Home Blog Pagina 445

DomaniLibri | E uscimmo a ragionar sul centro

 

Redazione

 

Dunque, si riparte dal Centro. E non solo per una distrazione politica o, peggio ancora, politologica. No, questa volta il Centro può rappresentare una speranza e una prospettiva concreta non solo per mettere in discussione un ‘bipolarismo selvaggio’ che rischia di allontanare sempre di più i cittadini dalle urne radicalizzando in modo esponenziale lo stesso confronto politico. Perchè riscoprire, oggi, la “politica di centro” significa anche ridare un’anima alla politica italiana e riscoprire una qualità della democrazia che in questi ultimi anni si sono pericolosamente inariditi. E, accanto alla “politica di centro” si tratta di verificare, concretamente, se può decollare anche un vero e proprio soggetto politico di centro, oltre all’esperienza dell’ormai ex “terzo polo”. Un luogo di centro di cui si sente il bisogno e che può rappresentare la vera scomposizione e ricomposizione del quadro politico italiano.

 

È persin naturale aggiungere, come si sottolinea con forza nel libro, che un ruolo decisivo se non addirittura determinante per la costruzione del Centro viene dalla cultura e dalla tradizione del cattolicesimo popolare e sociale. Soprattutto dopo la svolta radicale, libertaria e massimalista della sinistra a trazione Schlein e la presenza di una destra ancora troppo identitaria. Un Centro, però, che non potrà non essere fortemente dinamico, riformista, democratico e di governo. Un Centro, infine, che dovrà essere al suo interno marcatamente “plurale” e popolare e che non venga confuso con una banale e semplice riedizione di un aggiornato e rivisto partito liberale o repubblicano o tardo azionista come pensa il capo di Azione Calenda

 

Per questi motivi la sfida del Centro, oggi, è una scommessa tutta politica, culturale e programmatica. Senza nessuna tentazione nostalgica o fuga trasformistica. Ma solo e. soltanto con la forza disarmata delle idee, della cultura politica e della progettualità della politica.

Interris | Nuova biografia su don Milani a 100 anni dalla nascita

Giacomo Galeazzi

 

Nel centenario della nascita di don Lorenzo Milani esce la biografia (TS Edizioni) sulla profezia del sacerdote educatore. Mario Lancisi ne traccia il ritratto attingendo a nuove lettere, scritti e testimonianze. Tra le quali spicca la corrispondenza tra don Milani e Adele Corradi, insegnante a fianco del priore alla Scuola di Barbiana. E quella con Francuccio Gesualdi, che con il fratello Michele ha vissuto per tredici anno in canonica con il sacerdote. Il libro sulla straordinaria vita di Lorenzo Milani, morto a soli 44 anni, racchiude oltre mezzo secolo di studi sul priore di Barbiana.

 

Il “fil rouge” dè quello di un profeta religioso e civile che ha marcato profondamente la storia del Novecento. “Basti passare in rassegna le sue opere principali per rendersene pienamente conto- osserva Lancisi-. Con ‘Esperienze pastorali’, uscito nel 1958, don Milani anticipò la riforma religiosa che, a partire dall’autunno del 1962 verrà realizzata dal Concilio Vaticano II. Figlio della Chiesa di papa Pacelli, don Milani con il suo coraggio schiude gli orizzonti al tempo nuovo del cristiano copernicano, secondo una fortunata definizione di Ernesto Balducci“.

 

 

 

Nel segno di don Milani

 

L’interesse dell’autore per il priore di Barbiana è nato da una bocciatura scolastica. Figlio di una famiglia poverissima, viene respinto e posto così davanti al bivio se proseguire gli studi o abbandonarli per andare a lavorare. “Non ricordo chi, ma in quell’estate di rabbie e pensieri corti, qualcuno mi suggerisce di leggere ‘Lettera a una professoressa‘ – racconta Lancisi –. Già l’incipit inizia a farmi sobbalzare il cuore: ‘Cara signora, lei di me non ricorderà nemmeno il nome. Ne ha bocciati tanti. Io invece ho ripensato spesso a lei, ai suoi colleghi, a quell’istituzione che chiamate scuola, ai ragazzi che respingete. Ci respingete nei campi e nelle fabbriche e ci dimenticate”. Aggiunge Mario Lancisi: “Procedo nella lettura tra voglia di ridere e di piangere. La Lettera esprimeva tutto quello che io sentivo dentro, ma non sapevo tirare fuori per timidezza, mancanza di cultura e di capacità di usare la parola come fionda dei sentimenti. È la grande lezione di don Milani: se un povero possiede la parola è come se possedesse la fionda usata da Davide contro Golia“.

 

[Titolo originale: Nel centenario della nascita, la profezia educativa di don Lorenzo Milani]

 

Continua a leggere

https://www.interris.it/la-voce-degli-ultimi/milani-lorenzo/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=giornaliera

Sul Primo Maggio il governo Meloni va fuori centro

Giuseppe Davicino

Al di là del merito, il Consiglio dei Ministri di oggi, convocato deliberatamente e con intenti di sfida il giorno del Primo Maggio, risulta, per il modo con cui è stato sbandierato, inopportuno e costituisce un grave errore politico.

Non si era mai visto sinora un governo così ossessionato dalla comunicazione al punto da farsi guidare più da social manager a caccia di “like” effimeri che dal buonsenso politico in occasione di una giornata così sentita e così evocativa come la Festa del Lavoratori. Un Esecutivo che entra così a gamba tesa nella ricorrenza che è del popolo del lavoro, delle organizzazioni sociali che lo rappresentano, mostrando di voler occupare uno spazio che non è il proprio, non nascondendo l’intento di oscurare quello dei naturali protagonisti della festa del lavoro, dimostra una preoccupante lacuna nel rispetto della distinzione fra il campo della politica e quello della società civile.

Le modalità sbagliate con cui il governo Meloni ha inteso gestire il “decreto lavoro” si sono  tramutate in un vistoso assist per l’opposizione che coglie nel segno quando le definisce una provocazione, come ha fatto la segretaria del Pd Schlein, sia nel metodo che nel merito. Quello che ci si deve attendere è che il governo, dopo aver riconosciuto questa gratuita mancanza di rispetto al Primo Maggio, si proponga, come auspicato dal segretario Cisl Sbarra, di avviare un dialogo sociale serio, oltre l’estemporanea convocazione dei sindacati alla vigilia del cdm odierno.

I provvedimenti annunciati dal governo in materia di lavoro andranno calibrati nel concreto in rapporto a molteplici esigenze quali la riduzione della precarietà del lavoro e della disoccupazione, l’adeguamento dei salari all’inflazione per sostenere le famiglie e la domanda interna, con particolare attenzione agli stipendi più bassi e al lavoro povero.

Tenendo conto del fatto che la coperta è stretta. I margini di manovra per la leva fiscale sono esigui. E la premier di ritorno da Londra, avrà avuto modo di rinfrescare il ricordo del governo britannico di Liz Truss, il più breve della nazione, naufragato proprio sullo scoglio della riforma fiscale. La Meloni ha dalla sua parte il fatto di aver saputo mantenere un rapporto di collaborazione con l’Ue, una gestione dei conti pubblici rassicurante per i fatidici mercati, di aver proseguito il piano avviato dal suo predecessore per l’indipendenza energetica del Paese, che si sta trasformando addirittura in un hub energetico continentale, e proseguito ad aumentare la quota  del debito pubblico collocato ai risparmiatori italiani. C’è un equilibrio, una solidità di fondo del sistema Paese, che è merito di tutti, e non solo della politica, che fa ben sperare per la ripresa economica, con più opportunità di lavoro e con retribuzioni migliori per la classe media, invertendo la tendenza al suo declino. Però il metodo per conseguire tali risultati non va bene: oggi, un governo che su alcune questioni cruciali aveva dimostrato di sapersi spostare al centro, non ha fatto centro.

Pd e 5 Stelle provano a sdoganare il loro amore di contrabbando

Il Bertoldo

Ci siamo. Finalmente il movimento populista per eccellenza, demagogico e anti politico dei 5 Stelle sta trovando una perfetta coincidenza con il partito radicale, libertario e massimalista della sinistra a guida Schlein. La conferma arriva dai piccoli comizi che si svolgono qua e là nella periferia italiana in vista del prossimo turno amministrativo. Del resto, era un esito già scritto. Quando c’è un comune quadro valoriale e culturale, è del tutto naturale che poi si stringa anche una alleanza politica. Certo, restano – per i soliti gonzi dei rispettivi partiti – i posizionamenti tattici da conservare, i distinguo, sempre più sottili, da mantenere e le rendite di posizione da salvaguardare. Ma ormai il dado è tratto, come si suol dire. E già alle prossime elezioni regionali vedremo la consacrazione di questo strano miscuglio populista, anti politico, libertario ed estremista.

Detto questo, e dandolo per scontato, si tratta adesso di capire che cosa centrano con tutto ciò alcune categorie politiche. Le elenco per evitare di creare equivoci e fraintendimenti: il Centro; i cattolici popolari e sociali; larea riformista; la galassia moderata e, dulcis in fundo, gli ex democristiani. Mi fermo qui per arrivare ad una semplice e banale conclusione: e cioè, finalmente si apre una fase politica fatta di chiarezza, di trasparenza e forse anche di intransigenza morale, culturale e politica. I nodi saranno definitivamente sciolti. E, sotto questo profilo – e lo dico senza alcuno spirito polemico o caricatura personale – il nuovo corsodella Schlein è quantomai utile e necessario per tutti. Per la semplice ragione che ha archiviato definitivamente il progetto iniziale, e storico, del Partito democratico per dar vita ad una nuova fase. Che, com’è evidente anche ai qualunquisti e ai passanti per strada, è radicalmente diversa da quella disegnata dai padri fondatori di quel partito. E questo al netto dellipocrisia recitata da tutti coloro che debbono comprensibilmente giustificare la propria presenza – per motivi di potere personale o di corrente o di semplice convenienza – nel Pd definendolo, come dice Luigi Zanda, una casa aperta a tutte le culture politiche.

Insomma, e finalmente, si apre una nuova fase della politica italiana. Si sperimenta, per citare il grande Enzo Jannacci, un amore di contrabbando. E di questo dobbiamo rivolgere un semplice ma gigantesco grazie a Elly Schlein e anche, ma in minor misura, al principe del trasformismo politico italiano, cioè il capo dei populisti Giuseppe Conte.

L’Osservatore Romano | Una mostra a Roma su Papa Pio XII

Paolo Mattei

Fa davvero sempre una profonda impressione, nonostante il tanto tempo trascorso, trovarsi davanti alle fotografie nelle quali l’“angelo con gli occhiali(antonomasia di conio degregoriano) è immortalato in mezzo alla folla subito dopo i bombardamenti che colpirono Roma nel 1943. Sono passati ottantanni dalle due estemporanee fughe volanti dal Vaticano intraprese da Pio XII nelle ore successive alla pioggia di fuoco che sabbatté sui quartieri di San Lorenzo e di San Giovanni, rispettivamente il 19 luglio e il 13 agosto del 1943.

In quelle foto, lultimo Pontefice romano de Roma” — nato il 2 marzo 1876 tra il rione Ponte e il rione Parione, in via degli Orsini, nei pressi di piazza dellOrologio appare e scompare, come barchetta bianca in mezzo a un mare livido e grosso, tra le onde agitate del popolo accorso nelle strade e nelle piazze della città sconvolta dallattacco angloamericano. Da allora, da quella gente che implorava pace abbracciando il suo Papa, fu considerato per sempre il Defensor Civitatis.

È proprio questo appellativo classicoa dare il titolo alla piccola mostra inaugurata ieri [il 28 aprile per chi legge, ndr] dalla Galleria Arte Poli e visitabile gratuitamente fino al prossimo 28 giugno nei locali della sede di Borgo Vittorio, dove, oltre alle famose foto cui s’è accennato, sono esposti oggetti e documenti che ripercorrono la storia di Eugenio Pacelli, dalle pagelle scolastiche rilasciate dal regio ginnasio Visconti allimmaginetta commemorativa della prima messa, dal diploma di laurea in Sacra Teologia al calice utilizzato per celebrare lEucarestia, dalla penna stilografica vescovile in piuma doca alla candida mozzetta papale di lana.

I tragici frangenti in cui Pio XII guidò la Chiesa, soprattutto fra il 1939, anno di elezione al Soglio pontificio, e la fine della Seconda guerra mondiale periodo preso in esame tra laltro dal cardinale Walter Kasper nel suo intervento di apertura dellesposizione, in cui ha ricordato «il primo Papa che ho conosciuto di persona e sotto il cui pontificato, nel 1957, fui ordinato prete» —, sono rappresentati da uninteressante raccolta di materiale documentario, nel quale spiccano alcune missive di prigionieri di guerra che lUfficio informazioni della Segreteria di Stato del Vaticano si adoperò a inoltrare ai parenti ignari del destino di quei congiunti, smarriti nella tempesta della guerra o in fuga dalla furia persecutoria dei nazifascisti nella Città eterna.

La vicenda biografica di Pacelli la formazione umana e intellettuale, la vocazione sacerdotale, lintensa attività diplomatica come nunzio a Monaco e a Berlino e poi come segretario di Stato, e infine la sua azione pastorale da vescovo di Roma — è delineata in questa mostra in una fitta e approfondita narrazione storica riportata su alcuni pannelli espositivi, nei quali si dà ovviamente conto delle ostilità e delle polemiche storiografiche di cui fu vittima post mortem, rievocate anche da Kasper nel suo intervento.

Illustrando il periodo «difficilissimo e complessissimo» in cui Papa Pacelli esercitò il ministero petrino, il cardinale tedesco ha ricordato come lavversione nei suoi confronti abbia avuto inizio soprattutto a partire dal 1963, anno in cui fu pubblicata lopera teatrale di Rolf Hochhuth Il Vicario. «Quellevento», ha spiegato il teologo, «rappresentò uno spartiacque. Prima di allora Pio XII era apprezzato come grande uomo di pace, anche grazie a quanto sotto il suo pontificato fu concretamente posto in atto da parte della Chiesa nella difesa degli ebrei perseguitati e degli oppositori del nazifascismo. Poi, per motivi soprattutto politico-ideologici legati al nuovo assetto mondiale postbellico, la sua immagine fu strumentalmente messa in discussione. E probabilmente lo sarà, purtroppo, fino all’“ultimo giorno”». Ma per la gente che se lo vide sbucare tutto solo in quei terribili giorni di guerra, Pio XII era senza ombra di dubbio l’«angelo con gli occhiali» sceso in strada a portare conforto al suo popolo che implorava la pace.

Fonte: LOsservatore Romano – 29 aprile 2023.

Titolo originale: La città e langelo con gli occhiali.

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del quotidiano pubblicato nella Città del Vaticano]

https://youtu.be/hFvH4kVJUxo

L’autogestione introdotta nell’ex Jugoslavia aveva origine nel programma della Sinistra cristiana italiana

La ‘Sinistra Cristiana’, da intendersi più precisamente come sinistra cattolica, è stato un movimento politico presente in tutta Europa nel triennio 1944-46, come fece notare in un suo intervento Franco Rodano al Congresso Straordinario del Partito della Sinistra Cristiana del dicembre 1945, ma in Italia ha sviluppato una propria filosofia politica autonoma, che le ha dato una caratterizzazione specifica.

Nell’agosto 1944, dopo la liberazione di Roma, i movimenti della sinistra cristiana italiana e slovena hanno cominciato a dialogare in modo intenso. Si è quindi arrivati ad una vera e propria alleanza tra l’allora Movimento dei Cattolici Comunisti ed il Movimento dei Lavoratori Cristiani sloveno, su cui la filosofia di Rodano esercitava un’indiscutibile influenza. Il capo della sinistra cristiana slovena Kocbek divenne Ministro del governo Tito nel 1945, ma nel 1946 venne rimosso dall’incarico ed il Movimento dei Lavoratori Cristiani sloveno venne sciolto. Nel 1947 in Jugoslavia i resti della Sinistra Cristiana istriana italiana e slovena si riorganizzarono nel Partito Cristiano Sociale della Zona B del Territorio Libero di Trieste, ammesso alle elezioni amministrative, ma poi scomparso nel giro di qualche anno.

Nel discorso già menzionato, Franco Rodano, con riferimento all’alleato sloveno, sottolinea come la sinistra cristiana in Europa fosse costituita semplicemente da comunisti che rivendicavano la propria fede e i propri valori cristiani. La Sinistra Cristiana italiana, anche in seguito ad interminabili dibattiti di cui sono espressione numerosi articoli pubblicati su Voce Operaia, ha invece elaborato una filosofia politica radicata più nella neoscolastica scotista (Ossicini) e tomista (Rodano e Balbo) che nel marxismo. La partecipazione al governo Tito con Djilas e Kardelj, benché conflittuale, ha permesso al capo della sinistra cristiana slovena di far circolare nel contesto del governo Tito le idee che aveva appreso dal confronto con i cattolici comunisti italiani, in particolare in tema di partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese.

In Italia nel 1941 nella fase del Movimento Cooperativista Sinarchico, i filosofi della inistra cristiana (in particolare Don Paolo Pecoraro e Rodano) teorizzarono la generalizzazione del sistema cooperativo nel Paese, tanto che nel 1944 nella fase del Movimento dei Cattolici Comunisti essi proposero che il CdA dell’IRI fosse eletto dai lavoratori e dai consumatori. Insomma, tirando le somme, Balbo, Ossicini, Rodano e gli altri ritennero che il Capitalismo di Stato sovietico ed il Corporativismo di Stato fascista fossero in contraddizione con i principi cristiani. Proposero, quindi, per tutta la durata dell’esistenza della Sinistra cristiana i modelli comunitaristi dell’autogestione nelle aziende pubbliche, della cogestione nelle aziende private e delle cooperative di lavoratori.

Kocbek, durante gli incontri romani con Rodano e gli altri dell’agosto 1944, venne messo al corrente della proposta politica della sinistra cristiana italiana e la fece propria. Nel 1945, il Primo Ministro della Slovenia nel governo federale jugoslavo Kocbek, ottenne quindi l’introduzione di Consigli Operai consultivi su modello dei Consigli di Gestione italiani nelle aziende jugoslave. Dopo la rottura con Stalin, i principali avversari della sinistra cristiana in Slovenia, cioè Djilas e Kardelj, responsabili dello scioglimento del Movimento dei Lavoratori Cristiani sloveno nel 1946, su pressione dei Consigli Operai consultivi e dei sindaca hanno ripreso le vecchie proposte della sinistra cristiana slovena e hanno proposto a Tito di introdurre l’autogestione nelle aziende jugoslave per superare il modello stalinista. Tito, in verità, all’inizio era contrario, ma alla fine nel 1950 incaricò Kardelj di preparare una nuova Legge sui Consigli Operai che introduceva l’autogestione nelle aziende jugoslave senza smontare il sistema della pianificazione centralizzata.

Kardelj, che pure era stato avversario di Kocbek e della sinistra cristiana slovena, abbandonò gradualmente il linguaggio marxista e riprese il linguaggio del comunitarismo cattolico per dare un quadro normativo all’autogestione jugoslava. Per cui le aziende autogestite divennero “Comunità del lavoro associato” e tutto il linguaggio della Costituzione Jugoslava del 1974 venne improntato al più stretto comunitarismo e personalismo di matrice cattolica, che purtroppo non ha mai trovato un riscontro nella realtà, perdurando il monopolio del partito unico che soffocava l’economia dell’autogestione.

Il trapasso dal linguaggio marxista al linguaggio comunitarista in Jugoslavia inizia con la riforma costituzionale del 1963 e con la riforma economica del 1965 e sarà un segnale ben preciso per la Santa Sede, che faciliterà l’incontro tra papa Paolo VI ed il Maresciallo Tito.  In generale, va detto che la legge sull’impresa del 1965 e la normativa collegata sono considerate molto liberali perché lasciavano alle imprese autogestite di proprietà sociale la massima autonomia finanziaria. Negli anni successivi, però, Kardelj, sloveno e di cultura cattolica come l’avversario Kocbek, comprese che quella riforma portava le “comunità del lavoro associato” alla ricerca della massimizzazione del profitto aziendale in vista di una ripartizione degli utili tra i membri della comunità di lavoro rispetto al “Bonum commune” di tutto il popolo. Decise quindi una riforma che andasse nel senso di una “pianificazione autogestita”, cioè di favorire la libera associazione delle aziende autogestite in consorzi di imprese, in modo da consentire una regolazione dal basso del mercato. La riforma venne varata nel 1976, due anni dopo che nel 1974 era stata varata la nuova Costituzione, che poneva il comunitarismo ed il personalismo come elementi portanti del nuovo dettato costituzionale jugoslavo.

Va qui precisata la differenza terminologica usata: il comunitarismo delineato dal dettato costituzionale jugoslavo chiama “comunità del lavoro associato” l’insieme dei lavoratori di una azienda, mentre il diritto sovietico, quando ha introdotto la cogestione delle aziende di Stato nel 1983, usava un linguaggio schiettamente marxista, quindi si parlava di “collettivo di lavoro” e non di “comunità del lavoro associato”. Kardelj utilizza un linguaggio di impronta cattolica, che non viene ammesso dal legislatore sovietico. Il 30 giugno 1987 il Soviet Supremo dell’URSS varò la nuova Legge sulle imprese di Stato, che introduceva in Unione Sovietica l’autogestione su modello jugoslavo, ma anche in questo caso il linguaggio usato era marxista e non comunitarista come quello in uso in Jugoslavia. Gorbaciov puntava ad un umanesimo laico, mentre il pensiero di Kardelj assume un vocabolario influenzato dalla Dottrina Sociale della Chiesa e cerca di adattarlo al nuovo sistema sociale fondato sul comunitarismo più radicale dell’autogestione.

Un attento esame del n. 14 dell’enciclica Laborem exercens dimostra l’influenza del pensiero contenuto nel libro Proprietà sociale e autogestione di Edvard Kardelj su San Giovanni Paolo II:

‘Se dunque la posizione del rigido capitalismo deve essere continuamente sottoposta a revisione in vista di una riforma sotto l’aspetto dei diritti dell’uomo, intesi nel modo più vasto e connessi con il suo lavoro, allora dallo stesso punto di vista si deve affermare che queste molteplici e tanto desiderate riforme non possono essere realizzate mediante l’eliminazione aprioristica della proprietà privata dei mezzi di produzione. Occorre, infatti, osservare che la semplice sottrazione di quei mezzi di produzione (il capitale) dalle mani dei loro proprietari privati non è sufficiente per socializzarli in modo soddisfacente. Essi cessano di essere proprietà di un certo gruppo sociale, cioè dei proprietari privati, per diventare proprietà della società organizzata, venendo sottoposti all’amministrazione ed al controllo diretto di un altro gruppo di persone, di quelle cioè che, pur non avendone la proprietà, ma esercitando il potere nella società, dispongono di essi al livello dell’intera economia nazionale oppure dell’economia locale.

Questo gruppo dirigente e responsabile può assolvere i suoi compiti in modo soddisfacente dal punto di vista del primato del lavoro – ma può anche adempierli male, rivendicando al tempo stesso per sé il monopolio dell’amministrazione e della disposizione dei mezzi di produzione e non arrestandosi neppure davanti all’offesa dei fondamentali diritti dell’uomo. Così, quindi, il solo passaggio dei mezzi di produzione in proprietà dello Stato, nel sistema collettivistico, non è certo equivalente alla socializzazione di questa proprietà. Si può parlare di socializzazione solo quando sia assicurata la soggettività della società, cioè quando ognuno, in base al proprio lavoro, abbia il pieno titolo di considerarsi al tempo stesso il com-proprietario del grande banco di lavoro, al quale s’impegna insieme con tutti. E una via verso tale traguardo potrebbe essere quella di associare, per quanto è possibile, il lavoro alla proprietà del capitale e di dar vita a una ricca gamma di corpi intermedi a finalità economiche, sociali, culturali: corpi che godano di una effettiva autonomia nei confronti dei pubblici poteri, che perseguano i loro specifici obiettivi in rapporti di leale collaborazione vicendevole, subordinatamente alle esigenze del bene comune, e che presentino forma e sostanza di una viva comunità, cioè che in essi i rispettivi membri siano considerati e trattati come persone e stimolati a prendere parte attiva alla loro vita (1)’.

San Giovanni Paolo II riprende la distinzione fatta da Kardelj in Proprietà sociale e autogestione tra ‘proprietà statale’ e ‘proprietà sociale’. Per Kardelj e per San Giovanni Paolo II ‘il solo passaggio dei mezzi di produzione in proprietà dello Stato non è certo equivalente alla socializzazione di questa proprietà’, cioé non dà necessariamente luogo alla proprietà sociale dei mezzi di produzione. Se infatti ‘il gruppo dirigente dello Stato assolve i suoi compiti male, rivendicando al tempo stesso per sé il monopolio dell’amministrazione e della disposizione dei mezzi di produzione, il solo passaggio dei mezzi di produzione in proprietà dello Stato non è certo equivalente alla socializzazione della proprietà’ dei mezzi di produzione, ma configura quella che Kardelj chiama ‘proprietà statale’. San Giovanni Paolo II passa quindi a proporre negli stessi termini di Kardelj il sistema dell’autogestione sociale dei mezzi di produzione come l’unico sistema in grado di garantire la reale proprietà sociale dei mezzi di produzione in cui per mezzo delle ‘comunità del lavoro associato’ i lavoratori diventano allo stesso tempo ‘comproprietari’ di tutti i mezzi della proprietà sociale e gestori di tali mezzi in nome e per conto di tutto il popolo lavoratore:

‘Si può parlare di socializzazione solo quando sia assicurata la soggettività della società, cioè quando ognuno, in base al proprio lavoro, abbia il pieno titolo di considerarsi al tempo stesso il com-proprietario (2) del grande banco di lavoro, al quale s’impegna insieme con tutti (3)’.

San Giovanni Paolo II dimostrava di apprezzare anche il sistema delle ‘comunità d’interessi autogestite’ introdotte in Jugoslavia con la Costituzione del 1974 quando dice che ‘una via verso tale traguardo potrebbe essere quella di associare, per quanto è possibile, il lavoro alla proprietà del capitale e di dar vita a una ricca gamma di corpi intermedi a finalità economiche, sociali, culturali: corpi che godano di una effettiva autonomia nei confronti dei pubblici poteri’. I ‘corpi intermedi’ collegati alle ‘comunità del lavoro associato’ ‘con finalità economiche, sociali, culturali’ sono infatti precisamente le ‘comunità d’interessi autogestite’.

