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Un equivoco culturale rovina l’impianto della nostra autonomia scolastica

In un articolo comparso su Il Messaggero del 27/8 u.s., il presidente della Consob Giuseppe Vegas esordisce con un breve escursus storico che, partendo dalla legge Casati del 1859 e passando attraverso la Costituzione Repubblicana del 1948 fino a giungere allistituzione della Scuola media unica nel 1963, intende rendere ragione dei progressi che il sistema scolastico italiano ha registrato in tema di estensione a tutta la popolazione in età scolastica del diritto allaccesso agli studi e linnalzamento dellobbligo, come grandi conquiste sociali che hanno accompagnato la crescita del Paese.

La sintesi è efficace: mancano tuttavia almeno la Riforma Gentile, i programmi della scuola elementare del 1955, la legge 820/1971 sul tempo pieno, i decreti delegati del 1974 (che compiranno 50 anni lanno prossimo), la legge 517/1977 sul diritto allo studio e lintegrazione degli alunni disabili e con difficoltà, il DPR 275/1999 sulla cd autonomia scolastica. Per soffermarsi brevemente sui passaggi più significativi che ci hanno portato al presente. Non volendo scrivere un trattato sulla storia del sistema scolastico nazionale lanalisi di Vegas si sofferma tuttavia con particolare efficacia sulla crescente discrasia tra programmi scolastici e loro attualità, nonostante (e forse anzi a cagione) della crescente e pervasiva introduzione delle nuove tecnologie nelle metodologie dellinsegnamento-apprendimento, anche a motivo di una non corrispondente preparazione da parte del corpo docente.

Ma anche alla concorrenza sleale dei social che indirizzano verso una cultura dellomologazione e del riduzionismo, proponendo temi e linguaggi e purtroppo anche modelli etici che con la buona educazione nulla hanno a che fare. Particolarmente interessante è la riflessione che lautorevole estensore dellarticolo fa quando rileva ad esempio il progressivo ed ingiustificato decadimento di insegnamenti fondamentali come la storia e la geografia, indispensabili per consolidare una consapevolezza spazio-temporale che metta ordine agli altri apprendimenti, per inquadrarli in un contesto localizzato e cronologico dei fatti e dellevoluzione della cultura. Ciò per far posto a discipline nuove, estemporanee e spesso non sorrette da un adeguato supporto epistemologico: è la scuola dei progettifici, effimeri e transeunti che radicano nel vuoto della cultura trasmessa e vivono di neologismi, anglicismi, sigle, formule che si confondono in un mare magnum di apprendimenti posticci e subito obsoleti.

Resta fondamentale il radicamento agli apprendimenti tradizionali: molti alunni escono dai vari gradi scolastici senza saper localizzare un evento, distinguere lopera darte di un autore, senza aver letto i classici della letteratura mentre lingolfamento nozionistico prevale sul metodo delluso del pensiero critico. Sovente anche alle superiori abbiamo alunni che commettono errori madornali di tipo ortografico, grammaticale, sintattico, non sanno leggere un testo e attribuirgli un senso, non sanno scrivere un tema che renda loro merito della capacità espositivo-narrativa, del riuscire a restituire un componimento che abbia capo e coda e un senso compiuto. Già il compianto Tullio De Mauro aveva evidenziato come questo impoverimento culturale finisse per inglobare la società adulta dove il 70% delle persone non è in grado di padroneggiare i meccanismi della letto-scrittura. Vegas attribuisce a tale confusione culturale la sovrabbondanza dei controlli sui risultati in termini di apprendimento: che ci sia unenfasi irrituale sulluso e labuso dei test è di tutta evidenza.

Tuttavia chi lavora nella scuola sa bene che non vi è qualità senza controllo. La cultura della verifica viene meno e si finisce per legittimare tutto ciò che si fa sulla base di un giudizio sommario ed autoreferenziale. Controllo non significa imposizione o negazione dellautonomia ma rispetto dellortodossia. Va di moda scimmiottare in questi anni i sistemi scolastici di cultura anglosassone, nelluso della lingua, nei metodi, nella formazione. Non mi stancherò mai di ribadire che ciò risponde più ad una moda passeggera (legata anche alla terminologia delle nuove tecnologie): chi studia sistematicamente la pedagogia comparativa sa che in quei Paesi ci si sta muovendo nella direzione di un curricolo comune, il cd. common core, e che le scuole gestite a livello locale hanno mostrato tutti i limiti di modelli organizzativi e formativi dellautonomia portata agli eccessi.

Il Presidente Vegas sa che le scuole autonome fanno campagna acquisti di iscrizione di studenti e propone che esse siano messe in concorrenza tra loro per verificare quale istituto offre allutenza un servizio formativo migliore. Dimenticando tuttavia che senza un organismo di controllo interno ogni risultato diventa opinabile. Leccesso di autonomia nel sistema scolastico paradossalmente non stimola ma limita libertà di insegnamento, creatività, apprendimenti solidi e convincenti. Essendo svincolata da un sistema nazionale di istruzione-formazione che eviti diseguaglianze e disparità di trattamento, legate alla capacità e competenza della dirigenza scolastica, lautonomia diventa riduttivo localismo.

Quanto allabolizione dei titoli di studio citando Einaudi come primo propugnatore- non farebbe altro che rinviare il controllo dei livelli di istruzione raggiunti: meglio che sia la scuola a selezionare, indirizzare, emendarsi, correggersi nel quadro di un indirizzo programmatico nazionale. Il contrario sarebbe come dire: promossi dalla scuola ma bocciati nella vita.

Italia senza partiti, Meloni senza squadra, democratici senza coraggio: noi veniamo da un’altra storia.

Il Presidente della Repubblica, concludendo il meeting di Rimini dì Comunione e Liberazione, ha inviato sostanzialmente un messaggio alla maggioranza di governo, in cui le riserve per le progettate riforme costituzionali non sono nascoste. La elezione diretta del capo del governo, un Parlamento afono diroccato, regioni trasformate in staterelli (il disegno bossiano della secessione) il ruolo del Presidente della Repubblica ridimensionato nelle prerogative di garante e un sistema elettorale, che ha annullato il rapporto tra elettorato ed eletti, non sono solo aspetti di una riforma della Costituzione, ma un suo sovvertimento attraverso una nuova Forma di Stato e di governo.

La vicenda del generale Vannacci su cui la Presidente del Consiglio non si è espressa, ma ha lasciato che i suoi fedelissimi bacchettassero il Ministro della Difesa Crosetto per aver consentito la rimozione del generale da direttore dellIstituto Geografico di Firenze, è un sintomo grave di un’area di governo rabberciata. Uno scenario disarmonico, dunque, dalle prospettive non chiare su cui il Capo dello Stato ha approfittato dellAssise del meeting per paventare ulteriori involuzioni democratiche.

Il Presidente Mattarella per sua indiscussa onestà morale ritengo abbia consapevolezza che il sistema democratico, andato in crisi sin dalla metà degli anni 90 con il golpe di alcuni procuratori e di realtà della sinistra che prosciugò la politica e liquidò i partiti, oggi è in una fase terminale, dove avventurismo, incultura e supponenza sono la cifra degli errori del passato. Infatti la riforma elettorale che introdusse la nomina dei parlamentari ha sottratto al corpo elettorale la scelta dei propri rappresentanti. La democrazia partecipata è stata sostituita da quella dei laeder, degli eroi, delle signorie: solo monologhi, assemblee festose senza confronti e senza idee. Non c’è la fitta rete dei partiti, dellassociazionismo. Invocare la responsabilità in un sistema che ha esaltato e realizzato la deresponsabilità è un auspicio, solo un auspicio.

Uno Stato arlecchino con un pulviscolo di poteri che operano senza controlli. Autorità indipendenti da tutto che incidono sulle regole e sulle risorse sono aree di extraterritorialità dove il diritto è sospeso: copertura per i governi che operano senza subire i controlli del Parlamento: un regime. Il Capo dello Stato fa bene a preoccuparsi oggi più che mai. I contraccolpi nel passato erano mitigati da Forza Italia, partito formato da esponenti provenienti dai partiti democratici; oggi con il prevalere di una polarizzazione degli estremismi, con un Parlamento umiliato anche con la complicità della sinistra, responsabile anche della brutta riforma costituzionale del 2001 fatta in accordo con la Lega, senza sindacati, senza associazioni di categorie ormai funzionali al sistema di governo di qualunque colore, ci proietta in un futuro nebuloso. E landamento delleconomia? E il Pnrr? Un mistero!!

Il ministro della Economia Giorgetti farfuglia nel suo intervento registrato per Rimini posizioni divergenti dal resto del governo, ma poi resta dov’è: ricorda personaggi del passato di manzoniana memoria senza il dono del coraggio e della responsabilità. La Presidente del Consiglio,Giorgia Meloni, è attiva e si muove a passo bersaglieresco. Qualcuno dovrebbe dirle che bisogna fermarsi a volte per pensare e operare. Si può essere decisionisti dopo un confronto o per imposizioni in cui trovano spazio gli organigrammi. Noi veniamo da altre culture, da altre storie,ecco perché le improvvisazioni non ci hanno mai esaltato. Mattarella ha fatto la sua parte con serietà. Le scorciatoie non aiutano.

Negli anni 90 si vagheggiava una democrazia compiuta con il bipolarismo e lalternanza e ci troviamo oggi con i poli estremi. Sono santuari di formalismi e di supponenze mentre le decisioni sono declinate dai poteri che occupano glI spazi lasciati liberi dalla politica che non c’è! Poteri non investiti da nessun voto popolare ma dalla cerchia ristretta delle oligarchie!

[Tratto dal profilo Fb dellautore]

Anche Etiopia e Egitto fanno prevalere la visione dei BRICS sulle loro divisioni

Cosa avranno mai da dirci gli ultimi sviluppi di una annosa controversia per una diga sul Nilo che vede coinvolti tre grandi stati africani, l’Etiopia da una parte e Sudan ed Egitto dall’altra? Probabilmente assai più di quanto a prima vista può sembrare.

Gli aggiornamenti consistono nel fatto che Etiopia ed Egitto, che sono entrambi in procinto di divenire membri dei BRICS+, si sono dati quattro mesi, a partire dallo scorso luglio, per raggiungere un accordo sulla gestione della nuova diga sul Nilo Azzurro, che ad Addis Abeba chiamano Grandiosa Diga del Rinascimento Etiope (GERD). E a meno di una settimana dal Vertice BRICS di Johannesburg, durante il quale è stata accolta la richiesta di adesione dei due Paesi, l’altro ieri è arrivato dal Cairo l’annuncio di un nuovo round di colloqui per superare i problemi ancora irrisolti.

Uno sviluppo tutt’altro che scontato, poiché sin dallinizio della costruzione della GERD nel 2011, il Cairo la ha considerata come una minaccia vitale per la stabilità egiziana e regionale, in quanto questa diga consente all’Etiopia di controllare il flusso del Nilo Azzurro che, a differenza dell’altro ramo del grande fiume, il Nilo Bianco, presenta una forte irregolarità nella portata a seconda delle stagioni.

Ora però, dopo anni di aspro confronto nelle relazioni tra i due Paesi e seppur con l’incognita costituita dall’instabilità del terzo Paese coinvolto, il Sudan sconvolto dalla guerra civile, si prospetta una possibile intesa complessiva.

La vicenda della diga sul Nilo appare come una nuova conferma di come ciò che fa da collante a una collaborazione fra Paesi che aspirano a riformare l’ordine internazionale in senso multipolare, risulti più forte di ciò che li divide. I BRICS – sin dall’inizio, con la rivalità fra Cina e India, e ancor più dopo l’allargamento, con la presenza di Paesi come Arabia Saudita e Iran, fino a ieri su fronti opposti – sembrano configurarsi come un insieme di diversità accomunate dall’obiettivo che considerano superiore ad ogni possibile divergenza fra di loro, di costruire insieme a tutti, anche con l’Occidente e i Paesi non allineati, un mondo più inclusivo e giusto.

L’opinione pubblica in Italia sembra evidenziare soprattutto gli oggettivi limiti dei Paesi BRICS, e relegarli in un ruolo velleitario di antagonisti, in campo monetario o geopolitico, al quale essi non sembrano aspirare, e che comunque non sta in cima alle loro priorità, piuttosto che a individuare elementi che aiutino a cogliere la reale portata della loro iniziativa. Il dato con il quale la politica si deve confrontare è invece l’emergere di una visione e di una proposta politica comune di governo globale, che viene avanzata unitariamente da un gruppo significativo, che rappresenta quasi la metà della popolazione mondiale, di Paesi non occidentali e che detiene una quota considerevole di materie prime e di risorse energetiche necessarie al mondo intero. Potrebbe rivelarsi un grave errore sottovalutarlo e continuare a ragionare e ad agire come se nulla stesse cambiando.

Occorre invece sviluppare maggiormente il dibattito nella direzione del ruolo specifico che l’Italia e l’Ue possono assumere e del contributo che possono dare nel nuovo scenario globale, certi che gli Stati Uniti saranno più decisi, rapidi e più incisivi di noi europei nel farlo. Minimizzare i processi in corso nel Sud Globale, pensando che questo in qualche modo possa rafforzare l’alleanza con gli Stati Uniti, rischia di essere solo un modo per giustificare la tentazione del nostro immobilismo.

Addio Brigata Wagner: cosa accadrà adesso in Africa? E in Russia?

Le domande principali restano due. Chi ha ucciso Yevgeny Prigozhyn decapitando il gruppo di comando della famigerata Brigata Wagner? Che ne sarà di questultima? Interrogativi fondamentali per comprendere cosa potrà accadere nel futuro non solo in Russia ma anche nella fascia saheliana dellAfrica, alla luce delle attività qui imbastite dal gruppo mercenario negli ultimi dieci anni per conto di Mosca e per proprio profitto.

Una considerazione di fondo dordine generale può essere espressa sin dora, e cioè che la colpevole decisione assunta da Putin di invadere lUcraina e il suo successivo sostanziale fallimento (senzaltro non previsto dalloligarca del Cremlino) ha attivato una serie di movimenti tellurici allinterno della cittadella del potere moscovita che dopo aver provocato dissesti interni alla catena di comando delle Forze Armate (e conseguente indebolimento delle truppe sul campo di battaglia) ora hanno raggiunto la superficie dapprima con la fallita marcia su Mosca due mesi fa proprio della Brigata Wagner e ora con il probabile attentato (ma se ne avranno mai le prove?) allaereo Embraer sul quale viaggiava il fondatore e capo della medesima.

Nel breve periodo temporale trascorso dalla rivolta contro il governo russo poi improvvisamente ritratta (con quella decisione, a detta di molti, Prigozhyn ha firmato la sua condanna a morte: ma nessuno ancora oggi conosce i veri motivi per i quali egli avviò quella improvvida iniziativa né il perché della sua repentina interruzione) i movimenti dellex cuoco di Putinsono stati alquanto oscuri e solo due giorni prima della sua morte lo si era visto in Africa a rivendicare i risultati colà conseguiti nel tempo dalla sua organizzazione e a rinnovare il proprio impegno nel continente ad esclusivo interesse della Russia. Unaffermazione intervenuta non per caso dopo il colpo di stato in Niger, che secondo molte fonti di intelligence è stato proprio dalla Wagner favorito se non addirittura pilotato. Come se Prigozhyn dopo essere stato tagliato fuori dalle operazioni in Ucraina volesse riprendere a tempo pieno il ruolo che aveva ricoperto per anni nel continente africano. E infatti aveva rivolto una sorta di invito agli investitori russi ad apportare capitali nella Repubblica Centrafricana, ove Wagner ha avuto di fatto in questi anni la propria sede operativa continentale.

La decapitazione della struttura di vertice del Gruppo Wagner (oltre a Prigozhyn è deceduto Dmitry Utkin, una delle figure chiave sin dai tempi delle operazioni in Siria, decisive ai fini della sopravvivenza del regime sanguinario di Assad), ne segna anche la fine. O quantomeno la fine di quello che esso è stato in questi anni. Molti suoi uomini di stanza in Bielorussia in questi ultimi due mesi stanno già lasciando le loro basi in quel paese, chi abbandonando il Gruppo chi ritornando nelle basi africane. Dove però, a questo punto, è difficile capire come potranno tornare ad essere operativi, salvo divenire forza assoldata di qualcuno dei dittatori locali che però, essendo tutti di matrice militare, difficilmente vedrebbero con grande favore un insediamento permanente sui propri territori di mercenari privi ormai di un referente, di un capo. Perché era direttamente Prigozhyn a gestire i rapporti con i signori della guerra, i capi militari, i politici corrotti, gli uomini daffari locali.

Difficile dunque che Wagner esista ancora in futuro. E in ogni caso Putin ha detto con chiarezza che ogni suo associato dovrà giurare fedeltà allo stato e allesercito russo. Una condizione che non lascia margini per una mera riproposizione della Brigata così come è stata organizzata in passato. Ora, posto che difficilmente si saprà mai la verità sullincidente aereo e ancor meno sulleventuale mandante delleventuale (probabile) attentato, e posto che naturalmente la Russia ha negato ogni coinvolgimento in esso (e ciò nondimeno quasi tutti gli osservatori internazionali ritengono che è al Cremlino che bisogna guardare per dare una soluzione al mistero) la seconda delle due domande iniziali cosa ne sarà del gruppo mercenario rimane aperta con tutto il suo estremo interesse geopolitico. Cosa ha in mente Putin per sostituire Wagner senza perdere i benefici ottenuti sul campo, nellAfrica saheliana soprattutto? Unarea geografica sulla quale Mosca ha scommesso molto, divenuta lepicentro del suo impegno in Africa.

Ma non è tutto. Chi ritiene che dietro la fine del capo della Wagner ci sia davvero Putin ritiene altresì che oltre agli effetti esterni leliminazione di Prigozhyn sia un messaggio tutto interno al sistema di potere russo: il terrore che esso genererà quali conseguenze produrrà sul conflitto in corso, proprio mentre gli attacchi ucraini condotti con i droni sui cieli di Russia e addirittura di Mosca cominciano a far paura?

È una lotta mortale. In Russia e in Ucraina. Che al momento non prevede una conclusione. Né un pareggio. Ma se continua così il rischio di un suo elevamento oltre il limite di guardia aumenta pericolosamente.

Spese militari, contro la Schlein rinnovata sintonia tra Italia Viva e Azione.

Dopo la presa di posizione dellex ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, con parole certamente garbate ma non per questo poco incisive, non c’è solo il fronte riformista del Nazareno a tenere alto il dibattito sulla questione delle spese militari. Anche Italia Viva e Azione, nonostante la rottura del patto che dalle elezioni avrebbe dovuto portare alla costituzione di un nuovo partito di centro, dissentono dalla giovane segretaria del Pd.

“Elly Schlein decide scientemente, su un tema che a sinistra è delicato come quello della pace, di scaricare in un colpo tutte le politiche dei suoi predecessori per abbracciare in toto la posizione di Giuseppe Conte”. Questo è ciò che scrive il senatore di Italia Viva Enrico Borghi, presidente del Gruppo Azione-Italia Viva al Senato su IlRiformista.it.

“Quale credibilità – si legge – potrebbe acquistare un`Italia che si chiamasse fuori in sede NATO da accordi presi, nel momento in cui in quella sede vi è una discussione sul futuro dell`Alleanza dopo la guerra in Ucraina? In realtà la posizione sulle armi della segretaria Pd comporta una serie di conseguenze negative per il nostro Paese in termini di geopolitica e di politica esterna, interna e di difesa”.

“Il ‘nuovo Pd’ dell`estate militante – prosegue Borghi – pensa che sia più facile risolvere tutto cantando John Lennon in una ospitata televisiva o strimpellare una chitarra nel segno della ‘peace and love’, ovviamente sempre in favore di telecamera.

Peccato che, là fuori, il mondo sia terribilmente più complicato. E che le politiche di difesa, sicurezza e alleanza richiedono statisti dotati di lungimiranza e forza d`animo necessarie per guidare i loro popoli verso la speranza, e non – conclude il senatore di Italia Viva – demagoghi improvvisati, anche se travestiti da menestrelli pop”.

Analogo il tono della dichiarazione di Maria Stella Gelmini (Azione). “Dispiace che la segretaria del Pd Schlein scelga di archiviare una stagione atlantista, di buon senso, in politica estera, del suo partito. Non rispettare gli impegni Nato sulle spese militari rischia di diventare un abbraccio mortale con l’antiatlantismo di Giuseppe Conte: scelta ancor più incomprensibile perché la determinazione atlantica nel difendere le ragioni della comunità europea è il vero collante contro ogni nazionalismo fuori tempo”.

Allora, che conclusioni trarre in una battuta? In effetti la Schlein è riuscita a compiere il miracolo di rimettere insieme le forze neo-centriste. Almeno per un giorno.

Riflessioni sulla classe dirigente, con il suo stile, che l’Italia ha perso.

Ogniqualvolta si parla della Democrazia Cristiana e, soprattutto, dei leader e degli statisti democristiani, non manca quasi mai un riferimento al cosiddetto stileche caratterizzava quelle donne e quegli uomini. Per carità, nessuna inclinazione moralistica e nessuna presunzione di superiorità” morale od intellettuale rispetto ad altre esperienze politiche e culturali. Quella è una deriva che storicamente è riconducibile al campo della sinistra politica e ai suoi eredi. Non a caso, si tratta di una prassi valida e praticata, ieri come oggi, nei confronti di qualunque avversario che puntualmente diventa un nemico perché si contrappone alla verità” e alla ricetta politica, culturale e programmatica sostenuta e propugnata dalla sinistra e dal partito che la interpreta.

Ma, al di là di un fatto che ormai non fa neanche più notizia, quello che merita di essere sottolineato e richiamato è che lo stilepolitico e il comportamentoistituzionale dei democristiani sono due elementi che vengono da ormai molto tempo esaltati e adottati quasi come un modello, anche dagli storici detrattori di quella straordinaria esperienza politica, culturale e di governo. Un modo di essere in politica che, di norma, rifuggiva quasi sempre dagli schiamazzi e dalla polemica facile; dal colpire deliberatamente e frontalmente gli avversari che non erano mai nemici; dal perseguire una deliberata e violenta radicalizzazione della lotta politica e, in ultimo, dal trasformare la politica in una clava per delegittimare o ridicolizzare gli avversari. Lo zaino dei democristiani conteneva altri ingredienti: la cultura della mediazione, la ricerca della sintesi, la preparazione e la competenza come precondizione decisivi per essere in politica, il rigoroso rispetto politico dellavversario anche quando costoro si esercitavano in operazioni volgari di distruzione e di delegittimazione dei democristiani e il loro modo di fare politica e, dulcis in fundo, un profilo di forte e trasparente correttezza istituzionale.

Certo, cerano alti e bassi come in tutti i consessi umani e sociali. Ma lo stilepolitico e il comportamentoistituzionale dei leader e degli statisti democratici cristiani continuano ad essere dei modelli a cui ispirarsi, anche e soprattutto in una stagione politica caratterizzata da una profonda crisi della politica stessa e da una balbettante ed incerta postura istituzionale dei vari leader contemporanei e di entrambi i campi. E cioè, tanto della sinistra radicale e massimalista della Schlein quanto della destra sovranista e nazionalista, salvo rare eccezioni.

Ecco perchè, e senza alcuna regressione nostalgica, forse è arrivato anche il momento di recuperare le migliori risorse di un passato che è stato politicamente criminalizzato ma che, come quasi sempre capita, più trascorre il tempo e più ci si accorge della originalità e della modernità di quella esperienza. Nel caso specifico, del profilo e della consistenza di quella classe dirigente. Appunto, di quello stilepolitico e di quel comportamentoistituzionale. È appena sufficiente, del resto, scorrere anche se rapidamente, il percorso politico, umano e di governo di quelle donne e di quegli uomini per rendersene conto. Senza piaggeria e senza alcuna tentazione agiografica ma solo e soltanto per essere onesti intellettualmente con quella feconda, qualificata e inimitabile classe dirigente politica e di governo.

Democrazia e diritti umani, la Dc a 50 anni dal golpe in Cile.

Siamo vicini a commemorare i 50 anni dellevento che ha segnato la rottura democratica e istituzionale del Cile, lacerandone lanima. L’11 settembre, cilene e cileni, è una data triste e dolorosa per la storia del nostro paese. È un momento che segna un prima e un dopo. Abbiamo perso la democrazia ed è iniziato il periodo autoritario una notte buia che è durato 17 anni.

