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Schlein candidata, Prodi dice no e Borghi alza il tiro.

È stata la condanna di Prodi a suscitare maggiore scalpore. In via di principio, secondo il Professore, la candidatura alle europee deve corrispondere a un preciso impegno, essendo un gesto inammissibile entrare in lista con la prospettiva di una rinuncia subito dopo all’esercizio del mandato. Anche Elly Schlein, dunque, ha ceduto alle lusinghe di un leaderismo che mette a dura prova la trasparenza e la qualità della proposta politica. La conclusione è semplice, anche al di là della reazione prodiana: a sinistra, dove poggia il baricentro dell’opposizione, si consuma una manovra di deteriore opportunismo.    

C’è però da osservare che il vulnus alla democrazia – perché di questo si tratta in ragione dell’inganno verso gli elettori – va di pari passo con l’ennesima torsione del profilo identitario del Partito democratico. È stato Enrico Borghi, capogruppo di Italia Viva al Senato, a mettere in rilievo il carattere politicamente scorretto di una decisione che  fuoriesce dal canone della battaglia, senza se e senza ma, contro la destra populista e autoritaria. Il motivo è presto detto.    

“Non so se le teste d’uovo del Nazareno – ha scritto Borghi sui social – lo abbiano realizzato, ma la decisione di mettere il nome di Schlein nel simbolo e sulla scheda elettorale sposa nei fatti l`idea dell’elezione diretta del premier, e archivia di un botto tutta la retorica sulla deriva bonapartista del premierato. Perché se mette il suo nome per elezioni europee (dove ha già annunciato di desistere dall’elezione), Elly Schlein non potrà che confermare questa impostazione alle prossime elezioni politiche. E quindi come la mettiamo con la melassa sulla deriva antidemocratica del premierato? O forse, ora che sta realizzando il nuovo PDS (Partito di Schlein), Elly recupera il programma istituzionale del PDS originale e della tesi numero 1 dell`Ulivo? In ogni caso portate i sali alla sinistra Dem, e gli ex di Articolo 1, che pensavano di tornare alla Ditta e si ritrovano nel wokismo individualista”.

Dunque, l’appello a una dialettica – Schlein vs Meloni – fortemente radicalizzata, con la conseguente riduzione di spazio per i partiti intermedi, avanza nelle nebbie dell’ambivalenza. Arriva a un punto in cui lo scontro non è più sul “modello” di democrazia, bensì su chi e come lo gestisce, quel modello; come quando, per l’appunto, si punta ad assumere l’identifica postura leaderistica in funzione dell’alternativa (di potere). 

Ecco spiegata allora la diffidenza di una vasta area dell’elettorato, priva al momento di adeguata rappresentanza: il gioco degli specchi tra sinistra e destra non convince perché ripropone l’immagine di una scambievole applicazione “ad usum Delphini” della democrazia. In definitiva l’antagonismo riguarda le persone, non il metodo. E questo, per molti, non va bene.

La contesa sull’antifascismo di Scurati rivela la crisi della Rai

La polemica innescata dalla sinistra e dai populisti sul breve ma durissimo comizio di Antonio Scurati non trasmesso dalla Rai – ma comunque letto in diretta dalla conduttrice del programma – contro Giorgia Meloni arriva puntuale come le stagioni meteorologiche. Del resto, il 25 aprile si avvicina e, come da copione, va radicalizzato il dibattito politico sul possibile “ritorno del regime”, sul fascismo ormai alle porte, sulla inesorabile restrizione di tutte le libertà democratiche e via scioccheggiando.

Ora, al di là di queste baggianate e con la speranza che arrivi al più presto il 26 aprile per ritornare semplicemente alla realtà, alcune cose vanno pur dette. Certo, chi legge la Stampa di Torino o la Repubblica in questi ultimi giorni – cioè i quotidiani più scatenati e più faziosi contro Giorgia Meloni e il centro destra – sembra di essere veramente alla vigilia di una ormai inesorabile svolta autoritaria dove l’unica possibilità di sopravvivenza per i sinceri democratici come noi è quella di scappare al più presto in montagna per iniziare la battaglia contro l’invasore. Ma, ripeto, è tutto un copione che finirà, come sempre, il 26 aprile.

Detto questo e dando per scontato l’ennesimo dibattito surreale e del tutto virtuale, torniamo al documento di Scurati – che ormai tutti conosciamo – per fissare alcuni brevi paletti.

Innanzitutto il documento andava letto in Rai dall’autore e senza alcuna polemica. Certo, al di là della sottolineatura e del richiamo di alcuni fatti storici ormai noti a tutta Italia, si tratta di un piccolo e violento comizio politico lanciato frontalmente contro Giorgia Meloni. E sin qui tutto normale e persin scontato.

In secondo luogo, e come sempre, la furbizia e la rapidità di movimento di Giorgia Meloni ancora una volta hanno breccia. E cioè, pubblicando il documento di Scurati sulla sua pagina Fb a conferma che non si deve nascondere nulla. Anche i comizi politici più settari e più faziosi.

In terzo luogo, essendo cambiati in profondità la qualità e la funzione del servizio pubblico radiotelevisivo, oggi la salvaguardia del pluralismo significa semplicemente la garanzia della faziosità politica. E il documento di Scurati rientra perfettamente e quasi ontologicamente in questa classificazione. Si tratta, cioè, di un piccolo manuale utile per tutti i militanti della sinistra in vista delle manifestazioni del 25 aprile contro Giorgia Meloni e il suo Governo.

In ultimo, ma non per ordine di importanza, una corretta ed oggettiva lettura e ricostruzione del passato non può essere sempre confusa ed impastata con una irriducibile e strutturale faziosità politica e culturale. Un solo esempio e confronto con il passato della Rai, certo non paragonabile con gli attori, i giornalisti e e gli artisti contemporanei a conferma di questo assunto. E cioè, la “notte della Repubblica”, uno dei tanti capolavori televisivi del “gigante” e “maestro” Sergio Zavoli, è mai stato sfiorato da una polemica faziosa o settaria o partigiana del programma sotto il profilo politico e culturale? Per non parlare di moltissimi altri programmi televisivi di approfondimento politico, culturale e sociale. 

È ancora possibile far sì che una corretta, oggettiva – per quel che è possibile – e trasparente informazione del servizio pubblico radiotelevisivo italiano non sconfini sistematicamente nell’attacco personale, nella faziosità politica più becera e nella demolizione sistematica di tutto ciò che non rientra nella ideologia del “politicamente corretto”?

Questa era, e resta, la vera sfida del futuro della Rai, del suo pluralismo, della sua imparzialità e, soprattutto, della sua professionalità e del suo ruolo nella società italiana. Se il tutto si limita al business, ai contratti milionari, alla faziosità permanente e al settarismo più sfacciato, tanto vale privatizzarla e chiudere definitivamente una pagina, seppur gloriosa e nobile, della storia italiana ed europea legati all’informazione, alla cultura, alla storia e al giornalismo.

L’equivalenza dei sessi scombina l’antropologia

Sylviane Agacinski

 

[…] Lévi-Strauss osserva che, in numerose società, i legami naturali possono sussistere e coesistere con le relazioni di filiazione istituite. Fornisce diversi esempi di casi in cui lo statuto sociale di un figlio si determina in funzione del padre legale, ma aggiunge che «il bambino conosce comunque l’identità del suo genitore biologico ed esistono legami affettivi che li uniscono». Contrariamente alle nostre, quelle società ignorano l’angosciosa alternativa tra legami naturali e legami sociali. Invece di drammatizzare l’opposizione, esse giustappongono i due tipi di legami, ma in modo trasparente, e la trasparenza sembra loro essenziale.

Ci si può allora chiedere se non sarebbe più saggio anche per noi accogliere tale trasparenza, anche in materia di procreazione assistita. Essa permetterebbe, infatti, di ripersonalizzare i legami tra ascendenti e discendenti, evitando al tempo stesso la spersonalizzazione degli ascendenti e la desessualizzazione della procreazione. Vediamo bene infatti che, ad esempio, l’inseminazione anonima, usata da una donna sola o da una coppia di donne, fa completamente sparire la parte dell’altro sesso nella nascita di un figlio. Crea la finzione di un atto generativo monosessuato, che non è verosimile. Possiamo chiederci in nome di cosa e di chi una società possa imporre a un bambino la finzione di una nascita desessualizzata, che rischia inoltre di compromettere la costruzione della sua identità sessuata. La stessa questione si pone per stabilire la parentela. Istituire due genitori dello stesso sesso significa rompere con il modello strutturale dissimmetrico dei legami biologici, che si mantiene anche in laboratorio. L’istituzione della parentela deve forse abbandonare ogni rapporto, sia pure analogico, con l’ordine reale della generazione sessuata degli esseri umani?

La legittimità dei legami omosessuali non è in discussione. È riconosciuta dalle unioni civili in Francia e in altri Paesi. Potrebbe essere rafforzata da un matrimonio civile, se il significato di tale istituzione venisse cambiato. Ma il desiderio individuale di unirsi civilmente, di stipulare un contratto coniugale con una persona dello stesso sesso, giustifica il progetto di scartare l’altro sesso dalla procreazione e dalla filiazione dei bambini? Giustifica una ricostruzione della parentela basata sull’equivalenza dei sessi? Questo meriterebbe almeno di essere oggetto di riflessione e di dibattito, tanto più che una tale ricostruzione creerebbe una disuguaglianza tra i figli futuri, compresi i figli adottati: gli uni, iscritti in una filiazione bilaterale non simmetrica, con una madre e un padre; gli altri, privi sia di un padre sia di una madre.

Il problema dei bambini a venire, cioè delle future generazioni, è che nessuno li rappresenta sulla scena politica democratica: non possono manifestare, né essere ricevuti né essere ascoltati. Non costituiscono alcuna forza. Il legislatore deve però preoccuparsi delle condizioni della loro venuta. Ed è per questo che, prima di prendere decisioni precipitose in materia di procreazione e di parentela, egli dovrebbe svolgere una riflessione antropologica ed etica, approfondita e condivisa, sullo statuto dei figli, sui loro diritti e sulla nostra responsabilità nei loro confronti.

(Traduzione di Mario Porro)

 

Sylviane Agacinski

Sylviane Agacinski è una scrittrice, giornalista e filosofa francese. Negli anni Settanta ha partecipato alla fondazione del Collège international de philosophie, al fianco di Jacques Derrida. Ha scritto numerosi libri, incentrati soprattutto sul rapporto fra i sessi.

 

Per leggere il testo integrale

https://rivista.vitaepensiero.it//news-vp-plus-la-metamorfosi-della-differenza-sessuale-6484.html

Quale futuro per Roma? Riflessioni alla vigilia del Giubileo.

La città eterna ha una molteplice e straordinaria pluralità di valenze interconnesse: possiede un valore per l’umanità religiosa, ma è anche una delle principali capitali europee ed un centro di riferimento anche  per tutti i paesi del bacino del Mediterraneo In un momento emergenziale come l’attuale assume pertanto un ruolo fondamentale per realizzare una cooperazione autentica tra energie culturali, politiche ed umane in grado di contribuire a realizzare un percorso di pace e di convivenza armonica e democratica.

Sede di numerose strutture accademiche e di ricerche, Roma possiede un ricco tessuto di realtà produttive e tecnologiche di sicuro spessore. La “cittadinanza globale”, come si usa dire oggi, è composta da una comunità di “utenti”, anche solo temporalmente presenti sul territorio di Roma, che hanno diritto a prestazioni pubbliche di livello, erogati come nelle altre capitali, in prospettiva di un accoglienza responsabile. Non si tratta di due “missioni” in competizione, essendo in realtà  sinergiche, che richiedono servizi funzionali e fortemente coincidenti.

In particolare, l’attuale assetto delle autonomie locali sul nostro territorio, con la Città metropolitiana e Roma Capitale, dovrebbe essere maggiormente focalizzato sui bisogni di una città di rilievo non solo nazionale, in quanto capitale, ma al tempo stesso di valenza mondiale. Le funzioni e le risorse attribuite a queste strutture, ad esempio, dovrebbero consentire di riconoscere la specificità della città e del suo territorio metropolitano, per ribadire la centralità politica e la cifra universale che viene riconosciuta a Roma da un punto di vista artistico, religioso e culturale.

Si tratta di prendere atto della complessità di governo, ma anche amministrativa e strutturale, che segue alla vocazione internazionale di Roma. Occorre una vera autonomia e a ciò si aggiunge  che l’attuale modello di governo locale del nostro territorio, di per sé messo alla prova delle nuove emergenze di mobilità, risulta indebolito dalla circostanza che le previsioni della legge n.42 del 2009 in materia  di federalismo fiscale proprio per lo sviluppo di Roma Capitale, necessita di un’ulteriore accellerazione allo scopo di reperire le necessarie risorse finanziarie

Serve quindi  un cambio di prospettiva che sviluppi un progetto alternativo per poter attribuire alla città di Roma, mediante i suoi enti territoriali, i poteri e le funzioni che consentano il vero esercizio di un autonomia amministrativa, così da poter  affrontare le grandi emergenze lasciate senza risposta. Certamente la fonte giuridica indicata nella legge di attuazione dell’art. 114 cost., comma 3, sembra andare in questa direzione offrendo sul piano giuridico e specialmente tecnico un utile spazio per l’adozione di un vero “progetto-Roma” per i prossimi anni.

Una calibrata riflessione ci porta verso una sollecitazione al riconoscimento di “Roma Capitale” attraverso una speciale autonomia che del resto appare presente nella carta costituzionale nell’art.116 e in conformità, appunto, alla legge n.42 del 2009 in materia di federalismo fiscale. Le attività inerenti a un vero rilancio della città  devono superare le più delicate criticità per dare consistenza alla visione di una città moderna in grado di competere con le altre capitali europee.

Si potrebbe pensare ad un “master plan” aggiornato ogni anno per poter indicare gli obiettivi, le risorse e i soggetti, verificando i progressi compiuti ed individuando gli aggiustamenti necessari da compiere. Sarebbe uno strumento utile per tutte le interlocuzioni istituzionali, razionalizzando le localizzazioni e le interazioni decisive con le grandi imprese pubbliche che hanno la loro sede a Roma, superando l’aleatorialità dei tempi; come pure ciò varrebbe per le infrastruttire che escono da un periodo pandemico emergenziale, sovraccariche di rinnovate esigenze da parte dei cittadini, ad esempio in ordine a edifici scolastici, strutture universitarie ed ospedaliere.

Occorre superare gli ostacoli che frenano i processi prtecipativi miranti alla concertazione tra i diversi soggetti, pubblici e privati. Proprio la fase postpandemica può essere una grande occasione per interventi integrati a vantaggio delle periferie, laddove si sono venuti configurando negli ultimi tempi agglomerati legati a un pendolarismo verso il centro, con ulteriori aggravamenti del problema della mobilità. Per questo sarà decisivo l’aggiornamento di strumenti urbanistici per la delocalizzazione delle strutture centrali e periferiche dello stato (e del comune stesso) per liberare nuovi spazi verde, in una logica di urbanizzazione integrata, includendo scuole, servizi e spazi di socializzazione.

Fondamentale, in prospettiva dell’imminente Giubileo, sembra essere il rilancio della vocazione internazionale della città. In questo senso sarebbe utile la creazione di un ufficio per la promozione culturale di Roma nel mondo. Del resto, le università statali o private, pontificie o internazionali che hanno sede a Roma vantano una tradizione consolidata e un patrimonio di conoscenze che potrebbero attrarre studiosi da tutto il mondo, con ricadute positive sul tessuto metropolitano e regionale.

Nuove opportunità di sviluppo possono contribuire a rafforzare le reti di solidarietà verso le persone più isolate o fragili; e in ciò può rivelarsi efficace anche il ruolo delle parrocchie, delle organizzazioni di volontariato, degli enti del terzo settore.

Proprio per venire incontro ad un ordinamento nuovo della capitale si potrebbe prendere in considerazione la costituzione di un centro studi sulla promozione sociale, riunificando e mettendo a confronto le esperienze di fondazioni, associazioni e – perché no – strutture amministrative che operano nella città, per arrivare a competenze mirate allo sviluppo urbanistico armonico, realizzando così una sinergia tra innovazione e sostenibilità: una sorta di “innovability”.

Roma ormai da tempo patisce il deterioramento dei parametri relativi alle condizioni di benessere economico e alla qualità delle relazioni sociali, con un invecchiamento progressivo della popolazione, la contrazione della capacità di acquisto da parte dei redditi da lavoro e il disagio abitativo, soprattutto nelle periferie. Insomma, c’è urgenza di immaginare e costruire una risposta strutturale alle “sofferenze” che si addensano in ogni segmento sociale.

Roma quindi non potrà ignorare le competenze tecnico scientifiche delle istituzioni universitarie e degli enti di ricerca per organizzare una più moderna e proficua gestione del territorio metropolitano e delle sue risorse. In ciò appare faconda l’iniziativa delle università romane di costituire un associazione, recentemente formatasi sotto la sigla di AURORA (Alleanza tra le università romane per la ricerca applicata), per innervare l’azione dei pubblici poteri in questa opera necessaria di rilancio e promozione della Capitale. Esiste un giacimento di risorse culturali e tecniche, spesso celate, da cui ricavare un impulso straordinario per un’equilibrata politica di modernizzazione.

 

Prof. Giulio Alfano

Presidente dell’Istituto “Emmanuel Mounier”

Scurati, aborto e strilli: una società dal pensiero in gola?

C’è come sempre qualcosa che non va soprattutto in tempo di elezioni. Si alza una canizza sulla presunta censura di Scurati con il suo testo antifascista. Si sarebbe oscurata la democrazia sulla quale è caduta la scure del potere. Così protesta una parte, mentre l’altra parte replica con motivazioni di onere economico per la RAI. Intanto la Giorgia nazionale ha pubblicato lei il testo frutto di contestazione. 

Altra diatriba è a difesa del diritto dell’aborto, minacciato da un emendamento al decreto “Pnrr–quater” che, per come si teme e si comprende, vorrebbe far entrare nei consultori, associazioni anche di stampo antiabortista. C’è chi lancia un allarme per l’aggressione al diritto di aborto e chi invece rivendica che la legge debba essere applicata nella sua interezza. L’emendamento è a firma del deputato Malagola che per molti avrebbe fatto bene a ricacciarsi nelle fauci il pensiero che, sempre secondo alcuni, ha maldestramente tradotto in atto parlamentare perché approvato ed inserito nel disegno di legge all’articolo 44–quinquies.

Mala tempora currunt sed peiora parantur. Se si continua così andremo sempre peggio.

La legge 194 stabilisce che in caso di gravidanza una donna può essere assistita da consultori familiari che attuano direttamente o indirettamente speciali interventi quando la gravidanza o maternità creino problemi per risolvere i quali risultino inadeguati i normali interventi. I consultori “possono avvalersi della collaborazione volontaria di idonee formazioni sociali di base e di associazioni di volontariato, che possono anche aiutare la maternità difficile dopo la gravidanza”.

Da qui dibattiti a tutto spiano su chi sia idoneo e chi meno, chi sia intruso o chi no in una vicenda che ha comunque il tenore di un dramma. È questo un tema che non richiederebbe infatti neanche un rigo di scrittura. Il fatto che se ne parli e si commenti e si scriva al riguardo è un segno di grave sconcerto.

Si invoca con allarmi di strada la tutela di un diritto delle donne pronte alla barricata se qualcuno volesse immaginare di mettere i bastoni tra le ruote alla applicazione di una legge dello Stato.

Giungono persino bacchettate dalla Francia e dalla Spagna per il pericolo di una eventuale inversione di tendenza in ordine alla possibilità di non portare avanti una gravidanza. Ci è andato di mezzo anche Bruno Vespa che non ha trovato testimonianze femminili sul tema durante il suo “Porta a Porta”.

Su questo tema si registra un approccio ideologico che rende deprimente ogni discussione. C’è chi è a favore e chi contro e ciascuno, come è giusto, difende il suo pensiero.  La logica dello scontro è il macroscopico difetto di cecità delle parti in causa. Così la contrapposizione si carica di un livore e di una forza che perde di vista la tragedia del fatto, che perde di ogni rilevanza, prevalendo solo il desiderio di affermare la propria ragione.

Non sembra che esista al mondo una donna che abbia vissuto quella esperienza e che possa aver interrotto la gravidanza a cuor leggero. È una piaga che si porta appresso probabilmente per sempre e che richiederebbe una assistenza assoluta dello Stato per curare il dolore che ti accompagna, non solo nella memoria, nel corso degli anni di vita. 

È sempre lo Stato che concretamente potrebbe offrire l’occasione di un ripensamento sulla scelta di abortire, almeno lì dove si trattasse di dover affrontare una maternità in condizioni economiche impossibili, magari offrendo un ingresso al lavoro con quote riservate a chi non disponga di mezzi per sostenersi.

È lo Stato che deve assumersi le sue responsabilità e dare in un caso o in un altro un sostegno vero alle donne di fronte alla scelta di abortire. Stiamo parlando di una esperienza che lascia segni profondi in chi la vive e che non può essere oltraggiata, riducendola ad una avvilente rissa barricadera tra diritti e doveri.

In questi giorni una donna, Azzurra Carnelos, è morta avendo interrotto le cure chemioterapiche per non pregiudicare il prossimo parto del figlio che aveva in grembo. Il marito racconta che Azzurra stringeva i denti e sorrideva. E nato il bambino ma il cancro si è tolto la sua soddisfazione, uccidendola. Azzurra forse un giorno sarà proclamata santa, comunque resterà un esempio di dedizione di generosità e di amore.

A nessuna donna si può chiedere il sacrificio della propria vita per darne alla luce un’altra. Neppure si possono chiedere atti di eroismo diventando mamme quando nessuno alza un dito per darti una mano o se non ti senti pronta per un passo così impegnativo.

Azzurra insegna a tutti che il baccano dei diritti e dei doveri è comunque un modo distorto di approcciare il tema della maternità e le sue conseguenze. Allo Stato si deve chiedere molto di più, pretendere una assistenza vera, per tutto il tempo che occorre, che si scelga in un modo o nell’altro, per la vita o per l’aborto. Di questo non sembra invece levarsi alcuna voce.

A proposito del libro «La sinistra sociale» di Giorgio Merlo

Talvolta le riflessioni conclusive di un percorso mentale e di vita si rivelano essere in realtà (in qualche caso troppo tardi) la necessaria premessa, addirittura l’obiettivo sino ad allora nascosto. Scriveva per esempio Carlo Donat-Cattin: «Senza il recupero civile di vessilli morali e trascinanti (…) costruiremmo ogni giorno un fantasma nel vuoto».

Parole che il leader della corrente della Democrazia Cristiana “Forze Nuove” espresse in occasione di un libro intervista del 1980, intitolato “La mia Dc”. A ricordarle è in questo caso Giorgio Merlo, suo libro “La sinistra sociale” (Marcianum, Venezia, pagine 224, curo 19), che include anche una prefazione dell’arcivescovo Vincenzo Paglia.

Fantasmi, dunque. La dimensione dell’impalpabile parrebbe, in effetti, quella che meglio si addice al dibattito sull’impegno dei cattolici in politica, tanto in riferimento alle proposte per il futuro quanto all’effettiva capacita di incidere di questi ultimi, a partire dalla fine della Democrazia Cristiana fino nostri giorni.

Eppure, scrive il presule nelle pagine iniziali del libro, oggi, quando ci troviamo «in un passaggio della storia analogo a quello del dopoguerrа», le condizioni per una nuova presenza dei cattolici in politica, ci sarebbero. A patto di riscoprire e di valorizzare, sostiene

Merlo, gia deputato del Partito Democratico e attualmente sindaco di Pragelato (TO) l’esperienza della “sinistra sociale” di ispirazione cristiana, di cui l’autore del libro ripercorre la storia anche attraverso l’azione dei suoi esponenti, dal già citato Do-nat-Cattin a Franco Marini, passando per Guido Bodrato , Sandro Fontana, Ermanno Gorrieri. Un’azione inquadrata a sua volta in un contesto storico particolare, che non ne fa però una semplice vestigia del passato ma anzi un modello da recuperare, per ispirazione e metodo. Si parla dunque di una “sinistra sociale” che si era costruita intorno a tre elementi fondamentali: «una forte e vissuta ispirazione cristiana che per un verso arricchisce di significato etico e trascendente ogni azione politica e dall’altro la collega alla dottrina sociale»; un «radicamento nel mondo sociale e nel mondo del lavoro, ricavando dalle esigenze dei più deboli un progetto per l’intero paese»;

«l’irriducibile fedeltà al metodo democratico».

Un’esperienza importante e meritoria, con molti risultati di cui andare fieri e che, secondo

Merlo, va recuperata. Per evitare di parlare di fantasmi, bisogna però scendere nel concreto, a partire dalle persone. Scrive giustamente

Paglia:«Vanno bene le scuole di formazione socio-politica, ma non bastano. Va suscitato un movimento largo e plurale di riflessioni sul presente e sul futuro del Paese, dell’Europa e del pianeta». Merlo va più nello specifico: «Senza le munizioni che arrivano dal retroterra cattolico difficilmente un’esperienza come quella della “sinistra sociale” d’ispirazione cristiana può ridecollare nella cittadella politica italiana». Con una avvertenza: «Il solo impegno nel prepolitico, seppure importante e mai da sottovalutare, non può esaurire tutti gli spazi, le energie e la volontà dei cattolici che credono nell’impegno pubblico dei credenti». Secondo Merlo, in sintesi, c’è bisogno di un “par-

tito nazionale”, un «luogo politico con una cifra autenticamente riformista, un partito culturalmente plurale, una gestione interna ispirata a criteri rigorosamente democratici e una leadership diffusa». Accanto alla struttura, una nuova concezione dello Stato liberale, la riforma elettorale (in senso proporzionale), un programma innovativo di politica economico-sociale e di solidarietà internazionale.

Tutte cose non inedite, si potrebbe osservare. Legge elettorale a parte, sulla quale le opinioni si dividono con buone ragioni da una parte e dall’altra, alzi la mano chi non ha mai sentito un esponente di un partito di qualsiasi area dire che serve un nuovo programma economico e sociale, un nuovo Stato liberale, visto che le vecchie edizioni sono evidentemente superate, di una solidarictà internazionale anche come risposta alle emergenze sempre più di carattere globale. Merlo lo sa bene, e per questo chiude con la citata intervista di Donat-Cattin. Pa-rafrasando: senza valori, condivisi, non si va da nessuna parte.

