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QUANTO CI MANCA BERTOLDO

Di Sandro Fontana, che si firmava Bertoldo, si potrebbero dire molte cose. “Ma voglio proprio ricordare – dice l’autore – quella rubrica del Popolo, firmata appunto ‘Bertoldo’, per riaffermare un postulato che oggi, purtroppo, è scomparso dall’orizzonte: ovvero, la capacità come cattolici popolari e cattolici sociali di non farsi dettare l’agenda politica da altri e, nello specifico, di non subire l’egemonia di nessuno”.

 

Sandro Fontana ci lasciava 9 anni fa, ad inizio dicembre del 2013. Sandro è stato innanzitutto uno storico prestigioso, un politico di grande statura, è stato Ministro dell’Università e della Ricerca, Assessore Regionale in Lombardia e parlamentare. Nonché dirigente di partito. Era un autorevole esponente della ‘sinistra sociale’ di Forze Nuove e braccio destro di Carlo Donat-cattin per molti anni. Dopo la fine della Dc è stato dirigente nazionale dell’Udc e Vice Presidente del Parlamento Europeo. Ma è stato anche, dal 1989 al 1992, Direttore del ‘Popolo’ dove si è fatto notare non solo per i suoi gustosi editoriali ma per la rubrica quotidiana, insuperabile e vivace, firmata con lo pseudonimo ‘Bertoldo’. Sì, proprio ‘Bertoldo’, come quel contadino rozzo di modi, ma di mente acuta, che finisce per diventare consigliere del re.

Ora, di Sandro Fontana si potrebbero dire molte cose, anzi moltissime. Ma voglio proprio ricordare quella rubrica del Popolo, firmata appunto ‘Bertoldo’, per riaffermare un postulato che oggi, purtroppo, è scomparso dall’orizzonte: ovvero, la capacità come cattolici popolari e cattolici sociali di non farsi dettare l’agenda politica da altri e, nello specifico, di non subire l’egemonia di nessuno. Nè dalla sinistra radical chic in versione gramsciana, nè dai ‘cattolici professionisti’, nè dagli intramontabili leader della incontaminata società civile e nè, tantomeno, dagli interpreti esclusivi e alto borghesi del ‘politicamente corretto’. Mondi che, come ripeteva sempre ‘Bertoldo’, sono esterni ed estranei alla tradizione e alla prassi del cattolicesimo popolare e sociale perchè, semplicemente, lontani dalle abitudini, dai bisogni, dalle istanze e dalle domande dei ceti popolari.

Ecco, quella personalità politica e quella lungimiranza culturale che oggi non c’è più. E, purtroppo, è scomparso anche il ruolo e la funzione dei cattolici popolari e sociali nello scacchiere politico italiano. Quello che rimane è un puro ed incolore esercizio di potere che in alcuni partiti si limita a raccattare qualche candidatura in virtù di un passato ormai storicizzato ed archiviato.

Più d’uno ha paragonato ‘Bertoldo’ con ‘Fortebraccio’, lo storico pseudonimo di Mario Meloni su l’Unità. C’è del vero in questo confronto. Ma, per restare a ‘Bertoldo’, l’unico insegnamento che possiamo trarre da quella lezione politica, culturale, intellettuale ed etica è che, con quella rubrica quotidiana sull’organo della Democrazia Cristiana, il cattolicesimo politico italiano non era un gregario. Qualcuno dice che tutto ciò senza la Dc non è più possibile. Non è così vero. Perchè quando c’è una cultura politica accompagnata dal coraggio delle proprie azioni e dalla non passiva subalternità ad altre culture e ad altre tradizioni, si può essere protagonisti e veri interlocutori politici e culturali. E Sandro Fontana, proprio con ‘Bertoldo’, ci ha insegnato questo.

IL BARDO INCONTRA LA REGINA CLEOPATRA: DISSERTAZIONI SULLE SORTI DELL’IMPERO (NELL’ERA MELONI).

È bastato a Cleopatra mostrare condiscendenza e indole gentile per avere un bottino più grande di quanto poteva apparire all’inizio. In effetti, “quanto il Bardo è voglioso di apparire e di entrare nelle grazie di qualcuno, tanto la potente Cleopatra sa per maestria quanto poco costa dare udienza e ascoltare, con pazienza e accondiscendenza velata, le parole del ingenuo Bardo”.

 

Nel piccolo villaggio gallico alla notizia che il Bardo aveva mandato all’insaputa del capo e di Asterix una richiesta di incontro con la potente regina Cleopatra, moglie del nemico Giulio Cesare, si sono vissuti momenti di sgomento e di rabbia; sgomento perché non si era potuto valutare i pro e i contra di una tale richiesta e di rabbia perché ancora una volta il Bardo aveva preso una iniziativa da solo ignorando il capo e l’intero villaggio. Ma quello che destava ancora più sospetto è che la potente regina aveva accettato di incontrarlo pensando di tranne vantaggio. E sì, perché quanto il Bardo è voglioso di apparire e di entrare nelle grazie di qualcuno, tanto la potente Cleopatra sa per maestria quanto poco costa dare udienza e ascoltare, con pazienza e accondiscendenza velata, le parole del ingenuo Bardo. Meglio lui del villaggio che l’astuto Asterix o l’irascibile capo-villaggio Abraracourcix.

E così puntualmente è avvenuto. Il Bardo si è presentato con il suo “cahiers de doléances” fitto fitto di contro proposte pensate per il meglio dell’Impero, con l’accortezza di usare un tono dimesso e sussiegoso per non irritare la suscettibilità della regina Cleopatra, ma certo di non voler sfigurare difronte a tanto potere. E a nome di un villaggio non suo ha contrattato una tregua di qualche settimana. La regina da parte sua ha ascoltato, annuito, precisato dove serviva e mostrato benevolenza, la stessa che mostra la volpe per stanare la sua preda dalla tana: accoglierà dove è possibile e fermamente respingerà dove proprio non si può venir meno ai principi dell’Impero. E si sono così salutati: uno certo di aver fatto una gran bella figura, più per sé che per il villaggio (ma si conosce l’ego del Bardo), e l’altra certa di avere acquistato inaspettatamente una gran bella spia in campo avverso e che in fondo il prezzo è stato basso. È bastato mostrare condiscendenza e indole gentile per avere un bottino più grande di quanto poteva apparire nei primi minuti.

Ma il villaggio di Asterix non è stato con le mani in mano. Ha inviato pronte spie a catturare le parole dell’incontro e pronte a riferire, quindi, prima che il Bardo faccia rientro. Asterix che pure ha accolto il Bardo dandogli una casa, e ascoltando con serena rassegnazione, lo stonato canto, non ha gradito questa mossa e per certo ha già fatto sapere che non è il pensiero di tutto il villaggio, e che si vedrà al momento dei fatti se ci sarà battaglia tra i due eserciti o si tratterrà di sole scaramucce affidate al prode Obelix. D’altra parte l’argomento dell’incontro riguardava come allocare il prossimo anno i sestersi dell’Impero e quindi pur non avendo i Galli moneta, sempre con i sesterzi devono aver a che fare se vogliono comprare i beni che non producono e qualche gioiello per le mogli. Sapere se si spenderà e come, o se si risparmierà e dove, ha la sua importanza anche per il piccolo villaggio dei Galli.

E così, mentre sulla strada del ritorno il Bardo intona il suo sgraziato canto, Cleopatra manda segreti messaggeri ad Asterix per sapere come davvero stanno le cose, per essere sicura di riferire il vero al potente Cesare; ed Asterix invece, mentre attende i messi di Cleopatra per sedersi al tavolo delle trattative da leader qual è, prepara una doccia “rinfrescante” all’incauto Bardo. I due popoli per il momento attendono di capire se l’anno che verrà sarà di ristrettezze o si ci si potrà concedere qualcosa in più, non molto certo ma il giusto per portare, come si dice, in vacanza la famiglia, riavviare la bottega o tenere il lavoro che si ha, curare il nonno, dare un lavoro al giovanotto che ti gira ancora in casa, scaldarsi, cucinare e illuminare la casa.

A 50 ANNI DALLA TERRIBILE TRAGEDIA DEI FUOCHI D’ARTIFICIO AL PRENESTINO, NELLA PERIFERIA EST DI ROMA.

“Questa vicenda romana – spiega l’autore – rappresentò per l’opinione pubblica e per i mezzi di comunicazione, non solo italiani, oltre alla drammaticità dell’accaduto, un richiamo al rispetto delle regole e alla prevenzione per coloro che trattano con materiale esplosivo, anche se nel corso di questo mezzo secolo gli incidenti sono diminuiti, ma ancora accadono nel periodo delle feste di fine anno”.

 

Il ricordo di una incredibile tragedia nella periferia romana al Prenestino di 50 anni fa, per il crollo di un palazzo a causa dello scoppio di fuochi di artificio, quando l’opinione pubblica seguiva le tristi vicende degli “anni di piombo”, ove le follie del terrorismo erano sempre in agguato e il Governo Andreotti era alle prese con i provvedimenti per proteggere gli obiettivi sensibili, oppure conoscere la conclusione delle trattative per il “cessate il fuoco e la pace” fra gli Stati Uniti con il Presidente Nixon e i due Vietnam (Nord e Sud), di una guerra iniziata nel 1964, è ancora presente in chi scrive questa nota.

Questa vicenda romana rappresentò per l’opinione pubblica e per i mezzi di comunicazione, non solo italiani, oltre alla drammaticità dell’accaduto, un richiamo al rispetto delle regole e alla prevenzione per coloro che trattano con materiale esplosivo, anche se nel corso di questo mezzo secolo gli incidenti sono diminuiti, ma ancora accadono nel periodo delle feste di fine anno.

Ma che cosa è successo, in questa drammatica vicenda di mezzo secolo fa?

Era la notte fra il 30 novembre e il 1 dicembre 1972, e nel quartiere Prenestino Labicano scoppia l’inferno. Improvvisamente, verso le 3,30 e le 3,45, un boato, causato da una esplosione di un deposito clandestino di fuochi d’artificio, nel seminterrato di una armeria, squarciava la quiete e il silenzio della notte. Un boato impressionante, udito a chilometri di distanza, in particolare nel quadrante est di Roma. Alla terribile esplosione, ne seguirono altre quattro di minore intensità. Nel palazzo di via Prenestina all’angolo di largo Telese, ove era localizzato il deposito abusivo dei “botti di Capodanno”, avviene la tragedia con morti e feriti: un grande incendio, il crollo e lo sventramento dei primi tre piani del palazzo investito dall’esplosione, mentre i cinque piani superiori rimasero miracolosamente in essere anche se pericolanti. Infatti gli abitanti dei piani superiori rimasero bloccati nelle loro abitazioni per la distruzione delle scale condominiali.

L’arrivo dei soccorsi fu immediato, dai vigili del fuoco, al personale sanitario con le autombulanze, alle forze dell’ordine e ai vigili urbani. Il grande lavoro per il soccorso per salvare le persone sotto le macerie, le scale mobili dei pompieri per far evacuare, con l’aiuto delle luci elettrogene, gli abitanti che stavano bloccati sui balconi di via Prenestina, le autoambulanze che facevano da navetta con gli Ospedali San Giovanni e al Policlinico dove venivano ricoverati i feriti dell’esplosione.

Lo sgomento, la paura, la curiosità, il voler capire che cosa era successo fra i cittadini della zona, la ricerca dei perché del “cataclisma”, vissuto in quella notte in tempo di pace, le ipotesi più fantasiose erano presenti, dallo scoppio della caldaia del riscaldamento condominiale a un attentato. Tantissime le persone che si sono radunate in via Prenestina di fronte al palazzo della tragedia e hanno assistito, in silenzio e con preoccupazione, alle operazioni di soccorso durante la notte. Le operazioni durarono oltre due ore e il bilancio di questo disastro si può riassumere con questi scarni e significativi numeri: 17 morti, tra i quali 5 bambini sotto i 4 anni, intere famiglie distrutte, tutte in giovane età. I feriti ricoverati nei due ospedali romani, per le cure e i controlli, circa 100 persone. A proposito dell’evacuazione del palazzo, un dirigente dei vigili del fuoco dichiarò al termine dello sgombero: ” E’ stato un salvataggio di massa, mai avvenuto con questo sistema, infatti le scale mobili arrivarono fino agli attici”.

Le responsabilità dell’accaduto, dopo brevi indagini della Polizia, sono state individuate nel titolare dell’armeria e della moglie, insieme a un cliente che aveva acquistato poche ore prima dell’accadimento migliaia di tric-trac e petardi dal commerciante, il magistrato ha disposto l’arresto immediato.

Oggi, a 50 anni da quella tragedia, che ha causato non solo morte e a distrutto famiglie, ma anche danni materiali e psicologici agli abitanti del palazzo, oltre a ricordi incancellabili di quella notte, cosa rimane? Un palazzo in via Prenestina, che per i danni poteva essere paragonato a un palazzo bombardato il 19 luglio 1943, giorno del primo bombardamento su Roma. Oppure, ai giorni nostri, ad una abitazione di una città dell’Ucraina, che dal 22 febbraio scorso subisce attacchi missilistici.

Qualcosa, forse si può ancora fare, per non lasciare solo il ricordo a coloro che hanno subito il trauma di questa drammatica vicenda urbana. Non dovrebbe essere difficile ricordare l’accaduto con una targa o una lapide ricordo alla memoria, nel luogo in cui è avvenuta questa tragedia.

La memoria si può onorare anche in questa maniera.

PROTESTE ANTI-LOCKDOWN, WEI JINGSHENG AD ASIANEWS: SITUAZIONE DIVERSA DAI FATTI DI TIANANMEN DEL 1989.

Secondo il “padre della democrazia” in Cina le dimostrazioni di questi giorni sono spontanee, non hanno appoggi all’interno del Partito comunista, come 33 anni fa. Quello attuale è un movimento più di massa di quello del 1989. Xi Jinping ha paura di schierare l’esercito, userà la tecnologia per una repressione mirata.

Emanuele Scimia

“Ci sono alcune differenze” tra le proteste in Cina di questi giorni e i fatti di Tiananmen del giugno 1989, quando le Forze di sicurezza cinesi hanno massacrato migliaia di studenti e cittadini che dall’iconica piazza della capitale chiedevano libertà e democrazia nel Paese. È il commento rilasciato a caldo ad AsiaNews da Wei Jingsheng, “padre della democrazia” nel gigante asiatico, ora esule negli Stati Uniti.

Con la massiccia presenza delle Forze dell’ordine nelle strade, e ripetuti arresti e controlli di manifestanti, le proteste popolari in Cina contro le restrizioni anti-Covid scoppiate nel weekend sembrano affievolirsi. Migliaia di cinesi hanno dimostrato in diverse città del Paese chiedendo la fine dei continui lockdown, arrivando a prendere di mira la leadership del Partito comunista cinese (Pcc).

Estese dimostrazioni si sono avute soprattutto a Pechino, Nanchino, Shanghai, Chengdu, Wuhan e Guangzhou. L’ondata di rabbia segue le manifestazioni dei giorni scorsi a Urumqui, capitale della regione autonoma dello Xinjiang, in cui la popolazione chiedeva la fine della politica “zero-Covid” di Xi. Molti residenti hanno incolpato le autorità per la morte il 25 novembre di 10 persone a causa di un incendio in una palazzina: le draconiane misure anti-pandemia avrebbero ostacolato la loro fuga.

Mentre i media governativi censurano gli eventi di questi giorni, le frange più nazionaliste iniziano a incolpare “forze straniere” per lo scoppio dei tumulti. Quella di trovare un “colpevole esterno” a problemi domestici è una tattica consolidata del regime cinese, impiegata non da ultimo per le proteste pro-democrazia del 2019 a Hong Kong.

Le autorità si trovano di fronte a un movimento senza leadership, che si muove tra la piazza fisica e quella virtuale del web. “Il movimento del 1989 – osserva Wei – era sostenuto da alcune forze interne al Pcc, quindi era in grado di riunire per lungo tempo un gran numero di dimostranti a Pechino”. Al contrario, sottolinea lo storico attivista, “ora non vi è alcun chiaro appoggio dentro al Partito, ed è evidente la natura spontanea delle manifestazioni”.

Wei sottolinea che nel 1989 la gente chiedeva la riforma del regime comunista e il bersaglio ufficiale delle proteste era la corruzione dei leader. I manifestanti non avevano dunque il sostegno di lavoratori, contadini ed esercito. Le politiche di prevenzione della pandemia “danneggiano [invece] tutto il popolo cinese, e le proteste sono vissute con partecipazione dalla maggior parte dei cinesi”.

Il dissidente spiega che “il movimento del 1989 riponeva le proprie speranze nel Partito e aveva pubblicamente affermato il proprio appoggio al suo Comitato centrale”. I moti di questi giorni invocano le dimissioni di Xi e domandano al Pcc di farsi da parte, segno che l’opinione pubblica non ha fiducia nel Partito.

Wei ricorda che 33 anni fa l’esercito aveva represso le proteste con il pugno duro: “Per paura che le Forze armate non obbediscano agli ordini, ora il Pcc non ha il coraggio di impiegarle. Il Partito ha però sistemi di sorveglianza tecnologica molto sofisticati con cui può condurre una repressione mirata, nel tentativo di prevenire una reazione negativa della comunità internazionale”.

SE IL PD VUOLE CAMBIARE IL MANIFESTO DEI VALORI…

Siamo di fronte a un desiderio comprensibile, ma contraddittorio rispetto al disegno politico che aveva guidato il processo di formazione del Pd. Cambiando il Manifesto dei Valori, approvato nel 2007, si rischia di cambiare la natura del partito. Bisognerà attendere l’esito conclusivo dei lavori del Comitato costituente, ma è sin da ora lecito immaginare che ne sortirà un Manifesto rivolto alla sola Sinistra. Dunque, sarà interessante conoscere quale sarà il contributo che vi apporteranno i cattolici democratici presenti nel Pd.
In allegato, alla fine dell’articolo, il link per leggere il testo del Manifesto dei Valori.

 

È inutile negarlo. C’è una gran voglia di spostare decisamente a sinistra la posizione politica del Partito democratico. Un desiderio comprensibile, alla luce della crisi identitaria del partito, risultato nel tempo – e in misura drammatica negli ultimi anni – incapace (a causa delle sue perenni divisioni interne) di esplicitare in termini chiari per i semplici cittadini-elettori i punti focali delle sue proposte per il governo del Paese. Un desiderio comprensibile, ma – come ho già scritto altre volte – contraddittorio rispetto al disegno politico che aveva guidato il processo di formazione del nuovo partito. Il partito del centrosinistra italiano. Ragion per cui l’obiettivo che in molti si stanno dando, ovvero la trasformazione del Pd nel partito della sinistra italiana, ne imporrebbe, se conseguito, il cambiamento del nome.

Obiettivo legittimo – e per converso legittimamente contestabile – che però al momento viene declinato dai suoi propugnatori in maniera assai diversificata. Dando così ragione, forse, a quanti sin dall’indomani della sconfitta elettorale sostengono la necessità di por fine all’esperienza dem e di avviarne una nuova. Ora peraltro l’idea di Enrico Letta di avviare un nuovo processo costituente, con la nomina (perché di questo si tratta) di 87 personalità alle quali è stato dato il compito di riscrivere il “Manifesto dei Valori” sostituendo quello fondativo redatto 15 anni fa dal filosofo cattolico Mauro Ceruti e dall’intellettuale comunista Alfredo Reichlin, ha addirittura alzato il livello della posta in gioco: l’essenza identitaria del Pd.

“La Carta del 2007 è figlia di un altro tempo. Dobbiamo scrivere il manifesto dei progressisti di un tempo nuovo” ha detto il segretario dimissionario. E infatti, garante del Comitato costituente sarà, insieme allo stesso Letta, il segretario di Articolo Uno, Roberto Speranza. E così gli scissionisti bersaniani rientreranno nel Pd. E al tempo stesso – come essi avevano richiesto – il Pd sarà un partito con un nuovo e diverso Manifesto dei Valori. Di fatto, un nuovo partito. Un altro partito. Non so se si sia fatto caso a questo decisivo elemento. Non so se quanti si accingono a sostenere Bonaccini, ovvero quanti vorrebbero riprendere la costruzione di un partito più simile a quello ideato originariamente, abbiano fatto mente locale su questo dato. Se vi abbiano riflettuto sopra.

Bisognerà attendere l’esito conclusivo dei lavori del Comitato, ma è sin da ora lecito (letta la sua composizione) immaginare che ne sortirà un Manifesto rivolto alla sola Sinistra, riducendo lo spazio vitale del partito, così sempre meno incline a rivolgersi al versante di centrosinistra e deciso invece a marcare una posizione più accentuatamente laburista o socialdemocratica (questo, semmai, sarà uno dei temi del contendere all’interno del gruppo costituente).

Un altro argomento di discussione, questo però a livello congressuale, sarà la “postura” (per utilizzare un termine oggi di moda) del partito nei confronti del Movimento 5 Stelle. Se più orientata ad una competizione anche dura per conquistare il campo della Sinistra o se al contrario propensa a costruire le condizioni per la creazione di un “fronte progressista” alla lunga in grado di assorbire al suo interno il movimentismo post-grillino (immaginando così ciò che non è: ovvero che i pentastellati siano una “costola” della Sinistra, così come a suo tempo non lo era, e lo si è visto, la Lega Nord di Umberto Bossi).

Questo è il quadro. Sarà interessante conoscere il contributo che vi apporteranno i cattolici democratici presenti nel Pd. Che furono decisivi ai fini dell’edificazione del partito: sotto il profilo politico e organizzativo, e pure della sua connotazione valoriale. Ho notato che nel Comitato costituente è stata chiamata l’amica Albertina Soliani, vicepresidente dell’ANPI. Bene. Invece non c’è l’amica Maria Pia Garavaglia, presidente dell’Associazione Nazionale Partigiani Cristiani. Male. Perché? Una (voluta?) dimenticanza cui occorrerebbe porre rimedio.

Testo del Manifesto dei Valori2

LA NON POLITICA DEI PARTITI PERSONALI: IMPOSSIBILE ACCETTARNE LA LOGICA E IL MODELLO ORGANIZZATIVO.

È indubbio che chi vuol portare il proprio contributo politico e culturale nei partiti personali è del tutto fuori strada. Inutile sforzarsi di costruire organizzativamente un soggetto politico democratico, collegiale, radicato nel territorio ed espressiva a livello sociale e culturale. Dunque, l’area popolare – notoriamente abituata a convivere con il pluralismo, con la democrazia e con il confronto politico e culturale continuo e costruttivo – difficilmente potrà coabitare con partiti personali.

 

Diciamoci la verità. Nei partiti personali la politica semplicemente non esiste. Lo dico non per polemica politica o per pregiudizio atavico ma perchè i due elementi sono incompatibili. O meglio, per essere più chiari e meno generici, la politica esiste – eccome se esiste – ma è quella esplicitata e declinata esclusivamente dal “capo”. Non esiste dibattito, pluralismo e confronto interno se non il verbo rappresentato dal leader assoluto. Non a caso, è appena sufficiente ricordare che proprio nei partiti personali i parlamentari – soprattutto con un sistema elettorale che permette la designazione centralistica dei capi partito – vengono indicati e “nominati” direttamente dal capo. E così vale sia per i vertici del partito nazionale che per la scelta dei segretari regionali.

Le assemblee del partito, sempre molto ampie nonchè ornamentali, hanno il solo ruolo di ratificare le scelte già decise dal capo. Le stesse scelte politiche fondamentali vengono filtrate dal capo partito seguite dall’approvazione finale delle assemblee pletoriche. Ora, è indubbio che chi vuol portare il proprio contributo politico e culturale nei partiti personali è del tutto fuori strada. Anzi, è consigliabile che rinunci a priori perchè corre il serio rischio di ridicolizzare lo stesso patrimonio culturale che pensa di interpretare e di rappresentare attraverso un movimento, un gruppo o una semplice associazione.

Insomma, la natura e il profilo del partito personale non sono semplicemente compatibili con il valore del pluralismo perchè il confronto tra opinioni diverse non è contemplato se non per applaudire e osannare il capo. Diventa, pertanto, del tutto inutile sforzarsi di costruire organizzativamente un partito democratico, collegiale, radicato nel territorio ed espressivo a livello sociale e culturale quando poi, il tutto, viene sacrificato sull’altare della venerazione del capo. E, senza elencare moralisticamente i nomi e i cognomi dei capi partito, tutti conosciamo a destra, a sinistra e soprattutto al centro quali sono questi partiti. Dar vita ai cosiddetti “patti federativi” con i partiti ad impianto personale è pressoché impossibile perchè, appunto, non contemplano al proprio interno il pieno ed autentico riconoscimento del pluralismo culturale. Non a caso i documenti e le mozioni che vengono approvati da questi partiti non prevedono mai la messa in discussione del capo ma, al contrario, il riconoscimento indiscutibile della loro leadership accanto ai soliti appelli all’allargamento della base sociale e culturale del partito.

Per questi motivi, semplici ma decisivi, l’area popolare – notoriamente abituata a convivere con il pluralismo, con la democrazia e con il confronto politico e culturale continuo e costruttivo – difficilmente potrà coabitare con partiti personali e del capo dove l’unico compito da assolvere, per dirla con Norberto Bobbio, è “la democrazia dell’applauso”.

L’EREDITÀ DEL GOVERNO GIALLO-VERDE, OVVERO UN FALLIMENTO CHE PESA SULLE VICENDE ODIERNE.

Un’analisi, quella proposta qui dall’autore, che non lascia adito a dubbi: il governo giallo-verde è stato un fallimento. Alla fine, valutati i provvedimenti più significativi, salta fuori un quadro d’insieme che ci ricorda che quando demagogia e populismo vanno a braccetto producono danni incommensurabili.

 

Quando gli ibridi sono incestuosi nascono dei mostriciattoli tentacolari che lasciano il segno. Il governo giallo-verde, quello del murales con il bacio tra Di Maio e Salvini, unendo due sponde populiste opposte ha lasciato in eredità alcune improvvide iniziative e altrettanto rovinose decisioni, in una coreografia vetero-giacobina condita da tanti atti dal piglio decisionista ma con poco retroterra di ponderata riflessione. A cominciare dal Memorandum della Via della Seta del marzo 2019 che individuava nelle aree portuali di Genova e Trieste i terminali dei flussi commerciali provenienti dalla Cina, una specie di cavallo di Troia nel ventre molle dell’Europa, subito stigmatizzato dall’UE: peccato che un mese fa il cancelliere tedesco Scholz abbia fatto visita a Xi Jinping, peraltro per cedere una quota azionaria del porto di Amburgo alla cinese Cosco.

Ma un mese dopo l’accordo siglato con la Cina, esattamente il 28 aprile del 2019 tra il nostro Ministero della Salute e l’Amministrazione Generale delle dogane della Repubblica Popolare cinese era stata siglata un’intesa bilaterale che prevedeva alcune aree di collaborazione che la diffusione del Coronavirus aveva reso drammaticamente attuali: il rafforzamento della prevenzione e del controllo in frontiera delle principali malattie infettive, quello delle misure quarantenarie e dell’ispezione dei mezzi di trasporto internazionali in entrata e in uscita dai territori italiano e cinese, il miglioramento dell’efficacia delle misure di disinfezione, disinsettazione e derattizzazione, la prevenzione della trasmissione transfrontaliera di malattie infettive. Alla luce di quanto accaduto dopo, viene da pensare in che misura questi accordi siano stati rispettati e attualizzati: è a tutti noto che la pandemia Sars Cov-2 ebbe inizio nel mercato di Wuhan. Nessuno ha mai spiegato come e se l’intesa ‘protettiva’ transfrontaliera sia stata resa esecutiva.

Sarebbe importante – non trattandosi di un dettaglio – poter disporre di un resoconto documentato.

Altra decisione demagogica: la legge costituzionale 19 ottobre 2020, n. 1 “Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari”, ha ridimensionato la rappresentanza popolare a 400 deputati e 200 senatori, in nome del risparmio sui costi della politica. Peccato che proprio in questi giorni si sia scoperto che le spese per i gruppi parlamentari sono rimaste invariate mentre il limite del doppio mandato è stato aggirato con alcuni incarichi di consulenza – si dice – non proprio gratuiti. Eccetto pochi illustri esclusi, tra l’altro, si può adesso affermare che i notabili, i capi e i capetti dei vari partiti sono rimasti al loro posto: una blindatura che smentisce la promessa di rinnovamento, non salva il bilancio dello Stato e non dà neppure il buon esempio visto che tra i confermati più di uno ha portato in parlamento la propria consorte.

Questo provvedimento non favorisce la democrazia parlamentare ma rafforza l’oligarchia di designati e nominati.

Terzo vulnus. La tragedia di Ischia ha registrato la polemica sul condono edilizio che fu esteso alle abitazioni dell’isola (dopo il sisma del 2017) con un provvedimento ad hoc nel 2018 inserito nel decreto per il Ponte Morandi di Genova, a firma Di Maio e Toninelli: secondo Legambiente furono presentate migliaia di domande di sanatoria e il condono riguardò l’intera isola e quindi anche la zona del crollo attuale. Premesso che di fronte a disgrazie del genere bisogna nutrire sentimenti di condivisione del dolore e conforto e chiarito che sarà solo la magistratura ad accertare eventuali responsabilità per quanto accaduto, è di tutta evidenza che a fronte della morfologia idrogeologica dell’isola, un atto di sanatoria dell’abusivismo edilizio diventa una concausa del disastro ambientale. Sanatorie e condoni sono una piaga storica del Paese ma fa specie la loro reiterazione da parte di chi ha sempre sbandierato il ferreo rispetto della legalità. Pesano come macigni le parole del Procuratore generale Luigi Riello: “In Campania il 64,3% degli immobili è abusivo: irritante prendersela col destino”.

Aggiungiamo l’esito fallimentare del reddito di cittadinanza come misura di contenimento della povertà e (compresi i navigator) come strumento per creare posti di lavoro ed ecco che salta fuori un quadro d’insieme che ci ricorda che quando demagogia e populismo vanno a braccetto producono danni incommensurabili. Fare opposizione e governare sono due poli inconciliabili della politica.

UNA POLITICA CORAGGIOSA, FUORI DAI VECCHI SCHEMI. FIORONI PONE IL PROBLEMA DELLE IDENTITÀ DI PARTITO.

Manca all’appello, se vogliamo, un partito che tragga la sua ragion d’essere da questa piena consapevolezza di una crisi di natura ideale, prima ancora che materiale.

 

A dispetto di previsioni sempre pessimistiche, l’Italia sta dando prova di inaspettata vitalità. A fine dicembre il Pil si assesterà a livelli che all’inizio del 2022 sembravano inarrivabili, essendo incombente nel giudizio comune la minaccia di un’ondata recessiva. La guerra e l’inflazione mettono comunque a repentaglio le speranze di una stabile ripresa dell’economia. In effetti, abbiamo di fronte mesi difficili per il protrarsi dell’instabilità nei rapporti internazionali, con inevitabili conseguenze sul piano commerciale.

In queste condizioni si è obbligati ad operare con cautela, avendo più che mai premura di tenere unito il Paese. Il confronto in Parlamento è la via maestra, il ricorso alla piazza un diritto, ma con una implicita carica di radicalizzazione della lotta politica. Non è disdicevole, pertanto, la novità rappresentata dal previsto incontro tra Palazzo Chigi e una parte dell’opposizione per migliorare la legge di bilancio. Al riguardo, le critiche non sono pretestuose, visto che adombrano scarsa premura per l’avvio di operazioni di riequilibrio, forti e strutturali, centrate soprattutto sull’impegno a ridurre le diseguaglianze. Per adesso si nota al contrario un sorvolo disinvolto sui problemi con quel tanto di trascuratezza degli effetti derivanti da una prolungata pressione sui ceti medi, anche aprendo un varco al loro interno tra lavoro autonomo e lavoro dipendente.

Guardiamo avanti, cercando di rompere la gabbia di un sistema arrugginito. Ma come? Abbiamo bisogno di ricostruire pensieri lunghi, perché l’Italia l’Europa e l’Occidente hanno di fronte una sfida gigantesca: cambiare modello di sviluppo. Era questa, mezzo secolo fa, la formula che annunciava la tendenziale fuoriuscita dal capitalismo; formula che invece, in questa nuova stagione, rappresenta l’ultima “rivoluzione del capitalismo”. Non contro, ma in virtù del capitalismo in perpetua evoluzione. Dal che si evince come la politica non può restare assente. Ed ecco perché serve un pensiero politico – e lo chiamiamo “lungo” per il suo dispiegarsi nell’avvenire di trasformazioni a medio e lungo raggio – con il quale ridisegnare l’identità dei partiti, la loro rappresentanza sociale, il sistema di alleanze da essi concepito e praticato.

Ora, a forza di evocare l’abbandono delle ideologie, residua soltanto una concitata politica del fare. Da qui l’inaridimento della democrazia, da qui l’esplodere dell’astensionismo, come abbiamo visto nelle elezioni del 25 settembre: in sostanza ci appare per intero la sproporzione tra la potenza dei cambiamenti in atto e gli strumenti adoperati dalla politica per la loro intelligenza e direzione. Manca all’appello, se vogliamo, un partito che tragga la sua ragion d’essere da questa piena consapevolezza di una crisi di natura ideale, prima ancora che materiale. Dobbiamo capire dove va il mondo e apprestarci a ridefinire la nostra visione delle cose, fissando una scala di principi e di valori.

