadership. Un impegno rinnovato e illuminato dalla Dottrina sociale della Chiesa che il profetico magistero francescano – le encicliche Laudato si’ e Fratelli tutti e l’esortazione Laudate Deum – ha rinvigorito e incarnato nel nostro tempo e nelle sue urgenze belliche, climatiche, socio-economiche ed esistenziali.

Lo scenario di tale impegno è il mondo, che ovviamente comincia in casa nostra. E qui in Italia, l’ho scritto e lo ripeto, ho la sensazione che siamo all’ultimo giro per un rinato ma non ancora rigenerato bipolarismo.

Se la crisi della politica e della stessa democrazia dovesse accentuarsi, penso anch’io che potrebbe doversi organizzare una sorta di nuova Dc. Potrebbe. Ma se mai accadrà non sarà partito soltanto “cattolico” – nel senso della casa esclusiva di «cristiani credenti (e frequentanti)», per usare un’espressione del lettore Signorini – altrimenti sarebbe piccola cosa. Anche perché lo spazio di manovra s’è fatto angusto, ingombro com’è delle macerie non più della Dc, ma delle formazioni del dopo-Dc. Altrimenti, temo che sarebbe un deposito di ambizioni, più che una “molla”, uno strumento decisivo. Di questo, invece, nel caso ci sarebbe bisogno. E per non pochi, effettivamente, già c’è bisogno.

Alla crescente domanda di visione e di buon governo e all’insoddisfazione di chi rimpiange il meglio del riformismo e della capacità di rappresentanza della Dc e dei suoi compagni di strada cercano di rispondere in modo opposto l’ambizione neocon della postmissina Giorgia Meloni e l’intenzione solidarista della dem Elly Schlein. A mio parere, due tentativi seri di dare nuova stabilità al quadro sbilenco di cui sopra. 

Non ho ricevuto obiezioni per aver qualificato come «neoconservatrice» la svolta di Meloni che, dopo la subitanea presa di potere in Italia, le offre la chance di costruire anche in Europa un ruolo rilevante per sé e la sua destra che è e resta d’impronta nazional-sovranista (ed è in parte riluttante a indossare i nuovi panni, a smettere i vecchi e a rinunciare a nostalgici ammiccamenti). Mi viene invece contestata la scelta di collocare Schlein nel campo «solidarista», che storicamente è stato costruito e abitato sia da socialisti sia da cattolici democratici.

È una polemica che non capisco. Schlein sta lavorando contro correnti interne e politico-mediatiche anche violente per restituire al Pd e, probabilmente, ai Socialisti e Democratici europei un profilo riconoscibile e, appunto, solidarista: su lavoro e salario, sulla coesione sociale, nelle relazioni internazionali e nel cantiere della Ue. Negarlo non ha senso. Certo è un’impresa né semplice né scontata, che richiede grande chiarezza e lucidità nell’individuazione di priorità e opportunità e che, a mio avviso, può riuscire solo con l’inclusione e la valorizzazione delle sensibilità cristiane e civili sui temi della pace e della cura della vita in ogni fase e condizione. La tendenza di alcuni a liquidare la prima donna segretaria del Pd come una specie di ossessionata sindacalista del mondo del “dirittismo” (Igbt etc.) è un errore. Disegnare aspre caricature dell’avversario politico può sembrare conveniente, ma non serve che a rendere più radicale e fuorviante la dialettica politica. Agevolare il disegno di queste caricature è sempre autolesionista.

Chiudo con il nodo fiscale indicato dal lettore Testa, che rimanda alla questione, anche a me molto cara, dei doveri di cittadinanza. Il tema di una tassazione equa e ben proporzionata è più che mai centrale. Mi fa piacere che anche nel nostro Paese sia posto non solo da chi studia e si batte sul terreno delle piccole e grandi disuguaglianze da sanare, ma anche da un folto gruppo di “ricchi” imprenditori e imprenditrici che sostengono convintamente (da qualche anno con periodici pubblici appelli) un sistema tributario informato ai «criteri di progressività» scolpiti nell’art. 53 della Costituzione.

Penso che la realizzazione, finalmente, dell’unione fiscale europea aiuterebbe il cammino dei singoli Stati membri verso la giustizia fiscale, e perciò lontano dalle suggestioni del “tassapiattismo”, quella flat tax che non fa ricche né le persone né le imprese perché finisce per premiare chi ha già di più e svuota le casse che dovrebbero sostenere la sanità, la previdenza, l’istruzione di tutti e per tutti. Sono d’accordo con Testa sul fatto che questo banco di prova può far emergere qualità e senso di un progetto politico.

Un’ultima battuta me la concedo sul refrain ossessivo della totale irrilevanza dei cattolici oggi impegnati nelle istituzioni politiche. Faccio per controbattere soltanto un nome: Sergio Mattarella. Meno male che il Presidente c’è e, con il suo stile e la sua cultura civile e cristiana, vigila sulle regole comuni e rappresenta al meglio la Repubblica di cui siamo cittadini e cittadine.

Sinistra sociale, dove collocarla nel contesto politico attuale?

Uno degli elementi costitutivi e peculiari della presenza dei cattolici nella vita pubblica italiana è indubbiamente quella che viene garantita sul versante sociale. Una presenza che, storicamente nella dinamica politica italiana, è coincisa con la cosiddetta “sinistra sociale” di ispirazione cristiana. Prima Forze Sociali di Giulio Pastore, poi Rinnovamento e, infine, la storica Forze Nuove. Ovvero, la sinistra sociale cattolica di Carlo Donat-Cattin, Franco Marini, Guido Bodrato e Sandro Fontana, per citare solo alcuni leader.

Un’area politica, culturale e sociale decisiva e determinante non solo all’interno della Democrazia Cristina ma anche nel mondo cattolico, nell’universo sociale del nostro paese e nella società italiana. Nello specifico, nel mondo del lavoro, nelle realtà sindacali e tra i ceti popolari. Una storia ed una esperienza importanti che non possono essere banalmente storicizzati o, peggio ancora, qualunquisticamente archiviati.

E questo per la semplice ragione che la cultura politica, il pensiero e la stessa tradizione del cattolicesimo sociale italiano continuano ad avere una straordinaria attualità e modernità. Anche e soprattutto nella società contemporanea. E questo non solo perchè siamo nuovamente di fronte ad una grave ed inquietante ‘questione sociale’ ma anche per il motivo che continuano a mancare quelle politiche sociali che sono e restano decisive per non penalizzare ulteriormente la vita quotidiana dei ceti popolari. E dello stesso ceto medio, sempre più impoverito e ai margini della società. Insomma, si tratta, come diceva sempre Carlo Donat-Cattin di “far sì che l’istanza sociale diventi Stato”.

Ora, se il cattolicesimo sociale continua ad essere un faro che illumina la presenza pubblica dei cattolici nella società contemporanea – soprattutto a livello pre politico e nei luoghi dove il ruolo dei cattolici è sempre più decisivo ed indispensabile – è indubbio che questo patrimonio richiede anche di essere protagonista nella cittadella politica italiana. Non per riprendere o ripetere la gloriosa e nobile esperienza di Forze Nuove ma, semmai, per riproporre una cultura ed un pensiero utili alla politica italiana prima ancora che al cattolicesimo sociale. E, al riguardo, il nodo decisivo da sciogliere resta quello di come e di dove collocare politicamente, oggi, una sinistra sociale di ispirazione cristiana. 

Mancando all’orizzonte un partito identitario ed espressione della sola cultura cattolica, è di tutta evidenza che una sempre più necessaria ed indispensabile sinistra sociale non è compatibile con una sinistra massimalista e radicale, con una destra sovranista, anti europeista e anche un po’ clericale. Per non parlare, com’è altrettanto ovvio e scontato, con un populismo anti politico, demagogico e qualunquista. L’unico spazio, checchè se ne dica, resta quello di un’area politica centrista, plurale, riformista, dinamica e di governo. Uno spazio dove una sinistra sociale cattolica può ancora giocare un ruolo determinante e decisivo.

Ma, al di là della possibile e potenziale collocazione politica, quello che oggi realmente interessa – e che resta anche al centro del dibattito nello stesso mondo cattolico – è quello di rilanciare e riattualizzare un pensiero e una cultura che restano attuali e moderni e di cui la stessa politica italiana ha tremendamente bisogno. Non per nostalgia ma per una fedeltà creativa e coerente con i ‘maestri’ del passato che hanno saputo interpretare e farsi carico di un pensiero che continua ad essere fortemente contemporaneo.

Paesi Baltici, l’avvertimento di Putin è motivo di grande allarme.

Su questo giornale abbiamo già parlato, tempo fa, del Suwalky gap, ovvero quel tratto di circa 80 km che separa la Polonia dalla Lituania e che congiunge Bielorussia e Kaliningrad, enclave russa sul Mar Baltico: se la Russia lo occupasse – azione tutt’altro che impossibile, considerando la subalternità totale di Minsk a Mosca – le tre nazioni baltiche rimarrebbero isolate, separate dai territori NATO che oggi esse possono raggiungere via terra proprio attraverso quel corridoio.

Ebbene, questa preoccupazione che ai più in occidente appariva come una semplice ipotesi di scuola (ma che invece in quei tre paesi è sempre stata considerata con forte preoccupazione) è divenuta ora più concreta, ritenuta possibile se non addirittura probabile dall’intelligence tedesca, come ha riportato Bild, quotidiano di Amburgo a larga diffusione europea. 

Al punto che la NATO nel suo vertice tenuto la scorsa estate proprio a Vilnius, capitale lituana sita a 30 km dal confine bielorusso, ha deciso di tenere nei prossimi mesi una imponente esercitazione militare (cui è stata assegnata una titolazione significativa, Steadfast Defender, Difensore costante)  che impegnerà le forze di tutti i suoi 31 paesi e che si svolgerà in Germania, Polonia e, appunto, in Lituania, Lettonia ed Estonia.

È invece di pochi giorni fa la notizia dell’accordo raggiunto fra questi tre paesi per costituire una “struttura di difesa” posizionata ai confini con Russia e Bielorussia. Una iniziativa avente lo scopo dichiarato di “difendersi da minacce militari” che non solo i politici ma anche la gente comune teme seriamente, e non da oggi. Ancora troppo recente è il ricordo dell’occupazione sovietica, ben presente nelle generazioni di mezzo, oltre che in quelle più anziane, terminata nel 1991 a cinquantun anni dall’annessione definita dal patto Molotov-Ribbentrop. Mezzo secolo di privazione della libertà e di sottomissione che non è stato dimenticato e che genera un costante senso di insicurezza, di timore di una nuova invasione da parte dell’Orso russo.

Timore che si è andato rafforzando nei mesi seguiti all’avvio della cosiddetta “operazione militare speciale” in Ucraina e che è arrivato allo zenit lo scorso settembre allorquando Putin aveva accusato i tre paesi di “propaganda nazista”, ovvero la stessa diffamazione rivolta agli ucraini, aggiungendo che Mosca non avrebbe più consentito alcun attacco ai diritti delle minoranze russe presenti in quei paesi. Avvertimento concretizzato nelle scorse settimane con l’ordine impartito al suo governo di “proteggere i diritti dei russi all’estero e di adottare misure in caso di deportazione illegale” in seguito alla decisione di Riga di esigere un certificato di conoscenza della lingua lettone ai russi e ai bielorussi ai fini del rinnovo del loro permesso di soggiorno.

Imbaldanzito dal miglioramento del fronte di guerra in Ucraina, certo di una vittoria elettorale che lo rinsalderà al potere per i prossimi anni, confidente nel ritorno di Trump alla Casa Bianca, Vladimir Putin guarda al Baltico con gli occhi di chi lo considera il proprio mare. Tutto. 

Non è un caso se Svezia e Finlandia hanno voluto entrare nell’Alleanza Atlantica. E non per caso il comandante delle Forze Armate di Stoccolma ha detto agli svedesi – si spera volendo solo esasperare il concetto per farsi ascoltare dai connazionali – di “prepararsi mentalmente” ad una possibile guerra. Scenari da incubo all’orizzonte. Meglio non sottovalutarli, per agire in modo che tali rimangano senza mai tramutarsi in tragica realtà. Mai.

L’interesse di partito non può prevaricare la libertà di coscienza

Non ci può essere un futuro più umano se la politica va oltre se stessa e pretende di superare il limite ad essa connaturato. Aderire a un partito non significa, né oggi né mai, consegnarsi alla sua signoria su grandi temi afferenti alla coscienza personale, finanche immaginando che l’azione politica, per esempio, obblighi a un vincolo di mandato a riguardo di come concepire e disciplinare il passaggio dalla vita alla morte. Quando questo accade, o rischia di accadere, i cattolici democratici non possono girare la testa dall’altra parte.

Giorni fa, nella ricorrenza della fondazione del Partito popolare {18-19 gennaio 1919), abbiamo ricordato la figura di Luigi Sturzo. Certo, quest’anno sarà bene non dimenticare che egli fu costretto, esattamente un secolo fa, a prendere via dell’esilio. 

Fu l’esito di una battaglia che ebbe nel congresso di Torino del 1923 il momento di massima chiarificazione. In quella circostanza, la scelta dei Popolari di passare all’opposizione del governo Mussolini poggiò sulla denuncia della concezione dello Stato etico, necessariamente pervasivo e autoritario. Sturzo motivò splendidamente le ragioni dell’antitotalitarismo. Dunque il  “partito della libertà”, formula culminante della esperienza democratico cristiana, nasce da questa sorgente ideale che obbliga al rifiuto della visione statolatrica. 

Noi vogliamo tenere fede a questa pregiudiziale, morale e politica, che anzitutto Sturzo ha lasciato in eredità ai Popolari. 

Oggi siamo giunti al punto di dover riaffermare la natura della libertà, ostile di per sé ad ogni assolutizzazione, contro l’artificio prevaricatore di una libertà di tipo giacobino, esito dell’ideologismo che non ammette il dubbio o la riserva, tanto meno il dissenso. Il caso esploso in Veneto a causa del rifiuto di Anna Maria Bigon, consigliera regionale del Pd, di approvare la “legge Zaia” sul fine vita, ha rivelato l’assurdo pregiudizio che subordina platealmente all’interesse di partito la maggiore delle libertà, quella della coscienza. 

È accettabile una censura in nome di un’etica di partito? Siamo al paradosso. Si discute addirittura di provvedimenti disciplinari per il fatto che la Bigon avrebbe dovuto calibrare il suo dissenso, in pratica accettando, con l’uscita dall’aula al momento delle votazioni, di consegnarlo a una dimensione di pura testimonianza, senza alcuna incidenza sull’esito della deliberazione.

Se fosse una questione tutta interna al Pd, potremmo fare a meno di discuterne. È però evidente che l’atteggiamento di un partito, per altro essenziale nel quadro di un sistema alla costante ricerca di nuove regole di equilibrio, è destinato a riverberarsi sul complesso della vita democratica.  Stupisce la leggerezza con la quale il gruppo dirigente del Nazareno sia rimasto a guardare gli sviluppi di una iniziativa che ruotava attorno alla rivendicata adeguatezza della Regione a legiferare, anche in mancanza di una legge cornice del Parlamento, su una materia a dir poco delicata. Stranamente, si contesta l’autonomia differenziata e si avalla, al tempo stesso, un’operazione al cui confronto la differenziazione territoriale alla Calderoli appare un esercizio di politica naïve.

Viene anche da dire, in conclusione, che la legittimità del “centro” nello spazio della democrazia sta proprio in questa superiore aspirazione alla temperanza di valori e realtà, per non scivolare, anche solo involontariamente, nella logica di una libertà senza equilibrio e senza tolleranza. La nostra “libertas” mantiene aperto lo spazio della coscienza, non è l’orpello di una volontà di omologazione in ossequio a ciò che appare o pretende di apparire un simbolo di progresso.

L’educazione alla democrazia contro la politica volgare

L’avvento della comunicazione televisiva e di quella, capillare, realizzata attraverso la rete, ha sicuramente cambiato il modo di “fare politica” e la percezione degli elettori della proposta politica. Tuttavia, il tipo di interazione globale sviluppato attraverso questi nuovi mezzi di comunicazione degenera non solo in un inutile chiacchiericcio ma nell’aggressione, nell’insulto e, talvolta, nella minaccia. 

Si tratta di un fenomeno che si verifica anche nei media più tradizionali e consolidati, come televisione e radio, che possono dar vita a discussioni caratterizzate perfino dall’aggressione verbale e dall’insulto. Siamo di fronte a quella che Maurizio Bettini definisce “comunicazione volgare”. Ebbene, la comunicazione politica spesso degenera in una comunicazione volgare, espressione di una politica volgare. Di una politica ridotta a merce, come avvenuto con il berlusconismo. Di una politica controllata dalle logiche del marketing. 

È una politica volgare perché priva di un substrato valoriale in grado di offrire la giusta base a programmi e proposte che siano svincolate da mere logiche elettorali. È una politica volgare perché rifiuta il dialogo, che presuppone apertura e disponibilità all’altro e, soprattutto, capacità di mettersi in discussione. Paradossalmente, durante la campagna elettorale, il legislatore impone il dialogo e il confronto, che, tuttavia, quando ci sono, si svolgono spesso all’insegna di un linguaggio sciatto e aggressivo, anche in quelle occasioni e in quegli spazi comunicativi che un tempo richiedevano almeno il possesso della sintassi.

Il problema di fondo è l’assenza di una educazione alla democrazia. Che significa: educazione alla cittadinanza, che richiede il passaggio da una cultura da sudditi – tipica del populismo – orientata verso i benefici che l’elettore o gruppi di interessi sperano di trarre dal sistema politico, alla cultura partecipante, propria di quegli elettori che considerano fondamentale impegnarsi nell’articolazione delle domande e nella formazione delle decisioni.

Ritornano attuali le parole di Aldo Moro che, nella seduta di giovedì 13 marzo 1947 in Assemblea costituente, ricorda la funzione pedagogica della Costituzione per un popolo diseducato alla libertà e alla convivenza civile dopo vent’anni di fascismo. Moro richiamava, in tal senso, l’importante ruolo dei partiti auspicando il superamento delle divergenze ideologiche. Ebbene, a quasi ottant’anni da quel discorso e con una Costituzione che garantisce i diritti civili, si tratta di combattere l’apatia civica, che si manifesta con il crescente astensionismo. In questa direzione, il partito dovrebbe ritornare ad educare alla cittadinanza. Ma prima è necessario che riscopra la sua originaria vocazione di anello di congiunzione tra gli elettori e le istituzioni democratiche rappresentative.

Diventa fondamentale, allora, ripensare il partito, quale formazione sociale di cui all’articolo 2 della Costituzione. Un partito che formi il cittadino. Un partito che educhi a quei valori universali su cui si ispira il personalismo cattolico, quali la centralità della persona e la solidarietà. Un partito che sia democratico al suo interno e, quindi, non sia espressione di un capo. Norberto Bobbio ci insegna che “L’avanzata della democrazia si misurerà dalla conquista degli spazi ancora occupati da centri di potere non democratico”. E la personalizzazione del partito è fenomeno attuale che indica la presenza di centri di potere non democratico.

Cassazione, saluto fascista ed una Estrella morente

Nessuna meglio di lei, la cantante Estrella Morente, ha saputo cantare un pezzo che l’ha resa celebre e che ha per titolo “Nostalgias”. Nel testo si legge del dolore e “dell’angoscia di sentirsi abbandonati”. “Voglio farmi ubriacare il cuore per dopo essere in grado di offrire per i fallimenti dell’amore”…o della storia, potremmo aggiungere noi. 

La voce di “Stella morente” fotografa bene un sentimento che opprime e commuove l’uomo forse da quando ha razionalizzato la capacità di memoria.

Sembra di aver compreso che la sentenza della Cassazione ha detto che il saluto fascista, lì dove non prefigura un contesto di pericolo, è sostanzialmente ammissibile. 

Non si tratterebbe insomma di apologia ma di commemorazione o di celebrazione. La rilevanza del fatto si avrebbe se ci fosse la volontà nella specifica occasione di ricostituire il partito fascista. 

Ora sarebbe difficile nella circostanza intervistare ciascuno dei partecipanti ad un’adunata commemorativa per chiedere se sia o meno desideroso di rimettere in piedi la gloria del fascio di un tempo. Sbagliando, si ha l’impressione che almeno di primo istinto la risposta sarebbe per la maggior parte affermativa.

È una sentenza di compromesso che non aiuta la stessa magistratura che sarà chiamata caso per caso ad accertare le intenzioni e gli umori di ogni iniziativa condita dal saluto romano. Una faticaccia inumana a cui apprestarsi per il futuro.

Commemorare è un richiamo alla memoria, è celebrare, un affollarsi in occasione di un festeggiamento, solennizzandolo con ogni forma di onore. Già questo suscita almeno una perplessità. Si potrebbe su questa strada rendere omaggio anche ad episodi aberranti anche in mancanza di volontà di produrne altri di stessa fattura.

È possibile che la Cassazione si sia affidata al conforto piuttosto dell’idea di un retaggio storico destinato a perdere colpi nel corso degli anni.

“Ultimi fuochi”, “Le urla del silenzio”, “Ultime grida dalla savana” e chissà ancora quanti titoli di film richiamano per libera associazione la situazione di cui la legge si è dovuta occupare. Facciamo bollire nel loro brodo primordiale gli ultimi aneliti ad un passato mai più proponibile e il fuoco lentamente si spegnerà. 

Si tratta di frange irrilevanti che si infrangeranno contro la realtà di una storia che li ha superati di molte lunghezze e che va avanti a meno che, in mancanza d’altro, la nostalgia non faccia qualche improvviso scherzo agitando la sua coda con imprevisti fendenti. 

Sta alla politica e non alla magistratura riempire costantemente il campo di contenuti positivi che non lascino spazio ai propositivi interpreti del braccio teso, che tende verso altri fasti e che non è disteso e conciliante verso la storia che ora vivono quotidianamente. Vivono il presente come un diritto leso e avvertono il peso di una realtà in cui oggi non si riconoscono. 

In qualche modo la pronuncia della Cassazione è stata anche di una terribile sottesa ferocia. Ha sentenziato l’assoluta irrilevanza dei gruppuscoli fascisti che ancora resistono ad un mondo che li ha da tempo sorpassati. Che si sbraccino o meno sono insignificanti e ininfluenti. Schiamazzino un po’ in uno di quei raduni che a loro tanto piacciono, a noi paese ci è indifferente per il nulla che contano. 

Del resto ricordano quella “gag” di Carlo Verdone quando imitando il vecchio stile retorico di un discorso rivolto alla piazza per bocca del politico di turno usava come fatale refrain “una opinione pubblica italiana sempre tesa al miglioramento, sempre tesa al progresso civile e culturale… una speranza sempre tesa alla certezza, sempre tesa…”.

Il saluto fascista è ormai una “Estrella morente”, un residuato bellico ormai inoffensivo: ne vediamo ancora un triste bagliore perché ci arriva da un segnale che aveva vivezza appena meno di un secolo fa. Sarà così?

Dibattito | I cattolici popolari si muovono ma in ordine sparso.

Si moltiplicano le iniziative per la ricomposizione politica dell’area cattolica dc e popolare. Aveva avviato il confronto Iniziativa Popolare, il 15 Gennaio, in una riunione nella quale gli Onn. Tassone e Gemelli, con Mattia Orioli, avevano presentato un documento politico che sarà esaminato dai diversi partiti e movimenti, avendo già incontrato l’adesione degli amici della Dc guidata da Cuffaro e Grassi. Il 18 Gennaio, Tempi Nuovi ha organizzato un interessante convegno sul tema “L’ Appello di Sturzo tra progressisti e conservatori”, al quale hanno partecipato, tra gli altri, gli Onn.Gozi e Fioroni. Ho potuto assistere online all’incontro, coordinato dal sen D’Ubaldo, insieme ad altri amici, per comprendere la direzione che Tempi Nuovi intende assumere in vista dei prossimi  impegni elettorali.