L’influenza del pensiero autogestionario di Kardelj su San Giovanni Paolo II in questo documento del 1981 è legato in gran parte al fatto che proprio nel 1981 era avvenuto un colpo di Stato in Polonia proprio per bloccare la nuova legge sull’autogestione appena varata dal governo polacco per venire incontro alle rivendicazioni del sindacato cattolico Solidarnosc. L’intervento risoluto di San Giovanni Paolo II nel 1984 obbligò il governo polacco a rendere esecutiva la nuova legge sull’autogestione sospesa in seguito al colpo di Stato del 1981.

 

Note

 

(1) Enciclica Laborem exercens, III, 14.

 

(2) Giovanni Paolo II nel suo linguaggio rendeva la tesi kardeljana di distinzione di “proprietà sociale” e “proprietà statale” utilizzando un linguaggio ripreso dal Manifesto del Partito Cooperativista Sinarchico (l’azienda di proprietà sociale vede nei suoi lavoratori il “com-proprietario”, ecc.). Quel “com” va inteso alla latina nel senso di “insieme”, cioè di una compartecipazione al possesso reale dei mezzi di produzione. Sostanzialmente l’impresa autogestita diviene “proprietà di gruppo” del collettivo di lavoro, che produce ricchezza a beneficio del bene comune di tutto il popolo. Questo modo di vedere influenzerà la Legge jugoslava sull’autogestione del 1989, sperimentata solo per un paio d’anni. Sul piano pratico cambiava poco. Probabilmente Giovanni Paolo II, come i Cooperativisti Sinarchici, intendeva dare all’autogestione un’interpretazione più comunitarista e meno marxista. Non si può tuttavia dire con certezza se San Giovanni Paolo II abbia letto il Manifesto del Partito Cooperativista Sinarchico (improbabile) o se sia arrivato a queste conclusione seguendo la stessa linea di ragionamento.

 

(3) Enciclica Laborem exercens, III, 14.

 

Massimo Pasquale Cogliandro

Amministratore del gruppo facebook Movimento dei Cattolici Comunisti – Sinistra Cristiana

AsiaNews | Ambientalisti preoccupati, centomila scimmie dallo Sri Lanka alla Cina.

Tom Nora Licenza Unsplash

Il governo dello Sri Lanka ha annunciato di aver ricevuto una proposta dalla Cina per l’esportazione di 100mila macachi dal berretto, scatenando le proteste degli ambientalisti che, opponendosi alla decisione, sottolineano che non esistono disposizioni legali per esportare un gran numero di animali selvatici in altri Paesi.

“L’esportazione di animali selvatici non contribuirà a portare valuta estera al Paese. Secondo la legge, il nostro Paese non può esportare animali a scopo di lucro, poiché abbiamo firmato un accordo per non vendere animali selvatici”, ha affermato l’attivista ambientale Nayanaka Ranwella. 

Il ministro dell’Agricoltura, Mahinda Amaraweera sostiene di aver ricevuto la proposta da una delegazione cinese in visita in Sri Lanka e ha affermato che i primati saranno destinati a 1.000 zoo cinesi. Mentre gli ambientalisti temono che gli animali verranno utilizzati per esperimenti scientifici o addirittura come cibo, l’ambasciata cinese a Colombo ha diffuso un comunicato stampa con cui ha smentito la notizia, dicendo che si tratta di una campagna di “disinformazione”.

Il macaco dal berretto è una specie endemica dello Sri Lanka, e anche se non è protetta dal Paese, è inserita nella lista rossa dell’Unione internazionale per la conservazione della natura perché in via di estinzione. Secondo gli ambientalisti un ordine per un gran numero di scimmie è stato ricevuto anche dagli Stati Uniti, che dal 2000 al 2020 hanno importato a scopo sperimentale 482mila esemplari. I macachi dal berretto sono infatti commercializzati legalmente e illegalmente a livello internazionale a causa della somiglianza genetica con gli umani, rendendoli le cavie ideali per i test di farmaci e vaccini.

 

Per saperne di più

https://www.asianews.it/notizie-it/Colombo-vuole-spedire-100mila-scimmie-in-Cina-58265.html

Conta il futuro del Centro, non le polemiche a sfondo personalistico.

Diciamoci la verità. Quello che oggi è importante, quando si parla di rideclinare una “politica di centro” nel nostro paese, non è interrogarsi sulla prospettiva dell’ormai ex “terzo polo” ma, al contrario, lavorare per ricostruire un partito centrista, democratico, riformista e di governo. Un “Centro dinamico” per dirla con Guido Bodrato, uno degli ultimi grandi leader e statisti della Democrazia Cristiana.

 

Ora, gli ultimi accadimenti che hanno caratterizzato, e momentaneamente spento, le potenzialità di un luogo politico che coltivava l’obiettivo di ricostruire il Centro, non richiedono altre osservazioni ed approfondimenti dopo lo spettacolo inguardabile ed incommentabile offerto alla pubblica opinione. Ma quello che, al riguardo, vale la pena rilevare non è, come ovvio e scontato, la prospettiva del “terzo polo” e, men che meno, il destino politico di Carlo Calenda, cioè di un politico che recentemente si è contraddistinto per il suo furore polemico carico di insulti e di invettive contro Renzi e molti altri esponenti di Italia Viva oltre ad una ‘mobilità’ politica nel tempo alquanto singolare…. E, al riguardo, non si può non condividere la recente riflessione di Matteo Renzi secondo la quale il progetto per ricostruire un luogo politico centrista e riformista deve proseguire al di là e al di fuori di chi concepisce la politica secondo la logica delle pregiudiziali personali e delle pregiudiziali ideologiche.

 

Del resto, è abbastanza evidente che, al di là delle polemiche interessate e strumentali legate alla celebrazione del 25 aprile, il “bipolarismo selvaggio” difficilmente è destinato a tramontare nel nostro paese nell’arco di poco tempo. Anzi, il rischio concreto è che degeneri sempre più nella logica degli “opposti estremismi”. Ed è proprio lungo questo solco che si inserisce il ruolo decisivo e peculiare della cultura cattolico popolare e sociale. Anche perchè non si può chiedere o pretendere dall’alfiere della radicalizzazione della lotta politica, della delegittimazione morale prima e della criminalizzazione politica poi dell’avversario/nemico – cioè la Schlein – di farsi portatrice di una “politica di centro”. Come, del resto – e purtroppo – specularmente non tutta la destra è Giorgia Meloni…

 

Ecco perchè in un clima del genere, o c’è la forza, l’intelligenza e la volontà di ricostruire un luogo politico che nel nostro paese è stato storicamente decisivo per le sorti stesse della nostra democrazia oppure dovremo rassegnarci irreversibilmente ad uno scenario sempre più cupo e decadente. Ma questa sfida la si vince e la si affronta solo attraverso le leggi e le dinamiche concrete della politica. E chi pensa di anteporre logiche personali, deliri comportamentali e derive insultanti, forse sarebbe consigliabile prendersi una salutare pausa di riflessione. Per tutti costoro, la politica è una scienza estranea.

De Gasperi | Le virtù della Resistenza debbono essere le virtù di oggi

Quale presidente del Consiglio reco l’omaggio del governo alla manifestazione celebrativa della liberazione d’Italia di cui la liberazione di Roma ha costituito un atto storico così significativo. L’omaggio è reso soprattutto ai caduti, ai combattenti, alle vittime dell’oppressione e della persecuzione che furono senza numero e, come antico membro del Comitato di liberazione nazionale, la mia riconoscente memoria va a tutte le forze armate della resistenza che contribuirono alla cacciata del nemico e alla ricostruzione della patria. Nei lunghi mesi dell’attesa, nelle peripezie della vita clandestina, passando da rifugio a rifugio ci siamo abituati alle privazioni, abituati alla vita rischiosa, educati alla solidarietà democratica e nazionale. 

 

Questa celebrazione non deve essere semplicemente consacrata alla memoria del passato; essa dev’essere anche un atto di fiducia nell’avvenire. La guerra è passata ma le ferite che essa ha inferto nel cuore della patria non sono ancora cicatrizzate. È necessario ancora che ci sottoponiamo a privazioni, e a una disciplina nei consumi e nel nostro tenore di vita come pur avviene in altre nazioni più agiate di noi. Le virtù della resistenza devono essere anche le virtù di oggi: spirito di abnegazione, fermezza di propositi, solidarietà di intenti. Vi è oggi un dovere di resistenza civile che non è meno necessario di quello della resistenza contro l’oppressione. Bisogna resistere contro la demagogia della vita facile e frasaiola, come contro le tentazioni delle speculazioni, dello sperpero e dell’egoismo brutale. Inspirandosi alla resistenza che unì due anni fa tutte le classi e tutti i partiti bisogna oggi resistere contro la sfiducia e lo scoramento, bisogna battersi solidarmente contro le difficoltà economiche, di oggi e di domani, bisogna ripetere al popolo italiano una parola di fede ma anche un richiamo severo, se pur confidente. 

 

Le Nazioni Unite che hanno compiuto con grandi perdite di uomini e immenso dispendio di beni la liberazione dell’Italia, sappiano che, come allora abbiamo cooperato alla vittoria, così oggi il popolo italiano intende consolidare la democrazia in solidarietà e libertà non solo in casa propria, ma è anche pronto a dare il suo contributo alla pacifica ricostruzione del mondo. Oggi, celebrando i nostri morti, esaltando l’opera nostra, pensiamo anche ai caduti loro e alle loro vittorie; così rinnoviamo insieme l’impegno di solidarietà per la resistenza anche in pace contro ogni oppressione sociale, per la liberazione dallo sfruttamento, dallo spirito fazioso, eterno malanno d’Italia, e dal bisogno.

La Pira | Il valore della Resistenza rimane immutabile nel tempo

[…]

Si ribellarono tutti quelli che poterono e la Resistenza resta per tutti i secoli, a documentare nel mondo l’affermazione dei valori umani che sono infrangibili. Perché ognuno di voi è un valore infinito. Si può al massimo discutere, dare un «nocchino» come fa il babbo al ragazzo ribelle: un  «nocchino» ravviva la situazione, ma non si può andare al di là di questo. Invece «loro» ti chiamavano e non potevi discutere. Eppure non si può condannare chi la pensa in modo diverso, anche se la dottrina che l’altro professa la considerate sbagliata, perché l’idea non è titolo di reato, ma è, invece, documento della tua e della mia personalità, della tua e della mia forza. Ogni avversario ha una sua forza ed è intoccabile comunque, dal punto di vista della persona umana.

 

Per ristabilire questi valori nacque la Resistenza, per la quale tante creature sono morte. Si stabilì nella Resistenza la fraterna solidarietà fra tutti: non è retorica, ma cosa vera. La coscienza umana non può essere coartata perché si ribella, e quando la coscienza coartata si ribella, si manifesta nei rivoltosi la fraternità. La coscienza è sacra e non può l’uomo, chiunque esso sia, mettere la mano sulla coscienza altrui. Non c’è nessuno che possa dirti: pensa così. Perché tu, io, voi, pensiamo come vogliamo. È una cosa, questa, che bisogna ricordare sempre.

 

La Resistenza è stata la cosa più grande della storia d’Italia. Per essa tante creature sono morte: creature, miti, anime elette come Anna Maria Enriquez e Tina Lorenzoni e tante altre il cui sacrificio è documento di una giovinezza che ha creduto nei valori infiniti, intoccabili dell’uomo. La nostra speranza è che i giovani di oggi, la generazione di domani la futura classe dirigente, comprendano sempre più che di questo ideale sono i portatori e che per esso devono essere capaci di morire.

 

La riunione di oggi è documento di solidarietà, ché il tempo non infrange la forza della Resistenza, che è stata cementata dagli ideali della giovinezza. La Resistenza fu la rivolta legittima contro la coscienza umana coartata, e il suo valore rimane immutabile, nel tempo.

L’Osservatore Romano | Guardare al futuro con lo sguardo di Teilhard de Chardin.

Saper leggere il proprio tempo è il dono dei profeti. Niente è più necessario, soprattutto oggi, del comprendere gli epocali cambiamenti in atto. Niente è più indispensabile del capire dove sta andando l’umanità contemporanea e cosa è lecito attendersi dal prossimo futuro. I dati delle scienze moderne forniscono degli indicatori, ma questi spiragli sull’avvenire rimangono incerti ed è comunque avvertito il bisogno di una comprensione maggiormente metafisica o più teologica di ciò che sta avvenendo. Occorre pensare, come direbbe Jurgen Moltmann, al futuro della creazione, ma non sono molti i teologi che possono aiutare la Chiesa ad accompagnare i cambiamenti contemporanei e ad interpretarli. Almeno un autore, però, il cui sguardo profetico non è limitato al nostro tempo ma arriva a quelli escatologici, lo si può menzionare: Pierre Teilhard de Chardin. Non è senza vantaggio scrutare ciò che sta avvenendo con gli occhi di questo gesuita francese che, oltre ad essere affermato scienziato, fu anche teologo originale e mistico dell’incarnazione. Sebbene alcune delle sue pagine più intese le abbia scritte nelle trincee della prima guarda mondiale, la sua teologia non è semplicemente attuale, ma persino ancora avanti rispetto alle questioni che stiamo dibattendo. Il suo pensiero controcorrente, pertanto, aiuta a leggere ciò che sta avvenendo, ed alimenta una teologia della speranza che è quanto mai necessaria. Che il nostro tempo stia attraversando dei cambiamenti epocali, comunque, è indubbio. A cambiare è la rapidità stessa del cambiamento, sul piano sociale, economico, culturale, morale e, non per ultimo, ecologico. Questa rapidizzazione ha portato in molti casi benessere materiale, ma ha anche accompagnato un tracollo dei valori cristiani. I libri di Zygmunt Bauman descrivono con lucidità il consumismo della postmodernità e i risultati materialistici della globalizzazione. Ad uno sguardo attento, gli effetti principali delle trasformazioni in atto non riguardano tanto l’edonismo diffuso, quanto il secolarismo conseguente. Sebbene Rudolf Otto parlasse di un sensus numinis e Karl Rahner dell’umana trascendentalità, di fatto, il cambiamento più preoccupante da cui è oggi afflitta una buona fetta dell’umanità, è la perdita del senso del sacro.

 

Prendendo atto, pertanto, che le trasformazioni in corso sono considerate un progresso escludente Dio — paradigmatico è il caso del transumanesimo — è lecito chiedersi, soprattutto da un punto di vista cristiano, se gli sviluppi odierni si possano effettivamente chiamare progresso. Siamo infatti di fronte a quello che già Henri de Lubac definiva, considerandolo un dramma, umanesimo ateo. Una prima originalità del pensiero di Teilhard de Chardin, però, è che egli considerava i progressi “naturali”, anche quando messi in opera da agnostici ed atei, un contributo al Regno di Dio. Il suo evoluzionismo, infatti, prevedeva un “muovere verso” l’alto e in avanti, in una direzione fatalmente escatologica. Se quello a cui stiamo assistendo è realmente un progresso, è dunque lecito chiedersi: verso dove? O meglio, la storia sta veramente procedendo nella direzione indicata da Teilhard de Chardin? Ciò che è maggiormente originale, nella sua riflessione, è proprio l’inserimento degli avvenimenti storici in una cornice di senso e persino in un quadro metafisico. Il suo concetto di Omega, inteso come polo attrattore divino e vertice finale della vicenda umana, gli permetteva di includere le vicende umane in una vera e propria teologia della storia. Era esattamente l’inesorabilità di Omega e la sua forza onnipervadente, l’elemento che rendeva il pensiero di questo autore fatalmente ottimista. Sotto questo aspetto, egli si distingue nettamente dai tanti catastrofisti e persino apocalittici del nostro tempo, i quali, di fronte alla degenerazione morale, alle epidemie, al rischio di autodistruzione nucleare, all’estinzione progressiva delle risorse, all’eccessivo sviluppo demografico, al perdurare dei conflitti, hanno messo in discussione l’idea stessa che ci sia un vero progresso nella storia.

 

Occorre dunque fare chiarezza. Va chiarito se i cambiamenti in atto si possano effettivamente considerare un progresso. Di per sé, però, il concetto di progresso non è chiaro, perché indica un miglioramento delle condizioni di vita materiali e spirituali, ma i mezzi attraverso cui si intende realizzarli, come la tecnica, la scienza, la politica, l’economia sono gravemente ambigui. Quelle menzionate, rappresentano le forze principali che stanno oggi producendo un cambiamento ecologico che è espressione, in realtà, di un cambiamento antropologico. Se l’uomo dell’età moderna, infatti, si definiva a partire dalla sua capacità di dominare la natura, l’uomo dell’età postmoderna ha invece compreso quanto pericoloso sia il suo titanismo, e come sia anzi necessario passare, come scriveva Moltmann, dal dominio sul mondo all’umiltà cosmica. Quasi cento anni fa, prevedendo queste questioni, Teilhard de Chardin dichiarava che «Ciò che stiamo subendo è il prezzo, la premessa, la fase preliminare della nostra umanizzazione». Filtrati attraverso la sua visione, infatti, i cambiamenti del nostro tempo si possono comprendere ed interpretare in modo nuovo, perché non parlava solo di umanizzazione, ma anche di amorizzazione, di convergenza e di unificazione. 

 

Nell’ottica del gesuita francese, tutte le trasformazioni in atto sono condivisibili solo se vanno nella direzione dell’unità. Egli, comunque, considerava inesorabile il processo di unificazione in corso, perché scriveva che l’avvenire celeste ed umano sta nell’associazione armoniosa degli individui mediante l’amore, precisando che «la pressione delle forze planetarie ci costringerà, presto o tardi, per amore o per forza, a radunarci in una qualche unità umana organizzata in modo solidale». Proprio in virtù di tale unificazione, che è anche una personalizzazione, il gesuita prefigurava anche l’avvento dell’“Era della Persona”, perché, come spiegava, “non potrebbe esserci vera unificazione al di fuori di una fusione personalizzante”. Dal pensiero del teologo francese, pertanto, possiamo raccogliere un criterio interpretativo per leggere i cambiamenti del nostro tempo: quello dell’unità. È buono ogni cambiamento che produce unificazione ed è cattivo ogni cambiamento che frammenta e molteplicizza. Teilhard de Chardin, che con la sua teoria della noosfera ha anticipato la rete mondiale di internet, era convinto che l’umanità si trovasse di fronte ad un dilemma di fondo: unirsi o perire. Riteneva che essa stesse attraversando una crisi di crescita, e che era giunta per l’umanità l’ora di dover scegliere tra la fede e la non-fede in un progresso collettivo spirituale della Terra. La sua teorizzazione della noosfera, del resto, è una nozione spirituale prima ancora che scientifica, perché dal suo punto di vista faceva da premessa ad un ulteriore sviluppo teologico. Sosteneva infatti che la scienza senza lo spirito è morta, e leggendo l’unificazione come una convergenza spirituale orientata e ordinata a Cristo, parlava di un finale passaggio evolutivo della coscienza dalla noosfera alla cristosfera. Se Teilhard de Chardin credeva nell’uomo, nel cosmo e nel futuro, è per questo presunto esito finale dell’evoluzione, e perché scorgeva il sole di Omega e della sua forza attrattiva al di là e al termine di tutte le nubi storiche. È in virtù di questa fede, che persino tra le trincee di Verdun, non ha mai perso la sua fiducia nell’umanità. Come scriveva dopo aver vissuto due guerre mondiali: «Più ci respingiamo e più ci compenetriamo». Sbaglieremmo, però, a giudicare il suo ottimismo superficiale, perché scrisse anche che «Il Mondo cresce nel rischio perenne di non averse un esito positivo. Il suo Divenire si persegue, come la salvezza individuale, in timore e tremore». Anticipando i pericoli e le ambiguità connessi con gli sviluppi bio-tecnologici attuali, aggiungeva che «il periodo della meccanizzazione non è stato mai più grande di oggi. Non si può scalare una montagna senza costeggiare un abisso». 

 

Il pensiero di Teilhard de Chardin rappresenta dunque un monito profetico per il nostro tempo. Soleva dire che l’umanità, nonostante le apparenze, si annoia, aggiungendo che è forse questa la fonte segreta di tutti i suoi mali. Insisteva sul fatto che il progresso non è una questione di benessere, ma di più-essere. Chiediamoci se i cambiamenti del mondo stanno andando in questa direzione e in quella dell’unità.

 

Fonte: L’Osservatore Romano – 24 Aprile 2023

Titolo originale: Dal dominio sul mondo all’umiltà cosmica. Guardare al futuro con lo sguardo di Teilhard de Chardin.

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del quotidiano pubblicato nella Città del Vaticano]

 

Chi è l’autore

Paolo TrianniTeologo, professore associato alla Pontifica Università Gregoriana, docente presso il Pontificio Ateneo Sant’Anselmo e presso l’Università di Trento.

25 Aprile | Via Tasso nella testimonianza del cattolico Mastino Del Rio.

[…] 

Siamo accompagnati, il P. ed io, nell’ufficio delle perquisizioni, da due soldati e dall’interprete. P. ha subito in precedenza la perquisizione e si allontana subito con un soldato. Ci accomiatiamo senza una parola ma con lo sguardo sgombro di risentimenti. La mia sofferenza indulge alla sua debolezza. Siamo ormai fuori della vita, entrambi. Un sottufficiale germanico mi ordina di denudarmi, ma si rende conto delle mie condizioni, mi libera egli stesso degli abiti e fruga con un ferro, nelle tasche, nelle pieghe, nei risvolti degli indumenti. Resto con la sola camicia e questa nasconde la catenina con la medaglia della Madonna. Poi il sottufficiale e l’interprete mi aiutano a rivestirmi e mi traducono, quasi a braccia, verso una cella. Aperta rumorosamente la porta, segnata col n. 5, mi buttano sul pavimento e si allontanano richiudendo. Alcuni dormienti, svegliati bruscamente, hanno la visione di un corpo insanguinato che si abbandona e urlano di raccapriccio. Balzano dal loro giaciglio, mi interrogano:

 

– Chi è lei? Che cosa è successo? –

 

Mi sollevano e mi depongono su un graticcio di legno che funge da branda. Un ragazzo che sento chiamare Orlandino, lascia a sua volta il posto nel graticcio ed aiuta a collocarmi. Soffro terribilmente e non riesco a trovare sollievo sulle sconnesse assi, dagli spigoli aguzzi. Prego i compagni di rimettermi per terra, e, dopo qualche minuto, giaccio sul pavimento, con una coperta sotto il corpo e un’altra sotto la testa. Uno dei soccorritori, il dottor Manlio Gelsomini, mi spruzza il viso con un po’ d’acqua, lava la testa e il collo, con un fazzoletto; altri compagni, svegliati dal trambusto, offrono le loro coperte. Dopo alcuni minuti, tutti si riaddormentano. Solo Gelsomini mi rivolge qualche domanda, poi tace per non affaticarmi.

 

Studio una giacitura che mi consenta un po’ di riposo. Non posso poggiare il fianco, secondo la mia abitudine, perché i fianchi e il petto sono gravemente contusi. Debbo giacere supino, ma ogni mossa mi procura dolore.

 

La cella è immersa nell’oscurità, attenuata dalla fioca luce di una lampada. Giaccio spasimando, ma la mente si riattiva alacremente.

 

Sono dunque in via Tasso, prigioniero tra prigionieri. Sono nel fondo del baratro; e tra poco sarà la fine. Tuttavia, una divina pace si stende nel mio spirito. Ho lottato e sono caduto, come un soldato. Flagellato, insanguinato, mi sono battuto fino all’estremo. Non ho salvato la vita, ma ho conservato l’onore. Nessuno cadrà per causa mia, nessuno maledirà il mio nome; mia moglie e i miei figli saranno fieri del mio sacrificio. Iddio accoglierà la mia anima nella Sua misericordia. Muoio in pace con la coscienza, in pace con gli uomini, in pace con Dio.

 

Per qualche ora queste riflessioni mi procurano, nelle sofferenze della carne, un senso di quiete. Mi sento staccato dal mondo, liberato da ogni scoria.

 

D’improvviso sinistri presagi irrompono nel mio spirito. Conserverò questa pace nell’ora del trapasso? Come potrò resistere alle torture che ancora mi attendono senza disonorare me stesso, compromettendo compagni di lotta? Come potrò tra poco affrontare di nuovo la grinta di Schultz, il cinismo dell’interprete, la frusta piombata del n. 1, le zanne della muta? E’ certo che non potrò resistere. Il mio corpo è tutto una piaga. Basterà toccarmi con un dito perché urli e mi abbandoni senza forza. Ora la mia testa è un vúlcano e tutta la mia anima brucia. Mi rivolto sul pavimento, ma il dolore mi ricaccia nella posizione supina. Faccio per sollevarmi e con sforzo riesco a tenermi seduto. Guardo i corpi dei miei compagni distesi vicino a me: vedo sul giaciglio di legno il pallido viso di Gelsomini. Seduto sul graticcio sotto la chiazza di luce della lampadina, egli traccia delle note su un taccuino. Mi osserva, mi dice che la fame gli toglie il sonno, mi chiede se ho bisogno di qualche cosa. Assicuro di star bene, ringrazio, ricado gemendo in posizione supina. 

 

Impossibile dormire, impossibile riposare col chiodo che è infisso nel cervello. Mi agito, strazio la carne; finalmente prendo una risoluzione. Se i tedeschi alzeranno ancora le mani su di me schiaffeggerò Schultz che mi farà uccidere all’istante; oppure confesserò la mia colpa scagionando gli altri e chiedendo di morire subito.

[…]

* Tratto da G. M. Del Rio, Ho invocato un morto (ricordi di via Tasso), con prefazione di V. E. Orlando, Roma, II^ edizione, 1963, pp.39-41.

Esempio dei maestri come vincolo di coerenza per l’azione dei cattolici popolari

Nessuno, come ovvio, può ergersi a paladino esclusivo della coerenza in politica rispetto a chicchessia. Detto in altri termini e più nello specifico, anche e soprattutto per i cattolici, nessuno può distribuire sentenze se è più compatibile per un cattolico democratico o popolare militare in un partito della destra identitaria o della sinistra radicale e massimalista o nel centro riformista o nel populismo grillino. Però, com’è altrettanto ovvio, se si vuole cercare di essere tendenzialmente e responsabilmente coerenti con la lezione e il magistero dei grandi “maestri” del passato, non possiamo non tenere conto di come si sono comportati concretamente nella loro stagione storica e quali scelte hanno compiuto altrettanto concretamente nel partito e nelle istituzioni.

