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Brislin, nuovo cardinale voluto da Francesco, incarna il protagonismo del Sudafrica.

Tra i 21 nuovi cardinali annunciati da Papa Francesco domenica 9 luglio dopo l’Angelus, che saranno creati nel Concistoro del 30 settembre prossimo, figura anche Stephen Brislin, 67 anni, arcivescovo di Città del Capo in Sudafrica. Il presule, ordinato sacerdote nel 1983, è stato Vescovo della diocesi di Kroonstad (suffraganea di quella di Bloemfontein, una delle tre capitali, quella giudiziaria, del Sudafrica) dal 2007 al 2010, quando è stato nominato Arcivescovo di Città del Capo. Dal 2013 al 2019 è stato presidente della Conferenza episcopale cattolica dell’Africa meridionale, la SACBC, che comprende i vescovi cattolici di Botswana, Sudafrica ed Eswatini.

 

Stephen Brislin è il terzo cardinale proveniente dal Sudafrica, dopo il cardinale Owen McCann, deceduto nel 1994, e il cardinale Wilfrid Napier che ha 82 anni. In un’intervista all’ufficio comunicazioni sociali della SACBC Brislin ha affermato di voler seguire le orme degli altri due cardinali sudafricani “che hanno sempre reso un ottimo servizio non solo alla Chiesa dell’Africa australe, ma anche alla società stessa e per il bene del Paese”.

 

Il presidente del Sudafrica Cyril Ramaphosa ha sottolineato che la nomina a cardinale dell’arcivescovo di Città del Capo (la capitale legislativa del Sudafrica) “è motivo di orgoglio tra i sudafricani di ogni provenienza e dovrebbe ispirare tutti noi a esercitare le nostre convinzioni, nella nostra diversità, con profonda devozione”.

 

In effetti la nomina del terzo cardinale sudafricano avviene in un periodo nel quale il Sudafrica come Stato, come membro dell’Unione Africana e come membro e presidente di turno dei BRICS, sta assumendo un ruolo crescente a livello diplomatico. Il mese scorso il governo di Pretoria (la capitale amministrativa del Sudafrica, dove ha sede il governo) ha coordinato la prima missione di pace di Paesi africani in Europa per la ricerca di una soluzione diplomatica al conflitto ucraino, che si è svolta tra il primo e il secondo degli incontri, tra la parte ucraina e quella russa, dell’inviato di Papa Francesco, il cardinal Matteo Zuppi.

 

Il Sudafrica ospiterà a breve, dal 22 al 24 agosto prossimo, il XV vertice dei capi di stato e di governo dei BRICS proprio nella fase della prova di maturità del Coordinamento di questi 5 Paesi (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) che per le scelte che intendono completare, come una valuta comune basata sull’oro o come l’allargamento a una schiera di circa 40 Paesi che hanno espresso la volontà di aderirvi, dovranno dimostrare di essere all’altezza delle responsabilità globali che derivano dalla loro crescita.

 

Stephen Brislin è uomo di pace, a cui piacerebbe vedere una Chiesa che “lavora molto più duramente per la riconciliazione” a partire dal suo Paese, con le ferite ancora non rimarginate dell’apartheid. A livello internazionale, l’arcivescovo Brislin, come riporta il mensile cattolico sudafricano Southern Cross, ha partecipato regolarmente a un gruppo di vescovi cattolici chiamato Holy Land Coordination, che visita regolarmente Israele e Palestina per favorire il dialogo. Brislin, come papa Bergoglio, desidera una Chiesa capace di misericordia e luogo di guarigione dai tanti mali che affliggono la convivenza tra gli uomini, a tutti i livelli. 

 

Nelle situazioni difficili, segnate da profonde divisioni sociali, in cui ha operato, ha messo in mostra la sua indole di mediatore che lavora per costruire ponti di dialogo per abbattere vecchi e nuovi muri. Un profilo, quello del cardinale eletto Brislin, che sarà molto utile alla chiesa sudafricana, africana in genere e a quella universale di fronte alle profonde tensioni irrisolte che affliggono il mondo attuale. Difficoltà da affrontare con una saggezza, un’esperienza, una comprensione dei processi in corso che viene dall’altro capo del mondo anche per arricchire di un diverso, e forse per certi versi più ampio, punto di vista la Chiesa e l’opinione pubblica universale.

Le ragioni della legalità smentiscono la montatura mediatica sui vitalizi dei parlamentari

L’Associazione degli ex Parlamentari della Repubblica esprime profondo rispetto per la decisione del Consiglio di Garanzia di secondo grado, che il Senato ha adottato per i vitalizi degli ex senatori. Con essa di conferma nella sostanza la sentenza di qualche anno fa della Commissione contenziosa di primo grado, formata da senatori e giuristi di chiara fama.

Non siamo di fronte a una decisione politica, ma a una sentenza di un “tribunale” accettato da tutti, che ha dichiarato illegittima in due gradi di giudizio la delibera di applicazione retroattiva del metodo contributivo per i vitalizi.

E vale la pena ricordare che la decisione è stata adottata da “giudici”, perché tali sono considerati i componenti dei “Comitati di Garanzia” all’interno del Parlamento – si chiamano per questo di “garanzia” – i quali hanno naturalmente deciso secondo le norme della nostra Costituzione e delle leggi, e quindi hanno garantito la legalità.

La sentenza ha riconfermato il principio elementare che nessun cittadino può essere penalizzato per il passato, per un periodo precedente, e la Corte Costituzionale ha stabilito che, in misura del tutto temporanea ed eccezionale può essere ammessa una riduzione di qualunque stipendio e di qualunque indennità per un massimo di tre anni; tant’è che le cosiddette “pensioni d’oro”, che il Parlamento aveva ridotto per un periodo di cinque anni, sono state ricondotte a una riduzione per soli tre anni dalla stessa Corte Costituzionale.

È stato ristabilito lo “stato di diritto” perché la legittima aspettativa che ogni cittadino ha deve essere rispettata e quindi non vi può essere sul piano giuridico, istituzionale e umano una penalizzazione per il passato.

In ogni caso è doveroso da parte dell’Associazione precisare anche le cifre che si riferiscono al merito della decisione, osservando che quelle che sono state divulgate non sono veritiere. L’Associazione spera che lo stesso Senato preciserà i dati di cui si tratta in questa lunga vicenda.

 

L’Associazione degli ex Parlamemtari della Repubblica è presieduta da Giuseppe Gargani] 

La transizione del capitalismo esige la risposta della politica. Intervista a Giuseppe Sabella.

Dottor Sabella, già dalle prime pagine del suo libro si coglie come i temi della rivalutazione del lavoro e l’energia determinata dal volano salariale – cioè l’aspetto propositivo della sua analisi – siano in realtà legati a doppio filo al Green Deal, quale manifesto programmatico della Grande Transizione digitale, energetica ed ecologica. Sotteso a queste macro aree tematiche c’è l’esigenza dell’Europa di compattare e rilanciare una sfida a USA e Cina per recuperare il gap che ci separa dalle due superpotenze sotto il profilo industriale ed energetico. Possiamo affermare che questo è un libro che vuole occuparsi dell’Europa che verrà?

Si, come del resto anche Ripartenza verde (Rubbettino 2020), del quale a suo tempo abbiamo parlato su queste pagine e al quale L’energia del salario (Rubbettino 2023) è agganciato. Il Green Deal è proprio questo, un grande programma economico (ancor prima che ambientale) di cui la UE si è faticosamente dotata. Consideriamo infatti le difficoltà che ha l’Europa nell’implementare politiche comuni, cosa che poi abbiamo visto anche sui pacchetti attuativi del Green Deal come il Fit for 55 o il recente accoglimento da parte della UE degli e-fuels, misure entrambe approvate in mezzo a molte polemiche. 

L’Europa ha deciso da qualche anno di rispondere al dominio americano e cinese. Peraltro, le due superpotenze USA e Cina stanno lavorando al consolidamento della domanda interna. Negli USA, se pensiamo ai dazi (2018), questa tendenza è evidente da tempo. In Europa, per il momento, ci si è concentrati sulle importazioni di prodotti ad alta intensità di carbonio, con il Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM). 

È chiaro, tuttavia, che dal 2010 si è esaurita la spinta della globalizzazione, un po’ come conseguenza del crollo di Lehman Brothers, un po’ perché Obama ha avviato il processo di reshoring delle produzioni (2012). Siamo ora in una fase in cui la Cina sta lavorando molto per far ripartire gli scambi, ma è evidente che la globalizzazione ha lasciato il posto a quella che l’Economist ha chiamato Slowbalization, riferendosi appunto al rallentamento degli scambi.

Il dibattito sulla fine della globalizzazione si sta di fatto risolvendo in una presa d’atto dell’emergere di un disaccoppiamento economico che contrappone Est ed Ovest. Più precisamente si argomenta di decoupling avendo presente la de-correlazione tra emissioni di CO2 e crescita del PIL, che si realizza quando il valore economico si associa al miglioramento dell’efficienza energetica e/o alla decarbonizzazione del mix energetico. Rilevando questo passaggio, lei pone l’accento sulla guerra in Ucraina riprendendo una felice intuizione di Giulio Tremonti: «Non è la guerra che pone fine alla globalizzazione, ma è la fine della globalizzazione che porta alla guerra», poiché in realtà non si tratta esplicitamente di una fine bensì di una riconversione della globalizzazione, evidenziando come “pandemia e guerra sono due diversi e cruenti acceleratori di un processo di riconfigurazione del palinsesto multilaterale”.  Quanto e in che modo pandemia e guerra in Ucraina pesano su riconversioni, riassetto di nuovi equilibri, ripartenze e futuro?

Pandemia e crisi ucraina irrompono sulla scena mondiale nella stagione del reshoring, nel mezzo della guerra commerciale tra USA e Cina e nel momento più critico degli scambi internazionali. Il decoupling – di cui recentemente abbiamo iniziato a parlare – è in realtà in atto da almeno un decennio. E corrisponde alla tendenza, da parte dell’Occidente, di tornare autonomo, dopo che per trent’anni abbiamo ritenuto che la Cina dovesse diventare “la grande fabbrica del mondo”. 

Abbiamo, cioè, pensato – anche in modo dispregiativo – di lasciare agli altri il lavoro manuale – che tanto manuale oggi non è nemmeno più – trovandoci a un certo punto in una situazione di dipendenza. E proprio per l’evoluzione della manifattura – sempre più automatizzata, robotizzata e interconnessa – oggi la Cina è il più grande player digitale del mondo. Già prima del covid, la consapevolezza del pericolo cinese era diffusa tra le élite occidentali. Per questo, oggi gli USA vogliono tornare a essere il baricentro manifatturiero del mondo – a me pare impossibile nel breve/medio termine – e l’UE vuole diventare autonoma da un punto di vista industriale ed energetico. 

La transizione dall’oil and gas all’energia rinnovabile, per l’Europa, è proprio questa occasione. In sintesi, guerra e pandemia sono due potenti acceleratori del processo di decoupling: si accresce la distanza tra Est e Ovest, le catene del valore si accorciano sempre di più con il reshoring. E sempre più si delinea la fine dell’interdipendenza – questo è stata la globalizzazione per più di 20 anni – e la contrapposizione tra la piattaforma occidentale e quella asiatica. 

È questa, anche, una contrapposizione politica tra democrazie e autocrazie. In questo senso, mi paiono interessanti le parole di Tremonti: è la fine della globalizzazione che porta alla guerra perché la Russia sente finito il suo rapporto con l’Occidente, in particolare con l’Europa, e sceglie di avvicinarsi alla piattaforma cinese. Per questo, voleva l’Ucraina: Putin sa che il sottosuolo ucraino è ricchissimo di litio e Terre Rare, e sa che Kyiv si è accordata con Bruxelles proprio per lo sviluppo della filiera del litio e per la transizione energetica europea. Ma, in sintesi, la guerra in Ucraina è proprio il primo focolaio della Transizione energetica: che ne sarà di quei Paesi le cui economie dipendono dalle esportazioni di oil and gas? Perché questo è il caso della Russia che reagisce a quelle che per Putin sono le velleità di autonomia dell’Europa.

[…]

Il link per leggere l’intervista completa

Funerali di Stato di Arnaldo Forlani – Omelia di Monsignor Vincenzo Paglia

Signor Presidente della Repubblica, cari figli Alessandro, Luigi e Marco, cari nipoti e familiari, autorità, sorelle e fratelli tutti,
ci stringiamo oggi attorno ad Arnaldo Forlani per dargli il nostro ultimo saluto mentre lui compie il suo ultimo tratto che lo separa dalla Gerusalemme del cielo. Quante volte Arnaldo ha ascoltato questa pagina dell’Apocalisse! E, come credente, quei cieli nuovi e quella terra nuova li ha sempre avuti davanti, certo solo in visione, come meta della sua vita, ma anche della stessa azione politica. La visione della nuova Gerusalemme come destinazione di tutti i popoli, non riguarda solo la fine della storia: essa orienta già da ora l’azione del credente. Questa pagina biblica che ascoltiamo in questa celebrazione illumina non solo il senso della morte – quella di Arnaldo, la nostra, di tutti – come passaggio verso la destinazione della storia, appunto la Gerusalemme del cielo ove anche la morte sarà vinta per sempre. E questa luce illumina anche il buio di questo tempo segnato tragicamente da guerre, stragi, distruzioni, che lasciano spaesati e senza più visioni.
Ecco, vorrei ricordare Arnaldo Forlani proprio a partire di qui, ricordarlo come uomo di pace. Lo fu non solo da ministro degli Esteri – primo governante europeo a visitare una Cina ancora sconvolta dalla scomparsa di Mao – ma in tutta una lunga attività politica, attentissimo alle relazioni multilaterali, alla cooperazione internazionale e all’europeismo. Voleva che l’Europa portasse un proprio originale contributo per lo sviluppo e la pace nel mondo e fu anche, per un breve periodo, ministro per i rapporti con le Nazioni Unite. Tutto ciò aveva una radice profonda che affondava nel terreno della sua formazione giovanile nell’Azione Cattolica e nella Fuci. Ed appariva appassionata quando parlava di La Pira, un credente che ha sempre avuto nel cuore la visione finale della Gerusalemme del cielo: in lui – diceva – era “sempre presente il disegno biblico finalizzato alla pace e un nuovo ordine: le spade convertite in vomeri”.
Visioni come questa spingevano Arnaldo Forlani a dare un esempio di rigore, di serietà e di sobrietà. Non ci ha lasciato solo un’importante eredità politica, ha anche compiuto un’opera che resta nelle fibre profonde della società italiana. E’ bene dirlo: se l’Italia è diventata così diversa – in meglio – da come era nel 1945 è anche per la sua opera e per quella di tanti altri credenti e non impegnati con serietà a servire il Paese. Fin dalla giovinezza Arnaldo lo ha fatto, quando, ancora ventenne, negli anni della liberazione entrò nella clandestinità e partecipando alla resistenza. E ha continuato a servire con fedeltà il Paese. Fece suo il vecchio motto “giusto o sbagliato è il mio Paese”.
Sorelle e fratelli, oggi consegniamo nelle mani misericordiose di Dio un servitore della causa di questo Paese, addolorati, certo, ma sereni, come le Sante Scritture ci assicurano che “le anime dei giusti sono nelle mani di Dio e nessun tormento le toccherà” (Sal 3,1). Ed è bene ricordare che quanto Arnaldo ha fatto con passione e zelo per l’Italia – assieme a tanti altri – conta ancora, anzi suggerisce uno stile di vita. In una realtà conflittuale e polarizzata come quella in cui viviamo, appare forse più chiara l’importanza della sua opera costante per conciliare posizioni diverse, per avvicinare forze contrapposte, per tessere alleanze tra mondi anche culturalmente lontani. Tutto ciò che la buona politica avvicina, ricompone, collega, migliora la vita di una società e, al tempo stesso, fa accumulare a chi la promuove un tesoro prezioso che resta patrimonio comune.
Il Paese ha bisogno di visioni che uniscano.
Nella sua solida formazione cristiana Arnaldo ha trovato i motivi ispiratori del suo impegno politico che lui riassumeva in due parole: dovere e passione. Ci vogliono entrambi per far fruttare i talenti ricevuti, come lui ha fatto. Il senso del dovere, anzitutto. Il talento di cui parla il vangelo non è qualcosa di proprio ma, appunto, un dono che si riceve e la cui proprietà resta sempre di un Altro. E qui il senso cristiano dell’esistenza ha segnato con decisione la sua azione politica. E poi anche passione. Nell’impegno per la società c’è bisogno di creatività, di determinazione, di pazienza, di coraggio e di speranza. Si, dovere e passione, non spingono a seppellire i talenti sottoterra, come avviene quando li usiamo per noi stessi, ma spingono a investirli perché producano molti frutti per il bene degli altri, magari correndo qualche rischio personale, accettando rinunce e mettendo in conto anche sconfitte, croce compresa.
Ho conosciuto meglio Arnaldo Forlani quando si abbatté su di lui la tempesta giudiziaria. Di quei momenti ricordo la sua dignità, la mitezza ed anche l’equilibrio. Certo, in un mare di dolore e di sconcerto. Mi colpi la sua fiducia in Dio: si affidò alle sue mani, come il salmista: “anche se vado in una valle oscura non temo alcun male, perché tu sei con me” (Sal 23, 4). E sentiva forte l’amicizia della sua famiglia e degli amici. Molti hanno sottolineato l’inconsistenza delle accuse che gli sono state rivolte, e di certo non si è arricchito con il suo impegno pubblico. E neppure si è sottratto all’azione della magistratura rispettandone l’azione, interpretando, poi, tutto come un effetto amaro del clima devastante di quegli anni. Ma lui – così disse – volle bere “la cicuta fino in fondo”
Tutto ciò non intaccò, anzi rafforzò, la sua attenzione – ne fece uno stile umano e politico – a non indebolire le istituzioni sulle quali si fonda la convivenza civile e il bene di tutti. Il suo rispetto anche per chi aveva idee diverse dalle sue, è stato un contributo sostanziale allo sviluppo e al consolidamento della democrazia nel nostro Paese. Arnaldo ha sempre mostrato un grande senso delle istituzioni tutte le volte in cui è stato Presidente e vicepresidente del Consiglio o ministro. La sua sobrietà e il suo rigore si univano in lui a una viva sensibilità per i problemi sociali, più volte ne abbiamo parlato assieme, anche perché da giovane iniziò come sindacalista nella corrente cristiana nella CGL, allora unitaria. Era sempre attento agli effetti pesanti sulla vita di tante persone che avevano gli squilibri del sistema economico – come, in Italia, quelli tra città e campagna, tra Nord e Sud – e spesso i suoi discorsi rivelano una profonda sintonia con le encicliche sociali di Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II.
Arnaldo non si riconosceva nell’immagine di uomo di corrente. Era sì un uomo di partito, quando i partiti erano le forze vitali della democrazia italiana. E pensava che i partiti fossero chiamati a servire gli interessi non di una parte ma di tutti gli italiani. Uno dei motivi per cui ammirava tanto De Gasperi – me lo raccontò un giorno nei nostri colloqui – fu la commozione e la gratitudine che l’intero popolo italiano espresse per lo statista trentino mentre lo accompagnava nel suo ultimo viaggio da Trento a Roma. Lo scrisse anche: “è stato il momento di più intensa identificazione tra il nostro partito e l’Italia”. Il ruolo guida della De gli pareva una necessità, in presenza di un grande partito comunista in Italia. Era convinto che questo problema non potesse essere risolto con forzature, ma solo con “un lungo e difficile confronto” democratico: escludeva, perciò, la creazione di “un blocco d’ordine” che avrebbe lacerato in modo drammatico la società italiana e ha sempre contrastato l’uso politico della violenza da parte di gruppi con opposte matrici ideologiche.
E’ stato lui a coniare l’immagine del “potere discreto”, per indicare l’ideale di una limitazione del potere da parte anzitutto di chi lo esercita. Lo diceva anche per il suo partito: deve rispettare “anche nell’immagine una consuetudine di prudenza e di collegialità”. E, pur convinto dell’importanza dei partiti per la democrazia italiana, era però contrario alla concentrazione di tutto il potere nelle loro mani: fin dagli anni Sessanta, fu tra i primi a parlare di riforme istituzionali per correggere i limiti e le deformazioni del sistema politico, un problema di cui ancora oggi si continua a discutere, non sempre con il disinteresse e la lungimiranza di cui egli era capace.
Anche la sua uscita di scena – trent’anni fa; un’uscita totale e irrevocabile – è stata improntata all’ideale di un “potere discreto”. E° rimasto sempre fedele al partito in cui si è svolta la sua intera vicenda politica. Non ha condiviso le scelte di quanti, anche vicini a lui politicamente, hanno rotto quell’unità che per lui costituiva un bene superiore agli interessi personali: doveva sempre prevalere sulle divergenze di vedute e sui conflitti di potere, per ragioni più profonde di quelle solo politiche. Con la fine della Democrazia Cristiana, Forlani ha ritenuto definitivamente conclusa anche la sua esperienza politica, scegliendo un rigoroso riserbo.
Oggi, siamo in tanti attorno a lui, con la particolare solennità dei funerali di Stato, mentre si accinge a compiere l’ultimo tratto del suo pellegrinaggio verso la Gerusalemme del cielo. Lo circondiamo con l’onore dovuto ad un servitore dello Stato, con l’affetto che si ha per un amico e con la preghiera di chi crede in un Dio ch’è amore. Arnaldo troverà nel cielo le risposte che ha cercato lungo la sua vita, quelle alle domande suscitate dalle asprezze e dalle contraddizioni della politica e, soprattutto, troverà quelle risposte che riguardano il senso ultimo dell’esistenza umana e che la politica, da sola, non è in grado di dare. Troverà il. Suo Signore ad attenderlo. Ma ancor prima delle risposte sentirà il Signore che sull’ uscio gli dirà, come il Vangelo suggerisce: “Arnaldo, servo buono e fedele, prendi parte alla gioia del tuto padrone”. E ci piace immaginare l’amata moglie, Alma Maria, farsi avanti tra i tanti che lo aspettano per riabbracciarlo, e con lei i genitori la moglie e gli amici, numerosi, che gli fanno festa. E tu, caro Arnaldo, davanti a Dio ricordati di noi tutti, ricordati dell’Italia che hai amato e servito, ricordati dell’Europa e intercedi con insistenza perché venga presto la pace in Ucraina e perché tutti i popoli si incamminino verso quella fraternità universale che resta il sogno di Dio sul mondo. Amen.

Formiche | Il lascito politico di Forlani secondo l’analisi di Fioroni

[…] Difficile dire se prevalesse nel suo animo una dose di rassegnazione o di autocontrollo, magari l’una nasceva dall’altro e viceversa. Certo, non credeva alla immortalità della Dc. Con il solito glamour all’inglese, fece osservare in un Consiglio nazionale che millenni prima era finito anche l’impero degli Ittiti — figuriamoci, perciò, se non poteva finire il potere dei democristiani.

Sarebbe interessante capire quale nesso abbia congiunto la formazione giovanile, debitrice dell’ansia riformatrice del dossettismo, alla postura moderata del Forlani della maturità. Il suo percorso, a ben vedere, si snoda lungo il binomio di “conservazione e superamento” che caratterizzerà l’azione di Fanfani rispetto alla lezione di Dossetti. Eppure, anche rispetto all’attivismo di Fanfani l’usuale posatezza di Forlani appare fuori quadro. Ciò nondimeno, in contrasto con l’accusa di vaporosità rivolta al forlanismo, sta la costanza di un pensiero molto netto che ha colto nella dinamica storica della politica italiana la novità del centro-sinistra come esito del confronto tra cattolici e socialisti. Qui sta, a mio avviso, la continuità della politica forlaniana e qui anche il messaggio che lascia per il presente e per il futuro, giacché si tratta, in effetti, della continuità che nel variare delle scelte, sempre oggetto del conflitto che pervade e qualifica la democrazia, ha segnato il concetto di progresso e stabilità – tutt’e due i fattori insieme – nello svolgimento della politica del leader marchigiano.

Alla fine, se oggi volessimo interrogarci seriamente sul lascito politico di Forlani avremmo da compiere un salto all’indietro per farne due in avanti, nella sostanza cercando di capire come la cultura cattolico popolare e democratica, da un lato, e la cultura socialista dall’altro possano reincarnarsi in una nuova progettualità politica, con le necessarie condizioni di sostenibilità organizzativa. Da questo nucleo teorico, se definito con rigore e lungimiranza, può irradiare la complessa ideazione di una nuova politica di centro. È una sfida in cui possiamo ritrovare il gusto di Forlani per un avanzamento, ancorché prudente, sulla via del progresso civile del Paese.

 

Per leggere il testo completo dell’articolo

formiche.net/2023/07/forlani-politica-primo-centro-sinistra/

 

Unità dei Popolari, coraggio e intelligenza di fronte al cambio di epoca.

L’incontro di venerdì prossimo di Tempi nuovi – Popolari Uniti, che cade nella data evocativa di un cambio di epoca del passato, il 14 luglio, costituisce un’occasione importante per proseguire quel processo di ricomposizione del popolarismo in funzione della rinascita di un centro adeguato alle sfide poste dal cambiamento d’epoca in corso, che né la destra né la sinistra sembrano attrezzate ad affrontare. L’azione politica si esercita sempre nelle condizioni date. Quelle attuali registrano una pluralità di opinioni riguardo al tema dell’unità del Popolari. Cionondimeno la sfida dell’unità va lanciata in vista delle elezioni europee del prossimo anno. Neanche può costituire un alibi la constatazione che il panorama politico è ormai costituito da partiti del capo, partiti a gestione familiare o aziendale, o se va bene, da partiti gestiti da blindatissimi cerchi magici resi possibili dalla prassi di nomina dei parlamentari da parte dei leader di partito.

Lo stato dei partiti attuali dipende dalla personalizzazione della politica, che è stata introdotta negli anni novanta con le elezioni dirette di sindaci e presidenti negli enti locali, e con il maggioritario per le elezioni parlamentari.

Un lucidissimo Guido Bodrato già nel 1993 denunciava il fatto che tali riforme elettorali avrebbero portato ad una progressiva sostituzione delle gerarchie politiche con le gerarchie economiche. Eppure anche per i Popolari non c’è altra strada che passare attraverso l’attuale frammentazione e personalizzazione della politica per perseguire lo scopo di ricostruire un grande partito di centro, culturalmente plurale tra culture politiche compatibili, dotato di democrazia interna effettiva, e dunque anche contendibile. Una presenza da rilanciare con l’organizzazione unita ad una costante capacità di elaborazione politica. Più che agli organigrammi è tempo di pensare alle idee e a come farle circolare. Più che del manuale Cencelli si avverte  la necessità dello spirito del Codice di Camaldoli, al cui 80° anniversario la Fondazione Donat-Cattin ha dedicato un recente convegno di approfondimento.

