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La tratta delle bambine in Afghanistan, aspetto agghiacciante di una crisi umanitaria.

Il gap tra poveri e ricchi si divarica e determina per chi vive in miseria totale condizioni esistenziali lesive della dignità umana e del rispetto dovuto al nostro prossimo. La tratta delle bambine per scopi sessuali, di prostituzione o di sottomissione servile dovrebbe scuotere più di una coscienza, è una consuetudine assolutamente intollerabile.

A sei mesi dalla caduta di Kabul (15/08/2021) per l’evacuazione precipitosa delle forze militari occidentali (ricordo le parole del Prof. Lucio Caracciolo, Direttore di Limes: “gli americani se la sono squagliata”) e la presa di potere dei Talebani, per l’Afghanistan – già dilaniato da circa 40 anni di faide e di guerre tra fazioni – questo è certamente l’inverno più terribile della sua storia più recente. L’ordine imposto dal nuovo regime non ha apportato alcun miglioramento sotto il profilo delle condizioni di vita della popolazione, consumata dalla miseria, dalla fame, dalla precarietà delle condizioni igieniche, dal clima infame, dall’inesistenza di servizi pubblici, dalla mancanza di lavoro. L’ONU – attraverso il Segretario generale Antonio Guterres, il direttore esecutivo del Programma alimentare mondiale (PAM) David Beasley e il direttore generale della FAO, Qu Dongyu – ha ufficialmente definito quella Afghana “la più grave crisi umanitaria del pianeta”, ormai sull’orlo di una catastrofe irrecuperabile.

La commissaria europea agli Interni Ylva Johansson ha spiegato: “Per evitare che la crisi umanitaria diventi una crisi migratoria, dobbiamo aiutare gli afghani in Afghanistan”. Ma l’ingresso nel Paese di aiuti esterni diventa problematico a motivo dei vincoli di accesso, delle pregiudiziali ideologiche e delle restrizioni di transito imposte da un regime che non ammette ingerenze esterne e manda al mondo messaggi falsamente rassicuranti, dall’insicurezza della permanenza per gli interventi umanitari. Mentre la politica mondiale sembra quasi aver dimenticato quel Paese: preoccupano l’ordine mondiale le mire espansionistiche della Cina (a cominciare dalle minacce a Taiwan) e la crisi ucraina, assediata dall’esercito russo e allertata per una possibile invasione, mentre la pandemia globale subisce le cangianze del virus e le varianti africane.

Già prima del precipitare della crisi bellica (peraltro ancora in atto, con qualche focolaio di resistenza) disponevamo di un Rapporto di “Save the Children” del 15 dicembre 2020, che disegnava un quadro complessivamente drammatico e di cui vale la pena ricordare alcuni passaggi significativi: nel 2019 l’Afghanistan era al 170° posto su 189 dell’indice di “Sviluppo umano”, un Paese a vulnerabilità elevata  dove “i livelli di povertà sono altissimi, l’insicurezza alimentare diffusa e l’accesso all’acqua potabile e alle strutture igienico-sanitarie limitate, con frequenti disastri naturali, come alluvioni e terremoti”….”Più di un terzo della popolazione vive a più di due ore dalla struttura sanitaria più vicina e anche prima della pandemia circa 3,7 milioni di bambiniil 50% del totale, non sono iscritti a scuola”.

Chiaramente il Covid-19 ha portato complicazioni gravissime: se pensiamo ai disagi e ai drammi dei Paesi più evoluti, possiamo immaginare l’incidenza del virus mutante in un contesto sociale già fortemente deprivato di strutture, tutele, difese, cure, profilassi. In questo contesto di problematicità le prime vittime, le più esposte sono i minori e in particolare le bambine e le adolescenti. Credenze tramandate in una cultura chiusa e maschilista, povertà, fame, igiene quasi inesistente sono un vulnus per la crescita delle figlie femmine. Il 17 % delle ragazze si sposa prima di aver compiuto 15 anni e il 46% prima dei 18 anni. Molte sono devastate nel fisico da gravidanze precoci che, insieme al matrimonio e alle condizioni di sudditanza domestica, agli abusi e alle violenze anche familiari causano l’abbandono scolastico.  Il 60 per cento delle donne afghane di età compresa tra 20 e 24 anni senza istruzione si sposa ordinariamente prima dei 18 anni. Senza contare che le classi miste sono una minima percentuale, al pari delle insegnanti donne.

A due anni da quel Rapporto la situazione delle donne e delle ragazze afghane sembra peggiorata. Giungono dall’Afghanistan notizie e video decisamente agghiaccianti e la povertà galoppante, la miseria, la precarietà delle condizioni di vita unite ad usanze arcaiche e pregiudiziali rispetto a qualsivoglia tentativo di emancipazione della condizione femminile, spingono alla disperazione di gesti drammatici. In un report di forte impatto comunicativo a firma di Marta Serafini il magazine “7” del Corriere della Sera del 7 gennaio u.s. riferisce sul triste mercimonio delle figlie femmine da parte di genitori ridotti alla povertà assoluta: “Le ragazze afghane stanno di fatto divenendo il prezzo da pagare per il cibo: senza la loro vendita le famiglie morirebbero di fame”.

Mi sembra indelicato riferire sui prezzi, darebbe il senso di un turpe e disperato mercato. Ma non si tratta solo di matrimoni combinati (badalè”) o riparatori di torti e debiti (“baad”) : si abbassa la soglia dell’età della “compravendita”, ci sono neonate ipotecate alla nascita e bambine di 6/8/10 anni vendute ad uomini adulti: per quale scopo è facile immaginare. “Il risultato è che, senza accesso alla contraccezione o ai servizi di salute riproduttiva, quasi il 10 per cento delle ragazze afghane di età compresa tra 15 e 19 anni ha già avuto un figlio, secondo i dati delle Nazioni Unite”. Il regime talebano si è affrettato a diramare normative restrittive alle quali nessuno crede e soprattutto che nessuno rispetta. I media – sull’onda emotiva delle notizie che giungono da quel Paese – si sono occupati di queste vicende, la TV ha diramato qualche succinto servizio, rigorosamente dopo quelli sul Festival di Sanremo.

Eppure queste vicende ci riguardano e ci interrogano, nell’intimo della coscienza e – comparativamente – rispetto alle lamentazioni quotidiane da cui siamo afflitti, alle mollezze dei nostri stili di vita occidentali, ai diritti continuamente rivendicati. Dovremmo coltivare una lettura paradigmatica delle condizioni di vita sul pianeta: il gap tra poveri e ricchi si divarica e determina per chi vive in miseria totale condizioni esistenziali lesive della dignità umana e del rispetto dovuto al nostro prossimo. La tratta delle bambine per scopi sessuali, di prostituzione o di sottomissione servile dovrebbe scuotere più di una coscienza, è una consuetudine assolutamente intollerabile. Bisogna attivare interventi umanitari, fermare questo lurido commercio che mette i ‘brividi’: anche noi abbiamo i nostri e sono legittime emozioni ma francamente si tratta di un’altra cosa.

Sanità e neutralità dell’Iva. Un convegno dell’Istituto Sturzo in programma il 14 febbraio.

Occorre verificare quale sia il regime IVA da applicare per potenziare i sistemi sanitari degli Stati membri e recuperare la neutralità dimposta, annullando il cosiddettotechonological fiscal drag” per consentire lo sviluppo del settore.

La crisi pandemica in corso e quella economica che ne è derivata hanno posto in luce l’urgenza di riflessioni profonde in merito alla possibilità di favorire una ripartenza del sistema economico e con essa un nuovo sviluppo. Lo sforzo richiesto dal Next Generation EU, a fronte di una iniezione di liquidità di enorme entità, è quello di utilizzare i fondi messi a disposizione per dare una nuova impronta al sistema statale nel suo complesso, in modo da programmare un “nuovo” sviluppo e così risanare le gravi inefficienze di sistema, che da troppo tempo vengono trascurate

Nell’ambito di una così ampia riflessione, sicuramente la fiscalità riveste un ruolo centrale e in questo momento storico affrontare una seria riflessione sulla fiscalità indiretta – in particolare sull’IVA – appare indispensabile per affrontare il futuro post-pandemico tenendo ad un miglioramento del sistema Paese. Il sistema dell’IVA è stato infatti concepito negli anni ’70 del secolo scorso e nel frattempo il sistema economico, politico, sociale “globale” è profondamente mutato ed è in continua e frenetica mutazione. A fronte del profondo mutamento del sistema complessivo sul quale l’imposta è stata costruita e concepita appare questo il momento più proficuo per rivedere il sistema dell’IVA soprattutto nell’ambito di quei settori che si possono ritenere cruciali per l’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza, primo fra tutti il settore della sanità.

Perché quello attuale è il momento migliore per discuterne?

Il Consiglio ECOFIN, con decisione del 7 dicembre 2021 ha convenuto sulla necessità di rivedere le aliquote ridotte IVA, concedendo agli Stati membri una maggiore libertà di determinazione delle medesime aliquote ridotte.

Al tempo stesso, in ottemperanza al PNRR, il ddl delega per la riforma fiscale, attualmente in esame in Parlamento, prevede espressamente la riorganizzazione delle aliquote IVA con lo scopo di “semplificare la gestione e l’applicazione dell’imposta, contrastare l’erosione e l’evasione, aumentare il grado di efficienza”.

In questo quadro una profonda riflessione sulla effettiva neutralità dell’IVA per settori cruciali dell’Ordinamento, soprattutto in chiave di sviluppo di medio-lungo termine ma con risultati durevoli nel tempo, è quanto mai necessaria: spesso schemi impositivi notoriamente percepiti come di vantaggio, si risolvono invece in possibili ostacoli all’investimento: la cosiddetta IVA occulta si pone infatti come un aggravio effettivo al settore e vulnus del principio di neutralità.

Il settore degli investimenti nella sanità è uno degli ambiti di questa profonda riflessione, sia a livello nazionale che unionale: gli investimenti, la commistione e la cooperazione tra soggetti pubblici e privati in sanità si sono notevolmente evoluti nei decenni. Occorre prendere atto di questa realtà e verificare, anche in conformità al programma EU4Health dell’Unione europea, quale sia il regime IVA da applicare per potenziare i sistemi sanitari degli Stati membri e recuperare la neutralità d’imposta, annullando il cd. “techonological fiscal drag” e consentendo lo sviluppo del settore.

 

 

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Il programma

 

Un incontro nel segno di La Pira. I Vescovi recuperano la suggestione del grande Sindaco sul rapporto tra Mediterraneo e pace.

 

Si terrà a Firenze, dal 24 al 27 febbraio 2022, il convegno della Conferenza episcopale italiana dal tema: Mediterraneo frontiera di pace”. Levento segue quello che si è già tenuto a Bari nel febbraio del 2020. La scelta di Firenze come sede del suddetto convegno non è casuale, essendo la città di Giorgio La Pira. In tal modo si evidenzia lispirazione del convegno al pensiero e alla testimonianza di colui che, a cavallo degli anni 50 e 60 del secolo scorso, è stato il sindaco di questa città.

 

Luca De Santis

 

Si terrà a Firenze, dal 24 al 27 febbraio 2022, il convegno della Conferenza episcopale italiana dal tema: “Mediterraneo frontiera di pace”. L’evento segue quello che si è già tenuto a Bari nel febbraio del 2020. La scelta di Firenze, come sede del suddetto convegno, non è casuale, ma densa di significato; quest’ultima, infatti, ha sempre

svolto un ruolo importante per quanto riguarda il tema della pace, del mediterraneo e dell’ecumenismo. Nel suo comunicato, inoltre, la Conferenza episcopale italiana ci ha ricordato che Firenze è la città di Giorgio La Pira, evidenziando in tal modo l’ispirazione del convegno al pensiero e alla testimonianza di colui che, a cavallo degli anni ‘50 e ‘60 del secolo scorso, è stato il sindaco di questa città.

 

 

 

 

La seconda guerra mondiale si chiude con lo sgancio di due bombe atomiche in Giappone, un evento sconvolgente, che, tra i tanti personaggi dell’epoca, segnò in particolar modo il pensiero e l’azione politica di Giorgio La Pira. Gli inizi degli anni ’50 sono caratterizzati da una drastica corsa agli armamenti e alcuni Stati, come la Russia, annunciano di essere in possesso di bombe di gran lunga più potenti rispetto a quelle sganciate dagli Stati Uniti: veniva inaugurata l’era del nucleare. Giorgio La Pira è inorridito dall’idea che quanto accaduto a Hiroshima e Nagasaki possa nuovamente ripetersi.

 

Il nome di ogni città è al femminile. Esse rappresentano lutero dal quale ognuno di noi è venuto al mondo, trasmettendoci leredità dei padri attraverso il loro corredo di opere darte, tradizioni e cultura.

 

Essendo, poi, le istituzioni più vicine alla persona umana, le città hanno anche il dono di indicarci quanto compreso e vissuto dal discernimento di chi ci ha preceduto. La Pira è convinto che la loro costruzione non è casuale, la composizione non è fortuita, in quanto sono determinate così come noi le contempliamo da un istinto universale, che si concretizza nello spazio e nel tempo.

 

Gerusalemme, Atene e Roma, sono il modello da cui hanno preso vita le altre città e la loro perfetta sintesi si concretizza in Firenze. In qualunque parte del Mediterraneo, così come in tutta Europa e nel mondo occidentale, ogni città è stata edificata su questi modelli. La città esprime pienamente l’anelito di ogni persona, che è quello dell’armonia e della pace. Gli Stati, invece, perseguono sentieri diversi, che non incarnano il pensiero della gente che abita nelle loro città. In La Pira, l’idea della pace costituisce la finalità da realizzare nella città di Firenze, per poi contagiare tutte le altre.

 

Animato da una tale prospettiva, egli avvia delle iniziative importanti, come il “Convegno dei sindaci di tutte le città del mondo” e i “Colloqui di pace del Mediterraneo”, prodigandosi per il dialogo ecumenico tra le tre grandi religioni monoteistiche, che ha come fine primario non l’unione religiosa, ma quella ideologica e politica.

 

Tra il 1952 e il 1956, promuove, in piena guerra fredda, il primo “Convegno internazionale per la pace e la civiltà cristiana”, onde favorire il dialogo tra le tre grandi religioni monoteiste che hanno in Abramo un’unica radice comune: Ebrei, Musulmani e Cristiani. Nel 1955, prende il via l’iniziativa degli incontri dei sindaci delle città del mondo, i quali, proprio in quell’anno siglano, nel Palazzo Vecchio di Firenze, un patto di amicizia da cui sono nati i gemellaggi tra le varie città.

 

Giorgio La Pira nasce il 9 gennaio del 1904 a Pozzallo (Rg), un piccolo paese che si affaccia sul Mediterraneo. Nella collocazione del suo paese natio, posizionato sul mare chiamato dai romani con l’appellativo di “mare nostrum”, si manifesta uno degli aspetti essenziali del suo pensiero: considerare il Mediterraneo non come un mare di divisione o distinzione dei popoli che si affacciano su di esso, ma come un mare d’unione, d’interdipendenza e di mondialità, proprio come l’evangelico lago di Tiberiade.

 

Nel 1959, invitato in Russia, parla dinanzi al Soviet supremo sul disarmo e in favore della pace. In quell’occasione, nel suo discorso, affronta il tema della libertà religiosa. Il modo in cui La Pira si accosta alle problematiche della città non è di tipo descrittivo, basato sull’uso esclusivo del metodo positivista o della sociologia. Per lui, tutto ciò che è oggetto dell’osservazione deve essere indirizzato verso un fine che è il raggiungimento dell’armonia e della pace. Solo da questo processo si potrà realizzare un cammino di unione tra le città, per poi conseguire, come effetto più prossimo, l’unione degli Stati.

 

Tale condizione, dunque, si realizza tramite la città, che costituisce l’istituzione più vicina ai bisogni della persona umana, in quanto capace di rispondere al meglio alle sue esigenze.

 

(Fonte: Agensir)

 

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https://www.agensir.it/chiesa/2022/02/08/un-incontro-di-pace-nel-segno-di-la-pira/

La ricostruzione del sistema politico. L’analisi sulla testata di “InformataMente”.

 

Si torna a parlare di presenzialismo. Concorrono vari fattori, non ultimo l’indebolimento dei partiti. Il loro stato di salute è preoccupante. Oscilliamo fra il partito personale” e il partito come confederazione di fazioni, ora in accordo ora in lotta fra loro. Il processo di cambiamento è inarrestabile, ma occorre fare attenzione a non ripetere gli errori commessi trent’anni fa, all’epoca del passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica.

 

Paolo Pombeni

 

Come era inevitabile dopo il pastrocchio delle elezioni quirinalizie si inizia a parlare di ricostruzione del nostro sistema politico. I due pilastri sono già stati individuati dall’andamento di quanto è accaduto: la presidenza della repubblica e i partiti.

 

 

 

Sul primo punto si torna a parlare di presidenzialismo, non certo “completo” sul modello americano, perché a questo non pensa nessuno, ma “semi” più o meno vagamente sul modello francese. Ci si sta rendendo conto che sarebbe necessario avere un’istituzione che possa porsi al di sopra dello scontro contingente fra i raggruppamenti politici e rappresentare al meglio l’unità della nazione. Lo si è potuto certo fare anche con il nostro attuale modello costituzionale, ma adesso in un quadro di tensioni e angosce sociali crescenti si vede che è rischioso puntare solo, come vorrebbe la nostra Carta, su un atto di responsabilità delle forze parlamentari. Questa volta è andata bene alla fine perché il parlamento ha forzato i capi partito a scegliere il congelamento della situazione, ma non si sa come potrebbe andare in futuro.

 

I problemi tecnici per un riaggiustamento della figura del Presidente della Repubblica sono molti a partire da una necessaria riforma costituzionale che non sarà facile ottenere con la maggioranza che la sottrarrebbe ad un referendum confermativo che di questi tempi è sempre un’avventura. C’è il problema del corpo elettorale che dovrebbe sceglierlo senza rischi di demagogia: elettorato polare diretto o un nuovo ampio collegio di grandi elettori scelti rendendo i parlamentari solo una delle componenti? Poi c’è quello della durata del mandato e dell’ammissibilità o meno della rieleggibilità immediata dell’eletto. Tutte questioni che andrebbero soppesate con attenzione fuori dagli slogan del populismo. È però un nodo che andrà affrontato, soprattutto in connessione con il quadro di indebolimento dei partiti come canali di formazione della classe politica all’altezza del compito e come formatori di opinione pubblica (il che è diverso da quello dell’aizzatore di passioni popolari).

 

Lo stato di salute del sistema dei partiti è preoccupante. Oscilliamo fra il partito “personale” che si organizza dietro un abile agitatore e il partito come confederazione di fazioni ora in accordo ora in lotta fra loro. Ci sembra piuttosto utopistico immaginare che ci sia un moto spontaneo di autorifondazione del sistema: bisognerebbe credere che gli attuali gruppi dirigenti delle forze politiche italiane sono disponibili a cambiare mestiere. Qualcuno nel loro seno ci sarà anche, ma non c’è dubbio che sarà trattenuto dal farlo per il pensiero dei tanti sodali che col suo ritiro verrebbero travolti (e quelli, ovviamente, premeranno perché non lo faccia).

 

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https://www.mentepolitica.it/articolo/la-ricostruzione-del-sistema-politico/2200

 

Luigi Sbarra (Cisl): “Il lavoro resta la grande prorità da affrontare e risolvere nel Mezzogiorno e nel resto del Paese”.

 

 

Ci sono tante risorse – ha detto ieri il Segretario generale della Cisl al congresso dellUst Cisl Magna Grecia, svoltosi a Feroleto Antico (Cz) – che ci arrivano dallUnione europea. Bisogna fare un potente investimento sulle vie di comunicazione e sulle grandi infrastrutture viarie, ferroviarie, portuali, aeroportuali, sulle reti digitali e sulla messa in sicurezza del territorio.

 

(Redazione)

 

Ci sono le condizioni per dare un impulso forte nonostante questa fiammata inflattiva, l’aumento del costo dell’energia e la mancanza di materie prime, che stanno rallentando la crescita. Ecco perché pensiamo che vada rafforzato e consolidato il dialogo e il confronto. E la ragione per cui la Cisl chiede in questa fase responsabilità e pragmatismo. Basta con le tensioni, con le contrapposizioni. Dobbiamo aiutare insieme il Paese a incamminarsi sul sentiero della crescita, dello sviluppo e del lavoro”. Lo ha detto il segretario generale della Cisl, Luigi Sbarra, a Feroleto Antico, nel Catanzarese, a margine del congresso dell’Ust Cisl Magna Grecia. “Con il governo Draghi, in questi ultimi 12 mesi, abbiamo dialogato, ci siamo confrontati e insieme abbiamo conquistato risultati importanti, ma non basta, bisogna fare di più” ha detto. “Stiamo chiedendo al governo di valutare la necessità di uno scostamento di bilancio per sostenere le famiglie, i lavoratori, le imprese in difficoltà per l’aumento delle bollette elettriche e del gas. Dobbiamo sterilizzare – ha aggiunto – questi aumenti, dobbiamo salvaguardare il potere d’acquisto di salari, stipendi e pensioni e dobbiamo dare una spinta forte di accelerazione agli investimenti con le risorse del Pnrr”.

 

Ha quindi ricordato gli importanti risultati ottenuti attraverso il confronto ed il dialogo con il Governo. “Vorrei ricordare – ha aggiunto – il patto che abbiamo sottoscritto a Palazzo Chigi sulla valorizzazione e l’innovazione del lavoro pubblico; abbiamo firmato un’importante intesa sui temi della scuola e dell’istruzione; due accordi sulle questioni che riguardano la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro; un’intesa per sostenere la campagna di vaccinazione negli ambienti lavorativi. Abbiamo negoziato due importanti accordi sullo smart working nel sistema privato e anche nella pubblica amministrazione.  A giugno – ha proseguito – abbiamo gestito insieme l’uscita graduale dal blocco dei licenziamenti e poi abbiamo negoziato i contenuti di una legge di bilancio che oggi ha, grazie al dialogo e al confronto tra Governo e parti sociali, un profilo coesivo, inclusivo, espansivo. Abbiamo anche contribuito a fare un forte intervento di riduzione delle tasse soprattutto per i lavoratori dipendenti e i pensionati, finanziato la riforma degli ammortizzatori sociali. Abbiamo portato a casa risultati importanti per i nostri pensionati. Nel 2022 ci sarà la piena rivalutazione delle pensioni, abbiamo alzato la no tax area, abbiamo finanziato un fondo per la non autosufficienza con 850 mlioni di euro. Sostanzialmente – ha sottolineato Sbarra – abbiamo, attraverso il confronto, la concertazione, conquistato risultati importanti. Tutto ciò non basta. Bisogna fare di più” ha ribadito.

Si è anche soffermato sul tema delle infrastrutture ribadendo la necessità di “portare avanti l’offensiva di grandi investimenti per adeguare e ammodernare le vie di comunicazione nel Mezzogiorno e in modo particolare in Calabria. Penso – ha aggiunto Sbarra – che l’ammodernamento e la riqualificazione della strada statale 106, il potenziamento della rete ferroviaria, il progetto dell’Alta velocità siano questioni che dobbiamo mettere in cima alle priorita’ da sollecitare e da rivendicare. Oggi ci sono tante risorse che ci arrivano dall’Unione europea, ci sono fonti di finanziamento nazionale, bisogna fare un potente investimento sulle vie di comunicazione e sulle grandi infrastrutture viarie, ferroviarie, portuali, aeroportuali, sulle reti digitali e sulla messa in sicurezza del territorio. Tutto questo oggi – ha proseguito il segretario generale della Cisl – puo’ essere alla portata ed e’ necessario che anche in Calabria il governo regionale, le organizzazioni sindacali, le forze imprenditoriali stringano e lavorino per un grande patto sociale che metta in priorita’ gli investimenti, il lavoro, la necessita’ di fare politiche di vera inclusione sociale”.

 

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https://www.cisl.it/notizie/primo-piano/lavoro-sbarra-al-congresso-dellust-cisl-magna-grecia-sosteniamo-il-paese-sulla-strada-della-crescita-del-lavoro-e-dello-sviluppo/

Il magistero della Chiesa cattolica sull’eutanasia. Una  sintesi proposta da “Radio Vaticana”.

 

La Chiesa, nei suoi 2000 anni di storia, ha sempre difeso la vita umana dal concepimento fino alla morte naturale, con una particolare attenzione alle fasi fragili dellesistenza. Il no alleutanasia e allaccanimento terapeutico sono un sì alla dignità e ai diritti della persona: inguaribile non vuol dire incurabile

 

Amedeo Lomonaco

 

Nella sua etimologia greca, la parola eutanasia è legata al concetto di “buona morte” (εὐθάνατος). Questo termine veniva associato, nell’antichità, ad una morte senza sofferenze. Lo scopo del medico era quello di fare in modo, per quanto possibile, che gli ultimi istanti di vita non fossero dolorosi. Questa forma di “eutanasia” non era discordante con quanto indicato nel giuramento di Ippocrate: “Non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò un tale consiglio; similmente a nessuna donna io darò un medicinale abortivo”. Oggi con il termine eutanasia, invece, non si fa più riferimento a quel significato originario. Si intende, piuttosto, una azione volta a procurare anticipatamente la morte di un malato con lo scopo di alleviarne le sofferenze.

 

 

 

No alleutanasia e allaccanimento terapeutico

Nella sua storia bimillenaria, la Chiesa cattolica ha sempre affermato che la vita umana deve essere difesa dal suo concepimento fino alla morte naturale. Così, secondo quanto afferma il Catechismo della Chiesa cattolica, “l’eutanasia volontaria, qualunque ne siano le forme e i motivi, costituisce un omicidio. È gravemente contraria alla dignità della persona umana e al rispetto del Dio vivente, suo Creatore” (2324).

 

Col progresso tecnologico sono sorte nuove domande dal punto di vista etico. Lo sviluppo della medicina ha permesso di migliorare la salute e di protrarre la vita come nel passato non era mai accaduto né si poteva immaginare. A questo proposito, 65 anni fa, il 24 novembre del 1957, Pio XII tenne un discorso a un gruppo di anestesisti e rianimatori che Papa Francesco ha definito “memorabile”.

Ribadendo la non liceità dell’eutanasia, Papa Pacelli afferma tuttavia che non c’è obbligo di impiegare sempre tutti i mezzi terapeutici potenzialmente disponibili e che, in casi ben determinati, è lecito astenersene: è il primo accenno al principio del cosiddetto “accanimento terapeutico”. Viene definito moralmente lecito rinunciare all’applicazione di mezzi terapeutici, o sospenderli, quando il loro impiego non corrisponde al criterio della “proporzionalità delle cure”.

 

Giovanni XXIII, Paolo VI e il Concilio Vaticano II

Nell’enciclica “Mater e Magistra” Giovanni XXIII sottolinea che la “la vita umana è sacra: fin dal suo affiorare impegna direttamente l’azione creatrice di Dio”. Nell’enciclica “Pacem in terris”  Giovanni XXIII indica inoltre tra i diritti quello “di ogni essere umano all’esistenza”, un diritto “connesso con il dovere di conservarsi in vita”.

 

La Costituzione conciliare “Gaudium et spes”  pone l’eutanasia nell’elenco delle violazioni del rispetto della persona umana e di “tutto ciò che è contro la vita stessa, come ogni specie di omicidio, il genocidio, l’aborto, l’eutanasia e lo stesso suicidio volontario; tutto ciò che viola l’integrità della persona umana, come le mutilazioni, le torture inflitte al corpo e alla mente, le costrizioni psicologiche; tutto ciò che offende la dignità umana, come le condizioni di vita subumana, le incarcerazioni arbitrarie, le deportazioni, la schiavitù, la prostituzione, il mercato delle donne e dei giovani, o ancora le ignominiose condizioni di lavoro, con le quali i lavoratori sono trattati come semplici strumenti di guadagno, e non come persone libere e responsabili” (GS 27).

Paolo VI, nel 1974, accosta il fine vita alle questioni razziali,  rivolgendosi al Comitato speciale delle Nazioni Unite per la questione dell’Apartheid sottolineando l’uguaglianza di tutti gli esseri umani e la necessità di proteggere i diritti delle minoranze così come  “i diritti dei malati inguaribili e di tutti coloro che vivono ai margini della società e sono senza voce”.

 

Giovanni Paolo II: leutanasia e la cultura della morte

Nell’enciclica del 1995 “Evangelium Vitae” Giovanni Paolo II sottolinea che l’eutanasia, “mascherata e strisciante o attuata apertamente e persino legalizzata”, è sempre più diffusa. “Per una presunta pietà di fronte al dolore del paziente, viene talora giustificata con una ragione utilitaristica, volta ad evitare spese improduttive troppo gravose per la società”. Si propone così “la soppressione dei neonati malformati, degli handicappati gravi, degli inabili, degli anziani, soprattutto se non autosufficienti, e dei malati terminali”. Il Pontefice polacco sottolinea che “si fa sempre più forte la tentazione dell’eutanasia, cioè di impadronirsi della morte, procurandola in anticipo e ponendo così fine ‘dolcemente’ alla vita propria o altrui”. In realtà, “ciò che potrebbe sembrare logico e umano, visto in profondità si presenta assurdo e disumano. Siamo qui di fronte a uno dei sintomi più allarmanti della cultura di morte”.

 

Benedetto XVI: cura dellamore e dellaccompagnamento

Ha ancora senso l’esistenza di un essere umano che versa in condizioni assai precarie, perché anziano e malato? Perché, quando la sfida della malattia si fa drammatica, continuare a difendere la vita, non accettando piuttosto l’eutanasia come una liberazione? Con queste domande, spiega Benedetto XVI nel 2007 “deve misurarsi chi è chiamato ad accompagnare gli anziani ammalati, specialmente quando sembrano non avere più possibilità di guarigione”.  “L’odierna mentalità efficientista – aggiunge – tende spesso ad emarginare questi nostri fratelli e sorelle sofferenti, quasi fossero soltanto un ‘peso’ ed ‘un problema’ per la società”. “Chi ha il senso della dignità umana sa che essi vanno, invece, rispettati e sostenuti mentre affrontano serie difficoltà legate al loro stato. È anzi giusto che si ricorra pure, quando è necessario, all’utilizzo di cure palliative, le quali, anche se non possono guarire, sono in grado però di lenire le pene che derivano dalla malattia”. “Sempre, tuttavia, accanto alle indispensabili cure cliniche – afferma Benedetto XVI – occorre mostrare una concreta capacità di amare, perché i malati hanno bisogno di comprensione, di conforto e di costante incoraggiamento e accompagnamento”.

 

 

 

Francesco: no alla cultura dello scarto

Il pensiero dominante, segnato dalla “cultura dello scarto”, propone a volte una “falsa compassione”: “quella – sottolinea Papa Francesco rivolgendosi nel 2014 ai partecipanti al convegno promosso dall’Associazione  medici cattolici italiani – che ritiene sia un aiuto alla donna favorire l’aborto, un atto di dignità procurare l’eutanasia, una conquista scientifica ‘produrre’ un figlio considerato come un diritto invece di accoglierlo come dono; o usare vite umane come cavie di laboratorio per salvarne presumibilmente altre. La compassione evangelica invece è quella che accompagna nel momento del bisogno, cioè quella del Buon Samaritano, che ‘vede’, ha compassione, si avvicina e offre aiuto concreto”. Papa Francesco sottolinea infine, in un messaggio del 2017 sul tema del fine vita, che “non attivare mezzi sproporzionati o sospenderne l’uso, equivale a evitare l’accanimento terapeutico, cioè compiere un’azione che ha un significato etico completamente diverso dall’eutanasia”. E ricorda quanto espresso nel Catechismo della Chiesa cattolica : “L’interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all’’accanimento terapeutico. Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire”.

 

Inguaribile non è incurabile

Nella Lettera “Samaritanus bonus” sulla cura delle persone nelle fasi critiche e terminali della vita, approvata da Papa Francesco e pubblicata il 22 settembre 2020, la Congregazione per la Dottrina della Fede afferma che “inguaribile non è mai sinonimo di incurabile”: chi è affetto da una malattia allo stadio terminale come chi nasce con una previsione limitata di sopravvivenza ha diritto ad essere accolto, curato, circondato di affetto. La Chiesa è contraria all’accanimento terapeutico, ma ribadisce come “insegnamento definitivo” che “l’eutanasia è un crimine contro la vita umana”.

 

Per saperne di più

https://www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2022-02/magistero-chiesa-cattolica-eutanasia-papi.html

Il Messaggio di Papa Francesco per la XXX Giornata Mondiale del Malato

Si intitola «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6,36). Porsi accanto a chi soffre in un cammino di carità il Messaggio di Papa Francesco per la XXX Giornata Mondiale del Malato, che ricorre l’11 febbraio prossimo.

Cari fratelli e sorelle,

trent’anni fa san Giovanni Paolo II istituì la Giornata Mondiale del Malato per sensibilizzare il popolo di Dio, le istituzioni sanitarie cattoliche e la società civile all’attenzione verso i malati e verso quanti se ne prendono cura.

Siamo riconoscenti al Signore per il cammino compiuto in questi anni nelle Chiese particolari del mondo intero. Molti passi avanti sono stati fatti, ma molta strada rimane ancora da percorrere per assicurare a tutti i malati, anche nei luoghi e nelle situazioni di maggiore povertà ed emarginazione, le cure sanitarie di cui hanno bisogno; come pure l’accompagnamento pastorale, perché possano vivere il tempo della malattia uniti a Cristo crocifisso e risorto. La 30ª Giornata Mondiale del Malato, la cui celebrazione culminante, a causa della pandemia, non potrà aver luogo ad Arequipa in Perù, ma si terrà nella Basilica di San Pietro in Vaticano, possa aiutarci a crescere nella vicinanza e nel servizio alle persone inferme e alle loro famiglie.

1. Misericordiosi come il Padre

Il tema scelto per questa trentesima Giornata, «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6,36), ci fa anzitutto volgere lo sguardo a Dio “ricco di misericordia” (Ef 2,4), il quale guarda sempre i suoi figli con amore di padre, anche quando si allontanano da Lui. La misericordia, infatti, è per eccellenza il nome di Dio, che esprime la sua natura non alla maniera di un sentimento occasionale, ma come forza presente in tutto ciò che Egli opera. È forza e tenerezza insieme. Per questo possiamo dire, con stupore e riconoscenza, che la misericordia di Dio ha in sé sia la dimensione della paternità sia quella della maternità (cfr Is 49,15), perché Egli si prende cura di noi con la forza di un padre e con la tenerezza di una madre, sempre desideroso di donarci nuova vita nello Spirito Santo.