 

Per non fare di tutta l’erba un fascio, ad esempio i grandi leader della sinistra sociale di ispirazione cristiana del passato si sono sempre caratterizzati per la loro immedesimazione in alcuni tasselli di fondo. E cioè, fieri ed orgogliosi della loro identità culturale e politica; politicamente e culturalmente, ma mai dogmaticamente, anticomunisti; nessun cedimento al clericalismo confessionale ed integralista; socialmente avanzati perchè l’emancipazione, la promozione e la difesa degli interessi e delle istanze dei ceti popolari è sempre stata al centro della loro azione politica, culturale e legislativa.

 

Ecco, per fermarsi a questa storica e gloriosa esperienza politica e culturale, si tratta di un percorso profondamente diverso da chi, sempre all’interno dello stesso mondo del cattolicesimo politico, si è caratterizzato invece per altri elementi e su altri versanti. Li esemplifico: scarsa disponibilità alla difesa e alla promozione dei ceti popolari; maggior propensione al dialogo e alla convergenza con la sinistra post o ex comunista; una maggior frequentazione – per dirla con un eufemismo – con i cosiddetti “poteri forti” e, in ultimo, una “cultura del potere” molto più spiccata e spregiudicata.

 

Due modelli politici e culturali profondamente diversi che nella storia hanno avuto altrettanti riferimenti politici molti diversi tra di loro. Quando parlo della sinistra sociale di ispirazione cristiana penso a leader e statisti come Carlo Donat-Cattin e Franco Marini. Quando, invece, si parla di una sinistra cattolica più tecnocratica, legata ai tradizionali “poteri forti” e meno interessata a marcare la propria identità, il pensiero corre immediatamente al pensiero e al percorso di altri leader e statisti come ad esempio Romano Prodi e a tutti coloro che gravitavano attorno al pianeta dell’Arel e di un’altra sinistra cattolica. Ieri come oggi.

 

Ecco perchè, allora, quando si parla di “coerenza” politica e culturale di chi continua, oggi, a riconoscersi nelle linee fondanti delle grandi esperienze politiche del passato, non si tratta di replicare goffamente ciò che non è più replicabile perchè la storia, come tutti sanno, scorre velocemente e non si ripete meccanicamente. Semplicemente, si tratta semmai di affrontare le grandi sfide del presente con la sensibilità e i valori del passato. Cioè, detto in altre parole, senza rinnegare la storia da cui proveniamo. Per queste ragioni non è possibile oggi – per fare un solo esempio concreto e contemporaneo – per i cattolici popolari e sociali riconoscersi passivamente in una destra ancora fortemente identitaria, in una sinistra radicale e massimalista o, peggio ancora, in un populismo anti politico e qualunquista. Ne va della credibilità, della coerenza e della trasparenza di una tradizione e di una cultura politica. E anche, e soprattutto, di chi pensa e tenta di interpretare e di farsi carico di quella tradizione e di quella cultura politica.

3cdem | Per un incontro nuovo tra cattolici democratici e progressisti.

È ancora possibile l’incontro tra la cultura popolare dei cattolici democratici e quella progressista dopo la svolta a sinistra della segreteria Schlein nel Partito Democratico? Questa domanda ci impone di capire con quale pensiero e visione comune il centro-sinistra plurale potrà uscire da una drammatica crisi dopo la sconfitta storica del 25 settembre.


Il nuovo popolarismo, oltre che in Sturzo, De Gasperi e Moro, trova oggi ispirazione nella Enciclica Fratelli tutti di papa Francesco e nei principi della Evangelii Gaudium. Si tratta di un progetto politico di costruzione di un popolo e di governo della città intesa come casa comune. È la riabilitazione della politica come progettazione, vocazione sacra per il bene comune. Sui temi sensibili Bergoglio invita al dialogo tra concezioni diverse non irrigidendosi come ” principiasti” dei valori non negoziabili. La politica è “orizzonte di sintesi e di unità in una comunità”.  Occorre recuperare il politico come ”espressione simbolica della vita in comune”, per una appartenenza che “dà identità ad un popolo” (Papa Francesco). È la ricerca di un pluralismo che si manifesta come armonia multiforme nell’unità di un poliedro, che ha tante facce. Per vivere in pace, giustizia, fraternità, occorre la convivialità delle differenze. È compito della politica, infatti, armonizzare le visioni in conflitto verso il bene possibile, abitare il futuro con la speranza cristiana e la cura del mondo.

 

Il Manifesto per una nuova Sinistra dello storico Aldo Schiavone (ed. Einaudi 2023), invita il Partito Democratico ad una rottura radicale con socialismo e marxismo per una visione di un nuovo umanesimo globale. Questo potrebbe essere il luogo di un possibile incontro con la cultura politica dei cattolici popolari, se si avrà cura di evitare forzature su alcuni temi controversi relativi ai diritti civili. Il popolarismo ed il pensiero progressista possono condividere una nuova idea di uguaglianza e di fraternità universale, superando le rovine del socialismo, fondata su un modello universale di cittadinanza del ” comune umano” in un mondo globale guidato non solo dalla tecnica e dai mercati. La crisi del centrosinistra, non solo in Italia, rivela un grande vuoto di idee e di pensiero. Occorre ricostruire pertanto il quadro culturale di una nuova identità. Le società occidentali hanno vissuto una imponente trasformazione a causa di una rivoluzione tecnologica che ha comportato la fine dell’età del lavoro e della grande industria. Le radici di classe della sinistra sono state recise. È urgente allora ricostruire uno spazio politico al di fuori dello scontro di classe. Una strategia riformista e progressista può basarsi su una nuova idea di uguaglianza nella libertà e nella fraternità universale.

 

Per leggere il testo completo

https://www.c3dem.it/i-cattolici-democratici-e-la-nuova-sinistra/

[Titolo originale: I cattolici democratici e la nuova sinistra]

Damilano s’ingegna a “cosa non detta in prosa mai” spingendo i cattolici alla corte della Schlein

Marco Damilano non finisce di stupirci. Avvertiamo l’eco dell’Ariosto nel proemio dell’Orlando furioso: “Dirò d’Orlando in un medesmo tratto cosa non detta in prosa mai, né in rima”. L’impresa l’abbiamo colta ieri sulle colonne del Domani dove il “nostro” ha fatto una lunga e complicatissima dissertazione sulla sinistra Dc, sui Popolari, sui cattolici democratici, sulla laicità della politica, sull’autonomia politica e culturale dei cattolici per arrivare alla conclusione, scontata e banale, che i cattolici democratici avranno d’ora in poi un grande ruolo nel partito della Schlein. Quello che ci colpisce è la leggerezza – per non dire la fantasia – di questo strano, stravagante e singolare ragionamento.

Dunque, secondo il “nostro” con la segreteria Schlein ci sarebbe la straordinaria possibilità per i cattolici democratici e popolari di dispiegare sino in fondo la propria personalità e la propria cultura politica contro ogni forma di “regressione identitaria” e di salti politici e culturali all’indietro. Solo il “nostro”, del resto – e comprensibilmente tutti i cattolici democratici e popolari che ricoprono ruoli di potere nel partito e nelle istituzioni – individua nel nuovo corso politico del Pd della Schlein una ghiotta occasione per i cattolici democratici di ritornare ad essere se stessi contro le cadute, le ambiguità e le contraddizioni di un passato recente e meno recente. E cioè, per dirla in altri termini, con la torsione radicale, libertaria, estremista e massimalista della Schlein – salvo ripensamenti e mediazioni al ribasso sempre possibili… – per i cattolici democratici si aprono, finalmente, orizzonti nuovi e prospettive radiose.

Ora, per non infierire sul “nostro” perchè non conosciamo i suoi concreti obbiettivi – anche se non è affatto difficile immaginarli – ci limitiamo a dire che è inutile arrampicarsi sugli specchi per giustificare la propria simpatia e la propria adorazione mistica per la Schlein. È sufficiente dirlo con chiarezza e semplicità senza scomodare la cultura politica Popolare, la sinistra Dc, il cattolicesimo democratico e popolare, la legislazione sui Dico, e un documento del febbraio 2007 firmato da molti deputati della Margherita del tempo sulle unioni civili.

Comunque e senza entrare nel dettaglio – anche perché rischia di essere un dibattito alquanto noioso e petulante – ci limitiamo a dire che la cultura della mediazione, elemento costitutivo del cattolicesimo politico, non centra assolutamente nulla con il moderatismo; come, del resto, il “nostro” non si rende conto che il nuovo corso del Pd della Schlein propone la logica dei principi non negoziabili della sinistra al posto di quelli della destra. Per non parlare della “democrazia sostanziale” che il “nostro” cita chiamando in causa addirittura Dossetti parlando di “ambiente, disuguaglianza, migrazioni, nuovi diritti e nuovi doveri”. Senza rendersi conto che la “democrazia sostanziale” è strutturalmente illiberale per la semplice ragione – come ci può spiegare un caro amico costituzionalista come Stefano Ceccanti – che la democrazia è anzitutto regola e procedura. Perchè sulla sostanza c’è sempre un conflitto legittimo e sacrosanto altrimenti chi non condivide la tua sostanza – cioè la tua opinione – non è democratico. E qui saremmo alle soglie del cosiddetto “stato etico”.

Ma, per concludere e per non farla lunga, se possiamo dare un consiglio non richiesto a Damilano ci permettiamo di dirgli che a volte è molto meglio dire che chi vince a sinistra va sempre appoggiato acriticamente. Lasciando perdere la compatibilità della gloriosa, nobile e storica tradizione del cattolicesimo democratico, popolare e sociale italiano con un partito che oggi – attraverso la sua segretaria – ha una identità radicale, libertaria e massimalista. Identità del tutto legittima, come ovvio, ma del tutto estranea ed esterna a quel filone di pensiero.

La lezione sempre attuale della Resistenza, fonte di valori alla base della Costituzione.

Finiremo con il riempire il calendario di “giorni dedicati”, di celebrazioni, ricorrenze e rivisitazioni retrospettive: ci sono occasioni per ricordare e altre per dimenticare, nulla della memoria collettiva deve andare perduto, l’oblio è la sintesi di ciò che non sopravvive allo scorrere del tempo. La storia e la civiltà – nei chiaroscuri delle vicende umane – hanno accumulato un numero considerevole di eventi a cui, di volta in volta, va data una priorità rievocativa, fino a scandire l’esistenza con significati di cui ci corre l’obbligo di riscoprire una qualche attualità, pena il lento ed inesorabile scivolamento nel vuoto indefinito dell’assenza. Bisognerebbe essere capaci di cogliere il senso della rievocazione, ripensando ai valori che essa tramanda ai posteri piuttosto che alle stucchevoli e impositive declinazioni volute dalla società dei consumi e delle apparenze.

Il 25 aprile si ricorda la lotta di liberazione nazionale dal regime nazifascista: mi aveva spiegato proprio il Presidente dell’ANPI – Sen. Raimondo Ricci — che l’intenzione dell’Associazione era di aprire il tesseramento a chi condividendo i valori della ricorrenza, era tuttavia estraneo per età alle reali vicende storiche di quell’epoca. Trovo che sia un modo corretto e doveroso per salvare il ricordo dell’esperienza storica affidandone il senso e i valori alle nuove generazioni, per dare continuità alle scelte di allora affinchè il sacrificio e il senso del dovere che animarono gli artefici della nostra libertà non si esauriscano in una stanca orazione o nell’effimero e mesto sventolio di una bandiera. Tutto ciò che oggi costituisce il tessuto del sodalizio sociale, l’impronta democratica del vivere civile, l’assetto partecipativo delle istituzioni, la libertà di parola, di voto e di pensiero non è un dono occasionale del destino: radica nella sofferenza, nelle giovani vite consumate a erigere barricate materiali e morali alla prevaricazione, alla sopraffazione, alla disuguaglianza, all’odio, alla guerra come strumento di distruzione dei popoli e della loro civiltà.

E il baluardo che si erge a garanzia di quei gesti, di quelle scelte, di quelle rinunce si chiama Costituzione Repubblicana: solo un lungo periodo di sofferenza collettiva poteva condurre l’Italia ad affidare ai padri costituenti la consapevolezza di un compito altissimo e nobile, che resta a presidio di garanzie e di tutele che riguardano la comunità nazionale.

Per questo oggi ricordare vuol dire ripartire da quelle pagine, rileggerle, apprezzarle, applicarle. Ciò che oggi sembra facile e scontato fu allora il prezzo pagato da una intera generazione. La storia a volte si ripete anche contro la nostra volontà e non sempre è favorevole ai destini dell’uomo. Ci fu lotta affinchè ci fosse pace, ci furono scontri e ribellione perché potesse prevalere una lunga stagione di concordia nazionale, ci fu eroismo perché seguisse un’esistenza comunitaria scandita sulle regole del rispetto e della dignità, del singolo, di tutti. Questo non possiamo dimenticarlo: non c’è evoluzione sociale, non c’è progresso, non ci sono tempi nuovi e moderni che possano offrire a qualcuno il pretesto di cancellare quelle pagine ispirate all’anelito della riconquistata libertà. Quella storia, quell’epoca, quei valori riguardano la vita dei nostri padri, dei nostri vecchi, di coloro che non esitarono un solo attimo a mettersi in gioco per il bene comune.

 

Leggo – tra le altre parole scritte sul “certificato al patriota n.° 33135” che fu assegnato a mio padre dal Comandante in capo delle Forze Armate Alleate in Italia – Generale Alexander (che costituisce per me il ricordo più autentico della sua integrità morale e mi fa scoprire adesso – nella mia agiata maturità – quanto poco mi parlò di se stesso e dei sacrifici della sua gioventù, come fecero tanti altri padri schivi nel far pesare ai propri figli il dono di una vita normale): “Col loro coraggio e la loro dedizione i patrioti italiani hanno contribuito validamente alla Liberazione dell’Italia e alla grande causa di tutti gli uomini liberi. Nell’Italia rinata i possessori di questo attestato saranno acclamati come patrioti che hanno combattuto per l’onore e la libertà”. A cominciare da me stesso e guardandomi in giro – un’occhiata di riguardo la riserverei ai politici di ieri e di oggi – mi chiedo e mi interrogo, non senza un sentimento di colpa e di vergogna se non l’onore, ma almeno il rispetto la Patria abbia poi davvero riservato a uomini come questi o se invece il loro sacrificio non sia stato alla fine, tristemente vano.

Fisica e metafisica sulla scia del pensiero scientifico di Einstein

Qualche anno fa ci si divertiva a dire: Difendi la tua pelle contro il tuo medico. Il mondo moderno è costretto ora di dire a se stesso, e con maggior ragione: Difendi la tua ragione contro gli scienziati. La scienza, perfino quella che è più mescolata di ipotetico e di probabile, perfino la meno elevata in intellettualità, la scienza è cosa buona in se stessa, e contiene una scintilla divina. Si è visto tuttavia, ciò che essa può produrre, in fatto di rovine materiali, e di distruzioni sanguinose, quando sia maneggiata dall’uomo decaduto. I disastri poi, che, servendosi della scienza, gli allievi-stregoni possono provocare nel campo dello spirito, per essere invisibili, sono però meno formidabili.

A questo male non vi è che un rimedio: il potere immunizzante della vera metafisica. Non è possibile discendere nel dettaglio del mondo materia senza mescolare alla scienza una parte assai considerevole di probabile e di semplice opinione. Ma non è certo impossibile, (se non a condizione, di inventare precisamente le ipotesi convenienti, e di riprendere tutto eroicamente fino dalle origini), di assimilare a una sana filosofia della natura, l’immenso materiale di verità parziali, accumulato dalla Fisica moderna, da Galileo fino a Einstein, e di mettere così la nostra conoscenza del mondo sensibile in continuità colla metafisica. Perchè questa possibilità divenga un fatto altro non occorre, se non un uomo di genio, dalla mente vasta come quella di Leibniz, ma più onesto; un uomo che abbia tanto il dono dell’astrazione, quanto quello della immaginazione; che sia integro nelle discipline della intelligenza, istruito nella tradizione filosofica, e a un tempo al corrente delle scoperte moderne, e della storia delle scienze.

Vorrà il Signore, il quale ha abbandonato questo basso mondo alle nostre dispute, e al quale pare che le nostre teorie fisiche ben poco importino, vorrà, dico, suscitare un giorno un tal pensatore?

In ogni caso, e fino da questo momento, ciò che la Filosofia primitiva, e una saggia Critica della conoscenza, ci permettono di fare, è di distinguere convenientemente, la realtà fisica dagli altri esseri di ragione, che la Fisica si costruisce pei suoi bisogni; e di renderci così capaci, di guardare con piena ammirazione Einstein, fisico puro; e con perfetta avversione Einstein pseudo-metafisico.

 

Titolo originale: La metafisica dei fisici ossia la simultaneità secondo Einstein.

Lo scritto di Maritain è stato recuperato e riproposto da “Vita e Pensiero”, rivista dell’Università cattolica “Agostino Gemelli”.

 

Per leggere il testo completo

https://rivista.vitaepensiero.it//news-dallarchivio-la-metafisica-dei-fisici-ossia-la-simultaneita-secondo-einstein-6147.html

 

 

Ricordiamo De Gasperi per ricordare la Liberazione dal nazi-fascismo

Mi sono trovato subito d’accordo con Angelino Alfano,  anche perché sicuro d’interpretare i sentimenti e le valutazioni degli amici di “Tempi Nuovi-Piattaforma popolare”. Celebriamo il 25 Aprile con serietà e serenità, dando l’esempio come democratici e cristiani. Soprattutto quest’anno occorre compiere un gesto volto a tenere viva la visione di una Festa che tiene insieme il richiamo all’antifascismo e l’evocazione di un grande momento di unità nazionale. Abbiamo anche convenuto che fosse la Fondazione De Gasperi a prendere l’iniziativa. 

Ecco l’incipit, molto chiaro, del comunicato predisposto da Alfano: “In occasione dell’avvicinarsi del 78° Anniversario della Liberazione d’Italia ci teniamo, come Fondazione, a ricordare che fu il presidente Alcide De Gasperi nel 1946 a istituire la festività del 25 aprile quale festa nazionale. Lo statista democristiano volle connotare la Liberazione del nostro Paese come un momento unificante, in cui tutti i cittadini potessero riconoscersi”. 

Non ci piacciono le polemiche strumentali, per questo rivendichiamo, con ferma convinzione di coscienza, il rispetto dei principi e dei valori che innervano l’ordinamento democratico. Il 25 Aprile è la ricorrenza della Liberazione dal nazi-fascismo; è la vittoria della libertà e della democrazia, assi portanti della nostra Carta costituzionale; è il principio di unità del popolo italiano attorno ai concetti di giustizia ed equità sociale. Nella Resistenza si è riconosciuta l’Italia migliore, quell’Italia che proprio alla vigilia della Festa, con il concorso di varie sigle di associazioni e centri studi collegate alla tradizione cattolico democratica, vogliamo idealmente rappresentare con un gesto di preciso valore simbolico.

Dunque ci ritroveremo a Roma, lunedì prossimo 24 aprile, alle 17.00, nella Basilica di San Lorenzo fuori Le Mura per rendere omaggio con una breve cerimonia laica alla figura dell’uomo politico che seppe prendere sulle sue spalle il peso di una grande azione di governo indirizzata alla rinascita del Paese all’indomani di una guerra devastante. De Gasperi, anche oggi, orienta la nostra azione democratica.  

Per leggere il comunicato della Fondazione De Gasperi

https://www.fondazionedegasperi.org/events/festa-della-liberazione/

 

La Voce del Popolo | Spazio del centro ampio, nonostante le difficoltà.

L’impressione è che la classe dirigente del terzo polo, nel suo insieme, abbia fatto del suo meglio in questi giorni per emulare le discutibili gesta del reverendo Jones che propiziò il suicidio collettivo dei suoi fedeli in quel della Guyana. 

Detto questo, non si dovrebbe infierire. E semmai capire se c’è una via di risalita. Infatti lo spazio del “centro” resta ampio, a dispetto delle difficoltà. E i suoi dirigenti, al netto di molti errori, non sono certo da meno dei leader dei partiti più in forma. Piuttosto si dovrebbe chiedere loro di marcare di più e meglio certe differenze. 

Perché se il centro combatte destra e sinistra sul loro stesso terreno (la fretta, il vigore, la caccia al nemico) è destinato a perdere ogni volta. Mentre se prova a cambiare spartito e a porre a fulcro di se stesso l’idea che la politica sia tessitura, pazienza, misura – e cioè le qualità di cui gli altri sono meno provvisti – la partita si potrebbe forse giocare. 

Il centro è un tentativo di unificazione politica del paese. Che non cancella le differenze ma non le esaspera. Che combatte ma non demonizza. Che ricuce laddove gli altri tendono piuttosto a strappare. Si parla sempre del mezzo secolo democristiano, nel bene e nel male. Ma il primo centrista fu il conte di Cavour. Il quale realizzò l’unità d’Italia mettendo insieme un re che non amava (Vittorio Emanuele II), un generale che considerava un golpista (Garibaldi) e un agitatore che giudicava un pericoloso velleitario (Mazzini). 

Fu da questa singolare combinazione di forze tanto eterogenee che nacque a suo tempo l’Italia risorgimentale. A conferma delle inaspettate virtù del centrismo.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 20 aprile 2023

[Articolo qui riprodotto per gentile concessione del settimanale della Diocesi di Brescia]

Battezzare il Pd in versione Schlein è impresa da missionari improbabili

Si ha l’impressione che la Schlein, al di là della solita e ormai un po’ noiosa, se non addirittura grottesca, perenne lotta anti fascista e contro il ritorno imminente – sic! – della dittatura, stia segnando un po’ il passo. Detto in altre parole, si ha l’impressione che d’ora in poi dovrà iniziare a fare i conti con quella fetta di partito che alle primarie non l’ha votata e che, probabilmente, è meno entusiasta della svolta radicale, libertaria ed estremista impressa al Pd con la sua schiacciante vittoria nei gazebo. E, adesso, proprio il confronto sul ruolo dei cattolici in quel partito lo conferma, almeno così pare. Ora, però, e pur senza entrare nel merito delle singole questioni, è indubbio che il ruolo e la presenza dei cattolici democratici e popolari nella società contemporanea continua ad essere un tema importante e significativo. Tuttavia non possiamo non ricordare almeno 3 aspetti di questo dibattito.

Innanzitutto non possiamo non riconoscere che anche nell’area cattolico democratica e popolare italiana c’è un forte e massiccio pluralismo politico. Chi sostiene, maldestramente, che il tutto è riconducibile ad un dibattito all’interno del Partito democratico, oltreché compiere un atto di disonestà intellettuale, evidenzia un comportamento arrogante e profondamente sbagliato. E questo per la semplice ragione che nessuno, oggi, può ergersi ad interprete esclusivo della rappresentanza di un’area culturale molto frastagliata e, appunto, plurale sotto il versante delle opzioni politiche. È curiosa, per non dire anche un po’ comica, la vulgata giornalistica secondo la quale esistono alcuni “cattolici professionisti” alla Delrio o allo stesso Prodi, secondo la quale quando esprimono alcuni concetti nel merito della questione tutti dovrebbe adeguarsi perché rappresentanti esclusivi di quel mondo. Com’è evidente a molti, tranne a chi distorce in modo interessato la realtà, la questione è radicalmente diversa rispetto a questa singolare caricatura.

In secondo luogo i cattolici democratici e popolari e il Pd. Anche su questo versante dobbiamo essere onesti a livello politico ed intellettuale. Se è vero, com’è vero, che quest’area culturale ha scommesso in modo massiccio e convinto su questo progetto politico sin dal suo inizio, è altrettanto evidente che “il nuovo corso” del Pd inaugurato dalla gestione Schlein è radicalmente lontano, per non dire esterno ed estraneo, rispetto alla storia del cattolicesimo democratico e popolare. La torsione radicale, libertaria, massimalista ed estremista del progetto politico della Schlein è, oggettivamente, e del tutto legittimamente, lontana dalla sensibilità e dalla specificità di questo storico filone di pensiero. E questo al di là delle “mediazioni” che la nuova segretaria dovrà mettere in campo anche in questo settore. E cioè, rendere compatibile la sua visione radicale e libertaria con i cosiddetti “cattolici adulti” di prodiana memoria. Certo, chi proviene dall’area cattolico democratica e popolare e resta, legittimamente, per ragioni di potere o di organigrammi interni nel Pd, non ha alcun interesse ad aprire un dibattito sul “nuovo corso” di quel partito. Ma è di tutta evidenza, e per ragioni persin troppo chiare, che il dibattito ricco e fecondo sul ruolo e la funzione dei cattolici democratici e popolari nella società contemporanea non può ridursi a ciò che dicono o pensano quei dirigenti dopo la vittoria della Schlein.

 

Infine, oggi i cattolici democratici e popolari possono avere un grande compito nella riorganizzazione del quadro politico italiano. Ed è quello di saper riscoprire, senza alcuna presunzione ed arroganza di natura esclusivista, quella “politica di centro” che era e resta la vera specificità di questo patrimonio politico, culturale, valoriale e programmatico. Un ruolo, questo, che al di là dei personalismi, delle polemiche e delle scelte dei vari partiti a cui abbiamo assistito in queste ultime settimane, è riconducibile direttamente alla storica presenza dei cattolici democratici e popolari nella cittadella politica italiana. Perché la vera sfida del mondo cattolico democratico e popolare non è quello di fare le comparse in alcuni partiti ma, al contrario, di ritornare ad essere decisivi nella concreta dialettica politica italiana. La stagione dell’irrilevanza politica e della inconsistenza culturale dovrebbe, almeno così pare, volgere al termine.

Pnrr a prova di fuffa inerzia sprechi e burocrazia digitale

La differenza tra la teoria e la pratica è il peccato originale nella gestione politica della cosa pubblica in Italia, l’eccesso di annuncio il refrain che l’accompagna. Siamo satolli di parole e prodighi di effetti speciali nell’inventare sigle, formule, titoli e copertine: “Piano nazionale di ripresa e resilienza”, in acronimo Pnrr: il Next Generation Eu è il tentativo comunitario di realizzare le premesse di un progetto condiviso, di riprendere in mano il sogno dei Padri fondatori di una patria comune che stemperi le disuguaglianze, resta da chiedersi perché ciò che ci compete e viene chiesto svanisce nel tempo tra lungaggini e rinvii, incertezze e indecisioni. Si è parlato a lungo di un’occasione storica per il vecchio continente, avvalorata dalla necessità di fronteggiare i disegni totalitari tesi a configurare un nuovo ordine mondiale, di compattare le nostre economie, di stemperare le minacce belliche planetarie e le politiche commerciali espansive dei Paesi dell’Est.

Abbiamo un know how di civiltà, cultura e sapienza da spendere ma tutto resta intrappolato nei meccanismi arrugginiti dei nostri mali antichi: l’inerzia, lo spreco, la burocrazia oggi ammantata dalle lusinghe della transizione digitale che la rendono sempre più farraginosa e complicata.