E qui la questione diventa più complicata. E lo è sin dalle premesse, perché se l’ispirazione cattolica è l’assunto fondamentale, viene naturale chiedersi di quale cattolicesimo si parli, se di quello compiacente e organico al liberismo spudorato che ha caratterizzato la politica italiana della seconda Repubblica o di quello delle periferie, dei preti di strada, di quello che interloquisce sul piano etico con le domande di senso che vengono poste dalla società in maniera complessa e che richiedono risposte cristianamente adulte, articolate ed equilibrate, che anela a praticare, per dire, l’economia circolare di Francesco. Occorre, in buona sostanza, la presa di coscienza, senza sconti, del fatto che l’esperienza del cattolicesimo in politica, come lo conosciamo, non può prescindere dalle condizioni storiche in cui si è presentato, come pure lo stesso Merlo riconosce per poi superare il problema con un salto concettuale che forse andrebbe ulteriormente chiarito.

Il tema di una politica cattolica non può prescindere dal tema della crisi della Chiesa e del cattolicesimo. La politica italiana, dalla fine della Democrazia Cristiana in poi, ha trovato sponde plurime nel mondo cattolico perché il mondo cattolico si è rivelato, con giustificazioni a volte difficili da accettare, diviso, nella pratica pastorale, anche sui suoi stessi valori, a partire dalla declinazione concreta della sua dottrina sociale. Insomma, quando si parla di una nuova politica dei cattolici si deve necessariamente parlare di una nuova Chiesa e anche dell’influenza della politica al suo interno, tema ovviamente di una complessità tale da renderlo, qui, quasi proibitivo.

E a ben vedere non sarebbe sufficiente ncanche questo. Perché, se è chiaro il riferimento alla necessità del ritorno ad una politica sociale, l’analisi anche socio-cconomica del mondo di oggi è indispensabile per un discorso che sia realmente innovativo e praticabile. Le categorie non sono quelle di un tempo: nuove povertà non significa solo persone povere che prima non lo erano ma concetti del tutto nuovi di povertà in un mondo che nel giro di pochi anni può diventare irriconoscibile. Non è una differenza da poco: la destra e la sinistra (e condivisibile, per esempio, è l’affermazione di Merlo, solo in apparenza trascurabile, secondo cui Fratelli d’Italia è da considerare sotto l’aspetto sociale più a sinistra di Lega e Forza Italia) diventano anch’esse categorie vuote e con esse inadeguata la distinzione fra ciò che è sociale e ciò che non lo è.

Così come va analizzata, anche a costo di rivelare la propria provvisoria inadeguatezza, la questione del ruolo di intermediazione politica svolto dai partiti nell’epoca del “voto continuo”, quello cioè espresso dagli elettori quotidianamente con i loro comportamenti sulla rete, che non sfuggono ai sondaggi. Il concetto di “democrazia diretta”, che esiste ormai nei fatti, pure nelle sue storture, non può essere liquidata solo come l’argomento bislacco di populisti e di politici improvvisati: è un dato. E fa tutta la differenza del mondo. Contenuti, si dirà, di cui si potrà parlare, tra persone sensate. I cattolici (quasi sempre) lo sono. Ma si ritorna, fatalmente, all’inizio: viene prima la classe dirigente o vengono prima i “vessilli” (meglio i valori) morali? Pnma un partito o prima i contenuti (concreti, tangibili, non generici)? Soccorre un’altra considerazione, espressa da Paglia nella prefazione: “(oggi) la política è senza pensiero”. Trovarne uno, come esorta anche questo libro, è prioritario.

Roma inaugura l’illuminazione rinnovata della Villa di Massenzio

Nell`ambito delle celebrazioni per il 2777° compleanno di Roma, è stato inaugurato il nuovo impianto di illuminazione artistica della Villa di Massenzio sull`Appia Antica, uno dei più importanti siti archeologici della città. 

I resti di alcuni luoghi simbolo della Roma antica come il Palazzo Imperiale, il Circo e il Mausoleo di Romolo, sono così ulteriormente valorizzati e il pubblico potrà, d`ora in poi, godere della loro bellezza anche di sera. 

Il complesso massenziano, una delle aree archeologiche più suggestive della campagna romana, si estende tra il II ed il III miglio della via Appia Antica ed è costituito da tre edifici principali: il palazzo, il circo ed un mausoleo dinastico, progettati come una sola unità architettonica per celebrare l`imperatore Massenzio, lo sfortunato avversario di Costantino il Grande nella battaglia di Ponte Milvio del 312 d.C.

Lo schema del circo abbinato al palazzo imperiale, già noto in altre residenze, è qui arricchito dalla presenza di un mausoleo dinastico, più noto come Tomba di Romolo, dal nome del giovanissimo figlio di Massenzio che fu qui quasi certamente sepolto.

Il circo, ancora ben conservato in tutte le sue componenti architettoniche, poteva ospitare oltre 10.000 spettatori e al suo centro era collocato l`Obelisco di Domiziano che secoli dopo sarà riutilizzato da Gian Lorenzo Bernini nella Fontana dei Fiumi.

Il nucleo centrale dell`intero complesso era il mausoleo dinastico. Il grandioso edificio, probabilmente a due piani, doveva avere l`aspetto di un piccolo Pantheon ed era circondato da un imponente quadriportico che lo metteva in comunicazione con il palazzo costruito sulla collina retrostante. Della sua costruzione originaria si conservano solo il basamento a pianta circolare e la cripta, con un grosso pilastro centrale e un corridoio anulare nei quali si aprivano le nicchie per la deposizione dei sarcofagi. Dal corridoio anulare è possibile entrare in un ampio vestibolo quadrangolare, che probabilmente serviva a raggiungere il piano superiore.

Si suppone che l`area, già parte integrante del Triopio di Erode Attico, fosse stata inglobata, come altre zone del suburbio, nel demanio imperiale. Con la sconfitta di Massenzio è verosimile che le costruzioni massenziane passassero alla Chiesa di Roma e che quindi, almeno a partire dal VI secolo, facessero parte del Patrimonium Appiae.

Per secoli le informazioni sull`area risultano lacunose e i monumenti suddivisi tra proprietari diversi. Nell`Ottocento tutto il complesso fu acquisito dai Torlonia, duchi di Bracciano. Nel 1825 il principe Giovanni Torlonia diede avvio, con l`aiuto dell`archeologo Antonio Nibby, alle campagne di scavo dell`area, trasferendo le numerose opere d`arte rinvenute nella collezione privata del palazzo di Borgo e trasformando la tenuta in azienda agricola, destinazione che perdurò fino al momento dell`esproprio avvenuto nel 1943.

Rinascita Popolare | Markus Krienke parla dei mali della Germania

[…] Krienke ha sottolineato come «il sistema politico tedesco soffra di una diffusa instabilità provocata dal crescere di Alternative fur Deutchsland (Afd), formazione di estrema destra con alcune propaggini a carattere neonazista. Su scala nazionale si colloca attorno al 20 per cento. Cifra che sale notevolmente nei lander dell’Est, soprattutto in Sassonia, Turingia e Brandeburgo, dove entro l’anno si svolgeranno le elezioni regionali e dove sfiora il 30 per cento. Uno dei temi forti dell’Afd è quello della cosiddetta reimmigrazione, cioè il ritorno a casa degli immigrati. Questione dirompente per la stessa democrazia tedesca e che ha dato origine a grandi manifestazioni di piazza contro questa destra che pure non si può liquidare solo come un rigurgito neonazista».

Afd nasce in realtà come reazione sovranista contraria all’euro e poi pesca nel malcontento dell’est, regioni dove riscuote i suoi maggiori consensi. All’est molti pensano che l’unificazione sia avvenuta con una sorta di colonizzazione dell’ovest che ha fatto tabula rasa del passato. Ad esempio, distruggendo il precedente apparato produttivo. Emerge quindi un crescente risentimento che l’Afd cavalca a gran voce e che porta a votare a destra ampie fette di elettori un tempo legati al vecchio Partito comunista.

In definitiva l’Afd è ormai in grado di condizionare il quadro politico. «Sinora – evidenzia Krieke – i cristiano-democratici hanno respinto qualsiasi accordo ma c’è da chiedersi cosa accadrà se il peso della destra radicale dovesse aumentare ancora. Magari accompagnato da una nuova flessione della Cdu, che sta perdendo fasce di elettorato conservatore avverse alla svolta centrista di Angela Merkel: rifiuto del nucleare, matrimoni gay ed accoglienza di un milione di immigrati. Certo, la Cdu punta soprattutto sui liberali della Fpd, ma i due partiti, sondaggi alla mano, non dispongono, da soli, della maggioranza necessaria a governare. Il coinvolgimento dei Verdi potrebbe essere un’ipotesi da esplorare ma certe impuntature ecologiste non collimano con l’elettorato liberale e democristiano. Resta la Grande coalizione tra Cdu ed Spd col rischio di far perdere consensi ad entrambi i partiti».

A livello europeo la Germania cerca il proprio spazio, differenziandosi su alcuni temi dalla Francia, come si è visto sulle truppe Nato nello scenario ucraino. Il rafforzamento dell’Unione europea è visto come un obiettivo necessario. Cdu, Fdp e Spd – pur con sfumature diverse sul debito o una più o meno accentuata venatura sociale – sono sostanzialmente d’accordo con un maggiore impegno verso l’unità del continente.

Secondo Krienke, il punto decisivo per comprendere meglio l’attitudine tedesca verso l’Europa è il rigore di bilancio. Una “frugalità” condivisa dal blocco dei Paesi nordici, in antitesi alla “prodigalità” dell’Europa mediterranea. La composizione di questo divergenza è un po’ la chiave con cui l’integrazione europea su fisco, bilancio e politica economica comune potrà ripartire con rinnovato vigore.

«Tutti comprendono che una maggior integrazione è indispensabile ma tutto è complicato dalle divisioni presenti tra i singoli Stati, per di più timorosi di perdere pezzi di sovranità. Eppure il minor peso economico e demografico dell’Europa nel mondo mostra che lo Stato nazionale non è più la soluzione. C’è peraltro bisogno di un nuovo assetto perché è difficile governare un sistema a 27 Stati le cui regole sono state concepite per un Europa a sei. Per rafforzare il cammino verso una più stretta unità politica serve un’intesa dei tre grandi Paesi dell’Unione: Francia, Germania ed Italia, in grado di far da battistrada per gli Stati più piccoli e superare l’attuale fase di stallo nella quale siamo impantanati».

L’orizzonte internazionale, e in particolare quello europeo, è oggi oscurato dalla guerra in Ucraina. Difficile uscirne fuori, ritiene Krienke, senza un deciso supporto dell’Europa a Kiev. «Si tratta di bloccare definitivamente le mire egemoniche di Putin che potrebbero avere altri obiettivi. Anche oltre i territori contesi del Donbass. Sotto questo profilo, per difendere una prospettiva di pace futura, sarebbe un vero disastro abbandonare l’Ucraina al proprio destino».

 

Per leggere il testo integrale

https://www.associazionepopolari.it/2024/04/14/markus-krienke-germania-in-difficolta/#post-

 

Leggi anche il precedente articolo di Giuseppe Davicino

https://ildomaniditalia.eu/germania-e-italia-un-dialogo-essenziale-alleuropa/

La cinquantesima Settimana Sociale e l’incompresa crisi della partecipazione

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Confartigianato è main sponsor di tutta la 50ma Settimana Sociale che si svolgerà a Trieste dal 3 al 7 Luglio prossimi.

La maggiore fra le organizzazioni dell’artigianato, delle piccole imprese e di chi è intraprenditore di sé, patrocina gli eventi generali della sera di Venerdì 5 – incontro con Paul Batthi, fratello del politico pachistano Shahbaz, un martire della libertà – e della sera di Sabato 6 – lo spettacolo di Giovanni Scifoni su San Francesco Superstar del Medioevo.

Al mattino dal 4 al 6 Luglio, 10-12,30, Confartigianato sta allestendo tre incontri su: giustizia tra generazioni, libertà e delusione (Mauro Magatti); vocazione-talenti-skills-lavori (Stefano Micelli); ri-abitare i Luoghi e avervi un posto esclusivo, perciò inclusivo (Johnny Dotti). Poi stand di presentazione ‘buone pratiche’ ed esperimenti progettuali, tutto in un grande spazio in una piazza di Trieste.

Nella prefazione del Card. Zuppi al suo nuovo importante lavoro, “Da Camaldoli a Trieste – Cattolici e democrazia” (Vita e Pensiero), che l’amico Ernesto Preziosi segnala giustamente, delle tre questioni che il Presidente della CEI indica, la terza – le forme di organizzazione del potere – è la più ammalata, per vari aspetti inguaribile senza una trasmutazione totale. Anche se, in ogni caso, similmente alla tematica ambientale, si è fuori tempo massimo.

Lo spiegò bene la prof.ssa Granata il 15 Settembre 2023 in Università Cattolica nel motivare la scelta del tema della cinquantesima edizione della Settimana Sociale, “democrazia”e “partecipazione”. Non è con retoriche sui valori e le nobiltà dell’impegno che si riacquisiscono attenzione e disponibilità, anzi si suscita l’effetto contrario. Lo sa bene chi vive in una associazione sindacale di categoria, come in una parrocchia o qualsiasi aggregato umano: non è questione di disimpegno, siamo già oltre. C’è la sparizione.

Come fu evidenziato nella presentazione della Settimana, oggi tutti sono ‘senza’: partiti ‘senza’ iscritti, PA ‘senza’ cittadini, associazioni ‘senza’ soci, chiese ‘senza’ fedeli, famiglie ‘senza’ bambini, e soprattuto ‘senza’ adulti.

La gente non è che sia lontana, è accampata fuori. Ma, appunto, fuori. Dentro non ci sta più. 

E questo è il punto: sono i format in crisi, non tanto il desiderio di poter dire la propria, di partecipare, di contare, di aver peso.

Perché? Ma perché in ‘quelle forme’, storiche, che ci si ostina a reiterare e puntellare con stratagemmi, rilanci e servizi di tutti i tipi la gente non ci sta più, sta fuori.

Come annota Diotallevi (“Fine corsa”, EDB, 2017) il sacro interessa ancora, c’è anzi un religious booming ma non ne beneficiano le chiese, le quali anzi continuano a perdere.

Il ‘partecipare’, quindi, non si rigenererà con un po’ di marketing politico, per quanto innovativo lo si possa osare, ma con una rifondazione su Forme Nuove, in cui si possa incontrare, fare esperienze vitali, essere a casa.

Casa: cioè ri-abitare le istituzioni.

Per chi volesse andare a rivedere l’Angelus del 4 Novembre del 2018, trova questo suggerimento di Papa Francesco: “…I bisogni del prossimo richiedono certamente risposte efficaci, ma prima ancora domandano condivisione […] Questo interpella le nostre comunità cristiane: si tratta di *evitare il rischio di essere comunità che vivono di molte iniziative ma di poche relazioni*; il rischio di comunità *“stazioni di servizio” ma di poca compagnia*, nel senso pieno e cristiano di questo termine”.

Anche facendo giustamente un ragionamento puramente laico (non bisogno di essere religiosi per sposare una tesi di questo genere), questo pensiero, questa Logica con la maiuscola di Papa Francesco sono portanti.

Notare che ‘compagnìa’ è più  dell’abusatissimo  ‘accompagnamento’ con cui spesso anche le associazioni di categoria si illudono di far percepire una personalizzazione. Declamata in patinate brochures, rinviata a mai nella realtà. E non vi può essere ‘compagnia’ senza che essa si basi sulla Relazione.

E infine: la Compagnia, come l’Amicizia, per essere tale deve essere gratis.  La si trova in luoghi dove è possibile fare esperienza di incontri. Autentici.

Dibattito | Lo scontro sul premierato deve mutarsi in confronto costruttivo

Bisogna avere ben chiara una premessa: l’ambiguità della Meloni le si ritorce contro politicamente e vanifica gli innegabili passi avanti, fatti con lei, da un’Italia che può tornare protagonista tra gli Stati promotori di una nuova Europa. La stessa sua politica di alleanza con Ursula von der Lyen, già di per sé in bilico, rischia di rivelarsi  controproducente. 

il punto debole della nostra Premier si manifesta nel posizionamento in Europa. La sua vulnerabilità, infatti, va ben oltre quella di Salvini, impegnato a inseguere l’estrema destra europea ed internazionale, Trump compreso. Lei è tutta presa da quella “madre di tutte le battaglie”, vale a dire il premierato elettivo, che lascia intravedere la logica di una sola persona al comando, espressione plastica di un potere accentrato ed autoritario.

È una “innovazione” che, se tollerata in Europa, sarebbe seguita da altri paesi, a partire dall’Ungheria di Orbán. La Meloni deve riflettere bene:  più dei suoi legami con forze di estrema destra è la sua proposta costituzionale a fare dell’Italia – altro che madre costituente – un’osservata speciale. 

Il modo di venirne fuori con dignità c’è e consiste nell’impegno a perseguire un rafforzamento istituzionale nel solco dei modelli già sperimentati in Europa, ad esempio quello francese. In verità, ci sarebbero le premesse di una possibile convergenza. All’atto dell’insediamento del governo, fu dichiarata la disponibilità a recepire il modello francese: personalmente ne fui molto confortato. Per giunta, anche nel centro-sinistra emerse un’analoga disponibilità, pur prevedendo qualche aggiustamento rispetto al semi-presidenzialismo.  Sembrava che emergesse, a destra e a sinistra, la volontà di evitare il referendum confermativo.

In breve tempo, quel che prima rientrava nella logica di un confronto rispettoso e costruttivo, si è poi mutato in ringhioso e inappellabile contrasto. Non va affatto bene. Siamo in piena emergenza istituzionale sicché un gruppo di personalità, in piena autonomia, potrebbe tentare di dissuadere i contendenti, magari facendo leva sulla moral suasion del Presidente della Repubblica. Le barricate sul premierato non giovano alla Meloni e nemmeno aiutano le opposizioni. Dopo le elezioni europee sarà inevitabile riprendere il filo del dialogo.

Un uomo in bilico: autonomia senza limiti e decremento dell’autostima.

[…] Stiamo passando da un ciclo della storia che ha portato a maturazione, con il tempo della “modernità”, un percorso plurisecolare, ad un altro di cui appena decifriamo alcuni possibili caratteri, senza che possiamo presumere quale proiezione temporale avranno – e, dunque, quale incidenza sulla vicenda umana – scelte ed indirizzi che compete a noi che viviamo questa stagione, dover definire, almeno in embrione. Su di noi incombe, infatti, una responsabilità grave: siamo la generazione che, muovendo i primi passi verso un mondo nuovo, ne può consolidare la prospettiva oppure comprometterne, fin d’ora, il cammino. Basti pensare, ad esempio – ma non è il solo versante – alla questione ambientale.

Cosi, ad esempio, per l’enorme lavoro di decrittazione, in primo luogo, e poi soprattutto di discernimento etico che dovremmo compiere – ed, invece, trascuriamo – a fronte di tutto ciò che sta avvenendo nel campo delle neuroscienze e, più in generale, della genetica e delle biotecnologie. Ci affanniamo attorno ad una lettura di questi temi che si possano sventolare come vessilli di parte ed abbiano il pregio di prestarsi a contese ideologiche funzionali all’immediatezza del confronto politico. E non ci avvediamo del fatto che, invece, è in gioco la stessa comprensione di sé che l’umanità va elaborando e rielaborando. Siamo dentro, cioè, una sfida tematica necessariamente comune all’intero genere umano, che va oltre le stesse classiche categorie di destra e sinistra e non può essere derubricata ad argomento da circoscrivere dentro l’occasionalità di un confronto elettorale.

La politica rischia di considerare questi argomenti alla stregua di fastidiose beghe di cortile e non comprende che, senza volerlo e forse senza saperlo, è costretta a giocare la sua partita su un terreno che scotta. Ad esempio, “costituzionalizzare” l’aborto come diritto insindacabile della donna, vuol dire sospingere, la generalità della pubblica opinione, sia pure progressivamente, verso una curvatura entropica che porta ad una pericolosa banalizzazione del significato della vita. E da qui, si inanellano, a cascata, una serie di derive oggi impossibili da prefigurare, sia pure con una certa approssimazione. È come se facessimo correre su un rettilineo, contromano l’una all’altra, due correnti di pensiero, apparentemente simpatetiche, in effetti contrapposte, antitetiche. Per un verso – vedi, ad esempio, l’intero campo del cosiddetto “transumano” – si diffonde sempre più l’idea che l’uomo sia orgogliosamente sufficiente a sé stesso, anzi fondamento di sé e non a caso, infatti, la libertà si dissolve nell’autodeterminazione.

Per altro verso, tutto ciò, al di là delle apparenze, porta ad un decremento della considerazione che l’uomo ha di sé stesso e questo, prima o poi – più prima che poi – finirà per avere conseguenze devastanti, dato che l’autostima per ciascuno di noi – e così per le collettività – è l’architrave che regge e modula ogni nostro possibile comportamento.
La stessa capacità di “de-coincidere” da noi stessi, da abiti mentali che vestiamo da troppo tempo, sagomati dall’uso prolungato sulle nostre forme e sulle nostre posture e, dunque, vestiti volentieri, è richiesta da altri imponenti fenomeni sociali, dalle migrazione, dalla crescita esponenziale dell’informazione e della comunicazione, dalla generalità dei profili toccati dalla globalizzazione.

 

Per leggere il testo integrale

https://www.politicainsieme.com/verso-il-partito-di-programma-4-transizione-e-trasformazione-di-domenico-galbiati/

 

La favola dell’Atalanta e del provinciale Gasperini

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Era un’estate calda e afosa quella del 2016. L’Atalanta, reduce da stagioni di sofferenza e lotte per la salvezza, si trovava in una fase di transizione e si apprestava ad affrontare un altro campionato con un nuovo timoniere alla guida: Gian Piero Gasperini. Un allenatore dal piglio deciso, famoso per il suo calcio offensivo e spettacolare. Nessuno poteva immaginare che era solo l’inizio di una rivoluzione calcistica costruita sul pressing alto e sul gioco corale. L’impatto di Gasperini fu immediato, anche se non partì proprio alla grande: in cinque giornate l’Atalanta aveva conquistato solo una vittoria e dopo la sconfitta casalinga con il Palermo il tecnico era già sulla graticola. Gli orobici abbandonarono il tradizionale catenaccio italiano per abbracciare un calcio dinamico e propositivo. I tifosi, inizialmente sorpresi dal nuovo corso, ben presto si sono innamorati di questo stile di gioco spumeggiante e ricco di reti. 

La partita della svolta si gioca il primo ottobre contro il Napoli di Sarri: risultato 1-0 per la Dea, con la novità di vedere in campo diversi ventenni come Caldara, Gagliardini, Conti (tutti e tre provenienti dal settore giovanile) e Petagna, autore del gol. Da allora in poi si inanellarono una serie di risultati positivi che hanno portato i neroblu a scalare la classifica di serie A e a salire sul tetto del calcio europeo. Tanti record nel frattempo sono stati battuti. Gasperini non si è limitato a cambiare il modo di giocare dell’Atalanta, ma ha avuto anche il merito di valorizzare giovani come Bastoni, Kessiè, Mancini, Kulusevski, Højlund, solo per fare qualche esempio, fino a Marco Carnesecchi e Giorgio Scalvini, pilastri della rosa attuale. Tante scoperte dunque, ma anche tanti talenti rispolverati e portati alla ribalta: su tutti Marten de Roon, Papu Gomez, Duván Zapata, Luis Muriel e Josip Ilicic, il più estroso giocatore della storia atalantina. I suoi 4 gol al Valencia in Champions League resteranno per sempre nei ricordi dei tifosi, nel silenzio degli stadi vuoti per la pandemia: il nemico invisibile che lo ha reso sempre più fragile e “umano”, l’unico avversario che è riuscito a fermarlo. Sotto la guida tecnica di Gasperini, questi giocatori sono esplosi, diventando colonne della squadra e protagonisti di stagioni memorabili.

I risultati non tardarono ad arrivare. L’Atalanta si è subito imposta come una delle realtà più brillanti del calcio, conquistando piazzamenti in Champions League e raggiungendo due finali di Coppa Italia (una delle quali persa ingiustamente contro la Lazio per una clamorosa svista del Var). Con il Gasp alla guida, la Dea è diventata una mina vagante per le big, capace di mettere in difficoltà chiunque con il suo calcio effervescente e imprevedibile. Basti pensare alle parole di Guardiola, tecnico del Manchester City, che soddisfatto dopo aver pareggiato contro la Dea, disse: “Affrontarla è come andare dal dentista, si soffre sempre”.

Oltre ai successi in campo, molti dei quali storici, Gasperini e la sua Atalanta hanno assunto un ruolo fondamentale per la città di Bergamo, dove è talmente tanta la passione per la Dea che non si dice “vado allo stadio”, ma “vado all’Atalanta”. La squadra è diventata un simbolo di orgoglio e identità, unificando la comunità e portando il nome della città sui palcoscenici più prestigiosi d’Europa, sempre seguita da un tifo straordinario. Nonostante in tutte queste sue stagioni siano cambiati molto interpreti, il Gasp è sempre riuscito nell’impresa di rinnovarsi e di trasformare il gruppo in una infernale macchina da gol.

L’era Gasperini all’Atalanta è tutt’ora in corso, e la storia continua a scriversi. L’ultima pagina di questo romanzo è stata l’impresa contro il Liverpool. Con il tecnico bergamasco alla guida, la Dea è destinata a inseguire nuovi traguardi, sempre fedele al suo stile di gioco unico e inimitabile. La sua creatura è un inno al calcio offensivo, al coraggio e alla determinazione, un esempio di come una piccola realtà possa raggiungere grandi risultati con passione, lavoro e un pizzico di follia. La maglia sudata sempre, si urla allo stadio.

Quella del tecnico di Grugliasco è un’avventura fatta di passione, talento e successi. È la favola moderna di una piccola squadra che ha sfidato le grandi e ha conquistato il cuore dei tifosi di tutto il mondo. È la storia affascinante della vittoria del terzo stato sul clero e nobiltà. È la dimostrazione di un calcio che fa sognare e che ci ricorda che, con la giusta umiltà, tutto è possibile, come il 3-0 all’Anfield Stadium e la qualificazione in semifinale di Europa League. Una semifinale che mancava dal 1988, quando l’Atalanta di Stromberg, una vera leggenda che ha lasciato un segno indelebile, venne fermata dal Malines. Anche quella è diventata storia: la Dea in quella stagione giocava nel campionato di B, eppure mancò per poco la finale di quella che allora si chiamava la Coppa delle Coppe. In panchina sedeva un certo Emiliano Mondonico.

