Home Blog Pagina 600

Ora la stampa estera vuole Draghi al Quirinale. Anche il Financial Times si unisce al coro. La nota dell’Agenzia Italia.

Gli argomenti del quotidiano della City a favore dell’attuale Presidente del Consiglio non aiutano a capire quale possa essere la soluzione per garantire la continuità della legislatura: quale maggioranza e quale premier nello scenario successivo alla eventuale elezione di Draghi alla Presidenza della Repubblica? 

Ivana Pisciotta

“L’Italia ha goduto di un eccezionale periodo di stabilità e successo sotto la guida di Mario Draghi”. Così si apre un lungo editoriale sul Financial Times sulle prossime elezioni al Quirinale. La testata britannica sostiene che a questo punto sia meglio avere l’attuale premier come Capo dello Stato, visto che ha tutte le carte in regola “per mantenere il paese sulla strada giusta”. Secondo il Ft, coordinare la sua ascesa e trovare un premier che lo possa sostituire è un compito assai arduo che richiede che tutti i partiti politici “si uniscano alla squadra”. In questo senso, eccetto Fratelli d’Italia, “hanno firmato un contratto con l’UE quando hanno accettato il piano di ripresa. Devono assumerne la responsabilità” sottolinea l’editoriale, che non è firmato. 

Il ragionamento è semplice: “Nominato come primo ministro 11 mesi fa per guidare il paese verso la ripresa, l’ex presidente della Banca centrale europea – scrive il Ft – ha irrobustito la campagna di vaccinazione Covid-19 e contro il virus ha dato il via” ad una serie di misure per limitarne la diffusione. Dal punto di vista economico, “il Pil è rimbalzato e il suo governo di unità nazionale ha iniziato ad attuare un programma a lungo termine di riforme economiche e investimenti, sostenuto da 190 miliardi di euro dal fondo di ripresa dell’UE”. Si tratta di un'”opportunità unica” per stimolare il potenziale di crescita dell’Italia  e per rendere più sostenibile la montagna di debito pubblico.

Certo, ammette il Ft, “è sempre stato ingenuo aspettarsi che Draghi facesse miracoli” questo perché “i problemi economici e sociali dell’Italia sono radicati”. “Draghi, che non si sarebbe mai presentato alle elezioni del 2023 – ricorda il Ft – una soluzione temporanea. Ma la premiership riformista di Draghi si è rivelata breve e deludente”. Questo a causa delle “turbolenze politiche” per l’elezione del Quirinale. Ft sottolinea che “Draghi non ha fatto nulla per dissipare le voci sul suo interesse a salire al Colle. E il distinto servizio pubblico di Draghi e la sua capacità di esercitare influenza dietro le quinte gli danno credenziali impeccabili per il lavoro”.

C’è però un problema: “Il governo potrebbe vacillare o addirittura cadere senza di lui” peraltro in un momento impegnativo con riforme che rappresenterebbero “pietre miliari”, tra cui quella fiscale, degli appalti pubblici e della concorrenza. Però la ricerca del nome per il nuovo Presidente sta “una turbolenza politica che sta destabilizzando il governo. Alcuni dei 1.009 deputati, senatori e rappresentanti regionali che sceglieranno il prossimo Capo di Stato a scrutinio segreto non vogliono Draghi, sia perché temono che acquisti troppa forza, sia perché il suo trasferimento al Quirinale potrebbe far scattare elezioni a sorpresa e perderebbero i loro seggi”.

Però, è pur vero che “la mancanza di alternative plausibili accettabili da tutte le parti significa che un’altra scelta potrebbe rivelarsi così divisiva da indebolire il governo o farlo cadere del tutto”. Il Ft sottolinea che la candidatura dell’ex primo ministro Silvio Berlusconi “è un caso esemplare”. Il risultato peggiore, a giudizio dell’editoriale, “sarebbe quello di elezioni anticipate che farebbe deragliare il piano di riforma e di ripresa dell’Italia. In queste circostanze, sarebbe meglio avere Draghi alla presidenza che usa la sua autorevolezza e la moral suasion per mantenere il paese sulla strada giusta”.

 

Fonte: Agenzia Italia

Il vizio della “superiorità morale”. È giunto il momento che la sinistra abbandoni il dogma che sostiene la sua presunzione.

È di tutta evidenza che questa cultura, o meglio sub cultura, difficilmente declina perchè resta un elemento costitutivo e decisivo della stessa identità della sinistra. Soprattutto in una stagione dominata dal “pensiero debole” e da una politica priva di riferimenti culturali ed ideali solidi e percepibili.

E ci risiamo. Quel vizio della cosiddetta, e conosciutissima, “superiorità morale” della sinistra stenta ad attenuarsi o a scomparire. Una superiorità morale, ovviamente presunta e del tutto virtuale, che ha accompagnato l’intera esperienza della prima repubblica e che, come naturale, non si è affatto attenuata dopo il tramonto della Democrazia Cristiana nei primi anni ‘90. Una superiorità che è stata scandita in vai momenti della vita repubblicana per arrivare al suo culmine quando la “diversità morale” è diventata addirittura un progetto politico. È di tutta evidenza che questa cultura, o meglio sub cultura, difficilmente declina perchè resta un elemento costitutivo e decisivo della stessa identità della sinistra. Soprattutto in una stagione dominata dal “pensiero debole” e da una politica priva di riferimenti culturali ed ideali solidi e percepibili. Appunto, resta il giudizio morale sulle persone.

Ora, il nodo di fondo non è – come ovvio a tutti – il giudizio su Berlusconi e su quello che ha rappresentato e che, per certi versi, continua a rappresentare il capo di Forza Italia nel nostro paese. Quello è un giudizio già consegnato alla storia recente e meno recente. No, il tema di fondo riguarda altri versanti. Come, ad esempio, sostenere chi è in grado e chi non è in grado, a prescindere da qualsiasi valutazione politica e culturale, di governare nel nostro paese. Un giudizio che si rinnova, al di là delle di diverse fasi storiche, e che trova sempre terreno fertile in ogni formazione politica riconducibile seppur vagamente alla sinistra. Certo, la vecchia concezione ideologica della “egemonia” gramsciana ha lasciato le sue scorie in questo campo e più che un tabù da rimuovere resta un dogma da smaltire. Ma il moralismo, che è altra cosa, resta il fratello povero di quell’impianto ideologico e che si ritrova, seppur con accenti diversi a seconda delle stagioni politiche, nelle varie formazioni della sinistra. E oggi, nello specifico, nella concreta esperienza del Partito democratico.

È appena sufficiente, al riguardo, osservare con attenzione il giudizio politico alquanto sprezzante che viene formulato, o meglio sentenziato, sulla opportunità, o meno, di ricostruire il “centro” nella cittadella politica italiana. Il giudizio politico del guru del Pd romano, Bettini, sotto questo versante è persin troppo eloquente al riguardo. Un misto di disprezzo politico e di altezzosità morale che ripropongono, appunto, il peggio di quella tradizione culturale e politica. Giudizi che trovano cittadinanza anche in altri settori di quel partito anche se in misura minore. E per motivazioni più legate alla contingenza e agli interessi politici ed elettorali dei singoli.

Ecco perchè è necessario dire, ancora una volta, che la presunta e virtuale superiorità morale non è una politica, non è un progetto politico, non è una scelta culturale o programmatica ma resta solo e soltanto la conseguenza di un lascito post ideologico flebile e meschino, privo di qualsiasi valenza progettuale. Se non quello di attaccare frontalmente le persone e delegittimarle sotto il profilo politico. Appunto, il peggior moralismo.

È tempo, quindi, che anche la sinistra su questo versante si spogli definitivamente del suo passato senza pensare che la categoria dell’egemonia da un lato e della superiorità morale dall’altro possano continuare ad essere semplicemente riproposti ad ogni tornante della storia.

“Come foglie al vento”: la persecuzione della comunità ebraica di Venezia al centro del Giorno della Memoria di Rai Ragazzi.

Lo special sarà trasmesso il 27 Gennaio da Rai Gulp alle 11:15 e alle 19:00 e sarà disponibile su Rai Play dalla mattina.

Per il Giorno della Memoria 2022, Rai Gulp ricorda la persecuzione della comunità ebraica di Venezia con lo special “Come Foglie al Vento”, una produzione originale Rai Ragazzi realizzata da Caterina De Mata.

Due ragazzi in gita scolastica a Venezia incontrano Riccardo Calimani, scrittore e storico dell’ebraismo, che prendendo spunto dalle pietre d’inciampo racconta la persecuzione subita dagli ebrei di Venezia, spiega che cosa è il razzismo e come si alimenta, mostra loro il Ghetto e la Sinagoga dove i suoi genitori, giovanissimi si sposarono velocemente dopo l’8 settembre ’43 per fuggire da Venezia come marito e moglie, mentre i nazisti stavano occupando la città. Poche settimane dopo, iniziarono le razzie e le deportazioni che decimarono una delle comunità ebraiche più antiche d’Europa.

“Come Foglie al Vento”, programma che ha ottenuto il patrocinio dell’UCEI, Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, sarà trasmesso il 27 Gennaio da Rai Gulp alle 11:15 e alle 19:00 e sarà disponibile su Rai Play dalla mattina.

Il programma, che dura 11 minuti, si rivolge ai ragazzi e potrà essere utilizzato anche nelle scuole, che potranno seguirlo in diretta su Rai Gulp oppure on demand su Rai Play, come contributo alla didattica per il Giorno della Memoria.

L’impegno di Rai Ragazzi per il Giorno della Memoria si completa con la riproposizione del premiato film d’animazione “La Stella di Andra e Tati”, sulla storia vera delle sorelle Andra e Tatiana Bucci deportate a 4 e 6 anni, tra i pochissimi bambini sopravvissuti ad Auschwitz. Il film sarà trasmesso alle 19:15 su Rai Gulp, dopo “Come Foglie al Vento”, e sarà disponibile su Rai Play.

Quest’anno Rai Play distribuirà “La Stella di Andra e Tati” dal 24 al 30 gennaio in tutto il mondo, senza limitazioni territoriali.

Grazie alla collaborazione degli Istituti Italiani di Cultura di Amburgo e Colonia, il film sarà distribuito in Germania con i sottotitoli in tedesco, per una iniziativa di particolare significato per la Memoria e per l’europeismo.

Un anno di Biden. Il daily focus dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale.

A un anno dall’inizio del suo mandato il presidente americano traccia un bilancio e dice: “L’America è di nuovo in moto”. Ma tra sondaggi in calo e l’ombra di Trump che incombe sulle elezioni di midterm.

Un anno che ne vale dieci. Una considerazione ancora più vera per il 46esimo presidente degli Stati Unti, Joe Biden. Dodici mesi fa, il 20 gennaio 2021, il mondo assisteva alla cerimonia per il suo insediamento in una Capitoll Hill blindata, ancora sotto shock dopo l’assalto al Congresso del 6 gennaio: il giuramento, toccante, davanti al ‘field of flags’, una distesa di 200mila bandiere, a rappresentare il popolo americano e le vittime del Covid che avevano impedito il tradizionale bagno di folla; Lady Gaga che canta l’inno nazionale e la poetessa afroamericana Amanda Gorman, di appena 22 anni, che incanta il pubblico in mondovisione con il suo componimento “la collina su cui saliamo”. E poi, ovviamente, Jill e Joe Biden, la coppia presidenziale che incarna le aspettative per un ‘ritorno alla normalità’ dopo gli eccessi e la ostentata irritualità del clan Trump. Era solo un anno fa

Da allora l’amministrazione Biden può vantare al suo attivo l’approvazione dei due piani di aiuto ‘monstre’ da 1900 e 1250 miliardi di dollari, il cui voto però è più volte slittato; un tasso di vaccinati del 74% e 6,4 milioni di nuovi posti di lavoro, che hanno fatto bruscamente calare la disoccupazione. Ma c’è anche il rovescio della medaglia: il disastroso ritiro dall’Afghanistan e il paese tornato, con un tempismo beffardo, nelle mani dei Talebani a pochi giorni dalle commemorazioni per i 20 anni dall’11 Settembre. E ancora lo stallo su tutti i principali dossier di politica estera: la rivalità con la Cina, i negoziati sul nucleare iraniano, una relazione fatta di alti e bassi con gli alleati europei e, soprattutto, il rischioso braccio di ferro con Mosca sull’Ucraina

Mentre sul fronte interno persino la decantata ripresa economica è strangolata dal caro benzina e da un’inflazione al 7%, il massimo da 40 anni. Inoltre, la percezione comune è che il presidente non abbia ancora conquistato i traguardi che si era prefisso un anno fa: primo fra tutti quello di riunire un’America mai così divisa e polarizzata su cui, ancora oggi, incombe l’ombra di Donald Trump. Il tutto a soli dieci mesi dalle elezioni di midterm di novembre, quando i repubblicani – in vantaggio nelle preferenze di voto – potrebbero conquistare entrambi i rami del parlamento decretando di fatto, e con due anni di anticipo, la fine di una presidenza già in affanno.

Un’America polarizzata?

“È stato un anno denso di difficoltà ma anche di enormi progressi”: il tentativo di Joe Biden in conferenza stampa di rilanciare la sua presidenza a un anno dall’inizio del mandato si scontra con le cifre dei sondaggi. Solo il 41% degli americani sostiene il suo operato contro un 52% che ‘disapprova’ secondo FivethirtyEight e CNN. Equivale a una delle peggiori performance per un presidente neoeletto da quando i sondaggisti hanno iniziato a monitorare le valutazioni di approvazione. Peggio di lui tra i suoi immediati predecessori aveva fatto solo Trump, sceso al 40% al suo primo giro di boa. Tuttavia, gli altridue presidenti le cui valutazioni alla fine del primo anno erano scese al di sotto del 50% sono stati entrambi rieletti: Ronald Reagan, al 47%, e Barack Obama, al 49%. Ma quello che i sondaggi rivelano, osserva Gallup, è che le opinioni su Biden sono nettamente divise lungo linee ideologiche e di partito, esattamente come lo erano quelle su Trump. Secondo le rilevazioni, il primo anno di Biden è stato il secondo più politicamente polarizzato nella storia degli Stati Uniti. Solo il quarto e ultimo anno in carica di Trump è stato più polarizzato. Segno che il presidente non è riuscito ad intaccare il fenomeno e le divisioni che lacerano la società americana al suo interno e che hanno cominciato a manifestarsi in modo sempre più evidente e ripetuto negli ultimi anni.

Tutta cola dei Repubblicani?

Come era prevedibile nel primo anno di presidenza, Joe Biden si è concentrato più sulle sfide interne, Coronavirus ed economia fra tutte, che sulle questioni internazionali. Cionondimeno, dopo quattro anni burrascosi e caratterizzati dal disimpegno, l’arrivo del democratico alla Casa Bianca aveva generato forti aspettative per il ritorno degli Stati Uniti sulla scena internazionale. Attese che hanno cominciato a scricchiolare presto: se il drammatico ritiro dall’Afghanistan ha segnato la fine della luna di miele tra le due sponde dell’Atlantico, l’affaire Aukus che ha fatto infuriare la Francia, ha dato molto dapensare anche ad altre capitali europee. “Le aspettative erano molto alte quando Joe Biden è entrato, probabilmente troppo alte, erano irrealistiche”, ha spiegato alla BBC Carl Bildt, ex primo ministro svedese. “Il suo ‘America is back’ suggeriva una nuova età dell’oro nelle nostre relazioni. Ma non è successo e tutto è cambiato rapidamente”. Prova ne è la reticenza con cui i 27 oggi guardano all’idea di un conflitto contro Mosca nell’ambito della crisi ucraina. Mentre l’attenzione di Washington si sposta progressivamente verso il suo ‘pivot to Asia’, sembra inevitabile che la frustrazione e il senso di abbandono degli europei aumenti e c’è chi parla apertamente di ‘transatlantic decoupling’. Il 2022 costituirà un test nelle relazioni tra le due sponde dell’Atlantico ma da questa parte dell’Oceano si osserva con timore crescente quello che accadrà al midterm e nel 2024. “Nonostante tutto – osserva Politico – lo sviluppo più corrosivo nelle relazioni transatlantiche nel prossimo anno potrebbe ancora rivelarsi il deterioramento della stessa democrazia americana e ciò che questo dirà sull’affidabilità degli Stati Uniti come alleati”. 

Continua a leggere

https://ispo.campaign-view.eu/ua/viewinbrowser?od=3zfa5fd7b18d05b90a8ca9d41981ba8bf3&rd=166050ccd3edd57&sd=166050ccd3e200d&n=11699e4c28ab069&mrd=166050ccd3e1ff7&m=1

 

“Il Capo dello Stato deve rappresentare l’unità nazionale”. Intervista su “La Voce Alessandrina” a Renato Balduzzi. 

Quelle che ci apprestiamo a vivere saranno settimane (giorni per chi legge, ndr) roventi per l’elezione del nuovo capo dello Stato. Il mandato di Sergio Mattarella terminerà ufficialmente giovedì 3 febbraio, a sette anni esatti dal giorno del suo giuramento. Ma già da mesi è partito il “toto-presidente”, tra candidature, ipotesi e suggestioni che scaldano la corsa al Colle. Riproponiamo, per gentile concessione dell’intervistato, il testo del colloquio con il prof. Balduzzi al settimanale della Diocesi di Alessandria. 

Andrea Antonuccio

Professor Balduzzi, lunedì 24 gennaio 1.009 Grandi elettori si ritroveranno per eleggere il nuovo Presi- dente della Repubblica. Prima di “addentrarci” nei meccanismi e nelle dinamiche di questa elezione, le chiedo un giudizio sul settennato di Sergio Mattarella.

«Credo che non mi faccia velo l’amicizia se dico che si è trattato di uno dei settennati più autorevoli della storia repubblicana. Nel dire questo sono del resto in buona compagnia, perché è l’opinione dei capi di Stato e di governo dei Paesi esteri con i quali abbiamo le più intense relazioni, oltre che, stando ai sondaggi, della stragrande maggioranza del popolo italiano».

Lei ritiene possibile un “Mattarella-bis”?

«Il primo ad escluderlo è l’interessato, che ha motivato la propria posizione con argomenti di diritto costituzionale e di opportunità, cui è diffifficile replicare, in quanto nessun mandato pubblico è ov- viamente coercibile. Non mi pare, comunque, che vi sia unanimità tra le forze politiche su un secondo mandato all’attuale presidente, e soltanto un appello unanime po- trebbe, forse, indurre l’interessato a una diversa ancorché sofferta valutazione. L’elezione del 2013, che riconfermò il presidente Giorgio Napolitano, non costitu- isce un precedente decisivo, troppo diversi essendo il contesto, i rapporti di forza politico-parlamentari, la prospettiva della legislatura, che allora era appena iniziata, oggi entra nell’ultimo anno».

Siamo in un momento molto delicato della nostra storia repubblicana, in piena emergenza Covid. Qual è, a suo avviso, il “profilo ideale” del prossimo Presidente della Repubblica?

«Stando alla Costituzione italiana, il Presidente della Repubblica è il capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale (art. 87, comma 1). In questa formula c’è tutta l’essenza della funzione e anche, implicitamente, il target della stessa. Per rappresentare bene, e non soltanto in modo formale, l’unità nazionale, il presidente deve avere in sé stesso il senso di questa unità, che è un intreccio di storia, dignità, sofferenza, moralità. In fondo, i dodici presidenti che la Repubblica che sinora abbiamo avuto rientrano tutti perfettamente in questo target: essi non avevano soltanto alle spalle esperienze istituzionali importanti, nel governo, nel parlamento o in autorità indipendenti, ma erano un pezzo di storia italiana. Ecco perché sono sempre stati, tutti, riconosciuti dalla stragrande maggioranza degli italiani come super partes».

L’attuale classe politica sarà in grado di trovare un accordo sul nuovo Presidente, o si arriverà allo scontro?

«Il nostro Paese è conosciuto nel mondo, e in parte anche apprezzato, per una certa misura di imprevedibilità. Mi permetta di auspicare che, anche questa volta, riusciamo a capovolgere le difficoltà della vigilia e a realizzare una scelta giusta e condivisa, o almeno non troppo divisiva. Consideriamo altresì che la sto- ria delle diverse presidenze dimostra che anche un presidente eletto dalla sola maggioranza politica può riuscire a diventare il presidente di tutti gli italiani: non è soltanto una questione di, per dir così, grazia di stato: è che la funzione imparziale, la cui aria si respira al Quirinale, sviluppa l’organo…».

Una domanda al costituzionalista: l’eventuale elezione di Mario Draghi al Quirinale porterebbe l’Italia, Repubblica parlamentare, ad avvicinarsi a un modello di Repubblica presidenziale, in cui il Presidente è allo stesso tempo capo dello Stato e capo del governo? In fondo, è uno scenario che diversi analisti ritengono plausibile, se non desiderabile…

«Mi sembrano analisi e analisti un po’ frettolosi. La reputazione internazionale di Mario Draghi al Quirinale gioverebbe senz’altro all’Italia, ma questo non significherebbe spostare il baricentro delle decisioni. Governare comporta fare scelte tutti i giorni, sui temi più disparati, e fare sintesi politica, necessariamente di parte anche se, si spera, orien- tata sempre all’interesse generale o meglio, me lo lasci dire, al bene comune. Chi sta al Quirinale non deve e non può intromettersi nelle politiche di tutti i giorni, perché ne andrebbe della sua immagine e realtà di soggetto super partes, che ciascun Presidente avverte subito come presupposto ineludibile della propria credibilità. E poi non dobbiamo dimenticare che la forma di governo parlamentare è per natura molto duttile, si presta a equilibri e connotazioni anche molto diversi. Semmai, un’eventuale trasformazione della nostra forma di governo avrebbe potuto e potrebbe derivare dall’elezione di un leader molto caratterizzato, il quale più difficilmente sarebbe nelle condizioni e nel desiderio di scrollarsi di dosso la propria storia politica. Non è casuale che la saggezza dei capi democratico-cristiani abbia sempre scelto per il Quirinale non una figura di primo piano della contesa politica, bensì una persona con un profilo istituzionale alto, ma in qualche misura meno caratterizzato».

Con Mario Draghi al Colle si andrebbe a elezioni anticipate, secondo lei?

«Non credo necessariamente. La decisione di scio- glimento richiede tanti attori e tanti consensi. Si tenga poi presente che la prossima legislatura avrà un numero di parlamentari sensibilmente ridotto rispetto all’attuale. Questo fatto cambia, sotto diversi profili, i termini della situazione. Aggiungerei che l’anticipo della scadenza elettorale, perdurando la pandemia, non mi pare nell’interesse vero di nessuno».

Se lei fosse uno dei Grandi elettori, chi voterebbe?

«(Sorride) Voterei, come ho fatto nel 2013, quando sono stato elettore presidenziale, e mi adopererei perché altri facciano come me, un candidato o una candidata con quel profilo ideale che ho prima ricordato».

Un programma per Firenze 2022. Una riflessione su “Argomenti 2000” a riguardo del convegno della CEI di fine febbraio.

Quello che può prendere forma a Firenze, dove sulle orme di La Pira s’incontreranno Vescovi e Sindaci del Mediterraneo, è un cambio di sguardo in grado di recuperare gli europei ad una fedeltà alla verità delle cose. Il Mediterraneo è uno spazio nel quale non solo si consuma ogni giorno di più la ragione morale dell’Europa, ma anche la radice storica della sua soggettività politica. 

Riccardo Saccenti

La ricerca della comune radice storico-religiosa dei popoli che abitano le sponde del Mediterraneo: questa la ragione ufficiale della convocazione del primo dei colloqui del Mediterraneo, voluti dal sindaco di Firenze Giorgio La Pira a partire dal 1958. Eppure, al si sotto queste apparente diplomazia culturale quella iniziativa costituì una risposta articolata ai grandi nodi storici posti da un quadro geopolitico e religioso che nei due decenni successivi alla fine della Seconda Guerra Mondiale affrontava mutamenti profondi, quando non radicali.

Allorché La Pira apriva il primo dei colloqui, il 3 ottobre 1958, indicando come fine di quell’incontro il «cooperare alla costruzione della pace nel Mediterraneo e nel mondo», il quadro era quello di un’area nella quale erano ancora visibili le tracce e le ferite lasciate dalla crisi di Suez del 1956. Fra i fumi lasciati dagli scontri fra le forze egiziane e quelle israeliane e anglofrancesi consumatisi attorno al canale fra Mar Rosso e Mediterraneo si era palesata tutta la drammaticità di un processo di decolonizzazione intrecciato con l’emergere della soggettività politica del mondo arabo. Un quadro reso più complesso e conflittuale dall’irrisolta contrapposizione fra Stato d’Israele e mondo arabo e a cui si sommava la lunga guerra d’indipendenza algerina. Un conflitto, quest’ultimo, vissuto dalla Quarta Repubblica francese come una vera e propria guerra civile e che aveva consumato il sistema politico-costituzionale, la cultura e la stessa società transalpina che appena quattro mesi prima, il 1° giugno, si era affidata al generale De Gaulle per uscire dalla crisi. Dentro questo scenario il mandato che il sindaco di Firenze intendeva affidare ai colloqui del Mediterraneo non era quello di un generico appello alla pace, alla sospensione dell’uso delle armi. Al contrario, vi era la lucida consapevolezza di un contesto che esigeva una direzione politica condivisa e che per elaborarla aveva l’urgenza di trovare una chiave di lettura trasversale alle sponde del Mediterraneo, attorno a cui potessero costruirsi itinerari e processi di pacificazione fatti di cooperazione, di dialogo costante, di condivisione di risorse e di speranze, di individuazione di orizzonti comuni possibili.

In attesa del convegno fiorentino che alla fine del prossimo febbraio riunirà i sindaci e i vescovi delle città del Mediterraneo il richiamo alla esperienza lapiriana non può essere giocato semplicemente sul terreno del modello da imitare, né tantomeno nella chiave di un passato di cui il presente tenta di essere un maldestro epigono. Piuttosto, serve raccogliere la sfida di una occasione da non costringere nella logica dell’evento, svincolato da un prima e da un dopo e soprattutto dal contesto nel quale prende forma. Perché quello che si prepara in questi mesi può essere un passaggio di grande valore per avviare processi importanti e duraturi su piani molteplici: dalla politica all’economia, dalla cultura alla pratica attiva di una sostenibilità socio-ambientale. Tutto questo esige però una chiara visione di ordine politico, una intelligenza dei processi che segnano il Mediterraneo di questa fine 2021, delle opzioni possibili, degli attori che animano questo teatro – non solo gli attori istituzionali e politici ma anche quelli culturali, sociali e religiosi –, delle tensioni e delle convergenze che in esso si consumano. Affinare una comprensione di cosa sia per l’area mediterranea questo passaggio storico richiede dunque una chiave interpretativa, capace di fare ordine fra le cose, di ricondurre interessi, attese e aspirazioni al loro ordine naturale di grandezza e di affinare la capacità di comporre esigenze e conflitti in un orizzonte comune.

Del resto, il quadro attuale è profondamente segnato dalle ferite ancora aperte della guerra in Libia, in Siria e Medioriente, dalla fragilità di soggetti politici importanti come l’Algeria e l’Egitto, dalle contraddizioni che segnano la Turchia e la presenza russa, dall’assenza di una politica europea per il Mediterraneo. E a tutto questo si intrecciano le tensioni religiose e culturali: i conflitti a cui abbiamo assistito da “spettatori” hanno cancellato equilibri di convivenza dinamici, che nei secoli erano sopravvissuti al succedersi dei vari imperi – si pensi alla sorte delle comunità cristiane o yazide fra Siria e Iraq –; il radicalismo religioso da un lato e la retorica della paura di “invasioni” migratorie dall’altro hanno alimentato una logica da “scontro di civiltà” che vede nel Mare nostrum solo il confine sud dell’Unione Europea. Rispetto a tutto questo il discorso di Francesco a Lesbo dello scorso 5 dicembre rappresenta una vera e propria chiamata alla responsabilità di misurarsi con estrema lucidità e realismo con il Mediterraneo di oggi. Nelle parole del Papa e nell’appello alla priorità della dignità delle persone, infatti, non vi è solo un richiamo di carattere etico e morale: vi è piuttosto una lucida consapevolezza che è politica e religiosa ad un tempo. L’invito a cercare le cause profonde di questo fenomeno, per dare risposte adeguate rappresenta un invito a spostare lo sguardo dalla superficie degli eventi al loro senso più intimo e profondo. Così, il movimento di milioni di persone dalle regioni mediorentiali e dall’Africa verso l’Europa si rivela come l’effetto di uno scenario ben più ampio e drammatico. Il quadro è quello della “terza guerra mondiale permanente” che oramai da un decennio si combatte a cavallo dell’equatore, a partire dalle coste atlantiche dell’Africa fino all’Afghanistan e al Pakistan. Uno scenario fatto di una catena di conflitti più o meno noti alle opinioni pubbliche europee e che riversano sulle sponde del Mediterraneo le loro conseguenze più tragiche che hanno il volto e gli occhi di donne, uomini e bambini in fuga tanto dalla violenza quanto dalla povertà.

 

Continua a leggere

 

https://www.argomenti2000.it/content/un-programma-firenze-2022

Il Pd deve scegliere. Che fare? Rinviare non è più possibile. Da Roma parte una riflessione dei quadri di Base Riformista.

“Purtroppo dobbiamo ammettere, dicono i firmatari del documento, che nel partito alberga, qui e là, la riduzione del centro sinistra a sinistra e della sinistra alla cultura di origine comunista”. Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo testo elaborato da alcuni quadri del Pd appartenenti all’area di Base Riformista.