Tra l’enfatizzata convocazione degli Stati generali a Villa Pamphili del luglio 2020 e il presente si aggira disorientato il topolino che la montagna aveva partorito. Bisognerebbe andare all’essenza delle cose, affrontare la realtà con uno sguardo lungimirante e mettersi al lavoro: questa regola ha sempre cozzato con il malvezzo della nostra inguaribile verbosità. Fiumi di parole, progettualità come maschera dell’eterno rinvio, difficoltà strutturale di focalizzare obiettivi raggiungibili, assemblearismo come degenerazione speculare della concertazione, sovrapposizione di ruoli istituzionali specie tra livello centrale ed enti locali, incapacità di coinvolgimento di uomini e apparati, strutturale conflittualità nelle tassonomie delle scelte.

La Corte dei Conti ha stigmatizzato la paralisi nella definizione degli step del PNRR, (la previsione di impegno dei fondi si è arenata al 6% di opere e progetti nella P.A.), puntando l’indice sull’inazione e la confusione che inceppano i meccanismi di funzionamento di una programmazione d’insieme che di fatto non esiste, almeno nella auspicata dimensione di una gestione coesa: sembra di rivivere le sgradevoli sensazioni che accompagnano le liturgie dei decreti milleproroghe e dei loro linguaggi criptici e confusivi.

In questa situazione le scadenze e la necessità di restituire all’U.E. un piano di fattibilità spingono verso l’errore più grave che si potrebbe commettere: spendere per spendere, comunque, a prescindere.

Nel forno del PNRR entra anche molta “fuffa” con finalità riempitiva, d’altra parte non ci si potrebbe attendere qualcosa di meglio da una P.A. carente in quanto a organici, non formata, taglieggiata dal turn-over, da una classe politica incapace di esprimere traguardi lungimiranti e – come osserva il Prof. Giavazzi – dal peso delle riforme mancate in questi anni che incidono sul PNRR più degli investimenti, un tempo alibi dell’inazione ed ora impasse nella gestione dell’innovazione. Come più volte evidenziato dal Presidente CENSIS Giuseppe De Rita i processi innovativi evocati dal Recovery Plan – a cominciare dalla transizione ecologica e dalla digitalizzazione dei servizi – necessitano di meccanismi accorti e comportano processi di metabolizzazione nel tessuto sociale. In ritardo su tutto si tirano fuori dai cassetti polverosi progetti datati e obsoleti da utilizzare per impegnare i fondi disponibili: ci si chiede forse, oltre l’immediata suggestione della “pioggia” dei 209 miliardi di euro quale sarà il ritorno produttivo, quanta parte e in quale modo dovrà essere restituita, quali saranno i meccanismi di controllo di qualità e le ricadute operative e innovative dei progetti? Dal Report diffuso dall’OICE (associazione di ingegneria e architettura di Confindustria) crollano le gare PNRR per servizi e appalti (da 1107 a 797 con un decremento da 1,2 miliardi a 381 milioni), mentre il piano di forestazione urbana si è arenato al 12% di impegno di spesa previsti. 

Nella scuola la maggior parte dei fondi è destinata al finanziamento di attività formative monotematiche, centrate sulla didattica digitalizzata, infarcite di anglicismi che fanno trend e affidate agli istituti Polo, mentre il Portale nazionale “Scuola futura” funge da bacino di raccolta, il Ministero limita la presenza a funzioni computazionali e di archivio. Dov’è finita la politica scolastica nazionale che genera un sistema formativo fondato su una identità culturale caratterizzante?

Come evidenziato da Il Sole 24 ore “Nella Missione 6, dedicata alla Salute, la spesa è praticamente assente (79 milioni su 15.626, quindi lo 0,5%), nella Missione 5 su Inclusione e coesione si arriva a 239 milioni (l’1,2% dei 19,851 miliardi di budget) mentre su Istruzione e ricerca (Missione 4) si arranca fino al 4,1% (1,273 miliardi spesi su 30,876).” I soldi ci sono ma mancano i progetti: quelli che sono presentati passano prima o poi sotto le forche caudine degli organismi comunitari europei: tuttavia in comparti strategici e a forte ricaduta sociale come sanità, trasporti, scuola, ambiente, prevenzione, inclusione non si è speso quasi nulla. Per non parlare della “digitalizzazione”, la parola più magica del PNRR, abusata in funzione di una valenza semplificativa ma declinata come arma di distruzione di massa nella quotidianità di vita della gente, burocrazia impenetrabile che implementa quella già esistente, capace solo finora di creare complicazioni e allungare (anziché snellire) le procedure amministrative e facilitarne la comprensione. Una vera caienna di password, username da resettare, codici alfanumerici, app da scaricare, identità digitali da sovrapporre, percorsi informatici che si arrestano all’anticamera del risultato atteso. Certamente un regalino del PNRR che crea garbugli e semina ansia e panico specie nell’utenza di una certa età: un feticcio venduto come conquista di cui molti – fruitori o vittime del PNRR che siano- farebbero volentieri a meno.

Roma 2050 è un’idea di futuro per la Capitale

Soffocata dai gravi problemi della quotidianità, Roma sembra aver rinunziato – e non da oggi – a riflettere sul suo futuro. Eppure, non si governa una città come questa senza un progetto di largo respiro, senza fissare obiettivi di qui a qualche decennio, l’intervallo necessario perché le scelte di oggi possano svilupparsi appieno.

In questo contesto l’Associazione PER ROMA intende stimolare e raccogliere contributi per un auspicato di- battito che porti la città – guidata in primis dall’amministrazione comunale  – a ragionare su se stessa e sul proprio avvenire, a immaginare quale potrebbe essere il ruolo di Roma nel mondo di domani, recuperando un protagonismo che nei secoli la città ha sempre avuto. Un dibattito che proiettandosi verso la data-simbolo del 2050, la svolta del secolo, proponga un’idea di Roma per il futuro.

La visione ha bisogno anche di concretezza e in questa ottica un’attenzione va data anche al 2030 visto come anno di riferimento a breve-medio termine, ma anche, nell’auspicio di ospitare l’Expo 2030, come tappa fondamentale per l’attuazione dell’Agenda Onu sulla sostenibilità.

Intendiamo fare appello alle migliori intelligenze, romane ma non solo (esperti, persone di cultura, imprenditori, manager, politici …) coinvolgendole in una riflessione di ampio respiro che non potrà non partire da alcuni dati di base (che cosa è Roma) e da alcuni scenari attesi (che cosa sta succedendo e che cosa si può prevedere che succederà nel futuro, prossimo e remoto) per aprirsi tuttavia a una progettualità vasta, a una visione adeguata al nome di Roma.

Al tempo stesso con questo progetto intendiamo e operare per risvegliare un’opinione pubblica che appare ormai indolente, quasi rassegnata a una prospettiva di declino. Per questo verranno organizzati, nella maniera il più possibile capillare, incontri con i cittadini e in particolare con i giovani, mentre saranno attivati canali di comunicazione nel web.

 

Qui di seguito il documento PDF

ROMA 2050

Ora il Sindaco di Udine costruisca una buona squadra amministrativa

Tom Nora Licenza Unsplash

Ho lasciato depositare il risultato per qualche giorno. Non mi sono lasciato prendere dall’entusiasmo. Avevo già, qualche giorno prima, presentato uno scritto in cui dichiaravo la mia attenzione nei riguardi del candidato Felice De Toni. Mi ero già, quindi, largamente pronunciato. 

Ho lasciato decantare i numeri e oggi, senza la frenesia del vincitore, posso permettermi alcune considerazioni. La vittoria è la vittoria del Sindaco. Perché si elegge direttamente la prima carica della città e quindi, non si può in alcun modo sminuirne il valore. È ben vero che c’è una coalizione dietro le spalle del primo cittadino, ma è leggermente staccata per valore.

In effetti, da trent’anni, si elegge direttamente il Sindaco. Quindi, si elegge pure il Consiglio comunale, ma tra i due organi, il legislatore ha inteso dare più caratura al primo dei due. Se un mese fa, il candidato De Toni aveva manifestato non tutta la freschezza di cui è disponibile, nel corso della campagna elettorale ha saputo largheggiare mettendo in atto le capacità che gli sono proprie.

Tra lui e Fontanini, non c’è alcun dubbio, che la partita l’ha vinta meritatamente il Sindaco entrante. Deve far tesoro di tutto questo e con massima sapienza costruirsi una squadra che possa, nel corso dei cinque anni, realizzare quanto i programmi hanno dichiarato.

Non stento a credere che una persona con l’esperienza di De Toni possa svolgere al meglio questa prima delicatissima funzione. Non starò qui a dare suggerimenti, non è assolutamente mia intenzione. Ce ne saranno altri a svolgere questo compito. A me spetta solo fare gli auguri di buon lavoro al neo Sindaco di Udine, sapendo che non trascurerà alcun bisogno della città che si è affidata nelle sue mani.

La lezione artistica di Geraci: mai darsi vinti nella ricerca della perfezione.

Fino al 2 luglio 2023 a Palazzo Branciforte a Palermo si può visitare la mostra Nino Geraci. Scultore del Novecento a Palermo, a cura di Gioacchino Barbera, con il coordinamento scientifico di Cristina Costanzo. La mostra, ideata in stretta collaborazione con gli eredi dello scultore, che conservano gran parte delle sue opere, intende recuperare agli studi e al tempo stesso presentare al pubblico più vasto la personalità artistica di Nino Geraci, uno scultore che ho apprezzato e studiato nel corso delle mie ricerche inerenti gli artisti italiani dei primi decenni del Novecento.

Tra le diverse documentazioni di casa Geraci ho trovato questo scritto: “Ben pochi diventano dei veri professionisti poiché si pensa che il miraggio della perfezione comporti necessariamente il raggiungimento del massimo traguardo e poi si rinuncia perché non si riesce ad arrivarci. Il pericolo non sta nel non raggiungere la perfezione assoluta. Sta nel darsi per vinti in questa ricerca”. Ed ancora, all’interno di una lettera inviata alla moglie nel novembre del 1957, “…Di fatto a Roma ero tra i primi giovani scultori. Poi saltai lontano, a N.Y. City, ove ottenni applausi e lodi più di quanto non mi aspettassi ma la morte inaspettata di mio padre, sul più bello, quando già mi ero affermato in terra straniera… ha fatto sì che tutto sia svanito, come un sipario di teatro. Ho dovuto cambiare…e ritornare a Palermo…”. Quindi ricerca della perfezione, prioritaria rispetto alla perfezione stessa, ed emigrazione a metà degli Anni Venti, alla ricerca, nuovamente, della propria natura-personalità e di “fama e gloria”. In entrambe le ricerche Geraci sembra non essere stato sufficientemente capito e, nel secondo caso, indirizzato dalla sorte, a scelte diverse.

Palermo 7 agosto 1900 Nino Geraci nasce (“era un vero leone” afferma la moglie) e dalla terra di origine assimila un carattere forte, irrequieto, a volte orgoglioso e contemporaneamente ricco di forza e vivacità creativa. L’arte prima di tutto. Anche prima della famiglia the amava immensamente ma in certi momenti contrastava, nel gioco dell’equilibrio Nord-Sud (la moglie Hildegard, pittrice e tedesca). Indispensabile la sfida, “alla” e “per” la vita, iniziata da bambino mentre aiutava il padre Gaetano, sbozzando crete o riproducendo teste di Serpotta. La passione di Geraci per la scultura è talmente profonda che non si arresta neppure quando a Roma, all’età di nove-dieci anni, si infortuna un piede con la macchina per tagliare il marmo. Questo fu il motivo per cui non fu arruolato in Guerra ed anche la causa di diverse operazioni, durante tutta la vita. Dopo gli studi di scultura a Roma e alla Scuola della Medaglia, dove prose due premi, e la frequentazione dell’Accademia di Belle Arti di Roma, gli viene affidata una Classe di Scultura. Geraci preferisce l’esperienza americana e nel 1925, dopo anni passati a studiare disegno, architettura, scultura (si vedano Torso del 1918-20, Ratto d’Europa della seconda degli anni `20 e i molteplici nudi femminili), decide di andare a New York, dove apre il primo studio, visitato da amici e collezionisti tra cui John Rockefeller, al Mac Dougal Alley.

II periodo di New York fu un momento felice: venne accolto, introdotto dallo zio marmista Beppino all’Unione Architetti Americani, nonostante non fosse cittadino americano. Geraci utilizzo con perspicacia i suggerimenti dati dallo zio e da alcuni amici incontrati casualmente nella “Big Apple”. Nonostante il carattere introverso, seppe organizzare le sue “public relations” tramite contatti con famiglie importanti che gli procurarono commissioni artistiche, soprattutto ritratti, tra cui Elizabeth Marshall, il Console Emanuele Grazzi, Vincent Peppe, Peeton e Charles Collens. In queste opere spicca l’attenzione psicologica data dallo scultore ai soggetti raffigurati e l’impianto classico, antico – come la natura artistica di Geraci – e moderno allo stesso tempo. Realismo e Neoclassicismo. Riguardo quel periodo la moglie Hildegard ricorda “collaborava con diversi studi di architettura, come Cross & Cross e The American Architect. Lui si sentiva felice a NY ed è per amore della madre che era tomato in Sicilia”. Lo scultore Geraci risiede nella capitale statunitense per sei anni. La sua permanenza newyorchese sarà interrotta soltanto da una breve parentesi europea: nel1928, tornando a Palermo, decide di soggiornare per alcuni giorni a Londra ed a Parigi.

Il successo statunitense si consolida tra il 1929 e il 1931. Sono anni in cui, nelle più prestigiose riviste e quotidiani americani, vengono pubblicati molti articoli riguardanti il giovane autore italiano. “Nino Geraci: l’artista siciliano che si è fatto valere in U.S.”; “Geraci ha solo trenta anni ma il suo stile dimostra una stupefacente combinazione che produce un effetto lirico, che solo le mani di un Maestro possono produrre. II suo metodo è una sintesi classica con una idea moderna”. Blind Man del 1931, realizzato per la Architectural League di New York, gli fa ottenere l’ambito “The Avery Prize” … “per la concezione che si stacca da ogni scuola ed ha l’impronta individuale della feconda fantasia del Geraci. Tutti piani della superba scultura seguono una stessa linea armoniosa… Opera forte, densa di pensiero, ricca di un simbolismo delicato e nello stesso tempo severo”. E il mitico “The New York Times” dedica allo scultore un articolo di merito. È un’opera che piace agli intenditori americani: la classicità della testa della Medusa decapitata risalta alla vista del Perseo, fisso nella sua posizione centrale. Proprio in quel periodo l’artista avrebbe dovuto rimanere in quell’America che lo stava “lanciando”. Invece sarà costretto a tornare a Palermo, a causa della morte del padre. Il passaggio dell’arte di Geraci in America è testimoniato da alcuni lavori di decorazione per edifici come il Capitol Building, la Royal Academy of Art and Scienze, il Paradise Theater nel Bronx, la Riverside Church, conosciuta come Rockefeller Church, la Architectural League. Inoltre, espone in alcune Gallerie di New York tra cui: la National Gallery of Design, la National New York a Brooklyn e la Challon Gallery. Tra le opere di quel periodo: Pugili, che a tratti rimanda ad alcuni schizzi preromantici di pittori come Antoine-Jean Gros o a particolari studi preparatori alla Canova; “racconti” religiosi come quelli rappresentati nelle Lunette in Riverside Church ed una bronzea Ballerina, corrispondente ai canoni della dinamica futurista (un’attenzione analoga, al movimento dell’oggetto in relazione con lo spazio, la si riscontra in Arciere, dei primissimi anni ‘30).

Poi nuovamente l’Italia e Palermo dove, nel 1935, Nino Geraci ottiene la prima commissione pubblica: due figure in bronzo (Diana Cacciatrice e Mercurio) per la Sala del Consiglio del Nuovo Palazzo del Banco di Sicilia. Si susseguono lavori differenti tra loro, per l’ubicazione finale (sculture per esterni e per interni) e per le fattezze (dimensione, materiale, immagine riprodotta). Tra le numerose opere alcune gli vengono commissionate nel periodo fascista e quindi corrispondono ad una linea compositiva schematica, a tratti statica, mentre altre sono più armoniche, classiche nel loro rifarsi all’evoluzione del gesto artistico e della mutevolezza dell’equilibrio delle forme del dopo Policleto. Quindi da lavori come Icaro (1938), Mussolini (marmo degli anni ‘30) o Bozzetto per Monumento ai Granatieri di Sardegna del 1940, si passa a Maternità. E ponendo in parallelo differenti plasticità, dalla serie degli atleti dei primi anni ‘40 (Lanciatore del disco, Lanciatore del Giavellotto, Il vogatore) si giunge alle figure atletiche della fine degli stessi anni, come Tuffatore, il bronzo realizzato nel 1948 che si trova nel giardino antistante la piscina comunale di Palermo. Ed ancora: opere di stampo religioso come San Sebastiano del 1948, la Madonna della Conca d’oro del 1950, collocata sulla torre campanaria della Cattedrale di Palermo, la Pietà del 1955, the si trova nella navata sinistra della Chiesa di San Francesco d’Assisi a Palermo. Successivamente, sempre in relazione all’iconografia sacra, negli anni ’60 -‘70 realizzò alcune importanti opere. Tra tutte: San Michele Arcangelo (1965, Palermo, Chiesa di San Michele Arcangelo), la Deposizione con le tre Marie (il marmo, datato 1978, si trova all’interno della Chiesa Don Bosco a Villa Ranchibile, Palermo).

Geraci amava scolpire ascoltando musica, classica. Le sonorità di Mozart e Beethoven ben si abbinavano alla sua idea di scultore “michelangiolesco”. Neppure la paralisi alla mano e al braccio destro, che colpi il Maestro nella seconda metà degli anni ‘70, freno il suo intenso amore per il “gusto dell’arte”. Egli, per poter nuovamente esprimere la sua creatività, si fece persino costruire una sorta di ruota colma di attrezzi pesanti per potersi esercitare, con l’intento di riacquistare la sensibilità perduta. Poi inizio, casualmente, a scolpire con la mano sinistra quando, in visita ad un suo amico scultore, gli venne chiesto un parere su un ritratto: la scultura non soddisfaceva per nulla Geraci che afferrò con la mano sinistra gli “arnesi del mestiere” e scolpì. Ma, nonostante ciò, la tenacia caratteriale ed artistica di Geraci da allora fino alla morte, nel 1980, si bloccò, come la mano destra, paralizzata dagli eventi e, forse, dalla non coincidenza dei tempi.

“Dalla plastilina, al gesso, la sua mano non si arresta dinanzi alla difficolta della materia e cosa ormai rara fra i nostri artisti, prosegue la sua ispirazione d’arte lavorando sul marmo fino a compiuta realizzazione artistic (il Giornale d’Italia, 17 marzo 1937). È vero. La mano di Nino Geraci “…non si arresta dinanzi alla difficoltà della materia” va oltre creando immagini-espressioni dell’uomo. Egli osserva al di là dell’immediatezza visiva la figura umana e scolpisce, cercando equilibri tra il soggetto raffigurato (la scultura) e lo stato d’animo suggerito (psiche e interiorità della figura rappresentata). Geraci desidera e cerca la sfida con se stesso. Egli opera all’insegna di un equilibrio in cui la proporzionalità è parte integrante dell’insieme della lavorazione: la manualità e la tecnica si inseguono a vicenda. Nascono nudi, ritratti, atleti, che ci riportano alle lezioni dell’arte del passato, producendo lente mutazioni di figure che conservano il senso dell’unita. Egli guarda alla linearità Neoclassica, studia con passione i grandi del Rinascimento e, di tanto in tanto, lancia un occhiata ad artisti come Canonica, Martini, Wildt, Bistolfi e Rosso.

Conservatore ed innovatore, Geraci produce armonie. La tecnica si unisce alla sensibilità e la valenza estetica sembra bloccarsi, volutamente, all’iconografia. Il risultato: immagini contrastate dall’alternarsi di forze centripete e centrifughe in cui il movimento, a volte anche una lieve inclinazione del viso scolpito, si manifesta prima di tutto, superando calcolate dimensioni spaziali. Captando sensibilmente l’azione totalizzante del movimento, soprattutto osservando i diversi studi riguardanti gli atleti e le ballerine, il desiderio che sorge è quello di girare attorno all’opera. Ed ecco che il tempo pare fermo/immutato e tende, comunque, a suscitare, paradossalmente, immagini in azione (attività del corpo o del pensiero) che a volte sembrano “bloccate” da un flash fotografico della memoria. Così si delinea la personalità di Geraci e le componenti essenziali della sua arte: linea e decorazione.

È urgente una rifondazione del pensiero politico democratico e alternativo alla Destra

La Politica italiana pare ormai connotata da un fenomeno piuttosto insolito. Sul piano economico e finanziario, si vince con il populismo e si governa con il realismo. Come altro definire l’azione del Governo Meloni? Nessuna delle tesi proposte dalla destra in campagna elettorale sta trovando riscontro nei documenti di programmazione finanziaria e nei provvedimenti approvati. Al contrario, la gestione della politica di Bilancio pare ispirata dal rispetto assoluto dell’equilibrio nei conti pubblici. E la stessa posizione in sede comunitaria del Governo non pare proprio dare quei segnali di radicale cambiamento che erano stati rivendicati. Della serie: i voti si prendono con le parole forti e con le proposte più dirompenti, ma poi l’azione di Governo – una volta ottenuti copiosamente i voti – si esercita nel rispetto dei vincoli oggettivi e invalicabili che la situazione italiana ed europea impone.

È la distorsione strutturale di un sistema della rappresentanza che ha perso ormai ogni riferimento alla “moralità politica”. Essa non è, in tal caso, quella del “non rubare”, ma quella del non fare ciò che si era promesso sapendo benissimo di non poterlo mantenere. La crisi della Politica sta in larga parte qui. E ciò spiega anche la durata effimera delle leadership che di volta in volta sembrano imperiture, ma poi franano all’insegna del motto: questa/o ci ha delusi, avanti un altro/a. La Destra sembra consapevole di tutto ciò. Ed infatti, se sul piano della politica economica e finanziaria non si muove di un millimetro dal solco del rigore di Bilancio (quello che contestava agli altri), prova a corrispondere al consenso ricevuto con battaglie di “identità”. Esse non costano nulla in termini di Bilancio. Anche se costano un patrimonio in termini di coesione sociale, di “valori comunitari” ed in prospettiva anche in termini sociali ed economici. Ma si tratta di una contabilità diversa e differita.

Ecco allora che il Governo se la prende via via con il “nemico di turno”. In questi giorni, va di moda prendersela con gli immigrati. Il Ministro Lollobrigida lo ha detto chiaro e tondo: invece che accogliere mano d’opera straniera (che serve in realtà come il pane), meglio che le donne italiane facciano più figli! Così la razza italica sarà garantita. A parte ogni altra considerazione etica (i figli sono un dono per le famiglie e per le comunità, non uno strumento per la difesa della razza), qualsiasi studioso di demografia penso che strabuzzi gli occhi. Sono orgoglioso di aver promosso, durante la mia Presidenza della Provincia Autonoma di Trento, la Legge Provinciale che ha istituito (per prima a livello regionale) l’allora “Agenzia per la Famiglia” (che vedo oggi promossa come una coccarda sul bavero della attuale Giunta in altre Regioni ed in ambito ecclesiale nazionale) e di aver messo in campo molte iniziative a favore della natalità: impegno al quale credo sia come cattolico che come cittadino. Ma mai avrei pensato che questa tematica sarebbe stata evocata un giorno da un membro del Governo del mio Paese per rivendicare un primato razziale contro la temuta “sostituzione” etnica. E proprio nel giorno nel quale il Presidente Mattarella, in Polonia, ha esortato a non dimenticare i drammi che l’istinto razziale ha comportato nella nostra storia.

Se dunque, sul piano finanziario, la Destra al Governo non produce gli annunciati danni perché soggetta ai vincoli invalicabili del sistema, ne produce di ben peggiori su un altro piano: quello dell’anima, della cultura e dei valori condivisi di un popolo che ogni giorno essa sollecita al rancore, alla divisione, all’egoismo, alla paura. Esattamente il contrario della prospettiva di rigenerazione della Democrazia attraverso un “Nuovo Umanesimo” evocata da Papa Francesco e delle esortazioni di pensatori laici, come Edgar Morin, in tema di “crisi di pensiero dell’Occidente”. A questa Destra fa fronte una Sinistra italiana in larga misura prigioniera del primato dei soli “diritti individuali” ed incapace di elaborare una idea solidale, comunitaria e sostenibile di sbocco a questa fase di crisi del capitalismo e della Democrazia Liberale. E per questo poco in sintonia con larghe fasce popolari e non metropolitane. È urgente una rifondazione del pensiero politico democratico e alternativo alla Destra. Ciò può accadere – vista la situazione – a partire dai territori, più che dai Palazzi romani. Ed il contributo dei Popolari, se si tengono alla larga da operazioni di piccolo cabotaggio e pensano al futuro – può essere determinante.

Le elezioni europee, il Centro e i Popolari.

Un termine lega l’altro: le prossime elezioni europee, il polo di Centro e il ruolo dei Popolari. Sono tre parole intrecciate innanzitutto perché i cattolici popolari non possono più giocare un ruolo marginale ed irrilevante nello scenario politico italiano; in secondo luogo perchè i cattolici popolari, e non solo storicamente, sono determinanti per ricostruire un Centro dinamico e riformista nel nostro paese e, soprattutto, una “politica di centro” oggi quantomai carente se non del tutto assente; e, in ultimo, le elezioni europee sono l’appuntamento politico forse più importante e significativo per verificare con gli elettori la bontà di questo progetto.

Ora, nessuno – come ovvio e scontato – ha la ricetta magica su come affrontare e sciogliere questi nodi squisitamente politici. Una cosa è certa, però. E cioè, una lista con un visibile e credibile profilo centrista, democratico e riformista alle prossime elezioni europee non può non avere come elemento costitutivo e centrale la presenza della cultura cattolico popolare e sociale. E questo per la semplice ragione che le identità politiche e culturali ritornano ad essere decisive nello stesso dibattito politico italiano dopo la sbornia populista, demagogica, anti politica e qualunquista interpretata dal partito dei 5 stelle. Non a caso, il voto del 25 settembre scorso non solo ha segnato la vittoria della destra democratica e di governo ma, soprattutto, ha introdotto nel circuito politico la presenza autorevole di una destra fortemente identitaria. Specularmente, è persin inutile ricordare che con la straripante vittoria alle primarie del Pd della Schlein, è tornata una sinistra smaccatamente libertaria, radicale, massimalista ed estremista. Un profilo che confligge anche con la tradizionale identità, mission e ruolo politico del Partito democratico che vedeva nella confluenza della cultura cattolico democratico con la tradizione ideale e politica post comunista il cuore pulsante del progetto di quel partito. 