L’appuntamento che abbiamo con la storia ci esorta come società a una profonda riflessione, con i partiti politici che a riguardo hanno molto da dire. In questo quadro, alcuni pensano che dobbiamo dimenticare, altri invece invitano ad affrontare questo momento con precise dichiarazioni di buona volontà. Le domande più adatte sono le seguenti: Dovremmo dimenticare il Colpo di Stato? Possiamo davvero superare per decreto il dolore e l’orrore provocato dalla dittatura? Saremo in grado di sottoscrivere un impegno di vasta portata per la democrazia e i diritti umani nella nostra patria? Per noi non è né possibile né accettabile dimenticare, e in forza di questo assunto occorre ricostruire. Anche se constatiamo che nel paese ci sono visioni e interpretazioni diverse riguardo alla rotturanel 1973 del quadro democratico, questo non può impedire di tornare a impegnarci tutti insieme per la democrazia e idiritti umani.

I 50 anni dal Colpo di Stato richiedono di ripartire dalla memoria, per ricordare le vittime e ribadire la condannadella violazione dei diritti più elementari di cui noi esseri umani siamo detentori. Non dobbiamo mai più permettere che per il semplice fatto di pensarla in modo diverso ci si costringa a vivere l’orrore a cui siamo stati sottoposti con la dittatura civico-militare.

Parimenti, nel commemorare questi 5 decennicondanniamo di nuovo il Colpo di Stato. I problemi della democrazia si risolvono con più democrazia e secondoprocedure dettate dallordinamento istituzionale: mai attraverso la forza e mai attraverso la violenza.

Siamo nel momento propizio per pensare (e ripensare) agli errori politici del passato, per continuare a rivendicare verità e giustizia di fronte ai crimini commessi contro i nostri stessi compatrioti e impegnarci così a sviluppare la democrazia quale unico sistema politico entro cui affrontaretutti i conflitti economici, sociali, culturali e istituzionali che possono presentarsi.

La storia ci ricorda che, all’epoca della rottura del quadrodemocratico, il nostro paese era immerso in un clima di profondo contrasto ideologico, con una realtà economica e sociale precaria, una radicale polarizzazione politica e un governo con marcate carenze. Tutto questo nel quadro di un confronto tra visioni del mondo che la Guerra Freddaimponeva. È stata un’epoca dominata da estremismi e ostinazione, spesso da mancanza di dialogo proficuo.

Sulla base di tale constatazione, sentiamo il dovere di raccogliere gli insegnamenti che ci permettano di recuperare la speranza in quanto membri di una comunità che condivide lo stesso scopo e lo stesso destino, vale a dire la costruzione di un Cile migliore, più giusto e sviluppato, e quindi rispettabile.

Questa commemorazione ci vede nuovamente alla prese con divisioni politiche gravi. Non siamo riusciti a trovare la via che ci rimetta sul tragitto comune, con lo scopo principale di costruire una nazione dove la libertà e l’uguaglianza siano espressioni concrete e permanenti della nostra vita sociale. Abbiamo questioni centrali da affrontare con urgenza e senso di unità. Possiamo sfruttare la rievocazione storica per condividere un patto sociale moderno, unitario e inclusivo.

In base a quanto detto sopra, dichiariamo che i 50 anni del Colpo di Stato costituiscono una data che ci sollecita aricordare l’importanza della buona e sana politica, riconoscendo perciò che, al di là di ogni disaccordo e controversia, la convivenza pacifica tra tutti i cileni e le cilene è irrinunciabile. Il Cile è uno solo. Ciò è quantorivendica l’anima del nostro paese; un paese composto da milioni di volti, testimonianze e storie, il cui grido ricorda il dovere che come classe politica abbiamo davanti a noi: ovvero la costruzione di un paese migliore, più sicuro, meno disuguale, dove il benessere sia condiviso. Un paese con una democrazia migliore e con più giustizia sociale.

Facciamo appello con piena generosità e onestà a tutte le forze politiche affinché si dedichino a questo compito. Conta essere accomunati nel desiderio di costruire un paese migliore, con un domani che faccia tesorocostantemente di quello che è accaduto ieri. Invitiamo anche coloro che sono diffidenti riguardo a tale momento della nostra storia, e persino coloro che evocano lagiustificazione dellavvenuta rottura del quadro istituzionale, ad abbracciarsi in uno sforzo di unità attorno al futuro. Per la Patria, nessuno resti umiliato. Proprio nessuno.

Chiediamo a tutte le forze politiche di impegnarsi per la democrazia sempre, in ogni passaggio, senza eccezioni; impegnarsi per la libertà delle persone e la parità di diritti tra tutte e tutti, con i cittadini arbitri delle autorità nazionali, regionali e locali, con la libertà di stampa e la risoluzione pacifica dei conflitti, nonché con la condanna di ogni tipo di violenza politica; impegnarsi ad accettare e rispettare i governi eletti dalle maggioranze, oltre a garantire il rispettodelle minoranze: impegnarsi per l’effettiva separazione e indipendenza dei poteri dello Stato, per la gestione correttae il buon uso delle risorse pubbliche, per il rispetto delle diverse istituzioni della Repubblica.

Facciamo appello affinché tutte le forze politiche simpegnino in ogni momento, luogo e circostanza a rispettare i diritti umani; diritti che per altro sono stabiliti nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, senza alcuna distinzione di razza, colore, sesso, lingua, religione, opinione politica o di qualsiasi altra natura, origine nazionale o sociale, posizione economica, nascita o qualsiasi altra condizione, come indica appunto la suddetta Dichiarazione. Chiediamo che simpegnino a legiferare e ad agire in conformità con il rispetto dei diritti umani, quale che sia politicamente e socialmente la responsabilità di oggi o di domani. E che simpegnino con verità, giustizia, memoriae sentimento di riparazione, per assicurare il non ritorno al passato.

Infine, questi appelli sono stati preceduti dalla testimonianza e dalla consapevolezza di migliaia di cilene e di cileni in questi 50 anni, per difendere e poi recuperare la democrazia, e successivamente preservarla. Migliaia di cilene e di cileni diedero testimonianza a difesa e nel rispetto dei diritti umani, nella ricerca di verità e giustizia al tempo della dittatura, inizialmente organizzati intorno allaVicaría de la Solidaridade alla Commissione cilena per i diritti umani, per proseguire poi in tempo di democrazia. A tutti loro, uomini e donne, il nostro rispetto e la nostra ammirazione, specialmente per quanti hanno perso la vita a causa delle loro convinzioni democratiche.

Gli appelli di oggi sono stati anche preceduti da iniziative istituzionali sotto diversi governi, a partire dalla creazione della Commissione Nazionale per la Verità e la Riconciliazione (Commissione Rettig) nel 1990, il Tavolo di Dialogo sui Diritti Umani nel 1999, la Commissione Nazionale sulla Politica e la Tortura (Commissione Valech) nel 2003, la creazione dell’Istituto Nazionale dei Diritti Umani nel 2009 e il Sottosegretariato dei Diritti Umani nel 2015. Tutte iniziative che apprezziamo.

La sfida oggi, 50 anni dopo il Colpo di Stato, è quella di fare un passo avanti, lavorando tutti per la democrazia e i diritti umani. Dipende da questa generazione se lobiettivo sarà raggiunto, per amore del Cile e della sua gente.

Testo originale

MANIFIESTO POR LA DEMOCRACIA Y LOS DERECHOS HUMANOS UNA INVITACIÓN AMPLIA A 50 AÑOS DEL GOLPE DE ESTADO

Santiago, 28 luglio 2023.

https://www.pdc.cl/wp-content/uploads/2023/07/Manifiesto-por-la-Democracia-y-DDHH-PDC-28-07-2023.pdf?>

Dalle autonomie locali una nuova classe dirigente per il Paese

Il capitolo della selezione della classe dirigente è, da sempre, uno dei temi centrali e decisivi della politica italiana. Di ciò che resta dei partiti, innanzitutto, ma che coinvolge però lintero sistema politico italiano. Del resto, nel momento in cui le cosiddette agenzie formativesi sono, di fatto, progressivamente inaridite, è di tutta evidenza che i criteri che presiedono ad una corretta e ponderata selezione delle classi dirigenti politiche rispondono sempre più a criteri estemporanei per non dire addirittura casuali. Prevalgono, purtroppo, quei disvalori che hanno contribuito ad impoverire la stessa politica e lo spirito pubblico: ovvero, la fedeltà al capo, il servilismo nei confronti del potente di turno e, soprattutto, la non volontà di disturbare il manovratore.

Ora, a fronte di un quadro non particolarmente incoraggiante, esiste ancora un campo – seppur vasto, articolato e composito – che rappresenta un vero ed autentico giacimento di impegno, di militanza, di dedizione alla comunità e, soprattutto, di credibile impegno politico. Si tratta di quel mondo che genericamente viene definito come larea del civismo. Ovvero, migliaia e migliaia di amministratori locali che contribuiscono, con la loro presenza e il loro attivismo, a governare le comunità locali del nostro paese. Ben sapendo che la stragrande maggioranza dei Comuni italiani sono al di sotto dei 1000 abitanti – quasi il 70% del numero complessivo – e la quasi totalità al di sotto dei 5000 abitanti. Ed è proprio con quei luoghi, con quelle comunità, con quei consessi istituzionali che è indispensabile dialogare ed entrare in contatto. Non per arruolarli in un disegno politico o in un progetto di schieramento ma, al contrario, per coinvolgerli in un processo di recupero di credibilità e di nobiltà della politica. Unarea, è bene dirlo con chiarezza, che quasi antropologicamente si colloca al Centro dello schieramento politico. Unarea, ripeto, composita e variegata, che rifugge però dagli estremismi, dai massimalismi, dalle faziosità e soprattutto dai furori ideologici. Per capirci, si tratta di unarea alternativa alle Schlein di turno e a tutti coloro che hanno un approccio ideologico e settario alla politica e al governo. Di una comunità o di un paese non fa alcuna differenza.

Per questi semplici motivi, e anche per la nostra concreta provenienza culturale e storica, abbiamo quasi il dovere – come movimento politico Tempi Nuovi-Popolari uniti– di avviare un dialogo e un confronto con questi mondi vitali, come si sarebbero definiti un tempo. E questo non solo perché, per dirla con Luigi Sturzo, il Comune è la palestra democratica per eccellenzama anche per il semplice motivo che la cultura di questo immenso giacimento ideale, umano e amministrativo, è largamente riconducibile al filone ideale e al pensiero che si può riassumere come centro riformista, popolare, civico e moderato. Un mondo plurale, certamente, ma accomunato da valori e da una sensibilità culturale e quasi pre politica che lo porta ad essere una presenza che si colloca al centro della nostra vita pubblica. Un Centro, come ovvio e persino scontato, dinamico e operativo, riformista e concreto, attento ai bisogni e alle istanze della comunità e lontano da qualsiasi polarizzazione ideologica e radicalizzazione politica.

Ecco perché quando parliamo di selezione delle classi dirigenti, di nuova politica, di impegno concreto e di dedizione al territorio, non possiamo e non dobbiamo prescindere dal cosiddetto civismo. Un civismo, infine, che non è anti politico perché si auto organizza al di fuori dei partiti ma, semmai, che esprime una vera ed autentica passione culturale e politica. Un civismoche però, adesso, va interpretato e con cui va aperto un dialogo fecondo e costruttivo.

Adolescenti in balia della violenza: una questione sociale di grande rilievo.

Abbiamo quasi esaurito il lessico delle esecrazioni utili per commentare le vicende di violenza di cui quotidianamente abbiamo notizia. Colpiscono la reiterazione dei fatti, lo scatenarsi delle pulsioni a sfondo sessuale fino allo stupro e i femminicidi, senza riguardo alletà, lo sfociare di queste azioni criminose e di sopraffazione in gesti di deliberato e predeterminato annientamento delle vite umane, lassociazione a delinquere di giovani e giovanissimi- molti ancora minorenni- il senso di impunità che spiega la ripetizione di questi fatti di cronaca.

I più recenti avvenimenti sono accaduti in questi giorni a Palermo e nel napoletano, ma veramente uno sovviene allaltro e rimuove dalla memoria quelli precedenti, è stata unestate calda e distruttiva, come se un morbo inguaribile avesse soverchiato le regole del vivere civile: ma mettendo in fila tutti gli omicidi, i femminicidi, gli stupri solitari e di gruppo la linea del tempo ci porta molto indietro, contarli dallinizio di ogni anno è solo un fatto statistico. Quando la violenza diventa inarrestabile deriva sociale, quando gli istinti e le pulsioni accecano la coscienza fino ad annullarla qualche interrogativo va posto. Che cosa sta succedendo in noi e intorno a noi?  Certamente il coinvolgimento dei minori come attori di questa rimozione dei limiti e protagonisti di comportamenti disgustosi, ingiustificabili, terrificanti  ci invita a riconsiderare ladolescenza come età della crescita e degli apprendimenti, evidentemente non esistono più buoni maestri per coloro che si macchiano della scelta di fare del male, non ci sono più né a casa né a scuola: oppure bisogna ammettere che giovani e giovanissimi, pur istruiti al bene e allapplicazione di buone regole di vita disdegnano spesso gli insegnamenti tradizionali per assumere le sembianze di una generazione che attraverso i social e lemulazione collettiva, sta perdendo il senso del limite.  

Qualcuno ha scritto che i gruppi di ragazzi che si uniscono per compiere gesti di teppismo, distruggere le auto in sosta nel girovagare notturno, che allagano le scuole, che vedono nelle loro coetanee facili prede si cui sfogare le proprie pulsioni sessuali senza freni inibitori, che picchiano i disabili e uccidono i clochard,  indifferenti ai concetti di rispetto umano, di dignità della persona ma consapevoli di realizzare una concezione strumentale e distruttiva del corpo e dei sentimenti altrui, lasciando ferite indelebili, macchie che vanno oltre laccertamento del DNA,  questi gruppi che si accorpano e si gasanoper progettare azioni senza limiti fisici e morali non devono essere definiti come quelli del brancoo delle baby gang. Forse sono definizioni azzardate, forse chi si macchia di questi reati non ha ricevuto educazione alcuna, buoni esempi, raccomandazioni cogenti. Anche se esprimono comportamenti predatori tipici di chi si aggrega per delinquere. Non facciamone una questione nominalistica.

I social stanno alla base di questi meccanismi distruttivi o autolesionistici: non siamo stati capaci – noi adulti- a limitarne luso, non controlliamo in quali meandri paludosi naviganoin rete i nostri figli.

C’è poi la diffusione dello sballo come rifiuto di una quotidianità noiosa e castrante. Girano droghe di ogni tipo, ovunque. A scuola, per la strada, nelle discoteche: i pusher sono volti noti e non sempre hanno le sembianze del lupo mannaro. Accanto a questa diffusione massiva di stupefacenti, alcool, pasticche dello stupro ci sono molte armi che girano tra giovani e giovanissimi. Auto di grossa cilindrata a disposizione per challenge estremi.

Che cosa sanno i padri e le madri di questi adolescenti? Quasi nulla, certa fiducia senza controlli è più scellerata dei comportamenti dei figli. Sono gli adulti che hanno impartito in questi anni la didattica dei diritti e delle libertà sfrenate, crescendo una prole fondamentalmente viziata, dicendo sempre e solo dei sì”. Che cosa ci fanno ragazzini e ragazzine in giro alle tre di notte? Dove sono i loro genitori? Queste domande sono propedeutiche ad ogni spiegazioni postume, in molti casi li vanno a raccattare sui luoghi dei delitti, nei postriboli del sesso libero, nei meandri dello stordimento, tra i rottami degli incidenti stradali.

Questi giovani sono artefici del male e ne sono vittime.Viene da chiedersi se sia proprio deprecabile ritornare ad esercitare le proprie responsabilità di padri e di madri, se non sia giusto imporre dei limiti, ripristinare il verbo ubbidire, reintrodurre il concetto di castigo a fronte di comportamenti devianti e pericolosi, fino alla vera e propria delinquenza vissuta come passatempo perché “le cose belle si fanno tra amici.

Ricordano i protagonisti del libro di Gilbert Cesbron Cani perduti senza collare, una generazione di ragazzi allo sbando, lasciati soli davanti allimpatto con le difficoltà della vita, e chiamati a costruire da sé il proprio futuro attraverso gli errori e le incertezze della giovane età. La deriva pervasiva del male emulato come comportamento normale va fermata e corretta. E tocca a quello che resta di scuola e famiglia farlo senza indugio.

Impressioni di settembre. Suoni e parole tra sociologia del rock ed umanesimo sociale.

Quante gocce di rugiada intorno a me, cerco il sole, ma non c’è. Dorme ancora la campagna, forse no. Esveglia, mi guarda, non so. Con questo inizio, comincia la storia, il racconto del rock progressivo italiano. Era il 1971 e la Premiata Forneria Marconi (PFM) traccia il capitolo di un epoca di cambiamentoo meglio come dice oggi Papa Francesco è “il cambiamento di unepoca.

Giulio Rapetti Mogol, Mauro Pagani e Franco Mussida consegnano alle nuove generazioni unopera artistica senza tempo, senza limiti né confini ma solo luce e speranza. Testo e molteplici note che con lintroduzione del ritornello suonatoe del moog sembrano rievocare lattualità canora di quegli anni ribellie riflessivida figli dei fiori dei Jethro Tull, dei King Crimson e degli Yes. La voce onirica di Franz Di Cioccio ci accompagna nella modernità dellincertezza di ieri ma che rende attuale il costume e la società che stiamo vivendo. Cerco il sole, ma non c’è”. Cercare la luce, la speranza, il riscatto. È alba, è mattino, è “il nuovo inizio che ricomincia.

La campagna è la finestra sul Mondo, ci guarda, è sveglia, è vigile e attenta alla nostra instabilità e non conoscenza. Già lodore della terra, odor di grano. Sale adagio verso me. E la vita nel mio petto batte piano. Respiro la nebbia, penso a te. La terra, la natura, il circostanteha un suo profumo, una sua vitalità. Si respira la nebbia, le sofferenze dellessere e di un momento storico degli anni 70 che rende attuale oggi 2023  ogni fatto: guerre, povertà, crisi climatica, violenza sulle donne, questioni sociali, disoccupazione e il disorientamento della persona. Quanto verde tutto intorno e ancor più in là. Sembra quasi un mare lerba. E leggero il mio pensiero vola e va, ho quasi paura che si perda. La profonda argomentazione del verde, dellambiente che è unico con il mare, da prenderne le somiglianze, è la visione rock umanistica dei PFM il cui pensiero, parola, azione, si dissolve nella grandezza dellumanità, ovvero dellumano e della sua attualissima ecologia integraleche si riflette in essa.   

Lurlo graffiante del vocalist coniugato dallintercedere del colpo di batteria si infiamma nel suo disorientamento esistenziale No, cosa sono? Adesso non lo so. Sono un uomo, un uomo in cerca di stesso. No, cosa sono? Adesso non lo so. Sono solo, solo il suono del mio passo. È un poetico appello nel quale luomo o meglio la persona si agita, si scompone, si confonde tra allegoria, scienza e realtà sociale, politica ed ambientale verso un nuovo cammino, sentiero, strada e non sotterranei dellanima(ctz Aldo Carotenuto).  La consapevolezza di essere uomo – umanoma anche solo – solitudinetra la condizione dellimpotenza della persona e lisolamento sociale rende il pensiero libero e spicca il volo in una passione creativa e generativa. Ma lessere  in  comunione con il verde, con la natura, con la nebbia, con lerba, con gli animali e con il Mondo non rende soli, si econnessi gli uni con gli altri, si è in connessigrafia umanain una comunità inclusiva.

Ecco il sole, il sogno, il riscatto, la partecipazione attiva, lumanesimo dellimpegno che ci ha insegnato Jacques Maritain.  Ma intanto il sole tra la nebbia filtra già. Il giorno come sempre sarà. È un nuovo inizio, senza mai più immobilismo ma solo entusiasmo per un Mondo che non ha scarti sociali ma unicità in ogni persona tra le persone unite per un nuovo modello solidale di sviluppo e di futuro.

Caso Vannacci, le razze non esistono ma il razzismo sì.

Lo studio della storia ha dimostrato che le razze non esistono mentre continua invece ad esistere il razzismo, pseudo teoria abusata per affermare la superiorità o l’inferiorità antropologica di una parte dell’umanità. La paleontologia e lo studio di dati genetici ormai certi dicono che l’Homo sapiens e viator  lasciò l’Africa circa 125.000 anni fa, si fermò per circa 50-60.000 anni in Medio Oriente e poi proseguì verso l’Europa e l’Asia dando vita all’umanità che oggi popola il pianeta, che pur con pigmentazioni della pelle diversa, nella sostanza è identica ai quattro angoli della terra. Insomma siamo tutti di origine africana e se ciascuno di noi potesse risalire la propria dinastia scoprirebbe tratti somatici ben diversi dagli attuali generati da tante ibridazioni.

 

La storia italica spiega che, nel fulgore dell’età imperiale, Roma fu una megalopoli di un milione di anime di etnie diverse figlie delle tante conquiste. Di questo è fatta l’Europa e l’Italia. E pur tuttavia il razzismo vive con noi da sempre giustificando le peggiori nefandezze: discriminazioni, schiavismi e dittature. La paura del diverso  -l’altro- è un concetto che viene dai antichi retaggi tribali, dove lo – straniero – è il pericoloso contaminatore che destabilizza il gruppo. L’enorme fiume di sangue causato e’ giunto fino ai tempi moderni trovando la sua bestiale apoteosi nel ‘900 con la seconda guerra mondiale ferocemente ispirata dal dogma nazista della supremazia della “razza” ariana che portò alla eliminazione sistematica della “razza” ebraica e di tutte quelle forme di vita considerate impure e indegne.

 

Più recentemente abbiamo assistito alle guerre balcaniche ispirate dalla pulizia etnica. I principi (art. 3 e 10) che reggono la Costituzione e l’unita’ della Patria affermano: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali»; «Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge». La loro formulazione degli fu stabilita per contrastare il razzismo in qualsiasi forma (pregiudizi, propaganda, discriminazioni e violenza). Ora i massicci fenomeni migratori ravvivano le paure delle diversità e i gruppi nazionalisti assertori del suprematismo bianco ci sguazzano grazie alle facili comunicazioni via social. Il libro del Generale Roberto Vannacci che vorrebbe confutare l’idea del – pensiero unico -, ha riacceso il dibattito anche perché la politica politicante si nutre di questi consensi seppur maleodoranti.

 

Bene ha fatto il Ministro della Difesa Guido Crosetto a stigmatizzare i pensieri dell’alto ufficiale rimuovendolo dal suo ruolo, ciò però gli ha portato critiche da esponenti della sua area politica ove queste teorie sono un nervo scoperto perché bacini di consenso elettorali. La politica responsabile deve però comprendere che le paure sono umane e che gli antidoti sono il rispetto religioso, la cultura, l’istruzione e le risposte organizzative della convivenza sociale. Certamente quindi e’ vero che dinnanzi alle tragedie quotidiane nel Mediterraneo, l’Europa deve fare di più e che l’Italia non può essere lasciata sola. Al contempo bisogna prendere atto e superare ciò che blocca una maggiore solidarietà ovvero la competizione fra populismi, nazionalismi e razzismi con cui ogni paese fa i conti. Le democrazie devono essere determinate perché,  seppur imperfette, le alternative sono peggiori. All’alba del terzo millennio, segnato da impetuose novità tecno-scientifiche, la vera e continua sfida è il progresso dell’umano.

 

 

La Voce del Popolo | L’indulgenza della Meloni sul caso Vannacci

Il generale Vannacci divide la destra di governo, tra chi pensa che vada messo in riga e chi invece vi si allinea. Ma questa divisione a sua volta nasconde un problema ben più grande. E cioè svela il modo affrettato e inevitabilmente ambiguo in cui la compagine meloniana ha attraversato il confine tra la piazza e il palazzo. 

Il generale diventa un “caso” appunto perché l’argomento è stato per così dire lasciato a metà. Così che si sentono depositari del verbo sia quanti richiamano il generale alla disciplina repubblicana sia quanti invece ne fanno un’impropria bandiera politica. In altre parole, è mancato alla Meloni il sacramento del battesimo politico. E cioè quel rito con cui ci si dà un nome, si sancisce un’identità e di lì in poi ci si incammina lungo un solco. 

Si dirà che il dare un colpo al cerchio e uno alla botte è anche questo un modo di governare. Un modo, peraltro, che ha illustri predecessori e nobili propositi alle spalle. Peccato che esso possa essere praticato solo alla condizione di poter disporre di un corredo di princìpi di adamantina chiarezza. Quantomeno sui fondamentali della vita repubblicana. 

