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Erano giovani e li hanno visti arrivare: Maiori 40 anni dopo.

L’idea è stata di Dario Franceschini. Semplice ma essenziale. E cioè, i delegati che si sono trovati a Maiori per il Congresso Nazionale del Movimento Giovanile della Dc del 1984 si sono ritrovatidopo 40 anni. Per fare un partito? Per avviare una riflessione dopo 40 anni di impegno politico e di militanza politica? O per fare una corrente – parlando con il linguaggio comune della prima repubblica – all’interno di qualche partito? Nulla di tutto ciò. 

La ragione di fondo dell’incontro sulla costiera amalfitana rispondeva solo ed esclusivamente ad una motivazione dettata dal ricordo e dall’amicizia. Quella vera, però e non quella dettata da ragioni burocratiche e protocollare. Certo, a differenza del ritrovo di qualche settimana fa a Firenze della vecchia FGCI con la presenza dei “sacerdoti” del solito caravanserraglio della sinistra ex e post comunista italiana,

quello di Maiori – com’era nella migliore consuetudine dei democristiani – è stato un incontro fra vecchi e giovani amici per ricordare i fasti di quella generazione approdata all’impegno politico negli anni ‘80 e che poi, almeno per alcuni di quelli, si è dispiegata lungo l’impervio e complesso

cammino della cosiddetta seconda repubblica. Un cammino che ha visto proprio quella generazione, ovviamente ancora unita a Maiori nella casa madre della Dc seppur spalmata nelle tradizionali correnti di quel partito, dividersi nella nuova e per certi aspetti singolare ed anacronistica offerta politica.

Ma, per restare all’incontro promosso da Franceschini a Maiori, quello che non si può non rilevare è che anche da una iniziativa che non prevedeva una riflessione politica ed organizzativa immediata, è emersa una precisa consapevolezza. E cioè, anche da un incontro semi conviviale e tra molti piccoli ma significativi conciliaboli, si può innescare la scintilla di un nuovo e certamente diverso impegno politico. È altrettanto ovvio che è del tutto inutile infilarsi in questi dettagli ma è altrettanto evidente che da una comune cultura politica, e storica, può ripartire un cammino di ricerca, di riflessione, di critica e quindi anche di azione che solo gli accadimenti concreti e la storia degli avvenimenti ci dirà dove collocarli politicamente. 

Perché a volte, come ci ricordava spesso l’indimenticabile Guido Bodrato, uno dei “maestri” della nostra generazione, “è la categoria della imprevedibilità a determinare gli accadimenti politici”. E l’incontro di Maiori con quasi 200 persone, al di là della volontà o dei desideri degli stessi partecipanti, rientra a pieno titolo proprio nel monito, severo ma realistico e sempre contemporaneo, di Guido Bodrato.

Ricordare Einaudi ricordando De Gasperi: siamo tutti loro debitori.

Ricorrono oggi 24 marzo, 150 anni dalla nascita di Luigi Einaudi, l’economista, il governatore della Banca d’Italia, il presidente della Repubblica nato a Carrù nel 1874, ma anche il grande intellettuale pubblico che tanto ha contribuito al progresso civile, oltre che economico, del paese. È l’occasione per ricordarlo. E, tuttavia, tutte le volte che ricordiamo Luigi Einaudi dovremmo ricordare Alcide De Gasperi, e viceversa. È infatti dalla loro convergenza, dal loro incontro, dalla loro intesa che venne tanta parte della ricostruzione materiale e morale del paese dopo la guerra. Ebbero accanto negli anni della guerra giovani di grande valore, come Guido Carli e Sergio Paronetto. “Forse per prudenza, forse per caso, De Gasperi ed Einaudi – ha scritto Carli nelle sue memorie – avevano costruito in pochi mesi una sorta di ‘costituzione economica’ che avevano però posto al sicuro, al di fuori della discussione in sede di Assemblea costituente”. In che cosa consisteva quella loro “costituzione economica”? In due pilastri: l’economia aperta e l’economia mista come fattori indispensabili per lo sviluppo del paese. 

La prima scelta, quella a favore dell’economia aperta, consisteva anzitutto nell’impulso da entrambi dato all’adesione alle istituzioni di Bretton Woods, cioè la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale, segno forte della collocazione geopolitica dell’Italia nel campo occidentale e della ritrovata immissione dell’Italia nell’economia internazionale; nonché nell’eguale impulso dato al processo di integrazione europea, nel quale entrambi sostennero con forza che occorresse partire dalla politica, e non dall’economia: e che la difesa europea avrebbe indotto ad avere un bilancio europeo, e il bilancio un parlamento. La seconda, quella relativa all’economia mista, consisteva nell’accettazione, sia pure a certe condizioni, della nuova economia pubblica, a cominciare dal mantenimento in vita dell’IRI e successivamente dalla creazione della Cassa per il Mezzogiorno. Istituzioni accettate e sostenute anche per la fiducia riposta in personalità straordinarie per integrità morale e competenza tecnica, su tutti Donato Menichella, che Einaudi definì un “tecnico insigne”. De Gasperi, Einaudi, Menichella: sono loro i grandi ricostruttori, e ad essi va aggiunto Ezio Vanoni. 

Ma c’è un’altra convergenza tra Einaudi e De Gasperi, che va al di là e che viene prima di quella pratica sulle concrete forme e opzioni della ricostruzione. Ed è la convergenza ideale di fondo, sia pure nella diversità dei loro percorsi intellettuali e politici. E la convergenza dice: la democrazia liberale si fonda sulle istituzioni e ha come fine la persona. Si legga il discorso di Einaudi in occasione del giuramento come presidente della Repubblica il 12 maggio 1948, in cui egli sostiene la necessità di “conservare della struttura sociale presente tutto ciò e soltanto ciò che è garanzia della persona umana contro l’onnipotenza dello stato e la prepotenza privata, e garantire a tutti, qualunque siano i casi fortuiti della nascita, la maggiore uguaglianza possibile nei punti di partenza”. Non possiamo, leggendolo, non rilevare l’affinità, l’idem sentire, il legame con il Testamento politico di De Gasperi (1942), in cui è forte la presenza di Paronetto: “la costituzione economica non si crea (…) con cieco automatismo delle forze libere in gara, come aveva sperato il liberalismo classico, ma si forma sotto il vigile controllo dello Stato che deve intervenire a disciplinare le forze libere e preservarle dagli uomini di preda”. In una lettera alla moglie, De Gasperi scrisse: “Ci sono uomini di preda, uomini di potere, uomini di fede. Io vorrei essere ricordato fra questi ultimi”. Einaudi e De Gasperi furono uomini di fede, capaci di quelli che Thomas Mann definì “investimenti di fede e di entusiasmo”, tipici dei costruttori e ricostruttori. Perciò, quando ricordiamo De Gasperi, ricordiamo Einaudi, e viceversa. Siamo tutti loro debitori.

 

Giovanni Farese

Giovanni Farese è professore associato di Storia dell’economia nell’Università Europea di Roma. É Managing Editor di The Journal of European Economic History e Marshall Memorial Fellow del German Marshall Fund of the United States. È autore di numerosi scritti sulle istituzioni e i protagonisti della ricostruzione, tra cui il volume Luigi Einaudi. Un economista nella vita pubblica (Rubbettino 2012).  

Roma, lunedì 25 marzo 2024, ore 11.00 – Sala della Protomoteca (Campidoglio). Il convegno, che si svolgerà alla presenza del presidente della Repubblica, ospiterà, dopo una prolusione del governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta, tre relazioni scientifiche di Giovanni Farese, Roberto Pertici e Angelo Maria Petroni. L’accesso alla sala è solo su invito. Sarà possibile seguire l’evento in diretta streaming su corriere.it

Un libro prezioso a ottant’anni dall’eccidio delle Fosse ardeatine

Il 24 marzo sono ottant’anni dalla strage delle Fosse Ardeatine. È difficile, forse impossibile, trovare uno studio o un libro sul massacro delle Fosse Ardeatine di cui si rendono responsabili i tedeschi – le SS di Herbert Kappler, Karl Hass, Erich Priebke, spietati criminali aguzzini – che non segua teoremi o ricostruzioni o montature succedutesi nel tempo, fin dai giorni immediatamente seguenti l’eccidio. Soprattutto è impossibile trovare uno storico che si interessi delle 335 vittime. Per i tre ufficiali delle SS sunnominati, le stesse vicende della cattura, della detenzione e, in un caso, dell’uscita dalla detenzione presentano regolarmente qualche lato apparentemente opaco, inspiegato, poco convincente. 

Si pensi alla grave rottura del patto di consultazione preventiva dei comunisti con le altre forze rappresentate nel CLN (nel cui comitato militare siedono Giuseppe Spataro per la DC è Giorgio Amendola per il PCI); oppure al sospetto di un preventivo accordo di massima tra Kappler e i comunisti per non mettere nel mirino una unità combattente operativa efficiente (vittime dell’attentato di via Rosella furono degli anziani ausiliari altoatesini: soggetti di serie B quanto a efficienza bellica); l’atteggiamento in quei frangenti altalenante e ambiguo di Giorgio Amendola, uno dei giovani capi militari comunisti, soprattutto nei momenti successivi all’attentato; l’ideazione tecnica dell’attentato da parte non di una figura di vertice, ma di un militante che aveva la ventura di abitare nei pressi del luogo dell’esplosione dell’ordigno; soprattutto, la circostanza che il 24 marzo precede di due-tre giorni il rientro in Italia di Palmiro Togliatti: in un certo senso, la situazione tragica creatasi con l’attentato e la successiva strage è il benvenuto riservato al capo (da notare che il coordinamento militare viene immediatamente dichiarato decaduto e lo stesso Comitato centrale del CLN rischia la rottura; per fortuna, Togliatti arriva appena in tempo – il 27 marzo -, sconfessa nella sostanza i suoi e rimette insieme i cocci del vaso infranto). 

Invece, con il nuovo libro di due valenti storici,Mario Avagliano e Marco Palmieri (Le vite spezzate delle Fosse Ardeatine, Einaudi) anche le vittime salgono agli onori della storia.

Un passo indietro. All’epoca, nel 1944, Giulio Einaudi ha da poco iniziato la sua attività di editore. Per la selezione dei titoli apparsi nell’editoria mondiale e da portare a stampa in Italia si avvale, nelle materie società ed economia, della consulenza di due giovani amici cattolici: Franco Rodano, il leader della Sinistra Cristiana fortemente legato a Palmiro Togliatti, e Sergio Paronetto (quest’ultimo amico anche di suo padre, il grande economista Luigi, di suo fratello, l’ingegnere siderurgico Roberto, che fa il commissario-presidente dell’IRI per le province liberate dell’Italia centrosettentrionale, e di un suo cugino di secondo grado, l’ingegnere dell’IRI Agostino Rocca che fa il patron di industrie importanti come la Finsider, la Dalmine, la SIAC e l’Ansaldo). 

Gli autori Avagliano e Palmieri hanno fatto una operazione di concezione semplice, giusta, necessaria; finora – guarda caso – trascurata: la raccolta delle biografie dei 335 caduti. Dalla lettura di queste si sprigionano una pluralità di significati e profili che fissano in qualche modo il significato di quella che fu la terribile denegazione dell’umanità perpetrata dai militari tedeschi, in preda alla barbarie nazista, con l’aiuto dei loro scherani italiani fedeli al regime di Salò. Gli autori pongono la questione di chi e cosa fosse l’Italia contro la quale si muove la distruttrice ex disumana macchina nazista. Viene ricostruito un complesso mosaico che però fornisce un’identità sufficientemente precisa a un gruppo: non si tratta di partigiani (soltanto), di ebrei  (soltanto), di oppositori del regime (soltanto), di ricchi  (soltanto) o di poveri (soltanto), di anziani o di giovani  (soltanto): è uno spaccato della popolazione; hanno in comune il fatto di formare l’Italia reale, comprese quelle poche unità di stranieri che vengono aggregati ai votati al massacro.

Il metodo con cui sono state messe insieme le biografie costituisce motivo di peculiare interesse: c’è naturalmente la ricostruzione personale di tipo narrativo; ma soprattutto c’è la spremitura di ogni possibile ragguaglio biografico proveniente dagli archivi pubblici: ad esempio, anche dalla lettura del casellario giudiziario e degli atti giudiziari. Nulla dunque che possa essere legato al mito. Nella letteratura storiografica legata agli eventi formativi della epopea antifascista si trovano spesso ricostruzioni che, pur non potendo negare loro validità in assoluto, hanno nascosto dietro appunto al mito molteplici aspetti nello stesso filone, ma distinti: ad esempio, l’azione militare anti-tedesca; l’azione anti-regime; l’azione di ripristino della libertà e della democrazia. L’uso apodittico e pervasivo della categoria dell’antifascismo può in più di un caso essere stato in tutti questi decenni ingannevole. Tale genere di scelta di precisazione produce effetti storiografici anche notevoli: per dire, chi ha mai messo in primo piano che tra i trucidati ci furono anche dei fascisti (ex)? Dei militari, dei poliziotti, dei carabinieri? Degli adolescenti? La categoria dell’antifascismo – forse effetto, più che causa, della strage delle Fosse Ardeatine – ha offuscato la speciale qualità plurale delle vittime, unificandola sotto un protocollo unitario eccessivamente sommario: che è andato a ricoprire anche le vittime quindicenni o i passanti sorpresi dalle parti di via Rasella subito dopo l’attentato. Addirittura, da parte degli illustri presentatori del libro a Palazzo di Firenze, sede della Società Nazionale Dante Alighieri, sono stati avanzati dubbi circa la validità del (complesso) concetto di guerra civile in Italia dal 1943 al 1945. Ora, con l’opera di Avagliano e Palmieri possiamo inforcare gli occhiali giusti per leggere la storia, quelli agostiniani del Vero e quelli della verità-realtà delle vittime (che, per non essere primariamente parte di una formazione in campo, sono tanto più nostri fratelli; e che, nella lettura del libro, avvertiamo come tali). 

Allora, quello che affascina nell’opera di Avagliano e Palmieri è un triplice elemento: la ricostruzione storiografica, che si uniforma alla freddezza solo apparente della ricerca negli archivi, è un dato da salutare positivamente (l’esame del libro riserva continuamente al lettore momenti di autentica commozione; il rigore del metodo non esclude affatto l’emotività di fronte alla restituzione degli avvenimenti); quindi, la fuoriuscita definitiva dall’ideologia – ideologia d’antan -, da salutare altrettanto positivamente; infine, il coraggio di fare la scelta di sottolineare l’importanza delle biografie, sia pure quando i coprotagonisti sono tanti e sono persone normali, senza un ruolo volontario decisivo. 

Non è dunque il racconto della realtà storica a dover inseguire il pensiero dello storico, ma è quest’ultimo a doversi adattare quanto più possibile alla molteplicità pluralistica delle risultanze della ricerca. Più molteplicità irriducibile di quando si fa storia biografica di persone invece che storia di idee, è difficile trovare; ed è ancora più difficile averne ragione elaborando il materiale trovato. Il libro, esemplare sotto il profilo metodologico, è augurabile che sia seguito da tanti altri saggi di storia in cui abbondino le biografie dei tanti coprotagonisti. Sarà così che riusciremo meglio a comprendere – e a utilizzare positivamente – fenomeni storici che ci hanno coinvolto e riguardato come collettività; ma che ci scoraggiano perché i protagonisti sono tanti e sconosciuti. Personalmente amerei che ci si esercitasse di più e meglio con un evento complesso come la ricostruzione postbellica italiana. Dovremo fare uno sforzo. Ma alla fine potremo sapere a chi dobbiamo essere riconoscenti.

L’attacco a Mosca unisce il mondo nella condanna del terrorismo

Di fronte all’attacco terroristicco avvenuto ieri sera a Mosca presso la sala da concerti più grande della città, la Crocus City Hall, con un bilancio di più di 60 morti e 140 feriti, la comunità internazionale si è dimostrata unita nel condannare questa strage di civili, che ne richiama alla memoria altre, avvenute in Europa, in particolare quella del 13 novembre 2015 al teatro Bataclan di Parigi. L’attentato di ieri però si inserisce in un contesto molto più delicato e incandescente di quello dello scorso decennio, nel bel mezzo del conflitto in corso in Ucraina. Il governo di Kiev si è detto subito totalmente estraneo e privo di responsabilità per quanto accaduto nella capitale russa. È giunta poi una rivendicazione dell’Isis, per la quale ancora a tarda sera si valatutava l’attendibilità.

La ferma condanna anche da parte dei Paesi occidentali, manifesta la volontà degli stati e delle organizzazioni internazionali come UE e Nato di mantenere il controllo della situazione a fronte dell’azione spregiudicata di forze oscure, in quanto al momento non ancora identificate, che invece stanno puntando a gettare benzina sul fuoco del conflitto russo ucraino. Insieme alle vittime che ha prodotto, è questo l’altro grande danno che l’attentato a Mosca tende a provocare. Quello di logorare ancor di più le relazioni e la fiducia fra gli stati, di fare sembrare ancora di più di quanto già molti dicano, la guerra come unica via da percorrere. Per questo, come ha ricordato l’ambasciatore Riccardo Sessa, presidente della Sioi, in un commento a caldo a Tg2 Post, la cosa più importante in queste ore è mantenere nervi saldi, lucidità, non giungere a conclusioni affrettate, non fare dietrologie che potrebbero condurre a sviluppi fuori controllo, ma attendere il procedere delle indagini e l’emergere di un quadro di valutazione con maggiori e più fondati elementi. 

Una prova di responsabilità che devono dare tutte le parti, in particolare lo stato colpito, la Russia, che dovrà dimostrare di saper evitare di strumentalizzare questa strage in relazione all’andamento della guerra di aggressione che conduce in Ucraina. Questo attentato mette a durissima prova la capacità degli stati di non lasciarsi travolgere dagli eventi, rafforzando la reciproca fiducia, e nel contempo sembra costituire un avvertimento, non difficile da interpretare quanto al fine che vorrebbe ottenere, circa il rischio che azioni mirate di forze e gruppi particolari possano tentare, in una fase così tesa come l’attuale a livello internazionale, al di là della volontà delle istituzioni, di forzare la mano o addirittura di fare deragliare la catena degli eventi verso direzioni che nessuno, ovvero nessun potere legalmente costituito intende imboccare.

L’impegno comune a tutta la comunità internazionale, come ha ricordato il presidente Sergio Mattarella, a combattere ogni forma di terrorismo, è la prima e migliore risposta che si possa dare a crimini come quello commesso nel teatro moscovita, facendo diventare un brutale atto terroristico un’occasione per ribadire i valori fondamentali alla base delle relazioni fra i popoli e i loro legittimi rappresentanti, anche in un mondo caratterizzato dalla presenza di molti conflitti in corso e da una non ancora lineare ricerca di un nuovo ordine globale che garantisca stabilità, pace, giustizia e inclusività per l’avvenire.

 

P.S. Molto ferma la condanna di Yulia Navalnaya: “Condoglianze alle famiglie delle vittime – ha scritto su X – e auguri di pronta guarigione ai feriti. Tutti coloro che sono coinvolti in questo crimine devono essere trovati e chiamati a rispondere delle loro responsabilità”.

La Voce del Popolo | Salvini e l’applauso all’elezione di Putin.

Non si capisce quale demone politico abbia spinto Salvini ad applaudire la rielezione di Putin. Se l’applauso sia figlio di una convinzione (che lo accomuna a una fitta schiera di dittatori in giro per il mondo). Oppure sia l’espressione di un legame che a questo punto non può più essere reciso. In ogni caso la sua voce appare agli antipodi del posizionamento internazionale del paese e del governo di cui fa parte. 

Resta da capire, appunto, il perché. E soprattutto da immaginare il dopo. È evidente che una posizione così lontana dal senso comune e dagli obblighi di coalizione presuppone una scommessa. Cioè che vi sia nel paese un dubbio tanto forte sulle nostre alleanze globali da spingere un partito come la Lega a schierarsi quasi agli antipodi della premier e del ministro degli esteri. Magari confidando di trovare spazio lungo quell’asse gialloverde che segnò l’inizio della scorsa legislatura (il Conte uno, per intenderci) e che pure non portò a lungo andare una così soverchia fortuna al Carroccio. 

A prenderlo alla lettera sembra quasi che Salvini stia scommettendo sulla fine dell’alleanza di cui fa parte. E che ancora una volta, come appunto nella scorsa legislatura, egli preferisca scommettere sullo scontento del paese piuttosto che sulla riuscita del governo di cui fa autorevolmente parte. 

Scelta umorale, di pancia si direbbe. Che va contro le consuetudini altrui e forse anche contro il proprio interesse. Si vedrà a questo punto se la Lega – il partito più antico sulla piazza – lo asseconderà o se invece da quelle parti si aprirà un confronto come accadeva un tempo nei partiti ancora più antichi.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 21 marzo 2024

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

La cartina di tornasole della politica estera

Verrebbe quasi da dire “c’era un tempo”… In effetti, quando la vita pubblica italiana non era ancora stata infestata dal populismo demagogico, qualunquista e anti politico, la politica estera era il crocevia decisivo e discriminante per la costruzione delle alleanze da un lato e per la stessa definizione del profilo politico dei partiti dall’altro. E proprio attorno alla politica estera, principalmente, si costruivano i governi e gli assetti. 

Erano altri tempi? Certamente sì, ma in ogni fase storica l’orientamento politico di un partito sulla politica estera non è mai stato una variabile indipendente ai fini del suo progetto e del sistema di alleanze che voleva costruire per concorrere al governo del paese.

Non stupisce, pertanto, che anche oggi – seppur in un contesto politico ancora fortemente caratterizzato dalla sub cultura populista di marca grillina e salviniana – sia proprio e ancora la politica estera ad essere un fattore decisivo per misurare la credibilità di una ricetta politica e, soprattutto, l’affidabilità democratica di un paese come il nostro. E, non a caso, la Premier Giorgia Meloni ha fortemente caratterizzato l’avvio del suo governo su questo versante dando l’impressione, e non solo l’impressione, di ancorare il nostro paese ad un quadro di alleanze chiare, nette e coerenti. Senza balbettamenti, reticenze ed ambiguità. 

Dopodiché, le singole scelte di politica interna saranno discutibili, e certamente opinabili, ma sulla collocazione del nostro paese nello scacchiere europeo e mondiale e, soprattutto, sulle concrete prese di posizione, l’Italia in questi ultimi mesi ha centrato gli obiettivi principali.

Altro che populismo giallo/verde! Se dovessimo avere come riferimento il populismo anti politico del partito di Conte e di Grillo da un lato o lo strampalato sovranismo della Lega salviniana dall’altro, il nostro paese sarebbe inesorabilmente esposto al vento dell’instabilità, del pressappochismo, dell’improvvisazione e di un pericoloso ed inquietante discostamento dalle storiche coordinate che hanno sempre caratterizzato la politica estera italiana. Ed è indubbio che questo è anche, e soprattutto, merito della Premier Meloni.

In ultimo, e non per ordine di importanza, va pur detto che il recupero di credibilità e di autorevolezza della politica, dei partiti e dei rispettivi progetti di governo passa anche, e soprattutto, attraverso la chiarezza sulle grandi scelte in politica estera. Non a caso, come ricordano tutti coloro che hanno ancora frequentato i grandi partiti popolari e di massa del passato, ogni riflessione locale e nazionale di un qualsiasi direttivo di partito partiva sempre da una ricognizione sul contesto europeo ed internazionale. 

E questo per la semplice ragione che quando ci sono incertezza ed ambiguità su questo fronte difficilmente si riesce poi a perseguire un progetto politico e di governo credibili anche sul versante nazionale. Ebbene, dopo la sbornia populista grillina e leghista, forse si intravedono all’orizzonte i segnali di una lenta, ma inarrestabile ripartenza della politica e dei suoi istituti principali.

Un quadro instabile a destra, un disegno tormentato a sinistra.

Il più mobile tra Salvini e la Meloni è certamente il primo. Infatti, s’intuisce come dei suoi piccoli e grandi ricatti ce ne sia uno che tiene di riserva (a meno che non esploda il caso Santanchè) per quando tutto sarà perduto: dissociarsi dal premierato, la proiezione dei sogni della Meloni, in verità con l’unico precedente in Israele ed in breve fallito. 

Ora, dopo aver tentato di aprirsi un varco a livello europeo, incalzando sull’estrema destra la Meloni, Salvini gioca in nome del miraggio della pace la carta di Putin, ieri colpito in casa da un grave attentato terroristico, con una singolare argomentazione: è stato votato e va rispettato. Non valgono le obiezioni circa il mancato rispetto delle normali regole di democrazia. È un atteggiamento spregiudicato che segnala il degrado di chi per il potere, senza nessuna riserva morale, è pronto a giocarsi tutto, anche il suo popolo – modello Putin, appunto. 

La frase usata per legittimare il nuovo Zar (“L’hanno votato ed è tutto in regola”) finirà per tornargli addosso come un boomerang: “Non hanno votato te, in Italia”. Si va delineando perciò un rischio molto serio. A meno che in Europa non dovessero risultare determinanti i populismi sovranisti, il destino di Savini è pressoché segnato. Emerge con chiarezza allora il perché la Lega abbia tutto l’interesse a un cambiamento di rotta prima delle elezioni europee, proprio per non perdere consensi a vantaggio di Fratelli d’Italia e Forza Italia.

I margini di manovra sono stretti e la Meloni, forte dell’abbraccio con Ursula von der Leyen, mostra di poter contenere l’offensiva salviniana. In questo quadro non fa meraviglia che il leader dei 5 Stelle, Giuseppe Conte, sia stregato da un ritorno della Lega alla sua vocazione movimentista, con l’evidente tentazione di far saltare il banco del governo. È però un’attesa carica di equivoci, oltretutto cedevole alla imprevedibilità di Salvini. Per questo la preoccupazione di Elly Schlein per una implicita sudditanza politica, tale da bloccare l’evoluzione faticosa del “grillismo”, riassume e descrive il disagio esistente nell’area progressista. A destra e a sinistra non mancano i problemi.

Con Paronetto nasce l’Italia a guida democratico cristiana

Il 20 marzo 1945 moriva a soli 34 anni un grande italiano, Sergio Paronetto. Vicedirettore generale dell’IRI, collaboratore strettissimo del direttore generale Donato Menichella, allievo e amico di Giovanni Battista Montini – per lui sempre “don Battista” -, colonna dell’associazionismo cristiano e cofondatore del Movimento Laureati Cattolici, caporedattore della rivista Studium. Il valtellinese Sergio Paronetto sarà il principale ispiratore di Alcide De Gasperi – nella profetica convinzione che il leader trentino fosse l’uomo destinato a tirare l’Italia fuori dalle distruzioni e dal sottosviluppo – provvedendo a trasferire al politico di trent’anni più anziano gli elementi di formazione, di competenza e di valutazione per porsi alla guida del processo di rinascita economica e civile del Paese distrutto. 