Con l’intervento dell’On. Gozi si è confermata la scelta del movimento a far parte del partito Renew Europe a livello europeo, in alternativa al Pse e al Ppe.

Come ho avuto modo di evidenziare in altri articoli, questa decisione non favorisce il processo di ricomposizione politica dei Dc e Popolari, e, personalmente, trovo assai difficile conciliare la scelta di continuità col popolarismo sturziano insieme a un partito, quello egemonizzato da Macron, ossia da uno degli esponenti più qualificati dei poteri finanziari europei e internazionali. Continuo a ritenere che l’area politica di riferimento dei dc e popolari in Europa non possa che essere quella del Ppe, il partito che ha avuto come figure di riferimento i grandi leader dc: De Gasperi, Adenauer, Monnet e Schuman. Un partito che poggia i suoi riferimenti valoriali sui principi della dottrina sociale cristiana della centralità della persone e dei corpi intermedi, della solidarietà e sussidiarietà.

Comprendo che la scelta con Gozi e Calenda possa facilitare la presentazione di candidature alle europee e la possibilità di superare il tetto del 4 % per l’eventuale elezione di candidati, ma vale la pena impedire o, quanto meno rinviare, il processo di ricomposizione politica della nostra area, per qualche candidatura su una lista destinata  a consegnare, nell’ipotesi migliore, qualche deputato in più a Macron? Tempi Nuovi conferma, dopo il convegno di ieri, la sua scelta di collaborazione con la sinistra inserendosi a livello europeo in contrapposizione al Ppe. 

Netta, invece, la scelta per il Ppe di Iniziativa Popolare e della Dc di Cuffaro. 

Credo, ahimè, che non saranno le elezioni europee l’occasione per mettere in campo una lista unitaria dei dc e popolari, se, alla fine, prevarrà come sembra, la via più facile per la presentazione di candidature e le speranze di elezione. Più opportune e interessanti le scadenze elettorali regionali e amministrativo locali, in preparazione delle quali, servirà attivare con urgenza iniziative di confronto e  dialogo tra le diverse realtà rappresentative della nostra area culturale e sociale in quelle sedi.

È tempo di formulare proposte di programma ispirate dai nostri principi, tenendo presente le attese della povera gente, vittima di politiche del governo della destra, sempre più promotori di ingiustizia sociale, e a quelli dei ceti medi, sempre più impoveriti e vittime di un’anomia sociale nella quale si impone una netta divaricazione tra i mezzi disponibili e i fini che la società propone come modelli da perseguire; il venir meno delle regole e del ruolo dei corpi intermedi. In una parola, la condizione che favorisce il distacco progressivo dalla politica di questi ceti, il disimpegno elettorale e, dopo l’illusione del voto al Cavaliere e alla Lega prima, e nel 2022 alla destra meloniana, alla renitenza sempre più accentuata al voto.

È tempo di chiamare a raccolta quanti, ispirandosi ai valori del popolarismo sturziano e degasperiano, e alla migliore tradizione democratico cristiana, intendono concorrere alla nascita di un centro politico nuovo, capace di saldare gli interessi e i valori dei ceti medi produttivi e delle classi popolari, in alternativa alla destra nazionalista e sovranista e alla sinistra all’affannosa ricerca della propria identità.

L’Europa da speranza deve diventare realtà

“L’Europa è la speranza-Scegliete la vostra Europa” diceva il manifesto disegnato da Jean-Michel Folon in occasione delle prime elezioni dirette del Parlamento europeo, il 10 giugno 1979. Manifesto “istituzionale”, adottato per tutti i Paesi, nove, che allora costituivano la Comunità Europea, e per tutte le forze politiche che nei singoli Paesi parteciparono a quella competizione elettorale. Era un passaggio istituzionale atteso da anni, la chiamata alle urne dei popoli dell’Europa, per sancire in maniera inequivocabile l’avvio della riforma delle Istituzioni Comunitarie e realizzare l’Unione Europea. E così fu percepito dall’elettorato italiano, esercizio democratico distinto dalle Elezioni politiche nazionali svoltesi appena una settimana prima, il 3 giugno, ed altrettanto importante nonostante le due scadenze fossero così ravvicinate, ben 34 milioni e 982 mila elettori tornarono a votare, solo due in meno dei 36 milioni e 670 mila andati a votare per il Parlamento nazionale. La campagna elettorale specifica per le elezioni europee ebbe nemmeno una settimana a disposizione, meno dura nei toni, di quella per le politiche, una tornata peraltro molto combattuta tra i due principali partiti (la Dc ottenne il 38,3 % ed il PCI il 30,4 % ed invece nelle Europee, rispettivamente il 36,5 e 29,6), e resa difficile dalla novità della suddivisione della Penisola in soli cinque collegi elettorali, amplissimi  rispetto a quelli tradizionali, eppure campagna elettorale caratterizzata da partecipazione massiccia anche ai comizi in piazza.

È opinione unanimemente condivisa che tra i cittadini italiani fosse allora, e certo più di oggi, fortemente maggioritaria l’adesione agli “ideali europei”: merito della storia, della cultura, della abitudine alla ibridazione ed alla inclusione, che hanno caratterizzato per millenni la vita degli abitanti della Penisola, merito poi degli intellettuali e dei politici precursori del federalismo europeo. Gli italiani infatti arrivarono intellettualmente attrezzati alle varie tappe dell’integrazione del nostro Continente, susseguitesi dalla fine della Seconda guerra mondiale. Non sorprende più di tanto quindi che già nel marzo 1976, la Democrazia Cristiana, al termine del suo 13 ° Congresso Nazionale (che vide eletto Zaccagnini con il 51,6 % dei voti congressuali contro il 48,4% raccolti da Forlani) avesse approvato all’unanimità una Mozione sull’Europa, nella quale tra l’altro si diceva: “… il Congresso…convinto che l’unificazione federale e democratica dell’Europa è l’unica valida risposta alle sfide e alle tensioni internazionali sul piano politico, economico e monetario, e dà un costruttivo apporto sia alla distensione e allo sviluppo dei popoli, nella libertà e nella sicurezza, sia alla stessa crescita civile del nostro Paese, considera la formazione di un Governo europeo, responsabile di fronte al Parlamento che sarà eletto direttamente, – con reali ed adeguati poteri che gli consentano di svolgere una funzione costituente – condizione indispensabile per dare coesione irreversibile all’Unione politica europea etc…” (Mozione firmata da: Andreotti, Bodrato, Cossiga, Colombo, Forlani, Piccoli, Zaccagnini). E tutto il materiale prodotto dalla Dc italiana e dal Partito Popolare Europeo in preparazione alle elezioni del 1979, è su questa linea innovativa, frutto anche della autorevolezza di cui godeva la Dc italiana all’interno del Ppe.

Non è questa la sede per analizzare perché e in che misura sia diminuito il favore degli italiani verso l’europeismo, perché il Parlamento europeo eletto nel 1979 e nelle otto successive tornate elettorali sia sostanzialmente rimasto privo di poteri reali, o perlomeno quelli che l’opinione pubblica si attendeva che avrebbe esercitato, perché si sia interrotto il percorso di riforma istituzionale per rendere l’Europa realmente unita nel governo della politica estera, di difesa, sociale, economica e così via. Unanimemente ne prendiamo atto, in molti ne cogliamo le conseguenze negative sul piano internazionale ed interno, convinti che l’allargamento dell’Ue a 27 Paesi, e destinato a crescere, giustificato da ben valide ragioni ma realizzato con modalità non meditate e spesso utilizzato per camuffare la perdita di interesse per il rafforzamento istituzionale in senso federale, non debba annullare l’obiettivo di un’Europa dei Popoli. Ben differente dall’Europa cresciuta per “accumulo”, banale sommatoria degli Stati, mediante scelte guidate dalle spinte prevalenti ed un approccio funzionalista teso a risolvere il problema del momento, senza più porsi il problema di chi decide in Europa e a nome dell’Europa, lasciando sempre più spazi di potere alle burocrazie ed alle lobbies. Strapotere facilitato dalla confusione istituzionale europea: basti pensare che c’è perfino, per i più, il rischio di confondere il Consiglio europeo con il Consiglio d’Europa (Organizzazione internazionale con sede anch’essa a Strasburgo, nel palazzo dell’Europa, ha lo scopo di promuovere la democrazia, i diritti umani, l’identità culturale europea, ed è costituita da 46 Stati membri, di cui 27 fanno parte dell’Unione Europea). Fatta chiarezza su questo primo inciampo e limitandoci agli organi esecutivi dell’Ue, troviamo: il Consiglio europeo che definisce le priorità e le strategie, il Consiglio dell’Ue che esercita una funzione legislativa e di bilancio, la Commissione Europea che è il braccio esecutivo dell’Ue, con competenze esclusive per le normative europee, l’esecuzione delle decisioni del P.E. e del Consiglio dell’Ue, la Presidenza del Consiglio dei Ministri dell’Ue esercitata a turno dai vari Stati membri, con durata semestrale e con la particolarità della condivisione trinitaria da parte del presidente di turno insieme al turnista precedente ed al turnista successivo designato. Potrei continuare ricordando la necessità della abolizione del diritto di veto da parte di uno Stato membro, come pure della unanimità degli Stati nelle decisioni, in una situazione generale che provoca fatalmente confusione, immobilismo, sfiducia, da cui si potrà uscire solo affidando al nuovo Parlamento europeo eletto il prossimo 9 giugno una funzione costituente.  

Di tutto questo c’è sufficiente consapevolezza in Europa, da parte di politici, studiosi, funzionari pubblici, gruppi dirigenti dell’imprenditoria e delle forze sociali, ma per quanto riguarda l’opinione pubblica italiana, davvero poche sono state le occasioni che hanno offerto spunti di riflessione e proposta, ad eccezione delle prese di posizione, autorevoli ed apprezzate all’estero ma inascoltate dai politici nostrani, dei presidenti Mattarella, Sassoli e Draghi, a favore di una trasformazione dell’Unione in senso federale. Ecco perché abbiamo pensato utile organizzare una occasione di approfondimento e dibattito, per cercare di introdurre tematiche e proposte, in vista delle elezioni europee dell’8 e 9 giugno, convinti come siamo che “giocarsi” il rinnovo del Parlamento europeo parlando, come purtroppo i Partiti italiani stanno facendo, solo di argomenti “domestici” per lo più affrontati con toni da pettegolezzo e linguaggi da bega paesana, non aiuta di certo la consapevolezza e la soluzione dei grandi temi, spesso drammatici, che il futuro immediato imporrà all’Europa di affrontare, ed allontana ulteriormente la maturazione delle scelte innovative di cui l’Europa ha bisogno. Né ci sarà l’occasione, che pure potrebbe venir offerta dall’essere il voto europeo capace, per la sua valenza sovranazionale ed anche per la maggiore potenzialità di coinvolgimento offerta dal sistema proporzionale con preferenze, di riportare al voto almeno parte dei tanti milioni di elettori ormai cronicamente astensionisti e di motivare al voto i giovani, i quali peraltro si sentono nativi europei pur senza consapevolezza politica. Le elezioni europee sono ormai vicine, ma l’attenzione degli italiani è dirottata verso temi strumentali quali le candidature: non una proposta, finora, da parte delle forze politiche italiane, sui grandi temi del futuro dell’Europa, a partire dalla riforma istituzionale dell’Ue, non un tentativo di parlare all’elettorato intero, non solo a quello (il 50% a malapena del totale) che va a votare normalmente, continuando i Partiti a ragionare con lo sguardo rivolto al recinto del Parlamento nazionale. Occorre invece una proposta politica pensata con una nuova ottica, globale ed anzitutto europea, non solo perché ci sono a breve le elezioni del Parlamento europeo, ma perché il mondo sempre più interconnesso e basato sulla mobilità dei cervelli, delle tecnologie e della finanza, supera i tradizionali confini statali e le ideologie nazionaliste. Il nuovo territorio per il confronto politico tra le diverse culture è sempre più il web, ed i nuovi strumenti di gestione e di governo della complessità del mondo attuale, sono da trovare in sintesi istituzionali e politiche vaste e credibili. Per quanto ci riguarda, la sfida che merita impegno è esistere autorevolmente nella costruzione dell’Europa federale.

Il Convegno che come Associazione “Svegliamoci Italici” abbiamo programmato per la mattinata del 26 gennaio, affronterà tematiche europeistiche per così dire trasversali, propedeutiche alle enunciazioni di programmi, di schieramenti e di alleanze, che ci auguriamo i Partiti italiani vorranno farci conoscere. Ciò indica una nostra particolare visuale della realtà politica italiana ed europea, che è il riferimento alla civiltà italica, con le sue radici culturali, di comune sentire, di modo di vivere e convivere, di capacità creative ed innovative, che tutta Europa apprezza e da sempre considera elemento fondante della storia del nostro Continente, sia passata che futura.

Noi consideriamo italici, facenti parte di quella che definiamo ITALICA GLOBAL COMMUNITY, aggregazione per ora immaginata ma non ancora organizzata, i cittadini italiani e tutti coloro che, sparsi nel mondo condividono, talvolta radici di sangue, ma sempre e comunque ideali e valori, modi di vivere e di relazionarsi, cultura, un coacervo spesso ibridato grazie al continuo contatto con le culture dei luoghi in cui vivono. Guardiamo quindi agli italo-discendenti, agli italiani che vivono all’estero per studio, ricerca, lavoro, agli italofili, amanti della nostra cultura in una o più delle sue espressioni, a coloro che studiano la nostra lingua scegliendola non per necessità ma per passione, ed infine a coloro che per scelta o necessità hanno abbandonato luoghi d’origine anche lontani, ed hanno scelto l’Italia come loro nuova terra, accettandone leggi, regole e lingua.

Milioni di persone sparse nei vari continenti, portatori a volte inconsapevoli del nostro soft power, dei quali di tanto in tanto l’Italia ufficiale si ricorda, limitandosi per lo più a quelli che vivono nelle Americhe. Degli italici che vivono in Europa ci interessiamo invece assai poco, pur essendo essi non solo cittadini italici ma anche cittadini europei alla pari degli italiani che vivono in Patria, quindi potenziali sostenitori di candidature e di istanze politiche utili all’Italia. Di che numeri parliamo? Le rilevazioni statistiche ci dicono che ogni anno 60 mila italiani, per lo più giovani, lasciano la Penisola per trasferirsi in Europa, andando ad ingrossare o comunque consolidare il numero di Italiani iscritti all’AIRE, 3,2 milioni, che vivono stabilmente in Europa. A questi si aggiungono, sempre in Europa, i circa 30 milioni di italo discendenti/oriundi, ed i 60 milioni circa (in questo caso trattasi però di un dato solamente “percepito”) di cittadini europei definibili italici, poiché italofili.

Del resto, come gli Italici sono utili e necessari per costruire l’Europa, così Europa ed italicità sono da sempre temi legati. L’Europa, infatti, è sempre stata un territorio-laboratorio di culture antiche e contemporaneamente rinnovate attraverso una contaminazione consapevole. La cultura italica, erede della romanità antica, sopravvissuta grazie ai conventi dei monaci ed ai clerici vagantes, rinnovata e rilanciata dal Rinascimento, ha garantito alla nostra Penisola unità culturale sostanziale, benché sottoposta ad invasioni e frazionata, finché, anche grazie alla volontà del resto d’Europa, non ha trovato unità statuale. Grazie a ciò, la civiltà/cultura italica ha sempre continuato ad esistere, esercitando il suo fascino attrattivo che le ha consentito di confrontarsi almeno alla pari con le altre storiche culture, configurando una sorta di sincretismo culturale europeo che consente al resto del mondo di percepire l’Europa come unita nei fondamentali valori ed ideali, ancorché diversificata in tante realtà nazionali anch’esse ricche di storia e fascino, ma con l’urgente bisogno di assumere una fisionomia ed una organizzazione istituzionale realmente unitaria.

 

N.B. Il Convegno ITALIANI ED ITALICI VERSO LE ELEZIONI EUROPEE si svolgerà dalle 9,30 alle 13,30 di venerdi 26 gennaio, nella sala Zuccari/Palazzo Giustiniani del Senato della Repubblica, presieduto dal sen. Pier Ferdinando CASINI e con Marco GIUDICI conduttore dei lavori che prevedono: la Relazione introduttiva di Piero BASSETTI, ideatore del PROGETTO ITALICI, e poi gli Interventi di Francesco RUTELLI, Silvia COSTA, Francesco SAMORE’, Giuseppe TERRANOVA, Andrea VENTO, Maria Chiara PRODI, Umberto LAURENTI. 

Uno spazio della mattinata sarà dedicato al RICORDO DI DAVID MARIA SASSOLI, nel secondo anniversario della sua prematura scomparsa. I lavori potranno essere seguiti, oltre che in presenza, attraverso il portale del Senato: https://webtv.senato.it/webtv_live e sul canale YouTube del Senato: https://youtube.com/user/SenatoItaliano

Nel corso dei lavori sarà distribuita una BROCHURE contenente altri Interventi scritti e documentazione sul tema del Convegno e sul Progetto Italici. Gli interessati potranno richiedere l’invio per posta elettronica della Brochure, scrivendo a: segreteria.italici@gmail.com

La risposta al rischio di democratura deve attingere all’insegnamento di Moro

È stato il punto più alto della visione riguardante il futuro democratico del Paese e ora, sotto i nostri occhi, torna di scottante attualità. Una visione, per giunta, da me riproposta ne Il testimone da Moro e Ruffilli. La democrazia matura e il cittadino arbitro (Aracne editrice). Anche nei colloqui sul lungomare Circe, quando il sabato veniva a riposarsi a Terracina, Moro non faceva mistero che quello era il traguardo finale: l’alternanza tra Dc e Pci al potere in quell’ambito di garanzie democratiche rappresentato a livello internazionale dall’adesione all’Europa e al Patto atlantico. Un passaggio riscontrabile, del resto, nella storica affermazione di Berlinguer circa il sentirsi “più sicuro sotto l’ombrello della Nato”.

Sul piano interno Moro era certo che l’alternanza avrebbe consentito alla Dc di tornare più competitiva, non facendosi più logorare dalle tossine di un ultra quarantennale esercizio del potere. Ed era, appunto, una democrazia matura perché rafforzava la capacità decisionale e gli anticorpi democratici. Ebbene, si va oggi verso una democrazia matura fondata sull’alternanza o a una democratura di alcuni paesi europei che piegano le istituzioni al governo di uno solo? Ecco, quando la Meloni corteggia proprio quei paesi a democrazia compromessa col sovranismo e l’autoritarismo, peraltro nemici dei nostri interessi a riguardo di una corresponsabilità europea sul fronte dell’immigrazione clandestina, dobbiamo adoperarci su come fare chiarezza affinchè riesca ad onorare le sue indubbie aperture sulla Ue e sulla Nato.

Sappiamo che coltiva ambiguità secondo convenienze personali e di gruppo e che non scioglierà i nodi prima delle elezioni in Europa e soprattutto in Usa. Intanto in Italia cerca di tesaurizzare il suo consenso con proposte da democratura, una sola donna al comando con la giusta denunzia della prolungata ingovernabilità del Paese, vera palla al piede per reggere il passo degli altri Paesi europei! E che propone? Un vero esempio di pubblicità ingannevole, ovvero il premierato: da primus inter pares ad elezione diretta, perciò l’esatto contrario. Si spende e si spande affermando che i poteri del Presidente non saranno ridotti e trascura di dire che, in quanto espresso da una maggioranza parlamentare che arriva al 55%, il Presidente eletto è un re travicello. 

Come fermarla in questo delirio di onnipotenza? Basta mettere a fuoco un fatto incontrovertibile, e cioè che non può arrivare a quei 2/3 occorrenti per approvare le riforme costituzionali senza ricorso al voto popolare. Lei ne ha consapevolezza. Se vuole evitare l’ennesimo fiasco nel referendum confermativo – l’ultimo quello di Renzi – deve arrivare alla più larga maggioranza possibile. E qui può essere messa alle corde con un aut aut: abbandoni il premierato e scelga un modello europeo sperimentato con adeguamenti condivisi. Chi più degli eredi della “democrazia matura fondata sull’alternanza” può avere coraggio e titolo a farla?

Sul saluto romano una sentenza alla Ponzio Pilato

La Cassazione questa volta non ha “fatto Cassazione” come si dice in gergo giuridico-maccheronico per indicare la dirimente chiarezza che generalmente caratterizza le sentenze dell’alta corte di giustizia.

La Cassazione ha infatti non-chiarito se il saluto romano è reato o non è reato. Il famigerato saluto con il braccio alzato, secondo la Cassazione, sarebbe reato se commesso al fine di ricostituire il disciolto partito fascista mentre non sarebbe reato se esibito a soli fini commemorativi. Peccato che la ricostituzione del partito fascista sia già di per se un reato, anche senza l’ambigua sentenza della Cassazione. Ciò nondimeno, la Cassazione non è riuscita a negare completamente il nesso tra il famigerato saluto e l’ipotesi di reato; in altre parole, una sentenza che suona come una sorta di “vorrei ma non posso” che di fatto lascia “pilatescamente” un ampio margine di discrezionalità ai giudici che saranno chiamati a valutare di volta in volta i diversi episodi.

Un pasticcio che ricorda molto quel Dpcm che in epoca Covid prevedeva la possibilità di uscire in auto solo con persone con le quali si aveva un rapporto affettivo stabile; in quel caso la satira ebbe gioco facile nell’immaginare la scena imbarazzante del poliziotto che al posto di blocco avrebbe dovuto verificare la stabilità dei rapporti sentimentali tra le persone fermate.

La sentenza sul saluto romano ci lascia invece immaginare forze dell’ordine e magistrati intenti a verificare le reali intenzioni circa la ricostituzione del partito fascista da parte dei protagonisti del suddetto saluto. Detto questo, è davvero difficile immaginare che chi si schiera in modo squadristico con camicia nera e braccio alzato non incarni anche l’aspirazione e la preferenza per un ritorno al nefasto passato del ventennio fascista. Ora, se a cotanta ostentata fierezza di tali malsane idee si accompagnasse altrettanta coerenza, basterebbe la semplice domanda di un tutore dell’ordine pubblico per prendere atto del fatto che dietro in quel saluto c’è quanto basta per poter perseguire penalmente gli autori dell’antistorico ed insano gesto.

Rimane il fatto che le Sezioni Unite della Cassazione, pur confermando i divieti sanciti dalle leggi Scelba e Mancino per le manifestazioni evocative del fascismo, sulla questione specifica ha optato per una bella lavata di mani, lasciando che ognuno – soprattutto a destra – continui a dare l’interpretazione che più si adatta alla storia di provenienza. Ma questo lo sapevamo anche prima della pilatesca sentenza!

Luigi Sturzo come la luce delle stelle morte

Un saluto cordiale a tutti voi, dalla Sicilia, dove in questo momento mi trovo. Mi scuso per non essere lì con voi, in presenza fisica: altri impegni di lavoro me lo hanno impedito. Mi scuso, dunque, davvero… e ringrazio l’onorevole Giuseppe Fioroni per avermi invitato a partecipare comunque in questa maniera, a distanza e con una video-registrazione.