Ora, non si può certo accusare Meloni di indulgere a parole d’ordine sovversive o addirittura a derive golpiste. Ma ella resta pur sempre prigioniera dell’indulgenza con cui ha spesso trattato certe devianze politiche di casa sua. E ora fatica a guadagnare credito non essendo riuscita a saldare tutti i debiti che la sua storia le ha per così dire caricato in spalla. Le occorrerebbe avere qualche nemico in più alla sua destra per avere migliori relazioni con il resto del Paese.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 24 agosto 2023

Titolo originale: Attraversare il confine tra la piazza e il palazzo

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del settimanale della diocesi di Brescia]

Il lavoro povero è il fallimento della politica

L’11 agosto 2023 a Palazzo Chigi, sede del Potere Esecutivo, la Presidente del Consiglio dei ministri ha incontrato quasi tutti gli esponenti delle forze parlamentari di opposizione per discutere su una questione inerente alla legislazione ordinaria in materia di “lavoro”. Per la precisione, la questione riguarda proposte miranti alla definizione, per legge, del salario minimo dei lavoratori dipendenti. L’incontro si è concluso in modo interlocutorio.  La Presidente del Consiglio, dopo la fine dell’evento, ha rilasciato dichiarazioni usando più volte la locuzione “lavoro povero”.

Occuperebbe molte pagine la descrizione delle differenti opinioni dei decisori politici diffuse con grande clamore dai media. E poiché parecchi dei decisori politici presenti nell’attuale scena politica si sono avvicendati in ruoli governativi, anche più volte negli anni decorsi, ci sarebbero da fare numerose considerazioni incentrate sul perché e sul percome dell’esistenza del “lavoro povero”.

Mi limito a dire che risulta paradossale l’esistenza del fenomeno del “lavoro povero” nella Repubblica che ha scelto di essere “fondata sul lavoro”. Infatti, il primo articolo della Costituzione italiana, entrata in vigore il 1° gennaio 1948, cioè più di 75 anni fa, così recita: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. Inoltre, sono numerose e tutte coerenti col pilastro fondativo del lavoro di cui all’articolo 1 le norme di rilevanza costituzionale in materia di diritto del lavoro, di diritto al lavoro e di “rapporti economici”

Il lavoro povero, il lavoro servile e la schiavitù appartengono ad epoche storiche e a culture politiche, economiche e sociali antecedenti alla Costituzione repubblicana.

Quindi, il fenomeno del lavoro povero desta preoccupazione perché non è stato generato dal destino cinico e baro; perché in Italia le retribuzioni del lavoro dipendente sono ai livelli più bassi in Europa nel mentre l’inflazione è in paurosa crescita; perché viene reso di solare evidenza il crescente impoverimento del sistema Paese; perché è una mina piazzata ai principi e ai valori fondanti dell’ordinamento costituzionale.

Da molti anni l’Italia è finita in una lunga notte nella quale viene sistematicamente tolta la luce della Costituzione. Anche la semplice lettura della Costituzione ci svela che la nostra Carta fa luce ed ha, nelle sue parti precettive e programmatiche, il miglior programma politico, economico e sociale immaginabile per il nostro Paese.

Purtroppo, scelte di maggioranze governative sono state effettuate in difformità, se non in dispregio della Costituzione.  Non sono di poco conto le politiche che, in buona sostanza, riducono il pensiero politico alla mera occupazione dei palazzi del potere. Basta ricordare che sono state architettate normative elettorali riconosciute incostituzionali dalla Consulta grazie ai ricorsi effettuati in via giudiziaria da parte di semplici cittadini. Inoltre, sono ricorrenti “progetti governativi” rivolti a cambiare in modo radicale la Costituzione. Uso la locuzione “progetti governativi” per sottolineare la loro “anomalia” rispetto agli insegnamenti di Calamandrei, che aveva spiegato il perché, in materia di normative costituzionali, i banchi del governo in Parlamento debbano restare vuoti. I compiti dei governi e dei governanti, che nell’insediarsi giurano fedeltà alla Costituzione, non sono quelli di cambiare la Costituzione sulla quale hanno giurato, ma di attuarla. Purtroppo, sono stati molti (di sinistra e di destra) i governi impegnati a cambiare o a tentare di cambiare la Costituzione piuttosto che applicarla rigorosamente nelle parti precettive e attuarla puntualmente nelle parti programmatiche.

 

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I BRICS diventano 11, l’Europa ne deve valutare il peso geopolitico.

La storica decisione adottata ieri al XV vertice dei  BRICS dai cinque capi di stato e di governo di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica di procedere all’allargamento del Coordinamento a altri sei Paesi – Argentina, Egitto, Arabia Saudita, Iran, Emirati Arabi Uniti ed Etiopia – a partire dal primo gennaio 2024, rappresenta oggettivamente un fatto di rilevanza globale che non si può ignorare o sottostimare ma che va conosciuto e valutato per ciò che è, rispetto agli obiettivi di politica internazionale del nostro Paese e dell’Ue. A tal fine si possono formulare almeno quattro osservazioni.

Con questo primo allargamento, se si esclude l’ingresso del Sudafrica, che è avvenuto nel 2010, dopo appena un anno dalla loro fondazione, i BRICS passano al formato a 11, o BRICS11. I sei nuovi membri portano i BRICS a rappresentare il 47% della popolazione mondiale e il 36% del Pil globale. In pratica dal primo gennaio 2024 quasi un essere umano su due vivrà in un Paese BRICS. E si tratta solo del primo blocco di nuove adesioni. Dopo i suddetti sei stati, altri 16 stati sono in attesa di aderire.

Una seconda osservazione riguarda particolarmente l’Italia. Con l’adesione dell’Egitto, dovremmo familiarizzare sempre più con l’idea che la sponda Sud del Mediterraneo sarà prevalentemente composta in prospettiva da Paesi BRICS+. E quindi, l’Italia potrà svolgere un ruolo enorme per fare del Mediterraneo forse il principale laboratorio del dialogo tra UE, G7 e BRICS11.

Questa osservazione è speculare a un’altra: l’Unione Europea presenta una oggettiva necessità di stabilizzare la situazione al suo confine orientale con i BRICS (tra non molto potrebbe esservi anche la Bielorussia, oltre alla Russia) e di pensare a quale tipo di relazioni instaurare in un dopoguerra ucraino che prima o poi verrà. Adesso può sembrare irrealistico parlarne ma, ed è la quarta osservazione, questo allargamento dei BRICS dimostra che anche le cose ritenute impossibili possono realizzarsi, se si pensa che due Paesi come Arabia Saudita e Iran, che si sono a lungo combattuti in particolare nella terribile e lunga guerra per procura in Yemen, si ritrovano ora insieme. Una Unione Europea che voglia esser artefice del proprio destino dovrebbe guardare con interesse alla molla che ha fatto scattare il cambio di qualità nelle relazioni tra Teheran e Riyadh: il riconoscimento reciproco e la constatazione di guadagnare un futuro migliore per entrambi con la normalizzazione delle loro relazioni.

In definitiva i BRICS ci ricordano che il processo di transizione geopolitica in corso è inarrestabile. Nel futuro  non c’è solo una loro ulteriore crescita ma l’obiettivo di estendere l’uso delle rispettive valute nei loro scambi commerciali.

Dobbiamo temere questi processi, e dobbiamo temere i BRICS? Forse dobbiamo temere soprattutto il nostro deficit di volontà nell’affrontare le sfide che i tempi ci pongono. Come afferma con chiarezza e senza ambiguità la Dichiarazione di Johannesburg II, la dichiarazione finale di questo vertice BRICS, tutte le istanze portate avanti dai BRICS sono da loro stessi concepite nel quadro della Carta delle Nazioni Unite, al fine di costruire un meccanismo di governance globale più partecipato, equo e condiviso. Vi è anche il riconoscimento del G20 come il principale forum multilaterale nel campo della cooperazione economica e finanziaria internazionale.

Rimane allora più che altro una barriera culturale da superare. Perché l’approccio multilaterale su scala mondiale, implica anche un approccio culturalmente plurale e interclassista a livello domestico (nesso che dovrebbe interessare particolarmente alla tradizione del popolarismo), che, come magistralmente argomentato da Giorgio Merlo ieri su queste colonne, viene mortificato da una volontà di egemonia, potremmo dire di unipolarismo interno, di autoproclamatisi giudici del discorso pubblico. Credo quindi, che ai Popolari non debba mancare la consapevolezza del fatto che l’approccio giusto alle grandi sfide, come quella che viene dai BRICS11, parte da come si esercita, si garantisce, si ri-conquista uno stile di effettivo pluralismo nella politica interna e locale, quotidiana.

Chi tesse dietro le quinte la tela di ragno del politicamente corretto?

C’è una domanda che, come tante del resto, resta ad oggi del tutto inevasa: e cioè, chi è a capo del cosiddetto “politicamente corretto”? Detto in altri termini, chi è legittimato a distribuire pagelle su che cosa si può dire pubblicamente e su quello che viene immediatamente rispedito al mittente appena viene detto o pronunciato? E ancora, chi può ergersi a giudice morale ed etico per distribuire pagelle a destra e a manca – per la verità solo a destra e al centro – e decidere e selezionare i temi e gli argomenti che possono essere dibattuti e quelli che meritano invece solo disprezzo e sdegno?

Sono, queste, domande legittime quando si parla di “politicamente corretto”, che però hanno quasi sempre una precisa e pertinente risposta. Ovvero, il “tribunale moralistico” e “l’autorità etica” che si auto attribuiscono questo ruolo sono gli interpreti del cosiddetto “pensiero unico”. Detto in termini ancora più semplici e comprensibili, sono coloro che pensano di avere una egemonia culturale, ed etica, nella società e come tale la dispiegano e la declinano quotidianamente. Di norma, sono opinion leader, “guru” dell’informazione e dello spettacolo – la regola è che sono quasi tutti milionari, e sino a ieri miliardari -, alcuni organi di informazione dalla Tv alla carta stampata di proprietà di mastodontici gruppi industriali e finanziari e, in ultimo, i moralisti che allignano storicamente nel campo cosiddetto progressista.

Questo aggregato, plurale e composito, è però accomunato da un filo rosso: dettare l’agenda del “politicamente corretto”. O, detto con altre parole, come si declina il “pensiero unico”. Entrambe queste derive sono riconducibili ad un preambolo di fondo: e cioè, queste categorie di persone, espressione di veri e propri “poteri forti”, pensano tranquillamente – e lo dicono anche apertamente senza tema di essere smentiti – che il mondo contemporaneo è semplicemente diviso in due categorie: da un lato c’è il progresso, la civiltà, lo sviluppo e il bene; dall’altro, con altrettanta semplicità, il male, la barbarie, l’inciviltà e il precipizio. Da qui la conclusione, semplice e inappellabile: tutto ciò che è espressione del male e della inciviltà è semplicemente da buttare e da cestinare. Con disprezzo e anche con una inusitata violenza e spietatezza verbale. Punto.

Ecco perchè, di fronte ad uno scenario del genere, che peraltro è una costante del sistema politico italiano sin dal secondo dopoguerra anche se si è particolarmente affinato con l’avvento del populismo e dopo la scomparsa dei partiti, delle culture politiche e, purtroppo, anche della politica, l’unico antidoto vero e potente risiede ancora nella democrazia e nei principi costituzionali. Ovvero, e sino a prova contraria, se in Italia continuano ancora a decidere i cittadini attraverso il voto popolare i sacerdoti del “politicamente corretto” stentano ad avere il sopravvento. E questo perchè il voto popolare e i principi democratici, di norma, sono quasi sempre alternativi alla “democrazia dei moralisti” e alla fustigazione dei “prìncipi del sapere”. Con tanti e cari saluti al “politicamente corretto”, ai moralisti da strapazzo, ai milionari imbonitori della carta stampata e dei talk televisivi e ai detentori del “pensiero unico”

Stupro di Palermo, una condanna severa dovrebbe scaturire dal pentimento.

La città di Palermo dai Fenici era chiamata “fiore” mentre i Greci le diedero nome di “ampio porto”. Questa volta il suo fiore ha visto i suoi petali strappati da sette probabili delinquenti che hanno giorni fa violato il corpo di una ragazza che è rimasta vittima di una indicibile brutalità.  Hanno immaginato la giovane donna fosse un porto di accoglienza delle loro fantasie sessuali e hanno avuto bisogno di essere in tanti per essere sicuri di poter competere con il genere femminile. O forse l’hanno fatto ben numerosi così da poterselo vicendevolmente raccontare con quelle sfumature che solo i presenti sulla scena possono cogliere.  Ci penserà la giustizia a stabilire la verità dei fatti che per come appaiono hanno turbato i sentimenti di chiunque ne abbia appreso la notizia. 

Non sono esattamente dei delinquenti quelli che hanno perpetuato il misfatto. Delinquere indica il tralasciare qualcosa, più precisamente venir meno a un dovere. Questa volta i sette indagati per il reato commesso non si sono affatto tirati indietro, hanno piuttosto fatto tutti un passo avanti nel proporsi alla violenza perpetuata. Non hanno avuto l’onore ed il coraggio dei protagonisti del film “I sette samurai”, non sono neppure paragonabili agli uomini de “I magnifici 7” dove il tema è stato quello di una giusta causa da difendere mettendo a repentaglio le proprie vite. Neppure sono assimilabili ai “ 7 uomini d’oro” dove l’obiettivo era il furto di sette tonnellate del prezioso metallo ma non era per questo prevista alcuna violenza. Tanto meno sono stati sette fratelli per sette spose. Si sono accontentati di una sola ragazza per sfogare i propri istinti bestiali.

Lascia sconcertati, da quanto si legge in cronaca, come dopo il reato gli stupratori abbiano pensato di continuare la serata ritemprandosi in una rosticceria che è un posto dove si vendono al minuto pietanze che possono essere sbrigativamente portate via o consumate. Evidentemente sentivano di rifocillarsi sempre con lo stile e la tempistica di “una botta e via” senza troppo intrattenersi seduti formalmente ad un tavolo. Hanno consumato lo scempio con inaudita superficialità, tanto che perfino il male si è sentito trascurato per la scarsa considerazione che ha goduto presso quelli che pure lo hanno provocato e che non ne hanno colto la consistenza ed il valore. Ancor peggio la strategia di difesa degli indagati si è appellata al consenso della vittima e questa sarà materia di avvocati e giudici. Con senso di vomito andrebbero commentate le prime reazioni degli indagati la stessa sera della bravata riportate dai giornali.

A volte procedere per paradossi può aiutare ad avere chiarezza di ragionamento. Il punto decisivo è infatti un altro. Se si volesse, solo per esercizio teorico, accettare la ipotesi di una disponibilità della vittima a quel trattamento da bestie, resterebbe il fatto che nessuno di quelli, che si sono distinti per brutalità, si sia reso estraneo o rinunciatario alla ghiotta occasione di macelleria umana.  Nessuna repulsione è scattata nella intimità della loro coscienza per chiamarsi fuori dall’azione. Così, sempre proseguendo per paradossi, se invece di sette fossero stati invece settanta o settecento non avrebbero comunque avvertito alcuna censura, giustificati com’erano dal consenso della giovane donna che tutto assolveva e tutto permetteva. C’è da esserne sgomenti.

Salvini pare abbia rispolverato il vecchio tema della castrazione chimica; per le piante si usa il termine “emasculazione”, ma non sembra questa la soluzione che lega la pena, che indubbiamente va inflitta ai responsabili del fatto, con il loro futuro recupero. Nelle prime pagine di un bel saggio del teologo Camine Di Sante sul tema del “perdono” si legge che quest’ultimo presuppone necessariamente un ordine relazionale, riconoscendosi quindi colpevoli “alla presenza di un Tu al quale si chiede un gesto non di condanna, ma di benevolenza….”.  Inoltre il perdono “suppone il riconoscimento della dignità dell’altro che con la parola, il gesto o l’azione non si è onorata, ma violata. Non si chiede perdono a chi ci è indifferente o lo si è ridotto a oggetto o strumento…Il perdono, sia nel chiederlo che nel donarlo, è riconoscimento sempre dell’altro”. Nella circostanza in questione è facile commentare come sia stata negata ogni dignità alla vittima dello stupro ma sia stata nel contempo annientata la dignità all’interno della coscienza di ogni componente del gruppo che ha agito in modo animalesco, nel quale, per natura, è assente ogni senso di colpa per le uccisioni commesse. Infine il perdono pretende l’esistenza e la coscienza della colpa “che esige l’assunzione della responsabilità”. Di Sante porta l’esempio del caso di Carlo Lissi che dopo aver ucciso la moglie e due figli piccoli, chiese che gli fosse comminata la massima pena, una dichiarazione non autogiustificativa ma decisiva appunto della sua responsabilità.

Non si deve anche questa volta cadere nel perdonismo che 

ha il solo effetto di produrre una reazione ancora più aspra in termini di condanna. L’unica riparazione ammissibile sarebbe la piena confessione del delitto compiuto e il desiderio di voler impegnarsi per cancellare la macchia che ha sfregiato il cuore di una innocente. Gli autori dello stupro dovrebbero invocare per loro stessi la più severa delle condanne in quanto giusta e sola occasione di possibile riscatto sociale. Sarebbe di consolazione se in sede di giudizio si disponesse non uno sconto di pena per eventuali buone condotte ma, all’opposto, un aggravio di pena se i colpevoli non superassero, durante gli anni di detenzione carceraria, impegnative prove di formazione e di studi volti a ridefinire personalità smarrite nel totale annichilimento del capriccio del male. 

La prigione è una fabbrica di violenza e rabbia contro lo Stato che ti fa stare costretto più di venti ore al giorno in cella con altri, in una condizione di frustrazione e noia senza limiti. Può essere anche il tempo, se positivamente condotto, di una riflessione di consapevolezza del male fatto e di una ricostituzione di se stessi per una nuova relazione verso il prossimo. In questa prospettiva la pena diventa una meta agognata per cominciare una resurrezione già qui sulla terra. Per adesso vale l’affermazione del poeta Paul Eluard quando dice che non c’è salvezza sulla terra finché si può perdonare ai carnefici. Restiamo in attesa che i sette malvagi di Palermo sappiano con il tempo smentirlo.

BRICS, dal summit in Sudafrica via libera alle nuove adesioni.

Oggi a Johannesburg la giornata conclusiva del XV vertice BRICS prevede l’incontro dei leaders dei cinque Paesi del Coordinamento (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) con i rappresentanti dei Paesi “amici dei BRICS”, una quarantina  di stati, interessati all’adesione o a stipulare accordi di partenariato con i BRICS.

A conferma del fatto che questo vertice oltre a rappresentare un evento di oggettivo interesse mondiale, sta contribuendo ad aprire una nuova fase nelle relazioni internazionali caratterizzata da un approccio multilaterale ai problemi globali. E quindi, indirettamente, finisce per interpellare anche il nostro mondo occidentale sulle principali questioni.

Lo si è visto nella giornata di ieri, dedicata all’incontro dei presidenti dei cinque Paesi. Nella sessione pubblica di questo incontro in cui vi sono stati gli interventi di tutti e cinque i leader, il tema della pace è stato uno dei più toccati negli interventi, soprattutto in quelli del presidente del Sudafrica, Cyril Ramaphosa e in quello del presidente del Brasile, Lula, costringendo il presidente russo Putin, intervenuto in videoconferenza, ad assumersi la propria parte di  responsabilità e permettendo al presidente cinese Xi Jinping di ribadire che il mondo attuale necessità di coordinamento e non di conflitto, e di chiedere il riconoscimento del diritto di ogni popolo a un equo sviluppo.

In questa implicita denuncia di un deficit di politica vi è a ben vedere anche una delle ragioni principali della nascita e del consolidamento dei BRICS, che non si sono sentiti adeguatamente rappresentati nelle istituzioni globali al crescere del loro peso economico e geopolitico. Un raggiante Narendra Modi soddisfatto del successo di Chandrayaan-3 la prima missione spaziale indiana atterrata sulla luna, ha sciolto le riserve del proprio Paese all’allargamento, dando così il via libera alla definizione dell’iter per le nuove adesioni ai BRICS,  le quali consentiranno in un tempo breve al Coordinamento che già oggi rappresenta oltre tre miliardi di esseri umani e una quota di Pil equivalente a quella dei Paesi G7,  di divenire rappresentativo della maggioranza della popolazione mondiale. Un altro tema sul quale si è registrato il consenso di tutti i cinque leaders è quello dell’incentivazione dei pagamenti in valuta locale fra Paesi BRICS e con i  Paesi partners, anche attraverso la Nuova Banca di Sviluppo, la banca dei BRICS con sede a Shanghai. Nel corso dell’incontro è arrivato pure l’annuncio dato da Putin in qualità di presidente della Russia che deterrà la presidenza di turno il prossimo anno, che il prossimo vertice dei BRICS si terrà a ottobre del 2024 (in pratica a ridosso delle elezioni americane) nella città di Kazan.

Nella prima giornata del Summit quella di martedì scorso, si è tenuto il Business Forum con rappresentanti della gran parte degli Stati dell’Africa e molti altri del Sud Globale. Di particolare rilievo il fatto che le intese firmate presentano tempi di avvio assai brevi – si parla di poche settimane – e il fatto che, come ha rilevato uno dei delegati cinesi al Forum, Wu Peng, i Paesi africani chiedono ora che la priorità per le loro economie passi dalle infrastrutture all’industrializzazione locale. Ciò per consentire ai Paesi produttori e estrattori di partecipare in misura maggiore alla creazione del valore aggiunto dalle loro risorse naturali, come chiede, fra gli altri, Félix Tshisekedi, presidente della Repubblica Democratica del Congo.

L’evento che oggi si conclude a Johannesburg fa parte di quella transizione geopolitica che è interesse di tutti avvenga in modo pacifico e inclusivo. Il fatto di sforzarsi di valutare l’iniziativa dei BRICS nelle sue effettive dimensioni può aiutare a inquadrare un tale processo nella direzione auspicata da tutti.

Luna, l’India batte la Russia a colpi di rover.

L’India sulla Luna, la Russia no. Il successo lunare per Narendra Modi, mentre il summit Brics è ancora in corso, stride fortemente a poche ore dal riconoscimento ufficiale da parte russa e di Roskosmos dello schianto della stazione Luna-25, che doveva battere in corsa proprio Nuova Delhi nell’atterraggio lunare.

Secondo l’agenzia Rbk “Roskosmos ha stimato la probabilità di successo della missione al 70%, a luglio l’agenzia Lavochkin, che ha sviluppato il dispositivo, ha annunciato una probabilità di successo dell’80%”. Allo stesso tempo, l’astronomo russo Vladimir Surdin, in un’intervista con Ria Novosti, aveva stimato al 50% la probabilità di portare a termine la missione secondo i piani, a causa della complessità del volo. “Se atterra, significa che è molto fortunata”, ha detto alla BBC Ivan Moiseev, capo dello Space Policy Institute. E questo inevitabilmente, solleva dubbi sulle reali ragioni di perseguire in ogni caso il programma.

Parallelamente emergono critiche. Una delle più riprese e diffuse è la seguente: “La stazione Luna-25 che si è schiantata sulla Luna è un prodotto della società aerospaziale russa in rovina che prende il nome da S. A. Lavochkin, o come viene anche chiamata ‘Lavochkina’. I prodotti Lavochkina non volano da nessuna parte e sono in ritardo di 30 anni rispetto ai concorrenti stranieri in tutti i parametri tecnici. Questo fatto non è un segreto per i professionisti”, si legge in un commento del canale Telegram di opposizione VCK OGPU, ripreso anche da “Russian Monitor”. Lo stesso commento è stato diffuso su altri social, anche tradotto in altre lingue.

“Non poteva esserci altro esito per questa spedizione spaziale” prosegue il canale, particolarmente critico, e poi aggiunge: “Il vantaggio principale di Lavochka ora è la sua posizione, proprio accanto alla tangenziale di Mosca. Presto le ex aree industriali e scientifiche verranno demolite e al posto della struttura un tempo famosa appariranno nuovi complessi residenziali e centri direzionali. Questo è il destino di molte imprese oggi, inclusa Roskosmos e non solo…”. L’impresa ha sede a Khimki, nella regione di Mosca. Ed ebbe in realtà un passato glorioso: dalle stazioni “Luna-16” e “Luna-20” alle “Vega-1” e “Vega-2”, che trasmettevano alla Terra immagini uniche del nucleo della cometa di Halley.

Il commento ricorda recenti casi di corruzione e truffa che si sono visti tra le pareti di Lavochkina. In particolare Lenta.ru – citando l’Itar Tass – nel maggio 2014 riportava che Sergey Solodovnikov, vicedirettore generale delle risorse umane della Lavochkina – dai ranghi dell’Fsb, si aggiunge -, era stato arrestato dal tribunale cittadino di Odintsovo della regione di Mosca con l’accusa di appropriazione indebita.