Il 20 marzo 2024 si sono ritrovati sulla tomba di Sergio Paronetto a Roma alcuni studiosi della sua figura, i quali hanno attorniato monsignor Vincenzo Paglia chiamato a celebrare una messa in suffragio per l’anima del funzionario spirato 79 anni fa. La prima lettura della messa del giorno, tratta dal libro del profeta Daniele, appare straordinariamente pertinente alla vicenda umana del giovane valtellinese. In essa si narra di un capo di Stato e di governo molto sicuro di sé e del proprio smisurato potere, che minaccia tre sudditi ebrei (vengono identificati chiamandoli con il loro nome) i quali si rifiutano di obbedire all’ordine di adorare un dio inventato dal tiranno, proposto e imposto a tutti. Al rifiuto, il tiranno al colmo dell’ira descrive il supplizio da lui pensato per i tre. Viene presentata una macchina che è una fornace regolabile, dove si può comandare l’intensità della fiamma e anche l’altezza cui possono giungere le lingue di fuoco (49 cubiti). 

Ostinati nel loro rifiuto, i tre vengono chiusi nella fornace ed esposti alle fiamme. Miracolosamente, il fuoco e le alte temperature non li aggrediscono. Invano viene comandato di alzare al massimo la potenza distruttiva dell’ordigno. Il tiranno vede che a restare integri nella fornace, oltre ai tre c’è anche un misterioso quarto uomo: ne rimane stupefatto ed essendo un politico e intendendo il significato dell’evento e la sconfitta del proprio potere, cambia rapidamente partito. Il quarto uomo è un angelo, inviato dal Dio dei tre. Il Dio dei tre ha prevalso. Tanto vale mettersi dalla sua parte. Per suo ordine i tre vengono liberati. Il passo di Daniele si conclude proprio con le parole del tiranno

“Nabucodònosor prese a dire: «Benedetto il Dio di Sadrac, Mesac e Abdènego, il quale ha mandato il suo angelo e ha liberato i servi che hanno confidato in lui; hanno trasgredito il comando del re e hanno esposto i loro corpi per non servire e per non adorare alcun altro dio all’infuori del loro Dio».

L’omelia di mons. Paglia ha proposto che la fornace sia la guerra, il periodo 1944-1945, i tre ebrei fedeli siano il popolo italiano, l’angelo-quarto uomo sia Sergio Paronetto, la dittatura sia quella del non pensare al “dopo” con le competenze necessarie, la desertificazione del pensiero umano, quasi la sua fuga invigliacchita davanti alle situazioni difficili che uccidono la speranza. Il messaggio del profeta Daniele è la conversione rispetto a ciò che ci tiranneggia. 

Qual è la competenza che Paronetto riesce a mettere in campo, convincendo De Gasperi, Montini e Pacelli? Lo studio serio dell’agire umano: l’agire sociale, l’agire economico, l’agire politico, ciascuno con le sue categorie; da qui la prospettiva – e l’urgenza – di fornire, in momenti storici particolari, i principi per i rispettivi ordinamenti di cui la società civile, quando è reduce da una catastrofe, ha assoluta necessità: l’ordinamento sociale, l’ordinamento economico, l’ordinamento politico. L’azzeramento prodotto dalla fornace della guerra esige che siano enunciati con coraggio i nuovi principi. I cardini irriducibili sono la libertà politica, la libertà economica, la democrazia politica, la democrazia economica. Nessuna delle quattro può sussistere senza le altre tre. 

Ma c’è un presupposto vitale per tutte, irrinunciabile: la pace. E la pace vuol dire scelta di collocazione internazionale e capacità di affrontare il vincolo esterno. Questo è quello che formerà la religione civile di De Gasperi nel porsi il problema della ricostruzione del Paese. Paronetto quasi impone al leader trentino di porsi un’unica pregiudiziale per la propria azione, la “pregiudiziale ricostruttiva”. La morte precoce, giovanissimo (34 anni), lo coglie alla fine del processo di trasferimento a De Gasperi e a Montini della sua opera di pensiero: sul suo letto di morte giacciono le bozze dei due scritti che sintetizzano le passioni della sua vita: quelle, liberate, del Codice di Camaldoli (vero titolo: Principi dell’ordinamento sociale) e quelle dello statuto riformato dell’IRI per la nuova Italia democratica. Per la quale Paronetto inventa il disegno della nuova economia pubblica. I suoi fraterni amici Giorgio La Pira, Ezio Vanoni, Meuccio Ruini svolgeranno in Assemblea Costituente l’azione che porterà agli articoli 11, 41, 47 e 99: articoli “paronettiani” della cosiddetta costituzione economica.

De Gasperi ripeterà più volte a Pietro Scoppola: “Io devo moltissimo, se non tutto, a Sergio Paronetto”. E l’amico nonché concittadino Ezio Vanoni, in un articolo per i dieci anni dalla scomparsa, ripeterà un concetto analogo e lo definirà “amico e maestro”.

Bari, triste lo spettacolo di una politica prigioniera del trasformismo

Prima di formare un Governo forse si dovrebbe anche guardare al nome dei suoi componenti. Il Ministro Piantedosi sta passando come un piantagrane in quel del Comune di Bari. Dosi di sospetti e di proteste animano la politica nazionale. 

La vicenda è nota. C’è attenzione per infiltrazioni di criminalità organizzata in una municipalizzata del Comune pugliese e quindi si ventila l’ipotesi che quella città possa essere commissariata. C’è chi protesta perché scorrettamente in qualche modo il Governo vuole espiantare di forza la volontà espressa dai baresi e chi invece lancia allarmi per forme di compromissione di voti di scambio con ambienti malavitosi in occasione dell’ultima elezione amministrativa del capoluogo delle Puglie.

Si andrà avanti nelle polemiche per un tempo infinito senza arrivare al nodo del problema. Per adesso ci si può intanto soffermare sui nomi e sul clamore che sta assumendo la vicenda. Sotto l’occhio del ciclone è finita la consigliera comunale Mari Carmen Lorusso. Suo padre, Vito Lorusso, che nella vita fa il primario, fu arrestato perché chiedeva le tangenti ai malati di cancro per anticiparne le cure. 

Per quanto è dato comprendere, nel quadro delle misure cautelari si conta anche il marito della Lorusso, Giacomo Olivieri, ex consigliere regionale, che ha alle spalle la militanza in quasi tutti gli attuali partiti dell’arco parlamentare, forse per simpatia dell’arbitro internazionale di giochi senza Frontiere, Gennaro Olivieri, per cui si deve essere imparzialmente di tutti e di nessuno.

Carmen è un gran bel nome. D’istinto ci richiama alla nostra brava Carmen Russo, donna che per mestiere balla e recita, insomma fa spettacolo. Forse ha mosso invidia alla Lorusso che non vuole sentirsi seconda sulla scena del mondo. La Carmen politica non ha infatti mancato di fare mostra di sé. Dalle cronache si legge della sua passione per la mondanità e lo stile da influencer, spesso ritratta accinta al tennis, all’equitazione, al mare, alle feste e quant’altro ancora nelle località frequentate dai Vip.

Tutto questo, va detto, non è peccato ma stride con l’esemplare compostezza di un Aldo Moro, se si pensa alla sua foto in doppiopetto sulla spiaggia con i figli, malgrado il tempo estivo.

C’è per qualche verso qualcosa a che vedere con l’impudenza e l’ambizione della bella zingara della Carmen di Bizet, che da semplice sigaraia, pian piano, trova una sua affermazione nella società che conta, intrecciando una storia d’amore con il famoso torero Escamillo. Prima ancora Carmen, priva di scrupoli e forte della sua avvenenza, tenta di corrompere il brigadiere Don Josè, mandandolo poi in rovina. Poco a che fare, comunque, con il nome Carmen, la cui origine etimologica è di “giardino di Dio”. Qui ci si muove tra gli ulivi pugliesi che sembrano attaccati da qualche parassita non proprio da sottovalutare.

La Lorusso è stata eletta inizialmente nella lista di centro destra “Di Rella Sindaco” per poi passare, secondo buon costume, tra le forze di maggioranza. Del resto, il trasformismo è esercizio quotidiano in politica e non solo in ambito parlamentare. Trasformare indica saper andare oltre la propria forma, sapersi evolvere cavalcando le convenienze del momento. 

Suona un po’ di trasgressione ma ormai più nessuno ci fa attenzione. Si tratta di trasferire la propria esperienza in altri campi e…tutto va bene Madama la Marchesa. Al giorno d’oggi occorre essere movimentisti: ”Movimento, movimento, Movil” urlava Gino Bramieri in una vecchia pubblicità.

Invece di subito dolerci rumorosamente sulla questione, scandalizzandoci per i 130 arresti disposti dalla Magistratura, non un numero del tutto insignificante, sarebbe utile arginare il fenomeno dei cambi di casacca con una valutazione, se non a monte, almeno a valle di queste peregrinazioni.

Non si può negare ad ogni eletto il diritto di indirizzarsi nel tempo per come crede, in omaggio ad una autonoma decisione suggerita dalla opportunità politica del momento.  I partiti, dopo l’intervento dei giudici, piuttosto che sbraitare a favore o contro il Governo, avrebbero in mano uno strumento risolutivo per evitare atteggiamenti di eccessiva disinvoltura di un personale politico non sempre all’altezza della situazione e non sempre motivato da battaglie ideali.

Soprattutto in ambito locale, quel che resta dei Partiti, prima di comporre le liste, dovrebbe banalmente vagliare la storia di ogni candidato del quale non è difficile conoscerne modi, costumi e frequentazioni. Il raccatto dei voti non giustifica una certa bonarietà nel valutare i requisiti di questo o quell’aspirante a ruoli di rappresentanza politica. Ancor dopo, al consigliere comunale o regionale che chieda di cambiare formazione politica, il nuovo partito di eventuale “accoglienza” potrebbe negare la propria disponibilità a rimpinguarsi di ulteriori partecipanti.

Osservando banalmente una accortezza di questo tipo si porrebbe fine a spettacoli indecorosi che fanno diventare rossi dalla vergogna i partiti oggi starnazzanti per le imprese della Lorusso, ma tutti invece puntualmente immersi nella ipocrisia dei piccoli vantaggi elettorali al tempo di ogni competizione elettorale. Appare questo il fuoco vero della vicenda su cui riflettere mentre, distintamente, la giustizia farà il suo corso.

E il Procuratore di Bari fa per cognome Rossi. Rosso di sera…

Un conto è dire, un conto è dare.

Si sostiene che in epoca di consolidato relativismo etico e culturale ogni cosa detta o pensata possa valere il suo contrario. Mi pare che questo assioma sia estensibile all’intera storia dell’umanità e vada pure bene per le faccende più strettamente aggiornate ai nostri tempi e magari anche per quelle nostrane.

Da sempre una guerra può essere combattuta in nome della pace, un delitto può essere commesso per amore, si può rovinare una persona per fare giustizia.

Come si dice in gergo: le attenuanti generiche più spesso prevalgono sulle aggravanti del caso.  È tutta una questione di punti di vista. Nominiamo le cose, le azioni, i sentimenti, i valori e li definiamo bene in modo che possano circolare nel linguaggio condiviso ma ci rendiamo molto liberi quanto alla loro concreta realizzazione.

Trovo una più disinvolta applicazione di questa regola non scritta nei comportamenti collettivi dei giorni nostri, sarà forse un corollario della democrazia moderna. Questa società si alimenta voracemente di parole: programmi, proclami, manifesti, progetti, accordi, intese, condivisioni, dibattiti, commenti, relazioni, analisi e sintesi. Un’ostensione, una prevalenza, un trionfo della parola. Una preponderanza della teoria sulla pratica.

Credo che il motivo di tante difficoltà, di tante incomprensioni e di tanta incontenibile insoddisfazione esistenziale risieda proprio in questa dicotomia tra il dire e il fare, meglio tra il dire e il dare. Perché la differenza tra parole-pensieri e azioni non è esente dalle contaminazioni del nostro egoismo personale.

Mettere la persona al centro degli interessi e delle attenzioni sociali significa collocare noi stessi nell’ombelico dell’umanità: questo è il vero, prevalente punto di partenza per considerare la realtà. Vogliamo bene al mondo quando trattiamo di teoria e vogliamo un po’ più bene a noi stessi quando la mettiamo in pratica.

Siamo sempre piuttosto indaffarati nel rintuzzare gli inganni della vita. Si comincia con la politica che è il capolavoro della doppiezza e della simulazione, ma soprattutto è l’espressione più alta dell’autoreferenzialità eretta a sistema, c’è infatti un linguaggio adatto per ogni circostanza, dalle promesse elettorali ai ripensamenti in itinere, alla generosa distribuzione delle colpe agli avversari.

Si prosegue nel privato e non son certo rose e fiori.

Se la calunnia è un venticello, l’invidia è uno “tsunami”: non possiamo assolutamente sopportare che qualcuno stia meglio di noi, infatti ci sono sempre ammende, critiche, osservazioni, distinguo. Magari ammantando il tutto con un edulcorato perbenismo: gli sciroppi dei convenevoli vengono elargiti con disinvoltura e le pugnalate più efficaci sono in genere quelle date alle spalle.

La reciproca diffidenza rallenta e spegne le relazioni interpersonali, le svuota della loro gratuita spontaneità: ci vuole una certa tattica sapendo che l’interlocutore può diventar nemico. Intorno a un tavolo o in un’assemblea ci infervoriamo sempre per i valori condivisi: se deve uscire un documento bisogna far vedere che ci battiamo per la pace e la giustizia, per l’uguaglianza e la libertà. Mettiamoci pure la democrazia, non si sa mai, potrebbe offendersi qualcuno. Poi, liberi tutti.

Basta seguire i fatti di cronaca per cogliere gli ondivaghi atteggiamenti del grande pubblico: prima uno è assassino, punto e basta. Ragionandoci su (la saggezza popolare è maestra di vita) si trovano moventi e dettagli: alla gogna, alla forca. Alla fine magari si battono le mani: poverino, aveva sofferto da piccolo. Ma anche nella più mediocre normalità ci sono spunti per conferme e smentite, per pareri e condanne, per assoluzioni e falsità.

L’importante è parlar sempre male degli altri, le nostre faccende – grazie a Dio – sono un’altra cosa. Dire si può tutto, dare…un po’ meno.

Nascita della liberal-democrazia, impossibile senza il cristianesimo.

Europa senz’anima? Politica, cristianesimo, scienza (Scholé, 2024, pp. 146) è solo l’ulteriore tappa di un lungo cammino che ha visto Dario Antiseri e Marcello Pera procedere per lunghi tratti insieme, incontrandosi e distinguendosi. Entrambi filosofi della scienza, studiosi di Karl Popper e del liberalismo, autori sempre attenti al rapporto tra scienza e fede. A loro dobbiamo la pubblicazione di questo libro, un dialogo appassionato, a partire da una domanda che Antiseri pone a Pera: «Un’Europa scristianizzata è ancora Europa?». È forse proprio questo il cuore del libro e il fulcro di un dialogo che nasce dalla lettura, da parte di Antiseri, del libro di Pera dedicato ad Agostino, pubblicato da Morcelliana nel 2022: Lo sguardo della caduta. Agostino e la superbia del secolarismo.

Il libro si articola in due parti; la prima è curata da Antiseri e la seconda da Pera. Nella prima parte Antiseri si concentra su tre aspetti, dai quali emergeranno tre distinte domande. Innanzitutto, Antiseri riflette sui fallimenti di una ragione autosufficiente e sullo spazio della fede; in secondo luogo, l’Autore si concentra sul liberalismo di Agostino e sull’Europa di oggi; infine, il filosofo analizza il rapporto tra scienza e Scrittura in Agostino e in Galilei. Come abbiamo scritto poc’anzi, da questa complessa analisi su fede, politica e scienza, emergono tre domande che Antiseri pone a Pera. In primo luogo, si solleva la questione del relativismo e della conseguente scelta di credere; domanda Antiseri: al pari del credere, «l’ateismo non è forse l’esito di una decisione e non la conclusione di un’argomentazione scientifica?». In secondo luogo, con riferimento al tema agostiniano della “caduta”, Antiseri pone a Pera una domanda cruciale: «Questi consigli sono consigli utili perché validi, e validi in quanto conseguenze di una fede che è verità, oppure sono utili in quanto sorprendentemente d’accordo con prese di posizioni filosofiche, morali, politologiche già fatte proprie ed abbracciate per ragioni ben diverse da quelle religiose?». Infine, la questione della scienza, Antiseri domanda a Pera: «“Dio creò il mondo…” è una forma di sapere o il primo dogma di fede del Credo dei cristiani?».

Cruciale nella riflessione di Antiseri è un passaggio dell’intervista rilasciata dall’allora cardinale Ratzinger ad Antonio Socci nel 2003. In questa intervista, il futuro papa, riprendendo un passo del suo libro Fede, verità e tolleranza (Cantagalli, 2003) ebbe modo di ribadire che il relativismo in politica è il benvenuto perché ci vaccina dalla tentazione utopica, impedendo l’identificazione di una qualsiasi religione con lo Stato e concludendo che la visione liberal-democratica non sarebbe mai potuta nascere senza l’avvenimento cristiano che ha diviso i due mondi, ponendo i presupposti di una nuova libertà

Alle domande di Antiseri, Pera risponde in maniera accurata, non tralasciando nulla e non nascondendo il disaccordo dal suo interlocutore. Rispetto al relativismo, Pera ritiene che se la morale cristiana si presenta come la più adatta a mantenere la concordia e l’ordine liberale, quelle che la contrastano andrebbero respinte; è lo stesso Pera ad ammettere che non si tratta di un argomento razionale in termini tecnici, ma sposta l’onere della prova nel campo di chi si oppone al cristianesimo. In merito alla seconda questione, Pera sostiene che liberalismo e cristianesimo sono “congeneri”, di conseguenza appare impossibile, se non suicida, distaccarli. Pera distingue tra credere nella fede cristiana e credere nella cultura cristiana e, sebbene ammetta che non si possano distinguere, chiede che si possa sospendere il giudizio su questo o quel dogma, senza per questo rifiutare il cuore del cristianesimo: «il messaggio della Croce». Infine, nel rapporto tra scienza e religione cristiana, Pera sostiene che sebbene Agostino avrebbe apprezzato Galilei, di certo non l’avrebbe seguito. In breve, così come nel campo della politica, anche in quello scientifico, la fede cristiana può rappresentare una preziosa pietra d’inciampo rispetto alle pretese assolutistiche della ragione scientifica e così limitarsi a vicenda.

È probabile che Antiseri non abbia convinto Pera e che Pera non sia riuscito a convincere Antiseri, ma non era certo questo l’obiettivo del dialogo, come conclude lo stesso Pera: «Avrò convinto Dario Antiseri? Forse no o non completamente. Ma abbiamo discusso. E questo è un dono prezioso».

 

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Roosevelt, il profeta della civiltà nuova.

Chi è e che pensa questo Roosevelt, che col suo abbondante sorriso di ottimista, ma anche con la sua formidabile attrezzatura del suo Brain Trust, della sua N.I.R.A., dei suoi mille tecnici, con un apparente semplicismo che è stato definito fanciullesco, ma con poteri e responsabilità inauditi, afferma con una invidiabile sicurezza, di voler ridare l’ordine e la prosperità alla sua nazione e al mondo, e lascia volentieri credere di essere il profeta della civiltà nuova? Non c’è ancora il Ludwig che in qualche modo soddisfi questa nostra sete di afferrare la personalità e comprendere gli intimi moventi, per sorprendere nei suoi momenti creativi quest’uomo erede di un grande nome, e che è senza dubbio destinato a lasciare una traccia profonda nella fisionomia del nostro tempo. Pure, di Roosevelt oggi parlano un po’ tutti: quella caratteristica figura di vecchio inglese, martire dell’ortodossia politica ed economica, che è Lord Snowden scrive (in «Le Mois» di agosto) con molto poco rispetto della rigida etichetta, un articolo dal poco lusinghiero titolo «Roosevelt, risée du monde», burletta del mondo. Frattanto un ottimo Padre Aroldo Barr, parla, alla radio di Augusta, del Presidente come del realizzatore di un nuovo ordine di giustizia sociale molto vicino a quello delle grandi Encicliche di Leone XIII e di Pio XI.

Opinioni estreme: ma, io credo, in un certo senso egualmente giustificate, per chi si soffermi a giudicare la concreta attività politica ed economica di questi primi mesi di governo. Giudicare i condottieri di popoli è estremamente difficile anche a distanza di tempo: ora poi non si cadrebbe che nelle briciole dei dettagli. Anche se questi dettagli si chiamano dollaro avariato, codici industriali, contingenti di importazione, manovre sull’oro, controllo dei prezzi. È possibile trovare una unità nell’opera inevitabilmente discorde e frammentaria di quest’uomo che non ignora nessuna delle zone della vita sociale, e che ne ha investito tutti i problemi con l’intenzione e anche la possibilità di risolverli?

Quello che c’è di essenziale è che Roosevelt sta affrontando (più o meno coscientemente, ma questo non ha ora importanza) nel più vasto e completo e anche più progredito campo sperimentale che la nostra civiltà possa offrire, i problemi fondamentali del nostro tempo.

Si vedrà finalmente se l’uomo col suo cervello è in grado di afferrare e vincere la complessità della vita sociale e se quella vecchia sovrana spodestata che è la ragione sarà ancora capace di governare il mondo. Oppure, se proprio nel paese della razionalizzazione, delle raffinatezze statistiche, e dei grandi capitani d’industria, non si è più capaci di frenare l’evocato folletto del progresso meccanico. Ha ragione forse Valéry quando parla di un ritardo della intelligenza sociale e politica, rispetto all’enorme progresso della intelligenza tecnica e scientifica; ed in fondo la ragione intima dell’esperimento di Roosevelt, quella che spiega il suo spirito «programmatico», i suoi «codici», il suo «trust dei cervelli», non si potrebbe in miglior modo interpretare che come appunto un grande e quasi disperato tentativo di far progredire l’«intelligenza sociale», per affermare il sistema della vita economica, comprenderlo, controllarlo, disciplinarlo, guidarlo. Questa la posizione spirituale di Roosevelt che risulta con sufficiente chiarezza dall’ormai celebre Sguardo nel futuro, il suo volume-programma, tradotto in tutte le lingue e diffuso in decine di migliaia di esemplari. Non bisogna però dimenticare che i programmi sono la cosa al mondo più facile da fare e che, secondo il vecchio adagio, tra il dire e il fare…

Ma neppure sarebbe giusto andar a controllare, miopi necrofori, quanta volte – e invero non sono poche – i fatti abbian fatto modificare idee e programmi e quali delle promesse di meno di un anno fa siano state fatte al vento. Anche perché a Roosevelt resta più di un giudizio di appello. Il problema che Roosevelt si è posto, e con lui, con più o meno coscienza, tutto il suo popolo, è lo stesso problema dell’uomo sociale del nostro tempo, il quale si chiede, non senza sgomento, se la civiltà lo guidi fatalmente verso l’ideale della repubblica di termiti, in cui con una logica ferrea, gli sarà assegnato razionalmente il suo posto, la sua casella, il suo carico di doveri e di dolori, la sua dose di felicità, per giungere magari all’utopistico «condizionamento delle idee» dello spaventoso Mondo nuovo di Huxley.

Lo stesso problema si pone, con singolare accento di sincerità e con vero calore di cosa vissuta, ma con una imprecisione di termini e una sostanziale nebulosità di concetti, che lasciano perplessi, un altro uomo del nostro tempo, Filippo Burzio, l’inventore del Demiurgo. Il caso, o l’accortezza di un editore abile come Bompiani, mi pone sul tavolo accanto allo Sguardo nel futuro, questo Demiurgo e la crisi occidentale: cosa c’è in comune tra il capo della più grande nazione della terra e questo modesto profeta del Demiurgo, cui la lusinghiera menzione del Premio Viareggio non ha saputo dar le ali della notorietà?

Gli accostamenti impensati e audaci, qualche volta, come i paradossi, acuiscono la sensibilità: Burzio non ha certo mai pensato che le sue formule di vita demiurgica, messe insieme e trasportate alla Casa Bianca, possano apparire, galvanizzate dal contatto con la realtà della responsabilità di un grande popolo, proprio come il «codice» che guida il passo, nei suoi moventi psicologici di chi con i «codici» vuol governare la vita sociale di una grande nazione. Quel «distacco», quella «magicità», quel jouer au miracle, che dovrebbero essere le doti di questo Demiurgo novecentesco, e, insieme, quel suo voler viver tutta la vita, voler conquistare tutte le posizioni e non negarsi nessuna possibilità, si risolve in fondo in quel senso di ribellione contro la asserita inesorabilità e immutabilità delle leggi sociali e in particolare economiche che forma la base psicologica dell’azione di Roosevelt, che dà energia di principio attivo ai suoi «piani» e ai suoi «codici». 

Quell’«entusiasmo», quella immaginazione, quel coraggio cui fa appello così di frequente Roosevelt, non è una cosa sola con quella mistica dell’azione che muove e fa agire il burattino demiurgico, che invano tenta di trovare una ragione più intima e profonda di questo suo perpetuo adeguarsi alla realtà dell’azione, la sola, in fondo, che egli sappia vedere? E non è demiurgico quel voler applicare il «cervello» a risolvere tutti i problemi della vita sociale, in un ansito verso un irraggiungibile universalismo di cultura e di vita? Ma l’analogia che più colpisce è la posizione di fronte alle impellenti decisioni della vita concreta: Roosevelt ha ripetuto più d’una volta che il suo non è che un esperimento, che può anche non riuscire. In tal caso egli riproverà ancora con altri mezzi, con altri principii: Roosevelt non crede, in fondo, a se stesso. Affiora qui quella terribile dote della «equivalenza», della «gratuità», della indifferenza, di cui Burzio decora il suo fantoccio, sempre freddo e sereno di una astratta lucidità che fa paura, e che è marchio di impotenza e sintomo di una spaventosa povertà di motivi concreti dell’agire. Il Demiurgo di fronte agli ostacoli della complessità della vita si ritira in un prato a osservare la vita degli insetti, chiudendosi nel nocciolo della sua vuota ed astratta vita interiore, che resta, alla fine, l’unico rimedio concreto che Burzio sappia suggerire ai mali del nostro tempo e alla crisi dell’occidente.

E qui cessa, fortunatamente, l’affinità spirituale tra Roosevelt e il Demiurgo. Perché Roosevelt non vorrà, biblico costruttore di una nuova Torre di Babele, lanciare col Demiurgo il grido tremendamente superbo, ma intimamente disperato: «L’uomo ha voluto navigare ed ha navigato, ha voluto volare e ha volato: da tanti secoli che pensa a Dio, non dovrà servire a niente?». Cessa questa affinità spirituale tra Roosevelt e il Demiurgo, forse perché la vecchia Europa, non quella intimamente corrosa e malata di Burzio, ma quella dell’equilibrio, della misura latina, e più ancora del primato dello spirito e del realismo cristiano, continua ancora a inviare, aldilà dell’Oceano, il suo messaggio di ordine, di serenità, di fiducia, di ragionevolezza. Se è una civiltà nuova quella che sorge, essa non potrà che essere – in qualche modo – una civiltà cristiana.