2. Gesù, misericordia del Padre

Testimone sommo dell’amore misericordioso del Padre verso i malati è il suo Figlio unigenito. Quante volte i Vangeli ci narrano gli incontri di Gesù con persone affette da diverse malattie! Egli «percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo» (Mt 4,23). Possiamo chiederci: perché questa attenzione particolare di Gesù verso i malati, al punto che essa diventa anche l’opera principale nella missione degli apostoli, mandati dal Maestro ad annunciare il Vangelo e curare gli infermi? (cfr Lc 9,2).

Un pensatore del XX secolo ci suggerisce una motivazione: «Il dolore isola assolutamente ed è da questo isolamento assoluto che nasce l’appello all’altro, l’invocazione all’altro». Quando una persona sperimenta nella propria carne fragilità e sofferenza a causa della malattia, anche il suo cuore si appesantisce, la paura cresce, gli interrogativi si moltiplicano, la domanda di senso per tutto quello che succede si fa più urgente. Come non ricordare, a questo proposito, i numerosi ammalati che, durante questo tempo di pandemia, hanno vissuto nella solitudine di un reparto di terapia intensiva l’ultimo tratto della loro esistenza, certamente curati da generosi operatori sanitari, ma lontani dagli affetti più cari e dalle persone più importanti della loro vita terrena? Ecco, allora, l’importanza di avere accanto dei testimoni della carità di Dio che, sull’esempio di Gesù, misericordia del Padre, versino sulle ferite dei malati l’olio della consolazione e il vino della speranza.

3. Toccare la carne sofferente di Cristo

L’invito di Gesù a essere misericordiosi come il Padre acquista un significato particolare per gli operatori sanitari. Penso ai medici, agli infermieri, ai tecnici di laboratorio, agli addetti all’assistenza e alla cura dei malati, come pure ai numerosi volontari che donano tempo prezioso a chi soffre. Cari operatori sanitari, il vostro servizio accanto ai malati, svolto con amore e competenza, trascende i limiti della professione per diventare una missione. Le vostre mani che toccano la carne sofferente di Cristo possono essere segno delle mani misericordiose del Padre. Siate consapevoli della grande dignità della vostra professione, come pure della responsabilità che essa comporta.

Benediciamo il Signore per i progressi che la scienza medica ha compiuto soprattutto in questi ultimi tempi; le nuove tecnologie hanno permesso di approntare percorsi terapeutici che sono di grande beneficio per i malati; la ricerca continua a dare il suo prezioso contributo per sconfiggere patologie antiche e nuove; la medicina riabilitativa ha sviluppato notevolmente le sue conoscenze e le sue competenze. Tutto questo, però, non deve mai far dimenticare la singolarità di ogni malato, con la sua dignità e le sue fragilità. Il malato è sempre più importante della sua malattia, e per questo ogni approccio terapeutico non può prescindere dall’ascolto del paziente, della sua storia, delle sue ansie, delle sue paure. Anche quando non è possibile guarire, sempre è possibile curare, sempre è possibile consolare, sempre è possibile far sentire una vicinanza che mostra interesse alla persona prima che alla sua patologia. Per questo auspico che i percorsi formativi degli operatori della salute siano capaci di abilitare all’ascolto e alla dimensione relazionale.

4. I luoghi di cura, case di misericordia

La Giornata Mondiale del Malato è occasione propizia anche per porre la nostra attenzione sui luoghi di cura. La misericordia verso i malati, nel corso dei secoli, ha portato la comunità cristiana ad aprire innumerevoli “locande del buon samaritano”, nelle quali potessero essere accolti e curati malati di ogni genere, soprattutto coloro che non trovavano risposta alla loro domanda di salute o per indigenza o per l’esclusione sociale o per le difficoltà di cura di alcune patologie. A farne le spese, in queste situazioni, sono soprattutto i bambini, gli anziani e le persone più fragili. Misericordiosi come il Padre, tanti missionari hanno accompagnato l’annuncio del Vangelo con la costruzione di ospedali, dispensari e luoghi di cura. Sono opere preziose mediante le quali la carità cristiana ha preso forma e l’amore di Cristo, testimoniato dai suoi discepoli, è diventato più credibile. Penso soprattutto alle popolazioni delle zone più povere del pianeta, dove a volte occorre percorrere lunghe distanze per trovare centri di cura che, seppur con risorse limitate, offrono quanto è disponibile. La strada è ancora lunga e in alcuni Paesi ricevere cure adeguate rimane un lusso. Lo attesta ad esempio la scarsa disponibilità, nei Paesi più poveri, di vaccini contro il Covid-19; ma ancor di più la mancanza di cure per patologie che necessitano di medicinali ben più semplici.

In questo contesto desidero riaffermare l’importanza delle istituzioni sanitarie cattoliche: esse sono un tesoro prezioso da custodire e sostenere; la loro presenza ha contraddistinto la storia della Chiesa per la prossimità ai malati più poveri e alle situazioni più dimenticate.  Quanti fondatori di famiglie religiose hanno saputo ascoltare il grido di fratelli e sorelle privi di accesso alle cure o curati malamente e si sono prodigati al loro servizio! Ancora oggi, anche nei Paesi più sviluppati, la loro presenza è una benedizione, perché sempre possono offrire, oltre alla cura del corpo con tutta la competenza necessaria, anche quella carità per la quale il malato e i suoi familiari sono al centro dell’attenzione. In un tempo nel quale è diffusa la cultura dello scarto e la vita non è sempre riconosciuta degna di essere accolta e vissuta, queste strutture, come case della misericordia, possono essere esemplari nel custodire e curare ogni esistenza, anche la più fragile, dal suo inizio fino al suo termine naturale.

5. La misericordia pastorale: presenza e prossimità

Nel cammino di questi trent’anni, anche la pastorale della salute ha visto sempre più riconosciuto il suo indispensabile servizio. Se la peggiore discriminazione di cui soffrono i poveri – e i malati sono poveri di salute – è la mancanza di attenzione spirituale, non possiamo tralasciare di offrire loro la vicinanza di Dio, la sua benedizione, la sua Parola, la celebrazione dei Sacramenti e la proposta di un cammino di crescita e di maturazione nella fede.  A questo proposito, vorrei ricordare che la vicinanza agli infermi e la loro cura pastorale non è compito solo di alcuni ministri specificamente dedicati; visitare gli infermi è un invito rivolto da Cristo a tutti i suoi discepoli. Quanti malati e quante persone anziane vivono a casa e aspettano una visita! Il ministero della consolazione è compito di ogni battezzato, memore della parola di Gesù: «Ero malato e mi avete visitato» ( Mt 25,36).

Cari fratelli e sorelle, all’intercessione di Maria, salute degli infermi, affido tutti i malati e le loro famiglie. Uniti a Cristo, che porta su di sé il dolore del mondo, possano trovare senso, consolazione e fiducia. Prego per tutti gli operatori sanitari affinché, ricchi di misericordia, offrano ai pazienti, insieme alle cure adeguate, la loro vicinanza fraterna.

Su tutti imparto di cuore la Benedizione Apostolica.

Roma, San Giovanni in Laterano, 10 dicembre 2021, Memoria della B.V. Maria di Loreto    

Franco Marini, a un anno dalla scomparsa. La sua lezione resta attuale.

Il magistero di un uomo del sindacato e del partito, ma anche delle istituzioni: un dirigente politico con il senso dello Stato. Il suo esempio resta attuale, specialmente per tutti coloro che continuano a credere che il cattolicesimo sociale e popolare non tramonta come una semplice moda.

 

Giorgio Merlo

 

 

 

 

 

 

Un anno fa ci lasciava Franco Marini. Un grande sindacalista, un leader politico, un uomo delle istituzioni. Una vita intera caratterizzata dall’impegno pubblico nelle sue varie articolazioni ma sempre ispirata ad una cultura politica, ad un preciso fiocine ideale e, soprattutto, ad uno “stile” che l’ha sempre contraddistinto. Uno stile, cioè, sobrio e trasparente, ma sempre coerente e coraggioso. E questo filone ideale si chiama semplicemente cattolicesimo sociale.

 

Ecco, Franco Marini – come prima di lui Carlo Donat-Cattin, il “suo maestro politico” – è stato, sin dai primi passi nella Cisl, un interprete autorevole e significativo di questa cultura che non tramonta con la scomparsa dei suoi leader ma continua a fermentare e a lievitare l’intera politica italiana.

 

E il magistero politico, sociale, culturale ed istituzionale di Marini è destinato a lasciare il segno nella concreta dialettica politica, in particolare nell’area cattolica italiana. Anche se variegata e composita. Perchè i due caposaldi di fondo attorno ai quali si è concentrata l’azione di Marini nella sua lunga esperienza pubblica sono sempre stati quelli di porre la “questione sociale” al centro dell’iniziativa politica da un lato e la difesa, la promozione e la tutela dei ceti popolari dall’altro. E quindi, una forte attenzione alle ragioni, alle istanze, ai problemi che attraversano i ceti popolari nel nostro paese. Non in chiave classista ma con l’obiettivo, parallelo, di favorire la crescita, lo sviluppo e il progresso del nostro paese senza dimenticare però chi è più difficoltà, chi vive ai margini e soprattutto chi rischia di uscire sconfitto o emarginato dal divenire della storia. Il tutto senza cedere nulla alla retorica, alla propaganda o al solo richiamo burocratico e protocollare della propria cultura. No, Franco Marini è sempre stato esplicito su questo versante, ai limiti della ruvidezza.

 

Non amava la sola testimonianza, anche se la rispettava. La riteneva impotente e sterile. Perché la sua formazione è sempre stata ispirata ad un criterio ben definito. E cioè, la cultura politica, un filone ideale – nel caso specifico il cattolicesimo sociale e popolare – hanno un senso se sono accompagnati dall’azione. Dall’impegno sindacale a quello politico in un partito, dalla presenza nelle sedi istituzionali al ruolo nei vari organi di governo. Insomma, per Marini la difesa e la promozione dei ceti popolari richiede la conoscenza e la condivisione di quelle domande e di quelle istanze e la capacità, al contempo, di saper dare delle risposte concrete. E questo richiede alcuni elementi costitutivi del modo d’essere in politica: radicamento territoriale, rappresentanza sociale, militanza popolare, disponibilità all’ascolto e, infine, elaborazione politica e traduzione legislativa. Elementi che portano ad una conclusione: la politica “popolare” è l’esatta alternativa della deriva populista, demagogica, antiparlamentare e qualunquista.

 

Marini, come ovvio, non assecondava le mode che sono sempre fluide, passeggere ed insignificanti. Perchè Marini è sempre stato l’interprete per eccellenza di una tradizione che affondava la sua credibilità nella rete popolare della nostra società. Una concezione che non è destinata a tramontare se non si vuol ridurre la politica alla sola personalizzazione e spettacolarizzazione. Cioè, ad una dimensione che prescinde radicalmente da ogni sorta di orizzonte ideale e da ogni radicamento sociale e popolare.

 

Ecco perchè il magistero di Franco Marini resta attuale e contemporaneo. Innanzitutto per tutti coloro che continuano a credere che il cattolicesimo sociale e popolare non tramonta come una semplice moda. E, in secondo luogo, perchè la credibilità e la nobiltà della politica ritornano solo se alcune categorie non vengono emarginate o derise. E la lezione di Marini, come di altri leader e statisti che sono stati interpreti eccellenti di quella tradizione, continua ad essere un faro che illumina l’azione concreta di molti di noi che, con molta modestia e riconosciuta umiltà, cercano di non far cadere quella fiaccola nei meandri dell’antipolitica e del qualunquismo anti istituzionale.

Frammenti della memoria: idee, episodi e uomini nell’orizzonte della «mia» Democrazia Cristiana.

 

La lettura dell’articolo che Di Capua scrisse sul congresso nazionale della Dc del 1976, nel quale fu eletto alla segreteria nazionale Benigno Zaccagnini in alternativa ad Arnaldo Forlani, è all’origine di questa carrellata di ricordi.

 

Ettore Bonalberti

Giovanni Di Capua

 

 

 

Leggendo la nota di Lucio D’Ubaldo su Giovanni Di Capua, un amico caro con il quale abbiamo dialogato sia nella DC  che durante la lunga stagione della diaspora, mi ha incuriosito leggere l’articolo che Di Capua scrisse sul congresso nazionale della DC nel quale eleggemmo alla segreteria nazionale Benigno Zaccagnini in alternativa ad Arnaldo Forlani.

 

Ricordo che fummo Angelo Sanza ed io che in quel congresso, nel quale il segretario nazionale era eletto direttamente dai delegati congressuali, raccogliemmo le firme per la presentazione della candidatura del leader romagnolo. Ricordo con quanta passione svolgemmo quel compito, iniziato nella mattinata e concluso solo a notte avanzata ai seggi, ansiosi di conoscere il risultato delle votazioni. Alla fine tornammo ciascuno tra i propri amici di corrente che avevano sostenuto la candidatura di Zaccagnini, salutata col ripetuto grido di “Zac, Zac, Zaccagnini”, che sarà il leit motiv che risuonerà dopo poco tempo al primo festival dell’amicizia di Palmanova del Friuli (settembre 1977) che con Zaccagnini permise il recupero elettorale del partito, dopo che nel 1976 il Pci aveva tentato il sorpasso.

 

Il mio rapporto con Zaccagnini si consolidò per i frequenti viaggi che da Bologna ebbi modo di fare con lui in aereo per Roma. Ero ammirato dalla sua gentilezza e apertura al dialogo, anche con una persona molto più giovane com’ero io e dalla conoscenza delle sue radici cristiano sociali esemplarmente testimoniate nella resistenza emiliano romagnola, come quella dell’amico Ermanno Gorrieri. Sapendo che venivo dal Polesine e conoscendo la mia appartenenza alla corrente di Forze Nuove, Zaccagnini era curioso di conoscere la realtà di una DC dominata dai dorotei e, in particolare, dal ruolo che a Rovigo e nel Veneto era svolto da Antonio Bisaglia.

 

Il mio rapporto con il leader polesano era assai contrastato e complesso, fondato su una reciproca stima e da un’amicizia profonda che si manifestò in uno dei momenti più difficili della vita di Bisaglia, dopo l’incidente d’auto che lo costrinse a una forzata assenza, almeno fisica, dal ministero delle partecipazioni statali che reggeva in quel frangente. Sul piano politico interno al partito, era netta la nostra alternatività che portava Bisaglia, sempre attivo e presente nella vita interna del partito, a giungere direttamente da Roma nella mia sezione di appartenenza per confrontarsi con me a sostegno dei suoi amici dorotei locali, la maggior parte dei quali iscritti contemporaneamente alla Coldiretti e alla Dc. Se mi iscrissi alla Dc, nel 1962 a soli diciasette anni, fu proprio per la sollecitazione dell’amico Toni al mio arciprete, dopo una sua conferenza tenutasi nel mia parrocchia, nella quale, da lettore assiduo di “Avvenire” del direttore La Valle e di Pratesi, lo contestai da sinistra suscitando nell’allora ancor giovane segretario provinciale un certo interesse.

 

Seguì la sua proposta di candidarmi alla delegazione provinciale del Movimento Giovanile della Dc di Rovigo, una proposta che ritirò qualche tempo dopo, al mio rientro dal Congresso nazionale del partito del 1964 a Roma, dal quale ritornai colpito dal ruolo assunto dalla sinistra Dc unita nella corrente di Forze Nuove con Carlo Donat Cattin, Marcora,  Galloni, Misasi, Bodrato, Granelli…

 

Bisaglia m’invitò nel suo studio alla direzione provinciale della Coldiretti di Rovigo e molto onestamente mi disse: hai fatto la tua scelta e adesso nel Movimento Giovanile  polesano ho pensato che la soluzione migliore sia quella di eleggere il tuo compaesano e amico, Ilario Bellinazzi.

 

Questo era Bisaglia, un uomo politico di straordinaria capacità politica e organizzativa sempre fondata sulla lealtà nei rapporti interni e personali. Quante volte nei nostri non frequenti incontri mi ammoniva: ah se tu avessi scelto di rimanere con me…Ricordo quella volta che  nella sua auto, che raramente guidava, eravamo nel 1983, mi informò che aveva scelto un giovane di Bologna cui aveva favorito, con il lavoro, la candidatura alle elezioni politiche. Era Pierferdinando Casini che, proprio nella squadra di Bisaglia e dei dorotei, iniziò la sua carriera parlamentare.

 

Zaccagnini sul modello di Moro aveva una sorta di idiosincrasia nel rapporto con alcuni esponenti dorotei, anche se intatta era la sua fede nella Democrazia Cristiana, sempre considerata lo strumento per la difesa della giustizia e della libertà nella coerenza ai principi della dottrina sociale cristiana, di cui fu un esemplare testimone per tutta la sua vita. Dovremmo far conoscere di più gli uomini della Dc che hanno concorso alla difesa e al consolidamento della democrazia, insieme allo sviluppo del nostro Paese. È proprio l’obiettivo che ci siamo posti con il Comitato 10 Dicembre, ossia di un gruppo di amici che con alcuni storici autorevoli intendono proporre documenti, testimonianze scritte e orali, raccolte da amici delle diverse realtà locali nelle quali vissero i nostri più importanti esponenti, insieme a quella miriade di saggi amministratori locali che seppero guidare le loro comunità, spesso dimenticati o, peggio, confusi nella damnatio memoriae della vulgata anti Dc scatenata durante “mani pulite”. Serve comporre questo mosaico della nostra storia, non per un regressivo seppur nobile sentimento nostalgico, ma per far conoscere alle nuove generazioni quale sia stato il ruolo reale svolto dai cattolici democratici e cristiano sociali della Democrazia Cristiana nella politica e nella storia dell’Italia.

 

 

P.S.: per chi fosse interessato a seguire e partecipare alle attività del comitato 10 Dicembre può scrivere agli indirizzi di posta elettronica dei seguenti amici:

ettore@bonalberti.com

mariorossivr53@gmail.com

pasruga58@gmail.com

mariotassone43@gmail.com

I Giubilei e la progettazione della città. Nel corso dei secoli la Capitale si è modellata attorno a questi eventi (L’Osservatore Romano).

Oggi è praticamente impossibile cercare di intervenire secondo la logica che, per almeno cinque secoli di Giubilei, ha permesso di seguire e controllare lo sviluppo attraverso il disegno di edifici e strade. L’articolo, qui riproposto per gentile concessione, è uscito nell’edizione del 5 febbraio 2022 dell’organo ufficioso della Santa Sede.

Mario Panizza

Alla data del primo Giubileo, aperto da Bonifacio VIII il 22 febbraio 1300, Roma si presenta con nuove realizzazioni e importanti restauri sia di palazzi che di chiese. Celebrato dall’affresco di Giotto nella Basilica del Laterano, individua un momento significativo per la città: l’eccellenza dello sviluppo artistico medievale, ma anche il trauma storico-politico del trasferimento del papato ad Avignone, che avverrà subito dopo la morte di Bonifacio VIII , segnando l’interruzione di una serie di commesse d’arte che il papa e le famiglie cardinalizie avevano avviato. Dopo il lungo periodo della “Cattività Avignonese”, il Giubileo indetto da Martino V nel 1423 segna la rinascita di Roma, al centro del grande rilancio culturale del ‘400. Numerose sono le opere commissionate ai maggiori pittori; importanti sono tuttavia anche gli interventi di ricostruzione e consolidamento: il portico di San Pietro; il pavimento e il soffitto di San Giovanni in Laterano; San Paolo fuori le mura e quasi tutti i palazzi collegati. Oltre agli edifici religiosi, gli interventi di consolidamento e di restauro riguardano il Pantheon e Castel Sant’Angelo sui quali ricade l’interesse dei pellegrini che, approfittando dell’occasione, si immergono nella fiorente architettura del Rinascimento inserita nell’ambientazione della classicità romana.

La data del prossimo Giubileo, 2025, che coincide peraltro con la scadenza dell’impegno di spesa del Piano nazionale di ripresa e resilienza ( PNRR ), evidenzia il valore di questa occasione cui Roma deve partecipare con tutte le sue risorse per risalire una situazione alquanto difficile e alleggerire gli affanni in cui versa. È pur vero che il Giubileo è una ricorrenza religiosa, tuttavia l’afflusso eccezionale di molte persone, in un periodo concentrato, affaticherà le strutture, obbligando ad affrontare alcuni problemi primari, già oggi carenti, come il trasporto e la ricettività. Tutti i servizi saranno pertanto sottoposti a un uso più intenso, rendendo ogni cosa più caotica e ingolfata. Non va dimenticato che la passata amministrazione capitolina ha rinunciato a concorrere ai Giochi olimpici, avendo valutato le strutture esistenti inadeguate per un evento di grande affollamento. Un giubileo sicuramente impegnerà la città in modo meno gravoso, tuttavia richiederà dotazioni e opere di razionalizzazione capaci di corrispondere a esigenze straordinarie. Il problema non è certo nuovo: in preparazione del Giubileo del 1500 Alessandro VI dispone la demolizione di alcune case medievali e della piramide sepolcrale della Meta Romuli per liberare il collegamento tra Castel Sant’Angelo e San Pietro che, già in precedenza, aveva causato non pochi problemi di intasamento.

È possibile, con uno sguardo al passato, individuare alcuni temi che, proprio perché ricorrenti, siano di traccia anche per il programma attuale.

 

Il rapporto con larcheologia

In preparazione del Giubileo di Benedetto XIV del 1750, alle opere edilizie si affiancano lo studio di G. B. Nolli con il disegno delle 12 piante, pubblicate nel 1748, che includono l’intero territorio interno alle Mura Aureliane, e le incisioni di G. B. Piranesi che intensificano l’interesse nel rapporto tra la città e l’archeologia. Sarà questo tema, molto rilevante nella cultura della città contemporanea, a intervenire in maniera consistente nella programmazione dei prossimi anni. Il rapporto con l’archeologia pone due aspetti decisivi: il rispetto dei siti antichi, dal punto di vista della loro tutela edilizia e ambientale; la facilità di accesso, più complicata in occasione della visita dei pellegrini. È certamente questo un campo dove l’amministrazione vaticana e quella municipale dovranno costruire precise intese, in quanto non pochi siti archeologici, ad esempio le catacombe, appartengono al Vaticano, ma il loro raggiungimento dipende dalla semplicità dei percorsi cittadini.

I servizi urbani

Il Giubileo del 1475 è organizzato da Sisto IV , il “gran fabbricatore”, che promuove gli interventi di maggiore consistenza. La sua azione, nota come “renovatio urbis”, comprende un insieme molto vasto di opere d’arte che include, oltre ai dipinti all’interno degli edifici religiosi, architetture, nuove o restaurate, destinate sia a luoghi per il culto che civili, ed inoltre la sistemazione delle strade principali della città. L’impegno è rivolto a dotare la città di strutture che possano alleggerirne il carico, rendendo più razionale il funzionamento dei trasporti. Tra questi, emerge la costruzione di Ponte Sisto, che dimezza il peso del transito su Ponte Sant’Angelo, l’unico in uso nell’area centrale della città dopo il crollo di “Ponte Rotto”. Sisto IV promuove anche l’ampliamento dell’Ospedale Santo Spirito in Sassia che, alla metà del ‘400, era ormai diventato del tutto inadeguato alla sua missione di accoglienza degli infermi, dei poveri e dei bambini abbandonati.

Oggi il miglioramento delle condizioni del traffico deve essere orientato a contenere piuttosto che a razionalizzarne l’espansione. I collegamenti all’interno della città devono tendere a favorire mezzi non inquinanti e ridurre al minimo il trasporto privato. Alla base dell’ottimizzazione delle risorse esistenti si pone il riequilibrio di quanto è sottoutilizzato o addirittura abbandonato. I casi più gravi sono dati dalle strutture sanitarie non in uso che, al contrario, sarebbero state particolarmente preziose durante la pandemia.

Il decoro urbano

Paolo III avvia il riordino del Campidoglio attraverso il progetto di Michelangelo e il trasferimento della statua equestre di Marco Aurelio dal Laterano al centro della piazza stellare. Interviene anche su Palazzo Farnese e sulla piazza antistante che conclude il nuovo asse di Via dei Baullari, ponendo il prospetto dell’edificio in una posizione di fondale dal forte rilievo scenografico. Un intento altrettanto scenografico è dedicato al completamento di Ponte Sant’Angelo, arricchito di nuove statue.

Il tema del decoro urbano, ricondotto a temi semplici e concreti, è sicuramente quello che nei tre anni che mancano al 2025 può essere risolto. I due aspetti, al momento più trascurati, riguardano gli spazi aperti, dalle piazze, non solo di periferia, alle banchine del Tevere sulle quali è spesso difficile anche solo transitare e, soprattutto, la raccolta dei rifiuti. Questo problema non può essere risolto attraverso dichiarazioni a scadenza ravvicinata, può invece essere precisato attraverso il chiarimento delle azioni che l’amministrazione pubblica intende avviare. La soluzione presenta un problema imprescindibile e deve essere garantita per un naturale uso delle aree pubbliche, soprattutto quando queste saranno più intensamente frequentate da pellegrini e turisti.

Il risanamento urbano

Un evento straordinario, l’alluvione del 1598 con l’esondazione del Tevere, che dissesta strade, ponti e palazzi, sembra richiamare le condizioni precarie delle attuali vie della città. In occasione del Giubileo del 1600, promulgato da Clemente VIII , una parte non indifferente dell’impegno economico è rivolta soprattutto a risanare le chiese, le piazze antistanti e, in generale, il manto stradale dell’intera città. Risulta oggi necessario avviare con metodo la manutenzione ordinaria degli spazi pubblici, in particolare delle strade, costrette a sostenere un carico per il quale non erano state progettate. Le soluzioni non possono essere episodiche, ma vanno rapportate alle destinazioni d’uso programmate, adeguando ad esse anche il sistema dei mezzi di trasporto.

Lidea di città

Per il 1550 Paolo III indice un Giubileo con una città devastata non solo dalle truppe imperiali, ma anche dalla pirateria turca. Muore lasciando a Giulio III la pesante eredità di dare corso a interventi solo in parte avviati. Questi hanno tuttavia un disegno molto chiaro dal punto di vista urbanistico: riguardano la Via Trionfale, realizzata in onore di Carlo V , che prevede la demolizione di molte costruzioni per dare all’asse viario un importante valore celebrativo; ma soprattutto comprendono l’ordinamento stradale del tridente con via Leonina (Ripetta), via Clementina, poi Paolina (Babuino) e via Lata (Corso). Gli assi del tridente sono attraversati da Via Trinitatis, voluta da Giulio III per mettere in collegamento il Porto di Ripetta con il Pincio. L’area così delimitata si arricchisce di importanti palazzi che compongono l’intero Campo Marzio.

Il secolo si conclude con i due Giubilei straordinari di Sisto V (1585 e 1590) che completa il piano urbanistico dei suoi predecessori costruendo la rete viaria che mette in comunicazione le basiliche romane. L’impianto va oltre l’esito della razionalizzazione funzionale, in quanto affronta anche l’enfasi visiva ponendo in corrispondenza dei punti di maggior rilievo — i piazzali antistanti le basiliche — il traguardo di quattro obelischi. Passato alla storia con l’appellativo di “creatore della nuova Roma”, Sisto V , in appena cinque anni, imprime un assetto urbanistico che segna lo sviluppo del tessuto barocco e fornisce la città di impianti funzionali come l’Acquedotto Felice e la sua uscita in città attraverso la monumentale Fontana del Mosè a largo Santa Susanna.

Oggi il territorio urbanizzato è nella maggior parte al di fuori della cinta muraria e solo in alcune sue parti costituisce un sistema continuo. È formato da nuclei distinti, anche se non fisicamente separati. È quindi praticamente impossibile cercare di intervenire secondo la logica che, per almeno cinque secoli di Giubilei, ha permesso di seguire e controllare lo sviluppo attraverso il disegno di edifici e strade. Gli interventi di carattere urbanistico sono pertanto destinati a realizzare punti di aggregazione capaci di assorbire in termini unitari porzioni di periferia, spesso cresciute in modo indifferenziato, in modo da rendere concreti i contorni del luogo di appartenenza.

L’islam intellettuale della Siberia (AsiaNews)

 

Celebrazioni in corso per i 1.100 anni dalla conversione dei bulgari del Volga. I musulmani di Russia invocano la riscoperta dei valori tradizionali, come il patriarcato ortodosso. La sinergia dei leader islamici con lamministrazione Putin. Lesaltazione della civiltà russa.

 

Vladimir Rozanskij

 

A Novosibirsk, città al centro della Siberia, si è tenuto un convegno su “Islam intellettuale: il mondo islamico contemporaneo. Uno sguardo dalla Siberia”, a cui ha preso parte una delegazione dell’Assemblea spirituale dei musulmani di Russia (Asmr) guidata dal muftì Albir Krganov. La conferenza faceva parte di una serie di manifestazioni dedicate ai 1.100 anni dall’adozione dell’islam da parte dei bulgari del Volga: hanno contribuito all’incontro le sezioni dell’Asmr della regione di Novosibirsk, dell’intera Siberia, di Russia e dei Tatari.

I partecipanti hanno affrontato questioni legate al potenziale delle organizzazioni religiose nell’educazione morale e spirituale, ma anche patriottica e civile delle generazioni più giovani. Hanno riflettuto poi su temi come la formazione dell’identità popolare russa, l’influsso dei valori religiosi offerti dalle confessioni tradizionali della Russia – soprattutto l’Islam e l’Ortodossia – nello sviluppo del dialogo etno-confessionale e la sicurezza spirituale del Paese.

Sono intervenuti rappresentanti di comunità religiose e accademiche dal Kirghizistan e dalla Giordania, e il professore dell’accademia islamica bulgara Ismail Bul-Bul, ex muftì di Palestina, che ha trasmesso il saluto di tutti i palestinesi. Dalle altre sezioni dell’Asmr hanno dato il loro contributo il presidente della regione di Kemerovo in Siberia, il muftì Tagir Bikčantaev, da Mosca l’imam-khatyb Denis Mustafin e altri esponenti delle amministrazioni musulmane.

Krganov ha tenuto la relazione d’apertura, annunciando che per decisione del presidente Vladimir Putin i festeggiamenti per il giubileo islamico sono estesi all’intera Federazione Russa, dopo l’inizio in Tatarstan il mese scorso, che ha suscitato grande risonanza nel Paese. Egli ha sottolineato il fatto che “il testimone di questa staffetta celebrativa è giustamente passato dai tatari alla terra di Siberia, e per noi si tratta di un programma molto legato all’attualità e alle aspettative della popolazione”. Richiamandosi al progetto del ministero della Cultura per la ridefinizione delle “Fondamenta della politica statale e rafforzamento dei valori tradizionali”, il gran muftì ha voluto assicurare il contributo dei musulmani a questo solenne impegno culturale ed educativo.

Per Krganov l’uscita dalla crisi spirituale del mondo contemporaneo potrà realizzarsi con il contributo della Russia, nel “ritorno alle fondamenta culturali e civili organiche dell’identità del popolo, con la rinascita religiosa, la riscoperta dei valori della cultura classica, la formazione di nuove motivazioni valoriali che ispirino l’attività sociale ed economica, con il cambiamento verso il meglio dell’immagine morale e spirituale della generazione giovanile, con la garanzia dell’unità e della sicurezza del popolo e della nazione”.

I musulmani di Russia sono grati ai cambiamenti sociali degli ultimi decenni, che hanno permesso la piena espressione della libertà religiosa e l’apertura delle scuole religiose di vario livello, la pubblicazione di materiali informativi islamici e la creazione di associazioni sociali di indirizzo musulmano, molte delle quali per aiutare i fedeli a compiere i pellegrinaggi all’estero, così importanti per la fede maomettana. Il contributo islamico all’identità nazionale russa è una forma di “profilassi contro l’estremismo pseudo-religioso”, in grado di rafforzare l’intera “civiltà eurasiatica, di cui lo stato russo è una colonna fondamentale nell’incrocio tra tradizioni, territori e destini degli uomini”.

La ricomposizione del centro parlamentare non deve essere un’operazione di vertice. C’è bisogno di rinnovamento.

Dalla fine della Dc, del Partito Popolare e poi della Margherita sono state tentate operazioni di ricostruzione del centro. Ora si annuncia una stagione nuova, sul cui sfondo conta il binomio Mattarella-Draghi. Tuttavia un’operazione meramente di vertice, senza un vigoroso ricambio di classe dirigente, sarebbe una mera somma di addendi.

 

Francesco Provinciali

 

Il Parlamento non è uscito indenne dalle elezioni Presidenziali, la richiesta di proroga indirizzata a Mattarella più che un segnale di unità, almeno da parte dei partiti della maggioranza di governo, è stata la conseguenza di un senso di impotenza, una palese difficoltà a convergere su un nome nuovo, a cui si era aggiunto il timore di imprimere un’accelerazione verso lo scioglimento delle Camere e le elezioni anticipate.

 

Ci sono poi altri elementi confusivi che danno del Parlamento, nella sua attuale composizione, l’immagine di uno sparigliamento evidente, tra distinguo e tentativi di ricomposizione: che il centro destra sia arrivato al capolinea lo dicono gli stessi leader di quella che fino a un mese fa veniva definita alleanza o coalizione, mentre si cercano temi convincenti che qualifichino i nomi nuovi che sono emersi, a cominciare dal partito repubblicano a quello conservatore, mentre i liberal-popolari fedeli a Berlusconi scrutano nuove leadership, sempre sotto l’egida del Cavaliere cui ha fatto visita Casini. A sinistra scarseggiano le idee sul da farsi, dopo la “liaison dangereuse” con il M5S, persino Bettini, Guerini e Franceschini si riposizionano: basti pensare che il Pd, che ha sempre espresso un marcato orientamento per il bipolarismo (Prodi docet), sta pensando ad una riforma elettorale che riporti in vigore il proporzionale puro, anche se con una soglia di accesso (e Letta è il padre putativo di questo ripensamento).