Il Pd deve scegliere. Si tratta di una scelta di quale partito può e vuole essere il Pd, se quello con un’alleanza precaria (e anche sui generis) nata in nome di una necessità di fronte comune contro le destre di Salvini e Meloni (il cav sembra sul viale del tramonto);  oppure quello al centro di una vasta alleanza di tutte le forze riformiste che abbiano volontà e capacità di combattere i grandi problemi connessi allo sviluppo, dalla salute dei cittadini, all’ambiente, alle disuguaglianze.

Per compiere una scelta di questa portata occorre che il partito si sblocchi e risolva attriti e incomprensioni d’altri tempi, a cominciare da un rapporto complicato, quando non ostile, tra maggioranza e opposizioni al suo interno. Siamo su questa strada? 

La stravagante uscita di D’Alema sul Pd, bontà sua guarito dal “renzismo”, si aggiunge a rumori di fondo di un venticello che continua peraltro a spirare qua e là in casa dem e dimostra quanto sia grande la confusione, anche perché con l’attacco al renzismo si arriva a mettere a dura prova, per strani sillogismi, il rapporto con il variegato mondo del cattolicesimo popolare, senza il cui impegno, ricordiamolo ancora una volta, si perderebbe il senso stesso del Pd, finendo per rifare in definitiva i Ds, senza, quindi, una parte della sinistra e con la conseguente riduzione al rimanente 15%, stando ai risultati delle ultime elezioni comunali.

Di contro, appare evidente come si tralascino, a favore delle tifoserie, le cause oggettive che hanno portato ad impasse tipo la tassa di successione o alla stessa sconfitta sul ddl Zan; cause connesse al ripetersi di un errore che il centrosinistra ha sovente compiuto dalla caduta del primo e del secondo governo Prodi, specie in occasione della mancata elezione di Prodi a Presidente della Repubblica; un errore dovuto al fatto che l’attacco prende di mira i franchi tiratori interni sottovalutando, perlopiù, la miopia di una linea politica che assume a parametro decisivo un certo integralismo vetero-ideologico, non facendo i conti con le implicazioni delle alleanze.

Atteggiamenti rigidi e incomprensivi, privi cioè della flessibilità che serve nei rapporti interni a una coalizione, possono portare il partito a “vocazioni minoritarie”, con culto dell’opposizione in quanto tale. Non un partito, quindi, che rivendichi lo status di vera forza responsabile. Un rischio del genere non è assente nel Pd, che pure è l’asse portante – e non da oggi – di un modello e di uno stile di governo che nei passaggi più delicati della vita democratica del Paese ha retto in virtù di un approccio pragmatico, realistico e fortemente inclusivo.   

Non possiamo dimenticare che il Pd è nato con l’obiettivo di una grande sintesi tra le migliori tradizioni riformiste cattoliche, socialiste, post comuniste e ambientaliste; culture politiche e visioni del mondo che, da sponde diverse, hanno caratterizzato la storia dell’Italia repubblicana. Culture politiche che, però, da angolazioni diverse dalla nostra, ancora si propongono o vengono usate nella comunicazione con iscritti e votanti con strumentale atteggiamento nostalgico, nonostante i mutamenti che la storia ha portato nella cultura e nella politica del Paese.

Spendiamo due parole in tutta chiarezza su questo tema, proprio mettendo in luce ancora una volta che quella di renzismo, priva di qualsiasi base di pensiero politico, denota un’accusa riconducibile al non essere di sinistra, della vera sinistra. Purtroppo dobbiamo ammettere in tutta franchezza che nel partito alberga, qui e là, la riduzione del centro sinistra a sinistra e della sinistra alla cultura di origine comunista. Ciò, pur essendo un madornale errore storico e politico, non sarebbe neanche troppo grave o sorprendente se non costituisse un bagaglio nostalgico da impiegare opportunisticamente con militanti, simpatizzanti ed elettori, sia nelle tornate elettorali, sia, soprattutto, nella gestione delle responsabilità e degli incarichi.

Noi non siamo renziani, non potremmo esserlo neanche volendo. Senza disconoscere i meriti di Renzi nel suo breve operato da premier, non ravvediamo particolari motivi strategici, filosofici, di visione del mondo per poter considerare o addirittura sposare il renzismo come un pensiero politico a 360°. La nostra critica, quindi, vuole essere senz’altro dura, se la vediamo rivolta verso le grottesche uscite di D’Alema e non solo. E’, invece, una nota di riflessione dialettica se rivolta all’interno del partito in nome di una ricerca di rapporti corretti e unitari, nel pieno rispetto – reciproco – delle differenze.

Sono, questi, temi (che andrebbero certamente affrontati meglio in una sede congressuale), che rischiano di produrre crepe inopportune nei prossimi, cruciali appuntamenti istituzionali, proprio quando, invece, sarebbe ottimale poter contare sul massimo della compattezza. 

Il Pd deve scegliere: Quali sono le opzioni più importanti? Il PNRR è una occasione irripetibile, per rifondare e rilanciare il sistema-paese, al punto da costituire il nodo principale da sciogliere per la soluzione della crisi di governo e, ancor prima, della stessa nomina del futuro PdR. Abbiamo la necessità di impedire che si trasformi in un piano assistenziale come non dispiacerebbe a qualche formazione della stessa sinistra. E’ l’occasione per una svolta epocale nel tessuto socio-economico del Paese. Piano energetico e quale, Nucleare si o no? Tap si o no? Geotermico si o no?

Bisogna avere come obiettivo il miglioramento sensibile delle condizioni di vita degli italiani, non lasciando ai 5 Stelle il grande volano del superbonus e dell’ammodernamento delle infrastrutture; misure importanti, in effetti, che significano rilancio dell’edilizia e del suo indotto; misure capaci di portare ad un aumento del Pil oltre il 7 % annuo, con l’incremento di posti di lavoro e, soprattutto, la formazione di una classe di lavoratori qualificata e competente.

È un orizzonte che evoca la felice materializzazione, se così possiamo dire, di una genuina politica riformatrice, fuori da pregiudizi e fanatismi. Ecco perciò che il rilancio del Paese, a livello economico e sociale, deve accompagnarsi ad una crescita dei diritti civili, i quali tuttavia non hanno da subire la torsione di un radicalismo eticamente controverso. Questo è il senso di responsabilità e di equilibrio che si richiede a una grande forza politica di matrice popolare. E, in sostanza, è ciò che la pubblica opinione più attenta e riflessiva si attende dal Pd.

Se i problemi acutizzati dalla crisi sono quelli dell’occupazione, soprattutto giovanile e femminile, dei livelli retributivi (i più bassi in Europa e fermi al potere d’acquisto di trent’anni or sono), delle disuguaglianze (fra generi, fra nord e sud, fra ceti sociali) e del blocco di forme anche minime di ascensore sociale; se a questi si aggiungono i problemi ambientali, quelli energetici e i costi di una transizione ecologica non più rinviabile; se, infine, la pandemia ha evidenziato scricchiolii e crepe nel rapporto tra istituzioni e tra pubblico e privato in più di qualche settore strutturale, segnalando l’urgenza di una definizione di nuovi rapporti tra stato e mercato in campi di grande interesse pubblico, quali la sanità, i trasporti, l’istruzione e la ricerca; se a tutto ciò si aggiungerà, come inevitabile, la necessità di politiche di spesa in grado di assicurare lo sviluppo nonostante un livello pazzesco di indebitamento pubblico (in parte non trascurabile dovuto ai costi di funzionamento di una P.A. burocratica, clientelare e inefficiente);

allora diventa più chiaro che Base Riformista rinnovi e moltiplichi l’impegno di disegnare un programma per spingere il partito verso un modello di alleanze quanto più largo possibile tra forze riformiste e progressiste, a partire da una salda unità interna nel Partito Democratico stesso. 

Lo spirito necessario, che ci anima, è quello di agire da maggioranza con la dovuta moderazione inclusiva, con forte richiamo alla originaria vocazione maggioritaria, quella che implica il superamento di una visione del partito come mero rappresentante di questa o quella classe (visione ancora presente tra molti militanti ed elettori del PD), a favore, invece, di una volontà programmatica di guida a difesa degli interessi dell’intero Paese. 

Se non ha avuto tutti i torti chi abbia rimproverato al Pd di Letta una certa “sonnolenza”, dovuta proprio ai problemi della precarietà della sua politica delle alleanze, bisogna oggi riconoscere ed apprezzare che Letta vi ha posto rimedio proprio nell’occasione più stringente, quella degli assetti istituzionali. Capovolgendo l’agenda, bene ha fatto il Responsabile dem accentuando l’appoggio al governo di larghe intese a guida Draghi, a cercare un accordo di fine legislatura tra le forze della maggioranza proprio per rendere meno burrascosa la ricerca della soluzione per il Quirinale. Se non altro per chiarire, in caso di rifiuto, le responsabilità di chi antepone gli interessi di parte a quelli del Paese. 

Occorre, però, adesso, mettere i piedi nel piatto, in una situazione che marcia verso campagne elettorali ad elevato tasso di spaccatura tra le forze politiche e, per quanto ci riguarda, con scelte di alleanze, quelle attuali, inadeguate ad assicurare la governabilità del Paese. Nello stesso tempo, le faglie di crisi montano, le condizionalità connesse al PNRR premono, il mondo stesso, in larghe aree, chiede una vera e propria trasformazione della politica e dei partiti, un vero e proprio rinascimento della democrazia occidentale. 

Noi vogliamo esserci ed esserci a questi livelli di sfida sui grandi temi, in netta opposizione a chi, in una situazione così seria, voglia mettersi a soffiare sul fuoco sperando di trasformare il venticello in rombo divisivo e distruttivo. 

 

Il documento è firmato da

Carlo Cotticelli – Vincenzo Iavarone – Alberto Tanzilli – Nino Zappalà

Open Doors: perseguitato 1 cristiano su 7, Afghanistan il Paese più pericoloso (AsiaNews).

Nella lista 2022 Kabul per la prima volta “scalza” dalla graduatoria dei Paesi più ostili ai cristiani Pyongyang (dove peraltro la situazione è comunque peggiorata). In media ogni giorno 16 cristiani uccisi e 10 rapiti nel mondo. 2 cristiani asiatici ogni 5 vivono in un’area dove si sperimenta la persecuzione. A Jaipur diffuso un altro rapporto che elenca 300 attacchi contro i cristiani avvenuti in India negli ultimi nove mesi.

Nel 2021 è cresciuta ulteriormente la persecuzione contro i cristiani nel mondo: sono oltre 360 milioni (1 ogni 7 a livello globale) quelli che oggi sperimentano nel proprio Paese un livello alto di persecuzione e discriminazione. È il dato che emerge dalla World Watch List 2022 di Open Doors, il rapporto che l’ong internazionale dedica ogni anno alla persecuzione anticristiana, stilando la graduatoria dei 50 Paesi dove la situazione è peggiore.

Dopo vent’anni la Corea del Nord per la prima volta non viene più indicata come il Paese più pericoloso, ma solo per il precipitare della situazione in Afghanistan dove con il ritorno dei talebani la condizione dei cristiani nascosti si è fatta ancora più drammatica. In realtà, però, anche sotto il regime di Kim Jong-un la situazione della libertà religiosa è ulteriormente peggiorata nel periodo preso in esame, che va dal 1 ottobre 2020 al 30 settembre 2021. Tra i 100 Paesi monitorati da Open Doors salgono da 74 a 76 quelli con un livello di persecuzione definito alto, molto alto o estremo. Nel periodo preso in esame sono stati registrati 5.898 cristiani uccisi nel mondo (in media 16 al giorno), 5.110 chiese attaccate o chiuse, 6.175 cristiani arrestati senza processo e 3.829 cristiani rapiti (10 al giorno).

Tra i 10 Paesi dove è stato registrato il maggior numero di violenze 7 si trovano nell’Africa sub-sahariana. Ma il rapporto di Open Doors non manca di mettere in risalto anche la crescita del controllo da parte dei governi autoritari in Asia, sottolineando in particolare come la Cina abbia utilizzato le restrizioni imposte dalla pandemia per indebolire le comunità cristiane in diverse province. In generale 2 cristiani asiatici ogni 5 vivono in un’area dove si sperimenta la persecuzione.

Viene posto poi in risalto anche l’aumento delle violenze contro i cristiani in India. E proprio da qui giunge la notizia che sono diventati ormai almeno 300 gli attacchi che hanno colpito le comunità cristiane del Paese negli ultimi 9 mesi. A riportarlo – offrendo un elenco dettagliato delle violenze – è un altro rapporto intitolato “I cristiani sotto attacco in India” presentatati ieri a Jaipur, nello Stato nord-orientale del Rajasthan, in una conferenza stampa organizzata dalla diocesi cattolica di Jaipur insieme all’Associazione per la Protezione dei Diritti civili, United Christian Forum e United Against Hate.

Il vescovo di Jaipur, mons. Oswald Lewis, ha detto commentando i dati: “L’India è un Paese dove ogni religione è rispettata e dove si vive insieme in pace e armonia da secoli. Ma negli ultimi anni i gruppi minoritari sono stati presi di mira, specialmente le comunità cristiane e musulmane. Il governo deve intraprendere azioni severe contro queste frange estremiste per preservare l’unità e la democrazia del Paese”.

Alla presentazione del rapporto hanno partecipato anche rappresentanti delle altre minoranze religiose. Il presidente di Jamat-e-Islami Hind, Mohammad Nazimuddin, ha detto: “Già subito dopo l’indipendenza alcuni gruppi erano scontenti del Mahatma Gandhi perché sottolineava la laicità e la parità di diritti per tutti i cittadini. Da allora l’India ha sofferto molto perdendo migliaia di vite. E anche gli attacchi ai cristiani si inseriscono in questo contesto”. Il presidente del Buddhist Mahasabha, T. C. Rahul ha aggiunto: “Il nostro Paese è multireligioso e tutte le confessioni hanno vissuto qui in pace e armonia per secoli. Ma ora l’odio si sta diffondendo e questo è pericoloso per l’unità dell’India”.

(ha collaborato Nirmala Carvalho)

 

 

 

 

L’esperienza di Luigi Sturzo come consigliere della Provincia di Catania

In occasione dell’anniversario della conferenza stampa di presentazione a Roma, il giorno 19 gennaio 1919 presso la sede dell’Unione Romana, in via dell’Umiltà 36, del Partito Popolare Italiano appena costituito, pubblichiamo uno stralcio del saggio “Sturzo: la lotta per l’autonomia e la democrazia nel Consiglio provinciale di Catania”. L’autore ha concesso al nostro giornale, e per questo lo ringraziamo vivamente, di mettere a disposizione dei lettori il testo integrale, qui scaricabile appunto attraverso il seguente link posto in fondo alla pagina. 

[…] Con questi chiari obbiettivi strategici e con il programma amministrativo ben strutturato che il movimento cattolico calatino aveva approntato,  Sturzo si candida nel collegio di Caltagirone alle elezioni, per il rinnovo di un terzo della rappresentanza del consiglio provinciale di Catania, che si  sarebbero tenute il 16 luglio 1905. 

Il contesto era quello di una provincia dominata dalla politica affaristico-clientelare del “blocco popolare”, formato da socialisti-repubblicani-radicali, che già si era imposto con la conquista di 48 seggi su 60 nelle precedenti elezioni comunali del giugno 1902 a Catania, scalzando il quarantennale predominio di liberali-monarchici-conservatori e consacrando la leadership di G. De Felice Giuffrida. A questo si aggiungeva una notevole confusione ideologica alimentata proprio dal De Felice, contemporaneamente prosindaco di Catania, presidente della camera del lavoro, consigliere provinciale e deputato, che non aveva mai rinunciato a praticare una certa politica movimentista, ispirata ai fasci siciliani, ma declinata sempre in termini demagogici quando non addirittura clientelari e corruttivi. Tutto ciò rendeva il clima elettorale incandescente non solo a Catania ma anche a Caltagirone.

Sturzo, che si era presentato anche per dare un chiaro segnale contro “la personalizzazione delle candidature provinciali, cucite su personaggi della nobiltà agraria locale o su professionisti senza alcun patto programmatico con gli elettori”, accentuava così i tratti del suo impegno con i cattolici per realizzarne gli otto punti fondamentali del programma ed, in questa prospettiva, si apriva ad una sorta di intesa elettorale con il blocco popolare cittadino (dalle caratteristiche, però, ben diverse da quello di Catania) guidato dall’ex sindaco e consigliere uscente, Mario Milazzo. Smentendo, così di fatto, le voci di un accordo con l’altro candidato, sostenuto dall’on. Libertini, il liberale sindaco uscente di Caltagirone Domenico Nicastro, coinvolto nel famoso scandalo della luce elettrica. In ogni caso, la presenza del centro cattolico che Sturzo rappresentava, con le sue caratteristiche: a) di corpo organizzato contro la corruzione; b) di forza spinta da una idealità di programma; c) di soggetto capace di sostenere lo sviluppo sociale ed il rilancio dei sentimenti religiosi nella vita politica,  costituì la vera novità della competizione elettorale.

Che, all’esito del voto, fece registrare l’elezione a consiglieri provinciali di Luigi Sturzo e Mario Milazzo. Il primo con 753 voti. Mentre 740 furono i voti andati a Milazzo. Con Nicastro, non eletto,  distanziato a 488 preferenze. In complesso, come relazionava il prefetto al ministro dell’interno, nel parziale rinnovo del consiglio provinciale di Catania gli eletti erano stati: nove liberali, sei dell’estrema ed un democratico cristiano.

Sturzo entra così in abito talare  a palazzo Minoriti, sede della provincia di Catania, il 14 agosto 1905 alle ore 14 per l’insediamento del nuovo consiglio, composto da 50 consiglieri che, in virtù della legge comunale e provinciale 164/1898 e sue successive modifiche, provenivano: due terzi da  precedenti elezioni ed un terzo era quello eletto con il rinnovo del 1905. Dal punto di vista politico, egli è solo, indipendente da qualsiasi partito, al centro, ‘circondato’ da consiglieri socialisti, radicali, repubblicani, massoni, clerico-moderati, monarchici, liberali ma preparato a resistere a qualsiasi pressione, pronto a dare il suo voto secondo coscienza e soltanto ubbidendo ai principi ispiratori del programma amministrativo dei cattolici. Certo, il suo isolamento gli avrebbe precluso ogni potere contrattuale ma, al contempo, gli avrebbe consentito di aggregare più facilmente altri consiglieri di ispirazione cattolica per costruire, prima a livello provinciale e poi regionale ed anche nazionale, quel movimento democratico-popolare che ormai da diverse parti veniva auspicato.

 

L’esperienza di Luigi Sturzo come consigliere della Provincia di Catania (2)

Prevalga il buon senso. Il binomio Mattarella-Draghi ha dato forza al Paese: dobbiamo giocare la carta della continuità.

Quando è in atto una situazione di crisi tra e nelle forze politiche, che accompagna e amplifica quella stessa della rappresentanza, servono soluzioni che permettano di garantire una tregua, anche per favorire la ricomposizione e il graduale ritorno a un nuovo equilibrio da realizzare con il voto previsto alla scadenza naturale della legislatura.

La situazione è alquanto agitata e confusa, tra il centro destra in progressiva fibrillazione, dopo che il tentativo del Cavaliere sembra ormai considerato da Salvini superabile/to e la sinistra  che rimane ferma in un surplace impotente. Ho salutato con grande soddisfazione l’indicazione di alcuni ex parlamentari grillini a favore della candidatura del prof. Paolo Maddalena, costituzionalista a tutto tondo e uno dei più strenui difensori della Carta fondamentale della Repubblica. Sembra, però, che stiano prevalendo gli interessi e le motivazioni “particulari” di singoli, movimenti  e gruppi parlamentari non più sostenuti da quei legami forti che erano alla base dei partiti della prima repubblica, e forte è il rischio, dunque, di una saga dei franchi tiratori preoccupati solo del loro stipendio e dell’agognato vitalizio. 

La fragile situazione economico sociale di un Paese sfibrato da una crisi pandemica ben lungi dal potersi considerare finita, suggerirebbe di tener in debita considerazione il motto: quieta non movere et mota quietare, non agitare ciò che è calmo, ma calma piuttosto ciò che è agitato. Recitava così il broccardo latino espressione di un’antica sperimentata saggezza. La saggezza che dovrebbe assistere gli elettori del prossimo Presidente della Repubblica.

Il binomio Mattarella presidente della Repubblica, Draghi capo del governo, ha assicurato sin qui all’Italia stabilità politica e un’affidabilità internazionale senza pari, l’unica che può garantire la prosecuzione della legislatura sino al suo termine naturale. È noto il reiterato NO del presidente Mattarella a una sua rielezione; un NO motivato dal ricordo di Segni e della sua proposta di “non rieleggibilità del Presidente della Repubblica”. Come ha sostenuto, tuttavia, con grande rispetto Paolo Cirino Pomicino al TG2, a riguardo della candidatura del Cavaliere, ma come regola generale: “Al Quirinale non ci si candida, ma si viene scelti”. E, allora, perché non attenersi alla saggezza del broccardo latino?

Anche le reiterate e motivate indisponibilità espresse da Mattarella, se avvenisse un voto a larghissima maggioranza del Parlamento integrato dai rappresentanti regionali, sono convinto che possano essere superate. Sarebbe la soluzione più semplice e adeguata alla complessità della situazione politica, economica, sociale e istituzionale dell’Italia. La stessa rielezione del Presidente Napolitano costituisce un precedente da considerare. Quando è in atto una situazione di crisi tra e nelle forze politiche, che accompagna e amplifica quella stessa della rappresentanza, servono soluzioni che permettano di garantire una tregua, anche per favorire la ricomposizione e il graduale ritorno a un nuovo equilibrio da realizzare con il voto previsto alla scadenza naturale della legislatura. Ogni altra soluzione, al di là dei tatticismi e promesse vane collegate/bili al voto dei 1009 che inizia il prossimo lunedì, è certo che provocherebbe l’immediata crisi di governo e le elezioni anticipate con una legge maggioritaria foriera della conservazione di un bipolarismo forzato, incapace di garantire la governabilità di cui l’Italia ha assoluta necessità in questa fase delicatissima della sua storia politico istituzionale. Il bis di Mattarella e la continuazione del governo delle larghe intese, con i possibili aggiustamenti, è ciò che serve. E’ la soluzione più semplice che richiede  un suggeritore autorevole come il capo del governo. Rompere questo equilibrio porterebbe soltanto alla confusione e al triste spettacolo dei nominati parlamentari, molti dei quali transumanti seriali. Auguriamoci che prevalga il buon senso e che Mario Draghi sappia lanciare il suo autorevole appello.

Martin Luther King, il sognatore che non si è mai arreso.  Il ricordo sull’Osservatore Romano.

Il Papa ha ricordato il reverendo anche nell’Enciclica “Fratelli tutti”, indicandolo, insieme a Desmond Tutu e al Mahatma Gandhi, tra i «motivatori» non cattolici del suo «spazio di riflessione sulla fraternità universale».

Davide Dionisi

«Io ho un sogno, che un giorno sulle rosse colline della Georgia, i figli di coloro che furono schiavi e i figli di coloro che possedettero schiavi sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza (…) Io ho un sogno, che i miei quattro bambini possano un giorno vivere in una nazione in cui non saranno giudicati dal colore della pelle». Il 28 agosto 1963, 300.000 manifestanti giunti da ogni parte degli Stati Uniti si trovarono al Lincoln Memorial, a Washington, per ascoltare il pastore battista, Martin Luther King che, nell’occasione, pronunciò il suo discorso più famoso: «I have a dream».

Il 4 aprile dell’anno successivo venne assassinato a Memphis, in Tennessee, da James Earl Ray, mentre al primo piano dell’Hotel Lorraine stava parlando con il reverendo Jesse Jackson, futuro primo candidato alla nomination del Partito democratico per le elezioni presidenziali. Ma il suo sogno, quello di «una società dove ci sia armonia e uguaglianza da conquistare attraverso la via della non violenza è ancora attuale», ha scritto Papa Francesco, il 18 gennaio dello scorso anno, in un messaggio a Bernice Albertine King, la figlia minore del leader del movimento per i diritti civili degli afroamericani, anche lei impegnata da anni nella promozione di una cultura di pace, basata sulla non violenza e contro ogni tipo di discriminazione.

Il Papa ha ricordato il reverendo anche nell’Enciclica “Fratelli tutti”, indicandolo, insieme a Desmond Tutu e al Mahatma Gandhi, tra i «motivatori» non cattolici del suo «spazio di riflessione sulla fraternità universale».

Dal 1986, anno in cui entrò in vigore la legge che istituì, tre anni prima, la festa nazionale per la sua nascita (da celebrare nel terzo lunedì di gennaio), gli Stati Uniti ricordano King con onori riservati solo al padre della patria, George Washington, e al presidente Abraham Lincoln.

A contrappunto di meeting e parate l’establishment politico e la stampa hanno da sempre aperto un dibattito su quanto resta della eredità del leader e soprattutto hanno cercato di fare il punto sulle condizioni attuali della gente di colore negli Stati Uniti Usa. Ieri i suoi eredi, il primogenito Martin Luther King III , sua moglie Andrea Waters King e la loro figlia Yolanda Renee King, hanno marciato nella capitale all’insegna dello slogan “No celebration without legislation”, nessuna celebrazione senza legislazione.

L’obiettivo è quello di premere sulla Casa Bianca e sul Senato per l’approvazione delle leggi a tutela dei diritti di voto. Nel proclamare le celebrazioni del #MlkDay la Casa Bianca ha così rievocato la figura dell’attivista: «Ha condiviso un sogno che continua a ispirare una Nazione: portare giustizia dove c’è ingiustizia, libertà dove c’è oppressione, pace dove c’è violenza e opportunità dove c’è povertà. Oggi, persone di ogni estrazione continuano quella marcia, alzando la voce per affrontare abusi di potere, sfidare l’odio e la discriminazione, proteggere il diritto di voto e accedere a posti di lavoro, assistenza sanitaria, alloggi e istruzione di qualità. In questo giorno, riflettiamo sull’eredità di un uomo che ha lanciato un appello alla coscienza della nostra nazione e del nostro mondo», si legge nel testo firmato dal presidente Joe Biden. Gli ha fatto eco il Segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres: «Martin Luther King ha dedicato la sua vita all’uguaglianza, alla giustizia e al cambiamento sociale non violento. Decenni dopo la sua morte, la lotta è tutt’altro che finita. Costruiamo sulla sua eredità mentre continuiamo a lavorare per un mondo migliore per tutti».

Ucciso nel 1968 a 39 anni, grazie al Martin Luther King’s Day, il pastore è entrato con questa ricorrenza nella storia americana e un suo busto, il primo in assoluto di un uomo di colore, si erge sotto la cupola del Congresso. Ma è il 10 dicembre 1964 che la missione del leader antisegregazionista ricevette la consacrazione definitiva con il premio Nobel per la pace. Fu il terzo esponente nero a ricevere il prestigioso riconoscimento dopo il sottosegretario all’Onu, Ralph Bunche, artefice nel 1950 della pace tra ebrei e arabi, e Albert Luthuli, sudafricano esiliato in una riserva cintata di filo spinato.

Martin Luther King fu preferito al cancelliere tedesco Konrad Adenauer, all’ex presidente Usa, Dwight D. Eisenhower, e al presidente francese Charles De Gaulle. Era già infatti molto noto in tutto il mondo tanto che, in virtù del suo strenuo impegno per la parità dei diritti civili, venne ricevuto, alcuni mesi prima, da Paolo VI .

Uscendo dall’udienza, scherzando con i giornalisti, disse: «Credo che sia la prima volta dal Concilio di Trento che un Papa romano riceve privatamente un protestante di nome Martin Lutero». Grazie alla sua costanza, il presidente Johnson firmò la legge sui “civil rights” e gliela consegnò di persona perché lo ritenne, insieme allo scomparso John Kennedy, il padre della legge che avrebbe restituito all’America un volto di giustizia. Il «Time» gli dedicò una copertina, proclamandolo “uomo dell’anno”, mentre l’Università di Yale gli conferì la laurea honoris causa per il suo rifiuto di ogni forma di violenza, nonostante le ripetute aggressioni subite.

Il giorno che gliela consegnarono King era nel carcere di St. Augustine, arrestato per la dodicesima volta. Discendente da una famiglia di pastori della chiesa riformata, nacque ad Atlanta, in Georgia, nel 1929. Studiò filosofia al Seminario teologico di Chester ed i suoi modelli presto diventarono Gandhi e il Vangelo. Ordinato nel 1954 fu inviato a svolgere la propria missione a Montgomery, in Alabama, dove iniziò la predicazione.

Presto si ritrovò alla presidenza di un comitato che divenne una delle più efficaci voci della protesta nazionale dei neri. Apostolo di una integrazione pacifica e graduale, fu accusato dagli estremisti del “black power” di essersi venduto ai bianchi perché il suo approccio pacifico non fu immediatamente compreso dagli abitanti dei ghetti. Ma era un uomo di fede e il suo messaggio fu ben presto capito da larghe fasce della popolazione (non solo di colore). Un sogno divenuto realtà perché, come ebbe a dire anni dopo il suo “collega” Mandela: «Un vincitore è semplicemente un sognatore che non si è arreso».

Fonte: «L’Osservatore Romano» del 18 gennaio 2022 [Titolo: Il sognatore che non si è mai arreso. Nel ricordo di Martin Luther King].

Comece: Roberta Metsola al Parlamento europeo, una scelta di speranza.