 

[Tratto da «Azione fucina», a. VI, n. 35, 17 dicembre 1933, p. 1]

La voce del popolarismo ha bisogno del timbro dei candidati

La formazione delle liste è sempre un compito difficile e complesso. Da sempre e a qualsiasi livello istituzionale. Certo, è difficile e complesso quando si tratta di sistemi elettorali dove è richiesta anche e soprattutto la decisione e la scelta attiva da parte dei cittadini. Mentre è meno difficile e complesso quando si tratta di semplici ‘nomine’ come avviene per la composizione della Camera e del Senato. 

Ma, per tornare ad oggi, le liste che saranno consegnate da parte dei partiti in vista del rinnovo del Parlamento Europeo rivestono particolare importanza non solo per misurare i singoli pesi elettorali ma anche, e soprattutto, per disegnare i futuri equilibri politici a livello nazionale. Sotto questo versante c’è un aspetto che non può e non deve essere sottovalutato. Almeno per chi ritiene che il Centro e le forze centriste avranno, ancora una volta, un ruolo politico decisivo nella vita pubblica italiana. 

Ed è proprio partendo da questa considerazione che assume una particolare importanza il profilo politico e culturale dei candidati delle prossime liste centriste. E, al riguardo, la presenza di esponenti di area Popolare e di matrice ex democristiana può indubbiamente rappresentare un significativo “valore aggiunto”. E questo per la semplice ragione che non può esistere nè il Centro e nè una credibile e spendibile “politica di centro” se manca la presenza e il ruolo politico di questa componente culturale nelle liste.

Ora, dato per scontata questa riflessione che riflette anche le dinamiche concrete del nostro sistema politico, è altrettanto evidente che parliamo di candidature espressive di questo storico filone di pensiero. E il nome, per fare un solo esempio concreto, di Marco Follini può essere una prima risposta a questa domanda squisitamente politica e anche culturale. Questo, forse, è l’unico modo per marcare la presenza di un ritrovato Centro nel nostro paese facendolo coincidere anche, e soprattutto, con una elezione del Parlamento Europeo. Cioè all’interno di un contesto dove proprio l’ideale democratico cristiano, cattolico popolare e cattolico sociale sono stati decisivi ai fini della costruzione della comune casa europea. Del resto, sarebbe quantomai curioso, nonchè singolare, se la riproposizione di un progetto centrista a livello europeo non registrasse la presenza attiva e protagonista del filone democratico cristiano.

Una iniziativa, questa, che adesso non può più essere rinviata. E questo sarà anche un termometro per misurare, al di là delle singole auto investiture, chi ambisce realmente a dispiegare un progetto politico centrista, riformista e plurale e chi, invece, si limita ad evocarlo ma poi, di fatto, rinuncia all’apporto e al contributo determinanti della tradizione e del pensiero cattolico popolare e democratico cristiano nelle proprie liste.

Ecco perchè, mai come adesso, la formazione delle liste per il rinnovo del Parlamento Europeo riveste particolare importanza. Infine, tocca anche ai rispettivi leader cosiddetti centristi farsi carico di questa precisa domanda politica che sale da un’area disseminata e radicata in tutto il

paese e che richiede di avere un punto di riferimento politico autorevole e significativo.

Ucraina, il cessate il fuoco deve venire da Mosca.

[…] A chi andrebbero indirizzati gli appelli alla pace e al far tacere le armi, qui è del tutto evidente. Come infatti sottolineato ieri dal ministro degli Esteri Kuleba nel corso della conferenza stampa coi giornalisti, «nessuno quanto noi vuole la pace ma noi non abbiamo attaccato nessuno e non abbiamo altra scelta che difenderci». Farlo sarà sempre più difficile, perché secondo le stime di “The Telegraph” entro la fine del mese l’Ucraina finirà i missili antiaerei per proteggere le sue città. Ciò significa che le risorse verranno riallocate in modo da poter abbattere un solo missile su cinque e non più quattro, come accade mediamente ora. Entro 4-5 mesi, invece, Mosca disporrà d’abbastanza droni Fpv (ai quali è quasi impossibile sfuggire) per attaccare ogni soldato ucraino in prima linea. 

Si tratta di munizioni circuitanti letali in grado di puntare il bersaglio anche con dispositivi di rilevamento termico, inseguendolo poi fino a impattargli contro. In campo aperto le armi leggere o automatiche quasi nulla possono contro quel tipo di minaccia. Emerge dunque la necessità d’intraprendere ulteriori e più stringenti misure economiche contro lo Stato aggressore, la cui economia interna è ormai votata prevalentemente alla Difesa. 

Da parte sua, l’industria ucraina ha compiuto un autentico miracolo perché in pochi mesi è riuscita a coprire internamente buona parte delle richieste in ambito difensivo. Il think tank “TopLead” stima infatti che la macchina bellica ucraina sia ora in grado di produrre, riparare e mantenere equipaggiamenti e armi per un volume d’ordini pari a 18 miliardi l’anno, di cui però il governo riesce tuttavia a coprire solo il 51,1%. 

A livello ingegneristico e d’intelligence militare, Kyiv ha di- mostrato di poter competere con chiunque. Basti pensare agli attacchi compiuti coi propri droni nel solo mese di mar- zo, che hanno ridotto di ben il 13% le capacità nemiche di raffinazione del petrolio. Secondo “Reuters” i volumi d’am- manco causati dall’inattività delle raffinerie russe hanno raggiunto i 3,5 milioni di tonnellate: una cifra dieci volte superiore rispetto ai due anni precedenti. 

Gli attacchi agl’impianti delle regioni di Samara, Belgorod, Kursk, Krasnodar, Rostov, Leningrado, Ryazan, Nizhny Novgorod, Yaroslav e Oryol hanno ridotto di 77,4 mila tonnellate al giorno la capacità produttiva di combustibile della Federazione Russa, indicando come sia stata vincente anche la recente decisione ucraina di non coordinarsi più con nessuno riguardo gli attacchi contro quest’ultima.

 

[L’articolo qui pubblicato con l’autorizzazione dell’autore e dell’editore appare oggi, in versione integrale, su “La Ragione” con il titolo “Cessino loro il fuoco”]

Manifesto per una gestione delle foreste più vicina alla natura

I dieci ambiti del Manifesto per una Selvicoltura più vicina alla Natura

 

1 – Più selvi-CULTURA nella ricerca

Negli ultimi anni, nel nostro Paese, la selvicoltura ha trovato sempre meno spazio nella ricerca e nella sperimentazione, per varie concause legate sia alla mancanza di investimenti di lungo periodo, sia ai meccanismi di valutazione dei ricercatori.

È necessario incrementare la ricerca e la sperimentazione in selvicoltura, promuovendo progetti specifici, gruppi di lavoro nazionali e internazionali, partnership con le imprese del comparto, superando gli impedimenti che rendono le ricerche selvicolturali di lungo periodo poco attraenti e quindi poco realizzate dai ricercatori.

 

2 – Più selvi-CULTURA nella pianificazione

La selvicoltura, quale elemento di base della Gestione Forestale Sostenibile, non può prescindere dall’incremento della pianificazione forestale a più livelli, come previsto dal TUFF (D.lgs. 34/2018) e dalla Strategia Forestale Nazionale. È necessario incrementare anche la formazione (vedi punto 5) in questo campo, verso studenti e tecnici laureati, per rendere omogenea la struttura e più efficaci i Piani di gestione, con particolare attenzione ai Piani Forestali di Indirizzo Territoriale, per i quali non esiste ancora un’esperienza diffusa e condivisa. Cultura della pianificazione significa anche uscire dalla logica dei Piani visti quasi unicamente come strumenti conoscitivi e inserire in questi documenti scelte, strategiche e selvicolturali, da adottare non solo sulla base di conoscenze tecniche, ma anche tenendo conto delle richieste e delle priorità generate nei processi partecipativi organizzati professionalmente nei territori di riferimento e della reale disponibilità di fondi e risorse umane per realizzare gli interventi programmati.

 

3 – Più selvi-CULTURA nella progettazione

In buona parte d’Italia, la selvicoltura è lasciata in mano alle sole imprese boschive, il cui ruolo – fondamentale – non deve però essere quello di progettare gli interventi, bensì di saper interpretare i progetti dei tecnici, portarli a termine senza causare danni ambientali irreversibili e nella massima sicurezza per gli operatori. È perciò necessario che per gli interventi selvicolturali (al di sopra di una soglia minima di superficie o di cubatura) sia previsto un progetto firmato da un tecnico laureato e abilitato alla professione, responsabile della loro esecuzione e adeguatamente remunerato a tale scopo. Ciò dovrebbe essere previsto nelle normative forestali di riferimento.

 

4 – Più selvi-CULTURA nella normativa

Oltre a recepire e incentivare ciò che è auspicato nel punto precedente, è necessario che la normativa forestale, in particolare le leggi e i regolamenti di Regioni e Province Autonome, pur nell’esigenza di differenziazioni locali, abbia minimi comuni denominatori su temi di rilievo nazionale e venga valutata a cadenza regolare, per recepire le mutate esigenze, le innovazioni portate dalla ricerca e dalla sperimentazione, abbandonando prescrizioni non fondate su basi scientifiche o oramai desuete. Occorre perciò che i funzionari delle amministrazioni siano a loro volta aggiornati, che lavorino in rete – tra loro e con gli esperti del mondo della ricerca – e che i politici di riferimento vengano costantemente sensibilizzati sulle modifiche normative necessarie.

 

5 – Più selvi-CULTURA nella formazione

È necessario che all’interno dei Corsi di Laurea delle Università italiane che formano i tecnici forestali la selvicoltura abbia un peso maggiore, sia dal punto di vista teorico che pratico (attraverso esercitazioni in molti tipi di bosco, in diversi contesti sociali ed economici). I corsi di selvicoltura dovrebbero recepire e trasferire agli studenti tutte le più recenti innovazioni in questa materia, avvalendosi anche di collaborazioni con esponenti del mondo professionale, pubblico e privato, preparando così i forestali del futuro alla progettazione e alla gestione di interventi selvicolturali innovativi e dei relativi cantieri.

La cultura in selvicoltura, tuttavia, non deve fermarsi alle Università. È necessario che la formazione in questa materia prosegua lungo tutta la vita lavorativa di tecnici e gestori forestali, sia pubblici che privati, attraverso corsi di aggiornamento promossi con determinazione e continuità dalle istituzioni di riferimento.

Formazione e aggiornamento dovranno essere dimensionati e strettamente connessi a reali opportunità di lavoro.

 

6 – Più selvi-CULTURA nella politica

Per rendere i boschi italiani più diversificati e resilienti, come ci chiedono i documenti strategici citati in precedenza e per il benessere di tutti i cittadini, è fondamentale un accompagnamento politico, attraverso finanziamenti, sgravi e aiuti mirati alla selvicoltura più vicina alla Natura, che permettano di realizzare gli interventi selvicolturali necessari anche laddove la redditività è bassa o nulla. Per fare ciò è necessaria un’opera di sensibilizzazione diffusa nei confronti dei decisori, anche rispetto al tema del pagamento dei servizi ecosistemici forestali, in cui il settore pubblico dovrebbe avere un ruolo di catalizzatore anche nei confronti dei proprietari privati.

 

7 – Più selvi-CULTURA nelle filiere

Oltre alle filiere corte e locali, oggi capaci di valorizzare prevalentemente l’uso energetico del legno, occorre portare a più ampia scala l’approccio a cascata e con esso la cultura della valorizzazione dei prodotti a più alto valore aggiunto e più elevato impatto occupazionale. Per tali finalità è però necessario creare sia le condizioni per produrre assortimenti di valore nel medio-lungo periodo, sia le idonee condizioni di mercato.

Non basta inoltre puntare sulle sole filiere del legno, ma al contempo occorre indirizzare l’azione selvicolturale verso altre filiere sempre più interessanti, anche economicamente (es. i crediti di carbonio associati ai servizi ecosistemici di regolazione o le attività turistiche e ricreative collegate ai servizi ecosistemici culturali).

 

8 – Più selvi-CULTURA nel controllo

A ogni livello, gli organi preposti al controllo dovrebbero evitare un approccio unicamente repressivo per abbracciare anche forme preventive di accompagnamento degli addetti ai lavori verso interventi selvicolturali più in linea con i documenti strategici citati e con le innovazioni prodotte da ricerca e sperimentazione. Per fare ciò è necessario un maggiore e costante investimento nell’addestramento e nell’aggiornamento selvicolturale anche degli addetti alle attività di controllo.

 

9 – Più selvi-CULTURA nelle imprese e negli operatori forestali

Occorre continuare ad investire sugli imprenditori e sugli operatori forestali, non solo formandoli sulle buone tecniche di utilizzazione in sicurezza, ma anche ampliando le loro conoscenze sul valore ecologico, sociale e culturale dei boschi, sul funzionamento delle filiere forestali e su quelle dei servizi ecosistemici, così come sulle normative di riferimento, per renderli sempre più consapevoli del proprio ruolo nel contesto di una gestione selvicolturale sempre più sostenibile.

 

10 – Più selvi-CULTURA nella comunicazione

La selvicoltura deve entrare sempre più spesso all’interno di una nuova narrazione del bosco, lontana da stereotipi e inutili retoriche.

La selvicoltura più vicina alla Natura merita di essere raccontata, a tutto tondo, come un’operazione funzionale allo sviluppo dei territori e di servizi utili a tutti, in un’ottica di sostenibilità ecologica, sociale ed economica e di mitigazione e adattamento alla crisi climatica.

 

Per saperne di più

https://www.rivistasherwood.it/t/gestione/manifesto-selvicoltura-piu-vicina-alla-natura.html

L’ombra della mafia sul Comune di Bari: Decaro reagisce male.

Con l’accesso ispettivo disposto dal Ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, si attiva la procedura che può concludersi a breve con lo scioglimento del Comune di Bari. 

È un fatto gravissimo? Certo, e lo è per tanti motivi, in primis perché mette sotto la lente d’ingrandimento per ipotizzate infiltrazioni della criminalità organizzata l’attività amministrativa di una città importante, capoluogo di regione e simbolo del “buongoverno” della sinistra nel Mezzogiorno. 

Decaro ha reagito con durezza, ma nella foga della risposta ha “politicizzato” una vicenda che deve restare, per quanto possibile, fuori dalla dialettica tra maggioranza e opposizioni. Se il Ministro dell’Interno s’è determinato ad agire con un provvedimento mai prima assunto a ridosso delle elezioni – a giugno si voterà per il rinnovo del Sindaco e del Consiglio comunale – si dovrebbe dedurre che le informazioni o meglio le denunce raccolte finora non siano proprio insignificanti. 

Per questo il Sindaco, usando parole grosse, tanto grosse da lasciar trasparire una certa mancanza di autocontrollo, ha spalancato le porte a un pericoloso conflitto che mette in dubbio la neutralità di un’amministrazione solitamente attenta e scrupolosa come quella del Ministero dell’Interno. C’è da augurarsi pertanto che cessi l’ardore della polemica e subentri il rispetto di operazioni certamente dolorose, ma pur sempre dettate da norme e criteri al di sopra o al di fuori della lotta politica contingente.

 

Di seguito il post di Decaro pubblicato su Fb

Oggi (ieri per chi legge, ndr) è stato firmato un atto di guerra nei confronti della città di Bari. 

Il ministro Piantedosi mi ha comunicato telefonicamente che è stata nominata la commissione di accesso finalizzata a verificare una ipotesi di scioglimento del Comune. 

L’atto – come un meccanismo a orologeria – segue la richiesta di un gruppo di parlamentari di centrodestra pugliese, tra i quali due viceministri del Governo e si riferisce all’indagine per voto di scambio in cui sono stati arrestati tra gli altri l’avv. Giacomo Olivieri e la moglie, consigliera comunale eletta proprio nelle file di centrodestra. 

Incuranti delle parole del Procuratore distrettuale antimafia che in conferenza stampa ha detto testualmente: “l’amministrazione comunale di Bari in questi anni ha saputo rispondere alla criminalità organizzata”, gli stessi soggetti che nel 2019 hanno portato in Consiglio Comunale due consiglieri arrestati per voto di scambio, ora spingono per lo scioglimento di un grande capoluogo di regione, evento mai successo in Italia, nemmeno ai tempi dell’inchiesta su Mafia Capitale. 

È un atto gravissimo, che mira a sabotare il corso regolare della vita democratica della città di Bari, proprio (guarda caso) alla vigilia delle elezioni. Elezioni che il centrodestra a Bari perde da vent’anni consecutivamente. Per le quali stenta a trovare un candidato e che stavolta vuole vincere truccando la partita. 

È giusto che si sappia che negli scorsi giorni mi è stato richiesto di raccogliere tutte le attività svolte dal Comune di Bari contro la criminalità organizzata. 

Bene, è stato consegnato al Prefetto alle 12.00 di ieri, un voluminoso dossier, composto da 23 fascicoli e migliaia di pagine, contenente le attività svolte dal Comune contro la criminalità organizzata in questi anni. 

È evidente, vista la rapidità con cui è giunta la notizia della nomina della Commissione, che nessuno si è curato di leggere quelle carte. Ha avuto dunque più valore la pressione politica del centrodestra barese che fatti, denunce, documenti, testimonianze. Si tratta di una vicenda vergognosa e gravissima, che va contro la città, contro i cittadini perbene, contro il sindaco. 

A questa aggressione io mi opporrò con tutto me stesso, come mi sono opposto ai mafiosi di questa città. 

Fosse l’ultimo atto della mia esperienza politica. 

Non starò zitto. 

Non assisterò in silenzio a questa operazione di inversione della verità e di distruzione della reputazione di una amministrazione sana e di una intera città. 

P.S.: se gli uffici del Ministero non hanno ritenuto di leggere le carte che ho consegnato, le farò leggere ai cittadini. E come ho sempre fatto, lascerò che siano loro a giudicare.

 

Ricordo di Sergio Paronetto nell’anniversario della sua salita al Cielo

[…] La sua visione aperta e critica e la competenza economica maturata all’IRI erano tenute in grande considerazione. Predispose per Alcide De Gasperi e la DC alcuni studi sulla natura e sui limiti dell’intervento dello Stato in economia, sulla funzione dell’IRI, sulla necessità di riforme strutturali, per esempio in materia di diritto al lavoro; studi che, nonostante le diversità di opinioni, tanto lo statista trentino quanto la DC ripresero largamente: il primo nel suo ‘testamento politico’ e la seconda nelle Idee ricostruttive, primo abbozzo di programma politico del partito. Alcuni incontri tra personalità di diverso orientamento politico (come Giuseppe Capograssi, Ludovico Montini, Pietro Campilli, Roberto Ago, Bruno Visentini, Guido Carli, Giuseppe Mira, Vittorino Veronese e Francesco Giordani) furono dedicati a trattare dei principi e degli ordinamenti da seguire nella ricostruzione economica del Paese.

Risalgono al 1944-45 diversi suoi contributi destinati alla dirigenza dell’IRI e della DC in cui rifletteva con rigore e respiro culturale su quanto delle istituzioni ereditate dal passato fosse compatibile con una compiuta democrazia politica ed economica. Altri suoi articoli rivelano come il dibattito sul destino del capitalismo – dalla tesi della ‘rivoluzione manageriale’ a quella sul ‘collettivismo burocratico’ e sulla ‘rivoluzione dei direttori’ avvenute in Unione Sovietica – suscitasse vivo interesse tra i dirigenti dell’IRI, la cui capacità di indirizzare le imprese verso obiettivi di maggior socialità li accreditava a guidare l’economia italiana dopo la caduta del regime.

Il problema dei capi d’azienda era essenziale per il rinnovamento del Paese e Paronetto era convinto del «vitale essenzialissimo apporto» che i dirigenti «e solo essi possono dare alla costruzione della nuova democrazia sociale […] Se vi è una categoria professionale dalla quale il rinnovamento sociale può molto attendersi, qualora essa prenda coscienza dei compiti che le spettano è proprio quella dei tecnici e in particolare dei capi dei nuclei produttivi» (Studium, XLI, 1945, n. 3-4, p. 101).

Paronetto auspicava che il mondo cattolico tornasse ad approfondire gli studi sociali. Quando l’Azione cattolica si propose di rivitalizzare l’ICAS (Istituto Cattolico di Attività Sociali) e ne affidò il compito ai Laureati cattolici, la Settimana di Camaldoli del 1943 fu dedicata ai limiti giuridici ed economici della proprietà e si decise di studiare un testo di «cultura sociale» alla luce della nuova morale cattolica rispetto a quella del Codice di Malines, risalente a vent’anni prima. Paronetto s’impegnò a organizzare la settimana (alla quale non poté però partecipare) e in una successiva serie di incontri tenuti presso la sua abitazione a Roma coordinò, insieme a Saraceno, l’elaborazione della prima bozza del ‘codice’, ne scrisse varie parti e ne curò l’edizione. A tutto ciò collaborò anche Maria Luisa Valier, conosciuta tra i Laureati cattolici e sposata il 26 luglio 1943. Il volumetto Per la Comunità cristiana. Principi dell’ordinamento sociale, a cura di un gruppo di studiosi amici di Camaldoli, uscito nell’aprile del 1945 – un mese dopo la sua scomparsa – ebbe una grande influenza sui dirigenti cattolici impegnati nella fase costituente.

Morì per un attacco cardiaco a Roma il 20 marzo 1945.

 

Per saperne di più

https://www.treccani.it/enciclopedia/sergio-paronetto_(Dizionario-Biografico)/

Dobbiamo interrogarci e avere fiducia: ce la possiamo fare.

C’è un’età chiamata dei perché. La primissima infanzia. Ma se non si continuasse, anche in seguito, a porsi domande, la intelligenza potrebbe appannarsi. Perciò: perché le guerre? Perché le diseguaglianze, le malattie? Ci si pongono domande che acuiscono una angoscia già insopportabile: perché proprio a me un figlio disabile, una patologia inguaribile e dolorosa? Perché non potermi sottrarre a un destino avverso?

Anche questioni meno drammatiche: perché buttiamo i rifiuti lungo le strade invece che negli appositi cassonetti; sporchiamo i marciapiedi; roviniamo beni comuni come le panchine nei parchi o i banchi a scuola; parcheggiamo in seconda fila e cerchiamo di fare i furbi se dobbiamo sopportare una coda? ecc. ecc. ecc. Il bello è che tutti coloro che fanno esperienze all’estero per vacanza o per lavoro, tornati in patria, ricordano con ammirazione quanto sono pulite le strade di Barcellona, quanto ordinati e disciplinati i tedeschi, come sono rispettosi del codice stradale in Paesi nordici o quanto salate le multe a Shanghai, se sporchi per terra… Quanti perché, impegnativi, si propongono riguardo il viver civile.

Perché i genitori picchiano gli insegnanti, e i pazienti aggrediscono medici e infermieri o, ancora, perché arriva dopo cinquanta anni una sentenza di condanna a carico di brigatisti? Perché costa troppo fare un figlio quando è un guadagno per la società?

Non sono quesiti retorici, è evidente e del resto la nostra esistenza, grande dono, è essa stessa un mistero che ha suscitato le domande radicali e ultime, che la filosofia ha indagato. Le risposte, a loro volta, non possono sfuggirci: morali, retoriche, ideologiche: tutte profilano il nostro sentire come singoli e membri della comunità. Ma è questa parola ‘comunità ‘ che decifra il senso delle risposte. Se ci si sente parte della comunità si percepisce il comune destino: bisogni, desideri, dolori e soddisfazioni, successi e sconfitte: in una parola ci si specchia nel prossimo e diventa vero il rispettare il prossimo come vorremmo essere

rispettati anche noi e ogni bene pubblico sarebbe sentito come proprio e non di nessuno, per cui ne avremmo cura. Sono le tasse dei cittadini che consentono di allestire le scuole, gli ospedali, le strade… vorremmo vedere funzionare bene i servizi che soddisfano le necessità del vivere quotidiano.

Se la scuola forma i cittadini (non bambocci difesi da genitori sindacalisti); se la competenza emergesse in ciascuno per il ruolo o il mestiere che esercita; se fare politica significa essere investito del più alto onore nel rappresentare i cittadini; se per portare a termine una infrastruttura non servono decenni e continue revisione dei costi (con le conseguenti azioni giudiziarie). L’autostrada del Sole, Milano Napoli, fu costruita in 8 anni! Il ponte Morandi in 1 anno! Se i tribunali operassero con maggior agilità; se, se… Perché considerare diritto civile il suicidio assistito, invece che il sistema sanitario che garantisca protezione nelle situazioni estreme e garantisca le cure palliative? Perché proteggere di più i lupi o i cinghiali invece dei campi e delle culture dei contadini? 

La prima riforma civile riguarda l’educazione del singolo e della società. Se non c’è comunità e partecipazione, la politica non guida le risposte ma insegue la demagogia, accarezza il pensiero debole del momento. Ognuno di noi ha a cuore e in mente i tanti perché e i tanti se; come mai non siamo in grado di liberarci di tante pesantezze organizzative e normative? La prima riforma istituzionale riguarda la burocrazia. Dal basso in alto la forma più alta di autorità è l’esempio. 

Perché festeggiare l’8 marzo, quando le donne, in tutto il mondo, hanno poco da festeggiare? Non mi rassegno a pensare che non sappiamo, ma temo che non vogliamo, lasciare il pezzettino di mondo su cui regniamo, migliore di

come l’abbiamo trovato. La risurrezione è una resilienza senza fine. Avanti tutta! Ce la possiamo fare…

 

[Il testo appare nella newsletter diffusa a marzo dell’autrice]

Vita e Pensiero | Il mistero della Pasqua nel mondo post covid.

[…] La Pasqua è stata a lungo vissuta dalla grande maggioranza dei cechi come una ‘festa di primavera’, un giorno di vacanza, al massimo vivacizzata da una qualche imitazione folcloristica di antichi riti pagani. Sorprendentemente, il periodo di chiusura delle chiese ha permesso a molte persone di accedere al cuore cristiano di questa festa: un cuore, per così dire, presente pur nell’assenza.

Le porte chiuse delle chiese ricordavano che dietro di esse a Pasqua accadeva qualcosa, e che ciò che in quell’anno era negato a una parte della società (i cristiani praticanti) valeva in qualche modo per tutti. […] Con le mie riflessioni al tempo delle chiese vuote ho voluto certamente confortare e incoraggiare gli ascoltatori, condurli più a fondo nel mistero della Pasqua, cuore della fede cristiana, ma anche prepararli a un tempo in cui dovremo entrare con maggiore coraggio e fiducia nella nube del mistero e saper vivere in mezzo a problemi e sfide nuove, per le quali non abbiamo risposte pronte. Il ‘mondo post-Covid’ sarà per molti versi diverso e ancora più complesso di quello precedente a questo evento di portata globale. Tuttavia, la Bibbia dice che Abramo, «padre della fede», accettò la chiamata di Dio e si mise in viaggio senza conoscere la meta (Eb 11,8).

