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CULTURA POPOLARE: UN NUOVO CAPITOLO, NON UNA CELEBRAZIONE DEL PASSATO.

L’incontro del 19 dicembre scorso all’Istituto Sturzo, promosso dall’Associazione I Popolari, era molto atteso ed è stato allo stesso tempo utile, festoso, corroborante.

Con anche alcune novità per il 2023: Castagnetti ha detto che la ripresa delle pubblicazioni del “Popolo”, di cui ricorrerà il centenario dalla nascita, è ormai un “segreto di Pulcinella”, e devo dire che anche la mia provocazione sulla ripresa di attività del PPI come un movimento culturale d’avanguardia politica che diffonda idee ed azioni politiche incidendo sull’agenda politica contemporanea, alla maniera del “partito radicale” come modalità d’azione non elettoralistica, ha avuto una certa attenzione anche se non una immediata possibilità d’attuazione (ma qui mi sono rimesso alla leadership di Pierluigi che sa se e quando converrà praticarlo, e lo stesso Giampaolo D’ Andrea e uno degli intervenuti, il giovane amico di Taranto Domenico Rogante, ci hanno rassicurato che ci vedremo presto).

Voglio perciò fare un passo in più, stimolato dai molti interventi del Domani d’Italia tra cui, come sempre, apprezzo per la sua sagacia Lorenzo Dellai.

Innanzitutto non mi soffermerò sul fatto che ridare vita alla pubblicazione del “Popolo” non è cosa da poco: conosco il giornalismo e l’editoria, e so che fatica immane è avere una continuità ed anche che, mettere assieme articoli e saggi, non è solo una composizione di metodo ma anche una composizione politica e massmediologica, per cui io immagino che il Popolo possa diventare anche il raccordo -“federale” per così dire- di tanti che come il Domani d’Italia di Lucio D’Ubaldo hanno in questi anni coperto un settore (e continueranno a farlo, io credo) che aveva bisogno di esprimere voci e sentimenti, oltre che naturalmente ragionamenti compiuti. Mettere assieme digitalmente, e anche in cartaceo per noi del secolo scorso, tante voci, significa lasciare liberi tutti di continuare il proprio impegno e mettere assieme con cognizione e in maniera sistematica mondi che sono presenti a livello nazionale e locale; e proprio in questo “mosaico” ben rappresentano l’idea sturziana di adesione al territorio che è una delle caratteristiche dei cattolici democratici. Ma avremo modo di riparlarne concretamente.

Il passo in più che io ritengo si debba fare è invece legato alla giusta idea espressa da Lorenzo Dellai che i cattolici democratici, se vogliono essere conseguenti a se stessi e alle proprie affermazioni debbano confrontarsi con il “contemporaneo” e dunque aprirsi anche a nuove tematiche, spesso in passato un po’ oscurate, vuoi dalla emergenza pratica del governare che dalle tradizioni “disciplinari” della nostra scuola di pensiero. Questo indipendentemente da dove ognuno di noi ritiene o riterrà in futuro di portare le sue idee, movimenti o partiti che siano (ricordate che io propugno la “doppia tessera”? E difatti a certe condizioni (le indicava chiaramente Enrico Farinone) manterrò la mia del Partito Democratico, ma non è qui che voglio parlarne e per certi versi non lo avrei fatto neanche all’Istituto Sturzo se non avessi voluto seguire il filo del ragionamento di Pierluigi Castagnetti e dei molti amici intervenuti).

Ecco dunque che si tratta, per noi cattolici democratici, di fare un salto e superare le consuete discipline praticate della storia, delle scienze politiche, della giurisprudenza, del costituzionalismo, ed aggiungere con curiosità culturale e partecipazione nuove frecce al nostro arco cognitivo. Non può bastarci (in realtà storicamente non ci è mai bastata) come cattolici democratici la cosiddetta “dottrina sociale della Chiesa”. Con tutto il rispetto, sulle alleanze internazionali, la questione energetica, lo sviluppo economico non è che la Democrazia Cristiana non abbia saputo andare sempre oltre, ed anche ai tempi dei PPI, per fortuna, De Gasperi, Sturzo stesso e certamente Donati e Ferrari seppero “leggere” la situazione sociale pre-fascista e dittatoriale ben meglio della Chiesa stessa.

Noi siamo laici e post-conciliari. Nostro è il dovere, “a causa della fede”, non per la fede o peggio ancora per la nostra religione, di vivere in questo mondo, senza farci abbagliare dal mondo. Ed allora ecco che dobbiamo tornare ad interrogarci sulla ECONOMIA, dove siamo stati presenti ma oggi ci troviamo a dover convivere con un capitalismo consumista che ha perso anche lo spirito del capitalismo originario; che dà più spazio alla finanza che alle realizzazioni concrete; che vede nascere e fiorire la iconografia dei grandi possessori di denaro (lo 0,001% del mondo?) i quali ora pretendono anche di decidere al pari degli Stati: Elon Musk è un esempio ultimo di pervasività nella comunicazione, nella economia nazionale degli Usa, negli affari internazionali con i suoi satelliti che sono al servizio nella guerra ucraino-russa…della “parte giusta” ma…se fossero al servizio della “parte sbagliata”? E se la proprietà di un social network più potente di mille giornali nazionali di oltre duecento anni di “anzianità” fosse volta solo a formare una ideologia globale che superi le barriere e i confini nazionali? O vogliamo parlare del ruolo di aziende come i Gafam (Google-Amazon-Facebook-Apple-Microsoft) che hanno bilanci multinazionali superiori ad almeno 100 dei 196 Paesi presenti alle Nazioni Unite? L’ ECONOMIA DIGITALE, in cui le proprietà di calcolo, gli algoritmi segreti, i server nascosti nelle piane artiche o in “paradisi” fiscali e legislativi, sta disegnando scenari molto diversi da quelli classici anche del “Turbocapitalismo” anni ottanta e novanta.

Come possiamo parlare di persona e comunità in senso generico, senza invece interpretarli alla luce di ciò che accade oggi?

Possiamo solo dibattere di commi legislativi e leggi elettorali mentre leadership internazionali sono condizionate da nuovi sistemi ingegneristici dell’economia, che cambiano tutti i “business models” e rendono i giovani solo pedine per i “like” sui social networks facendoli partecipare alla nuova produzione di “plus valore” dalla “catena di montaggio” del computer o dallo smartphone di casa propria? Sia chiaro, questo cambio di paradigma scandisce ancor più la vetustà di certe battaglie di Landini o delle richieste antiche ed anche un po’ stridule di Bonomi, più ancora dei nostri riferimenti ad una economia della persona in cui la comunità si sviluppa (sostenibilmente) solo attraverso la comprensione dei meccanismi e la ripresa in mano (non dirigistica o autoritaria, non siamo la CINA (turbosocialcapitalistica) delle leve della economia digitale contemporanea e di una cultura del lavoro realmente contemporanea.

E l’AMBIENTE, o meglio l’ECOLOGIA INTEGRALE, non è e non può essere semplicemente un “omaggio” a Papa Francesco e San Francesco, suo ispiratore. Bene il Santo Padre…meno male…ma come ricordava l’amico Rogante, non a caso di Taranto, la sfida per noi laici non è solo enunciare o citare, ma spiegare come tieni assieme il dovere di produrre in uno dei quattro soli poli industriali europei di produzione dell’acciaio, le ragioni dello sviluppo (sostenibile…ed è possibile tecnicamente realizzarlo), del diritto al lavoro e contemporaneamente della salute individuale e collettiva di una città. È rispondere a Taranto, oggi; alla città e ai lavoratori, all’Europa ed all’Accordo di Parigi 2015 (Cop 21) che fa una politica, non solo le enunciazioni generiche. (E nel frattempo c’è stata la fallimentare Cop 27 a Sharm el-Sheikh, ma anche una Cop 15 sulla biodiversità a Montreal interessante, con oltre 10000 progetti ambientali di città nel mondo, città dove vivono ormai il 55 percento degli abitanti del Pianeta e l’URBANIZZAZIONE E RICUCITURA URBANISTICA ED ARCHITETTONICA sono certamente uno dei problemi del futuro…).

E delle condizioni della SCUOLA dopo due anni di pandemia (anno scolastico 2020-2021 pari per giornate in presenza a quelle dell’anno scolastico 1944-1945, per dire…) e la guerra in casa Europa, dove si annidano le frustrazioni di generazioni giovani impaurite e destinate a far crescere le situazioni NEET (non vai a scuola ed università e nemmeno al lavoro)? Possibile che dopo i proclami di voler aprire le scuole tutto l’anno, di tenere lezioni a giugno e luglio, di far scendere le classi al numero giusto di 15 alunni per classe (anche a fini sanitari oltre che culturali), tutto si riduca alla “restaurazione” autoritaria, e il “merito” vero, quello dell’emancipazione e dell’ascensore sociale, non sia degno di dibattito di nemmeno una giornata del nostro Parlamento dall’inizio della pandemia ad oggi?

Per ora mi fermo qui. Non voleva essere una sorta di “cenni sulle vicende universali”…Credetemi. Anche di molti di questi problemi vorrei saperne di più, ascoltare pareri, idee nuove…e per fortuna il 19 abbiamo avuto Ernesto Maria Ruffini, Fabrizia Abbate, Monica Canalis, Federico Manzoni e Domenico Rogante ad introdurre nuove angolature, spazi interconnessi, provocazioni culturali…No, voleva essere una “riflessione-stimolo” – a me stesso per primo- a rispondere alla giusta preoccupazione che molti amici, e Lorenzo Dellai tra gli altri in maniera davvero stimolante, hanno espresso di non essere solo rivendicativi, nostalgici, celebrativi ma anzi di riscoprire quella vena intrepida dei cattolici democratici di spingersi in terreni inesplorati, in discipline che non consideriamo “nostre” a priori, insomma a fare davvero la “minoranza di choc” (Maritain). In primo luogo verso noi stessi ed un eventuale gradevole senso di soddisfazione ed appagamento solo per il fatto di esserci, e venire riconosciuti culturalmente o politicamente.

BREVI NOTE DAL VILLAGGIO DEI GALLI

Ricordate il Bardo di Asterix e il suo dossier di bilancio presentato alla regina Cleopatra-Meloni. Non si era ancora chiusa la porta della sala del trono che la Regina mollò il dossier al centurione vicino a lei con un “tiè vedi se lo potemo usà!”.

Il centurione lesse e rilesse ma non trovò misure da portare nel documento della regina Cleopatra. Dei suggerimenti non c’è traccia. Nel frattempo il Bardo Assurancetourix, rientrato al villaggio, non è stato accolto da festeggiamenti, ma ha trovato tutti i Galli seduti a una tavola piena di cinghiali arrosto. Dunque, invitato da Asterix con un “cantaci qualcosa che stiamo a tavola!”, reagì con sdegno perché la cosa aveva subito alimentato rancore per i selvaggi Galli incapaci di apprezzare la sua arte.

Tutti mangiavano con voracità, tranne Obelix che stava seduto da una parte con un lungo broncio. Perché il bardo senza volerlo aveva attirato l’attenzione della regina Cleopatra sui cinghiali dell’impero, tra cui quelli di Obelix.

A cacciare i cinghiali ci penseranno anche i pretoriani.

IL NATALE DEI CRISTIANI DI GAZA, A RISCHIO SCOMPARSA TRA ENDOGAMIA E MIGRAZIONI. LA NOTA DI ASIANEWS.

La questione migrazione “una piaga aperta” fra le famiglie palestinesi “dall’inizio della guerra arabo-israeliana”, prova ne è il fatto che “difficilmente è possibile trovare una famiglia nata in Palestina e che è rimasta in ogni suo componente”. Anche per chi vive ancora oggi in questa terra, il problema della divisione resta attuale perché “da Gerusalemme est, a Gaza e in Cisgiordania, vi sono milioni di persone sperate fra loro” proprio perché non vi è libertà di spostamento. A raccontare le spine irrisolte di una regione segnata da conflitti e violenze, spesso passate sotto silenzio, è il parroco di Gaza p. Gabriel Romanelli, che se da un lato ha vissuto con “gioia” le celebrazioni del Natale, dall’altro denuncia la mancanza di prospettive per una popolazione segnata dalle sofferenze. “Chi vive nella Striscia – spiega ad AsiaNews – non può visitare un parente a Betlemme o Gerusalemme. Inoltre, quasi tutti hanno un familiare in Libano, in Australia, in Nuova Zelanda o in America. Un dolore visibile soprattutto sui volti delle mamme, che osservano in silenzio i figli andare via. Famiglie spezzate, senza una soluzione o una prospettiva”.

Hamas e i migranti

Di recente migliaia di persone hanno partecipato ai funerali di otto persone, originarie di Khan Yunis, affondate circa due mesi fa mentre cercavano di migrare dalla Tunisia verso le coste dell’Europa. Uno dei tanti barconi della disperazione che solcano le acque del Mediterraneo, in cui sono affondati sogni e speranze di un gruppo di giovani che hanno abbandonato Gaza, una prigione a cielo aperto, per costruirsi una vita nuova. Le esequie sono diventate occasione per mostrare il dissenso pubblico verso Hamas, che governa un territorio da 15 anni sottoposto a un durissimo blocco imposto da Israele (ed Egitto). Al gruppo militante si muove l’accusa di non curarsi dei giovani e di non lottare per offrire loro opportunità di lavoro e riscatto.

“L’emigrazione – spiega p. Romanelli – non è un fenomeno raro. Io sono arrivato a Gaza nel 2019, l’anno precedente le stime parlano di almeno 10mila giovani partiti, la maggior parte musulmani in direzione dell’Egitto e i numeri sono in crescita. Siamo due milioni e 300mila abitanti, in molti usano cellulari e social come una finestra sul mondo reale e vedono che vi sono altre opportunità di pace, libertà, dove ci sono acqua ed elettricità. Il delitto per molti è essere nati qui, perché di norma in prigione vanno i criminali e non vi è ragione di rinchiudere un’intera popolazione, negandole speranze e futuro”. “Il movimento verso l’estero – prosegue il sacerdote – è continuo, anche perché circa il 50% degli abitanti non hanno lavoro. Vi sono tentativi di fuga via mare, ma non quello di Gaza perché è impossibile: qualche miglia al largo vi è la marina israeliana, nessuno potrebbe forzare il blocco” e fuggire in direzione dell’Europa. “La direzione è sempre verso l’Egitto, poi la Libia o più spesso la Turchia dove vi sono barconi che contrattano la traversata, lasciandoli nelle acque territoriali della Grecia, anche a 14 o 15 km dalla costa. Chi può compie l’ultima parte a nuoto, mentre gli altri restano in attesa dei soccorsi”. I più sfortunati affondano e perdono la vita, come successo agli otto ragazzi la cui morte ha infiammato le piazze della Striscia.

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RIFLESSIONI SU MEDIA E POLITICA (DA BERNABEI A DRAGHI).

La televisione (non solo in Italia) è sempre stata una scelta politica e strategica da compiere: a chi si vuole dare voce e in quale maniera? La situazione odierna fa rimpiangere i tempi della “lottizzazione” che – con tutti i suoi difetti – generava comunque una sfida culturale tra diverse concezioni del mondo, una competizione e un confronto tra idee diverse di società. La tv accompagnava – e talvolta anticipava – le trasformazioni del Paese (che è un concetto più ampio di “nazione”), il progresso economico, lo sviluppo e l’affermarsi di una nuova sensibilità.

Agli inizi di questa storia, negli anni Cinquanta, avevamo un solo canale e un solo partito che ne decideva i dirigenti e lo governava con una visione quasi paternalistica. La Rai di Ettore Bernabei ha avuto indubbi meriti nell’alfabetizzazione del Paese e nella creazione di un linguaggio comune (che andasse oltre il “lessico familiare”). C’era molta attenzione all’innovazione e alla sperimentazione. Perché i dirigenti di allora si comportavano così? Perché per nessuna ragione avrebbero ceduto il primato di scelta a figure esterne: in altre parole, erano loro a decidere la “politica culturale” in tv. L’esatto contrario di quanto accade oggi, quando a decidere è chi controlla più conduttori e più programmi del palinsesto, che tendono a restare gli stessi per decenni. I conduttori e il loro pubblico invecchiano (e talvolta muoiono) insieme. Con un’aggiunta importante: il manager della società di produzione vende al network tv il format, spesso comprato all’estero o, per risparmiare, opzionato in attesa dei soldi della Rai, facendo dunque attenzione a non operare scelte che possano creare scandali e quindi problemi a chi acquista: i dirigenti del Servizio pubblico. Questi ultimi non hanno una particolare visione del mondo da affermare se non l’obbedienza ai leader politici che, a loro volta, non avendo idee da valorizzare, si riducono a suggerire qualche simpatizzante della prima ora per qualche posto importante.

Passiamo ad un altro argomento. In un editoriale sul Guardian di qualche giorno fa, il senatore democratico statunitense Bernie Sanders utilizza poche parole mirate per definire il problema globale che minaccia il futuro economico, sociale e ambientale del Pianeta: “l’1% della popolazione mondiale possiede più ricchezza del 99% più povero”. Questa disuguaglianza è la forma che ha assunto il nostro mondo. “Dappertutto cresce l’ostilità verso i regimi democratici” continua Sanders, “l’insofferenza per la stampa libera, l’intolleranza per le minoranze etniche e religiose, in difesa degli interessi e dei privilegi più egoistici”. Che ciò avvenga nelle dittature è abbastanza normale (Quatargate docet), ma queste tendenze si manifestano in misura crescente anche nelle democrazie. Gli autocrati tendono perfino a cancellare le poche concessioni fatte in precedenza nei loro Paesi. Putin e Xi Jinping mirano a prolungare il loro potere in eterno e questo non può che portare a un’ulteriore stretta autoritaria dei loro regimi. Anche in Occidente la democrazia viene progressivamente erosa, non riesce più a rappresentare l’intera comunità. Con l’inflazione a due cifre, il “sogno americano” che Biden vuole rilanciare, oggi è più difficile da realizzare. Infatti tra l’1 per cento dell’umanità ricca e il 99 per cento si è formato un burrone che li separa e non si vedono più ponti per passare dalla lotta per la sopravvivenza al “diritto alla felicità” pur sancito nella Costituzione americana.

Post Scriptum
Sul Corriere della Sera del 24 dicembre è apparsa una lunga intervista a Mario Draghi. Di fronte allo smarrimento del Pd e alla recente fibrillazione “convegnistica” di una parte non trascurabile del cattolicesimo democratico, alcuni concetti espressi (con la consueta chiarezza) dall’ex Premier potrebbero costituire un ragionevole punto di partenza per quella “agenda Draghi” di cui si è parlato molto (e spesso a sproposito) negli ultimi mesi.

I POPOLARI E LA RICOMPOSIZIONE: NESSUNO LI RAPPRESENTA IN MODO ESCLUSIVO.

Abbiamo parlato nei giorni scorsi della necessità di avviare una convinta e feconda stagione di “ricomposizione” politica, culturale e, auspicabilmente, anche organizzativa dell’area Popolare e cattolico sociale nel nostro paese. Certo, si tratta di un auspicio più che di un dato di fatto oggettivo. Ma è indubbio che, soprattutto dopo il clamoroso ed irreversibile fallimento politico del progetto originario del Partito democratico da un lato e la difficoltà, al momento, di riabitare il centro destra con la cultura Popolare e cattolico sociale, il cammino politico e concreto dei Popolari non può che intraprendere altre strade e altri percorsi. Ed è proprio a questo punto che, almeno su un versante, occorre essere chiari e trasparenti. Ovvero, è di tutta evidenza che i percorsi sono destinati a divergere ancora. E del tutto legittimamente, aggiungo io.

Ovvero, c’è chi continua a perseverare nella necessità di ridar vita ad una tradizionale “corrente” di ex Popolari all’interno del Pd – appoggiando o la candidatura di Bonaccini o quella della Schlein, come tutti sappiamo – e chi, al contrario, ritiene che sia giunto il momento per restituire libertà di movimento ai Popolari attraverso un progetto autonomo che sia anche in grado di dispiegare un protagonismo politico e culturale che in questi ultimi anni si è pericolosamente inabissato. Dopodichè si vedrà, cammin facendo, quale sbocco politico ed organizzativo avrà questo processo di rigenerazione e di rilancio politico, culturale e programmatico dei Popolari. Perchè in gioco, infatti, c’è la necessità di uscire dall’anonimato e dal gregariato che hanno caratterizzato il mondo Popolare in questi ultimi tempi. E senza riproporre, al contempo, esperienze testimoniali che sono politicamente irrilevanti ed elettoralmente inconsistenti, come l’esperienza concreta ha platealmente confermato.

Ecco perchè, di fronte ad un quadro ancora fortemente complesso ed articolato, è sempre più indispensabile indicare una regola. Più di metodo che di merito. Ossia, nessuno nell’area Popolare può ergersi a rappresentante esclusivo e organico di questo mondo culturale e politico. Nessuno può, fidesticamente, indicare qual è la strada più corretta e più coerente da intraprendere. E questo non per un gesto qualunquistico o, peggio ancora, pilatesco. Ma per la semplice ragione che, nel momento in cui si rafforza un processo di “ricomposizione” politico, culturale ed organizzativo dell’area Popolare che parte dal basso a differenza di altri momenti storici, sarebbe sciocco nonchè scorretto indicare una sola ed esclusiva via percorribile.

Insomma, rispettando oggi laicamente la libertà di movimento dei Popolari nello scenario politico italiano, può essere la strada più corretta e più credibile per favorire, nel futuro, una vera “ricomposizione” della stessa area Popolare. Senza polemiche politiche e, soprattutto, senza alcun conflitto di natura personale o di gruppo.

IL NATALE NON “INFANTILIZZA” I CREDENTI. RISPOSTA A MICHELA MURGIA: L’INCARNAZIONE È IL MISTERO PIÙ GRANDE.

Quando Michela Murgia parla (o scrive) chissà perché lo fa sempre dall’alto della sua cattedra dove pontifica, impartendo lezioni a tutti, nella sua muliebre sapienza.

Il vangelo del giorno di Natale ci ricorda: “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità” (Gv 1,14). L’incarnazione è il mistero più grande ed incomprensibile, ed allo stesso tempo la dimostrazione tangibile di come Dio abbia amato l’umanità da donargli il suo unico Figlio perché questi si sacrificasse per noi. L’immagine di questo Dio che si fa uomo, e che si presenta come un bambino che nasce nella precarietà del provvisorio, però non ha nulla di infantile e non spinge i cattolici ad “infantilizzarsi”, così da “essere sprovvisti di capacità critica” (perché nel fondo è a questo che fa riferimento la Murgia nel suo articolo di ieri su La Stampa).

Se pensiamo bene, i bambini sono quanto di più bello ed allo stesso tempo di fragile si possa trovare, e proprio perché indifesi possono essere preda di tutti. E ben sappiamo cosa fa l’umanità dei bambini inermi. Per chi non crede è difficile capire che Dio sceglie ciò che è povero e debole per mostrare la sua grandezza, per parlare a questa umanità che non sa più leggere i segni e piega la religione e la fede ai propri interessi. E non c’è niente di “zuccheroso” nel mistero della nascita di Gesù, perché quella nascita è già segno di ciò che dovrà essere: passione e morte, e poi resurrezione per farci partecipi della sua gloria. Ora, solo chi non crede che Dio ama l’uomo immensamente può pensare che “diventare come Dio non è alla nostra portata”, dimenticando che con il battesimo la stessa Trinità viene ad abitare in noi. E per fortuna, o meglio per grazia di Dio, i riscontri biblici ci sono, basta saperli cercare, anche chiedendo a Google, che mi pare sappia più di tutti.

Tutta la storia narrata nelle Sacre Scritture ha in Cristo inizio e compimento. L’Antico Testamento è annuncio del mistero che si compirà grazie al sì di una umile giovane di un povero paese della Galilea, Nazareth; in esso sono presenti centinaia di profezie su Gesù, molte delle quali riguardano il tempo della sua passione. In Genesi 3,15, nella prima promessa di un Salvatore fatta ad Adamo ed Eva dopo il peccato, il Messia futuro viene semplicemente definito come “progenie della donna”, che schiaccerà il capo al serpente e lo vincerà. Il profeta Michea quando parla del luogo di nascita del Messia dice: “Ma da te, o Bethlehem Efrata uscirà colui che sarà dominatore in Israele, le cui origini risalgono ai tempi antichi, ai giorni eterni…” (cf. 5,1-2); e ancora nel libro del profeta Isaia leggiamo: “Perciò il Signore stesso vi darà un segno: ecco, la giovane concepirà, partorirà un figlio, e lo chiamerà Emmanuele” (Is 7,14), per poi citare il profeta Osea che dice: “Fin dall’Egitto chiamai il mio figlio” (Os 11,1), e Geremia che annuncia la strage degli innocenti: “Una voce si ode da Rama, lamento e pianto amaro: Rachele piange i suoi figli, rifiuta d’essere consolata perché non sono più” (Ger 31,15). E se ne potrebbero citare a iosa. Quanto ai Vangeli, sono stati redatti per portare la Buona novella a diversi tipi di credenti: Matteo ha scritto per i giudei convertiti al cristianesimo; Luca scrive soprattutto per i gentili; Marco per i cristiani romani provenienti dal paganesimo; Giovanni scrive per tutta la Chiesa. In essi non c’è mito, ma verità storica e di fede, perché la Sacra Scrittura non sbaglia (inerranza biblica).

Nella storia di Gesù e della Sacra famiglia non c’è nulla di banale, di cinematografico, o di “cinepanettone”, ma proprio la storia di una famiglia reale, che, come tante, ha affrontato la vita e le sue vicissitudini, ed ha cresciuto il Figlio di Dio come un bambino qualunque, in quanto Maria e Giuseppe non potevano gestire il grande mistero, di cui anche loro facevano parte, senza viverlo con la maggiore normalità possibile, perché a cercare di capire i piani di Dio si può diventare matti. E intanto Maria partorisce in una stalla, forse, o in una grotta adibita a stalla, o in una stanza poverissima e Gesù è “deposto” in una mangiatoia perché non c’era altro posto dove tenerlo al caldo. Da notare che il verbo usato per indicare la deposizione di Gesù nel presepe è lo stesso usato per dire la deposizione di Gesù dalla croce…

Di chi è stata la colpa? Certamente di quelli che pensano che in tutta questa storia la colpa sia di qualcuno: di Erode, dei Magi, dei cattivi di turno, e così via? Chi è senza peccato scagli la prima pietra! Scomodare, poi, Benedetto XVI sul tema della liturgia postconciliare sembra alquanto eccessivo e fuori luogo, così come citare il canto “mistificatorio” (Dio si è fatto come noi) nel quale si fa semplicemente riferimento alla Scritture, ed in particolare a passo seguente: “Attraverso queste ci sono state elargite le sue preziose e grandissime promesse perché per mezzo di esse voi diventaste partecipi della natura divina, dopo essere sfuggiti alla corruzione che è nel mondo” (2 Pt 1,4).

Ma si, in fin dei conti siamo tutti esseri umani, tutti pericolosamente esposti alla corruzione di questo mondo, alle contraddizioni, alle false verità, alle idee e ideologie che rendono l’accoglienza dell’altro, del povero, del profugo, del fuggiasco, uno strumento di propaganda politica ed ideologica, soprattutto quando i poveri, dopo averli salvati, li lasciamo nei lager che costruiamo, noi, quelli che ci sentiamo dio perché li abbiamo salvati, perché “non c’è posto per loro” nel nostro mondo perfetto. E allora lasciatemi dire: beati quelli che si commuovono davanti al mistero dell’Incarnazione perché in essa trovano il volto di un Dio che si è fatto uomo e nel quale si riconoscono, “Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza – si legge nella costituzione dogmatica Dei Verbum – rivelarsi in persona e manifestare il mistero della sua volontà, mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, hanno accesso al Padre nello Spirito Santo e sono resi partecipi della divina natura” (DV 2).

SANTE FESTE A SLAVYANSK. POSSIAMO RESTARE INDIFFERENTI?

Ieri in Ucraina si festeggiava il Natale Cristiano, in dissenso con la Chiesa Ortodossa.

Questo bimbo ha perso entrambi i genitori sotto le bombe e vive con i nonni in cantina, a Slavyansk. Sullo sfondo gli arredi e le scorte alimentari.

Qualcuno gli ha portato un dono, forse ieri, forse il giorno di San Nicola.

La gioia è nei suoi occhi. Un sorriso più grande del viso per tre succhi di frutta e un album delle cornicette. Nelle sue scarpe, la sua vita. Buon Natale anche a lui.

Dovremmo far girare questa foto e il target dei destinatari si preannuncia numeroso: ci sono i pacifinti dell’uno-vale-uno, i teorici della “Russia ha fatto bene perché era accerchiata dalla NATO”, chi ha scritto che “con o senza pistola alla tempia tra Putin e Zelensky sceglie di stare con Putin”, fino a chi ha dichiarato che “Putin voleva sostituire Zelensky con della gente per bene”, o a chi lo ha definito “figlio di puttana dell’Occidente”, per finire con il capo della Chiesa Ortodossa che predica di dare la vita per la patria pur di estirpare la mala pianta ucraina, perché il premio è andare in cielo, chi ha ucciso i civili, li ha seppelliti nelle fosse comuni, ha evirato gli uomini, stuprato le donne, trafugato i bambini, estirpato agli anziani i denti d’oro, bombardando senza pietà e senza tregua città e villaggi dove chi è sopravvissuto non ha gas ne’ energia elettrica, né acqua, né cibo. Dove si resta dimenticati dalla vita e abbandonati dalla morte.