Il tema su cui dovrete insieme riflettere nel giorno anniversario della fondazione del Partito Popolare Italiano è tanto importante quanto non facile da trattare: don Luigi Sturzo tra progressismo e conservatorismo. Progressismo e conservatorismo sono categorie tipiche dell’ambito politico in cui don Sturzo era abituato a muoversi e a operare. Esse però hanno applicazioni anche in altri ambiti, da quello culturale ed etico a quello religioso ed ecclesiale. E questo a riprova del fatto che sebbene la politica non sia tutto, tutto ha comunque una certa valenza politica, giacché tutto ha a che fare con la convivenza umana, con il crogiuolo di relazioni in cui la convivenza consiste, e con le opzioni ideali e pratiche che occorre fare per orientare, in una direzione o in un’altra, la convivenza stessa. Basti pensare, per esempio, al problema dell’Intelligenza Artificiale, che diventa ai nostri giorni il crocevia di controverse tensioni politiche non meno che sociali, culturali, etiche, religiose.

Don Sturzo non poteva nemmeno immaginare la questione dell’Intelligenza Artificiale. Tuttavia, riguardo a molte altre questioni non meno urgenti – penso, a mo’ di esemplificazione, alla guerra che imperversa ancora in tante parti del mondo – la sua riflessione politica rimane indubbiamente un punto di riferimento attualissimo.

Per chi conosce gli scritti di Luigi Sturzo non è difficile ammettere la loro attualità. Basterebbe a tal proposito citare la dichiarazione che Sturzo firmò, assieme ad alcuni altri intellettuali cattolici europei, nel 1928… Sono parole che estrapolo da quella dichiarazione: «Oggi che la guerra è diventata un sistema di distruzione anonima e di massacro generalizzato, senza nessuna finalità di giustizia distributiva, con mezzi atroci che si oppongono del tutto ai fini che si pretendono di perseguire, non c’è più distinzione morale tra aggressione e difesa; del resto, quando la difesa entra in azione, si identifica in modo criminale con l’attacco. In altre parole, una guerra giusta è oggi impossibile. E anche se fosse possibile, non la si potrebbe ammettere, a causa del suo carattere apocalittico». In quello stesso anno, il 1928, Sturzo ultimava la stesura di uno dei suoi saggi più noti: La comunità internazionale e il diritto di guerra, in cui – ormai esule, lontano dall’Italia fascista – confutava le varie teorie che avallavano la legittimità delle guerre: esse non risolvono i problemi insiti nella convivenza umana, non sono mai necessarie e inevitabili, in nessun caso possono essere giuste. L’eco di questa lucida lezione, purtroppo, non fu recepita nel successivo dibattito culturale, in nessun ambito disciplinare (da quello politologico a quello teologico).

In verità, se questa e altre lezioni sturziane rimangono attuali è per il fatto che da decenni restano purtroppo inattuate e – semmai – scivolano sempre più profondamente nell’oblio. Che dire, per esempio, degli avvertimenti che Sturzo, nei primi decenni del secolo scorso, non si stancava di lanciare ai cattolici italiani al fine di stimolarli a trovare il modo più efficace e opportuno per diventare (ma pure – potremmo ora aggiungere – per tornare a essere) rilevanti in seno alla società? Per lui la rilevanza dei cattolici nella società – nella politica locale e perciò nell’amministrazione dei municipi e delle province, delle città e delle regioni, nella politica nazionale e pertanto dentro il Parlamento, nell’economia non meno che nella finanza e quindi nelle imprese cooperative e nel sistema creditizio, nella formazione e nell’animazione culturale e dunque nella scuola e nell’associazionismo – la rilevanza sociale dei cattolici (dico), per don Luigi, non era certo guarnita di mostrine identitarie. E non consisteva – direbbe ai nostri giorni papa Francesco – nell’occupare spazi di potere ma nell’avviare processi capaci di generare una democrazia solidale, come Sturzo la chiamava in alcune delle sue ultimissime interviste alla radio e in televisione.

Rilevanza aconfessionale dei cattolici significava per Sturzo disponibilità a illuminare senza abbagliare, come la lampada posta sul tavolo e non sotto il letto. Significava riuscire a dare sapore e spessore alla società spendendosi senza riserve o parzialità in suo favore, come il lievito e il sale che si sciolgono nella pasta destinata a diventare buon pane. Sono immagini che ricavo dal «Vangelo nascosto in petto», cioè seminato nella propria coscienza, di cui Sturzo parlò nel dicembre 1918, alla vigilia della fondazione del Partito Popolare.

Roberto Benigni, intervenendo alla prima serata del festival di Sanremo il 7 febbraio dell’anno scorso e commentando la costituzione italiana sul palco infiorato dell’Ariston, ha fatto un’osservazione che mi ha colpito e che ricordo ancora con nitidezza… Disse in quell’occasione: «L’unica possibilità per il futuro è avere il passato sempre presente». Mi sembra una perla di saggezza, direi inconsapevolmente democristiana e, anzi, più a monte, tipicamente popolare e sturziana. Non si tratta, infatti, di schierarsi per il conservatorismo o per il progressismo. Si tratta, semmai, di avere la capacità di fare del passato un investimento per il futuro, senza pretendere di ripeterlo tale e quale, con la medesima pazienza (direi biblica) del contadino che si reca alla semina spargendo il frumento raccolto l’anno prima con la speranza ben calcolata di raccoglierne ancor di più nell’anno successivo. O con la stessa sapienza dello scriba divenuto discepolo, che porta nel suo bagaglio cose antiche e cose nuove, come si legge nei vangeli.

Don Sturzo è la semenza di grano antico e pregiato con cui dobbiamo preparare il raccolto di domani. E rappresenta il bagaglio sapienziale con cui dobbiamo progredire nel nostro cammino politico.

Ma se davvero si può dire una cosa del genere, allora è superfluo indugiare a rimpiangere Sturzo e la sua lezione socio-politica. Ciò che di Sturzo ci interessa ancor oggi e che vale la pena ricordare si può rappresentare con la metafora della luce delle stelle morte. Questo paradossale fenomeno astrofisico consiste nel fatto che la luce delle stelle – che vediamo di notte accendersi nel cielo e che da sempre aiuta chi sa leggere la mappa celeste a orientarsi nel proprio cammino – ci raggiunge da un luogo così lontano da equivalere pure a un passato temporale distante da noi miliardi di anni: le stelle che la emanano (meglio: che la emanarono) non esistono più, sono implose, sono morte appunto. Ma la loro luce ci raggiunge qui e ora. E ci illumina.

Massimo Recalcati ha usato questa metafora per spiegare che, dopo che è morto qualcuno per noi importante, spesso viviamo nel suo nostalgico ricordo. Ci sono, però, due tipi di nostalgia: la nostalgia-rimpianto e la nostalgia-gratitudine. La nostalgia-rimpianto si dispiace per il fatto che la “stella” di riferimento non c’è più e guarda al passato idealizzandolo, tentando di conservarne le reliquie, venerandolo al limite come qualcosa di ammirabile ma non imitabile (così si leggeva negli atti dei processi canonici per la beatificazione dei santi dal Settecento al primo Novecento). La nostalgia-gratitudine, invece, conserva una memoria della persona scomparsa che sa valorizzare il «resto della stella morta», appunto la sua luce che ancora ci raggiunge e che diventa «presenza viva di un’assenza». La nostalgia-gratitudine non si illude sul ritorno della persona scomparsa: sa bene che è morta. Per questo, a differenza di chi rimpiange il passato rimanendo disarmato davanti al futuro, la nostalgia-gratitudine coltiva una memoria rivolta al futuro, perciò una memoria creativa. Non si tratta di una memoria-archivio, semplicemente storica. E nemmeno di una memoria-spettrale – come la chiama Recalcati –, cioè di una memoria che avvista ovunque il fantasma di chi non c’è più, che vede l’ombra di un passato che continuamente rigurgita nel presente anche se resta irreale, velleitario, utopico. La «memoria del futuro» non si riduce a essere il culto passivo del passato, ma incoraggia un inedito avvenire. È una memoria che non si limita a conservare il ricordo del passato, né lo vede riproporsi spettralmente tale e quale esso fu un tempo. Piuttosto si tratta di una memoria che ha nostalgia non di ciò che è stato e abbiamo vissuto, bensì di ciò che non abbiamo ancora visto e sperimentato, ma che spetta a noi realizzare, viaggiando – avrebbero detto certi pensatori medievali – come nani appollaiati sulle spalle dei giganti vissuti prima di noi: cioè incapaci di eguagliare la loro immensa statura, ma in condizione comunque di vedere almeno un palmo più lontano di loro, dato che alla nostra bassa statura assommiamo la loro altezza. Da qui il motivo della gratitudine per chi ci ha preceduti: nel nostro caso, per Sturzo. E il ricordo che conserviamo della sua lezione non è più semplicemente e soltanto uno sterile culto del passato, bensì promessa e premessa di una storia nuova. È l’augurio che vi faccio, per oggi e per i prossimi – cruciali – giorni a venire. Un saluto cordiale a voi tutti voi.

Il link per accedere alla video-registrazione del convegno di Tempi Nuovi “L’appello di Sturzo tra progressisti e conservatori”.

Il link per accedere alla video-registrazione dell’intervento di Don Massimo Naro

È possibile raccogliere il pensiero pieno di tensione e proiettarlo sul futuro?

Ancora non è spenta l’eco del plauso, degli inni, degli entusiasmi per la immensa vittoria nostra, per la vittoria immensa degli alleati: ancora echeggiano, dal piano alle valli e alle montagne che seppero il tuono dei cannoni e le fiamme e il fuoco e i vapori mortiferi e videro stragi e morti, i cantici della gioia.

Suonano ancora le campane delle nostre chiese e ripetono all’Altissimo, nei fremiti della commozione, il ringraziamento fedele di un popolo, che vide le sue sorti elevate nel trionfo di una vittoria oltre il prevedere umano, oltre le speranze nutrite di costante fiducia nella causa di giustizia, nella difesa del diritto e della civiltà, nel raggiungimento delle aspirazioni dei popoli.

Rapida come il fulmine, vasta come la tempesta, avvolgente come l’uragano, venne la vittoria, premio alla costanza, virtù di uomini, ragione di eventi, alta disposizione di provvidenza; — e abbiam visto Lucifero cader dal cielo come una folgore, quando il tedesco, nel culmine delle sue speranze, dopo aver quasi raggiunto Parigi e carpito il trionfo, cedeva, cedeva, nel disfacimento di una forza titanica, immane: quello che peccò di superbia, di fronte al mondo e di fronte a Dio.

Il cammino segnato ai popoli ha una nuova impreveduta orientazione dai fattori accumulatisi ed esplicatisi nel giro di pochi giorni: nei quali la storia compie cicli immensi, nel tumulto di popoli, nel cader di regni, nel sorger di nazioni; mentre ai valori spirituali la vita oggi vissuta dà fasci di luce nova, nei bagliori di sanguigni tramonti.

È possibile raccogliere il pensiero, ancora pieno di spasmodica tensione, e proiettarlo sul futuro che ci attende, non come spettatori passivi e inerti, ma come fattori di opera, nel gigantesco risorgere della patria all’alito benefico della pace, nel progresso delle sue forze, pur nella crisi degli eventi, che gli uomini tentano di correggere e guidare, mentre si sprigionano energie novelle, dalle latebre della terra percossa, dal profondo ignoto dell’anima umana, dall’abisso della coscienza collettiva?

Una sintesi parziale ha il valore dell’oggi; domani può cader come nebbia al sole, evanescente e leggera; un programma formulato ancora sotto l’incubo degli eventi, può divenire un vaniloquio sterile, quando la realtà incombe con la sua forza tiranna; ma vi sono veri immutabili e profondi, che dominano gli eventi, e che illuminano le coscienze; occorre riverberare sugli umani eventi e sulle coscienze umane questi veri, perché una guida pratica sia a noi segnata anche nel tumulto dei trionfi e delle crisi.

A questi veri ispirerò il mio dire nel parlare di programmi del dopoguerra oggi che la guerra è finita, e che nuovo cammino è aperto ai popoli nelle trepide ore della pace che sorge.

Il diritto-dovere per essere protagonisti attivi è la partecipazione

Mi pare che non possa esserci l’avvio del primo Mix del 2024 con auguri migliori di quelli formulati dal Presidente Mattarella nel suo messaggio di fine anno. Si è trattato di un discorso che ricapitola analisi e proposte in merito al contesto interno e internazionale, che ci tocca vivere. Ogni preoccupazione, come ogni aspettativa, non può prescindere dalla consapevolezza che ciascuno ha delle responsabilità da assumere.

L’anno nuovo si annuncia ancora carico di incertezze, di timori per guerre e violenze quotidiane. Il Presidente ricorda che è la cultura che rende capaci di capire la pace e come perseguirla; è la cultura che rende capaci di amore non possessivo, egoistico e violento. È ancora la cultura che rende partecipe il cittadino per esercitare diritti e doveriIl nostro presente prepara il futuro per noi, ma soprattutto per le generazioni che ci seguiranno, i figli, i nipoti. 

Noi abbiamo la ambizione di costruire un ambiente di vita, di lavoro, ricca di innovazioni che tuttavia salvaguardino la nostra umanità, quello spirito interiore che recupera la nostra peculiare identità nella comunità civile?

Enea, esule e pellegrino, verso una meta ancora ignota, “non lascia indietro nessuno” (brutta espressione abusata): il passato, è il padre che gli ha dato la vita, il figlio cui ha affidato la continuità della famiglia, cioè la cultura, la tradizione, il futuro.

Anchise e Ascanio ci rappresentano come singoli e come narrazione della storia collettiva. Se si interrompe o peggio si spezza con violenza il legame, la relazione, fra gli stadi della vita, avviene qualche stravolgimento che altera i rapporti sociali e l’ordinato progresso, che coinvolge anche l’assetto politico.

In questo momento il pianeta – “la nostra casa comune” – è sconvolto da decine di guerre dimenticate – “guerra mondiale a pezzi“ e da un cambiamento climatico che fa dei negazionisti i nemici del futuro comune.

Questo fenomeno e le guerre vicine – Ucraina, avamposto dell’Europa, e lo sconvolgente conflitto in Medio Oriente – chiedono a tutte le persone di buona volontà di non sottrarsi a nessun impegno, piccolo o grande di cui si è capaci, per partecipare e condividere le scelte difficili che le classi dirigenti della nostra Nazione e della “Europa” devono mettere in campo.

Il diritto-dovere per essere protagonisti attivi è la partecipazione. Precisa l’esortazione del Presidente: “Viviamo, quindi, un passaggio epocale. Possiamo dare tutti qualcosa alla nostra Italia. Qualcosa di importante. Con i nostri valori. Con la solidarietà di cui siamo capaci. Con la partecipazione attiva alla vita civile. A partire dall’esercizio del diritto divoto. Per definire la strada da percorrere, è il voto libero che decide. Non rispondere a un sondaggio, o stare sui social”.

Ma l’esercizio del voto, per eccellenza espressione della sovranità democratica dei cittadini, non gode di buona salute. Ad ogni tornata elettorale aumenta l’astensionismo che, tuttavvia, non sembra preoccupi più di tanto le forze politiche. È tempo di una profonda revisione dei comportamenti e dei modi di comunicare da parte delle forze politiche, perché sappiano ricollegarsi alla opinione pubblica, con visioni e programmi conseguenti e coerenti.

 

[Il testo è tratto dalla newsletter che Mariapia Garavaglia invia regolarmente alla sua lista di amici]

Balcani occidentali, un’area instabile e sempre a forte rischio.

Non solo l’Ucraina. Anche l’intera area balcanica occidentale è di estremo interesse per Vladimir Putin. Non lo ha mai negato. Anche lì vi sono legami storici, culturali, religiosi, con il “Mondo Russo” cui frequentemente fa riferimento il capo del Cremlino. È inutile ricordare quanto l’instabilità balcanica abbia inciso pesantemente sui destini dell’intero continente europeo ed è quindi immediata la consapevolezza dell’importanza di quell’area territoriale. Che è sottoposta ad una frizione non facilmente gestibile e dunque potenzialmente esplosiva. Osserviamo, sia pur in breve, la situazione un poco più da vicino.

Alcuni paesi sono in lista d’attesa per l’entrata nell’Unione Europea. Bosnia-Erzegovina, Albania, Macedonia del Nord hanno avviato l’iter di adesione. Le ultime due, fra l’altro, sono già oggi membri NATO, così come la Croazia (che è pure membro UE) e il Montenegro. Ad oggi la Serbia, fedele alleato della Russia, non intende guardare verso Bruxelles ma non è un mistero che a Belgrado vi siano più voci che al contrario richiedono al governo un cambio di prospettiva. La Bosnia-Erzegovina (o, meglio, una sua parte) vorrebbe, ora, poter entrare nell’Alleanza Atlantica, mutando il suo status attuale. Così, pure il Montenegro desidererebbe entrare a pieno titolo nel club europeo in un futuro che auspica non lontano.

Come sempre da quelle parti, una situazione intricata. Ulteriormente complicata, e non poco, dalla composizione etnica di questi paesi, che produce frequenti momenti di tensione e determina problemi significativi alla gestione politica di ogni singolo Stato. Occasione per la Russia di offrire una protezione alla minoranza serba in Kosovo tramite un aiuto diretto alla Serbia di natura economica e finanziaria – ma anche militare – teso a rafforzare le posizioni ultranazionaliste già di per sé forti a Belgrado e naturalmente in radicale dissenso con ogni ipotesi di adesione alla UE.

Occasione per la Russia, ancora, di offrire sostegno alla minoranza serba nella delicatissima vicenda nazionale della Bosnia-Erzegovina, il paese più complicato fra quelli sorti dalla disgregazione della Jugoslavia. Un paese, fra l’altro emblema della guerra in quei territori per la presenza di città-martiri quali Sarajevo e Mostar, i cui cittadini (solo 3,4 milioni dislocati però su un’area abbastanza vasta) sono appartenenti a due distinte entità: la Federazione di Bosnia ed Erzegovina e la Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina (Srpska), così come definito dagli accordi di Dayton del 1995.

Sempre al limite, la tensione periodicamente si accresce per poi diminuire e ripresentarsi successivamente. Sono soprattutto i serbi ad alimentarla minacciando una secessione che, facendo saltare il compromesso di Dayton, farebbe inevitabilmente saltare lo Perché e con esso la sua possibile adesione alla UE o quella, più probabile, alla NATO. Milorad Dodik, il membro serbo della presidenza tripartita, con frequenza regolare adombra la possibilità di una dichiarazione di indipendenza dei serbi che vivono nella Repubblica Srpska. Con evidente soddisfazione e discreto sostegno del Cremlino, ovviamente.

E poi c’è la religione, che gioca la sua parte. Non contribuendo, purtroppo, alla pacificazione degli animi. Seguendo uno schema che abbiamo già visto all’opera nella vicenda ucraina la Chiesa ortodossa russa alimenta e supporta le rivendicazioni di quella serba: ad esempio nei confronti di alcuni luoghi di culto kosovari, entrando così in un terreno minato già di suo causa il conflitto permanente fra la maggioranza albanese ortodossa e la minoranza mussulmana. E soprattutto offre una copertura religiosa a quel pan-slavismo che è da sempre la possibile miccia già innescata per un’esplosione conflittuale delle tensioni esistenti faticosamente controllate da un assetto istituzionale molto articolato e dunque molto difficile da garantire nel tempo. Senza dimenticare che nei Balcani occidentali transitano le pipeline che conducono a occidente il gas proveniente dall’Asia Centrale passando per la Turchia: è evidente la loro strategicità geopolitica e di conseguenza l’interesse nei loro confronti degli attori in campo, da quello militare (NATO) a quello economico e politico (UE). Ma anche del terzo attore, ubicato a Mosca e interessato ad evitare, oggi, la discesa in campo degli altri due. Perché quel campo interessa a lui, domani.

Vita e Pensiero | Interrogativi ed ipotesi sulla protesta dei movimenti studenteschi (1968).

Historical year engraving 1968 on textured old surface

[…] Ma intanto le minoranze giovanili che sorreggono il cosiddetto movimento studentesco si trovano dinanzi alle ambiguità proteiforme delle direzioni del movimento medesimo, incerto tra auto-esclusione e decisa innovazione politica. Con il termine di «auto-esclusione» sono designabili diversi tipi di comportamenti e di giustificazioni. In particolare:

  1. a) il «movimento studentesco» si auto-esclude dal sistema dei partiti, di maggioranza e di opposizione e dalle stesse centrali sindacali, pel timore vivissimo di essere, come si dice, strumentalizzato dall’establishment centralizzatore, inclusevi le gerarchie e le burocrazie dei partiti e dei sindacati di estrema sinistra;
    b) il «movimento studentesco» vuole auto-escludersi dal sapere accademico e dalla cultura «borghese», assunti come strumenti di repressione e anticipata integrazione. Il riferimento alla «rivoluzione culturale» e a Mao vanno colti in tale direzione;
    c) il «movimento studentesco», sviluppatosi quasi solo alla dimensione orizzontale delle assemblee, si auto-esclude perché soltanto nell’auto-esclusione sembra essere possibile una genuina crescita del movimento, fuori da contaminazioni che ne deviino la prospettiva di nuova forza politica egemone, stimolante generale alla ripresa del ruolo rivoluzionario della classe operaia ora acquetata;
    d) l’auto-esclusione assume, infine, per taluni gruppi, un significato radicale: di rifiuto a diventare adulti poiché il mondo degli adulti è indissolubilmente legato ai valori sociali rifiutati.

La assolutizzazione dell’auto-esclusione come rifiuto di civiltà, implicita in quest’ultima giustificazione, sembra, nei discorsi e negli scritti più recenti, dei cosiddetti portavoce o leaders contestatari, cedere di molto rispetto alla esigenza, più che alla prospettiva, del provare le forze giovanili disponibili in campo aperto, sul terreno della lotta politica nei confronti del potere, dentro e fuori le università.

La scelta della via di innovazione politica e sociale, del resto già presente come meta nella fase prevalente dell’autoesclusione, comincia a premere.

Ma il che fare politico si presenta, per i leaders del «Movimento studentesco» ricco di incognite. Il passivo riconosciuto della frattura fra quadri e base studentesca, i divari e le precise difformità nei livelli di maturazione politica della popolazione universitaria, degli studenti medi, degli studenti lavoratori, nelle varie sedi e facoltà italiane, implicano, per essere bilanciati, sforzi e tempi e iniziative direzionali assai vasti e complessi. Specie se le varie componenti del cosiddetto « movimento studentesco » intenderanno ancora proseguire lungo la dimensione organizzativa orizzontale, decentrata, partecipativa col rispetto delle varie formazioni locali di ateneo, di orientamento, di tipo di studi.

Non a caso il problema nodale posto dal convegno nazionale del «Movimento studentesco», a Ca’ Foscari, che si è tenuto a Venezia ai primi di settembre, è stato — a quanto risulta — piuttosto quello del come pervenire all’unificazione delle lotte, all’interno del «Movimento studentesco» e tra questo e le lotte operaie e contadine anziché quello delle mete. Il secondo interrogativo che ci siamo posti, all’inizio, «quali le potenzialità e gli sbocchi delle proteste studentesche; se solo riformistiche o invece rivoluzionarie, se verso un nuovo partito o per nuovi movimenti di massa, ecc.» è destinato per ora a restare senza risposta. Il ragionamento qui diviene essenzialmente politico, di prassi, un ragionamento che non seguiremo oltre.

Siamo in presenza di fenomeni di effervescenza sociale, di collective behavior, anche nel rapporto tra portavoci e leaders da un lato e masse studentesche dall’altro, che sono tanto meno sottovalutabili quanto più imprendibili entro gli schemi organizzativi e politici correnti.

