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Prodi solleva la questione dei moderati mentre nel Terzo Polo si litiga smoderatamente

Il Terzo Polo è in subbuglio e l’effervescenza dei riformisti dentro il Partito Democratico si placa. Un caso, forse. Ma tra i parlamentari dem viene considerato anche come la dimostrazione che “extra ecclesia nulla salus”. Non c’è salvezza fuori dal Pd, insomma. O, per usare i versi di Ivano Fossati, “non c’è più terra dove andare”. Lo dimostrerebbe l’intervista di Andrea Marcucci che, dopo aver annunciato la sua uscita dal partito, ha parlato come se la decisione fosse ancora aperta.

Il tema della tenuta degli esponenti e, soprattutto, degli elettori “moderati” è reale ed è sollevato da una voce che nel partito fa sempre rumore. “I moderati vanno recuperati”, dice Romano Prodi. E lo dice su Avvenire. La scelta del vettore del messaggio, in questo caso, è il messaggio stesso. Il Professore parla dalla casa dei cattolici, una parte importante dei moderati, per dire loro che nel Pd si possono sentire a casa. E per dire ad Elly Schlein che va bene il rinnovamento, va bene anche il radicalismo su alcuni temi. Ma su altro serve “il compromesso. Anzi serve un compromesso alto. E serve la forza di discutere sul futuro. Di dire basta alla politica del giorno per giorno. Di progettare. Di fare scelte guardando a un orizzonte lungo”. I temi su cui confrontarsi non mancano, d’altra parte: l’Ucraina, la diplomazia europea, i migranti, il welfare, l’agenda sociale. 

Gli smottamenti del Terzo Polo, tuttavia, sono osservati anche da Schlein. Con un interesse duplice e con un misto di speranza e preoccupazione. La segretaria, infatti, ha messo nel mirino le europee del 2024, vero test per saggiare l’efficacia delle scelte compiute sul partito. Da questo punto di vista, i sommovimenti del Terzo Polo rappresentano un rischio e una opportunità, viene spiegato da un alto dirigente dem. 

Da una parte, infatti, il Partito Democratico può accreditarsi sempre più come unica alternativa alla destra di governo e puntare a piazzarsi alle europee intorno al 25-30 per cento – obiettivo indicato da una fonte di primo piano del Pd – confidando anche nella fine della “luna di miele” dell’esecutivo Meloni con gli italiani. Dall’altra, però, c’è da considerare che dopo le europee andranno al voto alcune regioni importanti come Puglia ed Emilia-Romagna. E lì le alleanze serviranno, eccome. Questo il timing. Sempre che i presidenti uscenti di Puglia ed Emilia-Romagna non vogliano candidarsi a Bruxelles.

Fonte: Agenzia Italia (AGI) – 12 aprile 2023

Il verticalismo inganna sugli effetti di accelerazione a riguardo dell’unità del Centro

Per superare il bi-populismo, basterà mettere insieme le classi dirigenti dei partiti di Centro? A questa domanda, personalmente, risponderò sempre in modo negativo. Basta anteporre il “nuovo” a parole del Novecento? Non credo (la domanda è stata posta in più occasioni da D’Ubaldo).

Il neonato progetto politico “centrale” necessita di un pensiero politico solido e condiviso. Ci vorrà tempo e tanta pazienza, ma i percorsi condivisi dal basso sono sempre a medio-lungo termine. Quello di cui non abbiamo bisogno è l’ennesima operazione verticale, mettere insieme il leader dei liberali, quello dei riformisti e quello dei popolari, ha senso per una competizione elettorale inaspettata, ma per un solido progetto culturale e politico serve altro.

Abbiamo bisogno di trovare il modo, la forma e un nuovo pensiero culturale e politico, per unire le tre culture politiche del “Centro”: il liberalismo, il popolarismo e il riformismo. Un esempio di mediazione, citato da Giuseppe Sangiorgi in un recente dibattito pubblico, è l’articolo 3 della Costituzione: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

In questo mio breve articolo vorrei avanzare una proposta di lavoro condiviso. Avviamo il percorso partendo da cinque parole e da quattro riferimenti ideali:

-Libertà, emancipazione, solidarietà, responsabilità e partecipazione; -Europerismo, Costituzione, persona e ambiente, economia sociale di mercato e dottrina sociale cristiana. 5 concetti e 4 riferimenti da sviluppare e promuovere insieme, all’interno di un nuovo pensiero culturale e politico: l’Umanesimo Civile 5.0.

Definizioni:

Umanesimo (dizionario online) è qualsiasi concezione che riconosce la centralità dell’uomo nella realtà, o che intende rivendicarne i diritti, l’esigenza di libertà e la dignità individuale.

Civile (Oxford Languages and Google) concerne la comunità organizzata, specialmente sul piano dei rapporti tra i membri che la compongono. Rivolto a coltivare o illustrare le virtù che formano il vero cittadino e conquistano o mantengono il buon governo.

5.0 (UniverseIT) e quindi Società 5.0 cerca di bilanciare lo sviluppo economico con la risoluzione di problemi sociali e ambientali. Non si limita al settore manifatturiero, ma affronta sfide sociali più ampie basate sullintegrazione di spazi fisici e virtuali.

Dobbiamo, con umiltà ma tanta determinazione, approfondire e attualizzare il pensiero dell’Umanesimo Civile, rendendolo 5.0. Un pensiero culturale capace di coniugare l’umanesimo cristiano e laico, un metodo di lavoro che sia uno strumento di miglioramento della vita civile, con lo scopo di mettere la propria cultura, i talenti di ognuno e le competenze acquisite, a disposizione della comunità, con la consapevolezza che il saperese non condiviso con gli altri e per il bene comune, può solo soddisfare il proprio ego.

Camminiamo insieme

L’Osservatore Romano | Crociate e Comuni al tempo di Papa Urbano II.

«La conoscenza del passato ha scritto Marc Bloch — è una cosa in evoluzione, che senza posa si trasforma e si perfeziona». Sulla scia di questa affermazione, contenuta nellApologie pour lhistoire, si pone Antonio Musarra, docente di Storia medievale allUniversità di Roma La Sapienza, nel suo recente Urbano II e lItalia delle città. Riforma, crociata e spazi politici alla fine dellXI secolo (Bologna, Il Mulino, 2023, pagine 320, euro 28). Mettendo in dialogo gli studi sulla riforma della Chiesa con le ricerche sul fenomeno crociato e con le indagini sullavvio dellesperienza comunale, il libro riesce a gettare nuova luce sul pontificato di Urbano II (1088-1099), chiarendo così una fase cruciale sia per la storia della Chiesa, sia più in generale per il futuro dellEuropa e dei suoi rapporti con lOriente.

Una delle tesi del libro di Musarra è che linteresse da parte dellOccidente latino per la conquista della costa siro-palestinese non sia riconducibile unicamente a moventi economici, ossia alla volontà di acquisire nuovi mercati e nuovi monopoli in Terrasanta, ma debba essere compreso nel quadro della sperimentazione di forme di autogoverno che si andava compiendo nelle città dellItalia centro-settentrionale alla fine dellXI secolo. Con questo Musarra non intende affatto sostenere che la crociata innescò la nascita dei comuni. In modo più raffinato, lo studioso vorrebbe dimostrare che la crociata anche grazie alla canalizzazione della violenza dei milites verso lesterno svolse un ruolo non trascurabile nel favorire un clima di concordia interno alle realtà urbane e che, viceversa, il tentativo di pacificazione fu un elemento importante per incoraggiare la partenza dei cittadini-pellegriniverso Gerusalemme.

In tal senso, il programma di Urbano II basato sulla difesa della libertas ecclesiae rispetto alle istanze imperiali, sulla riforma del clero e del laicato, così come su una visione universalistica del papato si rivelò decisivo.

Nato tra il 1035 e il 1040 a Châtillon, Eudes aveva frequentato la scuola della cattedrale di Reims retta da Bruno di Colonia, divenendo arcidiacono. Non è chiaro quando entrò a Cluny, ma è documentato che, intorno al 1070, riuscì a raggiungere il grado di priore maggiore, vicario dellabate Ugo di Semur. Lapprendistato cluniacense fu fondamentale nella sua successiva opera di riforma, anche amministrativa, della Chiesa. Il suo trasferimento a Roma si deve far risalire al 1078 o al 1079, quando fu nominato cardinale vescovo di Ostia da Gregorio VII; nel 1085, poi, in un periodo caratterizzato dal conflitto tra papato e impero, divenne legato in Germania. A Quedlinburg, in Sassonia, partecipò a un concilio in cui si condannò Guiberto, arcivescovo di Ravenna, che nel 1080, per volontà di Enrico IV, era stato scelto come papa in funzione anti-gregoriana con il nome di Clemente III. Nel marzo 1088 dopo il breve pontificato di Vittore III, già abate di Montecassino egli stesso fu eletto Papa, assumendo appunto il nome di Urbano. La scelta non fu causale: forse fu compiuta proprio in onore di Gregorio VII, che era morto nel giorno della festa di santUrbano (il 25 maggio 1085) e che laveva indicato come uno dei suoi possibili successori; o forse in ricordo di Urbano I, a cui era in quel tempo attribuita una falsa decretale sulla vita comune del clero.

Dedicandosi con meticolosità alla lettura delle fonti, Musarra ricostruisce i cinque viaggi compiuti da Urbano II nel Meridione tra il 1089 e il 1097, prende in esame il concilio da lui convocato a Piacenza (marzo 1095), quindi quello di Clermont (novembre 1095), noto soprattutto per linvito che il Papa avrebbe rivolto in conclusione dellassise a partecipare a un iter armato ad liberandam ecclesiam Dei Ierusalem. Del discorso papale non rimangono resoconti ufficiali, ma soltanto testimonianze posteriori, che devono essere opportunamente ponderate perché molto orientate in senso ideologico. Ed è soprattutto sullinterpretazione di questo discorso che Musarra si sofferma lungamente, sostenendo che, nellottica urbaniana, in gioco non vi era soltanto la liberazione di Gerusalemme o quella della Chiesa dOriente, ma anche un progetto di restaurazione della cattolicità in Sicilia e nella penisola iberica e di opposizione a Guiberto, e dunque allimpero. Si tratta di un aspetto centrale: la crociata fu usata da Urbano II come occasione per deporre i vescovi fedeli al suo rivale e per sostituirli con figure a lui vicine, che potessero fungere da raccordo tra il centro e le turbolente periferie. La questione della lotta contro il dominio islamicosi intrecciava così al problema dellaffrancamento dalle ingerenze laiche negli affari ecclesiastici.

In breve, lindizione delle crociate, la necessità del rinnovamento della Chiesa e lorigine dei comuni sarebbero processi più legati tra loro di quanto si possa pensare. Solo il dialogo tra indirizzi storiografici diversi consente di cogliere questo nesso e di garantire così quellavanzamento nella conoscenza del passato di cui parlava Marc Bloch.

Fonte: LOsservatore Romano – 12 aprile 2023

(Il testo è qui riproposto per gentile concessione del direttore del quotidiano pubblicato nella Città del Vaticano. Titolo originale: «Urbano II e lItalia delle città» di Antonio Musarra. Strenua difesa della «libertas ecclesiae»).

Dossetti difensore della Costituzione e partigiano del Concilio | Intervista a Luigi Giorgi a cura di Lucio D’Udaldo

Gigi non è un conversatore fluente, di quelli che che ti prendono a braccetto con le parole e ti portano lontano, specie se al centro della chiacchierata possono mettere se stessi. È uomo di scrittura, questo sì; preciso ed essenziale, senza molta retorica; uomo abituato a maneggiare documenti, vecchie carte d’archivio, anche ritagli di giornali scomparsi dalla circolazione. Il suo lavoro, all’Istituto Sturzo, lo porta a indagare innanzi tutto quelle vicende e quei personaggi che hanno segnato il percorso del cattolicesimo politico. C’eravamo incontrati due mesi fa a un convegno nella sede della vecchia Provincia di Roma,  amabilmente ribattezzata Città metropolitana dalla “riforma Delrio”,  e abbiamo provato a discutere durante una pausa dei lavori sul suo ultimo lavoro su Dossetti. In realtà, avevo appena sbirciato le pagine del libro e credevo di poter mettere a segno un’intervista. Invece mi sono ricreduto, ho scelto di prendere tempo e di leggere il testo con attenzione, cercando infine di integrare le parole con lo scritto. Meno spontanea e più meditata, l’intervista non vuole disperdere il carattere di relativa immediatezza.

“Se esiste un protagonista della storia italiana…questo è, senza dubbio, Giuseppe Dossetti”. Il tuo incipit dice già molto del perché hai rivolto nuovamente l’attenzione al leader carismaico di quella sinistra dc cresciuta attorno a lui nell’immediato secondo dopoguerra, dopo che già nel 2005 avevi esaminato il suo contributo alla politica estera italiana.  Dossetti ti affascina.

Non solo me, naturalmente. Dossetti ha lasciato un segno indelebile nella storia della Dc e dell’Italia del secolo scorso e ha dato fino all’ultimo, anche quando dalla scena pubblica mancava da decenni, una testimonianza preziosa del suo attaccamento alla vita civile e politica. Sempre originale, profondo, stimolante: la sua capacità di analisi storica ha accompagnato quella di azione, a volte superandola, senza cancellarne però l’intelligenza di analisi del reale.

Il suo nome è associato a quello di De Gasperi. Hai messo a fuoco la dialettica tra i due, la loro diversità di approccio alla politica. Tuttavia, a scorrere il tuo libro si resta colpiti dalla complessità di sentimenti che non permette di ridurre l’opposizione di Dossetti a questione personale.

De Gasperi faticava a capire Dossetti. Gli sfuggiva la ragione intima – la definisce psicologica – di alcune sue scelte politiche e partitiche. Lo avrebbe voluto al governo, ma non trovò la sua disponibilità. Probabilmente dubitava di poter incidere come avrebbe voluto. Tuttavia, un rapporto così complicato non cancellò il legame fatto di stima e rispetto personale. Alla signora Francesca, moglie di De Gasperi, il 31 dicembre del 1958 scrisse un biglietto per annunciare la sua ordinazione sacerdotale. Usò un’espressione di particolare intensità e delicatezza: “Penso che se il Presidente fosse con noi goderebbe, vedendo così chiarita la mia strada e certo ne goderà dal Paradiso”. Poteva dir di più?

Come mai non ti sei soffermato più di tanto sulla decisione che Dossetti assume negli incontri di agosto e settembre del 1951, nel castello di Rossena, quando comunica la volontà di ritirarsi dalla politica?

È un episodio cruciale nella vita di Dossetti. Se ne è discusso molto, più volte, in varie sedi: è una vicenda troppo nota per essere ulteriormente sviscerata, per altro senza avere elementi aggiuntivi di conoscenza e interpretazione. Che altro dire? Quella scelta rientra nel piano di una vocazione alla vita consacrata che evidentemente matura ed esplode nel periodo di massima esposizione politica. A Rossena si consuma l’idea di un limite intrinseco alla politica e alla Chiesa. Senza una riforma di quest’ultima (il Concilio era ben lungi dall’apparire all’orizzonte) e senza una condizione di agibilità politica per le riforme (la Guerra fredda non autorizzava esperimenti oltre un certo limite di tenuta del sistema), l’azione concepita da Dossetti diventava sempre più complicata. Da qui la rinuncia e la decisione di spostare la sua vicenda dal campo politico, riconoscendo a De Gasperi una continuità costruttiva nella gestione del Paese, verso un più complesso e complessivo spazio di formazione, culturale e storico, e di impegno a favore dei più bisognosi.

La sua “reformatio” svanisce dunque come operazione possibile nel contesto politico degli anni 50. Eppure, su invito del card. Lercaro e poi della Dc, nel 1956 tornerà a impegnarsi nelle elezioni comunali di Bologna.

Lo farà per spirito di obbedienza al card. Lercaro cui riconoscerà una paternità spirituale molto profonda e significativa. Alla Dc chiederà di sottoporre al voto degli iscritti l’indicazione a capolista. In sostanza, inventerà le primarie quando ancora nessuno ne parlava. Perse contro il sindaco uscente, il comunista Dozza, ma fece una campagna elettorale di rara incisività e intelligenza. Il “libro bianco” su Bologna, con il primato assegnato alla partecipazione popolare e l’idea di una riorganizzazione amministrativa basata sul decentramento urbano, formerà un esempio di innovazione democratica. È un metodo nuovo che s’impone, assunto che per Dossetti il metodo è sostanza della politica, ovvero la sua interna forza creativa e propulsiva.

Poi inizia la sua vita religiosa…

Il 6 gennaio 1959 viene ordinato sacerdote. Mi sono soffermato molto su questo aspetto cruciale della sua vicenda terrena…

Anche se, a dispetto di chi ha visto una continuità tra il Dossetti politico e il Dossetti monaco, non hai accennato allipotesi che lesperienza condotta al fianco di Lercaro nei lavori del Concilio lo avesse trasformato in un possibile “papabile”. E nemmeno rimarchi, di conseguenza, l’episodio della mancata successione a Lercaro alla guida della diocesi di Bologna: per questa via, si è detto, l’elezione al soglio poteva essere più che probabile, considerato il prestigio da lui conquistato presso gli ambienti riformatori della Chiesa.

Mi sembra, per quello che è dato sapere, uno scenario che non rientra nella corretta evidenza dell’esame storico. Può darsi che attorno alla sua figura potesse coagularsi un largo consenso negli ambienti più aperti al rinnovamento conciliare. Il card. Suenens, all’epoca riferimento autorevole dell’ala progressista della Chiesa, gli si rivolgerà una volta con una battuta felicemente allusiva: “Ma lei è un partigiano del Concilio”. Certo è che Dossetti non cercava ruoli, coltivando semmai la sua propensione al ritiro e alla meditazione, per essere in grado di capire maggiormente il mondo e andare più in profondità rispetto alle vicende della storia e più vicino alle difficoltà dei poveri. Sta di fatto che si dividerà, dalla “svolta del ‘68” fino tutti agli anni 80, tra Monteveglio e Gerico in Terra Santa, rafforzando la dimensione a lui molto cara del raccoglimento e della preghiera. Sono poco incline a credere che, nel farsi sempre più forte la sua adesione a una prassi di fede non attivistica, lontana perciò dalla contaminazione semi-pelagiana, ci fosse in un angolo riposto della mente l’idea di una chiamata alla guida della barca di Pietro.

Infine, a riprova che l’orizzonte della politica non gli fosse sfuggito nemmeno dopo la scelta propriamente religiosa, ci sono gli anni delle ultime battaglie: a presidio della pace e per il no alla guerra contro l’Iraq, in difesa della Costituzione, contro la “coreografia medicea” rappresentata dal berlusconismo, a sostegno della speranza di uno scatto in avanti dell’Italia, per un nuovo ideale di democrazia…Dunque, Dossetti lascia socchiusa la porta all’impegno politico dei cattolici?

Lo dirà espressamente nell’incontro con la redazione della rivista Baillame, nel 1993: “…nonostante tutto dico: non c’è incompatibilità di principio tra fede e politica. Può accadere che a volte siamo chiamati a fare politica, in una circostanza, in un determinato momento, per un certo breve periodo, episodicamente”. In una fase di emergenza, quando la storia richiede la loro responsabilità, gli uomini di fede hanno il dovere d’impegnarsi. Ciò non toglie che la politica abbia un suo statuto di costante aderenza alla vita associata dell’umanità; che sia pertanto una dimensione nobile o, come ricorda l’insegnamento della Chiesa, una “forma superiore di carità”; che giovi praticarla con serietà e preparazione, senza cedimenti alla demagogia e al populismo, per dirla con le categorie a noi più prossime.

In fondo Dossetti ha un’unica, fondamentale premura, e cioè che l’ansia del fare – e quindi del fare politica – non segni la cancellazione del giusto confine con la fede. In altri termini, e ancora una volta, la sua sollecitazione concerne l’esigenza di purificare i mezzi, oltre che i fini. La politica non deve perdere il carattere della sua laicità.

Luigi Giorgi, Giuseppe Dossetti. La politica come missione”, Carocci, 2023

Troppe regole e troppe norme quando spesso basterebbe il buon senso

Dato che in genere ci si lamenta perchè le cose vanno male viene spontaneo chiedere leggi e norme più severe, senza renderci conto che questa è un’esplicita ammissione di debolezza collettiva: il fatto che sia un’invocazione generalizzata ci rende tutti reciprocamente debitori di giustificazioni e ammende. O mores o tempora, serve sempre un giro di vite su tutto. Eppure di regole e di norme ce ne sono fin troppe: si vede che non sono quelle giuste oppure che sono male applicate.

Personalmente propendo per la seconda ipotesi e non posso che far mio il celebre detto di Dante Alighieri “le leggi son ma chi pon man ad esse?”. La nostra verbosità mediterranea ci porta a discettare sui massimi sistemi, in genere c’è sempre qualcosa da aggiungere e altrettanto da chiarire. Arriva l’ordine e, prima di agire, bisogna aspettare il contrordine. Tra commi, articoli, paragrafi, codici, codicilli, lacci e laccioli siamo impaludati in un mare magnum di previsioni normative, di veti incrociati, di diritti, interessi che favoriscono la proliferazione dei “ma”, dei “se” e dei “distinguo”: “sarebbe così ” ma…bisogna vedere”, “questo mi spetta”, “questo non è compito mio”.

E non parlo solo di legiferazione nazionale o di atti amministrativi, di lentezze processuali o di impantanamenti procedurali: è un fatto di costume che genera l’abito mentale della burocrazia e del pregiudizio, un abdicare continuo alla logica e alla razionalità. A volte perdiamo di vista il “senso” di una norma, il suo scopo finale, il più importante e ci areniamo nell’analisi minuziosa dei dettagli e del suo “articolato”. Basta che uno eccepisca su un aspetto, un passaggio, che evidenzi una possibile lesione di diritti, che invochi l’applicazione letterale di un termine per paralizzare una procedura, per bloccare il funzionamento di un servizio, per rinviare a un futuro chiarimento: “non c’è scritto, quindi non lo faccio” o viceversa “la legge parla chiaro: sono dalla parte della ragione”.

A volte la difficoltà è un’evidenza oggettiva, infatti molta normativa sembra fatta apposta per ingarbugliare le situazioni, altre volte i cavilli abitano nella mente delle persone, c’è poca attitudine alla ragionevolezza, alla mediazione, alla comprensione. Bisognerebbe capire che l’intenzione dell’estensore di una legge, di una norma, di un regolamento (a cominciare ad esempio proprio da quello condominiale che è una “prova generale” che riguarda quasi tutti) è quella di semplificare, chiarire, indicare, suggerire, regolamentare: ma sempre tenendo presente che è richiesto all’interlocutore uno sforzo interpretativo ispirato all’interesse generale e al buon senso comune. Eppure è sotto gli occhi di tutti questa frequente evidenza: che se davvero si vuole concludere una procedura, se si vuole arrivare ad un risultato, trovare una soluzione, risolvere un problema la risposta non ci viene data in modo esaustivo dalla norma che regola quella situazione ma che questo compito lo svolge solo in via generale, perché la parte più importante è affidata alla capacità di lettura e di interpretazione di chi la deve gestire ed applicare.

Allo stesso modo chi, a qualunque titolo, ha compiti di regolamentazione della nostra vita individuale e sociale dovrebbe innanzitutto capire che non è possibile prevedere la gamma infinita delle situazioni e dei comportamenti: sarebbe sufficiente metter mano a poche norme chiare da affidare all’antico ma sempre efficace buon senso comune.

Purtroppo questo auspicio lo condividiamo prevalentemente quando il buon senso ci torna comodo per aggirare l’ostacolo di vincoli limitativi o vessatori, quando ci riguarda personalmente, mentre ne facciamo volentieri a meno e invochiamo la formale e letterale applicazione delle regole ogni qual volta si tratta invece della tutela dei nostri diritti oppure degli obblighi e dei doveri altrui.

Bodrato indica la necessità politica di una Terza Forza

Guido Bodrato, con la consueta intelligenza e lucidità, ha scritto un rapido tweet – anche i leader storici della Dc sono presenti attivamente sulla rete – che merita di essere ripreso per intero. Scrive Bodrato: “Schlein ha cancellato i cattolici democratici dal Pd… Non perdete tempo con chi non vi ama…Saranno gli elettori a pensarci. Chi ha passione per l’identità della Terza Forza dedichi il suo tempo alla guerra culturale già iniziata, per una presenza ‘democratica’! Il resto verrà”. Sin qui il “cinguettio” rapido ma incisivo di Guido Bodrato.

Ora, è noto ai cattolici democratici e popolari del nostro paese che quando parla Guido Bodrato – uno degli ultimi grandi leader e statisti della Democrazia Cristiana – è sempre consigliabile prestare ascolto perchè le sue riflessioni sulla politica, sulla democrazia, sulle istituzioni e sul ruolo dei cattolici nella società italiana sono particolarmente attuali e pertinenti. Certo, quando si parla di “terza forza” si pensa ai grandi snodi storici della politica italiana ed europea. Dal progetto all’inizio del ‘900 intrapreso da Luigi Sturzo che diede vita alla straordinaria presenza politica, culturale e programmatica dei Popolari rispetto – e contro – alle forze liberali e socialiste alla cosiddetta “terza forza” in Francia dopo la seconda guerra mondiale che si opponeva sia al Partito comunista francese che al movimento gollista. Una “terza forza” che governò la Francia dal 1947 al 1951.

Ma, per restare all’attualità italiana, seppur in perenne evoluzione e in rapido cambiamento, è indubbio che una “terza forza” quasi si impone di fronte ad un “bipolarismo selvaggio” che rischia di degenerare in modo sempre più convulso in una deriva riconducibile alla logica degli “opposti estremismi”. Una stagione tristemente nota e conosciuta nel nostro paese. Non a caso, Bodrato ha sempre insistito nella sua lunga e ricca esperienza pubblica per una “politica di centro” utile ed indispensabile per battere la radicalizzazione della lotta politica da un lato e contro l’eccessiva polarizzazione ideologica dall’altro. Una “politica di centro” che non sempre coincide con un partito di centro ma che, sicuramente, è una categoria decisiva per ridare qualità alla democrazia, centralità alla democrazia rappresentativa, valenza all’economia sociale di mercato, difesa delle politiche legate al welfare e allo Stato di diritto e, in ultimo ma non per ordine di importanza, per ridare un giusto ruolo ai partiti e alle rispettive culture politiche.

Insomma, diciamocelo apertamente senza equivoci e retro pensieri. Oggi è necessaria una “terza forza” nello scacchiere politico contemporaneo. Di fronte ad una destra democratica e di governo – ma pur sempre destra – e ad una sinistra con un marcato accento radicale, libertario, estremista e anche massimalista, è del tutto naturale che all’orizzonte si profili una sorta di “terza forza”. Certo, mi pare sia abbastanza evidente che non si tratta di dar vita ad una forza politica che riproponga, seppur in forma aggiornata e contemporanea, l’esperienza del partito liberale o del partito repubblicano o di un partito tardo azionista. Quello sarebbe un partito destinato a giocare un ruolo del tutto periferico e marginale nella geografia politica italiana. E questo perchè una potenziale e possibile “terza forza” non può fare a meno dell’unica cultura politica che storicamente ha saputo qualificare una offerta politica centrista, dinamica, innovativa e profondamente democratica. E cioè, la cultura del cattolicesimo popolare e sociale. Senza quella presenza e quell’approccio qualsiasi operazione politica centrista è destinata a fallire. Come sta puntualmente capitando in queste ultime settimane nella politica italiana sul fronte cosiddetto centrista.

Ecco perchè la riflessione di Bodrato – via tweet – ci interroga e interpella i cattolici democratici e popolari del nostro paese. Perchè l’unica cosa certa è che l’attuale ingessatura politica italiana non può durare a lungo per la semplice ragione che contribuisce ad allontanare i cittadini dalle urne e a ridurre la stessa partecipazione democratica. Tocca a noi, cattolici popolari e sociali, raccogliere adesso la sfida lanciata sul futuro di una ‘terza forza’ nello scenario politico italiano. Ben sapendo che non si tratta solo di una mera operazione politica ma, come scriveva giustamente Guido Bodrato, di una ‘guerra culturale che è già iniziata’. Cioè, per dare sostanza ad un nuovo progetto politico è indispensabile anche e soprattutto mettere in campo una forte attrezzatura culturale, ideale e valoriale.