Fonte: Askanews

Il ricordo di don Minzoni esige uno sforzo di approfondimento storico

Non serve la retorica per parlare di don Giovanni Minzoni. Lucio D’Ubaldo ha chiesto anche a me di scrivere qualcosa sulla nostra testata perché i cento anni dalla morte, oggi 23 agosto 2023, sono un anniversario storico, per il rilievo in sé e per il momento della vita del Paese in cui cade. Ma sento un disagio dentro a scrivere di una vicenda che oggi non trova l’ascolto che dovrebbe avere, da molti considerata solo uno scomodo avvenimento d’altri tempi. 

Forse sono condizionato da quanto mi è capitato, volendo fare in occasione del centenario una rievocazione di do. Minzoni che, appunto, non fosse retorica. Per questo assassinio fascista vennero celebrati due processi, uno farsa nel 1925, e uno vero nel 1947. Varie volte se ne è parlato nei decenni scorsi, in convegni di studio e in ricerche dedicate alla morte del parroco di Argenta.  Ma poi di questi processi, degli atti veri e propri dei procedimenti intendo, i fascicoli, le carte, nel tempo si sono perse le tracce.

Quando, già lo scorso anno, si pensò con Aldo Preda – il generoso e instancabile animatore della memoria antifascista romagnola, e non solo – di lavorare sull’anniversario di don Minzoni, venne subito l’idea di ricercare le carte processuali. Che fine avevano fatto? Federico Chabod insegna che lo studio di un qualsiasi avvenimento storico è in qualche modo un continuo oggetto di “revisionismo”, per i ritrovamenti ulteriori di documentazioni che si possono fare sulla verità di quel fatto, e per le domande diverse dal passato che nuove generazioni di studiosi possono così porsi su quel fatto. Quale servizio migliore, dunque, per onorare il centenario, di ricomporre le carte processuali e rendere possibili nuovi studi e interpretazioni di quegli avvenimenti sulla base non di quanto già proposto da altri, ma potendo esaminare nella loro ritrovata integrità i documenti necessari.

Ci siamo messi al lavoro, e tra febbraio e marzo di quest’anno le carte, che si credeva ormai perdute, sono venute fuori: erano presso la Corte d’Appello di Bologna. Non sto a dire quanti tentativi e ricerche sono stati compiuti per arrivare al risultato. Questo avrebbe fatto parte del racconto televisivo che si immaginava di realizzare per la serie “Italiani” di Rai Storia. Quale contenitore migliore poteva esserci, secondo la tradizione di quella testata, anche per l’interesse che era stato mostrato al riguardo. Ma inspiegabilmente, o forse no, non è avvenuto nulla: rinvii, e poi niente più. Alcuni bravi ricercatori ora ci stanno lavorando e presto avremo la pubblicazione di nuovi studi.

A chi scrive il rimpianto di non essere riuscito. Però di avere provato. Resta una mail ricevuta il 10 marzo 2023 dal Ministero della Cultura, Archivio di Stato di Bologna: “Si accoglie con favore la notizia della realizzazione di un documentario per la Rai, che abbia per oggetto le vicende  di don Minzoni nell’anniversario della sua uccisione. Le riprese potranno avvenire negli spazi di questo Istituto senza la corresponsione di alcun canone…”. L’autorizzazione resterà valida, sono sicuro, quando la Rai, in un futuro che si spera non lontano, riterrà opportuno offrire ai più giovani (e non solo a loro) la possibilità di conoscere la figura di don Minzoni e il suo apostolato civile e religioso – è in corso il suo processo di beatificazione – all’interno della storia del Novecento italiano.   

       

         

Don Minzoni, sacerdote combattente, era un popolare e prima ancora un democratico cristiano.

Dobbiamo rallegrarci che attorno alla figura di don Minzoni sia cresciuta l’attenzione nel centenario del suo assassinio ad Argenta, oggi frazione di Ravenna, per mano di sicari fascisti. Non altrettanto possiamo dire per la scelta della Rai, indisponibile a realizzare un docufim, già pronto nelle linee di fondo grazie al lavoro preliminare di Giuseppe Sangiorgi, per ragioni attribuite a ristrettezze di budget: ci siamo dovuti accontentare della rimessa in onda su Rai Storia, ieri alle 23.00 , di una vecchia pellicola di Marco Cassini. Forse si poteva evitare questa caduta nel grigio rigore amministrativo che pare fatalmente sconfinare nell’indifferenza per la vicenda più emblematica, insieme a quella dell’assassinio di Matteotti, del fascismo storico, in evoluzione rapida e drammatica da movimento armato a regime dittatoriale.

Questa comunque è la delusione più facile da intercettare e più semplice da raccontare, perché si collega a un qualche sentimento di sana diffidenza per il messaggio che la Destra al governo (anche della Rai) s’industria a veicolare in nome di un preteso post fascismo, spesso collimante con ambiguità e omissioni a riguardo proprio del fascismo e dell’antifascismo. C’è invece un’altra delusione che si nasconde nelle pieghe della rilettura storica e politica del misfatto; una delusione, in questo caso, che muove dal modo con il quale si racconta l’accaduto ai giorni nostri e si descrive, in particolare, il sacrificio del parroco di Argenta; finanche una delusione che sa di amaro retrogusto, per la contraddizione operante nello sforzo di celebrazioni calde e generose, ma non corrispondenti alla piena verità dei fatti.

Si potrebbero fare vari esempi, tutti all’insegna di una considerazione che porta a rilevare come spesso l’indagine storica invece di avanzare regredisca, perdendo di rigore e di mordente. Non rende giustizia a don Minzoni isolare l’aggressione mortale di cui fu vittima dal contesto politico in cui scattò l’ordine di punirne l’impegno sociale e pastorale. L’idea che a pagare sia stato l’educatore, solerte nel promuovere il gruppo degli scout o nel guidare le attività della parrocchia, non ci restituisce la complessità della sua testimonianza.

Giuseppe Donati, a un anno dalla morte, ne tracciò un profilo che dava conto della fervida ispirazione democratico cristiana; molto tempo dopo, nella grande commemorazione per il cinquantenario organizzata dalla Dc a Ravenna, fu Mario Scelba a stilare un ritratto accurato da cui emergeva la connotazione del prete scomodo, e scomodo anche per i socialisti. Se per i fascisti era chiaramente un avversario, nondimeno per i socialisti appariva un concorrente: metteva in pratica, nel rapporto con i suoi contadini ed artigiani, i valori del popolarismo.

Del suo sentirsi militante, allora sulla scia di Sturzo e prima ancora di Murri, c’è solo vaga traccia nel ricordo pubblicato da Alberto Melloni. sul Corriere della Sera (19 agosto). Don Minzoni si staglia come un profeta senza un ancoraggio alla politica di quegli anni. Aveva stabilito con se stesso – così si legge nell’articolo – che bisognava attraversare il Rubicone. E così fu, tanto che ne venne il martirio. Ma quel Rubicone è magnificato da Melloni dentro una citazione monca, priva cioè di una premessa fondamentale: don Minzoni, infatti, si dice pronto a tutto dopo aver constatato l’odio dei fascisti per i popolari. Melloni, in sostanza, dovrebbe riflettere sulle parole di Donati, il primo a smascherare coraggiosamente la responsabilità dei fascisti nell’agguato mortale: “In don Giovanni Minzoni – diciamolo alto e forte, perché è l’intera verità – venne colpita, come si voleva colpire, l’idea politica popolare, cioè l’idea democratica cristiana, che Egli sosteneva e onorava da sacerdote e da combattente”.

Non è un punto qualunque. Per questo, come accennato all’inizio, viene da pensare a una dissipazione di memoria e profondità di conoscenza, come se la ricerca storica ripartisse da troppo lontano o da troppo vicino, essendo prevalente in entrambe le versioni il desiderio di rimuovere un ingombro consustanziale al “tempo che fu” del mondo democratico cristiano. Qui sta il distacco dal pur pregevole ricordo di Melloni. C’è un’atmosfera tutta politica — e di una politica ben chiara – che merita attenzione. Don Minzoni cadde a metà strada, certamente da eroe cristiano, quando già il Ppi con il congresso di Torino aveva scelto di stare all’opposizione di Mussolini e quando non ancora si era materializzata la volontà del Duce affinché in Vaticano si provvedesse all’eliminazione politica di Sturzo – costretto infatti, non molto tempo dopo, ad abbandonare l’Italia per un esilio durato più di vent’anni. In mezzo, non a caso, c’è il proditorio gesto di Argenta.

In questi giorni le celebrazioni per il centenario saranno caratterizzate fortemente da due contributi molto attesi: quello del Card. Matteo Zuppi, oggi pomeriggio alle 18 nella Messa che sarà da lui presieduta presso la Collegiata di San Nicolò, e quello del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in programma il 25 agosto al culmine delle commemorazioni. In questa cornice giova riportare per intero quanto scriveva don Minzoni a un amico parroco a proposito del citato Rubicone da passare: “Quando un partito (fascista), quando uomini di grande o in piccolo stile denigrano, violentano, perseguitano una idea, un programma, un’istituzione quale quella del Partito Popolare e dei Circoli Cattolici, per me non vi è che una sola soluzione: passare il Rubicone e quello che succederà sarà sempre meglio che la vita stupida e servile che ci si vuole imporre”. È quanto serve per capire fino in fondo il senso e il valore del sacrificio a cui fu chiamato, versando il suo sangue per un ideale pienamente incarnato nella vita quotidiana.

 

Per documentazione

1- La commemorazione di Giuseppe Donati

https://ildomaniditalia.eu/wp-content/uploads/2021/08/Adobe-Scan-22-ago-2021.pdf

2- La commemorazione di Mario Scelba

https://ildomaniditalia.eu/wp-content/uploads/2021/08/Don-Giovanni-Minzoni-Martire-per-la-libertà_compressed.pdf

Meeting, Stato e Regioni devono confrontarsi responsabilmente.

Serve responsabilità di tutte le parti nei tavoli di confronto  “È naturale che le Regioni chiedano molto e lo Stato tenga conto anche dei vincoli macroeconomici” nel Paese. “Questa è una dialettica che c’è sempre stata. L’unica osservazione che faccio è che in questa dialettica, più che mai oggi dopo il Covid, e in questa situazione complessiva del Paese, deve esserci una stella polare che è la compostezza istituzionale e la consapevolezza del senso di responsabilità che tutte le parti devono portare sul tavolo non solo nelle azioni ma anche nelle parole”. 

Lo ha sottolineato Fabio Pammolli, Professore ordinario di economia e management, Politecnico di Milano, che ha tracciato una fotografia economica dell’Italia.

“Il Paese ha un livello di spesa pubblica elevato – ha spiegato – e ha accumulato nel corso del tempo un livello di incidenza del debito pubblico sul Pil che è secondo solo a quello della Grecia a livello europeo. Questa situazione macroeconomica espone il Paese a una sfida della sotenibilità complessiva dell’insieme dei conti pubblici, a una sfida della crescita”. “Oltre a quella demografica – ha aggiunto Pammolli – l’Italia ha una seconda sfida, che è quella tecnologica”.

 

Fonte: AskaNews

Spagna, senza l’accordo tra popolari e socialisti si rischia di tornare alle urne.

Entrano nel vivo le consultazioni al Palazzo della Zarzuela. Il re Felipe VI incontrerà oggi i due maggiori partiti, PP e PSOE, entrambi intenzionati a far valere le rispettive ragioni in funzione dell’incarico per la formazione del nuovo governo. La scelta del sovrano si esercita sulla base dell’articolo 99 della costituzione e non è condizionata da altri soggetti istituzionali. La Presidente del Congresso (equivalente alla Camera dei Deputati), Francina Armengol, eletta nei giorni scorsi a seguito dell’accordo tra le forze di sinistra e i gruppi autonomisti, in particolare con i catalani di Puigdemont, può solamente regolare l’agenda per la presentazione dell’esecutivo. Non ha margini per intervenire nella designazione, come pure era stato accennato impropriamente da qualche commentatore italiano.

La soluzione non si presenta facile. Il Popolare Feijoo e il socialista Sánchez, Premier uscente, non sono in grado di fornire assicurazioni circa l’esistenza di una maggioranza a loro sostegno. Sulla carta i numeri potrebbero anche esserci: Sánchez conta di stabilizzare il rapporto con i catalani e raggiungere, in questo modo, i fatidici 176 voti. Se ciò non fosse, allora Feijoo avrebbe motivo di rivendicare l’incarico in virtù del fatto che il suo partito ha più seggi al Congresso, controlla il Senato e governa importanti Regioni, a partire da quella di Madrid. Potrebbe chiedere l’incarico con l’obiettivo di formare un governo di minoranza, in qualche modo garantito da un ipotetico atteggiamento di bon ton dell’opposizione socialista.

In questo conteso s’inserisce l’iniziativa di un migliaio di professori universitari, intellettuali, uomini d’affari, economisti, ingegneri e giuristi; un’iniziativa denominata “Consenso e Rigenerazione” che muove dalla preoccupazione per l’acuirsi della dialettica tra le due grandi compagini politiche, con il rischio che il tessuto democratico e costituzionale possa indebolirsi pericolosamente.     Dubqye, ergendosi a difensori della Costituzione, hanno firmato un manifesto – diffuso ieri, all’inizio cioè del giro di consultazioni del Re con i partiti – in cui chiedono al PP e al PSOE di “recuperare la cordialità politica” e aprire un processo di dialogo per evitare che la governabilità della Spagna dipenda da “opzioni estreme o da indipendentisti”.

Il documento esorta i due partiti maggiori a “intavolare un dialogo volto a forgiare accordi […] per i quali la diversità ideologica e il pluralismo non siano un ostacolo per capirsi e per concordare politiche fondamentali nell’interesse di tutti gli spagnoli e della nostra stessa democrazia”. In aggiunta Joaquín Villanueva, coordinatore dell’iniziativa, ha dichiarato a El Mundo, il secondo quotidiano dopo El Pais: “La Spagna ha bisogno di un accordo anche per portare avanti riforme come l’istruzione o le pensioni, che possono essere fatte solo con il concorso dei due grandi partiti”.

Questo è il quadro. Può darsi che il Re, finite oggi i colloqui, prenda ancora del tempo per valutare bene a chi conferire l’incarico. L’invito a non accelerare è venuto dal PNV, il partito basco di antica ascendenza democratico cristiana. Tuttavia il tempo a disposizione non è infinito, considerando pure che le urne hanno dato il loro verdetto due mesi fa. Nessuno esclude che la matassa s’ingarbugli e alla fine, come unica soluzione, non rimanga che il ricorso a nuove elezioni, probabilmente a dicembre.

Trump rimane un idolo per la base del partito

Il 71% dei suoi sostenitori crede alle verità dell’ex presidente. Secondo un sondaggio realizzato da CBS News e YouGov, gli elettori di Donald Trump credono più all’ex presidente americano che ai loro amici, familiari o leader religiosi. Tra coloro che stanno almeno considerando di votare per Trump, il 95% crede che “lotti per persone come me”, mentre il 99% crede che le cose andassero meglio sotto la sua presidenza.

Tra coloro che hanno intenzione di votare per Trump, il 71% ritiene che ciò che dice loro sia vero, più di quanto dicono gli amici e i familiari (63%), i personaggi dei media conservatori (56%) o i leader religiosi (42%).

Il sondaggio rileva che Trump continua a dominare la corsa per la nomination del 2024, con il 62% dei probabili elettori nelle primarie del GOP che lo sostengono, mentre solo il 16% si è pronunciato a favore del governatore della Florida Ron DeSantis.

La percentuale di coloro che considerano Trump una fonte di verità scende al 53% tra tutti i probabili elettori nelle primarie del GOP, segno che non pochi rimangono scettici sulle sue affermazioni.

Il 77% dei probabili elettori repubblicani ritiene infatti che le accuse contro Trump per aver tentato di ribaltare i risultati delle elezioni in Georgia siano politicamente motivate.

 

Fonte: AskaNews

La crisi immobiliare cinese infiamma i mercati per i rischi di default

John Ai

 

La settimana scorsa China Evergrande Group, la società immobiliare più indebitata del Paese, ha presentato istanza di protezione per fallimento presso un tribunale di New York. Nel frattempo, si profila all’orizzonte la crisi delle società di intermediazione finanziaria innescate dalle pesanti criticità del settore immobiliare. I default hanno scatenato le proteste degli investitori, mentre in queste ore – e per la seconda volta in tre mesi – la Banca centrale cinese (Pboc) ha tagliato di 10 punti base il Loan prime rate (Lpr, uno dei tassi di interesse chiave) a un anno, fissandolo al 3,45%.  Resta invariato al 4,2% il tasso a 5 anni, benchmark per mutui immobiliari, nonostante il già citato calo del settore.

 

Evergrande, uno dei colossi immobiliari cinesi, deve fronteggiare un’enorme quantità di debiti, pari a 300 miliardi di dollari (275,5 miliardi di euro). Negli ultimi due anni il gigante del mattone ha perso circa 80 miliardi di dollari (73,5 miliardi di euro), mentre rimbalzano voci sullo stato civile del suo presidente, Xu Jiayin, visto che Ding Yumei non è più indicata come coniuge di Xu nel rapporto annuale della società per il 2022. Al contrario, l’ultimo documento presentato alla Borsa di Hong Kong descrive Ding come “parte terza indipendente”. Alla fine del 2021, Ding, in qualità di persona che agisce di concerto e descritta ancora come moglie di Xu nella relazione della società, ha venduto 1,2 miliardi di azioni di Evergrande. Gli analisti ritengono che Xu e Ding abbiano divorziato utilizzandolo come pretesto per eludere i debiti e conservare i beni.

 

Un altro gigante immobiliare in crisi, Country Garden, sarà rimosso dall’indice Hang Seng di Hong Kong. Il prezzo delle azioni è sceso del 77% rispetto ai massimi livelli di quest’anno. Ad agosto la società non è riuscita a pagare due cedole obbligazionarie in dollari, alimentando nuovi timori fra gli operatori del settore. Gli analisti temono che i problemi dei giganti del mattone possano essere contagiosi per l’economia generale, dato che il settore immobiliare rappresenta quasi un terzo del Prodotto interno lordo (Pil) cinese. Inoltre, secondo il rapporto semestrale, gli utili dell’immobiliare Soho China sono scesi del 93% nella prima metà del 2023. Il rapporto ha anche rivelato che la società deve 1,9 miliardi di yuan (239,66 milioni di euro) di tasse, le quali possono causare inadempienze sui prestiti.

 

Intanto, la crisi del settore immobiliare si sta trasferendo sempre sul fronte interno alle società di intermediazione finanziaria. Zhongzhi Enterprise Group, uno dei maggiori gestori patrimoniali cinesi, sta affrontando un problema di liquidità che rischia di destabilizzare il sistema finanziario. L’azienda gestisce circa mille miliardi di yuan (126,3 miliardi di euro) di attività delle società di intermediazione finanziaria e sta cercando di correre ai ripari ristrutturando i debiti. Molti prodotti fiduciari di Zhongzhi erano sostenuti da Evergrande. Attualmente, Zhongzhi non è in grado di attingere a nuovi investimenti sufficienti per sostituire i portafogli in scadenza innescando un’insolvenza. Temendo il contagio, numerosi investitori preoccupati per la situazione stanno interrogando le società quotate in borsa sulla loro esposizione al gruppo.

 

Nel frattempo, la progressiva serie di inadempienze nel settore immobiliare e nel sistema para-bancario sta causando un aumento delle proteste negli ultimi anni. La scorsa estate, alcuni acquirenti di case hanno protestato per gli edifici incompiuti che avevano già pagato in precedenza. Di solito la polizia reprime le proteste e le autorità controllano le vittime, per evitare che presentino petizioni e denunce a Pechino. Lo stesso è accaduto agli investitori di Zhongzhi: dato che Zhongrong International Trust, filiale di Zhongzhi, ha mancato i pagamenti di decine di portafogli, alcuni investitori timorosi di perdere il capitale hanno protestato davanti alla sede di Zhongrong a Pechino. La polizia è intervenuta e ha convinto i manifestanti ad andarsene. Anche l’autorità di regolamentazione bancaria cinese sta esaminando i rischi di Zhongzhi cercando una soluzione per scongiurare un potenziale contagio.

 

Secondo un rapporto di Goldman Sachs, a causa della debolezza dell’economia e della crisi del settore immobiliare, gli hedge fund internazionali stanno vendendo azioni in Cina. La China Securities Regulatory Commission ha annunciato misure quali la riduzione delle commissione sugli scambi e il prolungamento dell’orario di negoziazione. Tuttavia, secondo gli osservatori questa politica non elimina le preoccupazioni legate al rallentamento dell’economia. L’Ufficio nazionale cinese di statistica ha sospeso la divulgazione del tasso di occupazione giovanile, che ha ormai superato il 20%, una censura subito rimbalzata sui media e i social. Il blocco si è poi esteso dato che, di recente, le autorità hanno oscurato altri dati critici come le vendite di terreni, le riserve di valuta estera, le transazioni obbligazionarie e i decessi di Covid-19. 

 

Fonte: AsiaNews

Orizzonte green per oltre 25.000 parrocchie italiane

Parrocchie ‘green’, attente alla transizione energetica e digitale. Un’energia vera è un’energia inesauribile: è questo il focus dell’incontro dal titolo Comunità energetiche e povertà energetica: la democratizzazione dell’energia, al Meeting di Rimini. È stato monsignor Filippo Santoro, arcivescovo emerito di Taranto a lanciare il tema. “La Cei – ha detto – ha costituito un tavolo costante di lavoro per favorire in tutte le diocesi e in tutte la parrocchie la costituzione di comunità rinnovabili, proposta creata durante la 49esima Settimana Sociale che si è svolta a Taranto. Abbiamo bisogno di circa 7 gigawatt di nuova produzione da fonti rinnovabili se vogliamo raggiungere l’obiettivo di emissioni nette zero nel 2050”, ha aggiunto l’arcivescovo. “In Italia ci sono 25.610 parrocchie; se si costituisse almeno una comunità energetica che produce al massimo possibile 200 kw o facendo nascere più comunità che arrivano a quella produzione possiamo arrivare a diminuire l’emissione del 2% di CO2 nel 2030 e possiamo arrivare ad eliminare totalmente le emissioni nel 2050”.

In tal senso “la Chiesa italiana si è messa in cammino per investire nelle parrocchie. Certo, non si può fare in tutte le parrocchie, c’è da studiare soluzioni e poi vanno rispettati i decreti del governo, però che grande progresso che si riuscirebbe a fare”.

Da parte sua il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, ha ricordato che “fin dal 2019 la Regione Puglia ha emanato una legge sulle comunità energetiche, che ha ispirato immediatamente diversi luoghi tra cui Biccari che è già partita in questa direzione. Nonostante in Puglia siano già stati investiti 14 milioni di euro per sostenere la creazione delle Comunità energetica il processo è ancora bloccato”, ha però denunciato Emiliano. “Se escludiamo l’idroelettrico su cui non siamo competitivi, per fotovoltaico ed eolico siamo la prima regione italiana come capacità produttiva”.

Emiliano ha poi sottolineato: “La Regione ha messo a disposizione qualche milione di euro – potremmo fare molto di più con l’aiuto del governo centrale – consentendo alle famiglie a basso reddito di installare su propria abitazione impianti di produzione di energia, di immettere surplus nella rete e con quello si riesce a ‘guadagnare’ dal surplus ri-alimentare il fondo”.

Per Fabrizio Iaccarino, Responsabile Sostenibilità e Affari Istituzionali Enel Italia, occorre “rimanere al passo con i tempi”. “Oggi Enel produce solo il 18% dell’energia elettrica italiana perché abbiamo quasi 2 milioni di produttori che siamo noi. Come società di distribuzione dell’energia elettrica – ha aggiunto – allacciavamo circa 60mila impianti da rinnovabili l’anno in tutta Italia, l’anno scorso 200mila, quest’anno al 30 luglio siamo a 220mila e supereremo le 350mila proiezione a fine anno”.

Infine, Mario Antonio Scino, Capo di Gabinetto Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, ha ribadito: “I soldi ci sono, gli incentivi ci sono, l’11 settembre scade il termine per la nostra risposta, stiamo organizzando una delegazione per andare a chiudere la vicenda a Bruxelles”.

 

Fonte: Askanews

Popolari, si è aperta la nuova fase politica.

