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Alla fine della prima giornata si registra il crollo della partecipazione elettorale

Cristian Coriolano

 

Può darsi che scatti entro le 15 di oggi un auspicabile recupero di partecipazione. Sta di fatto che la domenica elettorale non è andata bene. Neppure la tradizionale aderenza alle vicende del proprio municipio ha garantito di rimuovere pigrizia o riluttanza, per mettere in salvo la liturgia del voto. Le passioni fredde, susseguenti alla caduta delle ideologie, sembrano generare comportamenti ancora più freddi.

 

I dati non sono confortanti. L’affluenza alle amministrative in questa prima giornata di voto è in forte calo. Il dato registrato da Eligendo, la piattaforma dedicata del Viminale, dopo le 23, dalle 5.378 sezioni valutate sulle 5.426 esistenti, è al 46,37 per cento, mentre nella tornata elettorale precedente era al 59,86 per cento. Alle 12, era al 14,21 per cento, e alle 19 al 37,21 per cento. Sono numeri che parlano di un meccanismo inceppato, come se una parte crescente dell’elettorato abbia smesso di coltivare speranze, forse considerandole illusioni.

 

È presto per tirare le somme, visto che bisogna attendere la chiusura dei seggi, anche con quel filo di fiducia di cui si è detto sopra. Avviene tuttavia che il dibattito su vinti e vincitori, appena iniziato lo spoglio e sull’onda degli exit poll, inghiotta rapidamente l’analisi sull’aspetto più asettico del voto – quello appunto della partecipazione – pur lasciando traccia come la bava di lumaca. Giova chiarire sul momento che il segnale finora registrato non può lasciare indifferenti; e se dovesse trovare conferma, allora esigerebbe una riflessione molto seria ed accurata. L’assenteismo, alla resa dei conti, mette in mostra una democrazia ripiegata su stessa.

Centro debole? Per Fubini è un problema che riguarda essenzialmente i liberali.

Giuseppe Fioroni

 

A lanciare un bengala nel cielo della sera, che in questa metafora è il cielo del cosiddetto terzo polo, è stato uno dei più apprezzati giornalisti economici, firma storica del Corriere della Sera: Federico Fubini. Ha scritto nei giorni scorsi che “i liberali progressisti, i riformisti – chiamateli come vi pare – sono nel deserto. Lo sono in tutta Europa, in tutto il mondo occidentale: coloro che cercano una “terza via“ tra destra e sinistra dal profilo sempre più netto e polarizzato faticano a trovare un ancoraggio solido nella società. Sono in cerca d’autore”.

 

In realtà, è la “terza via” in quanto tale a scontare la disillusione, se non l’avversione, del ceto medio in crisi. Quella che doveva rappresentare una risposta alla decadenza economica, con la promessa di un benessere ritrovato nelle pieghe di un riformismo coraggioso e intraprendente, non ha corrisposto alle attese suscitate in abbondanza. Anzi, proprio il ceto medio registra maggiormente gli effetti perversi di una ridistribuzione verso l’alto della ricchezza, con vistosi processi di accentramento in poche mani, così da mettere in discussione quel blocco popolare che fu a lungo il beneficiario delle politiche di welfare.

 

Ecco allora le conclusioni di Fubini: “Così una scuola che si considerava (ed era) all’avanguardia ha perso la sua voce. Bisogna che la ritrovi, adattata a tempi nuovi in cui vanno governate transizioni industriali strategiche e dalla società civile una grande domanda di protezione. Questo silenzio al centro non sta aiutando certo i radicali alle estreme a pensare meglio”.

 

È un’analisi che invita a riflettere. Certo, identificare la “terza via” come espressione del riformismo liberale vale per le esperienze degli ultimi decenni, in particolare per il “new labour” di Tony Blair in Gran Bretagna. Tuttavia, almeno in Italia, questa visione riformatrice ha conosciuto nel passato la forte innervatura del pensiero democratico di matrice cristiana. Dal Codice di Camaldoli (1943-45) in avanti, i cattolici democratici hanno dato forma a un disegno di rinnovamento e di progresso che gli storici non possono non equiparare a una “terza via” tipicamente italiana, con un centro afferente alla mediazione della Democrazia cristiana.

 

Di questo, allora, dobbiamo tener conto. Evocare il silenzio del centro come grave emergenza democratica del nostro Paese, e conseguentemente auspicare la ripresa di una idonea iniziativa per rompere l’assedio di tale penosa afonia, significa comprendere che una risposta in chiave prettamente liberale, senza il decisivo contributo dell’anima cristiano sociale del riformismo, rimanda ai limiti e alle difficoltà di una visione storicamente minoritaria. In sostanza, si percepisce come una proposta che non riesce,  a dispetto di ambizioni e desideri, a superare la barriera di un posizionamento subalterno. Da questa dialettica di buoni propositi e deboli riscontri si esce solo a patto di una autentica e organica ricomposizione della politica di centro, con una pluralità di attori compartecipi di uno sforzo di rigenerazione democratica.

 

 

P.S. Moderati persi. Non c’è più la “terza via“. Questo il titolo dell’articolo di Federico Fubini apparso il 10 maggio scorso sul Corriere della Sera.

Politica e famiglia: dalla Murgia con amore.

foto di Alessio Jacona Flickr
foto di Alessio Jacona Flickr

 

Giovanni Federico

 

Accade spesso quando si parla di forme di governo. Quando gli uomini perdono in qualità e le cose si mettono male danno la colpa all’impianto delle leggi e decidono di cambiare con formule nuove quello che per decenni ha sempre ben funzionato. Troppo complicato sarebbe invece di crescere in capacità politica. Si accorgeranno che cambiata la veste, il corpo, sempre lo stesso, presto tornerà a presentare i suoi acciacchi e si tornerà da capo al punto di partenza. Anche la famiglia ha per sua natura, come ogni aggregato umano, una sua forma di governo che sembra chiamare a nuove esperienze sentendosi soffocare nel suo modello di foggia classica.

 

Eppure qualcuno dovrà reggere il “gubernum”, il timone per seguire una rotta che non mandi a sfracellarsi sugli scogli o portare la barca in secca. Anche le parole buone per secoli vanno strette comprimendo le nuove fantasie più adatte ai tempi moderni. Così è tutto un fiorire di definizioni che a districarsi occorre scienza e applicazione. Dalla famiglia tradizionale si è passati alla famiglia allargata, con vecchi e nuovi nuclei e relativi componenti che si incontrano pacificamente per ritrovarsi ad esempio in ogni circostanza da festeggiare. Ciò ha del bene perché lì dove l’amore cede il passo può vivere l’amicizia in contesti aggiornati. Quando si gioca c’è sempre chi vuole lanciare il sasso più lontano, incuranti del fatto che quando si allarga il campo l’immagine corre il rischio di sfocarsi.

 

Michela Murgia accetta la sfida e si richiama in una intervista ad una queer family. Il termine è impegnativo e costringe ad una ricerca sul vocabolario. Chi è della Provincia si rassegnerà all’incomprensione. Un tocco di esotico anglosassone è oltretutto d’obbligo per dare maggior forza al concetto e giustificarlo senza obiezioni di sorta. Sembra di comprendere che nella famiglia proposto dalla Murgia si privilegino i sentimenti piuttosto che i ruoli. “Usare categorie del linguaggio alternative permette inclusione, supera la performance dei titoli legali, limita dinamiche di possesso, moltiplica le energie amorose e le fa fluire”. Insomma, i ruoli sarebbero un gran bavaglio ai cuori che battono.

 

C’è qualcosa che non convince appieno. Ogni volta che i partiti sono in crisi aggiungono, al sostantivo del loro nome, infiniti aggettivi per sfuggire all’arduo passaggio di definire la propria identità. Similmente nella famiglia queer si mischiano le carte perché nessuno abbia un posto esatto da occupare. Sul vocabolario si legge che “queer” è un termine generico utilizzato per indicare coloro che non sono eterosessuali e non sono cisgender. Agli studiosi il trafelato distinguo tra queste ultime due categorie. Letteralmente queer significa “eccentrico”, un termine con cui usualmente si indica una persona del mondo LGBT che non vuole dare un nome alla propria identità di genere e/o al proprio orientamento sessuale. Per inciso, a sua volta LGBT suona come una sigla più conforme al nome da dare a cromosomi, provette di laboratorio e quant’altro ancora in materia. Per certo ha poco di romantico.

 

La famiglia queer supera, così parrebbe, anche l’idea più facilmente praticabile di una ”Comune” in cui tutti si prodigano per gli altri in pacifica convivenza, arricchita però da sentimenti di affetto e di amore. Orientarsi per uscire dal rompicapo che emerge dalle nuove proposte non è semplice. Occorre studiare ed applicarsi, l’opposto che confidare nelle rozze semplificazioni che per secoli si sono adottate. Eppure per i malpensanti, a destreggiarsi nel nuovo panorama, c’è aria di scorciatoie per evitare il cammino impervio e forse necessario per andare a dama, anzi a famiglia. C’è aria di stratagemmi e di relativo guazzabuglio, dove il ruolo sessuale è deprivato di indirizzi precisi.

 

Tutto va bene purché non ci sia puzzo di tradizione. Che venga meno la trasmissione di forme passate è il tema conduttore della questione. Del resto anche la forma partito è da anni in crisi nella sua concezione originaria. Espediente richiama, dall’antico, uno scioglimento, uno sbrigarsi in modo che possa in qualche modo tornare utile alle nuove realtà. Servirà essere eccentrici, andare fuori dal centro per mirare nel cuore degli amori attuali. Con attenzione a non sbagliarsi e cadere banalmente dove il bersaglio ha il suo cerchio più piccolo. Sarebbe imperdonabile.

Sarebbe imperdonabile.

I cattolici democratici di fronte al calo demografico e al problema delle nuove famiglie

Stefania Parisi

 

Venerdì scorso è stato un giorno importante e significativo quando si parla di cattolici impegnati in politica. E, soprattutto, dei valori che concretamente incarnano i cattolici nel concreto dibattito politico italiano. A Roma, forse per la prima volta nella lunga storia del cattolicesimo politico italiano, abbiamo assistito ad un Papa che ha partecipato ad un dibattito pubblico – politico e sociale – alla presenza di un Premier. Una Premier, Giorgia Meloni, che è intervenuta durante il dibattito politico e che, è inutile negarlo, ha registrato anche un indubbio, nonchè visibile, endorsement da parte dello stesso Pontefice.

 

Il tema al centro del dibattito era la crisi demografica, e quindi la caduta della natalità, il ruolo della famiglia e le conseguenti politiche necessarie ed indispensabili per cercare di invertire la rotta. Un fatto che, senza usare parole fuori luogo e forse troppe enfatiche, è destinato a passare alla storia nel rapporto pubblico tra cattolicesimo e politica. Nello stesso giorno, a Torino, su iniziativa di alcuni sindaci italiani, si è organizzata una iniziativa per il riconoscimento e la registrazione pubblica dei bambini delle cosiddette ‘famiglie arcobaleno’, con una serie di proposte oggi non previste dalle leggi italiane, come ad esempio il ‘matrimonio egualitario’. È seguito l’appello alla ‘disobbedienza civile’ rivolta ai Sindaci presenti e avanzata dal ‘guru’ del progressismo costituzionale: Gustavo Zagrebelsky. Per non parlare dei ripetuti ed insistenti attacchi politici, culturali e personali rivolti a tutti coloro che sostengono altri valori e altri principi. Valori e principi che, invece, sono risuonati insistentemente al convegno romano all’Auditorium della Conciliazione.

 

Ora, al di là del merito emerso in modo persino troppo chiaro dalle due kermesse, è indubbio che ci troviamo di fronte più che a due piattaforme progettuali, ancora componibili, a due opposte ‘visioni della società’. E, al di là di ogni polemica e ben lontani dall’innescare una contrapposizione vera e pretestuosa tra guelfi e ghibellini, è indubbio che di fronte a questi temi i cattolici impegnati in politica non sono e non devono restare indifferenti o, peggio ancora, spettatori. Perchè, forse, le condizioni generali sono cambiate radicalmente rispetto al passato. Anche solo rispetto ad un passato recente. E quindi si tratta di temi e argomenti a cui i cattolici popolari, sociali e democratici dovranno, prima o poi, dare una risposta convincente: politica, culturale e programmatica. Ecco perché non serve più vivacchiare nei rispettivi partiti di riferimento.

 

D’ora in avanti i cattolici popolari dovranno assumere al riguardo una iniziativa politica coerente con il proprio passato e in sintonia con i propri valori di riferimento. Aggrapparsi ad alcune rendite di posizione – vale soprattutto per il Pd della Schlein – allo scopo di conservare spazi di potere personale o di corrente o di clan, diventa perfettamente inutile se si vuole in qualche modo lavorare alla riaffermazione di una precisa identità politica e culturale. A questo punto, essenzialmente, serve armarsi di coerenza e di coraggio.

Zelensky frena l’azione del Vaticano e incassa il sostegno di Palazzo Chigi sulle armi.

Elena Mozhvilo Licenza Unsplash

“Ho incontrato Papa Francesco, ed è stata una conversazione che potrebbe davvero influenzare la storia, potrebbe davvero aiutare a fermare il male dell’aggressione”. Lo ha dichiarato il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, nel suo consueto videomessaggio serale agli ucraino, al termine della sua giornata di visita a Roma. “Ho parlato dei crimini commessi dagli occupanti russi contro il nostro popolo, della deportazione dei bambini ucraini. Ho chiesto a Sua Santità di aiutarci a riportare i nostri figli a casa in Ucraina”, ha spiegato.

“Oggi a Roma. Come sempre con queste visite abbiamo ottenuto un risultato. Oggi siamo diventati più forti. L’Italia continuerà a sostenere l’Ucraina, per quanto è necessario per noi per resistere e difendere il nostro popolo e il nostro territorio. Siamo d’accordo con Giorgia, signora presidente del Consiglio, sui nostri nuovi passi di difesa comune. Ci sono cose buone che possiamo fare insieme per proteggere il cielo. Ci sono cose buone che possiamo fare insieme per proteggere la terra. Abbiamo concordato armi e difesa aerea”, ha raccontato.

“Oggi c’è stata anche una dichiarazione congiunta con l’Italia. Tutte le cose importanti: Unione europea con l’Italia che ha sostenuto l’avvio dei negoziati nel 2023 e segnali giusti e tempestivi sulla Nato”, ha evidenziato il presidente ucraino.

 

Fonte: Agenzia Giornalistica Italia (AGI)

I cattolici popolari per un nuovo Centro riformista.

Giorgio Merlo

 

Il ritorno della destra identitaria e di governo da un lato e l’irrompere, dopo le primarie del Pd, di una sinistra radicale, libertaria, estremista e massimalista dall’altro, non può non contemplare anche la presenza di un Centro. O meglio, di una “politica di centro” che non significa la presenza passiva e anche un po’ trasformistica di un Centro equidistante e puramente geografico ma, al contrario, di un luogo politico che sia fortemente dinamico, autenticamente democratico, genuinamente riformista e realmente di governo. Insomma, diciamocelo apertamente. Sarebbe semplicemente singolare, nonchè anacronistico, che in un paese dove si governa storicamente “dal centro” e “al centro”, come insegna la stessa esperienza dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni dopo la roboante campagna elettorale, trionfasse la radicalizzazione della lotta politica da un lato e, al contempo, si governasse con la “cultura del centro” dall’altro.

 

Ora, il Centro riformista non va banalmente e semplicisticamente evocato ma, come diceva recentemente e giustamente Matteo Renzi, va costruito con intelligenza politica, coerenza culturale e, soprattutto, con coraggio programmatico. Ben sapendo che il riformismo, di norma, è inizialmente quasi sempre impopolare perchè non si limita a cavalcare gli umori qualunquisti e demagogici tipici della deriva e della sub cultura populista e anti politica ma punta, sempre, a costruire una vera cultura di governo. Elementi populisti, del resto, declinati con coerenza dal verbo grillino che ha contagiato, purtroppo, larghi settori della politica italiana e supportato dalla stragrande maggioranza del circo mediatico del nostro paese.

 

Ecco perchè se è vero, com’è vero, che ci troviamo di fronte ad una possibile inversione di tendenza dove la politica può finalmente ritornare ad essere protagonista nel processo democratico del nostro paese, la cultura e la prassi riformista possono nuovamente vivere una stagione decisiva e determinante per la stessa efficacia della nostra azione di governo.

 

Ed è proprio lungo questo processo che si inserisce il ruolo politico, culturale e programmatico, anche se non esclusivo, dei cattolici popolari e sociali. E questo non solo perchè il Centro riformista nel nostro paese, storicamente, ha sempre visto nella cultura cattolico popolare e sociale uno dei suoi pilastri costitutivi ma per la semplice ragione che proprio quel Centro riformista non può ridursi ad essere una banale e quasi ridicola riedizione, seppur in forma aggiornata e rivista, del partito liberale o repubblicano o tardo azionista. Il Centro riformista, al contrario, non può che essere popolare e sociale, semprechè non voglia giocare una partita meramente marginale e periferica rispetto all’evoluzione concreta del dibattito politico italiano. E questo anche perchè la cultura e la tradizione del cattolicesimo popolare e sociale non possono diventare elementi di rincalzo di una destra ancora, almeno per il momento, troppo identitaria e di una sinistra che ormai percorre il sentiero del radicalismo valoriale e con una forte caratterizzazione massimalista ed estremista.

 

Per questi semplici motivi il ruolo, la cultura, la tradizione e la saggezza di questo storico e qualificato “pensiero” politico non possono che attivarsi per un rinnovato impegno politico e culturale in un campo dove è più facile costruire un progetto coerente con le proprie radici storiche ed ideali. Non per riaffermare una primogenitura ma, al contrario, per contribuire con altri a far crescere un progetto di governo che in questi ultimi anni è stato sacrificato sull’altare di una maldestra modernità che poi è sfociata in un sempre più insopportabile populismo di marca qualunquista e demagogica.

 

Insomma, anche per questa cultura non è più il tempo del disimpegno, della indifferenza o, peggio ancora, del ritirarsi dall’impegno politico diretto. Ma, al contrario, dell’azione concreta e della elaborazione politica e progettuale.

A Tassone il mandato di preparare l’unità della pattuglia dei cattomoderati

 

Redazione

 

L’assemblea di Iniziativa popolare riunitasi a Roma il 13 maggio 2023, presso il teatro parrocchiale di San Lorenzo in Lucina, sentiti gli esponenti dei gruppi e movimenti partecipanti all’unanimità ha deciso di dare mandato ai rappresentanti dei diversi gruppi di costituire un’associazione per concordare:

  1. la nascita di una formazione politica unitaria dell’area popolare: cattolico democratica, liberale e cristiano sociale;
  2. di attivare i gruppi unitari di base per la partecipazione democratica delle realtà popolari esistenti a livello territoriale;
  3. il programma politico secondo i principi della dottrina sociale cristiana e dei valori costituzionali, per offrire una nuova speranza al paese;
  4. di eleggere democraticamente dai comitati di base i delegati dell’assemblea costituente del nuovo partito, che sarà convocata in autunno;
  5. il nome e il simbolo del nuovo partito che parteciperà unitariamente alle prossime elezioni europee, in sintonia con il PPE.

Allo stato attuale il coordinamento organizzativo temporaneo dei gruppi politici viene affidato all’on. Mario Tassone che ha presieduto l’odierno convegno.

L’Osservatore Romano | Il centro Caritas alla Stazione Termini fa 40 anni

Lorena Crisafulli

 

Al civico 97 di via Marsala, nei locali sottostanti al binario 1 della stazione Termini, c’è un luogo che ha fatto dell’assistenza sanitaria agli immigrati la sua vocazione, è il Poliambulatorio della Caritas che quest’anno compie 40 anni. «L’ambulatorio nasce nel 1983 a Ostia, subito dopo si trasferisce nella Basilica del Sacro Cuore di Gesù, dove i salesiani avevano creato uno spazio per assistere gli immigrati presenti nella Capitale, senza permesso di soggiorno — ricorda Salvatore Geraci, medico, responsabile dell’area sanitaria Caritas di Roma —. A quei tempi nessuna legge regolava l’immigrazione, la prima è stata emanata nel 1986, e don Luigi Di Liegro, fondatore e direttore della Caritas diocesana di Roma, intuì che l’immigrazione non era un fenomeno transitorio come si pensava fino agli anni ’90, e ci sarebbe stato un cambiamento epocale nella società. Così fece aprire dei servizi destinati agli immigrati, come il centro di ascolto stranieri e l’ambulatorio».

 

Dal Poliambulatorio romano, attivo dal lunedì al venerdì dalle 16 alle 19, grazie all’impegno di operatori e volontari, medici, infermieri, farmacisti, studenti di medicina, che si adoperano ogni giorno nell’assistenza sanitaria di persone vulnerabili, in 40 anni di attività sono passati 110 mila pazienti e ogni anno sono circa 2000. «Qui tutti i pomeriggi si fa il giro del mondo, solo nel 2022 abbiamo ospitato immigrati di 88 paesi diversi — prosegue Geraci —. Ci ritroviamo di fronte a esigenze, difficoltà, culture, ogni volta nuove. Negli anni la complessità assistenziale è aumentata e la nostra utenza è diminuita, perché abbiamo voluto che il servizio sanitario pubblico si facesse carico delle persone senza permesso di soggiorno; oggi nel Lazio sono 35 gli ambulatori pubblici dedicati a loro».

 

Di recente, coloro che si rivolgono al Poliambulatorio della Caritas provengono soprattutto dall’Ucraina, a seguire, da Perù, Romania, Somalia, Bangladesh. Alcuni sono in fuga da guerre e carestie, altri arrivano in Italia per ricongiungersi ai parenti che li hanno preceduti, tutti accomunati dalla voglia di rifarsi una vita qui o altrove. «L’idea è quella di accudirli in un momento temporaneo di fragilità, perché speriamo che acquisiscano sempre maggiori diritti, diventino regolari, abbiano il loro medico di base e non abbiano più bisogno di noi — auspica Geraci —. All’inizio si presentavano situazioni emergenziali dovute a patologie infettive, erano casi transitori, poi, man mano che l’immigrazione come fenomeno sporadico è diventato sistematico, sono arrivati pazienti con patologie croniche ed è nata l’esigenza di fornire loro altre prestazioni». Così, se prima veniva offerta assistenza solo nell’ambito della medicina generale, ovvero quella di base, gradualmente il centro ha sviluppato altre aree, tra cui cardiologia, ginecologia, dermatologia, neurologia, ortopedia e diabetologia. «Ci sono quattro stanze di ambulatorio con due ecografi, frutto di donazioni, e una medicheria dove vengono curate le ulcere degli arti inferiori di persone senza fissa dimora, italiane e straniere, in condizioni di marginalità — spiega la dott.ssa Giulia Civitelli, direttore sanitario del Poliambulatorio —. La prima cosa che si fa è lavare loro i piedi, un gesto simbolico a livello cristiano, oltre che necessario dal punto di vista igienico-sanitario. Dopo la medicazione, forniamo loro calzini puliti ricevuti in donazione grazie ad alcune campagne di solidarietà». «Qui arrivano anche casi più complessi dal punto di vista medico, con patologie gravi come tumori o malattie mentali, a volte reattive alle scarse politiche di inclusione — sottolinea Geraci. Il sistema che si occupa di salute mentale è molto affaticato e a volte la residenza, nonostante non sia requisito necessario per accedere ai servizi, viene utilizzata come pretesto per ostacolare l’accoglienza».

 

Nella cura del paziente l’aspetto sociale è cruciale, poiché chi affronta determinate difficoltà può subire ripercussioni sullo stato di salute, basti pensare all’impatto drammatico che ha sull’individuo la mancanza di una casa, di un lavoro, di una rete di affetti. «Il nuovo paradigma della medicina è quello dei “determinanti sociali della salute”, che è condizionata da una serie di fattori in grado di provocare patologie anche permanenti» fa notare Geraci. «Nel mondo dell’immigrazione si assiste al cosiddetto “effetto migrante sano”, ovvero una persona giovane, fisicamente più forte e con maggiori possibilità lavorative, che non appena giunge in un paese con scarse politiche di accoglienza rischia di perdere il suo patrimonio di salute — chiarisce Civitelli –. Per capire cosa sia successo dal momento dell’arrivo in Italia e calcolare l’intervallo di benessere, gli chiediamo quando si è sottoposto alla prima visita medica». Infatti, nella scheda informativa che ognuno di loro compila, varcata la soglia del Poliambulatorio dopo aver fatto la fila perché dalla pandemia gli ingressi sono contingentati, viene richiesto se la patologia di cui soffre era presente prima di arrivare in Italia o è sorta in seguito, in modo da comprendere come si è svolto il lasso di tempo tra il prima e il dopo. «Siamo una porta aperta sulla strada e quando l’ambulatorio è attivo, la porta si apre a chi ha bisogno. Non a caso, all’ingresso c’è un bancone di forma semicircolare che rappresenta l’abbraccio dell’accoglienza, perché il nostro motto è “accogliere è già curare”.

 

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2023-05/quo-111/accogliere-e-gia-curare.html

Attilio Piccioni, un autentico padre fondatore della Repubblica e della Dc.

Interessante convegno ieri allIstituto Sturzo sulluomo politico che, tra laltro, guidò la Dc nella battaglia del 18 aprile. Di seguito un ampio stralcio delleditoriale che Andreotti gli dedicò (30 Giorni-marzo 2000).

Giulio Andreotti

Attilio Piccioni, uno degli uomini di maggior valore della Democrazia cristiana, merita di essere adeguatamente ricordato, ora che, non sempre con la dovuta obiettività, si sta ricostruendo la storia italiana del dopoguerra. Non lo sentii mai gloriarsi e ne avrebbe avuto il diritto del suo ruolo di segretario politico della Dc al momento della decisiva battaglia elettorale del 18 aprile 1948. Ripeteva la massima di don Sturzo secondo la quale i successi vanno accreditati alle idee e gli insuccessi addebitati alle persone.

La sua storia ha inizio quando due insegnanti elementari si sposano a Poggio Bustone, la valle del Reatino detta santa per le memorie francescane (tra le quali il primo presepio voluto dal santo a Greccio). I due avevano provenienza diversa: da Foligno e da Reggio Emilia. La destinazione a Poggio segnò il loro comune avvenire. Dei figli, tre si distingueranno; oltre ad Attilio, anche Giovanni, che fu sacerdote a Pistoia e vescovo di Livorno, ed un terzo, funzionario di prefettura in Torino ma con propensioni personali al movimento anarchico.

Attilio, nato il 14 giugno 1892, terminato il liceo a Rieti si trasferì a Roma seguendo i corsi alla Sapienza, prima del termine dei quali venne chiamato alle armi, prima come bersagliere e poi come istruttore pilota. Scherzando (una fine ironia lo caratterizzò sempre) diceva che era lunico modo per far la guerra stando seduto. Dinanzi a certi politici superattivi ripeteva che la pigrizia lo salvava dalle improvvisazioni, ma intellettualmente era tuttaltro che pigro.

A Torino, ospite del fratello, avvenne la duplice svolta della sua vita: mise su famiglia e fu folgorato dallappello sturziano ai liberi e forti, nel gennaio 1919. Non aveva militato in precedenza nelle organizzazioni cattoliche, ma il popolarismo lo conquistò. Fu il primo segretario del Ppi nel capoluogo piemontese, in una cerchia di politici coraggiosi e illuminati che strinsero tra loro una fervida amicizia super partes. Non a caso uno degli scritti più significativi di Piccioni uscì sul giornale di Piero Gobetti Rivoluzione Liberale.