Proprio Glenn Peter Stromberg, qualche giorno fa ha dichiarato: “Oramai l’Atalanta ha una sua dimensione europea. Sanno cosa significa giocare contro la Dea e cosa significa venire a giocare a Bergamo. Se la società e la squadra esistono sulla mappa del calcio internazionale lo si deve alla famiglia Percassi e a Gasperini. Entrambi hanno dato mentalità e la struttura per competere a questi livelli”. Sono parole d’amore, ma anche la sintesi di questi anni bellissimi che hanno trasformato l’Atalanta di Gasperini e dei Percassi in un modello di riferimento per il calcio italiano e internazionale, un esempio di come il bel gioco e la lungimiranza possano portare al successo. Grandi operazioni di mercato, uno dei migliori vivai al mondo, strutture sportive di altissimo livello, bilanci sempre in ordine e stadio di proprietà, sono tutti fattori che esaltano un progetto che parte dal basso. Ha detto il Gasp: “Mi davano del provinciale e invece io ero solo in anticipo sugli altri”. 

Il posto migliore dove andare è il futuro e con Gasperini è stato emozionante iniziare a esplorarlo, in un viaggio calcistico entusiasmante che invita a celebrare il potere dello sport che unisce e la bellezza del gioco che ci appassiona.

Pd e Cinque Stelle tra litigi veri e finte condivisioni

Se sia più costruttivo un litigio vero oppure una condivisione finta è argomento controverso. Tanto più in politica. Ma è questo, ormai, il dilemma che attanaglia Pd e M5S all’indomani della loro querelle pugliese. Poiché la reciproca insofferenza è ormai evidente e le frasi di circostanza e le necessità numeriche con cui si cerca di mascherare le cose lasciano il tempo che trovano. 

Il fatto però è che le due opinioni a questo riguardo attraversano e dividono almeno uno dei due contendenti. Il Pd, ovviamente. Laddove una parte fatica a proseguire la strana alleanza del campo largo e un’altra parte ritiene invece che solo quel campo, il più largo possibile, possa competere con la destra meloniana. 

Posizioni comprensibili, entrambe. Tra le quali però prima o poi toccherà scegliere. La segretaria Schlein sta cercando con fatica di tenere tutto insieme. La sua convinzione è che la contesa con Conte vada condotta con molta prudenza. E che solo abbracciandolo, o almeno stringendolo dentro il recito di una sorta di coalizione, se ne possa venire a capo. 

Il punto però è che questa strategia avrebbe bisogno di trovare una sponda più amichevole e collaborativa dentro il partito di Conte. Sponda di cui, almeno al momento, non si vede traccia. Così la contesa finisce per essere sempre più asimmetrica. Tra un partito, il Pd, nobilmente diviso. E un’altra forza, quella dei cinque stelle, compatta come un sol’uomo dietro gli argomenti e le modalità del suo leader. Illudersi che questa asimmetria porti vantaggio alle opposizioni appare sempre più difficile da credere.

 

Titolo originale: Tra litigi veri e finte condivisioni.

Fonte: La Voce del Popolo – 18 aprile 2024

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

Lo smarrimento a sinistra passa per Giuseppi. La politica? Moritificata.

Dal Piemonte alla Puglia, dal Manzanarre al Reno, nella Sinistra qualcosa non va. C’è notizia di scandali quasi quotidiani nelle amministrazioni regionali e comunali per compravendita di voti, intrecci con ambienti malavitosi, truffa e forse quant’altro ancora. 

La magistratura si è messa all’opera e vedremo alla fine quali saranno le effettive conseguenze. È saltata l’alleanza tra il Pd e Giuseppi a cui non pare vero di poter chiamare un distinguo per sbandierarsi come leader di quelli duri e puri. 

Potrebbe chiedersi dove erano le sue truppe nel mentre governavano in una giunta con politici “discutibili”. Pare improbabile che, muovendosi quotidianamente in ambito locale, non sia mai arrivato loro una voce sospetta su condotte in qualche modo dubbie. 

In politica, angeli sordi e ciechi non soltanto non servono, ma corrono il rischio di essere persino dannosi. Sono sentinelle prive di voce per dare un allarme. A meno che anche loro abbiano veduto ma, al contrario di Tommaso, non abbiano creduto per eventuali ragioni di comodo o di sopravvivenza.

Oggi, per rimediare, si tenta di ritrovare linee di intesa, scovando candidati di immagine, estranei al mondo politico, che possano dire all’elettorato che si è imboccato un nuovo corso, una rottura netta con il passato. La politica alza dunque la bandiera di resa per manifesta incapacità, non proprio un fatto da nulla.

Con l’acqua alla gola ci sono poi candidati che danno una idea di disponibilità per poi fare un passo indietro ricominciando un tragico gioco dell’oca. Un imperterrito elettore di sinistra potrebbe cantare “Che confusione, sarà perché ti amo…”.

La Schlein, sul modello Misiani in Campania, par che proceda con un nuovo codice etico sotto il controllo di Franco Roberti già Procuratore Nazionale Antimafia ed eurodeputato Dem.

In Campania si sperimenta un nuovo Codice di autoregolamentazione per i candidati che richiede ad un candidato un obbligo di trasparenza e moralità. La magistratura dentro e fuori dalla Sinistra è la lavatrice dove purificare comportamenti inaccettabili, l’ancora di salvezza a cui aggrapparsi.

Il bosco ha una sua indubbia bellezza dove primeggiano alberi di alto fusto ma anche arbusti e piante selvatiche, come a dire piante nobili insieme a plebaglia senza nulla da vantare. Nel bosco si muovono personaggi luminosi e di rango, nel sottobosco si agitano invece quelli dal passo furtivo, capaci, per la loro abilità di traffici, di essere uccelli di bosco piuttosto che uccel di gabbia, uomini da bosco e da riviera, flessibili ad ogni ambiente. La sterpaglia è casa loro. 

L’humus del sottobosco è essenziale perché tragga forza la crescita delle piante di rango. È, per facile traslato, il quadro della politica. 

Ogni certo tempo il detersivo di marca si rilancia con nuova formula per un bianco irripetibile, smentendo la veridicità di quanto spacciato appena pochi mesi prima. Un nuovo Codice subentra a quello precedente in attesa di essere soppiantato da un prossimo Codice ancora più efficace e insuperabile.

Cacicchi e capibastone ci sono sempre stati e sempre ci saranno. Sono, letta in positivo, l’essenza del consenso e per qualche verso necessari al fermento e alla partecipazione democratica. 

I caicchi erano barche dei pirati, spesso armate a prua di un cannoncino per il successo delle loro imprese nel Mediterraneo. Può darsi che siano stati un motivo di ispirazione per i nostri cacicchi, intenti a rastrellare voti anche sotto le mattonelle. 

I caicchi erano anche le lance per salvare i passeggeri, stavolta invece per affondare una Sinistra purtroppo moribonda. È davanti ad un crocicchio e non sa orientarsi nella scelta.

Senza ipocrisie, i 5 Stelle lo sanno meglio di tutti e non saranno le loro grida pretestuose a cambiare lo scenario, come se un vestito non debba essere fatto da tessuti di qualche tipo.

Gli “attivisti” politici sono un segnale di dinamismo in una società annichilita dal web, il richiamo ad un impegno che la società non avverte più di accettare. Che si tracimi nella illegalità è certamente grave, da censurare e da condannare con ogni fermezza, ma la politica ha una sua composizione che non va tutta demonizzata.

Quanto ai rapporti tra il PD e Giuseppi aspettiamo che quest’ultimo si offra al maggior vendente.

Quousque tandem…lo spettacolo di martiri televisivi milionari?

Sì, lo sappiamo anche noi. I conduttori e gli artisti televisivi si comportano seguendo le regole del mercato in quel particolare settore, e più sono bravi – cioè se fanno molti ascolti con le loro trasmissioni e raccolgono, di conseguenza, molta pubblicità – più sono pagati. Non c’è alcun limite o problema etico in tutto ciò. È il mercato, bellezza, verrebbe da dire.

Però, e per fermarsi al caso italiano – perché di questo si tratta – adesso forse è anche arrivato il momento per dirci una semplice, persino banale verità. Ovvero, smettiamola di trasformare in martiri della democrazia e della libertà conduttori e artisti televisivi milionari oggi – e miliardari ieri –

che fanno del business quasi l’unica ragione di vita. E forse anche giustamente, dal loro punto di vista.

Ora, tutti sappiamo che il caravanserraglio della sinistra politica, editoriale, artistica ed accademica italiana fa del “martirio” dei conduttori ed artisti televisivi quasi una ragion d’essere della loro battaglia politica e culturale. È appena sufficiente ascoltare i talk quotidiani e settimanali dei conduttori più faziosi della sinistra televisiva per rendersene conto. Quasi che la condizione professionale di questi milionari fosse in cima alle preoccupazioni dei ceti popolari e più marginali nel nostro paese. E poi ci si chiede il perché il consenso della sinistra ex e post comunista – cioè del principale partito della sinistra italiana – è ormai stabilmente al di sotto del 20% dell’elettorato. Perché le battaglie che hanno più visibilità, condotte con maggior insistenza ed evidenziando l’ormai grottesca attesa del “regime” prende, di norma, spunto dalla situazione concreta di questo gruppo di milionari e della loro concreta presenza sulle reti televisive.

Certo, possiamo dirlo apertamente e senza tema di essere smentiti. Fa un po’ impressione quando si apprendono, al di là della propaganda – questa sì da regime – gli incassi di questi neo martiri della democrazia italiana. Fanno impressione perché la vulgata propagandistica dell’attuale ed indomita sinistra italiana è quella di far credere che con lo spostamento di questi milionari da una emittente televisiva all’altra si rischia di indebolire definitivamente la democrazia italiana, di mettere in discussione la garanzia e il mantenimento della libertà nel nostro paese e, soprattutto, di cancellare quel pluralismo di cui questi milionari sono paladini da sempre. E questo anche grazie ai compensi che percepiscono. Se la cosa non fosse vera ci sarebbe da ridere per settimane. Eppure la narrazione continua. Senza sosta e senza pietà alcuna.

Ecco perché, scoperto il giochetto seppur un po’ in ritardo, questa polemica non porta consensi. Perché sin quando il cittadino comune non legge i compensi forse cade nella trappola. Ma quando percepisce che si parla di milioni e milioni di euro, la solidarietà per questi neo martiri della libertà, della democrazia, del pluralismo e della Costituzione “tradita” comincia ad incrinarsi sino a scomparire del tutto. Purtroppo, però, il gioco dura poco. Perché all’orizzonte c’è sempre un martire che spunta con il relativo compenso milionario. Così va il mondo della sinistra italiana contemporanea.

Difesa comune, prospettiva o miraggio dell’Europa?

Da quando è scoppiata la guerra in Ucraina il tema della possibile realizzazione di un sistema militare di difesa comune dei paesi UE è divenuto d’attualità. Nel senso che se ne scrive sui giornali, se ne parla (talvolta) nei talk show e naturalmente se ne occupa più intensamente quella ristretta schiera di politici e di analisti internazionali che da sempre ne fanno oggetto delle proprie riflessioni. La questione è divenuta più nota al grosso pubblico dopo le recenti esternazioni di Donald Trump circa il possibile ritiro degli USA dall’Alleanza Atlantica nel malaugurato caso costui dovesse tornare, l’anno prossimo, alla Casa Bianca. Per parte sua la Presidente della Commissione Europea, Ursula von Der Leyen, in cerca di una ricandidatura ha posto il tema in cima alle priorità da affrontare, come aveva fatto cinque anni fa con la lotta al cambiamento climatico.

Oltre i discorsi, al solito, non c’è nulla. In attesa di conoscere gli esiti elettorali di giugno, per i quali si teme un risultato nell’insieme non così positivo per gli europeisti o tale da poter consentire una forte iniziativa in senso unionista. Si vedrà. Due o tre punti fermi sull’argomento, ad ogni modo, li si può elencare in termini oggettivi in quanto plasticamente evidenti e dunque evasi solo da quanti in materia assumono atteggiamenti, favorevoli o più spesso contrari, di natura ideologica e quindi fuorvianti.

Innanzitutto, e con questo punto si potrebbe anche chiudere subito il discorso, una Difesa unica europea presuppone una politica estera comune, che a sua volta deriva da una comune volontà politica sorta presso il corpo elettorale continentale, dunque rappresentata nel Parlamento Europeo e poi implementata da un governo dell’Unione non succube – come oggi è la Commissione – dei governi nazionali. Ovvero, senza unione politica e istituzionale non c’è difesa unica. Quindi già sappiamo che tutti i partiti nazionalisti o sovranisti che dir si voglia e tutti i governi da questi ultimi diretti o influenzati sono e saranno contrari a una ipotesi del genere, anche nel caso di una presidenza statunitense ostile (che peraltro alcuni di essi auspicano).

Secondariamente, gli interessi economici dei grandi gruppi industriali che operano nel settore militare sono talmente forti (e in crescita, dato l’aumento esponenziale del business derivato dal clima guerresco instauratosi nel mondo in questi ultimi due anni) che i governi nazionali si sentono in dovere di proteggerli e garantirli. I campioni europei del settore, ad esempio, restano in accesa competizione fra loro per aggiudicarsi le sempre più numerose e ricche commesse internazionali: i francesi Airbus, Thales, Safran e l’italiano Leonardo ai quali si aggiungono i britannici (fuori dalla UE ma pur sempre europei) Bae Systems e Rolls Royce.

Poi c’è la questione più strettamente militare. Ogni Paese membro ha le proprie Forze Armate e vuole preservarne l’autonomia. I primi a volerla mantenere sono ovviamente i militari stessi: 27 eserciti e 27 catene di comando garantiscono posizioni di prestigio e di potere che verrebbero di molto ridotte nel numero da un comando unificato. Perché Difesa unica significa unificazione delle strutture decisionali, dei finanziamenti e di tutto l’apparato che ruota intorno alle Forze Armate.

E dunque ci vorrebbe una forte volontà politica, sostenuta dal consenso popolare, per anche solo affrontare in maniera efficace la questione. Cosa che oggi non c’è. Purtroppo, occorre aggiungere. E non solo perché priva di una politica estera comune e di una conseguente difesa comune l’UE rimane a livello planetario un modesto attore politico, come si vede in ogni circostanza. Anche per ragioni freddamente economiche.

Quella che l’ex ministro Cingolani, ora AD di Leonardo, ha definito in una recente intervista al Financial Times “segmentazione industriale” genera duplicazioni e impedisce sinergie che produrrebbero efficienze tali da rendere molto efficaci – molto più di quanti sono oggi, così frammentati – i soldi investiti complessivamente nel settore degli Stati nazionali.

Senza voler qui entrare nei dettagli basti dire che la spesa complessiva dei 27 per i loro apparati militari è intorno ai 230 miliardi di dollari, poco meno di quella cinese, oltre tre volte di più di quella russa (che pure è in crescita esponenziale) e certo inferiore (di altre tre volte) a quella americana: il problema però è che è frazionata e quindi poco efficiente, duplicativa invece che sinergica. Un solo esempio: gli Stati Uniti hanno un solo modello di carro armato, gli europei ben venti! Hanno due modelli di veicoli da combattimento della fanteria, gli europei ben diciassette. E si potrebbe continuare, citando dati relativi alla marina piuttosto che all’aereonautica. Utilissimo, a tal fine, consultare il sito dell’Istituto Internazionale per le Ricerche sulla Pace, di Stoccolma (www.sipri.org).

È evidente che eliminazione dei doppioni, diminuzione degli sprechi, unificazione della ricerca, centralizzazione degli acquisti sarebbero tutti interventi naturali per una Forza Armata Europea, che potrebbe – con gli attuali impegni di spesa – raggiungere elevati livelli di efficienza e un conseguente alto livello di capacità difensiva.

Ma qui tutto si ferma, perché non c’è, ancora, quella volontà politica necessaria per tradurre in scelte operative quella consapevolezza che ormai dovrebbe essere abbastanza acquisita, ovvero che nell’attuale contesto internazionale gli Stati dell’Unione dovrebbero ragionare su scala europea e non più razionale. Per intanto il punto più alto di questa presunta consapevolezza ha prodotto il piano per migliorare l’efficienza del sistema, in attesa di una più ambiziosa e annunciata European Defence Industrial Strategy. Lo ha elaborato Thierry Breton, il commissario UE al mercato interno, e prevede un sistema centralizzato per la gestione degli acquisti (e delle vendite ai paesi terzi, perché naturalmente si invoca la pace ma poi si guarda al business, as usual): meglio che niente, ma un po’ poco, francamente.

Ora il rapporto Letta, “Much more than a market”, discusso ieri al Consiglio Europeo, rilancia: “è indispensabile un mercato comune per l’industria della sicurezza e della difesa”. Vedremo se come tanti altri, ironizza l’estensore, “finirà in un cassetto”. Vista la situazione, il rischio è alto.

Un’Europa da Draghi?

Mario Draghi ha completato il lavoro cui l’aveva incaricato Ursula von der Leyen per prospettare un possibile percorso di riforma dell’Unione europea. Draghi ha parlato di riforme “radicali” e subito è nata la sua candidatura a guidare la Commissione di Bruxelles.

Persino Ignazio La Russa, ma solo perché interrogato al riguardo, ha riconosciuto che il nostro “Super Mario” ha i “titoli per ambire a ogni ruolo” per poi aggiungere prudentemente: ” Sulla ipotesi concreta non so dire niente e su quello che ha detto men che meno perché non ho letto il suo discorso”.

La prudenza è più che scontata nel caso di La Russa perché Giorgia Meloni sta sgomitando da mesi per porsi come possibile sostenitrice della riconferma di Ursula von der Leyen sognando addirittura, magari, di porsi con i suoi conservatori europei come il valore aggiunto necessario perché la tedesca resti alla guida della Commissione. Ma le cose potrebbero cambiare in fretta ed è necessario seguire il vento sul campo di regata.

La possibile candidatura di Draghi potrebbe diventare concreta se dalle urne il prossimo giugno uscisse un responso in grado di dare alle sinistre e al centro la forza per chiedere una diversa guida della Commissione, anche perché si tratterebbe di una grossa novità la riconferma dello stesso Presidente, e per di più germanico.

Vista l’aria che tira, e cioè del  tirare tutti a pensare ai propri affari, forse noi italiani dovremmo auspicare una soluzione del genere. E questo nonostante l’imbarazzo della Meloni che resta radicata nel suo conservatorismo intriso anche di posizioni estreme. Però, al dunque come giustificherebbe il sabotaggio di una eventuale possibilità per Mario Draghi che molto già fece per l’Italia alla guida della Bce quando tutti ci davano contro?

 

L’articolo è apparso sul sito di “Insieme”, il partito fondato da Stefano Zamagni.

https://www.politicainsieme.com/se-arriva-super-mario/

Senza competenze e formazione non c’è buona politica

Si dice che la crisi della democrazia, su cui gli studiosi e gli editorialisti discutono ormai quotidianamente, abbia  diverse cause. La tecnologia, la finanza, il clima, l’IA con i suoi sconosciuti e allarmanti algoritmi,  il mercato globale in perfetta sintonia con una concezione liberista, o ultraliberista, della società e dello stato, ecc. Non  dimenticando il disinteresse sopraggiunto e la disistima verso la classe politica. Assieme alla non per ultima chiusura individualistica, che detta ormai le leggi ai nuovi rapporti tra persone e al nostro vivere civile. Covid o non Covid, ci stiamo  abituando al fatto che a votare ci vada solo il 50% degli aventi diritto.

Alla base di questa crisi della democrazia, se non addirittura come causa prima scatenante, troviamo un’altra crisi. Piu preoccupante e pericolosa perché riguarda il cittadino e l’essenza della democrazia partecipata: quella del partito politico. Una sorta di utilissima associazione “preistorica”, che però ha dimenticato il meglio del suo passato, anche di quello recente. E che sopravvive per forza d’inerzia solo e grazie ad un “influencer” leader. E solo e grazie al sopraggiungere della comunicazione orizzontale polverizzata e data in appalto – quella dei social e dei  media vecchi e nuovi. Una associazione ormai personalizzata e tutta nelle mani del suo segretario. Tante associazioni, tanti partiti, e altrettanti segretari-leader che si moltiplicano come i funghi, sulla base di personale protagonismo e di rivalse narcisistiche. Ma che, ahimè, distruggono il vero significato e la vera essenza del pluralismo, ai giorni nostri trasformato in pluralismo di facce e di visi, e non di idee e valori.

Tanti leader insomma, che vivono solo nella cronaca quotidiana – televisiva possibilmente. E nella costante polemica dell’oggi col supposto o creato leader avversario. Ma disinteressati completamente  sul futuro e su quello che ci attende appena domani, non dico fra 10 anni. Un atteggiamento che diventa pericoloso  quando si ripercuote sulla base dei votanti e sopratutto su quella degli iscritti. Questi ultimi ormai abbandonati a se stessi, e nelle mani di quel poco che rimane delle sezioni territoriali, e soprattutto  del web. E verso i quali – specie se si ha a che fare con  giovani –  si è perso il gusto della formazione permanente. Degli approfondimenti culturali. Dei dibattiti che volano alto su quello che passa il convento della storia e della geografia, sulle “rivoluzioni epocali” – guerre  comprese –  e sui nuovi  equlibri mondiali da tempo iniziati.

Sulla importanza della formazione, è stato il lungimirante Sergio Fabbrini a soffermarsi sulle pagine domenicali del Sole 24 Ore. Convinto europeista, accanito e colto sostenitore di una unità politica della Ue, guarda sempre al futuro del nostro Continente e mai al passato. Partito di scopo o non scopo, e insistendo sempre su una Europa più integrata, secondo me è stato anche contento, come chi scrive, della proposta di una lista – ancorché di scopo – denominata “Stati Uniti d’Europa”. Ma proprio in  attesa delle prossime elezioni, ci ha fatto però capire che “…per i candidati europei occorrono competenze”. Con ciò sottintendendo il fatto che  la classe politica in circolazione è incompetente. E che occorre  formazione. A tutti i livelli.  Che occorre prepolitica formativa, prima dell’impegno politico. Che occorre insomma cultura, ancor  prima della notizia quotidiana, e dell’attacco quotidiano al leader avversario. Figuriamoci quello che pensa sulle competenze degli iscritti ai partiti e su quelle dei pochissimi giovani attivisti rimasti. 

Ma è stato Giuseppe De Rita ad essere ancora più chiaro. A proposito di competenze, di formazione e di corpi intermedi, nel corso di una intervista di qualche mese fa ad  Avvenire, in verità incentrata sull’ipotesi di un partito cattolico, ha chiarito che: “...sarà per inclinazione professionale, ma preferisco parlare di pre-politica”. E forse se la  prende con tutte le sparpagliate e solitarie iniziative cattoliche sul tappeto, tutte personalizzate ma  tutte senza un minimo cenno all’importanza del prepolitico formativo e culturale. Oggi necessario in quanto, a suo giudizio, siamo in presenza di “..cattolici sonnambuli“, motivo per cui, aggiunge, occorre ripartire dalle parrocchie e dai corpi intermedi per formare e preparare.

Sullo stesso tema della formazione e del prepolitico, si è soffermato giorni fa su questo blog, anche Marco Follini. Spronando i partiti, tutti, sulla “…urgenza di aprire scuole di formazione politiche ancor prima dei partiti...”, dal momento che per dare una certa identità al partito politico, significa promuovre e alimentare cultura politica. Perché la politica dei giorni nostri ha perso la prudenza e l’equilibrio, ed “… è diventata un…rifugio di persone spregiudicate“.   

Insomma, come fa capire anche Giuseppe Fioroni a proposito delle prossime elezioni, occorrono incontri culturali e prepolitici con una auspicabile “Camaldoli Europea“,  tempo fa  proposta dal Cardinale Zuppi, e poi  caduta  nel dimenticatoio.  E forse – aggiungo io –  occorre ri-aprire le scuole di formazione, comprese quelle benemerite diocesane, orientate all’impegno sociale e politico  dei cristiani. Una attività, quest’ultima, pensata per fornire una base culturale e tecnica, permeata di dottrina sociale della Chiesa e di valori cristiani che nel 1987 – subito dopo l’apertura della prima esperienza presso l’Istituto palermitano di padre Arrupe e padre Sorge – contava  ben duecento scuole sparse nelle varie diocesi italiane, mentre oggi ce ne sono meno di quaranta. 

Tutto questo mi ha fatto anche ricordare l’amico Giorgio Merlo. Tenace difensore di un “qualcosa” che sa  di centro cattolico. Da creare tuttavia sul nulla culturale e sulle incompetenze, come direbbe Fabbrini. Senza storicizzarlo, ma sganciandolo dalla società concreta (Luigi Sturzo), dalla diminuita partecipazione religiosa, e dai sopraggiunti ripensamenti sul significato di destra, sinistra e centro dei nostri giorni. Un centro, insomma, secondo l’estroverso Giorgio Merlo necessario, dal momento che ci troviamo di fronte ad una sinistra marxista, atea e proletaria da una parte, e di un fascismo gentiliano, borghese e clericale dall’altra. Oltre naturalmente ad un populismo tragico,  presente solo nel M5s. 

È stato proprio lui però, che tempo fa e con molta leggerezza ha deriso il prepolitico. Considerandolo  come un’accademica e inutile perdita di tempo. Inutile soprattutto per i partiti politici. Spero tanto che di fronte alle incompetenze in circolazione denunciate da Sergio Fabbrini,  una volta preso atto delle  debolezze formative e  culturali dei nostri parlamentari (attuali), e verificata la loro selezione casuale, Merlo si sia reso conto della sua precipitosa presa di distanza dal prepolitico. Ne ha le capacità.

Intesa e collaborazione nelle parole di Mattarella tra Bulgaria e Italia

[…] la Bulgaria per l’Italia è un partner imprescindibile. Sul piano bilaterale e come membro dell’Unione europea. Poi, anche come membro dell’Alleanza atlantica, siamo legati da questa comune appartenenza, comune sforzo di sicurezza e di pace –  insieme – che l’Alleanza atlantica interpreta.

E quindi intendiamo collaborare in pieno. Siamo lietissimi di collaborare, come stiamo facendo,  nella base di Novo Selo, che sono contento di visitare domani con il Presidente Radev, per occuparci –  insieme – della sicurezza, che è comune a tutti i Paesi dell’Europa, nell’Alleanza atlantica, dove le esigenze di ciascun Paese sono fatte proprie da tutti gli altri.