C’è un solo modo per recuperare, rilanciare e riattualizzare il patrimonio politico, culturale, programmatico e forse anche etico del popolarismo di ispirazione cristiana: uscire dal gregariato e dall’anonimato. Detto in altri termini, non c’è nulla da inventare o, peggio ancora, da pianificare a tavolino. Molto semplicemente, e qui il magistero e la testimonianza pubblica di chi ci ha preceduto in stagioni storiche ancor più drammatiche e difficili continuano ad essere un faro che illuminano le nostre coscienze giocano un ruolo fondamentale e decisivo. Ovvero, il coraggio delle proprie azioni da un lato e la coerenza con la propria storia dall’altro. A volte, è molto più semplice di quel che appare. Certo, occorre uscire dalle ‘casematte’ che da troppo tempo rinchiudono e quasi annullano le potenzialità di questa cultura politica. Casematte che, rispondendo ad altre “ragioni sociali”, sono radicalmente indifferenti ed estranee alla sensibilità, ai valori, alla cultura e allo stesso progetto del popolarismo. 

Per fare tre soli esempi concreti, nel campo della attuale destra si tratta di una presenza – quella Popolare, si intende – del tutto personale e dichiaratamente testimoniale destinata a non incidere per nulla nell’elaborazione del progetto politico complessivo di quello schieramento. Sul fronte della sinistra radicale, massimalista e libertaria della Schlein, il ruolo dei Popolari o dei cattolici democratici o dei cattolici sociali è quasi strutturalmente ornamentale e pleonastico, con buona pace di chi si riconosce in quella cultura e che si deve accontentare – e questo, del resto, è l’obiettivo – di una manciata di seggi parlamentari a conferma della natura “plurale” di quel partito. Ed è, infine, inutile parlare del populismo anti politico e demagogico dei 5 stelle o dell’esperienza tardo repubblicana e laicista dell’ondivago Calenda perché, da quelle parti, parlare di popolarismo di ispirazione cristiana equivale a tifare Toro nella curva della Juventus, per usare una metafora calcistica.

Eppure, oggi, esiste uno spazio politico, culturale e programmatico che si apre per questa cultura politica e per questo filone di pensiero. È uno spazio politico che si apre e che si gioca al centro della geografia politica italiana. Uno spazio che, però, esige e richiede, appunto, coraggio civico e coerenza politica e culturale. Certo, ad oggi non esistono ancora le condizioni – è persin troppo evidente sottolinearlo che non richiede neanche di essere ricordato ed approfondito – per una presenza politica autonoma ed esclusiva del mondo popolare e dell’area cattolico democratica nella cittadella politica italiana. Solo un ingenuo, un irresponsabile o un ipocrita può pensare una cosa del genere. Ma, al contempo, esiste lo spazio pubblico per giocare un ruolo politico, culturale ed anche organizzativo decisivo ed essenziale per riaffermare le ragioni di fondo che storicamente caratterizzano i valori e la stessa storia del popolarismo di ispirazione cristiana. Esiste nell’area – articolata e ancora frammentata – centrista, moderata e riformista e in tutti quei luoghi che vedono nel “civismo” uno spazio di impegno concreto e di presenza politica, sociale ed amministrativa.

Ecco perché siamo giunti ad un bivio. Ovvero, si è aperta una nuova stagione e in questa fase politica occorre ritornare a giocare un ruolo di sano protagonismo. Ne va del nostro orgoglio, della nostra personalità e, soprattutto, della nostra antica e storica onestà intellettuale e coerenza politica e culturale.

BRICS, il Marocco smentisce la richiesta d’adesione: è polemica col Sudafrica.

Il Marocco ha smentito di aver già fatto richiesta di adesione ai BRICS e non parteciperà neanche all’incontro BRICS-Africa Outreach del prossimo 24 agosto a Johannesburg in polemica con il Sudafrica, e nel contempo ribadisce il suo interesse verso il Coordinamento. A pesare sulle relazioni  tra i due Paesi africani è anche la questione irrisolta della sovranità sul Sahara Occidentale.

L’importante aggiornamento sulla notizia, la presunta richiesta di adesione del Marocco ai BRICS, è dell’altro ieri. Una notizia che aveva sorpreso anche chi scrive, vistI i problemi ancora non risolti nelle relazioni tra il Marocco e l’Algeria candidatasi a entrare nei BRICS. L’annuncio della richiesta di adesione del Marocco al Coordinamento BRICS è stato effettivamente dato a livello ufficiale dal Sudafrica attraverso dichiarazioni di alti diplomatici, riprese mercoledì 16 agosto scorso, dal quotidiano in lingua araba Al-Akhbar e rimbalzate sulla stampa internazionale.

In realtà, secondo il Marocco, si è trattato di una iniziativa unilaterale del Sudafrica. Sabato scorso l’agenzia di stampa marocchina Map (Maghreb Arabe Presse), ha citato una non meglio precisata “fonte autorizzata presso il ministero degli Esteri” di Rabat, la quale afferma a proposito dell’invito al prossimo incontro “BRICS/Africa”, in programma il 24 agosto a Johannesburg, “che questa non era un’iniziativa dei BRICS o dell’Unione Africana, ma un invito dal Sudafrica, a titolo nazionale”. “E’ un incontro organizzato sulla base di un’iniziativa unilaterale del governo sudafricano”, dice la medesima fonte, aggiungendo che il Marocco ha quindi valutato questo invito alla luce delle sue tese relazioni bilaterali con il Sudafrica, escludendo di accoglierlo.

La stessa fonte, rimprovera al Sudafrica di aver  “sistematicamente assunto posizioni negative e dogmatiche sulla questione del Sahara marocchino”.

Per quanto riguarda il rapporto del Marocco con i BRICS, la fonte autorizzata del Ministero degli Esteri rileva che “il Marocco intrattiene sostanziali e promettenti rapporti bilaterali con gli altri quattro membri del Gruppo, ed è addirittura legato a tre di essi da accordi di partenariato strategico.  Tuttavia, il Regno non ha mai chiesto formalmente di aderire al gruppo « BRICS »” poiché “Non esiste ancora un quadro o procedure precise che disciplinino l’espansione di questo raggruppamento”, afferma la stessa fonte. La quale aggiunge che il futuro delle relazioni del Marocco con il Coordinamento BRICS in quanto tale, sia nella loro natura che nella loro portata, “rientreranno nel quadro generale e negli orientamenti strategici della politica estera del Regno” marocchino. “Il Marocco rimane impegnato per un multilateralismo efficiente, solidale e rinnovato”, sottolinea la stessa fonte, affermando che Rabat ritiene che le piattaforme multilaterali non debbano essere utilizzate per incoraggiare divisioni.

Se da un lato non sono una novità i dissapori fra l’Africa araba e l’Africa subsahariana e australe, dall’altro questa polemica che vede opposte Rabat e Pretoria, e che lascerà una macchia su questa presidenza sudafricana dei BRICS, dimostra come nessuno possa dare ad altri lezioni di multipolarismo senza contraddire il principio base su cui esso si basa, ovvero il rispetto reciproco della diversità. E ci indica anche la direzione di marcia di un Paese centrale nell’Africa e nel mondo come il Marocco che nonostante le controversie con la vicina Algeria e le incomprensioni con il Sudafrica, considera strategici sia i suoi ottimi rapporti con l’Occidente, più con gli Usa che con l’Europa in verità, sia una maggiore futura collaborazione con i Paesi BRICS.

Vannacci, ovvero spirito delle parole e parole di spirito.

Il nostro è un Paese modesto, intriso di altrettanti modesti battibecchi. Ultimo dei quali il pagamento di tasca propria della nostra Premier saldando il conto ad un ristorante in Albania dove alcuni nostri connazionali si erano resi protagonisti di una fuga per non tirare fuori una lira.

Se un rimprovero si dovesse semmai fare alla Meloni è quello di aver ecceduto in nobiltà aprendo il suo portafoglio, mentre sarebbe stato più corretto impegnare le casse dello Stato posto che era l’immagine del nostro Paese a dover essere recuperato.

L’opposizione politica non ha perso occasione per contestare la Meloni invece di apprezzarne l’iniziativa. Se è questa la consistenza delle forze avversarie al Governo quest’ultimo può dormire sonni tranquilli.

Per non farci mancare nulla il generale Vannacci appena rimosso dal suo incarico di Comandante dell’Istituto Geografico militare di Firenze sta facendo parlare di sé per aver scritto un libro con idee che vanno in un verso contropelo al pensiero che potrebbe sembrare oggi dominante.

Vannacci è un ardito ed ha puntato deciso il dito contro un modo di leggere i modi correnti scatenando così il finimondo. Lo accusano di essersela presa contro i gay, le femministe, gli ambientalisti ed i migranti.

Sarà che da buon Generale è uno abituato a prendere posizione senza timidezze e così ha fatto quando anni addietro ha accusato di omissioni i vertici militari in ordine alla tutela della salute dei soldati a contatto con l’uranio impoverito in quel dell’Iraq. Roba da poco.

Nelle premesse del suo libro a titolo “Il mondo al contrario” si legge “Quest’opera rappresenta una forma di libera manifestazione del pensiero ed espressione delle personali opinioni dell’autore e non interpreta posizioni istituzionali e attribuibili ad altre organizzazioni statali e governative”.

 

Intuendone la scandalosa dinamica esplosiva continua, nelle avvertenze, con una ammonizione “Se ne consiglia la lettura ad un pubblico adulto e maturo in grado di comprendere gli argomenti proposti senza denaturarli, interpretarli parzialmente o faziosamente, compromettendone, così, la corretta espressione e l’originale significato”.

Ciò non è bastato ad evitare polemiche. Vannucci, al pari dei suoi contestatori, è partito lancia in resta utilizzando un termine dove il mondo fa acrobazie di ogni tipo pur di non farne ricorso. 

“Normale” secondo la Treccani deriva dal latino “normalis” cioè perpendicolare ed è un derivato di norma, che segue la norma, quindi consueto, ordinario, regolare.

Vannacci, se ben capiamo, in costante assetto perpendicolare, in una intervista di chiarimento a “la Repubblica”, sostiene che i gay non sono normali così come non lo è lui che ha scelto nella vita di fare un mestiere a dir poco insolito. Aggiunge che sono una minoranza così come lo sono altre categorie, portando ad esempio i cacciatori, senza darne un giudizio discriminante. 

Sembra farne una valutazione piuttosto di carattere statistico registrando come oggi la omosessualità sia sovra rappresentata. Ne fa, per come possa intendersi, un discorso di proporzioni evitando di strizzare l’occhio al trend contemporaneo.

Così attribuisce la stessa valenza riguardo un insulto rivolto agli ebrei a quello indirizzato ai cristiani, senza che una offesa ai primi abbia più peso di quella rivolta ai secondi.

Quanto ai migranti ritiene che per integrarsi debbano accettare le regole ed i principi del paese di accoglienza. Aggiunge che i genitori delle terre da dove muovono i migranti dovrebbero impegnarsi nei loro paesi per offrire ai figli condizioni accettabili per una miglior vita.

 

Ci dice poi di odiare gli stupratori e chi fa del male ai bambini. Il perdono è una virtù non obbligatoria a questo mondo e c’è da giurare che il nostro Generale non è solo in questo suo sentimento. Gli si potrebbero consigliare, in materia, letture che possano aiutare a superare questo istintivo più che umano atteggiamento di rabbia e detestazione.

Se fosse cristiano, saggi di Jaques Derrida, di Gianfranco Ravasi ed Enzo Bianchi sul tema potrebbero risultargli preziosi.

Infine, sempre portando esempi a sostegno dei suoi convincimenti, sul “Corriere della Sera” si legge come abbia detto che la nostra formidabile campionessa di volley Paola Egonu, pur essendo pienamente cittadina italiana, avendo genitori nigeriani, ha tratti somatici che non rappresentano la italianità.

Sul primo punto una critica potrebbe rivolgersi a Vannacci ed è quella di rendere immediatamente assimilabile il concetto di “Normalità” con quello di maggioranza e minoranza. Una equiparazione un po’ forzata e che presenta qualche rischio. Una minoranza, per intenderci, nella accezione comune, può essere anche normale e non essere fuori dall’ordinario o insolita.

Diversamente, se si resta strettamente sul piano dei numeri, la riflessione del Generale ritrova sua sostenibilità.

Sugli altri temi, sui chiarimenti dati alla stampa, appare difficile accusarlo di dire cose fuori di senso.

Il libro proprio perché scivoloso e border line andrebbe letto per intero per una valutazione obiettiva delle opinioni sostenute. Qui il punto cruciale della questione.

L’autore rivendica il diritto di libertà di parola e vuole che tutte le parole, anche le sue, possano godere di una legittima libertà.

E’ stato un incursore e non ha badato questa volta a coprirsi le spalle impegnato com’era a rappresentare le sue idee. Dal mondo PD sono arrivate censure feroci. Lo hanno accusato di aver dato discredito e disonore alle forze armate e di aver rappresentato contenuti apertamente eversivi ed incostituzionali.

La collera di quel partito nasconde il sospetto è che dietro le parole di Vannacci ci sia un sentimento di dispregio in qualche modo appena occultato verso certe fasce della società.  La dietrologia è un affare da prendere sempre con le molle.

C’è sempre chi è certo di saper leggere il vero spirito delle parole espresse, da non prendere alla leggera, che vanno subito rintuzzate perché non sono affatto da intendersi come parole di spirito.

Occorrerebbe maggior buon senso, non trascurando le parole del Manzoni quando diceva che “il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto per paura del senso comune”.

Per certo tutta questa gazzarra sta regalando allo scritto una ribalta pubblicitaria di tutto rilievo.

La faccia di Vannacci ricorda per qualche tratto quella del nostro portierone Gigi Buffon. Non sappiamo se parerà i dardi che gli stanno tirando. Una cosa è certa. Giusto o sbagliato che sia resterà della sua opinione, con il rischio che, se si chiedesse in giro, non pochi altri la condividerebbero.

Forse tutto finirà come con le parole di Jean Jacques Rosseau nelle Fantasticherie del passeggiatore solitario: “Tutto è finito per me sulla terra, nessuno può farmi né bene né male…tranquillo in fondo all’abisso…ma impassibile al pari di Dio”.

Guido Gonella, un uomo sapiente e umile.

Quel grande selezionatore di uomini validi che fu monsignor Montini comprese subito che su Guido Gonella si poteva fare affidamento per compiti eccezionali. In un primo momento nella Fuci e nei Lareati Cattolici, ma specialmente per il “dopo”. Si pensava sicuramente alla ricostruzione democratica offrendogli in Vaticano una posizione giornalistica che gli consentiva di prepararsi leggendo la stampa straniera – anche quella che il regime proibiva – ed avendo contatti internazionali senza discriminazioni di parte.

Dell’Osservatore Romano – con la sua rubrica “Acta Diurna“ – e alla Direzione dell’Illustrazione vaticana (dove ebbe collaboratori come Alcide De Gasperi e l’abate Villot, futuro Segretario di Stato) Gonella tenne cattedra di libertà e di intransigenza, costituendo per molti, anche non cattolici, un punto sicuro di riferimento e di speranza.

Nella “ Vigilia Democristiana” gli fu da De Gasperi affidato il compito di dare vita al giornale del partito, in un primo tempo clandestino e poi in normalità. Vi si dedicò con competenza, coraggio e passione; trascinando – è la parola esatta – redattori e collaboratori e raggiungendo una tiratura (oltre le 100.000 copie) che in seguito sarebbe stata considerata inimmaginabile.

Il collegamento tra partito, governo e giornale fu organizzato in modo quasi perfetto; e mai come in quel momento chi voleva conoscere opinioni e prospettive della Democrazie Cristiana bastava che leggesse Il Popolo.

Passò successivamente alle responsabilità di partito  (Segretario in una fase delicata, nella quale volontariamente assunse il ruolo di parafulmine anche a copertura di altri) e di governo. Di quest’ultima missione ricorderò l’efficace, e purtroppo disatteso, progetto di una tempestiva riforma universitaria; la comunicativa con il complesso ceto dei magistrati, dei quali conservò grande stima anche dopo il termine del suo mandato al Palazzo di giustizia. In un campo non meno difficile, quello dei giornalisti, emerse come presidente dell’Ordine e promotore di un’adeguata legislazione. Con i suoi precedenti, Guido avrebbe potuto aspirare alle massime cariche dello Stato per le quali non sarebbe stato forse difficile anche un ampio consenso oltre quello dei democristiani. Ma non brigò mai e fu anzi esempio di umiltà e di disinteresse. Fino a che visse De Gasperi, fu a lui legato da una affettuosa soggezione e rimase nella sua ombra anche quando, per aprire le porte a nuove forze, i “vecchi“ come Gonella sembrarono destinati all’accantonamento. Più tardi appoggiò in modo determinante Giovanni Gronchi, reagendo alla pretesa di escludere dal Quirinale un democristiano come tale. E non domandò mai compenso o contropartite.

Negli ultimi anni, prima e dopo le elezioni dirette (che superò trionfalmente nel collegio di Roma e dell’Italia centrale) si dedicò a fondo al Parlamento europeo, eletto vicepresidente sia dalla gestione Veil che in quella attuale. Fu esemplare nelle frequenze, nella partecipazione qualitativa, nello studio dei mezzi di popolarizzazione degli ideali europei. E non mancò mai a Bruxelles alle riunioni mensili dell’ufficio politico del Partito Popolare Europeo, nelle quali contribuiva alle discussioni con una ricchezza culturale ed una competenza storica straordinarie.

Ben altro ci vuole – e sarà fatto – per ricordare Guido Gonella nella sua poliedrica personalità, nei suoi scritti, nel suo attivismo. Per oggi, vicini con tanto affetto alla sua esemplare famiglia, sia sufficiente esprimere gratitudine profonda per tutto quello, ed è tanto, che Gonella ha dato a ciascuno di noi, al partito della Democrazie Cristiana, all’Italia, l’Europa.

[Fonte: Il Popolo, 20 agosto 1982 – Titolo: Un uomo sapiente e umile]

Autonomia sì ma nella cooperazione, questo il pensiero di De Gasperi.

Organizzato dalla Fondazione Trentina “Alcide De Gasperi” si è tenuto a Pieve Tesino (TN) l’annuale Seminario di Studi sulla figura del grande Statista. L’autorevole relatrice incaricata di esporre la ventesima lectio degasperiana si è soffermata in modo magistrale sul significato del concetto di confine nella vita di De Gasperi, entro il tema dell’autonomia. Il senso di confine e quello di autonomia si sono intrecciati in una storia comune. De Gasperi non visse mail il confine come un muro da abbattere o un recinto entro cui serrare un hortus conclusus ma come linea di collegamento, una cerniera per unire. Rispetto ad un popolo che aspirava ad autogovernarsi è stata in lui centrale l’idea concreta dell’autonomia: non di quella astratta, parlata o ideologica ma di quella legata alle azioni politiche da compiere, per realizzare il buon governo, il bene comune, relazioni positive, la buona amministrazione, l’interesse generale. la pacifica convivenza. Non si rinvengono molte definizioni di autonomia negli scritti degasperiani. Uomo di confine accomunato ad altri grandi protagonisti che con lui hanno fatto l’Europa si misurò nelle situazioni in cui si trovò ad operare come uomo politico, facendo pratica costante in rapporto a situazioni di confine sempre decise altrove che traevano origine dalla storia dei popoli: la frontiera dell’impero, quella italiana ridefinita al termine della prima guerra mondiale, quella scaturita dal confronto con gli alleati al termine della seconda, nella consapevolezza del carattere relativo di quei confini, e della necessità di trovare soluzioni che garantissero pacifica convivenza e relazioni positive.

Non idee astratte o autoreferenziali ma “una serie di invenzioni pratiche” che traevano origine dalla storia dei popoli per decisioni da assumere dentro una realtà concreta da affrontare e governare.

De Gasperi – nato nel Trentino asburgico ed eletto nel Parlamento austriaco – non fu un irredentista: si occupò in tempo di pace e di guerra, dall’Università alla cura e attenzione verso la minoranza italiana che rappresentava. Cura e attenzione più che rivendicazioni: la ricerca di un equilibrio possibile, in una logica che non fu mai di rottura ma di ricomposizione, in una visione universalistica.

Con la fine della prima guerra il confine si sposta: la condizione della componente linguistica tedesca nel sud Tirolo corrispondeva a quella della minoranza italiana prima della guerra stessa. Autonomia come strumento per realizzare la democrazia e realizzare il buon governo: il centralismo livellatore è nemico di tutti. Non solo nelle relazioni tra Italia e Trentino, il suo pensiero supera la dimensione localistica e diventa visione nazionale, nel suo primo discorso al Parlamento nel giugno 1921, essa diventa metodo generale di organizzazione dello Stato, come proposta politica nazionale del PPI per tutto il Regno. La riforma della burocrazia non deve applicarsi solo alle nuove province ma deve diventare un “laboratorio sperimentale di autogoverno e coesistenza fruttuosa”. Dopo la seconda guerra mondiale, l’accordo De Gasperi-Gruber del 5 settembre 1946 che teneva conto di realtà complesse, comprendeva i capisaldi fondamentali di un assetto che tenesse conto del confine del Brennero riconfermato, quello della Regione Autonoma, quello delle due province di Trento e Bolzano. Il quadro giuridico iniziale ha recepito successivamente esigenze ad adattamenti progressivi via via emergenti, tenendo conto delle due popolazioni linguistiche ad autogovernarsi. 

La vicenda dell’Euregio, Tirolo, Alto Adige, Trentino è una realtà che ha dimostrato di dare i suoi frutti, a partire dagli accordi e dalle cooperazioni tra le Università. Lo spirito di apertura e la lungimiranza di De Gasperi veniva confermata nel suo discorso di Trento del 1948: “dobbiamo dare una risposta che vada oltre le nostre montagne…..siamo in cammino, siamo ai primi passi verso gli stati uniti d’Europa, non guardiamo le cose da un punto di vista piccolo”. La metafora del “confine” ci consente oggi di andare oltre i recinti delle realtà autoreferenziali, mentre nascono nuove paure e tendenze, nei confini immateriali che si fondano su sterili nostalgie del passato, tendenze polarizzanti, e bisogni identitari. Ci sono giuste aspirazioni che specularmente paventano rischi assolutizzanti.

L’autonomia è tipicamente una posizione di relazioni “con”, non può non riguardare rapporti con gli altri. Il suo contrario è la sovranità i cui caratteri essenziali solo assolutezza ed esclusività. L’autonomia è partecipazione, dialogo, confronto che va oltre i confini. Occorre un approccio sempre attento alla sostanza delle cose piuttosto che alle loro forme. “Autonomia è fiducia nel popolo ad amministrarsi da sé”. Separatezza, autoreferenzialità e autosufficienza sono i confini e i limiti dell’autonomia stigmatizzati nella concezione degasperiana. La cooperazione è il modello identitario che può tendere a rafforzare il senso più autentico dell’autonomia: in queste valutazioni sta la grandezza dell’intuizione degasperiana. La società secondo De Gasperi è un concetto che non si esaurisce in una lingua, in una storia, in un destino ma in principi e valori condivisi, in una identità comunitaria, in una integrazione istituzionale che guarda all’Europa come insieme di cittadini associati che si riconoscono nei principi di dignità umana, libertà, uguaglianza e rispetto dei diritti umani. Laddove i confini diventano cerniere.

Da soli non si va lontani, specie in epoca di intelligenza artificiale e delle sue incognite implicite.

Manca personale, l’allarme di Confartigianato per un fenomeno diffuso in tutta Italia.

Per le imprese italiane è sempre più difficile trovare manodopera: nell’ultimo anno la quota di lavoratori introvabili sul totale delle assunzioni previste è passata dal 40,3% di luglio 2022 al 47,9% registrato a luglio 2023. Lo rileva un rapporto di Confartigianato sulla carenza di personale da cui emerge l`allarme degli imprenditori per un fenomeno diffuso in tutta Italia e in tutti i settori, da quelli tradizionali fino alle attività digitali e hi tech. 

 

In particolare, le maggiori difficoltà di reperimento si riscontrano per i tecnici specializzati nella carpenteria metallica (70,5% di personale difficile da trovare), nelle costruzioni (69,9%), nella conduzione di impianti e macchinari (56,6%).

 

A livello regionale, le imprese che faticano di più a trovare dipendenti operano in Trentino-Alto Adige, con il 61,6% del personale di difficile reperimento. Seguono quelle della Valle d’Aosta (57,1%), dell`Umbria (54,6%), del Friuli-Venezia Giulia (53,3%), dell`Emilia-Romagna (52,7%), del Piemonte (52%) e del Veneto (51,4%). 

 

Ma, secondo Confartigianato, la scarsità di manodopera è un`emergenza in crescita ovunque: nell`ultimo anno, infatti, la quota di lavoratori difficili da trovare è salita di 9,1 punti nel Mezzogiorno, di 6,9 punti nel Centro, di 7,4 punti nel Nord Ovest e di 6,5 punti nel Nord Est.