In arrivo la Medaglia d’oro al merito per la sanità pubblica

Il prossimo 27 aprile al Quirinale il presidente della Repubblica dovrebbe consegnare a tutte le Professioni sanitarie la Medaglia d’oro al merito per la sanità pubblica per l’impegno dimostrato durante la pandemia. Il decreto è alla firma a quanto si apprende.

Il conferimento delle ricompense sanitarie ricordiamo ha luogo con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del Ministro della Salute, sentito il parere della Commissione Centrale Permanente.

 

Il futuro esige la ricostruzione di una presenza democratica e popolare

Quest’anno la Via Crucis, assente purtroppo Papa Francesco per i postumi dovuti al ricovero ospedaliero, ha dato ai fedeli di tutto il mondo il segno di come la Chiesa si pieghi con amore evangelico sulle sofferenze dell’umanità, invitando a guardare in faccia le grandi emergenze dell’oggi: il fattore climatico fuori controllo, il dramma della guerra, la sorte dei migranti, l’emarginazione dei più deboli, le diseguaglianze economiche e sociali. Abbiamo ascoltato testimonianze toccanti, ci siamo ricordati che la Pasqua non si racchiude in formule augurali un po’ scontate. E soprattutto che la gioia e la speranza dei cristiani assegnano alla Festa il valore di un impegno più intenso e generoso, oltre la sfera del privato.

La politica, pur nella sua autonomia, non perde il contatto con la vita. Lo sforzo dei credenti esige una costante distinzione tra la sfera del naturale e la sfera del soprannaturale, ma non fino al punto di contrapporre l’una all’altra. È stata la lezione di Jacques Maritain, di cui quest’anno ricorre il cinquantesimo della scomparsa, quando asseriva appunto la necessità di ‘distinguere per unire’. Questo vale anche ai giorni nostri, sebbene la ‘nuova cristianità’ di cui parlava il filosofo francese abbia smarrito da tempo i suoi connotati più significativi. Viviamo in un’epoca di secolarizzazione accentuata, specialmente in Europa, con la caduta degli indici di partecipazione alla pratica religiosa. L’enorme pervasività della tecnica e della scienza, verso cui si sconta un sentimento d’impotenza, travolge quel concetto di umanesimo che appariva come il ‘bene rifugio’ della cultura progressista di radice cristiana.

Dobbiamo ricostruire i valori fondativi della nostra politica. Ieri, prendendo spunto dalle vicende del Pd, Guido Bodrato l’ha detto con chiarezza. Il suo messaggio, ancorché ridotto a un ‘cinguettio’ sulla rete, suona come un monito per tutti noi: “Schlein ha cancellato i cattolici democratici dal Pd…Non perdete tempo con chi non vi ama…saranno gli elettori a pensarci! Chi ha passione per l’identità della Terza Forza dedichi il suo tempo alla guerra culturale già iniziata, per una presenza ‘democratica’! Il resto verrà”. Sono parole da meditare con grande scrupolo: in effetti vanno oltre la questione del Pd perché toccano alla radice il discorso sul futuro del cattolicesimo democratico. Il cambiamento investe la Chiesa e il mondo, pertanto investe anche le ragioni del nostro impegno politico.

Non ci possiamo adattare a una rimasticatura del passato. C’è un’eredità che va rispettata, senza farne però un uso consolatorio, tanto per scansare la fatica di un pensiero nuovo. È una guerra culturale, quella che si materializza di fronte a noi? Penso che Bodrato colga nel segno e dunque, a questo punto, rompere gli indugi diventi un’esigenza. Non ci sono alternative già pronte o soluzioni prevedibili, sicché la fatica maggiore consiste proprio nel rimettere a nuovo il disegno di un umanesimo confacente alla post-modernità. La politica aperta al futuro ha dentro di sé questa complessa suggestione.

Dibattito | Casini, ovvero la forza dell’evanescenza politica.

Dai Sacri Sepolcri ai sepolcri imbiancati il passo è breve, ma sembra che Pierferdinando Casini ci abbia preso gusto o, forse, vorrebbe sentirsi a casa sua nel Molise.

Dopo Isernia, il presidente della Repubblica mancato si sposta sulla costa adriatica molisana, a Termoli, per presentare il suo libro “C’era una volta la politica. Parla l’ultimo democristiano.”

Ma a Termoli, rispetto ad Isernia, oltre a non essere accolto in pompa magna, la sua presenza è avvertita come fastidiosa da una parte non secondaria di persone che sino al 2006 si erano riconosciute nella linea dell’allora suo Partito: quella UDC finita miseramente a livello nazionale nelle mani di Lorenzo Cesa (catapultato nel Molise alle scorse elezioni politiche della Camera dei deputati) e del meno noto montenerese Teresio Di Pietro rispetto al magistrato di mani pulite (o mani sporche?).

Infatti, se ad Isernia il parlamentare eletto nelle fila del PD (per una vita militante e co-fondatore del centrodestra berlusconiano) soltanto qualche settimana fa è stato ricevuto in pompa magna dai vertici Rai regionali, dallo stesso Lorenzo Cesa e da politici ancora in voga gravitanti in quel che resta dell’UDC, sulla costa la sorte del parlamentare piddino suscita malumori crescenti ed avversione aperta per i suoi comportamenti avuti nel non troppo lontano 2006, quando rifiutò addirittura di ricevere una delegazione dell’UDC proprio di Termoli, ossia la più rappresentativa del Molise in termini di forza elettorale ed ideale.

All’epoca il neo saggista motivò la sua decisione con l’esigenza di quel senso di moralità che a suo giudizio era venuta meno nella cittadina molisana a seguito di alcune vicende giudiziarie (finite poi in una bolla di sapone).

Ad innalzare un profondo malumore nei riguardi di Casini è Nicola Felice, che nel 2006 abbandona l’UDC per dedicarsi totalmente a problemi di carattere sociale attraverso la costituzione del Comitato “San Timoteo” (di cui è presidente) per la difesa del nosocomio termolese e della sanità pubblica molisana. Una posizione assunta da Felice proprio per quella idea di moralità pubblica e privata delle quali il neo acquisto piddino non risulta essere certamente un campione.

Vi è poi tutta una storia politica personale che non si può né cancellare, ma neanche ripudiare per fini prettamente elettorali o, peggio ancora, personali legati all’acquisizione di nuovi posti di potere.

Nella vita, soprattutto in quella politica, occorre essere non soltanto seri, ma soprattutto coerenti. Il trasformismo non appartiene a quei democristiani seri dei quali Casini si sente l’ultimo interprete, anzi l’ultimo rappresentante, perché proprio i democristiani seri sono stati i protagonisti delle varie fasi politiche più importanti: Dossetti, Moro, Zaccagnini, Granelli, Galloni, Tina Anselmi, Leopoldo Elia, Martinazzoli. Cioè democristiani che pur militando nello stesso Partito di Casini erano distanti anni luce dal politico bolognese non soltanto per cultura politica, ma anche per comportamenti politici personali.

Piuttosto, in questa nuova veste di saggista, l’ex leader dell’UDC palesa soltanto la sua evanescenza politica: una sorta di solitudine politica e personale che si ostina a voler accettare, ma che avanza giorno dopo giorno come tutte le cose mortali che hanno un principio ed una fine.

Il binomio cattolici e politica richiede uno sforzo di attualizzazione

Non è semplice nè corretto definire la “coerenza” dei cattolici nell’attuale contesto politico italiano. Innanzitutto perchè il pluralismo politico dei cattolici è un dato storicamente e culturalmente acquisito. E, in secondo luogo, perchè mancando un partito che riconduce la sua azione politica alla ispirazione cristiana, o meglio, alla cultura cattolico popolare e sociale, è di tutta evidenza che nessuno può rivendicare o richiamare in modo esclusivo la benchè minima coerenza nelle concrete scelte politiche dei cattolici italiani.

Certo, assistiamo nella politica italiana ad un susseguirsi così rapido degli avvenimenti che prescindono anche una necessaria ed indispensabile elaborazione politica e progettuale. E gli avvenimenti capitati, frutto della libera scelta degli elettori e non della pianificazione a tavolino di un gruppo di illuminati in questi ultimi mesi, lo confermano in modo persin plateale. È appena il caso di ricordare alcuni di questi tasselli: dalla straripante vittoria della destra democratica e di governo alle elezioni dello scorso 25 settembre alla torsione radicale, libertaria, estremista e massimalista del Partito democratico a guida Elly Schlein; dal sostanziale crollo della scommessa politica ed elettorale del ‘terzo polo’ nella sua versione originaria alla ‘ricomposizione’ politica e organizzativa dell’area cattolico popolare e cattolico sociale del nostro paese; dalla irrilevanza ormai consolidata degli ex popolari all’interno del nuovo corso del Pd alla difficoltà di quest’area a ritagliarsi uno spazio reale e significativo all’interno della destra con un ruolo sempre più marginale della componente centrista in quel campo politico.

Inoltre, la radicalizzazione della politica accompagnata da una sempre più marcata polarizzazione tra la destra e la sinistra non può durare a lungo come una regola normale nel concreto confronto democratico nel nostro paese. Come, del resto, è impensabile che l’area plurale, riformista e di governo riconducibile ad un centro politico dinamico e democratico possa essere ancora escluso a lungo dalle dinamiche concrete della politica italiana.

Certo, si tratta, questo, di un ‘cantiere’ in gestazione che adesso può essere tranquillamente ricostruito non solo perchè esiste uno spazio politico ma anche, e soprattutto, perchè cresce in modo esponenziale l’astensionismo elettorale frutto e conseguenza di una mancata offerta politica, culturale e programmatica. Una assenza costante e progressiva dei cittadini dalle urne che ci porta ad una semplice conclusione: e cioè, settori crescenti, e maggioritari, dell’elettorato non si ritrovano più nella camicia di forza di questo anacronistico “bipolarismo selvaggio”. Un bipolarismo che non rappresenta più la maggioranza dell’elettorato italiano e che, di conseguenza, crea le condizioni per la formazione di un soggetto politico – o meglio di un ‘campo politico’ – che vuole intercettare invece una domanda di politica riformista, non urlata, democratica e portatrice di una vera cultura di governo.

E, forse, proprio all’interno di questo “campo” troverà sempre sempre più spazio e ruolo la cultura cattolico popolare e cattolico sociale che, comunque sia, resta una componente fondamentale per la storia democratica ed istituzionale del nostro paese. Perchè, al di là di stabilire astratte e ridicole coerenze rispetto ai valori e ai principi della tradizione del cattolicesimo popolare e sociale, è indubbio che in un contesto caratterizzato da una sempre più sfacciata radicalizzazione politica e polarizzazione ideologica, il ruolo e la funzione dei cattolici non può che essere estranea ed esterna rispetto a quella degenerazione. Certo, esiste ormai, come ho ricordato poc’anzi, un forte pluralismo politico e culturale dei cattolici italiani. Ma è altrettanto indubbio che è necessario ricostruire una iniziativa politica, un campo politico e un progetto di governo dove il ruolo, la cultura e la sensibilità ideale dei cattolici popolari e sociali italiani possano nuovamente poter declinare un’azione che ormai da troppi anni è ai margini della cittadella politica nostrana. Per non parlare della concreta azione che può svolgere una classe dirigente che oggi è presente nella periferia del nostro paese ma che stenta ad affermarsi a livello nazionale per l’assenza di uno strumento organizzativo di rappresentanza politica, culturale e programmatica.

Per questi semplici motivi, i cattolici che guardano al centro non può essere il titolo di un auspicio astratto e velleitario ma, forse, una concreta possibilità per ridare cittadinanza ad una nobile tradizione di pensiero e, al contempo, per riqualificare la qualità della democrazia italiana.

La novità di quel mattino di Pasqua

In questi giorni, che sono di riflessione per tutti, ho riletto qualche pagina de La scienza come professione, soffermandomi sul passaggio in cui Max Weber considera debolezza “non riuscire a guardare negli occhi il destino del proprio tempo” e mi sono sorpreso a pensare se Aldo Moro, quando ammoniva tutti “a vivere il tempo che ci è dato, con tutte le sue difficoltà”, avesse presente alla mente quelle pagine dell’economista e sociologo tedesco.
Forse sì, e in ogni caso resta interessante la consonanza delle due riflessioni.
Mi chiedo a quale fonte ricorrere per motivare le due esortazioni (una implicita, l’altra esplicita).

La fonte è proprio la novità di quel mattino di Pasqua in una sperduta terra dell’impero di allora: quando tutto sembra finire nella tristezza e nella rassegnazione, è un nuovo inizio quello che ci attende, in cui il principio speranza si raccorda con il principio responsabilità.
Noi siamo da anni abituati a utilizzare, come una delle chiavi per comprendere tanti profili del nostro tempo, quella della transizione, al cui proposito vale sempre la chiosa, ironica e profonda, di Hans Jonas, per cui “tutto è transizione, alla luce del dopo”. Non sarà che la vera “transizione”, il vero passaggio, stia proprio nella Pasqua di Resurrezione?

Se è così, dirci “buona Pasqua” è qualche cosa di più e di diverso da una buona abitudine sociale: è l’impegno a ricominciare sempre e comunque, nonostante le difficoltà e
il destino del proprio tempo.

Inedito – Pasqua con Martini: la storia necessita di un “correttivo di misericordia”.

È già  ormai da quasi un secolo che si celebra questa festa di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo. Questo tema è quanto mai attuale, anche se sembrerebbe il contrario, perché i re oggi sono quasi scomparsi dalla faccia della terra. E tuttavia c’è sempre sulla terra chi governa, chi comanda, chi ha il potere. E spesso chi ha il potere non è colui che è il titolare ufficiale del potere, del governo, anche se lo è certamente in parte. Ma in una realtà  ormai globalizzata, mondializzata vi sono più grandi poteri che reggono il mondo. Ne menziono almeno tre, tra i tanti possibili.

Anzitutto il potere economico che regge gran parte dell’universo, in particolare, nel mondo occidentale il libero mercato, la competizione globale con tutte le sue conseguenze, positive e negative. Nessun governo può sottrarsi a questo potere che è quello che, in realtà, modella il nostro stile di vita.

Ma ci sono anche altri poteri che governano il mondo, in particolare alcune nazioni. Ci sono luoghi, situazioni del mondo in cui il primato è la sicurezza dello stato, una ragione di stato che non guarda in faccia a nessuno. Altri luoghi di questo mondo il cui il potere è detenuto da una cultura rispetto ad altre, da una razza rispetto ad altre.

È’ dunque valida la mappa dei poteri, la mappa delle sovranità. Queste sovranità pervadono e qualificano spesso in maniera negativa la vita della gente. Ed è proprio in questo sfondo che la Chiesa ci fa celebrare la festa di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo. Re dell’Universo non perché la Sua sovranità  sia concorrente con questi poteri, ma perché è alternativa, è altra, è di altro genere.

E così ce la descrivono le tre letture che abbiamo ascoltato in questa Eucaristia. La prima lettura dal libro del profeta Ezechiele descrive la regalità  di Dio sul mondo come quella di un pastore che non pasce se stesso ma che prende cura del suo gregge. Così Dio si prende cura di noi, non cerca il proprio tornaconto, il proprio vantaggio, ma se ci chiede qualcosa è per il nostro bene e tutto opera perché noi siamo felici, perché arriviamo alla pienezza della nostra realizzazione profonda. Questa è la regalità di Dio e di Cristo. E ancora, l’altra caratteristica di questa regalità  è espressa nella terza lettura, dal Vangelo secondo San Matteo. Gesù è un re che si identifica con i più deboli, con i più poveri, con i più sofferenti, con i più abbandonati. Gesù si identifica con le vittime del terrorismo ma anche con le vittime della prepotenza, si identifica con tutti coloro che sono in qualche maniera privi del necessario, bisognosi di aiuto, di accoglienza, di sostegno. E di qui nasce tutta la vita caritativa della Chiesa, di qui nasce l’imperativo che ci invita a vedere il volto di Cristo nel volto di chi ci sta accanto. Ecco la regalità  di Gesù: Gesù Re si nasconde dietro il volto delle persone deboli, malate, sofferenti, oppresse, incarcerate, sole, disperate. E chiede il nostro aiuto, la nostra attenzione.

E allora c’è una terza caratteristica della regalità  di Gesù che ci viene espressa dalla seconda lettura, dalla Lettera di San Paolo ai Corinzi. Gesù è quel re che vince la morte, che supera il tempo, che non ci lascia guardare soltanto agli orizzonti di questa vita, dopo i quali non ci sarebbe altro che la tomba, ma ci fa vedere anche nella tomba il segno di una vita che continua, di una vita che raggiunge la sua pienezza, nel mistero dell’amore del Padre. Dio è, dunque, il pastore che si prende cura di noi, che ci chiede di lasciarci amare. Dio è il re che si identifica con i più deboli e ci chiede di riconoscerLo nel volto dei fratelli. Questo Re e Signore che vince la morte e supera il tempo e ci permette di sperare.

Celebriamo, dunque, in questa Eucaristia, la regalità  di Gesù, che è quella che non si contrappone necessariamente per far concorrenza agli altri poteri umani, ma introduce nella storia quel correttivo misericordioso che permette alla storia di non andare verso la rovina totale, ma aiuta gli uomini e le donne, e soprattutto i responsabili delle nazioni, a prendersi a cuore il futuro dell’umanità . Anche per questo dobbiamo pregare, perché il Signore doni ai responsabili delle nazioni, soprattutto ai responsabili della pace, pensieri e gesti di pace. Ma il Signore è soprattutto colui che vince la morte e supera il tempo. E a Lui ci affidiamo e affidiamo i nostri cari per il tempo e per l’eternità

Fedeltà alla pace, riflessione per una buona Pasqua.

Nel mondo ci sono 59 conflitti armati, alcuni dei quali molto gravi, come l’invasione russa in Ucraina. Sono un dramma continuo. E lo sono anche perché se dovessimo ipotizzare cosa ci lascia in eredità il Novecento, forse non sarebbe remoto affermare come l’eredità più positiva consegnataci nei suoi anni finali sia la forte attenzione alla pace. Il XX secolo, il secolo breve, il secolo dei nazionalismi e dei totalitarismi termina con la nascita di un movimento mondiale per la pace, che parte dagli anni Sessanta e arriva alle reti new global degli anni Novanta: un secolo di grandi rivolgimenti così come di grandi idealità, di grandi figure e movimenti che, di fronte alla minaccia nucleare o di qualche forma più o meno velata di imperialismo, si difendono con la non violenza.

Anche la Chiesa cattolica dà un contributo essenziale alla cultura della pace, dal magistero di Giovanni XXIII alle Giornate mondiali istituite da Paolo VI. Tutto concorre a spiegare che la pace – per i cristiani – non è una semplice assenza di guerre ma un patto fondato nella verità, nella giustizia, nell’amore, nella libertà. Forse a tutti noi basterà ricordare il Salmo 85, dove si afferma che “giustizia e pace si baceranno”: un binomio indissolubile.

Anche rileggendo Emmanuel Mounier ci pare di cogliere lo stesso spunto: la pace non è una cosa fantastica o idealistica, ma è presenza, fatica, impegno che non chiude gli occhi sul male, sul conflitto. D’altra parte per non essere astratti bisogna essere concreti, vedere la realtà. La pace non è un  un ordine esteriore, estraneo alla vita personale di coloro che unisce, e neppure una migrazione all’interno del proprio io o del proprio mondo. La forza esiste e plasma le istituzioni, il diritto, le relazioni. È nostro compito allentare a poco a poco, dall’interno, questa servitù della forza – scrive Mounier – inserendovi progressivamente una giustizia limitativa grossolana, poi una giustizia di reciprocità e infine la dismisura e la sovrabbondanza della carità, della legge dell’amore. Dunque la pace non è una tattica ma una strategia, è lenta. Ogni passaggio in avanti è come una pasqua: come una resurrezione.

La società civile può fare molto, dall’affermare un’economia rispettosa della persona e del bene comune a forme di comunità fondate sull’amicizia civile fino a creare forme di diplomazia popolare, di collegamenti con le comunità presenti nelle nazioni. Anche la società politica può fare moltissimo, a partire da un’attenzione riformista verso le grandi alleanze internazionali: l’Unione europea e l’Onu hanno tutte bisogno di riforma. La politica estera è essenziale per definire ogni politica, anche quella locale. Serve un riformismo internazionale fondato sul rispetto dei popoli e del diritto: la cultura della pace iniziata negli anni Sessanta si sposa bene con un’idea di riformismo internazionale. Serve un’intelligente etica dell’intenzione coniugata a a un’etica della responsabilità: verrebbe da dire, intenzione e responsabilità si baceranno. Le cose stanno cambiando, molto velocemente: le idee politiche si stanno trasformando. Scegliamo un cammino di riformismo ispirato all’unità, alla composizione delle differenze. Con pazienza e sguardo lungo.

Pasqua è anche sorpresa, è anche credere all’impossibile. Si esce dal cenacolo, si attraversa un dramma, si soffre, si va a visitare una tomba: ma senza escludere la possibilità di trovare un sepolcro vuoto e sapere che qualcosa è risorto.

Elly Schlein cambia il profilo del Partito democratico

Finalmente la neo segretaria del Partito democratico, Elly Schlein, ha presentato la sua squadra di ‘governo’ del partito. Una squadra giovane, anche esterna al partito, preparata e che sicuramente è caratterizzata da una voglia di fare e da una grande passione ideale. Detto questo, però, è sul versante politico e culturale che si può e si deve valutare la qualità e la consistenza di un gruppo dirigente. Anche se, come ovvio e scontato, sarà la concreta iniziativa politica che darà la risposta a questa domanda. Ma, come da copione, il neo gruppo dirigente del Partito democratico non poteva non rispondere al profilo netto, trasparente ed inequivocabile impresso dalla Schlein sin dall’inizio della sua segreteria. E quindi un partito con una chiara e netta identità: radicale e libertaria sotto il versante valoriale e culturale ed estremista e massimalista su quello politico e progettuale. Nulla a che vedere, quindi, con la prima esperienza del Partito democratico che vedeva nella convergenza tra la cultura cattolico popolare e sociale con la tradizione post comunista, socialista e liberal democratica la ragion d’essere di quel progetto politico, culturale e di governo. Oggi, anche per lo scorrere del tempo e il naturale e fisiologico cambiamento delle stagioni storiche, il quadro politico è radicalmente cambiato e, di conseguenza, ne risente anche il profilo e l’identità del nuovo Partito democratico. E, per tornare alla squadra di governo del partito annunciata dalla segretaria Schlein, riflette appunto il cambiamento profondo della sua identità post primarie.

Certo, e senza alcuna polemica pretestuosa o pregiudiziale, di fronte a queste nomine – peraltro scontate e anche coerenti con il nuovo profilo del partito – sarà sempre più curioso ascoltare le motivazioni politico e culturali che spingono i cattolici popolari rimasti in quel partito a cercare le ragioni della profonda convergenza ideale con il “nuovo corso” interpretato dalla Schlein e dal suo gruppo dirigente. Dal ‘cattolico professionista’ Delrio a tutti coloro che avevano solennemente annunciato che senza un “cambiamento profondo” del modo d’essere del partito era a rischio la stessa presenza degli ex popolari all’interno del Pd. Ora, dopo la composizione della segreteria del partito e la radicale assenza, com’era del resto facilmente prevedibile, di esponenti riconducibili all’esperienza cattolico popolare e sociale, occorrerà trovare altre motivazioni che spiegano le ragioni profonde dell’adesione al progetto politico e culturale della Schlein.

E, alla luce anche di queste peraltro scontate considerazioni, si rende sempre più necessaria la costruzione di un soggetto politico dove la presenza culturale, ideale e squisitamente politica dei cattolici popolari e sociali sia incisiva, visibile e determinante. E questo spazio politico non può che essere “al centro” e per un “centro dinamico, riformista, democratico, di governo e plurale”. Con il rispetto dovuto, come ovvio, per tutti quei cattolici popolari che vengono ‘gentilmente ospitati” in partiti che ormai hanno un’altra ragione sociale, un’altra identità culturale e un’altra prospettiva politica.

L’ Autonomia differenziata può danneggiare anche il sistema produttivo del Nord

Ora si chiama ‘autonomia differenziata’ delle Regioni. Una volta si chiamava ‘federalismo’ e poi ‘devolution’. Definizioni diverse legate esclusivamente alle tattiche adottate dalla Lega in funzione dei cambiamenti nei rapporti di forza tra le forze politiche degli ultimi 30 anni. Pensando a questo lungo periodo riaffiorano immagini ingiallite e parole d’ordine superate: secessione, repubblica del Nord, rivolta fiscale, folklore dei raduni del Monviso con l’acqua del Po nell’ampolla e quelli di Pontida con partecipanti agghindati da celti, dichiarazione d’indipendenza della Padania, ricorso alle armi, autodeterminazione di un popolo, giudizi negativi sui meridionali, ecc. Dal punto di vista esclusivamente statutario, la ‘Lega per Salvini premier’ (nata nel 2018), è un movimento politico che “vuole la trasformazione dello Stato italiano in un moderno Stato federale”, a differenza della ‘Lega Nord’ (che continua ad esistere) che vuole come in passato “il conseguimento dell’indipendenza della Padania attraverso metodi democratici e il suo riconoscimento internazionale quale Repubblica Federale indipendente e sovrana”. Chi ritiene che la Repubblica debba essere una e indivisibile (articolo 8 della Costituzione) può ritenere sincera questa conversione leghista dal secessionismo al sovranismo? La risposta è nel ddl sull’autonomia differenziata a trazione leghista approvato recentemente nel Consiglio dei Ministri. Risponde positivamente alle richieste di maggiore autonomia già presentate da Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna e consente a tutte le altre Regioni di mettersi in coda per avere ancora altre competenze. Le materie oggetto di potenziale trasferimento dallo Stato sono: istruzione, sanità, strade, autostrade, porti, aeroporti, ferrovie, ambiente, beni culturali, governo del territorio, lavoro, previdenza integrativa e demanio statale. Di fatto lo Stato sarebbe svuotato. Secondo Calderoli “l’autonomia differenziata è una riforma necessaria per rinnovare e modernizzare l’Italia, nel segno dell’efficienza, dello sviluppo e della responsabilità. L’Italia è un treno che può correre se ci sono Regioni che fanno da traino e altre che aumentano la propria velocità, in una prospettiva di coesione…”. Dichiarazione generica e un po’ equivoca, coerente con le richieste del Veneto e della Lombardia che durante la campagna referendaria per avere più autonomia, hanno chiesto di trattenere sul proprio territorio quello che resta dei tributi versati allo Stato ma non utilizzati per finanziare servizi e investimenti forniti nella singola regione. “Lavoriamo insieme – ha aggiunto il Ministro – a Regioni ed Enti locali con l’obiettivo di far crescere tutto il Paese e ridurre i divari territoriali”. Obiettivo condivisibile, ma in che modo? La risposta è contenuta nell’art. 8 (clausole finanziarie) del ddl Calderoli: “Dall’applicazione della presente legge e di ciascuna intesa non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”. Equivale a dire che le diseguaglianze tra Nord e Sud si perpetueranno, che lo Stato sta decidendo di abbandonare l’obiettivo di un paese unito in cui il divario strutturale va combattuto e sanato. In sostanza sta emergendo la rottura dei principi fondamentali di eguaglianza e solidarietà su cui si fonda lo Stato italiano. I danni che l’autonomia differenziata alle Regioni provocherà al Sud sono evidenti. Non può essere ignorata la diffusa preoccupazione per la disgregazione del sistema scolastico e del servizio sanitario nazionale in netto contrasto con la Costituzione che richiede “la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, prescindendo dai confini territoriali dei governi locali” (articolo 120). Inoltre, siamo sicuri che questo progetto non desti preoccupazione anche al sistema produttivo delle regioni più ricche? I timori non sono pochi. Un sistema di regioni con competenze differenziate, e quindi con un ulteriore potere autonomo di decidere procedure amministrative, aumenterà sicuramente la burocrazia pubblica, fonte del giusto lamento degli imprenditori che già oggi sono costretti a seguire, ad esempio, procedure autorizzative diverse se operano in una Regione o in un’altra. L’Italia ha giustamente l’ambizione di essere la piattaforma logistica dell’Europa verso il Mediterraneo e l’Africa. Se le competenze dello Stato in materia di logistica e porti passeranno alle regioni è probabile che nasca una competizione tra di loro che creerà veti, prevalenza di visioni localistiche e non lungimiranti e tempi più lunghi per assumere decisioni. Alcuni presidenti delle Regioni del Nord sono spesso convinti che ottenendo nuove competenze statali in materia di infrastrutture e di politiche industriali, ambientali ed energetiche diventeranno interlocutori con l’Europa, riuscendo ad ottenere più risultati del governo nazionale. E’ evidente che questa è un’illusione. Queste preoccupazioni sono confermate dalle osservazioni della Confindustria. Come sostiene il presidente Carlo Bonomi “Serve attenzione sui settori strategici del Paese, come le reti di trasporto. Si può pensare di ridurli a micro gestioni o bisogna, ed è la linea della Confindustria, tenere la gestione a livello nazionale”. Concordo con il prof. Viesti (Università di Bari) quando, chiedendosi se la Città di Milano con l’autonomia differenziata della Lombardia sarà più forte in Europa, risponde che sarà più debole perché farebbe parte di uno stato con poche competenze e quindi ‘ridicolo’ quando dovrà confrontarsi con gli altri stati europei. D’altronde con quale autorevolezza la Presidente Meloni potrà discutere con gli altri capi di governo europei ad esempio del ‘Piano Mattei’ se le competenze in materia energetica non saranno più dello Stato ma frammentate tra le diverse regioni?