Madre e seriamente impegnata nella politica. Monsignor Galea-Curmi, a nome della Commissione delle conferenze episcopali della Comunità Europea (Comece), si congratula per la scelta di Roberta Metsola alla presidenza del Parlamento europeo, sottolineando che le sfide non mancano e “l’antipolitica non è superata”. Il vescovo ausiliario di Malta si sofferma sul ruolo delle donne e sui valori cristiani, sottolineando che la nomina è anche un incoraggiamento per i giovani.

Fausto Speranza

Diventano due su tre le donne ai vertici dell’Unione europea, con la nomina questa mattina di Roberta Metsola alla presidenza del Parlamento europeo, dopo quella di Ursula von der Leyen a capo della Commissione europea. Due donne accanto al presidente del Consiglio Ue Charles Michel. Eurodeputata maltese e membro del Ppe, Metsola è stata eletta questa mattina [ieri per chi legge, ndr], al primo turno. I voti favorevoli sono stati 458. Il numero di votanti è stato 690, le schede bianche e nulle sono state 74, i voti espressi 617.

Le congratulazioni della Comece

“A nome dei vescovi dell’Unione europea – scrive in una dichiarazione stampa giunta al Sir il cardinale Jean-Claude Hollerich, arcivescovo di Lussemburgo e presidente della Comece –, vorrei esprimere le mie più sincere congratulazioni a Roberta Metsola per la sua elezione a presidente del Parlamento europeo. Abbiamo già avuto modo di lavorare con lei e ne riconosciamo le qualità: è una persona brillante che saprà sicuramente svolgere in maniera eccellente questo importante ruolo istituzionale. Non vediamo l’ora di continuare questa collaborazione per il bene comune, avvicinando le istituzioni pubbliche ai cittadini europei, rendendo i giovani protagonisti della politica europea e promuovendo politiche incentrate sulla persona umana, sulla famiglia e sulla comunità”. 

Della scelta di una donna di 42 anni che si riconosce nei valori cristiani sui quali è nata l’Europa unita, abbiamo parlato con il vescovo ausiliare di Malta, monsignor Joseph Galea-Curmi, delegato dell’isola alla Commissione delle Conferenze episcopali della Comunità Europea:  

Un “buon segnale” per tutti e una “buona scelta” la definisce monsignor Galea-Curmi, sottolineando che Metsola è una donna madre e seriamente impegnata in politica, fortemente legata ai valori europei della democrazia, del rispetto per i diritti umani, del rispetto per le minoranze. Il vescovo ausiliare di Malta parla di un passo in avanti nella prospettiva di “lavorare insieme” sulle grandi sfide per il vecchio continente. Tra queste cita le migrazioni per sottolineare che non si possono ignorare o emarginare vite umane. Cita l’antipolitica per ribadire che non è un fenomeno superato e per lanciare un appello a tornare alle radici dell’esperienza di integrazione europea, ai valori fondanti. Si tratta di valori cristiani che – afferma – come Sassoli anche Metsola ha nel proprio orizzonte di formazione. Solo su quei fondamenti può rinascere una speranza nuova per l’Europa e soprattutto per le donne che – sottolinea – con i giovani pagano il prezzo più alto della disoccupazione, delle diseguaglianze sociali, delle discriminazioni.

Il discorso programmatico della neo eletta

“Una finestra di opportunità per far sì che il Parlamento sia più moderno, efficace ed efficiente”.Così Roberta Metsola, neoeletta presidente del Parlamento europeo (Pe), parla del suo mandato che segue quello di David Sassoli, il quale – dice – “si batteva per un mondo di solidarietà e di servizio”. La verità – conclude – emerge dal disaccordo e dal dibattito”. Del presidente scomparso martedì, di cui la maltese Metsola è stata la prima di 14 vicepresidenti, la neo eletta ricorda anche che “ha lottato duramente per portare le persone attorno al tavolo”, per poi affermare di voler proseguire su quell’impegno. Metsola ribadisce che “non si deve avere paura delle riforme”, affermando che l’europarlamento è “un’Istituzione unica al mondo e va rafforzata”. Emergono alcune priorità quando afferma che “non è facile trovare una maggioranza per la migrazione, per la protezione dei diritti fondamentali, per Frontex, per la lotta alla corruzione”.

 

Per ascoltare l’intervista

https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2022-01/unione-europea-roberta-metsola-presidente-diseguaglianze-vescovi.html

 

Roberta Metsola è la nuova presidente del Parlamento Europeo.

L’europarlamentare maltese Roberta Metsola è la nuova presidente del Parlamento Europeo. Metsola è stata eletta al primo scrutinio con 458 voti.

È un’avvocata specializzata in diritto e politica europea. Ha lavorato come addetta alla cooperazione legale e giudiziaria di Malta all’interno della Rappresentanza permanente di Malta presso l’Unione europea.

Attiva in politica fin da giovane: fu membro della formazione giovanile del Partito Nazionalista, il Moviment Zgħazagħ Partit Nazzjonalista, e dell’European Democrat Students, movimento giovanile del Partito Popolare Europeo, di cui è stata anche segretario generale.

È stata candidata alle elezioni europee del 2004 e a quelle del 2009, ma in entrambi i casi non venne eletta. Nel 2013 tuttavia prese il posto di Simon Busuttil, dimessosi per essere stato eletto al parlamento maltese.

Alle elezioni europee del 2014 e del 2019 venne rieletta, risultando in entrambi i casi la più votata del suo partito.

Il 12 novembre 2020 viene eletta prima vicepresidente vicaria del Parlamento europeo, sostituendo l’irlandese Mairead McGuinness, dimessasi dopo la nomina a commissario europeo. È la prima maltese a diventare vicepresidente.

Fa parte dell’ala moderata del PPE e in questi anni si è fatta notare soprattutto per il suo lavoro di mediazione con i gruppi di centro e di centrosinistra.

È la politica che deve “leggere” il Rapporto Oxfam sull’aumento delle disuguaglianze come una sferzata per il cambiamento.

Il poeta povero, 1839, di Karl Spitzweg (Monaco 1808-1885) – olio su tela – Opera esposta alla ‘Alte Nationalgalerie’ di Berlino

Rotto un sistema di partiti veri, capaci di rappresentanza, di economia mista pubblico-privata, di politiche monetarie adatte alla composita realtà della Penisola, è iniziata una china discendente, con disuguaglianze e povertà dilagante, che le vicende di questi ultimi due anni non hanno fatto che accelerare, rendendola più evidente.

Il Rapporto​ globale dell’Oxfam sulla disuguaglianza a seguito alla pandemia, uscito ieri in concomitanza con l’apertura del World Economic Forum 2022, appare nel contempo, a seconda dei punti di vista con cui lo si interpreta, una vibrante denuncia di un aumento sempre più fuori controllo del divario, rafforzatosi durante l’emergenza sanitaria, tra l’1% più ricco dell’umanità e il restante 99%. Ma finisce per assumere involontariamente anche un retrogusto amaro, di fungere da certificazione del successo di un punto fondamentale dell’Agenda di Davos, che mira a concentrare il potere e la ricchezza globale nelle mani di una ristretta cerchia di tecnocrati.

Nei​ due anni di pandemia, osserva il Rapporto, i dieci uomini più ricchi del mondo hanno più che raddoppiato i loro patrimoni.

“Nei 21 mesi intercorsi tra marzo 2020 e novembre 2021 – rileva Oxfam Italia -​ il numero dei miliardari italiani della​ Lista​ Forbes​ è aumentato di 13 unità​ e il valore aggregato dei patrimoni dei super-ricchi è cresciuto del 56%,​ toccando quota 185 miliardi di euro alla fine dello scorso novembre.​ I 40 miliardari italiani più ricchi posseggono oggi l’equivalente della ricchezza netta del 30% degli italiani più poveri​ (18 milioni di persone adulte)”.

Per la tradizione politica che ha dato all’Italia il massimo livello di uguaglianza verso l’alto e di benessere socio-economico della sua storia, costituisce più che una nostalgia l’osservazione di Oxfam Italia che “l’inversione delle fortune, iniziata dalla metà degli anni ‘90, con una marcata divergenza tra le quote di ricchezza del 10% più ricco e della metà più povera della popolazione italiana, non sembra allentarsi nel biennio 2020-2021”. Rotto quel sistema, di partiti veri, capaci di rappresentanza, di economia mista pubblico-privata, di politiche monetarie adatte alla composita realtà della Penisola, è iniziata una china discendente, con disuguaglianze e povertà dilagante, che le vicende di questi ultimi due anni non hanno fatto che accelerare, rendendola più evidente.

“Le banche centrali hanno pompato miliardi di dollari nei mercati finanziari per salvare l’economia, ma gran parte di queste risorse sono finite nelle tasche dei miliardari che cavalcano il boom del mercato azionario”, ha affermato Gabriela Bucher, direttrice di​ Oxfam​ International, dicendo una grande verità su cosa è servita la “pandemia”. Essa ha fornito la giustificazione alle banche centrali per proseguire programmi di creazione di liquidità straordinaria per tenere in piedi il grande circo della speculazione finanziaria i cui assets (uguale: debiti mascherati) con “valore” nominale superiore a oltre 10 volte il PIL mondiale sono sostanzialmente carta straccia e meritevoli di fallire. In tal modo una interessata emergenza sanitaria sta rendendo i ricchi sempre più ricchi, allontanando, per ora, il crac del sistema finanziario globale, e sta spolpando il resto dell’umanità con particolare accanimento verso la​ classe media occidentale.

In questa nuova situazione quale compito si ritaglierà la politica: quello di registrare asetticamente le decisioni del club di Davos oppure quello di costruire proposte adeguate a fronteggiare una crisi di tal portata?

Per scegliere quest’ultima via credo sia necessario però introdurre qualche elemento di critica e di anticipazione, di capacità di individuare i probabili sviluppi, possibile solo attraverso un recupero dell’autonomia culturale e di elaborazione politica. Sul cielo già volano gli avvoltoi del programma mondiale di remissione del debito, pronti a rilevare i fallimenti delle aziende, dei ristoranti, delle attività economiche danneggiate in cambio della firma alla rinuncia perpetua alla proprietà privata dei loro titolari e all’adesione a programmi di reddito di base erogato in moneta digitale delle banche centrali e condizionato all’ossequio a requisiti di varia natura, verificabili dall’incrocio di più banche dati. Tecnicamente è stata già implementata l’infrastruttura digitale per poterlo fare.

Pertanto, dipenderà dalla politica fare in modo che il Rapporto Oxfam sull’aumento delle disuguaglianze durante la pandemia, sia uno stimolo a superarle anziché una attestazione involontaria di mission accomplished di un progetto distopico e nei fatti inadeguato ad assicurare un accettabile livello di governabilità delle società occidentali che pretende di rimodellare dall’alto e sotto la pressione dell’emergenza.

Franchi tiratori di serie A e serie B. Oggi si va oltre, con alcuni “grandi elettori” pronti a votare per tornaconto personale.

Gli oltre 200 mascalzoni che cecchinarono Marini, con tanto di esaltazione sui social di molti parlamentari del Pd del tempo per avere bloccato il “vecchio” a vantaggio della “novità” e dell’”onestà” auspicate dai populisti dei 5 stelle, hanno fatto meno rumore dei 101 di Prodi, considerati gravissimi per la credibilità della politica e delle istituzioni. Misteri della politica.

La telenovela che precede l’elezione del Presidente della Repubblica – sempre più ingarbugliata e grottesca soprattutto quando la politica è in caduta verticale e i partiti non controllano più i rispettivi gruppi parlamentari – è diventata più un’operazione che somiglia ad una fiction a puntate che non ad una delicata e preziosa pagina della politica italiana. Non a caso, una delle ragioni decisive e determinanti di questa specifica elezione del Capo dello Stato, è come far sì di garantire il raggiungimento del vitalizio ai parlamentari di prima nomina che scatta nel prossimo settembre – e sicuramente di ultima presenza in Parlamento salvo miracoli provenienti direttamente dalla Divina Provvidenza – e, al contempo, come fare per ottenere ancora il lauto stipendio sino al termine normale e fisiologico della legislatura. 

È persin inutile ricordare, talmente è noto a tutti, che i diretti interessati di questa ineludibile richiesta sono i cosiddetti interpreti dell’anticasta che hanno trascorso questi anni ad insultare, diffamare, delegittimare e denigrare la cosiddetta “vecchia politica”. A dir la verità, nulla di nuovo sotto il sole. Anche perchè, è noto veramente a tutti, che i simpatici teorici dell’anticasta sono diventati in brevissimo tempo i difensori più accaniti dei privilegi e delle corsie preferenziali della casta. Senza alcuna riflessione e senza alcun ripensamento politico e culturale.

Ma, al di là di questo malcostume e di questo cinismo, quello che vale la pena ricordare nella ricostruzione contemporanea e mediatica della penultima elezione del Presidente della Repubblica – quella della riconferma di Napolitano nel 2013 – è la classificazione dei franchi tiratori tra quelli di serie A e quelli di serie B. Come se si potesse distringere la classifica all’interno di questo genere di mascalzoni e di irresponsabili. Mi riferisco, nello specifico, alla ormai famosa mancata elezione di Franco Marini e poi a quella di Romano Prodi. Entrambe gestite in modo pessime dal vertice del Partito democratico dell’epoca che era più preoccupato di liquidare definitivamente i rispettivi candidati che non quello di promuoverli al più alto scranno dello Stato. È ormai evidente a tutti i cultori della materia, che non si poteva e non si doveva ritirare un candidato – Franco Marini – che ottenne al primo turno ben 524 voti sufficienti per essere eletto al quarto scrutinio. Ma venne, appunto, ritirato immediatamente, e misteriosamente, dal segretario del Pd dell’epoca per favorire, altrettanto misteriosamente, un altro candidato, l’eterno Romano Prodi. E da quel momento è scattata la strana classificazione dei franchi tiratori: gli oltre 200 mascalzoni che cecchinarono Marini, con tanto di esaltazione sui social di molti parlamentari del Pd del tempo per avere bloccato il “vecchio” a vantaggio della “novità” e dell’”onestà” auspicate dai populisti dei 5 stelle, hanno fatto meno rumore dei 101 di Prodi, considerati gravissimi per la credibilità della politica e delle istituzioni. Misteri della politica.

Eppure la scelta di Marini era stata decisa democraticamente all’assemblea del Cinema Capranica dai grandi elettori con regolare votazione. Con una significativa maggioranza dei votanti a favore di Marini. E poi scattò, come da copione, l’azione implacabile dei franchi tiratori. Per Prodi, al contrario, non si votò e ci si limitò al solo applauso. Anche lì, poi liquidato dagli ormai celebri 101 franchi tiratori. Ma quelli, come evidente a tutti, sono passati alla storia mentre gli altri, quelli di Marini, sono stati rubricati a fatti di ordinaria amministrazione.

Ora, credo sia necessario almeno ripristinare una regola in questo contesto fatto di malcostume personale, di squallore civico, di degrado etico e morale e di caduta verticale di credibilità della politica e dei cosiddetti “rappresentanti del popolo”. E cioè, i franchi tiratori erano e restano un fatto di malcostume dei politici e della politica. Altrochè “liberi pensatori”. Soprattutto quando questi “liberi pensatori” hanno come unico obiettivo la difesa del proprio stipendio e il raggiungimento del proprio vitalizio. Almeno nella prima repubblica i franchi tiratori rispondevano sempre e solo a disegni politici e a scenari politici, più o meno inconfessabili. Oggi, invece, si pensa solo e soltanto al proprio tornaconto personale. Questa, molto semplicemente, è la concreta differenza tra i franchi tiratori di serie A e i franchi tiratori di serie B.

 

Europarlamento, la Commemorazione del Presidente Sassoli: “La tua lotta per la democrazia continua”.

I deputati hanno onorato la memoria del Presidente del PE, David Maria Sassoli, in una cerimonia che si è tenuta lunedì in plenaria a Strasburgo.

Comunicato del Parlamento europeo

In apertura della cerimonia, la Presidente ad interim del Parlamento, Roberta Metsola, ha dichiarato: “L’Europa ha perso un leader, la democrazia ha perso un campione e noi tutti abbiamo perso un amico”.

“Uomo di grande visione e profonde convinzioni, ha sempre saputo tradurre in azioni concrete i valori in cui credeva. Si è battuto affinché il Parlamento rimanesse attivo durante i mesi più critici della pandemia e ci ha consentito di approvare importanti pacchetti legislativi di cui l’Europa e i suoi cittadini avevano bisogno”, ha aggiunto, concludendo che “questa assemblea onorerà il tuo operato e farà tesoro della tua eredità”.

L’ex Primo ministro italiano ed ex deputato europeo, Enrico Letta, amico intimo del Presidente Sassoli, nel suo elogio funebre ha dichiarato che per David Sassoli “l’Europa non è solo direttive, istituzioni e sigle. No. L’Europa è prima di tutto la sua gente, le sue anime, i suoi cuori” (…) Proprio come lui teneva aperte le porte di questo Parlamento, David mirava ad aprire le porte ai cittadini di tutto il nostro continente”.

Ha poi aggiunto che “il filo conduttore di tutte le sue battaglie è chiaro: l’Unione europea è un’Unione di valori” e che “la lotta di David per la democrazia, la libertà e lo Stato di diritto è stata un’ispirazione per tutti noi”. Ha poi concluso: “Porteremo avanti il suo lavoro. Le tue lotte continueranno ad essere le nostre lotte. Non ti dimenticheremo mai”.

Il Presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha dichiarato: “David (…), tu ispiravi naturalmente rispetto, e ciò andava ben oltre la tua funzione” e ha omaggiato una personalità “accogliente, semplice, autentica, sorridente” e ferma quando necessario. David Sassoli “era un leader politico, un europeo orgoglioso”. Charles Michel ha poi elogiato gli ideali di giustizia sociale e solidarietà di Sassoli, la matrice del suo impegno politico.

Il Presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, intervenendo anche a nome della Presidenza di turno del Consiglio UE, ha salutato “un uomo di rara gentilezza, il cui sorriso, la visione e gli ideali erano abbastanza ampi per un continente”. Ha inoltre sottolineato “il cuore e l’ambizione” che David Sassoli ha dimostrato durante la pandemia, durante la quale ha trasmesso a tutta l’Europa “un volto di amicizia e di esemplarità” attraverso le sue azioni alla guida del Parlamento.

Il Presidente Macron ha poi affermato che Sassoli è stato “sia un organizzatore che un pacificatore” dell’emiciclo, poiché “ha affrontato le idee e mai le persone”.


Intervento dei leader dei gruppi politici

Dopo l’intervento di Macron, hanno preso la parola i rappresentanti dei gruppi politici del PE, che hanno elogiato David Sassoli per essere stato un uomo di grande integrità, decenza e gentilezza, sempre disposto e capace di trovare compromessi e colmare le divisioni, e in grado allo stesso tempo di guidare il Parlamento con grande lungimiranza, determinazione e competenza in tempi difficili.

La leader del gruppo S&D, di cui Sassoli faceva parte, Iratxe García Pérez (ES) ha detto: “David Sassoli era un uomo buono, impegnato, un appassionato europeo, capace di dialogare e allo stesso tempo di rimanere fermo sui suoi principi di libertà, democrazia e solidarietà. Il miglior tributo che possiamo rendergli è continuare la sua eredità: costruire un’Europa sociale e una politica migratoria che metta al centro le persone”.

L’hanno seguita Manfred Weber (PPE, DE), Dacian Cioloş (Renew, RO), Ska Keller (Verdi/ALE, DE), Marco Zanni (ID, IT), Raffaele Fitto (ECR, IT) e Martin Schirdewan (The Left, DE).

La famiglia del Presidente Sassoli, compresi la moglie e i figli, ha partecipato alla cerimonia. Hanno inoltre partecipato diverse personalità di alto profilo tra le più alte cariche politiche dei paesi e delle istituzioni dell’UE. Tra questi, il Primo ministro italiano Mario Draghi, il lussemburghese Xavier Bettel, il greco Kyriakos Mitsotakis, il croato Andrej Plenković e il maltese Robert Abela. Hanno preso parte alla cerimonia anche diversi oratori dei parlamenti nazionali UE.

All’inizio della cerimonia, un breve video intitolato “David Maria Sassoli, Presidente del Parlamento europeo” è stato proiettato in Aula.

 

È possibile rivedere l’intera cerimonia qui.

È stato scoperto (forse) chi denunciò la famiglia di Anna Frank alla Gestapo. Lo riporta l’Agenzia Italia.

Processed with VSCO with b1 preset

Una squadra di investigatori internazionali, tra cui un agente dell’Fbi in pensione, indaga da sei anni nel tentativo di scoprire chi tradì la ragazzina il cui diario è diventato il testo di riferimento sulla Shoah. I documenti che hanno raccolto puntano il dito contro Arnold van der Bergh, ma in un certo modo lo assolvono.

Fu un noto notaio ebreo di Amsterdam, Arnold van den Bergh, a rivelare alla Gestapo l’esistenza dell’Annesso Segreto, la nicchia ricavata in un edificio di Amsterdam dove si nascondevano Anna Frank e la sua famiglia. Lo avrebbe fatto, si scopre quasi 80 anni dopo, per garantire la sicurezza della propria famiglia.

Una squadra di investigatori internazionali, tra cui l’agente in pensione dell’FBI Vince Pankoke, indaga da sei anni nel tentativo di scoprire chi nel 1944 mise la Gestapo sulle tracce dei Frank. I risultati, appena pubblicati, puntano il dito contro il notaio, ma in parte lo assolvono perché avrebbe tradito “per legittima difesa”, una teoria che Otto Frank, padre di Anna, riteneva valida, In fondo chi più di lui poteva capirlo?

Nella ricerca, non è stata ancora esaminata da esperti indipendenti, sono state esaminate numerose informazioni, date per perse e racconti di testimoni deceduti, e la ‘pistola fumante’ sarebbe la copia di una nota anonima che fu data a Otto Frank dopo la Seconda Guerra Mondiale e che gli investigatori hanno trovato negli archivi di un agente di polizia.

Il Jewish Council aveva stilato elenchi di indirizzi di famiglie ebree nel tentativo di mostrare ai tedeschi che stava collaborando e, come membro di questo organismo, Van den Bergh potrebbe averlo ottenuto e usato per cercare di proteggere la propria famiglia. Come membro del Consiglio, Van den Bergh aveva fatto di tutto per ottenere una tregua temporanea dalla deportazione.

L’indirizzo dei Frank finì nelle mani di un ufficiale delle SS tedesche che ordinò ai suoi uomini di arrestare la famiglia Frank il 4 agosto del 1944. Gli investigatori ammettono che non ci sono ancora prove conclusive su come il notaio abbia fatto trapelare l’indirizzo e chi abbia scritto la nota anonima consegnata a Otto Frank.

L’intelligenza artificiale è stata utilizzata per setacciare 66 gigabyte di dati, cercando, ad esempio, connessioni tra incursioni in altri nascondigli, smentendo la teoria secondo cui la scoperta fosse casuale.

 

Azione cattolica: il 21 gennaio seminario sul Messaggio di Papa Francesco per la Giornata della pace.

Venerdì 21 gennaio, dalle ore 16.00 alle ore 18.00, si terrà a Roma (presso l’Università Lateranense) il seminario “Dialogo fra generazioni, educazione e lavoro: strumenti per edificare una pace duratura”, promosso dall’Istituto di diritto internazionale per la pace “Giuseppe Toniolo”, dall’Azione cattolica italiana e dalla Pontificia Università Lateranense. I lavori potranno seguiti online sul canale YouTube dell’Azione cattolica.

“Dopo la ‘cultura della cura’ proposta nel 2021 per ‘debellare la cultura dell’indifferenza, dello scarto e dello scontro, oggi spesso prevalente’, con il Messaggio per la Giornata mondiale della pace 2022 Papa Francesco ci invita a leggere i segni dei tempi con gli occhi della fede, per risvegliare vecchie e nuove domande con le quali è giusto e necessario confrontarsi: le generazioni sono veramente solidali fra loro? Credono nel futuro? Possono l’istruzione e l’educazione costruire una pace duratura? Il lavoro, nel mondo, risponde di più o di meno alle vitali necessità dell’essere umano sulla giustizia e sulla libertà? Se e in che modo la cura della casa comune può alimentare un orizzonte di pacificazione?”. 

Su questi temi ruota il seminario “Dialogo fra generazioni, educazione e lavoro: strumenti per edificare una pace duratura”, promosso dall’Istituto di diritto internazionale per la pace “Giuseppe Toniolo”, dall’Azione cattolica italiana e dalla Pontificia Università Lateranense in occasione del messaggio pontificio per la Giornata mondiale della pace 2022. L’iniziativa è realizzata in collaborazione con Acli, Caritas italiana e Fiac (Forum internazionale di Azione cattolica). Nel rispetto delle vigenti norme anti Covid-19, l’appuntamento è per venerdì 21 gennaio, dalle ore 16 alle ore 18, presso la Pontificia Università Lateranense, aula magna “Benedetto XVI”, piazza San Giovanni in Laterano 4 a Roma. È possibile seguire la diretta del Seminario sul canale YouTube dell’Azione cattolica italiana.

Dopo i saluti di Vincenzo Buonomo, rettore della Pontificia Università Lateranense, e Giuseppe Notarstefano, presidente nazionale dell’Ac, introduce i lavori e presiede, Sandro Calvani, presidente del Comitato scientifico dell’Istituto di Diritto internazionale per la pace “Giuseppe Toniolo”. Interventi di: Shahrzad Houshmand Zadeh, docente alla Facoltà di studi orientali all’Università “La Sapienza” e alla Pontificia Università Gregoriana, Stefano Tassinari, vicepresidente nazionale vicario delle Acli, Paolo Beccegato, vicedirettore vicario di Caritas italiana. Conclusioni di Giulio Alfano, docente alla Facoltà di Filosofia e delegato del ciclo di studi in Scienze della pace e cooperazione internazionale della Pontificia Università Lateranense

È gradita la conferma della presenza a: istituto.toniolo@azionecattolica.it.

[Fonte: Agensir]

 

Il liberismo alla Reagan e alla Thatcher ha desertificato la politica, avviando un processo di stratificazione verso il peggio.

Dagli Anni ’80, da quarant’anni, il mercato e il turbocapitalismo hanno avuto al loro fianco politici che hanno ‘suicidato’ la Politica.

Ho davanti a me, nitido ricordo visivo, l’emblematica cover del numero di Ottobre 2014 di “GQ” Italia. Già in copertina si dava per certo che storicamente i politici fossero una genìa di imbroglioni, per cui ad ognuno la scelta: o li combatte, o li imita, o rinuncia. In ogni caso il messaggio veicolato consisteva nel dire che la partita era chiusa, tanto loro non cambieranno. Tuttavia, non è nel 2014 che inizia questo filone antipolitico. Il filone inizia quando alla Presidenza degli Stati Uniti arriva una sorta di antipasto di Trump, ovvero Ronald Reagan. 

Vi era l’eco della famosa frase della Thatcher, ‘la società non esiste’, che fu detta da lei nel contesto di una intervista per il settimanale “Woman’s Own” del 23 Settembre 1987, pubblicata il 31 Ottobre di quell’anno: “No such thing as society”. Non esiste una cosa come la società…anzi, un aggeggio tipo ‘la società’: manco la considerò più di una ‘cosa’… . E quindi continuò: “Esistono individui…”. Verrebbe da chiosare astraendoci dal contesto storico: il liberismo (non dico il liberalismo) sarebbe neutro e imparziale?

Torniamo a Reagan. Quando si insedia a Gennaio del 1981 proclama “lo stato [government] non è la soluzione, lo stato è il problema”, con ciò declinando una posizione esattamente all’opposto di quella inclusione della società civile nel governo proposta da John Kennedy vent’anni prima (“non chiedetevi…ma chiedetevi che cosa voi potete fare per l’America…”).

Per cui dagli Anni ’80, da quarant’anni, il mercato e il turbocapitalismo hanno avuto al loro fianco politici che hanno ‘suicidato’ la Politica andando per le spicce, facendo gli sbruffoni tranchant, appiattendosi sul pragmatismo, deificando il funzionalismo e maramaldeggiando sulle convenienze individuali, irridendo ed uccidendo ogni trascendenza, etc.

Gli stratificati e spessi risultati di oggi non si sono consolidati in poco tempo, poiché sono generazioni, in effetti, che si fanno le prediche su ‘pensa a te stesso e manda tutti al diavolo’ (libro di Trump).

L’ambizione di Putin e il ritorno della Russia sul proscenio mondiale. Il punto di vista di Farinone.

Putin non vuole invadere l’Ucraina, e neppure i Paesi baltici (anche se lo farebbe volentieri, potendo). Vuole però – secondo Farinone –  mettere in chiaro che oltre dove è già arrivata la NATO non può estendersi. Questa è la linea rossa. Invalicabile. Un punto che è divenuto quasi un’ossessione per l’uomo del Cremlino.

Ma cosa sta succedendo su fronte orientale? Le parole del segretario generale NATO, Jens Stoltenberg, suonano alquanto preoccupanti e la risposta a stretto giro di posta del ministro degli esteri russo, Sergei Lavrov, ancora di più. Messe una in fila all’altra le parole e le azioni di Mosca stanno assumendo un profilo che effettivamente non può non allarmare le cancellerie occidentali. Anche perché dietro di esse c’è una logica, che Putin ha col tempo puntualizzato ma che era chiara nella sua mente sin dagli inizi della sua lunga presidenza.