Non credo che la geografia politica italiana possa rimanere immobile per molto tempo ancora. Una società vitale, non prigioniera delle profezie di sventura, reclama una forza di progetto. Fuori dai vecchi schemi.

Per leggere il testo in versione originale

Una politica coraggiosa, fuori da vecchi schemi. La versione di Fioroni

IL GOVERNO RIPRENDA LA STRADA DELLA CONCERTAZIONE. IL PUNTO DI VISTA DI FOLLINI SU ADN KRONOS.

Una maggioranza di governo è, volta a volta, un castello arroccato, un esercito accampato oppure una brulicante piazza di mercato. La maggioranza e il governo di Giorgia Meloni non fanno eccezione. La differenza, semmai, è quanta parte della compagine (e della sua guida) viene dedicata all’una cosa, o all’altra o all’altra ancora. E qui però può cominciare una difficoltà ancora più impegnativa della fatica elettorale.

È ovvio che l’esercito allude alle battaglie contro l’opposizione, il castello alla vita di corte della maggioranza e ai suoi non facili equilibri e la piazza al rapporto col paese nella sua infinita e multiforme varietà. Ed è ovvio che nessuno dei tre fronti può mai essere sguarnito. Eppure un buon governo dovrebbe riuscire a dedicare la gran parte delle sue energie alla piazza, cercando di non farsi imprigionare nel suo fortilizio e soprattutto evitando di proseguire la campagna elettorale oltre il tempo con spirito troppo pugnace. Impresa che al nuovo governo non sembra riuscita troppo bene, almeno fin qui.

La finanziaria appena vidimata a Palazzo Chigi e in attesa di approvazione parlamentare sembra correre lungo binari pressoché obbligati. Di soldi non ce ne sono mai quanto si vorrebbe, e quelli disponibili dovranno essere dedicati quasi tutti all’emergenza energetica. Peraltro la comunità internazionale sta col fiato sul collo del nuovo governo, e dunque impone quel di più di prudenza che scoraggia colpi di fantasia e voli pindarici.

D’altra parte i legami di corte sono quelli che sono. E se per ora Salvini fa finta di essere soddisfatto del poco che ha avuto, e Berlusconi a sua volta fa finta di non essere troppo contrariato di tutti i riguardi che non ha avuto, è ovvio che prima o poi il brontolio della coalizione si farà sentire. E così a quel punto alle difficoltà che Meloni incontra tra gli italiani che non l’hanno votata si aggiungerà il malumore di una parte non trascurabile della sua stessa coalizione.

Per questo il (la?) presidente del consiglio dovrebbe calibrare un po’ meglio i suoi rapporti con il resto del mondo. Evitare di irridere gli avversari, di spazientirsi con i giornalisti, di infierire sui ceti sociali che votano altrove. Non per spirito consociativo. Ma per prudenza politica. E magari anche per doverosa saggezza istituzionale.

Ora, sul reddito di cittadinanza il governo ha fatto le cose a metà. Evitando di affondare troppo duramente il colpo nel bel mezzo di una situazione più che critica. E annunciando però che intende modificare radicalmente il provvedimento di qui a qualche mese. Una sorta di via di mezzo che ha scontentato sia quelli che del reddito hanno fatto una bandiera che quelli che ne hanno fatto un bersaglio. Si vedrà in corso d’opera quale dei due gruppi avrà più ragioni per non essere soddisfatto.

Ma c’è un altro punto cruciale di questa finanziaria che avrebbe meritato qualche attenzione in più. Ed è il peso sempre più oneroso dell’inflazione, che a parità di fondi previsti impoverisce il nostro welfare, già uscito malconcio dalle prove difficili di tutti questi mesi. Ora, è fin troppo ovvio che la scarsità delle risorse non autorizza la generosità che pure sarebbe dovuta. Ma a maggior ragione sarebbe stato il caso di passare al setaccio tutta quella gran quantità di micro provvedimenti, bonus, mance, sussidi sparsi che governi di tutti i tipi e di tutti i colori hanno fatto piovere su una platea di beneficiari ormai inclini a una certa irriconoscenza. E magari cercare di giocare meglio di sponda con tutte quelle organizzazioni sociali ad ampio spettro che possono risultare alleate preziose in questo genere di contese.

Sarebbe consigliabile insomma che il governo riprendesse la vecchia strada della concertazione, cercando per quanto possibile di associare alle decisioni che dovrà prendere una platea più ampia di forze sociali. Strada che a Meloni appare desueta, probabilmente. E che invece le sarebbe tanto più utile in un passaggio difficile come quello che si troverà ad attraversare nei prossimi mesi”.

SE C’È IL COVID LO DECIDE LA POLITICA

Da 2 anni, 9 mesi e 7 giorni c’è una rincorsa continua a tamponare, tra allarmismo e negazionismo, un colpo alla botte ed uno al cerchio, l’impressione è che il Covid si possa arginare ma non sconfiggere e con esso dovremo convivere a lungo.

 

Dopo 2 anni, 9 mesi e 7 giorni dal primo caso ufficiale in Italia ho capito che il Covid c’è o non c’è a seconda di cosa decide la politica. David Quammen molti anni fa aveva previsto la pandemia con esaurienti spiegazioni nel celeberrimo libro Spillover ma era stato giudicato un visionario da pubblicistica divulgativa. Ritornando sul tema nel volumetto “Perché non eravamo pronti” (dove teorizzava tra l’altro che l’eziopatogenesi derivasse dal pangolino prima che dal pipistrello), aveva scolpito nell’ultima pagina questo monito inascoltato: “Occorre risolvere il problema alle origini, sono necessarie altre ricerche sul campo, altre campionature di animali selvatici, altri esami sui genomi. Una maggiore consapevolezza del fatto che le infezioni animali possono diventare infezioni umane, perché gli esseri umani sono animali. Viviamo in un mondo di virus e a malapena abbiamo iniziato a comprendere questo”.

Dal canto suo il biologo Edward Osborne Wilson, una vita a sussurrare alle formiche, aveva fatto due conti sulla sostenibilità della presenza umana sul Pianeta concludendo come dettagliatamente riferitomi in una intervista dal Prof Arnaldo Benini, Emerito a Zurigo, che…”una volta superati i 6 miliardi di persone l’umanità è prossima all’incompatibilità con l’ambiente. La popolazione è di 7 miliardi e mezzo e cresce di 70 e più milioni l’anno. Si è estesa e dilaga in tutti gli angoli della terra, sconvolgendo ecosistemi remoti e antichi di millenni, costruendo strade, estirpando e asfaltando boschi e foreste, usando a profusione e senza criterio concimi tossici e antibiotici, inquinando aria, laghi, mari, fiumi e torrenti, trivellando in terra e in mare. L’alterazione violenta degli ambienti è una delle cause delle mutazioni degli agenti patogeni e quindi delle epidemie e pandemie. Andando avanti con questi ritmi di crescita demografica arriveremo ad 11 miliardi di esseri umani a fine secolo” : nel frattempo abbiamo raggiunto gli 8 miliardi e secondo i Rapporti ONU e le conclusioni del COP27 di Sharm el Sheikh siamo alla soglia di una situazione drammatica e potenzialmente irreversibile a motivo dello sconvolgimento ambientale e dell’ecosistema. Che servano decisioni drastiche e immediate era stato sottolineato con toni ultimativi anche nei lavori del COP 26 a Glasgow e prima, di anno in anno a ritroso, in tutti gli incontri dei grandi della Terra. Alla fine restano i proclami e gli ultimatum, non seguiti dai fatti e da decisioni univoche.

È nota la resistenza di Cina e India ad abbandonare il carbon fossile a vantaggio di energie pulite e della green economy. D’altra parte a Xi Jinping il governo Conte nel 2019 e il cancelliere tedesco Scholz recentemente, hanno spalancato le porte dell’Europa per i traffici commerciali della via della Seta, nei terminali portuali di Genova, Trieste e Amburgo. Appurato che il Sars-Cov2 sia nato nel ‘Huanan Seafood Wholesale Market ‘ a Wuhan e da lì diffuso in tutto il mondo, attualmente si conta una recrudescenza virale in Cina: sei giorni fa sono stati registrati 926 casi a Pechino, 641 a Shijiazhuang, 26.824 nel Paese. C’è chi ipotizza che un cinese su tre sia contagiato anche se non ci sono conferme ufficiali. Ma non è che da noi si stia meglio, anzi: nella settimana dal 17 al 24 novembre sono stati registrati 229.122 contagi e 580 morti da Coronavirus.

La Cina sarà anche ‘vicina’ ma adesso siamo noi i più pericolosi dato che loro vengono da queste parti per scambi commerciali via mare: la geoeconomia cavalca la geopolitica ma nella Repubblica Popolare Cinese viene prima di tutto la difesa dell’integrità del Paese, gli ingressi sono monitorati e la vita quotidiana blindata. Si conosce infatti la sua politica draconiana in regime di restrizioni sanitarie: nella situazione attuale non possiamo dire la stessa cosa qui in Italia e pure in Europa, considerati alcuni fattori oggettivi concomitanti: intensificazione dei flussi migratori dall’Africa, politiche diverse in tema di prevenzione, profilassi, vaccinazioni nei Paesi dell’U.E. (e nel Regno Unito), la guerra alle porte e il sistematico massacro della popolazione ucraina in stile Holodomor da parte della Russia, che potrebbe portare ad un esodo di più di tre milioni di abitanti. E’ l’Europa il terreno fertile del melting pot sanitario. Qui in Italia le abbiamo provate tutte: dal lockdown, allo stato di emergenza, dalle restrizioni personali, alla campagna vaccinale che ora rallenta, dallo smart working alla DaD, dalle mascherine al ‘liberi tutti’. Persino la medicina ufficiale ha espresso posizioni diversificate e nonostante le evidenze ha ceduto il passo alla politica e alle sue ondivaghe decisioni.

Si sa che conta molto il consenso e la captatio benevolentiae popolare, ma non sempre i decisori politici seguono le evidenze cliniche, certamente non ne intuiscono le derive con provvedimenti spesso improvvidi o ad esse estemporanei. Da 2 anni, 9 mesi e 7 giorni c’è una rincorsa continua a tamponare, tra allarmismo e negazionismo, un colpo alla botte ed uno al cerchio, l’impressione è che il Covid si possa arginare ma non sconfiggere e con esso dovremo convivere a lungo in un contesto sistemico, ambientale e demografico mutevole e impreparato.

CHARLIE BROWN TRA GIÀ E NON ANCORA. A COLLOQUIO CON SIMONELLI NEL CENTENARIO DELLA NASCITA DI SCHULZ.

Qual è il segreto dell’eterna giovinezza dei Peanuts? Simonelli, con un suo libro recentemente ripubblicato, ci accompagna nella filosofia delle strisce di Schulz. Questi era un uomo timido, ma culturalmente curioso: gran lettore, amante della narrativa ottocentesca e nonostante il suo Schroeder veneri Beethoven, lui prediligeva Brahms.

 

Silvia Guidi

 

«Era una notte buia e tempestosa» è la frase con cui Snoopy, il celebre bracchetto di Charlie Brown, inizia le sue storie, cliché autoironico ormai entrato a pieno titolo nell’immaginario collettivo. Come parte integrante del nostro mondo simbolico sono anche i personaggi di Linus e di Lucy la super-cinica, che hanno colonizzato agende, quaderni, cartelle e magliette, nonché film (Il grande cocomero di Francesca Archibugi, per restare in Italia) e libri e saggi “seri”. It was a dark and stormy night ha ispirato persino una buffa iniziativa letteraria (oggetto di un recente articolo di Eva Luna Mascolino uscito su Il Libraio.it) il Bulwer-Lytton Fiction Contest, creato quarant’anni fa da un professore della San José State University, intitolato allo scrittore che per primo si servì (senza autoironia) di questo incipit, il concorso annuale premia «il peggiore inizio del peggiore romanzo mai scritto». Qual è il segreto dell’eterna giovinezza dei Peanuts? Ne parliamo con Saverio Simonelli, autore di un libro — La cuccia del filosofo. Snoopy&Co. ripubblicato in versione ampliata in occasione delle celebrazioni del centenario (Milano, Ancora, 2022, pagine 143, euro 15) — sulla magia sempreverde delle strisce di Schulz.

 

Il 26 novembre 1922 nasceva Charles Monroe Schulz; a un secolo di distanza, qual è il regalo di cui gli siamo più grati?

L’invenzione di un mondo, quello dei Peanuts, che nello spazio ristretto di una striscia e nelle nuvole del fumetto condensa la saggezza dell’adulto e il candore del bambino, dimostrando così che un uomo completo e realizzato è quello che sa unire esperienza e stupore, meravigliandosi di ciò che incontra ma senza mai prendersi troppo sul serio.

 

Snoopy filosofo è il protagonista della copertina del suo libro: come mai questa scelta?

Snoopy è il vero alter ego di Schulz, un maestro dell’immaginazione, un cane che è in tutto perfettamente canino, ma può essere esploratore, tennista, scrittore, pensatore, ballerino, aviatore e teologo. Umberto Eco, con un abbaglio inspiegabile per la sua cultura e sensibilità, lo definì cane affetto da sindrome di non adattamento. È vero esattamente il contrario. Snoopy sa interpretare sulla striscia tutti questi ruoli “umani” ma non confonde mai il piano dell’immaginazione da quello della realtà. Dopo le sue scorribande fantastiche torna alla sua cuccia, alla scodella della pappa, rigenerato ma… affamato. La grandezza di Schulz sta proprio nella costruzione di un personaggio che vive con pienezza la fantasia che “sfrutta” in tutto il suo caleidoscopio di possibilità, ma è totalmente ancorato nei bisogni primordiali dell’esistenza. Se non è filosofia questa…

 

Accanto al bracchetto ci sono molti bambini e Woodstock, uno svampito uccellino giallo terrorizzato dai lombrichi. Quali sono i personaggi a cui è più affezionato?

Ovviamente Charlie Brown, che Schulz definì il bambino più buono del mondo, un piccolo essere umano in perenne oscillazione tra il già di una vita piuttosto grigia e il non ancora di meravigliose aspirazioni, come quella del primeggiare nel baseball, la bisbetica Lucy che al contrario d Snoopy non si fida della fantasia e tende a spezzare gli entusiasmi della compagnia in nome di una superiore sapienza pratica e poi il fantastico Woodstock, un uccello frutto di pochi tratti di matita ma che nel suo rapporto con Snoopy illustra la meraviglia dell’amicizia, un sentimento tanto più inatteso e improbabile quanto più vero.

 

Che uomo è stato invece Charles Schulz?

Un uomo timido, con un’infanzia attraversata di piccoli traumi come il frequente cambio di casa, una giovinezza appartata nel dubbio che la sua inclinazione al disegno non potesse diventare la sua vita ma anche uno sportivo competitivo e di talento con ottimi risultati, ad esempio nel golf. E poi culturalmente curioso: gran lettore, amante della narrativa ottocentesca e nonostante il suo Schroeder veneri Beethoven, lui prediligeva Brahms il musicista dei chiaroscuri, di una sensibilità umbratile come forse quella che Schulz custodiva nel segreto del suo animo.

 

«Quando pensi di avere tutte le risposte, la vita ti cambia tutte le domande» dice Charlie Brown in una delle strisce più citate. Qual è stato il maggiore contributo di Schulz al mondo del fumetto, secondo lei?

Le risponderò con le parole di un suo collega fumettista, Hank Ketcham: «Fare in modo che il cane della sua striscia pensasse a voce alta sul tetto della sua cuccia fu la vera rivoluzione di Schulz, perché solo un genio poteva parlare per sé stesso e far sì che il mondo credesse di ascoltare la voce del proprio cuore».

 

Fonte: L’Osservatore Romano – 26 novembre 2022

(Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del giornale)

SAPER MANEGGIARE LE CONTRADDIZIONI

“Dunque, esiste una doppia sfida”, spiega l’autore. “Una attraversa il principale (?) partito di opposizione. L’altra lo oppone alla maggioranza. Per cercare di vincerla, il Pd dovrà dimostrare di saper padroneggiare le contraddizioni”

Senza trascurare gli altri candidati, la sfida tra Stefano Bonaccini e Elly Shlein per la leadership del Pd evoca due modi di essere agli antipodi. Uno appare come un quadro politico all’antica, solido, pragmatico e buon conoscitore della macchina amministrativa. L’altra si presenta come una outsider, movimentista, estranea all’apparato e alla tradizione.

In una parola, e confidando che non si offenda nessuno dei due, un professionista del mestiere contro una professionista del dilettantismo. Si perpetua così una certa tradizione di quel partito. Figlio di culture politiche agli antipodi, e di lì in poi portato a svilupparsi, per così dire, in ampiezza. E cioè convinto che la sua varietà possa essere anche la sua carta vincente.

L’estensione del territorio di partito ne è stata, fin qui, la croce e la delizia. E la difficoltà di fare sintesi è stata sempre compensata dall’ambizione di farsi partito-paese. All’altro capo dello spettro politico la destra propone il modello opposto. E cioè l’identità, la tendenza (eccessiva) alla semplificazione, una leadership che non ama essere troppo discussa. In una parola, una sorta di anticipazione del presidenzialismo, che non a caso figura tra le ambizioni, almeno di prospettiva, dell’attuale maggioranza.

Dunque, esiste una doppia sfida. Una attraversa il principale (?) partito di opposizione. L’altra lo oppone alla maggioranza. Per cercare di vincerla, il Pd dovrà dimostrare di saper padroneggiare le contraddizioni. A cominciare dalle sue, ovviamente. Non sarà facile.

Fonte: La Voce del Popolo – 24 novembre 2022
[Articolo qui riproposto per gentile concessione del settimanale].

LA SCOMMESSA DI UN’ALTERNATIVA DEMOCRATICA: PERCHÉ NON ROMPERE L’ASSEDIO DEL VECCHIO BIPOLARISMO?

Fra una destra baldanzosa e quella parte di sinistra snobistica, attratta più dalle narrazioni mediatiche che dai fatti, c’è una politica. Sta a chi ci crede, svilupparla nel solco dell’esemplare esperienza di governo di Draghi.

 

La presentazione della prima legge di bilancio del governo Meloni ha iniziato a rivelare quale sia lo spazio percorribile per una opposizione puntuale, concreta, propositiva, non ideologica nonostante la grande distanza di cultura politica rispetto alle forze che compongono l’attuale maggioranza di governo. Qualche giorno fa Lucio D’Ubaldo su twitter sosteneva che l’opposizione dovrebbe ricomporsi attorno a un’idea di rilancio della politica di Draghi. Questa anche al sottoscritto pare la via maestra da percorrere per quella parte di opposizione cui interessa realmente cercare di interpretare meglio di quanto sta facendo il governo, la continuità con la strada tracciata da Draghi. Un obiettivo il cui esito appare tutt’altro che scontato non foss’altro per la dichiarata indisponibilità di alcuni settori della sinistra e del M5S, a rinunciare a un approccio intransigente e sconnesso dalla realtà, rispetto alle principali questioni programmatiche. Ma quest’ultimo dato, ovvero la constatazione che non a tutta la sinistra interessa una visione popolare della politica, preferendo mirare a compiacere le priorità del discorso pubblico fissate in modo verticistico, per non dire piramidale, dal sistema dei media (anche se ciò può comportare roboanti cortocircuiti come insegna il caso Soumahoro), può addirittura trasformarsi in un elemento di chiarificazione, che aiuta a focalizzare meglio la linea politica da costruire.

Fra una destra baldanzosa e quella parte di sinistra snobistica, attratta più dalle narrazioni mediatiche che dai fatti, c’è una politica. Sta a chi ci crede, svilupparla.
Dal lato del governo, se molti problemi sono stati risparmiati all’Italia in seguito all’esito delle scorse elezioni, ciò è dovuto principalmente al fatto che il governo Meloni si è trovato nella invidiabile situazione di poter beneficiare di una eredità unica lasciatagli dal governo precedente, costituita da prestigio internazionale riconquistato, solidità dei conti pubblici, economia relativamente meno colpita dalle crisi, rispetto agli altri Paesi europei. Le politiche economiche ed energetiche sono rimaste quelle di Draghi, che costituiscono una realistica mediazione fra l’interesse nazionale, l’interesse europeo (franco-tedesco) e le cose che stanno a cuore agli Stati Uniti, e senza dispiacere troppo al Resto del Mondo, anzi. Invece quello che questo governo ha fatto di suo, in un lasso di tempo ancora troppo breve per poter formulare giudizi articolati, è parso più foriero di polemiche, e di qualche figuraccia, che di sostanza.

Dall’altro lato, quello di certa sinistra al caviale, ci si è rifugiati in una affrettata e preventiva levata di scudi sulle scelte del governo sui temi connessi alla manovra finanziaria senza mostrare una sufficiente capacità di cogliere la posta in gioco di questioni che sembrano contingenti e che invece disegnano una prospettiva. E allora proprio di qui credo occorra ripartire per costruire una politica, non dei due forni, bensì tra due fuochi, quello della destra presidenzialista e quello di una sinistra radical-chic. La destra, come sostiene con grande lungimiranza Guido Bodrato nel suo attualissimo libro “Le stagioni dell’intransigenza”, sugli anni del Ppi di Sturzo fra fascismo e bolscevismo, persegue un disegno di governo forte come risposta ai cambiamenti in corso, non meno dolorosi per le classi popolari di quelli causati dalla Grande Guerra.

La sinistra ormai pare aver delegato alle gerarchie economiche la definizione dei tratti fondamentali del modello di società per il futuro, pagando per questo dazio al suo storico bacino elettorale che una volta era costituito da ceti lavoratori e popolari.

In mezzo, o più propriamente al centro, esiste uno spazio per quanti, cattolici popolari e altre culture politiche democratiche, intravvedono i pericoli di una mera gestione dei grandi cambiamenti (quali la ricerca di un assetto multipolare per gli equilibri globali, le transizioni ecologica e digitale, la questione energetica, …) nel senso impresso da alcuni centri di potere internazionale, senza la ricerca almeno di una necessaria mediazione. E che intendono porre la necessità di coniugare le transazioni ecologica e digitale con la sostenibilità sociale di tali transizioni, impegnandosi a definire proposte concrete di revisione di un modello tecnocratico di governo, basato prevalentemente su piani pluri-decennali e definito in gran parte in ambito accademico e a livelli molto alti del potere economico internazionale, per integrarlo con le osservazioni e le proposte che arrivano dall’esperienza e dai territori. E, infine, che sappiano tenere aperti questi progetti all’imprevedibilità e alla novità della Storia, ai progressi scientifici e tecnologici in modo che quanto l’enorme pressione mediatica cerca ora di far passare come inevitabile e necessario non produca incidenti di percorso irrimediabili e non corra il rischio di trasformarsi, come tutte le utopie imposte da pochi senza il consenso popolare, in un incubo di proporzioni storiche. Ma per scongiurare tali rischi serve una politica che, come ha dimostrato l’esemplare esperienza di governo di Draghi, né la destra né l’attuale sinistra sembrano in grado di esprimere.

DISTANZA TRA PROCLAMI E REALTÀ

Qualche mese fa in campagna elettorale qualcuno diceva che se avesse vinto le elezioni, l’Europa sarebbe stata messa ai margini. Quelle parole erano aria fritta: il sovranismo è solo una vuota parola.

 

Una cosa è certa, se una cosa è fatta bene, provenga da destra o da sinistra, dall’alto al basso, io non tardo a metterla in luce; stesso destino per una vicenda opposta, se negativa la dipingo per quel che è. Almeno secondo il mio sguardo. Se pubblico è perché chiunque, come sovente accade, può argomentare diversamente da quanto io faccia.
Qui, io non vesto una divisa di parte. Fosse così, sarei costretto a nascondere tanto le verità quanto le falsità, in quanto utilizzerei la mia penna a vantaggio della mia posizione politica. Non è così. Qualche mese fa in campagna elettorale qualcuno diceva che se avesse vinto le elezioni, l’Europa sarebbe stata messa ai margini e che il Paese sarebbe riassunto una sua autonomia e, utilizzando l’espressione di quella parte politica, il suo sovranismo, in barba a Bruxelles a Parigi, a Berlino.

Quelle parole erano aria fritta. La legge di bilancio racconta, in buona sostanza, che si seguono pedissequamente le linee di condotta dettate dalla UE. Dei 35 miliardi di euro mossi dalla finanziaria, quasi due terzi sono registrabili secondo il canone Draghi. La restante parte è impiegata per cose relative alle scelte governative della Meloni. Voi capite che qui siamo di fronte a una manovrina. Qui non si batte colpo e il sovranismo è solo una vuota parola. Il tentativo di dare qualche risposta a qualche segmento della società, ha trovano finora, solo una risposta fredda e per nulla soddisfatta. Cito solo la Confindustria, la quale per nome del suo Presidente Bonomi ha storto visibilmente il naso rispetto al prodotto governativo. Tralascio tutti gli altri tratti sociali perché da questi l’eco negativo è ancora più intenso.

Come vedete non le ho risparmiate a Letta e altrettanto non chiudo gli occhi d fronte alla Meloni. Così si deve fare, perché si resti nella credibilità della critica. Poi, com’è giusto sia, ascolterò tutte le contro deduzioni che altri faranno, pronto a riconoscere eventuali mie mancanze. È ben vero che la manovra non è ancora entrata nei due rami del Parlamento e che quindi potrà subire degli scostamenti rispetto alla matrice, ma gli assi portanti non si modificheranno e potranno pertanto “giocare” solo su quel terzo che potrà essere più o meno emendato e modificato. Ben poca cosa. Si è capito che tra un anno verrà comunque tolto il reddito di cittadinanza e magari imbastita un’altra risposta a certi fabbisogni, ma ad oggi, tutto ciò che è inteso come salvaguardia dell’angolo più in affanno del nostro Paese, non viene visto con gran simpatia.

La legge di bilancio racconta, in buona sostanza, che si seguono pedissequamente le linee di condotta dettate dalla UE.

Dei 35 miliardi di euro mossi dalla finanziaria, quasi due terzi sono registrabili secondo il canone Draghi. La restante parte è impiegata per cose relative alle scelte governative della Meloni. Voi capite che qui siamo di fronte a una manovrina. Qui non si batte colpo e il sovranismo è solo una vuota parola. Il tentativo di dare qualche risposta a qualche segmento della società, ha trovano finora, solo una risposta fredda e per nulla soddisfatta.

Cito solo la Confindustria, la quale per nome del suo Presidente Bonomi ha storto visibilmente il naso rispetto al prodotto governativo. Tralascio tutti gli altri tratti sociali perché da questi l’eco negativo è ancora più intenso.

Come vedete non le ho risparmiate a Letta e altrettanto non chiudo gli occhi d fronte alla Meloni. Così si deve fare, perché si resti nella credibilità della critica. Poi, com’è giusto sia, ascolterò tutte le contro deduzioni che altri faranno, pronto a riconoscere eventuali mie mancanze.

È ben vero che la manovra non è ancora entrata nei due rami del Parlamento e che quindi potrà subire degli scostamenti rispetto alla matrice, ma gli assi portanti non si modificheranno e potranno pertanto “giocare” solo su quel terzo che potrà essere più o meno emendato e modificato. Ben poca cosa.

Si è capito che tra un anno verrà comunque tolto il reddito di cittadinanza e magari imbastita un’altra risposta a certi fabbisogni, ma ad oggi, tuto ciò che è inteso come salvaguardia dell’angolo più in affanno del nostro Paese, non viene visto con gran simpatia.

Una cosa è certa, se una cosa è fatta bene, provenga da destra o da sinistra, dall’alto al basso, io non tardo a metterla in luce; stesso destino per una vicenda opposta, se negativa la dipingo per quel che è. Almeno secondo il mio sguardo.

Se pubblico è perché chiunque, come sovente accade, può argomentare diversamente da quanto io faccia.

Qui, io non vesto una divisa di parte. Fosse così, sarei costretto a nascondere tanto le verità quanto le falsità, in quanto utilizzerei la mia penna a vantaggio della mia posizione politica. Non è così.

Qualche mese fa in campagna elettorale qualcuno diceva che se avesse vinto le elezioni, l’Europa sarebbe stata messa ai margini e che il Paese sarebbe riassunto una sua autonomia e, utilizzando l’espressione di quella parte politica, il suo sovranismo, in barba a Bruxelles a Parigi, a Berlino.

Quelle parole erano aria fritta.

LA PIAGA SOCIALE DEI FEMMINICIDI: STUPORE DI FRONTE A EPISODI CHE SEGNANO L’ESCALATION DI UN FENOMENO GRAVE.

Ed Leszczynskl Free to use under the Unsplash License

“Ad un mese dalla fine di questo 2022 – scrive l’autore – si contano in Italia 104 femminicidi di cui 88 avvenuti tra le mura domestiche. Un rituale quasi scontato per mano di mariti, compagni, conviventi che sovente non accettano una separazione, ma prima ancora non concepiscono e non sopportano che la donna abbia un amor proprio, la libertà di interrompere un legame spesso violento” […] “Per questo le donne devono denunciare al primo sentore di pericolo: va anche detto che non sempre la protezione delle istituzioni funziona e che la giustizia è spesso tardiva e postuma”.

 

La cronaca ci racconta in modo incalzante vicende di minori e di donne vittime di violenza: sono storie trasversali, che non hanno target sociali predefiniti, che non escludono i contesti di vita per loro più naturali, che diventano purtroppo tendenza e costume, quasi un correlato di altre derive negative emergenti nei comportamenti umani. Un’escalation che ingloba la parte più debole e indifesa dell’esistenza, quasi a significare che non c’è limite al peggio, che aggressività, ferocia, disumanità, cattiveria si consumano con disinvoltura e delirio crescenti, fino a diventare piaga sociale e declino di valori individuali.

Si alternano in modo sequenziale e simmetrico, questi delitti in danno dei minori e delle donne, nell’immaginario collettivo sono quasi un rituale narrativo dell’efferatezza a cui può giungere l’umanità, ad ogni latitudine, come se non fossero bastati secoli e secoli di condizione di interiorità e sottomissione strumentale, come se ciò che definiamo civiltà come valore acquisito e condiviso non fosse qualcosa di risolutivo, un punto e a capo in nome della umana dignità e del rispetto.

Dei minori travolti dall’onda della violenza se ne parla e se ne tace con vergognosa disinvoltura.

A chi scrive queste righe l’esperienza maturata nel tribunale minorile ha riservato e riserva tuttora – al sentore degli echi di cronaca – angoscia e stupore perché la realtà supera la più fervida e torbida immaginazione. Da troppo tempo la condizione femminile vive un’analoga condizione di soccombenza. Ad un mese dalla fine di questo 2022 si contano in Italia 104 femminicidi di cui 88 avvenuti tra le mura domestiche. Un rituale quasi scontato per mano di mariti, compagni, conviventi che sovente non accettano una separazione, ma prima ancora non concepiscono e non sopportano che la donna abbia un amor proprio, la libertà di interrompere un legame spesso violento, fatto di denigrazione, abuso, sottomissione, marginalizzazione esistenziale. Chiunque si avvicini con onestà intellettuale a questo tema vi ritrova tendenze millenarie, antiche, radicate: la stessa mitologia ci ha consegnato archetipi culturali – cioè idee, rappresentazioni, figure – della donna come incarnazione della corporeità, della tentazione, della fragilità e dell’insidia, della soccombenza alla violenza del maschio in quanto espressione della condizione originale, nativa da cui non riesce ad affrancarsi.

La storia riannoda i fili perché è sempre stato così, anche se oggi ai retaggi antichi si sommano disvalori maschilisti paradossalmente rafforzati, come il possesso del corpo e dell’anima, la rottura dei freni inibitori, la vergogna nascosta dal silenzio, la donna come fonte di piacere per sè stesso e di peccato laddove non sia di proprietà esclusiva del partner. Non chiamiamo raptus o follia ciò che va ascritto ad un lucido e delirante disegno criminale, alla struttura biologica dell’individuo, al contesto ambientale: un tema che scandaglia i più efferati delitti e che sto approfondendo in un lungo dialogo-intervista con il Prof Vittorino Andreoli, uno che cerca di risalire alle origini del male: “Se tu vuoi capire la violenza devi prima sapere che cos’è la paura”. Una risposta apparentemente paradossale ma che apre a profondi interrogativi e ad illuminanti spiegazioni.

Personalmente sono stupito da due aspetti del comportamento prevaricatore dell’uomo sulla donna: l’escalation del progetto delittuoso che rimuove ogni freno inibitore fino a giungere all’annientamento fisico della vittima. Mi chiedo se non basti la narrativa sociale e criminologica di fatti analoghi per fermare la mano assassina: sembra che ogni dialogo chiarificatore sia preventivamente espunto per giungere all’esito finale irreversibile. In secondo luogo mi colpisce il senso di impunità e la disinvoltura, quasi l’ostentazione di sicurezza a farla franca da parte di chi sa che l’omicidio è una via senza ritorno. Per questo le donne devono denunciare al primo sentore di pericolo: va anche detto che non sempre la protezione delle istituzioni funziona e che la giustizia è spesso tardiva e postuma. Troppi palloncini liberati al cielo, troppi applausi ai funerali delle vittime e troppe fiaccolate silenti e postume mascherano una incapacità della società di prevenire i fatti delittuosi.