Antonio Saitta è stato Presidente della Provincia di Torino e Assessore alla Sanità della Regione Piemonte.

L’ Osservatore Romano | Gesù non fugge e capovolge il mondo

La morte/risurrezione è un atto unico, il salto che spalanca l’orizzonte, travalica il tempo. Lo svettamento attraverso cui l’amore puro irrompe nella storia schiudendone i limiti. Cristo testimonia che l’amore è più forte della morte: «Sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte» (1 Giovanni 3,14). Lo strazio della croce porta sulla scena del mondo l’orrore da cui l’umanità rifugge, tutta la violenza occulta che grava sulla storia. Dà rappresentazione alla discesa agli inferi, all’aprirsi di un varco in quello stato chiuso alla luce in cui la coscienza si identifica con l’inganno della morte. Gli inferi costituiscono l’accumulo di emozioni nefaste che si agitano nel sotterraneo delle anime. Retroscena che non riguarda solo il tempo cronologico, ma anche quel tempo fermo che non scorre più e che non è l’eterno. Tempo doloroso che non si esaurisce quando il tempo donato è terminato, ma resta prigioniero dell’orrore che porta con sé e che non può in alcun modo consegnare per la determinazione accanita di una volontà che non vuole vedere.  Cristo vede e patisce tutto quello che vede. La croce rompe il muro, porta alla luce quello che si nasconde, mette a nudo il volto orribile dell’amore quando si trasforma in odio. Lo converte accogliendone la virulenza. Permette all’odio di conoscersi, di potersi guardare. L’odio cerca chi non lo teme per lasciarsi guardare. Solo chi non lo teme non si sottomette al suo falso potere. Non sottomettendosi lo depotenzia, lo smaschera, lo fa retrocedere. Il giusto crocifisso, che sembra sconfitto, vince la morte non sottostando al suo inganno. Gesù è stabile nella verità. Non fugge. Questo suo restare capovolge il mondo. Diviene il cardine della svolta salvifica. Stando, rompe la catena della maledizione che imprigiona la storia. Accettare la croce è percepire la forza salvifica di quel cardine irremovibile che fa conoscere insieme vita e morte come atto unico. Fa vivere il mistero della risurrezione qui e ora nella vita incarnata. Fa attraversare il buio rimanendo fedeli alla luce. La risurrezione non si identifica con le apparizioni di Gesù, queste però ratificano il dischiudersi della coscienza in coloro che lo amano. Lui è sempre lo stesso, come dimostra la trasfigurazione che precede la morte, cambia la potenzialità del vedere di coloro che lo amano. La risurrezione è una realtà dinamica sempre in atto che irradia amore puro, risveglia la coscienza alla prospettiva della vita eterna. «Se c’è un corpo animale, vi è anche un corpo spirituale, poiché sta scritto che il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente, ma l’ultimo Adamo divenne spirito datore di vita» ( 1 Corinzi 15, 44-45). L’evoluzione che spinge verso Cristo, quindi tutto l’itinerario della storia, culmina in quel passaggio che è la Pasqua. Non agisce sulla massa, come  le dottrine o le ideologie, per omologare. Trasforma dall’interno. Il contatto con l’amore puro, che è lo Spirito Santo, purifica, trasfigura. La risurrezione della carne equivale a quel processo di purificazione della struttura psicofisica che opera lo Spirito e che lentamente fa sorgere dal corpo carnale (psichico), un corpo spirituale. Richiede l’attraversamento della passione dal di dentro l’abbraccio dell’amore. Il grande passaggio può avvenire solo nell’ora in cui tutto è maturo, già pronto nell’invisibile per rendersi visibile nella vita incarnata. La risurrezione rivela la dimensione più evoluta della coscienza, il livello in cui tutte le informazioni potenzialmente presenti nell’energia sono acquisite. L’energia nello stato della risurrezione irradia amore puro. Ma c’è un pericolo che incombe. La risurrezione sta a Cristo, come la manipolazione e l’uso irresponsabile dell’energia nucleare sta all’Anticristo. L’umanità è a un bivio. Gesù è la risurrezione, ha la struttura psico-fisica idonea ad agire le più sottili potenzialità creatrici, opera miracoli, cose meravigliose. L’Anticristo usurpa queste potenzialità, se ne appropria in modo irresponsabile per le sue macchinazioni distruttrici. Risurrezione della carne (sarx) è uno stato dell’energia che la risurrezione di Cristo fa entrare nella creazione come suo stato permanente. «È necessario che questo corpo corruttibile si vesta di incorruttibilità e questo corpo mortale si vesta di immortalità» ( 1 Corinzi 15, 53). C’è un aprirsi di soglie, un espandersi di onde, che investe la coscienza. La risurrezione esprime l’ultima soglia, il cerchio di massima espansione che s’irradia dal nucleo più profondo. In quanto stato superiore essa non impedisce di ritornare a uno stato inferiore. Gesù si manifesta con il suo corpo risorto riprendendo le coordinate spaziotemporali. La continuità degli stati permette l’acquisizione permanente della memoria di ogni passaggio. Così nell’umanità rimangono impressi tutti gli stati dell’evoluzione che vanno a comporre il compimento. «Egli si mostrò ad essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, apparendo loro per quaranta giorni e parlando del regno di Dio» (Atti 1, 3). La risurrezione amplifica il fluire dell’amore. Chi ama Gesù partecipa l’esperienza della risurrezione attraverso il canale dell’amore. L’anima più è accesa d’amore puro, più ne partecipa, s’avvicina alla soglia che spalanca il nuovo stato. Cristo chiama ognuno per nome: «Maria!» (Giovanni 20, 16). L’anima accesa nell’amore è conosciuta in quanto acconsente di farsi amare e l’amore essendole intimo, non può più separarsi da lei. La risurrezione è accessibile attraverso l’amore. Se rimaniamo nell’amore, l’amore ci conforma sempre più intimamente a se stesso. «Non mi trattenere!» costituisce l’invito a entrare nello stato più luminoso dell’amore. Un amore non più legato al finito, possessivo, ma un amore infinito, capace di amare al di là dei limiti spaziotemporali, di creare corpo fra tutti i viventi.

Fonte: L’Osservatore Romano – 8 aprile 2023

[Articolo qui riproposto per gentile concessione della direzione del quotidiano edito nella Città del Vaticano]

Una veste per la Via Crucis

Ad un certo punto, non si sa bene quando, gli occhi la tradirono. La luce si stancò di racchiudersi nelle sue pupille, ingabbiata in orbite troppo piccole per mettersi comoda e pensò di abbandonare il campo. Non fu di colpo che accadde tutto questo. Dapprima incominciò a vedere in modo leggermente sfocato, poi via via la vista peggiorò fin quando il buio non mise termine allo strazio dell’ostinato tentativo di resistere alla cecità ormai imminente. Lei non era tipa di arrendersi e in apparenza non andò in escandescenze. Appena si chiusero per sempre le tende dal mondo, continuò a fare il suo lavoro. C’è chi giurerebbe che da quel giorno le sue mani fecero un salto di qualità insospettato. Dall’essere solo una delle diverse artigiane del posto, divenne poi la sarta più famosa della regione. Si sparse voce che avesse qualcosa di prodigioso nel fare il suo mestiere. La chiamarono la “Maga” e c’era chi giurasse senza esitazioni che fosse capace di parlare con i tessuti così da cullarli, facendone distendere le fibre, fino a quel momento irrigidite dal timore di essere tranciate da una forbice impassibile alle richieste di pietà. Lei era dunque così abile, da costruire tuniche, risparmiando al minimo i tagli per la loro confezione. Erano pezzi unici, un solo tessuto che non aveva cuciture ad assemblare più parti.  Ogni madre desidera qualcosa di speciale per un figlio. Si sarebbe trattato di mettere qualche soldo da parte, ma nulla che potesse far saltare il bilancio familiare. Maria andò da lei con l’entusiasmo di chi vorrebbe subito dare il regalo e gioirne per gli effetti. Invece dovette trattenersi, come ormai si era allenata da tempo a mettere la museruola alla speranza che tutto potesse volgere al meglio, contrariamente al dolore per quanto le avevano spifferato tanti anni prima senza nessuna creanza e senza che lei avesse chiesto alcun anticipo sul futuro. Il tempo volle che Maria e la “Maga” entrarono in buona confidenza. Si diffuse parola che Gesù facesse miracoli addirittura restituendo la vista ai ciechi. Ciò non influì sulla relazione tra le due donne. Maria non sbandierò i prodigi del figlio, tenendoli semmai in disparte. Amava Gesù per ciò che era e non per ciò che compiva di straordinario, che poteva solo confondere le acque sul giudizio che ne aveva. La Maga, a sua volta, era ritrosa nel parlare con tristezza della sua cecità, che invece per qualche verso le aveva portato considerazioni e riconoscimenti sconosciuti al tempo del sole che le faceva piegare gli occhi quando la puntava dritto per dritto nello sguardo. Ritrovare la vista avrebbe potuto compromettere la maestria acquisita nel maneggiare le stoffe e non le dispiaceva la fama che la circondava di saper fare tutto questo malgrado i suoi occhi fossero spenti. Finalmente Maria non ebbe più indugi e le commissionò espressamente la tunica migliore per suo figlio che aveva preso a muoversi da un villaggio all’altro a predicare circa il regno di Dio e cose altre del genere. La frenesia di dare lezioni a quanti lo seguivano gli faceva trascurare quelle piccole cose materiali che a lei, da madre giudiziosa, invece non sfuggivano. Alla fine la Maga non accettò di farsi pagare facendo omaggio della sua arte a Maria raccomandandole di portare a suo figlio le sue benedizioni ed anche di riceverne altrettante. Maria aveva la difficoltà che hanno tutti i genitori nel trovare il tempo giusto per avere un po’ di tempo da scambiare con i propri figli. Non era facile indovinare il momento giusto per avere un po’ di intimità e per dare quel dono a cui tanto teneva. Dopo tanto peregrinare si stava per fare l’ingresso a Gerusalemme, una tappa tanto attesa quanto temuta. Fino ad allora non erano mancati i consensi di una folla che si faceva di volta in volta più nutrita. Quel Gesù faceva correre la sua voce in giro per ogni parte anche quando stava zitto. Di lui se ne diceva per ogni dove un gran bene ma Gerusalemme era la sfida vera da affrontare. La provincia è sempre più generosa nei commenti, più indulgente e credulona verso chi si dicesse maestro di qualcosa. La città con la sua malizia e la sua perizia avrebbe smascherato eventuali raggiri e messo in mostra la vera consistenza di chi si dicesse ispirato da Dio.  Il giorno prima dell’ingresso in città, Maria fece appena in tempo a tirare in disparte il suo Gesù per dargli il regalo che ormai le bruciava in mano. Ne avvertì una grande soddisfazione. Ebbe persino il tempo di dire della sua frequentazione con la Maga, delle reciproche raccomandazioni che si erano fatte e del pregio di un capo privo di ogni minima cucitura. Gesù non stette tanto a pensarci sopra e l’indossò subito, ringraziando Maria raggiante per l’amore che il figlio le dimostrava in un forte abbraccio. Non lo disse in parole, ma stringerla a sé era un sottinteso che aveva più forza di ogni altra espressione. Con quella veste, sarebbe stato come se la pelle e le carezze della madre ora, ancor più, sarebbero sempre state su di lui senza mai abbandonarlo, accompagnandone ogni suo tutto. Nessuno mai avrebbe potuto separare il pensiero del figlio da quello della madre, nessuno mai avrebbe potuto dividerli, nessuno mai avrebbe potuto stracciare la stoffa del loro amore, forgiata con sapienza divina. L’ingresso in città fu a cavallo di un asino che era in una stalla e prelevato dagli apostoli. Quando un uomo ne rivendicò la proprietà gli fu opposto che serviva a Gesù e quello si arrese al destino non muovendo più opposizione. Si diceva che fosse il Messia e che facesse miracoli, meglio non sfidarlo, scaramanticamente, rischiando qualche forma di maledizione. La veste di Gesù era bianca, la più piccola imperfezione sarebbe venuta alla luce. Pilato liberò Barabba e spogliato Gesù lo fece frustare allo stremo. Ad un certo punto la fecero finita perché non c’era assai poco ancora da scarnare ed anche per tenerlo ancora in piedi per la crocifissione. Per terra, in un angolo, il suo panno era rannicchiato, inizialmente preservato dal quadro dell’orrore. Dovette conoscere l’onta della sostituzione, essere soppiantato da un manto rosso che richiamava la porpora delle vesti regali. Ne occorrevano di molluschi da spremere per tirar fuori quel colore che così bene era sfoggiato dalle persone di rango! Quello messo su Gesù era solo uno straccio, una volgare imitazione, quel tanto che bastava per prenderlo in giro mentre sul capo portava una corona di spine e nella mano una canna a fare da scettro. Può darsi fosse una forma di pietà verso i presenti. Quel rosso avrebbe in parte coperto il sangue che ne macchiava il tessuto, acquietandone le coscienze e il compiacimento. Può darsi invece che fosse il modo per mettere in concorrenza il colore rosso con se stesso, quello del sangue con la tinta del cencio, che non vedeva l’ora di togliersi di mezzo e non avere più nulla a che fare con le piaghe che doveva coprire. La presa in giro non durò molto. Giusto il tempo per scatenare l’eccitazione dei presenti che già rimandavano ad uno spettacolo ancor più avvincente. I soldati passarono alla seconda fase del programma. Spogliarono di nuovo Gesù e decisero che non era riguardoso fargli portare la croce sulla via del Calvario nudo come un verme. Non era una delicatezza verso il condannato.  Quel pullulare di sfregi sulla sua schiena potevano confondere gli occhi degli spettatori, mettendo in mostra la perdita del filo logico di una tortura che si era scatenata alla rinfusa, colpendo ovunque capitasse. Forse si sarebbero saziati già a quella vista e non si sarebbero spinti fin sotto al posto dove inchiodarlo ad un legno. Dunque gli rimposero la sua veste perché
potesse assaporare il ritorno ad una pace che era fino a poche ore prima del suo arresto. Fu l’ultima cosa terrena e amica che lo toccò prima della fine. Gli sarebbe stato assai più penoso quando sulla croce l’avrebbe per sempre abbandonata. Il bianco non fece in tempo ad accogliere quel corpo già moribondo che si inzaccherò come non mai di sangue, impiastrandosi di rigagnoli rossi e di trame disordinate, come cercassero una via di fuga qualsiasi pur di non stare lì. La veste si era fatta pesante come una corazza ma tutto conservava. Ciò che quel povero corpo cedeva dalle ferite, la veste raccoglieva senza che nulla andasse sprecato. Nulla si sarebbe perso della sua santità e del suo strazio. Agiva da incubatrice, un’ultima protezione prima della morte. Tanto fu quell’abbraccio, che la veste sembrò appiccicarsi sopra Gesù esausto, tenendolo in piedi per come poteva. Era lei a sostenerlo ed a tamponare le piaghe che non smettevano di eruttare liquidi di ogni genere confondendo sangue e acqua, brandelli di pelle, poltiglie di vene e schegge di ossa in una unica miscela.  Dove il tessuto trovasse tutta quella forza non è dato saperlo. Per quanto fosse sporco non aveva alcuna lacerazione e copriva il corpo in modo che non potesse avvilirsi e vedere in alcun modo la goduria dei suoi accusatori e del popolo che gli andava appresso, ma neanche la pena dei giusti che soffrivano per la sua fine. La veste era ricca di compassione e non cedeva di un passo. Non tentò la fuga e non si distaccò di un centimetro dalla carne che proteggeva con indicibile accanimento. Non si ritrasse e non si incrostò, indurendo il suo cuore indifferente al supplizio. Sembrava avesse una impossibile forza d’animo, il segno che la Maga sapesse il fatto suo ed avesse lavorato con scrupolo presagendo il futuro. Non era finita. C’era ancora un cammino da fare. In certi casi la morte uno se la deve guadagnare. Fu un sentiero ricco di soste che tendevano a spezzare la precipitazione dell’evento. Tra l’una e l’altra tappa, la possibilità di riprendere un fiato fatto ormai di solo sangue, una pausa che consentisse almeno di capire a che punto si fosse della strada. Tutto attorno un gran schiamazzare di gente. Chi disgustato dalla scena, altri in pieno orgasmo per la violenza in corso. Le urla di questi e quelli si confondevano in un unico vociare, stordendo ancor di più la veste che di bianco aveva mantenuto assai poco e che tendeva essa ora ad aggrapparsi al corpo, implorandolo di portarla via dal supplizio. Finalmente si arrivò sulla cima della salita del Calvario. Le esecuzioni si fanno fuori dalla città, non per riserbo ma per fare in modo che anche i viandanti di altre parti possano durante il percorso godersi lo spettacolo. Non mancava la gente. Ce n’era più del previsto. Difficile sottrarsi alla curiosità di vedere come muore un Dio od un uomo che crede di esserlo. Forse avrebbe urlato più di altri con voce possente del cielo o avrebbe trattenuto i lamenti all’inverosimile, gonfiando di muti spasimi le nuvole ferme sul posto, che si torcevano senza più ricomporsi insieme al loro Creatore. La veste era sfinita come Gesù che pietosamente l’aveva pietosamente fatta cadere ai suoi piedi, liberandola dall’ultimo destino. Era lì a terra accartocciata nella polvere sollevata dai piedi dei soldati, impegnati ad inchiodare quello che restava del suo Gesù ad una croce. Quindi se la giocarono a dadi come si fa come a chi per primo, nel turno, spetti andare con una prostituta. Morto Gesù, la contesa perse immediatamente di interesse e nessuno ne rivendicò la vincita. La veste altro non potette vedere. Qualcuno alla fine la raccolse, chiudendole gli occhi, e la strinse forte tra delle braccia, intanto che delle lacrime la bagnavano, levando l’arsura insopportabile che aveva seccato ogni suo filo. Le braccia parevano improvvisamente strizzarla e nel contempo interrogarla, soffocandola, come le chiedessero di restituire ad una madre il suo Gesù, integro come l’aveva conosciuto. Del Figlio, su di una croce di legni, troppo in alto per essere abbracciato, non le restava che quella stoffa tempestata di dolore a cui aggiungeva il suo di donna.  Quando lo tirarono giù, per schiodarne il corpo, subito agendo da maniscalchi, non le fu chiesto di tornare in campo. Rimase raggrinzita, costretta a Maria che non se ne separava un istante. Cosparsero Gesù di oli e profumi come si usava fare, rimettendo in sesto il cadavere per come possibile. Lo accolsero in un lenzuolo e portato nel luogo dei morti. Alla sua resurrezione, Pietro e Giovanni all’interno del sepolcro, videro il lenzuolo che avvolgeva la testa di Gesù ben piegato di tutto punto e per terra le bende della morte da cui si era sciolto, tornando a vedere per l‘eternità. Da un’altra parte, distante da lì, una veste non rimpiangeva il trattamento che le era stato invece riservato. Era serrata per sempre a Maria, questo le bastò. Dalla Palestina è’ tutto.

La vita nella Pasqua si mostra più forte della morte

Card. Carlo Maria Martini

Mentre il Natale suscita istintivamente limmagine di chi si slancia con gioia (e anche pieno di salute) nella vita, la Pasqua è collegata a rappresentazioni più complesse.

È la vicenda di una vita passata attraverso la sofferenza e la morte, di unesistenza ridonata a chi laveva perduta. Perciò, se il Natale suscita un poin tutte le latitudini (anche presso i non cristiani e i non credenti) unatmosfera di letizia e quasi di spensierata gaiezza, la Pasqua rimane un mistero più nascosto e difficile.

Ma tutta la nostra esistenza, al di là di una facile retorica, si gioca prevalentemente sul terreno delloscuro e del difficile. Penso soprattutto, in questo momento, ai malati, a coloro che soffrono sotto il peso di diagnosi infauste, a coloro che non sanno a chi comunicare la loro angoscia, e anche a tutti quelli per cui vale il detto antico, icastico e quasi intraducibile, senectus ipsa morbus, «la vecchiaia è per sua natura una malattia».

Penso insomma a tutti coloro che sentono nella carne, nella psiche o nello spirito lo stigma della debolezza e della fragilità umana: essi sono probabilmente la maggioranza degli uomini e delle donne di questo mondo. Per questo vorrei che la Pasqua fosse sentita soprattutto come un invito alla speranza anche per i sofferenti, per le persone anziane, per tutti coloro che sono curvi sotto i pesi della vita, per tutti gli esclusi dai circuiti della cultura predominante, che è (ingannevolmente) quella dello «star bene» come principio assoluto.

Per leggere il testo integrale

https://www.avvenire.it/agora/pagine/il-senso-della-pasqua-per-chi-non-crede_201104151051267800000

L’Africa diventa centrale per i Brics. Lo è anche per l’Italia?

Giuseppe Davicino

Il 4 e 5 aprile scorsi la provincia sudafricana di Mpumalanga che in lingua Zulu significa “il luogo dove sorge il Sole”, ha ospitato il primo Brics roadshow della presidenza annuale del Sud Africa in vista del XV Vertice dei Brics che si terrà dal 22 al 24 agosto prossimo a Johannesburg sul tema: BRICS e Africa: Partenariato per una crescita mutuamente accelerata, uno sviluppo sostenibile e un multilateralismo inclusivo. Si tratta del primo di una serie di eventi che coinvolgeranno diverse province dellimmenso territorio del Sud Africa, grande quattro volte lItalia, nei quali il Paese africano presenta alle delegazioni degli altri Paesi Brics delle opportunità commerciali e di investimento, che spaziano dallo sviluppo delle infrastrutture, allagricoltura, alle miniere, allenergia, al turismo.

Come si vede, i Brics accanto alla diplomazia di vertice, hanno saputo radicarsi nel tessuto sociale, economico e culturale dei popoli che li compongono. Nel 2023, complice anche la presidenza annuale di turno del Sud Africa, liniziativa dei Brics ha il suo punto focale proprio sullAfrica.

Un continente del quale in Europa si parla più per il fenomeno dellimmigrazione che per le sue enormi potenzialità di futuro legate alla demografia, allaffrancamento dai legami post-coloniali, allenergia e ai materiali rari di cui è ricchissima, al suo crescente ruolo nello scacchiere internazionale. La sfida per lItalia, e per lEuropa, consiste nel mettersi sulla stessa lunghezza donda dei popoli africani per poter essere competitiva e cooperativa con la strategia dei Brics per questo continente e, più in generale, saper ascoltare e interpretare politicamente nel nostro sistema di alleanze occidentali, le istanze di riforma dei meccanismi di governance internazionale che provengono dal Coordinamento dei Brics e da una rilevante fascia di Paesi che hanno manifestato la volontà di aderire a questa organizzazione internazionale, come i mediterranei Turchia, Egitto e Algeria e altri come Iran, Arabia Saudita, Indonesia, Argentina.

I Brics rappresentano oggi il 42% della popolazione mondiale, il 30% della superficie mondiale, il 23% del pil e il 18% del commercio mondiale. Nati nel 2009 come BRIC, Brasile, Russia, India e Cina, lanno successivo fu ammesso il Sudafrica. E da allora, come ha evidenziato il prof.Marco Ricceri, Coordinatore del Laboratorio BRICS dellEurispes, alla conferenza internazionale su La crescita dellAsiatenutasi a Le Havre nel febbraio scorso, non ha conosciuto soste la volontà di cooperazione interna ed esterna di questi Paesi in una logica di reciproco vantaggio, win-win, e di rispetto delle profonde diversità intercorrenti fra i Paesi membri. Una cooperazione interna che sembra aver ricevuto unaccelerazione anche dallaccentuarsi dellinstabilità internazionale e dai conflitti armati in corso, che hanno contribuito a intaccare il clima di fiducia sia nellambito delle relazioni internazionali che in quello economico. Ciò ha dato una spinta ulteriore ai progetti dei Brics in ambito finanziario e monetario, dopo che avevano già costituito nel 2014 la loro Nuova Banca di Sviluppo, a fronte di un processo di de-dollarizzazione delle transazioni internazionali che sembra essere inarrestabile. Al fondo, e al di là dei contrasti in corso, nella comunità internazionale si impone con urgenza la questione della modifica dellordine globale per renderlo più rappresentativo della mutata realtà demografica, economica, politica del XXI secolo. Un processo di riforma che sembra avere nellAfrica il suo principale banco di prova.

LItalia sia per gli storici legami con lAfrica Settentrionale, sia per uno stile, quello di Enrico Mattei, improntato alla giustizia e alla pari dignità nelle relazioni con i Paesi africani, adottato sin dalla seconda metà del secolo scorso, può esercitare un prezioso ruolo di ponte e di incontro tra le nuove istanze di giustizia, di sviluppo e di ruolo internazionale dellAfrica e le diverse strategie sviluppate dai Brics e dallOccidente verso quel continente. Sapendo che ne va non solo del futuro dellAfrica ma anche del futuro e dello sviluppo dellItalia e dellEuropa.

Capitan Meloni e la navigazione tra procelle e approdi incerti.

Elisabetta Campus

Avevamo lasciato la regina Cleopatra alias capitan Meloni allinizio di febbraio quando aveva preso il largo nel mare, con la barca armata da Cesare in persona, certa del buon risultato che i futuri approdi le avrebbero dato: le elezioni nel Lazio e nella Lombardia e a seguire il PNRR da portare a casa (la terza elargizione che per dimensioni sembra proprio un ricco bottino, se non fosse che lo devi restituire).

I primi due approdi nella Lombardia e nel Lazio hanno registrato poca partecipazione al passaggio della nave. Si sono visti i soliti plaudenti ed entusiasti fan al passaggio di Cleopatra, festeggiata come si deve dai suoi, ma senza alcun volto nuovo da conquistare o cuore da infrangere. Una possibile delusione per chi come lei fa un punto donore dellessere piacevole ed accattivante per la plebe (gioca sulla simpatia e sulla spontaneità meglio di molti del suo equipaggio, ma non sempre riesce a celare il coccodrillo del Nilo feroce e spietato che è in lei). La maggioranza del Paese è rimasta indifferente al suo sbarcare sulla costa per un saluto e un breve rifornimento; non che si sia girato dallaltra parte ma sostanzialmente è rimasto chino sulle proprie occupazioni quotidiane e distaccato alle promesse di un avvenire radioso.

Verrebbe più da pensare alla solitudine del capo, male che porta anche sovente alla depressione dello stesso, se non fosse che la solitudine è vista dalla regina come una certezza sul suo valore in confronto alla eterogeneità dellequipaggio (molte anime, molte teste calde) su cui fatica non poco a governare.  È il risultato perverso di aver imbarcato un equipaggio troppo assortito e con esperienze di navigazione molto diverse, e avere ununica bandiera non ha portato finora ad una unità nelle scelte del governo della nave.