Se vi sarà, come è prevedibile, una ripresa della contestazione studentesca, essa viene dopo i fatti di Cecoslovacchia e le ripercussioni internazionali del ritorno dell’U.R.S.S. a posizioni della più rigida guerra fredda.

Quale che sia tale futuro prossimo, possiamo concludere che, al di là e anzi malgrado le contraddizioni e le incertezze, le cariche anarcoidi e nichilistiche, i mali della violenza fisica praticata e subita, l’effervescenza della contestazione giovanile, con la sua logica del rifiuto, non è «come pure si crede e si spera da più parti, acqua che passa».

 

Per leggere il testo integrale

https://rivista.vitaepensiero.it/news-dallarchivio-interrogativi-ed-ipotesi-sulla-protesta-dei-movimenti-studenteschi-6390.html

 

La grande attualità dell’Appello lanciato da Luigi Sturzo nel 1919

Il 105° anniversario dell’Appello ai liberi e forti, che Tempi Nuovi – Popolari Uniti celebra domani con il convegno dal titolo “L’Appello di Sturzo tra progressisti e conservatori”, cade in una fase in cui le forze politiche di centro, alternative alla destra, tra le quali quelle che si ispirano al popolarismo di don Sturzo, si apprestano a definire gli aspetti più qualificanti delle loro strategie in vista delle Europee del’8 e 9 giugno prossimi.

E questa importante ricorrenza cade anche in una fase storica che richiede, come all’epoca della nascita del primo P.P.I., una capacità di cogliere le priorità imposte dai tempi, per governarle in una lungimirante prospettiva democratica e di pace tra le classi sociali e tra le nazioni. Nel 1919 sulle macerie della prima guerra mondiale si trattava di attuare profonde riforme sociali, di estendere la partecipazione di tutti i ceti alla vita democratica, come risposta alle ideologie violente di opposto colore. Nel mondo attuale, sullo sfondo della tragedia della guerra mondiale “a pezzi” che continua e rischia di estendersi, si tratta di costruire una prospettiva che non assegni più alla forza distruttiva della guerra un ruolo nella definizione di un nuovo ordine globale plurale, che, volenti o nolenti, si sta affermando.

Vi sono, infatti, interi popoli e grandi civiltà diverse da quella occidentale, che premono per avere voce in capitolo sulla scena globale su basi di pari dignità, ponendo il tema di una rappresentanza più equilibrata fra il miliardo circa di persone del mondo sviluppato e gli altri circa sei miliardi appartenenti ai Paesi di nuova industrializzazione e a quelli in via di sviluppo.

Il confronto con questo dato di fatto sembra ineludibile, se la direzione che si intende seguire è quella di cercare risposte adeguate alla novità dei tempi, come fece il Ppi di Sturzo, e non quella di affidare ancora una volta nella storia all’uso della forza il passaggio da un’epoca a quella successiva, perché è questo che si sta verificando sotto i nostri occhi. Questi tempi sembrano richiedere un profondo ripensamento di ciò che è ritenuto universale (i principi e i valori sanciti dalla carta delle Nazioni Unite) e ciò che invece afferisce alla cultura, agli strumenti istituzionali, ai sistemi economici, con i quali gli stati intendono concorrere a perseguire il bene comune dei loro cittadini e dell’intera famiglia umana.

Probabilmente il popolarismo ora è tra le poche culture politiche democratiche che può compiere una simile operazione culturale, perché non è nel dna di altre culture politiche a noi vicine e con cui pure intendiamo dialogare, ammettere la relatività, la non universalità, del sistema politico ed economico occidentale, senza sminuirne l’enorme valore, ed affermare la disponibilità a rispettare altri e diversi sistemi, tanto è ancora radicata in Occidente l’illusoria convinzione che l’unipolarismo affermatosi alla fine del secolo scorso sia destinato a mantenersi inalterato anche per questo secolo.

E l’ambito in cui far maturare la coscienza di questi tempi nuovi è l’Europa. Solo una Unione Europea capace di esprimere con autonomia la propria visione specifica sui tavoli globali, dotandosi dei necessari e non più rinviabili strumenti in ogni settore, potrà contribuire alla progressiva riduzione delle guerre in corso, senza aspettare che siano ancora gli Stati Uniti a occuparsi di problemi europei. Perché in ogni caso, sia con la riconferma di Biden, o peggio ancora con il ritorno di Trump, non lo faranno, ma, non appena tutti si saranno convinti dell’insostenibilità nel tempo dell’opzione militare, punteranno a un accordo con gli altri grandi del mondo sulle spalle dell’Europa.

E i Popolari del presente dovranno anche prodigarsi a superare il divario che si è creato, a posizioni abbastanza invertite rispetto ai tempi della nascita del Ppi, tra i pronunciamenti avanzati sui temi sociali da parte della Gerarchia e una certa arretratezza rispetto ai tempi dei cattolici impegnati in politica. Ad esempio, la “dottrina” della guerra come crimine contro l’umanità, pur con le dovute mediazioni politiche, non si può pensare che non avrà effetti sul laicato in Italia e sui cattolici nel mondo intero. Come pure l’invito della Chiesa a perseguire un ecologia integrale, capace di coniugare i valori della persona e i temi sociali con quelli ecologici traccia una linea feconda in termini progettuali, insieme all’istanza di un umanesimo per le nuove tecnologie e in cui incrivere l’intelligenza artificiale.

La prima transizione di cui occuparci, rimane quella geopolitica. Se i Popolari sapranno vedere nella riforma strutturale dell’Europa l’opportunità storica per l’avvio in modo pacifico di un nuovo ordine globale plurale, contribuiranno insieme alle forze più aperte al cambiamento e al progresso, a creare i presupposti per affrontare anche le altre questioni cruciali del nostro tempo.

Democrazia a rischio, la “leaderpatia” è una pericolosa malattia dell’ego.

Occorrono vaccini forti. E occorre che i partiti pongano dei freni e investano  urgentemente e per tanto tempo sulla  ricerca di antidoti immunizzanti. La mascherina non basta. E l’isolamento in casa favorisce, paradossalmente come non mai, la sua diffusione. 

La democrazia e i partiti  politici del nostro paese si sono infatti ammalati gravemente, sino al  punto di scomparire dalla scena. E il virus della ‘leaderpatia’ – malattia psicotica dell’ego – si è diffuso a macchia d’olio sotto i nostri occhi, toccando  perfino fasce di età cresciute e formate nel solco di una convinta democrazia rappresentativa, fondata sui rapporti interpersonali. E ciò è avvenuto senza che ce ne rendessimo conto, trascurando così le conseguenze autoritarie e post-democratiche che esso nasconde e si porta dietro. 

Da un lato, come abbiamo letto in questi giorni, quasi tutti i leader di partito avrebbero  coltivato la strampalata  idea  di volersi candidare alle prossime elezioni europee. Idea ancora presente e non del tutto e per tutti accantonata. La prevedibile, conseguente assenza dal Parlamento di Bruxelles non scuote le coscienze, sia per un minimo di buon gusto etico-politico, sia per il rispetto dovuto ai propri elettori, essendo la coerenza un bene da preservare. Conta solo avere le facce e i nomi sulle schede elettorali del prossimo giugno, avvalorando perciò la tesi di Bernard Manin secondo la quale il partito ai giorni nostri non conta più niente e non è più importante. Perché, grazie ai media e a quant’altro sopraggiunto di social diversivo, ingannevole e fazioso, arrivati al punto in cui siamo si vota solo per una faccia e per un nome. Per un leader. Il resto non interessa più. Anzi è superfluo.  

Da un altro lato, Ilvo Diamanti ci ha fatto sapere su ‘La Repubblica’ che un suo recente sondaggio ha verificato come ormai ci sia una diffusa domanda di autonomi e solitari leader, e che i partiti farebbero bene a scomparire: soltanto il 37% degli italiani è convinto che i “Leader forti” siano un reale pericolo per la democrazia; mentre nella media degli elettori fra i 30 e i 54 anni, il 60 % è convinto che la democrazia può funzionare anche senza partito: forse, appunto, basta e avanza il viso del leader!

Da questo allarme, e da questa  tragica voglia di leaderismo e di segnali antidemocratici, si può dedurre che il momento che attraversa l’Italia – e sicuramente non solo l’Italia –  non è dei più favorevoli alla democrazia liberale. 

Anzi, che siamo maturi per sposare una monocrazia, depositata nelle sole mani di un Capo, unico detentore delle dinamiche parlamentari e solitario monarca.

Si badi anche bene, che queste tendenze si collocano all’interno dell’attuale governo di Giorgia Meloni con la sua proposta di Presidenzialismo mascherato e addolcito dal  Premierato, tanto cara al “suo” Giorgio Almirante.

Non si tratta, evidentemente, di fascismo storico e istituzionale, benché da qui provenga la Meloni: grazie a Dio questi pericoli non ci sono. Ci sono invece comportamenti e desideri, insondabili pulsioni, psicosi mentali che spingono ad essere dei leader a tutti i costi, anche senza averne le qualità e le competenze, come ci ha detto Umberto Eco nel suo “Fascismo eterno. C’e un Dante Alighieri di destra con le sue radici  patriottiche,  c’è Benito Mussolini, grande statista emerito da ricordare per il bene che ha fatto agli italiani, ci sono linguaggi, posture con l’indice della ‘mano destra’ minaccioso, desideri sottili mascherati di modernità sovranista e antieuropea. E c’è appunto un ego psicotico di elevata autostima con una certa spocchia di superbia e senza dubbi, tipica di un Narciso che si ammira  ogni giorno nello stagno. 

Devono entrambi  preoccupare molto. Anche perché si riscontrano in una certa base sociale ed elettorale. 

E perché è da un po’ di tempo che in Italia circola una voglia politica cesarista: il premier, il leader, il capo, l’uomo forte, il comandante, il capitano, il  primo, l’unico, perfino l’influencer. Insomma, l’individuo, il singolo e l’IO innanzitutto. E poi se rimane tempo il NOI, la comunità e la collettività, i mondi della vita. Il partito. 

Stiamoci bene attenti, e apriamo gli occhi. 

 

 

Il caso Sardegna tiene banco: a destra ancora buio sulle candidature regionali.

Milano, 16 gen. (askanews) – Venti minuti di colloquio, ma soluzione che ancora non arriva. Prosegue lo stallo nel centrodestra sulla Sardegna e le Regionali, nonostante Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Antonio Tajani – a margine del Consiglio dei Ministri – abbiano avuto l’occasione per un confronto di persona.

Le posizioni restano immutate, e anzi il quadro si complica ulteriormente: sul terzo mandato per i governatori, chiesto dalla Lega per poter continuare con Zaia in Veneto, l’apertura arrivata da Fabio Rampelli viene ridimensionata – a microfoni spenti – da Fratelli d’Italia: “Le decisioni di FdI vengono prese dagli organi di FdI, non da un singolo”. E anche se ufficialmente non c’è una connessione, c’è da registrare il rinvio del Cdm sul provvedimento dell’election day, nel quale è contenuta anche la norma per consentire il terzo mandato ai sindaci dei comuni sotto i 15mila abitanti. Una misura che poteva sembrare un viatico al terzo mandato per i governatori, o addirittura fornire un veicolo normativo per un emendamento in tal senso. A scanso di equivoci, tutto fermo anche lì.

Continua il tiro alla fune anche sulla Basilicata, individuata come possibile compensazione per la Lega: alle voci di un’apertura in tal senso da parte di FdI, rispondono i forzisti che insistono nel ritenere blindata la ricandidatura del loro Vito Bardi. In ogni caso, una compensazione di questa natura potrebbe soddisfare la Lega, non il Partito Sardo d’Azione di Christian Solinas. I sardisti – che per venerdì hanno convocato ad Oristano il Consiglio – insistono nel chiedere la convocazione di un tavolo nazionale in cui rinegoziare i termini dell’alleanza e “riconoscere politicamente che la regola della conferma degli uscenti è stata cambiata”. 

A quel punto la coalizione tra centrodestra civici e sardisti potrebbe proseguire, “e dopo il voto si vedrà il peso delle varie liste”, con il PSd’Az convinto di pesare, col Carroccio, più o meno quanto FdI. In caso contrario, “il PSd’Az si troverà a poter decidere di andare con Soru, che vuole fare il partito della nazione sarda”.

Lettera aperta del Principe di Biancaneve alla Signora Cortellesi

Gentile signora Cortellesi, chi le scrive è il Principe di Biancaneve. Al contrario della mia consorte, un nome vero e proprio non me lo hanno dato. Sono solo un personaggio di sponda e quindi a proposito delle mie generalità non ho altro da aggiungere, non sono stato che uno strumento utile alla vera protagonista del racconto. 

Noi personaggi delle fiabe godiamo di una nostra eternità, ogni tanto si dà una rispolverata alle nostre storie e torniamo in ballo per poi ricadere per chissà quanto in una sorta di provvisorio letargo. 

Quando siamo chiamati in causa il nostro onere è apparire sempre smaglianti, freschi di inchiostro, esattamente come l’ultima volta che siamo stati letti da qualcuno, proprio come lo scorrere del tempo non ci appartenesse e la penna avesse appena scritto.

Eppure, ci sono altre pagine che a voi del mondo reale non sono riservate ma che hanno non poca sostanza. Questa volta ve ne farò qualche minimo accenno ma non posso dire troppo per non tradire la consegna del silenzio che riguarda i protagonisti di ogni avventura e che indispettirebbe l’autore. 

Cominciamo con il dire che Biancaneve, malgrado la sua origine nobiliare, si era adattata fin troppo bene alla vita della casa nel bosco. Una volta tornata a corte, non ha più saputo orientarsi nel mondo di prima appartenenza, muovendosi come una zombie tra le regole del galateo, mal districandosi nella fuga immensa di saloni eleganti della sua riconquistata dimora. 

Non ha mai perduto bellezza e gentilezza ma è rimasta sempre estranea al castello in cui ha poi, con me, passato il resto dei suoi anni.

Possibile, su di lei, un velo di eterna tristezza per essere caduta nel dimenticatoio per il tempo successivo alla vicenda che l’ha resa famosa sulle pagine dei libri.

Non saprei dire se Biancaneve sia stata vittima del maschilismo. Osservo, per ciò che ho veduto che lei, è vero, ha accuditi i sette nani per come poteva. Ha fatto, si direbbe oggi, del volontariato verso una categoria protetta, quella di uomini spesso condannati al ridicolo tanto più se si pensano in affari con qualche donna.

È altrettanto vero che li ha tenuti costantemente sulla corda, ciascuno di essi con la speranza di poter essere il suo preferito ed essere prescelto sugli altri.  Consapevole o no che lo fosse, è indubbio che la sua sola presenza di donna oltre che di persona esercitasse un potere su quei sette condannati alla solitudine ed al buio del bosco e della miniera.

Mi dicono che abbiano fatto una pessima fine. All’addio di Biancaneve, un addio, va detto, risoluto, di chi non si fa scrupolo a guardarsi indietro, tutta concentrata sul sottoscritto, hanno finito per litigare tra di loro rinfacciandosi mancanze, ritorsioni e colpi bassi, sembra addirittura siano caduti in povertà a causa di una depressione che ha impedito loro di continuare a lavorare.

Grimilde forse non aveva tutti i torti ad opporsi ad un “vissero tutti felici e contenti” di comodo, intuendone per tempo una quota di falsità e ipocrisia. Ammetto il mio scrupolo ed il mio rimorso: se Biancaneve fosse rimasta nel bosco, in perenne attesa del mio arrivo, non saremmo arrivati al punto in cui siamo. 

Fossimo rimasti nella magia della sospensione nulla si sarebbe compromesso.

Biancaneve non me lo ha mai confessato apertamente ma da sempre sono tormentato dal sospetto che ci sia stato del tenero, forse anche qualcosa di più, tra lei e il cacciatore che doveva da principio condurla a morte e poi, impietosito, l’ha liberata, esortandola a fuggire.  

Molto di più si saranno detti oltre ciò che sappiamo. Ci sarà stata una trattativa o il desiderio di un premio richiesto o da riconoscere, un istintivo abbraccio verso il salvatore. Si sarà sentita gratificata dalla attenzione di quell’uomo che aveva il compito di ucciderla estirpandone il cuore. È stata lei a catturare il cuore del cacciatore, non c’è altro verso. Comunque, essere donna le ha maturato innegabili vantaggi.

Qualcosa mi dice che la mia amata abbia tirato fuori in qualche modo, pur non volendo, le arti della seduzione per ottenere salva la vita, le stesse che del resto le hanno permesso di essere mantenuta e ancor più osannata dai sette nani.

Grimilde per prima, da esperta di vita, come fosse un’umana, ha desiderato mettere un po’ di verità una faccenda troppo a tinte rosa. Ha voluto addormentarla perché le cadessero i freni inibitori e si rivelasse per come era e ne emergesse l’autenticità anche di azioni di convenienza. 

Non sto a dire che ogni nano era un possibile vizio da soddisfare. So soltanto che Biancaneve, che per certo ha un suo indiscutibile candore, è rimasta affetta da una terribile narcolessia dopo aver mangiato la mela, forse un avanzo abbellito di quella del peccato, resistente alla usura del tempo.

Da quando ci siamo sposati ogni nostro incontro ha stentato ad arrivare a compimento perché Biancaneve cadeva intanto in un sonno profondo. 

Ho pensato avesse bisogno di perdere coscienza per darsi a me in modo assoluto, senza inibizioni, con un trasporto amoroso privo di riserve.

Ho creduto le piacesse il mio abbraccio in un sottofondo di sottile violenza mancando apparentemente il suo consenso, assorta come era nelle braccia di Morfeo. 

Ho ancora immaginato le piacesse così tanto la scena del bacio da volerla ripetere con ossessione all’infinito senza che si facesse però poi un passo in avanti.

Quanto a Grimilde, gran bella femmina, occorre ammetterlo, ha difeso la sua avvenenza contro quella di una giovinetta troppo innocente per i suoi gusti, un eccesso spropositato persino per una fiaba, uno scontro tra donne dove noi uomini siamo stati meno di una ruota di scorta.

Ora maledico lo specchio che sa dire solo la verità e che mi rincorre per ogni dove sentenziando come Biancaneve abbia sempre tenuto lei in realtà le fila del discorso. I nani, il cacciatore, Grimilde ed io stesso non siamo stati altro che burattini nelle sue mani. Di più non posso dire, mi è vietato. Bisogna prenderne atto di quel poco che mi è stato permesso di commentare. Subito dopo la Fine le cose sono andate così.

Europee, purtroppo persiste ancora la personalizzazione politica.

Diciamoci la verità senza ipocrisia ed infingimenti. La polemica innescata da Prodi sul cosiddetto tradimento agli elettori se il leader di un partito si candida in tutte le circoscrizioni per il rinnovo del Parlamento europeo anche quando sa che non farà parte di quell’autorevole consesso politico ed istituzionale, è semplicemente grottesca perché di quei casi è zeppa la concreta esperienza politica italiana. Ed è persin inutile fare i nomi perché sono noti a tutti. Almeno a quelli che li vogliono vedere senza ipocrisia, appunto, e senza l’ormai nota doppia morale. Semmai, quello che non possiamo non rilevare e che qualcuno volutamente dimentica, è come un partito dovrebbe comportarsi anche di fronte ad una consultazione importante come quella per il rinnovo del Parlamento Europeo.

Anche su questo versante ci sovviene l’esperienza, positiva e corretta, della cosiddetta prima repubblica. E, per fermarsi al più grande partito di quella stagione, la Dc, – anche se quel concreto atteggiamento è proseguito con alcuni partiti che sono succeduti alla stessa Dc – la strada era quella di candidare il segretario nazionale in una sola circoscrizione elettorale e altri leader in altre realtà territoriali. Senza, quindi, marcare la totale identificazione del segretario nazionale con tutto il resto del partito da un lato e, di conseguenza, lanciando anche la sfida delle preferenze con gli altri leader dall’altro. E, in secondo luogo, ed è questo l’aspetto politicamente più rilevante, evitando quella sfacciata personalizzazione della politica e nella politica che era, e resta, il vizio principale che indebolisce la credibilità dei partiti e ridimensiona il valore della partecipazione democratica e collegiale.

Al riguardo, non è sufficiente sostenere che erano altri tempi. Semmai, e non possiamo non evidenziarlo, si tratta di un vulnus che caratterizza l’attuale comportamento della classe politica italiana e che, purtroppo, riduce gli stessi partiti a grigi cartelli elettorali alle dipendenze dei rispettivi capi partito.

Questo è il dato politico centrale dell’attuale discussione sulle candidature, o meno, dei capi partito in tutte le circoscrizioni elettorali del Parlamento Europeo. Perché sin quando prevale in modo sfacciato e decisivo il criterio – o il disvalore – della spietata personalizzazione della lotta politica è perfettamente inutile pensare di risollevare la credibilità della politica e, al contempo, il prestigio e l’autorevolezza dei politici. E questo perché la personalizzazione inesorabilmente sfregia la democrazia interna ai partiti e trasforma questi strumenti politici in cassa di risonanza e di amplificazione del verbo del capo. E il cuore del dibattito, di conseguenza, non è la permanenza dei leader di partito nel Parlamento Europeo ma, semmai, evitare le candidature multiple degli stessi capi partito che identificano in modo inscindibile la figura del capo con il partito stesso.

Questo era e resta il malcostume politico principale. Elemento che, come noto, i sacerdoti del nuovismo, di norma, non colgono limitandosi a scrutare il dito e non la luna. Quando basterebbe, appunto, copiare quello che già si faceva nel passato nei partiti popolari, di massa e democratici. Quando, cioè, prevaleva la democrazia interna e non la “democrazia dell’applauso” nei confronti del capo di turno.

Ex Ilva, la politica e le partecipazioni statali: una storia da ripensare.

Per l’acciaieria di Taranto la politica è costretta a pensarsi con la lettera maiuscola e dare un indirizzo che non può spendersi soltanto sporadicamente ma che si traduca in una “visione”.
Per l’acciaieria di Taranto la politica è costretta a pensarsi con la lettera maiuscola e dare un indirizzo che non può spendersi soltanto sporadicamente ma che si traduca in una “visione”.

A volte la politica è costretta a tornare in campo anche se preferisce più spesso restare in panchina e far parlare i tifosi delle opposte sponde su fatti di gioco assai poco significativi. Intanto il tempo passa e la politica si riposa senza rischiare più gravi censure.

Ci sono situazioni che arrivano malgrado tutto ad un capolinea e si è costretti a prendere una decisione che esponga ad un giudizio. Sono cose che si dovrebbero evitare a ridosso, ad esempio, delle elezioni europee ma qualche volta il fato ci mette lo zampino e c’è poco da fare se non fare appunto qualcosa.

Si tratta della sorte dell’ex acciaieria Ilva di Taranto, oggi ArcelorMittal, che come è noto non sta vivendo un momento felice. Si discute di nuovi investimenti, ricapitalizzazioni almeno per volontà dello Stato e di resistenze da parte della partecipazione privata.

La questione è più spinosa dell’episodio in sé. Si dovrebbe una volta e per tutte ridiscutere sull’intervento dello Stato nell’economia con i limiti imposti dall’Europa e su di un possibile ritorno ad un sistema di partecipazioni statali.

In tempi di Prima Repubblica molto si è fatto; poi nei  successivi momenti di crisi dell’economia si è aperta la stagione della moda delle privatizzazioni dove si è affermata la linea per cui era bene lo Stato si spogliasse di alcuni gioielli di famiglia e far cassa, lasciando alla presunta più capace imprenditoria privata l’onere e l’onore della gestione di settori importanti del paese.