È di tutta evidenza che, in un contesto del genere, la “politica di centro” e lo stesso Centro sono destinati a ritrovare uno spazio e un ruolo importanti e cruciali. Quando dico “politica di centro” non penso, come ovvio, ad una banale e grigia riedizione, seppur in forma aggiornata e rivista, della storia del partito liberale o repubblicano o tardo azionista come vuole, almeno così mi pare, il capo di Azione Calenda. Semmai, e al contrario, si tratta di un progetto politico riassumibile con la riproposizione di un pensiero centrista riformista, democratico e dinamico che veda, appunto, nei cattolici popolari il nucleo centrale di questa scommessa politica ed elettorale.

Abbiamo un anno di tempo per costruire, senza furbizie ed equivoci, questa battaglia squisitamente politica. E, soprattutto, senza alcuna presunzione culturale od arroganza politica. Ma solo e soltanto con la forza disarmata delle idee e alimentata da quella cultura politica che era e resta centrale e costitutiva nella cittadella politica italiana contemporanea.

Ridurre lo spreco di farmaci vale due miliardi l’anno

Assorted pills

Un farmaco su dieci finisce nel cestino perché le scatole contengono più o meno pillole di quelle che servono per completare la terapia. Uno spreco che è stato stimato in due miliardi l’anno. Ciascuno di noi può testimoniare questo spreco aprendo il cassetto o l’armadietto di casa dove conserviamo le medicine. Troviamo tanti farmaci scaduti, scatole semipiene, flaconi di sciroppi che difficilmente si possono aprire, ecc. Se moltiplichiamo il volume del nostro cassetto per 25 milioni e 700 mila, che è il numero delle famiglie italiane, il volume dei farmaci inutilizzati nei cassetti degli italiani è di circa 600.000 metri cubi: si potrebbe riempire fino al colmo lo stadio della Juventus o la cubatura degli edifici di un comune di 8.000 abitanti!

 

È possibile eliminare, o quantomeno ridurre, questo spreco imponendo alle aziende farmaceutiche delle regole sulla confezione dei farmaci. È stato stimato che a causa delle scatole con un numero di pillole inadeguato alla terapia si sprechi il 10% dei medicinali. “Sono ancora molte le confezioni – sostiene il Comitato nazionale di bioetica – in cui non vi è corrispondenza fra i giorni di trattamento ed il numero di unità terapeutiche (pillole, compresse, capsule o altro) in conformità alle prescrizioni mediche. Infatti, la maggioranza dei farmaci confezionati in blister spesso contiene un numero di compresse superiore o inferiore del 30%, in media, rispetto al normale ciclo terapeutico per cui viene impiegato.” In tal modo si costringono i medici a prescrivere, e i consumatori ad acquistare, una seconda confezione del farmaco o a mantenere in giacenza la confezione, spesso fino alla scadenza del prodotto. Discorso simile per i medicinali in gocce, poiché frequentemente una frazione del contenuto rimane in boccetta inutilizzato.

 

L’AIFA, agenzia Italiana del farmaco, rileva che a finire nel “cestino” sono soprattutto gli antibiotici e a seguire gli analgesici, gli sciroppi, i farmaci per l’ipertensione e per lo scompenso cardiaco, gli antiaggreganti e gli anticoagulanti. Ciò si traduce in uno sperpero delle risorse pubbliche, che potrebbero essere altrimenti utilizzate, e/o in un inutile aggravio per la spesa dei cittadini.

 

Per ridurre questi sprechi servirebbe una legge nazionale specifica. Attualmente sono in vigore due norme, una del 2012 e l’altra del 2014, che avrebbero dovuto avviare la sperimentazione negli ospedali di “sistemi di riconfezionamento, anche personalizzato”, e individuare le “modalità per la produzione e la distribuzione in ambito ospedaliero, in via sperimentale per un biennio, di medicinali in forma monodose”. Queste due norme molto ambiziose non hanno prodotto risultati.

 

Non a caso il Comitato Nazionale per la Bioetica il 23 giugno 2017 ha rimproverato le istituzioni per le confezioni non ottimali dei farmaci, approvando una mozione presentata da Lorenzo d’Avack, Silvio Garattini e Carlo Petrini. “La persistenza delle confezioni inappropriate dei farmaci si presenta, dunque, come particolarmente criticabile, poiché per contenere questi sprechi non vi sono particolari difficoltà ed è già ammesso per le industrie sanitarie allestire dosi singole di farmaci nel rispetto della corretta conservazione e preparazione. In generale non è comprensibile che il consumatore sia stato orientato dalle Istituzioni all’uso di farmaci generici, nell’intento di contenere la spesa delle famiglie e dello Stato stesso, per poi riscontrare un atteggiamento d’indifferenza rispetto ad uno spreco di tali proporzioni”. Per queste ragioni il Comitato ha raccomandato di implementare interventi atti a diminuire lo spreco ingiustificato di farmaci, determinato dal formato“maxi” o “mini” delle confezioni immesse sul mercato dall’industria farmaceutica.

 

Dal momento della bacchettata da parte del Comitato etico nessuna legge è stata approvata e non è stata neppure presentata una proposta legislativa al Parlamento. Così vengono impegnate le risorse scarse del fondo sanitario per finanziare sprechi. È mai possibile che nelle finanziarie che si sono succedute negli ultimi anni, tutte in deficit, nessuno abbia avuto il coraggio di presentare una norma o un emendamento per eliminare questi sprechi?

 

Nel 2019 l’ex Ministro della Sanità e il direttore dell’AIFA annunciarono in pompa magna il via alla sperimentazione dei medicinali sfusi che avrebbe dovuto coinvolgere aziende sanitarie e farmacie selezionate. A tal fine fu costituito, all’interno dell’AIFA, un apposito gruppo di lavoro che avrebbe dovuto raccogliere informazioni sulle varie esperienze a livello internazionale e successivamente avviare un confronto con industria, medici, farmacisti e pazienti. Nonostante gli impegni, gli annunci e le conferenze stampa siamo ancora al punto di partenza.

 

È giunto il momento che il Parlamento decida, così come hanno già fatto altri paesi dove la vendita di farmaci sfusi esiste da tempo (USA, Regno Unito, Germania, Svizzera e Canada). Il problema è chiaro e non occorrono altri approfondimenti. La riduzione degli sprechi richiede solamente una forte determinazione politica nei confronti delle aziende farmaceutiche, altrimenti si continuerà a gettare dalla finestra 2 miliardi di euro l’anno, lusso che il nostro paese non può più permettersi in un momento come questo di grandi difficoltà del Servizio Sanitario Nazionale.

Il SSN non si difende solo con dichiarazioni di principio, che fanno ormai persino con grande ipocrisia aziende farmaceutiche e compagnie assicurative, ma con provvedimenti urgenti, puntuali e praticabili. Continuare a discutere dei massimi sistemi sulla sanità, senza assumere subito alcune decisioni coraggiose, equivale a testimoniare un’impotenza della politica che si rassegna alla privatizzazione del SSN.

 

Marco Aurelio, padrone di un impero, rivolgeva a se stesso un monito: “E non attendere la giusta Città di Platone, ti deve bastare un po’ di miglioramento, anche minimo”. Monito che se fosse seguito ci renderebbe almeno moderatamente soddisfatti perché indicherebbe che sarebbe stata imboccata la strada per risolvere i problemi e abbandonata quella delle chiacchiere inutili.

L’Osservatore Romano | I colpi della globalizzazione e la crisi della post-modernità.

Giuseppe Bonvegna

 

È ancora possibile parlare di persona, come individuo umano in relazione con Dio e con gli altri, dopo la “morte di Dio”, cioè dopo fine della metafisica classica e cristiana e della grande narrazione idealistica moderna hegeliana? Siamo infatti entrati, da alcuni decenni, in quello che Francis Fukuyama nel 1992, all’indomani della caduta del Muro di Berlino e della dissoluzione dell’Urss, chiamava La fine della storia, cioè di quella storia intesa come grande narrazione relazionale che aveva caratterizzato la cultura occidentale almeno a partire dall’inizio dell’era cristiana: al suo posto, sullo scorcio del Novecento, iniziava la «modernità liquida» (per usare le parole di Zygmunt Baumann), consistente nella elevazione del disimpegno razionale a supremo fine.

Il convegno dell’Adif (Associazione Docenti Italiani di Filosofia), dedicato al tema della persona in occasione del cinquantesimo dalla fondazione, dal 13 al 15 aprile presso l’Università di Roma Tre (Dipartimento di scienze della formazione), si è interrogata sul nesso che, nella persona, tiene unite identità e relazione.

La tre giorni romana, patrocinata anche dalle Università di Tor Vergata e Lumsa e da diverse Associazioni filosofiche e culturali, aperta, nel pomeriggio del 13 dalla relazione del cardinale José Tolentino de Mendonça (Prefetto del Dicastero Pontificio per la Cultura e l’Educazione) si è orientata nelle giornate di venerdì e sabato (con interventi di Andrea Monda, Marco Tarquinio e di circa quaranta relatori distribuiti anche in sessioni parallele), verso una messa a fuoco dei principali e attuali approcci filosofici e teologici alla persona: nella consapevolezza che psicologia, sociologia, pedagogia, comunicazione, letteratura e arte, nel momento in cui, domandandosi chi è l’essere umano, vogliano trattare il tema della persona, non possano fare a meno di una antropologia filosofica fondata teologicamente, dal momento che la riflessione sulla persona ha proprio origine nella riflessione teologica.

Il termine “persona”, infatti, affonda le sue radici nel teatro etrusco, passa attraverso il linguaggio giuridico romano ed è utilizzato nella teologia cristiana per denominare le persone della Trinità e indicare che, nell’uomo, accanto alle dimensioni corporea e psichica, c’è una dimensione spirituale.

Oggi però la persona sembra sempre più scomparire sotto i colpi di una globalizzazione che, nei suoi due momenti tecnologici (3.0 e 4.0), ha decretato la condanna senza appello della relazione a tutto vantaggio di una identità autoreferenziale e materialisticamente intesa.

Si tratta di un riduzionismo che nemmeno la stagione delle ideologie dell’illuminismo e del post-illuminismo ottocentesco e del Novecento totalitario era riuscita a dispiegare per intero, dal momento che la Seconda Modernità viveva ancora del retaggio del finalismo cristiano (seppur nascostamente e non interamente), come hanno messo in luce, nella seconda metà del Novecento, Karl Löwith e Hannah Arendt.

Laddove quindi l’uomo moderno, dall’Encyclopédie in poi, era un individuo che, pur avendo perso la relazione con Dio, conservava ancora quella con gli altri, l’uomo post-moderno perde anche la relazione con gli altri (e non recupera quella con Dio). La post-modernità, infatti, nonostante una sbandierata promessa di nuova relazionalità offerta dagli strumenti della tecnologia del web e dei telefoni cellulari prima e del digitale e dell’intelligenza artificiale poi (e adesso), risulta, alla prova dei fatti, una delle principali responsabili della attuale eclissi della relazionalità umana e quindi della persona (che è individuo in relazione): e questa eclissi della persona si realizza proprio attraverso quegli strumenti comunicativi che formalmente sarebbero destinati a favorire la relazione.

Dopo l’annuncio di Steve Jobs, che a inizio anni Duemila, presentando l’iPod, affermava trattarsi di una tecnologia che sarebbe arrivata al cuore delle persone, vent’anni dopo possiamo affermare che la previsione del fondatore della Terza e della Quarta Rivoluzione Industriale si è realizzata non certo nella sua forma liberatoria, ma in quella più inquietante, dato che, nel frattempo (attraverso l’iPhone e i Social) risulta persino molto discutibile che i loro fruitori sanno ancora di avere un cuore.

Fonte: L’Osservatore Romano – 15 aprile 2023

Intervista a Poletti: Ucraina, arbitrato internazionale per una pace stabile.

Proponiamo questa intervista di Alberto Mattioli ad Ugo Poletti, imprenditore milanese e residente da anni a Odessa dopo avere passato tempo anche in Russia per studiare la lingua. Sposato con una cittadina ucraina ha fondato il “The Odessa Journal” (in lingua inglese). Ha pubblicato lo scorso anno “Nel cuore di Odessa”, un libro che ripercorre la storia del paese e segnatamente di questa citta’ cosmopolita snodo cruciale tra est ed ovest, voluta dalla zarina Caterina e fondata da un nobile napoletano.

Bakhmut è rasa al suolo ma si continua a combattere ferocemente metro per metro e lo squadrone mercenario Wagner non può ancora cantare vittoria dopo avere subito ingenti perdite. Il suo strano comandante Prigozhin alterna dichiarazioni di successo ad altre ambigue ove sembra invitare Putin a cercare soluzioni per evitare che si prolonghi lo strazio del campo di battaglia. Si combatte anche a Sloviansk, colpita forte dai raid russi che hanno sventrato un palazzo. Altri cinque civili uccisi. La diplomazia occidentale, in assenza di spiragli di dialogo, resta in pressing sulla Cina perché rafforzi l’impegno per una mediazione, ma l’annunciata telefonata di Xi a Zelensky per ora non arriva. Intanto il presidente russo Vladimir Putin ha firmato una legge per la creazione di un sistema di leva digitale che faciliterà notevolmente la mobilitazione dei russi nell’esercito. Per l’Intelligence militare britannica questo è un segnale di prolungamento del conflitto. L’Ucraina ha ricevuto carri armato e jet ma per ora non pare in grado di sferrare una forte controffensiva.

Perché questa resistenza accanita a Bakhmut, cosa rappresenta questa città?

La città ha due caratteristiche che l’hanno messa al centro delle operazioni militari: 1) si trova vicino alla maggiore fonte di rifornimento russa: la ferrovia che collega il fronte a Rostov sul Don. Per attaccare hai bisogno di un flusso costante di munizioni e il settore di Bakhmut è il piú facile da rifornire; 2) si trova sulla linea piú diretta per raggiungere la cittá di Kramatorsk, centro amministrativo del Donbas controllato dagli Ucraini, che la strategia russa prevede di conquistare.

Andrebbe ricordato che la conquista di una cittá di 70.000 abitanti (oggi ne sono rimasti appena 5.000) non determina la vittoria in una guerra. Una conquista territoriale ha valore se crea un grande vantaggio per chi l’ha presa e un grave danno per chi l’ha persa. Per esempio questo succede quando si conquistano grandi cittá o ponti su fiumi importanti. Ma non basta. Nella seconda guerra mondiale i Tedeschi avevano quasi completato la conquista di Stalingrado, ma poi hanno perso la guerra.

Come vedi la situazione militare e politica russa?

I vertici militari russi hanno dovuto incassare grandi umiliazioni sul campo di battaglia da parte degli Ucraini e dopo piú di un anno di guerra si trovano con un esercito di qualitá inferiore rispetto a quello con cui hanno attaccato, per le enormi perdite tra i soldati professionisti e gli ufficiali di carriera. Oggi l’esercito russo è largamente composto da civili reclutati e senza esperienza di combattimento. Inoltre, ci sono da mesi lotte intestine tra l’esercito regolare e le formazioni di mercenari ceceni e della agenzia Wagner, che penalizzano l’efficienza e il morale.

La Russia è sempre stata molto temibile per le sue dimensioni e per la sua storia. Tuttavia, non vanno dimenticati alcuni dati economici: il PIL russo è,pari a quello della Spagna, con spese militari simili a quelle della Gran Bretagna, ma con un esercito 20 volte piú grande. Inoltre, le spese militari sono per metà assorbite dalla manutenzione dell’immenso arsenale nucleare. Si tratta quindi di un sistema economico non abbastanza ricco da sostenere un conflitto lungo, senza impoverire tutta la societá. In poche parole, la Russia abbonda di uomini da reclutare, ma giá oggi non riesce a produrre abbastanza uniformi con lo stesso colore per vestire le reclute. La risorsa piú forte della Federazione è lo spirito di sacrificio dei Russi. Ma questa dote non è eterna, e anche i soldati russi hanno smesso di combattere dopo grandi sacrifici nella prima guerra mondiale e nella guerra russo-giapponese.

Come mai Prigozhin, una delle facce piú inquietanti della leadership militare russa, ha fatto strane proposte di pace?

In effetti Yevgheny Prigozhin, il fondatore dell’agenzia di mercenari Wagner che si è distinta nella battaglia di Bakhmut, ha cominciato con grande sorpresa a parlare di pace. Dopo aver gareggiato con il capo delle milizie cecene Kadyrov nelle esternazioni piú guerrafondaie, oggi afferma che sarebbe il caso di iniziare trattative di pace. La sua milizia privata ha subito perdite enormi e non è riuscita a portare a Putin quella vittoria smagliante che aveva promesso. Queste dichiarazioni in favore della cessazione delle ostilitá sono un segnale di sfiducia verso la vittoria finale, che si sta diffondendo presso l’élite russa. Prigozhin sta costruendo l’alibi in caso di sconfitta, per non essere messo al banco dei perdenti e dimostrare che, a un certo punto, non era d’accordo nel continuare la guerra.

Il tentativo di mediazione di Xi Jinping è credibile? Ci sarà un incontro con Zelensky?

La Cina ha la possibilitá di svolgere un ruolo importante nella risoluzione del conflitto, perché non è solo il principale alleato politico della Russia, ma anche il maggior partner commerciale dell’Ucraina. Quindi nessuno dei due stati in conflitto puó ignorare la sua voce. Inoltre, la Cina è favorevole alla cessazione della guerra, perché la sua economia e la sua pace sociale dipendono dal commercio con gli USA e l’Europa. Questa guerra ha danneggiato i traffici della Cina con l’Occidente e ha bloccato l’ambizioso piano delle “vie della seta”. Ecco perché Pechino, dopo un anno di attesa, ha cominciato a parlare di pace. E se Xi Jimping avrá un incontro diretto con Zelensky, sará un notevole passo avanti, perché infrangerá il veto russo a riconoscere il Presidente ucraino come interlocutore. Potrebbe essere una svolta per mettere una data di scadenza al conflitto.

La situazione sul campo appare bloccata, la Russia non sfonda e l’Ucraina non pare poter effettuare una forte controffensiva. È plausibile che possa riprendersi tutti i territori, Crimea inclusa? Quale può essere la soluzione per ritrovare la Pace?

La situazione è in stallo ed è difficile fare previsioni, anche se il trend è positivo per gli Ucraini, grazie all’appoggio dei Paesi occidentali. Certamente gli Ucraini hanno bisogno di portare a casa un altro successo militare e si oppongono a qualsiasi cessate il fuoco senza la restituzione dei territori occupati. Quindi dobbiamo aspettarci operazioni militari di grande intensità per quest’estate. Quando i contendenti decideranno di sedersi al tavolo per negoziare, la Crimea sarà un bel nodo da sciogliere, perché è una questione esistenziale per entrambi i contendenti. Sarà necessario un arbitrato internazionale dove proprio la Cina potrebbe essere garante, se gli USA lo permetteranno. Credo che l’amministrazione della Penisola da parte di un paese terzo per 5 anni, così da preparare un referendum con monitoraggio internazionale, sia una soluzione percorribile.

Cosa possiamo aspettarci dalla prossima conferenza Italia-Ucraina del 26 aprile a Roma dedicata alla ricostruzione del paese?

Si tratta di una iniziativa importante per offrire alle aziende italiane la possibilitá di lavorare alla ricostruzione dell’Ucraina dopo la guerra. Noi Italiani sappiamo cosa puó rappresentare per un paese un processo di ricostruzione ben organizzato e con un uso efficace dei fondi a disposizione. Tutti i grandi paesi europei stanno preparandosi a partecipare a questo grande processo ed è essenziale che il governo italiano stringa accordi con il governo ucraino per definire in quali settori l’Italia puó contribuire con le proprie eccellenze.

La vitalità miracolosa dell’Italia democratica del 18 aprile 1948

Ci troviamo nella Quadreria della Venerabile Arciconfraternita dei Santi Bartolomeo e Alessandro della Nazione dei Bergamaschi, una delle Arciconfraternite più antiche di Roma eretta nel 1539, che possiede la Chiesa di Santa Maria della Pietà e dei Santi Bartolomeo e Alessandro. Più precisamente, ci troviamo negli ambienti retrostanti alla sagrestia di questa Chiesa, che ospita la Confraternita dal 1725. Attiro la vostra attenzione sul nucleo di importanti dipinti provenienti dalla chiesa e sagrestia di San Macuto, sede originaria della Confraternita stessa. Le tele esposte formano un insieme unitario, patrimonio artistico-culturale unico. Quanto resta del nucleo più antico delle opere commissionate dal Sodalizio per decorare la chiesa.  Sono state eseguite tutte in un arco cronologico compreso tra il tardo Cinquecento ed il Settecento.

In qualità di Vice Presidente dell’Associazione Nazionale Democratici Cristiani (ANDC) e a nome del Presidente Senatore Lucio D’Ubaldo e del Direttivo, saluto tutti i partecipanti a questo convegno (realizzato con il prezioso contributo dell’Istituto degli studi politici San Pio V) focalizzato su Gedda, Dossetti e De Gasperi, protagonisti assoluti delle elezioni spartiacque del 18 aprile 1948, anno in cui iniziò una importante fase storica della vita politica italiana e dell’intero Paese. Si concludeva, praticamente, l’opera della Resistenza contro il nazi-fascismo e cominciava con un nuovo governo, espressione della volontà popolare liberamente espressa, la ripresa morale, politica ed economica dell’Italia. Il Paese entrava a pieno diritto nella Comunità Internazionale, iniziando un percorso virtuoso destinato a conseguire in pochi anni brillanti risultati in tutti i campi. Questo incontro s’inserisce nell’attività della nostra Associazione volta a studiare ed approfondire l’azione condotta dai partiti democratici cristiani in Italia, in Europa e nel mondo nel corso del secolo Ventesimo. Esso vuole rappresentare un motivo di ulteriore approfondimento dello stesso tema che l’Istituto San Pio V già aveva iniziato a trattare nel 2018, col desiderio di apportare nuovi contributi di analisi e valutazione storica. 

Nel far ciò, siamo guidati dalla consapevolezza e convinzione che tale ordine di riflessioni siano in grado di influire positivamente anche nel presente, favorendo il consolidamento nella società di uno stato democratico in seno al quale la cultura, la sensibilità sociale ed un profondo senso civico e cristiano conservino sempre un altissimo grado di priorità. Ed a tale riguardo, proprio Gedda, Dossetti e De Gasperi riteniamo possano rappresentare una formidabile fonte di ispirazione. Infatti, ciascuno di loro, seppur in modi diversi e con la propria personalità e visione morale, etica e politica, agì nella stessa direzione di marcia ossia dare all’Italia e agli italiani la possibilità di sprigionare una vitalità che Gaetano Salvemini (tornato nel 1947 in Italia dopo il lungo esilio) non esitava a definire “miracolosa” e rivelatasi poi fondamentale per la definitiva rinascita del Paese (in modo significativo ancora oggi ricordata come “miracolo economico”).

In un’Italia ancora alla ricerca di una connotazione ben definita ed oscillante tra una non semplice scelta di campo il pragmatico Gedda, con il suo appassionato rigore nella creazione e gestione dei Comitati civici elettorali, l’intellettuale Dossetti, con la sua chiara ed illuminante visione di una società democratica e cristiana ed, infine, il saggio De Gasperi, impareggiabile messianico statista in pectore fin dai primi giorni del dopoguerra e, successivamente, grande artefice e pilota dell’enorme trasformazione politica, economica e sociale dell’Italia, possono indubbiamente essere ancora oggi considerati un autentico faro per tutti coloro che coltivano principi e nutrono visioni ispirati dalla loro condotta.

 

Abbiamo qui con noi il prof. Giulio Alfano, il dott. Luigi Giorgi ed il dott. Giuseppe Sangiorgi che, con le loro relazioni, aiuteranno a capire e a mettere meglio a fuoco il ruolo che i tre menzionati autentici protagonisti del loro tempo, e virtualmente del nostro, ebbero prima, durante e dopo le elezioni del 18 aprile 1948. A questo punto non mi resta che dara la parola al caro collega e amico Gabriele Papini, Vice presidente dell’Associazione, per presentare i relatori e condurre il dibattito che seguirà.

Perché noi europei dobbiamo continuare a sostenere l’Ucraina?

Elena Mozhvilo Licenza Unsplash

Da molto tempo illustri politologi, tuttologi del web e opinionisti di vario genere ci pongono questa domanda. Cercano, con modi via via più convincenti, di screditare un popolo che lotta per la sua libertà. Una lotta iniziata ormai da molti anni contro un nemico famelico. Un nemico che si beffa delle regole internazionali e che non capisce che è dovere dei paesi più potenti proteggere i più deboli. Un nemico che vuole imporre la sua visione del mondo con ogni mezzo. Anche il nostro Capo dello Stato si dice “inorridito” da alcuni “comportamenti disumani” messi in campo dalle Forze armate russe che colpiscono abitazioni e infrastrutture civili. Ecco perché, secondo lui, è indispensabile la coesione dell’Ue “contro ogni impulso imperialista frutto di esasperazioni nazionalistiche”. Ma questo non è il solo motivo di un nostro coinvolgimento sempre più permeante nel conflitto. La verità è che l’Europa non sta supportando l’Ucraina per poter acquisire una dominazione sul mondo o per un rientro economico. Il nostro scopo non è l’aggressione o la riduzione di una nazione a livello di stato satellite.

Quello è un privilegio che lasciamo volentieri ai russi. Lo scontro tra civiltà non rientra nelle nostre tradizioni. Libertà, democrazia, uguaglianza e Stato di diritto, promozione della pace e della stabilità è il sogno che ha spinto i padri fondatori a realizzare l’Europa. Proprio per questo non possiamo permettere che i nostri sogni, la nostra cultura vengano sconvolti da un nemico barbaro e brutale. Le libertà individuali, quali il rispetto della vita privata, la libertà di pensiero, di religione, di riunione, di espressione e di informazione, sono tutelate dalla Carta dei diritti fondamentali dell’UE.

Abbiamo sempre ripudiato la guerra e ci siamo dati come regola quella di prevenire i conflitti, costruire la pace e rafforzare la sicurezza internazionale. Contribuire alla solidarietà e al rispetto reciproco tra i popoli non è per noi europei solo un modo di dire. Siamo riusciti a creare un equilibrio tra società e individuo, solidarietà collettiva e responsabilità individuale e non siamo disposti a negoziare i nostri principi. Nel corso della nostra breve storia abbiamo sempre unito i popoli, avvicinato le nazioni e sviluppato il loro senso di appartenenza ad una comunità più ampia. Abbiamo lottato per estirpare le diseguaglianze e fornire pari diritti a tutti. E tutto questo senza mai sparare un colpo.