 

Nel M5S è in atto la diaspora neanche tanto velata tra Conte e Di Maio, e molti indizi fanno pensare che il secondo, fiutando aria di ridimensionamento e forse di implosione di un Movimento orfano di una linea politica condivisa al suo interno, cominci a pensare ad emigrare verso il Pd, dove eviterebbe la tagliola del vincolo del secondo mandato e si ritaglierebbe un futuro politico garantito e progressista.

 

Deve far presto visto che proprio su sua iniziativa il Parlamento sarà decapitato: perché se resta e perde il confronto con la sua creatura politica deve attendersi anche il ritorno in campo di Di Battista, forte personalità non incline ai compromessi.

 

Anche il centro si muove, persino con argomentazioni più convincenti: in fondo Mattarella rappresenta l’area moderata, è un democristiano della prima ora, il riferimento alto di una tradizione politica che ha saputo resistere al velleitarismo populista e al giustizialismo giacobino. Il centro moderato, nel suo rassemblement tattico è stato determinante per mitigare le alternative di destra e sinistra, entrambe senza numeri per imporre un candidato di area. Ci si aspetta un salto dalla tattica alla strategia, con un comune denominatore di imprinting ideologico: moderazione, governabilità, stabilità, tradizione e innovazione.

 

Ci si attenderebbe anche un rinnovamento dei timonieri, ma forse i tempi non sono maturi: c’è molto fermento in periferia mentre si origlia soprattutto ciò che accade nel centro parlamentare. È di questi giorni la notizia di fermenti e di incontri, di progetti in fieri e di una volontà di ricomposizione di cui non si aveva sentore da anni: un sistema elettorale proporzionale favorirebbe un ricompattamento al centro che tornerebbe ad essere incisivo e determinante. Dall’incontro tra Renzi, Toti e Mastella nasce ‘Italia di centro’, mentre Cesa, Lupi, Brugnaro e Rotondi restano per ora legati al centro destra.

 

C’è “fame di centro”, osserva Osvaldo Napoli, uno dei registi dell’operazione guidata da Renzi. Dalla fine della Dc, del Partito Popolare e poi della Margherita sono state tentate operazioni di ricostruzione, seguite dal perdurare degli sparigliamenti e dal crescere lento ma inesorabile del Gruppo misto, un contenitore per tutte le stagioni. I nomi ‘di peso’ adesso in campo preludono ad una stagione nuova e il centro moderato – nella sua accezione più ampia – prende ora consapevolezza di una fattibilità concreta, sul cui sfondo conta, eccome, il binomio Mattarella-Draghi.

 

In vista delle elezioni del 2023 il palinsesto aggregativo dovrebbe prendere consistenza: resta tuttavia un nodo cruciale per la sua credibilità e il suo auspicabile successo. Esso è continuamente sollecitato dagli amici che su “Il Domani d’Italia”, “Rinascita Popolare”, “Insieme”, “Democraticicristiani-Per l’Azione” e altri magazine pongono con sagacia e autorevolezza culturale l’ambito tematico dei contenuti, dell’ispirazione ideale, dei riferimenti autorevoli della tradizione e della militanza del cattolicesimo popolare e liberale, oltre al postulato rinnovamento della classe politica, tenendo conto della forte spinta che proviene dall’associazionismo e dalla base sociale. Un’operazione meramente di vertice, un’alchimia delle componenti pilotata dal centro e priva di un vigoroso ricambio di classe dirigente sarebbe una mera somma di addendi, senza garanzia del risultato. La pertinenza delle argomentazioni sollevate da chi scrive analisi politiche sensate e aderenti ai bisogni del paese reale non può ridursi a “flatus vocis”, meritando il diritto ad un ricambio che sostanzi la necessità di rinnovamento.

Prima Repubblica: più luci che ombre, secondo  Passigli. Il suo ultimo libro, letto per noi da Papini, ne spiega i motivi.

 

Il biennio (1992-1993) è stato soprattutto una stagione di grandi illusioni: l’illusione della fine della corruzione. In tutto l’Occidente si è compiuta una profonda trasformazione, la fine della politica dei grandi partiti, ma in Italia dove la democrazia è più fragile (come sapeva bene Moro), i processi sono stati più rapidi.

 

Gabriele Papini

 

La Prima Repubblica non ha mai goduto, nella pubblicistica come in larga parte della storiografia, di buona fama. Anzi, possiamo dire che difficilmente un periodo della nostra storia recente – fatta forse eccezione per il ventennio del regime fascista – è stato giudicato in maniera così lontana dai suoi effettivi meriti. Molti osservatori sono portati a far risalire la conclusione traumatica della prima Repubblica a trent’anni fa. Quel famigerato biennio (1992-1993) in realtà è stato soprattutto una stagione di grandi illusioni: l’illusione della fine della corruzione e degli intrighi, l’illusione secondo cui i magistrati erano i vendicatori della società civile contro una politica in disfacimento. L’illusione che la Seconda Repubblica sarebbe stata portatrice sana di una “nuova stagione”.

 

A costruire questa narrazione, in parte mitologica, furono soprattutto i mezzi di informazione. Oggi – trent’anni dopo – abbiamo la certezza che il ’92-’93 è stato un gioco “a somma zero” e però al contempo avvertiamo la necessità di una riflessione storica più ponderata sulla vicenda italiana del secondo Dopoguerra. Stefano Passigli, già senatore della Repubblica nelle file dell’Ulivo e a lungo docente di scienze politiche all’Università di Firenze, nel suo ultimo saggio punta fin dal titolo (Elogio della prima Repubblica, edzioni La Nave di Teseo) a una riabilitazione storica dell’esperienza della “Repubblica dei partiti” (secondo la definizione di Pietro Scoppola) a suo giudizio “momento straordinario di buon governo senza eguali nella nostra storia”.

 

Nella puntuale ricostruzione operata dall’autore, in un Paese “distrutto e comunque poverissimo”, una classe politica di grande spessore seppe promuovere non solo la ripresa delle fondamentali infrastrutture e il rilancio delle attività produttive, ma anche favorire una maggiore inclusione sociale con alcune lungimiranti misure di policy (come si dice oggi) che hanno permesso a un sempre maggior numero di cittadini di accedere all’istruzione, alla previdenza e alla assistenza sanitaria pubblica. In una parola, al Welfare State tipico di un Paese moderno.

 

Il compito che la classe politica si era trovata ad affrontare alla fine della guerra, come sappiamo, era immane. Il Paese esce sconvolto nella sua coesione sociale dal conflitto bellico e al contempo profondamente diviso dalla “questione istituzionale”. È anche grazie alla saggezza e all’equilibrio delle classi dirigenti di allora (lo “spirito dell’Assemblea Costituente” secondo Passigli) se il Paese seppe darsi una forma di governo (la democrazia parlamentare) e una legge elettorale (il sistema proporzionale) che assicuravano – al contempo – competenza e rappresentatività.

 

A favorire la stabilizzazione del Paese contribuirono non poco anche gli aiuti internazionali dell’Unrra (United Nations Relief and Rehabilitation Administration) che salvarono l’Italia dalle prime necessità postbelliche. L’Unrra dispensò infatti non solo aiuti alimentari e materie prime, ma finanziò anche programmi di ricostruzione di case e di sostegno alla maternità e all’infanzia. Come ricorda l’autore, “su 3.653 milioni di dollari di contributi totali dell’ERP (European Recovery Program) l’Italia ne ricevette 429 milioni”. Ciò si spiega con l’evidente sforzo dell’amministrazione Truman di sostenere un “Paese cerniera” del blocco dell’Europa occidentale nei confronti dell’espansionismo sovietico. Analogie e parallelismi con il Pnrr non sono possibili perché – come si legge nell’introduzione – il post pandemia non ha termini di paragone con il secondo dopoguerra.

 

Dopo un periodo di sostanziale benessere negli anni del Boom economico (culminato nell’Oscar delle valute per la lira nel 1960) la democrazia italiana inizia lentamente ad avvitarsi su sé stessa. Questo processo culmina nel 1978, anno del rapimento e uccisione di Aldo Moro. Il 1978 è anche l’anno di mezzo tra il ’68 e l’89, tra la rivoluzione dei giovani in Occidente, la contestazione e la caduta del muro di Berlino. È anche l’anno che fa da spartiacque della generazione che cresce tra il prima e il dopo: il tutto della politica (“gli ideali e il sangue” secondo Passigli) e il suo nulla. La trasformazione della politica, da orizzonte di senso a puro narcisismo e nichilismo. Il rapimento e l’omicidio di Aldo Moro ne costituisce lo spartiacque fondamentale. Lui che pure aveva indicato una strada difficile, tortuosa, per uscire dalla crisi della democrazia che avvertiva come un dramma.

 

In tutto l’Occidente si è compiuta questa trasformazione, la fine della politica dei grandi partiti, ma in Italia dove la democrazia è più fragile (come sapeva bene Moro), i processi sono stati più rapidi. La politica è diventata sempre di più apparenza (“ha smesso di essere un orizzonte di senso collettivo in cui identificarsi” secondo Passigli), non ha coltivato più la speranza, ma la paura dei cittadini e la loro rabbia, generando frustrazione negli elettori, perché continua a promettere quello che non riesce più a dare.

 

Ecco perché, venendo ai giorni nostri, partiti nuovi e leader giovani riescono a prendere milioni di voti, ma non avendo neppure un “atomo di verità” (come diceva Moro) sono in ogni caso condannati alla cultura della sconfitta.

Quello che l’azzardo di Putin dice all’Europa.  L’analisi di Farinone.

 

Putin si sta prendendo diversi rischi, quelli che derivano dalla Nato: sono i soli che considera. Li vede nel momento in cui l’Alleanza si ricompatta, addirittura rendendosi interessante per paesi oggi neutrali come Svezia e Finlandia. L’Europa manifesta la sua debolezza.

 

Enrico Farinone

 

La crisi ucraina sta ponendo l’Unione Europea di fronte a tutte le proprie debolezze e contraddizioni nel campo di una politica estera che essa continua a non possedere. E’ stato detto che “la crisi non riguarda l’Ucraina in sé quanto piuttosto il nuovo patto sulla sicurezza europea”. Se ne sta occupando, per conto degli europei, non la UE bensì la NATO. Sì, quella medesima organizzazione che solo poco più di un anno fa il Presidente francese definiva in fase di “morte cerebrale” e che ora al contrario la scommessa al tavolo da poker di Putin ha reso nuovamente indispensabile, al centro delle preoccupazioni di Mosca, delle speranze ucraine e moldave (e forse pure georgiane), della strategia di difesa dei paesi baltici ex sovietici così come di quella dei paesi est europei già appartenenti al Patto di Varsavia.

 

Ciò che pensa lo zar del Cremlino ormai è chiaro. Nella sua visione tardo novecentesca l’Europa deve essere presidiata da due blocchi, uno a guida americana e uno a guida russa. Purtroppo per lui l’estensione territoriale e militare dell’area di sua influenza è ridotta rispetto ai tempi dell’URSS (la cui fine egli ritiene la più grande tragedia del fin-de-siecle), ma questo non significa che una qual certa influenza, anche economica oltre che culturale, non possa nuovamente venire esercitata su popolazioni che in fin dei conti hanno abbandonato Mosca da soli trent’anni. Anche e forse soprattutto considerando le difficoltà che esse, e i loro governi ancor di più, hanno nei rapporti con l’Europa di Bruxelles.

 

A questa riflessione, non declamata ma evidente, Putin aggiunge in chiaro una affermazione netta, ovvero la sua assoluta opposizione ad un ulteriore allargamento ad est del Patto Atlantico. Bielorussia, Moldavia, Georgia, Ucraina sono territori no-limits per la Nato. E per la verità aggiunge la richiesta, non proprio secondaria, di un ritiro dell’Alleanza dai paesi europei che furono parte dell’impero sovietico. Dell’Unione invece non si preoccupa, dando per scontato il disinteresse europeo per quelle nazioni dal punto di vista di un eventuale allargamento dei Ventisette.

 

Ora, con questa mano di poker Putin si sta prendendo diversi rischi. Questo è evidente. Ma sono quelli che derivano dalla Nato i soli che considera. Li vede nel momento in cui l’Alleanza si ricompatta, addirittura rendendosi interessante per paesi oggi neutrali come Svezia e Finlandia. E li vede altresì nella nuova potenziale pressione statunitense sulla Germania per bloccare il gasdotto Nord Stream 2, che Biden aveva allentato forse con troppa precipitazione, non considerando che la forza politica della cancelliera Merkel non sarebbe stata – almeno nell’immediato – rimpiazzata da una nuova guida politica a Berlino altrettanto autorevole.

 

Per contro, Putin di rischi con l’UE non ne vede, se non marginali. Priva di una politica estera comune; priva di una politica di difesa comune; priva di una potenziale forza militare di grande impatto, ora che la Gran Bretagna ne è uscita; priva di una leadership riconosciuta, ora che la Kanzerlin non c’è più; priva di risorse energetiche sufficienti qualora Mosca decidesse di chiudere i gasdotti che alimentano il 40% del suo consumo di gas; perennemente divisa al suo interno dal prevalere degli interessi nazionali, che entrano di prepotenza in qualsiasi campagna elettorale (così è stato la scorsa estate in Germania, così è ora in Francia); divisa, infine, da una barriera culturale e dalla stessa concezione dello stato di diritto fra il suo occidente e il suo oriente. No, l’Europa così come è ora non preoccupa Putin più di tanto.

 

Certo, ora il cancelliere Scholz ha alzato la voce, ponendo Nord Stream 2 fra i titoli del lungo elenco di sanzioni che colpirebbero Mosca nel caso si decidesse a invadere l’Ucraina. Ma Putin ha pure notato che Berlino ha impedito all’Estonia – paese membro UE – di inviare a Kiev armi di produzione tedesca. E che nessun paese europeo, a parte la Slovenia, ha difeso la Lituania sottoposta ad un duro boicottaggio commerciale cinese solo per aver accolto una sede diplomatica di Taiwan. Cosa c’entra? C’entra, perché illustra la debolezza europea. Forse a margine della fastosa cerimonia d’apertura delle Olimpiadi, Putin e Xi avranno dedicato qualche minuto anche a questo particolare, non così insignificante del resto.

I Popolari di fronte al fascismo. Un tracciato storico a 100 anni dalla Marcia su Roma. Alcune pagine del libro di Giorgi.  

 

Lo studio di Luigi Giorgi – I liberi e forti non vacillano. Il Partito popolare italiano nel Lazio (1919-1926), Atlantide editore, Latina 2021 – permette di leggere con la lente d’ingrandimento l’esperienza del Ppi in un contesto delicato e strategico, se non altro per la “consistenza” del dato riguardante la città di Roma. Di seguito, per gentile concessione dell’autore e dell’editore, riportiamo alcuni stralci che permettono di inquadrare la prima resistenza dei Popolari di fronte alla irruzione del fenomeno dittatoriale fascista.   

 

Luigi Giorgi

 

Il secondo governo Facta ebbe la fiducia il 10 agosto. Ma oramai si era incamminati verso la resa dello Stato liberale al fascismo. Mussolini fu abile nel mantenere una sostanziale ambiguità giocando su più tavoli, intrecciando oltretutto trattative con i suoi possibili alleati e rivali da Giolitti a Nitti, da Salandra allo stesso Facta.

 

La marcia fu effettuata alla fine di ottobre. Nella notte fra il 26 e 27 ottobre i dirigenti del Partito fascista dovevano consegnare il potere nelle mani dei quadrumviri, Bianchi, De Bono, Balbo e De Vecchi.

 

La concentrazione di fascisti alle porte di Roma avrebbe potuto essere sciolto con la firma dello stato d’assedio (il decreto era stato già preparato da Facta) da parte del re. Cosa che non avvenne. Vittorio Emanuele III affidò l’incarico a Mussolini di formare un nuovo governo il 30 di ottobre.

 

Interessante quanto scriveva il settimanale popolare Il Popolo nuovo sul rifiuto del sovrano di firmare lo stato d’assedio: «Capovolgimento della situazione. Situazione gravissima. Il fascismo ha il passo libero su Roma per la conquista dei poteri pubblici, dello Stato. Principio o fine della crisi? Esprimere giudizi su quanto sta avvenendo, è assurdo in questo momento; l’ansia con cui assistiamo a questo rivolgimento – e perché non dirlo? – a questa rivoluzione ci impedisce di farlo».

 

[…]

 

Mussolini presentò il suo governo, cui parteciparono i popolari (Tangorra al Tesoro, Cavazzoni al Lavoro, Vassallo sottosegretario agli Esteri, Milani sottosegretario alla Giustizia, Gronchi sottosegretario all’Industria e Commercio e Merlin alle Terre liberate), con una decisione che avrebbe creato non poche polemiche in quanto presa dal Direttorio del Gruppo parlamentare (nemmeno al completo) senza l’approvazione della segreteria politica del Partito. L’Esecutivo Mussolini venne presentato il 16 novembre con il noto intervento «dell’aula sorda e grigia»: conosciuto come il discorso del «bivacco». Un intervento dai toni decisamente aggressivi, che non lasciava presagire nulla di positivo per la fragile democrazia italiana.

 

Di particolare rilievo quanto si poteva leggere su Il Popolo nuovo in merito alla partecipazione del Partito al governo Mussolini, soprattutto nel passaggio nel quale si scriveva che:

 

Gli amici, le Sezioni, le Amministrazioni comunali e provinciali di parte nostra, che in varie parti d’Italia, nonostante gli ordini del Governo, sono fatte segno alle ire locali, e quindi sentono forte il disagio tra la loro passione e la partecipazione del Gruppo Popolare al Ministero, sappiano valutare tutto il fenomeno che in questi giorni ha interessato la Nazione al di fuori di ogni forma tradizionale e di ogni norma costituzionale per una visione sintetica dei problemi generali; e sappiano che i nostri uomini al Governo cercano con ogni attività di temperare le asprezze e gli urti locali, di attenuare gli effetti di lotte passate, di avviare le varie forze e organizzazioni in contrasto e in lotta, verso un terreno di tolleranza e di convivenza, che renda possibile e auspicata la pacificazione del Paese. Ieri come oggi e come domani il nostro Partito è al suo posto, con il suo programma, con i suoi organi, con i suoi uomini senza nulla rinunziare ai suoi ideali, senza nulla pentirsi del suo lavoro e dei suoi sacrifici per la patria comune.

 

Un breve commento che lasciava trasparire la sofferenza della decisione, le opposizioni che sorgevano rispetto a questa scelta e la necessità, comunque, di individuare un ruolo popolare all’interno dell’alleanza di governo. Allo stesso tempo, pur nella difficoltà, emergeva il senso ultimo, seppur in modo farraginoso, della decisione e cioè il pregresso di violenze, scontri, tensioni, che aveva determinato la scelta popolare nella speranza di porvi, in qualche misura, fine e di contribuire così ad un rasserenamento del clima generale.

 

Per il testo completo leggere “Per l’Azione-Democraticicristiani”.

https://ildomaniditalia.eu/wp-content/uploads/2022/02/NUMERO-3.pdf

Mattarella e Draghi. Il tandem dell’Italia vincente.

 

I partiti – tutti – sono chiamati a ridefinirsi. Ora, il centro non è il fossile guida degli archeologi per classificare il passato, ma lo strumento di creatività politica per dare spazio al futuro. Il testo è pubblicato su “Democraticicristiani-Per L’Azione” in uscita oggi in versione digitale (pdf).

 

Lucio D’Ubaldo

 

Due uomini al comando, segnala in copertina questo numero di “Per l’Azione”. Che vuol dire? Intanto è una constatazione, perché Mattarella è il Presidente della Repubblica italiana e Draghi il Presidente del Consiglio. Ciò significa che su di loro, in effetti, grava il peso maggiore della ripresa, o meglio della rinascita, del Paese. Ovviamente l’uno e l’altro hanno responsabilità diverse come spiegava Meuccio Ruini in un memorabile discorso del 1947: il primo è il “Capo spirituale e non solo temporale della Repubblica”, il secondo è il “Capo della maggioranza e dell’esecutivo”. Non significa però che siano loro, in perfetta solitudine, l’alfa e l’omega di questa  rigenerazione dello spirito nazionale, grazie alla quale dare forma e sostanza al processo di cambiamento. Senza un recupero di energie collettive, specie nel campo della politica, qualsiasi leadership è destinata a maneggiare una pretesa frustrata, al peggio un’illusione di breve durata.

 

In giro si avverte il bisogno di proporzionale e la volontà di riorganizzare il centro: facce diverse della stessa medaglia, e quindi prospettiva unificante di alleanze e identità di partito. Finora questo discorso scontava l’obiezione dei paladini del sistema maggioritario. Da essi veniva il monito a preservare il bene dell’alternanza; in altri termini, il primato di coalizioni funzionali a contenere le differenze, affiatatandole nello scilinguagnolo di facili dogmi, con l’obiettivo fondamentale di consacrare la dialettica tra destra e sinistra.

 

Adesso gli schemi sono saltati: “Ogni partito – ha scritto Pierluigi Castagnetti – è chiamato a ridefinirsi”. Pertanto anche il centro come categoria della politica ha necessità di assumere il profilo giusto, per non fungere da catalizzatore delle spurie e generiche metafisiche non dell’essere, ma dell’esserci. Deve ridefinirsi, insomma, come luogo dì elaborazione e propulsione politica, per il bene del Paese.

 

In sostanza, mentre la contrapposizione tra destra e sinistra inibisce – o più brutalmente punisce – lo sforzo che serve a tradurre in prospettiva di medio termine la convergenza di aspettative e volontà diverse, ignorando perciò l’invito dell’Appello ai liberi e forti ad “attingere dall’anima popolare gli elementi di conservazione e di progresso”; diversamente oggi, in linea con la sintesi sturziana, il centro deve rappresentare il motore di una iniziativa nuova, sebbene ancora sprovvista dell’armatura di partito, per riorganizzare un grande campo democratico, come fu nella stagione del centrismo e poi del centro-sinistra.

 

Il tempo è breve, le elezioni non sono distanti e scelte di lungo respiro s’impongono: nel 2023, con Draghi protagonista, si tratterà di conquistare il consenso degli italiani attorno a una politica di innovazione e solidarietà. In questo orizzonte ancora incerto e tuttavia impellente, il centro potrà esistere non come fossile guida degli archeologi, in sostanza per classificare il passato, ma come principio e strumento di creatività politica, per dare spazio al futuro

La vicenda del Quirinale obbliga a ripensare l’architettura della politica.

 

Il secondo mandato per il Capo dello Stato uscente, fino all’ultimo estraneo al gioco della reinvestitura, costituisce una scelta di alto profilo che certamente rassicura il Paese, ma non può celare una certa crisi del sistema politico. Emerge la spinta a favore del proporzionale. Il testo è pubblicato su “Democraticicristiani-Per L’Azione” in uscita oggi in versione digitale (pdf).

 

Alessandro Forlani

 

La rielezione di Sergio Mattarella alla Presidenza della Repubblica può certamente ritenersi un evento favorevole e rassicurante per il Paese, che giova sensibilmente ai rapporti internazionali, al prestigio delle istituzioni e alla funzionalità della democrazia repubblicana. Stile, sobrietà e competenza, sensibilità istituzionale, gli vengono universalmente riconosciuti, così come l’indubbia capacità di moral suasion.

 

Ma gli aspetti positivi della soluzione prescelta dai Grandi Elettori e l’indubbio valore del Presidente rieletto non possono celare o ridimensionare la percezione dello spettacolo avvilente, offerto, in questa occasione, da una classe politica caratterizzata da improvvisazione, imperizia e scarso senso di responsabilità.   Anche perché è pur vero che il Presidente Mattarella risultava di gran lunga il favorito, nei sondaggi e negli apprezzamenti espressi nelle più diverse sedi, tra i possibili candidati per il nuovo settennato, ma aveva egli stesso lasciato intendere con estrema chiarezza, in più occasioni, di non essere disponibile a ricandidarsi per un secondo mandato.

 

Quindi il rispetto della persona e della sua sensibilità e volontà, unitamente alla riconoscenza per l’encomiabile

servizio svolto nel suo primo settennato, avrebbero dovuto indurre i vertici delle forze politiche rappresentate in Parlamento a trovare tempestivamente adeguate soluzioni alternative, in grado di raccogliere l’ampio consenso necessario all’elezione presidenziale. Già, perché il contesto politico in cui si collocavano queste elezioni richiedeva una convergenza di portata direi quasi eccezionale, ben al di là della maggioranza assoluta dei componenti il Collegio, la confluenza di tutte le forze che sostengono l’esecutivo attualmente in carica, ai fini di preservare il governo Draghi dai pericolosi effetti di eventuali lacerazioni tra i partiti della sua maggioranza.     Era chiaro, fin dagli inizi, che l’ampia e frastagliata alleanza che sostiene da circa un anno l’esecutivo tuttora in carica non avrebbe dovuto infrangersi in occasione dell’elezione del nuovo Capo dello Stato, pena il rischio di crisi di governo e di elezioni anticipate, con possibile pregiudizio dei rilevanti obiettivi perseguiti.

 

Questa convergenza eccezionale che il momento richiedeva, ben chiara a tutti gli attori – ripeto – fin da principio, doveva indurre i partiti, già prima dell’insediamento dei Grandi Elettori, a costruire tempestivamente una candidatura autorevole e condivisa.     E, possibilmente, una candidatura indipendente, perché era ben chiaro che ciascuno degli schieramenti non avrebbe mai accettato una personalità ritenuta “organica” alla compagine avversa. Non ha aiutato certamente, in questo senso, la candidatura di Berlusconi da parte del centrodestra: non si può negare che sia uomo di parte per eccellenza, è tuttora il Presidente di uno dei partiti della coalizione, è stato a lungo il leader del cartello di centrodestra nelle diverse competizioni elettorali del passato. E, al di là di torti e ragioni, di pregiudizi e dietrologie, della sua stessa volontà, è oggettivamente figura divisiva, come in genere accade a tutti i leader particolarmente esposti come identificazione di una precisa posizione politica.

 

Nel suo caso, poi, rilevano molti altri aspetti della sua biografia, sui quali ognuno naturalmente avrà le proprie opinioni, che tuttavia lo rendono inviso ad una parte rilevante dell’opinione pubblica e delle sue espressioni politiche, mentre un’altra parte, anch’essa rilevante, gli dimostra ancora il proprio consenso ed apprezzamento.   La candidatura di Berlusconi, sostenuta inizialmente, almeno ufficialmente, dall’intero schieramento di centrodestra, ha dunque differito nel tempo la ricerca di un accordo su un candidato condiviso dall’intera maggioranza di governo.

 

Però, a mio giudizio, anche l’eccessivo fuoco di sbarramento partito da Pd e 5 Stelle nei confronti di questa candidatura, con i soliti stereotipi e pregiudizi, ha ostacolato il tempestivo raggiungimento di un’intesa unitaria, perché ha favorito l’arroccamento del centrodestra, dopo il ritiro di Berlusconi, sui tre nomi della “rosa” (Pera, Moratti e Nordio) e poi su Maria Elisabetta Casellati, esposta a un esito disastroso, con circa settanta franchi tiratori. Non intendo certo contestare al centrosinistra la mancata adesione alla candidatura del fondatore e leader di Forza Italia – sarebbe politicamente impensabile – ma forse un maggiore rispetto per la candidatura stessa, magari avanzandone inizialmente un’altra, omogenea alla sinistra stessa, per poi dare inizio alle danze, avrebbe creato maggiore apertura nel centrodestra, anche perché, ragionando sui numeri, si sarebbe potuto facilmente immaginare che il nome del Cavaliere sarebbe stato a un dato momento ritirato, come infatti è avvenuto, prima ancora che iniziassero le votazioni. Ma le astiose polemiche dei giorni precedenti hanno, probabilmente, lasciato il segno e allontanato una soluzione concordata.

 

Un altro nodo fondamentale di questo contrastato iter dell’elezione presidenziale era costituito dalla posizione di Mario Draghi. Per molte ragioni era il candidato ideale per una soluzione bipartisan e rispettosa della preannunciata indisponibilità di Mattarella. Ma era anche il Presidente del Consiglio in carica, una condizione dalla quale non è mai accaduto, nella nostra storia repubblicana, che si sia verificato il “trasloco” al Quirinale. Sono stati eletti alla Presidenza della Repubblica diversi ex capi dell’esecutivo (Segni, Leone, Cossiga, Ciampi), ma mai il premier in carica al momento dell’elezione stessa. La candidatura di Draghi ingenerava inevitabilmente diffuse preoccupazioni sulla sorte del governo, dopo l’eventuale trasferimento dell’ex Presidente Bce da Palazzo Chigi al Quirinale e sulla possibilità di trovare un altro premier in grado di tenere unita l’ampia maggioranza che sostiene il governo stesso.   E con queste preoccupazioni, affiorava incombente lo spettro della conclusione immediata o quasi della legislatura e di elezioni anticipate del nuovo Parlamento, peraltro a ranghi ridotti.

 

L’esplorazione di una strada che consentisse la prosecuzione delle larghe intese – e quindi anche della legislatura – con un altro premier, magari anche lui tecnico e indipendente, non ha trovato, a quanto pare, le necessarie adesioni. Abbiamo sentito molte campane ripetere all’infinito che Draghi è necessario al Paese e deve restare dov’è, non tenendo conto che, con l’elezione alla Presidenza della Repubblica, il Paese stesso lo avrebbe preservato al suo servizio, sia pure in una veste diversa, molto più a lungo.

 

Un’altra possibilità di risparmiare al Presidente Mattarella la revisione dei propositi già manifestati si è ravvisata nella candidatura di Pier Ferdinando Casini che aveva quei requisiti di prestigio istituzionale e di indipendenza che si rendevano necessari. Nel corso delle convulse trattative che hanno accompagnato gli otto scrutini è sembrato più volte molto vicino al traguardo e, forse, insistendo, avrebbe potuto trovare un terreno favorevole. Con la sua rinuncia ha dato prova di alta sensibilità politica e istituzionale. Da questa nuova elezione presidenziale usciamo, questa volta, con il nostro sofferto bipolarismo assai malridotto, il centrodestra diviso e in attesa ormai di una rifondazione, più ancora che di chiarimenti o rese dei conti. E l’asse PD-5 Stelle, già in rodaggio da tempo, sembra anch’esso scricchiolare, a causa delle tensioni e conflittualità che investono il movimento grillino, rese ancora più visibili all’esito dell’elezione presidenziale.

 

È tempo, credo, di una revisione sistemica degli assetti politici e della presa d’atto – fatta salva la necessaria intesa su cui è fondato il governo Draghi – del logoramento dei vecchi equilibri. Molto dipenderà anche dalla legge elettorale che verrà adottata: proprio la crisi degli schieramenti contrapposti potrebbe rafforzare la tentazione del ritorno al proporzionale.

Anticipi e ritardi. Da Leone a Mattarella: oggi, rispetto al 1971, ha prevalso la tenuta della maggioranza.

 

Eletto Presidente, con la frattura di socialisti e democristiani, Leone fu “costretto” a sciogliere le urne. L’elezione di Mattarella ha registrato in extremis l’unità della maggioranza di governo. Il testo è pubblicato su “Democraticicristiani-Per L’Azione” in uscita oggi in versione digitale (pdf).

 

 

 

Maria Chiara Mattesini

 

Quelle del 1972 furono le prime elezioni anticipate in epoca repubblicana, ma altre, poi, ne sarebbero seguite. L’ultima volta era accaduto il 25 gennaio 1924, per “mettere a terra” il nuovo sistema elettorale voluto dai fascisti, che assegnava due terzi dei seggi di Montecitorio al partito di maggioranza relativa: era la nota “legge Acerbo”.

 

Ma parlavamo delle consultazioni del ’72. Presidente della Repubblica era il napoletano Giovanni Leone eletto, dopo due settimane di votazioni andate a vuoto, il 24 dicembre 1971 con 518 voti su 1.008: una maggioranza risicata ottenuta grazie al sostegno determinante – e però non ricercato dalla Dc – del Movimento Sociale Italiano di Giorgio Almirante. L’elezione di Leone fu tortuosa: servirono infatti 23 scrutini. I candidati a tale ruolo non erano mancati: in primo luogo Amintore Fanfani, inviso, però, a una parte degli stessi democristiani; quindi Pietro Nenni, che l’ombra di un neo-frontismo fuori tempo consegnava a un ruolo di testimonianza; e poi ancora Aldo Moro, ritenuto dai suoi stessi colleghi di partito, ma non solo, troppo spostato a sinistra.

 

A distanza di pochi mesi dalla elezione, la decisione di ricorrere anticipatamente alle urne fu presa da Leone in accordo con gran parte dello schieramento politico. Il neo-presidente, tra l’altro, avrebbe decretato anche la fine della sesta legislatura, cominciata il 25 maggio del 1972 e conclusa il 4 luglio del 1976. Malgrado le divisioni, i risultati del ’72 riconsegnarono al centro-sinistra la maggioranza assoluta dei votanti e del Parlamento: la Democrazia Cristiana rimaneva il primo partito; socialisti e socialdemocratici confermavano divisi i voti assommati insieme nel disciolto Partito Socialista Unificato; i comunisti, alla cui guida era da poco arrivato Enrico Berlinguer, rimanevano sostanzialmente stabili. Sull’altro fronte politico, i liberali subivano un forte arretramento, mentre il Movimento Sociale Italiano, che già l’anno prima, nella tornata parziale di elezioni amministrative, aveva incrementato i propri voti, continuava a crescere, raddoppiando i consensi e ottenendo il suo massimo storico.

 

 

 

 

Si comprende, allora, perché la Dc avesse manovrato in direzione del voto anticipato, dal momento che l’insidia della destra neo-fascista si era fatta particolarmente acuta. Si trattava di fronteggiare lo smottamento a destra dell’elettorato moderato. Anche altri partiti, però, avevano buone ragioni per sciogliere le Camere prima del previsto. Il Pci, ad esempio, temeva i dissidenti del Manifesto, con la prospettiva di un progressivo coagulo di forze alla sua sinistra. L’Italia del ‘72 era anche quella della bomba di piazza Fontana; era il paese del tentato golpe Borghese e della più lunga rivolta metropolitana, quella di Reggio Calabria, “cavalcata” dai missini. E poi, soprattutto, c’era la questione, temuta da quasi tutti gli schieramenti politici, del referendum sul divorzio, che slittò proprio per la convocazione dei comizi elettorali.