Nel corso dei primi anni del suo mandato ha con tutta la durezza del caso schiacciato le ambizioni indipendentiste dell’area caucasica, cominciando con lo stroncare quella dei ceceni per poi proseguire occupando l’Abkazia e l’Ossezia meridionale, inviando così un avvertimento esplicito alla Georgia, rea di avere avuto una qualche idea di partecipazione alla NATO; nell’area da anni gioca pure un ruolo da arbitro o quasi nell’intermittente conflitto fra azeri e armeni (con una predilezione per questi ultimi, con i quali la Russia è comunque alleata).

Nel 2014 l’atto più impegnativo e urticante: l’invasione della Crimea, penisola ucraina affondata nel Mar Nero dalle esplicite influenze russe, e la parziale occupazione del Donbass, provincia orientale di Kiev. Più recentemente il sostegno al dittatore bielorusso Lukashenko e, sempre ai confini dell’Unione Europea, la presenza di truppe russe in Moldavia nonché il dispiegamento offensivo lungo i confini con l’Ucraina; e, ancora, lo stretto raccordo con il presidente della Repubblica serba della Bosnia-Erzegovina, Milorad Dodik, che da parte sua sta minacciando l’unità già precaria del suo Paese.

Segnali incontrovertibili di un disegno strategico che Putin ha esplicitato più volte, che è a lui ben chiaro da sempre e che ora pare giunto ad un punto di verifica alquanto insidioso. La Russia non può consentire un ulteriore allargamento a est della NATO, e dunque si attrezza per impedire ad ogni costo che Ucraina, Georgia, Moldavia entrino a farne parte. Non solo.

La Russia ritiene lesivo della sua sicurezza qualsiasi mutamento geopolitico dello status quo attuale che non sia ad essa esplicitamente favorevole. La traduzione del concetto è nell’idea che sostanzialmente bisognerebbe ricreare una divisione dell’Europa in sfere d’influenza, una occidentale e una russa. Ovviamente un’ipotesi non accettabile per Bruxelles ma sufficiente per preoccupare fortemente i Paesi baltici, che – come già scritto su queste pagine – potrebbero abbastanza facilmente venire isolati attraverso l’occupazione del Suwalki gap, il corto corridoio che divide Polonia e Lituania lungo l’asse latitudinale fra l’enclave russa di Kaliningrad e la Bielorussia. 

La situazione si sta dunque incartando: Putin esige che l’occidente non allarghi ulteriormente la propria sfera d’influenza e anzi in un qualche modo vorrebbe che i paesi già appartenenti al vecchio Patto di Varsavia non transitati in questi 30 anni a quello Atlantico tornassero sotto l’orbita di Mosca. L’occidente non può da parte sua tollerare in alcun modo il concetto secondo il quale una nazione libera non potrebbe decidere autonomamente le sue alleanze.

Così il Consiglio NATO – Russia della settimana scorsa non ha prodotto nulla, se non una recrudescenza dei toni bellicosi, fortunatamente solo verbali. Resta però la presenza massima di soldati e armamenti sul confine ucraino, che Stoltenberg ha una volta di più denunciato specificando però che, non essendo l’Ucraina membro del Patto Atlantico, per essa non è applicabile il famoso articolo 5 e quindi di fronte al precipitare degli eventi (ovvero la possibile invasione da parte russa) le sanzioni sarebbero sì durissime ma non vi sarebbe una risposta militare.

Putin non vuole invadere l’Ucraina, e neppure i Paesi baltici (anche se lo farebbe volentieri, potendo). Vuole però mettere in chiaro che oltre dove è già arrivata la NATO non può estendersi. Questa è la linea rossa. Invalicabile. Un punto che è divenuto quasi un’ossessione per l’uomo del Cremlino. Coerente peraltro con quanto da lui sempre pensato, e cioè che il crollo dell’Unione Sovietica sia stato un evento catastrofico per la Russia. Una Russia che ora deve riprendere un suo spazio nel mondo. Nel continente europeo. Ma pure nel Mediterraneo (come si è visto con gli interventi operati in Siria e in Libia). E senz’altro anche a oriente, in quella vastissima regione un tempo appartenenti all’URSS e oggi divisa in tanti, troppi Stati. Dei quali il Kazakistan è il più importante, per dimensioni, per ricchezze del sottosuolo, per posizionamento geografico avendo migliaia di chilometri di confine con la Cina.

Forse non è – come in molti sostengono – la visione di una rinnovata presenza imperiale, ma di certo si tratta di una visione e di un’ambizione lucide: Mosca nuovamente grande protagonista sulla sua scena globale. Americani ed europei dovranno tenerne conto; è come se Putin li avvertisse, dicendo loro “occhio, non c’è solo la Cina. Ci siamo pure noi”.

Ma quale transizione, si usa sempre più petrolio. Pure dalle sabbie bituminose. Su “formiche.net” un’analisi controcorrente.

Mentre in Europa ce la prendiamo con il gas, in Canada si estrae più petrolio che mai dalle sabbie bituminose, fonte fossile tra le più inquinanti e nefaste al mondo. Le grandi compagnie petrolifere sono costrette ad abbandonare questi giacimenti per apparire più “buone”? Non cambia nulla: arrivano piccoli operatori che non subiscono pressioni d’immagine.

Otto Lanzavecchia 

Nel cammino verso zero emissioni nette talvolta occorre fermarsi e fare il punto e confrontare la sacrosanta spinta verso la decarbonizzazione con la dura realtà. Che nel caso del petrolio è questa: ci servirà ancora per anni, piaccia o meno, dato che non esiste un’alternativa altrettanto economica, efficiente, facilmente distribuibile e sfruttabile.

L’Agenzia internazionale dell’energia (Iea) ha calcolato che la produzione di petrolio è salita del 4,6% tra settembre 2020 e 2021. Nello stesso periodo i prodotti raffinati sono cresciuti del 6,6% e le consegne totali sono aumentate dell’8,4%. Intanto le riserve strategiche sono più vuote, dopo che alcuni Stati (come gli Usa) vi hanno attinto per ammortizzare il caro-energia.

“Ci aspettiamo che la domanda di petrolio cresca a 100,23 milioni di barili al giorno nel 2022, con un aumento di 3,5 dal 2021 e ampiamente al di sopra dei livelli del 2019 di 98,27”, ha scritto Schroders, una multinazionale che si occupa di asset management, basandosi sulle previsioni di crescita del Pil globale.

Gli analisti prevedono anche un passaggio dal gas al petrolio in Europa e Asia, dove il prezzo del gas – che per via del minore potere inquinante è il combustibile d’elezione per la transizione – è talmente alto da fornire un incentivo per il ritorno al petrolio. In altre parole, scapicollarsi verso la soluzione più verde ha favorito le sorti di quelle più “sporche”. Dissonanza cognitiva? Eppure questa palese, vorace domanda di petrolio non traspare dal comportamento dei grandi enti dei Paesi Ocse, come multinazionali petrolifere e banche d’investimento. Le pressioni di investitori e ambientalisti uniti alle ragioni d’immagine li hanno resi sempre più restii a investire in nuovi progetti di esplorazione e sfruttamento.

Ma persino applaudire una scelta così responsabile potrebbe essere fuorviante, come dimostra il Wall Street Journal. Le più importanti compagnie petrolifere stanno fuggendo dalle sabbie bituminose del Canada, ossia la quarta riserva più grande al mondo di petrolio nonché una delle più inquinanti, visto che l’estrazione richiede solventi chimici e l’uso massiccio di acqua, che nel processo viene contaminata. Gli investimenti sono in stallo e le banche si rifiutano di finanziarne di nuovi, racconta il WSJ, ma “ci si aspetta che la produzione di petrolio continui per almeno altri due decenni”. 

E allora invece di abbandonare per sempre i tar pits, incubo di chi ha a cuore le sorti dell’ambiente, ecco che società minori, di scala locale, hanno preso il posto di quelle più blasonate (e vincolate dalla loro immagine pubblica) e per sfruttare miniere e pozzi esistenti. Secondo i primi calcoli, l’anno scorso le sabbie bituminose avrebbero fornito più petrolio che mai.

 

Continua a leggere

https://formiche.net/2022/01/petrolio-sabbie-bituminose-canada/

 

Il patto di legislatura proposto da Letta per salvaguardare Draghi. Il resoconto dell’Agenzia Italia.

Il segretario del Pd ottiene dalla riunione congiunta fra gruppi parlamentari e direzione un mandato che ‘blinda’ il percorso che porterà al voto il 24 gennaio.

Paolo Molinari

Un patto di legislatura, un pacchetto chiuso che preveda elezione del Capo dello stato e prosieguo della legislatura fino al termine naturale. Ma, soprattutto, che salvaguardi la figura di Mario Draghi, essenziale per portare a termine il Pnrr e per fare fronte alla crisi pandemica.

Enrico Letta apre con queste indicazioni la riunione congiunta fra gruppi parlamentari e direzione del Pd. Il segretario ottiene un mandato che ‘blinda’ il percorso che lo porterà al voto il 24 gennaio. Letta, infatti, chiede che a votare siano non solo la direzione, ma anche quei gruppi parlamentari che si sono venuti a formare quando al Nazareno sedeva ancora Matteo Renzi e che, da allora, sono sempre stati difficili da guidare.

E anche la scelta di includere le capigruppo nel mandato sembra rispondere a questa necessità. Alla fine la risposta è stata unanime: mandato al segretario e alle capigruppo “di seguire le trattative per l’elezione del Presidente della Repubblica”. Una riunione da remoto per non “far circolare tante persone in Italia in un momento così”. E in diretta streaming, “per garantire trasparenza in un momento tanto delicato”.

La riunione si apre con un ricordo di David Sassoli, a cui il segretario riconosce il merito di aver consentito al Parlamento Europeo di lavorare al Next generation Eu quando tutti chiudevano. A Sassoli, poi, Letta ha annunciato di voler dedicare la sala del Nazareno, sede nazionale del partito, in cui si tiene la direzione.

È Sassoli, infatti, a rappresentare quella “politica buona” a cui Letta vorrebbe tornare. Anche per questo la scelta del centrodestra di candidare Berlusconi, confermata nel summit a Villa Grande, ha “deluso” profondamente i dem. È vero, ha spiegato Letta, che “ogni capo di partito è divisivo”, ma nessuno “è divisivo quanto Silvio Berlusconi”.

 

Nonostante questo, il segretario Pd è consapevole di dover continuare sulla linea del dialogo con le altre forze parlamentari. “Non abbiamo la maggioranza assoluta”, ricorda a parlamentari e membri della direzione, quasi a voler rispondere a chi – come il ministro della Cultura, Dario Franceschini – sollecita una ‘mossa’ del partito e dei suoi alleati.

Una “azione politica” da parte del partito chiedono, durante il dibattito, anche Matteo Orfini e Alessandro Alfieri, coordinatore nazionale di Base Riformista, l’area che fa riferimento a Lorenzo Guerini e Luca Lotti. Il primo, che non ha avanzato ufficialmente l’ipotesi del Mattarella bis, sottolinea: “Dobbiamo prendere delle contromisure” rispetto alla scelta del centrodestra “che non significa lavorare su un nome di bandiera alternativo” ma “assumere una iniziativa politica forte per dire al centrodestra: fermatevi”.

Il secondo risponde direttamente al segretario: “Non possiamo non giocare la partita, anche se siamo il 15 per cento dei grandi elettori”, sottolinea Alfieri, “Siamo quelli più avanti nei sondaggi e non possiamo non interpretare il nostro ruolo”. Da registrare comunque il silenzio di alcuni big del partito a cominciare dai capiarea Dario Franceschini e Lorenzo Guerini.

Ma di nomi, in questo momento, Letta non vuol sentire parlare: “fare nomi oggi significa voler bruciare le candidature”, sottolinea. Un nome, tuttavia, viene fatto durante i dibattito: è quello del presidente del Consiglio, Mario Draghi. La premessa di tutti è la stessa: “Il premier va salvaguardato, i nomi non vanno bruciati”.

Ma in un modo o nell’altro, è sull’ex presidente della Bce che si concentrano le attenzioni. Su questo, le aree del Pd si muovono in ordine sparso: “La cosa più naturale è che questo governo continui con il suo presidente del consiglio, con il presidente del consiglio attuale”, dice Goffredo Bettini.

Un punto di vista sottoscritto anche da chi, in passato, si è mostrato critico con alcune prese di posizione di Bettini: “Per garantire continuità nell’azione di governo, abbiamo bisogno di Draghi a Palazzo Chigi”, dice Matteo Orfini. Franco Mirabelli, senatore di Area dem – la corrente che si organizza attorno a Dario Franceschini – sottolinea che “non si tratta di escludere nessuno, ma è evidente che la figura di Draghi è fondamentale per la tenuta e la funzionalità di questo governo ed è evidente che noi non sappiamo – e possiamo permetterci di non saperlo? – cosa accadrebbe se facessimo a meno di questa guida”.

Cesare Damiano allontana la tentazione di portare il dibattito sulla figura del premier: “Non vorrei rischiare di bruciare Draghi, né al Quirinale né a Palazzo Chigi: vedo una sorta d’indebolimento dell’azione di governo nelle ultime settimane, che potrebbe portare a una crisi o a una sorta di paralisi”. Al contrario, per Stefano Bonaccini, presidente della Regione Emilia Romagna a cui guarda Base Riformista, “se l’interesse del Paese coincide con il nostro, sarebbe un errore dire che Draghi e’ tolto dalla corsa al Quirinale, perché se diamo il mandato pieno” al segretario Letta “a trattare, non brucerei alcun nome e mi troverei pronto mettendo in campo tutto ciò che serve per unire. Dopodiché è giusto che il governo prosegua per tutta la legislatura”.

E, allora, la strada è quella di tenere la porta aperta al dialogo, chiamare tutti gli altri partiti a un patto di legislatura, “a partire dalla maggioranza che sostiene il governo”, allo scopo di eleggere una figura super partes che garantisca tutti, portare avanti l’azione di governo e la legislatura. “Dobbiamo lavorare in sicurezza perché il Paese sia in grado di garantire, a partire dalla scuola, servizi pubblici per rendere la vita degli italiani sicura e riprendere e superare le diseguaglianze. Allo stesso tempo il tema del Pnrr è una delle questioni più importanti che abbiamo di fronte”, ricorda il segretario. “Quei soldi devono essere spesi e il nostro Paese non deve finire nel banco degli imputati dell’Unione Europea”.

Per questo, “l’idea che ci siano oggi elezioni nel nostro Paese va messa da parte”. Il profilo è quello di un Presidente della Repubblica che “affidi l’incarico a chi vince le elezioni” e che si muova nel solco tracciato dal presidente Mattarella. “Siamo positivi e ottimisti sul fatto che l’atteggiamento della nostra coalizione ci permetterà di convincere tutti per arrivare il più presto possibile a una elezione di un uomo o una donna di alto livello e super partes che raccolga l’eredità di Sergio Mattarella”.

La strada del dialogo con il centrodestra, tuttavia, appare sbarrata al ministro e capodelegazione Pd, Andrea Orlando: “Nella malaugurata ipotesi in cui questa intenzione persistesse, il modo in cui rispondere sarà un fatto politico a cui pensare già nelle prossime ore. Io credo che sia giusta l’offensiva diplomatica, la scelta di tenere sulla linea del dialogo, ma si tratta di un dialogo su cui grava questa scelta”, dice il ministro. Se lo scetticismo di Orlando dovesse trovare conferma, la strada indicata da Letta è quella del confronto con gli alleati: “Con i nostri alleati il dialogo è molto positivo e io li voglio ringraziare. Il dialogo con i nostri alleati, con i quali abbiamo costruito al grande stagione del Conte 2, ci porta a costruire la scelta sul presidente della Repubblica e quella delle elezioni del 2023”.

 

Continua a leggere

https://www.agi.it/politica/news/2022-01-15/patto-legislatura-letta-salvaguardare-draghi-15246325/

Guardando alla storia di Sassoli. Quella cifra che un cattolico porta in politica e nel mondo. 

Cos’è il rammentatissimo “tratto gentile” di David Maria Sassoli? Un agghindamento estetico? O una condotta morale? Nessuna delle due. Era quello che è stato ed è sbeffeggiato oggi da narcisismo, nichilismo e cinismo insieme: un approccio relazionale non conformato a questo mondo, e perciò liberante. Naturalmente se non si tratta di superficiale estetica (perché esiste anche un’estetica seria) né di razionalismo etico, da dove gli derivava? Da valori, impegno politico, essere cittadino del mondo, ecc ecc ecc? Anche qui non basta per concludere sul letto di morte pronunciando ripetutamente la parola “amore”. Bisogna che questo mondo si arrenda: gli derivava dalla sua confidenza con il Signore. 

In un sermone di Natale tenuto a Samoa – dove poi morì a quarantaquattro anni – Robert Louis Stevenson esortava alla gentilezza e all’allegria, “i perfetti doveri che vengono prima di ogni moralità”, sottolineando come solo la stupidità e la falsa smania di elevatezza possono disconoscere lo  schietto valore di essere onesti e gentili con gli altri. Lui, il grande scrittore esperto del male e dell’ombra, sapeva quanto sia bene che una ricorrenza costringa un uomo – nel buio dell’Inverno, quando la fioca luce fa accorgere delle sedie vuote lasciate dai nostri cari – ad indossare una “maschera sorridente”, anche se – diceva agli indigeni di Samoa che lo ascoltavano – non sa per quale salario lavora o cosa davvero è in suo potere; ma è _comunque_ in viaggio e, come sottolinea Magris, si avvia con le sue quattro ossa verso il leale “fiasco umano” che è al fondo della strada di ognuno.

Così, guardando alle recenti vicende e alla vera cifra della vita di David Sassoli, si squarciano le tante cappe che camuffano l’esistenza e appare l’unico totalizzatore, quello che il figlio Giulio ha detto in Santa Maria degli Angeli nel commiato al padre, e cioè che l’ultima parola che David Maria pronunciava ripetutamente nelle sue ore estreme di soggezione alla tirannia del tempo era “amore”. Perché ogni altra cosa dinanzi alla morte appare per quello che è: vanità. 

La fine della vita temporale, dice Paolo VI nel suo ineguagliabile “Pensiero alla morte”, ha una sua fosca chiarezza: “vi è la luce che svela la delusione d’una vita fondata su beni effimeri e su speranze fallaci. Vi è quella di oscuri e ormai inefficaci rimorsi.”. 

Nel ricordare e celebrare i valori, il pensiero, la passione e lo spirito di servizio di Sassoli, la riflessione non avanza però più di tanto nel _trarre le conseguenze_ dall’altro campo di parole pronunciate: gentilezza, garbo, amicalità, pacatezza. Una terminologia e un armamentario desueti, a tal punto che anche i più attrezzati culturalmente risultano imberbi. Una celebre copertina della rivista “GQ” Italia dell’Ottobre 2014 riportava il claim “I cattivi? La gente li adora”, insieme ad una frase di Kevin Spacey: “Anch’io sono stato ambizioso ed egoista, come un vero politico”.

Cosa significa allora la tanto rammentata gentilezza, sorriso e persino bontà di Sassoli? Perché parliamoci chiaro: anche in tanta intellighentia cattolica – anche quella che pensa che occuparsi de ‘la politica’ sia la cosa più alta e cristiana del mondo (fu Pio XI in una udienza del 1927 alla Federazione Universitaria Cattolica a dirlo, non Paolo VI) – si respira l’insopportabile sussiego di chi si ritiene un circolo millesimato di eletti. In mano ad alcune cerchie di autoconvocati anche la Dottrina Sociale della Chiesa diventa ‘bene effimero’; perché citare a memoria la Bibbia o questa o quella enciclica non significa proprio nulla. 

Per questo bisognerebbe farsi interrogare maggiormente il tratto umano di Sassoli come di tanti altri: è in questa *levatura spirituale*, a-funzionale ed esposta persino alla derisione, che sta tutto il succo della differenza (troppi si accodano a chi sbeffeggia con l’epiteto ‘anime belle’, e magari poi sfoggia elucubrazioni sulla ‘bellezza-che-salverà-il mondo’). Anche in politica. Perché la più alta forma di carità è mettersi al servizio di Qualcosa che ci supera e che ci trascende, per condurci verso quella pienezza che come diceva De Beers è il più grande desiderio di ogni uomo. Poi si vedrà se questo si fa con la politica o rimboccando le coperte ad un malato.

Questo è quello a cui non si sfugge e questo è il _Segno_ dell’impegno.

Citare la bontà di Sassoli vuol dire ammettere che si è stati colpiti, coinvolti, ‘inclusi’ come si dice oggi, da questo approccio relazionale. E questo non è che Sassoli lo trovasse solo in La Pira, Turoldo, Don Milani e tutto il pantheon del cosiddetto cattolicesimo democratico: la fonte è in quell’Unico Essenziale (il resto, tutto il resto, passa) cui si accede tramite la Fede – che come dice Papa Ratzinger mette in assoluta personale immediatezza con Dio, così che io mi possa con-fidare – e che ha acceso per noi i La Pira, i Turoldo, i Don Mazzolari, i Don Gnocchi e tanti tanti altri, a cominciare dai genitori e da chi per primo un giorno della nostra vita ci parlò di Cristo.

È chi si alimenta a questa fonte, chi si alza la mattina mettendosi sotto il potere della Grazia di Dio, è questi che poi diventa buono e gentile per gli altri.

Il 10 Ottobre del 2020 Papa Francesco beatificò Carlo Acutis. Naturalmente pochi sanno o si ricordano chi è. Carlo è un ragazzo di 15 anni di Monza,  morto ad Ottobre del 2006 per una leucemia. Era come un qualsiasi nostro ragazzo; appassionato di internet veicolava il suo pensiero sullo spirito di Dio nel nostro tempo realizzando siti web.

Ma ecco dov’è la cifra come Sassoli; ce la dice Padre Roberto Gazzaniga, Assistente Spirituale dei liceali del “Leone XIII” di Milano, il Liceo di Carlo Acutis: «Un ragazzo capace di sorridere e scherzare, una presenza positiva. Una di quelle persone che, quando ci sono, tu stai meglio. Che ti aiutano a vivere, a livello umano e di fede. Lo vedevo e mi veniva da dire: questo è un pezzetto di cielo per gli altri ragazzi». Insomma abbiamo capito: una di quelle persone che quando ci sono tu stai meglio.

 

Lettera aperta ai componenti il Parlamento italiano, Deputati e Senatori, in vista delle votazioni per eleggere il Presidente della Repubblica.

Fate in modo, scrive Moriconi, che la politica sia sempre l’arte del buon governo.

Cari rappresentanti del popolo italiano, che avete l’onore di rappresentarlo nelle istituzioni deputate ad applicare la Costituzione e a realizzarla là dove ancora non è stata pienamente accolta, perché questa nostra democrazia possa dirsi compiuta, e avete l’onere di impegnarvi ogni giorno della vostra vita in questo servizio, evitateci di assistere ad uno spettacolo indecoroso, che contrasta con il vostro appellativo di “onorevoli”. 

Vi è capitato, non per merito, di esserci in un momento di importanza fondamentale per la Repubblica, l’elezione del nostro Presidente. Avete vissuto una presidenza che ha ridato all’Italia una dignità e una autorevolezza di grande spessore. Alla luce di questa esperienza non potete che rispondere con altrettanta responsabilità e serietà evitando al Paese l’oltraggio di candidature che meriterebbero l’indignazione più profonda, e non una “risata”!

Inoltre evitate di disperdere anche quel patrimonio di alto profilo che è stato il Presidente del Parlamento europeo, David Sassoli. A lui va un pensiero pieno di commozione e riconoscenza.

Cari “Onorevoli” fate in modo che la politica sia sempre l’arte del buon governo.

P.S. Sarebbe auspicabile che corrispondeste alle aspettative dei cittadini e, con il capo sparso di cenere, andaste a chiedere a Mattarella il sacrificio, perché sarebbe un sacrificio, di essere riconfermato al suo alto ruolo. Garantendogli l’elezione al primo voto e con una maggioranza plebiscitaria. Ma questo passo presupporrebbe un amore leale e profondo per il Paese! Chissà!

 

La crisi dei partiti: la base si assottiglia, i leader politici eletti da pochi. Editoriale su “santalessandro.org” (diocesi di Bergamo).

Partiti da eliminare – si chiede l’autore – come gli inutili capannoni dell’archeologia industriale? Comunque si nomini l’ente mediatore, di mediazione c’è urgenza.

Giovanni Cominelli

Non c’è articolo di giornale o tweet o FB che spenda a loro favore una parola buona: sono vuoti, sono fragili, sono pulviscoli di correnti personali, sono incapaci di generare classe dirigente, sono oligarchici, sono scatole nere… Soffrono di una bassissima reputazione pubblica. Eppure, i partiti sono i protagonisti assoluti della vita istituzionale del Paese. Scelgono il Presidente del Consiglio, il Presidente della Repubblica, i Ministri, i Parlamentari, i Consiglieri regionali e Comunali e un sacco di postazioni istituzionali nell’Amministrazione pubblica, nell’economia, nel sistema bancario…

 

Sono il luogo del potere. Il livello degli iscritti è precipitato verticalmente, da qualche milione a qualche centinaio di migliaia. Ma questa infima minoranza di cittadini elegge dei leader, i quali selezionano/propongono/scelgono direttamente i parlamentari con tutto quel che segue.

Vero è che, fino ad ora, è la maggioranza dei cittadini-elettori che li vota, in base alla legge elettorale n.165 del 3 novembre 2017. Ma è anche vero che, una volta entrati in Parlamento, i deputati/senatori ritornano sotto la sovranità dei rispettivi partiti. Giovanni Sartori aveva ben presente i meccanismi oligarchici di selezione interna dei partiti, ma concludeva, con rassegnato realismo, che la democrazia era, tuttavia, garantita dalla pluralità dei partiti oligarchici, in forza di un’eterogenesi dei fini, per la quale un insieme di partiti a-democratici produce la democrazia. E tanto gli bastava. 

I leader politici scelti da pochi: la contraddizione si aggrava.

Eppure la contraddizione sussiste e si aggrava. I cittadini-elettori non si limitano più a brontolare, mentre si recano alle urne; stanno incominciando a disertarle. Ma l’aspetto più grave è che la mala-reputazione dei partiti si trasferisce fatalmente sulla politica e, peggio ancora, sulle istituzioni rappresentative e di governo, cioè sullo Stato. Così che la reputazione/fiducia di cui gode Draghi si deve non solo al fatto che sta governando bene, ma anche al fatto che è al di sopra e al di fuori dei partiti. E, forse, il primo fatto è ritenuto controprova positiva e conseguenza quasi automatica del secondo.

Sulle cause di questa decadenza/degrado/svuotamento dei partiti la letteratura è in crescita esponenziale. Non esiste una causa sola. Chi dà la colpa alla Magistratura, che, a partire da Mani pulite, ha messo sotto scacco i partiti. Chi ai cambiamenti sociali imponenti, indotti dalla globalizzazione, che ha scardinato la base di classe della rappresentanza, per la quale gli operai votavano a sinistra, i ceti medi DC e PRI, “i padroni” PLI. Chi dà la colpa al degrado del sistema educativo, che ha provocato una caduta della qualità del discorso pubblico. 

Il web ha cambiato il modo di esprimere interessi e valori.

Chi attribuisce la responsabilità della crisi dei partiti ai Cellulari e a Internet, che hanno cambiato radicalmente le modalità di relazione tra gli esseri umani. Vero è che se la tripla elica – passioni, interessi, valori – è la costante di Planck dell’antropologia, le modalità di espressione di passioni, interessi e valori sono fortemente mutate negli ultimi vent’anni con l’irruzione delle nuove tecnologie della comunicazione. È totalmente cambiato il rapporto con le dimensioni del tempo e dello spazio: solo l’evento presente conta e, da subito, su scala globale. 

Velocità e viralità delle reazioni. Che questa caratteristica abbia segnato il modo della rappresentanza nella società civile e nella politica e, inevitabilmente, i suoi contenuti è un fatto. In ogni caso, le cause sopraelencate hanno generato delle onde, che hanno demolito gli organismi civili e politici di mediazione tra il magma incandescente degli interessi/pulsioni/passioni degli individui da una parte e, dall’altra, la società civile e lo Stato.

Nell’agorà dell’infosfera ci sono fazioni, non partiti.

Gli individui si sono presentati ad alta voce, capaci di parole proprie, sulla scena pubblica – sociale, civile e statale – dotati del loro corredo di passioni, interessi e valori, così come essi sono vissuti, grezzi e immediati, aggirando Sindacato, Confindustria, Confcommercio, Partiti e Associazioni, Chiesa e Parrocchie ecc… Il primo livello di mediazione, di screening e di addomesticamento degli interessi, che nelle società civili complesse si realizza già a livello del “sistema dei bisogni” è saltato.

La società civile si è rovesciata come tale nella vociante e rissosa agorà ateniese, nella quale, appunto, la democrazia era diretta, benché riservata a pochi. Nell’agorà dell’Infosfera non ci sono partiti, ma fazioni legati ad una persona. La saldatura tra interessi di singoli e il leader è immediata, ma anche provvisoria e reversibile. La storia greca della seconda metà del 400 a. C. offre l’esempio illuminante dell’ateniese Alcibiade. Più di un Alcibiade nostrano ne ha calcato le orme in questi nostri anni.

C’è però una differenza tra il malfunzionamento della mediazione che accade tra gli individui e le istituzioni della società civile rispetto a quella tra società civile e stato. Consiste nel fatto che i partiti non sono soltanto mediatori tra società civile e Stato, sono anche un’articolazione fondamentale dello Stato politico: sono terminus a quo, ma anche terminus ad quem. Lo sono per storia e per Costituzione.