La lista dei destinatari è infinita e comprende gli indifferenti e gli ignavi, la peggiore categoria della stirpe umana.

Guardiamola questa foto, insieme a tutte quelle che ci raccontano la devastazione di un popolo e di una nazione e facciamoci un pensierino anche noi: questa è infanzia rubata, questi sono crimini di guerra, queste sono atrocità che ci impediscono di voltarci dall’altra parte .….se vogliamo essere chiamati persone civili. Soprattutto in questi giorni del Santo Natale e del valore che ha per noi che ci diciamo cristiani.

OMELIA DI DOSSETTI: «…QUELL’UOMO…IL DIO NEL QUALE RISPLENDE LA PIENEZZA DELLA GLORIA DEL PADRE…»

C’è una piccola conclusione da ricavare e sulla quale ci possiamo fermare.
Quanto sto per dire sta al di la della morale – ci insisto – perché non è in dipendenza dalla nostra buona o cattiva volontà, ma attiene all’essere. Noi uomini che cosa siamo? O siamo figli di Dio – generati nello Spirito Santo attraverso la fede nel nome di Cristo – o non siamo niente.
Il guaio è che Dio ci ha voluti figli suoi, e adesso non abbiamo neanche più la possibilità di non essere, perché ci ha voluti nel Cristo, e siamo definitivamente in lui. Ed essendo definitivamente in lui, lo siamo o per la vita o per la morte, o per la salvezza o per l condanna.
Egli ci ha tolto da quella che avrebbe potuto essere una situazione semplicemente di non-essere, quando non fossimo stati in Dio. E questa è la condanna: non abbiamo neanche più la possibilità di non essere. Come dice l’Apocalisse l’inferno è questo: « Gli uomini brameranno di morire, ma la morte fuggirà da loro » (Ap 9,6). L’inferno è la volontà di non essere e l’impossibilità, d’altra parte, di non essere. Non possiamo più non essere: dal momento che siamo stati costituiti in Cristo, siamo indistruttibili. Fuori di Cristo saremmo il nulla, il vuoto; ma in Cristo partecipiamo della sua eternità, non possiamo più non essere.
Quindi, o siamo figli di Dio oppure siamo questa cosa tremenda, inimmaginabile, che è precisamente l’impossibilità di essere figli e persino l’impossibilità di assecondare l’intimo desiderio, che in quella situazione avremmo, di non essere. Ma non di non essere in questa vita – un non-essere limitato, eliminabile con la morte – ma di non essere in assoluto; e perciò di essere nell’impossibilità di fuggire dall’essere. Questo vuol dire l’essere in Cristo.
Se si è in Cristo, o siamo in lui figli, oppure siamo condannati a questa morte più tragica della morte, a questo non-essere più tragico del non-essere, a questo annullamento più tragico dell’annullamento.
Tutto il resto viene di conseguenza al fatto che il Verbo si è fatto carne. Da quel momento, anzi dal momento in cui il Padre ha decretato il Verbo incarnato, tutta la realtà sta in lui: è entrato in tutti gli spessori del mondo, del reale, degli esseri spirituali, degli esseri corporei, nel cosmo delle intelligenze angeliche e nel nostro cosmo visibile e materiale. Da quel momento, lui veramente abita in noi, abita gli universi, abita le ere, abita gli spazi e i tempi come solo Dio li vede. Tutto questo è avvenuto dal momento in cui si è fatto carne, o meglio dal momento in cui il Padre ha decretato e ha voluto il Cristo, e per lui tutto il mondo e in lui tutti gli esseri. Ed è per questo che più avanti Giovanni dice: «E dalla pienezza di Lui noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia» (Gv 1,16).
Se diciamo di sì a questo Natale del Verbo di Dio nella carne, allora dalla sua pienezza noi riceviamo grazia su grazia. Ma bisogna dire di sì, come l’ha detto la Madonna. Perché il vangelo non sta solo nel racconto degli episodi della vita del Signore. Certo il vangelo è anche questo, il racconto dei fatti della vita del Signore che ha guarito il cieco di Gerico, che ha accolto la peccatrice, ma queste sono ancora le dimensioni esterne e iniziali. Paolo a proposito del vangelo dice:

«Se anche il nostro Vangelo è ancora velato, lo è soltanto per quelli che si perdono, per i senza fede, ai quali il dio di questo secolo ha accecato le menti, affinché non rifulgesse loro lo splendore del Vangelo della gloria del Cristo che è immagine di Dio» (2Cor 4,3-4).

Il vangelo non è soltanto la raccolta dei fatti della vita del Signore – certo, sono molto importanti e commuovono anche il nostro cuore, perché sono norme di vita, via di accesso al Cristo – ma il vangelo è un’altra cosa, è infinitamente di più: è il Vangelo della gloria del Cristo, è la notizia della gloria del Cristo risorto; e non solo della gloria della sua risurrezione ma, attraverso l’evento della sua risurrezione, di quello che ci sta dietro da sempre.
Il vangelo della gloria è la notizia che quell’uomo, quel figlio di Maria, è niente di meno che il Dio nel quale risplende la pienezza della gloria del Padre e nel quale tutte le ere e tutti i mondi hanno la loro consistenza. Non sappiamo nulla delle altre ere, degli altri mondi, ma sappiamo una cosa sola: che tutte le altre ere e tutti gli altri mondi, comunque ce li possiamo immaginare, sono «riempiti» da questa gloria e hanno consistenza solo nella gloria del Cristo.
Quindi, il vangelo globale, il vangelo non episodico – in cui gli episodi sono solo singole manifestazioni, come la trasfigurazione – è il vangelo della gloria di Gesù, Figlio di Dio.

Giuseppe Dossetti

LA SCOMPARSA DI CLAUDIO DONAT-CATTIN LASCIA UN VUOTO NEL CAMPO DEL GIORNALISMO E DELLA POLITICA.

Con Claudio Donat-Cattin scompare un professionista, un grande giornalista e un qualificato Dirigente della Rai. Era il primogenito di Carlo Donat-Cattin, storico leader della “sinistra sociale” e statista della Democrazia Cristiana. Nella sua lunga carriera giornalistica Claudio è stato Vice Direttore della “Gazzetta del Popolo”, storica testata torinese e piemontese che per molti anni fu la vera alternativa alla “Stampa” degli Agnelli. Per numero di copie e per l’autorevolezza della testata. È stato anche Vice Direttore del “Giorno” e, in ultimo, Vice Direttore di Raiuno. Autore di storici programmi della Rai e, soprattutto, ha lavorato per molto tempo – sino a poche settimane fa, prima del malore – con Bruno Vespa nella trasmissione “Porta a Porta”. Anzi, di Vespa non è stato solo il principale collaboratore ma si può dire tranquillamente che è stato il perno e l’artefice di questa storica e fortunata trasmissione del servizio pubblico radiotelevisivo.

E con Claudio scompare anche un testimone, seppur non come protagonista diretto, della esperienza straordinaria di quella comunità politica culturale che si chiamava Forze Nuove. La corrente Dc guidata dal padre, Carlo Donat-Cattin. Fu Claudio, infatti, il motore centrale della rivista mensile “Terza Fase”, la più qualificata testata della Dc a cavallo fra gli anni ‘80 e ‘90. Una rivista che viene ancora oggi ricordata per la sua autorevolezza politica e per la sua profondità culturale. E negli anni ‘70 e ‘80 la “Gazzetta del Popolo” era unanimemente riconosciuta, e non solo a Torino e in Piemonte, per la sua qualità giornalistica, per il suo taglio politico, per la profondità del suo giornalismo di inchiesta e, in ultimo ma non per ordine di importanza, per la statura dei suoi collaboratori. Claudio, pur non essendo un dirigente politico, frequentava gli appuntamenti più importanti della “sinistra sociale” della Dc, a cominciare dai grandi convegni di Saint-Vincent dove era tradizionale la sua presenza nella giornata conclusiva della kermesse valdostana.

E Claudio, da alcuni anni, era anche Presidente della Fondazione Carlo Donat-Cattin con sede a Torino che era, e resta, una pietra angolare del filone culturale riconducibile alla tradizione storica ed ideale del cattolicesimo sociale e politico. Subalpina e nazionale.

Con la scomparsa di Claudio Donat-Cattin, oltre a perdere un caro e storico amico, se ne va un pezzo della nostra esperienza giornalistica, culturale e anche politica. E, soprattutto, perdiamo un grande ed irripetibile professionista del miglior giornalismo italiano.

Auguri di Buon Natale

La redazione de “Il Domani d’Italia” ha scelto per oggi di dedicare ai lettori questa poesia di Dino Buzzati (1906-1972), che parla della magia e del calore del Natale, badando a salvaguardare il suo fascino dal trambusto della festività commerciale e consumistica.

Dino Buzzati 

Buon Natale

E se poi venisse davvero?
Se a quell’ora precisa
mentre la nebbia oppure la pioggia nera
oppure comunque le caligini il fetido l’incubo nero
della notte sopra la pianura dell’umidità
e dell’espansione economica
l’arcipelago delle luminarie
sempre più denso verso il centro
specialmente i cinema i bar le stazioni di servizio
e poi nel cuore della città
la massima concentrazione di luci
di lusso di soldi di gioia di vizio
se nei palazzi cascine falansteri
attraverso le illusioni e i misteri,
lui davvero venisse?
Che scherzo pericoloso, eh?

Perché dicono dicono ma
non ci crede più nessuno.
Il proprietario del magazzino famoso
di articoli da regalo
non ci crede, e ne ride bonario
con le clienti in visone
anche il negoziante di giocattoli
sollevato dall’andamento straordinario
degli affari nonostante la recessione.

Non ci crede il capofamiglia
né lo scapolo né il coniugato
né il vecchio zio né la figlia,
neppure la mamma sebbene
tenendoli sulle ginocchia
abbia dettato ai bambini le lettere
col presepio e il bordo dorato
destinazione Paradiso
in franchigia, senza riflettere
al rischio della mistificazione.

Non ci crede neanche don Saverio
il buon prevosto della parrocchia
non basta infatti la fede
per prendere veramente sul serio
questa antica superstizione.

E neppure ci credono i bambini
che avrebbero sufficiente ingenuità
voglia di miracoli, di fantasia
di mostri, di favole, ma
ci fu quel sorriso speciale
della mamma così ambiguo e allora
nacque in loro l’ipocrisia
per la prima volta, con la paura
tipicamente italiana
di passare per cretini.

Neanche loro dunque ci credono più
che alla mezzanotte del venti-
quattro, carico di regali
in carte d’oro e d’argento
fra un grande sbattere d’ali
(ci saranno anche gli angeli, no?)
arriva il Bambino Gesù.

E se invece venisse per davvero?
Se la preghiera, la letterina, il desiderio
espresso così, più che altro per gioco
venisse preso sul serio?
Se il regno della fiaba e del mistero
si avverasse? Se accanto al fuoco
al mattino si trovassero i doni
la bambola il revolver il treno
il micio l’orsacchiotto il leone
che nessuno di voi ha comperati?
Se la vostra bella sicurezza
nella scienza e nella dea ragione
andasse a carte quarantotto?
Con imperdonabile leggerezza
forse troppo ci siamo fidati.

E se sul serio venisse?
Silenzio! O Gesù Bambino
per favore cammina piano
nell’attraversare il salotto
Guai se tu svegli i ragazzi,
che disastro sarebbe per noi
così colti così intelligenti
brevettati miscredenti
noi che ci crediamo chissà cosa
coi nostri atomi coi nostri razzi.
Fa piano, Bambino, se puoi.

 

(da Novità, n. 165, dicembre 1964-gennaio 1965)

BONINI, «I CATTOLICI DEMOCRATICI DOVREBBERO INTERROGARSI SERIAMENTE SULLA LORO STORIA»  

A poche settimane dal Congresso che determinerà la nuova linea del Pd, i democratici popolari alzano la voce e rivendicano la loro dignità di fondatori di un partito ideato per attuare una politica nuova sulle basi di una leale collaborazione tra le parti. Concepita con questi inviolabili principi, l’unione tra Popolari e Democratici di sinistra aveva tutte le premesse per dare nuova linfa vitale alla democrazia dell’Italia e alla rinascita della nazione. Ma quello che aveva tutti i presupposti di un matrimonio d’amore, si è risolto alla fine in un’arida unione di interessi di parte. Il risultato è stata la vittoria delle destre più radicali al governo dell’Italia,  una disordinata corsa verso il potere e, in breve, il caos del nulla.

A puntare i riflettori sulla situazione che si è venuta creando, è intervenuto prima il convegno tenuto a Palazzo Altieri sul tema “Dov’è il futuro? I luoghi del nuovo Umanesimo” e, a distanza di tre giorni, l’incontro organizzato e presieduto da Pier Luigi Castagnetti, sul tema ”I cattolici Democratici nella politica di oggi” con l’inquietante domanda “ancora utili oggi?” Il primo incontro, presieduto dal vice presidente dell’Istituto Giuseppe Toniolo, Giuseppe Fioroni e introdotto dal Direttore de “Il Domani d’Italia” Lucio D’Ubaldo, ha costituito il preludio del dibattito sul ruolo dei cattolici nella nuova fase della politica italiana. I contributi alle due riunioni sono stati di altissimo livello e di grande partecipazione, anche se forse sono mancati quell’ardore della passione e quell’entusiasmo che sono sempre necessari a smuovere il macigno della delusione e a dare vita ad una nuova formazione politica. Ma è noto, noi siamo un popolo che dalla asprezza delle prove riesce sempre a trarre la forza per risorgere. Tra gli interventi che si sono susseguiti al convegno di Palazzo Altieri, particolarmente incisivo ci è parso quello del prof. Francesco Bonini, Rettore dell’Università Lumsa, storico e studioso di scienze politiche di fama internazionale, già consigliere per le Riforme istituzionali del nostro grandissimo Leopoldo Elia, allora ministro nel governo Ciampi. 

Lo abbiamo intervistato.

Professore, il 16 dicembre scorso, si è svolto a Palazzo Altieri di Roma un convegno sulla ricerca di un nuovo Umanesimo. Nel suo intervento, tra i tanti mali di questi nostri tempi, lei ha denunciato in particolare la perdita di due intere generazioni. Quali le cause di tanto sfacelo e quali rimedi riterrebbe ancora possibili? Cosa si dovrebbe fare, per esempio, per la scuola? 

Sono convinto che una delle cause principali di questa crisi generazionale consista nella adozione di una formazione sempre più funzionale al presente, limitata al presente stesso e con una rinuncia progressiva alla metodologia critica. Il fenomeno è iniziato circa una ventina di anni fa, agli inizi di questo millennio ed è andato progressivamente aggravandosi. Ora sarebbe necessario prendere atto della forte necessità di dare una risposta concreta alla domanda di educazione, naturalmente presente nei giovani nel corso del loro processo formativo, che non può essere ignorata. In concreto, e il fenomeno non è limitato al campo dell’educazione, abbiamo importato un modello di formazione americano, senza provvedere ad adeguarlo alla cultura e, più in generale, alla preesistente struttura europea. Si è trattato di un trapianto riuscito soltanto in parte e con i risultati che vediamo.

Stiamo assistendo all’inquietante fenomeno dell’assenteismo dalle urne, in costante aumento ad ogni scadenza elettorale, che erode la democrazia e rischia di spalancare le porte ad un regime autoritario. La gente non si sente più rappresentata da candidati che è chiamata ad eleggere e che, al tempo stesso, vengono imposti senza possibilità di scelta. Basterà una nuova legge elettorale a risolvere questo problema che si fa sempre più pressante?

Quante leggi elettorali sono state varate fino ad oggi e con quali conseguenze? Il fatto è che cambiando gli ordini degli addendi, il risultato non cambia. Gli elettori mutano le loro scelte, migrano da un partito all’altro, ma il numero delle presenze alle urne continua a diminuire. Gli elettori hanno maturato l’idea che l’offerta sia assimilabile senza sostanziali differenze di bandiera e che l’unica discriminazione di rilievo consista nel contrasto tra il vecchio e il nuovo. Premesso che l’alto tasso della partecipazione elettorale è un fenomeno nuovo e circoscritto al XX secolo, io credo che oggi sarebbe necessario prendere in esame ogni antefatto che precede le elezioni. Infatti il voto è soltanto il risultato ultimo di un processo che è rimasto estraneo ai cittadini. Se gli elettori fino al momento di recarsi ai seggi non hanno partecipato ad alcuna discussione politica, non hanno parlato, se il voto resta l’unico mezzo che consenta loro di esprimersi, è logico che restino in silenzio, cioè rinuncino a dare una preferenza. Ormai i cittadini non concepiscono più il valore della libertà e la necessità di combattere per difenderlo. Ormai siamo tutti pacificati e, quindi, imbelli.     

Il convegno sul nuovo Umanesimo ha preceduto di soli tre giorni l’incontro organizzato dalla Associazione “I Popolari” presieduta da Pierluigi Castagnetti, sul tema del ruolo dei cattolici democratici nella politica di questi nostri giorni.  Crede che ci sia ancora spazio oggi per un’azione dei cattolici utile al nostro Paese?  In particolare, crede che i cattolici popolari farebbero sentire con maggiore efficacia la loro voce in un partito nuovo, scisso dall’attuale Pd nel quale molti non si sentono più rappresentati, oppure ritiene più utile una decisa battaglia all’interno del Partito stesso?  

Il mondo cattolico italiano è oggi l’unica  agenzia formativa, nel panorama di un male politico che è peraltro diffuso in tutte le rappresentanze politiche del nostro Paese. I cattolici democratici, che rappresentano una delle aggregazioni più significative del mondo cattolico politico italiano, si dovrebbero porre seri interrogativi sulla loro storia. Erano uniti pur nella loro diversità e la loro unione era intesa come una pressione della gerarchia ecclesiastica sul laicato, con una convergenza degli interessi della Chiesa con quelli del mondo cattolico. Quando i cattolici decisero di rinunciare alla loro unità, la Dc si sciolse.  L’unità politica dei cattolici, che è fra l’altro una caratteristica tutta italiana, vive fino a quando esiste un soggetto capace di interpretarla nella sua interezza. Ora la situazione politica e sociale è profondamente mutata e la rinascita di un partito cattolico è estremamente complessa. Sarebbe necessaria l’istituzione di una leadership in grado di rispondere alle istanze di oggi, una comunità di intenti ed una grande capacità di comunicazione, con le relative strutture adeguate alla iniziativa.   

QUELLE CONVERSIONI SENZA UN MINIMO DI AUTOCRITICA

La decisione del governo di fare marcia indietro sul Pos, aderendo alle sollecitazioni europee (oltre che a quelle del buon senso) è una buona notizia. Si tratta di una decisione piccola ma significativa. Indica che al dunque anche un governo che nasce su di una radice sovranista deve piegarsi a quegli usi e costumi che improntano il concerto europeo, scegliendo di perseguire al suo interno il nostro interesse nazionale.

Ma anche una buona notizia alle volte ha un risvolto più discutibile. E cioè il fatto che questa conversione a regole e consuetudini europee avvenga senza spendere neppure una parola per dar conto del proprio mutamento di opinione. Non suoni ostile ricordare alla premier Meloni che appena un lustro fa – cinque anni, per la precisione – la leader di Fratelli d’Italia ipotizzava l’uscita dall’euro. E non solo lei, a dire il vero.

Un largo e variegato fronte populista, a destra e a sinistra, ha seminato negli anni i più vari, coloriti e inverosimili sospetti sulle regole dell’unione. Salvo farle proprie quando ci si è resi conto che di lì, da quelle regole, passava la tenuta del nostro sistema Paese e la fortuna delle proprie stesse sorti politiche. Ci si aspetterebbe che queste conversioni – apprezzabili – venissero accompagnate, se non proprio da una doverosa autocritica, quantomeno da una spiegazione che ne rendesse più limpide le ragioni. E con esse, la garanzia che lo stesso equivoco non si venga a perpetuare nuovamente alla prima occasione. Sarebbe un elementare, e perfino conveniente, dovere di trasparenza.

Fonte: La Voce del Popolo – 22 dicembre 2022
(Articolo qui riproposto per gentile concessione dell’autore e del settimanale della Diocesi di Brescia)

LEGGE DI BILANCIO: QUARANTAQUATTRO RILIEVI, IN FILA PER SEI COL RESTO DI DUE.

Non c’è niente da fare: le leggi annuali di bilancio con il corollario del “decreto milleproroghe” – una specie di serbatoio a latere che inghiotte tutto ciò che non sta nella prima – sono gli atti legislativi più complessi, impegnativi e incerti di ogni legislatura. Tutto sembra facile visto dall’opposizione di turno ma gestire le finanze pubbliche e dare un assetto razionale e corrispondente al soddisfacimento di bisogni e urgenze è compito oggettivamente arduo e problematico. L’elevato numero degli emendamenti complica ulteriormente le cose, difficile prevedere tutto, accontentare tutti, sciogliere i nodi al pettine.

Si arriva sempre al traguardo con il fiatone: sedute notturne, lavori febbrili in commissione, si vuole migliorare i testi che poi vanno in aula ma spesso complicando le cose, dimenticando i passaggi obbligati e bypassando le previsioni di spesa: ogni legge dello Stato deve avere una copertura su questo aspetto il Quirinale presta la massima attenzione. Forse se si preparassero le cose per tempo ci sarebbe meno affanno e soprattutto meno confusione. Anche in questa occasione, la strada per giungere all’approvazione della legge fondamentale dello Stato è stata tortuosa, irta di sorprese, incerta tra conferme e smentite, un occhio ai conti pubblici e l’altro alle decisioni da assumere, in genere rivedute e corrette secondo il criterio dell’accontentare tutti.
Una specie di letto di Procuste che si allunga e si accorcia ma tra conciliaboli, asserzioni, mediazioni, piglio decisionista e revisionismo di maniera prima o poi per chiudere il tormentone impone inesorabilmente il voto di fiducia. Fino all’ultimo step tutto è magmatico e fluttuante, entra questa norma ed esce quella, ci sono i collegi elettorali da gratificare, l’Europa arcigna che ci osserva, qualche contentino all’opposizione, ma il tentativo di salvare qualcosa di organico e identitario, che connoti l’orientamento ideologico, culturale e politico del governo di turno finisce sovente in una mediazione al ribasso, stemperando i toni, abbassando le ambizioni mentre la ripartenza del fatidico ascensore sociale, metafora del volano economico che deve rimettersi in moto, viene di fatto rinviata: sarà oggetto di analisi del prossimo Rapporto Censis che spiegherà che cosa non funziona della politica in Italia. Tutto diventa un rituale scontato: questa fatica di fine anno solare mi fa venire in mente la ripartenza di ogni anno scolastico che ritrova puntuali tutti i problemi e le disfunzioni di quello precedente.

Qui si chiude, là si apre ma tutto è sempre provvisorio e posticcio fino all’ultimo. Come scrisse un arguto Thomas Bernhard siamo in genere sempre più impegnati a preparare che a fare. Quest’anno si aggiungono i rilievi della Ragioneria dello Stato: 44 sono un po’ tanti e ciò significa che non si sono fatti bene i conti prima. Tra tutti quelli contestati dai Ragionieri dello Stato spiccano le tutele dei lavoratori fragili, ferme al palo dell’incertezza fino all’ultimo nanosecondo (una vera vergogna, considerata la problematica sottesa e connessa) e il bonus per gli studenti meritevoli. Per evitare di transitare ignominiosamente nell’esercizio provvisorio alla fine una soluzione si troverà. Mentre scrivo mi giunge il testo finale su cui il Governo porrà la fiducia. E se alcune cose non andranno bene si potrà sempre rimediarle con il nuovo anno: anche se questa non è la migliore idea di democrazia possibile.

Tra ciò che pare resti invariato la novità della caccia ai cinghiali nei centri urbani mi pare la più iconica e coreografica: da un lato descrive in che condizioni ci siamo ridotti, dall’altro – nonostante le rassicurazioni del relatore del provvedimento che sarà sicuramente votato – si ha l’impressione che venga demandato ai cittadini un compito che spetterebbe alle autorità amministrative e sanitarie locali. Sembra di tornare all’età della pietra e non è rassicurante pensare che girino persone armate per la mattanza del peloso porcello. Senza contare gli aspetti igienici: ci siamo infettati di Covid per passaggio del virus dall’animale all’uomo, si spera di non finire – come dicono i francesi – ‘à la guerre comme à la guerre’.

IN DIFESA DI UN SISTEMA DI RICONOSCIMFNTO DIGITALE GESTITO DA UN’ENTITÀ PUBBLICA CENTRALE

Non sono certo tenero con questo Governo e con questa maggioranza. Ho attaccato con convinzione, e tornerei a farlo, il tentativo di boicottaggio del POS. Ho criticato aspramente, e tornerei a farlo, diverse altre misure tra tentativi abortiti e proposte ancora in essere nella Manovra2023: il taglio al RdC, scudo fiscale, etc…In tutti i casi ho sempre cercato di pormi in un’ottica di analisi dei costi/benefici e, soprattutto, della visione sociale a cui tali misure tendono. Non intendo cambiare approccio nemmeno oggi riguardo all’intenzione manifestata pubblicamente dal sottosegretario Butti di razionalizzare il tema dell’identità digitale a favore della esclusività della CIE (Carta d’Identità Elettronica) e del relativo superamento dello SPID.

Si tratta di una questione concreta che merita sicuramente una riflessione seria e non ideologica, in quanto investe un tassello sempre più imprescindibile della nostra vita quotidiana presente e futura di cittadini tout-court, vista l’ormai quasi totale sovrapponibilità tra cittadinanza reale e cittadinanza digitale. In particolare, faccio francamente fatica a non condividere l’idea di fondo che sembra ispirare tale proposito. Ovvero che nell’interazione con la Pubblica Amministrazione lato sensu – e nella relativa generazione e fruizione di servizi, diritti, adempimenti, etc…- lo scenario a cui tendere debba essere quello di un solo sistema di riconoscimento gestito esclusivamente da un’entità pubblica centrale (la CIE è gestita dal Ministero dell’Interno), al pari di quello che accade per il rilascio degli altri documenti di identità, e non (più) da soggetti privati, seppur qualificati, come sono gli Identity Provider SPID.

E questo chiaramente non perché si ritenga che l’attore privato sia “cattivo” o incapace (chi scrive è un convinto sostenitore della sussidiarietà e, tra l’altro, opera professionalmente proprio in una azienda del settore), ma segnatamente per quella che deve essere la natura specifica del riconoscimento certo e qualificato del singolo individuo davanti alla P.A. Si tratta infatti di quel primo punto di contatto nonché fondamentale elemento abilitante per la fruizione dei servizi e l’adempimento di obblighi e doveri del cittadino. In poche parole si ritiene che il controllo e la gestione esclusiva del riconoscimento del cittadino digitale alla porta d’entrata di tutta la P.A. digitale debba essere intrinsecamente una prerogativa di quest’ultima, nonostante questi ultimi anni di “supplenza tecnologica” erogata dagli Identity Provider abbiano utilmente supportato e diffuso un’evoluzione culturale di cui si vedono sempre più gli effetti virtuosi.

Identico approccio (accentramento, razionalizzazione, semplificazione e omogeneizzazione del servizio su tutto il territorio nazionale mediante reductio ad unum delle piattaforme) meriterebbero, inoltre, anche altri ambiti di interazione utenti-PA: per esempio lo Sportello Unico per le Attività Produttive (SUAP), lo Sportello Unico dell’Edilizia (SUE), etc…Si auspica quindi che il Governo vada avanti sulla questione con pragmatismo, facendo leva anche sull’ormai ampia diffusione del concetto stesso di identità digitale. Diffusione raggiunta grazie anche all’utilità dello SPID sperimentata obtorto collo da molte persone nel periodo pandemico. Pragmatismo che imporrà comunque un percorso articolato e complesso, ma non certo impossibile. Tutto starà nella capacità dei vertici tecnici dei vari ministeri coinvolti e soprattutto nella reale volontà politica di addivenire al risultato al di là dei proclami a favore di telecamere.

FIORONI A “FORMICHE”, UN PD FONDATO SULL’IDENTITÀ PLURALE DI FATTO SI RIDUCE A UN PARTITO SENZA IDENTITÀ.

Si pensava che attraverso un generale rimescolamento di carte saremmo riusciti a illuminare di nuova luce il riformismo e a farne la bandiera di una possibile maggioranza democratica, in alternativa al centro-destra a guida berlusconiana. L’illusione è consistita nel credere alla conquista di una sintesi superiore, dopo il lungo ciclo delle contrapposizioni ideologiche tra grandi partiti di matrice popolare; sicché, una volta intrapresa la via della contaminazione post-ideologica, si è sfibrato il tessuto delle vecchie identità di partito senza ottenere nulla di significativo in cambio, anzi conferendo al riformismo un che di artificiale, persino svincolato dalla realtà.

In sostanza, per venire incontro alle difficoltà di una sinistra orfana del mito della rivoluzione, benché “democratica e progressiva” secondo la versione del comunismo italiano, si è finito per gettare nel calderone delle ideologie da rottamare quella che non era neppure un’ideologia in senso stretto, ma una cultura politica viva e vitale, per altro uscita vittoriosa dalle lotte del “secolo breve”: vale a dire, la cultura rappresentata dal popolarismo di ispirazione cristiana. E quando il Pd ha scelto l’ancoraggio in Europa al gruppo parlamentare dei socialisti – da quel momento ridenominato “socialisti e democratici” – ha reso ancora più ardua la tenuta del popolarismo a motivo della sua intrinseca subalternità alla sinistra neo-illuminista, preoccupata sempre più di estendere e garantire i diritti individuali, più che incarnare un progetto di solidarietà in armonia con i principi e i valori iscritti nella Carta costituzionale.