Nelle elezioni del 1919 ed in quelle del 1921 i popolari raccolsero forti suffragi, ma il quadro generale era debole e inquietante. Impossibile una cooperazione con i socialisti; forte la reazione dei vecchi notabili contro ambedue i partiti di popolo; dura lazione dei fascisti per abbattere il sistema. La presenza fascista alla Camera dei deputati era esigua e questo ingannò quanti erano abituati a veder tutto nellambito di Montecitorio. A stretta maggioranza gli eletti del Ppi decisero che si poteva collaborare con il governo di Mussolini, sempre nellintesa di poterlo far cadere se le speranze di un assestamento dei fascisti nellalveo costituzionale si dimostrassero vane. Il che avvenne in effetti dopo pochi mesi, e proprio al congresso del Ppi di Torino dove il giovane segretario cittadino si distinse per lintransigenza. Ma era troppo tardi. Mussolini non si dimise affatto ed anzi, quando nellemozione del delitto Matteotti i deputati democratici sullAventino o in Aula si dissociarono, strinse i freni etirò diritto. Persecuzioni e purghe si riversarono sugli oppositori, disperdendone le file ad eccezione del piccolo numero dei resistenti.

Torino però non era più sede adatta per svolgervi, a fascismo imperante, la professione forense. Per un ventennio la famiglia Piccioni si trasferisce a Pistoia, in collegamento di studio con un altro reduce dalle battaglie democratiche: Adone Zoli.

Rimasto vedovo si dedicò ai figli, trovando a parte la professione forzatamente in tono minore un proprio spazio intellettuale e morale nelle letture e nei contatti con quel nucleo di antifascisti o non fascisti che non avrebbe mai desistito dalla fede nella riscossa.

Il 19 marzo 1943 in casa di Giuseppe Spataro (che Piccioni aveva sempre frequentato senza paure e coltivando intatta lamicizia) convennero da tutta Italia molti ex, per festeggiare lamico, ma in realtà per rilanciare su vasta scala il movimento. La polizia non disturbò questo convegno; qualcuno dei capi voleva forse riscattare lacquiescenza al regime e acquisire titoli di merito verso il cambiamento che era ormai alle porte.

Invitato come presidente della Fuci insieme ad altri giovani, fummo colpiti dalla autorevolezza di De Gasperi, dalla loquacità di molti onorevolie dal silenzio dellavvocato Piccioni, rotto solo da qualche «chi si rivede!» che sottolineava la lunga assenza di molti nel corso del ventennio.

Dopo poco più di centoventi giorni il fascismo cadeva. Esponente del Comitato di liberazione, Piccioni restò in Toscana fino alla riconquistata libertà; ed accettò subito dopo linvito di De Gasperi e di Spataro a trasferirsi a Roma. Il suo intelletto, la sua arguzia, il fascino di un antifascismo datato ne fecero un punto di riferimento essenziale specie per noi giovani, che da parte sua curò particolarmente. Ci volle con sé a Lucerna in una riunione delle Nouvelles Equipes Internationales che furono il primo nucleo di connessione del popolarismo europeo e mondiale.

Nel settembre 1945 si aprì la Consulta nazionale, formata dai più illustri esponenti dellantifascismo militante, da pochi di noi giovani apprendisti e da rappresentanti delle categorie. Compito principale era la preparazione dellAssemblea costituente, a partire dalla relativa legge elettorale.

Lorientamento per il sistema proporzionale era molto largo. Dal perdurante esilio (le autorità ecclesiastiche ne ritardarono il rientro) don Sturzo ricordava che aveva potuto dar vita al Partito popolare solo quando si era messo via il vecchio uninominalismo ed accettato il suffragio con il proporzionale. Attilio Piccioni fece in proposito uno stupendo discorso, definendo le voci contrarie come una difesa dufficio («un debito nostalgico di alcuni insigni e vecchi uomini politici in continuità con un non lontano passato»). E continuò: «È un fatto veramente significativo che nessun giovane, dei giovani uomini politici che vengono sorgendo a costituire il nuovo ceto politico direttivo del Paese, ha sentito la necessità di assumere comunque la difesa del collegio uninominale: neppure il collega Lucifero, tanto meno il collega Cassandro, liberale, per riferirmi ai settori che possono essere più vicini ad una impostazione di quel genere.

I mali che si rimproverano al proporzionale non sono evidentemente profondi e sostanziali ma connaturati, se mai, con il persistente costume politico italiano e con alcune caratteristiche peculiari della nostra vita politica, specialmente locale.

La democrazia moderna come tale, sebbene sia stata per lungo tempo volutamente confusa col liberalismo, è invece qualche cosa di diverso, ha una esigenza fondamentale, strutturale, diversa da quella che poteva esser fatta valere in regime liberale prefascista. Liberalismo vuol dire organizzazione politica dello Stato nella quale si punta decisamente sullindividualismo, le cui limitazioni devono essere ridotte al massimo. Democrazia significa allargare il compito politico a tutto il popolo, significa organizzare giuridicamente tutto il popolo perché partecipi in modo attivo, permanente e responsabile alla vita politica del Paese.

Il liberalismo postula dal punto di vista elettorale lesigenza personale e la esigenza localistica del collegio uninominale; la democrazia, appunto per queste sue profonde caratteristiche di organizzazione integrale, postula necessariamente il sistema elettorale proporzionale. Né vale addurre, come si suole fare troppo spesso, lesempio in contrario dellInghilterra e degli Stati Uniti dAmerica. Sono democrazie anche queste, per quanto notevolmente diverse da quella che è la democrazia nellOccidente europeo».

Giulio Andreotti con Attilio Piccioni

La conclusione fu emozionante: «O colleghi, bisogna staccarsi dal passato». E le elezioni si svolsero con il proporzionale.

Nel frattempo vi era stato un acceso dibattito sul modo di decisione della scelta istituzionale, accantonata dal 1944 per non togliere unanimità di energie alla lotta di liberazione. Secondo alcuni si doveva dar luogo ad un referendum pro o contro il mantenimento della monarchia abbinato allelezione dei costituenti. Altri invece pensavano che spettasse agli eletti del popolo sciogliere il nodo dopo adeguata discussione. Don Sturzo dallAmerica caldeggiava con vigore la seconda tesi, mentre De Gasperi si batté per il referendum simultaneo e trovò in Piccioni un riservato ma decisivo sostegno. Non era solo la necessità di impedire che i cittadini dovessero dare un mandato specifico (che per la Democrazia cristiana, ma non solo per essa, sarebbe stato nefasto). Si doveva sgomberare preventivamente il campo e lasciare che lAssemblea potesse tracciare il disegno dellordinamento statale con una ricerca quotidiana di punti di incontro e di sintesi che il contrasto sulla scelta istituzionale avrebbe impedito.

Risolto il problema con la vittoria repubblicana del 2 giugno 1946 (la saggezza e il prestigio di De Gasperi furono essenziali, ma senza lautorevolezza di Piccioni egli non avrebbe potuto sviluppare la sua azione, superando gli ostacoli dei massimalisti) iniziarono i lavori della Costituente. Ad una commissione di settantacinque deputati Piccioni tra questi venne dato lincarico di redigere lo schema, che fu poi discusso ed approvato in Aula.

De Gasperi aveva lasciato intanto la segreteria della Dc, sostituito appunto da Piccioni, sotto la cui guida si svolse la campagna elettorale per la prima legislatura repubblicana, vittoriosamente conclusa il 18 aprile 1948. Ancora una volta Piccioni aiutò il presidente De Gasperi a respingere le ansie dellala contraria al perdurare della collaborazione della Dc con i partiti democratici liberale, socialdemocratico e repubblicano. Del nuovo governo di coalizione Piccioni fu vicepresidente. Il suo peso era notevole per impostare e far approvare leggi fondamentali come la Riforma agraria e la Cassa per il Mezzogiorno.

Per vari motivi la legislatura 1948-1953, pur così ricca di decisioni (Piano Marshall, Patto Atlantico, oltre le ricordate riforme) vide un logoramento della maggioranza. In particolare nelleterno contrasto inter-socialista Saragat credette a torto che il presidente volesse accordarsi con Nenni; e prese le distanze facendo cadere lultimo ministero De Gasperi, formato dopo le elezioni. A succedergli il candidato naturale era Piccioni, che di fatto ebbe lincarico dal presidente della Repubblica. Non è ancora del tutto chiaro perché Piccioni rinunciò, addirittura eclissandosi per alcune ore. Si disse che la segreteria politica retta da Fanfani ponesse veti per candidature ministeriali che Piccioni voleva soddisfare. Vi furono anche pressioni per entrarealle quali Piccioni non voleva accedere ma senza creare una conflittualità interna.

Nella impossibilità di un governo politicosi ricorse ad un gabinetto tecnico, affidato al ministro del Tesoro Pella con il compito di presentare e far approvare il bilancio dello Stato. Il distacco dei partiti alleati della Dc cominciò ad attenuarsi e i numeri cerano sembrò realizzabile un ritorno al governo politico, a formare il quale venne chiamato il segretario della Dc Fanfani, che non ebbe però le adesioni necessarie, non solo per la partecipazione ma anche per un semplice appoggio esterno. Il governo fu sconfitto sul nascere nel voto di fiducia. Ma lincubo della corda tesa che stava per spezzarsi indusse gli alleati storici ad uscire dallAventino e rientrare nella coalizione, affidata a Mario Scelba, tenace assertore del quadripartito. Piccioni andò a dirigere il Ministero della Giustizia, impostando subito innovazioni notevoli, come lo sganciamento della magistratura dalla piramide unica dellamministrazione statale.

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http://www.30giorni.it/articoli_id_12625_l1.htm

Il video del convegno promosso dallIstituto Sturzo

https://www.youtube.com/live/4JiNAEo8zZ0?feature=share

La democrazia in Italia alla luce del progetto politico di Aldo Moro

 

 

La morte di Moro rappresenta la fine della prima Repubblica, per far posto ad azioni segrete e attività criminose nel quadro di un disegno di indebolimento della struttura democratica della nazione.

 

Paolo Frascatore

 

Agnese Moro su “La Stampa” del 9 maggio scorso nel ricordare il barbaro assassinio di suo padre Aldo ad opera delle Brigate Rosse, riflette su quella che definisce “giustizia riparativa” come condizione per una rieducazione sociale e per una nuova vita civile.

 

Ѐ certamente un atto di amore quello di Agnese Moro. Un atto di amore rivolto non solo alla vita, ma anche a quelle possibilità umane e cristiane che dovrebbero guidare le azioni verso la tolleranza al fine di una convivenza pacifica. Al di là di queste riflessioni senza dubbio alte e profonde, quello su cui si vuol riflettere è la portata storica dell’evento accaduto il 9 maggio 1978, ossia l’assassinio di Aldo Moro.

Perché quell’evento (ancora oggi non chiaro e avvolto da misteri e supposizioni da chiarire) rappresenta quella che può essere definita la svolta reazionaria del sistema politico italiano. Una sorta di arresto dell’evoluzione politica verso la “democrazia compiuta”.

 

E tutto ciò alla luce non tanto di riflessioni personali, e come tali condivisibili o meno, ma alla luce della verità storica degli avvenimenti che si sono succeduti dopo quel tragico 9 maggio 1978. Se si analizzano, infatti, a distanza di tanti anni quegli avvenimenti, si scopre come la morte di Aldo Moro rappresenti la fine della prima Repubblica e dei Partiti popolari, per far posto ad azioni segrete di logge massoniche, intrecci internazionali, attività criminose nel quadro di un disegno di indebolimento della struttura democratica della nazione.

 

Ma la morte dello statista democristiano segna anche la crisi dei cosiddetti Partiti popolari (Democrazia cristiana e Partito comunista italiano) che si avviano fatalmente sul viale del tramonto. La Dc avvia la politica del preambolo, con la chiusura netta verso il Pci di Berlinguer che, a sua volta, si chiude a riccio: la democrazia segna così il passo; iniziano i fenomeni di corruzione e di finanziamenti politici illeciti; la politica si riduce ad uno scontro di potere (Dc-Psi), spesso anche personale.

 

Il progetto moroteo viene rinnegato dai due maggiori Partiti politici e si ritorna al passato, ossia ad una politica ormai vecchia e stanca sul versante del rinnovamento delle istituzioni e di coinvolgimento delle realtà sociali che Moro aveva immaginato di inserire gradualmente nella direzione dello Stato. Ripensare oggi a quella vicenda aiuta chi vuol continuare nel segno di una politica nuova, diversa dall’attuale situazione italiana; alternativa rispetto alla rigidità di una competizione artificialmente polarizzata.

In Somalia le mamme hanno dovuto tirare fuori l’ingegno per fronteggiare la carestia

 

 

Intanto che la pioggia torni a bagnare i campi, ci sono lacrime di veleno che madri versano nella pancia dei loro figli in modo che possano sognare di far scoppiare le pance di felicità.

 

Giovanni Federico

 

In Somalia non se la passano bene. La questione non è solo di governi che salgono e scendono. È una terra che nella sua radice è adatta per chi deve andare a mungere il bestiame, così che a volerne leggere la storia, anche solo dell’ultimo mezzo secolo, monta un affanno non da poco per i disordini che la politica ha messo in campo, pagando come sempre il popolo le conseguenze. È un paese che sa avere cura degli armenti, esperto di pastorizia ma che ha difficoltà a gestire i suoi abitanti. Tutto questo ha poco rilievo perché la natura non attende che gli uomini sappiano organizzarsi per il progresso. Ha tempi inadatti alla logica umana e si muove con un passo che sa però mettere fretta agli stomaci della popolazione.

 

La notizia per se stessa non lascia commuovere più di tanto chi la legge. La carestia da quelle parti si presenta con il ritmo giusto a chi, nei mondi forniti di tutto punto, ha l’occasione di fare i conti con la propria coscienza, allungando qualche euro di beneficenza per dare una mano ad un paese in difficoltà.

 

Le mamme somale hanno dovuto tirare fuori l’ingegno per fronteggiare la situazione. Nel vuoto della loro carne hanno scovato la trovata vincente. Carestia insegna che ha il senso di una mancanza di grazia, se manca da mangiare sono dolori. La fame è qualcosa di insopportabile. Dopo i primi giorni di dolore ti morde l’anima ed i sensi abituandoti ad uno stato di inedia, non a caso ha una radice comune con fatiscente, un venir meno che va sotto braccio ad una progressiva rassegnazione.

 

Così sembra svilupparsi la saggezza di una attesa di morte che puoi compensare negandole una possibile soddisfazione. Basta attendere che faccia il suo dovere senza rompere in pianti ed opposizioni.  Questa volta le madri somale hanno voluto stravolgere il copione, proponendo ai loro figli una mistura tossica di acqua e detersivo o miscelata con il sale che li porta a sentirsi male. La trovata è inedita ed ha una genialità che sempre si accompagna ad una dose di rischio.

 

Già debilitati, le loro creature potrebbero anche rimanerci stecchiti ma quello è il solo passaporto per farli accogliere in un ospedale dove finalmente gli daranno qualcosa da mettere sotto i denti. La morte resta spiazzata. Se tutto andasse storto non sarà stata lei a dettare i tempi per togliere di mezzo un po’ di bimbi dal Continente africano. Se invece quelle donne avranno avuto la giusta intuizione, dovrà cedere le armi in attesa del prossimo giro.

 

Il veleno ha qualcosa di misterioso nelle trame delle sue gocce. Nasce come un filtro magico amoroso, un intruglio per muovere i cuori da una parte all’altra, una sorta di saliva di Venere che cadendo sugli uomini infiamma le passioni, anche le più recalcitranti all’azione. Poi la morte, sempre lei, gelosa, ha preteso la sua parte dicendo che una bevanda bene arrangiata poteva tornare utile anche alla sua missione.

 

Intanto che la pioggia torni a bagnare i campi della Somalia ridando speranza all’agricoltura, ci sono lacrime di veleno che madri versano nella pancia dei loro figli in modo che possano sognare di far scoppiare le pance di felicità. Quelle donne si muovono d’istinto per il contrappasso, danno malattia per guarire le loro creature da una più grave. Hanno una forza da leoni. Sbranano il male con le fauci del loro amore.

Sos intelligenza artificiale e mafie digitali

 

 

George Orwell e Aldous Huxley sono già preistoria sullo sfondo delle rappresentazioni distopiche. Geoffrey Hinton ha detto alla BBC che “i robot non sono più intelligenti di noi ma presto potrebbero esserlo”.

 

Francesco Provinciali

 

Un paio di notizie apparse sui media in questi giorni hanno portato alla ribalta un tema di grande attualità sul quale scienziati, addetti ai lavori, esperti di etica della comunicazione e tecnici dei social esprimono da tempo opinioni e punti di vista, con analisi e valutazioni non sempre collimanti.

 

Si tratta di un’area vasta di argomenti che spaziano dal web, all’intelligenza artificiale, all’uso e all’abuso dei social che per vastità di utilizzo, pluralità di linguaggi, penetrazione pervasiva nei comportamenti umani, prospettive di espansione coinvolgono un target estremamente lato di utenti creando i presupposti oggettivi per una sorta di mutazione culturale profonda e incisiva determinata dall’uso massivo delle tecnologie e radicalmente slegata dai modelli tradizionali di trasmissione del sapere e di ricontestualizzazione spazio-temporale delle relazioni interpersonali.

 

Hanno destato vasta eco (che pare già “assorbita” come un episodio quasi emendabile) le dimissioni da Google dopo dieci anni di full-immersion di Geoffrey Hinton, 75 anni, psicologo cognitivo e scienziato informatico, considerato il padrino dell’intelligenza artificiale, pioniere della ricerca sule reti neurali e sul “deep learning”, vincitore nel 2018 del prestigioso premio ‘Turing Award’. Ha lasciato con una motivazione che fa riflettere: “i programmi di IA hanno fatto passi da gigante e ora “sono piuttosto spaventosi. Al momento i robot non sono più intelligenti di noi ma presto potrebbero esserlo”, ha affermato alla BBC prefigurando scenari distopici impensati persino dalla fantascienza. “Il chatbot potrebbe presto superare il livello di informazioni di un cervello umano, mentre ‘cose’ come GPT-4 oscurano una persona nella quantità di conoscenza generale”. Un ripensamento così radicale per uno scienziato ha quasi il significato etico di una riconversione: il messaggio che Hinton ha lanciato è che “attori cattivi” potrebbero usare l’IA per “cose cattive”. “Potete immaginare un cattivo attore come Putin che decida di dare ai robot la capacità di creare propri sott-obiettivi, come quelli di ottenere più potere”. Un allarme che viene a ruota di quello lanciato da oltre mille dirigenti e ricercatori tra cui Elon Musk, dopo la diffusione di ChatGpt, che hanno chiesto una moratoria di almeno sei mesi nello sviluppo dell’IA e delle sue applicazioni “per i profondi rischi alla società e all’umanità”.

 

George Orwell e Aldous Huxley sono già preistoria sullo sfondo delle rappresentazioni distopiche.

 

Le dimissioni da Google di Geoffrey Hinton non devono cadere nel vuoto, così come le loro motivazioni. Toccherebbe alla politica come play maker di ‘regole del gioco efficaci’, per usare un’espressione del Commissario UE Paolo Gentiloni, occuparsi della materia e delle sue ricadute pratiche ed esistenziali nella vita di tutti noi. Ed in effetti il Parlamento Europeo ha dato il via libera all’AiAct, il documento che fissa le nuove norme europee per l’intelligenza artificiale, per favorire e guidare uno sviluppo umano-centrico ed etico dell’IA. L’incipit parte con il divieto di utilizzo di tecnologie a IA per il riconoscimento facciale nei luoghi pubblici nell’UE.

 

Vedremo se il seguito sarà coerente.

 

Una seconda notizia di questi giorni desta ulteriori motivi di preoccupazioni: l’infiltrazione della malavita e segnatamente delle mafie nei social e nel web, attraverso la diffusone di contenuti e linguaggi espliciti o occultati. È quanto emerge dal Rapporto “Le mafie nell’era digitale”, stilato dalla Fondazione Magna Grecia e presentato nella sala stampa della Camera dei Deputati, da Antonio Nicaso, docente di Storia della criminalità organizzata presso la Queen’s University in Canada, Marcello Ravveduto, professore di Public and digital history alle Università di Salerno e di Modena-Reggio Emilia e responsabile della ricerca, e Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica di Catanzaro. L’indagine ha analizzato 20mila commenti a video YouTube, 90 GB di video TikTok (per un totale di 11.500 video) e 2 milioni e mezzo di tweet: il linguaggio delle mafie si esprime attraverso la musica, le macchine extra-lusso, i gioielli kitch, il “presta libertà” dedicato a chi è in galera, affinché veda presto la luce del sole, alla mitizzazione dei grandi boss del passato, dagli emoticon a forma di cuore o di leone, di fiamma o di lucchetto per dimostrare sentimento, coraggio, e omertà, agli hashtag per inserirsi nella scia dei contenuti virali su social network come Facebook, Instagram, Twitter e oggi soprattutto Tik Tok.

 

Dall’uso ludico dei social si passa a vere e proprie strategie di sponsorizzazione, comunicazione esplicita e affiliazione, “fino ad arrivare, con lo sbarco in Rete della nuova generazione criminale, alla creazione dell”interreale mafioso’. Ovvero di una continuità tra quanto accade in rete e il mondo reale”. I social diventano luogo di minaccia e controllo del territorio, i brand e i prodotti sponsorizzati utili indicatori in mano agli influencer che li usano per intercettare nuovi adepti o nemici da colpire. In particolare con TikTok si crea in rete una sorta di “Grande fratello mafioso”. Un business per la malavita e una minaccia palese o sottotraccia per l’indotto diseducativo e criminale che può influenzare specialmente i giovani frequentatori del web.

De Benedetti contro Fioroni non è radicalità ma eradicazione politica.

Non bisogna lacerare il tessuto morale di una nazione che l’ultimo De Gasperi, a riepilogo della sua lunga battaglia per la rinascita dell’Italia, voleva libera dalla dialettica nefasta tra guelfi e ghibellini.

Lucio D’Ubaldo

 

Nel suo pamphlet si mette a nudo, distilla pessimismo ma non dispera, celebra ad alta voce l’amore per il futuro. A leggere “Radicalità. Il cambiamento che serve all’Italia” si arriva a capire il personaggio. Carlo De Benedetti è l’imprenditore più politico, ovvero più appassionato alla dimensione politica della vita, che l’Italia repubblicana abbia conosciuto dopo Adriano Olivetti. Il messaggio che brandisce a mo’ di scimitarra è quello appunto della radicalità, per questo saluta con entusiasmo l’avvento della Schlein. Non gli piaceva un Pd in versione neo-democristiana, evidentemente perché a lui la Dc non è mai piaciuta. E quindi immagina un partito che in nome della radicalità disboschi la fitta vegetazione delle sue idiosincrasie.

 

Ecco allora spuntare ieri, all’improvviso, una dichiarazione di gioia per l’uscita di Fioroni dal Pd. Sembra livore allo stato puro o forse, per l’irrisione violenta, il gesto di un gladiatore facoltoso. Piuttosto che di radicalità, si dovrebbe parlare di eradicazione. Infatti, tutto ciò che nella sua corrosiva omelia laica appartiene alla “civilisation” democratico cristiana deve essere eradicato, immerso nell’acido della damnatio memoriae, privato di significato e di valore. Non è un capriccio altezzoso, ma un discorso motivato dell’eterna insoddisfazione politica dei dispersi azionisti e post azionisti, capaci tuttavia di manovrare, oggi come ieri, le corregge di un potere sostanziale, per il quale la politica deve comunque inginocchiarsi alla maestà della ricchezza. È qui il punto nevralgico.

 

Sa De Benedetti che il cattolico non è ostile alla ricchezza, ma la subordina a una superiore finalità sociale e quindi a una dimensione altra, certamente più umana, che rende onore al primato della politica. Egli invece dà ordini alla politica, anche lacerando il tessuto morale di una nazione che invece l’ultimo De Gasperi, a riepilogo della sua lunga battaglia per la rinascita dell’Italia, voleva libera dalla dialettica nefasta tra guelfi e ghibellini. Pazienza dunque per gli attacchi personali, sicuramente il “coriaceo” Fioroni saprà farsene una ragione; ma guai ad abbassare la guardia contro questa ripresa di ghibellinismo illuminato ma pretestuoso – e in fin dei conti anche pretenzioso. De Benedetti torni piuttosto alla lezione del laico La Malfa, ex azionista e repubblicano, austero nella critica ma leale nel rapporto con la Dc, perché questo Paese ha bisogno più che mai di aggiornare il patto tra le migliori forze democratiche, liberali e popolari.

 

Altrimenti, inghirlandati a festa per le loro presunzioni, gli inventori del nuovo Kulturkampf lasceranno le carte in mano alla Destra.

La Voce del Popolo | Presidenzialismo? Non è un rimedio per tutti i mali.

Si assiste a uninvocazione di forza (lelezione diretta) e a una discreta bulimia di potere (la Rai). Tutte cose di cui una maggioranza in buona salute non avrebbe affatto bisogno.

Marco Follini

 

Il presidenzialismo non è uno scandalo. Ma non è neppure un rimedio così certo per i nostri mali. Semmai l’insistenza su un modello di potere verticale, assertivo, non più imbrigliato da troppi lacci e lacciuoli sembra evocare una sorta di incertezza nelle proprie stesse forze.

 

La si può pensare in molti modi sui modelli istituzionali senza che ne sortisca una guerra di religione. Ma quello che colpisce, per l’appunto, è l’insistenza con cui il governo reclama poteri maggiori, pur disponendo di un’ampia maggioranza parlamentare, di un consenso popolare ancora assai forte e di altri quattro anni e mezzo di tempo per realizzare le sue buone intenzioni.

 

Al momento Meloni e i suoi cari si trovano insomma nella condizione politica più vantaggiosa. Dunque, dovrebbero muoversi con passi felpati, rassicurare e magari cercare di convincere gli elettori più critici, togliere di mezzo ogni genere di sospetti e diffidenze. In una parola, girare alla larga, alla larghissima, da ogni tentazione di forzare a proprio vantaggio l’equilibrio dei poteri. Non fosse altro perché la bilancia di quell’equilibrio per il momento pende decisamente dalla parte di Palazzo Chigi.

 

E invece si assiste a un’invocazione di forza (l’elezione diretta) e a una discreta bulimia di potere (la Rai). Tutte cose di cui una maggioranza in buona salute non avrebbe affatto bisogno. Così, viene da chiedersi se questa evocazione di poteri maggiori sia l’annuncio di una forzatura o piuttosto la rivelazione di un’incertezza su se stessi. Probabilmente, le due cose insieme.

Fonte: La Voce del Popolo – 4 maggio 2023

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del settimanale della Diocesi di Brescia]

Popolari, i tempi sono maturi.

Giorgio Merlo

 

La capacità del politico, da sempre, è quella di saper anticipare i tempi. Certo, se poi accanto a questo ”dono” – perchè di questo si tratta – c’è anche una cultura politica e un retroterra ideale robusto e qualificato, allora ci troviamo di fronte ad un potenziale leader. Potenziale, come ovvio, perchè la leadership politica è anche il frutto e il prodotto di molteplici tasselli che non vengono decisi a tavolino. E questo perchè, per dirla con Donat-Cattin, in politica – come, del resto, nella vita – “il carisma o c’è o non c’è. È inutile darselo per decreto”.

 

Ora, nell’attuale fase politica italiana, emergono alcuni elementi che non possono essere aggirati o banalmente elusi. Perchè dopo la vittoria della destra identitaria e di governo nella consultazione del 25 settembre scorso e l’affermazione – un po’ a sorpresa ma non eccessivamente – di una sinistra radicale, massimalista e libertaria con le primarie del Pd, lo spazio per un partito/ movimento/contenitore/cartello centrista emerge sempre di più. E questo non solo perchè lo dicono i sondaggi ma anche, e soprattutto, per la semplice ragione che un sempre più aggressivo “bipolarismo selvaggio” alimenta l’astensionismo elettorale da un lato e riduce la qualità del confronto politico dall’altro. E se, di conseguenza, quasi si impone – oggi – la necessità di dar vita ad un movimento politico che si candida ad intercettare e a rappresentare mondi vitali, interessi sociali, realtà culturali e gruppi di opinione, è giocoforza che un’area come quella cattolico popolare e sociale scenda definitivamente in campo. Ben sapendo che sia a destra che, soprattutto, a sinistra, una presenza come quella del cattolicesimo popolare e sociale o è “gentilmente ospitata” o è “semplicemente tollerata”. Nell’un come nell’altro caso è destinata, comunque sia, a giocare un ruolo culturalmente marginale e politicamente del tutto ornamentale.