NON GIOVA ALL’ITALIA UN MODELLO AGITATORIO DI FARE OPPOSIZIONE, CON IL FACILE RICORSO ALLA PIAZZA.

“Si decide “di scendere in piazza” – osserva l’autore – contro una manovra economica e sociale prima ancora di conoscerla, di valutarla e di discuterla nelle sedi opportune […] siamo tornati alla concreta e tangibile esperienza del Pci […] C’è un solo rammarico in tutto ciò. E, al contempo, un grande assente: un partito che assomigli, seppur lontanamente, a quella esperienza politica, sociale, culturale, di governo ed istituzionale che va sotto il nome di Democrazia cristiana.

 

Le dinamiche concrete della prima manovra di bilancio del Governo guidato da Giorgia Meloni hanno riportato indietro, di fatto, le lancette della storia della politica italiana. Almeno questa è la mia opinione che, però, registro essere abbastanza diffusa. Ci sono, in effetti, alcuni tasselli che ti portano indietro, come se assistessimo ad una sorta di gioco dell’oca. Provo a riassumerli, seppur sinteticamente, e che confermano persin platealmente questo assunto.

Innanzitutto, sulla base di una logica e di un approccio volgarmente ideologici, il nemico politico va sempre annientato a prescindere da tutto. E quindi anche dai contenuti concreti di un’azione di governo. E così si decide “di scendere in piazza” contro una manovra economica e sociale prima ancora di conoscerla, di valutarla e di discuterla nelle sedi opportune. E questo perchè – come recitava il vecchio Pci – il nemico rischia sempre di creare un regime autoritario, antidemocratico, illiberale ed eversivo. E che può mettere a rischio la stessa tenuta democratica del paese. Un dèjà vu in perfetto stile.

In secondo luogo, e come da copione, con appena un fischio scende in campo il sindacato di riferimento. La famosa “cinghia di trasmissione” di antica memoria con tanti saluti all’autonomia del sindacato. Il tutto, come ovvio, anche in nome della mai sopita unità antifascista e contro il potenziale “regime illiberale”.

Inoltre, non può mancare all’appello, come ovvio, l’intramontabile ed incontaminata “società civile” con tutto il circo dei soliti e collaudatissimi conduttori televisivi, giornalisti dediti alla “causa”, intellettuali ed opinionisti pronti a sottoscrivere “appelli” e “mozioni” di censura nei confronti del “regime” benedetti dai famosi “santoni” del “politicamente corretto”. Un repertorio talmente noto che è appena sufficiente rileggere gli attacchi cinquantennali alla Democrazia Cristiana e ai suoi principali esponenti – cioè leader e statisti dell’epoca – per rendersene conto senza ulteriori commenti al riguardo.

Infine la riscoperta della “piazza” sempre e comunque. Una strada salvifica e miracolistica per sventare l’irrompere del disegno autoritario che da un momento all’altro può riprecipitare l’intero paese in uno scenario da incubo. E qui, come ovvio e scontato, non può mancare il “pericolo fascista” che resta il vero cemento ideologico unificante di questa impostazione.

Ora, al di là delle legittime opinioni di ciascuna forza politica e delle concrete modalità di condurre la stessa battaglia politica, è indubbio che ci troviamo di fronte ad un “modello” politico che ci riporta francamente indietro nella storia politica italiana. E questo al di là dello stesso profilo e del progetto politico del centro destra di governo e della grande novità di avere per la prima volta nella storia del nostro paese una donna Presidente del Consiglio dei Ministri.

Ecco perché, e senza neanche un grande sforzo di novità e di originalità, siamo tornati alla concreta e tangibile esperienza del Pci. Seppur, come ovvio e scontato, al netto dei cambiamenti politici, culturali, sociali, economici ed etici intervenuti nelle dinamiche concrete e nel tessuto vivo della società italiana in questi ultimi decenni. Ma la modalità politica concreta non cambia e, come un fiume carsico, riemerge in tutta la sua virulenza seguendo un copione persin troppo simile per essere messo in discussione.

C’è un solo rammarico in tutto ciò. E, al contempo, un grande assente: un partito che assomigli, seppur lontanamente, a quella esperienza politica, sociale, culturale, di governo ed istituzionale che va sotto il nome di Democrazia cristiana. Ma tutto ciò non stupisce granchè per un solo motivo: la sinistra ex o post comunista non cambia molto, come quasi tutti sanno, non ha mai fatto i conti veri ed autentici con il suo passato politico ed idelogico. Per cui, periodicamente, il passato ritorna e ripropone i vecchi vizi e le antiche liturgie. Come, puntualmente, sta emergendo in questa strana e singolare fase politica italiana.

QUESTIONE CATTOLICA E PARTITO DEMOCRATICO:  IL 29 NOVEMBRE UN CONVEGNO A ROMA DI “AGIRE POLITICAMENTE”.

“Il progetto politico del Partito Democratico, che nel corso degli anni ha evidentemente perso la spinta iniziale, può conoscere una nuova stagione?”. È questo l’interrogativo che sta alla base dell’imminente convegno dell’Associazione guidata da Lino Prenna.

 

Il risultato delle ultime elezioni politiche pone ai diversi protagonisti del centrosinistra ed in particolare ai cattolici democratici impegnati nel Partito Democratico un interrogativo sull’attuazione di quel progetto nato quindici anni fa con l’aspirazione di unire le culture politiche del novecento che facevano riferimento al personalismo comunitario del cattolicesimo democratico, all’umanesimo della tradizione socialcomunista e alla cultura liberale dei diritti individuali.

Si parlò di “identità plurale” proprio per indicare la forza che deriva dalla sintesi tra culture diverse, ma complementari perché trovano un comune denominatore nella Costituzione Repubblicana che origina da importanti vicende di popolo come la Resistenza e la Liberazione.   

Ma il progetto politico del Partito Democratico, che nel corso degli anni ha evidentemente perso la spinta iniziale, può conoscere una nuova stagione con un rinnovato entusiasmo e delle giuste motivazioni nell’interesse prioritario del Paese?

Cosa si può e – soprattutto – si deve fare per ritrovare le ragioni di quel progetto che metteva al centro la persona umana e le sue legittime aspirazioni tese a migliorare le condizioni di vita di donne e uomini del nostro tempo? Attorno a questi interrogativi svilupperemo una riflessione critica e costruttiva che chiami anche i cattolici democratici ad un maggiore protagonismo civico e politico.

 

 

Piergiorgio Maiardi e Massimo De Simoni, vice coordinatori di Agire politicamente,

invitano a partecipare all’incontro

 

Martedì 29 novembre 2022 – ore 18,15

Sala Margana – Roma, piazza Margana, 41 

SE ORLANDO PROPONE UN PD IN VERSIONE NEO SOCIALISTA, AI POPOLARI COMPETE ORGANIZZARE UNA PROPOSTA DIVERSA.

In questa fase dominata dalla destra, solo un’ampia collaborazione tra le culture politiche della migliore storia democratica repubblicana – spiega l’autore – potrà garantire pace sociale e sviluppo democratico, sulla base di un condivisa proposta di programma che sappia saldare gli interessi dei ceti medi produttivi con quelli delle classi popolari, in alternativa a politiche, come quelle che stanno emergendo dal governo della destra.

 

Ho letto con interesse l’intervista rilasciata a Il Foglio, giovedì 24 novembre scorso, dall’ex ministro del Lavoro, On. Orlando, il quale ha detto, tra l’altro che “il Pd, per non tradire la sua funzione storica, per non finire travolto dagli eventi, non possa che darsi una prospettiva neosocialista, pur sapendo che qualcuno potrebbe non riconoscervisi più”. E più avanti, sempre nell’intervista:

“Anzitutto, occorre liberarci dell’ansia della vocazione maggioritaria, anacronistica in uno scenario ormai nei fatti proporzionale, perché ci ha portato troppo spesso a eludere alcune questioni profonde. E questo lo dico anche a chi, con una certa dose di ipocrisia, invoca lo smantellamento delle correnti in nome di un unitarismo che poi si risolve nella sospensione del giudizio. Siamo arrivati al voto in una condizione di unità interna senza precedenti, ed è andata come sappiamo”. In un recente intervento in direzione, infine, lo stesso On Orlando aveva detto: “Dobbiamo andare fino in fondo nel confronto tra di noi, pur accettando il rischio che alla fine del percorso non saremo gli stessi che eravamo all’inizio”. Un’altra scissione imminente?

Credo che questi ragionamenti precongressuali dovrebbero essere valutati con estrema attenzione, specialmente dagli amici Popolari che dalla Margherita decisero di aderire al progetto di fondazione del Partito democratico. Emerge con chiarezza la volontà di un importante esponente ex comunista del partito di ricollegarsi alla propria tradizione politica e culturale, di tipo neo socialista, con buona pace per quegli ex democratico cristiani che speravano in un ben diverso assetto politico organizzativo finale. Emerge con chiarezza come tra gli ex comunisti, insidiati nella loro stessa base sociale e politico culturale dal M5S, stia prevalendo il richiamo dell’antica casa. È evidente, infatti, come nel deserto dominante della politica e con il rischio del prevalere di una condizione di egemonia della destra nazionalista e sovranista, emerga la volontà di tornare a riscoprire i fondamentali che concorsero alla costruzione della Repubblica. Una volontà condivisa anche dagli ex socialisti, liberali e repubblicani, ossia dalle componenti fondanti il patto costituzionale. Assai più lacerata e confusa è la situazione di quell’altra essenziale cultura politica che concorse, con i suoi uomini e donne migliori, alla battaglia resistenziale prima e alla scrittura della Costituzione del 1947.

Sono intervenuto più volte sul progetto di ricomposizione politica dell’area cattolica democratica e cristiano sociale e leggo con molta attenzione ciò che si scrive su vari organi di stampa, sino all’interessante scambio epistolare tra gli amici Cerocchi e Castagnetti in ordine alla ripresa editoriale della testata de “Il Popolo”, appartenente alla Dc storica. Per la verità, grazie alla volontà di un coraggioso sacerdote, Mons. Tommaso Stenico, da molto tempo è editata online la testata www.ilpopolo.cloud, nella quale, come su ildomaniditalia.it, si svolge un proficuo dibattito sul tema della ricomposizione politica dell’area cattolico democratica e cristiano sociale. A me sembra, tuttavia, che, falliti i diversi tentativi sin qui operati dall’alto per la mera riunificazione delle diverse realtà partitiche e associative che, a diverso titolo e con diversa legittimazione si rifanno alla Dc storica, si debba ripartire dal basso, dalle realtà locali, nelle quali riprendere il dialogo e il confronto tra le diverse sensibilità e culture della nostra area. Da parte dei Dc e Popolari serve costruire un’ampia Area Popolare, partendo proprio dalle diverse realtà regionali. Un processo che nascendo dalla base potrebbe favorire l’emergere di una nuova classe dirigente. Vino nuovo in otri nuovi, sostenevano molti amici pessimisti sugli esiti dei tentativi avviati e l’Area popolare che nascesse dal basso, potrebbe essere proprio lo strumento più efficace ed opportuno per riportare in campo la nostra cultura politica.

In questa fase dominata dalla destra, solo un’ampia collaborazione tra le culture politiche della migliore storia democratica repubblicana potrà garantire pace sociale e sviluppo democratico, sulla base di un condivisa proposta di programma che sappia saldare gli interessi dei ceti medi produttivi con quelli delle classi popolari, in alternativa a politiche, come quelle che stanno emergendo dal governo della destra, fondate sull’aggravamento delle condizioni di disuguaglianza e di povertà, foriere di conflitti sociali di ardua composizione.

IL NUOVO PD AI BLOCCHI DI PARTENZA: SI TORNA INDIETRO, ALLA VECCHIA SINISTRA, PIUTTOSTO CHE GUARDARE AVANTI.

L’impegno a rivedere la Carta dei Valori lascia intravedere un gioco troppo stretto, con il rischio di modifiche improntate a un generico desiderio di cambiamento. Tra i costituenti si fatica a scorgere il nucleo pensante di questa Nuova Carta. Nulla a che vedere con il lavoro svolto nel 2007 dal filosofo Mauro Ceruti. E il testo redatto all’epoca è ancora oggi un esempio – mai tradotto in pratica di partito – di come si dovesse e tuttora si debba “pensare la fuoriuscita dal Novecento”, guardando al futuro della politica democratica.

 

È partita la macchina del congresso, anzi con i candidati già in movimento, tra dichiarazioni ufficiali e adombrate disponibilità, essa è partita già da qualche tempo. Tuttavia l’annuncio della costituzione del Comitato costituente del Nuovo Pd ha messo benzina nel serbatoio della macchina, finora bloccata nelle sabbie mobili di norme statutarie e regolamentari che deliziano la vita politica e organizzativa del Nazareno.

Letta ha usato toni che negli ultimi tempi, segnati dalla sconfitta elettorale, aveva in parte abbandonato. “Lunedì a Bruxelles – ha detto ieri alla Direzione del partito – lanceremo un messaggio forte e importante di orgoglio europeo ed europeista. C’è la grande questione del dibattito sulle questioni chiave del Pd, sui nodi che dobbiamo sciogliere, sul chi siamo, su cosa dovrà essere il nuovo Pd. Vogliamo costruirlo con Articolo Uno e i compagni di strada della campagna elettorale”. E poi ha aggiunto: “Questo vale anche per Demos, per Centro democratico e con chi è stato con noi in queste settimane, aprendo le porte a tutti coloro che vorranno partecipare al percorso costituente. Allargamento e aprofondimento. Il 13, 14 e 15 gennaio vorrei una iniziativa che chiamerei Piazza per il Nuovo Pd, così da ascoltare, interloquire, parlare con le persone che ci hanno chiesto attenzione”.

Fin qui lo squillo di tromba del segretario. Tuttavia, dietro le quinte non mancano disagi e mugugni per un annuncio troppo carico di sofferenza e ambiguità. Il Comitato costituente, ad esempio, ha suscitato nelle prime reazioni più di una riserva per l’estremo dosaggio correntizio adoperato nella sua composizione. I designati, infatti, sembrano preposti a un compito di controllo accurato e minuzioso sulle procedure del congresso, stante il desiderio dei vertici del Nazareno di contenere le spinte più pericolose. Nondimeno, l’impegno a rivedere la Carta dei Valori lascia intravedere un gioco troppo stretto, dati i tempi risicati e l’assenza di un disegno ispiratore, con il rischio evidente di modifiche improntate a un generico desiderio di cambiamento.

Tra i costituenti si fatica a scorgere il nucleo pensante di questa Nuova Carta. Nel 2007 il filosofo Mauro Ceruti, allievo di Edgar Morin, stese il documento confrontandosi a lungo con Reichlin, Parisi e lo stesso Veltroni. E il testo redatto all’epoca è ancora oggi un esempio – mai tradotto in pratica corrente – di come si dovesse e tuttora si debba “pensare la fuoriuscita dal Novecento”, guardando al futuro della politica democratica. Del resto, anche parole come “sinistra” o “socialismo” non compaiono, a dimostrazione che il Partito Nuovo esige un coraggio e fantasia per plasmare un progetto riformatore all’altezza delle sfide più impellenti.

Dunque, una conclusione provvisoria s’impone: se la partenza è questa, non c’è da essere ottimisti. Chi vuole la riverginazione della vecchia sinistra, magari enfatizzando i cosiddetti diritti individuali e le formule più eccentriche della “società radicale”, si assume la responsabilità della dissipazione di quanto era stato vagheggiato, e mai compiutamente sviluppato, al momento della formazione del Pd. Non è severità, ma realismo.

ANCHE NOI LAICI, PER FARE POLITICA DA CATTOLICI DEMOCRATICI, DOVREMMO PENSARE A UN NOSTRO SINODO PERMANENTE.

Dopo lo scambio di battute tra Cerocchi e Castagetti, l’autore entra con prepotenza nel merito delle questioni che interessano il dibattito sul futuro del cattolicesimo democratico. E spiega: “Occorre, anche da parte nostra in quanto laici, una sorta di “Sinodo permanente”. Uno stare insieme ed incontrarsi con costanza, e non saltuariamente […] Un Forum culturale permanente, un incontrarsi periodico e un camminare insieme dei laici progressisti, e, con profondo rispetto della Chiesa, non clericali”.

Nino Labate

Ho letto con attenzione la lettera di Pio Cerocchi a Castagnetti. Ne approfitto per augurare a Pio un ben tornato nel dibattito culturale e politico su cui non era, e non è, l’ultimo arrivato. Ma gli raccomando nello stesso tempo di non abbandonare la sua poesia e la sua pittura creatività. Non è il caso. E ci serve. Ma passiamo a noi perché ho letto anche la promettente e interessante risposta di Castagnetti su un convegno di area stabilito per il prossimo 19 dicembre a Chianciano. Mi auguro che non rimanga unico e che sia, invece, il primo di una serie d’incontri.

Le sollecitazioni di Cerocchi in parte le condivido, ma solo in parte. Perché a guardar bene, non è poi tanto vero che i cattolici democratici e popolari non hanno “…più una casa e un parlatorio” giacché di case monolocali, separate, distanti l’una dall’altra, occasionali, e di parlatori convegnistici e di incontri sparsi in Italia, ce ne sono stati e ce ne sono diversi. Manca l’unione, è vero. E manca una sintesi di questi vari parlatori. Che potrebbe essere fatta, perché no, su un unico e solo giornale digitale e, volendo, settimanalmente anche cartaceo, come “il Popolo”. E manca un condominio dove chi vi scrive, vi partecipa ed è interessato al dibattito, potrebbe incontrarsi almeno un paio di volte l’anno. Un giornale che discuta sui “cambiamenti d’epoca” che viviamo – come dice Bergoglio. Che raccolga le diverse opinioni degli inquilini e dei condomini. Come è oggi l’Unità, morto e rinato per ben tre volte, ma pronto ad andare in edicola nel 2023 con Sansonetti direttore. E, come è oggi online, il settimanale/mensile l’Avanti.

Con una differenza profonda, e cioè che mentre l’Unità e l’Avanti continuano caparbiamente a voler essere giornali di partito (l’Unità sembra ora più vicino a Calenda), Il Popolo a cui pensa Cerocchi non vuole fare rinascere la storica Dc, bensì, più ragionevolmente, intende essere un giornale di area culturale cattolico democratica, che s’ispira alla Costituzione, all’Insegnamento sociale della Chiesa, nonché all’uguaglianza, ai diritti umani, e…all’Umanesimo cristiano. Non escludendo la storia del cattolicesimo democratico e popolare, da Sturzo a Dossetti.

Tentativi di creare reti di questa sparpagliata area culturale ce ne sono stati e ce ne sono. Ci prova da tempo l’Associazione C3dem – che ha tra l’altro in cantiere un convegno con le stesse premesse per la fine di novembre a Milano – offrendo il suo sito digitale alle varie anime del cattolicesimo democratico sparse in italia. E ci prova anche lo storico “Il Domani d’Italia”, riemerso per la tenace volontà di Lucio D’Ubaldo. Non escludendo “Argomenti 2000” di Ernesto Preziosi col suo “Governo Aperto”; l’anziana e veneranda “Agire Politicamente” del mio caro amico Lino Prenna. E soprattutto, proprio di recente trasferitosi sul web, il lazzatiano “Appunti di Cultura e Politica”, con le sue prestigiose firme. Ne dimenticherò sicuramente qualche altro.

Bene, io però con Pio Cerocchi devo recitare comunque un mea culpa. Come da tempo gli ho già confessato, c’è stato da parte mia un iniziale e totale consenso per il passaggio dal Partito popolare a cui ero iscritto, alla Margherita. Arrivavo in quegli anni dalla “Lega Democratica” di Pietro Scoppola, Achille Ardigò (con i suoi mondi vitali) e Paolo Giuntella. Ma ignoravo la totale scomparsa dal dibattito pubblico della cultura cattolico democratica, per me indispensabile e a cui tenevo molto. Ero dunque fortemente convinto che dentro la Margherita si potesse alimentare il cattolicesimo democratico e popolare. Mi sono sbagliato!

Così come subito dopo sono stato fortemente convinto dell’Ulivo. Quest’ultimo, tuttavia, col suo bipolarismo ancora oggi da me rimpianto, a fronte del proliferare di partiti, partitini e sigle del leader di turno e personalizzati, come non si sono mai viste in 75 anni di democrazia italiana: gli studiosi sostengono che il vero pluralismo politico e partitico, quando non si riduce a fotocopie integrali di valori e programmi, è solo quello che rispetta i corpi intermedi, la dimensione locale genuina e l’autenticità e unicità di valori e iniziative. Un Ulivo che mi aveva fatto dunque sognare un bipolarismo intelligente, premessa ad una democrazia matura e compiuta all’insegna del “cittadino arbitro”. Alternativo a una nuova destra alleata a un centro destra berlusconiano e affini, ma solo di sostegno formale. Una nuova destra tornata ai nostri giorni a fiammeggiare. Anche se in questa nuova cultura rimangono solo quei comportamenti ricordati da Umberto Eco con il suo Ur-Fascismo, dal momento che grazie a Dio il fascismo storico è scomparso. Ebbene, col senno del dopo: si ! Il Partito popolare, benché spinto a sciogliersi e a confluire nella Margherita dal 99,9% dei presenti all’ultimo Congresso del Ppi – come ricorda Castagnetti – poteva tuttavia sopravvivere come simbolo non partitico e come associazione culturale. Con tutto il pur ristretto e stringato apparato che in quegli anni si ritrovava – compreso il quotidiano Il Popolo – per sollecitare a coalizzarsi e “convergere parallelamente” a sinistra, secondo la grande intuizione di Aldo Moro.

Castagnetti ha risposto, dunque. Devo con molta onestà dire, però, che facciamo un grosso errore se solo lontanamente pensassimo che la nobile storia, che lui continua a rappresentare con prestigio, si possa RI-presentare e RI-consegnare alle giovani generazioni e al futuro della democrazia politica nella stessa forma, con le stesse caratteristiche e con la stessa modalita con cui noi l’abbiamo sperimentata. Il linguaggio in politica conta molto. È stato il lungimirante Mattarella a provocare, insistendo ripetutamente ma rivolgendosi a tutti, col suo verbo costruire…ex novo, e non RI-costruire (il vecchio). Che vuol dire costruire di sana pianta, dice la Treccani. Dimenticandosi appunto del verbo Ri-costruire, che rimanda al già visto, al già vissuto, tutt’al più al restaurare una cosa vecchia cosi com’era. Una precisazione linguistica, questa, che mi ha fatto sempre pensare, e non solo a me, ma che non ha mai convinto i tornacontisti nostalgici che conservano sotto chiave lo Scudo Crociato. E i molti progettisti di quel Centro politico cattolico così ripetutamente invocato e atteso, facendo forza solo e soltanto su una legge proporzionale, solo e soltanto su quel 35-40% di italiani che scelgono il non voto. E avendo di mira solo e soltanto un sociologico ceto medio moderato, se non una borghesia inesistente, tutti da ridefinire.

Dal punto di vista ecclesiale, siamo ora di fronte ad una importantissima novità che coinvolge in pieno e rimbalza subito su tutto il laicato. Sopratutto quello impegnato nel sociale e politico, volontariato compreso. La novità assoluta è quella del Sinodo gia in atto della Chiesa cattolica, che sotto molti aspetti è teso a far camminare insieme laici e consacrati, rimediando alle giuste preoccupazioni di Cerocchi sulla “rarefazione…delle relazioni personali”. Un Sinodo che nelle intenzioni di Papa Francesco serve proprio ad un nuovo rapporto Chiesa-Mondo, per mettere la Chiesa in relazione con le trasformazioni radicali in corso e con i segni dei (nuovi) tempi. Il Sinodo parte dalla dimensione locale e parrocchiale, dai nostri mondi della vita, familiari e amicali, per allargarsi sempre più alle dimensioni provinciali, regionali, nazionali, sovranazionali e mondiali. Spero solo che non dimentichi – ma questo mi sono permesso di dirlo anche a un mio amico parroco che tuttavia ne era ben cosciente – che oggi oltre alle relazioni interpersonali reali faccia a faccia, abbiamo a che fare, vuoi o non vuoi, con una società delle relazioni virtuali a distanza, composta di vecchi e soprattutto di nuovi media: quelli cioè del web a misura personale e individuale definiti social.

A Cerocchi e a Castagnetti mi permetto allora di dire che occorre, anche da parte nostra in quanto laici, una sorta di “Sinodo permanente”. Uno stare insieme ed incontrarsi con costanza, e non saltuariamente. Lo penso sin da quando Giorgio Campanini, fiutandone il dissolvimento e ìl pericolo della chiusura gelosa, ha proposto all’inizio del Terzo millennio un Forum periodico di tutte le associazioni che si ispiravano al cattolicesimo democratico. Un Forum culturale permanente, un incontrarsi periodico e un camminare insieme dei laici progressisti, e, con profondo rispetto della Chiesa, non clericali. Capace di fare incontrare e dialogare le tante frammentate, isolate e disperse anime e realtà associative; realtà che a modo loro e senza dubbio esercitano un buon compito di testimonianza decentrata, ma che sono immerse in una solitudine ingiustificata, specie quando i cambiamenti epocali in corso e già alle nostre spalle, spingono a credere che siamo ormai imbarcati tutti sulla stessa ed unica barca, e non su tante barchette diverse solo per il colore, per il pilota e per il territorio. E che occorrono pertanto soluzioni comuni. È vero, dopo l’inascoltato Giorgio Campanini, di tentativi ce ne sono stati, sebbene tutti abbiano dimenticato l’aspetto centrale della cultura e della formazione. Diversi sono stati orientati al partito o a liste di partito, se non addirittura ad una nuova Dc. Vogliamo fare l’elenco? Todi 1 e 2, Camadoli 2 e 3, e poi Manifesti fondativi, Convegni e Incontri, Proclami, ecc. Su cui anche un (solo) quotidiano cartaceo e online sarebbe stato (forse) utilissimo e sarebbe diventato un importante elemento di aggregazione e confronto critico e dialettico. Con opinioni diverse, strade da intraprendere diverse e soluzioni diverse, ma una volta chiarito che non si era fondamentalisti teo-con, amici di Steve Bannon, tutte all’insegna di quei valori in cui ci riconosciamo, anche se sulla via di scomparire completamente quando non immersi nella storia che cammina.

Mi rimane in conclusione un solo dubbio. Un dubbio forte provocato dallo tsunami di cambiamenti fisici e antroplogici sopraggiunti negli ultimi 20 anni. A cominciare da una secolarizzazione galoppante con le chiese chiuse e vuote, i seminari vacanti e i matrimoni civili in crescita. Con l’associazionismo cattolico storico – Acli, Ac, Fuci, Meic, Scout – in forte ritirata di iscritti. E per finire con le tremende sfide del clima, del lavoro, della globalizzazione capitalistica e finanziaria, delle nuove e inedite povertà che spingono milioni di africani ad emigrare. E non per ultimo, con le ingiustificate e non previste ma tragiche guerre neozariste. Proprio per questo, non vorrei che alla fine avesse ancora una volta ragione l’autore della lettera A Diogneto, che al capitolo V così recita: “I cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono da distinguere dagli altri uomini. Infatti, non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale”.

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PACE A PARTIRE DALL’UMANESIMO CRISTOLOGICO DI BERDJAEV.

“La pace – scrive l’autore -ha oggi serie difficoltà per articolarsi in un linguaggio che sia la nervatura di una intelligenza di pace […] Dell’impossibilità della pace dentro al paradigma dell’umanesimo liberale si è reso conto Nietzsche, che sulla scia di Dostoevskij, lavorò instancabilmente per demolire la decadente architettura dell’antropologia occidentale. E sulle spalle di questi due giganti del pensiero decostruttivo Nikolaj Berdjaev tratteggiò le linee della sua antropologia libertaria”.

Diego Flores

Il nostro è un tempo senza pace. Drammaticamente rassegnato e abdicante di fronte alla domanda: “perché la pace”? Il cuore d’Europa dilaniato ancora dal tonante rimbombo delle armi ratifica che l’invenzione e la fabbricazione di “macchine” è stata la vera svolta culturale di tre secoli fa. Europa e l’intero Occidente non ha fatto che riempire il mondo di strumenti, che non sono il mero prolungamento di potenzialità umane ma il loro illimitato quanto febbricitante superamento. Rivoluzione “tecnologica” l’ha chiamata, con pretestuosa superbia e facinoroso delirio di onnipotenza. E la morte inoculò il suo veleno insinuandosi nei tortuosi percorsi di questa razionalità strumentale. Macchine in quantità sufficiente per saturare di dolore e distruzione ogni angolo del pianeta; a corto di parole per articolare il pensiero di pace. Risulta fuorviante il tentativo critico di smascherare ideologicamente il potere egemonico delle armi? Oggi, come ogni espressione di dominio, quello industriale-militare è post-ideologico, pragmatico.

Il potere non maschera più con idee i suoi fini apertamente e brutalmente pragmatici. È un potere capace di produrre macchine, alimentare interessi, negare diritti. Non è un potere in grado di creare idee, costruire pensiero, nutrire una comune aspirazione di giustizia e di pace. A questa perversa logica del dominio soggiace il cinico e brutale pragmatismo del soggetto – di- interessi. Non è uno scandalo che questa antropologia dell’individualismo liberista alimenti – conciliante e trionfale – i più oscuri scenari di sofferenza e devastazione. Abbiamo bisogno di pace. Abbiamo necessità soprattutto di un pensiero di pace. La pace ha oggi serie difficoltà per articolarsi in un linguaggio che sia la nervatura di una intelligenza di pace. Che opportunità per il pensiero della pace? Quali spazi per la domanda di pace in una situazione dove il carattere strumentale della razionalità dominante risiede proprio nell’arte della guerra? Il pensiero di pace sembra avere barrata la strada di fronte al conformista concetto di libertà che domina in Occidente da secoli.

Dell’impossibilità della pace dentro al paradigma dell’umanesimo liberale si è reso conto Nietzsche, che sulla scia di Dostoevskij, lavorò instancabilmente per demolire la decadente architettura dell’antropologia occidentale. E sulle spalle di questi due giganti del pensiero decostruttivo Nikolaj Berdjaev tratteggiò le linee della sua antropologia libertaria. Ne Il senso della creazione, terminato poco prima dell’inizio della prima guerra mondiale, il pensatore russo prende atto che, “dopo Nietzsche, dopo la sua opera e il suo destino, l’umanesimo non è ormai possibile”. Berdjaev vede, attraverso gli occhi di Nietzsche, le possibilità di una nuova antropologia che oltrepassi l’”ultimo uomo”, inventore della felicità a scapito della libertà. Sullo stesso piano di critica implacabile Berdjaev colloca la figura di Dostoevskij. Insieme a Nietzsche, Dostoevskij testimonia per Berdjaev la “fine dell’uomo”. Così diversi e, nello stesso tempo, così vicini, Nietzsche e Dostoevskij abbattono la menzogna degradante dell’umanesimo occidentale. Scavando tra le macerie culturali di uomini che godono del “male puro e semplice”, che non hanno bisogno di giustificare proprio perché privo di senso, Nietzsche intravede la voragine nella quale è stato risucchiato l’Occidente: il “nichilismo del bene”. Nel tempo in cui “l’animalità non suscita più orrore” e la bestia che è nell’uomo si accende infuriando con “spirituale e felice arroganza”, Nietzsche capisce che “è proprio il bene che ha bisogno di una giustificazione”. Cos’è il nichilismo se non la rovinosa decadenza dei valori e dei principi etici? Manca il perché. Perché il bene? Perché la giustizia? Perché la pace? Dall’abisso nichilistico del pensiero di fronte al bene Nikolaj Berdjaev delinea le possibilità di quello che chiama una cristologia dell’uomo. Muovendo dall’idea che la rivelazione cristologica è una rivelazione antropologica, Berdjaev propone di esplorare le possibilità di una giustificazione del bene solcando nella verità sull’umanità del Cristo. Il tragico destino della libertà priva di contenuto affonda le sue radici nella libertà del vecchio Adamo, la libertà della caduta, “la libertà dell’età infantile del mondo”.

Per Berdjaev “il mistero della natura divina dell’uomo” rappresenta l’orizzonte di possibilità di una libertà in grado di giustificare il bene, di rendere ragione del perché il bene. Questo è il senso della creazione di cui parla Berdjaev. «Nell’insufficienza del nostro linguaggio umano – afferma – parliamo di una creazione ex nihilo, stiamo parlando, in verità, di una creazione sorta dalla libertà». Non esita Berdjaev nel sostenere che “il secreto della creazione è il secreto della libertà”. Insondabile secreto che l’umanità del Cristo può rivelare come via d’uscita dall’illusoria strada dell’individualismo che tutto distrugge. «L’uomo secondo il Cristo – dice Berdjaev – è già una creatura nuova che percepisce una nuova libertà». Nell’orizzonte di una libertà nuova aperto dall’umanità del Cristo, Berdjaev vede provvidenziale il fatto che il cammino della creazione umana non sia stato tracciato nelle Sacre Scritture. «L’attività creatrice dell’uomo – sostiene – non ha la sua sacra scrittura, né le sue vie rivelate al di sopra dell’umanità». In questa radicale quanto abissale profondità dell’uomo, solo di fronte a se stesso nell’esperienza di creazione, Berdjaev scorge l’enigma del secreto umano. Secreto della dignità umana custodito “dalla santa autorità del Vangelo per il suo silenzio sulla creazione”.