Così noi avvertiamo, come la Bulgaria, il vincolo di alleanza, e intendiamo svolgerlo ed esercitarlo.

È una condizione che sottolinea come, sul piano della sicurezza, le nostre collaborazioni siano intense, pienamente sviluppate e crescenti. Ma lo sono anche in altri settori.

Cortesemente il Presidente Radev ha ricordato come sia cresciuta la nostra collaborazione economica; il nostro interscambio va verso i sette miliardi, nell’anno passato. E speriamo che cresca velocemente, ulteriormente, perché tendiamo a sviluppare la collaborazione economica tra Bulgaria e Italia. Anche attraverso la presenza in Bulgaria di numerose imprese italiane, che sono il perno anche di questa collaborazione intensa tra i nostri Paesi sul piano economico e commerciale.

Abbiamo parlato, come il Presidente poc’anzi ricordava, del futuro dell’Unione europea, delle scelte che dovrà compiere per diventare sempre più coesa, con un’Unione sempre più solida e più capace di svolgere nel mondo un ruolo protagonista. E quindi con l’esigenza di compiere scelte importanti che le consentono di svolgere questo ruolo.

Nel Consiglio europeo che nelle prossime ore si svilupperà, e a cui parteciperà il Presidente Radev, si parla già di alcuni argomenti importanti come la competitività nell’Unione, elemento che consente – sviluppandolo adeguatamente – di offrire possibilità e opportunità maggiori per il futuro  dei nostri giovani.

Abbiamo condiviso la soddisfazione per la nuova intesa intervenuta nell’Unione, approvata definitivamente dal Parlamento europeo poche settimane addietro, per quanto riguarda l’asilo e la migrazione. È un accordo, un’intesa che supera quella ormai datata – e del tutto inattuale – di Dublino di tanto tempo addietro, e apre la porta ad una collaborazione più intensa dell’Unione per governare un fenomeno crescente che richiede di essere affrontato dall’Unione in quanto tale.

Bulgaria e Italia sono interessate dal fenomeno. La Bulgaria, con la rotta balcanica, l’Italia per quella mediterranea. E siamo convinti entrambi che questo fenomeno possa essere governato con ordine, non in maniera scomposta e disordinata come avviene oggi, se viene fatto proprio e assunto come proprio il compito dall’Unione europea.

Abbiamo parlato molto dell’allargamento. Siamo, come in ogni aspetto importante, pienamente d’accordo – Bulgaria e Italia – sull’esigenza di allargamento dell’Unione europea. Naturalmente per Ucraina, Moldova, Georgia, ma soprattutto per i Balcani occidentali.

Tengo a sottolinearlo soprattutto perché i Balcani occidentali, da quasi 20 anni, sono in itinere, sono in strada per l’ingresso nell’Unione, ed è il momento di accelerare velocemente questo percorso di ingresso per completare l’Unione. Ed è importante che questo avvenga in tempi veloci. Siamo, in questo, pienamente consenzienti e d’accordo. 

Del resto, la Bulgaria, per i Paesi che sono in attesa di entrare nell’Unione europea, rappresenta un esempio importante di come ci si adopera e ci si muove per un ingresso efficace nell’Unione europea.

Vi è una quantità di argomenti che abbiamo toccato con il Presidente. Tra questi abbiamo parlato, naturalmente, anche delle crisi che tristemente contrassegnano, in questo momento, l’Europa al suo interno, con la gravissima aggressione della Russia all’Ucraina ai confini dell’Europa e nell’area mediterranea, con quel che avviene in Medio Oriente.

Riteniamo che si debba continuare a dare il massimo sostegno all’Ucraina per riaffermare il principio della pari dignità di ogni Stato. E che non è ammissibile che uno Stato più grande e più forte possa pretendere di imporre con le armi la sua volontà a uno Stato meno forte e meno grande.

Questo sovverte i principi della civiltà, che nel mondo sono cresciuti nel corso dei secoli, e che sono stati alla base della nascita delle Nazioni Unite nel ’45. 

Quindi, riaffermando tutto ciò e difendendo l’Ucraina, aiutandola, riaffermiamo questo principio.

Naturalmente abbiamo detto, insieme – con il Presidente Radev, cercando in ogni modo con grande impegno e ostinazione – qualunque strada possibile per giungere alla fine del conflitto e a una pace giusta.

Abbiamo parlato del Medio Oriente, dell’orribile pagina disumana del 7 ottobre contro Israele da parte di Hamas, e della condizione drammatica, dal punto di vista umanitario, che si registra a Gaza con la reazione di Israele e con le tante vittime della popolazione civile di Gaza.

Il rischio che si allarghi il conflitto è drammaticamente presente per il mondo. Anche lì va fatto ogni sforzo – come si sta facendo – perché si trovi una strada per giungere alla soluzione unica possibile di due Stati per due popoli.

Questo è stato l’argomento anche della Riunione straordinaria del G7 di tre giorni addietro, che ha esortato al ‘cessate il fuoco’ e a trovare una strada per definire finalmente una condizione stabile di pace. […]

 

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https://www.quirinale.it/elementi/110819

I docenti fragili davanti alle commissioni di verifica Inps

Ora che lo smart working è stato rimosso dalle tutele dei docenti lavoratori fragili si possono trarre alcune conclusioni su una vicenda tormentata che resta una delle pagine più vergognose della storia repubblicana. Il lavoro agile preesisteva alla normativa introdotta dal primo Governo Conte e via via rinnovata a singhiozzo, in ritardo, con limitazioni (solo i privati, non i pubblici fino alla Direttiva Zangrillo del 29/12/2023 che intendeva porre rimedio nel pubblico impiego ad una disparità di trattamento di profilo costituzionale).  

Applicata in tutti i Ministeri meno che in quello dell’Istruzione e del Merito, ma limitatamente al personale docente: non c’erano soldi per pagare i supplenti, eppure so che ci sono Dirigenti amministrativi che lo smart working lo fanno anche ora, con contratti ad personam. So anche di qualcuno che ha scritto al Ministro Valditara e al Presidente Mattarella senza ottenere risposta. Preesisteva – dicevo – la legge 81/2017 che affermava che il Dirigente Scolastico “può” organizzare modalità flessibili di lavoro e di formazione del personale: qualcuno ha chiesto di applicarla ma si è sentito rispondere “può” ma non “deve”: una grande prova di comprensione e umanità verso malati le cui patologie sono state poi certificate “fragili” dal D.M. Salute del 4/2/2022. 

In piena emergenza pandemica i docenti sono stati sottoposti a controllo – anche su loro richiesta – del “medico competente “di istituto: chi è stato valutato idoneo a riprendere l’attività di insegnamento, chi messo in malattia equiparata al ricovero ospedaliero, con codice nosologico V07, chi non idoneo fino alla fine dell’emergenza sanitaria e utilizzato in smart working. Controlli esperiti più volte nella fase emergenziale e successivamente: situazioni di organizzazione del lavoro agile rigorosamente rispettose e applicative della normativa vigente. So di una docente alla quale il Dirigente ha chiesto due volte il certificato con l’indicazione della diagnosi, non fidandosi di ciò che il medico competente o – su sua indicazione – il medico di base o lo specialista avevano certificato. Un reato penale da segnalare al Garante della privacy e all’A.G.: cosa non fatta per obbedienza alla richiesta ricevuta. 

Nella molteplicità delle situazioni verificatesi sul territorio ho riscontrato – seguendo la vicenda dei fragili con decine e decine di articoli pubblicati- modalità applicative differenti: i Dirigenti scolastici, oggettivamente in difficoltà per una normativa in continua evoluzione, hanno dimostrato grande buon senso e comprensione verso situazioni di reale criticità e difficoltà applicativa: parliamo di docenti con tumori, affetti da patologie immunodepressive che li sovraesponevano al contagio, da artrite reumatoide. L’elenco delle patologie fragili si trova come è scritto nel D.M. “Speranza” del 4/2/2022. 

Qualcuno si è immedesimato preside sceriffo o capitano della nave come i Ministri pro-tempore della P.I. li avevano definiti? Linguaggio inopportuno che forse ha fatto sentire qualcuno tanto autoritario da dimenticare che la normativa che regolava (e regola tuttora, a prescindere) la materia della fragilità aveva come scopo principale la “tutela” dei lavoratori – loro malgrado ammalati. Come il caso di quella docente che in tre mesi di smart working (a volte concesso con resistenza, come fosse una regalia) ha scaricato 200 attestati di corsi di formazione, che doveva ogni settimana presentare alla segreteria di istituto, trascorrendo giornate intere al computer nonostante avesse rappresentato al medico competente la disarticolazione delle dita di una mano: niente da fare, il Dirigente non ammetteva autoformazione o lettura di libri con successivi report: nonostante il Ministro Valditara al Convegno della Fondazione Einaudi nel luglio 2023 avesse raccomandato il mix della formazione digitale e di quella libraria. Una scelta dell’et-et, l’aveva definita, non dell’aut-aut. 

Avendo svolto il ruolo di ispettore per oltre 20 anni non ricordo che mi fossero stati segnalati casi di stakanovismo da guinness dei primati: 200 attestati non mi risulta che qualcuno li abbia conseguiti nell’intera carriera. Si aggiunga che questa modalità di organizzazione dello smart working per i docenti aveva totalmente e disinvoltamente disatteso l’art.8 del D.L. 29/9/2023 n° 132 che prevedeva il loro utilizzo nel Piano triennale dell’offerta formativa di istituto: un utilizzo più flessibile e utile alla scuola stessa. Mi domando quale vantaggio abbia tratto quella docente dallo smanettare ‘quotidie’ la tastiera e dal seguire corsi con argomenti diversi tra loro, in media 5 al giorno. 

Adesso che questo palcoscenico dell’italica burocrazia tradizionale e digitale ha chiuso i battenti, mi viene spontaneo chiedere ai Ministri per le Disabilità avvicendatisi in questi ultimi tre–quattro anni quale tipo di interventi abbiano realizzato per garantire le tutele costituzionali dei lavoratori malati. La scuola brilla per pluralità di situazioni disparate e disperate. Ora che cala il sipario – in cauda  venenum – emergono alcune perle che inanellano la sequenza di tre anni sofferti e per taluni umilianti. Giunge notizia di docenti fragili che – esaurito lo smart working ma non il congedo del comporto contrattuale – vengono inviati a controllo delle commissioni provinciali di verifica. Come se sopportare la disgrazia di una grave malattia fosse una colpa di cui render conto, come se i tre, quattro, cinque certificati del medico competente via via racimolati strada facendo fossero carta straccia. 

E qui subentra un ulteriore aspetto di criticità valutativa. Fino ad un anno fa le commissioni di verifica per l’idoneità professionale avevano sede presso gli uffici territoriali del MEF. Accadeva, se non sbaglio, che il soggetto sottoposto a visita veniva visitato e valutato, insieme alla documentazione che presentava, da un collegio medico al completo. Mentre risulta che ora che la competenza valutativa è passata in capo agli uffici decentrati dell’INPS il soggetto venga valutato da un medico “monocratico” il quale solo in un secondo tempo riunisce una commissione alla quale riferisce l’esito della visita. Quindi questa Commissione di cui fa parte anche un rappresentante del Ministero istruzione e Merito (MIM) prende in considerazione il caso e decide. Conoscendo uno di questi componenti del MIM ho avuto conferma di questa valutazione “differita” del caso. 

Ora io credo che potrebbe definirsi collegiale una Commissione che visiti “ictu oculi” e “de visu”, cioè in presenza il soggetto di cui valutare l’idoneità ovvero la non- idoneità alla mansione ordinariamente svolta. Sommessamente esprimo questo parere: la valutazione del caso è adeguata se tutti i componenti della Commissione sono presenti e si esprimono, raccogliendo anche le deduzioni del chiamato a visita. “Tres faciunt collegium” ci insegna la giurisprudenza tramandata e consolidata e ciò vale non solo per la redazione di un verbale ma anche e soprattutto per la visita medica, che sola può offrire tutti gli elementi di valutazione ai componenti della commissione di verifica. 

Potrebbe forse definirsi “visita medico collegiale” quella che avviene in differita rispetto alla visita di un solo medico e che si pronuncia sulla base della relazione del valutatore monocratico, inoltre “per tabulas”, cioè prendendo visione del cartaceo ma senza vedere di persona, conoscere, valutare e perché no ‘ascoltare’ il soggetto su cui si deve assumere “in scienza e coscienza” una decisione che può condizionare la futura carriera, fino al licenziamento? Direi senza dubbio di no. Si tratta di esseri umani, ‘persone’ che hanno vissuto sofferenze e convivono con malattie serie. Mi pare una osservazione non peregrina o pretestuosa poiché a mio parere sussistono gli estremi per impugnare in ogni sede un verbale redatto “postumo” alla visita e sottofirmato da commissari non presenti alla visita stessa.  Sommessamente, in tutta umiltà, mi permetto evidenziare l’opportunità di una riflessione, al Governo e alla Presidenza dell’INPS. 

Aggiungo che a mio parere non ha senso sottoporre una persona “certificata fragile” a visita di verifica. Ci sono docenti immunodepressi e trapiantati che con cure adeguate svolgono il loro lavoro con dignità ed efficacia. Si può dichiarare non idoneo un fragile a motivo della sua patologia, disattendendo magari le diagnosi-prognosi delle strutture del SSN che lo hanno in cura? Credo proprio di no.

Sergio Mattarella: “Bachelet, uomo del dialogo”.

[…] Bachelet, anche quale Vicepresidente del Consiglio Superiore, è stato testimone autentico dei valori della nostra Costituzione. Si adoperava costantemente per la ricerca di prospettive condivise anche in considerazione delle fratture ideologiche che attraversavano il nostro Paese.

Essere “uomo del dialogo” è stata, sin dall’inizio, la caratteristica della sua attività politica e sociale. Già nel 1946, a vent’anni, da studente, dirigente della Fuci, ricercava sempre il confronto dialettico con le altre componenti universitarie in vista della ricostruzione dell’Italia democratica: “Con nessuno dei nostri simili – scriveva – abbiamo il diritto di rifiutarci o di essere pigri nel gettare il ponte”.

Il dialogo è stato sempre un tratto distintivo del suo impegno nella società profuso lungo l’intero arco della sua vita, nelle organizzazioni cattoliche, nell’insegnamento nelle aule dell’università, nel Consiglio superiore della magistratura, in ogni altra attività pubblica. Il dialogo rappresentava per lui, più che un metodo, l’essenza della democrazia.

La ricerca del confronto non era strada agevole e, talvolta, da taluno neppure apprezzata, in una stagione tra le più tormentate e conflittuali della storia repubblicana, dove non soltanto le parole e le ideologie si facevano più aspre, ma la violenza delle armi pretendeva di farsi strumento di lotta politica, elevando gruppi criminali a soggetto politico.

In quegli anni drammatici, Vittorio Bachelet esprimeva la convinzione che il rafforzamento delle istituzioni democratiche si realizzasse non attraverso lo scontro, ma con scelte – per quanto possibile condivise – di piena e coerente attuazione dei principi della nostra Costituzione.

La sera prima del brutale assassinio, accompagnando a casa l’amico Achille Ardigò, aveva con lui discusso della minaccia terroristica, giungendo alla conclusione, condivisa, che il terrorismo andasse combattuto senza rinunciare ai principi della legalità democratica, nel rispetto delle regole costituzionali, senza ricorrere all’arbitrio, in quanto la Repubblica dispone delle risorse capaci di far prevalere i valori della Costituzione anche nei momenti più critici.

Bachelet era convinto, inoltre, che la coerenza dei comportamenti fosse un efficace strumento di comunicazione e, in tempi di disorientamento, valesse più di una lezione dalla cattedra. È stata questa esemplare coerenza a segnarne l’impegno, sempre di grande valore, in ogni ambito.

Da Presidente dell’Azione cattolica, aveva vissuto intensamente gli anni del Concilio, le speranze e le aperture verso la società che cambiava e nei confronti di una generazione che sognava una società sempre migliore. È stato protagonista della scelta religiosa di quella organizzazione, che – come ripeteva – non fu mai intesa come una rinuncia, un abbandono dell’impegno pubblico, ma come un ritorno sincero e umile alle origini, una nuova e coinvolgente riproposizione dei valori essenziali.

Vittorio Bachelet non ha mai ostentato la sua fede, anche se ben nota a tutti, ma l’ha tradotta in un’autentica, laica, testimonianza umana e istituzionale in ogni ruolo in cui è stato chiamato a svolgere funzioni pubbliche di alta responsabilità.

I valori della collaborazione e della lealtà istituzionale erano evidenti nel suo stile di ascolto e nella sua visione autenticamente aperta al confronto, al punto di vista altrui.

Di questo costituisce, in qualche modo, testimonianza anche la votazione che lo portò alla vicepresidenza di questo Consiglio. Bachelet prevalse per un solo voto su Giovanni Conso, ma l’amicizia e la stima tra queste due personalità era alta e tale rimase.

In quel momento della storia repubblicana fu un segno di unità perché, senza rinunciare alle proprie convinzioni, il loro rapporto inalterato assunse un valore cruciale per la salvaguardia di questa istituzione, per il suo funzionamento, la sua credibilità.

Con questo spirito, Vittorio Bachelet ha guidato l’organo di governo autonomo della Magistratura, coniugando fermezza di principi e disponibilità al dialogo nella ricerca di convergenza tra prospettive diverse.

La composizione delle diversità – è ben chiaro a tutti – non si realizza ricorrendo a logiche di scambio, che assicurano l’interesse di singoli o di gruppi. Un metodo del genere rappresenterebbe la negazione del pluralismo democratico, che ispira le nostre istituzioni repubblicane e che Vittorio Bachelet ha sempre promosso.

Nella sua azione era guidato dalla convinzione che, nonostante tutte le difficoltà, fosse possibile ricomporre le divisioni, mettendo da parte gli interessi particolari e recuperando così il senso più alto della politica al servizio delle Istituzioni.

L’intitolazione della sede del CSM a Vittorio Bachelet assume, per questo, un grande significato: richiamare il valore del suo impegno e seguirne l’insegnamento.

Nella logica criminale dei suoi assassini, Bachelet rappresentava le istituzioni che contrastavano con determinazione la violenza terroristica utilizzando soltanto gli strumenti costituzionali e, insieme, esprimeva un profondo senso della comunità e della coesione sociale.

Questi due elementi – la Costituzione e il senso di comunità per la coesione sociale – hanno sempre sconfitto i tentativi di lacerazione della società e di disarticolazione delle sue istituzioni. […]

 

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https://www.quirinale.it/elementi/110752

Berlinguer ti voglio bene. La svolta della Schlein è una sorpresa?

Ritengo del tutto strumentale, nonchè scorretta, la polemica sul volto sorridente di Enrico Berlinguer nella tessera del Pd 2024. La ritengo strumentale e sbagliata per due ragioni di fondo.

Innanzitutto perchè Berlinguer è stato uno dei maggiori leader politici della prima repubblica. Ha guidato il più forte partito comunista dell’occidente per lunghi 12 anni e, soprattutto, è riuscito, seppur nel pieno rispetto dell’ortodossia sovietica dell’epoca, a ritagliare uno spazio e un ruolo autonomi per la storia e le vicende politiche del comunismo italiano. Un elemento, questo, che ha fatto proprio di Berlinguer uno dei principali leader della storia del comunismo internazionale.

In secondo luogo, e a prescindere dalla figura di Berlinguer, è noto a tutti – almeno credo – che il Partito democratico progressivamente è diventato il naturale erede della storia del Pci/Pds/Ds. L’intuizione originaria di unire le principali culture riformiste nello stesso partito contenitore elettorale si è esaurita abbastanza velocemente e oggi il Pd è un luogo politico radicalmente diverso rispetto ad un passato anche solo recente. E l’arrivo della Schlein al comando ha rappresentato la naturale e fisiologica chiusura di quella fase inaugurata con Veltroni nel lontano 2007. Perché oggi parliamo di un partito che esprime, e del tutto legittimamente, un profilo politico e culturale di una sinistra radicale, massimalista e libertaria che, non a caso, individua nei populisti dei 5 Stelle, nell’estrema sinistra di Fratoianni e nell’ambientalismo fondamentalista di Bonelli i naturali interlocutori ed alleati per costruire un progetto politico e di governo.

Detto questo, e per fermarsi a queste due sole ragioni, quello che invece stupisce ed incuriosisce è la tesi di coloro – a cominciare dai pochi Popolari rimasti in quel partito – che a loro volta si stupiscono della scelta della Schlein per la tessera Pd del 2024. Stupisce perché tutti sanno, ma questa volta veramente tutti, che quel partito non centra nulla con la storia, la cultura, i valori e la prassi del cattolicesimo popolare e sociale. Non c’entra nulla con le storiche, e del tutto legittime, battaglie dei comunisti italiani. Soprattutto sulla “questione morale”, oggi molto sbandierata, ricordando proprio la famosa intervista di Berlinguer ad Eugenio Scalfari del 1981 contro “il sistema di potere della Democrazia Cristiana”.

Ecco perché arriviamo persino a condividere l’iniziativa della Schlein di dedicare proprio a Berlinguer la tessera del Pd 2024. Per un fatto innanzitutto di coerenza, di coerenza, di trasparenza e di lungimiranza del nuovo corso del Pd. E la Schlein, checchè se ne dica o se ne pensi, è una leader politica e culturale coerente. Come lo dovrebbero essere, su un fronte alternativo, quelli che continuano a dichiararsi Popolari nel Pd.

Un contributo dell’Italia per una nuova agenda transatlantica

Un contributo italiano alla definizione di una nuova agenda transatlantica. Questo l’ambizioso scopo della conferenza organizzata dalla Sioi (Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale) e dalla Divisione diplomazia pubblica dell’Alleanza Atlantica in questi ultimi due giorni –  il 15 e 16 aprile – a Roma presso la caserma dell’Arma dei Carabinieri Salvo D’Acquisto, per i 75 anni della Nato.

Partendo dalla consapevolezza che va ricostruita una architettura di sicurezza e di cooperazione globale si è discusso di come “disegnare una nuova agenda transatlantica”, ha spiegato l’ambasciatore Riccardo Sessa, presidente della Sioi, in materia di sicurezza e di pace in un’epoca di trasformazioni globali.

La conferenza che ha reso per due giorni Roma capitale della Nato anche per la presenza di tutti i 32 ambasciatori rappresentanti permanenti presso la Nato dei rispettivi Paesi membri, insieme a molti esperti, diplomatici, politici e militari, è stata aperta dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il capo dello Stato ha sottolineato in particolare tre punti. Il primo: cosa ha rappresentato per l’Italia la scelta di essere nel gruppo dei Paesi fondatori della Nato nel 1949? Il superamento dell’esclusione da ogni circuito internazionale, “una scelta essenziale di reingresso nella politica internazionale”. Una decisione che fu anche oggetto di profondo dibattito, come si addice alle democrazie, ma che alla fine ha dimostrato la saggezza delle scelte guidate da De Gasperi e Sforza. Il Patto Atlantico, siglato 4 aprile del 1949 “avrebbe contribuito, infatti, alla identità politica della Repubblica”.

Gli altri due aspetti evidenziati da Mattarella riguardano l’attualità. “Non ci può essere separazione tra sicurezza del fianco nord e sicurezza del fianco sud dell’Alleanza” ha affermato il capo dello Stato, invitando a rivolgere maggiore attenzione all’area mediterranea e medio-orientale.

Per la Nato di tratta di continuare il dialogo già intrapreso con i Paesi delle suddette aree. Quest’anno, infatti, ricorrono anche gli anniversari di due partenariati della Nato con Paesi dell’area MENA (Middle East and  North Africa). Il Dialogo Mediterraneo, creato nel 1994, con sette Paesi della regione del Mediterraneo meridionale (Egitto, Giordania, Israele, Marocco, Mauritania, Tunisia e Algeria). E l’Iniziativa di Cooperazione di Istanbul avviata nel 2004, rivolta a quattro Paesi della regione del Golfo Persico (Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Qatar). 

Mattarella, infine, ha richiamato la necessità di dare compimento al progetto di una difesa comune europea che “consentirà alla Nato di essere più forte” in “un mondo irreversibilmente contrassegnato dal ruolo di grandi soggetti internazionali”. Un “cambiamento radicale”, che va nella stessa direzione di quelli invocati ieri a La Hulpe da Mario Draghi in ambito  economico per rendere l’Ue adatta al mondo di domani.

La conferenza si è articolata in vari panel su questioni – chiave: dal sostegno all’Ucraina, con l’intervento della premio Nobel per la Pace Oleksandra Matviichuk, al futuro della Russia, passando per la deterrenza, la difesa della democrazia e dello Stato di diritto, le sfide globali e le situazioni di instabilità regionali dai Balcani, al Mediterraneo al Golfo Persico.

Per l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, capo di Stato maggiore della Difesa e prossimo presidente del Comitato Militare della Nato, la ragione principale del successo dell’Alleanza  Atlantica è “la scelta politica” che “per la prima volta nella storia” ha visto “un trattato militare” collegare “la difesa della sicurezza esterna dei suoi membri ai valori della democrazia.”

In chiusura dei lavori il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha affermato che la Nato “deve avere il coraggio di adeguarsi ai tempi e la sfida sarà la velocità, il pragmatismo e la capacità di avere una vera visione e strategia comune”.

I contenuti e il metodo di questa conferenza hanno offerto alla politica una valida occasione per affrontare, evitando le sirene del populismo, le questioni della difesa, dimostrando che sono molto più efficaci alla causa della pace e della sicurezza i contributi sul merito e la consapevolezza che la voce dell’Italia è autorevole e influente in seno all’Alleanza. Un invito a credere nel ruolo della politica, che sta alla base del Patto Atlantico e che rende possibile  coniugare la compattezza necessaria con all’altrettanto necessario dialogo e confronto fra Paesi amici.

Pomeriggi popolari: si discute di Europa tra guerre e pace.

Nel cuore di Roma, presso la Sala della Lupa di Palazzo Montecitorio, il think tank “Parole Guerriere”, fondato da Diego e Dalila Nesci, torna ad animare il dibattito politico con un incontro di grande attualità. “Guerre e pace: Europa al bivio” è il titolo del 23esimo evento del ciclo “Pomeriggi popolari a Montecitorio. Dentro la politica: dialoghi sulle priorità del Paese”, un appuntamento che assume un’importanza cruciale alla luce del complesso scenario geopolitico attuale.