 

Ecco perchè è giunto il momento, per andare al titolo di questa rapida riflessione, per riflettere e soprattutto per agire come cattolici popolari e sociali. E la ghiotta occasione rappresentata dalle elezioni europee – con il sistema elettorale proporzionale – offre la possibilità di potersi misurare direttamente con i cittadini. Certo, creando un’offerta politica che sia in grado di unire le varie sensibilità culturali riconducibili ad una comune politica centrista, democratica, riformista e di governo. Su questo versante, può e deve iniziare un percorso politico che non potrà che culminare con la formazione di un partito politico con un chiaro e netto progetto politico e di governo.

 

E, per fermarsi ai Popolari, forse è giunto anche il momento per uscire da un anonimato politico che ormai dura da troppo tempo. E cioè, dalla gloriosa esperienza del Ppi a guida Franco Marini e Gerardo Bianco per poi confluire nella Margherita e per poi esaurirsi definitivamente con l’esperienza del Pd a guida Schlein. Al di là e al di fuori delle simpatiche, per non dire allegre, affermazioni del “cattolico adulto” Romano Prodi e dei suoi sodali sulle capacità inclusive e sulla vocazione “plurale” della nuova leadership del Partito democratico…

 

Ecco perchè, infine, adesso i Popolari e tutta l’area che non vuole più essere condannata all’irrilevanza politica, culturale e programmatica ha il dovere di uscire allo scoperto e di mettere democraticamente in campo le munizioni ideali per dare voce e rappresentanza ad un mondo che non può più restare ai margini. Dopodichè, saranno le categorie dell’intelligenza politica, del coraggio civico e della coerenza culturale ad essere determinanti e decisivi per competere nell’agone politico contemporaneo. Senza rassegnazione, senza vittimismi e, soprattutto, senza furbizie di potere e di solo tatticismo.

Il nuovo (dis)ordine del mondo mediterraneo a poche ore dalle elezioni turche

Presentato a Roma il nuovo Atlante geopolitico del Mediterraneo 2023 a cura di Osmed, lOsservatorio sul Mediterraneo dellIstituto di Studi Politici S. Pio V”.

Paolo De Nardis

 

Nel turbolento periodo storico caratterizzato dalla crisi ucraina e da quella delle materie prime, i paesi europei guardano al Mediterraneo con rinnovato interesse, soprattutto in materia di politiche energetiche. L’Algeria è diventata interlocutore imprescindibile per gli interessi dell’Unione europea, mentre la Libia, a dodici anni dalla caduta di Gheddafi, non ha ancora ritrovato la sua unità. La Turchia, nel centesimo anniversario della Repubblica fondata da Kemal Ataturk, è chiamata a scegliere il proprio futuro nelle elezioni presidenziali e politiche del prossimo 14 maggio. L’Atlante Geopolitico del Mediterraneo, giunto alla sua nona edizione, affronta e analizza la situazione politica, economica e sociale degli 11 paesi della sponda sud del Mediterraneo e l’evoluzione del frastagliato quadro politico di una regione su cui, negli ultimi anni, si concentrano gli interessi di player globali e regionali come la Cina, la Russia e le Monarchie del Golfo.

 

Questa nona edizione dell’Atlante, come le precedenti, è strutturata in tre parti. La prima sezione, di approfondimento, ospita saggi che affrontano temi di stretta attualità che hanno un forte impatto sull’evoluzione del quadro politico regionale. Nella seconda sezione sono invece presenti 11 schede paese. Ciascuna di essa analizza la politica interna, la situazione socio-economica e la politica estera e di sicurezza di 11 paesi della sponda sud del Mediterraneo. L’ultima sezione del volume, Dialoghi Mediterranei, ospita saggi brevi che affrontano in maniera più agile rispetto alla prima sezione temi di immediato interesse o che potrebbero diventare centrali nel breve futuro.

Tra i saggi di approfondimento, quello che apre l’edizione 2023 dell’Atlante è firmato da Karim Mezran, direttore della North Africa Initiative e Resident Senior Fellow del Rafik Hariri Center e Middle East Programs presso l’Atlantic Council di Washington D.C., dove è responsabile degli studi sui paesi dell’Africa settentrionale e in particolare sullo sviluppo dei sistemi politici interni e sulle relazioni internazionali dei singoli paesi. Mezran, ritenuto uno dei massimi esperti internazionali di Libia, ricostruisce l’evoluzione della guerra civile libica a partire dalla caduta di Gheddafi nel 2011. Nel suo lavoro emerge con chiarezza l’attuale frammentazione del quadro sociopolitico del paese e la difficoltà di individuare un percorso che, nel breve termine, possa ricondurre all’unità un paese devastato da dodici anni di guerra civile. L’autore non manca di sottolineare il ruolo delle potenze straniere nel determinare la grave conflittualità che ha segnato il paese negli ultimi anni.

 

“Il Mediterraneo continua a essere lo spazio effervescente e dinamico ancora baricentro dell’attenzione internazionale, nonché punto di riferimento fondamentale per gli equilibri politici globali” – afferma Paolo de Nardis, presidente dell’Istituto di Studi Politici “S. Pio V” – “La situazione di crisi generalizzata che si è venuta  a creare all’indomani dello scoppio delle cosiddette Primavere arabe è ancora prevalentemente senza sbocchi, continuando a determinare in tal modo una forte instabilità in tutta l’area. In quest’ottica, l’Europa non può certamente venir meno al proprio ruolo e alle proprie responsabilità storiche rispetto a un luogo che è fondamentale per la sua storia e il suo futuro. Tra l’altro, l’Atlante esce proprio a ridosso delle elezioni in Turchia, all’indomani di tutta la critica gestione che c’è stata del paese negli ultimi anni ad opera di Erdogan. Per non parlare della Libia, un  paese oggi ancora profondamente diviso e attraversato da una guerra civile la cui fine, come ci  ricorda nella sua lucida analisi Karim Mezran, appare ancora molto lontana. Un simile quadro, infine, non può non destare profonda preoccupazione soprattutto alla luce della guerra in Ucraina e dello scontro sempre più radicale tra gli Stati Uniti e i suoi alleati europei da una parte e la Russia dall’altra, con il particolare ruolo che la Cina sta assumendo di fronte all’evolversi degli eventi”.

 

La seconda sezione del volume ospita le schede di Marocco, Algeria, Tunisia, Libia, Egitto, Israele, Autorità Nazionale Palestinese, Libano, Siria, Giordania e Turchia, divise in due parti. Nella prima parte è ripercorsa, in modo sintetico, la storia recente dei paesi. Nella seconda parte è invece presente un’analisi approfondita della situazione politica, socio-economica e della politica estera e di sicurezza dei singoli Stati relativamente agli ultimi 12 mesi.

Nella presente edizione la sezione Dialoghi mediterranei ospita tre saggi. Il primo, opera di Marcello Ciola, affronta la delicata questione della sicurezza regionale e dell’eclissi del Mediterraneo nel quadro del conflitto in Ucraina. Il secondo, ad opera di Francesco Alicino (Ordinario di Diritto Pubblico delle religioni), approfondisce il tema del radicalismo islamico insurrezionale di ispirazione religiosa nel contesto del bacino del Mediterraneo. Nell’ultimo saggio Francesco Anghelone, coordinatore scientifico dell’area di ricerca storico-politica dell’Istituto di Studi Politici “S. Pio V” e coordinatore dell’Osservatorio sul Mediterraneo, ripercorre invece l’ascesa al potere dell’Akp di Erdogan e la profonda trasformazione della Turchia operata dal leader turco: “La Repubblica turca, che a ottobre si appresta a festeggiare i propri primi cento anni di storia, è stata profondamente cambiata dall’arrivo al potere di Erdogan. Il leader dell’Akp ha progressivamente scardinato i pilastri dello stato laico fondato da Kemal Ataturk e imposto una deriva sempre più autoritaria alla Turchia. La sua capacità di attrazione nei confronti dell’elettorato turco sembra tuttavia vacillare per la prima volta nel corso degli ultimi venti anni. La grave crisi economica che attraversa il paese, gli effetti del devastante sisma del febbraio scorso e il crescente autoritarismo del presidente turco ne mettono in seria discussione la rielezione. Per la prima volta, inoltre, le opposizioni si presentano al voto unite in sostegno della candidatura del leader del Partito Repubblicano del Popolo (CHP) Kemal Kılıçdaroğlu. Le elezioni del 14 maggio rappresentano dunque un passaggio fondamentale nella storia recente della Turchia e ne determineranno, molto probabilmente, anche il futuro ruolo nel quadro regionale e internazionale”.

 

Secondo Andrea Ungari, ordinario di Storia contemporanea all’Università Guglielmo Marconi e curatore, insieme ad Anghelone,  del volume: “L’Atlante geopolitico del Mediterraneo 2023 pone al centro della sua analisi due temi di particolare rilevanza sia per gli interessi nazionali italiani sia per quelli europei. Il primo di questi temi riguarda la Libia che il saggio di Karim Mezran analizza bene, sottolineando la situazione complessa di una delle aree che maggiormente coinvolge gli interessi italiani ed europei, per gli approvvigionamenti di materie prime e per il flusso di migranti oltreché di armi e di droga. Il secondo, attraverso le parole di Marcello Ciola, si concentra sulla guerra in Ucraina, opportunamente supportata dall’Unione Europea e dall’Italia, e sul rischio che l’attenzione sul fronte orientale dell’Unione faccia venir meno l’interesse per la sponda sud e, quindi, per quell’area mediterranea che presenta sempre maggiori turbolenze e dove attori, spesso illiberali e autoritari, si stanno affacciando con la loro forza militare ed economico-finanziaria”.

 

Paolo De Nardis

Professore emerito alla Sapienza, è Presidente dell’Istituto di Studi Politici San Pio V.

Corrispondenza romana | Simbologie opposte a Westminster e sulla Piazza Rossa.

 

 

L’articolo è qui riproposto (in stralcio) per un dato interessante: benché l’autore vanti un curriculum di destra, a differenza di certo fondamentalismo, anche cattolico, non assume Putin a riferimento iconico e politico.

 

Roberto De Mattei

 

[…]

Il nuovo sovrano sembra mischiare un certo amore alla tradizione, soprattutto in campo artistico, con una forma di sincretismo espresso dal suo desiderio, di essere difensore di tutte le fedi, non solo di quella protestante. Non è però la sua persona che ha spinto quattro miliardi di persone nel mondo ad assistere, per televisione o via Internet, alla cerimonia di incoronazione, ma il fascino di uno spettacolo che, nel suo rituale risale all’alba dell’anno Mille.

 

Sant’Edoardo il Confessore (1043-1066), il santo più celebre a portare tale nome, insieme con il suo avo, sant’Edoardo II, fu incoronato il 3 aprile 1043 in un’epoca in cui regnavano sant’Enrico imperatore in Germania, san Canuto re di Danimarca, santo Stefano re di Ungheria, ed altri sovrani che, pur non essendo canonizzati, brillavano per la loro fede, dimostrando con il loro esempio la profondità dell’influsso cristiano nella società.

 

La corona che essi portavano erano il simbolo dell’autorità del corpus mysticum del regno, dal Re agli ultimi vassalli, consapevoli di essere una nazione e di avere una patria. In Inghilterra, già dalla fine del XIII secolo, il Parlamento definiva la corona come esclusivo titolare dell’autorità suprema, affermando che il Re e il Parlamento erano entrambi al suo servizio. L’imposizione della corona sul capo del sovrano, la consegna delle spade e dello scettro, l’unzione del crisma, le risposte alle domande del vescovo, gli atti di obbedienza, facevano parte del rituale medioevale e si sono ripetuti il 6 maggio, dopo quasi mille anni, nell’abbazia di Westminster.

 

Il rito religioso dell’unzione, che si è svolta in maniera privata è stato il punto culminante della cerimonia, dando luogo all’investitura regia vera e propria.   Questo atto esprime una concezione della regalità antitetica a quella democratica, nata dalla Rivoluzione francese. Le moderne costituzioni sono fondate infatti sul potere che viene dal popolo. Nella cerimonia della consacrazione regia si esprime invece il principio secondo cui il potere proviene da Dio, secondo la massima evangelica Non est potestas nisi a Deo (Rom. 13, 1). L’autorità regia è come una partecipazione della regalità sovrana di Cristo di cui, mediante l’unzione e l’incoronazione, il monarca diventa rappresentante nello Stato.

Un bagliore di sacralità nel mondo piatto ed ugualitario del nostro tempo, dunque, che si è contrapposto alla rappresentazione laica svoltasi, tre giorni dopo sulla Piazza Rossa di Mosca: la parata militare per commemorare il settantottesimo anniversario della vittoria dell’Unione Sovietica sulla Germania nazista, avvenuta il 9 maggio 1945.

La “Grande Guerra patriottica” è il mito fondatore della nuova identità russa e Stalin, artefice della “Grande Vittoria”, è uno degli eroi del Pantheon nazionalcomunista di Vladimir Putin.  Dai tempi dell’Urss, la sfilata sulla Piazza Rossa a Mosca, davanti alle massime autorità politiche e militare è l’occasione per esibire la potenza del Cremlino. Quest’anno la parata si è svolta in tono dimesso, rispetto agli anni precedenti, ma per la prima volta Putin ha parlato di una guerra che non è solo tra la Russia e l’Ucraina, ma tra la Russia e un Occidente, che oggi minerebbe la pace come il nazismo la minava 80 anni fa. LOccidente – ha detto il presidente russo – «provoca conflitti sanguinosi», semina i semi della «russofobia» e pretende di «dettare le sue regole a tutte le nazioni». La guerra, ha affermato Putin, esiste, la Russia è in guerra e la civiltà è a una svolta. Dalla simbolica Piazza Rossa è stato lanciato al mondo un messaggio bellicoso e carico di minacce, mentre l’abbazia di Westminster ha offerto l’immagine di un Occidente incapace di riconoscere, dietro la bellezza dei suoi riti e delle sue tradizioni, la verità della propria identità di fronte a una guerra ibrida, che è anche guerra di narrazioni.

 

Per leggere il testo integrale

https://www.corrispondenzaromana.it/dallabbazia-di-westminster-alla-piazza-rossa-due-spettacoli-simbolici/

De Rosa ricordava che la politica per Sturzo esigeva il senso del divino

Lino Duilio

 

[…]

Professore, lei è il massimo studioso di Sturzo nel nostro Paese. Don Luigi Sturzo, in un contesto molto diverso, con il popolarismo ha declinato in termini assolutamente laici il pensiero politico cattolico. Ma è ancora attuale il discorso sturziano?

 

La maggior parte dei testi di Sturzo, a parte quelli legati al suo tempo, per esempio la questione agraria, le polemiche sul latifondo, tutti questi aspetti sono datati, però ci sono le pagine di Sturzo che riguardano la politica nella sua essenza, nella sua fondatezza.

Non è vero che Sturzo secolarizzi integralmente la politica.

Quando lui dice, d’accordo con il discorso di Pio XI, che la politica è un aspetto della carità, ha detto tutto. Perchè la carità non è una cosa che si annuncia con lo squillo di tromba: o la vivi o non c’è.

È cosa talmente complessa e allo stesso tempo così difficile da vivere e da applicarsi che essa non ha bisogno di pubblicità, non ha bisogno di essere ricordata. Le parole più o meno annunciate, cantate, ritualizzate, l’offendono e la costringono a nascondersi.

Questo è quanto dice Sturzo. C’è un suo testo bellissimo in cui afferma che se non si avverte “il senso del divino” nella politica, “tutto si deturpa”, la politica diviene allora ben altro, mezzo di arricchimento, corsa al potere, alla occupazione dei luoghi strategici della gestione pubblica, tecnica da apparati.

 

Possiamo dunque affermare che il grande contributo che il popolarismo può ancora dare al nostro Paese e alla politica più in generale è recuperare un’anima alla stessa politica, recuperare una dimensione che va al di là della contingenza materialistica?

 

Sottoscrivo. Uno stile di vita e di contenuti. Una grande politica virtuosa.

 

Tempo fa sulla terza pagina de “La Stampa” è stata pubblicata un’intervista ad Edgard Morin, lo studioso francese, il quale ha detto: è vero che questo secolo è stato il secolo dei partiti, mentre il secolo scorso è stato il secolo dei parlamenti e il prossimo sarà quello delle opinioni pubbliche; il prossimo secolo, però, dovrà essere anche il secolo della poesia, rispetto al 900 che è stato troppo il secolo della prosa. Cioè la poesia, come dimensione che pervade e attraversa le sfere dell’agire, dovrà conquistare anche la politica. In modo forse diverso, Morin dice la stessa cosa, cioè che il futuro della politica dovrà essere costruito recuperando un’anima alla politica. Condivide questa affermazione?

 

La condivido nel senso che la politica ha bisogno di qualcosa, nel suo fondo, che non è politica. Del resto, Morin non è il solo che chiede il soccorso della poesia. Lo chiede anche un filosofo come Hans-Georg Gadamer, quando scrive: “Io attendo con ansia il momento in cui la gioventù ritroverà il senso della poesia”.

 

Il popolarismo, come fatto culturale e politico, può dunque avere ancora un futuro nella storia del nostro Paese?

 

Sì. Potrà avere un futuro rivisitando le vaste distese e i palazzi della memoria, di cui abbiamo detto agli inizi della nostra conversazione.

Noi non possiamo eliminare questa nostra memoria che è la vita nostra e che ci porteremo anche nell’aldilà. Di questo abbiamo bisogno: di una memoria certamente selettiva, ma che nasce dal profondo della nostra anima.

 

In conclusione, professore, noi abbiamo bisogno di memoria e, credo, di speranza. Volendo chiudere questa conversazione con una parola di speranza, un maestro come lei cosa può dire?

 

Io posso dire che la speranza è già in cammino.

Pubblicato dall’ANDC il video del convegno sul 18 aprile 1948

Alessio Ditta

 

La data del 18 aprile 1948 rappresenta un passaggio epocale perché fortunatamente consegna l’Italia a un destino di libertà e democrazia, grazie alla vittoria di De Gasperi, il più grande statista del secondo Novecento, come leader indiscusso della coalizione tra Dc, liberali, repubblicani e socialdemocratici.

 

Sono stati scritti molti libri sul 18 aprile e molti commenti tengono ancora banco. Prevale facilmente il racconto sulla battaglia tra comunisti e anticomunisti, con la vittoria di questi ultimi. E passa alla storia l’idea di una Dc che solo per il suo vincente ruolo di “diga anticomunista” avrebbe conseguito il diritto a governare fino all’esaurimento traumatico della cosiddetta Prima Repubblica. Una lettura, questa, semplificata e distorta perché mette in secondo piano la forza propulsiva della politica riformatrice avviata in quel periodo, vero motore del “Miracolo italiano” della fine degli anni Cinquanta.

 

Cosa si può e si deve aggiungere, per innervare un ragionamento che valga come esempio per l’oggi? Ecco, esaminata la vicenda del 1948, oggi dovremmo evidenziare lo straordinario impegno di coerenza che legò la fase elettorale al successivo lavoro di governo: De Gasperi spiegò cosa voleva fare – basta rileggere la sua intervista al “Messaggero” a ridosso del voto (17 aprile) – e procedette, nei cinque anni successivi, a realizzare quanto sostenuto in campagna elettorale. Non ci fu un “prima” e un “dopo” come formula di separazione per giustificare all’atto pratico l’abbandono – in parte o in toto – degli impegni assunti davanti agli elettori.

 

Con i limiti e le difficoltà che sempre condizionano l’azione politica, si staglia dunque all’orizzonte questa formidabile prova di serietà della classe dirigente cattolica del secondo dopoguerra. È la prova evidente di come la democrazia si possa e si debba nutrire di limpide condotte e robuste convinzioni, unici ingredienti per rafforzare, specialmente nei tempi che viviamo, il legame tra popolo e istituzioni. Ne abbiamo molto bisogno.

 

N.B. Il convegno è stato organizzato dall’Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani (ANDC) in collaborazione con l’Istituto di Studi Politici San Pio V).

 

 

Per accedere al video del convegno

https://www.democraticicristiani.com/2023/05/10/il-convegno-gedda-dossetti-e-de-gasperi-i-protagonisti-delle-elezioni-del-1948/

Ambiente | Non sono pentito per il termovalorizzatore di Torino.

Antonio Saitta

 

I termovalorizzatori dei rifiuti sono recentemente ritornati all’attenzione della politica nazionale. Hanno sicuramente contribuito i tormenti della nuova segreteria Pd sulla posizione da tenere alla Camera in merito all’ordine del giorno del M5S contrario alla realizzazione del termovalorizzatore di Roma. Al momento del dunque però il Pd ha votato compattamente e responsabilmente contro.

 

Ritengo tuttavia utile che il Pd apra una discussione al suo interno che non si riduca però a un semplice conteggio dei favorevoli e dei contrari ai termovalorizzatori in sé, ma che affronti il tema dei rifiuti nella prospettiva più ampia di una concreta tutela dell’ambiente che, a differenza del passato, è la vera e grande emergenza planetaria. C’è oggi una domanda nuova ed esigente che richiede di essere letta e interpretata con tutti gli strumenti che la cultura più aggiornata può offrire per formulare soluzioni politiche e non semplici dichiarazioni a favore dell’ambiente o fughe nell’utopia. In sostanza non va ignorato che la buona politica è quella costantemente tesa e ancorata a un patrimonio ideale, conservando però “la capacità di calarsi – ricordava Benigno Zaccagnini a quelli della mia generazione – con uno sforzo talvolta duro e difficile, sul terreno delle realtà concrete, per compiere quelle azioni che siano nello stesso tempo coerenti con gli ideali e compatibili con la realtà, in una misura che corrisponda sempre più a un’autentica sincerità e onestà di atteggiamenti e scelte”.

 

Per questo motivo la politica sul trattamento dei rifiuti deve essere non soltanto il risultato di una discussione negli organi di partito, ma anche con gli amministratori regionali, provinciali e comunali che nel tempo sono stati impegnati nella realizzazione di termovalorizzatori, assumendosi cosi la responsabilità di decisioni complesse. Loro sono un utile giacimento di esperienze politico-amministrative dal quale attingere per il futuro.

 

Appartengo a questa schiera di amministratori perché la Provincia di Torino, di cui sono stato presidente dal 2004 al 2014, è stata direttamente e intensamente impegnata, insieme alla Città di Torino (all’epoca il sindaco era Sergio Chiamparino) e agli altri Comuni, per affrontare e risolvere l’emergenza rifiuti con la localizzazione e la realizzazione del termovalorizzatore del Gerbido, un impianto entrato in funzione dieci anni fa, che tratta 600.000 tonnellate di rifiuti l’anno, produce energia elettrica corrispondente al fabbisogno annuale di circa 175.000 famiglie e tra poco  produrrà anche calore per il teleriscaldamento.

 

Prima di giungere alla decisione di realizzare il termovalorizzatore abbiamo cercato nuove discariche e tentato di ampliare quelle esistenti: è stato impossibile per le proteste diffuse di amministratori e cittadini che ci hanno convinto che era da irresponsabili continuare a disseminare sul territorio discariche. A quel punto potevamo adottare la strada più semplice, utilizzata da molti, di mandare i rifiuti urbani in altre regioni o all’estero; abbiamo invece deciso di assumerci la responsabilità di realizzare un termovalorizzatore sulla base delle esperienze positive fatte all’estero e di aumentare nel frattempo, con il coinvolgimento dei comuni, la raccolta differenziata che era al momento solo del 31%.

È iniziato così il percorso per la realizzazione del termovalorizzatore dedicando grande attenzione all’opinione pubblica e alle critiche e fornendo sempre risposte scientifiche. Alle osservazioni sui rischi per la salute abbiamo avviato, ancora prima dell’entrata in funzione dell’impianto, un’indagine sullo stato di salute dei cittadini residenti nei Comuni adiacenti al luogo di collocazione per consentire il confronto fra i dati in assenza e in presenza dell’attività del termovalorizzatore. Ai timori di molti sulle emissioni abbiamo deciso di fare effettuare i controlli non dal gestore dell’impianto ma da un ente terzo. Alla richiesta di consentire a tutti di accedere in tempo reale ai dati delle emissioni abbiamo impegnato la futura società di gestione. Questo lavoro sempre trasparente e di ascolto ha dato credibilità alle istituzioni. Non è certo un caso se nelle elezioni del 2009 la Provincia e tutte le amministrazioni comunali che avevano gestito un tema così complesso sono state premiate dagli elettori. Per tutti questi motivi non sono per nulla pentito del termovalorizzatore di Torino.

 

Nonostante questa e altre esperienze positive, i detrattori dei termovalorizzatori ripetono da 20 anni a questa parte che l’alternativa è ‘rifiuti zero’, cioè riciclare tutto. Affermazione questa evidentemente irrealistica che può fare soltanto chi non conosce le fatiche degli amministratori comunali per aumentare giorno dopo giorno la raccolta differenziata.  In ogni caso è naturale chiedere ai detrattori che cosa succederà dei rifiuti fino a quando non sarà raggiunto l’obiettivo fatidico dei ‘rifiuti zero’. Non potendoli evidentemente tenere a casa, possono essere collocati nelle discariche o inviate nei termovalorizzatori esistenti italiani ed europei. È ciò che è successo a Roma con l’amministrazione Raggi, nettamente contraria ai termovalorizzatori e sostenitrice della raccolta differenziata (che però dal 2016 al 2021 è passata dal 43 al 44%!). Un’incoerenza che lascia allibiti e che ha raggiunto il massimo è stata quando il Sindaco Raggi, dovendo gestire nel 2018 una emergenza, ha inviato i rifiuti al termovalorizzatore di Torino con un accordo con il Sindaco Appendino, anche lei del M5S e quindi nettamente contraria ai termovalorizzatori, in qualità, come amministrazione, di azionista della società di gestione dell’impianto.

 

Per gli oppositori ai termovalorizzatori, l’entrata in funzione di questi impianti ridurrebbe la raccolta differenziata. Non è vero: la percentuale più alta di raccolta differenziata è nelle aree dove sono in funzione i termovalorizzatori, che sono 37 e tutti localizzati al Nord e al Centro; nel Nord la raccolta differenziata è al 71%, nel centro del 60,4% e al Sud del 55,7%. Il problema grave che invece viene ignorato è che le Regioni che non hanno impianti sono la causa dei viaggi dei rifiuti lungo la penisola (senza contare quelli verso altri stati europei). È stato calcolato che nel 2019 sono stati trattati in regioni diverse da quelle di produzione ben 2,8 milioni di tonnellate di rifiuti e sono stati necessari 108.000 viaggi di camion, pari a 62 milioni di km percorsi, che hanno prodotto l’emissione aggiuntiva di 40.000 tonnellate di emissioni di CO2.

 

Ci sono ancora spazi per aumentare la raccolta differenziata, in modo particolare nelle grandi città dove la percentuale di raccolta differenziata è notevolmente più bassa rispetto a quella della regione di appartenenza: a Torino del -19%, a Milano del -14%, a Genova del -28%, a Bologna del -21%, a Firenze del -17%, a Roma del -16%, a Napoli del -31%, a Bari del -33%, a Reggio del -34% e a Palermo del -33%; anche nei capoluoghi di provincia la raccolta differenziata stenta a crescere.

 

Dedicarsi a risolvere questo problema, che richiede ulteriori risorse oltre a quelle stanziate nel PNRR, è oggi un obiettivo rilevante per un impegno politico; altrettanto lo è la realizzazione di nuovi impianti di termovalorizzazione dei rifiuti che richiede coraggio. È assurdo e indecoroso il trasporto di rifiuti da Sud a Nord. Assuefarsi a ciò equivale a premiare le furbizie di chi non vuole o non riesce a decidere!