 

A confronto, dunque, la recente rielezione di Sergio Mattarella sembra avvenuta a tempo di record e l’attuale maggioranza si profila comunque più compatta rispetto al quadro delle forze di governo nei burrascosi anni che abbiamo appena ricordato. Leone al Quirinale, eletto sull’onda di un centro-sinistra che doveva registrare al proprio interno una frattura clamorosa, era perciò chiamato a “coprire” istituzionalmente la voglia di correggere il processo riformatore incarnato dall’alleanza strategica tra cattolici e socialisti. Nuove elezioni e nuovo esecutivo: il centrismo sarebbe riemerso con la costituzione del governo Andreotti-Malagodi. Tuttavia il ritorno, illusorio, alla stabilità col contributo dei liberali non fu una scelta di grande respiro.

 

Con Mattarella la stabilità ha un altro senso perché “costringe” la maggioranza a concentrarsi su stessa, per il bene del Paese. Non dimentichiamoci che nel 2023 si torna alle urne. Il cattolico e originariamente democristiano Costantino Mortati, uno dei padri della Costituzione, in un saggio del 1973 (“Lezioni sulle forme di governo”) metteva in guardia sull’effetto frenante, a suo avviso, della collocazione al centro della Dc. Esauritasi, poi, la parabola centrista, un sistema politico incapace di esprimere una diversa classe politica ha progressivamente portato al logoramento delle istituzioni (e del senso civico della cittadinanza). Sembra, oggi, di essere rimasti in quella condizione psicologica, pur non essendoci più il partito democristiano, con una estensione esasperata alla delega e con mediazioni estenuanti fra i partiti. Lo stato di emergenza (e ricordiamoci le riflessioni di Carl Schmitt a tale proposito) in conseguenza della pandemia ha fatto il resto.

 

Un’ultima considerazione a proposito di elezioni e riforma elettorale: già Mattarella si fece promotore di una legge, rimasta in vigore dal ’93 al 2005, volta ad introdurre un sistema elettorale misto, recependo, in parte, le indicazioni emerse dal risultato del referendum del 18 aprile 1993. Anche stavolta, se pur con un ruolo diverso, si troverà ad affrontare alcuni degli stesssi problemi. Non so se l’attuale situazione o, meglio, se la conformazione geopolitica dell’Italia suggerisca una riforma di tal genere, che aveva privilegiato i grandi partiti. È da notare, infatti, che il Gruppo misto è sempre più numeroso (nel caso della rielezione di Mattarella è stato anche decisivo). Ma qui entrano in ballo ulteriori riflessioni: i partiti, il reclutamento e la formazione della classe politica, il tema della rappresentatività, della governabilità e soprattutto la ricerca, come avrebbe detto, fra i primi, il sociologo Gino Germani, di un nucleo minimo comune di valori che ci consenta una convivenza ragionevole. Magari ci sarà tempo e modo di parlare anche di questo.

Le reinvenzioni ideologiche del centrosinistra. Una riflessione su “Il Mulino” attorno al libro della sociologa Mudge.

 

Quali potrebbero essere le conseguenze di questo riallineamento dellorizzonte ideologico per i partiti di centrosinistra, che nei decenni passati hanno sposato con dedizione la visione neoliberista?

 

Paolo Gerbaudo

 

Esplorare i processi di trasformazione ideologica è un compito urgente nel tempo presente, in cui diverse certezze stanno venendo meno sia a destra sia a sinistra. Dopo decenni di dominio incontrastato e trasversale del neoliberismo – fino al punto di essere descritto come «pensiero unico» da Ignacio Ramonet di “Le Monde Diplomatique” – dieci anni di stagnazione, austerità e sofferenza sociale ulteriormente acuita dagli effetti della pandemia sembrano avere aperto squarci nell’orizzonte ideologico. Ne è dimostrazione il fatto che anche i sostenitori dell’austerità a seguito della crisi del 2008 – tra cui da noi Mario Draghi e il suo consigliere economico Francesco Giavazzi – hanno abbandonato alcuni dogmi in voga nei decenni passati e adesso parlano della necessità di spesa e investimenti pubblici (il famoso «debito buono»), mentre negli Stati Uniti – tradizionale cittadella del neoliberismo – Joe Biden ha provato (finora con poco successo) a recuperare ricette keynesiane. Oltre il tramonto del consenso neoliberista, c’è chi vede l’emergere di un nuovo consenso, un «Cornwall Consensus» (in riferimento all’ultimo G7 in Cornovaglia) in cui, come sostenuto dall’economista Mariana Mazzucato, «viene rivitalizzato il ruolo dello Stato nell’economia».

 

Quali potrebbero essere le conseguenze di questo riallineamento dell’orizzonte ideologico per i partiti di centrosinistra, che nei decenni passati hanno sposato con dedizione la visione neoliberista? E quali passi dovrebbero essere intrapresi per facilitare il rinnovamento culturale necessario alle sfide di questi tempi di crisi del neoliberismo e della globalizzazione?

 

Per affrontare queste domande, è necessario partire da una prospettiva storica, che in tempi di «presentismo» – l’ossessione per il presente – restituisca una visione di lungo periodo. Solo chiarendo quanto è successo negli ultimi decenni si può immaginare un percorso orientato al futuro. Utile, a questo scopo di mappatura ideologica e storica, è il lavoro della sociologa statunitense Stephanie L. Mudge, che nel suo Leftism Reinvented analizza la trasformazione ideologica dei partiti di centrosinistra in Occidente negli ultimi decenni, e in particolare la loro conversione alla dottrina neoliberista. Il libro è un imponente volume di 500 pagine (ancora non tradotto in italiano), in cui la sociologa esplora con grande dettaglio documentario la trasformazione di quattro partiti, la Spd tedesca, il Sap svedese, il Labour britannico e il Partito Democratico negli Stati Uniti.

 

Il libro usa come materiale primario d’analisi il linguaggio politico che – come afferma Mudge nel primo capitolo – «è il mezzo della politica rappresentativa, ma un mezzo la cui produzione i rappresentanti non controllano» (p. 10). Questo interesse per il ruolo del linguaggio presenta alcune somiglianze con la tradizione dell’analisi del discorso, sviluppatasi nel mondo anglosassone a cavallo tra studi culturali e teoria politica. Particolarmente influente è stata la «Essex School» (dall’Università dell’Essex dove si è sviluppata) di analisi dell’ideologia e del discorso, legata ai teorici del populismo Ernesto Laclau e Chantal Mouffe. Mudge si differenzia da questa tradizione perché non è interessata solamente al linguaggio politico, ma anche alla sua produzione.

 

Il lavoro di Mudge si muove nel solco della «sociologia della conoscenza», e in particolare le ricerche di Karl Mannheim come Ideologia e Utopia, e in linea con questa tradizione ricollega il linguaggio agli attori che lo producono e gli interessi che essi rappresentano. Per Mudge il luogo decisivo per la produzione del linguaggio politico è il partito, e in particolare quelle figure che chiama «esperti di partito» o «teorici di partito». Gli esperti di partito «sono attori sociali nella rete dei partiti che orientano la loro attività verso la produzione di idee, retoriche e agende programmatiche, con l’obiettivo di modellare il modo in cui l’elettorato e i politici vedono e comprendono il mondo» (p. 5). Essi giocano un luogo di intermediari tra politici ed elettorato che è decisivo nella battaglia per il consenso. I profili professionali di queste figure sono diversi: accademici, economisti, spin doctor, attivisti, giornalisti ecc. Inoltre la loro composizione sociale e posizione organizzativa – questa è la tesi fondamentale del libro – evolve nel tempo, riflettendo il cambiamento politico e ideologico dei partiti di riferimento.

 

La periodizzazione ideologica proposta da Mudge distingue tre fasi della sinistra: la sinistra socialista; la sinistra economicista; la sinistra neoliberista. La prima fase è piuttosto ovvia: corrisponde al momento di affermazione dei partiti socialisti e social-democratici durante i primi decenni del Novecento. In questo contesto, rifacendosi a discorsi ufficiali e documenti programmatici, Mudge mostra come i partiti di sinistra europei condividevano un’analisi marxista della realtà, schierandosi senza mezzi termini con i lavoratori nella lotta di classe e dichiarando come loro obiettivo la proprietà collettiva dei mezzi di produzione. Chiaramente negli Stati Uniti il Partito Democratico – un caso limite in tutto il libro – non ha queste posizioni apertamente socialiste né un legame organico al movimento dei lavoratori, come già evidenziato a inizio Novecento dal sociologo tedesco Werner Sombart. Ma, rispetto a oggi, si dichiarava in modo più esplicito il portatore degli interessi del mondo del lavoro.

 

La seconda fase – la sinistra economicista – è invece quella che ha luogo nel dopoguerra, arrivando al culmine negli anni Sessanta, in cui il keynesismo sostituisce il socialismo come riferimento ideologico dei partiti di centrosinistra. La richiesta della collettivizzazione dei mezzi di produzione viene progressivamente annacquata, e le parole d’ordine si focalizzano sulla necessità di crescita, pieno impiego e prosperità condivisa. In Europa, un passaggio decisivo è il congresso della Spd a Bad Godesberg nel 1959, in cui vengono abbandonate le parole d’ordine marxiste e proposto l’obiettivo di una «economia sociale di mercato», in cui –  secondo la famosa massima – si intendeva conciliare «tanta concorrenza quanto possibile, tanta pianificazione quanto necessaria».

 

La terza fase è la reinvenzione neoliberista dei partiti di centrosinistra. Rispondendo al declino del consenso keynesiano (a lungo sostenuto anche dal centrodestra) e le vittorie di Margaret Thatcher e Ronald Reagan, i partiti di centrosinistra cercano di «modernizzarsi». La premessa è che nei «nuovi tempi» (per usare una definizione in voga tra i blairiani durante gli anni Novanta) i partiti di centrosinistra dovevano fare i conti con un mondo in cui la classe operaia aveva perso il ruolo di soggetto universale e sposare un vago «progressismo» capace di sedurre la classe media. Nel discorso politico dei partiti del centrosinistra il mercato viene ora visto come una forza benevola e la globalizzazione come un fatto ineluttabile.

 

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A 30 anni da Maastricht

 

Un anniversario che obbliga a pensare al futuro dell’Europa. Il testo è pubblicato su “Democraticicristiani- Per L’Azione”in uscita domani nella versione digitale (pdf).

 

Maurizio Eufemi

 

Il 7 febbraio cade il trentennale del Trattato di Maastricht, una tappa fondamentale nel cammino della costruzione della Unione Europea.

 

Viene ricordato più per il vincolo esterno, con i suoi parametri sul disavanzo, sul rapporto debito-Pil, sull’inflazione, sul livello dei tassi che come atto politico base della moneta unica attraverso i programmi di convergenza. Quel Trattato, invece, ha posto le premesse per la costruzione dell’Euro, la moneta unica, simbolo di identificazione collettiva di 447 milioni di cittadini europei.

Esso poggia sul percorso costruito con il rapporto Werner del 1970 e con l’Atto Unico di Jacques Delors del 1986.

Andrebbe anche ricordato che il programma elettorale della Dc, con Arnaldo Forlani segretario politico, nel 1992 fu tutto incentrato sulla novità di Maastricht. La presentazione del documento avvenne a Firenze, città simbolo in virtù della presenza dell’Istituto Europeo. Il clima fu di grande entusiasmo, si sentiva molto – e a ragione – l’importanza del momento.

Che dire, oggi? Un rinnovato europeismo può essere determinante per ridare slancio all’Unione Europea, dato che ha bisogno di nuovi coraggiosi protagonisti. In effetti – come disse una volta Helmut Kohl in un incontro a Palazzo Giustiniani – non c’è una via comunitaria senza compromessi.

Dunque, se riconosceremo,di aver commesso anche qualche errore – nemmeno il Trattato di Maastricht è perfetto – non dovremo vergognarci di avere concepito una opera importante ed ammettere che essa era circoscritta ad un periodo limitato, che comunque ha spianato la strada verso il futuro.

Il deserto dei Tartari: il lungo tempo dell’inutile attesa, struggente metafora della vita.

Omaggio a Dino Buzzati a cinquant’anni dalla sua scomparsa. Il testo è pubblicato su “Democraticicristiani- Per L’Azione”in uscita domani nella versione digitale (pdf).

Nelle nostre rivisitazioni del passato non può non trovare spazio il ricordo di persone che hanno lasciato una traccia profonda del loro passaggio nelle vicende esistenziali, culturali e artistiche del proprio tempo. Con una avvertita consapevolezza: che il render loro omaggio e richiamare al lettore quelle esperienze di vita così intense e ad un tempo intime, ove non nascoste, diventa una fonte inesauribile di scoperta e valorizzazione anche postuma: lo abbiamo sperimentato con Dostoevskij, con Kafka, con Beckett. Accade infatti che lo scorrere del tempo, anziché far dimenticare, contribuisca a restituire meriti e valore a personalità che in vita furono sovente sottostimate ove non disdegnate. Gran parte di ciò che in ambito letterario, artistico, teatrale, figurativo viene prodotto da chi esprime un talento, può apparire alla miopia degli osservatori confuso o banale, stucchevole o incompreso, irrilevante ed estemporaneo, poi sovente matura con lo scorrere degli anni e disvela grandezze ed originalità che la critica coeva – troppo legata agli stereotipi del mestiere per comprendere la “parola nuova”, parafrasando una metafora di Dostoevskij – non era stata in grado di comprendere e stimare. Accadde a Bach, a Proust, al citato Kafka, a Van Gogh, a E. A. Poe, a Dickinson, tanto per menzionare alcuni nomi.

Anche Dino Buzzati, giornalista, scrittore, pittore, autore teatrale, mente eclettica in uno spirito mite, riservato, riflessivo, intimista, meditativo può essere annoverato in questa schiera di talenti assoluti di cui si sta scoprendo e valorizzando la grandezza, la genialità, la capacità di esprimere sentimenti universali e con essi la nostra gratitudine per aver ricevuto in dono capolavori assoluti e unici.

Il cinquantesimo anniversario della sua scomparsa (1972-2022) può essere l’occasione per la riscoperta e una doverosa valorizzazione, specie se consideriamo che si tratta di un autore i cui libri – in particolare Il deserto dei Tartari, l’opera più famosa e letta – sono tradotti in molte lingue, conosciuti e apprezzati in tutto il mondo, forse più di quanto gli dovrebbe in riconoscenza e gratitudine anche il nostro Paese.  Ed è a questo capolavoro della letteratura del ‘900 che rivolgiamo la nostra attenzione: ci interessa non tanto o non solo la trama narrativa (”Di sicuro risulta piuttosto agevole raccontare la trama poiché, sostanzialmente, non succede niente”) quanto una certa visione dell’esistenza umana, fondata su eventi attesi e sul dovere di stare al proprio posto per aspettarli e fronteggiarli. Un tema già considerato nella riflessione su ‘Il processo’ di Fanz Kafka (di cui certamente Buzzati avvertì l’influsso e l’ispirazione) ma che ora riprendiamo in un’ottica speculare: nel capolavoro del romanziere boemo il personaggio principale è vittima di meccanismi occulti che lo rendono colpevole senza una sostenibile ragione e condannato a morte, nel romanzo dello scrittore  bellunese un militare viene inviato in un presidio di confine per respingere un paventato attacco dell’esercito Tartaro ed assume questo incarico immedesimandosi in esso, quasi in modo simbiotico, per assolvere deliberatamente ciò che ritiene un dovere, accettando ogni conforme condizione di vita e di sacrificio imposto dalla sua scelta.

Non è vero che “non succede niente”: trascorre infatti una lunga e importante fase della vita, quella – per descrivere sommariamente la trama che c’è e spiega molte cose – della carriera del sottufficiale Giovanni Drogo che viene inviato a far parte della guarnigione di stanza nella Fortezza Bastiani, ai confini dello Stato, in una regione lontana e periferica, per presidiarla e difenderla da possibili attacchi dell’esercito dei Tartari provenienti dalla immensa pianura che si stende ai piedi del fortilizio dell’esercito.

È nell’attesa che si compie il senso dell’esistenza e il suo destino: l’apparente “nulla” della routine in una guarnigione militare diventa il “tutto”.

L’apparente “nulla” della routine in una guarnigione militare diventa il “tutto” perché nell’attesa si compie il senso dell’esistenza e il suo destino. Siamo nel pieno di un contesto narrativo saturo di obblighi e doveri, di adempimenti da assolvere, poiché il nemico potrebbe giungere all’improvviso e non ci si dovrebbe far trovare impreparati. La traccia (la trama) è già scritta e si sostanzia e si satura nella missione militare come compito e dovere: spiegazione diversa e gravida di connotazioni etiche rispetto alla “vita come attesa” di Samuel Beckett, dove la monotonia dello scorrere del tempo può essere interrotta dalla decisione di farla finita, dove lo spazio è contratto e limitato in un perimetro vitale di sopravvivenza forzata, dove Godot non arriva mai, anche se lo si aspetta ma con scarsa convinzione, mentre Drogo trascorre la sua vita nell’attesa di un nemico che presto o tardi – questo è il suo timore e insieme la sua speranza – arriverà e non dovrà trovarlo impreparato. Poiché la trama della realtà narrata nel romanzo è l’attesa stessa, tra il tempo che scorre lentamente e lo spazio scrutato, dal cui orizzonte nulla si materializza: in questo vuoto di esercitazioni  di routine e di un deserto che resta tale stanno i sentimenti del protagonista e la sua vigilanza tenace, fino alla fine.

Lo scrittore in un’intervista affermò che lo spunto per il romanzo era nato: «…dalla monotona routine redazionale notturna che facevo a quei tempi. Molto spesso avevo l’idea che quel tran tran dovesse andare avanti senza termine e che mi avrebbe consumato così inutilmente la vita. È un sentimento comune, io penso, alla maggioranza degli uomini, soprattutto se incasellati nell’esistenza ad orario delle città. La trasposizione di questa idea in un mondo militare fantastico è stata per me quasi istintiva». Il tema centrale del romanzo è dunque quello della “fuga del tempo”. Aggiungerei anche la dimensione dello “spazio” –  indefinito, a perdita d’occhio, esteso, incommensurabile – esso descrive bene la nostra collocazione esistenziale: da un lato siamo convinti di padroneggiare i contesti dell’esistenza, dall’altro ne scrutiamo la distanza, ansiosi e condizionati da eventi attesi e imprevedibili. Una dimensione mutuata delle sue montagne bellunesi, dove amava trascorrere il tempo libero per momenti di riflessione, silenzio e isolamento come si ricava da un articolo del 1960, rilanciato appena qualche tempo fa.

Giovanni Drogo – assunto l’impegno di difendere la Fortezza da un improbabile ma temuto, possibile attacco – porta a termine la sua missione: l’impegno preso lo legava all’attesa come dovere assoluto.

Ciò che Dino Buzzati argomenta come spunto motivazionale dell’incipit narrativo è la sintesi di una vita regolata da impegni, orari, compiti, incombenze: certamente per un amante delle sue montagne e valente scalatore, gli spazi della redazione di un giornale risultavano angusti, mentre  le sue radici e i suoi ambienti di origine non potevano non suscitargli fantasie e pensieri più liberi (ciò anche se la prima edizione de ‘Il deserto dei Tartari’ uscì nella tarda primavera del 1940, mentre Buzzati si trovava nell’Africa orientale, come inviato del Corriere della Sera).  Tuttavia si tratta di consuetudini che traslate nel romanzo ci raccontano una sequenza abitudinaria e senza esiti ma regolata dal senso del dovere di compiere con diligenza un incarico ricevuto. Questo è un altro grande tema sotteso alla trama e al racconto: Giovanni Drogo – assunto l’impegno di difendere la Fortezza da un improbabile ma temuto, possibile attacco – porta a termine la sua missione, nella routine di liturgie e di regole militari, fino alla morte, pur avendo avuto  la possibilità di un trasferimento ad una sede meno logorante. Si allontana infatti, per disposizione dei superiori, dal Forte Bastiani ma poi vi fa ritorno per scelta: l’impegno preso lo legava all’attesa come dovere assoluto.

Questo fondamento etico dell’attesa è alla base di un dovere militare, ma nell’intenzione dello scrittore e giornalista va esteso a ciò che facciamo nella vita civile rispetto ai nostri contratti sociali e alle loro convenzioni. La routine e le abitudini finiscono a volte per prendere il sopravvento rispetto a possibili azioni divergenti: l’attesa e lo scorrere del tempo saturano i nostri obblighi e le nostre incombenze fino a diventare il senso stesso della vita. Le regole e la parola data, l’impegno assunto scandiscono lo scorrere del tempo, quasi inconsapevolmente,  poichè “non siamo noi che custodiamo le regole, sono le regole che custodiscono noi”: la realtà è ferma sempre uguale, giorno per giorno, mese per mese, anno per anno.

Ma nell’immaginario fantastico del personaggio prende forma e si materializza l’imminenza di un evento a cui Drogo in realtà non parteciperà mai. Solo quando si avvisteranno all’orizzonte lontano dei movimenti che potrebbero essere l’inizio dell’arrivo tanto atteso, l’ufficiale di guarnigione Drogo ne sarà escluso, perché lo scorrere della vita ci ingloba e ci rende partecipi di un fluire più ampio della storia ma la nostra soggettività ne è solo parte e la continuità del prima e del dopo la assorbe e insieme ad essa le fantasie, il senso di incompiuto che nella mutevolezza del susseguirsi dei fatti rendono sempre la realtà diversa dalla sua immaginazione.

Solo guardando a ritroso si può scoprire se l’impegno profuso nell’assolvimento di un dovere può essere fonte di recriminazione rispetto a soddisfazioni o desideri non cercati e non colti: qui sembra che la recensione del libro in ‘Mescalina.it’ colga nel segno: l’attesa come metafora e spiegazione della vita sta all’opposto del “carpe diem” ma ciò implica che la valutazione sommativa e la ricapitolazione di tutte le cose si compiano al termine dell’esistenza. Per assolvere il proprio dovere militare il sottufficiale poi graduato Giovanni Drogo rinuncia dunque all’altrove: il tempo e lo spazio sono quelli assegnati ed egli resta loro fedele fino all’ultimo dei suoi giorni.

Viene subito da pensare a quante vite si consumano nella perenne attesa di un evento solo probabile e nello spazio – ora angusto e ristretto (i contesti interni della Fortezza Bastiani) come sono i luoghi della nostra infinita e ripetuta quotidianità – ovvero in distese infinite, alterità intraviste o immaginate, ma non praticate né esperite, se non come rappresentazioni mentali. Dopo essere stato a casa in licenza, per 4 anni, Drogo ottiene di ritornare alla Fortezza Bastiani: il suo mondo è lì, non riesce più ad accettare il senso di smarrimento che gli provoca la vita cittadina. Intanto gli organici della piazzaforte sono stati ridotti e la guarnigione è appena sufficiente per tenerla aperta. Ma nulla di tanto atteso accade. Un giorno si avvistano dei movimenti in fondo alla pianura ma si tratta della costruzione di una strada ad opera del Regno del Nord, ci vorranno almeno 15 anni per attraversare il deserto e raggiungere la zona intorno alla Fortezza, inoltre si pensa ad un’opera di ingegneria civile, non ad una invasione armata.

I riferimenti geografici e i Tartari stessi sono ricavati da Buzzati dal Milione di Marco Polo

Praticamente tutti gli anni trascorsi in quella guarnigione sono passati invano, immaginando un evento che non avverrà mai. Nel frattempo Drogo è diventato maggiore e vice comandante della Fortezza Bastiani: lì ha speso tutta la sua vita militare. E proprio nel momento in cui improvvisamente giungono alla Fortezza due reggimenti di rinforzo perché davvero questa volta può essere probabile una guerra contro il regno del nord (i riferimenti geografici e i Tartari stessi sono ricavati da Buzzati dal Milione di Marco Polo), Drogo – ormai irrimediabilmente malato –  viene fatto spostare dal comandante Simeoni in una locanda sperduta, per far posto ai nuovi ufficiali: lì la morte lo coglierà –  altri hanno preso il suo posto forse nel momento in cui si sta materializzando l’evento atteso tutta la vita – ma senza cedere a sentimenti di rabbia o delusione.

Drogo, infatti, gettando uno sguardo a ritroso su tutta la sua vita, capisce negli  ultimi istanti quale fosse in realtà la sua personale missione, l’occasione per provare il suo valore che aveva atteso da quando era entrato il primo giorno nella Fortezza Bastiani: affrontare la morte con dignità, “mangiato dal male, esiliato tra ignota gente”. Drogo pur non realizzando lo scopo militare della sua esistenza si scopre ad aver sconfitto il nemico più grande: non la morte ma la paura di morire. Con la consapevolezza di aver combattuto questa battaglia decisiva, egli finisce la sua vita dunque da vero soldato, rappacificato con la sua storia, della quale ha finalmente trovato un senso che supera la sua vicenda personale.

Trovo che la struttura narrativa del romanzo abbia una dimensione solo apparentemente essenziale e scarna: descrive in sostanza la lunga permanenza del sottufficiale e poi graduato Giovanni Drogo nella guarnigione della Fortezza Bastiani, per fronteggiare un paventato attacco dei Tartari attraverso il prospiciente, immenso deserto. È la vicenda di un militare che assolve ad un compito ricevuto ma lo fa con convinzione, immedesimandosi nell’incarico fino a farne la ragione di una vita. Una trama definita lineare, riduttiva, inesistente. Trovo invece prevalente in essa il tema dell’attesa, già considerato in altri autori e argomento diffuso nella letteratura del 900, secondo coordinate spazio (deserto- vita ristretta e limitata all’interno della Fortezza) – temporali (lo scorrere dei giorni, dei mesi e degli anni, di cui si ha spesso contezza solo alla fine).

Scorgo anzi nella narrazione e nei suoi impliciti un senso struggente del concetto di attesa. Drogo sa che per adempiere alla sua missione militare deve dedicare la sua vita all’incarico ricevuto, svolgere con dedizione totale questo adempimento in nome di un interesse superiore: per un militare è la difesa dei confini della Patria, come per un civile potrebbe essere il perseguimento del bene comune.

La figura di Drogo, se mi è consentita l’analogia, mi ricorda molto il personaggio del libro “Quel che resta del giorno” di Kazuo Ishiguro, dal quale prese spunto il regista James Ivory per un omonimo film che ci fece dono della magistrale interpretazione di Anthony  Hopkins. In entrambi i casi si tratta di vicende esistenziali imperniate sull’adempimento di un dovere, per un obbligo professionale, morale, per la semplice parola data.

Nel tempo della rivendicazione dei diritti un libro che tratta il senso del dovere riveste un carattere di attualità

Credo che il punto cruciale sia proprio questo. Il concetto di vita come attesa implica quello di un continuo rimando della sua realizzazione, della sua pienezza esistenziale. Penso che in tempi di prevalenza dei diritti di ciò che spetta, che va rivendicato, di soggettività e individualismi, un libro che tratti il tema del “senso del dovere” sia antropologicamente attuale. Anche in sede giudiziaria, oltre che nella quotidianità del nostro essere e del nostro porsi, mi pare  sia ora prevalente la ricerca delle attenuanti: di quelle giustificazioni cioè che creano alibi e consentono comportamenti eticamente divergenti, come avvalersi della facoltà di non rispondere, trincerarsi dietro a silenzi impenetrabili, ammalarsi facilmente di sindrome da risarcimento, pescare nell’inconscio per cercarvi recondite motivazioni.

Buzzati ne Il deserto dei Tartari pone al centro, come più volte ripetuto, il tema dell’attesa e ne fa l’essenza della vita stessa. Ma accanto all’attesa come dominio imposto dagli eventi o dal loro non verificarsi, ricorda che l’esistenza umana cammina per la retta via se reca con se, ad ogni svolta, ad ogni incrocio, ad ogni sosta o ripartenza il “senso del dovere” come imperativo morale che scaturisce dalla coscienza. A volte ci perdiamo dietro sofismi senza costrutto o a spiegazioni contorte e arzigogolate. La lezione di Buzzati mi sembra invece chiara, cristallina: per questo il libro va letto e meditato, come tutte le narrazioni che scavano nel profondo per cercare una onesta, lineare verità.

Mi sia consentito concludere con la citazione di un breve pensiero dello stesso Buzzati, riferita a se stesso. Il cronista e giornalista Dino Buzzati, in forza al “Corriere della Sera”, possedeva una vivacità narrativa straordinaria, sia in forma di racconti brevi che di romanzi, di cui Il deserto dei Tartari è certamente il più conosciuto. Tuttavia egli si considerava più un pittore che un narratore, nonostante il successo dei suoi scritti. «Sono un pittore il quale, per hobby, durante un periodo purtroppo alquanto prolungato, ha fatto anche lo scrittore e il giornalista». Questo esprime una naturale modestia che lo rende ancora più autorevole, anche se una rivisitazione postuma dei suoi scritti ci aiuterebbe a conoscerlo meglio e valorizzarlo. Per questo l’anniversario dei cinquant’anni dalla sua scomparsa può essere una buona occasione da perseguire.

 

 

                                                                       

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dino Buzzati (Belluno 1906 – Milano 1972), tra i più originali autori italiani del Novecento, entrò nel 1928 al «Corriere della Sera», di cui fu cronista, redattore e inviato speciale. Esordì nel 1933 con Bàrnabo delle montagne, cui seguirono numerosi romanzi e racconti di successo tra i quali: Il segreto del Bosco Vecchio (1935), Il deserto dei Tartari (1940), La famosa invasione degli orsi in Sicilia (1945), Paura alla Scala (1949), Sessanta racconti (premio Strega nel 1958), Un amore (1963) e Il colombre (1966). Fu pittore, scenografo teatrale, costumista, fumettista, cultore di musica classica, valente alpinista nelle sue montagne bellunesi.

Il Papa ai Sindaci italiani: «La politica è ascolto e dialogo più che contrattazione tra schieramenti».

 

Le periferie delle città «non vanno solo aiutate, devono trasformarsi in laboratori di uneconomia e di una società diverse». È la raccomandazione rivolta da Papa Francesco ai sindaci riuniti nellAssociazione nazionale comuni italiani (Anci) che hanno partecipato alludienza di ieri, sabato 5 febbraio, nella Sala Clementina. Segue il testo integrale del discorso di Francesco.

Redazione

Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Ringrazio il Presidente per le sue parole di saluto. Sono contento di accogliervi per un momento di riflessione sul vostro servizio per la difesa e la promozione del bene comune nelle città e nelle comunità che amministrate. Attraverso di voi, saluto i Sindaci di tutto il territorio nazionale, con grato apprezzamento, in particolare, per ciò che state facendo e che avete fatto in questi due anni di pandemia. La vostra presenza è stata determinante per incoraggiare le persone a continuare a guardare avanti. Siete stati punto di riferimento nel far rispettare normative a volte gravose, ma necessarie per la salute dei cittadini. Anzi, la vostra voce ha aiutato anche chi aveva responsabilità legislative a prendere decisioni tempestive per il bene di tutti. Grazie!

Se penso al vostro lavoro mi rendo conto di quanto sia complesso. A momenti di consolazione si affiancano tante difficoltà. Da una parte, infatti, la vostra vicinanza alla gente è una grande opportunità per servire i cittadini, che vi vogliono bene per la vostra presenza in mezzo a loro. La vicinanza. Dall’altra parte, immagino che a volte sentiate la solitudine della responsabilità. Spesso la gente pensa che la democrazia si riduca a delegare col voto, dimenticando il principio della partecipazione, essenziale perché una città possa essere bene amministrata. Si pretende che i sindaci abbiano la soluzione a tutti i problemi! Ma questi — lo sappiamo — non si risolvono solo ricorrendo alle risorse finanziarie. Quanto è importante poter contare sulla presenza di reti solidali, che mettano a disposizione competenze per affrontarle! La pandemia ha fatto emergere tante fragilità, ma anche la generosità di volontari, vicini di casa, personale sanitario e amministratori che si sono spesi per alleviare le sofferenze e le solitudini di poveri e anziani. Questa rete di relazioni solidali è una ricchezza che va custodita e rafforzata.

Guardando al vostro servizio, vorrei offrirvi tre parole di incoraggiamento. Paternità — o maternità —, periferie e pace.

Paternità o maternità. Il servizio al bene comune è una forma alta di carità, paragonabile a quello dei genitori in una famiglia. Anche in una città, a situazioni differenti si deve rispondere con attenzioni diversificate; perciò la paternità — o maternità — si attua anzitutto attraverso l’ascolto. Il sindaco o la sindaca sa ascoltare. Non temete di “perdere tempo” ascoltando le persone e i loro problemi! Un buon ascolto aiuta a fare discernimento, per capire le priorità su cui intervenire. Non mancano, grazie a Dio, le testimonianze di sindaci che hanno dedicato gran parte del tempo ad ascoltare e raccogliere le preoccupazioni della gente.

E con l’ascolto non deve mancare il coraggio dell’immaginazione. A volte ci si illude che per risolvere i problemi bastino finanziamenti adeguati. Non è vero, in realtà, occorre anche un progetto di convivenza civile e di cittadinanza: occorre investire in bellezza laddove c’è più degrado, in educazione laddove regna il disagio sociale, in luoghi di aggregazione sociale laddove si vedono reazioni violente, in formazione alla legalità laddove domina la corruzione. Saper sognare una città migliore e condividere il sogno con gli altri amministratori del territorio, con gli eletti nel consiglio comunale e con tutti i cittadini di buona volontà è un indice di cura sociale. È un po’ il mestiere del sindaco e della sindaca.

La seconda parola è periferie. Fa pensare il fatto che Gesù sia nato in una stalla a Betlemme e sia morto fuori dalle mura di Gerusalemme sul Calvario. Ci ricorda la “centralità” evangelica delle periferie. Mi piace ripetere che dalle periferie si vede meglio la totalità: non dal centro, dalle periferie. Spesso voi avvertite il dramma che si vive in periferie degradate, dove la trascuratezza sociale genera violenza e forme di esclusione. Partire dalle periferie non vuol dire escludere qualcuno, è una scelta di metodo; non una scelta ideologica, ma di partire dai poveri per servire il bene di tutti. Voi lo sapete molto bene: non c’è città senza poveri. Aggiungerei che i poveri sono la ricchezza di una città. Questo a qualcuno sembrerebbe cinico; no, non è così; ci ricordano — loro, i poveri — le nostre fragilità e che abbiamo bisogno gli uni degli altri. Ci chiamano alla solidarietà, che è un valore-cardine della dottrina sociale della Chiesa, particolarmente sviluppato da San Giovanni Paolo II .