Andrebbe ricordato il monito di Andreotti quando osservava che un acquirente è interessato ai pezzi migliori di ciò che è vendita lasciando sul banco le aziende decotte che lo Stato dovrebbe poi continuare a sostenere. L’ex Ilva, come l’Alitalia e l’ITA di oggi, è già costato al contribuente italiano un fiume di denaro e gli esiti sono sotto gli occhi di tutti. Nel tempo ci hanno guadagnato solo i diversi commissari chiamati a gestire la situazione di crisi pur incapaci di riportare in attivo l’impresa da loro gestita.

La crisi della ex Ilva, oggi con oltre undicimila lavoratori in legittima apprensione, è stata determinata anche da motivi di tutela ambientale. L’inquinamento prodotto dagli altoforni della acciaieria ha avuto un impatto preoccupante sugli abitanti della città con un incremento significativo di morti per cancro ed altre patologie connesse ai fumi che hanno intossicato la città. La situazione attualmente è più o meno identica.

Sarebbe interessante ricostruire però la situazione nella sua origine. Qualcuno rammenta, se avesse ragione, che, all’inizio, l’impianto industriale fu costruito ad una certa distanza dall’abitato, con una fascia di rispetto che lasciava pensare ad un margine di sicurezza. Solo successivamente la crescita disordinata della città ha portato l’abitazione a ridosso della acciaieria incolpevole di essere dov’era.

Se questo rispondesse al vero ricorda un po’ il tema assai più contenuto dell’Aeroporto dell’Urbe a Roma. Da principio costruito in un campo sufficientemente distante dai quartieri abitati è stato incalzato progressivamente da palazzi di ogni tipo fin dentro l’aeroporto stesso anche per mano militare.

Oggi i cittadini di quelle parti lamentano un inquinamento acustico eccessivo e ostacolano ogni ipotesi di un cambio di orientamento della pista che possa consentire un traffico aereo più significativo che tornerebbe assai utile alla città.

È la vecchia storia dell’uovo e della gallina, del prima e del dopo. Sta di fatto che per l’ex Ilva la politica è costretta a pensarsi con la lettera maiuscola e dare un indirizzo che non può spendersi soltanto sporadicamente ma che si traduca in una “visione”. In questi ultimi trent’anni a ragionar così c’è da essere visionari ma in tempi di metaverso e di realtà aumentata non è morta l’ultima speranza.

Sorpresa, ritorna in Sicilia l’elezione diretta di Province e Città metropolitane.

Evitato, dopo 21 anni consecutivi, l’esercizio provvisorio con l’approvazione della finanziaria 2024, la politica regionale siciliana sembra essersi posta come primo obbiettivo strategico per il nuovo anno l’approvazione della legge di riforma della governance degli “enti di area vasta”. Facendo un duplice salto (mortale?) all’indietro. Ritornando, prima, alle province (com’è noto, con la legge regionale 7/2013 queste ultime erano state abolite e sostituite con i liberi Consorzi comunali) e, poi, all’elezione diretta popolare dei loro organi di governo e di quelli delle città metropolitane che con la legge 15/2015  era stata sostituita dal voto dei sindaci e dei consiglieri comunali in carica. Il tutto giustificato dalla necessità di sanare anche l’ormai insostenibile vulnus democratico causato dallo scandaloso commissariamento, protrattosi per oltre un decennio, degli organi di questi nuovi enti.

La riforma, che in un primo tempo sembrava avrebbe dovuto seguire quella nazionale della “legge Delrio” per evitare la possibilità che venisse impugnata per illegittimità costituzionale da parte del governo a motivo della violazione della medesima legge nazionale autoproclamatasi “grande riforma economico-sociale (art.1, comma 5) e quindi parametro invalicabile per l’osservanza di alcuni principi, ora è perseguita autonomamente, a prescindere dalle scelte nazionali. E ciò perché le elezioni europee incalzano ed i partiti “di sistema” ritengono indispensabile accorparvi quelle provinciali. Per un duplice scopo: 1) garantire una decente partecipazione popolare al fine di frenare la sempre più accentuata deriva astensionistica e 2) portare soprattutto al voto i propri clientes per mantenere quel livello di consenso che ne garantisce la sopravvivenza istituzionale e quindi l’esercizio del potere che costituisce l’unica vera ragione della loro esistenza.

E ciò è tanto vero che da settimane è ormai partito il gioco della contrattazione delle candidature tra i vari partiti  sia della coalizione di centrodestra che delle opposizioni, le quali alla fine potrebbero presentarsi anche unite. Addirittura si vocifera che nella coalizione di governo l’accordo sarebbe stato raggiunto sulla base dei voti conquistati dai singoli partiti alle ultime elezioni regionali (Fratelli d’Italia 15,1%, Forza Italia 14,7%, Lega 6,8%, Mpa 6,8%, Dc 6,5%) e quindi ripartendo le nove (alle sei delle province bisogna aggiungere le tre delle città metropolitane) candidature alla presidenza in ragione di tre ciascuno a FdI e FI ed una a testa per gli altri tre partiti. E lo stesso si dice che accadrebbe nel caso le opposizioni si presentassero unite: le nove candidature alla presidenza sarebbero divise in parti eguali avendo ottenuto le liste di Sud chiama Nord, del Pd e del M5S risultati pressoché simili.

Insomma, la politica siciliana, anche con la marea delle candidature consiliari, è pronta alla grande abbuffata di potere! Al ritorno, cioè, alle regole istituzionali ed elettorali del passato per consentire ai gruppi dominanti dei partiti di riappropriarsi dell’egemonia sull’apparato organizzativo locale attraverso la utilizzazione strumentale delle elezioni popolari degli organi delle province e delle città metropolitane. Come se per dieci anni, con l’abolizione delle province e l’introduzione dell’elezione indiretta di secondo grado degli organi dei liberi consorzi comunali e delle città metropolitane, si fosse sospesa la democrazia ed ora è arrivato il tempo di ripristinarne le regole auree. Naturalmente, con la celata consapevolezza che si tratta, sotto “mentite spoglie”, di una ‘truffa’ ai danni dei cittadini ancora più grave di quella realizzata dai dieci anni di commissariamento delle province che ora, assieme alle città metropolitane, verrebbero piegate e rese funzionali ai disegni di potere delle oligarchie partitiche che nessun interesse hanno per creare un sistema di governance locale ancorato alle comunità ed ai territori con i loro diritti ed i loro bisogni.

Ma tant’è! Questo è l’indirizzo dell’attuale politica siciliana e, data la corrispondenza  con la stragrande maggioranza della politica nazionale, conviene non illudersi troppo che esso possa essere facilmente deviato verso obbiettivi istituzionali virtuosi di segno diametralmente opposto alla deriva di una democrazia resa farlocca dai suoi dirigenti incapaci di servire ed anzi, per di più, intenti a servirsi dei bisogni delle comunità. Salvo che, chiaramente, non ci si accontenti della fine dell’ingiustificabile periodo di affidamento della titolarità degli organi istituzionali delle province a commissari nominati dal presidente della regione!

In ogni caso, però, è utile evidenziare quelli che, secondo me, costituiscono i tre ‘nodi’ principali di questo disegno di legge (licenziato per l’aula dalla I Commissione “Affari istituzionali” dell’Assemblea Regionale Siciliana e) tendente a rimettere in piedi il modello di organizzazione della governance locale antecedente il purtroppo velleitario tentativo di organizzare i liberi consorzi e le città metropolitane non secondo il solo principio di autonomia ma anche in base ai più innovativi criteri di sussidiarietà e federalizzazione.

A tal fine, la prima quistione da evocare è quella del dimensionamento delle nuove province e città metropolitane che dal disegno di legge in discussione sono istituite “quali enti di area vasta”. Il che, se volesse avere un significato, dovrebbe indicare che le vecchie circoscrizioni provinciali non sono più adeguate alle esigenze di uno sviluppo tecnologicamente avanzato e dovrebbero quindi essere riperimetrate, per riunirle e accorparle in confini più ampi di quelli delle tradizionali province in modo da consentire di esercitare efficacemente le loro funzioni di governo e soprattutto gestire in modo efficiente ed economico i servizi di livello sovracomunale necessari allo sviluppo economico-sociale delle comunità territoriali. Del resto, questa perimetrazione per così dire sovra-provinciale è ormai indicata non solo dalle più significative esperienze di pianificazione strategica e di programmazione territoriale ma anche dalle più avanzate riorganizzazioni di istituzioni pubbliche come le Camere di Commercio, le Autorità di sistema portuale, la rete degli Aeroporti di interesse nazionale. Per non dire anche della organizzazione di importanti soggetti sociali come le Confederazione dei sindacati dei lavoratori (in particolare, v. la Cisl) o le Associazioni degli organismi datoriali. Dopo la solenne affermazione di volere istituire “enti di area vasta”, il ddl in parola, però, di questa riconsiderazione dei confini territoriali delle province e delle città metropolitane non ne parla completamente e così, alla fine, si ritorna alle ripartizioni dei nove enti provinciali della riforma mussoliniana, negando nei fatti tutte le affermazioni di adeguamento degli enti alle nuove esigenze tecnico-funzionali dei servizi da fornire alle comunità ed in ultimo quindi anche le stesse ragioni del cambiamento della governance.

E veniamo alla seconda faccenda che, però, in un certo senso costituisce il cuore della riforma ‘schifaniana’. Vale a dire, l’elezione a suffragio popolare e diretto degli organi delle province e delle città metropolitane. Ora, a tal proposito bisogna essere estremamente chiari, dopo anni di mistificazioni e di rigurgiti di ignoranza. L’elezione indiretta di secondo grado di organi istituzionali non costituisce né un rimedio per risanare le finanze pubbliche (come pretendevano i provvedimenti di Monti e la propaganda dei ‘grillini’) né un vulnus democratico. Semplicemente è un meccanismo elettorale coerente al modello istituzionale che si ispira ai principi di organizzazione del federalismo. Che è l’indirizzo politico introdotto dalla riforma costituzionale del titolo V della Costituzione del 2001 e confermato per ben due volte dai referenda del 2005 (contro la controriforma ‘berlusconiana’) e del 2016 (contro il tentativo di modifica ‘renziano’). Quindi, da questo punto di vista, è stato estremamente lineare e coerente l’avere previsto da parte delle leggi ‘Crocetta’ e, a livello nazionale, ‘Delrio’ l’elezione di secondo grado degli organi delle province e delle città metropolitane (tranne i sindaci di queste ultime direttamente previsti dalle leggi o, a livello nazionale, anche dagli statuti). Soltanto che questo figurino federale avrebbe dovuto essere ‘tagliato’ in modo da aderire meglio alla complessità del sistema multilivello e quindi prevedere, accanto all’elezione indiretta dell’organo di controllo ed indirizzo (il consiglio), quella diretta (universale e popolare) dell’organo di governo (il presidente e il sindaco) delle province e delle città metropolitane. In modo che quest’ultimo, esercitando appunto funzioni di governo e quindi non di semplice amministrazione ma politiche, potesse avere una investitura olistica che è data esclusivamente e direttamente dal popolo sovrano. E così soddisfacendo anche quella giurisprudenza della corte costituzionale che prevede per le istituzioni territoriali di secondo livello almeno un organo rappresentativo eletto direttamente dal corpo elettorale.

Dunque, non è questa dell’elezione diretta dei presidenti delle province e (secondo il ddl di cui discutiamo) delle città metropolitane la scelta sbagliata che danneggia il sistema di governo democratico delle aree vaste in Sicilia. L’errore grave è costituito, piuttosto, dalla eguale elezione diretta prevista per i consigli che, essendo organi collegiali, costituiscono l’unica sede di rappresentanza degli interessi territoriali dei comuni e quindi l’unico luogo dove si può realizzare l’incontro e la composizione armonica delle vocazioni dei territori e delle comunità. Insomma, l’unico spazio dove realizzare il ‘patto federale’ creato dal nuovo continuum istituzionale tra comuni e province o città metropolitane, sostitutivo della vecchia separazione degli enti locali risalente al Testo Unico del 1934. Ma se questo è vero, non c’è dubbio che è qui che si infrange, con l’elezione diretta, la rappresentanza territoriale dei singoli comuni per affermare ancora una volta quella politica dei partiti che, però, oggi altro non sono che le maschere dei gruppi dirigenti che se ne sono appropriati (v., emblematica, la disputa tra Cuffaro e Rotondi in ordine alla ‘proprietà’ della Dc). Volerla affermare per forza è semplicemente la dimostrazione di una arroganza che non ha limiti.

E veniamo rapidamente al terzo dei problemi che questa riforma legislativa pone. Anzi, per essere precisi, non pone perché esso consiste esattamente nella mancata considerazione dei comuni e della loro crisi senza la cui soluzione nessun cambiamento della governance locale è immaginabile. Come sa chi di queste quistioni si occupa, infatti, oggi i comuni in special modo in Sicilia soffrono di una crisi economico-finanziaria che praticamente ne ha cancellato tutti gli spazi di autonomia. Ad essa si deve poi aggiungere la devastante crisi strutturale della quale parlava fin dall’inizio della seconda metà del secolo scorso Massimo Severo Giannini – che giustamente, lamentava la incapacità della maggior parte di essi (quelli cd. polvere) ad esercitare in modo adeguato le fondamentali funzioni loro assegnate – e che, oggi, con lo sviluppo industriale e post-industriale ha colpito soprattutto i comuni capoluogo delle aree metropolitane che non son più in grado di garantire alcuna partecipazione popolare, in particolare, alle loro periferie urbane. L’effetto di tale condizione è pertanto la generale condanna dei comuni, da un lato, al ruolo di enti relegati all’esercizio esclusivo di una pervasiva gestione amministrativa quasi sempre sconnessa dagli standards ottimali richiesti dalle esigenze di funzionalità ed economicità e, dall’altro, allo status di enti privi della capacità di esercitare qualsiasi funzione di indirizzo politico. Ne deriva che vi è una necessità assoluta che vengano riformati soprattutto se si pensa, in una prospettiva federale, che i comuni debbano avere un ruolo centrale nella nuova governance locale costruita intorno alle province ed alle città metropolitane. Il non tenerne conto (di una situazione come questa cennata) è indicazione certa che le linee della riforma che si vorrebbero introdurre non seguono alcuna vision e si muovono in base ad input esclusivamente particolari finalizzati ad interessi ‘personali’ piuttosto che al bene delle comunità.

Confermando così, in conclusione, che le norme proposte nulla hanno a che vedere con la democrazia vera e quindi che esse costituiscono un tentativo di strumentalizzazione degli istituti elettorali per perseguire gli inconfessabili interessi dei vari dirigenti di partito che sono occultati dall’intenzione di celebrare l’election day con le elezioni europee del prossimo 9 giugno!

Docenti fragili, manca la volontà politica di applicare la direttiva Zangrillo.

La storiella del mugnaio di Potsdam che, stanco delle angherie e dei soprusi di un potente barone, si domandava…“ma ci sarà pure un giudice a Berlino?” la trovo calzante per spiegare lo stato d’animo dei docenti fragili del pubblico impiego che aspirano al rinnovo dello smart working. Anche loro si chiedono se ci sia un giudice a Roma, o altrove nel Paese, che in qualche modo ripristini la legalità e il principio costituzionale di uguaglianza dei cittadini in tema di tutela della salute. E qui per “giudice” si intende estensivamente una figura istituzionale che vada oltre il ruolo del magistrato, qualcuno che dipani risolutivamente il bandolo di una matassa ingarbugliata, che nessuno si prende la briga di districare.

Come è noto la legge di bilancio ha concesso la proroga di questa previgente tutela ai lavoratori fragili del privato, negandola a quelli della pubblica amministrazione. Come è altrettanto noto la Direttiva del Ministro Paolo Zangrillo del 29/12/2023 ha impartito disposizioni affinchè – a determinate condizioni – il lavoro agile venga concesso con un accordo individuale stipulato con il dirigente dell’ufficio di appartenenza. E infine, come è tristemente e paradossalmente arcinoto, pare che ai docenti della scuola questo provvedimento “riparatore” non possa essere concesso in quanto oneroso, a motivo della nomina di un supplente al posto del fragile che lavora da remoto.

Alla ripresa delle lezioni dopo le vacanze natalizie molti insegnanti che fino al 31/12/2023 beneficiavano di questa tutela si sono trovati di fronte ad un dilemma, vista diffusione dei contagi comunitari da Covid: rientrare a scuola con il rischio di ammalarsi o restare a casa attingendo (fin che dura) al congedo per salute contrattuale? Risulta che molti abbiano fatto domanda di applicazione della Direttiva Zangrillo al proprio Dirigente Scolastico ma – in assenza di ulteriori disposizioni applicative della citata Direttiva Zangrillo – si sono visti rispondere “picche” con questa precisa motivazione, ‘attinta’ dalla direttiva medesima: “Sarà cura dei vertici di ogni singola amministrazione di adeguare tempestivamente le proprie disposizioni interne per rendere concreta e immediatamente applicata questa direttiva”.

Allo stato attuale non risulta che alcun Ministero (in questo senso va intesa la dizione “vertice”) o la Presidenza del Consiglio abbiano impartito disposizioni risolutive. D’altra parte non si può chiedere ai Dirigenti scolastici (ma direi a tutti i Dirigenti degli uffici periferici della P.A.) di fare i Cirenei che portano la Croce al Calvario.

Tuttavia in molti fanno lo gnorri: anziché interpellare il Ministro che sta al vertice della propria Amministrazione chiedono pareri ad uffici intermedi, specie quelli “legali” i quali a loro volta non sanno che pesci pigliare. Siamo dunque in questa paradossale (e ridicola, se non fosse che riguarda gente che è stata certificata “malata fragile” dal medico competente e la cui patologia è inclusa nel D.M. Salute del 4/2/2022) situazione: non potendo considerare la Direttiva Zangrillo una burla, una enfatica via per uscire dal pantano legislativo in cui ci ha portato il Parlamento facendo figli e figliastri e approvando una legge di bilancio che applica due pesi e due misure per i lavoratori fragili del privato e del pubblico, nessuno assume una iniziativa riparativa e risolutiva che ripristini il principio dell’equità e della giustizia sociale.

Ci sono state – è vero – prese di posizione delle Associazioni, in particolare la FLP e delle USB dei lavoratori, alcune lettere ai giornali da parte di gente malata e disperata ma tutto si sta perdendo nel limbo dell’indeterminato: a chi spetta decidere? Ha ancora valore la Direttiva di un Ministro che presiede agli uffici della Pubblica Amministrazione? Questa situazione ingiusta, protratta oltre misura, lasciata decantare senza un’idea, una proposta, un provvedimento ha il sapore amaro della beffa: si attende forse l’iniziativa davvero di qualche autorità giudiziaria che sollevi il principio della legittimità costituzionale della norma ovvero che attivi un procedimento in capo a chi omette di dar seguito alla Direttiva, magari di fronte ad un caso di grave compromissione dello stato di salute di un lavoratore fragile a cui viene negato il diritto soggettivo ad una tutela preventiva?

Mi domando spesso a cosa serva la politica oltre la retorica istituzionale delle promesse, dei pistolotti e delle ciarle che invadono i TG: se questa politica non sa risolvere i problemi della gente, il gap tra Paese legale e Paese reale si fa sempre più divaricato e insanabile.

18 gennaio 1994, il passaggio storico dalla Dc al nuovo Ppi.

[Qui di seguito l’ultima parte della relazione, per il testo integrale cliccare sul link a fine pagina]

 

…nessun programma di riforme potrebbe attuarsi, nessuna risposta saremmo in grado di dare ai sempre più insistenti e urgenti problemi che ci pone il futuro, e che coinvolgono non solo il destino delle nostre terre ma quello dell’umanità intera, se ci mancassero la forza morale e il senso di una altissima responsabilità civile e politica, di ispirazione umanistico-cristiana, nel momento in cui ci accingiamo a dare vita al nuovo partito. Noi dobbiamo ricondurre l’etica, l’impegno morale, nelle sue forme più categoriche, dentro la politica; dobbiamo combattere e negare validità alla concezione della doppia morale, quella che si applica ai rapporti privati, l’altra che non si applica alla vita pubblica, come se questa fosse un campo neutro, dove sono possibli tutte le scorribande di avventurieri di tutte le risme e qualità, senza scrupoli. L’impresa nostra è difficile, gigantesca, paurosa perché abbiamo davanti un altro muro costituito da mezze verità, dalle emozioni e alle rabbie che si sono abilmente coltivate sfruttando anche nostri errori, stravolgendo i rapporti fra giustizia e politica, per metterci alla berlina e annullare tutto di noi, della nostra storia e della nostra vitalità.

Se non ci muovesse una forte, ansiosa passione civile e se non sentissimo in profondità un sentimento, un dovere, che è dentro di noi, impostoci dal retaggio che ci è rimesso dal passato, da quando la politica e la laicità divennero anche misura del cristiano, non esiteremmo a lasciare il campo.

Certo, ne siamo ben consapevoli, c’è il problema delle aggregazioni elettorali, problema urgente, che ci prende alla gola, e che sembra contrastare con quella esigenza di raccoglimento necessaria perché il partito sia. Una cosa sappiamo di certo: che noi possiamo studiare tutte le possibili alleanze elettorali, possiamo elaborare tutte le combinazioni più avvedute per promuovere le più larghe candidature — e dobbiamo farlo ma se non adottiamo quei criteri di scelta che ci sono peraltro suggeriti dagli esiti dei referendum, se non ci richiamiamo alle più volte ricordate ragioni essenziali del fare politca da cristiani, faremo falli-mento. Non siamo qui per fabbricare nuovi notabili per nuove clientele, ma per riguadagnare alla politica quelle nostre antiche ragioni che sconsideratamente abbiamo smarrito. Mettiamocelo bene in mente: oggi noi camminiamo nel vuoto; sarebbe veramente un suicidio se ritenessimo di poter riempire questo vuoto solo con i giuochi della cabina elettorale.

Per leggere il testo integrale

Danti (IV) auspica il riavvicinamento della Gran Bretagna all’Unione europea

Foto di PublicDomainPictures da Pixabay
Foto di PublicDomainPictures da Pixabay

Una ricerca condotta dalla Cambridge Econometrics ha rilevato che nel 2023 il Pil della capitale accuserà una perdita di 30 miliardi di sterline a seguito dell’uscita dall’Unione europea. Si stima che in tutto il Regno Unito la cifra raggiunga i 140 miliardi di sterline. Se un londinese ha perso in media 3.400 sterline, 2.000 ne ha perse invece un cittadino britannico.

Il sindaco Khan è stato molto chiaro: “È ormai evidente che la Brexit non funziona […], sta trascinando la nostra economia verso il basso” il costo della vita si fa sentire aumentando la pressione sulle famiglie”. In più, ha detto Kahn, la Brexit provoca “un impatto negativo sulle industrie che sono cruciali per il nostro successo, come l’ospitalità, l’edilizia e i servizi finanziari”.

La  ricerca ha rilevato altresì che nel 2023 il Regno Unito ha registrato 1,8 milioni di posti di lavoro in meno rispetto a un ipotetico scenario senza Brexit. Di questi, 290.000 posti di lavoro sono andati in fumo nella capitale.

In base ai dati raccolti, nel prossimo decennio aumenterà ulteriormente il divario di produttività tra Londra e il resto del Regno Unito. La Brexit, insomma, “non è una preoccupazione marginale da relegare nel passato”: il sindaco, infine, ha voluto sottolineare di essere d’accordo con il ministro degli Esteri ombra del Partito laburista, David Lammy, sulla necessità di costruire “una relazione più stretta” con l’Uniobe europea.