Il terzo approdo, quello nel quale il bottino si sarebbe dovuto concretizzare in una pioggia di sesterzi (garantiti da Cesare in persona), al contrario si rivela una trappola paludosa. Le certe per garantire il bottino/prestito non vanno bene, sono troppe e caotiche. Gli ufficiali in plancia lavorano le carte ciascuno per proprio conto e il risultato è aver dato al capitano una serie di rotoli di carta improponibili e irrealizzabili. Il bottino si allontana. Bisognerà fare un taglio, qualcuno dellequipaggio sarà scontento. Ma anche a terra serpeggia il malumore dei sostenitori. Ci avevano creduto in molti sulla possibilità di portare a casa tutti quei sesterzi per mettere a posto progetti fermi da ventanni e più…la delusione sarà un problema per Cleopatra, abituata al consenso e al contrasto ma non allamarezza di un sogno infranto.

La piccola sosta per il rifornimento di piccole scorte in cambusa, nel Friuli Venezia Giulia, ha mostrato che lindifferenza alla fatica del governo di Cleopatra è diffusa più di quanto si pensasse. Sembra che lintero impero si stia dedicando solo alla quotidianità (come sbarcare il lunario) della famiglia e del lavoro e che della gestione del governo del Paese non si occupi proprio. Alla solitudine della navigazione si aggiunge quella dellapprodo vuoto come poche volte si è visto. Pochi sparuti in spiaggia ad agitare bandiere e festoni.

Ha ripreso il mare aperto ma oltre la linea dell’orizzonte si addensano nubi nere di venti impetuosi (le procelle tanto temute), venti di guerra ai quali non è affatto pronta. Vuoi perché la sua ascesa è tutta nel Paese natio ed è poco avvezza a ragionare in termini da impero allargato, vuoi pure che peso e carisma in quei consessi non si conquistano facilmente. Sarà il caso di ragionare ad imbarcare qualche valido timoniere perché alle procelle non potrà sfuggire. Ahi noi.

La Voce del Popolo | Welfare territoriale. Per uscire dalla povertà non può bastare un sussidio.

Roberto Rossini

Sei governi hanno prodotto cinque diverse misure di contrasto alla povertà. Il Sia (sostegno per linclusione attiva), il Rei (reddito di inclusione), il RdC (reddito di cittadinanza), il Rem (reddito di emergenza) e ora la Mia (misura di inclusione attiva). Non sono tutte uguali: non hanno tutte la stessa genesi, non tutte la stessa dotazione finanziaria e infatti gli esiti sono differenti.

In realtà non sarebbe difficile fare tesoro di tutti questi precedenti per disegnare la miglior misura possibile sostenibile: quella stabile, duratura. C’è anche una questione di metodo: molte organizzazioni della società civile si sono impegnate per studiare il miglior provvedimento possibile e renderlo universale ed efficace: citiamo ad esempio la Caritas e lAlleanza contro la povertà. Aprirsi a queste realtà significherebbe disporre di un patrimonio di competenze, di conoscenze, di esperienze particolarmente utili al Governo.

La misura che sarà promossa sembra essere una versione ridotta del Reddito di cittadinanza. Si riduce il requisito Isee da 9.360 euro annuali a 7.200 per accedere alla misura; si riduce lentità del sussidio mediamente del 25%; si ampliano le possibilità di accesso per gli stranieri; si distinguono gli occupabilidai non occupabiliin modo meccanico a seconda della presenza di minori, persone con disabilità od over-60. La riduzione del sussidio a una media mensile di 375 euro è molto più bassa della media precedente: ma come la precedente non si avvicina alla soglia che, per lIstat, distingue la povertà assoluta dalla povertà relativa.

Insomma meglio per gli stranieri che per gli italiani, ma lontani da ciò che veramente servirebbe, ossia una misura capace di offrire un reddito minimo reale, una misura flessibile. Il punto, infatti, è accompagnare i poveri nelle differenti traiettorie di vita sia con un sussidio adeguato alla vita vera sia con un welfare territoriale capace di intervenire nel modo giusto, integrando il sociale col sanitario, il previdenziale con leducativo, il lavorativo col tema della casa.

Non dobbiamo infatti dimenticare che per uscire dalla povertà non basta un sussidio peraltro insufficiente, secondo le bozze che girano perché più importanti sono i servizi di welfare territoriale, che consentono alla persona di essere seguita per fuoriuscire dai percorsi di povertà. Tocca alla politica esprimere una forte volontà di intervento perché è difficile che questa spinta provenga dai poveri. La povertà è una cartina di tornasole dellaltruismo politico.

Fonte: La Voce del Popolo – 6 aprile 2023

[Testo qui riproposto per gentile concessione del settimanale della Diocesi di Brescia]

Renzi per fare il riformatore può fare a meno del Riformista

 

Giuseppe Fioroni

Mi sono sforzato di apprezzare il gesto di Renzi, ma non ci sono riuscito. Forse farà crescere a breve le quotazioni de Il Riformista, per un certo trascinamento pubblicitario indotto dalla notizia. Tuttavia, lidea che un politico si metta a fare il direttore di un giornale, intrecciando le logiche di due mestieriche si specchiano e si confrontano, non mi pare convincente. Io non lascio ma raddoppio, ha detto  Renzi. Per poi aggiungere in conferenza stampa: Continuerò a fare il mio lavoro da parlamentare ma ci metto sopra il carico di unesperienza, per tentare di fare unoperazione che serve al Paese.

Ecco, questo carico appare a dir poco un sovraccarico, poiché produce confusione. La stampa è il luogo in cui si misura il rapporto tra pubblica opinione e politica, la distinzione è dunque necessaria per garantire lautonomia di entrambi questi mondi. Non è solo una questione di galateo.

Si dirà che abbiamo avuto esempi di bravi giornalisti passati alla politica. Spadolini dal Corriere della Sera arrivò a Palazzo Chigi passando per lincarico di segretario del Partito repubblicano. Ebbene, si è trattato in effetti di un passaggio da un ruolo a un altro, non di una commistione luno e laltro. Ora Renzi, allopposto, si proclama libero di calzare due cappelli immaginando, per giunta, di rendere un servizio al Paese.

Se penso alla perturbazioneche determina la consolidata prassi televisiva per la quale la politica (nazionale e internazionale) appartiene nel talk show ai giornalisti, annebbiando così le figure di parlamentari e uomini di governo, spesso chiamati a far da materassinei botta e risposta più burrascosi; ecco, se penso a questo spettacolo così poco entusiasmante, allora considero ancor più infelice la soluzione di giocare da politico e Renzi è certamente politico autorevole anche la partita di giornalista.

In ogni casoauguro buon lavoro.

Fonte: Tempi Nuovi-Piattafofma Popolare– 5 aprile 2023 – titolo originale: Non mi convince minimamente la scelta di Renzi come direttore di giornale.

La destra trionfa in Friuli ma il Pd resiste a Udine grazie all’accordo con il Terzo Polo

 

Luca Bedoni

Il voto nel Friuli-Venezia Giulia, alla prova del cosiddettoeffetto Schleinha tradito le aspettative di molti. A seguito della due giorni e permettetemi di dire che la doppia giornata di voto sfortunatamente non ha alleviato il crescente fenomeno dellastensionismo, che si attesta al 54,73% degli aventi diritto, smentendo la teoria di quelli che due giorni è meglio di uno” – viene riconsacrato il leghista Fedriga.

Lanalisi piu seria da fare non è però nelle percentuali di voto dei Presidenti (Fedriga passa dal 57,09% al 64,24%, mentre il candidato PD Moretuzzo incassa il 28,37% a fronte del 26,84% del suo predecessore Bolzonello), bensì nei voti assoluti dei due contendenti, se paragonati alla precedente sfida.

Se Fedriga, in uno schema di coalizione similare al 2018,con il solito triumvirato Lega-FdI-FI, e nonostante lastensione rampante, passa dai 307.118 voti del 2018 ai 314.824 del 2023, c’è da rilevare che Moretuzzo, sostenuto da uno schema di coalizione che vedeva la sinistra, il PD e pentastellati uniti, porta a casa un risultato a dir poco imbarazzante.

Imbarazzante perché, se si guarda alle elezioni dei 5 anni precedenti, una differenza strutturale esiste. Nel 2018 infatti, il PD presentava il candidato Bolzonello in risposta oltre che a Fedriga al grillino Morgera. Alla chiusura delle urne questultimo incassava 62.775 preferenze (11,67%), a fronte delle 144.361 (26,84%) del candidato PD. Considerando dunque che il più recente schema del 2023 vedeva uniti PD e M5S nella figura di Moretuzzo, i due partiti unitiperdono, a distanza di cinque anni, allincirca 68.000 preferenze.

Pertanto, se un fisiologico calo del centro-destra poteva rientrare nella previsioni, è invece lalleanza PDM5S aregistrare, oltre lattesa della vigilia, un forte spostamento di consensi verso il Presidente uscente, ora riconfermato.

Una giustificazione potrebbe riportare alleffetto trinante di FdI come motore del Governo, ma lo scostamento tra le politiche del 2022 (26,01%) e le regionali odierne (18,1%)negano decisamente tale ipotesi. Dunque il partito della Meloni perde l8% (che però si sposta in larga parte sulla Lega friulana, per un sistema di vasi comunicanti che elettoralmente funziona da sempre nel centrodestra).

Moretuzzo perde per lesistenza di un inespugnabile nord produttivoa trazione leghista? Non è proprio così, se appena sosserva ciò che è accaduto su un altro piano in regione. Udine, elezioni comunali del 2-3 Aprile 2023: luscente Fontanini, anchegli leghista e anchegli sostenuto da una coalizione di centrodestra, è sfidato dal candidato grillino Marchiol e dallingegner De Toni. Questultimo, presenta una schema che assieme al PD vede, oltre allalleanza Verdi e sinistra, la presenza di Azione/Italia Viva. Il risultato è sorprendente: De Toni sfiora il 40% e Fontanini, fermo al 46,2%, vede andare in pezzi il sogno della riconferma al primo turno.

Molti possono essere i motivi legati a questa mancata vittoria del centrodestra ad Udine. Va detto però che, se si osserva Azione/Iv a livello regionale, si scopre che il più grande risultato della compagine di Calenda e Renzi viene registrato proprio a Udine dove, con il 4,5% (rispetto al più modesto 2,75% ottenuto da Maran nella competizione regionale).

Unendo dunque tutti i puntini, la preziosa consolazione per la Schlein è dunque il risultato di Udine che però stride con il modello di alleanze intorno a cui Elly si muove. Udinerispecchia le potenzialità di un centrosinistra riformista che non insegue inutilmente il Movimento 5 stelle. E nel contempo lalleanza con il Terzo Polo fornisce segnali di speranza, riuscendo a raccogliere le spinte di un elettorato che sfugge ormai al controllo del PD. Non a caso Udine svetta in Friuli per numero di imprese (41,6%), in particolare nel settore del commercio e dei servizi, con una crescente presenza di Start-up (104 al 2020).  

Questo folto tessuto produttivo, in teoria riconducibile al perimentro di consenso della Lega, si presta iuxta modumal dialogo con larea riformista. Di questo bisogna far tesoro per reinventareun programma di centrosinistra allaltezza delle nuove aspettative della società. Orbene, al saluto dincoraggiamento per limpegno di De Toni al ballottaggio, deve seguire un invito alla Schlein affinché tragga insegnamento dalla esperienza friulana. Non si vince, insomma, senza mostrare capacità di ascolto di unarea sociale ed elettorale che sfugge sostanzialmente alla dialettica tra destra e sinistra. E qui si addensano domande e suggestioni che lapproccio della politica a una dimensione”  – tutta diritti e radicalità – finisce per ignorare o addirittura mortificare, determinando perciò lesaurimento della carica propulsiva e insieme aggregativa del Pd. Anche i sondaggi rilevano nelle ultime ore il blocco o persino larretramento del cosiddetto effetto Schlein. Vuo dire che qualcosa di serio compromette, come si evince delle vicende del Friuli, il percorso del nuovoPd.

Ora può veramente partire il cantiere del Centro

 

Giorgio Merlo

Il risultato emerso dalle urne – prima alle politiche e poi alle regionali del Lazio e Lombardia e recentemente nel Friuli – conferma, in modo persino plateale, che adesso può ripartire seriamente un nuovo e rinnovato cantiere del centro. Attenzione, anche se si dovesse affermare lo spazio politico del centro – e ci sono tutte le condizioni perchè ciò accada – il bipolarismo selvaggioche si è rafforzato dopo la vittoria della destra democratica e di governo alle elezioni del settembre scorso e il ritorno di una sinistra radicale ed estremista con laffermazione della Schlein alle primarie del Pd, non cessa di esistere e di resistere nella cittadella politica italiana. Anzi, purtroppo è diventata una costante ed è rafforzata dal circo mediatico che sulle sponde opposte quotidianamente lo incita e lo alimenta.

Ma, per tornare ad un Centro dinamico, innovativo e di governo, ci sono al momento due condizioni che adesso si impongono.

La prima è che chi oggi si colloca al centro non è più autosufficiente. Se lex terzo polo, così com’è attualmente configurato, è ormai ridotto ad una sorta di semplice e banale riedizione del partito liberaleo partito repubblicanoe la stessa esperienza di Forza Italia per motivazioni ormai del tutto comprensibili e che prescindono dalla concreta dialettica politica volge lentamente ma irreversibilmente al capolinea, il cantiere del nuovo Centro va realmente ricostruito. Senza pregiudiziali ideologiche e politiche nei confronti di nessuno. Nè dei partiti nè delle rispettive culture politiche. Semplicemente, adesso siamo ai nastri di partenza e, come recitava la miglior tradizione democratico cristiana, chi ha più filo da tessere tesserà. Detto in altre parole, la cosiddetta politica di centro, che era e resta storicamente lessenza della qualità della democrazia nel nostro paese, va ridefinita e ricostruita radicalmente.

E, secondo aspetto, è di tutta evidenza che la politica di centroe il nuovo cantiere del centro, possono essere affrontati e ricostruiti solo se la cultura e la miglior tradizione popolare e cattolico sociale ritornano protagonisti. Non per civetteria, per un richiamo nostalgico o per presunzione o arroganza culturale. Ma per la semplice ragione che senza la cultura politica dei cattolici popolari e sociali ogni ipotesi di un nuovo, moderno e rinnovato centro non può ridecollare. Ma questo obiettivo si può realmente centrare solo se questo movimento politico e culturale popolare si presenta unito e coeso rispetto ai nuovi appuntamenti. Se, al contrario, dovesse consolidarsi una ridicola e persin grottesca frammentazione politica ed organizzativa di questarea, non solo si contribuirebbe a rafforzare la deriva del bipolarismo selvaggionel nostro paese ma si rafforzerebbe, al contempo, quella radicalizzazione della lotta politica che non giova nè al consolidamento della nostra democrazia e nè, tantomeno, alla credibilità delle nostre istituzioni democratiche.

Ecco perché è giunto il momento di sciogliere definitivamente tutti i nodi. Di fronte ad una destra di governo, ma con punte di estremismo politico ed ideologico e ad una sinistra ormai stabilmente radicale e massimalista, il centro non può non ritornare. Ma ritorna solo con un progetto chiaro e definito e sospinto da una cultura politica altrettanto credibile e contemporanea. E questa cultura va sotto il nome di popolarismo di ispirazione cristiana. Senza altezzosità culturale ma con la consapevolezza che solo con il ritorno delle culture politiche è possibile fare decollare anche una nuova prospettiva politica e un altrettanto credibile progetto di governo. La stagione della sola personalizzazione e del solo leaderismo deve, adesso, cedere il passo alla politica e al pensiero politico.

Quando. Tra ricordi e nostalgia il senso veltroniano dell’esistenza.

 

Gabriele Papini

Scena Uno. Roma, 13 giugno 1984. In una piazza San Giovanni gremita (oltre un milione di persone) Giovanni assiste commosso ai funerali di Enrico Berlinguer. Giovane militante comunista (18 anni), la maturità classica alle porte e come si dice tutta la vita davanti. A un certo punto lasta di uno striscione gli cade in testa, Giovanni perde i sensi ed entra in coma.

Scena Due. Roma, autunno 2015. In una stanza buia dospedale, Giovanni (Neri Marcoré) apre gli occhi. Ad assisterlo è suor Giulia (Valeria Solarino) che lo accompagna nella lenta riabilitazione e nel graduale ritorno alla vita.

Giovanni deve affrontare non solo il delicato passaggio nelletà adulta, ma anche la trasformazione di un Paese in cui tutto, nel frattempo, è cambiato. Il Pci non esiste più (al posto della storica libreria Rinascita oggi c’è un supermercato), è caduto il muro di Berlino, non c’è più lUrss, Silvio Berlusconi (quello delle televisioni) è diventato presidente del Milan e poi addirittura presidente del Consiglio. Tutti i suoi cantautori preferiti (da Lucio Dalla a Pino Daniele) sono passati a miglior vita. Del suo film preferito (Non ci resta che piangere) è rimasto il solo Benigni.

Funziona lidea centrale del film di un ragazzo (imprigionato nel corpo di un cinquantenne) che deve imparare da capo a muovere i suoi passi in una dimensione nuova, aliena, senza più i punti di riferimento di un tempo (la lira, il televisore a valvole, ecc). Funziona anche perché, attraverso la messa in scena di un viaggio nel tempo sui generis, fa leva sulleffetto nostalgia, su quel come eravamotanto caro a una certa generazione, per scorgere dei lampi sullItalia dei primi anni80.

Loperazione cinematografica del regista Veltroni è fin troppo chiara: il risveglio di Giovanni è un pretesto, una metafora sulla condizione universale attuale (non solo italiana), che ha perso per strada i punti di riferimento. Ci sono i rimpianti per un tempo ideologico, forse più “giusto, senzaltro distante da una latente superficialità del presente. Affiora anche il rammarico per il senso di comunità smarrito: le bandiere rosse, le sezioni, lUnità. «Le ideologie erano sbagliate dice Giovanni ma le intenzioni erano giuste» (affermazione non scontata e spunto per un possibile dibattito mediatico: chissà cosa ne pensa Elly Schlein).

Quando è un film che parla anche di pause. Pause dalla storia, pause dalla realtà, pause da sé stessi e pause dalla vita. Un titolo che è un avverbio ma anche una congiunzione, indica un tempo astratto ma anche concreto. Il mooddel film (perfetto per una prima serata televisiva), alterna leggerezza e rimpianto, sorriso e dramma, per restituire con genuinità lo sguardo ora smarrito, ora incantato, di un ragazzo che si riaffaccia sul mondo. Il senso veltronianodellesistenza.

La domanda di centro esiste oltre le elezioni friulane

Giuseppe Davicino

Le ultime elezioni regionali friulane hanno confermato delle tendenze già note, con le quali tuttavia forse non si è ancora fatto i conti in modo adeguato.

La prima conferma riguarda l’alta astensione dentro la quale purtroppo non è difficile ravvisare un messaggio di sfiducia verso l’interno sistema politico, ormai considerato da una fetta rilevante di elettori quasi come un passacarte di decisioni cruciali per la vita dei cittadini, che vengono prese per lo più al di fuori e al di sopra di un controllo democratico. La seconda conferma è quella sui rapporti di forza all’interno del corpo elettorale che ha esercitato il diritto-dovere del voto: il centro destra continua a prevalere largamente sulla sinistra. Il Partito Democratico, si dice, non ha beneficiato dell’effetto Schlein. Ma, a ben vedere, ci si potrebbe domandare quale avrebbe mai dovuto essere un tale effetto, considerando che la nuova segretaria del Pd ha vinto le primarie più ricompattando la vecchia sinistra ideologica che presentando un progetto per Paese. In terzo luogo si conferma la debolezza del cosiddetto terzo polo, in mancanza di una forza politica più definita nel suo profilo culturale, programmatico e organizzativo, capace di andare oltre le due attuali, rappresentate da Renzi e Calenda.

In particolare credo che si debba fare i conti con questa terza conferma, dei limiti delle proposte riconducibili al centro proprio in una fase in cui, almeno in teoria, lo spazio politico del centro risulta molto ampio e assai poco presidiato dai partiti esistenti. Come uscire da questa impasse? Chi, come i Popolari, non si rassegna al fatto che circa la metà dei cittadini non partecipi più alle elezioni e non si rassegna a un bipolarismo delle ali estreme Meloni-Schlein, credo debba tentare di dare una risposta.Partendo, a mio avviso, dal chiedersi se il centro che si pensa di costruire, corrisponda del tutto a quello di cui avvertono la necessità molti singoli cittadini e mondi vitali.

Da dove ripartire, dunque? Innanzitutto, direi, da due parole chiave: formazione e pluralismo. La gran parte dei partiti, come pure degli altri corpi intermedi, pare aver rinunciato a esercitare il  controllo diretto su una formazione degli iscritti, dei giovani, dei propri quadri, lasciandoli in balia del supermercato delle idee e delle mode costituito dai media e dalla rete, dove si afferma la visione di chi ha più mezzi per fare propaganda. Il centro che intendono costruire i Popolari dovrà essere percepibile per lo spessore della sua proposta, capace di innescare dei concreti processi di formazione non solo tra gli addetti ai lavori ma principalmente nei territori e nei vari ambienti sociali.

L’altro modo per avvicinare l’idea di centro che abbiamo con quella richiesta nel Paese reale, credo consista nel contribuire a superare in modo mite, pertinente e costruttivo ma determinato, i limiti di un dibattito pubblico che, sulle note questioni che tengono banco nella nostra epoca , tende a estromettere il confronto dei differenti punti di vista. Ciò innesca dei meccanismi che allontanano i cittadini dalla politica, creano sfiducia e sconcerto tra la gente. Nel dibattito relativo ai grandi cambiamenti in corso, riguardanti la sfera geopolitica, l’ambiente e la rivoluzione tecnologica digitale, tra il dogmatismo salottiero della narrativa dominante, imposta da pochissime persone, e i deliri di certa cosiddetta controinformazione, esiste lo spazio concreto della gradualità, delle mille sfumature del buonsenso rispetto a una visione rigida, quando non manichea dei cambiamenti.

Il cantiere del centro, stimolato anche da risultati alle regionali di quest’anno non esaltanti, potrebbe assumere come sfida la capacità di dare risposte concrete e fattibili, a un sentire popolare che sembra non fidarsi troppo del modo in cui vengono gestite le grandi trasformazioni in corso, mostrando e sostenendo la linea del confronto, del dialogo, della partecipazione per arricchire, migliorare, emendare decisioni e scadenze definite senza un sufficiente consenso democratico. Se sapremo intraprendere la strada di una mediazione reale e puntuale sulle priorità che si presentano, allora forse potremo anche rendere il centro a trazione popolare una proposta significativa per molti cittadini che in questa fase faticano a trovare una loro rappresentanza.

Dibattito | Dove va il Partito democratico? Apriamo un confronto.

Massimo De Simoni

Le primariePd del 26 febbraio hanno incoronato Elly Schlein Segretaria del Partito democratico, confermando che il processo di scelta della segreteria non è una farsa o una semplice presa datto, ma un momento di partecipazione vera e trasparente che può sovvertire anche le previsioni che sembrano più accreditate alla vigilia del voto. È facile immaginare, qualora avesse vinto Bonaccini, quali e quante critiche si sarebbero levate circa un risultato già scritto e scontato; oggi invece, in presenza dellinatteso esito, c’è il rischio di qualche reazione che mal si concilierebbe con Iaver accettato la competizione e con essa le norme che la regolano.

È un sistema sul quale c’è già stata occasione di esprimere delle perplessità (vedi nota del 24 Febbraio 2023 Le Primarie del Partito Democratico. Opportunità e rischi del voto di domenica). Ma oggi quel risultato va rispettato per il solo fatto di essere stati dentro quella competizione, anche per non perseverare nella logica non necessaria dellautomatismo tra sconfitta congressuale e uscita dal partito.

Ma il tema che si pone oggi non è ovviamente legato a valutazioni sulle regole congressuali o a legittime scelte individuali, che magari prescindono anche dallesito delle stesse primariecongressuali. Da oggi, per evitare posizioni generate da pregiudizi, è necessario capire quale sarà leffettiva azione politica del Partito democratico uscito dal percorso congressuale; di tutto il Partito democratico e non solo della nuova Segretaria che avrà lonore e lonere di guidarlo per il prossimo quadriennio.

Per il momento c’è da registrare un ritorno di interesse intorno ad un partito che in molti davano per finito, con un discreto riavvicinamento anche di persone che da un ponon votavano più Pd o non votavano affatto. Questo è un segnale positivo, a patto che il Partito democratico non si snaturi rispetto allidea fondativa che sedici anni fa consentì di mettere insieme storie e culture politiche diverse per il raggiungimento di obiettivi comuni e condivisi.

Lidentità plurale rimane la cifra del Pd e ne motiva la sua esistenza.

Agire Politicamente, attraverso Agire Polis, nellottica di offrire un contributo al dibattito interno al centrosinistra in questa delicata fase politica, apre un confronto per ragionare insieme sulla funzione storico-politica del Partito Democratico e sul ruolo che i cattolici democratici possono svolgere per la (e nella) costruzione di una nuova visione di società che metta la persona umana e la sua dignità esistenziale al centro delle scelte politiche.

Invitiamo tutti a dare il loro contributo sul tema Dove va il Partito Democratico?inviando le loro riflessioni allindirizzo mail: agirepolis.redazione@gmail.com .

Ringraziamo coloro che vorranno fornire un contributo di idee a questa nostra riflessione e Il Domani dItaliaper la collaborazione e per lattenzione che ci dedica.

*Massimo De Simoni

Vice coordinatore di Agire Politicamente

Ai delitti del cuore provveda il parlamento

Giovanni Federico

C’è qualcosa di terribilmente beffardo in questa specie di raggiri che inducono, da principio, più al sorriso che alla condanna. Sono chiamate truffe sentimentali. Donne e uomini cadono vittime di bande specializzate che sfornano cinici corteggiatori che per web fanno innamorare lingenuo di turno. Le organizzazioni africane sembra siano abilissime in materia.

Anni fa anche le donne dellEst imbambolavano i nostri pensionati prosciugandogli le sostanze, ma almeno si rendevano visibili alle loro vittime con qualche minima moina. Ora la fatica di apparire è risparmiata. Sul web si ruba ad esempio lidentità a qualche ignaro, magari, come è accaduto, un militare di bellaspetto, e si concupisce la donna che in genere oscilla tra i 40 e i 60 anni. Dopo le prime attenzioni proprie del corteggiamento, lo chiamano bomb loving, si passa alla richiesta iniziale di soldi, giustificate da una improvvisa esigenza e si va avanti così per come si può. Anche gli uomini, comunque, non sono esenti da queste fregature.

Del resto alla gente piace essere gabbata. Insegnava Demostene che lessere umano crede vero tutto ciò che desidera. I venditori televisivi in qualche caso, con le loro pozioni miracolose, ne sanno qualcosa. Nel caso di questo genere di truffe si parla di ipnosi damore ed è spietato il giudice che è costretto a riportarti alla realtà. Ancora è nella memoria una canzone a titolo La compagniache nel refrain recitava: Felicità, ti ho perso ieri ed oggi ti ritrovo già…”. Si è tutti drammaticamente in cerca di compagnia.

Dicono gli esperti che questo tipo di truffa registra la derisione del mondo, per chi è stato abbindolato, e la angoscia per le gravi conseguenze emotive che ne patiscono le vittime. Si cade in un pesante stato di prostrazione per aver fatto correre, senza saperlo, il cuore a tassametro. Più che di truffa secondo lart. 640 del codice penale vorremmo dire al legislatore di prevederne un altro che configuri un inganno sentimentale con tutte le sanzioni conseguenti. La questione non è solo di tasca ma di ferite dellanima.