Ora, non si fatica molto a comprendere come il risveglio dalla illusione del partito pluridentitario, e perciò senza identità alcuna ma con l’ansia di una “radicalità” a supporto dell’insufficienza di pensiero politico, comporti un soprassalto di consapevolezza dei popolari, ovvero di quanti hanno a cuore la ripresa e lo sviluppo di una cultura democratica a impronta cristiana, capace di guardare avanti e di prefigurare la costruzione dell’alternativa all’attuale Destra di governo. Non si tratta di operare scissioni a caso, sull’onda di un fuggi fuggi sotterraneo, spesso per una reazione a lungo trattenuta; bensì di recuperare autonomia di analisi e proposta, con spazi di agibilità politica e con l’impegno a rendere visibile il contributo del popolarismo nei termini consigliati o imposti dalla circostanze. È questa la necessità, anche a prescindere da come vada il congresso del Pd.

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Vogliamo riprendere la parola. Fioroni detta la linea per i popolari

POPOLARI, FU UN ERRORE SCIOGLIERE LA MARGHERITA PER FARE IL PD.

Forse mi sbaglio: le mie informazioni le traggo solo dalla stampa. Non so fino a che punto l’amico Pierluigi Castagnetti, con la sua dura presa di posizione, anche verso Letta, rappresenti il vero “sentiment” dei popolari: “Se cambiate natura al partito (cioè il Pd) ne trarremo le conseguenze”.

Prendiamo atto di questo avvertimento, che gli fa onore, proprio perché è un autorevole presidente dell’Associazione ‘I popolari’, che si richiama al nome altrettanto impegnativo e “glorioso” del partito dei cattolici c.d. “democratici” impegnati in politica. “Una grande forza politica, come tutti sanno, a suo tempo fondata da Luigi Sturzo e poi ripresa nel rinnovamento strenuamente voluto dall’amico, Mino Martinazzoli, dopo sciagurato scioglimento della Dc. Una botta invereconda voluta da Buttiglione, che incominciava a scivolare verso il berlusconismo accattivante.

Va aggiunto che nel sistema politico italiano nasceva, dopo le scelte di Segni (ricordate la legge elettorale che intaccava proporzionale) e di Prodi, con l’ alleanza dell’Ulivo, l’idea di fare nascere e sviluppare, grazie alla positiva esperienza di governo, un bipolarismo all’italiana. Una cultura ed un sistema politico che è invece solo una peculiare e caratteristica della tradizione anglosassone o statunitense. E non nella esperienza dei paesi continentali europei.

Personalmente nel 2007 mi sono battuto, assieme a molti altri amici di area cattolica, contro quella scelta poco ponderata. Molti di loro, come chi scrive, dopo il disgusto e l’ amarezza si sono poi ritirati dalla vita politica attiva. La fusione della Margherita con i Ds è stata una fusione a freddo. Perché, allora e, con tutto rispetto delle rispettive “storie “politiche, i loro dirigenti non avevano capito o non volevano capire che con l’unificazione, due evidenti debolezze (Margherita e Ds) non potevano fare, unificandole, una solida e sufficientemente omogenea forza politica. Alla fine sarei curioso di sapere al riguardo cosa ne pensa Albertina Soliani che è stata inserita da Castagnetti per conto della sua associazione nel “Comitato per riscrivere l’identità del partito”, cioè del Pd.

A Pierluigi e agli amici che con lui sono confluiti nel Pd va ricordato che oggi pagano (e forse soffrono) per quella scelta sbagliata o non sufficientemente meditata. Diceva Dante Alighieri “Chi è causa del suo mal pianga se stesso”. In fondo mi dispiace. Ma essere severi con se stessi aiuta sempre.

FRANCO MARINI E “QUEI” POPOLARI.

Prima o poi sarà necessario ripercorrere la storia e il cammino politico e culturale dei Popolari dopo il tramonto e la fine della Democrazia cristiana nel lontano 1994. Una esperienza molto travagliata e complessa di una tradizione ideale che, però, si è sempre contraddistinta per la sua vivacità culturale, per il suo protagonismo politico e anche, e soprattutto, per la qualità e l’autorevolezza della sua classe dirigente. Tasselli di un mosaico che hanno fatto dei Popolari e della loro presenza politica un elemento significativo e di qualità nella cittadella politica italiana.

Ora, è di tutta evidenza che il forte dibattito che si è acceso in questi giorni a livello nazionale sulla sostanziale irrilevanza di questa gloriosa tradizione politica nella esperienza concreta del Partito democratico, richiama l’attenzione attorno ad un aspetto decisivo: e cioè, il ruolo e la stessa “mission” dei Popolari hanno un senso solo se riescono a dispiegare organicamente la propria cultura politica e a incidere, altrettanto concretamente, nell’elaborazione complessiva del partito di riferimento. Non essendoci ancora, purtroppo, e almeno sino ad oggi, le condizioni per riproporre un partito a tutto tondo come fu la straordinaria esperienza del partito di Mino Martinazzoli, di Franco Marini, di Gerardo Bianco e di molti dirigenti autorevoli e storici di quel soggetto politico.

E, per fermarsi proprio a Franco Marini, che forse è stato l’esponente più significativo ed incisivo nei vari passaggi che hanno accompagnato il percorso politico dei Popolari dopo l’esperienza cinquantennale della Democrazia cristiana e sino alla confluenza nel Partito democratico, c’è un elemento che non può essere sottovalutato. A prescindere dalle opinioni su come si è declinato concretamente quel percorso politico. E cioè, Marini ha contribuito, con altri come ovvio, a compiere quelle scelte politiche e strategiche rispettando sempre una condizione, vorrei quasi dire un prerequisito. Ovvero, nei vari passaggi politici non si doveva mai ammainare la bandiera Popolare. Detto in altri termini, l’identità, la cultura, il progetto e l’organizzazione dei Popolari doveva sempre essere visibile e tangibile. Certo, avere un partito autonomo accompagnato da un forte consenso e un massiccio radicamento territoriale e sociale era la strada prioritaria ma non sempre tutti gli ingranaggi si possono legare l’uno all’altro in un disegno armonico e coerente. Ma, al di là di questa prospettiva, che peraltro fu percorsa per alcuni anni, Marini accentuò sempre, nei suoi interventi come nelle sue scelte concrete, la necessità di marcare con coraggio e determinazione la specificità e l’originalità di questa cultura politica.

Ho voluto ricordare questo aspetto non solo per l’amicizia storica e antica con Franco Marini – nata con quella straordinaria comunità politica, culturale ed umana che era la “sinistra sociale” di Forze Nuove guidata da Carlo Donat-Cattin – ma perchè il ruolo dei Popolari, a prescindere dallo scorrere delle varie fasi storiche e dei passaggi politici, può continuare a giocare un ruolo importante e decisivo solo se non si rinuncia a quella intransigenza politica. Uno stile e un metodo che, da sempre, caratterizzano il profilo di questo filone politico e storico. Anche perchè l’alternativa a questo atteggiamento è una sola: e cioè, ridurre questa esperienza – anche se lo dico con il massimo rispetto per quella storia – alla stagione dei “cattolici indipendenti di sinistra” degli anni ‘70. Cioè una pattuglia di eletti nelle liste del Pci dell’epoca per confermare che quel partito era culturalmente plurale. Quando, come tutti sanno, si trattava solo di una presenza, culturalmente importante, ma politicamente ornamentale e del tutto ininfluente nonchè irrilevante ai fini del progetto complessivo dei comunisti italiani.

Ecco, Franco Marini voleva che i Popolari dispiegassero, invece, sempre un ruolo politico alternativo a quella esperienza. Al di là della collocazione storica e politica momentanea.

TEMPO E SPAZIO, POLIS E CIVITAS. UNA INTERESSANTE RIFLESSIONE OSPITATA DA “AVVENIRE”.

Flavio Felice

Nel IV capitolo della Evangelii gaudium: “Il tempo è superiore allo spazio”, Papa Francesco afferma che «Dare priorità allo spazio porta a diventar matti per risolvere tutto nel momento presente», mentre «Dare priorità al tempo significa occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi». È un tema che Francesco aveva già affrontato nella sua prima enciclica Lumen fidei: «lo spazio cristallizza i processi, il tempo proietta invece verso il futuro e spinge a camminare con speranza». A partire da questa considerazione, credo si possa avviare una riflessione sulle categorie di tempo e di spazio anche nella teoria politica.

Il tempo interessa la dimensione processuale della politica e ci consente di cogliere il dinamismo del potere nel suo divenire; in pratica, il tempo ci offre una dimensione processuale del potere, i cui attori protagonisti sono le persone singole e organizzate in una miriade di modi differenti.

Il tempo ci dice che il potere non ha nulla di innato, ci dice che non può essere gelosamente custodito in qualche recondito scrigno: gli arcana imperii. Non c’è nulla di più concreto, storico e tangibile del potere, esso si conquista nel tempo, si mantiene nel tempo e si trasferisce nel tempo.
Il tempo è la dimensione nella quale il potere prende forma e la qualità del tempo disegna anche la sua forma, ci dice la sua stratificazione, rivela gli interessi che difende, denuncia le ingiustizie che perpetua e gli ideali che persegue, rivela la sua capacità di resistere agli urti dei contropoteri e confessa quanto meriti di essere difeso ovvero abbattuto. In definitiva, il tempo scandisce la genesi e la parabola del potere, al di là della sua stessa dimensione spaziale.

A differenza del tempo, lo spazio ci offre un’istantanea sul potere e ne perimetra la stabilità: la sovranità, informandoci sulla sua dimensione statica; è questa la dimensione statica del potere, la condizione essenziale affinché il processo dinamico si sedimenti in una forma di governo che ne cristallizzi il divenire; tale dimensione, storicamente, ha assunto la forma dello Stato.

Nel suo divenire, il processo politico richiede strumenti flessibili e catene di comando corte, oltre che relazioni di tipo orizzontale, tra loro interconnesse. Richiede una vitalità e una predisposizione al cambiamento che invitano tutte le parti che vi partecipano ad un perenne esercizio di autogoverno, di autodisciplina e di controllo reciproco; non esiste uno stadio del processo in cui alcuna delle parti possa dormire sonni tranquilli per dedicarsi alla contemplazione del risultato raggiunto.

Di contro, nella sua staticità, l’istantanea politica, risponde al carattere della stabilità e mal tollera l’attivismo delle relazioni orizzontali, spontaneamente interferenti, potenzialmente confliggenti, mentre ripone la sua fiducia nelle catene di comando lunghe e rigide, fortemente burocratizzate e inclini alla conservazione delle posizioni acquisite.

È evidente che stiamo descrivendo due dimensioni idealtipiche. Tuttavia, esistono forme potestative che prediligono la dimensione dinamica e altre quella statica. In pratica, il comune, ovvero la civitas, risponde meglio al dinamismo del processo politico, mentre lo Stato, ovvero la polis, appare più aderente all’immagine dell’istantanea politica.

Il comune è storicamente l’espressione delle relazioni orizzontali, dello scambio di beni e servizi, della sicurezza ottenuta mediante l’autogoverno dei suoi tanti ordini, del reciproco controllo che produce anche conflitti; una circolazione delle posizioni del potere, nei confronti della quale il potere costituito ha sempre diffidato. In questo contesto si comprende un’ulteriore tensione, quella tra governare e amministrare.

Amministrare significa servire: administrare, agire da ministro; amministrare è una pratica del potere dinamica, sensibile alla dimensione ascendente bottom-up e sussidiaria. Di contro, governare: gubernari, significa dirigere, imprimere la direzione del governante ai governati e, di conseguenza, è particolarmente sensibile alla dimensione discendente di tipo top-down, quanto di più distante dal principio di sussidiarietà.

Potremmo anche dire che, mentre il principio che muove l’azione di governo è di tipo monistico, l’amministrazione rinvia ad un principio di tipo poliarchico, dato il riconoscimento, di fatto, di una miriade di centri potere, ciascuno dei quali con un oggetto che gli è proprio, al punto da disegnare una società irriducibilmente “plurarchica”, dove il problema del buongoverno si risolve nella governance degli innumerevoli buoni governi presenti nel comune.

La superiorità del tempo sullo spazio rende evidente la teoria politica del popolarismo sturziano. È questa forma di governance che nutre le procedure democratiche, altrimenti descrivibili solo mediante freddi universali procedurali che la storia e la recente cronaca si sono incaricate di mostrarci che tanto universali non sono.

 

L’articolo, qui riproposto per gentile concessione dell’autore, è stato pubblicato ieri (22 dicembre 2022) su “Avvenire”.

NON BASTA IL PD, ANCHE I POPOLARI DEVONO RIGENERARE LE PROPRIE IDEE.

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L’idea di Roberto Di Giovan Paolo – rilanciare il Ppi secondo una modalità di organizzazione assimilabile a quella del Partito radicale – non è campata per aria. Anche Castagnetti è preoccupato della deriva del Pd. Spetta comunque ai Popolari ritrovare la cifra della loro proposta culturale e sociale, prima che politica.

 

Ho letto con attenzione il pezzo di Roberto Di Giovan Paolo.
L’idea di un Partito di ispirazione Popolare che non abbia la pretesa di essere oggi “contenitore elettorale”, ma l’ambizione di offrire il proprio libero contributo di idee e di valori (sul modello “metodologico” dei Radicali), anche con l’istituto della “doppia tessera”, mi sembra sensata e interessante.

Dobbiamo vivere il nostro tempo, con tutte le sue contraddizioni. Ivi compresi gli effetti di una transizione nei meccanismi della rappresentanza politica che pare tremendamente infinita. Nessuno ha la più pallida idea di come e quando questa transizione finirà e di quali potranno essere gli approdi di sistema. E tuttavia avvertiamo che senza l’apporto delle culture politiche – pur in evoluzione naturale, a fronte dei nuovi scenari del nostro tempo – la transizione diventa deriva inarrestabile di tatticismo e di banalizzazione. Con un grave danno per la democrazia e per il “senso” della Politica.

Serve una approccio umile. Anche i popolari devono rigenerare le proprie idee e ritrovare la cifra della loro proposta culturale e sociale, prima che politica.

Ho letto poi del dibattito in seno alla Assemblea della Fondazione dei Popolari. Ed ho apprezzato l’analisi preoccupata di Pierluigi Castagnetti. Tuttavia, perdonate la franchezza, mi pare che la riflessione sul futuro della cultura del popolarismo di matrice cattolico-democratica debba andare molto al di là delle dinamiche interne al Pd. Certo, questo partito (al quale non ho mai aderito, ma che ho sempre considerato una presenza essenziale nella politica italiana) ha cercato di interpretare anche la nostra cultura, a partire dalla storia personale di molti dei suoi fondatori, dirigenti e militanti. Ma credo che quella scommessa non abbia avuto l’esito che si prometteva. E non per colpa dei vari e mutevoli equilibri interni o del generoso impegno di chi vi ha concorso, ma a causa di un problema strutturale irrisolto: il rapporto tra identità culturali e strumenti di azione politico-elettorali.

La cultura degasperiana della “coalizione tra diversi partiti” è stata tradotta nella suggestione di un “partito unico plurale”. Ma – almeno nella tradizione italiana post prima repubblica – un partito (ad eccezione di quelli “personali”, dove le identità sono sostituite dalla persona del “capo”) vive le diversità culturali come ostacolo all’azione politica e come forma di organizzazione più di potere che di idee.

L’improvvida eutanasia è stata quella dell’Ulivo. L’Ulivo rispondeva in modo innovativo al problema irrisolto di cui sopra. Era “più” di una coalizione elettorale, ma “meno” di un partito. Era un Patto per il Governo del Paese, ma non comportava nessuna “reductio ad unum” delle identità e delle culture politiche. Era, forse, il seme di una “nuova forma” di rappresentanza politica. Purtroppo è andata come è andata.

Ora occorre una nuova seminagione, con i tempi che ciò comporta. La cosa importante è non lasciar inaridire le sementi. E non buttarle tutte in una terra che può anche essere poco fertile.

POPOLARI, L’AUTONOMIA RIVENDICATA E LE SUE CONSEGUENZE.

Essendo divenuta così grande la distanza fra questa sinistra, radicaleggiante e dimentica della questione sociale, e i valori del popolarismo, concretizzare l’autonomia politica e culturale sulle questioni fondamentali nella situazione data sarà un compito molto arduo per i Popolari ma è anche l’unica via per arginare la strategia autoritaria della destra.

 

Se le ragioni che hanno portato da un lato Castagnetti a indire il recente convegno all’Istituto Sturzo per esprimere un disagio diffuso tra i Popolari nel Partito Democratico, e dall’altro molti Popolari a intraprendere iniziative volte a costruire una presenza cattolico-democratica all’interno del polo di centro, non sono puramente tattiche e strumentali, risolvibili a breve in termini di organigrammi, allora ci si trova di fronte a un chiarimento politico di fondo, che non potrà che essere salutare, per i Popolari, per il centro sinistra, per la democrazia.
Nel momento in cui ci si richiama al popolarismo come a un universo identitario sul quale si fonda la rivendicazione della propria autonomia culturale, politica e organizzativa, si rimettono in discussione le condizioni che rendono possibile lo stare in un medesimo partito e le modalità, e la stessa opportunità, di partecipare a una alleanza di centro sinistra, stante la permanente impraticabilità con la destra per manifesta incompatibilità culturale.
Ci si carica di un compito enorme, quello di ridefinire i termini per future collaborazioni.
Essendo divenuta così grande la distanza fra questa sinistra, radicaleggiante e dimentica della questione sociale, e i valori del popolarismo, sembra assai complicato far coesistere in un medesimo partito visioni così diverse dell’Uomo e del modello di società per l’avvenire. Non sarà un lavoro semplice per quanti intendono proseguire il cammino nel Pd.
Anche presidiare in autonomia l’area di centro non sarà una passeggiata per i Popolari data l’enorme disparità di forze, di mezzi e di risorse in campo in un dibattito pubblico che procede a senso unico sulle questioni fondamentali non senza violenza verbale e giudizi sommari, ostracismi e censure, in cui sembra smarrito il concetto stesso di pluralismo. Servirà ai Popolari una strategia sorniona simile a quella con cui la Francia ha disputato la finale mondiale, uscendo a testa altissima da un confronto altrimenti non alla sua portata. Occorre la determinazione necessaria per riallacciare un rapporto di fiducia e di interlocuzione, non con, bensì in mezzo, tra, nei ceti sociali intermedi. Perché, e lo ha detto molto bene Castagnetti al succitato convegno, il popolarismo non è la Caritas. Ma è stato storicamente una fucina di elaborazione di politiche tendenti alla riduzione delle disuguaglianze e una forma di autoorganizzazione dei ceti popolari che ora perlopiù o votano a destra oppure disertano le urne. Non per partito preso, per motivi ideologici ma perché sentono, a torto o a ragione come ci ricorda il sociologo Luca Ricolfi, che una sinistra così ridotta appare loro invotabile. E, senza indulgere al populismo ma educando il popolo alla democrazia, in alcuni casi appare difficile dare loro torto. Pensiamo, solo per citare alcune questioni su cui il rifiuto della sinistra si fa più sentire, al fondamentalismo classista con cui la sinistra declina la transizione ecologica, con il paravento dell’ideologia che non permette di vedere il progresso della tecnologia. Pensiamo alle assurdità che circolano sulla diversità di genere e sul concetto di famiglia. Pensiamo a un acritico e non selettivo utilizzo delle tecnologie digitali che ci porterebbe dritti ai crediti sociali cinesi. E pensiamo, infine, ma non certo per ultimo, sulla questione della pace, alla confusione che c’è a sinistra sui doveri che nascono dallo stare in un sistema di alleanze internazionali rispetto alla guerra in Ucraina, e la necessità di addivenire comunque, e nonostante le gravi responsabilità che si imputano alla Russia, a un immediato cessate il fuoco come alternativa al cinico gioco di combattere la Russia sacrificando fino all’ultimo ucraino, e come affermazione e riconoscimento di un nuovo balance of power garantito dal modello multipolare.
Concretizzare l’autonomia politica e culturale sulle questioni fondamentali nella situazione data sarà un compito molto arduo per i Popolari ma è anche l’unica via per arginare la strategia autoritaria della destra con le armi dell’elaborazione politica e progettuale, e per evitare una ingloriosa dissolvenza nel conformismo che piace ai centri del potere economico e che pare aver sostituito l’anima della sinistra attuale

LA DIGNITÀ POLITICA DEI POPOLARI, L’AMMONIMENTO DI SCOPPOLA, GLI ERRORI DEL PD. E DUNQUE?

Piace registrare il ritorno in campo dei Popolari. In fondo, a rileggere Scoppola, viene da riflettere sulla spirale della sinistra che tende a fagocitare il contributo dei cattolici. Bisogna ricostruire il rapporto tra centro e sinistra. La Destra, infatti, potrà essere sconfitta alla sola condizione di unire gli sforzi dei moderati e dei riformisti, evitando la tentazione – sempre presente – dei primi di virare verso il conservatorismo e dei secondi verso il radicalismo.

È stato bello ritrovarsi presso l’Istituto Sturzo convocati dall’Associazione Popolari. Non solo per l’afflato umano che lega molti di noi attraverso le varie generazioni. Un elemento comunque importante, se si vuole considerare l’impegno politico quale rapporto fra esseri umani intesi a ricercare il bene comune e non una mera tecnicalità, quasi fosse un mestiere al pari di altri. Ma soprattutto perché è stato bello, e certamente utile, ragionare sulle cose della politica aiutati da relazioni tutte assai interessanti e, direi, importanti.

Al di là di come è stato rappresentato dalla stampa, che ovviamente ama usare toni forti, il convegno ha però senz’altro posto questioni e domande dirimenti che il Pd, cui erano rivolte, non potrà affatto evadere. Rileggere a quasi 16 anni di distanza l’articolo di Pietro Scoppola (che i convegnisti hanno trovato nella cartelletta di accoglienza) col quale lucidamente ammoniva la sinistra a non considerare l’allora costituendo Partito democratico un suo solo “problema interno”, mi ha da un lato colpito fortemente e dall’altro lasciato tanta amarezza perché quel rischio è quello che molti di noi hanno intravisto e denunciato negli anni successivi senza venire ascoltati, né dai gruppi dirigenti dello stesso Pd via via succedutisi né, talvolta, dagli stessi Popolari che (come ad esempio lo scrivente) erano entrati in esso con grande entusiasmo.

Ora, cos’è se non un grido d’allarme, rafforzato dal recente nefasto esito elettorale, la denuncia del progressivo spostarsi del dibattito interno al Pd e della sua proiezione esterna all’esclusivo ambito della sinistra e di una concezione valoriale che tende inesorabilmente a lasciare ai margini la componente cattolica per abbracciare tesi sempre più prossime all’individualismo dei diritti, ponendo sullo sfondo il fondamentale richiamo ai doveri della solidarietà sociale?

Una preoccupazione – sia quella politica, sia quella valoriale – posta più volte da molti di noi e immancabilmente non considerata, non apprezzata, anzi respinta con fastidio e noncuranza. Oggi addirittura attaccata alla base, con la costituzione di quel Comitato degli 87 (alcuni suoi componenti peraltro sono già dimissionari, a conferma di quanto pasticciata sia stata la sua ideazione e squilibrata la sua composizione) che dovrebbe riscrivere la Carta dei Valori del partito, di fatto proponendone uno nuovo e diverso, a prescindere da un congresso che sia pure con modalità contorte e complicate si starebbe pur avviando.

Rileggere Scoppola e (ri)scoprire che aveva previsto tutto, quando ammoniva a non andare nella direzione, sbagliata, che poi si è presa, ha fatto un certo effetto. Bene dunque che i Popolari presenti nel Pd abbiano – finalmente – lanciato un monito e consegnato un avviso: ovvero che è nell’interesse dello stesso Pd e della sua possibilità di competere con la Destra oggi al governo ascoltare le preoccupazioni espresse da una componente fondatrice del partito la cui dignità non può essere ignorata. La Destra potrà essere sconfitta alla sola condizione di unire gli sforzi del centro e della sinistra, dei moderati e dei riformisti, evitando la tentazione – sempre presente – dei primi di virare verso il conservatorismo e dei secondi verso il radicalismo. Con l’esito che nonostante il cambio delle generazioni non muterebbe il risultato, ovvero la vittoria dei primi. Con una fondamentale differenza rispetto al passato: mentre la Dc (certo, in un contesto storico differente, dominato dallo scontro ideologico fra liberalismo e comunismo) ha sempre saputo orientare politicamente verso il centro, prima, con De Gasperi, e verso il centro-sinistra, dopo, con Moro e Fanfani, i consensi che otteneva dal mondo conservatore, oggi i voti moderati che vanno verso i conservatori vengono gestiti dalla Destra, che intende esattamente attuare politiche di destra.

Non è già solo questa un’ottima ragione per ascoltare il monito dei Popolari?

IL DISGUSTOSO TEATRINO DELLA POLITICA DI GIORNATA

In compenso – scrive amaramente Provinciali – ci si attrezza per i botti di Capodanno, vero spartiacque tra l’incoscienza e la disperazione.

Sarebbe un bel match da giocare ma anziché ai calci di rigore finirebbe ai dadi: è più indifferente la politica nei confronti della gente o la gente verso la politica? Quel 39% degli aventi diritto che non ha votato alle recenti elezioni (18 milioni di cittadini) potrebbe far pendere la bilancia verso la latitanza sociale ma se si segue il giornaliero avvicendarsi dei siparietti politici nei TG, nei talk show, nelle prime pagine dei giornali qualche interrogativo sorge spontaneo di fronte a tanto intemerato squallore. È tutto un dire e disdire, si susseguono penose esternazioni mandate a memoria, dichiarazioni di intenti, scambi di accuse, minacce, molte uova di Colombo, qualche parvenza di coniglio dal cilindro e uno stucchevole rituale scontato: “famiglie, lavoro e imprese” sono le parole più pronunciate da portavoce, portaborse e fedeli yes man di fatto cooptati in Parlamento dai loro capi. L’uno che vale l’altro non è una scelta ideologica ma la triste constatazione di uno stato di realtà: può darsi che nel lungo periodo emerga un orientamento, una visione, un modello sociale da proporre, qualcosa di nuovo e pulito che possa riaccendere non dico gli entusiasmi ma almeno le speranze ma se le idee, le cifre, i conti e le scelte non vanno oltre l’arco delle esternazioni provvisorie c’è poco da stare allegri. C’è anche chi fa della gratuita ironia con attacchi personali e battute postribolari: ma chi autorizza o incarica queste torbide figure di demagoghi a prenderci per i fondelli?
Leggo questo spietato epitaffio nel logo di un importante Agenzia di Stampa del Vaticano, da me interpellata per segnalare il caso umano di una ragazza ventenne che da tre mesi, notte e giorno, vive al freddo sotto i portici di una grande città: “ «Inutile farla lunga, / girarla, rigirarla / allo spiedo, al rovello / dell’attenta osservazione, l’analisi, la sintesi, / i discorsi sul metodo. / Si muore dalla noia. / C’è un modo d’aggredire la questione: / col coltello». (Bartolo Cattafi, Metodologia). Mi pare eloquente il messaggio ed autorevole la fonte.

Il Prof. Vittorino Andreoli, una delle persone più colte e sensibili che conosca mi ha detto che la violenza sta diventando disperazione e distruzione. A quali santi laici dovremmo votarci? Il disorientamento è generale, cresce perciò la sfiducia nelle istituzioni. A pochi giorni dalla fine dell’anno non si riesce a far quadrare una seria legge di bilancio, le smentite superano le conferme, sembra tutto come sospeso in un limbo impenetrabile: il vero dramma sarà che non si deciderà il meglio per il bene comune ma ciò che è più conveniente per perpetuare la pessima abitudine delle scelte clientelari. Si è chiusa una campagna elettorale e se ne apre un’altra, enfatizzata per alcune Regioni di peso, intanto si scopre che anche in Europa e nelle sue istituzioni cresce la malapianta del rubalizio e della corruzione. L’abbiamo sempre pensata come sintesi salvifica e lontana – questa Europa – ed ora la scopriamo come la gigantografia della retorica castrante e degli intrallazzi internazionali. Se pensiamo a quanto ci costa questo indegno e inesauribile mercimonio si comprende quella percentuale di persone disgustate che hanno raddoppiato le astensioni al voto negli ultimi dieci anni. Non basta il Rapporto CENSIS, passa inosservato oltre le news delle ultime 24 ore quello della Caritas che ci racconta di 1 milione 960 mila famiglie, pari a 5.571.000 persone (il 9,4% della popolazione) che sopravvivono in condizione di povertà.

La reiterazione annuale del cosiddetto “decreto milleproroghe” è la metafora del fallimento di una programmazione politica di medio-lungo termine: ogni anno viene sistematicamente ripresentato per procrastinare soluzioni, sempre più infarcito di oboli, deroghe, prebende, favori, concessioni. A leggerlo tutto con quel frasario impenetrabile che offende e mortifica i cittadini non basterebbe il peggior Azzeccagarbugli: ci sta dentro di tutto, marciapiedi, attività sportive, enti speciali, canili, spiagge, concorsi, specialisti e specializzandi. Non ci basta essere il Paese del bonus senza controllo, delle mance, delle sanatorie e dei condoni: in questa enciclopedia delle proroghe si ritrova tutto quello che non si è riusciti a risolvere durante l’anno.