Mattarella ricorda le vittime del terrorismo e “spiega” la vittoria dello Stato

Redazione

 

 

[…]

 

I terroristi e i loro complici – così come i cattivi maestri che hanno sostenuto e propagandato la violenza politica – hanno attentato alla vita di donne e uomini, con l’obiettivo dichiarato di scardinare l’ordinamento democratico.

 

È davvero significativa la lettura che abbiamo appena ascoltato del brano di Aldo Moro, di neppure un anno prima del suo rapimento, e dell’assassinio degli uomini che lo scortavano: Oreste Leonardi, Raffaele Iozzino, Domenico Ricci, Giulio Rivera, Francesco Zizzi. Seguì la sua barbara uccisione, che segna il culmine della sfida brigatista allo Stato e, nel contempo, l’inizio della parabola declinante del terrorismo rosso.

 

Lo stesso Moro, dopo l’uccisione a Genova, da parte delle BR, del magistrato Francesco Coco, nel giugno del 1976, aveva sintetizzato in modo inequivoco l’attacco ai valori repubblicani: «Indirizzandosi contro lo Stato, ordinatore e garante, la violenza colpisce tutti e mette in forse la nostra libertà».

 

E, aggiungeva, in modo profetico: «La risposta non è solo nell’impegno delle autorità competenti nel chiarire la situazione e nel fare giustizia, ma anche nell’unanime reazione morale e politica del Paese e nella compostezza e fermezza con le quali il popolo italiano e le forze politiche sapranno vivere queste ore tristi e difficili della nostra vita nazionale».

 

È stata – come Moro aveva auspicato – la reazione morale del popolo italiano a fare la differenza, nella lotta ai terrorismi e all’eversione, facendo prevalere la Repubblica e la sua legalità.

 

Un popolo che, nella sua stragrande maggioranza, ha respinto le nefaste velleità di chi avrebbe voluto trascinare l’Italia fuori dal novero delle nazioni libere e democratiche.

 

Un popolo che, memore dei disastri della guerra, ha rifiutato con decisione l’uso della violenza come arma per la lotta politica. E che si è stretto attorno alle istituzioni, avvertite come presidio di libertà, di diritti e di democrazia. Lottando ovunque, nel posto di lavoro, all’interno della società. Scendendo persino in piazza per manifestarne la difesa.

 

Lo Stato, le forze politiche e sociali, hanno saputo reagire – nonostante lo smarrimento iniziale – con coraggio e con decisione alla sfida dei terrorismi. Una guerra che è stata vinta – è bene sottolinearlo, qui e ovunque – combattendo sempre sul terreno della legalità costituzionale, senza mai cedere alle sirene di chi proponeva soluzioni drastiche, da regime autoritario. Affidandosi invece al diritto e all’amministrazione della giustizia per proteggere la nostra comunità.

 

Rifiutando di porsi al di fuori della natura democratica della nostra Repubblica.

 

Continua a leggere

https://www.quirinale.it/elementi/84468

 

[Discorso tenuto dal Presidente della Repubblica in occasione del Giorno della memoria dedicato alle vittime di terrorismo” – Palazzo del Quirinale – 9 maggio 2023]

Il pensiero di Gonella sul partito di centro agli albori della nuova Italia democratica

Guido Gonella

 

Nel messaggio di Don Sturzo da noi pubblicato domenica scorsa è detto che la Democrazia Cristiana  ha “il carattere di partito di centro“. Le determinazioni topografiche degli orientamenti politici hanno spesso un valore relativo, tuttavia questa affermazione di Don Sturzo che sottolinea il centrismo del nostro partito merita di essere rilevata, in quanto può portare un contributo a meglio precisare la nostra posizione in rapporto agli altri movimenti politici.

 

Vediamo perciò come si giustifichi questa posizione centrista della Democrazia Cristiana e come ci orienti nel presente clima politico.

 

Anzitutto bisognerebbe ricordare quali caratteri comunemente si attribuiscono alle destre e alle sinistre nel nostro sistema politico. Data la relatività di tali classificazioni, su questo terreno non si può non procedere per approssimazioni, specialmente in un’esperienza politica come la nostra nella quale un abituale e deteriore trasformismo ha corrotto il costume politico provocando non poche confusioni intorno alle specifiche caratteristiche dei movimenti di destra e di sinistra.

 

  • §§

 

In genere, per destra si intende quel complesso di forze politiche che seguono nella loro azione un metodo conservatore che quindi si oppongono ad ogni procedimento rivoluzionario. Se lo spirito rivoluzionario non ha patria nella politica delle destre, in esse vi trova invece un fertile campo d’azione lo spirito reazionario spesso alleato della mentalità della casta militare. Reazione e militarismo, sentendo la necessità di acquisire un più degno substrato ideologico, inventano e sfruttano i miti nazionalistici, innalzano bandiere imperialiste dietro le quali spesso si nasconde il proposito di difendere o di espandere gli interessi delle classi privilegiate.

 

Economicamente, la destra ha una fisionomia borghese, e questo impasto di egoismo e di ipocrisia si concreta sul terreno economico nella coalizione delle classi plutocratiche, nel feudalesimo industriale e agricolo, e in tutte le altre cricche monopolistiche e privilegiate che imprigionano la vita dello Stato nel potente cerchio di ferro dei “beati possidentes”.

 

Spiritualmente, la borghesia di destra mena vanto del suo indifferentismo religioso quando non scende sul terreno dell’ateismo e dell’anticlericalismo militante (più o meno massonico) che ben si conciliano con l’etica dei buoni affari e delle preminenti posizioni di controllo e di comando.

 

  • §§

 

Per sinistra intendiamo invece quegli orientamenti politici che in nome del falso mito classista mirano ad instaurare un socialismo di Stato sostanzialmente non molto diverso da quel capitalismo di Stato di cui presumerebbe essere la più radicale negazione. Classismo e socializzazione sono considerati come due termini strettamente connessi, l’uno consequenziale dell’altro; spesso nelle correnti più estreme delle sinistre, si arriva a parlare della cosiddetta dittatura del proletariato che, almeno formalmente, ha un carattere di intolleranza e di negazione della libertà che a malapena si distingue dall’intolleranza della dittatura borghese. Quindi, lo stesso metodo della violenza di cui si fa forte l’estrema destra, trova larga ospitalità negli stessi programmi dell’estrema sinistra: in sostanza, da una parte e dall’altra si finisce per sacrificare la libertà al dominio di una classe.

 

Eticamente, la sinistra si ispira ai principi del materialismo storico, e religiosamente sconfina pure in forme giacobine che talvolta assumono anche un carattere persecutorio delle fedi religiose.

 

  • §§

 

Basta tener presente queste preminenti (ma non esclusive) caratteristiche della politica di destra e di sinistra, per comprendere intuitivamente quale possa essere il programma di una politica centrista. Si tratta di negare gli errori in cui cade sia l’uno che l’altro estremismo, e di superare criticamente queste posizioni anguste e contraddittorie.

 

Contro il conservatorismo di destra ci siamo dichiarati pure rivoluzionari, in quanto vogliamo un radicale, rapido e totale capovolgimento di un ordine politico che ha fatto bancarotta. Contro lo spirito reazionario militarista affermiamo i supremi valori della libertà e della cooperazione tra i popoli fra loro naturalmente solidali. Contro gli egoismi del sistema capitalista e borghese rivendichiamo la proprietà per tutti, la proprietà diffusa. Ma soprattutto la nostra etica cristiana, che impegna l’uomo al rispetto dei rigorosi precetti morali, si pone come la più diretta e categorica negazione degli egoismi dell’ipocrisia borghese, come il più radicale superamento del suo indifferentismo religioso.

 

Contro il classismo di sinistra affermiamo l’inconsistenza teorica e pratica del mito della classe, e la necessità morale e sociale di una organica cooperazione tra le classi. La Democrazia Cristiana è il partito di tutti i lavoratori, quindi non solo dei proprietari, ma anche dei tecnici, delle classi medie e professionali, di quanti insomma in ogni ceto sociale considerano il lavoro come una delle principali ragioni della dignità umana, come uno dei titoli fondamentali per godere la pienezza dei diritti politici, per aspirare alla realizzazione di una più vera giustizia sociale.  Contro il socialismo di Stato noi, anticapitalisti, ci preoccupiamo di non instaurare nuove forme di oppressione economica dell’uomo attraverso la totale socializzazione della ricchezza; per questo, il nostro programma – assertore (accanto a forme di delimitata ed inevitabile collettivizzazione) della più larga diffusione della proprietà privata al fine di eliminare la servitù del proletariato – non può non essere un programma antisocialista in quanto il socialismo è ostile alla proprietà individuale. Respingendo l’identificazione di politica socialista con esclusiva politica tutelatrice degli interessi delle classi umili, la nostra principale preoccupazione sociale è la difesa dei diritti dei poveri, dei non abbienti, delle classi sfruttate che si stringono attorno alla nostra bandiera perché vedono in essa il simbolo della lotta contro tutte le oppressioni economiche sia degli individui, sia dei gruppi, sia dello Stato. Respinta ogni violenza ed ogni dittatura tanto della casta militare e borghese quanto dei tribuni del popolo, riaffermiamo contro il grigio materialismo storico la dignità e priorità delle forze spirituali, e combattiamo ogni forma di giacobinismo proprio in nome della libertà delle coscienze.

 

È questo culto della libertà che caratterizza il nostro programma e che qualifica la nostra democrazia che è la più vera democrazia, in quanto si oppone sia alle oligarchie borghesi, sia agli angusti consigli delle classi, per interpretare senza troppi intermediari le genuine aspirazioni dell’uomo.

 

  • §§

 

Bastano questi rapidi cenni per comprendere come qui non si tratti di manipolare una malsana amalgama di idee di destra e di sinistra, non si tratti di trovare una grigia “media“ tra due colorati estremismi. A questo proposito neghiamo ogni consistenza logica al diffuso metodo di vedere per ogni problema solo una soluzione e l’opposto di questa soluzione, sicché colui che non milita per la sinistra si trova necessariamente ad essere inquadrato nella destra. Le strade non sono sempre due, e noi siamo per la terza strada, la quale ha una sua fisionomia propria, una sua direzione propria ed una sua mèta propria.

 

Oggi, mentre un semplicistico costume politico dopo il fallimento del capitalismo, della borghesia e del nazionalismo, crede di rifarsi una nuova vita percorrendo strade opposte a quelle che furono fin qui percorse; oggi mentre il reazionario fallito si illude di redimersi tingendo di rosso le sue infangate divise, noi vogliamo essere noi stessi, cioè vogliamo riaffermare e meglio precisare le nostre caratteristiche. E per contraddistinguere più chiaramente questa nostra fisionomia non cadiamo nell’illusione di coloro che ritengono più categorica la negazione del triste passato recente ponendosi su strade diametralmente opposte a quelle finora battute, cioè cadendo in un estremismo opposto che può essere non meno malefico di quello tramontato. Il totalitarismo nazionalista non si combatte con l’opposto totalitarismo proletario, bensì (la terza strada) con la negazione di ogni totalitarismo. Solo in questo modo si è radicalmente innovatori eppure rivoluzionari.

 

Partito di popolo, che dal popolo cerca di elevare ed allevare una nuova classe dirigente capace di sostituire le vecchie e fallite classi borghesi e di rigenerare con nuove forze spirituali la corrotta coscienza sociale, la Democrazia Cristiana, appunto per la sua posizione centrista, è capace di realizzare una nuova sintesi politica, una nuova forma di solidarietà e di collaborazione sociale nel cui ambito tutte le forze del lavoro e della libertà si devono trovare organicamente impegnate nell’opera di ricostruzione.

 

Ecco perché la Democrazia Cristiana è stata giustamente definita da Don Sturzo un partito di centro.

 

 

Fonte: Il Popolo – Mercoledì 9 agosto 1944

Titolo originale: Partito di centro

Alcuni valori fondanti costituiscono il ponte tra cinema e politica

Fabrizia Abbate

 

Andare al cinema non è più appuntamento di tutti, lo sappiamo. Le nuove piattaforme, la mutata fruizione televisiva, la pandemia, le abitudini culturali che, soprattutto nel nostro paese, hanno subìto una trasformazione evidente: tutto ha modificato la natura del rapporto con la sala cinematografica. I registi ne sono consapevoli. I giovani si sono preparati a codici stilistici versatili che possano funzionare in sala e on demand, i non più giovani hanno trovato spesso la loro personale via di convivenza con le esigenze della produzione e del mercato. E poi ci sono loro, i maestri, che mantengono la loro cifra e restano fuoriclasse perché sanno ancora distinguere il prima dal dopo, sanno perciò ritagliarsi il loro originale spazio di autenticità pur sapendo che probabilmente sarà condiviso con i pochi e non con i molti: è questa oggi, forse, la scelta più coraggiosa che si possa fare in ogni campo, dall’arte alla politica, passando anche per l’accademia e l’etica pubblica.

 

Basta andare a vedere i film di Pupi Avati e Nanni Moretti, in sala in questi giorni, per capire a cosa mi riferisco (La quattordicesima domenica del tempo ordinario e Il sol dell’avvenire). Due film differenti, di due autori distanti da sempre, con contenuti certamente non assimilabili. Non mi permetterei mai di fare confronti o di cimentarmi in notazioni cinematografiche che richiedono altre competenze, rischierei di scrivere mere opinioni, e mi sembra che ce ne siano già troppe, che esplodono come fuochi d’artificio in ogni sagra di paese. Mi limito a due fatti, se di fatti si può riuscire a parlare nell’arte (grande questione estetica), e solo perché quei due fatti credo possano offrire un piccolo e prezioso contributo alla politica di oggi.

 

Primo fatto. In un passaggio del film di Nanni Moretti viene pronunciata con voce limpida e sicura la parola “responsabilità”: responsabilità per le immagini di violenza che la fiction costruisce e diffonde, responsabilità per ogni bellezza deturpata e violata, responsabilità di ciascuno per tutti. Lo stesso personaggio di Moretti nel film dice che non si tratta di questione solamente estetica, ma propriamente etica. Dov’è la novità, vi chiederete? La novità è sentirle quelle parole, così convinte e chiare, dette con la semplicità di chi in quei contenuti crede, perché il suo cinema ne ha tenuto fede. Che questo appello all’etica avvenga in una trama fatta dal circo di Budapest, la sezione del Partito Comunista del Quarticciolo, la crisi della sinistra e del matrimonio del protagonista, l’avvento di Netflix visto “in 190 paesi”, quasi non ci interessa qui (ovviamente, come spettatori ci ha interessato). Era da tempo che un discorso così pedagogico sulla responsabilità non trovava spazio e forza sullo schermo, in sala.

 

Secondo fatto. Nel racconto esistenziale d’amore e di vita in cui Pupi Avati ci porta per mano alla scoperta dei sentimenti e dei fallimenti, c’è la riaffermazione forte di un valore, vissuto anch’esso con tutti i limiti e le cadute dell’umano: la fedeltà. Non si tratta della fedeltà coniugale, né dell’assolvimento di doveri o di rispetto di regole e principi: si tratta della fedeltà alla propria natura e a qualcosa di grande in cui si crede per sempre, che sia un amore o una passione divenuta arte e lavoro. Alla fine della trama, è quella fedeltà del protagonista a vincere su tutta la disperazione, una fedeltà profonda come il blu di cui vengono tinte le pareti della casa calda di legni che vediamo dall’inizio alla fine del film.

 

Responsabilità e fedeltà, insieme: due maestri del cinema, così dissimili (anche per convinzioni politiche), regalano ai nostri tempi l’attenzione a due valori che hanno da sempre costituito il senso e la riconoscibilità del vivere umano, delle politiche pubbliche e (perché no?) dei partiti politici. Smarrire la fedeltà alla propria natura e svilire il principio di responsabilità significa, in un tutt’uno, svuotare di democrazia qualsiasi pratica sociale e autonomia politica. Pensiamoci.

L’Osservatore Romano | Dialogo a distanza con Michela Murgia su malattia, male e mistero.

foto di Alessio Jacona Flickr
foto di Alessio Jacona Flickr

Andrea Monda

 

L’intervista a Michela Murgia pubblicata sul «Corriere della Sera» sabato 6 maggio ha lasciato in molti un segno per la sua altissima intensità umana e spirituale. Ogni risposta è ricca di spunti che chiedono l’ascolto e la riflessione da parte del lettore. Non solo e non tanto per il merito di tante affermazioni, che vanno semmai ascoltate come si ascolta un racconto personale, quanto per la chiave di lettura che esse danno e la condivisione che esse offrono.

Ce n’è una in particolare che mi ha molto colpito, quando la scrittrice sarda, parlando apertamente del suo male, spiega anche la terapia che sta seguendo che «non attacca la malattia; stimola la risposta del sistema immunitario. L’obiettivo non è sradicare il male, è tardi, ma guadagnare tempo».

 

Non ho alcun titolo per parlare di questioni sanitarie, ma c’è una dimensione più ampia, spirituale, che mi ha colpito e che secondo me merita e richiede molta attenzione.

 

Nella parabola della zizzania raccontata nel Vangelo secondo Matteo c’è qualcuno che vuole subito sradicare il male, e Qualcun altro, il padrone del campo, che invece sceglie un’altra via, che richiede tempo e certosina pazienza. Perché la zizzania, il male, non è solo un accidente ma finisce per coincidere con l’essenza stessa della buona pianta di grano. «Il cancro non è una cosa che ho; è una cosa che sono» dice Michela Murgia, «è un complice della mia complessità, non un nemico da distruggere. Non posso e non voglio fare guerra al mio corpo, a me stessa». E aggiunge: «Meglio accettare che quello che mi sta succedendo faccia parte di me. La guerra presuppone sconfitti e vincitori; io conosco già la fine della storia, ma non mi sento una perdente».

 

Se seguiamo questa pista ci addentriamo nell’immenso tema del mistero del Male. Ma dobbiamo essere consapevoli che lo si può fare solo in punta di piedi. E con umiltà.

 

Il testo biblico, non solo della parabola della zizzania ma tutta la Bibbia, ci ricorda che il Male non è fuori ma dentro l’uomo, non è concentrato ma sparso in modo infinitesimale, non risiede in un posto preciso, per cui non ci sono “luoghi sicuri” sulla terra, finché il tempo scorrerà. In altri termini: non ci sono i buoni e i cattivi che si scontrano in modo chiaro e definito sullo scacchiere del mondo, ma bene e male sono confusi dentro la storia e soprattutto nel cuore dell’uomo, campo di battaglia secondo l’espressione di Dostoevskij dove il diavolo combatte con Dio. Siamo abitati dal soffio divino. Ma siamo anche tutti peccatori; e uno dei segni evidenti di questa nostra fragilità è proprio la tentazione ricorrente di pensare di potere noi sradicare il male una volta per tutte, giudicando e condannando gli altri e nello stesso tempo auto-assolvendoci. Magari ringraziando Dio perché «non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri…» (Luca 18,11).

 

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2023-05/quo-107/la-malattia-il-male-e-il-mistero.html

Incontri allo Sturzo sulle radici antifasciste del popolarismo e la figura di Piccioni

Redazione

Appuntamento alIIstituto Sturzo dove si terranno a breve due convegni per ripercorrere un momento e una personalità importanti nella storia dei cattolici democratici del Novecento.

Ecco il calendario è il programma.

Domani, mercoledì 10 maggio, il convegno ha per oggettoDemocrazia e fascismo. A cento anni dal Congresso Ppi di Torino (1923). Introduce Maria Pia Donat-Cattin, con interventi di Nicola Antonetti, Luigi Giorgi, Vittorio Rapetti, Francesco Malgeri e Francesco Traniello. Il convegno è organizzato il collaborazione con la Fondazione Carlo Donat-Cattin.

Seguirà venerdì 12 maggio laltro appuntamento si Attilio Piccioni. Dal Ppi alla Repubblica. A introdurre sarà Nicola Antonetti, con interventi di Alessandro Risso, Ugo De Siervo, Matteo Truffelli, Marialuisa Lucia Sergio, Luigi Giorgi, Giovanni Tarli Barbieri, Luca Micheletta, Matteo Giannelli.

Entrambi gli

Il Domani | Elly è un salto nel buio: i cattoDem tornino autonomi

Giuseppe Fioroni e Lucio D’Ubaldo*

 

Il disagio dei cattolici mette il piombo sulle ali del Pd. Si cerca un rimedio e non lo si trova nel camuffamento del problema. Si è rotto un meccanismo delicato, quello che univa le motivazioni ideali e le scelte organizzative. D’altronde, ritornano in discussione i principi e la politica ne subisce giustamente il fascino. Anche l’avvento della Schlein si spiega in questa logica, perché fa leva sulla domanda di un orientamento valoriale, a forte impatto pubblico, che dovrebbe qualificare un nuovo riformismo radicale. Non è il tentativo di rifacimento della vecchia casa socialista, bensì l’ambizione che mira a reinventare la sinistra, andando oltre la sua stessa tradizione. È un salto nel buio. La spinta a rifondare il Pd si traduce nella dissolvenza dei motivi di genesi e sviluppo di un partito pluridentitario in cui pesava, del resto, l’apporto del cristianesimo sociale. Ora si delinea un’impostazione diversa, forse più spigliata, e però lesiva del pluralismo originario.

 

Cosa sia il Pd della Schlein resta poco chiaro. Si capisce quale scomposizione possa determinare, non quale sintesi voglia prospettare: vi è solo la certezza che tutto ciò che appartiene alla sfera dei diritti individuali fornisca il materiale di una politica più corrispondente alla fluidità di aspettative e desideri. Sembra quasi che i doveri non esistano e anche farvi cenno risulti disdicevole. E così il peccato originale della sinistra, che il vecchio Maritain imputava all’irrealismo come prodotto della filosofia di Rousseau, dove la preferenza va sempre a ciò che non è rispetto a ciò che è, torna a manifestarsi pericolosamente. È inevitabile, allora, che la cultura delle alleanze e della mediazione ceda il passo a una rivendicazione costante della propria superiorità, pratica e morale. Invece di alleanze occorre parlare, se non si vuole che la destra si consolidi nel ruolo di governo.

 

Accade dunque che i cattolici democratici e popolari scontino una sensazione di profonda estraneità rispetto alla sostanza e alla dinamica di questo partito a vocazione radicale. Che fare? Tirare in ballo il principio di “non appagamento” come divisa del cristiano impegnato nel mondo appare scarsamente persuasivo. Certo, Aldo Moro vi aveva fatto ricorso parlando nel 1973 al XII congresso della Dc, ma con quel riferimento non aveva rescisso il legame con il concetto di responsabilità personale e collettiva, insito nella politica d’ispirazione cristiana. L’equilibrio dei valori, specialmente nella dialettica tra diritti e doveri, costituiva infatti la preoccupazione più viva dello statista democristiano nella fase culminante della stagione del post Sessantotto, fino alle tragiche imprese del terrorismo, che lo vollero vittima sacrificale.

 

Risulta improbo, dunque, l’adattamento in extremis a questo Pd. Il cattolicesimo democratico non si può ridurre a metodo, né a pura intuizione del possibile in politica; difficile estrapolarlo dalla storia, ignorando il suo essere connaturale alla lunga esperienza democristiana; incongruo separarlo, infine, dalla sua funzione precipua di innervamento della posizione “di centro”. Per questo c’è bisogno di restituire ad esso l’abito dell’autonomia e predisporlo a un lavoro di rimobilitazione di un grande segmento sociale ed elettorale, venendo incontro a una nuova esigenza di rappresentanza. Serve un programma perché il centro torni ad essere vitale, con pieno beneficio di una più equilibrata e credibile alleanza democratica.

 

  • Associazione “Tempi nuovi-Piattaforma popolare”

Presidenzialismo o premierato purché passi la voglia di cambiamento della Destra

AskaNews

 

Il “sogno” è il presidenzialismo, ma Giorgia Meloni è “aperta” a ogni soluzione che garantisca “governabilità e stabilità”. Così la presidente del Consiglio si presenta all’appuntamento con le opposizioni, convocate martedì a partire dalle 12.30 nella Biblioteca del presidente a Montecitorio per un confronto sulle riforme istituzionali. Con lei ci saranno i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini, il ministro per le Riforme Elisabetta Casellati, il titolare dei Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani, i sottosegretari alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari e il costituzionalista Francesco Saverio Marini. Davanti a lei, in incontri separati, sfileranno nell’ordine Movimento 5 Stelle; Gruppo per le Autonomie e Componente Minoranze Linguistiche; Azione-Italia Viva; +Europa; Alleanza Verdi e Sinistra; Pd.

 

L’obiettivo, spiegano fonti di governo, è “ascoltare” le posizioni delle forze di minoranza sul tema. Dunque, almeno inizialmente, non sarà presentata una proposta dell’esecutivo, che però nella sostanza è nota. Già nella conferenza stampa di fine anno Meloni aveva definito il presidenzialismo una “priorità”, ma senza escludere altre strade, purchè garantiscano governi eletti dai cittadini e che possano durare per tutta la legislatura. Dunque si può discutere anche di semi-presidenzialismo o, meglio ancora, di premierato. È questa la formula che ieri ha proposto Tajani, su cui secondo il numero due di Forza Italia potrebbe essere trovata una convergenza anche con parte delle opposizioni (come Azione e Iv). Quel che è certo è che, se Meloni è disponibile al confronto, non è altrettanto disponibile a fermare l’apertura del cantiere. Il ddl di riforma costituzionale sarà infatti presentato da Casellati entro giugno e poi la palla passerà al Parlamento.

 

“Auspichiamo che non ci sia un muro contro muro perché l’Italia ha bisogno di collaborazione sulle cose che riguardano le regole del gioco. Siamo disponibili al confronto con le opposizioni – ha ribadito oggi Ciriani – ma se ci fosse un niet dovremmo andare avanti da soli ugualmente. Però non è questo il nostro obiettivo”.

 

Dal tavolo, invece, resterà fuori il capitolo Autonomia, priorità della Lega, il cui percorso è già partito. “Autonomia e presidenzialismo avanti tutta. Io sono il più convinto sostenitore di entrambe le riforme”, ha detto il ministro Roberto Calderoli al Corriere della Sera.

 

Il Mulino | Analisi della polarizzazione che segna la politica italiana.

 

Piero Ignazi

 

Da molti anni in America si discute della crescente polarizzazione della politica. Un fenomeno che coinvolge in maniera più o meno accentuata molti Paesi. Ma anche in Italia assistiamo a una polarizzazione del conflitto? Per orientarsi su questo aspetto è opportuno rivolgersi, ancora una volta, a Giovanni Sartori, uno dei massimi politologi del Novecento. Sartori introdusse negli anni Sessanta una classificazione dei sistemi di partito destinata a diventare il riferimento per tutta la letteratura mondiale sul tema; e, per quanto il suo schema abbia valore generale, in alcune sue parti è ispirato dal caso italiano.

 

In quegli anni il nostro sistema partitico era caratterizzato dalla presenza di molti partiti, con un grande partito collocato al centro – la Democrazia cristiana – che rimaneva sempre al governo grazie al sostengo di un numero variabile ma ben definito di quattro piccoli alleati. La stabilità dipendeva dal fatto che, alla destra e alla sinistra delle coalizioni di governo, vi erano delle opposizioni “irresponsabili”, vale a dire, nella terminologia sartoriana, portatrici di valori e ideologie incompatibili con i fondamenti del sistema costituzionale. Il Partito comunista e i neofascisti del Movimento sociale, collocati ai poli estremi di sinistra e di destra, costituivano opposizioni ideologicamente inconciliabili con il sistema politico; inoltre la loro politica, sia a livello visibile sia invisibile (cioè attraverso messaggi subliminali o coperti all’interno delle rispettive organizzazioni), puntava a delegittimare il sistema. In estrema sintesi, queste caratteristiche configurano il celebre pluralismo polarizzato.