 

In particolare, i maggiori aumenti si registrano in Abruzzo (+11,5%), in Calabria (+10,9%), in Liguria (+10,8%), in Puglia (+10,5%) e Trentino-Alto Adige, la regione più esposta al fenomeno, con +10,3%.

 

Dal rapporto di Confartigianato emerge, inoltre, che, tra le cause di difficile reperimento, per il 32,4% dei lavoratori è dovuto alla mancanza di candidati e il 10,8% all`inadeguata preparazione dei candidati. Per questo, le piccole imprese reagiscono intensificando le collaborazioni con gli istituti tecnici e professionali, l`utilizzo di stage, tirocini, percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento. Inoltre, all`aumento delle retribuzioni, affiancano l`offerta di pacchetti di welfare aziendale, flessibilità dell`orario di lavoro, l`utilizzo dello smart working, interventi per migliorare il clima aziendale e il comfort dei luoghi di lavoro.

 

“La carenza di manodopera – sottolinea il presidente di Confartigianato, Marco Granelli – è diventato uno dei maggiori problemi per le nostre imprese. Siamo al paradosso: il lavoro c`è, mancano i lavoratori. E, nel frattempo, 1,7 milioni di giovani tra 15 e 29 anni non studia, non si forma, non cerca occupazione. Di questo passo, ci giochiamo il futuro del made in Italy. Ecco perchè il dibattito su salario minimo e lavoro povero deve allargarsi ad affrontare con urgenza il vero problema del Paese: la creazione di lavoro di qualità. Serve un`operazione di politica economica e culturale che avvicini la scuola al mondo del lavoro, per formare i giovani con una riforma del sistema di orientamento scolastico che rilanci gli istituti professionali e gli istituti tecnici, investa sulle competenze a cominciare da quelle digitali e punti sull`alternanza scuola lavoro e sull’apprendistato duale e professionalizzante”.

Fonte: Askanews (19 agosto 2023)

I Brics a confronto sulle prospettive di un mondo multipolare

Dopodomani a Johannesburg si apre il XV Vertice del Coordinamento BRICS, composto da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica. Quest’ultimo è il Paese che detiene la presidenza annuale di turno e che ospita il summit per la terza volta dopo averlo fatto già nel 2013 e nel 2018.

Il vertice si articola in tre giornate dal 22 al 24 agosto – rispettivamente dedicate al Business Forum, all’incontro tra i capi di stato e di governo dei cinque Paesi, o dei loro rappresentanti, è il caso della Russia, all’incontro con i Paesi che hanno richiesto o di aderire all’Organizzazione oppure di diventarne partner – sarà incentrato sul tema “BRICS e Africa”, per uno sviluppo sostenibile e un multilateralismo inclusivo. Sono stati inviati tutti gli oltre cinquanta Stati africani. Insieme allo sviluppo dell’Africa vi sono altri due temi-chiave di questo incontro. Il primo è quello della messa a punto di accordi che estendano il ricorso alle monete locali negli scambi commerciali fra BRICS e fra ciascuno di questi Paesi con Paesi esterni al Coordinamento, che prefigurano un sistema finanziario basato sull’economia reale anziché sulla speculazione.

Il secondo tema di interesse globale, è la definizione di regole per l’adesione di nuovi membri. Già ora i BRICS rappresentano il 42% della popolazione mondiale e un terzo del Pil globale, sostanzialmente uguale a quello dei Paesi del G7. Con il processo di allargamento i BRICS possono facilmente divenire rappresentativi della maggioranza della popolazione mondiale. Al momento sono 23 gli stati che hanno formalmente chiesto di aderire (Paesi molto popolosi come Indonesia, Nigeria, Etiopia e Paesi a noi vicini come Algeria, Egitto e Marocco) e un’altra ventina gli stati che hanno manifestato il proposito di farlo.

Il multipolarismo è dunque nei fatti e occorre vincere con la comune voglia di futuro la tentazione dell’immobilismo della nostalgia di un mondo che sta tramontando.

Una prospettiva tutt’altro che velleitaria ma supportata dal fatto che nei BRICS prevale l’intento di offrire un contributo per rendere le istituzioni globali più rappresentative della nuova realtà del mondo attuale rispetto alle pulsioni, pur presenti nel Sud Globale, di competizione con l’Occidente. I BRICS costituiscono un’organizzazione internazionale sui generis: non vi è un modello cui adeguarsi per i membri. Si tratta di Paesi diversissimi e lontani tra di loro ma che convergono sul reciproco vantaggio (win-win), per ciascuno di loro e per il mondo, di una loro collaborazione sul terreno dell’economia e dello sviluppo nel quadro condiviso dell’agenda delle Nazioni Unite per la sostenibilità.

Questa evoluzione dei BRICS, dunque, riguarda anche noi. Nel giro di qualche anno con l’adesione di quasi tutti i Paesi della sponda Sud del Mediterraneo e della Bielorussia, l’Europa sarà un cuneo fra mare e BRICS. Un’opportunità da cogliere, soprattutto per l’Italia, sviluppando nuove forme di collaborazione e con l’apertura al dialogo sulle loro istanze di riforma delle organizzazioni politiche ed economiche globali.

In un tale contesto diviene quasi spontaneo, all’interno di una cultura politica come quella popolare e cattolico-democratica, porsi una domanda, destinata a rimanere senza risposta, ovvero chiedersi come Aldo Moro avrebbe guardato a un processo come quello in corso di epocale transizione geopolitica. Si può presumere con non sarebbero mancati da parte sua quell’attenzione e quella ricerca del dialogo che egli seppe riservare ai movimenti sia a livello internazionale che all’interno della società italiana della sua epoca. Forse da lui potremmo imparare a tentare una sintesi tra ciò che si muove nel mondo e le inquietudini e le attese che attraversano la società. Per indicare uno solo di questi possibili punti, il rapporto del declino della classe media con l’unipolarismo del potere finanziario, e le opportunità di ripresa per i ceti intermedi che si dischiudono con l’avvento di un mondo multipolare. E un altro possibile insegnamento che deriva dallo scrutare l’orizzonte senza pregiudizi ma con l’intento di partecipare insieme a nuovi processi, è quello della responsabilità. Che è cosa diversa da un’idea di centro come mero spazio politico. Solo chi si mette in gioco, chi rischia qualcosa definendo una visione adeguata ai tempi, può concorrere a fare politiche di centro, le quali altrimenti saranno rappresentate da chi le fa nei fatti, non mostrandosi nostalgico dei tempi che furono.

Anche perché i primi a liberarsi di una tale nostalgia potrebbero essere proprio gli Stati Uniti, arrivando a parlare un linguaggio nuovo, al di là dell’esito delle prossime loro elezioni presidenziali. Il comune interesse a costruire insieme un mondo inclusivo è ciò che può rafforzare la via del dialogo dell’Occidente con i BRICS, e vincere anacronistiche e devastanti resistenze. Una prospettiva da cui l’Italia e l’Ue non possono stare fuori, meno che mai può starne fuori una cultura politica come quella che si ispira a figure come Aldo Moro.

Una esigente rilettura della politica di De Gasperi

La distanza che ci separa da Alcide De Gasperi, scomparso il 19 agosto del 1954, non è un alibi per ignorare la sua lezione. L’Italia restituita a dignità di nazione, dopo l’immane disastro della guerra, è merito suo; egualmente la scelta a sostegno di un’Europa sovranazionale, concreta espressione di pace e di progresso, nonché la contestuale adesione strategica al Patto atlantico. Ci riuscì per capacità di leadership, ma anche per attitudine al dialogo e alla cooperazione con altre forze politiche. Il paradigma degasperiano costituisce il modello di democrazia repubblicana che ha resistito negli anni, malgrado tutto, a forzature di vario tipo. La personalizzazione della politica e la fine dei partiti tradizionali ne hanno indebolito le strutture portanti, senza però determinare un loro tracollo irrimediabile.

Meloni, prove tecniche di presidenzialismo.

Da tempo ho l’abitudine mattutina di leggere Repubblica, Stampa e il Corriere della Sera. Lunedì scorso ho letto su ciascuno di questi importanti quotidiani nazionali un’intervista alla Presidente Meloni. Mi ha stupito constatare che le tre interviste sono pressoché analoghe nelle domande e nelle risposte. Eppure i tre inviati erano presenti a Ceglie di Massapica dove la presidente in vacanza ha concesso ai giornalisti venti minuti del suo tempo, sicuramente troppo poco per approfondire i nodi principali dell’attualità politica. Forse per questo motivo i giornalisti avranno dovuto concordare in anticipo tra di loro le domande, facilitando così la Presidente a comunicare le sue opinioni.

Mi aspettavo che con ben tre interviste fatte alla vigilia di ferragosto, la Presidente avrebbe colto l’occasione per dire finalmente qualcosa su temi sui quali finora ha preferito tacere: sul raddoppio del numero dei migranti, sull’inflazione, sul caro benzina, sulle concessioni balneari, sulle vacanze degli italiani in Albania, sulle licenze dei taxi, sul caro voli, sulle dichiarazioni fatte dal responsabile della comunicazione della Regione Lazio, sul perché continua ad ostinarsi a non dire che la strage di Bologna è di matrice neofascista, etc.L’aspettativa è stata delusa. Qualora fossero state poste domande su questi temi la Presidente Meloni non avrebbe probabilmente risposto, magari evocando complotti nei suoi confronti.

La Presidente, nelle poche conferenze stampa concesse, ha dimostrato purtroppo un evidente fastidio nei confronti dei giornalisti che fanno domande ritenute da lei ‘scomode’ e ciò è un serio problema per la democrazia. In realtà teme che sia rilevata la distanza, ogni giorno sempre più evidente, tra promesse elettorali e reali azioni di governo. Teme che il programma elettorale con il quale la destra ha vinto, si dimostri irrealizzabile perché non ancorato alle reali risorse pubbliche note già un anno fa. Teme di doversi trovare presto nella situazione di essere costretta a scegliere dalla parte di chi stare. Teme che l’immagine tranquillizzante che sta dando di sé a livello internazionale possa essere incrinata dal passato politico del suo partito. Per questo motivo è allergica alle vere conferenze stampa e in alternativa ricorre a video autoprodotti, trasmessi diligentemente da tutte le reti televisive, utili soltanto alla propaganda e non a una corretta informazione.

Le interviste ‘analoghe’, o direi quasi uguali, a Repubblica, Stampa e il Corriere hanno avuto però a mio avviso il ‘merito’ di marcare una fase di passaggio, da non sottovalutare, nelle istituzioni: sono iniziate le prove tecniche del presidenzialismo meloniano. Sui dubbi e le perplessità espressi dal vice premier Tajani sul decreto per colpire gli extra profitti delle banche, la Presidente dichiara: “Ma su questi temi è più facile intervenire se le notizie non girano troppo. Quindi ci può essere stato un problema di metodo. Normalmente i partiti della coalizione sono coinvolti, ma questa era una materia particolare, sulla quale mi sono assunta la responsabilità di intervenire”. Alla domanda se il ministro competente Giorgetti, che aveva espresso pochi giorni prima alcune perplessità, ne fosse stato informato risponde: “Certo, è il ministro che doveva scrivere il provvedimento. Ma io non ho fatto tutte le riunioni che faccio di solito. C’era anche una questione di tempi, il decreto è stato fatto nell’ultimo Consiglio dei Ministri.”. La Presidente coglie quest’occasione anche per assumersi la paternità totale del provvedimento, accantonando l’esistenza di un patto con il vice premier Salvini: “E’ un’iniziativa che ho assunto io”.

Quindi la presidente non ha informato a sufficienza gli alleati sul provvedimento perché si fida poco o niente e se ne è assunta, con una postura autoritaria, la responsabilità  dicendo in sostanza ‘qui comando io’, e ciò in netto contrasto con l’art. 95 della Costituzione: “Il Presidente del Consiglio dei Ministri dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando la attività dei Ministri”. 

Per adesso la Costituzione è questa. È legittimo che la Presidente sostenga una sua riforma in senso semi presidenziale che assegnerebbe poteri forti all’uomo o alla donna sola al comando a discapito del Parlamento e del ruolo di garanzia del Capo dello Stato. Nel frattempo non dimentichi però di essere stata nominata dal Presidente della Repubblica, che il suo governo deve rendere conto al Parlamento, dove peraltro dispone di un’ampia maggioranza che le consente di agire con incisività e tempestività senza alibi. Per questo motivo eviti di sostenere che un sistema semi presidenziale potrebbe essere più tempestivo di quello attuale perché non sarebbe credibile.

Per i partiti minori della maggioranza al governo dovrebbe ormai essere chiaro che il loro sostegno al semi presidenzialismo li renderebbe ancora più ininfluenti di quanto non lo siano adesso: taglierebbero il ramo su cui sono seduti.

I convegni di corrente e la bellezza della politica. Del passato…

Alcuni la definiscono nostalgia – “canaglia” o meno che sia ha poco importanza – altri, più realisticamente, la chiamano consapevolezza di un livello politico che non è più replicabile. Parlo dei famosi e celebri “convegni di corrente” della Democrazia Cristiana, e anche di altri partiti dell’epoca, che si preparavano a fine agosto per celebrarli durante il mese di settembre. Certo, si trattava di convegni, soprattutto quelli delle correnti Dc, che dettavano l’agenda politica per l’intero paese in vista dell’autunno. Convegni che richiamavano l’attenzione di tutti i media politici del tempo e su cui tutti i partiti, tanto di maggioranza quanto di opposizione, erano costretti a farci i conti. Per la valenza di quelle riunioni, per l’autorevolezza degli interlocutori e, soprattutto, per la profondità delle analisi e la forza delle proposte e dei progetti che emergevano puntualmente da quelle kermesse.

Su quasi tutti svettava il tradizionale convegno della sinistra sociale della Dc che si organizzava quasi sempre a Saint-Vincent, nella celebre località valdostana. Lì Carlo Donat-Cattin, con gli altri esponenti di Forze Nuove, trasformava il convegno di corrente in un momento di straordinaria progettualità politica, culturale e sociale a livello nazionale. Una corrente che contava a malapena tra il 6 e l’8% dei consensi all’interno della Dc che si trasformava in una palestra di confronto e di dibattito richiamando, appunto, l’attenzione della intera politica italiana. Per non parlare, come ovvio e scontato, della vita interna alla Democrazia Cristiana. Si trattava, insomma, di un “capolavoro” politico, organizzativo e mediatico che si rinnovava di anno in anno e che faceva della politica e della sua concreta elaborazione progettuale la sua cifra distintiva.

Dopodiché non si può non parlare di Lavarone, di Chianciano o di San Martino di Castrozza, ovvero i celebri convegni della sinistra politica della Democrazia Cristiana. Quella di De Mita, Granelli, Galloni, Bodrato, Martinazzoli, Elia, Rognoni e molti altri. Anche lì, momenti di straordinario richiamo politico nazionale, seppur con meno ambizione sul piano organizzativo. Si trattava, comunque sia, di grandi e qualificati momenti di confronto politico e culturale. Per non parlare, ancora e sempre della Democrazia Cristiana, dei convegni di Sirmione dell’area moderata del partito altrettanto importante e carica di significati politici. E, accanto ai grandi momenti nazionali, si susseguivano gli incontri regionali ed interregionali delle svariate correnti della Dc – correnti, il più delle volte, di “pensiero” e non di mero potere e di conta delle tessere come le decine e decine di correnti e gruppi dell’attuale Partito democratico – e il tutto contribuiva a creare una attesa di politica e di contenuti politici quantomai selettiva ed importante. E soprattutto dai grandi organi di informazione e dalla stessa pubblica opinione politicamente più attenta e motivata.

Certo, non mancavano altri appuntamenti politici ed organizzativi in altri partiti. Ma erano di minor interesse oppure organizzati con altre modalità. Non nel Pci, dove vigeva il centralismo democratico che, di fatto, impediva alle singole “sensibilità” culturali interne di potersi esprimere pubblicamente e con sana e pluralistica trasparenza democratica. Nei partiti laici la tradizione era meno sperimentata per la scarsa consistenza numerica di quelle formazioni politiche mentre nell’area socialista c’era più fermento e vivacità ma la robusta tradizione correntizia interna era meno sensibile ad organizzare convegni annuali e di grande richiamo mediatico.

E sin qui il passato. Ora, è di tutta evidenza che l’irrompere dei partiti personali e del capo; la presenza di correnti di mero potere e con scarsissima qualità politica accompagnata da una impercettibile ed indecifrabile rappresentanza sociale e culturale come capita nel Pd e l’assenza di un sostanziale dibattito politico interno ai vari partiti – per non mettere in difficoltà il verbo o il dogma del “capo” – hanno di fatto azzerato la possibilità di dar vita a convegni che riscuotano una forte e motivata attenzione politica.

È solo una questione di cambiamento inesorabile dei tempi e di un adeguamento al tanto sbandierato nuovismo? La risposta è persin troppo semplice e scontata: no! Si tratta, semmai e al contrario, di un progressivo, e speriamo non irreversibile, deterioramento della politica e dei suoi strumenti organizzativi. Prima ne prendiamo atto e meglio è. Non per una questione riconducibile alla tentazione nostalgica ma, come ovvio, per porre le radici per un nuovo ‘ritorno’ della politica, dei partiti e delle rispettive culture politiche. Come, semplicemente, avveniva ai tempi di Saint-Vincent, Lavarobe, Chianciano, Sirmione e via elencando…

Il massacro dell’Ucraina mostra il volto sempre disumano della guerra

Il 24 febbraio 2022 iniziava l’invasione su larga scala dell’Ucraina, definita eufemisticamente da Putin “operazione militare speciale”. Se quest’ultimo l’avesse presentata per ciò che realmente è, cioè una guerra, quello stesso giorno sarebbe stato smascherato in primis davanti al Consiglio di sicurezza dell’ONU facendone espellere la Federazione Russa – che ne è discutibilmente membro permanente con diritto di veto — per dichiarazione unilaterale di guerra. Nei salotti televisivi e domestici italiani, sui social media e da certa stampa negazionista la realtà è sempre stata posta in forma dubitativa, quasi come se quell’aggressione militare punitiva e vigliacca fosse in qualche modo stata provocata. Ciò che Putin confidava essere un ‘blitzkrieg’ che in tre giorni gli avrebbe consentito di prendere Kyiv defenestrando Zelensky, s’è rivelata essere l’operazione fallimentare speciale più insensata della Storia moderna. 

Tuttavia, sospinta da un forte antiamericanismo latente e da un filoputinismo implicito, quella pletora di pacifinti ha proseguito sui media compiacenti la più mendace e vergognosa campagna di mistificazione storica dei fatti. A sinistra si sono posizionati gli intellettuali più cogitanti, che con fare più o meno accondiscendente hanno invitato a comprendere le presunte ragioni dell’aggressore rispolverando immaginifiche realtà storiche inesistenti, annessioni volontarie che non ci sono mai state e violando il principio dell’autodeterminazione dei popoli. All’estrema destra populista e sovranista si sono posizionati invece complottisti, cospirazionisti, trumpiani e gli stessi negazionisti che pochi mesi prima confutavano l’efficacia dei vaccini per il Covid e l’esistenza stessa della malattia.

La resistenza ucraina ci ricorda – e lo dovremmo menzionare più spesso — la militanza dei nostri partigiani contro fascisti nostrani e nazisti invasori. Certamente tutti vorremmo che la guerra finisse presto: gli effetti catastrofici di quella scellerata e rovinosa iniziativa si sono materializzati nei raid quotidiani che hanno comportato la distruzione di villaggi e intere città in cui sono stati rasi al suolo ospedali, scuole, asili, centri commerciali e abitazioni; col massacro di civili inermi, la deportazione forzata di 17mila bambini (spesso resi orfani dagli stessi criminali che li hanno poi rapiti) nelle aree più lontane della Russia. 

I russi hanno torturato e violentato donne e bambini d’ogni età; hanno usato la minaccia nucleare diretta e indiretta prendendo in ostaggio centrali atomiche, hanno provocato il peggiore disastro ambientale causato intenzionalmente dall’uomo negli ultimi decenni distruggendo la diga di Nova Kakhovka. Hanno ricattato i più poveri e indifesi con la fame, distruggendo tonnellate di grano. Hanno usato il freddo e il buio per piegare un popolo che hanno già provato a sradicare 90 anni fa con l’holodomor, ripetendo uno dei peggiori genocidi della Storia. Ciascuno degli aspetti dell’essenza rascista è stato tanto evidente e ben documentato da indurre la Corte Penale Internazionale a spiccare per la prima volta nella Storia un mandato d’arresto nei confronti del Presidente d’una Potenza nucleare. Giunti a questo punto è necessario un approfondimento storico dei fatti — numeri alla mano — su iniziativa dei governi degli Stati liberi e soprattutto dell’ONU e di tutte le organizzazioni umanitarie. 

Le immagini dei palazzi bombardati, dei prigionieri torturati, bruciati e mutilati, delle donne violentate, degli anziani coperti di stracci che raccattano quel poco cibo che riescono a procurarsi seduti tra le macerie di quel che resta delle loro case, cancellata ogni intimità e ogni ricordo domestico nella miseria del presente, fatta delle cianfrusaglie che rimangono sono sotto gli occhi di tutti, e pongono ciascuno di noi dinnanzi alla propria coscienza. Vivere — o meglio, sopravvivere — sotto la minaccia continua delle bombe e del ricorso alle armi atomiche è indescrivibile: proviamo ad immedesimarci nei sentimenti di quel popolo massacrato, della “martoriata Ucraina” -come incessantemente Papa Francesco la ricorda e la presenta agli occhi del mondo 

S’è perso il conto dei bambini morti sotto il fuoco russo: pare che siano finora oltre 500 i minori a cui è stata tolta la vita in nome di un’invasione che il regime e persino il Patriarca della Chiesa Ortodossa hanno giustificato come sacra e foriera di beatificazioni per i militari che si fossero distinti semmai con maggior ferocia in una guerra  che non aprirà loro le porte di alcun paradiso -come al contrario gli è stato fatto credere- ed è ora che il mondo occidentale e le religioni pacifiche prendano le distanze da questo massacro del genere umano, dei più deboli e indifesi, perpetrato in nome di Dio accusando d’estremismo chi dissente e d’immoralità chi si discosta dal concetto di una vita sessuale diversa da quella prescritta dallo Stato. Incommensurabilmente più alto e grave è il numero dei piccoli sottratti alle loro famiglie e portati nella lontana steppa o in Siberia, di cui non si ha più notizia o traccia. Piccoli russificati, cioè cresciuti e ‘rieducati’ secondo i principi del regime a cominciare dall’inocular loro l’odio per una Patria lontana che viene dipinta come una realtà geografica e storica inesistente e “nazista”.

Vien da chiedersi in cosa eticamente si distingua questa dottrina che ispira il sacro furore contro le debolezze e le “immoralità” dell’Occidente dalle condizioni in cui vivono gli uomini e soprattutto le donne, private d’ogni più elementare dignità personale, del rispetto che si deve a ogni essere umano, della gioia e del desiderio di vivere, come accade in Afghanistan e in Iran. Le evidenze sono palesi e gli impliciti vanno messi a nudo: dobbiamo inforcare occhiali che ci svelino la realtà del dolore della miseria, della sopraffazione e della morte per ciò che sono.

Gli estremismi politici, ideologici e religiosi sono una piaga devastante di cui dobbiamo capacitarci senza mistificazioni retrospettive e giustificazioni di qualsivoglia natura. La guerra, le guerre devono finire senza che le vittime – gli Stati aggrediti, i popoli, i civili – siano costretti a rassegnarsi ad un’inaccettabile sottomissione. I tiranni non conoscono la Storia perché dimostrano di non averne imparato alcuna lezione. Forse il sacrificio dei martiri porta prima o poi ad un riscatto ma il prezzo che si paga è quello di rinnovati, silenti olocausti. È ora che tutto finisca, certo ma non con la soccombenza.

Sordio, una morte senza luce e la pietà di una mamma.

Il fatto potrebbe essere di scarso rilievo ma a ben vedere può meritare, proprio appunto in virtù delle sue piccole dimensioni, un commento del giorno. Sordio è un Comune con una manciata di abitanti, non si arriva a superarne i quattromila ma la qualità di un paese non va letta in proporzione al numero dei suoi abitanti. Semmai il suo breve nome si intona alla consistenza della popolazione, un nome breve di appena sei lettere, circondato invece da altre realtà confinanti dal nome assai più lungo e imperioso come Casalmaiocco, San Zenone al Lambro, Tavazzano con Villavesco, Vizzolo Predabissi.