Tecnicamente si chiama Scamla truffa, principalmente online, pianificata con metodi di ingegneria sociale e chi la subisce è definito uno skammato. Nella settimana santa, la tradizione napoletana racconta che era duso per alcuni monaci mangiare di magro, cibandosi fuori dalle loro camere. Erano per questo chiamati gli scammarati. Si distinguevano da quelli che, diversamente, per ragioni di salute, dovendo necessariamente nutrirsi di carne, nel chiuso delle loro celle, invece cammaravano. Da qui la creazione della frittata di scammaro, con pochi e poveri ingredienti per cucinarla, che sosteneva i religiosi che appunto si astenevano dal consumo di carne.

Il Romance Scam imperversa al tempo doggi e lascerà a bocca asciutta e ad amara dieta chissà ancora quanti innocenti. Non si tratta di un reato come gli altri che operano con lesercizio di una azione violenta o di destrezza materiale. Siamo nel campo del pathos ed il dolore che ne consegue non va confuso con quello di altri delitti. Se si tornasse ad essere comunità ed a fare rete, non si cadrebbe nella rete delle delusioni, ad essere crudelmente scambiati con linganno, abusati nelle emozioni. I cuori, non più a digiuno, non avrebbero più bisogno, forse, di gendarmi a vegliarne lincolumità.

Gli anziani sono la nostra storia

Mariapia Garavaglia

Siamo noi stessi – così almeno capita a me – giovani anziani o anziani, a sentirci fuori tempo in alcune situazioni. Ci si confronta coi giovani e ci vediamo lontani dai loro gusti e linguaggi. Probabilmente si ripeteva in forme diverse anche ai nostri tempi, quando eravamo giovani, rispetto agli anziani di allora.

Gli anziani di allora erano invecchiati… anzitempo! Ci accorgiamo benissimo che oggi un settantenne dimostra una età che allora forse individuava un cinquantenne o sessantenne. Noi baby boomers siamo stati fortunati. Siamo vissuti nel clima ottimistico della ripresa e solo, ormai adulti, abbiamo attraversato il periodo del terrorismo, di mani pulite e delle diverse crisi finanziarie ed energetiche, che cateterizzano questa nostra epoca di incertezze, acuite dalla recente esperienza della pandemia.

La statistica certifica che lItalia, come il Giappone, è la nazione con la maggiore incidenza dellinvecchiamento. Siamo il Paese più vecchio al mondo, ma si insiste a non assumere questo dato per orientate il futuro. Certo, perché il futuro, la speranza di futuro è un diritto anche e per tutta la durata della vita delle persone anziane. Hanno il diritto alla tutela della salute in ogni caso e non “tanto è un anziano”…In tali casi si parla di “ageismo”, termine utilizzato per la prima volta nel 1969 dal medico e psichiatra statunitense Robert Neil Butler e recentemente tornato alla ribalta in ordine alle conseguenze determinate dalla diffusione della pandemia legata al virus Covid-19.

Il fenomeno dell’ageismo, in realtà, è tristemente radicato ormai da diversi anni e, a differenza di altre forme discriminatorie, non riguarda solo una minoranza: l’età, infatti, è una condizione universale e dunque chiunque potrebbe essere potenzialmente vittima di ageismo. Si tratta di un fenomeno sociale e culturale capace di assumere diverse forme nel corso della vita e, nonostante questa sua accezione generalizzata, si riscontra in modo particolarmente diffuso nei confronti degli anziani: le società contemporanee, infatti, perseguono e sono dominate dal mito della giovinezza e tendono a respingere con spregio lo stigma della vecchiaia, ed è per questo che l’ageismo finisce per coinvolgere in particolare coloro che sono più in là con gli anni.

Ancora, molto è dovuto alle modalità della comunicazione mediatica e da tutta una serie di diffuse pratiche sociali, linguistiche e lavorative. Si pensi alle maggiori difficoltà di trovare un’occupazione superata una certa età, ai maltrattamenti subiti dagli anziani nelle case di riposo, da alcuni slogan di uso comune utilizzati da esponenti delle istituzioni o delle forze politiche, dalle continue truffe e dagli abusi a cui vanno incontro persone in età avanzata. Oltre a danneggiare l’individuo e la società, avvalorando stereotipi e pregiudizi, l’ageismo crea danni anche in termini di salute e dignità. Da un lato, la società sembra dare agli anziani minore attenzione e cure: in ambito sanitario, ad esempio emerge un trattamento preferenziale della popolazione più giovane e l’età costituisce una delle variabili principali quanto all’accesso ai programmi di prevenzione.

Laltra faccia della medaglia è giovanilismo. Come tutti gli ismi anche questo maschera posizioni discriminanti. Sono stata coinvolta particolarmente su queste modalità ‘improprieper giudicare le età della vita. Si dice spesso anche che il nostro non è il Paese dei giovani, ma in realtà non lo è nemmeno delle culle.

Per lassistenza agli anziani il governo ha recentemente presentato una legge delega. Ancora una volta si usa lenfatico aggettivo epocale. Peccato che è in ritardo di 30 anni. Basta andare a vedere gli atti degli anni 90 col progetto obiettivo anziani e il Piano Sanitario Nazionale 1994/96 che indicavano precise attività e gli strumenti per metterle a terra(che brutta questa espressione di moda, derivata dal linguaggio militare). Sarà epocale veder attuate le misure del PNRR, col pensiero al fatto che la materia è di competenza regionale. In molte regioni – soprattutto nord e centro – ci sono le premesse, non nelle altre. Perciò la unità nazionale, per superare le diseguaglianze e le discriminazioni, è messa alla prova.

Dietro le storie degli anziani c’è una concezione della vita e del suo valore anche quando non è più produttiva. C’è una visone etica per cui la vita va sempre accudita senza discriminazioni soprattutto quando i bisogni sanitari sono impellenti e continuativi. Il PNRR mette a disposizione della Assistenza domiciliare (ADI) un finanziamento enorme, 2.7 miliardi. Lassistenza in casa è la miglior soluzione fino a quando è possibile, per il contorno dei familiari e personale assistenziale. Ci sono motivi, invece, per i quali gli anziani devono essere affidati a situazioni residenziali come le RSA. Guai a colpevolizzare i familiari che vi ricorro. Il miglior modo per superare queste difficoltà è rappresentato dalla iniziativa accurata delle istituzioni, perché i luoghi di ricovero e cura siano adeguati a rispettare tutti i diritti degli anziani e la loro intangibile dignità. Serve controllo delle strutture e personale non solo qualificato ma motivato.

I nipoti devono essere educati al rispetto dei nonni che, in molti casi, sono i loro preponderanti e affettuosi custodi. Del resto molte famiglie in tempo di crisi contano sul sostegno anche materiale dei nonni…Gli anziani sono la nostra storia, che ci prepara il nostro domani.

De Gasperi nella fede e spiritualità che ne animarono l’azione politica

Card. Giovanni Battista Re

Il 3 aprile 1881 a Pieve Tesino, nel Trentino, nacque Alcide De Gasperi.

Quando il piccolo Alcide stava per terminare le scuole elementari, suo padre fu trasferito a Civezzano, a 7 chilometri da Trento. Questo cambio di residenza di tutta la famiglia fu provvidenziale, perché permise ad Alcide di incontrare in parrocchia un sacerdote di grande spiritualità e particolarmente attento alle problematiche sociali, che molto influì sulla sua formazione, Don Vittorio Merler, che lo accompagnò negli anni della giovinezza.

In questo anniversario della sua nascita vogliamo ricordare De Gasperi con affetto e gratitudine, perché l’Italia ha un debito di speciale riconoscenza verso di lui. Dopo le tante distruzioni della guerra 1939-1945, il Presidente Alcide De Gasperi guidò con intelligente lungimiranza la ricostruzione dell’Italia, ottenne il ricupero della credibilità del Paese in campo internazionale e promosse il rilancio dell’economia, dando spazio a tutti coloro che erano disposti a dare il proprio contributo. Inoltre difese la libertà che da poco l’Italia aveva riconquistato, ma che in quel momento correva il rischio di sfuggire di mano. Molta parte della vita e della storia italiana è stata determinata dalle scelte che ebbero come protagonista De Gasperi.

Spiritualità e politica furono due dimensioni che convissero nell’animo di Alcide De Gasperi e ne caratterizzarono la personalità: due dimensioni profondamente radicate, che spiccavano per la loro straordinaria luminosità.

Se si vuole capire De Gasperi, bisogna approfondire non solo l’azione che svolse e le idee che lo mossero, ma anche la fede e la spiritualità che lo animarono, perché fu questa la radice della sua forza e dell’enorme servizio reso all’Italia.

Egli fu un vero credente, sempre coerente con la sua fede, e un vero statista; fu credente e politico, nella chiara distinzione dei ruoli, anche se nel suo cuore spiritualità e politica vissero intrecciate.

Fu un politico che mise sempre il bene del Paese al di sopra degli interessi personali o del partito; nelle decisioni di De Gasperi brilla sempre un alto senso dello Stato e un radicale convincimento che lo Stato è al servizio della persona umana. Fu un vero statista.

In pari tempo la sua religiosità fu trasparente in tutte le sue azioni. Non ostentava mai la sua fede, ma questa faceva parte della sua vita. Da questa dimensione spirituale nasce il suo spiccato senso di giustizia, libertà e dignità di ogni persona umana. La sua fede lo portò ad affrontare l’impegno civile con senso d responsabilità e sempre con grande umanità.

De Gasperi resta un esempio di uomo retto e onesto, illuminato dall’ideale cristiano e impegnato nel servizio al bene degli altri.

Ebbe sempre grande forza di carattere. Soleva spiegare che per forza di carattere intendeva la capacità di seguire i dettami della retta coscienza nell’ adempiere a qualunque prezzo il proprio dovere in conformità ai propri impegni e alle proprie funzioni.

Nel libero confronto delle idee, fu rispettoso verso tutti e, in pari tempo, coerente nella sua identità e chiaro nelle sue posizioni. Fu così che ebbe il consenso di molti, pur lontani dalle sue convinzioni, e poté lavorare con frutto per il bene dell’Italia.

La sua intelligenza superiore lo rese abile nel trovare argomentazioni convincenti a favore delle tesi sostenute, ma fu sempre attento anche alla verità contenuta nelle ragioni degli altri.

Nella sua vita, privata e pubblica, fu sempre coerente con la propria coscienza. Questo gli permise di non deprimersi nei duri momenti degli insuccessi e della persecuzione fascista e di non esaltarsi nei rilevanti traguardi conseguiti

Gli anni della sventura e di perseguitato politico non solo non lo abbatterono, ma lo fecero crescere umanamente e spiritualmente. Lo fecero anche maturare dal punto di vista politico e nella convinzione del dovere di aiutare gli uomini a diventare cittadini liberi, rispettosi delle idee diverse dalle proprie e, in pari tempo, fieri della propria identità e orgogliosi delle proprie tradizioni culturali e spirituali. Non perse mai la fiducia.

In un discorso pubblico si chiese: “Qual è il faro che illumina il sentiero sul quale dobbiamo muoverci?”. La risposta fu: “Nel momento decisivo è la coscienza che spinge l’uomo ad una decisione” (Discorsi politici 1923-1954, p. 343).

Per lui la coscienza era la voce di Dio, iscritta nel cuore di ogni uomo e di ogni donna, che ci indica la strada da seguire, cioé via della vita, la via del bene e della verità.

Tutta la sua vita fu in armonia con la sua coscienza di uomo, di cittadino, di cristiano.

In una delle ultime lettere scrisse a un collega di partito: “Quello che ci dobbiamo soprattutto trasmettere l’un l’altro è il senso del servizio del prossimo, come ce lo ha indicato il Signore, senza menar vanto all’ispirazione profonda che ci muove e in modo che la eloquenza dei fatti tradisca” la sorgente del nostro umanesimo e della nostra socialità“.

Alcide De Gasperi rimane un grande per le opere compiute a bene dell’Italia e dell’Europa, ma ancor più per l’alta ispirazione che lo mosse e la coerenza morale che lo distinse. Rimane un esempio e una luce. Se si vuol dare un colpo d’ala alla politica di oggi, è saggezza tornare a guardare a De Gasperi e allo spirito che lo mosse.

De Gasperi l’Europa la pace: Europa, principessa della Fenicia e figlia del re di Tiro.

Cecilia Lavatore

Di seguito il testo che lautrice ha proposto ieri in occasione del convegno di Tempi Nuovi-Piattaforma popolare su De Gasperi lEuropa la pace.

Tra gli alberi di cedro libanese e gli oleandri in fiore c’è una ragazza con la veste celeste piena di vento. Ha gli occhi verdi assolati, i piedi nudi posati piano sulla sabbia calma della macchia mediterranea, le mani piccole piccole come conchiglie: ossia ci puoi sentire dentro il dolore del mare, il lamento del tempo, la malinconia. Ci puoi sentire la sete del sale, le alghe stanche del male, il fondo del cuore, le lische del corpo, le branchie anche sul fondo, il respiro dei giusti. Il solco dell’onda, l’abisso dell’odio, l’idea ostinata di una destinazione.

Il suo nome è Europa, principessa della Fenicia, figlia di Agenore, re di Tiro, amata, ammirata e rispettata dal popolo tutto della sua terra bella che è d’oro e d’Oriente. Che è di riti e di miti, di reti e di rotte. Di rive, di vele e relitti.

Europa è una perfetta adolescente modello, raccoglie boccioli di panna e schiuma tra la battigia e le dune con le sue amiche adorate per le tavolate di sogni a venire, si nutre solo dei raggi che le spettano, siede composta e degna di grazia, conosce assai le regole degli dèi, le loro preghiere, le loro storie a memoria. Sa la strada di casa e non quella sbagliata, sa quando parlare o se sia meglio tacere. I gesti da fare, cosa guardare. Infila i pensieri nell’orizzonte come carta da lettere. Chiede dei figli sani, un marito fedele, un re suo soltanto, di crescere.

Ma tutto questo prima che Zeus se ne innamori.

Il dio degli dèi la trova così, incantevole, in un giorno di fine estate, con i tramonti a picco sul manto del mondo che bagnano i mortali di meraviglia senza serbare per loro alcuna pietà.

Zeus la nota e la sceglie  con la stessa leggerezza con cui indovinerebbe un frutto più buono tra i tanti fatti apposta dai rami.

Europa è ingenua, candida, vergine. E diversa.

Non sa di Olimpo, né di Grecia, sa della pelle morbida che abita, dell’odore di datteri e agrumi e di piogge di lidi lontani.

Per questo Zeus chiede a Ermes di spingere i buoi del re di Tiro, padre di Europa, vicino alla giovane. Poi si trasforma in uno di loro, diventa un toro bianco, un toro mansueto. Un toro tenero.

Europa affascinata dalla forza serena di quell’animale inizia ad accarezzarlo lentamente dalla testa alla schiena, lo accarezza e lo accarezza ancora, fino a che decide incautamente di salire sul suo dorso.

Si ritrova così pelle a pelle con il suo destino, in sella a una Metamorfosi ingannevole che la rapirà in un attimo tra lo stupore delle presenti per portarla a Cnosso, sull’isola di Creta.

Lì il dio Zeus le rivelerà la sua identità e proverà a usare violenza su Europa la quale coraggiosissima gli resisterà strenuamente.

Qualche tempo dopo, tuttavia, in un bosco di salici piangenti verrà aggredita di nuovo, stavolta Zeus scenderà a comandare nelle sembianze di un’aquila e avrà la meglio sulla fanciulla.

Europa, sola, terrorizzata ma resiliente ad ogni avversità, sposerà Asterio, il re di Creta, diventando la prima regina della Storia dell’isola e nel castello partorirà il figlio della violenza di Zeus, Minosse, capostipite della civiltà minoica, tra i padri del nostro Occidente.

Omero nell’Iliade ed Esiodo nella Teogonia raccontavano questa vicenda già nel lontano VIII sec a.C. Ripresa da Ovidio in epoca romana, dal Rinascimento in poi diventa il soggetto di molti splendidi dipinti.

Un pittore per tutti è l’olandese Rembrandt che nel 1662 realizza il Rapimento di Europa oggi custodito nel Nuovo Mondo, al Paul Getty Museum di Los Angeles.

Il mito della principessa fenicia è una lezione di rivalsa, di speranza e di forza di volontà, è una storia di trasformazione e di adattamento, di scoperta.

Quando racconto questa storia nelle mie classi penso che gli studenti in Europa hanno ancora bisogno di riconoscersi in un nome. E in un nome che significhi tanto.

Quando racconto questa storia nelle mie classi penso che fatta l’Europa dobbiamo fare ancora gli europei.

L’Europa va agita come una missione, va agita nelle scuole, nelle Università, nei teatri e nei cinema, nelle strade delle nostre capitali.

Dobbiamo fare capire ai giovani che l’Unione Europea è nata dalle ceneri delle guerre che l’hanno devastata e non va data per scontata.

L’Europa va ancora espressa e realizzata, come un desiderio e non come una fatalità.

Quando arrivo ai capitoli di educazione civica sull’ordinamento europeo e le nostre istituzioni racconto sempre ai miei studenti che ho imparato ad essere europea con i miei viaggi, con il mio lavoro nel turismo, con le amicizie che ho coltivato, con i romanzi che ho letto, i film che ho visto e la musica che ho ascoltato molto più che con i capitoli didattici di quei libri.

Non vogliamo provare a convincerli di nulla quando dedichiamo almeno 40 pagine del libro di GeoStoria alla formazione dell’Unione Europea, ma piuttosto stiamo provando a proporgli una versione più sicura di futuro, nata da grandi ideali e da sofferenze indicibili.

Il resto dovranno farlo loro.

Sull’Europa il nostro Papa ha detto: “La creatività, l’ingegno, la capacità di rialzarsi e di uscire dai propri limiti appartengono all’anima dell’Europa. Nel secolo scorso, essa ha testimoniato all’umanità che un nuovo inizio era possibile. Le ceneri delle macerie non poterono estinguere la speranza e la ricerca dellaltro, che arsero nel cuore dei Padri fondatori del progetto europeo. Essi gettarono le fondamenta di un baluardo di pace, di un edificio costruito da Stati che non si sono uniti per imposizione, ma per la libera scelta del bene comune, rinunciando per sempre a fronteggiarsi. L’Europa, dopo tante divisioni, ritrovò finalmente sé stessa e iniziò a edificare la sua casa”.

Oggi con in grembo tanti figli ancora di quei tori del passato forieri di inganni, ricominciamo ogni giorno nell’Antico Continente a costruire la nostra casa sulle fondamenta del nostro inesauribile e indiscusso amore per la vita.

Capire Giuseppe Dossetti attraverso la lettura dell’ultimo libro di Giorgi

Paolo Frascatore

Gli avvenimenti quotidiani che si susseguono in questo tempo martoriato da crisi economico-sociali, guerre, fondamentalismi religiosi e mancanza di paradigmi ideali di riferimento, aiutano anche a fermarsi e riflettere. Un motivo alto e pungente di riflessione è stato lultimo lavoro editoriale di Luigi Giorgi dal titolo: Giuseppe Dossetti. La politica come missione (Carocci). Una lettura appassionata e realistica delluomo politico e religioso amato, ma anche avversato per le sue idee propugnate ad iniziare dalla metà del secolo scorso. Eppure, proprio quelle idee oggi rivivono e si riattualizzano proprio alla luce degli avvenimenti contemporanei dei quali siamo spesso vittime consapevoli od inconsapevoli, ma comunque colpevoli per lasciare ad altri il campo dellimpegno politico-sociale.

Ed allora, rispetto a questa guerra in atto tra Oriente ed Occidente e rispetto ai modelli politici costruiti e costituiti nelluno e nellaltro versante, le idee di Dossetti tornano prepotentemente alla ribalta ed hanno il valore della profezia. Giovanni Galloni nel 2010 pubblicava un saggio proprio dal titolo: Dossetti profeta del nostro tempo. A distanza di pochi anni il lavoro editoriale di Luigi Giorgi si inserisce in questa constatazione (più che riflessione) sulla validità delle idee dossettiane mai realizzate nella storia politica passata e recente.

Politica, religione, democrazia, libertà, ordinamento economico-sociale riportano in auge il politico e poi il monaco di Cavriago attraverso proprio lo scontro tra Oriente ed Occidente. Se in Russia il post comunismo fa propria una neo politica imperialista, in Occidente il nuovo corso guidato dagli Stati Uniti dAmerica sinserisce anchesso in una sorta di volontà di dominare il mondo attraverso luso delle armi e della forza. Dossetti ci insegna che entrambe le strade non possono che portare ad un semplice scontro militare di ampie proporzioni e mettere a rischio la stessa esistenza dellumanità.

Sullonda di queste riflessioni occorre scavare nel profondo, nelle vicende della storia per individuare errori che appartengono a tutti, ossia allOccidente opulento ma idealmente ibrido, così come a quellOriente che dopo la fine del falso comunismo insegue modelli economici capitalisti e antidemocratici tipici degli Stati più autoritari.Nel nostro Paese, invece, dopo la chiusura dellesperienza politica di ispirazione cristiana si stenta nellavere una classe dirigente degna di questo nome, nonché Partiti orientati a saper interpretare le nuove esigenze sociali.

Tutto è radicalizzato e le posizioni, a destra come a sinistra, si fossilizzano su quellaspetto granitico secondo il quale in politica si compete solo ed esclusivamente per la conquista e lesercizio del potere. Il tema dominante è che ormai la politica è esclusivamente laica (o laicista?) e che lafflato religioso non può più riguardare il terreno politico e la conseguente azione di governo di una comunità. Dossetti, invece, individua proprio nel cristianesimo il perno determinante di una democrazia sostanziale che è tuttaltra cosa dalla liberal-democrazia, perché deve riguardare necessariamente la democrazia economico-sociale e la democrazia politica.

In realtà, se si guarda alla realpolitik occidentale non può non notarsi come tutte le democrazie sono liberal-democrazie con tutte le deviazioni che hanno prodotto in senso propriamente economico e democratico. Da questo punto di vista esaltare lo stesso concetto di libertà come fine della comunità politica, significa operare per una ristretta cerchia di cittadini a danno di una moltitudine costretta a vivere in condizioni certamente non dignitose.Ecco perché la libertà non può che essere il mezzo e non il fine di una comunità politica autenticamente democratica. Il mezzo con il quale lo Stato realizza quello che Dossetti definisce il bonum humanum simpliciter (il bene umanamente pieno di tutti i componenti la comunità statale).

In altri termini, non si realizza lutilità collettiva attraverso lutilità privata; anzi la semplice utilità privata pone seri problemi rispetto alluguaglianza e alla stessa concezione democratica intesa come partecipazione di tutti alla vita dello Stato. In conclusione, Dossetti opera una rivoluzione bianca che andrebbe ripresa ed approfondita nei suoi aspetti ideali e valoriali. Per questo il volume di Luigi Giorgi rappresenta la bussola non soltanto per conoscere e capire lintensa personalità dossettiana, ma anche per riprendere con coraggio il cammino di una politica nuova che sappia riscoprire il gusto della gratuità.

Dibattito | Governo ombra per arginare il flop del Pnrr e il revisionismo storico

Luigi Rapisarda

Che non fosse facile il processo di dismissione di quellhabitus mentale ancorato ad un triste passato, per tanti italiani assai lacerante, non era difficile prevederlo. Eppure, allinizio di questa avventura governativa di FdI, in tanti avevamo preso per buone le rassicurazioni che discendevano dal giuramento di fedeltà e rispetto della nostra Carta Costituzionale, nata e forgiata dopo leroica lotta di liberazione dal fascismo. La convergente offensiva di questi giorni, tesa a riscrivere la storia del periodo più tragico che ha contato tante vittime ed eroi della resistenza antifascista, ci rende il segno di quanto sia ancora difficile, per la forza politica che guida il governo, fare i conti con il suo passato.

Così non poco è stato lo sconcerto che hanno suscitato le dichiarazioni, succedutisi nel giro d’una settimana, della premier Meloni e del presidente del Senato La Russa, sembrando quasi che facessero a gara nellintestarsi per primo la disinvolta riscrittura della nostra storia patria. È stata come una palese dissacrazione, nel bel mezzo di una commemorazione in ricordo delle fosse ardeatine, andare inopinatamente ad affermare che le vittime di quelleccidio pagarono perché italiani.

Un dato inaccettabile come è stato largamente contestato da media, opinione pubblica, ed associazioni partigiane, che rivela il tentativo di manipolare un peculiarità inconfutabile, dato che quella rappresaglia fu diretta con feroce determinazione contro ebrei e noti e presunti oppositori del regime fascista.

A distanza di una settimana, anche il presidente del Senato, La Russa, seconda carica dello Stato, non ha mancato di esibirsi in un altra delle sue tesi storiche, affermando, con nonchalance, che le vittime dellattentato di via Rasella erano una banda musicale di semi pensionati altoatesini, manipolando una ricostruzione storica, da tempo acclarata, che quei militi di via Rasella erano invece nazisti, di età media ben al di sotto delletà pensionabile, appartenenti alle forze di polizia della brigata Bozen( un coro unanime di critiche, lo ha indotto nel giro di qualche giorno a chiedere scusa).

Ad essi hanno fatto da corollario precedenti affermazioni del ministro della cultura Sangiuliano, secondo il quale Dante sarebbe stato il fondatore della cultura di destra. O la recente dellon Rampelli che si prefigge di bandire, dalluso quotidiano della nostra lingua, prevedendo multe salate, ogni ricorso a idiomi stranieri. Insomma tutto un fantasioso florilegio convergente nel tentativo di accreditare un revisionismo che non trova fondamento in nessuna delle ricostruzioni storiche degli eventi di quel tormentato periodo della resistenza i cui valori di libertà, di democrazia, di solidarietà e di convivenza pacifica, furono la base e il fondamento antifascista della nostra Carta costituzionale.

Quanto poi allattribuzione di simpatie politiche sussumibili a quella che oggi può caratterizzare una forza di destra, attribuite a Dante, lascia davvero sorridere. Viene allora da chiedersi quanto il capo del governo e il presidente del Senato, trovino utile proiettare nella dialettica politica, già colma di tanti problemi irrisolti, argomenti tendenziosi e divisivi, basati su falsificazioni inaccettabili. Così come ci chiediamo fino a che punto dobbiamo attenderci attacchi persino tanto maldestri ai tanti episodi dolorosi della nostra resistenza nel tentativo di demolire verità storiche inconfutabili? Ben altre dovrebbero essere le preoccupazioni del governo e di chi presiede il Senato.

Tra le tante, molto allarme hanno suscitato le dichiarazioni di qualche giorno fa del ministro Fitto su l’impossibilità di poter raggiungere gli obiettivi che servono per poter ricevere tutte le tranche semestrali del Pnrr. Sarebbe non solo uno smacco alla credibilità del nostro paese se non si riuscissero a mantenere gli impegni, ma ancor più un danno incalcolabile mandare in fumo quellunica opportunità di contare sul poderoso piano di finanziamenti, denominato Next generation Ue, che ha riservato allItalia circa 208 miliardi di Euro, di cui a debito solo un terzo, portati a casa dal premier Conte, con lunica condizione del puntuale rispetto della tabella di adempimenti infrastrutturali e ordinamentali entro il 2026. E la stessa linea del governo mostra visibili ondeggiamenti e sempre minore capacità di sintonia, se mai ce ne fosse stata con le Istituzioni europee: eppure ogni volta che si reca ai summit dell’Ue dice di ritenersi soddisfatta, ma non sono pochi a non aver capito di cosa, dato che finora non si sono visti passi avanti, anzi siamo sotto il focus dei commissari per il forte ritardo rispetto agli adempimenti periodici del Pnrr.

Mentre appare sempre più marginale la disponibilità ad interloquire fattivamente con le Istituzioni territoriali e le rappresentanze del mondo produttivo: per questi ultimi tanto più cruciale è ritenuta lattuazione di quelle infrastrutture strategiche e di tutte le  riforme essenziali concordate nel Recovery plan – purtroppo buona parte di esse ancora incagliate tra burocrazie e inadeguatezza dei piani elaborati –  per la migliore competitività nei mercati. È in questo scenario che ci appare inevitabile, anche come naturale declinazione di un bipolarismo, se pure assai atipico, la formazione di unoShadow cabinet un governo ombra, nello stile del parlamento del Regno Unito.