 

Ma in che cosa consisteva esattamente la polarizzazione? Sartori utilizza due indicatori per individuarla: la temperatura e la distanza ideologica. Il primo indicatore rimanda a quanto sia aspro e ultimativo il conflitto tra i partiti, a quanto alta sia la febbre ideologica. Il secondo segnala la distanza empiricamente misurabile tra i partiti: più precisamente, quanto siano distanti i partiti estremi su una scala destra-sinistra dove 10 è il valore massimo di destra e 0 quello massimo di sinistra (o viceversa). La posizione di un partito su questa scala destra-sinistra è desunta dalle risposte che forniscono i cittadini che si identificano con quel partito, i quali gli attribuiscono un determinato valore. In tal modo ogni partito ha un suo punteggio. I sistemi scarsamente polarizzati hanno una distanza ridotta tra quello più a destra e quello più a sinistra. Quelli polarizzati mostrano invece un grande divario.

 

In Italia, da quando si operano queste indagini, il gap tra l’estrema destra e l’estrema sinistra è sempre stato altissimo. E questo non solo nel corso della cosiddetta Prima Repubblica, quando si votava con il proporzionale: anche dopo il 1994, quando si è votato con sistemi più o meno maggioritari. In alcuni anni la distanza si è poi un po’ accorciata, salvo impennarsi di nuovo soprattutto nelle ultime elezioni, dove i tre partiti di destra sono concentrati, con poca differenza tra l’uno e l’altro, intorno al valore 9 su 10 della scala destra-sinistra.

 

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La verità sul caso Moro scuote la coscienza della nazione

Lucio D’Ubaldo

Sempre, nei giorni del 16 marzo e del 9 maggio, ritorna l’interrogativo sulla morte di Aldo Moro. Chi ha voluto spezzare il filo della speranza, annullando gli sforzi che la diplomazia umanitaria aveva portato avanti in silenzio con l’obiettivo di restituire il prigioniero alla sua famiglia e alla vita civile e politica della nazione? Perché tutto è precipitato all’improvviso, quando pure vi erano stati segnali circa la possibilità di giungere a un esito positivo della vicenda? Una corrente di pensiero è fortemente radicata nella tesi che la Dc, o meglio la parte di essa che più poteva muovere le pedine del gioco, non fece fino in fondo ciò che serviva per la liberazione del suo leader più prestigioso, fino a quel momento centrale negli equilibri della politica della solidarietà nazionale. In particolare Andreotti e Cossiga, rispettivamente Presidente del Consiglio e ministro dell’Interno, sposando la linea della fermezza sostenuta in primis dal Partito comunista, impedirono che una ragionevole trattativa potesse andare in porto.

Abbandonato al suo destino, Moro avrebbe pagato con la vita la sua spericolata apertura ai comunisti. Chi aveva il potere di farlo, non arginò le manovre ostili di americani e sovietici, entrambi interessati a bloccare il suo disegno di rigenerazione democratica, destinato a oltrepassare le colonne d’Ercole della Guerra fredda. L’Italia non poteva scombinare l’assetto mondiale che dai tempi di Jalta impediva all’Urss, attraverso i partiti comunisti ad essa legati, di espandere la sua influenza a Occidente, come specularmente era vietato al blocco egemonizzato dagli Usa interferire ad Est, al di là della cosiddetta cortina di ferro. Orbene, per la collocazione dell’Italia nell’area delle democrazie occidentali, l’ordine di eliminare una figura così ingombrante non poteva che venire dall’altra sponda dell’Atlantico. Gli americani puntavano l’indice contro Moro e Moro, per parte sua, agiva in controtendenza rispetto alle volontà di Washington. L’intraprendenza dello statista pugliese doveva pertanto infrangersi sugli scogli della realpolitik, andando incontro al micidiale attacco delle Brigate rosse.

Ebbene, questa ricostruzione serve come prova d’accusa circa l’improvvida superficialità, presto divenuta temerarietà, implicita nell’azione di Moro. Si racconta che nel 1974 egli fosse rimasto sconvolto dalle minacce di Kissinger e per breve tempo, ma significativamente, chiese ai suoi collaboratori di accreditare l’ipotesi di un suo ritiro dalla politica. E allora? Un uomo prudente, ben consapevole delle pregiudiziali americane e abituato a tenerne conto con sofisticata intelligenza, a un certo punto avrebbe sfidato la sorte avventurandosi su un terreno che non garantiva nessuna copertura da parte degli Stati Uniti? L’uomo che all’inizio degli anni 60 aveva costruito il centro-sinistra d’accordo con gli americani, adesso immaginava di realizzare la “democrazia compiuta”, con la legittimazione del Pci come pilastro dell’eurocomunismo, ignorando e persino sprezzando le obiezioni degli stessi americani? È chiaro che questa descrizione del “caso Moro” presenta un che di irrazionale, essendo un concentrato di quel che mai la storiografia potrebbe rinvenire nell’esperienza dell’uomo politico democristiano, esempio di superiore attitudine alla moderazione e di forte attaccamento al realismo.

Proviamo allora a cambiare schema. Moro aveva ben chiaro che l’avallo di Washington era la chiave di volta per portare a conclusione la sua “politica del confronto”. Dal 1976 erano tornati al potere i Democratici, non c’era più Kissinger a dettare la linea nei rapporti tra Usa ed Europa. Il Presidente era Carter e al Congresso i suoi “amici” proponevano di tenere un atteggiamento più duttile sul fenomeno dell’eurocomunismo. Un giovane senatore, Joe Biden, illustrò in una conferenza stampa del febbraio 1978 (a poche settimane da Via Fani) le conclusioni cui era pervenuta la Sottocommissione Esteri del Senato – quella incaricata, appunto, di seguire gli affari europei – e rappresentò fedelmente questa dottrina flessibile del nuovo corso americano. Si dichiarò persino pronto a venire in Europa, e quindi in Italia, benché subito dopo fosse costretto a rinunciarvi dandone notizia in una lettera indirizzata ad Andreotti (ora conservata presso l’Istituto Sturzo). Per giunta, a riprova di quanto sia necessario disporsi a una diversa rappresentazione dei fatti, lo stesso Moro aveva programmato di compiere un viaggio negli Stati Uniti – lo avrebbe rivelato Luigi Granelli in un’intervista concessa a Miriam Mafai (Repubblica) nell’estate del 1978 – per spiegare il contenuto della sua strategia politica. Ciò non sarebbe stato possibile se non fossero rimasti aperti alcuni importanti canali di comunicazione.

Moro non aveva deciso di portare i comunisti al governo, anzi; la compagine che Andreotti si accingeva a presentare alle Camere la mattina del 16 marzo doveva risultare particolarmente indigesta a Botteghe Oscure; di fatto l’apertura non c’era, visto che tra i ministri mancavano quei “tecnici d’area” (vicini al Pci) che avrebbero dovuto consentire a Berlinguer di salutare con soddisfazione il passaggio ad una nuova fase nei rapporti tra i partiti di maggioranza (tutti escluso l’Msi). D’altronde a fine anno sarebbe venuto a scadenza il mandato di Giovanni Leone e il candidato al Quirinale non poteva che essere Moro in qualità di garante della prospettiva avviata all’indomani delle elezioni del 1976 con la formula della “non sfiducia” implicante, per la prima volta dal 1947, la collaborazione parlamentare del Pci. Sarebbero stati mesi preziosi per rassicurare i partner europei e occidentali, specie per il problema della Nato, avendo sullo sfondo l’elezione di Moro a Presidente della Repubblica. Sette anni al Colle avrebbero permesso all’uomo più rappresentativo della Dc di porsi come regista politico e istituzionale della evoluzione democratica del Paese. Ne doveva uscire, secondo la lucida trama morotea, un’Italia molto più stabile e forte, specie nei rapporti con il Medio Oriente e i Paesi della riva sud del Mediterraneo.  Era uno scenario compatibile con gli interessi degli Stati Uniti.

È impensabile, quindi, che Moro fosse tentato di abbandonare un sentiero di rispetto per le preoccupazioni di Washington. Non sarebbe stato Moro. Evidentemente teneva in piedi il dialogo con gli ambienti dell’Amministrazione Carter e con ogni probabilità ne ricavava elementi di conforto. Diversamente, perché Biden avrebbe dovuto mostrarsi sensibile, se il dialogo non esisteva o era stato interrotto? Varrebbe la pena osservare con occhio più limpido una fotografia che, in realtà, non rispecchia la mappa delle responsabilità che piace ai complottisti antiamericani e antidemocristiani. Certo, un po’ sconcerta che non si provi a sollecitare uno sforzo di chiarimento, visto chi occupa oggi la Casa Bianca. Non è semplice, si dirà, perché tirare per la giacchetta il Presidente degli Stati Uniti sembra davvero improprio. Tuttavia ci sono modi e modi per chiedere che le luci possano illuminare gli angoli rimasti al buio, per fare avanzare una verità che il tempo ci ha riconsegnato con parsimonia, senza un reale appagamento. La verità su Moro appartiene alla coscienza della nazione, alla sua dignità, al suo abito morale e politico. Non è un fastidio da sopportare a scadenza ordinaria.

P.S. Il documento della Sottocommissione del Senato e la  conferenza stampa del Senatore Joe Biden furono oggetto dell’editoriale di Furio Colombo, corrispondente dagli Stati Uniti, su “La Stampa” del 24 febbraio 1978.

La Dc non c’è più ma ci sono e si riconoscono i democristiani

 

Giorgio Merlo

 

Conosciamo a memoria il ritornello. La Dc non torna più, è archiviata perchè, per dirla con Guido Bodrato, è un “fatto storico”. Prodotto e conseguenza di una specifica e determinata fase storica del nostro paese. E sin qui nulla di strano. Almeno sotto il profilo del ruolo politico, del modello organizzativo e dell’identità politica e culturale di quel partito. Ma, appunto, persiste un “ma”. Detto in altri termini, di fronte a questioni politiche decisive e cruciali, c’è quasi sempre un “democristiano” che si impone per le sue riflessioni. Puntuali, corrette, equilibrate e squisitamente politiche.

 

È il caso, nello specifico, di Pier Ferdinando Casini che, alla vigilia di una importante consultazione decisa dalla Premier Giorgia Meloni con i partiti dell’opposizione in vista della possibile e del tutto potenziale riforma costituzionale, richiama gli aspetti politici centrali che sono sul tappeto. Con razionalità e buona educazione. E cioè, dal ruolo della Presidente della Repubblica nel sistema politico italiano alla centralità del Parlamento; dalla necessità di praticare sempre il dialogo e il confronto tra maggioranza ed opposizione contro ogni forma di radicalizzazione della lotta politica e polarizzazione ideologica all’esaltazione dalla cultura della mediazione, soprattutto sul versante delle riforme istituzionali e costituzionale.

 

Ecco, la riflessione di Casini, per fermarsi a Casini e al tema che ritorna ad essere centrale nell’agenda politica italiana, è particolarmente calzante e puntuale. Certo, una riflessione che si potrebbe liquidare come espressione, seppur autorevole, di un “democristiano”. Io credo, invece, che si tratta di una riflessione che racchiude non solo una cultura politica storica ma anche, e soprattutto, un “metodo” politico che non è così particolarmente gettonato nella cittadella politica italiana contemporanea. Del resto, dopo il grossolano populismo carico di anti politica, demagogia e qualunquismo del grillismo è subentrata, come da copione, la tesi cara a tutti gli estremisti: ovvero, la radicalizzazione più bieca della lotta politica. Come ci spiega quotidianamente il “nuovo corso” politico del Partito democratico.

 

Comunque sia, in tutti i tornanti più delicati della vita pubblica italiana, seppur in assenza di quella Dc conosciuta per 50 anni nella esperienza della prima repubblica, c’è sempre un politico autorevole – di norma un “democristiano” – che esprime opinioni di buon senso, di saggezza politica, di coerenza culturale e di coraggio civico che, attraverso le sue riflessioni, può contribuire ad affrontare e forse anche a risolvere i problemi con un necessario realismo e una giusta consapevolezza. E Pier Ferdinando Casini, al riguardo, resta un “democristiano” di rango che offre quelle valutazioni, e quel metodo, che non si possono banalmente e semplicisticamente aggirare.

Cina, una dittatura spietata con la quale occorre fare i conti.

 

Enrico Farinone

 

Le terrificanti immagini che hanno testimoniato l’uscita di scena forzata dell’ex Presidente Hu Jintao dalla Grande Sala del Popolo dove si celebrava l’ultima giornata del XX° Congresso del Partito Comunista Cinese lo scorso ottobre rappresentano plasticamente quello che la Cina è oggi: una dittatura spietata. Il vecchio capo cerca di rimanere seduto, lì in prima fila a fianco di Xi Jinping, imperturbabile, ma alla fine viene portato via dagli addetti all’incombenza, quasi di peso. Il segnale è preciso: il Congresso è finito e un nuovo gruppo dirigente di stretta fiducia del leader supremo sostituisce completamente gli uomini del vecchio potere. Punto e a capo.

 

Una dittatura con la quale però bisogna fare i conti. Questa è la realtà con la quale Stati Uniti e Unione Europea devono confrontarsi. Ricordiamo che l’esito del XX° Congresso, ovvero la riconferma per un terzo mandato quinquennale del Presidente Xi Jinping, era probabile ma non scontato. Negli ultimi anni, infatti, Xi ha dovuto affrontare la pandemia da Covid-19 e per farlo ha adottato quella politica di lockdown radicale che ha comportato un indebolimento economico consistente e proteste – per quanto possibili – della popolazione. Sempre il Covid ha prodotto un deterioramento delle relazioni internazionali del Paese, perché in ogni caso l’idea che il virus sia partito dalla Cina a causa di un qualche errore ivi compiuto ha coinvolto molte persone nel globo.

 

La contrazione che ne è derivata di una crescita economica che sembrava inarrestabile ha generato più di un malumore non solo fra la classe imprenditoriale che traina lo sviluppo materiale della Cina ma pure all’interno del Partito. Al punto che nel corso del 2022 alcuni rumours fatti filtrare dalle altrimenti spesse mura della Città Proibita avevano ipotizzato la detronizzazione di Xi ad opera dell’allora Primo Ministro Li Keqiang, uomo più apprezzato in occidente in quanto ritenuto di visioni più aperte e moderne.

 

Le cose però sono andate ben diversamente. Xi non solo è stato confermato ma ha pure imposto l’allontanamento dai vertici del potere di tutta la vecchia guardia e la composizione di un Comitato Permanente del Politburo interamente occupato dai suoi fedelissimi. Di questi, il nuovo numero due del partito e quindi nuovo Primo Ministro è Li Qiang, già segretario del partito di Shangai. Il caso è interessante perché molti osservatori ritenevano che se Xi si fosse trovato in difficoltà lo avrebbe sacrificato, essendo egli il responsabile operativo del duro lockdown di due mesi che ha chiuso la seconda città del Paese e che tante proteste popolari ha suscitato. Visto il risultato, evidentemente Xi non solo non ha avuto problemi ma ha avuto la forza per consolidarsi quale dominus assoluto del Partito e dello Stato.

 

Dal punto di vista della politica estera di Pechino sin dalla sua relazione congressuale Xi aveva ribadito la linea nota su Taiwan, esposta con un tono ancora più assertivo se possibile. La questione, come noto, potrebbe divenire il nuovo e più pericoloso punto di crisi mondiale e la riconferma da parte della leadership mandarina che entro il 2049 (quanto prima?) Taiwan sarà parte integrante della Cina certamente non tranquillizza circa il prossimo futuro. Joe Biden, si ricorderà, un anno fa nel corso della sua visita in Giappone rispose con un franco yes” alla domanda circa l’eventuale volontà statunitense di difendere militarmente l’isola.

 

Nei mesi seguiti al Congresso Xi ha dapprima adottato la decisione più attesa all’interno del Paese: la fine della politica zero-contagi e la conseguente ripresa dell’attività economica secondo ritmi più consoni alla Cina dell’ultimo quarto di secolo. E subito dopo ha avviato una risoluta linea di politica estera con la quale ha voluto dimostrare le proprie potenzialità a livello internazionale. La mediazione fra Iran e Arabia Saudita (i cui sviluppi, se ci saranno, potrebbero cambiare radicalmente lo scenario mediorientale e gli stessi rapporti nel mondo islamico) ne è stata al momento il successo più rilevante, ma non l’unico.

 

Perché anche il “Piano di Pace” per il conflitto ucraino sta ottenendo qualche risultato: tanto per cominciare, l’interessamento da parte di Kiev. I suoi 12 punti programmatici di principio non sono certo stati elaborati per risolvere davvero la questione, essendo troppo lontani dall’affrontare i suoi termini fondamentali, quanto piuttosto per lanciare un messaggio a Putin, ormai considerato uno junior partner: la nostra amicizia è solida, ma quando te lo diremo noi la guerra tu dovrai concluderla. L’atteggiamento possibilista e interlocutorio di Zelensky nei confronti del Piano potrebbe in effetti significare che il Presidente ucraino ha letto la mossa di Pechino proprio in questa ottica.

 

Tutto però è stato dalla leadership cinese accompagnato da una insistita rivendicazione territoriale su Taiwan, spostata in avanti nel tempo ma al contempo abbinata a manovre militari dimostrative e ad affermazioni sempre più assertive. Fino a che punto si spingerà Xi? Questo è quanto si domandano a Washington. Un tema che verrà posto sul tavolo del prossimo vertice del G7, in Giappone. A poche miglia da Pechino.

 

Re Carlo III, un’incoronazione fuori dal tempo e per questo attuale.

 

Giuseppe Davicino

 

L’articolo del cardinal Vincent Gerard Nichols, Primate di Inghilterra, pubblicato l’altroieri dall’Osservatore Romano, sulle caratteristiche della cerimonia di incoronazione dei monarchi inglesi – ieri di Re Carlo III – insieme alla diretta dell’evento, seguito da una parte considerevole dell’umanità, ci hanno ricordato molte cose, tra cui alcune rimosse dal nostro modo di pensare, ma non per questo meno cruciali.

 

La prima, come ha sottolineato l’arcivescovo di Westminster, è che il re d’Inghilterra è l’unico capo di stato, assieme al Papa, a esser insediato con un rito religioso. Un rito che non solo conserva “molte tracce delle sue origini cattoliche”, ma che è “un’espressione meticolosa e fedele della fede e della speranza cristiana”.

 

E l’Insediato oltre a essere, a partire dal XVI secolo, anche capo di una confessione cristiana, quella anglicana, puo esser considerato a tutti gli effetti un re cristiano nell’accezione antica dell’espressione.

 

Oltremanica la concezione del potere al suo livello apicale, al di là dell’introduzione degli istituti democratici, e delle riforme atte a tener conto delle trasformazioni avvenute nella società durante i secoli, è letteralmente fuori dal tempo, nel senso che si rifà a una visione, premoderna, medioevale che riflette il rapporto ideale tra il contingente e l’Eterno che nella visione cristiana irrompe e orienta il tempo. E ciò, nonostante lo strappo da Roma, che, pur nella durezza degli scontri, a differenza delle altre chiese protestanti, non è mai stato un vero e proprio divorzio, non sulle faccende temporali, meno che mai su questioni dottrinali o teologiche fondamentali. Sotto quest’aspetto, del rapporto fra trono e altare, Londra appare molto più a vicina Mosca che all’Occidente, e a distanza siderale da Parigi.

 

Per quanto sia ostico da concepirlo nella mentalità corrente, nella forma, che in politica è anche sostanza, proprio perché il monarca inglese è un re cristiano a tutti gli effetti, il rischio di assolutismo è impedito non solo e non tanto dal parlamento o da altre garanzie “costituzionali”, bensì dal riconoscimento e dalla sottomissione del monarca a Cristo Redentore e Re.

 

Insomma, i significati intrinseci all’incoronazione del re d’Inghilterra, lungi dall’essere solo una questione di cerimoniale o di gossip, interpellano l’Europa in uno dei punti più delicati, nel rapporto fra laicità del potere politico e tradizione cristiana. Non è un caso se il popolo britannico così geloso delle sue tradizioni, con un senso così maestoso della sovranità, regale e nazionale, e della sua vocazione universale, si sia mostrato tanto diviso di fronte alla possibilità di condividere il suo futuro con quello della Germania.

Uno degli elementi su cui si fonda la grandezza del Regno Unito,  le radici e la tradizione cristiana, si può dire che trovi altrettanta considerazione sull’altra sponda della Manica?

La perplessità aumenta, se si pensa che l’Europa successiva a quella dell’epoca dei padri fondatori e della Germania divisa, ha scelto (o ha concesso) di compattarsi, con i Trattati di Maastricht, proprio attorno agli strumenti economici funzionali all’affermazione della concezione del potere degli imperi centrali, sopra il quale non vi è nulla che l’interesse delle popolazioni germaniche, con capacità di inclusione, di sintesi fra interessi diversi, insufficiente per non dire nulla, e proiezione universale inesistente, come ampiamente confermato dai fatti negli ultimi trent’anni. Una visione economicista miope e inadeguata, che ha finito per relegare negli scantinati dei palazzi del potere di Bruxelles secoli di comune tradizione umanistica, la concezione dell’homo viator, la relativizzazione della città terrena in cammino verso la Gerusalemme celeste, la straordinaria apertura al futuro che ne deriva.

 

Questo è stato forse uno dei motivi per cui, nell’Ue a guida tedesca, l’enfasi è stata posta più sulla cessione di sovranità anziché sui vantaggi della condivisione degli sforzi nel gestire meglio problemi comuni.

 

Non vuole essere una parziale giustificazione del  sovranismo, al contrario, una pura constatazione da cui ripartire per fare meglio. A cominciare dall’area che si ispira al popolarismo, si può indicare come proposta la riscoperta della sussidiarietà, a fronte del fatto del che non c’è esempio nel mondo, nel nuovo mondo multipolare che sta prendendo forma, neanche tra le isolette-Stato del Pacifico, che parli di cessione di sovranità. Tutti, ma proprio tutti, dall’Asean, ai Brics, dall’Unione Africana al Mercosur puntano a creare trattati, stringere accordi e alleanze nel reciproco interesse e per rafforzare i loro legittimi interessi nazionali, riconoscendo al di sopra degli Stati, e delle organizzazioni internazionali cui liberamente aderiscono, solo il diritto naturale e il dio della loro religione.

 

Quando le nazioni europee riconosceranno (oltre che farlo come ognuna, per quel che può, già lo fa) che la loro amicizia, il rafforzamento dei loro legami sono funzionali all’affermazione dei loro interessi e al rafforzamento della loro sovranità, allora l’Europa potrà fare dei passi avanti verso una costruzione più armonica, più aderente a quell’unicum costituito dai popoli che la compongono, senza pregiudicare financo uno sviluppo di tipo federale. Siamo una cosa diversa da tutto il resto del mondo, non dobbiamo scimmiottare gli Stati Uniti o la Cina ma trovare una via europea all’unità possibile. Recuperando con fierezza le comuni radici cristiane, la ricchezza immensa della cultura e della tradizione che queste radici (in sinergia con altre radici, come quella ebraica, quella classica greca e romana) hanno alimentato, senza le quali anche una sana laicità e la distinzione delle sfere temporale e spirituale non possono sussistere, e il potere tende a sconfinare in inedite forme di assolutismo. La cerimonia d’altri tempi dell’Abbazia di Westminster ce lo ricorda.

Rosario Angelo Livatino, giudice studente per amore di giustizia e carità.

Fonte: Centro Studi Livatino
Fonte: Centro Studi Livatino

 

Andrea Piraino

 

Da quando, il 13 giugno 1979, il Consiglio Superiore della Magistratura gli conferisce le funzioni giudiziarie e fino al 21 agosto 1989, quando lascerà la Procura e si insedierà come giudice presso il Tribunale di Agrigento, per tutti questi dieci anni in cui esercita le funzioni requirenti come sostituto, Rosario Angelo Livatino (il “giudice-ragazzino” trucidato dalla mafia agrigentina sul viadotto “Gasena” della statale 640 Caltanissetta-Agrigento il 21 settembre 1990 ed oggi primo magistrato a salire all’onore degli altari) svolge il suo lavoro di giudice non solo in modo meticoloso e rispettoso delle regole, forte di una preparazione giuridica improntata ai valori della giustizia e della carità che lo avrebbero guidato sempre, anche nella sua breve esperienza giudicante, ma anche con una umiltà e serenità di atteggiamento che ne svelano subito la forte fede che lo anima.

 

Le inchieste importanti che guida – da quella sui finanziamenti regionali alle cooperative giovanili di Porto Empedocle del 1982 a quella sulle fatture false che coinvolgeva i maggiori gruppi imprenditoriali catanesi, da quella sugli sperperi e le inefficienze dell’ospedale civile di Agrigento alla famosa operazione “Santa Barbara” con quarantacinque mandati di cattura che avrebbe dato il via al maxi-processo “Antonio Ferro e altri”, comprese tutte le altre scottanti delle quali si occupa – non lo inorgogliscono, non diventano occasioni per apparire sui mass-media, rilasciare interviste, farsi fotografare. Insomma, non lo trasformano in magistrato d’assalto. Piuttosto lo confermano come magistrato rigoroso ed intransigente ancorché mai presuntuoso o supponente. Il suo lavoro, infatti, è supportato da sempre non dalle polemiche giornalistiche ma dagli studi e dalla ricerca di più approfondite conoscenze ed informazioni. E ciò perché, come lo stesso Livatino sottolineava nella famosa conferenza Fede e Diritto tenuta il 30 aprile1986 presso il salone delle suore vocazioniste a Canicattì, “il compito dell’operatore del diritto, del magistrato, è quello di decidere; (e) decidere è scegliere e a volte scegliere fra numerose cose o strade o soluzioni…è una delle cose più difficili che l’uomo sia chiamato a fare”.

 

Dunque, per esercitare con coscienza la professione del magistrato per Livatino bisognava continuare a studiare, approfondire, ordinare e ricostruire il sistema giuridico al fine di interpretarlo nella prospettiva per “il magistrato credente (di) trovare un rapporto con Dio. Un rapporto diretto, perché – scriveva – il rendere giustizia è realizzazione di sé, è preghiera, è dedizione di sé a Dio. (E) un rapporto indiretto per il tramite dell’amore verso la persona giudicata. Il magistrato non credente – aggiungeva invece – sostituirà il riferimento al trascendente con quello al corpo sociale, con un diverso senso ma con uguale impegno spirituale. Entrambi, però, credente e non credente, devono, nel momento del decidere, dimettere ogni vanità e soprattutto ogni superbia; devono avvertire tutto il peso del potere affidato alle loro mani”. Potere che, concludeva, “sarà tanto più lieve quanto più il magistrato avvertirà con umiltà le proprie debolezze, quanto più si ripresenterà ogni volta alla società…disposto e proteso a comprendere l’uomo che ha di fronte e a giudicarlo senza atteggiamento da superuomo ma anzi con costruttiva contrizione”.

 

Nasce da questo profondo senso di responsabilità e da questa consapevole umiltà, quindi, a mio parere, la decisione del “piccolo giudice”, a dieci anni dal conseguimento con lode della laurea in Giurisprudenza ed ormai nel pieno del suo autorevole esercizio delle funzioni giurisdizionali, di iscriversi alla Scuola di perfezionamento in Diritto regionale della Università degli Studi di Palermo per conseguirne il relativo diploma che, oggi, potrebbe essere equiparato, come titolo, al conseguimento di un master di secondo livello.

 

Era un settore dell’ordinamento giuridico, questo del diritto regionale, che soprattutto in una Regione a statuto speciale acquistava ogni giorno un peso specifico sempre più rilevante e non solo nelle materie affidate alla competenza esclusiva della Regione ma anche in quelle come il diritto penale che, pur rimanendo appannaggio riservato dello Stato, era inevitabilmente condizionato dalla normativa del legislatore regionale. Livatino, sul campo, nell’esercizio delle sue funzioni di indagine, sperimentava già da tempo quanto diventasse importante difendere, ad esempio, la natura e l’ambiente dal saccheggio degli incendi e dell’abusivismo edilizio, che peraltro nell’Agrigentino costituivano una vera e propria piaga come del resto aveva dimostrato l’enorme frana che il 19 luglio 1966 aveva sfregiato Agrigento ed aveva causato più di ottomila sfollati. E – poiché le cause accertate, non solo di quest’ultima, erano la speculazione edilizia, la devastazione del territorio, le costruzioni realizzate in zone fragili e financo nell’area archeologica ancorché tutelata da severissimi vincoli di inedificabilità, tutti profili regolamentari che evocavano il potere regionale – il “giudice-ragazzino”, pur essendo ormai diventato esperto, decide che per svolgere al meglio la sua funzione deve approfondire la conoscenza dell’ordinamento regionale siciliano nel quale opera ed applica le norme giuridiche che tutelano questi e tutti gli altri beni comuni dei cittadini e quindi si iscrive al corso di diploma in Diritto regionale della facoltà di Giurisprudenza dell’Università palermitana.