Si tratta quindi di un percorso apofatico della libertà che salvaguarda nel silenzio ciò che la parola non riesce né riuscirà a pronunciare. «Se i sentieri della creazione fossero stati indicati e giustificati dalla Scrittura – afferma Berdjaev – la creazione sarebbe stata obbedienza, non sarebbe stata creazione». In tempi oscuri di sofferenza e devastazione l’antropologia cristologica di Berdjaev è buona notizia di liberazione. La sua potenza libertaria è custodita nell’autorevolezza del suo silenzio. Autorevolezza che richiama anche quella dei piccoli, dei poveri, degli oppressi. Autorevolezza del silenzio assordante degli ultimi, sordo clamore dei senza voce che l’autorità del Cristo ha innalzato a testimoni della sua presenza nella storia. Come la figura del misterioso Prigioniero di Dostoevskij, alla quale si ispira il pensiero di Berdjaev, che nel silenzio testimonia la dignità dell’umano, libera di fronte alla logorroica prepotenza del cardinale Grande Inquisitore, triste e perverso emblema della verbosa arroganza dei potenti.

Fonte: L’Osservatore Romano – 18 novembre 2022
Titolo originale: Alla scoperta dei meccanismi del male. Una riflessione sulla pace a partire dall’umanesimo cristologico di Berdjaev.
[L’articolo è qui riproposto per gentile concessione del direttore responsabile dell’Osservatore Romano]

“CARO PIO…”: CASTAGNETTI RISPONDE A CEROCCHI. E ANNUNCIA UN CONVEGNO DEI POPOLARI A DICEMBRE.

Siamo lieti di pubblicare la risposta che l’ultimo segretario del Ppi ha inteso fornire a Pio Cerocchi, intervenuto ieri sul nostro blog con una “lettera aperta” indirizzata proprio a Castagnetti, volta a sollecitare una ripresa d’iniziativa da parte dei Popolari.

 

Caro Pio,

rispondo alla tua, di cui ti ringrazio, con un invito. L’Assemblea dei cosiddetti cinquantotto rappresentanti dell’ultimo congresso del PPI di vent’anni fa (si, vent’anni), quello che ha deliberato con 1008 voti a favore e 8 contrari di concorrere a dar vita alla Margherita (non il sottoscritto, dunque, ma un congresso) ha, infatti, deciso nella sua ultima riunione di promuovere un incontro sul valore della tradizione cattolico democratico e popolare, così come facemmo a Chianciano anni fa, per il 19 dicembre prossimo.

Al più presto saranno diramati gli inviti. Sono sicuro che parteciperai con un atteggiamento meno triste di quello che potrebbe trasparire dal testo che mi hai indirizzato, perché, come tu mi insegni, ai credenti non è consentito il lusso della rassegnazione, della retrospezione e del pessimismo.

Perdonami la brevità della risposta, che vorrei tu non interpretassi come mancanza di rispetto verso di te e tantomeno verso Lucio d’Ubaldo che ci ospita e che da anni ospita generosamente tutti coloro che hanno cose da dire. Ma essendoci l’occasione di incontro che ti ho anticipato, credo che quella sia la sede opportuna.
Un saluto fraterno

Pierluigi

DELUSIONE, AMAREZZA, SCONCERTO: LA CONFESSIONE SENZA REMORE DI CHI HA SCELTO DI NON VOTARE (PD).

In questo scritto, destinato a Enrico Letta, si condensa il motivo che sottostà al fenomeno dell’astensionismo. A firmare la lettera è una donna che ha conosciuto in famiglia la dedizione al partito e al sindacato di un papà socialista. Oggi non si riconosce nella proposta e nell’azione politica del Pd. Un semplice sfogo? No, c’è qualcosa di più: dietro l’insofferenza, anche generica, si nota la critica ragionata alla insufficienza del “partito dei riformisti”.

 

Onorevole Letta,

comincio questa mia lettera aperta all’ex segretario del Pd con una confessione altrettanto pubblica: io non ho votato. E lo sa perché? Per due motivi. Primo: non c’è all’interno del Pd una persona di garanzia, della quale fidarmi ed alla quale affidare il mandato di rappresentarmi, né a settembre né ora. Secondo: non volevo cadere nella tentazione di votare Giorgia Meloni, nessun altro, perché – mi permetto di dirlo coscientemente – la Meloni mi è sembrata l’unica persona coerente in quell’altro marasma che è la coalizione del centro-destra, dove ancora adesso Salvini e Berlusconi non si rassegnano a non essere le “prime donne”.

Sono figlia di una tradizione di sinistra autentica, pura. Mio padre aveva letto tutte le opere di Lenin, gli scritti di Gramsci; è stato cronista dell’Avanti! negli anni difficili del dopoguerra, attivista di partito, potendo così conoscere personalmente Pietro Nenni. Fin quasi alla pensione è stato sindacalista: ho ancora il suo libro dei “Diritti dei lavoratori” e dell’Art. 18. Ho masticato pane e socialismo, pane e diritti dei lavoratori, per cui, mi creda, quello che oggi vedo della sinistra non è neppure una parvenza di ciò che la sinistra di Nilde Iotti, Togliatti, Berlinguer ed altri è stata.

Onorevole, lei e tanta parte del Pd vi siete chiesti il perché di questa sonora sconfitta alle elezioni di settembre, e state pensando di rinnovare il partito, di cambiare i vertici, ma non riuscite a dissimulare le futili gelosie e i battibecchi, dando la colpa alla destra della vostra catastrofe, mentre i cittadini vi guardano come se fosse un film surreale. La realtà è un’altra e sola: avete dimenticato cosa è la sinistra e siete ancora – tutti – in preda ad un delirio di “trasformismo” che non trasforma nulla, serve solo a cambiare nome al partito, ma non la sostanza delle cose. E sa quale è la sostanza delle cose? Che la maggior parte degli italiani è stanca delle acrobazie della politica che non hanno nulla a che vedere con quelle che ogni famiglia fa per arrivare a fine mese. E c’è di più. Sa, onorevole, a me – e non solo a me, vedo – piace un partito che tuteli la mia identità di persona, di donna e di italiana, perché nel diritto ad essere ciò che si è non c’è nulla di male, non si toglie nulla a nessuno e mi pare sia ancora un diritto costituzionale. Invece la sinistra, che vedo oramai imborghesita, figlia dei salotti bene, ha stravolto le cose centrandosi fondamentalmente sui diritti delle persone Lgbtq, come se fossero le uniche ad avere delle necessità precise, concrete, come quel diritto ad essere felici – che è di tutto il genere umano.

Non sono omofoba né razzista, sia ben chiaro, e condanno a priori ogni ideologia razzista: la persona umana esige rispetto di qualunque genere sia, ma personalmente sto constatando che diventa sempre più difficile dire “io sono donna” senza offendere qualcuno che vive un’altra realtà e sperimentarne pure le spiacevoli conseguenze. Mi chiedo: perché il riconoscimento di alcuni diritti deve necessariamente discriminarne altri? Mi pare di vedere una mancanza di equilibrio nella difesa dei diritti dei cittadini, e ignoranza della Costituzione, chiamata in causa solo quando fa comodo ad alcuni. L’Italia – fino a prova contraria – è una Repubblica fondata sul lavoro. E dove sono finiti i diritti dei lavoratori? Le leggi del mercato sono crudeli, avide, i costi del lavoro sono alti, ma cosa si è fatto per tutelare il lavoro ed i lavoratori? Cosa si è fatto per evitare lo sfruttamento e le morti sul lavoro? Con l’arrivo dei migranti impiegati nei lavori della terra la sinistra ha scoperto “l’acqua calda”…ha “scoperto” il caporalato…Ma…onorevole, mi ricordo io, da bambina, in un paese del sud, che c’erano già gli uomini che ti controllavano sul lavoro e prendevano la loro percentuale sulla pelle delle madri di famiglia! Gli sfruttati sono sfruttati a prescindere dal colore della pelle e dalla provenienza, ma al sud, si è sempre guardato, e si guarda, come ad un serbatoio di voti, chiudendo gli occhi sulle situazioni di tante donne, giovani, e ragazzi ancora lavoratori in nero. Chi le scrive è anche una storica che conosce bene la storia del sud, il fallimento della Cassa del Mezzogiorno, le connivenze dei padroni con le mafie locali: realtà oramai storiche, incancrenite nel territorio, ma che nessuno ha la voglia di affrontare.

Io vedo una sinistra che si riempie la bocca della questione degli immigrati, puntualizza sul diritto marittimo ed internazionale, senza che le sfugga una virgola, sottomessa alle voglie o “diktat” di paesi come la Francia, che li respinge in mare ed in terra, ma che poi, dopo aver fatto entrare migliaia di profughi – giustamente da salvare, sono assolutamente d’accordo – poi si volta dall’altra parte e li lascia marcire nel più totale degrado nei centri di accoglienza, dove vivono in promiscuità donne e uomini, e minori. Non sono io che lo dico, ma le immagini che vediamo ogni giorno parlano da sole. È giusto che vivano così? È umano? Per me no. Qualche girono fa Saviano ha detto, cito testualmente: “I migranti sono violenti? Spesso si attaccano all’alcol perché restano clandestini e la colpa è di chi li lascia in questa condizione”. Peccato perchè se voleva attaccare il governo attuale si è gettato la zappa sui piedi: usciamo da diversi anni di governo Pd.

L’apparato burocratico italiano è un completo fallimento, ma siamo stati ben undici anni con un governo di sinistra, e non è cambiato nulla. Non tocchiamo l’argomento istruzione. Differenze enormi nella didattica e nelle strutture ed infrastrutture tra nord e sud, docenti poco pagati, una riforma dietro l’altra che non aiuta i giovani ad essere critici, a valutare le situazioni, gli eventi, e che li rende sempre più ignoranti e prede degli estremismi. Le fughe dei cervelli all’estero? Di fatto, in Italia, la ricerca è zero. E poi le pensioni e gli anziani. Mi sono sempre chiesta per quale assurdo motivo una pensione debba essere di nuovo tassata ed impedire a chi ne usufruisce di godere degnamente ed umanamente del frutto di anni di lavoro. Onorevole: ma lei sa cosa si prova a vivere con 500,00 euro al mese? E finisco, anche se avrei tanto ancora da aggiungere: le sembra normale che in Campania da ottobre fino a gennaio tutte le prestazioni sanitarie pubbliche sono a pagamento perché il governo regionale – di sinistra, ovvio – non ha i soldi per la sanità, e tanti anziani devono aspettare l’anno nuovo per analisi anche urgenti? Non credo che lei lo sappia, e neppure gli altri, e neanche la Meloni. E allora non si chieda più perché non ho votato.

LA SFIDA DELL’AUTONOMIA DIFFERENZIATA: SÌ AL PROTAGONISMO DELLE REGIONI, NO ALLA DIVISIONE DEL PAESE.

“Il nuovo Pd è chiamato ad assumere nel Congresso – questo il giudizio dell’autore – una netta e chiara difesa della Costituzione, favorendo il processo di espansione dell’autonomia regionale in un quadro di accresciuta consapevolezza che il divario tra Nord e Sud del paese non può essere ulteriormente tollerato”.

 

Il tema della cosiddetta autonomia differenziata, dopo la presentazione della bozza Calderoli, è al centro del dibattito politico soprattutto nel mezzogiorno ove si teme che l’approvazione del testo possa risolversi in una sorta di secessione dei ricchi. A parere di molti, se approvato nella formulazione proposta, il testo accentuerebbe le disuguaglianze territoriali introducendo una sorta di ius domicilii che favorirebbe i cittadini residenti nelle regioni più avanzate sotto il profilo economico-sociale.

La ferma presa di posizione da parte di alcuni esponenti politici del sud rischia di far scivolare il confronto su un terreno ideologico cui ricorre di frequente una classe dirigente meridionale che non accetta di misurarsi sul terreno della responsabilità e dell’autonomia e che, molto spesso, è vittima di una sorta di “retorica dei divari”. La posizione del Pd a taluni è apparsa incerta anche perché il partito è costretto a misurarsi, da una parte, con le spinte autonomistiche che provengono soprattutto da alcune regioni centro-settentrionali e, dall’altra, con la difesa radicale ed intransigente dell’esistente da parte di larghi settori del partito meridionale. Ma se il nuovo Pd intende continuare ad essere, pur fra le tante contraddizioni del passato, un partito nazionale che valorizzi le istanze e le diversità territoriali non può non assumere su questo terreno una posizione unitaria che sappia riaffermare l’esigenza dell’unità del Paese nel quadro di una rinnovata autonomia regionale.

Il centro sinistra, con la riforma del titolo V della Costituzione nel 2001, ha realizzato il quadro costituzionale entro il quale rafforzare le autonomie regionali predisponendo appropriati strumenti perequativi. Questa importante innovazione costituzionale non è stata però sufficientemente valorizzata ed apprezzata perché i detrattori della riforma hanno enfatizzato le parti della modifica che hanno prodotto inevitabili conflitti di attribuzione Stato-Regioni dinanzi alla Corte Costituzionale per le materie di competenza “concorrente” oltre che per un quadro di livelli di competenze “dai confini incerti”.

Per quanto riguarda l’autonomia differenziata, se da un lato con l’art. 116 terzo comma si prevede la possibilità di attribuire alle Regioni a statuto ordinario “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia”, dall’altro la stessa riforma ha introdotto nella nostra Costituzione la garanzia della tutela dei diritti civili e sociali per tutti i cittadini. Con l’art. 117 si stabilisce, infatti, che lo Stato ha legislazione esclusiva nella “determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale”. La determinazione dei livelli essenziali è, dunque, una questione istituzionale di primaria importanza ed è una partita cruciale che è rimasta purtroppo sostanzialmente inattuata.

La concreta definizione ed attuazione dei livelli essenziali delle prestazioni prescinde dal processo di rafforzamento delle autonomie regionali, ma si configura come un autonomo dettato costituzionale che non può essere ulteriormente disatteso. Sul punto la Corte Costituzionale è stata estremamente chiara nel valutare “negativamente il perdurante ritardo delle Stato nel definire i Lep, i quali indicano la soglia di spesa costituzionalmente necessaria per erogare le prestazioni sociali di natura fondamentale , nonché il nucleo invalicabile di garanzie minime per rendere effettivi tali diritti” (Sent. 220 del 2021). Ed ancora la Corte, nella stessa sentenza, ha sostenuto che “l’adempimento di questo dovere dello Stato appare, peraltro, particolarmente urgente anche in vista di un’equa ed efficiente allocazione delle risorse collegate al Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), approvato con il decreto-legge 6 maggio 2021, n. 59”. Così concludendo: “In definitiva, il ritardo nella definizione dei LEP rappresenta un ostacolo non solo alla piena attuazione dell’autonomia finanziaria degli enti territoriali, ma anche al pieno superamento dei divari territoriali nel godimento delle prestazioni inerenti ai diritti sociali “

La bozza Calderoli, oggetto del confronto con le Regioni, è un documento che presenta molte ambiguità ed offre spunti per una polemica incentrata sulla violazione di alcuni principi costituzionali. Di recente, il prof. Sandro Staiano, noto costituzionalista, utilizzando un’incisiva definizione del prof. Guarino, ha definito le intese frutto della Bozza Calderoli “Sarchiaponi giuridici” evidenziandone, in particolare, il potere dissolutivo per il Paese. Sul piano generale si osserva che, nella proposta, il ruolo del Parlamento sarebbe enormemente sacrificato non potendo incidere sui contenuti dell’intesa fra lo Stato e le Regioni. Ma, le perplessità maggiori sorgono quando si esaminano le connessioni tra l’entrata in vigore delle intese e la definizione dei livelli essenziali. La bozza prefigura una doppia corsia per il trasferimento delle funzioni e la definizione dei livelli delle prestazioni: in tal modo si cristallizza il finanziamento attraverso il principio della cosiddetta “spesa storica” che penalizza pesantemente il mezzogiorno.

Bisogna, però, intendersi sul significato dei LEP: se si tratta di una pura ed astratta determinizione dei livelli delle prestazioni oppure se si tratta di una concreta garanzia per assicurare la completa erogazione dei servizi fondamentali relativi alle materie da trasferire. La pregiudiziale non consiste nella definizione dei LEP ma nella loro concreta attuazione. Il Pd, se vuole essere davvero un partito nazionale, non può rifugiarsi dietro ambiguità lessicali, ma deve porre in concreto il problema dell’attuazione dell’art. 117 della Costituzione e chiedersi perché la previsione costituzionale sia rimasta per molti anni colpevolmente inattuata.

Non sfugge a nessuno che l’attuazione del principio non è a costo zero, ma comporta il trasferimento di risorse alle Regioni sotto “la soglia di spesa costituzionalmente necessaria per erogare le prestazioni sociali di natura fondamentale”, come sancisce la Corte. Siccome è impensabile che possano essere sottratte somme alle Regioni sopra la “soglia”, è evidente che l’attuazione dell’art. 117 comporta un aumento, per ora non quantificabile, della spesa pubblica. Se i ritmi di crescita del Paese sono quelli ipotizzati non c’è da sperare in un’attribuzione di fondi per superare il divario fra Nord e Sud cristallizato, per queste tematiche, dalla spesa storica. Ma c’è di più. Non sempre al trasferimento delle funzioni si accompagnano corrispondenti riduzioni di spesa. Nel 2009, quando era al centro del dibattito politico l’attuazione del federalismo fiscale, poi sostanzialmente naufragato per una ri-centralizzazione della politica delle entrate a seguito delle crisi economiche, il Ministro Tremonti non mancò di sottolineare che per talune funzioni trasferite, dopo la riforma del Titolo V della Costituzione, si era registrato un significativo aumento della spesa pubblica. Nè si può sostenere polemicamente che l’invadenza statale attraverso la competenza esclusiva ex art. 117 sia lesiva dell’autonomia regionale.

Sul punto, la posizione della Corte Costituzionale è nettissima. Con la sentenza n. 88 del 2003 si afferma, infatti: “l’inserimento nel secondo comma dell’art. 117 del nuovo Titolo V della Costituzione, fra le materie di legislazione esclusiva dello Stato, della “determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale” attribuisce al legislatore statale un fondamentale strumento “per garantire il mantenimento di una adeguata uniformità di trattamento sul piano dei diritti di tutti i soggetti, pur in un sistema caratterizzato da un livello di autonomia regionale e locale decisamente accresciuto”. Sulle materie da trasferire il discorso è ancora più delicato in quanto le soluzioni che si adotteranno (ad esempio la scuola) avranno incidenza sulla reale unità del Paese che non può essere certamente tutelata dall’introduzione del Presidenzialismo a fronte della disarticolazione dei livelli istituzionali e delle diversificazioni territoriali.

Le questioni politiche sul tappeto sono, dunque, complesse e delicate e gli interessi da comporre sono abbastanza diversificati e confliggenti. In questo contesto che richiede un pensiero politico forte che non si alimenti di forzature ideologiche, il nuovo Pd è chiamato ad assumere nel Congresso una netta e chiara difesa della Costituzione, favorendo il processo di espansione dell’autonomia regionale in un quadro di accresciuta consapevolezza che il divario tra Nord e Sud del paese non può essere ulteriormente tollerato. Sul piano della garanzia dei diritti fondamentali non c’è spazio per proposte vuote e slogan che, fra l’altro, vivono lo spazio di un mattino. Ed infine, nel prossimo Congresso il tema dell’ineludibile rafforzamento dell’autonomia regionale dovrà sollecitare una riflessione critica sull’esperienza regionalistica che abbiamo vissuto, soprattutto al Sud.

LA PRIMA DONNA PREMIER O SOLO…UNA PRIMADONNA? GIORGIA MELONI SOTTO LE LUCI DEI RIFLETTORI.

“Dopo 15 anni – si legge in questa nota gustosa – la destra torna al potere, in effetti con una impronta più a destra del precedente governo; e ogni mossa può far scivolare verso un campo minato dove il minimo inciampo, trattandosi di cose umane ampiamente prevedibili, diventa catastrofe politica, con pronte le lingue a battere su inefficienza, incapacità, inadeguatezza, ecc…”.

 

II primi 30 giorni di questo primo Presidente del Consiglio donna segna un cambio di passo nei rapporti tra il Presidente e il Consiglio dei suoi Ministri. A fronte della rimbeccata data alla ingenua Serracchiani, diventata virale sul web e pure negli annali delle risposte dei Presidenti del Consiglio ai Deputati – “Le sembra che io stia un passo dietro agli uomini” -, la lezione del primo Consiglio dei Ministri a guida Meloni, con il pasticcio delle norme scritte in fretta e furia, e discusse non in modo approfondito, è stata ben recepita da tutti. La Meloni ha chiarito che è Lei la guida e gli altri seguono, eseguono, propongono, sostengono, suggeriscono: tutti i verbi che volete, escluso quello di guidare e avere il potere, poiché questi spettano a Lei.

Il fatto è che ormai eravamo assuefatti a Presidenti del Consiglio super partes, crocevia di equilibri di potere che si esprimevano in altri contesti, per poi trovare nel Presidente il momento della sintesi. Basta riascoltare le conferenza stampa di presentazione delle leggi di bilancio degli ultimi 10 anni per rendersene conto. L’ultimo che aveva dato l’impressione di voler essere “l’uomo solo al comando” è stato Berlusconi, che però scontava la trappola dell’ego smisurato, il voler primeggiare sugli altri sempre e comunque. Ebbene, la Meloni non entra in competizione con i suoi Ministri, né sembra voler esercitare la funzione di raccordo delle istanze; Lei è il Premier e tale funzione sembra venire da lontano, visto come le viene naturale esercitarla.

Dunque, la conferenza stampa marca nella comunicazione verbale e gestuale tutta la differenza tra l’essere un Premier uomo e l’essere, invece, un Premier donna. Il colore scelto per l’abito non solo – come si dice – “dona”, ma dimostra con tutta evidenza la differenza che esiste con la “grisaglia” maschile, che non osa neanche sulla cravatta. E comunque l’unica donna presente (il ministro o ministra del lavoro) si adegua al grisaglia style. In verità, non prestiamo alcun ricordo degli abiti dei precedenti Presidenti del Consiglio; tuttavia, se devi “marcare il territorio”, e sei la prima a farlo, allora è bene utilizzare tutte le armi a disposizione e tra queste l’abito, che per le donne “fa maledettamente il monaco”. L’ultima a usare quest’arma, nel suo ruolo istituzionale, è stata la Signora Leone (e a seguire la Signora Fanfani).

È Meloni a spiegare la manovra, la portata politica, la visione del Paese che la destra intende perseguire, come pure l’impatto sociale ed economico della legge di bilancio, le prospettive per il futuro. E qui mette un paletto non necessariamente prevedibile per una “arrivata qui per la prima volta”, che suona press’a poco così: sono qui e questo è solo il primo passo del progetto. Nessuna timidezza o deferenza, solo sicurezza e certezza, seppur mitigate dalla disponibilità all’ascolto di proposte successive, poste a miglioramento della legge: ecco la cifra con la quel si presenta e va avanti. Un po’ Thatcher, un po’ Golda Meir e, ancora, un pizzico di Indira Gandhi, tutte Signore dei Governi dei propri Paesi capaci di tirare fuori gli artigli, se serve, e di non mandarla a dire. È il Capo che parla: così a Lei si rivolgono i successivi interventi. Dal “come ha detto chi mi ha preceduto”, corretto ma informale, al “come ha detto il Presidente Meloni”, altrettanto corretto, ma più attento ai rapporti di forza, dove un tempo prevaleva il rapporto paritario del vecchio “primus inter pares”.

Certo, la posta politica in ballo è alta. Dopo 15 anni la destra torna al potere, in effetti con una impronta più a destra del precedente governo; e ogni mossa può far scivolare verso un campo minato dove il minimo inciampo, trattandosi di cose umane ampiamente prevedibili, diventa catastrofe politica, con pronte le lingue a battere su inefficienza, incapacità, inadeguatezza, ecc…Ecco, una ragionevole prudenza occorre sempre e soccorre al momento, purché non diventi uno style di rigidezza ed estraniamento rispetto al Paese, che pure si governa e si rappresenta, sempre ricercando con fatica e costanza quel meglio che è per tutte e per tutti. Allora si staglia all’orizzonte la migliore politica, di cui al capitolo V dell’Enciclica Fratelli tutti di Papa Francesco, in questi tempi difficili dove alla curiosità della prima donna Premier subentra la diffidenza nei riguardi delle donne al vertice del potere politico. Una migliore “lettura”, questa, di Richelieu o dell’italico Machiavelli.

ETICA E POLITICA NELLA VISIONE DI GUALTIERI, IN ASTRATTO IL MIGLIOR SEGRETARIO POSSIBILE PER IL PD.

A rileggere la relazione di Roberto Gualtieri al convegno di Orvieto, organizzato nei giorni 6 e 7 ottobre del 2006 in vista della formazione del Pd, si scopre una densità di motivazioni che nel corso degli anni è andata via via scemando, fino a rendere più fragile e slabbrato l’impianto politico della proposta del “partito unico dei riformisti”.
In astratto, coloro che lamentano l’oscuramento delle ragioni ideali che furono alla base del progetto politico e culturale del Pd, potrebbero riconoscersi nella suggestione di una candidatura del sindaco di Roma alla carica di segretario del partito. Al di là della suggestione, valida comunque come spunto ulteriore di analisi, resta l’esigenza di riportare il confronto sul destino del riformismo nella cornice di quel “nuovo connubio” tra socialisti e cattolici democratici.
Riportiamo di seguito la parte finale della relazione di Gualtieri e invitiamo a leggere il testo integrale cliccando sul link a fondo pagina.

 

(…) L’ultima questione che vorrei toccare riguarda il rapporto tra etica e politica e tra religione e politica. Il punto da cui partire è la consapevolezza che il grande rinnovamento intellettuale di cui il paese ha bisogno non potrà essere disgiunto da quello morale. Se non vuole ridursi a semplice procedura o rappresentanza di interessi, la democrazia deve essere infatti innervata da forti motivazioni etiche, e ciò impone di misurarsi con il tema di un orizzonte etico condiviso e con la questione della laicità della politica.

È necessaria però una premessa metodologica, che riguarda l’esigenza di considerare l’etica e la politica come attività distinte, ossia reciprocamente autonome anche se in rapporto tra loro. È una distinzione importante, perché la tendenza attualmente così diffusa a politicizzare le questioni etiche o ad affrontare i problemi politici con gli strumenti dell’etica costituisce un indicatore allarmante di una duplice crisi, che investe sia la sfera della politica che quella dell’etica. Evitare commistioni improprie tra etica e politica è quindi la prima condizione per misurarsi con il problema vivissimo della decadenza morale del paese e della necessità di un orizzonte etico condiviso. Per farlo, credo sia importante partire da un duplice presupposto. Da un lato, il riconoscimento che le energie morali che scaturiscono dall’esperienza religiosa costituiscono un alimento vitale per la democrazia soprattutto di fronte alle nuove sfide che essa è chiamata ad affrontare; dall’altro, la consapevolezza che, per svolgere questo ruolo, la religione non può che accettare pienamente la dimensione della laicità, che è il terreno che ha reso viva la sua presenza nel mondo contemporaneo.

Ciò significa evitare, da parte di tutti, il piano dell’etica normativa e dei principi non negoziabili, che costituiscono un patrimonio inviolabile degli individui, e muoversi sul piano dell’etica condivisa. Un’etica del lavoro e della responsabilità, che si concentra sulle opere e sui progetti, un’etica della persona e del dialogo, aperta al confronto fra tutte le posizioni presenti nella comunità.

Tale approccio non riguarda solo la laicità dello Stato (che peraltro è già regolata in modo esemplare dalla Costituzione repubblicana), ma consente di affrontare anche il problema della laicità della politica, cioè del modo concreto di definire il sistema di valori con cui un partito politico affronta, nel suo agire, i problemi nuovi che sorgono dagli sviluppi delle scienze e delle tecnologie, dall’espandersi della convivenza multietnica e multireligiosa, dagli sviluppi della sovranazionalità. Di fronte a questioni di tale portata, l’etica condivisa può consentire di realizzare non solo un reciproco riconoscimento di principi, ma anche di affrontare la sfida dell’elaborazione di una “tavola di valori” comuni a cattolici e socialisti, credenti e non credenti, intorno ai quali orientare la ricerca di soluzioni nuove ai problemi della nostra epoca. Anche per questo, la costruzione del Partito democratico costituisce un’impresa appassionante e un laboratorio prezioso, che può contribuire in modo originale all’apertura di una nuova stagione della democrazia e della libertà.

Testo integrale della relazione

CARO PIERLUIGI…LETTERA APERTA A CASTAGNETTI SULLA NECESSITÀ DI RIPORTARE ALLA LUCE “IL POPOLO”.

Il sistema culturale che si è andato affermando non consente una necessaria libertà di pensiero. “(…) non abbiamo più una casa, né un parlatorio – osserva l’autore – che non sia quello che ogni tanto e a fatica qualcuno ci concede e solo se ci esprimiamo in modo “allineato” al pensiero egemone ampiamente diverso, se non contrario, al nostro”. E dunque, “Il Popolo”? Quello che un tempo fu il quotidiano della Dc potrebbe tornare ad essere la voce dei democratici cristiani. “Allora, troviamo il modo di farlo uscire dall’armadio dei ricordi”.

 

Caro Pierluigi, ti scrivo come persona a cui mi lega amichevole conoscenza, simpatia e tanta stima, nonché come ultimo Segretario politico del Partito popolare italiano e, credo, depositario dei simboli, dell’organo di stampa e di altre ragioni risultanti di quello di cui non ho conoscenza. Mi spinge a scriverti e a interrompere il mio apparente (e nei limiti delle mie possibilità, esibito) disinteresse alla politica una incomprimibile esigenza di chiarezza nella confusa situazione presente.

Come ricorderai cercai di oppormi nell’ultimo Congresso del Ppi (Roma, 2002) alla confluenza dei popolari nella Margherita e con un residuo manipolo di delegati (che come me non avevano nulla da perdere) votai contro quella decisione. Nonostante questa mia scelta tuttavia fui nominato condirettore del quotidiano del nuovo partito, “Europa”, ed ebbi così occasione di vedere più da vicino i grandi cambiamenti politici che portarono alla nascita del Partito Democratico al quale senza entusiasmo diedi la mia adesione. Da due o tre anni però non ho rinnovato la tessera e (oltre alla famiglia) mi sono dedicato al mio lavoro di consulenza e un po’ alla scrittura creativa e alla pittura. Per un democristiano, nell’attuale sistema della rappresentanza e delle scelte di governo, manca l’aria per respirare e sopravvivere.

Il quadro generale entro cui potere sviluppare un coerente impegno politico per i cristiani negli ultimi anni si è insieme arricchito e complicato dalla fluida corrente di un Magistero abbondante di spunti, ma al tempo stesso molto (troppo?) mediatico. Quindi con la conseguenza di una rarefazione di quelle relazioni personali che per anni hanno contribuito all’individuazione di obbiettivi e comportamenti con l’impressione condivisa da molti di una rottura con il passato a cui corrisponde l’emersione di soggetti estranei e diversi dagli interlocutori conosciuti prima. Dunque tante “novità” e molte calate dall’alto, spesso con un entrismo non sempre gradito agli attori delle precedenti stagioni per i quali le urgenze erano soprattutto quelle di recuperare uno spazio per il sacro arginando e affrontando seriamente la dilagante crisi di secolarizzazione dietro la quale si apre il territorio sconfinato della non credenza e dell’oblio della fede (Europa del nord docet). Né, e lo aggiungo per doverosa chiarezza, queste sensibilità possono essere confuse con il tradizionalismo religioso del tutto privo di relazioni con quell’umanesimo cristiano al quale abbiamo sempre fatto riferimento. E credo di non essere solo a coltivare questi pensieri.

Ti scrivo anche queste cose perché so che, magari non condividendole, puoi però ben comprenderle e discuterle liberamente così come tra democristiani si è sempre fatto. Il sistema culturale che si è andato affermando invece non consente questa libertà di pensiero, né concede soprattutto a noi la possibilità di esprimere i nostri pensieri (non necessariamente univoci). Soprattutto ai cristiani, infatti, non sono facilmente consentite sfumature di giudizi, né si offrono loro spazi di presenza e di discussione se non quelli residuali e funzionali per obbiettivi a noi estranei.

Sì caro Pierluigi, non abbiamo più una casa, né un parlatorio che non sia quello che ogni tanto e a fatica qualcuno ci concede e solo se ci esprimiamo in modo “allineato” al pensiero egemone ampiamente diverso, se non contrario, al nostro. Con un paragone (forse banale) è come se nel congresso di confluenza dei Popolari nella Margherita, tu avessi venduto la casa senza esserti preoccupato di acquistarne un’altra. Hai scelto di andare in affitto e quindi, inevitabilmente, nel Pd in subaffitto. Te lo dico con rispetto e amicizia, ma quella scelta di venti anni fa fu un errore; e non lo dico io, ma è la situazione nella quale ci troviamo a dimostrarlo. Tu però hai ancora in mano qualcosa che può aiutarci a trovare se non una casa, almeno un rifugio. Meglio un milieu culturale: hai la testata de “Il Popolo”. Non più l’organo di un partito che non c’è, ma un luogo di confronto di idee e di “letture” diverse della realtà. Un luogo di libertà.