Con l’Europa al bivio tra conflitti e tensioni, l’incontro si propone di indagare le profonde conseguenze delle guerre in corso e il ruolo del continente europeo in questo contesto. A pochi mesi dalle elezioni per il Parlamento europeo, l’evento si configura come un’occasione preziosa per riflettere sulle sfide e le scelte di enorme portata che l’Europa si trova ad affrontare.

Relatori d’eccezione allieteranno il dibattito: Federico Petroni, coordinatore della scuola di Limes, il giornalista Tommaso Labate e lo scrittore Igor Sibaldi. A seguire, un vivace confronto tra gli onorevoli Licia Ronzulli (Vicepresidente del Senato di Forza Italia), Maria Stella Gelmini (Azione), Enrico Borghi (Italia Viva) e Giuseppe Fioroni (Tempi Nuovi). I lavori saranno moderati da Diego Antonio Nesci, fondatore ed organizzatore, insieme all’On. Dalila Nesci, del think tank “Parole Guerriere”.

“Siamo convinti che solo il confronto onesto e leale sulle sfide planetarie in cui siamo immersi, possa conferire un senso profondo all’agire politico, da troppo tempo orientato alle urgenze invece che alle priorità”, affermano i Nesci.

L’evento “Guerre e pace: Europa al bivio” si configura come un appuntamento da non perdere per tutti coloro che desiderano approfondire le tematiche relative al futuro dell’Europa e al suo ruolo nel mondo. Un’occasione per riflettere, confrontarsi e contribuire a costruire un futuro più sicuro e prospero per il nostro continente.

Per i giornalisti ed operatori è possibile accreditarsi all’indirizzo mail: eventi@paroleguerriere.info

L’arduo gioco iraniano: tante bombe per non fare la guerra?

Vi sono due aspetti, apparentemente contraddittori, che emergono dall’attacco sferrato dall’Iran a Israele nella notte fra sabato e domenica. Da un lato il lancio di centinaia di droni e missili effettuato direttamente dal territorio della Repubblica Islamica sembra essere stato studiato apposta per non produrre danni gravi: ampiamente preannunciato e facilmente contrastabile (considerando il noto scudo protettivo antimissile costruito da Israele e supportato nell’occasione dall’aviazione di Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e, dato da considerare con grande attenzione, Giordania) come in effetti è avvenuto. 

È la conferma di ciò che tutti gli analisti sostengono da quando è iniziata la crisi di Gaza, ossia che gli ayatollah non vogliono entrare in guerra con Israele consapevoli dei rischi che essa comporterebbe per il loro stesso regime. Dall’altro, però, la rete stesa dai pasdaran – i Guardiani della Rivoluzione – attraverso una politica estera parallela a quella ufficiale dello Stato, ha implicato la formazione di alleanze sul territorio con un solo obiettivo unificante: la distruzione di Israele. A questo poi se ne aggiunge un altro, specifico di Teheran: l’estensione dell’influenza sciita nella regione e il conseguente predominio geopolitico e dunque anche economico. Su questo secondo fronte l’avversario principale è certamente l’Arabia Saudita, terra sacra dell’Islam sunnita.

Siamo in Medio Oriente, e ciò che appare contradditorio agli occhi occidentali non necessariamente lo è davvero. Cerchiamo di spiegarci. 

Teheran ha finanziato, addestrato e armato movimenti locali impregnati di fanatismo religioso utili ai suoi obiettivi di medio-lungo periodo. Così ha aiutato Hezbollah in Libano, gruppo sciita che oltre a controllare militarmente ed economicamente il sud di quel paese, influendo politicamente in modo significativo sul debole governo di Beirut, costituisce altresì una permanente minaccia per il nord di Israele. 

Ha aiutato Hamas anche se sunnita, in quanto fazione palestinese ostile a qualsiasi accordo con lo Stato ebraico, tentazione che invece l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) ha più volte avuto (peraltro contrastata, sull’altro versante, dall’estremismo ebraico che ha utilizzato gli aggressivi coloni in Cisgiordania per bloccare ogni possibile sviluppo in tal senso). 

Ha aiutato le milizie sciite Houthi in Yemen sia nella guerra civile che insanguina quel disastrato paese da oltre dieci anni sia nella loro azione di sabotaggio delle vie marittime commerciali sul Mar Rosso, che rappresentano il fronte meridionale dell’accerchiamento di Israele oltre che un formidabile problema per l’Arabia. 

Ha aiutato lo sciita di fede alawita Bahar al-Assad nel massacro del suo popolo asservendo la Siria al progetto strategico della cosiddetta “Mezzaluna sciita”, il collegamento che senza soluzione di continuità collega l’oriente persiano col Mar Mediterraneo passando attraverso Iraq (ove l’influenza e il potere iraniano sono notevoli e ove, per non trascurare alcun dettaglio, in ogni caso viene sostenuto il gruppo terroristico sciita Kataib Hezbollah), ovvero attraverso Siria e Libano. Una rotta anche commerciale di grande interesse per chiunque voglia operare in quell’area e che dunque ostacola il predominio regionale dell’Arabia, come detto l’altro obiettivo strategico iraniano. La Siria, inoltre, costituisce un altro anello dell’accerchiamento di Israele, questa volta a est al confine con le alture del Golan occupate da quest’ultimo sin dal 1967.

Questa ragnatela distesa nel tempo rischiava però di venire distrutta dallo sviluppo degli “Accordi di Abramo”, che promettevano di allargare sino addirittura all’Arabia Saudita la rete statale sunnita di riconoscimento di Israele e di avvio di relazioni anche commerciali e non solo diplomatiche. A Egitto e Giordania che ormai da decadi riconoscono lo stato ebraico si erano così aggiunti Marocco, Emirati, Bahrein in attesa, appunto, dei sauditi e sotto l’egida americana.

Per gli ayatollah era di vitale importanza disinnescare questo pericolo, enorme dal loro punto di vista. E così hanno lavorato a un qualche riavvicinamento diplomatico con gli avversari religiosi e geopolitici di Riad, con l’aiuto non certo disinteressato della Cina e nell’ambito del nuovo sviluppo dei paesi “Brics plus”, alleanza dal carattere antioccidentale ancora tutta da decifrare. Poi qualcun altro, guarda caso protetto dall’Iran, il 7 ottobre ha provveduto a sabotare gli Accordi e soprattutto il loro temuto sviluppo, confidando nella reazione furiosa di Gerusalemme guidata da una maggioranza governativa nella quale prevalgono estremisti che vedono solo nella forza militare la risoluzione di ogni loro problema.

Il martirio di Gaza ha come previsto infiammato le piazze arabe, ponendo in difficoltà i regnanti che riconoscono Israele e rendendo impossibile un passo in quella medesima direzione da parte dei sauditi. Un successo, dunque, per Teheran (anche perché nessuno può provare che la carneficina compiuta da Hamas nel sud di Israele sia stata concordata o addirittura preparata con gli iraniani). Ma la decisione israeliana di attaccare una loro sede consolare ha costretto la teocrazia ad una reazione diretta che però avrebbe dovuto essere tanto eclatante quanto innocua. E così è stato.

Da un lato si è accontentata la folla e dall’altro, a conferma che una guerra ora non è nelle aspirazioni di Teheran, non si è andati oltre lo stretto necessario, affrettandosi anzi a dichiarare conclusa la reazione e lanciando la palla nello schieramento avversario. Che ora dibatte, fra l’ansia distruttiva degli oltranzisti ebrei e la ragionevolezza degli alleati occidentali di Israele. E qualcuno sostiene che il compromesso potrebbe consistere nella non-reazione verso Teheran e per converso nell’attaccare Rafah. Sulla pelle dei palestinesi. Come sempre.

Il delisting del centro dal mercato elettorale di giugno

Le ormai prossime elezioni europee dovevano essere caratterizzate da una rinnovata e qualificata presenza del centro. Un centro che è stato più volte sbandierato e richiamato – e giustamente – in questi ultimi tempi perchè, come dicono praticamente tutti i sondaggisti, cresce una domanda nella vasta e composita pubblica opinione italiana che però non trova ancora una adeguata e compiuta risposta politica. Certo, le ragioni di questa mancata e credibile offerta politica sono molteplici e non è il caso di affrontarle una ad una anche perchè sono sufficientemente note ed oggettive.

Ma è indubbio che questo spazio politico, che non può essere un punto di partenza ma, semmai, un punto di arrivo nella vita pubblica italiana, va riorganizzato e presidiato come si suol dire. E questo perché nel nostro paese si governa “dal centro” e “al centro”. Al di là dei proclami e delle promesse delle campagne elettorali, della radicalizzazione della lotta politica e dello stesso bipolarismo muscolare che da anni, purtroppo, caratterizza la concreta dialettica politica italiana.

Ora, è appena sufficiente osservare lo scenario politico che si presenta nel nostro paese in vista delle prossime elezioni europee per rendersi conto che un partito di centro, o una formazione di centro o una politica di centro continuano a scarseggiare.

Se il progetto della Bonino attraverso gli “Stati d’Uniti d’Europa” ripropone una bella suggestione politica ma con una forte caratterizzazione radicale e laicista, la formazione di Calenda – in solitaria – è finalizzata a ritagliarsi uno spazio vitale in vista del post voto europeo; e ciò con l’obiettivo di dar vita, almeno così dice, ad un progetto politico di un nuovo partito che dovrebbe essere in grado di ricomprendere le tradizionali culture centriste e riformiste del nostro paese. Vedremo…

Infine Forza Italia che, almeno stando alle ultime dichiarazioni del suo segretario nazionale Antonio Tajani, intende rimarcare con forza e determinazione le ragioni di un centro politico e di governo nel nostro paese, seppur in stretta alleanza con la destra di governo.

Insomma, abbiamo tre proposte politiche vagamente centriste in conflitto l’una con l’altra ma che, almeno sino ad oggi, non evidenziano ancora una vera e propria formazione di centro che sia in grado di ricomporre un’area ancora troppo frammentata per poter giocare un ruolo politico decisivo e qualificante per gli stessi equilibri politici.

E se c’è un compito a cui non si può rinunciare, e che può e deve già partire da questa campagna elettorale, è proprio quello di lavorare per ricomporre l’area centrista nel nostro paese. Che non può che essere culturalmente plurale senza egemonie di sorta. Di chicchessia. Né solo quella radical/laicista; né esclusivamente quella tecnocratica/repubblicana/liberale e neanche quella cattolico/popolare e sociale. Solo un impasto di tutte le varie e articolate sensibilità culturali centriste, democratiche e riformiste, può dar vita ad un progetto politico realmente di centro che sia in grado di stringere alleanze da un lato ma senza rinunciare a giocare il proprio ruolo dall’altro.

Per questi semplici ma essenziali motivi le elezioni europee rappresentano un passaggio importante ma non definitivo ai fini della costruzione di un progetto – ovvero il centro e una “politica di centro” – che può e deve rappresentare uno snodo fondamentale per il futuro della politica italiana. E anche europea.

Il sonno dei partiti genera (anche) il mostro dell’astensionismo

Anche chi trionfa in una elezione, quando l’asseneismo è molto elevato, risulta essere una minoranza dell’elettorato, ma si definisce maggioranza. In Abruzzo e in Sardegna metà degli aventi diritto non ha votato; e vedremo cosa accadrà ale elezioni europee. Perché? Purtroppo non mi sembra che i Partiti se ne preoccupino; dovrebbero perdere il sonno, se sono convinti che la democrazia vive solo col consenso e se questo interpreta i cittadini. Appartiene a loro la sovranità (art.1 Cost.) “un dovere irrinunciabile“ la definì un padre costituente, per cui si cede sovranità rinunciando ad esercitare il diritto di voto. Chi non vota attribuisce parte della sua sovranità ad altri, che possono affidarla a rappresentanti che hanno idee e condividono valori diversi. 

Di chi la colpa? Di chi non vota certamente, ma la responsabilità più grave ricade su chi ne è causa. Perché votare se non non si possono scegliere i propri rappresentanti sia ideali che territoriali? Le liste sono bloccate e confezionate dalle segreterie dei Partiti; i candidati e gli eletti rispondono non ai cittadini ma ai loro ‘capi’. Non bastasse, la riduzione del numero dei parlamentari ha causato una grave diseguaglianza fra i cittadini che, in alcuni collegi, non possono contare su nessun parlamentare eletto. Ridurre la democrazia per risparmiare?! I patrioti resistenti hanno offerto la loro vita per risparmiare sugli organi istituzionali? 

La norma costituzionale secondo cui i parlamentari non hanno vincolo di mandato non può garantire la presenza di eletti in territori molto estesi. C’è molta insicurezza riguardo al futuro e perfino le innovazioni che dovrebbe renderci orgogliosi per il genio umano di cui siamo titolari, ci spaventano. Abbiamo bisogno di politici competenti, diligenti, trasparenti, austeri che accompagnano i cittadini nella complessità della nostra società e dei problemi planetari (non pensiamo solo alle guerre). Serve perciò un personale nei partiti prima e nelle istituzioni poi, preparato e appassionato. Non basta scegliere un cittadino – quidam de populo – per assicurarsi i voti per eleggere un sindaco, un presidente di Regione o un parlamentare. Quando poi al governo ci sono tecnici appare palese la differenza nel gestire i programmi di Governo.

Spero che i partiti vogliano analizzare profondamente i dati elettorali degli ultimi due decenni per convincersi che il nostro Paese non è bipolare e che le coalizioni sono in grado di ‘tenere insieme’ la nazione e che il sistema proporzionale con preferenze realizza il collegamento reale fra elettori ed eletti. Se i partiti non manifestano una minima resipiscenza, sarebbe necessario un referendum che modifichi la legge attuale. Personalmente vi aderirei. Potremmo superare un dibattito vano, che qualche volta viene sollevato, circa il fatto che negli organi di partito e nei gruppi parlamentari mancano esponenti identificati come portatori di interessi di riferimento.

Per la parte che mi sta a cuore, non vorrei che venissero cooptati dei cattolici come specchietti per le allodole, salvo poi isolarli sui cosiddetti diritti civili. Lo spazio pubblico avrebbe un grande bisogno di voci etiche, di profeti coraggiosi, portatori di speranze che giovano a tutti. Perciò i cattolici dovrebbero piuttosto partecipare alla vita di partito – ed essere accettati- negli organi con confronti approfonditi, portando all’interno dibattiti veri. Del resto non sono le statistiche a fornire la forza della rappresentanza ma il consenso certificato dal voto degli elettori che hanno condiviso visione e programmi delle forze politiche. È la partecipazione l’unico strumento che rende la cittadinanza un diritto vissuto e la forza della democrazia.

Se la partecipazione è considerata e vissuta come ‘dovere inderogabile’ del cittadino deve essere anche incentivata, sollecitata, arricchita di occasioni che la fanno crescere.

Non mi sembra la strada giusta quella della ‘occupazioni’ degli spazi vitali, come per esempio nella formazione delle liste per le prossime elezioni europee, da parte dei leader che si candidano come capilista in tutte le circoscrizioni. Non è leale verso le istituzioni, ed è umiliante per i candidati che hanno bisogno di essere…trascinati. E quanto a ragionevolezza e rispetto mi chiedo come ci si permette di ‘inventare’ candidati senza una storia politica, sottratti alle loro professionalità per catapultarli in un gioco che rischia spesso di non premiarli nemmeno col risultato.

La politica è cosa seria e probabilmente sarebbe considerata con maggior rispetto se i partiti con i loro leader facessero di tutto per farla considerare tale.

Ricorrendo la festa nazionale del 25 aprile varrà ricordate che il diritto al suffragio universale e il sistema repubblicano democratico parlamentare sono stati conquistati col sangue di tanti patrioti, che hanno letteralmente dato la vita per tutti noi, per essere quello che siamo, tutti uguali, senza distinzioni. Con una Costituzione che garantisce per tutti dignità e libertà. “Non c’è amore più grande che dare la vita pergli amici” (Giov. 15, 13).

 

[Il testo è tratto dalla newsletter diffusa ieri dall’autrice]

Il lavoro e le donne, dialoghi su una rivoluzione silenziosa.

Una rivoluzione silenziosa: è questa l’immagine suggestiva a cui ha fatto ricorso l’economista Claudia Goldin nel 2006, in occasione di una lezione tenuta presso la prestigiosa American Economic Association, per descrivere come era cambiata la presenza delle donne nel mondo del lavoro nel corso degli ultimi due secoli negli Stati Uniti. 

Le ricerche della Goldin, che ha ricevuto il premio Nobel per l’economia nel 2023 proprio per i suoi studi, mostrano l’andamento irregolare dell’occupazione femminile nel corso del tempo (in particolare il calo avvenuto all’epoca dell’industrializzazione), ma ne evidenziano anche i progressivi miglioramenti dovuti a vari fattori, tra cui spiccano i cambiamenti nell’organizzazione del lavoro e il volano cruciale rappresentato da un maggior accesso all’istruzione. 

Da qui la lettura suggerita dall’economista statunitense: siamo testimoni di una vera e propria rivoluzione, che sta avvenendo in modo lento e senza troppi clamori in tante parti del mondo ed è ancora ben lontana dall’essersi conclusa.

Affinché la rivoluzione evocata dalla Goldin possa continuare ad avanzare sono senz’altro fondamentali le scelte compiute sul piano delle normative e delle politiche del lavoro per rimuovere le cause, più o meno remote, all’origine degli importanti divari che sperimentano le donne rispetto agli uomini per quanto riguarda l’accesso al mercato del lavoro, la retribuzione percepita o le possibilità di avanzamento di carriera, in particolare di raggiungimento di posizioni apicali. 

Tuttavia c’è di più da rivoluzionare e riguarda la dimensione culturale. In tantissimi ambiti professionali, vi sono preconcetti radicati e prassi consolidate, più o meno riconosciute e tematizzate, che rinchiudono le donne in visioni stereotipate, associate ad alcune professioni e a un certo modo di fare, e richiedono alle donne uno “straordinario” rispetto all’“ordinario” sufficiente per gli uomini, «come se a loro fossero richiesti obblighi ulteriori e dovessero continuamente superare esami e giudizi più rigorosi», per riprendere le parole del presidente Sergio Mattarella in occasione della celebrazione della Giornata internazionale della donna dell’8 marzo 2024.

La consapevolezza dell’importanza di questo tema per il nostro Paese, che occupa ancora posizioni di retrovia nelle statistiche europee al riguardo, ci ha suggerito di dedicare uno spazio per fare il punto sulla situazione, incrociando considerazioni tratte dallo scenario internazionale e riflessioni legate al nostro contesto nazionale, con le sue fragilità, talora ataviche, ma anche con le opportunità che fanno capolino e le iniziative positive che nel tempo sono state intraprese. 

 

[Il testo è la presentazione dei diversi contributi ed è tratto dal fascicolo di aprile di Aggiornamenti Sociali, il  mensile dei Gesuiti di Milano] 

 

Per saperne di più

https://www.aggiornamentisociali.it/articoli/donne-e-lavoro-una-rivoluzione-silenziosa/

Iran – Israele: urge una risposta globale da costruire

L’ultimo atto, in ordine di tempo, dell’ostilità che da quasi mezzo secolo intercorre tra lo stato d’Israele e la repubblica islamica dell’Iran, si è compiuto nella notte fra sabato e domenica scorsa con gli attacchi di centinaia missili e droni iraniani sul territorio israeliano.

Un inaccettabile atto di guerra condannato da tutto l’Occidente, dalla Nato, dall’Unione Europea e dal G7 nella call organizzata ieri dall’Italia, che ne esercita la presidenza  di turno.

Questa azione militare iraniana sembra ricordarci innanzitutto che vi sono questioni, regionali e globali, che si trascinano da troppo tempo ormai senza che gli stati coinvolti e l’intera comunità internazionale abbiano ancora raggiunto soluzioni accettabili.

Uno di questi teatri di instabilità è il Medio Oriente. L’attacco iraniano, coordinato con i proxy di Teheran nel suddetto quadrante mediorientale, rivela una clamorosa eterogenesi dei fini delle strategie di contenimento poste in essere in questo secolo verso il regime degli ayatollah. L’intervento militare in Iraq del 2003, in particolare, ha liquidato uno dei pochi governi laici di quell’area (insieme a quello della Siria), aprendo le porte al ritorno dell’influenza iraniana nel paese destabilizzato che si è saldata con quella già presente in Libano.

Proprio in precedenti di sovranità statali violate con invasioni, bombardamenti, uccisioni mirate, si colloca l’atto di guerra iraniano contro Israele. Il pretesto accampato per giustificare tale azione è l’attacco israeliano avvenuto alcune settimane fa contro una stazione consolare iraniana in Siria. L’Iran ha invocato l’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite per la sua ritorsione, la legittima difesa, articolo che ormai è oggetto di interpretazioni molto elastiche da parte di tanti stati, non solo in Medio Oriente, al punto da comprendere atti di guerra con finalità “difensiva” in territorio di altri stati sovrani. Alimentando così la spirale delle vendette, prontamente già annunciata dal gabinetto di guerra israeliano. Una spirale che si può fermare solo con il richiamo, formulato ieri da Papa Francesco durante il Regina Caeli, che “nessuno deve minacciare l’esistenza altrui”.

In questo scenario già incandescente per la strage del 7 ottobre in Israele e per quella che continua a scapito dei civili nella Striscia di Gaza, si intravvede però qualche spiraglio di speranza che, paradossalmente, sembra potersi individuare proprio dal modo in cui è avvenuta la ritorsione contro Israele. Una azione ampiamente annunciata dall’Iran per amplificarne l’effetto mediatico (sull’Occidente, ma anche in competizione con la Turchia nella sfida a chi appare più paladino della causa palestinese nel mondo musulmano e nel mondo arabo), calcolata nei suoi effetti (non sembra aver prodotto vittime) e volta ad ottenere il massimo risultato politico con il minimo uso della forza. Tanto da esser stata definita da autorevoli commentatori una sorta di azione dimostrativa.

Aspetto che richiama un altro punto essenziale. Quello del cambiamento del contesto in cui si situa il conflitto fra Israele e l’Iran. Non si può più pensare a un Medio Oriente con Tel Aviv e Teheran in lotta per l’egemonia regionale. Perché nel frattempo alcuni importanti partners di Israele, come Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, si sono riavvicinati pragmaticamente all’Iran sciita. E il suggello di questo processo è costituito dall’entrata dei suddetti stati arabi nel Coordinamento Brics. L’invito ad aderire al gruppo delle potenze emergenti ha richiesto all’Iran una assunzione di responsabilità adeguata al ruolo che questa nuova organizzazione ora riveste nel mondo. Se, dunque, nella retorica del regime iraniano, continuano a dominare i toni truculenti, la politica reale è ispirata a ben altri principi di realismo e di cooperazione, che sono cari alla Cina e agli altri 9 membri dei Brics, e non può contemplare nel modo più categorico la cancellazione di Israele dalle mappe geografiche.

Di riflesso gli Stati Uniti stanno puntando molto sulla valorizzazione di questo fondo di ragionevolezza che nonostante tutto traspare nel caos mediorientale, invitando Israele a non eccedere, a sua volta, nella contro-ritorsione verso l’Iran per non oltrepassare quella linea rossa oltre la quale il futuro non solo del Medio Oriente, ma quello globale si farebbe più incerto.

Perché, in ultima analisi, questa ennesima crisi fra Iran e Israele fa parte di un medesimo gioco globale. Come ha osservato l’ambasciatore Riccardo Sessa, presidente Sioi, essa fa parte di un discorso globale che parte da Kiev e arriva a Gerusalemme. E un conflitto globale “a pezzi” deve essere affrontato in modo globale e non a pezzettini, con la prospettiva ambiziosa, forse pure visionaria ma necessaria, di un ordine globale da ricostruire che comprenda il meglio di quello precedente integrandolo con le nuove istanze che si sono organizzate. Prospettiva che è al centro della conferenza internazionale, organizzata dalla Sioi, per i 75 anni della Nato, che si apre oggi a Roma con l’intervento del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

La politica di fronte alla Dichiarazione vaticana sulla dignità umana

Solo una visione trascendente della vita può osare l’infinito. E solo un’antropologia cristiana può concepire e qualificare come “infinita” la dignità umana. Infinita, non solo illimitata che è tutt’altra cosa.

La “Dignitas infinita” ci ricorda questa affermazione di Paolo VI: “Nessuna antropologia eguaglia quella della Chiesa sulla persona umana, anche singolarmente considerata, circa la sua originalità, la sua dignità, la intangibilità e la ricchezza dei suoi diritti fondamentali, la sua sacralità, la sua educabilità, la sua aspirazione ad uno sviluppo completo, !a sua immortalità”.

All’uomo appartiene una nobiltà che gli è connaturata ed intrinseca e, nel contempo, lo trascina al di là del contingente e lo proietta in una dimensione “altra”. Si può dire che sia quest’ultima la sua vera dimora? Non solo un futuribile che sia per i credenti la vita eterna oppure per chi non crede il pantheon della storia. Bensì quell’“andare oltre” l’immanenza che sta, qui ed ora, dentro le pieghe più riposte di ogni gesto quotidiano, anche se raramente ne mettiamo a tema la consapevolezza.

La Dichiarazione “Dignitas infinita” dello scorso 8 aprile può essere letta secondo due categorie interpretative che camminano affiancate ed infine convergono. Per un verso dà conto di una approfondita riflessione teologica e filosofica in ordine al valore intangibile dell’umano. Che la ragione di per sé attesta e la fede conferma in una circolarità di rapporti che innalzano la prima ed illuminano la seconda. E, sul presupposto di questa invulnerabilità, la “Dignitas infinita” rappresenta una sfida alla politica. La invita a riflettere su quale sia l’incomparabile valore di quel che è, ad un tempo, soggetto ed oggetto della sua azione. E, dunque, a recuperare la piena consapevolezza della vocazione alta che le compete. Come recita lo stesso art. 2 della Carta Costituzionale: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’ uomo…”.

Non li pone, ma li assume da altra fonte, implicitamente riconosciuta più alta del suo dettato e da qui l’impegno a garantire tali diritti. In altri termini, una dignità che non è concessa o sostenuta da una convenzione sociale, ma sostanziale, non soggetta ad altri fattori o ad essi riducile, ma originaria, in sé sussistente, come lo è la persona.

[…]

Gentile, quel ministro. Dialogo immaginario con il filosofo del Regime.