In tempo di pandemia abbiamo scoperto solitudini e conflitti all’interno delle case, che erano nascosti; il dramma di chi ha dovuto chiudere la propria attività economica, l’isolamento degli anziani, la depressione di adolescenti e giovani — pensate al numero dei suicidi dei giovani! —, le disuguaglianze sociali che hanno favorito chi godeva già di condizioni economiche agiate, le fatiche di famiglie che non arrivano a fine mese… E anche, mi permetto di menzionarli, gli usurai che bussano alle porte. E questo succede nelle città, almeno qui a Roma. Quante sofferenze avete incontrato! Ma le periferie non vanno solo aiutate, devono trasformarsi in laboratori di un’economia e di una società diverse. Infatti, quando abbiamo a che fare con i volti delle persone, non basta dare un pacco alimentare. La loro dignità chiede un lavoro, e quindi un progetto in cui ciascuno sia valorizzato per quello che può offrire agli altri. Il lavoro è davvero unzione di dignità! Il modo più sicuro per togliere la dignità a una persona o a un popolo è togliere il lavoro. Non si tratta di portare il pane a casa: questo non ti dà dignità. Si tratta di guadagnare il pane che tu porti a casa. E quello sì, ti unge di dignità.

Terza parola: pace. Una delle indicazioni offerte da Gesù ai discepoli inviati in missione è quella di portare pace nelle case: «In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”» (Lc 10, 5). Tra le mura domestiche si vivono tanti conflitti, c’è bisogno di serenità e di pace. E siamo certi che la buona qualità delle relazioni è la vera sicurezza sociale in una città. Per questo c’è un compito storico che coinvolge tutti: creare un tessuto comune di valori che porti a disarmare le tensioni tra le differenze culturali e sociali. La stessa politica di cui siete protagonisti può essere una palestra di dialogo tra culture, prima ancora che contrattazione tra schieramenti diversi. La pace non è assenza di conflitto, ma la capacità di farlo evolvere verso una forma nuova di incontro e di convivenza con l’altro. «Di fronte al conflitto, alcuni semplicemente lo guardano e vanno avanti come se nulla fosse […]. Altri entrano nel conflitto in modo tale che ne rimangono prigionieri […]. Vi è però un terzo modo, il più adeguato […]: accettare di sopportare il conflitto, risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento di un nuovo processo. “Beati gli operatori di pace” (Mt 5, 9)» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 227). Il conflitto è pericoloso se rimane chiuso in sé stesso. Non dobbiamo confondere la crisi con il conflitto. Per esempio, la pandemia ci ha messo in crisi, questo è buono. La crisi è buona, perché la crisi ti fa risolvere e fare passi avanti. Ma la cosa cattiva è quando la crisi si trasforma in conflitto e il conflitto è chiuso, il conflitto è guerra, il conflitto è difficile che trovi una soluzione che vada più avanti. Crisi sì, conflitto no. Fuggire dai conflitti ma vivere in crisi.

La pace sociale è frutto della capacità di mettere in comune vocazioni, competenze, risorse. È fondamentale favorire l’intraprendenza e la creatività delle persone, in modo che possano tessere relazioni significative all’interno dei quartieri. Tante piccole responsabilità sono la premessa di una pacificazione concreta e che si costruisce quotidianamente. È bene ricordare qui il principio di sussidiarietà, che dà valore agli enti intermedi e non mortifica la libera iniziativa personale.

Cari fratelli e sorelle, vi incoraggio a rimanere vicini alla gente. Perché una tentazione di fronte alle responsabilità è quella di fuggire. Isolarsi, fuggire…Isolarsi è un modo di fuggire. San Giovanni Crisostomo, vescovo e padre della Chiesa, pensando proprio a questa tentazione, esortava a spendersi per gli altri, piuttosto che restare sulle montagne a guardarli con indifferenza. Spendersi. È un insegnamento da custodire, soprattutto quando rischiamo di farci prendere dallo scoraggiamento e dalla delusione. Vi accompagno con la mia preghiera e vi benedico, benedico tutti voi: ognuno nel suo cuore, nel suo mestiere, benedico i vostri uffici di sindaco, benedico i vostri collaboratori, il vostro lavoro. E ognuno riceva questa benedizione nella misura della propria fede. E vi chiedo per favore di pregare per me, perché anch’io sono “sindaco” di qualcosa! Grazie.

Decaro (Anci), La Pira costituisce motivo d’ispirazione per i Sindaci italiani. Il messaggio nell’udienza in Vaticano.

 

 

Nel suo saluto al Santo Padre, oltre al ricordo di Giorgio Lapira, il Presidente dell’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani ha voluto sottolineare l’impegno profuso dai Primi cittadini nei momenti più difficili della pandemia. Ora bisogna guardare aa anti sicché “Noi Sindaci – ha aggiunto – accompagneremo il nostro Paese in questa rinascita, torneremo a vivere pienamente insieme ai nostri concittadini”. Segue il testo integrale del discorso di Antonio Decaro.

 

Redazione

 

 

Beatissimo Padre,

Sono particolalmente emozionato e felice di ritrovarmi qui davanti a Lei insieme alle mie colleghe e ai miei colleghi dell’Anci, per portarLe il saluto affettuoso e deferente di tutti i Sindaci d’Italia e per ringraziarLa di persona per la vicinanza e l’attenzione che ha sempre voluto dimostrare nei confronti nostri, delle nostre comunità, del nostro impegno quotidiano.

 

Poterci incontrare e ringraziarLa di persona è quanto mai significativo in questi tempi così difficili segnati dalla distanza, dalla sofferenza, dalla paura e dall’isolamento. I due anni che abbiamo alle spalle sono stati anni di lutti e di dolore non solo per l’Italia ma per tutto il mondo. Di questa ferita, il rischio più profondo è la perdita del senso di comunità, di vicinanza e di condivisione. Quanto disagio personale, sociale e psicologico hanno recato i pur necessari comportamenti imposti ai cittadini ed in particolare a quelli più fragili che già prima della pandemia e, a prescindere da essa, vivevano ai margini delle nostre comunità?

 

 

Ecco, Santità, in questi lunghi mesi i Sindaci hanno dovuto e voluto affrontare anche questo tipo di emergenza. Mentre ci prodigavamo per fare quanto ci era richiesto dalle esigenze sanitarie: convincere i cittadini a rispettare le regole, riorganizzare gli uffici pubblici, contribuire ad allestire i centri di soccorso e quelli per la campagna vaccinale, coordinare i volontari e fra essi i tanti delle associazioni cattoliche, ci siamo però soprattutto occupati di tenere insieme le nostre comunità e i nostri concittadini.

Per far questo abbiamo guardato negli occhi la paura, abbiamo affrontato la morte di chi ci stava intorno, abbiamo aiutato chi restava solo in casa e facendogli avere un sacchetto di spesa o anche solo chiamandolo al telefono per una breve chiacchierata.

 

Anche noi abbiamo avuto paura, Santità. Non ci vergogniamo a dirlo. Ci siamo trovati, come tutti, a dover affrontare una minaccia sconosciuta e invisibile. Come tutti, non avevamo nei primi tempi gli strumenti e le conoscenze per affrontarla e temevamo che questa bufera avrebbe spazzato via tanti anni di lavoro e di sacrificio, dei nostri concittadini e di noi amministratori. Eppure noi, anche per la responsabilità che abbiamo, questa paura sapevamo di doverla vincere e l’abbiamo vinta.

 

Lei allora può capire quanto sia stato importante nei giorni più bui ricevere nelle nostre case il Suo messaggio. Mi riferisco in particolare a quelle frasi, pronunciate due anni fa, in una Piazza San Pietro deserta, con le quali Lei, Santità, ci esortava con parole di Gesù ai discepoli, mentre la barca sembra naufragare nella tempesta, di notte: “Perché avete paura? Non avete ancora fede?” Sono parole che mettono in luce la capacità dell’uomo di riprendersi dalle avversità e di ricostruire sulle macerie. Ciò può realizzarsi solo se lo si farà insieme.

 

Non riesco a pensare nulla di più vicino al compito che noi Sindaci sappiamo di avere: la grande responsabilità e il grande onore di tenere unite le nostre comunità e di spendersi in opere concrete che migliorino la vita di tutti. Più volte la pandemia è stata paragonata a una guerra mondiale. Questo paragone, secondo me appropriato, mi ha fatto pensare che allora anche noi Sindaci abbiamo dei riferimenti storici ai quali ispirarci, per ciò che dobbiamo fare e per ciò che ci attende.

 

II primo nome che mi viene in mente a questo proposito è quello di Giorgio La Pira, che fu Sindaco di Firenze, figura che so a Lei molto cara e che compare sempre, giustamente, nel novero dei grandi Sindaci che sono stati protagonisti della rinascita delle rispettive città dopo la catastrofe del conflitto mondiale. Credo che l’esperienza di La Pira come Sindaco, simboleggi alla perfezione — sia pure a un livello che nessuno di noi può aspirare a raggiungere — quell’insieme di concretezza.

 

Stiamo parlando di un amministratore che, riferendosi a Isaia, durante i Consigli comunali era solito dire “per amore di Sion non tacerò, per amore di Gerusalenmne non mi concederò riposo”. Questo era il suo impegno che gli permise di ricostruire i ponti sull’Arno, di costruire nuovi quartieri a misura d’uomo, di promuovere Firenze come capitale mondiale dei dialoghi per la pace, mentre non lasciava passare giorno senza rivolgere una parola e un ascolto ai suoi interlocutori preferiti: lavoratori ed in particolari i giovani, dei quali diceva “sono come le rondini, annunciano la Primavera”.

 

Per tutto questo, pensando ai legami che Giorgio La Pira aveva con la Terra Santa, abbiamo deciso di confermare quanto fatto nelle precedenti udienze che Vostra Sarltità ci ha concesso il contributo finanziario al Caritas Baby Hospital di Betlemme e alla custodia della Terra Santa. Tra i nostri concittadini c’è una grande voglia di riprendere a vivere, di tornare alla normalità e se possibile di ritrovarsi dopo la grande paura in città migliori di come erano prima.

Riusciremo nel nostro compito se saremo bravi e fattivi anche per preparare il prossimo anno Giubilare del 2025.

 

Noi Sindaci accompagneremo il nostro Paese in questa rinascita, torneremo a vivere pienamente insieme ai nostri concittadini. E la forza per farlo, Santo Padre, l’avremo ricevuta anche dalle Sue preghiere, dalle Sue parole, dalla Sua attenzione, dal Suo incoraggiamento, dalla vicinanza e dall’affetto che abbiamo sempre avvertito e delle quali La ringraziamo una volta di più.

 

Antonio Decaro

L’ultimo congresso con Aldo Moro. Di Capua, intellettuale al servizio del partito, lascia le impronte sulla storia dc.

 

È stato un cultore della politica, sempre amandola e coltivandola, tanto da dedicare tempo e passione, specialmente negli ultimi anni della sua vita, alla sconfinata raccolta di libri e documenti sulla storia della repubblica, dagli esordi fino ai nostri giorni.

Ci ha lasciato in punta di piedi, Giovanni Di Capua, il più “democristiano” degli storici per passione, privo di titoli accademici ma ricco di entusiasmo e dedizione. Scrittore infaticabile, si è trovato più volte all’incrocio di vicende importanti della Dc, esercitando per parte sua un ruolo discreto e tuttavia incisivo di “intellettuale al servizio della politica”.

Il suo Archivio, a Tarquinia, è una magniloquente testimonianza del lavoro di accumulo e selezione di materiali spesso introvabili, che prima o poi le istituzioni dovranno provvedere a valorizzare.

Certamente, avremo modo di rendergli l’onore che merita, ma intanto pensiamo di offrire un minuscolo esempio del suo fecondo approccio alla “lettura” della politica. Ecco allora che ai nostri lettori proponiamo la parte finale di un lungo articolo incentrato sul congresso del 1976, quello che incoronò Zaccagnini, segretario non ancora legittimato dalla grande platea degli iscritti, alla guida della Dc (il testo è tratto da “Appunti-bimestrale di ricerca e documentazione politica”,  n. 25 del gennaio-febbraio 1980).

(L. D.)

 

Giovanni Di Capua

 

Nella sua relazione Zaccagnini confermò, infatti, la disponibilità della Dc a ricostruire l’alleanza con il Psi, purchè su basi nuove rispetto al passato, cioè fuori dalla legge della lottizzazione che l’aveva inquinata e fatta cadere. Ma non fece, in direzione del Pci, alcuna concessione che non rientrasse nella classica delimitazione morotea fra area di governo e area di pungolo responsabile da una posizione di opposizione critica. Sicchè risultò facile a Fanfani replicare che, considerata l’esperienza fatta e l’indisponibilità socialista del momento verso soluzioni politiche organiche ( a palazzo Chigì c’era l’onorevole Moro con un governo monocolore), non si usciva da un dilemma obbligato: o il Psi accettava l’impostazione democristiana dei rapporti politici e programmatici o la via delle elezioni anticipate diventava inevitabile.

 

Moro si tenne, ovviamente, sulla stessa linea di Zaccagnini, per la cui conferma alla segreteria spese ogni migliore energia. Moro continuò a respingere l’idea di una apertura al Pci, ma sostenne che un nuovo corso del centro sinistra, o comunque una nuova alleanza parlamentare e di governo della Dc col Psi, dovesse consentire ai comunisti, senza mutamenti nel loro ruolo nelle istituzioni, di mettere a disposizione del paese la loro grande forza rappresentativa. Condizione per pervenire ad una tale novità politica, che lasciava inalterati i ruoli tradizionali della Dc e del Pci, ma faceva cadere prevenzioni sui contributi positivi che i comunisti potevano fornire alla conservazione degli equilibri democratici del paese, Moro disse che era l’unità dei democratici cristiani. Il lungo applauso tributato a Moro (otto minuti in piedi, mentre Fanfani abbracciava il presidente del consiglio e Zaccagnini a fatica riusciva a stringergli la mano) evidenziava come lo spartiacque fra i gruppi non fosse quello accreditato ed ingigantito dalla stampa; e come, fra le correnti moderate della Dc, le tesi morotee trovassero accoglienza tutt’altro che formale.

 

In realtà il congresso continuò a distinguersi su sfumature, più che su nette contrapposizioni: le differenziazioni riguardavano il modo col quale ricercare, intessere, conservare e sviluppare un nuovo rapporto col Psi, onde evitare di fare i conti, a livello parlamentare e di gestione del potere, col partito comunista. I pochi che avevano una opinione diversa, non riuscirono neppure ad illustrarla in maniera convincente, né diffusa. Il congresso si esaltava a richiamare Zac e la sua immagine di rinnovamento, in polemica con l’area Daf (dorotei, andreottiani e fanfaniani) che organizzava in quella fase le opinioni più moderate del partito; ma non andava al di là di reazioni emotive, restando chiuso, cosciente o no, sulla alternativa che proprio Fanfani (il personaggio contro il quale era implicita la polemica della maggioranza degli invitati, i quali partecipavano con le loro interruzioni al dibattito congressuale) aveva brutalmente indicato: o il Psi accettava le condizioni democristiane o le elezioni anticipate risultavano inevitabili. Come poi fu.

 

Le cronache del tredicesimo congresso sono ricche di spunti polemici verso le persone, poverissime di distinzioni politiche di rilievo. Né poteva essere diversamente, essendosi creato, deliberatamente, artificiosamente o casualmente che fosse, un clima nel quale chi tentava dei distinguo rischiava la contestazione dura e spietata della tribune. In quelle condizioni diventava impossibile una conclusione che non fosse affidata all’immagine, più che alla sostanza, ai condizionamenti rigidi delle correnti, più che alla elaborazione di soluzioni più rappresentative della complessa realtà democristiana. Per questo chi pensava che si potessero smuovere a favore di Forlani (il quale fu sollecitato a presentarsi candidato, dopo aver dichiarato di rinunciare al match) voti cogelati nel campo delle sinistre, aveva sbagliato i propri calcoli, essendo, invece, più probabile, nel segreto delle urne, uno spostamento di voti da destra verso sinistra, date le tradizioni di opportunismo più frequenti nelle correnti di destra che in quelle di sinistra, nella Dc.

 

L’esito del voto sul nome del segretario, com’era prevedibile dati i ricordati condizionamenti, fu a favore di Zaccagnini, il quale ottenne 885.500 suffragi (pari al 51,57 per cento); Forlani raccolse 831.500 voti (il 48,43 per cento): lo scarto minimo di 54 mila voti diceva che Zaccagnini ce i’aveva fatta per appena 27 mila voti. quanti gliene ne avevano portati ex dorotei ed esponenti marchigiani già vicini a Forlani. Nelle votazioni per l’elezione del consiglio nazionale, i rapporti di forza fra il campo delle sinistre e l’area Daf mantennero, grosso modo, le stesse proporzioni. Ai consiglieri dei due gruppi dovevano, però, aggiungersi quelli della mini corrente di Arnaud e Prandini (6 seggi) nata nel vano tentativo di operare una mediazione fra i due grossi raggruppamenti contrapposti e incomunicabili dell’area Zac e dell’area Daf che gli eventi successivi. particolarmente il voto del 20 giugno 1976, avrebbero ridimensionato e rimescolato, dimostrando la fragilità di intese troppo rigide in un partito pluralista. rappresentativo di una complessa realtà nazionale.

Si può controllare il Green Pass? I buoni motivi per rispondere affermativamente. Non bisogna fare confusione.

 

Un ragionamento in punta di diritto. L’autore non parla di “giustizia” (se sia giusto o no fare questo o quello) ma soltanto di normativa. Dichiara, insomma, che in questa sede non fa filosofia.

 

 

Danilo Campanella

 

In questi giorni, in molti mi domandano se sia giusto vaccinarsi, chiedere il Green Pass, farsi leggere la temperatura dagli sconosciuti, oppure rifiutarsi di eseguire tutto questo. Sono spesso semplici lavoratori che, demandati da istituti pubblici o privati e, questi ultimi, demandati da chi sta più in alto, sono preoccupati sulla legittimità o meno di queste dinamiche. Sono anche spaventati, e stanchi, di tutti coloro che, su minaccia di “ritorsioni” (la denuncio, etc.), non si prestano alle procedure previste.

 

Ci tengo a precisare, per il lettore, che nelle righe a seguire non parlerò di “giustizia” (se sia giusto o no fare questo o quello) ma soltanto di normativa. In questa sede, non farò filosofia.

 

Il Green Pass è legge? Si: il Decreto Legge 105/2021 sul green pass è immediatamente efficace e vincolante. Il Green Pass è incostituzionale? No: il Green Pass non è incostituzionale, perché non viola nessuno degli articoli della nostra Costituzione Repubblicana. In genere i “No-Vax” (chiedo scusa per aver utilizzato questo appellativo ma così ci capiamo subito) citano gli articoli 16 e 32. Andiamo con ordine. L’articolo 16 riconosce la libertà di movimento a tutti – questo è vero – fatto salvo che una legge disponga limiti, per motivi di salute. L’articolo 32 invece prevede che una legge possa imporre trattamenti sanitari obbligatori, nell’interesse collettivo. Quindi il Green Pass non è e non può essere incostituzionale.

 

Il Green Pass limita la libertà del singolo? No: è una condizione di accesso ai locali. Si può accedere, sempre, in determinate condizioni. Le condizioni di accesso ai locali o nelle pubbliche strade ci sono sempre stati. Si veda alle limitazioni di accesso nei locali per l’abbigliamento indossato, oppure, l’impossibilità di camminare per le strade di alcuni comuni a torso nudo, etc. Una limitazione, motivata da necessità di salute pubblica, è ancora più motivata. Quindi il Green Pass non limita, di fatto, la libertà del singolo.

 

Il Green Pass “italiano” viola la normativa europea? No: il regolamento UE 953/21 ammette le limitazioni interne, scrivendo: “Gli Stati possono limitare la libera circolazione per motivi di sanità pubblica”. Quindi il Green Pass non viola la normativa europea, che evidentemente aveva già previsto tutto questo.

 

Il Green Pass viola la privacy e tutti i regolamenti sulla privacy? No: il garante, il regolamento dell’Unione Europea sulla privacy, il General Data Protection Regulation (GDPR), non vietano le limitazioni alla privacy, che possono essere disposte dalle autorità per motivi di salute pubblica.

 

Il Green Pass, nel suo controllo sul pubblico, viene demandato anche a soggetti non preposti? No: tutti i soggetti demandati sono preposti. Baristi, vigilantes, camerieri, non trattano i dati delle persone, né li memorizzano. Essi chiedono soltanto la visione del certificato. I titolari di bar e assimilati già devono chiedere il documento di identità, ad esempio, ai minorenni, per controllare che non simulino la maggiore età per acquistare alcolici o sigarette. Sul controllo del documento di identità, ad oggi la posizione prevalente sembra essere quella secondo cui i verificatori non sono obbligati a chiedere il documento di chi mostra il Green Pass, tuttavia, qualora sospettino la manifesta incongruenza con i dati anagrafici contenuti nella certificazione, e il possessore del Green Pass non abbia intenzione di mostrare (come è prevedibile) a loro la carta di identità, come controprova, gli stessi verificatori potranno segnalare il loro dubbio alle forze dell’ordine. Viene da sé quanto quest’ultimo passaggio sia lungo e stressante, ma tant’è.

 

Quindi, chi nell’esercizio delle sue funzioni chiede l’esibizione del Green Pass all’ingresso di un locale o di un luogo pubblico, al chiuso, applica legittimamente una norma che lo prevede come condizione di accesso. Punto.  Il resto sono soltanto opinioni. Legittime, libere, certo, ma pur sempre opinioni. Un’opinione non è una certezza. Cento opinioni non fanno una certezza, proprio quanto cento conigli non fanno un leone. Al massimo, fanno una conigliera.

Centenario della morte di Benedetto XV, il Papa della “inutile strage”. La commemorazione del card. Mamberti.

 

Si è celebrata lo scorso 22 gennaio una messa in S. Salvatore in Lauro, a Roma, per ricordare la figura di Giacomo della Chiesa, eletto al soglio pontificio con il nome di Benedetto XV. L’omelia del card. Domenique Lamberti, qui riprodotta integralmente, permette di conoscere più da vicino il Papa che, con la Nota del 1 agosto del 1917, definì una “inutile strage” il primo conflitto mondiale (1914-1918).

 

 

 

 

Cari Fratelli e Sorelle, in questa Santa Messa vogliamo anche ricordare un anniversario: il centenario della morte di Papa Benedetto XV, il Papa eletto mentre scoppiava la Prima Guerra Mondiale e deceduto il 22 gennaio 1922. Tra Pio X, il Papa della restaurazione della liturgia e della lotta contro il modernismo e Pio XI, il Papa dei Patti Lateranensi e della resistenza spirituale ai totalitarismi, il relativamente breve pontificato di Benedetto XV è oggi poco ricordato, al punto che una biografia dedicata a tale Pontefice è intitolata “Il Papa sconosciuto”.

 

Giacomo Della Chiesa era nato a Genova nel 1854 da nobilissima e religiosissima famiglia; si laureò in giurisprudenza prima di entrare all’Almo Collegio Capranica qui in Roma e fu ordinato sacerdote nel 1870; entrato nel servizio diplomatico della Santa Sede fu segretario dell’allora Nunzio in Spagna Mariano Rampolla del Tindaro, il quale lo chiamò poi a continuare a collaborare con lui quando diventò Segretario di Stato di Leone XIII. Nel 1901 diventò Sostituto della Segretaria di Stato e, nel 1907, Pio X lo nominò Arcivescovo di Bologna e, il 25 maggio 1914, lo creò cardinale. Alla morte di Pio X, mentre già l’Europa precipitava nella guerra, il Cardinale Giacomo Della Chiesa fu eletto Papa e subito elevò la sua voce per invocare la pace. Nella sua prima Enciclica “Ad Beatissimi”, del 1 novembre 1914, puntualizzò che vera causa della “disastrosissima guerra” era la scomparsa dagli ordinamenti statali “delle norme e delle pratiche della saggezza cristiana”, mentre la società era minata da diversi mali, in particolare “la mancanza di amore fra gli uomini”, “il disprezzo dell’autorità”; “i beni materiali fatti unico obbiettivo dell’attività dell’uomo, quasi non ci fossero altri beni, e molto migliori da raggiungere” e gli “odi nazionalistici portati al parossismo”. Vedendo che i suoi appelli a deporre le armi rimanevano inascoltati, lanciò la Santa Sede e tutta la Chiesa in un continuo di iniziative umanitarie, a partire dall’assistenza materiale e spirituale ai prigionieri di guerra, scambi di informazioni e di corrispondenza, negoziati per il rimpatrio dei prigionieri malati, scambi di quelli feriti e malati, assistenza materiale alle popolazioni delle zone di guerra. Quanto più durava il conflitto, tanto più il Papa fu inorridito dalla potenza e dall’efficacia delle nuove armi che i progressi della tecnologia aveva messo in mano alle potenze belligeranti ed è durante il suo pontificato che cominciarono a comparire negli interventi pontifici le richieste di limitazioni degli armamenti e di disarmo, che sarebbero diventate sempre più forti con i suoi successori.

 

Diplomatico di formazione, con l’aiuto del Cardinale Pietro Gasparri, suo Segretario di Stato, Benedetto XV svolse anche una intensa attività diplomatica presso i governi dei Paesi in guerra per favorire una soluzione al conflitto, culminata con la famosa Nota di Pace del 1 agosto 1917, in cui esordiva ricordando che  “Fino dagli inizi del Nostro Pontificato, fra gli orrori della terribile bufera che si era abbattuta sull’ Europa, tre cose sopra le altre Noi ci proponemmo: una perfetta imparzialità verso tutti i belligeranti, quale si conviene a chi è Padre comune e tutti ama con pari affetto i suoi figli; uno sforzo continuo di fare a tutti il maggior bene che da Noi si potesse, e ciò senza accettazione di persone, senza distinzione di nazionalità o di religione, come Ci detta e la legge universale della carità e il supremo ufficio spirituale a Noi affidato da Cristo; infine la cura assidua, richiesta del pari dalla Nostra missione pacificatrice, di nulla omettere, per quanto era in poter Nostro, che giovasse ad affrettare la fine di questa calamità, inducendo i popoli e i loro Capi a più miti consigli, alle serene deliberazioni della pace, di una « pace giusta e duratura ».  Invitava poi i governi ad accordarsi circa alcuni principi per far tornare la pace e concludeva con lo speranzoso auspicio che le sue proposte fossero “accettate e di giungere così quanto prima alla cessazione di questa lotta tremenda, la quale, ogni giorno più, apparisce inutile strage”. In un altro documento, aveva chiamato quella guerra “suicidio dell’Europa civile”. (lettera al Card. Vicario Pompili, 04/03/16),

 

Purtroppo, il tentativo non ebbe il successo sperato. Solo l’Imperatore Carlo d’Austria, futuro beato, era desideroso di assecondare il proposito del Papa. Anzi, l’intervento di Benedetto XV fu incompreso e calunniato da chi aspettava che si schierasse con uno dei campi. E la guerra si concluse con il Trattato di Versailles, di cui l’Osservatore Romano scrisse con attristita lucidità “non era questa la pace che i popoli si aspettavano, che era stata loro promessa per trascinarli al macello” e, infatti, meno di vent’anni dopo il mondo ripiombò nella guerra.

 

L’azione diplomatica di Benedetto XV non si limitò agli anni della prima guerra mondiale. È sotto il suo Pontificato che il numero dei Paesi con i quali la Santa Sede manteneva relazioni diplomatiche riprese a crescere: alla sua morte erano rappresentate 27 nazioni presso la Santa Sede, tra cui la Francia, che aveva accreditato un Ambasciatore nel 1921, dopo la rottura del governo anticlericale di Emile Combes nel 1904. Ci fu anche qualche trattativa con le Autorità italiane, ma bisognerà aspettare 1929 perché la Questione Romana fosse risolta. Si diede inizio anche ad un periodo di intensa attività concordataria, proseguita poi con Pio XI.

 

Ci sarebbe anche molto da dire circa il pontificato di Benedetto XV, in particolare sotto il profilo ecclesiale: la promulgazione del Codice di Diritto canonico nel 1917, la cura assidua per le Chiese orientali e per le Missioni, la fondazione di Seminari ed Atenei, come l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Nello stesso modo che operò per la pace nel mondo, fece nella Chiesa. Pur attento al rischio persistente del modernismo, fu altresì attento ad evitare ingiustizie. Nella sua Enciclica programmatica “Ad Beatissimi” scrisse “poiché in ogni umana società, qualunque sia stato il motivo della sua formazione, primo coefficiente di ogni operosità collettiva sono l’unione e la concordia degli animi, Noi dovremo rivolgere un’attenzione specialissima a sopire i dissensi e le discordie tra i cattolici, quali esse siano, e ad impedire che ne sorgano altre in avvenire, talché tra i cattolici uno sia il pensare ed uno l’operare”.

 

Benedetto XV morì il 22 gennaio 1922, dopo qualche giorno di malattia. Il rimpianto fu universale. Il suo successore, Pio XI, nella sua prima allocuzione concistoriale dichiarò che il suo predecessore “governò in tal modo la Chiesa da riscuotere non solo il plauso dei cattolici, ma ancora l’ammirazione degli avversari. Mentre gli uomini si accanivano tra loro nell’odio, non mai cessando d’inculcare la pace, empì il mondo dei benefici della sua carità”.

 

La Messa di questa sera è stata voluta dal Comitato Papa Pio XII, per il forte legame tra Benedetto XV e Monsignor Eugenio Pacelli. Fino al 1917, Mons. Pacelli fu Collaboratore diretto del Papa nella Congregazione per gli Affari Ecclesiastici Straordinari e partecipò ai primi tentativi del Papa per la cessazione delle ostilità e per scongiurare l’entrata dell’Italia nella guerra. Consacrato Vescovo personalmente da Benedetto XV, il futuro Pio XII, diventato Nunzio in Baviera, fu attore diretto delle iniziative di pace della Santa Sede, incontrandosi con le massime autorità tedesche, a cominciare dall’Imperatore Guglielmo II, nonché con l’Imperatore Carlo d’Austria, l’unico disposto al negoziato con gli avversari. Rimasto a Monaco di Baviera dopo la fine dell’Impero, Benedetto XV lo nominò nel 1920 Rappresentante Pontificio presso la Repubblica di Weimar e in tale veste egli portò a compimento due importanti accordi, tuttora vigenti: il concordato con la Baviera del 1924 e quello con la Prussia, nel 1929, poco tempo prima di essere elevato alla Porpora Romana e diventare Segretario di Stato di Pio XI.

 

Questa sera ricordiamo con gratitudine questi due grandi Papi, che ambedue confrontati ad una guerra portatrice di immani dolori e distruzioni, spesero tutte le loro forze per alleviare le sofferenze, favorire giuste soluzioni e riportare la pace, e, purtroppo, furono ambedue pure incompresi e calunniati da quanti non capivano le angosce e i tormenti del Padre comune, che vede i figli distruggersi a vicenda, lasciando inascoltati i suoi appelli alla concordia.

Aumenta del 67% il tempo che i giovani trascorrono davanti ai device tecnologici. I dati del Movimento Italiano Genitori.

 

L’87% dei genitori ha riscontrato effetti negativi sui loro ragazzi. Presentata l’indagine su ‘’Cyber-risk e pandemia’’ e il progetto “Giovani Ambasciatori per la cittadinanza digitale contro bullismo e cyber risk”.

 

Redazione

 

In occasione del Safer Internet Day 2022, Antonio Affinita, direttore generale del MOIGE (Movimento Italiano Genitori), ha dato il via oggi (4 febbraio per chi legge, ndr) , in collegamento con oltre 50 istituti scolastici, alla VI edizione del progettoGiovani Ambasciatori per la cittadinanza digitale contro bullismo e cyber risk”, promosso in collaborazione con Polizia di Stato,  e con ‘’Un nodo blu’’ del MIUR, Anci (Associazione Nazionale Comuni Italiani) e  realizzato grazie al contributo di Enel Italia, Vodafone Italia, Trend Micro Italia e Nexi. Sono stati presentati, inoltre, i dati dell’indagine realizzata dall’Istituto Piepoli sul tema: ‘’Cyber-risk e pandemia’’.

 

Il primo dato rilevante emerso dalla ricerca, effettuata sui genitori sugli argomenti dell’utilizzo del digitale da parte dei minori durante il periodo dell’emergenza Covid, e illustrata dal vicepresidente dell’Istituto, Livio Gigliuto, è che, da quando è scoppiata l’emergenza pandemica (escluso l’impegno per la DAD) il tempo trascorso davanti ai device tecnologici è aumentato del 67% (+ 48% nel nord ovest; + 71% nel nord est; + 71% al centro; + 74% al sud; + 76% nelle isole). Altro dato significativo emerso è quello delle conseguenze dovute all’aumento del ricorso al digitale sui rapporti sociali tra i bambini e gli adolescenti, l’87% dei genitori ha riscontrato effetti negativi sui loro ragazzi, il 52% ha segnalato la perdita del contatto fisico con gli altri. A livello territoriale i giovani delle isole hanno maggiormente risentito dell’aumento di utilizzo di device, addirittura il 94% degli intervistati ne ha riscontrato gli effetti negativi. Il 77%, però, riconosce che l’uso dei device ha compensato la mancanza di relazioni aiutando i figli ad affrontare la chiusura forzata e mantenere così delle relazioni sociali. In controtendenza un dato positivo il 40% dei genitori ha evidenziato che ha trascorso tanto tempo insieme ai figli, dialogando molto.

 

Il progetto: la campagna sul cyberbullismo ed altri pericoli del web ha coinvolto finora 587.500 genitori, 325.000 studenti e 11.500 docenti sulle tematiche del bullismo e della sicurezza web. Inoltre, è stata creata una rete nazionale di oltre 1.200 scuole e 5.500Giovani ambasciatori”, ragazzi scelti dai docenti per le loro particolari attitudini e sensibilità e formati per “formare” i loro coetanei.