Ora, quello che avviene al di là della Manica deve far riflettere. “Le parole e lo studio presentato dal sindaco Sadiq Khan ancora una volta ci confermano quanto male abbia fatto la Brexit e quanto folle sia stato il populismo antieuropeista che ha soffiato su quel fuoco”. Lo ha scritto ieri sui social l`eurodeputato  (Italia Viva) Nicola Danti, vicepresidente di Renew Europe.

Di qui l’auspicio per un cambiamento di rotta. “Che l`appello del primo cittadino della capitale inglese – sostiene Danti  – sia ascoltato da tutti. Che la prossima legislatura europea sia quella del riavvicinamento del Regno Unito all`Unione europea. D`altra parte è sempre la realtà a cozzare con i disastri partoriti dal populismo”.

Centro vuol dire soprattutto capacità e volontà di integrazione

Sarebbe un’operazione del tutto inutile, nonchè estranea alla storia politica italiana, ricostruire un luogo politico di Centro escludente e respingente. Detto in altre parole, il Centro oggi o è politicamente inclusivo e squisitamente plurale oppure è destinato a sbattere contro gli scogli ancor prima di iniziare la sua navigazione in mare aperto. E questo per la semplice ragione che, tramontata la sostanziale e storica identificazione tra la cultura cattolica e il cattolicesimo politico con una esperienza politica centrista, è di tutta evidenza che quest’area può continuare a competere con la destra, la sinistra e i populisti solo se riesce a trarre un progetto politico generale dal pluralismo delle culture che si riconoscono nella cosiddetta “politica di centro”.

Ma questo sforzo inclusivo adesso è messo alla prova. Ovvero, o si riesce a fare un credibile e visibile salto di qualità oppure chi si candida, giustamente e legittimamente, ad interpretare e a farsi carico di quella domanda politica rischia di diventare in breve tempo il responsabile se non addirittura il commissario liquidatore di una categoria che, comunque la si metta, continua ad essere decisiva e determinante per la stessa prospettiva democratica del nostro paese. Un luogo politico, però, che deve essere interpretato da quelle culture che storicamente sono più affini a declinare una politica di centro. Altrimenti viene cavalcato e gestito, come emerge dalla concreta esperienza politica italiana, da forze e da partiti che sono strutturalmente esterni ed estranei a quella cultura e, soprattutto, a quel metodo.

In effetti il Centro – vale la pena ribadirlo ancora una volta, – non è soltanto merito e sostanza politica ma anche, e soprattutto nella concreta dialettica italiana, metodo e stile. Ovvero, chi non condivide la profonda e nefasta radicalizzazione della lotta politica nel nostro paese da un lato e il consolidamento di un violento e maldestro bipolarismo selvaggio dall’altro, non può che individuare in una credibile ed innovativa politica di centro la strada concreta per dare maggior qualità alla nostra democrazia e un miglior funzionamento allo stesso sistema politico italiano.

Per questi motivi il Centro dev’essere fortemente inclusivo e molto plurale. Plurale nella sua accezione originaria, ovvero culture politiche riformiste riconducibili ad una politica di centro e, soprattutto, plurale anche nella gestione democratica e concreta di quell’area politica. Ed è proprio su questo versante che sarà misurata la reale capacità di emergere di questo storico spazio politico nel nostro paese. Perchè dopo la stagione populista e dissacrante del pensiero grillino, seguita dal ritorno delle tradizionali categorie politiche della destra e della sinistra, il Centro può ritornare ad essere credibile solo se riesce a coniugare il profilo politico con quello democratico interno. E le prossime elezioni europee confermeranno, o meno, questa duplice necessità. Politica e metodologica. Solo così potrà tornare un Centro politico credibile, necessario, equilibrato e realmente democratico e riformista nel nostro paese.

Cleopatra ed Elly sotto lo sguardo stanco di Cesare

Si sa che a Cesare i Galli hanno sempre creato problemi ma, essendo venuta l’urgenza di contrastare  la crescita del potere di Cleopatra, il divino imperatore ha trovato tra le sue conquiste delle tribù galliche la giovane condottiera della stirpe degli Edui, Galli della Helvetia, Elly.

Elly ha mostrato da subito determinazione, volontà, fiducia in sé e gradimento del popolo sovrano. Ad Elly Cesare ha affidato il compito di organizzare la sua tribù e quelle Italiche che vanno a comporre il vasto gruppo degli scontenti di ogni cosa fatta nell’Impero, gli insoddisfatti di sempre e gli orfani del tempo che fu, e quelli che hanno lasciato il posto alla regina Cleopatra, senza aver avuto modo di spiegare a Cesare per lo meno cosa stavano facendo. Però Elly finora non ha brillato per visione strategica, tattica e posizionamento, doti difficili da padroneggiare se non si è fatta una formazione militare (come quella di Cesare ovviamente), ma è anche vero che Cesare non le ha dato i migliori tra i suoi pretoriani e la corte degli assistenti è troppo piena di dolenti insoddisfatti per avere una visione di futuro per il popolo sovrano.

Se c’è un fondo di verità nel motto “divide et impera” il caso di Cleopatra ed Elly è lì a dimostrarlo. Quanto all’una è stato dato in termini di sesterzi, mezzi e truppa , tanto all’altra niente sesterzi, pochi mezzi e truppa stanca o svogliata.

Finché Elly è stata in seconda fila ad occuparsi di verificare il lavoro fatto da Cleopatra, la regina stessa non le ha prestato attenzione, ora ha trovato una convenienza ed intende sfruttarla al massimo.

Messo da parte il repulisti della ciurma Cleopatra vede all’orizzonte la sua nave entrare trionfante al porto dell’alleanza europea avendo vinto la competizione e fa la sua prima mossa sulla scacchiera della dama dell’impero. Lancia l’idea del suo possibile impegno personale nel sostenere il progetto di una alleanza europea più forte come la desidera Cesare, ma sostiene anche se stessa e tutta la ciurma sua, dicendo chiaro che il sacrificio non toglierà spazio e tempo al governo del Paese che gli è stato affidato.

Legittimo, se non fosse che così facendo lancia l’amo e cerca di obbligare Elly a seguirla nel suo stesso campo di confronto (la scacchiera della dama). Il “daj che ce la vediamo noi due da sole” anche se non detto, è una provocazione; infatti i due ufficiali di bordo non ci cascano conoscendo la scaltrezza politica di capitan Cleo e preferiscono avere salva la vita stando a guardare e passando in rassegna le truppe.

Elly invece è tentata…ma esita. Una condizione che avvantaggia Cleopatra che può prendersi tutto il tempo che serve per vedere quale sarà la pedina che muoverà Elly, che di dama non è esperta. Il gruppo dei Galli della Helvetia che conosce bene Cesare e i suoi pretoriani non si fida di Cleopatra, frena e vuole che Elly si sfili con eleganza mentre il gruppo delle tribù italiche ha sete di confronto, mosso da rivalsa, e la vuole in campo garantendo il sostegno di tutti loro. Si annoverano tra costoro pochi esperti di dama che invece servirebbero, insieme ai molti supporter.

E qui gioco forza bisogna usare la prudenza. Perché il popolo italico non ha ancora mostrato interesse per questa competizione “europea” e il rischio che si svolga nell’arena/scacchiera uno scontro senza spettatori sugli spalti e solo con la tifoseria,  è alto.

Cesare scommette su Cleopatra e sa che Elly non saprà resistere alla promesse di uno scontro leale in una scacchiera che capitan Cleo ha ben preparato per tempo e tenuto lì alla bisogna; ed ora il tempo è arrivato.

Il popolo sovrano aspetta di capire se lo scontro avverrà e se per loro ci sarà il “divertimento” di vedere il gioco delle due protagoniste o se sarà di una noia mortale. Ma è lo stesso Cesare ad avere lo sguardo stanco ed annoiato, se le due non riusciranno ad animare il popolo sovrano, se mai si giocherà, solo lui sarà costretto essendo l’imperatore a stare da solo sugli spalti.

Dibattito | Dalla vocazione maggioritaria al rovesciamento pratico in avocazione maggioritaria

L’appetito vien mangiando e allora vale la pena consigliare di mettersi a dieta, alla Meloni, perché se il premierato dovesse pur passare alle Camere sarà impallinato dai suoi alleati nel referendum confermativo, e non potrà far finta che non è successo niente.

Pensare di entrare nelle comunità locali a vele spiegate è un altro dei suoi errori, specie quando il livello è quello regionale. Perché qui lo scontro diventa costituzionale ed è ragionevole una rivolta da parte delle regioni per incostituzionalità. Ora sono solo quattro su sette le regioni che hanno ottemperato all’obbligo per legge nazionale di adeguarsi ai due mandati consentiti nei comuni. La ragione è lapalissiana perché qualcuna ha derogato senza opposizione alcuna di natura giuridica.

Infatti in forza dell’autonomia statutaria, fondata sul potere legislativo, ogni regione in primo luogo disciplina se stessa in tutte le sue forme, sicché se ci fosse un’emergenza bisognerebbe operare con legge costituzionale.

Verificato che nessun limite ai mandati consecutivi esiste per il Capo dello Stato e del governo, la prassi si è incaricata per ben due volte di vedere riconfermato il Presidente uscente, e quindi potenzialmente per 14 anni, pari quasi a tre mandati sul piano regionale.

Il fatto si lega alla longevità e alla maggiore tenuta psicofisica. Perché questa discriminazione, allora, verso il personale politico delle autonomie locali? Ci stiamo incamminando dalla legittima vocazione maggioritaria di chi vuole guidare il Paese col consenso popolare alla “avocazione maggioritaria”; una soluzione politica in dispregio del consenso popolare come avverrebbe, per fare degli esempi, in Veneto in Campania e, per citare un comune, a Bari: in tutte e tre le situazioni in presenza di maggioranze assolute. Se non è barare, questo!

Europee, tempo di candidature: Renzi rilancia la sua sul Riformista.

Milano, 12 gen. (askanews) – Schlein doveva rispondere con chiarezza alla sfida di Giorgia Meloni, accettando di sfidarla alle Europee oppure al contrario rifiutando perchè non avebbe dato seguito ad una eventuale elezione. Ma non decidere equivale a non tirare un calcio di rigore. Lo sostiene Matteo Renzi, nell’editoriale sul Riformista oggi in edicola, per il quale “un partito politico il cui gruppo dirigente discute come in un’assemblea studentesca e senza una leadership che decide mostra palesemente le sue difficoltà”.

“L’errore fatto dal gruppo dirigente del Pd fa veramente ridere.

Avevano un calcio di rigore e hanno deciso di non tirarlo. La Meloni dice: sono pronta a candidarmi alle europee e vorrei un confronto TV con Elly Schlein. Per il Pd è tutta manna dal cielo: visibilità gratis e radicalizzazione assicurata. A quel punto al Nazareno hanno due opportunità. La prima è dire: grazie, Giorgia, per il reciproco riconoscimento. Elly si candiderà in tutte e cinque le circoscrizioni e contiamo di batterti. Invitiamo tutti gli oppositori di questo Governo a votare PD e dare la preferenza a Schlein. La seconda è dire: grazie, Giorgia, ma le elezioni europee sono una cosa diversa da un mega sondaggio come quello che tu intendi. Elly non si candiderà perché non potrebbe svolgere la funzione di parlamentare europea. Entrambe le risposte sarebbero state comprensibili e chiare. E avrebbero messo il Pd in una posizione di forza. Invece che fa il Pd? Anziché rispondere, apre il dibattito”.

Per Renzi così ne approfitta Conte, che “sa che le preferenze non sono il suo forte, le Europee non sono Instagram e sa che con il Pd alle europee perde: dunque tuona contro quelli che si candidano per fare un altro mestiere. La Meloni fa assist, Schlein tentenna, Conte insacca. Uno a zero per i grillini”. E poi c’è Salvini, “che sa di non poter replicare il risultato di due milioni di preferenze del 2019 e allora se ne esce diplomaticamente inventando candidati diversissimi al solo scopo di mascherare la marcia indietro del fu Capitano: Vannacci, Paragone, Palamara. Ancora incerto Topo Gigio, pare non abbia sciolto la riserva. L`errore è tutto di Elly: doveva replicare per prima alla Meloni. Avrebbe potuto dirle sì, avrebbe potuto dirle no. Rispondendole Ni e aprendo il dibattito interno si sono levate le voci – disinteressate e non – di tutti, tranne che l`unica che forse valeva la pena sentire: la voce di Elly.

Peccato, un`occasione persa. Io nel frattempo mi candido. Contro questo Governo incapace ma anche contro questa opposizione inconcludente”.

Domenico Amalfitano, orgoglio pugliese, testimone della storia politica italiana.

Domenico Maria Amalfitano, nato a Martina Franca il 18 agosto 1941, p r o f e s s i one insegnante, esponente della Democrazia Cristiana. Nel 1976 eletto per la prima volta alla Camera dei Deputati, in carica fino al 1992.

 

Sono trascorsi 38 anni dalla firma del Nuovo Concordato per linsegnamento obbliga- torio della religione cattolica in tutte le scuole pubbliche, Lei quale posizione prese?

Nel dibattito articolato per l’or- ganizzazione dell’insegnamen- to della religione dopo, anche a seguito della firma rinnovata del Concordato, mi trovai assertore convinto, con Pietro Scoppola, del cosiddetto doppio canale: un insegnamento nell’area comune, con un’impostazione storico-teologica, obbligatoria e una presenza più catechetica nell’area opzionale come esperienza comunitaria di fede. La mediazione fu, come è attualmente, un insegnamento di religione cattolica con possibilità di scelta per altro insegnamento: facoltà di esonero con opzione sostitutiva di altro interesse. Argomento che andrebbe oggi ripreso e seguito per la grandissima importanza sia pedagogica che culturale in una prospettiva interdisciplinare.

 

Cosa ha significato per Lei lavorare con Franca Falcucci, prima donna a ricoprire la carica di Ministro della Pubblica Istruzione?

Franca Falcucci è stata tra i migliori ministri dell’istruzione che l’Italia abbia avuto sia per competenza, passione e capacità innovativa. Pensiamo a quanto ha fatto nel settore dell’handicap e nell’individuazione dei piani di sviluppo triennale della ricerca e dell’insegnamento universitario. Fui Sottosegretario vicario coadiuvandola particolarmente nei rapporti con il Parlamento.

 

Quale ruolo ricopriva nel periodo dellassassinio del Presidente Aldo Moro?

Ero in Parlamento da meno di due anni, grande difficoltà ad entrare nella tristissima vicenda, tutta immolata alla fermezza dello Stato e rivelatrice di un deficit delle istituzioni e di una non piena conoscenza e comprensione del ruolo e della politica di Aldo Moro.

 

Com’è cambiata la politica dopo quella pagina nera di fine anni settanta?

L’accentrarsi della crisi dei partiti e del valore della rappresentanza nonché la personalizzazione nociva della politica.

 

Lei è testimone della fine della Prima Repubblica, quali i cambiamenti principali?

Si bloccò la rifondazione culturale dei partiti che il governo di solidarietà aveva cercato di mettere in evidenza e un’adeguata, trascinata forma di governo di coalizione ci accompagnò al degrado.

 

La sua vita politica quali benefici porta alla sua terra?

Credo di aver innestato un’attenzione alla politica dei beni culturali con esiti anche occupazionali e formativi, all’istituzione della presenza universitaria sul territorio e della stessa ricerca scientifica nonché a un sistema scolastico più attento all’orientamento e alle vocazioni territoriali.

 

Un consiglio alle future classi dirigenti?

Avere visione, passione, responsabilità di rappresentare con competenza i bisogni del territorio. Sentire la politica come vocazione e comporre gli elementi per una pubblica, possibile felicità delle comunità. Sentirsi eletti e non cooptati.

 

Cosa ne pensa della sostenibilità?

La sostenibilità è una visione della vita e della politica. È una nuova comprensione della realtà, del mondo, del rapporto uomo/natura. È cultura, è coerente stile di vita che impegna tutti, al di là delle facili citazioni e dell’inflazione verbale.

Il metodo del dottor Knock illumina la logica del consumismo sanitario

[…] La tentazione di medicalizzare le non malattie non è recente. Nel 1923 fu rappresentata una divertente commedia scritta da Jules Romain dal titolo “Knock, o il trionfo della medicina” che anticipa gli sviluppi della medicalizzazione. Gli abitanti di Saint-Maurice, un piccolo e pacifico villaggio della provincia francese, non avevano mai avuto grandi problemi di salute e il medico del posto non era mai stato subissato di lavoro. Quando il dottor Parpalaid decide di ritirarsi, il suo posto viene preso da un medico, di nome Knock, che riesce a convincere tutti quelli che incontra di essere malati. Così facendo, trasformerà il villaggio in un grande ospedale, popolato di malati immaginari e l’economia locale (il farmacista, l’albergo del paese, etc.) ne avrà un grande beneficio. “Coloro che si credono sani sono malati che non sanno di esserlo”, “nelle vene di ogni uomo c’è il germe della malattia”: questi sono i principi sui quali si fonda il metodo del dottor Knock. In questa godibilissima commedia si possono leggere in nuce i meccanismi psicologici utilizzati per sviluppare i potenziali interessi privati dei professionisti della salute. Per ogni paziente il dottor Knock gioca sui sintomi più lievi per prognosticare una malattia grave e impone diete, trattamenti e controlli. E quando il vecchio medico Parpalaid ritorna a Sant-Maurice stupito per i tanti malati, Knock risponde: “Be’, se la gente è stanca di star bene e vuole offrirsi il lusso di star male, perché dovrebbe negarsi questa esperienza? Va tutto a foderare le tasche del medico”.

Riflessioni acute quelle di Bobbio, Meador e Romain che sollecitano la politica a intervenire per ridurre il consumismo sanitario a salvaguardia della salute, con l’effetto collaterale non trascurabile di recuperare negli anni risorse da riutilizzare nella sanità. Pertanto accanto all’urgente e prioritaria necessità di garantire la sostenibilità del SSN con un adeguato aumento pluriennale del fondo sanitario per evitare un ulteriore scivolamento delle cure verso la sanità privata (attraverso le assicurazioni) è necessario che il Ministro assuma delle decisioni per contrastare almeno ciò che lui stesso ha denunciato.

 

Per leggere il testo completo

https://www.quotidianosanita.it/m/lettere-al-direttore/articolo.php?articolo_id=119417

Vabbè, parliamo de Ghismunda…Una novella di Boccaccio proposta in romanesco.

Prima novella della quarta giornata

Reggenza: Filostrato

Tema: Amori dall’esito tragico

Narratrice: Fiammetta (e io)

 

Dunque, Ghismunda è figlia del principe de Salerno, Tancredi, ed è una che cià tutto al posto giusto: il cash, la laurea alla Luiss, le Hogan nell’armadio, la Smart parcheggiata sulle strisce blu col ticket pagato, le amiche che dicono “c’è, tesò, top, pazzesco”, le foto co’ la bocca a culo de gallina su Instagram etc etc etc.

Insomma, ‘na perfetta pariolina a denominazione d’origine controllata.

Cià solo un problema: Ghismy, buon’anima, resta vedova troppo presto, e invece de annà in giro pe Spa, fasse l’iscrizione alla Virgin Active e unisse alla schiera de Milf che coabitano là dentro in cerca de ca… de calorie da smaltire, eh, lei se innamora dell’omo sbagliato.

Ghismy è una che su Tinder avrebbe fatto match col tipo che cià la prima foto col Rolex, la seconda col cavallo da Polo impomatato e la terza a petto nudo in qualche posto esotico a minimo ventitré ore de volo da Roma. D’accordo? Ce siete?

Tutte garanzie indiscutibili de censo, benessere e pensione assicurata. Un po’ come quando ti chiedono la RAL ai Navigli di Milano: «E tu quant’è che guadagni?», ma sotto forma iconografica.

Comunque, Ghismy, invece de mette i like strategici a cadenza diaria, o meglio, settimanale, ai tipi giusti, pensa bene de fidanzasse, così, proprio de punto in bianco, co lo scudiero del padre: Guiscardo (che io me lo immagino tipo il runner de Deliveroo che piotta in bici ansimante e senza luci sulla Prenestina de notte dietro a un autobus, e tu te fai il segno della croce passandogli accanto. Uguale uguale).

Ecco, a lei je piace lui. Anzi, darebbe la vita per lui. Il quale è descritto, del resto, come un gran fregno e anche tanto gentile e tanto onesto, pare.

Il principe Tancredi, noto pe non fasse mai li cazzi sua, pur-troppo, li scopre e non la prende pe niente bene ‘sta cosa dell’amore proletario.

Resta un po’ tipo Andreotti dalla Perego e, dopo averci pensato su, agisce. Un bel giorno chiama Ghismy (che chiaramente non risponde perché è occupata a fasse il gel alle unghie col french e i brillantini), quindi le scrive un WhatsApp: «Viè cqua che non te faccio niente» e poi je fa trovà il cuore del bel Guiscardo su un vassoio, tipo flut col prosecco ai matrimoni.

Del resto, l’onta dell’inferiorità sociale sarebbe stata insanabile.

Ghismy, allora, pur di non trascorrere una vita infelice appresso al padre che le ha tolto l’unica gioia vera sua, decide de annà a guardà le margherite dalla parte del gambo e si spara un par de shot de veleno…tipo io quando mi facevo il rum e pera a Campo de Fiori da ragazzina, ma decisamente più greve.

Il principe Tancredi, solo allora, finalmente si pente amaramente (sto stronzo), e la fa seppellì accanto a Guiscardo.

Poi esordisce: «Ma io l’avevo fatto per il suo bene».

Ecco, a me, mentre spiegavo ‘sta novella in classe l’altro giorno, a questo punto, mi è venuta in mente la scena di The fighter, un bel film su due fratelli pugili, nella quale, a seguito di una lite, uno dice all’altro: «Senti, fratellì, fa ‘na bella cosa, non fare più un cazzo per me».

Ghismunda, non ti scordiamo.

 

 

Scheda

  1. Lavatore, Cabaret Decameron. Una rivisitazione in romanesco di dodici novelle dal capolavoro di Giovanni Boccaccio, Edda Edizioni, 2023.

https://amzn.eu/d/0pZNiwg

La Voce del Popolo | Riflettere oggi sull’antisemitismo

La Giornata della Memoria del 27 gennaio – per ricordare la Shoah, lo sterminio nazifascista di milioni di ebrei – quest’anno ha il suo punto di partenza nel ritorno in forme violente dell’antisemitismo: l’attacco di rara ferocia di Hamas contro ebrei inermi ai confini di Israele ha riportato alla memoria i pogrom antigiudaici che hanno costellato la storia e che nel Novecento hanno avuto il loro spettrale coronamento nella Shoah. La guerra che è conseguita dopo il 7 ottobre 2023 – tra legittima reazione di Israele per sconfiggere il terrorismo di Hamas e trasformazione di questa guerra in una furia del governo Netanyahu, egemonizzato dalla destra messianica, contro la popolazione palestinese di Gaza – invita a riflettere con disincanto sulla rinascita dell’antisemitismo.

Simpatie. Non solo l’antisemitismo pervade oggi la maggioran-za dei Paesi di religione islamica, ma le giovani generazioni dei Paesi occidentali, come dimostrano i sondaggi. I giovani sembrano simpatizzare per Hamas proprio per il significato antisemita dell’attacco ad Israele.

Un dato sconcertante particolarmente in Europa: è come se la generazione di studenti che si è formata con le Giornate della Memoria rifiutasse il significato etico e civile di questa stessa giornata.