Ci si frequentava per quello che le convenzioni concedevano in tal senso. Lui, il Professore, sempre ben curato nell’aspetto e con i capelli fermi, così come ostinati erano i suoi pensieri. Un gran lavoratore, uno di quelli che non si fermano mai, non perché il tempo sia prezioso e pertanto non è bene se ne perda, quanto per il suo desiderio continuo di affermare il più delle volte possibile il valore delle sue idee.

Per due anni abbiamo avuto pressocché tutti i giorni un appuntamento fisso la mattina e la sera, al suo ingresso ed alla sua uscita dal Ministero della Pubblica Istruzione. Poche accurate deferenti parole da parte mia, pari alla ben stirata livrea di usciere a presidio della sua camera di Ministro. Io ero l’uomo di anticamera. Si doveva insomma per forza passare da me prima che si avesse accesso a lui!

La mattina gli dicevo di essere felice di rivederlo e la sera al commiato ci dicevamo soddisfatti del lavoro compiuto. Non era un fatto di ore straordinarie ben pagate. Mi piaceva tirare a tardi insieme a lui, fino a sera inoltrata, quando finalmente si era in solitudine, in una intimità senza parole, fatta solo di presenza. Ciascuno sapeva che al posto dell’altro c’era qualcuno su cui contare e questo ci era di consolazione e di amicizia.

Non divenni mai suo amico nel senso corrente del termine, tranne la sera prima che lincenziasse la sua Riforma in modo che diventasse legge. I conti non tornavano e qualcosa faceva a pugno con il suo cognome. Giovanni Gentile negli articoli della sua legge non ci andò di particolare cortesia con le donne.

Con la stessa risolutezza, fuori da quelle mura, c’era sempre chi volesse spiegarmi con chi avessi a che fare, ma non capivo un granché. C’è chi mi diceva che era un “neoidealista” e chi un “attualista”. Io sapevo soltanto che aveva un gran bella testa e che, per quanto si sforzasse, faticava a parlarmi in modo semplice, tornandogli scomoda ogni semplificazione.

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Raccontateci i Beatles e accenderemo insieme la luce

Quanti partiti abbiamo “provato”? Quanti volenterosi abbiamo allontanato? Quante strategie sbagliate? Quanto tempo abbiamo ancora? Quattro domande che mi sono posto dopo aver letto, su questo blog, il prezioso articolo del sen. Marco Follini.

 

Di seguito il link: https://ildomaniditalia.eu/la-voce-del-popolo-lurgenza-di-riaprire-le-scuole-di-formazione/

 

Come sempre si tratta di una concreta e seria analisi politica di Follini, ma nel profondo del mio cuore spero che possa anche essere una “call to action” per tutti i saggi umili.

Dopo la cancellazione forzata dei partiti della prima repubblica, che purtroppo per questioni anagrafiche non ho vissuto, ci siamo tutti persi nelle facili soluzioni. Qualcuno ha pensato di risolvere il problema della disaffezione con la personalizzazione della politica, altri hanno pensato che i partiti non avevano più ragione d’esistere, trovando nei “club” la soluzione.

L’articolo sopracitato mi rincuora. La strada intrapresa da “Forum al Centro” e da tanti altri gruppi e associazioni, è la via da seguire: prima il pensiero e poi il contenitore.  Il pensiero politico si forma con pazienza e passione gratuita, in scuole di formazione politica con strumenti digitali attuali, che i giganti della prima repubblica non avevano.

Adesso è arrivato il tempo di accogliere l’invito di Follini:

“Occorrerebbe riaprire le scuole di politica, ancor prima dei partiti, e riconoscere il valore sociale dell’impegno. Sarebbe un primo passo per restituire un po’ di luce alle nostre anime spente”. Aiutiamoci a vicenda ad accendere questa luce.

Israele respinge l’attacco dell’Iran, Biden invita Tel Aviv a non replicare.

Nuvole nere si addensano sul Medio Oriente e minacciano un definitivo disastro che potrebbe coinvolgere non solo l’intera regione. Quello che si è sempre ritenuto improbabile, durante questi maledetti sei mesi seguiti alla mattanza del 7 ottobre, ovvero un attacco iraniano diretto contro Israele, si è materializzato questa notte.

La svolta è stata impressa dallo sconsiderato bombardamento deciso dal governo israeliano ad un edificio dell’ambasciata iraniana a Damasco con l’obiettivo, raggiunto, di eliminare un importante esponente delle Guardie Rivoluzionarie, Mohammed Reza Zahedi. Un’ambasciata è territorio nazionale: dunque si è trattato di un attacco diretto alla Repubblica Islamica dell’Iran. Che inevitabilmente ha annunciato la vendetta, portandola a compimento in maniera fin troppo prevedibile.

La difesa israeliana, sostenuta da USA e Gb, ha dimostrato grande efficenza. Circa 200 droni e missili sono stati intercettati e abbattuti al 99% vanificando nella sostanza l’azione di rappresaglia di Teheran. “Un numero molto piccolo di missili – secondo le dichiarazioni del portavoce delle Forze armate israeliane, il controammiraglio Daniel Hagari – ha colpito il territorio israeliano, con danni minori a una base militare nel sud di Israele”.

Ora, la guerra di Israele a Gaza – quasi sei mesi di attacchi incessanti che hanno provocato oltre 33.000 morti per lo più civili e la distruzione di tutto il territorio e delle sue infrastrutture – è ormai giudicata eccessiva e sproporzionata anche da quanti, nella comunità internazionale, di Israele sono sempre stati amici e valutano con la massima severità l’orrendo pogrom orchestrato e attuato da Hamas. Ciò premesso occorre pure riconoscere che l’Iran degli ayatollah vuole la distruzione fisica di Israele e da anni sta utilizzando (finanziandoli e armandoli) i movimenti terroristici operanti nella regione allo scopo di indebolire Gerusalemme e di provocarla.

Hamas, che è un gruppo sunnita e non sciita (al contrario di Hezbollah e Houthi, effettivi ascari di Teheran) ha comunque lo stesso obiettivo di eliminazione dello stato di Israele e dunque i suoi attacchi periodici contro quest’ultimo, sino a quello del 7 ottobre, pianificato e attuato con brutalità assoluta, rientrano nella medesima logica iraniana ed infatti dal regime oscurantista di Teheran sono sempre stati difesi e sostenuti.

Non solo. Gli ayatollah perseguono un ulteriore obiettivo, di natura religiosa e politica al tempo stesso: allargare quanto più possibile nella regione la propria influenza culturale e ampliare l’area di adesione allo sciismo, competendo così con il fronte sunnita guidato dall’Arabia Saudita. E siccome gli “Accordi di Abramo” (che nel 2020 sancirono la pace e il riconoscimento reciproco fra Israele, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco) ai quali pareva orientata, pur con tutte le cautele del caso, anche l’Arabia Saudita, minacciavano sia questo obiettivo sia quello primario (ovvero la già ricordata distruzione di Israele) l’azione terroristica di Hamas se non proprio pianificata a Teheran (e comunque sul punto non si hanno certezze, né in un senso né nell’altro) è risultata perfetta ai fini desiderati: l’impossibilità per tempi lunghissimi e forse per sempre di uno sviluppo di quegli Accordi data la prevedibile e voluta reazione israeliana (che naturalmente c’è stata ed è anche andata oltre il tollerabile). A pagare sono stati i poveri palestinesi e non certo gli iraniani.

Ora, l’invito di Biden a mantenere la risposta israeliana sul terreno diplomatico e la pronta convocazione del G7 sono gli elementi di speranza per evitare una ulteriore escalation militare. Il Gabinetto di guerra si terrà in mattinata, difficilmente Israele accoglierà l’invito a mantenere i nervi saldi. La guerra è destinata a inasprirsi.

La Margherita, il pianeta che oggi sfugge al telescopio della politica.

L’esperienza della Margherita all’inizio degli anni duemila ha rappresentato una straordinaria novità nel panorama politico del nostro paese. È stato il primo progetto politico autenticamente plurale; un partito con una leadership politica diffusa, seppur guidata da un leader come Francesco Rutelli, ma del tutto alternativo rispetto alla deriva dei cosiddetti “partiti personali” o “partiti del capo”; e, infine, è stato un partito che attraverso il metodo del dialogo e della tolleranza ha saputo declinare un progetto politico autenticamente democratico e di governo.

Insomma, una scommessa politica che ha sicuramente innovato la cittadella politica italiana e che, al contempo, ha innescato un processo di modernizzazione che ancora oggi viene giustamente citato come un tassello decisivo per ridare qualità e significato alla politica.

Ora, senza indugiare sugli elementi che hanno contribuito al superamento organizzativo di quella innovativa esperienza politica, è indubbio che la Margherita resta una pietra miliare per chi crede nella cultura riformista e in una vera cultura di governo. E, soprattutto, per chi resta distinto e distante da ogni sorta di deriva massimalista, estremista, sovranista e soprattutto populista. Per dirla in breve, per chi resta lontano dalla prassi della radicalizzazione della lotta politica e dalla tentazione di annientare e di criminalizzare l’avversario/nemico politico, individua in un partito come la vecchia Margherita l’approdo più coerente e più calzante per una vera e credibile “politica di centro”.

Ma, per tornare all’oggi, se la Margherita resta indubbiamente un progetto a cui guardare con attenzione – seppur in un contesto politico profondamente diverso rispetto a quello in cui il partito di Rutelli, Marini, Dini e molti altri leader centristi era protagonista – è altrettanto indubbio che dopo il voto europeo è indispensabile attivare una iniziativa politica che sia in grado di recuperare quel ‘metodo’, seppur aggiornato e rivisto, e tradurlo nella cittadella politica contemporanea.

Anche perché persiste una domanda politica – definiamola genericamente di centro – che richiede un’offerta altrettanto adeguata e pertinente. Un’offerta che oggi, per svariate motivazioni e a tutti ben note, non riesce ad intercettare con serietà, coerenza ed intelligenza quell’enorme bacino elettorale. Che, guarda caso, o si rifugia nell’astensionismo o vota stancamente, e con inerzia, altri partiti riconducibili genericamente ad una cultura e ad un impianto politico centrista.

Ecco perché, quando parliamo del progetto politico, del modello di partito e dello stesso metodo organizzativo della Margherita, dobbiamo sapere che proprio quella esperienza ci obbliga ad intraprendere una iniziativa politica da mettere in campo e che può riscuotere un consenso che sino ad oggi non hanno avuto partiti, gruppi, movimenti o liste che hanno voluto scimmiottare quella storica ed irripetibile stagione. Ed è anche per queste semplici, ma essenziali motivazioni, che l’area cattolico popolare e sociale è fortemente impegnata a ricostruire un soggetto politico di matrice centrista e che, al contempo, abbia nella cultura riformista e di governo la sua concreta bussola di orientamento.

Una nuova Camaldoli europea a fronte di laceranti derive etiche 

L’estate scorsa il Card. Zuppi lanciò l’idea di una “Camaldoli europea”, un modo per mobilitare i cristiani del Veccho Continente attorno a un progetto analogo a quello avviato nel 1943 dai giovani Laureati cattolici, da cui prese le mosse la futura classe dirigente dell’Italia democratica. Oggi un’Europa a rischio di declino avrebbe bisogno di una nuova mobilitazione ideale e programmatica, anche con il forte contributo della coscienza collettiva dei credenti. Se non va bene il modello tecnocratico, avente come motore la burocrazia di Bruxelles, nemmeno può andar bene la visione unidimensionale dell’europeismo, senza rispetto per la realtà plurale delle tradizioni e dei valori di riferimento.

Fa discutere da giorni la risoluzione, approvata a maggioranza nel Parlamento di Strasburgo, con la quale si impegnano i Paesi dell’Unione a riconoscere il diritto all’aborto sicuro e legale. Un’indicazione lacerante perché, al di là di quanto fatto dalla stessa Francia con la costituzionalizzazione della “libertà” per la donna di ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza, si eleva la scelta dell’aborto a diritto fondamentale da difendere e tutelare. A questo precetto, senza distinguo e mediazione, si dovrebbero adeguare i legislatori nazionali.

Va da sè che un tale approccio radicale, molto diverso dallo spirito che sorregge l’impianto della legge 194, adottata in Italia nel 1978, genera legittime perplessità. Un conto è depenalizzare e quindi consentire, a certe condizioni, l’applicazione di una libera volontà della donna; altro è trasferire la scelta dell’aborto al piano dei valori e dei diritti, facendone una bandiera di civiltà. È un di più che non convince, anzi che turba, oltre gli steccati ideologici, la sensibilità di quanti hanno a cuore il “retaggio umanistico” dell’Europa.

I politici – e penso anzitutto ad Emma Bonino – dovrebbero riflettere sulle conseguenze. Non si può negare il rischio di depauperamento spirituale e politico provocato da una risoluzione che reca in sé l’imperativo di un laicismo assoluto, addirittura soverchiante la stessa logica della secolarizzazione. È una deriva etica, è stato detto; una deriva che la “politica d’ispirazione cristiana” ha la responsabilità di contrastare, usando la forza della moderazione; una deriva, infine, che non deve ingenerare pessimismo e rassegnazione, ma fiducia nella risorsa del dialogo, della discussione senza pregiudizi, del confronto costruttivo. Questo è il contributo che i cristiani sono chiamati a tradurre, come ci direbbe Aldo Moro, in una politica più attenta ed esigente.

La morte senza perché nella centrale idroelettrica di Bargi

Mario, Pavel e Vincenzo, rispettivamente un pensionato, un immigrato e un giovane sposo sono morti a 40 metri sottoterra travolti dalla esplosione di una turbina che ha generato una micidiale miscela di acqua, di fuoco e di fango. Alla fine, è mancata anche loro l’aria e ora li piangiamo come vittime del lavoro. D’improvviso, gli è venuta meno la radice della terra, travolti dai sentimenti funesti dell’acqua, arsi dall’energia maligna del fuoco, privi dei pensieri che un’aria putrida non ha dato modo di liberare.

Si tratta della centrale idroelettrica di Bargi. I tre uomini erano di generazioni diverse: chi con la primizia del matrimonio da poco consumato, chi con l’esperienza dell’età, chi da un paese straniero. Tutti mischiati in un unico tragico destino, confusi, quasi a non voler dar traccia della causa certa dell’accaduto. Si sono ritrovati al nono piano sottoterra nel girone di una turbina traditrice che gli ha tolto la vita. Insiemi ad altri dispersi, per come si è compreso, li hanno cercati anche nella profondità dell’ottavo girone, frodati da un destino che non ha tenuto conto di un futuro che non andava soppresso. La sentenza conclusiva è di 6 uomini che non faranno più ritorno alle loro case.

Scontate le tavole rotonde televisive con le lamentele proprie di queste situazioni. In media sono 800 i morti che ogni anno il nostro bel paese deve piangere perché caduti sul lavoro. Eppure, questa volta sembra esserci un sussulto in più, sembrando più difficile recriminare contro le solite deficienze di questi accadimenti. Questa volta si è trattato di collaudare una turbina e per questo erano state chiamate imprese esperte del settore. Certo, di solito è possibile prendersela con i sub appalti a cascata che non garantiscono la qualità della fora lavoro. I tre uomini erano invece riconosciuti come professionisti di comprovata capacità.

Si dice, giustamente, che le imprese appaltatrici sono ormai soggetti in grado di aggiudicarsi contratti, ma senza più strutturarsi con la dimensione organizzativa e quindi di manodopera che occorre per far fronte agli impegni assunti.

Da qui il virtuoso meccanismo dei subappalti o delle attività esternalizzate che genera polemiche per la sostanziale dequalificazione del personale dell’impresa contraente.

A questo si lamenta la difficoltà e inadeguatezza dei controlli per il rispetto delle norme di sicurezza. Si aggiunga che il calo demografico comincia a presentare il conto, dovendosi ricorrere a usurate maestranze e vecchi professionisti da affiancare a giovani a digiuno di competenze. Puntualmente la si è pure buttata in politica: è scattato l’allarme perché le centrali energetiche andranno a finire sotto il cappello delle Regioni, con tutto il carico di inefficienza e di sperpero del denaro pubblico che non raramente caratterizza quell’ente territoriale.

Si potrebbe andare avanti così ancora per molto a fare l’elenco delle contestazioni e delle perplessità che suscita la materia del lavoro e delle sciagure che l’accompagnano.

Ciò malgrado, qualcosa sfugge stavolta alla nostra accettazione del disastro e ci lascia pertanto inquieti e ancor più spiazzati per il futuro.

Ora è in ballo il tema dello sconcerto e della angoscia che ha fatto capolino nell’animo di chiunque all’apprendere del tragico incidente dei lavoratori di Burgi. Non è morto un manovale, caduto da un ponteggio perché privo di apposita imbracatura, lì dove non si è dato corso ad una prevista procedura di prevenzione. Se fosse vero che dalle parti di Suviana tutte queste contestazioni sono fuori campo, non resterebbe che una sola gelida conclusione. La morte si rinnova anche attingendo drammaticamente dai luoghi positivi delle fonti rinnovabili e fa il suo corso dentro o fuori l’impresa primaria o secondaria che sia.

Occorre allora rivedere la grammatica e smettere di usare espressioni improprie e peggio ancora illusorie. È bene farla finita con l’idea che ci sia sempre una causa dovuta a chissà quale negligenze e trascuratezza. Sarà vero per la maggior parte dei casi ma non per tutte le combinazioni.  Ci si deve rassegnare al fatto che nel corso del nostro transito umano non si muore anche sul lavoro ma anche di lavoro.

La sicurezza assoluta non esiste, proprio come in nessuna altra attività. Lo ha dichiarato l’ad di Enel Green Power, Salvatore Bernabei, in conferenza stampa a Camugnano. “Ci sono tante possibili cause” che possono aver provocato questa strage. Si traduce nella ammissione che molte e costantemente in agguato sono le ipotesi di incidenti quando si va per certi mari. Ha aggiunto come tutte le centrali hanno un sistema di supervisione e controllo che si chiama Scada. Almeno ci sarebbe da augurarsi che non sia scaduto mancando al suo compito.

Ferma ogni attenzione per la vigilanza e controllo dell’osservanza delle misure volte contro ogni possibile infortunio, resta una ineluttabilità. Anche il lavoro è una occasione di morte, tanto più se comporta attività che implicano un qualche grado di rischio e pericolosità. In qualche occasione è una responsabilità dell’uomo, altre volte una tragica fatalità. La morte è ingovernabile e screanzata, si aggira ovunque, anche lì dove le è stata lasciato uno spazio minuscolo da microscopio. Resta solo una certezza: di lavoro si muore.

L’Osservatore Romano | L’Europa e l’aborto, una deriva etica.

Andrea Tornielli

Quella di ieri (l’altro ieri per chi legge, ndr) è stata una giornata triste per l’Europa e per le sue istituzioni. Sancire che l’aborto, cioè l’uccisione deliberata del più indifeso degli esseri umani — per favore nessuno lo chiami “appendice” o “pezzetto di carne” — si trasformi persino in un diritto fondamentale, dice molto della deriva etica in atto. Non più tardi di lunedì scorso, è stata pubblicata una dichiarazione del Dicastero per la Dottrina della Fede approvata da Papa Francesco, riguardante la “dignità infinita” di ogni essere umano e un elenco non esaustivo delle violazioni a cui questa dignità è sottoposta oggi. Tra queste violazioni c’è l’aborto.

«Occorre più che mai il coraggio di guardare in faccia alla verità — si legge nel documento che riprende passi del recente magistero — e di chiamare le cose con il loro nome, senza cedere a compromessi di comodo o alla tentazione di autoinganno… l’aborto procurato è l’uccisione deliberata e diretta, comunque venga attuata, di un essere umano nella fase iniziale della sua esistenza, compresa tra il concepimento e la nascita. I bambini nascituri sono così i più indifesi e innocenti di tutti, ai quali oggi si vuole negare la dignità umana al fine di poterne fare quello che si vuole, togliendo loro la vita e promuovendo legislazioni in modo che nessuno possa impedirlo. Si dovrà, pertanto, affermare con ogni forza e chiarezza, anche nel nostro tempo, che questa difesa della vita nascente è intimamente legata alla difesa di qualsiasi diritto umano. Suppone la convinzione che un essere umano è sempre sacro e inviolabile, in qualunque situazione e in ogni fase del suo sviluppo».

È noto che la decisione del Parlamento, per entrare in vigore, necessita della ratifica unanime dei 27 Paesi che compongono l’Unione europea e l’unanimità in questo campo sarà difficilmente raggiungibile. Ma il segnale rimane: un’Europa silente, stanca, incapace di pensare con una sola voce iniziative diplomatiche per arginare la guerra in corso e il baratro verso cui il mondo si dirige a passo sempre più veloce; un’Europa incapace di farsi carico comunitariamente del dramma dei migranti e della necessità di soccorrerli evitando che il Mediterraneo continui ad essere un cimitero, ha mostrato di avere tra le sue priorità quella di consacrare come diritto europeo fondamentale una possibilità che peraltro la maggior parte dei Paesi membri dell’Ue già consente nelle rispettive legislazioni, e cioè l’uccisione di donne e uomini nella fase iniziale della loro esistenza.

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Titolo originale: Una giornata triste.

Per leggere il testo integrale

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2024-04/quo-084/una-giornata-triste.html

L’intervento nel 1957 di Italo Calvino sul settimanale della Dc 

1 – In quale direzione può ritenersi incamminata la giovane narrativa sorta e affermatasi in questo dopoguerra?

Un dato comune a tutta o quasi la narrativa sorta nel dopoguerra è di essere partita come testimonianza. Il primo atto d’ogni nuovo scrittore, in questo dopoguerra, è stato di testimoniare: sulla sua esperienza in guerra, su una situazione sociale del suo paese, oppure anche sul costume della sua borghesia. Questa letteratura di testimonianza (e spesso di testimonianza amara, di denuncia), non accenna ad esaurirsi: si può ormai considerare una funzione permanente della letteratura, Spesso i suoi autori saranno autori di un solo libro: libro che pure può valere molto, come verità umana ed universale. Le figure di scrittori si precisano partendo di lì; chi ha una sua ricerca autonoma da svolgere, la svolgerà, ma quel primo bisogno di testimoniare su una realtà amara che lo ha mosso a scrivere continuerà a contare.

2 – Quale è stato l’influsso delle letterature straniere sui giovani scrittori? È esatto apparentare la narrativa americana a quella parte della nostra letteratura che va sotto il nome di «realismo»?

Per noi che ci siamo educati durante la guerra o immediatamente dopo, la letteratura americana ha contato come una scuola. Oggi, un clima realista circola dappertutto, come circolano dappertutto le più diverse esperienze letterarie. Del resto, in Italia lo scrittore è sempre stato culturalmente portato a considerare la narrativa su un piano mondiale: Manzoni guardava a Walter Scott, Verga a Zola.

3 – Ritiene che il periodo della Resistenza abbia rappresentato un punto a favore per la giovane narrativa? E perché?

Per quel che mi riguarda, la Resistenza mi ha messo al mondo, anche come scrittore. Tutto quel che scrivo e penso, parte da quell’esperienza. Solo le rivoluzioni, i grandi movimenti rinnovatori, mettono in moto la coscienza, dànno diritto a dire. E quando nello sviluppo di quei movimenti segue un ristagno, una restaurazione, si hanno le epoche leopardiane o stendhaliane, come forse quella che stiamo vivendo.

4 – Risponde a verità l’affermazione che una buona parte della nostra giovane narrativa è legata ancora a schemi e formule di un ormai sorpassato provincialismo?

 

 

C’è ancora una certa debolezza nel senso della complessità dei rapporti. Molti fanno della narrativa regionalistica meridionale: ma non si può parlare del Sud se non vedendo i suoi rapporti col Nord, col mondo industrializzato. Né di qualsiasi altro ambiente se non tenendo presente le sue relazioni e contraddizioni con tutti gli altri ambienti.

 

 

5 – Quali tra i giovani narratori di oggi le sembrano i più profondamente impegnati, sia per l’acquisizione nei loro libri delle nuove realtà umane e sociali, sia per la vigile strutturazione del linguaggio narrativo?

È troppo presto per dirlo. Si può tracciare un quadro ormai preciso degli scrittori che lavorano da venti, venticinque anni (i nati attorno al 1910). Anche del gruppetto dei nati intorno al 1915, che lavorano da prima della guerra. Di quelli solo da una dozzina d’anni sulla breccia, si potrà dire a poco a poco.

 

[L’intervento di Calvino usciva su “La Discussione” del 29 Dicembre 1957 (anno V, n. 210). Tutti i contributi furono poi raccolti in volume: AA.VV., Inchiesta sulla narrativa contemporanea, Edizioni Cinque Lune, 1958]

Dibattito | Calenda vs Cuffaro? Una tempesta in un bicchier d’acqua.

È davvero una querelle speciosa e deprimente quella montata da Calenda  nei confronti di Totò Cuffaro.

Essa non ha nessun fondamento, se non per incardinarsi come l’espressione di una ennesima presa di posizione per inutili invettive che da un po’ di tempo Calenda sparge a destra e a manca, nelle vesti di saggio dispensatore di integerrime regole da codice etico, politico e istituzionale.

Così il leader di azione, nella ghiotta apparenza di una titolazione, obiettivamente travisante, non ha atteso che pochi minuti per lanciare i suoi strali.

La vicenda desta ancora più stupore per il fatto che in realtà la “reprimenda” di Calenda si incentra su un termine che Totó Cuffaro non ha mai pronunciato nell’intervista dell’altro ieri su Il Riformista.

Quell’espressione – “Controllo 140 mila voti” – non è altro che il frutto di una titolazione infelice, se non vogliamo vederci qualche fine malizioso.

E proprio nella scelta di quel titolo – nella sua versione completa: “Controllo 140 mila voti, con Renzi solo se c’è simbolo Dc. Matteo sbaglia a non candidarsi, dialogo anche con Salvini” –  che Calenda ha incentrato tutto il suo incontenibile livore.

Senza la necessità di alcuna indagine filologica, una semplice fugace lettura del testo ci svela il travisamento lessicale, operato nella titolazione dell’intervista attorno alle letterali affermazioni, espresse del segretario nazionale, a proposito del processo di riavvicinamento che sta avvenendo attorno alla Democrazia Cristiana, a partire dalla Sicilia.