Serve la consapevolezza nei gruppi dirigenti che ora, come 80 anni fa, si devono fissare a un livello ulteriore di progresso e di civiltà gli orientamenti fondamentali che regolano la vita dello stato, il rapporto fra stato e cittadino e fra stato ed economia. Perché il cambio d’epoca che stiamo vivendo, il passaggio da una secolare egemonia occidentale a un mondo multipolare (se non verrà contrastato da quanti hanno interesse a farlo, facendo  deliberatamente evolvere il conflitto ucraino verso una dimensione mondiale), in ultima analisi implica un cambio di gerarchie nel mondo occidentale. Un cambio che la tradizione popolare e cattolico-democratica non solo fa meno fatica di altre ad accettare (mentre la sinistra appare incapace di uscire dalla propria subalternità all’ancien régime), ma sente, per più di un aspetto, come proprio.

Si parla molto, a ragione, della straordinaria attualità del modello di relazioni internazionali inaugurato da Enrico Mattei, quasi un fautore ante litteram dello spirito che anima i BRICS, e altrettanto avviene all’alba dei tempi nuovi in arrivo, riguardo al modello economico delle partecipazioni statali, dell’economia mista di mercato, in cui lo stato che rappresenta gli interessi di tutti, è il soggetto che ha l’ultima parola e non la finanza privata internazionale. È il modello che nella sostanza, pur nelle diversità nazionali e di regimi, si sta affermando nella maggior parte dei Paesi extra occidentali, e appare destinato a divenire il nuovo standard globale, creando i presupposti per una generale e strutturale riduzione delle disuguaglianze. 

Per tali ragioni si avverte il bisogno di un nuovo e fecondo popolarismo, che esprime una visione di futuro, consapevole del proprio ruolo nel centro, per animare con la forza delle idee e del dialogo la politica italiana e per riannodarla alle attese e alle domande dei ceti medi e popolari e in tal modo nutrendo la democrazia di nuova linfa di partecipazione.

I padri, i figli e la polemica politica.

Periodicamente, purtroppo, irrompe nella storia politica italiana – e non solo italiana, come ovvio – il rapporto tra padri e figli. O meglio, tra padri impegnati in politica a vari livelli e alcuni comportamenti dei figli. Apparentemente una non notizia per un semplice motivo: perchè le colpe dei padri non possono ricadere mai sui figli e le colpe dei figli, a sua volta, non possono ricadere mai sui padri. 

Eppure le cronache del passato, e di periodi più recenti, ci consegnano uno spettacolo molto diverso e più ingarbugliato. Ovvero, di norma alcuni atteggiamenti e comportamenti dei figli ricadono drasticamente sull’impegno e sul percorso politico dei padri. Nel caso specifico, dei padri che hanno ruoli istituzionali o politici rilevanti. I casi, più o meno famosi, li conosciamo tutti. In questi giorni gli organi di informazione e alcuni talk televisivi lo ricordano in modo più o meno strumentale, ma lo ricordano comunque e puntualmente.

Ora, noi cattolici democratici e popolari non siamo storicamente e culturalmente né moralisti, né giustizialisti, né manettari e non distribuiamo, usualmente, pagelle di onestà e di trasparenza a destra e a manca. Un compito, questo, svolto egregiamente dai populisti contemporanei e da tutti coloro che hanno una concezione politica ed ideale riconducibile alla cosiddetta “superiorità morale” nei confronti degli avversari/nemici. Al riguardo, tutti sappiamo chi storicamente si è fatto, e si fa, portatore ed interprete di quella sub cultura nella cittadella politica italiana. Ma, per fermarsi ad un dato generale e senza interferire nei singoli casi specifici, c’è un passaggio nella storia politica italiana che non può – almeno a mio giudizio e di quello di molti di noi – non essere richiamato ed evidenziato anche in questo frangente. 

Mi riferisco, nello specifico, al “caso Donat-Cattin” che scosse e condizionò profondamente la politica italiana agli inizi degli anni ‘80. Tutti conoscono i particolari e non è affatto il caso, come ovvio, di soffermarsi morbosamente su di essi. Quello che va evidenziato, semmai, e come ha giustamente ricordato Rosy Bindi durante un talk di La 7 alcuni giorni fa parlando appunto del rapporto tra padri e figli, con le inevitabili ricadute politiche, è la compostezza e la serietà dell’atteggiamento manifestati dall’allora leader storico della sinistra Dc di Forze Nuove Carlo Donat-Cattin non soltanto durante quelle settimane drammatiche dei primi mesi del 1980, ma anche e soprattutto negli anni successivi. 

Nessuna indulgenza, nessuna corsia preferenziale, nessuna giustificazione, ma sempre e solo fiducia nello stato di diritto. Il tutto all’insegna della trasparenza, della profonda distinzione dei piani e della correttezza dell’agire politico. Un atteggiamento, quello di Carlo Donat-Cattin, al netto di una sofferenza atroce ma conservata nella sfera intima della coscienza e nell’alveo del recinto famigliare, che gli ha permesso di continuare da protagonista la sua battaglia politica da leader indomito e coraggioso che è sempre stato.

Ecco perchè, senza cadere nel moralismo, nel populismo e nella becera propaganda, anche nella politica italiana ci sono dei momenti drammatici che possono, e devono, essere vissuti all’insegna della coerenza, del coraggio, della trasparenza e del rispetto umano e politico. Al netto, come ovvio, della sofferenza interiore dove nessuno, ma proprio nessuno, ha il potere e il diritto di interferire e di giudicare.

Documento | A San Ginesio nasceva la stella di Forlani leader della Dc.

Il convegno si tenne nel piccolo centro delle Marche il 29 settembre del 1969. Doveva affrontare il tema della finanza territoriale in vista della creazione delle Regioni, ma suscitò interesse e clamore per la formulazione di una proposta politica, allegata virtualmente al cosiddetto “Patto di San Ginesio”, tesa a sollecitare l’uscita della Dc dall’immobilismo e a promuovere su basi nuove il rilancio del centro-sinistra.

I protagonisti furono due, Forlani e De Mita, di lì a poco (9 novembre) investiti della responsabilità di guida del partito, l’uno come segretario e l’altro come vice. Ciò avvenne per una rapida consunzione del quadro che aveva visto solo alcuni mesi prima l’ascesa di Flaminio Piccoli al vertice di Piazza del Gesù. Nel frattempo era avvenuta la scissione del Partito socialista e le rivendicazioni sindacali – il 1969 fu l’anno dell’autunno caldo – esigevano forti risposte politiche e di governo.  

Si disse che il Patto fosse diretto ad accantonare i due “cavalli di razza” della Dc, vale a dire Moro e Fanfani, ma sostanzialmente mise in difficoltà soprattuto Moro. Il quale, come è noto, reagì con durezza contestando i limiti di un rinnovamento incentrato sul ricambio generazionale.    

Il discorso che Forlani tenne a San Ginesio fu riportato il giorno dopo da “Il Popolo” (30 settembre), sia pure soltanto in sintesi e nel contesto di una cronaca, in seconda pagina, sui lavori del convegno. È evidente la stringatezza delle argomentazioni, sebbene possa leggersi tra le righe il senso di un disegno generale. Forlani pone con chiarezza l’esigenza di “modernizzazione” del partito,  sottolineando la funzione centrale della iniziativa della Dc. Con questo intervento, raccolto brevemente dall’organo ufficiale di partito e rilanciato fortemente dai principali quotidiani, inizia la stagione di Forlani come leader di partito.

(L. D.)

 

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L’intervento di Arnaldo Forlani

L’attuazione dell’ordinamento regionale può essere l’occasione decisiva della crisi dello Stato o della sua evoluzione in termini moderni e funzionali. Con la scssione socialista è certo che ricadrà sempre più sulla Dc il compito di fare i conti alla periferia con il Partito comunista in un modo o nell’altro. Di fronte a questa realtà la preoccupazione del segretario politico della Dc ed il suo invito ad uscire dalle incertezze ambigue e dagli assetti provvisori nella vita del nostro partito rispondono ad una diffusa esigenza che deve essere tradotta con energia e con decisione nei fatti. 

La Dc deve tornare a comprendere che il compito di una forza politica non è solo quello di dedicarsi allo studio continuo delle formule, ma di trasformare il consenso che raccoglie in fatti, scelte e decisioni. È importante stabilire ed avere chiaro con quali forze certe cose devono essere fatte, come è altrettanto importante la continuità dell’azione che per un partito come il nostro ha uno spazio necessario e obbligato anche quando le formule entrano in crisi.

Per uscire dallo stato di provvisorietà e di incertezza occorre modificare il sistema permettendo alle maggioranze di governare assumendone la responsabilità.  Non si può uscire dalla crisi senza una vigorosa iniziativa politica che ricostruisca l’orgoglio e l’efficacia della Dc come forza centrale e sicura dello schieramento democratico. Non si può andare alle Regioni senza che la Dc intraprenda una iniziativa politica nuova, che cominci con lo spezzare le proprie strutture interne fondate sulla cristallizzazione delle correnti. È in esse che alberga ormai in modo più evidente quello spirito di conservazione che sacrifica ogni spinta creativa e rinuncia al rischio che ogni scelta comporta per salvare staticamente e ad ogni costo le varie fette di potere; è qui che ormai si forma la classe dirigente attraverso una selezione che finirà per il suo carattere appunto “conservatore” e chiuso per sbarrare la strada a chi non ispiri la propria azione all’esigenze settarie e spregiudicate del gruppo.

Alcuni di noi hanno fatto il possibile in questi mesi per consentire che attraverso le correnti si articolasse meglio la vita del partito e si garantisse comunque al suo interno la capacità di direzione. Ora però è venuto il momento di operare una profonda trasformazione che deve partire da qui se vuole poi tradursi in un fatto di costume più generale che comprende i modi di far politica, i metodi di direzione, il rapporto con la società e le altre forze. Ad un’iniziativa che partisse concretamente da queste esigenze e fosse accompagnata dall’indicazione chiara di una linea politica non statica ma di sviluppo e rinnovata sulla base di una serie critica delle ragioni che hanno portato all’attuale crisi il centro-sinistra, io sono certo che risponderebbe un consenso largo ed impegnativo capace di rompere gli schemi attuali delle correnti e di costituire la piattaforma adeguata per una coerente e robusta maggioranza.

La Voce del Popolo | L’andirivieni dei conduttori televisivi

Il passaggio di Bianca Berlinguer dalla Rai a Mediaset suona come un cambio di stagione. Un doppio cambio, se così si può dire. La figlia del segretario del Pci che lavora nella tv di Berlusconi. E i figli del Cav. che si dispongono a un inedito gioco a tutto campo. 

Ora, all’origine dell’andirivieni dei conduttori televisivi vi sono molti fattori, e non tutti hanno significato politico. Ma è evidente che tutti questi movimenti annunciano un’evoluzione nel rapporto tra il racconto televisivo e il discorso pubblico. Nel senso di rendere assai meno rilevante, e assai meno sicura, quella narrazione politica a cui i partiti sono sempre assai sensibili e che ora invece sembra sfuggire loro di mano. 

L’occupazione delle caselle di viale Mazzini è sempre stata il sismografo più accurato dei movimenti politici ed elettorali. E la lunga pratica della lottizzazione si è sempre proposta come la conseguenza pressoché inesorabile dei rapporti di forza scaturiti dalle elezioni. Cosa che può scandalizzare o essere invece catalogata alla voce normalità politica. Sia pure una normalità non così commendevole. 

Il punto però è che questo sistema non funziona più come una volta. E forse anche in passato funzionava in modi me- no inesorabili di come eravamo abituati a pensare. Fatto sta che il telespettatore un po’ subisce il racconto televisivo. E un po’ finisce per interpretarlo a modo suo, traendone le conclusioni meno prevedibili. 

C’è insomma in quel racconto una libertà che va molto oltre le prescrizioni del potere. Così da rendere vana la prassi della lottizzazione a cui tutti ci siamo dedicati con fortune più che alterne.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 6 luglio 2023

[Articolo qui e riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

In Europa serve prima delle alleanze una strategia

“Maggioranza Ursula” o “maggioranza Giorgia” in Europa? La proposta di Salvini di una alleanza simile a quella che sostiene il governo Meloni, per il governo delle istituzioni europee appare non solo da respingere sul piano politico ma anche fuorviante nel metodo. Perché se è vero che fa parte della dialettica politica usare le questioni internazionali in funzione della politica interna, è altrettanto vero che un dibattito che si limitasse ad affrontare la scadenza delle elezioni europee del prossimo anno solo in termini di giochi di alleanze, finirebbe per interessare i soli addetti ai lavori e risulterebbe inadeguato rispetto ai nodi che l’Europa ha da sciogliere, decisivi per il proprio futuro.

Per questo, mentre la proposta del segretario della Lega merita di rivere un chiaro “no” dal centro che si riconosce nel Ppe e nelle altre famiglie politiche alternative alla destra estrema, questo “no” dev’essere accompagnato da una visione del futuro dell’Europa e da proposte che tolgano argomenti al voto di protesta (e alla forte astensione). Altrimenti ci si limiterebbe a una conventio ad excludendum con il rischio addirittura di fare aumentare il consenso alle forze da escludere.

Il ruolo dei Popolari, a mio avviso, dovrebbe caratterizzarsi nel dare un contributo per portare il centro ad affrontare alla radice i problemi dell’Europa. Problemi che si possono ricondurre a due temi di fondo. Uno riguarda la tenuta del sistema economico e sociale in prospettiva, l’altro il ruolo nel mondo. Il sistema economico europeo si trova a dover affrontare almeno tre grandi sfide insieme: l’instabilità finanziaria globale che limita le scelte di politica monetaria, mettendole in conflitto con lo sviluppo.

La necessità di impegnarsi nel sostegno all’Ucraina, fino alla sua vittoria, affrontando ciò che questo implica: fine dell’energia a basso costo per l’industria tedesca, aumento delle spese per la difesa, inflazione da guerra che s’aggiunge alle altre cause. La questione ambientale, dove l’opzione della neutralità tecnologica rispetto ai sistemi che promettono un minore impatto ambientale, si sta imponendo alla prova delle prestazioni offerte da alcuni fra questi sistemi che hanno ricevuto molti incentivi senza produrre i risultati attesi. Il tutto in un contesto in cui l’alta inflazione con crescita economica debole o assente, rende i ceti popolari più poveri, ponendo interrogativi crescenti sull’impatto sociale dei suddetti fenomeni.

Le risposte si devono trovare, tenendo conto del fatto che per effetto della guerra l’Unione Europea sembra esser passata dalla guida tedesca alla guida Nato, quasi come negli anni novanta quando le preoccupazioni per l’allargamento dell’alleanza militare finirono per condizionare i tempi dell’allargamento dell’Ue.

In questa prospettiva credo emerga abbastanza chiaramente che la soluzione a molti e fondamentali problemi interni dell’Ue passa dalla capacità dell’Europa di discutere il proprio ruolo nel mondo multipolare che sta nascendo. Innanzitutto con i nostri alleati anglosassoni (a cui riconosciamo la guida dell’Occidente, i soli, gli Stati Uniti, che possono prendere le decisioni cruciali riguardo al futuro dell’Europa e delle quali l’Europa ha un gran bisogno), nelle istituzioni comuni, nel rapporti bilaterali, spiegando loro che anche il punto – i punti – di vista europeo -continental- mediterraneo conta e che prima o poi potrebbe emergere anche un limite oggettivo di sostenibilità sociale ed economica nell’anteporre gli interessi dell’alleanza atlantica a quelli europei, nonostante l’impegno profuso per assicurarlo. Occorre adoperarsi per un’Europa capace di persuadere gli Alleati che serve un cambio di strategia nell’alleanza atlantica.

Tutta la strategia, intrapresa negli ultimi trent’anni, di avanzamento per via militare delle posizioni occidentali nel Medio Oriente e nell’Asia sud-occidentale non ha dato i risultati attesi: anche Iraq e Afghanistan si stanno integrando nel sistema asiatico anziché in quello occidentale. Questa oggettiva constatazione suffraga la tesi che l’affermarsi dell’Eurasia come la più grande area di interscambio culturale ed economico del mondo appare inarrestabile. Le guerre, passate e presenti, risultano perdenti rispetto allo scopo di impedire all’Europa di essere coinvolta in un’integrazione euroasiatica che non è affatto sinonimo di predominio cinese quanto piuttosto banco di prova per nuove infrastrutture plurali, non a senso unico, dove i grandi attori (l’Occidente, la Cina, la Russia, l’India e il resto dell’Asia meridionale e indo-pacifica) possono cimentarsi in una concorrenza pacifica.

La condizione per risolvere le questioni interne dell’Ue è che essa sappia, e decida di, presentarsi in modo rassicurante agli Stati Uniti come ponte verso l’Asia, anziché come muro e baluardo a presidio di una anacronistica e non più possibile divisione di mondi.

E più in generale che l’Ue definisca un proprio ruolo in un mondo multipolare dove tutti gli stati sono alla ricerca di accordi e collaborazioni internazionali per realizzare gli obiettivi dell’Agenda ONU per lo sviluppo sostenibile e per rafforzare il proprio sistema sociale ed economico. Bisogna recuperare il ritardo accumulato. A cominciare dal bacino mediterraneo, dove il problema principale non può esser considerato il controllo dell’immigrazione ma l’insufficiente coinvolgimento della sponda Sud. Occorrerà pur domandarsi come mai quasi tutti i Paesi mediterranei non europei stiano guardando più ai BRICS che all’Ue, eccetto che verso alcuni Paesi membri come l’Italia.

Saranno la forza e l’adeguatezza dei programmi, il coraggio del cambiamento a sancire i confini della nuova maggioranza che governerà l’Europa sulla base del prossimo voto per il parlamento europeo più che mere formule di alleanze necessarie ma da sole insufficienti a garantire le politiche e la strategia di cui l’Europa necessita

La magistratura tra impunità e giustizialismo

Lo possiamo dire senza la preoccupazione di essere smentiti? Siamo alle solite. E cioè, puntualmente, scende il campo la cosiddetta “magistratura militante” e, altrettanto puntualmente, scatta il meccanismo del garantismo dei vari partiti per i propri amici e del più feroce giustizialismo da applicare nei confortanti dei propri avversari/nemici. Certo, il clichè ripropone uno scontro politico e culturale identico da oltre  trent’anni, da quando cioè la furia giustizialista di tangentopoli ha distrutto tutti i partiti di centro sinistra salvaguardando solo gli eredi del vecchio Pci, cioè il Pds. Ma questa è storia passata. Purtroppo, però, lo schema di fondo non cambia. Da un lato il campo della sinistra post comunista nelle sue multiformi espressioni e il vasto mondo dei populisti raccolti attorno ai 5 Stelle; dall’altro l’area della destra che, nel caso specifico, risente dell’approccio berlusconiano e di tutto ciò che l’ha storicamente contraddistinto. 

 

In mezzo resiste il Centro, presente o in modo autonomo – ma ancora troppo debole per essere realmente un interlocutore – o con alcuni spezzoni nel campo del centro destra, ma con una voce troppo flebile per poter incidere. Comunque sia, non è cambiato nulla e assistiamo, per l’ennesima volta, alla solita liturgia. E cioè, da un lato il vasto mondo populista supportato dalla sinistra – ovvero partiti, movimenti, conduttori televisivi, organi di informazione, opinion leader, gruppi editoriali e la sempreverde società civile – che perseguono tenacemente l’obiettivo della “spallata giudiziaria” alla maggioranza politica sgradita di volta in volta e, dall’altro, il blocco del centro destra che respinge qualsiasi accusa lanciando i propri strali contro i settori, peraltro ben presenti, della magistratura politicizzata individuata come l’artefice dei vari complotti che sarebbero pianificati per ribaltare la situazione politica complessiva.

 

Ecco, è proprio all’interno di questo quadro che emerge in modo quasi plastico l’assenza di un settore sella politica. Ovvero, di quell’area politica e culturale che si potrebbe riassumere come la componente di centro capace di declinare una “politica di centro” che respinge la deriva delle opposte tifoserie da un lato e che non persegue, dall’altro, l’obiettivo della delegittimazione morale dell’avversario/nemico e poi del suo annientamento politico. Un luogo politico, ancora, che non vede nella magistratura il nemico da cui ripararsi e difendersi ma che, al contempo, non si fa piegare di fronte alla sua potenziale prepotenza e ai suoi condizionamenti più o meno diretti.

 

Ma per poter centrare questo obiettivo è indispensabile innanzitutto avere un luogo politico centrale e centrista che pesi nelle dinamiche politiche del nostro paese. E, dall’altro, che abbia il coraggio di far emergere il ruolo, la funzione e la valenza della politica senza inutili attacchi frontali rivolti alla magistratura o, al contrario, limitarsi alle genuflessioni acritiche e passive.

 

Senza questo soprassalto di orgoglio e senza questa rinnovata assunzione di responsabilità politica e culturale – accompagnata anche da un forte e visibile coraggio civico – assisteremo ancora a lungo a questo triste spettacolo, frutto di un derby che è destinato a caratterizzare e a condizionare le sorti del nostro sistema politico. Insomma, o ritorna la politica a tutto tondo oppure saranno altri poteri a condizionare, ancora una volta, il destino e le sorti della politica, della democrazia e delle stesse istituzioni democratiche.

Italia Informa | La rivoluzione delle auto elettriche.

L’evoluzione del settore automobilistico dà torto alla tesi che il capitalismo manifatturiero si sarebbe esaurito, aprendo all’economia dei servizi tutto il mercato. Si è aperto, invece, un nuovo ciclo tecnologico ed economico, dove l’industria tedesca è prevedibilmente il leader della fabbrica intelligente in Europa. L’imprenditoria europea si trova a gestire una fase in cui necessitano elevati investimenti in R&S, in particolare nel campo delle batterie al litio. 

 

È realistico pensare che la nuova tecnologia “elettrica” cambierà l’attuale struttura dell’industria dell’auto a favore dei soggetti che saranno in grado di fare massicci investimenti nelle nuove tecnologie digitali, ad iniziare dall’intelligenza artificiale. Tuttavia, perchè ciò avvenga è indispensabile sciogliere il nodo dell’evoluzione della rete elettrica, al servizio della ricarica delle auto. Le “utilities” elettriche dovranno realizzare programmi di investimenti finalizzati a rispondere positivamente alla nuova domanda di elettricità, che avrà una diffusione territoriale molto articolata e orari di utilizzo molto diversi dagli attuali. Il settore elettrico è ora caratterizzato da poche grandi centrali, secondo logiche di gestione centralizzata. Invece, l’auto elettrica richiede generatori-distributori in numero elevato e di piccole dimensioni diffusi su tutto il territorio. Un radicale cambiamento impiantistico e gestionale rispetto al presente.

 

Altra importante innovazione riguarda la componentistica digitale per auto. Mentre, negli ultimi decenni, i costruttori di automobili sono sensibilmente diminuiti, al contrario i produttori di componenti sono cresciuti, anche per effetto degli investimenti fatti dalle piccole e medie imprese del settore. Infatti, la filosofia di questo comparto produttivo è l’applicazione con intensità delle tecnologie più avanzate ottenendo prodotti rivoluzionari.

 

E l’industria italiana dove sta andando? Lo scenario europeo non è favorevole all’Italia, la cui industria appare fragile. La fusione tra Fca e Psa, che ha dato origine a Stellantis, non sembra favorevole al nostro Paese: l’asse della gestione si è decisamente spostata a Parigi. La fragilità del sistema produttivo italiano è accentuata dalla cessione ai Giapponesi della “Magneti Marelli”, un’eccellenza della componentistica digitale, cessione che indebolisce in misura sensibile il patrimonio tecnologico dell’industria automobilistica italiana. Sul piano manifatturiero, nel 2023, gli stabilimenti di Mirafiori e di Cassino evidenziano un ridimensionamento della produzione; a Pomigliano d’Arco e a Melfi è scattata la Cassa integrazione guadagni (CIG): il rischio di una perdita di posti di lavoro è realistica.

 

Viene spontaneo porre la domanda: per l’industria dell’auto quale politica vuole perseguire il Governo italiano? I fondi del Pnrr ignorano le nuove tecnologie digitali dell’auto?

[Fonte: Italia Informa – Titolo originale: Auto elettrica]

Con Forlani scompare l’interprete più raffinato della Dc come partito della nazione

Chi era Forlani? Un moderato atipico. Nella Dc esercitò un ruolo fondamentale senza mai allontanarsi da una linea di equilibrio e compostezza. Uomo di grande intelligenza politica, nascondeva dietro l’inclinazione al dialogo una scelta interiore di piena e rigorosa aderenza ai valori della Dc. Difficile non riconoscere la sua originalità di visione. In genere, stando al sentimento comune, la moderazione si confonde con la mancanza di profondi convincimenti. In lui era vero il contrario: la fermezza su alcuni principi si traduceva in responsabilità di parole e di gesti, per un “dover essere” naturalmente centrista che rispondeva alla necessità di tenere insieme interessi e aspirazioni di natura democratica e popolare.

Aveva maturato le scelte di vita politica seguendo da giovane, nella sua Pesaro, l’esperienza pur breve e tormentata di Giuseppe Dossetti. Qui sta, in effetti, la radice profonda del suo carattere atipico di moderato. L’inclinazione della maturità, per la quale valeva il servizio  al concetto della Dc come partito della nazione, non cancellava il debito verso il discorso sul metodo – in opposizione al pragmatismo – veicolato dal dossettismo come cifra della “reformatio” cristiana. Forlani non avrà cura di spiegare la continuità di un un percorso ideale e politico, dovendo semmai misurarsi nel tempo con l’interpretazione che Fanfani avrebbe imposto a riguardo della lezione di Dossetti, cadendo nell’integralismo. Un pericolo estraneo alla parabola forlaniana.

Giova ricordare che al congresso di Firenze del 1959, schierato con Fanfani nella battaglia contro i dorotei e quindi, in quel passaggio, contro la segreteria Moro voluta da Segni, il capo dei dorotei, Forlani avrebbe rivendicato la forza modernizzatrice della Dc. Toni e contenuti stridono con l’abituale descrizione di leader democristiano da sempre consegnato al ruolo di pompiere. “La Democrazia Cristiana – diceva in quel congresso – è un partito di cattolici, ma questo non è un elemento esclusivo della sua unità in quanto essa è un partito moderno, democratico, interclassista, ispirato ai principi della dottrina sociale cristiana. […] A tal fine l’impegno del Partito, ammaestrato anche dalle dure esperienze del passato, deve essere diretto a salvaguardare le proprie genuine caratteristiche contenute nella formula prospettata da De Gasperi secondo cui la Dc è un partito di centro che marcia verso sinistra”. 

Si dirà che Forlani ha poi deviato da questa posizione di apertura al centro di tipo degasperiano. E lo si dirà perché questa storia imbevuta di attualità non lascia spazio a una ricerca più serena, lontana da turbolenze e passioni ancora non spente. In fondo, anche nel farsi tutore dell’equilibrio con Craxi negli anni del pentapartito, doveva operare nel suo pensiero l’ancoraggio all’alleanza strategica tra cattolici e socialisti costruita con il primo centro-sinistra. Il retaggio del forlanismo, se così possiamo dire, non sta nel cursus honorum in cui si rispecchia la fisionomia del servitore delle istituzioni, chiamato a un certo punto anche alla guida del governo; ma sta nella fiducia riposta nella politica di convergenza tra democratici di diversa ispirazione, dentro la logica che incontra, guarda caso, l’esempio fondamentale di De Gasperi. A Forlani, in conclusione, si deve riconoscere la fedeltà a un criterio direttivo per il quale il centro non è un ingombro, ma un elemento propulsivo della vita democratica del Paese. Oggi non meno di ieri.