Ragion per cui con la Decisione 2021/509, il Consiglio Europeo ha istituito lo strumento europeo per la pace (EPF – European Peace Facility); si tratta di un istituto volto al finanziamento, da parte degli Stati membri, delle azioni comuni dell’Unione nell’ambito della politica estera e di sicurezza comune (PESC) per preservare la pace, prevenire i conflitti e rafforzare la sicurezza internazionale.

Pace che, al momento, può essere raggiunta solo replicando alle idee maligne e guerrafondaie provenienti da chi si vuole erigere a despota di un popolo libero e democratico.

Eppure in Sicilia qualcosa si muove e incrocia la riscoperta del Mediterraneo

 

L’ultimo schiaffone è stato la decisione della Federazione italiana gioco calcio (Figc) di escludere lo stadio “Renzo Barbera” di Palermo, per inadeguatezza tecnica, dalle dieci sedi di gioco indicate per lo svolgimento degli ‘Europei’ di calcio del 2032, nell’ipotesi che il campionato venisse dall’Uefa assegnato all’Italia e non alla Turchia. Il malrovescio è stato ancora più sonoro di quel che emerge a primo acchito perché maturato negli stessi giorni in cui organi istituzionali ed opinione pubblica espressa dai “giornaloni” difendevano e giustificavano la scelta dei comuni di Firenze e Venezia di inserire i loro stadi nel PNRR affinché con i soldi europei fosse finanziato il loro ammodernamento ed adeguamento agli standard. Cosa che, naturalmente, tenuto conto dei circa dieci anni di distanza dall’evento europeo, si sarebbe potuta fare benissimo, con fondi nazionali, anche per l’impianto della capitale siciliana e così inserirlo tra le sedi prescelte e non mortificare l’amor proprio siciliano. Ma le solite logiche nord-centriche dei poteri decisionali lo hanno sbrigativamente escluso. Convinti che, come sempre, i siciliani avrebbero sì strepitato un poco ma alla fine si sarebbero facilmente acquetati. Ed, invece, sorpresa! Peraltro, con riferimento anche a quistioni molto più rilevanti che hanno indotto il popolo siciliano a dare finalmente un segnale forte e qualificato nel senso di non volere stare più a questo gioco del “partito unico del Nord”. E così, quasi contemporaneamente, sono stati prodotti due eventi che per spessore e contenuti possono costituire delle pietre miliari per un futuro di riscatto della Sicilia dalla condizione di marginalità cui finora è stata costantemente costretta.

 

Come vedremo subito, si tratta di avvenimenti completamente diversi: uno popolare, l’altro culturale che danno entrambi, però, la sensazione che la Sicilia abbia cominciato a svegliarsi dal suo atavico torpore e voglia farsi sentire nel contesto nel quale si decidono  le politiche  che la riguardano e si definiscono  gli indirizzi  con i quali si governa l’intero Paese.

 

Contro una di queste: l’autonomia differenziata, considerata “l’ultimo scippo che intende perpetrare il ministro Calderoli nei confronti del Mezzogiorno”, il popolo siciliano – guidato da un comitato composto da Cgil e Uil Sicilia, Legacoop, Anpi, Ali Autonomie, Arci e Uisp – si è mobilitato scendendo, nel fine settimana, in piazza a Caltanissetta per protestare contro un provvedimento che, se approvato, isolerà ancora di più la Sicilia, allontanandola dal resto del Paese e dall’Europa. “Diritti fondamentali come quelli alla salute, all’istruzione, alla mobilità – hanno sottolineato gli organizzatori – rischiano di essere pesantemente compromessi”, poiché come già mostrano i numeri della migrazione sanitaria o quelli del tempo pieno nella scuola primaria si registrano notevoli ritardi rispetto alle equivalenti condizioni del Centro-Nord. Basti pensare che dalla Sicilia si trasferiscono ogni anno per spesa sanitaria alle strutture del Nord 250 milioni di euro e che del tempo pieno nella scuola primaria ne fruisce solo il 10% dei bambini siciliani contro il 50% di quelli del Nord. Non solo: ma si accrescerà anche il divario fra i territori. Contravvenendo così in modo clamoroso alle stesse prescrizioni dell’Unione Europea che con il finanziamento del PNRR ha anche indicato in modo inequivoco all’Italia  di colmare i profondi divari già esistenti tra le diverse aree geografiche del Paese. 

 

Il governo, invece, hanno evidenziato i manifestanti, di tutto ciò non tiene minimamente conto e, muovendosi in direzione opposta, provocherà alla fine “l’allentamento dei vincoli di solidarietà nazionale” e “la nascita di un circuito vizioso di cui pagheranno alto il prezzo le regioni meridionali ma anche lo Stato nel suo complesso”. Per queste motivate ragioni, poi, con una decisione addirittura più significativa della stessa indizione della partecipatissima manifestazione di protesta di Caltanissetta, la Cgil ha lanciato una campagna di raccolta-firme per chiedere al presidente della Regione di ritirare la propria adesione, espressa in sede di Conferenza Unificata, al progetto di autonomia differenziata del governo. Come prevedibile il presidente Renato Schifani ha risposto con un invito “ad andare oltre la demagogia”. Il fatto però che finora non abbia accettato un confronto pubblico con le forze sociali sulle ragioni che lo hanno spinto a dare il proprio assenso al disegno di legge Calderoli la dice lunga sulla mancanza di motivazioni sostenibili che stanno alla base della sua scelta ed anzi confermano implicitamente anche il sostegno all’ultima idea dell’ineffabile ministro leghista di finanziare i Livelli essenziali delle prestazioni (Lep) con le risorse residue del Fondo di sviluppo e coesione così penalizzando due volte il Mezzogiorno e le sue Autonomie locali che si vedrebbero private del principale finanziamento destinato a ridurne il divario con il resto d’Italia. Insomma, una subalternità sconcertante al diktat della maggioranza nordista che guida il Paese che, però, questa volta finalmente ha suscitato un rigurgito di bile nel popolo siciliano e lo ha indotto a prendere l’iniziativa.

 

Così come, venendo al secondo episodio che segnala questa ritrovata reattività siciliana, ha  fatto un gruppo di intellettuali e studiosi della storia dello sviluppo del Paese che, accanto alle analisi di tipo “qualitativo”, ha introdotto da qualche tempo un approccio “quantitativo” alle problematiche del Mezzogiorno e si è sforzato di delinearne le politiche di sviluppo in termini di “sistema” e non di interessi e di territori isolati. Il Sud, infatti, è stato giustamente sottolineato, o si salverà tutto insieme o singolarmente le varie regioni e territori che lo costituiscono vedranno aggravarsi la loro  condizione di disagio e di ritardo.

 

Oggi i risultati di questo innovativo metodo di studio e di approfondimento cominciano ad essere  sempre più ampiamente condivisi. Lo dimostra il bel volume dell’economista palermitano Pietro Massimo Busetta, La rana e lo scorpione. Ripensare il Sud per non essere né emigranti né briganti (Rubbettino, 18€), anch’esso presentato a Caltanissetta a cura della Fondazione “Sicana” della SicilBanca nelle stesse ore in cui si svolgeva la manifestazione sindacale di cui dicevamo, che costituisce una sorta di appello alla mobilitazione civile e democratica proprio a partire dal rilevato divario quantitativo che si registra nel Paese tra Sud e Nord. Ma non è su questo gap economico che Busetta pone principalmente la sua attenzione. Piuttosto egli fa riferimento alla circostanza che il Mezzogiorno costituisce il 40% del territorio nazionale ed i suoi più di 20 milioni di abitanti sono oltre 33% dell’intera popolazione italiana. Elementi questi che ne cambiano la connotazione. Infatti, se il Mezzogiorno fosse uno Stato, sarebbe il sesto Paese dell’Unione, per dimensione demografica, dopo Germania, Francia e Italia del Nord, che sarebbe ridimensionata ovviamente a 40 milioni e diventerebbe quarta dopo la Spagna. Poi verrebbe la Polonia che sarebbe con i suoi 38 milioni la quinta nazione e quindi il Mezzogiorno che sarebbe il sesto Paese con 20 milioni di abitanti prima della Romania con 19 milioni ed i Paesi Bassi con 17,5. A seguire tutti gli altri 19 Paesi europei, molti dei quali più piccoli della sola Sicilia. 

 

In altri termini, sulla base di questi dati, Busetta fa emergere chiaramente quale sia il deficit identitario e politico di quest’area che, pur così rilevante, non riesce ad avere adeguata attenzione all’interno dello Stato italiano mentre potrebbe essere facilmente collegata in via diretta all’Unione europea e spuntare condizioni più vantaggiose per tutte le sue comunità  trattando direttamente con gli organi europei e quelli internazionali. Ma non è in questa prospettiva ultimamente secessionista che il nuovo meridionalismo intende utilizzare i significativi dati quantitativi cui abbiamo fatto cenno. Esso vuole solo evidenziare che questa realtà così connotata costituisce una piattaforma naturale nel mar Mediterraneo ritornato ad essere, dopo diversi secoli, centrale rispetto allo sviluppo economico del mondo. Basti pensare che in esso  oggi si svolge un volume di  traffico-merci tra i più importanti del Pianeta. Come evidenzia sempre Busetta “il 20 per cento del commercio mondiale passa da questo mare”. “Per andare in Cina o in India, in Corea o a Taiwan, in Giappone o in Israele, negli Emirati o in Arabia Saudita devi passare attraverso questo mare”. Non solo. Ma le sue sponde costituiscono inoltre una sede privilegiata di scambi, di trasferimento di culture, di orizzonti nuovi di vita non solo per gli emigranti dai Paesi medio-orientali ed africani ma anche per noi europei alla ricerca di spazi logistici e fonti energetiche per sostenere uno sviluppo che o diventa sostenibile o finirà per fare implodere l’Europa. 

 

Ma non è solo circoscrivibile a questi profili la prospettiva politica della riscoperta del Mediterraneo! Essa riguarda anche e soprattutto la funzione di pace che esso può assumere se il suo equilibrio ritorna ad essere dipendente dai Paesi che vi si affacciano e le grandi potenze ‘straniere’ che in atto vi dettano legge sono indotte a rispettarne le volontà di solidarietà e cooperazione. Aiutate e supportate in questa direzione da un ritrovato ruolo mediterraneo dell’Europa che ancora però deve essere costruito e che necessita in maniera indispensabile di una ricercata ed urgente via  unitaria che ne sappia  ascoltare la sua vocazione ed interpretare la sua volontà effettiva. E questa sarebbe la novità più rilevante che il riscatto del Mezzogiorno porta con sé. Bene ha fatto, allora, Pietro Busetta a collocarla al centro della sua fatica meridionalistica perché non è più una partita domestica quella che si gioca in Sicilia e al Sud ma un sfida nazionale ed europea. Sta tutto qui, insomma, il valore delle analisi che opportunamente non si attardano più a rivendicare provvedimenti, atti, azioni, programmi e quant’altro di solito accompagna formalmente finanziamenti ed interventi statali vuoti di reali contenuti innovativi e piuttosto si sforzano di delineare le politiche necessarie al cambiamento con i relativi tempi di  implementazione. Sapendo che il problema centrale resta comunque sempre quello dei soggetti che dovranno guidare questo cambiamento per cui è più che valido l’appello lanciato da Busetta “ai liberi e forti” di sturziana memoria. In conclusione, come ha scritto Massimo Villone nella sua Prefazione, questo non è un libro nato per una rilassante lettura sotto l’ombrellone in riva al mare. Ma una vera e propria chiamata alle armi per una nuova classe dirigente che si impegni per  una vera battaglia meridionalistica. 

Ecco perché esso, assieme con il primo ‘sciopero’ popolare contro il regionalismo differenziato in Sicilia,  costituisce un evento degno di essere segnalato all’attenzione dei nostri lettori.

Suggestione Severino per i macigni del nostro tempo che rotolano disgregandosi

daria_kraplak Licenza Unsplash

Ai piedi del gigantesco costrutto pluri-ideologico eretto fino alla fine del 900 siede un’umanità stanca e confusa: la globalizzazione ha come avvolto in un limbo polveroso i frantumi dei colossali macigni culturali che lottando tra loro rotolano a valle disgregandosi. A tre anni dalla sua scomparsa possiamo spiegare il presente utilizzando la potente metafora del filosofo Emanuele Severino: cristianesimo, islam, capitalismo, comunismo, democrazia sono i massi giganteschi in perenne conflitto, attirati a scontrarsi come in un cumulo di macerie dalla forza di gravità che ne annulla la forza reciprocamente dirompente. Un gioco di ruolo e di compresenze – si badi bene – deprivato da tassonomie etiche.

Il dominio della tecnica sulla filosofia è in grado di dissolvere tutte le ideologie: secondo Severino la tecnica “è un gigante capace di toccare il cielo con un dito”, mentre i suoi cascami penetrano la dimensione antropologica fino al suo midollo ontologico, l’essere si confonde con l’esistere, l’attendismo del rimando e il nichilismo di una condizione esistenziale svuotata da motivazioni forti ci rendono angosciati e insoddisfatti, sotto il peso di pericoli incombenti, fino al nulla estremo di un indefinibile ‘cupio dissolvi’.

L’attimo è la nuova dimensione temporale prevalente: in un attimo premendo un pulsante si può polverizzare il pianeta con la distruzione nucleare, in un istante – per incoscienza o lucida follia- si può disporre della vita propria e altrui, in un nanosecondo i virus mutanti ci rendono vulnerabili alle pandemie inarrestabili. La sostenibilità tra uomo e natura, quella demografica e generazionale e l’equilibrio che, tra le mille difficoltà che stanno nelle cose e le resistenze e le inquietudini interiori, potrebbero condurci bene o male ad un approdo stabile stanno lentamente dissolvendo le rassicuranti certezze che abbiamo faticosamente conquistato. Da qualunque visuale prospettica si osservi il pianeta e la sua umanità in costante e incontrollata crescita si percepiscono, in prevalenza, i conflitti e le diaspore che il relativismo etico non ricompone ad unità: la tecnica ha preso il sopravvento sulle idee, al massimo le ha sostituite con effimere opinioni ma si avverte l’assenza di una razionalità estesa che restituisca all’uomo e al suo pensiero il possesso e il sicuro dominio delle vie da imboccare e la consapevolezza del bene comune da preservare: sono questi  i valori che nobilitano l’uomo e la vita.

Con malcelato eufemismo si discetta di intercultura e convivenza ben sapendo che esse si riducono ad assumere una valenza sommativa: non esiste una dimensione unanimemente condivisa poiché essa si realizzerebbe solo sotto il controllo ferreo di una sola superpotenza economica e militare, ciò che esprime il contrario della libertà e delle soggettività dilaganti. Si tratta dunque piuttosto di una dimensione multi-culturale compresente storicamente ma in perenne conflitto.

Per questo le dittature hanno mire espansive illimitate ed è per tale motivo – come mi ha evidenziato il Prof. Vittorio E. Parsi – che “la difesa della democrazia domestica passa attraverso la leadership delle democrazie nel mondo”.

Ciò che sta accadendo in questo primo quarto di secolo può diventare la radicale, totalitaria, irreversibile negazione di un percorso storico iniziato a fine settecento e conclusosi dopo l’ultimo dopoguerra: il progressivo, lento, configurarsi di un ordine mondiale fondato sulla pluralità delle culture e delle loro differenti radici storiche, successivamente sul consolidarsi del principio dell’identità nazionale e delle relazioni internazionali in un quadro di rassicuranti certezze e di rispetto del principio dell’autodeterminazione dei popoli che solo il delirio di onnipotenza e la violazione delle libertà individuai e sociali possono comprimere fino alla distruzione.

La soccombenza dell’individuo si realizza attraverso la negazione dei diritti soggettivi inalienabili, l’umiliazione delle diversità, le identità di genere, mentre la soccombenza di un popolo – con la disponibilità di armi distruttive che annientano le domestiche, inoffensive quotidianità- ha le sembianze di un rinnovato Olocausto che riporta indietro le lancette di quella Storia che ci eravamo ripromessi di non rivivere ma che si ripresenta sotto mentite spoglie – tempora mutantur et nos mutamur in illis– con rinnovato e mutevole delirio e inaccettabile oblio, in una coscienza collettiva ora consapevole e partecipe, ora preclusa e indifferente.

A Udine vince il centro sinistra a dispetto del Pd targato Schlein

La vittoria di Alberto Felice De Toni a Udine confuta in maniera clamorosa l’assunto della politica di Elly Schlein. Invece della radicalizzazione, s’impone infatti la buona prassi della mediazione. Tutto l’inverso di ciò che la svolta delle primarie ha messo in evidenza, con l’enfasi riposta ad arte sulla rottura rispetto a un passato senza mordente, anche senza cuore, sostanzialmente perché infarcito di moderazione. È chiaro però che un Pd così inghiottito nella retorica di questa nuova sinistra, più che mai coacervo di varie minoranze combattive, ora festose e ora pretenziose, non avrebbe avuto possibilità di successo. In Regione, appena 15 giorni fa, quel Pd “à la Schlein” ha perso indecorosamente.  

Il miracolo l’ha fatto De Toni e soprattutto, a ben vedere, l’ha imposto una comunità desiderosa di unire tutto ciò che muove da un’aspettativa di buona amministrazione, fuori da schematismi vecchio stampo. Ha vinto il partito trasversale della sana convergenza civica, per garantire a una città di solide tradizioni autonomistiche quella “libertà locale” – tanto da Roma quanto da Trieste – che funge da volano allo sviluppo. Evidentemente Udine non era rassegnata alla continuità amministrativa sotto l’egida di un leghismo anche garbato, ma sostanzialmente arido. Ha scelto una diversa qualità di rappresentanza e direzione politica.

Dunque, è un’elezione che riporta in auge la verità nascosta nella funzione aggregante della politica di centro. Il peso della lista civica – 12 per cento – ne è la plastica conferma. Poi, naturalmente, il candidato sindaco ha fatto la differenza. La sua rivendicata indipendenza vale come certificazione di una distanza dal frastuono delle appartenenze gridate. Vale come ulteriore garanzia di equilibrio, per impostare correttamente il lavoro che attende i nuovi amministratori locali. E vale, infine, come messaggio da recepire attentamente in chiave nazionale: non si vince a colpi di radicalismo.

Per essere più chiari, non si vince dando retta alla Schlein, ovvero al carico di suggestioni aggressive e provocatorie, se non elegantemente faziose.

Pecorelli ha lasciato memoria dell’Italia di Moro Berlinguer e Yalta

Carmine Pecorelli, detto Mino, nasce a Sessano del Molise il 14 giugno 1928 ed è ucciso a Roma il 20 marzo 1979. Giornalista ed avvocato, si occupa di grandi indagini politiche diffuse tramite Osservatore Politico (OP), agenzia giornalistica da lui fondata nel 1968. La riapertura delle indagini sul suo omicidio, fortemente voluta dalla sorella Rosilde, il programma di Andrea Purgatori Atlantide su La 7 ed il libro della giornalista tarantina Raffaella Fanelli (“La strage continua”) sui misteri dell’omicidio, portano all’attenzione dell’opinione pubblica un evento tragico avvenuto a Roma, in via Orazio, sul quale manca il nome del colpevole. 

 

Pecorelli tratta di politica, in particolare di scandali e retroscena e di chi ha il potere in Italia. Diffusa solo su abbonamento, OP fornisce ai giornali notizie in anteprima, raccolte da Pecorelli grazie alle sue numerosissime aderenze in molti ambienti dello Stato. Le notizie sono accompagnate da analisi piccanti, firmate dal giornalista. OP diventa presto molto nota ed ha centralità in ambiti politici, militari e dei Servizi Segreti costituendo una privilegiata fonte di informazione specializzata. OP è letta dalle alte sfere militari, dai politici, dagli uomini dei servizi, dai boss della criminalità. Scandali pubblicati su OP sono quello dell’Italpetroli, della Lockheed, il caso Sindona, il dossier Mi.Fo.Biali con il coinvolgimento del generale Vito Miceli, capo dei servizi segreti, lo scoop dei cardinali iscritti alla Loggia Massonica P2.

 

Sul mio sito www.gerograssi.it, nella sezione Commissione Moro-2, sono pubblicati tutti gli atti del processo Pecorelli connessi alla morte di Aldo Moro e gli articoli di OP. Sono tantissimi e riguardano personaggi politici come Giulio Andreotti, Vittorio Sbardella, Salvo Lima, Vito Ciancimino, Claudio Vitalone, i mafiosi Tano Badalamenti, Pippo Calò, Stefano Bontade, i fratelli Salvo, l’intera Banda della Magliana, il camorrista Raffaele Cutolo, i finanzieri Angelo Rovelli e Michele Sindona, il capo della P2 Licio Gelli. Molti di questi sono assolti dall’accusa di essere mandanti o esecutori dell’omicidio Pecorelli.

 

Quando Pecorelli è ucciso, la stampa, in gran parte nelle mani della P2, lo presenta come un volgare ricattatore ed anche nelle foto è tratteggiato volgarmente. L’analisi dei conti bancari di Percorelli dimostra che non ha una lira perché spende tutto per OP. Negli anni settanta, a Palermo, presenti Moro e Piersanti Mattarella, si svolge un convegno, organizzato da OP, su un tema raffinato: “I giornali scolastici”. Se Pecorelli fosse stato quello descritto dopo la morte, Moro e Mattarella non sarebbero mai stati i protagonisti del convegno. Ed infine: il 2 maggio 1978, una settimana prima dell’omicidio di Aldo Moro, Pecorelli su OP pubblica un articolo dal titolo: “Yalta in via Mario Fani”. 

 

Tra l’altro scrive: “L’agguato di via Fani porta il segno di un lucido superpotere. L’obiettivo primario è quello di allontanare il partito comunista dall’area del potere nel momento in cui si accinge all’ultimo balzo, alla diretta partecipazione al Governo del Paese. Perché è comune interesse delle due superpotenze mondiali mortificare l’ascesa del PCI, cioè del leader dell’eurocomunismo, del comunismo che aspira a diventare democratico e democraticamente guidare un paese industriale” (riferimento esplicito ad Enrico Berlinguer e alla democrazia compiuta di Moro).

 

Pecorelli continua: “Ciò non è gradito agli americani, perché una partecipazione diretta del PCI al Governo altererebbe non solo gli equilibri del potere economico nazionale, ma ancor più i suoi riflessi nel sistema multinazionale”. E poi: “Nella sua più avanzata voce euro comunista (Napolitano), il PCI è un partito moderatamente filo americano, pieno di diffidenze e resistenze, che in nome di un ritrovato diritto di sovranità nazionale respinge il protettorato della potenza egemone”. Per la storia va detto che il primo esponente comunista a recarsi negli USA è stato l’on. Giorgio Napolitano, e ciò avviene proprio nei 55 giorni del rapimento Moro, dal 4 al 19 aprile 1978. Chi si fa garante del primo comunista in USA? Giulio Andreotti, capo del Governo. 

 

Conclude Pecorelli nel suo articolo, continuando sulla democrazia compiuta di Moro e sulla evoluzione di Berlinguer: “Ancor meno è gradito ai sovietici. Con Berlinguer a Palazzo Chigi, Mosca correrebbe rischi maggiori di Washington. La dimostrazione storica che un comunismo democratico può arrivare al potere grazie al consenso popolare, rappresenterebbe non soltanto il crollo del primato ideologico del PCUS sulla III Internazionale, ma la fine dello stesso sistema Imperiale moscovita. Ancora una volta la logica di Yalta è passata sulla testa delle potenze minori. È Yalta che ha deciso via Mario Fani”. 

 

Almeno la lettura odierna, dopo 45 anni, dovrebbe indurre tutti a considerare Pecorelli una testa lucida del giornalismo d’inchiesta e un interprete sano della politica del tempo.

Gero Grassi, Deputato per più legislature, è stato membro della Commissione bicamerale d’inchiesta “Moro 2”.

Sul Centro piovono i detriti della collisione tra Italia Viva e Azione

I clamorosi errori degli avversari aiutano Giorgia Meloni, che può così concentrarsi sulla sua attività di governo senza doversi preoccupare troppo delle opposizioni. Semmai dell’alleato leghista, un po’. Sempre meno di quello berlusconiano, alla luce degli ultimi assestamenti interni a Forza Italia. Non bastava infatti lo spostamento a sinistra del Pd, e per di più verso una sinistra radicaleggiante palesemente ostile ai sentimenti dei cattolici, deciso dall’indefinito “popolo” delle primarie. 

 

Ora il litigio davvero penoso fra Calenda e Renzi ha demolito quella ipotesi di nuovo partito di Centro che pure aveva avuto, lo scorso 25 settembre, una cauta ma non indifferente apertura di credito da parte di un elettorato non amante dei radicalismi di destra o di sinistra. Il danno prodotto è enorme, perché ora sarà difficile per chiunque riproporre una credibile forza politica di Centro, che già di per sé deve combattere contro un sentire comune orientato in senso maggioritario dalla legge elettorale nazionale.

 

È evidente, ad esempio, che pure la parte più moderata e meno “destrorsa” dell’elettorato di Forza Italia o, meglio, di Silvio Berlusconi nel momento in cui quest’ultimo non dovesse trovarsi più in grado di presentarsi alle elezioni virerà verso Meloni, in assenza di una proposta credibile al centro dello schieramento politico. È ovviamente inimmaginabile che si sposti verso il nuovo Pd. Mentre invece – sia detto per inciso – l’obiettivo del Pd “a vocazione maggioritaria” era divenire interessante e votabile anche da questa parte dell’elettorato.

 

In effetti, quello che forse a sinistra e al centro non si è ancora compreso è che alle prossime elezioni europee è in gioco il futuro dell’Unione Europea. Se infatti dovesse consolidarsi il prospettato asse fra Conservatori e Popolari e se questo dovesse risultare maggioritario a livello continentale si determinerebbe un cambiamento invero notevole nelle istituzioni europee. Che diverrebbero ulteriormente imbrigliate da un nazionalismo prevalente non più solo in alcuni paesi ma addirittura nel Parlamento di Strasburgo.