Mi sono occupato negli ultimi tre anni delle tutele dei lavoratori fragili: gente disperata, malata di tumore, immunodepressa, invalida, che si sottopone a terapie salvavita. Dopo aver rabberciato una soluzione provvisoria nel decreto aiuti-bis (ma non ne basterebbe uno solo ma completo, senza bis, ter, quater ecc.?) dopo il 31/12 p.v non è previsto nulla. Il Parlamento e il Governo non sono stati finora in grado di trovare una soluzione dignitosa che ci renda finalmente un Paese civile. Non si capisce dove finisca l’ignoranza dei legislatori e dove cominci l’indifferenza del sistema politico. Intanto dalla Cina giunge la notizia di un’ondata anomala di Covid, i forni crematori non riescono a smaltire le salme. Come per quelle precedenti anche questa arriverà da noi e – come scritto mille volte da David Quammen – ci troverà impreparati. Ma se il Covid c’è o non c’è lo decide la politica: in genere sempre con provvedimenti postumi e tardivi. In compenso ci si attrezza per i botti di Capodanno, vero spartiacque tra l’incoscienza e la disperazione. E poi, finalmente, il Festival di Sanremo, non vediamo l’ora. Siamo o non siamo il paese dei balocchi?

CORRUZIONE E REAZIONE: SIAMO SOTTO CHOC, MA TUTTO CIÒ NON PUÒ MINARE LA CREDIBILITÀ DELL’EUROPARLAMENTO.

L’inchiesta di Bruxelles getta un’ombra di sospetto e sfiducia sull’Europarlamento. Patrizia Toia, ex dc eletta nelle liste del Pd, prende posizione: il rigore deve proteggere le istituzioni, non delegittimarle.
La nota che segue è stata resa pubblica nelle ultime ore. Si fa presente che il titolo, nel rispetto dei contenuti espressi, risponde a un’autonoma scelta della redazione.

La prima reazione è stata di choc, poi subito di indignazione e di rabbia. Choc perché non ci si poteva credere.

Indignazione perché i fatti sono gravissimi e, al di là dei reati di cui si occuperà la magistratura, c’è una ferita sanguinosa, che non si può in alcun modo minimizzare. Rabbia perché queste condotte vergognose hanno provocato tanti danni: un danno agli italiani, per la loro immagine, un danno al mondo socialista e progressista, perché è all’interno di questo mondo che, sia pure con diverse appartenenze, i soggetti in questione stavano, e un danno, il peggiore forse, alla dignità e onorabilità di un’istituzione come il Parlamento Europeo.

Ora, dopo la condanna senza sconti e senza alcuna sfumatura, si deve reagire con molta durezza e con mosse concrete. Le parole, anche le più sincere, non bastano più.

Qui si è in presenza di vergognosi traditori dei propri ideali e il Pd è perciò “parte lesa”, ma noi dobbiamo essere “spietati” anche con il nostro mondo. Da un lato è giusto rimarcare che il gruppo e la nostra delegazione non sono stati condizionati né compromessi. Infatti, se questa azione di corruzione tendeva ad addolcire le posizioni della delegazione sul Qatar, l’obiettivo non è andato in porto, anzi la delegazione Pd ha votato tutti gli emendamenti che accusavano il Qatar per le morti dei lavoratori non tutelati e per molti altri punti.

Tutto vero, noi non ci siamo fatti né condizionare né influenzare, né tantomeno corrompere. Ma, dall’altro lato, dobbiamo avere il coraggio di capire, pur se si tratta di casi limitati, come sia stato possibile che nella nostra famiglia progressista sia avvenuto un tale sovvertimento dell’onestà personale e politica, dei valori di base, delle idee, e della dignità che il vincolo del pubblico incarico comporta.

È vero che le responsabilità sono personali, ma che ciò sia avvenuto in “casa nostra” con un ex deputato del gruppo e una vicepresidente del parlamento del gruppo S&D è grave e ci chiama in causa. Capire non vuol dire minimizzare, anzi! Vuol dire che occorre ancor più irrobustire la nostra formazione personale e politica e selezionare più accuratamente la classe dirigente.

Quello che posso assicurare è che l’immagine del Parlamento che emerge non è quella vera. Si tratta di un caso, forse di pochissimi casi, ma non è un sistema.

Il Parlamento è aperto, frequentato dei rappresentanti degli interessi costituiti, cioè gli stakeholder, ma questo è un bene perché ciò avviene nella trasparenza e “sotto gli occhi di tutti”. Il parlamento è “la casa dei cittadini europei” ed è una casa pulita, con regole chiare e all’insegna della trasparenza. È un luogo dove si lavora (e molto), ci si confronta col mondo esterno nella chiarezza dei ruoli e, per quanto mi riguarda, nel rispetto soprattutto della funzione rappresentativa del deputato eletto, che è al servizio dell’interesse dei cittadini e del bene comune.

Certo occorre chiarezza, dignità di sé, saldezza di comportamenti, amore per la legalità, sobrietà nella condotta pubblica e privata, rispetto dei diritti di tutti a partire da quelli dei cittadini che ci hanno mandato qui, in Parlamento. Oggi emerge però che le regole attuali non bastano. Ecco perché, oltre alle decisioni prese in questi giorni (destituzione della Vicepresidente, creazione di una commissione di inchiesta) dobbiamo dotarci di altri strumenti che ci aiutino a prevenire e a contenere eventuali comportamenti devianti.

Va rilanciata la proposta di un registro obbligatorio per ogni deputato per dar conto degli incontri con le lobby e va formalizzata l’istituzione di un Comitato Etico (che era già pronto) che va reso più impegnativo e penetrante. Va inoltre superato il cosiddetto sistema delle revolving doors che consente di passare senza stacco da una funzione parlamentare o di responsabilità politica a una funzione di rappresentanza di interessi specifici dentro al Parlamento e vanno stabilite regole per impedire viaggi non a spese proprie e impedire doppi lavori, salvo esplicita autorizzazione.

Queste sono le prime riforme per ridare trasparenza e lustro al Parlamento e dunque fiducia ai cittadini verso “la casa comune”. Poi, naturalmente, c’è la politica che dovrà essere più sobria, più severa e anche più intransigente.

CASTAGNETTI, IL PARTITO DEMOCRATICO E L’AREA POPOLARE.

Sta emergendo ovunque la voglia di un rinnovato “protagonismo” politico, culturale, programmatico e soprattutto organizzativo dei Popolari e dei cattolici social. In questo quadro, la recente iniziativa di Castagnetti ha avuto il merito politico di aver fatto emergere quale strada intraprendere adesso.

 

Dobbiamo dare atto a Pier Luigi Castagnetti – politico di lungo corso e di spiccata intelligenza – della sua determinazione e tenacia nel tentare di ricostruire e consolidare una corrente di ex Popolari all’interno del Pd. Aggiungo, di “questo” Pd. Una osservazione non indifferente, nonchè decisiva, per riflettere attorno ad una questione importante per il futuro e la prospettiva stessa del principale partito della sinistra italiana.

Ora, però, ci sono almeno due questioni, l’una di natura strategica e l’altra più legata al contingente e quindi tattica, che rischiano di mettere in crisi la tenacia e la determinazione politica dimostrati dall’ultimo segretario nazionale del Partito Popolare Italiano con l’iniziativa organizzata all’Istituto Sturzo.

Innanzitutto il capitolo della prospettiva politica, culturale e programmatica del Partito democratico. È noto a tutti che dopo la disfatta elettorale del 25 settembre scorso e la crisi profonda in cui versa l’attuale Pd, la via d’uscita di trasformare definitivamente ed irreversibilmente il Pd in un partito autenticamente ed organicamente di sinistra è quantomai ghiotta e soprattutto è condivisa dalla stragrande maggioranza dei militanti, dei dirigenti, dei simpatizzanti e anche dagli elettori del partito. Come, del resto, ci dicono tutti gli istituti demoscopici. Una prospettiva di sinistra, come ci ricorda giustamente Luca Ricolfi, che si trova oggi ad un bivio alla vigilia del congresso del partito: e cioè, o dar vita ad un partito della sinistra liberale che sia però in grado di ricomporre tutta l’area ex e post comunista nel nostro paese oppure scegliere una strada che privilegia una sinistra più radicale e libertaria.

Ma, al di là degli slogan che riassumono la competizione politica in atto, quello che è certo è che il futuro – semprechè il partito voglia ancora sopravvivere a livello elettorale – del Pd sarà quello di essere un partito organicamente di sinistra. Certo, la minaccia che arriva dal partito populista e demagogico per eccellenza, cioè i 5 stelle, di aver dato vita ad una sorta di “sinistra per caso” rischia ulteriormente di minare alla radice la credibilità e lo stesso consenso del Pd. Avendo già bruciato, sempre lo stesso Pd, le carte sul versante del Centro dove si è insediato il cosiddetto “terzo polo”. Anche se questo è un campo ancora in forte evoluzione, semprechè riesca a superare l’attuale assetto di “partiti personali” e “del capo” aprendosi, invece, ad altri filoni culturali e politici.

In secondo luogo, e per fermarsi alla contingenza, assistiamo ad un dibattito all’interno del Pd dove i 3, 4 o 5 candidati alla segreteria nazionale sono tutti espressione della cultura storica della sinistra italiana che non possono che perseguire, coerentemente e legittimamente, una prospettiva e un progetto politico di sinistra. Cosa centri il ruolo, la funzione e la stessa “mission” dei Popolari e dei cattolici sociali in un contesto del genere è francamente curioso nonchè singolare. Anche perchè, come tutti ben sappiamo, il centro sinistra è credibile di fronte agli elettori e alle rispettive aree sociali e culturali solo se il Centro e la sinistra si uniscono in una alleanza di governo ma con una soggettualità e una personalità politica autonoma. Il famoso “trattino” che unisce il Centro e la sinistra in un progetto di governo.

Per fare un solo esempio, l’esperienza dell’Ulivo. Insomma, anche su questo versante si tratta di scegliere se la tradizione del popolarismo di ispirazione cristiana intende giocare una partita vera sul campo rilanciando la sua personalità e la sua originalità culturale e politica o se, come pare, si riduce ad essere la nuova versione – seppur aggiornata e rivista – dei “cattolici indipendenti di sinistra” degli anni ‘70. Dove sono garantiti quasi per legge una percentuale di eletti – come è avvenuto puntualmente alle recenti elezioni politiche con l’auto nomina dei capi corrente e dei loro cari nella quota proporzionale – e qualche “premio di consolazione” alla carriera negli assetti di partito per qualche altro notabile. Ovvero, per dirla con un vecchio slogan, una operazione che “fa fine e non impegna”.

Ecco perchè, a fronte di questo quadro, sta emergendo in quasi tutta la periferia italiana la voglia di un rinnovato “protagonismo” politico, culturale, programmatico e soprattutto organizzativo dei Popolari e dei cattolici sociali. Un protagonismo che non ha come obiettivo esclusivo e prioritario quello di commentare ciò che capita nel campo della sinistra italiana. E cioè, la vecchia filiera del Pci/PDS/Ds/PD. Si tratta, quindi, di scegliere. E questo perchè, come direbbe Aldo Moro, “tempi nuovi si annunciano” e non possono essere affrontati con strumenti vecchi e modalità superate dalla storia politica di questi ultimi anni. Una scelta che deve avvenire alla luce del sole, senza polemiche politiche e, men che meno, diatribe personali. E il futuro dei Popolari e dello stesso popolarismo, per usare una metafora calcistica, non può essere quello delle riserve che toccano la palla in panchina solo per darla ai giocatori in campo. In attesa di qualche riconoscimento dei titolari.

Ma l’iniziativa di Castagnetti, comunque sia, ha avuto il merito politico di aver fatto emergere quale strada intraprendere adesso. Per noi Popolari e per quello che ancora rappresentiamo concretamente nella società italiana.

UNO SCAMBIO DI BATTUTE SUI MERITI VERI O PRESUNTI DI GIORGIA MELONI.

Si tributano elogi alla Meloni con troppa generosità? Anche Elisabetta Campus, su questo blog, dà man forte si ‘laudatores’? Uno scambio di battute tra Paola Brianti e la diretta interessata.

 

Leggo con interesse ciò che scrive Elisabetta Campus a proposito di Giorgia Meloni. Mi permetto però di far notare che a Bali, al di là dei sorrisi d’obbligo e dei cavallereschi complimenti per l’inusitata presenza della piccola figlia ad un convegno internazionale che, visto che non doveva più allattarla, avrebbe fatto meglio a lasciarla a casa, i risultati ottenuti sia con Xi Jinping che con Biden sono stati più che altro di cortese compartimento. Per non parlare di Macron. Credo che, al di là della sorpresa per la sua rapida ascesa, finora la nuova Presidente abbia concluso ben poco e che ben poco possa giovare al nostro Paese.

(Paola Brianti)

Da tempo scrivo sulla Meloni guardandola solo come politico, con la novità che è il primo presidente del Consiglio donna dopo 70 anni di Repubblica. Non ho per lei una stima particolare né una avversione smaccata, da un certo punto di vista potrei dire mi è indifferente.

Noto solo che da politico sa muoversi, da donna che commette delle ingenuità nella gestione della cosa pubblica e che come tutte/i i neofiti commette errori propri o indotti dalla “corte” di partito che si è portata a Palazzo. Sono passati circa 60 giorni da quando ha giurato e per ora è presto decidere se sta facendo bene o male perché dal punto di vista politico fino ai prossimi 100 giorni, e quindi fino a inizio febbraio, la sua azione di governo godrà della cosiddetta “luna di miele” con l’opinione pubblica e i media.

Il Presidente della Repubblica pare non rimproverarla più di tanto (non si ha notizia di colloqui frequenti), i partiti di opposizione fanno più una “gran cagnara” che azioni incisive, e i media attendono di capire se durerà. Gioverà o non gioverà lo possiamo giudicare solo verso marzo, quando approvata la legge di bilancio si procederà con i decreti attuativi, si saranno svolte le due elezioni regionali e ci si avvierà a presentare in Parlamento la riforma costituzionale della Repubblica in senso presidenziale, forse con un capo del governo eletto direttamente. E che non sarà lei lo ha già detto chiaramente. Dunque per chi sta tirando la volata? E io nel frattempo la osservo.

(Elisabetta Campus)

L’AVVENTO IN TEMPO DI GUERRA, LA LETTERA DI UNA SUORA INDIANA DALL’UCRAINA.

Superiora delle Suore di San Giuseppe di San Marco, dopo l’invasione della Russia suor Ligy Payyappilly ha deciso di restare vicino alla popolazione locale. Ad AsiaNews racconta il coraggio degli ucraini e come in occasione del Natale il convento delle consorelle si sia trasformato in luogo di riparo e accoglienza.

 

Suor Ligy Payyappilly, 48 anni, superiora del convento delle Suore di San Giuseppe di San Marco a Mukachevo, in Ucraina, racconta ad AsiaNews la preparazione al Natale in un contesto di guerra. Originaria della provincia di Sanjo, nel Kerala indiano, e da 20 anni in Ucraina, dopo l’invasione da parte della Russia a febbraio di quest’anno con 17 consorelle ha preso la decisione di restare per dare assistenza ai civili in fuga.

“I profughi si trovano in diversi luoghi e non hanno cibo, per cui condividiamo con loro tutto ciò che abbiamo. A noi il cibo viene donato da vari benefattori, persone che ci conoscono o Paesi stranieri come la Germania. Dalle altre nazioni stiamo raccogliendo anche vari oggetti di consumo, vestiti e medicine. Forniamo cibo anche ai soldati ucraini, tutto ciò che riceviamo lo distribuiamo a loro.

Due studenti indiani che studiavano medicina a Kharkhiv sono qui con noi perché volevano completare i loro studi. All’inizio li avevamo sistemati in un ostello, ma sono rimasti lì solo due giorni perché i sistemi di riscaldamento non funzionavano e non c’era cibo. Adesso sono con noi.

La situazione in Ucraina è molto difficile, la vita è precaria, riuscire a sopravvivere un miracolo. La Russia continua a lanciare missili, ma i soldati ucraini sono molto coraggiosi. Proprio ieri sera c’è stato un attacco con 35 droni: i soldati ucraini ne hanno eliminati 33 e solo due hanno colpito i bersagli. Ogni settimana la Russia spara sull’Ucraina dagli 80 ai 100 missili.

In Ucraina non c’è elettricità, tutto è come un sonno mortale, un incubo.

Continuiamo i nostri servizi di preghiera come sempre, molte persone vengono a pregare, molte famiglie di soldati si uniscono a noi. Diamo loro speranza. Credo che l’Ucraina vincerà, coloro che sono morti lo hanno fatto per difendere il loro Paese. Le loro preghiere si uniscono alle preghiere di papa Francesco e del mondo e alle nostre orazioni per questo Paese. Molti hanno dato la vita per la libertà e la pace, ma anche bambini innocenti sono stati uccisi e assassinati in questo conflitto.

Questo Natale ci sarà una casa aperta per tutti in cui verranno offerti riparo, cibo e vestiti. Il nostro convento sarà la stalla di Betlemme e Dio pianterà la sua tenda in mezzo a noi. Amplieremo lo spazio della nostra tenda dove chiunque potrà trovare amore, gioia e speranza”.

(Ha collaborato Nirmala Carvalho)

L’ANIMA DEI POPOLARI TORNA A RESPIRARE CON IL CORPO DELLA NAZIONE. L’IDENTITÀ NON È PIÙ UNA ZAVORRA.

I popolari non possono rinunciare alla loro connotazione ideale e politica. E non possono obnubilarsi in una sorta di “riformismo multiverso”, con messaggi contraddittori. Quando si fanno sinistra, andando ben oltre la loro tradizione, nemmeno aiutano la sinistra. In questa cornice, la Destra non può che consolidarsi per mancanza di un’alternativa credibile.

 

Il segnale è venuto dalla base. Qualcosa si è mosso, senza premesse e primazie, spontaneamente. Il silenzio dei popolari, consacrato alla difesa del riformismo, è stato infranto. È venuto allo scoperto, in sostanza, il bisogno di ritrovarsi attorno a una bandiera o meglio a una proposta politica. Che fare, dopo l’avvento della Destra al governo, per non rimanere schiacciati tra sovranismo e populismo? L’anima dei popolari, come nel passato, torna a respirare con il corpo della nazione. Si chiude una fase impastata di sacrificio, fino a rinunce pesanti pur di servire un progetto di rinnovamento. Subentra perciò la consapevolezza che il popolarismo alla fine può scomparire – Gramsci ne aveva preconizzato il suicidio – se ricomposto incongruamente nella dialettica della sinistra (invece di essere in dialettica con la sinistra).

La base è più avanti del vertice, anche se non esiste oggi, in mancanza di un partito nel pieno della sua funzione, un vero e proprio vertice politico. Esiste un partito, il Ppi, che da 20 anni non si presenta alle elezioni, sebbene giuridicamente conservi la titolarità della rappresentanza dei popolari. Ora si sente la sua mancanza. Epperò, in nome della continuità delle scelte compiute sulla scia dell’autosospensione del 2002, la “voglia di esserci” dei popolari è conservata e rilanciata nel circuito della rifondazione del Pd. È questo che vuole la base? In verità, con il passare degli anni, il logoramento del “partito unico del riformismo” si è accentuato: man mano che il sodalizio ha visto scemare le ragioni ideali, si è anche imposta la selezione di un personale politico perlopiù indifferente alle sensibilità del cattolicesimo democratico.

In ogni caso, non serve indugiare nelle recriminazioni. È bene piuttosto riflettere sull’usura di un modello di partito a base plurale, con un mix d’identità. Un modello dato per vincente e adesso in crisi. Non a caso gli esempi maggiori di aggregati politici post-identitari, da un lato Forza Italia e dall’altro il Pd, hanno incrociato un declino vistoso rispetto agli esordi. All’inverso, l’identarismo di Fratelli d’Italia si è rivelato un fattore di crescita impressionante dei consensi elettorali. Anche il M5S ha reagito al tracollo usando la leva della identità di movimento intransigente, con un suo nucleo di specificità a prova di contaminazioni (di qui il rifiuto, come in origine, della logica di alleanza). Può emergere invece che il riformismo volutamente eclettico e nondimeno radicale, secondo un astratto richiamo ai diritti individuali e alla loro estensione finanche pretestuosa, sia stato punito dall’elettorato a cagione di una farragine di messaggi e programmi. Invece la guerra, gli squilibri sociali, la paura del domani pesano sul sentimento politico di ampi strati di società civile, in particolare di ceto medio, esaltando una domanda di sicurezza. L’identità non è più una zavorra.

Ebbene, il riformismo senza i popolari non ha presa sociale, ma nel medesimo tempo, per essere all’altezza di un’impresa di autentico rinnovamento, proprio ora che nel ricco Occidente è in gioco la qualità stessa della democrazia, i popolari non possono rinunciare alla loro connotazione ideale e politica. Non possono obnubilarsi in una sorta di “riformismo multiverso”, se ciò significa retrocedere a copertura di uno smarrimento epocale della sinistra dopo la fine della “immane tragedia” – così la definì il card. Casaroli – del comunismo sovietico. Se i popolari si fanno sinistra, andando ben oltre la loro tradizione, nemmeno aiutano la sinistra: si perdono e insieme rendono perdente la formula che li coinvolge come forze ausiliari, anche a prescindere dalle buone intenzioni dei singoli. In questo scenario, infrenata l’azione dei popolari, la Destra può solo consolidarsi nel Paese e nelle istituzioni per mancanza di un’alternativa credibile.

CASTAGNETTI PROVA A DARE LA SCOSSA, MA IL FUTURO DEL PD RESTA INCERTO AL PARI DI QUELLO DEI POPOLARI.

I cattolici democratici tentano il soccorso al Pd in caduta libera prima che la macchina organizzativa della fase congressuale, che porterà ad un nuovo segretario, si metta a regime apportando una boccata profonda di ossigeno. I cattolici democratici al momento della costituzione del Pd, quindici anni fa, hanno dato il loro contributo tanto nei numeri della classe dirigente nazionale e locale che nella messa a disposizione delle sedi territoriali e del patrimonio. Però a fronte di tanta generosità lo spazio di intervento politico si è ridotto rapidamente a favore della componente laica o laicista, con momenti di stridente contrasto nel campo dei diritti inviolabili e dei doveri morali spesso trascurati. Ora, questi cattolici che definiscono se stessi come “democratici”, ovvero con la dimensione della solidarietà e vicinanza agli ultimi (missione evangelica nel mondo) come cifra significativa dell’agire politico, non se la sentono di abbandonare la nave, seppure malridotta. Mettono mani a “nuove tavole di legno e nuove tele per le vele” e tentano il salvataggio. Senonché il capitano della nave non pare entusiasta: sta sulla tolda ed osserva, sapendo che il prossimo viaggio non sarà il suo. Per questo attende il prossimo capitano.

Per chi ha sufficiente pazienza di ascoltare i convegni politici sa per esperienza che essi sono guidati da una sottile regia. I saluti iniziali per scaldare ed incoraggiare i presenti, il momento prima della pausa del pranzo dedicato ai media, per consentire i primi commenti, ed infine gli interventi finali e le conclusioni, non per gli ultimi rimasti ma per definire la rotta che si seguirà. I pregevolissimi interventi iniziali, nel ricordo affettuoso di Sassoli e nel solco del pensiero di Sturzo, sottolineano la distanza e la frattura che è intervenuta tra la società civile e il Pd, chiuso nella nella dimensione romano-centrica e nazionale, distratto dal governare e tanto assente da non accorgersi che i governati se ne sono andati da un’altra parte.

Ma il non comprendere la gente, il non essere vicino a chi soffre non è possibile per nessun cattolico che si voglia dichiarare tale, perché la dimensione evangelica del pensare agli ultimi è uno dei postulati più importanti della verità in Cristo e non può essere in nessun modo trascurata o peggio ignorata. Da qui il disagio e il distacco, a volte la difficoltà ad agire, a rappresentare compiutamente le proprie posizioni. Ci sarebbe da chiedere “ma voi mentre il Paese soffriva, dove stavate?”. Ecco, ci starebbe tutto se non fosse che le tesi congressuali in fieri del Pd non contengono la domanda cardine per i cattolici democratici (qui nella precisa accezione di quelli che stanno nel gruppo dei “democratici”): quali politiche solidali e sussidiare per il futuro del Paese, quale ruolo di rappresentanza per il pensiero cattolico?

Senza scoraggiarsi difronte ad una certa indifferenza e riuscendo a non trasformare il convegno di ieri all’Istituto Sturzo in una riunione pre-congressuale del Pd, arriva comunque una boccata di ossigeno. La ricetta? Un ruolo forte per la componente cattolica nelle politiche per il futuro del Paese e una ridefinizione dell’area di centro sinistra più identitaria per gli elettori e non il “guazzabuglio attuale” del terzo polo, cercando di togliere ai 5 Stelle l’egemonia nell’aver saputo interpretare il disagio degli ultimi della società. Se il Pd accetterà una ridefinizione delle politiche economiche e sociali finora praticate, il gruppo dei cattolici democratici ci sta, in caso contrario pensa ad una area di rappresentanza diversa, anche in solitudine. È un sì condizionato, ma è un sì e non era scontato. Solo che a fronte di questa boccata di ossigeno c’è la constatazione che il gruppo non esprime una o un candidato segretario e rivendicare poi il peso politico è lasciato alla correttezza del neo segretario/a e alle circostanze.

Alle conclusioni i giovani dirigenti del gruppo “cattolici democratici” osservano che di futuro del Paese si è parlato poco e che la realtà della gente è molto diversa da quella che si è finora rappresentata. Marcano le differenze nel linguaggio e nella comprensione degli avvenimenti, la distanza tra le generazioni, la povertà vissuta dei giovani e dei giovanissimi, l’impossibile futuro di due generazioni senza lavoro (la loro e di quelli che verranno), l’assenza e l’indifferenza del sistema politico. Il loro futuro è già definito dalle nostre scelte egoistiche e tentano, con slancio e generosità, di disegnare/immaginare un futuro diverso per quelli che verranno dopo di loro. Evidenziano che i cattolici, senza aggettivazioni caratterizzanti, hanno in massa votato a destra trovando una risposta ai bisogni primari piuttosto che fare scelte di valore, pensando all’oggi e non al domani. Così le conclusioni attese non ci sono. Restano i dubbi, le perplessità e le profonde riflessioni che i giovani hanno posto. La boccata di ossigeno dovrà essere più d’una se si vorrà dare corpo a queste istanze.

LA PROMESSA DI DAVID, GIORNALISTA PER PROFESSIONE E POLITICO PER VOCAZIONE.

“Vissuta così, come l’ha vissuta Sassoli, la politica può apparire un cammino lento, faticoso. Ma è l’unico modo per consentire a tutti di contribuire al bene comune”.
Pubblichiamo il ricordo che ieri, 19 dicembre 2022, all’Istituto Sturzo, Ruffini ha dedicato alla figura di David Sassoli. Il titolo assegnato al testo è della redazione.

 

Da quasi un anno, sulla mia scrivania c’è una foto con David Sassoli di una quindicina di anni fa. Lui sorridente e pensoso con la sua immancabile sigaretta, mentre stava ascoltando qualcuno che si era rivolto a lui. Perché David era così. O, almeno, è così che lo ricordo io.

Lui domandava, si interessava. Ti chiamava all’improvviso per conoscere il tuo punto di vista. Per sapere a che punto eri con il tuo percorso. Per ascoltarti. Nelle sue parole, sentivi che ti stava riconoscendo un ruolo in un grande mosaico di cui tutti siamo una piccola parte, una singola tessera. E lui, quel mosaico, cercava continuamente di metterlo a fuoco. E di raccontare. In ogni suo interlocutore riconosceva un’insostituibile ricchezza, una parte di verità e, quindi, il pieno diritto di essere coinvolto in un progetto comune. Era questo il suo modo di fare politica.

Ti faceva sentire coinvolto. Anzi ti coinvolgeva, ti trascinava, spingendoti a volgere lo sguardo su quel cantiere perennemente aperto che è la nostra comunità, il nostro Paese, la casa Europa e il mondo intero dove tutti siamo chiamati a lavorare. Un cantiere dove viene realizzato un progetto che ogni giorno si arricchisce di nuovi particolari. Perché la politica è proprio questo. Un progetto che non è mai dato una volta per tutte. Un progetto che continua a regalare lo stupore della scoperta di nuovi traguardi che si fanno sempre più chiari quando – per usare un’espressione a lui cara – siamo disposti ad allargare la nostra tenda per renderla più accogliente. Un progetto capace “di disegnare il mondo che vogliamo”.

È proprio in questa prospettiva che la politica assume una dimensione profonda che la distingue da un banale accordo utilitaristico. Non è la semplicistica sommatoria di ogni – pur legittima – istanza, ma la comune scoperta del valore aggiunto che può produrre il cammino comune di un intero popolo. Non un freddo elenco di richieste o aspirazioni, ma un lento, spesso arduo, incessante progredire di un cammino che ci offre la possibilità di scoprire insieme nuovi orizzonti. Un cammino dove ogni passo è provvisorio. Dove ogni posizione indicata come traguardo è solo un’approssimazione temporanea, destinata a lasciare spazio ad altre soluzioni nel costante divenire della realtà e della vita di ciascuno.