Popolari, finalmente parte la ricomposizione politica.

Con l’iniziativa di “Tempi nuovi-Popolari uniti” parte finalmente il progresso di ricomposizione politica ed organizzativa dell’area popolare e cattolico sociale nel nostro paese. Un processo che langue da troppo tempo e che adesso necessita di un vero salto di qualità. Anche, e soprattutto, alla luce delle novità politiche e culturali che stanno caratterizzando il panorama pubblico del nostro paese. Perché se è vero, com’è vero, che ci troviamo di fronte ad una ricomposizione del campo delle sinistre – quella radicale e massimalista della Schlein, quella populista e “per caso” di Conte e di Grillo e quella ideologica ed estremista di Fratoianni e Bonelli – è pur vero che anche nel campo della destra registriamo una forte novità rispetto al passato. E cioè, rispetto alla geografia politica della destra prima del voto del 25 settembre scorso.

Ora, è di tutta evidenza che di fronte alla persistente difficoltà di riorganizzare un’area centrale e centrista nel nostro paese dopo il fallimento dell’ex terzo polo, la spinta che può arrivare da un filone di pensiero e da una cultura che storicamente hanno giocato un ruolo imprentante e decisivo nelle dinamiche politiche del nostro paese, non può che essere un fatto positivo ed incoraggiante. E questo per la semplice ragione che la presenza dei cattolici democratici e popolari nei partiti e nei rispettivi schieramenti è oggi del tutto pleonastica per non dire ornamentale. Cioè politicamente e culturalmente sterile ed improduttiva. E una cultura come quella del cattolicesimo popolare e sociale, per la storia concreta della nostra vicenda democratica, non può ridursi ad avere un ruolo ancillare. Una sorta, cioè, di presenza testimoniale e del tutto personale nel campo della destra e una banale riedizione dei “cattolici indipendenti” nel campo della sinistra. Ruoli che, come ovvio, sono del tutto estranei ed esterni alla grande, nobile e qualificata storia dei cattolici impegnati in politica.

Ma, pur senza assecondare alcuna regressione nostalgica, è indubbio che la ricomposizione politica ed organizzativa dell’area Popolare, seppur nel rigoroso rispetto del pluralismo che attraversa anche questo mondo, può rappresentare un sussulto di maggior responsabilità e di protagonismo di una cultura che ormai da troppi anni è sostanzialmente ai margini della politica italiana.

E l’iniziativa di venerdì 14 luglio a Roma promossa dall’Associazione “Tempi Nuovi-Popolari Uniti” e coordinata da Beppe Fioroni può rappresentare un primo passo per ridare slancio, vigore e vivacità ad un pensiero politico che, malgrado tutto, ha conservato una straordinaria modernità ed attualità nella cittadella politica italiana. Una iniziativa aperta a tutti, come ovvio, per la semplice ragione che inizia un processo costituente per favorire una libera e disinteressata ricomposizione di un’area culturale oggi pericolosamente ai margini – se non del tutto assente – di qualsiasi partito o schieramento politico.

Una iniziativa che non può più essere rinviata o sospesa. Pena diventare complici della nostra irrilevanza politica, culturale ed organizzativa.

Politica Insieme | Popolarismo e sovranismo in Europa non sono conciliabili

[…] La pandemia da Covid, la guerra in Ucraina e i grandi sconvolgimenti geopolitici in atto, che partono, ma che non riguardano solo il tema energetico, a dispetto delle grandi grida sulla fine dell’Unione europea, hanno dato la stura ad alcuni accenni, per quanto timidi, sulla possibilità che l’Europa ritrovi almeno in parte i valori e lo spirito fondante. Così abbiamo assistito ad un impetuoso sforzo comune per contrastare la pandemia e rispondere al suo derivato economico. Lo stesso è valso, e vale, nel contrasto alla guerra d’invasione voluta dalla Russia in Ucraina. Certo, non è ancora il processo di coesione che sarebbe necessario per portare l’Europa al pieno titolo che meriterebbe all’interno e nel mondo, ma in qualche modo siamo anche un po’ più distanti dall’Europa che infierì sulla Grecia 12 anni fa.

Una parte del popolarismo europeo, coincidente con quello che di più ha inseguito, per interessi nazionali, oltre che ideologici, parole d’ordine come quelle della “austerità” o della “frugalità” resta convinto della necessità di saldarsi con il conservatorismo dei giorni d’oggi. Tutt’altro che moderato come ci farebbe pensare un termine che, però, eravamo adusi collegare alle vecchie figure dei pensatori e dei politici liberali di fine ‘800 e del ‘900. Si tratta, infatti, di un’area arrembante che emerge nell’ottica dei nazionalismi più arretrati e più sordi ad ogni autentico cambiamento. In campo istituzionale, la scelta non è certo quella di una cristallina partecipazione dal basso, a meno che non sia concepita come populismo. In campo economico, crea ulteriori divisioni geografiche e sociali. In campo ambientale, la scelta continua ad essere quella della ripresa dell’uso dei combustibili fossili e si guarda con sospetto e timore ad ogni ipotesi di “transizione” e di “trasformazione”.

È evidente, ce  lo sta dicendo in queste ora anche tutta la discussione tra i sovranisti nostrani, come tutto ciò cozzi con tutta del popolarismo che, invece, vuole più solidarismo, più partecipazione autentica del popolo ( quello vero, fatto da persone e non da masse indistinte), ai processi democratici. Un popolarismo che accetta la sfida posta oggi dalle condizioni del Pianeta su cui viviamo, dalle difficoltà oggettive in cui versa il processo lungo il percorso europeo, e il passaggio verso nuove forme di produzione, offerte di servizi e di organizzazione del lavoro.

È la mancata comprensione di tutto ciò che sta alla base della vulgata circolata nelle scorse settimane sulla possibilità che l’Europa, alla fine letta con i soli occhiali della polemicuccia o l’autoesaltazione italiana, possa essere disegnata da un accordo tra quelli che, al momento, in Italia hanno vinto elezioni a cui ha partecipato meno della metà degli aventi diritto al voto e i loro alleati che, escluso in Ungheria e Polonia, sono una minoranza in tutti gli altri paesi europei. E questo spiega i giorni di grande confusione, di sostanza e di immagine, in cui sono finiti i nostri della destra italiana […].

Nella corrispondenza di don Milani l’idea della elevazione civile degli infelici.

[…]

La ricerca della giustizia non può essere rinviata, nota Milani in questa corrispondenza, l’interclassismo è una «pia illusione», la scuola somiglia a un «tribunale», in cui gli studenti sono mossi soltanto dal desiderio di essere promossi alla classe successiva e non di imparare e in cui i professori giudicano e bocciano, ma non istruiscono. Questo non significa che la carriera scolastica non debba essere faticosa, al contrario. In una lettera del 14 luglio 1958 a don Raffaele Bensi — figura decisiva per il suo percorso esistenziale e religioso — Milani ribadisce che la scuola deve richiedere lo stesso impegno a cui sono costretti coloro che sono impiegati nelle campagne: «Il poter studiare non è un sacrificio, è una grazia e va pagata cara, più cara del costo del lavoro nei campi. Se no la scuola è corruttrice e sforna bellimbusti pretenziosi e viziati». Se i ricchi vengono severamente rimbrottati e censurati per i loro comportamenti, se il progresso e i suoi miti sono rifiutati senza appello, non vi è però neppure alcuna indulgenza verso i poveri né alcuna aspirazione al ritorno a una immaginaria età dell’oro: «Quasi a ogni colpa degli oppressori corrisponde una colpa degli oppressi», si legge in una lettera scritta nel marzo 1964 al maestro Mario Lodi della scuola di Vho di Piadena. Un testo composto insieme ai ragazzi della scuola di Barbiana, un esempio di quella scrittura collettiva che troverà compiuta espressione nella Lettera a una professoressa (1967).

 

Durissimi sono poi gli attacchi contro giornali e riviste, che o sono considerati una nociva distrazione (è il caso, ad esempio, della «Gazzetta dello sport») o si rivolgono soltanto a una fascia della popolazione, compiacendosi del loro essere elitari. Nel dicembre 1957 Milani scrive a Giorgio Chiaffarino, redattore della rivista «Il Gallo» di Genova: «Io ho simpatia per voi e per Politica e per ogni giornale del genere ma se penso che tutti quelli che vi scrivono sopra di pensiero, se penso che quelli che li leggono sono eguali a loro e che perciò i poveri sono gli eterni rammentati e gli eterni assenti, allora i vostri giornali mi paiono masturbazioni. Cosa serve un giornale amico dei poveri inintelligibile ai poveri?». Ma già nel marzo 1955 Milani rimproverava a un suo caro amico, il magistrato Gian Paolo Meucci, l’uso di uno stile troppo ricercato: «Quando scrivi te invece ci vuole il vocabolario e un’ora di tempo. Quello che te dici in una pagina in quattro colonne io se mi dai un mese di tempo te lo ridico in quattro righe e non lascio una sola parola necessaria».

 

Non ha perso niente della sua vena polemica anche la lettera del 28 maggio 1962 a Loris Capovilla, segretario particolare di Giovanni XXXIII, in cui Milani denuncia il pessimo trattamento riservato dal personale vaticano a lui e ai suoi studenti tra gli undici e i quindici anni. Dal viaggio, l’unica impressione positiva Milani la ricava dal Papa. Per il resto, la lettera è un lungo e ruvido elenco di lamentele: il costo dei biglietti per l’ingresso ai Musei Vaticani è troppo alto e non sono previste riduzioni per le scolaresche, gli impiegati si mostrano «irriverenti» e «insensibili», attenti soltanto alle richieste delle «contesse tinte e ingioiellate», le guardie svizzere gli si rivolgono «brutalmente».

 

Uno dei passi più belli della corrispondenza presentata nella selezione curata da Corradi, Corzo e Ruozzi è contenuto tuttavia in una lettera del 28 dicembre 1955 a Sergio Bicchi, uno degli studenti della scuola popolare che Milani aveva gestito a Calenzano: «Voi mi siete tutti grati della scuola che v’ho fatto e avete ragione. Ma io ho avuto da voi esattamente tanta scuola quanta ve ne ho fatta. Né un minuto di più né un minuto di meno. E se ne so più di voi, è solo perché io c’ero tutte le sere e voi invece qualche volta non c’eravate. E se molti altri preti son più bischeri e impreparati di me è solo perché non han saputo mettersi alla scuola dei loro operai e tendere l’orecchio al loro insegnamento». La riconoscenza di un educatore verso i suoi allievi, verso quei montanari, quei contadini e quegli operai a cui ha dedicato la sua intera esistenza.

 

È da qui che bisognerebbe ripartire per rileggere il pensiero e l’opera di Milani non come propugnatore di un rinnovamento dei metodi pedagogici (cosa che non fu, a dispetto di numerose e influenti letture ancora circolanti), ma come fautore dell’elevazione civile e culturale degli «infelici».

 

[Tratto da “L’Osservatore Romano” – 5 luglio 2023]

Foschi presagi sul futuro del Partito democratico di Roma

Sono in corsa le operazioni congressuali che culmineranno con l’assemblea del 13 luglio nella quale si eleggerà Enzo Foschi segretario del Partito democratico di Roma. Il dato non scaturisce da sondaggi o exit poll, ma dalla constatazione del fatto che il congresso si articola attorno ad un’unica candidatura, quella  dell’ex comunista, radicato storicamente nella mitica Garbatella rossa, che risponde appunto al nome di Foschi. Al pari di Daniele Leodori, consacrato qualche settimana fa segretario regionale, l’uomo della Garbatella appartiene allo schieramento che alle primarie ha sostenuto Elly Schlein. Vicino a Nicola Zingaretti, si è distinto negli ultimi dieci anni come tutore organizzativo della base “de sinistra” che oggi rivendica il controllo del partito romano. Non ha un programma, né un “sogno” da condividere nel silenzioso frastuono della compagine Dem. Il suo compito, presumibilmente, è quello di innervare di retorica l’immobilismo che gli richiede un gruppo dirigente a corto di motivazioni, senza un anelito di progettualità politica.

Di questi tempi, esattamente il 6 luglio di 50 anni fa, si poteva leggere un trafiletto su “Il Popolo”, quotidiano della Democrazia cristiana, che annunciava la convocazione del Comitato romano. Il secondo punto all’ordine del giorno prevedeva un esame della situazione urbanistica, con relazione introduttiva del sindaco Clelio Darida. Non era un fatto formale. La maggioranza alla guida del Comitato romano contemplava l’apporto della componente fanfaniana – quella rappresentata a Roma da Darida – ma essa non era centrale. L’uomo forte del partito era Amerigo Petrucci e lui, Petrucci, a nome del partito ancorava l’operato della squadra capitolina alle ragioni e alle volontà degli organi dirigenti di Piazza Nicosia (sede della Dc romana). Il sindaco, in quel torno di tempo, doveva spiegare cosa stesse maturando sull’urbanistica. Altra epoca, si dirà, e altro sentiment: nessuno poteva immaginare, nel cuore della Prima repubblica, che quella rivendicata primazia di partito non fosse legittima, anzi giusta.

Invece oggi i partiti sono un ameba a confronto dei partiti di un tempo. Anche Gualtieri, sindaco umiliato per la sconfitta a Roma del suo Bonaccini, non ha il controllo del partito. L’accordo in chiave sovietica sul candidato unico alla segreteria maschera in qualche modo una situazione antipatica, foriera di ripercussioni sulla pubblica opinione. In breve, la scelta di Foschi è la conferma della condizione di minoranza in cui versa il “commander in chief” del Campidoglio. 

Malgrado ciò, a sua tutela sta l’inconsistenza politica del segretario in pectore. Immaginare che Foschi possa convocare il sindaco per discutere di urbanistica – tanto per rimanere nel solco di quanto avvenne in casa Dc nel 1973 – è perlomeno azzardato. Foschi non ha la forza neppure di pensarlo, uno scenario così complesso, e se anche lo pensasse troverebbe l’immediata resistenza dell’oligarchia interna.  Resta da capire, però, se un sindaco debole possa trarre conforto dall’elezione di un segretario debole. Non era meglio sfidare il correntone romano della Schlein, e dunque la Schlein in prima persona, sulla individuazione di un candidato autorevole, capace di padroneggiare la sfida  del cosiddetto “nuovo Pd”? Gualtieri se lo dovrebbe chiedere. In realtà, la politica non va mai in vacanza. 

Tempi Nuovi, Fioroni delinea i contenuti dell’Assemblea nazionale

Nel cuore della Città Eterna, a due passi dal Vaticano, un evento tutto politico promette di suscitare riflessioni stimolanti. Il titolo è eloquente, in parte riprende quello della prossima Settimana Sociale dei cattolici italiani (Trieste, 2024).

Organizzato dall’associazione “Tempi Nuovi”, si svolgerà il 14 luglio presso la Casa Bonus Pastor in via Aurelia 208, a Roma.

In un’epoca caratterizzata da rapidi cambiamenti sociali, tecnologici e culturali, il ruolo dei cattolici nell’ambito pubblico sta diventando sempre più cruciale. “Come Trasformare il Presente” è una domanda che richiede risposte ponderate, dettate dalla fede e dalla ragione, fuori da schematismi ideologici.

Ci si focalizzerà sulle sfide che i cattolici devono affrontare all’interno della sfera politica, sul rapporto tra cristianesimo e modernità e su come la fede possa influenzare positivamente le politiche pubbliche, offrendo un quadro di riferimento etico solido e una prospettiva umanistica.

Dopo gli interventi di Cecilia Lavatore e Lorenzo Pregliasco, una parte significativa del convegno sarà occupata dal colloquio tra Giuseppe Fioroni e Francesco Verderami, una delle grandi firme del Corriere della Sera.

L’idea centrale chiama in causa il rispetto della dignità umana. Questo concetto, radicato nella dottrina sociale della Chiesa, sottolinea l’importanza di riconoscere e rispettare la dignità intrinseca di ogni persona, indipendentemente dalla sua origine, etnia, religione o condizione sociale.

Un altro aspetto rilevante è quello della pace e della riconciliazione. I cattolici impegnati in politica cercano di essere portatori di speranza in un mondo segnato da conflitti e divisioni. La loro azione politica è guidata dall’aspirazione a costruire ponti tra culture, religioni e ideologie, promuovendo il dialogo e cercando soluzioni pacifiche ai conflitti. La pace è vista come un elemento fondamentale per la costruzione di una società basata sulla giustizia e sulla solidarietà.

Droga e armi alimentano la violenza giovanile

La cronaca è ormai dominata da episodi di violenza agìta da giovani e giovanissimi con l’uso di armi. Contemporaneamente si allarga la diffusione di ogni tipo di droga senza limiti di target di ceto o di età, dal consumo allo spaccio, come epifenomeno di un cancro sociale radicato. Tutti i casi sono emblematici e la loro crescita è stata esponenziale e drammatica. Inoltre il connubio armi-droga è tanto devastante quanto pervasivo, c’è un nesso di causa effetto sull’azione violenta ma anche un rapporto di interesse economico che unisce i due fenomeni: a diversi livelli di incidenza con il denaro si vende la vita e si compra la morte.

Quali strategie sono necessarie per arrestare questo coinvolgimento?

Dalla più grande democrazia occidentale ai Paesi delle guerre la risposta è una sola: investire nella scuola, nell’istruzione, nell’educazione. Perseguire le vie della pace, della tolleranza, della legalità. Questo implica una radicale e profonda riflessione sulla modernizzazione dei sistemi scolastici, dagli investimenti sulla ricerca educativa, alle risorse umane e alle dotazioni organiche e strumentali di cui fornire gli istituti scolastici. L’esponenziale disponibilità di armi usate dai giovani è alimentata da interessi commerciali, da consuetudini importate da altri Paesi ma ci sono tuttavia diversi indicatori che confermano una deriva di sovraesposizione verso il pericolo di comportamenti individuali ma ‘orientanti’ anche nel gruppo, indirizzati alla violenza o da essa condizionati. I social ne sono diventati l’archivio e il megafono.

Pistole giocattolo, giochi militari, coltelli, abbigliamenti bellici, oggetti di uso offensivo costituiscono materia di aspirazioni prevalenti, fin dalla più tenera età. L’influenza dei programmi televisivi improntati alla violenza come prassi abituale e trama di comportamenti ricorrenti è pressante, pervasiva, pedagogicamente negativa: l’utenza di questi programmi – dai cartoni animati ai talk-show ai film d’azione, di guerra, di narrazione di profili criminali spazia per età e genere, dai bambini e le bambine della scuola dell’infanzia agli adolescenti delle scuole secondarie di secondo grado.

L’introduzione delle fasce protette non è deterrente sufficientemente dissuasivo poiché il leit-motiv è sempre quello della violenza come prevalente modello antropologico-comportamentale: un modello idealizzato e reso vincente, nella ostentazione della forza come strumento di emergenza sociale, di successo tra i pari, di risoluzione di problemi esistenziali aggravati da stati confusivi o da alterazioni che sfociano in una violenza distruttiva. La ricaduta di questi modelli, specialmente attraverso i social è devastante: nelle relazioni affettive che esprimono una desolante anaffettività, nella guida su strada, nella ribellione verso l’autorità scolastica, nelle pulsioni dovute a stati di allucinazione: il connubio armi-droga e l’utilizzo di mezzi tecnologici o strumenti informatici esprimono il venir meno della capacità di dominio di sé.

Afferrare un coltello e colpire la vittima ‘fino a non sentirla più respirare’ (è l’agghiacciante confessione del delitto di Primavalle a Roma) o massacrarla di calci e pugni fino alla morte. Si ricorre all’uso della forza, senza pregiudizialmente considerare azioni che passano dalle relazioni pacifiche e positive, dall’interlocuzione, al dialogo: la droga porta allo sballo estremo, offusca la mente, induce uno stato di alterità incontrollabile. Una immedesimazione negativa che genera peraltro solitudini siderali tra le giovani generazioni.

Una dittatura può imporre il deterrente di una ‘pedagogia sociale ’coercitiva, una democrazia non lo può fare.

Non è difficile immaginare l’influenza degli interessi commerciali e industriali che sottende e ispira questi filoni e queste trame narrative, dove il prossimo è sempre antagonista, nemico da battere, fino alla sua eliminazione fisica, con una reiterazione ed una disinvoltura veramente raccapriccianti. 

Per non parlare delle insidie del web e di tutta quella cultura virtuale, libera e disinvolta (nei temi e nei linguaggi) che vi circola e che coinvolge i minori con una crescita esponenziale e drammatica. Non c’è più tempo da perdere: occorre un forte recupero di senso di responsabilità collettiva, bisogna che qualcuno abbia il coraggio di spezzare queste spirali perverse, ricominciando a parlare di senso del dovere, di rispetto, di dignità, di cultura come strumenti di emancipazione sociale e di crescita e formazione individuale, ripristinando il concetto del “limite invalicabile”. Per contrastare la violenza minorile bisogna scoprirla e intercettarla alle origini e intervenire con tempestività. L’esperienza giudiziaria insegna che gran parte dei minori che esplicitano comportamenti aggressivi assistono direttamente a violenze in famiglia.

Questo è un compito che deve passare attraverso la scuola come principale “agenzia” di educazione alla pace, a cominciare dai rapporti  ‘con’ e ‘tra’ gli alunni e dalle relazioni con le famiglie. Una scuola che sappia risolutamente indicare modelli educativi che portino al bene comune, al rispetto del prossimo, alla tolleranza, alla legalità dovrebbe impostare – accanto al compito della trasmissione dei saperi e alla sollecitazione verso la cultura come fattore generativo di crescita intellettiva, cognitiva e comportamentale – una solida educazione sentimentale. E’ necessario far leva sul controllo e sul corretto indirizzo dell’emotività, sull’uso del pensiero critico, sull’abitudine alla riflessione come premessa di ogni azione o comportamento, specie in ambito relazionale. Occorre per questo una stretta collaborazione e una solidale condivisione di intenti tra famiglia e scuola.

Istruzione e poi ancora istruzione, educazione, scuola pubblica come investimento a favore delle giovani generazioni, garanzia del diritto allo studio, uguaglianza delle opportunità di partenza e compensazione delle difficoltà in itinere, percorsi formativi individualizzati per favorire la massimizzazione delle potenzialità di ciascuno, affinché vengano rimosse le cause di rischio educativo e di disagio scolastico. Crescere in cultura per un Paese significa sviluppare la potenzialità insite in ciascun individuo, non lasciare che nessuno si perda per strada o ne imbocchi una sbagliata, mettere la persona al centro dei propri interessi, emancipare i valori del confronto, della condivisione e della solidarietà. Queste sono le armi pacifiche con cui combattere e auspicabilmente sconfiggere i mali dell’emarginazione, della solitudine, della povertà materiale e spirituale, della violenza che affliggono gli adolescenti del nostro tempo, siano essi vittime o purtroppo – sempre più spesso – carnefici.

La modernità della Cisl

Il ruolo del sindacato in una società democratica è fondamentale, e oserei dire quasi decisivo. Lo era ieri, lo è oggi e lo sarà sicuramente anche domani. Anche perchè è proprio sulla funzione dei cosiddetti “corpi intermedi” che si misura il tasso di pluralismo e di democrazia di un paese. E, al riguardo, il ruolo del sindacato riveste una importanza prioritaria nella costruzione, e nel confronto, di un progetto di società. Puntando sì alla crescita e allo sviluppo complessivo del sistema ma senza mai dimenticare le ragioni riconducibili alla giustizia sociale e alla dignità dei lavoratori.

Ora, e anche per ragioni legate all’ultimo dibattito, peraltro di grande impatto sociale e politico, del cosiddetto “salario minimo”, è proprio la cultura storica della Cisl ad essere sempre più moderna e contemporanea. E questo per tre ragioni di fondo.

Innanzitutto la Cisl fa dell’autonomia la sua ragion d’essere. Certo, è una storia che affonda le sue radici culturali e politiche nel filone del cattolicesimo sociale italiano. Da Rapelli a Pastore, da Donat-Cattin a Marini, da Carniti a Macario a molti altri dirigenti di primo piano di questo storico sindacato, la cultura che ha ispirato la Cisl non è mai cambiata. E l’autonomia è rimasta il caposaldo costitutivo della sua concreta e quotidiana azione sindacale. Nessun cedimento nei rapporti con le forze politiche e con i vari governi che si sono succeduti per la semplice ragione che la prassi della “cinghia di trasmissione” tra il partito e il sindacato è sempre stata esterna ed estranea in tutta la storia della Cisl. Una concezione, questa, cara semmai alla sinistra nelle sue multiformi espressioni e che, seppur nella oggettiva diversità storica, riemerge periodicamente come un fiume carsico nel rapporto con la politica: partiti o schieramenti di governo non fa alcuna differenza.

In secondo luogo la Cisl non ha mai confuso l’azione sindacale, anche dura e conflittuale ma sempre indispensabile e necessaria, con un atteggiamento squisitamente politico e di schieramento politico. La differenza radicale che emerge, per fare un solo esempio attuale, con l’impostazione del segretario generale della Cgil Landini, è persin troppo lampante che non richiede neanche di essere commentata. “Lo sciopero politico” non esiste, non fa parte della storia della Cisl. Condurre un’azione politica di comune intesa con alcuni partiti “amici” e “contigui” non rientra nelle sue corde per la semplice ragione che la Cisl non ha mai fatto propria una strategia di attacco politico diretto e mirato – o di adesione acritica – contro uno schieramento o una coalizione politicamente “sgradita”. Non lo faceva ai tempi della Dc dove c’erano ragioni culturali e politiche più affini e non c’è motivo, quindi, per replicarlo in stagioni politiche dove la distanza con i partiti e i relativi schieramenti è quasi siderale. Ma la Cisl, come emerge anche da queste ultime vicende, difficilmente partecipa a battaglie politiche e di schieramento tese a far saltare un governo o ad appoggiare apertamente richieste che provengono dalla strategia, del tutto legittima ovviamente, di singoli partiti che perseguono il loro obiettivo politico generale.

In ultimo, ma non per ordine di importanza, il valore centrale e decisivo della “contrattazione”. Un tema, questo, caro a tutti i segretari generali della Cisl. E, in particolare, a quei grandi leader sindacali che hanno fatto proprio della “contrattazione” la loro ragion d’essere. Penso, ad esempio, a Franco Marini che proprio attraverso la “cultura della contrattazione” è riuscito ad imporsi nel dibattito politico, sociale e culturale dell’intero paese. Una prassi e una cultura, queste, che hanno portato recentemente l’attuale segretario generale della Cisl, Luigi Sbarra, a dire un chiaro e netto “no” alla proposta del cartello delle sinistre di risolvere il nodo del “salario minimo” attraverso il ricorso ad una legge che rischia, appunto, da un lato di indebolire la logica della contrattazione nazionale e, dall’altro, di non tener conto dell’articolazione e della complessità del tessuto produttivo del nostro paese.

Ecco perchè l’identità storica e la specificità culturale della Cisl rappresentano non solo una originalità nel panorama sindacale italiano ma, al contempo, conservano tuttora una bruciante attualità anche per affrontare e risolvere i nodi più difficili dell’economia, dello sviluppo e della giustizia sociale del nostro paese.