Durante la quarantena, mentre scrivevo queste omelie e le consegnavo alla telecamera davanti ai banchi vuoti, ho avuto più tempo per pensare al mondo, a Dio e a me stesso. Ho dovuto fare i conti con la possibilità che, rientrando nella categoria degli anziani a rischio, anch’io potessi venir contagiato dal virus, ammalarmi e infine morire. Il pensiero della possibilità di una morte imminente non ha suscitato in me paura, ma il bisogno di ricapitolare, di fare i conti: queste omelie qui raccolte sono compenetrate dalla necessità di riflettere sulla direzione presa dalla nostra parrocchia, dalla mia teologia, dalla mia vita, da ciò che costituisce il vero nucleo della mia fede: cosa significa per me essere cristiano.

Ho riscoperto per me stesso il mistero della Pasqua, il mistero della Morte – e della Risurrezione: qualcosa deve morire (anche nella Chiesa, in noi, nella nostra fede) perché possa avvenire la Risurrezione – e la Risurrezione non è un ritorno, ma una trasformazione profonda. Questo pensiero mi ha accompagnato per tutto quello strano periodo (e continua a vivere in me), non c’è quindi da stupirsi che sia uno degli argomenti preminenti di molte delle mie conferenze. Uno dei capisaldi della mia teologia è l’idea della resurrectio continua: la continuazione della vittoria di Gesù sulla morte, sulla paura e sulla colpa come un fiume vivificante che, in certi momenti, risale dal profondo alla superficie nelle storie personali dei fedeli e nelle azioni della Chiesa, nei momenti di conversione e di riforma, preannunciati da crisi e da prove.

Il tempo in cui, per un momento, la fretta e le corse dietro alle cose da fare si sono arrestate è divenuto per me un ‘tempo di annunciazione’. Il chronos, il tempo ritmato dalle lancette dell’orologio e della fitta serie di appuntamenti in un’agenda stracolma, è diventato un momento di opportunità: kairos. Anche l’introduzione alla kairologia, a cui ho lavorato per molti anni, ha ricevuto nuovi impulsi. In questo libro presento ora ai lettori alcuni echi e frutti della meravigliosa primavera del 2020».

 

Tomáš Halík, Un tempo per piantare e un tempo per sradicare. Quaresima e Pasqua di un’epoca inquieta, Vita e Pensiero, 2024.

Per saperne di più

https://www.vitaepensiero.it/news-consigli-di-lettura-il-tempo-dellannuncio-6421.html

Non sbagliamo narrazione sulla guerra della Russia contro l’Ucraina

L’Ucraina ha vinto contro la Russia. Ha vinto dal punto di vista storico, del diritto e geopolitico. Ha arrestato la prepotenza Putin svelando la fragilita’ del sistema russo, sia politica che militare. Avendo però perso di vista il punto di partenza del conflitto si sta invece paradossalmente facendo largo la narrazione della vittoria dello Zar. Un regalo virtuale inaspettato derivante dalle convulsioni elettorali negli Usa e in Europa, dalle paure, dalla disinformazione e dalla perdita di memoria. 

Si dimentica che l’aggressione del gennaio 2022 aveva come obiettivo la conquista dell’intera Ucraina per farne uno stato teleguidato da Mosca come la Bielorussia ed avere il pieno controllo della Crimea e del Mar Nero – d’Azov.  Tutti pensavano ne avrebbe fatto un sol boccone e suggerivano la resa incondizionata e invece David ha reagito a Golia. L’inaspettata ed eroica resistenza ucraina, poi supportata dalla condanna di mezzo mondo e aiutata concretamente da Usa Europa e altri paesi, ha comportato la ritirata delle truppe russe arrivate già a Kiev. 

Il rinculo militare, economico e geopolitico per Putin è stato enorme. Non solo non ha preso l’Ucraina, ma ha accelerato il processo per il suo ingresso in Ue, ha spinto Finlandia e Svezia nella Nato (fino ad allora neutrali), e ha dovuto legarsi economicamente e militarmente alla Cina e altri paesi asiatici per reggere al peso delle sanzioni internazionali. Ha dovuto imporre al paese una economia di guerra. Ha perso la battaglia sul mare con il disastro della sua flotta. Il dispendio di uomini, mezzi e armi è stato enorme a fronte del poco territorio conquistato e ove ora è in stallo. Putin da li però non può venire via, costi quel che costi, perchè sarebbe allora una disfatta. 

Se ora quindi si deve chiedere all’Ucraina di negoziare è perchè ha vinto ma non può stravincere, perchè il prezzo della sofferenza per il suo popolo sarebbe ancor più straziante, e perché anche Usa e Europa sono forse giunti al limite degli sforzi possibili, anche tenuto conto del nuovo fronte aperto dal drammatico conflitto israelo-palestinese. 

La continua minaccia alla Nato di un possibile ricorso al nucleare forse nasconde l’appello agli Usa per il ripristino di zone di influenza politica e di pressione per la necessità dell’avvio di un negoziato. Nessuna resa, quindi, ma una lucida valutazione della vittoria sinora conseguita, del prezzo ulteriore da pagare per eventualmente proseguire nel conflitto e, infine, del rischio che tutto ciò possa tramutarsi in un assurdo boomerang. Pertanto, una realistica valutazione dei costi e benefici umani, di politica interna ed esterna. 

L’analista Alessandro Leonardi ha ben descritto la contraddittoria narrazione occidentale riguardo alla Russia, passando dall’idea di un paese a pezzi a una superpotenza pronta alla guerra contro la Nato. Le oscillazioni nelle percezioni sono alimentate dai media e dalla politica: “Nel luglio del 2023 il presidente Joe Biden aveva affermato che Putin aveva già perso la guerra. Passati appena 7 mesi, con una controffensiva ucraina fallita, una certa narrazione occidentale descrive ora la Russia come un impero in armi pronto ad attaccare i Baltici o la Polonia entro tot anni“. Insomma stiamo ben attenti a non trasformare la sconfitta sul campo di Putin in una sua vittoria virtuale. Mentre probabilmente la capacità analitica dei fatti della intelligenza artificiale non la riconoscerebbe, l’irrazionale e confusionaria intelligenza umana paradossalmente rischia di si.

Più soli e insicuri nel grande frullatore della comunicazione

L’11 marzo u.s. è stato presentato presso la Sala degli Atti Parlamentari – Biblioteca del Senato ‘Giovanni Spadolini’ –  il 19° Rapporto del Censis sul tema della comunicazione, introdotto e coordinato dal Segretario Generale dell’Istituto di Piazza di Novella a Roma, Dott. Giorgio De Rita. La sintesi dell’indagine è raccolta in un fascicolo di 32 pagine, ricche di dati e informazioni sulle evidenze riscontrate, a loro volta catalogate in sei paragrafi riassuntivi: 1) Le diete mediatiche degli italiani nel 2023; 2) l’informazione: la riscossa dei social network; 3) cercasi indipendenza e qualità; 4) le serie televisive: il trionfo della personal tv; 5) l’intelligenza artificiale: opportunità o minaccia?; 6)    Politically correct: dare importanza alle parole. Le analisi del Censis si avvalorano per l’ampiezza delle ricerche, il target di rilevazione, la scientificità nella raccolta e presentazione dei dati, la fedeltà rispetto alla consegna del tema, la prospettazione dei risultati e la pertinenza riguardo alle attese conoscitive a livello di comunicazione sociale oltre all’offerta di utili indicatori di approfondimento.

Ciò vale per l’annuale Rapporto sullo stato sociale del Paese e – in questa fattispecie – rispetto al particolare argomento di trattazione. Nella presentazione e nel contenuto complessivo del Rapporto balza subito in evidenza la dicotomia vero-falso che sostanzia e avvalora il titolo della Ricerca: il riferimento ‘macro’ risulta speculare rispetto al concetto di ‘reale e virtuale’ che in tema di comunicazione è alla base dell’attendibilità delle notizie e sottende le preoccupazioni dell’utenza ad esso connesse. 

Il panel dell’offerta mediatica evidenzia che la fruizione della televisione rimane stabile passando dal 95,1% del 2022 al 95,9% del 2023 (con riscontrabile ascesa delle serie televisive), mentre la radio ha una tenuta di ascolto sorprendente che si attesta al 78,9% (un meno1,1% rispetto all’anno precedente) e un lieve rialzo delle autoradio rispetto agli apparecchi domestici. Si consolida internet, con un 89,1% (gli smartphone all’ 88,2% e i social network all’82%). In crisi la carta stampata: nel 2007 i lettori dei quotidiani cartacei erano il 67,0% mentre nel 2023 si sono ridotti ad un 22,0 %. Anche i lettori dei magazine online diminuiscono attestandosi ad un 30,5% mentre crescono i frequentatori dei siti web 58,1%. Nel 2023 aumentano di un +3,1% i lettori di libri, risaliti al 45.8%. Crescono tutte le piattaforme online tra i giovani ad eccezione di Telegram e Snapchat. La spesa per l’acquisto di telefonini segna un clamoroso +727, 8 % dal 2008 al 2022 (+ 215,8 i PC), mentre diminuiscono di un 26,9% le spese dei consumi tariffari e crollano le voci relative a libri e riviste (meno 38.2%). 

In generale c’è un calo delle fonti di informazioni tradizionali e una crescita esplosiva dei social network, ciò che accredita l’approfondimento del tema-titolo del Rapporto (vero-falso): i telegiornali restano le fonti di informazioni preferite (48,3% rispetto al 51, 2 del 2022), mentre sul fronte dei media digitali cala Facebook, cresce You Tube e ancor di più Instagram, l’ultima novità dei social.

A proposito di vero-falso è alta la fiducia nelle informazioni radio (70.3%) e TV (71,4%), mentre tra i giovani under 30 i siti web sono al 56,4% e i social network al 53,7%. In linea generale si accredita la scelta verso i media mainstream, poiché l’utente medio e i professionisti cercano la credibilità delle informazioni. Tra quanti non si fidano dei social il 77,7% ritiene che siano condizionati dalla politica, il 72,3% da interessi economici, mentre un 68% dubita che si palesino pericoli per la democrazia. Di converso il 74,6% valuta costoso questo canale di informazione, mentre il 73,4% reputa necessario avvalersi di pareri esperti (anche se onerosi). Ma il dato più interessante è che il 72,6% considera difficile distinguere l’informazione vera dalle fake news. Su questo versante la dicotomia vero-falso trova terreno fertile per la disseminazione di dubbi e perplessità.

Il 74,0% degli italiani ritiene che attualmente gli sviluppi prodotti dall’Intelligenza Artificiale siano genericamente imprevedibili. Tuttavia vengono espressi giudizi molto netti sugli effetti che essa potrà produrre, sia di tipo allarmistico che ottimista: si può annotare il 73,2% di quanti ritengono che le macchine non potranno mai sviluppare una vera forma di intelligenza come gli umani, mentre di converso il 63,9% del totale ritiene che con l’avvento dell’I.A. la dipendenza dall’interazione con le macchine segnerà la crisi delle relazioni umani, se non la fine dell’empatia. Notevole il dato che rileva come per il 65,5% degli intervistati gli effetti sull’occupazione saranno disastrosi a causa della sostituzione degli esseri umani con computer e robot (solo per un 43,0%, invece, si creeranno posti di lavoro in nuovi settori). Il 71,3% ritiene che con la diffusione dell’I.A. e delle sue applicazioni aumenteranno i problemi di sicurezza per i sistemi informatici e i rischi di cybercrimini; per il 31,3% (appena!) le città diventeranno più sicure; per il 66,3% saremo tutti controllati e si celebrerà il funerale della privacy dei cittadini. Ma il dato più rilevante ai fini della Ricerca è che il 68,3% ritiene che aumenteranno le notizie non verificabili, di conseguenza non sapremo più distinguere il vero dal falso, con grandi rischi per la democrazia. Infine, viene stigmatizzato il comportamento dei giovani: infatti il 41,0% prevede che utilizzando l’Intelligenza Artificiale, gli studenti smetteranno di studiare.

Insomma mi pare di capire che il discrimine tra il vero -falso nel contesto comunicativo-informativo è già un problema dell’oggi e lo sarà ancor di più per il domani: la politica e l’economia sono “parti in causa” e si nota l’assenza o l’irrilevanza di un tertium genus che funzioni da arbitro e da elemento regolatore. Pare che pochi si preoccupino di questo. La democrazia non si basa e non si conserva su un rassemblement confuso di dati e notizie e occorre smetterla di immaginare che la funzione di “controllo” di tutto ciò che circola vorticosamente possa essere valutata come una sorta di deminutio delle libertà personali.

Ricordo di Hasekura, lo sfortunato samurai ricevuto da Paolo V.

Si tratta di una via tracciata sul modello di “cammini” come quello di Santiago o quello della “Via Francigena”. Un percorso lungo 107 chilometri — illustrato nel sito www.camminodihasekura.it – che ripercorrere l’ultimo tratto dell’avventura del Samurai Tsunenaga Hasekura Rokuemon, primo ambasciatore giapponese a sbarcare in Italia, nel XVII secolo.

È la rievocazione di un’impresa epica ed unica per la sua epoca compiuta da un giovane ambasciatore giapponese che sbarcato nel 1615 a Civitavecchia venne ricevuto da Papa Paolo V. Un racconto di un’avventura post medioevale fatta di frati viaggiatori, di popoli convertiti e di martiri trucidati, ma anche di palazzi del potere e di lettere d’oro. Una missione che non trovò il risultato desiderato.

Infatti, sebbene l’ambasciata di Hasekura fosse stata accolta cordialmente in Spagna e a Roma, ciò avvenne in un momento in cui il Giappone s’indirizzava verso la soppressione del cristianesimo.

Il paese aveva iniziato a perseguitare i cristiani e stava per ritirarsi nel sakoku, la secolare politica di isolamento. Hasekura divenne persona non grata scomparendo dalla storia ufficiale. Un indizio del suo destino è il fatto che nel 1640 suo figlio fu costretto a sventrarsi a causa di presunte simpatie verso la religione illegale, appunto il cristianesimo.

La successiva ambasciata del Giappone in Europa non sarebbe avvenuta se non più di 200 anni dopo. Ecco perché è importante ricordare attraverso i passi del Samurai questo epico viaggio presentato lo scorso novembre a Palazzo del Pincio, ora in via di realizzazione a tempo di record nell’imminenza del Giubileo.

Il tracciato che si è scelto per ricordare Hasekura e i Martiri Giapponesi, prevede il paesaggio fra centri urbanizzati e centri abitati, fra riserve ambientali, Oasi e la foce del Tevere. Il tratto lungo la costa consente di apprezzare numerose aree archeologiche ed emergenze architettoniche, quali torri costiere ed edifici fortificati.

Le tappe

Partendo dalla statua dedicata ad Hasekura Tsunenaga e alla Chiesa dei Martiri Giapponesi a Civitavecchia, il percorso scende verso il Castello di Santa Severa, dove il Samurai soggiornò per una notte, proseguendo per Palidoro dove fece una sosta, e riprendendo il cammino nelle campagne verso Roma, arrivando alle sponde del Tevere, fino in Vaticano e al Quirinale.

Civitavecchia – Santa Severa 20.4
Santa Severa – Cerveteri 14.7
Cerveteri – Ladispoli 16.3
Ladispoli – Fregene 15.1
Fregene – Parco Leonardo 22
Parco Leonardo – Eur 17.4
Eur – Quirinale 14.4

Matteo Galloni: la comunità monastica oltreopassa la logica mondana.

In questo pregevole studio Matteo Galloni affronta il rapporto dialettico, a volte non privo di tensioni, fra libertà e obbedienza nell’ambiente del monachesimo greco delle origini con particolare riferimento alle vite e ai detti dei padri del deserto. Come è noto, il tema della libertà di scelta fra il bene e il male è ampiamente presente nella riflessione degli autori della letteratura cristiana greca in generale soprattutto in polemica contro ogni forma di determinismo che minava la realtà del libero arbitrio dell’uomo in campo morale. A tal fine Galloni avvia il suo discorso partendo da Gregorio di Nissa che definisce la scelta come un movimento libero verso il bene o il suo opposto; per il Cappadoce questa problematica è di grande rilevanza al punto che mette in evidenza che la libertà di scelta conduce l’essere umano all’uguaglianza con Dio, che non può costringere a prendere qualsiasi decisione. La virtù quindi presuppone la libertà perché ciò che si fa per costrizione non può essere virtù. Certamente questo rilievo dato alla scelta libera si ritrova anche nello stoicismo (si pensi ad Epiteto), in cui si sottolinea il t. proairesis, ampiamente presente, in ambito cristiano, ad esempio in Giovanni Crisostomo che così mette in evidenza la libertà di scelta, in particolare contro il determinismo manicheo.

Nella spiritualità dei padri del deserto, come puntualmente rileva Galloni, il connubio tra libertà e obbedienza, intesa come un dato interiorizzato nel rapporto fra due libertà, ha il suo modello in Cristo stesso che si annienta (si pensi a Fil. 2,7) sottomettendosi coscientemente al Padre. Nella tradizione monastica l’obbedienza, come ascesi dello spirito con rinuncia volontaria alla propria libertà, è legata alla paternità e figliolanza spirituale, per cui il novizio si mette alla scuola di un padre specifico, anche se si può avere con altri un legame di amicizia.

Questo rapporto di obbedienza dipende dal fatto che con le sole proprie forze non si può giungere alla perfezione della libertà. Il fine di questa rinuncia alla libertà è quindi il conseguimento della libertà-discernimento fra il bene e il male; come diceva Doroteo di Gaza, se si vuole essere liberi, si deve tagliare la propria volontà.

Galloni si sofferma poi su Pacomio e la sua concezione dell’obbedienza personale e comunitaria; per lui l’obbedienza, sempre connessa con la libertà, è necessaria per l’organizzazione della vita cenobitica, il cui fondamento è il rapporto fra paternità spirituale e obbedienza. Galloni mette anche in evidenza che le varie norme e prescrizioni ideate per le esigenze della vita comunitaria non pare risalgano a Pacomio stesso, ma siano successive. Di conseguenza dopo Pacomio si assiste all’instaurarsi di una dinamica di assolutizzazione e sacralizzazione da parte di chi cercava di raccogliere il nucleo centrale dell’eredità del fondatore. Si tratta, in ultima analisi, di quelle tensioni fra libertà e obbedienza, di cui si parlava in precedenza, che portano ad una sorta di sclerotizzazione di queste due componenti della vita monastica, la libertà appunto e l’obbedienza, che sono invece strettamente legate al binomio paternità-figliolanza spirituale in vista del conseguimento dell’autentica libertà. Tutte queste argomentazioni sono sviluppate da Galloni sulla base di una ricca documentazione di fonti antiche e moderne, sempre discusse con acribia e sicurezza metodologica.

 

Per informazioni sul libro scrivere a “Comunità Amore e Libertà Onlus”

sostenitori@amoreliberta.org

Basilicata, Chiorazzo non ritira la candidatura: “Noi ci siamo”.

Il presidente dell'associazione Giovane Europa, Angelo Chiorazzo, durante la presentazione del libro "La Tunica e la Tonaca" di padre Enzo Fortunato, frate conventuale di Assisi, presso il Protettorato San Giuseppe, Roma, 01 ottobre 2020. ANSA/RICCARDO ANTIMIANI

Ci siamo candidati a guidare la Basilicata per cercare di portare un vento di rinnovamento, per dare seguito alla richiesta di cambiamento che veniva dai territori, dalle tante donne e uomini che con entusiasmo si sono riavvicinati alla politica, nell’area di centrosinistra, e che si sentivano privi di un riferimento. 

Persone che coltivavano, insieme, il desiderio di dare una mano, e di far voltare pagina alla Basilicata, immersa negli ultimi 5 anni nella peggiore giunta che abbia mai visto.

Le vicende degli ultimi giorni sono sotto gli occhi di tutti. 

Fino a due settimane fa, ci siamo sempre disinteressati delle dinamiche interne ai partiti. Con grande piacere avevamo registrato la convergenza del PD lucano, e di larga parte di militanti, simpatizzanti, parti significative di classe dirigente degli altri partiti e movimenti del centrosinistra, del Movimento 5 stelle, dei Verdi e di Italia viva, nonché di rappresentanti autorevoli della società civile.

Fin dal 16 dicembre avevo inoltre dato la disponibilità a svolgere le primarie come metodo democratico per la scelta del candidato Presidente.

Ho avuto poi la possibilità di dialogare con i leader nazionali dei due principali partiti del centrosinistra. Come sa chiunque abbia seguito le cronache non esattamente esaltanti di questi giorni, siamo stati praticamente in assemblea permanente per più di una settimana.

A me sono stati portati attestati di stima ma anche l’indicazione che il mio nome non consentiva l’unità del centrosinistra. Io non ho ancora ben capito le ragioni del veto personale, soprattutto perché accompagnate a una richiesta di restare in campo. Allo stesso tempo ho ritenuto che il tema dell’unità del centrosinistra avesse un valore maggiore rispetto al mio destino personale. 

Per questo, mi sono detto disponibile a fare un passo di lato per individuare una figura che fosse più unificante, e che potesse trovare il consenso di tutti, ovviamente anche il nostro. Ho così ritenuto di dare il mio consenso alla figura del dottor Lacerenza, professionista di grande valore, anche se non proveniva da una mia indicazione diretta, nella convinzione di poter dare il mio contributo a questa unità.

È avvenuto però un fatto che, onestamente, ci ha sorpreso nella sua portata: già nei primi minuti dopo la notizia della candidatura di Lacerenza, siamo stati letteralmente travolti da una rivolta che mi permetto di definire di popolo.  

Donne e uomini che avevano creduto in un processo di cambiamento profondo hanno invece visto nella nostra scelta la riedizione di quanto avvenuto 5 anni fa. Peraltro, senza conseguire nessuna unità reale del centrosinistra. 

Sono state ore di riflessione, anche di tormento. È chiaro che ognuno ha sbagliato qualcosa. Tra questi, anche io. 

Qualche ora fa Domenico Lacerenza ha preso atto della contestazione e della condizione di estrema difficoltà elettorale determinatesi immediatamente alla ufficializzazione dell’intesa sul suo nome e ha fatto un passo indietro. È una scelta non scontata, di cui apprezzo l’onestà intellettuale. Segnala ancora una volta lo stile dell’uomo, che va nuovamente sottolineato, a maggior ragione dopo ciò che ha dovuto affrontare negli ultimi tre giorni.

Adesso, però, non c’è davvero più tempo da perdere. E non possiamo fare finta di niente. Anzi, c’è da ripartire da quel moto popolare che denota rabbia verso la politica e allo stesso tempo un profondo desiderio di cambiamento. Non ha prevalso l’indifferenza e, considerando come sono andate le cose, è un mezzo miracolo.

Per seminare occorre voltare pagina. Per questo, abbiamo deciso, insieme a Basilicata Casa Comune, di candidarci a rappresentare questo moto di popolo. Assieme a noi ci saranno altre liste civiche e chi vorrà sposare questo progetto.

Chiediamo a tutte e tutti quelli che ci hanno sostenuto, e in questi giorni richiamato a gran voce, di starci accanto fino in fondo, di fare con noi la campagna elettorale. Non importa se hanno in tasca la tessera di una associazione, di un partito o di un movimento: vogliamo rimettere in gioco tutta quella energia e quell’entusiasmo che aveva attraversato la Basilicata nei mesi scorsi e che in questi giorni aveva lasciato spazio alla frustrazione. Lo vogliamo fare nella composizione delle liste, nella campagna elettorale, nella volontà di far voltare pagina alla nostra amata regione.

Ci ha convinto chi ci ha detto: ora o mai più. Noi ci siamo.

“Democrazia”, p. Occhetta rimette al centro la questione della dignità umana.

«Questo volume e una sorta di enzima sociale per mettere insieme minoranze creative, nuovi luoghi (relazionali) da cui progettare l’avvenire, pensare le riforme che mancano e connettere le buone pratiche di amministrazione in cui si respira già aria di fraternita». Sono le parole di padre Francesco Occhetta nel presentare un’opera che si incentra su quattro grandi temi di stretta attualità: Ambiente, Lavoro, Giustizia, Riforme (istituzionali). La società italiana e quella europea si trovano oggi a un punto di svolta; di fronte alle evoluzioni geopolitiche globali, che ridisegnano gli equilibri politici ma anche tra culture, la forza delle tutele europee nelle quattro aree proposte rischia di affievolirsi, perdendo la bussola che le contraddistingue: la dignità umana. Per evitare tale scenario, e necessario rigenerare questi ambiti di competenza e di impegno sociale attraverso una nuova alleanza tra persone, società civile e istituzioni. La sfida è grande e perciò è necessario operare un capovolgimento dei modelli economici, lavorativi e politici che hanno perso umanità, riproponendo un paradigma di alleanza sociale che si fondi sulla fraternità.

Su questo, individuando soluzioni concrete, si concentrano gli Autori – oltre ad Occhetta, firmano il volume Fabrizio Urbani Neri, Giuseppe Falvo, Rosalba Famà, Ciro Cafiero, Tommaso Galeotto, Francesca Carenzi, Alessandra Luna Navarro, Cristina Ponti, Arturo De Vita, Giulio Stolfi, Paolo Bonini e Marco Fornasiero – che, secondo ruoli e competenze specifici, forniscono il proprio contributo al testo suddiviso in quattro sezioni tematiche. Si tratta di qualificati esperti che appartengono all’associazione “Comunita di Connessioni”, realtà che dal 2009 opera per la formazione alla politica e si incontra per confrontarsi e formarsi sulle questioni prioritarie dell’agenda attuale. 

Questo l’”identikit”: «Il nostro impegno è “pensare politicamente” i temi della democrazia con al centro la dignità della persona, su cui è stata pensata la nostra Costituzione. Siamo una comunità apartitica, plurale, fondata su relazioni di fraternità e su uno spirito di condivisione. Da noi si atterra da soli e si decolla insieme. Riuniamo giovani e rappresentanze associative provenienti da tutta l’Italia offrendo loro percorsi di formazione alla politica. Il nostro modello offre ai giovani del Paese un luogo di incontro, di confronto e di dialogo sulle sfide della società e della politica. Ci incontriamo per elaborare e offrire, a partire dagli ambiti del nostro impegno lavorativo, testimonianze e prospettive alla luce del Vangelo e della dottrina sociale della Chiesa. Sosteniamo le comunità locali nella comprensione e strutturazione dei progetti di transizione energetica, favoriamo il confronto e le sinergie tra pubblico e privato, le categorie e gli attori che vivono il territorio, e animiamo attività di sensibilizzazione sul cambiamento climatico e sulla costituzione delle comunità energetiche».