 

Ricordo ancora il suo esame di Diritto regionale (siciliano), sostenuto davanti ad una commissione da me presieduta e superato con il massimo dei voti e la lode, nel quale dimostrò tutta la sua differenza rispetto agli altri esaminandi ma soprattutto la sua profonda conoscenza non solo della struttura e dell’organizzazione regionale ma anche delle politiche pubbliche della Regione siciliana. Circostanza, quest’ultima, che ebbi modo poi di vedere confermata allorché dopo poco tempo mi contattò per avere assegnato l’argomento della tesi che avrebbe dovuto svolgere per il conseguimento del diploma.

 

Come con gli altri miei tesisti, chiesi a Lui stesso di indicarmi alcune sue preferenze tematiche tra le quali avremmo poi concordato l’oggetto  del lavoro di ricerca per la tesi. Egli con immediata determinazione mi indicò, però, un solo tema dicendomi che era molto interessato ad approfondire la politica urbanistica della Regione. Naturalmente, pensai subito che la ragione di quello specifico interesse potesse essere legata alla circostanza che nel territorio nel quale operava fosse impegnato in indagini contro la mafia per impedire che continuasse lo scempio urbanistico ed ambientale che si registrava da lungo tempo nell’Agrigentino e, quindi, mi dichiarai subito disponibile a definire un tema inerente la materia urbanistica. Stabilimmo così quello che poi sarebbe stato il titolo della  tesi: “La tutela della disciplina urbanistica nella Regione Siciliana, dalla legislazione statale alla produzione normativa regionale”.

 

Livatino, coerentemente alla sua personalità, svolse un lavoro attento ed approfondito, di ricostruzione e riordino non solo della legislazione regionale con tutti i suoi provvedimenti di sanatoria edilizia ma anche della legislazione nazionale nella quale la prima, pur frutto dell’esercizio di una potestà esclusiva ai sensi dell’art. 14 lett. f dello Statuto siciliano, si inquadrava e trovava i suoi punti di riferimento. Ma non si fermò a questo. Condusse l’analisi, inoltre, con un rigore ed una scrupolosità tali da fare emergere tutta la sua capacità di saper leggere il sistema normativo non nella sua astratta formalità ma in relazione alla realtà sociale e politica che ne costituiva il substrato sostanziale. E soprattutto di saper applicare il principio del discernimento non solo alla fase del processo decisionale che porta alle scelte giudiziarie ma anche a quella della interpretazione delle norme sulle quali quest’ultimo si fonda.

 

Con queste premesse, naturalmente, l’esame di diploma (conclusosi con il massimo dei voti e la lode) non poteva che consistere in una dotta dissertazione accademica che riguardò pure la tesina orale, sul tema “Specificità e funzioni del Commissario del Governo e del Commissario dello Stato”, che ogni candidato doveva presentare assieme alla tesi scritta. E poi, seppure brevemente, anche le considerazioni di carattere generale che ne fece seguire. E nelle quali il “giudice-studente” ebbe modo di far emergere la propria concezione del diritto che, rifacendosi all’insegnamento evangelico secondo il quale “se la vostra giustizia non sorpasserà quella degli scribi e dei farisei non entrerete nel regno dei cieli”, finiva per sostenere che “la giustizia è necessaria, ma non sufficiente, e può e deve essere superata dalla legge della carità che è la legge dell’amore…verso il prossimo e verso Dio, ma verso il prossimo in quanto immagine di Dio, quindi in modo non riducibile alla mera solidarietà umana”. Concludendo, poi, come scriveva ancora nella relazione su Fede e Diritto, che “la legge, pur nella sua oggettiva identità e nella sua autonoma finalizzazione, è fatta per l’uomo e non l’uomo per la legge”. Il che significa che la sua “stessa interpretazione e…applicazione vanno operate con il suo spirito e non in quei termini formali, miticamente formali…(che erano stati alla base delle degenerazioni giudiziarie) degli scribi e dei farisei”.

 

E qui viene fuori come, per Rosario Angelo Livatino, non solo la sua esperienza professionale ma anche la sua vita, tout court, fossero fondate sul rapporto permanente tra fede e diritto (o giustizia). Ma non nel senso di quest’ultimo che diventa assorbente di tutta la problematica regolativa dei rapporti umani quanto piuttosto nella prospettiva che la relazione fede-diritto si dovesse trasformare in una sorta di inveramento della giustizia nella carità. Del resto Cristo non aveva detto mai, ricordava il “giudice-studente”, che sopra ogni cosa bisognasse essere giusti. Anche se in molte occasioni aveva esaltato la virtù della giustizia. Diversamente, invece, Gesù aveva elevato il comandamento della carità a norma obbligatoria perché è proprio in questo salto di qualità che si connota il cristiano.

 

Livatino, fin da giovane, sa che questo precetto è l’essenza della sua fede e lo vive come un dovere assoluto che, da magistrato, lo obbliga a comportamenti professionali frutto dell’ascolto esclusivo dei suggerimenti della sua coscienza di giudice imparziale e di uomo fedele ai principi religiosi nei quali credeva. Ma, ancora di più. Egli sa anche che, alla fine, questo precetto gli imponeva di occuparsi e preoccuparsi degli altri. Come quando il giorno dopo un ferragosto, meravigliando molto le guardie carcerarie, si recò nel penitenziario “Petrusa” di Agrigento per notificare l’ordine di remissione in libertà di un detenuto che aveva finito proprio quel giorno di scontare la pena e all’osservazione dei custodi che sarebbe potuto andare il lunedì successivo, rispose “questa persona ha pagato il suo debito con la giustizia ed ha diritto alla sua libertà (“immediatamente!”) o come quando si poneva alla pari dei difensori degli imputati o non voleva prevaricare le ragioni del pubblico ministero.

 

Naturalmente, questa postura lo portava anche a non indietreggiare mai davanti alle minacce o a non cedere alle pressioni intimidatorie. Ma, soprattutto, lo induceva a viaggiare senza scorta non volendo – come confessò alla sua insegnante del liceo, Ida Abate – “che altri padri di famiglia debbano pagare per causa mia” o, come disse ai suoi genitori, “in caso di emergenza, cioè di attentato, è meglio che soccomba uno solo, anziché altri della scorta”.

 

Questo era – si può dire – il già allora “beato” Rosario Angelo Livatino che io con tutta la Comunità universitaria palermitana abbiamo avuto il privilegio di incontrare, sì come giudice-studente di diritto e scienze regionali, ma anche e soprattutto come maestro di fede, giustizia e carità. Circostanza, quest’ultima, che abbiamo il dovere, ora, di trasmettere alle nostre future generazioni!

 

 

Il testo muove dalla circostanza della intitolazione (ieri 6 maggio) dell’aula 7 del Dipartimento di Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali dell’Università di Palermo alla memoria di Livatino.

Addio populismo, così la politica può tornare protagonista e decisiva.

Giorgio Merlo

 

Le migliori stagioni della nostra vita pubblica coincidono, di norma, con il protagonismo e la credibilità della politica. Detto in altri termini, quando la politica è credibile in quanto percepita come tale dalla pubblica opinione e da tutti gli altri poteri, è l’intera vita pubblica a trarne beneficio. E non solo perchè contribuisce ad alzare il livello del confronto a tutti i livelli ma anche perchè, e soprattutto, non riduce la politica ad un semplice orpello e per giunta subalterna rispetto ad altri poteri o altre lobby.

 

Certo, non è affatto facile invertire una rotta che è stata perseguita con forza e persin con violenza da larga parte della politica italiana in questi ultimi anni. Basti pensare alla declinazione concreta del verbo grillino: dalla criminalizzazione politica dei partiti organizzati e tradizionali alla ridicolizzazione delle culture politiche; dall’azzeramento della militanza e del radicamento territoriale dei partiti alla logica perversa “dell’uno vale uno”, cioè della liquidazione della credibilità e della autorevolezza della classe politica; dall’esaltazione della casualità e della improvvisazione al potere alla pratica disinvolta del trasformismo politico e dell’opportunismo parlamentare.

 

Ora, è di tutta evidenza che il recupero di credibilità delle nostre istituzioni democratiche e, soprattutto, della efficacia della stessa azione di governo, passano solo e soltanto attraverso il recupero di credibilità della politica. E quando si parla di recupero della credibilità della politica, ci sono almeno 3 elementi che devono accompagnarla: il ritorno dei partiti non personali ma collegiali e democratici; la vitalità delle culture politiche contro ogni forma di degenerazione trasformistica ed opportunistica tipica del populismo grillino e, in ultimo, riavere una classe dirigente che non sia il prodotto del “nulla della politica” che ha caratterizzato gli ultimi anni dominati dal populismo.

 

Ecco perchè la fase politica che si è aperta dopo il voto del 25 settembre scorso e la vittoria della destra e il ritorno, al contempo, della sinistra radicale, libertaria ed estremista del “nuovo corso” del Pd, richiede anche la presenza di altre categorie – come ad esempio quella di Centro – ma sempre ispirata alla politica e ai suoi istituti. E quindi, no alla riproposizione della personalizzazione della politica, della spettacolarizzazione della politica e del ruolo salvifico e miracolistico dei “capi”. È necessario, cioè, archiviare la decadenza e il ciarpame che hanno contraddistinto la “stagione populista” accompagnata ed esaltata dalla stragrande maggioranza della grancassa mediatica e aprire, quindi, una fase dove la politica sia nuovamente protagonista e decisiva per orientare e indirizzare la nostra società attraverso un dibattito libero e pluralistico. E, di conseguenza, e per quanto ci riguarda, il contributo di chi si è storicamente caratterizzato per una visione della società attraverso la sua declinazione politica, cioè la cultura e la tradizione della cultura cattolico popolare e cattolico sociale.

 

Insomma, non è il tempo della rassegnazione, dell’assenteismo e del disimpegno qualunquista ed irresponsabile.

L’Osservatore Romano | L’aspetto liturgico della incoronazione di Re Carlo III.

 

Il Cardinale arcivescovo di Westminster spiega in questo articolo come solo in Gran Bretagna  – a parte la Città del Vaticano – l’insediamento di un Capo di Stato avvenga attraverso una cerimonia religiosa.

Card. Vincent Gerard Nichols

 

Le parole di apertura dell’incoronazione di re Carlo III , che si svolge sabato 6 maggio [oggi, ndr] a Westminster Abbey, sono molto significative.

 

Il primo a parlare è un corista, che dice: «Maestà, come figli del Regno di Dio Le diamo il benvenuto nel nome del Re dei Re», e re Carlo risponde: «Nel suo nome, e secondo il suo esempio, non vengo per essere servito, ma per servire».

 

La cerimonia che poi segue è profondamente cristiana in ogni sentimento e azione, combinando storia e innovazione, azione e parola, musica e preghiera silenziosa.

 

Mi dicono che negli archivi di Lambeth Palace ci sono registri delle incoronazioni di re e regine risalenti all’ XI secolo. In quelle incoronazioni ci sono quattro elementi costanti: l’unzione del monarca, l’incoronazione, la consegna della spada della giustizia e la ricezione della comunione. Tutti elementi presenti anche in questa incoronazione, arricchiti da molti altri gesti tradizionali, tra cui la consegna del globo e dello scettro, nonché di altre regalie. È una cerimonia che esprime la ricchezza della tradizione, e pertanto continuità e stabilità.

 

Ma è anche piena di novità, integrando la tradizione con elementi che esprimono i cambiamenti nella società britannica attuale.

 

È stato dato un ruolo anche a rappresentanti di altre religioni, ovvero la consegna delle regalie. Si ascolterà musica corale di nuova composizione, cantata nelle diverse lingue di queste isole. Sono state invitate persone di ogni estrazione sociale, insieme a leader di tante nazioni diverse. È presente l’intero spettro delle denominazioni cristiane, e alcune avranno una parte attiva da svolgere.

 

Al termine della cerimonia, prima di lasciare Westminster Abbey, il re verrà salutato dai leader religiosi di altre confessioni, che si rivolgeranno a lui come «prossimi nella fede» e a loro volta riceveranno un cenno di riconoscimento dal sovrano.

 

La storia di queste terre è profondamente segnata dalla nostra storia religiosa. Fino al XVI secolo l’incoronazione era cattolica. Negli ultimi quattrocento anni è stata un servizio della Chiesa d’Inghilterra e continua a esserlo. Ma questa volta numerosi aspetti dell’evento rispecchiano e rafforzano i rapporti profondamente mutati tra le nostre due Chiese.

Com’è noto, Papa Francesco ha donato a re Carlo una reliquia della vera croce di Cristo. La reliquia è stata incastonata in una croce d’argento, che verrà portata in testa alla prima processione nel giorno dell’incoronazione. Il Papa sarà rappresentato all’incoronazione dal cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, accompagnato dal nunzio apostolico di fresca nomina, l’arcivescovo Maury Buendia. La cerimonia stessa contiene molte tracce delle sue origini cattoliche: il canto del Kyrie, il Veni Sancte Spiritus, il Te Deum e il Gloria, con un arrangiamento scritto nel XVI secolo da William Byrd per i cattolici ricusanti. Come cardinale arcivescovo di Westminster sono stato invitato a partecipare alla benedizione del re appena incoronato, una novità che rappresenta un ulteriore passo avanti nella guarigione delle nostre antiche ferite comuni.

 

La nostra storia, di fatto, è una storia di divisione, e anche questo è evidente nella presente incoronazione. Centrale alla tradizione è il giuramento prestato dal re prima dell’unzione e dell’incoronazione. Lo presta rispondendo alle domande: «Volete voi fare tutto quanto quanto è in vostro potere per mantenere il Regno Unito nella religione riformata protestante, come stabilito dalla legge? Volete voi mantenere e preservare inviolabile l’istituzione della Chiesa d’Inghilterra, e la dottrina, il culto, la disciplina e il governo della stessa, come stabilito dalla legge in Inghilterra?». Poi il re presta il cosiddetto Accession Declaration Oath.

 

Di recente re Carlo ha dichiarato che presta questo giuramento come membro pienamente impegnato e devoto della Chiesa d’Inghilterra. Ha anche detto che mentre questo compito solenne è suo dovere costituzionale, ha pure altri doveri, espressi in modo meno solenne ma ugualmente svolti con sincerità. Ha spiegato che si tratta del dovere di mantenere l’esercizio della libertà di religione nel Regno Unito e l’accoglienza delle persone appartenenti ad altre fedi religiose e a tutte le fedi.

 

Una delle più importanti novità di questa incoronazione è che il re prega pubblicamente, così che tutti lo possano sentire. Questa preghiera viene subito dopo il giuramento. Il re prega: «Concedimi di essere una benedizione per tutti i tuoi figli, di ogni fede e convinzione, di modo che insieme possiamo scoprire le vie della gentilezza ed essere guidati sui sentieri di pace, per Gesù Cristo nostro Signore. Amen».

 

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2023-05/quo-104/una-cerimonia-ricca-di-fede.html

 

Titolo originale: Una cerimonia ricca di fede. L’incoronazione di re Carlo.

Il ritratto di Andreotti nelle parole di Casini 10 anni fa al Senato

 

 

Il 17 settembre del 2013 il Senato ricordò Giulio Andreotti, scomparso il 6 maggio dello stesso anno. In quella circostanza intervenne anche Pier Ferdinando Casini. Riportiamo il discorso, ancora fresco, tratto dal resoconto parlamentare.

 

Pier Ferdinando Casini

 

Signora Presidente, onorevoli colleghi, penso che sia veramente il caso di dire – mi associo alla collega De Petris – che sarà la storia a dare un giudizio compiuto di Giulio Andreotti, l’uomo che per oltre cinquant’anni ha rappresentato a tutti gli effetti l’Italia, lo Stato, le nostre istituzioni.

 

Dalla collaborazione con De Gasperi, nei primi Governi del Dopoguerra, come Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, agli ultimi anni della sua vita in quest’Aula, con l’attenzione (che i colleghi della Lega – e mi ha fatto piacere – hanno ricordato) che ha mostrato sempre per tutti i colleghi, importanti o minori che fossero, per l’Aula del Senato e per le Commissioni parlamentari.

 

Andreotti per tutti questi anni ha rappresentato e forse incarnato il potere nel nostro Paese. Grande statista per alcuni, sintesi dei vizi della peggiore politica per altri, ma da tutti un riconoscimento unanime: un uomo di straordinaria umanità, di grande intelligenza, di arguzia, di autoironia, di prestigio internazionale.

 

Io voglio ricordarne solo alcuni aspetti, perché penso che un giudizio più compiuto dovrà essere evidentemente assai più meditato.

 

Voglio ricordarlo non solo come un credente di profonda fede, ma anche come un cristiano impegnato in politica, espressione non solo della classe dirigente di questo Paese, ma anche del complesso e variegato mondo della Chiesa universale che ha nella Santa Sede la sua dimensione temporale.

 

Sempre, in ogni missione, in ogni delicato compito che egli ha avuto, ha saputo tenere presenti gli interessi del nostro Paese e la dimensione della Chiesa universale, l’importanza che ha sempre colto, la grande opportunità per il nostro Paese di avere la Santa Sede in questo rapporto di specialità. Ogni atto della politica internazionale di Giulio Andreotti ha avuto come punto di riferimento dialogo, confronto, distensione internazionale, lavoro diplomatico per la libertà religiosa.

 

Negli anni della Guerra fredda – lo ricordiamo perché, come lei ha giustamente detto, signora Presidente, già fin dai primissimi momenti del Dopoguerra è stato protagonista – non si è mai stancato di dialogare. Quando era quasi impossibile, quando c’erano muri di ferro ideologici e pratici fortissimi, è stato un riferimento sempre, tra russi e americani, tra israeliani e palestinesi, e in questa veste ha utilizzato non solo gli strumenti del Governo ma anche, a più riprese, le sedi parlamentari. Come Presidente della Commissione affari esteri della Camera, come Presidente dell’Unione interparlamentare fu anticipatore coraggioso di scelte discusse.

 

Vorrei ricordare ai colleghi, a chi se l’è dimenticato, l’esordio nella diplomazia internazionale di Arafat, qui a Roma, nelle istituzioni parlamentari, alla Camera dei deputati, su invito del deputato semplice Giulio Andreotti, allora nella sua veste di presidente della Sezione italiana del- l’Interparlamentare.

 

Ricordo qualche anno fa a Ginevra, quando con un atto di squisita cortesia volle accompagnarmi nel giorno della mia elezione a Presidente dell’Unione mondiale interparlamentare: assistetti a una vera e propria processione di tutte le delegazioni nei banchi italiani; tutti avevano individuato la presenza di Andreotti e tutti, dai cubani ai venezuelani, agli israeliani, ai palestinesi, venivano per rendere omaggio a un uomo straordinariamente considerato a livello planetario. Da ciò – perché non voglio offuscare altri aspetti – si può capire quanto sconcerto nel mondo destò il processo di Palermo, le accuse di collusione con la mafia, e ancor più il processo di Perugia, in cui dovette difendersi dall’assurda accusa di essere mandante di un omicidio, successivamente caduta, come era naturale.

 

Oggi però vorrei rendere omaggio al Presidente del Consiglio che indurì il carcere per i condannati di mafia. In realtà, se vogliamo storicizzare l’evento, egli fu trascinato nella polvere quando era diventato politicamente troppo debole per difendersi.

 

Andreotti fu davvero l’emblema del potere democristiano declinante e della fine di una stagione, l’uomo che occorreva trascinare alla sbarra per far passare l’equazione giudiziaria secondo cui la storia d’Italia nel Dopoguerra era stata una storia criminale e non una battaglia, sia pure non priva di zone d’ombra, per affermare lo sviluppo economico e le regole della democrazia.

 

Mi rivolgo ai colleghi dell’altro ramo del Parlamento, che in questi giorni hanno presentato una proposta, anche miei colleghi di partito, per l’istituzione di una Commissione monocamerale d’inchiesta sul rapimento e la morte di Aldo Moro: la storia è una cosa troppo seria per fare sceneg- giate da film gialli o da fumetti. (Applausi dai Gruppi SCpI e PD e della senatrice Rizzotti). Cerchiamo di evitare di prendere il pretesto di ogni occasione per ricostruire la storia secondo suggestioni fallaci, finte, il più delle volte.

 

Ebbene, in quella drammatica stagione giudiziaria, Giulio Andreotti fece emergere la sua grande coerenza istituzionale; in nessuna fase del suo calvario venne meno la fiducia verso lo Stato, la convinzione quasi fideistica nelle regole dello Stato di diritto, il rispetto per i suoi stessi im- placabili accusatori.

 

Per cinquant’anni ha rappresentato, senza mai esserne segretario, la Democrazia Cristiana, privilegiando la guida del Governo, la gestione ministeriale all’impegno diretto nel partito, con cui peraltro ebbe un rapporto non sempre facile. Tutti sappiamo che con i «cavalli di razza», Fanfani e Moro, non sempre i rapporti di Andreotti furono semplici. Fu seguace di De Gasperi contro i «professorini» Dossetti e Fanfani.

 

Fu a lungo animatore di un centrismo minoritario nel partito, protagonista del revival centrista con il Governo del 1972 con Malagodi e i liberali, ma in un secondo tempo Andreotti, capace di grandi conversioni politiche ma in realtà guidate dalla stella polare della Democrazia Cri- stiana e dello Stato, fu gestore della solidarietà nazionale, durante i giorni della drammatica fine di Aldo Moro. E poi, a lungo capace di intessere un dialogo con il Partito comunista italiano. Fu forse il meno ideologico dei «big» democristiani. E si narra, in realtà, che in ogni partito ci fossero uomini a lui vicini e comunque non immuni dal suo fascino politico, a destra come a sinistra.

 

A lui si debbono straordinari aneddoti, e il nostro Presidente ne ha ricordati alcuni molto belli. Il più celebre: «Il potere logora chi non ce l’ha», fu per molti l’espressione più illuminante del suo tragitto politico.

 

Ma Giulio Andreotti fu anche tante altre cose: il giovane cattolico fervente; l’infaticabile gestore di un consenso elettorale che lo radicava profondamente in Roma, questa città; l’uomo capace di parlare anche con l’ultimo elettore. Fu tra i più illustri tifosi della Roma Calcio, ma anche infaticabile latinista, amante di Marco Tullio Cicerone, letterato insigne, attore nel film «Il tassinaro» di Alberto Sordi ed anche uomo instancabile nel tessere relazioni con mille personalità del pianeta, fossero protagonisti della politica, uomini della cultura o grandi santi, come madre Teresa di Calcutta.

 

Sarà la storia a dare un giudizio compiuto su Giulio Andreotti, che è stato l’Italia in questi cinquant’anni: l’Italia a cui si rimprovera, e giustamente, l’eccesso della spesa pubblica, ma anche l’Italia capace di dare grande impulso all’unità europea, firmataria dei Trattati di Maastricht; l’Italia della ricostruzione economica, della lotta al terrorismo; ma anche l’Italia meno nobile di tante contraddizioni politiche.

 

Voglio terminare ricordando – era presente allora il presidente del Senato Grasso – il giorno del commiato a Giulio Andreotti, in una chiesa piena di tanti romani. Ho visto sì personalità della politica, dello Stato, delle istituzioni, ma ho visto soprattutto il popolo romano, il popolo che lo ha amato, molto, e che era lì quasi a dimostrare l’ansia di continuare il dialogo che con questo statista ha avuto dal 1948 in poi.

 

Voglio dire a Giulio Andreotti, che, come ha ricordato la collega De Petris, ci seguirà senz’altro con molta ironia, che c’è chi, in quest’Aula, sente ancora vivo il distacco e sente la mancanza di questa grande personalità dell’Italia repubblicana. (Applausi dai Gruppi SCpI, PD, PdL e Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE).

 

Nel decennale della scomparsa, si terrà stamane a Roma, nella Chiesa di Santa Maria in Aquino, alle ore 11.00, una Messa di suffragio per iniziativa della famiglia e degli amici.

AskaNews |  Iniziativa della Meloni sul presidenzialismo per imprimere slancio alla legislatura.

 

 

 

Redazione

 

La ‘mossa’ era già pronta da tempo, si trattava solo di decidere il dove e il quando. Tanto che la presidente del Consiglio lo aveva accennato già a Londra la settimana scorsa, nonostante l’irritazione per lo “scivolone” sul Def che le aveva guastato la festa del bilaterale con il premier britannico, Rishi Sunak. “Io ho in testa un calendario di riforme chiaro e abbastanza serrato, e credo – aveva detto – che sia un lavoro su cui vanno coinvolti tutti quanti e mi prendo io la responsabilità di farlo. Sto già organizzando”.

 

Giorgia Meloni ha dunque deciso di convocare i partiti di opposizione per affrontare il nodo della riforma che le sta più a cuore: quella istituizionale, che possa portare al (semi)presidenzialismo o all’elezione diretta del premier (su cui ci potrebbe essere una convergenza con Azione e Italia viva). L’appuntamento è per martedì a partire dalle 12.30 nella Biblioteca del presidente alla Camera. Il formato è in pratica quello delle consultazioni, sono attesi capigruppo e leader di partito. E, infatti, sarà anche la prima occasione per un faccia a faccia tra Meloni e la segretaria del Pd, Elly Schlein. Azione e Italia viva, nonostante la maretta delle ultime settimane, si presenteranno unite anche se – a quanto si apprende – nella delegazione non dovrebbe esserci Matteo Renzi. Assente dovrebbe essere per impegni anche il leader del M5s, Giuseppe Conte.

 

Ma a essere significativa è anche la presenza del governo: oltre al ministro delle Riforme, Elisabetta Alberti Casellati, e a quello dei Rapporti con il Parlamento, Gianluca Ciriani, ci sono i due vice premier, Antonio Tajani e Matteo Salvini, ma anche i due (ascoltatissimi) sottosegretari alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari. Segno, viene spiegato, che la premier intende tenere acceso il faro sulle riforme direttamente da palazzo Chigi.

 

Meloni ha sempre ripetuto di considerare la riforma dell’assetto istituzionale la più importante perché la stabilità dei governi è una delle “più potenti misure di sviluppo” e nel corso della conferenza stampa di fine anno ha anche spiegato di non escludere una “iniziativa del governo”. Ma non è soltanto per questo che la presidente del Consiglio ha deciso di imporre una accelerazione a questo percorso.

 

Sin dalle prime battute dell’esecutivo, infatti, ha messo in chiaro che alcune riforme istituzionali dovessero andare di pari passo: ovvero il presidenzialismo (caro appunto a Fratelli d’Italia) e l’Autonomia (baluardo invece della Lega). Il Carroccio, però, continua a premere il piede sull’acceleratore e, appena qualche giorno fa, il ministro competente, ovvero Roberto Calderoli, ha dichiarato che l’autonomia sarà portata a casa “in sei mesi”.

 

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https://askanews.it/2023/05/05/mossa-meloni-sul-presidenzialismo-per-marcare-lega-sullautonomia/

Corrispondenza romana | La destra cattolica plaude all’impegno pro life di Trump.

 

 

Mauro Faverzani

 

Trump lo ha già detto a chiare lettere: in caso di rielezione, difenderà di nuovo i principi pro-life. Inaffidabile sul fronte Lgbt, il tycoon sul grande tema della vita sembra rappresentare invece una garanzia.