Troviamo il modo di farlo uscire dall’armadio dei ricordi del quale sei custode (magari aprendo una sottoscrizione popolare). Già una volta te lo chiesi e mi rispondesti di no. Allora forse quella “concessione” poteva sembrare un rinnegare le tue scelte. Oggi credo che non sia più così. C’è davvero bisogno di un luogo dove i democristiani possano ritrovarsi e parlare e scrivere liberamente, senza censure, senza timori, senza obblighi di ospitalità o di convenienza. Il momento è adesso e tu che hai fiuto politico lo puoi capire meglio di ogni altro. Poi sicuramente qualcosa nascerà anche con la nostra voce libera.

Scusa la formula della “lettera aperta”, ma ormai non ne abbiamo altre. Almeno io. caramente. In Attesa di una tua risposta, o meglio di una tua iniziativa, ti saluto

Pio C.

POPOLARI, UNA FASE NUOVA SI È APERTA.

Il progetto del Pd è fallito, lo ammettono gli stessi fondatori. Ora è abbastanza chiaro che, per fermarsi all’area popolare e cattolico sociale, è giunto il momento di intraprendere un nuovo cammino fuori da questo partito. Una nuova avventura.

 

In attesa che le numerosissime correnti del Pd si riposizionano in vista della scelta del futuro segretario del partito, assistiamo ad una gamma di divertenti contraddizioni su cui è bene stendere solo un velo pietoso. Un dato su tutti: i due principali candidati alla segreteria del partito – il Presidente e il Vice Presidente della Regione Emilia Romagna – sono entrambi radicalmente “contro le correnti” e, al contempo, tutti i capi correnti e le svariate bande interne del partito sono impegnate di giorno e di notte per decidere su quale candidato orientarsi. E questo perchè, per chi lo avesse dimenticato, il Pd è e sarà un partito imperniato rigorosamente e scientificamente attorno a correnti e gruppi sufficientemente definiti e ben recintati. Chi dice il contrario, a cominciare dai candidati alla segreteria, sa di dire una plateale falsità ed una oggettiva e quasi plastica ipocrisia.

Detto questo, però, è del tutto evidente che ci sono alcune culture politiche storiche che in quel partito ormai sono del tutto evaporate e non hanno più alcun ruolo se non quello di essere presenti e visibili nel momento in cui le varie correnti si spartiscono le candidature nei vari livelli istituzionali. Un dato, questo, che è talmente evidente che non richiede neanche di essere ulteriormente approfondito e commentato.

Ora, per tornare al tema centrale, è abbastanza chiaro che l’area culturale popolare e cattolico sociale, la stessa tradizione ideale del cattolicesimo politico italiano non hanno più alcun ruolo all’interno di un partito che era decollato per far convergere le migliori culture riformiste e costituzionali in un unico progetto politico. Fallito quel progetto, come ammette la stessa maggioranza dei “fondatori” di quel partito nato nel lontano 2007, è abbastanza chiaro che, per fermarsi all’area popolare e cattolico sociale, è giunto il momento di intraprendere un nuovo cammino. Una nuova avventura.

E, al riguardo, sono almeno due gli elementi costitutivi di questa nuova, ed ennesima, “ripartenza”.

Innanzitutto è necessaria l’unità più ampia possibile dell’area e del mondo Popolare. Almeno di tutti coloro che non rinunciano a giocare un ruolo attivo e protagonistico nella geografia politica italiana. E cioè, quel mondo Popolare presente soprattutto a livello periferico e nelle migliaia di amministrazioni comunali che richiede, oggi più che mai, di una nuova e credibile rappresentanza politica, culturale ed organizzativa. Uno spazio politico che esiste nel nostro paese e che non va più banalmente strumentalizzato o irresponsabilmente emarginato. Per questo è utile un salto di qualità e una nuova assunzione di responsabilità di chi continua a riconoscersi nel filone popolare e cattolico sociale.

In secondo luogo, questa cultura politica può e deve giocare un ruolo attivo e fecondo nell’area politica di un Centro riformista, moderno, innovativo e di governo. Uno spazio politico che oggi è rivendicato da alcuni partiti che, però, difettano di alcuni limiti all’origine. O perchè si tratta di partiti prevalentemente personali e che non riescono, di conseguenza, a dispiegare sino in fondo la pluralità culturale che necessita un Centro autenticamente moderno e ampio o perché, al contrario, si tratta di forze che sono del tutto marginali se non addirittura irrilevanti ai fini del progetto politico che si vuol perseguire.

Due condizioni che adesso richiedono, anche per il nostro mondo culturale e politico, di aprire una nuova pagina. Perché, semplicemente, si è aperta una nuova fase politica. Chi pensa di attardarsi sul passato, sui partiti del passato e sulle formule organizzative del passato si avvia inesorabilmente verso un triste ed irreversibile declino. E questo lo si deve fare, comunque sia, con amicizia e senza alcuna polemica personale o di gruppo.

MAI COSÌ DIVISI, MAI COSÌ DEBOLI. COME IMMAGINARE UNA POSSIBILE RIPRESA DEI CATTOLICI POPOLARI?

The Event Horizon Telescope (EHT) — a planet-scale array of eight ground-based radio telescopes forged through international collaboration — was designed to capture images of a black hole. In coordinated press conferences across the globe, EHT researchers revealed that they succeeded, unveiling the first direct visual evidence of the supermassive black hole in the centre of Messier 87 and its shadow. The shadow of a black hole seen here is the closest we can come to an image of the black hole itself, a completely dark object from which light cannot escape. The black hole’s boundary — the event horizon from which the EHT takes its name — is around 2.5 times smaller than the shadow it casts and measures just under 40 billion km across. While this may sound large, this ring is only about 40 microarcseconds across — equivalent to measuring the length of a credit card on the surface of the Moon. Although the telescopes making up the EHT are not physically connected, they are able to synchronize their recorded data with atomic clocks — hydrogen masers — which precisely time their observations. These observations were collected at a wavelength of 1.3 mm during a 2017 global campaign. Each telescope of the EHT produced enormous amounts of data – roughly 350 terabytes per day – which was stored on high-performance helium-filled hard drives. These data were flown to highly specialised supercomputers — known as correlators — at the Max Planck Institute for Radio Astronomy and MIT Haystack Observatory to be combined. They were then painstakingly converted into an image using novel computational tools developed by the collaboration.

Il 25 settembre ha rappresentato il punto di massima dispersione dell’area cattolico popolare. Qual è la prospettiva possibile, a questo punto? “La nostra posizione – dice Bonalberti – non può essere né all’interno di un partito della destra, né in uno di sinistra, ma, forti dei nostri valori, dovremmo contribuire alla costruzione di un centro politico nuovo nel quadro della politica italiana”. E continua: “Premessa indispensabile sarà organizzare la raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare per reintrodurre il sistema elettorale proporzionale di tipo tedesco, con le preferenze e l’istituto della sfiducia costruttiva”. Seguono altre proposte.

 

È dal 2012 che mi batto per la ricomposizione dell’area politica democratico cristiana e dei Popolari. Dopo la lunga stagione della diaspora (2012-2022), purtroppo, quell’obiettivo che avevo individuato con Publio Fiori e che, grazie al compianto amico Silvio Lega, ci permise di promuovere l’ autoconvocazione del consiglio nazionale della Dc storica, “partito mai giuridicamente sciolto”, la situazione, oggi, è ancor più lacerata che mai.

A sinistra, coloro che dal Ppi scelsero di concorrere alla nascita della Margherita prima e a entrare a pieno titolo nel Pd poi, sembrano adesso tra “color che son sospesi”, con un piede dentro e un piede fuori; delusi dagli eredi del vecchio Pc-Pds-Ds, che hanno ripreso e stanno consolidando la gestione del partito, molti dei nostri vecchi amici sembrano incapaci di assumere scelte definitive alternative, mentre, alcuni di loro, hanno deciso di sperimentare la strada del Terzo Polo.

A destra, molte realtà di ex Dc, come quella di Giovanardi e dei Popolari liberali, stanno per celebrare un convegno a Modena imperniato sul tema “I Popolari liberali di ispirazione cristiana nel centro destra”, che vedrà la partecipazione di una quindicina di movimenti e associazioni di area cattolica e di destra. Gianfranco Rotondi, già esponente di fede democristiana nel partito del Cavaliere, dopo la fugace esperienza dei Verdi Popolari è passato con armi e bagagli al partito della Meloni, ricevendo in cambio l’elezione al collegio uninominale alla Camera di Avellino. Ora sarebbe impegnato nella velleitaria idea di trasformare Fratelli d’Italia nella Dc 4.0. Molti dei militanti di Comunione e Liberazione, espressione più esplicita dei cattolici della morale, infine, hanno scelto da tempo l’area di centro destra e, anche in quest’occasione elettorale, il voto per il trio Meloni-Salvini-Berlusconi.

Credo che, mai come nel voto del 25 Settembre scorso, una parte così rilevante dell’area cattolica si sia orientata a destra e mai tutti noi siamo stati così divisi. Nel mezzo, tra i Popolari schierati a sinistra e indecisi sulle prospettive, si colloca tutta la frastagliata presenza dei diversi partiti e movimenti che si richiamano, a diverso titolo, alla Dc, incapaci di presentarsi autonomamente alle elezioni politiche, limitandosi a qualche avventurosa sortita in quelle scadenze elettorali nelle quali vige un sistema elettorale proporzionale; com’è avvenuto\ in Sicilia, non senza contrasti, con la lista della Dc nuova di Cuffaro, alleata anch’essa con il centro destra. Unica eccezione quella rappresentata dall’amico Giorgio Merlo, già presidente del movimento politico organizzato da Clemente Mastella ( Noi di Centro Europeisti), il quale, alla fine si è schierato al centro, con gli amici del Terzo Polo di Matteo Renzi e Carlo Calenda.

Da vecchio “ dc non pentito” ho scritto ripetutamente che il nostro ruolo politico è stato e dovrebbe continuare a essere quello di contribuire a saldare anche sul piano della rappresentanza politica gli interessi dei ceti medi produttivi e delle classi popolari, ispirati dai principi della dottrina sociale cristiana. Ciò comporta il superamento della dicotomia tra cattolici della morale e cattolici del sociale, se vogliamo assumere unitariamente quanto indicato dalle encicliche sociali scritte dai pontefici nell’età che stiamo vivendo della globalizzazione. Per far questo la nostra posizione non può essere né all’interno di un partito della destra, né in uno di sinistra, ma, forti dei nostri valori, dovremmo contribuire alla costruzione di un centro politico nuovo nel quadro della politica italiana in cui possano trovare pari cittadinanza le grandi culture politiche della nostra storia repubblicana: popolare, liberale, socialista e democratico repubblicana. Punto di convergenza unitario: la fedeltà alla Costituzione repubblicana che ci si impegna a difendere e attuare integralmente. Questo si potrà sperimentare con gli amici del Terzo Polo, se prevarrà la volontà di impegnarsi insieme rispettando tutti i valori e la cultura politica di ciascuno. Premessa indispensabile sarà organizzare la raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare per reintrodurre il sistema elettorale proporzionale di tipo tedesco, con le preferenze e l’istituto della sfiducia costruttiva.

Un programma di politica economica e sociale dovrà essere concordato nel quale siano garantiti i principi di sussidiarietà e solidarietà indicati dalla Costituzione, così come su quello economico finanziario, sarà decisivo battersi per il ritorno alla legge bancaria del 1936, reintroducendo la netta separazione tra banche di prestito e banche di speculazione finanziaria. Solo al centro si potrà ricomporre nel modo più opportuno e politicamente possibile la nostra area socio-culturale, abbandonando ogni velleitaria e, talora semplicemente opportunistica opzione a destra o a sinistra, lontana mille miglia dalla nostra migliore storia e tradizione politica.

IL PD NON NASCE NELL’ORIZZONTE DELLA SOCIALDEMOCRAZIA: SCOPPOLA A CHIANCIANO, NEL 2006, FU CHIARO.

Si è svolta a Roma, venerdì 18 novembre, una riunione promossa dal Centro Studi Aldo Moro e da Il Domani d’Italia sul tema “A 15 dalla nascita del Pd: il futuro dei Popolari?”. Riportiamo di seguito ampi stralci dell’intervento introduttivo di Rita Padovano, segretaria generale dell’Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani (ANDC).

 

Il dibattito che da tempo attraversa, in modo carsico, il PD e il suo futuro raggiunge in questo autunno il suo zenit. A 15 anni dalla sua fondazione questo Partito, che alla nascita si è caricato di molte attese e speranze, si trova ora ad affrontare la sfida più importante da superare, che non è la sua esistenza, ma il “come” essere, visto che nelle elezioni del 25 settembre u.s. si è posizionato primo partito dell’opposizione, e, a una lettura attenta, il centro dx non è la maggioranza del Paese. Questo però è un altro capitolo, in cui è possibile trovare altre varie questioni che ci riguardano e che sono state, in parte, già analizzate in un precedente incontro.

Oggi siamo qui per esaminare dunque non la sua esistenza bensì la modalità della sua presenza e se, è ancora, o, è stato, in questi anni in grado di interpretare i cambiamenti socio-economici che sono intervenuti, avvalendosi dell’apporto delle due grandi culture – quella cattolico democratica e quella comunista – protagoniste della politica del secolo scorso, che nel 2006 decisero di fondersi e dare vita a un nuovo soggetto politico, il Pd appunto. L’essere qui vuol dire ripercorre questo tempo, analizzarne le fasi in cui tale progetto si è evoluto e dare una risposta a quella domanda esigente, ci porta qui oggi a discutere “A 15 anni dalla nascita del Pd: il futuro dei Popolari?”.

È forse questo il tempo in cui è necessario avviare una riflessione che ne disegni un nuovo spazio politico? Siamo forse di fronte ad uno snodo che richiede, anche con urgenza, la necessita di aggiornare forma e linguaggio di quelle presenze che hanno caratterizzato, in modo unico ed originale, la politica nel nostro Paese? Martinazzoli, l’ultimo segretario della DC, amava ripetere che “la politica non procede mai per linee rette” e, noi aggiungiamo che essa deve avere la forma del tempo che viviamo e un cuore antico. E allora oggi si prova a recuperare i fili del tempo che viviamo cercando di analizzare se quelle discrasie, che hanno impedito al progetto del Pd, in cui i Popolari – partito mai sciolto formalmente – hanno gettato l’ancora, di realizzarsi e con quale forma senza escludere nessuna ipotesi. Almeno come riflessione accademica vista la partecipazione di autorevoli esponenti oggi qui.

È arrivato il momento di porsi domande esigenti al nostro interno e lo facciamo ripartendo da dove tutto è iniziato, a Chianciano nel 2006, seguendo il percorso che Pietro Scoppola fece, la cui relazione resta un caposaldo. A Chianciano seguì a distanza di poche settimane l’incontro a Orvieto che riprese queste riflessioni. Breve, ma dense, quelle pagine in cui si sollecitavano gli aderenti tutti, ma, i popolari e la sua classe dirigente di allora in modo preminente, a tenere fermi alcuni punti: non fare del futuro partito “un’edizione aggiornata” di quel modello di socialdemocrazia europea che non può essere replicato da noi semplicemente perché nel nostro Paese esistono tipicità uniche e di grande peso, come la presenza dell’esperienza cattolico democratica, che è stata forte e significativa, accanto all’incidenza ponderosa avuta dall’eredità comunista a scapito, proprio, della socialdemocrazia che qui si è manifestata in modo debole e poco pregnante.

E poi, fattore anch’esso di grande rilevanza, la presenza della Chiesa cattolica in Italia che deve spingerci ad evitare di consegnarla a quella destra che ricordava il tempo grigio e buio della prima metà del Novecento. Un’impresa faticosa, non priva di dolori, avviata da De Gasperi e proseguita con Moro, il cui obiettivo era ed è quello di allargare i confini della laicità della politica per realizzare una convivenza pacifica. Volendo usare le parole di Scoppola, per “tenere la Chiesa agganciata alla democrazia”. Un’idea cara a Tocquiveville.

Per realizzare ciò Scoppola suggerisce il percorso: creare una forma partito in grado di interpretare la società che cambia partendo dai nuovi interessi, materiali e immateriali, da essa germinati, in cui i partiti sono strumenti e non fine dell’operato politico. Ricominciare dai partiti è un lavoro necessario perché il vuoto, lasciato dal fallimento delle ideologie e dalla caduta del mito di una democrazia autorigenerante, non sia occupato dalle oligarchie, dalle élite illuminate. E su questo punto richiama Norberto Bobbio che già negli anni ‘80 ci ammoniva che la crisi della democrazia e la caduta del muro di Berlino non annullavano il problema dei limiti dei sistemi democratici e della selezione della sua classe dirigente. Profetico questo passaggio. E, come non pensare all’insidia oggi di fronte a noi, figlia dell’illusione nata proprio dalla caduta del Muro di Berlino, che cioè la democrazia, invece di proporsi al mondo come unica strada civile sopravvissuta dopo la vittoria sulle dittature deve in realtà fare i conti con un’alternativa echeggiante il suo stesso nome: la democrazia autoritaria.

E così, inevitabilmente, finisce sotto esame il modello di democrazia realizzato in Occidente, viziato dal dominio della “società dei due terzi” – un tema proposto dal Peter Glotz (intellettuale della Spd) sempre negli anni ‘80 – che priva il resto dell’umanità della speranza di potercela fare. La speranza è, per tutti, per noi in modo speciale, lo spazio vitale necessario alle nuove generazioni. È un bene inalienabile da salvaguardare. Lavorare alla sua realizzazione impegnava, in modo particolare, il nascente Pd, a darvi consistenza perché nessuno dovesse mai perderla, la speranza! Per realizzare questo si avvertiva urgente la necessità di pensare un “nuovo modello di sviluppo”, perché quello esistente, sostiene Scoppola, trae origine dal secolo scorso e sconta troppa rigidità.

Pensiamo a quanto questo disegno appaia oggi ancora più urgente di fronte all’ esplosione della questione climatica, energetica, alla difficoltà di reperire materie prime. A questi argomenti Scoppola ne aggiunge un altro, tutto nostro, del nostro Paese: quello della denatalità. Viviamo nel Paese che tutti vogliono visitare ma è, anche, quello da cui i giovani fuggono via. I giovani, se leggiamo i programmi elettorali dei partiti, soprattutto gli ultimi, noteremo che essi sono assenti. L’offerta politica di questi mesi si è concentrata su chi sarebbe andato a votare dimenticando tutto il resto.

Le ultime pagine della relazione, Scoppola le dedica al welfare del futuro. Prim’ancora che su un modello, egli ne fissa l’orizzonte su un’idea di buone relazioni tra i cittadini. E usa, al riguardo, l’aggettivo amichevole, ricomprendendo qui il pensiero di Mounier, per affermare la forza di un criterio direttivo per la società nel suo complesso: il criterio dell’amicizia quale “collante politico” della società. Poche pagine, duque, in cui consegna ai protagonisti la scrittura dei capitoli del tempo che verrà.

Ambizioso negli obiettivi, Scoppola pensa pertanto a un partito la cui forma richiama molto quella degasperiana, aperto alla società e non rigido nella sua organizzazione. In questo quadro ritiene indispensabile la presenza di un Centro studi da affiancare all’attività politica in senso stretto. Insomma, tante suggestioni e tanti stimoli: la relazione di Scoppola resta a tutt’oggi una pietra di posizionamento politico anche per l’odierno incontro che, credo, non sia episodico nelle intenzioni di quanti lo hanno voluto e realizzato.

ESTERNO NOTTE, LA FICTION CHE NON PERSUADE NELLA DESCRIZIONE DI UN MORO SENZA AMORE PER LA DC.

Nell’opera di Bellocchio emerge un partito democristiano palesemente inadeguato. Chi lo condanna, dalla prigione del popolo, è proprio il suo Presidente. Eppure, dovremmo sempre riconoscere nelle parole di Moro un coerente e continuativo incitamento a proseguire nell’impegno del partito per il consolidamento e la crescita della democrazia in Italia.

 

La libertà artistica non è in discussione. Ancor meno a fronte di una superlativa prova di recitazione quale è stata quella di alcuni attori, a cominciare dallo straordinario Fabrizio Gifuni. Ciò premesso, mi permetto di proporre una osservazione critica al lavoro del regista Marco Bellocchio. Lo faccio solo perché proprio in questi mesi ho lavorato ad un libro, che verrà pubblicato all’inizio del prossimo anno (sarà il quarantacinquennale dell’omicidio del Presidente DC), nel quale analizzo e commento gli ultimi due discorsi pubblici di Moro, tenuti nel 1977 di fronte alle platee democristiane di Mantova e Benevento.

Nell’opera di Bellocchio emerge un partito democristiano palesemente inadeguato, guidato da un segretario debole e inetto, da un Ministro dell’Interno psicopatico, da un Presidente del Consiglio – secondo un cliché ormai consolidato – glaciale e cinico. E, nell’insieme, un quadro che ci offre l’idea, come giustamente ha qui scritto Lucio D’Ubaldo, di “un potere in stato confusionale”.

È a questo profilo tanto negativo che inevitabilmente Moro si rivolge dal carcere, con le sue lettere. Così ci indica il regista, che esplicita ulteriormente la sua idea nell’ultimo colloquio del Presidente con un sacerdote, nel quale accusa i suoi compagni di partito e soprattutto, con parole molto dure, Andreotti. Ora, io non mi permetto di valutare nemmeno un secondo dei drammatici 55 giorni vissuti in prigionia da un uomo privato della sua libertà. Tutto può essere accaduto durante quella disumana costrizione.

Io rimango a quanto il Presidente del partito disse nei suoi ultimi discorsi ai democristiani, in quel terribile 1977, durante il quale le Br organizzarono il suo rapimento. A quanto, cioè, Aldo Moro disse nel suo accorato intervento alla Camera dei Deputati in difesa del compagno di partito Luigi Gui e per traslazione di tutta la Democrazia cristiana. Parole, tutte, di sostegno e vicinanza alla Dc e ai suoi dirigenti, e ancor più ai suoi militanti. Nemmeno vagamente un accenno critico e tanto meno ostile o incattivito nei confronti di chicchessia. Al contrario, un coerente e continuativo incitamento a proseguire nell’impegno del partito per il consolidamento e la crescita della democrazia in Italia.

“Quello che mi interessa è di richiamare, in questo momento di lotta politica e civile, il volto della Democrazia cristiana…Che cosa mi conforta nella nostra fatica quotidiana cari amici? È l’avere dietro di noi 14 milioni di voti, 14 milioni di popolo…Se ho motivi, tanti, di preoccupazione, questo almeno mi conforta: che siamo ancora insieme, in tanti, a volere la libertà per il nostro Paese!”.

Parole, queste ultime, pronunciate in chiusura del discorso a Benevento. Quattro mesi prima del rapimento.

UN MILIONE DI ALBERI E DI POSTI DI LAVORO: LE PROMESSE INCONSISTENTI DEL CAVALIERE.

In campagna elettorale, Berlusconi aveva cercato il consenso dei giovani attraverso il tik-tok (tak) e quello degli ambientalisti e degli intossicati dallo smog urbano anticipando la piantumazione di un milione di alberi: sarebbe davvero esemplare se questo proposito fosse recepito dal Governo, finora fermo al palo dell’eccesso di annuncio di un Cavaliere scatenato nelle iperbole. Ci vorrebbe un forte richiamo alla serietà e alla coerenza, ma dall’opposizione nessuno sembra in grado di andare oltre qualche timido balbettìo.

 

Inaugurando la nuova sede regionale di Forza Italia in Via Vincenzo Monti a Milano, Silvio Berlusconi, forte anche dell’ennesima assoluzione nel lungo tormentone del Ruby-ter, ha sfoderato un classico del suo repertorio: come creare – praticamente ex novo, cioè dal nulla – un milione di posti di lavoro, in particolare per i giovani dai 18 ai 34 anni, detassando le imprese che li assumeranno. Inoltre come favorire la ripresa edilizia e imprenditoriale sciogliendo ogni lacciolo burocratico con l’invio di una semplice raccomandata r.r. di inizio attività. Il Cavaliere si sa, va sempre “all’ingrosso”.

Anche se nel programma del governo di cui fa parte non c’è traccia di questo obiettivo, né lo si trova scartabellando le richieste dei sindacati confederali, da cui eventualmente attingere per blandire e rassicurare la piazza, la promessa conserva un fascino antico e un appeal che riscuote consensi. A cominciare da quello dei fedelissimi capigruppo di Camera e Senato, al fianco del Cavaliere fino al taglio del nastro, che con ampi cenni del capo hanno annuito dall’inizio alla fine del discorso del loro leader. Non si sa quanto possa giovare al premier Giorgia Meloni questo endorsement peraltro autorevole, considerata l’esperienza di lungo corso di Berlusconi e il suo indiscutibile carisma, un rilancio attinto dal passato che fa il paio con la costruzione del Ponte sullo stretto di Messina, questa volta assunto come ragione di vita da Matteo Salvini, un’infrastruttura che potrebbe essere l’icona di una promessa mantenuta anche se finora è costata 300 milioni di euro per gli studi di fattibilità, senza che sia stato posato il primo pilone di sostegno. Questa retorica non credo piaccia a Meloni.

Nella compagine governativa, infatti, sembra decisamente improntato a più sobrio e misurato calcolo lo stile del Presidente del Consiglio che concretamente mette in agenda e nella legge di bilancio la revisione del reddito di cittadinanza e del superbonus edilizio, costati alcune decine di miliardi ma forieri di più di un interrogativo circa la loro sostenibilità nel breve-medio termine e gli scandalosi privilegi da default economico e da bancarotta dello Stato che ne sono derivati. Qualcuno ricorderà che in campagna elettorale il Cavaliere aveva cercato il consenso dei giovani attraverso il tik-tok (tak) e quello degli ambientalisti e degli intossicati dallo smog urbano anticipando la piantumazione di un milione di alberi: sarebbe davvero esemplare se questo proposito fosse recepito dal Governo, considerato il dissesto idrogeologico e l’attesa ripartenza verde, finora ferma al palo dell’eccesso di annuncio di un Cavaliere scatenato nelle iperbole.

Ma dall’opposizione nessuno sembra in grado di andare oltre qualche timido balbettìo.

La sinistra, che non è più capace di pensare in grande ed è stata la prima vittima della sua sistematica demonizzazione di Berlusconi, essendo più impegnata a far fuori gli avversari politici che a disegnare un modello sociale alternativo e credibile, è ridotta ai minimi storici e rappresenta ormai per l’elettorato l’area politica imparentata con i prelievi forzosi, le tasse e la burocrazia che paralizza le istituzioni e la pubblica amministrazione, incapace di parlare al popolo e di interpretarne i bisogni. Volgendo lo sguardo al passato qualcuno si chiederà come mai dopo Berlinguer non c’è stato qualcuno capace – nel campo progressista – di rivolgersi direttamente alle ‘masse lavoratrici’ e di farne il senso di un progetto politico popolare, democratico e inclusivo.

Sembra persino paradossale e – a conti fatti – perdente questa vocazione della sinistra ad immedesimarsi solo nelle battaglie per i diritti civili, un tempo bandiera del mondo liberale e garantista, dimenticando i grandi temi sociali delle disuguaglianze, del lavoro, della sicurezza, della famiglia, degli anziani, dei giovani, e perché no – del merito- che non cozza contro il principio del diritto allo studio essendo entrambi integrati nella Carta Costituzionale. Tra retaggi ideologici e incapacità di lettura delle derive storiche del presente ciò si è tradotto in un fallimento interpretativo: quello di non saper dire ciò che la gente pensa, in modo pragmatico e scevro da fumisterie linguistiche in uso nei ‘salotti buoni’. Ciò che – oltre le coreografie e le boutade strumentali, tra demagogia e luoghi comuni – l’area liberale ma anche quella sociale del centro destra stanno invece cercando di far proprie, ribaltando le immedesimazioni rappresentative del passato. Adesso sono coloro che un tempo erano definiti conservatori che si appropriano dei temi sociali, cogliendo il disagio profondo dei grandi numeri delle insicurezze e delle nuove povertà.

E a giudicare dai sondaggi si tratta forse di una tendenza che si va consolidando verso una lunga deriva, ‘centro’ permettendo, mentre la sinistra sembra vittima dei propri errori, demotivata e confusa.

IL GESTO DI ETTORE E L’INNOCENZA PERDUTA. A PROPOSITO DEI DIRITTI DELL’INFANZIA E DELL’ADOLESCENZA.

Quale interfaccia la società propone alla famiglia e alla scuola – si domanda l’autore all’indomani della Giornata mondiale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (20 novembre) – per diffondere buoni esempi e ispirare sentimenti di tutela e protezione, per facilitarne il compito educativo? Guardandoci intorno osserviamo un panorama desolante, dove gli archetipi del buon esempio e del bene vanno scomparendo.

 

Il Novecento si era aperto come secolo dell’infanzia, una sorta di investimento sul futuro in un’epoca da cui trasparivano i tratti della modernità: utopia poi smentita da due guerre mondiali, dalla Shoah, dai genocidi, dall’emarginazione e dallo sfruttamento dei bambini e dei ragazzi, a cominciare dal mondo del lavoro precoce, alle povertà endemiche, nonostante germinasse la lunga stagione dei diritti culminata dalla Dichiarazione universale dell’ONU e dalle Carte degli organismi internazionali.

Oggi al tratto peculiare dell’infanzia e dell’adolescenza come luoghi antropologici di marginalizzazione si aggiunge il suo opposto: la logica dell’inglobamento nell’etica dei comportamenti dell’età adulta, favorita dall’esplosione delle nuove tecnologie, dall’adultismo precoce, dalla diffusione della droga, dalla crisi delle istituzioni deputate alla formazione delle giovani generazioni, innanzitutto la famiglia e la scuola. Sullo sfondo sta – e qui concordo con Umberto Galimberti – l’intuizione heideggeriana del “pensiero che fa di conto” e del “dio denaro” come motore del mondo e parametro di riconsiderazione della vita stessa.

Questo “nuovo algoritmo” dell’esistenza azzera infanzia e adolescenza come luoghi protetti di innocenza e speranza, gratuità e gioia dell’esperienza del vivere, età dello studio e della preparazione alla vita, contesti avulsi dal mercimonio di una umanità malata di egocentrismo e pulsioni sregolate, liceità, relativismo etico, permissivismo, utilitarismo come paradigma di scelta e saturazione nel presente totalizzante dell’intera esistenza. Tutto muove contro il “Gelassenheit”, l’abbandonarsi sereno, con distacco, verso la natura e le stagioni della vita. I minori entrano oggi in una sorta di universo inesplorato e sconosciuto, a volte impenetrabile, con sequenze di contaminazione facilitate dall’uso disinvolto delle tecnologie e degli smartphone, vere e proprie chiavi di accesso all’ignoto, dove la vita virtuale sostituisce quella reale e con essa i valori tramandati per secoli dalla tradizione pedagogica delle metodologie di apprendimento della cultura e del suo costituirsi in noi.

Essere bambini e ragazzi oggi consente potenzialità impensabili in passato, ci sono tutele e previsioni normative evolute e ispirate ma comporta l’incombenza di pericoli sempre nuovi e incontrollabili: sono loro infatti i clienti più abbordabili dai criminali del web, dai venditori di morte attraverso droghe chimiche accessibili a buon mercato e dagli effetti letali, dalle calamite dei tanti paesi dei balocchi, dove loro, i nuovi Lucignoli, vivono esperienza fuorvianti, dalle slot machine, all’abuso di alcolici, alla disponibilità di denaro che si procurano facendo mercimonio del proprio corpo, dal sesso precoce, al cyberbullismo, ai giochi estremi che sfidano la morte (“bisogna guardarla negli occhi” dicono), alla violenza agita come categoria relazionale prevalente, all’indifferenza verso lo studio, la scuola e i suoi insegnanti, fatti oggetto non di rado di derisione e aggressioni fisiche.

Un ribaltamento valoriale che postula diritti e libertà senza doveri e senza regole. Il nuovo modello di vita dei ragazzi del nostro tempo è una sorta di gigantesco e mutabile casting mediatico dove si recita a soggetto, in un rimescolamento di ruoli e identità che ha una valenza anticipatoria rispetto alla fisiologia delle esperienze delle precedenti generazioni.

Al crocevia dei più efferati comportamenti umani c’è spesso uno snaturamento dell’età infantile e adolescenziale, ci sono luoghi dove l’emulazione delle colpe e dei difetti degli adulti genera situazioni paradossali: si pensi alla diffusione delle armi tra i giovanissimi, anche nei Paesi cosiddetti civili (in alcuni Stati degli USA il primo fucile viene fatto trovare agli adolescenti sotto l’albero di Natale), altri dove i minori sono militarizzati, fatti prostituire, fanno parte di bande criminali, usati per il trapianto di organi. Ma anche “semplicemente” abbandonati: negli orfanotrofi spogli di ogni affetto, nelle favelas, nelle periferie più degradate, in attesa di essere adottati vincendo burocrazie e veti che li sottraggono per lunghi anni, a volte per sempre, al calore di una famiglia.