Il libro si conclude infine con la definizione di dieci parole che esplicitano il concetto di democrazia e «la natura di questi termini è centrata sul livello relazionale e sociale, tiene conto dei conflitti che la negano, rinasce dal limite e dal fallimento dell’esperienza e fa tesoro dell’esperienza e degli errori compiuti in quattro ambiti della vita politica: la giustizia e il lavoro, l’ambiente e le riforme delle istituzioni».

 

Chi sono gli autori del libro

Francesco Occhetta, gesuita dal 1996, e docente alla Pontificia Universita Gregoriana e segretario generale della Fondazione Fratelli tutti; Fabrizio Urbani Neri, avvocato dello Stato; Giuseppe Falvo, avvocato penalista; Rosalba Famà, avvocata e dottoranda; Ciro Cafiero, avvocato giuslavorista; Tommaso Galeotto, consulente e ricercatore; Francesca Carenzi, comunicazione istituzionale; Alessandra Luna Navarro, ingegnera e professoressa universitaria; Cristina Ponti, ingegnera e professoressa universitaria; Arturo De Vita, avvocato immobiiarista; Giulio Stolfi, magistrato della Corte dei conti; Paolo Bonini, ricercatore universitario in diritto costituzionale; Marco Fornasiero, affari istituzionali.

 

Per saperne di più

Democrazia. La sfida della fraternità. 

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Ricordo di Pietro Padula, figura eminente del cattolicesimo democratico bresciano.

Dei miei cinque Sindaci, che ho avuto l’onore di servire in qualità di Avvocato Capo della Civica Avvocatura, Pietro Padula (per gli amici soltanto “Il Baby”) era quello che conoscevo da maggior tempo. Mio coscritto, eravamo stati insieme alle scuole medie del Fontanone che sorgevano ai margini del Teatro Romano oggi in via di recupero. Anzi, per andare a scuola si passava su un ponticello di legno che sorpassava la cavea del teatro.

Siamo stati insieme alle scuole medie con un gruppo di amici che è durato a lungo (da Vittorio Tedeschi a Gianfranco Conti a Lanfranco Boglietti ed altri). Sin da allora prendevamo in giro il Baby Padula, che stava cominciando la sua carriera politica, dicendogli che studiava già da sindaco, senza sapere che a questa carica sarebbe arrivato 40 anni dopo. Poi al liceo la nostra vicinanza è continuata, entrambi all’Arnaldo, però in sezioni diverse (una prima anomalia perché le fedeli famiglie democristiane mandavano i figli all’Arici, mentre la tradizione laica dell’Arnaldo era seguita dalle famiglie della borghesia professionale. D’altronde mio padre aveva frequentato il liceo Arnaldo prima della Guerra Mondiale).

Poi iniziò la vera carriera politica del Baby Padula, eletto al Parlamento e quindi spesso a Roma, durante la settimana, con rientro domenicale. E allora ci incontravamo con la compagnia che ho ricordato più sopra. Continuavamo a non prendere troppo sul serio il nostro amico, che peraltro parlava molto poco dei fatti romani, e di questo mi sarei ricordato in un episodio più avanti al quale accennerò.

Eletto Sindaco dopo il secondo mandato di Trebeschi (14 ottobre 1985) mi ricordo che non era entusiasta dell’idea, che lo costringeva, secondo le leggi di allora, a dimettersi dal Parlamento. Rimase però sempre in stretto contatto con il Partito di Piazza del Gesù e attento ai bisogni e alle esigenze della sua città. In particolare, ebbe un ruolo importante nei problemi di applicazione della legge 167/62 sull’edilizia economica-popolare e il PEEP di San Polo a Brescia (voluto dall’Assessore amico Avvocato Luigi Bazoli) costituì uno dei primi esempi di applicazione della normativa in campo nazionale.

Un momento particolare che travagliò non poco l’Amministrazione Trebeschi (e me in particolare, essendo io l’Avvocato Capo del Comune) fu il “Caso Zubani”. Si trattava di una piccola azienda agricola con cascina in San Polo che fu oggetto di espropriazione per l’attuazione del PEEP e il problema nasceva anche, ma non soltanto, per la determinazione della relativa indennità di esproprio. Senza ricordare troppi particolari tecnici, fra la legge generale sugli espropri del 1865 e la 167/62, non esisteva allora altro criterio per la determinazione dell’indennità se non il “prezzo pieno in comune commercio”. Si capisce che questo criterio era pesantissimo per i Comuni e la massa di espropri che si dovette fare per la realizzazione del PEEP di San Polo è lì a dimostrarlo. Ragionando con Padula sulle finalità pubbliche della 167/62 emerse allora l’opportunità di introdurre una norma che alleggerisse per i Comuni l’insostenibile peso economico degli espropri.

Nacque così quella che in breve tutta Italia conobbe come “Legge Zubani” la quale prevedeva che all’interno dei PEEP l’indennità di esproprio facesse riferimento alla famosa legge per Napoli del 1885 e al relativo meccanismo di determinazione con riferimento anche alla rendita catastale degli immobili o agli affitti pagati nell’ultimo decennio. Uno dei relatori di questa legge fu il Baby Padula, che utilizzò così la sua esperienza come Sottosegretario ai Lavori Pubblici del Governo Andreotti di unità nazionale (1978/79).

Ricordo che consegnai all’amico Padula un foglietto con il testo della Legge Zubani da far approvare in Parlamento.

Un’altra volta ebbi l’occasione di andare a Roma insieme a lui, che in quel momento era il mio Sindaco e gli ricordai di quando lo prendevamo in giro, nelle cene fra amici, dicendo che dopotutto non era poi così vero che lui fosse una persona importante del Governo. Con quel suo sorrisetto un po’ ironico e un po’ beffardo, il Baby Padula si limitò a dire, mentre prendevamo posto a bordo dell’aereo, “Vedrai a Roma”.

Ed ebbi davvero occasione di vedere perché quando arrivammo a Piazza del Gesù, storica sede della Dc nel palazzo d’angolo di fronte alla magnifica chiesa omonima, c’era una fila di gente che arrivava in strada. Con un sorrisetto, Padula mi disse: “Vedi? Quelli aspettano me.” Entrammo nel palazzo e, salendo la scala, dovevamo farci largo fra i postulanti. Quando arrivammo di sopra, al suo ufficio, il Baby mi disse solo (sempre con quel famoso sorrisetto): “Hai visto?”.

Sempre in quella giornata lo accompagnai ad una serie di incontri con personalità politiche, fra cui Beniamino Andreatta che era seduto a una nota gelateria romana di Piazza San Silvestro. Degustando un ottimo gelato Andreatta (che aveva studiato a Padova e mi salutò cordialmente, in omaggio all’Alma Mater) disse a Padula: “Insomma quando persuadi quello zuccone di Trebeschi a venire a Roma per fare il Presidente dell’Enel, lui che ha fatto così bene all’ASM bresciana?” La risposta di Padula fu diplomatica: “Sai com’è Cesare…” In realtà mi risulta che l’interessato diretto, cioè Trebeschi, diede una risposta molto più in linea con il suo carattere di Cellatica: “Te te set mat !”

Ho letto sul libro dedicato a Padula tutta la serie delle lunghe battaglie politiche che il Baby affrontò e delle quali, per vero, parlava poco, almeno con noi profani. Rimase sempre una persona molto riservata e di poche parole, con un tratto molto signorile, pronto ad aprirsi con un largo sorriso che gli illuminava il viso austero. Un vero amico che rimpiangiamo, tutti, io in particolare.

Zeno Salimbene appena diciottenne firma “La brigante giovinezza”

“Voglio la mia brigante giovinezza / sia come certi di quei fuochi che / dalla ferrovia distante / inerti i bimbi chiameranno incendi”: sono i versi della poesia “Primavera” a dare il titolo alla prima silloge di Zeno Salimbene pubblicata da Fuorilinea Edizioni.

“La brigante giovinezza” è un’indagine verticale e indelicata sulle paure, le aspirazioni e gli incubi di una generazione tempestata dal buio e tuttavia aggrappata alla vita, ai suoi battiti, alle sue pulsioni. È un’altra verità sulla generazione Z, non solo esibizionismo e followers, dunque, ma anche rabbia, amore, volontà e avvenire.

A soli 18 anni Salimbene, nato e cresciuto a Capena, in provincia di Roma, stupisce e disorienta scavando la pagina con versi inconsueti e promettenti, dal misticismo singolare, sui generis, con un ritmo già pensato per essere interpretato nelle sue perfomance di poesia orale. 

“Io sono uno che scrive per necessità, per me scrivere è un atto politico: pensare che io debba levigare un verso per renderlo digeribile o civile mi distrugge. La poesia non deve essere digeribile, deve essere libera. Non deve essere autoerotismo, ma manifesto”. Così descrive il suo lavoro il giovanissimo autore che si dice avverso alla “vanificazione della poesia, alla poesia monoporzione, quella che si scrive sugli scontrini”. 

La sua è una produzione complessa e viscerale, a tratti sconcertante e scomoda tanto quanto il mondo che abita e racconta: non assolve ma riabilita, non definisce ma smaschera. E ancora abbraccia le ombre, l’inquietudine, la marginalità, il rifiuto. Accoglie i suoi mostri e li riporta in superficie per accecarli di senso. Nel linguaggio e nelle illustrazioni di Salimbene, che è anche pittore, c’è l’ingiustizia e il riscatto, l’indifferenza e il suo antidoto, lo sdegno e la ribellione. C’è una Roma materna e accudente, e poi anche dannata e degenere. Ci sono la materialità urgente del corpo e gli spettri intangibili dell’animo, la famiglia e la sua dissoluzione, l’intimità e il dominio pubblico, il presente e la Storia. 

È una poesia figlia e interprete di tempi incerti e vertiginosi ma anche e ancora appassionati. Un libro da “maneggiare con cura”, la stessa che muove la penna di questo giovane artista.

Il valzer delle alleanze devasta l’ipotetico Campo largo

Il simpatico e suggestivo incontro tra Romano Prodi e Giuseppe Conte dei giorni scorsi non è riuscito, almeno così pare, ad evitare la goliardata in corsa tra il partito della Schlein e i populisti dei 5 Stelle. E poi ci si lamenta della crescita dell’astensionismo elettorale. O meglio, del non recupero, da parte dello schieramento di sinistra, di un elettorato che si è progressivamente allontanato da quell’area politica. Verrebbe quasi da dire che non ci sono più parole.

Dunque, la Sardegna ha visto la netta spaccatura tra la sinistra e i 5 Stelle da un lato e le forze moderate e riformiste dall’altro. Per un colpo di fortuna che può capitare ogni decennio o giù di lì, si è vinta la battaglia elettorale. Ma le circostanze che hanno portato a quella vittoria sono riconducibili tutte ed esclusivamente agli errori madornali e persin plateali del centro destra. Comunque è andata.

Sull’Abruzzo è meglio non commentare. È appena sufficiente ricordare un fatto per non ripercorrere l’intera vicenda. E cioè, l’agenda quotidiana della campagna elettorale del centro sinistra doveva scrupolosamente appurare che non era previsto alcun incrocio tra i vari leader di quel campo perché altrimenti scoppiava una polemica violenta. E questo perchè i vari capi partito della coalizione erano seriamente impegnati a sottolineare che il sempre più grottesco “campo largo” altro non era che un escamotage per prendere qualche voto più in quella Regione ma mai, e poi ancora mai, si sarebbe potuto realizzare a livello nazionale. È persin ovvio arrivare alla conclusione che chi ascoltava quelle dotte riflessioni o non votava più la sinistra oppure, e per reazione, votava la coalizione di centro destra.

Sulla Basilicata è meglio stendere un velo pietoso. Se si dovesse ripercorrere l’intero spettacolo lucano con l’ultimo ritiro da candidato a Presidente dell’ormai più famoso oculista d’Italia, ci sarebbe anche da ridere. Ma, al di là delle piroette continue e ripetute da parte dei vari partiti, emerge un solo dato. Ovvero, la coalizione di centro sinistra semplicemente non esiste. E quando esiste è un’ammucchiata inguardabile e addirittura ingiudicabile.

E poi arriva il Piemonte, la mia regione, e qui la comicità raggiunge livelli insuperabili. Dopo la contesa fra due candidature – peraltro accettabili – da ormai quasi un anno, da parte del Partito democratico si arriva alla conta a livello regionale. Ma ecco il colpo di scena. Dal quartier generale

del Nazareno – in ossequio all’autonomia politica e regolamentare dei territori – parte l’invito al dietrofront. Nessun confronto tra i due candidati e, di conseguenza, nessun voto da parte dell’Assemblea regionale del partito ma l’imposizione di una terza candidatura. Un assessore del Comune di Torino che in questi ultimi 25 anni si è candidata praticamente a tutto ciò a cui era possibile candidarsi. Sempreché, adesso, non faccia la fine dell’oculista lucano…

Ora, e per restare all’incontro tra Prodi e Conte, in attesa che partecipi poi anche la Schlein, forse sarebbe opportuno che da quelle parti tornasse almeno la serietà. La coerenza, com’è ovvio, sarebbe troppo. Perchè altrimenti l’unico elemento che emerge, in modo sempre più evidente e palese, è la comicità che accompagna questi momenti. Che, detto fra di noi, rappresentano però il cuore della credibilità e della serietà di un partito. Cioè la costruzione di una coalizione di governo. E quando su questo versante si diventa ridicoli, e anche un po’ grotteschi, il rischio vero che si corre è solo quello di non essere più competitivi con gli avversari politici ma semplicemente spettatori di ciò che capita per manifesta incapacità politica, programmatica, culturale ed anche organizzativa.

Il vertice Italia-Egitto nell’ottica di Ue e Brics

Nonostante il fatto che l’attenzione dell’opinione pubblica sia rivolta soprattutto all’immigrazione, questo tema, pur prioritario, non può costituire l’unica chiave di lettura della visita di oggi, 17 marzo, al Cairo della presidente del Consiglio italiano e di una delegazione europea, guidata dallla presidente della Commissione Europea. 

Si tratta, infatti, di un vertice che ha molteplici obiettivi e che si inserisce nel contesto più ampio delle dinamiche in corso nel mondo attuale. L’Egitto è lo stato che si affaccia sul Mediterraneo con i maggiori problemi a tutti i suoi confini terrestri. A Ovest con una Libia, destabilizzata dall’improvvido intervento armato di alcuni Paesi occidentali iniziato 13 anni fa, il 19 marzo 2011. A Sud con un Sudan alle prese con una guerra civile che ha provocato l’afflusso in Egitto di circa 9 milioni di profughi. E ad Est, con Israele e con il territorio più martoriato del futuro stato di Palestina, la Striscia di Gaza.

Cionostante l’Egitto è anche una potenza emergente, con un tasso di crescita demografica tre volte superiore a quelli dei Paesi europei. Ed è il Paese mediterraneo espressione del Coordinamento Brics dal primo gennaio scorso, cosa che ne ha aumentato il peso a livello internazionale e che consiglia di leggere la visita della Meloni e della von del Leyen al Cairo innanzitutto in funzione del recupero di una iniziativa politica europea verso la sponda Sud del Mediterraneo, a fronte di un attivismo dei Paesi Brics, che ha tempi e numeri incomparabili ormai con quelli possibili all’Europa. Dopo l’adesione a questa associazione di Paesi che rappresenta il 45% della popolazione mondiale, l’Egitto ha ulteriormente rafforzato le relazioni con gli  gli Emirati Arabi Uniti, altro fresco membro Brics, dal quale ha ottenuto il mese scorso il più grande pacchetto di investimenti diretti esteri della sua storia: 35 miliardi che cambieranno la fisionomia dell’area costiera nord-occidentale dell’Egitto di Ras Al Hekma, trasformandola in un enorme polo turistico.

Ma ancora più pieno di ripercussioni sull’Europa, è il progetto della creazione di una zona industriale cinese sulla costa mediterranea egiziana, in aggiunta a quella già esistente a Ain Sokhna sul Golfo di Suez, con un maggiore trasferimento di competenze e tecnologie avanzate cinesi all’economia egiziana. Si tratta del primo progetto dell’Egitto come membro dei Brics in grado di attirare nuovi e ingenti investimenti sul mercato egiziano e nel contempo in grado di offrire alla Cina nuovi sbocchi, alternativi o aggiuntivi alla Via della Seta, in Nord Africa e verso l’Europa.

Dunque, se si considera un tale contesto, emerge che la visita odierna al Cairo nel duplice livello nazionale e comunitario si propone innanzitutto di rafforzare il partenariato italo-egiziano nel quadro di cooperazione e di sviluppo del Piano Mattei, e si inserisce a pieno titolo nelle relazioni tra Unione Europea e Brics nel quadro di un nuovo e inedito multilateralismo, nel quale l’Europa può esercitare il proprio ruolo su dossier come energia, ambiente, migrazioni, investimenti per lo sviluppo, sicurezza.

Ecco perché il fuoco di sbarramento che a Bruxelles come a Roma, è stato lanciato verso questo vertice italiano e europeo con l’Egitto da parte di alcuni settori della sinistra, appare discutibile nonostante la validità di alcune ragioni che lo hanno ispirato, segnatamente quelle riguardanti i diritti umani. Se usato in modo distorto il tema dei diritti, può portare a un peggioramento delle condizioni, come purtroppo ci ha insegnato la vicenda della Libia, con un caos, che in seguito al piano delle primavere arabe, ha rischiato a suo tempo di travolgere anche l’Egitto, se l’esercito non si fosse mostrato come la spina dorsale di quel Paese, evitando una deriva nel caos. Quando si valuta la situazione di Paesi profondamente diversi da quelli occidentali come l’Egitto, occorre non perdere di vista il concreto bene comune possibile in relazione alla situazione data. L’etica della responsabilità è la cifra con cui guardare al nuovo mondo che si sta formando, anche sulle rive del Mediterraneo, al posto di uno spocchioso atteggiamento da dispensatori di pagelle che non aiuta chi le compila e non aiuta le popolazioni dei Paesi oggetto di tali valutazioni.

Il Mediterraneo, gli immigrati e il pallottoliere infinito.

Ci sono Direttori Generali e Direttori Generali. Quello del quotidiano Daily Planet di Metropolis, come Perry White, assegnava a Clark Kent, alias Superman, i pezzi da fare. Ci sono altri che hanno stile diverso. White, uomo in carriera, agli esordi è un cronista dei valori della giustizia e della verità. Riesce persino ad eludere le pressioni del suo editore, mantenendo sempre una sua ferma autonomia. Invece oggi la scena potrebbe essere quella di un disincantato Capo Redattore che, imprecando, urla ad un suo giornalista di buttare giù ad ogni costo un pezzo, uno qualsiasi, pur sapendo che non frega niente a nessuno e che comunque, per buona immagine del giornale, si deve fare. 

Sa perfettamente che resteranno parole inamidate senza che lo sguardo di un lettore possa in alcun modo stropicciarle. All’opposizione del poveretto, intima al suo giornalista di provare ad inventarsi qualcosa di diverso per uscire dal tunnel della ovvietà di parole, tipiche della circostanza. Il povero redattore, semmai fosse in grado di provvedere questa volta al comando, è già preso dall’ansia di un nuovo articolo ancora, da qui a breve, da dover imbastire. La stagione è propizia perché i barconi di immigrati possano riprendere le rotte della speranza e di farla finita, bene o male che vada. 

La fantasia sta morendo insieme ai profughi che rivendicano almeno il diritto di cronaca. Ogni giorno bisogna escogitarne una per venire a capo di un racconto che non ha nulla di dissimile da fatti precedenti su cui si è già detto tutto. Ci vorrebbe Superman o l’intelligenza artificiale per mettere un po’ di sale nuovo in una minestra che ha stufato già da tempo.

Di poca consolazione è sapere che, come sembra, oggi siano preferiti gli esodi dal Senegal puntando verso le Canarie, appena 800 chilometri di onde da fronteggiare, visto che non è più appetibile, anche se più breve, il Mediterraneo centrale – ed esso, quindi, potrà prendere un po’ di respiro e perdere il suo primato gravitazionale di tante morti in ammollo.

Il Governo tunisino respinge verso il deserto chi è in cerca di fortuna e di terra promessa, ecco la causa di sentieri nuovi da battere. La scelta potrebbe essere quella di oscurare del tutto un fatto che è ormai indifferente o, peggio, muove un po’ a noia. Si sa: non si può pretendere che la notizia del sole che sorge ogni giorno dia, per ogni dove, uno scossone con effetti da sbandierare in lungo e in largo. Il cronista è in difficoltà, scrive senza credere ad un lettore che lo assecondi. 

Sono morti 60 immigrati, un’altra ventina si sono salvati. Inutile aggiungere precisione alla morte che ne ha già del suo, almeno quanto a risolutezza. Non li hanno trovati perché stecchiti di sete e di fame dopo una settimana di navigazione, ustionati dal sole e forse dai motori: i sopravvissuti li hanno buttati in acqua, liberandosi di un macabro fardello. Ragioni igieniche hanno suggerito di farlo. In aggiunta, un dolore a corto di idee ha condiviso l’iniziativa per togliersi dagli occhi uno spettacolo di decomposizione anche del suo cuore, mai abituato alla sua indole di strazio.

Malgrado la pulizia, anche i sopravvissuti si sono alterati, trasformandosi in altro dalla partenza. Lo spirito ha sembianze ora deformi. Dovremmo credere che siano restati impassibili, concentrati solo nella salvezza che li ha resi ciechi del resto che li ha circondati, ma non è stato così. 

Sono stati sfregiati per sempre dalla morte che li ha tenuti crudelmente in piedi, dopo averli attraversati, perché possano ammirare lo scempio che ha fatto ai compagni di avventura, ora gettati a far peso sui fluttui che ne sopportano malvolentieri l’olezzo.

Ci vorrebbe qualcosa di macabro per dare risalto alle righe che scrive il nostro giornalista dalla testa inevitabilmente spenta e rassegnata. Risulta che nessuno squalo ha fatto banchetto sotto gli occhi degli astanti, non è corso sangue a più non posso, non c’è stata una balena con cui pigliarsela. Non ci sono uomini contro la forza brutale della natura ma uomini contro loro stessi, chi dalla parte dei forti e chi in quella dei deboli, chi opprime e chi scappa.

Forse potrebbe attaccare il pezzo ricorrendo ad una formula giuridica e notarile medievale usata, ad esempio, al momento dell’apertura di un testamento: ”Essendo il cadavere presente…”, ma non funzionerebbe. I corpi sono stati gettati in mare e la loro presenza si è avvertita solo dal grido di protesta delle onde che non chiedono intralci nel loro mondo sempre in peregrino movimento.

Cadavere viene dal verbo cadere. Più in basso di quanto hanno fatto, non gli è stato possibile. Si gioca di scomposizione pescando nelle sillabe iniziali per alleggerire l’angoscia o per meglio comprendere. Ca/rne da/ta ai ver/mi o ai pesci poco importa. Sono stati buttati in un mare che è sempre “magnum” a fronte delle loro piccole dimensioni di corpi per un po’ galleggianti, finché anche la loro risurrezione non ha fatto il pieno d’acqua mandandoli a fondo.

L’imbrattafogli è in una situazione di confusione, gli mancano le lettere giuste per scrivere qualcosa che ne valga la pena. Ricorda un passo letto tempo fa: ”La lettera si sarà perduta nel mare magnum dei miei scartafacci”. Il mare sta uccidendo anche lui e la sua penna.  Il mare è traditore, non è più nostrum ma mostrum, è adesso un mare amaro, è marmo gelido che trema al contatto di morti dalla pelle fredda che, malgrado tutto, ancora trema intirizzita. 

Non ci sono onde scintillanti al sole, che però illumina la scena perché la morte per prima ne abbia schifo. Il suo ventre, gonfio da scoppiare, vorrebbe vomitarli per una parte fuori ma non le è possibile, questa è la sua minima punizione ed insieme il suo orgoglio.

Il pallottoliere di Dio fa prima a contare le onde che i morti. Agli scampati, addosso una coperta termica, perfettamente lucente per dare segnale ad altri che ci proveranno. L’inchiostro è finito in secca, al pari della vita di tanti. Il Direttore è già pronto per altri rampanti improperi.

Via Fani spinge a riflettere sul futuro della nostra democrazia

Il 16 marzo 1978 veniva sequestrato Aldo Moro e trucidati i cinque uomini della scorta. Iniziava l’agonia dello statista che si concludeva con il Suo assassinio il 9 maggio.  Una tragedia per le famiglie e per il Paese. 

Ritengo che si sia esaurito il tempo delle liturgie commemorative. La verità su quella tragedia, come in tante altre vicende, non è “venuta fuori”. Le numerose commissioni parlamentari hanno raccolto solo notizie sulle dinamiche. Oggi agli assassini, non solo di Aldo Moro e della Sua scorta, ma di tanti servitori dello Stato, viene assicurato un podio per discettare sulle loro “gesta”. 

La storia della Balzerani, in occasione della Sua morte, è stata commentata senza sussulto. Non ci sarà mai sicurezza se la verità viene nascosta e se un sottobosco di manipolatori agisce all’interno delle istituzioni come si evince dagli ultimi accadimenti… 

Togliamo i troppi veli, stesi sotto “forma” del segreto di Stato, che nascondono tante verità. Negli anni di piombo l’eversione ha scatenato la lotta alla democrazia e alla libertà. Nelle fasi successive le istituzioni di democrazia rappresentativa hanno subito erosioni preoccupanti. 

La democrazia è ritenuta un limite al buon governo efficiente, decisionista e stabile, mentre la libertà va “dosata”. Ribaltare un sistema di garanzie è sovvertimento dei principi fondanti della Repubblica. Nei tanti assassini, la pietà era scomparsa. Uomini contro altri uomini, contro la vita. La crisi della politica nasce da quella perversione.  Troviamo il gusto dello stare insieme, della dialettica e del confronto. Il Parlamento, dove è riposta la sovranità popolare, non è un impedimento allo sviluppo, perciò stesso da oltraggiare e abbattere.

La Presidente del Consiglio, seguita dalla sua maggioranza di governo, propone con il premierato un uomo solo al comando, e quindi un Parlamento svuotato. In una democrazia solo nominale, decidono i poteri forti e I governanti sono serventi e funzionali. La sfida è ritrovare il senso della nostra storia in un orizzonte in cui gli ideali vincano sulle angustie delle supponenze, dei pensieri deboli senza respiro e senza…speranza.

 

[Post pubblicato su Fb]

Il ruolo eminente di Donat-Cattin nella vita politica del nostro Paese

EPP Summit, Meise. Oct, 2013

Sono grato alla “Fondazione Carlo Donat-Cattin” che mia ha ancora una volta offerto l’opportunità di ricordare Carlo e vorrei ringraziare Claudio e Mariapia per l’attento e prezioso impegno che profondono nella custodia e nella diffusione della sua eredità ideale.