Nella risposta di Cuffaro non c’è alcuna supponenza, o esibizione di potere. C’è invece il segno di una legittima idea di politica che non lascia adito a dubbi. Così alla domanda: “Che cos’è la sua nuova DC?”, ha affermato:

“Non è altro che la continuazione storica e ideale della Democrazia Cristiana che è ripartita dalla Sicilia, così come era partita tanti anni fa, con Don Sturzo e il suo partito popolare. Abbiamo risvegliato un sentimento che era sopito ma non scomparso nel cuore e nella testa delle persone in Sicilia. E ha funzionato. Oggi siamo un partito a doppia cifra con oltre 400 consiglieri comunali in tutta la Sicilia”.

E all’ulteriore domanda: “Quanti sono gli elettori che può muovere con la Nuova Dc?, eccone testualmente la risposta nella sua autenticità lessicale: «Con l’ultima elezione regionale, due anni fa, abbiamo mosso 140 mila elettori. Adesso dopo due anni di lavoro, di sacrificio, di congressi fatti in tutti i Comuni abbiamo fatto il congresso nazionale: siamo anche nel più piccolo comune siciliano, il più sperduto di mille abitanti. Abbiamo rimesso in piedi non solo un’idea, ma anche un metodo: quello di riunire le persone, farle tesserare e portarle a votare. Pensiamo in Sicilia di muovere 250.000 voti”.

C’è da chiedersi allora come ha fatto Calenda, così rigorosamente attento a tutto ciò che gli sta intorno, a non accorgersi della palese fuorviante trasfigurazione terminologica, dando credito ad un termine – “controllare” – che non compare in nessuna parte dell’intervista, ove invece si coglie un uso cortese (qui si pone il problema di quanto un politico deve stare attento alle insidie di certo giornalismo schierato) dello stesso verbo espresso nella domanda: “muovere” voti, che Cuffaro ha ripetuto per alludere alla quota di consensi totalizzata nel corso delle diverse elezioni locali e regionali ottenute in Sicilia.

Tutt’altra cosa, insomma rispetto ad una invettiva costruita su una “disinformazione giornalistica”, tanto disinvolta, quanto infondata. Per converso la risposta di Cuffaro si iscrive in linea con il ruolo primario che deve esprimere l’azione politica di un partito che, in una democrazia, ha tra i primi obiettivi, nel corso di una campagna elettorale, con il proprio progetto politico, di attrarre consensi.

È questo, principalmente, il ruolo di un partito, ossia: “…concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale” ed anche in forza dei trattati di adesione alla Ue, delle Istituzioni europee (di cui a breve ne ricorre il rinnovo) come sancito e tutelato dalla nostra Carta Costituzionale, art.11 e 49, nel rispetto delle procedure previste. Insomma si fa fatica a pensare che Calenda non abbia letto l’intervista. Forse gli è parso più plausibile soffermarsi (incolpevolmente?) e dare credito alla titolazione travisante che già spianava la strada, mediaticamente, alle intenzioni più ardite e malevoli rispetto a quanto detto nel contenuto dell’intervista.

In quell’interrogarsi sardonico, non certamente dai toni delicati, con il suo post su X, Calenda così stigmatizza: “Ma è possibile che Cuffaro, tornato alla ribalta dopo essere stato in carcere per favoreggiamento dei mafiosi, possa dichiarare impunemente di controllare 140.000 voti. Come li controlla? Per mezzo di chi o che cosa?”, ha finito per costruire una tempesta in un bicchier d’acqua, con una polemica, senza ragione e fondamento, denigratoria non solo per il segretario politico, ma anche per toccare inevitabilmente il sentimento di tanti elettori, traducendosi in una sorta di gratuito attacco alla reputazione del partito.

Peraltro l’onta appare essere ancora più inaccettabile per il fatto che, mentre non c’è nessuna prova o provvedimento della magistratura su illegalità e malaffare dell’azione politica della nuova Dc, emerge il chiaro segno di un radicato pregiudizio, su fatti passati e in relazione ai quali, all’esito di un iter carcerario, nel pieno rispetto delle statuizioni della magistratura, v’è stata una totale riabilitazione di Cuffaro, in attuazione dell’art.27 della Costituzione.

Ovviamente l’ingiustificata “filippica” di Calenda non poteva non suscitare la replica di Totó Cuffaro, che così si è espresso: “Calenda oltre ad essere insultatore è anche un bugiardo o non sa leggere”. “Nella mia intervista al Riformista dico che la Democrazia Cristiana per le regionali ha mosso 140 mila voti e che oggi ne vale almeno 250 mila. Le sue maldestre affermazioni, che mi fanno dichiarare che io controlli 140 mila voti e le sue subdole esortazioni a chiedere (a chi ?) come li controlli, sono ridicole, tendenziose e confermano la sua antipatia per la democrazia e la libera scelta per un voto ideale e di valori. Io al posto suo me ne vergognerei” (da Repubblica, sempre dell’altro ieri).

Qui davvero si pone il problema di quanto ormai il populismo abbia pervaso ed avvelenato il clima politico, in questa cosiddetta seconda o terza Repubblica, spingendo a spregiudicatezze inimmaginabili.

Così, non ci vuol molto a cogliere, in questo clamoroso scivolone di Calenda, se ancora non ce ne fosse bisogno, che non c’è più da parte di tanti leader di partito quella comune bussola nella quale si rifletteva tutta la tensione politica, non attraverso inventate demonizzazioni, ma su un confronto, anche aspro, ma leale, intessuto di analisi e di orizzonti, che comparava visioni di breve e lungo periodo che oltre ad animare il dibattito interno, portavano a delineare nuove progettualità programmatiche per assicurare avanzamento delle tutele e sviluppo al paese.

Con il risultato che a perdere ne è la vitalità politica dei partiti, sempre più effimera, tanto che si misura solamente secondo i canoni del qui ed ora, nell’assillante andirivieni dei sondaggi settimanali. Basta vedere le brevi parabole dei successi elettorali dei tanti partiti, in questi anni, da Berlusconi a Renzi, da Salvini ai 5 Stelle al Pd. Anche FdI sta volgendo in calo. Frutto perverso, tutto questo,  di un leaderismo sfrenato e di un bipolarismo sempre più polarizzato, mentre si è persa di vista la visione di lungo periodo che rendeva credibile anche la contingenza di talune scelte.

Quello stile e quella classe politica, riconducibile alla prima Repubblica era il collante che riusciva a muovere le tante sensibilità democratiche nella consapevolezza che ogni scelta si ancorava ai processi di elaborazione programmatica governati da equilibrio e credibilità progettuale e non da estemporaneità, improntitudine e avventurismo..

Quei partiti, tra cui principalmente la DC, erano il cuore pulsante di realtà identitarie che associavano, in concomitanza all’opera politica, la precipua formazione di una classe dirigente che sapesse mostrare competenza e lealtà istituzionale, in qualsiasi contingenza, sociale, economica e geopolitica della nostra Repubblica e del quadrante internazionale, guadagnandosi autorevolezza e rispetto.

Oggi, quella coerenza culturale ed identitaria, che ogni partito della prima Repubblica rappresentava, sembra essersi smarrita nei meandri di una consistenza valoriale sempre più liquida  finendo poi per essere facile preda del trasformismo identitario, che ha inficiato nella sua essenza valoriale ogni forza politica, oltre che nella sua espressione più speciosamente individualista da parte dei tanti  esponenti che se ne sono resi protagonisti.

Sebbene ci sia stata un’apparente assuefazione al fenomeno, il prezzo lo stiamo pagando sul versante di una partecipazione dei cittadini alla vita politica, sempre più esigua, mentre l’astensionismo ha investito quasi la metà degli aventi diritto al voto.

In questo quadro non appare una boutade affermare che, da qualche anno, i nostri governi non sono che l’espressione di una minoranza nel paese: altro che “tirannia della maggioranza” che, quasi come un paradosso, il Marchese de Tocqueville ne arrivava a definire l’intrinseca natura del potere che finiva per trovarsi ad esercitare il partito, o la coalizione, al governo, nelle moderne democrazie.

Cleopatra e il centurione innamorato

Gossip. Pettegolezzo. Quale impero ne è indenne? Nessuno. E così anche in quello di Cesare il pettegolezzo/notizia è arrivato. La sua Cleo è innamorata di un centurione che viene da una zona non molto distante dal centro dell’impero, ma è una zona ad alto valore storico essendo legata a Rea Silvia, la madre di Remo e Romolo, la latina che si ribellò al suo destino di vestale e generò con il dio Marte i due gemelli che fondarono Roma.

La gente di quei luoghi è fiera e guerriera, e questo non può che piacere a Cesare che è prima di tutto un uomo d’armi. E a quanto pare pure a Cleopatra che di guerre se ne intende, la gente che ha accolto Rea Silvia è degna di interesse. Tutti a commentare bisbigliando su come costui, un centurione all’apparenza come tanti al servizio di Cesare, abbia rapito il cuore della Regina Cleopatra/Meloni, e l’abbia a tal punto legata a sé – bisbiglio ancor più bisbigliato se possibile, che da lei aspetta un bimbo. Oh! Mentre il Senato e il popolo commentano, Cesare silenzioso ragiona.

Dunque il governo della sua amata Cleopatra/Meloni è costato un bel po’ di sesterzi e impegni con altre regioni dell’impero che non si sa come si potranno mantenere, una navigazione difficile per non dire travagliata, ma era stata annunciata come trionfante e di lunga durata. A bordo i due ufficiali e la ciurma mal assortita aveva fin da subito dato filo da torcere ma ora il malumore e le differenze con il capitano Meloni/Cleopatra sono evidenti anche al popolo tutto; il futuro non è proprio radioso ma incerto. Il popolo ha ancora fiducia ma è il capitano stesso che è stanco di mettere mano all’indisciplinata ciurma…e poi è innamorata e al cuore non si comanda è questo lo sa pure Cesare.

Cleopatra ha scelto il suo centurione e la centuria tutta ha fatto quadrato per proteggere l’amore così sbocciato e allietato dalla bella notizia. Cesare non se ne dispiace; prima di tutto, per orgoglio maschio, è uno dei suoi il prescelto e lui sa scegliere i suoi uomini, ne conosce il valore e i difetti, quindi è tranquillo; secondo, l’evento atteso impegnerà molto il capitano che pur essendo donna forte, quasi una piratessa tanto è volitiva, di certo dovrà rallentare necessariamente e poi scegliere un porto dove scendere e lasciare la nave di Cesare ad altro comando.

Ed ecco, la dea fortuna che protegge la mamma e il bimbo, mette sulla rotta il porto della Gallia Belgica che Cesare stesso conosce bene avendo descritto quelle genti nel suo De Bello Gallico, gente difficile ma fedele all’impero, con una potente guarnigione romana. Da lì, si può raggiungere in sicurezza Roma, quando si vuole. O Roma andare nella Gallia Belgica. È un’ipotesi per ora che gira nella mente di Cesare, ma potrebbe trovare il favore della regina Meloni/Cleopatra, che in un sol colpo si toglie dai piedi la ciurma riottosa e ingrata, si sfila dall’impegno preso con Cesare senza offenderlo e prende un prestigioso incarico nella Gallia Belgica che le consente di affrontare in serenità i primi mesi del pargolo in arrivo.

Cleopatra è madre, e lo ripete ad ogni occasione pubblica quando parla con il popolo, e dunque ora può mettere in pratica quanto detto per la seconda volta e in un modo diverso di come l’ha fatto con la prima figlia, per la quale si è molto rammaricata pubblicamente di aver sottratto tempo alla sua crescita, come tutte le madri che lavorano. Intanto incassa pure un primato nell’impero: prima donna a cui è affidato un governo, prima mamma in attesa. E il centurione innamorato che ha rapito il cuore della regina e anche il futuro radioso a cui il popolo ha creduto, è il vincitore dell’indomita regina.

La Voce del Popolo | L’urgenza di riaprire le scuole di formazione.

C’è anche un’eclissi che oscura il cielo della politica. Una caduta di passione civile da una parte. E dall’altra il venir meno di competenze e professionalità che forse a questo punto tornerebbero utili se non le avessimo trascurate e perfino dileggiate per anni e anni. La crisi del personale politico è figlia di quel dileggio.

La lunga predicazione populista ha lungamente descritto il sistema dei partiti come la sentina di tutti i vizi del nostro Paese. E quella descrizione ha finito per convincere un po’ tutti. Così, quei partiti che una volta erano luoghi affollati (fin troppo, a dire il vero) si sono progressivamente desertificati. E nel vuoto che s’è formato la politica è diventata spesso il rifugio delle persone più spregiudicate e meno competenti.  Una volta disonorato il mestiere, giocoforza ci si è affidati quasi solo a quelle persone che si trovavano più in sintonia con il sentimento antipolitico che andava – e va – per la maggiore.

Ora, nello scenario dei nostri giorni, che sia in prima o in ultima fila, c’è ancora una gran quantità di gente di valore, che nutre un’autentica passione civile. Ma se poi queste persone finiscono immerse in un racconto così sfi- duciato delle loro gesta e del loro mondo è fatale che non riescano più a interpretare un sentimento positivo. Così essi finiscono per farsi guerra a vicenda poichè solo l’evocazione del male altrui restituisce un minimo di valore al bene della propria causa.

Occorrerebbe riaprire le scuole di politica, ancor prima dei partiti, e riconoscere il valore sociale dell’impegno. Sarebbe un primo passo per restituire un po’ di luce alle nostre anime spente.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 11 aprile 2024

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

Carestia politica, il male oscuro dei partiti.

Puntuale come le stagioni meteorologiche è ripartito il dibattito sul ruolo delle correnti all’interno dei partiti democratici. Parlo dei partiti democratici – e in Italia ne sono rimasti davvero pochi – perché nei partiti personali e del capo, che sono la maggioranza nel nostro paese, il problema non esiste neanche a livello ontologico. Certo, il profondo malcostume politico che emerge da Bari e dalla Puglia, ma soprattutto da Torino e dal Piemonte, e che riguarda direttamente il comportamento concreto della struttura organizzativa del Partito democratico, non può che far ripartire il dibattito su questo benedetto rapporto tra le correnti interne e il partito nella sua complessità. E, altrettanto puntualmente, nasce il confronto con i partiti democratici del passato. Nello specifico, con il “partito italiano” per eccellenza, cioè la Democrazia Cristiana.

Ora, per evitare equivoci, fraintendimenti, falsità e anche ipocrisia varia, cerchiamo di essere d’accordo almeno su un punto – peraltro decisivo e fondamentale – che emerge in modo persin troppo palese confrontando i modelli dei due partiti, cioè della Dc e del Pd. E questo al di là e al di fuori di due modelli di società profondamente diversi tra di loro e del radicale cambiamento intervenuto a livello politico, sociale, culturale e anche etico. Perché sulle modalità concrete del far politica, almeno sotto il profilo del metodo, non ci sono differenze così rivoluzionarie tra ieri e oggi.

E allora diciamocela questa verità, al di fuori di qualsiasi presunzione. Nella Dc, che era un grande partito popolare, di massa, interclassista e anche plurale – per dirla con un termine contemporaneo – le correnti interne rappresentavano pezzi di società, erano espressione di una cultura politica definita dell’arcipelago cattolico del tempo, si facevano carico delle esigenze, delle ansie e delle domande di determinati ceti sociali e, infine, avevano un classe dirigente di riferimento ben individuata ed immediatamente percepita dagli elettori e dagli interlocutori politici.

Certo, anche in quella lunga stagione c’erano zone d’ombra e realtà discutibili, gruppi di potere e rappresentanze opache. Ma la struttura organizzativa del partito, a livello locale come a livello nazionale, si basava sulle grandi appartenenze correntizie. Dove, a volte, avevi anche l’impressione che si trattasse di ”partiti nel partito” talmente era rigida l’organizzazione, la proposta politica, il radicamento sociale e territoriale e autonoma l’elaborazione progettuale delle singole correnti. Sì, erano altri tempi e c’era un’altra società ma le correnti rappresentavano realmente pezzi di società e, di conseguenza, segmenti precisi dell’elettorato.

Mutatis mutandis, cosa sono oggi e soprattutto cosa rappresentano oggi le mille correnti del Pd? Per evitare di dare risposte singolari o scontate, sarebbe appena sufficiente commissionare un sondaggio – non pilotato o preconfezionato, come ovvio – tra gli elettori dem con una sola domanda: “voi conoscete le diversità politiche, culturali, sociali e programmatiche tra le crescenti ed innumerevoli correnti del Pd?”. Sarebbe curioso conoscerne la risposta…Ecco perché, e senza infierire ulteriormente su ciò che capita concretamente nella periferia del Pd – e non solo a Bari o a Torino – si impone una sola riflessione per ritornare al tema iniziale.

Nelle correnti del passato, e nello specifico nel partito democristiano, era quasi sempre la politica – e quindi i contenuti politici – a farla da padrone. Cioè era la proposta politica il motore decisivo della divisione tra le varie ed innumerevoli correnti dell’epoca. Sembra invece che il presente ci regali la carestia della politica. In particolare, nell’attuale Pd, a farla da padrone sono le aggregazioni clientelari e le cordate di potere che, non a caso, cambiano e si spostano così rapidamente che sfuggono addirittura all’attenzione degli stessi iscritti.

Per questi motivi è necessaria una iniziativa politica seria e senza sconti della segreteria nazionale del Pd. Per affrontare e risolvere una grande questione politica dove, a volte, recuperare il metodo del passato può ancora essere utile per sciogliere i nodi del presente.

Politica e televisione, la teoria dei vasi comunicanti.

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La legge di Stevin ci dice che due recipienti tra loro comunicanti, riempiti con uno stesso fluido e in presenza di gravità, vengono riempiti ad un medesimo livello, indipendentemente dalla loro forma.

La legge è un’equazione che, in idrostatica, deve il suo nome appunto al fisico fiammingo Simon Stevin, il quale la elaborò su base sperimentale nel 1568.

Come tutti i geni aveva compreso per tempo quello che avremmo noi compreso parecchi secoli dopo. Più rozzamente, ciascuno, al mondo d’oggi, può riversarsi da una parte all’altra portando un medesimo contributo.

Che politica e televisione siano complici è un dato scontato. Da quando è nato lo schermo, il suo “quinto potere” ha affascinato i protagonisti della politica che ne hanno progressivamente intuito il potere di gestione e di condizionamento delle masse.

Ad un certo punto, per un fenomeno di giustizia e di vendetta, i rapporti si sono invertiti. C’è stata una ribellione di una delle due parti rovesciando spietatamente i rapporti di forza. Lo schiavo ora ha in mano lo scettro di comando e il padrone supinamente gli obbedisce.

Anche i magistrati, più compostamente, non hanno disdegnato percorsi alternativi alla loro iniziale professione, così dirazzando tra letteratura e politica, senza restare, in ogni caso, incantati dalle sirene televisive. Sta di fatto che è interminabile la fila dei politici che ambiscono ad un passaggio televisivo. Solo davanti ad una telecamera sapranno di essere pienamente incoronati definitivamente tra quelli che contano.

L’obiettivo è inclemente. Ne riprende le qualità ma anche la pochezza, il buon proposito ma anche l’ipocrisia, il modo gentile di porgere parola e l’arroganza nel confronto, il look accurato od uno stile incerto. Se la politica facesse parlare solo per quello che produce, rinunciando più sobriamente ad ogni forma di immagine e di esposizione, forse ci guadagnerebbe.

C’è qualcosa di nuovo oggi nell’aria e non d’antico. Le carriere politiche di questi tempi nascono e muoiono nel giro di un baleno, la fine delle ideologie ha tolto lo sgabello d’appoggio a tutti quelli che inventano partiti a rotta di collo, spesso con una fine ingloriosa. Cadono, di solito, rapidamente nel dimenticatoio e non sanno a che aggrapparsi per evitare il precipizio dell’oblio.

C’è una àncora di salvezza inaspettata a soccorso di imprese politiche dagli scarsi esiti. La televisione è una mamma accogliente che si prende cura dei suoi figli rimasti orfani di poltrone e di pubblico.

Basta invertire i vasi ed il gioco è fatto. Il volto del rappresentante del popolo si è magicamente trasformato in star televisiva. In tempi di ecologia e sostenibilità il riciclo è cosa buona e giusta. Ciò che più sorprende di questa flessibilità è la capacità di indossare inaspettatamente ruoli in qualche caso estranei alla precedente pagina della propria storia.

Si legge sul web che Vladimir Luxuria è una scrittrice, personaggio televisivo, opinionista, direttrice artistica, attrice, cantante, drammaturga ed ex politica italiana.  Eletta nella lista di Rifondazione Comunista, ha saputo rifondare se stessa più volte ed è ora alla conduzione del noto format “Isola dei Famosi”, una sorta di prova di sopravvivenza alla fame ed alla angustia della natura selvaggia. Delle sue passate altre attività non sembra ci sia traccia indelebile nella memoria del nostro paese.

Anche Nunzia Di Girolamo, da Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali nel Governo Letta, è caduta nella rete di nostra maestra televisione come intrattenitrice ed arrivando finalmente alla conduzione del talk “Avanti popolo” rapidamente chiuso per carenza di ascolti.

La grintosa Alessandra Mussolini, ha un suo inizio di carriera come attrice senza ancora statuette da mettere in archivio. Si è poi votata alla politica con movimentati cambi di sigle partitiche. Di lei si ricorda la sua zuffa in video con la Ministra Belillo assestandole, durante un aspro dibattito, un calcio ben piazzato, più altre risse che è inutile ribadire. A dicembre 2020, in un’intervista a Il Tempo, dichiara di voler lasciare la politica per tornare a dedicarsi al mondo dello spettacolo.

Per il bene dell’Italia si è smentita poco dopo. Infatti, a novembre 2022 torna a essere eurodeputata, subentrando ad Antonio Tajani, eletto al Parlamento italiano,  e aderendo al Gruppo del Partito popolare europeo. La Mussolini si è agitata quindi da un cantone all’altro con ottima disinvoltura.

Infine, una notizia che può essere un motivo di consolazione per tutti gli italiani che di questi tempi non se la passano bene. Valentina Vezzali, campionessa di scherma e plurimedagliata, ha annunciato la sua gloriosa partecipazione sempre all’Isola dei Famosi, che è diventata terra d’approdo da chi non sa ritirarsi in buon ordine dalla smania di fama, sfamando nel contempo l’appetito di notorietà che li divora.

La nostra campionessa di fioretto 16 marzo 2021 giura come sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri nel nuovo Governo Draghi, con delega allo sport.  Oggi, dopo aver mancato nel 2022 la rielezione alla Camera dei Deputati, con una stoccata ben assestata, ci fa sapere che si cimenterà nuovamente in una competizione della quale non si avverte, a dirla tutta, una particolare nostalgia.

Lo schermo è diventato il vaso irrinunciabile di raccolta di quelli che temono la pubblica invisibilità più della morte. Per fortuna ci è ancora possibile la scelta di un canale da cambiare al momento giusto.

A questi ostinati protagonisti della cronaca quotidiana si potrebbe suggerire la bella poesia di Montale – “La storia” – che ci dice come non sia “magistra di niente che ci riguardi…” e  non è testimone di fatti che siano da monito per il futuro.

Insegna poi come l’anonimato sia non una condizione di condanna ma di salvezza. Registrare il proprio nome in qualunque storia, anche solo quella televisiva, non arricchisce di nulla, forse solo la tasca ma non più.

La Storia non ha alcuna incidenza nell’uomo rimanendo ad esso costantemente estranea. In attesa venga accolto l’indicazione di quella lettura, non resta che dire con il cuore colmo di speranza: Avanti popolo!

Dibattito |  La Reunion Bianca è solo rinviata

Sprovvisti del coraggio e della giusta determinazione con i quali ci si sarebbe dovuti impegnare nella raccolta delle firme necessarie per la presentazione di una lista unitaria di dc e popolari alle elezioni europee, i diversi capi e capetti delle numerose e sparse casematte della nostra area politica hanno scelto la linea delle “liste di scopo”, perseguendo più che un disegno politico di medio lungo respiro, il risultato immediato di qualche ambizione personale.

Fermi nelle loro consolidate posizioni di destra quelli dell’Udc di Cesa con la Lega e di Rotondi con Fratelli d’Italia, la Dc di Cuffaro e Grassi hanno scelto, mi dicono più per necessità e di risulta, la lista con Renzi-Bonino, così come gli amici di Tempi Nuovi.

La conclusione per Cuffaro non è ancora scontata, visti i mal di pancia sorti tra i radicali e gli europeisti e la rottura intervenuta tra Renzi e Calenda, mentre per Tempi Nuovi è nota la scelta fatta da tempo a favore della linea macroniana e del raggruppamento di Renew Europe.

Da parte mia e di molti amici di Iniziativa Popolare abbiamo sempre sostenuto l’idea di appoggiare in Europa il Ppe, in continuità con la migliore tradizione democristiana italiana, considerato che, di quel partito, la Dc fu socio fondatore e tenuto conto del programma approvata dal recente congresso di Bucarest, che esprime molte delle posizioni coerenti con i nostri principi ispiratori cristiano sociali.

Speravamo che Taiani, sulla cresta dell’onda, cogliesse la disponibilità offerta dalla Dc di Cuffaro, ma il rifiuto di aprire la lista del partito, da molti anni inserito stabilmente nel Ppe al simbolo della Dc, ha impedito questa possibilità. Diversa la situazione intervenuta con l’accordo con i Moderati di Lupi che, non a caso, ho valutato positivamente, cogliendo in esso l’avvio di un progetto possibile di ricomposizione dell’area politica di un centro italiano da troppo tempo privo di rappresentanza.

Qualche amico mi ha rimproverato che in tal modo si favorirebbe una scelta a sostegno della destra di governo, critica comprensibile se rapportata al quadro politico nazionale, ma, come ho più volte scritto, a giugno prossimo si voterà per l’elezione di deputati al parlamento europeo e da parte mia e di molti amici, trovo assai più coerente schierarsi con coloro che intendono sostenere il Ppe in Europa piuttosto che con quelli che, alla fine, nella peggiore situazione, potrebbero semplicemente diventare portatore di voti gratuiti per il partito di Macron. Dubito che elettori di provenienza Dc e popolare possano votare una lista guidata dalla radicale Emma Bonino, semplicemente giustificandosi col voto di preferenza a qualche amico presente in quella lista – anche se, nel tempo del trasformismo dominante, tutto potrebbe accadere. Qualche amico mi informa che probabilmente la lista di Calenda sarebbe disponibile a offrire qualche candidatura ad amici autorevoli dell’area cattolica. Scelta positiva, anche se pure Calenda, in caso di elezione a Strasburgo e a Bruxelles, si schiererà con Renew Europe. Per giunta, i giudizi che solo pochi giorni fa ha espresso a riguardo di amici dc, come Clemente Mastella, sono la dimostrazione di un’idiosincrasia per la democrazia cristiana (di Cuffaro) già esibita al tempo del rinnovo del consiglio comunale di Roma.