Cleopatra Meloni e la navigazione

Di certo non ci saremmo aspettati che la nostra regina Cleopatra Meloni, da noi lasciata tante miglia fa all’inizio del viaggio di primavera, si appropriasse così presto dei temini marinari. La sua nave va e allora incoraggia se stessa e l’equipaggio a proseguire la navigazione. L’occasione è la scesa al porto della Lombarda Milano, nel regno degli imprenditori che contano nell’impero, e chiare sono le parole da capitano di  Cleopatra Meloni: “Siamo sempre la nave più bella del mondo. Saremo sempre la nave più bella del mondo. Il nostro scafo può avere qualche danno ma è sicuro. Non dobbiamo temere alcun tipo di onda indipendentemente da quanto alta possa essere, perché siamo l’Italia”.

Ricaviamo una serie di informazioni. La barca si chiama come l’impero affidatogli dal potente Cesare e il battesimo deve essere avvenuto in mare, perché alla partenza lo scafo aveva un nome generico: governo del paese. La barca è bella; e questo dato non può che confortare tutti perché una barca brutta non piace a nessuno e nessun capitano di mare si metterebbe al timone di una brutta barca; ma qui è solo una affermazione generica, cattura consenso/audience. Lo scafo ha dei danni ma sono stati riparati. Che avesse avuto dei danni ne erano certi, visto che le procelle insidiose si erano fatte avanti in mare aperto e che l’equipaggio non è dei più esperti di navigazione in alto mare (ma questo lo avevamo già detto, però nessuno è ancora sceso dall’imbarco). Di certo sono stati imbarcati bravi carpentieri perché riparare lo scafo in navigazione è una bella impresa, oltre che faticosissima. 

Ma il capitano Cleopatra Meloni ha preferito così piuttosto che attraccare in un porto amico o quanto meno sicuro, governato dai suoi. La navigazione è sicura anche con le onde alte. E qui un po’ di sconsideratezza e tracotanza la vediamo proprio. Perché le onde alte sono di loro stessa natura traditrici (le vedi alte solo all’ultimo) e non capisci mai quanta acqua alzano e siccome la cosa è incerta, visto il moto ondoso, metti la prua dritta e inizi a pregare. Ti può andare bene o male, e la sorte o il mare, se si preferisce, decidono se affondarti o meno. La virtù necessaria nella navigazione è l’umiltà, senza di essa, con la superbia e la tracotanza, non si va molto lontani e il rischio naufragio è alto. Ora senza dover fare le Cassandre della nostra regina Cleopatra Meloni, tifando per lei come ardita navigatrice per di più femmina, c’è da sperare che qualche armatore metta in acqua una nave con equipaggio forte e competente, in soccorso di tanta spericolata navigazione.

Perché l’entusiasmo per aver imparato e messo in pratica alcune regole semplici della navigazione va riconosciuto come un valore positivo, ma se non è accompagnato da assennatezza e autentico timore per l’ignoto, dalla prudenza che sempre guida per il meglio, la situazione sfugge facile di mano e il fasciame dello scafo può risultare irreparabile. Se poi l’equipaggio poco si fa vedere e ancor meno si impegna, giocoforza che i  “secondi” del capitano giochino a primeggiare ciascuno a danno dell’altro; lo sbarco è prossimo o l’ammutinamento non tanto lontano all’orizzonte. Per il bene suo e di noi tutti che stiamo a terra, non solo a guardare ma anche a patire o gioire per le scelte sue, un pensiero in più per la ciurma ci starebbe bene, quanto meno per riassortirla. Cesare, intanto, che di tanta scelta è l’artefice e  promotore, osserva e tace, l’impero è grande si sa e la nave di Cleo naviga in una zona circoscritta: il Mediterraneo e poco fuori le colonne d’Ercole, non atta all’Atlantico mare aperto. Non se ne dispiaccia il capitano Cleopatra. Bona fortuna princeps Cleo.

Da Meloni a Tajani un freno a Salvini sull’Europa tutta a destra

Gli europeisti si distinguono in base alle diverse famiglie politiche di appartenenza, ognuna con la propria storia e identità. Tuttavia il pluralismo delle radici culturali non mette in discussione l’impegno a convergere per il bene delle istituzioni comunitarie. Popolari, socialisti e liberali condividono nell’Europarlamento una consolidata forma di collaborazione, definita nel gergo politico comune con la formula di “maggioranza Ursula”. A questa maggioranza si oppongono i sovranisti, dalla Le Pen a Salvini, per i quali sarebbe necessario un radicale spostamento a destra. Ipotizzare che gli europeisti si dividano, con i popolari disponibili ad assecondare l’accordo con i sovranisti, è priva di qualsiasi fondamento.

Ora, l’appuntamento (ancora ben lontano) delle elezioni europee crea già tensioni nel centrodestra italiano. Mentre la premier Giorgia Meloni lavora a un avvicinamento tra il Ppe e i conservatori di Ecr da lei presieduti, il numero uno di Forza Italia Antonio Tajani dice no a una alleanza con gli ultranazionalisti tedeschi di Alternative für Deutschland (AfD) e con Marine Le Pen, alleati di Matteo Salvini, che tuona: “Non accetto veti”. Si preannuncia così lunga e tortuosa la strada che porterà al voto nel giugno del prossimo anno per il rinnovo dei vertici di Bruxelles.

Meloni, che proprio mercoledì sarà a Varsavia per un incontro di Ecr, ormai da qualche mese sta lavorando a una ‘alleanza’ con il Ppe, con l’obiettivo di creare una maggioranza di centrodestra che superi l’assetto ‘Ursula’ alla guida dell’Europa. Una tela non facile da tessere, viste le resistenze di parte del Ppe (in particolare la Cdu tedesca) a governare insieme ad alcuni dei partiti presenti tra i Conservatori e riformisti. Sulla proposta di un un patto per un centrodestra europeo senza i socialisti – ha detto la premier in una intervista al Corriere della Sera – “non ci sono trattative in corso. Di certo cresce la consapevolezza che l’accordo innaturale tra popolari e socialisti non sia più adeguato alle sfide che l’Europa sta affrontando”. Da qui al 9 giugno, ha ricordato, “ci saranno elezioni nazionali importanti. In Spagna, dove si vota a luglio, è possibile un governo di centrodestra con popolari e conservatori, dopo che in Italia, Svezia e Finlandia si sono imposti governi di centrodestra. Intanto a Bruxelles sui singoli provvedimenti si creano alleanze allargate alternative alla sinistra. È una fase stimolante, i conservatori e l’Italia possono giocare un ruolo centrale”.

Se la strada è ancora lunga per poter arrivare a un eventuale accordo Ppe-Ecr, la strada dei popolari sembra già nettamente sbarrata per Matteo Salvini e per i suoi alleati nel gruppo di ‘Identità e democrazia’. Tajani, vicepresidente del Ppe, ieri ha detto in modo “molto chiaro” che è “impossibile” per Forza Italia “fare un accordo” in Europa “con Alternative fur Deutschland e il partito della signora Le Pen”. Certo, ha aggiunto, “la Lega è cosa ben diversa, saremmo lieti di avere la Lega come parte di una maggioranza, ma senza Le Pen e Afd”.

Parole che hanno fatto infuriare Salvini, che proprio oggi avrebbe avuto in programma un incontro faccia a faccia con Marine Le Pen. Il colloquio di persona è saltato per quanto sta avvenendo in Francia, ma i due si sono parlati in videocollegamento. Salvini, ha fatto sapere la Lega, ha ribadito la “determinazione a costruire una casa comune del centrodestra alternativa ai socialisti, senza veti” con l’obiettivo di “realizzare il primo storico governo di centrodestra”. “Mai la Lega andrà con la sinistra e i socialisti e non accetto veti sui nostri alleati”, ha detto il leghista, secondo cui “l’unica speranza di cambiare l’Europa è tenere unito tutto quello che è alternativo alla sinistra. Chi si comporta diversamente, fa un favore ai socialisti”, ha avvertito.

Parole chiare, toni roboanti. Sta di fatto però che lo scenario prospettato da Salvini è destinato a rimanere sulla carta, contribuendo in ogni caso ad alimentare tensioni, non facili da comporre, all’interno dell’attuale compagine di governo. Non a caso, i boatos di palazzo trasmettono l’annuncio, per adesso sotto voce, di un prossimo smarcamento della Premier, convinta di dover ormai varare un’operazione analoga a quella compiuta da Fini nel 1995: una Fiuggi 2 per rimodellare Fratelli d’Italia e accorciare le distanze dall’elettorato moderato. Si vedrà.

Pensieri sulla cittadinanza

La cittadinanza si fa riconoscere e pesa politicamente quando interpreta fino in fondo il suo ruolo esercitando “i doveri inderogabili “(artt. 2, 4, 53). Aldo Moro ci ammoniva oltre quaranta anni fa: “Questo Paese non si salverà, la stagione dei diritti e delle libertà si rivelerà effimera, se in Italia non nascerà un nuovo senso del dovere”. Ed è sempre la stagione dei doveri, qui e oggi. recentemente anche il capo dello stato ha richiamato un particolare dovere, quello di contribuire al bene comune pagando le tasse: “la repubblica è nel senso civico di chi paga le tasse perché questo serve a far funzionare l’italia e quindi al bene comune”. 

La Costituzione definisce con chiarezza il nostro obbligo: si è cittadini se si pagano le tasse, No taxation without rapresentation. Lo Stato le riceve certamente dai pensionati, dai lavoratori dipendenti pubblici e privati e dalle imprese che subiscono il dumping da quelle infedeli al fisco. Gli evasori perciò sono la maggioranza e non rubano allo Stato ma ai concittadini e in particolare ai più poveri, che dipendono dai servizi erogati dalle istituzioni.

Non vale la giustificazione secondo cui per alcuni mesi dell’anno lavoriamo per lo stato, perché lo Stato ci garantisce tutti i giorni dell’anno gli ospedali, le scuole, le pensioni, il lavoro, le autostrade, ecc. i governanti che amano la nazione non dovrebbero promettere meno tasse ma più lotta alla evasione affinché tutti paghino di meno e soprattutto i ceti più bisognosi abbiano esenzioni chiare, invece di vincolarli ad una rete di bonus, detrazioni e altro, che non sono al riparo da frodi e malversazioni. 

I cittadini non sono estranei a nessun problema che riguardi la vita collettiva; tra questi anche il cambiamento climatico. Uno dei dati più evidenti è certamente il cambiamento climatico. Non c’è dubbio che al tempo non si comanda ma anche che i dati di una lunga serie storica e le analisi scientifiche confermano che i ‘delegati’ a custodire il creato lo hanno dominato da padroni.

Dopo un primo momento di ammirazione per la testarda Greta Thunberg sono arrivate le critiche, perché “avrebbe stancato”. Non ha imbrattato monumenti ne’ inscenato gazzarre, ci ha ricordato responsabilità collettive. Il Papa con l’enciclica Laudato Si ha proposto urbi et orbi una generale, tempestiva e organizzata iniziativa a difesa della casa comune, ma l’economia ‘spicciola’ invece organizza una silenziosa e individuale ignavia: non si risparmia energia, non si fanno invasi d’acqua, non si puliscono nemmeno i fossi.

Quanto suolo si consuma, per esempio per costruire nuovi edifici invece di agevolare recupero e restauro soprattutto nei centri storici.

Sono infiniti i comportamenti privati e quelli pubblici, da ottenere con partecipazione consapevole dei cittadini che devono imporre scelte di prevenzione per non spendere di più in vite umane e ricostruzioni ambientali. E consentirebbero di migliorare il nostro ambiente di vita, di lavoro e di svago.

E le nostre città? La casa delle nostre case ci impone di amarla, custodirla, abbellirla. Al dovere dei cittadini di non deturparla (non si sporcano le strade, non si danneggiano i luoghi e i servizi pubblici, ecc.) corrisponde il dovere degli amministratori che mettano a disposizioni gli strumenti per ottenere il risultato desiderato. il dovere delle istituzioni comprende il controllo accurato. i vigili urbani si facciano vedere e si facciano sentire, anche con le sanzioni. purtroppo pare che si capiscono le lezioni solo se sono…costose.

Penso ad un’altra modalità per mantenere i cittadini nella loro integrità personale. Confesso che per questo motivo sono contro tutte le droghe. Ho lavorato vent’anni in una comunità. Sono stata testimone a favore di Muccioli nel processo di Rimini. Ero relatrice per la riforma della legge n.685. Mi chiedo come possa la sinistra difendere la liberalizzazione: su quali elettori pensa di guadagnare i voti? I tossicodipendenti non votano e non sono liberi, perché dipendono da una cosa di cui sono schiavi…soprattutto la sinistra vuole avere degli zombi invece che cittadini? Essere antidroga significa essere umanitari.

Sono cittadini anche gli insegnanti che in un consiglio di classe promuovono gli studenti che hanno sparato pallini in faccia ad una professoressa. Mi colpisce la mancanza di solidarietà verso la collega e forse, anche nessuna relazione con i genitori dei ragazzi coinvolti. In nessun caso la cittadinanza si è espressa nella forma alta della responsabilità.

A chi giova non affiancare famiglie, insegnanti, cittadini, prima delle sanzioni e delle punizioni, in percorsi di aiuto, di counseling, di attenzione ai bisogni non solo materiali dei più vulnerabili, con servizi efficienti?

La guerra continua ma ora Putin è più debole

La guerra è sempre una follia umana. E spesso chi la inizia con grande sfoggio di ottimismo circa il suo esito finale deve poi fare i conti con una realtà ben diversa da come la si era immaginata. Non di rado subisce l’eterogenesi dei fini perdendo il potere e, spesso, la vita. Non sappiamo se sarà questa la fine di Vladimir Vladimirovič Putin, ma è certo che a quasi un anno e mezzo dall’avvio della cosiddetta “operazione militare speciale” in Ucraina le cose si sono messe in maniera del tutto diversa da come ritenuto e annunciato in pompa magna il 24 febbraio 2022.

Tutto pareva semplice. Un intervento rapido, qualche giorno al massimo. Nel giro di una settimana, non di più, un governo fedele a Mosca si sarebbe insediato a Kiev e il “mondo russo” incarnato dall’unione culturale e politica di Russia, Bielorussia e Ucraina si sarebbe finalmente realizzato alla faccia delle ambizioni occidentaliste degli ucraini. Ma “nessun piano sopravvive al contatto col nemico”, come disse il famoso generale prussiano Helmuth von Moltke. E infatti ben presto Putin dovette assistere all’impantanamento dell’avanzata dei carri armati marchiati “Z” e alla reazione determinata, e certo non prevista, degli ucraini, assistiti prontamente dall’occidente (e forse neppure questo era stato previsto). 

Ora, sedici mesi più tardi, lo zar del Cremlino deve cominciare a preoccuparsi del fronte interno. Il suo sistema di potere è ancora solido, ma l’ammutinamento di Eugenij Prigozhin al di là di come si è concluso ha segnalato una possibile avaria, come quando nelle auto si accende una lucina arancione: non è rossa, ma non è neppure verde. Putin negli anni ha creato un mondo parallelo a quello istituzionale da poter utilizzare e pilotare direttamente, attraverso uomini a lui legati da sempre, per lo più provenienti dalla comune e antica esperienza nel KGB. Un’area grigia extra legem di fatto finanziata in modo oscuro e dubbio.

Il Gruppo Wagner, questo esercito di mercenari comandato dall’ex cuoco dello zar, appartiene a questa realtà parallela. Ampiamente utilizzata nel conflitto siriano e in numerose operazioni nel continente africano. Al punto da far ritenere agli analisti internazionali che Wagner fosse una sorta di “estensione” delle Forze Armate russe, libera però dai “limiti” che in un modo o nell’altro anche gli eserciti hanno.

Non sappiamo ancora i motivi reali che hanno indotto Prigozhin negli ultimi sei mesi ad attaccare sempre più duramente i vertici militari e il Ministero della Difesa di Mosca: forse ha  immaginato – illudendosi – di poterli sostituire in forza dei “successi” raggiunti in Africa (anche se non tutto è andato alla perfezione da quelle parti) e del suo necessario contributo in Ucraina oppure se (ipotesi più probabile) ha compreso che i suoi avversari al Cremlino avevano ormai convinto Putin a tarpargli le ali, bloccandone il lauto finanziamento statale e preparandosi a chiedere ai mercenari, come in effetti è avvenuto, di inquadrarsi nelle fila dell’esercito regolare.

Fatto è che la teatrale sceneggiata posta in atto da Prigozhin – rimasta allo stato delle conoscenze attuali assolutamente poco comprensibile, sia nella dinamica di svolgimento sia in quella di improvvisa chiusura – ha incredibilmente dimostrato al mondo la pochezza dell’apparato difensivo russo. Un pugno di mercenari con un po’ di carri armati ha conquistato senza colpo ferire una città russa dal valore logistico altissimo ed è avanzata spavalda sino a 200 km da Mosca. Un evento inimmaginabile che però si è concretizzato. 

Cosa significa? Che l’esercito russo è debolissimo? O che, più probabilmente, esso è guidato da generali privi del minimo sostegno delle loro truppe, dei loro sottoposti? O forse entrambe le cose, come del resto il fallimentare attacco all’Ucraina ha dimostrato in tutti questi lunghi mesi di guerra? Un fatto è certo: anche se la Wagner verrà smantellata, anche se lo stato russo rafforzerà la propria presa sulla società più di quanto non faccia già ora, anche se le epurazioni, sicure, nelle alte sfere di comando militari daranno l’idea di un repulisti generale l’immagine di uomo forte di Putin ha subìto dalla vicenda un severo oltraggio. Ponendo diverse domande ai suoi alleati e semi-alleati, a cominciare dai cinesi. 

Avviare una guerra non è mai una buona idea. Perché non si sa mai come va a finire…

Salvini immagina una Europa a destra ma rischia di rimanere isolato

La lunga intervista concessa ieri al “Corriere della Sera” è un messaggio che Salvini lancia a tutto il centrodestra in vista delle elezioni europee. Ad una lettura superficiale, le parole del leader leghista – che oggi per altro incontra la Le Pen – sembrano scontate: il tono è quello di chi sollecita gli alleati a stringere i ranghi quanto prima, vista l’importanza che riveste l’appuntamento elettorale del prossimo anno. Non solo. Salvini chiede in effetti di ragionare attorno all’idea di un nuovo sistema di alleanze che ricalchi in Europa il modello politico italiano: tutti insieme, senza barriere a destra, libererai-moderati e sovranisti. E qui viene fuori il problema che affanna la Lega, vale a dire la sua difficoltà ad uscire dallo stato attuale di isolamento, con inevitabili ripercussioni nelle relazioni intergovernative dei ministri leghisti (in primis lo stesso Salvini).    

Dice infatti Salvini: “La Lega è pragmatica: siamo certi che a Bruxelles serva una maggioranza chiaramente di centrodestra. Non posso credere che, tra i nostri alleati ed elettori, ci sia qualcuno che preferisca le sinistre o Macron al centrodestra unito. Escludere qualcuno a priori dall’alleanza di centrodestra è miope. Il vento è chiaro e le elezioni europee saranno decisive. Non vanno riaperte le porte ai socialisti e a una maggioranza Ursula, con Pd e 5 Stelle”. In sostanza, l’allarme generico diventa un ammonimento concreto affinché gli alleati non pensino di scaricare la Lega, relegandola ai margini del grande gioco di Bruxelles e Strasburgo.

È tuttavia evidente che qualcosa non quadra nella maggioranza. La tesi di Antonio Tajani, ribadita ancora di recente, indica piuttosto la ricerca delle condizioni per allestire un’alleanza “tra popolari, conservatori e liberali”. Sulla stessa lunghezza d’onda, anche se in modo più enfatico e contorto, è giunta ieri attorno all’ora di pranzo una dichiarazione di Maurizio Gasparri come replica indiretta a Salvini. Soprattutto stamane è arrivata, sempre sul Corriere, la precisazione della Premier: nessun cambiamento può estendersi – asserisce la Meloni – alle forze anti-europeiste. Ciò significa che al posto dell’attuale asse di governo, costituito in Europa da popolari socialisti e liberali, si dovrebbe realizzare una nuova intesa, escludendo i socialisti e inserendo il partito dei Conservatori e Riformatori, di cui Giorgia Meloni è presidente. Questa prospettiva eccita la fantasia del “falco” bavarese, Manfred Weber, per il quale la sopravvivenza della centralità del Ppe richiederebbe questa svolta a destra.

Sta di fatto, però, che neppure Weber contempla l’allargamento della coalizione a Salvini e Le Pen, anche perché il loro gruppo (Identità e Democrazia) ospita anche l’AfD, in questi giorni particolarmente ringalluzzita per la vittoria nel Circondario amministrativo di Sonneberg, in Turingia; ma, com’è noto, sull’AfD (accusata persino di simpatie filo-naziste) pesa la pregiudiziale della Cdu, il vero partito cardine della famiglia popolare europea. Il dibattito in corso tra i democristiani tedeschi non lascia margini alla possibile revisione della linea di rigetto della collaborazione con l’ultra destra. E dunque, quale realismo incorpora il disegno di Salvini? Non basta alzare la voce. Sempre nell’intervista citata, ecco la risposta in stile Papete su come egli vede il futuro dell’Unione Europea: “Tutto il centrodestra unito, senza i socialisti”. Ebbene, proprio questo scenario si presenta al momento come il più improbabile, a meno di un crollo politico e morale del Partito popolare.

È invece probabile che il fallimento di questa strategia finisca per ripercuotersi sulla coesione del centrodestra in Italia. Sarebbe molto strano, infatti, che la strozzatura dell’operazione in sede europea lasci impregiudicata la tenuta dell’anomalia che risale alla disinvolta manovra di Berlusconi nel 1994, quando fu rimossa di colpo la “riserva costituzionale” nei confronti della destra post-fascista. Insomma, dopo le europee si capirà quale grande opzione guiderà la politica del Vecchio Continente e quale riflesso potrà avere sulla realtà politica italiana. L’irruenza.  di Salvini non fa che chiarire quale sia la posta in gioco.

Possibile che la Dc coprisse l’eliminazione di Fidel Castro?

Per quanto si possa familiarizzare con il moderno concetto di storia come storia delle interpretazioni, alcune di queste interpretazioni suscitano una certa meraviglia. Come quella contenuta nell’articolo apparso ieri su Repubblica a firma di Paolo Mastrolilli dal titolo “Roma, 1965. Quando l’Italia e la Dc coprivano i dissidenti cubani per uccidere Castro”. Sorprende l’arbitrarietà con la quale l’Autore pone delle relazioni tra un fenomeno che pure esiste, quello delle trame in Italia di servizi segreti (più o meno fedeli, talvolta apertamente deviati), americani e italiani, e i governanti dell’epoca con la formula da pool di Mani Pulite: “È altamente improbabile che non sapessero nulla”.

In tal modo, sulla base di documenti Cia desecretati che attesterebbero il fatto che dei cittadini cubani in Italia fossero stati attenzionati da spie americane in relazione a un presunto piano per assassinare Fidel Castro, si costruisce il messaggio della “copertura Dc” a una tale manovra e addirittura si fanno alcuni nomi, fra cui quello di Aldo Moro, che per il solo fatto di esser stati presidenti del consiglio a metà degli anni sessanta non potevano non sapere. Come se solo la Dc, e non l’insieme delle forze politiche e sociali, che operavano in quegli anni, fosse stata oggetto delle attenzioni dei servizi americani. Come se, ad esempio a Bologna, dove il Pci esprimeva il massimo della sua forza, non fossero stati disseminati centri americani il cui ruolo poteva andare anche al di là di quello ufficiale, nel monitorare il più grande Partito Comunista dell’Europa occidentale.

Va dunque respinta la narrazione di una Dc che offre coperture al piano della Cia per assassinare Fidel Castro. E il solo accostamento a queste manovre di uno statista come Aldo Moro, che fu, lui sì, una vittima di trame internazionali per eliminarlo, colpendo col sacrificio della sua persona una politica che aveva avuto importanti conseguenze sul piano interno e avrebbe potuto dare frutti di pace e di distensione sul piano internazionale, suscita amarezza e sconcerto, tanto più se a riportare tale tesi è una testata con la storia e la reputazione di Repubblica.

È appena il caso di ricordare che il pensiero di Moro, la sua concezione della vita sociale e della politica, e il metodo che ne deriva, risultano ancora di grande attualità in una fase nella quale “il moto incessante della storia” procede forse più speditamente ancora che negli anni già difficili in cui operò lo statista democristiano, ponendo alla politica inedite sfide. L’attenzione a ciò che si muove nella società non può, per Moro, essere disgiunta da quella per ciò che si muove nel mondo, e la politica non può stare separata dall’umano anelito alla libertà, alla giustizia e alla pace. Se manca quest’ultima condizione, la politica non riesce ad adempiere al suo compito in modo soddisfacente e capace di generare stabilità e progresso.

La lezione di Moro, anche nella sua concezione delle relazioni internazionali, ci aiuta a orientarci in questo cambio d’epoca che stiamo vivendo. A differenza di altri piani, di altre concezioni dei rapporti fra Stati Uniti e resto del mondo, che si sono imposte dalla fine della guerra fredda ad oggi (a volte anche forzando la volontà del popolo e del presidente americano di turno), e che sembrano aver reso più complicato il ruolo degli Stati Uniti e dell’Occidente in un mondo che tende a cambiare in un modo non controllabile da una sola parte.

Pastorella e Carfagna, due linee opposte azzoppano la leadership di Calenda.  

 

 

Giulia Pastorella, vice presidente di Azione, aveva proposto sul Foglio online del 27 giugno di restringere la lista di centro, per la quale si lavora nel cosiddetto Terzo Polo in vista delle elezioni europee, alle sole forze di matrice liberale. Al riguardo, suggeriva ai potenziali interlocutori di guardare alla Danimarca, giacché nel Paese della Sirenetta tre partiti liberali si dividono una quota di circa il 30 per cento dell’elettorato e tengono in piedi al tempo stesso una proficua e stabile collaborazione politica. In questo scenario non ci sarebbe spazio per i popolari o i cattolici in genere, essendo ancorati a “ideologie” – così dice Pastorella – incomponibili evidentemente con l’autentico spirito del liberalismo. In pratica, una voce autorevole di Azione pone il veto sul coinvolgimento di un’area che mostra comunque una tangibile volontà di riscossa.

 

A correggere il tiro, però, ha provveduto ieri un’altra autorevole voce del partito di Calenda.  “L’obiettivo è quello di costruire un’area politica che non abbia l’ossessione per il consenso e che parli esclusivamente al proprio elettorato, cioè se sei di destra devi dire cose di destra e se sei di sinistra devi dire cose di sinistra, ma un’area politica che abbia il coraggio di dire e fare le cose che producono sviluppo e benessere per il paese”. A dirlo è stata Mara Carfagna parlando a margine dell’iniziativa “Sole e maletiempo. La Campania cuore e volano di sviluppo, organizzata da Campania in Azione, in corso a Napoli a Città della Scienza.