Paradosso. In che modo spiegare questo paradosso? È come se le difficoltà sociali e politiche anche nelle democrazie costituzionali trovassero la loro valvola di sfogo nella teoria cospiratoria delle colpe dell’ebreo. Un capro espiatorio cui addossare le cause dei mali sociali e politici della politica interna e internazionale.

Riflessione. Un paradosso che va di pari passo con una evoluzione della riflessione teologica e filosofica in senso opposto: Auschwitz è ormai un “theologumenon” dal quale non si può prescindere per una riflessione su Dio, il male e la teodicea, quale che sia la confessione religiosa di appartenenza. È una discrasia che pone inquietanti do- mande sulla rilevanza sociale della teologia e della riflessione filosofica: ai limiti della insignificanza per la formazione di una opinione pub blica critica?

Sentimenti. A preoccupare sono i sentimenti antisemiti nelle giovani generazioni, quasi a conferma della tesi storiografica che dopo tre generazioni da un evento, per quanto catastrofico, la memoria sociale tende a obliarlo. Una dimenticanza facilitata oggi dai social e dalla rete multimediale, dove, venuto meno ogni canone culturale come metro di giudizio condiviso, proliferano le peggiori ideologie, tra le quali appunto l’antisemitismo, come fosse una opinione legittima come le altre presenti sul Web.

Auschwitz. Che fare? Nonostante tutto, continuare, con pazienza e fiato lungo, a parlare pubblicamente di Auschwitz, ora che per motivi anagrafici stanno venendo meno gli ultimi testimoni, nella consapevolezza che il futuro della qualità della vita pubblica delle democrazie liberali va di pari passo con la lotta per frenare e scacciare i demoni dell’antisemitismo. Una lotta senza fine, perché una pluri- secolare colpevolizzazione dell’ebreo s’è a tal punto sedimentata – in quel deposito involontario della memoria collettiva rappresentato dal linguaggio – che è pronta a riemergere al minimo segnale di crisi della convivenza sociale.

Diagnosi. Una diagnosi pessimista? Realista direi perché, come osservava Theodor W. Adorno nelle sue riflessioni sull’antisemitismo, l’odio verso gli ebrei è la cicatrice insieme della cecità e della potenziale violenza contro l’altro, il diverso simbolizzato dal giudeo, da parte di una coscienza che si rifiuta di riflettere. Una sorta di coazione alla regressione della civilizzazione. E oggi assistiamo al fenomeno transnazionale di una ragione pubblica che sembra voler abbandonare la propria età adulta.

 

Ilario Bertoletti

Direttore editoriale – Morcelliana

 

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

La Meloni appare inaffidabile anche per una certa ingordigia di potere

La nostra Premier è brava ma mentre mira in alto in Europa  – nella solidarietà all’Ucraina, nella scelta europea ed atlantica nella Nato – poi si contraddice dissipando i consensi raggiunti, visto che flirta coi sovranisti europei, i più contrari agli interessi nazionali, per una solidarietà sull’immigrazione. Ed in ciò vola basso in Europa ed in Italia, sperpera il credito conquistato, non ancora sconfessata perchè con le le europee vicine potrebbe essere utile per rafforzare maggioranze risicate.

E lei che fa? Approfitta di questa tregua ed invece di accreditarsi come partito conservatore, del rigore, si accredita per misure di conservazione ed espansione del potere appena acquisito. Lo spoil system è interpretato ben oltre gli incarichi del normale turn over politico, dato che incomincia a restringere nelle intenzioni perfino gli spazi degli organi di garanzia super partes.

L’ultima chicca, che segnala la distanza dalla consapevolezza europea, è la cancellazione dell’abuso di ufficio e del traffico delle influenze. È concepibile che queste misure vengano prese senza sapere che è in elaborazione una direttiva europea che tutti saranno tenuti ad osservare, introducendo quella normativa dell’abuso di ufficio che noi stiamo cancellando? Possibile che non sia nota la motivazione profonda che per il grande ammontare delle somme investite nei Pnrr si fa carico di evitare le incursioni dei poteri malavitosi?

Ma c’è di più, molto di più, a livello istituzionale quando nella proposta del premierato si prevede la soglia del 40% per arrivare al premio di maggioranza del 55%.  Mettiamo in conto un astensionismo che ha superato il 40%: non sarà al comando una minoranza “assopigliatutto” del Paese?  Ed il 40% non prelude alla possibile esclusione di uno degli alleati? Altro che  vocazione maggioritaria alla Veltroni, con all’epoca una soglia al 5% che concorse, indirettamente, alla caduta del Governo Prodi. La vocazione maggioritaria si esprime altresì anche a livello degli enti locali e qualcuno, come un fragile ed esposto Salvini, intuisce che sarebbe intanto probabile o inevitabile la fine delle fortune personali.

Le iscrizioni, primo passo per organizzare il prossimo anno scolastico.

Il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha diramato, con circolare 40055 del 12/12/2023, le disposizioni relative alla complessa operazione delle iscrizioni degli alunni in vista del prossimo anno scolastico 2024/25. Lo ha fatto con largo anticipo, in modo davvero egregio e con la necessaria completezza di indicazioni, affinchè scuole e famiglie, che sono in buona sostanza i contraenti di una sorta di ‘negozio giuridico’ che chiama in causa diritti e doveri di entrambe le parti, siano messe in condizione di formalizzare un atto amministrativo caratterizzato da estrema precisione. Infatti,  nel procedimento di regolarizzazione delle operazioni, risultano utili ad avere, nel periodo che va dal 18 gennaio al 10 febbraio 2024, il quadro degli alunni iscritti alle scuole di ogni ordine e grado.

Ciò è propedeutico alla formazione delle classi e alla definizione degli organici dei docenti nell’anno scolastico prossimo venturo. Dal documento uscito da Viale Trastevere si evince la cura dei dettagli con cui il Ministro Valditara e il Direttore Generale Fabrizio Manca, che lo ha firmato, hanno inteso emanare disposizioni chiare ed orientate alla massima trasparenza. Bisogna considerare che la richiesta di iscrivere il proprio figlio a scuola dovrà essere redatta dalle famiglie in modalità telematica, con alcune eccezioni che riguardano, ad esempio, le scuole dell’infanzia e quelle della Valle d’Aosta e delle Province Autonome di Trento e di Bolzano, oltre ad una serie di classi intermedie dettagliatamente elencate. In più rientrano in questo quadro gli alunni in fase preadottiva, i corsi di istruzione per adulti e ad altre fattispecie previste.

I genitori o gli esercenti la responsabilità genitoriale, per effettuare l’iscrizione online individueranno la scuola d’interesse tramite il servizio “Scuola in Chiaro” presente sulla piattaforma Unica (https://unica.istruzione.gov.it) aperta quest’anno. Per consentire una scelta consapevole della scuola, i genitori e gli esercenti la responsabilità genitoriale potranno consultare, all’interno del servizio “Scuola in chiaro”, il Rapporto di Autovalutazione (RAV), il Piano triennale dell’offerta formativa (PTOF) e la Rendicontazione sociale, accedendo all’area riservata della Piattaforma Unica (https://unica.istruzione.gov.it/it/orientamento/iscrizioni) e utilizzando le credenziali SPID (Sistema Pubblico di Identità Digitale), CIE (Carta di identità elettronica), CNS (Carta Nazionale dei Servizi) o eIDAS (Electronic Identification Authentication and Signature).

L’iscrizione dovrà avvenire in modalità condivisa da entrambi i genitori, fatti salvi eventuali provvedimenti ablativi del Tribunale per i minorenni.

Inviata la domanda secondo le modalità indicate nel percorso di iscrizione si attiverà una procedura di raccolta e archiviazione dei dati da parte delle istituzioni scolastiche, che dovranno assicurare alle famiglie la necessaria assistenza burocratica, amministrativa e tecnologica. Non tutti sono in possesso di strumenti digitali: nel periodo della DAD si era rilevato che al sud il 70% dei nuclei familiari non possedeva un pc o un tablet. Ormai i rapporti tra i cittadini e la pubblica amministrazione, la dematerializzazione delle procedure e la digitalizzazione sempre più estesa – è parte integrante del percorso di transizione previsto dal PNRR) – sono esponenzialmente ed intensamente affidati alle tecnologie e regolamentati dal loro uso.

La complessità dei diritti e dei doveri in campo deve tener conto peraltro di fattori che integrano l’apparentemente “semplice” atto di iscrizione: fino a qualche anno fa i genitori si recavano presso la segreteria della scuola territorialmente competente o prescelta per indirizzo di studi nelle superiori e la pratica si completava in tempi brevi, fatta salva la composizione conclusiva delle classi. L’obbligo decennale di istruzione va garantito e vigilato, come richiamato dalla recente legge 13/11/2023 n.°159, anche se la circolare contempla la possibilità della cosiddetta “istruzione parentale”.

Si fanno sempre più cogenti i diritti e i doveri, come detto, e molti sono i corollari che integrano l’atto di iscrizione: dalla scelta se avvalersi o meno della religione cattolica o delle attività alternative, agli alunni (sempre più numerosi) di diversa cittadinanza, ai disabili, a quelli con disturbi specifici di apprendimento (DSA), agli obblighi vaccinali da assolvere: la scuola diventa sempre più inclusiva e ciò comporta responsabilità più mirate e specifiche, per questo la messa a disposizione del PTOF il giorno antecedente l’apertura delle iscrizioni agevola le famiglie nella conoscenza della scuola a cui indirizzare la domanda.

Come precisato dalla circolare dettagliata del Ministero (26 pagine dove si trova tutto, ma proprio tutto ciò che scuole e famiglie devono sapere) l’iscrizione telematica è generalizzata con le eccezioni poc’anzi evidenziate. Di particolare importanza, per diversi motivi, il fatto che le domande di iscrizione alle scuole dell’infanzia debbano essere redatte in modalità cartacea (utilizzando il modulo allegato alla Circ. Min.) e presentate direttamente alla segreteria dell’istituzione scolastica territorialmente competente. Ciò in quanto, aprendo un percorso scolastico che si svilupperà negli anni, chi riceve i piccoli alunni acquisisce dalle famiglie tutte le informazioni utili in via diretta, sia per la conoscenza dei nuclei familiari, sia per formalizzare il loro primo approccio con la scuola in modo facilitato, pur se completo.

La circolare è molto chiara nel prevedere questa specifica fattispecie: nonostante la disposizione sia esplicitata in modo formale si verificano casi in cui essa non viene resa esecutiva dalla scuola stessa. Si ha notizia, ad esempio, di scuole che indirizzano le famiglie sul sito del Comune dove le domande di iscrizione vengono raccolte online e poi restituite agli istituti: può darsi che il Ministero stesso o la Direzione scolastica regionale abbiano autorizzato questa procedura che la circolare di cui stiamo trattando esclude in modo inequivocabile. Di fatto è un’occasione persa per instaurare una conoscenza diretta delle famiglie di alunni in età così delicata, rimandando in corso d’anno l’esame di casi e situazioni familiari particolari.

Sarebbe interessante sapere se il Ministero concede questa deroga e per quale motivo, visto che nella Circolare l’indicazione è di raccogliere le iscrizioni a scuola e in forma cartacea. La formalizzazione del procedimento di iscrizione è un atto giuridico bilaterale che riguarda l’istituto scolastico e le famiglie: se i dati relativi ai bambini e ai nuclei familiari vengono ‘acquisiti’ da soggetti terzi viene meno la titolarità dei dirigenti scolastici al loro esclusivo trattamento: delegatus delegare non potest.

La stessa circolare Ministeriale del 12/12/2023 richiama la delicatezza della materia del trattamento dei dati personali, per motivi di privacy e nel rispetto della normativa: Con riferimento alla predisposizione del modulo di iscrizione, online o cartaceo ove previsto, le istituzioni scolastiche devono osservare scrupolosamente le disposizioni del Codice in materia di protezione dei dati personali, con particolare riferimento agli articoli 2-sexies e 2-octies e del Regolamento (UE) 2016/679 del Parlamento europeo e del Consiglio del 27 aprile 2016 sulla protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati e, in particolare, gli articoli 9 e 10 relativi al trattamento di particolari categorie di dati personali effettuato nell’ambito delle predette operazioni”.

Una deroga a disposizioni così chiare e perentorie, che richiamano la normativa U.E. del Regolamento 679/2016 in teoria non dovrebbe essere ricondotta ad una potestà discrezionale derivante dalla cosiddetta ‘Autonomia scolastica’. Sarebbe importante per tutti, scuole e famiglie in primis, che il Ministero verificasse innanzitutto i motivi per cui l’iscrizione alle scuole dell’infanzia avviene in alcuni casi secondo modalità non contemplate dalla propria circolare. È questo per chiarire se sono ammesse deroghe ovvero per ribadire una modalità univoca da seguire su tutto il territorio nazionale, tenuto anche conto delle competenze del Garante per la protezione dei dati personali. Con buona pace di tutti.

Una nuova ‘sinistra sociale’. Attuale ieri, necessaria oggi. Il libro di Giorgio Merlo

La sinistra sociale della Democrazia Cristiana ha rappresentato una pagina politica di straordinaria importanza non solo per quel partito ma per l’intera politica italiana. Una esperienza che affonda le sue radici nella storia concreta e travagliata del cattolicesimo sociale italiano e che ha saputo, di volta in volta, offrire un contributo politico, culturale ed istituzionale determinante e decisivo per la soluzione di quella che comunemente viene definita come la questione sociale.

Certo, la sinistra sociale di ispirazione cristiana è stata un pensiero, una cultura politica e una concreta realtà all’interno dello storico partito della Democrazia Cristiana. Una esperienza politica profondamente radicata nel tessuto sociale e territoriale del cattolicesimo politico italiano ma anche, e soprattutto, nella società italiana. Nelle fabbriche, negli ambienti di lavoro, nell’universo sindacale e in tutti quei luoghi popolari che individuavano nella sinistra sociale una concreta risposta ai bisogni, alle istanze e alle domande che provenivano da quelle realtà. E la forza della sinistra sociale di ispirazione cristiana non è stata solo quella di rappresentare un pezzo della società italiana all’interno della Dc ma anche, e soprattutto, quella di aver saputo sprigionare una classe dirigente di straordinaria importanza capace di elaborare un progetto politico per l’intero paese. Due soli nomi a conferma di questa riflessione: Carlo Donat-Cattin e Franco Marini. Oltre ad una classe dirigente, nazionale e locale, che ha saputo concretizzare e dar voce a quel pensiero nelle diverse fasi storiche e politiche del nostro paese.

Ora, il libro di Giorgio Merlo non si ferma a tratteggiare la storia politica, culturale ed istituzionale della sinistra sociale del passato. Ma, proprio partendo dal concreto magistero dei suoi storici leader, ricava le motivazioni decisive per proseguire quella esperienza nella società italiana contemporanea. Cioè nella dialettica politica concreta. E questo perchè, come dice l’autore, le ragioni politiche e culturali del cattolicesimo sociale italiano non sono affatto esaurite e non si possono archiviare così facilmente, sacrificandole sull’altare di un maldestro ed effimero nuovismo.

Certo, le condizioni politiche generali sono profondamente cambiate anche solo rispetto ad un passato recente. Ma le domande, le istanze e i bisogni dei ceti popolari restano drammaticamente sul tappeto. E la nuova, e per certi versi, drammatica ed inedita questione sociale ripropone la necessità di avere una altrettanto nuova e rinnovata sinistra sociale di ispirazione cristiana. Per la semplice ragione che proprio il profilo politico, culturale e sociale di leader e statisti come Carlo Donat-Cattin, Franco Marini, Guido Bodrato e Sandro Fontana richiedono e quasi impongono per chi continua a riconoscersi in quella storica cultura politica il dovere – morale e politico – di proseguire quella esperienza nella concreta situazione italiana. Non per nostalgia ma per coerenza politica, culturale e sociale con le nostre radici ideali.

 

Per saperne di più

  1. Merlo, La Sinistra sociale, Marcianum Press, 2024. https://amzn.eu/d/8V6ycbj

Mario Draghi, per un cambio di paradigma nell’Unione Europea.

Ogni volta che il nome dell’ex presidente della Bce Mario Draghi viene accostato a possibili futuri incarichi di vertice europei di natura politica, si crea una buona occasione per guardare al futuro dell’Europa in un modo più adeguato alle necessità del tempo attuale.

Succede anche in questi giorni dopo che l’incontro a Milano con una rappresentanza del mondo industriale europeo dell’ex presidente del consiglio, incaricato dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, di redigere un Rapporto sulla competitività, ha riportato l’attenzione dei media sulla figura di Draghi in ambito europeo, anche in seguito alle indiscrezioni diffuse dal Financial Times, secondo le quali a Bruxelles si starebbe pensando anche a Draghi per la successione al dimissionario Charles Michel per il ruolo di presidente del Consiglio Ue.

In realtà ogni ipotesi sui futuri assetti europei appare prematura per l’evidente ragione che a giugno si terranno le elezioni per il rinnovo del parlamento europeo e dal loro esito, insieme alla volontà dei governi dei Paesi membri, dipenderà l’attribuzione degli altri incarichi per gli organismi che compongono l’architettura, seppur incompleta, dell’Europa politica.

Tuttavia, non sembra privo di rilievo il fatto che ogni volta che in Europa si avverte aria di crisi, il nome di quello che può considerarsi il salvatore dell’Euro dagli effetti della grande crisi finanziaria del 2008, torna in ballo e registra un consenso ampio e trasversale a livello internazionale. Per questo è importante che prosegua e si estenda il dibattito su ciò che Draghi pensa della riforma dell’Europa e che lo scorso anno egli ha espresso in diverse occasioni al di qua e al di là dell’Atlantico, in modo chiaro sulle sfide che ci attendono.

Le idee di Draghi per l’avvenire dell’Ue superano lo schema che ha guidato il cammino dell’Europa dalla riunificazione tedesca e successivi allargamenti, quello che assegnava la priorità a regole interne che tendevano a prescindere da quanto accadeva all’esterno, per proiettarsi invece su una priorità diversa, urgente, decisiva e nel contempo ineludibile, perché impostaci dai tempi che cambiano. Quella di attrezzarci a coesistere, cooperare e a competere con soggetti, come gli Stati Uniti, l’India, la Cina e altri, che nel mondo sono incomparabilmente superiori alla “massa critica” di ciascun singolo stato europeo, compresi i tre più grandi, Germania, Francia e Italia.

Per raggiungere un tale obiettivo, pena l’insignificanza del rimanere come si è ora, serve un cambio di paradigma sul futuro dell’Ue. Draghi indica la via di un tale cambio di mentalità e di approccio nella sussidiarietà, anche se non la chiama così: il conferimento al livello comunitario di funzioni come fisco, difesa, i massicci investimenti per l’innovazione e per la transizione energetica e ambientale, che i singoli stati non sono più in grado di gestire efficacemente in un mondo che rapidissimamente ha visto alzare i requisiti per poter esser significativi su scala globale, a cominciare dal Mediterraneo e dall’Asia occidentale.

Una simile impostazione credo non possa che trovare un grande sostegno nell’area politica di centro. In particolare per la cultura e la tradizione europeista del cattolicesimo democratico e popolare costituisce uno sviluppo adatto a questi tempi dei principi posti a base all’inizio del percorso di integrazione europea. Non si tratta di tirare Draghi per la giacca in vista delle elezioni europee, ma di impegnarsi perché i temi e il metodo da lui indicati, al di là della sua stessa disponibilità ad assumere o meno incarichi, siano al centro dell’elaborazione e del dibattito politici nel Paese e in Europa, consapevoli di quale sia la posta in gioco per entrambe, l’Italia e l’Unione Europea.

Che cosa cambia adesso che lo sport è entrato in Costituzione?

Occorre interrogarci sulle attitudini valoriali e umane dello sport ed è importante riflettere sulla prospettiva di una cittadinanza sportiva e, complessivamente, sull’idea dello sport come bene essenziale, soprattutto a seguito dell’iniziativa parlamentare che ha dato il via libera al disegno di legge per l’inserimento dell’attività sportiva nella nostra Carta costituzionale.

L’idea di introdurre lo sport all’interno della Costituzione ha radici antiche: già nel 2009, con la proposta di legge presentata dall’on. Di Centa, si pose il tema all’attenzione delle Camere che, comunque, venne ripreso negli anni successivi. Si tratta di un testo che era quasi giunto alla sua definitiva approvazione durante la precedente legislatura prima che il suo iter si interrompesse a causa dello scioglimento anticipato delle Assemblee parlamentari. È noto, infatti, che trattandosi di un provvedimento di modifica di legge costituzionale, la procedura prevede una doppia lettura tra Camera e Senato. Nel corso dell’attuale legislatura (XIX), il Senato ha ripreso l’esame della proposta di legge costituzionale e il dibattito si è riannodato ai lavori precedentemente approvati.

La formulazione della proposta trae origine da un fecondo dibattito pubblico ripreso, poi, dal confronto parlamentare che si è concretizzato con la modifica all’articolo 33 della Costituzione che consiste nell’integrazione di un ultimo capoverso, ai sensi del quale «la Repubblica riconosce il valore educativo, sociale e di promozione del benessere psicofisico dell’attività sportiva in tutte le sue forme». Con questa riforma, pertanto, lo Stato si fa carico delle politiche pubbliche in materia di promozione e valorizzazione dello sport inteso nella sua accezione più ampia.

Una questione così centrale, chiaramente, si è fatta strada grazie a una forte spinta e alla mobilitazione dei rappresentanti del mondo sportivo, nazionale e locale, della politica, degli amministratori, delle istituzioni, della scuola e dell’associazionismo, che hanno portato avanti una intensa opera di sensibilizzazione per creare un consenso intorno all’idea: si pensi al contributo del Coni insieme ad altre organizzazioni come la Fondazione Sportcity.

 

Per leggere il testo completo nella sua versione originale

I sogni arroganti dei Negrita, animali sociali da palcoscenico.

“Tu meritavi di più, ma adesso shock, al rientro da uno spot, abiti dentro una favela/finita l’era di hell dorato, nel piano b tu non sei convocato”. Solo le parole di Pau, vox de I Negrita, forse la rock band italiana più “alternativa” del momento e degli ultimi anni.  I Negrita si abbandonano ai gangli della coscienza critica, della riflessione, dell’elaborazione della visione del Mondo. Ne denunciano i malesseri del pianeta e anticipano la patogenesi della crisi centrata sui mondi interiori proprio come recitano le note di Radio Conga apparsa nell’album HELLdorado del 2008  Le certezze di una vita via, come acqua tra le dita, ma se senti che non sei solo anche se il cielo è scuro, cerca un raggio e prendi il volo, sopra ‘sto mondo sperando, che in hell dorado sei quello che hai, ma, non ti basta mai“.

I Negrita nei loro testi si appellano all’idea di un nuovo mondo, mentre non ci accorgiamo di quello che il passato rievoca come memoria. Connessioni, seduzione della nostra rampante gioventù che rimane vitale e speranzosa. Ecco i suoni e le parole di “Non torneranno più” del 2018: Non torneranno più, le mille notti in bianco, la gioventù al mio fianco, Roby Baggio e l’autostop, non torneranno più, i miei vecchi polmoni, etc…scioperi e università”.