 

La partita dunque è di rilievo assoluto. Non considerarla, rimanendo ad un livello periferico nazionale privo di alcun collegamento col mondo reale al di fuori di noi, sarebbe un errore gravissimo da parte di quanti vorrebbero costituire una nuova forza politica non asservita ai partiti principali dei due poli. Sarebbe un errore anche da parte del Pd, che rischia di trovarsi in una condizione minoritaria – tramite il PSE – in Europa. Un errore che la componente sconfitta alle primarie, che ha una consistenza rilevante dentro al partito, avrebbe il dovere di segnalare alla segretaria nazionale e alla segreteria tutta, composta peraltro in misura largamente punitiva nei confronti delle minoranze interne.

 

Mancano 12 mesi all’avvio della campagna elettorale europea. Un tempo breve, ma volendo ancora sufficiente per costruire qualcosa che possa rivelarsi interessante per l’elettorato, a cominciare da quella parte di esso sempre più sfiduciata e dunque sempre più lontana dal sistema istituzionale, come si verifica con il crollo dei votanti ad ogni nuova elezione. Lo spazio è ristretto, il tempo è poco, le difficoltà sono notevoli. Ma con una forte volontà, una determinata convinzione, una genuina spinta ideale assolutamente scevra da qualsiasi ambizione leaderistica personale di sorta, la scommessa potrebbe essere giocata e alla fine magari anche vinta. 

 

E di fronte alle enormi difficoltà con le quali dobbiamo confrontarci, dalla guerra in Europa al cambiamento climatico per dirne solo due, forse richiamare tutti alla rinnovata necessità di quel moroteo “senso del dovere” che esprime solidarietà collettiva nel tempo in cui paiono importare solo i diritti individuali potrebbe essere – come ci ha ricordato Guido Bodrato qualche giorno fa – un modo alternativo, e innovativo, per destare l’interesse dei cittadini verso una politica capace di tornare ad affrontare i problemi della condizione umana.

Dibattito | La complessità dei rapporti tra politica etica e diritti.

La riflessione che ci apprestiamo a svolgere merita delle premesse per chiarire che i temi in questione non sono risolvibili con una nota o un convegno, per quanto seri e rigorosi possano essere. Quando si parla di questioni eticamente sensibili che attengono alla vita delle persone e delle famiglie, si svolge un’attività non semplice e non semplificabile; chi pensa di avere soluzioni semplici per problemi complessi commette un peccato di presunzione o – come diceva un noto ed acuto dirigente democratico cristiano – semplicemente non ha capito il problema.

 

Normare la vita delle persone, irrompendo con la forza della legge (quando non addirittura con la violenza dell’ideologia) tra le mura domestiche, è sempre un’operazione delicatissima con l’alta probabilità di ledere i diritti di qualche parte in causa, soprattutto se sono coinvolti dei minori. Ciò nondimeno, la politica e le istituzioni non possono ignorare la crescente complessità ed i cambiamenti che – segnatamente nelle società di cultura occidentale – stanno interessando quel modello familiare tradizionale che resta comunque di gran lunga prevalente nel nostro tessuto sociale italiano ed europeo.

 

La decisione della Prefettura di Milano di bloccare la registrazione anagrafica dei genitori non biologici ha il solo merito di aver squarciato il velo su una realtà che esiste e che in molti evitavano accuratamente di vedere; per il resto è abbastanza chiaro (sicuramente anche alla stessa Prefettura milanese) che la soluzione non risiede certo nel vietare il riconoscimento di una condizione, seppure con le sue peculiarità. 

 

Va anzi detto che la politica non può limitarsi ad applicare le leggi vigenti; per fare quello bastano degli efficienti funzionari pubblici e le autorità preposte al controllo ed all’applicazione di eventuali sanzioni. La politica è chiamata a fare altro e a fare qualcosa in più. La politica deve avere la capacità (e soprattutto il coraggio!) di andare non contro le norme, ma oltre delle normative che magari necessitano di aggiornamenti e rivisitazioni suggerite o rese opportune dal cambiamento degli stili di vita, dall’evoluzione dei processi di sviluppo o dal mutare delle condizioni socio-economiche nelle quali si svolge la vita quotidiana di una comunità.

 

Questo può accadere in tanti casi, ma in particolar modo per le materie che risultano condizionate dalla ricerca scientifica e dal progresso tecnologico (si pensi a titolo esemplificativo, ma non esaustivo, alle diverse modalità di lavoro, produzione e commercio). Una politica che ignorasse i cambiamenti anziché cercare di regolamentarli e governarli, sarebbe assolutamente insufficiente e non svolgerebbe dignitosamente la propria funzione. Ovviamente le questioni che sollevano i dibattiti più coinvolgenti sono quelle che vengono convenzionalmente definite “eticamente sensibili”, perché riferite direttamente alla vita delle persone dall’inizio alla fine, nonostante si possa parlare di “etica” per ogni attività umana. È su questi temi che si registra il maggior “tasso ideologico” nel confronto tra le diverse idee in campo; e l’ideologia – definita come “il complesso di credenze, opinioni, rappresentazioni e valori che orientano un determinato gruppo sociale” – piega la realtà secondo l’idea che si vuole affermare, generando dei veri e propri pregiudizi (meglio ancora pre-giudizi) che poi impediscono una riflessione obiettiva sulle situazioni prese in esame.

 

Il riconoscimento anagrafico dei genitori adottivi non biologici viene peraltro spesso impropriamente accomunato alla cosiddetta GPA (la gestazione per altri), creando ulteriore confusione in un dibattito che ha assunto toni strumentali e che rischia di svilupparsi prescindendo dal merito della questione. Invece siamo chiamati tutti – anche come cattolici democratici – a ragionare con obiettività intorno ad un’operazione di carattere burocratico-anagrafico che può aggiungere dei diritti ad una condizione di vita (in questo caso del minore) senza che alcun diritto sia sottratto ad altri soggetti già titolari delle stesse garanzie di tipo giuridico, economico e sociale. 

 

In questo caso l’ideologizzazione del dibattito serve a taluni per legittimare su un piano più elevato il passaggio di un modello di società e di famiglia dall’attuale condizione di prevalenza nel nostro tessuto sociale ad una condizione di esclusività. Una simile impostazione, ben lungi da una logica di inclusione, tende ad escludere dei cittadini dal godimento di alcuni diritti. Il risultato è quello di mettere al centro delle scelte politiche dei modelli di società – che come tali standardizzano e non di rado massificano – anziché la persona con le sue diverse sensibilità, emozioni e sentimenti, che richiedono non già l’applicazione di moduli, ma risposte diverse per condizioni diverse. Questo è necessario per mettere al centro delle scelte politiche la persona umana, con tutta la sua unicità ed irripetibilità.

 

Con ciò non si vuole certo disconoscere la legittimità di azioni – svolte in modo corretto e rispettoso – tese ad orientare i comportamenti individuali e collettivi secondo impostazioni valoriali di tipo religioso o morale (questi ultimi però, spesso scarsamente oggettivi). 

 

Ma se si crede nella laicità della politica e delle istituzioni pubbliche è necessario che le scelte che ciascuno compie o propone, per motivi di fede o di morale individuale (e quindi soggettiva), non vengano necessariamente imposte né vietate “erga omnes” con la forza della legge, perché spesso nella storia dell’umanità le stagioni dei divieti hanno preceduto le stagioni delle imposizioni, con gravi e irreparabili danni per le malcapitate comunità. Le scelte in contrasto con fede o morale personale non possono essere sempre recepite come reati nell’ordinamento giuridico di uno stato laico; il punto di discrimine che può far coincidere il peccato con il reato è determinato dalla possibilità che l’atto in questione possa creare danni o ledere diritti ad altri soggetti. 

 

Le leggi dello stato devono avere l’obiettivo di promuovere il bene comune, ponendosi come punto alto di mediazione tra idee e interessi diversi, come luogo nel quale tutte le sensibilità e i valori presenti in una comunità vengono rappresentati, contemperati e ricompresi in una sintesi di livello superiore; fuori da questa logica di composizione sociale e riconoscimento di legittimità per le altrui convinzioni c’è solo il conflitto, che può degenerare nello scontro. Alla politica è affidato il compito di ricercare il punto di mediazione più inclusivo ed aggregante possibile.

 

È su questo piano che le istituzioni pubbliche sono chiamate a svolgere la loro funzione rispettando in modo etico, ma anche laico e democratico, quel perimetro di libertà individuale che è un principio fondamentale per una civile convivenza e coesistenza tra persone, storie e culture diverse.

Perché studiare il caso di successo rappresentato dalle elezioni del 18 aprile 1948

È noto che le elezioni del 18 aprile 1948 hanno rappresentato nella storia repubblicana il trionfo della Democrazia Cristiana. In realtà fu il trionfo dell’alleanza tra lo Scudo Crociato e i partiti laici e socialisti (PLI-PSDI-PRI), uniti attorno a un progetto di rinascita economica e civile che contrastava nettamente il ”disegno rivoluzionario” del Blocco popolare (PCI e PSI).

La vittoria aveva alle spalle la decisione che portò quasi un anno prima, nel maggio del 1947, alla rottura del Tripartito (DC-PCI-PSI) e alla nascita del primo governo monocolore democristiano. Poco prima i comunisti avevano votato l’articolo 7 della Costituzione, vale a dire la conferma dei Patti Lateranensi; in più avevano contribuito, sempre in quel frangente, al sostegno politico e parlamentare per l’approvazione del Trattato di pace (contro cui votarono personalità come Benedetto Croce, Vittorio Emanuele Orlando, Francesco Saverio Nitti).

Alla estromissione dal governo i comunisti reagirono con durezza. Luigi Longo, alcuni mesi dopo, attaccò a testa bassa parlando di colpo di Stato in un articolo sul quotidiano di partito (Il colpo di Stato di De Gasperi, “L’Unità”, 2 dicembre 1947). Tuttavia il quadro internazionale rendeva pressoché obbligata la rottura tra democratici filoatlantici e socialcomunisti filosovietici. La Guerra fredda stabiliva la divisione dell’Europa lungo quella che fu chiamata la Cortina di ferro.

A fine 1947 De Gasperi trasformò la maggioranza di quadripartito in formula di governo. Su queste basi si andò alle elezioni. Nel mondo cattolico fu determinante l’azione dei Comitati Civici di Gedda; nella Dc si manifestò  l’impegno prezioso di Giuseppe Dossetti, il giovane leader della sinistra di partito. De Gasperi, in quella circostanza, non fu solo. Ciascuno fu protagonista a modo suo, avendo in testa un percorso, anche dopo la vittoria, che mostrava specifici caratteri di originalità. 

La DC raccolse un voto che non s’identificava in termini esclusivi con lo schieramento cattolico. Raggiunse alla Camera la maggioranza assoluta grazie all’apporto di ampi settori di ceto medio, fuori da uno schema confessionale, ovvero per l’adesione (molto laica) a un programma di libertà e democrazia. In effetti alla società nel suo complesso, bisognosa di nuovi equilibri e nuove prospettive, servì l’espressione di una delega straordinaria alle forze del cattolicesimo politico.

Quel voto poteva essere impiegato a tutela di equilibri che nell’immediato dopoguerra tendevano a ricomporsi attorno a una sostanziale continuità dei rapporti economici e sociali dell’Italia liberale e poi fascista. Fu invece convogliato verso un disegno di riforme ad ampio raggio, con un impatto straordinario sull’economia di un Paese ancora agricolo, privo di materie prime, senza mercati di sbocco garantiti. Con il 18 aprile nacque la nuova Italia. Nacque per l’intraprendenza e la generosità dei cattolici, per l’azione solidale di forze democratiche diverse, per la qualità di una classe dirigente radicata nel tessuto popolare del Paese. 

Allora, studiare questo caso di successo, ovviamente dal lato dei vincitori, può aiutare a capire dove oggi possa orientarsi l’iniziativa dei democratici, anche di matrice cristiana, per ricreare le condizioni di un progresso stabile e durutaro, improntato ad equità, “amico” della  transizione climatica globale. In fondo, il futuro si nutre di buone esperienze che la storia ripropone a beneficio delle nuove generazioni.

Il popolarismo si specchia nel sogno europeo ed esige una presenza nuova a Strasburgo

Mi piace ricordare ogni tanto quello che disse Etienne Borne, intellettuale francese che visse nel giro di pochi anni  l’alba e il tramonto dell’MRP (1944-1967), il Movimento Repubblicano Popolare, formazione politica di matrice cristiana: “Il sogno europeo è il contributo della politica democristiana a questo secolo”. Si riferiva al Novecento, il secolo di due guerre mondiali e dei totalitarismi, ma anche il secolo che ha visto sorgere la Comunità Europea (oggi chiamata, con inclinazione più burocratica, Unione Europea). Abbiamo titolo, allora, per guardare alla scadenza delle prossime elezioni per il Parlamento di Strasburgo con lo spirito di chi sente di dover custodire la memoria di questo sogno, facendo riferimento alla lezione dei grandi Padri fondatori: Adenauer, Schuman, De Gasperi, tre statisti che onorarono la visione democratico cristiana.

Non credo sia giusto archiviare questa esperienza. A forza di pensare che nuove forme d’impegno politico potessero inverare la nostra tradizione, ci siamo ritrovati a constatare che poco o nulla resta di quella intuizione generosa: abbiamo contribuito a edificare nuove case e, passaggio dopo passaggio, ne siamo diventati semplicemente ospiti, non sempre graditi. I cattolici democratici sono ridotti a comparse nel Pd, mentre gli altri, cattolici di destra, faticano persino a farsi riconoscere. Ogni rimedio sembra ridursi a episodici gesti di riguardo che le leadership di destra e di sinistra riservano ciclicamente a un mondo in via di sparizione. All’occorrenza piovono anche gentili apprezzamenti, come se di gentilezze si dovesse accontentare una grande tradizione d’impegno politico.

Penso che dobbiamo mettere all’ordine del giorno una riflessione su noi stessi. In passato, quando Renzi propose l’adesione del PD al Partito Socialista Europeo, mi opposi. Non mi sembrava una soluzione giusta. Ora, in condizioni molto diverse, serve nuovamente coerenza nella ricerca o costruzione di una “casa europea” in linea con i valori di libertà e democrazia. 

Allora, perché non possiamo tentare di rianimare la posizione cattolico democratica e popolare? È vietato immaginare che nel 2024 si presentino liste che segnino la ripresa di una battaglia politica? Nel 1994 il Partito Popolare, erede della DC, raccolse alle europee il 10 per cento. Eppure fu una campagna elettorale condotta “alla disperata”, con un gruppo dirigente messo alle corde per le dimissioni di Mino Martinazzoli a seguito delle politiche di pochi mesi prima (dove comunque il PPI e il Patto Segni, insieme, presero il 15 per cento). Oggi sarebbero numeri importanti, non importa se legati a una stagione politica lontana. Nessuno insegue la chimera di una riedizione, quando in effetti s’avverte l’esigenza di una reinvenzione. Per questo ci vuole coraggio e buona volontà, così da non disperdere il sogno che indicava, appunto, la saggezza di Etienne Borne.      

Il Centro di ieri e di oggi per un programma riformista e democratico

Il Centro, checchè se ne dica, continua ad essere molto gettonato nel dibattito politico. Nazionale ed addirittura europeo. Se fosse una categoria così astratta, virtuale ed effimera, difficilmente sarebbe così oggetto di attenzione politica e mediatica. Perché al di là dello spettacolo poco edificante – per usare un eufemismo – offerto dall’ex “terzo polo” in questi ultimi giorni, è indubbio che il Centro e la “politica di centro” continuano ad essere elementi distintivi e qualificanti della politica e, soprattutto, momenti cruciali per la stessa efficacia ed efficienza dell’azione di governo. Non a caso, uno dei pregi maggiori dell’azione di governo di Giorgia Meloni è proprio quello di saper governare “dal centro” e “al centro”, seguendo la miglior tradizione politica italiana.

 

Ora, però, se si vuole riqualificare sotto il profilo politico, culturale e anche programmatico il Centro non si può non guardare alle esperienze del passato. Non per replicarle, come ovvio, ma per prenderle ad esempio nel momento in cui c’è, ancora una volta, la necessità di declinare “la politica di centro” nel nostro paese. Dalla lunga stagione democristiana alla significativa esperienza del Partito Popolare Italiano alla fase, altrettanto importante, della Margherita. E, sul versante del centro destra, dal CCD all’Udc alla stessa fase caratterizzata da Forza Italia, anche se era già espressione di una stagione dominata dalla personalizzazione della politica e dalla concreta esperienza dei “partiti personali”. Comunque sia, si trattava di partiti riconducibili ad un Centro politico, moderato, riformista e dinamico che avevano, seppur tenendo conto delle diverse condizioni storiche, politiche e culturali, un filo rosso comune: e cioè, una cultura politica alle spalle e soprattutto un posizionamento politico chiaro ed inequivocabile nella geografia pubblica italiana.

 

Per questi semplici motivi chi, oggi, vuole giustamente riproporre una ‘politica di centro’ nel nostro paese non può non tener conto di quelle coordinate storiche e politiche. Altrochè gli insulti di Calenda e le sue piroette trasformistiche e del tutto inaffidabili nonchè volgari. Il nodo cruciale da sciogliere resta quello di dare una sostanza politica a questo progetto. Un progetto che si articola lungo tre caratteristiche di fondo: una cultura politica che renda credibile e riconoscibile un partito di centro e una ‘politica di centro’; un programma riformista e democratico che lo differenzi dalla radicalizzazione politica e dalla polarizzazione ideologica di chi individua nel “bipolarismo selvaggio” la soluzione di tutti i problemi; e, infine, una classe dirigente che sia qualificata e soprattutto credibile agli occhi della pubblica opinione e della galassia politica nella sua interezza.

 

Ovvero, l’esatto contrario di ciò che, ad esempio, dice e fa Calenda. Detto in altri termini, un Centro credibile nel nostro paese non è la semplice e banale riedizione, seppur in forma aggiornata e rivista, della storica esperienza del partito liberale o repubblicano o tardo azionista; non può essere un luogo politico che si riconosce esclusivamente nel suo “capo” partito e, infine, non può avere come stella polare politica una prassi trasformistica ed opportunistica. Cioè alleanze intercambiabili che cambiano a seconda delle giornate e delle considerazioni mutevoli che si hanno delle singole persone.

 

Insomma, oggi, e domani, il Centro ritorna credibile solo se recupera alcuni tasselli costitutivi e qualificanti che hanno caratterizzato le migliori stagioni centriste del passato e, nello specifico, di quei partiti centristi che hanno saputo interpretare le singole fasi storiche con categorie politiche e culturali e non con gli sbalzi umorali o con un narcisismo trasformista ed impolitico.

Violante parla dei doveri pensando a Moro e chiamando in causa il Pd

Luciano Violante riprende oggi (su La Verità) una riflessione da lui accennata ieri sulla necessità di parlare anche di doveri quando si vogliono rivendicare diritti. Per Violante è la rimembranza di un pensiero di Aldo Moro (da lui incontrato come professore all’Università) che era diventato anche il testo di un manifesto della Dc, quando ero responsabile della Spes, in ormai lontane competizioni elezioni.

Queste erano le parole di Moro: “La stagione dei diritti risulterà effimera, se non sapremo ritrovare un nuovo senso del dovere”. Avevo aggiunto a “del dovere”, per rafforzarne l’efficacia propagandistica, “e della libertà”.

Comunque, per quanto si può capire, la riflessione sulla crisi della democrazia liberale lo avvicina al pensiero di papa Francesco e lo allontana dalla interpretazione prevalente a sinistra, in chi riteneva coerente con “il difficile cammino verso la democrazia compiuta” anche la dittatura del proletariato. L’intervista di oggi mi farà leggere il libro cui fa riferimento.

Per ora e per la questione politica che si sta aprendo, mi è sufficiente l’intervista per capire che l’attenzione inizialmente dedicata da Violante alla crisi della democrazia americana e al populismo reazionario di Trump, è (in questo caso) “un discorso alla suocera perchè nuora intenda”. Ed infatti l’intervista si conclude con un riferimento alla situazione del Pd e al disagio dei cattolici per la linea radical-movimentista della Schlein che, ignorando i diritti e gli squilibri sociali che caratterizzano la società tardo-capitalista (per qualcuno post-democratica) in cui viviamo, forse inconsapevolmente finisce con lo scavare un solco che minaccia il futuro del riformismo. 

A favore di chi, tra due contendenti (nel “gioco” definiti destra e sinistra) che vogliono la stessa cosa, cioè il potere?

 

Nota editoriale

Il testo qui pubblicato riporta integralmente ciò che l’autore ha scritto ieri sulla sua pagina Fb. I riferimenti temporali – oggi, ieri…ecc. – sono da intendersi in maniera corretta.

È compito dei cattolici democratici organizzare una nuova rappresentanza politica

Discuto da tempo con gli amici e con tutti siamo d’accordo su un punto: il tempo dei partiti a “identità plurale” è finito. Anche quando si pretende di risolvere il problema con l’identificazione di un posizionamento – la scelta del “centro” corrisponde a questa esigenza – ci si accorge che le composizioni troppo variegate sono destinate a non durare. Mettere insieme sensibilità diverse è ciò che serve a una coalizione, non a un soggetto politico che rivendichi le sue buone ragioni e si batta per affermarle democraticamente. Forza Italia, salvo il carisma di Berlusconi, non conserva nulla di attrattivo. Eppure ha rappresentato con successo, nel tumultuoso passaggio degli anni ‘92-‘94, la novità per eccellenza: un partito moderno in grazia della sua poliedricità e del suo impasto leaderistico. 

Non è più così. Oggi gli elettori cercano l’ancoraggio a qualcosa di solido e rassicurante. Cercano, in pratica, un luogo di appartenenza. L’avanzata di Fratelli d’Italia, con una progressione elettorale a dir poco inaspettata in un arco temporale relativamente stretto, è la dimostrazione di questa domanda di stabilità. Quanto più aumenta la percezione della complessità, tento più s’impone un codice di semplificazione. Il partito, dunque, torna ad essere la “casa” in cui ci si ritrova e ci si riconosce, il luogo dove poter comporre interessi e bisogni secondo un principio di solidarietà, lo strumento per essere se stessi nel  confronto democratico.

Si comprende, allora, come a destra e a sinistra emergano visioni che potremmo definire più compatte, dal momento che dopo la Meloni anche la Schlein agita la bandiera dell’identità. È una dialettica che nell’interpretazione corrente porta a celebrare la nascita di un nuovo bipolarismo. Si tratta di un errore. Non ci avvede, infatti, che tutto questo rimette in moto la logica di un autentico pluralismo. La destra nazional-popolare e la sinistra social-radicale non occupano l’intero campo della lotta politica. Grande è lo spazio di una Terza Forza che, a ben vedere, nell’esperienza del secondo Novecento si è incarnata in quella maggioranza robusta e duratura, di cui la Dc è stata ampiamente l’architrave. 

È possibile che alle europee, da qui a un anno, prenda forma una proposta politica in grado di corrispondere a questa latente ricerca di riaggregazione dell’area intermedia dell’elettorato? Molto dipende dalla costanza delle nostre azioni. E molto anche dalla generosità con la quale sapremo accompagnare la ripresa di un pensiero, forte nelle sue radici storiche, attorno a quella che Aldo Moro amava definire una “politica umana”.    

A 30 anni dalle monetine contro Craxi al Raphael. La testimonianza di un protagonista.

Di questi tempi, trent’anni fa, un eterogeneo gruppo di manifestanti composto prevalentemente da gente del Pds e del Msi si riversa davanti all’Hotel Raphael, residenza romana di Bettino Craxi, per protestare contro il sistema. Per la Prima Repubblica è l’inizio della fine. Cercherò di raccontare quell’evento avvalendomi anche della testimonianza diretta (rilasciatami in una recente intervista) di Umberto Cicconi, fotografo personale e fedelissimo di Craxi, che quella sera era lì accanto al suo amico davanti ad un’incessante pioggia di monetine. Ma andiamo con ordine.

Il 29 aprile 1993 si dovevano votare in Parlamento sei autorizzazioni a procedere chieste dai magistrati contro Craxi. Ben quattro su sei furono respinte. Per molti quella era la prova che il sistema politico stava arrivando a tutto pur di autopreservarsi dall’inchiesta di Mani pulite. Gran parte della stampa reagì con fortissima indignazione contro il risultato di tale voto, prendendo nettamente posizione. I partiti di opposizione prepararono manifestazioni di protesta per il giorno seguente, in primis il Pds e il suo segretario Achille Occhetto, che organizzò una protesta proprio a piazza Navona, a due passi dalla residenza di Craxi. 

La tensione stava crescendo sempre di più. Era la sera del 30 aprile quando gruppi sparsi di facinorosi si ammassarono davanti all’Hotel Raphael, aspettando che l’ex segretario del Psi uscisse. Intonavano cori da stadio e lanciavano insulti e minacce di ogni genere. Umberto Cicconi, che quel giorno si trovava là in Hotel come d’abitudine, ricorda che poco prima dell’arrivo dei manifestanti al Raphael i servizi segreti avvertirono Craxi del pericolo imminente e gli suggerirono di lasciare la sua residenza quanto prima. Il leader socialista infatti si sarebbe dovuto recare comunque di lì a poco da Giuliano Ferrara per rilasciare un’intervista al programma L’istruttoria (cfr. Radio Radicale, archivio, intervista 30/04/93). 

Nel frattempo però si riversano rapidamente presso Largo Febo davanti all’Hotel sempre più persone, che agitano con le mani banconote e monetine intonando a squarciagola “Bettino vuoi pure queste, vuoi pure queste?”. Intanto Craxi dal suo appartamento al quinto piano scende nella hall al piano terra. Arrivato il momento di uscire – ricorda Cicconi – si avvicinano a Craxi degli uomini addetti alla sua sicurezza, che gli consigliano di uscire del retro, da una porta di servizio. Lui con tono offeso e adirato risponde: “Io non scappo!”. A tutti coloro che gli propongono una via di fuga alternativa egli ribatte sdegnosamente: “Qui, a casa mia, nessuno mi può impedire di uscire dalla porta principale”. Così si precipita velocemente verso l’ingresso principale per uscire fisicamente dall’Hotel e politicamente di scena. 