 

Per l’ex ministra, l’obiettivo è anche quello di “costruire un’area politica che la smetta di fare perdere tempo al paese con le battaglie identitarie e che abbia la capacità di concentrarsi sui nodi strutturali di questo paese come la sanità, l’istruzione, il lavoro povero, precario e sottopagato. La capacità di sostenere il mondo economico e produttivo attraverso gli incentivi di industria 4.0. Il dovere di portare avanti la lotta contro i divari territoriali, generazionali e di genere”. E così ha concluso: “Cose concrete. Questa è la politica che noi vogliamo portare avanti che è cosa ben diversa di chi ama invece la retorica, il folklore e i comizi fino a sé stessi”.

 

Insomma, tra Pastorella e Carfagna non sembra correre il fluido della comune aspettativa politica: l’una cerca l’esclusivo abbraccio dei liberali, l’altra pone l’accento sulla necessità di unire uno schieramento vasto, capace in prospettiva di guadagnare il consenso della maggioranza degli italiani. Spetta a Calenda fare chiarezza, il suo atteggiamento non può essere scisso in opzioni così divergenti. Più che l’azione corrosiva di Renzi, causa ed effetto del divorzio nel Terzo Polo, è proprio la confusione di linea a destrutturare la politica di Azione. E non è un gioco di parole.

Il centro esiste se non è subalterno alla destra o alla sinistra

 

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Per mesi, l’opinione pubblica è stato ossessionata da una propaganda concentrata sulla necessità di “polarizzare” la scelta politica. Secondo i media, solo uno scontro tra destra e sinistra interpreta, in modo efficace, l’obiettivo di modernizzare il sistema, di favorire la democrazia dell’alternanza, di dare stabilità al governo.

A questo fine sia i conservatori che i progressisti hanno usato in modo truffaldino la legge maggioritaria, dando vita a coalizioni eterogenee, senza confini a destra e sinistra, con l’unico scopo di schiacciare il centro rendendo inutile il voto dato al Patto per l’Italia.

In questa spregiudicata operazione, le principali responsabilità si debbono attribuire alla cultura di sinistra, che pur di sgombrare il campo dal cattolicesimo democratico (storicamente espresso nella Democrazia cristiana), ha favorito il costituirsi della grande destra che infine ha travolto il polo progressista. Quando ormai le carte erano state distribuite, questi apprendisti stregoni si sono retoricamente interrogati sul senso della svolta in atto nel paese: “Stiamo realizzando la democrazie dell’alternanza, o un nuovo regime dispotico?”.

Da qualche giorno, la propaganda di regime ha cambiato spartito. Ora tutti corrono al centro. Questo appare il luogo della politica, e non soltanto per le forze che si apprestano a governare e che sono tenute insieme dalla colla del potere, ma anche per chi è stato confinato all’opposizione degli elettori.

Era facile prevedere che per Berlusconi la questione principale sarebbe diventata quel che riguarda la formula politica del governo. Non è facile entrare in Europa, ed aggregarsi alla coalizione dei conservatori, rivendicando radici liberiste ma senza avere segnato una chiara frontiera sull’estrema destra. Il programma di destra è stato rapidamente riscritto, per adattarlo alla cultura riformista europea. Ora si riconosce che la situazione italiana non è sull’orlo dello sfascio ma alla vigilia di una ripresa; che non è possibile tagliare le tasse senza provocare l’esplosione del deficit ed una disastrosa ondata inflazionistica; per produrre nuovi posti di lavoro, la strada è quella di una forte ripresa di competitività sul mercato estero e non quella del miracolo televisivo. Tutto questo affannarsi, svela l’inganno elettorale ma non accredita a livello internazionale.

Per definirsi di “centro-destra”, è necessario avere alleati al centro; ma per avere alleati al centro – che non siano burattini – è necessario liberarsi della scomoda presenza di una destra che si presenta ancora come erede del fascismo. Bastano le acclamazione di un’assemblea di giacobini, risvegliatisi bonapartisti, per assegnare al “polo della libertà“ la qualificazione politica di “riformisti“?

 

 

Se stiamo alle scelte che sono state annunciate, Pannella suggerisce a Berlusconi la strada della ulteriore radicalizzazione della lotta politica, con la cancellazione della quota di rappresentanza proporzionale che garantisce la voce alle minoranze, e con la forzata e definitiva imposizione dello scontro tra destra e sinistra come regola aurea della seconda Repubblica.  Non è difficile prevedere il passo successivo, con l’elezione plebiscitaria del “capo”.

Se questo è “centro“, qual è la “destra“?  Altrettanto rapida è stata la convergenza al centro della sinistra. Ma altrettanto strumentale, almeno per chi era affannato a demonizzare la strategia moderata dei popolari, considerandoli un’area politica da processare e da indicare come responsabile della corruzione della democrazie dei partiti.

Ora questa sinistra ha compreso che il massimalismo allontana in modo irrimediabile dalle responsabilità di governo; che il moralismo esprime un’idea perversa e settaria della politica e non ha nulla a che fare con la moralità della politica, che senza recuperare un positivo rapporto con la espressione politica del centro, il polo progressista è condannato ad avere un ruolo minoritario specie nella società contemporanea.

 

 

Cosa assai diversa dal ruolo di una opposizione parlamentare che si proponga di costruire l’alternativa di governo.

È dunque chiaro, per chi voglia guardare alla concreta realtà del paese, e quindi anche ad una posizione di centro che – per quanto umiliata dal sistema elettorale ed imbavagliata dai mass-media – non sia disponibile a diventare ruota di scorta della destra e della sinistra.

In un sistema democratico, vi è un grande potere di condizionamento riservato ad una minoranza che rappresenta un’area sociale viva, un’area sociale che sui valori e sui problemi è assai più vasta di quella che ha votato “partito popolare”. Questo è, realisticamente, il centro che vuole essere rappresentato con coerenza in parlamento; solo in questo modo potremmo contribuire, a testa alta, alla rinascita dell’Italia

 

 

[Il Popolo, 12 aprile 1994]

Campo largo e salario minimo, perché scatenano la opposizione di Renzi?

 

Il confronto sul cosiddetto “salario minimo” ci offre l’opportunità per chiarire ed approfondire alcuni aspetti decisivi sulle attuali dinamiche politiche nel nostro paese. E, per fermarsi al “patto” sottoscritto da quasi tutte le forze dell’opposizione su questa tematica peraltro importante, abbiamo anche la possibilità di sottolineare che la posizione politica assunta da Matteo Renzi coglie nel segno per almeno tre ordine di motivi.

 

Innanzitutto, come giustamente ha evidenziato l’ex Premier, non far parte di una maggioranza di governo non significa automaticamente e meccanicamente riconoscersi nel cosiddetto schieramento alternativo. E questo per una ragione persin troppo semplice da spiegare. E cioè, chi non cavalca volgarmente la radicalizzazione della lotta politica e la polarizzazione ideologica tra i vari schieramenti in campo, non può rinunciare alla poltica, alla sua coerenza e alla sua credibilità programmatica ed ideale solo perchè l’obiettivo è quello di criminalizzare ed annientare politicamente l’avversario/nemico giurato. È una logica, questa, riconducibile alla sub cultura degli “opposti estremismi” e non ispirata ai canoni di una seria e credibile democrazia dell’alternanza.

 

In secondo luogo, chi vuol costruire nell’attuale scenario pubblico italiano un polo di centro, o meglio una moderna ed intelligente “politica di centro”, non può lanciarsi in modo irresponsabile e spericolato a costruire una alleanza con forze politiche che individuano proprio nel centro, nel suo progetto riformista, nella “politica di centro” e nel mondo moderato l’avversario/nemico irriducibile ed implacabile da battere e da sconfiggere. Non a caso, l’alleanza ormai granitica – anche se politicamente ingarbugliata e largamente minoritaria – tra la sinistra radicale e massimalista della Schlein, la sinistra populista e demagogica di Conte e di Grillo e la sinistra estremista e fondamentalista di Fratoianni e di Bonelli è semplicemente alternativa a tutto ciò che anche lontanamente è riconducibile al Centro. Un motivo in più, quindi, per tenersi distinti e distanti da quella prospettiva politica.

 

In ultimo il merito della vicenda. Al di là delle diverse interpretazioni che ogni partito contraente questo singolare accordo offre – è appena sufficiente scorrere le dichiarazioni dei vari capi dello schieramento di sinistra per rendersene conto – non possiamo non evidenziare che anche nel sindacato esistono posizioni profondamente diverse al riguardo. Perchè un conto è la tesi della Cgil – fortemente impegnata a liquidare al più presto questo governo attraverso un’azione squisitamente e lucidamente politica – che, come quasi sempre nella sua lunga storia, antepone logiche di schieramento al merito delle singole questioni, altra cosa è invece la tesi dalla Cisl che storicamente, culturalmente e politicamente resta legata alla strategia della “contrattazione”. Una cultura, questa, che confligge con chi ha del sindacato una concezione puramente politica e che stenta a recidere definitivamente quella logica della “cinghia di trasmissione” che periodicamente riemerge come un fiume carsico e che, di conseguenza, è destinato a caratterizzare il rapporto tra il partito e il sindacato all’interno di quel campo politico. Ed è proprio il segretario generale della Cisl Luigi Sbarra a dirlo in modo chiaro e trasparente.

 

Ovvero, “Noi della Cisl pensiamo che il salario minimo in questo paese vada fatto ma con i contratti e non con la legge. Perchè – ha aggiunto sempre Sbarra – altrimenti rischiamo di creare alibi e pretesti ad imprese che a quel punto possono decidere di uscire dall’applicazione dei contratti e attestarsi rigorosamente sul rispetto della eventuale legge e determinare una spirale verso il basso della dinamica delle retribuzioni”. Appunto, priorità della contrattazione e non di una legge astratta che non tiene conto della complessità e della articolazione del tessuto produttivo del nostro paese.

 

Ecco perchè la posizione politica assunta da Renzi merita di essere richiamata. Perchè oltre ad essere politicamente coerente e coraggiosa, evidenzia – ancora una volta – le profonde contraddizioni che agitano e attraversano lo schieramento della sinistra italiana nelle sue multiformi espressioni. Uno schieramento che, se permangono queste lacune storiche e politiche, è destinato a radicalizzare sempre di più la sua posizione coprendo il campo dell’opposizione ma senza alcuna speranza di trasformarsi in una cultura di governo e, soprattutto, di diventare maggioritario nel contesto politico italiano.

Sul salario minimo ha ragione Renzi, in gioco è l’autonomia del centro.

Italia Viva si è sfilata. Hanno prevalso ragioni eminentemente politiche, visto come si è giunti alla firma sulla proposta di salario minimo e come le singole forze politiche hanno interpretato l’accordo. Renzi, al solito, coglie velocemente il dato di fragilità di un’operazione che pure s’ammanta dell’obiettivo ambizioso di schierare contro il governo le opposizioni unite. È fragile infatti il tentativo che simula una convergenza proficua, quando per contro rimangono tra i firmatari alcuni significativi distinguo. Non pare che l’area di centro, nella misura in cui opera per rimarcare la sua autonomia, possa utilmente aderire a un processo dalle basi incerte.

 

E veniamo alla cronaca puntuale. Dopo giorni di lavoro Pd, M5s, Verdi-Sinistra e Azione trovano l’accordo su una proposta comune che fissa a 9 euro l’ora il compenso sotto il quale non si può scendere, un’intesa che però ogni partito interpreta a modo suo. Elly Schlein parla al Tg3, trascura di commentare l’assenza di Iv dall’accordo e afferma che avere unito le opposizioni è “un segnale molto forte”. Giuseppe Conte ci tiene però a rivendicare una primazia del Movimento 5 stelle, dicendosi “particolarmente orgoglioso perché c’è la mia prima firma”. Carlo Calenda brucia tutti sul tempo annunciando l’intesa su Twitter e facendo arrabbiare Riccardo Magi di Più Europa, ma non solo (“polemiche inutili” la replica del leader di Azione), salvo chiarire che l’accordo non ha valore politico, come ripete anche Mariastella Gelmini.

 

Un panorama che descrive bene la situazione in quello che nel Pd chiamano “campo largo”: le diverse forze dell’opposizione fanno una fatica tremenda a marciare assieme e sia M5s che centristi continuano a respingere qualunque ipotesi di alleanza strutturale con i democratici. Ma al Nazareno non ci si scompone, le ritrosie di Conte e Calenda sono ben note, mentre Matteo Renzi viene considerato ormai in rotta per altri lidi. Con M5s e Azione ci sarà tempo per parlare dopo le europee, è il ragionamento, fino ad allora – dice un parlamentare democratico – “continueranno gli attacchi contro di noi, gli smarcamenti, i distinguo…Lo sappiamo. Ma l’importante è intanto riuscire a concludere operazioni come questa”. Di certo in casa Pd hanno ben chiaro che solo rimettendo insieme una coalizione di centrosinistra si potrà pensare di sfidare davvero la destra alle elezioni.

 

La fatica di costruire un accordo si rintraccia persino nelle firme sulla proposta di legge. Conte è effettivamente il primo firmatario, come rivendica, ma – chiariscono dal Pd – solo perché si è scelto un “ordine alfabetico”: Conte, Fratoianni, Richetti, Schlein. E Magi e Bonelli, che pure sono firmatari, vengono dopo “perché non avevano già presentato proposte di legge, a differenza degli altri”, viene chiarito. Piccole acrobazie, per concedere qualcosa a ciascuno. Uno sforzo che la Schlein compie di buon grado, pur di incassare il risultato di una iniziativa comune. Poco male che il leader si sforzi di rivendicare il merito della proposta: “Da anni il Movimento 5 stelle si batte per introdurre, anche in Italia. Questa battaglia – questa la novità – non la combatteremo più da soli”. Al Pd va bene comunque, l’importante è il risultato. Lo stesso si proverà a fare su altre materie come la sanità.

 

In questo quadro Renzi ha buon gioco a prendere le distanze da un intervento legislativo che mette a disagio, per altro, una componente sindacale come la Cisl a motivo del suo ancoraggio alla cultura della contrattazione. Il rischio è anche quello di “regalare” alla Meloni una sensibilità presente nel sindacato. “Votiamo le leggi che ci convincono – ha dunque precisato Renzi – ma restiamo all’opposizione di Meloni e distanti dalle posizioni sul lavoro di Fratoianni Conte e Schlein”. Posizione limpida, anche se sgradita al Pd. Tant’è che dalle parti del Nazareno si ribatte con sfrontata malizia: “È importante – dice ad AskaNews un parlamentare che preferisce rimanere anonimo – la firma di Calenda. Per noi è comunque un altro passo verso lo sganciamento da Renzi”. Insomma, si vedrà dopo le europee.

Il centro in Europa è una politica alla ricerca di futuro

La definitiva scomparsa delle forze politiche di centro a giudizio di molti analisti politici sarebbe l’incubo che si aggira in Europa. Ce lo ricorda padre Antonio Spadaro sull’ultimo numero de La Civiltà Cattolica nel suo Punto dedicato alla crisi del modello liberal-democratico.

Per quanto possa sembrare paradossale, il dibattito sui rischi della scomparsa del centro in Europa, può rivelarsi molto interessante per fare emergere la profonda necessità di politiche di centro.

Infatti, i contraccolpi del cambiamento d’epoca che stiamo attraversando, che investono nel contempo la sfera geopolitica, quella economica, sociale, antropologica necessitano di risposte improntate al realismo, alla gradualità, al dialogo e all’apertura alla novità dei tempi. Elementi questi che qualificano le politiche di centro. E se è pur vero che strutturali cambiamenti socio-economici stanno erodendo il terreno sopra il quale si sono sviluppate le tradizioni politiche liberal-democratiche e socialdemocratiche, figlie di quel compromesso fra capitalismo e democrazia che diede i suoi frutti migliori in Europa nella seconda metà del secolo scorso, è altrettanto vero che il modello alternativo, quello neoliberista, risulta inadeguato  in un mondo che sta cambiando in un modo diverso da quel che si attendevano i fautori della globalizzazione.

Ora certo, sta venendo meno la base sociale per forti partiti di centro in Europa, ma al momento lo scontento sembra più rifugiarsi nell’astensionismo che nei movimenti di protesta, come se a prevalere fosse l’attesa di una svolta nella continuità e non il richiamo di modelli regressivi. Questo può consentire ai più fedeli interpreti delle culture politiche liberal-democratiche e sociali, di dare il meglio di loro stessi proprio mentre vedono materializzarsi la loro crisi e addirittura il rischio di scomparsa. Fare politiche di centro non significa ripetere come un mantra formule di un passato che non può più tornare. Ma significa scrutare l’orizzonte, dando prova nel contempo di realismo e di visione. Significa credere che l’Europa può stare al passo con i cambiamenti, rinnovandosi e inventandosi un futuro. Nel XXI secolo sta venendo meno una supremazia occidentale che durava da circa cinque secoli. Ma non per questo verrà meno il ruolo e il contributo dell’Europa per il mondo. L’errore più grande che si possa compiere sarebbe quello, come ha ricordato il presidente Mattarella al Cotec Europa, di sentirsi arroccati nel club dei Paesi agiati, in un mondo irrimediabilmente diviso. Ecco perché l’obiettivo delle politiche di centro, anziché coltivare la nostalgia dei tempi che furono, deve diventare quello di interagire con le nuove dinamiche che stanno emergendo nel mondo attuale, in campo geopolitico e in quello economico. In questo compito l’Italia appare avvantaggiata rispetto agli altri Paesi europei, sia per la sua posizione geografica sia per la sua tradizione politica di relazioni con i Paesi mediterranei e africani, improntate alla pari dignità e al reciproco vantaggio. Nello spirito di Enrico Mattei, che è molto simile, come modello di relazioni internazionali, alla logica win-win che sta alla base della cooperazione interna ed esterna ai Paesi Brics.

Aprendosi alla nuova realtà del mondo riusciremo anche a frenare e a invertire la crisi del modello liberal-democratico. Non possiamo pensare che tale modello sia indissolubilmente legato a una situazione effimera che ha visto l’Occidente per qualche decennio raggiungere dei livelli di sviluppo e di benessere che il resto del mondo non aveva. La sfida per le forze di centro è impegnarsi a dimostrare che la liberal-democrazia può rafforzarsi in un mondo in cui in quasi tutti i Paesi è partita la corsa allo sviluppo. E nel contempo può rafforzarsi se è capace di concepirsi come modello relativo, non assoluto, così da poter vedere e confrontarsi sul modo in cui altri sistemi e culture provvedono a rispondere alle istanze dei loro popoli di sviluppo, di libertà e di democrazia in modi diversi e originali, dismettendo quel senso di superiorità e di doppio standard di giudizio che è sempre meno accettato nel resto del mondo.

Nel definirsi in rapporto ai nuovi attori internazionali il modello liberal-democratico potrà riguadagnare all’interno degli Stati occidentali quella credibilità e quella fiducia popolare che è andata calando, sia per effetto dei nuovi processi economici, sia per l’inadeguatezza della strategia sinora mostrata nei confronti dei Paesi non occidentali. In questi vivono, del resto, sei dei sette miliardi di esseriumani. Con realismo e dialogo il centro in Europa non solo può evitare di scomparire, ma può concorrere ad aprire una nuova pagina di storia.

Bodrato, lo sguardo sul futuro dopo la Dc e il Partito popolare.

Gentile direttore, ho molto apprezzato che il suo giornale ancora una volta! si sia distinto nel dare spazio alla notizia della scomparsa di un vero, straordinario e coerente leader politico cristiano democratico. Infatti ha ragione il lettore Stefano Passaggio, quando segnala come notizie e commenti relativi alla vita, al pensiero e allopera dellon.Bodrato, siano state in larga misura obnubilate dalla strabordante attenzione mediatica, dedicata alla scomparsa del Presidente Silvio Berlusconi.

Naturalmente sarei uno sciocco e un fazioso se non comprendessi le ragioni di tutta lattenzione dedicata allon. Berlusconi (persino il presidente Putin lo ha ricordato riempiendolo di elogianche se data la fonte – non ci sarebbe da esserne particolarmente orgogliosi). Ciò nondimeno, io sono profondamente convinto che una rilettura attenta e seria dellopera politica e culturale di un uomo come Guido Bodrato, potrebbe fornire un contributo vitale per la preservazione e il rilancio di un cultura cattolico democratica (o cattolico sociale/popolare che dir si voglia), di cui il nostro Paese e la nostra epoca avrebbero tanto bisogno. Spero, quindi, che le pur ben argomentate considerazioni del dr. Stefano Passaggio si rivelino fallaci, almeno nella parte in cui scrive che la dipartita di Bodrato delinei in maniera emblematica le sorti di un funerale di unesperienza politica, quella del cattolicesimo democratico, in particolare quello piemontese. Penso che se ciò si verificasse compiutamente, si registrerebbe una perdita irreparabile a livello di cultura storica, ideale e politica.

La ricchezza culturale e politica a cui faccio riferimento, è egregiamente documentata dal bellissimo pezzo di Mario Berardi, uscito sul vostro settimanale di domenica 25 giugno u.s. Nella sua ricostruzione sono ben centrati tutti i passaggi essenziali e le caratteristiche salienti di questo nostro grande maestro, per cui io mi permetto di aggiungere solamente alcune sottolineature: la prima è che Guido Bodrato ad onta dei suoi numerosi compiti istituzionali – riusciva a trovare sempre il tempo per i giovani di una parrocchia, di un Movimento, di una sezione del Movimento giovanile della DC, di una scuola ecc. Io ho avuto la fortuna di godere di questa sua generosità fin da quando giovanissimo, nella mia terra natia calabrese (dove ero un leader studentesco trasversalmente riconosciuto e molto votato), avevo aderito al Movimento giovanile della Democrazia Cristiana. Di conseguenza ero stato invitato grazie al moroteoon. Mario Tassone e al forzanovistaAlfonso Riccio – a incontri e corsi di formazione, dove avevo potuto ascoltare e interloquire in particolare con Aldo Moro, Claudio Donat Cattin e Guido Bodrato!

Da allora semplificando al massimo – mi sento di dire che il mio percorso politico culturale ha seguito una linea il più possibile coerente con quanto imparato. Leader degli studenti universitari cattolici a Torino, Consigliere comunale e quindi primo assessore alla Gioventù dItalia, per esplicita scelta di Guido Bodrato. Fui convintamente sulla sua linea in altri due momenti cruciali: lopposizione alla decisione della liquidazione del partito democristiano e, ancor prima, nella battaglia referendaria contro la linea politica tendente ad abolire le preferenze e approdare al maggioritario e quindi al bipolarismo.

Dopo la fine della Dc e anche del Partito Popolare venne un periodo di enorme confusione per poi ritrovarci negli ultimi sette/otto anni a riflettere sullipotesi e la speranza della ricostruzione di unarea quanto meno culturale – “cattolico/popolare/democratica. In tutte le iniziative prese in questa direzione (penso già nel 2017/2018 il lancio del movimento Rete Biancacon Giorgio Merlo e altre coraggiose amiche/amici, oppure alla Associazione de I Popolari, guidata generosamente prima da Alessandro Risso e oggi da Franco Campia, fino ai tentativi del partito/movimento Insiemeispirato dal prof. Zamagni ecc. ecc.) la figura e il pensiero di Guido Bodrato sempre lucido, intellettualmente onesto e rigoroso, coerente e obbiettivo, severamente realista e nobilmente idealista sono stati indiscutibilmente il riferimento più autorevole e apprezzato.

Bodrato, per le qualità succitate, non era particolarmente ottimista, ma ci ha sempre incitato ad andare avanti. Certo, la situazione attuale presenta moltissime difficoltà e ostacoli, ma anche qualche elemento di opportunità e di speranza. Penso alle ultime encicliche di Papa Francesco (dalla Laudato Sii, alla Fratelli Tutti, fino alla rinnovata pur se ancora flebile  – attenzione della Chiesa Cattolica alla politica come massima forma di carità”). Anche nel nostro Piemonte, questa sensibiità si sta declinando con molte modalità interessanti, come  quelle di un forte rilancio delle Scuole di politica. Rilancio avvenuto col pieno sostegno dellArcivescovo mons. Repole e in coerenza con la grande azione sociale, dimostrata dal suo predecessore mons. Cesare Nosiglia.

Infine, come i due amici che mi hanno preceduto nello scrivervi, mi permetto anche io una piccola nota personale: Guido Bodrato è stato il mio testimone di nozze. Allora mi piace pensare, che oltre alla protezione del buon Dio, il legame fra mia moglie Elena e me sia così intenso e forteanche grazie ai testimoni che abbiamo avuto a fianco nella celebrazione del sacramento del matrimonio.

[La lettera è stata pubblicata dal settimanale torinese con il titolo Leredità politica di Guido Bodrato]

Cisl, la Fondazione Tarantelli presenta la ricerca su democrazia e partecipazione.

Certamente per il suo oggetto: lo stato di difficoltà, talora di crisi, dei modelli di democrazia rappresentativa nel nostro tempo: dallassalto al Congresso degli Stati Uniti nel giorno dellEpifania 2021; alla sua riedizione in Brasile l8 gennaio 2023; alle procedure di infrazione per violazione dei principi dello Stato di diritto attivate dalla Commissione Europea nei confronti dei Governi polacco ed ungherese; alla crescita diffusa dellastensionismo nelle consul-tazioni elettorali di non poche democrazie europee, allestensione dei regimi autoritari che si propongono, esplicitamente, come alternativa vincente alle democrazie.

La CISL, rigorosamente democratica per DNA, ha ritenuto, dalla nascita, che la miglior difesa della democrazia liberale risiedesse nello sviluppo al suo interno di ordinamenti autonomi riconosciuti del lavoro e della società, capaci, in quanto tali, di confrontarsi e contrattare col Governo centrale e periferico, costruendo, nella dialettica tra rappresentanza politica e rappresentanza sociale, la miglior sintesi di bene co-mune per il Paese. 

È la nostra visione della democrazia partecipativa, elevata a modello e  prassi istituzionale. La forma più giusta e più efficace di radicamento organico nel popolo sovrano di una democrazia che ne garantisce pienezza reale di cittadinanza. A ben vedere, si tratta del tentativo, più lungimirante e realistico, di mediazione fra democrazia diretta e democrazia rappresentativa nelle società moderne dopo le esperienze storiche (dallAtene di Pericle alla Comune di Parigi) ed i progetti visionari (dallUtopia di Tommaso Moro, alla Città del sole di Tommaso Campanella, alla Costituzione di Ginevra di Jean-Jacques Rousseau), comunque circoscritte al perimetro di piccole comunità alternative.

Il pensiero politico della Cisl ha, pertanto, un obiettivo rilievo nella storia del dibattito sulla democrazia in Occidente. Al quale ha apportato, altresì, il contributo della sua visione integrale della democrazia che deve estendersi, in forme sistemiche, dalle sedi politiche istituzionali ai centri di potere economici e sociali. Anche su questa linea di riforma, che estende e modula  gli istituti della democrazia liberale, la CISL può annoverare convergenze di grande autorevolezza, a partire da Norberto Bobbio che ne fece oggetto di specifica riflessione in merito alle promesse mancate della democrazia liberale. 

Il Disegno di legge di iniziativa popolare presentato dalla CISL, per il quale è in atto la raccolta delle firme, opera, con lodevole lungimiranza, coerenza, determinazione su questa frontiera avanzata della democrazia e rappresenta il tentativo, storicamente più sistematico, di attuazione dellart. 46 della Costituzione in materia di diritto dei lavoratori a collaborare alla gestione dellimpresa. 