 

L’iniziativa, quest’anno, coinvolgerà ulteriori 250 scuole primarie e secondarie di I e II grado in circa 200 comuni di tutta Italia, 62.500 studenti, 1.250 Giovani Ambasciatori, 1.250 docenti formati tramite piattaforma online e incontri a scuola e 125.000 genitori degli studenti informati attraverso il materiale didattico dedicato, con l’obiettivo di diffondere una cultura digitale soffermandosi sull’importanza di un corretto utilizzo dei social, della rete oltre che sui rischi connessi a un uso improprio delle nuove tecnologie e promuovere tra i minori una maggiore consapevolezza dei cyber risk. Inoltre si vuole supportare i ragazzi nell’acquisizione di competenze per una gestione costruttiva dei conflitti interpersonali, fornire alle famiglie una formazione digitale consapevole per fronteggiare i pericoli della rete con più consapevolezza e responsabilità, contrastare il fenomeno delle fake news divulgando gli strumenti per l’individuazione delle corrette fonti informative e informare l’opinione pubblica per contrastare la trasmissione, anche involontaria, di comportamenti devianti ai minori.

 

I 250 plessi scolastici riceveranno kit didattici e formazione su spazio web con contenuti redatti dalla task di psicologi e pedagogisti esperti del Moige. Attivo anche un numero whatsapp 393 300 90 90 ed un numero verde 800 93 70 70. Gli studenti saranno protagonisti in prima linea per promuovere l’uso corretto del web. Il docente referente del progetto sceglierà 5 o più allievi che, dopo essersi formati sulla piattaforma diventeranno “Giovani Ambasciatori” per trasmettere le loro conoscenze ai loro coetanei attraverso la peer to peer education. Inoltre, la Task Force di esperti del Centro mobile di prevenzione del Moige, se consentito dalla normativa anti Covid 19, raggiungerà in piena sicurezza alcune delle scuole per realizzare, la mattina, incontri in con gli studenti in classe, coadiuvati dal docente referente del progetto, per creare momenti analisi e riflessione sull’uso corretto dei device e dei social network. Il pomeriggio, invece, incontri di formazione con i genitori e i docenti. Ad integrare l’offerta, a disposizione delle scuole anche il Centro mobile digitale, una piattaforma con contenuti realizzati dagli esperti del settore che possono essere attivi e raggiungibili in qualsiasi momento.

 

Sono intervenuti alla presentazione del progetto, Elena Centemero, consigliera staff sottosegretario Rossano Sasso, Francesco Profumo, ex ministro istruzione e presidente ACRI, Carla Garlatti, autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, Ginevra Cerrina Feroni, vice presidente garante privacy, Enzo Bianco, presidente del consiglio nazionale Anci, Barbara Strappato, direttore della prima divisione del servizio Polizia Postale e delle comunicazioni, Sandra Cioffi, presidente cnu presso AGCOM, Luca Bernardo, direttore centro coordinamento nazionale cyberbullismo, Gianluca Pasquali, direttore business unit consumer Vodafone Italia, Fabrizio Iaccarino, responsabile sostenibilità e affari istituzionali Enel Italia, Lorenzo Malagola, head institutional affairs Nexi, Gastone Nencini, country manager Italy – Trend Micro, Giovanna Paladino, direttore e curatore del Museo del Risparmio, Sarah Varetto, direttore sostenibilità e comunicazione Sky.

 

Coordinati da Elisabetta Scala, vice presidente Moige, hanno portato un saluto ai ragazzi i testimonial del progetto: Milly Carlucci, Guillermo Mariotto, Beppe Fiorello, Eleonora Daniele, Alessio Strazzullo e Riccardo Betteghella (Casa Surace), Davide Nonino e Edoardo Mecca.

 

Rivedi l’evento Moige: https://youtu.be/q-9d95sWatY

Scarica l’indagine: https://www.moige.it/wp-content/uploads/Indagine-cyber-Risk-e-pandemia

Materiale fotografico:https://drive.google.com/drive

 

 

>Ufficio Stampa: Donatella Gimigliano     d.gimigliano@bixpromotion.it    328 7310171
>Info Evento: Laura Bugliesi l.bugliesi@moige.it          344 172 7980

Berlusconi esalta l’elezione di Mattarella. Vuol dire che un ciclo si è chiuso e un altro va messo in cantiere.

C’è qualcosa di più dell’omaggio rituale nel breve testo del leader di Forza Italia. Colpisce la sottolineatura della piena condivisione delle parole del Presidente della Repubblica: in esse, dice Berlusconi, “ci riconosciamo completamente”.

 

Cristian Coriolano

Berlusconi si muove lungo tracciati che mantengono quel valore utilitaristico per il quale il centrodestra ha patito nel suo farsi proposta di governo una connotazione negativa dal punto di vista della pubblica opinione più esigente e matura. Non si tratta, allora, di edulcorare una dichiarazione o di elevarla al grado di limpida e robusta evoluzione di una posizione politica ampiamente consolidata.

È però vero che nel sintetico comunicato dell’anziano leader di Forza Italia si coglie una precisa aderenza alla difesa di un disegno, quella della stabilità politica del Paese, da cui discende o dovrebbe discendere un obbligo di coerenza, almeno nel medio periodo, quale premessa di più vera e profonda fiducia nello sforzo di coesione che promana dall’esperienza in corso del governo Draghi.

Riconoscere l’esigenza di tenere unita l’Italia, senza con ciò prefigurare unanimismi certamente inopportuni a lungo andare, è un pensiero che segna lo stacco dalla linea di sfruttamento purchessia della logica di polarizzazione, utile ad aggregare tutto ciò che si distingue dalla sinistra genericamente intesa. Alcune conseguenze, espressione di questo cambio di registro, potranno emergere presto, come pure dissolversi nel recupero di schemi antichi. D’altra parte, nel berlusconismo c’è sempre un elemento di ubiquità che funge da catalizzatore di un desiderio plebeo di accaparramento del potere.

In ogni caso, il plauso a Mattarella uno spiraglio lo apre: se Forza Italia fa sul serio, inserendosi nel sistema operativo di comunicazione tra Quirinale e Palazzo Chigi, deve per forza contemplare il riordino della sua proposta. Che succede da qui al 2023? Se la solidarietà di governo si consolida, secondo gli auspici del Presidente della Repubblica, è ben strano che alle prossime elezioni ognuno si presenti in ordine sparso, senza farsi carico perciò del lavoro svolto con apprezzabile concordia d’intenti nell’ultima parte della legislatura. Il Paese non capirebbe e soprattutto non apprezzerebbe.

Intanto qualcosa si muove.

Il post di Berlusconi su Facebook

Il Capo dello Stato ha pronunciato un discorso ineccepibile, che ci rafforza nella convinzione di aver ben agito chiedendo per primi la riconferma del Presidente Mattarella.

Lo abbiamo fatto proprio nello spirito da lui richiamato di superare al più presto con un impegno comune una difficile fase politica e continuare a lavorare per uscire dall’emergenza sanitaria e dalle difficoltà economiche.

La generosa disponibilità di Sergio Mattarella ad accogliere la nostra richiesta di accettare un secondo mandato garantisce la necessaria stabilità all’Italia, in Europa e nell’Occidente, in un momento difficile nello scenario internazionale e per il futuro stesso della nostra democrazia.

Quello scenario che oggi il Presidente ha richiamato con parole responsabili e consapevoli, indicando priorità importanti nella riforma della giustizia, nella valorizzazione della cultura, nella lotta alla povertà, nella tutela della dignità della persona, in particolare dei più deboli: parole importanti nelle quali ci riconosciamo completamente.

L’Italia sale nella classifica di Transparency. L’indice di percezione della corruzione registra un aumento di credibilità.

La burocrazia estesa e impenetrabile e l’evasione fiscale sono due agenti che incidono negativamente sulla proliferazione dei fenomeni corruttivi.

Transparency international ha pubblicato lo scorso 25 gennaio l’annuale Rapporto sugli “indici della corruzione  percepita” (CPI) nel settore pubblico e nella politica: i dati segnano una confortante risalita in classifica dell’Italia che nel 2021 guadagna 10 posizioni e 3 punti rispetto al 2020, graduando i Paesi secondo un metodo di rilevazione articolato dall’agenzia su 13 ambiti tematici, in un range che va da 0 a 100 punti.

Naturalmente siamo ancora lontani dai livelli dei Paesi  più virtuosi, Danimarca, Nuova Zelanda e Norvegia con 88 punti, ma il 42° posto dell’Italia con 56 punti  (+ 14 dal 2012 ad oggi) rappresenta il risultato di un lento e progressivo miglioramento, considerato che 2/3 dei 180 Paesi valutati  – esattamente 123 sul totale – è afflitto da significativi problemi in tema di corruzione, restando al di sotto della soglia dei 50 punti: essi infatti “evidenziano un forte rischio di arretramento nella tutela dei diritti umani, nella libertà di espressione e di una crisi della democrazia”, come si evince dal comunicato dell’Ufficio Stampa di Transparency Italia a firma di Susanna Ferro.

Fanalino di coda della graduatoria, come lo scorso anno, sono ancora Siria, Somalia e Sud Sudan, con un punteggio, rispettivamente, di 13 punti per i primi due e di 11 per la terza.

Significativo rilevare che ci troviamo ancora al di sotto della media continentale europea (64 punti), dietro la Germania (80 punti, il Regno Unito ( 78), la Francia 71 e ancora lontani dagli USA (67 punti) ma in progress tra i Paesi occidentali. “La credibilità internazionale dell’Italia si è rafforzata in quest’ultimo anno anche per effetto degli sforzi di numerosi stakeholder del settore privato e della società civile nel promuovere i valori della trasparenza, dell’anticorruzione e dell’integrità”, ha commenta la presidente di Transparency International Italia, Iole Anna Savini, in sede di presentazione dei dati.

Naturalmente clima di attesa, cauta fiducia e trend in ascesa vanno commisurati al perdurare della crisi pandemica ancora in atto, quale possibile fonte di ritardi, resistenza burocratiche e rallentamenti oltre alla fase di dispiego del Pnrr avendo cura che gli impegni assunti in tema di digitalizzazione, riconversione e transizione ecologica, sistema sanitario e sistema di istruzione, rilancio della rete infrastrutturale siano realizzati e monitorati a livello istituzionale e sociale non offrano occasioni per sottesi fenomeni corruttivi.

Il Rapporto evidenzia inoltre per il nostro Paese la necessità di rimanere agganciato al recepimento della Direttiva europea (n.°1937del 2019) in materia di “whistleblowing”: anglicismi a parte, con questa misura si intende che le aziende (con più di 250 dipendenti entro il 2019 e quelle con più di 50 dipendenti entro il 2023) devono dotarsi di un sistema di “segnalazione interno” di fenomeni illegali, prevedendo al contempo misure di protezione per i “segnalanti”.

Una normativa U.E. che fa e farà discutere, considerandola nel quadro dei delicati meccanismi di controllo interno e sociale, poiché ci muoviamo tra senso civico e dovere di denunciare gli illeciti, possibili fenomeni di delazione, sentimenti diffusi di rancore e invidia sociale  e dovere di protezione di possibili azioni ritorsive nei cfr. dei segnalanti, incidenza dei fattori soggettivi rispetto alle segnalazioni oggettivate.

Il Rapporto di Transparency è un importante appuntamento annuale per verificare la mobilità in ascesa o in discesa degli Stati rispetto ai fenomeni corruttivi prevalentemente in ambito politico e nella P.A.

Accanto a macrofenomeni rilevabili attraverso gli indici e i parametri messi a punto da Transparency occorre considerare tuttavia la diffusività spesso sfuggente e non sempre statisticamente intercettabile dei microfenomeni presenti nel più ampio “corpaccione sociale” (per usare un temine coniato dal Censis).

Riflettendo su questa considerazione si evince la difficoltà di penetrare nel mondo delle consuetudini consolidate, ove le stesse non operino apertamente “contra legem”; inoltre la miniaturizzazione dei comportamenti potenzialmente illeciti, la loro parcellizzazione pervasiva; insomma, il controllo non riguarda solo i vertici degli apparati, la legiferazione confusiva e foriera di contenziosi applicativi, la gestione della ‘res publica’ in capo alla politica, poiché un sistema ad alto indice corruttivo ha una estesa ramificazione sociale. Certamente la burocrazia estesa e impenetrabile e l’evasione fiscale sono due agenti che incidono negativamente sulla proliferazione dei fenomeni corruttivi. Per contro responsabilità e competenza, uniti a senso civico, rispetto degli altri e appello alla coscienza interiore di ciascuno sono formidabili strumenti per generare comportamenti virtuosi ad ogni livello e target sociale di potenziale riferimento.

Vescovi e Sindaci del Mediterraneo: a Roma, il 10 febbraio, la conferenza stampa di presentazione dell’incontro.

 

Il Sindaco Nardella ha ben sintetizzato le ragioni e gli obiettivi dell’evento: “A più di mezzo secolo dai dialoghi del Mediterraneo promossi da Giorgio La Pira a Palazzo Vecchio, si scriverà un nuovo capitolo inedito per aprire una nuova era nel mare dove sono nate le civiltà più antiche e le tre comunità religiose abramitiche”.

 

Agensir

 

Si terrà dal 23 al 27 febbraio, a Firenze, l’Incontro dei Vescovi e Sindaci del Mediterraneo, che si concluderà con la visita di Papa Francesco. L’evento sarà illustrato in conferenza stampa a Roma giovedì 10 febbraio, alle ore 11, nella Sala Giubileo della Lumsa (via di Porta Castello, 44). Moderati da Vincenzo Corrado, direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali, interverranno: il card. Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e presidente della Cei; il card. Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze; mons. Antonino Raspanti, vescovo di Acireale e vicepresidente della Cei, e il sindaco di Firenze, Dario Nardella.

 

“Nel solco dei Colloqui mediterranei organizzati da Giorgio La Pira, ci ritroveremo insieme per ascoltarci e riflettere sulle sfide che i Paesi che si affacciano sul Mare Nostrum sono chiamati ad affrontare”, afferma il card. Bassetti: “Riprendendo il dialogo avviato nella precedente edizione di Bari, ci soffermeremo in particolare sul tema della cittadinanza, centrale per avviare processi di pace, integrazione e solidarietà. Ripartiamo da Firenze con il desiderio di aiutare il Mediterraneo a tornare ad essere quello che fu, cioè luogo di unità e non di conflitto, di sviluppo e non di morte”.

 

“I sindaci delle più importanti città del Mediterraneo si incontreranno per tre giorni a Firenze in un impegno collettivo a favore della pace, dell’ambiente, della cooperazione allo sviluppo, dell’inclusione sociale”, dichiara il sindaco Nardella: “Questo incontro culminerà nel dialogo con i vescovi e con il Papa. A più di mezzo secolo dai dialoghi del Mediterraneo promossi da Giorgio La Pira a Palazzo Vecchio, si scriverà un nuovo capitolo inedito per aprire una nuova era nel mare dove sono nate le civiltà più antiche e le tre comunità religiose abramitiche”.

Dottrina sociale e Costituzione: i pilastri del confronto nell’area dei democratici cristiani, per animare il centro.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo commento del Vice Segretario della formazione democristiana guidata da Renato Grassi.

 

Ettore Bonalberti

Si è svolto oggi (ieri per chi legge, ndr) l’ufficio politico della Dc al quale ho partecipato da remoto. Ottima la relazione introduttiva del segretario politico, Renato Grassi, il quale, confermata la collocazione del partito al centro, in alternativa alla destra e alla sinistra, ha sottolineato il permanere delle difficoltà nei confronti dell’UDc, dopo le tristi esperienze vissute dalle ultime elezioni europee  sino alle recenti elezioni regionali calabresi.

Grassi ha espresso interesse per quanto sta avvenendo al centro della politica italiana dopo le elezioni presidenziali per il Quirinale, dopo le quali, salutato con affettuosa amicizia la rielezione del presidente Mattarella, si sta verificando un processo di scomposizione e ricomposizione delle forze politiche interessante per la Dc. Sui problemi organizzativi interni del partito, permanendo la pandemia, è probabile che la data del nostro prossimo XX congresso nazionale possa/debba slittare. Decisione che sarà assunta dagli organi statutari, ma che, probabilmente, si terrà a primavera.

“Primum vivere”, ho iniziato così il mio intervento al dibattito apertosi dopo la relazione di Grassi, riconoscendo la necessità di confermare/rinnovare una struttura dirigenziale del partito, premessa indispensabile per un riconoscimento che nasca dalla realtà rappresentata dagli iscritti nei diversi contesti territoriali italiani. Ho espresso un vivo plauso, a quanto gli amici siciliani hanno compiuto e stanno svolgendo sotto la guida di Totò Cuffaro, Grassi e Alessi in Sicilia, insieme al riconoscimento delle difficoltà in regioni, come il Veneto, dove il richiamo della Dc non ha sin qui sollecitato le stesse adesioni del 2018. Ho, tuttavia, rilevato come il nostro ruolo, da soli e in assenza di presenze parlamentari, si riduca a quello di spettatori tra i quali, non a caso, mi sono assegnato il connotato di “osservatore non partecipante”. Concorreremo, dunque, alla celebrazione del nostro XX Congresso nazionale, favorendo la nascita di una rinnovata classe dirigente, nella convinzione, tuttavia, che da soli non si va da nessuna parte.

Preso atto che, se permanesse una legge elettorale di tipo maggioritario (rosatellum o consimile) il nostro potenziale residuo elettorato si tripartirebbe tra coloro che voterebbero col blocco di destra, altri con quello di sinistra e, i rimanenti, forse i più numerosi, si asterrebbero, cogliamo favorevolmente quanto sta maturando dal PD alla stessa Lega a sostegno di una legge di tipo proporzionale. Una legge, meglio se di tipo alla tedesca, con sbarramento e sfiducia costruttiva e con la re-introduzione delle preferenze, per ricostruire una rappresentanza elettorale di eletti e non di nominati, disponibili, come nelle ultime legislature, al più deteriore trasformismo e alla indecente transumanza parlamentare (oltre 200 cambi di casacca nell’ultima legislatura).

Ribadito che “ d soli non si va da nessuna parte”, ho proposto che il segretario della Dc, mentre prepariamo le scadenze e procedure organizzative precongressuali, inviti presso l’Istituto Luigi Sturzo tutte le diverse realtà partitiche, associative dei movimenti e gruppi dell’area cattolico democratica e cristiano sociale, con l’obiettivo di concordare tempi e modi per il superamento della travagliata e suicida stagione della diaspora democratico cristiana (1993-2022).

In polemica con la lettura riduttiva dell’amico Follini sul ruolo della Dc che, oggi, a suo parere, sarebbe inattuale nel nuovo contesto storico politico, ho evidenziato che, come la Dc nacque in continuità con l’esperienza del Partito Popolare di Sturzo, il quale aveva tentato di tradurre nella città dell’uomo gli orientamenti pastorali della Rerum Novarum al tempo della prima rivoluzione industriale e, De Gasperi, con le Idee ricostruttive della Dc (Luglio 1943) e quanto espresso nel codice di Camaldoli (Luglio 1943), si fece interprete politicamente degli orientamenti della Quadragesimo Anno (1931)  nella fase difficilissima del dopoguerra, così compete oggi ai cattolici democratici e cristiano sociali il dovere di tradurre nelle istituzioni democratiche le indicazioni delle ultime encicliche sociali della Chiesa cattolica (Centesimus Annus, Caritas in veritate, Laudato SI, Fratelli tutti e il Messaggio di Papa Francesco per la LV giornata mondiale della pace); indicazioni che rappresentano quanto di più avanzato sia stato elaborato sulle conseguenze economiche, sociali e politiche della globalizzazione. Un’epoca nella quale, superate le regole del NOMA (Non Overlapping Magisteria), la finanza determina i fini e subordina ai propri interessi, nelle mani di pochi proprietari degli hedge funds internazionali, quelli dell’economia reale e della stessa politica ridotta a un ruolo servente.

Interesse è stato rappresentato da Grassi nella sua relazione per i fermenti che si  muovono al centro, rispetto ai quali, però, abbiamo tutti condiviso, serve rafforzare la componente della nostra area politico culturale, proponendo un programma all’altezza dei bisogni emergenti dai territori con particolare riferimento a quelli del terzo stato produttivo e delle classi popolari, che, scontato un forte deficit di rappresentanza politica, contribuiscono in larga misura all’astensionismo elettorale. Se la Dc seppe compiere un autentico miracolo nella storia italiana, saldando gli interessi dei ceti medi con quelli delle classi popolari, così la nuova Dc con la più ampia area democratica e popolare dovrà concorrere a rappresentare gli interessi del terzo stato produttivo e di quelli che Giorgio La Pira connotò come “le attese della povera gente”.

Dottrina sociale della Chiesa, nel suo aggiornamento in questa età della globalizzazione e strenua difesa della Costituzione dei padri fondatori, da attuare integralmente, a partire dall’applicazione in tutti i partiti dell’art.49, sono questi i capisaldi attorno ai quali sviluppare il confronto con tutti gli amici della nostra vasta e articolata area politica e con coloro che sono espressione di altre culture come quelle liberal democratica e riformista, con le quali dar vita al nuovo centro della politica italiana.

Ettore Bonalberti, V. Segretario nazionale Dc.

È cambiata una fase. Occorre attrezzarsi.

 

È di tutta evidenza che di fronte a questo scenario la scomposizione e la ricomposizione del quadro politico è quasi scontato. Ed è proprio allinterno di questo quadro che non si può rinunciare alliniziativa politica.

 

Giorgio Merlo

 

La fase politica che si è aperta dopo la rielezione di Sergio Mattarella a Presidente della Repubblica – unica notizia positiva dopo la sceneggiata inguardabile andata in onda a Montecitorio e nei palazzi del potere romani – è destinata a cambiare profondamente la geografia politica italiana. I due schieramenti principali – quello di sinistra e quello di destra – sono, di fatto, saltati. L’uno, quello di sinistra, perchè l’alleanza che doveva essere “storica” e “strategica”, secondo il guru del Pd romano Bettini, con i populisti dei 5 stelle è sempre più enigmatico e misterioso e l’altro, quello di destra e per bocca dei suoi stessi protagonisti, si è esaurito a livello parlamentare ed è sempre più incerto e precario a livello politico.

 

Ora, è di tutta evidenza che di fronte a questo scenario la scomposizione e la ricomposizione del quadro politico è quasi scontato. Ed è proprio all’interno di questo quadro che non si può rinunciare all’iniziativa politica. Soprattutto da parte di coloro che non individuano nel populismo grillino, nel sovranismo di alcuni settori della destra e nel massimalismo della sinistra la risposta politica più adeguata ai problemi della società contemporanea. Si tratta, cioè, di quel “centro” politico che molti invocano e richiedono e che pochi, sino ad oggi, hanno avuto la capacità e il coraggio di inverarlo nella dialettica politica in questi ultimi anni dominati dal dio maggioritario e dal verbo del bipolarismo. Ma, com’è evidente a tutti, le mode finiscono in fretta e con il populismo che è arrivato, fortunatamente, al suo capolinea è chiaro che gli equilibri politici mutano. E con il tramonto del grillismo anche nel campo della destra e della sinistra le coordinate del passato si sono sbriciolate come neve al sole e la conferma, paradossalmente, è arrivata in diretta televisiva durante il lungo romanzo Quirinale descritto persin nei minimi particolari e a reti unificate.

 

Certo, come abbiamo già avuto modo di dire, si tratta di un “centro” nè statico, nè identitario e nè nostalgico. Quelle tre categorie appartengono al passato e non possono essere riproposte pena il fallimento politico ed elettorale in cui sono incappati tutti i tentativi praticati sino ad oggi. Ma, al contrario, un “centro” che sia espressione di una cultura politica, di un pensiero riformista, di una cultura di governo, portatore di una classe dirigente di qualità e, in ultimo, di un elemento di stabilità, di buon senso e di responsabilità nel frammentato e caotico contesto politico italiano.

 

Ma, com’è altrettanto ovvio, non può essere il “lodo” Bettini a determinare il comportamento del futuro “partito di centro” che dovrà declinare una altrettanto credibile “politica di centro” nel nostro paese. Un lodo, cioè, come ci ha spiegato di nuovo in questi giorni e per l’ennesima volta, che prevede un “centro” come un semplice satellite rispetto all’azionista di maggioranza. Che, dal suo punto di vista, è ovviamente la sinistra e il Pd. Ma, al di là di questa scontata considerazione, quel che continua a persistere è quel vecchio vizio della “egemonia” di origine gramsciana accompagnato da quella sempre più insopportabile concezione della “superiorità morale” che continua a distribuire pagelle e sentenze sulla maturità di questa o di quella forza politica e dei rispettivi leader. Addirittura fissando già l’asticella numerica che dovrebbe avere il soggetto politico di centro. Al massimo il “10%”.

 

Comunque sia, e al di là delle previsioni dei vari “guru”, quello che adesso però è importante è attivare una iniziativa politica – che peraltro è già partita – che sia in grado di unificare tutti gli spezzoni di un centro riformista e plurale, inclusivo e di governo e che, soprattutto, sia in grado di ridare slancio e vitalità alla politica facendola uscire dalle secche della ingessatura e dell’immobilismo imposti da un sistema elettorale ormai desueto e superato dagli eventi.

Mondo vecchio e mondo nuovo. «Andreotti e Gorbačëv. Lettere e documenti 1985-1991» (Osservatore Romano).

 

Riproponiamo sulle nostre pagine, in accordo con la direzione del giornale, la recensione del libro sul carteggio tra il più longevo uomo di governo della Dc e il leader dell’Unione Sovietica, apparsa nella edizione del 2 febbraio 2022.

 

Giovanni Cerro

 

Alla morte di Leonid Brežnev, avvenuta nel novembre 1982 dopo un lungo e penoso declino fisico e psichico, la lotta per la successione alla guida dell’Unione sovietica sembrò quanto mai incerta e turbolenta. Prima venne nominato Jurij Andropov, che aveva diretto per più di un decennio il Kgb sotto lo stesso Brežnev; quindi, fu la volta di Konstantin Černenko, tipico esponente della vecchia e malconcia nomenklatura sovietica. Entrambi, però, a causa del loro pessimo stato di salute, rimasero in carica per brevissimo tempo. Nel marzo 1985 si presentò allora l’occasione della vita per il più giovane (aveva appena compiuto cinquantaquattro anni!) membro del Politbjuro del Comitato centrale del Pcus, Michail Gorbačëv, che ai tempi della rivoluzione d’ottobre non era nemmeno nato.

 

Che con l’avvento al potere di Gorbačëv qualcosa in Unione Sovietica stesse per cambiare dovette apparire ancora più chiaro agli analisti e agli osservatori nel giugno 1985, quando Andrej Gromyko lasciò il ministero degli affari esteri, che reggeva dal 1957, a Eduard Ševardnadze, per assumere la carica di presidente del Presidium del Soviet supremo. Si trattava per Gromyko — che peraltro aveva caldeggiato l’elezione di Gorbačëv in seno al Pcus — di una posizione senza dubbio prestigiosa, ma decisamente meno influente rispetto a quello che gli aveva permesso di tessere, in anni cruciali, le relazioni internazionali dell’Urss. Un classico esempio di promoveatur ut amoveatur. Al suo posto, Gorbačëv scelse un uomo che si sarebbe adoperato in modo zelante nell’incoraggiare una politica estera di distensione verso gli Stati Uniti (già nel novembre 1985 Gorbačëv e Ronald Reagan si incontrarono a Ginevra per discutere della riduzione degli armamenti nucleari e nei primi mesi del 1986 l’Unione sovietica iniziò il ritiro delle proprie truppe dall’Afghanistan) e nel sostenere riforme interne improntate al tentativo di modernizzare il paese sul piano politico, economico, produttivo e tecnologico e di snellire l’elefantiaco apparato burocratico sovietico. Le parole chiave del movimento riformatore divennero ben presto glasnost’ e perestrojka.

 

A gettare nuova luce sull’ultimo tratto della guerra fredda, e in particolare sui rapporti tra Italia e Unione Sovietica nel periodo compreso tra l’ascesa di Gorbačëv e le sue dimissioni nel dicembre 1991, giunge ora un importante volume, che raccoglie più di ottanta documenti tra lettere, telegrammi e resoconti di incontri e colloqui provenienti dall’Archivio Giulio Andreotti, conservato presso l’Istituto Luigi Sturzo di Roma (Andreotti e Gorbačëv. Lettere e documenti 1985-1991, a cura di Massimo Bucarelli e Silvio Pons, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2022, pagine 386, euro 38). Il libro è corredato da una prefazione di Francesco Lefebvre D’Ovidio e da due saggi dei curatori, che si rivelano utilissimi strumenti per accostarsi alla lettura delle fonti d’archivio.

 

Dalla ricca documentazione contenuta nel libro emerge il ruolo decisivo ricoperto da Andreotti — che tra il 1985 e il 1991 fu dapprima ministro degli esteri nei governi Craxi, Fanfani, Goria e De Mita, e poi presidente del consiglio — nel consolidamento dei rapporti tra i due paesi, anche grazie alle frequenti missioni che egli effettuò in Unione Sovietica (tra il 1985 e il 1989 si recò quattro volte a Mosca). Fin dal XXVI i Congresso del Pcus (febbraio-marzo 1986), in cui fu annunciato da Gorbačëv il “nuovo corso”, Andreotti divenne uno dei più determinati sostenitori europei del leader sovietico, anticipando così l’entusiasmo che di lì a poco avrebbe pervaso larghi settori dell’opinione pubblica occidentale. Alla base della fiducia andreottiana non vi era certo una visione idealistica della politica, bensì una concezione pragmatica e realistica dei rapporti di forza tra gli Stati: pur consapevole delle lacune e della scarsa incisività dell’azione riformatrice di Gorbačëv, Andreotti era al tempo stesso convinto che essa potesse produrre benefici effetti a livello geopolitico, consentendo di ridisegnare gli equilibri tanto nei paesi dell’Europa orientale quanto nell’area mediterranea.

 

Un atteggiamento, quello tenuto da Andreotti verso Gorbačëv, che non passò inosservato. Da una parte, infatti, fu motivo di contrasti con l’allora ambasciatore italiano a Mosca, Sergio Romano, il quale giudicava molte delle scelte del segretario generale del Pcus incapaci di avviare un serio percorso di democratizzazione del paese e di emancipazione dal passato stalinista; dall’altra parte, mostrò di avere singolari punti di convergenza con l’apertura del gruppo dirigente del Pci, che dal 1987 iniziò a guardare con sempre maggiore interesse al programma di riforme sovietico e ad appoggiarlo, come testimoniano l’intervista concessa proprio nel maggio di quell’anno da Gorbačëv a «l’Unità» e il viaggio intrapreso l’anno successivo a Mosca da Giorgio Napolitano e Alessandro Natta.

 

Dalle carte che il volume curato da Bucarelli e Pons rende disponibili, risulta evidente che Andreotti e Gorbačëv non soltanto puntassero a rafforzare l’intesa tra Italia e Unione Sovietica dal punto di vista commerciale ed economico, ma mirassero soprattutto a farsi promotori di una visione comune sul ruolo politico dell’Europa e sul suo futuro, così come su questioni di cruciale importanza, quali la limitazione degli armamenti, la pacificazione del Medio Oriente e la risoluzione della crisi ambientale. Entrambi, però, erano ancora troppo legati alla logica del bipolarismo per comprendere fino in fondo le conseguenze politiche determinate su scala globale dalla caduta del Muro e dalla riunificazione europea. Un vecchio mondo stava infatti per tramontare e uno nuovo si apprestava a sorgere. Un mondo che confidava nella pace, nella prosperità, nella diffusione della democrazia e nel superamento delle ideologie. Molte speranze, come si vede, ma quasi tutte destinate a infrangersi sugli scogli della storia.

 

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Sinodo: la posta in gioco. Il punto su “Dialoghi”, la rivista dell’Azione cattolica.

 

Siamo ad un momento cruciale della vita della Chiesa. Il Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia e il Sinodo della Chiesa universale si intrecciano in una consultazione quanto mai ampia che tocca lidentità della Chiesa, la sua forma, e la sua missione evangelizzatrice.

 

Giacomo Costa

 

Se c’è una parola di grande attualità nella vita e nel dibattito ecclesiale in questo momento storico è la parola sinodo. È noto, infatti che da ormai qualche tempo si intrecciano due percorsi sinodali nella vita della Chiesa: il Sinodo 2021-2023 della Chiesa universale, intitolato Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione, che si è aperto il 9-10 ottobre in Vaticano e il 17 ottobre in tutte le diocesi del mondo e il cammino sinodale italiano, ufficialmente aperto dall’Assemblea della CEI nel maggio 2021 e che si snoderà fino al 2025, a partire dalle indicazioni emerse dal Convegno ecclesiale di Firenze del 2015.

Prima di provare a capire quale sia il significato profondo di tali percorsi e perché sia, quello del sinodo, un tema così importante per la Chiesa, occorre prendere consapevolezza che stiamo attraversando un momento cruciale.

Nel suo significato etimologico sinodo significa camminare insieme, due termini che implicano insieme il dinamismo di un inevitabile cambiamento e l’incontro tra le persone, la dimensione comunitaria, luogo in cui spesso le differenze sono più degli elementi che accomunano.

È perciò doveroso chiedersi quale sia lo scopo e quale la posta in gioco di questo processo, e quindi quali le possibili (e auspicabili) ricadute sulla missione di evangelizzazione della Chiesa, che in fondo è la sua ragion d’essere.

Anzitutto lo scopo. È lo stesso Documento Preparatorio (DP) che lo definisce, quando al n. 32 afferma che «lo scopo del Sinodo e quindi di questa consultazione non è produrre documenti, ma far germogliare sogni, suscitare profezie e visioni, far fiorire speranze, stimolare fiducia, fasciare ferite, intrecciare relazioni, risuscitare un’alba di speranza, imparare l’uno dall’altro, e creare un immaginario positivo che illumini le menti, riscaldi i cuori, ridoni forza alle mani».

È evidente, quindi, che per la Chiesa, nel dedicare un sinodo alla sinodalità, la posta in gioco sia molto alta, se non altro perché è una questione di identità. Come infatti specifica la Commissione Teologica Internazionale, la sinodalità è «dimensione costitutiva della Chiesa, che attraverso di essa si manifesta e configura come Popolo di Dio in cammino e assemblea convocata dal Signore risorto».

A partire da qui, è possibile individuare almeno tre dimensioni attorno a cui la sinodalità si articola e si esplicita: essa è infatti allo stesso tempo una questione di metodo, una questione di strutture, una questione (che le comprende entrambe) di stile.