Peraltro non sarebbe la prima volta. Ricordiamo leffimero governo ombra di Veltroni, dopo la formazione del IV governo Berlusconi. Struttura, ovviamente senza valenza giuridico-istituzionale (oltre alle normali tutele che una forza di opposizione può pretendere, secondo i regolamenti parlamentari) ma solo politica, che però favorirebbe finalmente la concentrazione delle forze di opposizione in una coalizione rappresentativa di un diverso ed alternativo progetto politico, con cui contrastare quotidianamente lazione dellesecutivo. Forse loccasione, unica, per superare, in una ritrovata unità di visione con un progetto comune, le non identiche posizioni in tanti aspetti di questa cruciale fase politica del paese, a cominciare dal Mes (propiziato dal Pd e da Renzi, ma non dai 5 Stelle),dal diverso atteggiamento nei confronti del ruolo e delle politiche dellUnione europea, ed in tanti altri versanti che attengono alle proposte messe in campo da ciascuno dei partiti della sinistra e dal cosiddetto terzo polo.

Insomma invece di disperdersi in iniziative autonome, sarebbe una grande opportunità per presentare un’alternativa programmatica comune, a tutto campo, sulle realtà socio economiche e sanitarie che stanno impegnando le politiche in questa fase di cruciale attuazione del Pnrr, sbilanciato da una imprevista e pesante congiuntura globale, con il vantaggio non solo di poter contrastare punto per punto, con dati e soluzioni concrete lazione di ciascun ministero e dellintero governo, ma anche, per loccasione, di affidare al paese un diverso e alternativo progetto politico per affrontare la lunga e impegnativa stagione di ricostruzione del suo tessuto economico sociale e civile ed offrirsi come credibile mediazione di istanze che potrebbero diversamente incanalarsi su derive di incontrollabile ribellismo sociale.

Oltre ad evitare alle forze di opposizione la sconveniente percezione, in un momento così difficile, di parlare a più voci, rendendo il contesto ancora più incomprensibile.Insomma persistere in divisioni autolesioniste non appare certo il miglior modo per dare incisività ed efficacia al delicatissimo ruolo che ha istituzionalmente lopposizione parlamentare, presidio di alternative politiche, tanto più serie e credibili, quanto più condotte in piena sintonia di visione. È quellItalia che guarda avanti verso orizzonti di sviluppo equo e sostenibile, accogliente e solidale, già piegata da una disastrosa e persistente calamitaepidemiologica, dagli effetti economici devastanti, e con in corso una pesante inflazione e una minacciosa recessione, esposta al dominio di una maggioranza rimasta incagliata più al passato che al presente, per questo incapace di costruire un futuro credibile nel pieno rispetto delle libertà e dei diritti, della solidarietà e dellequità e della giustizia sociale, che si attende un atto di responsabilità politica che porti a convergere verso unopposizione seriamente unitaria.

Un nuovo centro sulle tracce dell’azione e del pensiero di De Gasperi.

 

De Gasperi è un esempio per l’oggi, non per un passato che si vorrebbe morto. Uomo di eccezionale levatura politica, non si era piegato al fascismo e aveva ripreso subito a combattere, alla caduta del Regime, per la libertà e la democrazia, contro l’occupante nazista. Fu l’artefice della Ricostruzione, il padre con Schuman e Adenauer dell’europeismo, il fermo assertore dell’Alleanza atlantica come strumento di difesa e di pace. Non concepì il mandato ricevuto dagli elettori – la vittoria del 18 aprile andò anche oltre le più rosee aspettative  – in termini di mera gestione del potere. Fu criticato per il suo pragmatismo, ma si trattava di un approccio costruttivo e febbrile ai grandi problemi di un’Italia uscita a pezzi dalla seconda conflitto mondiale.

 

Oggi pomeriggio, a Santi Apostoli, lo ricorderemo nella ricorrenza della nascita: era venuto al mondo il 3 aprile del 1881, a Pieve Tesino, all’epoca territorio dell’Impero Austro-ungarico. Dieci anni dopo, il 15 maggio del 1891, Papa Leone XIII promulgherà la famosa Rerum novarum, l’enciclica destinata ad animare con lo spirito delle “cose nuove” l’ingresso dei cattolici nella politica dei tempi moderni. Una vera rivoluzione! Lo ricorderemo con l’intento di “mettere a verbale” che la lezione di cui si è fatto interprete nel tormentato dopoguerra ci riguarda e ci sollecita, oggi più che mai, perché ancora una volta il Paese è chiamato a fare i conti con se stesso, con le sue fragilità e inefficienze; ma certo anche con le sue indubbie potenzialità, anzitutto per non perdere l’occasione del Piano di rilancio economico approntato dalla Ue (Pnrr) e per contribuire, nel mezzo di una guerra che morde ai fianchi dell’Europa e spinge a ridisegnare gli equilibri internazionali, a rafforzare la coesione sovranazionale quale condizione più efficace a garantire la pace.

 

De Gasperi sentiva molto – lui europeista convinto – l’idea di patria e amava ricordare che la Resistenza rappresentava il secondo Risorgimento dell’Italia, specie per le masse cattoliche che dal processo risorgimentale, sfociante nella formazione dell’Unità nazionale, erano rimaste escluse. Ebbene, la sua spartana visione della politica lo motivava a ricercare una formula di concretezza. Ai partigiani della Federazione italiana volontari della libertà, a congresso nel 1950, faceva notare: “…abbiamo bisogno che le parole abusate di «patriottismo», di «Nazione», di «elevazione popolare», prendano un senso più adeguato alla situazione, prendano un senso più concreto e più giusto […]”. E aggiungeva più avanti, a coronamento del suo discorso, ciò che urgeva sotto quell’appello: “E quando diciamo di amare la patria, bisogna voler dire: lavorare, continuare nello sforzo pazientemente, fino a che al popolo italiano sia data la possibilità di una giustizia sociale che oggi non ha, che oggi non abbiamo la possibilità di assicurare perché ancora ci sono quelli che assorbono una quota troppo grande del reddito nazionale. […] noi abbiamo il dovere di una perequazione più giusta e più sana”.

 

Sono parole che possiamo e dobbiamo fare nostre in questo frangente di vita economica e sociale, con problemi analoghi in tutto l’Occidente. Guardiamo all’Europa e miriamo alla pace: sono motivi ideali, questi, che appartengono al patrimonio del cattolicesimo politico. Ben sappiamo, tuttavia, come sia necessario in questo orizzonte preservare la forza della coerenza. Specie per la pace. Certo, c’è bisogno di ideali alti, ma strutturati sulla base di precise indicazioni, per aderire a un’istanza popolare di giustizia ed equità. E perciò il “centro che cammina verso sinistra”, secondo la felice sintesi degasperiana, ha un ancoraggio imprescindibile nel solidarismo e vive, aggiornando programmi e soluzioni, nella prospettiva di una crescita aderente sempre più al rispetto del “bene comune”. Questo centro lo dobbiamo reinventare.

La luna di miele del governo sta per finire

In carica dal 22 Ottobre 2022, alla vigilia quindi del sesto mese, per il governo Meloni la luna di miele sta per finire. Laccelerazione è data pure dalle uscite maldestre dei vari comprimari, a partire dal Presidente del Senato sul caso di Via Rasella. Confermate le scelte fondamentali della politica estera italiana, tanto sul versante atlantico che europeo, la leader romana deve fare i conti quasi quotidianamente con le simpatie putiniane diffuse nella Lega e in alcuni settori del partito del Cavaliere, mentre permangono forti criticità con lUnione europea sia per la politica immigratoria, che sul mancato ok allavvio del Mes, e, soprattutto, con i ritardi negli adempimenti collegati allattuazione del Pnrr. Su questultimo punto la strada scelta dalla Meloni e dai suoi ministri sembra quella di attribuire la responsabilità ai procedenti governi, ma con possibili esiti infelici, come hanno spiegato lOn. Tabacci in Aula, e il prof. Giavazzi con il suo articolo sul Corriere della Sera.

A me pare che lOn. Meloni, al di là delle preoccupazioni che si temevano allavvio del suo incarico, sia riuscita a tenere la barra dritta del governo, nel quale, semmai, suonano stonati molti degli interventi e degli atti di alcuni suoi ministri, anzitutto dellalleato concorrente Salvini che, da ministro dei Trasporti e delle Opere pubbliche, è lespressione coerente dellaforisma di Leo Longanesi (Italia Paese di inaugurazioni e non di manutenzioni), vista la sua ben nota astensione dalla presenza al ministero, sostituita da una frequenza insolita a tutte le inaugurazioni e manifestazioni di propaganda politica, alla ricerca del consenso perduto. Ogni giorno che passa emerge netta la discrepanza tra le facili promesse elettorali e le decisioni concrete che il governo assume. Dagli annunciati blocchi navaliallimpotenza assoluta, sino alle forti contraddizioni e malcelate responsabilità come nella tragedia di Cutro; ai limiti delle proposte di riforma fiscale con locchiolino agli evasori, sino allimpotenza sin qui espressa per quanto riguarda, ad esempio, la legge sulla concorrenza, senza la quale le risorse finanziarie del Pnrr rischiano di diventare un miraggio.

Abbiamo concessioni balneari che rendono oltre 3 milioni allanno e per le quali alcuni privati pagano 10.000 euro, o luso esclusivo di spiagge in Sardegna da super Hotel, al costo di 520 euro. Per questo attendiamo le decisioni nel merito del governo italiano. Sono in attesa anche gli organi comunitari che, come noi, non comprendono tale assurda situazione.

Immigrazione, fisco e giustizia sono alcuni dei settori nei quali emerge con più nettezza lo scarto tra quanto si era promesso in campagna elettorale e ciò che concretamente si riesce a decidere sul piano del governo, tenendo conto delle concrete situazioni e condizionamenti interni e internazionali in cui si deve operare. Evidenziare tali criticità suscita una particolare reazione da ambienti e persone di area cattolica, già simpatizzanti se non addirittura votanti Dc, che avendo scelto di sostenere col proprio voto le liste della destra, si trovano spiazzati, diventando aggressivi come quei soggetti che avendo perseguito un obiettivo, si ritrovano a vederlo sempre più appannato e lontano, cadendo, in tal modo, in uninevitabile frustrazione che, lungi dal portarli al silenzio regressivo, alimenta in loro unaggressività, anche da parte di amici che consideravamo indenni a tali sentimenti.

Certo, se la denuncia dei limiti e delle difficoltà nellazione di governo rientra a pieno titolo nella disponibilità di un osservatore non partecipante, non può certo essere la cifra di unazione politica che intenda porsi in alternativa allattuale maggioranza di destra del  governo guidato dalpartito di Giorgia Meloni. Un compito che spetta innanzi tutto ai partiti della sinistra e del terzo polo, mentre per noi cattolici di area democratica, liberale e cristiano sociale, sostanzialmente ininfluenti e assenti dal Parlamento, compete quello primario di impegno per la nostra ricomposizione politica. Dovremmo partire da ciò che Papa Francesco ha ricordato ai giovani  del Progetto Policororicevuti in udienza nei giorni scorsi: Oggi c’è bisogno di buona politica, oggi la politica non gode di ottima fama. Soprattutto fra i giovani. Perché vedono gli scandali, tante cose che tutti conosciamo. Le cause sono molteplici. Macome non pensare alla corruzione, allinefficienza, alla distanza dalla vita della gente?. È come non riflettere sulle parole del card Zuppi, presidente della Cei, pronunciate allapertura del consiglio permanente della Conferenza Episcopale Italiana: “È davvero per tutti tempo di scelte coraggiose e non di opportunismi. Perché siamo a un preludio di primavera, dopo l’“invernoche ha connotato gli anni passati. Parole che mi hanno fatto ricordare quelle che Luigi Sturzo espresse al congresso di Torino del Ppi nel 1923, rivolgendosi a Cavazzoni e Tovini, pronti allaccordo con il fascismo, da lui definiti foglie secchedi un albero che sarebbe rifiorito in una prossima primavera.

È laugurio che anche noi facciamo nostro, consapevoli che, in questa delicatissima fase della politica italiana ed europea, la nostra prima responsabilità sia quella di impegnarci a tutti i livelli, a Roma come nelle sedi territoriali di base, perché avanzi la ricomposizione politica della nostra area culturale e sociale, così da superare un forzato bipolarismo tra una destra a egemonia nazionalista e sovranista e una sinistra ridotta a partito radicale di massa.

La Russa chiede scusa su via Rasella: legga De Gasperi e s’inchini alla sua lezione di antifascismo

Appello rivolto in Campidoglio al Congresso della Federazione italiana volontari della libertà (FIVL) e a tutti i comandanti partigiani, autori del secondo Risorgimento e del riscatto politico e morale della nazione, per contribuire – memori della guerra civile – ad una politica di pacificazione nazionale e a diffondere, come ex volontari e combattenti, la necessità di narrare l’esercito per garantire un regime interno di democrazia e di libertà e l’indipendenza del paese da aggressioni straniere.

[De Gasperi]

Se questo Congresso fosse anche solo un atto commemorativo e celebrativo, il dovere del Governo nella persona del suo capo sarebbe di inchinarsi dinanzi ai morti e associarsi a celebrazione del sacrificio dei vivi, ma questo non è un Congresso che guarda semplicemente al passato. È rivolto, come abbiamo sentito dagli oratori precedenti che hanno esposto il programma, innanzitutto al presente e all’opera dell’avvenire. Ed ecco che il mio sostanziale dovere come Capo del Governo è di ringraziare gli oratori e voi che vi siete associati alle loro conclusioni per il rinnovamento dell’impegno che avete preso verso la Patria italiana, verso la Patria e il regime libero delle istituzioni democratiche. La Patria in questo momento ha bisogno di solidarietà, ha bisogno di una nuova resistenza: la resistenza contro le forze disgregatrici; ha bisogno di ardimento operoso contro l’antilibertà.

Ha detto bene il comandante Mauri: «Voi non vi siete battuti semplicemente per la cacciata dei tedeschi; voi vi siete battuti per creare un rinnovamento profondo nel Paese», quello – da lui definito – il secondo Risorgimento: «la libera comunità di italiani in una libera comunità delle Nazioni». Con questo ha formulato il suo, il vostro, il nostro ideale. La guerra vista dalla montagna, fa nascere e sorgere idee e prospettive secolari alle quali nella valle della vita quotidiana non siamo atti a guardare, e così avviene in tutte le crisi dei grandi avvenimenti storici. Ci sono dei momenti in cui tutto quello che è preoccupazione quotidiana e quanto sa di ordinaria amministrazione, si mette da parte e si vedono in prospettiva le grandi linee, i grandi principi, le grandi mete. Ed ecco perché anche voi, ritirati sulle montagne per la difesa, avete avuto il concetto del riscatto politico e morale del vostro Paese. La vostra parola comune è libertà. Una parola magica che vuol dire molte cose, che sottintende molte cose; libertà prima nel senso di indipendenza del Paese contro qualsiasi dominazione ed aggressione; libertà poi in regime politico, avvento delle forze popolari al Governo; libertà nella giustizia sociale, cioè ridistribuzione della proprietà, del reddito, della ricchezza; libertà consapevole dei valori spirituali eterni e religiosi.

Per taluni, pochi, che venivano dal mondo della cultura, fra i partigiani, la libertà sarà stata anche una dottrina filosofica, ma per tutti divenne e fu la conclusione pratica di un’esperienza storica. Una conclusione definitiva dopo venti anni di dittatura e sopratutto innanzi agli orrori della guerra civile, una conclusione ora si rinnova nel vostro impegno e ci sta di fronte come necessità della nostra opera. Allora, era più facile intendersi su questa parola in una sfera molto ampia; l’anti-libertà si chiamava Hitler e si traduceva un po’ adattando il significato della parola «Deutschland über alles».

Oggi c’è un «bolscevismo über alles». C’è un concetto generale di una dominazione che non conosce frontiere, anzi che spacca le frontiere; la dominazione di un regime, non parlo della dottrina, parlo di un regime, un regime il quale non conosce libertà e non conosce istituzioni rappresentative di carattere democratico. Veramente queste cose le sapevamo; veramente le abbiamo imparate un po’ alla volta dal 1945 in qua, però il caso della Corea è stato così impressionante che sarebbe grave errore non trarne ammaestramento. Ma vi siete accorti che con un automatismo rapidissimo, quanto è rapida la connessione telefonica o radiotelefonica nel mondo, anche l’Italia si è trovata spaccata in due parti, come se il parallelo 38° fosse passato metaforicamente a dividerla nel medesimo momento. Questa scissione automatica e istintiva ci ha spaventati tutti, anche coloro che sapevano che doveva finire così. Ma, dunque, ci siamo detti: la Russia, questo Stato che rappresenta il bolscevismo, aggredisca o non aggredisca, abbia torto o ragione; la Russia dunque deve essere obbedita, e le Patrie esistono solo subordinatamente a questo ideale supremo del bolscevismo?

Dunque la Costituzione italiana che dice sacra la difesa della Patria vale in quanto si accetti sempre ed in qualunque caso la subordinazione alla Russia. Da ciò i telegrammi a Stalin e la speranza fanatica di una «liberazione». Liberazione da che? Liberazione dall’Italia democratica che il popolo ha voluto, e ciò per imporci un regime dittatoriale, uno Stato-partito contro cui voi partigiani insorgeste. Ecco, amici volontari, che voi seguendo oggi un precetto della vostra coscienza vi trovate anche nella logica degli storici sviluppi del vostro movimento. E la vostra conquista che siete chiamati a difendere. Voi avete contribuito in forma eminente a ricostruire questa Italia, a darle una dignità. Oggi abbiamo bisogno di solidarietà nazionale e voi potete contribuirvi, alimentando nella vita quotidiana la fede nel patriottismo sincero, vigilando sui pericoli scuotendo gli incerti, incoraggiando i pavidi, sollevando la speranza e la fede nell’avvenire d’Italia.

Non si tratta di difendere un partito, ma i principi vitali della democrazia. Domani ci può essere un’altra maggioranza diversamente costituita, ma il principio non deve essere perduto: istituzioni libere e possibilità di trasmissione diretta della sovranità del popolo; questa è la libertà politica della volontà del popolo. E non cadiamo nel vecchio errore. Dir male delle istituzioni è facilissimo perché sono istituzioni umane, composte e impastate da passioni umane e da debolezze umane; dir male del Parlamento è la cosa più facile del mondo. Dire male di un congresso, discutere, denigrando o diminuendo il valore positivo delle cose, è quasi una tendenza tradizionale da noi e non solo da noi. Evidentemente è una debolezza umana generale ma è un difetto che in certi momenti può costituire degenerazione della democrazia e dobbiamo combatterlo. Ma per i difetti e per l’eventuale degenerazione, non possiamo tornare dalla Camera all’anti-Camera. Non dobbiamo tornare alla libertà oppressa, al regime dittatoriale dove, al più, è lecito mugugnare. Non lasciamoci ingannare dalle pur legittime critiche. Senza dubbio speriamo che i nostri figli si trovino innanzi ad un sistema rappresentativo più ideale, più sicuro, più degno; sarà la via dei progresso. Ma perché questo sogno si avveri, non dobbiamo rinnegare il punto di partenza. Perché io insisto su questa parola Parlamento? Perché anche molti dei nostri amici, anche buoni patrioti, credono che sia una cosa secondaria, e forse nel 1921-22 anche molti di noi lo abbiamo creduto, nonostante che avessimo dinanzi la storia della esperienza politica.

Ma il risultato positivo della esperienza fascista deve essere questo: mai più tornare indietro nello sviluppo parlamentare; correggerlo, rinnovarlo, tutto quello che volete, ma non abbandonare il sistema, perché abbandonato il Parlamento, le altre libertà non sono più sostenibili. Questo lo ripeto qui in mezzo a uomini avvezzi a ricorrere alla difesa con la spada, che hanno una certa concezione militare della vita e delle grandi virtù, che fanno parte di questa concezione militare. È necessario però aggiungere a queste doti anche l’accettazione volontaria dello spirito democratico che vuol dire veramente sottoporsi all’esperienza parlamentare perché fino ad ora si è dimostrato non esservi altra spada per migliorare le leggi della convivenza civile. Voi che rappresentate lo spirito di sacrificio, di disciplina, sopratutto di disciplina, potreste esigere anche dagli uomini rappresentativi della Nazione che dimostrino un senso maggiore di disciplina. Io lo predico da sempre, lo predico tutti i giorni, ne sento la necessità, ma in Italia a questo ci si arriva lentamente perché tutti gli italiani sono oratori, tutti hanno la fantasia facile; tutte attitudini le quali portano fatalmente alla discussione lunga e molteplice. Allora voi militari, voi che vedete la necessità della disciplina e dell’azione, perdonate un po’ questo vizio nazionale, e cercate di correggerlo; e noi parlamentari, noi uomini politici, riconosciamo che la Nazione è perduta se accanto a questa libertà di discussione non c’è il senso della disciplina, lo spirito di sacrificio di cui questi uomini che mi circondano sono stati i campioni. Io vi ringrazio dunque di questo vostro impegno, di questa promessa di collaborazione. Fra le proposte dell’amico Mattei mettete in prima linea l’Intervento attivo, accanto alle forze dell’ordine, in caso di emergenza e di pericolo. Avete offerto al Paese ragione di incoraggiamento, bisognava che voi lo diceste. Lo sapevamo che l’avreste fatto, ma era necessario dirlo perché c’è in giro tanta gente pavida, tanta gente intimidita.

Ma al di là di questo compito straordinario di emergenza, del compito di mobilitazione di tutte le forze, avete indicato il vostro compito della vita quotidiana, della vita ricostruttiva. Anche qui abbiamo bisogno che le parole abusate di «patriottismo», di «Nazione», di «elevazione popolare», prendano un senso più adeguato alla situazione, prendano un senso più concreto e più giusto. In questo voi potete aiutarci. Mauri ne ha parlato specificatamente; così avete pensato ai tempi del combattimento: questo era il vostro pensiero di allora, questo è il programma di oggi. Abbiamo bisogno che voi eleviate in Italia la fede del patriottismo; solleviate questo Paese disfatto dalla sconfitta e dalla guerra civile, solleviate la fede nella speranza e nell’avvenire d’Italia. E come se doveste portare lo spirito del volontarismo dalla montagna nella valle, nella valle della ricostruzione; nella valle dove l’aria è meno pura e il cammino più imbarazzato dai molti viandanti in varie direzioni; occorre portiate questo spirito dei vostro sacrificio, questo spirito concreto di ricostruzione, questo spirito di subordinazione delle persone all’ideale umano di una Patria di tutti; bisogna che lo portiate nella vita quotidiana e ci aiutiate a far capire a questo popolo che non ci sono sempre due estremi: o da una parte la subordinazione ad un ideale internazionale, o dall’altra l’accensione in un nazionalismo che conduce al disastro. No. C’è la via larga della tradizione italiana.

La situazione internazionale anche oggi e anche domani dovremo in parte subirla e vi prego di tenerlo sempre in mente. Quando incomincerete a criticare la attività di un Governo o di un rappresentante, ricordatevi che le situazioni non si risolvono con le parole. L’Italia è un Paese moralmente altissimo; la nostra forza sta nella nostra civiltà, nella nostra energia morale. I rapporti di forza materiale non ci sono spesso favorevoli. Allora bisogna girare gli ostacoli e adattarsi. Ma arriva un momento in cui si impone il dovere morale di difendere il carattere di una Nazione, la dignità di un popolo. Ed allora, diamo contenuto a questa parola di patriottismo, a questa parola di Nazione, diamo un contenuto che si inquadri nei nostri valori storici e sopratutto questa parola applichiamola al popolo. Non è più il momento di decidere delle questioni in piccola cerchia o rappresentanza di classe. È il popolo italiano l’attore principale, non dimentichiamolo. E un’altra cosa vi vorrei raccomandare: voi venite dall’esercito; la maggior parte di voi sono stati educati nell’esercito; vi sono stati degli errori, delle disgrazie, delle sconfitte. Forse, più che altro, degli errori. Ma oggi la Nazione si riarma. Bisogna che lo facciamo per la nostra difesa. Lo facciamo tenendo conto delle necessità popolari e delle riforme sociali. L’esercito deve essere attrezzato. Non possiamo esporci al rimprovero di aver parlato di milioni e milioni di baionette e poi lasciare inermi i nostri soldati. La democrazia parla meno di milioni di baionette, ma cerca di attrezzare modernamente i soldati che devono difenderci. Ma sopratutto c’è bisogno di curare e di elevare lo spirito dell’esercito ed ecco dove faccio appello a voi. Aiutateci, aiutateci, aiutateci, perché alla attrezzatura moderna si unisca l’antico spirito da cui voi siete venuti: difendete l’esercito dalle insidie. Ne ha parlato anche l’amico Mattei. L’esercito è veramente insidiato.

Sono certo, come tutti mi assicurano, che l’infezione non è entrata in cavità ma il tentativo c’è, e ripeto, è sistematico. So che voi amate l’esercito; aiutateci a difenderlo poiché è il baluardo della Patria e della libertà. Un’altra cosa aiutateci a fare: credo che anche voi, nella vostra esperienza di combattenti e di volontari, dopo una guerra spaventosa finita così male, dopo la guerra civile a cui avete dovuto prendere parte e dopo aver assistito all’amara esperienza dei trattati di pace e dei rapporti fra i vecchi e i nuovi alleati, credo che anche voi siate arrivati a quella conclusione che io ho spesso ripetuto: vogliamo mettere l’Italia in piedi innanzi a tutte le nazioni. Una volta data una parola dobbiamo mantenerla fino alla fine. Quindi, non mi state a parlare di neutralismo, di meditazione sulle possibili sortite…Lentamente, raschiando un po’ di pregiudizi che hanno avuto naturalmente un’origine da qualche fatto storico, bisogna che arriviamo ad imprimere nella mente dei nostri nemici e dei nostri amici, che siamo un popolo leale, che se facciamo un patto lo manteniamo e che anche noi siamo disposti alla nostra parte di sacrificio. Voi inoltre che avete vissuto gli orrori della guerra civile, aiutateci a superare lo spirito funesto delle discordie, Certo, vi può contribuire la misericordia che tanto si invoca. Si devono lasciare cadere i risentimenti e l’odio, si deve perdonare, come qualcuno di voi ha detto.

Ma la sincera pacificazione non è possibile, se non si smette il tentativo di avvelenare ancora la fantasia della gioventù italiana, con l’esaltazione di un disastroso passato e col far riapparire lo spettro della dittatura di partito, contro la quale voi siete insorti. Siamo pronti a tirare un frego su tutto il passato ad una condizione: che di qui innanzi non ci sia che una patria sola, un regime solo riconosciuto, una libertà sola. L’Italia ha bisogno di tutti i suoi figli in questo momento, di tutti i suoi figli in buona fede.

Così ho finito, amici miei. Con un pensiero vorrei concludere: la Nazione è anche una storia, una tradizione, un complesso di sentimenti, un complesso di idee, che continuamente rifioriscono, di generazione in generazione; ma la patria vivente in cui dobbiamo lavorare e che dobbiamo difendere, è il popolo italiano. E quando diciamo di amare la patria, bisogna voler dire: lavorare, continuare nello sforzo pazientemente, fino a che al popolo italiano sia data la possibilità di una giustizia sociale che oggi non ha, che oggi non abbiamo la possibilità di assicurare perché ancora ci sono quelli che assorbono una quota troppo grande del reddito nazionale. […] noi abbiamo il dovere di una perequazione più giusta e più sana. Anche qui, amico Mauri, io credo che saremo d’accordo, perché in un suo libretto ho trovato ricordata una canzone dei partigiani del Piemonte in cui si precisavano gli scopi della guerra di liberazione. Le strofe erano diverse, ma una mi ha colpito specialmente: Perché combattere? E la canzone partigiana rispondeva: «Perché questa antica parola Popolo suoni divina – al mio compagno signore – e a me stirpe contadina».

 

Discorso al Congresso dei comandanti partigiani AADG, FB, 28 ottobre 1950, XI, pp. 20140.20150; pubblicato su «Il Popolo». 31 ottobre 1950, p. I, con il titolo «Impegno di una nuova Resistenza sulla linea della difesa del paese», in De Gasperi 1956, 1, pp. 291-300 e in De Gasperi 1990 a, pp. 383-388, con il titolo Per la difesa delle libere istituzioni.
N.B. Questo testo è stato pubblicato con altro titolo su “Il Domani d’Italia” del 25 aprile 2020.