Vissuta così, come l’ha vissuta Sassoli, la politica può apparire un cammino lento, faticoso. Ma è l’unico modo per consentire a tutti di contribuire al bene comune. Per consentire a un intero popolo di fare passi in avanti in un costante cammino dove l’ascolto rappresenta sempre e solo il primo passo. Proprio quell’ascolto che riconosce il valore dell’impegno e del contributo che anche gli altri possono offrire. E, soprattutto, non dimentica il contributo di chi ci ha preceduto nel cammino.

Ecco, David sentiva la responsabilità di raccogliere l’importante eredità di chi ci ha preceduto. Il dovere di riscoprire quei traguardi necessariamente provvisori che altri avevano raggiunto per poter consentire a tutti noi, anche oggi, di non ripartire da zero. Era la sua capacità di ricevere e valorizzare i frutti che altri, prima di noi, hanno seminato, e seminare nuovi frutti per raccolti futuri che altri ancora dopo di noi saranno chiamati a ricevere. Riusciva a far percepire a chi gli era accanto, la naturale alternanza della fatica della semina e della gioia del raccolto, seguito da una nuova e faticosa semina. Era il suo talento. Forse il più grande. Ma era anche un vero e proprio metodo di fare politica. Di farla responsabilmente.

Come ci ha ricordato Papa Francesco, “ogni generazione ha bisogno di quelle precedenti e deve essere disponibile per quelle future”, perché dobbiamo aver il coraggio di “andare incontro al nuovo, ma senza gettare alle ortiche ciò che altri (noi compresi) hanno costruito a fatica” . “È questo che significa essere una nazione: considerarsi prosecutori del compito di altri uomini e donne che hanno già dato il loro contributo e costruttori di una casa per coloro che verranno dopo di noi” .

È proprio questo riconoscimento del lavoro altrui che ci offre la possibilità di maturare la consapevolezza che anche quei traguardi che noi, con i nostri limiti, non avremo avuto la possibilità di raggiungere potranno essere raggiunti da altri, grazie alla strada da noi percorsa. Quello che si interrompe non è mai la strada, ma solo il cammino di ognuno di noi. Un cammino che potrà essere ripreso da chi verrà dopo. In questo cammino, David sapeva di raccogliere un testimone consegnato da altri e di doverlo, a
sua volta, consegnare ad altri ancora.

Ognuno nella sua vita può essere come Abramo , capace di fidarsi, o come Isacco, capace di essere un anello di una catena, di una tradizione, lui che era semplicemente il figlio di Abramo e il padre di Giacobbe. Oppure essere lottatori caparbi come Giacobbe o sognatori come Giuseppe . David aveva ognuna di queste caratteristiche, ognuno di questi talenti. Aveva fiducia, era un combattente e aveva mantenuto la sua capacità di sognare. Ma forse, più di tutti lo rivedo come Isacco, come un uomo operoso che ha contribuito a tessere la catena di cui siamo parte, offrendo, oggi a noi, la possibilità di essere parte di un progetto che, generazione dopo generazione, si sta manifestando sotto i nostri occhi.

In questo incessante progredire della storia in cui tutti siamo chiamati ad essere attori comprimari e non semplici spettatori, era cosciente delle trasformazioni epocali di questo momento: disoccupazione giovanile, migrazioni, cambiamento climatico, sfida tecnologica, povertà, equilibri
mondiali, con l’Europa protagonista, unita e credibile. Erano queste le domande di cui ha cercato di farsi carico per trovare insieme delle risposte. Nell’alternarsi delle stagioni di un popolo legato alle vite di ognuno, David ha ripreso un camminoche era stato iniziato da altri, invitando i suoi amici a camminare con lui. Riprendendo le orme che ha trovato, ha cercato responsabilmente di non dissipare quel patrimonio di vita democratica che i cattolici hanno contribuito a costruire nel nostro Paese, senza mai dimenticare il loro contributo nella stesura della Costituzione, nella ricostruzione del dopoguerra, nella rinascita della democrazia dopo il ventennio, nella difesa delle libertà democratiche durante gli anni del terrorismo, nella costruzione della casa comune europea.

In questa tradizione, ha cercato ogni giorno di fare politica per lasciare quel segno che un cristiano deve sentire come un dovere. Perché, come ricorda il Concilio Vaticano II, “tutti i cristiani devono prendere coscienza della propria speciale vocazione politica” . Una vocazione che, come diceva David, non ci consente di “agitare i simboli della nostra fede come amuleti, con una spudoratezza blasfema” . Ma una vocazione di un intero popolo che non vive il cattolicesimo come “un emporio dove si passa a prendere un rosario, un Vangelo, un santino, ma un popolo cristiano, legittimamente pluralista sul piano delle scelte politiche, ma che sulla fedeltà alla Costituzione e nella difesa del sistema democratico non si lascia dividere” . Mai.

Ha rinunciato a una straordinaria carriera da giornalista per non abdicare alla politica. Non si è lasciato vincere dall’indifferenza. Non ha preferito non essere scomodato. Ma ha preso sul serio il mondo, senza tirarsi indietro. Perché nessuno può sottrarre, anzi “rubare” – con l’espressione utilizzata da Papa Francesco – “il proprio contributo alla società” . Perché la scelta, ancora oggi, è sempre quella tra l’essere dei buoni samaritani o dei semplici passanti che hanno altro da fare. Se lasciarci vincere dall’indifferenza per non essere scomodati nel nostro quieto vivere, oppure prendere sul serio il mondo e farci carico della comunità dove si vive.

È questo il senso ultimo della politica. Ed è questa l’eredità che David ci ha lasciato. Un’eredità che ci impegna a ricordare a noi stessi – lo dico con parole di Giorgio La Pira, a lui così caro – che “il cristianesimo ha ancora qualcosa di fondamentale da dire” per il mondo . Per la politica. Noi tutti siamo chiamati a essere “il sale della terra” , abbiamo il dovere di non essere insipidi. È un dovere, ma è anche una promessa di un intero popolo che è chiamato ad essere sale e non un’insipida e insignificante guarnizione.

Nel confermare quella stessa promessa di David, ognuno di noi è chiamato a essere classe dirigente di questo Paese. Ognuno con le possibilità che la vita gli ha concesso. Indipendentemente dal ruolo che si è chiamati a occupare. Ma semplicemente mettendo a frutto i propri talenti per il bene della comunità in cui si vive. Perché tutti, come ci ricorda la Costituzione , abbiamo il dovere di concorrere “al progresso materiale o spirituale della società”. L’augurio che faccio a me, a noi tutti, è quello di rinnovare quella promessa per portare avanti con impegno quel sorriso aperto al mondo che David ci ha regalato ogni giorno.

LA DIVERSITÀ MORALE È STATA UN’ARMA CHE I COMUNISTI HANNO BRANDITO, ANDANDO FUORI MISURA.

Solo attraverso un metodo laico e profondamente democratico sarà possibile ripristinare un corretto e trasparente confronto politico, culturale e parlamentare. Senza più accampare ridicole e grottesche superiorità e diversità di qualsiasi genere siano.

 

Stiamo assistendo in questi giorni ad una sceneggiata, seppur comprensibile, ma decisamente imbarazzante. Ovvero, per uscire dalla metafora, vecchi e nuovi dirigenti della sinistra ex e post comunista fingono, per l’ennesima volta, di conoscere poco o per nulla i “compagni” che sono finiti nei guai giudiziari e, soprattutto, cadono dal pero nell’apprendere che anche a sinistra – come avviene da molto tempo – c’è una plateale e gigantesca “questione morale”. Una “questione morale” che, per l’ennesima volta e di fronte alla quale ci si volge dall’altra parte pensando che, così facendo, prima o poi l’uragano finisce e si può continuare tranquillamente la predica sulla “diversità” etica e morale della sinistra rispetto agli avversari politici.

Ora, forse, è giunto definitivamente il momento di pronunciare un punto a capo, sempre in punta di piedi e con il dovuto rispetto per tutti gli attori politici in campo. E cioè, nessuno – ma proprio nessuno – può continuare a rivendicare la sua “diversità” etica e morale rispetto a chicchessia. E non lo può più fare a maggior ragione la sinistra, essendo proprio la sinistra comunista, post ed ex comunista, la componente più autorevole chiamata in causa. Anche perchè la continua e persistente rivendicazione della diversità morale è riconducibile esclusivamente al mondo della sinistra, seppur nelle sue multiformi espressioni. Dalla sinistra politica a quella culturale, da quella televisiva – con i suoi vari conduttori e tele predicatori – a quella culturale, da quella accademica a quella salottiera e alto borghese. Un filo rosso che lega le varie espressioni di questo mondo e che è accomunata da un preambolo, il solito preambolo: ovvero, noi siamo i migliori e gli altri, tutti gli altri, sono diversi da noi. Un atteggiamento francamente sempre più insopportabile non solo perché la sinistra, come in tutti gli altri campi pollici, non è affatto esente dal malcostume e dall’affarismo, ma per la semplice ragione che la diversità morale è solo e soltanto una rivendicazione propagandistica, artificiosa e altezzosa del tutto priva di fondamento e di riscontro reale nella società.

Ma è anche bene non dimenticare che proprio in virtù di questa diversità morale e, di conseguenza, di questa presunta, atavica, radicata e rivendicata superiorità intellettuale, si è contribuito negli anni ad involgarire lo stesso dibattito politico erigendo steccati insopportabili e del tutto fuori luogo. Un vizio, questo, che parte da lontano e che ha sfregiato nei decenni la storica esperienza della Democrazia Cristiana attraverso l’attacco frontale ai suoi principali leader e statisti e alla stessa sua “mission politica”. Per poi estendersi con maggior forza e virulenza durante la seconda repubblica e facendo sempre da sfondo ad ogni scelta politica e di strategia politica.

Ora è tempo di voltare definitivamente pagina. Non c’è nessuno che possa rivendicare, in modo esclusivo e totalizzante, il monopolio della “moralità” nella politica, nell’azione politica e nella presenza attiva e concreta nelle istituzioni. A livello locale come a livello nazionale. Nessuno, cioè, è migliore degli altri. E anche per la sinistra, sia quella politica e sia quella intellettuale, sia quella televisiva, accademica e alto borghese e sia quella movimentista, è giunto il momento di prendere atto che il confronto con gli altri partiti decolla dal medesimo nastro di partenza. Senza scorciatoie arroganti e senza corsie preferenziali. Solo attraverso questo metodo, laico e profondamente democratico, sarà possibile ripristinare un corretto e trasparente confronto politico, culturale e parlamentare. Senza più accampare ridicole e grottesche superiorità e diversità di qualsiasi genere siano. E lo scandalo, grave e persin incommentabile, che arriva dall’Europa può, forse, rappresentare la pietra tombale per tutto ciò che la sinistra ha predicato per decenni nella concreta e reale dialettica politica italiana. Dal secondo dopoguerra in poi.

EUROPARLAMENTO, LO SCANDALO E L’«IMBARAZZO»

Il mito della “diversità”, la pretesa di una parte della sinistra di essere moralmente al di sopra dei suoi avversar, questa rappresentazione di sé e degli altri ha finito per introiettare un veleno che ancora circola nel nostro organismo politico.

 

Si sente più l’imbarazzo che l’indignazione. La reazione dello stato maggiore del Pd dinanzi allo scandalo dell’europarlamento sembra quasi di circostanza. Come se scoprire la permeabilità di alcuni dei propri ambienti alla corruzione potesse essere derubricato a incidente di percorso, senza bisogno di addentrarsi nei meandri di un difficile esame di coscienza.

Ora, quello che si chiede alla sinistra non è tanto di destinare al Qatargate la stessa severità con cui fu giudicata a suo tempo la saga di Tangentopoli. Cosa che magari prima o poi avverrà, sia pure con un certo ritardo. Ma è piuttosto di interrogarsi su quella lontana stagione e chiedersi finalmente se l’uso politico della giustizia non sia stato un boomerang lanciato con troppa foga e ora tornato indietro con potenza moltiplicata.

Diciamolo chiaro. Per il malaffare non ci può essere nessuna, nessunissima giustificazione. La condanna deve essere severa, almeno pari all’indignazione delle persone comuni. Nessuna complicità, insomma sia detto una volta di più e una volta per tutte.

Ma con altrettanta chiarezza andrebbe detto che il mito della “diversità”, la pretesa di una parte della sinistra di essere moralmente al di sopra dei suoi avversari, il racconto di un partito degli onesti schierato contro l’altrui partito del malaffare, tutta questa rappresentazione di sé e degli altri che andava tanto di moda sul finire della prima repubblica ha finito per introiettare un veleno che ancora circola nel nostro organismo politico. Riconoscerlo è doveroso e sarebbe perfino “conveniente”.

Fonte: La Voce del Popolo – 15 dicembre 2022
(Articolo qui riproposto per gentile concessione del settimanale della Curia di Brescia)

MELONI, IL PRESIDENTE POLITICO DELLA DESTRA POPOLARE.

La proposta della destra popolare è definita nei suoi paradigmi: nazione, identità di popolo, famiglia, lavoro, crescita economica interna, difesa dei prodotti nazionali. Dalla Piazza al Palazzo, e viceversa, il messaggio incontra la piatta emotività della pubblica opinione. Per ora è consenso diffuso, più per rassegnazione che per entusiasmo, mentre le opposizioni restano ai margini (con linee politiche diverse).

 

Meloni è il primo Presidente del Consiglio politico dopo 10 anni di governi di coalizione decisi dalle segreterie politiche, ed è di tutta evidenza di cosa comporti se si analizza l’intervista, trasmessa in diretta televisiva, fatta in piazza a Roma per le celebrazioni dei 10 anni del partito di cui è leader, ovvero Fratelli d’Italia.

È una Meloni perfettamente a suo agio nella veste di politico perché rivendica le scelte del suo Governo, soprattutto quelle più controverse, con l’autonomia delle decisioni che le riviene dal risultato elettorale e dall’aver preparato con cura da mesi i temi sui quali le decisioni identitarie della destra popolare, alla quale fa riferimento, avrebbe portato non solo consenso ma anche un sostegno popolare di più lungo periodo. Meloni ha la capacità di parlare alla gente (alla piazza) e da politico sa che quando si parla in piazza non è ai suoi che ci si deve rivolgere ma a coloro i quali sono rimasti indecisi (il famoso non voto espresso) o a quelli che non hanno ancora manifestato un rinnovato interesse per la politica. Primo tema identitario la Nazione e la difesa degli interessi italiani all’interno e all’esterno del Paese. Finora il tema pubblico era stato quello dello stare in Europa, di cercare il modo per non essere in stato di inferiorità rispetto ai Paesi con maggiore peso politico, una sorta di ricatto sulla presenza/accettazione nel consesso europeo, che è stato un retaggio della questione finanziaria legata all’andamento dello spread. I Presidenti del Consiglio che l’anno preceduta, non essendo politici, si sono inseriti nel solco della partecipazione/accettazione del Paese sulla base della sua capacità economica e finanziaria.

Meloni cambia prospettiva e parla di identità nazionale prima di ogni altra questione economica e così facendo costringe gli altri a riesaminare una questione che sembrava superata dall’appartenenza stessa all’Unione europea. Tutte le scelte politiche fatte e che si faranno sono sul solco della identità nazionale: così i provvedimenti per i rave party, così il reddito di cittadinanza, così le immigrazioni irregolari, così gli accordi commerciali, le politiche energetiche comuni, le politiche per la famiglia e per il lavoro. Una prospettiva che spiazza prima di tutto la diplomazia che si è formata su idealità differenti e semmai l’identità nazionale l’ha applicata nel settore commerciale e culturale, e qui si trova a difenderla a tutto campo. All’ interno del Paese, di identità nazionale non si sente parlare da decenni, quanto meno l’ultima volta che se ne è parlato era per superarlo con il potenziamento dell’unione europea con la Carta costituzionale europea, per l’appunto per superarlo in virtù di essere prima europei e poi cittadini dello Stato membro dell’Unione. Lo slogan elettorale “prima gli italiani” è più che una dichiarazione è una definizione di Nazione e di ordine di priorità.

Seconda questione identitaria. Da cenerentola della politica a leader. La scommessa di dieci anni fa, le incertezze lungo la strada della conquista del consenso e dei voti con l’obiettivo del 5% dopo 5 anni dalla fondazione di Fratelli d’Italia, è motivo di orgoglio e rivendicato come percorso lontano dalle lobby di potere e di governo, tasto ancora più sensibile adesso con il Qatargate che colpisce la sinistra. Ma il leader è anche generoso nel riconoscere che è un lavoro di gruppo di cui Meloni è solo il front-end per la piazza, non la macchina che si è messa in moto per conquistare voti e consenso. Non una destra contro la sinistra di governo, come nel caso francese della Le Pen, ma una destra popolare al servizio della Nazione, della sua gente, del popolo minuto si sarebbe detto una volta. E così con una base diffusa e fatta di gente che conosce bene la fatica di vivere in tempi di recessione, che è bene ricordarlo comincia proprio 12 anni fa con la questione dell’indice spread che sale e scende, la leader Meloni porta a casa un possibile consenso a medio termine che potrebbe portarla a governare fino alla fine naturale della legislatura. Anche i provvedimenti più controversi sono presi per il “bene della Nazione”, e la questione sembra chiudersi lì, anche se il rispetto delle opinioni contrarie è ribadito più volte, salvo intendersi a verifica successiva se poi possano essere accolte concretamente.

Nessuno dei Presidenti del Consiglio che l’ha preceduta ha un curriculum politico così identitario e definito, essendo italiani ma non per la difesa dell’identità nazionale, così marcatamente preponderante rispetto agli interessi del Paese (più europei che italiani in senso stretto); e questo dato è un punto di forza con il guardare a quei 37% di italiani che non è andato a votare, non scegliendo forse anche perché l’offerta politica non era ancora chiara. Ora la proposta della destra popolare è definita nei suoi paradigmi: nazione, identità di popolo, famiglia, lavoro, crescita economica interna, difesa dei prodotti nazionali. Per i palati più raffinati resta fuori la cultura, ma non è detto che rientri con tempi più calmi. Su queste linee politiche di intervento coniugabili alla bisogna (sono principi generali e pertanto declinabili in vari modi) è facile che quella parte di italiani che è rimasto a casa ( giovani e anziani, ma anche i piccoli artigiani) possa mostrare un qualche interesse non scettico, ma neanche entusiasta. Ed è a loro, con la veemenza che le è propria, che il Presidente Meloni si è rivolta da piazza del Popolo, non per convincerli ma per interessarli.

Così facendo ha però eroso ancora il pezzo di rappresentanza che il terzo polo va cercando disperatamente di conquistare, perché, tranne quelli ai quali la destra popolare proprio non piace per ragioni ideologiche legittime, il bacino degli indecisi è proprio quello che tutti si vogliono contendere; la sinistra del PD e dei 5 Stelle perché hanno penso consensi non drenati in altre forze politiche, il centro perché ritiene di rappresentare meglio le esigenze della piccola/media borghesia, ma non degli operai e dei disoccupati (errore grave di valutazione perché nel 37% la componente operai/disoccupati è forte) e l’area cattolica della destra al governo perché pensa di poterli includere nelle politiche di governo con il tema famiglia e identità nazionale.

La piazza pubblica l’ha vinta lei, senza alcun dubbio. È andata in diretta sulle reti Rai, non perché Capo del Governo, ma come leader politico per una ora buona. All’opposizione sono toccati i “riassunti” dei servizi dei telegiornali, l’assenza di interesse e forse solo la nota di colore di esserci.

I (RI)COSTRUTTORI DEL FUTURO. IDEE E PROPOSTE SUL FUTURO DEL CENTRO.

È il momento di unire tutti i liberali, popolari, riformisti e moderati, che hanno la voglia e il coraggio di condividere un programma PER l’Italia e non solo per arginare il bipopulismo.
Pubblichiamo volentieri lo stralcio della prima parte di questo “Istant eBook” di Dicone, rinviando al link posto a fine pagina per accedere al testo integrale.

 

Se sei populista, sovranista, comunista o fascista, se credi nel bipolarismo forzato e selvaggio, se ami lo scontro e i toni accesi, se credi che la politica sia solo dire ciò che gli elettori-clienti vogliono sentirsi dire, se credi che la democrazia liberale sia un’eredità meritata ed eterna, se credi che la partecipazione alla politica sia inutile: non continuare a leggere, fermati qui e ti auguro buona fortuna.

Se credi nell’impegno civico, nella responsabilità civile di ogni cittadino, nella buona Politica e nella capacità che essa determini la nostra vita: continua pure.

Questo libretto digitale è dedicato a chi vuole riformare la Politica, con impegno gratuito e passione civile, per il bene comune e per la propria comunità.

Introduzione:

I governi del “cambiamento” (Conte e Meloni), al varo della prima legge di bilancio, come previsto da molti attenti osservatori, dimostrano che le promesse elettorali sono solo un lontano ricordo.
Nei sondaggi e nei commenti sui social network, si inizia a intravedere l’insofferenza di tanti italiani che avevano creduto, in buona fede, alle affascinanti promesse elettorali. Gran parte della classe dirigente continua a colpevolizzare la scelta e la voglia di cambiamento degli italiani, commettendo il più grave errore che un politico possa compiere.
Continuando ad essere “snob”, si finirà per favorire il nazional-populismo che si nutre proprio della contrapposizione popolo-élite. Dire semplicemente “noi siamo più competenti” non ridurrà la voglia di cambiamento dei cittadini. I dati dei vari sondaggi lo dimostrano, Lega e 5 stelle non crescono più, tra poco inizierà la parabola discendente di Fratelli d’Italia, ma l’unico partito che cresce continuamente è quello dell’astensione.
Lavorare ad una nuova proposta politica è l’obiettivo a cui dovremmo ambire. La voglia di cambiamento e la richiesta di partecipazione attiva, vanno ascoltate con attenzione empatica.
È necessario essere umili, usare un linguaggio nuovo, veicolare idee e proposte utilizzando i nuovi media.
È indispensabile organizzare, dal basso, un nuovo impegno civico, culturale, sociale e politico dei “non schierati”, partendo dall’elaborazione di una piattaforma programmatica partecipata e condivisa.
Libertà, responsabilità, solidarietà, emancipazione e partecipazione, saranno i cinque principi a guidarci nell’elaborazione di un nuovo pensiero politico.
Mettiamo insieme le tante idee che in questi mesi, tantissimi amici hanno proposto e uniti possiamo (ri)costruire l’Italia.

Il contesto politico e la “domanda”.

Dall’attuale classe dirigente politica, risuonano i soliti accordi: “o di qua o di là”; “ripartire dal fronte contro le destre o le sinistre” a seconda di chi parla; “il voto utile” come se ci fossero voti inutili; “si vince al centro” questo è il più pericoloso, perché di solito vogliono solo il nostro voto, ma mai il nostro contributo ideale e programmatico; e tanti altri messaggi di cui la maggioranza degli italiani è davvero stanca, basta guardare i dati dell’astensionismo ragionato.
Parole vuote che ritornano ad ogni campagna elettorale, come se per governare un Paese bastasse essere contro qualcuno o qualcosa.

Sono 30 anni che siamo costretti a subire questo schema destra contro sinistra e dopo tutti questi anni, nessuno dei protagonisti dice la verità: “questo sistema in Italia non funziona”.
Da troppi anni, la politica italiana cerca di trovare il giusto equilibrio dal post tangentopoli e dal post muro di Berlino. Due eventi che cambiarono la politica e che costrinsero la classe dirigente, a trovare soluzioni per superare la forza degenerativa della partitocrazia e il superamento delle ideologie del ‘900. Le ricette sono state utili? Abbiamo migliorato la politica? Premetto che le due esigenze erano preminenti e che nuove soluzioni erano doverose e necessarie, ma penso che la risposta, ai due quesiti, non possa che essere negativa.

Esaminiamo le trappole che hanno ingabbiato la politica italiana:
-Maggioritario. Il nuovo sistema elettorale avrebbe dovuto garantire la stabilità dei governi. Il risultato negativo è oggettivo, negli ultimi 15 anni abbiamo cambiato 1 governo ogni 18 mesi, in Germania, con il proporzionale, la Merkel ha governato per 15 anni;
-Leaderismo. Altra trappola causata dal cambio del sistema elettorale e quindi del sistema politico, è stata l’introduzione della figura del leader maximo. Un capo a cui si deve dire sempre di sì, che sceglie la classe dirigente del “proprio” partito in base alla fedeltà e non alla meritocrazia e alle competenze. Un capo che quando va in TV scatena la tifoseria, guarda lo share e i sondaggi del giorno dopo;
-Partiti “vuoti”. Siamo in presenza di comitati elettorali del capo non di partiti, semplici club del leader che comanda e decide la linea politica, in alcuni casi senza neppure svolgere congressi e laddove si svolgono si fanno primarie per scegliere il capo. Il capo elimina il rapporto tra elettori e classe dirigente locale, poiché tutto deve essere lo “specchio delle sue brame”. Chi non condivide la linea del capo del momento, fa un altro partito personale e così fino all’infinito.
-Immediatezza. Tutto deve essere veloce, immediatamente misurabile. Ogni azione deve essere supportata da un vantaggio elettorale anche a scapito del Paese. Il ragionamento, la riflessione e il tempo, sembrano essere categorie politiche contrarie alla logica dell’accattonaggio mediatico.

Se vogliamo liberare la politica italiana e quindi ricostruirla, dobbiamo intervenire sulle trappole. Dobbiamo passare ad una legge elettorale proporzionale con voto di preferenza, dove ogni partito presenta il proprio programma, i propri candidati, le proprie idee e i propri valori agli elettori; dobbiamo costruire partiti solidi, aperti, partecipati, con regole certe di democrazia interna e con un pensiero politico alla base.
Noi centristi, ingabbiati più di altri in questi anni, dobbiamo riscoprire il senso delle nostre, diverse ma affini, culture politiche. Dobbiamo usare il digitale per incontrarci, condividere e decidere, dobbiamo coltivare un nuovo albero che abbia radici solide, dobbiamo superare lo scontro tra chi è stato a destra e a sinistra, dobbiamo riscoprire la passione per la politica e farla conoscere a tanti giovani che “domandano” ma non trovano un'”offerta” credibile.
Dobbiamo liberarci dalla trappola del bipolarismo forzato, dobbiamo essere liberi di unirci.
Alle ultime elezioni politiche, del 25 settembre 2022, si sono astenuti il 36% degli aventi diritto al voto, nel 2018 non hanno votato il 30% degli elettori, alle ultime europee 1 elettore su 2 si è astenuto. Nei vari sondaggi elettorali circa il 40% si dichiara indeciso o non sceglie. I numeri dell’astensionismo hanno raggiunto un limite davvero pericoloso, siamo in una fase di grave malattia per la nostra democrazia.
Se perfino alle comunali, elezioni nelle quali si scelgono i rappresentanti delle comunità locali, vota solo 1 cittadino su 2, vuol dire che il bipolarismo è morto per volontà degli elettori.

Affluenza (2021) nelle 5 grandi città al voto: Roma 48,83%; Milano 47,69%; Bologna 51,87%; Torino 48,06%; Napoli 47,19%.
Nei vari commenti dei politici di destra e sinistra, il problema della continua disaffezione sembra non essere una priorità. Ognuno festeggia il proprio risultato, senza tener conto che il primo partito italiano è proprio quello del non voto.
Una democrazia matura non dovrebbe tener conto della rassegnazione dei propri cittadini? Quanti cittadini non votano perché stanchi degli urlatori di professione?
Quanti elettori non si sentono rappresentati dagli attuali blocchi contrapposti?
Quanti elettori si dichiarano né di destra, né di sinistra?
Un sondaggio, del 2019 di Demos & Pi, fotografa l’autocollocazione politica degli italiani, in modo evidente: il 31%, degli intervistati, non si dichiara di nessuna area politica tra destra e sinistra, il 14% si dichiara di destra mentre il 13% di sinistra.
In mancanza di culture politiche “forti” e non liquide, questo dato aumenterà sempre più? Personalmente penso sia inevitabile.

Se i due blocchi di sinistra e destra continuano a litigare su tutto, come può la maggioranza silenziosa della popolazione sentirsi rappresentata? Se non fai parte di nessuna delle due “curve” come puoi sentirti parte di una comunità politica?
L’altro dato da evidenziare, che personalmente mi sembra interessante, è il 9% di chi si dichiara di centro. In attesa di partiti e movimenti dichiaratamente centristi, indipendenti e autonomi dalla destra e dalla sinistra, mi sembra un risultato inatteso e insperato, un terreno da coltivare per superare gli estremismi, per (ri)costruire la nostra area politica.
L’analisi post voto (europee 2019) di Ipsos, mostra invece i voti realmente espressi per autocollocazione politica: chi si dichiara di centro, nella maggioranza dei casi non vota. Il 42,3% dei centristi non ha partecipato al voto, rappresenta la maggioranza degli astenuti. Altra considerazione da fare è il voto, dei centristi, per i partiti candidati alla competizione elettorale: il 34% ha votato Lega, il 23,9% M5S e solo il 13,2% per il PD e il 12,3% per FI.
Penso sia evidente che, in assenza di un partito, movimento, coalizione, federazione di centro, i cittadini che si dichiarano di questa area politica, o non vanno a votare oppure votano per le liste che “promettono” un cambiamento.