 

Il metodo

 

Probabilmente definire il sinodo, per quanto complesso, potrebbe risultare comunque più semplice che metterlo in atto. Per questo, poiché la strutturazione dei percorsi è questione di grande importanza, per la prima volta il Documento Preparatorio del Sinodo 2021-2023 è accompagnato da un Vademecum, destinato a facilitare il compito di chi è incaricato di organizzare e animare le occasioni di coinvolgimento delle articolazioni locali della Chiesa durante la prima fase del percorso. Fermo restando che sinodalità non è una tecnica organizzativa, l’insistenza su un metodo ben definito consente più facilmente il raggiungimento di alcuni obiettivi, ad esempio l’effettivo coinvolgimento delle persone che per tante ragioni si trovano ai margini della Chiesa e che hanno meno strumenti per far sentire la propria voce, a partire dai poveri, dagli emarginati e dai vulnerabili. Ce ne sono in ogni comunità, anche se il loro profilo varia di luogo in luogo. Come sottolinea il Vademecum, serve uno sforzo fatto con metodo per raggiungerli (cfr. 3.1), pena il rischio di escluderli ancora e vanificare il senso del sinodo stesso.

 

Una riflessione organica sulle strutture

 

Lo stile del camminare insieme comporta una svolta concreta nella partecipazione autentica, e questo mette irrimediabilmente in discussione strutture e pratiche ecclesiali, anche decisionali, consolidate da tempo.

È una richiesta che arriva soprattutto dai giovani, anche grazie alle potenzialità dei nuovi media, che hanno sviluppato una cultura che dà grande valore alla partecipazione e hanno forti aspettative a questo riguardo. Le istanze partecipative già previste dal diritto canonico rappresentano una base di partenza, ma non esauriscono certo tutte le possibilità, che peraltro non possono essere standardizzate a livello globale, in quanto occorre inculturarle nei differenti contesti, anche a partire dal modo in cui la partecipazione è concretamente praticata nelle diverse società.

 

Non è superfluo sottolineare che si tratta comunque di strutture ecclesiali, che devono quindi continuare ad articolare quella peculiare dinamica uno – alcuni – tutti che per la Chiesa è costitutiva quanto la sinodalità, anche se occorre ricomprenderla nel nostro tempo, liberandola da incrostazioni verticistiche. Con grande efficacia il cap. III del DP, facendo riferimento ai racconti evangelici, richiama questa dinamica, evidenziando come pastori e fedeli non possano fare a meno gli uni degli altri senza compromettere la reazione di ciascuno dei due gruppi con il Signore: «Senza gli apostoli, autorizzati da Gesù e istruiti dallo Spirito, il rapporto con la verità evangelica si interrompe e la folla rimane esposta a un mito o una ideologia su Gesù, sia che lo accolga sia che lo rifiuti. Senza la folla, la relazione degli apostoli con Gesù si corrompe in una forma settaria e autoreferenziale della religione» (DP 20).

 

Una precisazione necessaria, cui papa Francesco spesso richiama, è relativa alla sostanziale differenza tra sinodalità e democrazia.

 

La sinodalità infatti «non comporta l’assunzione all’interno della Chiesa dei dinamismi della democrazia imperniati sul principio di maggioranza» (DP 14). Questo è un aspetto molto importante in quanto significa tenere in considerazione una revisione delle forme concrete dell’esercizio dell’autorità all’interno della Chiesa.

 

I cammini sinodali, a tal proposito, possono rappresentare l’occasione di rimettere al centro la visione dell’autorità come ministero di comunione: chi lo esercita è chiamato non a imporre il proprio punto di vista, ma a farsi garante di dinamiche di relazione e di comunicazione in cui tutti i membri del popolo di Dio possano trovare un posto e sentirsi riconosciuti.

 

Un discorso analogo riguarda l’effettiva partecipazione delle donne ai processi decisionali della Chiesa. Certo, la questione non può essere ridotta, come talora accade in alcune rappresentazioni mediatiche, semplicemente alla presenza di alcune donne tra i membri con diritto di voto nelle Assemblee del Sinodo dei Vescovi, ma è indubbio che è richiesto un atteggiamento di profonda libertà da parte di tutti per valutare assetti così consolidati da sembrare scontati.

 

Continua a leggere (“Dialoghi” n. 4 – 2021)

https://rivistadialoghi.it/42021/primo-piano/sinodo-la-posta-gioco

Il siparietto tra Di Maio e la Belloni fa venire la pelle d’oca: dov’è il senso delle istituzioni?

 

È fuori luogo che il Capo dei Servizi dichiari la sua rinnovata fiducia (lealtà ed amicizia”) al Ministro, oggetto di una contesa politica dentro il suo partito. Ma non sono i Governi – e i Ministri che li compongono – che devono avere fiducia” negli alti funzionari da essi  nominati a presidiare importanti funzioni di interesse dello Stato?

 

Lorenzo Dellai

 

Sarà che noi di formazione democratico cristiana abbiamo imparato da piccoli l’ABC della cultura istituzionale e le regole – anche non scritte – che essa comporta.Sarà che oggi ogni cosa ha un risalto mediatico immediato e generale. Sarà pure che la tensione che si è prodotta nel sistema politico dopo il voto per il Quirinale sta mettendo tutti in fibrillazione. Fatto sta che la sbandierata notizia dell’incontro tra Di Maio e la Belloni, con le annesse dichiarazioni di quest’ultima, mi ha fatto venire la pelle d’oca.

 

Ma in quale altro Paese europeo un Ministro degli Esteri e il Capo dei Servizi Segreti pubblicizzano un simile siparietto? Con il Capo dei Servizi che dichiara di una sorta di rinnovata fiducia (“lealtà ed amicizia”) al Ministro, oggetto di una contesa politica dentro il suo partito. Ma non sono i Governi – e i Ministri che li compongono – che devono avere “fiducia” negli alti funzionari da essi nominati a presidiare importanti funzioni di interesse dello Stato (anche, magari, visto il ruolo in ispecie, senza ricorrere a termini come “sorella”, “amica” e via dicendo)?

 

Dispiace e preoccupa vedere attivamente partecipe in una vicenda come questa un alto funzionario dello Stato che – a detta di molti – svolgeva il suo compito con competenza e serietà. Forse è proprio giunto il tempo di superare la stagione della banalizzazione delle Istituzioni. La grande fiducia che il Paese riserva a Mattarella e a Draghi indica proprio che la domanda di “senso morale” (che, come noto, non è solo “non rubare”) e di comportamenti istituzionali sobri e coerenti sta diventando la cifra più riconosciuta per correggere la deriva della Politica e recuperare la sua – oggi flebile – connessione con la comunità.

 

È da qui che bisogna ripartire, più che dalle noiose e vecchie congetture di cui si legge in questi giorni e che, diciamolo, rischiano di apparire come semplici riposizionamenti di spezzoni di ceto politico.

Il silenzio…della maggioranzo silenziosa. Quale futuro vogliamo costruire?

 

Se non riformiamo la Politica nessuno può sapere cosa accadrà al nostro Paese. Bisogna ricostruire la politica partendo dalla legge elettorale, solo così avremo una nuova offerta politica, condizione necessaria per salvare la nostra amata Italia.

 

 

Armando Dicone

 

Vorrei dedicare un pensiero a chi paga tutte le tasse, a chi rispetta le regole democratiche, a chi rispetta le file e a chi non cerca l’amico per saltarle, a chi rispetta le leggi, a chi crede ancora nella meritocrazia, a chi si fida delle competenze altrui, a chi si impegna in prima persona senza chiedere nulla in cambio, a chi dona senza ricevere, a chi non aspetta il solito condono, a chi si ferma davanti a chi soffre, a chi antepone il bene della comunità rispetto alle proprie convinzioni e scelte, a chi si impegna ogni giorno nella propria comunità e per il bene della nazione, a chi rispetta il prossimo, a chi non urla e a chi non usa la forza fisica o quella derivata dai propri poteri per persuadere l’interlocutore.

 

Dunque è un pensiero dedicato alla maggioranza silenziosa di questo Paese, una maggioranza fin troppo silenziosa, fatta di persone perbene che troppo spesso pagano per tutti.

 

Noi siamo la maggioranza degli italiani, non siamo né fessi, né stupidi. Ora questa maggioranza è rappresentata politicamente? Lo chiedo perché quando i governi e le relative maggioranze parlamentari propongono condoni e bonus a pioggia, il mio stato d’animo vacilla e non penso di essere il solo a soffrire di questa “patologia del fesso”.

 

Quando si fa poco o nulla per il divario tra adulti e giovani, uomini e donne, sud e nord, l’astensionismo cresce perché la Politica non risolve. Quando la giustizia non interviene, oppure interviene tardivamente, nei confronti di un individuo che si è approfittato della nostra buona fede, la nostra fiducia nello Stato non può che essere ai minimi. Potrei fare altri numerosi esempi, ma ognuno di voi può pensare da sé a quando si è sentito travolto dalla “patologia del fesso”. Chi si occupa della maggioranza silenziosa? Oppure non è indispensabile occuparsene, tanto è silenziosa e al voto vanno i “clienti”?

 

Le scene viste in questi ultimi giorni, per (non) decidere il Presidente della Repubblica, sono l’ultima tappa della seconda Repubblica, se così non fosse sarebbe l’ultima “chiama” per la nostra democrazia parlamentare. Se non riformiamo la Politica nessuno può sapere cosa accadrà al nostro Paese. Bisogna ricostruire la politica partendo dalla legge elettorale, solo così avremo una nuova offerta politica, condizione necessaria per salvare la nostra amata Italia.

 

Mi piace concludere con la citazione di un Padre della Patria: “Uno dei compiti fondamentali del nostro partito è la moralizzazione del costume politico. Ogni manifestazione, quindi, in contrasto con questa essenziale funzione dovrà essere nettamente combattuta”. (Alcide De Gasperi, 29 Giugno 1944). È un monito, quello dello statista trentino, che non possiamo ignorare.

Siamo a una svolta decisiva per il nostro Paese. La conferma di Mattarella esige il rinnovamento della politica.

 

È giunto il momento, per i partiti, di dire basta con questa ricerca spasmodica del consenso che allontana la maggioranza dei cittadini dalla attiva partecipazione alla politica. Pure i media fiancheggiano cinicamente il “grande caos”, per qualche punto di audience.

 

Pierluigi Moriconi

 

Abbiamo il “nuovo” Presidente. Abbiamo scampato un grosso pericolo. D’ora in poi il governo potrà portare a conclusione una serie di riforme che contribuiranno a cambiare il Paese. Ma i partiti dovranno avviare seriamente e responsabilmente una profonda riflessione sulla loro funzione per il bene dei cittadini italiani. Penso di poter affermare che hanno raggiunto il fondo del discredito.

 

Siamo al paradosso che la conferma di Sergio Mattarella è il bene più grande per il Paese e contemporaneamente il “male”, perché porta con sé il fallimento di questa classe politica. Il 16 gennaio, in un mio contributo in forma di lettera, concludevo così: “Sarebbe auspicabile che corrispondeste alle aspettative dei cittadini e, con il capo sparso di cenere, andaste a chiedere a Mattarella il sacrificio, perché sarebbe un sacrificio, di essere riconfermato al suo alto ruolo. Garantendogli l’elezione al primo voto e con una maggioranza plebiscitaria. Ma questo passo presupporrebbe un amore leale e profondo per il Paese! Chissà!”.

 

Ecco, non hanno avuto nemmeno questo estremo sussulto di dignità. Risparmiarci una settimana imbarazzante!

 

È giunto il momento, per i partiti, di dire basta con questa ricerca spasmodica del consenso che allontana la maggioranza dei cittadini dalla attiva partecipazione alla politica. È urgente sottolineare anche la grande responsabilità dei media che fiancheggiano cinicamente il “grande caos”, per qualche punto di audience.

 

Siamo ad una svolta decisiva per il nostro Paese. Riformare responsabilmente le istituzioni (non sfregiandole, senza un disegno unitario, come il taglio dei parlamentari), renderle realmente al servizio dei cittadini. Riabilitare responsabilmente la politica, rilegittimarla anche attraverso la formazione di una nuova classe dirigente. L’auspicio è che si prenda coscienza di tutto questo e che sia all’ordine del giorno del sistema politico, dimostrando almeno un minimo di amore per l’Italia.

Il Financial Times riconosce che l’Italia ha scelto la stabilità, ma circonda l’analisi di moralismo.

 

La rielezione di Mattarella dimostra che esiste una classe dirigente consapevole dei grandi problemi del Paese. Non è stato un rocambolesco gioco di incapaci, ma la faticosa composizione di un equilibrio non facile da raggiungere.

 

Cristian Coriolano

 

Il commento di Tony Barber, pubblicato ieri sul Financial Times, ha un sapore agrodolce. Nel suo editoriale, dedicato alla situazione italiana, descrive il passaggio sulla Presidenza della Repubblica come un processo involontario e insieme salutare. Infatti, si può tranquillamente asserire che “il fallito tentativo dei partiti politici italiani di nominare un nuovo presidente [sia stata] una benedizione sotto mentite spoglie”.

 

Dunque, il premier Mario Draghi è “di nuovo in soccorso” nel caos della politica italiana. Per Barber “i partiti politici del paese sono stati lacerati da litigi e lotte intestine durante i sei giorni di voto” dimostrando così di essere “incapaci di unirsi per qualcosa di diverso dallo status quo – timorosi come erano della prospettiva di elezioni anticipate”.

 

Pertanto, i mercati accolgono con favore il fatto che Draghi rimanga il premier ma “i partiti sembrano indeboliti e le battaglie interne stanno peggiorando” e ciò, secondo il commentatore del Financial Times, “potrebbe renderli meno disposti e capaci di opporsi seriamente al programma di Draghi”.

 

In realtà, “una delle poche cose che hanno in comune sarà il desiderio di mantenere in vita l’attuale governo ed evitare le elezioni prima della scadenza nella prima metà del 2023. Questo potrebbe accentuare le possibilità dell’Italia di rimanere in linea con i suoi impegni di riduzione del deficit e gli impegni di riforma nell’ambito del piano di ripresa e resilienza di Roma da 191 miliardi di euro”.

 

L’analisi di Barber, lucidamente esposta, ha una indubbia consistenza. Riflette, ancora una volta, la preoccupazione della comunità finanziaria transnazionale di leggere la realtà politica del nostro Paese alla luce dell’affidabilità della sua classe dirigente. Non convince, però, il riverbero di un certo moralismo con il quale l’autorevole firma del quotidiano della City circonda la soluzione che ha portato alla stabilizzazione del quadro politico e istituzionale grazie alla scelta di un Parlamento di tutto questo consapevole. Non è stato un rocambolesco gioco di incapaci, ma la faticosa composizione di un equilibrio non facile da raggiungere. Ed è andata bene.

Non invocare il nome della Dc invano. Follini scrive a “La Stampa”: la Balena Bianca era una politica, non solo un metodo.

La lettera, qui riprodotta integralmente per gentile concessione dell’autore, è apparsa domenica scorsa sulla pagina dei commenti del quotidiano torinese. “Il racconto dell’infinità democristiana, dice Follini, non aiuti a capire”.

Caro direttore, la rielezione di Mattarella (a suo tempo un democristiano assai critico e quasi “atipico”) sarà accompagnata quasi inesorabilmente da un elogio postumo della saggezza della Dc. Elogio di cui chi come me è stato democristiano si compiace, ovviamente. Con il dubbio però che l’argomento non sia poi così attuale, e che la sua continua evocazione non serva a spiegare l’eternità degli schemi della politica italiana.

Questo ritornello infatti si ripete ogni volta con una sorta di monotonia. È democristiana ogni mediazione, lo è ogni compromesso. Ma è democristiana anche ogni disinvoltura, ogni manovra, ogni flessibilità. La pazienza, ma anche la furbizia, il culto dell’attesa e la destrezza della mossa. Tutto gettato alla rinfusa nello stesso calderone. Vengono iscritti d’ufficio allo scudo crociato leader che provengono dai suoi antipodi. E se poi qualcuno invece viene proprio da lì, ogni suo gesto, ogni tratto del suo carattere suona conferma di una tradizione politica quasi secolare.

Io penso invece che questo racconto dell’infinità democristiana non aiuti a capire. Né, forse, a migliorare. Il paese, certo, ha un gran bisogno di ricostruire legami, cuciture, punti di incontro. Tutte cose che fanno parte della storia democristiana, e della sua cultura politica. Ma la Dc a suo tempo fu anche una forza controversa, capace a suo modo di compiere scelte che non sempre erano così comode, né così compiacenti. Contò le sue vittorie e le sue sconfitte, non solo gli infiniti pareggi a cui la dispose la sua attitudine a mediare tutte le volte che era possibile. Fu, nel bene e nel male, una politica – non solo un metodo, né solo un costume.

Ma soprattutto la Dc appartenne a pieno titolo al suo tempo. E quel tempo fu assai particolare. Cosa che magari alcuni di noi ricordano quasi con nostalgia ed altri invece con senso assai più critico. Ma che non autorizza più nessuno a leggere le controversie di oggi con le categorie di ieri (e di ieri l’altro, a questo punto).

Il tema dei nostri giorni è come tentare di unificare il paese intorno alle istituzioni. E dunque, quanto di quelle istituzioni debba essere cambiato per rimetterci al passo coi tempi. Questo tema richiede, appunto, pazienza, mediazione, capacità di compromesso. Richiede di abbassare le bandiere di parte, per quanto si può. Richiede di cercare dei tratti comuni tra le forze in campo. Tutte cose che sono alla portata delle “culture” dei nostri giorni, senza bisogno di fare ogni volta ricorso alla saggezza e alla temperanza (o, al contrario, alla disinvolta capacità di manovra) di noi democristiani, vecchi o nuovi che siamo.   

Avverto una sorta di pigrizia nell’etichettare alla voce “dc” ogni omaggio e ogni critica che si rivolge alla politica di ieri nel tentativo di decifrare la politica di oggi. Nel frattempo, il paese ha cambiato in profondità il suo modo di ragionare in pubblico. E questa che abbiamo davanti è, appunto, tutta un’altra storia. Una pagina bianca, per dirla con il presidente Mattarella.

 

Il “romanzo popolare” della corsa al Colle e note sparse sui possibili sviluppi della vita democratica del Paese.

Nei prossimi dodici mesi, molto della politica nazionale (ed internazionale dell’Italia) continuerà a ruotare intorno alla figura e al ruolo istituzionale di Draghi. Egli però ha perso molto della sua terzietà. Ecco perché è auspicabile che Mattarella continui ancora a lungo ad essere il vero punto di riferimento del Paese.

A quarantotto ore dalla rielezione di Mattarella, già molto è stato scritto sulla stampa nazionale ed internazionale e discusso in occasione dei numerosi talk-show, che si sono susseguiti sulle varie reti televisive, pubbliche e private. Altro presumibilmente verrà fuori nei prossimi giorni (affievolito dai gorgheggi sanremesi). Sicuramente, come spesso succede, alcuni particolari resteranno sconosciuti per volontà dei diretti interessati.

Ciò detto, un comune cittadino, che abbia seguito con attenzione il susseguirsi degli eventi, potrebbe provare a ricostruire la vicenda, colmandone con un po’ di logica e immaginazione le apparenti lacune e disegnare possibili futuri scenari.

Si parte da un assunto: Draghi era sicuro della propria elezione. Lo dimostrerebbe il modo dimesso, con cui aveva gestito gli ultimi due mesi di governo (rinvio “sine die” dell’esame di importanti dossier), e arrogante (brusca interruzione del dialogo con i sindacati e imposizione di una finanziaria presentata “in articulo mortis” senza dare praticamente modo al Parlamento di discuterla). Lo rivela, soprattutto, il comportamento tenuto nella conferenza stampa prenatalizia, durante la quale l’ex-banchiere avanzava la propria candidatura (a dispetto di una prassi consolidata, che non lo prevede), ricorrendo anche ad immagini paternalistiche irrituali (“il nonno degli italiani”), che di fatto ribadiva pochi giorni dopo con il divieto imposto preventivamente ai giornalisti di porre a lui (ormai, candidato di fatto) quesiti sulla materia (sic!).  

La principale argomentazione era che l’attività del governo fosse giunta a termine e chiunque avrebbe ora potuto assumere il suo incarico: un’ovvia ed inaccettabile esemplificazione della situazione politica, economica e sanitaria del Paese in un momento in cui il numero di contagi e decessi è in costante aumento; i numerosi adempimenti richiesti dalla Commissione Europea sono ancora tutti soltanto sulla carta e recenti decisioni del governo (in particolare, sulla indiscriminata riapertura della scuola) sono state criticate un po’ da tutti (politici, governatori, sindacalisti, giornalisti, altri funzionari pubblici, scienziati, medici ecc.). 

In altri termini, il Premier si dichiarava disponibile ad insediarsi al Quirinale e a lasciare il Paese in condizioni simili a quelle in cui lo aveva trovato dieci mesi prima, riportando peraltro sul tavolo il grosso problema della formazione di un governo di unità nazionale, di cui fin dall’inizio egli era stato indicato come unico insostituibile collante! 

Ma non è tutto. In prospettiva, si profilava anche la possibilità (lasciata trapelare da un politico di caratura, notoriamente a lui vicino da vecchia data) che egli designasse un proprio fiduciario alla guida del governo per orientarne dal Quirinale la politica, trasformando di fatto il sistema parlamentare vigente in presidenziale!          

Probabilmente la sua smisurata (seppur legittima) ambizione era stata alimentata anche dalle intermittenti voci, nazionali ed internazionali, che si rincorrevano già da molto prima che fosse chiamato alla Presidenza del Consiglio, e (non da escludere) da qualche non troppo velata promessa fattagli proprio in quella occasione. In altri termini, il notevole curriculum professionale, la personale trattazione di prioritari dossier economici europei, la familiarità con la quale tratta (ricambiato) capi di stato e di governo, il consenso ricevuto dai circoli finanziari internazionali da lui a vario titolo frequentati “ab immemorabili” debbono aver esaltato il suo Ego, trasformandolo in Super Ego. Non a caso, molti lo definiscono… Super Mario. 

Il suo atteggiamento, a volte ondivago a volte reticente, ma sempre comunque “ex cathedra” non deve, in ultima analisi, aver migliorato la sua immagine agli occhi delle principali forze politiche, rafforzando il dubbio se valesse la pena essere “espropriati” dalla poltrona quirinalizia da un seppur titolato “estraneo” alla politica nazionale in grado di commissariarli per un settennio. Stessa impressione deve aver suscitato nelle centinaia di parlamentari timorosi, in particolare, che un suo trasferimento sul Colle avrebbe potuto costituire un passo decisivo per il temuto anticipato ritorno alle urne (con relativa perdita di privilegi ed appannaggi economici).

Questi precedenti hanno sicuramente molto condizionato il teatrino delle consultazioni apertosi con l’inizio delle votazioni, che ha visto la maggioranza delle forze politiche e parlamentari schierarsi contro un improvvisato “partito di Draghi”, costituito da pochi ma strenui fedelissimi, dell’ultima ora e di varia estrazione, animati da altrettante svariate aspirazioni. 

Questo confronto – come ha subito acutamente osservato un autorevole senatore – ha reso molto più difficile la designazione del Presidente della Repubblica, nel senso che nessuna delle due parti contrapposte era disposta ad accettare una sconfitta. Paradossalmente, la candidatura di Draghi, personaggio definito stabilizzatore della politica italiana, si è rivelato nella circostanza un “fattore destabilizzante”.

Eppure, candidati all’altezza non sono mancati. Tali possono definirsi politici di lungo corso come Amato, appena eletto Presidente della Corte Costituzionale, e Casini, parlamentare da quaranta anni e profondo conoscitore della politica nazionale e dei poteri istituzionali. Anche autorevoli candidate femminili (sempre tanto auspicate dalla politica e dall’opinione pubblica) erano in pista: Belloni, Cartabia e Severino. Tutte unanimemente giudicate idonee a ricoprire con pieno merito quella carica. I primi, evidentemente, potevano rivelarsi interlocutori troppo scomodi per un premier desideroso di prevalere sempre sugli altri. Le seconde ritenute (probabilmente anche dallo stesso Super Mario) non all’altezza del compito e sicuramente molto meno di lui.

Si ha la netta sensazione che qualcosa e/o qualcuno deve essere pesantemente intervenuto per scartare tutti e tutte loro nelle ultime frenetiche ore che hanno preceduto la decisione finale.

Contemporaneamente (e stranamente), i circoli finanziari internazionali che, fino a quel momento, avevano operato per sostenere dietro le quinte a mezzo stampa l’aperta ambizione quirinalizia del loro favorito, vista l’impossibilità di ottenerla, hanno improvvisamente sostenuto la sua permanenza a Palazzo Chigi (da loro, in realtà, sempre auspicata).  

I numerosissimi parlamentari timorosi che lo sterile gioco di veti e contro veti in corso rischiasse di portare il paese a nuove elezioni hanno poi favorito la rielezione di Mattarella, cominciando, prima timidamente e poi con maggiore decisione, a votarlo in aula. Con questa decisione, essi hanno richiamato i loro capi alla realtà ossia che né il supertecnico Draghi né un possibile antagonista avrebbe potuto essere eletto. Il messaggio è stato colto al volo dai contendenti ormai stremati e alla disperata ricerca di un paracadute in grado di attutire un indesiderato brusco atterraggio, ossia il ritorno alla cruda realtà rappresentata dall’impossibilità di prevalere.

A questo punto, la conferma di Mattarella poteva considerarsi un sostanziale pareggio nella dura contesa accettabile da tutti. Insomma, i desiderata dei menzionati “peones” hanno partorito una soluzione che, “rebus sic stantibus”, costituiva l’unico sbocco possibile di una situazione fattasi in pochi giorni ingovernabile. In fondo, potrebbe prosaicamente dirsi che la volontà di molti di conservare per altri dodici mesi privilegi e prebende ha fortunatamente coinciso con la conservazione di una formula in grado di mantenere in vita l’originario tandem Mattarella-Draghi, cui continua ad essere affidato il compito di assicurare (almeno nelle intenzioni) stabilità politica al Paese.

Il giorno dopo, tutti i politici che, per un motivo o per l’altro, avevano in maniera unanime auspicato un fisiologico avvicendamento al Quirinale, hanno fatto buon viso a cattiva sorte, accettando con giubilo il rinnovo di Mattarella, ma probabilmente già coltivando in petto un forte desiderio di rivincita. Non a caso, tutti loro, in maniera più o meno esplicita, hanno sollecitato i necessari chiarimenti politici all’interno del proprio partito e fra alleati. 

In realtà, da questa prova tutti i leader politici, chi più chi meno, escono sconfitti, avendo dimostrato sul campo una incapacità cronica a gestire i rapporti fra loro stessi nonché, per l’occasione, il necessario ricambio al Colle. Lega e Cinque Stelle per eccessivo movimentismo. Pd per troppa immobilità. Per cui, mentre i primi hanno sfornato a getto continuo liste di nomi senza dare l’impressione di seguire una precisa strategia, ma di agire sempre sull’onda dell’improvvisazione, i secondi si sono arroccati in un esasperante attendismo che non poteva in alcun modo dare un contributo fattivo alla soluzione dell’equazione quirinalizia. Quanto alle minoranze, esse hanno tenuto una condotta ondivaga nel tentativo di indovinare la soluzione finale per farsi trovare allineati e coperti quando fosse maturata e addirittura dare l’impressione di averla favorita.

In queste condizioni, il futuro non si presenta facile.

Nei prossimi dodici mesi, molto della politica nazionale (ed internazionale dell’Italia) continuerà a ruotare intorno alla figura e al ruolo istituzionale di Draghi soprattutto perché la terzietà e l’apoliticità del Premier potrebbero in prosieguo di tempo vacillare quando sarà chiamato ad adottare provvedimenti di natura economica (e non solo) nel bel mezzo di una campagna elettorale che si preannuncia rovente. Del resto, l’improvviso altalenante misterioso diniego alla elezione di alcuni solidi candidati al Quirinale, come pure la discreta ma accertata assidua opera sotto traccia dell’ex-banchiere per prevalere durante i negoziati, nonché la filiazione politica dei suoi sostenitori quirinalizi hanno già messo in luce qualche suo orientamento, destinato ad alimentare sempre più, con l’avvicinarsi delle elezioni, un avvelenato clima di sospetti. Tutto questo potrebbe indebolire la sua figura nella consapevolezza che il ruolo di arbitro a lui affidato è destinato a perdere di autorevolezza nel momento stesso che i partiti politici lo percepiscano come giocatore occulto.

Ecco perché è auspicabile che Mattarella – cui è riconosciuta saggezza politica, indiscussa integrità morale e capacità impareggiabile di interpretare il proprio ruolo istituzionale – continui ancora a lungo ad essere il vero punto di riferimento cui ancorare la speranza del Paese di superare la difficile congiuntura ed affrontare con ottimismo le difficili prove che ci attendono.  

 

Giorgio Radicati, Scrittore e saggista, già Ambasciatore.

Il Quirinale e…il centro. Cambia la geografia politica italiana: non è più tempo di populismi e arroganze bipolariste.

Dopo l’elezione di Mattarella, come era già evidente e come tutti prevedevano, si apre una nuova fase politica nel nostro paese. E il ‘centro’, cioè una rinnovata “politica di centro”, sarà nuovamente un elemento decisivo e determinante per gli equilibri politici nel nostro paese.

Lo dicevamo da tempo. Lo dicevano quasi tutti. E cioè, dopo l’edizione del Presidente della Repubblica la geografia politica italiana sarebbe cambiata. E infatti è già cambiata. Così si diceva e così è capitato. Ora, non andiamo a rileggere e a scrutare nel profondo la sceneggiata inguardabile ed incommentabile di questi ultimi giorni – fatta di tranelli, trappole, incoerenza, promesse a vuoto, cinismo, vigliaccheria e caduta verticale della credibilità della politica – e fermiamoci a ciò che succederà d’ora in poi.

Tre sono gli elementi di fondo che emergono in modo persin plastico dopo la rielezione di Sergio Mattarella. Innanzitutto il superamento di schieramenti finti e posticci. Il centro destra, per bocca dei suoi principali esponenti, è di fatto tramontato. Certo, non ancora nel corpo elettorale ma sicuramente nei rapporti tra i partiti e nella dinamica parlamentare. Una coalizione che, dopo la lunga leadership politica e carismatica di Silvio Berlusconi, non regge più perchè al suo interno, molto semplicemente, si coltivano prospettive politiche diverse. Specularmente, lo schieramento di sinistra assomiglia sempre più ad una sommatoria disomogenea e incoerente tra il massimalismo della sinistra e il tardo populismo dei 5 stelle. Un pallottoliere impazzito. È inutile soffermarsi sul partito virtuale dei 5 stelle perchè qualunque osservatore politico, anche il più scafato, avrebbe difficoltà a districarsi in un labirinto unito solo e soltanto, come tutti sanno, dal prolungamento dello stipendio parlamentare e dal raggiungimento del tanto odiato e detestato vitalizio. Per il resto, semplicemente il nulla.

In secondo luogo emerge in tutta la sua interezza la necessità di un cambiamento del sistema elettorale. Cioè la “madre di tutte le riforme” come la definiva in tempi non sospetti il mio maestro politico Carlo Donat-Cattin. Del resto, il maggioritario è utile e necessario quando ci sono alleanze e coalizioni omogenee, politicamente percorribili e convergenti sotto il profilo programmatico. Di fronte allo sgretolamento delle coalizioni il maggioritario semplicemente ingessa un sistema e non produce alcun risultato politico concreto. Come l’esperienza ha persin platealmente confermato.

In terzo luogo, ed è la notizia politicamente più ghiotta, finalmente ritorna il ‘centroì nella cittadella politica italiana. Un ‘centro’ nè nostalgico, nè passatista e soprattutto che non si riduce ad una posizione di banale equidistanza rispetto agli altri schieramenti e che non vive solo di posizionamenti tattici. Al contrario, e come sta emergendo da tutte le cronache giornalistiche, si tratta di un ‘centro’ plurale, inclusivo, democratico, riformista e di governo. Nulla a che vedere con la riedizione di una Democrazia Cristiana in miniatura ma, al contrario, si parla di un partito che può – e deve – reintrodurre nella dialettica politica italiani alcuni ingredienti che sono e restano decisivi per la qualità della nostra democrazia e per la stessa efficacia dell’azione di governo.

Ecco perchè dopo l’elezione di Mattarella, come era già evidente e come tutti prevedevano, si apre una nuova fase politica nel nostro paese. E il ‘centro’, cioè una rinnovata “politica di centro”, sarà nuovamente un elemento decisivo e determinante per gli equilibri politici nel nostro paese. Piaccia o meno ai populisti, ai massimalisti, ai sovranisti e ai teorici del bipolarismo selvaggio e di chi ha come obiettivo politico l’annientamento dell’avversario/nemico e la sua delegittimazione etica, morale, personale e politica.

 

Il lato positivo della vita. Diceva B. Russell: “Il desiderio di qualcosa che ci manca è una parte indispensabile della felicità”.

Dietro ad ogni angolo, ad ogni scelta, nel rovescio di ogni medaglia ci può essere la gioia che non abbiamo mai provato, la verità che nessuno ci ha mai detto, la nostra realizzazione piena. 

Ci interroghiamo spesso sui chiaroscuri della vita cercando risposte ai nostri mille perché, senza renderci conto abbastanza che il fascino dell’esistenza consiste soprattutto nella sua imprevedibilità. L’eccessiva programmazione, il tempo dedicato alla preparazione ci sottrae la mutevolezza degli eventi, la loro indipendenza dalla nostra immaginazione: basta un attimo, un imprevisto, un fatto occasionale, una scelta presa da altri – ciò che chiamiamo fato e destino  – e tutto muta, tutto si trasforma, tutto prende sembianze nuove.

Credo che i cambiamenti, scelti o indotti che siano, facciano parte delle regole non scritte della vita. Le routine ci conservano fino a quando il meccanismo magico delle consuetudini – fatto di schemi e previsioni, di ragionevoli certezze, di fiducia negli altri e di autostima, di relazioni positive o consolidate – cede e si sgretola, subentra un fatto nuovo e allora come birilli saltano i puntelli delle nostre sicurezze emotive.