 

Continua a leggere

https://www.santalessandro.org/2022/01/15/la-crisi-dei-partiti-la-base-si-assottiglia-i-leader-politici-eletti-da-pochi/

 

Sassoli e l’eredità dei cattolici democratici e popolari.

 

La lezione, lo stile, lesempio e la forza della testimonianza incarnate ad interpretate con umiltà e tenacia e con un coraggio inaudito da David Sassoli in questi anni e in questi ultimi mesi non possono e non devono essere cancellati o ridimensionati nella cittadella politica italiana.

 

Giorgio Merlo

 

Un anno fa se ne andava Franco Marini. Un esponente di primo piano del sindacato, della politica e delle istituzioni del nostro paese. Pochi giorni fa ci ha lasciato David Sassoli. Un leader politico, una figura autorevole e qualificata del cattolicesimo democratico e popolare del nostro paese, e soprattutto, una persona stimata e ben voluta da tutti. Amici e avversari politici; cittadini comuni e uomini e donne impegnati nelle istituzioni; persone che seguivano la sua conduzione giornalistica e televisiva al Tg1 e persone che lo hanno seguito in tutti questi anni del suo impegno associativo, culturale, politico e istituzionale. Il giudizio è sempre lo stesso: era una persona perbene e semplice, capace di trasmettere una speranza e un futuro a tutte le generazioni partendo dalla proprie radici culturali ed etiche.

 

Ecco, ho voluto ricordare questi due grandi uomini, queste due grandi figure umane e politiche dei nostri tempi per arrivare ad una riflessione: Marini e Sassoli hanno rappresentato un universo valoriale, politico e culturale che non può e che non deve essere archiviato. Certo, persone diverse – come ovvio e scontato – ma con talenti simili che affondavano le radici nell’umanesimo cristiano e popolare e che hanno contribuito, attraverso il loro magistero concreto, a segnare in profondità la presenza, laica, dei cattolici nella società contemporanea. Italiana ed europea.

 

Ma, per fermarsi a David Sassoli scomparso pochi giorni fa, credo sia doveroso farsi una domanda. Semplice ma altrettanto impegnativa. E cioè, possiamo fare a meno di ciò che ha rappresentato concretamente David nel suo campo di impegno? Ovvero l’associazionismo cattolico, i gruppi cattolici, la politica, il partito, le istituzioni? A questa domanda va data una risposta. Non burocratica e protocollare o emotiva ma politica, culturale ed umana. Certo, David aveva uno stile – il suo stile era garbato, sobrio ed umile ma determinato e coraggioso nel riaffermare le sue ragioni e le sue convinzioni – ma dentro lo stile c’era un modo essere culturale e politico nella società contemporanea. Inconfondibile. l’Italia di oggi, ma l’Europa tutta, non possono fare a meno di questo filone ideale, di questo pensiero costituente, di questa cultura che ha ricostruito le sorti democratiche del nostro paese e dello stesso vecchio continente.

 

Il dibattito, come ovvio, non può ridursi alla sola modalità organizzativa con cui si può tradurre questo insegnamento profondo e profondamente ancorato ai tempi in cui ognuno di noi vive. Perchè la sola dimensione politica ed organizzativa è importante e decisiva per chi non si limita ad una presenza puramente testimoniale ma, al contempo, dobbiamo prendere atto che il magistero di uomini come David Sassoli era riconoscibile anche e soprattutto per il suo “esempio”. Cioè, detto in altri termini, una presenza da “testimoni” nella concreta attività politica ed istituzionale. Cosa né semplice né dettata da ragioni politiciste ma percepibili, appunto, attraverso l’esempio e lo stile che venivano indirettamente e inconsapevolmente trasmessi ma immediatamente percepiti dai cittadini e dalla pubblica opinione. Di tutte le fedi politiche di tutti e da tutti gli orientamenti culturali.

 

Ecco, ho voluto ricordare all’inizio due persone, due cattolici democratici, popolari e sociali, due testimoni, due maestri, due leader che ci hanno lasciato ma che qualcuno – cioè noi cattolici democratici e popolari e sociali – ha semplicemente il dovere di proseguire quello che hanno concretamente segnato in anni di impegni a favore dei ceti popolari e degli ultimi. E lo dovremmo fare con umiltà, con un profondo senso del limite e, soprattutto, con la convinzione e la consapevolezza che abbiamo solo da imparare da quello che loro hanno trasmesso con l’esempio, con lo stile e con la proposta.

 

E la lezione, lo stile, l’esempio e la forza della testimonianza incarnate ad interpretate con umiltà e tenacia e con un coraggio inaudito da David Sassoli in questi anni e in questi ultimi mesi non possono e non devono essere cancellati o ridimensionati nella cittadella politica italiana. Non per il bene dei cattolici democratici, popolari e sociali ma per il futuro della nostra democrazia e per il destino del nostro paese e delle stesse istituzioni democratiche.

Berlusconi candidato? Il comunicato diffuso alla fine del vertice del centro-destra è meno limpido del previsto.

 

 

Silvio Berlusconi ha formalmente ottenuto l’impegno di tutti i leader dei partiti di centro-destra a sostenerlo in una sua eventuale corsa al Colle. Eventuale perché, seppur il Cavaliere appaia molto determinato in vista della partita che si apre il 24 gennaio, non c’è ancora l’ufficializzazione della sua candidatura, ma solo l’esortazione di Lega, Fratelli d’Italia e dei centristi di Coraggio Italia, Noi con l’Italia e Udc a “sciogliere la riserva”.

Redazione

 

A leggere il testo, qui riportato integralmente, si colgono le difficoltà che permangono nella coalizione berlusconiana. Di fatto, mancando ancora l’ufficializzazione, la candidatura del Cavaliere appare sufficientemente strumentale, quasi una scommessa da convertire, se del caso, in una operazione di ridisegno degli equilibri politici nell’ultimo anno della legislatura. Operazione assai complicata, in verità, che solo una politica impazzita può pretendere di sdoganare al cospetto della pubblica opinione.

 

Non si capisce, ad esempio, in che modo i leader di centro-destra intendano raggiungere il quorum per l’elezione del Presidente della Repubblica. Infatti, qualora l’obiettivo fosse raggiunto attraverso una “campagna acquisti” tra le fila dei senza partito, andrebbe messa nel conto la dissoluzione del quadro di governo. Inutile spiegare le ragioni di un simile contraccolpo, visto che s’impongono alla più semplice e intuitiva delle valutazioni: il Pd avrebbe titolo, in conseguenza della sua esclusione, a chiedere l’immediato ricorso alle urne. E se questa è la previsione, con l’inevitabile scioglimento anticipato delle Camere, è azzardato credere che la candidatura di Berlusconi raccolga il consenso dei Grandi elettori, un po’ tutti desiderosi di passare per questo voto con la certezza di non compromettere la durata della legislatura.

 

L’operazione potrebbe reggere, in via del tutto ipotetica, solo se fosse congiunta a uno spregiudicato rimescolamento delle carte, con la formazione di un governo conforme alla nuova “maggioranza presidenziale”. Quando nel dicembre del 1971 fu eletto Leone, rompendo la solidarietà della coalizione di centro-sinistra, si spalancarono le porte alla verifica di tale clamorosa novità davanti al corpo elettorale. Stavolta, per giunta, la linea delle elezioni anticipate costituisce la bandiera di Fratelli d’Italia, destinata pertanto a sventolare ancora più in alto se la vittoria di Berlusconi si concretizzasse nella logica appena descritta. E poi, a voler forzatamente almanaccare sulle conseguenze dell’avventura berlusconiana, Draghi resterebbe premier o non piuttosto sostituito, anche in barba a tutti gli auspici di stabilità, per i quali fino ad oggi, come è noto, Salvini e Tajani hanno proclamato l’inamovibilità dell’ex Presidente della BCE?

 

Lo scenario, in conclusione, non è dei migliori. Anzi, è pessimo!

 

Comunicato congiunto del centro-destra

 

Si sono riuniti oggi a Roma a Villa Grande i leader dei partiti e dei movimenti politici del centro-destra, per esaminare la situazione politica in vista dell’elezione del nuovo Capo dello Stato.

 

L’incontro è servito a ribadire l’unità di intenti del centro-destra.

 

Nel confermare il reciproco rispetto per le diverse scelte in ordine al Governo Draghi, i leader della coalizione concordano sulla necessità di un percorso comune e coerente, che va dalla scelta del nuovo Capo dello Stato alle prossime elezioni politiche, valorizzando anche le occasioni di convergenza parlamentare sui contenuti che da sempre sono patrimonio comune della coalizione.

 

La figura del nuovo Presidente della Repubblica deve garantire l’autorevolezza, l’equilibrio, il prestigio internazionale di chi ha la responsabilità di rappresentare l’unità della Nazione.

 

Alla luce di queste considerazioni il centro-destra, che rappresenta la maggioranza relativa nell’assemblea chiamata ad eleggere il nuovo Capo dello Stato, ha il diritto e il dovere di proporre la candidatura al massimo vertice delle Istituzioni.

 

I leader della coalizione hanno convenuto che Silvio Berlusconi sia la figura adatta a ricoprire in questo frangente difficile l’Alta Carica con l’autorevolezza e l’esperienza che il Paese merita e che gli italiani si attendono. Gli chiedono pertanto di sciogliere in senso favorevole la riserva fin qui mantenuta.

 

Su questa indicazione, le forze politiche del centro-destra lavoreranno per trovare le più ampie convergenze in Parlamento e chiedono altresì ai Presidenti di Camera e Senato di assumere tutte le iniziative atte a garantire per tutti i 1009 grandi elettori l’esercizio del diritto costituzionale al voto.

L’America debole e l’Europa carolingia. Su “Rinascita Popolare”, organo dei Popolari del Piemonte, una riflessione accurata.

Angelo Panebianco ha scritto (Corriere della Sera” 30/11/2021) che nessun processo di integrazione sovranazionale può avanzare se non è guidato da un Paese egemone o da un pool di Paesi egemoni. Con il trattato italo-francese – firmato da Macron e Draghi il 26 novembre 2021 – ci poniamo nella posizione giusta per far parte di quel pool”. In effetti, a farci intravedere un cammino verso lunità europea potrà essere solo la forza trainante di questo nucleo carolingio (sperabilmente allargato alla Spagna) che maggiormente incarna il cuore storico e culturale del nostro continente.

 

Giuseppe Ladetto

 

Nel nostro Paese il dibattito sui temi di politica estera è pressoché assente. Quando si affronta un qualche avvenimento di ordine internazionale, subito si impongono argomentazioni tese ad alimentare una polemica fine a se stessa tra i partiti. Eppure, in questi ultimi tempi, sono avvenuti e avvengono fatti importanti, dai quali si evidenzia che le cose non stanno ferme: si stanno profilando nuovi assetti che inevitabilmente ci coinvolgeranno.

 

L’America resta sempre la potenza Numero Uno, ma il suo primato in ambito economico, tecnologico e militare non è più quello che ancora in un recente passato le consentiva di dettare legge a larga parte del pianeta, e di esercitare il ruolo di “poliziotto” del mondo. Segni di tale declino sono stati: l’abbandono dell’Afghanistan e le modalità in cui è avvenuto; il trattato con UK e Australia (AUKUS) volto a spostare i suoi interessi strategici dall’Europa verso l’Indo-Pacifico; e infine il disinteresse mostrato per il Mediterraneo. Gli USA ormai hanno difficoltà a impegnarsi su più fronti. Inoltre, parte crescente del popolo americano avverte come troppo rilevante l’onere che pone sulle sue spalle l’esercizio del ruolo imperiale. A ciò si aggiunge la profonda spaccatura che divide il Paese in due parti ferocemente contrapposte. Da questa situazione scaturisce quella aspirazione europea a conseguire autonomia in ambito militare, già più volte esplicitata da Macron, che ha trovato ora nuovi sostenitori.

 

Preoccupato di tale fatto, il presidente Biden ha cercato di recuperare terreno tentando di convincere gli europei che gli USA non vogliono lasciare un vuoto sulla scena internazionale, ma si propongono di riempirlo con una azione energica, basata sui propri valori, ritenuti condivisi dall’intero Occidente. Pertanto, ha presentato il volto di un’America nuova che intende affidare la sua azione globale principalmente alla diplomazia, al multilateralismo e alla collaborazione con gli alleati. Questi ultimi (che non possono ignorare le pressioni d’oltre Atlantico) hanno dovuto esprimere adesione al progetto anche se Washington non sembra aver pienamente convinto l’opinione pubblica e il mondo politico europei. Infatti perfino autorevoli personalità istituzionali (Ursula von der Leyen, lo stesso presidente Mattarella), pur con parole prudenti e con continui richiami all’atlantismo. si sono interrogate sul come dare alla UE una dimensione politica e una capacità autonoma di difesa che riflettano le sue potenzialità e i passi in avanti nell’integrazione mostrati nell’affrontare la pandemia da Covid-19.

 

Credo pertanto opportuno fare alcune considerazioni sulla situazione.

 

1) Viviamo in un presente difficile per l’addensarsi di una serie di criticità, da tempo visibili per chi teneva gli occhi aperti, ma che ora si impongono a tutti. Per affrontare seriamente la crisi climatica, la pandemia e la diminuita disponibilità di risorse, si richiederebbe un clima internazionale non contrassegnato da contrapposizioni, tensioni, ritorsioni. Invece capita il contrario. Tutte le grandi potenze hanno responsabilità per questo clima negativo. Tuttavia è il campo occidentale ad avere preso l’iniziativa in materia e a mantenerla aperta. Vediamo continuamente mettere in campo censure o sanzioni contro Cina, Russia e Paesi vari (non allineati all’Occidente) con pretesti e motivazioni strumentali, come se chi punta il dito contro questo e quello avesse titoli, passati e presenti, per recitare tale parte (vedi il caso Julian Assange).

 

Così si giunge fino all’insensatezza, e talora al masochismo. In presenza del rilevante aumento del prezzo del metano, che mette in crisi famiglie e imprese, si preferisce ostacolare l’attivazione del Nord Stream2, quando, come ha detto il presidente di Nomisma Energia, il problema potrebbe essere risolto facilmente aprendo quanto prima il nuovo gasdotto russo. Si nega l’idoneità di vaccini, che la scienza medica riconosce validi, per il semplice fatto che sono prodotti in certe nazioni (Russia, Cina, Cuba), mettendo in difficoltà i movimenti delle persone, per lavoro e altre esigenze, perfino in ambito comunitario tra Europa occidentale ed orientale o balcanica. E, al momento, non sembra che la situazione cambi. C’è solo da sperare nel buon senso, se non di tutti, almeno di un’Europa non interessata a protagonismi.

 

2) Come riconosce Angelo Panebianco (“Corriere della Sera” del 30/11/2021), “Biden fa appelli e propone una alleanza delle democrazie per contrastare i regimi autoritari, ma l’America, dopo l’abbandono dell’Afghanistan, ha perso credibilità. L’unica cosa che rimane è la richiesta di appoggio nella competizione di potenza con la Russia e soprattutto con la Cina. Ma questa è solo Realpolitik”. Ma, al di là delle esigenze della Realpolitik americana, dobbiamo veramente considerare Russia e Cina una minaccia per l’ Europa?

 

Della Russia ho già avuto modo di dire (Russia, il nemico necessario). Mi limito ad osservare che nel 1989, nel summit tenutosi a Malta, Bush padre e Gorbaciov si erano impegnati a porre fine alla guerra fredda riducendo la presenza militare dei loro Paesi nell’Europa centrale. L’Unione Sovietica lo ha fatto. Invece l’America, con Clinton e successori, ha portato la NATO sempre più ad est fin oltre i confini che furono dell’URSS, e ora preme per incamerare Ucraina, Bielorussia e Georgia. Ma per Mosca (tutti i russi, non solo Putin), questa è la linea rossa, superata la quale, c’è il confronto militare, così come per Kennedy lo fu l’installazione di basi missilistiche sovietiche a Cuba.

 

La Cina è una potenza economica e commerciale; cresce in ambito tecnologico, e si rafforza sul terreno degli armamenti. Tuttavia, come potenza, resta molto distante dagli USA. Inoltre, i percorsi della storia contano molto per farci comprendere il presente. La Cina ha sempre avuto una grande considerazione di sé, della sua cultura e della sua civiltà, ma non ha mai cercato di esportarle, non avendo una vocazione universalistica (che è tipica dell’Occidente e dell’Islam): con la morte di Mao (malgrado si dichiari ancora comunista) ha messo in soffitta Marx e Lenin ed è ritornata a Confucio. E altrettanto la Cina non si è mai impegnata a estendere significativamente l’area del suo insediamento territoriale e della sua influenza politica. Il limite era la Grande Muraglia. Certo il suo atteggiamento può essere cambiato, tanto più che oggi deve provvedere al sostegno di quasi un miliardo e mezzo di abitanti (dotandosi delle necessarie risorse anche acquisendole in giro per il mondo), ma non credo che possa o voglia proporsi come un nuovo impero, sostitutivo di quello americano. Vuole (come la Russia) essere una rispettata potenza regionale.

 

In tema di Cina, ha scritto Lucio Caracciolo (“La Stampa” del 4/7/2020) che lo scontro con Pechino, “per l’élite strategica di Washington, è la partita del secolo. Perderla significa rinunciare al primato mondiale (…). L’obiettivo è chiaro: abbattere il regime del Partito comunista e frammentare la Cina, riportandola alla condizione di totale inconsistenza geopolitica sperimentata nel secolo del disonore, fra metà Ottocento e metà Novecento. Consapevole di ciò, Xi Jinping è sulla difensiva: sollecita l’orgoglio patriottico e mobilita le masse nel sacro richiamo alla protezione del territorio nazionale”.

 

Continua a leggere

http://www.associazionepopolari.it/APWP/2022/01/14/lamerica-debole-e-leuropa-carolingia/

Il mondo si vede meglio dalle periferie. Il IV Incontro mondiale dei movimenti popolari. L’analisi di “Aggiornamenti Sociali”.

 

La responsabilità dei movimenti popolari, già affermata nei precedenti incontri, è di non tacere, perché lannuncio di ciò che si vede dalle periferie raggiunga lintera società. Francesco è conscio che a un orecchio disincantato le sue parole suoneranno irrealizzabili, ma rivendica con forza la necessità di sognare: «Sogniamo insieme, sognate tra voi, sognate con altri».

 

Michael Czerny – Paolo Foglizzo

 

In un mondo in cui la pandemia ha ampliato disuguaglianze e ingiustizie continua il dialogo tra papa Francesco e i movimenti popolari. Come si è svolto il quarto incontro mondiale, a distanza di cinque anni dal precedente? Che parole ha rivolto il Papa ai suoi interlocutori e quali proposte ha formulato? In che modo in questa occasione si sviluppa il suo magistero sociale?

 

Quello degli Incontri mondiali dei movimenti popolari (IMMP) è un filo apparentemente sottile, ma molto tenace, che accompagna il pontificato di papa Francesco, andando a costituirne una caratteristica tra le più innovative. Non si tratta di appuntamenti occasionali, ma di una scelta strategica, che si radica nel suo magistero e al tempo stesso lo alimenta: i discorsi agli IMMP sono citati sette volte nell’enciclica Fratelli tutti.

 

  1. Chi sono i movimenti popolari

L’espressione “movimenti popolari”, che nelle differenti aree linguistiche e culturali può avere risonanze molto diverse, indica una variegato insieme di forme di auto-organizzazione a cui danno vita i lavoratori dell’economia informale o popolare per risolvere i problemi fondamentali generati dalla precarietà estrema delle loro condizioni. L’informalità ha come conseguenza l’invisibilità statistica di questi lavoratori, che rischiano di rimanere nascosti anche all’opinione pubblica, alla Chiesa, al mondo politico e allo sguardo di chi elabora le politiche economiche e di welfare: ne è la riprova la sostanziale mancanza di copertura dagli effetti della pandemia e del lockdown con cui si sono dovuti confrontare in ogni parte del mondo, a differenza di quanti operano nel settore formale.

 

Non si tratta però di un fenomeno marginale o residuale: a livello mondiale, l’Organizzazione internazionale del lavoro stima che operino nel settore informale il 60% dei lavoratori e l’80% delle imprese1, pur con molte differenza tra Paesi: se l’informalità riguarda il 20% dei lavoratori americani, nella Repubblica Democratica del Congo il dato supera il 90% (Dembinski 2020). In termini descrittivi, si tratta di una moltitudine di venditori e venditrici ambulanti, straccivendoli e rigattieri, artigiani di strada, parcheggiatori e lavavetri, lavoratori a giornata, collaboratrici e collaboratori domestici, badanti, abitanti di baraccopoli o di case occupate, persone che vivono per strada o in alloggi di fortuna, comunità che praticano l’agricoltura di sussistenza, braccianti e lavoratori agricoli stagionali, contadini senza terra, ecc.

 

Per questi lavoratori l’informalità, con la conseguente mancanza di protezione e tutela dei diritti, non è una scelta, ma l’unica strategia disponibile per sopravvivere a fronte dell’impossibilità di entrare nel settore formale, e dunque rappresenta la conseguenza di una esclusione (Deneulin e Murga 2014). Tale condizione, condivisa con altri che la subiscono, si trasforma nella base di una soggettività politica che si esplica in azioni con cui si reclama, spesso a gran voce, il raggiungimento di due traguardi: per gli esclusi il rispetto della dignità a cui tutti gli esseri umani hanno diritto, sovente nella forma tradizionale di un salario equo e di misure minime di protezione sociale; per tutti, il rovesciamento di un sistema che si fonda sull’esclusione – la cultura dello scarto nel lessico di papa Francesco – per edificare al suo posto una società capace di includere e di prendersi cura di ogni persona e della casa comune.

 

  1. Il quarto Incontro mondiale dei movimenti popolari

Il percorso degli IMMP comincia con quello organizzato a Roma nell’ottobre 2014 (cfr Czerny e Foglizzo 2015), quando per la prima volta nel titolo appaiono le parole chiave “terra, casa, lavoro” (tierra, techo, trabajo in spagnolo, da cui l’espressione “3 T” che papa Francesco richiama con frequenza anche in altri contesti). Ne segue un secondo in Bolivia nel 2015 e un terzo nuovamente a Roma nel 2016. Successivamente il percorso mondiale lascia spazio a una serie di incontri regionali o continentali, in particolare nelle Americhe2, che intersecano anche il percorso di preparazione del Sinodo per l’Amazzonia. Si riattiva in seguito allo scoppio della pandemia, con la Lettera che nel giorno di Pasqua 2020 papa Francesco indirizza ai movimenti popolari per essere loro vicino in un momento in cui devono fare i conti con la pandemia e i lockdown. A sei mesi di distanza, il 24 ottobre 2020, i rappresentanti dei movimenti popolari tornano a incontrarsi a livello mondiale, utilizzando una piattaforma di videoconferenze. In questa occasione presentano il documento L’economia di Francesco, come contributo all’iniziativa “The economy of Francesco”, prevista poche settimane dopo (19-21 novembre 2020). Papa Francesco non partecipa, ma l’intervento di chiusura è affidato al card. Peter K. A. Turkson, prefetto del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale (DSSUI).

 

Arriviamo così al quarto IMMP, che si è svolto nel 2021, ancora in videoconferenza per le restrizioni legate alla pandemia, e in due tappe. La prima, tenutasi il 9 luglio, ha riunito i rappresentanti dei movimenti popolari di tutto il mondo per uno scambio sull’impatto della pandemia e sui dilemmi che oggi l’umanità si trova a fronteggiare. La ricchezza dello scambio è condensata in un documento di sintesi, intitolato Salviamo l’umanità e il pianeta!, che esprime la lettura della realtà globale nella prospettiva dei movimenti popolari e propone un nuovo paradigma di sviluppo umano integrale a partire da alcune richieste per un radicale cambiamento del sistema, sempre nell’ottica delle tre parole chiave “terra, casa, lavoro”: dal potenziamento della sanità pubblica all’abolizione dei brevetti sui vaccini, dal salario universale alla riforma agraria all’edilizia popolare, dalla tutela dei migranti al contrasto ai cambiamenti climatici. Questo documento è stato trasmesso a papa Francesco in vista della seconda tappa, svoltasi, sempre a distanza, il 16 ottobre, in cui è stato anche proiettato per la prima volta il documentario La fuerza del nosotros (La forza del noi), realizzato dell’agenzia di comunicazione LaMachi, specializzata in ambito sociale e religioso, per testimoniare l’impegno dei movimenti popolari per il bene comune durante la pandemia. La seconda tappa si è conclusa con un videomessaggio di papa Francesco che reagisce alle sollecitazioni ricevute. Anche in formato videoconferenza, si conferma la struttura dei precedenti IMMP: i movimenti popolari condividono le proprie esperienze e su questa base elaborano un’analisi dei problemi e alcune proposte di soluzione; presentano poi il loro lavoro al Papa, che ascolta e risponde.

 

Lo scenario della pandemia e il suo impatto concreto rappresentano il tema su cui si focalizza il quarto IMMP. Da un altro punto di vista, però, la novità più significativa è costituita dallo svolgimento su piattaforma e dal ricorso alla comunicazione digitale. Non si tratta solo di una necessità operativa: i new media entrano come mai era accaduto nella strategia di comunicazione predisposta dagli organizzatori (movimenti popolari e DSSUI), insieme al Dicastero per la comunicazione e a Vatican News, con il supporto comunicativo di LaMachi. Ad esempio, il 16 ottobre 2021, il quarto IMMP è stato l’occasione di un tweet storm: una serie di 10 tweet in 9 lingue ha rilanciato dall’account Twitter del Papa i punti salienti del videomessaggio. Complessivamente hanno superato i 270 milioni di impressioni (visualizzazioni), coinvolgendo quasi 50 milioni di utenti.

 

Ma soprattutto l’intero svolgimento della seconda tappa è stato progettato non solo a beneficio dei circa 150 rappresentanti ammessi alla videochat Zoom, ma soprattutto in vista della trasmissione sui canali youTube di movimenti popolari, DSSUI e Vatican News, in cinque lingue (spagnolo, inglese, portoghese, italiano e francese, in ordine di numero di spettatori). Secondo i dati forniti da LaMachi, oltre 8mila persone hanno seguito l’evento in diretta, a cui se ne sono aggiunte altre 32mila che hanno visto la registrazione nelle settimane successive fino al 4 novembre: numeri giganteschi rispetto ai partecipanti ai tre incontri svoltisi in presenza, grazie soprattutto al coinvolgimento di Vatican News, al cui canale si riferisce oltre il 75% delle visualizzazioni.

 

Continua a leggere

https://www.aggiornamentisociali.it/articoli/il-mondo-si-vede-meglio-dalle-periferie-il-quarto-incontro-mondiale-dei-movimenti-popolari/

Caro David, coltivo la rosa bianca…Di Giovan Paolo ricorda Sassoli su “ytali.com”.

 

Eravamo “un gruppo di pazzi”, dice l’autore. Un gruppo “di cattolici democratici irregolari”, obbedienti a Cristo ma non necessariamente alla Chiesa Istituzione, cresciuti nellidea di servizio delle istituzioni ma senza la retorica patriottarda o burocratica, in un brodo culturale in cui la cultura delle istituzioni è nulla senza il sentimento popolare e la fede non salva se diventa religione, chiusa, non accogliente”. 

 

Roberto Di Giovan Paolo

 

Ho rinunciato a cercare foto, video e ricordi. Ne avrei trovati troppi, troppo intimi da spiegare, troppo personali anche quando, e forse proprio perché, politici. Ho preferito piangere, e piangere. E piangere.

 

Meglio così.

 

Ho conosciuto David nel 1977, lui era il giovane dc responsabile nazionale della scuola e università e per questo incaricato da Paolo Cabras, capo del dipartimento scuola della Dc. Io ero stato appena eletto in Consiglio scolastico distrettuale (era la prima applicazione dei decreti delegati della scuola del 1974, una fucìna d’impegno politico futuro per la presenza dei primi rappresentanti degli studenti). Nel Distretto di Roma centro: settanta scuole superiori, ottantamila studenti liceali, tremila voti di preferenza per essere eletti e battendo a sorpresa destra (nelle scuole non statali) e sinistra (scuole statali) con una lista che si chiamava Unione studentesca indipendente: ricordo tra gli altri Garofani, ora Consigliere del Presidente Mattarella, Antonello Assogna, poi stimato dirigente Cisl, Marco Conti, il bravo giornalista del Messaggero e suo fratello Lucio, leader del liceo dove è ambientato Il Professore, serie tv con Gasmann, e poi la Gabbuti… già la Gabbuti, che era una “fanciulla” intemerata che minacciava i fascisti della terribile sezione del Colle Oppio quando provavano a staccarci i manifesti, per dire…

 

Bene, l’Unione studentesca indipendente era l’unica lista promossa da cattolici che non si chiamasse “Presenza Cristiana”, e questo incuriosì David parecchio, fino al punto di chiamarci. Noi gli spiegammo che non era una scelta ideologica ma pragmatica (lo dovemmo ripetere anche a un “interrogatorio” del vescovo di zona, al Laterano): ovviamente si chiamava così perché eravamo riusciti a mettere nostri rappresentanti dappertutto, perfino al liceo ebraico in cui avevamo due amici candidati, non ci saremmo certo potuti presentare lì con una lista di “presenza cristiana“, no? Però è vero, e David lo capì subito, che eravamo un gruppo di “irregolari”, alcuni iscritti al Mgdc (non era automatica l’iscrizione anche al partito) ma comunque con Zac (e Galloni a Roma, come Lucio D’Ubaldo che aveva qualche anno di più e peraltro già frequentava David).