Domani incontro a Roma su “De Gasperi l’Europa e la pace”.

I

Giorgio Merlo 

Ricordare e rileggere il “magistero” politico e istituzionale di Alcide De Gasperi non significa limitarsi a compiere un’azione doverosa, burocratica e quasi di rito. Perchè dietro la “lezione” e la testimonianza concreta di uno statista – nel caso specifico di uno statista che è stato decisivo per gettare le fondamenta democratiche e liberali del nostro paese dopo il secondo conflitto mondiale – si intravede anche una cultura politica di riferimento a cui non si può e non si deve rinunciare. E non per un banale richiamo nostalgico o passatista ma per la semplice ragione che la cultura politica del popolarismo di ispirazione cristiana continua a dispiegare la sua bruciante attualità anche, e soprattutto, in un contesto politico, sociale e culturale profondamente diverso rispetto alla stagione costituente e post bellica.

E l’iniziativa promossa da “Tempi Nuovi, Piattaforma Popolare”, prevista per domani pomeriggio a Roma alla Sala dell’Immacolata (Basilica dei Santi Apostoli) risponde, appunto, a quell’esigenza. Certo, il 3 aprile è il giorno dell’anniversario della nascita dello statista trentino ed è una data, di conseguenza, che ci permette di rileggere – anche criticamente – la sua concreta azione politica e di governo in una stagione che era, per molti aspetti, cruciale per capire come si poteva conciliare una “cultura della pace” con la “fede nell’europeismo” a “difesa della libertà”. Il tutto anche in una fase storica, quella contemporanea, dominata da una crescente preoccupazione in ordine alla garanzia e al consolidamento della pace tra gli stati e negli stati. Una stagione contrassegnata da una guerra cruenta ai nostri confini nazionali e da una conflittualità tra le varie potenze mondiali che impone non solo un nuovo “ordine geopolitico” a livello internazionale, ma che richiede, di conseguenza, una rinnovata iniziativa politica e diplomatica. Certo, l’iniziativa in politica estera è seria, coerente ed efficace solo se è alimenta da una precisa e definita cultura politica. 

E proprio l’iniziativa politica di De Gasperi è stata improntata, da subito, a quella tradizione del cattolicesimo politico che nel nostro paese non è mai stata una cultura da archiviare perchè sconfitta dalla storia o dagli accadimenti concreti. Una cultura che storicamente è risultata vincente, soprattutto sul versante della politica estera e del ruolo dell’Italia nello scacchiere europeo ed internazionale, ma che per svariate ed inconfessabili motivazioni è stata giudicata dalla vulgata principale e dal “pensiero unico dominante” nel nostro paese inadeguata a reggere il confronto con le nuove dinamiche politiche. Al punto che la “criminalizzazione” politica esercitata prima dalle sinistre e dai suoi corifei giornalistici, mediatici, televisivi ed intellettuali, e poi dai populisti sul ruolo della Democrazia Cristiana nel nostro paese ha colpito nel segno riducendo l’esperienza dei cattolici impegnati in politica ad una sorta di peso da rimuovere al più presto.

Ora, dopo la profonda crisi della politica, dopo l’azzeramento delle tradizionali culture politiche e, soprattutto, dopo l’affermazione di partiti privi di veri autentici riferimenti culturali ed ideali, forse è giunto il momento per tornare alle “fondamenta” del nostro confronto pubblico per ridare dignità, autorevolezza e consapevolezza alla stessa azione politica. E, su questo versante, la tradizione e la cultura del cattolicesimo politico deve ritornare protagonista per la sua attualità e modernità e non per il mero richiamo della storia.

Ecco perchè, allora, riscoprire e rileggere il messaggiopolitico, culturale e di governo di Alcide De Gasperi è un atto importante per restituire dignità alla politica, da un lato,e fornire utili indicazioni per capire il ruolo dell’Italia e dell’intera Europa nello scacchiere mondiale contemporaneo, dall’altro.

E l’iniziativa promossa da “Tempi Nuovi, Piattaforma Popolare” risponde a quella esigenza e coglie quella domanda politica e culturale. Una domanda a cui i cattolici popolari e sociali, adesso, devono dare una risposta adeguata, intelligente e soprattutto coerente con la propria storia dove proprio il “magistero” di De Gasperi rappresenta ancora oggi un pietra miliare.

La Flat Tax è il ritorno allo Statuto Albertino del 1848

Giuseppe Aloise

Dopo giorni di dibattiti, di approfondimenti e di incontri con le parti sociali, il Consiglio dei Ministri ha approvato il Disegna di Legge Delega al Governo per la riforma fiscale. Il comunicato ufficiale di Palazzo Chigi chiarisce testualmente che il disegno di legge individua, tra i principali obiettivi,limpulso alla crescita economica e alla natalità mediante la riduzione del carico fiscale. Al raggiungimento di tali obiettivi si perverrà con l’adozione di  particolari misure  che possono essere così sintetizzate:

– progressiva riduzione del numero degli scaglioni e introduzione della “flat tax”. Per il 2024 si prevede la riduzione da 4 a 3 scaglioni;

– copertura delle minori entrate con le cosiddette “tax expenditures”, ovvero con il  disboscamento di  esenzioni, riduzioni di aliquote, detrazioni e deduzioni che  caratterizzano il nostro sistema fiscale e che valgono oltre 100 miliardi;

– attuazione graduale della “equità orizzontale”.

Si è infine chiarito che dall’attuazione della delega non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica ed un incremento della pressione fiscale.

La misura più qualificante della riforma è senz’altro  l’introduzione della cosiddetta tassa piatta ovvero di un’imposta proporzionale unica per l’Irpef. Non v’è dubbio che la “flat tax”  mette in seria discussione il rispetto del principio costituzionale della progressività, anche se nella delega si afferma che l’eliminazione delle aliquote e degli scaglioni deve avvenire nel rispetto di questo fondamentale principio costituzionale. Affermazione poco credibile anche sulla base di quanto avvenuto a seguito dell’introduzione della flat tax per gli autonomi e professionisti.

Forse non è inopportuno – stante l’attualità della riforma fiscale, del suo profondo significato politico e della sua divisività – richiamare alla memoria il contributo offerto dai cattolici, che militavano nella Dc, per l’introduzione del principio della progressività e per la formulazione dell’art. 53 della Costituzione. Il dibattito che si registrò nella Costituente sui temi fiscali è di particolare interesse  perché, in questi giorni, si discute attorno alla possibilità che i cattolici democratici possano trovare spazio all’interno del nuovo Pd. Bonaccini ha tentato di dissipare in proposito ogni dubbio sottolineando un auspicio: “Facciamo sentire i cattolici a casa loro”, quasi che i cattolici siano degli ospiti – hospes stranieri –  che hanno diritto ad essere accolti ed ospitati!

Sul terreno della redistribuzione del reddito e della ricchezza furono proprio i cattolici della Dc ad essere i portatori di una profonda “radicalità”. “Radicalità” espressa da un partito popolare di massa sul terreno dei diritti sociali. La leva fiscale è infatti lo strumento principe per realizzare politiche solidaristiche e per eliminare le diseguaglianze.

Da poco è in edicola un volume dal titolo “La Guerra delle Tasse” di Vincenzo Visco e Giovanna Faggionato. L’ex Ministro delle Finanze ci ricorda che la Costituzione affronta la questione tributaria all’art. 53 che al primo comma richiama il concetto di capacità contributiva mentre al 2° comma sancisce che “il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Visco ci ricorda che la formulazione definitiva dell’articolo si deve all’impegno, quasi solitario, del deputato Dc Francesco Scoca cui poi si aggiunsero altri due Dc (Luigi Meda, esponente del mondo cattolico e della resistenza milanese, e Edgardo Castelli) e due deputati Pci.

Nella seduta dell’Assemblea del 23 maggio 1947, illustrando i suoi emendamenti Scoca tenne un discorso di grande attualità sul concetto di progressività e di “equità verticale”. Egli lamentò che il sistema tributario allora vigente era informato alla regola della proporzionalità dell’imposta, riveniente dall’art. 25 dello Statuto Albertino.Ed aggiunse con  lucida ed efficace  semplicità: “Non si può negare che una Costituzione, come la nostra, che si ispira a principi di democrazia e di solidarietà sociale, debba dare la preferenza al principio della progressività anzichè a quello della proporzionalità. le dispute dei dotti su questo tema mi hanno lasciato sempre perplesso: non così le osservazioni di ordine pratico. Ho sempre pensato che chi ha diecimila lire di reddito e ne paga mille allo stato con l’aliquota del 10%, si troverà con 9 mila lire da impiegare per i suoi bisogni privati; mentre chi ha centomila lire, dopo avere pagato un’imposta del 10% si troverà con una disponibilità di 90 mila lire. È ovvio che per pagare l’imposta il primo contribuente sopporta un sacrificio di gran lunga maggiore del secondo, e sarebbe equo alleggerire l’aggravio del primo e rendere un pò meno leggero il secondo. La progressività deve essere effettivamente operante. Si può discutere la misura della progressività. No sul principio.

Nel suo intervento, Scoca aveva ripreso alcune osservazioni in tema di fiscalità fatte nel 1862 da Quintino Sella, Ministro del Governo Rattazzi, in Parlamento: “Una tassa del 10 su tutti sembrerà affatto equa, perché domanda una lira a chi ne ha 10 e domanda 10 centesimi a chi possiede una lira; ma se lunica lira del povero è destinata a salvarlo dalla fame e la decima lira del ricco serve perché egli entri in teatro, ciò che in entrambi chiamasi lira non ha una eguale importanza e il contribuire con una medesima parte di aliquota corrisponde a sacrifizi radicalmente diversi.

In continuità con Quintino Sella, Marco Minghetti, esponente della Destra Storica che realizzò per primo il pareggio di bilancio, in un saggio del 1869 ammonì che, “ferma rimanendo la contingente preferenza per la proporzionalità, codesta proporzione dell’imposta se sì guarda nei suoi effetti, torna più grave a chi meno ha di quello che sia al più abbiente; onde per giustificare l’apparente eguaglianza uopo è che sia temperata dalla progressione.

Per contrastare il disegno della Premier Meloni sulla introduzione della flat tax non c’è bisogno di scomodare illustri professori di Scienze delle Finanze o di Diritto Tributario, basta solo richiamare Quintino Sella, Marco Minghetti e l’apporto di un democristiano come Scoca per l’introduzione in Costituzione del principio della Progressività.

Con l’attuale delega, è inutile negarlo, si ritorna all’art. 25 dello Statuto Albertino: Essi ( i regnicoli ) contribuiscono, nella proporzione dei loro averi, ai carichi dello Stato.Quindi tutto su base proporzionale a prescindere dall’entità del reddito complessivo realizzato.

La Flat-tax è appunto una tassa piatta: una percentuale fissa applicata sul reddito delle persone o sulle “cose”.Introdurre una tassa fissa (del 15% ), come si è già fatto per gli autonomi, così da colpire i redditi delle persone fisiche abbandonando l’attuale sistema a scaglioni, provocherebbefra l’altro una perdita di gettito di molte decine di migliaia di miliardi di euro. Non si riesce a capire dove e come compensare queste minori entrate. Le “tax expenditures” produrrebbero maggiori entrate, ma insignificanti, sicchè il taglio della spesa sanitaria, della scuola e del welfare rimarrebbe una strada obbligata.

La programmata abolizione dell’Irap, nella prospettiva della riduzione della pressione fiscale, mi sembra un disegno sull’acqua se contestualmente non si individuano le fonti alternative per finanziare la sanità pubblica a meno che non si voglia smantellarla. Quanto al disboscamento – che allo stato sembra velleitario – delle tante esenzioni e agevolazioni esistenti nel nostro sistema tributario, prospettato dal Programma Meloni per compensare le minori entrate, non può essere dimenticato lo sforzo compiuto dallo stesso Scoca durante i lavori della Costituente. Il parlamentare avellinese sostenne infattil’intangibilità del principio della generalità dell’imposta e,per eliminare la possibilità di legiferare creando diversità di trattamento, esenzioni e privilegi di vario genere, propose una norma con la quale si stabiliva che “le disposizioni che costituiscono eccezioni al principio delluguaglianza tributaria possono essere stabilite solo per lattuazione di scopi di interesse pubblico.

Scoca accanto alla progressività difendeva anche il principio della “uguaglianza tributaria”. Questo emendamento aggiuntivo, purtroppo, venne poi accantonato. Se fosse passato non avremmo registrato tutta una serie di agevolazioni ed esenzioni che si sono succedute nel tempo creando l’aspettativa di bonus a ripetizione!

Ma c’è di più. In tema di fiscalità, come ci ricorda Vincenzo Visco, il programma elettorale della Dc per le elezioni del 1946 prevedeva “un’imposta progressiva sul reddito complessivo, un’imposta progressiva sul patrimonio, la tassazione sul reddito effettivo etc..”. La cosa per Visco  appare sorprendente perché negli anni 50 Bruno Visentini, già sottosegretario alle Finanze nel primo Governo De Gasperi, sostenne che la struttura economica dell’Italia era troppo arretrata per “potersi permettere” un sistema tributario moderno. 

Riletta alla luce del Programma fiscale del Governo Meloni, la proposta della  Dc di una imposta progressiva sul reddito complessivo appare “eversiva”. Se queste sono le radici, i cattolici democratici che aderiscono al Pd non devono sentirsi ospiti. Devono, forse, valutare criticamente il ruolo svolto da quanti hanno rappresentato questo filone culturale negli ultimi anni negli organismi del Partito e chiedersi se non abbiano contribuito, attraverso la loro metamoforfosi rispetto ai valori ispiratori, a realizzare la profonda rottura con l’elettorato che è sotto gli occhi di tutti.

Ucraina, guerra del grano e guerra dei morti.

Giovanni Federico

Tutto è ormai questione di mercato. Ovunque e comunque vale la legge della domanda e della offerta. C’è una merce in bella mostra con attaccato un prezzo che regge finché non scade il tempo della bellezza e d’improvviso va al macero, perché non è ammessa abbia un filo di rughe, quando pur avrebbe ancora da dire. 

Nella terra si coltivano ortaggi, cereali e quant’altro di più, ed anche vi si seppelliscono i morti. Per i primi c’è una stagione di rispetto, per i secondi ogni giorno è quello buono.

Tra non molto sarà il tempo della mietitura. Il grano ha bisogno di spazio per dare colore a distese di acri ed acre è il puzzo del banco vendita aperto no limits dalla guerra in corso in Ucraina. 

Nelle difficoltà bisogna scegliere per il meglio e dare respiro alle spighe perché non si intralcino. Alla malora altri ingombri! La guerra ribalta campi e posizioni. Ai morti, invece, per compenso, il privilegio di una novità. 

Ci sono immagini dal fronte che germogliano amarezza e abitudine negli occhi che le osservano. Prima si stropicciano increduli, poi si fanno avvezzi e null’altro.

Covoni di carne, stesi in un supermercato, chissà a godere del fresco dei banchi, hanno ai piedi un cartellino con sopra un numero. Non si tratta del costo alla cassa. Di casse non ve ne sono. Ora si è moderni: c’è risparmio di imballaggi. 

Occorre sbrigarsi. Potrebbero deperirsi, diventare irriconoscibili, inutili per le preghiere smarrite, alla ricerca di approdi confusi.  

Perdessero di valore, sarebbe un cattivo affare. Gran brutta cosa una morte senza profitti. Lì dove le lacrime non sanno dove cadere. 

C’è un guerra anche tra proverbi. «Qui seminat iniquitatem, metet mala», qualcosa di simile al nostro “chi semina vento raccoglie tempesta”. Prontamente si oppone il Salmo 125“Qui seminant in lacrymis, in exultatione metent”, Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo.

Anni fa una canzone scriteriata recitava: ”Andiamo a mietere il grano…là troveremo l’amore…Tra poco sarà lavoro di mietitura e di vacanze. La guerra batterà la fiacca. O forse no.

Guerra, Via Crucis e un ricatto mancato.

Giovanni Federico

In Paradiso le parole ancora risuonano forti come pugni sui denti. “Giunsero a un podere chiamato Getsemani. Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e disse loro: “La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate”. La tristezza in cielo è tutt’ora intollerabile. Non è scritto che Gesù fosse preoccupato e che parlasse con i discepoli per sfogarsi. Era triste.

C’è una nuova guerra. Ce ne sono sempre da qualche parte. Ogni guerra ha per legge quella di infrangere le regole, altrimenti non sarebbe una guerra. La regola della guerra è di tradire i codici di belle maniere. Inutile e stupido scandalizzarsi.

Sulla terra gli uomini al solito scambiano la tristezza con la paura. Sono reattivi. Si preoccupano, sono in apprensione. Parlano, discutono, si schierano. Desiderano solo tornare alla tranquillità.

Parlano ma non sono tristi. Non vogliono imparare la tristezza e a viverla. La tristezza spegnerebbe il mondo e tutti si accorgerebbero che è davvero ora di cambiare. Se si fosse tutti in silenzio, tristi, il male si arresterebbe in un baleno.

Gli uomini parlano e si dividono la terra come la veste di Cristo. Parlano e commentano. Ma non sono tristi. Potrebbero ricattare Dio facilmente, minacciandolo che lo assedieranno con la loro tristezza che Lui proprio non sopporta.

Se Dio vedesse gli uomini tristi, manderebbe lo Spirto Santo a cambiare il cuore dei cattivi in men che non si dica. Ma gli uomini non sono tristi. Parlano.

Solo Dio può strappare l’uomo all’uomo.

Rancori destino e nostalgia, i figli contesi nel dolore della separazione.

Francesco Provinciali

Il vero salto di qualità nei conflitti di coppia, in presenza di prole, consiste nel saper guardare oltre, nell’archiviare in breve tempo la logica dei chiarimenti e delle puntualizzazioni, delle puntigliose sottolineature e cercare davvero insieme di creare per il figlio un ambiente il più possibilmente depurato dai residui tossici di una relazione amorosa finita male. Quando entrambi sanno acquisire questa consapevolezza ed agiscono con l’abito mentale della rimozione e del dialogo costruttivo si creano in genere le condizioni per affrontare con maggiore serenità l’organizzazione della vita futura, propria e dei figli che comunque già ci sono e a cui occorre provvedere con avvertito senso di responsabilità e capacità pratica di concertazione. In altri casi –  e purtroppo in una percentuale in crescendo o comunque preponderante – occorre un aiuto, una supervisione, una mediazione, una regolamentazione: procedure cui si arriva con gradualità o che vengono guidate dall’esterno, a volte purtroppo con un intervento di tipo sanzionatorio e formale.

Non tutti sono in grado di gestire i vari aspetti (emotivi, organizzativi, relazionali) di una separazione, a maggior ragione se in presenza di uno o più figli. Nelle situazioni in cui sono gli stessi genitori che chiedono una decisione super partes che imponga per decreto una regolamentazione tutelante per il minore e sostenibile da entrambi, si evidenzia subito la necessità di una previsione normativa estesa a tutti i possibili ambiti di vita del figlio: casa, scuola, vacanze, relazioni parentali e amicali, organizzazione del tempo libero. Nelle aspettative dei richiedenti tutto deve essere previsto in modo minuzioso e dettagliato come se si potesse redigere un manuale del “perfetto genitore” che agisce, decide, si consulta, provvede solo sulla base di precetti, prescrizioni e divieti imposti o suggeriti dall’esterno.

Nonostante eventuali interventi di mediazione esterna il rapporto all’interno della coppia genitoriale resta a volte molto conflittuale, con toni di esasperazione, accuse rinnovate e coinvolgimento del bambino o del ragazzino nella diatriba. Ciascuno deve-vuole dimostrare di essere un genitore migliore dell’altro ma per poterlo fare finisce inevitabilmente per risucchiare il figlio nei meccanismi della contesa. Non mancano mai le osservazioni postume, le visitazioni retrospettive, gli amarcord acidi: “mi avevi detto”…“mi avevi fatto”…“non sei mai stato affidabile”…“sei sempre stata scortese”…“il tale giorno del tale mese del tale anno…”…“a ferragosto di quell’anno”…“ai compleanni del bambino…”…“hai forse dimenticato quel pomeriggio?”…“nelle vacanze di Natale”…“se ti ricordi mi avevi tenuto sulla porta”…“avevi rotto il giocattolo per dispetto”…“mi offendevi in continuazione”…“sei sempre stata provocatoria”…“avevo ritirato la denuncia ma ora non lo rifarei”…“ti meritavi questo e di peggio”.

Una rievocazione esasperata dei dettagli e dei particolari che offusca il senso del presente: essere lì, trovarsi insieme a parlare del futuro del proprio figlio, cercando di organizzarlo nel modo più indolore, oltre le scorie e i detriti della separazione. Invece si chiude a doppia mandata la porta di quel sentimento che un tempo si chiamava “amore” e si aprono cento finestre ai ri-sentimenti e al desiderio di rivincita. Anche se non fisicamente presente il figlio è lì, al centro della disputa, oggetto delle rivendicazioni reciproche. Ogni parola che si spende, ogni desiderio che si esprime è intenzionalmente finalizzato al suo bene. Ma se rimane il rancore del passato che si rinnova nell’incomprensione del presente difficilmente possono essere rimossi gli ostacoli alla realizzazione di un progetto di vita per lui. Una tara che pesa non poco, questa, perché la gestione dei figli è pur sempre l’aspetto più importante da definire in una crisi di coppia.

Partono dai rispettivi punti di vista, il padre e la madre,  e non potrebbero fare altrimenti, cercano di riscrivere il presente, dicono di guardare oltre, mirano lontano. Naturalmente sempre in vista del preminente – anzi di più – dell’esclusivo interesse del minore. Non è una cosa facile convincere e convincersi che mentre il tempo passa tra attacchi e difese, accuse e risposte, obblighi e divieti, intanto il figlio cresce come un fiore costretto a farsi largo tra cespugli di ortiche. I genitori-giardinieri invece che sradicare le male piante seminano gramigna e preparano il campo di battaglia. I genitori-generali danno ordini a quella parte di sé che è genitore-soldato: scavare una trincea, erigere una barricata, chiudere il fortilizio, alzare il tiro.

Intanto la vita passa e va, tra schioppettate inutili e dannose. Usare il buon senso, assecondare la natura, non esasperare le situazioni, lasciare sempre uno spazio alla speranza: potrebbero invece essere queste le buone e innocue armi da mettere in campo. Molto spesso è infatti il destino che compie la sua parte, oltre le rispettive presunzioni, che lo si voglia o no.

Ma la Cina pensa davvero di prepararsi a una guerra?

Enrico Farinone

Un documentato articolo pubblicato su Foreign Affairs è significativamente titolato “Xi Jinping dice di star preparando la Cina per la guerra”. Ma è il sottotitolo che inquieta ancor di più: “Il mondo dovrebbe prenderlo sul serio”. Gli autori del pezzo, John Pomfret e Matt Pottinger, riprendono e analizzano i quattro diversi discorsi che il capo supremo della Cina ha tenuto lo scorso mese, nei quali con nettezza ha posto in primo piano il tema di una possibile guerra della quale Pechino potrebbe essere parte attiva. A conferma di ciò, vengono ricordate le più recenti decisioni assunte dal Dragone: l’incremento del 7,2% del budget militare (di suo già duplicato nella scorsa decade); la costruzione di bunker di protezione da raid aerei nelle città prossime allo stretto di Taiwan; la creazione di uffici per la “mobilitazione di difesa nazionale” in ogni area geografica del grande Paese; l’emanazione di nuove leggi per il pronto impiego della forza militare. E’ facile immaginare – sostengono gli articolisti – cosa tutto ciò significhi: “se Xi si dice pronto per la guerra, sarebbe folle non prenderlo in parola”.

Ed in effetti vi sono altri segnali alquanto preoccupanti, quali ad esempio il preciso invito rivolto all’industria privata (e sappiamo cosa voglia dire la parola “invito” in una dittatura…) a servire l’interesse superiore della nazione, in questa fase rappresentato soprattutto dai suoi obiettivi militari e strategici: il primo di essi è la riunificazione di Taiwan con la madre patria. Un obiettivo ormai ritenuto fondamentale, addirittura associato con il “ringiovanimento” della nazione e che pertanto indurrebbe Xi a utilizzare la forza pur di conseguirlo.

Ora, è evidente che un simile ragionamento va in rotta di collisione con gli USA. Il warning di Foreign Affairs ha dunque un suo fondamento. Anche perché il rafforzamento dell’asse con Mosca, su uno scacchiere diverso, va nella medesima direzione, appunto lo scontro con Washington. Un asse per di più completamente sbilanciato a favore dell’Impero di Mezzo. La debolezza russa, paradossalmente accentuata da una guerra che al contrario avrebbe dovuto significare il ritorno della Russia al centro della geopolitica mondiale, è tale che il Cremlino ha accettato di divenire il primo paese esportatore di idrocarburi in Cina, ma a prezzi di saldo, pur di poter vendere una materia prima che le sanzioni occidentali non rendono più esportabile in Europa.

Quindi Xi mantiene una certa ambiguità sulla guerra ucraina, tradotta in un “piano di pace” che Putin non ha potuto respingere e che lo stesso Zelensky si è detto disponibile a prendere in considerazione (per meglio dire il Presidente ucraino ha invitato la Cina al dialogo, cercando così di trovare un interlocutore non alleato col quale provare ad esplorare qualche ipotesi di soluzione al conflitto). Ciò che pare di scorgere dietro la nebbia del tatticismo più o meno intessuto di diplomazia, e non è una buona notizia, è la volontà cinese di creare un fronte antiamericano assai ampio che trae oggi dallo scontro che si sta svolgendo in Ucraina linfa propagandistica contro un Occidente che pretenderebbe di governare il mondo ma che non ha né l’autorità morale, né la potenza economica (e in prospettiva neppure militare) per poterlo fare. Dove per Occidente, però, Pechino legge soprattutto Stati Uniti d’America, mentre Mosca intende associare in questa espressione effettivamente l’intero Occidente e dunque anche l’Unione Europea (che invece è per i cinesi il ricco mercato terminale della loro Belt & Road Initiative, la Nuova Via della Seta).

In un tale scenario, il preoccupato monito dell’autorevole rivista americana probabilmente andrebbe considerato con una qualche attenzione.

AsiaNews | Al confine tra Europa e Asia rispunta l’indipendentismo ceceno

Vladimir Rozanskij

Nel centro di Groznyj, capitale della repubblica russa della Cecenia nel Caucaso settentrionale, sul prospekt Kadyrov dedicato al “fondatore della patria” Akhmat, padre dell’attuale presidente Ramzan, sono apparsi striscioni e video-banner inusitati. Le scritte e i volti su sfondo rosso-scuro inneggiano ai rappresentanti della “intelligentsija Vajnakhskaja”, i sostenitori dell’indipendenza dell’Ičkeria, lo Stato ceceno-inguscio per cui si è consumata la lunga guerra civile del post-comunismo.

I Vainachi erano quelle tribù, stanziate nelle regioni del Caucaso, che hanno dato origine all’attuale popolo ceceno, al gruppo etnico degli ingusci e ad altri della regione, secondo una definizione apparsa tra gli etnografi all’inizio del XX secolo. Con questo termine si volevano indicare i portatori delle antiche lingue derivate da quella “nakhskaja”, in una rilettura delle radici piuttosto oscure dei popoli di questa area antica e multiforme, al confine tra Europa e Asia.

Lo schermo degli striscioni propagandistici espone le immagini dello scrittore degli anni ‘70 Abuzar Ajdamirov, autore dell’inno dell’Ičkeria, e dell’eroe della guerra civile Jusup Temirkhanov, condannato per l’assassinio del comandante russo Jurij Budanov, che aveva rapito e ucciso la 18enne cecena Elza Kungaeva. Compaiono anche il chirurgo Khasan Baiev, molto attivo durante il conflitto, e il cantore dell’indipendenza cecena, lo scrittore Abdurakhman Avtorkhanov.

Il primo a diffondere le immagini del video-banner sulla sua pagina Facebook è stato il noto imprenditore Juni Uspanov, da alcuni detto il “cuoco di Kadyrov”, ristoratore premiato nel 2011 come “eroe civile”. I suoi ristoranti, diffusi in tutto il Caucaso, sono rinomati non solo per i piatti prelibati, ma anche per le esposizioni che ne fanno dei veri musei della storia dei popoli caucasici, e anche gli interni sono sempre arredati in stile locale.