La vita è spesso un’alternanza di abitudini comprese in una parentesi temporale indefinita. Qualcuno ha detto che l’intelligenza consiste nella capacità di adattarsi all’ambiente, di reggere l’evolversi incessante degli eventi e dei fatti della vita trovando ogni volta un appiglio e un punto di equilibrio. Se ci leghiamo troppo al lavoro, agli affetti, alle cose materiali che crediamo immutabili rischiamo di avere poi cocenti delusioni. In genere ai più sensibili resta solo la propria personale nostalgia: un valore non spendibile in una società di interessi.

La solitudine degli anziani è anche sensazione di una sopravvenuta inadeguatezza, di una marginalizzazione che fa intendere di essere tollerati perché non più utili. Eppure quel traguardo ci viene preparato come ‘meritato riposo’: salvo poi capire che è meglio togliere presto il disturbo. Meglio giocare d’anticipo ed essere noi stessi a cambiare, a cercare la novità, per capire quante cose ci può riservare la vita, quanto è grande il mondo, quanta umanità c’è intorno a noi. Dietro ad ogni angolo, ad ogni scelta, nel rovescio di ogni medaglia ci può essere la gioia che non abbiamo mai provato, la verità che nessuno ci ha mai detto, la nostra realizzazione piena. 

Cerchiamo un nostro spazio, una nicchia, il tempo che ci serve, le nostre piccole libertà: nessuno ha il diritto di privarci del desiderio di misurarci dignitosamente con il mondo. Come scrisse Bertrand Russell…“Il desiderio di qualcosa che ci manca è una parte indispensabile della felicità”.

 

Quale lezione ricavare dalla rielezione di Sergio Mattarella a Presidente della Repubblica?

Sono manifeste le criticità del sistema politico italiano con leadership autoreferenziali e partiti dilaniati da una feroce conflittualità. La crisi si risolve con l’elezione diretta del Presidente? Non è una soluzione convincente. La democrazia parlamentare anche stavolta ha dato prova dì vitalità. Altri sono i rimedi per “sbloccare” la politica.

Sono stati necessari otto scrutini per arrivare alla rielezione di Sergio Mattarella a Presidente della Repubblica. Le votazioni ripetute, le schede bianche, le trattative sono una costante delle elezioni presidenziali. Nondimeno, in quest’ultima occasione le richieste di “fare presto” avanzate dall’opinione pubblica e dalla stampa sono state incalzanti. Possono ben essere comprese le ragioni contingenti alla base di questa richiesta: la perdurante emergenza pandemica, la crisi economica, i problemi derivanti dall’approvvigionamento energetico, solo per limitarsi ai più tangibili. Pure manifeste sono le criticità del sistema politico italiano con leadership autoreferenziali e partiti dilaniati da una feroce conflittualità esterna e da lotte interne. Ma ancor più a monte preoccupa la quasi totale assenza di progettualità e la mancanza di una visione politico-ideale.

A fronte di questi problemi evidenti, tuttavia, la denuncia della lentezza del Parlamento nella dinamica delle elezioni presidenziali rischia di alimentare risposte fuori fuoco, con argomenti pretestuosi o persino pericolosi per la democrazia. Così da più parti si è alzato il vento, mai sopito, che spinge verso il mutamento della forma di governo con l’introduzione dell’elezione diretta del Presidente della Repubblica. Ma davvero, in questo caso, l’argomento prova troppo ed anzi, se mai, dimostra il contrario poiché la democrazia parlamentare ha dato stavolta prova di vitalità, confermando quanto sia calzante nel nostro ordinamento costituzionale la forma di governo parlamentare, per cui, d’altra parte, i Padri costituenti avevano optato quasi pacificamente. L’elezione di secondo grado del Presidente della Repubblica ha dato storicamente ottima prova nel sistema costituzionale, se solo si pensa al notevole gradimento politico che i diversi Capi dello Stato che si sono succeduti hanno fatto registrare, sempre di gran lunga superiore ad ogni altra carica pubblica. La figura del Presidente della Repubblica, così come tratteggiata in Costituzione, ha mostrato un rendimento straordinario. Le necessarie riforme che si invocano a ragione dovrebbero interessare, perciò, altri istituti.

Eppure, lo spettacolo che gli attori hanno offerto in quest’occasione non è edificante perché si è percepita la sensazione che prevalessero gli interessi particolari più che la ricerca di una soluzione volta a perseguire l’interesse della collettività. La rielezione di un Presidente della Repubblica è, poi, di per sé, il sintomo di un guasto nel sistema politico. Ma il problema è di metodo e di cultura politica, non di regole. Lo dimostra da tempo anche il meccanismo inceppato dell’elezione dei Presidenti delle Camere, eletti non secondo logiche di condivisione, ma a colpi di maggioranza.

Occorre prestare attenzione anche a non enfatizzare la critica populista circa la presunta lentezza dimostrata dal Parlamento in quest’occasione perché, come anticipato, si rischia di alimentare una miccia incendiaria che può condurre verso derive antidemocratiche: sullo sfondo sembra di avvertire una preoccupante stanchezza verso la democrazia e di insofferenza verso le sue liturgie e i suoi tempi. È necessario, invece, difendere il ruolo del Parlamento e mettere in risalto come, in quest’occasione, i parlamentari, nella loro collegialità, abbiano saputo superare lo stallo provocato da alcuni leaders. Se ne ricava la lezione che la decisione collegiale ha condotto il Paese verso la soluzione a quel punto ottimale, mentre la personalità dei capi degli schieramenti lo stava conducendo verso una crisi al buio. 

L’epilogo della vicenda che si è appena conclusa, allora, costituisce un formidabile argomento a favore della democrazia parlamentare. Come anche rappresenta un baluardo per difendere la libertà del parlamentare da ogni forma di vincolo di mandato, come vuole l’art. 66 della Costituzione, da tempo, invece, diventato bersaglio di alcune proposte di revisione costituzionale. Cosa sarebbe successo oggi senza il divieto di mandato imperativo, con parlamentari costretti ad obbedire alla volontà non proprio chiara delle loro guide politiche? Se questo è vero, il rimedio proposto ai mali della politica non può essere quello di inserire ulteriori elementi di personalizzazione della politica e di verticalizzazione del potere. 

La questione di cui discutere non attiene alle modalità di elezione del Presidente della Repubblica, perché quando sono gli interpreti ad eseguire male uno spartito si interviene sui primi, non sul secondo. È tempo, invece, di pretendere una nuova centralità degli elettori attraverso la restituzione di due diritti che sono stati da tempo espropriati: la partecipazione politica e il diritto di votare effettivamente i parlamentari. Per tornare a restituire ai cittadini il primo diritto evocato non v’è altra strada che ristrutturare i partiti politici che dovrebbero garantire democrazia interna, in modo da riconoscere a tutti i cittadini il diritto di concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale, secondo il figurino offerto dall’art. 49 della Costituzione. Per ripristinare il secondo diritto, occorre, invece, approvare una legge elettorale che abbandoni il meccanismo delle liste bloccate e che consenta di selezionare i singoli rappresentanti parlamentari. Queste due ineludibili riforme permetterebbero, la prima, di incidere sulla formazione delle liste elettorali e, la seconda, di riavvicinare i parlamentari alla società civile e ai reali bisogni della popolazione. Diversamente, come si farebbe a consentire quel ricambio della classe politica che molti ritengono necessario?

 

Antonio Iannuzzi, Professore associato di Istituzioni di diritto pubblico (Università degli Studi – Roma Tre).

La spinta dal basso per Mattarella. Il Parlamento ha fatto la sua parte, come pure il mondo degli amministratori locali.   

Dal mondo degli amministratori locali, attraverso la voce dell’Associazione dei Comuni, è venuta con largo anticipo la richiesta di stabilità, tanto per Palazzo Chigi che per il Quirinale.  

A poca distanza dall’evento, la rielezione di Mattarella è perlopiù esibita come una scelta dell’ultimo momento, quasi un atto di disperazione, senza un adeguato convincimento dei partiti. È la versione dei fatti più semplice e spietata, quella che inchioda i leader alle loro insufficienze, rianimando la polemica dei tanti cultori dell’antipolitica. Indubbiamente, è ciò che appare in superfice: troppi tatticismi, troppe furbizie, troppo armeggiare attorno alle convenienze di parte, legandole a  proclami altisonanti in onore del bene del Paese. Tuttavia, a fatica si riconosce quanto invece ha pesato il ruolo un po’ corsaro, ma non per questo immeritevole di lode, dei parlamentari “in libera uscita”, per i quali il voto a Mattarella ha rappresentato fin da subito un gesto di esaltazione della indipendenza del Parlamento.

L’obiezione è altrettanto semplice, addirittura scontata. Si dice, infatti, che i “peones” avevano a cuore solo la durata della legislatura, e quindi il loro tornaconto a proseguire per un altro anno nell’ufficio di parlamentari. E chi lo nega? Tuttavia, restringere l’analisi di un comportamento che è lievitato seduta dopo seduta, fino a diventare la prova evidente della opportunità di un nuovo appello a Mattarella, non corrisponde alla consistenza di un fenomeno inquadrabile, appunto, come presa d’atto della soluzione più saggia, stavolta sì adottata per il bene del Paese. È stata premiata la volontà di conservare un “assetto di guida”, con Mattarella e Draghi, che l’Italia non può permettersi di abbandonare per sciatteria o calcolo spregiudicato.

Ci sono impegni da onorare con l’Europa, opportunità da raccogliere e indirizzare, emergenze da mettere sotto controllo: in questa fase una tregua operosa e costruttiva non deve apparire alla stregua di un accomodamento. Abbiamo un’economia da rimettere sui giusti binari, immaginando di identificare le basi costitutive di un nuovo modello di crescita e di sviluppo; dal che deriva, anche, la preoccupazione di come questa impresa abbia a realizzarsi, se con un ristagno di pratiche consolidate o un soprassalto di innovazione, specie in campo amministrativo. Le riforme camminano sulle gambe dell’apparato burocratico dello Stato, ma soprattutto dei Comuni.

Non è un caso che dal mondo degli amministratori locali, attraverso la voce dell’Associazione dei Comuni, è venuta con largo anticipo la richiesta di stabilità, tanto per Palazzo Chigi che per il Quirinale. Infatti il Presidente dell’Anci, Antonio Decaro, dopo l’Assemblea annuale tenutasi a Parma lo scorso novembre, aveva formulato a chiare lettere il suo auspicio affinché Mattarella potesse rivedere il suo diniego all’ipotesi di un secondo mandato: “Mi piacerebbe […] che tutte le forze politiche, tutte, glielo chiedessero”. Certamente, Decaro parlava a titolo personale, ma si faceva interpre di un sentimento molto diffuso tra i Sindaci e i consiglieri comunali. Un sentimento adesso ancora più forte. In pratica, senza cadere nella retorica, esiste un “partito degli amministratori locali” che fa da infrastruttura sul territorio a quella forte corrente di opinione pubblica che riserva stima e simpatia a una persona ritenuta sicuramente degna, per lo stile pacato e la coscienza ferma, di questa preziosa reinvestitura alla più alta carica rappresentativa della Repubblica.

Luca Bedoni, Presidente dell’Assemblea del IX Municipio di Roma Capitale.

Ritornati nella quiete. Mario Draghi è ancora lì, Sergio Mattarella pure.

Questa elezione ha svelato, ancor più di quanto già sapevamo, i malanni che attraversano l’intero corpo politico nazionale. Qualcuno penserà di sottrarsi a questo giudizio analitico, ma sbaglia. Non c’è uno che possa dirsi di aver giocato al meglio le proprie carte.

È come se avessimo trascorso una settimana in un altro mondo. Totalmente distante da quello in cui adesso siamo ricaduti. Come fossimo stati tutti quanti congelati e spediti in una orbita planetari in una sorta di vacanza premio, da consumare in una giostra per adulti del tutto scombinati e vinti da qualche strana follia a cui non so dare alcun nome.

Siamo ritornati al punto di partenza. Il vecchio gioco dell’oca. Una serie di errori, uno di seguito all’altro, per ritrovarsi al nastro iniziale. Poteva andarci di gran lunga peggio. Almeno sappiamo che cosa ci capiterà al prossimo anno: gli ammiragli li conosciamo bene e sappiamo quale rotta seguiranno e fino a che punto giungeranno. Non si pensi che il neo Presidente Sergio Mattarella si comporti come quello precedente. Giorgio Napolitano fece un po’ più di anno e poi si dimise. Mattarella invece, completerà l’intero mandato. Quelli che pensano invece, che si sposterà per far posto a Mario Draghi il prossimo anno, si sbagliano. Mattarella non farà giochi di questa natura. È e resterà.

Questa elezione ha svelato ancor, più di quanto già sapevamo, i malanni che attraversano l’intero corpo politico nazionale. Qualcuno penserà di sottrarsi a questo giudizio analitico, ma sbaglia. Non c’è uno che possa dirsi di aver giocato al meglio le proprie carte. Da destra a sinistra, una fiera indecorosa d’incertezze e di grossolani errori. Se crede di salvarsi Giorgia Meloni, o pensa di aver fatto qualche sufficiente bottino Enrico Letta, stiano pur tranquilli, né l’una, né l’altro, escono da questa girandola con un giudizio positivo. Ci sono stati quelli che hanno veramente commesso gli errori da matita blu, non serve nemmeno che io li nomini, ciascuno di voi ha bene in testa quali siano costoro. Il tormento è finalmente terminato, con oggi siamo rientrati nella normalità e nell’ordinaria quotidianità politica. 

Finisce quindi questo primo mese dell’anno con qualche segnale positivo: Mario Draghi è ancora lì, Sergio Mattarella pure, il Governo non subirà significativi scossoni, ci sarà da pianificare e attuare la spesa del Pnrr, il Covid sembra aver subito qualche significativo rallentamento e possiamo, con fiducia, aprire le porte di febbraio con qualche ottimismo che sembrava, solo qualche giorno fa, del tutto fuori portata.

 

Gli auguri dell’Azione Cattolica Italiana a Sergio Mattarella

Con la riconferma di Sergio Mattarella – si legge nel comunicato dell’AC – speriamo si vada oltre la difficoltà di giorni di non esaltante confronto politico, spettacolo cui anche l’AC ha assistito con sentimenti di frustrazione e incredulità. È ora di lavorare insieme per la tenuta delle istituzioni e per offrire alle nuove generazioni il dono di una democrazia compiuta.

L’Azione Cattolica Italiana esprime gratitudine a Sergio Mattarella per la disponibilità a svolgere un secondo mandato da Presidente della Repubblica, contribuendo così al superamento di una pericolosa paralisi istituzionale. Siamo certi saprà essere ancora, come sempre è stato in questi sette anni, il Presidente di tutti gli italiani.

Al Capo dello Stato ci rivolgiamo nella speranza che il suo esempio di fedeltà alla Costituzione e di impegno nella costruzione del bene dell’Italia sia di monito per tutti e faccia fare alla politica un passo avanti. Se la politica diventa come in queste ultime settimane un continuo gridare e gareggiare, uno scontrarsi su tutto e in ogni momento, ne soffrono le istituzioni e soprattutto ne soffrono i cittadini che hanno diritto a una classe dirigente capace di ricercare e proporre insieme reali soluzioni ai tanti problemi dell’Italia.

C’è bisogno di mettere in cima all’agenda politica la coesione sociale e una transizione energetica ed ecologica più giusta per il Paese; c’è bisogno di una maggiore attenzione per i nostri ragazzi e per i nostri adultissimi che più di altri pagano la durezza e le incertezze di questo nostro tempo; c’è bisogno di ridare centralità e considerazione al mondo della scuola e alle sue molteplici criticità; c’è bisogno di rilanciare l’economia, di ridurre la disoccupazione, in modo particolare quella giovanile; c’è bisogno di un impegno organico e adeguato in favore della famiglia e delle giovani coppie; c’è bisogno di ridurre le distanze tra Nord e Sud, coniugando rigore e solidarietà.

Con la riconferma di Sergio Mattarella speriamo si vada oltre la difficoltà di giorni di non esaltante confronto politico, spettacolo cui anche l’AC ha assistito con sentimenti di frustrazione e incredulità. È ora di lavorare insieme per la tenuta delle istituzioni e per offrire alle nuove generazioni il dono di una democrazia compiuta.

Come Azione Cattolica avanziamo al Presidente della Repubblica un’unica richiesta: continuare ad essere instancabile monito presso Governo e Parlamento, perché si curino vecchie e nuove ferite del Paese che la pandemia ha acuito e generato. L’Associazione, fedele alla sua vocazione educativa, assicura al Presidente Mattarella una collaborazione operosa nella formazione al bene comune.

Per saperne di più

https://azionecattolica.it/gli-auguri-dellazione-cattolica-italiana-a-sergio-mattarella-presidente-della-repubblica-italiana/

 

 

Che dire? Il buon senso c’era ma se ne stava nascosto per paura del senso comune. Ora dobbiamo dire grazie a Mattarella.

Più che opportuna la citazione del Manzoni. Prevale il buon senso, quindi, la continuità non è più il male assoluto della politica, ma stavolta la sua salvezza. Peccato che questo atteso buon senso prevalga solo dopo che i luoghi comuni, gli slogan, le promesse e i veti incrociati abbiano tentato ancora una volta di sbarrargli il passo.

Dopo inutili e confusi tentativi di creare candidature surrettizie da portare in emiciclo, ma durate poi lo spazio di una votazione, il Parlamento ha compiuto un gesto di resipiscenza e una presa d’atto della realtà. Nomi autorevoli ne sono circolati più nei corridoi, dietro le quinte e nei conciliaboli malcelati che nelle proposte da sottoporre ai grandi elettori.

Alcuni partiti non hanno proferito parola e si sono trincerati dietro un inspiegabile riserbo, altri hanno scelto la via dell’iniziativa ma finendo per bruciare – come è per i più incauti neofiti della politica – i nomi proposti. La destra ha fallito l’abbordaggio, ma la sinistra non ha titolo per cantare vittoria: acefala e muta. Tanti personaggi in cerca d’autore, imprigionati a Montecitorio come i protagonisti di un film di Bunuel.

Evidentemente qualche domanda più di uno dovrà porsela: la politica vince virando in extremis per la scelta migliore e di maggior garanzia per tutti: il settennato di Mattarella si è infatti realizzato all’insegna del senso di responsabilità più avvertito, il ruolo istituzionale è stato avvalorato dalle doti personali dell’uomo, dalla percezione netta e mai venuta meno di privilegiare gli interessi della comunità e di perseguire il bene comune. Pacatezza, lungimiranza, avvertito senso della misura, mai fuori dalle righe: il Presidente uscente ha dimostrato di possedere le doti e il talento del capo di Stato e del più alto rappresentante delle istituzioni e della società, di cui ha saputo intercettare umori, desideri, timori e speranze.

La scelta del Parlamento ha le sembianze di una resa ragionevole e accorta di fronte all’evidenza della realtà, ma è anche una sconfitta della politica, incapace di gestire una partita così alta, in un momento così critico per il Paese. Una caduta verticale in fatto di autorevolezza dei singoli e dell’organo legislativo. La linea della continuità non aveva allo stato pratico valide alternative e i partiti hanno temuto di portare Draghi al Quirinale scegliendo di fatto la soluzione del doppio arbitro: uno resta a Palazzo Chigi perché anch’egli non ha supplenti in grado di prenderne il posto, l’altro continua ad essere garanzia per tutti dal Colle più alto.

Qualche riflessione sulle condizioni miserevoli della politica nel suo complesso sarebbe tuttavia opportuna e necessaria: il quadro parlamentare ha evidenziato tutta la sua pochezza: non un modello di società, non un disegno di governabilità stabile, nessun programma denso per contenuti ed obiettivi, qualche vagito sul PNRR, vistose dimenticanze, carenza di temi nobili, qualche minutaglia sparpagliata nel Decreto milleproroghe. I problemi di selezione e la necessità di ricambio radicale della classe dirigente del Paese restano in tutta la loro macroscopica evidenza. Preparandosi alle elezioni del 2023 i partiti dovranno affinare strategie politiche innanzitutto basate su un saldo fondamento culturale: ciò che attualmente non è e non sarà certo destinato a migliorare con la semplice riduzione del numero dei parlamentari.

Tirano il fiato coloro che in caso di elezioni anticipate sarebbero stati destinati ad una frettolosa e anonima uscita di scena, senza possibilità di rientro. Però non è questione quantitativa ma qualitativa: evidentemente il popolo non è adeguatamente rappresentato, in Parlamento – luogo di elaborazione legislativa e quindi attore di potenziali strategie da perseguire – non vanno i migliori ma i prescelti. Questo è un nodo gordiano che va risolto e qualche aspirante leader dovrebbe essere indotto a più di una doverosa meditazione.“Tutto è bene quel che finisce bene”, ha commentato Casini anche se il ritorno di Mattarella tronca sul nascere la sua candidatura. Ma c’è da credergli, in fondo è uomo politico esperto e sagace.

Prevale il buon senso, quindi, la continuità non è più il male assoluto della politica, ma stavolta la sua salvezza. Peccato che questo atteso buon senso prevalga solo dopo che i luoghi comuni, gli slogan, le promesse e i veti incrociati abbiano tentato ancora una volta di sbarrargli il passo. Grazie di cuore, caro Presidente Mattarella, sappiamo bene che è più un sacrificio che una salutare passeggiata: per questo Le siamo doppiamente grati per aver scelto per il bene del nostro Paese.

 

L’Associazione nazionale dei democratici cristiani (ANDC) e la rielezione del presidente Mattarella: evitato il “fascistibile”!

Archiviata la cosiddetta “Prima repubblica”, si è entrati in un periodo di allegria politica teso a superare le radici della presenza democratica dell’Italia nel continente europeo, riprendendo e rivitalizzando un “ideologia della dominanza” che ha contribuito a rinverdire il “fascistibile”, qualcosa di sopito, ma pericolosamente latente nel corpo sociale italiano.

Alcune settimane fa come Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani (ANDC) ci pemettemmo di rivolgere un appello al Presidente Mattarella affinchè prendesse in considerazione la possibilità di accettare un secondo mandato presidenziale: la cronaca di questi giorni e direi di queste ore ci ha dato ragione!

La delicatezza del momento politico, l’emergenza della situazione sociale e, non disgiunto da ciò, il prestigio e l’imparzialità del Presidente, ovunque apprezzata e stimata, ci ha dato uno scenario che fino a qualche giorno fa sembrava impossibile. Nel contempo ci consente alcune riflessioni spontanee ma, credo, non peregrine. Il mondo politico italiano patisce da quasi trent’anni l’assenza di partiti politici e con essa l’assenza di una politica con un progetto basato sull’espressione di un vero pensiero politico. Lo scenario di formazioni che in questi tre decenni si sono trasformate o mimetizzate per nascondere la miseria ingannevole e populista degli slogan da esse propinati, ha condotto all’erosione di una ben che minima parvenza di costrutto democratico, con la conseguenza di scene degne del peggiore – non migliore – avanspettacolo di provincia.

Aver affidato a personaggi privi di cultura civica il destino dell’Italia, aver seguito i loro propinamenti demagogici e averli, cosa grave, pure votati nelle diverse elezioni, ha prodotto l’eclisse della politica e la crisi della democrazia. L’appiattimento sulla figura del leader di un partito o di un movimento, a volte capaci solo di poter guidare l’assalto ai forni o la caccia all’untore di manzoniana memoria, ha ridotto il nostro paese alla derisione del mondo democratico per non saper esprimere non tanto una figura politica in grado di rappresentare la più alta magistratura dello Stato, quanto piuttosto la “verità” che la democrazia – non una dottrina politica ma un ideale politico – necessita di un “metodo”, di un confronto tra le posizioni, le aspirazioni, le esigenze, con un piccolo prerequisito non da poco: mostrare, tutti, di avere un pensiero da esprimere! 

Quando si è archiviata la cosiddetta “Prima repubblica”, si è entrati in un periodo di allegria politica teso a superare quelle che sono state le radici della presenza democratica dell’Italia nel continente europeo, riprendendo e rivitalizzando un “ideologia della dominanza” che ha contribuito a rinverdire qualcosa di sopito, ma pericolosamente latente nel corpo sociale italiano: qualcosa che definire “fascistibile”. Voglio riferirirmi all’aver identificato la presenza del leader politico come il protagonista incontrastato dell’azione politica, mentre sono i partiti il vero nucleo di una sana democrazia parlamentare, come sancisce la nostra costituzione, per passare da cittadino-Stato a cittadino-persona. Le condizioni di un partito che sia veramente espressione di una cultura democratica devono legarsi all’espressione di organi interni rappresentativi e distinti, cosi come era nella Prima repubblica, non solo la voce del leader o, peggio, il comando del capopopolo del movimento di turno. 

Voglio ricordare che l’Italia, uscita con le ossa rotte dalla seconda guerra mondiale, con una dinastia fuggiasca e fellona che l’aveva portata in conflitto con il mondo intero, ebbe la forza di dimostrare la propria vitalità e il proprio vigore di giovane democrazia scegliendo, appunto, il “metodo” democratico e indicando essa stessa la strada per superare ogni aporia internazionale. Ciò avvenne il 20 novembre 1948, all’indomani di una competizione difficile che il nostro paese aveva affrontato e che pure spinse Alcide De Gasperi, primo fra tutti i leader europei a scegliere la strada di una futura unità europea, svolgendo a Bruxelles una lectio magistralis su “Le basi morali della democrazia”. In questa lezione lo statista dimostrò come la democrazia debba sempre dotarsi di un metodo fondato non solo sul riconoscimento dei principi nati dalla rivoluzione francese, uniti ai diritti della coscienza di ogni persona, ma che essa può vivere solo nel confronto tra posizioni differenti, capaci di arricchire il dibattito e creare quell’”uomo democratico” che i leader di questa ormai morente Seconda repubblica ignorano, pensando sempre a ipotetici balconi o virtuali allocuzioni. 

Il paese esige una classe dirigente decente, non un “fascistibile” riverniciato di chi cerca solo il potere, espressione non di dominio bensì manifestazione di  prestigio. E in questi giorni mi è parso assente in tutti gli schieramenti del Parlamento italiano!

 

Prof. Giulio AlfanoPresidente dell’Istituto Emmanuel Mounier-Italia e Presidente emerito dell’Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani (ANDC).

 

Per leggere o rileggere l’ordine del giorno dell’ANDC

 

Evviva! L’acclamazione degli antichi romani, “Io triumphe”, vale oggi per Mattarella. Poi investiamo sul cambiamento.

Il centro destra esce distrutto da questa vicenda, con la Meloni che si riconferma nel suo ruolo di unica opposizione parlamentare, mentre si sta costruendo una proposta di nuovo centro politico. Un centro democratico popolare, liberale e riformista, ampio e plurale, alternativo alla destra nazionalista e populista, distinto e distante dalla sinistra ancora alla ricerca della sua identità.

Io triumphe, così si acclamava a Roma l’elezione dell’imperatore e così scriveva Gianni Brera nel 1982, dopo la vittoria dell’Italia ai mondiali di calcio. Uso anch’io quest’acclamazione con la riconferma del duo Mattarella-Draghi, innanzi tutto perché comporta garanzia di stabilità politica e istituzionale, di cui il Paese ha bisogno, e anche perché, modestamente, era ciò che avevo indicato il 18 gennaio scorso con la mia nota: prevalga il buon senso.

Il buon senso ha prevalso e pure c’è stato l’appello al Presidente Mattarella di Mario Draghi a nome della maggioranza di governo; appello confermato dalla visita processionale dei gruppi parlamentari al Quirinale nel primo pomeriggio di ieri. I tentativi di Salvini di imporre un presidente di centro destra sono falliti, così come quelli operati sino all’ultimo dalla Meloni di rompere l’unità della maggioranza di governo. Il centro destra ha vissuto la difficoltà del gruppo di Forza Italia, privata della presenza del suo leader, insieme alla serie di errori tattici di Salvini, stretto nella morsa tra restare dentro la maggioranza di governo e conservare l’unità del centro destra, sempre più egemonizzato dalla Meloni e Fratelli d’Italia.

Il centro destra esce distrutto da questa vicenda, con la Meloni che si riconferma nel suo ruolo di unica opposizione parlamentare, mentre si sta costruendo una proposta di nuovo centro politico (Toti, Calenda, Renzi, Brugnaro) facilitato dalla saggia decisione di Pierferdinando Casini di ritirare la sua candidatura, nel momento in cui la maggioranza di governo, comprensiva del suo partito, il Pd, ha deciso di fare appello alla disponibilità di Mattarella per il reincarico. Una prospettiva alla quale anche noi DC e Popolari dovremo guardare con interesse, dato che serve concorrere alla costruzione di un centro democratico popolare, liberale e riformista, ampio e plurale, alternativo alla destra nazionalista e populista, distinto e distante dalla sinistra ancora alla ricerca della sua identità.

Forti tensioni anche nel M5S dove Conte dovrà tenere presenti le dissonanze del giovane rampante Di Maio che, in una fase delicata come quella di ieri, all’annuncio di una possibile candidatura della Belloni, con un comunicato improvvido è riuscito a smarcarsi insieme da Conte e dallo stesso capo spirituale Beppe Grillo. Insomma un’elezione che rappresenta un momento di svolta rilevante della politica italiana per la quale non si può applicare la formula gattopardesca del: cambiare tutto perché tutto resti come prima, dato che nelle prossime settimane assisteremo a processi seri e, in taluni casi dolorosi, di scomposizione e ricomposizione nelle e tra le forze politiche.

Resta confermata la maggioranza di governo che potrà/dovrà impegnarsi a risolvere le grandi questioni aperte: pandemia, energia, inflazione, disoccupazione, debito pubblico con tutti gli adempimenti connessi al PNRR, sino alla scadenza naturale della Legislatura. Ancora una volta, alla fine, nonostante lo spettacolo di questa settimana, amplificato da una copertura mediatica (radio,TV e social media) senza precedenti, il buon senso è riuscito a prevalere, anche se sarà molto difficile restare fedeli al mandato costituzionale dell’elezione indiretta del presidente della Repubblica. Anche a chi come molti di noi sono fedeli, senza se e senza ma, alla Repubblica parlamentare, un serio approfondimento su questa delicata materia si imporrà. 

Avendo ereditato dai nostri padri “la più bella Costituzione del mondo”, qualora si mettesse mano a uno stravolgimento istituzionale clamoroso come quello del passaggio a una Repubblica di tipo presidenziale, è evidente che l’intero assetto repubblicano andrebbe rivisto. Un cambiamento per il quale solo un’assemblea costituente eletta ad hoc potrebbe por mano. Prima di un tale rivolgimento, però, serviranno ben altri partiti da organizzarsi e consolidarsi su basi autenticamente democratiche secondo i dettami dell’art. 49 della Costituzione.

Torna la questione del proporzionale. Dopo la conferma di Mattarella occorre dare all’Italia un rinnovato sistema politico.

Emerge in modo chiaro e netto che il ritorno di un sano e legittimo sistema elettorale proporzionale è oggi l’unica condizione per ridare credibilità alla politica, trasparenza degli atteggiamenti politici e un minimo di coerenza di ciò che predicano e di ciò che poi praticano i singoli partiti.

Non tutto vien per nuocere. È un vecchio proverbio ma è sempre attuale e convincente. L’incredibile e paradossale scenario a cui abbiamo assistito in questi giorni per l’elezione del Presidente della Repubblica ci ha portato ad alcune conclusioni che sono sotto gli occhi di tutti. Osservatori, esperti del settore e cittadini comuni. Uno su tutti, e credo il più importante. Ovvero, la fine irreversibile e senza ulteriori ipocrisie degli schieramenti politici che abbiamo conosciuto sino ad oggi. E con il tramonto degli schieramenti, la fine del sistema elettorale che li ha giustificati, cioè il sistema maggioritario.

Ecco perchè, d’ora in poi – e cioè dopo questa inguardabile e quasi incommentabile sceneggiata – il sistema proporzionale si staglia all’orizzonte. Partiamo dal centro destra. Ci sono tre partiti che, ormai, hanno tre strategie politiche diverse. Chi ha una maggior attitudine alla cultura di governo, cioè Forza Italia; chi coltiva con maggior interesse di stare all’opposizione perchè hanno una storica cultura di opposizione, cioè i Fratelli d’Italia; e c’è chi sta in mezzo a due fuochi perchè non rinuncia nè al governo e nè all’opposizione, cioè la Lega di Salvini. Come faccia questa coalizione a puntare sul maggioritario resta, francamente, un mistero della fede.

Nel campo della sinistra resta il massimalismo della sinistra con l’alleanza con un partito, i populisti dei 5 stelle, che non si sa più quante strategie hanno al loro interno. Ovvero, ognuno corre per sè e non si sa neanche più chi esercita la leadership in quel partito. Più che un partito è un grande movimento diviso in fazioni, bande e pseudo capi che coltivano strategie diverse e opposte fra di loro. Anche su questo versante, conservare il maggioritario più che una strategia a lungo termine è una bestemmia politica.

E poi c’è la galassia centrista che finalmente si riorganizza e si ricompatta attorno ad un disegno politico che proprio dopo questo fallimento della politica nel suo complesso riemerge in tutta la sua corposità. Ovvero, il decollo di un partito di centro che sappia declinare concretamente ed autenticamente una “politica di centro”. Elementi che sino ad oggi sono clamorosamente scomparsi dall’orizzonte politico perchè sacrificati sull’altare del dio maggioritario da un lato e di un finto bipolarismo dall’altro. Un bipolarismo più orientato all’annientamento del nemico che alla satireggiai del confronto e del dialogo. Una sorta di logica degli “opposti estremismi” poco compatibile con una normale e fisiologica democrazia dell’alternanza. E anche su questo versante il sistema maggioritario non può che essere un ostacolo da liquidare al più presto.

Ma, al di là di questi giudizi politici che non sono opinioni ma una semplice fotografia – peraltro oggettiva e quindi poco discutibile – emerge in modo chiaro e netto che il ritorno di un sano e legittimo sistema elettorale proporzionale è oggi l’unica condizione per ridare credibilità alla politica, trasparenza degli atteggiamenti politici e un minimo di coerenza di ciò che predicano e di ciò che poi praticano i singoli partiti. Un sistema proporzionale che adesso, semplicemente, si impone. Per il bene della democrazia, per la credibilità del sistema politico e anche per la salute e una ritrovata identità politica e culturale dei singoli partiti presenti sullo scenario politico nazionale.