 

Così cominciammo a frequentarci. Fu per me una grande scoperta di luoghi anche fisici diversi: Mazzini, Monte Zebio, il “retro” Rai e il “parchetto” dei “montoneros moroteos” come definiva e autodefiniva Paolo Giuntella i matti per Zac, tra cui c’era Pio Cerocchi e un gruppo di coetanei che abitavano tra Prati, Delle Vittorie, Aurelio (e pure oggi le loro famiglie sono pressappoco dislocate da lì). Dopo un breve “esamino” (conoscete Dossetti? Mazzolari? Bernanos? Leggete Heinrich Böll? Conoscete Mounier o solo Maritain?) fummo di fatto ammessi alla serie di incontri di formazione, cultura e “terzo tempo” (mangiare e bere assieme, fondamentale) che quasi ogni settimana si svolgevano senza soluzione di continuità e con un fare molto gruppettaro e anarchico (soprattutto per dei giovani dc quali alcuni di noi eravamo davvero) David ci portò un giorno con grande solennità a una riunione in una sala laterale all’ingresso della Rai in Via Teulada, credo che con Garofani decidemmo di andare in completo giacca e cravatta per l’occasione: officiava Nuccio Fava, circondato da giornalisti, sceneggiatori, artisti, pensatori, molti giovani: il tema era come appoggiare lo sforzo di Zaccagnini, rilanciare l’idea popolare del cattolicesimo democratico, fare una “rivoluzione sì, ma irreversibile, perché nei cuori della gente”.

 

Dico la verità, ci sentivamo un po’ “cospiratori”: in Chiesa redarguiti dal vescovo e dal prete ma dediti in maniera assoluta alla pratica del Concilio Vaticano II e alla democratizzazione della Chiesa; nella Dc a sostegno di un’idea forse impossibile: ribaltare l’inevitabile paradigma dell’incrostazione del potere e – con Zac, il partigiano, il popolare, fermo davanti al terrorismo ma dialogante con tutti – dimostrare che l’attenzione agli ultimi, alla povera gente di La Pira, e Mazzolari, e Don Milani, non poteva essere solo un “vezzo” di parte dei cattolici o un “vestito della domenica” ma poteva tornare a essere l’abito nuovo di tutti i giorni.

 

Paolo Giuntella ci nutriva culturalmente e David c’istruiva sul buon uso dei suggerimenti. Come due veri fratelli maggiori d’altronde. E a completare la triade, Pio Cerocchi (poi successore di Sassoli padre alla direzione della Discussione, e direttore responsabile del Popolo di Sergio Mattarella), ci guidava nel “terzo tempo” con gli scherzi (ma anche buoni libri, poesie e disegni e le mille corse ciclistiche viste assieme, Tour e Giro su tutte… Gianni Mura si sarebbe divertito da matti con lui…).

 

Partivi per l’Irlanda? Non poteva mancare un ripasso sull’occupazione britannica delle sei contee del Nord e un buon libro, il Diario di Irlanda di Heinrich Böll. E ovviamente la visita al pub, la Guinness oppure il whiskey (in Irlanda si scrive così…), il racconto di Paolo sui “Troubles”.

Sulla Germania, manco a dirlo, noi seguivamo più Böll che Grass e alla lunga credo abbiamo avuto ragione noi, pur essendo Grass un grande scrittore ma certo meno coerente e realmente “antiborghese” di Böll, di cui nessuno si ricorda più, nemmeno il grande Opinioni di un clown. Niente rivendicazioni ma è per dire che noi cercavamo sempre una “nuance”, una differenza. Senza abbandonarci mai (anzi) all’integralismo, né religioso, né politico. Nella Lega democratica ci saranno, per dire, Scoppola e Ardigò. Il primo ha spiegato la grandezza di De Gasperi storicamente e il secondo è stato un giovane collaboratore di Dossetti. Oggettivamente “Doppelgänger”. Nessuno però ha mai fatto gare di ortodossia, in merito, dentro la Lega democratica o la Rosa bianca. Semmai è proseguito il confronto, storico, politico, culturale, umano, quotidiano… alcolico e alimentare.

 

Anche la Rosa bianca aveva questa possibilità di unirci in tanti, diversi, in una “nuance” che metteva insieme il movimento antinazista di Sophie Schõll, che oggi finalmente dopo libri e film conoscono in tanti, con la struggente poesia di José Martí, rivoluzionario cubano della prima lotta di indipendenza: “Coltivo una rosa bianca, in luglio come in gennaio, per l’amico sincero che mi porge la sua mano franca…”. Spesso incontravamo chi non conosceva né l’una né l’altra rosa bianca e così continuavamo a sentirci “in missione”… come i Blues Brothers.

 

Non la faccio lunga e poi non ho la lucidità in questi giorni (e nemmeno voglio averla).

 

 

Continua a leggere

https://ytali.com/2022/01/13/caro-david-coltivo-la-rosa-bianca/

Quel fiore rosso che di generazione in generazione…una pagina di Paolo Giuntella, maestro e amico di Sassoli.

Pensiamo di far cosa gradita ai nostri lettori mettendo a disposizione lo stralcio della parte conclusiva del libro di Paolo Giuntella (Il fiore rosso. I testimoni, il futuro del cristianesimo, ed. Paoline, 2006) dedicato ad alcune figure significative del “panorama cristiano” del Novecento. Paolo, intellettuale militante e giornalista RAI, è stato il maestro e l’amico del giovane Sassoli, ai tempi del Circolo “Francesco Luigi Ferrari”, operante a metà degli anni ‘70 a Roma nel quartiere Mazzini-Delle Vittorie.

Paolo Giuntella

 

Provate a chiedervi, in questo momento preciso, quanti medici, quante infermiere e infermieri, quanti volontari siano in azione nei crocevia della povertà, della morte e della speranza contro ogni durezza della realtà, nel mondo. Molti, molti di più di quanto riusciate a immaginare. Provate a chiedervi quante comunità… molte, molte di più di quante riusciate a contare. Quante famiglie affidatarie, quanti imbecilli che preferiscono trascorrere la sera in ospedale o in un campo nomadi, quanti cretini che scelgono di guadagnare meno ma essere più liberi… Molti, molti di più di quanto riusciate a immaginare…

 

Insomma, se si addice al cristiano adulto un sano «pessimismo biblico» sulla situazione del pianeta, sullo scandalo dell’ingiustizia e dell’iniquità, e un sano realismo sulla condizione umana e le sue contraddizioni, sulla presenza del male; se a noi si addice piuttosto l’«ottimismo tragico» e non l’ottimismo «beota» dei finti sorridenti a 32 denti stile dentifricio, di certo cristianesimo banalmente buonista e autoreferenziale, credo che sia vietato ai cristiani guardare con nostalgia al passato, disprezzare il presente e aver paura del futuro.

 

È questa la lezione dei testimoni, è questa la forza nonviolenta del «fiore rosso», del tizzone ardente trasmesso di generazione in generazione. Come ha scritto uno dei massimi biblisti del ‘900, Norbert Lohfink, i discepoli di Cristo realizzano con la loro vita spezzoni di una società alternativa a quella dei jeepponi, dei fuoristrada, delle city-car di lusso e «in», dei salotti. e dei centri commerciali. Una società alternativa nonviolenta, una civiltà della tenerezza, della gratuità, della fraternità, il cui motto è «dare la vita per gli altri», il contrario di «darei la vita per apparire», «mi sparo un nuovo look»; ricerca spirituale, mistica, contemplativa, dell’estasi, non ricerca disperante dell’ecstasy. Piacere di essere cristiani, non mortificazione dell’essere cristiani. Felicità, non precettistica. Amore, non legge.

 

Non ci hanno insegnato questo le donne e gli uomini di cui ho raccontato la personale esperienza d’incontro o di lettura? In fondo – da don Luigi ad Annalena, da Mounier a Dossetti – essi ci ripetono le parole di Madre Teresa: «Da’ al mondo il meglio di te. Forse sarai preso a pedate. Non importa: da’ al mondo il meglio di te».

 

Voglio concludere non con una affermazione ma con una domanda, quella contenuta nelle parole dell’ultimo album di Tracy Chapman:

 

Se tu sapessi di morire oggi

è vedessi il volto di Dio e l’Amore,

cambieresti?

Se tu sapessi che l’amore

può far breccia nel tuo cuore

quando hai proprio toccato il fondo,

cambieresti?

 

Senza essere disposti a convertirsi

Si guarda alle prossime regionali e nel Lazio si allunga la sagoma deforme del trasformismo.

 

Cronache e indiscrezioni s’inseguono: sembra che Pd e Forza Italia prefigurino un accordo per il futuro governo della Pisana. Il rischio di un nuovo trasformismo.

 

Redazione

 

Se la politica ha un compito è quello di prefigurare, volta a volta, un futuro possibile. Oggi viene sollecitata dalle cose a rendere credibile uno sforzo di trasformazione, per superare le incongruenze della lunga stagione che ha preso forma con il crollo della Prima Repubblica. Abbattere i muri e ricostruire, per buona parte della pubblica opinione vuol dire immedesimarsi nel compito attribuito alla “buona politica”. A condizione, però, che non si sporchi questo lavoro necessario con la mescolanza di superficialità e convenienza, nel segno dell’antica bestia del trasformismo.

 

Dunque, si può condannare a priori il dialogo tra Pd e Forza Italia, ovvero la ricerca di un auspicabile terreno di collaborazione tra gli epigoni di Prodi e Berlusconi? Certamente no, anzi l’impresa – perché di questo si tratta – è largamente condivisibile, anche se andrebbe finalizzata a obiettivi Nobili e comprensibili, come l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica. Invece al più basso livello e nelle forme appena descritte, il tratto che emerge è quello appunto del trasformismo. Vista da vicino, l’impresa si traduce in accrocco, se non addirittura in imbroglio. Tutto sembra giocarsi, infatti, lungo l’asse di un improvvisato sodalizio di potere. Almeno così appare nella dimensione regionale e locale del Lazio.

 

Il segretario del Pd, Bruno Astorre, viene dunque indicato come l’artefice di un patto con il suo omologo di Forza Italia, il coordinatore regionale Claudio  Fazzone, per sostenere la candidatura di Daniele Leodori Presidente della Regione Lazio. Verrebbe in proposito a formarsi una lista “azzurra” associata al centro sinistra, quale che sia, a dire il vero, un centro sinistra così articolato. In questo quadro, a detta di cronache molto ben circostanziate, risulterebbe coinvolto anche il Movimento 5 Stelle. Con quale disegno politico? Su quali basi programmatiche? Attraverso quale classe dirigente? Domande, queste, che un tempo sovrastavano i dibattiti congressuali, ne determinavano la tessitura strategica, vi applicavano desideri e ambizioni, ma con la premura di fare  salvi i principi e i valori fondamentali.

 

Al contrario, s’inizia un percorso badando a proteggersi nel buio, fuori da ogni pur minimo richiamo alla trasparenza – e non era, essa, il leit motiv dei più scalmanati innovatori degli ultimi anni? – come pure dal “vincolo” di un ragionamento sull’avvenire ipotizzato. L’accordo rosso-azzurro conterrebbe un principio di continuità con la gestione di Zingaretti o avrebbe il significato di un certo distacco da essa? Che Regione hanno in mente, Astorre e Fazzone, e come pensano di governarla, per quali obiettivi? In fondo, al di là delle indiscrezioni sui patti in allestimento, resta la necessità di aprire un confronto serio e puntuale sulle scelte che l’appuntamento delle urne, al massimo nel 2023, senza dubbio richiede. Ed è strano che il Nazareno ignori il “vuoto” di politica che inghiotte il partito del Lazio, quasi a certificare una colpevole distrazione della segretaria nazionale. Letta, in conclusione, non può girare la testa dall’altra parte.

Lo Sri Lanka chiede a Pechino di ristrutturare il debito. L’occhio vigile dell’India (AsiaNews).

 

Indebitata e alle prese con una forte crisi finanziaria, Colombo cerca di bilanciare gli interessi di Pechino, Delhi e Washington. Colpita dalla pandemia, lisola ha bisogno di valuta estera per pagare le crescenti importazioni. Il problema della trappola del debito” cinese. Gli accordi petroliferi con lIndia.

 

Arundathie Abeysinghe

 

Gotabaya Rajapaksa, Presidente dello Sri Lanka, ha chiesto aiuto alla Cina per ristrutturare l’alto debito contratto con prestatori cinesi. Parte degli sforzi del governo per superare l’attuale crisi finanziaria, il presidente dello Sri Lanka ha presentato la richiesta nel suo incontro con il ministro cinese degli Esteri Wang Yi. Wang è arrivato in Sri Lanka l’8 gennaio per una visita ufficiale di due giorni, accompagnato da una delegazione di 18 funzionari. Le due parti  hanno celebrato il 65° anniversario dei loro legami diplomatici e i 70 anni dalla firma del patto commerciale sullo scambio di riso cinese e gomma srilankese.

 

L’ultima visita di Wang in Sri Lanka risale al gennaio 2020, dopo che Rajapaksa ha assunto l’incarico di presidente tra le preoccupazioni per il debito di Colombo nei confronti di Pechino. L’isola si è indebitata per diversi progetti infrastrutturali, tra cui il porto strategico di Hambantota. I cinesi hanno rilevato lo scalo portuale con un affitto di 99 anni: uno scambio tra debito e asset che ha scatenato preoccupazioni globali sul modello di investimento della Cina nel quadro della Belt and Road Initiative (Bri).

 

Lo Sri Lanka è alle prese con una crisi economica paralizzante, causata dall’alto debito e dalla carenza di dollari. Colpita dagli effetti della pandemia da Covid-19, l’isola cerca fondi per ricostruire le proprie riserve di valuta estera, necessarie per pagare i crescenti costi delle importazioni. Una situazione aggravata dalle perdite del settore turistico, una delle principali fonti di moneta pregiata. I leader di Colombo cercano di bilanciare i legami tra le grandi potenze (Cina, India e Usa) per ottenere i fondi necessari al proprio salvataggio finanziario. Negli ultimi anni il Paese ha beneficiato di miliardi di dollari in prestiti agevolati dalla Cina, il suo quarto prestatore in termini assoluti. Ad esempio i cinesi hanno sborsato più di 5 miliardi di dollari per il porto di Hambantota e l’aeroporto internazionale di Mattala – progetti di punta della Belt and Road – oltre ad autostrade e a una centrale a carbone. I critici sono però del parere che i fondi sono stati utilizzati per “elefanti bianchi”, megaprogetti con scarsi ritorni, fatto che Pechino nega.

 

Oltre alla richiesta di ristrutturazione del debito, Rajapaksa ha chiesto alla Cina anche di fornire “condizioni agevolate” per le sue esportazioni verso lo Sri Lanka, pari a circa 3,5 miliardi di dollari nel 2020. Secondo fonti ufficiali, il presidente srilankese vuole permettere inoltre ai turisti cinesi di visitare l’isola, a condizione di osservare severe norme sul coronavirus, compreso il soggiorno in hotel “pre-approvati” e la visita solo in certe attrazioni turistiche. Prima dell’emergenza sanitaria, i cinesi garantivano il principale afflusso turistico nel Paese.

 

Come sottolineato dagli analisti, l’isola è parte fondamentale della Belt and Road, un piano a lungo termine per finanziare e costruire infrastrutture che colleghino la Cina al resto del mondo. Diversi governi, soprattutto quello Usa, hanno etichettato però  la Bri come una “trappola del debito” per le nazioni più piccole, tra cui lo Sri Lanka. Colombo deve rimborsare circa 4,5 miliardi di dollari di debito estero nel 2022, a partire da un’obbligazione da 500 milioni di dollari, che scade il 18 gennaio. A fine dicembre, la nazione insulare ha sfruttato uno scambio di valuta da 1,5 miliardi di dollari con la Cina per aumentare le sue riserve a 3,1 miliardi di dollari.

 

Wang ha compiuto il suo tour dell’isola mentre le relazioni tra  Pechino e Colombo sono tese. Il pomo della discordia è la questione del fertilizzante organico contaminato fornito allo Sri Lanka da una società cinese. La compagnia ha richiesto un arbitrato internazionale a Singapore contro il governo srilankese. Si tratta di una rara azione legale intentata dalla Cina nei confronti di uno stretto partner.

 

Gli analisti politici sono del parere che la visita del ministro cinese rientra nei piani di Pechino per tentare di bilanciare l’influenza Usa e indiana nell’Indo-Pacifico. Al riguardo, Wang ha presentato diverse proposte di investimento, tra cui il progetto “Colombo Port City” da 1,4 miliardi di dollari.

Per la preoccupazione dell’India, la Cina vuole stabilizzare la sua influenza nello Sri Lanka, acquisita attraverso massicci investimenti per oltre un decennio. Delhi è dell’opinione che Pechino usi i suoi investimenti per acquisire asset srilankesi, una politica che minaccia la pace e la stabilità dell’intera dell’Asia meridionale.

 

A inizio 2021, l’India ha inoltrato allo Sri Lanka una “forte protesta” per aver assegnato a una società cinese la costruzione di impianti per l’energia rinnovabile nelle isole Delft, Nagadeepa e Analthivu, che si trovano al largo della costa di Jaffna e  nelle immediate vicinanze dello Stato indiano del Tamil Nadu.Il 6 gennaio Colombo ha firmato un accordo con l’unità locale della Indian Oil Corporation (Lanka IOC) per affittargli 75 serbatoi di petrolio; in cambio l’isola è prossima ad assicurarsi una linea di credito di 500 milioni di dollari per acquistare carburante indiano – un altro sforzo per far affluire valuta estera. Già nel 2003 lo Sri Lanka aveva accettato di affittare tutti i suoi 99 serbatoi di petrolio all’India.

Sassoli è stato capace di combinare idealismo e mediazione, assumendo in Europa un ruolo da protagonista.

 

“Sassoli voleva – secondo il Presidente del Consiglio – unEuropa capace di [-..] proteggere i suoi cittadini, di promuovere il loro benessere, di aiutarli a costruire il proprio futuro”. Riportiamo il testo integrale della commemorazione che Draghi ha tenuto ieri nell’Aula di Montecitorio.

 

Mario Draghi

 

I primi ricordi che vengono in mente di David Sassoli sono, come è stato ricordato da altri, il suo garbo, l’umanità, l’altruismo. Ma anche la passione per la professione giornalistica, che lo ha reso uno dei volti più noti e amati fra tutti gli italiani. Lo spirito civico e la capacità di ascolto, che lo hanno guidato nel suo percorso politico, e lo hanno fatto rispettare tanto dai compagni di partito quanto dagli avversari.

Ma, a nome del Governo e mio personale, voglio ricordare Sassoli soprattutto come italiano e protagonista a servizio dell’Europa, delle sue istituzioni, dei suoi cittadini. Da Presidente del Parlamento Europeo, la sua rara capacità di combinare idealismo e mediazione lo ha reso protagonista di uno dei periodi più difficili della storia recente. Una voce attenta e autorevole, a difesa dei valori europei e dei diritti dei più deboli.

Nei discorsi Sassoli ha disegnato la sua Europa: rappresentativa, efficace, solidale. Per Sassoli, le istituzioni europee devono prima di tutto essere “vicine ai cittadini”, e progredire col dialogo e il confronto. Ed è il Parlamento il luogo di questo dialogo, di questo confronto. È in Parlamento, che l’Europa cresce e si rafforza. Ed è in Parlamento che si promuove, di nuovo le sue parole, “la democrazia, il multilateralismo, la cooperazione” di fronte alla tentazione del populismo e dell’autoritarismo.

Soprattutto durante una crisi sanitaria ed economica come quella che ancora viviamo. Sassoli voleva un’Europa capace di raggiungere risultati, anche immediati. Di proteggere i suoi cittadini, di promuovere il loro benessere, di aiutarli a costruire il proprio futuro. Sassoli non ha mai smesso di rivendicare i risultati conseguiti in questi anni. Dall’accordo sulla Brexit, alle misure ambiziose a difesa dell’ambiente, alla lotta comune alla pandemia; alla creazione del programma Next Generation EU e alla stesura dei Piani Nazionali di Ripresa e Resilienza.

 

“Uno sforzo di programmazione straordinario” – lo ha definito David – “al quale deve seguire una attuazione molto attenta nel rispetto delle priorità che abbiamo concordato insieme”. Per Sassoli, questi sforzi devono avere come vero obbiettivo la costruzione di un’Europa sociale, attenta alle esigenze dei lavoratori e dei più deboli.

 

“Il progetto europeo che vogliamo costruire – ha detto – deve concentrarsi sulla lotta alla povertà e sulla riduzione delle diseguaglianze, deve occuparsi della dignità delle persone”. Come dei migranti che cercano di arrivare in Europa, e verso cui l’Unione Europea deve mettere in campo politiche comuni, che non lascino soli i Paesi di frontiera. “I valori a noi cari non sono indistruttibili” – ci ha ricordato David Sassoli in un suo discorso recente. Nella sua vita, David li ha custoditi, difesi, promossi.

 

Ora tocca a noi tutti continuare a farlo.

Il cattolicesimo “adulto” di David Sassoli

 

Accogliamo volentieri questa testimonianza di Massimo Papini, storico di formazione fucina e tra i più attenti conoscitori dell’esperienza dei cattolici comunisti, che ci aiuta a inquadrare l’ambiente giovanile in cui David Sassoli mosse i suoi primi passi.

 

Massimo Papini

 

Come tutti sono rimasto colpito dalla morte di Sassoli e, nonostante fossi preso da un lieto evento che mi riguarda da vicino, mi sono venuti in mente alcuni ricordi che reputo meritino una condivisione.

 

La prima cosa che mi ha colpito è che il padre, direttore del “Popolo” aveva chiamato il figlio David in nome della sua amicizia con padre David Maria Turoldo. E’ sempre stato luogo comune che i democristiani fossero ostili al clero più progressista e già questa notizia lo smentisce. La questione andrebbe approfondita e non banalizzata. La cosiddetta “scelta religiosa” dell’Azione cattolica aveva favorito la condivisione di idee che circolavano e fruttificavano in ambienti anche distanti. Si pensi, ad esempio, che Rosy Bindi, nell’Aci di Bachelet, era la destra interna…

 

Ma i miei ricordi (che in parte ho condiviso) mi riportano alla luce alcuni particolari rilevanti, a cominciare dalla ricca esperienza fucina e dalla stessa Azione cattolica negli anni Settanta.

 

In questi ambienti era abbastanza normale che convivessero opinioni e scelte politiche diverse, che andavano dalla Dc alla sinistra extraparlamentare passando per il Pci. Comune era non solo la fede e il modo di intenderla e di viverla, direi in modo adulto, ma anche gli interessi culturali e perfino musicali.

 

Ho sentito che Paolo Giuntella ebbe un ruolo nella formazione di Sassoli. Giuntella, cristiano democratico, è stato un importante quirinalista, ma prima era stato anche lui fucino e aveva poi fondato il gruppo della Rosa bianca. Passai una serata con lui molto divertente (credo come inviati a un congresso nazionale delle Acli a Firenze) e mi colpì che avevamo le stesse idee e gli stessi interessi quasi su tutto. Radicalmente antifascista (il padre era stato deportato e aveva scritto un libro di memorie tra i primi sugli Imi), leggeva Thomas Mann e Boll, citava Gramsci, amava e conosceva a memoria Dylan, i gruppi rock e i cantautori, solo per fare un esempio, musica che ha accompagnato il suo funerale. Insomma era difficile capire cosa ci potesse dividere, al di là dei giudizi sul confronto molto stimolante tra Scoppola e Rodano.

 

Del resto la sua era una di quelle famiglie (che si frequentavano) che erano la cresta del cattolicesimo democratico italiano: i Moro, i Bachelet, gli Scoppola, i Giuntella e altre. Il retroterra culturale e politico di quella fascia di politici intellettuali che potrebbe andare da Prodi allo stesso Sassoli e che ha contribuito a salvare quel che resta della civiltà democratica del nostro Paese.

 

Ecco, questi fili che hanno unito esperienze anche diverse (e penso al rapporto con mio fratello Roberto [fondatore e animatore dell’Istituto Internazionale Jacques Maritain, ndr]: eravamo d’accordo su tutto, ma votavamo in modo diverso), sarebbe utile che si riscoprissero e si valorizzassero anche oggi.

Berti, il pensiero che va incontro alla fede. L’Azione cattolica traccia un profilo del filosofo recentemente scomparso.

 

Tenere aperto lorizzonte della trascendenza, come lo spazio infinito in cui credenti e non credenti possono incontrarsi: il compito che Enrico Berti ci lascia in eredità. LAc lo ricorda come presidente dellIstituto Bachelet e collaboratore di Dialoghi.

 

(Redazione)

 

Enrico Berti, scomparso il 5 gennaio scorso all’età di 86 anni, ci lascia una testimonianza esemplare di filosofo, credente, docente e persona equilibrata, impegnata e gentile. Laureato in Filosofia all’Università di Padova, insegna Storia della filosofia antica e successivamente Storia della filosofia all’Università di Perugia dal 1965 al 1971, prima di tornare a Padova. Studioso di altissimo livello, conoscitore straordinario di Aristotele, ha lasciato un mole di opere di rara profondità. Tra le principali: La filosofia del primo Aristotele (1962), L’unità del sapere in Aristotele (1965), Aristotele: dalla dialettica alla filosofia prima (1977), Profilo di Aristotele (1979), Contraddizione e dialettica negli antichi e nei moderni (1987), Le vie della ragione (1987), Le ragioni di Aristotele, (1989), Storia della filosofia (1991), Aristotele nel Novecento (1992), Nuovi studi aristotelici, I-II (2004–2005), In principio era la meraviglia (2007) oltre all’ultima traduzione della Metafisica di Aristotele (2017).

 

Tra le Università che lo hanno avuto come visiting professor basta ricordare l’Università Libera di Bruxelles, la Pontificia Università Gregoriana, la Pontificia Università della Santa Croce, la Pontificia Università di Santa Fe, la Facoltà di Teologia di Lugano. È stato, tra l’altro, presidente nazionale della Società Filosofica Italiana, vice-presidente della Fédération Internationale des Sociétés de Philosophie, presidente del Consiglio Scientifico del Centro di Studi Filosofici di Gallarate dal 2008 al 2011, presidente onorario dell’Institut International de Philosophie, Socio nazionale dell’Accademia Nazionale dei Lincei. L’Azione Cattolica lo ricorda come presidente dell’Istituto Bachelet e collaboratore della rivista Dialoghi.

 

Ho avuto la fortuna di poter avere Enrico Berti come uno dei maestri che hanno segnato in modo indelebile la mia formazione filosofica. Il primo incontro è avvenuto all’Università di Perugia nel 1969. Ricordo quasi parola per parola i suoi corsi appassionanti, tenuti in un’aula magna gremita e insolitamente silenziosa. Fatta la tara ai miei entusiasmi giovanili, un magistero filosofico semplicemente straordinario.

 

La profonda conoscenza di Aristotele non si chiudeva in una sterile aridità filologica, ma era in grado di attivare una interlocuzione cordiale e intelligente con il pensiero moderno e contemporaneo, riproponendo le altezze della metafisica antica in una forma essenzializzata e attuale. Alla chiarezza proverbiale delle sue lezioni Berti univa una disponibilità autentica con gli studenti, accompagnata da uno stile sempre garbato e dialogico. L’ultimo ricordo è legato alla sua relazione, tenuta nel settembre scorso per il Centro di Gallarate, alla quale aveva fatto seguito una discussione molto ampia, che egli sostenne con una lucidità invidiabile, rispondendo a tutti in modo puntuale e attento.

 

Un tratto non secondario della sua biografia riguarda il modo in cui Berti visse a Perugia la stagione della contestazione studentesca e successivamente a Padova gli “anni di piombo”. A Perugia era uno dei pochi docenti che partecipava regolarmente alle assemblee studentesche, durante le occupazioni dell’università, tenendo aperto un canale di dialogo con tutti e invitando senza timore gli studenti ad evitare violenze e strumentalizzazioni. Nonostante questo – e forse proprio per questo – egli diventò uno dei bersagli preferiti dell’estremismo più violento, a causa del quale subì, soprattutto a Padova, pesanti attacchi personali, ai quali reagì sempre con dignitosa compostezza.

 

Continua a leggere

https://azionecattolica.it/enrico-berti-il-pensiero-che-va-incontro-alla-fede/

Online l’ultimo numero di “Coscienza”, la rivista del Movimento Ecclesiale d’Impegno Culturale.

 

Pubblichiamo la presentazione del n. 3 del 2021 della rivista del Meic, una tempo conosciuto come movimento dei Laureati Cattolici.

 

Meic

 

L’estate 2021 ci ha visti finalmente “tornare a casa”, a Camaldoli, di nuovo riuniti insieme dopo la costrizione della distanza alla quale la pandemia ci ha obbligato nella sua prima fase. L’occasione è stata quella della Settimana teologica, il cuore della riflessione quello dell’ospitalità. Un principio che oggi sembra stridere sempre di più in una realtà fatta spesso di individualismi, di muri alzati e di solitudini. Ma l’accoglienza, come ci hanno ricordato i relatori i cui interventi pubblichiamo in questo numero di Coscienza, resta un valore costitutivo dell’essere cristiani e un’opportunità per il tessuto sociale. La nostra rivista torna dunque ospitando le voci che hanno animato le giornate al Monastero: il vescovo Corrado Lorefice, fra Gian Carlo Lapic, Bruna Giacomini e Roberto Cipriani, oltre al racconto della tavola rotonda con rav Riccardo Di Segni, l’imam Yahya Pallavicini e Carmine Di Sante.