Esso compendia, la lunga, straordinaria storia, di elaborazione strategica e di militanza, finalizzata al completamento della democrazia liberale nella democrazia partecipativa; offre il quadro giuridico strutturato di legittimazione sistemica alle numerose e straordinarie brecce di partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese, aperte dalla contrattazione aziendale; pone la domanda, ineludibile, se alla base delle difficoltà e delle crisi della democrazia liberale non operi la sua  mancata metamorfosi nella democrazia partecipativa, aprendo un orizzonte fondamentale ed originale di analisi critica, di progetto, di futuro sul quale la storia e la cultura della CISL hanno ancora molto da dire.

Giuseppe Gallo

Presidente Fondazione Ezio Tarantelli.

Nellinvitarvi a partecipare, vi alleghiamo ledizione n. 24 del Working Paper, il programma del Webinar e di seguito le credenziali di accesso alla piattaforma Zoom.

è

Webinar di Presentazione del Working Paper (edizione n. 27)

3 lug 2023 15:00 

Entra nella riunione in Zoom

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Testo in pdf del Working Paper

La Voce del Popolo | Il giusto mix da trovare… tra la guida e l’ascolto.

Fa bene Giorgia Meloni a sottolineare il buon risultato del centrodestra in Molise. Farebbe meglio, però, a tener presenti le difficoltà che negli ultimi giorni stanno attraversando la sua maggioranza.

Lallegra gestione delle aziende di Santanchè, tipico esempio di una concezione predatoria dellattività imprenditoriale. Il silenzioso abbandono del suo portavoce, rivelatore di una certa inquietudine nel suo inner circle. La guerriglia di Salvini e della Lega. E via dicendo, da un caso allaltro.

È noto che una certa turbolenza attraversa sempre il campo di governo. Quello che fa la differenza è se questa turbolenza viene gestita oppure lasciata a se stessa; se il capo della coalizione dispensa pazienza o effonde nervosismo; se il richiamo allordine è leccezione o diven- ta la regola. Ecco, limpressione in questi ultimi tempi è che la guida della compagine riveli una crescente insofferenza.

La stessa minaccia del voto anticipato, fatta trapelare qua e là dalle veline di Palazzo Chigi, sembra più che altro la rivelazione di una debolezza strategica. Il governo di coalizione non è mai una passeggiata su un letto di rose. Ma tanto più ci si aspetterebbe che chi guida la carovana si rivelasse capace di mediazione. Non per dar ragione ai suoi critici. Ma per togliere armi alle loro obiezioni.

E invece sembra di cogliere in lontananza leco di una serie di malumori incrociati che i soci di maggioranza hanno preso a scambiarsi a vicenda. Nulla di nuovo, si dirà. È sempre accaduto. Tanto più, però, diventa importante per il/la leader trovare il giusto mix tra la guida e lascolto.

[Pubblicato su La Voce del Popoloil 29 giugno 2023. Larticolo è qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale]

Con Elly Schlein il centro sinistra perde i connotati tradizionali

Dunque, la coalizione tradizionale di centro sinistra rischia di essere ormai alle nostre spalle. Lalleanza sempre più organica secca anche se ad oggi drasticamente perdente, tra la sinistra massimalista della Schlein, la sinistra populista e per casodi Conte e Grillo e quella estremista ed ideologica di Fratoianni e Bonelli, è la conferma plateale che si è aperta una nuova fase politica e culturale da quelle parti. E le manifestazioni di piazza, ripetute e ripetitive, di queste ultime settimane lo confermano anche a chi è ancora perplesso di fronte a questa nuova pagina della sinistra italiana.

Certo, anche su questo versante si registra il profondo cambiamento politico e culturale del nuovo corso del Partito democratico. Del resto, lintuizione originaria che diede vita a quel partito, ovvero la convergenza tra la miglior tradizione ex comunista e lesperienza della ex sinistra democristiana, è definitivamente alle nostre spalle. Come, del resto, lo sforzo e la continua elaborazione progettuale e politica di creare una sintesi efficace e costruttiva tra le varie culture fondanti di quel partito. E, ancora, costruendo una coalizione che si caratterizzava per la sua capacità, costante e testarda, di legare nel medesimo progetto politico il centro riformista e plurale con la sinistra democratica e di governo. Ora, con buona pace dei vari Delrio e compagnia cantante, è evidente a tutti – ma proprio a tutti – che il centro e la stessa politica di centrosono categorie del tutto estranee, per non dire alternative, al progetto delle nuove sinistre. E, al contempo, la stessa cifra riformista diventa quasi un peso per il nuovo cartello politico ed elettorale.

Ora, però, intendiamoci. Si tratta di un progetto certamente innovativo e discontinuo rispetto alla tradizione politica italiana ma non per questo negativo o da respingere pregiudizialmente. Risponde, come ovvio, al profilo politico e culturale del nuovo Pd a guida Schlein da un lato e alla costruzione di un progetto politico chiaro e definito dallaltro che superano la tradizionale coalizione di centro sinistra a vantaggio di unalleanza di sinistra che, non a caso, riflette anche ciò che capita nel campo alternativo della destra. E questo risultato, indubbiamente positivo, è anche il frutto di un ritorno della politica dopo la sbornia populista, demagogica, anti politica e qualunquista caratterizzata dai 5 stelle in questi ultimi anni. Un epilogo che riflette le nuove dinamiche politiche frutto e conseguenza del profilo politico dei nuovi protagonisti. A cominciare, sul versante della sinistra, del profilo dirompente, nonchè chiaro e trasparente, di Elly Schlein che ha chiuso definitivamente una fase del principale partito della sinistra italiana per aprire una stagione del tutto nuova ed originale. Certo, ci sono molte somiglianze con alcune stagioni del passato dove si perseguiva lobiettivo dellunità delle sinistre. E cioè, lavversione verso i moderati, i centristi e i riformisti; lesaltazione della piazzacome luogo salvifico e miracolistico per il rinnovamento della politica; la necessità di radicalizzare il conflitto politico e accentuare la polarizzazione ideologica; cavalcare tutte le opposizioni sociali e via discorrendo. Metodi e obiettivi che poco hanno a che vedere con le modalità, i comportamenti e gli obiettivi del tradizionale centro sinistra nel nostro paese.

Per questi motivi, semplici ma oggettivi, tutti coloro che non si riconoscono nella piattaforma della nuova sinistra unitahanno il diritto, e soprattutto il dovere, di avviare una iniziativa politica distinta e distante dal massimassimo, dal radicalismo e dallestremismo del nuovo corso della sinistra italiana. Una iniziativa, e lo dico senza alcuna polemica, che si rende necessaria anche grazie al progetto della nuova segretaria del Pd, Elly Schlein, che ha avuto il merito di far chiarezza allinterno di quel campo tracciando i confini e indicando concretamente gli obiettivi del nuovo progetto della sinistra italiana. Una iniziativa politica, infine, che deve vedere in prima linea proprio quei cattolici democratici, popolari e sociali che per coerenza personale e per lungimiranza con la propria storia, non possono conciliare la loro presenza in un cartello politicamente e culturalmente estraneo se non addirittura alternativo ai propri valori di riferimento.

Modernissimo o modernista? Ritorna un testo fondamentale per capire Buonaiuti.

Curato da Pietro Urciuoli e dal compianto Vittorio Bellavite storico coordinatore di Noi Siamo Chiesa arriva nelle librerie la nuova edizione de La Chiesa romana(Gabrielli editore) del sacerdote e studioso accusato di eresia.

È  un libro da leggere per capire la complessità del pensiero di questo incompreso teologo e storico del cristianesimo. La Chiesa romanasi presenta con unampia prefazione del giornalista, regista e scrittore Gilberto Squizzato. Ecco, qui di seguito, un ampio stralcio del suo scritto.

«Ernesto Buonaiuti fu, insieme ad altri, esponente del movimento culturale che sotto il nome di modernismo, fra la fine dellOttocento e linizio del Novecento, e non solo in Italia, provava a rileggere il messaggio cristiano alla luce delle istanze e dei mutamenti di pensiero della società contemporanea. Nel momento della sua redazione (il 1932) già da sei anni lautore era stato colpito dalla scomunica (il 26 gennaio 1926), da appena tre anni Mussolini e il cardinal Gasparri avevano firmato il Concordato e da un anno a Buonaiuti, per essersi rifiutato di prestare giuramento di fedeltà al fascismo, era stata tolta con la cattedra universitaria anche ogni fonte di dignitoso sostentamento personale.

Il lettore troverà in queste pagine una sequenza organicamente coerente di analisi storiche pienamente argomentate e documentate che decenni più tardi non avrebbero (quasi) più fatto scandalo dentro la Chiesa: questa radicale critica storica a molti snodi decisivi (e involutivi, rispetto al Vangelo) della storia della Chiesa di Roma proposta da Buonaiuti non faceva che porre le basi, nella coscienza cattolica più aperta e avveduta, per quella richiesta di radicale riforma che sarebbe stata esplicitata trentanni più tardi dal Concilio Vaticano convocato a Roma nel 1962 proprio da quel papa Roncalli che di Buonaiuti era stato compagno di seminario allinizio del secolo».

E Squizzato conclude con le parole stesse dellautore: «Il lettore potrà riconoscere in queste pagine un Buonaiuti perfino temerario, per amore del Vangelo, che suonano come attualissima critica del Romanesimo e come visione profetica che anticipa nuovi doveri per luomo di fede attento alle mutazioni di tempi che sa di doversi misurare con il pensiero e la sensibilità moderni. “Tutta impigliata nei teoremi irreformabili della sua teodicea, la Chiesa è imprigionata in una raffigurazione filosofica del reale battuta irrimediabilmente dallesperienza scientifica” e così “sorda e cieca ai segni imperiosi ed eloquenti dei tempi () si inaridisce, ribadendo, con uniformità monotona, le sue stilizzate formulazioni teologali. () Non si può più schematizzare il divino e il suo operare misterioso sulla traccia di una ricostruzione delluniverso in conflitto con i dati intuitivi della quotidiana esperienza e della tecnica empirica. E la nuova sensazione, fluida e mobile, della realtà, postula, a più o meno breve scadenza, tutta una nuova impalcatura concettuale”». 

La Chiesa romana” è uno dei testi più significativi della vastissima produzione letteraria di Ernesto Buonaiuti; un testo della maturità, scritto, come dice egli stesso, «per un indeclinabile comando della coscienza, in un momento risolutivo della mia vita», essendo ormai stato privato sia della dignità sacerdotale che della qualifica di professore universitario. Un testo che è al tempo stesso una riflessione sulla bimillenaria storia della Chiesa e un accorato appello affinché ritorni a proporre al mondo il messaggio evangelico nella sua originaria purezza, e nel quale si alternano, attraverso un gioco di audaci e sapienti collegamenti, analisi storiche e visioni future. Le posizioni espresse dal Buonaiuti sono di una sorprendente attualità e rendono testimonianza di una figura complessa di sacerdote e di studioso che attende ancora il giusto riconoscimento.

[Tratto dal sito della casa editrice]

Per saperne di più

https://www.gabriellieditori.it/esce-la-nuova-edizione-di-la-chiesa-romana-opera-del-teologo-modernista-ernesto-buonaiuti/

Cisambiente regala alla destra una platea di imprenditori arrabbiati con l’Europa

Sala Pininfarina al gran completo. Nicola Porro gioca in casa, il convegno organizzato nel Palazzo di Confindustria allEur è un regalo di Cisambiente alla maggioranza di governo. Levento chiude la giornata dedicata allAssemblea generale di questa associazione voluta – come recita la presentazione nel sito web – da un gruppo di imprenditori del settore ambiente ed energia rinnovabile. A leggere il programma non si fatica a decifrare il significato politico delloperazione: la parola spetta al centrodestra, segnatamente a tre donne (una vice ministro, una sottosegretaria e uneuroparlamentare), mentre la rappresentanza dellopposizione semplicemente non esiste. Anche il titolo del convegno –  Limiti e Responsabilità della Comunità Europea nei confronti dell’Industria Italiana” – fa locchiolino ai pregiudizi del sovranismo anti-europeo. Gli organizzatori hanno persino rispolverato lantica denominazione di Comunità Europeaal posto di Unione Europea.

A scanso di equivoci, il direttore generale di Cisambiente, Lucia Leonessi, spiegherà in un comunicato stampa che il Legislatore comunitario interviene sulla normativa riguardante i rifiuti, ed in generale sulle questioni ambientali, con un approccio tale da generare rilevanti incrementi dei costi di produzione nei conti economici delle imprese italiane, e non solamente quelle impegnate nel settore.  E dunque siamo lontani dal fare qualcosa di positivo per l’industria italiana, senza che atteggiamenti troppo disinvolti danneggino l’ambiente. Nel mirino, evidentemente, c’è lEuropa dei burocrati, nemica del vitalismo di medie e piccole aziende.

Invogliati a dovere da Porro, gli imprenditori non mancano di rilevare i limiti, le difficoltà, le strozzature del sistema Italia. Tanti gli spunti, sebbene Il dibattito corra monotono  lungo i binari di una logica scontata: troppe regole, anche appesantite da Bruxelles, rendono complicata lazione degli operatori. Accade perciò che il presidente di Confindustria Puglia, Sergio Fontana, lamenti il disagio che monta nel vedere come sia più più attraente lofferta di Paesi fuori dallombrello europeo. In concreto, dov’è lalternativa? Sta sullaltra sponda del Tirreno. A suo giudizio, oggi è proprio lAlbania un esempio di accoglienza per il mondo dellimpresa, dato che qui, nella terra delle aquile, effettivamente le cose si possono fare. Insomma, c’è vita su Marte! Sicché verrebbe quasi da dire che al capitalismo renano, croce e delizia di tanta indagine scientifica, si venga oramai a contrapporre la felice esperienza del modello albanese.

Si giunge così alle conclusioni e la domanda, gira e rigira, non può che riguardare la politica. E voi che fate, nelleuroparlamento?, chiede appunto il moderatore a Susanna Ceccardi, eletta a Strasburgo nelle liste della Lega. E che si può fare? Un conto è limpegno, altro i risultati. C’è un cordone sanitario, risponde la deputata, che blocca ogni nostra iniziativa. In effetti, il governo reale dellEuropa tiene a debita distanza le forze nazional-sovraniste. In Germania, la vittoria dellultra destra (AfD) nel piccolo circondario di Sonneberg, ha messo in allarme la classe dirigente democratica. La CDU della cittadina ha preso a scapaccioni i suoi rampolli della Junge Union per un incauto tweet di congratulazioni (subito cancellato) al neoeletto presidente, Robert Sesselmann. “Una cooperazione con l’AfD sarebbe tradire lessenza del connotato cristiano della nostra Unione, hanno scritto i leader locali della CDU.

Ora si dà il caso che lAfD aderisca in Europa allo stesso raggruppamento, Identità e Democrazia, di cui fa parte la Lega. Nessuno a Strasburgo o a Bruxelles ne ammette la presenza ai tavoli che contano. Ecco il punto: quando parla di cordone sanitario, lonorevole Ceccardi omette di spiegare cause e motivi di questa apparente vessazione. Certo, il suo silenzio si comprende, mira a nascondere il dato politico di un isolamento per niente casuale. Invece resta da comprendere perché gli imprenditori di Cisambiente, legittimamente preoccupati di difendere in Europa le loro ragioni, si affidino ai leghisti. Se lo dovrebbero chiedere anche i vertici confindustriali di Viale dellAstronomia.

Il nodo della giustizia è fondamentale per il buon andamento della democrazia  

Ho sempre detto che come Associazione non dobbiamo se non a titolo personale dare valutazioni e anche su questa questione particolare della giustizia possiamo dire che le proposte di Nordio ancorché timide sono sulla strada giusta.

A noi deve interessare il vulnus che deriva da uno squilibrio dei poteri che si è determinato in Italia e che è vistoso per la democrazia. Il problema non è solo italiano ma nel nostro paese ha una patologia particolare. Il problema è il rapporto anomalo tra la politica e la magistratura e posso indicarlo con pochi esempi per evitare di dilungarmi anche su questo problema. Nell’ultimo numero della rivista “Questione giustizia”, organo ufficiale della corrente magistratura democratica, il direttore scrive:

“In moltissimi casi della vita sociale ed economica” – scrive Nello Rossi – “è il giudiziario ad intervenire in esclusiva, o almeno in prima battuta, nella ricerca di soluzioni di problemi inediti talora incancreniti dalla paralisi e dall’inerzia della politica…. e quindi c’è bisogno di una magistratura che assolva un incisivo ruolo di garanzia dei diritti individuali e della dignità delle persone” …. all’affermazione di diritti dolorosi come quelli relativi al fine vita; alle soluzioni offerte sul terreno dell’eguaglianza di genere; alla protezione di diritti umani fondamentali come nel caso dei migranti; alle azioni a tutela dei risparmiatori e delle finanze pubbliche in contesti finanziari sempre più complicati e vorticosi; agli interventi sulla condizione dei lavoratori marginali, come i rider o i lavoratori della logistica”. ….. il magistrato non può pensare di essere un semplice passacarte, un freddo tutore dell’ordinamento giudiziario, ma deve rivendicare il suo ruolo speciale nella società, anche a costo di allargare il perimetro delle proprie prerogative…. La Costituzione non indica più una direttrice di marcia univoca nel cui solco il giudiziario possa identifica re una sua funzione unitaria, storica…!”

Tutto ciò è in coerenza con quanto scritto, nel lontano 1983 sulla stessa rivista che io ho ricordato molte volte in questi anni, dal pubblico ministero Gherardo Colombo. “La mancanza di una profonda, incisiva e penetrante opposizione politica da parte degli apparati cui lo svolgimento di questa funzione spetta istituzionalmente e costituzionalmente, ha indotto come conseguenza un fenomeno che riguarda direttamente la magistratura. II controllo giurisdizionale, tradizionalmente e istituzionalmente diretto alla composizione dei conflitti e all’accertamento di comportamenti devianti di singoli, si è via via trasformato per una molteplice serie di motivi, che hanno complessivamente portato al risultato di modificarne la natura…

È stata devoluta alla magistratura una serie di compiti che non sono suoi propri e che investono più la funzione politica che non quella giurisdizionale. In tema di terrorismo, ad esempio, tutto il complesso fenomeno, di chiarissima natura politica, è stato affrontato a livello giudiziario e risolto – per quanto si è potuto attraverso strumenti utilizzati dalla magistratura. Quello del terrorismo è uno dei tanti settori nei quali si è verificata l’imposizione alla magistratura di un’attività di supplenza da parte di altri apparati dello Stato. non mancano altri campi, più o meno estesi e più o meno evidenti, in cui sono state scaricate sulla magistratura responsabilità che spetterebbero, in linea di principio, ad altri organi o settori dello Stato. Cio ha portato necessariamente l’ordine giudiziario ad invadere, perché richiesto, sfere di intervento istituzionalmente riservate ad altri. È successo, inoltre, che gli spazi lasciati liberi dalla mancanza o dalla più o meno grave insufficienza della opposizione politica siano stati essi pure, ed essi pure necessariamente, occupati dall’intervento giudiziario”.

È molto significativo come vi sia una costante in parti della magistratura di costruire un protagonismo istituzionale fuori dal dettato della Costituzione, ed è incomprensibile questa ostinazione di costruire una magistratura politica. So bene che la colpa è della politica ma è la classe dirigente non solo politica che deve avere consapevolezza e allarmarsi.Levoluzione del ruolo della funzione della magistratura non può avvenire in queste forme perché costituirebbe un vulnus per la democrazia.

La distinzione dei poteri non è superata perché dallepoca di Montesquieu sono passati tanti anni, ma è lanima dello stato di diritto, dellequilibrio tra i poteri perché nessuno deve prevalere sullaltro e ogni potere deve essere fedele alle sue rigorose competenze. Riconosciamo che la crisi della legge ha affievolito la sua supremazia a vantaggio di un ruolo più consistente del giudice, che dunque si attribuisce una funzione pressoché illimitata di interprete della norma, e quindi assume di fatti un ruolo etico: quello di attribuire al giudice la funzione di controllo il “sistema” di operare per una funzione catartica: di far vincere il bene sul male!

Voglio citarvi la frase di un costituzionalista dellUniversità di Yale Robert H. Bork il quale () conclude il suo libro “Il giudice sovrano” con queste parole: “La rivoluzione politica porta con sé una rivoluzione culturale. Leggendo le opinioni di molti giudici sembrerebbe che essi ormai credono che la propria missione sia quella di proteggere la civiltà…l’attivismo giudiziario, per le sue caratteristiche e per l’esempio che fornisce, incrina le fondamenta su cui sono basate le democrazie occidentali. Il concetto di rule of law, nato in Europa, essenziale negli ordinamenti statunitense e canadese è imprescindibile per tutte le civiltà occidentali, è ormai ridotto a un rispetto di facciata. Se non comprendiamo il deterioramento della funzione giudiziaria a livello mondiale, la portata della rivoluzione politica che sta avvenendo in tutte le nazioni occidentali e che sta portando alla graduale ma incessante sostituzione del Governo dei rappresentanti eletti con quello dei giudici nominati”.

Nei Tg Rai e Mediaset la destra ruba spazi alle opposizioni

LAutorità per la garanzia delle comunicazioni (Agcom) monitora le trasmissioni televisive per verificare il rispetto del pluralismo politico e periodicamente pubblica i risultati sul suo sito. I dati del mese di aprile sono preoccupanti perché la destra ha avuto un tempo di parola(tempo per parlare direttamente ai microfoni) notevolmente superiore alla sua rappresentanza parlamentare e quindi a discapito delle opposizioni parlamentari.

Nei quattro Tg della Rai (tg1, tg2, tg3 e rainews24) la maggioranza ha parlato per 9 ore e 23 minuti così ripartiti: Meloni 2 ore e 9 minuti, governo 4 ore e 7 minuti, esponenti dei partiti di maggioranza 3 ore e 7 minuti. Le minoranze hanno parlato per 4 ore e 59 minuti. La destra ha utilizzato il 63,5 % dello spazio per dichiarazioni, spazio che avrebbe invece dovuto essere del 56/57%. La maggioranza si è cioè impossessata di un tempo di paroladi 1 ora e 15 minuti che sarebbe spettato alle minoranze.

I Tg della Rai si stanno così avviando a conformarsi ai quattro Tg di Mediaset, arcinota società privata. Ai microfoni di tg4, tg5, studio aperto e tgcom24, la maggioranza ha parlato per 17 ore e 53 minuti, la minoranza soltanto 6 ore e 25 minuti. Così la maggioranza ha occupato il 73,6% degli spazi e la minoranza ha potuto parlare soltanto il 29,5%. La destra ha così sottratto alle minoranze 4 ore e 10 minuti.

In sostanza dai Tg Rai e Mediaset non è garantita uninformazione equilibrata e il rispetto della parità di trattamento tra i soggetti politici, che tenga conto del grado di rappresentatività parlamentare e dellautonomia editoriale e giornalistica. Si sta così instaurando un dominio della destra su tutte le televisioni che è una lesione al principio del pluralismo informativo sul quale sono fondate le democrazie.

Queste considerazioni riportano al dibattito sulla disciplina del sistema radio televisivo che si concluse con lapprovazione della legge Mammì (1990), la quale si limitò a consolidare il duopolio Rai Fininvest. Allora la sinistra democristiana contrastò quella legge, fino al punto in cui cinque ministri del governo Andreotti si dimisero (Mino Martinazzoli, Sergio Mattarella, Calogero Mannino, Carlo Fracanzani e Riccardo Misasi). Lonorevole Guido Bodrato, allora vice segretario della DC, guidò quella battaglia con acute riflessioni, tuttora valide, sul rapporto tra pluralismo informativo e sistema politico. Vi sottopongo uno stralcio di un suo articolo che sintetizza il contenuto e il valore di una battaglia, da riprendere, a difesa della democrazia, della libertà, del pluralismo e anche delleconomia di mercato, contro le posizioni dominanti.

Guido Bodrato

Libertà di Stampa, pluralismo, democrazia

(La Discussione del 16/12/1989)

Con il graduale costituirsi della società contemporanea, si è venuto definendo anche il ruolo della stampa come quarto potere. La crescente complessità del sistema dellinformazione e dellaffermarsi della televisione hanno poi fatto parlare di persuasione occultaed hanno messo in evidenza la capacità dei media di influire sulle scelte e sui comportamenti della gente. Si è infine richiamata limmagine della grande sorella, proprio con riferimento alla pervasività della comunicazione televisiva, che in qualche misura ripropone lidea totalizzante del grande fratellodi Orwell, ma in una concezione meno negativa.

Il rapporto tra informazione e politica diventa così, specie con il consolidarsi della società dei consumi e con lintreccio sempre più stretto tra potere economico e potere politico, sempre più ambiguo. La politica, quando prende la forma di un regime, simpadronisce dellinformazione e la trasforma in propaganda; allopposto il potere economico finanziario per affermare il proprio dominio nella vita politica, compra televisioni, quotidiani e settimanali e li piega al ruolo di strumenti che formano e gestiscono il consenso della gente, e che condizionano le decisioni del parlamento e del governo. Per questo motivo il pluralismo politico, che è lessenza della democrazia rappresentativa, richiede il pluralismo dellinformazione; e per la stessa ragione, quando crollano i sistemi totalitari, insieme alla libertà politica rinasce anche la libertà di stampa.

Guardando al dibattito in corso sulle riforme delle istituzioni ritenute necessarie per rendere più efficiente una democrazia che rischia di degenerare in partitocrazia, diventa evidente lo stretto rapporto tra modello politico e modello informativo: ad esempio, si può sostenere che la cosiddetta democrazia plebiscitaria(di cui è anche espressione il presidenzialismo) ha bisogno di essere sostenuta dalla concentrazione dei mezzi dinformazione. La questione del pluralismo dellinformazione diventa così di grande attualità e importanza; ma non la si può ridurre a una questione di convenienza, a uno scontro tra due partiti trasversalicontrapposti nella lotta per la conquista del potere.

La scelta di Panetta conferma Bankitalia sulla linea della prudenza monetaria

Non è stata una sorpresa la designazione del nuovo governatore di Bankitalia. Il nome di Panetta girava da tempo e la scelta del Consiglio dei Ministri è giunta ieri, nel tardo pomeriggio, a modi conferma di un orientamento che trovava larghi consensi in ambito politico. Nel centro sinistra è stato netto il plauso di Pierferdinando Casini: Panetta è una nomina – ha scritto il senatore eletto come indipendente nelle liste del Pd – che fa onore allItalia! Piena condivisione della scelta del governo.

Con questa nomina, bisognosa di ulteriori passaggi di perfezionamento, si stabilizza lindirizzo del vertice operativo dellIstituto di Via Nazionale in favore di una poltica monetaria equilibrata. Ciò significa che la rappresentanza italiana in seno alla Banca centrale europea continuerà a svolgere un ruolo di contenimento delle spinte aggressive attribuite ai cosiddetti falchi, sostenitori nella BCE di una linea di rigore finanziario.

Ora, quali sono le procedure che porteranno allinsediamento di Panetta il prossimo 1 Novembre. al  termine cioè del mandato di Ignazio Visco?