Le elezioni comunali del 2021, hanno confermato, se ancora non fosse chiaro a qualcuno, che la “domanda politica” per un nuovo progetto centrale, esiste ed è sempre più forte, il bacino elettorale del 20% esiste e solo chi non ha visione politica può non notarlo.
Questa percentuale, oltre che da vari sondaggisti, è confermata anche dalle urne, basta guardare il risultato delle comunali nella capitale d’Italia.
Altro dato da evidenziare, è la differenza tra le piccole percentuali che hanno ottenuto le liste di centro, apparentate a sinistra o destra, e l’ottimo risultato ottenuto da liste autonome come nella capitale o in altre città importanti.
Adesso, finalmente, c’è l’esigenza diffusa tra i cittadini di poter votare e partecipare ad un nuovo progetto, culturale e politico, centrale, indipendente e autonomo.
Ho raccolto alcuni sondaggi che fotografano, in maniera incontestabile, l’esigenza di molti italiani di avere una nuova offerta politica di centro, che vuol dire né con i populisti e né con i sovranisti, ma anche che non abbiamo bisogno di soluzioni del ‘900, ma dobbiamo guardare al futuro con quel sano “pragmatismo solido”, che contraddistingue un’azione politica radicata nelle culture politiche del liberalismo, del popolarismo e del riformismo, ma senza barriere ideologiche che ne possano affossare l’elaborazione concreta del programma politico.

Il sondaggio SWG del 16 novembre 2021, mostra che il 22% degli intervistati “ritiene che ci sarebbe bisogno di un nuovo partito” nell’area di centro, di questi il 12% pensa che debba essere “slegato sia dal centrosinistra che dal centrodestra”; il 23% vorrebbe un nuovo partito “fuori dall’asse destra-sinistra”, ma senza autodichiarsi di centro. Il 55% degli intervistati, la maggioranza, ritiene opportuno un nuovo progetto politico capace di superare il duopolio sinistra-destra.
Da non sottovalutare è il 18% che vorrebbe un nuovo progetto nel “centrodestra moderato” e l’11% che lo vorrebbe nel “centrosinistra moderato e riformista”. Tutti dati che dimostrano la volontà di creare un nuovo schema politico, fuori dalle logiche dello scontro diretto tra i due poli.
Ma cosa chiedono gli elettori intervistati, che vorrebbero un nuovo soggetto politico nell’area di centro?
Il 35%, la maggioranza, ritiene che il nuovo partito dovrebbe occuparsi di ridurre l’evasione fiscale e la corruzione, poi qualcuno racconta che questo tema non sia remunerativo dal punto di vista elettorale. Altri temi sono “sostenere una crescita economica inclusiva” (28%), “ridurre le disuguaglianze sociali” (28%) e rendere lo Stato più moderno ed efficiente (27%).

Su questi temi è possibile trovare insieme le soluzioni? Io penso di sì, basta farlo con passione, umiltà e senza alcun retropensiero di tipo personale, il carrierismo verrà dopo e per chi lo vorrà. Continuo a pensare che sia arrivato il momento di mettere in campo merito, competenze e talenti, ognuno di noi deve assumersi il suo piccolo pezzo di responsabilità civica.
Adesso abbiamo il compito di mettere insieme donne e uomini, associazioni e movimenti, per tentare di trovare insieme temi e soluzioni condivise, affinché il nuovo progetto non sia solo una semplice operazione elettorale.
Dopo tutti questi numeri, penso sia evidente che la domanda ci sia e che sia notevole, in politica però le semplici addizioni non fanno mai la somma sperata. Ci vuole coraggio, pazienza, determinazione e umiltà.
Dobbiamo far crescere sempre più la voglia di guardare con fiducia al futuro della nostra area culturale e politica. Convinti che il centrismo non sia opportunismo tattico, non è solo la “terza via” tra sinistra e destra, ma è soprattutto un’idea di futuro, che parte da valori e ideali, per arrivare ad un programma concreto e realizzabile per il nostro Paese, dobbiamo continuare a unire chi si riconosce nelle culture politiche del riformismo, del liberalismo e del popolarismo.

Senza etichette, senza barriere ideologiche tra noi, senza personalismi adolescenziali, ma mettendo insieme idee, progetti e proposte concrete per il nostro Paese.
A mio modesto parere, tre sono gli errori che non dobbiamo più commettere:
-non dobbiamo partire da “chi sarà il capo”;
-non dobbiamo partire da “con chi ci alleeremo”;
-non dobbiamo partire con frettolose denominazioni “centro riformista”, “centro popolare”, “centro liberale”, “centro moderato”. Tali definizioni rischiano di escludere chi non si riconosce nella singola cultura politica citata. Almeno in questa fase embrionale, parlerei di “centro ricostruttivo” e partecipato, perché senza la partecipazione della base, elemento fortemente caratterizzante, si rischierebbe l’ennesima operazione verticale. L’8% del cosiddetto Terzo Polo, può essere un ottimo punto di partenza, ma di certo non ci basta e per arrivare al potenziale bacino elettorale del 20% ricordiamo ciò che diceva Aldo Moro, nel 1944: “il centro non è statico ma dinamico, importante non solo come luogo fisico o geografico, ma come funzione politica a condizione di essere alternativo alla sinistra e alla destra”.

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BOZEN

A breve è Natale. C’è chi nasce e diventa famoso e chi muore nella dimenticanza e chi…

Giovanni Federico

Giorni fa a Bolzano un ragazzo di 19 anni è morto di freddo. Ha fregato tutti sul tempo. In genere è una notizia che si legge il giorno dopo il Natale per muovere un senso di colpa a quelli che hanno festeggiato nel calore delle loro famiglie. Mostafa, che vuol dire “Il prescelto” non si è accontentato di giocare in contropiede prendendo tutti di sorpresa.

Per sottolineare la missione inscritta nel suo DNA ha pensato di chiamarsi Mostafa anche di cognome, in modo che non potessero nascere dubbi in merito a ciò che di forte lo aspettava.

Insieme al suo amico Alaa, “esaltato, esultante, glorioso” ha smesso di fare l’imbianchino in Francia per correre in Italia, strappare un permesso di soggiorno e ricominciare gli studi.
E’ stato solo di 1 anno più grande della maggiore età ma aveva le idee perfettamente chiare su come procedere. Si era sparsa la voce che a Bolzano fosse possibile chiedere asilo ed un permesso di soggiorno. Mostafa forse tra una pennellata ed un’altra ha avuto la nostalgia della antica innocenza della scuola di infanzia in cui ritrovare il tempo dolce dell’accudimento.

Asilo è del resto il luogo senza diritto di cattura, di rifugio e protezione, dove nessuno può saccheggiare la tua anima. E’ lì il posto della immunità concessa anticamente a chi era schiavo fuggitivo, delinquente, prigioniero di guerra.
Mostafa ha pensato che potesse in qualche modo riguardare anche lui ed il suo compagno di avventura per ottenere un permesso di soggiorno.

Permettere sta anche per consentire di “lasciar andare”, così ha sperato Mostafa che gli si lasciasse la possibilità del suo sogno di un soggiorno temporaneo.

Torquato Tasso avrebbe commentato: “E preso in picciol borgo alfin soggiorno, Celatamente ivi nutrir ti fei (T. Tasso).
Così a Bolzano, una piccola città, poco più di 100.000 abitanti, Mostafa ed il suo amico hanno potuto sfamarsi al centro Caritas dove si dovrebbe dispensare cibo e amore. “Carus” è l’aggettivo proprio della carità. Peccato che, tacitate le doglianze dello stomaco, hanno rimesso per strada i 2 ragazzi senza chiedersi dove avrebbero potuto riparare.

Sono finiti in un giaciglio di fortuna sotto un cavalcavia ferroviario in una sprezzante via Vittorio, dove, a dispetto, la morte ha prevalso sulla vita. Sarebbe proprio da dire che è finito metaforicamente sotto a un treno.

Mostafa aveva solo 14 anni quando si è messo in viaggio lungo la via balcanica per arrivare in Francia, ma contro il freddo c’è poco da essere allenati e ci ha lasciato le penne: le sue speranze congelate per un altro futuro che un giorno verrà. Per ogni uomo c’è sempre una seconda possibilità.
Ora, lo stanno rimpatriando nella sua terra in Egitto, torna nella sua terra, non per una allegra bisbocciata con gli amici di infanzia.

La comunità degli stranieri a Bolzano ha commentato la tristezza del fatto, dicendo peraltro che tra loro in zona si conoscono tutti. Il puntuale appello, a memoria, dei loro nomi non ha fatto però spalancare le porte dell’accoglienza. Si è limitato ad aprire le pagine del registro.

Alaa è sopravvissuto e gli hanno adesso trovato un posto dove dormire.

A breve è Natale. C’è chi nasce e diventa famoso e chi muore nella dimenticanza e chi… Quanto a Mostafa, sta a noi dargli un posto nella storia del mondo.

APPELLO AI POPOLARI, MA PER FARE COSA E CON QUALE LINGUAGGIO? UN CONVEGNO TRA SPERANZE E PERPLESSITÀ.

“Che fine ha fatto – si chiede Labate – il cattolicesimo politico marcato “cattolico democratico”? E che fine ha fatto soprattutto il popolarismo che di quel cattolicesimo era la punta culturale più avanzata, laica e progressista? Può esso rinascere con un partito e deve rinascere per forza partendo da un partito? Oppure c’è prima da seminare nel dibattito politico gli elementi della cultura cattolico democratica e popolare, già da tempo rimossa e in via di sparizione?”.

 

Osservo e registro con piacere, che è recentemente partita una ventata di ottimismo sul ritorno del cattolicesimo democratico e popolare nel dibattito pubblico. Parlo di questo particolare cattolicesimo, perché, com’è noto, sin dai tempi di Sturzo esisteva accanto a questo un cattolicesimo tradizionalista e clericale, del resto ancora oggi vivo e vegeto anche da noi in Italia, non solo fra i teocon americani antibergogliani, rappresentati da Steve Bannon amicissimo di Trump.

La scintilla dell’ottimismo l’ha provocata il Convegno di domani lunedi (19 dicembre) dell’Associazione “I Popolari”, voluto dal suo presidente Pierluigi Castagnetti. Una associazione, in effetti, sin dalla sua fondazione silenziosa e in disparte.

Non vorrei essere però catastrofico. Castagnetti si trova di fronte a problemi enormi che si possono superare solo praticando la modestia e il buon senso, incontrandosi periodicamente. E non solo questa volta. Superando innanzitutto la frammentazione che contraddistingue le molte realtà, associate o meno, esistenti in Italia tra loro sconosciute e incomunicanti, forse gelose l’una dall’altra, che pur svolgendo una indiscutibile funzione di testimonianza locale e territoriale, risultano alla fine slegate e autonome da un progetto unitario nazionale, da realizzare con incontri periodici; con Forum, come ha suggerito molto tempo fa Giorgio Campanini; con un giornale e una rivista di area, non solo online ma anche cartacei. E caso mai con un portale che coordini e faccia sinergie con i diversi portali esistenti, come ha tentato di fare l’associazione c3dem, senza gli esiti sperati.

In questa impresa e in questo rilancio dell’Associazione, in questa necessaria iniziativa culturale, c’è una incertezza che Castagnetti deve tuttavia mettere nel conto. Riuscirà infatti nel suo nobile proposito, quando agli incontri non parteciperanno solo anziani, forse con tanta nostalgia e molto rimpianto di una identità passata – partitica e culturale – gloriosa, che non potra più ritornare. Un lavoro sul fare e non sul ri-fare, dunque. Un lavoro che eviti di ricostruire il vecchio, e guardi invece a costruire il nuovo, come ripete spesso Sergio Mattarella. Un lavoro che scansi il più possibile ciò che fu, e che si rivolga il più possibile a cio che è ora, e a ciò che sara domani!

Non vorrei nemmeno essere trasgressivo e irriverente. Tuttavia, prendendo spunto dall’ultimo censimento Istat, devo ricordare che l’Italia è un Paese composto sempre più da vecchi, e sempre meno da giovani. L’indice di vecchiaia aumenta, dal momento che non nascono più figli. Mi rendo però anche conto che alla fine è un bene che i tanti ultrasessantacinquenni si parlino e si incontrino. Anche se solo fra di loro. A queste età si corre infatti il rischio, Covid o non Covid, di rimanere in silenzio e chiusi da soli in casa con i propri pensieri e con i propri ricordi. Tra costoro, intendiamoci, mi ci colloco anch’io. Ed è un bene specie se il loro dibattito sarà rivolto al domani trascurando l’ieri e persino l’oggi, come dicevo.

Ma il realistico rischio è allora quello che gli incontri rimangano chiusi, solo tra pensionati dc, veterani e senior. Appunto! E i giovani? Sono gia scappati via da tempo. Fatti scappare o pronti a scappare e con la valigia in mano. Presi da quel “menefreghismo…malattia pericolosa”, ha avvertito il Papa parlando recentemente ai responsabili di Azione cattolica. Un menefreghismo che comprende il totale disinteresse e il completo disimpegno dei giovani cattolici verso la loro formazione prepolitica all’impegno sociale e politico dei cristiani. Un’attività messa ai margini e accantonata con molta leggerezza, ma pezzo storico forte e vecchia ciliegina parrocchiale e diocesana del vasto associazionismo giovanile: Ac e Fuci in testa. Da dove usciva una classe dirigente di qualità non solo politica. Giovani oggi incolti, cioè non coltivati e non formati. In preda ad una acuta afasia, che per loro è difficoltà di parlare e capire come gira il mondo ormai globalizzato.

E ha fatto bene Castagnetti a far parlare al Convegno solo giovanissimi professori universitari. Le domande da fare partono però da lontano. Che fine ha fatto il cattolicesimo politico marcato “cattolico democratico”? E che fine ha fatto soprattutto il popolarismo che di quel cattolicesimo era la punta culturale più avanzata, laica e progressista? Può esso rinascere con un partito e deve rinascere per forza partendo da un partito? Oppure c’è prima da seminare nel dibattito politico gli elementi della cultura cattolico democratica e popolare, già da tempo rimossa e in via di sparizione? E deve essere un partito di centro, aggettivato spesso come un partito di “centro moderato”, come si è ripetuto molte volte, dal momento che si registrano quote di astensione mai viste prima, e dal momento che bisogna approfittare di una legge proporzionale? Oppure un partito coalizzato con la sinistra rispondendo così ai lungimiranti “Compromessi storici”, alle scandalose “Convergenze Parallele” e alle pratiche virtuose delle “Mediazioni”?

E perché non può essere al suo inizio un movimento solo culturale e di formazione prepolitica di quei (pochi) giovani rimasti sulla scena cattolica, con un suo giornale online e forse anche cartaceo, e con una rivista orientata solo e soltanto al dibattito culturale? Dunque, domani ci sarà il primo incontro: io rimango in attesa del secondo…e del terzo. E rimango in attesa di leggere qualcosa, non solo sul web.

Buon lavoro e…Auguri.

TORNARE A PARLARSI? SÌ, MA IN VISTA DI UNA POLITICA: NUOVE NARRAZIONI SFIDANO IL POPOLARISMO.

Un nuovo incontro dei Popolari appare possibile ricercando una politica. Se la si costruisce, poi ci saranno anche voti nelle urne e spazi negli organigrammi. La reattività verso i cambi di narrazione in atto sulle questioni fondamentali è il crogiolo in cui si forgia la ricomposizione del popolarismo.

 

Sono tra coloro che ritengono che l’invito lanciato su queste colonne da Giorgio Merlo ad una riaggregazione dei Popolari vada quantomeno dibattuto. Perché tale invito aiuta sia i suoi critici che i suoi sostenitori a interrogarsi sulla prospettiva.

Di fronte ai radicali mutamenti in atto che pongono problemi inediti alla democrazia, è sufficiente una presenza organizzata dei cattolici democratici come corrente di un partito, il Pd, o come componente di una federazione, quella di centro, in assenza di una peculiare ed autonoma elaborazione sul piano culturale, politico e programmatico?

É sufficiente, se, come si è ampiamente visto nel Pd, tale declinazione identitaria mira soprattutto a perpetuare poltrone per i capicorrente, talora per coniugi e familiari, per la loro ristretta cerchia. Appare invece inadeguata una tale forma di presenza rispetto alla sfida di concorrere a governare il cambiamento e di offrire risposte convincenti alla classe media, sottraendola alle sirene populiste della destra oppure richiamandola alla partecipazione dalle praterie dell’astensionismo.

Mi pare che a tal fine servano sia lo strumento organizzativo che le idee e il dibattito.

A mio parere l’area di centro rimane politicamente agibile perché risulta meno soggetta all’ideologia miope e essenzialmente totalitaria del politicamente corretto, che sta asfissiando la gauche “qatar”, peraltro in un deficit di coerenza che ogni giorno appare più stridente. Stiamo andando verso un periodo di profondi mutamenti ed anche di cambio di narrazione su diversi grandi temi, di gestazione di nuovi equilibri. L’operazione da fare, a mio avviso, è quella di non lasciare che tale cambio ci passi sulla nostra testa. Sono occasioni da cogliere per costruire una politica.

Le narrazioni stanno velocemente cambiando. E come sempre tutto parte dal Paese guida dell’Occidente. Negli Stati Uniti la Cia viene messa sotto pressione per prove compromettenti sull’assassinio di John Kennedy, ovvero la parte di stato deviata che da almeno sessant’anni agisce nell’oscurità contro la vita democratica, viene richiamata alle sue responsabilità, proprio mentre da noi il quotidiano già di sinistra, diretto dal noto neocon, pubblica un dossieraggio Cia che infanga la memoria della persona simbolo della rinascita italiana, Enrico Mattei il cui antifascismo è al di sopra di ogni insinuazione. E proprio mentre il Piano Mattei di Draghi per l’Africa si sta rafforzando in modo inversamente proporzionale al dominio neocoloniale francese. Come se non bastasse l’Amministrazione americana tramite la segretaria all’energia di Biden ha lanciato un messaggio inequivocabile all’Occidente, enfatizzando i risultati ottenuti sulle nuove tecnologie energetiche.

Gli Usa si propongono, nella parte di mondo non cinese, come la guida delle tecnologie (in cui c’è molta Italia) basate sulla fusione nucleare: energia abbondante, pulita e a buon mercato. Mettendo la parola fine a uno schema di governo dell’ambientalismo radicale, fondato sulla scarsità di energia alla sola potenza prodotta dalle rinnovabili, che finisce per minare la stabilità sociale, aumentare le disuguaglianze, ridurre i diritti fondamentali. E si potrebbe continuare su temi che riguardano la politica internazionale, la guerra (la posizione della Santa Sede è molto più realista e apprezzata dagli Stati Uniti di quanto possa apparire pubblicamente), la moneta e il debito, la tutela della salute, il pluralismo culturale e informativo, la famiglia.

Questo, a mio parere, è il crogiolo in cui si forgia la ricomposizione del popolarismo. Stare dentro questo molteplice e simultaneo cambio di narrazione sulle questioni fondamentali, e farlo in modo avvertibile dalla classe media che, nel disegno che sta manifestando segnali di cedimento, altro ruolo non aveva se non quello del tacchino a Natale. Serpeggia nel popolo, in un popolo in cui ormai domina la paura di esprimere le proprie opinioni tale è la violenza verbale e psicologica, esercitata dagli aguzzini del discorso politicamente corretto, una sensazione quasi di scampato pericolo. Ma i ceti popolari prima di rivedere il loro voto o di tornare a votare vogliono avere la certezza che chi si candida a rappresentare il centro sia affidabile e autonomo e non una marionetta nelle mani di chi per troppo tempo ha sovragestito gli Stati e le organizzazioni internazionali, usurpandone il potere e facendo prevalere gli interessi di pochissimi al posto del bene comune.

Se vogliamo evitare, ancora una volta nella storia, come ci avverte Guido Bodrato, che questo sentimento dominate nelle masse occidentali in tempi di acuta crisi si trasformi in un fiume in piena cavalcato dalla destra per realizzare il suo disegno autoritario, occorre che si senta tra i Popolari la responsabilità di costruire una politica e una organizzazione che punti al grado di unità possibile, capace di parlare all’elettorato e di ascoltarlo, per poterlo rappresentare adeguatamente, in autonomia e libertà. La riaggregazione dei Popolari appare possibile ricercando una politica. Se la si costruisce, poi ci saranno anche voti nelle urne e spazi negli organigrammi.

PARTITA DAL BASSO, L’AZIONE DI RICUCITURA ESIGE UNA VISIONE APERTA DEL POPOLARISMO.

Si tratta di affrontare con generosità – si legge in questa nota di Merlo – la spinta alla riaggregazione dei Popolari. “Nessun paletto, nessuna pregiudiziale personale o ideologica, nessun atteggiamento altezzoso ed arrogante ma, semmai, la volontà di ricostruire e ridare cittadinanza ad una cultura politica che non ha più alcuna speranza in altri campi politici e post ideologici”.

 

Preso atto che, come si direbbe negli ordini del giorno, il ruolo dei Popolari e dei cattolici sociali è fuori luogo e anche fuori tempo nel processo della ricostruzione della sinistra italiana post comunista e difficile da declinare nel campo alternativo della destra, la necessità di proseguire con la “ricomposizione” dell’area Popolare a livello nazionale deve andare di pari passo con l’altrettanto importante processo di allargamento ed aggregazione della suddetta area. Certo, passo dopo passo, ma senza anteporre paletti ideologici e recinti esclusivistici.

Una prassi, questa, praticata nell’esperienza dell’ultimo Pd dove le correnti sono diventate organismi di potere autoreferenziali e ben delimitate e dove la cittadinanza è preclusa a chi non dimostra assoluta fedeltà al capo banda. Il metodo che, al contrario, deve accompagnare il processo di “ricomposizione” e di “allargamento” dell’area Popolare dopo le forti novità politiche che sono intervenute nella politica italiana, anche e soprattutto dopo il voto del 25 settembre scorso, dev’essere esattamente l’opposto.

Nessun paletto, nessuna pregiudiziale personale o ideologica, nessun atteggiamento altezzoso ed arrogante ma, semmai, la volontà di ricostruire e ridare cittadinanza ad una cultura politica che non ha più alcuna speranza in altri campi politici e post ideologici. Nè, come evidente, nella attuale sinistra ormai proiettata, e giustamente, a riscoprire le sue radici culturali e politiche post ed ex comuniste, nè nella attuale destra ancora, e purtroppo, troppo sovranista e, come ovvio e scontato, tralasciando del tutto il populismo demagogico, anti politico, giustizialista, manettaro e adesso anche grottescamente assistenzialista e pauperista dei 5 Stelle. L’unico spazio, del resto storico e politicamente più congeniale e pertinente, è quello di Centro. Dove, cioè, è possibile declinare concretamente e credibilmente quella “politica di centro” che era e resta il cuore della sfida politica dei cattolici popolari e sociali.

Ma per centrare questo obiettivo è indispensabile coinvolgere realmente tutta l’area Popolare e far sì, al contempo, che i partiti di riferimento non si riducano ad essere banali soggetti politici “personali” alle dirette dipendenze del “capo”. E questo perchè esistono mondi vitali, amministratori locali, gruppi riconducibili all’associazionismo cattolico, movimenti all’interno della società civile che si riconoscono nella cultura e nella tradizione del popolarismo di matrice cristiana. Donne e uomini, giovani e anziani che, però, non hanno ormai da tempo una rappresentanza politica e una proiezione istituzionale. Semplicemente si tratta di un’area politica e culturale che non può più limitarsi a giocare un ruolo prepolitico e, di conseguenza, puramente testimoniale. Serve una assunzione di responsabilità e un rinnovato protagonismo politico, culturale, programmatico e anche e soprattutto di natura organizzativa.

Ecco perchè il processo costituente che è partito dal basso, a differenza di altre stagioni storiche, adesso deve fare un salto di qualità coinvolgendo le varie realtà disseminate nella periferia italiana. Privilegiando, comunque sia, la qualità dell’azione politica, i contenuti e, soprattutto, gli elementi distintivi della nostra cultura politica che non sono più affatto riconducibili nè alla prospettiva della sinistra post comunista e nè alla attuale destra e che restano di una straordinaria attualità. Il processo, finalmente, è partito. Tocca al mondo Popolare, adesso, indicare la rotta attraverso il ritorno della politica, della militanza, del radicamento territoriale e della elaborazione culturale. Elementi, del resto, distintivi e specifici della tradizione popolare e cattolico sociale.

STURZO, POPOLARISMO, POPOLO E POPULISMO. MEMORIA E ATTUALITÀ DI UNA DOTTRINA POLITICA E DI UN PARTITO.

In questa ricostruzione di Giorgi, ricercatore dell’Istituto Sturzo, sono messe a disposizione le “chiavi per leggere il popolarismo e il Partito popolare […] Il tutto all’interno di un altro grande aspetto che ci aiuta a comprendere il popolarismo come fenomeno politico e sociale. E cioè la partecipazione autonoma, programmatica, valoriale e aconfessionale dei cattolici nel determinare la politica del paese”.
Il testo rappresenta la sistemazione di una relazione svolta presso l’Università di Foggia, il 10 dicembre 2019, durante un seminario tenuto dal prof. Daniele Stasi. Di essa si propone qui la prima parte, senza apparato critico, rinviando alla lettura della versione integrale mediante il link inserito a fondo pagina.

«Esiste pertanto una dottrina politica che si chiama “popolarismo” e dalla quale il partito, come concretizzazione organizzativa, trae la sua ragion d’essere, la sua aspirazione e la sua finalità? La domanda non può non tendere a dimostrare che prima sorge la teoria e poi il partito, perché nel fatto vi è un flusso reciproco fra pensiero e azione, nel divenire sociale così pieno di dinamismo». Così scriveva Sturzo.

Un’affermazione in cui troviamo un po’ il senso storico-sociale del popolarismo e del partito: la concretezza del fatto, la dinamicità sociale, il nesso, importante, fra pensiero e azione.

D’altra parte il popolarismo come dottrina è frutto di un flusso reciproco, attivo, fra storia e riflessione politica, tra fatto e azione. Il popolarismo è, senza dubbio, la risultante del suo tempo: l’Italia in piena crisi post bellica. Ma ha, al proprio interno, quella forza dinamica di libertà e democrazia, che lo rende spendibile anche per il futuro. Questo in definitiva sembra comunicare lo stesso Sturzo.

Ha scritto Francesco Malgeri che il Partito: «non fu […] soltanto l’esito di uno sforzo organizzativo attento all’irrompere delle masse nella vita pubblica, ma anche il risultato di una profonda analisi della realtà politico, sociale e istituzionale dell’Italia di quegli anni. Con Sturzo il popolarismo diventava uno strumento di lettura della società, uno strumento di ricomposizione del tessuto sociale disarticolato, da riordinare organicamente. Sturzo fu il realizzatore di un disegno che rispondeva ad una precisa ispirazione sociologica e politica. Il popolarismo diventava non solo l’esito di un patrimonio di lotte e di idee che avevano accompagnato i cattolici dei decenni precedenti, ma anche una presa di coscienza dei grandi problemi dello Stato e della società civile. Offrendo a questo partito una consapevolezza laica, abbandonando gli ibridismi politico-religiosi e le compromissioni clerico-moderate, Sturzo volle creare uno strumento in grado di recuperare e reinserire nell’alveo dello Stato unitario un’ampia area sociale, rurale e piccolo borghese, emarginata e disillusa, con i suoi problemi e con le sue attese, le sue aspirazioni sociali e autonomistiche».

Riflessione che, prendendo le mosse da quella sturziana, ci dà la cifra di quello che fu storicamente il popolarismo, e della prospettiva politico-filosofico-sociale che ebbe come dottrina politica.

Ecco dunque due chiavi per leggere il popolarismo e il Partito popolare: una storica, legata alle vicende tumultuose e difficili della fine della prima guerra mondiale; del clima che c’era nel paese; delle difficoltà sociali ed economiche. E l’altra filosofico-sociale e politica che, connessa alla prima, investiva secondo canoni di libertà, democrazia, partecipazione, la riforma dello Stato attraverso la modifica delle sue strutture amministrative (l’autonomismo). E del suo impianto istituzionale, attraverso l’ampliamento della partecipazione democratica e l’inserzione delle masse, coinvolte con grande sacrificio durante la prima guerra mondiale, nei processi decisionali dello Stato.

Il tutto all’interno di un altro grande aspetto che ci aiuta a comprendere il popolarismo come fenomeno politico e sociale. E cioè la partecipazione autonoma, programmatica, valoriale e aconfessionale dei cattolici nel determinare la politica del paese.

Un partito non dei cattolici. Che non mirasse, in definitiva, a comprendere tutto il mondo cattolico e a coinvolgere la Chiesa come struttura, ma che fosse di ispirazione cristiana. D’altra parte Sturzo nel famoso “Appello ai liberi e forti” del 18 gennaio 1919, ebbe la capacità, frutto delle sue esperienze passate, come amministratore, come uomo impegnato nelle rivendicazioni sociali della Sicilia della fine dell’ottocento inizio novecento, di promulgare un appello e un programma che non parlassero soltanto a chi proveniva dalla classica formazione cattolica.

Per leggere il testo integrale della relazione

LA DESTRA INNESCA LA MANOVRA SUL PRESIDENZIALISMO, METTENDO SOTTO TIRO MATTARELLA.

Annunciato in campagna elettorale, il disegno di riforma presidenzialistica diventa la bandiera del governo. L’obiettivo a breve è dare lo sfratto all’inquilino del Quirinale.