Anche Sordio ha il suo piccolo cimitero dove ha trovato sepoltura una giovane donna disabile fin dalla nascita. Questa non è la solita storia di cattiva amministrazione che può porre riparo ad un errore commesso, di un rinsavimento per un inciampo in cui si è maldestramente caduti. Non è neppure il titolo da fare su un giornale perché una disabile, che già in vita non ha potuto dirsi fortunata, anche in morte è stata disabilitata dall’avere il suo lumino acceso a presidio della sua lapide. Qualche cinico potrebbe applaudire alla coerenza mantenuta in vita e in morte circa un destino storto che non deve essere raddrizzato neanche quando si finisce sotto terra.

È accaduto che la poverina è rimasta vittima di una cultura del profitto che poco dovrebbe attenersi ai morti. Si legge che sua mamma, per mano di un muratore di buon cuore, aveva avuto in anticipo l’attacco di una luce sulla lapide della figlia con l’impegno di regolarizzare poi la questione amministrativa in ordine agli oneri da sostenere.

Il numero tre non è soltanto quella dei giorni occorsi per la resurrezione del Figlio di Dio ma anche quelli maturati per poi far tranciare i fili della corrente necessari per quella piccola illuminazione, recidendo i propositi e i gesti di cura per il proprio defunto.

Quando si è in difetto di pagamenti non c’è altro da farsi. Deve essere stato questo il ragionamento della Azienda che gestisce la cura del cimitero. La legge è legge e non si transige. Il punto è che anche i cimiteri evidentemente vanno in vacanza e quindi la riapertura degli sportelli per sanare la questione era prevista verso fine agosto.

Azienda viene dal latino “facienda” che indica le cose da farsi. L’azienda è creata da un Comune per “l’esercizio diretto di una impresa pubblica quando a questo si ritenga di non poter provvedere attraverso un ramo ordinario della pubblica amministrazione”. Può anche definirsi come “una organizzazione che svolge una attività economica di produzione”.

La mamma della disabile, in barba all’efficientismo aziendale, non ha ricevuto purtroppo nessun invito a provvedere lestamente a versare il denaro occorrente per legittimare il diritto al suo lumino. Così ha trovato la tomba almeno provvisoriamente al buio. Rimboccandosi le maniche, essendo persona di iniziativa, ha intanto di sua mano ricollegato i fili per assicurare a sua figlia, anche nei giorni di Ferragosto, la luce desiderata. Alla riapertura degli uffici avrebbe provveduto a corrispondere il denaro dovuto. Può darsi che si prenderà una denuncia o che tutto si metterà invece facilmente a posto, come si spera.

L’illuminazione di un cimitero non può essere rinviata ad una attività economica da cui trarre profitto, regolata da leggi del mercato ed altro ancora. La luce non è soltanto l’ente fisico al quale è dovuta la eccitazione dell’occhio delle sensazioni visive ma anche la visibilità del cuore per poter essere più intensamente a contatto con la persona amata.

Si legge nell’Eneide che per “Tre luci e tre notti Durar gli afflitti amici e dolorosi parenti a ricercar le tiepid’ ossa”. Ora la mamma in questione non voleva si interrompesse il filo di luce con sua figlia vagando chissà come per ripristinare quell’energia indispensabile per non aggiungere al pianto altro pianto.

Il Comune di Sordio non sia sordo ad un fatto che riguarda tutti i Comuni d’Italia. Il tema investe tutti quegli indigenti che non possono permettersi di poter sostenere le spese di un lumino per i propri cari. Se pure fosse un costo puramente simbolico, si dovrebbe invece pensare ad una assoluta gratuità perché per i morti non si può ragionare in termini di moneta. E’ una questione di civiltà e non altro. Una volta e per sempre per i morti si faccia luce non pretendendo alcun dazio. Che siano lasciati in pace lontani dalle penombre dei vivi.

Il movimentismo di Calenda è l’alterazione della politica di centro

Un lettore mattiniero avrebbe colto stamane su Repubblica l’intervista a Calenda e ne avrebbe tratto l’impressione di una chiara svolta a sinistra. Forse è per questo che, quasi in tempo reale, il leader di Azione si è affrettato a correggere il tiro su Twitter. “Con le altre opposizioni – si legge in questa specie di corollario all’intervista – si può collaborare su salario minimo, sanità e industria 4.0, così come con la maggioranza su giustizia e politica energetica. Ma rimaniamo distanti da destra e sinistra. Siamo un centro repubblicano che ha l’obiettivo di chiudere il bipolarismo”.

Il proposito cozza con la realtà. L’impressione è che l’impianto complessivo della politica calendiana generi fatalmente confusione. Da qui la stessa evanescenza del cosiddetto “centro repubblicano”, metafora di un ritorno al partito che fu di La Malfa, magari con un certo rimando all’azionismo, ma senza la chiarezza e la coerenza che impastavano la condotta di La Malfa.

Non basta il riferimento ai contenuti e al valore dei programmi, se tutto si concentra in un dinamismo senza meta, con effetti di instabilità e mutevolezza nelle scelte contingenti. Calenda propone qualcosa che sfugge alla percezione degli interlocutori: il suo richiamo al merito delle questioni si rovescia instancabilmente nell’appropriazione di un merito personale o di partito, per farne una questione politica.

Di chiaro c’è solo, in questo orizzonte poco chiaro, la polemica con Renzi: più viene allontanata e più ritorna, come l’assillo di una pittima. Sta di fatto che la pubblica opinione dà segni di una qualche insofferenza. Ci sarebbe lo spazio per un centro nuovo, con radici antiche, quindi  solido in virtù di grandi e riconosciute motivazioni ideali; ma lo sfolgorio di una dialettica sui dettagli, perennemente alla ricerca dei distinguo che possano giustificare la fuga nell’egocentrismo, è fonte di disagio per un elettorato pur sensibile alla suggestione di un progetto politico di centro. 

Le vacanze si avviano al termine, ma sullo sfondo rimangono pertanto i dubbi, già vistosi a ridosso della pausa estiva, sulla scommessa di Calenda. Il movimentismo non è una politica, né lo è il gioco di specchi della personalizzazione del confronto, senza premura per un quadro più generale e dunque più inclusivo. Questa deriva, frutto dell’alterazione  di un autentico disegno neo riformatore, trascina la speranza nella palude della mistificazione. 

Transizione geopolitica: pluralità di narrazioni e nuovo ordine mondiale.

Uno degli aspetti inediti della transizione geopolitica in corso consiste nel fatto che la pluralità di narrazioni che da sempre esiste, si stia rafforzando con la crescita di nuovi protagonisti sulla scena globale in un mondo in cui alcune distanze si accorciano, con più possibilità di incontri trainati dal commercio, e di nuovi mezzi di comunicazione praticamente in ogni angolo del mondo.

Ne viene fuori un contrasto spesso stridente tra la visione occidentale delle cose e quelle dei tanti altri con cui condividiamo il pianeta. La prima necessità che si pone in questi tempi nuovi è allora quella di trovare un linguaggio comune, condiviso e rispetto a cui nessuno si erga a depositario. Un metodo che ha sortito i suoi risultati migliori nella definizione dell’Agenda ONU per lo sviluppo sostenibile, che fa da collante nella molteplicità di sistemi politici e di culture del mondo. E che costituirà un terreno comune anche per il prossimo G20 di Nuova Delhi, al momento unico vero embrione di governance multipolare, un organismo in cui Occidente, BRICS e Paesi emergenti devono se non altro, reciprocamente contenere le loro istanze per fare spazio anche a quelle degli altri., in attesa di trovare una nuova armonia. Intesa possibile proprio applicando al problema-base su cui vi è disaccordo, quello di un nuovo ordine globale più equo e rappresentativo del mondo attuale, il metodo adottato per l’agenda sulla sostenibilità.

In attesa che questo traguardo venga prima o poi raggiunto, e per via politica non con altri mezzi, assistiamo al gioco di narrazioni che si scontrano, e in cui alla fine rischiamo un po’ tutti di rimanere prigionieri.

È il caso ad esempio della travagliata vicenda ucraina a proposito della quale viene ora proposto un cambio di narrazione simultaneo e univoco in tutto l’Occidente che all’improvviso sdogana la perdita di territori ucraini, proponendo come il rimedio – l’adesione al sistema di sicurezza occidentale – ciò che è stato in realtà la causa degli scontri verificatisi dal 2014 in avanti fino a culminare con l’inaccettabile invasione russa dello scorso anno. Infatti, se l’Ucraina non avesse subìto pressioni esterne tali da farla rinunciare alla propria neutralità, l’Ucraina non avrebbe perso neanche la Crimea. L’avrebbe mantenuta senza sparare un colpo. Con la situazione che invece irresponsabilmente si è creata, l’Occidente sembra essersi cacciato in un vicolo cieco da cui difficilmente troverà un modo indolore per uscire, sacrificando, in ogni caso, come sta già accadendo (ma quando ci accorgeremo della crisi sociale tedesca potrebbe esser, di nuovo, troppo tardi), un benessere e dei livelli di vita per le masse europee che per lungo tempo potremmo non più vedere, se non dover dimenticare del tutto.

Quindi in questo milieu mediatico, che è frutto  dei tempi, che in ultima analisi sembra dipendere dal disaccordo su un nuovo ordine globale, la politica credo debba sapersi muovere con molta prudenza e senso di responsabilità (come in gran parte avviene), consapevole del fatto che, almeno nel nostro mondo occidentale, le narrazioni dominanti sovrastano la politica. La quale talora le dovrà assecondare piuttosto che aggirare nei fatti quando il bene comune lo richieda, iniziando a salvare il salvabile, per ora, in attesa di tempi migliori che certamente non tarderanno ad arrivare e che, con ogni probabilità, avranno ancora, e stavolta non senza sorpresa, il nostro principale alleato, gli USA, come principale motore del cambiamento insieme ai nuovi protagonisti globali tra i quali anche l’UE dovrà decidersi di inserirsi, avviando in tempo utile e in modo concreto le riforme adeguate a consentirlo.

A 80 anni dalla caduta del fascismo: una ricostruzione.

[…] dopo il 25 luglio 1943 era rimasto in vita un solo legittimo organo dello stato ovvero il Re e che per funzionare aveva bisogno di un altro organo ovvero il governo che creato con procedura anticostituzionale era appunto un governo di fatto che essendo illegittimo era legalmente in grado di esercitare le sue attribuzioni e la Corona poteva agire esclusivamente col concorso di un altro organo dello stato

La risposta ovviamente è negativa, può apparire in un primo momento paradossale, ma serve ad illuminare il caos giuridico in cui fu fatto piombare lo stato italiano dagli eventi del 25 luglio e dei giorni immediatamente successivi. Qualunque soluzione della controversia dottrinale sulla natura giuridica dello stato di necessità si voglia accogliere, occorre ammettere che il solo limite di carattere materiale all’eccezionale potere normativo in tal caso spettante alla Corona quindi al Re Vittorio Emanuele III, era costituito dall’obbligo di rispettare l’essenza politica dello Statuto, la super norma che lo stesso legislatore era incompetente a modificare.

I decreti 704, 705, 706 non hanno in realtà violato quel limite, ma è palese la constatazione dell’illegittimità del governo Badoglio, e dei decreti da esso emanati,  e ben presto per realizzare la cosiddetta “liberazione” dal Fascismo non si potè procedere alle necessarie riforme, restando sul terreno della legalità.

Le antiche camere liberali avevano votato le prime leggi fasciste rendendo possibile il progressivo insediamento pacifico del Regime nello stato che fu lento e graduale. Ma subito dopo il 25 luglio 1943 fu chiarissimo  che la fine del regime fascista doveva essere radicale ed immediata e che non era il caso di pensare ad una graduale attenuazione ed eliminazione da attuarsi con il concorso degli organi fascisti. Né materialmente né moralmente sarebbe stato possibile convocare la Camera dei Fasci e delle Corporazioni ed il Senato composto da membri quasi tutti nominati dal Fascismo e presumibilmente a lui ligi e chiedere ad essi di concorrere ad attuare le prime riforme antifasciste, certo che giuridicamente sarebbe stata l’unica via da seguire se si voleva restare sul terreno della legalità.

Tuttavia il carattere rivoluzionario risiede anche nel Decreto Legislativo Luogotenenziale 25 giugno 1944 n.151, perché se nella storia fin allora seguita, i decreti erano stati di efficacia temporanea e provvisoria e potevano essere emanati nel momento della necessità e dell’urgenza e dovevano al più presto essere sostituiti dall’atto normale ovvero dalla legge, quel decreto provvedeva ad una materia di competenza del potere legislativo, che anche l’attuale costituzione repubblicana perentoriamente esclude: tutto ciò chiama in causa il Re Savoia alle sue responsabilità!

La caduta del fascismo

Giulio Alfano – Presidente dell’Istituto “E. Mounier”

Spagna, socialisti e catalani trovano l’accordo sulla Presidenza del Congresso. E ora?

L’accordo odierno è limitato all’ufficio di Presidenza del Congresso e la posizione di JxCat (Junts per Catalunya, Uniti per la Catalogna) è “esattamente al punto in cui si trovava dopo le elezioni”. È il monito, riporta El Mundo, lanciato al Psoe dall’ex presidente della Generalitat, Carlos Puigdemont, dopo il via libera della candidata di Pedro Sanchez – Francina Armengol – alla presidenza del Congresso.

La candidata socialista è stata eletta ieri come nuova presidente del Congresso dei Deputati con 178 voti a favore, tra cui quelli dei sette deputati del JxCat, in seguito all’accordo per l’Ufficio di Presidenza raggiunto nelle prime ore della mattinata da entrambi i partiti.

In un messaggio sul suo profilo Twitter, Puigdemont ha avvertito che la sua formazione politica non si lascerà smuovere da “promesse o volontà politiche senza garanzie di rispetto da parte di chi non genera alcuna fiducia”, e ha aggiunto che, se si raggiungeranno accordi futuri, sarà “perché hanno incorporato un rispetto verificabile”, come nel caso dell’Ufficio di presidenza del Congresso.

Nell’ambito dell’accordo per l’Ufficio del Congresso, prosegue El Mundo, il ministro degli Affari Esteri ad interim, José Manuel Albares, ha richiesto per lettera al Consiglio dell’Unione Europea lo status ufficiale di catalano, galiziano e basco. Un gesto che s’iscrive – questa l’intenzione dichiarata – nella ricerca di stabili relazioni tra socialisti e autonomisti.

Per Puigdemont, il risultato ottenuto in Parlamento “è un fatto, non una promessa, che non è mai stata richiesta”, aggiungendo che il capo del governo Pedro Sanchez ha “una magnifica opportunità” per dimostrare che la Spagna “si fa sentire in Europa”, come ha detto l’altro ieri lo stesso Sanchez.

Nel frattempo Il leader ‘popolare’ Pedro Rollán è stato eletto nuovo presidente del Senato con 142 voti a favore. Nella circostanza Vox ha proposto il suo senatore dell’Estremadura Ángel Pelayo Gordillo, evidenziano così il contrasto, già registrato nell’altro ramo del Parlamento, con il Partito popolare.

Si tratta di capire, a questo punto, quali siano i margini per un accordo politico che spiano la strada alla formazione di un governo all’insegna della continuità. Il Re, comunque, dovrebbe conferire a Sanchez l’incarico, essendo il candidato che, allo stato degli atti, pare in condizione di raggiungere l’obiettivo della maggioranza.

Francesco Cossiga, il Picconatore della Repubblica, 13 anni dopo.

Sono passati 13 anni dalla scomparsa di Francesco Cossiga, uno dei personaggi più rappresentativi della prima repubblica e certamente tra i più discussi e misteriosi. Con la indubbia premessa, però, che parliamo di un leader politico, di un qualificato uomo di governo e di un esponente di primo piano dello Stato. E lo dice il suo vasto, ricco e poliedrico curriculum politico, culturale ed istituzionale.

Ora, al di là delle varie fasi che hanno scandito la vita politica ed istituzionale di Cossiga, forse è possibile sottolineare almeno due aspetti che l’hanno quasi sempre accompagnato nella sua intensa e e turbolenta vita pubblica.

Innanzitutto Cossiga è stato, a volte forse anche inconsapevolmente, un “anticipatore” di ciò che attraversava la società italiana con cui occorreva, bene o male, fare i conti. Lo è stato anche all’interno del confronto politico nel suo partito, la Democrazia Cristiana. Faceva parte della corrente della sinistra di Base anche se non è mai stato un esponente influente negli equilibri interni. Si è sempre contraddistinto più come uomo delle istituzioni che non come un esponente politico fortemente caratterizzato nel partito. Insomma, per capirci e per fare un solo paragone con un altro grande leader di quel partito Carlo Donat-Cattin, Cossiga non è mai stato un capo corrente o un uomo che si ritagliava uno spazio pubblico in quanto espressione di un parte della Dc. No, Cossiga è sempre stato un interlocutore politico di primo piano a livello nazionale ma partendo sempre dal versante istituzionale più che non da quello politico e partitico. Anche su questo fronte, quindi, è stato un democristiano “anomalo”. Un po’ come un altro grande leader istituzionale e non politico/partitico come Oscar Luigi Scalfaro.

In secondo luogo Francesco Cossiga lo potremmo anche definire un “anticonformista costituzionale”. Certo, resteranno per molti un mistero – seppur politico e non di fede – le sue ormai celebri e famose “picconante” sul finire della sua esperienza di Presidente della Repubblica. Un atteggiamento che lo allontanò anche dal “comune sentire” con il suo vecchio partito di appartenenza e con molti altri esponenti politici di quella convulsa e travagliata fase politica del nostro paese. Eppure, con il senno del poi, forse Cossiga aveva anticipato – anche quella volta – ciò che si andava delineando all’orizzonte della cittadella politica italiana. O meglio, lo aveva anticipato o lo aveva provocato con le sue “picconate” quotidiane? Resta, questa, una domanda a cui difficilmente si riesce ancora a dare un risposta compiuta.

Comunque sia, e al di là dei giudizi che si possono dare sul suo magistero civile, politico ed istituzionale, resta un punto che non si può mettere banalmente in discussione: ovvero, Francesco Cossiga faceva parte di quella classe dirigente che è riuscita, con difficoltà ma con tenacia, a salvaguardare la qualità della nostra democrazia e la credibilità delle nostre istituzioni democratiche. Seppur con sensibilità e approcci profondamente diversi rispetto ad altri grandi leader e statisti della Democrazia Cristiana.

Ancora polemiche su Karin Kneissl a proposito delle sue vacanze in Russia

L’ex ministro degli Esteri austriaco Karin Kneissl, al cui matrimonio è stato ospite il presidente russo Vladimir Putin, ha affermato – in un russo un po’ stentato ma chiaro – che le piace trascorrere le vacanze in un villaggio russo e che non ha bisogno di andare “alle Maldive o alle Seychelles”.

Karin Kneissl – nota per aver ballato con Putin nel corso della festa di matrimonio – è portata ad esempio di come in Europa persistano atteggiamenti politici di condiscendenza o servilismo verso il Cremlino. L’ex ministra austriaca sta trascorrendo l’estate a Petrushovo, un villaggio russo che, a quanto dire, le ricorda la sua giovinezza. In particolare, questa vacanza all’insegna della nostalgia brilla per il fatto di permettere alla illustre villeggiante di nuotare nei fiumi.

Le dichiarazioni della ex numero uno della diplomazia austriaca sono contenute in una intervista in video alla Tass, nella quale la già ministra indossa una giacca grigia con colletto blu e una croce che ricorda quella dei cavalieri di Malta. Benché il villaggio russo le ricordi la giovinezza, Kneissl ha trascorso parte della sua infanzia non in Russia ma ad Amman, dove suo padre ha lavorato come pilota per il re Hussein di Giordania.

Sembra, infine, che la Kneissl guiderà il nuovo centro GORKI, abbreviazione di “Osservatorio geopolitico per le questioni chiave della Russia”, destinato a unire “il potenziale accademico con l’esperienza nell’attività diplomatica”, secondo un comunicato dell’Università di San Pietroburgo.

L’identikit di Otzi: non era un pastore delle steppe, aveva una predisposizione all’obesità.

Arrivano nuove scoperte su Otzi. Un team di ricercatori dell’Istituto Max Planck per l’antropologia evolutiva di Lipsia e dell’Istituto per lo studio delle mummie di Eurac Research di Bolzano, ha analizzato il genoma dell’Uomo venuto dal ghiaccio, avvalendosi dei più recenti metodi di sequenziamento. Oltre a rettificare le precedenti notizie sulla sua discendenza dalle popolazioni della steppa immigrate dall’Oriente, lo studio consente di formulare nuove ipotesi sul suo stato di salute e sul suo aspetto, in termini di colore della pelle e dei capelli.

Nel 2012 è stato decodificato per la prima volta il genoma dell’Uomo venuto dal ghiaccio, con importanti novità per la ricerca sulle popolazioni preistoriche europee. I progressi tecnologici per il sequenziamento e un database più corposo (comprendente più di diecimila individui preistorici provenienti da tutta Europa) hanno permesso al team di ricostruire il genoma di Otzi con maggiore precisione e effettuarne il confronto con altri. I risultati completano e ampliano l’immagine che ne abbiamo.

Circa 8.000 anni fa, i cacciatori-raccoglitori originari dell`Europa occidentale si mischiarono gradualmente ai primi agricoltori migrati dal Vicino Oriente (Anatolia), cui si aggiunsero i pastori delle steppe provenienti dall’Europa orientale circa 4.900 anni fa. A differenza del primo studio, il team non ha rinvenuto tracce genetiche di questi ultimi. Rispetto ad altre persone dell’Età del rame, il dna di Otzi evidenzia invece un’elevata percentuale di materiale genetico di agricoltori “anatolici”. Ciò indica che l`Uomo venuto dal ghiaccio vantava antenati contadini che vivevano sulle Alpi in relativo isolamento. Ulteriori tratti ereditari emersi nel corso delle analisi includono una spiccata predisposizione all’obesità e al diabete dell`adulto che, presumibilmente, non ebbero un grande impatto sul suo stile di vita attivo, a confronto con gli standard odierni.

Lo studio ha anche fornito nuovi risultati sull’aspetto di Otzi.

Il colore di pelle, già determinato nella prima analisi del genoma come mediterraneo-europeo, potrebbe essere più scuro di quanto ipotizzato in precedenza. Per quanto riguarda i capelli, è stata invece rilevata per la prima volta una predisposizione genetica alla calvizie maschile. Lo studio, però, non è in grado di determinare se tale predisposizione fosse emersa durante la vita di Otzi e quanto fosse pronunciata. Tuttavia, nei pressi della mummia sono state rinvenute ciocche di capelli scuri di 9 cm.

Elisabeth Vallazza, direttrice del Museo Archeologico dell’Alto Adige, è cauta nell’ interpretazione dei risultati: “Oltre a determinare alcuni tratti genetici ereditari, lo studio attuale apre la discussione anche sul probabile aspetto di Otzi. Sono lieta che, in futuro, le nuove ricerche possano aiutarci ad elaborare un’immagine ancora più realistica di questo individuo vissuto oltre 5.000 anni fa”. “L’ormai nota riproduzione museale del 2011, realizzata dai paleoartisti Adrie e Alfons Kennis sulla base delle ricerche dell’epoca, è un tentativo di interpretazione, un’idea di come potremmo immaginare l`Uomo venuto dal ghiaccio durante la sua vita. L’obiettivo principale era quello di dimostrare che era un individuo moderno di mezza età, tatuato, dal fisico asciutto e segnato dalle intemperie, una persona come voi e me. Al momento non è in programma una nuova ricostruzione” ha aggiunto.

 

[Fonte: Askanews]

Giuseppe Donati, democratico e antifascista in nome dell’ideale democratico cristiano.

Alla ripresa della pubblicazione di questo giornale dopo la cacciata dei tedeschi da Roma, iniziavamo il nostro lavoro ricordando anzitutto in un articolo di fondo Giuseppe Donati, colui che per primo innalzò questa bandiera ed alta e incontaminata la mantenne preferendo la persecuzione, l’esilio e la morte ad ogni servile accomodamento con la trionfante tirannide.

Egli fu per eccellenza il lottatore, il cavaliere dell’ideale che non piega la schiena alle seduzioni del corrotto potentato, ma alta, schietta e indomita esprime la voce della coscienza morale.

La sua protesta contro il grande crimine non fu solo una protesta morale, ma un atto di coraggio che egli seppe compiere quando gli stessi avversari del regime macchiato di sangue si ritiravano paurosi di tanto ardire.

Non siamo certo noi gente incline a stimare il valore delle azioni umane dal loro successo reale. Il successo non misura la dignità e l’altezza morale del carattere; i falliti di oggi possono essere i trionfatori di domani, il loro sacrificio, il loro esempio è sempre un seme fecondo.