In base allo Statuto della Banca d’Italia, la nomina del governatore avviene “con decreto del presidente della Repubblica, su proposta del presidente del Consiglio dei ministri, previa deliberazione del Consiglio dei ministri, sentito il parere del Consiglio superiore” della stessa Bankitalia. Così recita l’articolo 18 dello Statuto, precisando che per esprimere il suo parere il Consiglio superiore di Bankitalia “è convocato e presieduto dal componente più anziano in ordine di nomina e, a parità di nomina, di età“.

Il parere viene deliberato a maggioranza qualificata dei due terzi dei componenti del Consiglio.

Il governatore rappresenta la stessa Banca d`Italia “di fronte ai terzi in tutti gli atti e contratti e nei giudizi”. Lo statuto prevede che abbia competenze e i poteri riservati ai membri degli organismi decisionali della Bce previsti dal Trattato e dallo statuto del Sistema europeo delle Banche centrali.

Partecipa, in particolare, al Consiglio direttivo della Bce, dove vengono assunte le decisioni di politica monetaria dell’istituzione relative a tutta l’area euro (ad esempio sui tassi di interesse ufficiali).

Il governatore, inoltre “dispone, sentito il Direttorio, le nomine, le promozioni, le assegnazioni, i trasferimenti e gli incarichi del personale di grado superiore e nomina i direttori nelle sedi e nelle succursali. E “sottopone al Consiglio superiore le proposte di decisione”.

La Banca d’Italia è stata istituita nel 1893 e inizialmemnte a guidarla era il direttore generale con due vice, che formavano un Collegio di direzione. Lo statuto approvato nel 1899 abolì il Collegio di direzione e ridusse da 2 a 1 il numero dei vice direttori generali. Il nuovo direttorio fu istituito con la riforma statutaria del 1928 che prevede un governatore e, a lui subordinati, un direttore generale e un vice direttore generale.

Dal 1969 i vice sono tornati ad essere due.

A partire dalla riforma del 1928 si sono succeduti 10 governatori: Bonaldo Stringher (1928-1930), Vincenzo Azzolini (1931-1944), Luigi Einaudi (1945-1948), Donato Menichella (1948-1960), Guido Carli (1960-1975), Paolo Baffi (1975-1979), Carlo Azeglio Ciampi (1979-1993), Antonio Fazio (1993-2005) e Mario Draghi (2005-2011), Ignazio Visco (da fine 2011 ad oggi).

Settimana Sociale dei cattolici, trasformare il presente e liberare più bellezza.

È stato presentato nei giorni scorsi il programma della Settimana Sociale del prossimo anno. Si tratta di un appuntamento (Al cuore della democrazia. Partecipare tra storia e futuro 3-7 luglio 2024) che riveste molta importanza per capire come si orienta la comunità dei cristiani in Italia. Il percorso sinodale fa da sfondo a un incontro che si configura in termini di matura riflessione allinterno della realtà ecclesiale, con un richiamo esplicito al nuovo ruolo dei laici nel contesto sociale del Paese.  Nella nota che illustra liniziativa si fa preciso riferimento alla scelta non casualedella sede.  

Trieste – si legge – è città di confine, proiettata verso lEuropa e aperta verso Est, con una presenza storica di tante Confessioni cristiane e religioni diverse; una terra segnata da divisioni politiche che ne hanno attraversato la storia, con luoghi che ricordano dove porta la negazione della democrazia, dalla Risiera di San Saba alle Foibe. Vogliamo capire spiega il Documento qualcosa di più di questi confini che uniscono e dividono, di questa Europa e del suo sogno di pace tante volte tradito, del mondo che vi arriva a piedi piedi feriti dal cammino e provati dalla fatica dopo aver percorso le strade della guerra e della disperazione.

La nota poi continua: Limportanza dellapertura alla multiculturalità e al pluralismo così come del dialogo sono richiamati in modo plastico dal logo, che raffigura dei baloon che si intrecciano: lintersezione delle forme e dei colori crea una croce, simbolo delle radici e dei valori che sono alla base dellappuntamento.

A conclusione viene evidenziato il valore dellaspetto grafico del manifesto. La comunità – fattore chiave del cambiamento proposto – è invece rappresentata dallimmagine scelta per la 50ª edizione che, riecheggiando le grafiche degli anni 60, in particolare delloptical art, utilizza elementi geometrici semplici per generare, grazie alla loro ripetizione, un grande cuore fatto di persone.

Contro limpostazione data a questa edizione si è scagliato Silvio Brachetta, direttore dellOsservatorio Van Thuan sulla Dottrina sociale della Chiesa, per il quale saremmo di fronte a un Convegno che riduce il cristianesimo a laboratorio. Si tratta, evidentemente, di una lettura sbilanciata in senso tradizionalista, da cui si ricava una nota di pessimismo, segno di una forte insofferenza dellala più conservatrice della Chiesa italiana.  

Testo del Documento preparatorio

https://www.settimanesociali.it/wp-content/blogs.dir/57/files/sites/61/2023/06/Settimana-Sociale_DocumentoPreparatorio.pdf

Forum di Padova, quale futuro per il Veneto (ex) bianco?

Ho partecipato alcuni giorni fa al forum organizzato a Padova da Il Giornale del Veneto, diretto dallamico Dino Bertocco, sul tema: Civismo, Popolarismo, Sussidiarietà. Dopo la relazione iniziale, quanto mai coinvolgente, di Paolo Giaretta e la sintesi introduttiva di Bertocco, erano molto attesi gli interventi delle due ex ministre: Mariastella Gelmini (AzioneCalenda) e Elena Bonetti (Italia Viva-Renzi). Interpreti qualificate del pensiero cattolico, hanno entrambe esaltato limpegno a ricomporre la più ampia unità tra le culture di ispirazione liberal democratica e riformista con quella, riconosciuta come fondamentale, della tradizione popolare.

Nel mio intervento ho evidenziato la positività di queste affermazioni, che hanno fatto seguito alle ultime svolte diCalenda, poiché superano quella che, con una certa ironia, avevo connotato come una sorta di azionismo de noantri, espressione di una cultura radicaleggiante anti cattolica e anti popolare, che, se fosse confermata, condannerebbe quellesperienza a una condizione di permanente minorità.

Siamo alla vigilia di due importanti scadenze politico elettorali: le elezioni per il rinnovo del parlamento europeo e di alcune realtà regionali, mentre tanto il terzo polo che la nostra frastagliata area cattolico democratica, liberale e cristiano sociale, sono accomunate dallopposizione alla destra sovranista e nazionalista a dominanza di Fratelli dItalia, e dalla distinzione e distanza da una sinistra oggi avviata sulla strada di una progressiva radicalizzazione, come confermato dal recente incontro  di Campobasso della Schlein con Conte e  Fratoianni.

Se lobiettivo strategico è fissato sullesigenza di unalternativa concreta al governo della destra in Italia, i passaggi intermedi delle europee e regionali, favoriscono, col sistema proporzionale, una nostra possibile e doverosa  ricomposizione, premessa indispensabile per concorrere alla formazione di un più ampio centro plurale con le culture politiche liberal democratiche e riformiste come è emerso dal forum di Padova. Un autentico spartiacque della politica per noi veneti da cui intendiamo ripartire. Positivo ciò che si è avviato con la piattaforma popolare 2024 dagli amici Tarolli e DUbaldo.

Nella nostra Regione del Veneto stiamo vivendo un momento molto delicato del partito che dal 2010 ha assunto la guida del governo regionale. La Lega ha appena eletto segretario il giovane Stefani, battendo nettamente il pur bravo Manzato, espressione più vicina allimpostazione tradizionale del leghismo veneto, cui è mancato lapporto indispensabile del gruppo dellassessore Marcato, che aveva denunciato il clima di violenza in cui si erano svolti i congressi provinciali. Il caso delle dimissioni del sindaco leghista di Castelfranco veneto si aggiunge alle denunce di Marcato, per cui sembra si stia verificando la teoria paretiana delle volpi e dei leoni: le volpi leghiste della prima ora si sono lentamente trasformate in leoni che, certo dispongono del potere derivante dal controllo assoluto regionale e di molti enti locali, ma, come ha denunciato Marcato, difettano nella testa, nei piedi e nel cuore. Lassessore regionale padovano intendeva rilevare la carenza strategica e tattica del partito, il venir meno dellimpegno diffuso sui territori, e una passione civile che non è più quella dei tempi eroici della prima ora della Liga Veneta.

Credo vada fatta una seria riflessione sulla Lega Veneta, considerato che i cinquantanni della vita regionale sono contrassegnati dagli oltre venti anni di egemonia della Dc(1970-1995), con lintervallo della giunta Pupillo (1993-94), il quindicennio infausto di Galan (1995-2010), quello de Il Veneto sono io, e i tredici anni ( 2010-2023) del presidente Zaia, tuttora in atto.

Guai se riducessimo la nostra analisi a una semplificazione eccessiva del fenomeno leghista. Sarebbe utile un seminario sul Veneto a oltre cinquantanni dallistituzione regionale: dallegemonia Dc a quella leghista (2010-2023), che segue i quindici anni di guida di Galan (1995-2010),  oggi insidiata dalla destra e con una partecipazione elettorale passata dal 94,6 % degli anni 70 al 66,4 % degli anni70, a poco più del 50% oggi.

Partiamo da una prima considerazione: il Veneto era bianco finché la società civile era bianca, e cioè dominata dalla cultura delle parrocchie. Quindi abbiamo conosciuto un mutamento sia nel contesto socioculturale e religioso dei veneti che nel sistema politico elettorale. Dalla religione di senso comune allautonomia del credereUna commissione di studio da me coordinata, formata dai professori Nicola Berti (storico), Ulderico Bernardi(sociologo), e Ferrucio Bresolin, economista, fu voluta dalla Dc veneta a metà degli anni 80, al verificarsi dei primi smottamenti elettorali verso la Lega, specie nellarea pedemontana del Veneto. Partiva dalla realtà artigiana, contadina e commerciale quel disimpegno dal voto alla Dc, identificata come responsabile di Roma ladrona.

La Lega, che assume legemonia-dominio dal 2010 in poi, non riesce tuttavia a imporre un proprio modello culturale,incentrato sulla primigenia idea della veneticità”: il basso continuo, in senso metaforico, rappresentato dal cattolicesimo, nonostante i colpi subiti a causa della secolarizzazione, esercita ancora una discreta influenza, mentre  invece il venetismodella Lega si limita a mettere il cappello (ideologico) sulla vitalità linguistica e dei costumi popolari, che la società veneta continua ad esprimere.

Il ruolo della famiglia impresadagli anni antichi e sino a oggi: dai metalmezzadri degli anni 60-70, anche nelle nuove professioni, rimane la famiglia come centro di autofinanziamento e di risparmio. Osserviamo che, dopo oltre 2000 giorni dal referendum vinto per lautonomia, si è ancora al surplace per lautonomia differenziata, che vede scarse possibilità di concreta realizzazione.

Persa la battaglia per lautonomia, cosa rimane, allora, se non alcuni valori originari discendenti dalla cultura familiare di origine bianca, in larga parte ereditata da molti dei dirigenti e quadri della Lega, che abbiamo personalmente sperimentato nellappoggio ricevuto nella battaglia vinta dal comitato dei Popolari per il NO alla riforma costituzionale renziana? Credo che esistano le condizioni per una svolta nella politica del Veneto, se, come ci auguriamo anche dopo lincontro di Padova, riusciremo a costruire unampia alleanza popolare, liberale, socialista e repubblican, ossia un centro alternativo alla destra nazionalista e sovranista che, anche in questa regione, sta erodendo consensi alla Lega e a ciò che rimane di Forza Italia dopo la scomparsa di Berlusconi, capace di rappresentare gli interessi e i valori di quel 50% di elettorato che anche nel Veneto è renitente al voto.

Un centroterzo polo che, come confermato nei lavori del forum, non può ridursi a una rappresentazione tardo azionista, anticlericale e anti popolare, considerato che nel Veneto, ancor più che nel resto del Paese, la cultura dei Popolari e dei democratici cristiani – si pensi a Tomelleri eBernini, sino a Bottin e a Frigorimane una di quelle ancora vitali, nonostante limpetuoso fenomeno della secolarizzazione e del relativismo etico, anche da noi così diffusi.

Costruire una visione di centro del cambiamento geopolitico in corso

L’attivismo sulla scena internazionale del presidente del Consiglio non risponde solo a una volontà di protagonismo della Meloni, ma in qualche modo riflette il peso che la geopolitica riveste in una fase di passaggio d’epoca come quella che stiamo vivendo. Parafrasando Ralph Nader, si potrebbe dire che se non ci occupiamo della politica estera, la politica estera si occupa di noi e i suoi effetti sono percepibili da tutti nella vita quotidiana.

La destra, dal canto suo, ha nell’idea di nazione la sua stella polare, che almeno in teoria, al netto di interessi contingenti, le permette di leggere gli avvenimenti su scala europea e globale, secondo una prospettiva ben definita e piuttosto percepibile dall’elettorato che tende a premiarla, come è successo nuovamente domenica scorsa in Grecia con il successo di Mitsotakis (che ha scelto di prestare giuramento religioso davanti a Sua Beatitudine Ieronimos II, capo della Chiesa ortodossa greca).

La sinistra d’altro canto, tende a vedere le società naturali, a partire dalla famiglia per arrivare fino alla nazione, più come un ostacolo per l’affermazione di una società senza radici culturali e “senza frontiere” ma a senso unico, nel senso che il mondo non dovrebbe opporre frontiere a un modello di società, e di governance, deciso e promosso da determinati ambienti ai vertici del potere occidentale. Un modello alla fine neocoloniale perché basato sul doppio standard dei giudizi, non attrezzato a esprimere adeguato rispetto verso culture e sistemi politici e istituzionali diversi da quelli occidentali. La sinistra mostra nei fatti di rifarsi ancora a una concezione tolemaica della geopolitica, dove l’Occidente occupa il centro rispetto agli altri sistemi regionali. Tuttavia, va tenuto presente che i leader attuali della sinistra –  Elly Schlein, perché è una insider del potere “americano”, Giuseppe Conte perché dà del tu al trasformismo – sembrerebbero esser ben posizionati rispetto a un possibile cambio di linea sull’evoluzione in atto del quadro internazionale, che inevitabilmente dovrà arrivare dal centro del nostro sistema, dagli Stati Uniti. Credo dunque sarebbe un errore considerare la sinistra come destinata a prolungare indefinitamente il proprio sostegno all’ancien régime. Non appena Washington avrà sdoganato il multipolarismo, ci si deve attendere che i leader del campo largo della sinistra saranno i primi e i più svelti a interpretare quell’atteso cambio di linea in Italia.

Il centro in Italia, a differenza che in Francia e ancora, fin che potrà reggere, in Germania, sembra tardare a uscire da una pluridecennale situazione di frammentazione e di personalismi, da una situazione da maionese impazzita, in cui i pur validi ingredienti costituiti dalle culture politiche di riferimento non riescono a produrre un’amalgama significativa per l’elettorato e per il Paese. Le prossime elezioni europee potrebbero costituire l’occasione giusta per mettere insieme non solo delle sigle, ma innanzitutto una visione di centro dei problemi geopolitici. La destra e la sinistra hanno una loro visione, anche piuttosto ben comprensibile all’elettorato. Mentre il centro fatica a ritrovarsi attorno ad alcune idee guida caratterizzanti. Tra queste idee da declinare nel contesto attuale vi è senz’altro quella della sussidiarietà come alternativa a anacronistiche e miopi visioni nazionali. Vi sarebbe inoltre, un’autostrada da percorrere, se solo si avvertissero le motivazioni per farlo, costituita dal problema di come ci poniamo, come Paese e come Occidente nei confronti degli “altri”, a cominciare  dall’ambito G20, il vero organismo politico globale. La tragica emergenza della guerra in Ucraina, non può farci dimenticare un più ampio problema aperto, costituito dal tipo di rapporto fra Occidente e Resto del Mondo, dove in questo secolo per le nuove proporzioni demografiche, geografiche, economiche il resto siamo diventati noi.

Il centro deve costruire e saper trasmettere all’elettorato, una propria visione delle relazioni internazionali improntata al realismo, alla gradualità, alla pari dignità e reciprocità con gli altri popoli e sistemi, al multilaterarismo possibile. Una visione adeguata al nostro secolo e capace di esprimere un’idea positiva di composizione dei contrasti ma soprattutto di affermare il prevalere di una logica win-win, di reciproco vantaggio sull’attuale miope via del confronto muscolare e sull’ossessione di ricercare sempre e comunque un nuovo nemico da combattere.

Così facendo, il centro può reagire alla sfida di Giorgia Meloni che ha denominato “Piano Mattei” la strategia italiana verso un continente che sta diventando protagonista sulla scena internazionale, l’Africa. Ma per poterlo fare occorre ritornare a Mattei per capire il nostro futuro. Il presidente del Sudafrica Ramaphosa, commentando la missione di pace africana per l’Europa, ha indicato nelle pressioni ricevute da un importante stato occidentale sui governi dei Paesi promotori, un ostacolo a cui tutti e sette gli stati hanno risposto nello stesso modo: non si accettano intromissioni. È questa la vera forza dell’Africa oggi. Sono sempre più i governi che chiamano cinesi, americani, russi, indiani, europei a collaborare per progetti di sviluppo alle loro condizioni, e stanno sparendo i governi che accettano di farsi corrompere dagli stranieri per svendere le ricchezze dei loro Paesi. Allo stesso tempo occorre prendere atto, anche alla luce della, reale o presunta che sia, rivolta in Russia, che lo schema che prevedeva la progressiva cooptazione nel club dei miliardari occidentali dei nuovi ricchi della globalizzazione, è fallito. Non solo in Russia, ma anche in Cina e in altri grandi Paesi emergenti. La gran parte di questi nuovi ricchi sono stati man mano “arruolati” alla causa dello sviluppo dei loro Paesi, anziché a quella dell’egemonia occidentale.

In conclusione, non sembra una missione impossibile quella di costruire un centro con una politica estera all’altezza delle sfide che pongono i nostri tempi. C’è solo da fare un salto di qualità genetico: passare dal primato di personalismi di piccolo cabotaggio al primato di una visione politica adeguata ai tempi.

Extreme challenge, tra vita e morte la sfida agguanta l’assurdo.

Se Ulisse fosse rimasto accanto al telaio di Penelope anziché partire alla ricerca di itinerari mitologici lOdissea non sarebbe mai stata scritta e Omero si sarebbe soffermato a descrivere lintimità della quiete domestica anziché il fascino dellavventura e langoscia dellattesa.

Le Odissee della post-modernità si caricano di pulsioni narcisistiche e di brividi dellazzardo, immersi come siamo in una confusione indecifrabile tra virtuale e reale, le dimensioni umane nascoste soccombono di fronte al trionfalismo degli effetti speciali. Stockton Rush, A.D. di OceanGate il gestore di Titan aveva minimizzato i rischi dellimmersione: La sicurezza è un puro spreco. Se vuoi rimanere al sicuro non ti devi alzare da letto, non devi andare in auto, non devi fare niente: abbiamo visto in questi giorni come è andata a finire negli abissi dellAtlantico lesplorazione dei resti del Titanic. Da quando tecnologia e dotazione di mezzi informatici ci consentono di fare azioni un tempo impensabili siamo usciti dalle categorie fisiche spazio-temporali e da quelle razionali del controllo di sé e del dominio del mondo.

Non si può fermare il vento con le mani, cosi come non si può arrestare la corsa verso lignoto imperscrutabile dellI.A., del metaverso, del web e di tutto ciò che crea situazioni imponderabili, incontrollabili, imprevedibili e irrazionali che superano la gestibile sostenibilità dellinsieme. La cartina di tornasole per leggere i fatti e le loro conseguenze è la crescita esponenziale della violenza che secondo Vittorino Andreoli- finisce spesso per diventare sfuggente e inarrestabile distruzione. Influencer e creator sarebbero le nuove professioni che risolvono il problema dei giovani NEET: vendono il nulla e raccolgono milioni di follower coinvolgendoli con un effetto domino non solo come spettatori ma come attori dellazzardo, la vita e la morte si giocano sul rimbalzo di una moneta, testa o croce. Sono i profeti, coloro che invitano a compiere determinate azioni. Ma chi li chiama in TV a spiegare le loro idiozie si rende complice della loro popolarità e delleffetto emulazione che si diffonde: sono questi i nuovi eroi, gli Ulisse del terzo millennio? Direi decisamente il contrario: in genere si tratta di ragazzi viziati da genitori più immaturi di loro, che non hanno mai avuto il coraggio di dire un secco no, di educarli al senso della misura.

In genere soggetti privi di cultura ma depositari di luoghi comuni e suggestioni emotive irrazionali. Si sale su un tetto e si salta giù, ci si sdraia sui binari mentre passa un treno, ci si ubriaca o ci si droga fino allo sfinimento spesso in modo irreversibile perché si ingoia di tutto, per due gusci di noccioline o una macchia caduta su una scarpa si ammazza di botte un uomo, senza contare la caccia grossa ai clochard massacrati a calci e pugni, si spara in classe allinsegnante e ci si merita un bel nove in condotta, se invece la si pugnala e si è sospesi e bocciati monta lindignazione parentale, con il challenge automobilistico si pone fine alla vita di un bambino ma si tratta solo di una bravata, tutto poi si risolve- mentre su Tik Tok prende quota tra le ragazze il sex rouletteche consiste nellavere rapporti non protetti dal rischio dellHIV/Aids: perde chi resta incinta.

Ma sarebbe ingiusto farne solo una questione generazionale: i delitti più efferati li compiono gli adulti, in genere si tratta di femminicidi, vere e proprie esecuzioni crudeli e premeditate, una vicenda rimuove mentalmente laltra mentre si ripete il rituale di una magistratura spesso incerta sulle misure cautelari e la gente comune tacita la coscienza con le fiaccolate e le marce della pace. Come nel caso atroce di mamma Giulia e del piccolo Thiago che portava in grembo.

Negli USA nel giro di due giorni rispettivamente un bambino di due anni nellOhio ha sparato uccidendo la mamma incinta mentre nel Kentucky un bimbo di 7 anni ha fatto altrettanto con il fratellino di 5. Si tratta dellennesimo episodio: piccole creature innocenti che maneggiano armi incustodite e lasciate cariche in giro per la casa da genitori incoscienti. Daltra parte ricordo che da quelle parti a Natale i minori, in media a 7/10 anni, ricevono in dono il primo fucile. La diffusione delle armi è ormai inarrestabile ovunque, per latitudine e target di età e una domanda sorge spontanea: in via preventiva cosa deve fare la politica? La gente confonde il MES con il MEF, non ha molta fiducia nel PNRR ma è strabiliata, stordita, annichilita dal montare dellodio sociale e del rancore.

I social stanno diventando la fogna virtuale che trasforma la vita reale in una gigantesca e confusa finzione. Con un anno come questo a ottobre il CENSIS avrà il suo bel daffare per tracciare un quadro sociale che comprenda la molteplicità dei fenomeni delittuosi, nella macroanalisi di cui è maestro sarà difficile ricomporre e spiegare le iperboliche allucinazioni a larga diffusione. Intanto, non c’è solo la ritrazione silenziosa dei cittadini dimenticati dalla Repubblica: c’è gente disperata per la povertà, la solitudine, lindifferenza, lignavia di chi ci sta accanto. Tutto si decide in un attimo: farla finita risolve tutto, basta un ponte, un cavalcavia, una manciata di pastiglie. Nel mondo dei miraggi e degli effetti speciali, dominato dal dio-denaro e dal successo, si diffonde la psicosi del fallimento esistenziale. Eppure gira licona della famiglia felice intorno al desco o nei momenti di svago, sullauto nuova, rigorosamente elettrica. Siamo ecologisti ma infelici, ci tagliano il cuneo fiscale ma non ce ne accorgiamo, il dissesto idrogeologico distrugge il lavoro di generazioni ma noi puntiamo sulla digitalizzazione senza accorgerci che abbiamo perso lantico abc del vivere insieme.

Anche a scuola si commette il grave errore di pensare di educare i giovani alluso degli algoritmi, ai test che non valutano, ai tablet che sostituiscono i libri, ai neologismi criptici che prendono il posto delle parole. Gli alunni di oggi sono candidati a diventare creator e influencer per alimentare nuove challenge. Ma a nessuno viene in mente che bisogna ripartire dai fondamentali?

Urge recuperare il culto della bellezza, la gioia di stare insieme, limmersione nel gusto di imparare, la reciproca educazione sentimentale.

Per adesso siamo ancora persone, non avatar.

Una Cisl “più cislina” al tavolo del governo sulla previdenza

Agli occhi degli osservatori, la posizione della Cisl tende a rimarcare una linea di maggiore flessibilità rispetto al governo, non collimando con il movimentismo della Cgil. Ciò corrisponde alla fisionomia storica di sindacato pragmatico, legato alla contrattazione, geloso della propria autonomia. Tuttavia, il segretario generale Luigi Sbarra, giunto al suo secondo mandato e per ragioni di età non più ricandidabile alla guida dellorganizzazione, ha tradotto lo stile cislino in un canone di osservanza della politica del giorno per giorno, senza la necessaria tensione strategica.

Ora, mentre Landini è alla ricerca di una ragione che porti plausibilmente alla indizione dello sciopero generale, appare invece evidente come nelle stanze del quartier generale della Cisl questa prospettiva di radicalizzazionenon trovi facile udienza. A via Po, infatti, si preferisce incalzare la Meloni sulle risposte da dare ai problemi che sono sul tappeto. Si tratta di un  esercizio di concretezza che avrebbe bisogno comunque di uno sforzo maggiore di argomentazione. Uno sforzo cioè di elaborazione e approfondimento per strutturare in modo adeguato liniziativa sindacale.

Intanto ci si prepara al confronto sulla previdenza.Èsicuramente un aspetto positivo (la convocazione dei sindacati, ndr) che risponde alle aspettative della Cisl”. Lo ha detto ieri il segretario confederale Ignazio Ganga alla vigilia dellincontro al ministero del Lavoro. “Sarà necessario capire con che metodo si intenderà procedere – ha affermato – individuando platee e riscontri per rispondere alle aspettative di milioni di lavoratori e pensionati”.

Nelle parole del sindacalista sinsiste sulla necessità di una operazione-verità:Considerato che è ripreso il tam tam sui costi salati della previdenza dovrà quanto meno essere risolto il tema della separazione tra questa e l`assistenza, rispetto al quale è operativo da qualche settimana un osservatorio ministeriale sulla spesa, che ci auguriamo faccia chiarezza al più presto per stemperare l`attuale clima di difficoltà a varare misure sostenibili in materia previdenziale. E poi ha aggiunto: “Per quanto concerne le aspettative della Cisl, queste sono note e rimandano alla piattaforma unitaria e, quindi, alla necessità di dare risposte di maggior flessibilità in uscita dal mercato del lavoro; sostenere le donne con il ripristino delle regole della pensione con Opzione donna; riconoscere previdenzialmente il lavoro di cura; trovare una soluzione strutturale per la previdenza dei giovani e dei lavoratori che svolgono attività gravose e usuranti. Infine non bisogna trascurare il rilancio del secondo pilastro e la rivalutazione dei trattamenti in essere al costo della vita”.