 

Trump ha pubblicato un video, indirizzato ad un gruppo pro-family dell’Iowa, in cui promette di lottare di nuovo contro l’aborto: «Mi ergerò con orgoglio in difesa della vita innocente proprio come ho fatto per quattro anni, perché ogni bambino, nato e non nato, è un dono sacro di Dio», ha affermato, ricordando d’esser stato, tra l’altro, il primo e finora unico presidente americano ad aver partecipato all’imponente Marcia per la Vita di Washington. Non solo: ha bloccato i finanziamenti pubblici alle multinazionali dell’aborto; ha tutelato il principio di libertà religiosa nel caso delle Piccole Sorelle dei Poveri, oppostesi alla sottoscrizione di un’assicurazione sanitaria, che includesse trattamenti contraccettivi e abortivi; ha rivolto un forte monito alle Nazioni Unite, affinché nessuno osasse attaccare la sovranità delle nazioni impegnate nella tutela della vita. Indubbiamente un buon biglietto da visita, con cui presentarsi alle urne.

 

A questo i Democratici – Biden in testa – hanno invece replicato, opponendovi ancora una volta una cultura di morte. In Illinois, ad esempio, dove l’aborto è purtroppo consentito fino al momento della nascita e viene ancora finanziato con soldi pubblici, puntano all’approvazione di una legge, che potrebbe costringere alla chiusura tutti i centri pro-life, minacciandoli con la promessa di pesanti sanzioni – fino a 50 mila euro – con le accuse di «disinformazione» o «pratiche ingannevoli». Essendo nella stragrande maggioranza enti no profit, che vivono di offerte, sono privi dei mezzi necessari per far fronte ad un’eventuale condannadi questa entità. Ciò priverebbe, di conseguenza, le madri ed i loro bimbi in grembo dei servizi basilari forniti, anche di quelli di natura economica, non indifferenti. Secondo un’indagine del Charlotte Lozier Institute, tali centri hanno infatti contribuito dal 2016 ad oggi a salvare dall’aborto più di 800 mila piccoli, hanno servito circa 2 milioni di donne, fornito oltre 730 mila test di gravidanza, effettuato quasi mezzo milione di ecografie, donato del tutto gratuitamente 1,3 milioni di pannolini e più di 2 milioni di corredi per neonati.

 

Da notare come, nonostante ciò, più volte i centri pro-life siano stati oggetto di gravi atti vandalici, di incendi intimidatori, oltre a subire pesanti attacchi mediatici e a campagne diffamatorie. Il fatto che, secondo il Dipartimento della Salute dell’Illinois, nel solo 2021 siano stati effettuati ben 46.243 aborti indica l’importanza dei volontari per la vita, pronti ad accogliere le donne a vario titolo in difficoltà e le loro piccole creature.

 

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https://www.corrispondenzaromana.it/donald-trump-afferma-di-voler-difendere-i-principi-pro-life/

La Voce del Popolo | Meloni e Schlein: deboli in politica estera.

 

 

Marco Follini

 

Manca qualcosa, all’una e all’altra. Meloni è atlantista ma non troppo europeista. Schlein è europeista ma solo blandamente atlantista.

 

Tutte e due lo negano, beninteso.  La premier dirà che ha in mente un’altra Europa da quella che s’è vista fin qui. E la segretaria del Pd altrettanto dirà che sull’Ucraina la pensa come gli americani, o quasi. Ma in quelle piccole differenze si intravede invece qualcosa di più. E cioè una certa difficoltà a muoversi nel solco delle politiche estere che hanno protetto l’Italia fin dal dopoguerra.

 

Il fatto è che Meloni pensa che occorra archiviare l’Europa carolingia, quella basata sull’asse franco-tedesco. Operazione temeraria, a occhio e croce. E tanto più temeraria se si considera che – tra Pnrr e revisione del patto di stabilità – l’Italia è il Paese che avrebbe più bisogno di ritagliare il suo ruolo all’interno di quel contesto che oggi viene messo in forse dai paesi più scettici sui costi di una maggiore integrazione.

 

Schlein a sua volta fa fatica a far chiarezza alla sua sinistra. E mentre il suo pseudo-alleato Conte sta raccogliendo le firme contro l’invio di armi a Kiev, lei finora non ha speso una sola parola per contestare un’iniziativa che avrebbe l’effetto di modificare le coordinate internazionali del nostro paese. Ora, questa severità verso gli ucraini aggrediti, trova riscontro anche in una parte del suo stesso partito. Cosa che dovrebbe indurla a tracciare una linea. E che al tempo stesso le rende difficile e costoso tracciare quella linea. Così, tra l’una e l’altra, la nostra collocazione internazionale rischia di diventare un po’ ballerina.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 4 maggio 2023

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del settimanale della Diocesi di Brescia]

Come nello spazio i buchi neri diventano buchi bianchi

Fascino, mistero e spiegazione: queste parole potrebbe accompagnare la lettura del libro del fisico Carlo Rovelli sulla trasformazione dei buchi neri in buchi bianchi, come ribaltamento di prospettiva di osservazione oltre l’orizzonte del visibile e dell’immaginabile, al di là dei confini spazio-temporali.

Sarebbe presuntuoso tentare di riassumere in termini divulgativi lo sforzo di descrizione di un fenomeno scientifico, d’altra parte tutto ciò che riguarda quanto avviene nell’Universo (o avveniva miliardi di anni fa per proiettarsi sulla linea del tempo attuale) e quanto sta accadendo o si riscontrerà e verificherà nei miliardi di anni a venire va sempre considerato e ricomposto nella fascinazione dell’immaginabile: passato, presente e futuro come categorie del tempo che solitamente usiamo per misurare e classificare i fenomeni della nostra dimensione esistenziale qui acquisiscono margini estremamente dilatati, per cui riassumere attraverso congetture, dimostrazioni e comparazioni ciò che avviene nell’Universo non può essere ridotto a poche formulette essoteriche. Le stesse equazioni di Einstein – ancorchè validate – vengono messe a dura prova quando si tenta di spiegare che cosa sono questi buchi neri di cui tanto si parla tra gli scienziati e insieme allo sforzo di comprensione si tenta di capire come avvenga la loro trasformazione nei figli minori – i buchi bianchi – e cosa siano gli uni e gli altri e in quali aspetti e caratteristiche consistano analogie e differenze.

D’acchito ripenso al “panta rei” di Eraclito perché ciò che descrive Rovelli non è un fenomeno di rimozione e sostituzione ma di trasformazione ad es. sul piano dell’energia e del calore, una evoluzione-involuzione asimmetrica, come un double face che si coglie solo oltre la linea dell’orizzonte dell’epifenomeno, penetrando all’interno di questa mutazione fino agli spazi siderali più profondi per cogliere il descritto ribaltamento – dal nero al bianco – e gli impliciti connessi.

Rovelli illustra le convinzioni che si è data la scienza e lo fa con una terminologia che non potrebbe non esserle pertinente ma direi con uno slancio ed una immedesimazione emotiva che cerca analogie, metafore e rappresentazioni iconografiche in modo narrativo: chi legge ha l’impressione che persino la punteggiatura sia sacrificata al racconto incalzante perché l’autore penetra nei meandri più reconditi di ciò che spiega, tra descrizione e interpretazione.

I buchi neri sono stelle che si spengono e lo fanno con processi e tempi infiniti: hanno terminato di bruciare l’idrogeno di cui sono fatte, trasformandolo in elio. Sono così pesanti che il loro peso le schiaccerebbe su se stesse se non fossero mantenute morenti ma ancora vive per miliardi di anni dal fatto stesso di bruciare. Poiché nulla è eterno, quando l’idrogeno si è consumato e si trasforma in elio “la stella resta come un’auto senza benzina”, la temperatura scende, il peso comincia a prevalere e la stella si schiaccia sotto l’effetto della gravità e sprofonda dentro il suo orizzonte: così nasce un buco nero. Un mistero – tutto ciò che accade nello Spazio – che aveva affascinato sotto diversi profili di applicazione Copernico, Keplero, Galilei e Newton, fino a Faraday, Maxwell, Einstein, Finkelstein.

 

Il formarsi di un buco nero è dunque spiegabile con una caduta: una stella che ha finito di bruciare collassa su se stessa, così come un oggetto che entra nel buco nero e lo spazio medesimo che sta nel lungo cono di caduta: il buco bianco non è altro che il rimbalzo, visto dalla prospettiva opposta, come accadrebbe in un film proiettato all’incontrario, una soluzione alle equazioni di Einstein scritta con il tempo ribaltato.

“Un buco bianco è il modo in cui apparirebbe un buco nero se potessimo filmarlo e proiettare il film all’incontrario”. Nei buchi neri si può entrare ma non uscire, mentre dai buchi bianchi, al contrario, si può uscire ma non entrare: tutto ciò si spiega secondo le regole della fisica quantistica applicate ai concetti di spazio e di tempo a cui Rovelli ha dedicato gli studi di una vita.

Alla stessa stregua il principio della asimmetria del tempo spiega perché possiamo ricordare il passato ma non il futuro così come di converso possiamo scegliere il futuro, ciò che non ci è possibile fare con il passato. Pudicamente mi fermo qui: sarebbe presuntuoso affermare di aver compreso concetti che richiedono una lunga applicazione di studio, elaborazione, messa in discussione, falsificazione, validazione.

Trovo che uno scienziato che si impegna nello spiegare ai lettori non solo le conoscenze scientifiche acquisite ma anche il pathos e lo slancio vitale della sua motivazione interiore compia un gesto di generosità. Premiato dal fatto che questo libro- appena uscito- è balzato in cima alle classifiche di vendita. Forse significa che c’è in molti il desiderio di alzare lo sguardo verso il cielo, per elevare lo spirito e il pensiero oltre le negatività del presente quotidiano.

 

 

Chi è Carlo Rovelli

Autore de I buchi bianchi. Dentro lorizzonte”, Adelphi 2023. Fisico teorico, membro dellInstitut Universitaire de France e dellAcadèmie internationale de philosophie des sciences, Carlo Rovelli è responsabile dellEquipe de gravitè quantique del Centre de physique theorique dellUniversità di Aix- Marseille. Di lui la casa editrice Adelphi ha pubblicato Sette brevi lezioni di fisica” (2014, Lordine del tempo (2017), Helgoland” (2020), Relatività generale” (2021). I suoi libri sono stati tradotti in 40 Paesi.

Lettera mensile | Non ci sono alternative a una politica estera comune dell’Europa.

 

 

Maurizio Cotta

 

(…)

È necessaria una politica estera europea e che caratteristiche dovrebbe avere? Sulla necessità credo che non ci sia molto da discutere, basta allineare alcuni fatti sull’ambiente internazionale all’interno del quale si colloca l’Unione Europea, che non dimentichiamolo è una delle tre principali economie del mondo e in quanto tale ha bisogno di non essere solo un soggetto passivo sulla scena internazionale. Passiamo velocemente in rassegna questi fatti.

 

In primo luogo, con l’aggressione russa all’Ucraina, è diventato del tutto chiaro quello che almeno già dal 2014 (annessione della Crimea e azioni russe nel Donbass) avrebbe dovuto essere compreso, cioè che l’Unione Europea e il suo grande mercato unificato, che ne è una caratteristica fondamentale, si trovano a convivere con una potenza continentale come la Russia con caratteri sempre più autoritari e per la quale la dimensione dell’affermazione di un ritrovato status internazionale sembra passare attraverso il controllo territoriale dei territori circonvicini. L’Unione Europea ha dovuto quindi constatare che nel sistema internazionale e proprio ai suoi confini orientali la dimensione strategico-militare non è stata affatto addomesticata o addirittura soppiantata da quella economica degli scambi commerciali. Questa scoperta è stata particolarmente dolorosa e destabilizzante per uno dei paesi principali dell’UE, la Germania, che della sua potenza economica aveva fatto la base per uno stretto legame commerciale per la Russia (con elementi importanti di dipendenza da alcune risorse di base di quest’ultima). In stretta connessione con questo cambiamento di paradigma l’Unione Europea ha scoperto che una reazione seria all’aggressione russa non poteva prescindere dal ruolo di leadership e dalle risorse degli Stati Uniti.

 

In secondo luogo gli sviluppi politici ed economici della Cina di Xi Jinping indicano che sulla scena internazionale è sempre più presente un attore di prima grandezza (e con connotati sempre più autoritari) che intende sviluppare e promuovere un assetto mondiale diverso da quello che dopo la seconda guerra mondiale è stato disegnato e guidato dagli Stati Uniti. È quindi in corso una competizione sempre più ruvida con la superpotenza americana.

 

Terzo punto, per gli Stati Uniti, sinora potenza mondiale dominante, il rapporto con la Cina, proprio alla luce di questa competizione assume un rilievo vitale. E in questa direzione vanno e sempre più andranno gli interessi fondamentali del paese nordamericano. Quindi, se oggi l’avventata iniziativa di Putin ha portato gli Stati Uniti a rivolgere il suo sguardo verso l’Europa, è probabile che in futuro le cose cambino. L’area del Pacifico verso la quale guardano le due maggiori superpotenze, e che è attraversata dalla questione di Taiwan, è troppo importante per essere trascurata dal governo americano.

 

Infine, se ce ne fossimo dimenticati, l’esplosione della guerra civile nel Sudan ci ricorda che in Africa i focolai di crisi non sono pochi, così come le interferenze esterne tutt’altro che pacificatrici, e che tutto questo ha importanti riflessi sui movimenti migratori.

 

Dovrebbe essere dunque abbastanza chiaro che su tutti questi fronti gli interessi politici, economici, ma direi ancora di più esistenziali dei paesi europei, sono sia individualmente che collettivamente in gioco. Su ciascuno dei fronti citati c’è potenzialmente molto da perdere. Dovrebbe essere altrettanto chiaro che nessun paese europeo è in grado da solo di pesare in maniera significativa sugli andamenti e sbocchi di questi processi. Certo, se le cose non si mettono troppo male, ciascun paese può strappare qualche concessione commerciale, favorire le proprie industrie, darsi un tono di importanza. Ma quando “il gioco si fa duro”, e la crisi ucraina ha mostrato che questo può succedere, le azioni anche dei più importanti tra gli stati europei rivelano rapidamente la loro irrilevanza. Ben ricordiamo, ancora una volta, la visita di Macron in Russia, tenuto a distanza sul “lungo tavolo” del Cremlino, due settimane prima dell’invasione russa. E che cosa potrebbero fare in futuro i singoli paesi di fronte a iniziative meno caute della Cina verso Taiwan?

 

Se una politica estera europea è dunque necessaria, svilupparla e metterla in atto è certamente più difficile. Non possiamo dimenticare che la politica estera e quella di difesa sono state elementi cruciali per la definizione stessa dell’identità nazionale degli stati europei. E che alcuni di questi, sono stati potenze mondiali. Oggi non più ma la memoria non sparisce del tutto. È chiaro quindi che una politica estera europea deve svilupparsi con cautela e non può pretendere di soppiantare d’emblée le politiche estere nazionali.

 

Ma la cautela non deve escludere la determinazione nel muovere passi in avanti, come ha sempre fatto l’Unione Europea, dove è possibile, dove più chiaramente si manifestano le insufficienze delle politiche nazionali. In questi settori si devono con pazienza far emergere gli interessi comuni, elaborare una linea strategica e soprattutto parlare con una voce sola. Ben vengano allora anche i discorsi e i viaggi internazionali di Macron, o Scholz… o magari di un politico finlandese, ma per parlare a nome di tutti. L’Europa unita può parlare da pari a pari con Xi e fargli capire che aspiriamo a una coesistenza pacifica con la Cina, regolata dal diritto internazionale e dai principi dell’ONU, ma non siamo invece dei vassalli che vanno nella capitale del Celeste Impero a prestare omaggio al nuovo imperatore. Anche con gli Stati Uniti una solida partnership, basata sui comuni valori democratici e liberali, può prosperare se l’Europa unita è capace di far valere le proprie ragioni con amicizia ma anche con franchezza.

 

La strada della politica estera europea non è breve né facile, ma non ha alternative serie.

Pensiamo ai giovani e alle donne contemplando nuove scelte

 

Mariapia Garavaglia

 

[…]

Alla scuola che non riesce a ‘costruire’ personalità da cittadini consapevoli segue il deserto del lavoro. Ci saranno giovani competenti, qualificati che trovano occupazioni in settori di sviluppo del Paese e giovani che si adattano a tutto e basta vederli scorrazzare per le vie della città con i contenitori del cibo porta a porta. I giovani per anagrafe arrivano dopo gli adulti e non possono essere imputabili di non conoscere e di non esercitare quanto gli adulti non sanno o non vogliono trasmettere. Come possono essere curiosi di una storia che non conoscono: il 25 aprile, il 2 giugno, la rivoluzione d’ottobre o la Shoah, ma anche gli indirizzi che possono facilitare le loro scelte future nella vita e nel lavoro. Qualche anima bella pensa di portare il voto ai sedicenni; si è già scelto di uniformare il voto a diciotto anni per eleggere Camera e Senato. Analizziamo la frequenza al voto degli ultimi anni: la percentuale più alta degli astenuti riguarda i giovani fino ai 35 anni. Perché?

 

Se i social sono le piazze moderne e la politica ne fa uso, forse bisognerebbe promuoverne un uso che qualifica i messaggi, ed evitare gli abusi con informazioni corrette e convincenti. I giovani di oggi sono i destinatari del futuro che costruiranno anche per chi, già adulto (generazione B) si incammina verso la vecchiaia: dovranno garantirci servizi sanitari e pensioni. Qui i problemi si aggrovigliano e non tocca a loro scioglierli, perché la Costituzione prevede che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana…” (art. 3).

 

Chiederemo loro di riempire le culle, ma come? Si potranno offrire incentivi economici ma una volta di più pensiamo che basti? In realtà bisogna dedicare particolare attenzione ai diritti delle donne. Se la maternità ha valore sociale non può essere affidata solo alla responsabilità della donna che se diventa madre interrompe la carriera e quindi anche la contribuzione per la pensione. I figli sono un dono affettivo ma anche un grande valore comunitario cui la Repubblica deve prioritariamente dedicarsi per rimuovere tutte le cause di difficoltà, prima perché vengano alla luce e poi siano integrati nella società come cittadini consapevoli dei propri diritti inviolabili e, parimenti, “dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” art.2.

 

La Festa della Mamma è quindi una festa civile: in famiglia per gioirne, se si può, ma magari anche in un consiglio dei ministri convocato ad hoc per programmare in modo diverso l’aiuto a riempire le culle. Anche gli enti locali hanno competenza e responsabilità nei servizi sociali – asili nido, scuola dell’infanzia, ecc. Ci saranno elezioni in molti comuni il 14 e 15 maggio. Votiamo donna! Chissà mai che i problemi di giovani e di famiglia, essendo quotidianamente sperimentati, siano meglio governati.

Scenari | Il sovranismo regionale e le conseguenze sulla selezione del personale medico

Antonio Saitta

 

La formazione dei medici specialisti è affidata alle Università e finanziata con fondi statali. Poiché il numero delle borse di studio è insufficiente rispetto alle richieste avanzate dai servizi sanitari regionali, le singole regioni hanno negli anni supplito con fondi propri per finanziare borse aggiuntive. Per le regioni è stata anche un’occasione per investire sulla formazione dei propri medici laureati e per questo motivo hanno posto vincoli nella speranza che questi giovani restino a prestare la propria attività nella regione di residenza. I posti sono assegnati attraverso una selezione, ma mentre ai bandi dei corsi finanziati dallo Stato possono partecipare tutti i medici italiani, dire sinteticamente chi può partecipare ai bandi finanziati dalle Regioni è un’impresa ardua.

 

Per la Provincia autonoma di Trento, ad esempio, possono partecipare solo i residenti della Provincia di Trento da almeno due anni e i vincitori devono impegnarsi a lavorare per due anni nella provincia; per la Provincia autonoma di Bolzano si deve possedere l’attestato di bilinguismo e ci si deve impegnare a lavorare a tempo pieno nella provincia per 4 anni; in Basilicata e in Veneto i candidati devono essere residenti nella rispettiva regione da almeno 3 anni e devono impegnarsi a non spostarsi per cinque anni; in Emilia-Romagna i candidati devono aver conseguito il diploma di laurea in uno degli atenei emiliano-romagnoli oppure essere residenti e impegnarsi a lavorare nella regione per un periodo almeno pari alla durata del corso di specializzazione frequentato; la Campania è meno rigida, è richiesta solo la residenza da almeno tre anni; in Piemonte bisogna avere la residenza da almeno 5 anni sugli ultimi 12 e impegnarsi a lavorare in regione per 5 anni; in Lombardia e in Puglia occorre essere residenti da tre anni e garantire un periodo di lavoro nella regione per almeno tre anni; nelle Marche occorre aver conseguito la laurea presso l’Università Politecnica oppure risiedere in un comune della regione; in Sardegna residenza da 5 anni e impegno di tre anni di lavoro nella regione; in Sicilia occorre essere nati o residenti in Sicilia, avere un reddito Isee non superiore a 30.000 euro e un’età non superiore a 35 anni; in Toscana i candidati devono essere residenti da almeno il 31/12/2021, aver conseguito la laurea presso gli Atenei della Toscana e devono impegnarsi per 5 anni di lavoro nella Regione e via di questo passo.

 

E se gli specialisti non mantengono l’impegno di lavorare nella Regione? Devono restituire alla Regione parte del costo della formazione, variabile da regione a regione per una percentuale che va dal 50% all’80%.

 

Ci sarebbe persino da ridere per questa anarchia dei bandi regionali che fa venire alla mente la celebre scena del film “Non ci resta che piangere”, quando ai due viaggiatori (Benigni e Troisi) al confine della signoria fiorentina viene ripetutamente chiesto dal guardiano: “Chi siete? Da dove venite? Cosa portate? Dove andate?  Un Fiorino!”.

 

C’è invece da essere fortemente preoccupati perché con il recente disegno di legge del governo sull’autonomia differenziata le regioni potranno chiedere (e alcune l’hanno già fatto) maggiore autonomia in materia di accesso alle scuole di specializzazione, ivi compresa la programmazione delle borse di studio per i medici specializzandi. Ne consegue che anche le borse di studio finanziate dallo Stato sarebbero gestite dalle Regioni e molto probabilmente con gli stessi vincoli di cui abbiamo sopra riferito. Vincoli  che esprimono già nell’attuale gestione la vera natura del sovranismo regionale che è figlio di un’ansia da prestazione politico-elettorale tendenzialmente capace di generare molto movimentismo ma con pochi risultati: non ha nessuna importanza che il vantaggio di un’entità territoriale avvenga a discapito di altri territori, l’importante è soddisfare un elettorato da sempre molto attento ai suoi confini e poco interessato all’equilibrio del sistema nazionale in cui vive.

 

Il tratto che accomuna tutti gli attuali e diversi bandi regionali, che per fortuna sono adesso il 7/8% di quelli nazionali, è la volontà di bloccare la mobilità dei medici dal Sud al Nord, al momento consistente. E ciò è fatto soltanto in funzione di un rafforzamento delle singole identità regionali o locali, o forse per soddisfare una bulimia di potere che ricorre a un vecchio e noto armamentario: favorire chi è nato o almeno residente da un certo numero di anni in quella determinata regione.

 

L’esperienza dimostra invece che la mobilità di professionisti, anche nei sistemi sanitari, ha sempre prodotto buoni risultati e ne ha accresciuto la professionalità. Oggi i giovani medici, per avere una buona specializzazione, sono pronti a trasferirsi anche all’estero, nelle Università che ritengono ‘migliori’, così come, dopo aver completato il ciclo di studi, sceglieranno di prestare la loro attività laddove ritengono di poter accrescere la loro competenza, almeno nella fase di avvio della professione.

 

La formazione dei medici, anche per quanto riguarda la specializzazione, deve restare di competenza nazionale; deve perciò essere sostenuta dallo Sato che ha il dovere, al fine di salvaguardare l’unitarietà del sistema sanitario, di finanziarla in modo sufficiente per garantire un’offerta formativa che sia adeguata alla domanda. La supplenza attuata dalle regioni su questa materia è un atto ammirabile ma non ripetibile ed ulteriormente estensibile.

Il rilancio del Paese passa per una politica di piena occupazione

 

Alberto Mattioli

 

L’Italia rischia d’essere una Repubblica fondata sulla precarietà, l’assistenzialismo e i pensionati. Il lavoro è poco e provvisorio anche se paradossalmente ci sono settori, ad esempio ristorazione e meccanica, che hanno fame di lavoratori che non trovano. Turismo ed export di tante produzioni eccellenti tirano, il made in Italy piace ma ciononostante la stabilità sociale necessaria per uno sviluppo costante ha le gambe fragili delle troppe persone che non trovano solida occupazione. Eppure l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro come da articolo 1 della Costituzione. Inoltre agli articoli 3 e 4 della Carta, il lavoro viene concepito non solo come il diritto che garantisce il pieno sviluppo della persona ma anche come un dovere che contribuisce al progresso materiale e spirituale della società. E se concepiamo la democrazia non solo come regole del sistema politico-istituzionale, ma come lo spazio vitale che deve garantire la realizzazione delle persone, è evidente il grave vulnus democratico. “Il lavoro è un diritto e lo Stato moderno ha come primo compito di non creare disoccupazione e miseria” affermava nel 1950 Luigi Einaudi – rigoroso maestro liberale- in risposta all’appello in “difesa della povera gente” di Giorgio La Pira in cui indicava la lotta alla disoccupazione e lo sradicamento della miseria come impegno primario dello Stato; lo ha ricordato il Presidente Sergio Mattarella durante le celebrazioni della primo maggio.

 

Compito della politica e di tutte le categorie è quindi predisporre un piano, un patto solenne, che abbia come obiettivo la piena occupazione e la salvaguardia delle nostre filiere produttive di eccellenza fatte di antiche sapienti dottrine da mantenere e tramandare perche’ le nostre comunità sono forti quando esprimono la propria cultura ed esperienza. Fra tradizioni e sviluppi tecnologici il lavoro è un insieme di patrimoni che costituiscono la dignità e forza di un popolo. E della migrazione dobbiamo fare una forza propulsiva, non solo una emergenza. Il taglio delle tasse promosso in questi giorni dal governo sara’ utile se diverra’ strutturale e non un bonus occasionale. Le ingenti risorse del Recovery Plan vanno ben impiegate in investimenti infrastrutturali. La spietata concorrenza al ribasso del costo del lavoro anche mediante lo spostamento di produzioni in altri paesi più convenienti, richiede un approccio europeo.

 

Le istituzioni politiche e degli imprenditori, devono arginare questa distorsione che altera il senso dell’economia ispirato da criteri di giustizia redistributiva e dalla destinazione universale dei beni della terra. Papa Francesco ha denunciato la deriva neo liberista del mordi, guadagna e fuggi; la schiavitù della performance immediata del paradigma “fiat capital gain et pereat omnia” che eleva il guadagno a fine e si disinteressa del destino umano come denunciato dall’economista Marco Vitale. L’occupazione dev’essere la priorità del governo e degli imprenditori in quanto per aumentare produzioni, fatturati e utili abbiamo bisogno di più consumatori. Le imprese hanno responsabilita’ sociali. Il boom degli anni ’60 fu anche dovuto a imprenditori che si prendevano cura dei dipendenti e delle comunità facendo funzionare l’ascensore sociale. L’articolo 41 della Costituzione ricorda: “Liniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con lutilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché lattività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”.

 

Tutto il sistema Italia deve ripartire da qui e ricostruire  una visione umanistica dell’attività economica. “Omnium rerum mensura homo”, l’uomo deve tornare ad essere la misura di tutte le cose.

Ritornano finalmente le politiche sociali? Torna alla memoria l’azione di Donat Cattin.

 

 

La questione sociale” richiede in Italia un credibile progetto politico e di governo. Riflettiamo sul ruolo di una credibile e rinnovata sinistra sociale” dispirazione cristiana nella società contemporanea.