 

Il ministro per le Riforme e la Semplificazione, Elisabetta Casellati, intervenendo alle celebrazioni del decennale di FdI, ha messo sul tavolo la questione del presidenzialismo. La sua dichiarazione, ripresa dalle agenzie, indica quale sia la chiara volontà della maggioranza di governo: modificare l’ordinamento dei poteri per realizzare l’antico sogno della destra, fin dai tempo del Msi di Almirante. Il fatto che la proposta di modifica della Costituzione, su un punto per altro delicatissimo, parta dall’Esecutivo, suscita inoltre le più acute perplessità. È un messaggio aggressivo, tutto proteso a stabilire l’impegno più diretto in favore di una svolta che va oltre l’ingegneria costituzionale, mirando in maniera disinvolta a tratteggiare il nuovo volto della Repubblica.

Il treno delle riforme, ha detto in pratica la Casellati, “è partito perché le riforme istituzionali sono urgenti oggi più che mai. Abbiamo un’esigenza di stabilità del governo, il nostro sistema politico e istituzionale è fragile per l’incapacità del sistema politico di guardare lontano. Da subito ho iniziato le consultazioni partendo da FdI e FI, la prossima settimana vedrò la Lega per capire a quale modello si vuole fare riferimento. Tutti i sistemi partono dall’elezione diretta del presidente della Repubblica o del premier, per un coinvolgimento diretto dei cittadini e per dare stabilità. Dopo aver consultato la maggioranza consulterò tutta l’opposizione, perché una riforma costituzionale non può prescindere dal parere dell’opposizione e andrebbe fatta assieme. Occorre capire qual è il punto di caduta, prima di Natale spero di finire con la maggioranza e entro il mese di gennaio mi ripropongo di aver ascoltato l’opposizione”.

Nella elezione diretta del Capo dello Stato o in alternativa del Presidente del Consiglio si possono rintracciare i tratti di una “soluzione autoritaria” del problema della governabilità: il consenso riceve infatti una torsione che parte e si conclude nella esaltazione dell’autorità secondo un modello classicamente di destra. Questa prospettiva si sostanzia a breve nel tentativo di unificare il momento decisionale, ponendo in essere lo sfratto di Mattarella dal Quirinale. In campagna elettorale, purtroppo, non si è voluto contrastare con la dovuta chiarezza ed energia un cattivo disegno di riordino istituzionale e costituzionale da cui discende, nella sostanza, una manovra di proterva occupazione del potere.

LE LETTERE DI ZAC

È stato presentato ieri sera a Ravenna il libro «Caro Zaccagnini…». Lettere scelte ad un credente prestato alla politica, a cura di Aldo Preda, edizioni Studium. Riportiamo di seguito l’intervento di Pierluigi Castagnetti.

Riparlare di Zac a oltre trent’anni dalla sua morte, per chi lo ha conosciuto e gli è stato amico, è occasione di refrigerio spirituale. La memoria riporta subito davanti agli occhi quel suo volto radioso e sereno che aveva colpito anche Papa Giovanni. Su quel volto si potrebbero scrivere pagine e pagine, qualche studioso arrivò persino a ipotizzare che fosse stato scelto come segretario della Dc proprio per la sua faccia. Che era un discorso da sola. Parlava. Diceva la genuinità, l’unicità, la schiettezza, l’onestà della persona, la sua anima.

Sia chiaro, Zaccagnini, è stato un grande uomo politico, e sarà ricordato per le sue scelte, dalla Resistenza alla solidarietà nazionale, ai 55 giorni della prigionia del fratello e maestro tanto amato, sarà ricordato per i suoi discorsi pieni di passione, per la fermezza mostrata in alcuni tornanti della vita della Repubblica. Ma personalmente credo che lo sarà anche per l’uomo che è stato. Lo “zaccagninismo” (se così vogliamo definirlo) era infatti, oltre che una linea politica, uno stato d’animo, un modo di stare di fronte al potere, una regola esistenziale, una prassi comportamentale, una condizione psicologica e spirituale, un modello inconsapevolmente pedagogico, una tipologia dell’uomo libero. E, dunque, la conseguente dimostrazione pratica che tutto ciò non era solo compatibile con, ma doveva rappresentare l’essenza dell’uomo politico.

Prima e dopo di lui l’uomo politico era spesso ritenuto un cercatore di potere o un realizzatore di disegni di respiro corto, da cui la crescente diffidenza verso la politica e gli uomini politici considerati – con una generalizzazione ingiusta – tutti permeabili dalle tentazioni del successo e del potere; con Zaccagnini e altri della sua generazione, il politico era invece essenzialmente un uomo (o una donna) che viveva pienamente la sua umanità e la sua responsabilità di abitante della città, cittadino tra cittadini. Basta leggere le lettere di Nilde Iotti qui pubblicate (“ci ripensi”, rispetto all’intenzione di Benigno di non ripresentarsi alle elezioni), Tina Anselmi (“…per quello che nella mia vita significa la tua presenza…e la tua testimonianza politica”), Sandro Pertini (“…ho saputo delle condizioni non buone di salute del tuo figliolo. Ne sono addolorato, amico carissimo…”), per cogliere la qualità di questa umanità di donne e uomini politici che si rispettavano e si volevano bene, al di là delle diversità politiche. Ricordo questi aspetti che possono rivelare qualche inconsapevole segno di cedimento da parte mia alla nostalgia di altre stagioni, perché colgo nella sfiducia di oggi da parte di molti cittadini nei confronti della politica anche la denuncia di una certa mancanza di qualità umana: “tu non mi conosci”, “tu non hai mai parlato con me”, “che ne sai della mia sofferenza?”, “ti ho incontrato al supermercato con tua moglie, ma non ti ho mai visto controllare il prezzo della merce prima di scegliere”,…viene detto ai politici.

Mi rendo conto che il giudizio morale, spesso disinformato della vera realtà, può facilmente degenerare in moralismo e poi in qualunquismo, ma se ciò è uno stato d’animo che si sta diffondendo sempre più bisognerà pur occuparsene. Ai tempi delle polemiche su “la casta”, una sera, in un dibattito piuttosto acceso in una sezione del partito proprio a Ravenna, un amico parlamentare ha dovuto urlare: “Per favore basta, questi vostri discorsi mi fanno soffrire e sento che la maggior parte di noi parlamentari non li merita. Perché queste accuse non le avete mai fatte a Bulow e a Benigno?”. Sì, perché?

Perché quella domanda in effetti conteneva la risposta. La gente, i militanti soprattutto, manifestavano nostalgia di Bulow e Zac. Mi tornano alla mente le tante conversazioni con Benigno fatte in aereo o in treno proprio nell’ultimo anno della sua vita quando talvolta – non spesso per la verità – si lasciava prendere dallo sconforto: “ma noi, quasi cinquant’anni fa, ci siamo dati alla macchia e abbiamo combattuto contro i nazisti, alcuni hanno sacrificato la vita, per un’Italia diversa, per una politica diversa”. Impressionava la sua lucidità e la sua freschezza morale ancora integra come ai tempi della scelta della Resistenza.

Mi viene alla mente un verso del poeta partigiano Giorgio Caproni (che Zac conosceva): “Sono tornato là dove non sono mai stato”. Questa nuova pubblicazione che l’inesauribile intraprendenza memorialistica di Aldo Preda ci regala quest’anno, dovrebbe servire proprio a questo, a far “tornare” tanti giovani là dove non sono mai stati, a conoscere un modo di essere e di fare politica che non hanno mai conosciuto, perché nessuno gliene ha parlato e insegnato che la politica è una cosa bella, perché è bello lavorare, e persino dare la vita, per difendere la libertà, combattere le ingiustizie e costruire la pace. È bello prepararsi al giorno in cui tuo figlio ti chiederà: tu papà, tu mamma, cosa avete fatto per migliorare il mondo? E poter rispondere: non sono stato con le mani in mano, mi sono impegnato come potevo, ho cercato dei maestri e ne ho trovat: Zaccagnini ad esempio, quel vecchio uomo politico che ultimamente si appoggiava al bastone e che sapeva piangere in pubblico per la perdita di un amico, che accompagnava al treno la sua collaboratrice domestica portandole la valigia, che la domenica pomeriggio girava per le parrocchie a fare spettacoli di burattini, che come cristiano era incantato dal magistero di don Sangiorgi, don Primo Mazzolari e don Zeno Saltini, e che per una vita intera ha inseguito il sogno di voler cambiare il mondo a misura dei bisogni della povera gente.

Gli ultimi dieci anni della sua vita lo hanno segnato molto, lo sapevamo, era diventato più silenzioso pur restando uomo sereno, li ha vissuti nella preghiera e nella riflessione, come se sentisse che la Provvidenza gli aveva voluto parlare proprio con la fatica e il dolore, perché non solo nella vita familiare aveva provato l’esperienza del dolore indicibile, ma anche nella vita politica. Non poteva essere un caso. Certo i cristiani conoscono il dono della libertà fatto dal Signore perché ne facciano buon uso sin dai primi giorni della maturità e conoscono la loro personale responsabilità in tutti i fallimenti della propria vita, epperò la coincidenza di tanti segni non si poteva archiviare facilmente. È vero che in politica come nella vita tante cose semplicemente accadono, ma tante altre accadono come conseguenza di errori e inadeguatezze precedenti. Era necessario allora capire dove si fosse sbagliato, chi e con quali complicità anche nostre, quali errori insomma erano stati compiuti.

LA DITTATURA RUSSA DALLE CONDANNE FACILI

La testimonianza di Ilya Yashin, storico oppositore di Putin, ha incrociato la dura reazione dal Cremlino. La verità dello Zar ha bisogno d’imporsi con la forza.

 

Ilya Yashin, il politico dell’opposizione russo condannato a otto anni e mezzo di carcere da un tribunale di Mosca la scorsa settimana per essersi espresso contro il massacro di civili dell’esercito russo a Bucha, è un volto noto nella politica russa, ma rimane poco conosciuto a livello internazionale.
Nato a Mosca nel 1983, Yashin ha iniziato la sua carriera politica nel 2000 quando si è unito a Yabloko, un partito liberale allora rappresentato alla Duma, unica grande fazione ad essersi opposta alla seconda guerra cecena. Si descrive come “un liberale normale, europeo, di sinistra”. È un liberale in senso russo: vuole vedere il suo paese diventare una democrazia costituzionale modellata sui valori europei dove lo stato di diritto è rispettato.
Nel 2008, ha co-fondato Solidarnost, un movimento che ha ottenuto il sostegno di Boris Nemtsov, allora uno dei più importanti leader dell’opposizione russa.
Nel 2011 Solidarnost ha organizzato una manifestazione a Mosca per protestare contro i brogli nelle recenti elezioni legislative. L’evento è stato un successo inaspettato, dando il via a quello che è diventato noto come il movimento For Free Elections, il più importante ciclo di protesta durante il governo di Putin fino ad oggi.
Dopo l’invasione dell’Ucraina del 24 febbraio sapeva che le autorità sarebbero venute a prenderlo.
Le ultime parole di Yashin in tribunale sono state incrollabili: “Fai quello che devi, qualunque cosa accada. Quando sono iniziate le ostilità, non ho dubitato di cosa avrei dovuto fare nemmeno per un secondo. Devo restare in Russia, devo dire la verità a voce alta”.
In un post condiviso sul suo canale Telegram, Yashin ha esortato i suoi sostenitori a continuare a opporsi alla guerra, sostenendo che con questa sentenza le autorità russe stiano solo dimostrando la loro debolezza. La condanna è stata commentata anche dal principale oppositore politico di Putin, Alexei Navalny, che è un vecchio amico di Yashin ed è in carcere dal gennaio del 2021. In un post sul suo profilo Twitter, gestito dai suoi collaboratori, Navalny ha definito la condanna «senza vergogna e illegale».
Ma in Russia non è consentito avere altra verità se non quella dello Zar.

SUL NATALE, LA PIRA A EZIO FRANCESCHINI IN PIENA GUERRA MONDIALE: “LA VITA È DIVENUTA UNA TRINCEA…”.

Pubblichiamo questa breve ma intesa riflessione sul Natale che nel dicembre 1941 Giorgio La Pira consegna al suo interlocutore, latinista e futuro Rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano (1965-1968).

“Carissimo Ezio, grazie!

Ti sono debitore di tante cose. Ora la novena di Natale profondamente ci raccoglie: le cose di questo mondo si allontanano dall’anima perché la contemplazione della nascita di Cristo sia più pura e più piena. Così: staremo a lungo, assorti nella contemplazione di questa scena di purità divina: la Madonna, S. Giuseppe, Gesù, gli Angeli: e noi pure, a guardare, tacendo e adorando!

Quanto bisogno abbiamo di questa sosta prolungata! Pare che l’anima si ravvivi, si illumini, si riscaldi col solo guardare, con desi- derio intenso, questo spettacolo di bellezza unica e di unica purità: spettacolo “a parte”, fuori serie, al quale sono invitati i semplici, i puri, i pastori.

Ezio caro, che la Madonna ci conceda di essere associati a questa mensa di candore e di povertà! Cosa è il regno di Dio? Cosa è la consacrazione a Dio? Cosa è l’apostolato? Ecco tutto riassunto in questa scena: se avremo occhi per guardare e cuore per amare, il tema della nostra vita è svolto e bene!

Prega dunque per me perché questa purità interiore si faccia trasparente sino a permettere la contemplazione del Verbo nel bambinello Gesù; perché l’amore si faccia pieno sino a ricolmare tutto l’essere e ad unirlo a Dio e a Dio solo! Altro non cerchiamo, non è vero? Siamo assetati di Lui solo!

Grazie di tutto: sì, la vita è divenuta una trincea; ma quando c’è Cristo ogni trincea diventa inespugnabile.

Fraternamente nel Signore. La Pira.

18-12-1941

A 50 ANNI DALLA LEGGE SULL’OBIEZIONE DI COSCIENZA: IL CONTRIBUTO DECISIVO DI GIOVANNI MARCORA.

La legge sull’obiezione di coscienza era stata per Marcora – ricorda qui l’autore – “l’occasione per fornire un contributo alla causa della Pace, ben sapendo però che esistono dei momenti nella Storia nei quali occorre avere il coraggio di affrontare anche la dura realtà della lotta in armi. Lui che era stato partigiano aveva ben conosciuto quella realtà”.

 

Ricorre quest’anno il cinquantesimo anniversario della “legge Marcora” sull’obiezione di coscienza al servizio militare. La legge 772 venne approvata il 15 dicembre 1972 con i voti di DC, PSDI, PLI; astenuti PRI, PSI, PCI; contrario il MSI.

Essa riconosceva per la prima volta il principio per cui “gli obbligati alla leva che dichiarino di essere contrari in ogni circostanza all’uso personale delle armi per imprescindibili motivi di coscienza, possono essere ammessi a soddisfare l’obbligo del servizio militare” nei modi previsti dalla legge stessa. Il provvedimento normativo riconosceva dunque ai giovani di leva la possibilità di optare per il servizio civile in sostituzione di quello militare.

La legge rispondeva ad una domanda che il mondo giovanile dell’epoca, pervaso dal clima pacifista che aveva caratterizzato la “contestazione al sistema” dal 1968 in avanti, stava ponendo con sempre maggior insistenza anche se non ancora con numeri rilevanti (nel 1973 gli obiettori sarebbero stati in tutto solo 143). Una legge che venne ostacolata dalle Forze Armate, al tempo ancora legate alla concezione ottocentesca della leva obbligatoria e ottusamente riottose a cogliere i segni dei tempi per saperli volgere anche nel proprio interesse, ovvero un esercito più professionale e meglio dotato sotto il profilo dei sistemi d’arma. Militari conservatori e tradizionalisti che però avevano incontrato il sostegno di fatto della Sinistra e in particolare del Partito Comunista, ancora strutturalmente e ideologicamente collegato all’Unione Sovietica e alla concezione per la quale soldati e popolo erano un tutt’uno. Fu quello pertanto un caso nel quale la DC si pose all’avanguardia in una battaglia per un diritto civile che guardava ai valori della Pace e della fratellanza tra gli uomini. Non fu un caso. Fu invece il portato di un lavoro assai intenso, mediante articoli, convegni, iniziative pubbliche, prodotto dal Movimento Giovanile DC, in particolare di Milano e Reggio Emilia, che venne coronato da una grande manifestazione nazionale a Roma nel marzo 1972.

Quelli erano anni – come è noto – di grande fervore politico e anche un partito popolare come la Dc (nonostante fosse il bersaglio di tutta la contestazione giovanile sia di destra sia di sinistra) aveva un proprio importante bagaglio di consensi, non solo elettorali, ma anche di militanza attiva presso le nuove generazioni. Numeri oggi inimmaginabili per gli attuali pallidi partiti, tali da consentire l’organizzazione frequente e sempre partecipata di convegni politici e di manifestazioni di piazza, che non erano unico appannaggio della sola sinistra, in particolare extraparlamentare, come la vulgata pubblicistica ha spesso lasciato credere. Questo dell’obiezione di coscienza al servizio militare fu esattamente uno di quei casi nei quali i giovani democristiani furono in prima fila. Con il vantaggio d’essere parte del principale partito di governo e del partito largamente maggiore in Parlamento. Quindi con la possibilità reale di esercitare una pressione rilevante su chi poi avrebbe dovuto trasformare la battaglia in iniziativa legislativa.

Giovanni Marcora fu tra i non molti politici in generale e democristiani in particolare che seppero da subito cogliere questa domanda per poi tradurla, appunto, in una proposta di legge. E sostenerla con vigore durante il suo iter nelle due Camere. In questo venne aiutato, verosimilmente, dall’essere stato segretario provinciale della DC milanese: proprio a Milano il Movimento Giovanile si era distinto per un forte impegno rivolto al tema della Pace e conseguentemente anche a quello di un’alternativa in termini di servizio civile alla obbligatorietà di quello militare.

Naturalmente il percorso che condusse alla legge non fu affatto semplice e lineare, e anzi risultò assai tortuoso impegnando ben due legislature. Né la legge poteva dirsi risolutiva dei temi di fondo posti dagli obiettori e diverse sue statuizioni mostrarono presto la loro insufficienza. Però alla fine una legge ci fu ed un primo risultato venne ottenuto. Questo fu il grande merito di Marcora.

Egli aveva infatti dovuto superare diversi ostacoli, incluso una certa indifferenza al tema dei gruppi parlamentari democristiani (mentre il partito parve più interessato e coinvolto, grazie alla pressione – come si è detto – esercitata su di esso dal suo Movimento Giovanile). Già nella V^ legislatura (1968-1972) il neo-senatore aveva affrontato l’argomento presentando una proposta di legge che sostanzialmente ricalcava quella predisposta nella IV^ legislatura del compianto Nicola Pistelli, una delle menti più argute della corrente di Base, purtroppo prematuramente scomparso. Un testo senz’altro più avanzato di quello che sarebbe risultato alla fine, dopo tutte le mediazioni che dovettero essere fatte per poter giungere a votare la legge. Un testo più avanzato che riconosceva automaticamente l’obiettore di coscienza quale persona che “si oppone alla guerra e all’uso delle armi anche a scopo puramente difensivo” per motivi, appunto, “di coscienza”, ma che in ogni caso prevedeva una durata del servizio sostitutivo di quello militare maggiore di una volta e mezza quale verifica di fatto della effettiva serietà delle scelte compiute dall’obiettore, esplicita concessione ad un clima generale ancora negativo nei confronti dell’obiezione, quasi fosse un rifiuto a servire la Patria in assoluto e non solo in armi.

La proposta di legge iniziò così il suo percorso e, come sempre accade, ne incontrò sulla strada altre analoghe, tutte però più restrittive, presentate da altri parlamentari democristiani; e incontrò altresì l’opposizione esterna alle aule parlamentari del mondo militare così come la velata disapprovazione manifestata dal Ministero della Difesa. Il testo che ne derivò in fondo al lungo e accidentato percorso in Commissione Difesa fu alla fine differente da quello della proposta originaria, meno avanzato e più attento a non eccedere nello scontro con le Forze Armate: il diritto soggettivo all’obiezione era negato di fatto, in quanto essa era individuata come una concessione che lo Stato elargiva previo un accertamento “circa la fondatezza e la sincerità dei motivi addotti” effettuato da una commissione appositamente istituita avente un arco temporale decisionale molto ampio (6 mesi) che mirava con tutta evidenza a disincentivare i giovani che avessero immaginato di obiettare, anche perché il servizio sostitutivo avrebbe avuto a sua volta una durata superiore di otto mesi rispetto a quello militare.

L’iter del progetto di legge fu assai lungo. Votato infine nel luglio 1971 dal Senato approdò in Commissione Difesa alla Camera quattro mesi dopo, ove si arenò, anche perché la legislatura venne interrotta di lì a poco. Nella nuova, quella che inizialmente condusse ad un governo Andreotti di centro-destra, Marcora con la determinazione che gli era naturale riuscì a ripescarlo, utilizzando una norma per la quale avrebbero avuto diritto ad essere esaminati per primi i progetti di legge già approvati da una delle Camere nella legislatura precedente. E così la legge venne velocemente votata. Tentare di migliorarla avrebbe comportato il rischio di non votarla mai, in quella legislatura. Come si dice, a volte l’ottimo è nemico del bene. Gli umori diffusi, anche nel gruppo democristiano, non erano propriamente sintonici con il tema. Quindi meglio portare a casa il risultato. Le carenze della nuova normativa, che peraltro si sarebbero rivelate ben presto, sarebbero state affrontate e superate in tempi più propizi, rifletté Marcora. Adesso, per lo meno, una legge che riconosceva l’obiezione di coscienza al servizio militare c’era. E non era un risultato da poco.

Ed infatti: undici anni dopo il senatore Marcora aveva già abbandonato questa terra e noi giovani dc milanesi ci stavamo impegnando nel sostenere la proposta di legge – primi firmatari gli onorevoli Brocca, Casati e la nostra amica Mariapia Garavaglia – che interveniva sui punti che l’applicazione della 772 aveva dimostrato essere indispensabile correggere anche in quanto superati dall’evoluzione dei tempi e dalle nuove sensibilità nel frattempo emerse. Soprattutto introducendo il concetto di servizio civile “alternativo” e non meramente sostitutivo, sottolineando in tal modo il pieno rispetto che lo stato democratico deve e vuole avere per le esigenze interiori e profonde della persona umana. Diritto all’obiezione, dunque, come diritto soggettivo. Punto di partenza di un’evoluzione che si svilupperà negli anni successivi.

Di questa vicenda merita evidenziare due aspetti in modo particolare. Il primo è che Marcora nutriva nei confronti dei giovani un interesse non solo formale. Ebbi modo di constatarlo personalmente nei miei anni al Movimento Giovanile. Ovviamente la mia conoscenza del senatore era minima, e devo dire che egli mi incuteva anche un certo timore reverenziale. Eppure mi colpì molto la sua attenzione al nostro punto di vista di giovani di fine anni settanta, che con me volle approfondire durante qualche colloquio presso la spartana stanza di via Mercato, la sede della corrente di Base. La “legge Marcora” sull’obiezione di coscienza era stata per lui l’occasione per fornire un contributo alla causa della Pace, ben sapendo però che esistono dei momenti nella Storia nei quali occorre avere il coraggio di affrontare anche la dura realtà della lotta in armi. Lui che era stato partigiano aveva ben conosciuto quella realtà.

La sensibilità di Marcora nei confronti dell’obiezione di coscienza in verità non derivava solo dalla sua attenzione nei confronti del mondo giovanile. La corrente di Base, da lui fondata nel 1953 insieme ad altri amici di partito, aveva fin da subito posto fra le sue priorità la comprensione della politica internazionale. La Guerra Fredda divideva il mondo in due, e così implicitamente ricordava alla politica nazionale, spesso desolatamente provinciale, quanto necessario fosse ampliare gli orizzonti del Paese. Anche perché quell’irrigidimento geopolitico non avrebbe potuto durare per sempre e occorreva iniziare per tempo una riflessione rivolta al dopo. Ciò significava, sul piano esterno, rafforzare l’impegno per un’Europa unita che potesse in prospettiva recitare un proprio ruolo autonomo, ancorché coordinato con l’alleanza strategica con gli Stati Uniti, sullo scacchiere globale. Sul piano interno, lavorare in ottica futura per – alla maniera di Moro – “allargare le basi dello Stato democratico”, sfuggendo alle rigidità imposte dallo scontro ideologico.

Questa tensione al futuro, questa voglia di guardare avanti, di “costruire nuovi orizzonti” erano specifici di alcuni uomini della DC, e della sinistra interna in particolare: fra i quali emergeva Luigi Granelli, che proprio Marcora aveva chiamato a Milano per aiutare con la sua intelligenza e capacità oratoria il lavoro di costruzione della corrente e di conquista del partito a livello locale, in città e in provincia. Apparve subito evidente che il futuro doveva portare con sé la pace, o meglio dire il consolidamento della pace, che invece il clima teso della Guerra Fredda non favoriva a livello di percezione collettiva. La Guerra di Corea prima, la costruzione del Muro a Berlino poi, e dopo ancora l’allarme rosso della Baia dei Porci avevano suscitato preoccupazioni enormi alle quali occorreva fornire una risposta tranquillizzante ma pure convincente. La Chiesa Cattolica, col pontificato giovanneo e col Concilio, si pose all’avanguardia nell’impegno per la pace nel mondo e ciò aiutò molto i cattolici democratici nel loro lavoro di sensibilizzazione sul tema, anche all’interno della DC.

Granelli insisteva con sempre maggior frequenza per una politica estera italiana “coraggiosa”, non terzoforzista ma al contempo fermamente orientata alla pace e alla convivenza fra i popoli. Marcora condivideva e quando era il caso interveniva egli pure in argomento. Che anzi fu uno dei temi forti della sua campagna elettorale nel 1968, quando venne eletto al Senato nel collegio brianzolo/milanese di Vimercate. Conferma dell’alleanza con gli Stati Uniti con una visione difensiva e non aggressiva della NATO, rilancio dell’Europa come attore attivo della politica internazionale, attenzione innovativa verso quelli che al tempo erano chiamati “Paesi in via di sviluppo”: questi i cardini di una posizione che la lunga e crudele guerra nel Vietnam aveva contribuito a definire con nettezza e che diverse componenti democristiane, a cominciare dalle sinistre interne, stavano sostenendo convintamente. Il collegamento con la spinta giovanile nella medesima direzione e dunque anche con l’emergente tematica dell’obiezione di coscienza al servizio militare fu naturale. Col percorso che ne seguì, qui ricordato nei suoi passaggi essenziali.

Valori forti e progettualità politica condussero ad un risultato decisivo per aprire un fronte di progresso che avrebbe prodotto nel tempo ulteriori e ancor più significativi esiti.

È ORA, VIA ALLA RICOMPOSIZIONE DEI POPOLARI.

Il processo di ricomposizione non può prevedere che qualcuno parli a nome di tutta l’area Popolare. Di essa, cioè, nessuno ha la rappresentanza esclusiva e totalizzante. Come non esistono i “cattolici professionisti”, per dirla con una felice battuta degli anni ‘80 di Carlo Donat-Cattin, così non esistono i Popolari di serie A.

 

C’è un libro pubblicato nel 1979 dal titolo ‘La “ricomposizione’ dell’area cattolica in Italia’ che ha segnato in profondità il dibattito politico e culturale tra i cattolici e nei cattolici in quell’epoca storica. L’ha scritto padre Bartolomeo Sorge, autorevole gesuita, Direttore per molti anni della prestigiosa rivista Civiltà Cattolica e riconosciuto intellettuale del mondo cattolico italiano. Un libro che ha giocato un ruolo importante anche in vista della famosa “Assemblea degli esterni” della Democrazia Cristiana che si svolse nel 1982 su iniziativa della segreteria nazionale di quel partito. Ma fu proprio il sostantivo “ricomposizione” ad incuriosire il titolo del libro di Padre Sorge.

Ora, ad altre 40 anni di distanza e senza fare alcun confronto improprio o tracciare parallelismi con quella stagione storica, forse si può nuovamente parlare di un processo di “ricomposizione”. Di una cultura politica che è stata decisiva in quasi tutti i tornanti più delicati e complessi della nostra storia democratica e repubblicana e che, purtroppo, in questi ultimi anni si è quasi eclissata. Parlo, cioè, della cultura politica riconducibile al popolarismo di ispirazione cristiana. Una tradizione politica e un filone ideale che conservano, tuttavia, una straordinaria attualità e una bruciante contemporaneità. Per i suoi valori, per i suoi principi, per la sua ricetta politica e per la sua profondità culturale. Ma, purtroppo, si tratta anche di una cultura politica e di una tradizione ideale che si sono fermate al pre politico, e quindi ad una narrazione puramente testimoniale, oppure annacquate all’interno di partiti che hanno ormai un’altra “ragione sociale”.

E, per entrare più nello specifico, sul versante della sinistra – cioè nel Pd – il tutto si è ridotto ad una micro corrente di potere attentissima agli organigrammi ma del tutto avulsa dal capitolo dell’elaborazione politica e culturale. E, inoltre e soprattutto, nel momento in cui il compito e la finalità del Pd sono quelli di ricostruire/rilanciare/rifondare la sinistra post comunista nel nostro paese, è di tutta evidenza che il ruolo dei Popolari o dei cattolici sociali in quel contesto è fuori luogo e fuori tempo. Non a caso, e giustamente, si riscrive il “manifesto dei valori” da un lato e si concentra tutta l’attenzione, per dirla con Luca Ricolfi, se ricostruire una sinistra liberal post comunista o una sinistra libertaria e radicale. Appunto, un partito che ha cambiato profondamente la propria ”ragione sociale” rispetto alle origini. Sul versante politico alternativo alla sinistra è di tutta evidenza, come ovvio, che la praticabilità politica dell’area Popolare è quantomai problematica e difficile. E nell’area centrista – terreno più fertile e congeniale per un’area popolare e cattolico sociale – può esserci una forte e convinta cittadinanza politica purchè i partiti, o il partito, di riferimento non si riducano ad essere “partiti personali” o “partiti del capo” dove il pluralismo culturale è annullato perchè il tutto deve sempre coincidere con la volontà del capo indiscusso.