Diversi anni fa la Camera dei deputati aveva voluto rendere a Donat-Cattin il proprio tributo con la pubblicazione dei discorsi parlamentari, a testimonianza della sua lunga presenza nella vita del Parlamento in qualità di deputato, senatore e rappresentante del Governo.

Oggi, questo nuovo e prezioso volume ci consente di approfondire ulteriormente la sua intensa esperienza umana e politica offrendoci la testimonianza viva della sua personalità e del suo impegno straordinario al servizio del Paese.

Se infatti c’è una figura che, nella seconda metà del Novecento, ha rispecchiato le sollecitazioni e l’inquietudine del mondo cattolico, politico e sindacale, questa è proprio quella di Carlo Donat-Cattin, parlamentare dal 1958, più volte ministro e leader di Forze Nuove, una delle più significative correnti della Dc per i suoi ancoraggi col mondo del lavoro. 

Mi piace ricordarne la forza carismatica, la straordinaria vitalità, la profondità del pensiero politico e del rigore morale, la passione e lo spirito battagliero profusi nella difesa delle sue idee. Doti che spiegano il fascino speciale esercitato da Donat Cattin su tanti giovani della sua parte politica, ma anche il rispetto di cui egli ha goduto tra i suoi avversari.

Tutti sappiamo quanto vivace e appassionato sia stato il rapporto suo con il partito, della cui direzione nazionale egli fece ininterrottamente parte dal 1959 alla morte. Rimangono celebri le sue battaglie all’interno della Dc per un partito di liberi e uguali, contro tutti i tentativi tesi a escludere le minoranze e a comprimere il dibattito.

Un partito votato al confronto, a garantire spazi democratici e a conservare la sua profonda identità popolare.

Come pochi altri, egli riuscì a cogliere il nucleo essenziale dei valori cui si legava l’identità e la forza della Democrazia Cristiana nel nostro Paese: il popolarismo (mai confuso con il populismo), la lezione sturziana della priorità della società rispetto allo Stato, la conquista della dimensione laica della politica rifiutando ogni subalternità acritica alle posizioni della Chiesa, il carattere di partito interclassista.

Non a caso Donat-Cattin fu il più tenace oppositore dell’esperimento Tambroni, critico della strategia antidivorzista di Fanfani, convinto solo in parte della strategia di collaborazione con il Pci che, dopo la tragica scomparsa di Aldo Moro, non esitò a considerare definitivamente chiusa, elaborando il preambolo che interrompeva la stagione della solidarietà nazionale.

Per ben diciassette anni Donat-Cattin è stato titolare di delicati incarichi di governo, legando il suo nome soprattutto ai dicasteri del lavoro e dell’industria, di cui portò la responsabilità durante stagioni di intensa conflittualità sociale e di forte ideologizzazione dei problemi.

Forte delle sue capacità di mediazione – frutto della lunga esperienza sindacale sul campo – di grande equilibrio e lucidità, riuscì a far compiere all’Italia passi importanti sulla strada dello sviluppo e della modernizzazione.

Nei lavoratori e nelle categorie sociali ed economiche più deboli e nelle loro richieste di emancipazione, di crescita e di riconoscimento di autonomia e di protagonismo, Donat-Cattin ha sempre visto l’impegno a concretizzare gli insegnamenti della dottrina sociale della Chiesa. 

Per questo non mancò di scontrarsi spesso con il Pci, di cui rispettò sempre la caratura sociale, ma del quale temeva i riflessi sulla libertà e la dignità della persona umana, messe a repentaglio dal totalitarismo dell’ideologia marxista, e al quale contestava con convinzione il monopolio che pretendeva di esercitare sul mondo operaio. “La Democrazia Cristiana è partito di operai, di contadini, di intellettuali, di lavoratori. Insomma, è un partito di popolo“, scriveva in un articolo del 31 maggio del 1945. 

Fu questa la preoccupazione che lo spinse a una durissima battaglia – fino a minacciare la dimissione dalla DC – per impedire la candidatura del senatore Umberto Agnelli nel collegio piemontese, in quegli stessi collegi in cui la Fiat aveva i suoi insediamenti sociali. 

Uomo della Prima Repubblica, fu strenuo difensore del sistema proporzionale, contro le sirene del maggioritario che, nella seconda metà degli anni ’80, cominciavano a farsi sentire e convinto assertore del ruolo dei partiti come canali di partecipazione democratica, aperti a tutti i cittadini ma soprattutto alle classi più svantaggiate, “le sole“, diceva, “che abbiano veramente bisogno della politica“. 

Attraverso le pagine di questo volume possiamo dunque ripercorrere la sua storia nel segno di ideali e valori che la rendono ancora oggi molto preziosa, e cogliere una grande lezione: l’aver compreso che i temi della socialità, della solidarietà, della difesa dei più deboli, della rappresentanza dei lavoratori non sono patrimonio esclusivo di questa o di quella parte politica, ma debbono essere affermati e difesi con determinazione e con equilibrio nell’interesse della crescita, dello sviluppo e della coesione di tutta la comunità nazionale.

Di Donat-Cattin si possono apprezzare o meno i metodi di azione, le idee, i percorsi prefigurati per orientare il Paese sulla via della crescita, della solidarietà e della giustizia. Ma se ci si approccia alla politica con autentico spirito di servizio, non si può non condividere la sua visione di fondo: una visione coraggiosa della politica, intesa come ricerca del bene comune, come luogo in cui si compongono ideali, valori ed interessi, in cui ritroviamo il senso dello Stato, l’etica dei diritti e dei doveri, la fiducia nella libertà e nella democrazia e in cui la concretezza del lavoro quotidiano prevale sulla forza attrattiva dei proclami e degli slogan.

Per questo mi auguro che la Fondazione che porta il suo nome, possa continuare a preservarne la memoria e diffonderne il patrimonio ideale e politico, facendone alimento del progresso civile dell’Italia e di tutti gli italiani.

Le Fondazioni culturali e l’urgenza di una iniziativa politica

Su iniziativa della Camera dei Deputati è stato presentato giovedì a Montecitorio l’archivio documentale su Carlo Donat-Cattin dal 1930 al 1991. Una pubblicazione curata da Claudio e Mariapia Donat-Cattin, figli dello statista piemontese, e che contiene, al suo interno, molti contributi su vari aspetti che hanno caratterizzato l’intensa e profonda attività politica, culturale, sociale ed istituzionale dello storico leader della sinistra sociale democristiana.

Ma, al di là di questa interessante e suggestiva iniziativa, credo sia importante sviluppare una riflessione di fondo sulla rilettura del magistero politico dei grandi leader e statisti della Democrazia Cristiana e non solo della Dc. E cioè, le molte iniziative non possono fermarsi alla sola dimensione storica ed intellettuale, peraltro pregevole e degna di nota. E questo per la semplice ragione che se si prosegue su questa linea si consegnano irreversibilmente la cultura, il pensiero, la tradizione e la storia del cattolicesimo democratico, popolare e sociale agli archivi. Cioè si prende atto che questa cultura politica, che non può essere banalmente storicizzata, non ha più diritto di cittadinanza nella politica contemporanea. E questo, del resto, è l’epilogo concreto se le persone, i mondi vitali e i settori della società che continuano a riconoscersi in questo patrimonio culturale si arrendono di fronte a questa interessata e del tutto falsa lettura ed interpretazione.

Per questi motivi si rende sempre più necessaria ed urgente una iniziativa, politica e forse anche organizzativa, che sia in grado di recuperare quella cultura e la testimonianza concreta di quei personaggi che hanno contribuito, con la loro azione, a scandire il cammino della democrazia italiana. Se il lavoro delle varie Fondazioni disseminate in tutta Italia resta importante e decisivo per non far appassire un pensiero che resta di straordinaria modernità ed attualità, spetta ai laici cristiani – come si diceva un tempo – che ritengono altrettanto moderno ed attuale il cattolicesimo democratico, popolare e sociale uscire da un letargo che ormai perdura da troppo tempo. E questo perché è la stessa povertà della politica contemporanea che lo richiede e non solo chi storicamente si riconosce in quella cultura politica. 

Ma, di grazia, verrebbe quasi da chiedersi quali sono le grandi culture politiche che orientano gli attuali soggetti politici. Al netto dei populisti – come il partito di Conte e di Grillo – che rinnegano alla radice qualsiasi riferimento culturale se non quello di criminalizzare tutto ciò che appartiene al passato e che, di conseguenza, praticano

il trasformismo come regole aurea di comportamento, e dei massimalisti e dei sovranisti che individuano nell’estremismo radicale la loro bussola di riferimento, è quasi doveroso che una cultura che ha contribuito, da sempre, ad irrobustire e a rafforzare la qualità della nostra

democrazia adesso esca dalla sola dimensione storiografica e contemplativa.

Ecco perchè, partendo proprio da convegni come quello organizzato alla Camera su Carlo Donat-Cattin e sul filone culturale del cattolicesimo sociale, è arrivato il momento di una precisa, netta e chiara iniziativa politica conseguente. È un compito che tocca innanzitutto a noi, cioè a quei cattolici democratici, popolari e sociali che oggi non hanno un partito di riferimento ma una cultura che può e deve, invece, saper condizionare almeno fortemente un soggetto politico organizzato.

Dibattito | Abruzzo, analisi del voto: perché il centrosinistra ha fallito?

La tornata elettorale regionale si sta rivelando premonitrice e in qualche modo anticipatrice di dinamiche che caratterizzeranno altri appuntamenti politici di valenza nazionale ed europea.

Dopo il successo della Sardegna, il centrosinistra allestito in una formazione più ampia rispetto alla coalizione presentatasi nell’isola, ha segnato una battuta d’arresto non riuscendo a far vincere D’Amico, che pure era e rimane un candidato di tutto rispetto. Il paradosso è proprio quello di aver perso pur giocando la doppia carta di un buon candidato e di una coalizione con un perimetro più ampio.

Ma il paradosso è spiegabile attraverso una interpretazione politica, anziché aritmetica, di quanto avvenuto in Abruzzo. La vicenda abruzzese ci dice, infatti, che per vincere bisogna prima convincere; ci dice inoltre che non è sufficiente sommare delle liste, ma che è necessario avere un approccio più strategico che tattico, facendo in modo che questo appaia come tale anche agli elettori chiamati ad esprimersi.

Detto in altre parole, significa che se si conviene di dar vita ad un’alleanza a sostegno di un candidato-presidente, non ha senso utilizzare il periodo elettorale (finanche alla domenica mattina, ad urne aperte!) per scagliarsi contro la stessa coalizione della quale si fa (o si dovrebbe) far parte, anziché contro gli avversari da battere nelle urne. Se nel centrosinistra i primi a non essere convinti sono gli attori della coalizione, è molto difficile che poi possano esserlo gli elettori. Anche questo spiega parzialmente la scarsa partecipazione al voto, con circa la metà degli aventi diritto che hanno deciso di non esercitare il loro diritto-dovere.

L’eccessiva personalizzazione della politica è certamente alla base di queste altalenanti posizioni di liste e movimenti che non riescono ad esprimere una linea politica, ma soltanto l’umore quotidiano del leader. L’elettorato di centrosinistra è sempre stato scettico rispetto ai fenomeni di leaderismo, preferendo accordare il voto ad una forza politica o ad una coalizione piuttosto che ad una singola persona; per l’elettore di centrosinistra il politico è chiamato a rappresentare le istanze e i bisogni di una comunità organizzata, anziché le intuizioni o i sentimenti di carattere personale. Sono differenze importanti che si collocano a cavallo tra la scienza della politica e quella dell’antropologia. Diversi modi di concepire i rapporti all’interno della società e diverse modalità di declinare il modo di partecipare alla gestione della “res publica”. Differenze che devono ispirare una riflessione sul cosiddetto premierato vagheggiato dalla destra e che diventano la base per un’intesa strategica con la quale presentarsi al paese.

Conte, un artista a tutto campo a…Campo dei Fiori.

A Roma, Piazza Campo dei Fiori è uno di quei luoghi che sanno di un esperimento permanente, che dicono di un conflitto costante tra tradizione e tempi moderni. Ci sono i banchi di fiori, frutta e verdura ed ogni altro ben di Dio alimentare che richiamano alla memoria la genuinità di Sora Lella e il film di Mario Bonnard a titolo “Campo dei Fiori”, con protagonisti Anna Magnani e Aldo Fabrizi.  

Passeggiando, subito dopo una sfilza di bar e ristoranti con i camerieri che ti vengono incontro, attaccandoti, risolutamente invitandoti a consumare ai loro tavoli. Una ondata di turisti e di locali che in una certa misura violentano l’immagine di un luogo che farebbe pensare alla intimità di una romanità calpestata ogni giorno da passi stranieri.

In quel traffico di viandanti c’è un avamposto di cultura, la bandiera del Generale Custer a Little Big Horn che resta in piedi fino all’inverosimile. Malgrado la crisi della editoria e delle librerie, Fahrenheit è un posto dove si propone la lettura di libri e nel quale ne è possibile l’acquisto. Non è solo un’attività di vendita ma un’isola di raccoglimento e meditazione, un luogo che ti protegge di colpo dal frastuono esterno per dirti di attivare la testa anche su altri sentieri.

La libreria Fahrenheit è un centro di cultura, resiste al traffico esterno con la stessa fermezza della statua di Giordano Bruno, nella piazza, che non volle rinunciare alle sue idee rimettendoci la pelle. Accade così quando si è troppo avanti nel pensiero. 

Gabriel Fahrenheit inventò la sua scala di misura della temperatura prima di Celsius, oggi più in voga. Per il grado Rankine, Newton, Romer ed altre a seguire c’è stata poca gloria. 

Nel fondo scala Fahrenheit sembra sia segnata la temperatura del sangue di cavallo, forse già intuendo che un giorno un’orda di turisti non solo i nativi americani, si sarebbe avventata dalle parti di una certa libreria, tentando di risucchiarla nel convulso mercato quotidiano.

In questi giorni la nostra libreria ospita una interessante mostra fotografica che propone una interessante serie di scatti disposti lungo gli scaffali di libri a fare da sfondo, che fanno sobbalzare mente e cuore, gareggiando a chi per primo sia chiamato in causa. 

Ne è l’autore Francesco Conte, un’artista che ha l’occhio lungo e breve all’un tempo. Sa staccarsi dall’immediato per precipitarti verso un oltre che certamente arriverà, rimandando ad un altro che ti attende e verso il quale devi imparare a tendere. 

Per l’intanto sa tenerti nel presente con immagini di volti di statue che ammoniscono la memoria su bellezze antiche ancora in “grado” di stupirti. 

Nel cammino dei ritratti che ti rubano gli occhi, in primo piano sono volti di donna di differenti etnie dove le labbra hanno una particolare evidenza. Sono definite, dai contorni esatti, in grado di pronunciare parole risolutive di felicità o di condanna, descrivendo un circuito nel quale perderti perché non potrà mai appartenerti del tutto. 

In particolare, uno scatto di donna africana con le labbra che hanno forza tridimensionale, che sono sul punto di liberarsi dalla carta per venirti incontro e parlarti del mondo. 

Ancora una foto che dice tutto della capacità del fotografo. Nella contemporaneità dell’andare giornaliero, Conte coglie un intenso messaggio di amicizia che ha la pienezza di un proclama all’umanità. Una ragazza guarda l’amica, inconsapevole, con il trasporto di sentimenti che sono di meravigliosa lezione. Se il mestiere è quello di saper cogliere l’attimo, Conte ne ha certamente da spendere.

L’artista sa giocare anche con il chiaroscuro con un ritratto di un volto che emerge tra luci che sembrano di pellicola in negativo. 

Al termine del circuito si resta a riflettere sulle visioni che oscillano in una realtà trasgredita da sogni, ma senza compiacere il visitatore che ammirerà lo stile discreto dell’autore che non smania di mettersi in primo piano. 

Questa volta i ruoli si ribaltano: sono i libri che si abbeverano di immagini, emozionati loro di esserne il sostegno e che vorrebbero sostenerle per giorni ulteriori rispetto alla data prevista della esposizione.

Nel film “Fahrenheit 451” c’è una popolazione completamente inebetita dai media, uno schermo televisivo che ti ipnotizza fino ad annullarti. La salvezza è nei libri come mattoni di costruzione di una speranza di riscatto e libertà. Le foto di Conte sono le finestre di respiro dell’edificio che ciascuno dei visitatori della mostra porta appresso.

Non tutto si può commentare se non il disappunto di uscire dalla libreria con la soddisfazione di un tempo ben speso per rimettersi in una animazione tutta intorno pronta alla cattura. Questa volta, Fahrenheit è la temperatura giusta per un campo diverso.

La Voce del Popolo | Il territorio è il grande dimenticato.

Ora che l’Abruzzo è archiviato, e la Sardegna pure, chiuse le urne con un vantaggio ora degli uni e ora degli altri, si vorrebbe offrire un consiglio di quelli che raramente vengono fatti propri. Il consiglio è questo: occorrerebbe smettere di cercare il nostro Ohio dappertutto e sancire ogni volta che un voto locale somiglia sempre alla batta- glia di Armageddon e che dall’esito di quella contrada discendono effetti inesorabili e fantasmagorici per i destini del paese.

Il centrodestra sognava di vincere in Sardegna quasi passeggiando e come si è visto s’è trovato poi a perdere. Il centrosinistra a sua volta sognava di doppiare in Abruzzo il voto sardo e l’esito è stato l’opposto.

Così, la smania di “nazionalizzare” ogni contesa finisce spesso per non arrecare grandi vantaggi alla propria causa. Ma soprattutto snatura il carattere della sfida. Che verte, o almeno dovrebbe, sui luoghi. E che invece finisce per essere spersonalizzata ogni volta che la si strappa dalle sue radici e la si riveste di significati quasi cosmici.

Il territorio è il grande dimenticato dei nostri giorni. Soprattutto all’indomani di una legge elettorale che sembra scritta apposta per disancorare i parlamentari dai luoghi nei quali vengono eletti.

C’è un vuoto di rappresentanza che dovrebbe essere almeno in parte colmato dalle contese con una più forte impronta locale. Ma se invece ogni paesello diventa la prova generale di una sfida cosmica da cui vengono fatte discendere le sorti del governo e quelle dell’opposizione, quel divario si accentua a dismisura. Regalando a chi vince di volta in volta soddisfazioni che sono sempre più magre di quel che si proclama.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 14 marzo 2024.

Titolo originale: Il territorio è il grande dimenticato di oggi.

[Testo qui riproposto per gentile concessione dal Direttore responsabile del settimanale della Diocesi di Brescia]

Chiorazzo lascia con eleganza, il campo largo diventa minato.

Il nome del candidato c’è, ma il campo largo è ancora in fibrillazione. Angelo Chiorazzo, imprenditore di formazione ciellina, non poteva andar bene. Troppo amico del Papa e persino estimatore di Andreotti: così lo liquidava Peter Gomez nell’imminenza del colpo di scena che ha portato a una nuova investitura. Chiorazzo ha incassato senza battere ciglio e si è fatto da parte, mostrando quel senso di responsabilità che continua ad alimentare, nella migliore tradizione democristiana, l’impegno pubblico dei cattolici italiani.

L’intesa su Domenico Lacerenza, medico e dunque civico per eccellenza, non comprende Azione né tantomeno Italia viva. Al riguardo, Carlo Calenda denuncia il “veto” di Giuseppe Conte nei suoi confronti. Ma anche nel Pd lucano l’accordo avrebbe provocato più di un malumore per l’esclusione dei centristi. In serata è arrivata anche una dichiarazione di Salvatore Margiotta, membro della Direzione nazionale ed esponente di Base riformista, all’insegna del motto “testardamente unitari”. Da parte sua un invito a rivedere i rapporti con Azione e Italia Viva: “Tenerli fuori dalla coalizione in Basilicata è un grave errore politico, oltreché masochismo elettorale”.

Anche la segretaria Elly Schlein, sottoposta a un pressing nient’affatto amichevole, rivendica l’impegno a costruire una coalizione ampia (“senza preclusioni”, spiegano al Nazareno).

La trattativa, però, risulta definitivamente chiusa. Calenda denuncia una “conventio ad excludendum” nei suoi confronti: “È molto chiaro che c’è una leadership del centrosinistra, che è la leadership di Giuseppe Conte. Semplicemente il M5S, che ormai decide la politica della sinistra, ha escluso Azione”.

Dietro le quinte di osserva inoltre che il blitz di Conte poggia sulla manovra portata avanti nelle settimane passate da Carmine Castelfrande, ex sindaco di Venosa ed ex consigliere regionale, e il coordinatore lucano dei 5 Stelle, Arnaldo Lomuti, anche lui di Venosa, per lanciare appunto la candidatura di Lacerenza, medico oculista in servizio – guarda caso – proprio a Venosa. A tessere le fila, per antichi rapporti con Castelgrande, Vito De Filippo, già presidente della Regione, ex parlamentare e uomo di governo, rientrato velocemente nel Pd dopo una breve escursione (2019-2021) in Italia Viva.

A rendere ancora più triste la vicenda del campo largo in Basilicata è dunque l’impronta del “circolo di Venosa” su una candidatura sapientemente veicolata ed imposta. Chiorazzo ha saputo districarsi con eleganza, ma resta il fatto che la sua uscita di scena, lungi dal rafforzare la compagine di centrosinistra, fa intravedere a questo punto la facile vittoria di Vito Bardi, il presidente uscente di Forza Italia.

Ha governato bene, l’ex generale della Guardia di Finanza? Fra pocho lo diranno gli elettori ai quali, comunque, non è dispiaciuto l’azzeramento in questi anni delle bollette del gas grazie alle royalty che la regione incamera per lo sfruttamento dei suoi modesti ma preziosi giacimenti di petrolio. Il consenso sembra…ben oleato.

Se Dio soffre con noi: uno sguardo teologico e spirituale.

[…] Nel 1973 ci fu un incontro di studio a Valdragone nella Repubblica di San Marino con il gesuita Jean Galot finalizzato a rispondere alla domanda: «Dio soffre?». Per me leggere il libro curato da Angela Maria Lupo e da Caterina Ciriello è stato come completare un quadro di ricerca e di progressiva scoperta del Dio che soffre, del Dio della croce. In quell’incontro di San Marino di cinquant’anni fa, cui da giovane studente presi parte, è partita una ricerca sempre più determinata, con studi, congressi, convegni, seminari, articoli in casa cattolica, in casa luterana e da parte dell’ortodossia specialmente russa. A distanza di cinquant’anni siamo grati alla Ciriello e alla Lupo per il loro testo sulla mistica della sofferenza che veramente mancava.

Il finissimo lavoro biblico-teologico di Angela Maria Lupo è completato dall’esperienza di santità e di martirio di varie figure «cristiane» sul versante cattolico ed extra-cattolico, scelte dalla professoressa Caterina Ciriello, quasi a comprovare che la mistica della sofferenza ci porta a incontrare il volto sofferente dell’uomo non solo alla luce del volto amoroso e sofferente di Dio, ma anche a rinvenire la reciprocità dei due volti che è data dalla presenza del volto sofferente di Dio nel volto sofferente dell’uomo e del volto sofferente dell’uomo nel volto sofferente di Dio. I due profili scelti per presentare la mistica della sofferenza, quello biblico-teologico e quello spirituale-biografico, potevano anche essere presentati distinti. La scelta felice delle autrici favorisce invece l’idea non solo della connessione stretta dei due profili, ma soprattutto quella del considerare la mistica della sofferenza come un protrarsi del soffrire di Dio nel suo Cristo e nei suoi santi. Come a dire che la «rivelazione» della sofferenza di Dio continua a incarnarsi nella tradizione dei santi i quali sono santi proprio perché legati a Dio, come suggerisce l’etimo ebraico di santificare = legare, in quanto da Dio e dai santi la sofferenza non è subita, ma vissuta e offerta come oblazione di amore.

Da questo punto di vista, il volume curato dalle professoresse Ciriello e Lupo si presenta sul versante della letteratura teologica e spirituale come una novità desiderata, e noi ci auguriamo che siano tanti coloro che si impegneranno a centellinare queste pagine, ad assimilare la conoscenza dei martiri della mistica della sofferenza, per dare un nuovo volto e senso alla sofferenza umana, ma direi in particolare per entrare più intimamente nel mistero del Dio biblico delle Scritture ebraiche e delle Scritture cristiane.

 

Gianni Sgreva, CP

direttore della rivista «La Sapienza della Croce»

 

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Allarme arancione in Moldavia.

L’esistenza di una regione chiamata Transnistria all’interno della Moldavia era sconosciuta ai più sino a quando, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, hanno cominciato a circolare sui siti specializzati, ma talvolta pure sulla stampa quotidiana, le cartine geografiche di quella zona dell’Europa orientale. Ora però quella striscia di terra minaccia di divenire il teatro di scontro fra Russia e Unione Europea. L’allarme arancione si è acceso quando il Parlamento della Transnistria ha richiesto “protezione” a Mosca a tutela della popolazione di origine russa ivi residente. Qualche tempo dopo analoga domanda ha rivolto al Cremlino un’altra regione moldava ostile al governo centrale, la Gagauzia, ove è presente una maggioranza di popolazione di etnia turca. La Transnistria è una enclave non riconosciuta a maggioranza russofona che si affrancò dalla Moldavia nel 1990, nella fase finale dell’Unione Sovietica della quale entrambe erano parte.

Anche i meno attenti non possono non notare l’inquietante analogia con quanto già avvenuto nelle regioni ucraine del Donbass e non possono quindi non manifestare una qualche preoccupazione. Se possibile accentuata dal silenzio di Putin, come se non avesse neppure bisogno di ribadire il suo pensiero in argomento, già dimostrato con i fatti in Ucraina e prima ancora nelle regioni georgiane dell’Abkhazia e dell’Ossezia meridionale (2008), che tuttora occupa, e in Crimea (2014). La preoccupazione è pure maggiore perché le truppe russe già presenti in Transnistria potrebbero venire impiegate anche per avviare una morsa a tenaglia su Odessa, la città ucraina sul Mar Nero che se conquistata segnerebbe di fatto la quasi definitiva sconfitta di Kyiv.

Inoltre, desta una qualche ulteriore inquietudine anche la coincidenza con la dichiarata disponibilità europea ad avviare il negoziato per l’adesione della Moldavia all’Unione, adesione che verrà sottoposta a referendum il prossimo autunno in occasione delle votazioni per la presidenza della Repubblica moldava. Un’eventualità che come noto Putin non gradisce affatto.

A Chisinau, capitale moldava, il timore è nascosto a livello ufficiale, ma in realtà è assai vivo. Da un lato l’integrazione in Europa è vista come una opportunità di crescita economica per un piccolo Paese ancora sostanzialmente povero come lo era ai tempi della sua appartenenza all’URSS. Dall’altro ci si affretta a precisare che la maggioranza dei moldavi si ritiene buona amica della Russia, a differenza degli ucraini. E quindi che la richiesta di protezione a Mosca da parte della Trasnistria non ha davvero motivazioni reali, ma solo pretestuose.