Ma non occorre andare lontano per scoprire atrocità e violenze, abbandoni e contese, strumentalizzazioni e miserie materiali e spirituali. Quanti sono i minori non accompagnati che varcano confini stranieri? Per quanto tempo resteranno in questa condizione di isolamento anaffettivo? Che cosa si fa per loro? Basta aprire una porta di casa per scoprire violenze domestiche subìte o assistite e abusi, soffocati e silenti nello squallore più degradante: crescendo questi bambini metabolizzeranno una concezione intuitivamente perdente della vita, la loro infanzia e la loro adolescenza saranno anagraficamente bypassate da un mondo esterno fatto di soprusi ed esempi che potranno diventare lezioni negative di vita, a loro volta ripetibili, come emulazione o vendetta, dove valori quali l’affetto, la lealtà, l’amicizia, la dignità saranno sostituti dalla violenza in tutte le sue multiformi e negative cangianze.

Quale interfaccia la società propone alla famiglia e alla scuola per diffondere buoni esempi e ispirare sentimenti di tutela e protezione, per facilitarne il compito educativo? Guardandoci intorno osserviamo un panorama desolante, dove gli archetipi del buon esempio e del bene vanno scomparendo. Non so se oggi il gesto di Ettore di cui scrive Luigi Zoja, del padre – cioè – che eleva il figlio al cielo e lo affida alla benevolenza degli dei affinchè cresca migliore di lui, sia ancora una prassi consueta. Il declino e la crisi della figura paterna nella società contemporanea sono una delle principali cause dell’innocenza perduta dei figli. Ricordo ciò che scrisse Gabriel Garcia Marquez: “Ho imparato che quando un neonato stringe per la prima volta il dito del padre nel suo piccolo pugno, l’ha catturato per sempre”. E nel mio cuore penso a questo contatto come al bisogno e all’impegno di una vita.

SERVE UN NUOVO STATUTO DEI LAVORATORI?

La richiesta non è peregrina anche se occorre sempre distinguere, in questi casi, dove finisce la propaganda e dove inizia un vero progetto politico. Chi si riconosce nella tradizione e nel filone del cattolicesimo sociale italiano adesso dovrebbe battere un colpo.

 

Da più parti, anche se si tratta più di provocazioni che di reale volontà politica, si ritorna a parlare di riscrivere un nuovo “Statuto dei Lavoratori” più adatto alle nuove regole del mercato del lavoro che hanno fatto capolino in questi ultimi anni nel panorama sociale ed economico del nostro paese. La richiesta non è affatto peregrina anche se, soprattutto su questi temi, occorre sempre distinguere dove finisce la propaganda e dove inizia un vero progetto politico.

Ora, è ormai sufficientemente noto – perchè appartiene alla storia – come è decollato lo “Statuto dei Lavoratori” votato dal Parlamento Italiano nel maggio del 1970. Al di là dei vari giudizi politici e culturali e al netto degli altrettanto noti pregiudizi ideologici, è acclarato che grazie al coraggio e alla determinazione politica dei Ministri del Lavoro Brodolini e (soprattutto) Donat-Cattin, fu possibile adottare un atto che ha segnato in profondità la storia democratica del nostro paese. “Abbiamo portato la Costituzione nelle fabbriche”, disse Donat-Cattin alla Camera nel suo intervento prima del voto finale sulla legge. Una legge che passò malgrado l’astensione dei comunisti – è sempre bene non dimenticarlo – e che rappresentò un punto di svolta e di non ritorno nelle relazioni sindacali e, soprattutto, un deciso cambio di passo sotto il versante del riconoscimento dei diritti democratici e liberali dei lavoratori. Una legge che confermò anche la profonda natura popolare, sociale e democratica della Democrazia cristiana malgrado il radicato e dogmatico pregiudizio di larga parte della sinistra italiana che continua ad individuare nella stagione democristiana un periodo nefasto e nocivo per la stessa qualità della nostra democrazia.

Ma, se quello “Statuto dei Lavoratori” segnò un passo in avanti di straordinaria importanza per la nostra civiltà democratica, oggi forse è necessario un nuovo intervento che, senza mettere affatto in discussione le conquiste sancite in quello storico Statuto, riesca a cogliere e soprattutto a tutelare il nuovo ed inedito panorama professionale che si è aperto nel nostro paese con l’innovazione tecnologica da un lato e la forte e ormai endemica precarietà dei rapporti di lavoro dall’altro. Un intervento correttivo che, però, richiede intelligenza politica, coerenza culturale e coraggio istituzionale. Esiste una sola domanda, fondamentale e decisiva, se si vuole procedere in questa direzione: e cioè, quale partito e quale coalizione si fa carico di un progetto che ha una valenza politica ed un impatto concreto sulle persone di portata storica? Certamente non il Pd che ormai rappresenta gli interessi borghesi, alto borghesi, aristocratici, dei cosiddetti “garantiti” e tutto ciò che non ha più nulla a che fare con gli interessi e le istanze dei ceti popolari. E questo al netto delle chiacchiere virtuali dei capi delle infinite correnti che scorrazzano in quel partito.

Sul versante del Centro forse sarebbe il momento che il progetto politico di quel partito non si fossilizzasse solo e soltanto sugli interessi dei ceti medio alti con un approccio sostanzialmente liberal/liberista ma guardasse con maggiore attenzione anche e soprattutto alle istanze, alle domande e alle richieste dei ceti popolari. Forse toccherà al centro destra e, nello specifico, all’antica “destra sociale” di Giorgia Meloni affrontare questo tema spinoso, delicato ma oltremodo necessario per garantire e tutelare masse crescenti di lavoratori, di inoccupati e di precari? Lo vedremo cammin facendo.

Al riguardo, chi ancora si riconosce nella tradizione e nel filone del cattolicesimo sociale italiano forse adesso dovrebbe battere un colpo. Per non essere complici dell’inerzia da un lato e per non regalare ad altri una rappresentanza politica, culturale e sociale che sarebbe solo la conseguenza della nostra pigrizia ed indifferenza.

 

“PROGETTO MEZZOGIORNO”, IL LIBRO DI NICOLA BARONE: A TREBISACCE PER DISCUTERNE TEMI E SUGGESTIONI.

Il convegno si svolgerà il prossimo 2 dicembre all’Auditorium Comunale ex Fornace e vedrà la partecipazione di esperti e istituzioni. Lo “spunto” è il libro scritto da Nicola Barone che contiene molti dei temi presenti nel PNRR.

Un grande laboratorio di eccellenza per lo sviluppo territoriale basato sull’economia della conoscenza. E’ lo scenario indicato nel libro “Progetto Mezzogiorno” di Nicola Barone, che sarà al centro di un convegno in programma a Trebisacce il prossimo 2 dicembre il cui obiettivo è quello di rilanciare i temi legati alle potenzialità di sviluppo del Sud, con focus sull’innovazione e in particolare sulle metodologie e metriche che consentono di misurarla e, quindi, di orientarla sulla base delle specifiche esigenze del territorio.

All’evento, che si svolgerà a partire dalle ore 16 all’Auditorium Comunale ex Fornace, interverrà il sindaco di Trebisacce, Alex Aurelio, con un saluto introduttivo, e vedrà la partecipazione, oltre che dell’autore del libro, di numerose personalità e istituzioni: Florindo Rubettino, editore del libro “Progetto Mezzogiorno”; Don Francesco Preite, Presidente Nazionale Salesiani per il Sociale; Nicola Paldino, Presidente Credito Cooperativo Mediocrati;

Vincenzo Cesarini, Presidente dell’ODCEC; Rosanna Mazzia, Presidente dell’Associazione Borghi Autentici D’Italia; Paolo Innamorati, Dottore Commercialista; Prof. Franco Rubino, Dipartimento di Scienze Aziendali e Giuridiche di Unical; S.E. Mons. Donato Oliverio, Vescovo di Lungro. Modererà i lavori Luca Collodi, Caporedattore di Radio Vaticana.

“Progetto Mezzogiorno” anticipa di diversi anni – con singolare capacità visionaria – molti dei contenuti presenti oggi nel PNRR, il piano nazionale di ripresa e resilienza che promuove un’ambiziosa agenda di riforme per la ripartenza dell’Italia.

Ingegnere, grande esperto di strategie innovative per le telecomunicazioni e considerato uno dei maggiori esperti internazionali del settore, avendo ricoperto ruoli importanti all’interno ad una delle principali telco europee, Nicola Barone ha trascorso la sua vita professionale dedicandosi a progetti ed iniziative nel campo della Net Economy.

“Progetto Mezzogiorno” tratta diffusamente del Territorial Knowledge Management e costituisce la verifica dei risultati dell’applicazione di questo metodo in alcune zone del Mezzogiorno. Un testo, dunque, di grande utilità per chiunque volesse approfondire o programmare azioni di intervento nel campo delle nuove tecnologie in zone economicamente depresse. Il volume parte da un’esperienza diretta perché per molti anni Barone ho fatto il Presidente e l’amministratore unico di un grande progetto pilota territoriale: il piano telematico Calabria finanziato dal Ministero dell’università e ricerca scientifica, un progetto sperimentale che mirava proprio a creare le condizioni per lo sviluppo sostenibile e competitiva dei territori.

Un progetto che partiva da una delle regioni del Sud più bisognose di iniziative “di sistema” ma replicabile in altre realtà territoriale che potesse competere con gli altri territori più avanzati del nord d’Italia, ma anche d’Europa. E racconta che il Sud Italia può ripartire se si mettono insieme economia della conoscenza e tutto ciò porta allo sviluppo, in sostanza investimenti, integrazione locale e internazionale e soprattutto innovazione attraverso la valorizzazione anche delle culture e delle intelligenze del territorio. Con l’obiettivo di far emergere quello che viene definito “il capitale intellettuale sociale territoriale”. Su questo Barone ha individuato oltre 50 indicatori di competitività, puntualmente elencati nel libro. Che, a distanza di oltre 15 anni dalla sua uscita, resta più attuale che mai al punto che ora è oggetto di un convegno.

DOPO IL PD: QUALE SARÀ IL MESSAGGIO?

Ciò che risulterà determinante, quale che sia la forma organizzativa che i Popolari in prevalenza riterranno di adottare come risposta al declino del Pd, è il messaggio. La proposta di un centro plurale, sociale, popolare e interclassista può divenire interessante e competitiva se è capace di misurarsi con le questioni irrisolte sia dalla narrazione del Pd sia da quella della destra.

 

Del fallimento, o quantomeno della mutazione sostanziale del progetto del Partito Democratico in un partito radicale di massa è già stato detto tutto o quasi. È bene che una realistica presa d’atto della situazione ponga ormai fine al rimpianto di ciò che avrebbe potuto essere ma non è stato. Osservo solo che in questi anni ciò che più mi ha colpito non è stato tanto l’opportunismo diffuso di quanti comunque aspiravano a qualcosa nel Pd ma la incrollabile fiducia – quasi mai venata da dubbi, domande, richieste di chiarimento – nel progetto iniziale fra quanti, dopo aver condotto i Popolari a partecipare alla fondazione del Pd, godevano di una posizione che consentiva loro di esprimersi con oggettivo disinteresse rispetto alle vicende di quel partito. Un atteggiamento che se rientra perfettamente nelle caratteristiche del dirigente tipo di formazione Pci, abituato ad un centralismo democratico eterodiretto, dal Cremlino o da Wall Street poco importa purché ci sia un capo, un “padrone” da servire, appare invece dissonante rispetto a una cultura politica fondata sull’ascolto e sulla rappresentanza sul piano politico dei corpi intermedi, dei territori e delle autonomie locali.

E credo che è proprio da qui, dagli errori compiuti dal e nel Pd, che bisogna ripartire per non correre il rischio di replicarli in un pur auspicabile, e direi necessario, nuovo centro. In questi anni abbiamo rinunciato a concorrere da protagonisti alla definizione del discorso pubblico, accontentandoci di quello che ci veniva offerto dall’alto e permettendo che attorno ad esso si ergesse un recinto di conformismo mediatico che lo ha di fatto reso non più discutibile. Il Pd è stato il partito che meglio ha saputo adattare i problemi alle necessità del discorso pubblico politicamente corretto, eludendo tutti quei fatti che pongono delle domande, che non rientrano negli schemi desiderati. Un processo che, come ha osservato Giuseppe Fioroni al recente convegno “Il futuro dei Popolari?” ha guidato le riforme elettorali seguite all’abbandono del proporzionale, conducendo all’attuale “desertificazione della democrazia”, sancita anche dall’astensionismo record verificatosi lo scorso 25 settembre. Ecco che prima della ricerca di pur indispensabili nuove forme organizzative, bisogna ripartire dalle parole-chiave della politica, come suggerisce il bel libro fresco di stampa di Giorgio Merlo e Giuseppe Novero “Le parole che contano”.

Abbiamo visto, per fare un esempio, dal caso dell’Ucraina come sia arduo imporre in autonomia una accezione alle parole che rifletta l’obiettivo politico voluto. Si è visto quanto non sia stato semplice per la Chiesa, e per la stampa cattolica, distinguersi dalla narrazione bellicista dominante per ribadire una ovvietà, che nulla toglie alla valutazione delle differenti responsabilità, che col “nemico” bisognerà pur trattare, se si cerca una soluzione diplomatica.

Ciò che, a mio avviso, risulterà determinante, quale che sia la forma organizzativa che i Popolari in prevalenza riterranno di adottare come risposta al declino del Pd, è il messaggio. La proposta di un centro plurale, sociale, popolare e interclassista può divenire interessante e competitiva se è capace di misurarsi con le questioni irrisolte sia dalla narrazione del Pd sia da quella della destra.

La democrazia è certo insidiata da meccanismi elettorali che penalizzano la partecipazione ma lo è in misura forse maggiore dalle possibilità dischiuse dalle nuove tecnologie e dai possibili risultati delle loro interazioni nel caso in cui non siano utilizzate per il bene comune e, come per le armi nucleari, non si erga un limite invalicabile tra ciò che questi strumenti permettono di fare (se applicate alla moneta, alla pubblica amministrazione, al mondo del lavoro, alla vita sociale in genere) e ciò che invece serve per il bene dell’umanità.

In particolare sulla questione energetica, sulla transizione ambientale e su quella digitale si deve definire un approccio che parta dalle reali esigenze dei cittadini e dei territori e non limitarsi a declinare una visione chiusa ricevuta dall’alto e considerata inemendabile, talvolta spalmata sul nostro futuro con piani pluridecennali, a mo’ di revival dell’Unione Sovietica, che non conoscono l’irrompere dell’imprevedibile e della novità nella Storia.

Ai ceti che, a seconda del loro orientamento tendono a trovare un rifugio nelle illusioni della destra o nel partito a formato delle Ztl quale è divenuto il Pd, occorre una forza moderata che sappia mostrare loro che la risposta alle radicali trasformazioni tecnologiche in corso non sta nell’arroccamento nel blocco della medio-alta borghesia, perché strada facendo questo percorso farà a meno anche della gran parte di quei ceti che si credono ancora garantiti, ma la si trova proponendo una declinazione popolare e un nuovo umanesimo per le trasformazioni in atto. Una declinazione capace di vedere nella libertà della persona non un problema da risolvere con un algoritmo di controllo bensì la signoria dell’uomo sulla macchina. Capace di vedere nel dato demografico degli stati non un qualcosa che turba gli equilibri del nostro pianeta ma una benedizione per il futuro dell’umanità. Capace di opporre all’enfasi (montata dallo 0,01 sul resto dell’umanità) sulla scarsità e sulla decrescita la fiducia nella ricerca di soluzioni in grado di cambiare i paradigmi.

Una forza che difenda con fermezza il diritto della classe media a partecipare alla costruzione della società del futuro come alternativa ad una sparizione pianificata. Il messaggio sarà il fattore decisivo nelle scelte dei cattolici democratici per il post Pd.

ANTONIO FAZIO, GOVERNATORE “SCOMODO” DI BANKITALIA. UN LIBRO DI TAROLLI NE ILLUSTRA IL PENSIERO E L’AZIONE.

Si tiene a Roma, lunedì 21 alle 17.00, presso l’Università Lumsa una prima presentazione del libro scritto da Ivo Tarolli, già Senatore della Repubblica, Antonio Fazio e I fatti italiani: l’euro, le banche, la Fiat (Cantagalli).

 

L’incontro di domani, animato da illustri ospiti, da Bechis a Bonanni, da Papi a Di Taranto, da Savona a Fazio, sarà centrato sul tema della competitività del Sistema Italia, un grande tema irrisolto da ormai troppi decenni e che impedisce al nostro Paese di reggere il passo delle altre grandi nazioni europee. Il tema della competitività ci porta ad uno spartito che richiede di suonare tanti tasti: dagli investimenti sia materiali che in capitale umano, alla ricerca; dalla produttività alle relazioni fra le parti sociali; dell’inflazione alla formazione dei giovani.

Ospitiamo alcuni interessanti spunti che abbiamo ricavato da un approfondimento con l’autore Ivo Tarolli, trentino di nascita, per due legislature senatore della repubblica e responsabile economico dell’Udc negli anni dell’entrata nell’Euro.

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La prima chiave di lettura del pensiero e dell’azione del Governatore Antonio Fazio, per quasi 15 anni, protagonista indiscusso delle vicende economiche italiane, può essere così sintetizzata: lo sviluppo dell’Economia, come lo sviluppo dei suoi processi non costituisce un fattore o una realtà a sé stante. L’Economia non è una realtà che rifulge di luce propria! L’Economia di mercato costituisce la manifestazione di una realtà più ampia, che coinvolge la politica, la giustizia, i valori, e il funzionamento dell’ intera società. Quindi deve essere accompagnata da un Pensiero, da una Cultura, da leggi e da persone che la sappiano indirizzare e, se serve, anche di correggere.

Esiste sempre una compenetrazione ed una interdipendenza fra tutti I fattori che abbiamo appena ricordato. Se mi è consentito un paragone: l’Economia deve essere considerata e vista come ci trovassimo di fronte all’albero della vita: che non può essere rinvigorito da soli stimoli chimici esterni! La linfa, per poter generare foglie e rami rigogliosi, per poter generare frutti copiosi, ha bisogno di radici profonde, le quali devono poter avvalersi di terreno fertile.

Ora, nell’azione del Governatore Fazio questa impostazione è largamente presente. E consente lo svilupparsi di Idee forti quali ad esempio: la stabilità, valore capitale del sistema bancario, è causa ed effetto ad un tempo dell’obiettivo dell’efficienza, che va quindi perseguita senza tentennamenti. Ma l’efficienza ha assoluto bisogno di concorrenza. Oppure: il Bene Comune come il Bene Pubblico non possono essere guidati dai soli comportamenti del mercato. Qualcuno li deve definire e presidiare….

È una impostazione che ci porta ai pensatori storici più illuminati: da Ropke ad Einaudi, fino a Keynes; e pure, più recentemente ai Samuelson, ai Modigliani, ai Solow…Il risultato è stato che il Governo della moneta e dell’economia italiana ne hanno risentito. Il dott Pontolillo, membro del Direttorio della Banca d’Italia mi diceva: alla BCE, Duisenberg, il gigante dai capelli bianchi, e Trichet, Governatore di Banca di Francia, non procedevano se non c’era l’assenso del Governatore Fazio.

La seconda chiave di lettura può essere: i binomi Fede e Modernità, Fede e Realtà economica, Fede e Libertà non vanno considerati di impedimento allo sviluppo e alla crescita. I contenuti di Fede, le Testimonianze religiose cosiì come solide convinzioni sulla primazia della Persona, vanno considerate dei baluardi rispetto alla onnipotenza e allo strapotere del conformismo, dell’opportunismo, del radicalismo sia scientista che libertario.

Alexis de Tocqueville sosteneva: “Sono portato a credere che all’uomo che non ha fede, sarà riservato un ruolo da gregario; libero sarà solo colui che crede!”. È una impostazione che ha permeato l’azione di gran parte della classe dirigente che ha guidato questo paese nella seconda metà del secolo scorso è che ha reso possibile il cosiddetto Miracolo Economico. Una esperienza unica nella storia economica del mondo. Credo, da inguaribile fautore della discesa in campo di un Nuovo Grande Soggetto Politico popolare, moderato ed autonomo, questo insegnamento e questa testimonianza vadano ripresi, vadano riproposti, seppur opportunamente attualizzati e innervati di classe dirigente fresca.

BELLOCCHIO HA DIFESO MORO, MA NON LE RAGIONI DELLA DC  (FOMICHE.NET).

Tutta l’opera cinematografica – tre dense puntate televisive di “Esterno notte”- provoca sentimenti contraddittori. In parte è sempre così, inevitabilmente, se l’oggetto è dato da una vicenda storica che grava tuttora sulla coscienza collettiva del Paese. Nelle ultime sequenze fa capolino l’inveterato pregiudizio sulla inamovibilità della classe dirigente democristiana, fin quando ovviamente è esistita la Democrazia cristiana…

Indubbio merito di Bellocchio è aver dato senso, a quasi mezzo secolo di distanza, al clima di cupezza che abbracciò i 55 giorni del sequestro e omicidio di Aldo Moro. Gli anni bui del terrorismo hanno il loro epicentro in questo episodio di eversione. Un colpo di Stato? Giovanni Galloni, all’epoca vice segretario vicario della Dc, non ebbe mai dubbi a riguardo: si trattò del più grave attacco all’ordinamento della Repubblica che mai si concepì e produsse dal secondo dopoguerra in avanti. La democrazia italiana, senza ricorrere a misure eccezionali, quali la sospensione delle garanzie di libertà personali e collettive, seppe reggere alla prova. L’offensiva del terrorismo fu sconfitta nonostante la sua virulenza e ramificazione,  non senza opache copertura a livello internazionale. 

 

Moro poteva essere salvato? All’interrogativo “Esterno notte” risponde con la raffigurazione di un potere in stato confusionale, pervaso di ambiguità e impotenza. Al contempo i brigatisti, divisi al loro interno, su un punto erano fermi, e cioè sul cosiddetto riconoscimento politico che lo Stato avrebbe dovuto accettare, ammettendo l’esistenza di un “eversore legittimo” con il quale intavolare, nello scenario di guerra civile, un negoziato tra parti belligeranti. Se ciò fosse accaduto, l’azione brigatista avrebbe raggiunto l’obiettivo principale, mai dissimulato, consistente nella totale destabilizzazione del quadro politico e istituzionale. In gioco non era solo una formula parlamentare, quella della solidarietà nazionale, che tanto inquietava le cancellerie di mezzo mondo, bensì la stessa democrazia parlamentare o meglio, a ben vedere, la democrazia in quanto tale. 

 

Il Moro di Bellocchio, così attaccato alla vita, mostra il volto del Grande Accusatore. Sta qui la poesia del racconto, come pure il dolore e la rabbia. Nulla di tutto questo può sobbarcarsi l’onere della fedeltà assoluta alle risultanze di una mole considerevole di ricostruzioni e indagini, fino alle conclusioni elaborate ultimamente dalla Commissione Fioroni. Va da sé che il realismo della politica esige un altro registro espressivo, per non soccombere alla tirannia dell’emozione. Moro accusa i suoi amici, ma non risparmia nemmeno gli altri, vale a dire i comunisti; i primi hanno il demerito di piegarsi alle esigenze dei secondi e insieme, democristiani e comunisti,quello di portare sulle loro spalle il peso di una condotta implacabile. E il Papa? Anche lui sarà chiamato in causa: farà pochino e, secondo un Moro oltremodo scoraggiato, “ne avrà scrupolo”.

 

Tutta l’opera cinematografica – tre dense puntate televisive –  provoca sentimenti contraddittori. In parte è sempre così, inevitabilmente, se l’oggetto è dato da una vicenda storica che grava tuttora sulla coscienza collettiva del Paese. Nelle ultime sequenze fa capolino l’inveterato pregiudizio sulla inamovibilità della classe dirigente democristiana, fin quando ovviamente è esistita la Democrazia cristiana. Si vedono ancora Cossiga e Andreotti, anche dopo la tragedia di Moro, assurgere a nuove responsabilità pubbliche. È un dato di fatto. Senonché, dettaglio non proprio insignificante, questa “eternità della Dc” ha coinciso con la reiterata conferma di un largo consenso di popolo. La Dc, insomma, non è stata un’invenzione e non ha rappresentato un sopruso. Ciò anche per effetto di una grande lezione di stile e contenuto politico, sempre in funzione della crescita democratica e dello sviluppo civile, che Moro incarnò a lungo nel rapporto con la società italiana. Chi volle spezzare questa complessa trama di valori ed esperienze, mirava a indebolire strutturalmente l’Italia. E così è stato, purtroppo.

 

P.S. Quel 16 marzo un gruppo di ragazzi si radunò alla spicciolata nella sede romana della Dc. Piazza del Gesù era blindata. Presero le bandiere e prepararono gli striscioni, senza ordini…dall’alto. Poi scesero in corteo e si avviarono, con altri che s’aggiunsero man mano, verso San Giovanni. Nel film uno spezzone d’epoca attesta come l’ingresso in piazza del drappello dell’Atac fosse accompagnato dallo slogan “Moro è qui con tutta la Dc”. Per giusta memoria, occorre pur dire che l’invenzione dello slogan fu opera dei quei ragazzi. 

 

Fonte: https://formiche.net/2022/11/bellocchio-moro-dc-esterno-notte/

IL CENTRO E IL PARTITO DEMOCRATICO.

Il Pd è cambiato profondamente. Ed è destinato a cambiare sempre di più. Non a caso, il Centro, la politica di centro, la tradizione popolare e cattolico sociale e le componenti più riformiste ormai guardano altrove.

 

In attesa che si celebri l’ennesimo congresso “rifondativo” del Partito democratico – ormai siamo talmente abituati che non fa neanche più notizia – un elemento sta emergendo in tutta la sua chiarezza. E cioè, il Pd dopo questo congresso non sarà più quello fondato nel lontano 2007. Ormai quella stagione politica e culturale è archiviata ed è definitivamente alle nostre spalle. Al di là della comprensibile propaganda della nomenklatura di quel partito, è chiaro a tutti che ci sono almeno 3 elementi decisivi che segnano questa netta discontinuità.

Innanzitutto il profilo principale e prioritario del Partito democratico, ovvero la cosiddetta “vocazione maggioritaria”. Chiusa, archiviata, sepolta definitivamente. Un partito che, con la segreteria entusiasmante, coraggiosa ed innovativa di Valter Veltroni aveva l’ambizione di essere il perno centrale dell’alternativa politica e di governo alla coalizione di centro destra. Una scelta che, e non solo per l’ormai progressiva ed irreversibile caduta elettorale del partito, è tramontata perchè è venuta a mancare quella spinta originaria. Ovvero di un partito che pensava di rappresentare istanze, bisogni e domande di larghi settori sociali, culturali, professionali e che, invece, hanno col tempo abbandonato con determinazione e convinzione diventando, al contrario, il luogo della rappresentanza borghese, alto borghese, salottiera ed aristocratica, dei “garantiti” e di tutti coloro che ruotano attorno agli interessi delle zone “ztl”.

In secondo luogo, e come conseguenza diretta di questa trasformazione, il Pd non è più la sintesi delle principali culture riformiste del nostro paese. Progressivamente è emerso un profilo politico e culturale di sinistra. Una prospettiva del tutto legittima, come ovvio, ma si tratta di una sinistra che se da un lato è la continuazione della storica filiera del Pci/PDS/Ds/Pd, dall’altro si tratta di una sinistra prevalentemente moralista, giustizialista, libertaria e radicale. Non a caso, un fine osservatore come Luca Ricolfi parla giustamente di una sorta di “partito radicale di massa”. Da qui la perfetta convergenza con la “sinistra per caso” dei 5 stelle, ossia del partito populista e giustizialista per eccellenza. Una alleanza che, al di là delle piccole scaramucce personali dell’ultima campagna elettorale, è destinata ad essere sempre più solida e granitica.

In ultimo, ma non per ordine di importanza, l’assetto organizzativo interno del partito. Venuta meno quella pluralità culturale che rappresentava, tuttavia, una preziosa risorsa e, al contempo, una ricchezza per l’intero partito, ormai il Pd è una sommatoria infinita di correnti, o di bande, nazionali e locali che detengono le sorti del partito e che hanno le chiavi di casa per decidere se far traslocare altrove chi lo guida momentaneamente. A prescindere chi sia. Con tanti saluti alle cosiddette “correnti di pensiero” che, almeno all’inizio di questo percorso politico, dovevano dar vita ad un progetto politico fecondo e costruttivo. È sufficiente fare un solo esempio, quello dell’area popolare e cattolico sociale, per rendersi conto che quella tradizione ormai è del tutto inespressiva ed assente in quel partito, se non per la distribuzione delle candidature ai capi correnti, ai suoi famigliari e ai cortigiani di riferimento. Il potere delle correnti, o delle bande interne, è ormai assordante e chiunque arrivi alla segreteria deve farci i conti. Al di là, come ovvio, della liturgia sul superamento delle correnti, sul partito rifondato, sull’apertura alla società civile, sulla natura riformista del partito e i soliti slogan che ormai ascoltiamo puntualmente ad ogni cambio di segretario. Cioè, suppergiù ogni 18 mesi.

Ecco perchè il Pd è cambiato profondamente. Ed è destinato a cambiare sempre di più. Non a caso, il Centro, la politica di centro, la tradizione popolare e cattolico sociale e le componenti più riformiste ormai guardano altrove. Salvo gli eletti – garantiti nella quota proporzionale – di quel mondo culturale che, comprensibilmente, restano in quel partito. Ed è proprio su questo versante che il Centro politico e culturale deve organizzarsi sempre di più e darsi una struttura politica autorevole, qualificante e duratura. Al di là e al di fuori del Pd, come ovvio. Un luogo politico, però, che non può ridursi alla semplice espressione di partiti personali o di un banale prolungamento del carisma di un capo partito. Serve ricostruire e consolidare al più presto il Centro e una politica di centro dopo la trasformazione irreversibile del profilo e della natura del Partito democratico. Prima si fa e meglio è. Non solo per il futuro del Centro politico ma, soprattutto, per la qualità della nostra democrazia e l’efficacia della nostra azione di governo.

PERSEGUITATI E DIMENTICATI: L’ESODO DRAMMATICO DEI CRISTIANI IN MEDIO ORIENTE.

La denuncia contenuta nell’ultimo rapporto di Aiuto alla Chiesa che soffre. In Cisgiordania si è passati dal 18% a meno dell’1%. Oltre 5mila sono fuggiti negli ultimi mesi. In Siria dall’inizio della guerra nel 2011 dal 10% del totale oggi i cristiani sono meno del 2%. Il prossimo 23 novembre indetto il “mercoledì rosso” per sensibilizzare sul tema.

 

La presenza cristiana in molte parti del Medio oriente si trova ad affrontare una vera e propria “minaccia esistenziale”, con le comunità in diversi Paesi un tempo floride e oggi trasformate nell’ombra di se stesse. È quanto emerge nell’ultimo rapporto di Aiuto alla Chiesa che soffre (Acn), intitolato “Perseguitati e dimenticati? Un rapporto sui cristiani oppressi per la loro fede 2020-2022” e presentato al pubblico in questi giorni. Uno spaccato preoccupante per i cristiani, che pur essendo una componente originaria della regione rischiano di scomparire in molti punti a causa del fenomeno migratorio, che lo stesso patriarca caldeo definisce da tempo un “esodo” dalle proporzioni drammatiche.

Papa Francesco ha sollevato di recente la questione nel suo incontro con il presidente francese Emmanuel Macron, invitando Parigi a un maggiore impegno per preservare questa presenza, davanti ad un fenomeno migratorio che ha raggiunto livelli allarmanti. Un esodo che riguarda – seppur per cause diverse, dal fondamentalismo islamico alla crisi economica senza dimenticare i conflitti – gran parte dei Paesi della regione, dall’Iraq alla Siria, dalla Palestina al Libano, dalla Giordania al Golfo.

Il rapporto mostra come a 75 anni dalla nascita dello Stato di Israele, i cristiani in Cisgiordania sono crollati dal 18% di un tempo a un misero 1% (e anche meno). Il numero di cristiani partiti negli ultimi 20 mesi (compresa Gerusalemme) è stimato in oltre 5mila, la maggior parte dei quali diretti verso l’Europa, gli Stati Uniti e il Canada. Dalla vicina Siria non giungono notizie migliori, anzi: dall’inizio della guerra nel 2011 si è passati da un 10% circa a un numero inferiore al 2%, tanto da metterne in pericolo l’essenza stessa.

“A cinque anni di distanza dalla sconfitta militare dell’Isis – spiega il rapporto – la minaccia di una rinascita su vasta scala non è affatto scomparsa. Una ripresa del movimento jihadista ha il potenziale per dare il colpo finale al cristianesimo” in quello che un tempo era il cuore da cui esso ha avuto origine. “Questo – prosegue – non solo perché il numero dei cristiani ora è basso, ma anche perché la loro fiducia è fragile. Essi potranno aver attraversato tempi di genocidio, ma in assenza di sicurezza l’attrazione per la migrazione è per molti irreversibile”. Il tutto è “amplificato” da un “ambiente culturale” che rimane ostile ai cristiani, trattati come “cittadini di seconda classe, discriminati a scuola e sul posto di lavoro, con scarsa retribuzione e disoccupazione” che spinge a cercare una vita “fuori dal loro Paese” di origine.