Sono le 20,05. “La macchina è pronta?”, chiede lui. Gli rispondono affermativamente. “Bene, allora andiamo!”. Non appena esce fuori, una grandine di monetine e oggetti di ogni genere si riversa come una valanga pronta a schiacciare un uomo politico, il suo partito e l’intera Prima Repubblica. Subito gli viene aperta la porta e sale in auto. Un istante dopo anche Cicconi entra in macchina seduto rispettivamente davanti a lui e accanto al conducente. Nell’auto blindata entrano in quattro: Nicola Mansi (l’autista), Umberto Cicconi a fianco, dietro a destra Craxi e a sinistra Luca Josi. Cicconi mi racconta che la valanga di monetine e oggetti vari che gli arrivò addosso fu tale da procurargli anche una piccola ferita in testa. Dei quattro infatti lui era quello più esposto al gettito. Interessante notare anche la figura di un anonimo poliziotto a fianco a Cicconi che cercava di fare da scudo umano con il suo corpo. Una persona che non c’entrava niente con il cosiddetto establishment, ma che quel giorno stava semplicemente cercando di fare il proprio lavoro. Nell’arco di un minuto si crea il caos più totale. Giornalisti che provano a fotografare e a riprendere. Poliziotti che cercano di respingere l’onda d’urto dei manifestanti che vogliono farsi largo sempre di più sfondando il cordone di sicurezza. Manifestanti che lanciano di tutto e si fanno avanti. “Tiratori di rubli”, commenta con aria sprezzante Craxi in macchina. 

L’auto blindata si fa così avanti tra i manifestanti; alcuni di essi si mettono a rincorrerla per un po’, poi vengono seminati. Poco dopo Cicconi si gira dietro e, osservando Craxi, nota come egli sia rimasto “imbalsamato, imbambolato, fermo”. Vige un silenzio di tomba lungo il tragitto. All’altezza di piazza Venezia Cicconi si volta ancora dietro e nota come Craxi sia rimasto sempre di stucco, immobile e pensieroso; gli rivolge così la parola per rompere un po’ il ghiaccio: “Ma era una scena di un film?”. Craxi volge lo sguardo verso di lui, lo fissa in modo serio e dopo un po’ gli dice: “Io questo non me lo sarei mai aspettato”. Cicconi ricorda che “in quel momento Bettino era di una serietà enorme; nessuna lacrima, ma dentro di sé piangeva dalla vergogna, glielo leggevo in faccia”.

Alle 20,18 giunsero così presso il Centro Safa Palatino a piazza Santi Giovanni e Paolo. Quella sera Craxi con tono molto pacato, dovuto probabilmente all’afflizione provata, rilasciò una lunga intervista a Giuliano Ferrara. Quest’ultimo ricorda di aver trovato Craxi “molto avvilito, molto cupo” quel giorno. Il giornalista fece ascoltare qualche intervista presa a campione tra la gente che si trovava lì a piazza Navona quella sera e poi gli chiese di commentare l’accaduto. “Dei ragazzi confesso che non riesco ad avere un sentimento diverso dall’affetto indipendentemente da quello che dicono nei miei confronti. Altri vedo che sono vecchi militanti comunisti molto ligi alla parola d’ordine del partito. Quello che parlava al microfono invece era un grande bugiardo (riferendosi all’intervento di Occhetto durante la manifestazione). Perché lui era perfettamente consapevole del funzionamento illegale del sistema di finanziamento dei partiti, del suo compreso, e non ha nessun diritto in questa materia di ergersi a giudice mio o di altri. Questa è una cosa che profondamente mi ripugna”. L’intervista prosegue e, come anche lui stesso dice più avanti, è ormai sempre più inevitabile che un’intera classe politica esca di scena per far posto al nuovo; si domanda però da chi e soprattutto da che cosa sia rappresentato il nuovo.

Sono passati ormai trent’anni da quel 30 aprile 1993 e da quell’episodio di piena sfiducia da parte dei cittadini nei confronti delle istituzioni. Episodio che a buon diritto è stato definito l’atto che ha segnato la fine della Prima Repubblica. C’è da dire che il sistema di corruzione sviluppatosi in quei decenni risultava ormai sempre più immorale e insostenibile ed è ovvio che presto o tardi i nodi sarebbero venuti al pettine. Tuttavia, secondo quanto affermato da quasi tutti gli storici e i politologi, il crollo del sistema partitico ha portato ad una crescente deriva populista che si è fatta sempre più largo in Italia e che attualmente è ancora presente sotto altre forme. Il sentimento di “sfasciare tutto”, come disse ai giornalisti una signora lì presente quella sera, era infatti diventato più forte del ricostruire qualcosa. Ebbene credo che proprio quell’espressione ben esemplifichi sia il gesto delle monetine, sia le intimidazioni, sia in generale il clima che si respirava in quei mesi. La voglia di abbattere ma soprattutto di semplificare la complessità si era rivelata, come spesso accade nella storia, più forte del costruire qualcosa che fungesse da modello alternativo a quello che si stava distruggendo. Abbattendo quei partiti che per molti anni avevano guidato l’Italia, si stava contemporaneamente demolendo anche quell’insieme di ideali, ideologie e valori caratterizzanti del sistema partitico. Da Tangentopoli in poi è come se i cittadini avessero progressivamente smesso di credere in qualcosa. E’ ovvio che la sfiducia nei confronti dei partiti non nasce solo dal clima generato da Mani pulite, ma è innegabile notare un certo stacco relativo specificatamente a quegli anni. A trent’anni da quei fatti, c’è da chiedersi se la politica italiana sia qualitativamente migliorata o peggiorata, ma questa è un’altra storia.

Vorrei concludere così con le parole che Francesco Saverio Borrelli, alla guida del pool di Mani Pulite, ha pronunciato qualche anno dopo la fine di Tangentopoli: “se fossi un uomo pubblico di qualche Paese asiatico, dove come in Giappone è costume chiedere scusa per i propri sbagli, vi chiederei scusa: scusa per il disastro seguito a Mani Pulite. Non valeva la pena di buttare all’aria il mondo precedente per cascare poi in quello attuale”.

 

Le donne nella società contemporanea secondo le parole di Papa Francesco

Se leggessimo con maggior attenzione le parole di Papa Francesco sul ruolo e il profilo delle donne nella nostra società potremmo formarci un altro giudizio in ordine al rapporto tra Chiesa cattolica e questione femminile. Ultimamente mi ha colpito sentir dire che “la donna ha la capacità di avere tre linguaggi insieme: quello della mente, quello del cuore e quello delle mani. E pensa quello che sente, sente quello che pensa e fa quello che sente e pensa. Non dico che tutte le donne lo facciano, ma hanno quella capacità, ce l’hanno. Questo è grandioso”. 

Papa Francesco si è rivolto così alla redazione di “Donne Chiesa Mondo” nel corso di un’udienza nella sala dei Papi del Palazzo Apostolico. “Le donne – ha aggiunto – hanno una capacità di gestire e di pensare totalmente differente da noi e anche, io direi, superiore a noi. Un altro modo. Lo vediamo in Vaticano, anche: dove abbiamo messo donne, subito la cosa cambia, va avanti. Lo vediamo nella vita quotidiana, tanto volte io lo vedevo quando passavo con il bus, facendo la coda per visitare nel carcere i loro figli e le donne lì: la donna che mai lascia il figlio, mai”. 

Insomma, siamo di fronte a una concezione realistica e concreta della donna, che non lascia dubbi e non genera equivoci. Su questo versante la Chiesa ha fatto enormi passi in avanti e le parole semplici ma incisive di Francesco sono destinate a lasciare il segno. Non è un linguaggio gesuitico, troppo complesso se non sofisticato, ma un approccio comunicativo che parte sempre dalle condizioni oggettive delle donne per approdare ad una concezione più ampia ed organica. In questo modo, indubbiamente originale, si declina la novità “al femminile” che pervade il pontificato. Certo, non mancano neppure le ‘battute’ per cui, secondo Francesco, “le donne sono brave, coraggiose, generose e anche un po’ nevrotiche”. 

Tuttavia, al di là della ‘battuta’, risulta evidente che l’intero magistero di Francesco è ispirato ad una grande considerazione della presenza femminile. La donna “è colei che fa il mondo bello” e “fa rinascere l’umanità”. E ancora: “Le donne sono fantastiche lottatrici”, ma anche “prime testimoni delle resurrezione”. In definitiva, con la sua predicazione semplice e persino commovente Papa Francesco è destinato ad incidere profondamente sul linguaggio teologico e pastorale, nonché sui codici della Chiesa. Partendo, appunto, sempre e soltanto dalla realtà. E su questo la sua lezione appare straordinariamente moderna ed attuale. In effetti, la sentiamo profondamente legata alla contemporaneità.

La Voce del Popolo | L’emotività civile e le misure da prendere.

I sondaggi registrano un certo calo nei numeri di Fratelli d’Italia, primo partito del paese. Un calo piccolo, a dire il vero. Che non ne mette in questione il primato. Ma che forse non merita di essere sottovalutato. Di contro, intorno al ricovero di Berlusconi si avverte un sentore di partecipazione popolare. Un tributo di affetto che viene dai suoi sostenitori di sempre ma perfino da molti dei suoi critici e avversari. 

Verrebbe quasi la tentazione di mettere in relazione le due cose e trarne la conclusione che mentre riaffiora una certa diffidenza verso il potere che si instaura e che subito si trova ad affrontare una certa difficoltà a insediarsi nel cuore del paese, di contro si tende a omaggiare un potente che diventa più fragile e che a quel punto smette quasi di animare una controversia politica. 

Nulla di definitivo, per carità. Il partito della Meloni resta primo, con largo margine. E l’istinto di una parte del paese a premiare il più forte non può certo dirsi archiviato. Quanto a Berlusconi anche chi gli vuol bene deve augurarsi che la controversia intorno alle sue gesta resti aperta, così da dar voce ai suoi tifosi ma anche ai suoi critici più intransigenti. Resta il fatto che noi tutti non riusciamo mai a calibrare il giusto rapporto tra il sentimento critico verso il potere e il suo successivo rimpianto. Come se fossimo capaci solo di andare agli estremi. Da un lato la sana diffidenza verso chi esercita il potere, dall’altro una certa nostalgia verso il potere e i potenti di prima. 

Grazie a tutte le cose che alludono a una sorta di emotività civile di cui non abbiamo ancora preso bene le misure.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 13 aprile 2023

(Articolo qui riproposto per gentile concessione del settimanale della diocesi di Brescia)

Popolari in castigo secondo le pagelle di Carlo Calenda

Al di là delle polemiche, violente e aggressive, che hanno coinvolto l’ormai ex “terzo polo”, quello che incuriosisce sono i giudizi tranchant che il capo di Azione, Carlo Calenda, continua a distribuire a destra e a manca. L’ultimo della lista è l’amico Beppe Fioroni, storico esponente della cultura popolare che, per motivi misteriosi, pare non rientri nel genere “popolare” preferito e più gettonato dall’ex esponente di Scelta Civica.

 

Ora, al di fuori dei giudizi personali – che di per sè sono sempre sgradevoli e in politica addirittura singolari e grotteschi – quello che colpisce è che il capo di Azione continua ad individuare anche nei Popolari una cultura e una tradizione che dovrebbe contribuire a costruire il progetto del suo partito. È evidente a tutti, però, che il profilo politico e culturale di Calenda non solo è estraneo ed esterno ma è addirittura alternativo rispetto alla tradizione, alla cultura e al progetto politico, culturale e valoriale del popolarismo di ispirazione cristiana. Una cultura che mal si concilia, del resto, con l’approccio liberista, elitario e tendenzialmente aristocratico di Calenda.

Ma l’elemento che ancor più colpisce è che Calenda non prende in considerazione le culture politiche e i filoni ideali che possono essere, seppur coerentemente, funzionali al suo progetto politico. 

 

No, al contrario, Calenda si sofferma sulle persone, sui singoli, sul profilo degli esponenti politici e, sulla base dei suoi giudizi e della sua valutazione, li licenzia o li assume. Insomma, una sorta di piccola azienda senza la presenza sindacale che contratta e negozia.

 

Ecco perchè, tutto sommato e al di là delle polemiche che sono tuttavia sempre negative e spiacevoli, forse non tutto vien per nuocere, come si suol dire. Ovvero, adesso è più chiaro per i Popolari individuare i compagni di viaggio con cui costruire un partito di centro che sappia declinare, al contempo, una autentica “politica di centro”. Dinamica, innovativa, moderna e riformista. Non è possibile, del resto, dar vita ad un progetto politico e di governo di lunga prospettiva con chi individua nella tua cultura e nella tua tradizione ideale solo un peso o un inciampo da rimuovere al più presto. Al di là delle dichiarazioni pubbliche e dei solenni pronunciamenti. E i Popolari, oggi, sono una componente fondamentale – con altri filoni ideali, com’è ovvio e scontato – per declinare un progetto centrista, riformista e democratico. 

 

Lo vorrei ricordare per chi l’avesse dimenticato con troppa disinvoltura, il Centro nel nostro paese non può essere una riedizione – seppur in forma aggiornata e rivista – dell’esperienza del partito liberale, del partito repubblicano o di un maldestro partito tardo azionista. Quella, seppur legittima, sarebbe una esperienza politica elitaria, aristocratica e radicalmente alternativa ad un centro popolare e realmente di governo. E per centrare quell’obiettivo è indispensabile l’apporto e il contributo di una cultura, di una tradizione e di una storia che risponde al nome di popolarismo di ispirazione cristiana. Una tradizione che nel nostro paese ha contribuito, dal secondo dopoguerra in poi, a costruire le migliori stagioni politiche e di governo.

 

E soffermarsi a giudicare i singoli esponenti, peraltro autorevoli e significativi di quella storia come Beppe Fioroni, oltrechè essere sgradevole, è anche un esercizio per nulla edificante e costruttivo sotto il profilo politico, culturale e valoriale.

 

L’onda lunga del populismo ha travolto anche le Province

Nel 2014 con la legge n. 56, nota come legge Delrio, il Parlamento ridimensionò le funzioni della Provincia e la sua rappresentanza democratica impedendo ai cittadini,  per la prima volta nella storia repubblicana, di eleggere il Presidente e i Consiglieri. Il legislatore preferì in alternativa un’elezione da parte dei Sindaci. Tentativi simili erano stati già compiuti nel 2011 dal governo Berlusconi e nel 2012 dal governo Monti nell’ottica della spending review; non ebbero però successo perché la Corte Costituzionale rilevò che tali provvedimenti erano incostituzionali essendola la Provincia un ente locale garantito dalla Costituzione. Sarebbe toccata la stessa sorte anche alla legge Delrio, cosa che non avvenne soltanto perché era in corso la procedura di riforma costituzionale del governo Renzi che prevedeva l’abolizione delle Province. Tale riforma fu però bocciata con il referendum del 2016 e nel 2021 la Corte Costituzionale è ritornata sul tema riaffermando le stesse osservazioni fatte ai provvedimenti Berlusconi/Monti. 

 

In questa lunga incertezza normativa le Province sono state svuotate nell’assetto istituzionale, nel ruolo e nelle competenze e indebolite nei rapporti tra i diversi livelli di governo. Ciò ha causato incertezze e criticità sul governo dei territori provinciali: gli interventi riduttivi su funzioni, personale e risorse hanno inciso negativamente sui servizi essenziali.  Oggi esistono 76 Province ordinarie e 10 Città metropolitane (Bari, Bologna, Cagliari, Catania, Firenze, Genova, Messina, Milano, Napoli, Palermo, Reggio Calabria, Roma, Torino e Venezia) che una volta si chiamavano Province, che da nove anni sono regolate da una legge transitoria e incostituzionale.

 

Questo breve excursus per evidenziare un’ostinata volontà dei governi che si sono succeduti per eliminare le Province.  Sono certo che i consulenti giuridici del governo abbiano spiegato ai Ministri che per raggiungere quell’ obiettivo fosse necessario modificare la Costituzione, come ripetutamente affermato dalla Corte Costituzionale. Ciò nonostante i governi hanno preferito, per debolezza o per convenienza, assumere provvedimenti che alla fine si sarebbero sicuramente scontrati con la Costituzione. C’è da chiedersene il perché. Le Province sono state le prime vittime sacrificali offerte al populismo crescente (che ha fatto la fortuna di non pochi leader) dando così ragione all’idea di fondo  secondo la quale “per il solo fatto di essere eletti in qualsiasi organo amministrativo o legislativo, locale o nazionale, i rappresentanti godano di privilegi eccessivi e siano per definizione corrotti e facilmente corruttibili”. Si è iniziato in questo modo ad alimentare la propaganda populista su altre istituzioni fino a quando l’anticasta si è fatta essa stessa ‘casta’ con la conseguente disaffezione degli elettori che negli anni si sono andati sempre  più riducendo .

 

Il populismo contro le Province è stato costruito su due fake news purtroppo non sempre verificate da autorevoli commentatori politici. La prima: un ente intermedio come le Province esiste solo in Italia. In realtà in tutti gli Stati europei con popolazione superiore ai 10 milioni di abitanti c’è un livello di governo intermedio simile alle Province italiane. Seconda fake: con l’abolizione delle Province ci sarebbe stato un risparmio straordinario della spesa pubblica.  Sembrava ad un tratto come se non fosse stato più necessario, ad esempio, occuparsi della manutenzione delle strade e delle scuole superiori; in realtà il trasferimento di funzioni dalle Province alle Regioni  e ad altri Enti ha provocato per la Corte dei Conti “una dispersione dell’esercizio delle funzioni in enti di ambito territoriale, enti strumentali o società e organismi partecipati, con sovrapposizione di competenze e ulteriori costi” (gennaio 2023).

 

Finalmente il Parlamento sta mettendo mano a una modifica della legge Delrio. Al Senato sono in discussione otto disegni di legge finalizzati a reintrodurre l’elezione diretta da parte dei cittadini del Presidente della Provincia, del Consiglio Provinciale, del Sindaco e del Consiglio Metropolitano, e l’indennità per gli amministratori provinciali e metropolitani.  Una scelta condivisibile perché, come ha evidenziato con efficacia la Corte dei Conti, attraverso “l’elezione diretta si ottiene una maggiore legittimazione degli enti di area vasta che rafforza la loro posizione nell’ambito di un sistema multilivello. Al tempo stesso gli organi di vertice, al pari dei sindaci o dei presidenti delle Regioni, sono chiamati a rendere conto delle azioni pubbliche nei confronti del corpo elettorale (accountability pubblica) ”.

 

La previsione del ritorno all’elezione diretta deve però essere necessariamente accompagnata dal rafforzamento delle funzioni fondamentali e dall’assegnazione di nuove funzioni affinché le Province diventino anche, come sostiene con lungimiranza l’Unione delle Province “istituzioni di semplificazione del governo locale per ricomporre a livello territoriale le funzioni di area vasta, con particolare attenzione alla gestione degli investimenti strategici, consolidando così anche il ruolo di supporto ai Comuni.  La Provincia dovrà cioè essere sempre di più  un ente che pianifica la strategia dello sviluppo del territorio, attraverso agende di sviluppo sostenibili a livello locale e che coordina le iniziative dei diversi attori pubblici e privati che operano nel territorio”. In sostanza Provincia e Città metropolitana avranno un futuro soltanto se saranno messe nella condizione di dare rappresentanza politica e risposte concrete alle esigenze dei Comuni delle aree interne e delle aree di mezzo a diffusa urbanizzazione, territori che sono oggi poco rappresentati e in gran parte esclusi dall’agenda politica nazionale. 

 

Antonio Saitta è stato Presidente della Provincia di Torino, Presidente nazionale dell’Upi (Unione delle Province Italiane) e assessore della Regione Piemonte.

La rottura tra Renzi e Calenda apre la strada a una politica di centro

La rottura tra Italia Viva e Azione può consentire un salutare chiarimento politico circa il ruolo che deve svolgere una autentica forza di centro. Che non è tanto quello di alimentare un improbabile terzo polo quanto quello di costruire una forza capace di esprimere politiche di centro,  al fine di contribuire a colmare, come osserva Giorgio Merlo, quel deficit di offerta politica che contribuisce ad alimentare l’astensione.

Un simile percorso implica innanzitutto la continuazione della costruzione di un soggetto politico unitario per quanti avvertono la necessità di rimettere in gioco nell’attualità la cultura politica del popolarismo. Un soggetto che poi potrà interloquire con altre realtà di centro come Italia Viva e non solo. Il tutto in funzione di un programma capace di intercettare le ansie e le attese dei ceti intermedi sia sulle principali macro-questioni (come la guerra, i cambiamenti dovuti alla transizione digitale e energetica) che sui temi che riguardano la quotidianità del vivere delle persone (come il lavoro, la casa, il welfare).

Credo che anche le decisioni adottate dal governo negli ultimi giorni (tra cui quelle sul Def, sulla strategica raffineria di Priolo, sui nomi scelti per le principali partecipate pubbliche), che paiono per lo più dettate dall’equilibrio e dal buonsenso, debbano costituire un ulteriore stimolo a uscire da un dibattito solipsistico sul centro che rischia di risolversi in una sterile consunzione dei suoi autori.

Il fatto che il governo Meloni, pur in mezzo a sbandate non infrequenti nella maggioranza che lo sostiene, sulle questioni fondamentali sembra muoversi in continuità con il quadro definito da Draghi, è un bene per il Paese soprattutto in una fase in cui stanno cambiando gli equilibri globali.

Può essere un problema per quanti perseguono il progetto di una forza di centro solo nel caso in cui tale forza si perda nelle anguste cerchie dei personalismi che contrassegnano una concezione della politica ispirata al bipolarismo, ma diviene invece una motivazione in più per una forza che intende tradurre in scelte concrete e puntuali, e in precise strategie una politica di centro.

La Terza Forza che accolga sensibilità e tradizione del cattolicesimo democratico è un invito a sormontare il fallimento del Terzo Polo

L’epilogo mantiene ancora una zona d’ombra. Tutto finito dalle parti di Calenda e Renzi, sebbene incomba sulle dichiarazioni ultimative la forza delle circostanze. Calenda è sembrato da stamane il più determinato a mettere la parola fine sulla esperienza del Terzo Polo. Non ha sentito ragioni, soprattutto perché, quelle di Renzi, sono state esemplari per ambiguità e circospezione: difficili da ingoiare anche per stomaci robusti. In questi casi, nel mezzo di un balletto di frasi a doppio senso, basta un nonnulla per far scattare la voglia di mandare tutto a carte quarantotto.      

Infatti Calenda ha reagito a muso duro: “Matteo Renzi farà il suo percorso: fine. Rimarremo, io spero, negli stessi gruppi parlamentari a fare l’ottimo lavoro che stiamo facendo. Però sono due partiti distinti, fanno una alleanza sui temi se è il caso, ma non sono lo stesso partito. Rimangono due partiti separati di cui uno ha la mia leadership ed uno ha la leadership di Matteo Renzi”. Tutto chiaro? Fino a un certo punto. È che la forza delle circostanze, come detto prima, impone una soluzione che lascia frastornati. Ci si divide, ma per restare uniti in Parlamento. Non è il massimo della chiarezza.

Dare voce all’elettorato intermedio, sempre più sofferente dentro lo schema bipolare e perciò riottoso a mettere piede nel campo della sinistra o della destra, implica che sia adottta una felice combinazione di coraggio e generosità: da un lato, infatti, chiunque se ne faccia interprete, deve togliere all’impresa il carattere di un avventura solitaria, essendo necessario un coraggioso investimento sulla coralità di voci e contributi; dall’altro, proprio perché l’elettorato attende il salto di qualità di una politica fatta di valori e scelte concrete, occorre mostrarsi quanto più possibile aperti e generosi, senza pretendere in contraccambio una qualsiasi gratificazione che non sia quella di sentirsi a casa propria.

Se mancano questi requisiti, la proposta politica fatica a prendere forma. Si affloscia e cade, come un aquilone senza vento. E il vento non c’è, fuor di metafora, perché i personalismi pretendono di occupare tutta la scena pubblica, tutto il mondo della comunicazione, tutti gli spazi del confronto politico. Bisogna prendere atto che l’orizzonte della nostra “Terza Forza” – dicitura, questa, più consona alla sensibilità e tradizione del cattolicesimo democratico – evidenzia l’urgenza di un soprassalto di volontà e di aspirazioni, con metodo decisamente nuovo. Siamo chiamati a uno sforzo di rigenerazione ideale e politica, lasciando da parte le illusioni e le fantasmagorie degli individualismi. La scadenza delle elezioni europee del prossimo anno presenta il conto fin d’adesso, perché arrivare impreparati alla meta sarebbe una sciagurata dimostrazione d’irresponsabilità.

Gualtieri sotto assedio scruta le insidie provenienti dal Pd

Ci sono ragioni tecniche e ragioni politiche che spiegano l’intoppo nell’azione della Giunta Gualtieri. Incide, da un lato, il sovraccarico di impegni dell’Assemblea capitolina, con molti provvedimenti urgenti che faticano ad essere canalizzati nel lavoro d’Aula. E questa è la spiegazione tecnica, non priva di fondamento. Ma non basta. Ripetute tensioni nella maggioranza, tutte collegate alle turbolenze post congressuali del Pd, mettono un freno all’attività amministrativa. Entrambe le difficoltà fanno intravedere uno scenario di crescente malessere

L’incontro svoltosi ieri stasera tra il sindaco e i consiglieri di maggioranza mirava a sciogliere i nodi riguardanti il progetto dello Stadio della Roma a Pietralata. L’esigenza era e rimane quella di mettere nero su bianco il contenuto delle garanzie cui la As Roma, nel progetto definitivo, dovrà attenersi rigorosamente per rispondere alle preoccupazioni circa parcheggi, viabilità, gestione degli eventi (e quindi contenimento del rumore) espresse dai comitati e dai Municipi interessati. Come è finita? In pratica Gualtieri ha dovuto accettare la richiesta di rinvio. Entro dieci giorni sarà presentato un maxi-emendamento per il quale si prevede l’approvazione entro fine maggio.

Dallo stadio si potrebbe passare al termovalorizzatore, per fare il punto anche su altre questioni spinose. L’elenco si allunga e ogni giorno, come dice la Bibbia, ha la sua pena. Una pena particolare per un sindaco che finora non ha fatto bene i conti con la politica. L’elezione diretta crea l’illusione di un potere senza limiti, salvo quelli dettati dai vincoli di spesa nel quadro di un bilancio sempre in debito di ossigeno. Gualtieri è sotto pressione avendo di fronte un Pd che gli è sfuggito di mano. Ora gli equilibri interni vedono Zingaretti come punto di riferimento di tutta l’area che si riconosce nella nuova gestione della Schlein.

Si parla di Enzo Foschi, figlio incanutito del movimentismo originariamente ai margini dello stesso Pci, come nuovo segretario della Federazione romana. Se la scelta del Nazareno fosse questa, allora Gualtieri avrebbe un bel daffare, certamente più di quanto finora si è percepito e visto, dato il prevedibile rialzo delle quotazioni di una politica a indirizzo più “de sinistra”. Altro che riformismo in salsa capitolina! L’avvento di Foschi alla guida del Pd di Roma dovrebbe riportare alle orecchie del Sindaco le parole di un vecchio adagio popolare: “Dagli amici mi guardi Iddio, ché dai nemici mi guardo io”