La situazione al momento è in stallo. Resta però il fatto che Putin da tempo ha dichiarato che nessuno degli oltre venti milioni di russofoni che vivono in paesi che furono parte dell’Unione Sovietica sarà abbandonato. Come intenda farlo, lo si sta vedendo in Ucraina.

I rischi di un pluralismo a misura delle ambizioni individuali.

In Italia impera la baraonda dei partiti. Anche quando sono alleati, dimostrano cosa sia la frammentazione individualistica che viviamo ai nostri giorni. Si tratta di un pluralismo che non è mai esistito neanche negli Stati Uniti, patria del pi§ vasto e diffuso associazionismo sociale di base, sempre riassunto da due soli grandi partiti.

Papa Francesco ha posto il problema con la sua metafora della barca, che sono portato a citare spesso perché sembra incredibilmente adatta a interpretare e far intendere bene il tempo attuale. Volenti o nolenti, ci troviamo tutti imbarcati su una sola e unica barca, solcando le onde di questa globale rivoluzione  migratoria, digitale e climatica.  Una metafora satura di concretezza, che ci suggerisce e ci fa riflettere sulla inutilità delle tante barchette isolate, con pochi passeggeri a bordo e il leader vogatore che ci sprona, con tutti gli strumenti possibili della comunicazione sociale, a salire a bordo.

Ora, non credo ci possano essere risposte totalmente diverse ai problemi dell’oggi. Quelle di destra, centro e sinistra, distintamente proposte, appiono come categorie geometriche del passato; categorie, in verità, che di fronte ai cataclismi in agguato, sarebbe altamente consigliabile abbandonare o ridefinire da cima a fondo. Certo, distinzioni bisogna farne e il pluralismo è bene tenercelo caro. Tuttavia, se vogliamo avere i piedi per terra, è diifficile credere che di fronte alle rivoluzioni sociali, antropologiche, culturali e tecnologiche in “agguato” nel mondo occidentale, una saggia classe politica possa fornire rigidamente un’alternativa di destra o una di centro o una di sinistra. Si è portati di più a credere a risposte tendenzialmente affini, una volta smussati gli angoli ideologici e una volta convinti che quell’1% di superricchi con in mano i microchip, i motori di ricerca, l’IA e la finanza globale, fa ormai il bello e cattivo tempo nelle economie e democrazie del mondo intero.

Un fatto, quello dei tanti partiti, che dovrebbe se non altro incuriosire e suggerire analisi sociologiche approfondite sui motivi di fondo di questa abbondante offerta. E che dovrebbe essere analizzato dagli studiosi, anche nei suoi risvolti antropologici più banali. Partiti diversi sì, ma diversi in che cosa e perché, se non nel leader e nel contrassegno?  In Sardegna su 25 partiti ha toccato il fondo con uno zero virgola la Democrazia Cristiana di Gianfranco Rotondi. Mi spiace dirlo,  così si offende la storia di un nobile partito come è stata per 50 anni in Italia il partito di De Gasperi, Fanfani e Moro.

Il punto vero è che a prescindere dalle continue quanto inutili tiritere sul populismo e l’attuale bipolarismo selvaggio, la frammentazione individualista e liquida, se non gassosa, in cui viviamo e a cui siamo arrivati, ci trasforma tutti in singoli e isolati leader ammalati di narcisismo, e quindi innamorati della propria diversità. Pronti ad avanzare da soli sulla nostra personale barchetta. E decisamente anche contrari ad avere compagni di strada storicamente – ma solo storicamente – diversi.

Bisogna allora dire che il tanto difeso premierato proposto dalla Meloni, nel ricordo non tanto sfumato del Presidenzialismo voluto da Giorgio Almirante, non fa altro che apparecchiare una bella tavola per i tanti potenziali narcisi. Con pericolosi risvolti di ben nascoste psicosi autoritarie. Non è tanto un equilibrato premierato ad allarmare, quanto il soggetto-premier che arriva a quel posto senza neanche un …test attitudinale! “…Bell’affare, un mediocre, o un imbecille con i superpoteri“, scriveva anni fa Aldo Giannulli.

Di fronte al singolo narciso, il “noi” scompare del tutto! Rischia di non essere più utile. Non c’è più. Si eclissa anche la “persona in relazione”, con i suoi mondi vitali. Almeno finché non prendiamo di nuovo coscienza dell’utilità di camminare, discutere e parlare insieme. Dovremmo riconoscere il ruolo irrinunciabile da fare svolgere al Parlamento e, al tempo stesso, rigettare la logica di preoccupanti autonomie differenziate, alzando lo sguardo e guardando costantemente all’unità politica europea.

Si sviluppa, insomma, una insana voglia di essere unici e diversi. E ciò spinge ad evocare come nemici le etnie, il colore della pelle, gli emigranti a causa della loro “…fame e sete di giustizia”. Così attrezziamo risposte alzando muri e recintando le frontiere con chilometri di filo spinato. Francesca Rigotti, nel suo bel libro “L’era del singolo”, ha chiarito l’aspetto inquitante di questa involuzione: “…essere individui oggi non basta piú. Ognuno è singolo e dunque originale e speciale, alla ricerca della felicità su misura, personalizzata e non personale…” .

Sul pluralismo corretto e scorretto, non posso infine non ricordare il “dialogo” tra Norberto Bobbio e Benigno Zaccagnini, avvenuto circa 50 anni fa. Scriveva Bobbio su “La Stampa”, nel lontano 1976, che “…anche del pluralismo si può dire che non è tutto oro quello che luce….Io stesso avevo detto che accanto al beneficio che può derivare dalla frantumazione del potere, c’è il maleficio della disgregazione(...)”. E chiamando in causa Zaccagnini osservava come “…non bisogna mai accentuare il rischio della disgregazione, per sminuire o sottovalutare, invece, il pericolo della burocratizzazione partitica”. E il 18 ottobre, sempre su “La Stampa”, il segretario della Dc rispondeva con un articolo intitolato “Quale Pluralismo“‘, nel quale diceva di aver riflettuto sul fatto che del pluralismo bisogna temere molto la crescita della burocrazia dei partiti, assieme alle “... condizioni permanenti di conflittualità” a cui può condurre. Senza mai ignorare – aggiungeva – “...i pericoli della disgregazione e delle tentazioni centrifughe”.

Non sono parole, quelle di Zaccagnini, che dovrebbero indurci a meditare, vista l’esasperazione di un pluralismo distorto e malsano?

A che serve un Centro non inclusivo?

Diciamoci la verità. Del Centro, nel nostro paese se ne parlerà ancora a lungo per la semplice motivazione che in Italia storicamente si governa “dal centro” e “al centro”. E, di conseguenza, anche chi teorizza o pratica la radicalizzazione del conflitto politico, se approda al Governo è costretto, piaccia o non piaccia, a coltivare – seppur maldestramente – una ‘politica di centro’.

Per questi motivi quando si parla del Centro, o di un partito di Centro, il dibattito non è destinato a cadere. E adesso, seppur all’interno di una cornice ancora caratterizzata da un forte impianto bipolare, la domanda di Centro è più forte del passato. Anche solo di un passato recente. Ma questo luogo politico, pur senza rimpiangere nostalgicamente il passato, deve rispondere ad alcuni ingredienti di fondo che, del resto, sono emersi in modo palese anche dal recente voto in Sardegna e, con più evidenza, in Abruzzo. Ed è un trend destinato a rafforzarsi anche in vista delle prossime elezioni europee.

Gli ingredienti di fondo di quest’area politica sono sempre quelli che hanno caratterizzato per svariati decenni la cosiddetta “politica di centro”. E cioè, cultura di governo, capacità inclusiva, leadership diffusa, cifra riformista, disponibilità al confronto e al dialogo, rifiuto della radicalizzazione, cultura della mediazione, senso dello Stato e cultura delle alleanze. Ingredienti che, collegati insieme in modo virtuoso e dinamico, contribuiscono a consolidare un vero e proprio progetto politico di Centro.

Ora, è altresì evidente che non possono essere singoli partiti personali e guidati da un capo indiscusso ed indiscutibile gli strumenti più idonei per declinare concretamente, ed efficacemente, un luogo politico centrista. Perché, appunto, l’area centrista è credibile solo se è inclusiva e se, al contempo, non radicalizza il confronto con gli altri attori politici. Al riguardo, è abbastanza facile spiegare il trend positivo, seppur non inarrestabile, di Forza Italia alle ultime elezioni regionali e la continua caduta – o meglio il non decollo – dei partiti di Renzi da un lato e di Calenda dall’altro. E la ragione di fondo risiede anche e soprattutto nel nuovo corso di Forza Italia e di chi la guida in questa fase politica, ovvero Antonio Tajani.

Insomma, senza scomodare pesanti ricognizioni politologiche e senza avventurarsi in mille analisi del voto, le ragioni di questo trend stavolta sono tutte politiche e quindi abbastanza facili da decifrare. E cioè, per poter ricostruire – o costruire – una vera area centrista nel nostro paese, anche in un sistema bipolare e maggioritario, sono necessari indubbiamente il progetto politico ma anche, e soprattutto, uno “stile” politico e un “metodo” di comportamento che sono alternativi al populismo anti politico e demagogico, al massimalismo radicale ed estremista e al sovranismo oltranzista.

Ecco perché, e mai come in questo momento, “cultura del progetto” e “cultura del comportamento” saranno fortemente intrecciati se si vuol nuovamente dispiegare una credibile ‘politica di centro’ nel nostro paese.

Università Telematiche, ovvero il futuro dell’istruzione in Europa.

Le università telematiche stanno rapidamente guadagnando terreno nel panorama dell’istruzione europea, offrendo una soluzione innovativa per l’apprendimento a distanza. Lavorando quotidianamente con studenti, atenei e sollecitato da un’indagine Eurispes riportata anche dalla rivista La Voce ho maturato delle convinzioni che voglio condividere in questo articolo nel quale esplorerò il crescente impatto delle università telematiche sulla cultura continentale,

Il futuro dell’istruzione europea sembra sempre più orientato verso un approccio digitale, e le università telematiche sono al centro di questa rivoluzione educativa

 

Il Crescere delle Università Telematiche in Europa

Negli ultimi anni, si è assistito a un crescente interesse e sviluppo delle università telematiche in Europa. Questa tendenza è stata alimentata dalla sempre maggiore domanda di istruzione flessibile e accessibile, che consenta agli studenti di conciliare gli impegni lavorativi e personali con gli studi. Le università telematiche offrono una vasta gamma di corsi e programmi di studio online, consentendo agli studenti di accedere ai materiali didattici e partecipare alle lezioni da qualsiasi luogo e in qualsiasi momento. Questa modalità di apprendimento ha aperto nuove opportunità per coloro che altrimenti non avrebbero potuto frequentare un’università tradizionale a causa di vincoli geografici o personali. Inoltre, l’uso delle tecnologie digitali ha permesso alle università telematiche di offrire un’esperienza di apprendimento interattiva e coinvolgente, facilitando la comunicazione tra studenti e docenti attraverso piattaforme virtuali.

 

LImpatto delle Università Telematiche sulla Cultura Continentale

L’impatto delle università telematiche sulla cultura continentale è innegabile e profondo. Queste istituzioni stanno rompendo le barriere tradizionali dell’istruzione, consentendo a studenti provenienti da tutta Europa di accedere a programmi accademici di alta qualità senza dover affrontare i costi e i vincoli geografici associati agli studi tradizionali.

Grazie alla flessibilità offerta dalla formazione online, gli studenti possono conciliare gli studi con altre responsabilità personali e professionali, promuovendo una maggiore inclusione e diversità nel panorama accademico europeo. Inoltre, l’interazione tra studenti provenienti da diverse nazioni e culture attraverso le piattaforme telematiche favorisce lo scambio di idee e il multiculturalismo, contribuendo così ad arricchire la cultura continentale nel suo insieme. Tuttavia, è fondamentale sviluppare norme e regolamenti adeguati a garantire l’accessibilità e la qualità dell’istruzione telematica, al fine di preservare il valore culturale dell’istruzione superiore in Europa

 

La necessità di normare listruzione online

La crescita delle università telematiche in Europa ha portato alla necessità di normare l’istruzione online. Mentre le università tradizionali sono regolate da leggi e regolamenti specifici, il campo dell’istruzione telematica è ancora relativamente nuovo e privo di una normativa adeguata. La normazione dell’istruzione online è fondamentale per garantire la qualità e l’accessibilità dell’istruzione virtuale. Ciò include l’adozione di standard rigidi per i contenuti dei corsi, l’assegnazione di crediti accademici e la valutazione degli studenti. Inoltre, è necessario stabilire regole chiare per la protezione dei dati personali degli studenti e per garantire la sicurezza delle piattaforme di apprendimento online. La normazione dell’istruzione telematica contribuirà a creare un ambiente di apprendimento affidabile e di alta qualità, fornendo agli studenti le stesse opportunità offerte dalle università tradizionali

 

Garantire laccessibilità e la qualità dellistruzione telematica

Garantire l’accessibilità e la qualità dell’istruzione telematica è un aspetto fondamentale per il futuro delle università telematiche in Europa. Con l’aumento del numero di studenti che scelgono di studiare online, è importante assicurare che tutti abbiano la possibilità di accedere all’istruzione, indipendentemente dalla loro posizione geografica o dalle loro condizioni personali. Ciò richiede la creazione di infrastrutture tecnologiche affidabili e di alta qualità, nonché l’accesso a internet veloce e stabile. Inoltre, è essenziale garantire la qualità dell’istruzione telematica, attraverso l’implementazione di programmi di valutazione e accreditamento rigorosi. Gli studenti devono poter contare su insegnanti qualificati e competenti, materiali didattici aggiornati e una piattaforma di apprendimento intuitiva ed efficiente. Solo garantendo l’accessibilità e la qualità dell’istruzione telematica possiamo sfruttare appieno il potenziale delle università telematiche per fornire un’istruzione di alto livello a un numero sempre maggiore di studenti in tutta Europa.

 

Le Università Telematiche come volano di integrazione e progresso

Le università telematiche svolgono un ruolo fondamentale come volano di integrazione e progresso all’interno dell’istruzione europea. Grazie alla loro natura online, queste istituzioni accademiche hanno la capacità di superare le barriere geografiche e socio-economiche che spesso limitano l’accesso all’istruzione tradizionale.

Attraverso l’utilizzo delle tecnologie digitali, le università telematiche possono raggiungere studenti provenienti da diverse regioni e background culturali, promuovendo così la diversità e l’inclusione. Inoltre queste istituzioni offrono una vasta gamma di corsi e programmi di studio, consentendo agli studenti di acquisire competenze specifiche, in settori emergenti come l’intelligenza artificiale, la robotica e la cybersecurity

Ciò contribuisce non solo a migliorare l’employability degli studenti, ma anche a stimolare l’innovazione e lo sviluppo economico nel continente europeo. Le università telematiche rappresentano quindi un importante strumento per promuovere l’integrazione sociale ed economica, consentendo a un numero sempre maggiore di persone di accedere a un’istruzione di qualità e di partecipare attivamente al progresso della società.

Le università telematiche rappresentano il futuro dell’istruzione europea, offrendo nuove opportunità di apprendimento e formazione a distanza. Il loro crescente numero e impatto sulla cultura continentale evidenziano l’importanza di normare l’istruzione online, garantendo accessibilità e qualità. Tuttavia, mentre queste istituzioni si pongono come volano di integrazione e progresso, rimane ancora aperto un punto di riflessione: come possiamo assicurarci che l’istruzione telematica non sia solo un’alternativa valida, ma anche una soluzione inclusiva per tutti gli studenti? È fondamentale considerare le sfide legate alla digital divide e alla mancanza di infrastrutture adeguate in diverse regioni d’Europa. Inoltre, è necessario promuovere una cultura dell’apprendimento continuo e adattabile, in grado di sfruttare appieno le potenzialità delle università telematiche. Solo così potremo garantire che il futuro dell’istruzione europea sia realmente accessibile, equo ed efficace per tutti.

 

Le Università Telematiche come Volano di Integrazione e Progresso

Le università telematiche svolgono un ruolo fondamentale come volano di integrazione e progresso all’interno dell’istruzione europea. Grazie alla loro natura online, queste istituzioni accademiche hanno la capacità di superare le barriere geografiche e socio-economiche che spesso limitano l’accesso all’istruzione tradizionale. Attraverso l’utilizzo delle tecnologie digitali, le università telematiche possono raggiungere studenti provenienti da diverse regioni e background culturali, promuovendo così la diversità e l’inclusione. Inoltre, queste istituzioni offrono una vasta gamma di corsi e programmi di studio, consentendo agli studenti di acquisire competenze specifiche in settori emergenti come l’intelligenza artificiale, la robotica e la cybersecurity. Ciò contribuisce non solo a migliorare l’employability degli studenti, ma anche a stimolare l’innovazione e lo sviluppo economico nel continente europeo. Le università telematiche rappresentano quindi un importante strumento per promuovere l’integrazione sociale ed economica, consentendo a un numero sempre maggiore di persone di accedere a un’istruzione di qualità e di partecipare attivamente al progresso.
Le università telematiche rappresentano il futuro dell’istruzione europea, offrendo nuove opportunità di apprendimento e formazione a distanza. Il loro crescente numero e impatto sulla cultura continentale evidenziano l’importanza di normare l’istruzione online, garantendo accessibilità e qualità. Tuttavia, mentre queste istituzioni si pongono come volano di integrazione e progresso, rimane ancora aperto un punto di riflessione: come possiamo assicurarci che l’istruzione telematica non sia solo un’alternativa valida, ma anche una soluzione inclusiva per tutti gli studenti? È fondamentale considerare le sfide legate alla digital divide e alla mancanza di infrastrutture adeguate in diverse regioni d’Europa. Inoltre, è necessario promuovere una cultura dell’apprendimento continuo e adattabile, in grado di sfruttare appieno le potenzialità delle università telematiche. Solo così potremo garantire che il futuro dell’istruzione europea sia realmente accessibile, equo ed efficace per tutti.

AsiaNews | Il ponte della discordia tra India e Cina.

Il nuovo tunnel di Sela, inaugurato dal premier indiano Modi il 9 marzo, torna a far salire la tensione tra New Delhi e Pechino ai piedi dell’Himalaya. La nuova struttura completa un progetto iniziato nel 2019: di importanza strategica, il tunnel è formato da due gallerie e 8,7 km di strada di accesso per una lunghezza totale di circa 12 km. È stato scavato sotto il passo di Sela, che si trova a 4.200 metri di altezza e collega il distretto di Tawang con il resto dell’Arunachal Pradesh. Dal punto di vista ingegneristico si tratta del più alto tunnel al mondo a doppia corsia e andrà a sostituire una strada spesso chiusa a causa di nevicate e frane. La zona, però, è importante soprattutto dal punto di vista strategico per la sua vicinanza alla Linea di controllo effettiva, il confine di fatto con la Repubblica popolare cinese.

La mancanza di strade percorribili e di collegamenti ferroviari nell’Arunachal Pradesh è stata sempre considerata un netto svantaggio per l’India nei confronti della Cina lungo questo confine. Ma negli ultimi anni, il governo Modi ha investito molto nelle infrastrutture del nord-est, con la creazione di nuovi aeroporti e collegamenti ferroviari nella regione.

Anche per questo la reazione di Pechino non si è fatta attendere. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese Wang Wenbin ha riferito che il suo governo ha protestato ufficialmente con New Delhi: “L’area di Zangnan è territorio cinese” ha commentato citando il nome con cui Pechino indica l’Arunachal Pradesh. “La questione dei confini tra Cina e India non è ancora stata risolta – ha aggiunto in funzionario cinese -. L’India non ha il diritto di sviluppare arbitrariamente l’area di Zangnan in Cina. Le mosse dell’India non faranno altro che complicare la questione dei confini e sconvolgere la situazione nelle zone di confine tra i due Paesi”.
Secondo un rapporto diffuso dall’agenzia Bloomberg, l’India negli ultimi mesi avrebbe anche spostato 10mila suoi soldati per rafforzare il confine conteso con la Cina, aggiungendo così un ulteriore terreno di scontro alle già aspre relazioni con Pechino.

 

 

Fonte: AsiaNews

https://www.asianews.it/notizie-it/Un-tunnel-a-oltre-3mila-metri-rialza-la-tensione-tra-Pechino-e-New-Delhi-60329.html

Studenti al bivio: tema da soli o con l’Intelligenza artificiale?

La rivista Orizzonte Scuola riferisce una vicenda significativa per inquadrare nel panorama variegato degli istituti scolastici, quali situazioni e con quali conseguenze l’uso disinvolto delle tecnologie, l’intelligenza artificiale e la digitalizzazione pervasiva stiano radicalmente modificando la scuola e con essa il concetto di istruzione, apprendimento, educazione: insomma una visione decisamente alterata dei principi pedagogici che hanno ispirato la didattica fino ad oggi.

La notizia è questa: in una classe terza di scuola media inferiore (o secondaria di primo grado, che dir si voglia) 18 alunni su 23 hanno consegnato al professore di lettere un tema, assegnato come compito a casa, elaborato utilizzando ChatGPT (un trasformatore generativo pre-addestrato) che si basa sull’I.A. nell’interazione con un essere umano ed è in grado di elaborare testi simili a quelli che potrebbe produrre una persona decisamente acculturata. Il suo rendimento è infatti ‘tarato’ sulla “ottimizzazione” dei risultati. Nel caso considerato il tema restituito dagli studenti che non ne hanno scritto il contenuto ma si sono affidati all’I.A. risulta ineccepibile nella forma, logico e consequenziale nello sviluppo narrativo e semantico: peccato che gli pseudo-autori di cotanta eccellenza non siano poi stati in grado di spiegare la trama né di dimostrare di averne compreso il significato. Una mera applicazione dell’innovazione digitale al di fuori dei criteri che hanno sempre ispirato gli apprendimenti: conoscere, comprendere, applicare, analizzare, sintetizzare, usare il pensiero critico e quello creativo: sono i livelli crescenti della cd. “tassonomia di Bloom”, un metodo applicato allo studio e all’insegnamento, nato negli USA ed esportato in tutto il mondo, che implica una graduale consapevolezza sulle tappe che ogni alunno – in modi e temi diversi – dovrebbe percorrere.

Sembrava una costruzione teoretica (iconicamente rappresentata in modo piramidale) in grado di attribuire una logica ai processi di istruzione: ora l’I.A. e strumenti come ChatGPT, consentono di ottenere gli stessi risultati in tempi assai più brevi, utilizzando appunto algoritmi preordinati. Si saltano i gradini e la loro consapevole cognizione e si arriva subito al risultato.

Il problema c’è ed è tuttavia dirimente: un tempo si copiava dal Bignami, da un bravo compagno di classe, dagli appunti portati da casa in foglietti piegati e miniaturizzati, da nascondere sotto il banco. Ma spesso dalla somma di questi addendi uscivano fuori strafalcioni poi smascherati con facilità, senza un nesso logico di sviluppo che ne sostenesse l’insieme.

Usando l’I.A. riesce difficile opinare sul merito del risultato: il tema è perfetto, lo stile forbito, l’ortografia corretta. Il problema nasce dall’assenza totale di comprensione e consapevolezza sul contenuto dello scritto da parte dell’alunno che utilizza un pacchetto preconfezionato e tarato sul titolo e le richieste dell’elaborato.

Certamente un compito svolto a scuola sarebbe stato soggetto al controllo del docente, a condizione che smartphone e tablet non fossero fraudolentemente importati ed utilizzati in classe.

L’uso dell’I.A. (e siamo solo agli inizi) sta diventando un abuso: l’introduzione massiva delle tecnologie espungendo penne, quaderni e libri si avvia a produrre un risultato che provo a sintetizzare nel modo seguente.

Mentre nella scuola tradizionale ciò che veniva spiegato dai docenti, letto sui libri o frutto di ricerche mirate comportava un processo di interiorizzazione e metabolizzazione del sapere, adesso è possibile bypassare fatiche, impegni, diligente applicazione, sforzo cognitivo, personalizzazione del risultato semplicemente assegnando alle macchine il compito di elaborare in tempi brevi il prodotto finale.

La differenza è questa: si passa dall’interno all’esterno, non più attraverso l’uso del ragionamento che comportava una sosta di riflessione sulla conoscenza.

Probabilmente si arriva prima ma non sempre si va più lontano.

I giovani alunni di quella scuola che – anziché esprimere proprie idee nel tema assegnato l’hanno affidato ad una elaborazione virtuale che poi non sono stati in grado di comprendere e spiegare – hanno mosso un passo verso l’abbandono del pensiero critico.

Imparare non si riduce a rispondere a dei test, insegnare non significa attribuire ad essi dei punteggi. A scuola la buona educazione, l’istruzione, gli apprendimenti passano sempre attraverso le relazioni tra le persone.

Quella fredda pioggia di novembre dei Guns N’ Roses

Per dirla con le parole dei filosofi, Giorgio Rivolta e Leon Robin “si tratta di attuare il metodo dell’integrazione sperimentando lo sviluppo integrale della persona nella comunità attraverso la valorizzazione e la composizione armonica delle differenze”.

Ho riletto più volte queste riflessioni filosofiche accompagnate dal suono di una delle più epiche band dell’hard rock americano: i Guns N’ Roses. La voce heavy di Axl Roses che abbiamo imparato a riconoscere, unita alla graffiante chitarra di Slash, ci segue lungo percorsi di esistenza “ribelle”, ma a volte anche “contemplata”.  I testi dei Guns N’ Roses hanno abbracciato stagioni ed epoche musicali e sociali lasciando tracce, segni, orizzonti e simboli che rievocano sogni, desideri e molti interrogativi. Una band che attraverso la voce del suo frontman è già entrato di diritto nella storia hard rock di ogni tempo. Ci sono gioielli e opere plasmate attraverso la poesia come Sweet Child O’ Mine, Don’t Cry, Welcome To The Jungle o Paradise City. Oppure come non entrare nei labirinti dell’anima del suono rock melodico dylaniano di Knockin’ On Heaven’s Door.   Ma è con November Rain che la poesia della voce di Axl e dell’assolo di Slash si posizionano tra le performance più eclettiche di sempre in una coreografia – video che lascia ognuno di noi senza respiro, senza fiato, immobili. Se potessimo prenderci il tempo per dirci tutto chiaramente, io potrei far riposare la mia testa sapendo che tu eri mia, tutta mia. Per cui io se vuoi amarmi allora cara non ti trattenere o io finiro’ a camminare nella fredda pioggia di novembre” (citazione da November Rain). Oggi November Rain è un appello rock che ci porta a riflettere sull’esistenza, sul nostro “camminare insieme”, sul percorso di vita sociale che la comunità tutta è chiamata a svolgere.