Riguardo ai cristiani iracheni, con l’ascesa dello Stato islamico almeno 50mila avevano trovato rifugio in Libano. Oggi il numero è di poche centinaia, con la maggioranza che ha deciso di lasciare per sempre il Medio oriente verso il Nord America o l’Australia. Anche la Giordania, seppur stabile sul piano politico e con condizioni di sicurezza relativamente migliori, non rappresenta più un rifugio sicuro e registra anch’essa un crescente fenomeno migratorio. E lo stesso vale per il Libano.

Negli ultimi 30 mesi la sola ambasciata canadese ha ricevuto oltre 10mila richieste di immigrazione per giovani e famiglie, e la spinta alla fuga Dal Paese dei cedri è equiparabile solo al drammatico periodo della guerra civile.
In risposta, Acs ha lanciato infine una giornata di preghiera e riflessione intitolata “Mercoledì rosso”. Il prossimo 23 novembre tutte le chiese sono invitate a pregare e illuminare di rosso gli edifici come segno di protesta silenziosa contro il dramma della persecuzione.

Fonte: AsiaNews
https://www.asianews.it/notizie-it/Perseguitati-e-dimenticati:-l’esodo-drammatico-dei-cristiani-in-Medio-oriente-57135.html

CURE PALLIATIVE, UN SERVIZIO ALLA VITA E ALLA DIGNITÀ DELLA PERSONA. INTERVISTA ESCLUSIVA A MONS. PAGLIA.

Foto concessa da S.E. MONS. VINCENZO PAGLIA – Presidente della PONTIFICIA ACCADEMIA per LA VITA Copyright Vatican Media

Una società che voglia dirsi umana e civile – dice S.E. Mons. Vincenzo Paglia, Presidente della Pontificia Accademia per la vita –, all’altezza dei nostri tempi, deve prendersi cura di tutta la popolazione e soprattutto delle fasce più deboli, di chi da solo “non ce la fa”. […]  Ecco perché è necessario non smantellarle, ma potenziare in maniera nuova tutto il sistema di assistenza”.

Le cure palliative sono volte a garantire la qualità della vita del paziente e dei suoi familiari: il documento diffuso in questi giorni dalla Pontificia Accademia per la vita sottolinea – richiamando anche le parole di Papa Francesco – l’importanza della dignità della persona anche nelle fasi terminali della vita. Perché è importante ricordare non solo i malati terminali ma anche gli anziani?

Gli anziani sono una parte “debole” della nostra società, insieme ai malati, ai minori e ai bambini. Tuttavia è importante effettuare delle distinzioni. Non tutti gli anziani sono malati, anzi. E non tutti i malati sono anziani: anche qui non dobbiamo cadere nelle facili generalizzazioni. Allora una società che voglia dirsi umana e civile, all’altezza dei nostri tempi, deve prendersi cura di tutta la popolazione e soprattutto delle fasce più deboli, di chi da solo “non ce la fa”. 

Come sono cambiate nel tempo le cure palliative? Prima erano riservate esclusivamente alla malattia terminale, adesso, soprattutto in ambito oncologico, sono dette “precoci e simultanee” ovvero non necessariamente successive ma anche concomitanti alle terapie attive, per anticipare il più possibile il sollievo dalla sofferenza anche nelle fasi precedenti. Quanto è importante il continuo interagire di scienza ed etica per focalizzare questo tema?

L’accesso alle Cure Palliative arriva al momento della diagnosi quando si prevede che la malattia conduca al decesso in un tempo medio o breve. Esse possono essere integrate nell’assistenza anche quando si somministrano terapie che intendono modificare il decorso della patologia in atto. Quindi sarebbe auspicabile impostare un approccio palliativo prima di trovarsi nella fase finale, quando non si impiegano più le terapie che si utilizzano per guarire o fermare la malattia. È questa la cultura nuova delle Cure Palliative che la Pontificia Accademia per la Vita promuove e ha sintetizzato nel “Libro Bianco per la Promozione e la Diffusione delle Cure Palliative nel mondo”, pubblicato nel 2019, redatto da un gruppo di 14 esperti internazionali. Pubblicato prima in inglese, poi in italiano, tedesco e presto in spagnolo e portoghese, il volume è un punto di arrivo – e di ripartenza – per tutte le categorie di persone coinvolte, senza dimenticare le Facoltà di Medicina, gli operatori sanitari, le Università, incluse quelle Cattoliche. 

Consideriamo il rapporto tra cure palliative e territorio per evidenziare l’importanza dell’hospice come luogo protetto per il fine vita e dell’assistenza domiciliare come supporto quotidiano al difficile ruolo del caregiver e strumento di continuità di cura per i pazienti: è necessario potenziare questo strumento perché grazie alle nuove terapie aumenta la sopravvivenza dei malati cronici e quindi il numero di pazienti a cui sono necessarie. Quali nuove frontiere ci attendono?

Per l’Italia, abbiamo visto nella pandemia gli effetti negativi di una medicina o di un’assistenza sanitaria che ad esempio ha collocato gli anziani nelle RSA, staccandoli da loro territorio, dalla loro casa, dal loro ambiente. C’è da dire che su 14 milioni di ultrassessantacinquenni, in Italia, di cui 7 milioni dai 75 anni in su, il sistema delle RSA si occupa direttamente di 200 mila anziani. Ecco perché è necessario non smantellarle, ma potenziare in maniera nuova tutto il sistema di assistenza. In base a un principio semplice: vivere in casa propria fin quando è possibile. E certo si può realizzare l’obiettivo attraverso una rete di servizi che gravitano intorno alla persona anziana e al suo mondo, per non lasciarla sola. 

È ricorrente nelle argomentazioni della Pontificia Accademia per la vita sottolineare l’importanza di non confondere il concetto di sedazione palliativa con quello di eutanasia: la prima non abbrevia la vita ma è un atto terapeutico che ha come scopo il sollievo dalla sofferenza, la seconda è un atto finalizzato a provocare intenzionalmente la morte. La differenza è enorme sul piano terapeutico e su quello dell’etica e dei valori. 

Sono infatti due operazioni completamente diverse. La Pontificia Accademia per la Vita, in linea con i documenti del magistero ecclesiale, e con le più recenti acquisizioni della medicina, è senza se e senza ma a favore delle Cure Palliative. La Chiesa dal canto suo si esprime a favore della cura e del prendersi cura della persona malata nelle situazioni di bisogno in cui si trova, rigettando l’eutanasia. Questo non significa che alcuni trattamenti, anche di sostegno vitale possano essere rifiutati o sospesi, cioè quando si tratta di ostinazione irragionevole (accanimento terapeutico). In questo caso non si provoca la morte, ma si lascia che essa accada, in quanto momento ineluttabile e universale della condizione umana, in cui siamo tutti coinvolti. L’atto del morire deve avvenire in una maniera degna della persona umana. Per i credenti, la morte non è la fine definitiva dell’esistenza, è un passaggio verso una dimensione ulteriore, in base alla promessa del Vangelo, in cui crediamo fermamente. 

La figura del medico tra scienza e fede: si tratta di due aspetti incompatibili o complementari?

La pratica quotidiana di centinaia di migliaia di operatori sanitari, credenti, in tutto il mondo, dimostra che non c’è incompatibilità. Tuttavia non vorrei cadere nell’equivoco: non c’è un ‘di più’ della fede nell’atto medico. La medicina, tutta, sempre, deve avere un volto umano cioè deve prendersi cura dell’altro, della persona malata, che va trattata come un essere umano, non come un numero. 

Il consenso informato – usando il glossario messo a punto dal Policlinico Gemelli – rappresenta la sintesi di due diritti fondamentali della persona: quello di autodeterminazione e quello alla salute, perché se è vero che ogni individuo deve essere curato, egli ha altresì il diritto a ricevere le opportune informazioni in ordine alla natura e ai possibili sviluppi del percorso terapeutico a cui può essere sottoposto. Quanto ciò è determinante per consentire la libera e consapevole scelta da parte del paziente?

Nella storia della medicina abbiamo assistito a una crescita progressiva del ruolo del paziente, superando quell’atteggiamento che veniva definito paternalismo medico. Si è entrati in quella fase che viene definita post-Ippocratica. Essa comporta una maggiore attenzione alla persona malata, in modo che possa decidere a quali trattamenti sottoporsi tra quelli disponibili e adeguati alla sua situazione clinica, possibilmente coinvolgendo le persone care che sono disponibili a partecipare e sostenere le sue scelte. Per poter assumere queste decisioni il paziente deve quindi essere informato. Nella pratica la situazione non è così semplice per la complessità delle informazioni che occorre trasmettere e per il rischio di ridurre la relazione tra medico e paziente a una sorta di contratto che regola la erogazione di prestazioni asettiche. Occorre situare il consenso informato nel quadro della relazione di cura.

La legge n. 38/2010, il pronunciamento del Comitato Nazionale di Bioetica (CNB) e la legge 219/2017 definiscono la liceità etica e giuridica della sedazione palliativa profonda continua. Qual è al riguardo la posizione della Pontificia accademia per la vita?

La terapia del dolore è un obiettivo da perseguirsi con determinazione, anche se in passato non sono mancate ambiguità in ambito cattolico. Già Papa Pio XII aveva legittimato con chiarezza, distinguendola dall’eutanasia, la somministrazione di analgesici per alleviare dolori insopportabili non altrimenti trattabili, anche qualora, nella fase di morte imminente, fossero causa di un accorciamento della vita (cfr Acta Apostolicae Sedis XLIX [1957],129- 147). Parole che il papa ha attualizzato nel messaggio che ci ha inviato per il convegno sulle cure palliative del 2018: “Oggi, dopo molti anni di ricerca, l’accorciamento della vita non è più un effetto collaterale frequente, ma lo stesso interrogativo si ripropone con farmaci nuovi, che agiscono sullo stato di coscienza e rendono possibili diverse forme di sedazione. Il criterio etico non cambia, ma l’impiego di queste procedure richiede sempre un attento discernimento e molta prudenza. Esse sono infatti assai impegnative sia per gli ammalati, sia per i familiari, sia per i curanti: con la sedazione, soprattutto quando protratta e profonda, viene annullata quella dimensione relazionale e comunicativa che abbiamo visto essere cruciale nell’accompagnamento delle cure palliative. Essa risulta quindi sempre almeno in parte insoddisfacente, sicché va considerata come estremo rimedio, dopo aver esaminato e chiarito con attenzione le indicazioni”.

Qual è la nuova frontiera delle cure palliative perinatali e pediatriche, per un supporto ai  genitori nei casi di gravi disabilità del nascituro o di sofferenze dei minori?  Quali iniziative di presenza, assistenza e accompagnamento si possono realizzare?

Le Cure Palliative Perinatali hanno a che vedere con situazioni estremamente specifiche e limitate, dal punto di vista numerico. Tuttavia sono un campo di azione delicatissimo per la medicina e per la bioetica, perché si ha a che fare con le persone più vulnerabili per definizione: i bambini appena nati e in tanti casi con diagnosi problematiche già nel periodo di gestazione. Con i problemi collegati: le aspettative dei genitori, le possibilità di intervento, la collaborazione indispensabile tra medici e familiari e le ricadute emotive e psicologiche. È un terreno da esplorare, sempre alla luce del criterio di proporzionalità dei trattamenti. Per questo abbiamo deciso un primo appuntamento di studio e di ricognizione dei protocolli esistenti. L’1 dicembre, dalle 14 alle 17, ci interrogheremo su questo tema, insieme ad alcuni dei maggiori esperti internazionali. È un appuntamento aperto, in inglese, con traduzione simultanea in italiano. Il link, per chi è interessato, è questo: 

https://us06web.zoom.us/webinar/register/WN_TKldaxncRNi0y_sQO3siyg

 

 

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S.E. Mons. Vincenzo PAGLIA

Vincenzo Paglia, arcivescovo, è attualmente Presidente della Pontificia Accademia per la Vita e Gran Cancelliere del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia.
Consigliere spirituale della Comunità di Sant’Egidio, per il suo impegno per la pace ha ricevuto il premio Gandhi dall’Unesco, il premio Madre Teresa dal governo albanese e il premio Ibrahim Rugova dal governo del Kosovo. Giornalista e scrittore, è autore di saggi di carattere religioso e sociale tradotti in varie lingue.

LA DIPLOMAZIA PARALLELA DEL QUIRINALE.

Se il nostro sistema non avesse avuto due motori istituzionali – chiamiamoli così, impropriamente – il paese si troverebbe oggi alle prese con una difficoltà in più, e ancor più difficile da risolvere.

La politica ha le sue astuzie e con esse sembra divertirsi. Astuzie che seguono percorsi a volte tortuosi e paradossali, ma che hanno il merito di ricordarci che strade più dritte spesso si bloccano a metà del percorso. 

Ad esempio, se tra Italia e Francia si rivede un barlume di dialogo lo si deve alle cure diplomatiche del capo dello Stato. Quel capo dello Stato che Meloni non ha votato la volta passata e che la volta prossima vorrebbe magari far votare al popolo in via diretta. 

Così, la diplomazia parallela del Quirinale ha potuto portare conforto alla geopolitica di Palazzo Chigi. Cosa che un regime diverso avrebbe reso assai più difficile. Se il nostro sistema non avesse avuto due motori istituzionali – chiamiamoli così, impropriamente – il paese si troverebbe oggi alle prese con una difficoltà in più, e ancor più difficile da risolvere. Verità che in cuor suo è possibile che il capo del governo stia cominciando a riconoscere. 

È la conferma, una volta di più, che la politica ha le sue complessità. E che quanti pretendono di renderla troppo lineare il più delle volte finiscono per trovarsi impantanati loro malgrado. Usciamo (se davvero ne stiamo uscendo) da una stagione di inni al semplicismo. La deriva populista di questi anni è consistita nel negare alla politica la sua inevitabile complessità, illudendoci che tutto sarebbe stato più facile se solo si avesse avuto il coraggio di seguire percorsi tagliati con l’accetta. E invece le cose non sono mai così facili come le si vuole raccontare. Tutto sta a capirlo, e magari a riconoscerlo.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 17 novembre 2022.

(Articolo qui riproposto per gentile concessione dell’autore e del settimanale).

LA NUOVA CINA DI XI JINPING.

Che il presidente Xi avesse intenzione di riallacciare i rapporti politici e soprattutto commerciali con gli Stati Uniti, lo si era intuito dal sorriso aperto e cordialissimo con cui a Bali aveva salutato il presidente americano. Peccato che Giorgia Meloni, tra gli espansivi scambi di cortesia che hanno caratterizzato il suo incontro con il leader cinese, non abbia colto l’occasione di ricordare che l’Italia è stata il primo Paese Nato nel 1970 a riallacciare i rapporti diplomatici con la Cina.

A meno di un mese di distanza dal XX Congresso del Partito Comunista cinese, si è concluso a Bali il vertice del G20. Su entrambi, sia per la crisi economica che direttamente o indirettamente coinvolge tutti, sia per la guerra in Ucraina e il conseguente isolamento internazionale della Russia, era concentrata una attenzione e una attesa dei risultati vivissime, come non si verificava da molti anni.

A Bali, Stati Uniti e Cina sono stati gli incontrastati protagonisti del Forum. Assente il presidente della Russia, presente soltanto virtualmente il leader dell’Ucraina, la guerra è stata il convitato di pietra che ha pesato sulle decisioni di Bali e non ha mancato di imporre la sua presenza neppure nel blindatissimo Congresso cinese.   Atteso per le nuove scelte politiche ed economiche soprattutto che avrebbero guidato la strategia della Cina nell’immediato futuro, il XX° Congresso del Partito Comunista Cinese ha colto tutti di sorpresa per la plateale quanto sorprendente espulsione dall’aula dell’ex presidente Hu Jintao, il predecessore di Xi Jimping nelle più alte cariche dello Stato, considerato una delle figure più eminenti della Cina. 

Da tempo malato e, secondo molti esperti, irreversibilmente indebolito dal morbo di Parkinson, l’uomo che nel 2010 la rivista Forbes aveva definito il leader più potente del mondo, poco dopo l’apertura dei lavori veniva sollevato di peso dal suo posto accanto ai massimi dirigenti della Cina e allontanato dal tavolo del comando nella ostentata indifferenza degli altri membri del Congresso. Inaspettatamente isolato dai suoi colleghi, l’espressione incredula e disperata dell’ex leader rimarrà per sempre impressa nelle immagini delle telecamere, nell’atto di tentare inutilmente di rivolgere qualche parola di protesta al Presidente Xi Jinping  che finge di non vederlo, impassibile con quel suo sorriso sornione che lo fa rassomigliare alla dea Kuan- yi, il nume della misericordia eternamente sospesa tra il cielo e la terra.

Hu Jintao è stato estromesso dalla sala del Congresso pochi minuti prima che prendesse la parola, quando già era stata decisa l’esclusione dalla nomenclatura del potere dei suoi protetti, a cominciare dal premier Li Keqiang e da Wang Yang destinato, secondo molti, a diventare primo ministro. In compenso, è rimasto in sella finora l’ambasciatore di Pechino a Washington, Qin Gang, indicato da alcuni come il futuro ministro degli Esteri di Pechino.

Presidente della Repubblica dal 2003 al 2013, quando cedette l’incarico a Xi JInpin, Hu Jintao era stato, come il suo successore, un fervente ammiratore di Deng Xiaopin, il padre della nuova linea economica di Pechino e, come la famiglia dell’attuale Presidente, anche la sua aveva pagato a caro prezzo l’ammirazione per il pragmatico innovatore della politica economica della Cina. Di Deng Xiaopin, i genitori del presidente Xi Jinping avevano trasmesso al figlio il nome Pin,  “pace” in cinese e, come la famiglia di Hu, anche quella del leader cinese aveva sofferto le persecuzioni della Rivoluzione Culturale. Protagonista della feroce repressione della rivolta di Tien An Men del giugno 1989, Hu si distinse per la durezza esercitata anche in Tibet durante i tre anni che lo videro prima comandante, poi primo segretario del Distretto militare del Partito Comunista in Tibet. 

La sua intransigenza gli valse la carica di membro del Politburo cinese. Da allora, la sua carriera politica e militare – nel 2005, alla carica di Presidente della Repubblica Popolare della Cina aveva aggiunto quella di Presidente della Commissione militare centrale dello Stato- non conobbe ostacoli, fino alla improvvisa estromissione dall’ultimo Congresso.  I motivi della spietata decisione di Xi Jinping nei confronti del suo ex superiore, non sono stati ancora resi pubblici e difficilmente lo saranno in un prossimo futuro. Pechino ci ha abituati da sempre a coprire di silenzio le sue condanne.

Accadde con Lin Biao, anch’egli militare e all’epoca capo dell’Esercito di Liberazione Popolare, morto il 13 settembre del 1971, pochi mesi dopo la straordinaria partita di pingpong tra campioni cinesi e americani dell’aprile 1971 e pochi mesi prima dell’arrivo di Nixon a Pechino, avvenuta il 21 febbraio 1972. Lo scontro sportivo fu, allora, una specie di Disfida di Barletta di quasi mezzo millennio prima, ma a differenza dell’antica tenzone, quando già la vittoria arrideva ai cinesi, prevalse la ragion di Stato. I cinesi permisero agli americani di sconfiggerli, segnando la più umiliante vittoria politico- sportiva della storia recente. Ma segnò anche la fine di Lin Biao, convinto della necessità ideologica di continuare la collaborazione politica ed economica con l’URSS.  

Non molto è da allora mutato. Nel recentissimo Congresso, a Hu Jintao si impedì di prendere la parola, non tanto per evitare chi esprimesse il  malcontento per l’emarginazione dei suoi protetti e neppure, come ufficialmente dichiarato,  per motivi di salute. La malattia del vecchio leader, al contrario, avrebbe comportato un atteggiamento di riguardoso rispetto. È più probabile, invece, che si sia voluto evitare la manifestazione di un dissenso insanabile di natura politica che, una volta espresso, avrebbe generato il pericolo di una frattura tra i vertici del partito e, di conseguenza, nella stessa compagine governativa.    Qualcuno, forse per ingraziarsi l’ormai onnipotente Xi, può avere espresso i suoi sospetti sul contenuto del discorso che di lì a poco avrebbe tenuto Hu Jintao. Ribadendo la ferma determinazione di riconquistare Taiwan, ripetutamente espressa anche da Xi, l’ex presidente avrebbe sottolineato l’opportunità per la Cina di sostenere la politica del presidente Putin. 

Nel documento finale del G20, il presidente cinese si è astenuto dal condannare l’aggressione di Mosca contro l’Ucraina, pur senza allontanarsi da una linea di rigorosa prudenza sulla spinosa questione. Parallelamente, il Presidente Biden dichiarava che la risoluzione del problema Taiwan non era all’ordine del giorno. E non è stata poca cosa, dopo la visita di Nancy Pelosi a Taiwan di soli tre mesi prima e l’irritata protesta della Cina per l’iniziativa americana che ne era seguita. D’altronde, anche Nixon, al suo arrivo a Pechino in piena guerra del Vietnam, era stato accolto da un numero infinito di manifesti murali e altrettanti striscioni che svolazzavano da ogni parte con lo slogan “Noi certamente vogliamo liberare Taiwan” scritto in cinese e in inglese. Fatto che però non ha impedito il ritiro della ambasciata americana da Taiwan e il ripristino delle antiche relazioni di Washington con Pechino.  

Che il presidente Xi avesse intenzione di riallacciare i rapporti politici e soprattutto commerciali con gli Stati Uniti, lo si era intuito dal sorriso aperto e cordialissimo con cui a Bali aveva salutato il presidente americano, atteggiamento riservato solo e soltanto ad incontri di primaria importanza, per di più accompagnato da calorose strette di mano e perfino da un abbozzo di abbraccio. Particolarmente caloroso è stato anche il colloquio con la Presidente del Consiglio italiano. Peccato che la nostra Premier, tra gli espansivi scambi di cortesia che hanno caratterizzato il suo incontro con Xi Jimping, non abbia colto l’occasione di ricordare che l’Italia è stata il primo Paese Nato a riallacciare nel 1970 i rapporti diplomatici con la Cina e che nei primi anni del secolo sorso, il padre della Cina moderna Sun Yat Sen, per convincere i riluttanti mandarini dell’impero a modernizzare la lingua e la scrittura di Pechino, avesse citato l’esempio della Divina Commedia, scritta in lingua volgare dal  massimo poeta italiano.   

Paola Brianti, giornalista, ha lavorato per il settimanale L’Europeo come corrispondente da Pechino. Nel periodo 2005-2009, Presidente Piero Marrazzo, è stata consigliere regionale della Margherita.

UN VISIONARIO AL SERVIZIO DELLA «MIGLIORE POLITICA». MONS. GALANTINO RICORDA STURZO A 70 ANNI DALLA SUA NOMINA A SENATORE A VITA.

Pubblichiamo stralci dalla relazione «Don Luigi Sturzo: la passione di uomo e la fede di credente al servizio della “migliore politica”» che il vescovo presidente dell’Amministrazione del patrimonio della sede apostolica (Apsa) ha tenuto a Palazzo Giustiniani il 15 novembre in occasione dei 70 anni dalla nomina a senatore a vita del fondatore del Partito popolare.

 

Per definire l’azione e le scelte di don Sturzo nel suo tempo, prendo a prestito le parole con le quali Papa Francesco definisce l’uomo politico nella Enciclica Fratelli tutti (nn. 149-150). Per il Papa l’uomo politico è un «realizzatore» e un «costruttore di grandi obiettivi»; una «persona dotata di uno sguardo ampio, realistico e pragmatico, anche al di là del proprio Paese».

Un Papa molto caro a don Sturzo, Pio XI (1922-1939), definì la politica come una delle forme più alte di carità. Espressione ripresa dai Papi successivi.

Per quel che mi riguarda, se dovessi definire i quattro lati della cornice all’interno della quale collocare l’azione e la storia personale del prete calatino — ampliando quanto papa Francesco dice dell’uomo politico in genere — non esiterei a indicarli con queste quattro espressioni sintetiche: Uomo di carità, Realizzatore del bene comune, Costruttore di grandi obiettivi e Visionario. Vedo riconducibili a queste caratteristiche la vita, l’azione e il pensiero di don Sturzo. Ma ritengo anche che di uomini e donne che sappiano incarnare queste caratteristiche ha bisogno il nostro tempo. Un tempo che, come quello di don Sturzo, è fortemente segnato da conflitti di vario genere, dall’aumento di povertà vecchie e nuove e da una evidente e tragica crisi del pensiero politico.

Come ha risposto don Sturzo a una emergenza che era, come la nostra, di natura sociale, politica e culturale? Ha risposto con un’arma che gli derivava dall’essere non uno stratega politico, ma un uomo di fede e un prete che aveva preso sul serio il Vangelo.
Fondando la sua azione sul Vangelo, si era reso protagonista di una vera e propria «crociata di amore», come egli stesso scrisse. L’espressione «crociata di amore», per Sturzo, non aveva niente di romantico né tantomeno di bigotto. Esprimeva piuttosto una sua profonda convinzione e la sostanza della sua missione: la cosa pubblica ha bisogno di un atto di amore per il bene delle persone. Soprattutto di quelle che non ce la fanno. Non ci si può impegnare in politica se manca la spinta che viene dall’amore e dalla passione che tendono a trasformare in meglio le situazioni.

L’espressione «crociata di amore» riassume tutto ciò che noi oggi possiamo chiamare impegno perché la carità — non il comodo assistenzialismo — entri nella vita pubblica, diventando la stella polare della vita sociale, economica e amministrativa.

Lungi quindi dal pensiero e dall’azione di don Sturzo l’adozione di politiche assistenzialistiche. Queste illudono non risolvono. Si tratta invece di battersi strenuamente per difendere la dignità della «povera gente», come amava dire Sturzo, scendendo in campo, trovandosi a fare anche quello che non si era mai pensato di fare. Per esempio fare il Sindaco, pur rimanendo prete e solo dopo aver chiesto la dispensa ai suoi superiori.

Come prete e come uomo politico, don Sturzo si sente in fondo chiamato a ricucire la frattura che si era creata nella società tra etica e politica, con l’abbandono del Vangelo o comunque con l’aver rinchiuso il Vangelo nelle sagrestie.

Proprio perché animato da questo spirito, forte dovette sentire la spinta che veniva dall’invito di Leone XIII che, contro la modernizzazione e la laicizzazione delle comunità, invitava a uscire dalle sagrestie, a mostrarsi attenti alla questione operaia, allo sfruttamento agricolo, alle esperienze della «povera gente». Basta ricordare che, in quel periodo, il 95 per cento della popolazione maschile aveva in mano la vanga e l’aratro del contadino o le armi del soldato al servizio esclusivo dei potenti, ossia dei pochi “padroni” della politica e dell’economia. Leone XIII volle far capire ai «Ministri del Santuario», come lui definiva i sacerdoti, quale grande forza avesse il Vangelo per risolvere il problema della «questione operaia», come si chiamava allora. Era il momento in cui Marx proclamava di aver trovato la sua giusta soluzione con l’abolizione della proprietà privata. L’unico proprietario doveva essere lo Stato.
Ma questa soluzione fu giudicata dalla Rerum novarum di Leone XIII come una medicina del tutto inadatta al male che voleva curare. La vera soluzione stava invece nella stretta alleanza tra il capitale e il lavoro, cioè nella fine del dannoso conflitto tra i pochi “padroni” della politica e dell’economia, e i tanti lavoratori senza diritti, per giungere nel tempo a una società “non di tutti proletari, ma di tutti proprietari”, come Leone XIII la definì con un efficace slogan.

Viene spontaneo pensare all’invito che Papa Francesco va rivolgendo, sin dagli inizi del suo ministero petrino, a essere «Chiesa in uscita». In uscita, non solo dalle sagrestie materiali. Ma, «in uscita» da altre forme, non meno pericolose di sagrestie metaforiche. Essere «Chiesa in uscita» o uscire dalle sagrestie, come diceva Leone XIII , vuol dire abbandonare coraggiosamente i luoghi comuni, la retorica e il politicamente corretto. Sono le forme di uscita più faticose. Soprattutto per la Chiesa e per la sua storia millenaria. Fatta di splendide realizzazioni, animata da uomini e donne straordinari, ma continuamente esposta anche a forme di compromesso più o meno striscianti.

Di fronte all’entusiasmo — al limite dell’intraprendenza — di don Sturzo e di numerosi sacerdoti e laici di quel periodo, continuo a chiedermi: come mai l’invito di Papa Francesco non trova altrettante risposte convinte ed entusiaste, al limite della sana provocazione, anche oggi?

Questa domanda, che è anche una constatazione, l’ho ritrovata, con parole diverse su un settimanale solo qualche giorno fa [Antonio Polito, Ripensare il Cristianesimo e la sua forza ai funerali di un 18enne, in «7/Corriere della sera» 11.11.2022]. L’ha posta un noto giornalista, a detta sua, non credente. Ascoltando l’omelia al funerale di un ragazzo falciato da una macchina mentre camminava sul marciapiede, il giornalista osserva: «Che guaio che il messaggio cristiano si sia così indebolito nella nostra Italia. Che forza ci darebbe per affrontare un tempo sempre più tumultuoso e inquieto». E dopo aver constato amaramente che spesso si è costretti a sentire preti che non vanno più in là dell’«appiccicare burocraticamente due parole di circostanza», lo stesso si chiede: «Perché la Chiesa non riesce più a fare oggi, in condizioni di monopolio religioso, ciò che le riuscì splendidamente duemila anni fa, quando era sparuta minoranza in un mondo anche più pagano del nostro?».

Una risposta ce l’avrei. E la ricavo da alcuni tratti della vita di don Sturzo. Alcuni evidenti, altri ritenuti ingiustamente secondari. Un elemento attraversa l’intero arco della vita di don Sturzo, ed è senza dubbio il suo non aver mai barattato l’impegno politico e le numerose creazioni sociali che lo hanno caratterizzato con il suo essere uomo di fede e prete. Volle che sulla sua tomba, tra la data della sua nascita e quella della sua morte, fosse inserita la data della sua ordinazione sacerdotale, il 1894. È stato lui stesso quindi a volere esplicitamente che il suo esser prete fosse la cifra per leggere tutta la sua vita di uomo, di credente e di politico.

(…) Mi sono chiesto tante volte se l’insistenza sullo stretto legame, in don Sturzo, tra vocazione sacerdotale e impegno al servizio della civitas non impoverisse la sua statura politica, e se, per certi versi, non ne limitasse la esemplarità, soprattutto in quanti — e sono tanti, per fortuna — fanno politica, come laici. La mia risposta è no. L’essere prete di don Sturzo è una modalità nella quale ha trovato realizzazione quello che ogni uomo o donna di buona volontà è chiamato a coltivare: il sentirsi strumento nelle mani di Dio (per chi ci crede) per la realizzazione di un progetto. Il progetto cioè di prendersi cura di tutto ciò che rischia di andare in rovina e di tutti quelli che fanno fatica a vivere con dignità. Da qui nasce l’impegno della carità pubblica, della solidarietà, dello spendersi per il bene comune, della politica come forma alta di carità. E questo lo si può fare indipendentemente dalla modalità di vita che si è scelta. Sturzo l’ha fatto come prete; ma tanti lo hanno fatto vivendo altri stati di vita.

(…) Certo, a fronte della pigrizia mentale e a fronte di un cristianesimo di facciata, ai tempi di Sturzo come ai nostri tempi, l’apostolato visionario del prete di Caltagirone, radicato fortemente nel Vangelo, diventava uno strumento dirompente. Indispensabile per abbattere i muri della discriminazione. Qualsiasi forma essa avesse.

Torno allora alla domanda posta prima e che in tanti si pongono: come mai la passione con la quale don Sturzo ed altri hanno risposto al forte invito di Leone XIII non trova oggi altrettante risposte entusiaste? O almeno così sembra!

Un tentativo di risposta forse sta nel fatto che allora, come oggi, a certi inviti risponde chi prima della vocazione sociale e della chiamata al servizio politico avverte una passione che, per don Sturzo, era passione per il Vangelo. Insomma, fare buona politica per Sturzo significava sentirsi spinto dal Vangelo a trovare risposte alle esigenze concrete della «povera gente». (…)

Fonte: L’Osservatore Romano – 16 novembre 2022.
[Il titolo nella versione originale è “Don Sturzo al servizio della «migliore politica». Protagonista di una crociata d’amore”.].

Qui la video-registrazione dell’incontro al Senato [RadioRadicale]

PROVE DI FUTURO: IL METAVERSO.

Tutti gli studi convergono nel rimarcare come il pianeta e i suoi abitanti si trovino in una fase cruciale e decisiva per i destini del mondo: è in gioco la sostenibilità della vita. Esperti di vari Paesi del mondo prendono in considerazione tutte le potenziali soluzioni e innovazioni che possono risolvere al meglio le maggiori sfide del decennio: tra esse occupa un posto di rilievo, nel segno del Metaverso, l’implementazione della rete virtuale. Ma il Metaverso funzionerà e sarà utile e credibile se favorirà i processi di riconversione dal mondo virtuale a quello reale. 