In sostanza, il richiamo alla piattaforma unitaria (Cgil-Cisl-Uil) si sposa con la sobrietà della dichiarazione. Ignazio Ganga conosce il mestiere, sa quanto pesi la linearità di condotta nelle trattative, specie quando la controparte è il governo – e un governo guidato da una destra in cerca di un organico accreditamento sociale. Dunque, vale la pena vedere se con lui la Cislpuò dare di più.

Dibattito | La politica estera torni al centro come nella stagione di governo della Dc

Se c’è un elemento importante della Presidenza di Giorgia Meloni, al di là dei soliti attacchi personali e delle pregiudiziali politiche ed ideologiche della sinistra radicale ed estremista della Schlein e di quella populista dei 5 stelle, è quello di aver ridato spazio e dignità alla politica estera. Ovvero, inquadrare i problemi nazionali in unottica sempre più europea ed internazionale. Perché, come ovvio, è sempre più necessario collocare il nostro paese nello scacchiere europeo e mondiale avendo però una precisa bussola politica e di orientamento. E Giorgia Meloni, sin dallinizio del suo insediamento a Palazzo Chigi, ha pianificato una serie di iniziative diplomatiche e di relazioni politiche ed istituzionali con i principali paesi europei e mondiali con il preciso obiettivo di ridare prestigio ed autorevolezza al nostro paese. Certo, si tratta di una iniziativa che coltiva anche lobiettivo di costruire uno schieramento politico europeo più congeniale agli orientamenti politici e culturali della Premier italiana. Ma, al di là di questo sacrosanto e legittimo obiettivo, è indubbio che si tratta di una impostazione che contribuisce anche a ridare prestigio e autorevolezza allintera politica. Nel caso specifico, allimportanza della politica estera. E questo al netto delle differenze politiche e delle legittime e scontate convinzioni politiche, culturali e programmatiche di ciascun partito e schieramento.

Una iniziativa, questa, che non può non farci ricordare le migliori stagioni della politica italiana. Che non coincidono, come ovvio, con la decadenza e lo squallore della stagione populista, demagogica, anti politica e qualunquista di marca pentastellata. Mi riferisco, nello specifico, a quella stagione caratterizzata dai grandi statisti della Democrazia Cristiana che facevano della politica estera il nerbo centrale della strategia politica del partito e, soprattutto, della coalizione di governo di volta in volta. La politica estera, cioè, come elemento decisivo del profilo di un partito e come elemento caratterizzante di una alleanza politica. Lesatto opposto di quello che ha caratterizzato larga parte della cosiddetta seconda repubblica, soprattutto dopo lesplosione della sub cultura populista e anti politica. Del resto, era consuetudine per tutti i grandi partiti popolari della prima repubblica, in particolare della Dc, del Pci e del Psi, di iniziare ogni riflessione politica partendo sempre dai temi riconducibili alla politica estera. E non cera corso di formazione, dibattito politico, congresso di partito o convegno di corrente che non partisse, appunto, dalle grandi tematiche della politica estera. E proprio lesperienza della Dc e delle sue correnti, al riguardo, è stata esemplare. Una esperienza che era segnata e caratterizzata dalla politica, dalla sua capacità di elaborazione progettuale, dallessere espressione di una cultura politica e, non ultimo, da una visione e da un progetto di società. E ciò era possibile nella misura in cui era chiara la collocazione strategica del nostro paese nello scacchiere mondiale e il nostro rapporto con lEuropa e gli altri paesi europei. Cioè lesatto opposto del verbo e della sub cultura populista grillina.

Ecco perché liniziativa di Giorgia Meloni non può essere considerata banale, propagandistica o fuorviante come recita la vulgata della sinistra estremista, radicale e populista. Può rappresentare invece, e al contrario, e nel rispetto delle varie opinioni in campo, un tassello fondamentale per ridare qualità allintera politica e credibilità alle nostre istituzioni democratiche.

Dibattito | È possibile legittimare il regionalismo differenziato?

Ad iniziativa del giovane segretario provinciale del PD di Trapani, Domenico Venuti, si è tenuto nei giorni scorsi ad Alcamo un interessante convegno sul Regionalismo differenziato in cui la tesi di fondo emersa tra i relatori chiamati a dibattere il tema (gli onn. Barbagallo, Piro, Safina, il sottoscritto e, naturalmente, Venuti) non ha oscillato tra lapprovazione incondizionata della riforma Calderolied il suo netto rifiuto ma si è attestata su una posizione più interessante ed equilibrata. Il regionalismo differenziato –è stato detto- non è di per sé una risposta sbagliata alla domanda di riforma del regionalismo storico. Ma sbagliato è il come tale modello di istituzionalismo asimmetrico (previsto dallart. 116, 3° comma, Cost.) si è voluto attuare finora da parte di alcune Regioni e del Governo nazionale.

A partire dalle famose leggi del Veneto nn. 15 e 16 del 2014 (con le quali si ponevano quesiti referendari del tipo: Vuoi che una percentuale non inferiore allottanta per cento dei tributi pagati annualmente dai cittadini veneti allamministrazione centrale venga utilizzata nel territorio regionale in termini di beni e servizi?; Vuoi che la Regione mantenga almeno lottanta per cento dei tributi riscossi nel territorio regionale?;etc.) che miravano ad utilizzare la maggiore  autonomia  per consentire alla Regione (fra le più ricche!) di aumentare i propri poteri economici puntando a recuperare e mantenere per sé il surplus di gettito fiscale determinato dal reddito prodotto nel proprio territorio grazie agli investimenti che lintero Paese vi aveva fatto in tempi diversi. Per venire alla narrazione che giustificava la richiesta dellampliamento dei poteri regionali con ragioni di presunta efficienza ed economicità di gestione delle funzioni e dei servizi connessi alle materie richieste senza, però, mai indicare criteri e parametri per verificare la corrispondenza alla realtà delle situazioni organizzative o dei dati di bilancio. Per arrivare, infine, al ddl Calderoliche afferma che per attribuire alle Regioni a statuto ordinario ulteriori forme e condizioni particolari di autonomiarelative a materie o ambito di materie riferibili ai diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale è necessario determinare i relativi livelli essenziali delle prestazioni(LEP) per favorire unequa ed efficiente allocazione delle risorse e il pieno superamento dei divari territoriali nel godimento di dette prestazioni. Soltanto che poi collega i LEP ed i relativi costi e fabbisogni standard, per la loro coperturafinanziaria, alla legge dello Stato legata a sua volta al principio di invarianza di bilancio. Il che significa che, così impostata, la pregiudizialità dei LEP rispetto al trasferimento  delle funzioni si fermerà alla loro semplice determinazione rinviando sine die la loro effettiva realizzazione.

A ciò bisogna, inoltre, aggiungere che il ddl Calderolimanca completamente di delineare quali siano i confinidi quello che le Regioni possono chiedere: se tutte le materie tout court o soltanto specifiche funzioni sulla base di motivate ragioni di contesto per ciascuna materia e non già di generiche dichiarazioni di maggiore efficienza delle Regioni(F. Cerniglia, Autonomia differenziata in Il Sole 24 Ore del 31 maggio 2023). Con la conseguenza che, se una Regione come ha fatto il Veneto rivendicasse il riconoscimento di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia per tutte le venti materie di legislazione concorrente, verrebbe travolto il disegno costituzionale del regionalismo perché le varie materie diventerebbero tutte di potestà legislativa esclusiva: dello Stato o delle Regioni e quindi trasformerebbero lordinamento da regionale in federale. Rompendo così lunità giuridica ed economica della Repubblica. E tutto ciò proprio quando a più di ventanni dalla riforma del titolo V della Costituzione, alcune delle materie assegnate pure alla competenza delle Regioni -come le grandi reti di trasporto e di navigazione, la produzione, (il) trasporto e (la) distribuzione nazionale dellenergiae il coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario– andrebbero riportate sotto lombrello esclusivo della competenza dello Stato.

Ed, in ultimo, bisogna ricordare il ruolo che questo disegno di legge governativo riserva al Parlamento sia in ordine alla determinazione dei LEP e dei relativi costi e fabbisogni standard che al procedimento di approvazione delle intesefra Stato e Regioni. In entrambi i casi si tratta di procedure confuse che alla fine, però, ruotano intorno al rapporto verticistico fra gli esecutivi dello Stato e delle Regioni. Ignorando le Camere, relegate al ruolo marginale di organismi consultivi che esprimono un parere non vincolante sullo schema di intesa preliminare fra Stato e Regione e quando sono chiamate ad approvare la legge non hanno alcun potere di emendamento:devono votare si o no e basta! Così come non possono fare altro che esprimere un parere sui LEP elaborati da una Commissione tecnica e determinati con uno o più decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri. Per non dire, infine, della Commissione paritetica Stato-Regioni, costituita interamente da rappresentanti dei governi nazionale e regionali, che avrà il potere di determinare le risorse umane, strumentali e finanziarie necessarie allesercizio da parte delle Regioni delle ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia. Insomma, un colpo di spugna a tutte le garanzie e tutele costituzionali ed un vulnus irreparabile alla democrazia.

Evidenziato e stigmatizzato con nettezza questo falso approccio, un pò tutti i relatori hanno invece sottolineato che il regionalismo differenziato potrebbe rappresentare una ben diversa prospettiva. Addirittura, secondo alcuni, lo strumento per realizzare un regionalismo moderno la cui finalità non è certamente quella di creare diseguaglianze o disparità di trattamento tra i cittadini ma di valorizzare le differenze dei territori e delle comunità per concorrere al meglio alla costruzione dellunità repubblicana. Non solo. Ma potrebbe addirittura costituire, secondo il  segretario Venuti, lavvio della grande riforma dello Stato che il nostro Paese attende dalla legislazione costituzionale del 1999/2001 e che costituirebbe anche un forte impulso alla trasformazione dellEuropa da Unione di Stati in vera Comunità di Popoli. In termini espliciti, secondo la mia interpretazione, funzionalizzando in sostanza il regionalismo differenziato alla costruzione di macroregioni nazionali e, soprattutto, europee.

Perché è bene sapere che il regionalismo italiano ha dovuto subire fin dal suo ingresso in Costituzione (art. 131) una costrizione in confini impropri, seppure tradizionali, dettati dalla necessità di evitare di rivivere pericolose memorie storiche faticosamente superate nel tempo e di accogliere le richieste di ispirazione populista formulate dai partiti che in Assemblea costituente invocavano Regioni ancora più piccole, di quelle storico-tradizionali di cui alle pubblicazioni statistiche, per farle corrispondere agli interessi dagli stessi rappresentati. Il che implica chiaramente che la possibilità (ex art. 116, 3° comma, cost.) di attribuire alle Regioni ordinarie ulteriori forme e condizioni particolari di autonomiava connessa non ad una qualsiasi generica motivazione ma ad una precisa prospettiva di ampliamento territoriale per farne uno strumento di riattualizzazione delle funzioni, delle reti e dei servizi che le Regioni riterranno di dover gestire in comune con altre Regioni (art. 117, 8° comma, cost.) e, contestualmente, ad un innovativo principio di coesione geo-politica per farne una modalità di superamento dei confini fra gli Stati-membrial fine di rendere più efficace lazione che veda come protagoniste aree territoriali contigue, accomunate da problematiche simili.

In conclusione, lunica ragione per legittimare il regionalismo differenziato, secondo le interessanti considerazioni emerse da questo convegno, è quella di finalizzarlo alla costruzione di strategie macroregionali frutto di iniziative innovative di concertazione, collaborazione ed integrazione, che non si fermino però ai confini dei territori del nostro spazio nazionale ma coinvolgano le aree limitrofe dei Paesi viciniori che condividono gli stessi problemi, ad esempio, ambientali e le stesse opportunità di sviluppo. Come dimostrano le prime esperienze macroregionali (la Adriatico-Jonica e la Alpina, per non dire di una terza iniziativa del Mediterraneo, finora rimasta però sulla carta) che hanno viste interessate alcune Regioni italiane. Esperienze che, se pure non costruite come un nuovo livello istituzionale, si configurano come strategie di governance (ex Risoluzione del Parlamento europeo A7-0219/2012) per garantire la partecipazione delle autorità regionali e locali alle politiche di cooperazione europea, formando una sorta di rete dove annodare le politiche che costituiscono i settori portanti di una crescita economica intelligente e sostenibile.

Prigozhin ritorna al suo posto ma la Russia si scopre più debole

Nelle cancellerie internazionali girava la voce di un possibile attacco alla leadership di Putin. Secondo il New York Times l’intelligence americana aveva raccolto informazioni precise. Il colpo di scena c’è stato ma dalla marcia su Mosca al dietrofront il passo è stato fin troppo breve: nell’arco di poco più di mezza giornata la “ribellione militare” – questo il capo d’accusa russo – di Yevgeny Prigozhin e della Wagner sembra essersi al momento esaurita senza tuttavia che siano chiare le esatte circostanze – e la durata – di questo esito a dir poco rocambolesco.

Annunciata ieri notte, la ribellione era iniziata con l’attraversamento della fortiera russa e l’arrivo a Rostov sul Don, confermato solo nelle prime ore della mattina in Italia; una posizione strategica, sia perché vi si trova il comando del distretto militare meridionale russo – e il principale hub logistico delle forze di Mosca impegnate in Ucraina – sia perché, con un milione di abitanti, non è un bersaglio attaccabile dall’esercito regolare senza conseguenze politiche gravissime per il Cremlino.

E il Cremlino ha rotto il silenzio solo alle 9 del mattino, in un breve discorso in cui Putin ha parlato di “pugnalata alla schiena” e di “tradimento”, richiamandosi alla Prima guerra mondiale piuttosto che alla seconda, e minacciando di farla pagare ai responsabili, Prigozhin in primis. Tuttavia, lareazione pratica delle autorità moscovite si è concretizzata nel rafforzamento delle misure antiterrorismo e poco altro: le colonne della Wagner sono perciò avanzate praticamente indisturbate (“senza versare neanche una goccia di sangue”, dirà poi Prigozhin) fino ad arrivare a 200 chilometri dalla capitale. Parallelamente, è partito il negoziato con il presidente bielorusso, Aleksander Lukashenko, con l’esito favorevole arrivato nel pomeriggio: il dietrofront di Prigozhin, “per non versare sangue russo”. Il Cremlino non ha commentato, né lo stesso Prigozhin ha fornito chiarimenti in merito ad eventuali garanzie sulla sua sicurezza personale. Men che meno sul quadro dinsieme di questa repentina contromanovra.

Secondo alcune testimoninze locali le forze della Wagner stanno quindi preparandosi a lasciare Rostov, ma quanto potrà durare questa situazione di calma apparente rimane ancora un mistero. È soprattutto difficile capire se Putin conservi intatto il suo potere. Dietro la mediazione di Lukashenko c’è indubbiamente la regia del Cremlino e dietro la ritirata di Prigozhin la conferma di un equilibrio di potere che poggia sul ruolo forte dei “nemici” del capo della Wagner, in primo luogo di Sergei Shoigu, ministro della difesa. E su tutto domina linterrogativo in ordine agli sviluppi della guerra, perché nel frattempo, quale che sia il contraccolpo del mezzo golpe fallito, resta lontana la speranza di un cessate il fuoco.

AsiaNews | Lo scontro nel mondo ortodosso russo sul pacifismo ecumenico

si moltiplicano le radiazioni canonichedi membri del clero russo, con laccusa di eresia pacifista, la risposta di Kirill a chi dal resto del mondo ortodosso lo indica come sostenitore del filetismo, lidentificazione della religione ortodossa con la causa nazionale, che Costantinopoli aveva condannato nella prima metà dellOttocento per contrastare i movimenti di rivolta contro limpero ottomano. Allora a essere tacciati di eresia erano stati i greci e i bulgari, che aprirono la strada allaccettazione del principio etnico della Chiesa nazionale, poi diventato il sistema organizzativo di tutte le Chiese ortodosse. In realtà il principio era stato introdotto dai russi fin dalla proclamazione del patriarcato della Terza Roma, la vera origine delleresia filetista.

Non può quindi sorprendere che Kirill si scagli contro il pacifismo ecumenico, che nega non soltanto lappoggio alla operazione militare specialein Ucraina, ma le fondamenta stesse della ideologia ecclesiastica russa. Del resto, questa discussione aveva infiammato gli animi di tutta la Russia agli inizi del Novecento, quando venne lanciato lanatema contro Lev Tolstoj, lo scrittore più religioso-umanista, e anticlericale allo stesso tempo, di tutta la letteratura russa. Il 22 febbraio 1901 lautore di Guerra e Pace fu scomunicato dal Sinodo della Chiesa, allora senza patriarca, sotto la presidenza del ministro zarista del culto (oberprokuror) Konstantin Pobedonostsev, il Torquemadarusso della disperata difesa della Santa Russia poco prima delle rivoluzioni. Si dimise infatti poco dopo, nel 1905, dopo uninsensata guerra della Russia contro il Giappone, che tanto ricorda lattuale rovinosa campagna in Ucraina: i russi pensavano di sottomettere limpero del Sol Levante in una settimana, rimanendo bloccati tra le isole e i porti per settimane, prima di soccombere allintrepida controffensiva giapponese. Anche allora, una buona parte dei soldati e marinai russi era costituita da ex-detenuti inviati a forza dai lager a redimersi nella guerra, che non seppero opporre alcuna resistenza ai samurai, essendo in buona parte in preda ai fumi dellalcool, come i soldati russi di Bakhmut e Kherson.

Alla guerra rovinosa fece seguito la prima rivoluzione russa, annunciata fin dal mese di gennaio dalla manifestazione popolare guidata dal pope Gapon, un sacerdote di simpatie socialiste che aveva chiesto a tutti i gruppi di togliere le bandiere e le scritte politiche e polemiche, avanzando verso il palazzo dInverno innalzando le sacre icone processionali. Gapon voleva che lo zar Nicola II scendesse a incontrare il popolo, e sarebbe bastata una sua apparizione per accontentare le folle, ma i generali e i parenti avevano convinto lo zar a rifugiarsi nel castello di Tsarskoje Selo, lontano da San Pietroburgo, e aprirono il fuoco sulle masse dei pacifici dimostranti disarmati. Il governo dichiarò 130 morti, altre fonti ne contarono tra i 600 e i 2000, e fu linizio della fine del regime zarista.

Lo scomunicato Tolstoj alzò la sua voce contro le stragi, affermando anche che mai le persecuzioni religiose furono così frequenti e feroci come oggi, e fa impressione che nelle accuse patriarcali odierne ai preti pacifisti si parli esplicitamente di eresia tolstojana. Lo scrittore aveva in effetti ispirato una nuova variante di religione pacifista, chiamata appunto tolstojanstvo e spregiativamente tolstovščina, proprio il termine utilizzato in questi giorni da propagandisti e predicatori putiniani per esporre al pubblico ludibrio i preti contrari alla guerra. Lo ieromonaco Afanasij (Bukin), che era in servizio alla missione russa a Gerusalemme, era stato allontanato lo scorso febbraio, quando si era espresso contro loperazione militare in occasione del suo primo anniversario. In questi giorni ha spiegato su Facebook di essere stato ridotto allo stato laicale dal tribunale ecclesiastico con motivazioni estremamente aggressive, come recita la sentenza: il chierico ha tradito il giuramento ecclesiastico e le regole apostoliche, con motivazioni ancora più depravate, non solo per le parole espresse, ma per il rifiuto a sottomettersi allautorità ecclesiastica.

Un altro ieromonaco, padre Jakov (Vorontsov), ha spontaneamente abbandonato la metropolia ortodossa russa del Kazakistan, prima di essere a sua volta cacciato, affermando delle autorità ecclesiastiche che il Maligno si è impossessato dei loro cuori, che ormai sono incapaci di distinguere il bene dal malepossibile che i santi russi abbiano compiuto invano i loro grandi miracoli e sacrifici? Possibile che la cultura russa sia diventata terreno fertile per la crescita dellAnticristo? Io credo di no, e confido nei tanti russi che non vogliono la guerra, anche se non hanno il coraggio di dirlo apertamente.

Non è un caso che a parlare chiaro siano dei monaci, per lo più in sedi periferiche. La maggior parte dei loro confratelli vive infatti in comunità guidate da fedeli esecutori delle direttive patriarcali, e il clero parrocchiale è frenato dalle numerose famiglie, essendo uxorato per tradizione. La grande maggioranza dei preti deve proteggere i tanti figli, molti dei quali proseguiranno la missione dei genitori, diventando a propria volta popy e popady, preti e mogli di preti, secondo le tradizioni di castarestaurate dopo linverno sovietico. Del resto, anche sotto il regime ateista erano le poche famiglie sacerdotali a conservare la fede ortodossa, tanto che lo stesso patriarca Kirill è figlio e nipote di preti.

Uno dei pochi sacerdoti che ha avuto il coraggio di rischiare anche i destini della propria famiglia è il parroco di Kostroma, 500 chilometri a nord di Mosca, Viktor Burdin, chiamato anche il Savonarola di Kostroma. 51 anni, sacerdote dal 2015, allinizio era il vicario della chiesa del villaggio di Karabanovo, il cui parroco era uno storico dissidente religioso anti-sovietico, padre Georgij Edelštein, oggi 91enne, con il quale ha firmato diverse lettere di protesta già prima dellinvasione dellUcraina, e fu tra i promotori della lettera di 300 sacerdoti dopo linizio delloperazione. Anchegli è ormai ridotto allo stato laicale, con laccusa formale di pacifismo menzogneroo pseudopacifismo, da distinguere da quello autenticoche definisce la pace secondo gli interessi del popolo russo e delle vittime del genocidio ucraino nel Donbass, secondo il verbale patriarcale della sua condanna.

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Per leggere il testo integrale

https://www.asianews.it/notizie-it/Leresia-pacifista-dellOrtodossia-russa-58659.html

La Gaudium et spes alla luce delle parole di Mons. Paglia

“È un testo straordinario e ancora oggi ispirante. Così Mons. Vincenzo Paglia, vescovo tra i più vicini a Papa Francesco, in un lungo articolo apparso sullUnità (tornata da poco in edicola) del 22 giugno scorso ha definito la Gaudium et spes. Perché è un testo straordinario? Possiamo metterla,in questo modo. Proprio nel cuore del Concilio Vaticano II, nel lontano dicembre del 1965, una voce risuonò potente all’interno delle mura vaticane. Era appunto la Gaudium et Spes, la Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, un testo audace e coraggioso che avrebbe gettato un ponte tra la millenaria Tradizione cattolica e la realtà tumultuosa del ventesimo secolo.

In effetti, a distanza di quasi sessant’anni continua ad essere la traccia fondamentale per comprendere l’identità e la missione della Chiesa nel mondo, rappresentando una sorta di manifesto di apertura al dialogo con la società contemporanea, con una visione profonda e umana della fede cristiana. È lesortazione alla Chiesa a immergersi nel mondo, a conoscere e comprendere le gioie e le speranze, le angosce e le tristezze degli uomini di ogni tempo e luogo. Non a caso si afferma che la Chiesa è chiamata ad essere il sacramento di unità del genere umano e a costruire ponti di dialogo e collaborazione con tutti gli uomini di buona volontà. Questa apertura al mondo non significa però un abbandono delle proprie radici o dei propri valori. Al contrario, si sottolinea che la Chiesa deve portare avanti la sua missione evangelizzatrice senza timore, testimoniando la bellezza e la verità del Vangelo in un contesto culturale e sociale in continua evoluzione.

La Costituzione affronta anche questioni cruciali come la dignità umana, la pace, la giustizia sociale, la famiglia e il lavoro. Con questo si ribadisce che ogni essere umano, creato a immagine e somiglianza di Dio, ha diritto a essere rispettato e tutelato in ogni fase della sua esistenza. In un mondo segnato da conflitti e disuguaglianze, la Chiesa è chiamata a promuovere la giustizia e la pace, lavorando per la costruzione di una società più equa e fraterna. Siriconosce, per altro, l’importanza fondamentale della famiglia come cellula base della società. La famiglia è un dono di Dio e deve essere sostenuta e protetta, in quanto luogo privilegiato di amore, educazione e crescita umana. La Chiesa si fa carico delle sfide che le famiglie affrontano nel mondo moderno, offrendo sostegno e orientamento, promuovendo la centralità dei valori morali e spirituali all’interno delle relazioni familiari.

In più, la Gaudium et Spes riconosce il valore e la dignità del lavoro come strumento di realizzazione personale e contributo al bene comune. I cristiani allora si impegnano – e ciò suona come vivo incoraggiamento – a sostenere i lavoratori e a promuovere una giusta distribuzione delle risorse, affinché ogni individuo possa vivere dignitosamente e sviluppare appieno le proprie potenzialità. Dunque, nelsuo messaggio profetico e attuale la Costituzione ci ricorda che la Chiesa non può chiudersi in se stessa, scegliendo di vivere in una torre d’avorio. Essa è chiamata piuttosto a uscire, a incontrare le persone nelle loro realtà concrete, a comprendere le loro sfide e a offrire una risposta ispirata alla fede e alla carità. Sono le premesse, a voler semplificare il discorso, delle linee guidadel Pontificato di Francesco.

Questo documento che abbiamo definito rivoluzionario ha aperto le porte alla rinnovata missione della Chiesa nel mondo contemporaneo, incoraggiandola a essere una presenza attiva e responsabile nella società. Senza dimenticare, per giunta, che ha ispirato numerosi movimenti di impegno sociale e di promozione umana, spingendo i fedeli ad essere testimoni di speranza e agenti di trasformazione sociale. Tuttavia, non possiamo ignorare che alcune sfide del mondo contemporaneo si sono intensificate nel corso degli anni. La globalizzazione, le disuguaglianze economiche, le crisi ambientali e le nuove sfide etiche richiedono una risposta sempre più urgente da parte della Chiesa. La Gaudium et Spes ci invita a non avere paura di affrontare queste sfide, a cercare soluzioni creative e a promuovere un autentico sviluppo integrale che tenga conto della dignità della persona e della salvaguardia del creato. In un’epoca in cui l’individualismo e l’egoismo sembrano prevalere, giova ricordare che la vera felicità si trova nel dono di sé agli altri, nell’amore fraterno e nel servizio disinteressato. La Chiesa è chiamata ad essere una presenza luminosa nel mondo, annunciando la buona notizia del Vangelo e portando speranza ai più deboli e bisognosi.

Occorre pertanto superare i confini e le divisioni, dialogare con rispetto e ascolto reciproco, costruire ponti di fratellanza e a lavorare insieme per il bene comune. Da ciò deriva, in conclusione, che la Gaudium et Spes ha rappresentato e rappresenta tuttora una fonte dispirazione importante per la comunità dei credenti. Essa ci ricorda che la fede cristiana non può rimanere separata dalla realtà quotidiana, ma deve permeare ogni aspetto della nostra vita e del mondo in cui viviamo. È un messaggio ispirante, stando insomma alle parole di Mons. Paglia, che sollecita i cristiani a prendere sul serio la sollecitazione a camminare insieme, come popolo di Dio, nel complesso scenario del mondo contemporaneo, portando la speranza e l’amore di Cristo a tutti coloro che incontriamo lungo il cammino.