Di qui è cresciuta la consapevolezza per favorire e rafforzare la cosiddetta “ricomposizione” dell’area Popolare. Una volontà che, adesso però e a differenza dal passato recente e meno recente, parte dal basso e non viene più invocata o provocata dall’alto.

Il tutto, comunque sia e al di là delle singole e legittime opinioni, deve avvenire ad una condizione. E cioè, nessuno deve parlare a nome di tutta l’area Popolare. Non chi lavora per accelerare – a me pare giustamente – una seria e convinta “ricomposizione” politica, culturale ed organizzativa dell’area Popolare e, men che meno, quelli che spingono per l’ennesima operazione volta a consolidare una piccola corrente all’interno del nuovo partito della sinistra italiana. Non può e non deve esserci ambiguità al riguardo. Nessuno, cioè, ha la rappresentanza esclusiva e totalizzante dell’area Popolare. Come non esistono i “cattolici professionisti”, per dirla con una felice battuta degli anni ‘80 di Carlo Donat-Cattin, così non esistono i Popolari di serie A. Tutti contribuiscono a salvaguardare un patrimonio politico e culturale. Speriamo il più possibile sotto un’unico tetto. Senza sterili polemiche personali o di gruppo.

CI VOGLIAMO PROVARE? LA FRAMMENTAZIONE DEI DEMOCRATICI CRISTIANI È UNA REMORA PER IL FUTURO.

“Dovremmo tutti impegnarci – sostiene Bonalberti – a superare le nostre antiche appartenenze e sforzarci di ricomporre l’unità politica dell’area cattolico democratica e cristiano sociale […] Compito della nostra quarta e ultima generazione della Dc storica dovrebbe essere, infine, solo quello della consegna del nostro miglior testimone politico alle nuove generazioni”.

 

Sono molti anni che ci dividiamo sul tema delle alleanze, sulla scelta, cioè, del “con chi collegarci”, piuttosto che con il “che cosa e come realizzare” un nostro autonomo progetto politico. A destra, qualche amico, sulla scia della predicazione del “miglior fico del bigoncio”, l’On Rotondi, si sta convincendo che quello di Sora Giorgia sia la nuova Dc 2.0. Un ossimoro insensato, o, nel caso di Rotondi, un “ whisful thinking”, una velleitaria illusione, che contrasta con ciò che tutti insieme abbiamo vissuto: dalla Dc di De Gasperi e Fanfani, a quella di Moro e De Mita, sino all’ultima fase delle segreterie di Forlani e Martinazzoli.

A sinistra, coloro che concorsero a dar vita alla Margherita e alla formazione del Pd a vocazione maggioritaria, o se ne sono già andati da quel partito, o stanno realisticamente prendendo atto dell’antico aforisma donat-cattiniano, secondo cui: a sinistra è sempre il cane che muove che coda. Un aforisma che, come già accadde in Forza Italia, a maggior ragione, si confermerebbe anche nella destra a egemonia meloniana.

È tragicomico che tra gli eredi di coloro che attivarono contro la Dc la battaglia della “questione morale”, stiano emergendo alcune figure del Pd, responsabili della più sconvolgente monnezza della storia politica dell’Unione europea; un’autentica cloaca maxima dell’indecenza corruttiva senza analoghi precedenti. E, intanto, al centro, sopravvivono vecchie e gloriose sigle e minuscole casematte, espressione di nobili testimonianze politiche, ma impotenti, da separati in casa, a svolgere un ruolo politico istituzionale efficace ed efficiente nella politica italiana.

Proprio per superare la vecchia dicotomia destra e sinistra, avevamo valutato con simpatia la formazione del Terzo Polo, dove, però, permane l’idiosincrasia Dc di Calenda, neo “azionista de noantri”, incapace, almeno sin qui, di superare il limite di una concezione laicista radicale collegata a quella deriva anti cattolica che ha sottratto allo stesso PD il consenso di molti ex Dc. Auguriamoci che Matteo Renzi lo faccia riflettere, anche se, molto dipende anche da noi.

È evidente, infatti, che rimanendo ciascuno rinserrato nella propria casamatta, faremmo tutti la fine della “kupamandica” (la ranocchia che aveva una “visione del mondo”, il suo mondo, ma era ovviamente circoscritta a quel piccolo pozzo in cui viveva isolata. Se fosse prevalsa la visione della kupamandika, senza i necessari scambi interculturali, avremmo avuto una diversa e assai più limitata storia scientifica, economica e culturale dell’umanità), non costituendo un momento di interesse e di attrazione politica né per i nostri potenziali sostenitori né per i possibili nostri alleati.

Ecco perché dovremmo tutti impegnarci a superare le nostre antiche appartenenze e sforzarci di ricomporre l’unità politica dell’area cattolico democratica e cristiano sociale. Abbiamo alcune scadenze elettorali importanti davanti a noi: le elezioni regionali nel Lazio e in Lombardia, alle quali seguiranno altre elezioni in sedi locali e, più in là, le elezioni europee. Tutte scadenze regolate da leggi elettorali di tipo proporzionale, che, come tali, non ci sottopongono all’obbligo dell’apparentamento a destra o a sinistra. Nei prossimi giorni si riunirà l’assemblea generale del NCDU guidato da Mario Tassone e nel merito, credo che dovrebbe essere indicata una coerente prospettiva di unità. Preso atto che il grande sforzo compiuto dall’amico Gargani con la Federazione Popolare dei Dc, non ha potuto sin qui decollare, sia per il disimpegno di Cesa (Udc) e di Rotondi (Verdi Popolari) che per lo scarso interesse dimostrato dallo stesso Grassi (Dc), sono convinto che si debba superare lo schema top down (dall’alto in basso) rivelatosi sin qui strumentale solo alle egoistiche aspirazioni di alcuni, attivando, invece, processi di tipo bottom up ( dal basso verso l’alto); ossia organizzando l’unità delle varie componenti cattolico democratiche e cristiano sociali presenti nei diversi territori.

Costruire in ogni provincia e regione dei comitati promotori provinciali e regionali della Federazione nazionale dei Popolari uniti, sarebbe anche il mezzo per far emergere una nuova classe dirigente sugli interessi e motivazioni reali della base. Compito della nostra quarta e ultima generazione della Dc storica dovrebbe essere, infine, solo quello della consegna del nostro miglior testimone politico alle nuove generazioni. Credo che ci si dovrebbe impegnare per la ricomposizione dell’area popolare, uniti nella fedeltà ai valori della dottrina sociale cristiana e a quelli della Costituzione repubblicana. Non dovremo proporre troppe e confuse idee di programma, ma limitarci a chiedere, sul piano istituzionale: il ritorno alla legge elettorale proporzionale e l’applicazione in tutti i partiti dell’art.49 della Costituzione. Sul piano economico finanziario, l’elementare necessaria pre condizione per qualsivoglia reale politica riformatrice: il controllo pubblico effettivo di Banca d’Italia e il ritorno alle legge bancaria del 1936, col ripristino della separazione tra banche di prestito e banche di speculazione finanziaria. Le alleanze verranno dopo, aperti a collaborare con chi insieme a noi intende difendere e attuare integralmente la Costituzione. Ci vogliamo provare?

DOPO LA CRISI UCRAINA: APPUNTI PER UN NUOVO INIZIO DELL’ECONOMIA E DEL LAVORO. INTERVISTA A GIUSEPPE SABELLA.

Fonte Pandora Riviste

“La crisi ucraina è molto preoccupante. Come è preoccupante – dice in conclusione Sabella – che nel nostro Paese non sia ancora maturata la consapevolezza che l’Italia non ha alternative a rafforzare i suoi legami con l’area euro-atlantica. Siamo dentro una storia di pace e di libertà che dura da oltre 75 anni. E anche di benessere, per quanto sempre più a rischio dopo la crisi del 2008 di cui sentiamo ancora le scorie”. Pubblichiamo di seguito la prima parte dell’intervista rinviando al link, in fondo pagina, per accedere al testo integrale.

Caro Dott. Sabella, questo volume da lei curato, che si avvale di otto contributi di livello compreso il Suo, intende inquadrare il contesto internazionale in cui si muovono Italia ed Europa alla luce delle annunciate politiche programmatiche (Next generation EU, Pnrr) attinte dall’Agenda ONU 2030 e dal Green Deal del 2019. Cercando di evidenziare altresì i punti cardinali che dovranno orientare la trasformazione dell’economia e del lavoro, nel segno della sostenibilità e della digitalizzazione. Vuole illustrare il significato di questo impegno di osservazione e riflessione al quale modestamente viene dato il nome di “appunti”?

Per anni, dopo la “stagione dell’austerity”, abbiamo chiesto all’UE di darsi un indirizzo politico che tenesse certamente conto delle specificità degli stati membri ma che, tuttavia, proiettasse l’economia e l’industria europea in una rinnovata competizione con i colossi americano e cinese. Per queste ragioni, quando Ursula von der Leyen ha presentato il Green Deal al Parlamento europeo – peraltro come primo atto del suo mandato (11 dicembre 2019) – mi è parsa un’iniziativa di grande rilievo.

Non a caso, la stessa Presidente della Commissione europea ha quel giorno utilizzato parole importanti e cariche di enfasi: “per l’Europa il Green Deal è come l’uomo sulla luna”. Questo perché il cosiddetto “piano verde” ha il suo obiettivo finale nell’autonomia industriale ed energetica. Ecco perché, per un continente non proprio ricco di materie prime come l’Europa, l’autonomia industriale ed energetica è un “sogno”. Questa grande trasformazione – che è ciò che chiamiamo “Transizione” – ha, come lei dice, i suoi driver nella sostenibilità e nella digitalizzazione. Tuttavia, presupposto fondamentale del Green Deal – anzi, il suo primo pilastro – è la risposta dell’Europa alla riconfigurazione della globalizzazione. E come lei ricorderà, ho dedicato a questo tema capitale il mio precedente lavoro “Ripartenza Verde. Industria e globalizzazione ai tempi del covid”, di cui abbiamo parlato approfonditamente a suo tempo. Venendo a questo nuovo libro, la sua prima parte (G. Sabella, M. Magatti C. Pelanda) sviscera le origini e lo stato di avanzamento di questa riconfigurazione del palinsesto multilaterale, processo in atto sin dall’ultima fase della presidenza Obama e accelerato prima dalle politiche di Trump, poi dalla pandemia e ora dalla crisi ucraina.

È chiaro che, allo stesso tempo, la Transizione chiede capacità di gestire i processi della trasformazione. Da qui gli approfondimenti sulle grandi coordinate attorno alle quali le policies devono muoversi: sviluppo locale (A. Brugnoli), intelligenza artificiale (R. Cucchiara), lavoro ibrido (M. Martone), politiche attive del lavoro (P. Ichino) e salario minimo (P. Tiraboschi). Come recita la quarta di copertina, “si è scelta la parola «appunti» perché il discorso, naturalmente, qui non si esaurisce. Tuttavia, da qui può iniziare”. Sono convinto che questo libro sia una sorta di manifesto. E per questo, sono grato all’Editore per il compito che mi ha affidato oltre che agli eminenti studiosi che, insieme a me, hanno contribuito al buon esito del lavoro.

Sul piano delle incidenze oggettive che condizionano una politica di pianificazione e sviluppo a livello nazionale ed europeo, possiamo considerare la fine della parabola della globalizzazione, la pandemia da Covid 19, la guerra in Ucraina, la crisi energetica attuale i fattori di maggiore condizionamento?

Ricorderei che il Next Generation EU è il punto di approdo dei lavori del Consiglio europeo di marzo-maggio 2020. In piena pandemia, i capi di stato dei 27 stati membri si ritrovano per dare sostegno non solo all’economia che si ferma ma anche alla sua rifondazione, al Green Deal appunto, che era ancora in cerca di un fondamento finanziario. Il raggiungimento degli accordi che portano al Next Generation EU viene facilitato dall’urgenza di dare risposte alla crisi pandemica. Proprio in quel momento, in Europa, la percezione diffusa tra l’establishment è che non si possa soltanto sostenere l’emergenza sociale che deriva da quella sanitaria, ma che si debba proiettare l’economia europea verso una vera ripartenza (da qui, appunto, il titolo del mio libro precedente “Ripartenza Verde”). Come dicevo, già il Green Deal si articola ed è programmato in un contesto post-globale e di decoupling (termine che viene utilizzato per indicare il disaccoppiamento delle catene del valore e lo sdoppiamento della globalizzazione, ovvero della piattaforma occidentale e di quella asiatica).

La guerra in Ucraina è proprio la conseguenza di questo processo: Putin ha ritenuto che sia meglio guadagnare posizioni con la Cina che restare agganciati all’Occidente. Penso che abbia sbagliato a fare i conti – la Russia non ha mai guadagnato così tanto come negli ultimi 20 anni, ovvero nel periodo in cui l’abbiamo coinvolta nel processo di globalizzazione – ma questa è la realtà delle cose. Giustamente quindi, come lei mi chiede, i fattori di maggior condizionamento sono proprio questi: il nuovo scenario mondiale, la pandemia e la guerra in Ucraina. Tuttavia, le vere e potenti variabili in atto sono la crisi delle materie prime – e non solo dell’energia – e la spirale inflattiva. Per quanto siano tendenze che auspichiamo stiano andando sotto controllo, restano i fattori di maggior incidenza sulle politiche pubbliche. Tant’è che gli USA stanno varando ora un provvedimento molto importante, l’Inflation Reduction Act. In Europa, invece, ancora siamo fermi a osservare la nebulosa. Ma dopo questo provvedimento di Biden, non possiamo più permetterci di stare a guardare.

Per leggere il testo integrale Intervista a Sabella

SCRIVIAMO L’AVVENIRE DELLA CASA COMUNE. INCONTRO A ROMA DI VARIE SIGLE DEL MONDO CATTOLICO.

 

Un manifesto per il futuro della casa comune: è lobiettivo del seminario L’avvenire della casa comune”, voluto dai promotori della campagna Chiudiamo la forbice”. Dalle diseguaglianze al bene comune: una sola famiglia umana. Appuntamento il 20 dicembre a Roma presso la Domus Mariae.

 

Azione Cattolica

 

Per cinque anni una ventina di realtà cristiane – tra queste l’Azione cattolica – si sono impegnate in una campagna – intitolata Chiudiamo la forbice – per denunciare le crescenti diseguaglianze globali in tutti i settori della vita (economiche, territoriali, educative, sociali…) e offrire riflessioni e strumenti per pensare un nuovo paradigma alla luce dell’enciclica Laudato si’.

 

L’attuale momento storico ci interroga e ci invita a fare ancora di più

 

Con il perdurare di una difficile situazione sanitaria globale in conseguenza della pandemia ancora in atto, con la guerra in Ucraina e i conflitti armati nel resto del mondo che ribadiscono la fragilità delle relazioni internazionali, con la crisi energetica-economica che sembra attanagliare le famiglie più povere, i promotori di “Chiudiamo la forbice” vogliono provare a leggere i “segni dei tempi” per capire quali segnali forti emergono e quali scenari-indicazioni individuare per il futuro.

 

Consapevoli, allo stesso tempo – è innegabile -, che la pandemia, la guerra e lo spettro di una recessione economica mondiale determinino un’incertezza sul futuro che, oggi, sembra compromettere alcuni degli stessi principi costituzionali su cui poggia la Repubblica.

Il contesto internazionale, infatti, mette in tensione i valori e le finalità costituzionali con la vita reale – economica e sociale – delle persone: a partire dal principio di uguaglianza sostanziale che – come Chiudiamo la forbice non ha mai smesso di sottolineare – è sempre più compromesso; sembrano poi mancare i mezzi per dare sostanza al diritto al lavoro e a un lavoro dignitoso, ma anche alla tutela dell’ambiente e delle generazioni future, che recentemente hanno fatto il loro ingresso nella Carta costituzionale (con legge costituzionale n. 1 del 2022 che ha modificato gli articoli 9 e 41).

 

Consapevoli, altresì, che il grande tema della diseguaglianza – vale la pena ricordarlo – è anche il decimo obiettivo per lo sviluppo sostenibile stabilito dalle Nazioni Unite. Esso riguarda la diseguaglianza tra i paesi e all’interno delle singole nazioni, e si divide in 10 sotto-obiettivi (target), tra questi promuovere l’inclusione di tutti, creare di canali sicuri e regolati per le migrazioni, adottare politiche fiscali di protezione sociale, regolare i mercati finanziari.

 

Ciò detto. E in considerazione che ci sono già:

Tre possibili ambiti di intervento contro le diseguaglianze:

“Cibo per tutti”: (in positivo) continuiamo ad appoggiare in continuità con la campagna precedente “cibo per tutti”, la crescita del potere e della capacità organizzativa della piccola produzione contadina, al sud e al nord, contro le grandi fusioni multinazionali che limitano ed impediscono la libertà dello sviluppo umano. Piccola produzione contadina e cittadini consapevoli che adottano i principi dell’agroecologia e fanno scelte di mercato orientate allo sviluppo umano integrale sostenibile, per la custodia della “casa comune”.

 

“Conflitti dimenticati”: (in positivo) rafforziamo il nostro impegno per informarci ed informare sulle crisi in atto, sulle loro cause, sul loro legame con la dimensione economica e delle diseguaglianze, sulla prevenzione e la risoluzione nonviolenta dei conflitti, che causano morte e degrado ambientale, contrastando la crescita degli armamenti e la concentrazione del potere negli apparati militari-industriali. Servizio civile, operatori di pace, volontariato e attivismo per una cittadinanza che sa costruire percorsi di giustizia e di pace negli scenari di conflitto e di tensione sociale.

 

“Condividiamo il viaggio”: le migrazioni (in positivo) come occasione per accogliere in comunità solidali, al Sud e al Nord, persone e famiglie che vivono l’esclusione ambientale, sociale, economica e politica, abbattendo muri, comportamenti e strutture di peccato che, invece di proteggere, perpetuano e accentuano le disuguaglianze e lo sfruttamento del pianeta. Promuovere, informare e formare al lavoro, all’imprenditoria sostenibile, a progettare la propria inclusione in cooperazione e comunità, nell’incontro con l’altro e nel rispetto dell’ambiente, abbattendo barriere alla libertà di auto-promozione e alla dignità di ogni persona umana, integrando “tutti gli uomini e tutto l’uomo”.

 

Lobiettivo è:

Un manifesto per il futuro della “casa comune”

Appuntamento a Roma il 20 dicembre prossimo, insieme ai responsabili delle organizzazioni promotrici di “Chiudiamo la forbice”, per:
a) scrivere un manifesto per il futuro della nostra “casa comune”;
b) impegnarci a promuovere azioni concrete nei prossimi anni che siano coerenti e efficaci.

L’evento è aperto a tutti coloro che hanno il desiderio di mettere insieme le forze.

Mattina
Leggere il tempo in cui viviamo
Modera Marco Tarquinio, Direttore di Avvenire

10.00 – 11.00
Panel: profili educativi, culturali ed ecclesiali
Don Giuseppe Pizzoli – Direttore di Missio
Giovanni Ramonda – Responsabile generale della Comunità Papa Giovanni XXIII
Don Marco Pagniello – Direttore di Caritas Italiana
Giuseppe Notarstefano – Presidente Azione Cattolica

11.00 – 12.00
Panel: profili sociali, ambientali e politici
Ivana Borsotto – Presidente di FOCSIV
Emiliano Manfredonia – Presidente di ACLI
Pierluigi Sassi – Presidente di Earth Day Italia
Ernesto Olivero – Fondatore del Sermig

Pomeriggio
14.30 – 16.30
Un manifesto per il futuro
Si svolgeranno due momenti laboratoriali durante i quali si chiederà la partecipazione di tutti i presenti per:
a) scrivere un manifesto per il futuro della nostra “casa comune”;
b) impegnarci a ideare azioni concrete che potremo mettere in campo nei prossimi anni insieme.

 

Per saperne di più

https://azionecattolica.it/lavvenire-della-casa-comune/

POVERTÀ SANITARIA: 390MILA LE PERSONE CHE HANNO CHIESTO AIUTO NEL 2022.

 

Diffuso il 10° Rapporto di Banco Farmaceutico. Il presidente Daniotti: «I sacrifici riguardano sempre più spesso anche famiglie non povere». 15 su 100 quelle che hanno rinunciato alle cure.

Si riporta la nota pubblicata il 14 dicembre da “Roma Sette” (Avvenire).

 

Redazione

 

5 milioni e 571mila persone, pari al 9,4% della popolazione residente. È il dato relativo alla povertà assoluta in Italia nel 2022. Di queste persone, «circa il 7% (pari a 390mila individui) si è trovato in condizioni di povertà sanitaria. Ha dovuto, cioè, chiedere aiuto ad una delle 1.806 realtà assistenziali convenzionate con Banco Farmaceutico per ricevere gratuitamente farmaci e cure». A rivelarlo è il 10° Rapporto sulla povertà sanitaria diffuso proprio da Fondazione Banco farmaceutico.

 

«Nonostante l’impronta universalistica del nostro Servizio sanitario nazionale (Ssn), parte consistente della spesa farmaceutica resta a carico dei cittadini – si legge nell’indagine -. In particolare, nel 2021 il 43,5% (cioè 3,87 miliardi di euro) della spesa farmaceutica è stata pagata dalle famiglie (+6,3% rispetto al 2020), con profonde differenze tra le possibilità di quelle povere e quelle non povere. Una persona indigente ha a disposizione un budget per la salute pari a soli 9,9 euro al mese – viene precisato -, mentre una persona non povera ha a disposizione sei volte tanto, cioè 66,83 euro mensili.

 

Limitandoci al budget per l’acquisto di farmaci, i poveri hanno a disposizione solo 5,85 euro, mentre i non poveri 26». Nel dettaglio, il 60% della spesa sanitaria dei poveri è destinata alla spesa per farmaci a fronte dell’equivalente 38% delle famiglie non povere. Questo perché il Ssn non offre alcuna copertura per i farmaci “da banco”, non avendo introdotto distinzioni tra chi è sotto la soglia di povertà e chi è al di sopra.

 

Le difficoltà economiche, osservano dalla fondazione, «lambiscono anche le famiglie non povere: nel 2021 hanno cercato di ridurre le spese sanitarie (rinunciando o rinviando a visite mediche/accertamenti periodici) complessivamente oltre 4 milioni e 768mila famiglie (10 milioni 899 mila persone), di cui quasi 639mila (1 milione e 884mila persone) in povertà assoluta. La rinuncia alle cure è stata praticata da 27 famiglie povere su 100 a fronte di 13 famiglie non povere su 100, per un totale di 15 famiglie su 100.

 

Continua a leggere

https://www.romasette.it/poverta-sanitaria-390mila-le-persone-che-hanno-chiesto-aiuto-nel-2022/

LA NUOVA TECNOLOGIA ENERGETICA AMERICANA RENDE LA TRANSIZIONE ECOLOGICA SOCIALMENTE SOSTENIBILE.

 

Anche l’area del cattolicesimo sociale e democratico deve lasciarsi interpellare dal radicale cambio di narrazione che comporta la scoperta di nuove fonti di energia pulita: per i ceti popolari significherà il passaggio dalla penuria pianificata a una nuova prosperità interclassista, e compatibile con la libertà e con l’ambiente.

 

Giuseppe Davicino

 

Ha destato molto clamore l’annuncio da parte degli Stati Uniti dei progressi fatti nel campo della fusione nucleare. Però è almeno da 70 anni che si sa che vi sono modi, più di uno, per ottenere energia infinita, pulita e con costi di produzione praticamente irrisori. Ma il cartello del petrolio e dell’elettricità, insieme a quello finanziario e del petro-dollaro, si è sempre premurato di fare in modo che i finanziamenti ai ricercatori che si intestardivano, venissero limitati.

 

Ieri gli Stati Uniti hanno fatto sapere alla Cina, che a quanto pare sulla fusione “calda” è molto avanti, che questa nuova frontiera del progresso la stanno presidiando anche loro. Ma fanno sapere anche alla Germania che non sarà col suo progetto, basato sulle rinnovabili (ma che in realtà non stava in piedi senza il gas russo a buon mercato, e senza gli ingenti sostegni pubblici essendo le rinnovabili diseconomiche), che si compirà la transizione energetica, ma con la tecnologia che realizzeranno gli Stati Uniti.

 

Si possono intravvedere due aspetti di questo annuncio che ci riguardano. Uno come Paese, l’altro come area politica.

Il primo aspetto consiste nel fatto che sia a livello di ricerca che di standardizzazione di queste nuove fonti di energia l’Italia può – perché ha i cervelli e le tecnologie – e deve collaborare strettamente con gli Stati Uniti, che saranno quelli, nella nuova divisione bipolare del mondo che sta avvenendo, che decideranno il prezzo e la quantità dell’energia pulita, e che ne avranno le chiavi nel nostro mondo non cinese. Con gli Stati Uniti, dunque, per arrivare prima ed essere autonomi, anche da Paesi a noi non lontani, sul piano delle nuove tecnologie energetiche.

 

Il secondo aspetto riguarda la nostra area politica. Credo che un po’ tutti noi auspichiamo un rinnovato protagonismo dei cattolici democratici e popolari. Ed è evidente che servono strumenti organizzativi, a chi nel centro o nel Pd vuole passare dalle parole ai fatti. Accanto a ciò credo sia necessaria anche una iniziativa sul piano culturale e programmatico. Anche su una questione decisiva come quella energetica.

 

Mi domando: possiamo non vedere che lo sdoganamento della free energy finirà per cambiare completamente la narrazione sulla transizione ambientale?

 

Ciò metterà in enorme difficoltà la sinistra, tutta, quella storica e quella “per caso”, che aveva assimilato così bene la narrazione della decrescita felice, fatta di deindustrializzazione, di riduzione dell’economia alla sola quantità di energia prodotta con le rinnovabili, di restrizioni e divieti climatici resi più efficaci dalla sorveglianza digitale e dall’applicazione della cittadinanza a punti ecologica.

Ora, vogliamo lasciare che l’enorme sospiro di sollievo che ci sarà tra le classi che erano destinate a soccombere dalla transizione ecologica incentrata sulle sole rinnovabili, man mano che si avvicinerà il traguardo di una forma di energia funzionale allo sviluppo anziché all’impoverimento e all’aumento delle disuguaglianze, vada tutto a favore della destra?

 

Se non lo vogliamo, allora l’area di centro credo debba far sentire la sua voce in modo che gli elettori avvertano che sta dalla parte del cambio di narrazione. Non dalla parte della penuria programmata, ma dalla parte di una nuova prosperità interclassista, e compatibile con l’ambiente.

UNDICI PAROLE PER DARE GAMBE ALLA RISPOSTA  CHE SERVE AL TERMINE DELLA STAGIONE DEL POPULISMO.

 

Giorgio Merlo e Giuseppe Novero hanno dato alle stampe un prezioso volumetto (Edizioni del Lavoro) che assolve a un certo dovere di ‘ricostruzione’, quanto mai urgente, di cui s’individuano alcuni contenuti proprio al termine della fase corrosiva e sfascista del populismo. Oggi pomeriggio, alle ore 16, l’Istituto Sturzo accoglierà il dibatto tra Maria Elena Boschi, Marco Follini, Mons. Vincenzo Paglia, e Marina Velensise per mettere sotto la lente d’ingrandimento le riflessioni degli autori. Farà da moderatore il direttore di Rai Libri, Marco Frittella.

 

Redazione

 

Undici parole per rinnovare e rilanciare la politica italiana dopo la stagione populista. Anche se, purtroppo, il populismo continua ad essere massicciamente presente nella cittadella politica nostrana con il partito dei 5 stelle.

 

E il libro, dal titolo “Le parole che contano”, scritto da Giorgio Merlo e Giuseppe Novero con la prefazione di Luigi Sbarra e l’introduzione di Marco Frittella, attraverso 11 interviste ad altrettante personalità del mondo politico, culturale e religioso del nostro paese offre uno spaccato su come è possibile ricostruire il tessuto civile, la qualità della democrazia , la coerenza della politica e la credibilità delle nostre istituzioni.

 

Perché dietro ad ogni parola, come emerge dal libro, si profila una visione della società, un progetto politico e, soprattutto, una cultura politica ed una tradizione ideale. E proprio dalla centralità della parola e dalla sua importanza si deve e si può ripartire. Contro la riduzione della politica a pura propaganda, all’improvvisazione delle classi dirigenti e all’azzeramento dei partiti popolari e democratici. Si tratta, cioè, di riscoprire le nostre radici politiche e culturali anche attraverso la serietà delle parole e la coerenza di ciò che comporta evocandole pubblicamente.

 

E il libro di Merlo e di Novero contribuisce, seppur con leggerezza e realismo, al rinnovamento e alla importanza della politica in un contesto nazionale sempre meno ideologizzato e ancora profondamente sfregiato dalla deriva e dalla sub cultura del populismo grillino.