Nella home page di Time 2030, il magazine della prestigiosa rivista madre – che lo descrive come un progetto decennale che seguirà il nostro progresso verso un mondo sostenibile ed equo – si legge: “The next decade will likely determine whether the planet will remain fit for human habitation”, letteralmente…“ll prossimo decennio probabilmente determinerà se il pianeta resterà una dimora abitabile per l’Uomo”. 

A margine della pagina un orologio scandisce il countdown in anni, mesi, giorni, ore, minuti e secondi che ci separano da questo programmato traguardo di verifica. Tutti gli studi, le ricerche, i dati, le riviste scientifiche e antropologiche a livello mondiale e le premonizioni delle più autorevoli istituzioni – inclusa l’Onu –  convergono nel rimarcare come il pianeta e i suoi abitanti si trovino in una fase cruciale e decisiva per i destini del mondo: è in gioco la sostenibilità della vita, tra rischio di estinzione globale, cambiamenti climatici e urgente ricerca di nuovi equilibri nella sussistenza delle biodiversità. I passaggi cruciali di questo progetto, secondo TIME 2030, si riassumono nei temi dell’innovazione, delle uguaglianze, della sostenibilità, dell’economia, delle giovani generazioni e infine delle leadership che auspicabilmente guideranno il percorso difficile ma necessario verso un ecosistema che comprenda uomo e ambiente. 

I venti componenti del Comitato Time 2030 – esperti di vari Paesi del mondo – prendono in considerazione tutte le potenziali soluzioni e innovazioni che possono risolvere al meglio le maggiori sfide del decennio: tra esse l’implementazione della rete virtuale occupa un posto di rilievo soprattutto nel segno del Metaverso.

In un articolo su Time 2030 di luglio u.s dal titolo “Il Metaverso rimodellerà le nostre vite. Assicuriamoci che sia per il meglio”, Matteo Ball, managing partner di Epyllion e di Makers Fund, prende in considerazione questo tema evidenziandone la crescita esponenziale nell’interesse dei detentori del management informatico: “La US Securities and Exchange Commission riferisce che nei primi sei mesi del 2022 la parola metaverse è apparsa nei documenti normativi più di 1.100 volte. L’anno precedente ha registrato 260 menzioni. I due decenni precedenti? Meno di una dozzina in totale”… Ciò mentre “sei delle più grandi società pubbliche del mondo – Amazon, Apple, Google, Microsoft, nVidia, Tencent – si sono impegnate a prepararsi per il metaverso. Si stanno riorganizzando internamente, riscrivendo le descrizioni del lavoro, ricostruendo le offerte e preparando lanci di prodotti multimiliardari. A gennaio, Microsoft ha annunciato la più grande acquisizione nella storia della Big Tech, pagando 75 miliardi di dollari per il gigante dei giochi Activision Blizzard, che ‘fornirebbe i mattoni per il metaverso’. In totale, stima McKinsey & Company, che le società di private equity e i venture capitalist hanno realizzato investimenti per 120 miliardi di dollari nel metaverso durante i primi cinque mesi di quest’anno”. Che cosa s’intenda per Metaverso ce lo spiega lo stesso Ball:  “Penso al metaverso come a un piano di esistenza virtuale parallelo che abbraccia tutte le tecnologie digitali e arriverà persino a controllare gran parte del mondo fisico”. Questo passaggio esplicativo lo rende potenzialmente utile anche in funzione risolutiva dei problemi del mondo reale.

“Internet come lo conosciamo oggi copre quasi tutti i paesi, 40.000 reti, milioni di applicazioni, oltre cento milioni di server, quasi 2 miliardi di siti Web e decine di miliardi di dispositivi. Ognuna di queste tecnologie può scambiarsi informazioni in modo coerente, trovarsi ‘in rete’, condividere sistemi e file di account online (un JPEG, un MP4, un paragrafo di testo) e persino interconnettersi”. Partiamo dal presupposto che già oggi quasi il 20% dell’economia mondiale è considerata “digitale”, con gran parte del restante 80% come sua applicazione, suo derivato o ad essa interconnessa. Quanto internet abbia modellato e condizionato la nostra vita lo verifichiamo quotidianamente, ad ogni latitudine. La prossima evoluzione di questa tendenza sembra essere un mondo virtuale persistente e “vivente” – il Metaverso – che non è una finestra sulla nostra vita (come Instagram) né un luogo in cui la comunichiamo (come l’e-mail) ma in cui esistiamo anche noi, in una rappresentazione tridimensionale (da qui l’attenzione si concentra su visori, avatar VR-immersivi e la cosiddetta “realtà aumentata”). 

In realtà il termine metaverso fu usato per la prima volta da Neal Stephenson nel libro “Snow Crash” (1992), come coniugazione dei termini meta e universo e descritto dall’autore come una sorta di realtà virtuale condivisa tramite internet, dove si è rappresentati in 3D attraverso il proprio avatar. La raffigurazione connotativa del metaverso è quindi complessa e certamente viviamo adesso in una intensa fase progettuale circa la sua declinazione in una molteplicità di applicazioni.

Mark Zuckerberg, nel corso della convention Facebook Connect 2021, aveva affermato di voler sostituire il termine Facebook con Meta, presentando Horizon Home e la piattaforma di realtà virtuale Oculus. Ciò è stato poi realizzato riunificando le sue principali piattaforme social (Facebook, Instagram, WhatsApp) nel gruppo Meta. Microsoft e Apple stanno seguendo a ruota, per configurare nuovi paradigmi nei rapporti tra reale e virtuale. L’ambizione sottesa è quella di contendersi un mercato mondiale in cui l’uso massivo del digitale si realizza in una società aperta e il concetto di identità ingloba il reale e il virtuale: la persona e il suo avatar. Un nuovo modello di relazioni, dunque, basato sulla creazione di spazi dove ci si possa rappresentare per comunicare esperienze, conoscere, dialogare, costruire realtà in continua espansione, teoricamente aperto a tutti i fruitori del metaverso.

Un primo step di trasparenza riguarda appunto i concetti di fruizione e partecipazione, importante perché l’idea di metaverso si esplicita come mondo virtuale inclusivo. Ed è fin troppo consequenziale pensare alla sostenibilità dell’insieme rispetto alle realtà demografiche del pianeta ma anche al gap generazionale: il progetto estensivo del metaverso può trovare qui limitazioni di accesso a target potenziali di utenza non strutturati e questo è un problema di democrazia. In teoria per entrare in questa nuova dimensione esperienziale con un proprio account è sufficiente disporre di un computer connesso ad internet e di visori di realtà aumentata: secondo un’interessante disamina del Network ‘Digital 360’ del 23/6/2022 sono disponibili diverse piattaforme di accesso come Decentraland, Sandbox e Stageverse. Utilizzandole si entra nella community con il proprio avatar: il “consumatore” può fare esperienze di acquisto con le criptovalute, costruire oggetti e commercializzare prodotti virtuali, assistere a festival o concerti. Le potenzialità di fruizione sono teoricamente infinite ed interessante è considerare l’utilità delle interconnessioni tra virtuale e reale nei campi dell’economia, della formazione, del turismo, dell’entertainment, dello sport, degli spettacoli, dei trasporti, delle comunicazioni, nulla è escluso. Ne consegue una potenziale dimensione olistica dell’esperienza di immersione in un mondo virtuale che consente interazioni illimitate e flussi interconnettivi e operativi con il mondo reale.

Già conosciamo tuttavia certe derive di problematicità nell’utilizzo della rete: le fake news, l’utente che diventa consumatore compulsivo, i cyber reati dallo stalking al revenge porn, l’accesso senza protezione da parte dei minori, la pedopornografia, la violazione della privacy, gli attacchi hacker, la simulazione dell’identità, il falso accreditamento per fermarsi ad aspetti noti che alimentano la cronaca. Viene da pensare certamente ai potenziali vantaggi che la creazione e la frequentazione di una community che interagisce in un mondo parallelo e declinabile nel reale possono favorire. Proprio in questi giorni – ad esempio – “La Repubblica” ha pubblicato un intervento di Antonio Cerasa, neuroscienziato e ricercatore dell’Istituto per la Ricerca e l’Innovazione Biomedica IRIB-CNR di Messina, sul tema delle applicazioni in campo sanitario – dall’autismo ai disturbi alimentari – derivanti da un appropriato utilizzo del metaverso: “La trasposizione in avatar può aiutare a superare i limiti motori legati a deficit neurologici”.

Allo stesso modo riesce agevole immaginare come il metaverso possa essere utilizzato come supporto e integrazione nei processi di apprendimento nel campo dell’istruzione. Si pensi ad una scolaresca interconnessa tramite visori di realtà aumentata, sotto la guida di un insegnante che accerti la credibilità delle fonti: i campi di esplorazione sarebbero potenzialmente illimitati e ci troveremmo di fronte ad una metodologia didattica di gran lunga più flessibile e ricca della sperimentata e incerta DaD.

Qualunque area dell’osservazione, della ricerca e delle interazioni relazionali si consideri, la frequentazione dell’ambiente virtuale del metaverso può facilitare e implementare la dimensione spazio-temporale della conoscenza. Tuttavia non ci si può esimere dal considerare gli aspetti etici correlati a questa attesa potenzialità espansiva. A cominciare dalla rassicurazione emotiva del navigatore virtuale di fronte ad un ambiente carico di incognite, per proseguire con una possibile dispersione cognitiva se non correttamente orientati, per ipotizzare ancora -non senza motivo- come la vastità dei campi di esplorazione richieda una selezione degli obiettivi che si intendono perseguire. 

Di vero c’è che il metaverso funzionerà e sarà utile e credibile se favorirà i processi di riconversione dal mondo virtuale a quello reale: l’immedesimazione nel primo non deve precludere la consapevolezza che il contesto in cui viviamo impone dei limiti dove l’antropocene trova la sua giusta misura per esser-ci. La pratica e l’obiettivo della sostenibilità si realizzano entro stili di vita che non possiamo eludere per non alterare l’ambiente e le sue regole, pena l’insorgere di emergenze potenzialmente irreversibili.

PARTIRE DALLA REALTÀ, SENZA EGOISMI. RIPAMONTI SUL CAOS MIGRANTI (FORMICHE.NET).

Solo cambiando prospettiva e assumendo quella dei protagonisti di un fenomeno ormai strutturale ed enorme si può arrivare a definire una linea comune nella quale ognuno ha un contributo da dare, comprendendo però che non sarà l’unico. Conversazione con Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, la sezione italiana del Jesuit Refugee Service.

Riccardo Cristiano

Contestualizzare. Si potrebbe riassumere in questa e poche altre parole il ragionamento che padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, la sezione italiana del Jesuit Refugee Service, svolge intorno a questo nodo-tragedia che chiamiamo “questione sbarchi”. L’impressione ascoltandolo è di vederlo ritrarre qualcuno che tenta di smuovere l’acqua in un catino bollente senza mai riuscire a ottenere risultati, o rischiando di peggiorare la situazione, facendo cadere dell’acqua per terra, altra sui suoi vestiti ed aggravando così la sua situazione. L’iniziativa di Italia, Grecia, Cipro e Malta, ad esempio, appare il tentativo di costituire un fronte, quello tra i Paesi di prima accoglienza, che avrebbe un senso importante per smuovere le acque, ma poi manca la Spagna non è quel che vorrebbe essere.

Dunque il fronte dei Paesi di prima accoglienza non è tale, e inoltre costituisce un rischio, quello di creare in Europa altri fronti, tra ostili o chiaramente contrari al nostro punto di vista e quindi a ciò che si intende conseguire. Il problema non riguarda pertanto la legittimità dei punti di vista, compreso ovviamente quello dei Paesi come l’Italia che chiedono maggiore solidarietà all’Europa, ma quella di rappresentare il problema per quello che è, non assumere il punto di vista dei propri interessi, ma quello della realtà, contestualizzandola. E questa contestualizzazione non può che essere storica, cioè relativa al significato di ciò di cui parliamo, il fenomeno migratorio, nel contesto storico che stiamo vivendo.

Per farlo occorre partire non dai nostri diretti e immediati interessi, perché altrimenti gli altri faranno lo stesso e comporre interessi diversi sarà molto difficile se non impossibile, bensì dalla comprensione di chi si muove, quanti si muovano, in che condizioni si muovano e perché si muovano. Solo cambiando prospettiva e assumendo quella dei protagonisti di un fenomeno ormai strutturale ed enorme si può arrivare a definire una linea comune nella quale ognuno ha un contributo da dare, comprendendo però che non sarà l’unico. L’emergenza ambientale, bellica, sociale, politica che sconvolge il fianco africano del Mediterraneo è un dato oggettivo, gigantesco, ma non unico: “gli sbarchi” sono una parte di un problema più ampio, che non può essere letto solo con occhi mediterranei perché non tutti gli europei sono mediterranei, ma tutto hanno qualche pressione e la realtà va presa partendo dalla sua essenza.

Inoltre contestualizzare aiuta anche a capire che le opinioni pubbliche arrivano a questo confronto in una fase di stress, determinata dalle conseguenze dell’emergenza Covid, che ci ha segnato, chiuso e impoverito, e dell’emergenza bellica, quella in atto in Ucraina, che ci stressa, impoverisce e chiude anch’essa, impaurendoci dell’oggi e del futuro. In questo contesto, contestualizzare dovrebbe aiutare a capire che certi messaggi possono aiutare a vedere o riconoscere nemici in chi nemico non è. La difesa dei confini avviene rispetto a un presento nemico disarmato, che si presenta chiedendo soccorso. Le parole di Camillo Ripamonti, “difesa dei confini da chi è disarmato”, colpiscono, colgono un punto assai più rilevante di quanto appaia, sgombra il campo da suggestioni o richiami storici inconsistenti. Dunque l’incomprensione, come testimonia il fatto che siano molti di più i migranti tratti in salvo dalla nostra guardia costiera che dalle navi delle ONG, avviene rispetto alla difesa di un altro confine, quello identitario, che politicamente preoccupa non per motivi economici ma perché metterebbe a rischio il carattere nazionale, patrio, del Paese. Qui emerge, ascoltando, una contraddizione: il primo governo che chiamando il ministero della famiglia anche della “denatalità” sembra prendere atto del grave problema demografico che ci attanaglia da tempo, ma non può cogliere l’opportunità, il rimedio offerto al male vero da quello apparente, perché segue un’altra priorità.

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Partire dalla realtà, senza egoismi. Ripamonti sul caos migranti

LA  GENTILEZZA AI TEMPI DELLA PANDEMIA.

 

Dovremmo forse collettivamente abituarci alla gentilezza come metodo per affrontare le relazioni e le piccole difficoltà di ogni giorno. Tra le tante cose che la pandemia ci sta insegnando ci sono le lezioni dei comportamenti umani spontanei e gratuiti: l’accoglienza, un sorriso, una parola rassicurante, che ci giungono da chi si sta occupando di noi e della nostra salute.

 

Francesco Provinciali

 

Questa lunga pandemia ci sta cambiando: siamo spaesati, disorientati, afflitti, senza riferimenti emotivamente rassicuranti. Viviamo in una condizione esistenziale di “sospensione”, dagli esiti ancora incerti, tendenzialmente soli e timorosi nelle relazioni interpersonali. La disintermediazione sociale – di non recente deriva – ha sottratto spazi di interlocuzione e di dialogo, di confronto e di rappresentanza: c’è lo Stato, ci sono le istituzioni, sempre più lontani e inarrivabili e poi ci siamo noi cittadini, ogni giorno costretti a misurarci con una realtà incerta e orfana di approdi. Poi c’è tutto quello che si è sedimentato nei nostri comportamenti individuali da qualche decennio a questa parte: la frantumazione del corpo sociale, la crisi economica, le solitudini e le fragilità.

 

Tutto questo sovente alimenta reazioni emotive di isolamento, diffidenza, rancore. Da tempo le relazioni sociali ci affliggono. La vita di condominio ci logora. Il traffico, gli orari, i turni di lavoro, le intemperanze dei colleghi, le code nei negozi e agli sportelli ci esasperano e ci rendono sistematicamente stressati. Le coordinate di spazio e di tempo si fanno sempre più soffocanti ed opprimenti. Non possiamo coltivare il desiderio di uscirne affidando i destini del nostro stato d’animo alla speranza di una vacanza, al mito dell’oasi lontana. Non ci serve reagire invocando sempre la speranza della fuga.

 

Queste consuetudini di vita appartengono al nostro stesso modo di essere. Essere genitori, figli, vicini, parenti, colleghi, compagni di viaggio anche nel senso più ampio e metaforico del termine, di un viaggio fatto di giorni e lungo una vita. Vorremmo cambiare ma aspettiamo che siano gli altri a fare il primo passo verso di noi senza renderci conto che la reciprocità del vivere alla fin fine ci rende sempre perdenti. Se ci preme essere più sereni, ben disposti, tolleranti dobbiamo recuperare il senso del buon gesto, dell’iniziativa: essere gentili senza dover attendere di ricambiare una cortesia. La vita, in fondo, è un’alternanza di abitudini: dovremmo forse collettivamente abituarci alla gentilezza come metodo per affrontare le relazioni e le piccole difficoltà di ogni giorno.

 

Ci servirebbe anche per capire che sovente e più di quanto noi stessi crediamo, molte delle cose che ci riguardano dipendono dall’atteggiamento con cui ci accingiamo ad affrontare la vita e la realtà. Possiamo esercitare già in famiglia questa “bontà dell’animo” che non è fatta solo di gesti esteriori ma di una disponibilità convinta a metterci empaticamente nei panni degli altri. La famiglia infatti non va intesa solo come luogo di ricomposizione di conflitti o di sentimenti latenti ma come contesto di vita dove gli affetti si esprimono anche con comportamenti di generosa disponibilità. E gli insegnanti, che hanno a cuore le buone sorti delle giovani generazioni, ricordino che la scuola è sede di apprendimenti e di istruzione ma che l’educazione alla tolleranza, al rispetto, ai modi cortesi nel porci verso gli altri non è un nostalgico ricordo di buone prassi del passato ma un principio che vivifica ogni giorno l’autentica formazione di ogni persona.

 

Dalla chiusura delle scuole abbiamo appreso che il rapporto umano non può essere sostituito dalla tecnologia che ci trasmette immagini a distanza ma non emozioni, che non stimola la motivazione, primo vero requisito per ricomporre conoscenza e socializzazione. Tra le tante cose che la pandemia ci sta insegnando ci sono le lezioni dei comportamenti umani spontanei e gratuiti: l’accoglienza, un sorriso, una parola rassicurante, che ci giungono da chi si sta occupando di noi e della nostra salute. Questa bontà d’animo che cogliamo e spesso riceviamo con semplici gesti di umanità può essere moltiplicata all’infinito, fino a diventare forse l’unico modo per comprendere la vita degli altri, oltre la burocrazia opprimente che si frappone in modo spesso ostile e paralizzante.

BETTINI, IL COMUNISTA DI SEMPRE.

 

Fedele al vecchio insegnamento gramsciano, e da vero “comunista italiano”, Bettini individua nella superiorità politica e forse anche morale del gruppo dirigente del partito la titolarità di indicare la via della salvezza politica e la strategia del futuro per l’intera comunità. Comunque sia, meglio un buon comunista che sai già dove va a parare  che un improvvisatore che scopre di essere un leader della “sinistra per caso” e non è altro che un populista e un demagogo in cerca d’autore.

 

Giorgio Merlo

 

Goffredo Bettini è innanzitutto un gran simpaticone. Da semplice osservatore della politica, dopo aver occupato spazi e ruoli importanti nel campo della sinistra italiana per svariati lustri, è da tempo che condiziona l’iniziativa e il comportamento del Pd – l’ultimo della filiera PCI/PDS/DS – attraverso le sue riflessioni, i suoi contorcimenti intellettuali e le sue fantasie politologiche. Ma c’è un elemento che rappresenta il cuore del suo ragionamento politico che era, è e resta il vero filo rosso della sua vasta ed interessante riflessione. Qualunque sia lo scenario che delinea – e, togliattianamente, cambia molto rapidamente a seconda delle circostanze e delle convenienze di partito – il punto finale della clessidra è sempre riconducibile a chi guida il processo politico. E, da copione, è sempre e solo il nocciolo duro di un gruppetto riconducibile rigorosamente al campo della sinistra storica, ex o post comunista che sia poco importa. Perchè il gruppetto è sempre quello.

 

Dopodichè ampi proclami di apertura a tutti coloro che si riconoscono in quel progetto politico. I vari “satelliti” sono sempre benedetti e accolti con grande simpatia ed entusiasmo. Ma, è bene non dimenticarlo, si tratta di semplici satelliti, al di là del peso elettorale e politico che hanno e che non mettono affatto in discussione il dogma “egemonico” di gramsciana memoria. Al riguardo, non manca mai la componente cattolico democratica, anche se ormai è ridotta ad una piccola enclave di familiari e di cortigiani fedeli al capo corrente di turno.

 

E la simpatia, e anche la coerenza, di Bettini è proprio racchiusa in questa prassi. Ovvero, fedele al vecchio insegnamento gramsciano, e da vero “comunista italiano”, Bettini individua nella superiorità politica e forse anche morale – ovviamente presunta e del tutto immaginaria nonchè virtuale – del gruppo dirigente del partito la titolarità di indicare la via della salvezza politica e la strategia del futuro per l’intera comunità. Del partito ma, soprattutto, della coalizione che si intende costruire di volta in volta per battere l’eterna destra sovversiva, illiberale, fascista, sovranista, dittatoriale e via comiziando.

 

Ecco perchè Bettini ci sta anche simpatico. Noi gli riconosciamo, comunque sia, una eterna e granitica lungimiranza politica e culturale. Certo, d’altri tempi e difficilmente replicabile. Ma, comunque sia, meglio un buon comunista che sai già dove va a parare – come si suol dire – che un improvvisatore che scopre di essere un leader della “sinistra per caso” e non è altro che un populista e un demagogo in cerca d’autore. Perlomeno il simpatico Bettini sai da dove arriva e dove vuole andare, perchè è figlio autentico e rigoroso di una cultura e di una politica noti persino nei dettagli più minuti. Ma, invece e per contro, per rispetto della nostra storia, della nostra cultura e della nostra politica, è bene che noi siamo da un’altra parte. Perchè, alla fine, anche noi siamo figli di una storia e di una tradizione politica e culturale. Ma, nello specifico, opposta e alternativa a quella del simpatico Bettini.

MELONI, IL PRIMO CAPO DI GOVERNO DONNA DELLA GENERAZIONE X E IL RISCATTO IMPOSSIBILE.

 

Quelli che stanno a guardare (il 37% che sta alla finestra del non voto), e tutte coloro i quali hanno espresso la loro preferenza per le politiche di sinistra, dovrebbero riflettere su quanto sia grande lo scostamento tra idealità e realtà oggettiva della composizione della popolazione, e ricordare che la politica è anche capacità di far sognare un riscatto che sembrava impossibile.

 

Elisabetta Campus

 

La nota dell’Ansa all’apertura del G20 tutto al maschile con 41 partecipanti e solo 4 donne ci fa meditare sul perché abbiamo posto come punto da raggiungere entro il 2030 quello della parità di genere. Se fossimo ad un incontro sportivo diremmo un secco 41/4 che sembrerebbe essere un punteggio da partita di rugby con una squadra forte e uno sparring partner. Ma così non è per quelle 4 donne che ci rappresentano tutte sono lì a dimostrare che esistiamo e solo una di esse è un capo di Governo. Le altre donne presenti sono la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen, eletta dal Parlamento europeo a luglio 2019, il direttore generale del Fondo monetario internazionale Kristalina Georgieva, designata dalla Ue ad ottobre 2019, e dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) Ngozi Okonjo-Iweala, segnalata da Biden per il Wto nel febbraio del 2021.

 

Sono tutte economiste e politiche di lungo corso che si sono fatte strade nel loro Paese di origine facendo anche una carriera politica da ministre e in contesti nei quali la parità di genere è una conquista da tempo. Il nostro Capo di Governo, oltre ad essere la più giovane delle tre, tutte oltre 60 anni, marca la differenza di generazione e di stile. Le prime tre appartengono alla generazione dei baby boom e sono cresciute con le condizioni dell’onda lunga della crescita economica e dell’ascensore sociale, che permetteva grazie agli studi l’accesso a posizioni sociali molto più alte delle condizioni di partenza.

 

La Meloni appartiene alla generazione X numericamente inferiore a quella dei baby boomers, definita abbastanza ingenerosamente “generazione invisibile”, priva di un’identità sociale definita – da cui il titolo di “X”. “La sola analisi demografica mostra come quella «X» sia una generazione se non proprio schiacciata, quantomeno cresciuta all’ombra dei baby boomers la quale, essendo numericamente più consistente, ha finito per imporre – grazie anche a un significativo aumento della longevità – la propria visione del mondo e la propria centralità negli assetti di potere. La generazione X, insomma, sarebbe una generazione per certi versi ‘invisibile’, priva di un’identità sociale e culturale definita e costantemente esposta al rischio di subalternità rispetto alla precedente[1].

 

Come ci ricordano le molte banca dati di Internet “questa generazione ha conosciuto la fase finale delle contestazioni del Sessantotto, l’autunno caldo del 1969, la crisi energetica del 1973 e del 1979 con le relative politiche di Austerity , e in Italia, ha visto i rapimenti del “terrorismo rosso” di matrice comunista e le stragi del “terrorismo nero” di matrice neofascista degli anni di piombo; in tutta Europa e in America del Nord ha assistito alla transizione da un’economia (e un’ideologia) di matrice keynesiana al liberismo e alla de-regolazione voluti da Margaret Thatcher e Ronald Reagan, con una conseguente sempre maggiore “precarizzazione” del mercato del lavoro. Questo ha voluto dire che nel mercato del lavoro dell’Occidente, la Generazione X è quella che ha visto il passaggio da un contratto di lavoro stabile, che dava garanzie per tutta la vita, a una tipologia di lavoro cosiddetto “precario” senza garanzie. In Canada si è parlato a questo proposito di “generazione sacrificata” agli interessi dei baby-boomers. La Generazione X ha visto infine la caduta del muro di Berlino, il collasso dell’Unione Sovietica, la consacrazione degli Stati Uniti d’America come unica superpotenza mondiale e l’avvento di Internet”.

 

Ed è un quadro che forse abbiamo dimenticato oppure non ci piace guardare perché ci ricorda la nostra impotenza difronte agli eventi e anche la dolorosa ammissione che non abbiamo fatto abbastanza per il futuro di questa generazione, verso la quale i baby boomers hanno un debito enorme di riconoscenza per non averli buttati fuori dal contesto socio-economico sul quale si sono comodamente seduti, e ancora tendono a restarci, e aver sopportato le conseguenze di quanto stava accadendo loro.

 

Nel G20 la maggior parte degli uomini appartengono alla generazione dei baby boomers e a quella che l’ha preceduta – la silent generation – dal 1928 al 1945, quella uscita dalla II° guerra mondiale; e sono noti per aver formato la guida del movimento per i diritti civili e per aver fatto parte, durante la Contestazione degli anni Sessanta, della “maggioranza silenziosa” da cui derivano il nome. Sono orizzonti culturali lontanissimi tra loro rispetto alla generazione X, a cui però spetta decidere non solo il proprio futuro ma anche quello delle generazioni future, mentre i silent e i boomers dovranno rassegnarsi a segnare il passo. Difficile che lo facciano se quelle tre donne che vi appartengano non si faranno promotrici di un movimento culturale diverso da quello per le quali sono state avvantaggiate e scelte, e non imparino a fare gruppo (piccolo gruppo) con quella unica donna venuta dopo di loro, così diversa, autonoma e testarda insieme, che sta lì a ricordare di essere un simbolo per la sua generazione e quanto loro invece non siano riuscite ad esserlo per la loro.

 

E qui la riuscita delle donne italiane nell’aver creato le condizioni perché ci fosse un Capo del Governo donna c’è tutta, perché l’elettorato che l’ha espressa è fatto soprattutto della sua generazione che vive situazioni di precariato lavorativo e sottoccupazione, minori garanzie sociali ed economiche, senza ascensore sociale, al quale solo la determinazione nel volercela fare è la condizione di riscatto per il proprio futuro. Mentre quelli che stanno a guardare (il 37% che sta alla finestra del non voto), e tutte coloro i quali hanno espresso la loro preferenza per le politiche di sinistra, dovrebbero riflettere su quanto sia grande lo scostamento tra idealità e realtà oggettiva della composizione della popolazione, e ricordare che la politica è anche capacità di far sognare un riscatto che sembrava impossibile.

 

[1] Cassina, Filippini e Lazzarich, Introduzione a “80s & 90s. Per una mappa di concetti, pratiche e pensatori” (PDF), in Politics. Rivista di Studi Politici, n. 1/2015, p.v.

ELLY SCHLEIN, IL VOLTO DEL NUOVO PD: UNA CANDIDATURA CHE CAMBIA L’ANIMA DEL RIFORMISMO.

 

Si affaccia all’uscio del Nazareno la candidatura, invero eccentrica, della giovane Elly Schlein: si cerca, oltre le mura della cittadella riformista, una leadership attrattiva per freschezza di immagine e chiarezza di proposta politica (laddove chiarezza sta per intransigenza). Ciò che appare utile, insomma, contro la destra vittoriosa è il salto nel cerchio di fuoco di un nuovo riformismo, facendone la sfida per gli stessi riformisti.

 

Lucio D’Ubaldo

 

Il dibattito nel Pd, mancando l’apporto visibile e concreto dei Popolari, stenta a decollare. Di fatto retrocede a disputa sulla evoluzione della sinistra, avendo per protagonisti essenzialmente gli eredi della tradizione comunista – gli ultimi iscritti alla FGCI – e le nuove leve del social-radicalismo: i primi impegnati a riconcentrarsi sulle ragioni del mondo del lavoro, con l’intento di uscire così dalla dimensione di partito delle Ztl, gli altri collegati alla sfavillante politica dei diritti individuali, emblema di quello che potremmo definire il libertismo occidentale. Si dimentica, per questa via, che l’invenzione del Pd valeva soprattutto per l’impresa di scavo e riordino di grandi temi, avendo di fronte le novità emergenti dall’archiviazione, dopo la caduta del Muro di Berlino, della “mitologia politica” del Novecento; un’invenzione poco casuale, del resto, data la necessità di provvedere a un nuovo inizio a fronte della declinante vicenda elettorale di Ds e Margherita, formazioni consegnate a cavallo del secolo ad un’esistenza politica stentata. Non era perciò la conclusione, bensì l’esordio di un processo all’insegna del riformismo.

 

Già questo una sorpresa. Come si sa, infatti, il riformismo rimanda a un’idea di cambiamento sociale che ha diviso storicamente la sinistra, sebbene poi divenga, nell’orizzonte della proclamata ricerca di unità, il collante metaforico dei democratici tout court. Nella Carta dei Valori, ora destinata nel congresso del Pd a mutamenti ancora imprecisati, il riformismo assorbiva e superava ogni altro termine conflittuale: perciò, nel documento, l’omissione ha riguardato parole chiave, tipo “socialismo” o finanche “sinistra”, a riprova di un modello tutto nuovo di partito che dentro un sistema di superiore convivenza mirasse a coniugare innovazione e solidarietà. Con varie formule. Si è passati, quindi, dal neo-azionismo di Veltroni alla “via emiliana al socialismo” di Bersani, dall’eclettismo lib-lab di Renzi al pallido e involuto dalemismo di Zingaretti, fino al più recente approccio democratico-illuminista portato avanti da Letta, senza successo.

 

Giunti a questo stadio, dirigenti e militanti di un partito pressoché instabile per costituzione, non sono in condizione di scavare nel pozzo della loro memoria collettiva a cagione del fatto che le “alternative interne” sono state sperimentate senza risparmio di energie, avendo contribuito negli anni, ciascuna e tutte insieme, al progressivo declino elettorale, con il risultato del 25 settembre scorso ben al di sotto di qualsiasi aspettativa della vigilia. Ecco perché adesso si affaccia all’uscio del Nazareno la candidatura, invero eccentrica, della giovane Elly Schlein: si cerca, oltre le mura della cittadella riformista, evidentemente inospitale per ampie fasce di elettorato, una leadership attrattiva per freschezza di immagine e chiarezza di proposta politica (laddove chiarezza sta per intransigenza). Ciò che appare utile, insomma, contro la destra vittoriosa è il salto nel cerchio di fuoco di un nuovo riformismo, facendone la sfida per gli stessi riformisti.

 

Un azzardo, si dirà, ma non per la candidatura in sé della Schlein, la quale avrà modo di correggere alcune asprezze o ingenuità dei suoi discorsi, perlopiù interdittivi o esortativi a seconda delle circostanze; piuttosto, a ben vedere, l’azzardo sta nel giro di questa reinvenzione del Pd, un giro tanto largo da concludersi nella dissociazione della proposta riformista dal suo fondamento necessario e ineliminabile: il principio di realismo. Senza realismo non ci sono alleanze, ma esercizi velleitari e incongrui, quasi sempre nel solco di soliloqui atteggianti a radicalità. Così, malgrado le intenzioni contrarie, il riformismo si trasforma in un bene immateriale, in qualche modo al servizio di una vocazione giacobina. Tutto l’opposto di quel disegno originario, improntato a concretezza e responsabilità, che doveva inglobare nella evocata “centralità” del Pd il progressismo – etico prima che politico – della sinistra, unitamente al sano gradualismo delle forze di matrice autenticamente democratica, in primis dei Popolari.