I Guns’ N Roses con i loro testi e suoni “grunge post punk” figli della Los Angeles di quegli anni, sono attuali e ci orientano ad un ascolto attento ma anche “dolce” in note soavi e ricchi di idee e spunti musicali. La loro grinta e la presenza scenica ha avuto un grande impatto sulla società, le loro canzoni hanno riuniti generazioni anche diverse tra loro ma unite dalla voce e dalla chitarra inconfondibile di Axl Rose e di Slash. E quando le tue paure si placano e le ombre rimangono ancora, so che puoi amarmi se non rimane più nessuno da incolpare, per cui non importa l’oscurità, possiamo ancora trovare una via perchè niente dura per sempre, nemmeno la fredda pioggia di Novembre” (citazione da Novembre Rain).

Il Centro non può essere un supermarket improvvisato e disordinato

Nel bagliore di una scadenza elettorale epocale (il prossimo giugno) nella quale si rinnoverà il Parlamento europeo e la governance dell’Unione europea, prosegue l’affannoso lavoro dei partiti intenti a definire ogni peculiare connotazione identitaria, stante la specificità, unica nell’attuale nostro panorama nazionale, di votare con il sistema proporzionale.

Un sistema che da trent’anni abbiamo abbandonato, da quando con il referendum, proposto da Mariotto Segni, il paese passò al sistema maggioritario, sia pure con qualche correttivo, il Mattarellum, e da allora, via via, modificato, con intonazioni, più o meno similari. Una volta tanto ciascun partito sarà scelto per la sua forza di attrazione e non per quella del maggiore o minore effetto che proviene dal ricorso a strumentali o convinte aggregazioni.

Il fatto è che a meno di un paio di mesi dalla presentazione delle liste, tutto appare ancora in grande fluidità. Dovuto in parte al clima di disorientamento e di acredine che si è innescato tra i partiti delle due coalizioni dopo il botta e risposta delle elezioni nelle due regioni della Sardegna e dell’Abruzzo.

La vittoria del centrodestra in Abruzzo ha ridato fiato e baldanza alla coalizione di Giorgia Meloni, mentre a sinistra si paga lo scotto di una ammucchiata senza una comune anima politica. Gli strascichi non sono comunque pochi, né a destra, né a sinistra. Mentre a destra FdI continua bellamente a tenere testa, l’avanzata di FI, che ha doppiato in Abruzzo il partito di Salvini, sta per provocare un maremoto all’interno della Lega, con tutti i contraccolpi che possiamo immaginare da un Salvini messo alle corde, per il fatto di essere oramai terza forza della coalizione di governo.

Sul versante opposto, il Pd, che ha ben tenuto, guadagnando addirittura qualche punto, non ha trovato nell’alleato 5 Stelle di Conte, con cui si è dato corso alla formula del “campo largo”, la medesima tenuta elettorale.

Lo stesso versante centrista della coalizione di centrosinistra ha fatto registrare un flop inaspettato, anche se non erano mancate le critiche ad una coalizione che più che un campo largo, appariva essere una miscellanea di identità, liberale, socialista, riformista, radicale, azionista e popolare.

Insomma un’armata Brancaleone con il risultato di non riuscire ad accreditare un progetto serio, credibile e efficace, perciò incapace di ripetere il successo ottenuto in Sardegna (dove in realtà i centristi Calenda e Renzi sostenevano Soru). Ma quello che appare degno di nota, al di là della riconferma del governatore Marsilio, è la grande performance di FI che ha raddoppiato i consensi, scavalcando ampiamente la Lega di Salvini. Il risultato mostra lapalissianamente una realtà in divenire di cui Tajani si è saputo, in questo momento, fare interprete.

In questo spettacolo da circo Barnum, che ha trasformato la nobile vocazione centrista in un supermarket senza confini, egli è riuscito, pur nella amara constatazione che ancora una volta metà degli elettori preferiscono restare a casa, a sfondare ogni barriera verso quel l’elettorato di centro, che, magari votando turandosi il naso, si è cominciato a stancare di stare ancora alla finestra e attendere un serio partito di centro. Per contro, di certo, poco aiutati dalla coalizione di centrosinistra, che palesemente non mostrava grande afflato tra le forze che la sostenevano.

C’è però da non trascurare il fatto che ha giocato a favore di Tajani, nel suo balzo in avanti, anche una certa migrazione, a ridosso delle elezioni, soprattutto, di esponenti provenienti dai 5 Stelle verso FI, con tutto il riverbero favorevole di parte di quell’elettorato. Mentre non è escluso che parte dei consensi siano venuti da quell’elettorato, sempre più liquido (teoria di Bauman) che dalla Lega si è spostato verso FI.

Ciò non toglie il riconoscimento di una certa astuzia politica che Tajani ha saputo usare nell’accreditarsi come seria espressione di partito moderato, anche se non rassicura tutta quella parte di elettori che, pur guardando con cautela a soluzioni di centrodestra europeiste, non condividono quelle visioni lepeniste e del gruppo di Visegrad, anti-solidariste e sovraniste: ossia quel quadro identitario di alleanze che propongono, in giro per l’Europa, sia Meloni che Salvini. C’è anche da mettere in conto la quotidiana ribalta mediatica, che sorella Rai, e mamma Mediaset, hanno offerto in questi mesi, a Tajani, complici le contingenze mediatiche dei noti conflitti bellici (Ucraina e Gaza) e tutta la fitta agenda di rapporti nei diversi paesi, non solo del quadrante europeo, che hanno messo in primo piano l’incessante opera di raccordo e i tentativi di mediazione che competono (al di là delle maggiori o minori enfasi con cui sono state trattate le notizie) ad un Ministro degli Esteri, come si richiede in questi frangenti.

A ciò si aggiunga tutta la ingannevole narrativa sulla solidità della coesione del centrodestra (con le strumentali passerelle di ministri e governatori della maggioranza). Espedienti che, seppur strumentalmente idonei a incentivare una fidelizzazione territoriale,  non hanno convinto quanti hanno visto in questa coalizione – sempre più in una idea di Legge e Ordine per il popolo,  laisser faire e un fisco indulgente per le élite – una deriva autocratica, preferendo di non andare a votare.

Ora, in questo caleidoscopio di forze centriste, eterogenee per metodi, programmi e obiettivi, resta ancora irrisolto il dilemma, se e quale spazio – in un rassemblement o come forza trainante – può ritagliarsi per un ruolo di raccordo e cucitura, l’area cattolica, impegnata a dare prosecuzione all’esperienza della Dc.

Un bel rompicapo! Che suscita la conseguente domanda: c’è oggi, per un compito così impegnativo, un partito diverso dalla Democrazia Cristiana, in grado di rappresentare pienamente il mondo cattolico, capace di raccogliere, in questa fase elettorale così convulsa, un sostegno ed un consenso sufficiente per affermare questi obiettivi?

Se lasciamo la risposta dentro i confini di questa semplice domanda, di certo oggi non appare rappresentativo un partito come FI, fedele gregario di politiche economiche e sociali anti-solidariste e passivamente piegato su posizioni sovranazionali che, ad oggi, non favoriscono agevolmente la soluzione dei conflitti in corso. Saprà allora la Dc accreditarsi subito come forza di mediazione e ricucitura, delle diverse istanze che mirano in quella direzione o dovrà più semplicemente, se vuole glissare l’impaccio della raccolta delle firme, accontentarsi di giocare una partita al traino di altre forze, che, alla mercé di decisioni sugli schieramenti futuri, a cominciare dalla partita europea della nuova governance, costringeranno poi a condividere scelte incompatibili?

La regina Cleopatra si mangia la Dama della Helvetica

Nella scacchiera della dama le mosse sono molte ma pur sempre contate. I principianti e gli esperti lo sanno ma la differenza é che gli esperti prevedono le mosse degli avversari e spesso le anticipano. Elly la Helvetica è da inizio anno che sta lì davanti alla scacchiera a ripetere, mossa dopo mossa, schemi e strategie, mentre il popolo si annoia nell’attesa.

La Regina Cleopatra, che del gioco è maestra, ripete qualche schema ma nulla più. I suggeritori di Elly si affannano a farle ripetere finte partite, che la poveretta invero con pazienza e grandissima dose di sopportazione esegue, ma senza tanto convincimento.

Ed ecco arriva la prima mossa. Muove i pedoni, se ne fa mangiare un paio e veloce, complice la distrazione di Cleopatra, va a Dama. Disonore! Nel campo avverso, musi imbronciati e imprecazioni soffocate. Il popolo finalmente si anima e grida “Vittoria!”.

Brava|! Si fa così! Avanti ora! Pare uno stadio e tutti gridano, contenti, che pare abbiano dimenticato le regole del gioco. Ottimo fare Dama (o meglio avere una Dama sulla scacchiera) ma ora devi tornare indietro e muoverti tra le caselle…il che significa prendere dei bei rischi.

La Regina Cleopatra incassa con classe: “Ho sbagliato pedone, ero poco attenta, i miei fanno casino, ecc…” Ma nei sui occhi brucia la pece della vendetta. Ed ecco che non appena il pubblico abbassa i toni e piano piano si fa silenzioso in attesa delle mosse delle due giocatrici, la Regina muove il suo pedone che senza fretta si mangia due di quelli di Elly. Ed Elly ignara non vede l’avvicinarsi della Dama di Cleopatra, tanto sta la poverina confusa per colpa dei maestri suggeritori, che mai la mollano con i loro “ fai così adesso…” e “ora ferma, tocca a lei…”.

Ed eccola la Dama di Elly, si è messa pericolosamente vicino a quei pedoni scoperti. “Oddio, non lì!”, grida qualcuno dal pubblico, ma la voce si perde nel chiasso del tifo…e la Dama infila la casella.

Svelta, crudele e invisibile come i suoi amati coccodrilli del Nilo, la Dama della Regina piomba su quella di Elly e se la mangia. Silenzio e sgomento percorre il pubblico e i tifosi. Ma è solo un attimo, poi esplode il tifo degli uomini della Regina ed è un tripudiare di “eh daje!, “avete chiuso!” – e pure peggio nei soliti riferimenti romani alle mamme altrui.

La Regina non spegne gli occhi di brace, li rende una fessura solo per vedere meglio da lontano che fanno i suoi due ufficiali, se festeggiano tanto o se stanno quieti nel gruppone. Uno dei due si stacca, si avvicina e con un “pure io qualcosa ho studiato de ‘sto gioco” ottiene la fredda risposta della Regina: “Lo vedo”. Può festeggiare ma non più di tanto, se vuole restare a fianco della Regina. Invece quell’altro guarda la scena e torvo pensa a raccogliere i suoi e a contarli, uno a uno, per capire chi potrebbe aver cambiato casacca e avergli dato la fregatura.

E Cesare? I pretoriani gli riferiscono che questa mossa l’ha vinta lei: la sua diletta Cleopatra si è mangiata la Dama della Helvetica. Può gioire, per ora, la Regina non verrà a chiedere altri sesterzi ed ha pure ottenuto una vittoria bruciante: i due ufficiali d’adesso in avanti dovranno guardarsi le spalle. “Oh! La ragazza studia”, sorride compiaciuto Cesare, “non sono proprio io che ho detto divide et impera”?.

Abruzzo, una sconfitta che deve spingere al ripensamento del centrosinistra.

L’esito del voto in Abruzzo è come una gelata di marzo per le speranze delle forze politiche di centrosinistra di mandare all’apposizione le destre insediatesi al governo del paese e di molte regioni per gli errori politici gravi delle stesse forze di centrosinistra.

Se la sconfitta è netta tuttavia è utile analizzarla anche in breve per contribuire a capire dove e perché si è sbagliato. Luci e ombre infatti si distinguono nel voto abruzzese. L’alleanza unitaria nel centrosinistra ha infatti vinto in numerosi comuni maggiori della regione: a Pescara (52%), a Teramo (53%), a Giulianova (54%), a Roseto (58%), a Vasto (51%), a Lanciano (50,1%). A Chieti, città storica della destra missina, la sconfitta è stata di misura (49,1%).

Ma allora dove ha perso in misura tale da ribaltare il risultato? La risposta è semplicissima: in tutta la Marsica, non tanto a L’Aquila città (47,3%), ma in tutti i numerosi centri della provincia, ovvero nelle aree più interne della regione. La Marsica non è più quella descritta da Ignazio Silone in Fontamara, ma l’isolamento e un certo abbandono si avvertono ovunque, ancor di più dopo il terremoto del 2009 e dopo le troppe promesse ancora in alto mare.

La Marsica, antica terra di braccianti e contadini socialisti, da tempo è come un buco nero che ha trovato il suo rifugio a destra con un voto che è insieme protesta e confusa nostalgia identitaria. D’Amico ha perduto per 43 mila voti differenza totale con Marsilio. 33 mila di questi voti sono mancati nel buco nero della Marsica.

Se il dove si è perso è chiaro, bisogna ora domandarsi perché si è perso. Ci sono alcune concause di immagine e di comunicazione: la coalizione di centrosinistra non si è mai presentata in pubblico unita, i suoi leader hanno ritenuto (o non hanno potuto?) che fosse più efficace agire come in Sardegna dove però lo spirito indipendentista è ben più radicato rispetto alle nostre regioni meridionali ancora orfane della Cassa per il Mezzogiorno. Ma ci sono ragioni più profonde e strutturali che sarà bene richiamare.

La percentuale dei votanti è ancora diminuita fino al 52%, rispetto al 53% delle precedenti regionali. Dunque vi è la metà dell’elettorato che non vota e non ha fiducia che la politica possa favorire un cambiamento e lo sviluppo sociale. Larga parte del ceto medio è scoraggiato perché non vede più prospettive di crescita, obiettivi raggiungibili per i quali valga la pena di fare sacrifici. Fra coloro che vanno a votare poi in questa fase sono forti i sentimenti di timore e incertezza per le difficoltà evidenti del Paese, dell’Europa, del quadro internazionale. In questo contesto la destra al governo appare più rassicurante.

Ora i politologi appassionati dei piccoli numeri potrebbero anche osservare come sia mancato alla coalizione di centrosinistra un più marcato apporto di forze politiche e civiche di centro democratico. Se c’è una piccola parte di verità in questa considerazione bisogna però anche convenire che la sfida politica di oggi non può ridursi alla ricerca dello 0,5 in più. Nella lotteria elettorale odierna può essere anche una tattica sufficiente per vincere qualche volta (vedi il caso Sardegna), ma non può essere questa la strategia. Altri politologi ormai sostengono che il voto è mobile, sostanzialmente è d’opinione (temporanea), e quindi legato a sentimenti superficiali e cangianti che si dovrebbero intercettare con proposte sempre più originali e stravaganti (come quello che offriva dentiere gratis, o quell’altro che voleva uscire dalla Nato).

Anche in questa visione c’è un pizzico di verità perché la società dell’immagine ha le sue leggi, ma si dovrà convenire che l’obiettivo di forze politiche democratiche non può essere il populismo di bassa lega. Il “Campo largo” dovrebbe invece significare anche visione larga e lunga. Un processo democratico di confronto serio e definizione di una coalizione coesa, con alcune idee e proposte concrete condivise, all’insegna di un pragmatismo virtuoso, ovvero del buon governo. Un processo di costruzione democratica che deve portare a vittorie larghe e rappresentative del Paese reale e non a governi basati su risicate minoranze. È certamente un compito difficile nel nostro Paese, come in quasi tutte le democrazie occidentali sfidate dai populismi e dall’astensionismo.

Da dove partire per far crescere questo indispensabile processo? È una domanda seria che dovrebbe appassionare tutti i democratici, e ancor di più quelli che ancora si riconoscono nella feconda ispirazione cristiana della politica. Anche in questo caso dall’Abruzzo ci viene un piccolo ma concreto insegnamento. Proprio nel buco nero della Marsica alcuni piccoli comuni hanno offerto una vistosa vittoria a Luciano D’Amico: Aielli con il 70%, Sante Marie con il 61%, Castelli con il 59%, Gagliano Aterno con il 56%. Piccoli comuni governati da liste civiche di centrosinistra, spesso guidate da giovani dirigenti del partito democratico. Coalizioni civiche che hanno motivato anche una maggiore partecipazione al voto (6-7 punti percentuali in più). Viene in mente subito Luigi Sturzo e il suo enorme lavoro amministrativo in tanti piccoli centri siciliani, poi diffusosi nel paese con il suo Partito popolare che aveva come obiettivo quello di radicare la democrazia e il buon governo delle comunità.

È un cammino complesso, ma forse non molto lungo. In ogni caso non se ne vede altro per fondare una proposta e una azione di governo su rocce solide e non sulle sabbie mobili. Fra qualche mese ci saranno importanti appuntamenti elettorali: il rinnovo del Parlamento europeo e il voto amministrativo per circa 3700 comuni (fra i quali 29 capoluoghi di provincia). Sarebbe un errore mortale concentrarsi solo sul primo obiettivo, mentre potrebbe mettere rosee premesse un buon esito anche nel secondo.

Nuove sfide per i cristiani che non vogliono restare alla finestra. 

Si è svolto sabato scontro l’incontro a Roma di molte associazioni di ispirazione cristiana per confrontarsi su tre temi forti: pace, vita e ambiente. Il quadro non è quello della solita riunione di più associazioni che raccontano ciascuna il proprio impegno, ma quello piuttosto delicato e anche audace di ricercare una comune azione congiunta per ragionare sul da farsi nei tre temi. A promuovere l’incontro è stato il Comitato per una Civiltà dellAmore che è riuscito a raccogliere il variegato,  multiforme e anche vasto mondo dell’associazionismo nel quale si è frantumata più di 30 anni fa l’esperienza cristiana nella società civile. Dalla constatazione che la frattura che si è determinata tra le rappresentanze cristiane e la società non si è più ricomposta, parte la riflessione che la sua ricostituzione sia ormai un tentativo inutilmente destinato a fallire. Tuttavia l’esigenza di essere nel mondo e per il mondo resta forte nelle associazioni che manifestano tutte l’esigenza di trovare un luogo nella società e nella cultura dove sia possibile ragionare ancora dell’uomo, della sua vita, dei suoi diritti alla vita, al lavoro, delle libertà e dei doveri di ciascuno, di pace. Una riflessione comune che porta ad evidenziare che la cultura della pace si insegna nella formazione dei giovani, nella famiglia, nelle relazioni sociali e nelle istituzioni. Viene dunque dalle associazioni la richiesta di un intervento propositivo nella scuola per educare alla pace e preparare i giovani alla cultura della mediazione.

La stessa riflessione porta a guardare come sia distante in questo momento l’Europa delle Istituzioni e degli Stati dalla gente e dal futuro dei giovani, poiché quello che sembra continuare a delineare la classe dirigente è in mondo diseguale, dove le differenze di cultura e di storia del territorio non sono più un valore da difendere e sui cui costruire un futuro per le nuove generazioni. Le quali, per la voce di un giovanissimo, lamentano la colpevole distrazione con la quale le classi dirigenti politiche sembrano disegnare un futuro per loro in cui loro stessi non hanno voce e in cui forse non andranno mai a vivere: perduta la speranza e il coraggio di continuare a vivere, il futuro sognato da loro per loro stessi e non disegnato da altri, è il bisogno primario reclamato dai giovani. A buon titolo, visto che l’analisi sociologica riportata da più associazioni evidenzia il pressoché totale disinteresse dei giovani per la partecipazione politica e l’incapacità di attrattiva dei partiti.

Nell’Europa di cui a giugno si rinnovano le Istituzioni, le associazioni riconoscono che l’apporto delle radici ideali cristiane siano di molto diluite nella logica prevalente della difesa delle posizioni conquistate, dei privilegi delle classi dirigenti, della cultura della contrapposizione e dall’egoismo prevalente. In queste condizioni le difficoltà dovute dalla non rilevanza dei partiti di ispirazione cristiana nella società, non impediscono di riconoscersi anche nello strumento proposto della Piattaforma Popolare civica e riformatrice, nata nel 2021 con l’intento di potere condividere un ritorno politico unitario dei cristiani  in politica. Oggi la Piattaforma si configura come il naturale federatore in grado di favorire la ricomposizione di un’area larga e composita all’insegna di una nuova unità  e di un nuovo protagonismo delle variegate espressioni cristianamente ispirate, poiché porta con se le parole chiave di ogni agire politico-cristiano (che si voglia definire tale): nuovo umanesimo ovvero ritorno alla dignità della persona umana; riconoscimento della famiglia; giustizia sociale e dei popoli; libertà ma nella comunità e non il liberismo come motore della società; sussidiarietà che vuol dire condivisione. Ed in politica tutto questo si traduce in una proposta politica per qualcuno (la persona umana)  e non solo per qualcosa ( bisogni/servizi/consumi).  Qui la proposta è il cambio di modello di sviluppo dell’umanità. Il cambio di passo difronte all’esaurirsi della spinta dell’economia capitalistica, ormai incapace di elaborare un pensiero economico differente da quello di migliorare se stessa (intrappolata nella ricerca infinita di bisogni da soddisfare), è quello di ri-scoprire come la vita possa generare vita e da ciò  arrivare all’uomo, alla famiglia, alla società, all’economia ed infine ad un sistema ecologico integrale.

Ma l’attualità delle guerre in corso portano tutta attenzione alla pace e al ruolo di mediatori/mportatori di pace che i cristiani possono e debbono svolgere nell’accompagnare le contese tra gli uomini con quella tenacia ed attenzione per la costruzione di una civiltà dell’amore che ormai è divenuta necessaria. Le associazioni non possono che essere naturalmente per la pace senza nascondersi quale sia la forza propulsiva che uomini di fede abbiano nel passare dalle parole ai fatti, e a fatti che sono alla portata della cultura del mondo cristiano e cattolico. Come dall’esortazione lontana di Leone XIII, il Papa della Rerum Novarum, base della Dottrina sociale della Chiesa cattolica,  “ognuno faccia la parte che gli spetta senza indugio”.

Una esortazione lanciata dalle associazioni non solo a se stesse ma al mondo esterno perché non si stia più alla finestra a guardare il mondo che passa sotto di essa ma si abbia il coraggio e la fede per un impegno diretto avendo chiaro che è in gioco l’idea stessa di umanità, di persona, per la salvaguardia di quella “differenza” che è valore e non ostacolo da rimuovere. Del resto, in un mondo senza partecipazione dei molti la democrazia è destinata a mutarsi fatalmente in totalitarismo.

Ucraina, il coraggio di inventare la chiave per la pace.

L’intervista di Papa Francesco alla Radio Televisione Svizzera (RSI) nella quale il pontefice ha sostenuto, riferito alla situazione ucraina, che si deve avere il coraggio di negoziare, ha avuto una vasta risonanza a livello internazionale, rompendo, almeno per un po’, una narrazione a senso unico che, a ben vedere, sembra non render pienamente conto nemmeno di quella che è la reale posizione dell’Alleanza Atlantica e dei Paesi che la compongono, sul conflitto.

Le cancellerie dei Paesi Nato infatti, sono perfettamente consapevoli della delicatezza della situazione, del suo progressivo degrado dalla fine del primo decennio del Duemila ad oggi. E sono consapevoli anche di aver dovuto agire, in ogni tappa di questo percorso verso la guerra, di fronte a fatti compiuti, causati probabilmente più da interessi di potenti gruppi privati che da una reale volontà di Stati Uniti e Russia di confrontarsi utilizzando l’Ucraina. Significative a questo proposito appaiono le recenti dimissioni dall’Amministrazione Biden di Victoria Nuland, (sposata con Robert Kagan, neoconservatore e teorico del nuovo secolo americano, e delle guerre necessarie a consentirlo che l’America di Bush junior dopo la sua prima elezione era restia ad intraprenedere), che è stata assistente per l’Europa al dipartimento di Stato durante l’Amministrazione Obama, ritenuta da molti osservatori la figura centrale nel provocare un epilogo cruento nei delicati equilibri dell’Ucraina post sovietica. Queste dimissioni sono state interpretate come un segnale inequivocabile dell’orientamento degli Stati Uniti a guardare ad una soluzione diplomatica del conflitto ucraino, dopo le prossime  presidenziali, a prescindere da chi sarà il vincitore, e a prescindere, naturalmente, dall’Unione Europea in un’intesa diretta fra Washington e Mosca.

Dunque, considerando che non vi è alcun scontro fra civiltà ma la comune preoccupazione di uscire da una spirale potenzialmente capace di innescare un conflitto su vasta scala in Europa, le osservazioni formulate dal Papa nell’intervista alla RSI, rilanciano considerazioni che sono ben presenti sui tavoli della diplomazia come su quelli delle strategie militari. Il negoziato, a fronte di una valutazione dell’andamento della guerra, è un’ipotesi che non ha mai smesso di circolare e che solo un milieu mediatico egemonizzato dalle centrali neocons ha preferito sottacere in favore della estremizzazione dei toni necessaria per alimentare la retorica bellicista.

Nell’intervista alla RSI il papa ha ricordato un altro aspetto fondamentale: che il negoziato è possibile “con l’aiuto delle potenze internazionali”. Ovvero , che non c’è nel mondo un clima da scontro all’ultimo sangue ma che anche le potenze non coinvolte nel conflitto hanno interesse a una soluzione diplomatica. E questo implica però quello che può esser considerata la chiave per superare tanto il conflitto ucraino come gli altri “pezzi” di quella guerra mondiale latente denunciata da Francesco sin dall’inzio del suo pontificato. Questa chiave è costituita dalla disponibilità degli Stati Uniti e dell’Ue di partecipare alla costruzione del nuovo mondo multilaterale che sta sorgendo, in un quadro di cooperazione nella sempre valida cornice dei principi e dei valori universali sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite. L’Occidente è a un bivio: o sarà all’altezza  delle sfide di questo secolo oppure rischia di rimanere prigioniero di visioni e strategie desuete che lo condanneranno alla marginalità. E ciò vale soprattutto per l’Europa.

In questa prospettiva, sembra un paradosso ma non lo è, appaiono perfettamente convergenti le affermazioni del segretario generale della Nato Jens Stoltenberg rese ieri a commento dell’intervista del Papa in occasione della cerimonia di ingresso della Svezia nella Nato: “la resa non significa pace”. Infatti, in mancanza di un accordo strategico su un nuovo meccanismo di governance globale fra Occidente e Resto del Mondo, anche le trattative sull’Ucraina si rivelerebbero fragili. Perché se le parti non si considerano sicure – l’Europa teme l’invasione russa e la Russia teme che l’Occidente punti a disintegrarla – allora non appena messe a tacere le armi in Ucraina, potranno rispuntare i conflitti caucasici, quelli centroasiatici, quelli balcanici. Per la pace occorre innanzitutto un accordo di coesistenza e di cooperazione fra le potenze di questa nuova epoca, la prima dopo circa mezzo millennio, caratterizzata dalla fine dell’egemonia occidentale.