 

La seconda parte del numero, invece, è dedicata al tema che non solo è al centro del dibattito ecclesiale di oggi, ma che lo rimarrà per i prossimi due anni: il Sinodo. Dopo un lungo dibattito, un complesso cammino preparatorio e soprattutto dopo una decisiva accelerazione impressa dal pontificato di Francesco, si è aperto un percorso che si annuncia straordinario non solo per le modalità e i livelli con i quali verrà coinvolta l’intera cattolicità, ma anche per gli obiettivi che si pone: rinnovare e riformare la Chiesa imprimendole strutturalmente quel carattere sinodale che ancora non c’è e soprattutto di cui abbiamo bisogno per portare con credibilità tra le donne e gli uomini del nostro tempo l’annuncio del Vangelo. Il Meic, anche con Coscienza, vuole camminare sulla strada del Sinodo con impegno e qualità: iniziamo con i contributi di Maria Rita Valli, don Giovanni Tangorra e Giuseppe Migliorini, e con una originale riflessione del presidente Luigi D’Andrea nel suo consueto Esame di Coscienza.

 

Infine, la rivista ospita un’intervista di Tiziano Torresi a Roberto Cipriani sulla sua ultima importante ricerca sociologica sulla religiosità degli italiani, e le riflessioni spirituali di don Carlo Maccari e don Giovanni Soligo.

 

In questo numero:

 

ESAME DI COSCIENZA
Riflettendo su sinodalità e democrazia – Luigi D’Andrea
IL VALORE DELL’OSPITALITÀ
Il Vangelo come “postura relazionale” – Corrado Lorefice
Lo stile ospitale forma dell’identità cristiana – Gian Carlo Lapić
Per una filosofia dell’ospitalità – Bruna Giacomini
Dalla resa alla cattura – Roberto Cipriani
Accogliersi reciprocamente, una sfida comune – Simone Esposito
SINODO, SI COMINCIA
«Palestra di sinodalità» e corresponsabilità – Maria Rita Valli
Facciamo germogliare la Chiesa di domani – Giovanni Tangorra
Quello che il Sinodo non può non affrontare – Giuseppe Migliorini
IDEE
Le domande di un Paese dalla “fede incerta” – intervista a Roberto Cipriani di Tiziano Torresi
ALLA SORGENTE
Alla ricerca di un’etica condivisa – Carlo Maccari
La forza della fede? Sta in un “come” – Giovanni Soligo

 

Per leggere la rivista

https://www.meic.net/wp-content/uploads/2019/10/Coscienza-3-2021.pdf

David Sassoli: Azione Cattolica, “testimone concreto e contemporaneo di quella politica con la ‘P’ maiuscola”.

 

Tra i numerosissimi interventi a ricordo del Presidente del Parlamento europeo, scomparso l’altra notte all’età di 65 anni, abbiamo ritenuto di dover riprendere quello dell’Azione Cattolica in ragione della implicita sottolineatura del “modo d’essere” di un autentico cattolico democratico, qual era indubbiamente il “nostro” Sassoli.

 

Agensir

 

“La sua passione politica e civile, oltre a portarlo al vertice delle istituzioni comunitarie, tracciano il profilo di un uomo votato alla causa europeista, senza se e senza ma. Persona moderata nei modi e negli accenti, non ha mai ceduto nella difesa della causa del bene comune”.

 

Lo scrive oggi l’Azione Cattolica, in una nota di cordoglio per la scomparsa di David Sassoli, presidente del Parlamento europeo. Facciamo nostre, scrive l’Ac, le parole pubblicate poche ore fa sui suoi profili social: “Con David Sassoli l’Europa e l’Italia perdono un uomo delle istituzioni di primario livello, che credeva nella politica nella sua accezione più nobile, in un’Europa baluardo dei diritti e delle opportunità, nell’impegno a favore delle persone più deboli e indifese, nella lotta contro ogni forma di ingiustizia e prevaricazione, sempre con il sorriso”.

 

L’Azione cattolica lo ricorderà come “testimone concreto e contemporaneo di quella politica con la ‘P’ maiuscola, come la chiama papa Francesco, intesa come la più alta forma di amore per il prossimo, perché si rivolge non solo ai vicini ma guarda ai ‘Fratelli tutti’, si lascia toccare il cuore dalle fragilità altrui, cerca di compensare le ingiustizie, dà la parola a chi non ha voce”. Questo “era David Sassoli, un uomo immerso nel suo tempo, consapevole che il futuro personale e comunitario si costruisce solo attraverso – sono sue parole – ‘confronto, dialogo, condivisione’”.

 

Nella nota, inoltre, l’Azione cattolica inserisce l’ultimo editoriale di David Sassoli per la rivista Dialoghi (3/2019), “L’Europa per un domani comune”. Un testo, spiega, di “una travolgente attualità”.

Dialogo per capire e per capirsi: la risposta di Campanini sulla questione del ruolo dei cattolici in politica.

 

“La mia opinione, scrive Campanini, è che la necessità di un dialogo più costante e stringente tra i cattolici riformisti/democratici/sociali prescinda dalla questione della nascita di nuove formazioni politiche più o meno di diretta ispirazione cristiana”. Pubblichiamo di seguito la lettera inviata a “Il Domani d’Italia”.

 

Sandro Campanini

 

Caro Direttore,

sono onorato dell’attenzione che Ubaldo Alessi e Giorgio Merlo hanno riservato alla mia riflessione. Si tratta di osservazioni assolutamente interessanti, così come il rimando alla vicenda di Livio Labor, che aiuta a ricordare alcuni importanti passaggi della nostra storia.

 

Come indicavo nell’articolo, la mia opinione è che la necessità di un dialogo più costante e stringente tra i cattolici riformisti/democratici/sociali prescinda dalla questione della nascita di nuove formazioni politiche più o meno di diretta ispirazione cristiana. Le quali non mi sembra che, almeno stando alle condizioni attuali, abbiano molte possibilità di affermarsi, sempre ammesso che, oltre alle tematiche su cui c’è maggiore sensibilità, ci siano identità di vedute programmatiche su tutti gli altri aspetti che attengono alla vita sociale e politica. Ragion per cui, io credo più produttivo – almeno nella fase storica che stiamo vivendo – continuare a cercare di incidere da cattolici in formazioni più grandi, popolari, in grado di rappresentare, con programmi di ampio respiro, larghe fasce di cittadini e di candidarsi a governare, ai vari livelli istituzionali.

 

Ovviamente seguo con la massima attenzione il possibile sviluppo di altre esperienze che invece puntano a una presenza “autonoma”, seppure più ridotta numericamente, dei cattolici (per meglio dire, di una parte di essi), anche perché sono coinvolte alcune personalità di grande spessore e valore – non c’è nemmeno bisogno di nominarle. Ma al di là di tutto ciò, il mio appello era ed è rivolto soprattutto a chi, come me, ritiene opportuna e inevitabile la presenza dei cattolici in più formazioni e, in particolare nel Partito Democratico – che, non dimentichiamolo, ha avuto come co-fondatore “La Margherita-Democrazia è Libertà”, formazione che a sua volta aveva federato partiti che avevano in tutto (PPI) o in parte (I Democratici e Rinnovamento Italiano) una significativa presenza di  cattolici democratici e sociali – ma pensa anche che, sia all’interno del PD, sia con altri al di fuori di esso, sia infine con i cattolici impegnati sul piano sociopolitico a livello civile, ci debbano essere momenti di confronto e di dialogo, non dico per arrivare per forza a una linea comune su ogni tema, ma almeno per provare a individuare dei punti in comune o comunque arricchirsi delle reciproche conoscenze e riflessioni.

 

Sarebbe fino troppo facile chiedersi se come cattolici si sarebbe potuto dare –  e si potrebbe tuttora –  un contributo utile e propositivo per arrivare a una più condivisa formulazione del DDL Zan, salvando naturalmente tutto ciò che c’era di indispensabile per combattere con decisione ogni forma di discriminazione e violenza. O  confrontarci sul messaggio sociale di Papa Francesco, sulla lotta alla proliferazione delle armi, su profughi e immigrazione, su DAT e fine vita, sulla transizione ecologica…Non c’è in questa proposta l’intenzione di promuovere una specie di “lobby” cattolica traversale, perché anche “tra noi” ci sono sfumature e sensibilità diverse, anche su temi eticamente sensibili. Ma di credere nella forza “formativa” e di lievito del dialogo, che non è mai esercizio inutile, come ci hanno insegnato i nostri maestri e maestre, da Moro a Tina Anselmi, da De Gasperi e Dossetti a Donat-Cattin e  Martinazzoli (e aggiungo – anche per affetto – Scoppola, Ruffilli, Elia e Ardigò; ma il pantheon come sappiamo è molto, molto più ampio).

 

Grazie e un cordiale saluto.

Quel linguaggio burocratico che pervade le leggi e allontana la partecipazione democratica alla vita dello Stato.

Ci troviamo di fronte ad un costrutto normativo spaventoso e fagocitante, impenetrabile e assoggettato a valutazioni sovente opinabili e discrezionali. La burocrazia degli apparati alimenta la sua funzione autoreferenziale e criptica. Servirebbe, in un certo senso, cambiare codice.

Agli inizi del suo settennato – quindi trent’anni fa – il Presidente Oscar Luigi Scalfaro aveva chiesto se la dichiarazione annuale dei redditi potesse essere semplificata e ridotta in quattro fogli chiari e intellegibili per i cittadini: richiesta non esaudita visto che il modulo da compilare è diventato sempre più corposo e complicato. Credo che l’Italia detenga il record della pervasività burocratica e non da ieri. Prendiamo ad esempio e leggiamo un comma a caso del D.L. 30/12/2021 n.° 228, il cosiddetto “Decreto mille proroghe”:  “Art 1 – comma 8 – punto2) il comma 7 è sostituito dal seguente: «7. Le assunzioni di personale delle Forze di polizia e del Corpo nazionale dei vigili del fuoco previste, per gli anni 2020 e 2021, dall’articolo 66, comma 9-bis, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, in relazione alle cessazioni dal servizio verificatesi negli anni 2019 e 2020, dall’articolo 1, comma 287, lettere c) e d), della legge 27 dicembre 2017, n. 205, dall’articolo 1, comma 381, lettere b) e c), della legge 30 dicembre 2018, n. 145, dall’articolo 19, commi 1, lettera a), e 3, del decreto-legge 30 dicembre 2019, n. 162, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 febbraio 2020, n. 8, e dall’articolo 1, comma 984, lettera a), della legge 30 dicembre 2020, n. 178, possono essere effettuate entro 31 dicembre 2022».

 Consideriamo, per restare  in tempi recentissimi, anche l’art 17 comma 1 del DL 24/12/2021 n. 221: “Sono prorogate le disposizioni di cui all’articolo 26,  comma 2-bis, del decreto-legge 17 marzo 2020, n.  18,  convertito,  con modificazioni, dalla legge 24 aprile 2020, n. 27, fino alla  data  di adozione del decreto di cui al comma 2 e comunque  non  oltre  il  28 febbraio 2022. Al fine di garantire la sostituzione del personale docente, educativo, amministrativo, tecnico  ed  ausiliario delle istituzioni scolastiche che usufruisce dei benefici di cui  al  primo periodo è autorizzata la spesa di 39,4 milioni di  euro  per  l’anno 2022”. Un articolo che sta creando dubbi e incertezze in tema di “smart working e tutele dei lavoratori fragili” perché richiama il comma 2-bis e non anche il comma 2, oltre a contraddire la proroga dello stato di emergenza stabilita dallo stesso Governo al 31/3/2022. Sono solo due esempi di legiferazione pervasa da un linguaggio burocratico che va nella direzione opposta alla tanto ventilata semplificazione normativa: così è in ogni contesto della vita sociale, dal fisco alla scuola, dalla salute ai trasporti, nemmeno in epoca di crisi pandemica si riesce ad esprimere in modo accessibile all’utenza ciò che si deve o non si deve fare. Siamo stati sommersi da DPCM, poi da decreti legislativi, da leggi regionali spesso in contrasto con quelle nazionali creando diaspore, ricorsi e conflitti di competenze, ordini e contrordini, in modo sincopato: volendo regolamentare tutto si è finito per creare una torre di babele linguistica e un labirinto impercorribile persino per gli incaricati di controllarne l’applicazione e di sanzionare le irregolarità nei comportamenti individuali e collettivi.

Sembra che la tripartizione del potere enunciata da Montesquieu nell’«Esprit des lois» stia venendo meno: a fronte di una produzione legislativa ipertrofica e mostruosa – molta parte della quale viene affidata alla decretazione d’urgenza lasciando al Parlamento il compito della mera ratifica –  i temi e i contenuti oltre agli aspetti formali degli enunciati transitano dalle Camere alla burocrazia degli uffici legislativi di Palazzo Chigi e dei Ministeri, ciò che determina sovente che deputati e senatori approvino leggi di cui disconoscono il contenuto, come argutamente osservato da Sabino Cassese in un articolo (“La lingua oscura delle leggi (e i danni chiari a tutta la politica), apparso sul “Corsera” del 7/1 u.s. Si aggiunga a ciò che proprio il linguaggio contorto e foriero di contraddizioni e cavilli delle leggi aumenta a dismisura i processi civili e amministrativi e crea difficoltà agli organi di controllo come la Corte dei Conti e il Consiglio di Stato: molto spesso la magistratura è costretta – border line – a sostituirsi agli organi legislativi per dirimere tematiche confliggenti. Né appare credibile che i processi di digitalizzazione degli atti della P.A. producano una semplificazione nell’accesso e nella corretta interpretazione delle norme: ci troviamo di fronte ad un costrutto normativo spaventoso e fagocitante, impenetrabile e assoggettato a valutazioni sovente opinabili e discrezionali.

Ciò allontana la partecipazione democratica alla vita dello Stato da parte dei cittadini mentre le istituzioni sono avvinghiate in procedure paralizzanti e inestricabili: non sempre si riescono a dare ed ottenere spiegazioni dirimenti e tutto ciò alimenta il disagio e la sfiducia nella gente. Mai come in questo caso trova più corretta e adeguata applicazione il concetto di “situazione kafkiana”. In questa condizione di “sospensione” viviamo tutti male e ci si chiede – se lo chiede lo stesso Cassese- a cosa si riduca la funzione legislativa del Parlamento. La sua risposta è drastica e disarmante: “a un bel niente”. La burocrazia degli apparati alimenta la sua funzione autoreferenziale e criptica mentre Deputati e Senatori non sono in grado – specie nelle ultime legislature – ad alzarsi e proporre all’emiciclo e al Paese un modello aperto al futuro ed inclusivo di società e di Stato.

Suicidio assistito e eutanasia. Lezioni da nove paesi (e trent’anni di applicazione). L’analisi dell’Istituto Cattaneo

 

I nodi del lungo dibattito sulle varie forme di morte medicalmente assistita stanno ormai venendo al pettine. La sentenza della Corte Costituzionale, il referendum in arrivo e il disegno di legge in attesa di discussione sembrano diretti su una rotta di collisione nella cornice di un dibattito ancora decisamente polarizzato. Ma che cosa ci dicono le esperienze di quei paesi, come Svizzera, Belgio, Olanda, Canada, Usa, dove suicidio assistito e/o eutanasia sono già stati introdotti?

 

Asher D. Colombo

 

L’analisi dei dati disponibili sull’andamento dei suicidi assistiti e dell’eutanasia rivela due aspetti, uno relativo alle dimensioni del feno- meno, l’altro relativo alla sua dinamica. Per quanto riguarda l’incidenza delle morti assistite, i dati mostrano livelli di eterogeneità tutt’altro che trascurabili. È plausibile che queste differenze dipendano dal diverso grado di disapprovazione della pratica nelle opinioni pubbliche. Per quanto riguarda l’andamento del fenomeno, invece, sono tre gli aspetti più rilevanti. Il primo è che in tutti i paesi in cui eutanasia o suicidio as- sistito sono stati depenalizzati o legalizzati, si è registrata una crescita nel tempo dei livelli di ricorso a queste procedure.

 

Questa è variata, in media, tra l’8% e il 16% annuo a seconda del periodo e del paese, ma è la Svizzera il paese in cui è stata più elevata. Il secondo è che in nessuno di questi paesi si sono visti segni di interruzione o di rallenta- mento anche a trent’anni di distanza. Il terzo è che la crescita non sempre è stata li- neare. Ad aumentare, infatti, non è solo il numero di morti assistite sul totale, ma anche il tasso di incremento annuo.

 

Come sono state fatte le analisi?

 

Per produrre le analisi presentate in questo studio, l’Istituto Cattaneo si è avvalso di molte fonti diverse. I dati relativi ai decessi per diverse forme di morte assistita vengono da rapporti pubblicati o dagli istituti nazionali di statistica (è il caso della Svizzera), o da istituzioni governative a cui è stato attribuito il compito di monitorare l’andamento del fenomeno e che pubblicano, a cadenza in genere annuale, un rapporto contenente, in genere scarne, informazioni statistiche sull’andamento dei casi di eutanasia e di suicidio assistito, a volte stratificati secondo alcune caratteristiche, come il sesso e l’età (è il caso del Belgio, dell’Olanda, del Lussemburgo): ((BFS), 2020; Regional Euthanasia Review Committees, 2020; CFCEE, 2020; (BFS), 2012; Centraal Bureau voor de Statistiek, 2003; Oregon Health Authority – Public Health Division, 1999; Commission fédérale de Contrôle et d’Évaluation de l’Euthanasie, 2002).

 

La scelta di pubblicare i dati in questa forma appare anomala se confrontata con i decessi dovuti ad altre cause, oggetto di distribuzione periodica nelle statistiche sulle cause di morte. la ragione di questa differenza è che il suicidio assistito e l’eutanasia non costituiscono categorie specifiche tra le cause di morte primarie o secondarie. Nessuna delle due compare, infatti, nella classificazione standard delle cause di morte (IDC-10). Nelle statistiche relative alle cause di morte i decessi dovuti a suicidio assistito o a eutanasia, tanto volontaria che non volontaria, sono rubricati sotto le cause per le quali è stata fatta la richiesta di accesso alla morte medicalmente assistita da parte del personale sanitario.

 

Scarica e leggi l’analisi

https://www.cattaneo.org/wp-content/uploads/2018/03/2022-01-10-suicidio-assistito.pdf

David Sassoli, ardito e generoso. L’abbraccio all’amico che ci ha lasciato.

La notizia del suo ricovero era giunta solo ieri. In condizioni già precarie, la sua fibra non ha retto. Il Presidente del Parlamento europeo si è spento in nottata: avrebbe compiuto sessantasei anni a maggio.

Ho conosciuto David, fiorentino di nascita e romano di formazione, a metà degli anni ‘70. Faceva parte di un manipolo di giovani, poco più che ragazzi, riuniti da Paolo Giuntella nel circolo “Francesco Luigi Ferrari” al quartiere Prati. Aveva il suo bel da fare con le agitazioni scolastiche, ma non se ne lasciava assorbire più di tanto. Diventammo amici e qualche volta andai a casa sua, in via delle Coppelle, sopra l’Istituto Sturzo. Più che Maritain amava Mounier, a riprova di un cattolicesimo democratico in cammino verso un orizzonte di libertà e inquietudine. poco ossequioso della disciplina di partito.

Certo non era un campione di puntualità,  una volta riuscì a dare buca persino ad Aldo Moro. David gli aveva chiesto di venire al “Ferrari” e l’appuntamento era stato combinato, ma toccò constatare all’allora Ministro degli Esteri, dopo due ore di attesa vana, che in pratica era saltato. Il motivo? La distrazione di David: si ricordò dell’incontro quando ormai era troppo tardi. Fortunatamente riuscì a rimediare perché Moro si rese disponibile – ecco l’attenzione che aveva verso i giovani! – per una nuova data.

La maggiore qualità di David, quasi la stigmate del suo carattere, stava nella buona mescolanza di candore e intraprendenza. Aveva immaginato, a un certo punto, di ottenere l’investitura a capo dei giovani dc, benché non avesse i numeri dalla sua: il congresso si fece a Bergamo, nel 1977, ma non lo vide protagonista.

Forse provò delusione o forse, chissà, identificò nel giornalismo il vero cimento della vita. In fondo, avrebbe seguito le orme del padre, penna finissima e intelligenza penetrante, uno dei migliori professionisti de “Il Popolo” e de “La Discussione”. Il suo primo impegno sarà nella redazione de “Il Giorno”, il quotidiano più vicino alla sinistra dc, ma presto varcherà la soglia della Rai. La conduzione del Tg1 gli consentirà di entrare nelle case degli italiani con quel tratto gentile che lo rendeva familiare ed amico. Il suo mondo divenne la televisione, senza però cedere alle logiche di quel mondo, spesso traversato da spinte di potere.

Dopo anni c‘incontrammo casualmente in un bar di via Monserrato, lui usciva ed io entravo, sorpresi entrambi ma decisi a rivederci, senza alcuna smanceria.

Fissammo un pranzo e lì capii che non poteva vivere senza la politica. Gli mancava, ma non muoveva un dito per accostarsi nuovamente all’attività dei primi anni giovanili. La sua educazione glielo impediva, la nostra stima, al contrario, glielo doveva riproporre. A Franceschini che chiedeva suggerimenti per il capolista alle europee del 2009 – collegio dell’Italia centrale – giunse pertanto il nome di David. Lui, ovviamente, non ne sapeva nulla.

Quindi, non è stato un giornalista passato alla politica, ma un politico che è tornato a fare il suo “mestiere” dopo un lungo e fecondo periodo di lavoro in Rai. È stata la sua rinascita. A Bruxelles, già nel primo mandato, si era fatto valere. Poi è venuto nel 2019 il riconoscimento ultimo, quello più prestigioso, l’incarico di Presidente del Parlamento europeo. Due anni spesi bene, i suoi, sempre con equilibrio e serietà, sempre con passione e intelligenza, mostrando autentica fede nel ruolo dell’Europa. Di ritorno da Davos, invitato insieme a grandi personalità del pianeta, confessò di aver trovato nei vari interlocutori una formidabile curiosità attorno alle vicende di questo nostro continente che denominiamo “vecchio” nonostante la giovane storia delle sue istituzioni comunitarie. Ne trasse conforto e stimolo, voleva lavorarci su e provare, in questo modo, a distillare gocce di futuro, in nome di un autentico europeismo.

Ora, di fronte alla volontà del Signore, non possiamo che inchinarci. David poteva fare molto, ancora a lungo, avendo energia e capacità. Poteva essere il nostro punto di riferimento nella politica a venire, dentro un vasto processo di riordino e rilancio del modello Italia. Con lui, certamente, l’identità di noi cattolici democratici poteva rifulgere con più immediatezza e facilità. Tutto questo lo andremo a conservare nella memoria e nella nostalgia, sapendo che l’amico ci ha lasciato per un vita più piena, come vuole la nostra fede, sicché la sua presenza – buona e ardita – non verrà comunque meno. Nell’ora del dolore, riceva l’abbraccio di tutti noi.

Mattarella: «La scomparsa prematura di David Sassoli rappresenta un motivo di dolore profondo per il popolo italiano ed europeo»

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha rilasciato la seguente dichiarazione:

«La scomparsa inattesa e prematura di David Sassoli mi addolora profondamente.

La sua morte apre un vuoto nelle file di coloro che hanno creduto e costruito un’Europa di pace al servizio dei cittadini e rappresenta un motivo di dolore profondo per il popolo italiano e per il popolo europeo.

Il suo impegno limpido, costante, appassionato, ha contribuito a rendere l’assemblea di Strasburgo protagonista del dibattito politico in una fase delicatissima, dando voce alle attese dei cittadini europei.

Sassoli, con gli altri leader europei, ha saputo accompagnare una svolta decisiva per il futuro dell’Europa: dai diritti civili e sociali, al dialogo con gli altri Paesi, a partire dal Mediterraneo. Anche con l’impegno per la Conferenza sul futuro dell’Unione.

Politico appassionato, leader leale, rigoroso, ha saputo nutrire con la sua cultura una iniziativa politica al servizio delle persone e delle istituzioni. Uomo del dialogo, ha fatto del metodo del confronto la cifra del suo rapporto con gli interlocutori, alla ricerca del bene comune. Qualità che aveva saputo esprimere anche nella sua attività di giornalista.

Ai suoi familiari sono rivolti la vicinanza e il cordoglio di quanti lo hanno conosciuto e il sentimento di riconoscenza della Repubblica per la sua opera preziosa, espressione di intensa passione civile».

Berlusconi avverte: con Draghi al Colle si va al voto.  Toti “osservato” per le sue ultime aperture. Dov’è l’unità del centro-destra?

 

L’ex premier oggi a Roma, venerdì probabile vertice del centrodestra. Probabilmente il monito di Forza Italia ha influito sullatteggiamento di Draghi in conferenza stampa, con il rifiuto categorico a rispondere a qualsiasi domanda sul tema Colle.

 

Askanews

 

Silvio Berlusconi arriverà domani [oggi per chi legge] a Roma, per coordinare da villa Grande le grandi manovre per il Quirinale. E si fa precedere da un avvertimento netto: “Se Draghi va via da palazzo Chigi si va a votare”, dice a chiare lettere Antonio Tajani, dopo settimane in cui il concetto veniva affidato ai retroscena. “Chi altro sarebbe in grado di tenere insieme una coalizione tanto eterogenea?”, chiede retoricamente il coordinatore azzurro. Che così gioca una delle carte di Silvio Berlusconi nella corsa al Quirinale: puntare sull’attuale premier porterebbe alla fine anticipata della legislatura, con tutte le conseguenze – anche previdenziali – per i parlamentari.

 

Un argomento che lo stesso Silvio Berlusconi ripete in tutte le sue (numerose) telefonate di questi giorni a deputati e senatori, convinto che le chance per Draghi siano al momento ridotte proprio perchè “la sua elezione porterebbe automaticamente al voto anticipato”. Proprio in virtù della posizione di Forza Italia, finora condivisa anche dalla Lega: “Neanche loro – assicurano gli azzurri – sosterrebbero un altro governo in questa legilsatura”.

 

Una posizione che potrebbe essere messa nera su bianco nel prossimo vertice di centrodestra: in settimana, ma dopo la riunione di direzione e gruppi Pd convocata per giovedì 13, spiegano fonti di coalizione, per aspettare l’eventuale mossa dei Dem. E dunque probabilmente venerdì. Non si sa ancora in quale formazione, stante il “fastidio” e “l’irritazione” con cui Forza Italia sta assistendo al pressing di Coraggio Italia a favore di Draghi: “Il 23 Toti è venuto al vertice e ha sottoscritto un documento comune che diceva un’altra cosa…”, si fa notare.

 

Che poi sarà questa la posizione che il centrodestra terrà fino alla fine è ancora tutto da vedere. Nella Lega c’è chi pensa che Berlusconi prima o poi farà un passo di lato: “Vuole essere il king maker, e magari in cambio della rinuncia ottenere il seggio da senatore a vita”, ipotizza un parlamentare di lungo corso del Carroccio.

 

Ma intanto l’ex Cavaliere tiene il punto, e chissà se il monito di Forza Italia abbia influito sull’atteggiamento di Draghi in conferenza stampa, con il rifiuto categorico a rispondere a qualsiasi domanda sul tema Colle. Nonostante le voci di un possibile passo indietro del premier – fatte circolare per tutto il pomeriggio – nel centrodestra avevano preventivato il silenzio di Draghi: “Ci aspettavamo questo, nè passi avanti nè passi indietro. Non è caduto in nessun tranello. E anche ritirarsi sarebbe stato assurdo visto che in teoria non si è mai candidato…”, dicono fonti della coalizione.

Come si esegue correttamente in autonomia un tampone rapido

Nonostante il triplo shot vaccinale e antinfluenzale e la FFP3 ormai tatuata addosso, praticamente un giorno sì e uno no eseguo ugualmente un tampone rapido, a scopo precauzionale.

Lo ritengo un dovere morale, essendo quotidianamente a contatto sia con persone ultrafragili che con altre che svolgono attività fisica intensa attivando quelle fasi della respirazione profonda che, se poco protette da mascherina, le rendono potenzialmente molto contagiose.

Praticamente assolvo ai doveri minimi richiesti (ritengo giustamente) ad un “no vax” qualsiasi dall’obbligo del GreenPass, pur chiaramente non essendolo.

Penso sia giusto farlo anche se “protetto” dallo scudo vaccinale, che protegge in qualche modo me dal rischio d’intensiva, i medici da un superlavoro evitabilissimo, il SSN da un dispendio inutile e le persone fragili da un rischio enorme che magari io non corro ma loro, sì.

Molti altri, prudentemente, si controllano così sovente come faccio io.
Se sono riuscito a non contrarre ancora il Covid (e a mia volta a non trasmetterlo a mio padre ultrafragile) è anche grazie a questo piccolo gesto, per noi normale, e sono grato a chi, come me, si controlla spesso.

Eppure, mi è capitato di veder eseguire MALISSIMO il tampone rino-faringeo.

Se già di per sé è molto alto il rischio di “falso negativo”, cioè di non riuscire ad identificare la presenza del virus con il tampone rapido (addirittura quasi un risultato su due potrebbe esser falsato e non rilevare soprattutto le varianti), eseguirlo male rende ancora più inutile o dannoso il test.

Oltre a far male, può dare l’illusione di un esito negativo anche in presenza del virus, spingendo chi l’ha fatto ad esibire una spavalda certezza basata sul nulla.