 

Giorgio Merlo

 

Al netto delle polemiche dei populisti dei 5 stelle e delle solite, e ormai anche un po’ noiose, prediche della sinistra radicale e massimalista della Schlein contro la “minaccia fascista “e la “destra illiberale, autoritaria e retrograda”, forse è giunto il momento affinchè le politiche sociali ritornino centrali nella vita politica italiana. Non nella loro deriva assistenzialista e pauperista promossa e cavalcata dai populisti pentastellati. No, parliamo della politica sociale come elemento decisivo e determinante di un progetto politico nazionale e di governo. Di un progetto di crescita, di competitività, di giustizia sociale e, soprattutto, di difesa dei ceti popolari e di tutti coloro che continuano a vivere in situazioni drammatiche se non addirittura incivili.

 

Un elemento, questo, che ci riporta ad una fase che ha caratterizzato una delle migliori stagioni della politica italiana. Mi riferisco a quella della fine degli anni ‘60 e all’inizio degli anni ‘70 che coincise con la nomina di Carlo Donat-Cattin a Ministro del Lavoro e della Previdenza sociale. Certo, era una stagione dominata da una durissima e violenta contrapposizione sociale che sfociava in un altrettanto violento conflitto politico. Ebbene, proprio in quegli anni Donat-Cattin sosteneva che “l’istanza sociale doveva farsi Stato”. Trovare, cioè, piena ed irreversibile cittadinanza ad ogni livello dell’organizzazione amministrativa e della gestione della cosa pubblica.

 

In effetti, la preoccupazione principale di uomini come Carlo Donat-Cattin di porre la “questione sociale” al centro di ogni indirizzo politico non si risolveva solo nello sforzo di condizionare le scelte di politica economica e salariale ponendosi dal punto di vista dei ceti subalterni: scelte che ebbero conseguenze incalcolabili nel determinare lo sviluppo complessivo della società italiana per le enormi potenzialità di lavoro, di intelligenza, di imprenditorialità diffusa che le classi popolari italiane seppero sprigionare in un paese come l’Italia, privo di materie prime e di capitali e ricco solo di braccia e di intelligenza pratica. La sua ambizione, come di altri esponenti di quella sinistra sociale della DC, era più grande ancora. Egli, cioè, voleva che nell’architettura amministrativa dello Stato democratico quei ceti e quelle istanze non avessero un ruolo residuale nè meramente aggiuntivo. E quando, non a caso, pervenne alla guida del Ministero del Lavoro non tardò, infatti, a rendersi conto che – sono parole sue – “nell’organizzazione attuale del Governo non esiste un vero e proprio centro di politica sociale: si è costituito nel tempo un Ministero del Lavoro perchè con i sindacati bisognava trattare; vi si è aggiunta la competenza della previdenza sociale perchè le lotte dei lavoratori avevano ottenuto alcune norme per la sicurezza della vita e così via. Ma è tutto strumentale da parte delle classi dirigenti verso il lavoro subordinato”. Donat-Cattin, infatti, era convinto che il dato politico nuovo “doveva consistere nel dare alla politica sociale complessiva un ruolo non più subalterno, ma primario per la vita dello Stato, anche nella sua espressione politico/amministrativa”.

 

Ora, è di tutta evidenza che non esiste più la Dc, la sinistra sociale di ispirazione cristiana, quella classe dirigente fatta di leader e di statisti ma, al contempo, persiste una sorta di “questione sociale” permanente, strisciante e strutturata. E a domanda di fondo a cui si deve dare una risposta politica convincente è molto semplice e al tempo stesso complessa e articolata: ovvero, c’è la forza e la volontà politica, la coerenza culturale e il coraggio civile di porre nuovamente la “questione sociale” al centro di ogni indirizzo politico e di governo? Possono i cattolici popolari e sociali assentarsi da tutto ciò? Possono le forze politiche né populiste e né estremiste e demagogiche fingere che i problemi sono altrove? E, infine, può una vera e consapevole classe dirigente politica voltarsi dall’altra parte rifugiandosi solo nella ridicola, aristocratica e salottiera difesa e promozione dei cosiddetti “diritti civili” individuali abbandonando, di fatto, quelli “sociali” , al di là della solita e sempre più insopportabile propaganda della sinistra radical chic?

 

È attorno a queste risposte che si gioca, adesso, la credibilità di una classe dirigente e la capacità della politica – di maggioranza come di opposizione – di affrontare e sciogliere i veri nodi strutturali della società contemporanea. Il resto appartiene solo al mondo delle chiacchiere e della propaganda spicciola e politicamente insignificante e sterile.

La solitudine è una pandemia più grave del Covid.

 

Giovanni Federico

 

Dare una scorsa alla Treccani più di una volta può tornare utile per mettere le idee in chiaro chiamando le cose con il proprio nome. Così si legge che se demos è il popolo, epidemia è «sopra il popolo, nel popolo» e pandemia è «in tutto il popolo». Vien poi fuori un nuovo termine: la sindemia, «insieme al popolo», ovvero “l’insieme di problemi di salute, ambientali, sociali ed economici prodotti dall’interazione tra due o più patologie epidemiche, che comporta pesanti ripercussioni sulle condizioni di vita della popolazione colpita”.

 

“Ci troviamo di fronte al dilagare incontrollabile della pandemia, oggi di fatto divenuta una sindemia – un insieme cioè di patologie pandemiche non solo sanitarie, ma anche sociali, economiche, psicologiche, dei modelli di vita, di fruizione della cultura e delle relazioni umane. Emerge dunque la priorità di presidiare il territorio, controllandone i microfenomeni casa per casa, individuo per individuo, famiglia per famiglia”, ammonisce Claudio Cricelli, Presidente SIMG.

 

In lingua inglese il termine “sin” si traduce in peccato. Sin City è un film dove i personaggi, confondendosi, si intrecciano con immagini di fumetto e l’ambiente è di quelli dove la bontà non è neanche nei titoli di coda. Il peccato pare strizzare oggi l’occhio alle malattie, continuamente intorbidendone l’acqua e l’esattezza del nome. Che sia pandemia o sindemia il risultato non cambia.

 

Si sa che le mode dagli Stati Uniti dopo qualche anno approdano anche da noi che le digeriamo con gusti europei. Ora, senza atteggiarsi a esperti della materia per dire con precisione in che campo si versa, per certo dovremmo prendere sul serio l’allarme che viene da quella parte del mondo. Il massimo responsabile in materia sanitaria del Governo USA, Vivek Murthy, ha lanciato un avviso agli abitanti del pianeta per guardarsi fin che si è in tempo da un male che avrebbe effetti assai più gravi del Covid. Alla fine, per quest’ultimo, tra vaccini e farmaci, la situazione è stata fronteggiata. Contro l’epidemia di solitudine denunciata da Murthy occorrerebbe ben altro spendersi, forse impossibile alle società di oggi. Si tratterebbe non di cavarsela con qualche risorsa della ricerca scientifica, ma di apprestare una risposta di inaudito impegno. Una fatica insostenibile per gli uomini d’oggi chiamati a dare del loro, non rimandando il compito ai sapienti intrugli medici.

 

Nelle arti, quello della solitudine è tema antico e ripreso di tanto in tanto, ogni volta lasciando comunque sempre un segno. “Cent’anni di solitudine” scriveva Marquez, “La solitudine dei numeri primi” è un bel film di Saverio Costanzo, ”In my solitude” cantava Billie Holiday e si potrebbe andare avanti con molti altri titoli ancora. In un suo studio Murthy ci dice che circa la metà degli americani adulti è caduto in uno stato di solitudine ed isolamento. Stante il raddoppio dei single nell’ultima metà del secolo, si prevede un aumento della morte della popolazione pari alla non risibile percentuale del 30%. Il fatto insomma non è da confinarsi in ambito sociologico e psicologico ma si traduce ancor più nel concreto, incidendo sulla effettiva condizione di salute di chi ne è colpito. Il rischio è di tornare, per comodità, a qualcosa di simile alla legge della giungla. Solo i più forti sopravviveranno mentre per gli altri non è previsto scampo.

 

Del resto le morti a causa dell’inquinamento sono già nel conto di ciascuno di noi. Troppo complicato smettere di sporcare il pianeta intossicandolo per ogni dove. Più facile registrare come ineludibili le morti che conseguono. Così dovremo prepararci a qualcosa di inedito. Di morti solitarie se ne sa già abbastanza, se ne parla da tempo e non si avvertono particolari palpitazioni di tristezza al riguardo. Ai cimiteri senza visitatori, né fiori, né traccia di attenzione dovremo invece abituarci. Ai morti di solitudine spetta per coerenza un campo da nessuno calpestato. Solo i becchini ne conosceranno la toponomastica ma subito il lavoro ne prenderanno il largo per non turbare la regola del posto.

 

Si è soli non per vantare uno stato “esclusivo” rispetto ad altri quanto invece di esclusione dal mondo. Dovremmo apprendere forse tornando alle antiche regole delle formiche dove trovano la forza nella comune collaborazione, mentre invece più lestamente stiamo imparando a mangiarle. Agli uomini, si sa, piacciono le scorciatoie.

Un cantiere programmatico per il centro

Giuseppe Davicino

Il progetto di ricomposizione dell’area popolare come componente di un centro da riorganizzare e da riqualificare nello stile e nei contenuti, dopo aver subito un’accelerazione dall’esito delle scorse politiche e dal cambio di natura politica del Partito Democratico con la svolta radical-libertaria impressa dalla Schlein, necessità ora di uno straordinario sforzo di definizione del proprio profilo politico-programmatico, accanto ai necessari passaggi di natura politico-organizzativa.

Anche in relazione alle scadenze elettorali del prossimo anno, regionali e europee, occorre conferire al nostro richiamarsi al centro un senso più chiaro e comprensibile dall’elettorato, soprattutto da quello costituito dai ceti intermedi e popolari.

Credo sia giunto il momento di mettere in gioco  le peculiari categorie politiche del popolarismo nell’affrontare sia le priorità del presente che nel tracciare una visione di società e di Paese per il futuro.

Se l’obiettivo non è il piccolo cabotaggio, ma la ricostituzione di un’area politica e culturale indispensabile al Paese tanto più in una fase di enormi cambiamenti e di rischio di  radicalizzazione della dialettica di un desueto schema bipolare, allora occorre pensare a un percorso di definizione degli orientamenti programmatici con una tempistica che tenga nel dovuto conto anche le scadenze elettorali prossime. Sia sui temi più sentiti dai cittadini come il welfare, il lavoro, la casa, la sicurezza, sia sulle questioni che irrompono in modo inedito per effetto di processi epocali come il cambiamento degli equilibri globali fra gli stati o  per effetto dei nuovi avanzamenti scientifici e tecnologici. Questi ultimi temi spesso suscitano una insicurezza per il futuro che si somma ai problemi del vivere quotidiano.

I Popolari che si stanno impegnando a rilanciare il centro, devono potere essere associati da parte degli elettori a delle precise politiche.

Non solo per quanto riguarda il merito delle risposte che intendono dare, ma anche e soprattutto per lo sforzo che deve trasparire, riguardo agli intenti che animano l’iniziativa politica del popolari.

La scommessa che può instradare in una direzione feconda un tale lavoro programmatico, è che l’elettorato avverta che ciò che anima l’attuale ricomposizione del centro non è una cascata di personalismi bensì il tentativo di dare risposte politiche adeguate che nell’irrompere dei cambiamenti in corso, mirano in ogni caso – con l’arte della mediazione e la determinazione dell’intransigenza sui principi fondamentali – a ribadire le ragioni della persona, dei legami sociali, della democrazia. Ovvero, a salvare la sfera economica e del lavoro dai rischi di esasperata concentrazione e di una automazione disumanizzante; ad accompagnare le responsabilità richieste dal nostro sistema di alleanze internazionali con un forte impegno di ricerca e di persuasione finalizzato a definire un nuovo stabile modello di relazioni internazionali più adeguato a rispecchiare la mutata realtà globale; a sostenere i concreti interessi della classe media, non eludendo le complesse sfide dei cambiamenti, ma con l’obiettivo di rilanciarne il ruolo e il giusto peso politico, anziché accompagnarla con misure populiste verso un graduale declino.

L’obiettivo di un tale lavoro dev’esser quello di caratterizzare il centro come un cantiere programmatico che si pone come luogo dell’incontro e della mediazione sia per le questioni ordinarie sia per i problemi inediti della nostra epoca, da cui fare emergere proposte in grado di gestire nel modo più affidabile e rassicurante possibile il passaggio di epoca che sta avvenendo, rendendolo socialmente e democraticamente sostenibile, evitando di sacrificare, a differenza della destra e della sinistra, valori e interessi irrinunciabili.

La coscienza come conquista e valore dei comportamenti umani

Tra i suoni gutturali degli antenati degli ominidi e le applicazioni di intelligenza artificiale dello ChatGPT (in attesa degli sviluppi che vivremo sulla via del Metaverso), corrono tra i 5 e 7 milioni di anni. L’homo sapiens compare sulla scena del mondo circa 300 mila anni fa, quello di Neanderthal 100 mila dopo: un abisso protostorico immenso se comparato alla riconversione digitale, ai robot e alle interconnessioni tra reale e virtuale nei comportamenti umani.

 

Ripensavo a questo distanziamento siderale che ci separa dalle origini della vita umana sul pianeta leggendo il libro “I buchi bianchi-Dentro l’orizzonte” di Carlo Rovelli, proiettato nell’esplorazione dell’immensità dello Spazio per spiegare come le stelle bruciando generano i buchi neri sprofondando nel proprio orizzonte ma vivendo ancora miliardi di anni e i buchi bianchi ne sono la speculare rappresentazione ribaltando l’immaginario punto di osservazione e confermando le equazioni di Einstein, da un punto di vista opposto. Un agile volumetto che merita un’adeguata recensione.

 

Nello stesso tempo stavo sfogliavo sulla rivista Antiquity i risultati di una ricerca dell’Università di Edimburgo sull’uso e l’evoluzione strumentale della clava nell’Età della Pietra. L’uomo osserva la storia partendo dal proprio presente ma può utilizzare opportunamente l’universo di conoscenze di cui dispone. Così come noi possiamo agevolmente procurarci una miriade infinita di comparazioni, similitudini e congetture tra ieri, oggi e domani. Oltre l’indagine conoscitiva che conserva il suo fascino e non ha confini spazio-temporali, mi interessano, i comportamenti e le dinamiche delle relazioni umane, gli stili comunicativi e il loro valore simbolico rispetto alle invarianti e alle variabili dell’evoluzione della specie.

 

La differenza che corre tra l’uomo che usava la clava nell’Età della Pietra e lo studente allucinato del college americano che fa strage di alunni e professori riguarda la consapevolezza del gesto rapportata ai due diversi contesti di vita: in genere il primo uccideva per sopravvivere e procacciarsi il cibo mentre il secondo – salvo cervellotiche spiegazioni sulla capacità di intendere e di volere – compie in genere un gesto di deliberata violenza. Nella preistoria non esistevano regole, oggi ne esiste una pletora infinita: il primo problema è se sono giuste, il secondo se vengono rispettate.

 

La domanda che si pone riguarda il concetto di bene e di male, allora e adesso. A cosa sono serviti millenni e secoli di lezioni della storia se la violenza fisica e simbolica si perpetuano all’infinito? Se ci fosse progresso in ogni campo dei comportamenti umani l’etica applicata alla vita dovrebbe generare uomini migliori. Non è così. Basti pensare ai milioni di morti a causa delle guerre e della crudeltà degli ultimi cent’anni, alle endemiche condizioni di povertà estrema, alla fame e alle malattie, alle migrazioni disperate, alla crescita demografica che satura la sostenibilità del pianeta, ai soprusi e alle nascoste solitudini.

 

Eppure abbiamo avuto testimonianze di fede e di pace, annoverando poeti, artisti, musicisti, filosofi, educatori che ci hanno insegnato il gusto del buono e del bello, abbiamo conosciuto esempi di eroismo e altruismo, di amore per il prossimo, di rispetto per la dignità e l’identità della persona e per la giustizia sociale, che hanno elevato l’infanzia come età delle protezioni e delle tutele, la figura femminile come espressione più autentica dei valori che nobilitano la vita e il genere umano, la ‘vecchiaia’ (come la definisce senza mezzi termini Vittorino Andreoli), quale prezioso scrigno colmo di esperienza, saggezza, ricapitolazione pedagogica della vita.
Eppure lungo la linea infinita della presenza umana sulla Terra, dalla notte dei tempi al presente spesso asfissiante e sfuggente, fino all’immaginario futuro che ci proietta oltre la galassia, verso l’Universo incommensurabile degli anni luce non si riesce a pensare ai fatti, alle azioni, ai comportamenti o agli indefinibili scenari che verranno senza fare ricorso alle categorie etiche del bene e del male. La presenza umana sul pianeta si fa densa fino a lambire i confini della sostenibilità: demografica, generazionale, riguarda l’usura ambientale e la ribellione che la natura oppone agli algoritmi della crescita senza confini. Per questo mai come ora si guarda lo Spazio e lo si esplora: verrà probabilmente il giorno – infinitamente lontano – in cui dovremo trasferire la vita dalla Terra ad un “altrove”: siamo, oggi, nella fase preistorica di un futuro indefinibile, poiché in diversa misura conosciamo o possiamo descrivere solo il 4% dell’Universo.

 

Eppure se l’uomo non cambierà la sua costituzione “ontologica” (il suo essere) – anche se la pervasività della tecnica è irreversibile – la sua esistenza continuerà ad oscillare tra i confini etici del bene e del male. Viviamo un’epoca in cui anche il concetto di identità – come sintesi di natura e cultura – rischia di essere minato alla radice della sua matrice biologica e unitaria: ove ciò accadesse finiremmo per assemblare un’umanità ondivaga, senza approdi e senza orizzonti di autorealizzazione esistenziale. È importante ricordare gli studi di Ernst Cassirer che assumono a fondamento e oggetto di ripensamento della critica kantiana, soprattutto in funzione di una rivisitazione del concetto di comunicazione simbolica come fenomenologia della conoscenza: “Non possiamo cercare il vero “immediato” là fuori, nelle cose, ma dobbiamo cercarlo in noi stessi”.

 

Quando partiremo alla conquista di nuovi ancoraggi vitali nello Spazio porteremo insiti nel nostro agire la coscienza di ciò che è bene e di ciò che è male, non dovremo dimenticare nella nuova “Arca di Noè” questo bagaglio culturale che riguarda l’illuminazione della coscienza, anche per un solo attimo, intesa come “intima libertà dello spirito”. L’aveva capito Eraclito (535 A.C-475 A.C) e l’aveva scritto nel suo unico libro che si conosca: “Sulla natura”.

 

L’aveva ripreso Martin Heidegger, incidendolo come aforisma sull’architrave della sua baita di montagna nella Foresta nera: “il fulmine governa ogni cosa”. Credo che la folgorazione di quell’attimo di bagliore intenso possa e debba – ancora oggi e in futuro, anzi “sempre” – farci capire che il vero discrimine – simbolico e reale – di ogni azione umana risiede nella coscienza morale che la sottende.

Da Riyadh ad Abu Dhabi, la rete di interessi del Golfo nel conflitto in Sudan

Dario Salvi

Nel Sudan martoriato da un conflitto interno che, secondo le ultime stime delle Nazioni Unite, rischia di causare altri800mila nuovi profughi si giocano partite economiche, strategiche e diplomatiche che coinvolgono diverse nazioni del Medio oriente. La crisi nello Stato arabo-africano, infatti, ha fornito loccasione per un ulteriore riavvicinamento fra Arabia Saudita e Iran, due storici rivali nella regione che solo nellultimo periodo hanno riallacciato i rapporti grazie alla mediazione cinese. Nei giorni scorsi Riyadh ha favorito con propri mezzi levacuazione di cittadini della Repubblica islamica in fuga dalla guerra.

In fuga dalla guerra

In particolare, la marina saudita ha trasportato 65 iraniani da Port Sudan a Jeddah, per poi approntare un successivo trasferimento a Teheran, tappa finale del viaggio. Il portavoce del ministero iraniano degli Esteri Nasser Kanaani parla di evento positivo, che ha potuto aver luogo proprio grazie alla stretta collaborazione fra le due potenze del mondo islamico, quella sciita iraniana e la sunnita saudita. In un video trasmesso dalla tv di Stato Ahmed al-Dabais, alto ufficiale militare saudita che ha gestito loperazione, si rivolge agli sfollati iraniani sottolineando che Riyadh e Teheran sono due buoni amici e fratelli. LArabia Saudita è fra le nazioni che, attraverso il mar Rosso, più si è impegnata ad attuare un piano di evacuazione dal Paese africano travolto dalle violenze interne, divampate il 15 aprile e che hanno registrato una progressiva escalation con centinaia di vittime, anche civili. 

Dopo oltre due settimane di guerra e un cessate il fuoco di 72 ore che non è servito a scongiurare nuovi combattimenti, fonti Onu riferiscono che le due fazioni in lotta avrebbero accettato di inviare rappresentanti per negoziati da svolgere, con tutta probabilità, proprio in Arabia Saudita. Intanto si aggrava la situazione umanitaria, con decine di migliaia di sudanesi pronti a lasciare il Paese e che si andranno a sommare agli altri 70mila che sono già fuggiti in Egitto, Ciad, Etiopia o Sud Sudan. Altri ancora, seguendo le rotte migratorie, cercano di attraversare il mar Rosso e di raggiungere il regno wahhabita per sfuggire a guerra e disperazione. Da qui lulteriore impegno dei vertici di Riyadh per cercare di fermare i combattimenti e arginare un esodo che rischia di avere pesanti conseguente in tutta la regione. 

Lombra degli Emirati in Sudan

La guerra in Sudan è, sotto diversi aspetti, un conflitto del ventunesimo secolo in un mondo sempre più multipolare, in cui si si combatte – il più delle volte da dietro le quinte – per rafforzare ed estendere la rete di interessi. In questottica si legge la presenza degli Emirati Arabi Uniti (Eau) nel Paese africano, che ha intessuto nel corso degli anni una sfera di influenze che oggi coinvolge in primo luogo i due generalidel conflitto. Da un lato Abdel Fattah al-Burhan, alla guida dellesercito sudanese, e dallaltro Mohamed Hamdan Dagalo, meglio conosciuto come Hemeti, a capo delle Forze paramilitari di sostegno rapido (Rsf), considerati pedine in un quadro più ampio che abbraccia linterno Corno dAfrica. E come sottolinea in una lunga analisi sul MiddleEastEye (Mme) Andreas Krieg, docente del Defence Studies Department al Kings College di Londra, nessuna nazione ha giocato questo ruolo in modo più energicodegli Emirati, creando una rete fitta e diversificata di legami regionali.

Abu Dhabi non ha reali interessi ad alimentare lescalation – e la conseguente destabilizzazione – del Sudan, ma oggi sembra evidente che non è in grado di tenere a bada la rete di interdipendenze e relazioni incrociate che si sono andate formando nel tempo. Per lesperto, la storia degli Emirati in Sudan è quella di una monarchia relativamente piccola che finisce per esercitare uninfluenza che va oltre il peso geo-strategico, con il ramo Bani Fatima della famiglia reale di Abu Dhabi capace di estendere gli interessi: privati, società, banche, commercianti, milizie e mercenari. Sebbene la presenza ufficiale in Sudan sia gestita attraverso canali ufficiali – ministeri e diplomatici responsabili di politica estera e sicurezza – potere e decisioni passano attraverso le reti oscure che, partendo da Abu Dhabi e Dubai, operano da dietro le quinte. Un network che collega partner e concorrenti, attori statali e non, trasformando la monarchia del Golfo in un hub indispensabile.

Il rapporto con il signore della guerra del Sudan Hemeti, in particolare, rivela una rete di connessioni e attività apparentemente casuali che si legano, direttamente o indirettamente, ad Abu Dhabi con interessi diversi che vanno dai capitali alle armi, dalloro ai mercenari sul terreno. Una trama che affonda le sue origini nel periodo successivo alla Primavera araba del 2011, con riflessi anche nello Yemen dove Hemeti ha fornito miliziani per alimentare il conflitto. Operando al fianco degli Eau, il piccolo Mohammedha ricevuto armi e denaro. La scoperta di bombe termobariche acquistate dagli Emirati Arabi Uniti nelle mani della Rsf suggerisce un ruolo ancor più attivo, anche se resta da capire se sono state consegnate direttamente o attraverso delegati in Libia. Le reti che gli Emirati Arabi Uniti hanno curato tramite gli attori della regione stanno ora operando in modo più o meno organico, con Abu Dhabi che deve solo facilitare i flussi di capitale e il supporto infrastrutturale. Ecco perché chiunque – compresi gli Stati Uniti – voglia mediare per la fine dei combattimenti in Sudan, conclude Krieg, deve comporre il numero degli Emirati, perché qualsiasi strada diretta ad Hemeti passa attraverso di loro. 

Fonte: Porta dOriente, newsletter di AsiaNews dedicata al Medio Oriente

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https://www.asianews.it/notizie-it/Da-Riyadh-ad-Abu-Dhabi,-la-rete-di-interessi-del-Golfo-nel-conflitto-in-Sudan-58301.html

3 maggio 1979 | Dura reazione Dc alla sanguinosa impresa brigatista in Piazza Nicosia

Redazione

 

Il tragico assalto al Comitato romano della DC non lascia alcun dubbio, per chi ancora ne avesse avuti, sull’obiettivo dei terroristi: si vuole stroncare la Democrazia Cristiana per distruggere la libertà dell’Italia, Non lo si può fare togliendole il consenso, non lo si può fare con la diffamazione e la calunnia, non lo si può fare con la denigrazione generalizzata; non resta che la via della violenza, delle armi, dell’uccisione. Ancora una volta gli agenti di polizia sono vittime del loro dovere.

 

Questi sanguinosi anni di storia difficile e tormentata hanno messo in evidenza il piano dell’eversione, che è quello di arrestare e soffocare la vita democratica del nostro Paese scegliendo come bersaglio la forza indispensabile per garantire la pacifica evoluzione dell’Italia, cioè la Democrazia Cristiana. Questa nostra indispensabilità non deriva nè da presunzione, né da arroganza, né da volontà di egemonia: essa risulta evidente dalla storia di questi trent’anni, al di là delle discussioni legittime e delle polemiche più aspre. Ci sovviene in questo momento un duro dibattito sulle origini della violenza e soprattutto sulle responsabilità dirette e indirette di chi durante quest’arco di vita italiana, ha concorso ad indirizzarla soprattutto contro la Democrazia Cristiana. Ora non è certo opportuno riaprire dibattiti di questo genere; ma ci si lascerà almeno dire quanto era gratuita, infondata e offensiva l’accusa alla DC di volere sottrarsi a taluni confronti invocando il silenzio-stampa,

 

Noi vogliamo una cosa sola, la vogliamo davanti al crudo ed efferato terrorismo, la vogliamo per difendere la libertà dei cittadini italiani: vogliamo che sia salvaguardata la convivenza civile del popolo italiano. Questa volonta e costata sangue alla DC, nelle carni dei suoi dirigenti, nelle aggressioni delle persone, nella devastazione delle proprie sedi, nell’assassinio del suo leader quasi esattamente un anno fa. Non ci serve l’ausilio della retorica per dire che questo sacrificio ci unisce ancor più profondamente a tutti gli italiani che si sentono e intendono rimanere liberi e alle forze dell’ordine che pagano un così alto tributo di sangue. Ci bastano parole semplici per dire che questo periodo si ricollega assai concretamente alla Resistenza e prima ancora ai martiri e agli uomini più colpiti del Partito Popolare. Alcuni degli scampati di piazza Nicosia hanno detto, in preda all’agitazione di quei terribili momenti, che «così non si può andare avanti»; cinque minuti dopo si recavano al Comitato romano per vedere com’era ridotto il loro ufficio, dicendosi l’un l’altro che «non bisogna cedere ». Ciò significa che una forza politica radicata nella coscienza del popolo italiano e nella storia del Paese non si distrugge neppure con la più barbara violenza. Questo è accaduto in un giorno nel quale è apparso un manifesto in memoria di Aldo Moro con una scritta assai significativa: «C’è chi dà la vita per la tua libertà. Aiutaci a difenderla, La Democrazia Cristiana».

 

 

[Titolo originale: Difendere la libertà]