Alla fine, alle elezioni europee andremo divisi: a sinistra i popolari ancora inseriti nel Pd contribuiranno a rafforzare il gruppo del Pse; invece gli amici che voteranno la lista Bonino-Renzi o quella di Calenda, faranno squadra con Renew Europe; infine quelli che, come il sottoscritto voteranno per la lista di Forza Italia, avranno la certezza di sostenere il gruppo del Ppe, e, se ci sarà, come auspico, qualche nostro candidato d’area, la possibile elezione al parlamento europeo di un nostro deputato dc e popolare.

Divisi alle europee, dunque, ma guai se questo ci impedisse di riprendere, subito dopo il voto europeo, il progetto della nostra ricomposizione politica per il quale ci battiamo da molti anni.

Dopo quel voto, infatti, dovremo impegnarci tutti a concorrere alla costruzione di un centro nuovo della politica italiana, in grado di intercettare gli interessi e i valori dei ceti medi produttivi e delle classi popolari, nel quale trovino cittadinanze le culture politiche popolari, liberali, repubblicane e socialiste, che hanno fatto grande l’Italia, alternative a quelle della destra nazionalista e sovranista e della sinistra senza identità. Guai se perdessimo la speranza e abbandonassimo l’impegno per un obiettivo di grande valore per la realtà italiana.

Guardiamo a Moro per guardare avanti

La memoria di Moro è viva in mezzo a noi, anche in questo tempo di facili emozioni, presto consumate, e quindi di altrettanto facili distrazioni ed amnesie. È una memoria che segna il confine tra l’insoddisfazione per l’attuale dialettica impoverita dei partiti e la nostalgia – dunque, per i più giovani, il desiderio – di una politica vissuta all’insegna della complessità di parola e di pensiero. Moro è stato l’insuperabile maestro di una operosità riccamente motivata, per la quale le responsabilità dell’agire pubblico non possono essere assorbite nella spirale del puro pragmatismo. Più di altri ha saputo allegare all’impegno politico il rigore e la bellezza della creatività, per vincere la tendenza a trascurare le tensioni nascenti dall’esperienza democratica. Ha esercitato grandi ruoli ai vertici dello Stato, è stato in vario modo l’artefice e il difensore della centralità del suo partito, la Democrazia cristiana, ha pagato con la vita la determinazione con la quale immaginava di portare l’Italia al di là del Rubicone, rendendo compatibile e legittima nel quadro democratico l’alternanza di potere, fondamentalmente tra Dc e Pci.


Non era affatto il Kerenskji del compromesso storico, il cattolico disposto a dare le chiavi del potere a un partito – quello comunista – ancora vincolato all’ideologia marx-leninista ed esposto all’influenza dell’Unione Sovietica. Ambiva semmai a realizzare un disegno che avrebbe reso l’Italia un grande laboratorio politico, dando all’auspicato cambiamento del Pci, al riparo da qualsiasi ambiguità, il valore di una operazione finalizzata alla distensione internazionale e alla libertà nel mondo. Un disegno, insomma, di trasformazione a lungo termine, ma nel rispetto di regole e principi confacenti allo sviluppo di una società libera e solidale.

Ora, proprio nel compromesso storico Moro vedeva un rischio di svuotamento del pluralismo, prima nel tessuto civile e poi nell’ordinamento istituzionale, talché era alieno dal cedere sul punto: quella formula di compromesso, cara a Berlinguer, non entrò mai nel suo lessico politico. Il progresso esigeva la libertà ed essa, nell’orizzonte di un “umanesimo liberante” impresso nella lezione del cattolicesimo politico, costituiva la condizione imprescindibile del progresso. Moro incarnava, sotto questo aspetto, il motivo fondante della posizione democratica e cristiana: senza libertà non poteva esserci progresso.

D’altronde, la sua generazione aveva conosciuto la dittatura e la guerra, uscendo finalmente, dopo l’8 settembre, al sole della ritrovata libertà. Ecco cosa diceva ai giovani a mò di incoraggiamento dai microfoni di Radio Bari, l’emittente passata sotto il controllo degli antifascisti nei giorni successivi all’armistizio: “Oggi, nell’ora della rinascita della Patria, voi siete presenti ed attivi col vostro vero cuore in questa dolorosa primavera. Voi siete anzi, di questo tempo di riscossa, non solo gli artefici insostituibili, ma gli anticipatori […] C’è da riconquistare la nostra libertà. Il vostro sforzo […] ridarà all’Italia la sua libertà e le consentirà di sviluppare la sua vita nazionale nella linea della sua grande tradizione”.


E questo appello alla libertà, questa fiducia radicata nella coscienza dei veri democratici circa il fatto che per essa vive e si realizza la capacità degli uomini e delle donne di migliorare, avanzando verso mete di prosperità e di giustizia, resterà impresso in tutto il tempo a venire, passaggio dopo passaggio, specialmente quando le trame neofasciste e il rivoluzionarismo rosso avvieranno la stagione degli Anni di Piombo.

Bisogna riconoscere che l’antifascismo di Moro trovò espressione sempre più vigile ed allarmata dinanzi alle stragi che iniziarono a segnare la vita civile del Paese. Da quel momento, leggendo i discorsi dello statista pugliese, si nota come la libertà diventi per lui l’armatura a difesa delle istituzioni e a tutela degli interessi popolari. In occasione del suo ultimo governo, nel dicembre del 1974, non farà mancare il monito e la condanna per un fenomeno che non mostrava più il carattere del folclore nostalgico, ma s’incuneava minacciosamente nelle pieghe del tessuto democratico con l’obiettivo di arrestare o piegare il corso degli eventi, scardinando le basi costituzionali della nazione.

“È con profonda amarezza – diceva in quella circostanza – che si deve constatare come il fascismo rinasca dalle sue ceneri, dove lo avevano consumato la guerra esterna e la guerra civile, pur dopo trent’anni di normale vita democratica e di profonde innovazioni sociali e politiche”. E poi aggiungeva: “Per quanta efficacia possa esplicare il terribile gioco della violenza, per quanto ne risultino compromessa la sicurezza civile e minate le basi della convivenza, sia ben chiaro che non ci lasceremo sopraffare e che non sarà consentito ad un’infima minoranza di deviare il corso della storia e di annullare, con l’intimidazione ed addirittura l’uso della forza, il processo di riscatto civile e di elevazione sociale”. Moro, dunque, non ci parla di libertà in astratto e non ci offre un progresso senz’anima e valore.

Pur con un altro colore, “un’infima minoranza” ha comunque deviato il “corso della storia”, eliminando dalla scena, nel fatidico 1978, l’uomo più illustre dell’Italia democratica. L’eccidio di Via Fani è un tornante della storia. Un fiume lento ha cominciato a scorrere in altra direzione, con esiti a dir poco insoddisfacenti. Siamo giunti male, infatti, al superamento della democrazia bloccata; troppe ambiguità si sono riprodotte e mascherate, approfittando del naufragio dei grandi partiti popolari; tante fragilità, invece di essere sanate, hanno accompagnato il passaggio alla cosiddetta seconda repubblica. Al posto del “progresso nella libertà” abbiamo sperimentato una “libertà senza progresso”: l’Italia s’è scoperta più debole ed oggi sembra avanzare senza bussola. Populismo e sovranismo hanno mangiato la polpa della nostra democrazia.

Che fare, dunque? Siamo in un tempo che ci obbliga a riflettere sulla necessità di un nuovo riscatto. Nonostante tutto, una speranza ci deve ancora guidare e, grazie alla lezione di Moro, può in effetti guidarci oltre le nebbie di una politica depotenziata e immiserita, senza futuro. Il nostro impegno sta in questa scommessa di rigenerazione e cambiamento, per restituire forza a un disegno di progresso e di giustizia, avendo cura di una libertà che torni ad essere, in spirito di concretezza, una leva di “liberazione”. Per dare all’Italia un nuova, grande speranza di futuro.

 

Francesca Leoncini

Consigliere dell’Assemblea di Roma Capitale

Draghi all’Europa: un ordine globale differente impone l’unità.

In occasione della consegna, avvenuta l’altro ieri di un nuovo, prestigioso riconoscimento internazionale, conferitogli dall’American Academy in Berlin a New York, Mario Draghi ha pronunciato poche ma incisive parole sulle sfide che attendono l’Europa, che non mancheranno di far discutere decisori europei, in particolare quelli tedeschi, e i piani alti del potere americano.

“Il numero e l’importanza dei cambiamenti che l’Europa deve intraprendere per preservare la sua prosperità e la sua indipendenza – ha detto l’ex presidente della Bce – sono senza precedenti nella storia dell’Unione”. Come senza precedenti, almeno negli ultimi cinque secoli, è il ruolo che l’Occidente dovrà esercitare in mondo ormai divenuto multilaterale, iniziando a pensarsi come uno dei protagonisti e non più l’unico egemone.

Ma per Draghi esiste una bussola sicura nell’affrontare una simile epocale svolta geopolitica: “Nonostante l’incertezza che avvolge i prossimi mesi noi europei non perderemo di vista che il nostro futuro è costruito sulla nostra unità e che nello scegliere gli amici di questo viaggio verso un ordine differente, c’è un’àncora stabile che sono i nostri valori e la nostra fede nella democrazia, nella libertà e nell’indipendenza”.

L’obiettivo per l’Europa, cercando di recuperare il tempo perduto, è innanzitutto quello di iniziare a pensarsi come uno dei vari centri a livello globale entro cui si articoleranno gli equilibri del nuovo mondo post-unipolare. Starne fuori, o rischiare di rimanere succubi di qualche altra potenza, avrebbe conseguenze indesiderabili. Da qui il richiamo all’indipendenza che si ottiene in concreto solo se l’Europa saprà dare prova di una maggiore unità.

Draghi ha quindi fatto un riepilogo delle condizioni che consentono all’Europa di essere all’altezza delle sfide. Innanzitutto una “politica estera che affronti le vulnerabilità con un’unica strategia, sia rimuovendo internamente le barriere che limitano il nostro potenziale sia garantendo esternamente le risorse a cui nessun Paese europeo può accedere da solo”. E in questa luce risalta il fatto che nel XXI secolo il rapporto con l’Africa, che vede ormai l’Italia capofila europea, è diventato indispensabile per l’Europa, mentre non lo è più il rapporto dell’Africa con l’Europa occidentale, avendo trovato l’Africa altri partner strategici nel mondo per il proprio sviluppo.

Con il “nuovo mondo” sempre più frammentato, ha ricordato l’ex premier, “l’Europa è divenuta strategicamente ed economicamente più vulnerabile. In un mondo in cui l’economia è sempre più usata come arma geopolitica, l’apertura dell’Europa è divenuta una vulnerabilità strategica. Ci troviamo ad affrontare minacce fisiche, che non abbiamo la capacità militare e la sicurezza per contrastare”. Per questo – ha osservato Draghi – l’Europa deve “aumentare la nostra capacità di difesa riducendo la costosa frammentazione della spesa europea”.

Si può dire quindi che Draghi ha usato l’occasione di parlare a influenti ambienti del potere americano “realista” (tra i fondatori dell’istituzione promotrice dell’evento per il suo 25° anniversario figura Henry Kissinger) e del potere tedesco, culturalmente restio all’unione di bilancio europea, ribadendo le priorità per un percorso che porti l’Europa a stare a galla e avanzare anziché affondare nell’irrilevanza, nel cambiamento dell’ordine mondiale in corso. L’autorevolezza delle sue opinioni rende Mario Draghi una riserva per l’Europa, una figura decisamente sui generis, capace di intercettare le preoccupazioni, diverse e talora confliggenti delle due sponde dell’Atlantico, e nel contempo di rassicurare le diverse posizioni presenti in Europa, soprattutto quelle fra il Nord e il Mediterraneo.

Nella prospettiva di un voto europeo che probabilmente non sarà in grado di dare un chiaro responso politico, la figura di Mario Draghi potrebbe divenire quella capace di registrare la maggiore convergenza dei governi dei 27 per il ruolo di presidente della Commissione Europea. Un’ipotesi che, a mio avviso, non va vista solo come un segnale di debolezza per la politica ma, data la situazione straordinaria del tempo attuale, come un’occasione per una nuova ripartenza dell’Europa con quel cambio di mentalità che è richiesto dal cambiamento d’epoca in corso.

Lavender è il Terminator di Israele

Sembra che se le dessero di santa ragione anche ai tempi dell’Homo Sapiens. Da allora ad oggi, c’è stato comunque un salto di tecnologia. Delle otto specie umane differenti dalla nostra, siamo sopravvissuti solo noi, i più feroci e pericolosi.

La pace deriva dalla radice indoeuropea “pax” che sta per pattuire, unire, saldare etc etc. Tutta questa è roba vecchia. La parola, di questi tempi, ha perduto ogni sua rilevanza, ha un peso specifico insignificante fuori da ogni scala di misura. È una pronuncia priva di suono, monca nella intenzione e nel fiato, nessuna traccia di un soffio che le dia vita.

Gli Israeliani hanno attivato purtroppo una risposta perfettamente proporzionata alla mattanza degli oltre 1200 civili sterminati gratuitamente dalla gentaglia di Hamas. A completamento, i prigionieri non più nelle mani degli assassini riferiscono di violenze e di stupri subiti. Non proprio una gita giornaliera al luna park.

Così il popolo eletto di Dio ha risposto con tutto il fuoco che ha avuto a disposizione, stanando per ogni dove ovunque ci fosse puzzo di banditi. Si sperava in una risposta “sproporzionata”, quindi di calibro minore, diverso dall’offesa subita. Così non è stato.

Si è poi fatto ricorso all’uso di “Lavender”, un programma di intelligenza artificiale che ti dice dove, come, quando e chi colpire. Il sistema ha messo nel mucchio appartenenti ad Hamas, relativi familiari e altri potenziali contatti, individuando oltre 37000 obiettivi.

Alla fine, qualche uomo con le stellette approva il da farsi in meno di una manciata di secondi, dando seguito all’azione che Lavender suggerisce per la giornata. Si gettano sugli obiettivi le “dumb bomb”, le bombe stupide che costano assai meno di quelle intelligenti. Centrano senza troppo riguardo i predestinati, insieme a tutti quelli che in quel momento hanno la sventura di ronzargli attorno.

C’è solo un piccolo particolare, una notizia passata ad un telegiornale nazionale, detta per amore di verità ma quasi tra i titoli di coda, sperando nella scarsa attenzione dei telespettatori, quasi biascicata perché non fosse del tutto intesa. Lavender sembra che proceda facendo ingoiare l’idea di un danno collaterale pari a 20 vittime, un ammissibile sacrificio, pur di far fuori un solo nemico.  In caso di uccisione di un alto rappresentante di Hamas i danni collaterali sopportabili sarebbero valutati fino a 100 vittime.

Se è vero che Lavender ha un margine del 10% di errore, è facile contare ad oggi oltre 3000 morti del tutto innocenti, a cui vanno aggiunti i morti collaterali di cui si è appena detto. Lavender non è solo ma affiancato anche dal programma “Gospel”, che individua le strutture da abbattere ancor prima delle persone. Per chiudere il cerchio, in campo è anche “Where’s Daddy?” che ha il compito invece, più intimo, di indicare se il terrorista è dentro la sua casa, nel raccoglimento familiare. Lì sarà più facile eliminarlo.

I nomi fanno sorridere. Si va dalla intensa musica gospel alla ricerca di un papà da trovare, sino ad arrivare al profumo di lavanda che in tempi antichi era usata come pianta per la purificazione del corpo.

La pianta era usata infatti per lavarsi. Oggi potrebbe tornare utile per lavarsi anche la coscienza, scaricando ogni responsabilità su un programma tecnologico dal quale è facile prendere, quando occorresse, le distanze.

Lavender richiama, ad orecchio, un po’ le cinque guerre di Vandea di qualche secolo fa, che sembra abbiano prodotto intorno ai 200.000 morti. Speriamo non costituisca una ulteriore fonte di ispirazione della nostra brava Intelligenza Artificiale.

Basterebbe forse ispirarsi ad una più semplice lavata di capo, se non dei piedi, e chiudere finalmente la partita. Il danno collaterale fa parte in pieno della partita. Non c’è da stupirsi. Possiamo solo sperare che non ci sia il proposito di proporzioni più ingenti. C’è solo un programma che gira a vuoto. Ha un nome sinistro, che stona all’orecchio degli attori della contesa: “Where’s the peace?”.

Il Pd s’affida a improbabili codici etici

I codici etici sono come gli ordini del giorno. Non si negano a nessuno. Anche perché, sia per gli uni che per gli altri, di norma vengono approvati quasi sempre all’unanimità e poi, altrettanto puntualmente, non approdano a nulla di concreto. Ora, di fronte al malcostume – l’ennesimo, per la verità – che ha sfregiato il Partito democratico a Bari, in Puglia e soprattutto a Torino e in Piemonte, decolla con rara tempestività la stesura di un rinnovato codice etico.

Non essendo più sufficiente nè un regolamento e, tantomeno, uno Statuto, ecco sfornare un novello codice etico per i prossimi candidati. A qualsiasi livello. Non è difficile prevedere il film. Discussione negli organismi di partito; accuse violente ed aggressive contro il sistema correntizio; interventi da parte di tutte le correnti contro il malcostume strisciante provocato dalle correnti di potere; approvazione all’unanimità del codice etico. Fine della discussione e convocazione immediata del tavolo delle correnti per la composizione degli organigrammi, la scelta delle candidature e la designazione delle nomine del momento.

Ora, per evitare questo epilogo simpatico ma anche un grottesco, e seppur senza alcuna deriva moralista ma anche senza l’ennesima ipocrisia, credo che la segretaria nazionale del Pd che era ed è radicalmente estranea ed esterna – per la sua formazione personale, per il suo stile e per la sua cultura – a qualsiasi concezione clientelare della politica o, peggio ancora, alla commistione tra affari e politica, ha la possibilità concreta di invertire la rotta che sin qui ha trionfato nel Partito democratico. Perché il malcostume di Torino e del Piemonte non è affatto una eccezione rispetto al quadro nazionale del partito ma, purtroppo, è un sistema che si può espandere rapidamente in un contesto dove l’assenza della politica e del dibattito politico sono stati semplicemente sostituiti da gruppi di potere e da camarille che vengono costruiti unicamente per la distribuzione del potere nel partito e poi, e di conseguenza, nelle istituzioni.

Si tratta, cioè, – anche se l’operazione non è affatto facile nè rapida – di far sì che gli organismi di partito non vengano più composti unicamente attraverso questi gruppi di potere ma siano l’espressione di culture politiche, di mondi vitali della società e della vivacità dell’elettorato di riferimento del Partito democratico. Del resto, anche perché non c’è nulla di particolarmente rivoluzionario da imparare, è appena sufficiente verificare cosa capitava in un altro grande partito popolare del passato – anche se il Pd è tutt’altra cosa dalla Dc – per arrivare alla conclusione che le correnti o le aree o le componenti hanno un senso all’interno di un partito solo se sono rappresentative di un pezzo della società, se sono espressione di una cultura e, infine, se hanno una classe dirigente di riferimento autorevole e qualificata. Elementi e tasselli che non hanno nulla a che fare con le regole, i regolamenti, gli statuti e soprattutto con i codici etici.

È la politica, al contrario, e giunti a questo stato di degrado, che deve trionfare e prevalere. Gli accorgimenti organizzativistici sono del tutto inutili. O meglio, non riescono né a condizionare e né a moralizzare la vita di un partito che resta scientificamente organizzato e plasmato attorno ad un modello ormai del tutto logorato ed improponibile.

Ma per centrare questi obiettivi sono necessari alcuni ingredienti di fondo. Dal coraggio alla coerenza, da una precisa determinazione alla volontà di ricreare un nuovo modello del partito. Frutto di un progetto politico da mettere in campo e non il prodotto dell’ennesimo maquillage di cavilli e di norme organizzativistiche. In discussione, infatti, non c’è solo il futuro del più grande partito della sinistra italiana ma anche, e soprattutto, il cambiamento e il rinnovamento della intera politica italiana.

Tra Tajani e Marina Berlusconi un gioco delle parti?

Ieri, riferisce Repubblica, Marina Berlusconi aveva voglia di parlare di politica. «Spero che alle Europee i partiti euroscettici vadano male». E poi, all’incalzare del giornalista, aggiungeva: «Credo che abbia molto senso e che sia giusto votare per Forza Italia che è un partito che nell’Europa crede per davvero e che ha l’Europa nel suo dna. Vista la situazione di tutto abbiamo bisogno meno che di un’Europa fragile […] Mi auguro che non facciano un buon risultato, che non crescano o crescano poco i partiti euroscettici». Naturalmente Salvini non deve averla presa bene.

Invece, come è ovvio, a prenderla bene è stato Tajani. «Ringrazio Marina Berlusconi – ha detto prontamente il segretario – per le parole di sostegno: dal primo giorno Marina e Piersilvio non hanno mai neanche per un minuto abbandonato il sostegno al movimento che hanno definito la più importante creatura del padre […] Le sue parole ci incoraggiano e ci fanno piacere: apprezziamo la sua discrezione. Ci sostiene sottolineando anche la differenza dei ruoli. Lei è una grande imprenditrice, col fratello segue le orme del papà».

Tajani indubbiamente si sente rinfrancato per un assist che rafforza la sua leadership sorniona e rassicurante. Qualche commentatore, nei giorni passati, lo ha persino paragonato a Forlani. Un’offesa, naturalmente alla memoria, per il flemmatico leader moderato della Dc. A Forlani si poteva addossare la colpa di una politica del rammendo, giocata all’ombra della mediazione, non di mancare di nerbo e di principi. Tajani è solo rammendo, per giunta senza grazia.

Cos’è Forza Italia sotto la sua guida? Dire che in Italia incarna la posizione del popolarismo europeo sembra un’ovvietà, essendo Tajani un vice presidente del Ppe, ma dietro l’ovvietà fa capolino il dubbio o peggio ancora lo sconcerto. Oggi il Ppe combatte i partiti euroscettici – quelli che la stessa primogenita di Berlusconi spera di vedere sconfitti alle elezioni – ma con essi in parlamento e nel governo gli Azzurri fanno squadra. Invece di combatterli, ne consolida il posizionamento e quindi l’abilità di manovra derivante dal potere.

Sembra dunque il gioco delle parti: la famiglia, impegnata ad estendere le sue Tv in Europa, si mostra contraria ai sovranisti; il partito, accomodato alla bell’e meglio sul carro meloniano, si attesta a difesa della unità del destra-centro. La logica degli affari obbliga a tener conto del potere oltre le Alpi, il calcolo della politica, come che sia, a sedere accanto ai nazionalisti e agli euroscettici. A quella destra, cioè, che i Popolari europei considerano un pericolo. Quousque tandem…?

Palestina, fermi i colloqui di pace. Biden pensa alla mediazione svizzera.

Foto di Barbara da Pixabay
Foto di Barbara da Pixabay

Hamas non ha ancora risposto all’offerta fattagli da Israele con la mediazione di Stati Uniti, Qatar ed Egitto durante l’ultimo ciclo di colloqui per il cessate-il-fuoco e la liberazione degli ostaggi che si è svolta al Cairo nel fine settimana. Lo ha dichiarato il consigliere per la sicurezza nazionale statunitense, Jake Sullivan.

“Ho parlato con il primo ministro del Qatar, lo sceicco Mohammed [bin Abdulrahman bin Jassim Al Thani], questa mattina [ieri per chi legge, ndr.] Non ha ancora una risposta da Hamas. Gli ho fatto pressione per cercare di ottenere una risposta da loro il prima possibile”, ha detto Sullivan durante un briefing con la stampa.

Il direttore della Cia William Burns si è recato domenica al Cairo, in Egitto, per partecipare a una “maratona” che si è protratta fino a tarda notte. I rappresentanti di Stati Uniti, Israele, Qatar ed Egitto hanno partecipato all’incontro e gli ultimi due hanno comunicato con Hamas durante i colloqui, ha dichiarato Sullivan.

Secondo Sullivan, Israele ha fatto “alcuni passi in avanti” in termini di quello che il Paese ha messo sul tavolo per raggiungere un accordo con Hamas.

Negli ultimi mesi ci sono state diverse tornate di colloqui per il cessate-il-fuoco nella Striscia di Gaza, ma finora sono fallite. Al Thani ha affermato che l’opposizione di Israele al ritorno dei palestinesi nel nord della Striscia di Gaza sta ostacolando i progressi nei colloqui per la tregua, che si sono arenati sugli stessi punti discussi a Parigi a marzo.

Il 7 ottobre, il movimento integralista islamico palestinese Hamas ha lanciato un attacco missilistico su larga scala contro Israele e ha violato il confine, attaccando sia i quartieri civili sia le basi militari.

Intanto si apprende che il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, intende partecipare alla prossima conferenza di pace sull’Ucraina ospitata dalla Svizzera. Lo ha riferito il quotidiano svizzero Neue Zurcher Zeitung (Nzz), che cita persone informate sulla questione. Washington non ha ancora dato conferma, che probabilmente ci sarà poco prima dell’evento, soprattutto perché Svizzera e l’Ucraina non hanno ancora inviato gli inviti ai Paesi partecipanti. A inizio aprile, i media hanno riferito che la conferenza potrebbe svolgersi dal 16 al 17 giugno, con la partecipazione soprattutto dei Paesi del Sud globale. Il 15 gennaio, la presidente svizzera Viola Amherd ha dichiarato che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha chiesto a Berna di ospitare un vertice di pace sull’Ucraina. Kiev vuole che la comunità internazionale approvi il piano di pace in 10 punti di Zelensky, spesso indicato come “formula”, ha dichiarato la presidenza ucraina.

Il ministro degli Esteri svizzero Ignazio Cassis ha poi affermato che la Russia deve partecipare a qualsiasi processo di pace relativo al conflitto ucraino. Il 23 gennaio, il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov si è incontrato con Cassis e gli ha detto che Mosca ha preso in considerazione la decisione di Berna di allontanarsi dai suoi principi di neutralità e di sostenere pienamente Kiev. Il 3 febbraio, la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova ha dichiarato che il potenziale della Svizzera come “onesto mediatore” nella risoluzione del conflitto si è esaurito, con Berna che “aderisce ciecamente” alle politiche di Stati Uniti e Unione Europea.