Il richiamo agli indipendentisti dell’Ičkeria risulta provocatorio nel contesto della guerra in Ucraina, di cui il presidente ceceno è uno dei principali sostenitori e animatori, in sintonia – ma anche in concorrenza – con l’altro famoso guerrafondaio, il “cuoco di Putin” Evgenij Prigožin. Se quest’ultimo sembra pronto a candidarsi come avversario di Putin alle elezioni presidenziali del 2024, Kadyrov da qualche tempo lascia intendere che se la Russia non gli darà il dovuto spazio politico, potrebbe virare di nuovo sulla separazione.

Avtorkhanov è stato il grande dissidente dell’epoca sovietica ai tempi della seconda guerra mondiale, quando per sostenere la causa dell’indipendenza dell’Ičkeria aveva deciso di appoggiare il regime nazista in Germania, con motivazioni simili all’eroe dell’indipendenza ucraina Stepan Bandera. La “denazificazione dell’Ucraina”, motivazione iniziale dell’invasione putiniana, si riferiva proprio a queste tendenze, che sembrano riprodursi sul versante caucasico.

Il chirurgo Baiev ha salvato la vita a uno dei capi della guerra cecena contro i russi, il comandante Šamil Basaev, amputandogli una gamba direttamente sul campo. È stato poi perseguitato sia dai combattenti ceceni sia dalle forze federali putiniane, e ancora oggi vive e lavora a Groznyj.

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https://www.asianews.it/notizie-it/Il-ritorno-dellIčkeria-nel-Caucaso-russo:-separatismo-ceceno-minaccia-Putin–58087.html

[Fonte: AsiaNews – 31 marzo 2023]

La Voce del Popolo | La monocrazia alla Berlusconi compiace anche la Schlein

La scelta dei nuovi capigruppo di Pd e Forza Italia ci ricorda che i partiti di oggi sono forze monocratiche. È il leader che sceglie in larga misura la classe dirigente e dirime a modo suo le controversie interne. Cosa che dalle parti di Berlusconi è sempre accaduta (fin troppo), e dalle altre parti (non solo quelle del Pd) comincia a capitare con crescente frequenza. 

I due casi non sono paragonabili, si dirà. Il Cav. è padre padrone del suo partito fin dalle origini. E se ora è calato il sipario sulla commedia di un finto ricambio della classe dirigente, si può quasi apprezzare la sincerità con cui si regolano i conti da quelle parti. Mentre nel Partito Demo- cratico Elly Schlein può almeno vantare a suo favore la partecipazione massiccia di migliaia e migliaia di militanti che hanno animato le primarie. 

Resta il fatto che una volta scelto il leader, il resto sembra discenderne in modo quasi inesorabile. E il ricordo di quando, nei lontani anni settanta del secolo scorso, Gerardo Bianco (nella foto) si fece alfiere dei “peones” democristiani riuscendo a farsi eleggere contro lo stato maggiore del suo partito si fa ancora più lontano e quasi inverosimile. 

Eppure un po’ di contesa nei partiti farebbe bene alla loro salute. Non il litigio quotidiano, s’intende. Ma almeno una sana competizione che dia voce anche a quei malumori, a quelle ambizioni, a quelle forme di indisciplina che fanno parte di storie democratiche mai troppo appagate dal conformismo. Tutte cose che non vanno più di moda, è risaputo. Sostituite però da un rito di ubbidienza che non convince fino in fondo.

Fonte: La Voce del Popolo – 30 marzo 2023

[Testo qui riproposto per gentile concessione della direzione del settimanale della Diocesi di Brescia. Titolo originale: “Un po’ di contesa farebbe bene ai partiti”]

Il futuro partito di Calenda accetti la sfida del pluralismo

In vista dell’avvio della fase costituente del cosiddetto “terzo polo” con l’obiettivo di dar vita ad un partito unico di quest’area centrista, riformista e di governo, c’è un nodo che ancora attende di essere sciolto e che rappresenta il vero salto di qualità a livello politico e culturale. E forse, e quasi sicuramente, anche sotto il versante del consenso. Ovvero, il futuro partito di centro sarà un soggetto politico autenticamente ed organicamente “plurale” al suo interno? Perchè proprio attorno a questa domanda si gioca un passaggio decisivo e cruciale per capire la stessa identità culturale e il profilo politico di quel partito. È persin inutile ricordare che un partito di centro – riformista e di governo – nella storia democratica del nostro paese non può ridursi ad essere una sorta di rinnovato partito repubblicano o liberale o tardo azionista. Ciò significherebbe relegare quell’esperienza politica a giocare un ruolo del tutto marginale e periferico nello scacchiere politico italiano. Come, e specularmente, nessuno pensa – salvo qualche simpaticone nostalgico e fuori tempo e fuori luogo – di dar vita ad un partito cattolico fortemente identitario e neo confessionale se non addirittura di stampo neo clericale. No, la vera scommessa e la vera sfida politica è quella di saper costruire un luogo politico autenticamente plurale dove la capacità di chi guiderà il partito è quella di saper elaborare un progetto che faccia sintesi dei vari filoni ideali democratici e riformisti che vi partecipano.

Sotto questo versante la fase costituente del partito è decisiva e cruciale. Almeno su due aspetti.

Innanzitutto quando si parla di fase costituente di un partito è necessario garantire e praticare una vera e non virtuale apertura a tutti quei mondi vitali e culturali che si riconoscono in una potenziale prospettiva centrista e riformista. Nessuna deriva autoreferenziale e nessun tentativo di escludere a priori, in virtù di strane e singolari pregiudiziali politiche o ideologiche, alcune tradizioni culturali ed ideali rispetto ad altre. Inoltre, la fase costituente di un partito è credibile nella misura in cui apre un vero dibattito nel paese senza alcuna preoccupazione di garantire e consolidare rendite di posizione o di salvare leadership che si sono affermate legittimamente nel frattempo. Un aspetto, questo, decisivo per valorizzare e salvaguardare quel pluralismo che era e resta la vera cifra distintiva di un partito autenticamente democratico, plurale, popolare e liberale.

In secondo luogo va garantita la cosiddetta contendibilità interna al partito. Ovvero, certificare la possibilità – attraverso norme statutarie certe, sottoscritte e condivise – che la leadership politica va conquistata sul campo attraverso un vero ed autentico percorso democratico e partecipativo. Nulla di nuovo, del resto, rispetto all’impianto democratico e trasparente dei partiti del passato che, almeno su questo versante, non possono essere visti ed interpretati come strumenti inservibili e da criminalizzare sotto il versante politico e culturale. E, inoltre, questa è l’unica strada concreta per battere alla radice qualsiasi tentazione di “partito personale” o di un banale cartello elettorale prolungamento delle volontà del “capo”. Elemento, questo, che era e resta il vero nemico da battere dopo una lunga stagione caratterizzata dal populismo grillino che ha distrutto i partiti, ridicolizzato le culture politiche, azzerato la militanza, cancellato il radicamento territoriale e indebolito la qualità e l’autorevolezza delle classi dirigenti politiche ed amministrative.

Ecco perchè la fase costituente di un partito – nel caso specifico di un partito di centro che vuole perseguire una vera e credibile “politica di centro” – non può e non dev’essere affrontata con leggerezza e con disinvoltura. Ogni cedimento sul terreno della partecipazione democratica, della collegialità decisionale, dell’apertura verso l’esterno e della piena valorizzazione del pluralismo culturale, rischia di mettere in discussione l’intero progetto politico. Insomma, si tratta di un “avviso ai naviganti” che non può essere nè sottovalutato e nè ridimensionato.

Prosciutto plastic free. Via le vaschette, nuova vita alla carta.

Il Parma è una delizia. Tant’è che non si spende neanche la parola prosciutto, basta dire Parma. E una delizia ha bisogno di liberarsi per arrivare al gusto di chi lo può apprezzare. Ma liberarsi da cosa? 

Adesso il Parma vuole liberarsi dalla plastica. Necessaria perché è il modo per arrivare a tutti (nel mondo si calcola che siano 90 milioni le confezioni di prosciutto in fette), ma nello stesso tempo sappiamo che è una nemica dichiarata dell’ambiente. E allora il Parma proverà ad arrivare ovunque avvolto nella carta anziché nelle vaschette di plastica. Sembra utopico, ma i produttori del consorzio traguardano questo obiettivo per i prossimi anni, seguendo quanto emerso da uno studio realizzato negli ultimi due anni e presentato a Cibus connecting.

“Noi contiamo in tempi relativamente brevi di cambiare dalla plastica alla carta – dice Paolo Tramelli, marketing manager del Consorzio del Prosciutto di Parma. Questo procedimento consente una conservazione addirittura migliore. Per passare poi a un materiale completamente compostabile (quindi anche recuperabile alla fine del ciclo. ndr). Per questo ci vorrà un po’ più di tempo perché lo studio su questi materiali è in corso. Un domani però si arriverà sia all’utilizzo di materiali completamente riciclati che compostabili”.

Pensiamo solo al contenitore o al contenuto? È possibile migliorare ancora un prodotto che è già un’eccellenza riconosciuta ovunque? “Certo che è possibile” dicono quelli del consorzio che hanno messo mano al rigoroso disciplinare introducendo importanti migliorie. “Si parte dalla genetica dei maiali fino ad arrivare alla stagionatura, che aumenterà, e alla riduzione del tenore del sale presente nel prosciutto – aggiunge Tramelli. Quindi un insieme di regole che ci aiuteranno a rendere la dop Prosciutto di Parma ancora più distintiva rispetto al prosciutto crudo generico e anche una maggiore trasparenza e rafforzamento dei controlli”.

[Fonte: Askanews – 30 marzo 2023. Titolo originale: “Prosciutto di Parma: elimineremo 90 milioni di vaschette plastica”.]

L’Osservatore Romano | Leggenda della fantasia moderna. Teologia e guerre stellari.

Quando nella seconda metà degli anni Settanta i primi film di George Lucas videro la luce, un nuovo mondo di fantasia si apriva per l’uomo moderno. Tutto il mondo dello spettacolo (che poi produsse sequel, prequel, fumetti e serie televisive) rimase incantato da queste nuove storie, che ancora oggi hanno successo senza perdere il loro fascino. Ed è così che Lucas cercò di «creare un racconto morale, divertente e molto identificabile», come scrive Benjamin D. Espinoza, curatore del volume Theology and the Star Wars Universe (Lanham, Lexington Books, 2022, pagine 250, dollari 35), una raccolta di saggi di diversi autori che tentano di avvicinarsi, attraverso le lenti di concetti offerti dalla teologia cristiana, al mondo di fantasia delle guerre stellari.

Quattro sono le parti che compongono l’opera. La prima comincia con la premessa, nonché spiegazione, del perché “teologizzare” quest’opera. La comparazione tra i cavalieri Jedi con i monaci risulta più che evidente, dato che «analizzare Star Wars attraverso le lenti della religione, la teologia o la spiritualità non ci sorprende, con temi come la speranza, la vendetta, la redenzione, la riconciliazione, il bene e il male, la liberazione, temi tutti questi profondamente radicati nella serie. Star Wars è pieno di analisi teologiche».

Nella seconda parte (Le teologie dei Jedi), invece, si affrontano temi cruciali come la forza, gli eroi e le loro gesta. Un’eco che risuona nella comparazione con gli “eroi” del capitolo 11 della lettera agli Ebrei, infatti: «Pensare in termini di eroismo attraversando queste due collezioni di storie ci aiuta a vedere realtà indiscutibili sulla vita umana e sulla diversità». Ci mostra anche — si legge nel saggio di Bethany Keeley-Jonker e Robert Keeley — «la promessa fatta attraverso la morte e risurrezione di Cristo». Un altro tema è l’ascetismo e la lotta tra la luce e la sua oscurità nella figura misteriosa e attrattiva dei “Sith”, come mostra Nathan García nel suo saggio. Si evidenzia la necessità di un maestro, come anche il bisogno di una relazione virtuosa tra maestro e discepolo, arrivando addirittura a compararlo con il cammino dell’ascensione spirituale. Questa sezione si chiude con una demistificazione tanto dei Jedi come del clero.

Teologie politiche è il titolo della terza parte nella quale si sottolinea l’accento tra «l’opposizione» o «modo di vedere» la vecchia religione così come il vecchio credo, mettendo a fuoco personaggi come Ahsoka, Tano e Luke che mettono in discussione la visione contraddittoria dell’ordine Jedi, arrivando addirittura a reinterpretarla. Visione questa che scatena una prospettiva di non-violenza difesa da un anziano Luke, che è in netta sintonia con la visione cristiana contraria alla violenza. In questo capitolo c’è anche un saggio dedicato al misticismo nella serie.

Chiudendo questo ciclo di saggi a più voci, l’ultimo capitolo si apre con un dialogo tra questa serie di fantascienza e i pensatori del passato. Ed è Jonathan Lyonhart che, approfittando della dualità che c’è tra luce e ombra tanto caratteristica nella serie, inizia un dialogo col manicheismo, rifiutato e combattuto da sant’Agostino. Shaun Brown, dal canto suo, mette alla prova il termine “speranza”, che il cristianesimo ha forgiato lungo i secoli, con il filo narrativo delle Guerre stellari che basa, a sua volta, l’unità della narrazione appunto su questo stesso termine. Ruan Duns invece si distanzia nel suo articolo dall’equiparare lo Spirito Santo con la Forza. E in una altrettanto interessante disquisizione, Russel Johnson, prendendo spunto da Albert Camus, critica «il valore degli eroi» presentando a sua volta la figura dell’antieroe. Prende come scenario il film L’ultimo Jedi, dove si vede Luke che chiede a Rei quale sia il ruolo che lei rappresenta in questa storia, dato che il suo sangue non unisce le grandi dinastie del mondo di Star Wars, essendo lei però potente nella Forza. È così che devierebbe «i pilastri della speranza della Resistenza» verso personaggi minori che sorprendono per l’unione con la Forza. Johnson mette in guardia: «A partire da questo film occorre rammentare ai cristiani di non mettere i santi sui piedistalli e ignorare i loro fallimenti. Fare questo non è solo falsificare le loro vite, ma privarci addirittura dalla testimonianza della fede ordinaria».

Uno degli aspetti più interessanti di questo volume curato da Espinoza, al di là degli approfondimenti dei diversi articoli e saggi ivi presentati, è senz’altro la varietà di temi affrontati. È evidente che non omnibus omnia e quindi, nella sua lettura, uno può consultare i capitoli o le tematiche che possano sembrare più interessanti al lettore. Ma d’altro canto è degno di menzione l’interesse nell’avvicinare e interpretare, sotto la luce di Guerre stellari, l’uomo di oggi e cristiano a uno dei più grandi «miti della modernità», a questa formidabile «leggenda della fantasia moderna», a questo mondo della Forza impastato di luce e ombra, di bene e male. Costituisce senza dubbio uno sforzo umano e un valore umanistico il voler parlare con l’uomo moderno con il linguaggio che non potrà mai morire: quello dell’immaginazione, dove simbolo, immagine, mito, si mescolano in una narrativa che in fin di conti è chiamata a trascendere l’anima umana e la stessa storia dell’uomo.

Bloccare i sistemi d’intelligenza artificiale? Almeno per sei mesi, dice Musk.

Il miliardario Elon Musk e una serie di esperti del settore tech hanno firmato un appello per chiedere una pausa nello sviluppo dei potenti sistemi di intelligenza artificiale (AI) per concedere il tempo necessario a elaborare regole per il suo controllo. La lettera aperta, firmata finora da più di 1.000 persone tra cui Musk appunto e il co-fondatore di Apple Steve Wozniak, è stata sollecitata dal rilascio di GPT-4 dalla società OpenAI di San Francisco. L’azienda afferma che il suo ultimo modello è molto più potente della versione precedente, utilizzata per alimentare ChatGPT.

“Questi sistemi di intelligenza artificiale possono comportare gravi rischi per la società e l’umanità”, afferma la lettera aperta intitolata “Pause Giant AI Experiments”. “I potenti sistemi di intelligenza artificiale dovrebbero essere sviluppati solo quando saremo sicuri che i loro effetti saranno positivi e i loro rischi saranno gestibili”, ammoniscono i firmatari del testo. 

Musk è stato un investitore di OpenAI, ha trascorso anni nel suo consiglio di amministrazione e la sua azienda automobilistica Tesla sviluppa sistemi di intelligenza artificiale per aiutare a potenziare la sua tecnologia di guida autonoma, tra le altre applicazioni. La lettera, pubblicata dal Future of Life Institute finanziato da Musk, è stata firmata da importanti critici e concorrenti di OpenAI come il capo di Stability AI Emad Mostaque.

“Invitiamo tutti i laboratori di intelligenza artificiale a sospendere immediatamente per almeno 6 mesi lo sviluppo di sistemi di intelligenza artificiale più potenti di GPT-4”, si legge nella lettera che chiede ai governi di intervenire e imporre una moratoria se le aziende non fossero d’accordo.

I sei mesi dovrebbero essere utilizzati per sviluppare protocolli di sicurezza, sistemi di governance dell’AI e riorientare la ricerca per garantire che i sistemi di intelligenza artificiale siano più accurati, sicuri, “affidabili e leali”.

Fonte: Agenzia Italia – 29 marzo 2023

Dibattito | Di centro, conservatore e liberale. Spunti per un…partito cattolico.

Davvero suona così scandalosa l’idea di un partito cattolico? Davvero la nascita di un soggetto politico identitario di matrice cattolica rappresenterebbe un vulnus alla laicità e, allo stesso tempo, un tradimento dei principi della dottrina sociale della Chiesa? Davvero il destino dei cattolici in politica dopo la stagione della Dc (che, è bene ricordarlo, non era un partito cattolico, tutt’al più d’ispirazione e con un lascito in tal senso a ampiamente fallimentare) e suoi epigoni, è quello della “diaspora”, che si scrive diaspora ma si legge irrilevanza? Credo si tratti di domande, e molte altre ne se ne potrebbero aggiungere, dalle quali tanto dopo l’esito delle elezioni del 25 settembre scorso quanto, e soprattutto, dopo la violenta (ma non inattesa, chi ha orecchie intenda) torsione in senso radicale e massimalista del Pd targato Schlein non è più possibile sottrarsi. Né può essere un caso se da un recente sondaggio di YouTrend per SkyTg24, di cui molto si è già parlato e che giustamente continua a far discutere, sia emerso che un italiano su quattro è favorevole alla nascita, appunto, di un partito cattolico. Si tratta anzi di un risultato che, anche al netto del fatto che i sondaggi vanno sempre maneggiati con molta cura, rappresenta un segnale importante perché dice non solo dell’esigenza, per altro già manifestatasi a più riprese negli ultimi anni, di un rinnovato impegno dei cattolici in politica; ma, ed è questo l’aspetto di novità, dell’esigenza di un rinnovato impegno unitario dei cattolici in politica. Il che già di per sé connota una precisa scelta di campo. 

Sulle ragioni che stanno o che starebbero dietro una simile presa di posizione si è già detto e scritto molto, ma si tratta in fin dei conti di una questione secondaria. Il tema vero è che c’è voglia, si sente il bisogno di un partito cattolico. Dalla fine della Dc la questione della presenza dei cattolici in politica ha visto l’affermazione – oltre a sacche residuali a vario titolo eredi o che come tali si proponevano dello scudo crociato – del modello, lo si accennava poc’anzi, della “diaspora” cristallizzatosi nella stagione del cosiddetto ruinismo. Si trattava in sostanza di una presenza non organizzata in un (unico) partito di riferimento, ma articolata in più formazioni (quando non articolata affatto) che a vario titolo si rifacevano (o come tali si proponevano) all’esperienza del popolarismo sturziano, e il cui obiettivo era quello di trovare di volta in volta una convergenza su temi e contenuti precisi innervando, per così dire, dal di dentro i vari schieramenti in campo. E se va dato atto del fatto che quella stagione un qualche risultato l’ha ottenuto, è altrettanto vero che – parallelamente al venir meno (anche se non direttamente collegato ad esso) del ruolo della chiesa italiana nella società e nella politica – soprattutto gli ultimi anni sono stati contrassegnati da una crescente e sostanziale irrilevanza delle istanze ultimamente riconducibili all’alveo della dottrina sociale della chiesa. 

Anche un resoconto approssimativo dei provvedimenti e delle leggi varate dagli ultimi governi fa emergere con straordinaria evidenza quanto quelle istanze siano state per nulla recepite se non calpestate, al punto che l’Italia non solo non è più un paese cattolico, se non nominalmente; ma non è più neanche un paese per cattolici. La qual cosa è apparentemente paradossale se solo si pensi che alla guida dei succitati governi vi erano esponenti sedicenti cattolici. Ora dal momento che non si scorgono all’orizzonte segnali di un sostanziale cambio di rotta, risulta essere oltremodo velleitario, oltre che scarsamente lungimirante, insistere con quel modello. Se a ciò si aggiunge che da più parti si invoca il superamento dell’attuale legge elettorale per un ritorno ad un sistema proporzionale – ciò che indubbiamente rappresenterebbe un framework più favorevole di quello attuale – ecco la prospettiva di una formazione politica unitaria e identitaria di matrice cattolica non può non essere presa seriamente in considerazione. Tanto più, anche questo va detto, in un frangente come quello attuale in cui la Chiesa italiana, o quanto meno ampi settori di essa, nonostante gli appelli affinché i cattolici siano più presenti nel dibattito politico, sembra non voler più opporre alcuna resistenza alla deriva secolarista e laicista che solo un cieco potrebbe non vedere (e di cui l’attuale corso del Pd è esempio lampante), essendo altre le urgenze, altri i problemi che sembrano stare in cima all’agenda ecclesiale.

Da questo punto di vista è anzi quanto mai urgente che soprattutto il laicato cattolico maturi al più presto una rinnovata coscienza sia della gravità delle sfide e della posta in gioco, in primis a livello antropologico, sia dell’importanza del proprio ruolo, riaffermato con forza dal Concilio Vaticano II e dal magistero successivo fino alla definitiva archiviazione della figura del vescovo-pilota. La nascita di una nuova formazione politica cattolica avrebbe anche un doppio valore di natura, per così dire, extra politica. Da un lato fungerebbe da cartina di tornasole sullo stato di crisi in cui versa il cattolicesimo in Italia, posto che c’è da scommettere che una simile operazione verrebbe criticata, se non osteggiata, primariamente in seno al cattolicesimo in quanto giudicata “divisiva” e, quindi, eterodossa rispetto allo zeitgeist contemporaneo; dall’altro, sarebbe anche l’occasione per affrontare (e auspicabilmente risolvere) quello che a tutti gli effetti è un limite delle moderne democrazie liberali.

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Quando finisce un amore…Padri e madri a confronto con i figli.

In genere i conflitti genitoriali riguardano figli minori molto o relativamente piccoli. A cominciare dalla prima fase dell’adolescenza, i ragazzini e le ragazzine compensano in parte il fatto di essere “contesi” da entrambi i genitori con occasioni di socializzazione extra domestiche, a partire dalla scuola e dalle frequentazioni dei coetanei. Non mancano le debite eccezioni che peraltro coincidono con i casi più dolorosi, quelli che presentano un elevato indice di coinvolgimento emotivo nelle vicende sentimentali del padre e della madre, sovente vissuti con sofferta partecipazione.

Questo accade in particolare quando uno dei due genitori, se non entrambi, chiedono più o meno esplicitamente al figlio o alla figlia di parteggiare, di schierarsi dalla loro parte forzando inevitabilmente i suoi spontanei sentimenti. Quando il conflitto si fa così aspro, costellato da episodi incongruenti o dannosi e comunque da situazioni ingarbugliate sotto il profilo emotivo, sono gli stessi genitori che allargano il fronte della contesa invocando reciprocamente e molto spesso anche per il figlio la necessità di valutazioni del profilo personologico e comportamentale, al fine di individuare ed evidenziare eventuali patologie da curare o rimuovere. 

Si rivolgono pertanto di loro iniziativa a “consulenti tecnici di parte”(CTP) o sollecitano perizie d’ufficio (CTU), per avere una descrizione analitica e particolareggiata del carattere e dei comportamenti del figlio e magari la chiedono anche a carico dell’altro genitore. Se non disposte motivatamente da chi ne ha la responsabilità, si tratta in genere di scelte ossessive che esasperano e acuiscono realtà già compromesse, vanno nella direzione della  problematizzazione dei vissuti e costringono sovente i figli  a estenuanti sedute terapeutiche, oggettivamente non necessarie. Eppure ci sono padri e madri che ritengono con lucida determinazione che questa scelta rientri nei propri doveri genitoriali, alla stregua di quelli che natura e buon senso solitamente attribuiscono loro: il mantenimento, l’affetto, le cure, la tutela.

Come dire: pane, amore e perizie a 360°. Che cosa mette vicendevolmente in competizione i padri e le madri nei confronti dei loro figli? Sicuramente – prima di ogni altra cosa- la paura di perderli. Non è solo il timore della privazione di un rapporto di ‘fisicità’, di frequentazione, c’è anche l’ansia, la preoccupazione che vengano espropriati i sentimenti, le relazioni, gli affetti. Sono le ragioni del cuore quelle che spingono i genitori a spendersi nella contesa: se mai ne esiste una è la metafora della ‘lancia’ e dello ‘scudo’ quella che più compiutamente ne spiega i comportamenti. Da un lato devono attrezzarsi per la difesa ad oltranza: rintuzzare gli attacchi dell’altro contendente, ritagliarsi uno spazio di gestione del figlio, una specie di fortino invalicabile, un presidio, uno zoccolo duro da cui partire per realizzare strategie di appropriazione e di conquista, spostando sempre più in là il confine dei propri diritti.

Dall’altro sono costretti generalmente ad attaccare per primi, cercando di evidenziare le carenze altrui, utilizzando in modo improprio il figlio conteso: una ‘testa d’ariete’ per sfondare il fronte avverso. Quando queste strategie riescono in genere producono risultati dannosi per sé e per i figli stessi. Ogni volta che ci sono relazioni sentimentali che si chiudono ciò non avviene solitamente in modo improvviso e repentino, si tratta in genere di un lento declino dei rapporti affettivi che sfocia in una decisione a volte unilaterale e altre volte condivisa: concludere, finire, voltare pagina, magari ricominciare altrove. Se c’è un figlio di mezzo bisogna considerare che ogni decisione che riguarda la vita di coppia dei suoi genitori ricade, nel bene o nel male, anche e soprattutto su di lui, che in genere – per età o inconsapevolezza rispetto ai loro vissuti – è estraneo alle ragioni del conflitto e ne subisce solo le ricadute.

La storia rimane “a tre” (pensando al caso tipico di due genitori e un figlio) e comunque “al plurale” ma va riscritta da capo. A volte i genitori ce la fanno da soli: prendono atto della fine del rapporto e civilmente e pacificamente si dividono responsabilità, presenze, diritti e doveri che riguardano la prole. Riescono a programmare anche una fase così delicata cercando di evitare al figlio il trauma della rottura, sfumano le presenze, attenuano i toni della separazione, mantengono un clima di cordiale coesistenza, creano un ambiente più ovattato magari coinvolgendo altre figure di sicuro riferimento affettivo nell’ambito del nucleo familiare più allargato (ad es. i nonni, gli zii).  

Ciò comporta, è opportuno interiorizzare questo concetto, che entrambi i genitori sappiano fare un passo indietro rispetto alla prevalenza delle proprie ragioni e un passo avanti verso il benessere emotivo ed esistenziale del proprio figlio. Ovvio che questo interesse “terzo” possa essere riconosciuto e rispettato solo a costo di rinunciare, dall’una e dall’altra parte, al desiderio di voler chiarire tutto, ma proprio tutto, di una vicenda che sarebbe più onesto accettare nell’evidenza della sua attualità. Prendere atto della fine di un rapporto di coppia non è una cosa facile da metabolizzare: ci sono sempre da rimarcare vicende, accuse, manchevolezze, episodi, fatti, circostanze che inevitabilmente riemergono nella narrazione dei rispettivi vissuti.