Ci sono brani dei Negrita felicemente accompagnati da una chitarra elettrica riflessiva e sempre graffiante che dona alla voce di Pau futuro, filosofie e modelli per una ripartenza possibile, mentre la società, le persone e i popoli soffrono  e l’umano si perde nell’insensibile. È il momento sanremese de “I ragazzi stanno bene”, con particolari affreschi timbrici dall’esistenza soft rock cosi descritti: Tengo il passo sul mio tempo, concentrato come un pugile, sarà il peso del mio karma o la mia fortitudine, con in mano una chitarra e un mazzo di fiori distorti per far pace con il mondo dei confini e passaporti, dei fantasmi sulle barche e di barche senza un porto, come vuole un comandante a cui conviene il gioco sporco, dove camminiamo tutti con la testa ormai piegata, e le dita su uno schermo che ci riempie la giornata, ma non mi va, di raccogliere i miei anni dalla cenere, voglio un sogno da sognare e voglio ridere, non mi va, non ho tempo per brillare, voglio esplodere, ché la vita è una poesia di storie uniche”.

I Negrita sono “animali sociali da palcoscenico” con sempre uno sguardo al domani mentre l’oggi scorre e si confonde con gli errori di ieri. E qui c’è l’energia dirompente di testi che diventano statuto dell’attivismo e della partecipazione. Rimane l’auspicio che la musica, i testi e  il rock de I Negrita facciano  del nostro agire quotidiano un capolavoro di speranza. “Io guardo sempre avanti, ho sogni più arroganti”.  La loro musica, il nostro impegno.

Molta Italia in mostra all’evento tecnologico mondiale di Las Vegas

Foto di Rudi Nockewel da Pixabay
Foto di Rudi Nockewel da Pixabay

Milano, 10 gen. (askanews) – L’Italia delle start up protagonista nella più grande vetrina mondiale dell’innovazione. Cinquanta aziende sono riunite al Ces di Las Vegas nel padiglione italiano organizzato dall’Ice per mostrare al mondo le nostre soluzioni per il futuro. Tra gli stand si incontrano soluzioni di mobilità, intelligenza artificiale, gaming, applicazioni per l’health care o per il risparmio energetico.

La start up Levante ha realizzato dei pannelli solari pieghevoli come degli “Origami”, una soluzione a basso impatto e molto pratica, utilizzabile in diversi contesti, come ha spiegato il cofounder Kim Myklebust: “Si può applicare per i camper, per le barche, ma anche a casa. Noi forniamo sia mezzi o strumenti per poterla attaccare alla barca o il camper ma anche un microinverter per esempio per attaccarlo alla casa e abbiamo anche vari battery pack che alla fine ti rendi completamente off-grid”.

Sempre all’insegna della sostenibilità il cestino smart Hoooly, che differenzia in automatico i rifiuti grazie all’intelligenza artificiale sviluppata dalla start up Ganiga. Ci sono poi soluzioni di nicchia, come un nastro a Led collegato ad una app per illuminare gli accordi di una chitarra e così imparare a suonarla più facilmente; o anche una cuccia smart che sanifica l’ambiente di cani e gatti domestici, come ha spiegato Chiara Cavallo, founder di Light on your Side: “Charlie e Greta è una cuccia smart autosanificante. Grazie a questa luce microbiicida, biovite, priva di UV, sanifica la cuccia e controlla la diffrazione microbica, quindi tiene sotto controllo virus, batteri e funghi dal pelo del cane”.

Con le sue 50 start up presenti a Las Vegas, l’Italia è la terza delegazione a livello europeo in termini di numeri. “I nostri innovatori propongono soluzioni in tanti settori della nostra vita quotidiana ma soprattutto affrontano quelle che sono un po’ le sfide del futuro”. Un motivo di orgoglio per Alessandra Rainaldi, direttore dell’ufficio Ice di Los Angeles.

Nell’Europa degli anni ‘80 la minaccia del terrorismo: destabilizzazione globale.

Sulle sconfitte subite tra il ’77 e l’80 il terrorismo si è riorganizzato. Nell’Europa dei dissidi e del disaccordo politico-economico tra gli stati, l’unità d’azione delle organizzazioni eversive lancia una sfida senza precedenti che rischia di minare la credibilità dei governi e la sicurezza della nazioni. Una eversione molto cambiata rispetto al passato, con caratteristiche meno raffinate ma non per questo meno pericolose, si fa largo attraverso una strategia del terrore che conta nelle ultime settimane oltre quaranta attentati.

Il fenomeno si presenta con connotazioni nuove: molto post-ideologico, si confonde, nelle stesse accezioni di «destra» e di «sinistra», in fitti reticoli nei quali anche il grande business della malavita organizzata e gli stessi servizi segreti si inseriscono con successo. Decifrare la strategia del terrore è impresa ardua. Lo stesso documento programmatico, diramato il 15 gennaio scorso congiuntamente dalla tedesca Rote armee fraktion (Raf) e dai francesi di Action directe (Ad), nel quale si parla esplicitamente della costruzione di un «fronte politico militare», mette in luce consistenti variazioni dalla linea seguita nel passato.

L’antico terzaforzismo, che si esprimeva prendendo le distanze «dall’imperialismo e dal social-imperialismo» (1979), oggi viene sovrapposto da obiettivi che dimostrano una precisa «scelta di campo».

L’Alleanza atlantica è diventata, infatti, l’obiettivo sul quale si è concretizzata l’unità delle «bande armate» di sinistra dell’Europa occidentale, testimoniando le mutazioni intervenute nella linea e nella strategia. Sull’onda degli attentati, che negli ultimi mesi si sono verificati in molti paesi europei, al Dipartimento di Stato USA già parlano, trattando del fenomeno, «di moderno strumento di guerra» (George Schultz), di guerra surrogata che potrebbe essere contrastata anche con l’impiego di forze militari.

Per Brian Jenkins, esperto statunitense, nell’evoluzione del terrorismo è possibile intravedere una sorta di tendenza che lo assimila alle moderne «società di servizi», che per sopravvivere si mettono a disposizione del miglior offerente. Si tratterebbe, in sostanza, di una eversione piú facilmente «usabile» e più duttile. Un terrorismo, nella riflessione di Jenkins, valido per usi differenziati e per questo con protezioni di livello. Le ipotesi sono molteplici. L’Europa vive una stagione di terrore, nella quale obiettivi «mirati» e stragi indiscriminate sembrano appartenere ad un disegno di destabilizzazione globale.

Finora, delle note organizzazioni terroristiche europee, solo le Brigate rosse hanno disertato l’appuntamento con l’attentato. Il dibattito interno alle B.R., da sempre all’avanguardia del terrorismo politico continentale, può essere utile e significativo per tentare di capire dall’interno il dibattito strategico-ideologico del terrorismo europeo. Nelle trentun cartelle dattiloscritte, trovate nel covo parigino dove il14 dicembre scorso vennero arrestati sette latitanti italiani, ci sono molti elementi utili alla riflessione. Intitolato «il nostro processo rivoluzionario», lo scritto rivela di una spaccatura avvenuta all’interno dell’organizzazione sulla conduzione della lotta armata e sul «profondo contrasto politico» in corso tra due fazioni di militanti. Il dibattito, che ha una maggioranza e una minoranza, si snocciola sui tempi della lotta.

Per i «vincenti», la guerra dev’essere di lunga durata, progressiva, con tempi ed obiettivi precisi. I fautori di questa tesi sostengono, inoltre, che la lotta armata è il mezzo per costituire un contropotere efficace nei confronti della «controrivoluzione preventiva» adottata dalle borghesie occidentali per circoscrivere il dissenso. In questa posizione, si evidenzia la continuità con i «vecchi» programmi brigatisti: far divenire la lotta armata progressivamente una spina al fianco del sistema. Per i «perdenti», al contrario, esiste la possibilità immediata dell’insurrezione, evitando il «gradualismo» del passato e sollecitando le masse alla rivolta.

Il documento è certamente una fonte ricca per comprendere le mire dell’internazionale del terrore e le probabili diversità tra il «terrorismo mirato» e quello delle stragi.

Tra le altre annotazioni c’è da rilevare che i «perdenti» sarebbero gli anziani militanti, compresa la maggioranza della direzione strategica, e che la scoperta dello scritto a Parigi pone inquietanti interrogativi sulla sede della centrale brigatista.

Lotta armata di lunga durata e progetto insurrezionale, sembrano confrontarsi a distanza, al di là dei documenti. Lo fanno con le armi e gli attentati in aumento vertiginoso.

Poco prima di mandare in macchina questa nota, l’assassinio dell’industriale greco, Monferratos, e l’attentato ai grandi magazzini parigini Marks & Spencer, sembrano il segno delle differenziate strategie che concorrono ad alimentare e a sostenere proprio l’euroterrorismo.

 

 

Titolo originale: Terrorismo a due marce.

Sottotitolo: Nella ripresa del terrorismo europeo, oltre ad elementi della malavita organizzata, convivono due strategie diverse, che si contendono la supremazia a furia di attentati e di stragi.

I due nodi che bloccano il ritorno delle classi dirigenti.

Foto di Gerd Altmann da Pixabay
Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Il tema della selezione e della qualità della classe dirigente continua ad essere uno dei nodi cruciali, se non decisivi, della crisi della politica nella società contemporanea. Un nodo che è anche, e soprattutto, frutto del profondo cambiamento che è intervenuto dopo la fine della prima repubblica e del primo tempo della seconda repubblica da un lato e l’irruzione del populismo anti politico, qualunquista e demagogico dall’altro. E, di conseguenza, il superamento dei partiti. politici democratici, partecipativi e collegiali del passato oltre all’azzeramento delle tradizionali

culture politiche che sono state decisive e determinanti ai fini dell’elaborazione politica e progettuale di questi strumenti previsti e garantiti dalla nostra Costituzione.

Ora, al di là di tutte le analisi e delle riflessioni che quasi quotidianamente dedichiamo alla politica e alla profonda trasformazione di questi ultimi anni, sono sostanzialmente due i temi cruciali sul tappeto che se non vengono affrontati e risolti il deficit di preparazione ed autorevolezza delle classi dirigenti non troverà alcuna soluzione.

Innanzitutto il capitolo dei ‘partiti personali’. È del tutto evidente che se non vengono spazzati del tutto i cosiddetti ‘partiti personali’ e i ‘partiti del capo’ è quasi impossibile porre il tema della qualità e dell’autorevolezza delle classi dirigenti. E questo per un motivo persin troppo semplice da spiegare. Ovvero, nei partiti personali non c’è dibattito, non c’è confronto, non c’è sostanzialmente democrazia con il rischio, più che concreto, che il tutto si risolve in quello che

Norberto Bobbio definiva già alla fine degli anni ‘80 come “la democrazia dell’applauso”. E cioè, la radicale e totale identificazione tra la base e il capo partito che ha il potere di fare tutto ciò che vuole al di là e al di fuori di qualsiasi statuto o regolamento interno. Come puntualmente avviene

nei partiti personali. E, quindi, solo con il ritorno della democrazia all’interno dei partiti si può cercare, seppur lentamente, di invertire progressivamente la rotta e ritornare a selezionare e a promuovere una nuova classe dirigente.

In secondo luogo, e di conseguenza, va radicalmente archiviato il principio e la prassi della “fedeltà”. Perchè se il criterio di fondo per la promozione delle classi dirigenti politiche resta quello di non contraddire mai il “verbo” del capo è di tutta evidenza che i partiti si riducono ad essere moderne e lussuose caserme ma dove ogni spiffero democratico viene sacrificato sull’altare dell’esaltazione e della sacralità del capo. Questo era, e resta, il vero nodo politico da sciogliere che non è soltanto riconducibile ad un fatto metodologico ma affonda le sue radici in

una concezione della politica, e della democrazia, profondamente distorta. Ecco perchè, anche se è perfettamente inutile pensare di riproporre l’esperienza dei vecchi partiti popolari, democratici e di massa della prima repubblica, è altrettanto evidente che se non

ritornano almeno i partiti democratici spazzando via, di conseguenza, il disvalore della “fedeltà” al capo di turno, ogni ipotesi di ridare fiato alla partecipazione, valorizzare la democrazia ed esaltare i partiti come strumenti essenziali e decisivi della politica è destinato a svanire nell’arco di poco

tempo. Se è vero, com’è vero, che la politica sta lentamente ritornando è altrettanto vero che questi due nodi adesso vanno sciolti. Altrimenti ci troviamo di fronte all’ennesimo bluff, anche dopo il ritorno della destra, della sinistra e, forse, anche del centro.

La geopolitica di Fabbri spiega quanto poco incidano i capi

Penso che una dei migliori complimenti che si possa rivolgere ad un libro è di rappresentare una lettura provocatoria, disorientante, che non conferma le nostre certezze ma che le mette in crisi o quantomeno ci induce a meditarle nuovamente.

Tutto ciò penso lo si possa dire di Geopolitica umana (Gribaudo), ultimo lavoro del direttore di “Domino” Dario Fabbri. In prima istanza si potrebbe commettere l’errore di credere di avere a che fare con un testo per addetti ai lavori e appassionati, forse ostico per chi non già animato da un interesse per questi temi. In realtà Fabbri attraverso il suo personale approccio alla materia riesce a parlare a tutti noi, a parlare di noi, degli “altri” e nel parlare degli altri a indicarci le nostre miopie, i nostri limiti interpretativi, l’incapacità che spesso abbiamo di abbandonare la nostra prospettiva.

Riassumere l’intero contenuto del libro sarebbe impossibile ed eccedente rispetto alle capacità di chi scrive. Può tuttavia essere utile provare a porre l’attenzione su alcuni punti che sembrano fondamentali. Il primo risulta particolarmente attuale per affrontare l’anno appena cominciato. I media hanno posto l’attenzione sul fatto che il 2024 sarà ricco di scadenze elettorali, dal rinnovo del parlamento europeo alle presidenziali degli Stati Uniti. Sono dunque in molti che si affannano ad individuare i vari scenari possibili e a cercare di capire come la vittoria di questo o quello schieramento potrà influenzare in un senso o nell’altro l’evolversi delle vicende internazionali.

Fabbri ci spiega invece che si tratta di un esercizio in definitiva abbastanza sterile, incapace di aiutarci realmente nella previsione delle traiettorie che la storia seguirà. Il presupposto di questo convincimento è la natura fortemente antileaderistica della geopolitica umana, per la quale i “capi” non sono determinanti di alcunché. Essi si muovono su un percorso che il passato delle comunità ha già tracciato, inseguono un futuro che in qualche modo è già sempre dato alle collettività di cui sono espressione. Scrive Fabbri: “I capi si rivelano capaci quando intercettano le sotterranee pulsioni di una comunità, diventandone alfieri, quando comprendono le tendenze della congiuntura internazionale impegnandosi a sfruttarle o a schivarle. Se pensano di decidere la propria epoca finiscono umiliati dalla storia, se credono di imporsi sugli eventi si scoprono travolti”.

A sostegno della sua tesi Fabbri recupera un caso del passato, e cioè il diverso esito della politica navalista inglese e russa. Se la monarchia d’oltremanica riuscì a diventare padrona incontrastata del mare, a poco valsero le riforme e gli sforzi immani di Pietro il Grande di trasformare la Russia in una potenza marittima. I diversi esiti furono “determinati dall’ opposto sentimento dei due popoli”. Una posizione che ricorda quella espressa da Kissinger in Ordine mondiale: “La tradizione conta, perché non è dato alle società di procedere loro nella storia come se non avessero un passato e come se qualunque linea d’azione fosse loro accessibile. Esse possono deviare dalla precendente traiettoria soltanto entro un margine limitato. I grandi statisti operano sul limite esterno di tale margine. Se non gli si avvicinano a sufficienza, la società ristagna. Se lo superano, perdono la capacità di plasmare laposterità”.

La seconda questione riguarda la distinzione per Fabbri fondamentale fra popoli incentrati sull’economia e quello che si nutrono di potenza. È un argomento che Fabbri stesso riconosce essere particolarmente difficile da comprendere per noi lettori italiani che a pieno titolo rientriamo nella prima categoria. Le nazioni dedite alla potenza “si privano di ingenti risorse finanziarie per utilizzarle in ambito strategico, conducono vite dolorose per aggredire i nemici, impongono alle aziende di anteporre l’interesse nazionale al profitto, assimilano gli stranieri per utilizzarli in guerra. Si concentrano sul controllo del territorio, molto meno sui diritti civili, sul futuro dell’ambiente, sugli effetti del riscaldamento globale”. Per dirlo con parole più immediate, “campano di gloria” e non di indici economici.

L’esempio più calzante sono gli Stati Uniti che, argomenta Fabbri, seguendo criteri e i parametri solo economici “rasenterebbero lo stato fallito”. O si pensi alla Russia che a scapito di un’economia non delle più brillanti pretende ancora di sedere fra le grandi potenze e riveste un ruolo centrale nelle vicende globali. La differenza fra un paese economicista e uno improntato alla potenza è determinata da tanti fattori (non ultima la demografia) per i quali si rimanda alla lettura del libro. Ci limitiamo a constare che si tratta di una tesi molto interessante se letta in relazione ai discorsi frequenti nel dibattito pubblico che vorrebbero l’economia meccanica indiscussa del mondo contemporaneo.

Attraverso queste considerazioni arriviamo diretti al terzo ed ultimo tema di questa breve carrellata che lascia meglio emergere le miopie di cui parlavo all’inizio: la convinzione di quanti abitano alle nostre latitudini che tutto il mondo segua il nostro cammino, che gli altri “vogliano diventare come noi, post-storici ed economicisti, afferenti a modelli occidentali”. E quanto emerge dal modo in cui valutiamo e raccontiamo le recenti rivolte in Iran, convinti che quei giovani si stiano impegnando per portare la Persia sui giusti binari della storia cioè i nostri. Fabbri nega questa interpretazione con forza poiché incapace di spiegare per quale motivo quegli stessi manifestanti cerchino di recarsi sulla tomba di Ciro il Grande proclamandosene eredi, erigendo cioè a loro punto di riferimento non un liberal di new York ma un imperatore vissuto svariati secoli prima della nascita di Cristo. Mi sembra che Fabbri ci proponga cioè una negazione della celebre tesi di Fukuyama che nel suo La fine della storia e l’ultimo uomo sostiene che la liberaldemocrazia rappresentando il sistema meglio attrezzato a rispondere al desiderio di riconoscimento degli uomini possa in qualche modo costituire la conclusione della storia. Questa tesi porta il politologo americano a sostenere che “la forza del revival islamico si può capire solo se si comprende quanto profondamente la società islamica sia stata ferita dai suoi insuccessi: quello di non essere riuscita a mantenere la propria coesione, e quella di non essere riuscita ad assimilare le tecniche e i valori dell’Occidente”.

E tuttavia un sostegno a Fabbri potrebbe arrivare proprio da un iraniano, e cioè l’ex presidente Mohammad Khatami.Un riformista e sostenitore della necessità del dialogo con l’Occidente. Convinzioni che non gli hanno tuttavia impedito di pronunciare queste parole nel corso di un discorso tenuto presso l’università del Libano: “Secondo alcuni, se non accettano lo sviluppo, con tutti i suoi strumenti e le sue conquiste, i popoli sono condannati all’aretratezza e alla miseria, e quindi all’annientamento; e, poiché lo sviluppo è il frutto della modernità, per acquistare una migliore qualità di vita non esiste altra strada se non il diventare moderni e diventarlo secondo i canoni della nuova modernità. Una simile valutazione politica potrebbe risultare corretta se considerassimo la civiltà occidentale come il luogo di nascita dello sviluppo e come l’ultima civiltà umana, e ne concludessimo che non resti altri a ognuno che arrendersi di fronte a quest’ultima tappa del cammino della vita collettiva verso la perfezione; ma quanti ritengono che la civiltà occidentale, nonostante la sua attualità, non sia l’ultima fra le civiltà dell’uomo, e che, come ogni altro fatto umano, sia relativa, limitata e suscettibile di essere cancellata, non si lasciano convincere dall’argomentazione sopra esposta. È chiaro, ovviamente, che rifiutare la proposta occidentale non significa arrendersi ai tradizionalisti e ai regressivi, né equivale a rifiutare in blocco tutti gli elementi e le regole dello sviluppo; vuol dire invece rifiutare in genere l’opinione di chi sostiene che ci si debba semplicemente arrendere di fronte alle ondate dello sviluppo inteso in senso occidentale”.

Tesi forti, quelle esposte da Dario Fabbri in Geopolitica umana, che probabilmente non troverebbero l’approvazione di tutti, ma che hanno certamente il merito di scuotere il lettore, di incuriosirlo e di indurlo nel sospetto che, per concludere con una citazione presa in prestito da Il Divo di Sorrentino, la situazione è un po’ più complessa.

 

 

 

  1. Fabbri, Geopolitica umana. Capire il mondo dalle civiltà antiche alle potenze odierne, Gribaudo, 2023.

Non solo centro, all’Eur successo delle mostre ospitate nei locali della Vaccheria.

Roma, 9 gen. (askanews) – I visitatori avranno tempo fino al 31 marzo per ammirare le opere dei più grandi artisti del ‘900 presentate nel progetto espositivo “Dal Futurismo all’Arte Virtuale”, a cura di Giuliano Gasparotti e Francesco Mazzei; mentre, fino al 31 gennaio prossimo, avranno la possibilità di scoprire da vicino i segreti dell’arte fumettistica e del disegno applicato al cinema, grazie alle due mostre “L’arte nei fumetti di Massimo Fecchi” e “Il cinema dipinto: l’arte nei manifesti di Rodolfo Valcarenghi”.

Inoltre, il 13 gennaio alle 16, in programma il terzo e ultimo appuntamento con Massimo Fecchi e le sue lectio magistralis. Dopo il successo dei primi due appuntamenti, il disegnatore incontrerà ancora una volta il pubblico della Vaccheria per raccontare come nascono i suoi fumetti.

Provenienti da due Collezioni private e raccolte per l’occasione dalla Collezione Rosini Gutman a cura di Gianfranco Rosini ed Elisabetta Cuchetti, la mostra “Dal Futurismo all’arte virtuale” mette assieme alcuni grandi capolavori dell’arte del secolo scorso in un percorso espositivo che dalle avanguardie più riconosciute arriva direttamente ai giorni nostri. Concentrata in quattro “capsule” differenziate ovvero quattro “set” a tema, l’esposizione è pensata per dare protagonismo allo spettatore, chiamato a immergersi in ambientazioni oniriche con installazioni contemporanee di arte digitale per scoprire da vicino la carica rivoluzionaria di artisti del calibro di Balla e Calder, Modigliani e Duchamp, Burri e Rauschenberg, oltre a Dalì, Manzoni, Fontana, Boetti, Klein, Liechtenstein, Vasarely, Beuys, Warhol, Niki de Sainte Phalle, de Chirico e molti altri.

Nell’esposizione principale “L’arte nei fumetti di Massimo Fecchi”, sono presentate circa 100 tavole realizzate da questo autore conosciuto e apprezzato in tutto il mondo per i suoi trascorsi come disegnatore della Warner Bros, per la quale realizza negli anni ’70 raffigurazioni di mitici personaggi come Tom & Jerry e Bugs Bunny, ma soprattutto per la sua collaborazione con la Disney, iniziata nel 1997 tramite la casa editrice danese Egmont, per cui disegna storie con protagonisti Paperino, Topolino, il Lupo cattivo e i Tre porcellini.

Parallelamente, nell’esposizione Il cinema dipinto: l’arte nei manifesti di Rodolfo Valcarenghi, si possono apprezzare alcuni manifesti cinematografici realizzati dall’artista romano negli anni ’50, in un’epoca in cui questi venivano dipinti a mano (Riso amaro, Crimen, I diavoli alati, I compagni, L’uomo dalla cravatta di cuoio, Uno strano tipo, Attila, I figli della gloria, I pionieri del west), oltre ai suoi lavori come inchiostratore di fumetti iniziato alla fine degli anni ’60 nello studio di Alberto Giolitti e proseguito poi negli anni ’80 al fianco proprio di Massimo Fecchi.