Il tampone rinofaringeo si chiama così perché si fa SOLO così, rivolgendo in ORIZZONTALE il bastoncino come nell’immagine.
LA DIREZIONE DEL TAMPONE NON DEVE ESSERE VERTICALE: oltre ad essere molto più doloroso, serve a poco se è diretto in alto, verso la fronte, perché non raccoglie muco.
Parimenti errato è, a prescindere dalla direzione, fermarsi all’ingresso delle narici.

Spero che questo possa essere d’aiuto a qualcuno, che magari non avendolo mai fatto o avendo visto svolgere male la manovra la ripete altrettanto male se non peggio.

Non dovete tentare una lobotomia transorbitale… Solo fare un tampone rapido.

GIORGIO PROVINCIALI
Preparatore atletico , founder and CEO di Advanced Sports Engineering Lab

Scuola /Presidi Andis scrivono a Draghi: ad oggi impossibile garantire le misure previste dal Dl 1/2022

“Il Governo e il ministero dell’Istruzione hanno il dovere di mettere in campo il massimo sforzo con azioni di affiancamento alle scuole perché diversamente il sistema scolastico non riuscirà a gestire la prevista diffusione del contagio nella fascia di età scolare”. E’ questo in sintesi l’appello che l’Associazione Nazionale Dirigenti Scolastici (Andis) ha inviato in queste ore al governo Draghi.
“Preso atto – si legge nella missiva – che il monitoraggio settimanale pubblicato ieri da I.S.S./Min. Salute documenta un ulteriore aggravamento della curva pandemica, con il raddoppio dell’indice di trasmissibilità RT e con un consistente aumento del tasso di occupazione delle terapie intensive; che si preannuncia per i prossimi giorni il passaggio di ben 10 regioni/province autonome nella fascia ad alto rischio; che il Comitato Tecnico Scientifico non si è espresso né ha pubblicato proiezioni circa un possibile incremento del contagio in conseguenza della riapertura delle scuole dopo le festività natalizie; che le Aziende sanitarie hanno dimostrato nelle ultime settimane di essere in affanno nell’assolvere i compiti di testing e di contact tracing dei contagi nelle scuole; che le famiglie degli alunni in autosorveglianza o in quarantena manifestano oggettive difficoltà ad acquisire le certificazioni necessarie per il rientro a scuola dei figli, l’Andis chiede al Governo di considerare che ad oggi non ci sono tutte le condizioni per rendere operative in tutto il territorio nazionale le misure previste dal D.L. n.1/2022”.
“Molte Regioni di fatto non sono più in condizione di garantire il testing e il tracciamento dei contagi; non sono state implementate nuove e più efficaci iniziative per incentivare la vaccinazione dei bambini in età 5-11 anni; le istituzioni scolastiche non sono in condizione di riorganizzare tout court il servizio scolastico (verifica positività – riorganizzazione del tempo scuola – gestione del servizio mensa – sostituzione personale assente a vario titolo, attivazione DAD, ecc.) dal momento che non conoscono in tempo reale i dati relativi a contagi/contatti/vaccinazioni del personale e degli studenti;  non è stata avviata la fornitura alle scuole di mascherine FFp2, per i quantitativi che si renderanno necessari lunedì 10 gennaio”.

Draghi al Quirinale? Meglio che resti a Palazzo Chigi.

 

Con il passare dei giorni l’ipotesi del trasloco di Super Mario al Colle ha perso mordente. Cresce al tempo stesso, dietro le quinte, il consenso sulla rielezione di Mattarella.

 

Cristian Coriolano

 

Gli occhi di tutti sono puntati sulla conferenza stampa che Draghi terrà oggi. In questi giorni sono fioccate le anticipazioni, poi regolarmente smentite da Palazzo Chigi: non è vero che il Premier ritornerà sulla questione del Quirinale per fare chiarezza o per correggere, men che meno per chiudere la questione della sua candidatura al Quirinale. Parlerà solo di Covid senza perciò avventurarsi sul terreno della battaglia per la Presidenza della repubblica.

 

In realtà, con il passare dei giorni, l’ipotesi del suo trasloco al Colle ha perso mordente. Solo Renzi fa capire di essere pronto a sostenerla, dando  a vedere che il lavorio di aggregazione al centro assicura – numeri alla mano – la continuità della legislatura, eventualmente con un sostituto premier anche nel caso dell’improbabile disimpegno della Lega. Pare tuttavia che non con convinca, anzi determini il moltiplicarsi di “suggerimenti” a mezzo stampa per la permanenza di Super Mario sulla tolda di comando, anzitutto come garante della corretta gestione governativa dei fondi del Pnrr.

 

È da notare come nell’opera di dissuasione si distinguano alcune personalità del vecchio mondo socialista. Gennaro Acquaviva, elegantemente, sollecitava ieri un’iniziativa che passi per lo stesso Draghi al fine di trovare un accordo sulla scelta del nuovo Capo dello Stato. Invece Rino Formica, più ruvidamente, alza la voce proprio contro di lui, il vezzeggiato (fino a ieri) Presidente del Consiglio, giudicandolo inadatto: “In lui prevale la cultura del banchiere. I banchieri non hanno una visione di lungo periodo, sono attenti alla convenienza di quel che il mondo offre in quel momento” (v. intervista del 2 gennaio a Repubblica). Sembra di cogliere, a distanza di anni, la dura reprimenda che s’abbatté sul giovane funzionario ministeriale, allora di stanza a Washington, per un intervento giudicato da Bettino Craxi fuori linea rispetto ad alcune direttive del governo. Insomma, non è da escludere sia rimasto qualcosa nel “vissuto socialista”, ancora riflesso nel solitamente lucido argomentare dell’ex ministro Formica, che spinge a dichiarazioni così poco amichevoli.

 

Sta di fatto che i giochi per la più alta Magistratura dello Stato si presentano tuttora aggrovigliati. Già si parla di “saltare” le prime tre votazioni, quelle con il quorum rafforzato, per immaginare un atterraggio più facile a partire dalla quarta, quando cioè l’elezione scatta sulla base della maggioranza semplice. È un segno ulteriore di quanto sia ingarbugliata questa storia. I tessitori non mancano, anche se finiscono, in disordine e loro malgrado, per agire alla stregua di Penelope: filano di giorno e disfano di notte la tela degli accordi. Per questo prende sempre più forma, giorno dopo giorno, l’idea che la rielezione di Mattarella meriti l’uscita dal limbo di titubanze e ammiccamenti, per farla rifulgere come stella polare nella traversata del deserto dei Grandi elettori.

Ripartire dalla base per una Federazione popolare, riformista e liberale: giusto il dialogo proposto da Campanini.

L’unità possibile dell’area cattolico democratica e cristiano sociale è o dovrebbe essere, la premessa per una più ampia collaborazione con le altre culture democratiche liberali e riformiste che, insieme alla nostra, sono state a fondamento del patto costituzionale e hanno fatto grande l’Italia.

 

Ettore Bonalberti

 

Nella crisi di sistema dell’Italia e con la scomparsa delle culture politiche che furono alla base del patto costituzionale, l’assenza di un centro capace di rappresentare gli interessi e i valori del terzo stato produttivo e delle classi popolari, alimenta la renitenza al voto. Un’astensione elettorale  aggravata dalla presenza di una classe dirigente sempre più lontana dalle attese dei cittadini. In questo quadro, tuttavia, permangono intatti gli ideali del popolarismo sturziano e degasperiano, così come s’impongono gli orientamenti indicati dalle ultime encicliche dei Papi: San Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Papa Francesco, le quali attualizzano la dottrina sociale della Chiesa Cattolica nell’età della globalizzazione.

 

Perché allora, dopo quasi un trentennio dalla fine della DC, continua la maledizione della diaspora post democristiana, nonostante il vitalismo diffuso di movimenti, gruppi, associazioni e partiti che si rifanno a quella tradizione politica? Credo che molta parte di ciò sia collegata alla scarsa attendibilità di molti degli attori protagonisti che, con diversa legittimità e fortuna, hanno tentato la ricomposizione politica e culturale di quest’area. Esauriti tutti i tentativi sin qui compiuti per la ricomposizione politica della nostra area, stanco e sfiduciato ho scelto di collocarmi tra gli “osservatori non partecipanti”, convinto che in questo fallimento abbia influito anche la scarsa e, in taluni casi, nulla credibilità di molti degli attori protagonisti in campo, quasi tutti interpreti di diversi ruoli e responsabilità nella difficile fase di transizione tra la fine della DC e l’avvio delle nuove e differenti personali avventure politiche spesso risultate di mera sopravvivenza. Ecco perché è necessario prendere atto che non spetta più a questi attori, vecchi e logorati nella loro affidabilità, svolgere ruoli di guida, i quali potranno/dovranno essere assunti, invece, da una nuova generazione. Un’autocritica questa che, ovviamente, ci coinvolge tutti noi che apparteniamo alla quarta e ultima generazione della DC storica.

 

Non si può più operare dall’alto in basso (top down), come ancora sta avvenendo in questi giorni con l’assegnazione di incarichi dal centro ad alcuni amici di realtà locali, una sorta di “missi dominici” del dominus romano, ma serve ripartire dal basso, con un procedimento bottom up, ricomponendo a livello territoriale l’unità possibile di quanti si riconoscono nei valori sturziani cattolico democratici e cristiano sociali, facendo emergere dal confronto democratico di base la nuova classe dirigente. Non uno, ma due passi indietro, dunque, specie da parte di coloro che hanno, sin qui, lucrato personali posizioni di rendita dal riferimento alla DC e/o dall’utilizzo strumentale del suo storico simbolo, lasciando campo aperto ai giovani in grado di interpretare gli orientamenti della dottrina sociale cristiana nei tempi nuovi della globalizzazione. L’unità possibile dell’area cattolico democratica e cristiano sociale in sede locale è, o dovrebbe essere, la premessa per una più ampia collaborazione con le altre culture democratiche liberali e riformiste che, insieme alla nostra, sono state a fondamento del patto costituzionale e hanno fatto grande l’Italia.

 

Ciò comporta:

  • disponibilità dei grandi vecchi della politica democristiana di mettersi a disposizione dei giovani;
  • individuare i giovani meritevoli che possono rappresentare democraticamente tutte le anime e voci esistenti;
  • eliminare ogni riferimento a diaspore e simboli che possono essere barriere d’entrata;
  • rinsaldare i principi cristiani in una visione laica moderna;
  • presentarsi compatti, uniti, forti e decisi al pubblico, subito in questi giorni, proponendo in primis un Mattarella bis secondo le condizioni anche temporali del capo dello Stato in carica e sostenere fino in fondo in modo unanime questa candidatura di continuità per far finire il lavoro a Draghi poi si vedrà.

 

 

Uniti sì, ma per quali obiettivi?

 

Quanto al merito: i contenuti di un possibile programma politico vanno assolutamente saldati intorno ad un polo europeista, liberale, non estremista, dialogante, che sia di ispirazione degasperiana ed einaudiana, di  valori cristiani e laici e che accolga e riconosca le diversità, che premi la meritocrazia, valorizzi i  giovani con uno scambio reciproco con chi ha costruito il paese,  dia slancio e spazio (vero e non per quote) alle donne, spinga il Paese alla valorizzazione delle imprese, lo renda meno schiavo di una presenza statale “asfissiante e soffocante”, che ci salvi da un debito pubblico insostenibile, che abbia capacità di programmazione per i futuri 30 anni,  che possa e sappia dare un Sogno e un Futuro alle nuove generazioni, che  sappia garantire il lavoro e salvare la pensione ai giovani, e un riconfermato ruolo alla democrazia repubblicana oggi subordinata agli interessi dei poteri finanziari dominanti.

 

Si dovrà aprire un dibattito su un progetto di programma politico per una federazione di centro aperto popolare, riformista e liberale, sintetizzabile nell’allegato decalogo:

 

  1. Conferma della costituzione repubblicana, no a deformazioni, si a un armonico e organico aggiornamento ai tempi dopo 70 anni di democrazia compiuta eliminando certi doppioni e chiudendo alcuni capitoli e titoli ancora incompiuti che creano problemi allo Stato, al rapporto Sato-Regioni e alle funzioni-spese delle Regioni  rispondendo alla opzione di una autonomia a gradi e solo su alcuni temi;
  2. Lo Stato deve costare meno in soldi in tempi morti e il dipendente pubblico deve essere un esempio per il dipendente privato, essere pagato in base al lavoro fatto, meno dirigenze e più responsabilità, più semplificazione, più velocità di accesso alle pratiche, riduzione dei passaggi da un tavolo all’altro, controlli a valle dei processi burocratici; più attenzione al cittadino-elettore, tasse e imposte proporzionali al reddito, proporzionalità crescente e decrescente; una Camera legislativa e un Senato di controllo generale e di partecipazione delle regioni; un numero minore di Regioni; aggregazione province volontariamente; aggregazione obbligata dei comuni confinanti con meno di 3000 abitanti e massimo 4 fusioni;
  3. Uguaglianza di tutti i parametri e contratti per tutti i lavoratori, attenzione diversa fra imprese piccole e imprese grandi, partecipazione sindacale federale più unitaria possibile, sindacati moderni e misurati al reddito dei lavoratori, non lasciare indietro nessuno dal migrante al gender, ma con regole uguali per tutti, diritti e doveri sullo stesso piano, in primis e soprattutto per i politici;
  4. Lavoro (reddito minimo sociale a fronte sempre di un servizio reso), scuole (+ formazione educazione inclusione), sanità (+assistenza per tipo di malato e non per reparto/malattia/ primariati) sono gli unici campi-ministeri dove è possibile fare debito pubblico e deficit statale e regionale, in una linea precisa di ampia occupazione-servizi-qualità di assistenza, reddito equo in base a responsabilità e controlli a tutti i livelli
  5. La famiglia è la prima figura sociale di riferimento crescita educazione formazione, ma anche moderna, dinamica, presente, aggregata e come punto per diverse iniziative legislative
  6. Europa sempre, ma meno burocrazia, costi fissi, arrivismo statalista, finanza, monetarista, più egualitaria, partecipante a problemi comuni, per una difesa unica comune, per un’azione comune all’estero su certi temi, modello fiscale e aliquote unico in base a produttività e redditività, condivisione dei surplus finanziari ;
  7. Individuazione degli asset-paese (turismo, alimentazione, portualità, acciaio, medicali….) anche privati inalienabili, che siano reddituali o almeno in grado di essere autosufficienti economicamente, da difendere sempre con interventi pubblici ad hoc, mettere in atto tutte le norme già esistenti in materia
  8. Economia sociale civile sussidiaria ecologica ambientale, deve essere prioritaria in ogni esercizio e campo al posto di quella solo monetaria e solo finanziaria, ritorno alla economia reale in certi campi, controllo e tassazione delle mega rendite anche finanziarie e della gestione patrimoni e assicurazioni da ristornare al cittadino, regole e tasse eque ai colossi del web, energia, finanza, farmaceutica;
  9. Grande progetto integrato da più funzioni per i 2/3 del territorio italiano montano/collinare più vulnerabile, svantaggiato, difficile, abbandonato che può crollare a valle, ma anche premiato e autentico patrimonio culturale paesaggistico nazionale che ha in sé già milioni di posti di lavoro e fare in modo che ritornino gli occupati a fare impresa e servizi, dalle scuole ai pronto soccorso, dalle regimazioni idrauliche all’antropologia di servizio
  10. Una giustizia nuova, veloce, vera, equa, separazione delle carriere, un autogoverno sui temi costituzionali e non su altro, carriere certificate con parametri pubblici, nuovo processo penale, carceri più vivibili,più sanzioni amministrative e servizi sociali, certezza della sentenza per i reati gravi.

 

Mi auguro che sia possibile individuare, come ha ben scritto il prof. Sandro Campanini, una sede permanente di dialogo e confronto in cui tale dibattito si possa svolgere. Al di fuori dei diversi cantieri aperti, spesso in conflitto tra di loro, non potrebbe assumere l’iniziativa l’Istituto Sturzo?

Lavoratori fragili e tutele sanitarie. Scrivi al governo e risponde solo “Il Fatto Quotidiano”.

Ringraziamo la redazione web de “Il fatto Quotidiano” per aver segnalato a riguardo dei “lavoratori fragili” quelle carenze legislative che, se non verranno corrette, provocheranno uno stato di incertezza suscettibile di problematiche non lievi.

Nell’imminenza dell’approvazione del Decreto Legge 24 dicembre 2021 n.221 e subito dopo la sua pubblicazione sulla G.U. 305 – stessa data – avevamo scritto al Governo, inizialmente con due articoli che chiedevano quali misure si intendessero assumere a tutela dei cd. “lavoratori fragili” e – successivamente al decreto citato –  chiedendo con una lettera aperta di decifrare e chiarire i provvedimenti assunti. Nessuna risposta è giunta, speravamo almeno nel Sottosegretario alla Salute On.le Prof. Sileri, notoriamente sensibile ed umano nelle sue interlocuzioni con i cittadini.

Il tutto nel silenzio assordante dei Sindacati a cui tale appello era stato inoltrato per opportuna conoscenza. A tal proposito leggi:
Primo articolo
Secondo articolo
Terzo articolo

Leggendo poi con attenzione l’art.17- comma 1 del DL 221/2021 ci siamo accorti che – a differenza di quanto avvenuto nei due anni di pandemia, con provvedimenti normativi (prima o poi) reiterati nella forma più estensiva e tutelante, e confrontandoci con l’ANMIC, il testo chiarisce che viene rinnovato, ma solo fino al 28 febbraio 2022,  l’art. 26 comma 2-bis (e non anche il comma 2) del Decreto legge 17 marzo 2020 n.18: ciò si traduce all’atto pratico in un rinnovo dello smart working ma non in un altrettanto rinnovo della tutela che finora prevedeva in caso di malattia di un lavoratore fragile che la stessa sia equiparata al ricovero ospedaliero, per evitare una decurtazione dei giorni di assenza dal cd. “periodo di comporto”.

Un doppio pasticcio. Il primo: mentre in via generale lo stato di emergenza è protratto fino al 31 marzo 2022, per i lavoratori fragili il citato art. 17, comma 1 del DL 221/2021, riduce il periodo di fruibilità dello smart working al 28 febbraio creando i presupposti per un possibile contenzioso tra lavoratore ed ente di appartenenza, considerato che i certificati di inidoneità temporanea nel frattempo rilasciati agli interessati dalle autorità sanitarie estendono la loro validità  a ‘tutto’ il periodo di emergenza e non solo ad una parte di esso. Il secondo: limitando il rinnovo del comma 2-bis e non anche del comma 2 dell’art. 26 del citato DL 18/2020, viene ‘ope legis’ preclusa la via dell’equiparazione degli eventuali periodi di malattia dei lavoratori fragili al ricovero ospedaliero.

In pratica, se vogliamo ricorrere a un semplice esempio, dovendosi assentare dal lavoro per una terapia ciclica o di urgenza, il “fragile” dovrà attingere al periodo di comporto contrattuale, correndo il rischio di decurtazioni economiche stipendiali, poiché è chiaro che un chemioterapico o un immunodepresso che ricorre a terapie salvavita lo deve fare seguendo le necessità della malattia stessa e ciò ancor più in un periodo come quello da due anni in corso in cui recarsi al lavoro – nonostante mascherine e altri presidi – comporta il grave rischio di sovraesposizione al contagio. Inoltre non tutti i lavori possono essere svolti in smart working: una bidella in lavoro agile cosa fa? Pulisce casa sua? Una cuoca cucina per la famiglia? Un postino consegna la posta a se stesso? E via dicendo.

Non sappiamo se aver escluso questa tutela sia stata una scelta o una dimenticanza: guardandoci in giro leggiamo (con grande soddisfazione, condivisione e apprezzamento per il coraggio dimostrato) che solo la redazione web de “Il Fatto Quotidiano”, con un illuminante articolo di Chiara Brusini del 4 gennaio u.s., segnala il venir meno di questa tutela, aggiungendo altre evidenze, come quella per cui “non hanno più diritto all’indennità i circa 10 milioni di italiani che hanno ricevuto la seconda dose da oltre 5 mesi, non hanno fatto ancora il booster e dunque in caso di contatto con un positivo al Covid sono tenuti a chiudersi in casa. [Pertanto]…chi svolge attività che non consentono lo smart working deve sperare che il datore di lavoro voglia farsi carico del dovuto”. Infatti, come si legge nel titolo dell’articolo “…l’assenza dal lavoro non è più pagata dall’INPS come malattia”. Infine “lo stesso problema si pone per i genitori di bambini quarantenati, visto che il bonus baby sitter non è stato rifinanziato. Rimane solo, fino al 31 marzo, l’opzione del congedo parentale”.

Ringraziamo la redazione web de “Il Fatto Quotidiano” per aver segnalato queste carenze legislative che, se non verranno corrette, provocheranno uno stato di incertezza suscettibile di problematiche non lievi. Nel caso dei lavoratori fragili cui è precluso lo smart working e che hanno in tasca un certificato di inidoneità fino al temine dello stato di emergenza, ai quali è stata tolta la tutela dell’equiparazione della loro malattia al ricovero ospedaliero, anche possibili contenziosi. Tutto questo per il rinnovo del comma 2-bis e non anche del comma 2 del famoso articolo 26/DL 18/2020. Una cosa da spiegare e da chiarire.

I temi della libertà e della fraternità cristiana nell’analisi del cardinale Michele Pellegrino. A cura di Andrea Monda

 

Ripubblichiamo per gentile concessione dell’Osservatore Romano la seconda sezione antologica dopo quella apparsa lo scorso 23 dicembre sullo stesso giornaletratta dalla lettera pastorale «Camminare insieme» del cardinale Michele Pellegrino (arcivescovo di Torino dal 1965 al 1977), dedicata ai temi della libertà e della fraternità affrontati nel documento.

 

Andrea Monda

 

Al punto 17 di Camminare insieme il cardinale Pellegrino riflette sulla questione della “libertà nella Chiesa” e si concentra sul tema del dialogo che, scrive, «dev’essere non solo accettato ma cercato, nella Chiesa locale, a tutti i livelli: tra il vescovo e tutta la comunità, tra i sacerdoti, tra sacerdoti e religiosi, tra sacerdoti e laici, tra le comunità e i gruppi. La libertà dev’essere rispettata nel campo della cultura, anche teologica: “sia riconosciuta ai fedeli, tanto ecclesiastici che laici, una giusta libertà di ricercare, di pensare e di manifestare con umiltà e coraggio la propria opinione nel campo in cui sono competenti” (Gaudium et spes, 62)». Al punto successivo afferma che «il diritto alla libertà fonda il dovere di usare della libertà. Usarne, come ammonisce san Paolo (Romani, 6, 12-19), evitando di ricadere sotto il dominio del peccato, ma facendosi servi della giustizia». E poi invita a un atteggiamento che oggi Papa Francesco definirebbe con una parola antica, “parresia”, per cui l’uso della libertà è finalizzato a «rivendicare il diritto di operare secondo il dettame della coscienza senza assoggettarci alle pretese di chi voglia imporci arbitrariamente le sue scelte senza averne l’autorità. Usarne per parlare e operare con sincerità e franchezza vincendo il rispetto umano e andando contro corrente se la coscienza ce ne impone il dovere». Essere liberi e schietti per contrastare quella mentalità, per dirla sempre con le parole di Francesco, per cui “si è sempre fatto così”, cioè «per vincere le tentazioni di un conformismo pigro e inerte che trova più comodo fare ciò che si è sempre fatto, ciò che non scontenta nessuno, invece di domandarci che cosa esige da me, in questo ambiente e in questo momento, l’adempimento del mio dovere. Non è dunque lecito rinunziare alla libertà di operare secondo coscienza, per paura degli altri, per preoccupazioni di carriera, per amore del quieto vivere. La libertà, diritto-dovere primario dell’uomo e del cristiano, dev’essere espressione di responsabilità. La libertà è sempre in ordine a qualche cosa. Non c’è libertà senza una meta. La libertà tende responsabilmente ad attuare l’amore» (n. 18).

 

Dal tema della libertà a quello del pluralismo il passo è breve, e al punto 19 si legge: «Il rispetto della libertà porta con sé il riconoscimento d’un legittimo pluralismo. Capita talvolta che chi rivendica per sé il massimo di indipendenza nei confronti dell’autorità si mostri prepotente nell’imporre agli uguali le sue idee e i suoi metodi. Mi riferisco in particolare al campo della pastorale. […] Sono troppi coloro che non partecipano allo sforzo comune, preferendo condursi secondo le idee proprie o di piccoli gruppi, sia per chiudersi in un conservatorismo rigido e infecondo, sia per lanciarsi all’avventura guidati da concezioni teologiche arbitrarie, incuranti della comunione col vescovo e con il resto della diocesi. Per alcuni tutte le iniziative comunitarie, anche se studiate lungamente, in dialogo aperto e paziente, sono oggetto di critica sistematica e demolitrice».

 

Il punto 20 segna il passaggio dalla libertà alla fraternità. «La fraternità cristiana, fondata sul battesimo e sull’eucaristia, comporta uno spirito vivo e iniziative concrete per superare le divisioni di ogni genere tra gli uomini in nome di Cristo venuto per riunire i figli di Dio dispersi dal peccato e per vincerne le cause. Esige anzitutto la testimonianza di comprensione, aiuto, rispetto, ascolto tra i membri della Chiesa, pur nella vitale e utile dialettica. Vuol dire inoltre creazione inventiva, in tutte le direzioni, di servizi alla comunione tra le persone umane, la cui crescita va stimolata da un’esperienza di reale condivisione, con riguardo tutto speciale a chi è più oppresso, emarginato, sofferente. […] Dobbiamo essere i primi a dare questa testimonianza di fraternità incontrandoci fra noi intorno a Cristo, il vero Fratello maggiore, Colui nel quale solo possiamo trovare la sorgente dello spirito autentico di fraternità. […] Pregare insieme, lavorare insieme. Non si insisterà mai abbastanza sull’affermazione che il lavoro pastorale non è un lavoro da franchi tiratori; è un lavoro di Chiesa, deve essere attuato come Chiesa, comunitariamente. Il lavoro pastorale d’insieme, tra i preti, nello studio, nell’analisi della situazione, nella programmazione dell’attività, nell’esecuzione, dev’essere preso come un criterio irrinunciabile. Non sarebbe certo lavorare insieme accettare semplicemente una divisione del lavoro in determinati settori, senza che l’uno si interessi di quello che fanno gli altri. Questo non soltanto nell’ambito della parrocchia, ma nell’ambito della zona e della diocesi. Anche qui il cammino da fare è ancora lungo. È necessario superare una mentalità individualistica che rende difficile il dialogo e la collaborazione» (n. 21). […] «Ma lavorare insieme non basta. Lo spirito di fraternità deve portarci a vivere insieme, a praticare più largamente, tra i sacerdoti, la vita comune. […] Il senso comunitario, alimentato quant’è possibile dalla vita comune e operante nel lavoro pastorale in équipe, è anche un mezzo singolarmente efficace per rompere quell’isolamento del prete che costituisce una delle cause più importanti di frustrazione e di crisi. Il celibato scelto e vissuto per amore di Cristo e dei fratelli trova nello spirito comunitario un sostegno e una forza» (n. 22).

 

Con la fraternità, come per la sinodalità, ci troviamo al cuore della realtà della Chiesa. Pellegrino afferma al punto 24: «Nell’ambito della diocesi la fraternità è postulata dalla natura della Chiesa locale. Essa non è un puro dato sociologico e giuridico, ma una realtà di fede, poiché la diocesi, “aderendo al suo pastore, e, per mezzo del Vangelo e della SS. Eucaristia, unita nello Spirito Santo, costituisce una Chiesa particolare, nella quale è presente e opera la Chiesa di Cristo, Una, Santa, Cattolica e Apostolica (Christus Dominus, n. 11)”».

 

La fraternità non è un dato acquisito una volta per tutte ma è un processo, che ha un nome preciso: conversione. «Siamo fratelli perché figli dell’unico Padre celeste, “il quale, per la sua grande misericordia, ci fece rinascere, risuscitando Gesù Cristo da morte, a una vivente speranza” (1 Pietro, 1, 3); perché riconosciamo in Cristo Signore il “Primogenito fra i molti fratelli” (Romani, 8, 29); perché siamo invitati a sedere all’unica mensa in cui Cristo si dà a noi come pane di vita. La preghiera (Padre nostro!), soprattutto la messa, deve esprimere e accrescere l’amore fraterno. È tempo di superare quella concezione grettamente individualistica della “pratica religiosa” per cui un cristiano ritiene di aver compiuto il suo dovere quando “ha assistito” alla messa domenicale. Nella messa dobbiamo riconoscerci fratelli, dobbiamo, se è necessario — e quanto è necessario e urgente! — convertirci alla fraternità. Dobbiamo deporre ogni egoismo, ogni risentimento; dobbiamo esaminare noi stessi se non vogliamo mangiare e bere la nostra condanna. Questo avviene, ci ammonisce severamente san Paolo ( 1 Corinzi, 11, 27 e ss.), se nell’incontro eucaristico chi sta bene non si cura di chi sta male. Certo, nessuno ha diritto di giudicare la coscienza del fratello sostituendosi all’unico giudice, Cristo. Ma guai a chi si vale del potere o del denaro per opprimere il debole, per provocare o mantenere situazioni d’ingiustizia, sperequazioni per cui “troppo spesso, in realtà, i diritti dell’uomo restano ignorati, se non scherniti, ovvero il loro rispetto è puramente formale” (Octogesima adveniens, 23), per cui “si danno delle situazioni la cui ingiustizia grida verso il cielo” (Populorum progressio, 30) (n. 28)».

 

[a cura di Andrea Monda]