La sua salma riposa in un dimenticato cimitero di Parigi mentre oggi i suoi avversari o sono ignominiosamente travolti nella polvere o si annidano silenziosi in qualche comitato di epurazione. Ma anche queste conversioni non possono offendere la sua memoria, poiché nessuna più consonante rivincita poteva attendere il suo spirito tormentato.

Egli fu lottatore nel senso letterale della parola: la sua vita fu una battaglia dell’idea e dell’azione.

Nato a Faenza nel 1889, laureatosi a Firenze nel 1915 fu combattente e decorato della grande guerra avendo versato il suo sangue ad Oslavia ove nel 1916 rimase gravemente ferito. Dopo la vittoria, egli passa dalla trincea della guerra alla trincea politica: diviene organizzatore sindacale a Venezia e porta nelle lotte sociali quei principi della democrazia cristiana che erano stati l’anima della sua militante giovinezza.

La vicenda politica non gli impediva di coltivare i suoi prediletti studi di storia antica, di letteratura latina e di patristica, e l’Ateneo Veneto lo proclamò suo insegnante in riconoscimento dei suoi corsi e dei suoi studi di filosofia pre-dantesca che sono una fine analisi dell’influenza del pensiero medievale sulla Divina Commedia.

Ma il suo orizzonte politico presto si allarga: nel 1923 egli concepisce, organizza e pubblica il “Popolo“ organo del Partito popolare che avrà vita fino al 1925. Breve stagione per un giornale, ma stagione di lotta e stagione di esuberanti raccolti. La collezione del “Popolo“ è lì a testimoniare come Giuseppe Donati, riunito attorno a sé un manipolo di coraggiosi, abbia saputo dare a questo giornale una linea di pensiero e di azione, un fremito inesausto di lotte, un alto senso di dignità morale.

Pochi documenti sono così espressivi di un’epoca come gli articoli di Giuseppe Donati e vasta benemerenza nazionale e larga notorietà raccolse con il suo coraggioso atto di denuncia contro De Bono, con il suo “quartarellismo” di cui deve andare orgoglioso chi sa disdegnare l’ironia di crudeli potenti e dei loro rozzi ed impinguati adulatori, per riguardare solo ciò che di grande e di ideale deve essere in una causa in cui la giustizia è destinata a soccombere sotto il peso insolente della forza.

Perseguitato a morte, egli non cede le sue armi e preferisce lasciare la sua terra, la sua sposa, le sue figlie (l’ultima delle quali neppure conobbe) e che non potrà più riabbracciare in questa vita. Dal 1925 al 1930 è fuoruscito a Parigi: giornalista, commesso di libreria, e pure cameriere, nessuna umiliazione accresce il suo spirito così tenace da essere persino sostegno della sua vacillante salute.

Dopo una parentesi di insegnamento a Malta, egli ritorna nella capitale francese ove l’aspetta una lenta agonia ed infine, il 16 agosto 1931, il riposante sonno della morte.

Egli è uno dei martiri della lotta antifascista, uno dei più coraggiosi combattenti dell’opposizione

Un esempio per le generazioni che salgono.

Il suo ricordo rimasto gelosamente custodito nel cuore di una larga schiera di amici i quali oggi vedono ancora rialzata al vento questa bandiera, che, in nuovi climi di lotta politica, intende mantenere viva una fiera tradizione di lotta per la nostra Democrazia cristiana.

[Fonte: Il Popolo – 15 agosto 1944. Titolo originale: Giuseppe Donati]

Maria, la morte e l’assunzione.

Stava come un cane inferocito a schiumare di rabbia, lanciata al galoppo da Satana che l’aveva da sempre allenata all’impresa che avrebbe mancato. Prima di allora era riuscita a sterminare milioni di uomini, donne e animali per tenersi in forma pronta al grande giorno. Poi, dopo il fallimento, avrebbe continuato incessante il suo lavoro con la remota speranza le sarebbe stata data una seconda possibilità. Dio non è insolito ai ripensamenti, la sua misericordia anche verso il male può darsi che l’avrebbe portato a cambiare ciò che era stato concedendo al suo autore lo spazio da principio negato. Avrebbe anche potuto essere che Dio volesse riaffermare una seconda volta il suo potere o saggiare un nuovo momento di gloria, una soddisfazione alla quale proprio non sapeva rinunciare. 

In ogni caso la Morte aveva un suo piano che forse prevedeva una possibilità di recupero almeno parziale sull’andazzo che avevano preso ormai i fatti. Far fuori ogni segno di vita sulla terra sarebbe stata la giusta strategia per un minimo di riabilitazione. Il Paradiso sarebbe stato condannato ad essere una isola infelice, circondato tutto d’intorno da una desolazione assoluta, annichilita dalla sua stessa ombra che ne anticipava la presenza. Il Paradiso avrebbe provato un gran rimorso per il gaudio che vantava, intristendo la luce dei suoi clamori, provando compassione per quanto di contentezza ancora avvertiva di protesta all’assedio dei fatti del male. Nel mentre, la Morte era a leccarsi una ferita sempre aperta che gettava sangue senza mai sfinirla del tutto ma che ne indeboliva costantemente la lucidità fino al punto che, nel delirio, di tanto in tanto arrivava a chiedersi perché le fosse stata data vita.

Aveva mancato il successo proprio dove ne avrebbe avuto infinita fama ed i conti non le tornavano. Con qualche affanno era riuscita lì dove nessuno avrebbe osato. Far secco il Figlio di Dio era l’impossibile riuscito solo ad essa e per questo se ne sarebbe parlato fino alla fine dei tempi. Sì è vero, era poi risuscitato ma non per questo essa aveva avuto minor soddisfazione. Gesù Cristo con un ultimo imperioso urlo l’aveva chiamata a rapporto per dirle di fare la sola cosa per cui era stata messa al mondo. Per tre giorni l’aveva tenuto comunque in frittura, sospeso nell’ansia che avrebbe anche potuto riposare per sempre nel sepolcro dover era stato messo, sigillando il corso di una nuova storia. Per quanto la riguardasse, furono i tre giorni più belli da quando la Morte aveva mosso i suoi primi passi dalle parti dell’universo. 

Durante l’uccisione di Gesù, stava a guardare la scena di quel corpo lacerato per ogni dove come fosse un capolavoro da mandarsi per sempre a mente. A dire il vero adorava e detestava ciascuna di quelle ferite per la ragione che conducevano al suo abbraccio ma ne ritardavano anche il momento, ogni volta aggiungendosi una nuova ad un’altra appena approdata su quel corpo martoriato. La morte, dunque era stata portata dall’istinto a scender dove avrebbe portato ancor più dolore. 

Maria, la madre del figlio di Dio aveva ormai i suoi anni, che sono quelli di quando è maggiore il desiderio di rivedere i suoi cari che quelli di continuare i doveri d’amore tra i discepoli di suo Figlio. Ci aveva lavorato a lungo resistendo alla tentazione diabolica, una punta di meno del suo desiderio, di darle subito il colpo di grazia. Se era riuscita con il Figlio, ancor meglio avrebbe potuto sbizzarrirsi con la madre. Ogni giorno ritardava la sua opera godendo nel vederla afflitta per come erano andate le cose, amputando per questo, pur a fatica, la sua smania di portarla via dalla vita. 

Si trattava soltanto di saper cogliere il momento giusto. Maria stava andando avanti con gli anni e non si doveva correre il rischio che potesse abituarsi allo sgomento che aveva minato ogni suo sangue facendolo scoppiare aprendo in continuazione nuovi crateri di angoscia. Finalmente pare che fosse arrivata l’ora propizia. Maria quel giorno diede a tutti i discepoli le sue consuete benedizioni pronunciate unicamente dagli occhi su cui posava lo sguardo. Era quella una occasione da non mai mancare. Se ne restava rinvigoriti ed amati al punto inconcepibile di tradirla, non volendo più staccarsi da lei per andarsene in giro per il mondo a portare la buona parola. 

Stare con Maria era l’ambizione di tutti. Solo avvertirne la presenza, potendone sfiorare il sorriso dispensato ai circostanti, era il fatto da raccontare più del vangelo stesso.

Quel giorno Maria curò il suo ordine con la semplicità propria di quando si fa qualcosa di importante e che non deve creare alcun trambusto. Compose i capelli stanchi nel verso più naturale a che non avessero affanno, indossò una veste che non suscitasse il rimpianto per essere su una donna che non avesse scopo di essere ammirata e si addormentò avvertendo uno speciale abbandono. Sentì venir meno la colpa di tirare per sé un po’ il fiato non badando a quanto da farsi secondo la volontà di suo Figlio dettata senza possibilità di obiezione sotto il legno dover era stato crocefisso. Fu la prima volta che ebbe voglia di ritemprarsi girando le spalle ai suoi compiti quotidiani e fu lì che la Morte intuì che era l’ora di procedere secondo i piani. 

Una volta era stata in parte sconfitta dalla Risurrezione del Figlio di Dio, che comunque aveva dovuto passare per le sue spire. Adesso era il tempo di sua madre e non era affatto detto che a Dio fossero rimaste sufficienti energie per ripetersi nel miracolo di un ritorno in vita. Eppure, per quanto si prodigasse, sentiva intimamente una opposizione al suo disegno. C’era qualcosa che le sfuggiva e che pure la impauriva. Si avvicinò al sonno di Maria, stupita che gli angeli perennemente in sua veglia, la lasciassero fare. Concentrò le sue energie in modo che un torpore avvolgesse Maria fino allo stordimento. Lei non mosse una piega rimanendo immobile nel letto dove si era stesa. I suoi pensieri erano leggeri come non mai. Ebbe l’impressione di sollevarsi gradatamente da terra e poi di passare le nuvole e andare in alto nel cielo senza obiezioni dall’alto per un’accoglienza evidentemente prevista. 

Quel viaggio talmente bello che avrebbe voluto svegliarsi per segnarlo bene in memoria, ma forse c’era altro ancora a sorprenderla e non voleva rovinare ulteriori svolgimenti. La Morte credette da principio di avere maggiori soddisfazioni se le cose sarebbero state più difficili. La inseguì su fin verso i primi metri verso l’alto alitando la sua fetida presenza fin dove le ressero i polmoni. SI arrampicò poi dove potette per continuare a sprigionare il suo veleno ma Maria inesorabile continuava la sua assunzione, sorprendentemente indifferente al dolore che stava dando alla sua nemica.

Nel mentre Dio Padre aveva da interrogarsi. Sarebbe stato comprensibile l’emozione dell’arrivo di Maria in Paradiso. Gesù e Giuseppe non stavano più nella pelle e per questo avevano ripreso piene sembianze di corpo. Questione di minuti e l’avrebbero riabbracciata. Lo Spirito Santo non accettava di stare in disparte e giocare il ruolo dell’impalpabile ed era schierato in prima fila a dire che era anche lui della partita e con un miracolo inaudito si diede forma visibile. Dio Padre doveva decidere il da farsi. Difficile anche per lui restare imperturbabile alla sola creatura a cui era stata risparmiata la morte, non una cosa da poco. Avrebbe dovuto svelarsi come forse non fatto neanche davanti al Figlio che pure aveva quote di medesima divinità. 

Maria era una donna che lo costringeva a far saltare i grimaldelli delle gerarchie celesti ed a rivelarsi almeno a lei senza prudenze e reticenze.

La Morte era lì che ringhiava a più non posso. Ebbe, per consolazione, bisogno di ingannarsi cadendo in una tentazione che forse nel tempo avrebbe prodotto qualcosa di buono. Se non fosse stata quella l’ora, avrebbe potuto comunque essere un altro giorno quello giusto per andare a dama. La Madre restava esposta ad una possibilità che con il Figlio non poteva più essere. Non doveva fare altro che avere pazienza stando costantemente in agguato, illudendosi che sarebbe giunto il tempo di una sua rivincita. Se Dio avesse avuto un briciolo di onestà avrebbe dovuto ammettere che maggior gloria sarebbe stata con una seconda resurrezione, la sola che avrebbe consentito alla Madre ed al Figlio di essere indissolubilmente legati da una comune indescrivibile esperienza, una comunione vera e non di facciata.

Maria si limitò ad aprire gli occhi. Ebbe da contenere la sorpresa da subito incrociando l’amore che la presidiava già al suo arrivo in Paradiso ancora immersa nel sonno. Le parole le facevano fatica a venir fuori perché quel luogo ha un vocabolario con cui prendere dimestichezza e che richiede un tempo maggiore rispetto alle lacrime di gioia e stupore che non hanno bisogno di traduzioni. Si sa soltanto che Dio Padre restò per un tempo a cospetto con Maria e che al termine ne uscì stravolto da una bellezza che ribaltò ogni legge di logica e di spirito, dove, abbagliandolo, l’umano ammantò di splendore il divino. Fu in quell’incontro che l’Amore creatore conobbe quello di una donna imparandone modi e sostanze inebrianti e imprevedibili. Sembrava l’annientamento di ogni futuro perché così ora non c’era altro da attendere.

Questo il pericolo da cui guardarsi. La fine del mondo, la resurrezione dei morti e tutta quell’altra roba lì aveva perso di colpo di primario interesse. C’era in Paradiso una sorta di appagamento che rischiava di mettere in secondo piano il grande progetto che sarebbe andato avanti più di risulta che per desiderio. Fu Maria, ora che si era ripresa, a dettare di nuovo i tempi della questione. Tornò a rimboccarsi le maniche mettendosi, obbediente, a disposizione di suo Figlio che brillava di una luce mai vista in firmamento. Tutto riprese come prima ma, questa volta, con Maria vicino a curarne gli esiti.

Afghanistan al centro nel secondo anniversario dell’ingresso dei talebani a Kabul

Perché parlare di Afghanistan a Ferragosto? Perché anche nel martoriato Paese asiatico il 15 agosto non è una data come le altre. Per l’attuale governo dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan questa data costituisce il secondo anniversario dell’entrata delle forze talebane in Kabul mentre erano in corso le concitate operazioni finali di ritiro delle truppe americane. Occorre sempre guardare al futuro, anche le ferite e gli errori più grandi possono essere superati, a condizione di saperli riconoscere come tali. Il fatto che da oggi il 15 agosto sia divenuto festa nazionale in Afghanistan, se da un lato testimonia una sconfitta dell’Occidente, strategica e culturale, prim’ancora che militare, dall’altro ci dice anche di una Nazione che è alla ricerca di punti di riferimento per una stabilità agognata da quasi mezzo secolo, se si considera anche l’occupazione sovietica.

Col senno del poi, sempre troppo facile, si può vedere che la strategia di allargamento verso Est della zona di influenza occidentale per via militare nel Grande Medio Oriente, per fare da argine alle potenze emergenti dell’Asia, si è rivelata un fallimento, mentre una concreta penetrazione nelle zone del mondo considerate strategiche sta riuscendo piuttosto bene a quelle potenze che usano il credito per lo sviluppo e la realizzazione delle infrastrutture fondamentali come strumento geopolitico, al posto delle bombe.

Sulla base di ciò che è successo negli ultimi 20, credo che occorra avere uno sguardo diverso verso l’Afghanistan, come peraltro verso tutti i Paesi del Sud Globale. Non possiamo usare i nostri criteri, se vogliamo comprendere cosa sta succedendo e ritrovare i fili del dialogo. Serve un approccio realista, che, senza fare sconti su diritti umani, ruolo della donna nella società e laicità delle istituzioni, valuti gli sforzi compiuti negli ultimi 2 anni in Afghanistan per il ritorno alla normalità, dal governo che c’è, e non da quello che vorremmo ci fosse.

Il primo problema dei nuovi dirigenti afghani è stato quello di esercitare il completo controllo del territorio da parte dello stato rispetto alle varie milizie armate e a nuclei ancora significativi di terroristi “jihadisti” (il governo talebano ha vietato ai cittadini la jihad, anche se si recano all’estero, una sorta di reato universale all’afghana…) come l’Isis K della provincia di Khorasan, adiacente all’Iran, come pure rispetto al mercato del narcotraffico, particolarmente fiorente durante la presenza di truppe straniere, ma che una agenzia indipendente inglese, l’AlcisGeo, vicina ai servizi britannici, ha attestato esser crollato ben del 90% nell’ultimo anno riguardo alla coltivazione di papavero da oppio. 

Negli ultimi mesi al confine con l’Iran si sono registrati una serie di incidenti di confine, di cui il governo di Teheran ha chiesto direttamente spiegazione al governo di Kabul senza cedere alle provocazioni, anzi rafforzando la collaborazione, come testimonia il recente lancio di una nuova destinazione ferroviaria tra Afghanistan e Turchia, via Iran. Una cosa simile avviene al confine con il Pakistan, e anche in questo caso il filo diretto tra Kabul e Islamabad ha prodotto risultati importanti come l’impegno bilaterale ad assicurare alla giustizia i ricercati di un Paese nel territorio dell’altro, e soprattutto l’accordo trilaterale con la Cina ad estendere il Corridoio Economico Cino-Pakistano (Cpec) che sta trainano lo sviluppo della Valle dell’Indo, all’Afghanistan che invece è ancora all’inizio della ricostruzione, sebbene non manchino affatto segnali incoraggianti, dovuti alla relativa stabilità ritornata nel Paese.

L’opinione pubblica occidentale mantiene alta l’attenzione sul rispetto della donna. E se è innegabile che stili di vita occidentali possibili prima per le signore più abbienti, non siano più praticabili (ad es. sono stati vietati i centri di bellezza, le norme sulla copertura del volto sono molto rigide), vanno però riconosciuti dei significativi passi avanti compiuti dal governo talebano, come quelli contro i matrimoni combinati, pur nel modo consono alla cultura di quel Paese. Così, alle donne è consentito di vendere ai mercati cittanini, ma in aree a loro riservate. Da poco è stata istituita una apposita Camera di Commercio riservata alle donne. Dopo la riapertura delle università, anche le donne hanno potuto conseguire titoli di studi superiori. Uno dei centri istituti a comunicarlo è stato l’Istituto di Scienze della Salute di Jalalabad. Insomma, ci sono dei segnali buoni sia a livello sociale che a quello economico. 

Bisogna però che ci sforziamo di cambiare il nostro approccio, verso una cultura, una concreta situazione storico-sociale che è molto diversa da quella occidentale.  Instaurare un dialogo su basi di parità e di reciproco rispetto, di non ingerenza che però ha a cuore i diritti e lo sviluppo, è possibile. E probabilmente è anche il modo per non lasciare che la gran parte della ricostruzione afghana veda come principali protagonisti Cina, Turchia e Iran.

Milano e Napoleone, un retaggio storico culturale che merita un network.

Milano entra nel circuito delle Città napoleoniche. Sono state infatti approvate le linee di indirizzo per l’adesione del capoluogo lombardo alla Fédération européenne des cités napoléniennes, la Federazione europea delle città napoleoniche, che permetterà a Palazzo Reale di entrare a far parte di una rete europea “con cui condividere le prospettive di sviluppo dell’eredità culturale dell’epoca napoleonica e di ricevere sostegno nell’attività di conservazione e restauro del patrimonio”. Lo ha annunciato il Comune di Milano, che con l’assessore alla Cultura, Tommaso Sacchi, ha spiegato che “dopo l’adesione al Circuito delle regge d’Europa, Palazzo Reale ora entra a far parte di un nuovo network che ha come obiettivo la valorizzazione del complesso architettonico, non solo come sede di mostre temporanee ma anche come residenza-museo, da visitare per le sale e gli arredi”.

“La Sala del Trono, dei Ministri o gli Appartamenti potranno essere visitate anche a prescindere dalle mostre temporanee ospitate nelle altre sale” ha continuato Sacchi, aggiungendo che “nel frattempo, stiamo lavorando, in vista del grande appuntamento del 2026, alla ricognizione degli arredi prestati in luoghi istituzionali di tutto il mondo, e al recupero e al restauro di molti importanti elementi dell`arredamento di epoca napoleonica, con l`obiettivo di far emergere la bellezza e il portato storico-artistico di una sede internazionalmente riconosciuta come Palazzo Reale”.

Dal 2019 è infatti in corso un ampio progetto che ha già visto il recupero di alcuni arredi originali, la ricostruzione storica della Sala del Trono, che Napoleone Bonaparte fece realizzare appositamente per la sua incoronazione a Re d’Italia nel 1805, e il restauro del grande e prezioso Centrotavola di Giacomo Raffaelli, commissionato al mosaicista romano per il banchetto in onore di Napoleone in occasione della sua incoronazione, ora esposto permanentemente in Sala Quattro Colonne. Sempre nell’ambito della valorizzazione è in corso da luglio il restauro di uno dei troni napoleonici di Palazzo Reale.

Fonte: Askanews

Elezioni europee, Calenda guarda alla Bonino: una scelta più radicale che liberale.

Per chi avesse ancora qualche dubbio, il simpatico Calenda lo ha definitivamente sciolto. Sino alla prossima capriola politica, come ovvio. Che potrebbe avvenire già dopo ferragosto. Ma, per fermarsi all’oggi, prendiamo atto che Calenda con il suo partito – anche se ogni decisione è del tutto personale e quindi non necessita di particolari procedure democratiche – hanno scelto la strada dell’accordo politico con i radicali in vista delle prossime elezioni europee. Almeno così dice al 13 agosto…. Se così fosse, tuttavia, non ci sarebbe da stupirsi granché. E questo per almeno tre motivi di fondo.

Innanzitutto Calenda ha sempre detestato e disprezzato – anche e ripetutamente a livello pubblico – il Centro e, di conseguenza, i centristi. Sono ormai famose le sue dichiarazioni sul fatto che il “centro mi fa schifo”. Certo, fa un certo effetto che un esponente politico che voleva essere, attraverso il suo partito, il punto di rifermento delle culture progressiste liberali, socialiste, democratiche e cattolico popolari si riduca a diventare un piccolo cartello elettorale alleato con ciò che resta dei radicali. Del resto, recita un vecchio proverbio, “chi si somiglia si piglia”. E la convergenza politica e culturale del turbo laicista Calenda con i radicali non può che essere il naturale approdo di quel piccolo partito personale a cui ha dato vita dopo la fuga dal Pd – ad oggi non ancora rientrata, ma non si sa mai…- con un universo culturale più congeniale e coerente rispetto alla costruzione di un campo centrista, plurale, riformista, popolare e di governo.

In secondo luogo va detto con chiarezza che la costruzione di un Centro e, soprattutto, di una “politica di centro”, guarda ormai altrove rispetto alle prospettive politiche e personali del piccolo partito di Calenda. Perché l’unica certezza politica che emerge da queste continue e divertenti capriole politiche è che Calenda e un Centro liberale, popolare e riformista sono culturalmente, politicamente e programmaticamente alternativi. Detto in termini più comprensibili, nulla a che vedere tra questi due mondi. La sua volontà di ridare vita ad un Partito Repubblicano Italiano in miniatura, pur senza i La Malfa, gli Spadolini, i Maccanico e tanti altri può essere anche funzionale ad un accordo con la pattuglia dei radicali. Una realtà sicuramente importante ma del tutto minoritaria, come ovvio e scontato, e con tanti saluti al progetto di creare uno spazio politico realmente competitivo e politicamente capace di rappresentare un segmento sociale e culturale significativo della società italiana che non si riconosce nell’attuale “bipolarismo selvaggio”.

In ultimo, e lo ricordiamo per chi lo avesse dimenticato cammin facendo, la cultura politica di Calenda era, è e resta radicalmente alternativa al popolarismo di ispirazione cristiana, alla tradizione del cattolicesimo democratico, popolare e sociale. Nulla di particolarmente riprovevole o negativo, come ovvio. Però, almeno per onestà intellettuale, è bene richiamare l’attenzione che i tanti – o pochi – amici di provenienza popolare che ancora militano in un partito a sfondo laicista, che persegue una prospettiva politica di alleanza con i radicali e che individua il Centro come un nemico da combattere e da cui difendersi, dovrebbero forse avere un sussulto di orgoglio accompagnato da una nuova e coraggiosa assunzione di responsabilità. Quando una cultura politica, o una tradizione ideale, prendono atto che in un soggetto politico si è sostanzialmente estranei se non addirittura spettatori non paganti, forse è anche giunto il momento che i loro esponenti assumano, al riguardo, una concreta iniziativa. Ma non vogliamo infierire con nessuno, ci basta sommessamente e responsabilmente ricordarlo.

Ecco perché il nuovo, e l’ennesimo, progetto politico di Calenda è forse il più congeniale con il suo profilo e la sua stessa personalità. Ovvero, lo ricordo ancora, un partito con un profilo laicista, che individua nel Centro e nei centristi un avversario /nemico da cui scansarsi e con una prospettiva politica legata a doppio filo a ciò che resta dei radicali. Forse, si potrebbe dire, è la volta che il cerchio si chiude.